Politica economica e architettonica delle clarisse di San Silvestro in

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Politica economica e architettonica delle clarisse di San Silvestro in Powered By Docstoc
					    Politica economica e architettonica
   delle clarisse di San Silvestro in Capite
          nella Roma settecentesca
                      di Sabina Carbonara Pompei



                                     
     Gli architetti delle clarisse nella prima metà del XVIII secolo:
Carlo Francesco Bizzaccheri, Alessandro Specchi e Tommaso De Marchis

Se nel passato si è cercato di ricostituire, in diversi modi, il processo di
formazione delle numerose proprietà edilizie appartenenti alla congrega-
zione religiosa delle clarisse di San Silvestro in Capite, poco si sa dell’atti-
vità degli architetti che operarono, nel corso del XVIII secolo, al servizio
delle clarisse stesse. Scopo di questo intervento è ripercorrere la politica
economica e architettonica del convento da tale angolo di osservazione.
Attraverso l’analisi della ricca documentazione contabile e notarile rela-
tiva al monastero di San Silvestro in Capite, fonte inesauribile di notizie
per la storia urbana e sociale della città di Roma, è stato infatti possibile
risalire ai nomi, alcuni ancora inediti, dei professionisti che lavorarono per
le monache, nonché comprendere, anche grazie al confronto incrociato
con altri dati desunti dalle diverse sezioni che compongono il medesimo
fondo, quali siano stati il loro ruolo e le direttrici culturali seguite.
     Rispetto al secolo precedente, nel Settecento i conventi tendono a
svolgere sempre più, oltre che un ruolo sociale, un’esplicita funzione
economica. In linea con il modus operandi di altre comunità religiose
femminili, come, ad esempio, quella benedettina di Santa Maria in Campo
Marzio o quella delle clarisse di San Lorenzo in Panisperna, le badesse
che si avvicendano alla guida del complesso monastico di San Silvestro
in Capite contribuiscono al credito e al potere del casato di provenienza
attraverso una precisa opera spirituale e assistenziale, cui si accompagna,
inoltre, la committenza d’importanti lavori architettonici nel monastero
e nelle numerose proprietà immobiliari presenti sul territorio urbano
ed extraurbano. All’inizio del XVIII secolo viene, infatti, compiuto, su
progetto di Domenico De Rossi, il prospetto esterno della chiesa men-
tre, negli anni Trenta, l’architetto Tommaso De Marchis è chiamato ad
intervenire sul convento.
Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. /
                                              
                            SABINA CARBONARA POMPEI



     Le clarisse che, a partire dalla fine del XVI secolo, erano entrate in
possesso, grazie ad eredità, donazioni, permute ed acquisti, di un consi-
stente patrimonio immobiliare si trovano, nel corso del Settecento, a dover
amministrare, solo nel centro di Roma, più di cinquanta edifici, tra case
e palazzetti. Da questo patrimonio immobiliare le monache percepivano
regolarmente entrate per l’affitto, oltre che per la locazione delle case
possedute, anche per la sola concessione in «enfiteusi perpetua» di diversi
«siti» ubicati nei rioni centrali della città. Le carte notarili riportano
infatti, nel dettaglio, sia le somme che il monastero riscuoteva nel XVIII
secolo sia le entrate in denaro che aveva ricevuto dai diversi affittuari
che si erano succeduti, nel corso del tempo, sui beni di sua proprietà.
Seguendo una modalità di azione comune anche ad altre congregazioni
religiose, il convento di San Silvestro aveva ceduto, sin dal XIV secolo,
alcuni lotti di suolo cittadino con l’obbligo, da parte del locatario, sia di
pagare ogni anno un canone perpetuo sia, in molti casi, di far «fabbricare
in detto sito una o più case». Si può dire pertanto che anche l’edilizia
delle case di abitazione promossa dalle congregazioni religiose, al pari
dell’edilizia signorile, abbia contribuito, nel corso del tempo, al processo
di incremento e rinnovamento urbano della città di Roma.
     Attraverso una mirata, vera e propria speculazione edilizia, le clarisse,
che rimanevano le effettive proprietarie degli edifici costruiti sui siti concessi
in enfiteusi perpetua, avevano poi, in alcuni casi, venduto gli immobili,
realizzati sui loro terreni, all’affittuario che ne faceva espressa richiesta.
     La ricca e dettagliata documentazione manoscritta relativa a San
Silvestro in Capite, conservata oggi tra i fondi dell’Archivio di Stato di
Roma, evidenzia un’oculata gestione finanziaria del cospicuo patrimonio
immobiliare da parte delle monache e, nel contempo, un’effettiva attività
di rinnovamento delle case e dei casamenti di proprietà. Attraverso i ren-
diconti delle maestranze, rintracciati nelle Giustificazioni dei Mandati, e i
due Catasti del  e del , che vanno ad integrare quelli più antichi,
è possibile individuare, con relativa precisione, il numero degli edifici
posseduti dalle clarisse in Roma. Un’alta percentuale dei beni delle reli-
giose era ubicata nel rione Colonna, nella piazza e nelle vie prospicienti
la chiesa di San Silvestro, e nel rione Campo Marzio, nelle strade che da
via del Corso conducevano a piazza di Spagna. In realtà, le proprietà del
monastero si estendevano anche oltre la zona limitrofa a piazza di Spagna.
Tra gli immobili collocati più lontano dal monastero si segnalano la casa
«posta a San Carlo al Corso dal Fornaio di Pane à baiocco» e quella situata
nel vicolo dietro la chiesa di San Girolamo della Carità.
     Considerata la difficile situazione economica in cui versava lo Stato
Pontificio nel Settecento, non stupisce che la rendita immobiliare, derivan-
te dalla locazione di case, casamenti e palazzetti, fosse la principale fonte

                                      
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



di sostentamento per il convento. La politica finanziaria delle monache,
non dissimile da quella adottata dai proprietari dei grandi palazzi romani,
era volta ad accrescere l’aspettativa di rendita, più che con la costruzio-
ne di nuovi edifici, soprattutto mediante opere di ristrutturazione o di
accorpamento delle case già esistenti.
     Molti sono gli architetti di fama che operano per le clarisse in quel
secolo. Fra questi particolare attenzione spetta al romano Carlo Francesco
Bizzaccheri. Allievo di Carlo Rainaldi e Carlo Fontana, è documentato,
tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, al servizio di diverse comunità
religiose romane. Fra il  e il  si occupa della costruzione dell’ala
principale del convento della Maddalena, mentre fra il  e il  risulta
attivo come architetto dei Chierici minori dei Santi Vincenzo e Anastasio,
partecipando alla riedificazione del collegio annesso alla chiesa. Negli
stessi anni è impegnato come perito anche per i Chierici regolari minori
di San Lorenzo in Lucina. Nel  succede, infine, a Domenico De Rossi,
morto nel , in qualità di architetto della chiesa e del monastero di
San Silvestro in Capite.
     In realtà Bizzaccheri non interviene con opere di trasformazione archi-
tettonica nella chiesa e nel convento, a parte i consueti lavori di ordinaria
manutenzione, ma si occupa, più che altro, dei beni immobiliari delle
clarisse. Nel , infatti, il cantiere della facciata risulta concluso e, dopo
la fase seicentesca, caratterizzata da sostanziali modificazioni architetto-
niche e pittoriche, gli interessi delle monache sembrano orientarsi verso
un’altra direzione. Nel  le clarisse, intenzionate, presumibilmente per
verificare la quantità di risorse economiche a loro disposizione, ad avere
un quadro il più possibile aggiornato e razionale delle loro proprietà
immobiliari, incaricano Bizzaccheri di realizzare un catasto, corredato
di piante e prospetti acquerellati.
     Il Libro delle Case, di notevoli dimensioni e formato da pagine rilegate
tra loro, contiene, oltre agli elaborati grafici, anche molte notizie riguardo
agli immobili posseduti dalle monache. Nel catasto, ordinato dalla badessa
Maria Arcangela Muti, l’architetto non analizza le case o i casamenti sin-
golarmente ma li studia per isolati. Tra le prime carte è, infatti, presente,
oltre alla «rubricella» iniziale con i nomi propri dei proprietari e degli
affittuari, anche l’indice delle isole che saranno esaminate nel volume,
dalla numero uno fino alla «decimaottava». Nella prima isola, le case del
monastero sono indicate con le lettere A e C, mentre gli edifici confinanti,
“posseduti”da altri proprietari, sono contrassegnati con le lettere dalla B
alla P. Nel disegno relativo all’isola sono riprodotte le scale esistenti nei
vari immobili, le suddivisioni interne e le aree scoperte.
     Bizzaccheri, che si avvale della collaborazione dell’architetto Fran-
cesco Giuseppe Rosa, impiega la stessa modalità anche per le isole suc-

                                       
                            SABINA CARBONARA POMPEI



cessive, evidenziando le diverse case mediante l’uso di colori differenti.
Egli, infatti, utilizza l’ocra, il celeste e il rosso per gli edifici appartenenti
ai vicini, mentre per far risaltare le proprietà delle clarisse usa un grigio
chiaro. Alla descrizione dei confini dell’area e del terreno dell’isola presa
in esame, segue, infine, la raffigurazione del sito del monastero di San Sil-
vestro ubicato nella medesima isola. In questo caso l’architetto tinteggia
con un celeste molto chiaro la superficie interna, mentre impiega il grigio
per disegnare lo spessore dei muri perimetrali, riportando, accanto a tali
muri, i nomi dei proprietari confinanti e delle strade su cui prospettano
gli immobili delle clarisse. Dopo aver analizzato il sito spettante alle
monache, l’architetto delinea i siti ad esso contigui, indicando con un
diverso colore i lati confinanti con gli immobili di San Silvestro.
     Dall’analisi del Catasto si può affermare con certezza che in una stessa
area potevano essere collocate più case. Ad esempio, all’area spettante
a Giulio Selvaggi (Silvaggi) sono riferibili, come si riscontra dalla pianta
iniziale riproducente l’intera isola I, le case D, E, F e G, tutte acquerellate
in ocra chiaro. Le  piante che corredano il libro non sono disegnate in
un’unica scala metrica, ma occupano per intero la pagina loro dedicata,
con il riferimento dimensionale in palmi romani.
     Le schede relative agli edifici esaminati contengono, come è riscon-
trabile anche in altri catasti ecclesiastici, la collocazione urbana delle case
e l’elenco cronologico di ogni atto legale, con particolare riferimento sia
alla data di acquisizione sia agli atti di compravendita, comprensivi dei
nomi dei precedenti proprietari. La presenza di integrazioni più tarde,
risalenti agli anni Trenta, Cinquanta e Settanta, rivela come il Libro
delle Case di Bizzaccheri sia stato consultato, in quanto strumento utile
per esigere i canoni, «quindennij» e laudemi, anche dopo la stesura dei
catasti successivi.
     Iniziato nel maggio , il lavoro dell’architetto prosegue fino al
giugno , rivolgendosi, in particolare, all’area prospiciente le chiese
di San Silvestro (fino a Sant’Andrea delle Fratte), di San Claudio dei
Borgognoni e a quella circoscritta a piazza di Spagna, via delle Carrozze,
via della Croce, via del Leoncino, via Condotti e via Borgognona.
     Nonostante alcune limitazioni imposte al progetto, il catasto di Biz-
zaccheri si è rivelato utile, al pari di quelli coevi commissionati a Roma
da altre comunità religiose, per lo studio e l’analisi del tessuto urbano
ed edilizio del centro storico della città. Le descrizioni delle case, a
completamento delle piante, permettono di individuare un’edilizia “tipo”
di riferimento. Tra gli immobili posseduti dalle clarisse, in gran parte
costruiti tra il Cinquecento e il Seicento e concessi in enfiteusi perpetua
o in affitto temporaneo, uno ruolo di primo piano spetta ai numerosi ca-
samenti a schiera, a facciata continua, formatisi attraverso accorpamenti

                                      
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



di più unità, avvenuti nel corso del tempo. Le case, descritte nel catasto,
presentano una distribuzione degli ambienti molto simile tra loro. Il piano
interrato, quando presente, è riservato ad uso di cantine e deposito; il
piano terra è occupato generalmente dalle botteghe di artigiani, con un
ingresso principale e con un corpo scala ed altri locali di servizio sul retro.
I piani superiori, destinati a scopo abitativo, sono divisi in appartamenti,
con ampie camere con affaccio su strada.
     Per l’esecuzione dei rilievi e per la stesura del catasto, Bizzaccheri
riceve una parte di compenso in denaro, mentre il resto gli viene corrispo-
sto mediante la cessione di una casa di proprietà delle clarisse. Questa
modalità di pagamento, non insolita nel XVIII secolo e probabilmente
riconducibile ad una mancanza di liquidi da parte dell’amministrazione
religiosa, poteva presentare, in realtà, alcuni vantaggi concreti per le mo-
nache. Non è sbagliato ritenere, infatti, che le maestranze specializzate e
gli architetti che avevano ricevuto, per le loro prestazioni professionali,
una casa o un appartamento di proprietà del convento, si rivelassero
più disponibili, rispetto ad altri, a risolvere i problemi di natura idrica
o architettonica che sovente si potevano presentare negli immobili delle
clarisse. Tuttavia non sempre le religiose riusciranno a mantenere buoni
rapporti con gli artigiani, gli artisti e gli architetti che avevano operato al
loro servizio. A questo proposito va ricordato il caso dei figli di Bizzaccheri
che pretendono dalle monache, all’indomani della morte del padre, una
somma considerevole di scudi.
     Il contenzioso tra le clarisse e gli eredi Bizzaccheri ha origine nel
, a causa di una lettera di De Marchis, all’epoca architetto di San
Silvestro in Capite, in cui sono elencati tutti gli errori compiuti dal Bizzac-
cheri, come da sua stessa ammissione, nel redigere un secondo catasto,
posteriore a quello del . Il reale intento della lettera del De Marchis,
inviata per ottenere un rimborso di  scudi, non sfugge agli eredi del-
l’architetto, i quali rispondono prontamente agli attacchi dichiarando che
il padre aveva eseguito personalmente i disegni in questione, di cui loro
possedevano i bozzetti, e che, inoltre, aveva realizzato «altre piante n°
 di prospetti e spaccati delle case», per le quali, sopraggiunta la morte,
non aveva percepito alcun compenso. Rispetto al catasto più antico, in
quello del  sono infatti riprodotti sia la pianta sia il prospetto delle
case esaminate. Nella lettera indirizzata dai Bizzaccheri a monsignor
Giacinto Sacripante, visitatore apostolico del monastero di San Silvestro,
si dice che l’architetto, prima di morire, aveva consegnato le piante alla
badessa Cesarini, ma che, non avendo ricevuto il compenso pattuito,
erano stati gli eredi a rivendicarne il pagamento.
     Dopo le prime richieste, i Bizzaccheri si trovano costretti a passare alle
vie legali senza, tuttavia, ottenere nulla di più, dato che la badessa aveva

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                            SABINA CARBONARA POMPEI



negato di aver ricevuto le piante che conservava, invece, «in archivio in
suo potere». Di regola, infatti, nel XVIII secolo l’architetto non poteva
addurre un vero e proprio documento contrattuale, ma poteva provare il
suo credito con la produzione in atti dei disegni. Nell’istanza viene anche
precisato che gli elaborati di Bizzaccheri, originariamente consegnati in
fogli sciolti, erano stati, ad insaputa dei familiari, rilegati «in un libro» e
messi a disposizione dell’archivista Giuseppe Cesare Bianchi, il quale
aveva poi dichiarato di averli eseguiti di sua mano. Inoltre, da quanto
riportato nelle prime pagine del catasto del , sarà la badessa Costanza
Ermenegilda Degl’Effetti, subentrata alla Cesarini, a prendersi il merito
di aver commissionato l’opera, realizzata, a detta dei figli, dal defunto
Bizzaccheri. All’archivista spettò probabilmente solo il compito di rior-
dinare i numerosi documenti conservati presso l’archivio del monastero.
Dalle «partite accordate» al Bianchi «per il nuovo archivio fatto» nel
convento, risulta, infatti, che gli era stato dato l’incarico, tra il  e il
, di «formare» il catasto delle case ma, soprattutto, «di porre in buona
ordinanza tutte le scritture e libri» appartenenti alle clarisse, nonché di
realizzare «un breve compendio di tutti i libri dello strumento che sono
in detto archivio».
     Considerate le testimonianze discordanti fornite dalle parti coinvolte
nel contenzioso, non si può, ad oggi, attribuire con certezza all’architetto
Bizzaccheri il catasto del . Da un lato risulta, infatti, difficile credere
che i disegni siano stati eseguiti da un archivista il quale, sebbene esperto,
era probabilmente privo di un’adeguata formazione architettonica, dal-
l’altro è difficile ritenere valida la teoria formulata dai figli di Bizzaccheri,
i quali si trovarono, senza alcun preavviso, a dover far fronte alla richiesta
di una discreta somma di denaro. A favore degli eredi dell’architetto è,
tuttavia, la circostanza che lo stesso De Marchis avesse dichiarato che
gli elaborati da lui esaminati erano in fogli sciolti, così come, secondo
gli eredi, si presentavano i disegni eseguiti da Bizzaccheri. Il fatto che il
catasto del  abbia oggi la forma di un libro rilegato, anche se privo
della numerazione delle pagine, può far pensare ad una composizione in
cui siano stati raccolti fogli sciolti, forse effettivamente realizzati in prece-
denza. Tanto più che se si mettono a confronto i disegni del catasto del
, sicuramente di Bizzaccheri, e quelli del catasto del , si riscontra
una notevole analogia tra le scritte esistenti, ai lati delle piante. Inoltre,
sebbene nel catasto del  le planimetrie delle case siano riprodotte
in maniera più semplificata, è possibile tuttavia notare nel tratto e nel
modo di tinteggiare una certa somiglianza con gli elaborati eseguiti nel
volume del .
     Al di là della controversia sulla paternità dei disegni del secondo cata-
sto settecentesco, vale la pena soffermarsi sulla personalità di Bizzaccheri.

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 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



L’attività per le clarisse di San Silvestro lo inserisce, infatti, di diritto
tra quelle figure di architetti professionisti che attraverso il loro lavoro
di tecnici e di periti, oltre che di progettisti, hanno fornito un effettivo
contributo alla formazione della scena urbana. Nel caso di Bizzaccheri,
la sua spiccata propensione verso gli aspetti tecnici dell’architettura è
riscontrabile, in particolare, nella tipologia di alcuni incarichi ottenuti nel
corso della sua vita. Nel  l’architetto, in qualità di perito delle Oblate
di Tor de’ Specchi, realizza, infatti, due piante e due prospetti, corredati
da una perizia scritta, in occasione della controversia tra il monastero
delle Oblate e i successori della famiglia Ceci. I suoi disegni, insieme a
quelli di Sebastiano Cipriani, architetto della controparte, sono lavori,
come giustamente notato da Antonia Pugliese, di grande bellezza e di
evidente perizia tecnica.
     Morto Bizzaccheri, gli succederà, non per volontà delle monache,
Alessandro Specchi. Secondo il Libro dei Decreti, infatti, alle clarisse, che
avevano già scelto come erede di Bizzaccheri il romano Giacomo Antonio
Canevari, fu imposto, su ordine di Innocenzo XIII, l’architetto Specchi,
appoggiato dalla curia pontificia e già da diversi anni al servizio dei sacri
palazzi apostolici. Nel marzo  è lui, infatti, a redigere una perizia,
per parte delle clarisse, di alcune case del monastero di Sant’Apollonia,
mentre nell’aprile del  si occupa di tarare una «Misura e stima delli
lavori di muro» compiuti dal muratore Domenico Alfieri, su ordine della
badessa Degl’Effetti, per realizzare il «novo» parlatorio del monastero,
dalla parte della piazza.
     La documentazione relativa all’attività di Specchi per le clarisse è
oggi in gran parte inedita, mentre è già noto agli studiosi che al roma-
no Tommaso De Marchis, architetto che subentrerà al precedente nel
, spetti il rinnovamento globale dell’edificio conventuale annesso
alla chiesa.
     Nel caso di De Marchis, ci troviamo di fronte ad una figura di
professionista a tutto tondo, che non disdegna la progettazione ma che
lavora, per lungo tempo, in qualità di architetto presso il Tribunale
delle Strade. La sua attività al servizio della Presidenza delle Strade gli
permetterà di ottenere incarichi di prestigio anche da parte di impor-
tanti congregazioni religiose. Tra il  e il  egli è, infatti, chiamato a
realizzare due progetti per l’ampliamento di un casamento d’affitto del
collegio dei Chierici minori nel rione Trevi e, nel , riceve dai Gesuiti
il compito di costruire ex novo il collegio Germanico-Ungarico sul fian-
co destro della chiesa di Sant’Apollinare. In diverse occasioni è anche
consultato come perito giudiziale. La capacità di attenersi alle richieste
di una committenza religiosa, al pari di quella privata, e, nel contempo,
la competenza nell’ambito strutturale, lo rendono l’architetto adatto ad

                                      
                           SABINA CARBONARA POMPEI



operare per le clarisse. Si deve considerare tuttavia, in questo caso, anche
l’eventualità non secondaria che De Marchis sia stato favorito, al di là
delle sue comprovate capacità professionali, dal suo rapporto di alunnato
e di collaborazione col Bizzaccheri.
     Dalla documentazione conservata sappiamo che nel  De Marchis
ha già realizzato il disegno, approvato dal cardinale Vicario e dalla Con-
gregazione economica del monastero, dei nuovi dormitori «et officine».
Inizialmente la spesa stabilita per i lavori, con motu proprio pontificio del
 maggio , è di circa . scudi. Tuttavia da uno scandaglio firmato
dall’architetto risulta che, nel dicembre , sono stati già spesi .
scudi e che si prevede, pertanto, l’impiego di altri . scudi.
     Per accelerare la conclusione del cantiere, Clemente XII concede alle
monache, mediante un nuovo chirografo del  marzo , la possibilità
di «alienare» alcuni loro «beni stabili» al fine di raggiungere la somma
di . scudi, necessaria per terminare i lavori. Nel  il monastero
non è ancora finito, tanto che Benedetto XIV, con un chirografo del 
settembre , acconsente al fatto che «per risarcire il monastero ed
elevare altri dormitori» si pervenga alla somma di . scudi e baiocchi
. Durante il periodo in cui è impegnato nel cantiere del convento, De
Marchis verifica, oltre ai conti delle maestranze operanti nella «nuova
Fabrica», anche quelli concernenti i lavori che vengono eseguiti nelle
case di proprietà delle clarisse. Nel giugno  gli interventi al mona-
stero sono conclusi e vengono, a questa data, pagati sia i falegnami che
i muratori.
     L’intensificarsi dell’attività professionale di De Marchis, il quale tra il
 e il  si occuperà anche dell’importante rifacimento della basilica
dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino, non provoca un “allentamento”
dell’impegno dell’architetto nei confronti delle monache. Dai documenti
consultati si evince, infatti, che egli continuerà ad occuparsi del patrimo-
nio immobiliare di San Silvestro fino alla morte.
     Lo stretto legame venutosi a creare tra la congregazione religiosa e l’ar-
chitetto è anche testimoniato dal fatto che, nel , De Marchis risulta
affittuario di ben quattro case, nella strada «che porta a Sant’Andrea delle
Fratte», appartenenti alle clarisse. Secondo la contabilità dell’epoca,
l’architetto pagava «il conto unito» di  scudi di affitto annuo.

                                     
                            Esattori e artigiani

Se, come abbiamo detto, erano proprio le entrate provenienti dagli
affitti a lungo termine a mantenere stabile la situazione economica delle
monache, non bisogna dimenticare, tuttavia, che ciò che più contava, in

                                     
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



un periodo di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, era senza dubbio la
capacità di gestire e far circolare il denaro. Per consentire alla rendita di
crescere più velocemente, le monache, come anche altre congregazioni
religiose, tenderanno sempre più, nel corso del XVIII secolo, a non stipu-
lare contratti a vita o alla terza generazione ma a prediligere contratti più
brevi. L’enfiteusi perpetua garantiva, infatti, al proprietario un’entrata
vitalizia ma non teneva conto, al contrario, dato che solo raramente il
canone subiva variazioni, dell’inflazione, cioè dell’aumento di valore delle
case e degli affitti.
     Nel quadro di un’economia maggiormente mobile che avrebbe pre-
visto un più rapido passaggio da un affittuario all’altro, le monache, che
solo in parte avevano risentito delle spese effettuate per la costruzione del
nuovo monastero, avvertono l’esigenza di avvalersi di validi amministrato-
ri. A questo proposito affidano la gestione del loro patrimonio all’esattore
Angelo Germisoni, al quale subentrerà, nel , il consanguineo Fran-
cesco. La presenza di due membri della stessa famiglia al servizio delle
clarisse per più di vent’anni è certamente legata alla capacità, da questi
dimostrata, nel risanare lo stato economico del convento attraverso un
accurato controllo delle rendite generali e della contabilità.
     Nel Settecento la figura dell’esattore risulta, inoltre, legata a doppio
filo alle vicende riguardanti gli immobili. A lui si dovevano rivolgere i
pigionanti o i locatari nel caso in cui avessero voluto ottenere la licenza
per eseguire opere di miglioramento nelle case a loro affittate. Tra i
numerosi compiti dell’esattore era annoverato, infatti, anche quello di
recarsi, insieme all’architetto, a valutare la tipologia e l’entità dei lavori
che avrebbero dovuto compiersi in un immobile o in una delle tenute pos-
seduti dal monastero. Dopo il sopralluogo, all’architetto spettava, infine,
l’ingrato compito di presentare al vaglio della Congregazione economica
il resoconto degli interventi da effettuarsi. Bisogna considerare inoltre
che, nel corso del XVIII secolo, anche a causa della relativa mobilità degli
affittuari, il monastero avverte sempre più l’esigenza di far eseguire ai
suoi architetti, oltre alla manutenzione ordinaria negli immobili locati,
soprattutto quegli «acconcimi» che, in molti casi, si rivelavano necessari
allorché una casa passava da un affittuario vecchio ad uno nuovo. Anche
in questa circostanza la «nota» dei lavori era concordata dall’architetto
con l’esattore.
     La documentazione che, come abbiamo visto, fornisce dati impor-
tanti tanto sugli architetti quanto sugli economi, riporta, inoltre, notizie
riguardo agli artisti e artigiani operanti, nel corso del XVIII secolo, per San
Silvestro in Capite. Dalle carte consultate emerge, infatti, la presenza di
un nutrito gruppo di maestranze che lavorano, a volte anche per lungo
tempo, al servizio delle monache. All’alternanza degli architetti sembra

                                      
                          SABINA CARBONARA POMPEI



corrispondere, invece, per gli artigiani una continuità di carattere fa-
miliare. È il caso, per esempio, dei capomastri muratori Rossi e Alfieri,
nonché della genìa di «imbiancatori» Ielmoni. A Paolo Rossi, attivo
soprattutto negli anni Quaranta del secolo, subentrerà, infatti, il figlio
Pietro. Lo stesso avverrà per Domenico Alfieri e Antonio Ielmoni, ai
quali succederanno rispettivamente Pietro Paolo e Gregorio.
     Un avvicendamento tra consanguinei si riscontra, infine, anche per
i falegnami Cianelli e i «vetrari» Pierantoni. Gregorio Cianelli, figlio del
falegname Francesco e presente nei cantieri delle clarisse già dall’epoca
di De Marchis, sarà sostituito dal figlio Giuseppe e poi dal nipote Pie-
tro, mentre a Nicola Pierantoni, attivo ancora nel , subentrerà,
nello stesso anno, il figlio Saverio. Un’analoga successione familiare si
riscontra, nel caso di Pietro Rossi, anche per quanto riguarda il contratto
di affitto, ascendente alla somma di  scudi annui, della cava di tufo
nella tenuta di «Ponte Lamentano». Da un atto notarile del  settembre
 risulta, infatti, che il muratore subentra al padre, ormai morto, nella
gestione della suddetta cava.
     La documentazione riferisce inoltre che, in più di un’occasione, le
maestranze ebbero in locazione alcune botteghe o appartamenti ubicati
nelle case spettanti al vasto patrimonio immobiliare del convento. Tra gli
artigiani che risultano affittuari delle monache ricordiamo ancora Paolo
Rossi e Gregorio Cianelli. Dai libri di Entrata, et Uscita Generale Econo-
mica, risulta che il muratore aveva in affitto una «bottega con palchetto»
su via Frattina, mentre il falegname era affittuario di una «bottega con
palchetto» appartenente alla casa n. , ubicata nella strada che portava a
Sant’Andrea delle Fratte, nonché di una rimessa con stalletta «smembrata
dalla» casa n.  e , sempre nella stessa via.

                                    
               L’attività di Carlo Murena e Pietro Torelli

Rispetto alla prima metà del secolo, dagli anni Cinquanta in poi non
vengono eseguiti lavori di rilievo nella chiesa e nel monastero ma è docu-
mentata, tuttavia, la presenza, al servizio delle monache, di alcuni profes-
sionisti di comprovata esperienza come Carlo Murena, allievo prediletto
di Luigi Vanvitelli, e Pietro Torelli, allievo e collaboratore di Gerolamo
Theodoli. È probabile che il nesso tra Murena e le clarisse sia stato Ur-
bano Vanvitelli, fratello di Luigi, che abitava in una casa di proprietà del
convento su piazza di San Silvestro. Non si può escludere, inoltre, che il
tramite tra l’architetto e la Congregazione religiosa sia riconducibile alla
figura di monsignor Antonio Riganti, anch’egli affittuario delle monache,
nonché legato da rapporti professionali con Vanvitelli e Murena.

                                    
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



     Nel  Carlo Murena subentra a Tommaso De Marchis. Nei ver-
bali delle assemblee della Congregazione economica la presenza di De
Marchis è, infatti, attestata fino al  giugno , mentre a partire dal 
maggio  è indicato, tra i partecipanti, Carlo Murena. All’epoca in
cui l’architetto è al servizio delle clarisse i lavori nel complesso monastico
sono, come si è detto, già terminati e a lui spetta, in sostanza, il compito
di vigilare sui diversi interventi di manutenzione che vengono compiuti,
di volta in volta, sugli immobili posseduti dalle monache, dentro e fuori
le mura della città. Nella seconda metà del XVIII secolo, sono, infatti,
pochissime le occasioni in cui Murena si trova realmente a costruire ex
novo. Tra il  e il  la sua firma compare in calce a numerosi conti
delle maestranze ma non sono presenti disegni che attestino una sua
effettiva attività progettuale.
     Fra gli interventi più importanti, classificabili tra quelli di straordina-
ria manutenzione, ricordiamo, nel , i lavori «per riattare» e, in parte,
ingrandire la casa che, l’anno precedente, si era incendiata, «incontro» al
monastero, «dove abitava» Carlo Porta. Per le operazioni di “restauro”
viene designato il capomastro muratore Pietro Rossi, attivo in altri cantieri
diretti da Murena. Alcuni lavori sono, invece, demandati allo scalpellino
Domenico De Angelis e al falegname Gregorio Cianelli, già operante per
le clarisse dai tempi del De Marchis. Da un Conto e Misura del suddetto
capomastro falegname sappiamo che Murena interviene in una casa con
un piano «de sottotetti», un appartamento nobile, in cui alcune stanze
fanno «cantone» verso la piazza, e mezzanini sottostanti. Nell’edificio,
i cui piani sono collegati da una scala interna, si trovano una dispensa e
alcune rimesse al piano terra. Una delle rimesse è adiacente al cortile
del canonico Ancaiani.
     Fra le case delle clarisse che risultano interessate da «riattamenti» più
consistenti si segnala quella dove va ad abitare monsignor Riganti. Anche
in questa circostanza i lavori sono compiuti seguendo le disposizioni di
Murena. La casa che ha, come l’altra appena descritta, mezzanini con
soffitta sopra l’appartamento nobile presenta, anch’essa, alcune stanze
di «cantone verso la piazza». Nella relazione del «verniciaro», datata 
agosto  e sottoscritta, entro l’anno, da Murena, sono indicati la scala
«grande» che scende dall’appartamento nobile al piano terra, la stalla, i
giardini e il cortile, con fontana, dove è allogato il magazzino.
     Negli anni successivi non sono documentati interventi di rilievo
negli immobili delle clarisse e, pertanto, il compito di Murena è ancora
quello di tarare e verificare i conti presentati dalle maestranze, nonché
di assistere allo svolgersi dei lavori che venivano compiuti. In realtà la
vasta competenza professionale acquisita, nel corso del tempo, in cam-
po architettonico e nell’ambito dell’ingegneria idraulica gli permette di

                                      
                           SABINA CARBONARA POMPEI



provvedere anche ai diversi problemi, di natura idrica e fognaria, che si
presentavano di volta in volta.
     Morto improvvisamente Murena, nel maggio del , le monache
si trovano costrette a nominare un nuovo architetto per servizio del loro
monastero. La scelta ricade su Pietro Torelli, stretto collaboratore di
Gerolamo Theodoli nei cantieri di Vicovaro (-) e di Santa Maria
in Montesanto (). Il ruolo di Torelli sembra essere, come per gli
architetti che lo avevano preceduto, quello di sovraintendere ai lavori
nelle proprietà delle monache. Negli ultimi quarant’anni del secolo, il
patrimonio immobiliare è, infatti, ancora una fondamentale risorsa eco-
nomica oltre che una significativa forma di investimento per le clarisse. A
Torelli spetta l’incarico di controllare i conti delle maestranze ma anche
di stabilire l’effettivo valore degli immobili delle monache. Nel  egli si
reca, infatti, ad «esaminare» ed «apprezzare» alcune case del monastero
poste in via Borgognona con lo scopo di valutare il loro valore intrinseco
nonché di assegnar loro il «peso di un canone».
     All’epoca in cui è attivo per San Silvestro in Capite, Torelli riceve
uno stipendio fisso cui si potevano aggiungere altri pagamenti nel caso
in cui egli fosse stato impegnato in una «straordinaria ricognizione».
Dal Registro dei Mandati del monastero risulta, infatti, che all’architetto
devono essere versati  scudi per una ricognizione e perizia fatte, nel
marzo , in occasione della «Causa contro li Sig.ri Rosci già Enfiteoti
del Castello di Bagnolo». Le “Risoluzioni” delle Congregazioni di San
Silvestro in Capite testimoniano, inoltre, che tra i doveri dell’architetto
era compreso anche quello di tenere i rapporti con le maestranze, con il
Tribunale delle Strade, ma anche con il «Presidente delle Acque», al quale
era inevitabilmente necessario rivolgersi per risolvere, in tempi rapidi, i
problemi idrici riguardanti il convento o gli altri immobili delle clarisse.
Alla luce di quanto finora esemplificato, si può affermare che Torelli, al
pari di Murena, svolge un’attività più da perito che da progettista. Ciò
non è tanto imputabile agli architetti, quanto piuttosto al fatto che, come
emerso dai documenti, le monache di San Silvestro non effettuano,
nella seconda metà del XVIII secolo, molte opere di riedificazioni né, so-
prattutto, sembrano intenzionate a commissionare interventi ex novo, in
cui, come è ovvio, sarebbe stato necessario un apporto più significativo
da parte dell’architetto.
     Le clarisse scelgono di avvalersi di validi professionisti ma, in realtà,
non li coinvolgono, al contrario di altre congregazione religiose romane,
in opere per nuove costruzioni. Il loro scopo primario è, infatti, quello
di salvaguardare il ricco patrimonio immobiliare, ereditato dai secoli pre-
cedenti, e di intervenire, qualora necessario, con lavori di riedificazione,
come, ad esempio, nella casa incendiata di Carlo Porta, o piuttosto con

                                     
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



accorpamenti di due o più unità edilizie per ampliare i singoli apparta-
menti. L’attività degli architetti risulta pertanto strettamente legata alla
politica economica delle religiose tesa, a quanto pare, ad accrescere, col
minore investimento possibile, la rendita immobiliare. Quando, infatti, le
clarisse concedevano agli affittuari il permesso di sopraelevare gli edifici a
loro locati, predisponevano, nel contempo, l’assistenza, sul posto, da parte
del loro architetto. Analogamente, nel momento in cui una casa rimaneva
sfitta, il convento solitamente ordinava che l’architetto sovraintendesse
alle opere di ristrutturazione. Tali lavori, non sempre necessari, potevano
consistere in una semplice rimbiancatura delle pareti o in interventi più
impegnativi che avrebbero potuto, in parte, anche coinvolgere la distri-
buzioni interna degli immobili.
     L’alternarsi di interventi di questo tipo nel corso del Settecento, come
anche le trasformazioni avvenute nei secoli successivi, non rende facile
oggi distinguere, negli immobili appartenuti alle clarisse, il linguaggio di
un architetto dall’altro.
     Rispetto ad altri professionisti dell’epoca, come Francesco Rosa, Fer-
dinando Fuga e Giovanni Stern, che realizzeranno, caratterizzandoli con
un lessico personale, nuovi casamenti d’affitto, nel caso degli architetti
di San Silvestro il discorso è più complesso. Si può, infatti, riconoscere
sulle facciate di alcuni edifici la presenza di elementi formali tipicamente
settecenteschi, come, ad esempio, le cornici delle finestre nella casa n. 
in via Condotti, ma è difficile, ad oggi, in mancanza di precisi dati docu-
mentari e grafici, attribuire con certezza un prospetto ad un architetto
invece che ad un altro. Solo il ritrovamento, nel fondo di San Silvestro
in Capite, di disegni o progetti settecenteschi potrebbe definitivamente
risolvere la questione, permettendo un’adeguata identificazione della
mano dell’uno o dell’altro.

                                  
      Gli architetti e misuratori operanti tra gli anni Settanta
           del Settecento e i primi del secolo successivo:
Matteo Torelli, Nicola Giansimoni, Pietro Salandri e Antonio Taddei

Negli ultimi anni della vita Torelli alternerà l’attività per le clarisse a
quella per il Tribunale delle Strade al servizio del quale lavora fino alla
morte, avvenuta molto probabilmente nel . In quello stesso anno,
infatti, Pietro non compare più nella contabilità di San Silvestro in Capite
ma, al suo posto, è indicato il figlio Matteo. Nonostante il fatto che nei
Registri dei Mandati di pagamento Matteo sia documentato, a partire dal
, come architetto del monastero, nelle Giustificazioni, tuttavia, non
è lui a sottoscrivere e a verificare i conti e i lavori delle maestranze, ma il

                                      
                          SABINA CARBONARA POMPEI



suo maestro Nicola Giansimoni, il cui nome, al contrario, non compare
nei Registri. La presenza di Giansimoni, finora non rilevata dagli studi
esistenti, apre alcune questioni che meritano una breve riflessione. È
possibile ritenere che l’attività svolta, nel medesimo periodo, da Torelli
e Giansimoni sia forse spiegabile con l’ipotesi che il giovane architetto
sia entrato al servizio del monastero per sostituire il padre ma, soprat-
tutto, col compito di assistere il maestro che, a rigor di logica, doveva
ricoprire il ruolo di primo architetto. Va considerato tuttavia che, non
risultando pagamenti a Giansimoni per le sue «provisioni», è possibile
che l’unico architetto stipendiato regolarmente dalle monache fosse in
realtà il Torelli, mentre il primo, invece, potrebbe aver assunto il ruolo,
forse per incompatibilità con altri incarichi ottenuti precedentemente,
di consulente “esterno”, con la mansione però, come si è detto, di tarare
e sottoscrivere i conti. La fase in cui Giansimoni opera al servizio del
monastero è testimoniata non solo nelle Giustificazioni ma anche in altre
carte, tra il  e il . Il verbale della riunione della Congregazione
del  luglio  riferisce, infatti, che era stato stabilito che, il lunedì
seguente, fosse effettuato, alla presenza del marchese Raggi e del conte
Rita (deputati), «un accesso» ad opera degli architetti «Giansimone»,
«Camporesi» e del muratore Pietro Rossi, al fine di trovare una solu-
zione per risolvere il «danno che minaccia una parte» della fabbrica del
monastero. Nel  Giansimoni è inoltre indicato come architetto «per
parte» del monastero, in occasione di un congresso tenutosi fra i deputati
Benetti e Rita, accompagnati dall’avvocato Bobbio, e il signor Priori, di-
fensore di Loreto Groppelli, per risolvere uno spiacevole problema che
si era venuto a creare a causa del fatto che questi, in quanto vicino delle
clarisse, avesse usato a suo piacimento l’acqua del monastero.
     All’epoca del suo incarico per le clarisse, Giansimoni, che in quegli
stessi anni era già considerato uno dei più celebri architetti di Roma
ed aveva ottenuto riconoscimenti dall’Accademia di san Luca e dalla
Compagnia di san Giuseppe, non si esime dal ricoprire il ruolo di veri-
ficatore di conti nonché, all’occasione, di semplice direttore dei lavori.
Nel  è, infatti, quasi certamente lui a sovrintendere alla realizzazione
«di nuovo» di due rimesse e del «Lavatore» nel cortile del palazzo «ac-
canto la Ostaria della Barcaccia». Infine, come già notato, viene sempre
consultato dalle clarisse per risolvere i problemi direttamente riguardanti
l’edificio del monastero.
     La presenza, inoltre, di resoconti delle maestranze particolarmente
dettagliati permette di individuare la tipologia dei lavori, di ordinaria ma-
nutenzione, che vengono eseguiti a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta
del XVIII secolo. All’opera dell’«imbiancatore», cui spettava il consueto
compito di ridipingere le pareti delle stanze degli appartamenti affittati,

                                    
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



si accompagnava quella dello scalpellino, il quale, in più occasioni, ripara
i camini e i banconi delle botteghe, nonché le «soglie» di peperino.
     Il grosso degli interventi, tuttavia, sembra riguardare l’opera dei
muratori. In diversi immobili vengono, infatti, rimurati i mattoni, creati
nuovi vani, «scopati» e «rivoltati» i tetti e stuccate le crepe sui muri. Si
sostituiscono, inoltre, all’occorrenza, i «telari» delle finestre e i pavi-
menti.
     A partire dal  i conti non sono più tarati e sottoscritti da Giansi-
moni, ma da Matteo Torelli e Francesco Belli. Ai due architetti spetta
il consueto compito di sorvegliare lo svolgersi dei lavori negli immobili
delle monache, nonché di recarsi con il deputato «fabricere» a verificare
le condizioni delle tenute. Nel settembre  viene, infatti, concessa al
conte Rita, in qualità di «fabricere», la «facoltà» di recarsi alla tenuta di
Bagnolo non solo in compagnia del Torelli, ma anche con l’architetto
Francesco Belli o, eventualmente, con un altro «che egli crederà a pro-
posito». Questo atteggiamento sembra evidenziare la volontà, da parte
della Congregazione economica, di avvalersi anche di periti esterni da
affiancare all’architetto del monastero.
     Le “Risoluzioni” delle Congregazioni rappresentano un serbatoio
prezioso di informazioni per analizzare i rapporti tra architetti e con-
gregazioni e più volte se ne è fatto uso nel corso di questa esposizione;
esse, infatti, oltre ad attestare i nomi degli architetti e delle maestranze
operanti al servizio delle clarisse, forniscono indizi rivelatori sulle loro
capacità professionali, come anche sull’effettiva considerazione che essi
riscuotevano da parte dell’amministrazione religiosa. A questo proposito
la relazione del «congresso» del  giugno  riferisce che, in quella
sede, viene disapprovato l’operato del capomastro Pietro Rossi e, nel
contempo, si conferma la decisione di licenziare, per alcune inadempienze
riscontrate, l’architetto Torelli. Secondo il marchese Rondinini, che
ricopriva all’epoca la carica di deputato «Fabbricere», il capomastro
aveva commesso, in occasione dei lavori alla casa posta a Monte d’Oro,
«varie mancanze a danno del monastero» ed era risultato, tra l’altro,
«difettoso» anche in altri cantieri. Nei confronti di Torelli, il Rondinini
si dimostra ancora più severo. Per il marchese, infatti, l’architetto aveva
contribuito «poco ai vantaggi» del monastero ed era pertanto inevitabile
il suo immediato licenziamento. La Congregazione decide, infine, che per
il futuro non venga più scelto, per servire il monastero, un vero e proprio
architetto ma, al contrario, sia nominato un «misuratore», destinato ad
operare alle dirette dipendenze del Rondinini.
     In sostituzione di Torelli è chiamato, in via provvisoria, Pietro Sa-
landri, misuratore «di professione» e conosciuto personalmente dal
marchese Rondinini. Il compito di Salandri è quello di misurare e tarare

                                      
                           SABINA CARBONARA POMPEI



i numerosi conti arretrati e non verificati dal passato architetto. Per
quanto riguarda i lavori futuri, il Salandri non potrà più avere, come era
stato per i professionisti che l’avevano preceduto, libertà di azione ma
sarà, invece, costretto ad agire «dipendentemente in tutto e per tutto»
dal marchese Rondinini che risulterà, tra l’altro, l’effettivo direttore dei
lavori. I documenti riferiscono che la retribuzione del misuratore «non
sarà che l’uno per cento sulla tara de’ conti, esclusi tutti i regali e rico-
gnizioni che aveva l’Architetto». Al Salandri spetterà, inoltre, l’obbligo
di pagare all’esattore delle religiose «l’intera tara del due per cento nei
lavori di città e del tre in quei di campagna». Nel caso in cui, per i lavori in
campagna, il monastero avrà «esatto il tre per cento» dovrà corrispondere
al misuratore la percentuale dell’,% invece che dell’%.
    Le scelte della Congregazione sembrano avere, anche in questa
circostanza, un’implicita motivazione economica. È possibile, infatti,
che le monache e i deputati abbiano ritenuto inadeguate le qualità e le
prestazioni professionali di Torelli ma è, tuttavia, molto più probabile
che abbiano reputato vantaggioso licenziare l’architetto per potersi av-
valere, in sua vece, di un tecnico che si dimostrasse, in quanto semplice
esperto di misurazione, meno pretenzioso di un professionista, cosciente
del proprio ruolo di progettista, del livello di Murena o di De Marchis.
Questa linea di condotta viene perseguita dalle monache anche negli anni
successivi. Nel , quando risulta ancora stipendiato Pietro Salandri, è
infatti attivo per le clarisse anche il semisconosciuto Antonio Taddei,
operante, in quegli anni, come misuratore del Tribunale della Strade
nonché in qualità di perito dei Canonici regolari lateranensi.
    La presenza di due tecnici al servizio delle religiose, che potrebbe
giustamente far pensare ad una spesa aggiuntiva a carico delle finanze
monastiche anziché ad una precisa politica per contenere i costi, sembra
giustificata dal fatto che il Taddei ricopre, almeno nel periodo iniziale, il
ruolo di aiutante, non percependo, per il suo lavoro, alcun compenso.
Secondo i documenti è lui a verificare, dal , lo svolgersi degli inter-
venti di manutenzione e di restauro che si eseguivano occasionalmente
nel monastero, nella chiesa e nelle proprietà situate extra moenia. Per
quanto riguarda gli immobili ubicati all’interno della città, responsabile
è invece sempre il Salandri. Dal  Taddei risulta essere l’unico tecnico
stipendiato dalle monache.
    Da quanto finora esemplificato, si può osservare come, alla fine del
XVIII secolo, le clarisse, costrette ad occuparsi di un patrimonio cospicuo
e, nel contempo, dispendioso, sembrino agire privilegiando la “quanti-
tà” rispetto alla “qualità”. Considerate, infatti, sia l’ingente spesa per il
mantenimento degli immobili sia l’entità degli interventi che, il più delle
volte, risultavano essere di ordinaria manutenzione, le clarisse si vedono

                                      
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



obbligate, a differenza del passato, ad avvalersi, oltre che del “misurato-
re” in carica, anche di un secondo tecnico, in grado di svolgere, pur se
pagato poco o addirittura senza compenso, una parte delle faticose ed
impegnative operazioni di verifica e taratura dei lavori delle maestranze.
Questo modo di agire porterà le monache a rinunciare inevitabilmente,
considerata la limitata esperienza professionale delle personalità scelte,
alla “qualità” architettonica. La necessità di contenere sempre più le spese
appare evidenziata anche nei verbali delle congregazioni successive.
      Se per tutto il XVIII secolo le clarisse, come risulta dai libri dei Bilanci,
possono vantare una buona condizione economica, nel dicembre ,
invece, la casa conventuale si trova in difficili condizioni finanziarie a causa
della «gravosa spesa» che, «al presente», soffre per il «mantenimento
degl’Individui che la compongono», la quale non risulta bilanciata dalle
rendite percepite, inferiori di circa . scudi rispetto alle spese sostenu-
te. La difficile situazione economica aveva un’origine precisa: risaliva al
, anno in cui l’amministrazione di San Silvestro in Capite si era trovata
costretta, dal governo francese, a «creare la somma di scudi  e bajocchi
» di debiti fruttiferi per supplire alle nuove contribuzioni che gli erano
state imposte. Se a questo si aggiungono altri . scudi e  bajocchi di
«debiti secchi», le finanze del monastero risultano gravate, nel dicembre
del , di una somma ascendente a . scudi e  bajocchi. Tenuti
presenti questi dati allarmanti, le clarisse, che nel  avevano accolto
presso di loro anche un gruppo di monache barberine evacuate dal loro
monastero, stabiliscono per l’anno seguente un piano economico forte-
mente restrittivo. Viene, infatti, raccomandato all’esattore e all’architetto
di usare la massima cautela «nell’ordinare gli Acconcimj per le case» e
di non permettere la realizzazione di «cose voluttuose per compiacere
i Pigionanti». Se tali regole, infine, non verranno rispettate, entrambi
saranno «soggetti ad un rincontro», da parte di un perito esterno.
      La situazione economica, resa difficile dai numerosi debiti accumulati,
è ulteriormente aggravata dall’operato dell’esattore Camillo Greco il
quale, anziché impegnarsi a risanare le finanze del monastero, pensa bene
di truffare le monache. A questo punto, risultando il Greco debitore di
una cospicua somma, viene stabilito dalla congregazione del  maggio
 di sospenderlo dal suo «officio» di esattore e di nominare, al suo
posto, come «perito computista», Giovanni Sala. Nonostante le solu-
zioni drastiche adottate dalle clarisse, si può dire che l’avvento del XIX
secolo segni la fine della potenza economica e sociale di questa comunità
religiosa. Ciò anche a causa della nuova e lunga dominazione francese
che indebolirà profondamente le comunità religiose presenti in Roma,
privandole del ricco patrimonio immobiliare al quale per secoli avevano
legato la loro sopravvivenza.

                                         
                                  SABINA CARBONARA POMPEI



                                             Note

      . Tale indagine rappresenta un primo contributo di una più ampia ricerca sul fondo
delle clarisse in corso di prossima pubblicazione.
      . Nell’archivio sono conservati gli atti relativi ai beni urbani posseduti dalle monache
(dal  al ), nonché le apoche di locazione relative al XVII e al XVIII secolo; ASR, CFSSC,
b. /, b. /.
      . M. Caffiero, Istituzioni, forme e usi del sacro, in G. Ciucci (a cura di), Roma mo-
derna, Laterza, Roma , p. . Sui monasteri femminili romani cfr. la bibliografia alla
n  di p. .
      . Sulle proprietà di San Silvestro e sui catasti ecclesiastici nella zona del Tridente,
cfr. F. Bilancia, S. Polito, Fonti di archivio per una storia edilizia di Roma, I, I libri delle
case dal ’ al ’: forma e esperienza della città, in “Controspazio”, IX, , pp. - e,
degli stessi autori, Documenti catastali, pp. - e Analisi tipologica, pp. -, in P.
Portoghesi, Roma nel Rinascimento, Electa, Milano ; sulla chiesa cfr. C. La Bella, San
Silvestro in Capite, Istituto nazionale di Studi romani, Roma .
      . Tra i beni rustici sono ricordati: la Tenuta di Bagnolo e i possedimenti di Canepi-
na, Cornazzano, Montopoli, Nepi, Sutri, Poli, Ponzano, Tivoli, Vallerano e Vitorchiano.
Nelle proprietà «rustiche» sono indicate la tenuta di «Ponte Nomentano », la tenuta di
«Malpasso» (fuori porta «Salara») e l’orto di San Vitale a Roma.
      . La serie Eredità del materiale archivistico relativo a San Silvestro comprende i lasciti
e le donazioni dei Boffil, dei Drusolini, nonché dei Grazia e degli Odeschi.
      . Nei libri di Entrata, et uscita Generale Economica, le monache riportano lo stato
«di Debitori, e Creditori», le pigioni delle case e i debitori di esse, i canoni attivi (Frutti,
Monti camerali, baronali e fruttato delle tenute), i «Debitori canonisti», nonché i «laudemi
dovuti». Vengono, inoltre, indicati i canoni passivi, le «Tasse diverse», i legati e i pesi annui,
le spese di ogni tipo e quelle per i «Risarcimenti et acconcimi». Infine sono elencati gli
artisti creditori e gli «spiggionamenti»; ASR, CFSSC, b. , fasc. , stato -.
      . ASR, CFSSC, b. /, fasc. , -, c. .
      . Ogni volta che un affittuario subentrava ad un altro doveva riconoscere «in Do-
minum» il monastero (cfr. ivi, c. ) ed era obbligato, inoltre, a pagare il laudemio, cioè
una somma per il rinnovo del contratto enfiteutico.
      . Anche le clarisse di San Lorenzo in Panisperna, cui appartenevano le proprietà
più estese della zona, avevano iniziato, alla metà del XVII secolo, a concedere in enfiteusi
i propri terreni affinché venissero fabbricate nuove case; cfr. C. L. D’Alessandro, Roma,
Via Panisperna. Dal progetto sistino alle trasformazioni sei-settecentesche, Edizioni Kappa,
Roma , pp. -, -.
      . Secondo la forma contrattuale dell’enfiteusi, il proprietario riceveva una somma
annua dall’enfiteuta al quale spettava di diritto «la casa da lui costruita per proprio uso,
per affittarla o per venderla a proprio vantaggio». In caso di affitto (cfr. supra, n ) o di
vendita il proprietario del terreno dava il suo assenso e poteva pretendere un laudemio,
cioè una percentuale sul prezzo di vendita; cfr. M. Crocco, Roma, Via Felice. Da Sisto V a
Paolo V, Edizioni Kappa, Roma , pp. - e n  a p. .
      . Sull’edilizia privata settecentesca cfr. G. Curcio, Microanalisi della città tra Ripetta
e Trinità dei Monti: la parrocchia di San Lorenzo in Lucina, in L’Angelo e la città. La città
nel Settecento, Catalogo della mostra (Roma, Castel Sant’Angelo,  novembre- gennaio
), a cura di Ead., vol. II, Fratelli Palombi Editori, Roma , pp. -.
      . ASR, CFSSC, b. /, fasc. , cc. -.
      . Sull’attività di Bizzaccheri cfr. M. Tafuri, Carlo Francesco Bizzaccheri, in DBI, vol.
X, Roma , pp. -; N. A. Mallory, Carlo Francesco Bizzaccheri, in “Journal of the
Society of Architectural Historians”, XXXIII, , , pp. -; M. Carta, Un architetto
collezionista: Carlo Francesco Bizzaccheri, in “Paragone Arte”, XXXVI, , , pp. -
; A. Antinori, Il palazzo Muti Papazzurri ai Santi Apostoli nei secoli XVI e XVII: notizie

                                              
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



sull’attività di Giovanni Antonio de Rossi, Carlo Fontana e Carlo Francesco Bizzaccheri, in
M. Caperna (a cura di), Architettura: processualità e trasformazione, Bonsignori Editore,
Roma , pp. -.
      . Cfr. G. Bonaccorso, L’opera architettonica di Giuseppe Ferroni e le vicende costrut-
tive del convento dei Chierici Minori in via del Lavatore, in E. Debenedetti (a cura di),
Architettura città territorio, realizzazioni e teorie tra illuminismo e romanticismo, Bonsignori
Editore, Roma , pp. -.
      . Cfr. supra, n .
      . I documenti riferiscono che l’architetto aveva il compito di valutare il valore
degli immobili, ma anche di controllare gli innalzamenti e le trasformazioni degli edifici
richiesti dagli affittuari; ASR, CFSSC, b. /, reg. , cc. n.n. Tra gli interventi architettonici
compiuti da Bizzaccheri, in buona parte volti alla manutenzione degli edifici posseduti
dalle monache, va segnalata la riedificazione di una casetta nella «strada trasversale a capo
strada Borgognona verso strada Condotti». I lavori dovettero interessare «tutto l’intero
corpo di fabbrica descritto e, pur uniformandone il prospetto, non ne mutarono sostan-
zialmente il valore edilizio. Questo rimase, infatti, unico nell’isola, ad essere composto da
un solo piano»; cfr. Campo Marzio. Isola  (Scheda), n. , in Curcio, L’Angelo e la città,
cit., pp. -.
      . ASR, CFSSC, b. , catasto del  (con piante delle proprietà).
      . Sull’attività dell’architetto Rosa cfr. C. Bordi, Rosa Francesco Giuseppe, in In Urbe
Architectus. Modelli, Disegni, Misure. La professione dell’architetto a Roma -, Ca-
talogo della mostra (Roma, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo,  dicembre -
febbraio ), a cura di B. Contardi e G. Curcio, Àrgos, Roma , p. .
      . ASR, CFSSC, b. , Catasto del , c.  (sito del monastero nella prima isola).
      . Le quattro case, tre su via della Croce e una sul trasversale del Leoncino, erano state
rifabbricate dal padre di Giulio Silvaggi dopo l’acquisto dell’intera proprietà avvenuta tra
il  e il . Il consenso alla ricostruzione era stato dato dal monastero di San Silvestro,
in qualità di proprietario del sito su cui si trovavano gli immobili.
      . Il Catasto è ricordato anche nei Libri dei Decreti della Congregazione. Nel marzo 
Bizzaccheri deve essere ancora pagato; cfr. ivi, b. /, reg. ,  marzo , cc. n.n.
      . Cfr. C. Cristallini, M. Noccioli, I «Libri delle Case» di Roma. Il Catasto del Collegio
Inglese (), Edizioni Kappa, Roma ; cfr. anche A. Eula, M. C. Santarelli, I «Libri
delle Case» di Roma. I Catasti di Santa Maria in Vallicella (secc. XVI-XIX), Edizioni Kappa,
Roma ; in particolare A. Eula, I «Libri delle Case», in Eula, Santarelli, I «Libri delle
Case», cit., pp. -.
      . Cfr. E. Zerella, Gli interventi seicenteschi e settecenteschi nella chiesa romana di
San Silvestro in Capite, tesi di laurea, Sapienza Università di Roma, Facoltà di Architettura
“Valle Giulia”, a.a. -, p. ; dai documenti risulta, inoltre, che nel  le monache
avevano venduto una loro casa a Bizzaccheri; cfr. ASR, CFSSC, b. , “Rubrichella dello
stato di tutti luoghi de’ Monti”.
      . Sul contenzioso tra architetti e committenti cfr. P. Ferraris, Il contenzioso legale
tra architetti e committenti, in In Urbe Architectus, cit., pp. -.
      . ASR, Camerale III, Chiese e Monasteri, b. , fasc.  (relativo a San Silvestro in
Capite). Secondo De Marchis erano presenti, nell’archivio del monastero, alcuni disegni
( pezzi) in «foglio di carta imperiale», sciolti e non legati in libro, con piante e prospetti
delle case ed altri «consimili» disegni «delineati in foglio di carta reale», legati in libro
senza copertina, «che formano il catasto delle case, distinti con l’indicazione e numeri
corrispondenti alle medesime case». Confrontando i disegni sciolti con quelli rilegati,
l’architetto aveva notato che mancava «per compimento delle case in corrispondenza del
catasto più piccolo in foglio imperiale» la pianta del monastero e di altri edifici corrispon-
denti a «pezzi n° » nonché non erano riportati, in alcuni, piante e prospetti ( pezzi),
l’indice del luogo, il numero e l’indicazione dei confini.
      . Ibid.


                                               
                                   SABINA CARBONARA POMPEI



      . ASR, CFSSC, b. /; cfr. anche b. /.
      . ASR, Camerale III, Chiese e Monasteri, b. , fasc.  (relativo a San Silvestro in
Capite).
      . Ibid.
      . Sulla figura di Cesare Giuseppe Bianchi, indicato anche come estensore del catasto
di Santa Cecilia in Trestevere, cfr. A. Marino, I «Libri delle Case» di Roma. Il Catasto del
Monastero di Santa Cecilia in Trastevere (), Edizioni Kappa, Roma , pp. -; cfr.
anche p. , n .
      . ASR, Camerale III, Chiese e Monasteri, b. , fasc.  (relativo a San Silvestro in
Capite), “Copia delle partite accordate al Sig.re Cesare Bianchi per il nuovo archivio fatto
nel Ven. Monastero di San Silvestro de Capite”.
      . ASR, CFSSC, b. /.
      . ASR, Camerale III, Chiese e Monasteri, b. , fasc.  (relativo a San Silvestro in
Capite), “Copia delle partite accordate al Sig.re Cesare Bianchi”, cit.
      . L’esecuzione delle piante e degli alzati è, come sottolineato da Angela Marino
riguardo al catasto del monastero di Santa Cecilia in Trastevere, un dato tecnico «che esula
dalle competenze del Bianchi». All’archivista spetta probabilmente «qualche compito di
confine fra scrittura e disegno»; cfr. Marino, I «Libri delle case», cit., p. , p. , n .
      . A. Pugliese, N. Bernacchio, Perizie e disegni di Martino Longhi il Vecchio, Sebastiano
Cipriani, Carlo Francesco Bizzacheri, Carlo Fontana per la Casa e Torre Secura nel rione
Monti a Roma, estratto dal “Bollettino d’Arte”, n. , , pp. -.
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. /, reg. , -,  marzo , cc. n.n. I documenti
riferiscono che dopo l’elezione di Canevari «sopravvenne» l’ordine «di Nostro Signore»
affinché si eleggesse, al posto del primo, l’architetto Specchi.
      . Sull’attività di Specchi cfr. T. Manfredi, Specchi, Alessandro, in In Urbe Architectus,
cit., pp. -; cfr. anche G. Spagnesi, Alessandro Specchi. Alternativa al borrominismo,
Marsilio, Venezia .
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. /, reg. , -,  marzo , cc. n.n.
      . ASR, CFSSC, b. /, “Misura e stima” del  aprile .
      . Specchi muore nel novembre  e, poco dopo, è nominato come suo erede
Tommaso De Marchis.
      . Cfr. S. Carbonara Pompei, Assonanze e dissonanze nell’architettura settecentesca
romana: Tommaso De Marchis, Carlo Murena e Giovanni Antinori, in “Annali della Pon-
tificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon”, VII, , p.
 e, in particolare, n , p.  (con bibliografia).
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. , fasc. -, in particolare conti n. , n. , n.  e n.  nel
fasc. ; cfr. anche la b. .
      . Ivi, b. / , cc. sciolte.
      . Ibid.
      . Il capomastro muratore responsabile del cantiere del monastero è P. P. Alfieri (al
quale succederà poi P. Rossi), mentre i falegnami sono G. Preti e G. Cianelli (supra, n ).
      . Dall’indagine documentaria sugli Stati delle Anime è emerso che, tra il  e il ,
l’architetto De Marchis è residente nel territorio spettante alla parrocchia di Santa Maria
in Via poi in quello relativo a San Lorenzo in Lucina e, più tardi, nuovamente nella zona
di Santa Maria in Via. Nel  è indicato insieme ai fratelli Francesco, anch’egli architetto,
e Anna in una casa su via del Corso (dal lato destro) verso San Lorenzo in Lucina; cfr.
A. Pampalone, Parrocchia di San Lorenzo in Lucina, Rione Colonna, in E. Debenedetti
(a cura di), Artisti e Artigiani a Roma, II, Dagli stati delle Anime del , , , ,
Bonsignori Editore, Roma , p. , nn - a p. .
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. , fasc. , c.  e c.  (case nn. - nonché due porzioni
di orto).
      . Sulla rendita fondiaria ed edilizia cfr. Crocco, Roma, Via Felice, cit., pp. -
(con bibliografia).


                                               
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



      . Cfr. ASR, CFSSC, b. /, fasc. , c. . Nel novembre , a Germisoni suben-
trerà Pietro Fabbrica; cfr. ivi, fasc. , c. r.
      . La Congregazione economica era solitamente composta dal monsignore «Prelato»
(tesoriere), dalla badessa, dalla vicaria, da quattro deputati, nonché dai curiali e da alcuni
ministri; al riguardo cfr. anche G. Carletti, Memorie istorico-critiche della Chiesa e Monastero
di San Silvestro in Capite, Stamperia Pilucchi Cracas, Roma .
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. /, fasc. , cc. - (consesso del  maggio ). Nel
verbale della Congregazione viene ricordata la relazione «fatta» da De Marchis l’ luglio
 (l’architetto aveva espresso il suo parere riguardo al “Memoriale” presentato da
Nicola Danieli per ottenere la licenza di realizzare due soffitte nella casa da lui abitata in
via della Vite).
      . Ivi, cc. -.
      . ASR, CFSSC, b. , reg. , anno , cc. n.n.: è indicato più di una volta l’imbian-
catore Antonio Ielmoni, attivo fino agli anni Sessanta; reg. , c. , n. ,  settembre
 (Gregorio Ielmoni).
      . ASR, CFSSC, b. /, cc. sciolte.
      . Ibid.
      . Ivi, b. , reg. , c. , n. , c.  ( settembre ), n.  e c. , n. ; cfr.
anche ivi, b. , fasc. , anno .
      . Sulla famiglia Cianelli cfr. Pampalone, Parrocchia di San Lorenzo in Lucina, cit.,
p. , p. , n .
      . I Registri dei Mandati di pagamento riferiscono che Gregorio è attivo fino al .
Nel dicembre del  è già morto e risulta, come suo erede e amministratore dei beni, il
figlio Giuseppe; cfr. ASR, CFSSC, b. , reg. , c. , n. ,  dicembre ; cfr. anche
c. , n. ,  aprile .
      . Ivi, c. , n. ,  luglio  e c. , n. ,  febbraio  (Pietro Cianelli).
      . Nicola è attivo dagli anni Trenta agli anni Sessanta del XVIII secolo; cfr. ivi, reg. ,
cc. n.n., anno  e reg. , c. , n. ,  giugno ; c. , n. ,  febbraio . Negli
anni Quaranta, Nicola risulta avere una bottega in via Condotti; cfr. ASR, CFSSC, b. ,
fasc. , c. ; negli anni Sessanta, la sua bottega è, invece, indicata a piazza Borghese, nei
pressi dell’omonimo palazzo; cfr. S. Carbonara Pompei, Al crepuscolo del barocco: l’attività
romana dell’architetto Carlo Murena (-), Viella, Roma , p. .
      . ASR, CFSSC, b. , reg. , c. , n. ,  novembre . Saverio Pierantoni
sarà al servizio delle clarisse negli anni Settanta; cfr. ASR, CFSSC, b. , fasc. , n.  e
n. , anni -.
      . ASR, CFSSC, b. /, fasc. , n. , c. .
      . Cfr. ivi, n. , c.  (atto di locazione di alcune stanze, situate in un casa in via
del Gambero, per il tempo di due anni, a partire dal  dicembre , in favore dell’im-
biancatore Antonio Ielmoni).
      . Cfr. ivi, b. , fasc.  (bilanci: luglio -giugno ), c.  (Paolo Rossi); c.
 e c.  (Gregorio Cianelli).
      . Nel  il Riganti subentra a monsignor Giustiniani nella carica di segretario
della Sacra Congregazione di Loreto; cfr. F. Strazzullo, Le lettere di Luigi Vanvitelli della
Biblioteca Palatina di Caserta, vol. II, Congedo, Galatina -, n. ,  ottobre ,
pp. -. Nel  Vanvitelli si rammarica della morte del prelato; cfr. ivi, n. , 
agosto , III, pp. -.
      . ASR, CFSSC, b. /, cc. n.n.
      . Ibid.
      . J. S. Gaynor, I. Toesca, San Silvestro in Capite, Marietti, Roma , pp. -.
      . Nel settembre , Murena si reca, insieme all’agrimensore Giovanni Domenico
Rondelli, nella tenuta del monastero ubicata fuori porta Pia, tra «Prati e Monti»; cfr. ASR,
CFSSC, b. /, fasc. , -, c. r e cc. ss.
      . La casa, ubicata nella strada che dalla piazza di San Silvestro conduceva verso


                                                 
                                   SABINA CARBONARA POMPEI



la chiesa di San Giovannino, era stata «abitata» prima da De Marchis poi affittata, nel
, a Carlo Porta; cfr. ivi, fasc. , -,  dicembre , cc. v-v. Si trattava di
un tipico edificio d’affitto al cui interno si sviluppava un ampio appartamento di cinque
stanze, con mezzanino sottostante «consistente in  stanze, e cucina con una stanza per
le scale». Appartenevano allo stesso immobile un giardino, una rimessa, un’altra stanza
«terrena contigua» al giardino e due «lavatori». Nella casa «contigua», spettante sempre
al monastero, è indicato, già nel , il canonico Ancaiani.
      . Cfr. Carbonara Pompei, Al crepuscolo del barocco, cit., pp. -.
      . ASR, CFSSC, b. /, fasc. a ( gennaio , lavori del falegname Giuseppe Preti
e Gregorio Cianelli, riconosciuti dall’architetto De Marchis nell’ottobre ).
      . Sotto il primo piano si trovava un piano mezzanino con botteghe.
      . Al piano terra si aprivano anche un giardino e un cortile.
      . ASR, CFSSC, b. , fasc. , n. , conto di Ielmoni, datato  agosto . I docu-
menti riferiscono che vengono realizzati alcuni lavori, per ordine di Murena, nella «nuova
Fabricha dove è andato ad abitare» monsignor Riganti.
      . Cfr. ibid.; tra i conti, firmati da Murena, ne è conservato anche uno del doratore
Francesco Mancini per la casa di Riganti.
      . La prima studiosa a rintracciare il nome di Torelli è stata Silvia Puteo; sull’architetto
cfr. E. Da Gai, Torelli Pietro, in In Urbe Architectus, cit., p. ; cfr. inoltre S. Puteo, Torelli,
Pietro, in E. Debenedetti (a cura di), Architetti e ingegneri a confronto, III, L’immagine di
Roma fra Clemente XIII e Pio VII, Bonsignori Editore, Roma , pp. -.
      . ASR, CFSSC, b. , reg. , c. , n . . Nel giugno  viene emesso il pagamento
di  scudi in favore dello scalpellino Domenico de Angelis per «intiero pagamento» dei
lavori fatti nelle «Case e Clausura» del monastero da luglio  a dicembre , come
risulta dai «conti tarati dal Sig.re Torelli»; cfr. anche b. , fasc. ; b. , fasc. .
A Torelli spetta probabilmente la riedificazione, nell’agosto , di una casa in Campo
Marzio; cfr. ASR, Presidenza delle Strade, Lettere Patenti, reg. ,  agosto , c. r.
      . Ivi, b. /, reg. , cc. v-c. r, alla fine del documento c’è la firma di
P.Torelli.
      . Ivi, b. , reg.  e b. /, reg. , cc. n.n. (cfr. in particolare la “Risoluzione”
del  giugno ).
      . Ivi, b. /, reg. , -, cc. n.n.
      . Cfr. ASR, Presidenza delle Strade, Lettere Patenti, reg. .
      . Cfr. D. Zarilli, Le «Lettere Patenti» per le nuove costruzioni, in L’Angelo e la città,
cit., pp. -.
      . A volte venivano rifatte o realizzate ex novo le scale esterne.
      . Cfr. G. Curcio, Gli architetti borghesi e l’edilizia “ordinata” del primo Settecento
romano, in E. Debenedetti (a cura di), Roma borghese. Case e palazzetti d’affitto, II, Bonsi-
gnori Editore, Roma , pp. - (con bibliografia); cfr. anche Debenedetti, Gli architetti
borghesi e l’edilizia “conveniente” del secondo Settecento romano, in Roma borghese, cit.,
pp. - (con bibliografia).
      . Cfr. supra, n .
      . ASR, CFSSC, b. , fasc. -; sull’architetto Matteo Torelli cfr. Puteo, Torelli,
Matteo, cit., pp. 321-3.
      . Alla luce dei documenti si può dire che lo stipendio dell’architetto fosse di  scudi
ogni sei mesi. In realtà il pagamento poteva essere erogato tutto insieme o diviso in due
rate: una dopo i primi quattro mesi e un’altra per gli altri due mesi; cfr. ivi, b. , reg.
, c. , n. , gennaio-giugno , c. , n. , dicembre  e c. , n. , anno .
Nel  l’architetto riceve  scudi «per sua provisione» per quattro mesi, da gennaio ad
aprile; cfr. c. , n. ,  aprile , nonché la somma di  scudi per la sua «provisione»
di maggio e giugno; cfr. c. , n. ,  giugno .
      . Ivi, b. , fasc.  e fasc.  (l’architetto Giansimoni verifica e sottoscrive i conti
e le misura presentati dal gennaio  fino al marzo ).


                                               
 POLITICA ECONOMICA E ARCHITETTONICA DELLE CLARISSE DI SAN SILVESTRO IN CAPITE



      . Nel periodo in cui è attivo Giansimoni sono compiuti lavori di manutenzione nelle
case e nel monastero. Tra il luglio e il dicembre  viene, in particolare, «spolverato»
tutto il convento partendo dai dormitori delle converse collocati in cima all’edificio; ivi,
b. , fasc. .
      . In realtà da alcune note riportate nei volumi delle “Risoluzioni” sembrerebbe che
Giansimoni fosse stato consultato dalle clarisse già alla fine degli anni Sessanta, quando era
architetto del convento Pietro Torelli, padre di Matteo; ivi, b. /, reg. , cc. n.n.
      . Nel giugno  il conte è indicato come nuovo deputato «Fabricere»; cfr. ivi, b.
/, reg. ,  giugno ; cfr. anche ivi, b. , fasc. , n. , gennaio .
      . Si tratta probabilmente di Pietro Camporese (Roma -), padre di Giulio e
Giuseppe, anch’essi architetti. Su Pietro Camporese cfr. F. Di Marco, Pietro Camporese,
Architetto Romano -, Lythos, Roma  (con bibliografia).
      . ASR, CFSSC, b. , fasc. , -, cc. n.n., “Risoluzioni” della Congregazione
tenuta il  luglio .
      . Sull’opera di Giansimoni cfr. G. Bonaccorso, Giansimoni, Nicola, in E. Debene-
detti (a cura di), Architetti e ingegneri a confronto, I, L’immagine di Roma fra Clemente
XIII e Pio VII, Bonsignori Editore, Roma  (con bibliografia).
      . Dai documenti sappiamo che l’edificio si trovava su via Condotti.
      . ASR, CFSSC b. , fasc. , n. ,  maggio . Considerato che si trattava di un
edificio piuttosto grande, è possibile che l’architetto abbia solo ingrandito, e non costruito
ex novo, un «lavatore» e due rimesse già esistenti.
      . Sul monastero settecentesco, purtroppo irrimediabilmente trasformato nel XIX
secolo, non esiste ad oggi uno studio esaustivo. Grazie ad un conto tarato da Giansimoni
il  marzo  (cfr. ivi, b. , fasc. , conto datato  settembre  e verificato nel
marzo ) possiamo dire che in cima erano collocati i dormitori delle converse, mentre
altri dormitori erano allogati al primo piano. Tra gli ambienti del convento risultavano
anche il «salone del teatro», un loggione e il «coritore» dell’infermeria (probabilmente
quella costruita da De Marchis). Nella relazione sono, infine, ricordati i «veroni» grandi
verso la piazza, i portici che si aprivano al piano terreno, verso i giardini (a destra del
cortile), il «lavatore e le stanze scure» nonché una grande cucina. Erano presenti, inol-
tre, alcune scale, tra cui una denominata «nobile». Da una prima e circoscritta analisi
della documentazione, non sembrerebbe che Giansimoni sia intervenuto modificando
la struttura architettonica realizzata tra gli anni Trenta e Quaranta del XVIII secolo. Una
pianta del complesso conventuale e della chiesa, probabilmente riferibile al XVIII secolo,
è conservata nella Collezione Disegni e Piante, dell’Archivio di Stato di Roma; cfr. ASR,
Collezione Disegni e Piante, Collez. I, cart. , f. .
      . Negli anni Settanta (oltre alle maestranze già ricordate, cfr. supra, nn -) sono
presenti anche altri artigiani. Tra questi si ricordano il falegname Domenico Moroni, lo
scalpellino Domenico De Angelis, il muratore Pietro Stoggi (Staggi) e il verniciaro Pietro
Frosini; cfr. ASR, CFSSC, b. , fasc.  e fasc. .
      . ASR, CFSSC, b. , fasc. , n.  e n. .
      . Ivi, b. , fasc. , fasc. , lavori del muratore Pietro Stoggi (Staggi).
      . Probabilmente da identificare con l’omonimo architetto, attivo, dagli anni Set-
tanta, per l’Arciospedale di Santo Spirito in Sassia; cfr. D. Semprebene, Belli, Francesco,
in Architetti e ingegneri, I, cit., pp. -.
      . Ivi, b. , fasc. , -, “Risoluzioni” della Congregazione tenuta il 
settembre .
      . Cfr. ASR, CFSSC, b. , fasc. , cc. v-r.
      . Sull’attività di Salandri cfr. Debenedetti, Salandri, Pietro, in Ead. (a cura di),
Architetti e ingegneri, III, cit., pp. - (con bibliografia).
      . Il nome di Taddei è stato rintracciato da Diletta Zerilli; sull’attività dell’architetto;
cfr. ASR, CFSSC, b. ; D. Zerilli, Taddei, Antonio, in Debenedetti (a cura di), Architetti e
ingegneri, III, cit., pp. -; cfr. anche F. Di Marco, Camporese, Pietro, ivi, I, p. .


                                               
                               SABINA CARBONARA POMPEI



     . ASR, Canonici Regolari Lateranensi di San Pietro in Vincoli, b. . (questa busta
mi è stata indicata da Diletta Zerilli).
     . ASR, CFSSC, b. , fasc. , c. r,  gennaio .
     . Ivi, b. ; cfr. inoltre, per gli anni -, la b. .
     . Ivi, b. , cc. diverse.
     . Ivi, b. , fascicoli - (-giugno ).
     . Ivi, b. , fasc. , anni -, c. .
     . Ivi, c. .
     . Ivi, cc. -.
     . Nel  Greco aveva sostituito Simone Passerini, anch’egli licenziato dalle
monache; cfr. ivi, fasc. , c. r.
     . Ivi, b. , fasc. , c.  e c. .




                                           

				
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posted:9/2/2011
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