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					Saggio Introduttivo

                                       VIOLENTATI


                            IO…. STORIA DI UN’ANIMA (1)

                                  Mondo mi senti? Sono qui.
                      Il respiro flebile del mio Io è presente lo senti?
                               Alito di vento, brezza leggera di
                                        un qualche sud.
                             Vivo così a cavallo dell’anima che,
                                          crescendo,
                               Mi ha rapito trascinandomi nei
                                          suoi vortici
                                      impetuosi di ricerca.
                              Già , ricerca, perché ho una gran
                             voragine nel mio terreno interiore
                                  la porto con me da sempre,
                              accovacciata in un angolo con la
                              testa china, ora viva ma inerme,lì
                                in attesa di subire l’ennesima
                                            indagine
                             vivo volando, assaggio sguardi ed
                               assaporo suoni che inarrestabili
                               vanno a fondare ogni atomo del
                                          mio vivere.
                               Ho un unico criterio, da sempre,
                                  un dono o un maleficio ma
                                       comunque innato.
                               E’ il mio criterio di formazione,
                             ogni più piccolo elemento lo faccio
                                  mio per estrarne “succo di
                                           quercia”.

                                  Riflessioni naturalmente!
                                Meccanismo infinito di ogni
                                Attimo è questo mio modo di
                                           Crescere.
                              Mondo…sei ancora lì? Sentimi:
                               sai, la mia anima è complessa,
                              frutto dell’oggi frenetico e di un
                                       ieri annebbiato.
                               Anche ingranaggio imperfetto,
                             intaccato da lividi maturati dagli
                                 incontri sul ring con la mia
                                        introspezione.
                             Ogni alba è uno sbocciar di sfide
                              Per me, la mia vita è stata tutta
                             Così, piena di scommesse che mi
                                Vergogno a trascinare per le
                                               Gambe,
                                                ed io
                                     debole le guardo in viso
                              accorgendomi che ci vuole l’anima.
                                 E tutto quello che ho ogni volta,
                                ogni fiorir di sole, ogni battaglia.
                                       Ne esco la sera…sai?
                               Prima di dormire esco, esco, esco,
                                  stremata ma vincente con un
                                 sorriso, buttato là sul tavolo….
                                Trappole, duelli, battaglie, cieli..
                                               Nebbie.
                              E’ il mio domani che manca ancora.
                                Non so cosa attende me ed i miei
                               Ingranaggi, le mie ali, i miei occhi
                                    Da squarto i miei incontri
                                             Laceranti.
                               Non lo so, so che ho sete. E voglio
                                Vita, vita, vita e poi ancora vita..
                                   Mondo mi senti? Sono qui…




Sull‟adolescenza è stato scritto tantissimo. Molti sono gli autori che
spiegano il senso di questa età della vita, sicuramente la più difficile,
tentando di dare risposte ai genitori, spesso disorientati dal comportamento
dei loro figli, agli insegnanti…..a tutti coloro che hanno un rapporto o un
colloquio aperto con i giovani.
E sull‟adolescenza scrive Barbara con questo saggio eloquente e creativo.
Così, io ho scelto di parlare come se fossi a colloquio con un adolescente
o con i genitori, o con i miei colleghi, interrogandomi insieme a loro sul
senso che ha oggi questa tappa della vita.
La mia non è stata un‟adolescenza diversa dalle altre, con la sua
sofferenza, le sue lotte generazionali: sembrava di dover combattere per
conquistare il mondo e capire il senso profondo della vita.
Scrivevo a mia madre parole dure, che ho capito quanto fossero spietate
solo diventando madre, ma lei era anche un modello; contestavo mio padre
ma rispettavo i suoi principi e valori; contestavo la scuola ma credevo
profondamente nella forza della conoscenza; ostentavo sicurezza, che
spesso si avvicinava più alla sfacciataggine, ma avevo tutte le incertezze,
tutti i turbamenti e l‟arroganza di chi pensa di avere la verità in tasca.

  (1) Poesia scritta da un‟adolescente di 14 anni : Giulia
Insomma ero figlia del mio tempo, gli anni ‟70 e del tempo della mia vita,
l‟adolescenza.
I nostri poeti erano De Andrè, Battisti, Guccini…..cantavamo “Dio è
morto”

                           “ Ho visto gente della mia età andare via
                        Lungo le strade che non portano mai a niente,
                           cercare il sogno che conduce alla pazzia
                           nella ricerca di qualcosa che non trovano
            nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,
                          dentro alle stanze da pastiglie trasformate,
                      lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,
                       essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
                                      e un dio che è morto,
            ai bordi delle strade dio è morto, nelle auto prese a rate dio è morto,
                             nei miti dell’estate dio è morto……”


Le sue parole ci rappresentavano, ci davano il senso dell‟ombra, del nostro
„malessere‟.
I banchi odoravano della politica del sessantotto, la politica odorava e
basta….erano anni duri in cui vedevamo anche sui volti dei nostri genitori
la paura per il futuro, ma la scienza ci rassicurava, ci diceva che il sapere
ci avrebbe chiarito i misteri della vita…..Era impossibile non crederci
mentre l‟uomo appoggiava il suo piede sulla luna e nella mia mente
sembrava aprire squarci di meraviglia e di onnipotenza.
E poi gli anni di università, di filosofia, di esistenzialismo, e gli anni di
psicologia….Tutto parlava di come si possono capire e spiegare le cose. Il
potere della ragione e della riflessione era grande, nutritivo. E chi più di un
adolescente ha bisogno di nutrirsi? Lo dice l‟etimologia stessa della parola:
adolesc = MI NUTRO, di cui la nostra Autrice ci parla nel suo lavoro.

E mi nutrivo di tutto, e nutrivo come giovane madre i miei figli, senza
avere per loro i timori che vivo oggi dopo quasi trent‟anni di clinica,
attonita di fronte a tutto quello che accade e che sento raccontare ogni
giorno.
Nel nostro lavoro purtroppo, non abbiamo bisogno del telegiornale,
possiamo ascoltare storie di dolore, solitudine e vuoto, in diretta dai nostri
pazienti, che sono sempre di più e più giovani….e questo apre domande su
domande e stimola l‟energia che viene da un grande senso etico della vita.
Bisogna essere buoni professionisti per essere etici e bisogna essere etici
per essere buoni professionisti1.
Non servono solo tecnici esperti e ben preparati, servono persone che si
pongano accanto ai loro “pazienti”, che incomincino ad interrogarsi sul
senso profondo della sofferenza, sul sintomo che parla e narra non
patologia ma storie di persone, figlie di un tempo difficile.

Percorrerò i tempi della mia riflessione, che hanno segnato anche il mio
impegno tecnico e umano su questo argomento.
Negli anni di filosofia ero nel pieno della mia adolescenza e leggevo per
trovare risposte, ma quello che spesso accadeva è che continuavo a farmi
domande.
I classici muovevano il mio rispetto del sapere, i moderni li sentivo lì,
come se fossero stati i miei interlocutori di quello che era il mio “oggi”. Il
piacere era quello di trasformare una tempesta biologica con il suo
programma “obbligato” in un progetto esistenziale, ed ero d‟accordo con
Merlau Ponty, pensando che il corpo era l‟unico mezzo che avevo per
andare al cuore delle cose2.
Intanto vivevamo impotenti la trasformazione del corpo, i dubbi
dell‟identità, i rischi della società e la paura della morte, la sua attrazione, i
compagni che si perdevano perché si spingevano, come navigatori, oltre le
“colonne d‟Ercole” per cadere nel vuoto, il loro, forse per una naturale,
umana, sfida alla vita.

Le nostre emozioni erano quelle di Battisti
                                    Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
                                                     ritrovarsi a volare
                                        e sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
                                                    un sottile dispiacere
                                 E di note passare con lo sguardo la collina per scoprire
                                                 dove il sole va a dormire
                                       Domandarsi perchè quando cade la tristezza
                                                      in fondo al cuore
                                               come la neve non fa rumore
1
  Romanelli P., Aspetti etici, deontologici e di responsabilità professionale nella psicoterapia e nel caunselling, Riv. AT e metodologia
psicoterapeutica, anno XXVI, n° 13-14, Dic. 2006
2
  Merlau Ponty
                                      e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte
                                                           per vedere
                                                se poi è tanto difficile morire
                                              E stringere le mani per fermare
                                                        Qualcosa che
                                                          è dentro me
                                                 ma nella mente tua non c’è
                                                      capire tu non puoi
                                                     tu chiamale se vuoi
                                                            emozioni


Iniziavo a trovare il senso dell‟esserci e mi avvicinavo all‟essere umano
come persona, mentre masticavo di esistenzialismo, di Sartre, Hussel,
Heideger e conoscevo i primi concetti di psicoanalisi.
La mente dell‟uomo mi attraeva, scrivevo piccole poesie, come quelle dei
ragazzi che curo. Parlavano della mia confusione, le mie paure, i miei
grandi sogni. Vivevo l‟energia del sapere e la “potenza” dell‟uomo, come
aveva detto la mia professoressa nel titolo di un tema: “ Ogni uomo è
artefice del proprio destino”.
Negli anni di psicologia poi incontravo l‟A.T. e leggevo Berne che
scriveva sull‟adolescenza:
” Adolescenza significa scuola superiore, università, patente di guida, poi
è l’inizio delle prime preoccupazioni personali. Significa la crescita dei
peli sul corpo, reggiseno e mestruazioni, prime rasature e magari anche
quella sofferenza immeritata che sconvolge i piani e la mente, che è
l’acne. L’adolescenza comporta la decisione di quel che ci sarà per tutto il
resto della vita,
perlomeno ha in sé la ricerca di come riempire il tempo fino a che non si
decida veramente di che fare di se stessi”3.

Quindi la scelta per le nuove autonomie, i nuovi eroi, le nuove
sensazioni……
Ma Berne parlava anche di Phisis, come sottolinea P.Carkson ”Berne ha
mutuato il concetto di phisis dalla filosofia dei presocratici per ampliare il
concetto di Eros e Thanatos”4. La phisis è la forza creativa che lotta per
far crescere le cose e migliorarle, che stimola il pensiero evolutivo, tutto
per superare la forza della programmazione genitoriale e del fato stesso5.
3
  E. Berne, What do you say after you say hello?, trad it, Ciao!.... poi?, Bompiani, Milano, 1979
4
  P. Clarkson, The therapeutic relationship in psychoanalysis counselling psychology and psychotherapy, trad. It. La relazione psicoterapica integrata,
Sovera 1997 Roma
5
  Tema di un ragazzo di 13 anni ,Francesco : La speranza : La speranza è una cosa che alla lunga si perde, e può capitare come è successo a meche
questa invece che andarsene possa trasformarsi in qualcosa di più del semplice sperare. Ho attraversato ed attraverso dei momenti drammatici tra
Erano pensieri che mi aiutavano a dar forza alla mia convinzione tardo-
adolescenziale, della potenza decisionale dell‟uomo, che mi facevano
sentire artefice del mio tempo.
Leggevo M.T.Romanini e mi confermavo che l‟adolescenza “è il periodo
di progressivo spostamento dell’auto riconoscimento fenomenologico e del
riconoscimento fenomenico ambientale da un’identità infantile ad una
identità adulta”6.

E intanto Clarkson e Erskine7 sottolineavano, superando il determinismo di
Berne, che il copione si rinnova tutta la vita, come se l‟intera vita fosse,
come affermava Ferrari, un‟eterna adolescenza8. E la mia collega Dolores,
sensibile al mondo dei bambini e dei più grandi scriveva “…..intorno ai 12
anni è un momento bianco, un’assenza, un vuoto, una vertigine……Arriva
il giorno di estraneamento improvviso che stravolge quotidianamente le
coordinate del vivere…..Dimenticano i grandi che come adolescente sono
testimone disperato della mia metafora, senza potermi appropriare
dell’essere che fui. E la paura di essere inghiottiti dal nulla , il vuoto che
si apre tra quando ero bambino e ora che non sono ancora adulto, è il
non-luogo abitato dai bambini e non più bambini .”9.
L‟adolescenza è veramente una seconda sfida. Nel mio pensiero c‟è la
convinzione che si riapra il doloroso periodo della separazione-
individuazione tipico dei primi due – tre anni di vita.
L‟adolescente ha bisogno di riconoscimento all‟interno di una relazione,
specie se il legame che ha stabilito all‟interno di essa gli ha dato la
possibilità di creare una struttura per continuare a trasformare gli stimoli
interni ed esterni che riceve.
La famiglia, le istituzioni, la società sono chiamate a collaborare nel
processo di educazione (educazione condivisa) ad una cultura del desiderio
(principio del piacere) che ha contatti con il reale ( principio di realtà) e
mantiene il limite (principio del dovere).

l‟indifferenza della gente che rumina nel sogno di una vita senza sofferenza. Eppure la sofferenza ho imparato cos‟è, e credo che un tema non bastasse
a raccontare nel dettaglio la disperazione, il senso di un mondo assente, di una mancanza di fede in tutto.oggi mi sento turbato a vedere la mia classe
insensibile ad ogni forma di realtà, rifugiandosi nella volgarità e nelle stupidaggini, e credo che a quella gente non si può spiegare la sofferenza. E la
speranza credo che dobbiamo mantenerla, anche tra le menti offuscate da un mondo finto.”ce la voglio fare” diceva una deportata in un campo di
concentramento, quella parola negli abissi sconfinati del soffrire, non me lo sono mai smesso di ripetere e una volta che ti si è cristallizzata la mente
puoi cominciare a risalire quel crepaccio, ed è dura reggere fino alla fine dell‟estenuante viaggio. La speranza diviene lotta, la lotta diventa un motivo
di vita, reggersi a quella cosa che è la speranza di vita in un mare in tempesta che è una vita travagliata apparentemente ingiustificata, e a volte dirsi
perché è toccato a noi, che motivo ha Dio di accanirsi cos…può farti scivolare, ma quando la vetta del monte sarà raggiunta nulla sembra impossibile.
Per alcuni la vita è dormire, per altri, quei viaggiatori della speranza è qualcosa di terribile e meraviglioso)
6
  M.T.Romanini, Costruirsi persona, I e II volume, Raccolta articoli dal 1981 al 1998, La vita felice, Milano, 1999
7
  P. Clarkson, The therapeutic relationship in psychoanalysis counselling psychology and psychotherapy, trad. It. La relazione psicoterapica integrata,
Sovera 1997 Roma.
Erskine R ,R.L.Trautmann, Methods of an Integrative Psychoterapy, TAJ 26 n.4 ott.96.
8
  A. B. Ferrari, Adolescenza, la seconda sfida, Borla, Milano, 1994
9
  D. Munari Poda, (1994), Piccole persone piccoli copioni, Quaderno n.13 di A.T., Edistampa, Milano
La nostra cultura attuale ha poco di tutto questo, è più culto
dell‟onnipotenza, che non conosce o non vuol sentire i limiti.
E‟ cultura lontana dal reale, che si nutre di virtuale, che supera la realtà ed
esclude il contatto.
Sono ancora attuali le parole di Freud che scriveva: “…più grande del
piacere di vivere, è il ricercare il piacere, perché è questo che manca.
Così non ci sono più confini. In mancanza della felicità, gli uomini si
accontentano di evitare l’infelicità”10.

Da dove proviene l‟incapacità di seguire i desideri e i sogni che nel loro
realizzarsi dovrebbero costituire già il più grande desiderio? Deriva da noi
genitori, da noi tecnici…..che abbiamo cercato “false simmetrie”11 con i
nostri ragazzi?
Quanti bambini sono già adulti? E quanti adulti manifestano ancora
l‟atteggiamento e i bisogni infantili? Quanti genitori cercano nel loro figlio
un amico perdendo il potere e la responsabilità del loro ruolo che deve
protezione e non può chiedere uguaglianza?
I genitori hanno difficoltà ad assumere una posizione di autorità
rassicurante e contenitiva.
Contrattiamo con loro i comportamenti anziché fare un contratto in cui,
come diceva Berne, la responsabilità del tecnico è comunque diversa da
quella del suo paziente.
E‟ quindi etico assistere indignati dietro le nostre poltrone e divani di
tecnici, o è etico agire?
Coinvolgendosi con autenticità e creando contatti che ci vedono impegnati
accanto ai ragazzi e alle loro famiglie, sintonizzati con i loro bisogni e la
loro età?12
Se, ed è questo che penso, questa è la strada che ci porta ad avvicinarsi ai
nostri giovani e ai loro bisogni, allora ogni atto è da considerarsi come una
parola mancante, e non per forza come un sintomo.
Ciò che non capiamo, non per questo non ha una spiegazione o un senso.
E‟ la nostra attribuzione di senso che gli riconosce un valore, come la
madre che dà importanza al pianto o al sorriso del suo bambino
insegnandogli a percepirsi nella mente dell‟altro.
Così nel dare importanza agli atti dei nostri ragazzi, li aiutiamo a percepire
il valore di ciò che stanno facendo. Non sono patologici, se non si

10
     A. Freud, Scritti, I-II-III vol., Boringhieri, Torino,1979
11
     M. Benasayag, L‟epoca delle passioni tristi
12
     R Erskine ,R.L.Trautmann, Methods of an Integrative Psychoterapy, TAJ 26 n.4 ott.96
comportano secondo quelli che noi definiamo i canoni della normalità.
Forse non sanno trovare le parole per dirci il loro non-senso, che per
l‟appunto un senso ce l‟ha.
Ricordo ancora Freud che, in disegno della società, scriveva: “ Nell’epoca
attuale non si tratta di oltrepassare i limiti della nostra professione ma al
contrario di assumere il nostro ruolo fino in fondo e essere davvero
all’altezza della situazione chiesta e della sofferenza dei nostri pazienti”13.

Le richieste di aiuto che riceviamo spesso esprimono solo l‟urgenza di
“liberarsi dai sintomi”, da ciò che fa soffrire, che spesso coincide con il sé.
Richiesta di curare cambiando ciò che non piace, per ripristinare un sé
ideale che spesso sta al posto di un sé reale. Diventa quasi una cura
“estetica”, simile a quella richiesta al chirurgo plastico, simbolo ed
emblema di una “società dell‟apparire”.
Mi domandavo ( e mi domando ancora) ma allora possiamo curare il
singolo senza curare la società? Possiamo avere cura delle persone, dei
nostri adolescenti se non curiamo questa società con il suo disagio
culturale, dove il disagio appunto del soggetto sembra sempre più
sottolineare la sofferenza della collettività?
Berne parlava di psichiatria sociale, insieme agli psichiatri e psicanalisti
della corrente umanistica.
Se gli atti dei giovani sono considerati sintomi, allora rischiamo di curare
l‟atto “diverso” per renderlo “normale”, si rischia di curare il sintomo
come se fosse la causa anziché la richiesta d‟aiuto. Non credo che la vita
sia da guarire ma da vivere avendone cura.
“Liberarsi” dal copione non significa sbarazzarsi dell‟errore o del fato, ma
assumersi la responsabilità del proprio destino come uomo del proprio
tempo, nella conoscenza e coscienza della nostra vulnerabilità. Negare ciò
che siamo non ci rende diversi, altri, ma più soli e impotenti.
L‟unica soluzione per liberarsi del proprio destino per alcuni giovani è
liberarsi della propria vita, della dimensione reale14 il rischio attuale,
perdendo di vista i confini e i limiti, insieme alla presenza dell‟Altro, è
quella di smarrirsi “navigando” nel virtuale, confusi da una falsa libertà. I
nostri ragazzi sono figli di un‟era virtuale, figli dell‟era della scienza dei
computer, dell‟informatica, della cibernetica.
Ieri, a noi, la scienza proponeva un futuro migliore, perché portava in sé la
speranza, oggi la scienza ci parla di un futuro minaccioso, giustifica spesso
13
     A. Freud, Scritti, I-II-III vol., Boringhieri, Torino,1979
14
     U. Galimberti, L‟ospite inquietante, Ed.Feltrinelli, Milano, 2007
un iper-presente che al massimo si dilata, negando cosi anche l‟idea del
domani.
La scienza ci diceva che il nostro limite era figlio della nostra ignoranza,
oggi la scienza parla dei sistemi complessi, della conoscenza complessa
ma non completa15. L‟uomo stesso risulta un sistema complesso.
Mi sono divertita a creare un ologramma dove porre le parole chiave che
potrebbero dar luogo ad una serie complessa di associazioni e
combinazioni.




La propria forza sta nella conoscenza, come rispetto della propria ed altrui
vulnerabilità. La vulnerabilità conosce la propria forza quando accetta i
limiti.
Il legame acquista la propria significatività solo con la presenza dell‟Altro.
La libertà nasce dal rispetto dell‟Altro e della vulnerabilità.


15
     E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell‟insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000
I limiti e i legami costituiscono l‟essenza della libertà, cioè
l‟interdipendenza sé-altro.
Il rischio è che perdendo i confini e la fondamentale presenza dell‟altro, si
confonda la libertà con lo spazio-tempo virtuale, raggiungendo così una
sorta di “autismo-informatico”.
Nel Web, come nel videogioco, i giovani vivono come se tutto fosse
possibile. Vivono la tensione attraverso un‟ iper - stimolazione dei riflessi
e la riflessone è sostituita dalla iper-tensione. L‟assenza di riflessione
genera il vuoto, la noia e l‟aggressività. Ma del resto la nostra società ha
insegnato loro che si può e si deve avere tutto, tutto e subito, senza dolore,
senza frustrazione. I genitori vivono l‟attesa di figli “vincenti”, mandando
in crisi tutti i processi evolutivi basati sull‟impegno per la propria
realizzazione, per il raggiungimento di un‟autostima adeguata.
L‟attaccamento a una base sicura si è trasformato in un attacco a basi
sicure, come la famiglia, la scuola, le istituzioni…
Anche la morte è diventata uno spettacolo da filmare che come tale si
svuota della sua realisticità ed assume una veste meno tragica, di poco
valore.
I nostri giovani non sono più abituati ad interagire con sé e gli altri,
infrangono il terrore con le emozioni virtuali (emoticons) diventando
spettatori di se stessi. Sono come in una cornice che sembra contenere la
loro angoscia ed il loro vuoto16.
Li abbiamo considerati grandi prima che lo fossero e poi, timorosi del loro
essere nel mondo, abbiamo ritardato il loro allontanarsi da casa,
costruendo dei Peter Pan che ricercano l‟isola che non c‟è, nella noia, nella
droga, nell‟alcool.
Sono figli di una trasformazione difficile, accumulano insuccessi a scuola
e hanno difficoltà con le istituzioni, come eterni Pinocchi in corsa con il
tempo, con corpi giocattolo, privi di emozioni vere.
Abbiamo creato genitori-amici che hanno perso le responsabilità del loro
ruolo, mandando in giro Cappuccetti Rosso che sono spesso diventate
prede dei lupi, oggetto di esperienze sessuali precoci.
Ancora bambini si comportano da adulti e seguono Pifferai Magici che
offrono cure palliative per il loro isolamento, all‟eterna ricerca di quel
cigno che si cela dietro ogni Brutto Anatroccolo. Corpi che cercano
un‟immagine meravigliosa, che si sottopongono ad interventi chirurgici
per essere uguali ai miti dell‟ultimo minuto e che hanno la stessa
durata)per ricercare le forme che la moda impone, visto che non ne
possiedono di proprie. Sono pronti a nutrirsi o denutrirsi pur di appartenere
al “gruppo” e non sentirsi soli.
“Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato
si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo,
dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti, ma la loro stessa vita,
che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una
qualche promessa…..la violenza sta al posto delle parole che non si sono
imparate, dei libri che non si sono letti, degli insegnamenti che non si sono
appresi e persino dei sentimenti che non si sono evoluti….chi conosce
l’amore, la tristezza , il dolore, sa chiamarli per nome e sa quali itinerari
seguire senza chiudersi nel silenzio e nella disperazione, provando
comprensione, solidarietà…dimensione tipicamente umana che si chiama
cultura”17.
Come possiamo allora averne cura? Ricordiamo la sintonizzazione che il
neonato crea con la madre(caregiver). Il piccolo è ignaro di ciò a cui
aspira, è ignaro di ciò che teme, i suoi desideri coincidono con gli stati del
piace e quindi con i suoi bisogni soddisfatti. Quelli che non trovano
soddisfazione si concretizzano nell‟angoscia. L‟adulto la contiene, la
elabora o la lascia al neonato che trasforma la sua paura in rabbia.
16
     U.Galimberti, L‟ospite inquietante, Ed.Feltrinelli, Milano, 2007
17
     U.Galimberti, L‟ospite inquietante, Ed.Feltrinelli, Milano, 2007
La rabbia può essere una richiesta di aiuto , di attenzione, di contenimento,
di tolleranza, di reverie.
Nel neonato c‟è confusione tra sé e non-sé, il desiderio coincide quindi con
l‟atto e con l‟altro.
Dobbiamo “educare” il genitore a conoscere questi “atti”, a cercare il
contatto.
I ragazzi hanno ancora vivo il bisogno di essere amati, di avere impatto
sull‟altro, di ricevere protezione e sicurezza, ma soprattutto hanno bisogno
di amare e di essere riconosciuti come capaci di farlo.
Abbiamo risposto alla loro fame d‟amore, ci siamo soffermati sul “dare”,
riempiendoli. I genitori si sono concentrati su sé, sulla propria
adeguatezza, si sono posti simmetricamente al figlio, pretendendo che i
figli fossero sani, dopo i loro sforzi, e capaci di raggiungere mete ideali
adeguate alle aspettative, poiché tutto questo avrebbe riconfermato il loro
essere stati bravi genitori.
La risposta dei ragazzi è stata la pretesa di essere amati, incapacitati nel
sentirsi amabili e forse hanno sentito rifiutato il loro dono d‟amore che
accompagnava il loro bisogno di essere creduti capaci di amare. Il dolore è
diventato disperazione, solitudine, non senso,dispersione, dispercezione.
Così come il neonato non può rispondere con la fuga fisica alla paura, ma
al massimo con la fuga mentale, con la rabbia, così l‟adolescente che non
riesce a sfuggire lalla situazione, lo fa con le sostanze. E tutto si svuota di
senso, la violenza non risponde più a dettami di amore-odio, non ha più
una motivazione concepibile, quasi senza movente, come ci spiega
Andreoli: “l’uomo ammazza quando percepisce di essere vicino alla
propria fine….quando si sente solo, senza nessuno, senza una via di
scampo. Uccide quando si sente morto. Si ammazza quando si sente di non
esserci più, di essere stato ucciso, negato dal mondo, di avere perduto
ogni senso. Per questo è difficile vedere in colui che ammazza colui che si
ammazza. Suicidio e omicidio coincidono”18.
Allora quelli che sono violentati non sono diversi dai loro violentatori e
viceversa, perché anche questi ultimi hanno ricevuto la violenza, forse da
questa società incapace di aspettare il loro tempo di crescere ed evolvere,
incapace di accettare che si perdano e poi si rincontrino.



18
     V. Andreoli, Il lato oscuro, BUR, Milano, 2005
Come mai non ci interroghiamo e sottovalutiamo normalizzandole, la loro
ricerca di un precoce narcotico che fa passare il dolore, ma che seda anche
la vita e quindi il desiderio di vivere?
Perché li lasciamo dentro al labirinto, in pasto al loro mostro, senza un filo
conduttore che li aiuti ad uscire?
Ci insegna Gardner che l‟identità non si costruisce per il semplice fatto che
ci sono e che ogni volta che parliamo diciamo Io19.
L‟identità si costruisce a partire dal riconoscimento dell‟altro. Se questo
manca si perde la relazione e allora il riconoscimento si costruisce altrove,
in tutti quei luoghi dove è possibile perdersi.
Adolescenti non desiderati, annunciano esistenze mancate.

Per costruire la loro storia hanno bisogno di una storia, di una cultura a cui
appartenere, di adulti che credono in loro, che sanno andare oltre l‟orrore e
lo sgomento delle loro azioni, dei loro vuoti che risuonano dentro come
urla o pianti pieni di angoscia ma senza parole.

                            C’e un grande prato verde
                              Dove nascono speranze
                             Che si chiamano ragazzi
                        Quello è il grande prato dell’amore
                               Uno: non tradirli mai,
                                    han fede in te
                                Due:non li deludere,
                                    credono in te.
                              Tre: non farli piangere,
                                     vivono in te.
                          Quattro : non li abbandonare,
                                  ti mancheranno.
                     Quando avrai le mani stanche tutto lascerai,
                                  per le cose belle
                                 ti ringrazieranno,
                           soffriranno per li errori tuoi.




19
     Gardner
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