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10 gennaio

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					LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

E ora considerate se questo è un uomo
di Adriano Sofri

Di nuovo, considerate di nuovo / Se questo è un uomo, / Come un rospo a gennaio, / Che si avvia quando è buio e
nebbia E torna quando è nebbia e buio, / Che stramazza a un ciglio di strada, Odora di kiwi e arance di Natale, /
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna, / Che contende ai topi la sua cena, / Che ha due ciabatte di scorta, /
Una domanda d'asilo, / Una laurea in ingegneria, una fotografia, / E le nasconde sotto i cartoni, / E dorme sui
cartoni della Rognetta, / Sotto un tetto d'amianto, / O senza tetto, / Fa il fuoco con la monnezza, / Che se ne sta al
posto suo, / In nessun posto, / E se ne sbuca, dopo il tiro a segno, / "Ha sbagliato!", / Certo che ha sbagliato, /
L'Uomo Nero / Della miseria nera, / Del lavoro nero, e da Milano, / Per l'elemosina di un'attenuante / Scrivono
grande: NEGRO, / Scartato da un caporale, / Sputato da un povero cristo locale, / Picchiato dai suoi padroni, /
Braccato dai loro cani, / Che invidia i vostri cani, / Che invidia la galera / (Un buon posto per impiccarsi) / Che
piscia coi cani, / Che azzanna i cani senza padrone, / Che vive tra un No e un No, / Tra un Comune
commissariato per mafia / E un Centro di Ultima Accoglienza, / E quando muore, una colletta / Dei suoi fratelli a
un euro all'ora / Lo rimanda oltre
il mare, oltre il deserto / Alla sua
terra – "A quel paese!" / Meditate
che questo è stato, / Che questo è
ora, / Che Stato è questo, /
Rileggete i vostri saggetti sul
Problema / Voi che adottate a
distanza / Di sicurezza, in Congo,
in Guatemala, / E scrivete al
calduccio, né di qua né di là, / Né
bontà, roba da Caritas, / né
Brutalità, roba da affari interni, /
Tiepidi, come una berretta da
notte, / E distogliete gli occhi da
questa / Che non è una donna / Da
questo che non è un uomo / Che
non ha una donna / E i figli, se ha
figli, sono distanti, / E pregate di
nuovo che i vostri nati / Non
torcano il viso da voi.


LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

L’amaca
di Michele Serra

Il mezzo pogrom calabrese accrediterebbe la tesi che il razzismo attecchisca soprattutto nel sottosviluppo e nelle
zone a basso reddito. Ma la non cordiale casistica settentrionale (con i suoi borgomastri isolazionisti, i suoi
“White Christmas”, i suoi “forza Vesuvio”, i suoi Ludwig e le sue curve di ultras nazi) non consente illusioni: il
benessere non basta a generare tolleranza. L'idea che il benessere rincivilisca è in fondo un vecchio mito
progressista, morto insieme al Novecento. Ha retto meglio alla prova dei fatti la drammatica idea pasoliniana che
possa esistere uno “sviluppo senza progresso”. Che cioè possa alzarsi il reddito senza che si alzi la qualità umana.
Anche in Calabria, da quel poco che si riesce a capire, tra i più zelanti sparatori e bastonatori di neri ci sarebbero i
giovanotti di cosca, a loro modo “figli di buona famiglia”, gente che ha da difendere un reddito e (dunque) una
rispettabilità sociale. Il razzismo italiano, se le cose stanno così, non è proprio la classica “guerra tra poveri”. I
poveri si sentono esposti e si lamentano ad alta voce, ma a tirare le fila della paura, e a dare cadenza politica alle
legnate, sono quelli che in paese contano, a1 Sud come al Nord.

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LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

E sulle barricate i cacciatori di neri: «Quelli sono bestie»
La rabbia della gente: ammiriamo Bossi
di Attilio Bolzoni

La strada che scende verso il sud del sud dell'Italia cha trovato il suo argine leghista al km 474. «Io Bossi l'ammiro», dice
Enzo, carrozziere calabrese che ha passato la notte a salvare la sua Rosarno dai neri. È sull’ultima barricata, sull'ultimo muro
che resterà muro fino a quando nella Piana non spariranno tutti gli uomini dalla pelle scura. È su questa strada chela Calabria
più disgraziata si scopre nordista, intollerante e rabbiosa.
Sono qui gli irriducibili della sommossa, sono ancora qui i duri che combattono «per proteggere i figli e le mogli dagli
africani», quelli che hanno scatenato la grande caccia al nero e che ancora oggi sparano fucilate e braccano i resti di quella
disperata umanità spinta fuori dalle loro terre.
Le carcasse delle auto bruciate sono in mezzo alla statale 18, la linea dell'odio. Sono piccoli possidenti di aranceti,
braccianti, studenti, muratori, sono giovani e vecchi, tanti maschi e qualche donna. Sono duecento di mattino e trecento a
mezzogiorno: sono loro a difendere Rosarno dall'invasione degli altri, il popolo dei derelitti dell'altro mondo. «E a difendere
tutta la Calabria», spiega Salvatore Fazzari, autotrasportatore di cinquantaquattro anni e una furia contro quei ghaneani che
ormai hanno lasciato il suo paese. È ancora Salvatore a parlare: «Bossi che chiama la Calabria Africa del Nord ora ci dovrà
ringraziare, perché avrà capito che solo noi facciamo sul serio: lo Stato non ha fatto e non ha voluto fare niente, abbiamo
fatto tutto noi, lo Stato preferiva proteggere loro e non noi». Le voci della barricata. Le voci del rancore.
Sulla strada che scende e taglia la regione italiana più tormentata e ingiuriata scoppia l'ira dei calabresi. «Non siamo razzisti
ma quelle sono bestie», dice Giuseppe, che ha due ettari coltivati a mandarini proprio dietro i capannoni dove
sopravvivevano i neri. «Noi emigrati calabresi all'estero non abbiamo mai fatto porcherie come questi beduini da noi», dice
Stefano, imbianchino in Germania per undici anni. «Si mangiavano i cani e i gatti e forse anche i topi», dice Antonio,
elettricista e "guardiano" della libertà dei rosarnesi, gli abitanti di questo paesone al centro della Piana che da due giorni ha
mostrato l'altro suo volto. «Sembravano così buoni», racconta Serafina Albanese, una donna che con sua figlia Teresa abita a
duecento passi dall'accampamento e giovedì sera è fuggita a Gioia Tauro attraversando per i campi. Sette chilometri a piedi,
con il cuore in gola per la paura che la raggiungessero per farle del male. Sembravano così buoni "i negri" di Rosarno.
Intorno a mezzogiorno sulla barricata della statale 18 arriva la notizia che i "cacciatori" di uomini neri ne hanno ferito un
altro, un ragazzo del Burkina Faso. «Hanno cominciato prima loro» , risponde Rocco, che anche lui ha "piantonato" di notte
la strada delle arance e della paura. È sempre li, ad aspettare che l'ultimo africano abbandoni Rosarno. In lontananza c'è un
autobus che sta partendo, una cinquantina di neri che se ne vanno. Un grande applauso, la folla scalpita, la vittoria finale dei
calabresi di Rosarno è vicina. Non le vogliono più «quelle bestie» a casa loro.
Sulla linea dell'odio esultano. «I neri via, i neri via», urla un ragazzino che avrà neanche diciotto anni e dall'alba sta attaccato
al padre che è uno dei capipolo del tumulto calabrese. Raggiunge i suoi coetanei che fanno cagnara dall'altra parte della
strada, pacche sulle spalle, abbracci. È il godimento cupo per il secondo pullman che lascia l'accampamento con il carico
umano. Ne sono rimasti pochi di neri in fondo alla statale.
La folla della barricata si agita, si muove fra le sue carcasse di auto e le sue arance, tiene la posizione sino alla fine. «Tutti se
ne devono andare, tutti», ripete Franco, bracciante agricolo. Come Tommaso, bracciante pure lui, quarantuno anni e da due
giorni e due notti fan di Umberto Bossi: «Ha ragione lui sugli extracomunitari: chi non ha un lavoro, qui in Italia non
dovrebbe entrare mai». Nella Calabria della Piana - «dove non c'è la mafia perché la mafia è a Roma» - il popolo della
grande caccia al nero oggi, primi giorni dell'anno2010, tifa Lega e non se ne vergogna.
Risentimenti, un furore cieco. Sulla barricata si rincorrono gli episodi dei due giorni precedenti. Si ripetono ora dopo ora,
s'ingigantiscono. La madre strappata dall'auto con i suoi bambini, la donna incinta che ha perso il figlio, la ragazza colpita da
una bombola di gas, il bimbo minacciato. Vicende vere e false, tutte mischiate, tutte che passano di bocca in bocca per non
placare l'ira della barricata. Arriva ancora la voce di un altro africano sprangato. Salvatore non fa una piega, poi bisbiglia:
«Magari è quello che pisciava l'altra settimana dietro quel muretto mentre le donne di Rosarno facevano la spesa, le stesse
donne che da anni gli portavano a lui e ai suoi amici la colazione o la pasta per il pranzo o il panettone per Natale».
Donne, bambini, famiglia, sangue. Forse sta solo in queste parole la spiegazione dei fatti di Rosarno. I neri della rivolta
dell'altra notte si sono avventati anche su di loro, hanno terrorizzato i loro figli e le loro mogli. «Donne e bambini non si
toccano», dicono al km 474 della statale che da Napoli va verso lo Stretto.
L'ultima storia ce la consegna Serafino Bagnoli, un orafo. Guarda verso l'accampamento dei neri ormai deserto. E poi urla:
«Io abitavo a Nizza con la mia famiglia, moglie e due bimbe. Non ne potevo più, non volevo far crescere le mie figlie in
quella città piena di immigrati. Il mio desiderio era quello di farle vivere in un ambiente sano come quello di Rosarno. Sono
tornato, sono tornato e poi anche qui ho trovato quelli».




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LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

Fisco, il governo al lavoro. «Niente manovre elettorali»
Bersani boccia le due aliquote: «Un regalo ai ricchi»
di Luisa Grion

Per alcuni due aliquote sono poche, per altri il taglio costa molto e non si può fare. Bersani boccia in pieno la
riforma fiscale di Berlusconi; Di Pietro promette invece di votarla, purché si dimostri equa; Casini prende tempo
e aspetta che dagli annunci si passi ai fatti. C'è chi pensa che si tratti solo di propaganda elettorale alla vigilia
delle amministrative echi ricorda che l'idea è vecchia di 16 anni, ma certo è che la proposta sulle tasse rilanciata
ieri dal premier in una intervista a Repubblica ha smosso il dibattito politico.
Il progetto che Berlusconi promette di realizzare entro l'anno consiste nel ridurre le aliquote, passando dalle
attuali cinque a due sole (23 e 33 per cento). Un'impostazione già proposta nel 1994 e poi non realizzata.
Pierluigi Bersani, leader del Pd non ci crede: «È una proposta sbagliata perché aiuta i ricchi - ha detto al Tg1 -
fino ad un mese fa parlavamo di abolizione dell'Irap; se vogliono discutere vengano in Parlamento, noi abbiamo
le nostre idee, dalla lotta all'evasione, agli studi di settore, alle famiglie».
E poi, precisa Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, il taglio a due aliquote «costa troppo: fra un punto e
mezzo e due di Pil, risorse che sarebbe più adeguato spendere per ristrutturare l'Irpef occupandosi degli
incapienti, dei figli e carico e abbassando le imposte sul lavoro dipendente». Potrebbe trattarsi di pura
«propaganda politica» a pochi mesi dalle regionali, sospetta.
Una lettura che il sottosegretario a Palazzo Chigi, Bonaiuti, smentisce, soprattutto riguardo all'ipotesi che «il
governo possa varare un provvedimento una tantum quale segnale propiziatorio in vista delle elezioni».
Ma se il Pd dice di no, l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro lascia uno spiraglio aperto. «La settimana prossima,
invece di discutere la legge ad personam, Berlusconi porti in aula la riforma dell'equità sociale e fiscale e noi la
voteremo» ha commentato «se si tratta di ridurre le tasse e nello stesso farle pagare a tutti siamo d'accordo».
L'Udc invece non si sbilancia: Berlusconi, ha detto, il leader Casini «parlava di due aliquote sedici anni fa,
vedremo se le realizzerà alla fine della legislatura e vedremo se introdurrà il quoziente familiare».
Molto cauto anche il sindacato. La Cgil di Susanna Camusso avverte che il piano Berlusconi «mette in
discussione la progressività e non porta benefici a dipendenti e pensionati» e Agostino Megale assicura che «la
proposta parla solo a quei 5 milioni e mezzo di persone con redditi superiori ai 30 milioni». Quanto alla Uil,
apprezza «l’idea di ridurre le tasse», ma chiede anche il rispetto della progressività, la Cisl pensa invece «ad un
aiuto immediato alle famiglie». Scettiche le associazioni dei consumatori. «È l'ennesima presa in giro?» si chiede
l'Aduc, mentre l'Assoconsumatoritalia di Miano sospetta che il taglio dell'Irpef possa essere accompagnato «da
un aumento, per tutti, dell'Iva».

LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010
Il progetto delle due aliquote presentato la prima volta nel 2002. Il prelievo del 23% interesserebbe la
quasi totalità dei contribuenti
Ma per dare sollievo a famiglie e consumi servirebbe un
intervento da venti miliardi
Per salvaguardare il principio della progressività si dovranno rafforzare le deduzioni
di (r. ma.)

Diciotto-venti miliardi di euro, circa un punto e mezzo di Pil. Tanto costerebbe una riforma del sistema fiscale
articolato su due sole aliquote in sostituzione delle attuali cinque. Costi che proiettano in tempi medio-lunghi la
realizzazione dell'eventuale riforma, soprattutto perché questa è ancora una fase in cui gli effetti della grande
recessione mondiale pesano gravemente (più debito e più deficit) sull'equilibrio dei conti pubblici. Dunque è
difficile pensare che una riforma di tale portata, anche finanziaria, possa entrare in vigore in tempi ravvicinati.
Realisticamente servirà - nel caso - l'intera legislatura.
Le stime di costo, considerate ancora attendibili dagli esperti, sono quelle contenute nelle relazione tecnica al
disegno di legge delega presentata nel 2002 dall'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Quel progetto
non arrivò mai interamente in porto e, anzi, fu causa di grandi scontri all'interno della maggioranza. Tuttavia
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qualcosa si fece: l'acronimo Irpef cambiò in Ire, venne introdotta una "no tax area" (successivamente rivista e
corretta dal governo Prodi), e si passò dalle detrazioni alle deduzioni (passaggio, però, sottoposto a modifiche da
parte del centrosinistra) con l'intento di favorire i redditi medio bassi con figli a carico. Il governo oggi punta a
ripartire da quel progetto abortito nel 2002 e pensato ancora prima, nel 1994 con i1 Libro bianco sulla riforma
fiscale. Ed è anche chiaro, per salvaguardare il principio costituzionale della progressività, che alle due aliquote
(23 per cento sotto i 100 mila euro di reddito loro annuo; 33 per cento per tutti i redditi superiori) andrà
affiancato un rafforzato sistema di deduzioni. Tanto più che - sia il premier Silvio Berlusconi, sia il titolare di Via
XX settembre, Tremonti - hanno indicato la famiglia il soggetto sul quale porre prioritariamente attenzione.
II prelievo del 23 per cento interesserebbe la stragrande maggioranza dei contribuenti, oltre il 99,5 per cento
(29,4 milioni), mentre l'aliquota del 33 per sento soltanto lo 0,5 per cento, un numero inferiore a 150 mila
cittadini. La perdita di gettito secca per l'Irpef in realtà era stimata, otto anni fa, a 20,5 miliardi di euro, ordine di
grandezza che, secondo tecnici vicini alla maggioranza, è tuttora quello al quale si può fare riferimento, tenendo
però conto che è una base di partenza visto l'aumento delle entrate in questo arco di tempo. In realtà già allora i
tecnici del ministero dell'Economia, nel 2002 sempre guidato da Tremonti, facevano notare che la minore
imposizione avrebbe portato ad un aumento dei consumi il cui ritorno fiscale sarebbe stato superiore ai 2,5
miliardi l'anno. Di qui la stima di un costo netto della riforma per la sola Irpef di 18 miliardi di euro.

LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

Il governatore: Giù le tasse sole se possibile, la Banca
d’Italia resta prudente
La riforma delle tasse? «Ne parlerò al Forex, il mese prossimo», assicura il governatore della Banca d'Italia a Basilea. Mario
Draghi non commentale nuove idee del governo. Non dice una parola sull'ipotesi delle due aliquote, avanzata dal premier.
Scherzando però fa capire che, alla riunione dei cambisti, non potrà che ripetere quello che sostiene da tempo. Ovvero: le
tasse vanno ridotte, ma compatibilmente con il risanamento della finanza pubblica e nel quadro di una serie di riforme
strutturali (pensioni, sanità, istruzione), indispensabili per rafforzare la crescita economica.

CORRIERE DELLA SERA, 10 GENNAIO 2010

Una task force per la riforma fiscale. Tremonti riparte dal
modello del ’94
«Due aliquote? Un’ipotesi, ma rigore sui saldi». Bersani: proposta sbagliata
di Roberto Bagnoli

La riforma delle tasse entra ufficialmente nell'agenda del governo e in quella politica di tutti i partiti. La
conferma arriva direttamente dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti che ai suoi collaboratori ha annunciato
che da domani se ne occuperà una task force di esperti. Il modello di riferimento è quel famoso «Libro Bianco»
(quasi Zoo pagine) ideato nel dicembre 1994 dallo stesso Tremonti (all'epoca ministro delle Finanze) durante il
primo governo Berlusconi. Doveva rivoluzionare radicalmente il sistema tributario mala crisi della maggioranza
di allora lo impedì. Anche di questo si è parlato nella colazione l'altro giorno ad Arcore tra Tremonti e il premier,
entrambi concordi nel ripartire dal Libro Bianco. Il cui testo, forse non a caso, è apparso recentemente sul sito del
Tesoro. Di certo, ha confidato Tremonti ai suoi, non sarà un provvedimento «chiuso». L'importanza di questo
passaggio dovrà prevedere un «dibattito ad ampio raggio nelle sedi scientifiche, accademiche, con le parti sociali
ed avere l'ok dall'Europa». E le reazioni non sono mancate: Lo stesso leader dell'Italia dei Valori Antonio Di
Pietro, di solito non certo collaborativo con il governo, ha affermato che se da «settimana prossima, invece di
discutere la legge ad personam, Berlusconi porta in Parlamento la redistribuzione dell'equità sociale e dell'equità
fiscale, noi voteremo a favore». Così la Cgil, per bocca del segretario confederale, Agostino Megale, ha
annunciato che lunedì invierà al premier una lettera contenente le «nostre» proposte (100 euro netti al mese di
riduzione delle tasse per pensionati e dipendenti entro tre anni) e la richiesta di avvio di un tavolo con tutte le
parti sociali. Sia la Cgil che la Cisl si sono dette «scettiche» sulla proposta dell'introduzione di due aliquote del
23% e del 33% prospettata da Berlusconi nel corso di un colloquio con Repubblica. Così come il governatore
della Banca d'Italia Mario Draghi, a Basilea per un incontro al Financial Stability Board, sul tema ha sorriso, ha

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ricordato che le sue posizioni sono note e ha detto che parlerà al Forex del 13 febbraio. Il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha smentito le «ricostruzioni giornalistiche che danno al governo la
volontà di ridurre le imposte come segnale propiziatorio di consensi in vista delle elezioni regionali sono
contrarie al vero e addirittura ridicole». Ma ha confermato che l'esecutivo, «tenendo fermo l'impegno alla
disciplina di bilancio intende disegnare per il futuro, con la serietà e i tempi necessari un sistema fiscale diverso
dall'attuale ormai superato dalla storia».
L'idea delle due aliquote ha comunque creato polemiche. Per il segretario del Pd Pierluigi Bersani «imo a un
mese fa eravamo sull'abolizione dell'Irap - ha detto parlando al Tg1 - sempre chiacchiere e mai un fatto,
comunque la proposta è sbagliata, troppi soldi verso i ricchi». L'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco ha
ricordato che una semplificazione del genere costerebbe circa 2 punti di Pil. Reazioni anche da parte dei
professionisti come il presidente dell'ordine nazionale dei commercialisti Claudio Siciliotti il quale ha chiesto di
«mettere fine agli annunci spot e di avviare una riforma seria che sposti i prelievi dal lavoro alle rendite». Per il
leader dell' Udc Pier Ferdinando Casini «Berlusconi ripropone cose di cui parla da ormai 16 anni, vedremo se
riuscirà a realizzarle perché alla fine si viene giudicati da quello che si fa». Anche il ministero ha comunque
preso le distanze dall'ipotesi «due aliquote». Nel Libro Bianco, per esempio, ha ricordato il ministro
dell'Economia, non ci fu mai solo quella proposta ma ben quattro ipotesi di «curve» con aliquote variabili. Gli
uomini del Tesoro sono certi comunque che la rivoluzione fiscale non sia più rimandabile e che dai prossimi
giorni una task force si metterà al lavoro per aggiornare un lavoro concepito 16 anni fa. Sarà «working in
progress», dicono al ministero, «on si può ipotizzare alla fine quante aliquote ci saranno, né se sarà fatto già entro
il 2010». E non è detto che alla fine le tasse caleranno. Lo sosteneva già Tremonti nel 1994 alla presentazione
della sua fatica: «Non promettiamo di pagare meno perché la finanza pubblica non ce lo consente, ma pro-
mettiamo di pagare meglio». Il sondaggio che l'altro giorno ha bocciato (con il 70%) la volontà del cancelliere
tedesco Angela Merkel di ridurre le tasse, preferendo la linea del rigore, attualizza le parole del ministro.

CORRIERE DELLA SERA, 10 GENNAIO 2010

Il libro Bianco. Nel testo amarcord del Polo anche una
banca dati anti-evasori
di Roberto Bagnoli

Solo otto imposte, case e auto agli enti locali, sforbiciata di 23 mila miliardi di lire (1'euro non c'era ancora)
all'Irpef compensata da un aumento dei prelievo sui consumi, disboscamento della giungla tributaria con la
sostituzione delle 3.368 leggi di allora con un solo codice tributario. Era il ig dicembre 1994 e la creatura del
Professor Giulio Tremonti venne presentata alla stampa. Anche allora come oggi si premurò di aggiungere che
«si tratta di un documento aperto nelle scelte e nelle conclusioni». Con un efficace effetto mediatico così il
Professore definì le tre direttrici portanti: dal centro alla periferia (alias federalismo fiscale), dalle persone alle
cose (tassazione ambientale e dei consumi), dal complesso al semplice (certezza di diritto). Il volume, in qualche
modo la sintesi di una lunga attività editoriale di Tremonti proprio sul Corriere della Sera, creò una specie di
effetto tellurico nel mondo dei tributaristi. Ma anche forti consensi. Come quello dell'economista Carlo Maria
Cipolla che dalla California, dove si trovava per un ciclo di conferenze, inviò al professore-ministro una
lusinghiera lettera nella quale lo spronava ad andare avanti dicendosi «ammirato dal coraggio da Lei dimostrato
nel presentare il piano stesso, così drastico, così rivoluzionario, così contrario ai dettami della demagogia
imperante». Molte le intuizioni che poi, in qualche modo, sarebbero state introdotte successivamente anche senza
una riforma organica. Come l'arrivo di tasse ecologiche per colpire l'energia che inquina di più. O l'esclusione
dell'imposta sui redditi fino a 2o milioni di lire (io mila euro) per i cittadini che hanno più di 7o anni. Il Libro
Bianco prevedeva che lo Stato trasferisse ai Comuni la potestà impositiva sugli immobili, per assorbire le 14
tasse esistenti, con una quota a carico anche degli inquilini come accade in Gran Bretagna L'aliquota sulla
proprietà dell'immobile sarebbe dovuta variare dal 5 al 14 per mille. Inoltre finanziamento alle Regioni con i
contributi sanitari (più forti degli attuali) e con un contributo unico sull'auto agganciato alla potenza fiscale del
veicolo. La scelta delle due aliquote secche è prevista solo all'interno di quattro soluzioni (con molte aliquote in
funzione del carico familiare) che nel testo vengono descritte con una caratura sociologica: «Una curva di centro,
due curve borghesi, una curva proletaria». «Definizioni scherzose», scrisse Tremonti nel testo. Ma su altri
passaggi non scherzava affatto. Come l'abolizione del segreto bancario per combattere l'evasione e la costituzione
di una sorta di «banca dati centrale» di consulto immediato per raccontare tutti mi movimenti bancari e finanziari.

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C'era anche la creazione di 1.500 sportelli polifunzionali per fare interfacciare il fisco con il contribuente e
verificare lo stato dei rimborsi e dei pagamenti. Non vi è dubbio che da allora ad oggi il Libro Bianco di
Tremonti abbia bisogno di una corposa manutenzione. Lo riconosce lui stesso quando, conversando con i suoi,
ammette il forte cambiamento in questi tre lustri del modello produttivo con il ridimensionamento della grande
industria e l'esplosione del fenomeno delle partite Iva. Del modello sociale con i vecchi più numerosi ormai dei
giovani. Del rapporto con l'ambiente e con le modifiche costituzionali del Titolo V.

CORRIERE DELLA SERA, 10 GENNAIO 2010

Calderoli, ministro della complicazione
di Sergio Rizzo

Dal Carroccio aveva giurato battaglia, Alberto Da Giussano-Calderoli, alla burocrazia del Barbarossa romano.
Mulinando sopra la testa lo spadone da ministro della Semplificazione Normativa: «Taglierò 50 mila poltrone! 34
mila enti impropri! 39 mila leggi inutili!». Ma di poltrone, finora, manco una. Degli enti impropri, poi, non ne
parliamo. Sulle prime Roberto Calderoli li aveva definiti minacciosamente nel suo Codice delle Autonomie
addirittura «enti dannosi»: consorzi di bonifica, bacini imbriferi, comunità montane, difensori civici, tribunali
delle acque, enti parco... Poi, dopo aver cancellato con un tratto di penna quel termine «dannosi» (troppo crudo?)
la lista degli enti da abolire è stata alleggerita fino a svanire completamente. Come neve al sole. Qualche taglietto
era rimasto nella manovra del 2010? Via anche quello. Secondo Italia Oggi l'abolizione dei difensori civici (ma
solo quelli comunali) e delle circoscrizioni nei Comuni slitterà di un anno grazie a un emendamento al decreto
milleproroghe, varato dal governo tre giorni dopo la Finanziaria. E slitterà anche la prevista riduzione delle
poltrone delle giunte e dei consigli degli enti locali. Mentre anche gli enti pubblici non economici che dovevano
finire sotto la mannaia del cosiddetto taglia-enti hanno ottenuto una scappatoia per la sopravvivenza: gli è stato
sufficiente presentare un piano riordino prima del 3 ottobre 2009. E la semplificazione delle leggi? Almeno
quella è andata in porto, come ha orgogliosamente rivendicato il Nostro («Calderoli, missione compiuta, via 39
mila leggi», titolava l'Ansa il ig ottobre 2009)? Dipende che cosa si intende per semplificazione. Eliminare
migliaia di leggi inutili perché «esauste», che cioè hanno esaurito la propria funzione e quindi non sono più
concretamente vigenti, anche se formalmente continuano a essere in vigore, è un'operazione di per sé inutile.
Anche la legge che le elimina può quindi essere considerata una legge inutile. La prova? Siccome lo spadone del
ministro era calato all'inizio anche su provvedimenti magari un po' vecchiotti ma forse non proprio inutili, come
la legge che ha abolito la pena di morte o quella che ha istituito la Corte dei conti, dopo il decreto taglia-leggi si è
dovuto fare il decreto salva-leggi. Ben altro è semplificare. Significa scrivere norme chiare e comprensibili a tutti
i cittadini. Come evidentemente sa bene anche Calderoli. Lui stesso ha voluto che in una legge approvata il 18
giugno dello scorso anno ci fosse un articolo intitolato: «Chiarezza dei testi normativi». Una norma draconiana,
con la quale si stabilisce che quando si cambia o si sostituisce una legge, esercizio da noi piuttosto frequente, sia
obbligatorio indicare «espressamente» che cosa viene cambiato o sostituito. E che quando in una legge c'è un
«rinvio ad altre norme contenute in disposizioni legislative», si debba anche indicare «in forma integrale, o in
forma sintetica e di chiara comprensione» il testo oppure «la materia alla quale le disposizioni fanno
riferimento». Ma si afferma pure il principio che le disposizioni sulla chiarezza dei provvedimenti «non possono
essere derogate, modificate o abrogate se non in modo esplicito».
Ebbene, da quando queste norme sono state approvate, il governo del Semplificatore ha scritto leggi se possibile
ancora più indecifrabili e complicate. L'ultima perla scintillante è il cosiddetto decreto milleproroghe. Un comma
a caso. Il numero 1.4 dell'articolo 1: «Al comma 14 dell'articolo ig del decreto legislativo 17 settembre 2007, n.
164, le parole: "Fino all'entrata in vigore dei provvedimenti di cui all'articolo 18 bis del decreto legislativo 24
febbraio 1998, n. 58, e comunque non oltre il 31 dicembre 2009, la riserva di attività di cui all'articolo 18 del
medesimo decreto" sono sostituite dalle seguenti: "Fino al 31 dicembre 2010, la riserva di attività di cui
all'articolo 18 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58..."». Che cosa vuol dire? Che fino a quando non sarà
operativo l'Albo dei consulenti finanziari gestito dalla Consob, potrà fare il consulente finanziario soltanto chi già
lo faceva alla data del 31 ottobre 2007. Un'altra norma a caso. Sempre articolo 1, comma 19: «All'articolo 3,
comma 1112, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 e successive modificazioni, le parole: "Per l'anno 2008" sono
sostituite dalle seguenti: "Per l'anno 2010" e le parole "31 dicembre 2009" sono sostituite dalle seguenti: "31
dicembre 2010"». La traduzione? Il distacco di 21 dipendenti delle Poste presso la pubblica amministrazione
viene prorogato di un altro anno. Se questo è il risultato, ministro Calderoli, non sarebbe stato meglio chiamare il
suo dicastero in un altro modo? Magari «Ministero della Complicazione normativa»?

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BRESCIAOGGI, 10 GENNAIO 2010
Valsaviore. L’ex sindaco di Cevo, Mauro Bazzana, chiede di fare pressioni sulla Provincia
La strada chiusa per frana? «Riapritela a senso alternato»
La costosissima galleria paramassi resta l’unica soluzione efficace, «ma senza scordare la
sicurezza ora va ristabilita la percorribilità»
di Lino Febbrari

In Valsaviore e in parecchi altri comuni confinanti e interessati all'evento continua ovviamente a tenere banco un problema
concreto: la frana che nel tardo pomeriggio del 7 dicembre si è staccata dalla parete rocciosa in località Valzelli di Cevo, e
che sovrastala provinciale 84. L'arteria e tuttora interrotta (i giganteschi massi sono ancora sull'asfalto) e per raggiungere
Cevo e Saviore, gli automobilisti devono transitare sull'altra provinciale che da Cedegolo porta a Fresine. Già all'indomani
dell'evento, l'attuale sindaco di Cevo, Silvio Citroni, ebbe a dire che senza una soluzione definitiva tanto valeva lasciare la
strada chiusa. Una provocazione, la sua, per «obbligare» la Provincia a realizzare l'attesa galleria paramassi, il cui costo
proibitivo (due milioni di euro, si diceva un mese fa, mala somma sarebbe nel frattempo salita fino a tre milioni e mezzo), la-
scia poche speranze per l'effettiva concretizzazione. A ribadire che il tunnel sarebbe l'unica soluzione valida per mettere
definitivamente in sicurezza l'area è stato la scorsa settimana anche Lodovico Scolari, storico sindaco del paese.
Ora è la volta di un altro ex primo cittadino, Mauro Bazzana, che la scorsa primavera ha lasciato la poltrona a Citroni.
«Apriamola almeno a senso unico alternato, per evitare ai nostri cittadini e ai turisti il lungo tragitto alternativo - scrive in
una nota Bazzana a nome del suo gruppo «Impegno Comune» e dei colleghi di minoranza della compagine «Cevo, Fresine,
Isola, Andrista» -. Tutti ne stanno risentendo: i tanti che ogni giorno devono prendere l'auto e scendere a valle per recarsi al
lavoro; gli studenti che frequentano le scuole superiori, forzati nel ritorno a casa a un insensato prolungamento del tragitto;
ma anche i titolari di attività commerciali del paese, costretti a subire disagi sia per i rifornimenti sia per il calo della
clientela. Purtroppo oggi la provinciale 6 non è l'alternativa ideale: stretta, pericolosa e soggetta anch'essa a fenomeni
franosi, avvenuti nella notte a cavallo tra il 31 dicembre e il primo gennaio». Bazzana rincara poi la dose ricordando che le
segnalazioni di deviazione piazzate sul fondovalle dai tecnici della Provincia «sono praticamente invisibili agli automobilisti
che non conoscono la zona, e che si vedono costretti a chiedere la direzione per la strada alternativa». «Certo, siamo solidali
con il sindaco che si sta impegnando per risolvere questo grave problema - aggiunge l'ex primo cittadino -, ma forse bisogna
o bisognava, fare di più. Siamo pienamente d'accordo che prima di tutto viene la sicurezza, ma crediamo che ristabilire la
percorribilità di quella strada sia una cosa da fare immediatamente. Chiediamo quindi che l'amministrazione comunale
intervenga in Provincia affinché sia subito riattivata la circolazione, anche a senso unico alternato».

BRESCIAOGGI, 10 GENNAIO 2010
I contenuti dell’ultimo consiglio comunale segnato dalla nascita del gruppo leghista
Niardo. Mensa, tesoreria e segreteria: l’anno inizia con
tante novità
Il “ristorante” per i bimbi dell’elementare inizierà a funzionare domani. N successo politico
che ha raccolto i complimenti della minoranza
di Luciano Ranzanici

L'istituzione della nuova mensa scolastica, che entrerà ufficialmente in funzione domani, ha incontrato anche il favore della
minoranza consiliare di Niardo. E così, in occasione della recente seduta del consiglio comunale, attraverso Alessandro
Bondioni il gruppo di opposizione ha rivolto i proprio complimenti per l'iniziativa alla giunta guidata dal sindaco Carlo
Sacristani. Il nuovo servizio, che interesserà quasi la metà dei 107 bambini che frequentano la scuola elementare, è stato
predisposto in un locale al terzo piano dell'edificio scolastico. Il consigliere delegato alla Pubblica, istruzione e alla scuola,
Stefania Bassi ha raccolto prontamente l'invito in questo senso rivoltole da un nutrito gruppo di genitori, e in breve tempo è
riuscita ad attrezzare la mensa, che funzionerà il lunedì e il mercoledì, grazie alla collaborazione prestata dal Centro diurno
integrato del paese: la struttura per la terza età distaccherà infatti un proprio dipendente per la sorveglianza. La scuola era in
effetti nell'impossibilità di impegnare personale per il nuovo servizio, e grazie alla disponibilità dei dirigenti dello spazio per
gli anziani niardesi, le insegnanti non saranno sole a sorvegliare e ad assistere i piccoli negli orari di apertura del «ristorante»
scolastico, vale a dire fra la fine delle lezioni del mattino e la ripresa di quelle pomeridiane.
Detto della principale novità presentata in occasione della seduta, per il resto nel consiglio comunale di cui parliamo il
sindaco Sacristani ha comunicato a sorpresa che, seguendo le disposizioni arrivate dalla segreteria valligiana del partito, il
consigliere Giovanni Poli aveva provveduto a costituire in minoranza il gruppo della Lega, dicendosi comunque disponibile
a collaborare con la maggioranza alla quale ha promesso il proprio sostegno. Tornando al capitolo dei servizi, il delegato allo

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Sport Dino Turelli ha subito dopo presentato la convenzione che l'amministrazione comunale ha sottoscritto con il Csi di
Valcamonica, per lo svolgimento del «Fantathlon»: un'attività ludica e motoria per i più piccoli che vedrà coinvolti i bambini
del paese in età compresa tra i tre e i sei anni. E a seguire, il primo cittadino ha informato che per il periodo 2010-2014 il
servizio di tesoreria comunale è stato riaffidato alla Banca di Vallecamonica, e che come contropartita la dirigenza
dell'istituto di credito ha garantito l'apertura dello sportello anche il giovedì mattina (attualmente il servizio alla clientela si
svolge dal lunedì al venerdì, con l'eccezione appunto del giovedì). Concludiamo con l'ultima «comunicazione di servizio»: la
segreteria comunale, affidata da qualche mese a Germano Pezzoni, subentrato aMarino Bernardi, secondo la convenzione
siglata con il Comune di Breno (un accordo della durata di cinque anni) prevede la presenza del funzionario per il 40% del
tempo (il 60% ovviamente spetta al paese confinante).

BRESCIAOGGI, 10 GENNAIO 2010

Provaglio. Il museo della comunità «respirerà» con il cuore
di Fausto Scolari

Un museo per la comunità allestito dalla comunità. Uno spazio espositivo permanente dove riscoprire, custodire e
valorizzare le tradizioni più genuine del paese. Da oggi, si apre ufficialmente la gestazione del museo etnografico di
Provaglio. La struttura sara allestita negli spazi dell'oratorio messi a disposizione dal parroco don Gianni Bracchi che è
anche il regista dell'iniziativa lanciata con il contributo di un gruppo di volontari. Il successo dell'idea coltivata da sempre
dal sacerdote sarà proporzionale alla sensibilità e alla generosità delle famiglie del paese. Già, perchè i pezzi da inserire nella
vetrina di testimonianze della cultura contadina ed artigianale del passato dovranno essere donati dalla gente. «Non si può
far pagare un biglietto per godere della cultura. I tesori della tradizione locale sono un patrimonio collettivo che va messo a
disposizione di tutti in modo gratuito e spontaneo - osserva don Bracchi -: per rendere sempre aperta e fruibile la raccolta
abbiamo messo a disposizione gli spazi espositivi della parrocchia e del centro giovanile». I promotori dell'iniziativa hanno
le idee chiare su come dovrà essere strutturato il museo. «Gli utensili e gli attrezzi di piccole dimensioni - spiega il parroco
di Provaglio -, saranno raggruppati per tema ed esposti nelle sale dell'oratorio e del bar, mentre i reperti più corposi , come
carretti, torchi o aratri, faranno bella mostra di sè negli spazi aperti al fianco della piazza della chiesa, nel giardino del
cinema o lungo i viali che portano ai campi sportivi». Il piano d'opera è già in fase avanzata: da oggi, si diceva, scatterà la
raccolta degli oggetti che vanno consegnati in canonica. Ogni cittadino potrà donare al museo etnografico attrezzi da lavoro
d'epoca o strumenti di uso comune che hanno caratterizzato la vita del passato. Entro la primavera si passerà alla selezione e
alla catalogazione dei pezzi. Infine verrà allestita l'esposizione permanente.

BRESCIAOGGI, 10 GENNAIO 2010

Paderno. Università e territorio
di Fausto Scolari

Il mondo accademico come strumento di promozione del territorio. È questa la rivendicazione del concorso biennale in
memoria del cavalier Roberto Ferrari, fondatore dell'omonimo cotonificio. Il premio emblematicamente battezzato «Paderno
e la Franciacorta» è aperto alle tesi di laurea ispirate alla terra delle bollicine.
Le ricerche universitarie partendo dal territorio possono spaziare dalla storia all'economia, dalla cultura alla ricerca passando
da scienza e innovazione. La valutazione e la ripartizione dei contributi messi in palio dal premio saranno decisi da una
commissione nominata dalla Giunta comunale su proposta delle commissioni Cultura e Biblioteca. Il bando verrà pubblicato
sul sito internet comunale www.padernofranciacorta.net.

BRESCIAOGGI, 10 GENNAIO 2010

Passirano. Gas, fatture più leggere
di Fausto Scolari

Saldare le fatture del metano è un grosso problema per le famiglie indigenti. Per superare la strettoia anche quest'anno, il
Comune di Passirano istituisce un pacchetto di agevolazioni. Per accedere al bonus metano bisogna utilizzare il gas naturale
con un contratto ma soprattutto denunciare un indicatore Isee non superiore a 7.500 euro annui. La soglia sale fino a 20 mila
euro per le famiglie numerose. Le richieste presentate entro il 30 aprile avranno un effetto retroattivo coprendo anche le
forniture di gennaio e febbraio. Da maggio, invece, la domanda potrà riguardare solo le fatture successive. La
documentazione va inoltrata in Comune ma prima bisogna prenotare un appuntamento telefonando al numero 030-6850557.


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GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Pisogne. Obiettivo riciclo con il “porta a porta”
di Alessandro Romele

Il paese può essere inserito nella ristretta lista dei Comuni «ricicloni»? Sì, afferma il sindaco Oscar Panigada, che lancia così
la sfida dell'Amministrazione per il 2010. Da giugno sul territorio pisognese prenderà il via la raccolta dei rifiuti porta a
porta. E ciò per diversi motivi: il primo è che gli standard normativi impongono ai Comuni italiani di elevare al 60% la quota
di differenziata rispetto alla totalità dei rifiuti prodotti (ad oggi Pisogne è fermo al 28%). «Con l'introduzione della raccolta
porta a porta ci sarà un vero e proprio cambiamento dal punto di vista igienico-sanitario e del decoro urbano - spiega il
sindaco -. L'obiettivo è di arrivare ad una completa eliminazione di tutti i cassonetti. Le innovazioni portate al meccanismo
della raccolta differenziata permetteranno di far scomparire dalle vie, dal centro storico, dalle piazze, i contenitori stradali
che spesso vengono utilizzati in modo scorretto, vanificando il paziente lavoro di chi la raccolta differenziata la pratica
quotidianamente».
Inoltre, i costi per l'utilizzo dell'inceneritore sono alti, quindi con la nuova modalità si cercherà di ovviare a questa spesa. «È
il modo migliore per difendere e conservare le risorse naturali - conclude il primo cittadino - sia a vantaggio nostro che delle
generazioni future. Il riciclo e la raccolta differenziata contribuiscono a mantenere un ambiente naturalmente più ricco». I
cittadini dovranno gestire i rifiuti in modo autonomo: differenziare carta, cartone, plastica, vetro, umido non dovrà più essere
una pratica di nicchia, ma popolare, tutti dovranno impegnarsi a farla e tutti dovranno collaborare. Le modalità e le pratiche
della differenziata verranno comunque comunicate dall'Amministrazione nei prossimi mesi, onde evitare incomprensioni.
Con il nuovo anno è stato redatto anche un bando - consultabile anche sul sito www.comune.pisogne.bs. it - aperto alle
società di servizi che dall'estate prenderanno in carico la raccolta porta a porta. Convinti dell'importante passo in avanti, gli
amministratori pisognesi non si fermano qui: chi si prenderà cura della raccolta, avrà anche l'obbligo dimettere a
disposizione un'isola ecologica. Finora i cittadini hanno dovuto spostarsi nel vicino Comune di Costa Volpino per portare, ad
esempio, tv, frigoriferi... Un'area attrezzata per i rifiuti ingombranti e pericolosi, sorvegliata e recintata.


GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Provaglio. Primato fotovoltaico
di Veronica Massussi

Ha il primato come primo comune in Italia ad aver installato pannelli fotovoltaici a costo zero sulle abitazioni dei privati che
l'hanno richiesto: così Provaglio d'Iseo è stato segnalato, per la sua «impronta ecologica» nell'elenco dei comuni virtuosi.
L'Associazione comuni virtuosi, istituita con lo scopo di raccogliere e valorizzare le attività promosse dalle amministrazioni
pubbliche in difesa dell'ambiente, ha sede a Vezzano Ligure. Il progetto meritorio, denominato «Fotovoltaico facile a
Provaglio d'Iseo», è partito agli inizi del 2008 con la prima installazione di pannelli effettuata nel giugno dello stesso anno.
Ad oggi, visto che l'operazione continua ed è sempre più richiesta dai cittadini di Provaglio, sono stati installati sul territorio
comunale 200 impianti di cui 170 già in esercizio, per un investimento complessivo di 4 milioni di euro. Il progetto però non
è terminato e con un ulteriore mutuo acceso con la Bcc di Pompiano e Franciacorta, la società che gestisce il servizio, Ags
SpA, ha la possibilità di mettere in opera altri 50 impianti. In tutto però le visite preliminari effettuate da Ags sono state 350
e 400 risultano gli iscritti al progetto, che è a completo carico del Comune.
Da parte sua il comune di Provaglio d'Iseo ha al suo attivo numerosi impianti fotovoltaici installati negli edifici pubblici
quali la palestra di via Roma, la Scuola primaria e secondaria Don Paolo Raffelli, il nuovo centro polifunzionale, la scuola
d'infanzia Collodi, il campo sportivo di via Sebina, il campus per l'infanzia di Provezze, l'immobile comunale di via Cavour
e i cimiteri del capoluogo e delle frazioni (dove è stata attivata un'ulteriore riduzione dei consumi con la sostituzione delle
lampade votive con led). Questi i termini del progetto «Fotovoltaico Facile», validi ancora oggi: Ags offre ai cittadini
residenti un percorso assistito per la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica tramite pannelli solari
fotovoltaici. In sostanza la società di servizi acquista i pannelli fotovoltaici grazie al finanziamento della Banca di Credito
Cooperativo di Pompiano e Franciacorta, si occupa dell'installazione e rimane la beneficiaria dell'elettricità prodotta.
Grazie a tale elettricità prodotta e venduta al Gestore del Servizio, Ags può far fronte al finanziamento bancario, dimezzare
la bolletta delle famiglie coinvolte e pagare il lavoro d'ufficio e di montaggio.
Dopo vent'anni, comunque, la proprietà degli impianti e dell'intera produzione passa alle famiglie stesse. L'iniziativa
proposta dalla municipalizzata provagliese offre inoltre una struttura in grado di occuparsi di tutte le fasi di realizzazione
(dalla consulenza all'installazione e all'assistenza) e il finanziamento dell'impianto al 100%.




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GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Trenoblu: niente soldi, servizi ridotti
Sommario
«Se sospendiamo il servizio, non ripartiremo mai più. E butteremo alle ortiche quasi vent'anni di sacrifici e lavoro sulla
Palazzolo-Paratico». È Silvio Cinquini, presidente dell'associazione «Ferrovie Turistiche Italiane», ad annunciare -
nonostante l'assoluta carenza di sostegno da parte degli Enti locali e l'aumento delle tariffe per il noleggio dei convogli da
parte di Trenitalia -di voler garantire comunque una stagione «minima» di servizio, con grandi tagli. Andati pressoché a
vuoto gli appelli delle scorse settimane per scongiurare il rischio chiusura del servizio festivo-estivo lungo la linea turistica
PalazzoloParatico e nonostante il muro di silenzio che ancora avvolge le richieste dell'associazione di volontari ferrovieri, la
Ferrovia del Basso Sebino non vuole gettare la spugna, a proprio rischio e pericolo. «Pur sapendo che ci dovremo rimettere
dai 15 ai 20.000 euro abbiamo deciso di non mollare - continua Cinquini -; del resto è l'unico modo, sebbene riducendo le
giornate regolari con le storiche littorine diesel, per non sospendere tutto e sperando che nel corso della stagione 2010
qualcuno tra gli Enti si svegli». A fronte soprattutto del successo che il Trenoblu (treni turistici per il lago d'Iseo) in sedici
anni ha riscosso non solo in termini numerici (qualcosa come 150mila viaggiatori-turisti in una manciata di settimane) ma
anche di indotto soprattutto nella zona del basso Sebino. Insomma, una stagione, quella del 2010, ridotta e tutta a rischio
dell'associazione che dal 1994 non solo gestisce il servizio passeggeri, a soli scopi turistici, lungo la Palazzolo-Paratico in
collaborazione con Trenitalia e Rfi, ma anche organizza treni speciali sulla Brescia-Iseo-Edolo e su altre tratte italiane. In
attesa dunque di risposte alle continue sollecitazioni agli Enti locali (Regione e Province di Brescia e Bergamo in testa),
l'associazione con sede a Palazzolo ha già ipotizzato un calendario di servizio che riduce all'osso il servizio domenicale con
littorine diesel sulla Palazzolo-Paratico (in coincidenza con i battelli della Navigazione lago d'Iseo) e razionalizza anche i
treni a vapore e speciali. Venti le giornate di servizio previste, tra marzo e dicembre, con treni a vapore o diesel da Milano,
Brescia e Bergamo per Paratico/Sarnico, Palazzolo oppure Iseo e la Valcamonica lungo la linea gestita da LeNord. Sette i
treni a vapore (21 marzo, 25 aprile ben due convogli, 1 e 30 maggio, 26 settembre e 7 novembre) e sei i treni speciali lungo
la Brescia-Iseo-Edolo (7 marzo, 23 maggio, 6 e 20 giugno, 5 e 19 settembre). Ulteriori informazioni visitando il sito
www.ferrovieturistiche.it o telefonare allo 0307402851 o 3388577210.


GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Iseo. Nuovo polo scolastico a Clusane
di Flavio Archetti

«Abbattere l'edificio inutilizzato delle ex scuole medie e quello sottoutilizzato della palestra comunale per reperire fondi che
potrebbero contribuire a realizzare un unico, nuovo polo scolastico nell'area Breda. L'assemblea pubblica organizzata
venerdì sera dal gruppo «Clusane Unito» all'auditorium Chiesa Vecchia, ha portato alla ribalta un vecchio sogno nel cassetto
caro alla generazione di clusanesi che hanno fatta parte nell'ultimo ventennio del gruppo dirigente, ma discusso e apprezzato
anche dai tanti cittadini presenti alla «proposta di utilizzo degli edifici di interesse pubblico di Clusane».
Condotta dai relatori Gabriele Gatti e Pier Luigi Zilberti, che hanno aperto ribadendo la loro volontà di «ottenere per i
clusanesi il 25% del bilancio del Comune di Iseo», la riunione è stata introdotta con una carrellata sugli otto spazi di
interesse pubblico del paese: le scuole elementari, medie e materna, il Cfp, la palestra, la fondazione Capponi, il castello
Carmagnola e la Chiesa Vecchia, ma è entrata nel vivo con una proposta dell'ex assessore all'Urbanistica Paolo Brescianini.
«La volontà di portare a Clusane una quota di bilancio che corrisponde al peso demografico della nostra frazione è
importante - spiega l'ex assessore - mala carne al fuoco è molta e quei soldi potrebbero risolvere qualcosa in tempi molto
lunghi, magari 15 o 20 anni. Credo che per riuscire a sviluppare qualcuno dei tanti sogni proposti questa sera, sia necessario
scendere a compromessi. Come? Rinunciando a qualcuna delle opzioni proposte per concentrare le energie su quanto
ritenuto prioritario. Se ad esempio scegliamo di sviluppare la scuola - continua Brescianini - vista la continua crescita del
paese e la necessità di nuove aule, potremmo pensare di creare un polo scolastico unico, magari all'area Breda, sacrificando
però gli spazi che ospitano adesso i vecchi edifici».
Dello stesso parere l'architetto Paolo Stefini e il consigliere comunale Paolo Uberti. Per il professionista clusanese «si
potrebbero abbattere le scuole Medie e la palestra, visto che le prime non sono più a norma e la palestra è stata costruita in
spazi contenuti che ne pregiudicano l'utilizzo ufficiale», mentre per il consigliere comunale «avere un polo unico
significherebbe gestire meglio viabilità, parcheggi e sicurezza per l'intero paese, quindi fare un salto di qualità notevole».




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GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Berzo Inferiore. Il nuovo asilo è finito
di Giuliana Mossoni

L'involucro è davvero bello. Dà l'idea di un posto accogliente e fa venire voglia di entrare a curiosare. Ora sta ai più piccoli
cittadini di Berzo Inferiore riempirlo con le voci e animarlo con i giochi. C'è voluto un po' di tempo perché il Comune della
Valgrigna costruisse una nuova scuola materna, ma ora che è stata inaugurata, per i grandi c'è solo la voglia di entrare a
visitarla e per i bambini di cominciare a frequentarla. Ieri mattina il sindaco Sergio Damiola e la Giunta hanno fatto il loro
primo ingresso nell'edificio di via XXIV Maggio, hanno permesso a tutti di fare un giro dentro e offerto un rinfresco. In
realtà, gli alunni se la stanno godendo già da due giorni, perché per loro la nuova scuola è stata aperta il 7 gennaio.
Una luce accogliente. Entrando nello stabile, lo stupore non è da meno: la hall di accoglienza è luminosissima grazie alla
copertura in legno lamellare e vetro. Non c'è che dire, la struttura è curata nei minimi dettagli ed è moderna e funzionale. È
costata poco meno di un milione di euro, di cui 500mila messi a disposizione dalla Regione tramite un finanziamento «Frisl»
di vent'anni a tasso zero, 80mila da un contributo dello Stato, altri 90 dall'accensione di un mutuo e il resto dagli oneri di
urbanizzazione. Oltre che bello, il nuovo asilo sarà anche «risparmioso»: l'Amministrazione comunale ha infatti scelto di
posare dei pannelli solari, che lo renderanno autonomo dal punto di vista energetico. Le economie, si parla di 15-20mila euro
annui, riguarderanno anche la vicina palestra, visto che i due edifici sono dotati di un unico contatore. I pannelli sono stati
posati sull'impianto sportivo, dove non sono visibili, e consentiranno di produrre un buon quantitativo di energia.
Il posto dei giochi. I piccoli alunni hanno oggi a disposizione uno stabile che si sviluppa su un piano unico di circa 800
metri quadrati, ma è soprattutto all'esterno, tempo permettendo, che i bambini avranno la possibilità di giocare e divertirsi, in
un'area di oltre 2.600 metri. Completano il tutto un piccolo interrato e soprattutto un bel parcheggio di 400 metri, che
consentirà ai genitori di sostare in assoluta comodità (senza contare che nelle vicinanze c'è anche il posteggio del campo da
tennis. In tutto, almeno sessanta posti auto). L'area esterna verrà sistemata nei prossimi mesi seguendo le indicazioni di
speciali progettisti: gli studenti di Berzo (asilo, elementari e medie) stanno lavorando con i loro colleghi dell'istituto
superiore Olivelli di Darfo per realizzare un progetto che l'Amministrazione comunale ha promesso che eseguirà alla lettera.
Va così in archivio col timbro fatto anche la nuova materna, un altro progetto importante dell'Amministrazione comunale di
Berzo Inferiore, che completa in questo modo il polo scolastico e sportivo del paese. Nella zona di via XXIV Maggio, infatti,
ci sono anche la scuola elementare e la media, il bocciodromo, la palestra e il campo da tennis.
«Questa scuola è uno strumento importante per la formazione e la crescita dei bambini - ha detto ieri il sindaco Sergio
Damiola -, che oggi hanno a disposizione un edificio moderno e all'avanguardia, con tutti gli impianti che rispettano i
requisiti di risparmio energetico e con il riscaldamento a basso consumo. Il nostro Comune registra una forte crescita
demografica e il vecchio stabile in centro storico, oltre che inadeguato, non riusciva più a contenere i bimbi. Oggi offriamo
quattro aule in grado di ospitare 120 bambini ma, se fosse necessario, si può ampliare fino a sei. La struttura abbandonata
sarà riutilizzata con funzioni culturali e associative».


GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Bienno. Visite guidate: in un anno 11mila iscritti
Un anno di ufficio turistico a Bienno. Inaugurati poco prima del Natale 2008, i locali di piazza Liberazione hanno accolto in
dodici mesi migliaia di visitatori. La curva che è cresciuta maggiormente è quella delle visite guidate, che ha sfondato la
soglia delle 11mila presenze. Cui vanno aggiunti i moltissimi e sempre più in crescita visitatori «fai da te», giunti a Bienno
nel 2009 grazie all'inserimento del paese tra i «Borghi più belli d'Italia». Si tratta di giovani e famiglie alla ricerca di un
turismo semplice e autentico, in grado di svelare il patrimonio storico, artistico e di tradizioni del borgo. Tra le novità del
2009, c'è stata l'apertura del percorso «Il racconto delle pietre» in centro storico, con materiale promozionale in italiano e
inglese, e dei nuovi laboratori sulla cerealicoltura presso il mulino-museo, che hanno già riscosso numerosi riscontri e
grande interesse da parte degli istituti scolastici. Per l'approfondimento delle visite guidate rivolte alle scolaresche, sono stati
allestiti diversi laboratori tematici, che si sono affiancati ai già collaudati laboratori del ferro realizzati nella fucina-ludoteca.
Nell'ultimo periodo, quindi, particolare attenzione è stata posta alla promozione del turismo scolastico, con la
programmazione di visite guidate mirate ai diversi percorsi di insegnamento.
Infine è stata aperta, sul sito www.bienno.info, una nuova sezione dedicata alle proposte di visite guidate da uno o tre giorni:
per scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, per disabili autosufficienti e non e per la terza età. E quest'anno si
pensa già all'ecomuseo, che partirà nei prossimi mesi.




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GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Sonico. Riapre la ferrovia dopo la frana della Vigilia
Riapre stamane, dopo diciotto giorni di chiusura dovuta alla frana che ha travolto i binari la vigilia di Natale, la tratta
ferroviaria Malonno-Edolo. Via libera di nuovo quindi ai treni delle Ferrovie Nord che collegano l'alta Valcamonica al
Sebino e alla città, e ritorno alla normalità per i passeggeri e i pendolari che in queste settimane hanno superato l'ostacolo
posto tra la stazione di Sonico e il ponte Dassa per mezzo di corse sostitutive in autobus.
Dopo la rimozione domenica 27 dicembre del locomotore incidentato, finito contro il materiale franato sulla ferro
via in uno scontro che ha causato il ferimento del conduttore e di due passeggeri, la strada ferrata è stata pulita da massi,
arbusti e terra in pochi giorni, tanto da risultare già transitabile il giorno 1° gennaio.
Per motivi di sicurezza però 1'ok da parte dei tecnici è arrivato solo nelle ultime ore. Sul posto infatti anche in questi primi
giorni del 2010 sono continuate le rilevazioni geologiche che hanno portato al dragaggio della grande massa d'acqua
accumulatasi nel terreno circostante la frana, consentendo così una condizione di nuova stabile sicurezza.

GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Capo di Ponte. Paura per una mini-frana
di (gabo)

Pericolo scampato. Piccolo smottamento franoso, ieri mattina verso le 11, poco fuori l'abitato di Capo di Ponte, dove tre
massi delle dimensioni di un pallone da calcio, sono rotolati sulla sede stradale senza provocare danni a cose o persone. Il
tutto si è verificato sulla Statale 42 appena fuori l'abitato di Capo di Ponte, cento metri dopo il ponte sul fiume Oglio. Dal
versante sinistro della montagna, dove la parete rocciosa incombe perpendicolare alla carreggiata, si sono staccati alcuni
massi che dopo un volo di circa cinque metri, hanno terminato la loro corsa proprio sulla strada statale dove in quel
momento, fortunatamente, non transitava nessuno. Ad accorgersi del fatto alcuni automobilisti di passaggio pochi secondi
dopo l'accaduto. Sul posto sono prontamente intervenuti i Vigili del fuoco del distaccamento di Breno e i tecnici del1'Anas
che hanno chiuso il traffico per pochi minuti, giusto il tempo di ripulirla.
A preoccupare i tecnici, soprattutto alcuni frammenti di roccia pericolante rimasti in bilico sul fianco della montagna e tenuti
sotto stretta sorveglianza da alcuni operai che sono rimasti sul posto fino alle prime ore del pomeriggio. Verso le 14, si è
provveduto al disgaggio dello strato superficiale della parete con il distacco controllato di altri due spuntoni di roccia
pericolante. Durante le operazioni, la circolazione è stata regolata a senso unico alternato e chiusa in entrambi i sensi nel
momento del distacco del materiale. Solo dopo una perlustrazione più approfondita si saprà se sarà necessario un intervento
più completo per imbavagliare almeno una parte della montagna nei punti più vicini alla carreggiata. All'origine del distacco
franoso potrebbero esserci gli sbalzi di temperatura e le piogge degli ultimi giorni.


GIORNALE DI BRESCIA, 10 GENNAIO 2010

Gli «invisibili» lavoratori della Tinti
di Elide Landrini (e i 23 invisibili della Legnano Tinti)

Abbiamo appreso nei giorni scorsi della risoluzione positiva al problema della riorganizzazione della New Cocot-Cogno con
quella ex Legnano Tinti-Cividate annunciata alle rappresentanti sindacali delle due fabbriche.
Nell'intervista rilasciata agli organi di informazione locali veniva sottolineata con soddisfazione la buona riuscita
dell'operazione che non comportava nessuna forma di esubero per i lavoratori e dava garanzie sul riassetto dello stabilimento
di Cogno in cui finiranno per confluire quasi tutte le attività di Cividate seppur con volumi minori.
Ebbene in tutto questo manca un «piccolo particolare» vale a dire che in questo passaggio manchiamo noi 23 persone,
lavoratori come voi, che sono diventati improvvisamente «invisibili».
Spariti in pratica dalla trattativa. Ci spieghiamo meglio, l'azienda New Cocot e le rappresentanze sindacali avevano
sottoscritto (sì proprio nero su bianco) un accordo che prevedeva in due fasi l'assunzione delle 23 persone rimaste escluse
dalla prima fase dell'operazione.
Ora l'azienda dopo non aver rispettato la prima scadenza ha perentoriamente affermato di non aver intenzione di onorare
questo accordo. In pratica ci hanno tagliato fuori da tutto. Come se fossimo un non-problema, ci hanno in pratica resi
invisibili. Ci siamo trovati, abbiamo discusso fra di noi e vogliamo farvi alcuni esempi di come ci troveremo fra qualche
mese: persone che a 53 anni si troveranno inchiodate a due anni dalla pensione con già 35 anni di lavoro fatto, rientri da
maternità a questo punto impossibili (alla faccia della tutela delle madri lavoratrici), persone invalide o in malattia che hanno
in pratica perso il posto e via dicendo...
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Abbiamo deciso di fare questo documento perché riteniamo giusto ed indispensabile che quanto sottoscritto venga rispettato
da coloro che hanno siglato questo accordo altrimenti ci troveremo presto nelle situazioni di cui sopra.
Insomma noi non vogliamo «rubare» il posto a nessuno e vi chiediamo solo di riflettere su questo e su quanto succederà nei
prossimi giorni. Infatti se un nuovo accordo verrà sottoscritto e riguarderà tutti voi, sarà fatto dagli stessi protagonisti di
quello che oggi viene messo in discussione, in una situazione che, definirla simile è quantomeno riduttivo. Quello che di
sicuro sarà diverso sono i nomi e i numeri delle persone interessate all'operazione.
Quindi « state in campana». Potrebbero esserci altri invisibili ridotti più o meno al silenzio come lo siamo diventati noi.
Non basta «una mano di bianco» per affermare che questa sarà una cosa nuova. Sicuri che ci capirete...


L’UNITÀ, 10 GENNAIO 2010

Primo sciopero a Mediaset: «L’azienda non ci esternalizzi»
Patrizia Galofaro, da 25 anni truccatrice nella televisione del cavaliere, oggi sarà in presidio
insieme alle colleghe davanti agli studi di Cologno Monzese per difendere il posto di lavoro
di Giuseppe Vespo

Chiusa nella sala trucco dello studio 20 di Cologno Monzese insieme alle sue colleghe, Patrizia Galofaro, da 25 anni
truccatrice Mediaset, si prepara alla prima del nuovo programma "Io canto" condotto da Gerry Scotti. «Siamo qui», dice.
«Continuiamo a lavorare come sempre, e bene aggiungerei». E arrabbiata Patrizia, ma meno impulsiva di giovedì, quando si
diceva pronta a salire sul «minareto» Mediaset per difendere il suo lavoro, riferendosi all'antennone che si vede dalla
tangenziale di Milano. Oggi sarà di nuovo a Cologno, stavolta fuori dagli studi televisivi, a presidiare il suo posto da
truccatrice professionista che l'azienda vuole cedere alla società Pragma Service srl. Oggi la tv del Cavaliere celebra il primo
sciopero di gruppo, indetto da lavoratori e sindacati contro la cessione di 56 dipendenti, per lo più donne addette al trucco,
alle acconciature e alla sartoria di chi passa - anche velocemente - tra rete 4, Canale 5, Italia 1 e Premium. Nonostante le
contromosse dell'azienda, che ha pensato ad esempio di registrare Domenica 5, la mobilitazione di gruppo che durerà per
l'intero turno di lavoro compromette programmi come Controcampo o il Grande Fratello di Lunedì. «Speriamo che al
presidio e allo sciopero partecipino più persone possibile», riprende Patrizia.
Avete scritto anche al presidente 13erlusconi ricordandogli che molte di voi hanno condiviso con lui gli anni della
fondazione del gruppo. Confida in un suo intervento? «Confido nell'intervento di chiunque possa fermare questa
cessione. Il nostro obiettivo è far tornare sui loro passi i vertici aziendali. Non possono sostenere che non siamo parte del
processo produttivo televisivo».
Perché? «Pensi che per un programma come quello a cui stiamo lavorando ci vogliono nove sarte, nove parrucchiere e nove
truccatrici. Per un solo giornalista ci vogliono almeno tre professioniste. Ci sono periodi in cui l'azienda deve rivolgersi ad
agenzie esterne perché solo noi non bastiamo a coprire tutto il lavoro».
Eppure vogliono esternalizzare anche voi. Perché, per risparmiare su sessanta dipendenti? Secondo i sindacati il
rischio è che si tratti dell'inizio di un processo più ampio. Lei che idea s'è fatta? «Non lo so. Non credo sia una que-
stione di risparmio ma non voglio neanche pensarci. Oggi il nostro obiettivo è convincere l'azienda a ripensarci».
Per ora avete convintogli altri dipendenti del gruppo. In molti, tra questi la redazione del Tg5, hanno manifestato
solidarietà. « È una cosa bella. Ma puntiamo a coinvolgere tutti con il presidio e lo sciopero di oggi e domani».


L’UNITÀ, 10 GENNAIO 2010
Intervista a Guglielmo Epifani
Fermiamo la violenza, a Rosarno non deve morire il sogno
di un’Italia giusta
Il segretario della Cgil: bisogna reagire, non rassegnarci al decadimento culturale del Paese.
Battere il razzismo, lo schiavismo in cui sono costretti i lavoratori migranti. Maroni disumano,
ascolti almeno le parole della Chiesa
di Rinaldo Gianola

Rosarno gli italiani sparano contro i lavoratori stranieri. È una tragedia non solo per chi vive direttamente questi
fatti, ma per il Paese: perdiamo la capacità di vivere insieme, di comprendere i problemi degli altri, di rispettare le diversità, i
diritti, i nostri valori. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, commenta amaramente le notizie che arrivano dalla Calabria.


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Si aspettava questa esplosione di violenza? «Purtroppo è la conferma di una situazione molto grave che noi avevamo
denunciato. Questo dramma è la somma di più elementi. Primo: un insostenibile assetto legislativo, la Bossi-Fini, in cui oggi
è più facile restare clandestino che essere regolarizzati. Secondo: le condizioni di vita insostenibili in cui sono costretti i
lavoratori migranti nelle campagne del Sud, questo è schiavismo. Terzo: il caso di Rosarno dimostra (assenza di una volontà
politica di risolvere i problemi,si lasciano scoppiare piuttosto che affrontarli quando sarebbe più facile».
Il ministro Maroni parla di eccessiva tolleranza verso i clandestini. «È un'affermazione infelice e disumana. La sua
analisi è sbagliata. A Rosarno è la criminalità che favorisce la clandestinità, non il contrario. Sono zone ad altissima densità
mafiosa, dove il governo del mercato del lavoro è esercitato con metodi malavitosi. Non si può intervenire solo come si fa
oggi spostando i lavoratori da un'altra parte senza distinguere tra chi è clandestino, chi ha il permesso di soggiorno e chi non
ce l'ha perchè ha perso il lavoro».
Ma c'è un problema di ordine pubblico, di sicurezza dei cittadini. «Non sono un buonista: la lotta alla criminalità e la
sicurezza dei cittadini sono sacrosante. Ma spostare .qualche centinaio di immigrati non risolve il problema, domani si
ricomincia se non si cambia. Perchè chi prende 20 euro al giorno, 600 euro al mese quando va bene ed è costretto a vivere
senza casa, in emergenza igienico-sanitaria, senza diritti, sentirà prima o poi la necessità di ribellarsi. Tali tensioni generano
rivalse, ritorsioni tra la popolazione, spesso alimentate e governate da interessi malavitosi».
La rivolta di Rosarno è coincisa con le quote Gelmini del 30% degli studenti stranieri nelle classi. Una coincidenza
curiosa, almeno. «Non è casuale. È il segno del degrado della vita civile, del governo, della cultura. C'è un unico filo che
lega il giudizio di Maroni sugli immigrati, le quote della Gelmini e le parole del leghista Cota. L'immigrazione e il lavoro
devono essere affrontati in una dimensione morale, non ideologica. Gli immigrati sono sfruttati in condizioni disumane e
quando non servono più si buttano via e si massacrano per strada, così non va».
Come se ne esce? «Vedo solo una risposta: se ne esce con l'umanità e la razionalità, affrontando i problemi, garantendo un
minimo di diritti a chi viene qui a lavorare e viene sfruttato ogni giorno. Vogliamo iniziare a risolvere questi drammi?
Decidiamo che ai lavoratori dei campi sia garantito un minimo retributivo e contributivo, rendiamo trasparente il mercato del
lavoro in agricoltura liberandolo dai caporali e dalla malavita».
Perchè questo governo non ascolta almeno la Chiesa? «Il governo ha un atteggiamento schizofrenico: in alcuni campi,
penso alle questioni bioetiche, segue la linea della Chiesa, mentre su altri problemi, come la difesa del lavoro e i diritti degli
immigrati, fa l'opposto. La verità è che il governo rispecchia il deterioramento dei valori, favorisce una società che tende a
richiudersi e a dividersi. In più è forte l'egemonia leghista che impone la chiusura di ogni spazio di tolleranza verso gli
immigrati. Gli attacchi della Lega alla Chiesa, al cardinale Tettamanzi non sono casuali».
La sensazione, all'inizio del 2010, è che l'Italia viva un decadimento culturale, di valori, un clima in cui prevalgono
l'individualismo e l'aspirazione all'arricchimento. «Questa è la realtà. Ma dobbiamo reagire al decadimento, non
dobbiamo rassegnarci. Viviamo i riflessi del declino del Paese e dei suoi gravi problemi economici e sociali, abbiamo perso
il nostro ruolo in Europa e nel contesto internazionale. Nella società cresce l'egoismo, i più ricchi sono tutelati mentre c'è
l'abbandono dei più poveri. Parole come solidarietà, diritti, uguaglianza sono vissute come una minaccia da alcuni. Lo
avvertiamo anche nel sindacato: c'è il rischio di corporativismo tra chi ha il posto e chi lo perde, tra italiani e immigrati».
Quali rischi vede oggi? «Mi rammarica e mi fa paura le perdita della memoria. In questi giorni è stato pubblicato un volume
che ricorda l'eccidio di otto lavoratori italiani in Francia, nell'Ottocento, quando noi eravamo stranieri. Possibile che ci siamo
dimenticati tutto: chi siamo, da dove veniamo, i sacrifici e le lotte dei nostri padri? Ci vorrebbe un soprassalto ideale, morale
delle forze politiche, trovare un metodo unitario per guardare in faccia i problemi. Possibile che non si parli più di povertà?
Non sono questioni solo del sindacato. L'Italia è davanti a prospettive molto dure: la crisi cambierà l'impresa manifatturiera,
sconvolgerà il destino di molte comunità, scompariranno attività e lavori. Stiamo già vedendo la desertificazione industriale
del Sud: il distretto del divano, Termini Imerese, Alcoa...».
L'agenda di Berlusconi prevede giustizia, fisco, riforme istituzionali. «Berlusconi si occupa di molte cose, ma non delle
questioni sociali prioritarie. E anche sul fisco vuole fare un po' di propaganda, alzare il polverone in vista delle elezioni per
garantire un certo blocco sociale. Se ne parla e non si fa nulla, se fosse ridotto il peso del fisco su salari e pensioni noi
saremmo i primi a condividere. Invece lavoratori e pensionati sono quelli che pagano di più».
Come giudica l'opposizione? «Il pd è ancora in fase di riorganizzazione, ha evidenti difficoltà. Non sono stati risolti i
problemi gravi aperti con la caduta del governo Prodi. C'è una grande debolezza e una profonda divisione, prevale
l'attenzione al particolare invece che al generale, continua la frantumazione in gruppi, con un gusto per la divisione sempre
più forte. La vicenda delle candidature alle elezioni regionali è la spia di questo malessere»
Bersani? «Bersani tiene bene il profilo del partito sulle questioni sociali e sulle riforme, ma ci sono troppi sospetti e
divisioni anche tra chi gli è vicino. Ha detto parole giuste e coraggiose sull'immigrazione. La democrazia del Paese ha
bisogno di un'opposizione forte, decisa, che faccia valere il suo punto di vista. La strada è lunga e difficile».
Nel Lazio si affrontano due donne, cosa ne pensa? «Se saranno confermate le candidature della Bonino e della Polverini
sarà una bella novità, un duello emblematico. Dico subito che ci sono cose che mi dividono da Emma Bonino, ma è una
candidata straordinaria, che rappresenta la miglior tradizione del movimento radicale, dei diritti civili, con un forte
radicamento in Europa. Potrebbe fare un bel lavoro sulla sanità, la trasparenza, la lotta alla corruzione, nelle politiche
ambientali e dell'accoglienza.».
E la Polverini? «Ha fatto cose importanti in un sindacato che era solo una costola della destra. È una persona capace. Potrei,
se mi è consentito, suggerirle di stare attenta a una parte delle sue compagnie perchè c'è chi ha contribuito allo sfascio della
sanità nel Lazio, e a qualche figura dell'ultradestra. Attorno alla Polverini vedo già molti pronti ad arraffare quote di potere».

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Epifani,lei ha una formazione socialista. Cosa pensa delle polemiche attorno alla figura di Craxi? «Pensavo che dopo
dieci anni si potesse discutere serenamente anche su Craxi. Mi sbagliavo, è ancora troppo presto. Certo mi sorprende che in
questo Paese nessuno muova un dito se Brunetta dichiara di voler abolire il primo articolo della Costituzione e invece si
scateni un putiferio su un personaggio politico scomparso dieci anni fa».
Allora dica cosa pensa lei di Craxi. «Craxi è stato un grande leader politico nella storia italiana del Novecento. Ma è stato
tante cose: discepolo di Nenni, difensore dell'autonomia socialista, della socialdemocrazia quando erano in pochi a farlo, è
stato l'uomo che ha rinsaldato la cultura socialista sul ceppo garibaldino-mazziniano. Ha sempre cercato di liberarsi dal
dualismo tra dc e pci, usando tanti mezzi, anche illeciti e spregiudicati, porta pure lui la responsabilità di non aver agito per
modificare quel sistema. Mi rimane il dubbio se si sia arricchito personalmente. Craxi è stato un protagonista delle occasioni
mancate. Forse nel dialogo a sinistra, col pci, poteva fare di più, ma erano anni difficili, lo scontro era duro. Il mancato
incontro tra quelle culture politiche, tuttavia, lo stiamo pagando ancora oggi».


L’UNITÀ, 10 GENNAIO 2010
Cosa ci insegna il caso Rosarno
L’immigrazione e il dominio del denaro
di Enzo Mazzi1

L'aggressione a Rosarno dei neri e la loro rivolta disperata sono archiviate in breve come le precedenti con qualche
orripilante ma assai popolare invettiva contro l'indulgenza verso l'immigrazione clandestina e con qualche lacrima
compassionevole verso i poveri schiavi trattati come bestie randagie. E i clementini della piana del Tauro non ebbero alcun
sussulto al mercato della frutta e la politica continuò il suo balletto e tutti ci voltammo dall'altra parte a cercar sedativi contro
l'angoscia montante per un futuro senza speranza. Mentre i fatti di Rosarno andrebbero assunti come sintomo di un cancro
che divora la società ormai a livello mondiale. Per cercar terapie finché c'è tempo. Nella società fondata sul dominio assoluto
del danaro siamo tutti neri. È il danaro, nuova divinità, che si è impossessato delle nostre anime e dei nostri corpi e ci ha
sfrattati da noi stessi.
La società del benessere è ridotta a una fortezza assediata. Ma è una illusione alzar mura, installare body scanner, e rovesciar
barconi. Il nemico che ci assedia non è l'immigrazione. Siamo noi nemici a noi stessi. La crisi è dentro la struttura stessa
della città. Un nuovo umanesimo s'impone. Ma il suo centro non è più la città. Anzi presuppone il crollo delle mura e lo
prepara. È la vendetta del sangue di Remo. II fondamento di un nuovo patto non può che trovarsi nell'essere umano in
quanto tale, indipendentemente dal luogo di nascita e dal colore della pelle. Il risveglio di una tale consapevolezza non è né
facile né indolore. Ed è qui che si apre uno spazio significativo e caratterizzante non solo per la politica ma per il volontaria-
to e più in generale per l'associazionismo. Purtroppo la strada più facile è quella dell'assistenzialismo. Ma è una strada
scivolosa. L'assistenzialismo, comunque rivestito, non crea parità di diritti. Chi ha a cuore l'obbiettivo dell'affermazione dei
diritti di cittadinanza per tutti, come diritto pieno, comprensivo dei diritti sociali, e come diritto~alienabile della persona, non
può fare a meno di impegnarsi sia sui tempi brevi della mediazione politica, per raggiungere il raggiungibile, qui e ora, sia
sui tempi lunghi della trasformazione culturale, in mezzo alla gente. E direi che l'associazionismo più che tappar buchi e
metter toppe, dovrebbe imboccare più decisamente proprio la strada della trasformazione culturale.
Tendere a smontare i paradigmi culturali, ideologici e anche religiosi, che sono all'origine della discriminazione. Con
pazienza infinita e con umiltà, senza tirare la pianticella per lo stelo. Ma anche con tanta coerenza e fermezza. Senza vendere
mai tutto sul mercato dell'emergenza e senza sacrificare mai tutto sull'altare della mediazione politica.


IL MANIFESTO, 10 GENNAIO 2010
I lavoratori vogliono comparire nei tg, l’azienda tenta di oscurarli
Mediaset in sciopero, ma si rischia l’invisibilità
di Antonio Sciotto

La macchina dello sciopero Mediaset è cresciuta, nei corridoi e negli studi del Biscione non si parla d'altro, ma oggi e
domani si potrà capire se davvero la mobilitazione avrà effetti visibili per il grande pubblico. Tutto il gruppo - 3800
dipendenti -attua il suo primo sciopero nazionale contro 1'esternalizzazione del settore «Trucco, acconciatura e sartoria»: 56
persone, ma i colleghi temono che sia solo l'inizio e che potranno essere ceduti ad altre società anche loro.
Intanto i lavoratori hanno ottenuto un primo piccolo ma anche importante risultato: durante il Tg5 di oggi verrà letto un
comunicato che rende conto della protesta e delle sue ragioni, e ovviamente subito dopo un testo di 6-7 righe con la

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    Comunità Isolotto.
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contro-replica dell'azienda. Una vera e propria «conquista», se si pensa che mai in un tg di Mediaset si è data comunicazione
di uno sciopero interno (a parte quelli dei giornalisti): si è aperta una prima breccia. Sembra invece che gli scioperanti non
riusciranno a bloccare del tutto il telegiornale, perché Mediaset ha «comandato» i quadri della produzione, che sostituiranno
così chi lavora di consueto.
Il comunicato sarà letto solo durante l'edizione delle 13: l'azienda ha spiegato che non è uno sciopero dei giornalisti, con i
quali c'è un preciso accordo di comunicazione, e dunque non sarebbe obbligata a dame notizia. Le Rsu dei tecnici hanno
scritto al direttore Clemente Mimun perché il testo venga letto anche alle 20, l'edizione più vista, ma l'azienda è inflessibile.
Il cdr del Tg5 ha sostenutole ragioni degli scioperanti, e molti redattori ritengono che il comunicato debba essere letto alle
20: si vedrà solo oggi, fanno sapere dalla redazione, bisognerà insomma vedere come andrà il picchetto davanti agli studi del
Centro Palatino e cosa riusciranno a ottenere i lavoratori in termini di «rapporti di forza».
I servizi «freschi» del Tg5 saranno ridotti al minimo, per lo stop dei montatori, e così l'azienda ripiegherà sul repertorio,
collegamenti più lunghi del solito con troupes esterne e service, o le «macchie» (immagini che scorrono mentre il conduttore
legge): si cercherà di allungare il brodo per portare a termine la normale edizione, magari aumentando i servizi su cani e
gattini, pur di non ammettere che si è dovuto accorciare il tg. «Abbiamo chiesto ai quadri di aderire allo sciopero - dice
Roberto Crescentini, delegato Cisl - anche perché fanno parte del nostro stesso contratto. Ma sembra fare più presa l'appello
dell'azienda a sostituirci».
Le altre trasmissioni: il comunicato verrà letto lunedì mattina durante la diretta di Mattino 5, dà Claudio Brachino. Forum
andrà in replica, per decisione di Rita Dalla Chiesa e del suo staff, in solidarietà con gli scioperanti. Oggi invece andrà
regolarmente in onda Domenica 5: Barbara D'Urso ha eccezionalmente registrato ieri. Pare che anche Striscia la Notizia stia
preparando un'edizione «speciale», a tema con la protesta. A rischio, o comunque in edizione ridotta, si preannunciano le
trasmissioni sportive, da Controcampo a quelle di Premium. E sembra che pure Il Grande Fratello potrebbe essere toccato
dallo sciopero: ma in questo caso dovrebbero essere i lavoratori della emissione segnali a dare problemi; i dipendenti stanno
organizzando un corteo serale, lunedì, dagli studi Flios sulla Tiburtina fino a Cinecittà, ma difficilmente questo riuscirà a
disturbare il programma condotto da Alessia Marcuzzi. Da Milano, dove si terrà un presidio a Cologno, le truccatrici
invitano alla «massima partecipazione».
Dall'azienda filtra che lo sciopero viene visto come legittimo, ma che ci sono ragioni obiettive per la decisione di cedere il
reparto Trucco: l'alternativa sarebbe stata il licenziamento, in un momento in cui tutte le imprese editoriali si stanno
riorganizzando e gli stessi giornalisti sono coinvolti in un cambiamento, l'agenzia unica che assorbe Tg4 e Studio Aperto.
Dal fronte politico, Cesare Damiano (Pd) scrive una lettera aperta a Silvio Berlusconi, in cui chiede di rinunciare alla
cessione: «Dia lei l'esempio, così come chiediamo alle grandi imprese, multinazionali e non, di non delocalizzare».
Il fatto è che lo sciopero rischia di essere vanificato dai tanti esterni, spesso cameraman o montatori precari, che. in questi
casi vengono chiamati dalle televisioni per sostituire i dipendenti: e verso le condizioni dei quali - si deve anche dire- almeno
in passato i lavoratori garantiti non hanno mai mostrato grande sensibilità. «Ma oggi abbiamo capito che siamo tutti sulla
stessa barca - spiega Filippo Marino, montatore Videotime Mediaset -. Per questo abbiamo fondato un nuovo sindacato, il
Clb (coordinamento lavoratori broadcast), che tiene assieme tutti i tecnici delle tv, dipendenti e autonomi, invitandoli a unire
le loro rivendicazioni. Ci sono ad esempio i cameraman delle partite di Champions league, professionalissimi ma anche
iper-precari. A tutte queste persone chiediamo oggi di non sostituirci durante lo sciopero, ma domani dobbiamo lottare
insieme per migliorare anche la loro condizione».


IL MANIFESTO, 10 GENNAIO 2010
Antirazzismo. Su Facebook la protesta «alla francese» per il primo marzo. Scettica la Cgil
«Black out», in rete si prepara lo sciopero
di Giacomo Russo Spena

Una giornata senza migranti. Uno scherzo? Un sogno per qualche nostalgico del Ventennio? Assolutamente no. È la protesta
lanciata su Facebook per far capire all'opinione pubblica italiana quanto sia determinante il loro apporto alla tenuta e al
funzionamento della nostra società. Un'idea nata dal movimento «La journée sans immigrés: 24h sans nous» che per il primo
marzo ha organizzato in Francia uno sciopero generale e l'astensione dai consumi per contestare la nuova legge repressiva
del premier Sarkozy. «A novembre ho saputo di questa iniziativa e mi sono ripromessa di attuarla anche in Italia», racconta
Stefania Ragusa, giornalista, che insieme ad altre tre donne, Daimarely Quintero, Nelly Diop e Cristina Seynabou Sebastiani,
ha aperto, tenendosi in stretto rapporto con Nadia Lamarkbi, organizzatrice del primo marzo d'oltralpe, un gruppo sul
social-network: i numeri degli iscritti crescono di giorno in giorno e al momento sfiorano il tetto degli 11mila. Tra questi
esponenti politici, docenti universitari, associazioni. Dalla rete si è passati subito ai comitati territoriali: Napoli, Palermo,
Genova, Brescia, Imola, Ancona le città più attive. A Milano risiede, invece, il coordinamento nazionale della protesta.
L'iniziativa ha un precedente negli Usa, dove il primo maggio del 2006 centinaia di migliaia di persone di origine ispanica
boicottarono tutte le loro attività: lavoro, scuola e consumi. In 600.000 scesero allora in piazza a Los Angeles e in 300.000 a
Chicago, con manifestazioni dalla California a New York al grido di «Se ci fermiamo noi, si fermano gli Stati Uniti». In
Italia la partita è più dura. Non tutti hanno accesso a internet e sanno di questa protesta, e c'è chi non potrà astenersi dal

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lavoro perché non l'ha o è in nero o ricattabile. La Cgil teme l'effetto boomerang: «Se lo sciopero fallisse sarebbe un grosso
problema». Considerando, inoltre, «l'auto-segregazione nelle forme di lotta un errore». Allora probabile che, alla fine, si
realizzerà solo lo sciopero dei consumi. Non solo. Su Facebook c'è un nuovo gruppo, «Blacks out», che sta promuovendo
una simile iniziativa per il 20 dello stesso mese. «Stiamo provando a farle convergere in una mobilitazione unitaria», dice
Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell'Arci, che ha già aderito ad entrambe le giornate così come Caritas, Acli,
Sos razzismo e sindacati confederali. Obiettivo, costruire una protesta che dia un seguito alla manifestazione del 17 ottobre
scorso contro il pacchetto sicurezza e che, per dirla con Ragusa, «rompa la saldatura tra razzismo popolare e istituzionale».


IL MANIFESTO, 10 GENNAIO 2010

Avanti, arditi!
di Alessandro Robecchi

Rosarno hanno fatto tesoro delle indicazioni del ministro dell'interno. Disse Maroni il primo febbraio 2009: «Per contrastare
l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi, determinati». Ora suppongo che le squadracce di Rosarno
si siano riunite, prima delle loro azioni. Siamo nel giusto? si saranno chiesti gli arditi degli agrari. Poi, ricordate le parole del
ministro, chissà, si saranno sentiti meglio. «Cattivi e determinati», ha detto lui. «La gente imbraccia i fucili», scrive il
Corriere della Sera. Non fa una piega, e la prossima volta che qualcuno ci fa la solita lezioncina sui cattivi maestri sarà bene
ricordarsene. Del resto, il ministro dell'Interno ha più volte ribadito il concetto. Disse a Pontida: «Noi vogliamo consentire ai
cittadini di partecipare. Le abbiamo chiamate associazioni di volontari per la sicurezza. Ci hanno risposto che vogliamo le
ronde. Ebbene sì, vogliamo le ronde! Chiamiamole col loro nome, non abbiamo paura delle parole». Ebbene sì, hanno detto
anche a Rosarno. Ma anche noi siamo gente concreta, che non ha paura delle parole, e sappiamo chiamare le cose con il loro
nome. Questa in italiano si chiama istigazione (traduco: istigasiùn).
Del resto il partito del ministro dell'interno ha tra le sue fila alcuni condannati per istigazione all'odio razziale, e questo rende
come minimo inopportuno che quel ministero sia affidato alla Lega. Che poi i padani al governo vogliano difendere i
cittadini calabresi è davvero strabiliante, visto il loro rispetto per la gente del sud. «Senti che puzza scappano anche i cani /
stanno arrivando i napoletani», canta allegramente un deputato europeo leghista, tale Salvini, immortalato per i posteri (e i
napoletani) su YouTube. Insomma, il linguaggio è da squadristi, gli arditi sul campo fanno parlare il sor randello, gli agrari e
i terratenientes festeggiano la lezione impartita agli schiavi. Vi ricorda qualcosa? Ma valà! Benvenuti negli anni Dieci.


LA REPUBBLICA, 10 GENNAIO 2010

L’inferno di Rosarno e i suoi responsabili
di Eugenio Scalfari

A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde
armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è
stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della
Calabria, ma la caccia al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro.
Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo stato d'animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli
aderenti al "Ku Klux Klan" nell'America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c'è quella
dell'ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l'ospitalità si è logorata col
passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l'arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei boschi dell'Aspromonte e delle Serre.
Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora, da quarant'anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle
organizzazioni criminali che operano nel Sud d'Italia e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie
nella piana di Gioia Tauro, dove le "'ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è
diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei
bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent'anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci
sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz'acqua,
senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva,
pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque
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euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di
due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l'inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se
continuano a cercar lavoro in quell'inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori.
Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della Montagna promise che sarebbero
stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e
gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da maiali grufolosi. È
questo l'amore, è questa l'ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un
paese sotto il tacco della mafia. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è amministrato da
un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni vinceranno ancora le "'ndrine" perché in quella
piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga presto, ma se mi
domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio
universale. Prima ci sarà stata l'Apocalisse. Che sembra già cominciata.
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell'Interno, a quello del Lavoro, a quello delle
Attività produttive, a quello dell'Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell'inferno. Ma
le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non
sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte
clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si
stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l'incendio poteva divampare da un momento
all'altro? Non avevate l'obbligo di intervenire? Di attrezzare un'accoglienza decente? Di regolarizzare i
clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono
disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l'altro ieri che c'è stata troppa tolleranza: bisognava cacciare i
clandestini o processarli per il reato di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l'accusa di Maroni
se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del
Garigliano? Oppure si rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all'economia italiana?
E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e
organizzano un'accoglienza decente, salvo poi dare i voti alla Lega a tutela dell’«integrità urbana», della
separazione o dell'integrazione col contagocce. Si può capire: l'immigrazione in Italia è arrivata tardi ma in dieci
anni siamo passati da un milione a quattro milioni di immigrati. Il tasso d'aumento è stato dunque molto alto ed
ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo;
invece ha puntato le sue fortune sulla paura e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c'è purgatorio ma inferno. Lì sono i volontari i soli che tentano di
sfamare gli "ultimi" e dar loro una parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono
far finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi la caccia al negro: Ma non
hanno altra ricetta che l'espulsione, anche se ieri Maroni ha smentito che di questo. si tratterà per i clandestini di
Rosarno. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l'accoglienza?
Il partito dell'amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna invece la violenza mafiosa, i bulli di
paese che si spassano giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la
noia. Noi aspettiamo risposte alle nostre domando, anche se sappiamo per esperienza che questo potere non ha
l’abitudine di rispondere.
Nel frattempo, nelle alte sfere si consumano altri i misfatti. Uno di essi è la decisione del presidente del Consiglio
di coprire con il segreto di Stato la posizione processuale di Marco Mancini, già capo del controspionaggio alle
dipendenze dell'allora direttore del servizio di sicurezza, Nicolò Pollari.
Misfatto, cattivo fatto: non trovo altra parola per definire un atto di estrema gravità. Ne ha diffusamente scritto il
collega D'Avanzo i16 gennaio scorso. Se torno sull'argomento è proprio partendo da una sua definizione alla
quale non è stata data alcuna risposta. D'Avanzo è un giornalista scrupoloso che fa domande più che legittime
doverose; il fatto che siano scomode per il potere accresce la loro legittimità e dovrebbe obbligare i destinatari ad
una plausibile spiegazione.
La definizione di D'Avanzo distingue tra i fini e i mezzi nell'attività dei servizi di sicurezza. I fini sono prescritti
dalla legge: la difesa dello Stato e delle istituzioni in cui esso si articola; la lotta contro lo spionaggio straniero;
l'acquisizione all'interno e all'estero di notizie utili al perseguimento dei fini suddetti.
I mezzi sono invece scelti discrezionalmente dalla direzione del servizio e possono in certi casi anche violare le
leggi ma proprio in quei casi l'autorità politica deve esserne informata sotto vincolo di segreto. Sappiamo tutti che
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il servizio di sicurezza non ha natura angelica e addirittura può avere commercio anche col diavolo, ma sempre
per il raggiungimento di quei fini e non per altri.
Il segreto di Stato può venire opposto al magistrato inquirente e a quello giudicante. Ma esiste tuttavia un organo
di natura parlamentare, il Copasir, che ha il potere di accedere alla documentazione superando il segreto e questo
sulla base del principio democratico secondo il quale non deve esistere alcun organo dello Stato che non abbia
sopra di sé un altro organo cui rispondere.
Parlo di queste cose perché mi trovo nella condizione di essere il primo, insieme al collega Lino Jannuzzi che
allora lavorava con me all'Espresso, ad aver vissuto in prima persona l'apposizione del segreto di Stato in un
processo che fu intentato contro di noi a proposito del "Piano solo" organizzato dall'allora comandante generale
dei carabinieri, De Lorenzo.
Non entro nei dettagli che sono fin troppo conosciuti, se non per ricordare che noi demmo la prova testimoniale
dell'esistenza di quel Piano, che aveva connotati eversivi, al punto che il Pubblico ministero che guidava l'accusa
contro di noi e che si chiamava Vittorio Occorsio - ucciso qualche anno dopo dal terrorismo fascista - chiese al
tribunale l'archiviazione degli atti contro di noi ritenendo che avevamo raggiunto la prova dei fatti.
Il tribunale ritenne però che la prova testimoniale non bastasse e chiese l'esibizione del documento redatto dal
Comando dei carabinieri, agli atti del servizio di sicurezza. L'allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, pose il
segreto di Stato su quel documento e così fummo condannati.
Non esisteva a quell'epoca un Copasir che potesse accedere alla documentazione; fu istituita una Commissione
parlamentare d'inchiesta dove però, per regolamento, la maggioranza parlamentare era presente in numero
soverchiante. La Commissione lavorò per quasi un anno e si concluse con un compromesso. Poi la legge sul
segreto fu riformata e il Copasir - la cui presidenza spetta all'opposizione - ne è stato uno dei positivi risultati.
Proprio per queste ragioni è della massima importanza la scelta del presidente di quell'organismo, che dev'essere
indicato dai gruppi parlamentari del maggior partito d'opposizione, cosa che avverrà nei prossimi giorni.
L'esperienza ci insegna che chi guida quel delicatissimo organo deve avere l'intelletto e i titoli per venire
nominato a quella carica e non dev’essere in nessun modo mescolato alla lotta politica in corso. Dal momento in
cui viene insediato acquistale caratteristiche di un giudice di una magistratura che è la sola che possa vigilare
sulla congruità dei mezzi usati dai servizi di sicurezza per realizzare i fini chela legge indica, vigilando anche che
i mezzi non siano così perversi da stravolgere i fini stessi.
Noi abbiamo la sensazione che il segreto posto sulla posizione processuale di Marco Mancini copra mezzi illeciti
e non pertinenti ai fini di istituto, ma la nostra sensazione non fa testo, può soltanto suscitare attenzione
nell'opinione pubblica. Spetta al Copasir accertare ed eventualmente rimuovere il segreto di Stato su quella
specifica situazione. E qui il peso della scelta, che sia congrua ai compiti di quell'organismo.
Post scriptum. Sembra ormai decisa la scelta del Partito democratico di far propria la candidatura di Emma
Bonino all'elezione del presidente della Regione Lazio. Mi sono trovato talvolta in posizione critica nei confronti
dei radicali, ma in questo caso penso che quella della Bonino sia la candidatura migliore. Ha qualità di
amministratrice già ampiamente collaudate e integrità di carattere e di comportamento a tutta prova. Penso anche
che, se uscirà vittoriosa dal confronto con la Polverini, non sarà certo lei ad assumere atteggiamenti irriguardosi
verso la Chiesa in una regione che ospita il Papa nella sua capitale garantendogli piena indipendenza.
Sarà tuttavia, Emma Bonino, un presidio di laicità in un momento che di laicità ha gran bisogno, non certo contro
ma anzi a sostegno dello spazio pubblico riservato alla Chiesa e alla sovranità dello Stato nei campi di sua
esclusiva competenza.




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posted:9/10/2011
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