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Il gallo di Shaban

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Il gallo di Shaban Powered By Docstoc
					Il gallo di Shaban



Un gallo viene proditoriamente rapito, sottratto alla tranquillità goduriosa del suo
pollaio, per essere destinato a risollevare la sopita natalità di un pollaio d'oltremare.
Occultato in una scatola di cartone, nero di piumaggio e ancor più di umore, Ilia
Ossipovic viene clandestinamente imbarcato. Poco dopo la partenza della nave il
deportato evade e fugge verso ignote e cupi disavventure. Sulla nave tutti lo inseguono
per motivi e intenti svariati indotti da equivoci e dicerie, perché il gallo s'é trovato suo
malgrado al centro di un coacerbo di loschi e intricati interessi ai quali si oppone una
coraggiosa, romantica lotta di classe, all'arrembaggio capitalista resiste una clandestina
pirateria bolscevica.
Infine, spossato, sbalordito e nauseato dalle sordide stoltezze umane, avido di libertà,
dall'alto di un pennone spicca il suo primo e dultimo volo nel cielo tinto dal tramonto.




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cap 1 Come Ilia Ossipovic fu deportato

I guai di Ilia Ossipovic cominciarono in un mattino d'ottobre luminoso e profumato
d'autunno che divenne presto tenebroso e puzzolente allorché, afferrato per il collo, fu
rinchiuso in una vecchia scatola per scarpe.
Nel pomeriggio Shaban Zurini si accomiatò dai parenti che in automobile lo avevano
accompagnato al porto.
"Beh ciao! Fate i bravi eh? Non fate arrabbiare la mamma... e neanche il nonno eh? Se
farete i bravi e starete buoni la prossima volta vi porterò un bel regalo! Buoni però eh
capito? Ciao." Il giovanotto abbracciò e baciò il padre e il cugino e poi i tre nipotini che
nessuno della famiglia era riuscito a dissuadere dall'accompagnare lo zio alla partenza
per fare un giro in auto, per vedere la città, il porto e le navi.
Shaban Zurini era commosso e quei bimbi vivaci e chiassosi gli avevano già messo
addosso una precoce nostalgia della casa paterna. Perciò scese verso i moli più svelto
di qualche intrattenibile lacrima di commozione che già s'affacciava. Davanti alla
barriera doganale si voltò a guardare i suoi che s'allontanavano agitando le braccia e
urlando gli ultimi saluti. L'auto ripartì veloce e rumorosa sollevando un vorticoso
polverone, un cane che dormicchiava nel suo pelo arruffato, balzò giù dal marciapiedi,
inseguì l'auto abbaiando, s'azzuffò con delle cartacce che svolazzavano turbinando e
poi scomparve in una nuvola di fumo e di polvere indorata dai raggi del sole.
Quando fu venuto il suo turno Shaban mostrò al funzionario i documenti e passò la
barriera. S'avviò col suo bagaglio verso la banchina del molo dove il piroscafo
Mariskoje attendeva i passeggeri.
"Che cosa hai nella valigia?" domandò l'ufficiale di dogana che era ai piedi della
passerella. "Vestiti, camicie..." "e là? Cosa c'é?" "Ho qualcosa da mangiare durante il
viaggio, poi un po' di peperoni, burro e formaggio per i miei amici di là!" Poi aggiunse
sorridendo un po' vergognoso "E qui c'é un gallo per regalo che porto di là!"
Ilia Ossipovic rinchiuso nella scatola, udì e deprecò l'appellativo di regalo dimenandosi
e tentando di emettere un verso che voleva essere un ruggito.
"Un gallo?" 'ufficiale sorrise divertito. "Nel pollaio dei miei amici non nascono molti
pulcini... così porto di là un gallo dei nostri..."
Shaban Zurini aveva il biglietto di terza classe, per questo doveva stare sul primo ponte
di coperta. I passeggeri non erano ancora molti, così prese posto su una panca di legno
di fronte alla ringhiera della murata, verso il centro della nave. Le panche, disposte in
fila e con gli schienali addossati alle pareti delle cabine, erano coperte da una larga
pensilina che le riparava dalla pioggia e dal sole. Il ragazzo appoggiò sulla panca la
valigia, la sacca e la borsa di tela e sistemò con cura la scatola di cartone sotto di essa, si
stiracchiò, guardò il mare calmo e azzurrino che rifletteva il cielo limpido e luminoso.
A oriente il cielo imbruniva, l'aria era tersa e il sole, poco più alto della prua della nave,
tinteggiava coi suoi lunghi raggi il profilo dei monti lontani. l'orizzonte era ondulato da




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basse e sottili nubi e tra quelle il cielo orientale sfoggiava sgargianti striature come
vaporosi fili di lana dai bei colori arancio, rosso, azzurro, violetto che sfumavano l'uno
nell'altro morbidamente distesi nell'aria serena.
Le sirene Della Mariskoje soffiarono nel cielo alcuni lunghi cupi e lenti sospiri, le note
vibranti e possenti si distesero su tutta la baia, le colline d'intorno increspate dai boschi
e le case della città restituirono con l'eco quel suono ma smorzato e fiacco, come fosse
il pigro sbadiglio di un ciclope.
La Mariskoije salpò E una striscia di mare si insinuò tra la nave e il porto, tra chi
partiva e chi restava.

Shaban Zurini andò a stendersi sulla panca pensieroso e malinconico ma di lì a poco
sentì un rumoroso fremito provenire dalla scatola di cartone. Il giovanotto si chinò,
picchiettò sulla scatola e disse: "Buono, sù da bravo stà buono!" Poi pensò che forse al
gallo mancasse l'aria e così allentò lo spago e scostò un lembo del coperchio a mo' di
spiraglio. "Su buono dai!" Gli parve che il gallo si chetasse.
Ilia Ossipovic più che chetato s'era impaurito fino a immobilizzarsi, ma dopo un po'
mise il becco fuori dallo spiraglio, annusò l'aria e poi lo ritirò dentro. Forse anche lui fu
preso dalla nostalgia degli emigranti, comunque pensava con irritazione a quel viaggio
indesiderato e con languida malinconia agli affetti polleschi a cui                era stato
proditoriamente sottratto. Beh là nel pollaio di Piezkovo non se la passava niente male,
vantava molte amicizie femminili già! Poi non gli mancavano orzo e mais, qualche
vermetto o lombrico, insomma ecco a lui gli stava bene così, perciò ora lo stizziva il
fatto che lo avessero preso con l'inganno, un vile, avaro inganno: poche briciole di
biscotto buttate a bella posta là in terra a un passo dal suo becco e lui, "stupido che sono
stato", va per beccare e in un attimo si ritrova afferrato per il collo che gli sembrò
d'essere sulla forca, e poi cacciato a forza dentro quella scatola impuzzolita e ora su
questa nave deportato chissà dove. Di fatto non era per nulla contento della sua nuova
situazione, perciò tentò la fuga. Con gran sforzo e schiamazzo evase attraverso l'angusto
spiraglio della scatola di cartone.
Shaban Zurini che stava addentando uno dei panini imburrati pieni di sottaceti che gli
aveva preparato sua madre, vide guizzare Ilia Ossipovic di mezzo alle sue gambe e
arrestarsi malamente a causa del pavimento scivoloso del ponte, a due metri da lui
verso la murata della nave. Ingoiò d'un colpo il boccone che aveva staccato dal panino e
si slanciò verso il gallo: "buono! Stà buono, vieni qua!" Ilia Ossipovic arretrò incerto e
diffidente guardandosi intorno. "Su bravo, stà buono, vieni!" disse Shaban lanciando
verso Ilia Ossipovic delle briciole di panino e persino un pezzetto di cavolo sottaceto,
ma il gallo questa volta non abboccò benché fosse ghiottissimo di cavoli sottaceto: "A
beh! Questa volta non me la fai." Pensava arretrando a piccoli passi e scuotendo il capo.
Aveva la cresta pallida e un lieve giramento di testa dovuto forse all'ondeggiare della
nave. Del resto in vita sua non era mai stato imbarcato, di navi e navigazioni aveva solo




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un lontano e impreciso ricordo che s'era tramandato di padre in figlio e che risaliva alla
guerra di Crimea alla quale avevano partecipato molti dei suoi avi chiamati a versare il
loro tributo di sangue, carne e uova per la vittoria e per la grandezza della patria; a
migliaia i suoi furono presi per il collo e arruolati a forza, galletti e galline, polletti e
pollastre furono spediti nelle retrovie del fronte a far uova e grigliate per gli ufficiali e
brodo per la truppa, molti di loro finirono sminuzzati e ridotti in poltiglia a riempire
budelli di maiali per divenire turgide salsicce che a loro volta masticate e ridotte in
poltiglia, andarono a riempire altre budella di altri maiali, quelle di generali e ufficiali
per divenire pance grasse e poi sordide evacuazioni, già! fu una guerra molto sporca,
sanguinosa e succulenta, nessuno dei suoi tornò, almeno così ricordavano i più anziani
del pollaio di Piezkovo quel pollame sospinto sulle soglie dell'eroismo non fu una
brillante carriera. Quei tragici fatti furono presto dimenticati, pure la doverosa
riconoscenza verso i meriti di quella semplice gente di pollaio per la loro silenziosa
immolazione, non durò più del tempo necessario alla digestione di quei miseri. Del
resto l'ingratitudine umana é più a buon mercato mentre la gratitudine richiede il suo
prezzo. Così la generosità e l'abnegazione degli uni fu barattata con l'indolente oblìo
degli altri. Seppure si pensò di tributare qualche onore a quei miserabili pennuti
spennati, magari erigendo un modesto monumento al pollo ignoto o altro, del resto
alcuni obiettarono che 'ignoto' non andava bene, sì perché erano tutti ben conosciuti,
d'altro canto i resti di quei negletti alla vita erano sparsi qua e là in migliaia di latrine o
erano divenuti già concime fertilizzante per i campi bah! Comunque sia non si troverà
mai una tabella di una via o di una piazza dedicata alla loro memoria, bisogna
concludere che a nascere polli é sconveniente che ci sia la guerra o no; ma la civiltà
avanza, si dirà, già! Ma si fà lo stesso e anche peggio, Qui da noi, paesi avanzati, la
civiltà avanza, ne avanza tanta che la si butta in tutte le guerre possibili in casa d'altri.
 Shaban tentò il tutto per tutto. Finse di voltarsi per tornare al suo posto e poi di colpo
d'un balzo fu addosso a Ilia Ossipovic. Quello sfuggì per un pelo alla cattura e spiccato
un un salto volò su una scialuppa di salvataggio che a pancia in sù era tenuta da due
argani sul bordo della murata. La scialuppa pur capovolta confermò egregiamente e
coerentemente la sua attitudine al salvataggio seppur in modo stravagante.
Le precedenti amorevoli esortazioni di Shaban Zurini, il tono pacato e dolce per
convincere il gallo a tornare nella scatola di cartone, mutarono dopo l'insuccesso e lo
smacco subito in rabbia furibonda sfogata in insulti e minacce truci: "Tanghero
maledetto! Porco dispettoso! Figlio di ..., vieni giù di là o ti 'mazzo'!" Alcuni passeggeri
che avevano assistito all'accaduto si avvicinarono incuriositi e superata la sorpresa
indotta dalla specialità del fuggiasco navigante, domandarono a Shaban che era rosso in
viso per la collera e anche per la vergogna: "Ma che cos'é questo... che accade... Un
gallo, v'é scappato un gallo... oh della!"
Ilia Ossipovic, spaurito e in preda al mal di mare, emetteva flebili suoni rauchi e con
orrore guardava quelli in basso, per il nervosismo fu preso da una tosse stridula, ritmica




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e insistente, frammista a singulti. "E che é mai questo! Un gallo che tossisce! Bah... eh?
ragazzo che ha il tuo gallo eh?" Domandò il marinaio Ivan Fiodorovic. Shaban divenne
più rosso in viso e balbettò imbarazzato: "Nulla, nulla... la tosse... avrà mangiato le
pulci... non so..." "Pulci? Che pulci?" "N... no so così dicono da n... noi... ha mangiato le
pulci, sapete, i contadini... le donne in campagna... dicono così, non so!"
L'ufficiale di rotta, capitano Mikail Ovestsudòv Ovestsudòvic, intento alla lettura della
'Gazzetta di Sebastopoli', fu disturbato dal clamore, s'alzò dalla panca, ripiegò il
giornale e s'avvicinò per informarsi su quanto accadeva: "Ivan Fiodorovic che c'é? Eh
che c'é?!" "Nulla, nulla... é solo un gallo signore, proprio un gallo eccolo là signore!"
"Un gallo? bah! Un gallo guarda un po'! Bah! E che ci fà un gallo sulla nave? E poi
sulla scialuppa?... come mai... dite Ivan Fiodorovic eh? Che ci fà?" Il marinaio guardava
imbarazzato ora verso il gallo, ora verso l'ufficiale di rotta. "Signore il gallo tossisce
perché ha mangiato le pulci, il gallo é di quel ragazzo, gli é fuggito dalla gabbietta, non
so altro, bisogna catturarlo o finirà in mare, affogherà!" "Affogherà? In mare? Ma se é
sulla scialuppa di salvataggio! Che dite marinaio, che dite Ivan Fiodorovic, avete bevuto
eh?! Bah! Sempre le stesse cose! Pulci! Anche le pulci!" e poi concluse
salomonicamente sfoggiando la sua citazione preferita: "Nihil sub sole novum! Niente
di nuovo sotto il sole! nulla di nuovo!" E s'allontanò per riaprire il giornale qualche
panca più in là.
Davanti alla scialuppa si riunì in breve una piccola folla, disposta a ferro di cavallo.
"Mamma prendimi in braccio! Ti prego voglio vedere!" diceva un bimbo sotto un
cappellino con la visiera che gli cadeva sul nasino.
"Bisogna tirarlo giù di lì!" "Vieni giù carogna, ti venga un colpo!" Dicevano i più
accaniti soccorritori di Shaban, il quale stupito e imbarazzato da tanta partecipazione
era rosso fino alle orecchie e cercava di scusarsi: "Beh! Non fa nulla, via non importa
scenderà vedrete."




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cap 2 L'amnesia che moltiplicò gli inseguitori di Ilia Ossipovic

"Maledizione! Cevcate di vicovdave! Non é possibile...
accidenti a voi e alla vostva amnesia!" Il comandante del Mariskoje, Mattia Milos
Spiffievic, spazientito, prossimo all'ira urlava contro il sergente di polizia Rosario
Alvidarez Balquonskij, un russo di Lisbona, Belloccio, di una mitezza intelligente,
generoso e ligio al dovere, era anche affetto da una insolita amnesia rotativa o
intermittente, su questi ultimi aggettivi, atti a definire e comprendere la natura
profondamente oscura della patologia, s'erano azzuffati fior di scienziati di psicologia,
psicanalisi e psichiatria in estenuanti dibattiti, in dotti convegni di studi eziologici, in
ricerche cliniche e di laboratorio e persino in diatribe estemporanee al bar, la qualcosa
nulla toglieva all'insigne valore scientifico di quanto proferito tra un bicchierino e
l'altro. di fatto quando il singolare caso del Balquonskij s'imbattè nella scienza medica,
suscitò un vasto interesse, il che non sorprende: una memoria brillante, anzi
brillantissima che si offusca di tanto in tanto, per un tempo variabile e imprevedibile e
che poi ritorna perfettamente lucida ed efficiente senza lasciare alcun segno lacunoso,
alcun seppur minimo disturbo, costituisce un problema che incuriosisce, stimola e sfida
gli ingegni più acuti e gli spiriti più audaci a studiarne le cause, a cercarne i rimedi e a
guadagnare la gloria conseguente alla vittoria sul male. Tuttavia la stravaganza del
disturbo, gli arcani sintomi, la mutevolezza e l'ineffabilità stessa di quella sindrome
inaudita, sconcertavano ed ottundevano le intelligenze più aguzze, offuscavano le
facoltà e vanificavano le capacità dei migliori medici del mondo; l'inestricabile rovello
procurava ai suoi avversari sonni tormentosi, strizzature di cervelli ed estenuanti
triturazioni cerebrali, meningi doloranti e increspate: i più cedettero dal cimento e
ripiegarono spossati nelle retrovie della ricerca scientifica impegnando il loro sapere
dotto ed erudito nel campo semantico, filologico alla ricerca della più giusta
nomenclatura per quella inspiegabile e quasi incredibile sindrome. Amaramente
sconfitti dai fatti, quei sapienti cercarono una vittoria almeno sulle parole, si ritirarono
impotenti di fronte al malanno e si scagliarono baldanzosi contro il suo nome. Questa
viltà fu definita strategia terapeutica nosocomiale della sintassi lessico-medicale e
confortata, sostenuta e millantata ricorrendo alla sapienza degli antichi, nulla obiettando
quest'ultimi, poiché non erano più di questo mondo. Quanto venne proclamato sembrò
ancor più saggio e pertinente. "Nomen substantia rerum!" Proferì il dott. prof. Procofi
Malinski pernicioseff, portavoce dei rotativi. "Nominibus mollire licet mala!" (é
permesso mitigare i mali cambiandogli il nome) Rilanciò con fervore il suo collega
avversario, il prof. dott. Ostiopòrio Risipolaieski.
Così s'avventarono sulle parole. In luogo di microscopi, scintillografi, provette,
reagenti, lastre radiografiche Etc.. presero a maneggiare con crescente passione e pari
scrupolosità, dizionari scientifici ed etimologici, pergamene, papiri e affini, persino la
stele di Rosetta e le opere omeriche furono oggetto di studio. Ben presto il desiderio di




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rivincita sul misterioso virus dell'oblìo trasformò la passione scientifica in furore
barbarico, migliaia di muti e sonnacchiosi lemmi furono scovati, aggrediti, saccheggiati,
squartati in sillabe e fonemi, cincischiati, troncati e anagrammati, spezzettati, miscelati
e ricuciti promiscuamente. Da tanta solerte dedizione alla scienza sortirono infine due
vocaboli sostenuti strenuamente dalle fazioni che su essi si erano determinate,
ovviamente entrambe queste fazioni sostenevano di aver inferto, col proprio
ritrovamento semantico, il primo duro colpo alla malattia avendola identificata nel suo
proprio nome, il resto sarebbe venuto da sé.. La contesa tra i 'rotativi' e gli 'intermittenti'
durò inalterata per lungo tempo e andò via via rinforzandosi, l'accordo almeno sulla
definizione del malanno s'allontanava sempre più così pure le probabilità di guarigione
del sergente Balquonskij che rimasero affidate a medicamenti più spirituali come vodka,
acquavite, kirsh Ecc. benché qualche mente più pratica e conciliatrice si fosse adoperata
per concordare un onorevole compromesso suggerendo la definizione: amnesia
rotamittente, non s'era fatto alcun passo avanti verso il superamento della diatriba, anzi
le posizioni s'erano maggiormente inasprite perché, giudicando gli uni che questa
definizione rimarcasse più del dovuto la concezione rotativa degli altri, proposero
quella di: amnesia intertiva, prontamente respinta dagli avversari in forza della
medesima obiezione dei primi, sicché il diverbio eziologico tra 'rotativi e intermittenti'
si consolidò inconciliabilmente, le divergenze degenerarono in ostilità e poi in aperto
odio reciproco, finché nell'ultimo congresso scientifico sulla suddetta sindrome,
l'impotenza verso la malattia si mutò in prepotenza e potenza muscolare che si scatenò
tra i congressisti, volarono parolacce, e insulti, a piedi arrivarono pugni, calci e schiaffi;
la cosa fece scalpore, fu unanimemente deplorata ma ebbe il merito di richiamare
l'attenzione del pubblico su quel tanto discusso problema accademico, s'aggiunga che
allorquando i più duramente coinvolti dal fervore medico-scientifico in quella rissa da
scaricatori di porto, dovettero ricorrere alle cure dei sanitari, vi fu una tregua
disquisitoria che fecondò una inaspettata concordia sulle diagnosi e le prognosi e le
terapie emesse e prescritte per ognuno dei feriti.
Comunque fosse, ora il povero Rosario Alvidarez Balquonskji subiva l'aspro rimbrotto
del comandante proprio a causa di un improvviso attacco di amnesia, rotativa o
intermittente che fosse. Mattia Milo Spiffievic, ora furente ora conciliante e, tentava di
ripristinare l'efficienza della memoria del sergente. A soccorrere il povero sergente
Balquonskij e a mitigare gli accessi irosi del comandante provvedeva, con africana
pazienza, l'ufficiale della polizia marittima Yuri Stavrogin Poliakov, un canadese di
Shangai, era costui Un bel giovanotto di pelle nera, alto E snello, nipote di Pierre
Mulele.
 Il Poliakov era curvo a mo' di parentesi tonda e carezzava amorevolmente le spalle del
suo amico sergente, di tanto in tanto lo scuoteva dolcemente per precedere i rudi
strattoni e sobbalzi che Mattia Milo infliggeva al Balquonskji nella irrazionale speranza
che ciò servisse a ristabilire le connessioni neuronali o chissà che, proprio come si fa a




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volte con i vecchi televisori quando s'incapricciano: un paio di sberle e tornano a volte a
funzionare.
Il comandante buttò un'occhiata in tralice a Yuri Stavrogin Poliakov, sbuffò
rumorosamente, batté un piede a terra e poi si piegò come un giunco verso Balquonskij
e con le mani giunte e gli occhi umidi implorò: "Vi pvego, vicovdate! Sù, sù cevcate di
vicovdave!" Poi, esaurita dopo pochi secondi la calma che si era faticosamente imposta
urlò come un ossesso tra le mani messe a megafono: "Le puuuuulciiii!!!"

Ma cosa doveva ricordare il sergente di polizia? Qualcosa di molto importante: i
risultati di una lunga e astuta indagine condotta a bordo del piroscafo, le prove
inconfutabili della colpevolezza di vari furfanti, trafficanti e profittatori che per anni
avevano usato il piroscafo come base per loro loschi affari. A causa di quei lestofanti la
nave era divenuta oggetto di scandalo e dominio incontrastato di gente della peggiore
specie, contrabbando e traffici illeciti, gioco d'azzardo e ricettazione, truffe e
mascalzonate d'ogni tipo si svolgevano sulla Mariskoje come nella Chicago di Al
Capone, e tutto ciò sotto il naso dello stesso Spiffievic.
Il sergente Balquonskji e i suoi collaboratori avevano tenuto d'occhio tutti sospetti e
grazie a microscopici registratori di forma e dimensioni del tutto simili           a una
lenticchia verde, applicati a tavolini, sedie, bottiglie e bicchierini, avevano raccolto
prove più che sufficienti a mandare in gattabuia tutta quella malvagia marmaglia.
Alcuni      giorni prima      il sergente aveva recuperato dai nascondigli tutti i
microregistratori, detti anche 'pulci'. "Molto bene sevgente, avete fatto un ottimo
lavovo, li abbiamo in pugno! Con queste 'pulci' avvanno molti gvattacapi! Nascondete
ben bene questa voba, massima segvetezza, mi vaccomando, al momento oppovtuno
mi davete le 'pulci', dobbiamo solo aspettave che vimettano piede sulla nostva nave e
poi vedvete! li sistemevò a doveve!"
I lestofanti erano ora tutti riapparsi a bordo, della Mariskoje che navigava già da
qualche ora. Ma le 'pulci' erano scomparse nel vuoto mnemonico di Rosario Alvidarez
Balquonskji e i tentativi di ricordarne il nascondiglio naufragavano. "Le avete
mimetizzate? Vicovdate! Vicovdate accidenti a voi! Da qualche pavte le avvete puv
messe, le pulci! Le pulci! Vicovdate! Vicovdate!"
Il comandante picchiò, piano ma stizzito, con le nocche sul cappello di poliziotto del
sergente che con indice e pollice massaggiava le tempie nel tentativo di spremere
qualche ricordo o indizio che servisse a ricordare: "Ricordo solo di aver dimenticato e
niente altro signore... vogliate perdonare." "Uuuuumh!" Il comandante soffocò qualche
bestemmia. "Concentvatevi vi dico! Concentvatevi sulle pulci! Vipetete mentalmente
pulci! Pulci! Pulciiiii!" Spiffievic concluse urlando a squarciagola quell'ultima
esortazione mentre il sergente Balquonskji avvertendo un sottile prurito autoindotto,
prendeva a grattarsi.




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Toc! Toc! Toc!..."Avanti!... Mikail Ovestsudòv Ovestsudòvic che diavolo c'é ancova!"
"Perdonate signore... emh, ho sentito... delle pulci..." "Già pvopvio così, le pulci non si
tvovano più! Siamo nei guai!"
Il capitano Ovestsudòvic accennò un timido sorriso e agitò la mano come un direttore
d'orchestra per significare: piano, pianissimo. "Smettete pure di cercare... " Negli occhi
del comandante balenò uno speranzoso sollievo: "Le avete vtvovate?!" "Non proprio,
ma so dove sono... le ha mangiate il gallo! Ecco tutto." " Il gallo?" Domandarono
all'unisono Balquonskji, Stavrogin e Spiffievic. "Già proprio! L'ho saputo giusto poco
fa, ed é il motivo per cui il gallo tossisce, sì, le pulci, le ha mangiate lui! Ecco tutto."
"Il gallo?! Le ha mangiate? Le pulci? Mangiate e tossisce? di che andate cianciando
Fiodov Mickail , avete pevduto la bussola!?" "Vi spiegherò tutto con ordine, abbiate
pazienza." Concluse le spiegazioni, il comandante non era meno preoccupato di prima,
ma almeno sapeva che fare: "Cattuvate immediatamente quel gallo! Dobbiamo
vecupevave le pulci!"




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cap 3 Stoccata e fuga al termine della nave

intanto Ilia Ossipovic, tremolante e malfermo sulla scivolosa superficie panciuta della
scialuppa di salvataggio, era terrorizzato sia dalla scomoda posizione di comiziante
inviso al popolo nella quale le circostanze lo avevano cacciato, sia dal crescere della
coalizione a lui avversa, era spiacevolmente meravigliato del fatto che in pochi minuti
tanta gente s'era radunata, interessata e mobilitata per lui e non ne comprendeva il
motivo. Il suo smarrimento andava aumentando e il tutto gli era proprio
incomprensibile. Quella improvvisa celebrità era più che mai indesiderata, quegli occhi
puntati su di lui lo facevano sentire nel ruolo riluttante di un puntaspilli e in più tutti
quegli insulti che gli indirizzavano erano per lui tanto nuovi e inaspettati quanto
formidabili.
Ilia Ossipovic si avvide giusto all'ultimo momento di una robusta mano che con le dita
adunche pronte ad ghermirgli le zampe, sbucò dal bordo della barca e descrisse un
balenante semicerchio, la mano rapace gli sfiorò gli speroni. Il gallo sfuggì per un pelo
ma il cuore gli balzò in gola per lo spavento e lui stesso, per lo stesso motivo, balzò in
su d'un buon metro ed emise dal becco uno strillo e dal basso ventre una poltiglia.
Infatti giusto in quel momento il suo intestino cedette di schianto, sicché evacuò di
botto una patacca maleodorante, semiliquida e untuosa che guizzò nell'aria con
traiettoria di iperbole discendente e andò a spiaccicarsi mollemente sul sottostante
cappello da grande uniforme del capo della gendarmeria, il colonnello Kirilla Petrovic
Servilienskji. Ai prestigiosi lustrini dell'alto rango militare del cappello da grande
uniforme ed esattamente al di sopra dello stemma della Croce azzurra di S. Basilio,
andò ad aggiungersi, in una promiscuità disdicevole ma, in un certo senso
complementare, quella pirotecnica deiezione.L'improvvisa sortita e il conferimento,
privo del consueto cerimoniale, di quel merdoso ornamento, nonché la precisione del
colpo, fecero deflagrare sguaiate risate tra gli astanti. Kirilla Petrovic divenne paonazzo,
tuttavia mantenne una rigorosa postura marziale e il capo ben eretto, portò lentamente
una mano al cappello, come per fare il saluto militare, strinse la visiera tra indice e
pollice e scoprì il cranio, quasi del tutto pelato, traslando con molta cautela l'oltraggiato
copricapo mantenendolo perfettamente orizzontale: pareva nel compiere quel
movimento, così impalato e austero, un rinomato chef che servisse su un pregiato
vassoio una portata principesca; il colonnello Kirilla Petrovic, alla vista di quel fetido
lascito appiccicato sul suo candido cappello, roteò gli occhi furibondi fulminando con
sguardi abrasivi quelli che l'attorniavano e altri che s'erano avvicinati a rimirare la ben
servita pollesca onorificenza, poi sguainò la sciabola e fendette e punzecchiò l'aria
donchisciottescamente per colpire non si sa chi, ciò valse a intimorire e zittire tutti, poi
emise un soffocato grugnito e stropicciò tra i denti digrignati alcune incomprensibili
bestemmie, poi gracchiò un lamento, scatarrò e ringhiò, ululò e muggì, ruggì e mugolò,
frignò e latrò, cigolò e barrì, uggiolò e frinì, scricchiolò e mugghiò, abbaiò e squittì,




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miagolò e nitrì, zufolò e scalpitò; tutto questo per respingere, annullare, negare e
dissolvere e far svanire quella orribile realtà inaccettabile, inammissibile, intollerabile,
inverosimile come un incubo, ma a nulla valsero quegli sforzi dissennati e quel rosario
di sortilegi: quella realtà incombeva, gravava vera e immanente, percettibile e
ineluttabile, giallastra e maleodorante. Infine il colonnello s'irrigidì assumendo una
postura napoleonica: le risa erano cessate o erano state soffocate tra denti stretti e
bocche tappate a forza con le mani. Il capo della gendarmeria posò nuovamente lo
sguardo poliziesco sul vituperato cappello da grande uniforme e impallidì, notò con
rabbia e disgusto, con incredulità e sgomento lo stridente contrasto tra la solennità dei
lustrini, delle stellette e dei fregi dorati e l'ignominiosa bassezza di quel luteo orpello, di
quella vaporosa, tiepida deiezione; alle successive osservazioni dei presenti, omettiamo
qui di riferire i commenti irripetibili del colonnello Kirilla Petrovic allorché si lasciò
andare a strepiti irosi, bestemmie, minacce etc ecco, alle successive osservazioni, quel
mefitico deposito risultò molto somigliante, per forma, dimensione e contenuto
simbolico, a un dollaro d'oro. L'involontario coniatore, Ilia Ossipovic, sbirciò anch'egli
dall'alto quella sua creazione ma non ebbe tempo né pensieri da dedicare al
compiacimento per la precisione del lancio e del conio, né al timore che lo si accusasse
d'essere anche un falsario, preso com'era da più gravi preoccupazioni.
Ilia Ossipovic pur avendo alleggerito l'intestino avvertì un appesantirsi della testa, le
reazioni contrastanti di quella gente che lo circondava aumentava il suo stato di
confusione, non riusciva a comprendere il perché di quella situazione ma ne avvertiva la
gravità e pericolosità. Il dubbio che qualche responsabilità lui ce l'avesse per quanto
accadeva si insinuò tra le tempie già doloranti, un sottile senso di colpa cominciava a
impadronirsi della sua innocenza, pensò d'averla fatta sporca e dello stesso avviso era
Kirilla Petrovic assorto a meditar vendetta. Il gallo infine, col cuore in tumulto si
risolse a spiccare un salto vigoroso e battendo le ali a più non posso sorvolò
quell'adunata di curiosi e di malevoli cacciatori descrivendo al di sopra dei loro nasi
volti all'insù, una parabola degna di un manuale di balistica, atterrò con un sordo botto
sul liscio pavimento metallico, per un tratto scivolò sulla pancia, col becco proteso in
avanti e zampe e ali allungate all'indietro finché non s'arrestò mezzo tramortito contro
una cassa di legno; sentì come accade nel dormiveglia, giungere attutito alle sue spalle.
Un corale ooooooooh!, levatosi dal pubblico, l'esclamazione collettiva s'irradiò
anch'essa con andamento parabolico ed effetto stereofonico.
I più attivi e risoluti inseguitori del gallo, che a causa del loro accanimento si erano
concentrati in prima linea davanti alla scialuppa, si trovarono ora nelle retrovie:
"Maledizione! Tanghero! Ce l'ha fatta quel porco!" A gomitate si fecero largo per
riconquistare le prime posizioni e già insidiavano da vicino il desolato Ilia Ossipovic
allorché il gallo, non trovando altro rifugio, dopo essersi mentalmente segnato, era un
ortodosso, saltò nel grosso tubo di aerazione a forma di collo d'oca che sorgeva dal
pavimento.




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"Maledizione! Diavolo d'una bestiaccia! Carogna! Tanghero! Vigliacco!! imprecavano
gli inseguitori nuovamente gabbati; Il capo della gendarmeria Kirilla Petrovic
Servilienskji, ancora col cappello in mano a mo' di vassoio, furioso per il cocente
vilipendio ancora fumante sul cappello da grande uniforme, sferrò un rabbioso calcio
sull'incolpevole tubo di aerazione che risuonò fatidicamente come una campana
suonata a morto, il dirompente clangore penetrò fino al piano di sotto e nelle orecchie e
in ogni piuma e in ogni fibra nervosa del precipitante Ilia Ossipovic. Il poveretto riparò
il capo sotto un'ala e s'abbandonò in caduta libera. Il grosso tubo a collo d'oca,
terminava sottocoperta con una stretta curva che impresse un brusco cambiamento di
direzione, in più l'elevata velocità aumentò l'attrito tra la piumata livrea di Ilia
Ossipovic e la superficie metallica. Il gallo schizzò fuori orizzontalmente seguito da un
puzzo di piume sbruciacchiate in forma di piccola nube cilindrica di fumo grigiastro e
andò a schiantarsi contro la robusta spalliera di legno di una delle sedie del ristorante.
L'estroso ingresso del gallo, mediante estrusione coatta accelerata, non fu notato dalla
gente che affollava il lungo banco delle bevande, i tavolini e i bouffet disposti per tutto
il perimetro della vasta sala.
Sul fondo in uno degli angoli a lato dell'ampia scala centrale, un'orchestrina suonava
melanconiche musiche balcaniche o americane; insieme alle note echeggiavano risate,
tintinnavano panciuti bicchieri colmi di vino o acquavite . Tazze fumanti di tè
attraversavano l'aria su grandi vassoi che i camerieri servivano a chiacchieranti signore
riunite intorno ai tavoli. Gli odori di minestra di cavoli, di funghi, di patate, di carni
arrostite di pesci salati, di formaggi e frutta avvolgevano ogni cosa mescolandosi coi
profumi delle signore e con quelli emanati dai tanti fiori che abbellivano il luogo. Uno
di questi profumi aiutò il nostro eroe a riaversi dall'ultimo colpo subito, accostò il
fondoschiena ancora fumante e dolorante alla murata della nave, sotto un grande oblò,
perché gli pareva così di trovar refrigerio. Aveva le piume arruffate, la cresta e il
bargiglio stropicciati ed esangui, sentiva palpitazione e la pressione alta, anche un senso
di angoscia. Ebbe giusto il tempo di prender fiato ma ecco l'orda degli inseguitori, che
nel frattempo aveva fatto altri proseliti, sopraggiungere irrompendo come uno
squadrone di cavalleria dal tunnel della scala accanto all'orchestrina. "Dev'essere di là
quel diavolo!" Diceva uno indicando non si sa dove. "Ma no! Lo so io dove s'é cacciato
quel demonio!" "Per di qua, per di qua Gridavano altri. Il trambusto era tale che
l'orchestrina dovette interrompere l'esecuzione di 'Strange fruit' che la cantante stava
interpretando alla maniera di Billie Holiday. "Max Rape Cicoriacenko! Che diamine
succede!" disse Stanislao Serghiej Ivanic, il direttore dell'orchestrina, rivolgendosi
all'vicenostromo che era anche cantante e cabarettista, "Che diavolo é tutto questo
trambusto, mi dovete delle spiegazioni! M'interrompete, disturbate come rozzi
zoticoni... questo non é da voi, non s'é mai visto, mi dovete delle spiegazioni!"
"Perdonate Stanislao Serghiej Ivanic... vogliate perdonare, ecco... dovete sapere che.. su
in coperta... ecco un gallo, é fuggito, lo inseguiamo ecco..." Tentava di spiegare Max




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Rape Cicoriacenko guardando ora il direttore dell'orchestra, ora di qua ora di là nella
sala. "Dovete sapere... vi dicevo che... dev'essere qua dabbasso per l'appunto... quel
gallo... " "Eccolo! Eccolo!" Urlarono dal fondo della sala interrompendo la spiegazione
di Max Rape Cicoriacenko, il quale si slanciò nella direzione dalla quale proveniva la
segnalazione di ritrovamento. "Un momento... volete spiegare che diamine... ma che
cos'é tutto questo! Che significa!" Urlava stizzito Stanislao Serghiej Ivanic inseguendo
il vicenostromo, a sua volta seguito dal primo violino Stefan Stefanic, il quale cercava
di farsi largo nella calca agitando in aria l'archetto del violino e gridando: "Stanislao
Serghiej Ivanic! Fermatevi colombello! Non agitatevi vi prego, non infuriatevi... per
amor del cielo ricordatevi dei vostri nervi e del cuore, non irritateli, calmo dovete stare
calmo! Tornate indietro! Almeno aspettatemi per favore!" "Oè! Stefan Stefanic! Fratello
dove andate, aspettate!" Gridò Aloisio Wong Brown, il trombonista afro-cino-
americano, slanciandosi all'inseguimento del violinista, nonostante la calca
impressionante e l'ingombro del trombone l'aveva quasi raggiunto: "Stefan Stefanic!
Fratello non mi deludete... avevate promesso che dopo questo brano mi avreste
restituito i due rubli... é più d'un mese che ve li ho prestati... eh no! Non si fa così,
fermatevi... i due rubli, vi prego..." "Aloisio Wong Brown! Accidenti a voi! Mi fate
correre come uno scemo... " urlò il clarinettista israelo-palestinese Jona Braim Ortolevi
raggiungendo il trombonista. "... avevate promesso... " prese fiato e sbuffò, "... che al
termine del concerto avreste saldato il vostro debito, avete detto proprio così vero? E
invece alla prima occasione, basta un nonnulla, e ve la svignate, e addio i cinque rubli e
ventotto copeche... bella figura ci fate..." Il pianista Helios Leopold Kazakuroff giunse
alle calcagna di Jona Braim e lo apostrofò duramente: "Ah bella roba, ho suonato
l'adagio come fosse un allegro per affrettare la fine del brano... eh!? Alla fine di questo
brano vi pagherò la bottiglia di vodka che m'avete prestato... eh? Così mantenete gli
impegni? Bella roba Jona Braim Ortolevi! Abbandonate l'orchestra e vi date alla fuga,
vergognatevi!" I fratelli Pavel Antòn e Julius Rubio Valachirieff, il primo violoncellista
e il secondo contrabbassista riuscirono a farsi largo in quella caotica ressa e giunsero
alle spalle del pianista. "Perdonate... maestro... perdonate Helios Leopold Kazakuroff...
avevate detto che al termine... ecco... abbiamo suonato in trio, cinque serate... noi...
avevate promesso, non dimenticate, fanno quindici rubli e ottanta copeche... per me e
mio fratello... " Il fratello intervenne. "Già! Proprio. E vi ricordo che mi dovete
personalmente un pacchetto di sigarette, se poi riuscite a ricordare ancor meglio... anche
l'accendino argentato."
La cantante Natascia Inessa Marx, una bella e giovane argentina di Sesto Sangiovanni,
dai lineamenti orientali, era rimasta sulla pedana tappezzata di moquette rossa riservata
all'orchestra ormai da sola. L'irruzione degli inseguitori di Ilia Ossipovic aveva
innescato quella estemporanea creditizia catena di santantonio, forse fomentata dalla
Cassa Depositi e Prestiti, e così aveva spopolato il palco dagli orchestrali. Natascia
Inessa fece spallucce e andò a sedersi su una poltroncina nell'angolo del palchetto,




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accese una sigaretta e mise sul giradischi le canzoni di Dulse Pontesh.
Ilia Ossipovic si vide perduto allorché intese come un urlo di guerra, come un lugubre
peana, quel' "Eccolo! Eccolo!" gridato dai suoi nemici, riunì quante forze gli
rimanevano in corpo e con quattro salti attraverso la sala e s'infilò sotto la tavolata più
lunga. Le tovaglie ricamate, i cui orli lambivano quasi il pavimento, gli offrirono per
un po' un buon nascondiglio, doveva però continuamente saltellare perché non gli si
scorgessero le zampe.
Di fronte alla tavolata del buffet c'era la pista da ballo affollata da coppie di danzatori
che ora protestavano per l'interruzione della musica. Le loro proteste furono sopraffatte
dal tumulto e dagli urli generati dagli inseguitori di Ilia Ossipovic. Le coppie danzanti
furono travolte, spintonate, trascinate e scompaginate dalla piena urlante che inondava
la sala.
L'ufficiale a riposo Dimitri Grigori Petraieff, un canuto cosacco di Irkusk, donnaiolo e
ubriacone che pochi attimi prima ballava svogliatamente con sua moglie Praskoje
Cufmozova, repellente e gracidante donna sulla sessantina, si ritrovò, forse dando una
interessata mano alla provvidenza, abbracciato a Olga Valientina Dobrogina, la più
avvenente ragazza del quartiere Rocossovskji di Smolensk e così smise le proteste.
  Ilia Ossipovic era riuscito suo malgrado a seminare gli inseguitori, i quali giunti
all'altro capo della sala, affannati, sudati e inferociti non sapevano da che parte tirare:
"Per di qua diceva uno, "Macché! Ma no! Per di là!" replicava un'altro. Il vicenostromo
Max Rape Cicoriacenko e il direttore d'orchestra Stanislao Serghiej Ivanic, entrambi
stremati e paonazzi, s'appoggiarono pesantemente e ansimando al banco della
caffetteria: "Per favore Daria Màshenka Kamenievna! Presto dell'acquavite con
l'anice!" "Ah ma voi caro Max Rape Cicoriacenko mi dovete delle spiegazioni... avete
interrotto l'esecuzione..." Disse il direttore con voce esile e sfiatando come un mulo
scorticato. "Dopo, dopo, perdonate... adesso fatemi riprendere fiato, sù beviamo..." Si
scusò l'altro anch'egli mezzo tramortito.
Dalla scala poppiera, giunse un rumoroso scalpiccio di passi numerosi e un attimo dopo
fece l'ingresso un gruppetto di marinai guidato dal capo nocchiere Misha Mikail
Nodonòdovic che veniva a dar man forte al vicenostromo.
"Eccolo là!" Urlò l'ufficiale della polizia marittima Yuri Stavrogin Poliakov che era
adesso disteso a pancia in giù sul pavimento e sbirciava sotto la tavolata del buffet: "e'
là! e' là Eccolo!" gridò di nuovo e più forte. Quel grido ebbe conseguenze molto simili
al funesto "Tora! Tora! Tora!" lanciato dal Mikado agli aviatori giapponesi su Pearl
Harbour. In un baleno si scatenò il putiferio: il tavolo del buffet fu circondato, decine di
mani rapaci afferravano, sollevavano e tiravano i lembi delle tovaglie, decine di piedi
sbattevano sul pavimento con un rumore infernale e tutto ciò per snidare il gallo. Yuri
Stavrogin Poliakov, ancora prono sul pavimento si vide scavalcato e scalciato dall'orda
vandalica che accorreva da tutte le direzioni. Per alcuni orribili interminabili secondi si
sentì come un filo d'erba delle praterie del middle west durante una carica di bufali




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infuriati, faticò a riconquistare la posizione eretta al pari dei primi ominidi , stava ancor
flesso sulle ginocchia e già il turbinio di persone d'intorno lo avrebbe ricacciato sul
pavimento come uno zerbino, quando avvistò sul tavolo un provvidenziale bicchierino
di kirsch che ancor prima d'esser bevuto gli restituì vigore ed energia sicché a quella
visione scattò in piedi come un coltello a serramanico azionato a molla e si trasse in
salvo, tremante e incredulo tracannò d'un fiato il bicchierino e poi ancora altri perché gli
era parso, guardando in tralice, di scorgere sul pavimento la sua ombra orribilmente
ridotta in poltiglia dagli zoccoli di quei animaleschi inseguitori.
La tavolata del buffet, divisa in due parti ugualmente lunghe, era interrotta nel mezzo
dall'ampio passaggio che dava nelle cucine del ristorante, esattamente al centro del
passaggio troneggiava uno sfarzoso tavolino rotondo di massiccio noce bavarese a tre
gambe discendenti obliquamente che convergevano e si riunivano in basso per poi
ritorcersi all'esterno in forma di zampa di leone. Sul lucidissimo piano era collocato un
grosso e sontuoso samovar di cristallo di Boemia, quasi sferico, la bocca orlata come da
petali di girasole chiusa da un coperchio di un azzurrino trasparente col pomolo a forma
di ape. Inferiormente alla pancia del samovar tre rubinetti con le levette di azionamento
a forma di fogliolina versavano il biondo contenuto in tazze di finissima porcellana
cinese disposte in cerchio intorno al samovar, ognuna su una piccola e rotonda tovaglina
di seta bordata con minuti ricami dai colori sfavillanti.
Il direttore del ristorante nutriva per questo gioiello una vera e propria venerazione,
s'inorgogliva e si beava nel mostrare quella meraviglia che per lui era divenuta un
affascinante feticcio, né si curava di nascondere quello che agli occhi degli altri pareva
un amore morboso, una passione maniacale. La bellezza geometrica, la grazia radiosa e
la linda delicatezza di quel capolavoro erano indiscutibili, tutti ne restavano ammirati e
sbalorditi, Afanasi Afanasievic ne era rimasto folgorato, PER Di più, era quello un
regalo dell'ambasciatore polacco Josef Karlovitz Vignetsku, un regalo a cui il direttore
del ristorante teneva più che a sua moglie, del resto non si sa se fosse sposato, ma é lo
stesso.
Ebbene quando Ilia Ossipovic, stanato dalla tavolata prossima al banco del bar, schizzò
atterrito sotto il tavolino rotondo e poi di lì verso le cucine, gli incauti inseguitori, nella
foga dell'inseguimento e a causa della ressa, travolsero il tavolino di noce. Il capo cuoco
Piotr Ilic Magnolli, un bruno panciuto un italiano, nato a Singapore e cresciuto a
Monrovia, sgranò gli occhi quando vide sfrecciare Ilia Ossipovic davanti ai suoi piedi e
scomparire nelle cucine e poi, il samovar di cristallo di boemia precipitare
rovinosamente al suolo seguito dalle tazze di porcellana cinese e infine dal tavolino di
noce bavarese: Il multiplo schianto mandò in frantumi ogni cosa. Piotr Ilic Magnolli si
copri gli occhi con le mani intrise di cipolla vacillò e svenne. La cuoca Katia Ivonne
Smirnovna lanciò un urlo di doppio spavento e abbandonato l'arrosto di montone al
quale attendeva con giannizzero zelo, si lanciò in soccorso del capocuoco, così fecero
pure gli altri dell'equipe gastronomica.




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Le cucine del ristorante erano disposte ai lati di un ampio e lungo corridoio che
cominciava alla metà della sala ristorante e terminava all'altro capo con le scale di
servizio. Poiché a quell'ora fervevano i preparativi per la cena, nelle cucine era tutto uno
sfrigolio di fritture, arrosti, un borbottio di pentole e tegami, uno sbuffare di stufati, uno
sferruzzare di coltelli, grattugie eccetera, tutte le attività cessarono. Il povero Piotr Ilic
Magnolli fu raccolto da quattro robusti inservienti e issato con l'aiuto della cuoca Katia
Ivonne Smirnovna su uno dei tavoli di marmo dove solitamente si squartavano le carni
tratte dai frigoriferi o si sminuzzavano le verdure. Il Magnolli era tenuto in gran conto
dai subalterni e anche dai superiori perché anni addietro, al concorso sovietico'Mortaio
e Pestello' aveva conseguito il primo premio come migliore preparatore di intingoli
piccanti e tra questi la rinomata salsa Curculina.
Così il capocuoco si trovò privo di sensi adagiato tra una piramide di costolette di
agnello, un mucchietto di rosmarino cavoli patate e carote, mentre la grossa e paffuta
mano destra della cuoca turca Katia Ivonne Smirnovna, che era in preda a una
incontenibile agitazione, si abbatteva implacabile sulle guance esangui del povero
Magnolli allo scopo di farlo rinvenire., Il cuoco, al pari di una preda da spartire,
soggiaceva all'impeto enfatico dei soccorritori: fiotti di aceto misto a canfora venivano
gettati e strofinati vigorosamente sul naso le tempie e le orecchie, acqua gelida veniva
versata sulla pancia denudata, panni bollenti intrisi di alcool e rafano venivano strofinati
sui piedi. La cuoca, le lacrime agli occhi e rossa in viso, strillava il nome del cuoco
come in una litania: "Piotr Ilic! Piotr Ilic vi prego svegliatevi! Oh parlate! Parlate! Oh!
Piotr Ilic!" E nel contempo non mancava un colpo, come un imperturbabile metronomo
svizzero: scciaff! scciaff! scciaff! Il palmo paffuto della mano della Smirnovna
s'abbatteva preciso e ineluttabile sulla faccia di Piotr Ilic. Il malcapitato Magnolli
avrebbe voluto parlare ma come poteva: ogni volta che accennava, sfinito com'era, a
emettere una sillaba un nuovo vigoroso schiaffo gliela faceva ingoiare. Fortunatamente
fu salvato dall'arrosto di montone che trascurato andò in fiamme e che dirottò su di sé le
cure pletoriche dei soccorritori. L'olocausto del montone diede a Piotr Ilic Magnolli il
tempo di trarre dalla tasca un fazzoletto bianco e di sventolarlo debolmente in aria in
segno di resa, poi preso fiato, si dichiarò prigioniero politico e invocò clemenza, fece
domanda di grazia e chiese di essere giudicato da un tribunale militare, chiese anche
l'applicazione del codice militare di guerra e della convenzione di Ginevra per i
prigionieri e i rifugiati, poi per sventare un eventuale rigurgito di accanimento
terapeutico disse con tono distensivo, mentre si rimetteva in piedi e si ricomponeva, che
non s'era sentito mai così bene in vita sua, in così buona salute. In effetti tutti notarono
lo straordinario colorito rosso fiammeggiante delle sue guance che a intermittenza,
come una insegna al neon, mostravano con bagliori rosa pallido, le impronte delle mani
della Smirnovna, al cuoco non parve d'essere ancora vivo, un po' imbambolato e
guardingo si congratulò stringendo le mani di tutti, per le eccellenti competenze
sanitarie dimostrate e per i prodigiosi rimedi messi in atto.




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Nel frattempo il vicedirettore Vladimiro Nikita Acciughijeff era terrorizzato dalla
necessità di informare il direttore del ristorante Afanasi Afanasievic sulla disastrosa
sorte del samovar di cristallo di Boemia. Si peritava d'assolvere quell'ingrato compito,
si tormentava non riuscendo a immaginare le terribili conseguenze di quel funesto
annuncio, si torceva le dita delle mani e si contorceva, il volto gli si raggricciava e
batteva ritmicamente un piede come se stesse schiacciando un verme disgustoso, infine
si fece coraggio con due sorsi di acquavite e uno di aceto al peperoncino e impugnò il
telefono interno mentre in testa frullavano inafferrabili le parole più acconce al
necrologio che avrebbe dovuto pronunciare.

Il direttore del ristorante, Afanasi Afanasievic era un giovanile settantenne col naso
sempre rosso di vodka e sulle labbra sempre un motivetto da fischiare o canticchiare.
Aveva trascorso metà della sua vita sul Mariskoje cominciando la sua carriera come
pelapatate, poi grazie alla bella voce divenne cantante dell'orchestrina, si disse poi che
era arrivato al grado di direttore del ristorante grazie alle raccomandazioni dell'influente
ambasciatore Josef Karlovitz ignetsku, un polacco un po' locco e bislacco di Napoli,
col quale s'era compromesso in loschi affari di contrabbando. Di fatto Josef Karlovitz
Vignetsku era uno spregiudicato affarista e Afanasi un avido e corrotto, perciò tra i due
sorse e prosperò una delittuosa consorteria.
Così anche quella mattina l'ambasciatore s'era presentato al solito tavolino. "Oh caro
direttore... caro Afanasi Afanasievic colombello mio! Che piacere rivedervi, ma proprio
che piacere caro!" E dopo ripetute smancerie gli aveva sussurrato ammiccante "Fate
preparare ho un centinaio di casse da imbarcare... capite vero? un centinaio?..." "Ah
bene sì, sì... ma... vedete... é troppo... é rischioso... non si può... mi rincresce ma non si
può proprio... bisogna stare attenti, agire con cautela, vigilare..." Afanasi girò il capo a
destra e a sinistra, sbirciò, poi s'allungò verso l'orecchio dell'ambasciatore e vi bisbigliò
dentro: " Ho saputo che siamo spiati, cercano le prove per rovinarci!" "Spiati? Ma che
vi salta in mente, voi scherzate!" "Ho detto proprio spiati... ma lasciamo perdere non
posso , cento casse non si può, vada per venti... piuttosto ditemi, vostra moglie come
stà? Eh ? Dite, come stà? Eh? Che gran donna la vostra Agafia Dimitrovna, gran donna
davvero, vogliate salutarla prego." "La saluterete di persona tra poco, ora é alla
cappelletta... per le orazioni... sapete com'é quella pia donna... ma ora vi prego di far
preparare per cento casse... comprendete, non si può fare diversamente, non fate
problemi vi prego! E non state a pensare alle spie!" E strizzava un occhio. "Suvvia per
qualche pistoletta, qualche fuciletto in più! Suvvia che volete che sia." "Sccch! Non
arrabbiatevi vi prego, per carità, comprendete la mia situazione é rischioso..."
L'ambasciatore allora gli cacciò nelle mani il solito pacchettino di denaro e la già tenue
resistenza di Afanasi si affievolì fino a cedere del tutto. "Bisogna pur lavorare! Ho da
mantenere la famiglia capite? L'ambasciatrice ama il lusso, per carità é una pia donna, a
modo, per carità nulla da dire, ma ama il lusso, capite? Poi le figliuole... ah! I vestiti, i




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viaggi, l'istruzione, i ricevimenti... voi capite!... Ecco, a proposito di ricevimenti... sto
giustappunto aspettando di ricevere la visita di un caro amico. E' per un affaruccio...
capite? Ci tengo molto a presentarvelo e raccomandarvelo caldamente, vedrete vi
gioverà questa conoscenza, vi gioverà molto Afanasi Afanasievic!" Così dicendo
l'ambasciatore mise un altro bicchierino tra le dita di Afanasi, gli sollevò la mano per
brindare.
In quel momento giunse al tavolo l'atteso, prezioso amico. "Salute a lor signori!" Disse
il nuovo arrivato, con un gesto della mano fece segno agli altri due di restar comodi e
prese posto su una seggiola. L'ambasciatore però s'alzò lo stesso e piegato in due
abbracciò l'amico seduto e lo baciò in fronte e sulle tempie, il direttore Afanasievic,
impressionato dall'aspetto dell'ospite, s'alzò anch'egli, balbettò un saluto e accennò un
impacciato inchino.
"Caro! Carissimo Pier Anton Magnagati! Quale felicità mi date! E che gioia vedervi in
così buona salute... vi presentò il nostro amico ecco il direttore Afanasi Afanasievic del
quale vi ho parlato così bene... e del resto non si può dir che bene di lui..." Disse
Vignetsku riempiendo tutti bicchierini vuoti ch'erano sparsi sul tavolo e spingendoli
verso i suoi ospiti. Pier Anton Magnagati ne svuotò subito un paio, fece schioccare, la
lingua in segno di gradimento, si forbì i grossi baffi col palmo della mano e attaccò altri
due bicchierini. Era costui un mercante veneziano, nato a Vicenza ma originario del
Botswana, sulla cinquantina, alto e largo con un simpatico faccione rotondo illuminato
da grandi occhi chiari, vivissimi sempre mobili e allegri, aveva pochi ma lunghi capelli
ben tinti di nero e imbrillantati riuniti alla nuca in un corto codino, un austero cappello
di foggia inglese gli calcava la testa, era vestito con grande eleganza e ricercatezza,
indossava anche una collana, un orologio e anelli d'oro che effondevano intorno a lui
bagliori di lussuosa ricchezza. "Eh Afanasi Afanasievic vedete v'ho presentato proprio
un grand'uomo, posso ben dirlo, proprio un grand'uomo, vedrete gioverà anche a voi
l'averlo conosciuto, il nostro Pier Anton possiede una grande fortuna, eh l'industria, il
commercio già, già una grande fortuna, e ha cominciato con nulla! Ammirevole
davvero... eh sapete..." L'ambasciatore abbassò la voce e chinò il busto verso il centro
del tavolino rotondo, anche Afanasi fece lo stesso e Vignetsku ebbe quasi il naso
nell'orecchio del direttore, il veneziano invece mantenne una postura eretta, le braccia
mollemente appoggiate sul tavolo e in viso l'espressione tronfia di chi ascolta recitare la
propria apologia. "... sapete ha cominciato lavorando in un garage... produzione di
mine!" Afanasievic ebbe un lieve sussultò e deglutì i vapori d'acquavite che aveva tra i
denti; la parola 'mine' gli giunse fatidica: 'mi chiederanno di contrabbandare mine!
Oimè! La nave salterà in aria!' pensò con terrore. L'ambasciatore continuò: "Proprio
così... mine! Piccole, medie, cose da poco, cose semplici, ma padron Pier Anton s'é dato
da fare, s'é ingegnato a far bene il suo lavoro e poi dal garage é passato a una officina e
poi due e così via e ora é un industriale con centinaia di dipendenti a cui dà lavoro e da
cui prende il suo come é giusto... e lui prende a lavorare tutti sapete, tutti vi dico, neri,




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gialli o rossi é uguale purché lavorino, già... mine vi dico! Delle robette così hanno
fatto la fortuna di padron Pier Anton, già, già! E poi bombe, esplosivi e bombe già, già!"
Alla parola bombe Afanasi rabbrividì senza darlo a vedere. " Magnagati s.p.a.! Ecco! Si
parla del bum economico del nordest, ebbene il nostro amico ci ha messo del suo vedete
ha partecipato al boom economico con tanti boom di esplosioni, aH! Ah! Ah!" Il
Vignetsku rise compiaciuto di sè. " E non é finita qui sapete, eh no! Lui s'ingegna,
s'industria anche per gli altri, compra, vende, finanzia e così tutto gira, l'economia gira
con padron Pier Anton ah se gira! Qualche malevolo ha anche proposto come motto
della Magnagati s.p.a. 'salta la mina gira l'economia!' Ma questa é invidia Afanasi,
invidia pura! E poi se anche fosse resta il fatto che così l'economia gira, infatti il
cognato di padron Pier Anton ha messo su una industria plastica specializzata nella
produzioni di protesi ortopediche! Già! Proprio così, gambe, mani, ma anche nasi,
orecchie e altro ancora, per quelli mutilati dalle mine, dalle bombe... tutto di plastica,
di plastica amico mio! E si vende che é una bellezza! Ora capite da voi, caro il mio
Afanasi, che per gambe e mani di plastica non c'é problema a spedire, commerciare...
ma per le mine c'é qualche problemino e tutto per via della morale, del pacifismo e così
bisogna salvare le apparenze, ma anche il commercio e l'industria vanno salvati e in
questo c'é bisogno del vostro aiuto... mi capite benissimo. Dunque quando la nave sarà
di là, mio caro bisognerà caricare un po' di quella robetta e portarla di qua e poi é cosa
fatta. Eh? Che ne dite? Sarà un ottimo affare vedrete!" Afanasi Afanasievics'appoggiò
coi gomiti sul tavolo e mise ambo le mani sulla fronte a mo' di visiera e bisbigliò con
voce tremula: "Io assolutamente non posso, é rischioso, pericoloso, immorale..." Anche
gli altri appoggiarono i gomiti sul tavolino, le teste di tutti convergevano al centro
insinuandosi tra bottiglie e caraffe. Il veneziano disse con voce di basso, perentoria e
allo stesso tempo suadente, ma soprattutto adescante: " Ci sono duecento rubli per voi!"
Ad Afanasi venne il singhiozzo, ma disse: "Io assolutamente non posso é rischioso,
pericolos..." L'ambasciatore l'interruppe e rilanciò: "Trecento rubli!" "Io non posso
assolutamente é risc..." Il veneziano disse: "quattrocento rubli!" E andarono avanti così
fino a che Pier Anton Magnagati disse: "Mille rubli!" Afanasi come guidato da un
automatismo replicò: "io... un momento! Avete detto mille?" "Mille!" Ribatterono
all'unisono l'ambasciatore e l'industriale. "Accetto! Accetto!" Esclamò sommessamente
il direttore. Quelli subito replicarono con un sordido contrattacco:"Va bene dunque per
mille? Allora andrà bene anche per novecento!" "Coosa? Oh va bene, va bene!" "Beh!
Allora va bene anche per ottocento!" "Ottocento? Ma avevate dett..." "Per me dico che
va bene anche settecento..." "Va bene per settecento ma vi preg..." "Giusto! Se anche si
fa per seicento non é poi male..." La trattativa a rovescio portò lo sprovveduto Afanasi
ad accettare i duecento rubli iniziali. Vignetsku aveva prontamente messo in mano ai
suoi amici un bicchierino e brindarono.
"Bene, bene amici..." disse il veneziano, "... non c'é da farsi sciocchi scrupoli, sono
moralismi antiquati, credetemi al giorno d'oggi tutto questo é ciarpame ingombrante,




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l'industria, il commercio, gli affari richiedono audacia, dinamite... no cioè volevo dire
dinamismo, vitalità... già vitalità... beh anche mortalità... si capisce... vedete, rincresce
dirlo... gli esplosivi, le bombe, chiaro producono danni, sono pericolosi, ma producono
profitti e i profitti muovono tutto e tutti, non biasimatemi prego... io sono un buon
cristiano come voi... lo so no n dovrei ragionare così daccordo, certo... ma ora é
l'economista che vi parla, l'imprenditore... ecco pensate signori mi ei che una
semplicissima bomba... magari da cento o duecento libbre, ecco a noi ce la pagano
anche bene ottanta, cento rubli ecco, ma poi quando quelli la tirano giù... che dio ci
perdoni, pace per quelli di sotto, ecco dicevo quella bomba può far danni per diecimila
o centomila rubli capite? E non parlo delle persone, che dio le abbia in gloria, ecco dico
delle case, le strade, i ponti e tutto il resto capite centomila rubli di distruzioni eh eh, e
questo vuol dire che dopo ci vorranno centomila rubli per rifare di nuovo quel che s'é
distrutto, già proprio così signori! E' così... mi pare lo dica anche la fisica... nulla si crea
se nulla si distrugge! Eh capite? Una bomba da cento rubli e procurate affari per
centomila! E' uno dei più vantaggiosi investimenti... del resto che volete non hanno
ancora inventato una bomba che ricostruisca una cosa rotta, eh no , una bomba che
rimette insieme le macerie e ti fa tornare su un palazzo , un ponte o addirittura i morti
ah, ah ah! Non c'é, non c'é! Ah! Ah! Ah!... Capite? E allora ecco che noi si venderà
cemento, tubi, mattonelle, acciaio... anche casse da morto, medicine e protesi... ma non
é finita qui sapete..." Il vicentino mandò giù un altro bicchierino e poi si sporse verso i
suoi interlocutori dai cui sguardi trapelava stupore e ammirazione, anche quelli
s'avvicinarono e Pier continuò a bassa voce e con fare spocchioso: "... E non é tutto...
ad esempio... avete visto in o in Serbia, come preferite, la fabbrica di automobili
intendo... pochi missili ben centrati e... scrasch! Distrutta una fabbrica come la Fiat...
eliminato un concorrente! Risultato? I clienti dei serbi, indiani, cinesi, russi, africani...
insomma ora sono nostri clienti! Ah! Ah! Ah! Capite? Eh cari miei bisogna saper
ragionare con le cose di economia!" Afanasi Afanasievic ascoltava rapito le parole di
Pier Antòn Magnagati concentrando maggiormente l'attenzione sulle cifre danarose che
quello scodellava disinvoltamente e lo guardava con occhi ammirati e increduli.
L'ambasciatore sospirò e in cuor suo invidiò tanta affaristica sapienza, s'alzò e salutò:
"Ora signori vi lascio accomodare i dettagli dei vostri affari, io devo raggiungere la mia
consorte, permettete, arrivederci!"




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cap. 4 Come salvarsi l'anima e il corpo a sbafo

L'ambasciatrice Agafia Dimitrovna era una donna pia e timorata di dio e aliena dalle
speculazioni intellettuali ma anche dalle faccende del mondo, col cuore e la mente più
protesi al cielo che alla terra; tuttavia dopo molti anni vissuti al fianco di Josef Karlovitz
Vignetsku infine aveva scoperto con orrore la verità sui loschi traffici del marito, era
persino riuscita ad estorcergli una franca confessione: "Ma tutto questo é orribile! Josef
Vignetsku! E' orribile! Voi avete peccato, ma come avete potuto... é orribile!" E per
conseguenza dei peccati del marito aveva ben pensato di rimediare raddoppiando le
preghiere, le penitenze, i pellegrinaggi devozionali e la carità verso i poveri e gli oboli
durante la questua domenicale nella chiesa del diacono Bielisek, considerato che Agafia
apriva il borsellino solo per incassare, quest'ultima circostanza assume un certo rilievo,
infatti l'ammontare settimanale di oboli, offerte caritative ed elemosine che era di ben
quattordici copeche, dopo l'orrenda confessione del marito che apriva sotto ai loro piedi
la prospettiva degli abissi infernali, aumentò fino a ben diciotto copeche! Quando
Agafia si sentiva particolarmente tormentata dal pensiero del fuoco infernale, o
dall'accresciuta difficoltà di passare attraverso la cruna dell'evangelico ago, anche a
causa di una lievitante pinguedine, a sua volta tormentava Vignetsku con assillanti
richieste di pentimento e riparazione che però sfociavano in litigi e in accessi di collera
dell'ambasciatore: "ah peccato! Traffico illegale! Contrabbando d'armi! E che forse le
armi vendute legalmente fanno meno male eh? Lo stato fa bene a venderle e io faccio
male eh? Io ne vendo un etto e loro una tonnellata, io sono peccatore e loro anime
candide? Salvatori della patria? E' così? E' male vendere armi? Bene allora non si
vendano! Ma se non debbono vendersi perché costruirle, perché studiarle, progettarle!
Se ciò é male é ma-le! Ma questo é male per chi lo subisce vi dico io ed é bene per chi
le inventa, le costruisce le vende, e voi lo sapete Agafia e figliuole care! Vero che lo
sapete?! E non mi seccate con le prediche! Ma che peccato e peccato, peccato un corno!
vi venga un colpo a tutti!" Vignetsku girava in tondo attorno al tavolo del lussuoso
salotto, rosso in viso agitando le braccia in aria e pestando i piedi dentro le pantofole
sullo spesso tappeto indiano che copriva tutto il pavimento e poiché l'effetto dello
scalciare gli giungeva all'orecchio sordo e attutito allora picchiava i pugni sul tavolo o
sui mobili facendo tintinnare cristalli e argenterie. "Calmatevi Josef Karlovitz! Per amor
del cielo! Calmatevi vi prego non bestemmiate! Pentiamoci, pentiamoci finché siamo in
tempo!" Implorava Agafia in lacrime e tremante, paventando la collera divina sommata
a quella del marito. A quel punto la pia donna correva a rifugiarsi tra i santi e le
immagini sacre che addobbavano un altarino domestico, in quel santo e romito
nascondiglio la pia donna si gettava in ginocchio, accendeva dei ceri votivi e un
bastoncino d'incenso poi pregava sommessamente, salmodiava piangente, implorava e
invocava perdono per i peccati di Josef Karlovitz Vignetsku, trascurando con distratta




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furbizia i propri, pensava di chiudersi in convento, di rinunciare per sempre alle vanità
mondane e di abbracciare una vita di penitenza e povertà; questo estemporaneo
eremitaggio, l'accesso ieratico e i santi propositi di Agafia si protraevano per ore e
l'ambasciatrice dava a intendere che nulla l'avrebbe distolta o fatta recedere da quelle
solenni decisioni e che il suo ritiro spirituale sarebbe stato definitivo e irrevocabile. Al
colmo di quelle crisi mistiche Agafia sentiva lo spirito santo discendere su di sè,
invaderle il petto e gonfiarle il cuore, alzava le mani giunte in preghiera e gli occhi
umidi al cielo, allora il basso e obliquo soffitto di quel luogo s'innalzava fino ad
altezze celesti, colonnati vertiginosi e marmi sontuosi, arredi d'oro e d'argento
luccicanti, pitture e mosaici straordinari la circondavano slanciandosi all'infinito, figure
angeliche con trombe, flauti e cetre galleggiavano sulle solenni, potenti e vibranti note
di un organo a canne, canti corali e musiche soprannaturali echeggiavano in un'aura di
santità, fresca e ombrosa e tutto concorreva a celebrare e magnificare la potenza e la
gloria divine. Le cose andavano però che Procofia Maruzka, una delle serve di casa
Vignetsku, apriva la porta dello sgabuzzino sottoscala, entrava ciabattando per
depositare secchio e scopa, sbatteva vigorosamente lo straccio delle polveri per
appenderlo al chiodo e con ciò faceva tremolare le fiammelle dei ceri e poi annunciava
stizzita la cena o il pranzo: "A tavolaaa! Venite a tavola Agafia Dimitrovna, Il signore
ne ha già abbastanza di voi!" L'ambasciatrice non si lasciava ripetere l'invito e gioiva
dell'assoluzione ironica e insolente della serva come se gliela avesse impartita il papa in
persona, soffiava sui ceri e la grandiosa, salvifica basilica ritornava alle più modeste,
umili e umide sembianze dello stambugio di un sottoscala.




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Cap. 5 Il samovar del direttore Afanasi Afanasievic

Fu dunque in seguito a un grosso affare che Vignetsku regalò al direttore del ristorante
il meraviglioso samovar di cristallo a cui Afanasi teneva più che a qualunque cosa o
persona, persino più che all'amatissima cantante lirica Beba Priscilla Praskojevna di cui
era ostinatamente e irrimediabilmente innamorato fin da giovane.
Beba Priscilla si trovava sul Mariskoje e precisamente in quel pomeriggio aveva
finalmente accettato l'invito che ripetutamente, per quasi mezzo secolo, Afanasi
Afanasievic le aveva rivolto: "Ma chere! Mon bijou d'etoile! Cedete o cederà il mio
cuore innamorato, mia deliziosa amica, non dite di no, vi aspetto, venite a prendere il
the da me, vi prego!"
"E' cosa fatta! E' fatta! E' fatta!" Urlò dalla gioia Afanasi quando lei gli fece recapitare
un roseo bigliettino profumato che diceva: "Sarò da voi alle sei per il the. Vostra B."
"Charmant! Merveilleuse!" Mormorava concitato Afanasi seduto alla scrivania del suo
ufficio a ridosso della sala del ristorante. Poi aveva preso il cappello e col bigliettino in
mano, a passi lievi, come danzando e canticchiando "rururù! rururù!", ancora alle
cinque del pomeriggio si era chiuso nel suo appartamento, in alto, al secondo ponte di
coperta per preparare una degna accoglienza all'amata. Camerieri e inservienti avevano
in poco tempo rassettato, pulito, profumato, addobbato il salottino e la camera da letto
del direttore Afanasi. Sul tavolino del salotto una teiera già era pronta con bellissime
tazze finemente decorate e deliziosi biscottini.
Stava canticchiando quando giunse la telefonata del suo vice, nonché              capocuoco
Vladimiro Nikita Acciughijeff. Afanasi stava per sollevare il ricevitore quando sentì
bussare dolcemente alla porta. Sussultò e corse ad aprire con in faccia un solare sorriso.
"Oh! Beba Praskoje! Animuccia mia!" Esclamò Afanasi inginocchiandosi ai piedi di lei
e prendendole le mani che subito coprì di baci. Il telefono tacque. "Non siate così
audacemente impaziente Afanasi Afanasievic! Vi prego!" Sussurrò Beba. Il direttore
fece per rialzarsi ma un insidioso reumatismo del ginocchio lo fece gemere e cigolare,
costringendolo a riabbassarsi. "Oih! Oih! Perdonate Beba Priscilla Praskojevna,
colombella cara, aiutatemi per favore, perdonate... ah questo bricconcello di
reumatismo... proprio ora!" La cantante si chinò sul direttore porgendogli l'avambraccio
a mo' di appoggio ma a sua volta rimase immobilizzata da un latente e subdolo colpo
della strega che da un po' di tempo l'aveva presa di mira: "Oih! Oih! Afanasi
Afanasievic aiutooo! Ma che v'é venuto in mente di inginocchiarvi alla vostra età!"
"Avete ragione, avete ragione, perdonate! Ma... ecco... mi sono esercitato per quasi
cinquant'anni, ma ecco giusto ora... accidenti... perdonate Beba Priscilla." Disse il
direttore aggrappandosi al tavolino da the e tirandosi sù a fatica. Beba a sua volta
tentava di raddrizzarsi tenendosi con le mani alla spalliera del divano. Il telefono tornò a
squillare, questa volta con nervosa insistenza. Afanasi ancora curvo sollevò il ricevitore:
"Sì?" disse con voce flebile. "Eccellenza... illustrissimo direttore... Afanasi Afanasievic!




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Vostra bontà eccellentissima..." Quando i subalterni eccedevano in riverenze e
gentilezze, in preamboli fitti di titoli onorifici e benemerenze, Afanasi intuiva che c'era
qualcosa di storto, qualche grana o un fastidioso inconveniente. "Via! Via! Parlate
Vladiniro Nikita! Suvvia cosa c'é?! Tagliate corto, sono occupatissimo!" "Una disgrazia
eccellenza!... Un disastro! Una sciagura! Siamo perduti!" Proruppe con voce angosciata,
tremula, singhiozzante e torrenziale, Vladiniro Nikita dall'altro capo del telefono. "Ma
che diavolo dite, volete spiegarvi? Una disgrazia? Un disastro? Una sciagura? Che forse
stiamo colando a picco? O la nave é in fiamme? Eh? Che rispondete? Spiegatevi!!"
"Peggio! Peggio Afanasi Afanasievic!" Il direttore rabbrividì e sentì montargli una
collera rabbiosa. "Proprio adesso!" pensava. "Ho aspettato cinquant'anni questo
momento, ma dovesse affondare la nave o andare a fuoco io sono solo per Beba
Priscilla." "Non m'importa! Vi avevo detto di non disturbare! Che il diavolo vi porti voi
e le vostre disgrazie! Siete peggio dell'uccello del malaugurio!" "Signore, eccellenza,
santità... il samovar di cristallo! E' perduto!" Strillò tutto d'un fiato nel telefono
Vladimiro Nikita Acciughieff rompendo in singhiozzi. "Coosa? Cooosa?..." Il ricevitore
del telefono era ammutolito, così pure Afanasi ch'era impallidito di colpo, solo
l'orecchio, schiacciato e appiattito sul ricevitore, era rosso per la compressione e per il
passaggio delle tremende, roventi parole di Vladimiro Nikita. Quel silenzio polare fu
timidamente disturbato solo da un flebile sibilo, strozzato e intermittente emesso da
Vladimiro Nikita che saliva come un calvario il filo telefonico dalle cucine fino
all'appartamento del direttore.
Afanasi lasciò cadere il ricevitore aprì la porta e si lanciò di corsa nelle scale ignorando
l'artrosi reumatica del ginocchio e la pregiata ospite che seccata e sbalordita, a sua volta
ignorando l'accaduto, inseguì il direttore: "Afanasi Afanasievic! Per favore!.. Dove
andate... fermatevi... almeno portatemi con voi! Mi dovete delle spiegazioni! Ditemi che
succede!" Ma quello non si fermò. "Siete un villano! Uno screanzato! Ecco cosa siete!
Dunque mi avete ingannata per mezzo secolo! Vigliacco fermateviiii!" Poi la cantante
emise un acutissimo la diesis, corposo vibrante forbito e colorito, come forse non le era
mai riuscito nella sua lunga carriera di soprano, ma questo fu per un attacco isterico,
l'acuto sfiorì in un singhiozzante squittio e Beba Priscilla svenne.

Correndo come un levriero il comandante della nave Mattia Milos Spiffievic attraversò
le cucine seguito da una torma di gente e preceduto da Ilia Ossipovic.
Il nostro gallo aveva ormai alle calcagna o agli speroni, pressappoco un pogrom e
davanti a se la fine del corridoio: una scala che saliva a destra e una a sinistra e in
mezzo una solida paratia rivestita di duro acero, ragionò sul da fare velocissimamente,
del resto da quasi un'ora faceva tutto velocemente e soprattutto di corsa, così frenò
bruscamente, piroettò su sè stesso e zigzagando tra una selva di gambe rientrò nelle
cucine. Molti degli inseguitori, colti alla sprovvista dalla manovra napoleonica di Ilia
Ossipovic e sospinti dalla forza di inerzia di moto, si schiantarono contro la paratia




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d'acero come un'onda del mare che s'infranga sugli scogli e là i corpi degli inseguitori
s'ammonticchiarono intrecciandosi. Ci volle del tempo e l'arrivo dei soccorsi per
estrarre i malcapitati dal groviglio quasi orgiastico che s'era generato. Il centralinista
capo Hermano Palposio Quertavista, un italo greco argentino di Baku, cieco e affetto da
satiriasi e mania biscopica, non aveva alcuna intenzione di districarsi da quella manna e
fu necessario l'intervento dei vigili del fuoco che riuscirono a dissaldarlo dalle parti
intime della generalessa pelagheia Procofievna solo usando un lanciafiamme.
Quel tamponamento a catena produsse vari contusi e feriti gravi ma tutti ebbero
l'accortezza e il buon senso di minimizzare i danni riportati e di rimettersi in piedi come
meglio potevano, ad esempio il ragioniere capo Evghieni Faldonin pur di conquistare
una posticcia posizione eretta si appese per il bavero della giacca ad un uncino da
macelleria dal quale già pendeva un coniglio, così feriti e contusi si sottrassero
all'incombente intervento umanitario della cuoca Smirnovna, giacché gli 'interventi
umanitari' di costei erano ormai temuti quasi quanto quelli della NATO.

Ilia Ossipovic intanto aveva trovato rifugio in un grosso cesto colmo di strofinacci e
tovaglie addossato a una parete, ma qualcosa l'aveva tradito perché fu raggiunto da una
casseruola lanciata a tutta forza al grido di: "Eccolo lì! beccati questa!" e per poco non
rimase accoppato.
Il gallo diede un balzo verso l'uscita che dava nella sala ristorante. Giusto in tempo per
vedere un largo tegame rimbalzare sonoramente dopo aver colpito la parete giusto nel
punto in cui si trovava un istante prima: quattro uova a occhio di bue, coi tuorli
lacrimanti, rimasero spiaccicate alla parete mentre una ridda di insulti, invettive e
parolacce levatasi dai suoi scalmanati nemici lo raggiungeva in pieno terrorizzandolo
ulteriormente. Infine una gragnuola di piatti, bicchieri, posate, mestoli, coltellacci,
pentolini, caffettiere, pomodori cinesi, pesci salati, pezzi di formaggio ben stagionati,
cetrioli e melanzane s'abbatteva sulla paratia che separava il ristorante come la grandine
su una tettoia di lamiere. Dall'altro lato della paratia la preziosa cornice viennese,
antica, grande e pesante che racchiudeva da quasi un secolo, l'imperatore Franz Joseph
e la consorte Sissi si staccò dalla parete. La regale coppia precipitò mantenendo
inalterato un austero sorriso fino a che giunti al suolo tra i vetri frantumati, dal ritratto
afflosciato, aggrinzito e lacerato i sovrani mostrarono qualche smorfia dolorosa per
quell'ignobile e prosaica replica della rovinosa caduta della monarchia asburgica.
Qualcuno gridò: "Abbasso tutti i tiranni!"
Il direttore del ristorante Afanasi Afanasievic era giunto sul luogo del disastro, era
circondato da amici, subalterni e colleghi che con sommesse parole tentavano di
confortare l'inconfortabile. Afanasi era scosso da profondi tremiti lungo tutta la persona,
lo sguardo attonito su quello scenario che rievocava l'orrore del bombardamento di
Dresda, braccia amorevoli e pietose lo sorreggevano mentre egli inginocchiato davanti
agli straziati resti del samovar si scioglieva in lacrime, le mani ora giunte in preghiera




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ora a strappare i pochi capelli, lanciava ritmicamente orrendi urli di dolore mentre la
cantante Beba Priscilla che riavutasi dallo svenimento lo aveva inseguito con propositi
di vendetta, era adesso compassionevole e sofferente al pari del direttore per l'accaduto,
sgomenta e lacrimantelo sorreggeva per il bavero della giacca, stando ben attenta a non
piegare la schiena e temendo il successivo rialzarsi di Afanasi: "Afanasi Afanasievic,
colombello, oh Faniuscka caro, non v'affliggete così, é straziante assistere al vostro
dolore, vi prego non tormentatevi... passerà... vedrete rimedieremo..." Per tutta risposta
alle parole consolatrici della cantante, Afanasi emetteva un acuto ululato e scuoteva il
capo come un cane soffocato dal guinzaglio troppo stretto: "Uuuuuuuuh! noooo,
uuuuaaah!" "Colombello ma voi così vi torturate, v'ammalerete, ascoltate le mie parole
ve ne prego... vedrete si rimedierà... ascoltate, ascoltate parole consolatrici, ricordate il
saggio Epicuro: 'le parole sono medicina per l'animo che soffre', non é vero?" Un più
prolungato ululato, spezzettato da digrignar di denti, seguì alle improvvide parole di
Beba Praskoje: "Uuuuh! Drrr grrr trffff uuuuh!" E questo vanificò la pur saggia ricetta
di Epicuro, poi pronunciò a mezza voce parole smozzicate e incomprensibili segno di
un incipiente delirio febbrile, la faccia era stravolta da smorfie grottesche e gli occhi
erano sbarrati e attoniti per lo sbigottimento.
 In quel mentre Ilia Ossipovic sbucò a volo radente dalle cucine, balzò in testa allo
sventurato Afanasi Afanasievic che in ginocchiato al capezzale del samovar, inebetito
dallo strazio era come in trance e di nulla s'avvide allorché il suo cranio si trovò nella
condizione fortuita di fungere da rampa di lancio poiché da lì il gallo spiccò un
vigoroso salto verso il gigantesco lampadario centrale della sala. Era un lampadario con
decine di lampadine a forma di candelina, centinaia di pendagli di vetro sfaccettato che
brillavano riflettendo la luce e diffondendola in mille rivoli dorati. Ilia Ossipovic atterrò
su quel abbacinante trespolo con gran difficoltà e pensò di non aver fatto cosa buona
poiché doveva continuamente saltellare per non scottarsi i piedi, inoltre un triste
presagio lo invase. Nelle cucine avevano messo mano alle stoviglie di porcellana poiché
il munizionamento ordinario era in via di esaurimento: una zuppiera di caolino,
completa di coperchio decorato con motivi aztechi, lanciata dal comandante Mattia
Milos Spiffievic, mancò il bersaglio e s'infranse davanti ad Afanasi Afanasievic
mescolando i suoi dozzinali cocci con quelli nobili del samovar boemo: Afanasi lanciò
un urlo atroce e svenne. Un pesante tagliere di quercia dei Carpazi fendette l'aria sopra
le teste bollenti degli assalitori e colpì il lampadario che compiute alcune lente
oscillazioni in segno di estremo saluto precipitò al suolo con un gran fracasso
immergendo nella penombra mezza sala.

 Ilia Ossipovic, precipitato AL SUOLO insieme al lampadario, al contrario di quello ne
uscì intero ma era in preda al panico e inebetito dall'accresciuta baraonda, dolorante,
strabiliato e sfinito, ormai indifferente verso il suo stesso futuro, giaceva sotto una sedia
steso a zampe in aria e col cuore ormai nel becco. D'improvviso un involontario calcio




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lo rigettò in quell'agone caotico e buio, fu ripetutamente scalciato da innumerevoli piedi
che correvano di qua e di là, lui che detestava il gioco del calcio e tutti campionati, era
costretto suo malgrado nel ruolo del pallone, un calcio più vigoroso e maldestro per
poco non lo promosse, in seguito a mutilazione, al ruolo di mezz'ala. Un ultimo calcio
ben assestato si tradusse in un 'pallonetto' che portò il gallo fuori dalla mischia in una
posizione vantaggiosa, infatti con un tonfo morbidamente attutito atterrò sulla moquette
del palco dell'orchestra. L'istinto di conservazione lo richiamò in sè, così approfittò
della penombra e si spinse a tutta velocità, zoppicando e annaspando verso la scalinata
dell'uscita e poi su per gli scalini.




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Cap. 6 Un altro inseguito e altri inseguitori

Della penombra aveva approfittato anche una vecchia conoscenza: 'il grande tessitore'
Ostap Bender. Appartato in un cantuccio sedette a cavallo della sedia che aveva
sottratto, un minuto prima che la nave salpasse, dalla hall del rilassante albergo
Riposorosa dove era alloggiato insieme ai suoi creatori. L'albergo era a un passo dal
porto e questa circostanza favorì l'insano piano di rubare l'unica sedia con imbottitura
che arredava la hall dell'albergo, sicché quando il grave ululato della Mariskoje
annunciò la partenza imminente, l'astuto turco che era seduto a un tavolino con i suoi
amici, trangugiò d'un fiato il caffè ancora fumante, cosa che gli procurò una scottatura
del gargarozzo, il naturale urlò che avrebbe dovuto conseguirne fu stoicamente
soffocato dal 'grande tessitore' per non attirare l'attenzione dei presenti sulla losca
impresa a cui stava accingendosi, ma servì da propellente per il magistrale balzo che
portò il turco addosso alla pregiata sedia che faceva bella mostra di sé sotto un grande
specchio tondo, giusto di fronte all'entrata che in quel frangente divenne l'uscita
fulminea di Ostap Bender e della sedia. I creatori del 'grande tessitore' erano rimasti con
le tazze del caffè a mezz'aria, si guardarono sgomenti negli occhi che rimandavano
angosciosi presagi; videro il padrone dell'hotel schizzar fuori da dietro al banco della
reception e scagliarsi come un dardo all'inseguimento del turco; quelli si guardarono di
nuovo negli occhi e balzati in piedi si diedero a loro volta all'inseguimento
dell'inseguitore e dell'inseguito, sospinti anche dal insolubile problema costituito dal
pagamento del conto dell'albergo.
La passerella per l'imbarco dei passeggeri stava per essere ritirata, già dalla parte in
basso era sganciata dagli attacchi e due marinai posti ai lati già la sollevavano, quando
Ostap Bender, 'seduto di testa sulla poltroncina', (così risultò dal verbale stilato a
seguito della denuncia del furto), vi balzò come un canguro e con quattro salti si trovò a
bordo della Mariskoje, riscuotendo anche gli applausi dei passeggeri affacciati ai
parapetti.
Ora Ostap Bender, appartatosi in un angolo del ristorante e seduto sulla sedia, per non
dare nell'occhio, fingeva di grattarsi un ginocchio, poi l'altro e con le unghie tentava di
strappare il panno del sottofondo dell'imbottitura della sedia per cavarne gioielli
inesistenti. Ormai aveva contratto un irrimediabile sconosciuto morbo letterario che lo
spingeva irresistibilmente a rubare sedie, nell'imbottitura delle quali, immaginava che
si nascondessero favolosi gioielli. Poco distante erano nei guai i famosi scrittori
sovietici Ilija Ilif ed Evghieni Petrov, costoro benché sprovvisti di qualsiasi competenza
in fatto di falegnameria e tappezzeria, erano gli autori dello spassoso libro: 'Le dodici
sedie', nonché creatori del 'grande tessitore', il personaggio principale dell'opera, il quale
di pagina in pagina é costantemente alla ricerca di quella tra le disperse dodici sedie che
nasconde nell'imbottitura del sedile i favolosi gioielli, immensa ricchezza colà nascosta
da una aristocratica vegliarda ormai defunta. Così architettò l'incauta fantasia dei due




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scrittori, ora però, fuori dalle pagine de 'Le 12 sedie', Il 'grande tessitore', il turco Ostap
Bender é divenuto un grosso problema di ordine pubblico e una seria minaccia
all'incolumità e alle economie dei suoi padrini, infatti ora i due, insieme al loro avvocato
stavano fronteggiando un poliziotto e il proprietario dell'albergo Riposorosa, il
macedone Sacha Premeti. Il grosso e alto poliziotto era davanti all'albergatore, aveva
gambe divaricate e braccia aperte per impedire al furioso Premeti di avventarsi su Ilija
Ilif e Evghieni Petrov. L'albergatore si dimenava e urlava: "Datemi quella faccia di
bronzo del vostro protetto che ve lo sistemo a dovere! Furfanti! Ecco cosa siete! Ladri
di sedie e imbroglioni! Sbafatori! Mangiatori a ufo! Lasciatemeli sistemare come
meritano... neanche il conto hanno pagato e hanno rubato anche la sedia... manigoldi!
Lestofanti!" E di tanto in tanto, aggirando il grosso poliziotto, riusciva ad sferrare un
calcio ben assestato negli stinchi dell'avvocato Vassili Vassoltievic, del quale si
facevano scudo Ilija Ilif e Evghieni Petrov. Effettivamente uno dei rari casi in cui un
avvocato prendeva letteralmente le difese dei propri assistiti e anche le pedate ad essi
dirette.
Il poliziottocon voce di basso lenta e pacata invitava alla calma e di tanto in tanto
incassava qualche sberla dirottata su di lui.

Ostap Bender non cavò alcun gioiello dall'imbottitura della sedia che aveva rubato
all'Hotel Riposorosa, sicché roso dal suo inguaribile morbo frugava con lo sguardo tutte
le sedie imbottite in cui s'imbatteva, ed ecco che ne aveva adocchiata una molto
elegante che pensò verosimilmente essere una delle famose 'dodici'; essa era al
momento abbondantemente occupata: sull'imbottitura compressa e deformata, gravava
il sontuoso mappamondo della contessa Màriza Lisavieta Barilievna che installatasi
presso un tavolo rotondo consumava una merenda pomeridiana. Il 'grande tessitore'
s'avvicinò senza dar nell'occhio, a qualche metro di distanza, stando alle spalle della
contessa, fingendo di raccogliere qualcosa da terra lanciò sguardi simili a radiografie
verso imbottitura della sedia, nella speranza invincibile di notare un qualche
rigonfiamento nel rivestimento inferiore della sedia che tradisse la presenza dei gioielli
tanto anelati e inseguiti. A un certo punto della metodica osservazione, Ostap Bender
che pure era alieno da simili voluttà, sentì lo sguardo calamitato dall'unico effettivo
rigonfiamento che la sedia esibisse, ossia l'ottentottesco mappamondo della contessa
Màriza Lisavieta Barilievna, infatti la ciccia natichesca della nobildonna debordava da
tre lati della sedia almeno di due dita abbondanti! Il 'grande tessitore' costrinse la
direzione dello sguardo ad un abbassamento di circa dieci gradi, onde continuare
l'ispezione del fondo dell'imbottitura, ma inspiegabilmente dopo due secondi la
direzione dello sguardo risalì inchiodandosi saldamente sulle gonne chiappescamente
traboccanti della contessa. Il turco impose con un certo sforzo alle proprie pupille di
puntare lo sguardo sulla sedia, ma nuovamente i bulbi oculari disubbidirono al volere
del 'grande tessitore' rialzando l'asse focale ancora di circa dieci gradi, la cosa si ripetè




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più volte e con velocità crescente, sicché il 'grande tessitore' temendo un incipiente
attacco di nistagmo sopracigliare o peggio un trauma corticale che inducesse un
irrimediabile strabismo, decise di rialzarsi per respirare profondamente e fare due passi.
Così fece. girò in tondo con indifferenza scrutando in tralice la sedia, la contessa e il
tavolo, pensò che la cosa migliore sarebbe stata aspettare la liberazione della sedia, ma
avrebbe dovuto attendere la fine della merenda, a meno di una improbabile lotta
partigiana di liberazione o una insurrezione popolare volta al rovesciamento
dell'aristocrazia che pervenissero allo stesso risultato. Data la mole e il rango
dell'occupante la sedia, scartò l'ipotesi di un audace colpo di mano consistente nel
sottrargliela bellamente da sotto con un vigoroso strattone, la scartò anche perché da un
po' soffriva di mal di reni e di attacchi di lombosciatalgia. Compiuto il terzo giro intorno
all'obiettivo Ostap Bender si risolse in favore della prima opzione: aspettare i comodi
della contessa. Da eccellente calcolatore quale era, fece presto a desumere dai dati
dell'osservazione empirica che la contessa non avrebbe liberato la bramata sedia prima
d'un paio d'ore. Infatti il tavolo era gremito e imbandito con tre vassoi ben pieni di fette
di pane nero imburrate e cosparse di filetti di salmone e acini di coriandolo, spicchi di
torte alla crema e alla panna con ciliegie, pastiera napoletana, cubetti di crostata di mele
cotogne e castagne, cassate siciliane, pastette di mandorle e cannoli alla ricotta,
marmellata d'uva e fichi cotti al forno farciti con mandorle, cannella e scorza di
limone, noci tostate inzuppate di miele e cherry, infine un samovar d'argento ancora
fumante, due teiere con the biondo e verde, una caraffa d'acqua minerale e una di kirsch.
Al centro del tavolo un argenteo e ben lavorato candeliere diffondeva una tenue luce
romantica.
Arrivò il cameriere Emerijan Kaciaturiàn che servì sorridente e inorgoglito un piatto
ovale contenente una indorata cotoletta alla milanese addobbata con fragranti e
multicolori bricioline di pane tostato, circondata da una corte sfarzosa di ciuffetti di
indivia riccia e radicchio rosso, bianchissime rondelline di ravanello orlate d'un rosso
brillante, le foglioline d'insalata voluttuosamente abbracciate e distese sul bordo del
piatto, mostravano la loro tenera freschezza ingioiellata dalle minuscole goccioline
d'olio d'oliva greco ed esibivano gli orli arricciati avvolti in sfumature ora di rosso e
arancio striate di bianco, ora d'un verde chiaro trionfante sui gambi ambrati. Qua e là
piccoli funghetti, beige o marroncini, sdraiati o col gambo per aria, brillavano sotto il
velo d'olio d'oliva. Infine piccole foglioline d'origano e tondi semi di coriandolo
esaltavano la luccicante fragranza di quella bontà. La contessa ammirò estasiata quella
saporita, languorifera bellezza e ricambiò amplificandolo il sorriso del cameriere.
Anche l'orbitante turco restò ammaliato da quella pietanza principesca, si riebbe
dall'incanto e concepì il seguente piano: "bene, bene, darò una mano... cioè uno
stomaco a consumare quella roba, così dimezzeremo il tempo della colazione... e poi la
inviterò a ballare o a prendere una boccata d'aria... bene!" A metà del quarto giro in
tondo il ragionamento su riportato era compiuto e il piano d'azione perfezionato sicché




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'il grande tessitore' con una brusca deviazione centripeta si diresse, senza indugiar oltre,
al tavolo della contessa. "Permettete madame? Oh grazie?" Disse il furbacchione dopo
essersi seduto di fronte a Màriza Lisavieta Barilievna e senza attendere risposta versò
del the verde prima nella tazza di lei e poi nella sua. "Grazie ancora siete veramente
l'incarnazione dell'ospitalità e dell'affabilità slava eh eh!" Le tazze colme di the
sbuffarono in aria due nuvolette di vapore; la contessa, ritta e austera troneggiava
davanti alla tavola imbandita, deterse con un lento battito di palpebre i grandi occhi
cervoni e li spalancò puntandoli interrogativi, stupiti e indignati contro l'intruso, Non
disse nulla, era visibilmente sbalordita da quell'insolente intrusione nella sua golosa
intimità. Tuttavia, lo stupore, il rango e l'educazione aristocratica, ma soprattutto
l'assoluta inesperienza nel trattare con qualsiasi cialtrone, le impedivano una
qualsivoglia reazione, solo un impercettibile battito di ciglia simulò un grilletto che
sparasse due chiodi acuminati partenti dalle orripilate pupille della nobildama e diretti al
turco che però restò impassibile e a sua volta puntò i suoi profondi occhi neri
disinvoltamente sorridenti in quelli della contessa. Per qualche istante la possibilità che
tra i quattro bulbi oculari si innescasse un arco voltaico da cento o più chilovolt, fu
molto prossima a realizzarsi, a sventare un tale elettrostatico, funesto fenomeno fu
Ostap Bender che con tempismo ed intelligenza, quali aveva già tante volte dimostrati,
appese al suo sguardo, come una cabina alla funivia, uno smagliante sorriso che
raggiunse radioso le pupille della contessa, vi si immerse, vagò per qualche istante nella
seppur intelligente, tuttavia contorta scatola psico-cranica e discese lungo l'aorta fino al
sensibile cuoricino dell'altera matrona, l'affilato, permeante sorriso del turco si disciolse
nel glauco sangue aristocratico della nobildonna, scaldandolo, fluidificandolo e
facendolo risalire rubicondo alle gote della contessa che divennero delicatamente
porporine. Màriza Lisavieta Barilievna che pure non aveva proferito fino a quel
momento una sillaba, forse, suo malgrado, senza avvedersene, rese leggibile all'astuto
Ostap, un imperscrutabile moto benevolo dell'animo che però non sfuggì all'intuito e
all'ipersensibilità di Ostap che prontamente ne approfittò e con la scaltrezza e
l'impudenza di un venditore porta a porta di spazzole o aspirapolvere, incalzò Màriza
Lisavieta mettendole tra le mani la tazza del the e un pezzo di torta: "Prego madame,
prego favorite assaggiare questa spazzol... emh, pardon! Questa squisita torta di mele,
noci e pinoli... prego é davvero impareggiabile, pure io che ho molto viaggiato e
lautamente e riccamente desinato nei più rinomati ristoranti d'Europa, per non dire dei
lussuosi banchetti alle tavole della migliore aristocrazia... ecco una torta così deliziosa
non l'ho trovata neanche a Vienna in casa del borgomastro, il principe August Von
Skarafonewitz... ebbene sì, neanche da lui... prego, prego, non fate complimenti, del
resto é roba vostra, io mi pregio solo di servirvela, non dite nulla vi prego ciò mi onora
credetemi... dite, non é eccellente? Eh? Insuperabile vero?" La contessa che continuava
a tacere, in vero anche perché la logorrea ipnotizzante del 'grande tessitore' non le dava
modo di replicare alcunché, in effetti s'era un po' rabbonita, certamente per la




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travolgente affabilità del furbastro Ostap, ma anche perché quando le si offriva del cibo
una profonda viscerale commozione le riscaldava il cuore e il fegato inducendola in una
disposizione d'animo incline all'ottimismo, al buon umore e talvolta ad una fanciullesca
allegria. L'astuto turco aveva forse colto questo intimo lato debole della personalità
della contessa e con pasticcini e pane imburrato, adulazioni e sorrisi luminosi era
riuscito a instaurare una delicata e soave convivialità, benché la contessa, eccettuati
alcuni piccoli gemiti, schiocchi di labbra e mugolii degustativi, non aveva ancora
emesso suono parolabile. Il lavoro paziente e ineluttabile del 'grande tessitore' era a
buon punto: più di mezza tavola era sbaraccata, anche la caraffa del kirsch andava
svuotandosi; di pari passo cresceva l'enciclopedica eloquenza di Ostap, lo sterminato
repertorio retorico del turco, che non era abituato all'alcool, saturò l'aria, le candele
minacciavano di spegnersi, le fiammelle s'accasciavano chinando il capo in direzione
opposta a quella d'onde proveniva quel asfissiante profluvio oratorio, solo qualche
zaffata d'alito più alcoolica di tanto in tanto le ravvivava; Ostap Bender aveva allargato
la cintola di due buchi per agevolare lo smaltimento di quella barricata di cibi che lo
separava dalla conquista della sedia sulla quale la contessa solennemente sovrana,
gravava con la sua già cospicua mole che di minuto in minuto s'appesantiva così come
s'alleggeriva la tavola. La contessa dopo un po' di attività mandibolare si rilassava e
disponeva al buon umore, ma ora era anche allegra e avvertiva una piacevole sensazione
di benessere e persino il turco cominciava a ispirarle simpatia. Ella mosse con elegante
discrezione il bacino facendo oscillare lievemente le spalle da destra a sinistra per
consentire un assestamento della pancia e dello stomaco, la sedia emise un flebile
scricchiolio che però giunse all'orecchio del 'grande tessitore' con l'enfasi di una sirena
d'allarme: il turco ebbe un fremito profondo che a malapena riuscì a dissimulare perché
il sussulto di preoccupazione lo percorse dai piedi alla testa da dove sortì con un
dondolio dei suoi bei riccioli neri, un brivido gli ridiscese lungo la schiena, egli non
seppe trattenere l'impulso di sporgersi, chinare il capo di lato sotto il tavolo e lanciare
un'occhiata furtiva alla sedia della contessa per rassicurarsi sulla tenuta meccanica della
medesima, si raddrizzò con quanta disinvoltura potè fingere ma era visibilmente pallido,
un pensiero lo tormentava: il cedimento di schianto della sedia, lo svelamento del grave
segreto che essa celava da così tanto tempo. Una orribile visione lo atterrì, per un attimo
vide la sedia accartocciarsi e spiaccicarsi al suolo sotto la ponderosa contessa, i gioielli
schizzare dal fondo della imbottitura squarciata: anelli d'oro, diamanti, rubini, perle e
diademi, zaffiri e smeraldi tintinnavano sul pavimento spargendosi per la sala, vide
collane preziosissime sgranarsi come melagrane e le pietruzze sfolgoranti di luci
colorate saltellare e perdersi irrimediabilmente.
Il 'grande tessitore' riuscì infine a calmare le sue ansie, assunse il solito suo contegno
vispo e affabile, calcolò da quel che rimaneva sulla tavola il tempo necessario a
detronizzare la contessa e tirò un sospiro come a dire a sé stesso: "beh coraggio Ostap,
avanti!" "Madame veramente eccellente questa colazione! Vi ringrazio di vero cuore, eh




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sì, di vero cuore, per la vostra inestimabile generosità, per il munifico invito... " La
contessa infine aprì bocca questa volta per rivolgere la parola al turco. "Grazie! Siete
gentile signor... " "Bender, Ostap Bender madame! Per servirvi madame!" Disse
prontamente 'il grande tessitore' alzatosi per esibire un impeccabile inchino che però gli
rimescolò lo stomaco, il turco soffocò un rigurgito e si risedette un po' impallidito.
"Sono la contessa Màriza Lisavieta Barilievna... viaggio per diporto... é per riposare i
nervi sapete? Il mare mi mette tranquillità e anche questa nave... Ho in affitto una
cabina da vari anni e ci sto bene... ma oggi non capisco che accade... tutto questo
trambusto mi disturba e mi dà ai nervi... voi sapete che é accaduto? Sapete il perché di
tutto ciò signor... Bender?" "N... no... cioè s... sì..." Ostap si massaggiava con
discrezione una tempia ed era in preda a una certa agitazione, sentiva la sicurezza di sé
diluirsi tra i flutti del kirsch che ora gli brontolava in pancia ruscellando tra le diecine di
pasticcini, fette di pane imburrato, filetti di salmone e cannoli che aveva dovuto
ingollare per portare a termine il suo subdolo piano, ora quel piano rivelava i suoi punti
deboli, i suoi effetti indesiderati, in più la possibilità di vedere la contessa spodestata
sembrava ad Ostap Bender molto lontana: Mariza LIsavieta ben piantata in sella,
rinvigorita e rallegrata dalle libagioni, non manifestava alcuna intenzione d'abbandonare
la tavola e liberare così la sedia. "E' per un gallo... sì madame, sì é proprio per un
gallo... ma non so altro contessa, se volete proverò a informarmi... ho solo sentito dire di
un gallo fuggito, ma non so altro."
"Un gallo? Ho capito bene? Fuggito? ah! Ah! Ah! Siete divertente! Ah! Ah! Ah! Mi
mettete di buon umore con le vostre spiritosaggini... Ah, ah, ah... prendete, prendete
questa torta e questo bicchierino e lasciate perdere il vostro gallo signor Bender, ah, ah,
ah!" Ora il turco subiva nettamente il contrattacco della contessa, si sentiva ridotto in
difesa: "Em.. n... no grazie... " "Prendete! Non fate complimenti! O avete forse
dimenticato che mi avete lodata per la mia ospitalità? Eh? Su prego!" Il 'grande
tessitore' era rimasto intrappolato nella sua stessa ragnatela: mangiò e bevve, bevve e
mangiò quasi imboccato dalla conviviale contessa e quando allargò la cintola
dell'ultimo buco, aveva già sbottonato il panciotto e allentato il nodo della cravatta
nonché sciolto le stringhe delle scarpe, s'abbandonò sullo schienale della sedia
allungando in avanti le gambe e di lì a poco russava rumorosamente, solo allora il
'mappamondo' della contessa si staccò dall'ambita sedia, la nobildonna un po' sorpresa e
preoccupata per il comportamento dell'ospite. Gli si avvicinò e gli sussurrò in un
orecchio: "Signor Bender, monsieur Bender state poco bene? Rispondete prego!" Un
grugnito, variato di una ottava in basso rispetto al ronfato di bordone, modulò il russare
del turco e fu l'unica risposta che ella ricevette. "monsieur, monsieur Bender! ! a!
Quesque avez vous?!" Insisté scrollando impercettibilmente, con un solo dito, la spalla
del turco, ma quello ormai eseguiva ronfando e solfeggiando una partitura di cui non si
vedeva la fine, sicché la contessa, con materna premura soffiò sulle candele, tirò un
lembo della tovaglia fino a coprire a mo' di lenzuolo il petto del 'grande tessitore' e




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s'allontanò silenziosamente mentre nel resto della sala infuriava la battuta di caccia a
Ilia Ossipovic.




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cap 7 Come furono smarrite le 'pulci' microspie

Sedute a un tavolino al margine della sala, tre ragazze sorseggiavano il the. Svetlana
Markovskaja era commossa dalle note e dal canto struggente di 'Strange fruit', col
polpastrello dell'indice asciugò due piccole lacrime. Con lei c'erano le sorelle Nadia e
Liuba Tzevoroli. "Andrò un po' all'aperto a godere l'aria marina. Scusatemi... a dopo!"
Disse Svetlana alzandosi. Uscì dalla sala e discese le scale che portavano ai piani
inferiori della nave fino a sbucare su un ampio balcone rientrato che percorreva quasi da
poppa a prua i fianchi dello scafo, era come una striscia di spiaggia perché il mare ne
lambiva il pavimento di legno poco più alto della linea di galleggiamento della nave, il
bordo del lungo balcone era orlato da una lucente ringhiera metallica che dei pali in
ferro battuto collegavano in alto al soffitto con graziosi archetti di spirali e ghirigori che
reggevano dei romantici lampioncini.
Svetlana era turbata e commossa, sedette sull'ultimo scalino e guardò il mare che si
strusciava pigramente sul fianco della nave, lambiva la ringhiera e lanciava spruzzi
spumeggianti fin sotto ai suoi piedi, più in là si rincorrevano piccole onde increspate dal
vento. Sentiva il cuore gonfio di emozioni. Tolse le scarpe e le calze, rimboccò i
pantaloni e a piedi nudi s'accostò alla ringhiera, s'abbracciò a un palo appoggiandovi il
petto e il capo dai lunghi riccioli scuri. Guardava il mare e pensava al suo Yuri
studente di fisica, al loro ultimo e definitivo commiato. Alla precoce fine del loro
acerbo amore cominciata con piccole contrarietà, nutrita da schiocchi litigi e conclusa
con un freddo addio. Un'onda saltò allegramente sull'assito e poi scivolò indietro in
tanti rigagnoli per tornare al mare e le bagnò i piedi già intirizziti, un brivido le salì
dalle gambe alla schiena e rinnovò il freddo di quell'addio. Tornò a sedersi sullo scalino,
si rannicchiò, cinse le ginocchia con le braccia su cui abbandonò il capo e pianse
silenziosamente, poi raddrizzò la schiena, asciugò gli occhi con le mani infreddolite e si
strinse le braccia sul petto per scaldarsi, respirò profondamente l'aria umida e carica di
salsedine ed avvertì una lieve vertigine che le ricordò quella che le procurava il rotolare
all'impazzata, avvinghiata a Yuri urlando e ridendo, sull'argine erboso del fiume per
poi finire in acqua. Stava nuovamente per piangere ma si scosse e volle sorridere di quel
bel ricordo. Di nuovo tornò a guardare il mare, sempre più lontano là dove cominciava a
confondersi col cielo e si lasciò andare a pensieri tristi cercando in essi qualche
nascosta dolcezza, poi s'incoraggiò con le parole del poeta: 'se l'inverno é arrivato la
primavera non può essere lontana' e poi sorrise al mare. Si sentì intirizzita, si strofinò
vigorosamente le braccia, starnutì e tossì mentre risaliva le scale.
"Salute cara!" Disse affabilmente Il sergente Balquonskji incontrandola sul pianerottolo.
"Grazie... ecciùuuu... signore, coff! Coff!" "Aih aih! Vi siete raffreddata figliola mia,
prego prendete una di queste mentine all'eucalipto, vi faranno bene, combattono la
tosse! Permettete... sono il sergente Rosario Alvidarez Balquonskji... per servirvi... "
"Grazie, piacere di conoscervi signor Balquonskji, mi chiamo Svetlana Markovskaja,




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ma non preoccupatevi é solo qualche starnuto, grazie lo stesso per le mentine ma faccio
ameno." " "Andate ad asciugarvi, riparatevi non prendete altro freddo... perdonate
queste mie premure ma... sapete ho una figlia della vostra età... e ora a guardarvi meglio
devo dire che vi somigliate proprio tanto... la mia piccola é laggiù a Tomsk... con la sua
mamma, che però adesso non é più mia moglie, sapete... succede così a volte... eh già, é
andata così, e la mia piccola é un po' che non la vedo, mi é molto cara, vi somiglia...
così ecco mi sono permesso... perdonate... ma ora davvero andate non voglio
trattenervi... beh però ecco... vi prego prendete pure la scatolina delle mentine,
perdonate se insisto, vedrete queste caramelline vi gioveranno, tenete, per me é come
darle alla mia M Màscenka, mi fate contento se accettate." "Va bene, grazie tante,
accetto volentieri se proprio ci tenete, grazie ancora, siete molto gentile e premuroso
e... mi dispiace per..." Il sergente la interruppe con un gesto, poi agitò vorticosamente la
mano nell'aria per allontanare quei ricordi dolorosi come avrebbe fatto per scacciare uno
sciame di insetti molesti. "Andate, andate e riguardatevi Svetlana, arrivederci e buona
fortuna!"




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cap 8 La caccia al gallo é aperta!

Il comandante Spiffievic impartì ai suoi l'ordine di separarsi e di cercare ognuno in ogni
dove della nave il fuggiasco gallo. Egli scelse di perlustrare la sala da gioco.
Questa sala da gioco, in origine piccola e modesta, divenne sterminata, sfarzosamente
lussuosa e lussuriosa. Ciò accadde dopo che al governo del paese ascesero due ex
giacobini: Maxim Dominim Da Lemièn e il suo socio-rivale Tommy Water Cialtronin,
due italiani uno di Atene e l'altro di Sparta, entrambi californiani. Costoro avevano agito
proditoriamente e maramaldescamente per distruggere il partito comunista e questo gli
guadagnò il credito e la fiducia dei borghesi e poi il governo del paese. Lo stato era
grandemente indebitato e bisognava rastrellare danaro per tappare qualche falla. I due
pensarono pressappoco così: estorcere denaro al popolo aumentando le tasse ci renderà
impopolari ed é anche rischioso. Tassare i ricchi é ancora peggio e non sarebbe un buon
servigio. Il popolo pagherà più tasse senza che noi lo imponiamo! Come?
Giocherellando! Si giocherà alla lotteria non già un giorno alla settimana ma due giorni,
che dico tre o quattro! I due gareggiarono in acume, saggezza e impeto legislativo
sicché si potè giocare persino otto giorni alla settimana!
queste volpesche innovazioni legislative offuscarono persino la fulgida saggezza, la
grandiosità e la gloria, fino a quel momento imperiture, di legislatori come Solone,
Pericle, Marco Aurelio e Giustiniano.
La stampa e le tv rombarono sui portentosi provvedimenti governativi su gioco,
scommesse e lotterie. La borsa valori impazzì, molti titoli salivano, altri scendevano,
altri ancora si facevano di lato per permettere agli uni e agli altri di salire e scendere. Un
fermento imprenditoriale che non si vedeva dai tempi del piano Marshall, s'impossessò
del paese.
I più intraprendenti imprenditori s'affrettarono ad aprire sale da gioco, ricevitorie per
lotterie e scommesse, la riconversione industriale s'orientò verso la costruzione di
biliardi, flipper, carte da gioco, dadi ecc.
_Ebbene grazie a questi rinnegati della rivoluzione proletaria, a questi apostati
dell'uguaglianza, dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e dello
sfruttamento dell'uomo sull'uomo, grazie a costoro era stata varata la nuova legge che
regolava il gioco d'azzardo e non, allo scopo di rimpinguare le casse dello stato.
L'impeto rivoluzionario del legislatore s'era spinto ben oltre lo sconcio e perverso
contingente, infatti vennero promossi e incentivati e sottoposti a imposta, giochi come
le bilie di vetro colorato, nascondino, il dottore, la battaglia navale, la morra, lo schiaffo
del soldato, saltabenzina, quattro cantoni, battiparete, la campana e persino i giochi
erotici.
Fu per ciò che l'originaria sala da gioco del Mariskoje era stata trasformata, alla stregua
di quanto già s'era fatto nell'apparato governativo e statale, in un Casinò Generàl. Erano
consentiti tutti i giochi immaginabili e, non si sa come, anche quelli inimmaginabili, fu




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il trionfo della goliardia, degli scherzi e della giocosità propriamente detta. Numerose
sale da gioco offrivano innumerevoli delizie ai giocatori, v'era anche un reparto per
giochi erotici, con annesso postribolo estemporaneo che occupava lavoratori e
lavoratrici assunti grazie alla concomitante riforma della legge sul lavoro, con contratti
a cottimo, a tempo indeterminato e determinato, a tempo parziale e a temporale, a
tempo perso, a tempo scaduto, a orologeria o a timer elettronico, fuori tempo e
anacronistici, a tempo ridotto, a temporeggiando, a temporibus illis, a tempora o mores,
a tempo debito, a tempo-spazio, a primo tempo e secondo tempo senza intervallo nè
pubblicità, a temporizzatore, a tempo di beguìn o fox-trot, a tempo andato, a tempo
trapassato remoto modo congiuntivo, a tempismo, a mezza giornata, a mezz'aria, a
mezz'asta, a mezzogiorno o alle dodici meno venti, a mezzo posta e brevimano, a
mezzobusto, a mezzanotte, a mezza cartuccia, a mezza strada, a mezza scopata, a
mezzadria, mezzani assunti come terzini, lavoratrici cococò e lavoratori chichirichì
(anche queste ultime modalità di impiego, le soluzioni contrattuali dei rapporti di lavoro
erano dovuti al febbrile ingegno, nonché alla spudorata fantasia degli ex giacobini).
Tutta la gamma dei divertimenti, dal più innocente al più licenzioso, era disponibile
per tutte le tasche. Gli affari andavano a gonfie vele mentre il Mariskojie andava a
turboeliche.

° Il comandante guardò intorno e sotto al tavolo della roulette dove decine di giocatori
schiamazzavano allegramente. Gironzolò gettando rapide occhiate in ogni dove alla
ricerca del pennuto fuggiasco e poi si diresse in fondo alla sala verso una porticina
dietro la quale si giocava d'azzardo e s'introdusse in quello stambugio. quattro giocatori
di poker circondavano un tavolino ingombro di bottiglie di vodka, birra, kirsch,
bicchieri e bicchierini, carte da gioco e cicche di sigarette.
Omero Barovero Elvinghton detto 'il barone', un italobrasiliano di Osaka, già cantante
dei "Mau-mau", si scosse, sbadigliò, salutò il comandante sollevando lievemente la
visiera del cappello e scambiò un'occhiata interrogativa con Smitzo Molalasse, ladro e
truffatore, un norvegese di Brazzaville, e con Willy Zòlemann Dalbank di Amburgo,
un bresciano di origini nepalesi, ex scippatore ed ora camionista che un attimo prima
stava sonnecchiando. Poi tutti insieme guardarono il quarto giocatore: Artemisi
Tzsvrevroslosdvovic che con un gomito piantato nel tavolo e la mano alla fronte a mo'
di visiera, scrutava le carte che stringeva            nell'altra mano. Questo Artemisi
Tzsvrevroslosdvovic era un uzbeko di Dublino, da anni emigrato sulla Mariskojie, già
agente del keghebè, in seguito al licenziamento aprì una agenzia d'investigazioni,
ovviamente segreta e questo non gli procurava molto lavoro come investigatore, con
uguale insuccesso si dedicava al gioco del poker. Non aveva amici, nessuno che andasse
a trovarlo nessuno che lo frequentasse o che lo chiamasse mai, beh forse anche a causa
del suo nome accidentato. Pareva che una certa sfortuna lo corteggiasse discretamente
esercitandosi su di lui nell'arte della complicazione delle cose naturalmente semplici, e




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in ciò potrebbe aver cominciato dal cognome ma poi s'era spinta oltre, complicando
terribilmente anche il suo numero di telefono che era oltremodo lungo, quasi
sterminato, reso impervio e intricato persino da radici quadrate e logaritmi, se si esclude
un improbabile complotto della società telefonica o una sfavorevole congiunzione
astrale di natura tecnico-cabalistica nell'assegnazione di questo martoriato numero di
telefono proprio all'Artemisi, bisogna ammettere che il caso, ignaro governatore
dell'universo, nei confronti del nostro amico si era dimostrato insolitamente avveduto.
Era dunque questa solitudine, la privazione di seppur minime relazioni umane a
spingere Artemisi Tzsvrevroslosdvovic al tavolo da poker benché sprovvisto delle
nozioni e delle astuzie proprie del gioco, era coptato colà dal bisogno di socialità.
Insomma egli accettava di perdere al gioco pur di stare un po' in compagnia per fuggire
l'aridità del vivere solitario. Col tempo aveva imparato a difendersi dalla cupida furbizia
dei suoi avversari e a limitare le inevitabili perdite, rallentando il più possibile la
velocità del gioco e divenendo sempre più taccagno così da ridurre le somme da puntare
al minimo dei minimi. Dopo tanti anni la lentezza del gioco era divenuta estenuante,
quasi bradisismica, ma gli altri giocatori si erano assuefatti anche perché non avrebbero
trovato in tutto il Mediterraneo, il Mar Nero e il Golfo Persico nessuno disposto a
giocare con loro. "Beh?! Allora? Tocca a voi Tzvert... Tzvrest... Artemisi Tzeeev...
insomma a voi ecco!" Disse piuttosto spazientito Willy Zolemànn Dalbànk. "Già, già...
ma dite, fate sempre il camionista vero? E trasportate acqua... acqua minerale... già,
già... ma per me non é una cosa ben fatta... " "Al diavolo l'acqua minerale! Dovete tirare
una carta! Tocca a voi da almeno un quarto d'ora! E poi lo sapete da cinque anni che
trasporto acqua minerale, acqua acqua acqua!" "Calmatevi Willy Zolemànn, gioco
gioco, devo pur pensare che carta... E POI bisogna pur fare quattro chiacchiere...
dunque vi dicevo... acqua, ecco voi prendete dunque, l'acqua dalla Norvegia e la portate
in Grecia, poi l'acqua della Grecia in Italia e quella italiana la portate in Francia e...
questo non va bene pfui! E sempre acqua cambiano solo le bottiglie di plastica e il nome
della bottiglia, non già il nome del CONTENUTO, il nome del CONTENUTO se
proprio volete saperlo é... acqua E BASTA! l'acqua é acqua dappertutto e ognuno ce l'ha
nel rubinetto di casa e voi potreste risparmiare d'andare su e giù col camion
consumando gasolio per trasportare acqua, prendetela dal rubinetto e piantatela con
questi lussi sciocchi, é tutto uno spreco, non serve a nulla, é dannoso..." Willi Zolemànn
sbuffò torcendo il capo. "Va bene, va bene! ma ora piantatela voi e decidetevi a giocare,
parlerete dopo!"
Smitzo Molalasse e Omero Barovero sbuffarono e con ironica acredine invitarono alla
celerità l'Artemisi. ". Siamo qui da stamattina e tutto quel che s'é vinto o perso non é più
di un rublo... e tutto quel che avete perso é meno di due copeche, potete almeno
accelerare un pochino? Eh? Che ne dite signor Tzsvretr...splvl... accidenti avoi!" "A
giocare al vostro ritmo frenetico mi fate venire la tachicardia! Ma piuttosto il nervoso!
Non si può




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fare una puntata ogni otto sbadigli!"
Il comandante si chinò verso Artemisi Tzsvrevroslosdvovic e per guardarlo negli occhi
mise il naso sotto la mano che Artemisi teneva amo' di visiera: "Pvopvio voi cevcavo!
Dovete occupavvi di una indagine... una scomparsa..." Artemisi ebbe un lieve sussulto,
tirò un lungo sospiro e rispose: "Vi raggiungerò dopo la partita... ho già capito... é per
quel gallo vero?" Poi aggiunse visibilmente emozionato rivolgendosi agli altri giocatori:
"Già... già... sì pu-punto ci-cinque co-copeche ecco!" Così dicendo mise al centro del
tavolino cinque monete da una copeca tirandole fuori di tasca lentamente, una per volta.
Tutti sbadigliarono all'unisono anche il comandante contagiato dal torpore soporifero di
Artemisi. Willy Zòlemann apostrofò con velenosa ironia il povero Artemisi: "Oh bella!
Ehm, perdonate, Herr Tzsvretlozdovic o come diavolo vi chiamate! Dite... avete forse
svaligiato una banca? Certo che ad alzare così la posta siete un temerario, v'arrischiate a
chissà quali conseguenze! Dovreste informare almeno il Fondo Monetario
Internazionale! Ah! Ah! Ah!"




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cap 9 Come Ilia Ossipovic divenne, a sua insaputa, nemico di un allevatore di
mucche nonché un pericolo pubblico

"Il gallo é scomparso, da più di un'ora, lo cercano dappertutto, setacciano tutta la nave...
c'é il rischio che scoprano...! Dissero i gemelli Rashid e Dihsar Al Simmetri con voce
unica ma raddoppiata in preoccupazione e timore d'essere scoperti, rivolgendosi a Pinto
Cichito Qualazampa, un messicano di Teheran, obeso allevatore, commerciante di
bestiame e sensale. "Calma, calma!" Rispose quello. "... rimedieremo... non ci
scopriranno certo per via d'un gallo! Che diamine!"
"Dite ai vostri di catturare quel gallo così smetteranno di rovistare tutto il piroscafo."
I gemelli Al Simmetri originari di Il Cairo, di famiglia olandese, contrabbandavano
sarcofaghi egizi falsi ma ben fatti, grazie alle connivenze stipulate là sul Mariskoje. Il
Gualazampa gli aveva proposto di contrabbandare insieme ai sarcofaghi falsi anche
delle mummie viventi, altrettanto false. Sicché lavoratori provenienti dalle indie
orientali venivano falsamente mummificati e deposti nei sarcofaghi fino all'arrivo in
Europa, poi il Pinto Cichito li avviava al lavoro clandestino e super sfruttato.
"Sù! Dite ai vostri di snidarlo! Non possiamo rischiare... la nostra attività... il
commercio..." Insistettero i gemelli.
Così il Gualazampa s'arruolò tra i cacciatori di Ilia Ossipovic. Spiccava
folkloristicamente tra questi per la sua corporatura bovina, tarchiato e panciuto com'era.
Sulla testa grossa e onda ma quasi appiattita in viso, calcava un piccolo sombrero verde
che risaltava stridendo sulla faccia rosso bruna e sui lunghi capelli lisci e neri trattenuti
dietro le ampie orecchie a sventola. Indossava una camicia gialla di tela robusta i cui
bottoncini si strangolavano nelle asole per lo sforzo di trattenere una tracimante pancia
molliccia, il resto dell'abbigliamento, ma sarebbe più esatto dire il resto dei finimenti,
cioè pantaloni, bretelle, cinturone, stivali e una lunga casacca senza maniche, tutto di
color nero, completavano una stallesca eleganza che disgustava la vista e induceva
conati di vomito estetico..
Tuttavia il messicano era meritevole di qualche lode, sì perché come s'intende
facilmente, non era certo una persona istruita o particolarmente fine di cervello, tuttavia
bisogna ammettere che la produttività intellettuale del Gualazampa doveva essere tra le
più alte del mondo, poiché da poche nozioni apprese con dura fatica cerebrale, aveva
saputo trarre idee grandemente profittevoli.
Le cose andarono così: dunque Pinto non era un intellettuale, si capisce, ma non era
neanche del tutto negletto alle attività culturali, non aveva mai toccato un libro o un
giornale eccetto che per avvolgere pesce e uova quando da ragazzo faceva il garzone di
bottega. La lettura più ostinata l'aveva fatta all'età di venti anni. A quel tempo morì suo
padre, questo fatto fu la causa dell'accesso letterario citato. Infatti due giorni dopo la
sepoltura si presentò a Pinto Ciquito l'impresario di pompe funebri Tumulio Vango
Esotterra: "Perdonate Pinto Cichito Qualazampa, perdonate... capisco, il dolore, il




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povero babbo, capisco... ma vedete ecco il marmista reclama, sapete ecco é per la lapide
del povero babbo... fa ventisei rubli e sessantadue copeche giuste giuste... " Pinto sgranò
gli occhi, poi corrugò la fronte e portò le mani dietro la schiena intrecciandone le dita
già grosse come salsicce, insomma assunse postura e atteggiamento abituali allorché si
sentiva minacciato da una grave insidia. Tentare di fargli aprire il portafoglio era una
grave insidia. Respinse il primo assalto dissimulando l'avarizia in luttuosa afflizione e
ricorrendo a una subdola lusinga: "Certo, amico mio vi sono debitore, ma soprattutto
devo ringraziarvi per il servizio... eccellente, commovente, sono ancora commosso
vedete! tornate domani". L'impresario non osò replicare nulla, come suggello del tacito
accordo lasciò un biglietto da visita con appiccicato il conto della lapide, il biglietto
pubblicitario era piuttosto enfatico: "Ultima Dimora, pompe funebri, la palata di terra
più riposante, servizio ineccepibile, mai nessuno é tornato a reclamare, impresa di
Tumulio Vango Esotterra".
Quel giorno Pinto Cichito andò più volte al cimitero e fu qui che lesse e rilesse, lesse e
rilesse l'iscrizione sulla lapide di Marcantonio Stanislao Qualazampa suo padre, lesse e
rilesse, "Accidenti che nome lungo!" pensava. Lesse e rilesse: "...integerrimo
onest'uomo allevò con uguale zelo e amore i suoi figlioli e i suoi armenti, crebbe gli uni
e gli altri sugli stessi pascoli, nutrì col latte degli uni gli altri e viceversa, facendo degli
uni e degli altri le migliori bestie della provincia, mansuete e operose nella prosperità."
Infine mandò a memoria l'epitaffio. Non lo spingeva a quel cimento intellettuale la
devozione filiale o lo sconforto o la pietà o una vergognosa riconoscenza per aver
ereditato la fattoria con pascoli, tori, buoi e mucche, né la sintassi equivocante del testo,
ma un motivo bassamente venale: il prezzo della lapide era stato contrattato per due
copeche a lettera. Pinto, temendo d'essere truffato, contava e ricontava le lettere di cui si
componeva l'epitaffio. Infine la lapide fu pagata lettera per lettera per evitare difficoltà e
dubbi di conteggio. Passarono degli anni e Pinto accanto alla solita diffidenza accrebbe
l'astuzia e la cupidigia, e con esse le proprietà, di vitello in vitello, di mucca in mucca,
di stalla in stalla arrivò a possedere una grossa fattoria con migliaia di ettari di pascoli e
migliaia di capi di bestiame dei quali lui era il capo; l'avidità di denaro lo indusse allo
studio dei numeri e divenne un eccellente contabile, i tempi del calcolo della lapide
erano lontani. Pinto era ovviamente un buon cristiano, moderato perché non amava gli
eccessi e aveva una sua esegesi biblica non esente da giochi linguistici, trasposizioni,
anagrammi, ossimori etc tutta questa elevata attività di pensiero era volta a giustificare i
suoi atti e riconoscerli perfettamente coerenti al decalogo evangelico, tutto questo per
un fastidioso quanto incoercibile timor di dio che gli avevano inculcato fin da bambino.
Ad esempio dai da mangiare agli affamati era per lui cosa fatta avendo da sfamare ogni
giorno migliaia di bestie. Una certa divertita compiacenza, che Pinto cichito riteneva
essenziale prerogativa del creatore e da questi largamente accordatagli, pacificava la sua
coscienza e metteva la sua anima al riparo dalle roventi fiammate infernali che il curato
del paese a volte dirigeva, come un lanciafiamme, verso di lui durante i sermoni




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domenicali.
Il curato del paese, don Emiliano Vispariosa, un mozambicano di Boston, non si curava
tanto di salvare l'anima peccatrice di Pinto, quanto di salvare temporaneamente dalla
fame il suo gregge umano che quotidianamente lo assediava per reclamare un tozzo di
pane, ragion per cui padre emiliano, che aveva avuto un passato di prete guerrigliero,
prima con le lusinghe del paradiso poi con la minaccia del rogo infernale, tentava di
estorcere all'allevatore qualche quattrino per quegli altri disgraziati.
"Ho già dato lavoro a centinaia di compaesani che volete ancora, dissanguarmi devo?
La carità che voi dite per noi ricchi, di questi tempi é un lusso che non possiamo
permetterci!" "Pinto Cichito Gualazampa per amor di dio, va bene che date lavoro a
tutti, va bene ve l'ho già detto, ma dovete dargli anche un salario che basti almeno al
pane, il pane per i loro bambini almeno!" Le discussioni tra i due erano le medesime da
anni; Pinto non mollava, quando scuciva in quattrino era solo perché il curato, dopo
estenuanti discorsi morali, citazioni bibliche, accessi di sindacalismo anarchico e
trasposizioni apocalittiche, risvegliava in Pinto Cichito lo spauracchio della rivoluzione
proletaria o del fuoco infernale. Per chetare quell'insidioso timor di dio l'allevatore
impegnava allo stremo le sue energie mentali ricorrendo a meschini stratagemmi,
trucchi e furberie se non proprio alla frode. Quando poi il dubbio corrosivo che forse
dio non si sarebbe lasciato gabbare, lo assaliva, Pinto ricorreva all'intermediazione di
padre Emiliano per ottenere il perdono dell'onnipotente e quando quest'ultimo gli
imponeva, sempre per tramite del curato, costose penitenze, Pinto pur rischiando di
mettere a repentaglio la sua anima prendeva a gozzovigliare con la teologia che più gli
tornava congrua, così obiettava che il signore non poteva essere così avaro di
misericordia verso di lui, né s'era mai sentito d'un dio tanto vendicativo, inclemente e
soprattutto esoso. Dunque era il curato che barava o che non era in grado di decifrare la
volontà dell'eterno, sicché cambiasse mestiere e lasciasse il posto a un miglior e più
preparato servitore del cielo. Ovviamente alludeva a uno con più miti e ragionevoli
pretese: "...eh no! Non potete spremermi come un limone, sì sì voi volete spremermi
come un limone fino a spappolare la buccia persino! Datevi una misura, non approfittate
delle miserie umane, delle debolezze dei peccatori come me e soprattutto non
approfittate di un po' di ricchezza che il cielo mi ha generosamente destinato. Questo
non é da cristiani!"
Il curato ascoltava impaziente, accigliato, con lo sguardo dritto davanti a sé sulla parete
imbiancata a calce della sacrestia. Stava in piedi, appoggiato sul palmo della mano
aperta sul tavolo e aveva l'altra mano a pugno sul fianco e le gambe incrociate a
formare il numero quattro, con la punta del piede dava rapidi colpetti a mo' di piccone
sul pavimento di legno. Nei momenti più aspri della filippica di Pinto la frequenza e la
forza delle picconate aumentavano e s'aggiungeva anche il tamburellare delle dita sul
tavolo. Pinto durante le brevi pause della sua arringa lanciava occhiate in tralice al
curato per coglierne qualche segno di cedimento o di contrizione, poi stremato dal suo




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stesso eloquio si sedeva con cautela al posto del curato, su una vecchia seggiola dal
fondo di paglia frusta e sfilacciata, prima però aveva dato un'occhiata al crocifisso
appeso al muro come a cercarne un cenno d'approvazione. A questo punto padre
Emiliano tirava un profondo e rumoroso sospiro e senza cambiar posizione rintuzzava
amaro e sarcastico: "Approfittare di voi? E' impossibile, la vostra incorruttibile avarizia
scoraggerebbe anche il più terribile rapinatore! Ah di convincervi poi a scucire qualche
nichelino... non se ne parla proprio, non é contemplata una simile evenienza neanche
nelle più favorevoli ed ottimistiche congiunzioni astrali, vi conosco, vi conosco bene
Pinto Ciquito Qualazampa!... Voi piuttosto di sganciare un soldo sareste capace... e con
successo dico, e tempismo persino... ecco sareste capace di arrampicarvi su un fulmine,
credete pure." Pinto Cichito batté le palme delle mani sulle grasse cosce e poi strinse le
mani sulle ginocchia, s'inclinò in avanti a testa china e mormorò un po' trasognato,
come se faticasse a immaginare quella capacità che il curato beffardamente gli
attribuiva: " Io?... Grande e grosso... arrampicarmi su un fulmine?!... Ma... voi... " Poi
tirò un lungo respiro e sbruffò potentemente dalle narici come aveva imparato dai suoi
tori. Un foglietto sgualcito e unto ch'era sul tavolo, sul quale padre Emiliano aveva
annotato le magre offerte dei parrocchiani, s'involò cullandosi nell'aria, volteggiò e
atterrò ai piedi del curato che lo raccolse con un guizzo stizzoso del braccio e lo sbatté
nervosamente sul tavolo: "Lo fareste! Sì! Su un fulmine! Proprio!" Poi prese il
mozzicone di matita che aveva incastrato sull'orecchio e scarabocchiò rumorosamente
il foglietto. Pinto si sporse a guardare la matita zigzagare e gli parve che tracciasse tante
piccole saette, allora si ritrasse inquietato e appoggiò un gomito sul tavolo e il mento nel
palmo della mano, con l'altra mano prese ad arrotolare e srotolare una delle grosse
orecchie a sventola, infine scattò in piedi e aggirò il tavolo, lisciò i grossi baffi e
inclinandosi verso Emiliano bofonchiò alquanto conciliante: "Suvvia veniamo ad un
accordo." Il curato si scostò, si eresse dritto, magro e ossuto com'era, pareva un palo di
agave, girò intorno al tavolo e prese posto sulla sedia lasciata libera dal bovaro, passò la
mano sui capelli a spazzola, poi tuffò le mani nella folta e lunga barba bianca
separandola sul mento in due fluenti ciuffi che accarezzava e arrotolava
alternativamente, poi disse: "Cinquanta rubli di penitenza caritativa e la lettura di venti
pagine ..." il curato fu subito interrotto: "Ne leggerò cinquanta, anche tutta la Bibbia
leggerò ma neanche una copeca, non posso, questa penitenza caritativa di cui andate
dicendo proprio non la sopporto, ve la siete inventata a bella posta giusto per me, questo
non va bene." " E così non se ne fa nulla, non siete capace di pentirvi, e pure ne avreste
di che pentirvi, siete ricco sfondato e questo grazie a tutti quelli che sfruttate fino al
midollo, la fattoria é decuplicata, commerciate mucche e vitelli e anche mangimi, non
v'accontentate di venderli qui ah no, negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone persino,
eh già perché lì pagano bene e qua i nostri fanno la fame! Il frumento che sottraete ai
nostri lo mangiano mucche, maiali e galline nei paesi ricchi, quelli di là vogliono uova,
latte, formaggi e bistecche e voi per una dozzina di uova e due bistecche distruggete un




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quintale di cereali che trasformati in polenta o pane potrebbero sfamare cento persone
dei nostri, vergognatevi! Avete persino la sfrontatezza di dire che non potete sganciare
quattro soldi a quei poveracci che sgobbano per voi! Eh no! Caro Pinto Cichito
Gualazampa! Voi fate la bella vita, viaggiate di qua e di là per divertirvi e arraffare
denaro andreste anche all'inferno! E già! Voi avete tutto e anche più di tutto e quegli
altri hanno solo fame e tribolazioni e questo é ingiusto, e prima d'essere ingiusto é
peccato, ma... fate attenzione... qualcuno vi castigherà se non sarà dio saranno gli
uomini, i fratelli cacciati dalla tavola comune che é la Terra, i fratelli non vogliono
padroni ma altri fratelli, prima o poi s'arrabbieranno troppo, ravvedetevi, pentitevi oggi
piuttosto che domani... potrebbe essere troppo tardi!" "Ma che andate dicendo di maiali
e cereali, uova e bistecche, ricchi e poveri, chi vi mette in testa tutte queste fandonie... e
smettetela di fare il sindacalista! Il bolscevico! Tornate a fare il curato se ne siete
capace, suvvia l'assoluzione..." Il curato che passeggiava nervosamente in tondo, girò
bruscamente su sé stesso e batté rabbiosamente un piede sul pavimento polveroso: "Non
sono fandonie e voi lo sapete e queste cose le ha già detto da un pezzo il vescovo Elder
Càmara, le ha gridate! Ora non si può più sopportare rendetevi conto, pentitevi, riparate,
cambiate tutto o tacete e aspettate che il diavolo vi ghermisca quello straccio di anima
corrotta che vi resta!" "Siete crudele e blasfemo, mi sembrate l'uccello del malaugurio
ecco che mi sembrate.... " "Pagate la penitenza vi dico e in quanto a leggere la bibbia...
lasciate perdere, tanto a leggere quelle cose vi convincereste ancor più di essere nel
giusto, lasciate perdere... ma poi voi non avete cuore, voi avete un sasso al posto del
cuore... anzi uno zoccolo di cinghiale ecco!"
La schermaglia riprese vigore con colpi su colpi da ambo le parti, ripiegarono poi su
una accanita trattativa, quando il negoziato si concluse erano entrambi stremati e madidi
di sudore, il curato s'avvide che era ora di suonare il mattutino; l'insoddisfazione era
grande da ambo le parti. Pinto aveva scucito dalla tasca diciotto copeche e s'era
impegnato per una lettura edificante.
"Smettetela di brontolare, ecco vi darò questo, tenete... chissà!" E porse a Pinto 'La città
della gioia' di Dominique Lapierre.
"Questa assoluzione mi costa diciotto copeche e la lettura! Raddoppiate almeno
l'assoluzione! Siate una volta magnanimo!"
Nei giorni successivi, rassegnatosi alla perdita delle diciotto copeche, pinto pensò bene
di dedicarsi alla lettura per liberarsi al più presto di quella opprimente penitenza per
poter tornare a peccare liberamente. La lettura di 'La città della gioia' produsse però un
inaspettato sconvolgimento; venuto a conoscenza delle sciagure, della miseria estrema,
delle sofferenze inaudite, della fame cronica, delle malattie orribili di quella gente di
Calcutta, Pinto Cichito cadde in uno stato di profonda prostrazione; non riusciva a
toccare cibo, nè a bere, s'ammalò di botto e si mise a letto, non si curò degli affari, non
frequentò l'osteria nè le donne o il biliardo o la pesca al fiume, non viaggiò, non
accumulò nuovi capitali, non voleva più ricevere visite neanche dagli amici più cari,




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dimagrì e perse il solito colorito bruno rossastro con sfumature di tequila e tutto questo
stato di abbandono di inedia e sofferenza durò per almeno venti minuti, cioè fino a
quando un intenso e sapido profumo di salsicce al peperoncino con rape e fagioli non si
insinuò nelle sue narici ormai prossime ad esalare l'ultimo respiro, un salvifico profumo
che precedette una coppa fumante che sua madre posò sulla tavola accanto al fiasco di
no. La guarigione fu immediata ma i postumi del malanno non tardarono a manifestarsi
stranamente: Pinto pareva assorto, ostinatamente concentrato in qualche pensiero che
pareva volesse sfuggirgli e al quale il suo cervello s'aggrappava come una zavorra,
infine l'afferrò e si battè compiaciuto il palmo della mano unta d'olio e peperoncino
sulla fronte che con un luccichio, dovuto all'unto, volle rimarcare quanto brillante fosse
il pensiero testé partorito.
Fu così che nacque uno degli esperimenti industriali, antropologici, economico-
filosofici più interessanti del capitalismo contemporaneo. Pinto Cichito Gualazampa
riforniva con le sue mucche migliori e col più pregiato mangime le stalle di alcuni
allevatori lombardi e fu ad alcuni suoi clienti di Bovezzo e Montichiari in procinto di
chiudere l'attività, a causa dei diminuiti profitti, che Pinto propose la sua brillante idea
elaborata dopo la lettura del libro di Lapierre.
"Metteremo ad accudire le mucche gli indù!" Comunicò trionfalmente ai suoi amici.
"Non capisco Pinto Cichito... avete detto degli indù? Non capisco." "INdù, indù!
Proprio così, avete capito bene ma ora capirete benissimo... del resto anche io non avrei
mai pensato... se non avessi letto... beh ma lasciamo stare, dunque vi dicevo... dovete
sapere che gli indù hanno in grande considerazione le mucche, ma che dico hanno una
vera e propria venerazione, insomma loro considerano sacre queste bestie, capito? Per
loro sono bestie sacre! Questo vuol dire che nessuno al mondo le accudirà meglio di
loro, avrete le mucche più pulite, più sane, prospere e produttive d'Europa, le stalle
brilleranno dal candore e tutto a costi tanto bassi che dovrete chinarvi per vederli!
Immigrati indù! Ecco quel che ci vuole."
Il successo fu strepitoso. I lavoratori indù che arrivarono alle stalle di Montichiari e
dintorni, non soltanto erano ineguagliabili nella cura zelante che avevano per le mucche,
ma nutrivano una devozione appassionata verso quelle che per loro erano ne più e ne
meno che delle divinità incarnate negli animali e occuparsi del loro allevamento pareva
ad essi un celeste privilegio, per questo s'accontentavano di irrisori salari e lavoravano
notte e giorno, in quanto a vitto e alloggio costavano meno di un cane da guardia. Gli
affari non potevano andar meglio per Pinto e compagni. Le richieste di bovari indù
decuplicarono e qui Pinto ebbe la seconda ed ultima idea geniale della sua fulgida
carriera di capitalista affermato e riconosciuto internazionalmente. Bisognava introdurre
clandestinamente i lavoratori indù perché non vi erano alternative, oltre tutto la
condizione di clandestinità e illegalità dei lavoratori immigrati li rendeva ricattabili e
poneva al sicuro i padroni da eventuali future rivendicazioni salariali e sindacali,
azzerati tutti gli oneri contributivi e fiscali e in più i salari erano ridotti al minimo, una




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vera manna, dal cielo indù!
La tratta di questi schiavi del terzo millennio si svolse tramite il Mariskoje, poiché
Chiquito aveva là amicizie truffaldine e complicità. Dopo pochi mesi il traffico di
lavoratori di religione induista diretti agli allevamenti bovini era al colmo
dell'efficienza, Pinto Cichito Gualazampa forniva lavoratori immigrati clandestinamente
a tutti gli allevatori del nord, la sua fama e la sua potenza economica crebbero di pari
passo alla fame e alla miseria delle persone che sfruttava. E tutto ciò fu perché l'ingresso
clandestino dei lavoratori avveniva per tramite dei sarcofaghi falsi dei gemelli Al
Simmetri. Infatti gli emigranti clandestini venivano 'mummificati' e nascosti nei
sarcofaghi e giunti a destinazione smummificati erano avviati al lavoro anch'esso
clandestino ma ineluttabilmente sfruttato.




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cap 10 Come Ilia Ossipovic divenne un clandestino che non aveva pagato il
biglietto di viaggio e s'attirò nuovi nemici


A poppa della nave, al primo piano inferiore, nell'ufficio dietro la biglietteria l'armatore
della Mariskoije Mirko Sckafic Sckafimovic, stava litigando, come sempre dopo ogni
partenza della nave, col ragioniere contabile Semion Mosis Arraffi, un occhialuto,
vecchio e puntiglioso ebreo armeno e il motivo del litigio, che sorgeva
immancabilmente dopo ogni partenza della nave, era sempre lo stesso: una differenza di
alcune copeche tra l'incasso risultante a Semion e quello calcolato da Sckafic, con in
più, questa volta, il mancato incasso della tariffa spettante alla compagnia di
navigazione per quel gallo di cui tutti parlavano.
"Eh già! Voi la sapete lunga Semion Mosis! Volete darmi a bere che anche questa volta
ho sbagliato i conti Dunque invece di tremilacinquecentoventotto rubli e settantacinque
copeche l'incasso sarebbe solo di tremilacinquecentoventotto rubli e sessantasette
copeche! Cioè ben otto copeche in meno! Eh? E' così? Eh? Mi sono inventato otto
copeche mancanti, é vero? Eh? Dite, dite Semion Mosis é così? E' questo che volete
insinuare vero? E poi c'é anche il biglietto del gallo! S'é imbarcato clandestinamente!
Ma almeno paghi il biglietto quel tanghero!" Mirko Sckafic Sckafimovic con occhi
volpini guardava in cagnesco il ragioniere, era vecchio quanto il contabile, aveva un
volto da mastino ed era nato sotto la costellazione del Cane Minore e tutto in lui
sembrava averne subito l'influsso astrale, infatti era un dalmata di Dubrovnik, panciuto
e bassotto, canuto con pochi capelli e lunghe fedine bianche accanto a delle orecchie da
setter, da giovane era stato un barbone, poi aveva voluto fare il pastore luterano, poi si
fece devoto di San Bernardo ma infine la sua vita andò altrimenti, infatti dopo una
breve quanto accanita militanza politica nel partito conservatore, era poi passato dalla
lotta di classe alla flotta di seconda classe e di barca in barca, di peschereccio in
peschereccio era infine giunto a fondare una delle compagnie marittime più rinomate,
proprietaria dei più lussuosi e raffinati natanti.
All'interno della biglietteria s'apriva un'altra porta che dava in un piccolo e grazioso
salottino dove, attorno a due tazze di the, si svolgeva un simmetrico battibecco tra
Zafira Lumianka Sckafimova, moglie dell'armatore e Julia Bessabea Davidovic moglie
del contabile, entrambe molto più giovani dei rispettivi mariti: "Oh bella! Così sarei
stata io a mettere in giro la voce che la collana che vi ha regalato Mirko Sckafic
Sckafimovic al vostro compleanno é di perle finte?" "Già! Proprio così e proprio voi!
Me l'ha riferito Alexandra Alexandrovna, la vostra domestica ecco! Non potete negare
Julia Bessabea Davidovic! E' vero?" "Cara Lumianka, colombella mia! E' vero che le
perle sono false! Questo sì é vero, ma non é vero che sono stata io a diffondere questa
verità su una cosa falsa! Lo sanno tutti che quella collana é stata rifilata a vostro marito
dall'ambasciatore Vignetsku! Ma che dico poi... rifilata, non é stata affatto rifilata, a




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Mirko Sckafic Sckafimovic poi, non é possibile rifilargli nulla! Vostro marito sapeva
bene ciò che comprava, si capisce che lo sapeva, infatti l'ha pagata solo tre rubli e
sessanta copeche! Ecco che gran gioiello v'ha regalato! Beh! Allora che dire di quel che
ha riferito a me la vostra domestica Clarina Klarinovna? Già! Dico del fidanzato...
vostro o di vostra figlia o di tutt'e due, non si sa... quell'Antòn Calabròn... " "Falso!
Questo é falso! E' falso!" Interruppe, rossa in viso, Lumianka. "Falso?! Ma non ho detto
ancora quel che m'ha riferito! Non ho detto ancor nulla e già dite che é falso?"
"Qualunque cosa sia é falsa! E' falsa! Basta così! Tacete per favore!" "Ah no! E' falsa
solo la vostra collana di perle mia cara la mia Zafira Lumianka!" "Se intendete prestare
fede a tutte le dicerie malevoli, alle chiacchiere insolenti... ecco sappiate che neanche
voi ne siete affrancata cara la mia Julia Bessabea Davìdovic!" "Che volete dire... io...
quelle sono chiacch... " "Ah ecco! Chiacchiere! Già! Che persino quel... Oscar Giann...
frequenti il vostro letto é una chiacchiera!" "Tacete per carità!" Implorò, con voce
sussurrante e strozzata, Julia Bessabea sporgendosi verso l'amica nemica. "Tacete, non
pronunciate quel nome vi prego, mio marito é geloso e già mi tormenta senza ragione...
non dirò nulla più di Antòn CAl... " Zàfira sorrise beffarda e infierì con sarcasmo:
"Volete dire che vi tormenta senza avere le prove, non senza avere ragioni!" "Va bene,
anche voi sopportate la gelosia asfissiante di vostro marito... non senza colpa...
Lasciamo da parte i nostri fatti cara Zafìra, colombella mia, sono cose nostre private... "
"Certo sono daccordo, siete stata voi a tirare fuori... ma lasciamo perdere. Voglio
ricordarvi che quei... fatti, per noi sono appunto fatti, mentre per loro... " E indicò col
cucchiaino da tè la stanza dove i due mariti litigavano. "... per loro sono solo sospetti
che noi dobbiamo rintuzzare, ottundere, svanire. Altrimenti..." "Non fatemi pensare...
mio marito é peggio di un Otello! Sentite, dovremo essere franche e oneste... voglio dire
tra noi due, ecco, ci aiuteremo l'una con l'altra e no succederà nulla." Julia Bessabea
posò la tazza del tè e si spostò dalla poltroncina su cui era seduta al divanetto, sedendo
accanto a Zaffira Lumianka. Le due donne s'abbracciarono e qualche lacrimuccia
inumidì i loro occhi. "Dobbiamo essere amiche e soccorrerci e proteggerci
reciprocamente, vi prometto la mia amicizia se voi... " Disse Julia Bessabea con voce
sommessa e commossa. "Anch'io vi prometto la mia amicizia vera e totale se voi..."
L'interruppe Zafira Lumianka. "Devo dirvi una cosa importante Zafira Lumianka."
Riprese Sussurrando Julia Bessabea prendendo tra le sue le mani dell'amica. "Dite
pure... é qualcosa di grave?" "Lo capirete da voi, abbiate pazienza un momento e
comunque non agitatevi, non preoccupatevi più del necessario." "Non fatemi stare sulle
spine... " "Ecco, avete notato il bernoccolo di Antòn Calabròn vero?..." "Bernoccolo?
Antòn Calabròn? Di che parlate... non so..." "Beh avrete certamente notato un
ingrossamento della sua capigliatura... quando lo avete salutato... ecco, gli avete detto:
caro il mio leoncino, che boccoli, che riccioli... " Zafira Lumianka sottrasse le mani a
quelle di Julia Bessabea e la guardò astiosa e risentita: "Avete origliato mentre
salutavo... " "No, no! Non origliato, sentito chiaramente, avevate lasciato la porta




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socchiusa... io passavo... " "E' lo stesso! Avete origliato!" Julia bessabea si fece più
accanto all'amica. "Non inquietatevi e state a sentire, ecco, non fatemi perdere il filo...
ah ecco, il vostro Antòn Calabròn... beh insomma, la sua chioma leonina v'é parsa più
grande del solito perché nascondeva un grosso bernoccolo tra i folti riccioli, ecco
perché!" "Ma che volete dire, spiegatevi una buona volta!" "Volete sapere come s'é
procurato quel bernoccolo? Ve lo dirò! E' a causa di Akkua Marina Scafimova!"
"Coosa?! Akkua Marin... " "Proprio così, la vostra figliola, già!" "Ma come é possib... "
"Ve lo spiego subito. So tutto perché, come sapete Akkua Marina Sckafimova, per
l'appunto la vostra figliola studia a e abita con la mia figliola, ecco per questo so tutto,
me l'ha detto la mia Melina Vanilia e ora vi racconto e vi giuro che non aggiungerò
nulla a quello che mi ha raccontato mia figlia, la quale ha visto in parte e in parte saputo
dalla stessa Akkua Marina Sckafimova, com'é giusto che sia, loro sono amiche...
proprio come noi. Ma ora sentite. Antòn Calabròn andò a trovare la vostra figliola
nell'appartamento che le nostre figliole condividono, le ragazze studiavano sedute al
tavolo dello studiolo. Beh si sa, ecco arrivare il fidanzato... Akkua Marina Sckafimova
molla i libri e abbraccia e bacia il fidanzato, si sa, poi si sono appartati... ora ecco...
beh..." La voce di Julia Bessabea era ridotta a un tenue sussurro tanto che Zafira
Lumianka aveva accostato l'orecchio alla bocca dell'amica, dopo aver tolto il
voluminoso orecchino di brillanti falsi. "... erano in piedi accanto al letto, Akkua
Marina era... nuda. Lui l'accarezzava... gli omeri, le spalle, il petto... ecco, i fianchi
insomma si sa, e frasi d'amore, sospiri e parole voluttuose e lusinghe e complimenti, ma
poi ecco che le mani di Antòn Calabròn scorrono lungo la schiena di Akkua Marina
Sckafimova, accarezzano e pizzicano e poi a coppetta sotto le natiche della ragazza si
muovono su e giù come a sballonzolarle e a soppesarle e ... e poi quel bellimbusto le
gira intorno per ammirarla da dietro..." La respirazione delle due donne era divenuta
flebile e accelerata, qualche vampata di calore o brivido di piacere e di ansia percorreva
le loro cosce o la schiena o le gote a causa delle sensazioni evocate dal racconto. "... fu
a questo punto, il vostro amico parlava quasi rantolando per la forte emozione, ecco
disse proprio così: oh! Akkua Marina che bellezza! Che bellezza! Avete le stesse
natiche meravigliose di vostra madr..." Proprio così disse!" Zafira Lumianka ebbe un
sussulto e portò la mano alla bocca come se volesse soffocare quella frase impertinente
pronunciata dal Calabròn. "Oh no! Come ha potuto..." "L'ha fatto vi dico e il risultato
fu che la vostra figliola s'impietrì e impallidì e domandò trasognata: mia madre? Avete
detto mia mad... Il giovanotto tentò di rimediare, le mani risalirono sulle spallucce di
Akkua Marina Sckafimova e intanto balbettava: volevo dire... di madre...perla..."
"Madreperla!?" Domandò stupefatta Akkua Marina. E quello: "Cioé... ehm...
madrepora... madrevite... madrigale... madrileno..."
Insomma capite in che pasticcio si cacciò quell'incauto. Ebbene Akkua Marina
Sckafimova era sconvolta, intuì e poi ragionò, capì e confermò qualche sospetto,
qualche diceria, capite? Allora s'inviperì e urlò e diresse insulti dei portuali ad Antòn




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Calabròn. Fu lì che accorse la mia figliola, giusto per vedere Akkua Marina Sckafimova
scagliare il dizionario della lingua cinese sul cranio di Antòn Calabròn che era
inginocchiato a supplicare perdono. Il grosso tomo, fosse stato almeno il dizionario di
inglese avrebbe avuto meno pagine, meno peso, beh insomma centrò la crapa di lui che
lì per lì svenne. Quando il peggio fu passato, un grosso e alto bernoccolo innalzò i bei
riccioli dell'italiano, tanto che non potè nemmeno calcarvi il cappello. Ecco tutto, ora
sapete! Vi ho addolorata, vero?" Zafira Lumianka emise un lungo sospiro e disse: "Sì."
Poi volse la testa verso l'amica, la guardò dritta negli occhi e aggiunse parlando con
voce bassa e tremula: "Anche voi dovete sapere." Tacque e scrutò l'espressione del viso
di Julia Bessabea che mutava aggiungendo a una compunta gravità, una sottile ansia.
"Devo sapere... cioé... cosaaa... " "Vi dirò subito, giustappunto di Melina Vanilia
Arraffimova si tratta. La vostra figliola... " Zafira Lumianka chinò il capo per avvicinare
la bocca all'orecchio dell'amica. "... sa tutto." Julia Bessabea ebbe un piccolo
singhiozzo, trattenne un sussulto e le labbra presero a tremarle e pur muovendosi non
emisero suono. "Sì, sa della vostra relazione con Oscàrt Gianninzero... il suo
fidanzato." "C-o-m-eee vi pr-e-go... " "Vi dico che sa tutto. Come l'ho saputo? L'avete
detto prima, la mia figliola divide l'appartamento con la vostra, ecco com'é. E Anche
Melina Vanilia litigò duramente col vostro amant... col vostro futuro genero cioé col
suo fidanzato. Sì, proprio così! Ha scoperto tutto, non so come, ma quell'altro pezzo di
somar... perdonate voglio dire quel bellimbusto d'un italiano si tradì da sé, già proprio
come il suo connazionale a me caro. Imprudenti, sciocchi e porci!" "Ne siete proprio
certa?" Domandò Julia Bessabea con un filo di voce speranzoso. "Sicuro vi dico!
Quando il fattaccio venne fuori tra i due successe il finimondo, il vostro Oscàrt
Gianninzero dovette darsi alla fuga e discese tre piani di scale a rotta di collo, Melina
Vanilia Arraffimova non potè inseguirlo la fuori perché... era... svestita... capite, già!
Ma offuscata dall'ira uscì sul pianerottolo e lanciò sull'italiano un volume
dell'enciclopedia cinese, l'ultimo volume, quello che tratta delle innovazioni tecnico
scientifiche e la costruzione delle dighe, con tutti gli indici e gli aggiornamenti,
insomma il più pesante, avrebbe potuto ammazzarlo, dalla tromba delle scale lo lanciò e
buon per il vostro amant... cioé voglio dire... quello fu colpito sul piede. Ricordate che
zoppicò per un bel po'? Fu per questo." "Zoppicò... dite che zopp... " "Certo! Ricordate!
Ricordate! Al ballo inaugurale della crociera del solstizio d'estate! Non ballò con
nessuno, si giustificò adducendo un fastidioso mal di mare, una certa nausea, ricordate?
Ma poi a cena mangiò e s'ingozzò come un maiale. Ora anche voi sapete tutto, vi ho
addolorata, mi rincresce ma é meglio che sappiate."

"Quel gallo é un problema! Rischiamo di essere scoperti! Lo stanno cercando
dappertutto... potrebbero... gli esplosivi... le armi..." Disse il Magnagati all'ambasciatore
Vignetsku. "Avete ragione a preoccuparvene. Ho saputo grazie ai servizi segreti... o più
precisamente grazie ai doppi servizi segreti... che siamo spiati." "Cosa? Spiati?...




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Servizi... segr...!?" "Proprio così! Guardate là..." L'ambasciatore indicò un piccolo oblò.
"Dietro quell'oblò ci sono delle vecchie latrine... ma tutti se ne sono dimenticati,
risalgono alla battaglia di Trafalgar! Sono adiacenti alla toilette e all'ufficio del
comandante. Per questo vi dico... doppi servizi e segreti per l'appunto. Da là dentro si
può spiare e ascoltare tuttociò che avviene nell'ufficio del comandante basta appoggiare
uno stetoscopio alla paratia, si sente tutto distintamente! Capite?" Il vicentino sorrise
preoccupatamente. "Macchè serviz..." L'ambasciatore lo interruppe nervosamente: "Non
fate tanto il sottile! Vecchie latrine... servizi segreti... per me... é tutt'uno. Ad ogni modo
ho sentito che ci spiano e vogliono ingattabuiarci!" L'ambasciatore era molto agitato:
"Per carità fate qualcosa! Mandate i vostri a scovare quel gallo prima che sia troppo
tardi, prima che mettano sottosopra tutto il piroscafo. Non si può ribaltare il mondo, le
fognature sono abitualmente nascoste.. sotterrate, non sono alla luce del sole... non si
può tirar fuori il marcio senza avvelenarsi... mi capite?! Facciamo qualcosa, mandiamo i
nostri a scovare quel gallo prima che sia troppo tardi! Bisognerà avvisare anche
l'armatore, ne va di mezzo anche il suo bastimento, altro che il biglietto per quel
clandestino!" Giunti sulla soglia della biglietteria si sporsero all'interno.
"Tremilacinquecentoventotto e settantacinque! E settantacinque vi dico!" Insisteva
Mirko Sckafic picchiando ad ogni sillaba l'indice sul pallottoliere. "E io vi dico
tremilacinquecentoventotto e sessantasette! Propriamente... e se-ssan-ta-se-tté!
Propriamente!" Ribatteva protervo e infrangibile Mosis Arraffi. "Più otto copeche!"
Ostinava Mirko Sckafic. "Sessantasette!" "Più otto copeche!" "Sessantasetteee!" "Più
otto copecheee! Ah! Ma siete un testone! V'incocciate come un mulo sordo e
impastoiato... ricontate, ricontate vi pigli un colpo Semion Mosis!" Semion s'aggiustò
il berretto di lana, spinse gli occhiali sulla punta del lungo naso, strabuzzò gli occhi,
aggrottò la fronte e da sopra le lenti lanciò un'occhiata rabbiosa all'armatore: "Io
ricontare? Non se ne parla nemmeno! Non si può contare del denaro che non c'é, otto
copeche non s'inventano così! La vostra taccagneria non può avere la meglio anche
propriamente sull'aritmetica, oh ecco!" "Taccagneria?! Avete detto tacc... ?" "Proprio
così! Siete... propriamente... un incallito taccagno Mirko Sckafic Sckafimovic! Ecco
cosa siete! E questo non fa quadrare i vostri conti! Ma non i miei, badate bene!" "Ma
cosa mi tocca sentire... a me dare del taccagno! Incallito persino! E io sapete che vi
dico? Vi dico che siete oltre che un testone cocciuto anche un caprone cornuto! Ecco
cosa siete!" Semion Mosis si toccò la corta barba bianca a pizzetto e poi si passò
inavvertitamente la mano sulla fronte come a tastare le corna testè attribuitegli. "Coosa?
Questo non ve lo permetto Mirko Sckafic Sckafimovic! Questo é propriamente troppo
Mirko Sckafic Sckafimovic!" "Silenzio! Non lo permettete? Voi permettere a me? Ah!
E io sapete che mi permetto? Mi permetto di aggiungere che avete delle corna lunghe
una versta, ecco!" "Io?... Corna?! Una versta?... Beh! Allora vi dico che voi siete...
propriamente anche stracornuto e avete le corna lunghe una versta più otto copeche...
ehm cioè voglio dire otto metri! Propriamente... come un alce a due piani ecco!" Per un




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momento si guardarono rabbiosi e poi scoppiarono a ridere. Risero per un po' l'uno
dell'altro e nessuno di se stesso. "Ma ora basta! Diamoci da fare per incassare il biglietto
di quel tale gallo clandestino! Bisogna Scovarlo!"
Nel salottino del the era giunto, chiaramente udibile, quello scambio di insulti. Le due
donne ammutolirono e i loro visi avvamparono di rossore tradendo, questa volta non i
mariti, ma una vergognosa responsabilità nei titoli, non borsistici, che quelli di là si
scambiavano ad alta voce. Zafira Lumianka e Julia Bessabea si guardarono negli occhi e
si tennero strette per le mani tremanti d'agitazione e dissimularono la paura con forzosi
sorrisi, poi si confortarono reciprocamente dicendosi: "Mio marito... non é un... Otello
vero?" "No! No! Neanche il mio, vero?"

"Dobbiamo scovare quel gallo! Stanno mettendo a soqquadro tutto il piroscafo, i
marinai e tutta quella gentaglia... potrebbero trovare la sedia che cela i gioielli... e Il
'grande tessitore' sarebbe licenziato e anche noi, l'editore ci squarterà!" Disse con voce
allarmata Ilia Ilif al suo socio Evghieni Petrov. "Avete ragione, sono daccordo, ma non
oso pensare alle conseguenze di una simile eventualità. Presto! Bisogna fare qualcosa,
incaricate qualcuno, non so... dobbiamo anche occuparci di quel disgraziato del nostro
personaggio... che il diavolo se lo porti!"

"Per via di quel gallo rovisteranno dappertutto! Ho sentito dire che potrebbero persino
perquisire... se scoprissero... se venissero fuori..." La baronessa Vera Spetenfia
Spetenfievna interruppe il concitato e allarmato eloquio della generalessa Pelagheija
Procofievna: "Mia cara, colombella mia! Non Agitatevi, state tranquilla! Quand'anche
scoprissero... diremo ecco che non é roba nostra, che non sappiamo come sia finita in
camera nostra eccetera. Del resto riviste pornografiche, genitali in gomma o plastica,
sussidi, materiali e macchinette erotiche non sono poi un gran delitto!" "Ma ne andrebbe
di mezzo il nostro buon nome, la nostra reputazione... ma poi dimenticate il traffico di
organi sessuali in scatola conservati in gelatina di mele cotogne, poi anche le poppe in
anice stellato e i filetti di natiche in olio d'oliva! Scopriranno tutto! Saremo rovinate!"
"Infischiatevene! Oggi si commercia di tutto, non saranno certo un po' di chiappe in
agrodolce, passere e piselloni sottaceto a rovinarci, anzi finora ci hanno fatto arricchire
e... godere... Si sa il contrabbando é così, comporta i suoi rischi, ma voi infischiatevene!
Non fatemi venire l'agitazione! Però converrà che quel gallo lo si ritrovi al più presto,
suvvia incarichiamo qualcuno o diamoci da fare anche noi in fondo... é pur sempre... un
uccello... grooosso persino!"




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cap 11 Come la caccia a Ilia Ossipovic divenne un safari prossimo a trasformarsi
in guerra civile

Il nostro Ilia Ossipovic, che era giunto miracolosamente vivo in cima alla scala del
ristorante, là dove era interrotta dall'ampio corridoio trasversale, mise cautamente il
becco fuori, sbirciò di qua e di là, non scorse pericoli e quindi svoltò rapidamente a
sinistra e si tenne rasente alla parete del corridoio, ma mossi pochi passi fu agghiacciato
da un improvviso rumore proveniente dalla sala del bagno turco: pàh trrrrrschhhhh:
forse il rumore dell'avviamento di una di quelle strane macchine elettroidrauliche di cui
son pieni simili luoghi, il terrore lo fece balzare in alto, senza avvedersene si lanciò
contro un portellino, simile alle buche della posta, praticato sulla parete di legno
accanto alla porta dell'edicola, il portellino oscillò all'indietro cigolando e liberò un buio
passaggio nel quale un turbinio d'aria lo risucchiò. Ilia Ossipovic si sentì ghermito da un
tornado, s'era introdotto, pur senza essere una lettera o una cartolina illustrata, nel
circuito della posta pneumatica che lo scaraventò nel cesto 'posta in arrivo' dell'ufficio
postale. Ora giaceva tramortito, tutto arruffato e spolverato in mezzo a lettere,
comunicazioni di servizio, bigliettini d'amore e d'auguri, cartoline illustrate, avvisi,
pacchi e pacchetti d'ogni sorta, ma questo l'aveva in fondo sottratto agli inseguitori.
Quel ciclone salvifico gli era però costato qualche piuma della coda. Una di queste
piume era svolazzata fino alla porta dell'edicola, là fu avvistata, con occhio in assetto
radaristico, dalla tenace cuoca Smirnovna che entrò con aria disinvolta nell'edicola che
era anche una bella libreria.
"buonasera Ludmila Ostrovskaja" Disse annusando l'aria fragrante di buon odore di libri
e carta stampata, ma col segreto intento di fiutare odor di pollame, "vorrei... il... la..." la
Smirnovna non metteva piede in un'edicola dal giorno in cui, all'età di quindici anni, a
seguito di un improvviso acquazzone primaverile, aveva cercato riparo nell'edicola di
Karl Nicolai Libriknecht, nel parco comunale di Odessa. Indugiò nella richiesta e poi le
balenò il ricordo dell'uniforme del capitano Mickail Ovestsudòv Ovestsudòvic, della
quale faceva parte inseparabile la 'Gazzetta di Sebastopoli'. "...ah! Ecco... vorrei la
'Gazzetta di Sebastopoli'!" L'occhialuta, fortemente miope Ludmila Ostrovskaja,
dapprima lusingata d'avere conquistato una nuova e insperata cliente, rimase delusa
dalla richiesta: "Mi dispiace Katia Ivonne Smirnovna, colombella mia, riceviamo solo
una copia della 'Gazzetta di Sebastopoli' ed é per il capitano Ovestsudòvic, ecco solo
per lui l'abbiamo, mi dispiace colombella!" Ludmila era pallida e freddolosa, aveva
sempre un lungo scialle sulle spalle, pantaloni foderati e scarponcini di feltro. Era
sempre col naso tra i giornali o i libri e a volte trascurava persino di nutrirsi. "Se volete
c'é ancora una copia del 'Corriere del Baltico'..." La Smirnovna gettava occhiate di qua e
di là fingendo di curiosare tra i libri e gli scaffali. "Signora Ludmila di là avete altri libri
vedo, posso?" "Certo cara fate pure." La Smirnovna s'introdusse in una sala lunga e
stretta piena zeppa di libri, sbirciò intorno e gironzolò in quel luogo per lei così poco




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familiare continuando a fiutare in cerca della traccia di Ilia Ossipovic. Giunse così in
fondo al locale dove in mezzo a due scaffali vide una porta di legno a quadrotte di
vetro. La cuoca s'accostò, appoggiò il naso al vetro e guardò nella piccola stanza oltre
la porta. La luce che penetrava da un grande oblò, attraverso il quale si vedeva il mare,
illuminava una piccola cucina linda e chiara al centro della quale era un tavolino con
due seggiole, sul tavolo era apparecchiata una cena frugale.
La cuoca ritornò dalla Ludmila: "Beh! Tornerò un'altra volta signora... cercherò
qualcosa da leggere... é tutto interessante già!" E così dicendo uscì dall'edicola.

Di lì a qualche minuto lo stato maggiore e la più fertile intellighenzia del Mariskoije
assembrava il corridoio davanti l'edicola dell'Ostrovskaia, poi a un comando di
Spiffievic invasero l'edicola, il retrostante magazzino e la cucina. "Ma di che ispezione
parlate signor Spiffievic, non capisco ma fate pure... però non so tutta questa gente...
non capisco per cosa... di che gallo poi si tratti non so... ma fate pure sebbene é tutto
strano per me..." Questo diceva Ludmila Ostrovskaia al comandante mentre decine di
persone, la più parte a lei sconosciute, entravano febbrilmente nei locali dell'edicola,
spostavano libri e giornali, aprivano scatole di cartone e pacchi che erano chiusi da anni
alla ricerca del gallo. "Non abbiate timove cava Ludmila, questo contvollo é necessavio
nell'intevesse di tutti, del gallo vi divò poi, semmai lo tvovevemo quel diavolo!
Potvebbe essevsi nascosto qui a vostva insaputa! E stata tvovata una delle sue piume
giusto qua fuovi dalla povta!" Il comandante e la Smirnovna si erano seduti al tavolino
nella piccola cucina di Ludmila Ostrovskaia, il capitano Ovestsudòvic, con la 'Gazzetta
di Sebastopoli' ripiegata sotto l'ascella era in piedi davanti a grande oblò, guardava il
mare e masticava lentamente una acciuga salata condita con olio d'oliva che aveva preso
dal piatto sul tavolino e intanto pensava: mah! niente di nuovo, sempre le stesse cose,
boh! questo gallo mah!
Ormai là dentro non ci si poteva girare, tuttavia di tanto in tanto qualcuno metteva
dentro il naso per curiosare. Ludmila era ritta e immobile come un palo schiacciata
contro le due porticine che davano una nella cabina che fungeva da camera da letto e
l'altra in un piccolo bagno. "Vostvo padve non é in casa?" Domandò Spiffievic
prendendo una delle due fette di salame ungherese dal piatto ovale che era sul tavolino.
Ludmila fu scossa da un fremito: "N... no... penso di no, cioé voglio dire sarà al
concerto serale o chissà a teatro forse... non so." La Smirnovna arrivò con dita gentili e
rapide sulla seconda fetta di salame prima del capitano Ovestsudòvic, il quale ripiegò
sull'ultima rondella di uovo sodo rimasta, la cuoca intinse un peperoncino piccante in
una salsina di coriandolo e lo mangiò in un secondo e con questo la cena di Ludmila fu
consumata.
La libraia era ansiosa e inquieta perché celava un tremendo segreto. Infatti, esattamente
sotto i loro piedi, esisteva uno scantinato ormai dimenticato da tutti, al quale si accedeva
da una porta interna della cambusa, posta accanto ai locali frigoriferi, la porta era chiusa




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da anni e in più nascosta dietro una muraglia di casse di bottiglie di vino impilate fino
al soffitto. Al predetto dimenticato scantinato si accedeva anche attraverso una botola
dal piccolo bagno di Ludmila Ostrovskaia, infatti manovrando opportunamente il piatto
della doccia, esso si apriva su una ripida scaletta metallica che conduceva dabbasso. E
dabbasso c'era 'il covo' di un gruppo di rivoluzionari.

Il capo dell'ufficio stampa, Tito Liku Bitalic, picchiò delicatamente col polpastrello del
dito medio sul vetro della porta per attirare l'attenzione del comandante. Quando
Spiffievic s'accorse di lui, Tito Liku Bitalic ammiccò e piegò più volte il dito indice a
mo' di uncino come per dire: venite, venite! Mattia Milos s'alzò dalla seggiola e il suo
cappello quasi sfiorava la piccola lampada attaccata al soffitto, svuotò d'un colpo
l'ultimo dito di Bardolino rimasto nel calice, si forbì accuratamente le labbra con la
salvietta che ricopriva la bocca della caraffa, la rimise ordinatamente a posto e uscì.
"Che c'é? Eh? Che c'é?" Domandò impaziente. "Venite a vedere e capirete da voi." In
un punto in mezzo alle scaffalature del lungo magazzino-libreria erano aperte alcune
scatole di cartone ammuffito, vecchi giornali, manifesti e volantini erano sparsi
tutt'intorno. "Del gallo nulla ! Ma guardate qua! 'Literaturnaia Gazieta'! 'Isckrà'!
'Narodnaja Gazieta' 'Komsomolskaja Pravda'! Rabotchki y Put'! Rabociaia Dielo'!
'Narodnj Volija'! eccetera eccetera!... Capite? Stampa rivoluzionaria! Sovversiva!
Capite!? Che ne pensate? Eh che ne dite?" Spiffievic non capiva e dunque non pensava
e non disse nulla all'infuori di: "Mah! Bah!"
Il capitano Ovestsudòvic, dopo aver approfittato delle favorevoli circostanze, per
leggere a sbafo qualche giornale che non avrebbe mai comprato, s'avvicinò al
comandante, accostò la Gazzetta di Sebastopoli tra il naso di Spiffievic e la sua guancia
destra come un paravento e soffiò nell'orecchio del comandante una perspicace,
laconica e sentenziosa deduzione: "Questa é roba da rivoluzionari fuori corso! Il gallo
potrebbe essere uno dei loro!" La perentoria affermazione del capitano Ovestsudòvic,
penetrata sinuosamente nell'orecchio del comandante andò a conficcarsi come un dardo
avvelenato nel suo fumigante cervello, Spiffievic rabbrividì come se avesse ricevuto sul
capo un catino d'acqua gelida e poi pensò con furore e paura: "Quel gallo é più temibile
d'un iceberg, finivà che affondevemo!"




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cap 12 Come Ilia Ossipovic seppe della Rivoluzione d'Ottobre

Ludmila Ostrovskaia aveva aspettato ansiosamente che quella turba di gente lasciasse
l'edicola, quando chiuse la porta di vetro alle spalle dell'ultimo marinaio, tirò un sospiro
di sollievo, guardò attraverso la vetrina gli sgraditi visitatori che si allontanavano e poi
si diresse nel piccolo bagno. Col manico dello spazzolino da denti picchiò tre sommessi
colpetti sul rubinetto del lavello: 'tin! tin! tin!' che voleva dire "Attenzione!" Dopo
pochi secondi si udì la risposta: 'tin! tin!' cioè: "Ricevuto." A rispondere era stato il
padre di Ludmila, il vecchio Maxim Nicolai Ostrovskji il quale si trovava nel
sottostante 'covo rivoluzionario'. Era in compagnia di cinque insolite persone la cui età
complessiva raggiungeva circa cinque secoli: Otello Lebedieff, René Lagrosse, Emma
Falstromm, Ivo Orsini e Victor Anatoli Rozzienko. Tutti costoro erano incalliti
rivoluzionari benché di tendenze e sfumature diverse: anarchici, comunisti, bolscevichi,
trotzkisti e socialdemocratici, ma nonostante queste diversità condividevano un longevo
e collaudato sodalizio rivoluzionario e anche la clandestinità a bordo del Mariskojie che
durava da diversi anni. Si conoscevano da quasi tre quarti di secolo, s'erano incontrati
nella temperie rivoluzionaria europea della loro gioventù e da allora di lotta in lotta
erano divenuti amici inseparabili nonché polemisti litiganti impareggiabili. Raccontare
le loro vite nobilmente avventurose sarebbe impresa enciclopedica, ci limiteremo a
riferire che i nostri amici vivevano in quella specie di scantinato dimenticato da vari
anni, cioè da quando si erano segretamente imbarcati convinti che le loro trame
sovversive stessero per essere scoperte dalla gendarmeria controrivoluzionaria
internazionale.
Con Quella mossa risoluta avevano fatto perdere le loro tracce non solo a qualche
ostinato agente della polizia politica prussiana o zarista, loro coetaneo, ma soprattutto
agli impiegati degli istituti previdenziali di mezza Europa che così risparmiarono
l'erogazione delle rispettive pensioni di anzianità. A parte questi ultimi, pochi s'erano
accorti della loro sparizione. Ora continuavano, nella condizione della clandestinità, a
insidiare l'imperialismo, il militarismo, il neofascismo con i loro arditi ideali di
uguaglianza, fratellanza e giustizia universale e con i loro proclami. La propaganda
rivoluzionaria era la loro attività principale. Erano riusciti con vari stratagemmi a
imbarcare nascostamente sul Mariskoje una intera tipografia. I voluminosi macchinari,
smontati minutamente e imballati ingannevolmente in casse di pesce salato, erano poi
stati nuovamente assemblati laggiù nello scantinato e messi in funzione per la stampa di
materiali di propaganda politica. La diffusione e lo smistamento di manifesti e opuscoli
si avvaleva di una rete internazionale di gruppi rivoluzionari nonché di sistemi insoliti e
disparati. Lo stratagemma più in uso negli ultimi anni consisteva nell'imbarcare a
Marsiglia casse di salami austriaci, che pervenuti nel covo venivano liberati dai budelli
che li avvolgevano, quindi i materiali stampati, accuratamente arrotolati venivano
insaccati nelle pelli dei salami, imballati e poi sbarcati nei porti di destinazione. Questo




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stratagemma comportò un bizzarro inconveniente: i manifesti e i volantini così
confezionati emanavano insieme ai proclami politici anche un discreto odore di salumi,
sicché era frequente, tra la meraviglia dei passanti, vedere gruppetti di cani randagi o
gatti gli uni accanto agli altri che concordata una tacita tregua associavano gli olfatti
rispettivi e chissà scambiavano ottimistiche previsioni gastriche mentre sostavano in
languida e contemplativa attesa davanti ai manifesti rivoluzionari. Qualche viaggiatore
straniero rimaneva favorevolmente colpito nel vedere coi propri occhi quanto alto fosse
divenuto il grado di istruzione in quei paesi dopo la sconfitta del colonialismo.
"E' stupefacente, amico mio non ho mai visto qualcosa di simile da noi... eppure
l'Inghilterra... l'istruzione... la civiltà... ma non mi sarei mai aspettato... eeeh l'oriente é
stupefacente!" "Bah! Sentite caro Mac Callog, che volete, da noi questa roba é superata,
si sa, vedete? Manifesti rivoluzionari, bolscevichi persino! Incitamenti alla lotta di
classe, alla liberazione dal dominio del capitale! Non so... questo interessamento da
parte di questa gente... cioè voglio dire di questi cani, gatti... non so, é certo strano..."
Il sistema era ottimo, tuttavia il valore della colesterolemia là nello scantinato era ormai
salito a una spanna dal soffitto.

"Mettono la nave a soqquadro, stanno cercando un gallo che é scomparso... non so
altro. Tutti lo cercano, dappertutto lo cercano!" Riferì il vecchio Ostrovskji. "Questo
potrebbe portarli a scoprire il nostro covo... bisogna che i nostri scovino quel gallo
prima che la gendarmeria scovi noialtri!" Concluse Rodzjianko e andò a spegnere le
macchine da stampa. Quelle tacquero dopo qualche pietoso cigolio. Anatoli sedette su
un pacco di giornali freschi di stampa e stette pensoso a guardare i macchinari.
Quell'acciaccata tipografia, prima di essere installata sul Mariskoje si trovava ad
Antiochia di Siria; là il gruppo aveva fondato una cooperativa ortofrutticola denominata
"Fave e pisello" che malcelava l'attività politica rivoluzionaria, infatti ebbe breve vita a
causa dei morbosi sospetti della buoncostume, sicché dovettero chiudere baccello. Ne
fondarono una seconda, di imbianchini e decoratori, denominata 'Calce & Pennello'. Si
erano installati in un vecchio casolare nei pressi del mercato generale e l'attività
ufficiale si svolgeva al piano terra. Secchi, pennelli, scale, stucchi e colori, spatole,
raspini e tempere occupavano il locale insieme all'ufficio amministrativo. Tutto era
apparentemente normale e regolare ma nella sottostante cantina le macchine
tipografiche ruggivano affannosamente. L'attività di stampa cominciava non appena il
clamore del vicino mercato raggiungeva i decibel sufficienti a coprire il dolorante
fragore delle vecchie e tribolate macchine da stampa. L'attività della cooperativa si
svolse tranquilla, fiorente e insospettata fino a quando Otello Lebedieff che era
daltonico, verniciò di rosso la facciata del locale ufficio postale. Le cose andarono così:
la cooperativa aveva ottenuto quel vantaggioso appalto grazie alle buone referenze che
s'era in breve guadagnata un po' per meriti effettivi e un po' per il buon cuore della gente
e anche per l'inclinazione, un po' orientale, a meravigliarsi e a millantare capacità o




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qualità del tutto ordinarie. Poi quella compagine stravagante e così promiscua di
imbianchini stranieri aveva per tutti un fascino che seduceva, suscitava simpatia e
curiosità. Di fatto l'edificio che ospitava l'ufficio postale era bello e maestoso: un
miscuglio di stili architettonici, di oriente e occidente, di arabo e greco; benché
costituito da un solo piano era molto alto, col tetto a due spioventi rivestito di ardesia
grigioverde, colonne di marmo bianco con sottili striature perlacee sormontate da
capitelli corinzi dai quali le spinose foglie di acanto ricadevano mollemente in basso,
archi tondi o acuti sulle finestre e le porte; il tutto conferiva all'edificio un aspetto di
bizantino eclettismo, solenne e armonioso.
Sulla scalinata che correva tutt'intorno all'edificio sostavano ragazzini che vendevano
semi tostati e nocciole, studenti che vendevano i giornali o barattavano libri. All'ombra
del porticato anziani venditori dalle lunghe barbe bianche e grigie mostravano su stuoie
e tappeti colorati, pipe e tabacco, spezie rare e profumi, donne d'ogni età preparavano su
fornelli a carbone bevande calde e cartocci di riso speziato e kus-kus.
Dunque un giorno il daltonico Otello Lebedieff, arrivò di buon ora davanti all'ufficio
postale con scala pittura e pennelli e si diede di buona lena a pitturare di rosso il
frontone dell'edificio, ma lui era convinto di pitturarlo di bianco. Era già a buon punto,
quasi tutto il timpano compresi triglifi, cornici e metope brillavano vermigli ai raggi del
primo sole mattutino e alcuni piccioni passeggiavano curiosando sul bordo del tetto,
quando Lebedieff s'accorse dei numerosi nasi rivolti all'insù e delle relative facce
perplesse o divertite, ma non vi diede peso e continuò il lavoro. Di lì a poco però, il
direttore dell'ufficio postale, Mohammed Alim Timbruti, avvisato di quanto accadeva
da un fattorino, uscì in strada seguito da uno sciame di impiegati curiosi e sfaccendati
per guardare la facciata dell'edificio e dopo alcuni istanti di incredulità e stropicciatosi
ben bene gli occhi assonnati pronunciò a fil di voce, come se parlasse a se stesso,
parole di sbigottimento e poi progressivamente mutò tono e volume della voce variando
dal guaìto al latrato e infine andò su tutte le furie batteva il palmo d'una mano sulla
fronte e pestava i piedi per terra stando flesso sulle gambe, poi si drizzò e mise le mani
a megafono: "Ei voi! Venite giù di là! tanghero che siete!" L'imbianchino, ma meglio
sarebbe l'inrossino, non capiva e faceva vaghi cenni col capo e l'altro ancor più s'infuriò:
"Bestione! Venite giù! Basta, smettete questo orrore! Tanghero d'un tedesco che siete!"
Il direttore per una stramba abitudine dava del tedesco a chiunque non gli garbasse. Per
tutta risposta Otello Lebedieff guardò di sotto, annuì non si sa a che e persino agitò, a
mo' di saluto, la mano che impugnava il pennello grondante di vernice, dei grossi
goccioloni caddero spiaccicandosi e degli schizzi raggiunsero le scarpe ben curate e i
pantaloni eleganti del direttore. Fu allora che il Timbruti afferrò la lunga ed esile scala
in cima alla quale era appollaiato Otello Lebedieff e prese a squoterla urlando a quello
di sopra: "Basta! Basta! Tanghero venite giù! Manigoldo! Vigliacco burlone!" Alcuni
impiegati tentavano di calmarlo e di trattenerlo dall'insano proposito di sferrare un
calcio alla scala e di far precipitare l'imbianchino.




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Quando gli altri della cooperativa arrivarono sul luogo del misfatto il direttore Timbruti
stringeva in una mano il bavero della casacca da lavoro di Lebedieff e di tanto in tanto,
a seconda della concitazione del velenoso rimbrotto che stava somministrando al russo,
con intensità, ampiezza e vigore variabili imprimeva strattoni al bavero che si tirava
dietro la casacca che conteneva il Lebedieff la cui faccia dondolava in un'espressione di
sorpresa. "E così per voi non c'é nulla di strano?! O avete scambiato il mio ufficio per
una macelleria?! Eh? Rispondete tanghero! Che v'é saltato in mente di pitturare di rosso,
che scherzo é questo! Rispondete bestione rincitrullito!" Emma Falstromm, sempre
dotata di senso pratico e spirito di iniziativa, si frappose tra i due per placare Timbruti e
salvare Lebedieff da guai peggiori. "Non capisco che cosa ci troviate di strano... ecco
non so..." continuava Lebedieff e con ciò rinfocolando l'ira del Timbruti; Emma zittì
Lebedieff con un vigoroso e preciso colpo di tacco negli stinchi. "Vi prego Calmatevi
direttore, scusate rimedieremo... é stato un errore... perdonate prego" così diceva Emma
Falstromm togliendosi il cappello di fogli di giornale e sventolandolo a mo' di ventaglio
per farsi aria. Intanto una nutrita folla di passanti, bambini e donne, negozianti accorsi
dal vicinato, bancarellari e venditori di datteri e the s'era radunata davanti all'ufficio e
guardava e commentava a gran voce. Victor Anatoli rozzienko e gli altri intanto
tentavano di rimediare imbiancando con la calce gli stipiti delle porte e delle finestre
sicché l'effetto cromatico migliorò. "Ah bene! Così va proprio bene, questa é buona
cosa Mohammed Alim Timbruti! Sì proprio buona cosa, ma che dico, eccellente,
eccellentissima cosa! Già! Sarà più facile trovare il vostro ufficio, vi si noterà da ben
lontano! Eh sì vi si vedrà vi si vedrà certo! Così vi si vedrà già fin dal deserto, fin dalla
pista di Al buièk! Già! Proprio così!" dissero alcuni cammellieri e carovanieri
congratulandosi col direttore; altri tra gli astanti espressero approvazione per la novità, i
bambini strillavano contenti e battevano le mani. "Ah che bella trovata! Che buon
gusto! Permettete congratularmi eccellenza, caro Moammed Alim Timbruti, proprio un
bel lavoro, una bella idea!" Disse lo sceicco Omar Muktar Al Califf, facoltoso
commerciante e mecenate di Tripoli rivolgendosi al direttore. Intorno allo sceicco si
fece largo e silenzio, il direttore diventò rosso in viso, ma non ad opera di Lededieff,
balbettò saluti e ringraziamenti e s'inchinò a baciare le mani dello sceicco che con gesto
plateale mise del denaro nelle mani del Timbruti: "Bravo, bravo, questo é l'oriente, buon
gusto ci vuole, bravo!" Alcuni bottegai gli fecero coro. A quel punto il direttore mutò
rapidamente la collera in nuovo stupore e poi in compiacimento e allegria vanitosa.
"Beh! Vedete é merito dei nostri amici, ecco" indicando gli imbianchini, "Grazie a loro!
Beh é vero l'idea é stata la mia... però ecco grazie a loro, bravi bravi!" E ora batteva
affettuosamente sulla spalla di Otello Lebedieff. Lebedieff di nuovo non capì nulla ma
si tenne a distanza da Emma Falstromm temendo un altro proditorio calcio negli
stinchi. Ivo Orsini nel frattempo aveva dipinto sull'arco della porta principale una mezza
luna islamica d'un color giallo che odorava di violette, in vero la mezza luna somigliava
di più a una falce, poi nel concavo vi aveva dipinto una colomba bianca che recava nel




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becco una lettera con francobollo e timbro postale , ma non era riuscito a trattenersi
dall'aggiungere anche un martello. Quando l'opera fu completa un'ovazione entusiastica
si levò dal pubblico, applausi scrosciavano, ricchi mercanti di pelli e tappeti pregiati si
congratulavano con gli imbianchini e col direttore, decine di mani festose offrivano a
tutti frutti, focacce e coppe di the; Mohammed Alim Timbruti era in brodo di giuggiole
e dissimulava con ampi inchini orgoglio e vanità: "Grazie... grazie! Beh che volete... é
una cosuccia... Sì é stata una bella idea... grazie! Sì, beh una cosuccia, una cosuccia
grazie, ancora grazie!"
Dopo quella vicenda la cooperativa 'Calce & Pennello' si guadagnò in pochi giorni
notorietà e reputazione invidiabili; tuttavia ciò era indesiderabile per una società
segreta: molti clienti e molto lavoro impedivano l'attività politica clandestina ed
esponevano al rischio d'essere scoperti.
"Accidenti a voi Otello Lebedieff! A causa vostra ora diverremo famosi quanto la
cantante Oum Khorsoum!" Rimproverava Rodzienko. I baffi obliqui di Otello Lebedieff
si disposero orizzontalmente stirati da un incontenibile sorriso di compiacimento per
l'accostamento a Oum Khorsoum! La voce più melodiosa e affascinante mai udita, la
più amata e venerata, dalle montagne dell'Atlante fino a Bagdad! La gente diceva che
persino gli usignoli si zittivano per ascoltarla con commosso rapimento.
Quando ai numerosi clienti o ai semplici ammiratori, si aggiunsero ai visitatori della
'Calce & Pennello' anche agenti del fisco e qualche poliziotto, gli imbianchini divennero
sospettosi, diffidenti e coi nervi a fior di pelle e questo era causa di equivoci e fraintesi.
"Sua eccellenza il commissario direttore generalissimo Mustafà Shalom vorrebbe farvi
visitare le nostre carceri..." Aveva detto con tono trionfale un emissario del direttore
delle carceri cittadine. Gli imbianchini rabbrividirono. "...il direttore vuole imbiancare a
nuovo tutto l'edificio!"
Renè La Grosse si riprese per primo, "Le carceri eh?" "Già proprio le nostre carceri cari
signori! Sicuro, sicuro, sua eccellenza mi ha incaricato di riferirvelo. Se volete favorire
per un sopraluogo... sua eccellenza sarà felice di ospitarvi!" L'ambasciatore di Mustafà
Shalom notò sulle facce degli imbianchini inspiegabili espressioni di turbamento e
imbarazzo. Poi s'era accostato sorridente a Renè La Grosse e a bassa voce, ammiccando
gli aveva sussurrato in un orecchio: "E che c'é?! Suvvia é un grosso affare... parola...
parola...!" E dando col gomito nel fianco di La Grosse aveva aggiunto: "Guadagnerete,
guadagnerete molto! Vedrete, vedrete signori miei! Sua eccellenza non bada a spese! Vi
sistemerà ben bene vedrete, vedrete!" "Ci offre ospitalità eh? Ma che bravo! Ci
sistemerà ben bene eh? Nelle carceri eh? Ma guarda che roba doveva capitarci!" Disse
Emma Falstromm. Rozzienko s'avvicinò all'impiegato, gli pose una mano sulla spalla e
disse sbrigativo: "Molte grazie a voi e a sua eccellenza, ringraziate prego ringraziate di
cuore! Andate, andate pure prego, riferite che al più presto saremo da voi, oppure al più
tardi, fate voi, é lo stesso ecco, ma ora favorite... andate, andate per favore e grazie
proprio grazie!" "Che il diavolo se lo porti lui e le sue carceri! Albergatore perverso e




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malvagio, che gli venga un colpo a quel tanghero!" concluse Lebedieff sicché decisero
ch'era venuto il momento di far fagotto e in poche ore smantellarono la base segreta e
scomparvero uscendo dalla porta secondaria, solo la menzognera insegna 'Cooperativa
Calce & Pennello' rimase ancora per un certo tempo a ingannare i passanti.

Il covo, come s'é detto, era una sorta di lungo scantinato e si trovava nella parte
profonda dello scafo. Le pareti del locale erano percorse da numerose tubazioni d'ogni
specie, disposte in direzioni verticali, oblique o orizzontali, qua e là negli angoli, sul
pavimento o al soffitto, di tanto in tanto, ronzavano motori elettrici, sbuffavano
compressori d'aria, pompe idrauliche trasudavano olio o acqua, facevano bella mostra
di sé persino un generatore di Van Der Graaf e il diavoletto di Cartesio per la
dimostrazione della pressione idrostatica, un rocchetto di Rumchorf e i due princìpi di
Kirkoff, poi dinamo e alternatori, motori trifase e monofase a condensatore con indotto
a gabbia di scoiattolo (o di pappagallo) si contendevano elettroni e campi magnetici,
dalla boscaglia di tubazioni spuntavano come funghi volantini, leve e maniglie.
Polverosi manometri, ticchettavano gocciolanti contatori a numerini colorati,
bocchettoni di tutte le dimensioni soffiavano o aspiravano aria, sbuffi di vapori
variamente colorati apparivano come pennacchi tra il macchinario, centinaia di
strumenti di misura: amperometri, manometri e piedometri, voltometri, wattometri,
metri a rullino compassi, calibri ventesimali, nonio micrometrico, stadere, decalitri,
livelle a bolla, teodoliti, filo a piombo, cosfimetri, oscilloscopi, cinescopi, colposcopi,
microscopi, stetoscopi, pocoscopi, magnetometri, sfigametri culombmetri, capacimetri,
bilance pesapersone, metri da sarto, goniometri e squadrette a cappello, tachimetri e
contakilometri, igrometri e barometri, perimetri e melimetri, anguriometri e
pannocchiometri, parchimetri, hotèlmetri e mètre d'hòtel, grattacielmetri, metropolitane
e kilopolitane, contapassi contatori e contamucche, contaballe, contagi e
contaminazioni, contabili e contadisabili, contanti o in pochi ma mai a credito,
contascatti, contadini, container, con tatto o rozzamente contagocce, termometri e
pirometri dell'Inquisizione, camera di Kirlian con bagno in comune, camera di Wilson
senza doccia, sismografi, anemometri, metronomi e metronomignoli, otofoni,
pluviometri, gasometri, cronografi fonografi, paragrafi e capitoli, gattimetri e topimetri
(installati a opportuna distanza), caleidoscopi, segnalibri, segnalatori ottici e acustici,
segnali di fumo e tam-tam, segnatempo, passafili, passacavi, passacaglia e
passaverdure, passavivande, passaporti, passaparola, passatempi, registratori a pennino,
registratori di cassa, registri scolastici, astutometri e fessometri, spettrografi
fantasmagorici, scolabrodimetri, mozzarellometri, cannocchiali, periscopi e occhi di
vetro per protesi oculistiche controllavano e regolavano non si sa come e che cosa.
Malgrado questo ambiente non proprio salubre, i nostri amici, tutti esperti di una
qualche disciplina tecnica, s'erano ingegnati a rendere quel luogo abitabile e persino
intimo. Emma Falstromm era stata da giovane operaia metalmeccanica e aveva




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acquisito in lunghi anni di duro lavoro competenza e abilità in meccanica,
elettrotecnica, idraulica e chissà che altro, così s'era dato un gran da fare
nell'allestimento del covo. In un angolo in fondo allo scantinato, verso poppa, era
riuscita a ricavare un bagno munito di doccia e vasca. Aveva ricavato l'acqua calda
prelevando vapore surriscaldato da un grosso tubo orizzontale accostato alla paratia, il
vapore a duecento gradi centigradi attraversava una serpentina di tubo di rame immersa
nell'acqua contenuta da un bidone di latta che fungeva da scambiatore di calore.
Solitamente il congegno mitigava fino a temperature umanamente sopportabili il calore
dell'acqua, ma a volte un indesiderato e proditorio bagno turco sorprendeva il
malcapitato intento alle pulizie personali. Allora una fitta e densa nebbia iper
equatoriale avvolgeva tutto e un acre odore di sapone di Marsiglia e di pollo lesso si
diffondeva all'intorno. Sulla tubazione del vapore era ricavato anche uno
stendibiancheria per asciugare i panni, inoltre alcune piastre metalliche in contatto
diretto col tubo fungevano da fornelli e stufa per l'inverno. Ma in realtà laggiù non
esistevano stagioni terrestri. Quando la canicola, prodotta dal surriscaldamento dei del
vapore, era particolarmente insidiosa i nostri amici migravano all'altro capo del locale
addensandosi contro la paratia che li separava dagli adiacenti locali frigoriferi della
cambusa mentre una ventola li soccorreva tentando di spingere fiotti di aria gelida,
meno quaranta gradi, verso la zona torrida, ma a volte insinuandosi maldestramente,
come una proditoria bastonata, nelle reni ossute dei rivoluzionari. Insomma il clima di
quel posto non era propriamente salubre, soprattutto non era possibile, neanche al
miglior meteorologo, fare previsioni poiché, sia il passaggio del vapore surriscaldato
che l'accensione dei refrigeratori, dipendevano da termostati incorruttibili e
imperscrutabili, freddi o caldi comunque indifferenti alle passioni e alle temperature
umane. Questi termostati, della cui esistenza nessuno dubitava erano inarrivabili,
temuti e venerati, maledetti e implorati come fossero moderne divinità tecniche-
olimpiche. I cinque erano perciò alla mercé della termodinamica che era divenuta per
loro quasi una nuova teologia. Infatti i dibattiti più accesi si svolgevano piuttosto che su
argomenti politici su principi e leggi della fisica: Carnot, Gay-Lussac, Avogadro o
Boyle e Mariotte venivano citati quanto, o ancor più, Marx, Lenin, Bakunin e
Kropotkin. La necessità li spinse ad affrontare studi accademici in materia di fisica,
termologia, tecnologia delle costruzioni navali eccetera, centinaia di fogli cosparsi di
calcoli, diagrammi con parabole, iperboli e curve adiabatiche, isobariche e cicli
termodinamici furono prodotti alacremente, alcuni di loro si può dire raggiunsero una
erudizione professorale in varie discipline scientifiche.
Questo é comprensibile, di fatto a una distanza di poco più di una dozzina di metri,
tanto era lungo lo scantinato, si fronteggiavano climi opposti: verso poppa un clima
equatorialetorrido-desertico-avvoltoico e, verso prua un clima antarticoglacial-
pinguinico. Ma questo non é tutto. Poteva infatti accadere che per insondabili cause i
surgelatori si spegnessero mentre nel contempo il tubo infernale arroventasse




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imperterrito l'aria, o al contrario che cessasse il flusso del vapore e si accendessero i
surgelatori, sicché le sorti dei nostri oscillavano tra la morte per assideramento o per
arrostimento. In più s'aggiungeva a questa durissima situazione anche la mutevolezza
repentina e imprevedibile del clima. Il nostro club di vetusti giacobini aveva però fatto
lunga esperienza e solo la loro innegabile tempra di incrollabili rivoluzionari li aveva
fatti resistere e sopravvivere a simili e irripetibili condizioni climatiche e con ciò messo
a dura prova le più aggiornate teorie darwiniane sulla selezione naturale. I primi tempi,
allorché si manifestavano calura vulcanica o freddo siderale, s'erano dati alla fuga
risalendo la ripida scaletta a chiocciola che li portava nel bagnetto di Ludmilla ma
questo era troppo rischioso: avrebbero potuto scoprirli. A scoraggiarli dalla fuga
concorse anche lo stato di avanzato deterioramento di articolazioni e giunture ossee
nonché popliti dolenti. Per questa funesta diagnosi non furono necessarie radiografie o
altro: già al secondo scalino della scala a chiocciola i lamentosi scricchiolii e i sordi tac
tec tic toc tuc emessi da rotule e femori diedero loro piena consapevolezza dell'avvilente
situazione ortopedica, sicché desistettero dalla fuga. Pure avevano tentato di metter
mano ai volantini, alle manopole e alle leve delle innumerevoli valvole che
governavano l'arcano traffico dei fluidi all'interno dei tubi, ma tutto fu inutile o a volte
anche dannoso e anche a questo infine rinunciarono. Così pian pianino s'erano adattati a
quell'impervio luogo.
Per prima cosa avevano concentrato "l'arredamento" nella zona centrale dello
scantinato, la cosiddetta 'fascia temperata'. Lì erano posti il tavolo degli scacchi, il
tavolo da pranzo e ai lati dei letti a castello, alcune casse di legno facevano da sedie, le
macchine tipografiche, la carta da stampa e vario altro materiale era sistemato in ogni
dove in bell'ordine e al riparo dalle intemperie. Molte grucce erano appese tutt'intorno
per avere a portata di mano, all'occorrenza, maglioni, cappotti, sciarpe, stivali di feltro,
calzettoni di lana, guanti e colbacchi e anche ombrelli, impermeabili, mantelle cerate
tute mimetiche, scafandri e boccagli, costumi da bagno, ombrelloni e olio solare poiché
accadeva che un brusco calo della temperatura condensasse rapidamente il vapore
sospeso sull'alto soffitto dando luogo a vere e proprie precipitazioni tropical-torrenziali,
persino grandine e neve, tifoni, burrasche e alluvioni non erano mancati nel repertorio
meteorico dello scantinato. Altresì accadeva che la calura afosa e soffocante
costringesse tutti alla nudità. In questo caso i nostri non mancavano di scambiarsi
occhiate maliziose, gli occhi dei maschietti si appuntavano sgranati da una nostalgica
lussuria sulle vestigia delle grazie di Emma che un po' lusingata e un po' civettuola
diceva loro: "Beh? Compagni non avete mai visto una donna nuda? Eh?" E poi
compiaciuta di sé esibiva un radioso sorriso un po' a scacchiera a causa di qualche
defezione dei suoi denti. Gli amici allora la solleticavano e le tiravano qualche tremante
pizzicotto, tutti ridevano scambiavano battute blandamente oscene, Otello Lebedieff,
che era più incline agli amori maschili che a quelli femminili, accarezzava teneramente
il petto, villoso e canuto da sembrare una canottiera di pelle d'orso , di Victor Anatoli




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Rozzienko. Quando erano di buon umore si spingevano persino a licenziosi raccoti di
memorie giovanili o di barzellette erotiche e storielle pepate forse col segreto intento di
resuscitare remoti e appassiti desideri amorosi.
Ludmilla inviò un altro segnale 'tin! tin! pausa Tin! tin!' che discese lungo il tubo fin là
sotto. Allora Maxim Nicolai Ostrovskji brancolando nel buio s'avvicinò al tubo e batté
il segnale di risposta. Tutti tirarono un sospiro, chi catarroso chi asmatico, di sollievo e
riaccesero le candele e le lampade elettriche poiché il coprifuoco era terminato. René La
Grosse starnutì per primo e poi seguirono colpi di tosse e raschiamenti di gola in tutte le
tonalità e combinazioni armoniche comprese tra il do maggiore e il la minore, alcuni
appassionati delle 'blue notes' provarono emissioni in mi e si bemolli. Maxìm Nicolai,
che essendo il più giovane veniva chiamato 'il ragazzo', riprese il suo posto al tavolo
degli scacchi per continuare la partita con Lebedieff.
Da circa due ore il clima si era stabilizzato su temperature primaverili, tanto che Emma
aveva dato da bere a tutti fiori che era riuscita a coltivare dentro secchi e lattine
arrugginite, concimava la poca terra disponibile con gli avanzi dei pasti opportunamente
trattati e compostati e aveva per le piante amorevoli cure, come anche per le persone.
Una passiflora era venuta su particolarmente rigogliosa, a causa delle repentine
mutazioni climatiche i fiori sbocciavano e appassivano con frequenza straordinaria
quasi come l'accendersi e lo spegnersi delle lucine dell'albero di natale. Ma oltre ciò era
riuscita a ottenere piccole piante grasse, anemoni marini, prezzemolo, coriandolo, salvia
e rosmarino, origano e peperoncini piccanti di cui andava fiera.
Lo scantinato comunicava tramite una porta con la cambusa della nave. Questa porta a
causa di un errore o una distrazione nell'immagazzinamento era stata ostruita e celata da
centinaia di casse di vini e liquori ammassate ordinatamente nella gigantesca cambusa,
ormai dopo tanti anni nessuno ricordava più quella porta. Quando i nostri amici
aprirono la porta si trovarono davanti una parete di bottiglie a loro familiari, ben
sistemate in robuste casse di legno. Un varco così ostruito non poteva resistere a lungo,
neanche se fosse stato presidiato da Epaminonda in persona. René La Grosse era stato
minatore nelle Asturie e poi partigiano in Italia, vantava di aver partecipato alla banda
di Silvio Corbari così come Otello Lebedieff vantava d'aver conosciuto John Reed a
Mosca, motivo questo per interminabili contese storico-geografico-politiche, ma a parte
ciò Renè, con indiscussa abilità, sottraendo bottiglia dopo bottiglia, cassa dopo cassa da
quella insperata montagna alcoolica, aveva condotto i lavori di scavo realizzando una
vera e propria galleria, sistemando puntelli, travi e contrafforti, sicché avevano ottenuto
una possibile via di fuga ma soprattutto una prosperosa via delle Indie per la quale
transitavano vettovaglie e materiali d'ogni sorta.
I rivoluzionari s'accingevano a cenare, un po' riluttanti perché avevano sempre da
smaltire qualche chilo di salami, quando un sordo tonfo si udì provenire dalla zona
'emisfero australe'. All'infuori di Ivo Orsini, tutti puntarono occhi e orecchi in quella
direzione. Victor Anatoli ed Emma raggiunsero il luogo da cui era provenuto il tonfo




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provocato dall'arrivo di Ilia Ossipovic che ora giaceva svenuto sotto la bocca di un
grosso tubo che scendeva dall'alto. Lo stupore fece ammutolire tutti.
Ostrovskji passò tra una macchina da linotipia e un ciclostile si chinò per raccogliere il
pennuto che sulle prime sembrava morto. "E' ancora vivo, dev'essere solo svenuto!" Di
lì a poco una posticcia sala di rianimazione era in piena attività. Ilia Ossipovic veniva
amorevolmente massaggiato e pettinato dalle dita di Emma Fallstromm, altri si
occupavano di strofinare la cresta e il bargiglio con vodka o di mettere sotto il becco un
bicchiere di aceto rosso, Otello Lebedieff lo teneva per le zampe e gli massaggiava le
cosce. Infine Ilia Ossipovic rinvenne ed emise un timido e flebile verso: quasi un
mugugno. Quando ebbe ben riaperto gli occhi e gettato una rapida occhiata intorno si
sentì raggelare poiché si trovava supino sulla tavola ancora imbandita con bicchieri,
piatti e posate sicché pensò che fosse giunta, infine per lui, l'ora del più temuto invito a
pranzo in qualità di secondo piatto, notò rabbrividendo alcune candele disposte qua e là
sulla tovaglia e gli parve la sua camera ardente, gli sembrò di assistere al suo stesso
funerale o di essere già all'inferno come accadde a Voltaire quando il suo letto di
moribondo prese fuoco. Un po' si ricredette quando Victor Anatoli cautamente lo
accarezzò sul collo e disse: "Coraggio fratello sei tra amici!" Poi pensarono di
rifocillarlo e Ilia Ossipovic cominciò a respirare più tranquillamente. Gli misero davanti
una ciotola di vetro colma di orzo e mais tostati, semi di zucca salati, olive in salamoia,
acini di coriandolo e foglioline secche di rosmarino con un pizzico di peperoncino
tritato e anche una tazza di acqua di seltz e una con more di gelso in anice. Ilia
Ossipovic annusò quelle delizie e pensò amareggiato che si trattasse di una cinica
gentilezza o dell'ultimo pasto del condannato a morte. Ma poi spinto dalla fame, dalla
golosità o da una opportunistica rassegnazione cedette alle lusinghe di quel pasto e si
diede a beccare con foga e grande appetito. E' giusto dire che s'ingozzò a più non posso
e inoltre l'anice gli diede alla testa sicché satollo e un po' alticcio s'addormentò di colpo
là al centro della tovaglia.
I rivoluzionari ripresero posto intorno al tavolo e l'importante consulto riprese aggravato
dal nuovo straordinario evento. Ilia Ossipovic steso su un fianco, con un'ala che gli
copriva la testa, russava alla grossa.
"Dobbiamo liberarci di costui oppure avremo addosso tutti i suoi inseguitori oppure..."
"mettiamo ai voti la deliberazione di allontanarlo da qui, anche se questo comporterà
per il gallo qualche problema."
Dopo alcune considerazioni compassionevoli e commoventi sulla situazione del gallo e
sul dilemma morale di ognuno, la tragica decisione di deliberare fu presa col solito
metodo 'bourbon'. Questo consisteva nel disporre sul tavolo sei bicchierini del noto
wisky americano, si votava a favore vuotando un bicchiere oppure i contrari si
astenevano dal bere. Com'é presumibile le deliberazioni venivano formulate in modo
che non si ricordava nessun voto contrario o un'astensione. Così fu anche quella volta.
Dopo quella pilatesca sentenza Ilia Ossipovic fu rispedito di sopra attraverso la porta




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segreta della cambusa.




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cap 13 Come fu che Ilia Ossipovic si guadagnò, a sua insaputa, le simpatie del
proletariato

 In quel momento Antòn Calabròn, e Oscar Gianninzero, come s'é detto, due brillanti
giovanotti plurilaureati, economisti, giornalisti, affaristi intraprendenti e spregiudicati,
si trovavano nella parte poppiera del Mariskojie dove fronteggiavano i viaggiatori di
seconda e terza classe in una chiassosa discussione con quella gente che in massima
parte erano contadini, braccianti con le loro famiglie numerose, lavoratori stagionali ed
emigranti che andavano a guadagnarsi duramente il pane con la mietitura del frumento,
la raccolta dei pomodori e della frutta, la potatura e la pulizia dei boschi padronali o col
lavoro nelle fabbriche.
La discussione tra gli economisti e quel popolo di diseredati era sorta a causa
dell'aumento del prezzo del biglietto d'imbarco, poiché l'armatore aveva preteso un
surplus del prezzo in ragione del bagaglio che ognuno recava con sé: "Signori vi prego
dovete capire... ammettete che il bagaglio é pur sempre un ingombro, un peso da
trasportare, un carico in più, dunque anche un costo per l'amministrazione... del resto
forse che voi, Stanislao Danilo Danilovic, quando trasportate col carretto quel che
capita, forse che non date del fieno al vostro asino? eh? Che dite? Non glielo date il
fieno?" Argomentava Antòn Calabròn tentando di sovrastare le voci di protesta del
pubblico numeroso.
"Ma che capire e comprendere, smettetela di cianciare Antòn Calabròn! E anche voi
Oscar Gianninzero! Siete dei ladri ecco cosa siete! Far pagare anche il piccolo bagaglio!
Forse che non lo sapete cos'é il nostro bagaglio? Eh? Stracci e miseria é il nostro
bagaglio! La fame dei figlioli! Ecco cos'é. O forse volete farci pagare Per quattro
pentole, le falci e gli attrezzi che ci portiamo dietro per poter lavorare eh?" "Signori! A
noialtri dice signori! Qui si dorme sul assito, senza neanche un po' di paglia per giunta e
finomai lui ci chiama 'signori'. Ah bugiardo! I signori siete voi e noialtri ci trattate
come servi della gleba, così stanno le cose! Vergognatevi! Ancora far pagare il
bagaglio che qui non s'é mai pagato! Furfanti siete!" " O che forse pensate che noialtri si
vada di là per la villeggiatura come fate voialtri? E che non lo sapete, non si vede per
l'appunto dal nostro bagaglio che noi si va a lavorare? A sputar sangue e sudore per voi
ricchi? Eh che dite?" "E ora abbiamo saputo che mettete la nave a soqquadro per
ritrovare un gallo che non ha pagato il biglietto!" "Se fosse stata una pollastrella di
quelle che piacciono a voi non avreste fatto tanto trambusto eh?! Vergognatevi! Far
pagare anche per un gallo!"
 I lavoratori s'infervoravano e i due economisti faticavano a tenerli buoni, si davano un
gran da fare a rispondere alle loro obiezioni escogitando un bel parlare tra sorrisi
affettati: "Sciocchezze! Non dite sciocchezze e ragionate da cristiani, ammettete che
oggigiorno c'é libertà e benessere, noi liberi imprenditori, voi liberi lavoratori! Questo é
il libero mercato... e questo signori fa bene a tutti, c'é produzione, ricchezza, benessere




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per tutti... s'intende purché non si litighi tra noi s'intende, che non si metta il bastone tra
le ruote, non si faccia confusione, non si faccia disordine, ognuno stia al suo posto e
vedrete che andrà bene per tutti, vedrete..."
Dalla folla si levavano imprecazioni, insulti e voci variamente dissenzienti: "Ma che
ricchezza e ricchezza! A chi volete darla a bere Antòn Calabròn! Qui di ricchi ci siete
solo voi padroni! Padroni di tutto siete!" "Purché ognuno stia al suo posto dice! Eh già!
E perché ogni tanto non scambiar di posto eh? Perché non venite voialtri a piegare la
schiena eh? E noi magari a frugar nelle gonnelle della padrona eh? E mangiare e bere a
sbafo eh?" scoppiarono risate sguaiate, insolenti e rabbiose per la sconcia allusione alla
tresca del Calabròn con la moglie dell'armatore e di quella del Gianninzero con la
moglie del contabile. "Silenzio! Smettetela, questi non sono affari nostri!" Disse un
anziano contadino dalla faccia rugosa e severa rivolgendosi a quelli che
sghignazzavano, poi si rivolse a quei due ciarlatani con una smorfia del viso ancor più
severa: "... Piuttosto, Cari signorini voi Antòn Calabròn e voi Oscar Gianninzero, dite
ecco, che siamo liberi, dite che siamo qua siamo là, ci sarà benessere e bla bla bla,
queste sono ciance, fandonie! Sono secoli che quelli della nostra parte lavorano e
puzzano sempre di miseria mentre quelli della vostra parte hanno accumulato soldi e
proprietà! Andate a contarla ad altri,             ora anche il bagaglio ci fate pagare!
Vergognatevi⌡! E che cianciate di produzione, di aumentare la ricchezza, basta quella
che c'é! Distribuirla bisogna non già farne dell'altra sempre e solo per voi sanguisughe
che siete! Distribuire bisogna che c'é né per tutti!" "Sanguisughe! Ben detto! Siete delle
sanguisughe e dei furfanti, ecco cosa siete!" Disse un altro. "Siete dei caini, peggio,
siete anche cannibali, lasciate morir di fame i fratelli di mezzo mondo voi e il vostro
liberismo, io ci sputo sù al vostro liberismo toh!" Aggiunse un giovane bracciante.
Antòn Calabròn e Oscar Gianninzero non demordevano, benché in difficoltà, dileggiati
e insultati, non perdevano la calma nè si peritavano, nè arrossivano per le acuminate
frecciate che gli venivano da quella gente, del resto erano così avvezzi a propalare
menzogne, fandonie e mistificazioni che non sarebbero mai arrossiti nel proferire anche
la più grossa castroneria, non sarebbero diventati rossi neanche dopo due mani di
vernice al minio. Sicché tiravano avanti imperterriti nel tentativo di ribaltare il senso
della realtà nelle povere teste degli astanti. "Avete una bella faccia di tola a dir quel che
dite! Lavorare, risparmiare, industriarsi... già! Così avreste cominciato voi e poi vi siete
arricchiti eh? Beh, adesso smettetela di lavorare, risparmiare, arricchirvi, fate posto a
chi ha bisogno, voi andate al diavolo!"
Uno studente lavoratore stagionale s'avvicinò a Calabròn e disse: "Antòn Calabròn!
Siete un fanfarone, ecco che siete!" "Vi venga un colpo! Vi auguro di spendere tutti i
vostri milioni in farmacia! Ladri! Smettetela di fare gli smargiassi! Accidenti a tutt'e
due!"
La platea continuava a infervorarsi.
Tra il pubblico c'erano alcuni studenti di famiglia modesta che andavano a guadagnarsi




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il mantenimento agli studi col lavoro stagionale dei campi e ad essi si rivolgevano più
spesso quei due psicofanti con le loro arringhe cercando assenso e alleanza, ma quelli
tacevano e ascoltavano attenti. Uno studente prese la parola, a fatica in quel gran
baccano, disse: "Sentite Antòn Calabròn, e Oscar GGianninzero, dite di essere dei
lavoratori anche voi, ma io vi dico che il vostro lavoro di capitalisti nuoce a noialtri. Voi
ci guadagnate a farci pagare per il bagaglio e noi ci perdiamo pagandolo! E' vero o no?
Voi vi ingegnate nel vostro lavoro di padroni , di proprietari, e con ciò traete ricchezza
solo dallo sfruttamento di noialtri lavoratori e questo perché voi detenete la proprietà e
con le vostre leggi l'avete persino santificata! La proprietà é sacra e inviolabile!" Il
giovanotto pronunciò l'ultima locuzione con piglio teatrale e tono solenne e derisorio
poi concluse: "La proprietà é sacra e inviolabile se é nelle vostre mani se é distribuita tra
tutti, se ce ne tocca una parte anche a noialtri ecco che la proprietà é diventata profana e
violabile, la nostra proprietà é una puttana, la vostra é sacra! E così é stato che la terra di
mio padre, poche desiantine di orto e una casupola costruita da lui stesso se l'é mangiata
la banca di lor signori! Bravi, siete stati proprio bravi!"
"Giusto! Ben detto! Parla bene il ragazzo!" "E' Rodion Ulianov!" "Bravo Rodjia! Urrà!"
"Ma bravo, proprio bravo questo Rodion..." riprese Antòn Calabròn un po' irritato, "mi
dispiace per quel che é accaduto a vostro padre, certo beh dispiace, ma voglio ricordarti
che ci sono pure le leggi, e la giustizia, e ci sono diritti e doveri che non si può
cambiarli a proprio piacimento, la compagnia di navigazione ha i suoi diritti, tutelati
dalla legge ed ecco che per voi questi diritti non valgono, ma questo é un pensare da
barbari e noi però siamo tra persone civili, signori miei esiste il diritto capite? Il diritto!"
"Col vostro diritto va tutto storto! Cialtroni!" "Ma smettetela di imbrogliare! E lasciate
stare il gallo! Vigliacchi che siete!" "Giusto! Liberate il gallo codardi!"
"Silenzio! Cafoni! Siete dei cafoni! Teste dure, di legno marcio che s'infiamma con
nulla e dico anche a voi che andate a studiare, persino voi parlate e pensate come
scalmanati, invece di metter la testa a profitto ve la ingarbugliate con Kropotkin e Marx,
ma queste sono romanticherie e faranno ammattire anche voi, quel tempo é passato ma
voi continuate a pensare come ai tempi dello zar, siete delle teste calde! Con voi non si
può ragionare!"

Artemisi Tzsvrevrlodovic che non si sa come, s'era d'un tratto ritrovato tra le mani
nientemeno che un poker di donne, sbalordì e attribuì quella combinazione all'influsso
del gallo fuggiasco giacché, pur giocando non smetteva di pensare all'indagine per
rintracciare lo scomparso pennuto. Tanta fortuna, ma anche meno di tanta o la fortuna in
generale, gli era sconosciuta, sicché come accade agli sprovveduti, a chi non é avvezzo
alla felicità, a chi dispera e mugugna nutrendo il cuore e la mente di pessimismo
ipocondriaco, l'apparizione delle quattro donne, forse a causa di una latente misoginia o
per la predetta disabitudine alla buona sorte, produsse in Artemisi, cioè nella sua testa,
nel cuore e negli intestini un turbamento scombussolante, il consueto fioco respiro




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semicomatoso di Artemisi Tzsvrevrlodovic si mutò in un ansimare profondo e
affannoso, il sangue gli affluì di botto alla testa producendogli la sensazione, avvertibile
sul cuoio capelluto, nota come 'spilli-spilli', definizione semanticamente poco scientifica
ma molto icastica. "Non é possibile!" Continuava a ripetersi mentalmente, ma già le
labbra accennavano a pronunciare il pensiero mentre un fremito di paura e di
eccitazione lo percorreva dal cappello alle scarpe, sensazioni di caldo e freddo
s'alternavano inseguendosi lungo tutto il corpo, infine il trambusto emotivo che
insidiava l'integrità psico-fisica di Artemisi, come in un fenomeno geologico eruttivo,
trovò il suo sbocco anafilattico nel piede sinistro che cominciò a tamburellare il
pavimento con la punta della scarpa, da prima proprio come farebbe il piede di una
qualunque persona impaziente o inquieta, ma poi prese a vibrare da sé senza che
Artemisi Tzsvrevrlodovic se ne avvedesse o ci mettesse intenzionalità, in più anche il
tacco, per non essere da meno, prese a battere e la frequenza dei colpi tacco-punta
aumentava in un crescendo che sembrava inarrestabile, pareva che gli spiriti di Ginger e
Fred più una buona dozzina dei loro migliori allievi di tip-tap, SI fossero impossessati
della gamba del fortunato Artemisi. La scansione del tip-tap raggiunse in breve la
frequenza di cinquanta o sessanta Hertz con una variazione ciclica del livello sonoro da
-3 a +8 deciBel. Il frastuono scosse bruscamente dal sonno gli altri giocatori che si
destarono emettendo sbadigli e grugniti come di animali preistorici usciti da una
glaciazione.
" Vi venga un colpo Artemisi Tzveee... Tzsverrr... o insomma come diavolo vi
chiamate! Prima ci avete ammorbati e narcotizzati col vostro giocare studiatamente
soporifero e ora mi fate sobbalzare sulla sedia per lo spavento, smettetela! Tenete fermo
quel piede maledizione!" Strillò Omero Barovero ancora scosso per il brusco risveglio.
Ma il moto vibratorio del piede di Artemisi Tzsvrevrlodovic era irrefrenabile, il
poveretto era doppiamente sconvolto dall'inaspettato poker di donne che stringeva nella
mano tremula, come se fosse una bomba pronta ad esplodere, e in più da quel
fulminante morbo di Parckinson che gli si accaniva sul piede. Per quanto facesse non
gli riusciva di domare l'arto ribelle sul quale ormai aveva perduto ogni possibilità di
esercizio della sovranità. "Aaah che vi porti il diavolo voi e questo maledetto piede!"
Ruggì rabbiosamente Willy Zòlemann Dalbank e così dicendo schiacciò col suo grosso
stivale di gomma il piede di Tzsvrevrlodovic. Per qualche istante le vibrazioni del
vorticoso tip-tap s'attenuarono e fluirono ammorbidite e attutite attraverso lo stivale di
gomma del camionista tedesco sicché egli stesso fu tutto percorso da un'ondata
vibratoria sussultoria pari al secondo grado della scala Mercalli. Il Zòlemann spinse col
palmo della mano sul ginocchio per rinforzare la pressione esercitata dalla sua gamba
instivalata sul piede di Artemisi. Le vibrazioni si spensero silenziosamente, benché ai
presenti sembrò di udire un sottile e fioco sibilo, roteante a mo' di spirale ascendente,
persistere per alcuni secondi nella stanza. Frrrrrrsss... e anche l'orlo pieghettato della
gamba sinistra dei calzoni di Artemisi cessò di vibrare, ogni suono si spense, seguì un




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assoluto silenzio sostenuto dallo stupore dei giocatori. Smitzo Molalasse volse lo
sguardo interrogativo e insieme timoroso verso Artemisi, aprì bocca per dire qualcosa
che però gli si confuse in mente, sicché pronunciò, quale sintesi del l'abortito pensiero,
soltanto "Bòh!" Quella sillaba ebbe l'effetto di un comando perentorio e solertemente
ottemperato: le mani corsero alle bottiglie e ognuno buttò giù d'un fiato un bicchierozzo
d'acquavite, solo Artemisi era rimasto pietrificato con la visiera del cappello appoggiata
sulle carte da gioco, quasi ipnotizzato dalle quattro donne del poker che ora lo
guardavano un po' sonnacchiose.




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cap 14 Come Ilia Ossipovic rischiò di arrostire sulla graticola del santo uffizio

Nella cappelletta del piroscafo v'era un concitato brusio che si mescolava all'odore dei
ceri e dell'incenso. Seduti sulle panche disposte tutt'intorno, o in piedi tra i leggii di
legno stavano i devoti, i pellegrini e i curiosi mescolati ai monaci copti e greco-
bizantini provenienti dalla comunità del monte 'Gobba Dopuerco' in viaggio per un
pellegrinaggio turistico.
Giunta l'ora del vespro, i copti e i bizantini pervenuti alla cappelletta, discutevano da
più d'un ora su come ringraziare e lodare il signore tutti insieme, giacché la risoluzione
di celebrare i riti separatamente era stata subito scartata, s'era detto: per non dispiacere
all'onnipotente. Ma più prosaicamente quella possibilità era stata esclusa per evitare
discussioni e litigi su chi avesse diritto di precedenza.
"Alessio Pascalopulos... dobbiamo officiare, é tempo, é tempo non possiamo perderci
ancora in discussioni... son qui i fedeli... non é momento di diatribe... ma persino nostro
signore potrebbe dolersene, s'irriterà ... no non si può suvvia non diamo un buon
esempio suvvia!" "Caro padre Simeone Alistasiuti sono d'accordo con voi... non c'é che
dire... ma vedete un accordo bisogna pur sempre prenderlo eh già!" Intorno ai due capi
religiosi, l'archimandrita Alessio Pascalopulos e l'abùna Simeone Alistasiuti, il primo
un cretese di Buenos Aires e il secondo un eritreo di Stoccolma, s'era addensata una
nube di monaci, diaconi e pellegrini dell'una e dell'altra confessione, avevano tutti occhi
e orecchi attenti a cogliere ogni sfumatura, ogni parola preziosa, ogni succulenta
citazione dalle scritture , dai salmi, dalle parabole, dai precetti, dalle agiografie e da non
si sa dove, che i due venerabili capi avessero proferito. Ma fino a quel momento dalle
sgangherate bocche dei due non era sortita dotta sapienza o affascinante erudizione o
saggezza, ma piuttosto sciocca rivalità e arroganza dissimulata in compiacenza e
ipocrita umiltà. Quei due rivaleggiavano e litigavano fin da quando s'erano conosciuti
e ancor più da quando condividevano un losco sodalizio lassù alla Gobba Dopuerco.
"Eh già! Ad un accordo bisogna pur giungere fratello.. e per giungere ad un buon
accordo giova essere affabili, umili, esser ben disposti, di buon cuore, non certo
ostinarsi, questo spiace al buon dio, non incaponirsi si deve, ma al contrario cedere
davanti alle buone ragioni, alle giuste occorrenze, alle altrui benevoli esortazioni e con
ciò dimostrare il propio buon cuore..." simeone Alistasiuti interruppe il suo socio,
sbuffò e disse: "Si dà il caso che tutte queste buone cose e qualità siano tutte a vostro
appannaggio, a parlar bene non avete rivali, solo a parlare però!" L'altro riprese
imperturbato: "Ecco... vedete... é ora di officiare, suvvia celebreremo insieme voi col
vostro rito e noi col nostro."

Pinto Ciquito Gualazampa sporse la faccia bovina dentro la cappelletta, avvistò
l'archimandrita e l'abùna e si diresse da loro. "Buonasera! Perdonate, state per
celebrare... voglio dirvi che a causa della scomparsa di quel gallo tanto ricercato...




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stanno rovistando tutto il bastimento... non vorrei, potrebbero scoprire..." "Non temete!"
L'interruppe prontamente Alessio Pascalopulos. "Non temete e non urlate, non si
scoprirà nulla. E' tutto ben fatto, per conto nostro... state tranquillo!" "Tuttavia
manderemo un po' dei nostri a scovare quel tal gallo, così smetteranno di ficcanasare...
non si sa mai!" Aggiunse rassicurante l'abùna Simeone Alistasiuti e poi disse sottovoce
"...non temete le mummie sono al sicuro, ben mimetizzate e il distillatore che trasforma
l'acqua marina in sant'acqua dopuerco é ben nascosto!". "Grazie eccellenze! Tornerò
dopo la funzione per confessarmi e per l'assoluzione..." "Smettetela di confessarvi ormai
sappiamo di voi più di quel che voi stesso sappiate! E per l'assoluzione fate le abluzioni
con la Santacqua Dopuerco... due litri al giorno... e poi lasciate anche un obolo per i
poveri. Non dimenticate di versare alla compagnia un tot per ogni... mummia, intesi?
Ora andate" Disse l'archimandrita sospingendolo verso l'uscio mentre l'abùna preso
Pinto per un braccio lo invitava a restare, pur di contraddire il suo collega.
"S'é visto un gallo nero con..." Tentò di domandare il capitano Ovestsudov. "No, no!
Che gallo e gallo! Suvvia stiamo per celebrare!" Lo interruppe iroso Simeone e lo
sospinse fuori. Poi fece un cenno al collega -socio e gli sussurrò: "Mandate subito un
po' dei nostri a cercare quella bestia d'un gallo... date a ognuno uno spiedo... liberiamoci
di quel demonio o saranno guai!"
Il vero motivo dei frequenti attriti tra i due alti prelati risiedeva a valle, o meglio a
monte, sì, esattamente su quel monticello spagnolo detto Gobba Dopuerco, sulle pendici
del quale sorgeva un antico e sgretolato monastero sul quale entrambi i religiosi
avevano messo le loro mani rapaci. Il monastero era in rovina da molti secoli, nè
poteva vantare alcun valore d'alcun tipo, quei due sapevano che non avrebbero mai
ottenuto una basilica, un bel convento o una abbazia dove sistemarsi ben bene, sicché
s'erano attaccati a quei ruderi sperando poco nella divina provvidenza, che pure doveva
essere dalla loro parte, e contando molto in un possibile finanziamento della comunità
europea, che pure non doveva essere dalla loro parte, ma poi nè l'una nè l'altra si
curarono dei loro progetti. Così si rassegnarono a vivere quasi come baraccati in quel
luogo inospitale.
Il vecchio rudere era però umile meta di sparuti pellegrinaggi e di ritiri spirituali a causa
di un alone di santità che immancabilmente avvolge oggetti, luoghi e persone che
l'insaziabile bisogno di conforto, di verità, di lenimento del dolore, insomma di tutte le
sconvenienze proprie della condizione umana, conferisce a certi oggetti, a certi luoghi, a
certe persone, trasformando tutti in congrui amuleti. Nel nostro caso l'oggetto prescelto
dall'onnipotente, o in vece sua da qualche fantasioso veggente, come prova della
manifesta potenza dei cieli, era un piatto lastrone roccioso di colore fuligginoso che
spiccava insolito tra il pietrame giallognolo e biancastro, le erbacce e gli arbusti
dell'appiattita cima della Gobba Dopuerco. Il lastrone era visitato, grazie al calore che il
sole vi accumulava, in prevalenza da lucertole, serpi e ramarri, ma da quando qualcuno
dotato di fervida immaginazione, aveva scorto nelle, protuberanze, nei solchi, nelle




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sfumature dei colori e nelle increspature del lastrone i tratti ora di un santo ora di un
altro, altri visitatori, semplici curiosi, devoti e pellegrini s'erano aggiunti a lucertole,
serpi e ramarri, in più si diceva da tempo immemorabile che quelle sacre sembianze,
cangianti a seconda della perspicacia fantasiosa dell'osservatore, erano state scolpite a
colpi di fulmini dall'onnipotente in persona durante una tempesta in una notte nera
come la pece, durantela quale la Gobba Dopuerco brillava come l'oro.
l'abùna e l'archimandrita s'erano incontrati lì la prima volta molti anni addietro,
giustappunto per un ritiro spirituale. Benché fortemente avversi l'un l'altro, li
accomunava il desiderio di future fortune e pure le miserevoli condizioni del
presente.
Così si erano modestamente sistemati tra quei ruderi fatiscenti con i loro confratelli e
poi, un po' alla volta, d'anno in anno s'erano industriati a ricavare tra le rovine una
foresteria dove accoglievano i rari pellegrini che i due prelati riuscivano a sospingere
lassù per mezzo delle faticose predicazioni pubblicitarie che ammannivano girando in
lungo e in largo le valli e i villaggi dei dintorni o affittando i pascoli e con questo
sbarcavano il lunario. Dopo innumerevoli litigi s'erano accordati per condividere il
rudere e il chimerico progetto di un futuro confortevole e agiato.Una di quelle sere
estive i due religiosi erano seduti alla lunghissima tavola della mensa che era stata
ricavata dal tronco di un grosso faggio squarciato in due da un fulmine, le due fette
dell'albero furono appoggiate su grossi massi, vennero rozzamente levigate e divennero
la tavolata di quel cenobio. I confratelli erano tutti a dormire, l'aria era fresca e calma, il
cielo stellato filtrava la sua luce glauca tra le foglie dei due fichi giganteschi che durante
la calura diurna ombreggiavano la tavolata come fosse stata una galleria. Quegli alberi
secolari traevano i loro tronchi ostinati e contorti, dal terreno accidentato, tra macigni e
pezzi di muri rovinati dal monte o dalla vecchia costruzione, le tortuose radici avevano
sollevato massi e pietre e tra le fessure e le crepe di quelle, riempite dal tempo di foglie
secche di polvere terrosa, ora crescevano erbacce, rucola, mirto, finocchio selvatico e
brulicavano formiche, vermi e lombrichi, tutto il terreno intorno s'era ben umificato
sicché i due fichi crescevano floridi e rigogliosi, davano frutti copiosi, insolitamente
grossi e saporiti. Le due piante avevano steso i loro grossi rami fin sopra il tetto del
monastero, s'erano appoggiati e abbarbicati ai vecchi muri cadenti, come se volessero
puntellarli, parevano gli uni e gli altri essersi associati in un vetusto sodalizio per il
reciproco mantenimento di un equilibrio precario e spossante, più in alto altri rami
s'erano inerpicati tra le pietre e le rocce del ripido costone roccioso nel quale era
ricavato una parte del monastero. Le fronde foltissime tappezzavano con le foglie
verdissime le rocce, il pietrisco e i rovi che spuntavano dalle crepe, s'infilavano nel tetto
sfondato sostituendosi alle tegole.
Alessio e Simeone, seduti ai capi opposti della tavola, a circa una dozzina di metri di
distanza, stavano affrontando una discussione difficoltosa sia per l'argomento che per la
distanza tra i due. "beh fratello conviene risolvere questo problema... non possiamo




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indugiare... " "Cosa?... Non vi sento!... Questi grilli..." "Accidenti a voi e ai grilli!... ma
venite più vicino... scccc! Non urlate i confratelli dormono! Sccc!" "M'avvicinerò dopo
che avrete spenta quella maledetta pipa mefitica! Ecco quando m'avvicinerò!"
L'archimandrita batté un piede sul terreno polveroso, Leonardo, il cane maremmano che
era acquattato ai suoi piedi si svegliò e si diresse all'altro capo della tavola dove, sotto la
panca di Simeone, sonnecchiava la cockerina Jota che a sua volta all'arrivo
dell'importuno maremmano scappò sotto la panca di Alessio. L'archimandrita aspirò
nervosamente ripetute boccate di fumo, il fornello della pipa brillò nel buio di un
vivissimo rosso aranciato, cacciò fuori dalla bocca una appiattita nuvoletta grigia e
bianca insieme a colpi di tosse e uno sputo: "Spengo! Spengo!...Accidenti a voi... coff!
Coff! Miseria... vi colga la miseria... mi fate andare il fumo di traverso, porc... siete
petulante e fastidioso come una perpetua avvizzita... " Rovesciò la pipa e la batté
stizzito sulla ruvida e massiccia tavola, sprizzarono delle faville che s'avvitarono all'aria
buia, poi continuò a battere la brace col fornello di pietra della pipa per spegnerla.
Alessio batté di nuovo un piede a terra per scaricare il nervosismo ma pestò la coda
della cagnetta Jota la quale guaì ed asperse dell'urina sul sandalo dell'archimandrita.
"Porc... " Il nervosismo del pio uomo invece che mitigarsi s'acuì e mollò un calcione
alla cockerina, quella ritornò piagnucolante dal suo padrone che nel frattempo aveva per
rappresaglia mollato un calcio sul groppone del cane Leonardo che a sua volta se ne
tornò uggiolando dal suo padrone, le due bestiole s'incrociarono dolentemente là sotto il
tavolo. "Vi comportate da bruto... " "M'ha urinato sui piedi! E poi vi siete ben vendicato
sul mio Leonardo non vi pare? Ma adesso basta, la pipa é spenta avvicinatevi una buona
volta e smettetela di urlare mentre gli altri dormono!" Brontolando l'abùna lasciò la sua
panca e si diresse all'altro capo della tavola. "V'ho detto che c'é da parlare di cose serie,
bisogna decidere, così non va bene... i pastori sospettano... " Disse Alessio. I due erano
seduti ad angolo, Jota e Leonardo s'acquattarono sotto le panche a rispettosa distanza
dai sandali dei due. "Sospettano, sospettano! Che diamine sospettano!" "Piano per
carità, piano, parlate piano e non inalberatevi come al vostro solito, sccch parlate piano
vi dico!" Simeone sbuffò e abbassò la voce: "Vi ripeto, che c'é da sospettare!?" "Ma...
non so se volete prendermi in giro... o che cosa... il latte, le pecore e il resto... i pastori,
vi dico, i pastori sospettano... siete troppo incauto, bisogna fare più attenzione...
rimediare bisogna... ecco, prima che ci si trovi nei guai." Simeone tamburellò
nervosamente le dita sulla tavola: "I patti con i pastori erano che noi si lascia pascolare
quassù, dico sul terreno del monastero eh? Il nostro terreno, giusto? Bene e loro ci
danno un tanto di latte, di carne e basta, ecco i patti e poi quegli altri contadini porcari
anche loro ci danno qualche porco di tanto in tanto, ecco tutto! Eh che c'é che non va?"
"Di tanto in tanto, ah bene di tanto in tanto avete detto, già ma voi esagerate a mungere
le bestie di soppiatto e poi far sparire ora un agnello, ora un porco ben pasciuto eh no!
Caro fratello così si esagera!" La risposta di Alessio fu dura e terminò con un secco
colpo di nocche sul duro faggio. Simeone appoggiò le palme delle mani sulla tavola e




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fece per alzarsi mentre puntava gli occhi irosi in quelli di Alessio, poi sbottò: "Ma che
sermone mi tocca sentire, proprio da voi Alessio Pascalopulos! Proprio voi... razza di
pope bizantino... " "Ah no! Questo non lo permetto! Non sono un pope! Sono un
monaco e persino archimandrita, non datemi del pope, bizantino va bene ma pope no! E
poi smettetela con gli insulti che a insultare... " L'abùna lo interruppe: "Tacete! La
faccenda del latte é stata una vostra furba idea e così pure di far sparire qualche bestia di
tanto in tanto dicendo poi che bah forse sarà caduta nel crepaccio, oppure, mah si sarà
smarrita... eh? Negate che é stata idea vostra?" Non lo nego fratello... " Disse Alessio in
tono conciliante. "... non lo nego, solo vi dico d'essere cauti, voi esagerate Simeone
Alistasiuti, esagerate... forse avremmo dovuto accordarci su quel 'di tanto in tanto', é
troppo generico, l'ammetto, ognuno l'interpreta come gli pare, però voi esagerate, voi
più che di tanto in tanto, ecco andate di poco in poco, cioè poco tempo, poco tempo vi
dico tra un... prelievo e l'altro, capite?... Vedete i pastori dicono che le pecore fanno
poco latte, anzi sempre meno, capite? Per tanti anni non hanno sospettato nulla e noialtri
abbiamo fatto tanto formaggio nel sotterraneo del monastero, eh quanto ne abbiamo
fatto! E venduto anche, ora però voi mungete troppo e quelli sospettano, e anche i
porcari sospettano e se scoprono l'entrata del sotterraneo siamo fritti, ci cacceranno da
quassù, perderemo questo monastero che pian pianino potrebbe diventare un buon
affare, lo sapete anche voi." L'abùna sorrise beffardo in faccia ad Alessio, ma tra il buio
e la barba il sogghigno si perse poi puntò l'indice a pochi centimetri dal naso
dell'archimandrita: "Sentite caro amico... se il sotterraneo verrà scoperto, e con esso
tutto il resto il merito sarà anche vostro, ma che dico, tutto vostro già, proprio così,
perché non capisco, proprio non capisco che diavolo v'é saltato in mente di andare a
piantare il basilico, la menta e poi l'origano e il coriandolo e la salvia e i garofani e il
gelsomino proprio davanti al pietrone che cela l'entrata e poi tutt'intorno ai muri
diroccati, eh non si può, davanti all'entrata del sotterraneo, non so, proprio non vi
capisco." "Ah ma siete duro anche voi, fratello, v'ho già detto che l'odore dei formaggi e
delle salsicce e dei salami saliva fin su. Eh! Vi pare normale che le pietre e la terra
profumino di formaggio? Ecco perché ho piantato il basilico! Piuttosto vedete di
pensare a come rimediare ai sospetti, quelli sospettano..." Simeone si stizzì ancora: "Ah
ma siete noioso, ancora coi sospetti! Siete voi che ve li inventate, siete voi il vero
sospettoso ecco, voi sospettate di essere sospettato ah! Bella roba!" Alessio replicò a
bassa voce quasi sillabando: "Vi dico che sospettano di noi." "E va bene quand'anche
fosse così, io non temo nulla, del resto per del latte in più, della carne in più... noi in
fondo lo facciamo a fin di bene si raggranella qualcosa per aggiustare questo monastero
ecco! Le nostre azioni in un certo senso sono ispirate dallo spirito santo e se é così vuol
dire che dev'essere così, già! Lo vuole lo spirito santo ecco!"
Dalla cima del sovrastante fico partì un sibilo frusciante tra le foglie: frrrsscccc...
sccciafff! Un fico grosso come un ananas si spiaccicò nell'angolo della tavola
esattamente in mezzo ai due, una fontanella di schizzi mollicci e semiliquidi, odorosi di




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fermentazione zuccherina, investì le facce e le tonache dei religiosi. "Porc... "
"Acciden... " I due presero con gesti lenti e rigidi a ripulirsi barbe e facce da
quell'attaccaticcio spappolamento, presero un secchio d'acqua e si detersero alla meno
peggio, anche la tavola fu ripulita. "Ma che v'é saltato in mente di giustificarvi,
nascondere le vostre responsabilità tirando bellamente in ballo i santi del cielo e tutto il
resto... ecco che avete la capacità di indispettire anche lo spirito santo!" "Macché!
Macché! Ora siete anche superstizioso? Un fico! Dalle vostre parti che forse i fichi
maturi non cascano giù? Eh? Smettetela di veder pericoli e sospetti e guai in arrivo... a
volte... beh devo dirvelo, mi sembrate l'uccello del malaugurio ecco, ve l'ho detto!
Andate a dormire e domani starete meglio e vedrete che andrà tutto bene, non facciamo
nulla di male... voglio dire nulla di più di ciò che s'é sempre fatto eh? Che c'é di più eh?
Del formaggio? Qualche pecora? Bah! Inezie! Sono bazzecole queste, cosucce sono... e
poi forse che noi non gli diamo l'assoluzione per i loro peccati? Eh? Forse che voi non
fate lo stesso? Eh? Forse non scambiate le assoluzioni con caciotte e burrini? Ma questo
poco importa. Eh? Non é così? Che dite?" L'archimandrita affondava e girava l'indice
nella barba e l'arruffava. "Dico solo che ci vuole la misura, ecco! Voi esagerate e ci
esponete a gravi rischi... e poi non fatemi la morale... a noialtri c'é capitato di dover
assolvere dai peccati la povera gente, contadini e pecorai é vero, ma se ci ripagano con
formaggi e latte e fave eccetera, questo non vuol dire che noi si venda le assoluzioni... é
il loro buon cuore che ci elargisce elemosine e carità, si sa la povera gente ha buon
cuore, i ricchi ti fanno sudare il midollo prima di scucire una copeca, anche questo si
sa." La bocca di Simeone si storse in un sorriso sardonico: "Ma che buon cuore, ma che
buon cuore... voi mentite fratello, mentite persino a voi stesso, avete dimenticato quel
che ci disse il vecchio Luis Miguel Armiento? Venditori ambulanti di salvezza e vita
eterna... ci ha definiti... " "E' un vecchio anarchico rincitrullito, non dategli peso e poi
gli altri non ragionano come lui, non sono come lui." "E meno male che non lo sono,
altrimenti sarebbero rogne per noi, e come! Venditori ambulanti di fede, mangiapane a
tradimento, sbafatori a ufo... questo dice di noi, già! E poi dice anche che la nostra
mercanzia é roba scaduta, che il Vaticano vende all'ingrosso roba più sofisticata e che
perciò là hanno una clientela raffinata e gli affari vanno molto bene mentre noi invece
qui si mendica e si sgraffigna! E voi dite che é rincitrullito! Quello é un fastidioso! Ve
lo dico io é un fastidioso e anche le sue figlie non mi paiono proprio delle timorate di
dio, sapete?" L'archimandrita passò a grattarsi il cranio rasato e replicò: "Gli altri sono
gente di cuore, gente di cuore credete, per questo non bisogna esagerare a prendergli
troppo di quel che hanno, credetemi." L'abùna si spazientì: "Sentite Alessio
Pascalopulos... la gente di buon cuore di cui andate cianciando ci molla fave, olio, vino,
lenticchie, grano e qualche copeca, cioè molto di quel poco che hanno... e noi gli
prendiamo anche il soprappiù, perché per l'appunto sono poveri e hanno poco e vivono
maluccio capite? Dunque noi gli offriamo la vita eterna in paradiso, e che volete che sia
una breve vita, eh sì perché campano anche poco, una breve vita di stenti dicevo, in




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confronto alla vita eterna in paradiso? Ecco perché la povera gente vi pare generosa e di
buon cuore, ah caro mio! E' così che stanno le cose!" "Questo lo sapevo già da me e
prima di voi, ma io non vado all'origine delle cose, questo non m'importa o peggio può
essere sconveniente, il risultato non cambia, sono gente di buon cuore e mi basta."
Simeone picchiò le nocche sulla tavola: "Come il faggio! Avete la testa dura come il
faggio! L'avete visto da voi che i riccastri, i proprietari di laggiù ci avrebbero lasciati
morire di fame con le loro elemosine pidocchiose, spilorci e sfruttatori! Quelli il
paradiso ce l'hanno qui! Sotto il nostro naso! Per questo non si curano di comprarsene
uno postumo ed eterno che ora non si vede o che chi sa se c'é davvero, sono
miscredenti!" "E che volete Simeone Alistasiuti che lascino le loro terre, le loro
ricchezze per seguire due monaci come noi? Ah! Ah! Ah!..." Alessio rise
sommessamente agitando una mano davanti la bocca e poi riprese: "Siete un ingenuo a
pensare così... Quelli i loro affari li conducono coi cardinali e coi vescovi, spartiscono
il maltolto e tu vedi crescere le proprietà e le basiliche, le ricchezze e le banche dove
custodirle e far fruttare, tirano su cattedrali a due a tre a dieci piani persino... e a noialtri
ci spediscono quassù tra i rovi e le serpi, e per ottenere un monastero crollato in rovina,
pochi ettari e qualche pascolo ci tocca anche sgobbare e imbrogliare il prossimo."
Simeone appoggiò i gomiti sulla tavola e si prese la barba tra le mani: "Alessio
Pascalopulos fratello mio... eeeh... che dire siete proprio un pope bizant... " "Ah no!
Non cominciate con la solita solfa!" "Va bene, va bene allora dirò... siete un monaco
bizantino... " "Archimandrita! per la giusta precisione." "Va bene anche questo... un
monaco bizantino, archimandrita, per la giusta precisione... che dirvi colombello, fatevi
cattolico! Ecco!" "Io? Cattolico? Sentitemi Simeone Alistasiuti, fratellino, animuccia
mia... voi siete un monaco copto, aggiungo per la giusta precisione un abùna e anche
voi non ve la passate poi così bene... e già! Siamo associati nella miseria... che dirvi...
fatevi cattolico!" "Troppo tardivi e sciocchi questi ravvedimenti, siamo vecchi! Ci tocca
continuare quel che abbiamo sempre fatto evitando di interrogare pericolosamente le
nostre coscienze, i nostri sono peccatucci da nulla per i quali é eccessivo persino
chieder perdono. Vedrete andrà tutto bene, da lassù ci assistono la provvidenza,
l'onnipotente, la santa madre e lo spirito santo... "
Dalla cima del sovrastante fico partirono quattro sibili fruscianti tra le foglie:
frrrsscccc... sccciafff! frrrsscccc... sccciafff!frrrsscccc... sccciafff!frrrsscccc... sccciafff!
Quattro fichi, uno per ognuna delle potenze celesti invocate, straordinariamente grossi,
enfiati e succosi, si spiaccicarono nell'angolo della tavola. I due monaci, inzaccherati e
stupiti, si guardarono negli occhi impiastricciati per cercare reciproco conforto. Alessio
disse con tono sommesso e zuccheroso: "Vi avevo detto... voi indisponete il cielo... non
nominatelo più, siete blasfemo se lo fate... o almeno sconsideratamente incauto!"
simeone tentava di rintuzzare lo stupore che lo turbava intimamente per quella bizzarra
o provvidenziale grandinata di fichi e farfugliava tra sè e sè: "Non può essere, é solo un
caso... non può essere, anche per il... " Esitò un momento. "... anche per... il... cie...lo é




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troppo, non si può... venir trattati a fichi in faccia..." Poi si lavarono, ripulirono e
sedettero a lungo in preghiera. L'archimandrita sollevò gli occhi e guardò in alto
davanti a sè e vide le foglie del fico rimandargli soffusi bagliori verdi e pallidi, si voltò,
alle sue spalle stava sorgendo la luna. Scavalcò la panca e sedette con la schiena
appoggiata al bordo della tavola. Giù in fondo alla valle tutto era immerso nel buio della
notte serena ma l'orizzonte pareva un filo argenteo, la luna piena saliva quasi a
perpendicolo. "Guarda che bellezza." Mormorò affascinato. Simeone che era
nervosamente pensoso e tamburellava con le dita sul tavolo, si volse a guardare e quello
splendore lo rapì, un respiro profondo si mutò in un sussurro di stupore, s'appoggiò su
un gomito e i suoi occhi si colmarono di quella visione e di una antica meraviglia. I due
non dissero più nulla e si persero nella contemplazione di tanta bellezza.
Tutt'intorno s'era diffuso un nitido chiarore, i cani dormivano fianco a fianco, dalla valle
giunsero flebili gli echi dei versi di qualche uccello notturno e dalla Gobba Dopuerco il
pendio fece scivolare nell'aria adamantina l'increspato fruscio dell'acqua che sgorgava
dalle fenditure delle rocce e cadeva con esili zampilli sui ciottoli levigati da una
millenaria idrica pazienza, l'acqua si polverizzava in una nebbiolina che poi tornava in
goccioline dentro una grande polla profonda e quieta, di là traboccava e si disperdeva
in rivoli tra le pietre, le fratture e le crepe, tra la bassa verzura e radi canneti.
La luna, piena e radiosa, era una spanna sopra l'orizzonte quando i due monaci sortirono
da quell'estasi, rabboniti e silenziosi, come per non rompere quell'incanto, s'avviarono ai
loro giacigli, rimestarono la paglia con le dita per renderla più soffice e vi si distesero. I
cani annusarono il basilico e le piantine di anice poi misero i musi a terra e sentirono,
sotto il masso che occultava l'entrata del sotterraneo, il profumo delle salsicce e dei
formaggi, scodinzolarono e leccarono l'aria, poi s'acquattarono ai piedi dei dormienti.
All'indomani i primi raggi del sole nascente indoravano la cima della Gobba Dopuerco
e già da un po' i monaci erano intenti nelle faccende quotidiane, soltanto Alessio e
Simeone dormivano ancora. Furono destati dal canto dei galli, dall'abbaiare dei cani e
dallo scampanare delle secchie di rame, prima vuote e poi colme del latte della
mungitura. Quando aprirono gli occhi già il sole filtrava più intenso tra le piante di
basilico, maggiorana, rosmarino, capperi e origano, i loro profumi rendevano l'aria
mattutina sapida e stimolante per l'appetito, questo scacciò dai due monaci quella
pigrizia soporifera propria del risveglio. Si stiracchiarono sbadigliando e segnandosi,
poi s'alzarono e si diressero alla pozza d'acqua che si trovava ai piedi di uno dei fichi,
qualche metro più in basso là dove il pendio diveniva scosceso. Per raggiungere la
pozza bisognava superare alcuni macigni conficcati tra ciottoli e pietre aguzze e poi
discendere alcuni ripidi gradoni rocciosi.
"Buon mattino fratelli! Buon mattino!" "Buon mattino a voi reverendissimi! Fermi
fratelli, aspettate qua, vi porto io una secchia d'acqua." Disse un giovane monaco. "Ah
grazie, grazie tante fratello Anastasio, che il ciel..." Rispose Simeone, prontamente
censurato dall'archimandrita: "Sccc! Non nominate, non nominate!"




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Din! Din! Din! Un campanellino per pecore chiamava al mattutino. I monaci lasciarono
le loro occupazioni e alla spicciolata si diressero nella parte del monastero dove erano
ricavate le cappelle, ortodossi di qua e copti di là, celebrarono le funzioni del mattutino,
pregarono e cantarono le lodi al signore ognuno secondo il proprio rito. Poi tutti
uscirono per riunirsi in un angolo semidiroccato di quello che un tempo era il chiostro.
Sedettero su panche di pietra o su massi acconciati a sedili, all'ombra di un alto e spesso
muro che pur sbrecciato e crepato s'ostinava a restare in piedi e persino girava ad angolo
per racchiudere una fontanella ormai spenta e ridotta anch'essa in macerie. Una folta
pianta di edera affondava le radici cocciute nel pietrame franato e s'arrampicava su, su
in alto abbarbicandosi tra i mattoni sconnessi del muro per ricadere dall'altra parte a
godersi il sole.
Su una rozza tavola di legno un secchio d'acqua, alcune bevande e delle ciotole vuote
aspettavano di ristorare i monaci. Quando l'archimandrita e l'abùna ebbero mormorato
l'ultimo ringraziamento e si furono segnati ognuno a proprio modo, tutti si servirono, i
copti bevvero il caforzo, i bizantini il tè, poi gli uni e gli altri condivisero piccole fette
di pane nero a mo' di comunione dei beni, terminata quella colazione frugale tornarono
alle loro occupazioni o a prepararsi per la messa delle dieci. Era domenica e alle dieci si
celebrava la messa anche per i fedeli dei dintorni. Alessio e simeone dopo acerrime
discussioni s'erano infine accordati a celebrare il rito domenicale insieme per non gettar
scompiglio e perplessità tra i fedeli già poco avvezzi alle pratiche religiose, sicché il rito
che ne era venuto fuori, tra quelle mescolanze liturgiche era piuttosto suggestivo e
teatrale. Alle nove un giovane diacono salì in cima a un mucchio di massi dirupati a
ridosso del muro orientale del chiostro e con una pertica battè colpi ritmati su una
arrugginita bombola del gas e su un altrettanto arrugginito tubo di ferro, già appartenuto
a un acquedotto, che sospesi con corde a un rudimentale trespolo di pali di legno,
fungeva da campanile. I suoni, più ferrosi che bronzei, più da ferriera che da luogo
santo, rotolarono pigramente a valle, rimbalzarono su qualche parete rocciosa che ne
rimandò l'eco, si dispersero tra le forre e le rupi e infine si smorzarono tra i rovi, i
canneti e le erbacce palustri.
Quei suoni Colpirono i timpani e infastidirono l'umore di Luis Miguel Armiento che
sonnecchiava steso nell'amaca. Senza neanche aprire gli occhi, il vecchio sbuffò, sputò
di lato e disse solo: "Cialtroni! Cialtroni!" Poi tossì rauco e sibilando, girò la testa di
lato e tentò di riappisolarsi. Alcune cicale presero a frinire mimetizzate tra i rami del
gigantesco carrubo che ombreggiava l'amaca ma s'ammutolirono di botto all'arrivo di
una penelope che con un gran frullar d'ali atterrò tra le erbacce e di lì prese a fischiare
potentemente. Il vecchio fu di nuovo destato: "Acciden... " S'appoggiò su un gomito e
sbirciò di qua e di là, poi afferrò uno zoccolo di legno e lo scagliò nella direzione della
penelope, quella spiccò un salto e andò a tuffarsi tra le canne e le mangrovie dello
stagno ch'era più in basso. Luis Miguel imprecò e poi si ridistese, le cicale ripresero a
frinire con timidezza e discrezione.




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cap 15 Come fu che Ilia Ossipovic scelse la libertà

Artemisi Tzsvrevroslosdvovic riferì al comandante l'esito delle sue investigazioni per
ritrovare il gallo: " Perdonate il ritardo, la partita é terminata poco fa... poi sono passato
dalla sartoria per un vestito... ma ecco, il gallo dev'essere stato risucchiato dal circuito
della posta pneumatica! Al capo della gendarmeria Kirilla Petrovic é stata recapitata una
lettera... accanto al timbro postale... c'é anche... il logo, la firma... non so insomma é
uguale a quello che il gallo ha stampato sul cappello da grande uniforme del Kirilla! Ma
non so..." "Gvazie tante! Ci sevve sapeve dov'é adesso! Dobbiamo tvovavlo capite?"
Sbottò iroso il comandante. "Pensavo che almeno voi... ma tant'é che tva un poco
vevvete a divmi che quel diavolo pennuto ha lasciato la ave dentvo un telegvamma!"n
In quel momento Ilia Ossipovic pensò che a conoscere l'alfabeto Morse forse... ma poi
mollò quelle fantasie e decise, pur non essendo credente, di segnarsi tre volte come
aveva visto fare al garzone Jacob Pavlovic prima di rincasare ubriaco e affrontare la
moglie, poi si lanciò su per la scala che l'avrebbe portato sul ponte di coperta, non
sapeva bene che cosa avrebbe poi fatto quando vi fosse arrivato, ma l'istinto lo spingeva
in quella direzione. Dall'ultimo scalino sporse fuori il becco per annusare l'aria e
sbirciare intorno, quindi si fece coraggio e spiccò un balzo che lo portò dal boccaporto
alla paratia delle cabine e da lì con pochi passi si trovò al di sotto di una panca. Sulle
prime parve a Ilia Ossipovic di essere passato inosservato e che quella parte della nave
non fosse affollata, ma quell'impressione fu smentita dopo pochi secondi dal sibilo di
un fischietto seguito da uno stentoreo 'eccolooo' urlato da un marinaio con le mani a
megafono. L'ufficiale di rotta, il capitano Mikail Ovestsudòv Ovestsudòvic che era
seduto qualche panca più in là, abbassò la 'Gazzetta di Sebastopoli' nella quale si
ostinava a cercare notizie interessanti e si guardò intorno poi intascò il giornale quasi
appallottolandolo e si diresse verso il marinaio che aveva dato l'allarme.
"Ivan Fiodorovic! Di nuovo voi?" Disse l'ufficiale di rotta quasi in tono di rimprovero
rivolgendosi al marinaio. "Capitano Fiodor Mikail Ovestsudov Ovestsudovic! Anche
voi siete di nuovo voi... ho avvist... Il capitano Ovestsudòvic interruppe il giovanotto e
gli disse battendogli con leggerezza una mano sulla spalla: " "Ma che fischiate, che
fischiate a vanvera, a sentir voialtri sembra che la nave stia per inabissarsi ad ogni
minuto... si può sapere che fischiate? Eh?" "Vi stavo dicendo che ho avvistato il gallo!
E' là sicuramente nascosto tra le gomene del verricello, l'ho visto saltar giù dallo scalmo
della scialuppa!" "Gallo!? Scialuppa!? Verricello!? Ma allora siete proprio un po' tocco
Ivan Fiodorovic, a parlar con voi c'é da ammattire, ma che fischiate a fare!? Piuttosto
prendetelo questo gallo! Eh?... sempre le stesse cose... nulla di nuovo sotto il sole!"
Ilia Ossipovic correva a più non posso su per le scalette, attraversando verande e
balconi e di nuovo su per le scale sempre più in alto, si fermò a prendere fiato su un
pianerottolo d'angolo là dove la scaletta girava per salire in plancia. Sporse il capo tra i
lucidi bastoncini metallici della ringhiera per sbirciare dabbasso dove già qualcosa di




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molto simile al tumulto dei Ciompi si stava addensando, fu avvistato e immediatamente
gli salirono alle orecchie urli, applausi, fischi e insulti che non avrebbe suscitato
neanche se fosse stato sul podio di direttore d'orchestra dopo una pessima esecuzione
del Tanneuser all'apertura di Bayreut. Il gallo che peraltro non frequentava teatri nè s'era
mai occupato di musica wagneriana e tanto meno di direzione orchestrale, ritrasse con
orrore il capo da quella rabbrividente visione, era terreo e ottenebrato ma affrontò
l'ultima rampa di scalini riponendo nell'altitudine la speranza di salvarsi dalla turpe
bassezza degli inseguitori, lo spingeva anche uno spirito di rivalsa, una volatile,
aristocratica pulsione di elevarsi al di sopra delle miserie umane. Giunto sul piccolo
ponte della plancia Ilia Ossipovic respirò profondamente, la vista gli si annebbiò ed
ebbe un capogiro, s'acquattò sul pavimento e sentì dei brividi a causa del vento fresco di
lassù. Avrebbe voluto riposare, magari al riparo di qualcosa, ma il crescente rombo
tamburellante di piedi che percuotevano correndo gli scalini metallici lo fecero trasalire,
l'ostile fragore degli avversari fu per Ilia Ossipovic come una corrente d'aria calda per
un aliante o per un avvoltoio del deserto dell'Arizona, sicché si trovò a librare senza
sforzo fin sul tetto della sala nautica sul quale atterrò quasi sciando.
Il comandante, la Smirnovna e un manipolo di fidi pretoriani arrivarono eccitati e
accalorati per la corsa sul piccolo ponte della plancia.
 Ilia Ossipovic capì che di lì a poco l'avrebbero raggiunto, perciò si rizzò in piedi e
questo fece levare tutt'intorno una esclamazione di sorpresa che poi divenne un boato da
stadio tipico di alcune partite di calcio come per esempio un incontro che opponesse la
Dynamo di Mosca al Motorino d'avviamento di Novossibirsk. Ad ogni modo, Ilia
Ossipovic che non era mai stato nei panni di Boby Chalton o di Maradona, non ne fu
rassicurato. Sentì il respiro mancargli e allora levò il becco al cielo. L'azzurro, l'aria
leggera e fresca, l'odore del mare, i raggi quasi orizzontali del sole a occidente e
l'imbrunirsi dell'orizzonte a oriente concorsero a risvegliare in lui, in qualche remoto
atomo del suo DNA, una ancestrale e rattrappita attitudine al volo, sentì le ali fremere e
le piume frullare, gonfiò il petto inorgoglito da una presunta nobile discendenza aerea,
se ne convinse a tal punto da sentirsi quasi un'aquila e infine ebbro d'entusiasmo,
autosuggestionato e ringalluzzito spiccò il volo tra lo stupore degli astanti che
guardarono increduli, silenziosi e ammirati il suo volo a spirale ascendente intorno
all'albero della nave, Ilia Ossipovic passò leggero ed elegante tra le bandierine del gran
pavese, evitò stralli, cordicelle e tiranti e atterrò, appollaiandosi saldamente sul primo
pennone, ma poi inebriato dal volo e ancor più dalla gioia d'aver scoperto
quell'insospettata facoltà aviatoria, balzò ancora nell'aria fragrante di azzurro, volteggiò
gioioso, descrisse una snella iperbole conica e s'appollaiò sul pennone più alto.
Di sotto tante persone avevano seguito con lo sguardo la fuga del gallo e poi
l'incredibile volo che l'aveva sottratto agli inseguitori. Scrosciavano gli applausi e si
levavano entusiastiche ovazioni, s'inneggiava a quel pennuto eroe.
il gruppo degli studenti, ingrossato da giovani lavoratori, ragazze e ragazzini, sosteneva




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più di tutti l'impresa del gallo. Una chitarra diffondeva il ritmo di una habanera che
faceva cantare e danzare.
Anche le sorelle Natascia e Liuba Tzevoroli e la loro amica Svetlana Markovskaja
partecipavano a quell'estemporanea festa e si lasciavano prendere da quella gioia
contagiosa. Svetlana s'avvicinò allo studente Rodjon: "Bravo rodiòn avete fatto un bel
discorso, sono daccordo con voi... parlate con passione e sincerità... mi dispiace per
vostro padre, la vostra casa e il campo.. mi dispiace molto credetemi..." Lo studente
Rodjon la guardò intensamente e le sorrise, di un sorriso che non si preoccupava di
celare una commossa simpatia: "Vi ringrazio, sento che siete sincera e che mi capite... e
questo é già molto... vi ringrazio... questo mi conforta... voi dovete essere proprio una
buona e bella persona." Svetlana si sentì arrossire e conquistare da quel viso sorridente e
rassicurante e dalle parole gentili di Rodjon e a sua volta sorrise con dolcezza mentre gli
occhi le brillavano specchiandosi in quelli di lui. Lo studente prese dolcemente tra le
sue le mani di Svetlana e le strinse con calore, la ragazza ricambiò la stretta ed entrambi
temettero e desiderarono d'innamorarsi.




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cap 16 Come fu che i due monaci entrarono negli affari della nave Mariskojie

Sulla Gobba Dopuerco alle dieci meno un quarto le ferraglie rintoccarono di nuovo e
con più vigore. cominciarono a giungere i fedeli.
 Arrivarono alcuni contadini, braccianti e donne col capo e le spalle coperti da grandi
fazzoletti, alcune mamme coi loro bimbi, pastori e porcari coi cappelli di paglia e i
berretti di lana in mano e presero posto nella posticcia chiesuola chi in piedi, chi seduto
su rozze panchette o su blocchi di pietra. Presero a chiacchierare delle greggi e delle
messi, di cavoli e carciofi, uova e pollame. L'abùna battè le mani, li guardò con
disprezzo e fece il segno di star zitti, così i monaci presero a cantare e il rito ebbe inizio.
Qualcuno si unì nel canto e nelle orazioni agli officianti pronunciando in strampalato
latino, greco o aramaico, parole inaudite, qualcuno si limitò a muovere solo le labbra.
Terminate le funzioni sacre tutti uscirono, i monaci con le facce sorridenti e gli stomaci
ben disposti a una salubre e copiosa eucarestia, gli altri con volti pensosi e rassegnati
alla fatica dell'indomani, disabituati al riposo diurno, i bimbi allegri e chiassosi
finalmente liberi per i loro giochi si slanciarono in tutte le direzioni, per ultimi uscirono
Alessio e Simeone.
Intanto sull'aia altri pastori e delle giovani donne aspettavano. I religiosi e i fedeli li
raggiunsero per disporsi intorno alla tavolata dove avrebbero consumato la colazione a
mo' di comunione.
"Prego fratelli sedete, sedetevi pure con noi..." Disse Simeone rivolgendosi a quelli che
erano lì ad aspettarli. "...dividiamo il cibo che la santa provvid... " L'archimandrita
sferrò nascostamente un colpo di sandalo sul adiacente malleolo di Simeone: "Siamo
sotto i fichi!" Sussurrò bofonchiando. "Tacete, non nominate... " I timori o la
superstizione dell'archimandrita possono apparire eccessivi, ma di fatto, lassù in cima
all'albero, tra il fitto dei rami, il picciolo di un grosso fico ben maturo, posto esattamente
sulla verticale di Simeone, s'era allungato di alcuni millimetri e pareva prossimo al
cedimento.
"Va bene, va bene... " Riprese l'abùna."Prendete, ecco, cioè, mangiate pure qualcosa di
questa grazia di... cioè prego..." Sulla tavola erano apparecchiate ciotole e vassoi pieni
di latte, ricotta, pomodori e focacce, albicocche e fichi, su grandi foglie di fico
sgocciolavano le pampanelle, una sorta di ricotta spalmata sulla foglia, morbida, dolce,
rinfrescante e acquosa che sulla superficie esibiva un lucente e candido turgore che il
rosso rutilante dei peperoncini esaltava ancor più.
"No Grazie tante, fate pure, aspetteremo i vostri comodi." Disse secco il vecchio Luis
Miguel Armiento e mosse avanti e indietro una mano come se scacciasse una mosca
fastidiosa. "Ma vi prego fratelli, almeno sedetevi, ecco accettate una tazza di caffè greco
e un tozzo di pane benedetto... " Insisté l'archimandrita. "No, vi dico di no grazie."
Insisté a sua volta, secco e rude, il vecchio e se ne stava ritto in piedi dall'altro lato
della tavola, si manteneva a distanza per evitare di importunare e di essere




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importunato.
Il vecchio Armiento era , alto ma ossuto e rinsecchito dagli anni e dalla magrezza,
tuttavia conservava una fiera complessione che faceva a gara con il suo invincibile
orgoglio, s'appoggiava senza darlo a vedere ad un lungo e dritto bastone nodoso da
pastore, aveva a tracolla il suo inseparabile fucile la cui canna ben lucidata spuntava
tra la spalla e lo sfilacciato cappellaccio di paglia che tentava di riparare dal sole la
faccia, già stracotta dalla faticata età, del vecchio.
"Grazie vi dico, fate pure, noialtri abbiamo già provveduto. Parleremo dopo, io e mio
fratello abbiamo da parlarvi."
Alcune donne aiutarono a mettere via le stoviglie svuotate dalla fame dei fedeli,
lavarono le mani e i musetti impiastricciati dei bimbi, ne sgridarono alcuni che erano
riusciti a macchiarsi le camiciole domenicali nonostante i minacciosi avvertimenti delle
mamme e poi raccolti              figli e mariti, dopo aver incassato la benedizione
dell'archimandrita o dell'abùna o di entrambi, non si sa mai, salutarono e tornarono alle
loro case. Alcuni mandriani s'attardarono a bere un'ultima tazza di caffè o di caforzo,
baciarono le mani prive di anelli sacri dei due religiosi e s'accomiatarono coi cappelli in
mano: "... noi si torna alle greggi... le bestie sapete... non possiamo trattenerci..."
"Andate pure in pace fratelli!" Rispondevano Alessio e Simeone che però avvertivano
negli sguardi e nelle facce di quella gente una distanza, un muto rimprovero, una fretta
insolita e pretestuosa, infatti quelli per non indugiare oltre, avevano già i loro bastoni in
mano e continuavano a chiamare a sè i cani, accesero i loro sigari tutt'insieme e
s'avviarono lesti, sicuri che almeno Simeone non li avrebbe trattenuti a causa del fumo
del tabacco.
Il sole, già alto, lanciava i suoi dardi affilati e roventi, sicché quelli rimasti sull'aia,
Sedettero nella parte centrale della tavola, la più ombrosa. Alessio e Simeone da un lato,
il vecchio e suo fratello dall'altro e dietro di loro, in piedi erano un ragazzo e tre giovani
donne. Il vecchio Armiento tolse di tracolla il fucile e l'appoggiò sulla tavola e quello
emise un patetico clangore di ferraglia, poi s'aggiustò in vita la sdrucita cartucciera di
tela, poi la lunga mantella di pelle di capra e appoggiò i gomiti al tavolo. Simeone lo
guardò storto e disse sarcastico: "Oh Luis Miguel Armiento, ancora questa roba!
V'ostinate ad andare in giro come se foste ancora nel '36! Suvvia, togliete di qua quello
schioppo arrugginito, ma a che vi serve poi quel ferraccio..." Al vecchio montò il
sangue alla testa, s'agitò sulla panca e picchiò con le nocche della mano legnosa sul
tavolo tre secchi e forti colpi e sbottò: "Questo non é un ferraccio qualunque! Con
questo moschetto ha sparato e combattuto persino Buenaventura Durruti! Capito?! Per
la terra e per la libertà ha combattuto! E ora non abbiamo nè l'una nè l'altra! Voi ci
abbiamo sui nostri pascoli ecco tutto. e poi mi serve per difendere le greggi dai lupi e vi
assicuro che lo fa bene il suo dovere!" "Oh! Calma! Che v'infiammate, per nulla state
calmo, per carità del cie... Nessuno vuole offendere il vostro fucile, suvvia. E poi...
anche i lupi sono creature di dio, si sa é nella loro natura nutrirsi di qualche agnello o




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pecorella... " Intervenne Alessio. Il vecchio ribatté infervorandosi ancor più: "Io non ce
l'ho coi lupi, io difendo le mie greggi! I lupi fanno i lupi e io faccio il pastore armato di
bastone e di moschetto, e badate bene che io mi difendo da tutti i lupi... voglio dire ci
sono i lupi... lupi e i lupi non lupi... eh ma per me fa lo stesso!"
Una delle figliole s'accostò alle spalle del vecchio Armiento. "Su babbo... " Sussurrò
con timorosa dolcezza, chinandosi su di lui e accarezzandogli gli omeri. "...non
v'agitate, vi farà male, vi tolgo la mantiglia, comincia a far caldo e poi vi stringe la gola,
ricomincerete a tossire se v'agitate e sudate." Il vecchio non disse nulla, come se non
avesse sentito, respirava ansimando e già sudava, la ragazza passò le mani intorno al
collo del vecchio che reclinò appena la testa, le vene del collo erano gonfie, bluastre e
pulsavano rapide. "Respirate a modo, calmatevi!" Continuava a esortare la ragazza, poi
con dita abili sganciò il fermaglio di latta argentata a forma di aquila a due teste che
chiudeva al collo la mantiglia e la tolse dalle spalle del vecchio.
Un raggio di sole colpì l'aquila a due teste e la fece brillare. Il vecchio notò il bagliore e
voltò appena la testa a guardare il fermaglio. In un baleno si calmò e la sua faccia
espresse un fiero sorriso che però restò nascosto nel folto della lunga e arruffata barba
grigiastra ma un brillio sprizzò dagli occhi neri e profondi, ancora vivissimi. Luis
Miguel rivide in un attimo il combattimento, la sciabolata con cui atterrò l'ufficiale
nazista dalla cui giubba strappò il fermaglio argentato con l'aquila a due teste, poi risentì
il lacerante sibilo della granata che s'abbattè sulla casupola, rivide il fumo e udì
nuovamente il fragore dell'esplosione. Un brivido attraversò la schiena incurvata di
Luis Miguel quando i suoi occhi rividero i ciliegi e i mandorli davanti alla casupola,
sonnacchiosi e impigriti dal torrido pomeriggio d'estate, c'era un attimo prima
dell'esplosione una quiete ronzante che scivolava sui muri imbiancati e tra i cespugli e
l'erba secca estenuati dal caldo, ed ecco d'un tratto la casupola e il giardino scagliarsi in
cielo, tutto prese a ruotare e anche il cielo si capovolse mentre ogni cosa ricadeva e
andava a schiacciargli il petto, Corimbo sentì il cuore stringersi e i sensi e la coscienza
dilatarsi e smarrirsi tra la meraviglia e il terrore. Poi più nulla.
Al vecchio s'era fermato il respiro e la sua faccia s'era fatta cerea, aspirò profondamente
e con avidità l'aria caliginosa ma teneva ancora gli occhi chiusi e sentì, come fossero a
un passo, delle voci lontane nei ricordi: "Forza! Forza Corimbo! Forza che sei ancora
tutto intero! ... Sù coraggio ce l'abbiamo fatta Corimbo! Sono fuggiti, devi avergli
messo il diavolo alle calcagna con quelle due bombe a mano! Ah ah ah!" Corimbo
rinvenne. Gli alberi erano tornati al loro posto e della casupola pochi muri rimanevano
in piedi, il cielo benché Corimbo avesse ancora la vista annebbiata, gli parve più
grande, azzurro e sereno. Lo tirarono su e lui s'accorse con stupore d'avere ancora i
pugni stretti intorno alla sciabola e al fermaglio del tedesco, come se avesse voluto
aggrapparsi ad essi mentre cielo e terra s'azzuffavano in quell'istante terribile
dell'esplosione. "Oh! Sei ancora imbambolato eh! Compagno Corimbo sveglia! Sù da
bravo!" Corimbo sbatté le palpebre e dalla nebbia uscirono la stella con la falce e




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martello sul berretto di feltro dell'Armata Rossa e sotto di esso il viso fuligginoso e
vago di Victor Anatoli Rodzienko, accanto intravvide il volto roseo e sudato di Emma
Fallstromm confuso tra i riccioli dorati che straripavano dall'elmetto di acciaio verdastro
dell'antiaerea sovietica, sopra la visiera dell'elmetto Corimbo vide dentro una grande
stella rossa, il disegno della bocca di un vulcano dalla quale fuoriuscivano le canne
delle mitragliere antiaeree che sprizzavano verso il cielo minuscole e aguzze saette.
Corimbo si scosse, si stropicciò gli occhi e guardò un po' incredulo quei due davanti a
sè. Quelli sorrisero radiosamente e anche Corimbo fece lo stesso mentre gli occhi gli
brillavano di felicità.
Il vecchio Armiento ancora trasognato riaprì gli occhi e guardò in quelli di Alessio e di
Simeone, ma lo sguardo li trapassava, sul viso ora rilassato e intenerito dal bel ricordo,
s'attardava il luminoso sorriso suscitato da Emma ed Anatoli.
I due monaci, sempre lesti ad arraffare ciò che conviene, s'ingannarono pensando a un
cedimento del vecchio, o alla propizia azione della divina provvidenza sull'anima
incartapecorita di quel miscredente e fastidioso pastore, così cedettero alla tentazione
velleitaria di pensare a un improvviso quanto insperato rabbonimento di Luis Miguel e
dunque assecondarono questa gratuita ipotesi sorridendo a loro volta, quasi
sfarzosamente, lottando eroicamente con la loro intima natura di avidi furbacchioni per
mettervi dentro a quei sorrisi di cartapesta quanta più bontà e onestà possibile. Il
vecchio Armiento non s'avvide neppure delle loro mimiche fatiche, tuttavia s'era
rasserenato e riappoggiò i gomiti al tavolo.
La ragazza richiuse la mantiglia ripiegandola sul braccio, accarezzò una spalla del
vecchio e di nuovo sussurrò: "State tranquillo, chetatevi suvvia." Quello per tutta
risposta alzò le spalle infastidito dalle cure premurose della figlia, così la ragazza
s'allontanò.
"E va bene, parliamo dei nostri affari." Grugnì il vecchio puntando gli occhi in quelli
dei monaci. "Oh bene, bene, parlate e via la permalosità e l'ira e lasciate stare tutti i
durruti, le libertà e... sono cose del passato, sono cose noiose, ecco, parliamo piuttosto
da cristiani con calma e rispetto."
"Noialtri portiamo via le greggi, ecco tutto." Disse risoluto il vecchio, suo fratello
annuì. "Eh? Portare via le greggi?... E che novità é mai questa?! E di grazia dove
andate, ma perché? Non vi capisco... " Finse di domandare l'archimandrita a cui
impallidì il naso. "Beh se non avete capito non importa, é lo stesso. Noi si va a
pascolare là sulla Gobba, sissignore." Il vecchio Armiento infilò una mano tra il gilet di
consunto velluto rosso e la camicia ingrigita ricavata dalla tela dei paracadute della
Luftwaffe, cercò con le dita la tasca sul petto e ne cacciò fuori mezzo sigaro e un
rudimentale accendisigari a petrolio ricavato da un bossolo di mitragliera. Accese il
sigaro e una nube puzzolente di tabacco stantio, di petrolio e di stoppino di feltro si
sprigionò da quella operazione. L'abùna Simeone tossì subito ed esageratamente prima
ancora che la mefitica nube lo raggiungesse, agitò a destra e a manca le mani messe a




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paletta per sventare l'insidia puzzolente e brontolò: "Oh anche questa! Vi mettete a
fumare giusto adesso! Ci avvelenate! Accidenti a voi! Ma che diamine! Vi comportate
da infingardo! Cribbio! Sputate quel fumo pestifero almeno dall'altra parte ma non in
faccia a me! Ma... bah! Lasciamo perdere, tanto con voi non si ragiona... dicevate... ah
sì!... Sulla Gobba eh? Perché mai, che dite, non vi capisco neanche io, bah pascolare là
sulla Gobba, proprio non..." Luis Miguel tolse dal capo il cappello di paglia sfilacciato e
l'agitò per farsi aria, intanto guardava duro e torvo quei due. "Sentite voi due... le pecore
danno sempre meno latte, già! E questo ve l'avevamo detto, lo sapevate, ecco, non
vogliamo che si rinsecchiscano del tutto. Così sta la faccenda, ce ne andremo dai vostri
pascoli, ... già... i vostri che prima erano i nostri... ma questa é un'altra faccenda, basta,
ce ne andremo, ecco tutto." "Rinsecchiscono? Le pecore? Ma che dite Luis Miguel
Armiento, parlate stranamente, che dite mai, si sa che all'estate tutto si secca, benché
qua da noi, ai pascoli del monastero é ancora tutto verde, certo qualcosina secca anche
qua, ma il pascolo é buono lo vedete da voi... " "Egregio Alessio Pascalopulos, dite
bene lo vedo da me, il pascolo é ben verde e grasso e si dà il caso che le pecore fanno
sempre meno latte, ogni tanto qualcuna sparisce e poi anche qualche agnello e poi un
maiale e non si sa dove vadano, non é mai successo di constatare tanta voglia di libertà
e di indipendenza tra le nostre bestie, e tanta furbizia anche, dal momento che eludono
anche i cani, o come avete detto ancora altre volte... ah sarà caduta in un crepaccio... Eh
già! Pare che quassù l'apocalisse sia cominciata in anticipo, s'apre un crepaccio ogni tre
passi da un minuto all'altro!" "Calmatevi Luis Miguel Armiento, calmatevi e fate a
meno della vostra sciocca e blasfema ironia, cercate di ragionare, noi vi abbiamo
concesso il pascolo e voi ci lasciate quel po' di latte che ci serve, e va bene, l'avete detto
voi, prendete pure il vostro latte quello che vi bisogna s'intende, così é stato sempre,
ricordate? Ma poi... suvvia... noi v'aiutiamo, abbiamo sistemato le corti ben protette dai
lupi, ogni sera si fà la conta delle bestie, ognuno di voi pastori ha il suo recinto... non
dateci la burla, non insolentite vi prego." La voce dell'archimandrita si faceva sempre
più suadente e il tono più bonario. L'abùna lo imitò, la sua voce abitualmente rauca e
gracchiante si raddolcì: "E poi ricordate che i nostri confratelli vi hanno aiutato nella
mietitura? Alla raccolta delle fave, dei piselli, dei ceci... e a tutte le semine... non s'é
lesinato nulla di ciò che si ha. Su da bravo ragionate, ragionate... e voi Pedro Carlos
Aristotile Armiento, dite qualcosa, dissuadete vostro fratello, fatelo ragionare!" Il
vecchio fece una smorfia, spense il sigaro accuratamente e lo mise nella tasca del gilet,
si accarezzò la punta della barba e intanto scuoteva impercettibilmente la testa. Simeone
che aveva sopportato il puzzo del sigaro respirando attraverso un fazzoletto e agitando
le mani davanti al naso, emise un profondo sospiro di sollievo e la sua faccia riprese
colore.
Pedro Carlos Aristotile fece un ampio gesto con la mano, s'adombrò in viso e disse:
"No, no. E che lupi ci sono qua da noi!? Lupi non se n'é mai visti, qualcuno forse alla
piccola sierra, ma da noi... io non so che razza di lupi ci siano qua... io farò come dice




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mio fratello maggiore, io non so altro, il latte é poco, che ragionare occorre, nessun
ragionare, il latte é sempre meno e non si sa perché. Ecco come stanno le cose! Noialtri
si va ai pascoli comuni!" "Ben detto Pedro Carlos! Fratello mio!" Disse il vecchio e poi
si rivolse ai monaci: "... Ora ascoltate bene Alessio Pascalopulos e voi Simeone
Alistasiuti... ecco, voi sapete che io non sono un credulone o un credente, come
preferite, ma dico che questa faccenda é opera di una canagliata oppure della vostra
divina provv... " "Tacete!..." Esclamò implorante l'archimandrita interrompendo il
vecchio. "Per carità! Tacete! Siamo sotto i fichi ehm, cioè, voglio dire ecco, non
pronunciate... non nominate... " "Eh? Sotto i fichi? Che... " "Voglio dire se non siete
credente, ecco, non nominate vi prego, lasciate stare il cielo." Il vecchio sorrise. "Ah
bene, come volete, allora siete d'accordo con me, il cielo non c'entra nulla, e sta bene,
allora si tratta di una canagliata!" "Simeone intervenne timidamente: "Che dite
canagliata... ma non si sa... forse tutt'al più... una birbonata... chi può mai indovinare il
volere dell'onnip... " L'archimandrita colpì con una nuova sandalata il malleolo di
Simeone. "Io dico che é una canagliata e che siete dei profittatori, noialtri si va al piano
coi giornalieri a falciare, a zappare, insomma a sgobbare per guadagnar la giornata e voi
ci spremete le bestie, vergognatevi!" Il vecchio agitò il lungo bastone nell'aria
descrivendo con la punta dei cerchi, fece una smorfia di disprezzo e continuò
canzonando i frati: "Andate, andate pure fratelli, ci pensiamo noi alle greggi, non
preoccupatevi poi ci darete qualcosina... qualcosina dicevate, puh!" Il vecchio sputò. "E
va bene qualche secchia di latte per i confratelli, e va bene ancora un po' di latte per
qualche formaggino e poi un agnelluccio malaticcio e poi il montone per l'eucarestia di
pasqua... ma questo é troppo!"
Il vergognoso turbamento dei due monaci era nascosto dalle lunghe e folte barbe ma
visibile sulle orecchie porporine. Simeone Alistasiuti prese coraggio e tentò di arginare
e blandire l'irosa requisitoria del vecchio: "Calmatevi Luis Miguel Armiento, questo
non é parlare da cristiani, non v'agitate, frenate l'ira e misurate le parole e non urlate o ci
sentiranno fino al villaggio, calma, calma vi dico, noi s'é fatto quel che era nei patti...
vedete, non é forse vero che siete stato voi a dire prendete pure qualche secchia,
prendete quel che v'abbisogna... " Il vecchio s'infuriò maggiormente: "Già! Sono stato
io! Qualche secchia però! Voi ci spremete le bestie persino gli agnelli non hanno da
allattare, siete delle sanguisughe! O delle lattisughe se preferite, e poi avete anche
cominciato a vendere il formaggio ai contadini delle contrade, e io stupido v'ho prestato
anche il mulo col quale l'avete trasportato, briganti e furfanti che siete!"
Il vecchio tirò un gran sospiro e s'asciugò la fronte sudata su una manica della camicia:
"Ma ora basta! Non voglio più fare sangue amaro, basta così se no finisce che vi tirerò
una schiop...." "Zitto! Non dite spropositi! Per carità, su da bravo! Vediamo come
rimediare... qualcosa si farà..." Intervenne conciliante l'archimandrita. L'abùna rincalzò:
"Bravo! Smettiamola coi litigi e i sospetti e le infamie, lo vedete da voi che a far
congetture strampalate e malvagie vi rovinate la salute, suvvia vedrete s'aggiusterà




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tutto." Il vecchio drizzò il busto e puntandosi un indice sul petto disse perentorio:
"Aggiusterò a modo mio! Noialtri si va alla Gobba, via da qua, pascoleremo lassù nelle
malghe, sui pascoli comuni e voialtri andate al diavolo."
Alessio girò intorno alla tavola e gli si fece d'appresso. "Che dite, che dite, state qua
aggiusteremo... ma che diranno fedeli, i fratelli... che qui si litiga... e che con che parole
aspre, che accuse vergognose le vostre... non sta bene si saprà e non ne verrà un buon
esempio, ravvedetevi, siate paziente... e poi sul monte non si può pascolare, sono tutte
terre del monastero, ecco non vi concediamo i pascoli di lassù, non si può..." Simeone
raddoppiò la difesa: "Già! Proprio così, non si può! E poi lassù il pascolo é magro e
infestato di cicuta e stramonio, avvelenereste le pecore, e poi non si può, vorreste forse
inzaccherare con le evacuazioni delle bestie i luoghi santi?! Sarebbe un sacrilegio
intollerabile!" "Ma che luoghi santi! Tranquilli, rassicuratevi signori cari, noi non si va
mica a Gerusalemme, bah! Se poi vi riferite a quel lastrone... beh, sappiate che a
sgrattare i licheni o il muschio su una qualunque di quelle balze di lassù, ne avrete fino
alla noia, da vendere ne avrete di lastroni di porfido, nero, viola, indaco fuuuH se ce n'é!
Ce n'é che tutti vostri santi del calendario non basterebbero per santificare tutte quelle
pietre, uuuuh, da vendere ce n'é, già! Ma voi non volete vendere blocchi di porfido, eh
no! Voi siete sottili, acuti eh già! Volete vendere miracoli, sì sì! Quelli rendono bene
uuuh se rendono, niente capitale, niente lavoro, tutti profitti eh eh! Solo un po' di
fandonie e tante chiacchiere ed é fatta, bah! Vi capisco, eh se vi capisco!... E siccome la
bottega dei miracoli... " E indicò col bastone il monastero rovinato. "... non rende bene,
non si vende, così vendete il nostro formaggio... dei grassatori siete!" "Non
bestemmiate, non siate irriverente, non abusate." Interruppe risentito Alessio. Simeone
riprese: "Quello é posto di rovi e serpi e poi che pascolate tra le rupi, i crepacci che non
si vede il fondo é tutto accidentato e inselvatichito e ostile, non é posto neanche per
briganti... " "Già! Sarà per questo che i briganti si sono sistemati al monastero." Disse
sorridendo Pedro Carlos Aristotile. I monaci sbuffarono. "Con voi non c'é modo di
ragionare!" "Vi farò ragionare io." Riprese il vecchio. "Lo sapete, io sono un anarchico,
tutta la nostra famiglia lo é, da generazioni, la mia nonna materna aveva diciassette anni
ed era alla Comune di Parigi... a noi non ci imbrogliate, attenti, con noialtri non
attacca... ebbene ... le vostre terre dite, uhm, nel milleottocentododici queste terre erano
terre comunali, cioè di nessuno ma di tutti, il vostro monastero era già crollato da
qualche secolo e non si pagavano più servitù o gabelle o decime fino a quando non
avete messo piede qui voi, forse qualche sciocco o intimidito tra noi portava di tanto in
tanto qualche formaggella al vescovo o ai pretucoli dei villaggi, ma io no e neanche i
miei, mai! Sicché ora basta, quel che é stato é stato e basta così, noi siamo anarchici e
voi siete carlisti, ecco che siete tra l'altro, ma posso aggiungere anche canaglie e
farabutti, ah e anche sporcaccioni... " "Ah no! Questo é troppo anche per noi!" Sbottò
l'archimandrita. "Come vi permettete..." Il vecchio agitò il bastone interrompendo. "Mi
permetto perché i vostri diaconi, frati eccetera infastidiscono le mie figliole ecco




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perché! E? vero?" Domandò rivolgendosi alle donne lì accanto. "E' vero. Ci spiano."
Disse Nadia Lucilla, la maggiore delle tre. "Spiano?! Ma che vi salta in mente Nadia
Lucilla, avete forse mai ricevuto qualche sgarbo voi e le vostre sorelle?" "Sgarbi no, ma
spiare ci spiano. Quando prendiamo il bagno al ruscello i vostri ci spiano!" Mentre la
donna parlava i due monaci di tanto in tanto si segnavano, alzavano gli occhi al cielo e
muovevano le labbra in mute implorazioni. Alessio alzò le braccia al cielo: "Oooh che
sconcezze! Che turpitudini inaudite Nadia Lucilla Armiento!" Simeone aggiunse
esclamando a occhi bassi e mani giunte sul petto: "Oh santo cielo!" Capì troppo tardi
che gli era sfuggita una fatidica invocazione. Il cielo l'udì: Il fico dal picciolo allungato
si lanciò dabbasso risoluto, e implacabile e preciso come un parà di Otto Scorzeni:
fffrrrsssccc... sssccciafff! La caratteristica tonsura del copto Simeone scomparve sotto la
polpa brodosa e gocciolante del celeste frutto.
Alcune settimane dopo la partenza dei pastori, Alessio e Simeone, al termine delle
funzioni del vespro, s'allontanarono dal monastero e andarono a sedersi su un largo e
piatto masso affiorante dal terreno in prossimità della biforcazione del viottolo sassoso
che saliva dal piano. Il viottolo era ricavato dove le pendici del monte terminavano in
una lunga e stretta balza, interrotta in tutta la sua lunghezza da una scarpata profonda e
scoscesa che si stemperava, man mano che degradava a valle, in un pianoro sul quale
spuntavano piccoli boschetti di pini, faggi e lecci. Proprio davanti al masso la stradella
si biforcava: a sinistra s'inerpicava sul fondo di una forra fin su alla Gobba Dopuerco,
a destra un tratto di stradella piatta e larga portava al monastero.
"Non si trova rimedio fratello, siamo nei guai, si saprà tutto e sarà la nostra fine!" Disse
Alessio, quasi parlando a se stesso e guardando i due cespugli di timo e di mirto che
incrociavano i loro magri rametti come se lottassero per contendersi poche zolle di
terra incastrate alla base del macigno.
Come al solito erano seduti distanti, cioè alla massima distanza consentita dalle
dimensioni del masso, coi piedi nella stradella e le spalle alla scarpata, coi gomiti sulle
ginocchia e i pugni affondati nelle barbe a reggere il capo che ruminava foschi pensieri.
"E neanche confessare e pentirsi risolverebbe! Ahinoi!" Mormorò patetico Simeone.
Tacquero a lungo. Il pensiero dell'incombente rovina li rodeva. Dopo la partenza dei
fratelli Armiento, anche gli altri, pecorai e porcari, se n'erano andati alla spicciolata e
per alcuni giorni le orecchie di Alessio e Simeone erano state martoriate dal suono dei
campanacci delle bestie che guidavano le                   greggi verso i pascoli comuni,
abbandonando quelli servili. In più da lassù erano venute notizie allarmanti: le bestie
scoppiavano di salute, non se ne perdeva alcuna e le secchie non bastavano a contenere
il latte della mungitura, tutto andava tanto e così bene, quanto e come sarebbe andata
male ai due monaci svelatisi inequivocabilmente truffaldini. Alla sera Alessio e
Simeone che non sedevano più alla tavola sotto i fichi, andavano a digerire la cena
seduti sui loro pagliericci, pensosi e taciturni, con gli sguardi rigorosamente rivolti a
valle. Rifuggivano dal guardare alle loro spalle perché sulla Gobba Dopuerco




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baluginavano i fuochi che scaldavano i pentoloni del latte che andava cagliandosi,
anche di giorno si poteva avvistare un sottile filo di fumo alzarsi dal comignolo di una
sgangherata baracca che i pastori avevano aggiustato alla meglio e che ora fungeva da
casera, a volte il vento ignaro e tuttavia dispettoso, insinuava nelle nari dei monaci i
sapidi profumi delle caciotte affumicate lassù. "Si fa tanto di quel formaggio che tra un
po' le formaggelle cominceranno a rotolare a valle!" "Seppelliremo col pecorino quel
che resta del monastero!" Queste e altre atroci sentenze erano giunte alle orecchie dei
frati e il presagio di una imminente vendetta dei pastori, gli pareva ineluttabile e
prossima.
"Un miracolo." Disse trasognato Simeone. "Eh?" Domandò Alessio come se parlasse a
un fantasma. "Solo un miracolo può salvarci." Farfugliò il copto. L'archimandrita prese
a sussurrare e poi a salmodiare quella parola magica come una litania apotropaica o una
nenia per sortilegi che infine mutava in una formula propiziatoria: "Miracolo... mi-ra-
co-lo..."




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cap 17 Come fu che Ilia Ossipovic divenne la bandiera della libertà del piroscafo

Il gran clamore e il tramestio provenienti dal ponte di coperta erano penetrati con
attutita irruenza nelle cavernose profondità del piroscafo, fin dentro al covo dei
rivoluzionari e persino i timpani coriacei di Ivo Orsini l'avevano percepito: "E' la
rivoluzione! E' vero? eh? Non mi sbaglio! S'ode clamor di popolo!" Disse l'italiano
puntandosi con il cornetto acustico che quasi lo trafiggeva, contro una paratia vibrante
di rivolta.
Nicolai Ostrovskji arrivò trafelato e annunciò sorridente: "Lassù dicono che il gallo é
libero! C'é gran festa... non so..."
Un'eccitazione fanciullesca si diffuse tra i rivoluzionari, presero ad abbracciarsi e a
brindare con straordinaria allegria.
Anatoli Rodzjanko s'avvicinò a una vecchia radio a valvole, che doveva essere ascoltata
clandestinamente e perciò con opportune cautele, ma lo stato audiometrico delle
orecchie incartapecorite dei rivoluzionari non consentiva il rispetto di queste norme
basilari, sicché un livello acustico da discoteca veniva di fatto mitigato solo dalla
spossatezza delle valvole termoioniche dell'esausto apparecchio. Anatoli Rodzjianko
l'accese. Quella emise un lamentoso ronzio e un annoiato sibilo, l'occhio magico mandò
un fioco bagliore e prese ad ammiccare. Anatoli spostò il commutatore sulle onde corte
e sintonizzò Radio Londra nei primi giorni del giugno 1944. L'altoparlante gracchiò,
starnutì e sbadigliò, poi l'annunciatore annunciò con voce ondulata: "Attenzione,
attenzione... il gallo é libero! Il gallo é libero!" Ivo Orsini che era il più vicino
all'altoparlante, arricciò il naso investito dall'alito dell'annunciatore londinese che
puzzava di cartone ammuffito.
Il messaggio fu confermato da Radio Mosca. Allora i rivoluzionari gridarono Urrà!
Urrà! Rotule e omeri permettendo s'abbracciarono e accennarono qualche passo di
danza, poi si misero ad armeggiare sulle macchine tipografiche per dare alla stampa
bollettini, volantini, e manifesti che incitavano all'insurrezione.
"Viva la corazzata Potiomkin!" "Urrà!"
Emma Fallstromm preparò il grog e ne riempì due secchi di rame, gli altri presero
volantini, manifesti e giornali, bandiere rosse polverose e stropicciate e anche un
vecchio megafono, poi uscirono passando per la porta segreta della cambusa. Emma
Falstromm tornò indietro e colse dai vasi, riunendoli in un voluminoso fascio, garofani
rossi, mammole, narcisi, gigli e rose.




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cap 18 Come la Gobba Dopuerco superò in santità anche il vaticano

Il camionista Willy Zolemànn Dalbank avendo reso loschi servigi al capitalista Pier
Anton Magnagati s'era guadagnato l'ufficio di capocantiere in una delle imprese del
vicentino e ora dirigeva i grandiosi e strabilianti lavori alla Gobba Dopuerco.
"Metteremo qui gli ultimi piloni della funivia, ancora qualche settimana e sarà bella e
pronta. La strada asfaltata é terminata e laggiù sul pianoro ricaveremo due parcheggi per
almeno mille automobili e pullman, là esattamente al centro tra i due alberghi, e là
vedete, la stazione della funivia é proprio in mezzo ai giardini degli alberghi, sarà a due
cabine, mentre una sale l'altra        scende. Tutto doppio, tutto doppio... ormai ho ben
inteso quel che volete." " State lontano con l'asfalto dal 'masso del miracolo' mi
raccomando a voi, che resti esattamente com'é, così, naturale." "Certo eminenza,
eccellenza, santità... " Disse Willy Zòlemànn Dalbànk inchinandosi. "Eeeeh! Piano,
piano coi titoli non eccedete... siamo semplici monaci noialtri... che credete... poi si
vedrà... si sa... ma ora andate, andate pure." Disse l'archimandrita Alessio Pascalopulos
congedando il tedesco. Simeone Alistasiuti si fregò le mani per la contentezza e poi
diede una amichevole pacca sulla spalla di Alessio: "Bene, bene fratello, vedete che un
buon accordo evita tanti inutili litigi?! Già! E questa volta la soluzione é stata la mia, eh,
eh, 'dividere raddoppiando' é una formula degna di Pitagora!" "Non montatevi la testa,
riconosco la bontà della vostra idea, del resto l'avevo pensata anch'io e per questo l'ho
accettata subito, ma questo ha funzionato perché vi sono i mezzi per farla funzionare,
ammettetelo! I nostri mezzi ora sono ingenti grazie all'acqua santa benedetta... non c'é
che dire, abbiamo lavorato bene, 'aiutati che dio ti aiuta!' si sa! E così non si litiga, un
albergo a voi e uno a noi, un parcheggio a voi e uno a noi... non c'é che dire."
I due religiosi risalirono lentamente l'ultimo tratto del vecchio viottolo che ora aveva sul
lato destro, per tutta la sua lunghezza, una bella e robusta staccionata di castagno che
proteggeva i viandanti dal rischio di ruzzolare nelle scarpate. Benché vi fosse una bella
e comoda strada asfaltata che dalla valle conduceva agli alberghi e poi saliva con alcuni
tornanti fino al monastero, il viottolo sulla balza era stato aggiustato e reclamizzato
come itinerario penitenziale per i pellegrini che volevano raggiungere il monastero o il
santuario della Gobba Dopuerco. Il pedaggio per la strada era il doppio di quello per il
viottolo, poiché il risparmio in denaro comportava però maggiori disagi per i pellegrini,
anche l'efficacia penitenziale ne guadagnava, d'altro canto un maggiore esborso per il
pedaggio della comoda strada, era pur sempre considerato un sacrificio monetario,
anch'esso meritevole di congrua indulgenza, questo rovello si poneva ai peccatori
penitenti che giungevano in ferrovia, in automobile, in pullman o a piedi o in nave o
aereo (benché non ci fossero nè porto nè aeroporto) nella valle per i pellegrinaggi.
 Alessio e Simeone giunsero alla biforcazione del viottolo e per riprendere fiato
sedettero, bisogna dire: con irriverenza, sul masso ormai noto come 'il volto dello
spirito santo suggeritore', come era scritto su una targhetta di bronzo inchiodata sulla




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sua superficie, l'iscrizione era sormontata da un bassorilievo che mostrava il masso
visto dalla valle: in primo piano un angelo rannicchiato sulle pietre della scarpata e
aggrappato con le mani alle rocce, aveva le ali dispiegate, forse per aiutarsi nel
mantenere quell'equilibrio difficoltoso, mentre il capo riverso all'indietro, in profilo,
mostrava le labbra lievemente dischiuse nell'atto di                   suggerire qualcosa,
sommessamente come nella buca del proscenio, ai due monaci che al di sopra del
masso, allontanati dall'effetto prospettico, visti di spalle, pregano seduti l'uno a
sinistra e l'altro a destra.
L'archimandrita e l'abùna guardarono con sorridente compiacimento la forra che saliva
tortuosa alla Gobba, ripulita dai rovi e col fondo livellato di ghiaia e su di essa la funivia
coi suoi maestosi piloni, superba ed elegante, la stazione d'arrivo della funivia,
appollaiata a ridosso di un costone roccioso, e più sù il santuario.
"E' una bellezza!" "Grandioso, é magnifico!" Commentarono. "E dire che neanche un
anno fa, su questo masso eravamo disperati... un miracolo, é stato davvero un
miracolo!" Disse Simeone allargando le braccia. "E che miracolo!" Ribadì Alessio. "Se
non avessi avuto quell'idea... " "Ah non attribuitevi sempre il merito d'ogni cosa, fui io a
fornirvi l'ispirazione... e anche il resto, perciò non... " "Va bene, va bene! Del resto ci
siamo accordati che fu lo spirito santo suggeritore..." "Proprio così!" Ribattè il copto. "E
voi non volevate credermi, avete dubitato del vostro miglior amico, e che dico persino
del cielo avete dubitato, eh, eh, ricordate quando mi impedivate persino di invocare i
santi, la provvidenza e quant'altro? E questo per la vostra stupida superstizione e tutt'al
più per qualche fico maturo che cascava inopportuno, bah! Temere il cielo, noi! Il cielo
ci protegge e ci ama, lo avete ben visto da voi, ammirate, ammirate che trasformazioni
in meno di un anno! Che miracolo!"
Così rievocarono le tappe della loro prodigiosa fortuna, ricordarono quella sera quando
erano seduti esattamente come ora... "Miracolo? Già! Ho trovato il miracolo che ci
vuole! Sì sì!... Se il cielo é avaro noi saremo generosi, già! Aiutati che il ciel t'aiuta!
Daremo una mano al cielo per aiutarlo a produrre un bel miracolo, a volte serve... anche
il cielo ha bisogno d'esser sostenuto..." Aveva detto l'archimandrita con foga profetica.
"Che andate cianciando Alessio Pascalopulos, vi sembra il momento di scherzare?
Proprio non vi capisco, voi non state bene, vi dà di volta il cervello, riposate, non
v'arrovellate oltre..." "Sccch! Sentite Simeone Alistasiuti... ecco il miracolo... ecco, voi
dovete ammalarvi gravemente, ecco tutto !" "Io? Ammalarmi? Gravemente poi?! Che
dite, che dite! Voi farneticate... e niente niente volete farmi il malocchio... non..."
Alessio balzò in piedi e si piazzò diritto davanti al collega: "Silenzio! Tacete e
ascoltatemi! Dovete ammalarvi gravemente, ve lo ordino... per finta s'intende, dovete
ammalarvi per finta, cercate di capirmi, ma tutto deve sembrare vero, capite?... Poi io vi
porterò morente, sempre per finta, si capisce, lassù alla fonte, alla polla della sorgente,
berrete l'acqua... e gua-ri-re-te! Miracolosamente guarirete, di botto, d'incanto, l'acqua é
miracolosa! Questo si dirà noialtri a più non posso, in lungo in largo, a monte e a valle!




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Ecco perché le greggi vanno così bene! Ecco perché tanto formaggio! Ecco tutto! Tutto
spiegato, tutto é chiaro! E' chiaro anche per voi? Mi guardate poco convinto... "
Simeone tormentava la lunga barba con ambo le mani, ma gli occhi cominciavano a
brillargli con lo stesso bagliore luciferino ch'era in quelli di Alessio: "Ma... voi dite che
se la berranno?... " "Domandate se la berranno? Ah! Ah! Ah!..." L'archimandrita rise
con la mano davanti alla bocca e piegandosi in due per il gran ridere. "...La berranno, la
berranno a ettolitri! La berranno e la pagheranno cara, la imbottiglieremo persino, ne
verrà un'industria, sulle prime dovremo vendere solo miracoli, insomma chiacchiere
necessarie al popolo, si sa il vero miracolo verrà poi, quando tutti avranno creduto ai
primi... non biasimatemi, quelli servono solo per dare una spinta, si sa.... ma il vero
miracolo ci sarà, vedrete, sarà un miracolo economico, é vero, ma é pur sempre un
miracolo! Anzi é il tipo di miracolo più agognato dai più, e se il cielo li concede vorrà
pur dire qualcosa eh? Dunque non temete, la berranno! La nostra acqua miracolosa non
avrà rivali, più ci penso e più mi vien chiaro tutto... " "Però... non potreste fare voi la
parte dell'ammalato?..." Insinuò timidamente l'abùna Simeone. "Come?" Sbottò Alessio.
"M'avete dato del superstizioso a uffa, e ora rifiutate, vi peritate? Eh? Ora che la mia
idea ci salverà, ci solleverà dall'angoscia per innalzarci alla gloria... " "Basta, basta! Va
bene, avete ragione la nostra idea mi par buona... già! Un bel miracolo, un miracolo é in
fondo una trasformazione profonda, radicale, inspiegabile, anzi tanto più é inspiegabile
tanto più diventa un miracolo, già, già... trasformeremo questa landa desolata in una
regione industriosa, ci sarà sviluppo economico, espansione industriale ah sì! Altro che
Karl Marx! Noi qui s'investe un guaio che stava per annientarci e se ne ricava una
fortuna che ci farà vescovi o cardinali chissà!..." Alessio l'interruppe geloso e timoroso
che gli si sottraesse la paternità dell'idea. "Vedo che avete ben compreso, avete detto...
la nostra idea... eh ma si tratta della... mia idea... ma fa lo stesso, l'importante é che
abbiate capito, avete capito e già prosperate di progetti, ma v'avverto, bisognerà fare
patti chiari ed equi, si dividerà tutto perfettamente..." "Certamente, saremo ferrei alleati,
del resto ci toccherà difenderci dai concorrenti, dai predoni che annuseranno l'affare,
già!" Alessio riprese: " Già! Ma ora non indugiamo, forse abbiamo poco tempo,
mettiamoci subito al lavoro... ecco, torniamo al monastero e ammalatevi subito." "Va
bene, voi svegliate i confratelli per pregare, io sono già malatissimo, oh se lo sono, il
pensiero di tanta fortuna mi innalza la temperatura!"
La notizia dell'incombente morte dell'abùna salì fino alla gobba dopuerco precedendo di
qualche ora lo stesso moribondo, trasportato fin lassù in una rozza lettiga seguita da una
piccola processione per invocare, in quel luogo santo, la guarigione del monaco. Il
doloroso corteo era chiuso dai cani Leonardo e Jota che si scambiavano sguardi
interrogativi e non s'affrancavano dalla mestizia generale. Simeone recitava tanto bene
la parte che Alessio ne rimase impressionato, l'eccitazione e il caldo gli davano
giramenti di testa, la suggestione fece il resto sicché tutto poi gli parve verissimo.
Simeone ebbe un sussulto e un malcelato fremito di disappunto quando sentì tintinnare




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le boccette dell'olio santo per l'estrema unzione e le orazioni funebri che qualcuno, con
anticipato zelo, mormorava a poca distanza dalle orecchie del finto morente. Monaci,
diaconi e confratelli furono spediti al piano, ai casolari e ai villaggi per diffondere la
triste nuova.
"Crepi! Lui e il suo compare! Che il diavolo se li porti!" Fu il perentorio e sentenzioso
commento di Luis Miguel Armiento. Il vecchio era seduto su una grossa radice
fuoriuscita dal terreno, all'ombra del gigantesco carrubo, fumava il suo sigaro e
guardava davanti a sè i dirupi del versante occidentale della Gobba franato in basso da
chissà quanti secoli, era la parte più selvaggia del monte, una piccola sierra
s'aggrappava al pendio ripido e franoso, intricato da una vegetazione ostinata, contorta e
promiscua di rovi, fichi selvatici, acacie, perastri e cetrangoli, era un posto
impenetrabile anche ai più abili cacciatori che al massimo si spingevano dentro per
poche decine di metri a caccia di volpi o cinghiali.
"E perché vengono quassù?" Domandò allarmato e iroso il vecchio quando, dopo
qualche ora, fu informato della processione. "Eh? Vogliono lasciarci quassù quella
carogna? Che lo buttino in un crepaccio! Lui e il suo socio!"
Simeone invece fu adagiato sull'orlo della polla d'acqua, Alessio l'assisteva
amorevolmente, ormai totalmente immedesimato nella recitazione. Leonardo e Jota
annusarono i piedi di Simeone e poi andarono a bere dalla polla, Alessio li scacciò
bruscamente e poi s'inginocchiò accanto al morente e gli mise tra le mani un rosario.
Intorno i confratelli pregavano sommessamente, come convenuto Alessio esortò il copto
a invocare la guarigione e quello prese a sgranare il rosario: "Santa madre di dio! Santa
vergine addolorata!..." Alessio vide con orrore rotolare giù dalla sovrastante rupe due
sassi che si fermarono solo dopo aver colpito l'uno il ginocchio e l'altro la chierica di
Simeone: toc! Toc! "Porc...putt...!" Sfuggì per il dolore al morente. Alessio strappò di
mano a Simeone il rosario per interrompere, prima ancora che le bestemmie, la tiritera
dei santi, infatti aveva visto sulla parete quasi verticale della rupe, decine di pietre
grosse e piccole, incastrate là forse da millenni, accennare incipienti movimenti verso il
basso. Lo strattone che Alessio diede al rosario ne ruppe il filo di seta che lo teneva
unito e decine di perline di legno colorato si sfilarono disperdendosi d'intorno e infine
saltellando nella polla: plin! plin! plin! Alessio divenne pallido, si fece forza e scacciò a
fatica il pensiero roditore che gli ravvisava l'infausto presagio di una imminente frana
che li avrebbe sepolti vivi. Guardò verso l'alto, le pietre erano tornate alla loro
immobilità millenaria. Esalò un profondo sollievo, s'asciugò con la manica della tonaca
il sudore freddo che gli aveva raggelata la fronte e Si fece animo, allora offrì una
ciotola d'acqua all'infermo versandogliela in faccia dall'alto, come il battista. L'acqua
fredda scosse con un brivido sussultorio Simeone che non ebbe il fiato per imprecare,
ma trasse un profondo e rumoroso sospiro, i monaci temettero che avesse esalato
l'ultimo respiro, ma si ricredettero all'istante perché quello balzò su e poi s'inginocchiò a
ringraziare il cielo, però rigorosamente senza invocazioni sante. "Acqua santa




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benedetta! Acqua santa benedetta! Miracolo! Miracolo!" Gridò con tempismo Alessio
prima che i presenti potessero neppur abbozzare qualche minima congettura
sull'accaduto. Miracolo! Urlarono tutti in tutte le tonalità della gratitudine e della
meraviglia, s'inginocchiavano, alzavano le braccia al cielo o si prostravano bocconi a
baciare il suolo o immergevano le mani e il capo nella polla d'acqua. Alcune rane
fuggirono spaventate, gracidando anche loro, nel canneto. Dopo un po' anche i diaconi
e i monaci corsero per spargersi nelle contrade ad annunciare i miracoli dell'acqua santa
benedetta della polla: E' acqua santa benedetta! Ha salvato Simeone Alistasiuti da
morte sicura! E le greggi smunte che l'hanno bevuta ora sono paffute e produttive
all'inverosimile! Persino i porci ingrassano come non s'é mai visto! I contadini e i
pastori piano piano cedettero dal loro scetticismo secolare, ruvido e polveroso e
sorrisero a tanta benevolenza celeste e all'entusiastico ardore di quei giovani monaci.




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cap 19 Come tentarono di far discendere Ilia Ossipovic dal pennone

La contessa Màriza Lisavieta Barilievna passeggiava mollemente sul secondo ponte di
coperta e col binocoletto da teatro osservava quanto accadeva là in cima ai pennoni,
l'inesorabile oscillare del mappamondo della contessa si confondeva col lieve rollio
della nave ed era seguito con l'attenzione propria di uno studioso dell'Istituto
Geografico Nazionale dal 'grande tessitore' che tallonava la contessa ormai in preda a
suggestioni irresistibili. L'abbondante colazione della contessa aveva prodotto nel suo
nobile intestino brontolii e discussioni che sfociarono in una discreta, prolungata e quasi
impercettibile scoreggia: prrrrrrrrrrrrrr! Che però non sfuggì all'otofonica libidine del
turco e ciò fu come il canto delle sirene per Ulisse, ma Ostap Bender non era legato
all'albero della nave come l'eroe omerico sicché fu rapito da quell'incantevole acustico
richiamo.
Il 'grande tessitore' era seguito dai suoi autori: Ilia Ilif e Evghieni Petrov. I due scrittori
erano quanto mai agitati e preoccupati, camminavano a braccetto dell'illustre psichiatra
italiano professor Bolleski che tentava di tranquillizzarli circa il comportamento del loro
personaggio: "Vedete signori... il fatto che il vostro personaggio manifesti ora una
smodata, quasi maniacale attenzione, quasi una fissazione per il... ecco per le...
insomma per il 'mappamondo della contessa... ecco é qualcosa che attiene a una sua
propria propensione caratteriale... e in fondo voi signori l'avete così nettamente
caratterizzato, come dire scolpito, definito e dunque... ora é mutato l'oggetto di questo
interessamento esclusivo, unilaterale, capite... la sindrome rimane la stessa é mutato
l'oggetto dell'interesse per il resto lo vedete da voi che l'ostinazione nel perseguire lo
scopo, il fascino di cui é succube, l'esclusività dell'interesse sono gli stessi che
manifestava verso i gioielli di cui m'avete detto... é solo un temporaneo cambiamento
dell'oggetto di una passione morbosa, non penso che sia irreversibile... passata questa
infatuazione tornerà a riversare la medesima irrazionale passione verso i gioielli... in
vero noto ora che di nuovo forse c'é un certo rapimento estatico... un atteggiamento
contemplativo... del resto... ecco vedete quel morbido dondolio delle natiche della
contessa é quasi ipnotico, suggestionante..." Il professor Bollescki sporse il capo in
avanti, si curvò leggermente e prese anch'egli a dondolare gli occhi in sincronismo con
gli scutrettolanti fianchi della contessa.
"Professore aiutateci! Dobbiamo portare a termine 'Le dodici sedie'... e non si tratta di
un lavoro di falegnameria, é un romanzo! Il nostro romanzo!... non lasciateci nei
pasticci, abbiamo già incassato e speso l'acconto dell'editore! Dobbiamo assolutamente
terminare il nostro libro!" Gli scrittori imploravano il professore spinti dalla crescente
preoccupazione per il mutato stato psichico di Ostap Bender, brividi di panico gli
agghiacciavano la schiena al pensiero che il loro personaggio si fosse irrimediabilmente
perduto e quando il professor Bollescki prese a sua volta a fissare quel diabolico
pendolo di Foucault, cominciarono a disperare. Tentarono di scuotere per le spalle e per




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le braccia il professore che assorto nell'osservazione non rispondeva più ma emetteva
solo un ritmico e flebile bisbiglio: 'flopp-flopp... flopp-flopp..." La contessa Màriza
Lisavieta, ignara del voluttuoso corteo che la seguiva, si fermò e alzò il capo per
meglio osservare col binocoletto i volteggi di Ilia Ossipovic. I due scrittori mollarono
prontamente le braccia del professor Bollescki per afferrare quelle del 'grande tessitore'
giusto in tempo per evitare che il turco tamponasse con tragica lussuria la contessa,
arretrarono di un passo tutti insieme con sbalordito terrore come se fossero sull'orlo di
un abisso ancestrale.
La gente tuttintorno era volta coi nasi all'insù intenta ad guardare le acrobazie del gallo
Ilia Ossipovic, solo alle spalle della contessa, Ostap Bender, il professor Bollescki e ora
anche i due scrittori, non si curavano di quanto accadeva in alto sui pennoni: gli sguardi
a mezza altezza erano appuntati come spille da balia sul nobile mappamondo di Màriza
Lisavieta Barilievna.

Sul ponte della plancia il comandante Mattìa Milos Spiffievic e il suo stato maggiore
s'interrogavano sul da farsi. D'un tratto la Smirnovna si diede col palmo della mano uno
schioccante colpettino sulla bella fronte, sorrise raggiante e si diresse a rotta di collo
giù per una delle scale. Lo scatto della vulcanica smirnovna riscosse dal torpore o dal
lavorio intellettuale gli ufficiali e i marinai che guardarono interrogativamente il
comandante. Quello fece spallucce, come dire "Che diavolo avrà pensato... non so, lo
ignoro."
Altrettanto ignaro e ancor più lontano dall'immaginare il piano della Smirnovna era
Fiodor Timofeic. Era costui un gatto soriano d'un bel colore grigio perlaceo, pigrissimo,
indolente fino allo stoicismo. Ed ecco giustappunto da buon pelandrone dormiva alla
grossa sul parasole spiovente d'una finestra.
Fiodor Timofeic si sentì dunque afferrato per la coda e tirato all'indietro, come era nel
suo proprio carattere non s'allarmò, non si scompose, ma neanche si svegliò, almeno del
tutto, si limitò, in giusta economia, a dischiudere un occhio, ma con la palpebra a
mezz'asta, quel tanto per vedere il tettuccio metallico verniciato di giallo, scivolargli,
allontanandosi, sotto la pancia. Infatti la cuoca, ritta sulle punte dei piedi, s'era
allungata al massimo, aveva afferrato la coda di Fiodor Timofeic e ora lo tirava verso di
se come se stesse tirando lo straccio per fare le polveri ai mobili, di fatto Fiodor
Timofeic lasciò lungo la sua ritirata una lucida striscia spolverata e si lasciò cadere
trasognato tra le braccia e le morbide poppe di Katia Ivonne Smirnovna e lì tentò di
continuare a sonnecchiare.
"Ecco qui Fiodor Timofeic! Con lui rimedieremo eh?" Dalle facce perplesse degli
astanti la cuoca dedusse che nessuno aveva compreso in che consistesse il rimedio, così
rivolse un accorato e perentorio discorsetto al gatto: "Fiodor Timofeic! Salite lassù e
fate ridiscendere quel gallo! Avete capito? Forza! Tocca a voi!" Disvelato il piano della
cuoca, tutti quelli che stavano d'attorno plaudirono all'idea ammirando e invidiando la




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napoleonica genialità della Smirnovna, l'audacia, l'originalità, la spregiudicatezza di
quel piano.
"Comandante seguitemi!" Disse risoluta la cuoca, ficcandosi un ricciolo di capelli sotto
il cappellino marinaresco. Spiffievic la seguì senza indugi mentre la folla d'intorno
s'apriva per far largo ai due e al codazzo che li seguiva. Fiodor Timofeic si trovò
sciorinato come se fosse stato una pelliccia di volpe messa ad essiccare per la concia,
con le zampe di sinistra strette nelle mani della cuoca e quelle di destra in quelle del
comandante, disteso e allargato com'era, temette di essere sottoposto al supplizio dello
squartamento, Fiodor Timofeic non sapeva nulla della Santa Inquisizione e del
Torquemada, nè di torture, roghi e supplizi, dunque non sapeva che congetture fare
intorno alla propria imminente sorte, tuttavia intuì che non gliene sarebbe venuto niente
di buono perciò vinse una parte della sua congenita pigrizia e dischiuse a metà ambo gli
occhi, li volse interrogativi e supplichevoli verso la Smirnovna e poi verso Spiffievic,
ma quelli non se ne curarono, anzi in quel momento cominciarono a oscillare in
sincronia le braccia, indietro e poi in avanti accompagnando il movimento con un breve
canto che pareva piuttosto un esercizio di solfeggio: "Oooo... ò! Ooo... ò!" Quelli
d'intorno fecero coro come in un canto responsoriale. Fiodor Timofeic dispiegato come
un biplano descrisse un semicerchio, vedeva il pavimento sotto di se ora avvicinarsi ora
allontanarsi, si trovava ora in ripida picchiata e poi in altrettanto ripida ascensione:
"Ooo... ò! Ooo...ò!"
Il povero Fiodor timofeic sentì la cuoca che gli diceva: "Fiodor timofeic! Pronto
adesso! Ti lanceremo lassù, afferratevi al pennone e vedete di far venir giù quel gallo!
Pronti via! Ooooo....òoo!" Fiodor Timofeic fu lanciato con gran vigore in direzione del
pennone più basso sul quale secondo i calcoli balistici della Smirnovna avrebbe dovuto
atterrare per poi salire lungo l'albero fino al pennone più alto e di là scacciare Ilia
Ossipovic. Fiodor Timofeic, con gli occhi chiusi strettamente, le orecchie schiacciate
all'indietro contro la testa, il pelo ritto dalla paura e le zampe allargate che pareva un
aquilone, volò verso l'alto, sentì la velocità decrescere e quando ebbe raggiunto il punto
morto superiore, ossia il culmine della parabola, si domandò atterrito dove mai sarebbe
atterrato, e se avrebbe raggiunto il punto morto inferiore oppure il punto inferiore
morto! Tuttavia ebbe per un istante una sensazione di ebbrezza e tranquillità, riaprì gli
occhi e drizzò le orecchie, guardò in alto e vide Ilia Ossipovic che lo guardava attonito e
preoccupato dall'alto dell'ultimo pennone, questo gli mise ansia nell'animo, ma ciò che
vide dabbasso lo terrorizzò procurandogli un attacco di vertigini e si sentì sospinto in
avanti e risucchiato, con velocità crescente verso il basso, annaspò nel tentativo di
afferrarsi alle bandierine del gran pavese che per un tratto gli scorsero sulla testa, ma
poi si rassegnò al peggio, di nuovo chiuse gli occhi e accartocciò le orecchie mentre tra
se e se sgranava imprecazioni sconnesse. Precipitò con traiettoria obliqua, alla sua
destra scorrevano l'uno dopo l'altro, tutti i ponti superiori della nave. Cadde sul tetto
conico, alla cinese, del gazebo delle limonate che si trovava accanto alla piscina della




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prima classe. L'inclinazione del tettuccio di tela rossa e la traiettoria discendente di
Fiodor Timofeic erano convergenti e ben si raccordavano, sicché l'impatto fu morbido e
sordo, scivolò sfrigolando e lasciando dietro di se una scia grigio azzurrina prima di
ritrovarsi nuovamente per aria.
Fiodor Timofeic sfrecciò con direzione quasi orizzontale coraggiosamente riaprì per un
istante gli occhi, la sottostante visione dell'acqua cheta e verdina della piscina lo
terrorizzò a causa di quella naturale e speciale propensione all'idrorepellenza o
invincibile idiosincrasia per l'acqua.
Il nostro Fiodor Timofeic s'abbattè con una sonora panzata sulla tremula superficie
dell'odiato liquido senza affondare e ne rimbalzò per andare a conficcarsi tra le tele
multicolori delle sedie sdraio accatastate in bell'ordine sul bordo della piscina e lì
terminò il suo primo volo coatto, senza che gli avesse guadagnato l'onore o la gloria di
Zoroastro o dei fratelli Wright.
Il comandante Spiffievic, la Smirnovna e la loro squadra, non tardarono a raggiungere
il luogo in cui era precipitato il gatto. "Quel tanghevo non é stato capace di attaccavsi al
pennone accidenti a lui!" Disse il comandante mentre scendevano le scalette per
raggiungere la piscina. "Riproveremo e andrà ben, vedrete." Lo incoraggiava la
Smirnovna. Giunti alla piscina attorniarono la catasta delle sedie sdraio e presero a
smantellarla, aprendo e chiudendo a malo modo i telai di faggio delle sedie pieghevoli
allo scopo di ritrovare Fiodor Timofeic. Certamente quest'ultimo, che giaceva svenuto o
dormiente o tutte e due le cose insieme, impacchettato tra due tele a strisce bianche,
azzurre e rosse, sarebbe rimasto stritolato dal grande sforbiciamento dei telai, già
qualcuno dei soccorritori s'era schiacciato le dita o un piede. Ed ecco che l'occhio acuto
della Smirnovna avvistò la coda di Fiodor Timofeic penzolante tra una pila di sdraio e
ombrelloni, l'afferrò: "Eccolo!" Annunciò allegramente e già lo mostrava tenendolo
teneramente e saldamente tra le braccia. Fiodor Timofeic era mollemente sdraiato sul
dorso, mezzo tramortito, sentiva sulla schiena il contatto caldo e morbido delle tette
della cuoca, socchiuse un occhio e sbirciò d'attorno, ma non elaborò pensieri fuggiaschi,
non annusò neanche il dolce profumo di donna che il petto della Smirnovna effondeva,
era sopraffatto oltre che dalla sua propria pigrizia, dalla stanchezza, dai postumi aviatori
e dal fastidio insopportabile che gli davano i suoi sciocchi e arroganti arruolatori,
richiuse l'occhio e cercò rifugio nel sonno.

Anton Calabròn guardava distrattamente ora il mare, ora il ponte di coperta gremito di
passeggeri urlanti, festosi ed eccitati mentre con le dita d'una mano cincischiava tra i
capelli riccioluti. Di fronte a lui l'armatore Sckafic e Semion Mosis Arraffi indugiavano
tra lo sforzo di comprendere quel che accadeva d'intorno e l'avida necessità di rifare i
conti dell'incasso.
Sckafic Sckafimovic strattonò, un po' stizzito, il gomito di Anton Calabròn: "Ma mi
sentite Anton Calabròn? Eh?" "certo, certo che vi sento, sicuro!" Fece quello. "... non




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mi sono distratto. Stavo guardando... quegli strani tipi laggiù... sì, sì il vostro conto é
giusto, v'ascolto, v'ascolto... ma quelli là son proprio strani, già... guardate da voi se non
sono strani..." L'armatore e il contabile malvolentieri si distolsero dai conteggi per
guardare nella direzione indicata dal giovanotto ossia la dove s'era abbarbicato il
gruppetto dei vetusti rivoluzionari. "E già... proprio strani sì davvero uhm... ma guarda
che roba... che diavoleria é questa ... ma voi, dite... voi Semiòn Mosis... voi non vi pare
che... " Disse l'armatore picchiettando con un indice sull'omero del contabile mentre
con l'altro si massaggiava una tempia. "...ecco... che mi venga un colpo... se quelli non
sono passati dalla biglietteria... non può essere a me non la si fa... voi, voi Semiòn
Mosis Arraffi, guardateli bene, ve ne ricordate? vostra memoria eh? La vostra memoria
reputata eccellente ... beh almeno da voi stesso... eh? Che dite? Che dite eh?" Il
contabile prolungò con la mano la visiera del berretto, acuì la vista e coalizzò memoria
e tirchieria in uno sforzo sovrumano che producesse la risposta all'insidiosa domanda
dell'armatore, poi corrugò la fronte e vi batté coi polpastrelli paffuti e infine disse: "Se
hanno pagato?... Propriamente, dalla biglietteria devono certo essere passati... lo ricordo
bene, propriamente ! Non mi sbaglio... eh quelle facce poi! Sicuro che son passati...
però mi pare come se propriamente, questo sia accaduto tanto tempo fa... molti anni or
sono e non invece poche ore fa... ma questo non può essere... é propriamente una
stranezza, ma son certo che han pagato sì... han pagato, han pagato propriamente di
certo!"




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cap 20 Come s'accrebbe l'odio dei monaci per il gallo

Pier Antòn Magnagati entrò con discrezione nella cappelletta e s'avvicinò, tenendo il
cappello tra le mani, ai due religiosi e disse: "Ho saputo che quel gallo ha colpito Kirilla
Petrovic con quel fetido... e ora mi hanno detto che ha anche colpito la vostra
tonsura!..." Il vicentino guardò compassionevole il cranio di Simeone Alistasiuti coperto
da un roseo fazzoletto intriso di lavanda e gelsomino che il monaco di tanto in tanto
strofinava sul cranio rasato. "Già! Ero in coperta... per vedere quel diavolo d'un gallo...
"⌡ " Avete invocato il cielo improvvidamente! Ecco cos'é stato! La su quelll'albero non
ci sono fichi... ma c'é quel ribaldo..." Interruppe Alessio a sua volta interrotto
stizzosamente da Simeone: "Siete un superstizioso e comincio a credere che siate anche
un po' jettatore! Che volete, vi avevo detto di catturarlo... di ... lo spiedo..., ma tant'é
che ora vedete... impallinarlo bisogna, lassù potete impallinarlo prima che si scopra
tutto..." "Non possiamo, impallin... non si può ma ora vi prego..." Sussurrò nelle loro
orecchie: "Prego venite, ho da parlarvi, venite da me là saremo tranquilli." L'italiano li
condusse sul terrazzino del suo appartamento, sedettero a un tavolino sotto un
variopinto ombrellone. "Prego un bicchierino eccellenti eminenze eh eh!" Bevvero,
Alessio si sorbì le labbra con la manica della tonaca e fece per prendere la pipa ma
Simeone gli prese la mano e ne arrotolò le dita intorno alla ringhiera rotonda del
balconcino: "Non se ne parla, tenete spento quell'ordigno!" !Qui siamo più tranquilli,
sapete dicono che ci spiano, non so... ecco volevo dirvi che il mio lavoro é fatto, da
mesi é finito, anche la funivia é in funzione... ecco... un acconto almeno... com'era nei
patti dico, non di più... " "Alessio s'impossessò del preambolo del Magnagati e
continuò: "Già! Un acconto almeno, giusto dite bene, ormai vendete la nostra acqua da
molto tempo... sì almeno un acconto ce lo dovete..." Simeone concluse: "Ho già fatto i
conti, dateci per ora un acconto, sono d'accordo con Alessio Pascalopulos, diciamo un
acconto di..." E poggiò sul tavolino un voluminoso taccuino a quadretti, lo fece con
riverenza e solennità che non tributava neanche ai vangeli. Il vicentino sorrise sornione,
srotolò la larga falda del suo cappellaccio che un attimo prima aveva arrotolato e si
dispose ad ingaggiare una lotta all'ultima copeca coi suoi validissimi avversari: "Già! I
conti, li avete fatti vedo, vedo, qui ecco i miei pure, si tratta... beh a me risulta che mi
dobbiate centomila rubli..." "Perfettamente giusto! Esattamente per dire... proprio
centomila rubli é quel che ci dovete, per dire, ecco." Disse Simeone aprendo il taccuino
con mossa liturgica. I monaci puntarono gli occhi fermi e impudenti in quelli esitanti e
interrogativi del Magnagati che per salvaguardarsi da un malaugurato strabismo li
spostava ora sull'uno , ora sull'altro. Il vicentino capì d'aver trovato pane per i suoi
denti, tuttavia tentò di sgranocchiare con cautela quegli ossi duri: "Eh, l'acqua... lo so,
ha fruttato, frutterà certo chi lo nega, ma ammettete che lassù da voi se n'é fatto di
lavoro, e che lavoro! Ben fatto! Già! Del resto se centomila rubli sembrano tanti... ci si
può accordare, io vengo sempre ad un accordo, che sia un accordo tra cristiani,




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s'intende. Cinquantamila per esempio... datemi cinq..." "D'accordissimo! Va bene
cinquantamila, dateci cinquantamila e saremo pari, e non se ne parli più." Disse
fintamente raggiante l'abùna. L'archimandrita approvò salmodiando: "E così sia!" "Eh,
eh! L'acqua frutta bene, che sono in fondo cinquantamila rubli pfu!" Aggiunse Simeone
richiudendo il taccuino a quadretti dal quale si levò un profumo di incenso. "Rende bene
anche a voi, ma i lavori, gli alberghi, la funivia... " "Tutta opera della provvidenza,
l'acqua santa benedetta, lo sapete meglio di noi e ve ne ringraziamo. Del resto era nei
patti, vi avremmo pagato... in acqua santa e così s'é fatto, siamo in affari e le cose vanno
più che bene, dunque si spartisca il guadagno... un tanto a voi e un tanto a noi, come
vuole il cielo che ci ha accordato tanta fortuna eh?" Disse Alessio prendendo un altro
bicchierino.
I lavori eseguiti dal Magnagati erano stati davvero tanti e grandiosi. Delle rovine del
vecchio monastero non restava più traccia se non per alcune di quelle antiche pietre
rimaste a mo' di citazione del passato. Il nuovo edificio che si ergeva alto e arioso, là
dov'erano i ruderi del vecchio monastero. Aveva un ampio ingresso fresco e ombroso
attraverso una breve galleria i cui archi, per metà a sesto acuto e per metà a sesto
ribassato, erano sostenuti a sinistra da colonne doriche e a destra da piccoli obelischi in
pietra grezza. Quella architettura bizzarra e stramba era stato il risultato delle estenuanti
mediazioni estorte dai costruttori ai committenti irriducibili avversari in ogni cosa. La
costruzione era così divisa in due stili architettonici, in due teologie e anche in due ali
che abbracciavano un ampio chiostro con aiuole e fontanelle. Tutt'intorno e sul piano
superiore, molte decine di confortevoli camerette singole, doppie e triple, dotate di
bagno, riscaldamento e aria condizionata sostituivano le antiche e anguste celle dei
frati. La parte posteriore del nuovo monastero era compenetrata con le rocce del monte,
nelle pareti erano ricavate nicchie e piccole cappellette che circondavano un grande
cenobio pavimentato di marmi e arredato con lunghi e massicci tavoli di quercia ben
levigata e lucida, così pure le panche e le suppellettili, i candelieri dorati e argentati e
ogni cosa brillava di un opulento lindore. L'alto soffitto che un tempo era la ruvida volta
di una grotta, ora era divenuto una perfetta cupola sferica finemente stuccata da cui
spiccavano affreschi e bassorilievi.
Sull'antica aia, all'esterno del monastero, i due secolari fichi non c'erano più, qualcosa di
loro era rimasto nelle cataste della legnaia dietro il refettorio dei pellegrini.
Ai lati del monastero erano state costruite due chiesuole: una copta e l'altra bizantina. I
due monaci s'erano ben accordati e per ridurre al minimo i soventi litigi dividevano tutto
in due, almeno quello che era divisibile, quello che non lo era lo raddoppiavano: una
chiesuola a te e una a me, una funivia a te e una a me. Pure c'era stato un momento
critico allorché le potenti imprese di costruzioni del Magnagati, divenuto socio dei due
monaci, s'accinsero a terminare la costruzione delle chiesuole con l'elevazione dei
rispettivi campanili. Accadeva che ora a Simeone, ora ad Alessio, il campanile del
rivale paresse più alto del proprio, seguivano proteste, obiezioni, richieste e ora all'uno,




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ora all'altro campanile veniva aggiunta un'altra fila di mattoni che ne sospingeva le
cuspidi sempre più in alto. L'agonismo e lo spirito di rivalsa e la soverchieria, tutte doti
abbondantemente ed equamente distribuite tra l'archimandrita e l'abùna, non
arretravano, neanche in nome della ragionevolezza o per le leggi della meccanica
statica, nè rifuggivano da volgari bassezze, da furfanterie e trucchi vergognosi come
quello di corrompere i muratori, costringendoli nottetempo ad aggiungere una fila di
mattoni al proprio campanile o di suggerirgli di inspessire la malta tra una fila di
mattoni e l'altra per guadagnare qualche centimetro di terrestre altitudine sull'avversario
e nel contempo accorciare le distanze col cielo. Tanto i due religiosi affondavano nella
meschinità tanto più i campanili s'elevavano pericolosamente al cielo, finché il
Magnagati sventò una sicura catastrofe babelica ricorrendo ad argomentazioni tecniche,
filosofiche, teologiche e terroristiche: "Eccellentissimi é nel cuore di ognuno di noi
voler un giorno salire in cielo tra i beati, ma é pur vero che conviene rimandare il più a
lungo possibile quel benedetto giorno e in ogni caso non si pensi di salirvi senza
l'autorizzazione del creatore, facendo di propria testa con i mezzucci nostri di
pover'uomini non si può, non sta bene. Ma poi considerate più praticamente la
questione, già ora a questa rispettabile altezza testè raggiunta avremo grandi difficoltà a
portar lassù le campane che le vostre eminentissime eccellenze hanno voluto grosse e
dunque pesantissime e persino di bronzo cinese... bah! Nulla da dire sul bronzo cinese,
s'intende, ma... ecco desumere l'eccellenza del bronzo cinese dalla faccia del presidente
Teng-siao Ping!... Non so, non m'intendo di leghe... neanche di quella lombarda,
insomma non so, ma lasciamo perdere... dicevo... ecco, badate che tra un po' si rischia
di superare con le guglie l'altezza della sommità della Gobba Dopuerco... il santuario di
lassù si sentirà defraudato del primato dell'altitudine, della miracolosità sua propria..."
Poi il vicentino sferrò il colpo più micidiale e terribile che destò in lui medesimo una
subdola paura, ne ebbe pudore ed esitò, ma poi un po' pallido in volto e con tono grave e
voce sommessa, s'avvicinò alle orecchie dei religiosi e si liberò di quel pensiero
abominevole, così farfugliò: "... vedete..." Girò la testa verso i campanili e subito ne
distolse lo sguardo turbato e lo volse pieno di angoscia negli occhi di Alessio e
Simeone: "... somigliano troppo a... le... twins towers!... Non vorrei... si accaniscono
senza ragione... non vorrei... é troppo pericoloso, non dobbiamo esporci... " I monaci
restarono di stucco e per alcuni minuti non parlarono nè si mossero ma guardarono
come ipnotizzati la faccia del vicentino che ora si guardava vergognoso i piedi, poi di
sottecchi sbirciarono i campanili e presero fiato: "Voi avete pensato... Bin..."
"...Laden... dite che..." Dissero Alessio e Simeone spartendosi nome e cognome di
quell'orrore. "Io non dico nulla... io non so, ma é terribile questo pensiero..." Così
quell'aerea competizione ebbe fine, non subito come poteva prevedersi, perché furono
necessarie varie misurazioni, con bolle da muratore, teodoliti, apparecchi laser,
misurazioni satellitari ed elaborazioni di calcolo che consentissero di stabilire una
uguaglianza perfetta dell'altezza dei due campanili. Infine furono issate le campane e




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per quelle non ci furono speciali beghe perché l'iniziale invincibile propensione dei due
a superarsi vicendevolmente si bloccò subito allorché qualcuno fece notare che
aumentare di un semitono la nota della campana per essere al di sopra dell'avversario
avrebbe innescato una competizione, che pure sulle prime ci fu, la quale avrebbe
spostato l'emissione sonora nella gamma degli ultrasuoni, sicché insieme alle campane
s'accordarono anche quei due monaci stonati. Il Magnagati sollevato finalmente da quei
due fastidiosi e fiero del lavoro ultimato, per prevenire screzi sempre in agguato, regalò
ai due un gingillo che li tenne impegnati a non litigare o competere stupidamente ma
che al contrario li sospinse a collaborare. Si trattava del 'sacrestano elettronico pilotato
da calcolatore', era un apparecchio capace di suonare le campane come Gelly Rolly
Morton suonerebbe il pianoforte, le partiture o le composizioni musicali potevano
essere create, modificate e programmate a piacere. Alessio e Simeone s'appassionarono
a quel meraviglioso giocattolo e vi dedicarono molto del tempo che altrimenti avrebbero
impiegato in discussioni litigiose.
Lassù in cima alla Gobba Dopuerco il compromesso era stato più difficile e articolato
poiché la polla dell'acqua spacciata per miracolosa era una sola e bisognava spartirne i
proventi senza destare scandali o innescare pericolosi scismi teologici che avrebbero
danneggiato la causa comune. Si ponevano anche vari problemi pratici che i due
affrontarono pazientemente e con arguzia sollecitata dall'avidità di guadagni e
dall'incredulità per la straordinaria e rapida fortuna che gli era toccata.
Accanto alla polla miracolosa era stato eretto un santuario dedicato a Santacqua
Dopuerco, una sorta di divinità pagana che i due non si peritarono di santificare secondo
gli ampollosi e solenni crismi teocratici, del resto il popolino non chiede certificazioni
speciali e garanzie per bersi qualunque frottola ben apparecchiata e poiché là si trattava
di acqua, se la bevve doppiamente. Così l'archimandrita e l'abùna evitarono di correre il
rischio di un lento, interminabile ed estenuante processo di canonizzazione che
riconoscesse ufficialmente la santità del loro affare, corsero però, almeno sulle prime, il
rischio di venir essi stessi cannonizzati dal vecchio Luis Miguel Armiento che rinverdita
dallo sdegno per quanto accadeva lassù, la sua giovanile passione rivoluzionaria e la
foga anticlericale, rinvenne in un crepaccio della Piccola Sierra una antica colubrina di
bronzo con l'effigie di Carlo V e s'apprestò a puntarla sui monaci.
Il piccolo santuario inglobava il vecchio lastrone di pietra già oggetto di venerazione,
così i due furbacchioni unirono la tradizione alla modernizzazione raddoppiandone la
potenza miracolistica. Così rovi, serpi, topi e ramarri dovettero sloggiare dal lastrone di
porfido che per tanto tempo s'era crogiolato al sole della Gobba Dopuerco, fino ad
arroventarsi nei torridi pomeriggi d'estate. Ora sottratto all'aria aperta e al sole fulgente
di lassù, giaceva nella penombra azzurrina del santuario, tra i muri imbiancati a calce.
In più un rivolo d'acqua che una tubazione prelevava dalla polla, lo rinfrescava. L'acqua
percorreva silenziosa le rughe millenarie, già levigate dalla pioggia, dividendosi in
innumerevoli filini che poi si riunivano scivolando e gocciolando pian piano in un




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cratere d'argento posto ai piedi del lastrone. I monaci addetti alla distribuzione
dell'acqua miracolosa, con gesti solenni e pomposi, attingevano il santo liquido con
piccolissimi mestoli e la lesinavano alle bocche inaridite, sdentate, assetate di sacro dei
pellegrini e ai candidati miracolabili che a piccoli gruppi venivano intruppati e
accompagnati fino al santuario.
Tutto era ben organizzato nella piccola cappella del santo luogo, sul fondo della quale
era collocato un altare che come ogni cosa era sdoppiato nelle fattezze e nello stile
secondo i criteri e le tradizioni delle rivali confessioni religiose e anche secondo
enigmatiche regole palindrome.
Al di sopra dell'altare era ricavata una nicchia a forma di valva col fondo dipinto d'un
tenue azzurrino. All'interno della nicchia, ben mimetizzato, era installato un ingegnoso
sistema idraulico composto di cannette di vetro, valvole e altri aggeggi, capace di
proiettare verso l'alto zampilli, fiotti, spruzzi e fontanelle d'acqua nebulizzata che
s'incrociavano e si scontravano mescolandosi ai fiochi bagliori colorati prodotti dai ceri
votivi, l'effetto suggestivo dell'insieme era di comporre l'immagine vaporosa, indefinita
e ambigua della neonata madonna della Santacqua Dopuerco.
Lungo i lati della cappella correvano due file di panche dove i pellegrini potevano
sedersi o inginocchiarsi per pregare, ogni devozione aveva una ben calcolata tariffa il
cui pagamento veniva riscosso in anticipo dagli industriosi monaci.L'acqua miracolosa
veniva venduta a prezzi strabilianti, sia a mestolate propinate in loco, che in apposite
ampolline di vetro liturgico, o in comuni bottiglie di plastica da un litro o un litro e
mezzo, diluita al dieci per cento in acqua comune, successivamente furono adottate
anche confezioni in tanica o damigiana e l'acqua della Gobba Dopuerco arrivò nei
supermercati, nelle farmacie ed erboristerie, nelle edicole dei giornali e nei bar dove
spesso fu preferita all'acqua di selz nei cocktail.
Il commercio dell'acqua miracolosa conobbe un successo strepitoso. La misera sorgente
della Gobba Dopuerco era esausta, la piccola polla si sarebbe ben presto prosciugata e i
monaci erano disposti per il fervore religioso o per l'avidità e la cupidigia che li
animava, persino a strizzare scarsa umidità dall'erbacce o dai radi licheni e muschi, o
magari anche a mungere i sassi d'intorno, ma il senso pratico e l'astuzia di Alessio e
Simeone posero fine a quei rimedi estremi e coercitivi. Infatti sopperirono alla scarsità
d'acqua della polla ricorrendo a delle silenziose motopompe elettriche che mediante una
tubazione ben mimetizzata, attingevano acqua dalle sorgenti, dalle
pozze e dalle paludi della valle e la pompavano fin lassù. Tuttavia se questo espediente
placava la lussuosa, ieratica / sete dei pellegrini, non poteva soddisfare le crescenti
richieste commerciali di acqua miracolosa in soluzione acquosa, benché già si truffasse
nel contenuto in soluzione percentuale dichiarato sull'etichetta, la richiesta era tale che
di lì a poco l'intera regione avrebbe rischiato una siccità di portata biblica a causa del
succhiamento a cui l'avevano sottoposta quegli idrovori monaci acquisughe.
Una perniciosa sinergia di interessi e di lestofanteschi ingegni si coagulò intorno




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all'impresa della Santacqua Dopuerco dando vita alla fondazione di una società
multinazionale, la Santacqua Dopuerco Company, per l'appunto. Poiché quasi tutti gli
azionisti svolgevano i loro traffici sulla Mariskoje, la nave divenne il loro ufficio
galleggiante e nomade, dunque anonimo e alla larga dal fisco e dai fastidiosi.
L'ambasciatore Vignetsku mollò i commerci di vino e alcoolici che nascondevano il
traffico d'armi ed esplosivi per votarsi alla Santacqua Dopuerco e nascondere ancor
meglio gli stessi traffici illegali. Il Magnagati triplicò le sue già immense fortune e di
conseguenza decuplicò le sfortune altrui. L'armatore Mirko Scafic e il ragioniere
Semiòn Mosis Arraffi raddoppiarono i loro guadagni dopo aver raddoppiato con
l'esercizio assiduo e lo studio tenace la loro rapacità. Alessio e Simeone rinunciarono
all'adolescenziale ambizione di divenire due larghe eminenze vaticane, tuttavia
raggiunsero comunque una cardinalizia circonferenza addominale e assaporarono e
godettero i privilegi e gli agi che derivarono dalla conquistata posizione di reverende
prepotenze. Tanti industriosi talenti così riuniti diedero presto i loro frutti filigranati. Il
senso degli affari e la spregiudicata attitudine allo sfruttamento delle persone e del
pianeta, favorito dal neoliberismo conobbero uno slancio creativo originale e raro. Il
successo fu grandioso.
Una campagna pubblicitaria elaborata da Oscar Gianninzero e da Antòn Calabròn e
attuata dall'addetto stampa del Mariskoje, il serbo Tito Likubitalic, convinse l'opinione
pubblica che la sorgente della Gobba Dopuerco, ancora miracolosamente s'era
rinvigorita a più non posso, tant'é che si pensava di dover prima o poi arginare tanta
generosa abbondanza con una diga che sarebbe stata più alta e lunga di quella cinese
delle'Tre gole'! Ovviamente era tutto una frottola com'é proprio dell'informazione e
della pubblicità, che poi sono un tutt'uno. Ma questa frottola servì a zittire i sospetti
sull'autenticità dell'acqua miracolosa che veniva venduta ormai a fiumi. Infatti l'acqua
imbottigliata veniva attinta proprio dai fiumi o dai laghi, ma anche da pozzanghere,
fogne, acquitrini, paludi e persino da semplici starnuti! Tutto questo grazie a speciali
camion progettati e costruiti dal Magnagati. Questi camion, un autentico gioiello
dell'ingegno italiano e, particolarmente di quello del nordest, erano grandissimi e
avevano la forma della bottiglia della Santacqua Dopuerco che era stata disegnata dal
famoso architetto Primiero Segundo Strenzo PianoDella Mansarda. La macchina era
dotata di speciali proboscidi mimetizzate tra i tubi di scappamento che erano in grado di
allungarsi e risucchiare liquidi anche mentre il camion era in viaggio. All'interno un
sacro depuratore ( il 'Gange' della Magnagati Idromeccanica) ripuliva le acque così
recuperate e le imbottigliava automaticamente in tutte le varietà di confezioni
commerciali pronte per essere scaricate nei supermercati. I camion della Santacqua
Dopuerco Company ormai giravano a migliaia e incessantemente in tutto il mondo. Il
marchio della Santacqua Dopuerco, che riproduceva il volto vaporoso e ineffabile della
omonima madonna, appariva ovunque, così pure l'immagine santa, riprodotta su
figurine e amuleti, medagliette e quadretti sacri e persino sul tappo a corona delle




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bottigliette di vetro, oltre che sulle etichette, sui cartelloni pubblicitari, in televisione,
sulle magliette eccetera. Qualcuno s'era spinto persino a produrne una immagine
radiofonica e braille per i ciechi. Le proprietà miracolose della santacqua dopuerco
crescevano a dismisura al pari delle proprietà immobiliari e finanziarie della santacqua
dopuerco company, in più le prime venivano reclamizzate ed esaltate dalla pubblicità
commerciale mentre le seconde venivano taciute, nascoste e minimizzate per ovvie
ragioni fiscali e morali. 'Santacqua Dopuerco vi libera dallo sterco!' 'Santacqua
Dopuerco resuscita el cuerpo!' La fantasia sfrenata al pari della brama di ricchezza
s'abbracciarono in un coito spregiudicato e           partorirono una multiforme schiatta
acquatica di merci. La Santacqua Dopuerco divenuta oltre che miracolosa anche
versatilissima, fu versata ovunque persino nelle batterie a secco poiché venne prodotta
nella versione 'santacqua dopuerco distillata' per batterie di accumulatori elettrici,
radiatori per raffreddamento e acqua ragia per diluizione delle vernici. La gamma della
produzione era vasta: Santacqua Dopuerco multi usi fu prodotta per: lavaggio di tessuti
delicati, wisky dopuerco che sbaragliò il Bourbon americano, Koscia dopuerco per il
santo lavaggio dei peccaminosi genitali, che comprendeva nella confezione profumata
anche una parziale assoluzione dal peccato di fornicazione aggirando così il sacramento
della confessione e la relativa penitenza, venne poi lanciata in offerta speciale persino
l'assoluzione totale a punti dopo il consumo di un certo numero di bottigliette purchè i
vuoti fossero consegnati personalmente al proprio confessore di fiducia. Un gran
numero di preti confessori si ritrovò affrancato dal secolare, oneroso e morboso
servizio spionistico e di controllo sociale della confessione per dedicarsi al recupero e
riciclaggio delle bottigliette dell'acqua intima Koscia dopuerco, la cosa era conveniente
perché essi ne ricavavano una personale provvigione e qualche ulteriore vantaggio
derivante dai rapporti vis-a-vis con una interessante clientela dilaniata tra il bigottismo
e le inconfessabili passioni erotiche.
La CIA ne risentì un duro colpo avendo perso di botto i servigi di migliaia di spioni e la
nota efficienza di quella stupida intelligenza cominciò a far acqua. Ma tant'é che ormai
persino il vaticano faceva acqua avendo acquisito il venti per cento delle azioni della
Santacqua Dopuerco company.
Nuovi prodotti venivano immessi nel mercato di giorno in giorno.
Furono prodotti anche la Soldopuerco: soluzione glucosata per fleboclisi, la
Sfinterdopuerco: soluzione idratante e rinfrescante, ammorbidente, ripulente, lucidante,
restringente o dilatante, collutorio per clisteri o gargarismi fa lo stesso, il Denspuerco:
uno sciroppo ottenuto con un complicato processo di concentrazione che abbattè le
vendite dei tradizionali sciroppi di menta, amarena e latte di mandorla, lo Sputdopuerco
per la profumazione ieratica dell'alito, il Facciadopuerco: dopobarba che fu anche
prodotto in una versione per campagne elettorali, aggiungendo nell'etichetta la foto dei
sorridenti e ben rasati visi dei personaggi politici che la compagnia sponsorizzava, l'Eau
Dopuerco: acqua di colonia, la Spusadopuerco: deodorante, il PiedipiattiDopuerco:




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soluzione saponata per pediluvi e contro la sudorazione dei piedi nonché ottimo
detersivo per piatti e stoviglie, adottato in molte caserme di polizia.
Il consiglio di amministrazione della Santacqua Dopuerco Company si riunì in una
amena località alpina per brindare all'ultimo successo della compagnia. Erano tutti
affacciati dalla marmorea balconata della terrazza del lussuoso hotel Granporcada, di
proprietà della compagnia, un favoloso ritrovo mondano situato in alta montagna tra la
Svizzera e Il Tibet, un luogo sfarzoso fino allo scintillio e classificato con dieci stellette
e una supernova, ma anche una croce di Ludendorf, e pare, anche una medaglia alla
memoria, almeno così si favoleggiava. I magnati, circondati a distanza dai loro
cortigiani e da numerose guardie del porco, brindavano alla loro ultima impresa. Dalla
cima dell'albergo guardavano tronfi e pieni di ammirazione per se stessi quel che era di
sotto e di sotto c'era il pendio della montagna che dalla stazione della funivia in giù fino
all'albergo era tutto imbiancato di neve benché si fosse in luglio. Le macchine addette
all'innevamento artificiale delle piste da sci stavano ultimando il manto nevoso
lanciando in aria fiocchi di acqua polverizzata miscelata con anidride carbonica liquida
con l'aggiunta di una notevole percentuale di santacqua Dopuerco.
Quando il manto nevoso fu pronto tappi di champagne e petardi volarono in alto
scoppiettando e crepitando e contemporaneamente nugoli di sciatori, per lo più chierici,
preti, vescovi, cardinali, suore di apertura, poiché quelle di clausura non potevano
uscire, emuli di papesche sciate, fedeli e infedeli, vacanzieri e nullafacenti volarono in
basso, urlando e strepitando, in una vorticosa discesa libera su slitte e sci.
Alessio Pascalopulos e Simeone Alistasiuti toccarono l'apice della gloria stipulando una
sorta di Concordato o all'incontrario con la chiesa di Roma, ossia strapparono allo stato
papale che subiva suo malgrado la loro agguerrita, imbattibile e strangolante
concorrenza, diversi privilegi tradizionalmente a pannaggio dei cattolici. Il Concordato
guadagnò all'archimandrita e all'abùna, per mezzo della Santacqua Dopuerco Company,
i proventi per il rifornimento delle acquesantiere di tutte le chiese cattoliche, un
contratto speciale per l'allacciamento della rete idrica vaticana al Santacquedotto
Dopuerco Corporation, l'approvigionamento di acqua minerale e di tutti gli altri prodotti
della compagnia per l'intero clero internazionale, l'esclusiva per la fornitura di acqua
santa benedetta per tutte le fonti battesimali e per docce, sciacquoni, bidè e piscine
papali, vescovili e parrocchiali. La compagnia realizzò nella città papale un
modernissimo impianto meteorologico sperimentale, dotato di straordinarie
apparecchiature in grado di lanciare in cielo determinate quantità di Santacqua
Dopuerco nebulizzata che andava a mescolarsi con la pioggia incipiente aggiungendo a
quest'ultima la proprietà di lavare i peccati veniali dall'Urbe.
Infine quei due gaglioffi ottennero l'acquisizione di una catena internazionale di
ristoranti del vaticano che servivano piatti tipici romani, i famosi bucatini furono lessati
con la Santacqua Dopuerco e anche lavastoviglie e servizi igienici se ne giovarono, per
quest'ultimo motivo gli accordi furono spicciativamente titolati, da certa stampa




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caustica, tendenziosa e irriverente, 'Piatti Lateranensi'.




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cap 21 Come Fiodor Timofeic volò e conobbe Ilia Ossipovic

"Uuuuunò! Duuuuué! Eeeeeeh tré!!" Il secondo lancio di Fiodor Timofeic si consumò
in pochi secondi. Di sotto erano tutti col fiato sospeso. Il raddoppiato vigore impresso
dai lanciatori innalzarono il povero gatto a sublimi, indesiderate altitudini. In preda alle
vertigini Fiodor Timofeic si difese chiudendo gli occhi, ma questo contribuì a scatenare
apocalittiche immaginazioni intorno al suo prossimo futuro, in più avvertiva un
incipiente attacco di gastrite aviatoria. Così era giunto al culmine della traiettoria
parabolica, esattamente laddove la spinta ascensionale si azzera contrastata dalla forza
di gravità la quale comincia a prevalere con andamento dell'accelerazione pari a gxt,
ossia 9,81 m/s per secondo. Ovviamente Fiodor Timofeic non era pratico di calcolo
balistico, cinematica eccetera, ma precipitare nuovamente in caduta libera lo inorridiva.
Era dunque al punto zero, cioè sull'orlo di una nuova disgraziata discesa, quando
avvistò gli stralli del gran pavese, vide le coloratissime bandierine garrire come per
salutarlo e infine l'albero a cui erano legati corde e cavicchi discendenti in basso, così
raccolse tutte le energie che gli restavano e si slanciò annaspando, guizzando,
brancolando, remando, serpeggiando, svirgolando, valzerando, mazurkando, polkando
e bestemmiando nell'aria finché con una zampa riuscì ad artigliare l'albero delle
antenne, piroettò intorno ad esso e vi si aggrappò saldamente. Il cuore gli batteva forte,
chiuse gli occhi per evitare di guardare in basso e sentì delle gocce di sudore scendergli
dal capo fino ai baffi, il vento e la fredda superficie dell'albero d'alluminio lo fecero
rabbrividire. Giù dabbasso intanto una rumorosa concitazione s'era diffusa tra la folla.
Il sergente Rosario Alvidarez Balquonskji era anch'egli a naso in sù quando un preciso,
ben delimitato e personalizzato colpo d'aria su misura, del diametro di un pollice e un
quarto (filettatura Witworth), lo centrò, rabbrividì e starnutì rumorosamente, poiché si
trovava quasi a ridosso della ringhiera, pensò di portarsi più al riparo e penetrò
sgusciando nel mezzo della folla seguito dalla baronessa Vera Spetenfia Spetenfievna e
dalla generalessa Pelagheja Procofievna che in ogni modo tentavano di stargli accanto
con intenzioni strusciolevoli e palpaminose. Non passò un minuto che un secondo colpo
d'aria, con eguale precisione ed eccellente mira, lo colpì, pur tra tante persone che
l'attorniavano, con l'esclusività e lo zelo di una consegna a domicilio; facendolo
tremare come una foglia. Starnutì e tossì tirò su il bavero della giacca di pelle e calcò il
cappello da poliziotto fin sopra le orecchie che gli tremavano dal freddo. Temendo un
nuovo colpo si fece largo e continuando a starnutire prese a discendere ai piani inferiori
con l'intenzione di sottrarsi a nuovi gelanti colpi d'aria. A passi svelti stava dirigendosi
dalla Daria Kamenievna per chiederle un robusto e bollente punch al mandarino e
rabarbaro quando un violento starnuto che lo fece piegare goffamente in avanti, attirò
l'attenzione di numerose persone: "Signor Balquonskji!" esclamò Svetlana Markovca,
"Eeeeetccciìùùùù!" Rispose il Balquonskji, "Riprendete vi prego le vostre mentine, ne
avete più bisogno di me... non mi sono servite o forse mi hanno giovato anche solo




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tenendole in tasca, ve le rendo, prego riprendete la vostra scatolina di mentine." " Eh?...
sca... tol... ina!? Le ment... " Il sergente afferrò con un guizzo della mano la scatolina,
salutò con un altro starnuto la ragazza che lo guardò un po sorpresa allontanarsi quasi di
corsa. Balquonskji risalì a quattro a quattro gli scalini fino al ponte della plancia e si
fece largo a gomitate tra la folla: "Signore! Comandante! Mattia Milo Spiffievic!..."
Gridò mentre lo strattonava per una manica della giacca, "Che diavolo vi pvende
Vosavio Alvidavez! Calmatevi mi scucivete la divisa... " Il sergente agitò la scatolina
delle mentine in faccia al comandante, un attacco di afasia causato dalla forte emozione
gli impediva di parlare. "... ho ritrovato!... Le mentin... le microsp... ehm... le pulci! Le
pulci! Adesso ricordo... Ecco! Presto venite giù dabbasso!" "Che? Avete vitvovato la
memovia? Oh bella Dite di avev vitvovato la memovia e avete dimenticato che bisogna
tivav giù di lassù quel gallo maledetto!? Andate al diavolo voi e la vostva memovia!
Piuttosto cevcate di vendevvi utile e non..." "Lasciate perdere quel gallo! Venite
presto... il gallo non c'entra... le pulci sono qui! Capite? Qui!" E agitò nuovamente la
scatolina delle mentine.




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cap 22 Come l'inseguimento del gallo ebbe termine

Il comandante appoggiò il cappello sulla sua scrivania, allungò le gambe e abbandonò le
spalle sullo schienale , con ambo le mani si grattava la testa e i capelli s'arruffavano
sempre di più. "... avevo messo le pulci insieme alle mentine... nella scatolina erano ben
nascoste... eccole qui guardate, ci sono tutte, tutte le pulci! Ora possiamo sistemare quei
furfanti! E... chiedo di perdonare... l'amnesia... sapete... " "Accidenti a voi Vosavio
Alvidavez Balquonskji! Mi avete fatto covveve dietvo a un pollo come uno scemo pev
tutto il pomeviggio... beh ma non impovta... chiamate quella gentaglia ova! Viuniteli
qui! Siamo alla vesa dei conti pevbacco!"

"Che mai é questo?! Non capisco Mattia Milo Spiffievic... convocati d'urgenza perché
mai, non so proprio... " Disse Pier Anton Magnagati, gli altri gli fecero coro con: già,
già! Giusto! Ah certo! Eh eh! Solo Afanasi Afanasievic bisbigliava tra se e se una
parola incomprensibile e di tanto in tanto mordeva la visiera del suo cappello da
ufficiale di marina, l'ambasciatore Vignetsku fingeva di guardare distrattamente fuori
dalla finestra seduto sul divano accanto a sua moglie Agafia Dimitrovna che recitava
con tremuli bisbigli il rosario. Pinto Ciquito Gualazampa si faceva aria col cappello e
respirava rumorosamente, dietro di lui i gemelli Al Simmetri tentavano di indurre nel
sergente Balquonskji un preoccupante strabismo, mostrando e nascondendo le loro
facce alternativamente da dietro al Gualazampa. In un angolo Semion Mosis Arraffi e
Mirko Sckafic Sckafimovic litigavano sottovoce nascosti dietro Antòn Calabròn e Oscar
Gianninzero. La baronessa Vera Spetenfia Spetenfievna e la generalessa Pelagheia
Procofievna sedevano su due poltroncine e guardavano con eccitata ammirazione e
umorosa libidine il bel profilo apollineo del sergente Balquonskji, queste attempate
signore, rari esemplari della decaduta nobiltà russa, s'erano perdutamente innamorate
del sergente Rosario fin dal primo incontro che aveva prodotto su di esse l'effetto di un
regresso climaterico a tutto vantaggio di accessi di libidine adolescenziali, sicché torride
vampate di effluvi umorosi surriscaldavano la loro biancheria intima procurandogli un
fastidioso stato pruriginoso che le faceva agitare e saltellare sulle poltroncine più del
timore di essere perseguite per i loschi affari di cui erano complici, soprattutto
speravano di essere perquisite dal sergente e quest'idea le avvampava in viso.
Willy Zòlemànn Dalbànk, le mani affondate nelle tasche della giacca di pelle nera
spalleggiava il Magnagati insieme al suo socio Smitzo Molalasse. Sull'uscio, quasi
incastrati tra gli stipiti, si trovavano l'archimandrita Alessio Pascalopulos e l'abùna
Simeone Alistasiuti, Il capitano Mikail Ovestsudòv Ovestsudòvic li sospingeva da
dietro, i due però fingevano curiosità e sorpresa, come se la cosa non li riguardasse.
Accigliato e a capo scoperto il capo della gendarmeria Kirilla Petrovic si faceva scudo
con i giornalisti italiani.




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"Signove e signovi!..." Esclamò con voce ferma e stentorea il comandante della
Mariskoje. "Siamo alla vesa dei conti, questa ignobile stovia é finita, non avete voluto
sapevne di compovtavvi a modo, ebbene peggio per voi! Qui abbiamo le pvove della
vostva colpevolezza, delle vostve malefatte... " E agitò la scatolina delle mentine in aria
e si udì: tri-tri-tri. Tutti capirono ma fecero finta di nulla. "... tuttavia non voglio uno
scandalo vevgognoso, ma da domani voi tutti non mettevete più piede sulla mia nave!
Chiavo? Se vi ostinevete finivete in gattabuia, senza pietà!" "Senza pietà, esatto, non
avete scampo... " Intervenne il sergente Rosario Alvidarez Balquonskji e presa la
scatolina delle mentine tra due dita la agitò minacciosamente mostrandola in tutte le
direzioni. "... queste registrazioni, qui dico quelle contenute nelle mentine... cioè voglio
dire nelle pulci microspie insomma, vi manderanno tutti in galera, proprio come
meritate... il comandante però vi mostra clemenza, dunque domani sloggiate, voi e i
vostri turpi affari e non fatevi vedere mai più quassù!" Il sergente concluse con foga
intimidatoria e tono perentorio l'intervento e appoggiò, battendo rumorosamente, la
scatolina delle mentine sul tavolo.
Semion Mosis Arraffi e Mirko Sckafic Sckafimovic smisero di litigare e s'avvicinarono
allarmati e stupefatti al comandante, Mirko Sckafic afferrò un gomito di Spiffievic e lo
scosse, s'alzò sulle punte dei piedi per avvicinare la bocca all'orecchio di quello e vi
bisbigliò dentro la sua disapprovazione, l'imbarazzo e la vergogna per quanto aveva
udito: "Che dite!? Che dite!? Sccccch! Siete impazzito? Sccch basta state zitto! Non
sono cose... Vi sbagliate, attenzione a quel che dite... mi metterete nei guai con la
clientela... questa é tutta gente rispettaaabileee, paaaganooo profumatamente senza far
storie... capite? é una clientela di prim'ordine, la migliore clientela pagante di tutto il
Mediterraneo, smettetela di accusare, insinuare... chiedete scusa, rimediate ecco! Non
combinatemi pasticci, mi rovinerete! Non tollero, non tollero! Rimediate o vi
licenzierò!" Il comandante guardò con astiosa durezza e dall'alto in basso l'armatore,
con un violento strattone gli sottrasse il gomito che quello continuava a scuotergli e poi
gli ringhiò a denti stretti: "Scuse? Non ci penso neanche! E state in guavdia Mivko
Scafic Scafimovic, questa mavmaglia vovinevà anche voi!"
Intanto Pier Antòn Magnagati s'era avvicinato al sergente che con le braccia incrociate
sul petto lo guardava sprezzante. "Ma di che malefatte dite... non capisco... mentine e
pulci, masnadieri, imbroglioni... galera... non so..." "Non serve a nulla fingere di non
capire caro Pier Antòn Magnagati, qui ci sono le prove!" L'interruppe il sergente. "E
queste mentine voi le chiamate prove?! Ma... permettete prego!" Disse il vicentino
prendendo con disinvolta leggerezza da scippatore la scatolina dal tavolo. Anche egli
l'agitò: tri-tri-tri, poi fece scorrere il coperchietto e chinò la testa per guardare più da
vicino il contenuto, sorrise quasi beffardo guardando il comandante e il sergente e
allungò il braccio per mettere sotto il naso di Rosario Alvidarez la scatolina delle
mentine. "Mentine, Rosario Alvidarez Balquonskji, sono solo mentine che prove
infamanti che mostruosità possono esserci nelle mentine... non so..." Il sergente stava




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allungando la mano per riprendere la scatolina, quando il Magnagati la ritirò
velocemente e ne svuotò il contenuto in bocca.
Il comandante e il sergente restarono pietrificati e senza parole, impallidirono e presero
a tartagliare. Da parte sua il vicentino ingoiò rumorosamente e poi si battè due colpi
sulla pancia dalla quale parve provenire un fitto e intricato vociare di conversazioni
losche e perverse, intrecciate e sommesse, poi ruttò effondendo un profumo di menta ed
eucalipto, infine scoreggiò silenziosamente: prrrffffffffff! e con quello si conclusero i
tentativi alacri di Spiffievic e Balquonskji di liberare la nave da quei masnadieri. Il
sottile e acre odore di fegato alla veneziana con abbondante cipolla, vino e alloro, già
ben digerito che si sprigionò dal peto determinò lo scioglimento dell'assemblea. Coi
nasi arricciati per il disgusto e agitando mani e cappelli davanti alle offese narici
rimasero solo il comandante, il sergente e il capitano Ovestsudòvic. "Bah! Bisognava
arrestarli subito, siete stato incauto e ingenuo Mattia Milo Spiffievic, incauto e
ingenuo... bah ormai... Arrestarli si doveva e mandarli in Siberia ai lavori forzati! Un po'
di Siberia fa bene a tutti!" Il comandante abbassò gli occhi mortificato e deluso da se
stesso, si grattò sul cappello e mormorò fra sè: "Non deve finive così... sul ponte
dabbasso... quelli con le bandiere rosse... bolscevichi!" Balzò in piedi e corse fuori.

In quel momento Fiodor Timofeic era preso da tormentosi crucci, si sentiva sempre più
infreddolito, la paura delle vertigini gli impediva di aprire gli occhi e infine la
levigatezza scivolosa dell'albero metallico a cui s'era <caparbiamente arpionato, lo
costringevano ad uno sforzo estenuante. Così, più che gli incitamenti provenienti dal
basso, fu il bisogno impellente di conquistare una posizione più comoda e sicura a
sospingerlo verso l'alto. A gran fatica, con le unghie che gli dolevano riuscì a
raggiungere il primo dei pennoni e là potè sedersi pur restando avvinghiato all'albero.
Più sù, sull'ultimo pennone, a pochi metri da lui era appollaiato Ilia Ossipovic: "Beh,
alla fine ce l'avete fatta caro Fiodor Timofeic!" Gli disse con indispettito sarcasmo.
Fiodor Timofeic volse il muso all'insù e guardò il gallo tenendo gli occhi socchiusi per
il vento. Quello continuò: "Eh, eh! Ce l'avete fatta eh? V'hanno arruolato a bella posta
povero tanghero che siete! Eh beh! Non dite nulla!" "Perdonate... se mi farete...
prendere fiato... ecco... un po' di calma... vi spiegherò... Ilia Ossipovic..." "Ah beh!
Certo sì, sì prendetevela pure con calma, ve la meritate, già! Già! V'ho visto passare qua
sotto la prima volta che mi sembravate piuttosto di fretta ah ah ah! Ad ogni modo non
provateci neanche a tentare di sloggiarmi da qui, sbagliereste! Vi picchierò sul muso
badate!" "Ascoltate Ilia Ossipovic, prego, non ho intenzioni ostili... eh no, lo avete
visto da voi che son qua a causa di quei furfanti, non c'entro, non c'entro credetemi...
che volete che m'importi... ma tuttavia... sentite ... perché poi non tornate dabbasso...
magari finisce tutto questo papocchio, tutta la gazzarra laggiù... io non ci capisco... non
so proprio... " "Oh bella voi non ci capite? Ma io sì! Ed é per questo che non ci penso
nemmeno a discendere in quella bolgia! Eh no! Dunque risparmiatevi tanta diplomazia




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e piuttosto tornatevene voi dabbasso e non seccatemi!"
"Vi ripeto che non ho nulla contro di voi... solo... Ilia Ossipovic non possiamo rimanere
qua chissà per quanto ancora, davvero... " "Nessuno vi trattiene, andate, andate pure..."
"Voi scherzate ma io ho già mal di capo, ùe vertigini e i crampi dappertutto; se anche
tornassi giù quelli mi rilancerebbero ancora per aria, e vi assicuro che non é un bel
divertimento alla mia età... e per di più io non c'entro vi dico."
"Toh, mi venite a dire che sono io la causa dei vostri guai! Beh se pure é così me ne
rammarico ma non posso farci niente. Io me ne tornerò al pollaio! Voi arrangiatevi, per
me é lo stesso."
"Volete dire... ma no, non fatelo, che andate a pensare... nemici beh ne avete, non c'é
che dire... ma avete anche molti amici, e sono i più, già proprio così... guardate laggiù,
vi acclamano, applaudono, vi fanno festa... persino guardate quelli con le bandiere
rosse, mai vista tanta gente tutta per voi e con voi... sembra il 25 aprile o il primo
maggio o il 7 novembre da noi in cooperativa... bandiere rosse!"
L'intera nave era in preda a un tripudio inspiegabile per Ilia Ossipovic. "Beh! Che volete
di più... sentite? Eh? Vi festeggiano si capisce, vi festeggiano... già! E nessuno più vi
perseguita, forse lasceranno in pace anche me, suvvia venite dabbasso!"Sentite voi,
Fiodor Timofeic, piantatela di annoiarmi! Siete piagnucoloso e poi seccante, seccante
come un diserbante d'estate! Quelli là mi hanno perseguitato fin quassù... e mi pare che
persino voi hanno messo nei guai! Ora quegli altri mi applaudono e ugualmente non ci
capisco nulla. Io me ne tornerò al pollaio!"
Fiodor Timofeic starnutì, avvitò la coda intorno al pennone s'avvinghiò più saldamente
all'albero cercando di ripararsi dal vento che lo intirizziva. Alzò la testa verso il gallo ed
emise un mugugno di disapprovazione. "Sbagliate, voi sbagliate colombello, amico mio
proprio non mi sento d'approvarvi... la libertà va bene, certo, non si discute di questo...
ma vedete... quel che avete in animo di fare é una pazzia, finirete in bocca ai pesci,
affogherete come un asino! Rinunciate vi dico, rinunciate, al resto si rimedierà... vi
prego ravvedetevi..." "Ah fate bello voi... si vedrà, si rimedierà... e già mi date del pazzo
sol perché voglio esser libero, e questo non va bene, ma già lo so che poi si dirà così e
così e qua e là, bah! Ma io non m'impiccio, no! Per me é lo stesso, me ne andrò!"




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cap 23 L'ammutinamento del comandante Spiffievic

"Niente manette ma siete lo stesso in arresto, sì tutti! Sulla nave siete liberi, ma la nave
é sequestrata!" intimò il sergente Balquonskii rivolgendosi ai furfanti che si erano riuniti
nell'osteria della Daria Kamenievna per festeggiare lo scampato pericolo. "Arresto?"
Domandò Pier Antòn Magnagati un po' canzonando e un po' ruttando a causa della
digestione difficoltosa delle microspie. "Ma vi siete ammutinati?" Domandò Mirko
Scafic. "Per l'esattezza, si tratta proprio di un ammutinamento!" Rispose raggiante di
gioia il capitano Ovestsudovic. "Come? Volete scherzare? Il comandante che si
ammutina? Cioè non obbedisce più ai suoi stessi ordini?" Domandò scaltramente
l'ambasciatore Vignetsku. Il sergente Balquonskji intervenne con foga: "Esatto! Il
comandante non prende più ordini dalla Smirnovn... ehm voglio dire da qualsivoglia
furfante o compagnia di navigaz... insomma l'equipaggio si ammutina insieme al
comandante!" Il comandante aggiunse sorridendo: "Da questa nave non si scende più!
A tevva voi faveste solo danni all'umanità! Ecco! I vostvi affavi sono finiti non
scendevete più dalla nave! Givevemo pev tutti gli oceani all'infinito!" "Sì gireremo per
tutti gli oceani all'infinito per impedirvi di nuocere al mondo!" Gli fece eco la
Smirnovna. "Ben detto! Finalmente qualcosa di nuovo sotto il sole! Al diavolo
Salomone!" "Volete dire che siamo sequestrati? vi ammutinate, Disobbedite alle leggi e
al volere dei proprietari... " Sbottò Mirko Scafic in preda a una canina agitazione. "Qui
non c'è più proprietà privata! Tutto é di tutti, proprietà comune! La proprietà privata é
abolita per tutti, mentre voialtri l'avevate abolita solo per noi, prima era tutto vostro ora
tutto é di tutti! Proprietà comune! Uguaglianza e fratellanza e sorellanza e libertà per
tutti!" Lo interruppe Rodzjianko, Gli studenti e gli altri lavoratori esultavano e
scandivano in coro parole rivoluzionarie sventolando le bandiere rosse.
"Siamo nei guai!" Disse l'ambasciatore Vignetsku al Magnagati. "Già!" Commentò
laconicamente il vicentino modulando il monosillabo con un singhiozzante e
malinconico rutto. L'ambasciatore aggiunse: "Hanno buttato a mare le armi, gli
esplosivi... non possiamo neanche tentare..." "Già!" Rispose quasi piangente il
Magnagati.
"Bisognerà liberare... le mummie..." Disse Pinto cichito ai gemelli Al Simmetri. "Se no
morranno d'inedia o di putrescenza. Vedremo magari di trovargli qualche lavoretto...
potrebbero lavare gli oblò delle cabine..." "Già! Del resto molti dei nostri lavano i vetri
delle automobili al semaforo..." Convennero all'unisono i gemelli.
"Gli automezzi della Santacqua... e i dissalatori segreti... tutto in mare! E non ci
lasceranno più mettere piede a terra!" Disse Willy Zòlemànn Dalbank a Simeone e
Alessio. "Non é possibile arrendersi così! Abbandonarsi alla rovina! Organizziamo una
crociata! Per i luoghi santi della Gobba Dopuer..." Urlò stridulo Simeone subito zittito
da Alessio: "Non dite sciocchezze! Crociate, scomuniche... con questi non attacca, qui
ci vorrebbe un Fransisco Franco... un Pinochet... che so




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"Caro il mio Mirko Scafic, dovete sapere che hanno buttato a mare i registri, le fatture...
non si saprà più se... " "Non cercate di fare d'una sciagura un pretesto per dissimulare la
vostra insipienza... o la vostra distrazione! Mi dovete comunque otto copeche! Chiaro?"
Intervenne arrabbiatissimo l'armatore alla notizia riferita dal contabile Semiòn Arraffi.
Ma quello non s'arrese: "Al diavolo le otto copeche! Ci hanno tolto tutto! Anche mia
moglie é con loro! Tradimento! Capite?" "Bah! Tradimento... vuol dire che ve lo siete
meritato." "Meritato? Allora complimenti anche a voi! Anche vostra moglie é con i
bolscevichi! Ce l'avete mandata voi?" L'armatore ammutolì.
"Hanno buttato a mare tutti giornali dell'edicola, anche i loro giornali, e i volantini, e i
manifesti... ora siamo disoccupati. Anche le antenne... niente tv, satellit... pubblic...
hanno lasciato solo il cinema e radio3..." Oscar Gianninzero pronunciò queste parole
con tono tenebroso e voce rauca. "Hanno buttato a mare anche le casseforti... piene
zeppe di soldi e di gioielli, oro, titoli in borsa... é una rovina completa!" Gli fece coro
Antòn Calabròn. L'altro domandò angosciato: "Non é che... butteranno... anche... noi?!"
"No! Però hanno buttato ai pesci tante cose giudicate inutili: passaporti, permessi di
soggiorno, licenze, ricevute, fatture..."
"Dovete sapere che quei bolscevichi aumentano di numero... hanno buttato a mare le
casseforti con denaro, oro, gioielli... " Disse Kirilla Petrovic a capo nudo rivolto
all'armatore e al contabile. "Non é che faranno come i giacobini? O come fecero alla
famiglia dello zar?" Si lagnarono quei due che ormai non avevano nessun motivo per
litigare.
Gli scrittori Ilia Ilif e Evghieni Petrov erano disperati: "Dicono che il nostro Ostap
Bender insieme a quella contessa Màriza Lisavieta, buttano in mare tutte le sedie
imbottite che trovano... e ridono ad ogni lancio e dopo aver riso grugniscono e poi di
nuovo ridono..." "Arrestateci! Torturateci! Perquisiteci! Fate qualcosa prima che noi si
diventi pericolose!" Dissero baronessa Vera Spetenfia Spetenfievna e la generalessa
Pelagheia Procofievna assediando il sergente Balquonskji. "Almeno ammanettateci o vi
palperemo spudoratamente! Ma se vorrete ci pentiremo... in fondo l'abbiamo fatto solo
per..."
Yuri Stavrogin era all'osteria della Daria Kamenievna: "L'orchestra ha ripreso a
suonare, hanno rimesso tutti i debiti. Pare che il denaro sia stato abolito su questa nave e
poi hanno cambiato persino il nome si chiama ora Utopia! Avevano ripreso a suonare
'Strange fruit' e poi hanno continuato con l'internazionale e poi comandante Che
Guevara..." "Questo é molto bello... la gente é molto allegra, ho già venduto senza
denaro cinque bottiglie di vodka!"




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cap 24 La prima notte di libertà sulla Mariskojie

A occidente gli ultimi raggi del sole s'aggrapparono alla notte e tirarono sul mare una
coperta stellata mentre dalla nave saliva, vibrata da un violino, una bella melodia della
steppa cullata da un coro muto.

Un sordo botto sì udì sulla Gobba Dopuerco seguito da un sibilo che interruppe il
tramonto, poi la cupoletta del santuario della SantAcqua Dopuerco cascò in frantumi
colpita da una grossa palla di ferro. Dal grande carrubo il vecchio Luis Miguel
Armiento osservò col binocolo il risultato del tiro, sorrise giulivo e battè due pacche
affettuose sulla vecchia colubrina ancora fumante, batté anche sulla spalla di suo nipote
Manolo e lo baciò nel folto dei riccioli nerissimi: "Bravo ragazzo mio! Ottima mira!"

Ilia Ossipovic udì l'eco della cannonata proveniente dalla Gobba Dopuerco, l'intese
come un segnale di partenza per un'impresa eroica e così spiccò il volo planando, tra un
incerto, caparbio e coraggioso frullar d'ali, verso la sua terra.
Fiodor Timofeic volse il capo acuì la vista e seguì con lo sguardo quel temerario mentre
in gola gli erano rimaste le ultime parole per tentare di trattenerlo. Le nere piume del
gallo si confusero con la notte, vorticarono energicamente e Ilia Ossipovic s'avviò a
conquistare la bellezza di una notturna libertà.




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