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22 febbraio

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					L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009
All’assemblea di Milano Bankitalia sollecita interventi più forti contro la crisi. Scadono 3 milioni di
contratti a tempo. Molti non saranno rinnovati
Draghi, emergenza sociale, «Tutelare le fasce più deboli»
Il governatore avverte: entro l’anno si perderanno 2,4 milioni di posti di lavoro. Alle banche
chiede trasparenza. Allo Stato una nuova proposta: garantire i crediti erogati alle imprese.
Bene i Tremonti bond.
di Bianca Di Giovanni

Mario Draghi pensa al lungo periodo, alla ricostruzione della fiducia per ricominciare a crescere. Volge lo sguardo in avanti
piuttosto che al drammatico passato dei sub-prime. Ma sempre restando con i piedi piantati in terra. Terra desolata: almeno 2
milioni e 400mila lavoratori fuori da tutto quest'anno. Precari, atipici, dipendenti a termine: erano quasi tre milioni a fine
2008. In 12 mesi ne resteranno in attività poco più di mezzo milione. Questa è la prima emergenza.: serve un nuovo welfare
ancora tutto da disegnare (checché ne dica Giulio Tremonti). Il governatore di Bankitalia parte da qui nel suo intervento al
Forex di Milano. La tradizionale assemblea degli operatori finanziari si tiene in un clima surreale, con una finanza impazzita,
ormai esangue dopo i continui tonfi di Borsa. Stretto tra la sfiducia degli operatori e le esternazioni della politica, il sistema
bancario italiano cerca una bussola. E Draghi gliela indica: trasparenza nei rapporti con la clientela (presto arriveranno
nuove norme stringenti) e nei bilanci. Bene l'arrivo dei Tremonti bond, che vanno utilizzati. Come chiede il governo, Draghi
mette in guardia dalle spirali pessimistiche. Ma l'oggi resta drammatico.

Occupazione. Il lavoro è a rischio. I partner europei hanno varato misure tra il 3% del Pil (Germania) e lo 0,75 (Francia).
L'Italia si ferma a mezzo punto (circa 7,5 miliardi) di spesa. C'è prudenza, osserva il governatore, per via delle dimensioni
del debito pubblico. Ma la questione non sta solo nella quantità. Gli Stati «devono sostenere il consumo delle fasce più
deboli - spiega - e rafforzare la capacità di crescita dell'economia». Bene l'estensione degli ammortizzatori alle categorie fin
qui scoperte. Ma resta urgente «una riforma organica, che copra l'insieme dei lavoratori tutelandoli dal rischio disoccupa-
zione». Quanto alle imprese, il governatore spinge per un'accelerazione dei pagamenti dei crediti che esse vantano nei
confronti della pubblica amministrazione, arrivati ormai a quasi 40 miliardi. Passando alla finanza, Draghi fornisce subito
stime da brivido. Ammonterebbero a 2.200 miliardi di dollari le perdite globali degli intermediari. Fino a 5 mesi fa le stime
si fermavano a 1.400 miliardi: la crescita è tumultuosa. Quelle già evidenziate in bilancio sono arrivate a 800miliardi di
dollari. «È chiaro che il bisogno di capitale non può essere riattivato solo dagli interventi pubblici - dichiara Draghi -
Bisogna riattivare il mercato dei capitali privati». Ecco perché è decisivo ristabilire la fiducia. Come?

Proposta. Draghi chiede che lo Stato garantisca i crediti «buoni» verso le imprese. Si potrebbe pensare a una sorta di
cartolarizzazione, con titoli super-valutati grazie alla tutela del pubblico. In questo modo le banche potrebbero facilmente
metterli sul mercato, ridando vita a un importante canale di finanziamento oggi inaridito. Il fatto è che le banche temono di
non reggere l'indebitamento eccessivo delle imprese: per questo lo Stato può aiutare. Così come potrebbe aiutare un fisco più
leggero sulle perdite di bilancio (come accade all'estero). Per ristabilire la fiducia occorre che gli istituti facciano emergere
con realismo tutte le perdite sui crediti che si produrranno. «Su questa valutazione dovranno basare le loro politiche di
bilancio - dichiara il governatore - le decisioni di ricapitalizzazione, la distribuzione dei dividendi». In una parola: ci vuole
trasparenza e consapevolezza. Il governatore difende le banche dalle accuse di concentrazione lanciate dall'Antitrust.
Quanto alla presenza di amministratori in più aziende, «spetta a governo e parlamento (non a Catricalà, ndr) valutare se e
quali misure adottare».

L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009
Opinioni ancora differenti tra il ministro e via Nazionale
«Abbiamo già fatto». La replica irritata di Tremonti al
Governatore
di Felicia Masocco

Tutelare i disoccupati? Fare in modo che non aumentino? «Abbiamo già fatto il possibile e nel modo migliore».
Decisamente stizzita la risposta che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha dato all'allarme sul peggiorare
dell'occupazione lanciato dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. Il ministro non ci sta a farsi dare suggerimenti
convinto com'è che il governo «ha da tempo gestito nei termini che poteva e doveva questo fenomeno». Già dato, insomma.
E poco importa se - come afferma il governatore e con lui tutti i centri studi nostrani e internazionali - le ripercussioni della

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crisi sull'occupazione «non si sono ancora pienamente manifestate». L'azione del governo sì, ha già sviluppato tutto il suo
potenziale che, a sentire il ministro dell'Economia, starebbe «nell'importante accordo sugli ammortizzatori sociali stipulato
giorni fa con le regioni».

Vecchia ruggine. La replica rinverdisce la polemica che oppose Tremonti a Draghi in occasione del bollettino sulla
recessione diffuso da Palazzo Koch che pronosticava un peggioramento per il 2009, contestato da via Venti Settembre. Nel
merito il ministro non dice nulla. Perché se è vero che l'accordo sugli ammortizzatori estende le tutele a forme di lavoro non
standard, è pur vero che quelle risorse verranno spese dalle in men che non si dica e, in ogni caso, la «rete di protezione» è
temporanea, mentre per Draghi serve una vera riforma. Non è però nei programmi dell'esecutivo, né si vedono sufficienti
misure di sostegno ai consumi delle fasce più deboli o gli investimenti di cui pure ha parlato il governatore. Concorda con la
necessità di una riforma l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano per il quale «il governo potrebbe usare la delega che
deriva dal protocollo sul Welfare».

Serve una manovra. Oltre che di una riforma sulle tutele, ci vorrebbe una manovra economica vera e propria, dichiara Pier
Luigi Bersani perché «la crisi si aggrava e affrontarla senza una manovra lascia disarmati», è il suo parere. «Non basta -
spiega - quel che si è fatto su ammortizzatori o - praticamente nulla - per le piccole imprese, né per le opere pubbliche da
attivare immediatamente». Sul fronte sindacale c'è chi, come la segretaria confederale Cgil Susanna Camusso ritiene che
l'allarme sia «giusto» e reclama «la difesa dei redditi più bassi e difendere il lavoro delle fasce più deboli». «Più che lanciare
allarmi, il governatore dovrebbe impegnarsi affinché le banche garantiscano il credito alle imprese», è invece il parere del
leader Uil Luigi Angeletti «con gli allarmi non si salvano posti di lavoro», chiosa. Per il collega della Cisl, Raffaele Bonanni,
l'appello del governatore «è importante». «La ripresa arriverà solo con gli investimenti e la cooperazione da parte di tutte le
forze in campo». «Spero «che la classe politica segua le sue parole».


IL SOLE 24 ORE, 22 FEBBRAIO 2009

Raffaele Bonanni: «Il timone al centro fa bene anche
all’unità sindacale»
«Inviterò Epifani per riprendere insieme il percorso per la riforma della rappresentanza»
di Lina Palmerini

Raffaele Bonanni ha seguito con attenzione la giornata campale del Pd. Del resto, l'elezione di Dario Franceschini ha un
riflesso nelle vicende sindacali perché -come si è visto nei giorni scorsi - anche le lacerazioni tra confederazioni erano
diventate uno strumento di lotta tra le correnti. Lo sciopero separato della Fiom aveva infatti mandato in onda un partito
confuso, con D'Alema e Bersani nel corteo dei meccanici della Cgil mentre tutta l'area popolare si era tenuta a distanza.
Resta da vedere se con il nuovo segretario cambierà il copione dei rapporti tra centro-sinistra e sindacati.
Cosa dice dell'elezione di Franceschini? Che è un segnale di responsabilità. A nessuno può sfuggire che se ci fosse la
rovina del Pd questo investirebbe l'intero sistema bipolare. In un momento così delicato di crisi economica se viene meno la
fiducia nella politica e nelle istituzioni tutto diventa più preoccupante. Le soluzioni migliori non possono che arrivare da un
contesto stabile e non da scissioni o frantumazioni del quadro politico. Per questo sono rassicurato dal fatto che il Pd abbia
ritrovato il suo segretario.
Con un'opposizione che ritrova la sua guida viene meno il possibile ruolo di supplenza dei sindacati? È stato sempre
così. Quando c'è un vuoto politico c'è qualcuno che lo riempie. È accaduto al sindacato e non solo. Ma, ripeto, la cosa
importante è che l'opposizione abbia ritrovato una sua guida: questo garantisce il sistema politico sulle regole del
bipolarismo e dell'alternanza.
Perché? Aver eletto segretario Franceschini rassicura chi, come me, ritiene che il pluralismo italiano possa trovare una sua
sintesi a guida moderata. È quello che a noi interessa di più. Il meccanismo dell'alternanza vale se si trova un equilibrio al
centro sia nello schieramento di centro-sinistra che in quello di centro-destra.
L'appello all'unità sindacale di Franceschini è un esercizio retorico? Se il Pd saprà dimostrare che ci può essere una
capacità di convivenza tra diverse culture sociali e politiche questo sarà un esempio anche per il mondo sindacale. Se,
invece, la sintesi fallisce il riflesso sociale sarà l'accentuarsi dei radicalismi. Credo, inoltre, che il codice del suo appello sia
anche quello di dire che la piazza è importante quando si va tutti insieme, non in ordine sparso. E che va usata in momenti
fondamentali non come luogo quotidiano per fare un'opposizione che urla e che usa la demagogia.
Sì ma Bersani e D'Alema erano in piazza con la Fiom... Quella piazza a distanza di qualche settimana sembra già lontana
anni luce. Perché rendeva trasparente uno scontro dentro il Pd. Con l'elezione di Franceschini il fenomeno dei parlamentari
che sfilano in ordine sparsa mi pare archiviato. Altrimenti non lo avrebbero votato.
Secondo lei favorirà un riavvicinamento tra sindacati? Credo possa salvaguardare un percorso unitario. Ma è il sindacato
che deve trovare proprie iniziative. Per questo proporrò alla Cgil di riprendere la discussione sui temi della rappresentanza e
della democrazia. Inviterò Epifani e Angeletti a parlare di quel progetto che è ancora in piedi.
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CORRIERE DELLA LOMBARDIA, 22 FEBBRAIO 2009
La città divisa. Migliaia al corteo del sindacato. E Rosati accusa il presidente-candidato Penati: un
errore inseguire la destra per pochi voti
Cgil in piazza: no alle ronde. An: più poteri a De Corato
La Casa della carità: inutili le pattuglie in strada. Sicurezza, scontro nel centrosinistra
di Gianni Santucci

È quando le diecimila persone che hanno stilato in centro si raccolgono davanti al Duomo, intorno a metà
pomeriggio, che il numero uno della Cgil milanese, Onorio Rosati, lancia ù suo monito alla piazza: «Non
seguiamo la destra per guadagnare qualche facile voto». Si parla di ronde. Si critica d governo e il suo decreto
sicurezza. Ma il messaggio più duro è per i «compagni di strada»: «Bisogna avere il coraggio di dire che sono
proposte sbagliate, xenofobe e razziste». Il riferimento, neanche troppo tra le righe, è al presidente della
Provincia, Filippo Penati, e al suo annuncio che Palazzo Isimbardi darà 250 mila euro ai Comuni per nuovi
progetti con poliziotti e carabinieri in congedo.
Milano e le ronde: scontro tra i sindacati (che parlano di barbarie) e il centrodestra (che corona uno dei propri
sogni di sicurezza percepita). E sembra quasi strano che il dibattito si infiammi proprio a Milano, dove le ronde
esistono dal 1995, anno dei primi pattugliamenti dei City Angels. «Noi ci limitiamo a vigilare contro scippi e
borseggi avvertendo la polizia in caso di pericolo», spiega da anni il fondatore marco Furlan».
Oggi invece si litiga, soprattutto tra «vicini di casa»: «Penati avrebbe fatto meglio a dare i soldi alle forze
dell'ordine», attacca il vicepresidente del Consiglio regionale, Marco Cipriano (Sinistra democratica). Il
presidente della Provincia chiarisce però di appoggiare soltanto progetti che impieghino poliziotti e carabinieri in
congedo: «Sono contrario nel modo più radicale alla giustizia fai da te perché la sicurezza è un diritto dei
cittadini ed è dovere dello Stato garantirlo».
E se sulla posizione dei cattolici si rincorrono le interpretazioni, alcuni rappresentanti della chiesa milanese
parlano senza mezzi termini: «Il reato di clandestinità è una follia», dice dal palco della Cgil don Massimo
Mapelli, della Casa della Carità. È un giudizio fondato sulla conoscenza, sull'impegno sociale: «Accogliamo
molte donne italiane vittime di violenza - spiega don Massimo - e allora si capisce che il problema è di cultura, e
la cultura non la fanno le ronde». Don Antonio Mazzi è ancora più esplicito, lui che di ronde non ne ha mai fatte,
ma per anni è andato a cercare i ragazzi tossicodipendenti per allontanarli dalla droga: le ronde? «È bullismo
protetto dallo Stato - spiega don Mazzi - un governo che va avanti a decreti e aggiunge anche le ronde crea uno
stato di guerra, le ronde sono come un ritorno ai bravi di don Rodrigo». La consigliera del Pd, Carmela Rozza,
aggiunge: «Nei quartieri popolari i cittadini segnalano problemi di spaccio e degrado, ma polizia e carabinieri
non sempre possono rispondere a causa delle carenze di organico, a questo bisogna dare risposta».
Il vicesindaco, Riccardo De Corato, va però avanti per la sua strada, riferendosi proprio ai City Angels: «C'è una
quotidiana positività degli interventi di questi volontari nella prevenzione e nel contrasto di molte criticità: risse,
liti, aggressioni, furti, molestie e spaccio». È al vicesindaco che potrebbero essere affidate le deleghe per la
gestione delle ronde, come ha spiegato ieri il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Che ha aggiunto: «Per
garantire i cittadini, anche gli extracomunitari regolari, è necessario essere severi con chi non rispetta la legge».




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LA REPUBBLICA, 22 FEBBRAIO 2009
Tanti i cartelli che riportavano articoli della Costituzione. Alla manifestazione anche don Mapelli della
Casa della carità: «L’albo dei senzatetto e il reato di clandestinità sono una follia che non risolve alcun
problema»
No alle ronde, ventimila in Duomo
Immigrati, donne, medici al corteo Cgil. Rosati: non seguiamo la destra
di Oriana Liso

Comunità di stranieri che vivono e lavorano in Lombardia (e per la prima volta anche la comunità cinese di
via Sarpi), medici che curano anche i clandestini masi rifiutano di denunciarli, donne che ricordano che la
violenza ha tante forme e non scompare con le ronde. Cittadini che hanno come guida la Costituzione, e guai a
chi gliela tocca. Un serpentone multietnico, colorato e rumoroso, ventimila persone almeno che, ieri pomeriggio,
hanno risposto all'appello della Cgil e della Camera del Lavoro di Milano e sono scese in piazza. Contro il
"pacchetto sicurezza" approvato dal governo e in difesa della Costituzione, con molte preoccupazioni per le
«politiche securitarie» che viaggiano di pari passo con quelle sull'immigrazione. Dai Bastioni di Porta Venezia a
piazza Duomo: qui si sono alternati gli interventi di sindacalisti, immigrati con le loro esperienze e con le loro
speranze, rappresentanti del mondo del volontariato laico e cattolico.
«Dobbiamo smetterla di pensare "fra tre anni torno a casa" - ha scandito dal palco un'animatrice dell'associazione
Naga - perché casa nostra è questa». E don Massimo Mapelli della Casa della Carità ha aggiunto: «Siamo qui per
dire no ad alcuni aspetti del decreto sicurezza, come ad esempio l'albo per i senza fissa dimora e il reato di
clandestinità: questa politica ci sembra una follia e anche per la violenza sulle donne non saranno le ronde a
risolvere il problema, serve cultura e formazione».
Tanti applausi sono arrivati quando il segretario generale della Camera del Lavoro Onorio Rosati ha gridato la
solidarietà al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma anche quando lo stesso Rosati ha lanciato
l'invito «alla sinistra tutta a non cavalcare opinioni di destra per mietere qualche facile voto»: un riferimento
implicito al bando annunciato dal presidente della Provincia Penati per quei Comuni che vogliano organizzare
ronde di ex appartenenti alle forze dell'ordine (e ieri il capogruppo di Forza Italia in Provincia, Bruno Dapei, ha
detto che la proposta di Penati arriverà in Consiglio giovedì e che il centrodestra è pronto a votarla). Ma i
manifestanti di ieri pomeriggio hanno detto no a ogni tipo di ronda, con i loro slogan e con gli striscioni. Tante le
bandiere della sinistra e del sindacato, tanti anche i cartelli con gli articoli della Costituzione e quelli che
parlavano di servizi e integrazione come alternativa democratica alla giustizia fai-da-te.
Alla fine, però, una nota polemica è partita da Rosati e dal segretario generale della Cgil Lombardia, Nino
Baseotto: «Guardiamo con preoccupazione - hanno detto i sindacalisti - alle forze dell'ordine, prima con la
vicenda delle cariche alla Innse ora con i dati ufficiosi che tendono a sminuire i partecipanti al corteo: chiediamo
un incontro con il questore per capire a quale logica rispondano questi episodi».


LA REPUBBLICA, 22 FEBBRAIO 2009

E i poliziotti protestano con le volanti di cartone
A poche decine di metri dal corteo della Cgil quattro sagome di cartone a forma di volanti della polizia
testimoniavano la protesta del sindacato Ugl-polizia contro la mancanza di auto. «Come si può essere competitivi
con la criminalità quando si può fare affidamento su solo 20 auto nell'arco delle 24 ore?», spiegava il segretario
Francesco De Vito. Una mancanza «ormai intollerabile» per l'Ugl, colpa di «tagli che non devono essere fatti
sulla pelle della gente». Chiedono risposte anche i sindacalisti dei vigili Vincini e Miglio: «Le ronde abbiano
chiari distintivi di riconoscimento, sperando che non siano un intralcio. Vorremmo sapere quanto costeranno,
visto che il Comune non assume i 120 vigili in lista dì attesa».




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LA REPUBBLICA, 22 FEBBRAIO 2009
Il presidente della Provincia: «Il mio non è marketing elettorale»
Penati: «La sicurezza dei cittadini è un tema di sinistra»
«La Cgil mi critica? Basta con i vecchi vizi della sinistra, noi dobbiamo recuperare consensi»
di Roberto Rho

Presidente Filippo Penati, una giunta di centrosinistra che finanzia le ronde un minuto dopo che il governo
Berlusconi le ha battezzate nel suo decreto sicurezza. Abbiamo capito bene? «No, non intendo finanziare le
ronde. Non è compito della Provincia e non condivido l'idea della giustizia fai-da-te. La sicurezza è un diritto dei
cittadini e un dovere dello Stato. E io non condivido l'impianto del pacchetto sicurezza del governo Berlusconi.
Semmai, intendiamo cogliere quel poco di positivo che c'è: se si crea un rapporto tra un Comune e associazioni di
carabinieri e poliziotti in congedo, disarmati, che fanno da anello di collegamento con le forze dell'ordine, ciò è
utile per la sicurezza dei cittadini».

Mi scusi, rileggo il comunicato della Provincia: «Saranno stanziati 250mila euro per i sindaci che vogliono
istituire ronde di ex carabinieri e poliziotti». Carta canta, c'è scritto ronde. «Guardi, non ho paura delle
parole. Ex poliziotti davanti alle scuole, ex carabinieri nei giardini pubblici, o alla fermata del metrò... Se li
chiamiamo presidi va bene, se le chiamiamo ronde usiamo un termine leghista, e non va più bene? A me interessa
la sostanza: la Provincia finanzia i progetti dei sindaci che decidono di avvalersi della collaborazione di persone
qualificate e preparate, non di esagitati o di giustizieri fai-da-te».

Non trova che ci sia contraddizione nella politica di un governo che con la mano destra taglia i fondi alle
forze dell'ordine e con la sinistra richiama poliziotti e carabinieri pensionati a collaborare alla sicurezza
delle città? «Certo che c'è contraddizione. E infatti ho detto e ripeto che non condivido la politica sulla sicurezza
del governo Berlusconi».

E allora non sarebbe stato meglio destinare quei soldi a progetti di sostegno del volontariato, all'aiuto delle
donne sfruttate dai racket della prostituzione, alle associazioni che aiutano i tossicodipendenti, ai progetti
di integrazione degli immigrati... «Questo è uno dei vizi tipici di certa sinistra: quando si decide di fare una
cosa, ce ne sarebbe sempre stata un'altra migliore, o più utile, o più giusta. La mia giunta ha sostenuto e
finanziato decine di progetti di sostegno al volontariato, ai servizi, all'integrazione degli extracomunitari. E
adesso promuove un aiuto a quei sindaci che diranno no alle ronde spontanee e si affideranno invece ad
associazioni serie e preparate. Non è di sinistra occuparsi della sicurezza dei cittadini?».

Ma la sicurezza non è uno dei compiti fondamentali dello Stato? Le ronde dei privati cittadini non
rischiano di indebolirne il ruolo? «È un rischio che non possiamo e non dobbiamo correre. I presidi fatti in
modo serio e misurato sono un aiuto ma non certo un'alternativa al ruolo dello Stato e l'investimento in sicurezza
resta una priorità. Ma se contribuiscono ad abbassare il senso di insicurezza che attraversa le nostre città, se
aiutano ad attenuare l'allarme sociale e a rasserenare, ben vengano».

Sul palco della manifestazione della Cgil di ieri, Rosati ha invitato la sinistra «a non cavalcare opinioni di
destra per mietere qualche facile voto». Il suo è marketing elettorale, presidente Penati? «Non sarebbe poi
così male raccogliere qualche voto in più, considerato quanto ne abbiamo bisogno... Guardi, mi pare evidente che
dobbiamo riannodare i fili con la società, con i cittadini. E recuperare voti è un tema che a sinistra qualcuno,
prima o poi, si dovrà pur porre. In ogni caso, riguardatevi le mie dichiarazioni in tatti questi anni: ho sempre detto
che sulla sicurezza dobbiamo essere pragmatici. Se il senso di insicurezza attraversa le fasce popolari, si annida
nelle periferie, genera contraddizioni e conflitti sociali, lì la sinistra ci deve essere».




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LA REPUBBLICA, 22 FEBBRAIO 2009
Il premio Nobel per la letteratura: «Stiamo tornando al Medioevo»
Dario Fo: «Una legge che umilia persone sempre più
disperate»
«Si vuole inculcare l’idea che gli stranieri vengano solo per delinquere e violentare». «Penati è
costretto a giocare di rimessa per evitare di trovarsi nell’angolo del ring e finire ko»
di Andrea Montanari

Dario Fo, come giudica il provvedimento sulle ronde appena approvato dal governo? «È una manovra
organizzata ad hoc: fa parte di un progetto, di una sceneggiata che si sviluppa come volontà di realizzare una
propaganda formidabile del centrodestra. Un'operazione che riporta Milano, città orgogliosa della sua tradizione
storica, altamente civile nell'accoglienza dei "foresti" a un livello peggiore del Medioevo».

Il premier Silvio Berlusconi ha sostenuto che i dati dicono che le violenze sono diminuite. «Meno male che
anche lui, ogni tanto, legge le cifre pubblicate dagli esperti. Solo perché ha scelto di fare il dialettico. D'altra parte
c'è Fini che ha scelto un'altra politica. Più intelligente e civile. Giustamente si distanzia dalla Lega, che su questo
tema ha deciso di entrare a piedi giunti. Ma di questo passo Berlusconi rischia di trovarsi allo scoperto. Gli
imprenditori e la stessa Confindustria sostengono che in Italia c'è bisogno di questi immigrati. Senza di loro la
situazione economica sarebbe ancora peggiore».

Si spieghi meglio. «In poche parole si vuole inculcare l'idea nella gente che gli stranieri vengono in Italia al solo
scopo di delinquere e violentare le nostre donne. Questa è una campagna sempre legata al terrore degna del
tempo della peste. Si finge soprattutto di ignorare come dicono gli studiosi del problema "violenza sessuale", che
nel nostro paese il 70 per cento degli stupri sì manifesta nell'ambito della famiglia: mariti, ex fidanzati, fratelli,
padri. A volte perfino nonni, vicini e amici di casa. Sono loro i violentatori. Basterebbe questo per dimostrare che
le ronde non servono a nulla».

È innegabile, però, che ultimamente si siano moltiplicati i fatti di violenza. «Tutti gli esperti sanno che molto
di questi fatti dipendono anche da un problema di accoglienza. Se queste persone quando arrivano vengono
segregate nei centri e fatti dormire in condizioni di disagio non c'è da stupirsi se alcuni di loro perdono la testa.
Milano in passato ha sempre avuto una tradizione di accoglienza. In questa città negli anni Sessanta nessuno
appendeva davanti alle case il cartello: non si affittano appartamenti ai meridionali come a Torino. Oggi grazie
alle amministrazioni di centrodestra il clima è cambiato».

Qual è la via d'uscita a suo parere?
«Della sicurezza è bene che se ne occupino solo dei professionisti. O delle associazioni come i City Angels che
da anni conoscono questo problema. Non si può affidare una questione così delicata a della gente che non sa
nemmeno cosa fare. Saranno dotate di radio per chiamare la polizia. Ma in caso di emergenza c'è bisogno di un
intervento immediato da parte di chilo sa fare. Se le ronde potranno solo avvertire le forze dell'ordine c'è il
rischio che la polizia arrivi troppo tardi».

Però, la stessa Provincia, che è amministrata dal centrosinistra ha subito stanziato 250mila euro per i
comuni che istituiranno le ronde. «Questo succede perché la sinistra, che a Milano gestisce la provincia, si
trova pressata da due forze (il Comune e la Regione) che le impongono di seguire il loro programma sotto la
minaccia di essere indicati come sostenitori dei violenti stranieri».

Si riferisce anche al presidente Filippo Penati?
«No. Troppo facile scaricare tutte le responsabilità su di lui. Penati è costretto a giocare di rimessa per evitare di
ritrovarsi nell'angolo del ring e finire KO. Vuole evitare di trovarsi nella condizione del nemico, al quale gli
avversari scaricano addosso tutte le responsabilità. A mio avviso non è d'accordo non le ronde. E come se
dicesse: se le volete, fatevele da soli. D'altra parte anche i giornali come Famiglia Cristiana e vescovi della Santa
Sede hanno dichiarato che con questo provvedimento si umilia sempre più gente disperata».

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BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Plaude il Carroccio. Davanti al tribunale, politici e militanti si sono congratulati con la scelta del
Governo. E il vicesindaco pensa ad arruolare i cassaintegrati
Rolfi: «Così si entrerà nella Guardia civica bresciana»
Previsti l’iscrizione a un albo di volontari e corsi di diritto e difesa personale. Il Broletto li
organizzerà per i Comuni
di Silvia Ghilardi

Fabio Rolfi pensa già alla costituzione della «guardia civica bresciana». Il vice sindaco di Brescia - dopo
l'approvazione del decreto legge antistupro che tra le altre cose dà il via libera alla costituzione delle ronde -
manifesta la volontà di costituire gruppi di «guardiani cittadini» per il controllo del territorio.
Sotto il gazebo della Lega Nord davanti al tribunale di Brescia - presenti politici e militanti leghisti - Rolfi spiega
di volere percorrere un'altra via rispetto al progetto - partito a giugno 2008 - degli assistenti civici autorizzati al
controllo, per esempio, dei parchi. «In questa caso non si tratterebbe più di volontari facenti parte di associazioni
del territorio come capita con gli assistenti civici - spiega il vice sindaco leghista - ma di singoli cittadini
desiderosi di mantenere l'ordine pubblico». Al tal fine propone un albo dei volontari civici dove i cittadini
potranno iscriversi previa frequentazione di corsi di formazione ad hoc tenuti dal Comando della Polizia
Municipale. Tempi, modalità di attuazione e di gestione saranno stabiliti con una delibera di giunta. La «Guardia
civica bresciana» - non armata - avrà il compito di segnalare agli organi di polizia situazioni che possono arrecare
danno alla sicurezza urbana e dovrà sottostare - come dice il decreto - alle direttive di sindaci e prefetto.
Per i «City Angels» in salsa bresciana, Fabio Rolfi, ha anche pensato a possibili candidati. «Delle figure adatte
potrebbero essere quelle dei cassintegrati». Vista la temporanea disponibilità di tempo libero di chi è costretto a
ferie forzate il vice sindaco ipotizza una collaborazione di queste persone nello sradicamento del disagio sociale
nelle strade della città. «Non solo questa categoria - prosegue - ma libero spazio a singoli cittadini di varia
estrazione». A loro saranno date pettorine di riconoscimento e un telefonino cellulare con il quale avvisare le
forze dell'ordine circa eventi che potrebbero turbare la sicurezza pubblica. Pro-ronde anche la Provincia che ha
già provveduto ad informare i comuni bresciani della disponibilità di palazzo Broletto di organizzare corsi di for-
mazione per volontari della sicurezza. «Ci hanno già risposto cinque comuni ognuno con circa una ventina di
cittadini disponibili» informa Guido Bonomelli, assessore provinciale alla sicurezza. «I corsi partiranno ad aprile
- continua - e per quattro sabato ai partecipanti saranno date nozioni teoriche. Per esempio di diritto e di gestione
di rapporti con persone sotto effetto di droghe o alcool, e difesa personale».
Non si sono congratulati con il governo solo per l'istituzione delle ronde i leghisti convenuti al gazebo in via
Moretto. Applausi - veri - anche per il giro di vite sui reati di violenza sessuale e sull'allungamento fino a sei mesi
dei tempi di trattenimento nei Centri di identificazione e espulsione per gli stranieri irregolari. «L'obbiettivo del
Carroccio - precisa il deputato Davide Caparini - è quello di arrivare ai 18 mesi di trattenimento nei Cie». Centri
che, è stato ripetuto di nuovo ieri, «siamo disposti ad ospitare sul suolo bresciano».


BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009

Forza Nuova: Lega? Solo chiacchiere e distintivo
Una ventina di militanti di Forza Nuova e Lotta Studentesca si sono trasformati in bodyguard per scortare gli
studenti di ritorno da scuola alla stazione ferroviaria di Brescia. Un'operazione resasi secondo loro necessaria
«dopo i continui attacchi delle baby gang ai danni dei ragazzi bresciani», ai quali la «sterile politica sulla
sicurezza incarnata nella figura del vicesindaco Fabio Rolfi non è capace di dare un freno».
Nel piazzale della stazione due militanti sorreggono uno striscione con la caricatura del vicesindaco leghista che
ha in mano un fucile ad acqua. Il tutto accompagnato dalla scritta che richiama la celebre frase de «Gli
intoccabili»: «Rolfi: solo chiacchiere e distintivo». «Quello che fa la Lega è solo propaganda», commenta Luca
Castellini, coordinatore lombardo del movimento di estrema destra.




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BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Pollice verso. I sindacati delle forze dell’ordine si dicono molto critici nei confronti del provvedimento
varato dal consiglio dei ministri: «Inutile, se non dannoso»
I poliziotti bocciano le ronde: Meglio dare più mezzi a noi
Vent’anni fa a Brescia c’erano 5 volanti, «oggi sono 3 o 4». Marinelli: «Dare ai Comuni la
burocrazia che ci ingolfa»
di Mimmo Varone

Tutto «fumo negli occhi». I sindacati di polizia bresciani bocciano senza appello le ronde di volontari varate dal
decreto antistupri. Anzi, dicono che sono pure dannose, distolgono risorse meglio utilizzabili e creano figure che
un sistema di sicurezza già «affollato» rischia di non sostenere. Piuttosto, si mettesse mano alla razionalizzazione
delle forze di polizia, che non hanno mezzi per presidiare il territorio.
Non c'è un segretario provinciale dei sindacati di polizia che veda di buon occhio la novità voluta dalla Lega
Nord. E anche chi dice «ben vengano le segnalazioni», si rende subito conto che in mancanza di volanti pronte a
intervenire, tutto diventa inutile. Le forze dell'ordine hanno bisogno di investimenti in mezzi e strutture,
insomma, non di «aiutanti». E c'è di più.
«Secondo noi prevederle con legge dello Stato è troppo impegnativo, potevano essere più opportunamente
un'emanazione delle regioni - dice il segretario Sap Angelo Pignatelli -. A Brescia si può anche fare, ma a
Palermo?». In ogni caso, «i soldi che si spendono potevano essere girati alle Forze dell'ordine in sofferenza di
finanziamenti - aggiunge -, e l'eliminazione dei benefici per i reati di stupro da tempo era stato chiesto da noi».
Si riserva, Pignatelli, di leggere meglio il decreto, tuttavia pensa a poliziotti e carabinieri in congedo che
dovrebbero costituire quelle ronde non armate. «E se hanno il porto d'armi, come si fa a controllarli - si chiede -?
Il decreto non dice nulla al riguardo». Prevede invece, «abbastanza inutilmente», il prolungamento a sei mesi
della permanenza dei clandestini nei Cia. «Siamo già ingolfati di pratiche per gli extracomunitari - dice -, e se
non si danno più strumenti agli uffici immigrazione delle questure tutto diventa inutile».
Sulla stessa lunghezza d'onda è Giovanni Barba di Uilps, che parla di «spinte nate da movimenti politici,
preoccupanti perché non riusciamo a capirne lo scopo». Soprattutto non riesce a capire come si possa insistere su
una frammentazione di forze già insostenibile. «Anziché inventare nuove figure - sottolinea -, bisognerebbe
realizzare quel coordinamento delle forze dell'ordine che si chiede da anni. Gettare altre persone sul territorio non
darà grandissimi risultati».
Per il segretario Uilps, per prevenire il crimine ci vuole altro chele segnalazioni. «Abbiamo bisogno di tecnologia
e mezzi - afferma -, invece da tempo manca, un'efficace politica della sicurezza. La Stradale spesso non ha auto
per uscire e negli uffici siamo all'emergenza. quotidiana, sommersi di carte che riguardano gli stranieri. E non c'è
più nessuno che indaga».
Da Paolo Fabianelli di SilpCgil arriva la stessa lezione. «Partire dal fondo non è cosa ottima - dice -: anziché
pensare alle ronde, bisognerebbe prendere esempio da Sarkozy, che ha cancellato la vecchia Gendarmeria per
unire le risorse, con un risparmio di 5 mila agenti». Per Fabianelli gli uomini ci sono in abbondanza, a mancare è
l'organizzazione. «Tra Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza abbiamo un rapporto di 1 a 70 con la popolazione
- dice -, ma invece di sommarci ci sovrapponiamo.
In Franciacorta ci sono 5 stazioni di carabinieri a 5 chilometri di distanza una dall'altra, la Guardia di finanza
invece di scovare gli evasori fiscali è impegnata all'80 per cento contro il traffico di stupefacenti. Prima c'era la
Polizia in città e i Carabinieri in provincia, ora è cambiato anche questo».
La morale «Ci sarebbero tante cose da riorganizzare invece di pensare alle ronde. Ci sono già i poliziotti di
quartiere a segnalare casi su cui non riusciamo a intervenire». D'altronde, «vent'anni fa a Brescia c'erano 5 volanti
- accusa - e adesso ce ne sono 3 o 4». E pensare che «se avessimo i mezzi, saremmo molto più bravi di tante altre
polizie europee».
Una sonora bocciatura viene pure dal direttore del Csp (Centro sudi sicurezza pubblica) Maurizio Marinelli. «Il
problema della sicurezza è troppo serio per poter essere affrontato con il volontariato - scandisce -, richiede le
dovute cautele e il rispetto dello Stato di diritto». Sottolinea che la polizia, «oltre a fare sicurezza deve anche
rassicurare con la sua presenza», perciò «bisogna rafforzare i poliziotti di quartiere e indirizzarli verso un
rapporto nuovo con i cittadini, mettere più volanti sul territorio, dare un commissariato alla Valcamonica,
trasferire ai Comuni tante questioni burocratiche che ingolfano i nostri uffici».


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BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Iseo. L’indagine sull’isola ecologica ha portato all’emissione di 26 avvisi di garanzia a carico di
imprenditori e rappresentanti della società che gestiva il servizio
«Inchiesta-rifiuti: vogliamo la verità»
Presunta truffa agli utenti: le minoranze «interrogano», la Giunta incarica un legale di seguire
il caso giudiziario
di Giuseppe Zani

Partite in sordina, le reazioni sull'inchiesta attorno alla presunta truffa legata allo smaltimento dei rifiuti nelle isole
ecologiche di Iseo, stanno gradualmente alzando il tiro. Il caso giudiziario approderà in Consiglio comunale grazie a
un'interpellanza urgente firmata da Fabio Volpi, capogruppo della lista di centrosinistra «Iseo domani».
Più che sondare gli aspetti investigativi della vicenda, alla minoranza preme capire se, l'eventuali violazioni abbiano
danneggiato gli utenti. Una ricerca, della verità che accomuna anche l'esecutivo guidato dal sindaco Marco Ghitti. Una
delibera di Giunta ha infatti affidato a un legale l'incarico di tutelare gli interessi del Comune e dei cittadini nell'eventualità
che dall'inchiesta emergessero violazioni da parte del gestore delle piattaforme ecologiche.
L'avvocato - si precisa nella delibera -, dovrà indagare e verificare tutti gli atti giudiziari per portare alla luce eventuali
inadempienze contrattuali del gestore o danni nell'applicazione delle tariffe addebitate agli utenti».
L'indagine partita dal sequestro dell'isola ecologica di Clusane e proseguita con accertamenti sulla piattaforma di Iseo
starebbe portando alla luce un quadro di violazioni piuttosto articolato. Alcune irregolarità riguardano il conferimento
abusivo alle due strutture gestite dalla Cogeme di elettrodomestici o materiali inerti. L'inchiesta ipotizza inoltre che siano
state gonfiate le quantità di rifiuti speciali trasportati dalle isole ecologiche in apposite discariche. Un sistema che avrebbe
fatto lievitare indebitamente le tariffe in carico agli utenti di Iseo.
«Peri questo motivo chiediamo al sindaco una relazione dettagliata sulla vicenda» si legge nell'interpellanza firmata da Volpi
che domanda anche «quali azioni intenda intraprendere la Giunta a tutela dei cittadini, verso coloro che hanno causato questi
danni e verso chi doveva controllare». Il gruppo di minoranza auspica, inoltre un calcolo del danno economico e di
immagine subito dai cittadini. L’interrogativo più pressante riguarda l'eventuali ricadute della presunta truffa «sulla
determinazione della tariffa raccolta e smaltimento rifiuti per il 2009». In attesa del dibattito in aula, una prima risposta
all'interrogazione è arrivata con la nomina di un legale del Comune.


BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Il movimento dei liberi responsabili
Dalla scuola al turismo, cinque forum dettano i
programmi elettorali
di Giuseppe Zani

Una serie di forum per mettere a punto un programma elettorale a misura di cittadino. Li propone «Movimento dei liberi
responsabili», una neonata realtà che si candida alla guida di Iseo.
«Saranno le associazioni e le forze politiche e sociali che vogliono condividere il nostro percorso a dettare l'agenda delle
priorità del paese» spiegano i promotori della lista. Il ciclo sarà scandito da cinque incontri, tutti in programma alle 20,30; il
primo è fissato all'Iseolago hotel, gli altri nella sede della Società operaia di mutuo soccorso. Si comincia lunedì, con una
riflessione attorno a «Turismo e terziario». Alla serata intervengono Tino Bino, Giovanni Pagnoni, Luciano Casa della
Cooptur e Giovanni Gonzini dell'Otc clusanese. Pgt e Piano casa saranno al centro dell'incontro di venerdì. Al tavolo dei
relatori l'assessore all'Urbanistica Paolo Brescianini, Mara Regosa, Mario Rubagotti dirigente di Cooperative edilizie e
Gianni Franceschetti. II dibattito sarà moderato da Ezio Pedrocchi. «Nuovo Welfare, servizi alla famiglie, asilo nido e
volontariato è il titolo della serata del 6 marzo. Ai lavori -introdotti da Fabio Volpi -parteciperanno Gianpiero Zatti, il
presidente delle Acli Roberto Rossini, il direttore della struttura socio assistenziale «Cacciamatta» Giovanni Marchetti,
Pierfranco Savoldi, Dario Ciapetti, della cooperativa Raphael e il sindaco Marco Ghitti.
Il 13 marzo spazio un dibattito su scuola e cultura con Giorgio Sgarbi, Luciano Pajola dell'Universitas Ysei, Diego Parzani,
preside dell'istituto superiore Antonietti, Rosa Vitale dell'Istituto comprensivo e l'ex senatore Guglielmo Castagnetti. Il 20
marzo, infine, tre assessori al BilancioMassimo Aceti di Iseo, Matteo Bertolini di Pisogne e Giovanni Gei di Cortefranca -
dibatteranno sul tema delle risorse economiche. «Si tratta di dibattiti - annuncia il Movimento dei liberi responsabili - al di
fuori di steccati ideologici per realizzare un progetto che accomuni sensibilità diverse ma unite nell'identità collettiva e
nell'impegno per il bene comune».

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BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Dai negozi ai musei. Un “veicolo” speciale per i quattro principali eventi camuni dell’anno
Il sacchetto del pane promuove la cultura
di Luciano Ranzanici

Da qualche ora una serie di sacchetti di carta per il pane da collezione ha iniziato a contribuire alla promozione
degli eventi e delle ricorrenze che caratterizzeranno l'annata culturale in Valcamonica. Parliamo di una serie di
quattro contenitori realizzati dall'imprenditore di Cividate Francesco Savoldelli, e caratterizzati dal logo del
Distretto culturale di Valcamonica, e dalle immagini a tema ideate dallo studio «Antonioli Grafica» di Artogne.
La Comunità montana sta distribuendo in questi giorni a tutte le panetterie e fornerie della valle questi contenitori
celebrativi «griffati» e, dicevamo, legati a quattro distinti eventi: per il costituendo Distretto culturale è stata
coniata la frase «C'è un posto... dove la cultura sta bene»; per il centenario della ferrovia Brescia-Iseo-Edolo lo
slogan «C'è un posto... dove l'arte viaggia in buona compagnia»; per il centenario della scoperta delle incisioni
rupestri il commento «C'è un posto... dove tutti hanno una storia da raccontare», e per la festa delle Decennali
della Madonna del Monte di Gianico (meglio conosciuta come «funsciù») c'è il titolo «C'é un posto... dove la
tradizione ama ricordarsi».
La campagna di comunicazione avviata con i sacchetti è stata intitolata dall'assessore alla Cultura della Comunità
montana, Giancarlo Maculotti, «Valle Camonica sulla carta», e stando ai primissimi riscontri è stata accolta con
favore dagli addetti ai lavori e non solo: la richiesta è in aumento, tanto da far affermare allo stesso Maculotti che
«la comunicazione può entrare nelle case attraverso l'acquisto di un cibo semplice».


BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Pontedilegno. La neve alta sta causando la lenta morte per fame di decine di esemplari
Un piano di soccorso per la salvezza dei cervi
In campo la sezione cacciatori. Una colletta ha permesso di acquistare del foraggio da
distribuire sul territorio
di Lino Febbrari

Nei mesi scorsi, sollevando un vespaio di polemiche, i vertici del Parco nazionale dello Stelvio avevano
annunciato la «necessità» di ridurre l'abbondante popolazione di cervi abbattendone gradualmente almeno 1.500.
Nel frattempo, però, l'abbondante neve caduta (e il fatto che almeno in alta Valcamonica, questi ungulati siano
costretti a vivere in ambienti poco adatti alla specie, in montagna anziché nei fondovalle) sta «risolvendo»
indirettamente il presunto problema: 'in questi giorni, infatti, decine di esemplari stanno morendo di stenti,
impossibilitati come sono a raggiungere il cibo.
Succede anche a Pontedilegno e dintorni, proprio nella parte bresciana del parco nazionale: considerando che
anche nella parte soleggiata dei pendii la neve va dal metro di altezza in su, e che le cortecce e le foglie delle
conifere non sono commestibili, la popolazione di ungulati rischia una morte di massa per fame. E in effetti, di-
cevamo, sul territorio sono già decine gli esemplari più deboli uccisi da freddo e carenza di alimento.
Per cercare qualcosa da mangiare gli animali sono arrivati fin sotto le case di Pezzo e a Santa Apollonia, e a
fronte della per ora totale assenza delle istituzioni pubbliche, tutti i cacciatori della sezione di Pontedilegno hanno
deciso di affrontare il problema per evitare una ecatombe.
Le doppiette dalignesi (e tra queste anche qualcuna che ha diciamo così qualche «peccato venatorio» da scontare)
si sono autotassate e, dopo aver recuperato un « quad» , hanno acquistato un notevole quantitativo di balle di
foraggio iniziando a distribuire il fieno nei punti critici del territorio.




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BRESCIAOGGI, 22 FEBBRAIO 2009
Politica culturale. Sandro Fontana, pioniere dell’assessorato regionale alla Cultura negli anni ’70,
difende la scelta della Loggia. A cui offre alcuni consigli
«Sì all’arte lombarda. E ora il Musil»
L’attacco: «Goldin commerciale e pedagogico. Mostre, puntare sulla linea Foppa-Morlotti»
di Massimo Tedeschi

Il suo nome era circolato fra i possibili componenti del comitato scientifico, ancora da formalizzare, per affiancare l'azione
dell'assessorato alla Cultura del Comune. Di certo Sandro Fontana è un punto di riferimento per il nuovo governo della
Loggia in materia di politica culturale. Anche perchè, oltre a una variegata produzione storica, a una docenza universitaria e
a una lunga esperienza politica, Fontana ha alle spalle una mitica, stagione da assessore regionale alla cultura: fu lui, negli
anni '70, a tracciare i primi pionieristici percorsi della politica culturale lombarda.
Dall'alto di questa esperienza Fontana consiglia all'amministrazione di elaborare alla svelta il lutto per la fine delle grandi
mostre targate Linea d'Ombra, di imboccare un percorso espositivo tutto locale, e di giocare le proprie migliori carte sulla
creazione di strutture culturali permanenti.
«Una gestione culturale - è la sua premessa - va vista in maniera continua, può avere alti e bassi, e io non mi sento di
sottolineare in maniera negativa la partenza di Goldin da Brescia: la sua è stata in larga misura un'operazione commerciale,
con intenti un po'troppo pedagogici e dirigistici».
Per Fontana il dibattito sulle Grandi mostre ha un effetto di déja vù rispetto alla sua esperienza da assessore regionale, che va
dal 1970 al 1987: «Ricordo di quella esperienza le accese polemiche rispetto alla volontà di accompagnare per mano gli
amministrati nel mondo della cultura. Mi battei contro l'idea che il compito delle amministrazioni pubbliche fosse quello di
"erudire il pupo": io sostenevo che il compito del "pubblico" fosse di sostenere le iniziative che nascono liberamente nella
società». Fontana incrociò già allora le sorti di Santa Giulia: «Fin dal 75 – ricorda – mi battei per inserirla fra i beni
riconosciuti dall'Unesco. Riuscimmo a farcela con le incisioni rupestri camune, non con il monastero cittadino. In gara con
noi, allora, c'erano i Fori imperiali...».
Fontana da allora è un fautore dell'unicità del complesso bresciano. «Ebbene, i 2 milioni e mezzo di visitatori delle mostre di
Goldin ho l'impressione non abbiano capito di avere attorno a sé la più alta concentrazione di storia europea, che in 500
metri consente di andare dalla casa romana all'epoca, napoleonica».
L'ex docente dell'Università di Brescia contesta chi ha insistito sul fatto che la Leonessa, grazie alle grandi mostre, s'è tolta
di dosso l'ingombrante epiteto di «città del tondino». «A costo di essere un inguaribile cattaneiano – sostiene Fontana - io
dico che Brescia è diventata capitale del tondino grazie a un grande atto d'intelligenza. I tondinari, dopo la guerra, capirono
le tre cose su cui bisognava puntare: un'Europa da rottamare, il forno elettrico con la colata continua, la tempestività delle
consegne. Grazie alla capacità di adattarsi al mercato quei mammiferi hanno sostituito i sauri della grande siderurgia europea
e dell'industria pubblica italiana. Non è un caso che Lucchini abbia comprato Piombino e Riva abbia rilevato Taranto».
Anche la città del tondino, pero, non può non vivere di esperienze culturali «classiche». «Ben vengano le grandi mostre -
afferma a questo proposito Fontana - ma non puntando su cose di facile consumo, da Van Gogh a Monet, ma, esaltando al
massimo quei valori universali che da Foppa attraverso Caravaggio sono arrivati fino all'arte contemporanea, a Morlotti.
Condivido la tesi di Flavio Caroli secondo cui, mentre la scuola fiorentina e romana, e quella veneta finirono per decadere
nel manierismo, la grande scuola lombarda che passa da Brescia è riuscita, per merito di Caravaggio, a rilanciare l'arte dei
secoli successivi. Un filone come questo deve essere coltivato, apprezzato: è di una ricchezza tale che anche ogni frammento
merita d'essere conosciuto».
Un altro tema che a Fontana sta a cuore è «il superamento della barriera che ci perseguita da secoli, per cui chi usa la testa
non deve usare le mani e viceversa. È la barriera fra sapere umanistico e sapere tecnico-scientifico». Una barriera
ingiustificata se è vero, come ricorda Fontana, «che un Paese ricco solo di braccia è entrato nel club dei paesi più
industrializzati. E non l'ha fatto grazie agli avvocati ma a chi, con fatica, ha trasformato il Paese». Su questa strada Brescia -
ricorda Fontana - ha a portata di mano una grande opportunità: «Il Museo dell'industria e del lavoro, il Musil, nasce
esattamente per abbattere questa separazione e può aiutarci a superare il "bovarismo" di chi pensa che solo le capitali dettino
le mode». Fontana, che presiede la Fondazione Micheletti, vede avvicinarsi la fine della bonifica, dell'area su cui il museo
sorgerà, e (orizzonte il 2010)1'avvio dei lavori, mentre il 4 aprile verrà inaugurata la "sezione" di Rodengo Salano. Sta lì,
nella riconciliazione fra i saperi, fra tecnica, e scienza, fra umanesimo e produzione, la scommessa del futuro di Brescia. Una
scommessa che passa dalle grandi mostre di nuovo conio, da un grande museo di nuova concezione.




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GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Il rischio di «consumare» in fondovalle
L’ammonimento dell’assessore Mazzoli ai Comuni che stanno preparando i Pgt: «I camuni
devono rendersi conto che occorre rispettare il territorio e recuperare i centri storici»
di Giuliana Mossoni

La carovana della variante di adeguamento del Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) è arrivata in
Valcamonica nei giorni scorsi. A guidarla Francesco Mazzoli, assessore al Territorio della Provincia, insieme a
un gruppo di tecnici che in questi mesi stanno lavorando al Piano. L'incontro, organizzato per presentare
dettagliatamente la bozza della proposta e per raccogliere contributi e considerazioni da parte dei sindaci camuni
per l'espressione del parere della Conferenza dei Comuni e delle Comunità montane, è stata anche l'occasione per
fare il punto sulla situazione territoriale in Valle.

L'urbanizzazione lungo la Statale
Il fenomeno che si evidenzia con maggiore insistenza, e anche con una buona dose di preoccupazione, è la
tendenza a urbanizzare le direttrici di fondovalle, creando, come accade lungo le autostrade, un continuum
abitativo, che rende difficile capire dove finisce un paese e ne inizia un altro. Si va perdendo così la fisionomia
dei nuclei urbani montani, soprattutto della media Valle (tra Boario e Capo di Ponte), che fino a qualche anno fa
erano pressoché popolati a mezza costa.
Negli ultimi cinquant'anni, infatti, si è assistito a una discesa a valle dell'abitato, snaturando la fisionomia tipica
di questi borghi e rendendo così deserti i centri storici. Ne è un esempio Ceto, un borgo in media Valle che
assomiglia molto a una cittadella fortificata dell'Umbria. Il centro storico è però quasi completamente disabitato e
i cittadini si sono per lo più trasferiti al Badetto, lungo la ex Statale 42. Queste scelte comportano però notevoli
difficoltà nell'offrire continuità ai servizi pubblici, ad esempio i trasporti, penalizzando ulteriormente chi vive nei
centri storici. In questo modo, anche la vita sociale ne è compromessa.

Sviluppo da organizzare
«I camuni - ha commentato l'assessore Mazzoli - devono rendersi conto che in Valle il territorio da consumare è
più limitato rispetto alla Bassa e di conseguenza è molto prezioso. Bisogna prestare attenzione e lasciare qualcosa
anche al futuro. La tendenza è di non considerare il territorio e non rispettare i centri urbani. Bisognerebbe invece
recuperare quello che c'è, non importa se possiede un valore architettonico o meno. In una valle come la nostra,
vocata al turismo, alla natura e all'archeologia, il tema della struttura urbanistica è importante, è il biglietto da
visita più immediato».
La Valcamonica avrebbe quindi bisogno di uno sviluppo più organizzato dell'urbanizzazione. I Piani di governo
del territorio (Pgt), in via di elaborazione nei Comuni, offrono questa- possibilità, per individuare quale sarà la
tendenza nei prossimi anni. Allo stato attuale, però, pochi Municipi sono arrivati in fondo al lungo iter del Piano
di governo del territorio, approvato solo a Cedegolo, Piancamuno e Sellero, e adottato a Pisogne e Vezza d'Oglio.

Il sostegno ai piccoli Municipi
In Valle sono moltissimi i piccoli Municipi, che faticano a mettere a disposizione risorse economiche e umane
per la redazione del Pgt (costa, in media, tra i, 40 e i 150mila euro). Il termine per l'adozione del Pgt è stato
fissato dalla Regione al 31 marzo 2009, con una probabile proroga al 31 marzo 2010, per andare incontro ai
Comuni in ritardo sul passaggio dagli attuali Piani regolatori ai Pgt. «Come spesso capita in altri territori - ha
osservato ancora l'assessore Mazzoli - anche i Comuni camuni presentano ipotesi di consumo di suolo elevate, in
alcuni casi difficilmente giustificabili: sul mercato, ad esempio, esistono molti edifici nuovi invenduti e non si
tiene conto dei centri storici, che hanno notevoli capacità di recupero. Tutto ciò comporta dei rischi, perché il
suolo non è un bene infinito ed è difficilmente recuperabile. Nel 2009 - ha concluso Mazzoli - la Provincia
metterà a disposizione nuovi fondi per i piccoli Comuni, per aiutarli nella redazione dei Pgt».




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GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Iseo. Fondazioni per rinnovare le politiche sociali
di Flavio Archetti

«La politica sociale del Comune di Iseo? Manca di un ammodernamento complessivo da almeno 20 anni e ormai fatica a
reggere il passo dei crescenti bisogni di una popolazione sempre più anziana, con nuovi problemi di integrazione razziale e
alle prese con la disgregazione delle famiglie». Intervenuto al «Forum sociale» organizzato venerdì sera al castello Oldofredi
dal gruppo Iseo nel cuore, è stato il vice presidente del Tavolo zonale per le politiche sociali di Sebino e Franciacorta Pier
Franco Savoldi a trovare il bandolo della matassa di un discorso molto articolato, introdotto da Enrico Pernigotto, che ha
fatto una vasta panoramica sulle realtà del «terzo settore» iseano. «Il compito della prossima Amministrazione è riformare la
capacità comunale nei servizi sociali - approfondisce Savoldi - riservandosi il compito di coordinatore delle risorse presenti
sul territorio. Oggi i bilanci dei nostri Municipi riservano al Sociale le briciole, poche migliaia di euro a fronte di bisogni
sempre più pressanti: al capitolo «assistenza agli anziani» (a Iseo sono il 22 per cento del totale), per il sostegno alle famiglie
con basso reddito, senza dimenticare la fase acuta della crisi economica che priverà qualche capo famiglia dello stipendio.
Per intercettare i bisogni reali della gente servono soldi, e il pubblico non ne mette. Il suo ruolo diventa allora quello di
creatore di Aziende speciali o di Fondazioni, che agiscano creando il profitto di cui necessitano. A Iseo le premesse non
mancano. La cooperativa Isparo-Diogene-Clarabella, rappresentata da Claudio Vavassori, ha già attivato il reperimento di
risorse attraverso molti modi, tra cui un nuovo frantoio, e ha l'obiettivo di aprire una cantina e un agriturismo. La Fondazione
Bettoni, per bocca del notaio Renato Anessi, confermala volontà di «mettere a reddito l'area Montecolino per assecondare i
suoi fini statutari». Per la Nuova Cordata, con il presidente Rosanna Valerio, è in arrivo a fine anno la nuova sede; mentre i
dirigenti del Cacciamatta Giovanni Marchetti e Angelo Zinelli hanno confermato la «fusione con la Fondazione Guerini,
ufficializzata nei giorni scorsi con un accordo di programma che porterà alla realizzazione di un nuovo edificio per
(accoglienza in via Paolo VI di 40 pazienti in più».

GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Rolfi: «Anche Brescia verso la Guardia civica
Una guardia civica bresciana, che integri l'attività dei cosiddetti «assistenti civici», varata nel giugno scorso. Il progetto è
stato annunciato dal vicesindaco leghista Fabio Rolfi, intervenuto al presidio che la Lega Nord ha organizzato, ieri mattina,
davanti al tribunale e a sostegno del decreto anti - stupro appena licenziato dal Consiglio dei Ministri. Le principali norme
contenute nel provvedimento riguardano le ronde non armate definite «volontari per la sicurezza» (che la legge affida alla
responsabilità del prefetto e del sindaco), il divieto di concessione degli arresti domiciliari per chi è accusato di violenza
sessuale, il patrocinio gratuito alle vittime e l'ergastolo per chi commette un omicidio nell'ambito della violenza sessuale.
Nuove prospettive di sicurezza. «Questo presidio - ha detto Rolfi -vuole essere un momento per sottolineare i passi
compiuti dalla Lega sul tema della sicurezza. Il decreto ha introdotto anche altre norme importanti come quella che prevede
la permanenza di sei mesi dei clandestini nei Centri di identificazione ed espulsione. È assolutamente necessario ridurre il
fenomeno e il peso della clandestinità. Maroni ha anche proposto la moratoria di due anni per i flussi di immigrati. È
un'ottima misura -ha proseguito il vicesindaco - che ci auguriamo il Governo prima o poi applichi. A Brescia gli immigrati
regolari residenti rappresentano una percentuale del 15%. Una cifra che rappresenta più del doppio rispetto alla media
nazionale». A Brescia sono già stati introdotti gli «assistenti civîci», in collaborazione con le associazioni di volontariato.
L'istituzione di un albo. «Questo percorso va avanti e sarà ampliato con altre associazioni - ha aggiunto Rolfi -. Apriremo
adesso un'altra strada, che si rivolge ai singoli cittadini. La nostra intenzione è attivare un albo degli assistenti civici, tramite
apposita delibera di Giunta - che sarà la base della guardia civica».Ritornando al decreto varato dal Governo, Guido
Bonomelli, assessore provinciale al Bilancio e alla Sicurezza ha sottolineato: «Per rendere efficace l'azione delle forze
dell'ordine bisogna che la giustizia faccia la sua parte. Oltre a leggi più severe, è indispensabile che la giustizia venga
amministrata sempre in nome del popolo. Anche la Provincia sta facendo la sua parte con il nucleo della sicurezza
integrata». Al presidio organizzato dalla Segreteria provinciale del Carroccio, erano presenti anche il consigliere regionale
Monica Rizzi e l'onorevole leghista Davide Caparini. «Bisogna assolutamente tutelare la certezza del diritto - ha osservato
Caparini - . E noi proclamiamo questo diritto per i nostri cittadini. Il principio che deve essere sottoscritto da tutti è che chi
sbaglia deve pagare. Molti crimini vengono commessi da clandestini e sono stufo che si chiudano gli occhi anche davanti ad
un fatto sotto gli occhi di tutti. È evidente che ci sono persone nel nostro Paese che si sentono al di sopra e al di là delle
regole. Tra le norme del decreto appena licenziato c'è l'estensione a sei mesi della permanenza dei clandestini nei Centri di
identificazione ed espulsione». Ribadisce il vicesegretario provinciale del Carroccio, Stefano Dotti: «La manifestazione
promossa davanti al tribunale vuole sensibilizzare sul tema della sicurezza e sulla tutela delle fasce deboli della popolazione.
La ragione del presidio - ha ricordato - è testimoniare il nostro sostegno alle iniziative del Governo, che hanno introdotto
indubbiamente delle novità importanti in tema di sicurezza. La Lega Nord reputa fondamentale la questione sicurezza sul
territorio. Se vogliamo avere la sicurezza della pena per chi commette reati, è chiaro che non ci possono essere sconti».

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GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Cf: cassa dal 9 marzo al 13 aprile, ombre sul futuro
Domani e martedì assise della Femca Cisl di Brescia: focus su tessile, abbigliamento e chimica
Mentre continua a slittare la data dell'incontro tra sindacato e rappresentanti della Cf Gomma di Passirano (ora
l'appuntamento è stato programmato per venerdì 27 febbraio), si diffondono con insistenza voci preoccupanti sul
futuro dell'azienda. Da un lato, considerando il calo produttivo, a Passirano si farà nuovo ricorso alla cassa
integrazione. La cig è stata chiesta dal 9 marzo al 13 aprile per un massimo di 443 dipendenti (su un totale di 550
circa). Dall'altro, l'azienda si prepara a presentare un piano industriale che potrebbe prevedere una decisa
ristrutturazione dell'azienda. Secondo indiscrezioni, il sito di Torino potrebbe chiudere e Passirano andrebbe
incontro ad un pesante ridimensionamento. Venerdì si saprà qualcosa in più, dopo l'incontro sindacale nazionale.
In una nota congiunta, Filcem, Femca e Uilcem si augurano che possano essere preservati tutti i siti produttivi e
gli attuali livelli occupazionali.

Una «categoria di frontiera»
La situazione della Cf Gomma, del settore chimico, ma anche del tessile e abbigliamento (che sembrano segnati
da un declino inarrestabile) saranno al centro dei lavori del congresso della Femca Cisl di Brescia (in programma
nella sede Cisl di via Altipiani d'Asiago, domani a partire dalle ore 15 e martedì). «Ho capito che il problema
degli altri è uguale al mio. Venirne a capo insieme è politica. Farlo da soli è avarizia». Cita don Milani il
segretario generale della Femca di Brescia, Francesco Saottini, per sintetizzare il messaggio che intende affidare
alla relazione con cui aprirà il congresso. Con poco meno di 3mila iscritti, la Femca è forse la struttura sindacale
che da più tempo, prima con la grande riconversione del tessile e poi con il progressivo disimpegno dalla
chimica, affronta situazioni di crisi.
La Femca è dunque una categoria di frontiera, quasi di trincea. Ma è da questa esperienza che Saottini trae
insegnamenti realistici per il presente: «La crisi può essere un'opportunità per ripensare il modello di sviluppo e il
modo di pensare l'organizzazione sociale. Sulla base di una partecipazione allargata nella gestione dei problemi,
la vocazione industriale del territorio bresciano potrebbe uscire meglio definita e con maggiori potenzialità».


GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Cisl Valcamonica a congresso. Il 19 e 20 marzo a Bienno
È in pieno svolgimento la stagione congressuale della Cisl Valcamonica - Sebino. La Fnp (pensionati) ha svolto il
proprio congresso il 30 gennaio (confermando il segretario Mattia Macinata), mentre venerdì 13 febbraio è
toccato alla Filca (edili; confermata Sara Piazza alla guida del sindacato) e alla Fiba (bancari; confermato il
segretario Gianbattista Valgoglio). Mercoledì scorso si sono riuniti gli iscritti della Fp Cisl (pubblico impiego,
categoria guidata da Andrea Buelli) e venerdì 20 febbraio è toccato alla Femca (chimici, tessili e abbigliamento;
la categoria è guidata da Lino Albertinelli). Questo il calendario dei congressi delle altre categorie: Cisl Slp
(poste), guidata da Monica Garattini, il 25 febbraio; Cisl Scuola (segretario Elisabetta Possessi), il 2 marzo; Fim
(metalmeccanici) il 9 e 10 marzo, sotto la guida del segretario generale Giacomo Meloni.
La stagione si concluderà con l'8° congresso territoriale della Cisl camuna (guidata dal segretario Francesco
Diomaiuta), il 19 e 20 marzo all'Eremo di Bienno, alla presenza del numero uno della Cisl regionale, Gigi
Petteni, e del segretario nazionale Giorgio Santini.




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GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

La legge di «madonna povertà»
Nel 1209 nascevano le comunità francescane, fondate sull’obbedienza letterale al Vangelo. Il
santo chiedeva virtù e determinazione – spiega Chiara Frugoni – perciò fu contestato»
di Francesco Mannoni

Otto secoli fa, nella primavera del 1209 (il giorno esatto non è stato accertato) san Francesco d'Assisi dava vita
alle prime comunità dei frati minori, conosciuti in tutto il mondo come francescani. Il Santo, che auspicava un
ritorno della Chiesa alle posizioni evangeliche delle origini, attraverso l'assoluta povertà, voleva fare del suo
ordine un esempio di rettitudine improntata al sacrificio e alla rinuncia, mosso all'opera e alla preghiera per il
bene degli altri.

Che tipo d'uomo era S. Francesco? Per i suoi tempi fa un ribelle? Penso - risponde la professoressa Chiara
Frugoni, medievalista e studiosa di San Francesco, autrice di numerosi saggi e di due biografie del poverello
d'Assisi, «Francesco e l'invenzione delle sommate» (Einaudi 1993) e «Vita di un uomo: Francesco d'Assisi»
(Einaudi 1995) - che dobbiamo essere molto grati alle fonti francescane che ci permettono di ricostruirlo nella
sua umanità. Non solo un Santo perfetto al quale tutto riusciva facile, ma anche un uomo molto tormentato, con
difficoltà e debolezze. Un santo estremamente umano, dove la santità non è espressione calata dal cielo, ma
conquista giorno per giorno. Non fu però un ribelle e questa fu la sua intelligenza di fede e di politica, perché se
lo fosse stato avrebbe fatto la fine di tutti gli eretici o di coloro che la Chiesa ha trattato per tali. S. Francesco ha
sempre professato completa obbedienza alla Chiesa, non ha mai detto una parola contro i sacerdoti.

La creazione dell'Ordine dei Francescani rappresenta ancora una realtà fortissima nel mondo, anche se
divisa in tre rami: i minori, i conventuali e i cappuccini, che hanno finalità e aspetti diversificati.
L'anniversario della fondazione dell'ordine francescano - chiarisce la professoressa Frugoni - è una data ipotetica
fondata sugli anni della conversione come li ha sistemati il primo biografo di san Francesco, Tommaso da
Celano. Papa Innocenzo III all'inizio accolse Francesco con molta cautela e forse anche qualcosa di più, perché il
primo Papa francescano, che è Niccolò IV, fece una aggiunta alla biografia ufficiale di San Bonaventura, dicendo
che Innocenzo III aveva trattato male San Francesco. L'ordine, all'inizio, proprio per queste opposizioni ebbe un
avvio molto difficile.

E altre difficoltà sorsero in seguito: quali le origini della divisione dell'ordine in tre rami? La divisione fra
minori e conventuali venne formalizzata dopo la morte di san Francesco nel 1226, ma ancor prima aveva già
avuto delle avvisaglie molto forti. Quando ancora il Santo viveva era stato contestato da una grossa parte dei suoi
compagni tanto che aveva dato le dimissioni come capo dell'Ordine.

Da cosa nasceva la contestazione? Nasceva dall'obbligo del dover seguire alla lettera la regola di San Francesco
che esigeva persone di grande virtù e determinazione. All'inizio i suoi compagni erano tali, poi il Santo aveva
chiamato a sé anche persone di non così provata fede e capacità, e subito è cominciato il desiderio da parte dei
compagni di ammorbidire la regola, che non era altro che mettere in pratica il Vangelo, cosa che richiedeva
grande sacrificio. Quando nel Cinquecento una parte dei francescani, che sono poi i Cappuccini, vollero ritornare
a seguire la regola di San Francesco nella sua radicalità,questo provocò un'ulteriore scissione.

I tre rami dell'ordine come sono ravvisabili visivamente? I minori sono vestiti di un saio marrone, ma portano
calze e scarpe; i conventuali vestono di nero e i cappuccini invece non portano calze, hanno un abito che in teoria
dovrebbe essere di un tessuto più povero, trasandato, e infatti le cuciture sono tutte al rovescio, il cappuccio è più
lungo e sottile di quello dei minori e dei conventuali, e portano una lunga barba.

I tre rivoli dell'opera di San Francesco, conservano almeno lo spirito del Santo? San Francesco desiderava
molte cose, ma in particolare mettere in pratica il Vangelo. Perciò sosteneva che tutti i suoi frati dovevano
lavorare manualmente, non chiedere l'elemosina perché era equivalente a rubare ai poveri, vivere del lavoro delle
proprie mani, andare scalzi, non avere edifici in muratura, non tenere cibo per il giorno dopo, una grande libertà
di contegno con le donne sempre nei limiti più che ortodossi, ma con una grande stima e una frequentazione che

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la Chiesa non vedeva di buon occhio. Tutte queste cose erano abbastanza difficili da praticare e questo ha fatto sì
che nascessero tante difficoltà.

Dei tre rami dell'ordine francescano, chi porta meglio avanti lo Spirito di San Francesco? Ognuno dei tre
rami ha l'idea di portare avanti il vero Francesco. Quello che sorprende sono tutte le discussioni che ancora
nascono intorno alla sua proposta cristiana, un lievito che non ha finito di fermentare.
I francescani si interrogano se è meglio impegnarsi in opere di missione, oppure aiutare gli immigrati o portare
avanti la parola di Dio nelle scuole. Il Vangelo suggerisce tante strade, ma la sua messa in pratica è una questione
che viene riformulata in continuazione.

San Francesco, oggi, nell'ambito della Chiesa cattolica conserva il ruolo di preminenza che ha fatto di lui il
patrono d'Italia? Senz'altro sì. La Chiesa ha sempre avuto nei suoi confronti, sin dall'inizio, una grande apertura
riconoscendo le novità e la rivoluzione portata dal Santo, ma anche una certa circospezione dettata dalla secolare
prudenza della Chiesa.
L'attuale Papa Benedetto XVI ha attuato un cambiamento molto forte per cui i francescani, che dall'inizio
dipendevano direttamente dal Papa, per volere di questo pontefice ora dipendono dal vescovo. Il cambiamento,
formalmente accettato senza problemi, ha una grande portata: in questo modo tramite la diocesi il Papa
evidentemente ha un maggiore controllo nella gerarchia ecclesiastica sull'operato dei francescani.


GIORNALE DI BRESCIA, 22 FEBBRAIO 2009

Con le spalle al muro: il Pd o cambia o muore
di Roberto Chiarini

Il Pd non poteva ritrovarsi in un frangente più difficile. Ha dovuto investire del compito cruciale di decidere con
quali modalità uscire dalla crisi l'Assemblea nazionale: un organismo pletorico (2.800 membri), per di più non
elettivo ma composto 'secondo esigenze televisive" - come sostiene un suo autorevole membro, Antonio Polito, il
direttore del Riformista - da un campionario standard di italiani, quindi concepito per ratificare decisioni altrui e
non per governare. Alle spalle sconta una catena impressionante di sconfitte elettorali, di cui l'ultima - in
Sardegna - devastante: Davanti a sé lo aspetta la sconfitta annunciata delle elezioni europee. In mezzo, ha
assistito alla decapitazione del suo segretario, ha registrato sgomento la mancanza di un'alternativa
immediatamente praticabile, si ritrova con un vertice diviso e una base frastornata dal disorientamento politico
regnante all'interno. Per finire: non dispone di una chiara e tanto meno condivisa procedura statutaria per
affrontare l'emergenza, Il Pd è in mezzo al guado, sorpreso da un fortunale difficile da superare anche se avesse i
piedi saldamente piantati sulla terra ferma. La drammatica scelta che è stata chiamata a compiere l'Assemblea
era: convocare subito le primarie o il congresso in autunno. Ciascuna delle due decisioni comportava alti rischi e
comunque, pesanti costi. Riconvocare in tempi stretti «il popolo democratico» che un anno e mezzo fa aveva
investito Veltroni del compito storico di fondere due culture e forgiare una nuova classe dirigente significava,
presumibilmente, gettare il partito in uno stato di convulsione nonchè costringerlo a stilare in grande affanno le
liste elettorali e far subire al nuovo leader il battesimo di una (inevitabile) bastonata elettorale; il che non è
proprio il miglior viatico per un suo futuro successo. Viceversa, affrontare le imminenti elezioni con un reggente,
comportava due grandi rischi: dare a sostenitori ed elettori un segnale di stallo e insieme affidare al vice quel che
il capo ha onestamente ammesso essere stato per lui, pur forte dell'investitura diretta di tre milioni di
«democratici», impossibile. Ci sono nella vita momenti in cui si è chiamati a compiere scelte da cui dipende la
nostra stessa sopravvivenza. Talora è proprio la gravità del momento a farci ritrovare la lucidità necessaria e la
forza per assumere in extremis decisioni rinviate troppo a lungo. Delle due strade l'assemblea ha scelto la
seconda. Non era facile scegliere e nemmeno capire quale fosse la via più adatta a risollevare il partito. Di che
cosa questo abbia bisogno, invece, è piuttosto chiaro. L'hanno reclamato i convocati alle primarie dell'autunno
2007, l'ha ribadito Veltroni al momento di trarre le conseguenze del suo insuccesso. Il Pd (come del resto prima
la «Cosa 1», la «Cosa 2», il Pds e i Ds nonché il Ppi e la Margherita) ha dato l'impressione di aver inventato un
nuovo contenitore per non cambiare il contenuto, e cioè politiche e classi dirigenti. La scelta compiuta ieri
risulterà azzeccata se servirà a questo scopo. Un punto deve essere ben chiaro: selezionare nuove leadership e una
nuova politica - ce l'ha ricordato l'America con Obama - bisogna avere il coraggio di affrontare una battaglia
interna aspra, o i cambiamenti sono destinati ad essere evanescenti.

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L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009
Dal caso Mills alla Sardegna “per voce sola” c’è una grande attesa insoddisfatta. E riguarda il modo di
fare davvero opposizione
Caro Pd, rompiamo il silenzio
di Furio Colombo

Dimissioni di Veltroni. Prima riflessione (oltre al dispiacere e al disorientamento): non è colpa di Veltroni se
Berlusconi ha dominato tutta l'informazione italiana sulle elezioni sarde alla maniera di Mugabe, con continue
apparizioni in tutte le televisioni del regno, mentre di Soru non si è conosciuta neppure la voce.
Eppure Pannella e i Radicali, noiosi e veggenti come i maghi di una fiaba, avevano avvertito: attenzione, siamo
fuori dalla legalità. Come dimostrano ogni giorno mafia e camorra, fuori dalla legalità si vince. La differenza è
che mafia e camorra rischiano, a volte pagano. Berlusconi incassa l'approvazione dei migliori editorialisti del
Paese. «Visto? È proprio bravo! Ancora una volta stravince». E noi (il Pd) zitti. Se no sei anti-berlusconiano e lo
fai vincere. Tranquilli, ha già vinto.
Dimissioni di Veltroni. Seconda riflessione: il triste e indesiderato addio non è così semplice. Per un partito non
funziona il vecchio e cinico adagio «morto un papa se ne fa un altro» che esprime la sudditanza ai tempi del
papa-re. In un partito l'identità è un tratto essenziale. In modo lento, troppo filtrato dallo sgocciolio delle stanze
alte, l'identità del Pd, tuttavia, si stava formando intorno a un segretario eletto da tre milioni di cittadini.
Tantissime le ragioni per discutere, cominciando dal modo in cui noi, Pd, lasciamo espandere, giorno dopo
giorno, un colpo alla volta, il regno illegale e incostituzionale di Berlusconi. Ma poteva Veltroni andarsene,
portandosi via il peso di tutti quei voti di legittimazione, fiducia, attesa, lasciando dirigenti non votati del Pd
liberi di aprire la sala di attesa per dire «avanti il prossimo»?
Dimissioni di Veltroni. Terza riflessione: la mattina del 18 febbraio, durante il serio e intenso discorso di
commiato, è sembrato a momenti di assistere alla scena di un thriller in cui, insieme al protagonista, vedi un
groviglio di fili e non sai quale di tutti quei fili devi tagliare per salvarti. Veltroni ha tagliato il suo, e in apparenza
non è accaduto niente. Non ancora. Ma il film continua e, come tutti i thriller, promette di tenerci col fiato
sospeso.
Veltroni, oltre al suo impegno senza riserve, al suo lavoro senza risparmio, al senso che potevano avere, con lui,
anche le cose non fatte o rimaste incompiute, l'ultimo giorno ha incluso nel suo commiato una frase difficile da
capire oppure criptata. Eccola (trascrivo da l'Unità, 19 febbraio, pag. 12-13): «Basta con la sinistra salottiera,
giustizialista, pessimista e conservatrice. Noi dobbiamo costruire una forza fuori dalle stanze, vicina alle
persone». Dico a Veltroni, con l'antica amicizia: ma le persone sono pessimiste. La loro vita sotto Berlusconi è
pessima. Basta aprire le porte delle stanze, per saperlo. Il premier è appena sfuggito a una pesante sentenza in cui
un suo complice è stato condannato per corruzione a quattro anni di reclusione. È sfuggito perché esentato
all'ultimo istante da questa e da ogni altra possibile imputazione a causa di una legge scritta e approvata per lui
dalla sua maggioranza mentre il processo era in corso.
Alexander Stille, da New York, racconta dei molti giornalisti americani che gli chiedono: «Come fanno gli
italiani a tollerare simili cose?» (la Repubblica, 19 febbraio). Già, come facciamo?
Ma c'è un'altra domanda: per questa sinistra salottiera dove sono i salotti, ovviamente di sinistra? Neppure
l'informatissimo “Dagospia” ne può indicare uno. E dove, quando, nell'Italia di oggi, in cui si prepara il carcere
per chi da notizia di intercettazioni legali, giustizialisti fanatici si riuniscono per offrire sostegno ai giudici? E
quale sarà la "sinistra conservatrice" in un mondo senza sinistra?
In un punto importante ha ragione Veltroni. C'è un'attesa insoddisfatta che non si misura con l'orologio. Ma
quell'attesa non si riferisce al riformismo, concetto che resta misterioso. E non si riferisce alle iniziative prese o
non prese dal "governo ombra", prigioniero di una simmetria - atto per atto, gesto per gesto - con il governo di
Berlusconi, che tiene fuori dai veri problemi e lontano dai cittadini.
Quell'attesa si riferiva al fare davvero opposizione, decidendo nei tempi e nei modi. Avrete notato che è bastato
un intervento impetuoso e irriverente di Roberto Benigni sul favoloso mondo di Berlusconi per triplicare gli
ascolti di una mediocre serata "Sanremo".
Veltroni esce, avanti il prossimo. Va bene così? Come si può assistere a questa scena un po' surreale senza una
bruciante nostalgia (o rimpianto) per ciò che avremmo potuto (dovuto) fare insieme al segretario eletto con tre
milioni di voti?



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L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009
In piazza Farnese a Roma migliaia di persone senza bandiere e simboli. Ignazio Martino: da
Franceschini parole molto chiare. Domani il Senato riprende l’esame
Tanti no alla «tortura di Stato». Englaro: alt alla legge
ingiusta
di Jolanda Bufalini

Il marchese del Grillo ispira il cartello più divertente della piazza: la Costituzione secondo Berlusconi? Io so tutto e tu non
conti un c... Qualche minuto prima delle tre piazza Farnese è piena e gli organizzatori spostano le transenne per fare più
spazio. La folla deborda verso campo de' Fiori. Le bandiere gialle e nere degli. atei e agnostici sono le uniche, su un lato. Per
il resto non ci sono simboli o bandiere di partito. Chi è venuto lo ha fatto per sé: forza e debolezza di un'iniziativa che non
vuole essere di parte ma a cui è mancato il sostegno della principale forza di opposizione. Lo noterà, durante la maratona che
si prolunga sino alle sette di sera, Furio Colombo: «Come fa la collega di partito Dorina Bianchi a dire che la vita umana
appartiene alla collettività? È un'affermazione sovietica». E Emma Bonino: «Ho chiesto a Veltroni, ho chiesto al Pd di
mobilitarsi». La parlamentare non pronuncia la parola referendum perché il film che ha davanti è quello della legge sulla
procreazione assistita. «Non c'è rispetto delle regole, non c'è stato di diritto nell'informazione». Si devono usare tutti i tempi
della discussione parlamentare per raggiungere il maggior numero di cittadini possibile. Ignazio Marino arriva sotto il palco
dalla fiera di Roma. È soddisfatto delle parole «molto chiare» di Dario Franceschini: «Il legislatore deve avere una mentalità
laica e non può mettere in discussione la libertà di scegliere le terapie». Lunedì ci sarà la presentazione degli emendamenti e,
dice il medico senatore, «nel gruppo c'è unanimità per l'abrogazione dell'articolo 2 del disegno di legge Calabrò». «Secondo
quell'articolo un testimone di Geova non potrebbe rifiutare la trasfusione; quella signora che rifiutò l'amputazione sarebbe
obbligata ad accettarla». Sarebbe il contrario della libertà di scelta.

La voce di Beppino Englaro
Il senatore si interrompe perché si sente, dagli altoparlanti, l'inconfondibile accento delle montagne della Carnia di Beppino
Englaro. È il momento di maggiore emozione in una piazza che «a Peppino, a Eluana, alla moglie Saturna vuole bene» e lo
sottolinea con il calore degli applausi. Beppino ribadisce: «Quella legge sarebbe una barbarie». «La sentenza della
Cassazione il 16 ottobre ha stabilito che idratazione e nutrizione forzata sono una terapia». «Non c'è naturalità, Eluana ha
cominciato a morire 17 anni fa ma quel processo è stato interrotto». Poi, intervistato a “Che tempo che fa”, ha detto di non
volersi impegnare in politica, ma «per 6233 giorni ho dovuto affrontare una situazione che potrebbe capitare anche a me, è
stato giusto affrontarla insieme ad altri». E ancora: «Dire di no a una terapia salvavita non ha nulla a che vedere con l'eutana-
sia». «In un paese civile - aveva detto Paolo Flores d'Arcais dal palco di piazza Farnese - non sarebbe necessario
manifestare». «Solo in uno stato totalitario la decisione sulla vita appartiene al governo o alla gerarchia ecclesiastica». Flores
sottolinea la differenza fra la gerarchia e «i venti sacerdoti che hanno aderito alla manifestazione; i molti fedeli che non
pensano alla religione come a una forma di oppressione ma come carità cristiana».

Gli scrittori
Lidia Ravera: «Che fortuna i cani che non hanno l'anima. La mia anima non sono i valori, la coscienza secondo quale vivo.
La mia anima è Aline, avamposto di un esercito straniero perché - a causa sua - non posso decidere se diventare madre, di
diventare madre, di aiutare mia madre se soffre troppo e inutilmente». Andrea Camilleri: «L'illegalità istituzionale inquina le
coscienze come le polveri sottili inquinano l'aria che respiriamo».

Habeas corpus
Stefano Rodotà quasi rimpiange i tempi della Dc - «Un vecchio democristiano mi ha detto, per te è facile ma per me è
intollerabile sentire la gerarchia ecclesiastica, questi politici pronunciare la parola assassinio».
Nonostante la campagna televisiva, ricorda il costituzionalista, il 77% della popolazione si è dichiarata vicina alla famiglia
Englaro. La maggioranza del paese difende la libertà di scelta. E aggiunge: «Già la Magna carta si impegnava con gli uomini
liberi: «Non metterò le mani su di te». Si sta parlando di principi che affondano le loro radici in sette secoli di civiltà e
diritto. E poi, sottolinea Rodotà, il consenso informato nasce al processo di Norimberga, dopo le testimonianze dei medici
sugli orrori del nazismo. Solo la scelta degli individui - da non confondersi con l'individualismo - garantisce dall'intervento
dello Stato. Questi stessi principi sono nella nostra Costituzione. La più bella del mondo, aveva detto Furio Colombo.




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L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009

Ronde, il Vaticano fa dietrofront: «Spetta al governo
decidere»
Non è della Santa Sede ma solo di monsignor Marchetto lo stop alle ronde per la sicurezza. Il
Vaticano «rispetta le scelte del governo». La smentita della Sala Stampa vaticana. Cautela del
presidente della Cei, cardinale Bagnasco
di Roberto Monteforte

Non è della Santa Sede la durissima critica «cattolica» al decreto del governo Berlusconi sulle «ronde» per la sicurezza del
territorio, da molti intese come vigilanti anti immigrato. Il Vaticano esprime «rispetto perle scelta del governo». Il giudizio
severo del segretario del pontificio consiglio dei migranti, monsignor Agostino Marchette, che ieri aveva giudicato il
provvedimento come una vera e propria «abdicazione allo Stato di diritto», viene declassato ad opinione personale. Questo è
il senso della presa di posizione ufficiale del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi che ieri con una
dichiarazione ha puntualizzato come «non di rado i mezzi di informazione attribuiscono al "Vaticano", intendendo con ciò la
Santa Sede, commenti e punti di vista che non possono esserle automaticamente attribuiti». Le definisce «attribuzioni non
opportune». Non le sole. Vi sono state puntualizzazioni della Sala Stampa vaticana anche per le prese di posizione di
Famiglia Cristiana contro le scelte del governo sull'immigrazione. «La Santa Sede, quando intende esprimersi
autorevolmente - ha ribadito ieri padre Lombardi - usa mezzi propri e modi consoni (comunicati, note, dichiarazioni)».
«Ogni altro pronunciamento - aggiunge - non ha lo stesso valore».

Il passo indietro
Con la presa di posizione ufficiale della Sala Stampa vaticana non solo si è chiarito il peso da dare alle dichiarazioni degli
uomini di curia. Si è voluto anche lanciare un messaggio preciso e 'rassicurante al governo. Le parole di padre Lombardi,
infatti, suonano come una chiara presa di distanza dai giudizi espressi da monsignor Marchetto. «La Santa Sede, nei suoi
organi rappresentativi - afferma infatti -, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno
il diritto e il dovere di provvedere al bene comune». È un distinguo che trova una sponda importante nelle dichiarazioni del
presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco raccolte dall'Osservatore Romano che pubblica anche la nota con
la quale il Quirinale spiega il perché della firma del presidente Napolitano. «Sui provvedimenti del governo italiano in
materia di sicurezza non si può entrare nel merito perchè bisognerà vedere i risultati» afferma Bagnasco, aggiungendo che
qualunque misura sia decisa, dovrà essere attuata «nel rispetto della nostra tradizione di solidarietà ma anche del diritto e
della legalità». «Dobbiamo essere tutti sempre molto attenti e vigili - conclude - per non perdere quei valori fondamentali
della convivenza, della solidarietà, dell'umanesimo autentico che caratterizzano da sempre la nostra cultura». Su questi temi,
malgrado le critiche di tanta parte del mondo cattolico, arrivano la conciliante precisazione vaticana e quella della Cei e
questo pochi giorni dopo l'incontro tra Berlusconi e i vertici della Chiesa tenutosi per l'anniversario dei Patti Lateranensi e
del Concordato. Una smentita a Marchetto che ha molto soddisfatto la Lega e il capogruppo Pdl al Senato Gasparri.

L’UNITÀ, 22 FEBBRAIO 2009

Una parola
di Vincenzo Cerami

Il Partito Democratico mi fa venire alla mente il nostro grande giocoliere di parole Giampaolo Dossena, scomparso poche
settimane fa. È autore di un famoso dizionario di giochi e incastri verbali. Per esempio definisce la parola "simbolo" un
segno convenzionale per indicare in modo rapido cose di vario genere. L'origine è greca e vuol dire mettere insieme. Era un
codice: si spezzava in due in modo irregolare una moneta e chi aveva una delle parti poteva farsi riconoscere mostrando
come si accostasse all'altra, come combaciasse con l'altra. E a proposito delle parole, Dossena è d'accordo con chi pensa che
non esiste parola che non significhi più cose. Gli stessi sinonimi non riescono ad aiutarci a precisare inequivocabilmente un
significato. Gatto e micio sono sinonimi, ma il gatto è un gatto qualsiasi e il micio è un gatto al quale si vuole bene.
Insomma per farsi capire perfettamente bisogna fare molta attenzione a come si parla, se no ci si fraintende. Bisogna sapere
che la penicillina non è stata inventata ma è stata scoperta. L'ascia e la scure sono oggetti che hanno un uso diverso. E quanta
confusione tra monache e suore, monaci e frati, monasteri e conventi. Anche tra speme e speranza c'è una differenza
gerarchica, ce lo mostra questa frase di Gadda: «Furono vissuti giorni di speme, dire speranza sarebbe dir poco»". Ci vuole
perizia, nella definizione dei significati. Le migliori condizioni per parlarsi con correttezza è di appartenere allo stesso uni-
verso lessicale. Gli economisti non confondono tasse e imposte, quando si parlano si capiscono. E i medici distinguono la
colite dal mal di pancia. Quando due militanti del PD si incontrano dovrebbero tirar fuori dalla tasca la loro mezza moneta e
far combaciare l'una con l'altra prima di aprire bocca.
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IL MANIFESTO, 22 FEBBRAIO 2009

C’è «clamore», giochiamo alla ronda
di Alessandro Robecchi

Ha ragione Roberto Maroni: le ronde faranno diminuire gli stupri. Centinaia di mariti fuori a fare le ronde,
significa centinaia di mogli a casa da sole, dunque meno esposte a pestaggi e violenze sessuali. È una mera
notazione statistica, noti se la prendano gli indagati per istigazione all'odio razziale che militano nello stesso
partito del ministro degli Interni. Ha ragione anche Silvio Berlusconi: gli stupii sono diminuiti, male ronde si
fanno lo stesso perché su questa ~:da c'è «clamore». Ma che razza di bastardi sono quelli. che fanno «clangore»
su stupri e violenza? Non saranno mica i proprietari di televisioni che aprono con la cronaca nera ogni edizione
del telegiornale!
Tanto per gradire (fonte: Centro d'Ascolto sull'Informazione Radiotelevisiva), ecco qualche numero. Nel 2007
hanno aperto il loro notiziario con la cronaca nera, creando apprensione e paura nel paese, i seguenti telegiornali.
Tg1, 36 volte, Tg2, 62 volte, Tg3 32 volte, Tg4 70 volte, Tg5 64 volte e Studio Aperto (record! Il tg tette&culi
non delude mai) 197 volte. Se ne deduce che durante la scorsa campagna elettorale le televisioni di proprietà del
candidato Silvio Berlusconi hanno pompato sulla paura molto più delle altre (insieme al fedele Tg2).
È un dato di fatto. Impaurito a dovere il paese, creato quel «clamore» che oggi si denuncia, si è passati all'incasso
vincendo le elezioni e preparando il terreno per il razzismo applicato e la pulizia etnica di questi giorni. Ora la
situazione è più complessa: lo statista Berlusconi deve dire (per forza!) che i reati sono calati,ma ricorre alla
decretazione d'urgenza a causa del «clamore». In sostanza a causa della propaganda delle sue televisioni. Quanto
alle ronde, si vorrebbe far credere che nascono per impedire la furia del popolo che vuole farsi giustizia da sé. In
italiano tutto questo ha una sola definizione: la faccia come il culo. Resta da chiedersi, quando cominceremo noi
a dire a questi ceffi: tolleranza zero?


IL MANIFESTO, 22 FEBBRAIO 2009

L’Ordine dei medici: «Punito chi segnala gli immigrati»
I medici che segnalano gli immigrati irregolari potranno essere sanzionati dagli Ordini professionali di
appartenenza per aver violato il Codice deontologico. È quanto emerge da un documento, votato all'unanimità dal
Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo), riunito ieri a Roma, nel quale si
ribadisce il «forte dissenso all'emendamento al ddl sicurezza, già passato al Senato, «che abroga il divieto per i
medici di denunciare alle autorità gli immigrati irregolari che si rivolgono, per essere curati, alle strutture
sanitarie pubbliche».
Un documento nel quale i camici bianchi italiani lanciano un appello affinché la camera dei deputati non lo
approvi. Non solo. Qualora un medico, non segnalando e dunque non rispettando il contenuto dell'emendamento,
dovesse essere sanzionato, «il Consiglio nazionale - è scritto - sarà vicino ai colleghi che dovessero incorrere in
procedimenti sanzionatori per aver ottemperato agli obblighi deontologici». In particolare, nel documento si
legge che la procedura di segnalazione «è in netto contrasto con i principi della deontologia medica, espressi in
particolare dal giuramento professionale e dall'art. 3 del codice deontologico, che impongono ai medici di curare
ogni individuo senza discriminazioni legate all'etnia, alla religione, al genere, all'ideologia, di mantenere il
segreto professionale e di seguire le leggi quando non siano in contrasto con gli scopi della professione».




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posted:9/9/2011
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