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Il Marchesato di Busachi.doc

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					Il Marchesato di Busachi
di uciana Zolo* L

I villaggi di Busachi e Allai, di Fordongianus e di Villanova Truscheddu, che dopo la
seconda metà del XVIII secolo costituirono il Marchesato di Busachi, appartennero
prima all’Incontrada di Barigadu Iossu, e insieme ai villaggi di Sorradile, Bidonì,
Nugheddu, Neoneli, Ula, Ardauli, tutti nell’Incontrada di Barigadu Susu, formarono
anticamente un feudo maggiore chiamato di Parte Barigadu.
La più antica infeudazione di cui si ha notizia risale all’anno 1417, quando alcuni
villaggi del distretto furono concessi a Ludovico de Pontibus, in feudo retto e proprio,
con diploma regio di Alfonso d’Aragona. Alla sua morte, mancando possibili
successori, il feudo fu devoluto alla Corona.
La seconda infeudazione avvenne nel 1481 e ne beneficiò Gaspare Fabra, per mezzo
del diploma del re Ferdinando; l’Incontrada fu concessa in feudo retto e proprio con
giurisdizione, mero e misto imperio, con facoltà di alienarlo ad altri vassalli fedeli,
ma con la proibizione di non dividerlo, né di unirlo ad altro feudo. Inoltre si dispensò
il Fabra dal costume d’Italia, per permettere alla figlia di ereditare, con la clausola
che, dopo la sua morte, sarebbe stata ripristinata la linea mascolina.
La figlia primogenita del feudatario Isabella, col consenso delle sorelle, dopo aver
ottenuto dall’imperatore Carlo V d’Asburgo la conferma del privilegio paterno negli
stessi termini della prima infeudazione, con diploma del 5 dicembre 1518, vendette il
feudo a Don Carlo d’Alagon, con atto rogato a Cagliari il 5 ottobre 1519, al prezzo di
novemila e cinquecento ducati d’oro.
In tal modo il feudo passò con le sue primitive caratteristiche a un nuovo vassallo,
sebbene la transazione fosse avvenuto soltanto alla presenza del procuratore reale
Don Carrillo che ricevette settecentotrenta ducati di laudemio. Quantunque non fosse
comparso alla stipulazione dell’atto di vendita, era interessato nell’acquisto anche il
nobile Nicolò Torresani, per la metà del feudo che fu diviso con approvazione dello
stesso imperatore Carlo V in data 9 aprile 1520.
A Don Carlo d’Alagon spettò la parte superiore che perciò fu detta Barigadu susu,
mentre i villaggi di Busachi, di Fordongianus e di Allai, denominati Parte Barigadu
Iossu, passarono alla famiglia di Don Nicolò Torresani. Egli in seguito acquistò
Sedilo e l’Incontrada di Canales, lasciando per testamento erede universale il figlio
Don Geronimo, e designando come futuri successori i figli maschi che sarebbero nati,
con dare la precedenza al primogenito; in assenza di maschi, anche la figlia
primogenita sarebbe potuta succedere, con l’obbligo però di prendere le armi e il
cognome e con la proibizione di alineare il feudo.
Alla morte di Don Nicolò, Don Geronimo Torresani fu investito dal Procuratore
Reale di entrambi i feudi, e con diploma reale ottenne il titolo di conte di Sedilo per
sé e per i suoi successori. Ormai avanzato negli anni, non avendo altri discendenti che
una figlia, Donna Teresa, le fece donazione dei feudi, con atto del 1586. Don
Geronimo volle ricorrere al Sovrano per ottenere anche l’approvazione della
giurisdizione e del titolo di conte di Sedilo che si era riservato, insieme con altri
diritti, vita natural durante; ma il Fisco si oppose in giudizio, ritenendo una simile
richiesta lesiva degli interessi regi. Nacque una lite, che portata dinanzi al Supremo
Consiglio d’Aragona, fu decisa con sentenza favorevole al feudatario il 25 novembre
1588.
L’anno seguente il Conte ottenne il diploma di approvazione, con le solite riserve
“natura feudorum non mutata et salvis iuribus”, e con altre clausole, tra le quali
quella per cui, in virtù dell’approvazione, non dovevano intendersi ammesse alla
successione le figlie discendenti da Donna Teresa; e l’altra per cui la morte prematura
della medesima, non doveva pregiudicare i diritti del Fisco o del padre che faceva
atto di donazione dei feudi in suo favore.
Donna Teresa Torresani, sposata a Don Guglielmo Cervellon, morì prima del padre,
non senza aver fatto testamento; in esso, seguendo le condizioni e le clausole del
testamento dell’avo Don Nicolò Torresani, e le prescrizioni del padre, conte di
Sedilo, chiamò alla successione nei feudi il suo primogenito Don Bernardino, quindi
gli altri figli Don Giacomo, Don Michele, Don Antonio e Don Pietro.
Nello stesso anno anche Don Geronimo cessò di vivere dopo aver approvato le
disposizioni lasciate dalla figlia in merito alla designazione dell’erede. Subito il
Regio Fisco da una parte e la sorella del defunto conte di Sedilo dall’altra,
contestarono l’investitura di Don Bernardino Cervellon, che soltanto con l’intervento
del Procuratore Reale potè entrare nei suoi diritti nel 1599.
Nel 1628 ottenne l’investitura dei feudi di Parte Barigadu Iossu, di Sedilo e di
Canales Don Geronimo II figlio di Don Bernardino Cervellon. Anch’egli, secondo la
consuetudine, regolò la successione per testamento a favore dei suoi quattro figli
maschi, in ordine di età; qualora essi fossero morti senza eredi, i feudi sarebbero
passati ai figli maschi di suo fratello Don Bernardino Maria Cervellon.
Senza contrasti, osservandosi sempre la designazione ad erede del figlio maschio
primogenito, si giunse al 1662, quando Don Geronimo IV Cervellon, non avendo
figli, lasciò alla sorella Francesca tutti i suoi beni liberi, e nominò l’altra sorella
Isabella erede universale.
Alla sua morte nel dicembre del 1682, Donna Isabella ne approfittò per impossessarsi
dei feudi, ma il Fisco li sequestrò; sorse una lite, complicata dall’opposizione di Don
Guglielmo Cervellon. Donna Isabella si appoggiava alle disposizioni testamentarie,
pretendendo che ai feudi potessero accedere anche le donne; il Fisco li considerava
devoluti, perché essendo stati concessi come propri e retti, erano venuti a mancare ora
le condizioni necessarie per quel tipo di infeudazione; Don Guglielmo Cervellon li
chiedeva per sé proprio perché essendo feudi concessi secondo il “mos Italiae”, egli
si considerava erede legittimo, in quanto parente più vicino del defunto.
Mentre i tre contendevano innanzi alla Giunta creata da Carlo II d’Asburgo, la causa
fu affidata alle decisioni del Supremo Consiglio d’Aragona, dove rimase sospesa per
lungo tempo, perché col passaggio della Sardegna all’Austria, i rapporti con la
Spagna furono interrotti e non si poterono riavere gli atti della vertenza.
Finalmente si giunse ad un accordo amichevole tra Donna Isabella Cervellon ed il
cugino Don Bernardino Antonio Cervellon: questi, la sua linea e i suoi discendenti
avrebbero posseduto il villaggio di Sedilo col titolo di Contea e l’Incontrada di
Canales, e gli altri beni non feudali già appartenenti a Donna Isabella allora Marchesa
d’Albis; in cambio ella avrebbe ottenuto la baronia di Austis, e la Contrada di Parte
Barigadu Iossu comprendente le ville di Busachi, Allai, Fordongianus e Villa nova
Truscheddu, con le rispettive giurisdizioni. Il contratto stipulato nel 1715 sanciva
anche che, se una delle due linee si fosse estinta, l’altra sarebbe entrata in possesso
della metà dei feudi così divisi; che si sarebbero dovuti dividere a metà i frutti dei
feudi recuperati sin dal tempo del sequestro; che il contratto avrebbe avuto effetto
soltanto se il Re l’avesse approvato a simili condizioni e, dopo aver costretto il Fisco
a retrocedere da ogni pretesa, ne avesse investito i due contraenti, ciascuno nella sua
parte; e infine che, se una delle parti avesse voluto impugnare il contratto, prima
avrebbe dovuto depositare i frutti ricevuti dopo il possesso e ricompensare l’altra
delle spese sostenute per la stipulazione del contratto.
Senonchè Donna Isabella morì prima che fosse emanata alcuna disposizione sulla
transazione, e per giunta anche il figlio successore Don Pietro Guiso morì nel 1721
senza aver ottenuto l’approvazione sovrana. Nel suo testamento egli aveva designato
come suoi eredi in ordine d’età i figli maschi, ammettendo però, in caso di morte di
essi che anche le donne sarebbero state chiamate ad ereditare.
Perciò il figlio primogenito Don Antonio Giuseppe Guiso ricorse, insieme a Don
Bernardino Antonio Cervellon, al re Vittorio Amedeo II affinchéil contratto del 1715
avesse valore legale. L’11 gennaio 1723 fu emanato un Regio Diploma nel quale si
approvava il passaggio dell’Incontrada di Parte Barigadu Iossu con le ville di
Busachi, d’Allai e di Fordongianus con le loro pertinenze, territori e giurisdizioni a
“Donna Isabella Torresani-Cervellon Marchesa d’Albis, e suoi discendenti col peso
di pagare scudi trenta annui al d.o. Marchese di Monte Mayor (Don Bernardino
Antonio Cervellon) e suoi successori in perpetuo e colla recessione de’ medesimi
feudi, ossia Ville in caso di estensione della linea discendente da detta Marchesa a
favore di quella del fu Bernardino Mattio Avo di detto Bernardino
Antonio…permanendo diti feudi secondo la loro primiera natura, e le leggi d’Italia e
di Sardegna, sempre salve le ragioni del R.o fisco, e lo Invest.o conceduto a Gaspare
Fabra primo acquisitore delle med.me, e suoi successori”.
Così la famiglia dei Guiso tenne il feudo fino al 1760, quando ottenne sentenza di
investitura Don Giovanni Guiso, il quale designò come erede testamentario il figlio
Don Raffaele avuto in seconde nozze da Donna Maria Francesca Zappatu, e in sua
sostituzione, la figlia Donna Maddalena avuta in prime nozze.
Succedette, alla sua morte, senza contrasti Don Raffaele Manca (infatti così si chiamò
lui e la sorella, tralasciando il cognome Guiso); ma non erano passati neanche due
anni, quando egli morì in minore età, provocando l’inizio di un’altra lite. Il Fisco si
impossessò dei feudi, dichiarandoli devoluti per l’estinzione della linea legittima;
Donna Maddalena, in forza del testamento paterno, cercò di prenderne possesso, ma
fu impedito dal Commissario Patrimoniale, e rinunciando alle sue ragioni, preferì
accordarsi per via amichevole.
In seguito alla transazione col Regio Fisco, tra le altre proposte riguardanti la
sistemazione dei vari feudi (Baronia di Austis, Baronia di Orosei, d’Ussana, etc.),
Donna Maddalena, assistita dal marito Vincenzo di San Filippo, accettò quella di
rinunciare a qualunque pretesa sul feudo di Parte Barigadu, che fu riconosciuto
appartenente al Regio Patrimonio, con tutti i diritti ed effetti anche demaniali ed
allodiali, coi frutti riscossi a partire dal giorno del sequestro.
Il re Vittorio Amedeo III approvò quanto convenuto con diploma del novembre del
1877, dando la possibilità a Donna Teresa Deliperi di Sassari di condurre a termine le
trattative in corso già da un anno per l’acquisto del feudo di Busachi. Infatti
ripresentò il suo progetto del 30 agosto 1789, con una aggiunta del gennaio 1790 e fu
ordinato lo strumento il quale diceva testualmente: “…Primariamente il prefeto Sig.
Avv. Fiscale Regio Conte di San Damiano a nome del Real Patrimonio del Regno di
Sardegna… ha conceduto come concede in vista del presente giudicale instromento…
all’Ill.ma Sig.a Contessa di Monteleone D.na M.T. Deliperi in feudo retto e proprio
per sé e per i suoi discendenti maschi e femmine col titolo Marchionale di Busachi,
l’Incontrada di Capu Barigadu Iossu situata nel capo di Cagliari composta dalle
quattro ville denominate Busachi, Fordongianus, Allai, Villanova Truschedu con tutti
gli effetti Reali, case, terre, selve peschiere e qualunque altra cosa demaniale
connessa e colla giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio, e coi proventi
ammessi o soliti sinora percevuti dalla Regia Azienda e dagli antecedenti feudatari e
cogli stessi dritti, ragioni ed azioni che a questi ed al Real Patrimonio potevano e
possono competere”.
Essendo D.M. Teresa senza prole, poteva disporre o in favore di suo fratello, o delle
sue sorelle, dividendo anche i villaggi se fosse stato necessario, purché il titolo di
Marchese fosse rimasto a chi possedeva la villa di Busachi. La successione doveva
intendersi a favore dei maschi o delle femmine discendenti dal fratello o da quella
delle sorelle a cui aveva lasciato il feudo, e rispettandosi il diritto di primogenitura.
Tramite il sui procuratore, il Teologo Satta, la Contessa si obbligò a pagare alle Regie
Finanze 66 mila scudi sardi, ossia 264 mila lire di Piemonte, di cui 30 mila non
appena le fosse pervenuto il Regio Diploma di approvazione del contratto, e i
rimanenti 36 mila in vent’anni, a rate non minori di 5 mila lire sarde, con gli interessi
del 4% dal giorno in cui sborsati i 30 mila scudi, avrebbe cominciato a riscuotere i
diritti del Marchesato. Inoltre assumeva su di sé tutti gli oneri connessi con
l’amministrazione della giustizia, e poiché verteva una lite tra il Fisco e gli eredi dei
precedenti possessori dell’Incontrada, a proposito di alcuni beni in essa compresi e
che si consideravano allodiali, ella prometteva di renderli liberi, qualora venisse così
giudicato, senza chiedere indennizzazione alcuna al Fisco, il quale si impegnava a sua
volta ad assisterla nella lite per il presente e per il futuro.
Appena ricevuta l’investitura nel gennaio del 1791, quando fu citata davanti alla
Reale Udienza da Donna Francesca Zappata e costretta a cedere come beni liberi
alcune vigne e tanche delle sue ville, conservando soltanto un “nassargiu” e le case di
Busachi. La causa durò a lungo e fu decisa definitivamente il 16 marzo del 1807 con
sentenza della Reale Udienza. Nel frattempo la Marchesa fu citata dal Fisco il 18
agosto 1790 per aver tralasciato di pagare alle Regie Finanze le rate annuali e gli
interessi del prezzo residuo del feudo. Ella presentò come giustificazione una
relazione nella quale affermava che dal 1796 i redditi, di cui aveva goduto senza
contrasto e senza subire diminuzione alcuna fino ad allora, a causa del rifiuto dei
vassalli di corrispondere i tributi feudali negli anni del moto antifeudale,
cominciarono a ridursi della metà e non bastarono, non che a pagare gli interessi
annuali, neanche a far fronte alle spese. Alla relazione fece allegare anche un
certificato dei Ministri di Giustizia. Ma l’Avvocato Fiscale Patrimoniale di
quell’anno, Carta Bassu, rivelò l’insussistenza delle sue argomentazioni, facendo
presente alla Marchesa che dalla denuncia dei diritti feudali risultava che i vassalli
erano debitori di piccole somme; che i Comuni del suo feudo furono dichiarati esenti
dal pagamento di alcuni diritti che in precedenza venivano invece esatti e che il Re
nel Diploma concessole, le aveva infeudato quei diritti che potevano essere
legittimamente dovuti dai vassalli.
Pertanto, non rilevandosi le condizioni per cui la feudataria dovesse rifiutarsi di
pagare il debito, l’Ufficio Fiscale Patrimoniale la condannò a versare alle Finanze
quanto doveva, mentre il feudo fu sottoposto ad un rigoroso sequestro. Ridotta in
misere condizioni, senza mezzi per sussistere con la famiglia, anche a causa delle
spese sostenute nella lite per il testamento del primo marito, la Marchesa presentò
alla Regia Delegazione Economica una supplica per ottenere l’assegnazione di 2000
lire ogni anno per gli alimenti, da prelevarsi dai redditi del suo feudo sequestrato,
facendo notare che nonostante questa detrazione annua a partire dal 1800, il suo
debito derivante dagli interessi arretrati sul residuo capitale di scudi 66.000 sarebbe
rimasto estinto fino al 1800. Inviò una copia della supplica anche al Viceré di
Sardegna il 3 Dicembre 1800 e la causa fu sospesa il 13 dello stesso mese, quando il
Viceré le accordò una dilazione nel pagamento delle pensioni dovuto alle Regie
Finanze, mentre il Marchese di Busachi, in qualità di Procuratore di sua moglie, si
impegnava a rispettare le nuove condizioni. Ma, col passare degli anni, la situazione
si aggravò: sino al 1807, secondo i calcoli dell’Intendenza Generale, rilevato
dall’Ufficio Patrimoniale Regio Generale, l’ammontare del debito compresa la
pensione dell’anno citato e gli arretrati precedenti, ascendeva a lire 13110.19,9.
Pertanto le Finanze erano in diritto di pretendere la cessione degli interi redditi
feudali, per estinguere quanto prima il pagamento dovuto. Ancora una volta però si
tennero presenti le difficili condizioni in cui la Marchesa di Busachi era venuta a
trovarsi a causa delle ben note vicissitudini della sua famiglia; e l’Avvocato Fiscale
Regio Patrimoniale Fancello, rispondendo alla sua supplica, l’assicurò che avrebbe
goduto dei benefici della legge, mediante l’assegnazione della somma annua di
L.1000 sui frutti del suo feudo sequestrato, senza che il Fisco avesse a subirne danno;
infatti entro pochi anni sarebbe scaduto il termine prefisso al saldo del residuo
capitale, ed esso, qualora la Marchesa non avesse adempiuto all’intero pagamento,
sarebbe stato in grado di far valere meglio i suoi diritti, adottando le misure più
consone per difendere gli interessi regi.
Trascorsero altri tre anni di inadempienza finché, ormai scoraggiata, Donna M.
Teresa si rivolse direttamente al re Vittorio Emanuele I per ottenere il condono di
scudi 34.500 da pagare a saldo delle finanze di scudi 66.000 cioè il prezzo
dell’infeudazione, più gli interessi dovuti sul residuo capitale, offrendo la
retrocessione dei villaggi di Fordongianus e di Villanova Truschedu.
Il Re, prendendo in esame le condizioni secondo le quali il feudo di Busachi era stato
concesso e rilevando che il prezzo di 66.000 scudi calcolato in base al reddito del
solo anno 1788, durante il quale esso era sotto sequestro, non era per niente equativo,
fece fare un nuovo calcolo del reddito medio del triennio 1788-89-90, e ne abbassò il
prezzo a 59.400 scudi. Inoltre riconobbe giusto detrarre dal capitale la somma
corrispondente ai redditi che erano stati tolti alla feudataria da una decisione della
Regia Delegazione nel 1801, successiva ad un’altra della Reale Udienza del 1782,
perché a suo parere tali diritti non erano stati introdotti abusivamente dalla Ricorrente
Marchesa, ma dai precedenti feudatari, ed erano stati esatti anche dal Regio
Patrimonio negli anni in cui il feudo era sotto sequestro, e perché erano
specificamente e nei particolari contemplati nel calcolo del valore del feudo, e nello
stesso stato delle rendite, unito agli atti d’investitura. Tenendo anche in
considerazione che la Ricorrente, nonostante la perdita di cui aveva sofferto, non
aveva fatto ricorso a vie legali, ma in privato si era rivolta alla magnanimità del
Sovrano, egli ritenne giusto dedurre appunto dal capitaledi 59.000 scudi altri 10.400
che aggiunti alla somma pagata di 31.500, riduceva il debito a soli 17.500 scudi, in
cambio dei quali accettava la retrocessione dei due villaggi, a patto che la feudataria
pagasse immediatamente 3200 scudi, perché il reddito annuo dei due villaggi
corrispondeva al capitale di soli scudi 14.300, in base a quanto resero nel triennio del
sequestro.
Sempre per le medesime considerazioni, il Sovrano le condonò anche gli interessi, e
riconobbe a lei e ai suoi successori in infinitum secondo l’investitura i villaggi di
Busachi e di Allai, colla dignità marchionale, facendo rogare dall’Ufficio
dell’Intendenza Generale l’opportuno strumento, nella forma prescritta, liberandola
per il futuro da ogni molestia da parte del Fisco.
In tal modo rimasta con due soli villaggi, Donna M.Teresa Deliperi alla sua morte li
lasciò in eredità alla figlia Donna Stefania Ledà, natale in seconde nozze con Don
Stefano Ledà.
Il conte di San Placido Don Andrea Manca, dopo aver sposato la nuova Marchesa di
Busachi, volle ricongiungere nella stessa famiglia l’Incontrada di Parte Barigadu
Iossu e chiese al Re Carlo Felice l’investitura dei due villaggi retrocessi di
Fordongianus e di Villanova Truschedu. Lo strumento fu stipulato con Carta Reale
del 1829 e alle solite condizioni: che il feudo si concedeva come retto e proprio per il
Conte e per i suoi discendenti maschi e femmine, etc, che il prezzo di 8.000 lire sarde
era pagabile in otto rate annuali con gli interessi della mora del 5%; che il
Concessionario si assumesse tutti i pesi connessi all’amministrazione della giustizia,
etc.
L’anno seguente il Conte prese possesso della Contea per mano del Regio
Patrimonio.

Le condizioni del feudo nell’ultimo decennio del 1700

L’acquisto del feudo di Busachi da parte della marchesa Maria Teresa Deliberi di
Monteleone, concluso il 14 luglio 1790, coincise con un periodo storico molto
difficile per quanto riguarda i rapporti tra feudatari e vassalli. Di lì a tre anni infatti,
dopo un lungo passato di miseria e oppressione, di privazioni, di stenti, di abusi, i
vassalli insorsero contro la classe dei feudatari che li aveva angariati. Questa volta
non si trattò di casi isolati di ribellione, ma di attentati coscienti alla proprietà, che
cominciati a manifestarsi nella parte settentrionale dell’isola si estesero in vari
focolai, che furono domati nel sangue.
Ancora prima del 1793 le precarie condizioni economiche ormai intollerabili avevano
provocato dei fenomeni di reazione antifeudale, non molto lontano dalla stessa città
di Cagliari, e il Viceré non aveva trovato di meglio che ordinare che si esigessero con
la forza i diritti baronali non controversi.
Ciò succedeva nel 1784, quindi ancor prima che in Francia si radunassero gli Stati
Generali i quali sancirono l’inizio ufficiale della lotta contro le antiche strutture di
tutta la società europea. In Sardegna, il popolo, vessato dalle gravezze baronali,
cominciava a rifiutarsi di pagare i diritti feudali. Da allora in poi il governo di
Cagliari doveva inviare le truppe miliziane nei villaggi del Campidano, nel periodo
della riscossione dei molteplici tributi. Nel 1789, due ville del feudo del Marchese di
Arcais, Solanas e Donigala, reagirono violentemente e tumultuosamente contro i
soldati del reggimento di Sardegna, l’una a mano armata, l’altra non acconsentendo
alle esazioni. I capi della rivolta furono arrestati e condannati a dieci, cinque e tre
anni di galera.
Quasi contemporaneamente, nel Capo settentrionale, si verificava un fatto analogo e a
farne le spese fu il parroco di Chiesi, il teologo Antioco Sanna, che per aver fatto
celebrare dei riti funebri ad implorare le anime dei morti contro le vessazioni del duca
dell’Asinara e del suo degno Ministro di Giustizia, che gli aveva sequestrato il grano
sull’aia, fu processato per ribellione dal Tribunale Supremo della Reale Udienza e
privato del beneficio.
Da questo episodio di ribellione si può chiaramente capire come il basso clero
aizzasse i vassalli contro il sistema feudale, mentre gli alti prelati se ne facevano i
paladini. Nonostante la repressione, il malcontento non cessava, perché i feudatari
inasprirono i gravami e le prestazioni, contro le stesse raccomandazioni del Viceré e
della Corte di Torino. Le agitazioni si estendevano, ma si contenevano in forme legali
a causa delle severissime pene comminate ai rivoltosi.
Nel luglio del 1793, cominciarono a pervenire al Viceré i ricorsi da parte dei Consigli
Comunitativi dei villaggi di Ittiri ed Uri, contro gli aggravi e gli arbitri
nell’amministrazione della giustizia. Elemento di un certo interesse, in questi ricorsi
veniva denunciata anche la mancanza di scuole pubbliche per l’istruzione del popolo.
Ma, che cosa poteva rispondere un governo assoluto a una simile vibrata
richiesta?Con un no alla cultura, perché l’elevazione intellettuale poteva minare alla
base l’impalcatura assolutistica. Se riforme vi furono, si trattò di riforme di stretto
carattere burocratico, funzionali ad un assolutismo certamente non innovatore.
La richiesta di un’elevazione culturale del popolo non deve far pensare alla presenza,
in seno ai Consigli Comunitativi, di idee altamente rivoluzionarie, mutuate magari dai
programmi ottantanoveschi della Francia repubblicana. L’esito e le modalità dei moti
antifeudali del 1793 rivelano un carattere più elementare; le popolazioni insorgevano
soprattutto per le eccessive vessazioni ed arroganze dei feudatari, non perché
avessero coscienza della necessità di un radicale cambiamento del sistema. Tali moti,
certamente antifeudali, furono provocati più che dal sistema, dall’abuso del sistema.
D’altra parte, lo stesso atteggiamento del governo di Torino riconosceva l’anormalità
della situazione feudale in Sardegna e la caratteristica non catastrofica dei moti. Il
Viceré Vidalda riconosce che “le popolazioni non senza qualche ragione, gridano
contro l’oppressione e gli aggravi”.
La propaganda antifeudale diede comunque presto i suoi frutti. L’agitazione contro i
feudatari dilagò infatti, oltreché in tutto il Settentrione dell’Isola, anche nel feudo di
Busachi dove, forse per diretto influsso delle rivolte di Ittiri, i vassalli si rifiutarono di
corrispondere i diritti feudali nell’anno 1795, protestando contro l’ingiusto sistema
tributario che opprimeva i vassalli nei loro beni e nelle loro attività.
(….)



* Tratto da “Quaderni bolotanesi” n. 15, Anno 1989

				
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