Docstoc

Libert Politica in

Document Sample
Libert Politica in Powered By Docstoc
					              Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                                                            Dott.ssa Maria Francesca Carnea


     Nel corso dell’età medievale il mondo avvertiva il bisogno di una spiritualità che
compensasse le tribolazioni con la speranza, alleviasse il lutto con il conforto, riscattasse la
“prosa” della fatica con la “poesia” della fede, risolvesse la brevità della vita nella continuità
ultraterrena1.
     Centro della Toscana, Firenze, organizzatasi presto in Comune, luogo naturale di
confluenza non solo commerciale e culturale, ma anche politico, attraverso la lotta interna tra
Guelfi e Ghibellini, mirante sempre a un predominio in tutta la regione e fuori, ebbe durante il
XIII- XV secolo il suo periodo d’oro: Dante, Giotto, Donatello, Leonardo, Savonarola, sono
alcune espressioni del suo splendore. Al coro di questi grandi, in pieno Trecento, si aggiunge
Caterina da Siena2 che, animata da una grande convinzione religiosa e da un alto amore per la
sua terra, si avvede del mondo “senza pace e senza luce”; sente intorno a sé il fremito della
ribellione, gli orrori della guerra, le grida d’empietà 3.
     Agli inizi del XIV secolo assistiamo poi a una gigantesca lotta per togliere a Roma la
posizione di dominio spirituale. Filippo il Bello nello sconfinato suo orgoglio e nell’odio
contro Bonifacio VIII, odio alimentato dai suoi nemici Colonna, ebbe buon gioco quando il 5
giugno 1305, dopo la breve parentesi del pontificato di Benedetto XI, fu eletto papa Bertrando
de Goth, arcivescovo di Bordeaux.
      La Cristianità, inizialmente, non sospettò nulla; vi erano stati, infatti, altri pontefici
francesi; non sospettò nemmeno nel momento in cui, invece di prendere la strada di Roma,
Clemente V si diresse verso Avignone. Tuttavia, quando nelle tre successive elezioni di
cardinali, su ventiquattro eletti, ventitré furono francesi, la Cristianità comprese il grandissimo
pericolo di spostamento della Curia pontificia oltralpe e cominciò a chiedere, con insistenza, il
rientro dei pontefici a Roma.
     La fama delle virtù straordinarie di Caterina, che chiese con vigore il ritorno del papa
nella sua città, i suoi prolungati digiuni, le comunioni quotidiane, le estasi e le Lettere4 scritte


1
    Cfr. W. Durant, da: Storia della Civiltà - Il mondo Medievale- vol. I, L’epoca della fede, tomo III, ed. Araba
      Fenice, Cuneo, 1995, p. 384.
2
    In relazione a tale periodo storico, si rinvia alle seguenti opere: A. Capecelatro, Storia di Santa Caterina da
      Siena e del Papato nel suo tempo (quinta ed.), Tip. Liturgica di S. Giovanni Deseleé, Le Febbre e Cia,
      Roma, 1886; E. Dupré-Theseider, I Papi di Avignone e la questione romana, Ed. F. le Monnier, Firenze,
      1939; E. Dupré-Theseider, Il Medioevo come periodo storico, Ed. Patron, Bologna, 1968; E. Dupré-
      Theseider, Roma dal Comune di popolo alla Signoria pontificia (1252-1377), in Storia di Roma, vol. XI, a
      cura dell’Istituto di Studi Romani, Ed. Cappelli, Bologna, 1952; L. Gatto, La Roma di Caterina, in La
      Roma di Santa Caterina da Siena, a cura di M. G. Bianco, Quad. L.U.M.S.A., Ed. Studium, Roma, 2001;
      L. Gatto, Viaggio intorno al concetto di Medioevo, Ed. Bulzoni, Roma, 1995; L. Gatto, Storia di Roma nel
      Medioevo, Roma, 1999; I. Taurisano, L’ambiente storico cateriniano – Siena, Firenze, Roma – Amatrice
      (Rieti), Scuola Tip. Dell’orf. Masch., 1934; I. Taurisano, S. Caterina da Siena, Patrona primaria d’Italia –
      la sua eroica pazienza, le sue preghiere per la Chiesa e per il Pontefice -, Libreria Ferrari, Roma, 1956; I.
      Taurisano, S.Caterina e il ritorno del Papa a Roma. Ottavario di Meditazioni in onore di S. Caterina da
      Siena, Vergine dell’Ordine di S. Domenico, presso la direzione del Rosario Memorie Domenicane, Roma
      1898.
3
    Cfr. I. Taurisano, L’ambiente …, cit., pp. 57-67.
4
    Cfr. L. Ferretti, Lettere di S. Caterina da Siena, Vergine Domenicana, tip. S. Caterina da Siena, 1918, voll. 5;
      da ora indicheremo con la sigla Lett.
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



a persone molto influenti, la sua parola ammonitrice a chi faceva il male e opprimeva le genti
e teneva il papa lontano da Roma, “scandalizzando” la Cristianità, non erano cose da
tollerarsi. Bisognava far tacere quella voce di donna, che avrebbe potuto trovare proseliti;
dopo tutto cosa importava a lei del come governavano i riformatori o i rettori del Patrimonio?;
rimanesse a pregare, ma in silenzio e ad assistere gli infermi: la politica, la riforma, la pace o
la guerra erano cose da uomini, non da donne, per cui fu mandata a Firenze a ravvedersi. Qui,
invece, la sua popolarità divenne così grande da prepararle la chiamata del 1376 e l’onore di
quella ambasceria ad Avignone da cui dipese, in parte, il ritorno del pontefice a Roma.
     Caterina si farà sentire per mezzo delle sue Lettere, oltre che da papa Gregorio XI, da
papa Urbano VI, dal re di Francia Carlo V, dal duca d’Angiò, da Giovanna I, regina di Napoli,
dal re d’Ungheria e, inoltre, da molti cardinali, vescovi, uomini di Stato, da diversi frati e
suore, da Signori, parenti, amici, artisti. Non v’era persona che riuscisse a sottrarsi al suo
ardore, alla testimonianza della sua carità, e anche ai suoi rimproveri quando erano meritati5
come avvenne per la regina di Napoli, Giovanna I, alla quale scriveva: “Non ricchezza, né
stato sì grande, né dignità mondana, né baroni né popolo, che sono vostri sudditi quanto al
corpo, vi potranno difendere dinanzi al sommo Giudice; né riparare alla divina giustizia”6.
     Il suo insegnamento è proporzionato ai diversi stadi della vicenda umana che conosce e
accetta quali sono in se stessi, sia che si tratti di una madre di famiglia, di un sacerdote, di un
gentiluomo o di un povero artigiano; richiede soltanto che ognuno sia fedele ai doveri del
proprio stato. Lo stato delle anime è più variato di quel che non siano le condizioni esteriori
della vita7 e la Santa tiene conto di ciò. Proprio a questo riguardo ci dice che “La città
dell’anima ha tre porte principali: la memoria, l’intelletto e la volontà. Il nostro creatore
permette che queste porte siano assalite e qualche volta aperte di viva forza, una sola
eccettuata, vale a dire la volontà. Spesso l’intelletto non vede che tenebre, la memoria è piena
di cose frivole e passeggere, di pensieri confusi e disonesti, i sensi sono in preda a impressioni
sregolate. La porta della volontà è così ferma che né le creature né i demoni possono aprirla,
se colui che la custodisce non lo consente. Tenete fermo adunque e l’anima vostra sarà città
sempre libera”8.
     Avendo come pochi altri viva coscienza della sua “libertà” e autonomia, Caterina si sentì
dunque, in ogni momento, parte dell’intero corpo della Cristianità, responsabile dei mali che
affliggevano la Chiesa9; si prodigò, quindi, intensamente per la riforma della stessa.
     Che cosa intendeva la Senese per riforma e rinnovamento della Chiesa? Non certamente
il sovvertimento delle sue strutture essenziali, la ribellione ai Pastori, la via libera ai carismi
personali, le arbitrarie innovazioni nel culto e nella disciplina; al contrario, ella afferma
ripetutamente che sarà resa la completa bellezza alla sposa di Cristo e si dovrà fare la riforma
“non con la guerra, ma con pace e quiete; con umili e continue orazioni, sudore e sangue dei
servi di Dio”10.
     Si tratta, quindi, di una riforma anzitutto interiore e poi esterna, ma «sempre nella
comunione e nell’obbedienza filiale verso i legittimi rappresentanti di Cristo»11.



5
     Cfr. I. Taurisano, S. Caterina e il ritorno …, cit., pp. 30-31.
6
     Lett. n. 317, alla regina di Napoli, vol. IV, pp. 434-445.
7
     Cfr. I. Taurisano, S. Caterina e il ritorno ..., cit., pp. 31; 66; 105-106.
8
     Lett. n. 313, al Conte di Fondi, vol. IV, pp. 399-409.
9
     Cfr. Adriana Cartotti Oddasso, La Santa di Fontebranda e l’obbedienza, Oss. Romano, 30 aprile 1971.
10
     Cfr. Angiolo Puccetti, S. Caterina da Siena- Il Dialogo della Divina Provvidenza -, ed. Cantagalli, Siena,
      1992; da ora indicheremo con la sigla Dial., cap.15, pp. 57-59; cap. 86, pp. 173-175.
11
     Cfr. A. Samorè, S. Caterina, la Chiesa e il Papa, quad. cateriniani, n. 4, ed. Cantagalli, Siena, 1971, p. 10.


                                                                                                                 2
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                             Maria Francesca Carnea



Inquadramento storico-sociale del medioevo

     A voler considerare la vita della Santa Senese, non solo dalle cose interiori, che di sicuro
ne abbellirono l’anima, ma anche dall’attinenza che Lei ebbe con il papato e con la società, è
necessario, anzitutto, che si guardino le condizioni del tempo in cui visse12.
     Volgendo uno sguardo alla metà del XIV secolo, un fatto che domina tutti gli
avvenimenti del tempo nella Chiesa è evidentissimo: il seggio del supremo pontificato,
dell’apostolo Pietro collocato in Roma e che da Roma imperò per quattordici secoli
sull’universo cattolico, si trovava trasferito in una città della Provenza, Avignone. Questo
fatto fu astutamente procurato da re Filippo il Bello di Francia che, sminuita la maestà di
Bonifacio VIII e del mitissimo suo successore Boccasini, papa Benedetto XI, volle di nuovo
incutere timore alla Chiesa e lo fece intromettendosi nell’elezione del pontefice successivo.
Ne uscì vincitrice, allora, la parte francese e la Chiesa ebbe come pontefice il guascone
Bertrando de Goth che trasferì la sede apostolica in Avignone.
     Gli italiani cominciarono allora a ritenere che quella fosse la “cattività babilonese” del
papato13; grandi spiriti come Dante Alighieri e, poco più tardi, Francesco Petrarca, presero a
battersi invocando il ritorno del papa in Roma che “soleva avere due soli”, il papa e
l’imperatore .
     Sotto il regno di Filippo il Bello, che aveva tenuto testa a una personalità della grandezza
di Bonifacio VIII, la soggezione di Clemente V sarà, presso a poco, totale, onde non senza
ragione è stato affermato che l’unico periodo in cui si può parlare veramente di una «cattività»
della Chiesa, è appunto il suo pontificato. Più energico fu papa Giovanni XXII che seguirà
una propria politica. Morto poi il grande monarca capetingio, segue un periodo di diminuito
prestigio francese e, difatti, papa Benedetto XII penserà seriamente di abbandonare la Francia
per tornare in Italia. Subentrano però nuovi fattori che tendono a mantenere invariata la rotta
seguita fino ad allora: la «gallicizzazione» sempre più accentuata del collegio cardinalizio; lo
scoppio delle ostilità franco-inglesi che impegnano moralmente questo papa e i suoi
successori a restare in Avignone per tentare di porre fine alla guerra che, tra l’altro, rende
impossibile la crociata, alla quale la Chiesa non cessa mai di pensare; le cattive e sempre
meno invitanti condizioni del dominio del Papa in Italia per cui, ogni pontefice, dovrà
subordinare qualunque progetto di ritorno al ristabilimento dell' autorità della Santa Sede tra
quelle irrequiete popolazioni, e al conseguimento delle necessarie garanzie di sicuro
soggiorno per la Chiesa14.
     Avignone, acquistata il 12 giugno 1348 per 80.000 fiorini, insieme al Contado Venassino,
da Giovanna I d’Angiò15 diveniva, pertanto,la sede legalmente accertata della Chiesa. Si
arricchì di residenze sontuose e di edifici sacri, mentre il palazzo del Papa si accrebbe di
stupende costruzioni e arredamenti16. Passarono così i pontificati di Clemente VI, di
Innocenzo VI. A quest’ultimo, che ha la fortuna di poter disporre di un grande uomo politico
e diplomatico, come il cardinale Egidio Albornoz, è dato di ricostruire la sovranità pontificia
nelle terre della Chiesa. Con la fine disastrosa del primo periodo relativo alla guerra dei Cento
Anni, il prestigio politico di casa d’Angiò è parzialmente ridotto e l’ascendente morale e
politico della Francia subì una battuta d’arresto. La morte di Roberto d’Angiò e l’avvento

12
     Cfr. A. Capecelatro, Storia di S. Caterina ..., cit., p. 8.
13
     Cfr. E. Duprè-Theseider, Roma dal Comune …, cit., p. 714.
14
     Cfr. E. Duprè-Theseider, I Papi …, cit., pp. X-XI (da introduzione).
15
     Fu certo un magnifico affare per la Curia, ma in quel momento la bella regina peccatrice aveva bisogno
      di tutta l’indulgenza da parte del papa.
16
     Cfr. E. Duprè-Theseider, Roma dal Comune ..., cit., p. 630.


                                                                                                              3
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                             Maria Francesca Carnea



della debole e incostante Giovanna I, contribuirono allora ad accrescere il pensiero che il
ritorno a Roma si potesse effettuare, dapprima quasi in via di tentativo, sotto Urbano V, e
definitivamente con Gregorio XI17.
     In un certo senso il periodo avignonese è la risultante di due elementi storici: l’attrazione
esercitata dal regno di Francia e dalla sfera di interessi francesi e il richiamo che viene da
Roma, la sede millenaria del papato.
     Esaminando l’atteggiamento che i papi di Avignone, l’uno dopo l’altro, assunsero nei
riguardi del ritorno a Roma, si deve riconoscere che nessuno di loro, eccezione fatta forse, per
il solo Clemente VI, che è anche il papa più tipicamente «avignonese», escluse mai la
possibilità del ritorno. Tale problema era di soluzione non facile, anzi assai difficile e
intricata, perché presupponeva l’avvento di una diversa situazione occidentale e italiana, e
portava con sé uno spostamento di posizione politica di grande delicatezza. Poi implicava
gravi responsabilità, in quanto toccava punti di essenziale importanza per la vita della Chiesa,
quali la tutela della sovranità in Italia e della sua indipendenza nel campo temporale in tutta la
Cristianità; la situazione dei rapporti fra pontefice e collegio cardinalizio, come tra Curia e
popolazioni italiane che, nella loro esasperazione, minacciavano lo scisma; l’attuazione dei
disegni politici di portata internazionale, come la composizione del dissidio franco-inglese, la
lotta contro il flagello delle compagnie di ventura, la preparazione della crociata. Si era
insomma creata una serie di grandi problemi interdipendenti che sarebbero stati avviati verso
la soluzione con un gesto solo: l’abbandono di Avignone18.
     Si può definire questo insieme di fatti con un’espressione unica: la «questione romana»,
avvalendoci, sia pure in modo improprio, di una formula con la quale, cinque secoli più tardi,
si intenderà indicare il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. L’espressione riferita al
Trecento, tuttavia, non è fuori posto, perché fin da allora i primi regni nazionali, in parte
autonomi, poiché «superiorem non recognoscentes», affrontano il problema dei loro rapporti
con la Chiesa. Il papato per riacquistare il suo pieno ascendente sul mondo cristiano, sarebbe
dovuto ritornare a Roma, sciogliendo quel suo rapporto con lo Stato nazionale francese. Alle
molteplici difficoltà si aggiungeva quel clima profetico, di rivelazioni, quell’indirizzo
escatologico che tendeva, nel complesso, allora a favorire il ritorno a Roma, visto sotto
l’aspetto del compimento di un ciclo prestabilito dalla Provvidenza.
     Col passare degli anni e specie dopo che, nel 1370, era andato fallito il primo tentativo di
ritorno, messo in atto da Papa Urbano V, i motivi pro e contro si accumularono e
s’intrecciarono in modo tale che parve un miracolo della Provvidenza che Papa Gregorio XI,
il 17 gennaio 1377, rimettesse nuovamente piede e stabilmente nella città di Roma. Non è
senza un profondo significato però il fatto che questo pontefice sia stato confortato, almeno in
parte, nell’estrema decisione dalla parola di S. Caterina da Siena19; infatti, la buona intenzione
di Gregorio XI di tornare a Roma non si traduceva in atto e la Senese poteva osservare come
rapido procedesse lo sgretolamento del dominio pontificio e il distacco spirituale delle
popolazioni italiane della Chiesa; era, dunque, necessario che il Papa ritornasse al più presto a
Roma. La Santa invia, proprio allora, una lettera a Gregorio XI20, che conteneva un
ammonimento del quale la coraggiosa severità ci stupisce. L’esortazione ad: “...uccidere el
vermine dell’amore proprio di sé medesimo, il quale è uno vermine che guasta e rode la radice



17
     Cfr. E. Duprè-Theseider, I Papi..., cit., p. XI (da introduzione).
18
     Cfr. E. Duprè-Theseider, I Papi..., cit., p. XXXVIII (da introduzione).
19
     Cfr. E. Duprè-Theseider, I Papi..., cit., p. XXXIX-XL (da introduzione).
20
     Lett. n. 185, a Gregorio XI, vol. III, pp. 158-167.


                                                                                                4
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



dell’arbore nostro” assume un preciso significato, ancor più perché egli era notoriamente
indulgente verso i propri parenti e verso i suoi rappresentanti in Italia.
      Caterina ci insegna che è necessario saper essere fermi nei proponimenti e detterà la
massima: «spesso la pietà è grandissima crudeltà».
      Non vi è lettera che Ella invii al pontefice che non lo esorti infatti a comportarsi
virilmente; mentre quelle inviate al collerico Urbano VI, saranno tutte un invito alla calma,
all’indulgenza. Per accelerare l’avvento del ritorno del papa, Ella prende poi una grande
decisione: recarsi alla Curia per vincere le ultime esitazioni del papa, che non possedeva la
giusta energia per superare gli ostacoli che quelli della Curia gli opponevano21. Bastò, forse,
anche un solo colloquio per influenzare positivamente il Papa e per trasferirgli la certezza che
il ritorno a Roma fosse voluto da Dio22. Dalla tradizione cateriniana ricaviamo un episodio: la
partenza per Roma è già decisa: nel mare di Marsiglia stanno all’ancora le galee mandate da
Genova, da Venezia, dalla regina di Napoli. Intorno al Papa si è scatenata l’ultima battaglia: i
cardinali, il popolo d’Avignone, i parenti del papa, implorano, minacciano, scongiurano.
Ancora una volta agisce sul pontefice un sottile veleno. Gregorio XI si rivolge alla Mantellata
senese; non vuole un consiglio, ma chiede, anzi le impone, per obbedienza, che gli riveli la
volontà di Dio. Caterina allora lo rimanda al consiglio della propria coscienza; gli rammenta il
voto ch’egli aveva fatto da cardinale - voto che nessuna persona vivente conosceva - di
riportare, in pratica, la sede papale a Roma, quando fosse stato eletto pontefice. Gregorio XI si
inchina, pertanto, alla decisiva rivelazione della volontà divina23.
      Il 17 gennaio 1377, dopo l’ultima sosta a Corneto24, Gregorio XI rimetteva piede in
Roma per rimanervi e ivi morì il 27 marzo 1378. Venne allora eletto papa Urbano VI.
Tuttavia le rivalse di cardinali che non avevano accettato l’idea di lasciare per sempre
Avignone, condussero presto all’elezione di un secondo pontefice, Roberto di Ginevra, che
prese il nome di Clemente VII25.
      Lo scisma della ribellione dei cardinali avignonesi al papa italiano dividerà l’intera
Europa in due campi, in due «obbedienze», l’una devota al papa di Roma, l’altra al papa
d’Avignone26. Solo con Martino V, di casa Colonna, che riprenderà saldamente in mano il
timone della navicella di S. Pietro, la Chiesa si avvierà definitivamente a diventare una entità
territoriale concreta entro la compagine degli Stati italiani.

      Magistero di libertà e politica

    Ci si può domandare, a questo punto, quale intervento possa avere avuto una donna
semplice come la Senese e quali compiti possono esserle stati affidati; troviamo la risposta
che ci indica, tra l’altro, come grande sia l’uomo di fede, nel passo del vangelo di Matteo:

21
     Cfr. E. Duprè-Theseider, I Papi ..., cit., pp. 204-207.
22
     Cfr. A. Alessandrini - Il ritorno dei Papi da Avignone e S.Caterina da Siena - Arch. Deput. romana stor. p.
      LVI (1933).
23
     Questo episodio risulta dalla deposizione di fra Tommaso Caffarini al «Processo» per la canonizzazione di
      Caterina da Siena. Cfr. I. Taurisano, S. Caterina e il ritorno del papato a Roma, «memorie domenicane»,
      1929.
24
     Dove Caterina gli indirizza la Lett. n. 252, vol. IV, pp. 49-54.
25
     Salutati, Ep. X, 4, individua esattamente i moventi politici di questa scismatica seconda elezione, fatta «vel
      odi uominis italici, vel studio proprie nationis, vel summi pontificatus ambitione». Più semplicemente la
      Cron. Di Pisa (R.I.S., XV, col. 1075) «perocché lo papa li aveva ammoniti e corretti di cose che non erano
      dovute, elli sì li appuoseno che non era vero papa, e voleano andasse a tener la corte a Vignone, perché la
      maggior parte delli cardinali erano franciosi ».
26
     Cfr. E. Duprè Theseider, I Papi ..., cit., p. 234.


                                                                                                                 5
                                       Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                                Maria Francesca Carnea



      “Dio mentre tiene nascosti ai sapienti ed accorti i suoi disegni segreti, li rivela invece ai
piccoli”. (Mt 11,25)27.
     Certo è che la Senese senza aver avuto nessun “maestro” umano, fu così riccamente
riempita da Dio di «doni di sapienza e di scienza» (1Cor 12,2), da diventare efficacissima
maestra di vita. Non fu solo una grande contemplativa che visse le esperienze mistiche più
elevate, ma contemporaneamente appare una donna d’azione volta a impegnare tutte le sue
doti d’intelligenza, di cuore, di volontà, in molteplici attività sociali. Contemporaneamente si
trovò ad essere donna di preghiera e d’azione, di un’azione certamente insolita per una
popolana del Medio Evo; le sue infatti non erano solo opere assistenziali o caritative, ma
interventi di pacificazione tra popoli, trattative diplomatiche tra Santa Sede e governi.
     Il suo pensiero politico ebbe come base e punto di partenza, il riconoscimento del valore
e della dignità della persona umana e della strumentalità della società rispetto al destino
eterno della persona. Secondo Caterina, la società civile doveva essere in funzione e al
servizio dell’uomo e perciò non poteva avere altra finalità che quella di favorire e di rendere
possibile il completo sviluppo delle persone. Fine della società, per lei, non fu l’interesse di
alcuni, di un gruppo, di una fazione, di un partito, ma il «bene universale e comune» che
assicurava alla vita sociale un ordinato sviluppo. Primo requisito indispensabile richiesto ai
governanti fu la capacità di governare se stessi. Virtù importanti, a questo fine, furono la
carità e la giustizia28.
     Pertanto, tra i tanti protagonisti della storia, certamente un posto di prima grandezza
occupa la nostra domenicana, che fu «tutta intenta a svolgere un’opera non immediatamente
di carattere religioso», ma addirittura politico, di riconciliazione e di pace 29. Ella abbattè tutte
le convenzioni sociali del suo tempo, nonché le ristrettezze mentali, anche ecclesiastiche,
riguardo alla donna, e si pose su tutti i fronti dove l’uomo combatte in favore della verità,
della giustizia, della pace, senza giudicare nulla come impossibile, difficile, inadeguato, alla
sua condizione di donna del popolo e, inoltre, analfabeta30.
     La vergine senese attese a una vasta opera di pacificazione 31. S. Caterina da Siena, ha
detto Giovanni Paolo II, conobbe proprio «la parola della riconciliazione» e la pronunciò in
un tempo difficile per la Chiesa e il mondo. La sua opera conciliatrice e di pace ebbe come
dimensione non solo Siena e l’Italia, ma si può dire l’Europa. Certo è che la domenicana si
mosse in una visione ampia della sua missione e, potremmo dire, con la mentalità europea,
che aveva assorbito fin da piccola nella sua stessa città natale.
     Per noi uomini del XXI secolo, soggetti alla mentalità dei nazionalismi esasperati, dei
confini politici divenuti barriere, non è semplice pensare a un’Europa nella quale tutti si
consideravano, in qualche modo, concittadini di quello che era o era stato un medesimo

27
     Cfr. B. Mondin, Cultura cristiana e missione storica dell’Europa, in: Filosofia e Cultura nell’Europa di
       Domani, B. Mondin (a cura di), Città Nuova Editrice, Roma, 1993, p. 38. Cfr. G. Cottier, I valori che
       hanno fatto l’Europa, in : Il nuovo areopago, n. 35, 1990, p. 26.
28
     Cfr. M. Liana Mattei, Pensiero Politico di Caterina - un’eredità per oggi -, da: “Ave Maria” Bollettino Bim.
       della Congr. delle Suore Domenicane di S. Caterina da Siena, ottobre 1995, pp. 111-113.
29
     Cfr. M. Castellano, S. Caterina da Siena e l’Europa; quad. Cateriniani n° 30, ed. Cantagalli, Siena, 1985,
       p. 3.
30
     Cfr. G. Anodal (a cura di), S. Caterina da Siena, Patrona d’Italia, una sfida per la donna di oggi; ed. Studio
       Domenicano, 1990, pp. 86-87.
31
     Se il tempo della prima giovinezza di lei era stato quello dei dolci colloqui nell’intimo, entro la cella della sua
       casa, con lo sposo divino, ma anche quello delle grandi tentazioni, in cui Caterina aveva imparato che la
       virtù si acquista e si perfeziona nel crogiolo della prova, nel tempo della giovinezza più matura, invece,
       Gesù l’invita a ritornare in mezzo agli uomini, a scendere direttamente e personalmente in quel «campo di
       battaglia» che è il mondo. A lei Gesù ricorda che «con due piedi» bisogna camminare e «con due ali»
       volare verso Dio. Cfr. G. Anodal (a cura di), S. Caterina..., cit., p. 157.


                                                                                                                      6
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



Impero e si muovevano liberamente da un paese all’altro; Siena stessa era una delle tante
città-stato di quel tempo ed era in relazione per i suoi commerci con i maggiori centri
d’Europa; il latino era ancora la lingua ufficiale comune a tutto l’Occidente, nonostante
l’affermarsi delle lingue volgari. La cultura europea era unitaria, malgrado le divisioni
politiche e comunali. Pur serbando ognuno la propria nazionalità, che anzi comincia allora ad
accentuarsi, gli uomini del secolo XIV non si consideravano ancora come forestieri l’uno con
l’altro; si sentivano coinvolti in un destino piuttosto comune e non avevano difficoltà a vivere
insieme.
      Di fronte a Caterina vi era un’Europa divisa politicamente, ma unita dalla cultura umana
e cristiana, che i secoli precedenti avevano elaborato32, ed Ella seppe, in un secolo molto
difficile e denso di vicende che lacerarono dall’interno anche la compagine ecclesiastica,
indicare le vie per la conciliazione e l’ordine. La sua fu una dottrina, si può dire, in certo
modo, una filosofia politica e oggi, più che mai, si avverte il bisogno di riscoprire la purezza
dell’etica, della politica, della filosofia.
      Caterina insegna ed esorta a vivere la politica con purezza di intenti, con grande forza
morale, con orizzonti vastissimi, con un alto senso del bene comune33. “Si direbbe che Dio la
ispira a essere estremamente carica di dignità e di forza dialettica, perfino polemica, molto
competitiva, talvolta esasperatamente contrattuale, nei confronti dei potenti della terra per
ottenere risultati validi alla causa della Chiesa, della società, del mondo, del buon governo
della collettività”34. Variando di lettera in lettera, ella esalta la memoria, l’intelletto, il cuore,
quindi i sentimenti dell’uomo. Tutti questi fattori, componenti della personalità spirituale
dell’uomo, finiscono per relativizzarsi di fronte alla costruzione di un altare esaltante per
reggervi il fattore volitivo. Caterina è totalmente presa dalla sua profonda convinzione circa il
libero arbitrio dell’uomo; finisce per diventare estremamente rigorosa sul piano del giudizio
morale, perché non accettando altro che un uomo totalmente libero, poiché così voluto da Dio
Creatore, la conseguenza non può che essere quella di addossargli le colpe per tutte le
possibili sue deviazioni morali. In tal modo, indulgente fino allo spasimo di fronte al
pentimento e alla conversione, diventa però estremamente rigorosa sul piano del giudizio
morale. Sublimando tutto, la Senese sublima anche l’azione come proiezione attiva della
volontà, figlia di questa e madre delle opere dell’azione.
      Ciascuno possiede i talenti che riceve e di quelli risponde e non d’altro, con la
conseguenza che non vi è un metro di perfezione uguale per tutti, ma, anzi, ciascuno ha il
proprio massimo raggiungibile nel concreto della condizione umana specifica in cui si trova;
qui insiste, in particolare, il suo pensiero: una realistica concezione dell’impegno dell’uomo
verso il suo personale perfezionamento.
      Caterina può sembrare a volte assolutista, integralista, perfino in qualche caso
“supponente” e, ancora, non priva di qualche atteggiamento d’arroganza; in realtà è pervasa
da una profondissima umiltà e da un grande senso della realtà della condizione umana. Può
dare l’impressione di essere utopistica e, invero, esprime la sua infinita ambizione perché
l’uomo, il singolo uomo, dia il meglio di sé, sotto la sferza della volontà 35. La sua voce insiste
sull’ “impegno”. Ciascuno deve fare secondo le sue forze: è impegno della creatura umana
giovarsi dei propri talenti. Torna il mito della volontà; non già la mera intenzione, ulteriore

32
     Cfr. M. Castellano, S. Caterina ..., cit., pp. 4-7.
33
     Lett. n. 37, a Stefano Meconi: «La margarita della giustizia sempre riluca nei petti vostri, lavandovi da ogni
      amor proprio, attenendo al bene universale della vostra città e non propriamente al bene particolare di voi
      medesimi»; vol. V, pp. 279-284
34
     Cfr. P. Pajardi, Caterina la Santa della Politica, ed. Martello, Milano, 1993, pp. 9; 11; 13; 62.
35
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 83-84.


                                                                                                                 7
                                      Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



punto d’attenzione, ma l’intenzione, seguita dall’impegno comportamentale36; non soltanto il
comportamento esterno, pur importantissimo, ma anzitutto l’atteggiamento interiore profondo,
della mente e del cuore ha una sua innegabile rilevanza.
      Si vuole evidenziare come ciò che consente all’uomo la scelta, ossia l’uso della libertà o
il libero arbitrio, sia la ragione unita alla fede; la ragione come lume dell’uomo, spiega la sua
efficacia nell’ambito dell’empirico, del contingente e, in sintonia con il pensiero di Tommaso
d’Aquino, punto su cui torneremo, Caterina non mortifica ma esalta il valore della ragione,
cosicché, quando l’uomo trascende l’empirico ed il contingente, anche per lei, come già per
l’Aquinate, è la fede che interviene per aiutarlo ad ascendere. Ella parlerà pertanto di libertà
come “tesoro che Dio ha dato nell’anima”37; nel suo operare ci indica come l’uomo sia
dunque libero ed è perciò protagonista della sua storia.
      L’anima è libera nelle sue scelte: “L’anima ch’è fatta d’amore e creata per amore alla
immagine e similitudine di Dio, non può vivere senza amore; né amerebbe senza il lume.
Onde se vuole amare, si conviene che vegga”38.
      Caterina, dunque, “fanatica” del libero arbitrio, lo è anche della meritocrazia39. E’
convinta dell’assoluta libertà personale e morale dell’uomo; nello stesso tempo, poiché in
prima persona lo sperimenta, è convinta della tesi del libero arbitrio e, quindi, come tutti i
pensatori di tal tipo, un’innamorata del tema della responsabilità morale dello stesso, del suo
rendiconto esistenziale, dei suoi meriti come dei suoi demeriti 40. Per Caterina l’uomo è
costruttore della propria vita, sia pure ovviamente con l’aiuto della grazia divina.
      Nell’economia generale della costruzione della persona umana, la Senese pone l’accento
sul momento volitivo41. Ciò è tipico degli interventisti, dei cultori dell’azione, degli adoratori
dell’intervento dell’uomo sul mondo: tutta la sua vita lo attesta, in particolare colpisce quella
decisione di intraprendere il viaggio ad Avignone per andare a “rilevare” il papa.
      La libertà data da Dio all’uomo, si presenta alla mente di Caterina come un atto di
smisurata bontà e d’estrema responsabilizzazione. Ella puntualizza che nessuno e niente, e
soprattutto neppure il demonio, può costringere una creatura al peccato mortale se la creatura
non vuole; con saggezza estrema fa dire idealmente a Dio l’indicazione morale:«io ti ho
creato senza di te; ma non ti salverò senza di te»42.

      Raffronto del pensiero politico tra Caterina da Siena e Tommaso d’Aquino

    Nelle Lettere di Caterina emerge in qual misura la dignità personale dell’uomo sia il
fondamento, la sicurezza e il valore della sua abilità politica.
36
     Lett. n. 69, a Sano di Maco in Siena: «Qui manifesta la smisurata bontà di Dio il tesoro che egli ha dato
      nell’anima, del proprio e libero arbitrio, che né dimonio né creatura il può costringere a uno peccato
      mortale, se egli non vuole», vol. I, pp. 394-395.
37
     Nessuna cosa è più propria a noi del libero arbitrio, che la nostra Santa chiama tesoro, e Dante: “lo maggior
      don che Dio per sua larghezza fesse creando, ed alla sua bontate più conformato, e quel ch’ei più apprezza
      fu della volontà la libertate di che le creature intelligenti e tutte e sole furon e son dotate”. Parad. c.V,
      v. 19-25.
38
     Lett. n.113, alla Contessa Benedetta figlia di Giovanni d’Agnolino Salimbeni, vol. II, pp. 279-307.
39
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., p. 85.
40
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., p. 250.
41
     Dial., parte Iª § 2, cap. 14, p. 57: «Allora l’anima, come un bel vaso, è disposta a ricevere e aumentare in sé
      la grazia, poco o molto, secondo che le piacerà di ben disporsi... Quando sarà giunta al tempo della
      discrezione, potrà darsi al bene o al male, secondo che piacerà alla sua volontà, a cagione del suo libero
      arbitrio».
42
     Lett. n. 148, a Pietro Marchese del Monte: « O carissimo figliuolo, noi vediamo che Dio ha armato l’uomo
      d’un arma ch’è di tanta fortezza, che né dimonio né creatura il può offendere; e questa è la libera volontà
      dell’uomo»; vol. II, p. 410.


                                                                                                                  8
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                             Maria Francesca Carnea



      La società, ciò si evince con chiarezza, non è un ente per sé stante, ma è costituita dalla
unione - Unitas Ordinis, direbbe S. Tommaso d’Aquino (Politicorum I, 1) - degli individui, di
creature che precedono la società e la formano.
      La libertà per S. Caterina, è attributo essenziale della persona: “Questo dolce padre,
avendo creata l’anima, egli le dona il tesoro del tempo e il libero arbitrio della volontà, perché
arricchisca”43; è condizione della sua vita morale; è intesa non come assenza d’obbligazioni e
di limiti, ma come liberazione dell’uomo dalla «servitudine del peccato», che gli dà la
capacità di attuare positivamente il bene.
      Negli scritti cateriniani è frequente l’invito a “salire sopra di sé”, ad assidersi sulla “sedia
della coscienza” e “tenersi ragione”, quasi giudice in tribunale. L’uomo è il primo giudice di
se stesso perché la luce della ragione, confortata dalla luce della fede, gli fa distinguere il bene
e il male; è responsabile verso la società perché il suo contributo al bene comune varierà dal
negativo al positivo secondo l’uso che egli avrà fatto della libertà.
      Questo principio è dichiarato all’inizio stesso del Dialogo: “L’anima non può fare vera
utilità...al prossimo, se prima non fa utilità a sé, vale a dire d’avere e acquistare la virtù in
sé”44. Il cammino dell’uomo verso la sua pienezza, non ha bisogno per costruirsi
d’impalcature esteriori, ma deve elevarsi sul fondamento suo proprio, di creatura d’amore,
intelligente e libera. “Dio ha fatto l’uomo libero e potente sopra di sé”45.

     S. Tommaso, per passare al suo pensiero cui più di una volta la santa senese sembra
rifarsi per vie misteriose, che lo studioso neppure lontanamente può indagare e che si
presenta, nello stesso tempo, toccante per le riflessioni di un uomo di fede, non ha scritto
un’opera nella quale si possano trovare organicamente, tutti insieme, riuniti, gli argomenti
riguardanti la sua dottrina sociale, perché egli non è stato un politico in senso stretto 46.
L’Aquinate non ha lasciato nessun trattato di dottrina politica né di scienza della società in
senso moderno. Tuttavia, da almeno quattro opere fondamentali, vale a dire i Commenti
all’Etica e alla Politica di Aristotele, l’opuscolo De Regimine Principum e la Summa
Theologiae, si può desumere un quadro abbastanza chiaro del pensiero politico tommasiano47.
     Nella concezione tomista, la politica appare come scientia civilis48. Essa appartiene al
dominio della filosofia pratica, in altre parole al «settore delle scienze morali, ossia delle
scienze dell’agire». S. Tommaso d’Aquino, d’accordo con una lunga tradizione proveniente
da Aristotele, concepisce l’uomo come essere politico e sociale per natura49; questo principio




43
     Lett. n. 131, a Niccolò Soderini, vol. II, pp. 343-348.
44
     Dial., Proemio, cap. 1, pp. 25-26.
45
     Lett. n. 177, a Pietro Cardinale Portuense, vol.III, pp. 117-125.
46
     La stessa idea la troviamo in E. Flori, Il trattato «De regime principum » e le dottrine politiche di S.
      Tommaso, Bologna 1927, p. 51; cfr. G. Invitto, La città dell’uomo. Il pensiero politico di S. Tommaso,
      Cavallino di Lecce 1991, p. 13.
47
     Cfr. R. Rybka, L’attuazione del bene comune nel pensiero politico di S.Tommaso d’Aquino, in Angelicum,
      LXXVII 2000, pp. 477-478.
48
     Tommaso d’Aquino, In Libros Politicorum Aristotelis Expositio, Marietti, Romae, 1951, Prooemium
      S.Thomae, 5: «Omnium enim quae ratione cognosci possunt, necesse est aliquam doctrinam tradi ad
      perfectionem humanae sapientiae quae philosophia vocatur. Cum igitur hoc totum quod est civitas, sit
      cuidam rationis iudicio subiectum, necesse fuit ad complementum philosophiae de civitate doctrinam
      tradere quae politica nominatur, idest civilis scientia», p. 1.
49
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, Typis Petri Fiaccadori, Parmae, 1852, I, q. 96, a. 4: «Primo quidem,
      quia homo naturaliter est animal sociale: unde homines in statu innocentiae socialiter vixissent », p. 384.


                                                                                                               9
                                       Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                               Maria Francesca Carnea



della naturale socialità e politicità dell’uomo, significa che gli esseri umani si associano per
esigenza della loro stessa natura50: socialità e politicità sono connaturati all’essere umano.
     In altre parole, le forme essenziali della vita associata sono necessarie all’uomo per
perfezionare la sua natura umana su tutti i livelli: fisico, morale, spirituale. Gli esseri umani,
essendo per natura «animali sociali e politici», si associano per attuare il bene comune, cioè il
fine della loro società. Questa naturale socievolezza degli uomini non diminuisce in nessun
modo la loro razionalità, ma al contrario opera in suo favore. Grazie ad essa ogni persona può
uscire dalla chiusura del proprio egoismo, superare il gioco degli istinti e rivolgersi verso un
bene comune di tutta la comunità in cui vive. Questo naturale stimolo all’apertura, al fine
comune della società, garantisce a ogni individuo la piena realizzazione della propria
vocazione come persona51.
     Elemento di grande importanza nel pensiero politico di S. Tommaso è che il vero bene
individuale può essere attuato solamente nella società52. Non esiste il bene individuale se non
inserito nel bene comune. In tal modo il bene comune per essere attuato da tutta la comunità
deve diventare il bene nostro, il bene di ciascuno di noi. Solamente così esso può essere
desiderato e amato da ciascuno come il mio bene e, di conseguenza, attuato in modo vero e
pieno come bene comune di tutti53.
     Nella persona di Caterina si evince la sua continua attenzione ai fatti e agli avvenimenti
del giorno, nella Chiesa, negli Stati italiani, in Europa, e nel Mediterraneo, allora esposto alla
pirateria e alle incursioni dei turchi; in lei è vivissimo il senso del “dover essere” e ha fede
nelle possibilità di tradurre in azione, per il bene dei cittadini, la conservazione dello stato e la
stessa “riformazione della Chiesa”, con l’aiuto della grazia54.
     Caterina, nel giudizio sulla politica ci dice: “niuno stato si può conservare nella legge
civile e nella legge divina in stato di grazia senza la santa giustizia”55. Quest’affermazione
della fragilità d’ogni costruzione umana che prescinda dalla grazia è la radice di un giudizio
negativo anche su ogni politica che sia priva di “santa giustizia”, mentre la suddetta giustizia
può essere il principio informatore, risanatore e perfettivo dell’attività umana in tutti i campi,
anche in quello politico, secondo l’economia dei rapporti tra natura e grazia, che S. Tommaso
d’Aquino fissò nella famosa formula della “Grazia che suppone e perfeziona la natura”56,
formula che egli stesso ha poi applicato e sviluppato in tutta la sua antropologia che possiamo
riassumere in tre punti:
     a) vi è un rapporto positivo tra virtù acquisite e virtù infuse, tra etica e carità, tra prudenza
e sapienza e in particolare, tra le due leggi - naturale e soprannaturale - e tra le due città o
civiltà, quella politica e quella religiosa soprannaturale57;


50
     Tommaso d’Aquino, De Regimine Principum, Marietti, Torino, 1948, Liber I, cap.1: «Naturale autem est
      homini ut sit animal sociale et politicum in multitudine vivens, magis etiam quam omnia alia animalia,
      quod quidam naturalis necessitas declarat», p. 1.
51
     Cfr. J. Maritain, I diritti dell’uomo e la legge naturale, Milano, 1977, p. 9: «Il bene comune [...] è la buona
      vita umana della moltitudine, di una moltitudine di persone, ossia delle totalità carnali e spirituali insieme, e
      principalmente spirituali, benché accada loro di vivere più sovente nella carne che nello spirito».
52
     Tommaso d’Aquino, Summa Contra Gentiles, Marietti, Romae, 1961, vol. III, Liber III, cap. 117, num. 2894-
      2900, pp. 175-176.
53
     Cfr. R. Rybka, L’attuazione del bene ..., cit., p. 491.
54
     Cfr. R. Spiazzi, Il Magistero Politico di S. Caterina da Siena nel quadro della tradizione cristiana in
      confronto con la dottrina di S. Tommaso d’Aquino, ed. Cantagalli, Siena, 1972, pp. 3; 6.
55
     Dial., cap. 119, p. 243.
56
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., I, q. 1, a. 8, ad 2, p. 3.
57
     Cfr. Commentum in quatuor Libros Sententiarum Magistri Petri Lombardi vol. I, Typis Petri Fiaccadori,
      Parmae, 1856, III Sent. D. 33, q. 1, a. 4, p. 265; Summa Theologica…, cit., I, q. 98, a.1, ad 3, p. 387.


                                                                                                                   10
                                    Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                            Maria Francesca Carnea



     b) vi è una necessità morale della grazia divina per compiere in tutti i campi, anche in
quelli della cultura, della vita associata, della politica, il bene umano integrale, vale a dire
correlazionato e convergente al vero fine dell’uomo58;
     c) in ordine a questo fine tutte le virtù umane - e quindi tutta la loro attività, anche nel
campo politico - hanno un valore reale, ma imperfetto e perfettibile, che è attuato pienamente
dalla carità59.
     La caritas, fiore della grazia, è la forza animatrice della polis, il soffio vivificante dello
IUS, la virtù trasumanante - ma non disumanizzante - tutta la vita60.
     Per S. Tommaso, la politica non è che l’esercizio della “prudenza”, ossia della virtù che
indaga e predispone i mezzi in una giusta economia di rapporti col fine61. È la cosiddetta
prudenza “politica” che devono praticare i governanti (prudenza «regnativa»), ma che deve
essere anche in tutti i cittadini giacché contribuiscono e collaborano, come attori consapevoli
e responsabili, alla condotta della cosa pubblica62.
     Rinveniamo, altresì, in S. Paolo il riferimento alla prudenza: “Abbiate dunque, o fratelli,
riguardo alla vostra condotta, che non sia da stolti, ma da prudenti” (Ef 5,15); nel contempo,
vi leggiamo anche l’ispirazione dei doveri verso il corpo sociale: “ Per la grazia che mi è stata
data, io dico a ognuno di voi di non stimarsi più di quanto si deve, ma d’ispirarsi a sentimenti
di giusta moderazione, ciascuno secondo la misura della fede che Dio gli ha dispensato. Come
infatti abbiamo in un sol corpo più membra e queste membra non hanno tutte la medesima
funzione, così noi, benché in molti, formiamo un sol corpo in Cristo e siamo membra
scambievoli gli uni degli altri. Or, avendo noi dei doni differenti, secondo la grazia che ci è
stata data: se si tratta del dono di profezia, si usi secondo la regola della fede; se del dono di
ministero, si eserciti secondo le esigenze della rispettiva funzione; chi ha il dono di insegnare
insegni; chi quello di esortare, esorti; chi dona, dia con liberalità; chi presiede, si dimostri
premuroso; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia” (Rm 12,3.8).
     Caterina pone come chiave di volta di tutta la sua dottrina etica e ascetica la
“discrezione”, che è l’essenza, se non l’equivalente della prudenza63. Per lei, come per S.
Tommaso, si tratta di una facoltà di giudizio e di dettame interiore, da cui gli uomini sono
regolati nella via della «giustizia»64.
     Ella invita: “...però vi dissi ch’io desiderava vedervi in perfettissima carità...e col lume di
discrezione sapere dare ad ognuno...”65. E, a maestro Andrea di Vanni: “...Siccome la carità
perfetta di Dio genera la perfetta carità del prossimo; così con quella perfezione che l’uomo
regge sé, regge i sudditi suoi...io desideravo di vedervi giusto e vero governatore”66. Ma la
prudenza, la discrezione, evidenzia la Santa, tocca il «dolce e vero cognoscimento», cioè la
coscienza; dunque, non si dà una buona politica - «cristiana» o «laica» che sia -, se non
secondo una coscienza retta e giusta: il che significa formalmente e sostanzialmente discepola
della verità67.
58
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., II, q. 109 spec. aa. 2, 4, 8, pp. 429; 431; 434.
59
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., I, q. 65, a. 2, pp. 235-236.
60
     Cfr. R. Spiazzi, Il Magistero ..., cit., p. 7.
61
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., I, q. 47, aa. 1-2, pp. 193-194.
62
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., II, q. 50, a. 2, pp. 204-205.
63
     Dial., cap. 9: «...Discrezione non è altro che una vera conoscenza che l’anima deve avere di sé e di me.
      In questa conoscenza la discrezione tiene fisse le sue radici. Ella è come un rampollo, innestato e unito
      con la carità», pp. 43-44.
64
     Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., I, q. 79, a.13, pp. 317-318; I, q. 14, aa. 3, 5, pp. 60-63;
      I, q. 47, aa. 2, 6, 7, pp. 193-195.
65
     Lett. n. 33, all’Abate maggiore dell’Ordine di Monte Oliveto, nel Contado di Siena, vol. I, pp. 183-189.
66
     Lett. n. 358, a Maestro Andrea di Vanni Capitano del popolo di Siena, vol. V, pp. 232-237.
67
     Cfr. R. Spiazzi: Il Magistero ..., cit., p. 8.


                                                                                                           11
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                             Maria Francesca Carnea



Pensiero reale e attuale

     Possiamo dunque trarre, dalle opere di Caterina, i punti o le tesi fondamentali di una
filosofia sociale: «In questa vita mortale, mentre che siete viandanti, io v’ho legati con legame
della carità: voglia l’uomo o no, egli ci è legato. Se si scioglie dall’affetto della carità verso il
prossimo, ci resta legato dalla necessità. Io volli che voi usaste la carità, o nell’affetto del
cuore, o almeno negli atti esterni, cosicché se la perdete nell’affetto, per causa delle vostre
iniquità, almeno siate costretti per vostro bisogno ad esercitarne gli atti. A questo io provvidi
col non dare a ciascuno il saper fare tutto quello che gli bisogna in vita; ma a chi una parte, a
chi un’altra, affinché l’uno abbia materia, per i suoi bisogni, di ricorrere all’altro. Così
l’artefice ricorre al lavoratore, e il lavoratore all’artefice; l’uno ha bisogno dell’altro, perché
non sa fare quello che fa l’altro. E così d’ogni altra cosa»68.
     «Ogni creatura che è dotata di ragione, ha la vigna in se stessa, cioè la vigna dell’anima
sua, della quale il lavoratore è la volontà, mediante il libero arbitrio, durante il tempo di
questa vita. Passato questo tempo, non può più fare lavoro alcuno, né buono né cattivo;
invece, finché vive, può lavorare la sua vigna, nella quale io l’ho messa»69.
     «Le Signorie sono prestate a tempo...secondo i modi e i costumi del paese, onde o per
morte o per vita elle trapassano»70.
     Pertanto, chi è responsabile della Signoria “prestata”, insiste Caterina, deve porre se
stesso interamente a servizio dei sudditi71 e ispirare la propria azione, «a giustizia santa, con
vera e propria umiltà»72. Più che considerare un potere il comandare è ritenuto un privilegio il
servire. Per questo l’obbedienza all’autorità legittima è un atto di giustizia.
     Ella ispirata, con altre lettere, ancora, esorta: «Amatevi, amatevi insieme: che se fra voi
fate male, niuni sarà che vi faccia bene»73; «L’anima non può fare vera utilità al prossimo, se
prima non fa utilità a sé, con l’avere e con l’acquistare le virtù»74.
     «Se l’uomo non si corregge mentre ch’egli ha il tempo, spegne la margarita lucida della
Santa giustizia, e perde il caldo della vera carità e obbedienza»75.
     Caterina non fa che richiamare uomini di Stato e pastori della Chiesa alla loro
responsabilità di governo, impegnati a far trionfare la giustizia76. Lei rivolge a tutti questi
insegnamenti o richiami, a cominciare da Papa Gregorio XI, al quale non esita a ricordare che
se ha ”preso l’autorità” deve usarla: «ho lungo tempo desiderato di vedervi uomo virile e
senza verun timore»77. La giustizia come virtù è una cosa interiore, da attuare nell’anima
come ordine interno di tutto l’uomo, prima che esterno: «conviensi che l’uomo che ha a
signoreggiare altrui e governare, signoreggi e governi prima sé. Come potrebbe il cieco
vedere e guidare altrui?»78.

68
     Dial., cap. 148, pp. 330-331. Si nota la consonanza di questa pericope con quanto scrive S. Tommaso in II-
      II, q. 40, a. 2.
69
     Dial., cap. 23, pp. 65-66.
70
     Lett. n. 123, ai Signori difensori della città di Siena, vol. II, p. 303.
71
     Lett. n. 96, a Pietro Canigiani in Firenze,vol. I, pp.142-150; N. 357, al Re d’Ungaria, vol. V, pp. 222-232.
72
     Lett. n. 149, a Messer Pietro Gambacorti in Pisa, vol. II, pp. 415-419; n. 372, a Messer Carlo della Pace, il
      quale poi fu Re di Puglia, ovvero di Napoli, vol. V, pp. 303-311.
73
     Lett. n. 377, a’Signori Priori dell’Arti e al Gonfaloniere della Giustizia della città di Firenze, vol. V,
      pp. 336-341.
74
     Dial., Proemio, cap. I, p. 26.
75
     Lett. n. 268, agli Anziani e Consoli e Gonfalonieri di Bologna, vol. IV, pp. 160-166.
76
     Cfr. R. Spiazzi, Il Magistero ..., cit., p. 16.
77
     Lett. n. 270, a Gregorio XI, vol. IV, p. 168.
78
     Lett. n. 121, a’ Signori Difensori, e Capitano del Popolo della città di Siena, essendo essa a Sant’Antimo,
      vol. II, p. 279.


                                                                                                              12
                                        Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                                Maria Francesca Carnea



     Nella Lett. n. 268, Ella mette in risalto una critica netta e rigorosa della politica dominata
dall’«amore di sé», radice dell’«ingiustizia»; una critica condotta fino in fondo, cioè fino alle
esigenze della verità che è la base della giustizia e la chiave del bene comune. Per giungere al
dominio di sé nell’amore di Dio, bisogna attuare l’ordine interiore delle tre potenze: memoria,
intelletto, volontà; quando quest’ordine sia raggiunto, l’uomo può governare gli altri. È il
principio e criterio da applicare all’azione politica, pur tenendo conto della complessità delle
varie situazioni in cui bisogna agire; anche la pace, come ragion d’essere dello Stato rientra
nel nuovo equilibrio delle virtù, prodotto dalla carità79.
     Caterina condivide la concezione tomista della pace come fine e insieme condizione della
convivenza, che lo Stato deve ottenere e tutelare; proprio per questo non ammette nessuna
debolezza e ripete gli inviti alla fortezza, quando si tratta di difendere le popolazioni
dall’ingiustizia o la Chiesa dalla divisione, se è necessario anche con la «crociata».
     «Noi siamo in questa vita posti come in un campo di battaglia, e dobbiamo combattere
virilmente e non schivare i colpi, né volgere il capo addietro, ma riguardare il nostro capitano,
Cristo Crocifisso»80.
     Anche oggi, senza «confessionalismo» ma col vigore di una coscienza cristiana
illuminata e intemerata, la Senese insegna a tutti, anche ai politici, la carità che non solo è il
valore centrale dell’etica cristiana, ma anche la fonte inesausta di una vera civiltà81. Ella, che
come abbiamo visto, è di formazione tomista, parte dal concetto fondamentale di dottrina
sociale della dignità della persona umana. Se l’uomo è segno altissimo dell’immagine divina,
se questo segno è dato dalla sua libertà soprattutto, ecco allora che la società degli uomini non
può avere altro tessuto connettivo che quello della carità, una carità ovviamente che va ben
oltre una solidarietà esistenzialmente necessitata. Per nulla priva di realismo, Caterina
stigmatizza l’uomo, come figura che essa sa essere esistente, fornito d’idee deboli, come
quella della mera conservazione82.
     Il bene comune trascende la prospettiva dei beni esclusivamente terreni e materiali, la
loro gestione e il loro utilizzo nell’interesse della società; investe, invece, tutti i fini dell’uomo
ed il fine complessivo stesso della sua esistenza. Appare, dunque, molto importante come
Caterina individui nella giustizia la matrice del bene comune.
     È la giustizia, Ella lo insegnò, che assicura il bene individuale e il bene comune. Anzi,
dove v’è ingiustizia non può esservi che disordine sociale ma anche grave danno per lo stesso
individuo, perfino di colui che crede di raggiungere la felicità attraverso una disordinata
ricerca di un bene particolare esaltato.
     «Io Caterina ...scrivo a voi...con desiderio di vedere che sempre riluce ne’petti vostri la
margarita della santa giustizia, levandovi da ogni amor proprio, attendendo al bene universale
della vostra città e non propriamente al bene particolare di voi medesimi»83.
     Anche la giustizia individuale deve essere coordinata con la giustizia universale, perché
la virtù è unica e unitaria così come la carità84; se subisce un’ingiustizia il singolo, la subisce
tutta la società, per non dire poi di quando il bene comune universale è gabellato per tale ma,
in realtà, copre un interesse personale del detentore del potere, il quale così si sottrae al
dovere di servizio e privatizza egoisticamente la funzione che la società gli attribuisce


79
     Cfr. R. Spiazzi, Il Magistero ..., cit., pp. 19-22.
80
     Lett. n. 159, a Frate Ranieri, in Cristo, di Santa Catarina de’ Frati Predicatori in Pisa, vol. III, p. 27.
81
     Cfr. R. Spiazzi, Il Magistero ..., cit., p. 25.
82
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 111-112.
83
     Lett. n. 367, a’ Magnifici Signori Difensori del Popolo, e Comune di Siena, vol. V, p. 279.
84
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 13-14.


                                                                                                                   13
                                      Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



unicamente nell’interesse collettivo. «Vi sono altri che tengono il capo alto per il potere di
signoreggiare, e in questo potere portano le insigne dell’ingiustizia, commettendo ingiustizia
verso Dio, verso il prossimo, e verso se stessi»85.
     Tutta l’attività pubblica di Caterina è protesa, e qui stanno la sua universalità e,
marcatamente, la sua attualità, a richiamare gli uomini a un mutamento, anzi a una
trasformazione radicale intima della persona. Ella mostra di non credere molto alle modifiche
di struttura di un sistema o di un ordinamento e tenta di fare breccia nelle menti e nei cuori:
l’uomo prima di tutto. La politica, secondo la concezione cateriniana, trova la sua ragione e,
allo stesso tempo, i rispettivi limiti, nella direzione della persona umana, rilevando che è la
società al servizio dell’uomo e non già l’uomo al servizio della società, secondo anche una
chiara tomistica concezione della sussidiarietà del pubblico rispetto al privato86.
     E' in gioco il destino dell’uomo, impegnarsi nella politica è, per lui, un dovere; anzi, la
dimensione sociale è all’uomo naturale tanto quanto la dimensione individuale.
     Certo la politica è un mezzo e non un fine; è una parte e non è il tutto. La città terrena non
è un possesso personale privato di chi la governa; è in realtà una “città prestata” secondo
quanto Caterina ci dice anche nelle sue lettere: «Colui che signoreggia sé, la (signoria)
possederà con timore santo, con amore ordinato e non disordinato; come cosa prestata e non
come cosa sua»87. Ecco il senso del mandato, da cui nasce il senso del servizio. Chi più può,
più deve, e chi ha più autorità ha più doveri.
     «Tre sono i peccati fondamentali dell’uomo politico e del pubblico amministratore:
evitare la contesa, rimandare la decisione e tollerare il male»88. Peccati che essa riassume nel:
“sonno della negligenza”. Il pensiero espresso nelle Lettere continua: «chi non sa governare
se stesso, non può governare gli altri»89.
     È in questo quadro che s’inserisce per Caterina, con tomistica lucidità, il rapporto tra
individuo e società, nella chiave della libertà e dell’autorità attraverso lo strumento del potere.
È chiaro che l’autorità non deve prevaricare sulla libertà; di contro, il cittadino non può
sottrarsi all’osservanza delle leggi e all’obbedienza al governante se l’autorità è bene
esercitata e il potere correttamente gestito, anche quando una parte della sua libertà è
sacrificata in qualità e in misura proporzionate alla necessità di realizzare il bene comune.
Tale “sottomissione” è intesa come un atto di giustizia individuale e sociale, senza la quale
l’autorità si vanifica e regna il caos.
     Il senso del potere come “servizio”: la politica, in quanto gestione complessa di tutto il
relazionale umano nella prospettiva del governo civile della società, si presenta come
condizione indispensabile nell’esaltare la dignità dell’uomo, nel fornirgli gli strumenti per una
vita migliore possibile, nel tutelare la sua libertà, nel garantirgli la giustizia nei contatti umani,
in definitiva nel rendere questo mondo il migliore possibile90.
     Caterina non esclude la disparità d’opinioni, il pluralismo culturale e ideologico, quello
che oggi diremmo partitismo; predica la tolleranza, la sostanziale unità, la capacità di
superamento delle divisioni per realizzare i denominatori comuni. Sembra di poter
immaginare la Santa come un personaggio forte e altissimo che punta l’indice contro i


85
     Dial., cap. 34, p. 84.
86
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 117-118.
87
     Lett. n. 123, ai Signori difensori della città di Siena, vol. II, p. 304 e ss.
88
     Lett. n. 123, ai Signori difensori della città di Siena, vol. II, p. 304 e ss.
89
     Lett. n.121, a’ Signori Difensori, e Capitano del Popolo della città di Siena, essendo essa a Sant’Antimo,
      vol. II, p. 279.
90
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 125-126.


                                                                                                                  14
                                     Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                              Maria Francesca Carnea



governanti91, ma non tanto per accusarli, bensì per esortarli a capire e a ricordarsi un’idea
essenziale: la “città”, in altre parole il potere civico, non è data a loro per loro stessi; essa è
invece data loro “in prestito” perché ne facciano buon governo, in pratica esercitino
correttamente il potere, per il servizio in favore dei governati. Non quindi un fatto arricchente,
ma un fatto responsabilizzante. L'uomo non è nulla di per sé e non possiede nulla, così tutto
ciò che è lo è perché lo può diventare, e lo può diventare realizzando se stesso92.
     Dall’ideazione, pertanto, il passaggio è verso l’azione: non è l’azione in sé che costituisce
un valore, ma l’azione in quanto elemento terminale ed insieme operante di un processo in cui
mente, anima, cuore, si fondono per incidere sul mondo esterno, attraverso la chiave della
volontà93.

Una filosofia sociale

      L'uomo è l’essere dei bisogni e dei desideri, Caterina aveva compreso tutto questo
profondamente; non è solamente l’essere economico, né può essere soltanto quello politico.
L’uomo è, piuttosto, un essere unico ed esclusivo, con la sua dignità, la sua ragione e la sua
libertà essenziale. Ha bisogno di ragioni esistenziali, d’orientamento della libertà, di valori per
i quali possa trascendere se stesso94.
      Proprio perché libero, l’uomo è chiamato ad assumersi le responsabilità che da un lato gli
vengono dal suo essere inserito nella vita civile e dal fatto di essere un soggetto morale,
capace di distinguere il positivo dal negativo, dall’altro gli derivano dagli impegni
professionali. Il significato della vita umana e la sua dignità sono strettamente connessi a un
agire responsabile ed è quello a cui Caterina fa continuo riferimento.
      Approfondendo il quadro introduttivo, l’analisi si sofferma ora, volgendo lo sguardo in
modo critico alla realtà del nostro tempo, sul come s’intenda connotata la giustizia.
      Con la perdita, a livello sociale e politico, di una comune visione del bene, ciò che resta è
un insieme d’individui con interessi particolari e fra loro discordanti, la cui convivenza è
garantita da un sistema di regole pratiche. In concreto, la giustizia non avendo più alcun
riferimento con il bene, ha perso il suo ruolo di virtù, è identificata con il sistema di leggi
intersoggettive, destinate ad assicurare la convivenza civile. Essere giusto non significa dare a
ciascuno ciò di cui ha bisogno per realizzare il suo telos sostanziale come cittadino, bensì
significa limitarsi a un rispetto formale e giuridico delle regole comuni di vita. Ne consegue
che, da una parte, il bene non compreso più come un’istanza complessiva e oggettiva di senso,
esce dalla scena morale divenendo fulcro d’interesse soggettivo e di felicità individuale.
D’altra parte la giustizia, come valore culturale della vita sociale e della cooperazione umana,
è diventata il luogo dell’imparzialità e della morale legalitaria95.
      E’ in questo senso che si spiega la concentrazione dell’etica moderna e contemporanea.
La domanda morale fondamentale si concentra su cosa ho il dovere di fare in rapporto agli
altri, e trascura completamente il problema eudemonistico della libera e responsabile
formazione morale di sé, considerandolo legato a fattori empirici e soggettivi.



91
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., pp. 148.
92
     Lett. n. 68, vol. I, p. 381; n. 116, vol. II, p. 257; n. 123, vol. II, p. 297; n. 171, vol. III, p. 85.
93
     Cfr. P. Pajardi, Caterina ..., cit., p. 158.
94
     Cfr. A. Lobato, 1992: Europa unita, utopia o realtà? La Filosofia risponde, in Filosofia e cultura nell’Europa
      di domani, B. Mondin (a cura di), Città Nuova Ed., Roma, 1993, pp. 124-125.
95
     Cfr. M. Matteini, Macintyre e la rifondazione dell’etica, Città Nuova Ed., Roma, 1995, p. 97.


                                                                                                               15
                                    Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                            Maria Francesca Carnea



     Di contro, della virtù della giustizia è proprio riconoscere la pari legittimità delle pretese
mie ed altrui volte al conseguimento della vita buona. Ne segue che non può esserci vita
buona per me se non c’è vita buona anche per gli altri: la giustizia è inserita nell’universo del
bene96.
     Ecco come in questa analisi il modello cateriniano di governante, si rende attuale: è
quello di un uomo interventista, pur con riflessione e con prudenza, determinato, fermo e
coerente. Un uomo che non indugia, che non proroga, che non procrastina, pulito moralmente,
generoso nell’offrire le proprie energie alla causa; fidente solo nel bene comune. L’agire,
l’essere fermi e determinati, sono sorretti da verità, giustizia, spirito del bene, annullamento
d’ogni proprio tornaconto personale come di un interesse privato illecito ed inquinante che
non conosce timori e non nutre speranza di vantaggi personali. Siate umili dice la Santa ai
governanti. “Governate prima voi stessi, perché se non imparate a reggere correttamente la
vostra vita, non potete pretendere di ordinare quella degli altri”97.
     Fate ogni cosa secondo ragione, alla luce della fede e nello spirito della carità, talché la
stessa regola di giustizia “a ciascuno il suo”, suoni come sommo proposito di rispetto e di
riconoscimento di ciascuno; non temete il dissenso di alcuno una volta che la vostra coscienza
retta ed informata è tranquilla, perché è meglio essere giusti apparendo ingiusti che essere
ingiusti apparendo giusti, e non disdegnate le tribolazioni che possono venire a causa del
vostro retto comportamento. Vivete nello spirito della verità, essa è il lievito con cui si
condisce qualunque virtù che non si appanna se vi è la luce della verità98.
     Non è distante, pertanto, da Lei e dal suo pensiero, ora riassunto, lo sforzo di ritrovare le
radici comuni del patrimonio morale occidentale, non privo di senso, né di fascino, sempre in
nome di una libertà e di un agire politico pieno. Esiste uno spazio interessante tra
“narrazione” e “normazione”, strettamente legati a tradizioni particolari, che apre la via ad
una nuova universalità; uno spazio che proprio categorie come quella dei Diritti dell’Uomo o
di natura, o di virtù, possono gestire con creatività99.
     Il senso del concreto, del vero, del reale, del contingente, è presente nell’animo e nella
mente di Caterina. Proprio per questo essa soffre terribilmente, come qualunque idealista che
verifica un eccesso di distacco tra il reale e l’ideale e, quindi, si rende conto dell’enorme
fatica che si deve fare per portare il reale all’ideale.
     Il carattere di una personalità politica si misura dalla grandezza del disegno e dalla
complessità della sua azione; questa caratteristica assume nella Senese aspetti singolarmente
marcati, tanto più nella prospettiva disarmonica e complicata del vasto scenario della politica
europea di quel tempo. Proprio qui viene a incidere decisamente come elemento
d’armonizzazione e d’equilibrio.
     Attraverso tutta la sua esperienza di vita, Ella ci dona una penetrante dottrina teologica,
un’affascinante ontologia e, nel contempo, una profetica dottrina sociale e politica. Pone la
nostra attenzione e quella delle personalità del suo tempo, sul vero discernimento; ci
coinvolge con la sua antropologia e con la sua pedagogia sull’uomo, sul suo essere “valore”,
sui suoi diritti.
     Vuole trascinarci con il suo insegnamento e la sua testimonianza verso la verità che nella
persona è operatività e dunque verso la libertà che ne è espressione esplicita. Ha ben chiaro
96
     Cfr. M. Matteini, Macintyre e la …, cit., p. 96.
97
     Lett. n. 121, a’ Signori Difensori, e Capitano del Popolo della città di Siena, essendo essa a Sant’Antimo,
      vol. II, p. 279.
98
     Cfr. P. Pajardi, Caterina..., cit., pp. 206-207.
99
     Cfr. Teodora Rossi, Natura, Ratio, Ordo. Rilettura all’interno del discorso morale attuale, in Angelicum
      LXXII 1995, p. 384.



                                                                                                            16
                                  Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                          Maria Francesca Carnea



come il fine della società è “il bene universale comune” cui il “bene particolare” deve essere
subordinato; il bene comune, a garanzia del bene di ciascuna persona, dipende, Ella dice, dalla
«santa e vera giustizia»: la sua «margarita deve rilucere» nei reggitori della cosa pubblica,
affinché «a ciascuno sia reso il debito suo»100; evidenzia, così, come tre siano le cose
necessarie per ben governare101:
      - la coscienza di possedere la Signoria come “cosa prestata e non propria”102;
      - il “reggitore” deve mantenere “la santa e vera giustizia” conservando in pace lo Stato e
         le città103;
      - la dilezione e l’amore del prossimo.
     Ci ricorda inoltre che: “il reggere gli altri”, esige innanzi tutto la capacità di “reggere se
stessi”, poiché, “chi non sa governare se stesso non può governare gli altri”; tiene presente il
fatto che c’è, per l’uomo di governo, il dovere di esercitare e consentire a tutti l’esercizio del
dono della libertà. Tesoro e fondamento, è il “libero arbitrio” che guida le tre “potenze
dell’anima”- memoria, volontà, intelletto - verso ciò che si ama104.
     L’uomo, quindi, diviene davvero libero, anche politicamente, quando queste tre potenze
possono esprimersi pienamente.
     L’ispirazione filosofica, immersa necessariamente nella visione storica, suscita, nel
contempo, una visione teleologica volta a recuperare un orientamento morale e un’identità
politica. Si evidenzia quindi, una rifondazione dell’etica, che trova base e insegnamento
nell’opera stessa di Caterina da Siena, a sua volta ispirata dall’insegnamento dell’illustre
teologo e filosofo domenicano S. Tommaso d’Aquino, capace di incidere precipuamente, con
la sua dottrina, nel sociale. Ciò porta, necessariamente verso una visione antropologica atta a
riscattare, rivalutandolo, “l’animale sociale” aristotelico, la sua libertà e il suo essere innanzi
tutto Persona: “sostanza individua di natura razionale”105 che, attraverso la volontà e
l’intelletto, si manifesta in autentica e originale umanità.
     Riconoscere l’enorme importanza che un’analisi della natura razionale e politica
dell’uomo riveste per l’etica, porta a potenziare il concetto non solo della coerenza logica
dell’intelligibilità delle singole azioni, ma anche il profilo propriamente morale, relativo a una
visione dell’uomo com’esecutore libero e responsabile del fine sostanziale della sua natura,
continuamente impegnato nel perfezionamento umano e morale di sé.
Questo è l’insegnamento precipuo che Caterina ci ha lasciato.




100
      Lett. n. 311, a’ Signori Difensori del Popolo e Comune di Siena, vol. IV, pp. 382-389.
101
      Lett. n. 235, al Re di Francia, vol. III, pp. 421-428.
102
      Lett. n. 123, ai Signori difensori della città di Siena, vol. II, pp. 297-307.
103
      Lett. n. 350, al Re di Francia, vol. V, pp. 172-181; n. 24, a Biringhieri degli Arzocchi Pievano
       d’Asciano, vol. I, pp. 120-126.
104
      Lett. n. 313, al Conte di Fondi, vol. IV, pp. 399-409.
105
      Tommaso d’Aquino, Summa Theologica …, cit., I, q. 29, a. 1, pp. 124-125.


                                                                                                   17
                                       Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                               Maria Francesca Carnea




Tributi riconosciuti a S. Caterina da Siena dai pontefici 106:
PIO II - 29 giugno 1461 -
Bolla di canonizzazione di S. Caterina da Siena, data a Roma, a S. Pietro, l’anno 1461
dell’Incarnazione dell’Onnipotente, e dei Santi Pietro e Paolo, 3° del Pontificato.

PIO IX - 8 marzo 1866 -
Caterina da Siena è proclamata Patrona di Roma.

PIO XII - 18 giugno 1939 -
«LICET COMMISSA» lettera ad Perpetuam rei memoriam S. Francesco d’Assisi e
S. Caterina da Siena sono proclamati Patroni d’Italia.

PAOLO VI - 4 ottobre 1970 -
Conferimento del Dottorato a S. Caterina da Siena.
Paolo VI, pro cathedra sedente, pronunziò la FORMULA: «Itaque certa scientia ac matura
deliberatione deque apostolicae potestatis plenitudine Sanctam Catharinam, virginem
senesem, Ecclesiae Universalis Doctorem declaramus».

GIOVANNI PAOLO II 107 - 1 ottobre 1999 -
Proclamazione delle Compatrone d’Europa: S. Brigida di Svezia; S. Caterina da Siena;
S. Teresa Benedetta della Croce. Roma, in S. Pietro, 21° del Pontificato.




106
      Cfr. V. Maconi, S. Caterina da Siena e i Pontefici, Ass. Intern. Mariana, Roma, 1986, pp. 7; 9; 10; 12; 62.
107
      Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» , per la proclamazione di: S. Brigida di
       Svezia, S. Caterina da Siena, S. Teresa Benedetta della Croce, Compatrone d’Europa, 1° ottobre 1999:
       “... L’unità del continente, che sta progressivamente maturando nelle coscienze e sta definendosi sempre
       più nettamente anche sul versante politico, incarna certamente una prospettiva di grande speranza. Gli
       Europei sono chiamati a lasciarsi definitivamente alle spalle le storiche rivalità che hanno fatto spesso del
       loro Continente il teatro di guerre devastanti. Al tempo stesso essi devono impegnarsi a creare le
       condizioni di una maggiore coesione e collaborazione tra i popoli. Davanti a loro sta la grande sfida di
       costruire una cultura e un’etica dell’unità, in mancanza delle quali qualunque politica dell’unità è
       destinata prima o poi a naufragare. Per edificare su solide basi la nuova Europa non basta certo fare
       appello ai soli interessi economici, che se talvolta aggregano, altre volte dividono, ma è necessario far
       leva piuttosto sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta
       nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con
       l’indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e
       vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia”, p. 8.


                                                                                                                  18
                              Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                      Maria Francesca Carnea



                                   BIBLIOGRAFIA

Fonti

Lettere di S. Caterina da Siena, vergine domenicana, pref. e note di P. Ludovico Ferretti,
Siena, Tip. S. Caterina, 1918, Voll. 5.

S. Caterina da Siena - Il Dialogo della Divina Provvidenza, red. aggiornata di P. Angiolo
Puccetti, O. P., Ed. Cantagalli, Siena, 1992.

RAIMUNDUS de CAPUA: La vita di S. Caterina da Siena - Legenda Major - Volg. da B. Pecci,
Roma, 1866, pp. 7-8; 18-20; 22-23; 27-32; 34-36; 57; 59; 71-72; 166; 219.

TOMMASO NACCI CAFFARINI: Supplemento alla Leggenda - Legenda Minor - Volg. da P.
Ansano Tantucci, Roma, 1866.

Studi

ANODAL G. (a cura di): S. Caterina da Siena, Patrona d’Italia, una sfida per la donna di oggi,
Ed. Studio Domenicano, 1990, pp. 86-87; 157.

BAGNARA A. M.: Caterina Mamma Dolcissima, Ed. Cateriniane, Roma, 1963, p. 37.

BALDUCCI A. M.(a cura di): S. Caterina da Siena - Massime di reggimento civile - Ed.
Cateriniane, Roma, 1947, pp. 14; 28-30; 74.

BOCCARDI G. (a cura di): Caterina da Siena - Una Santa degli Europei - Ed. Cantagalli,
Siena, 2000.

CAPECELATRO A.: Storia di S .Caterina da Siena e del Papato del suo tempo (quinta ed.), Tip.
Liturgica di S. Giovanni Desclée, Lefebvre e Cia, Roma, 1886, pp. 7-33; 65-92; 128-194;
246-292; 395-402.

CASTELLANO M.: Il rapporto Chiesa-Stato secondo S. Caterina da Siena, Quad. Cateriniani,
Ed. Cantagalli, Siena, 1982.

CASTELLANO M.: S. Caterina da Siena e l’Europa, Quad. Cateriniani, n° 30, Ed. Cantagalli,
Siena, 1985, pp. 3-7.

Dizionario Biografico Degli Italiani, 22, Roma, 1979, pp. 361-379.

Dizionario Enciclopedico del Medioevo, Città Nuova ed., Roma 1998, pp. 224-225; 360; 416-
418; 822-823; 882-883; 959; 1999-2001.

DUPRÈ-THESEIDER E.: I Papi di Avignone e la questione romana, Ed. F. Le Monuier, Firenze,
1939, XVII, X-XI; XXXVII-XL; pp. 3-15; 48-89; 108-166; 199-235.




                                                                                             19
                              Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                      Maria Francesca Carnea



DUPRÈ-THESEIDER E.: Il Medioevo come periodo storico, Ed. Pàtron, Bologna, 1968, pp. 185-
186.

DUPRÈ-THESEIDER E.: Roma dal Comune di popolo alla Signoria pontificia (1252-1377), in
Storia di Roma, Vol. XI, a cura dell’Istituto di Studi Romani, Ed. Cappelli, Bologna, 1952,
pp. 623-624; 630-691; 714-715.

DURANT W.: Storia della civiltà - Il Mondo Medievale - Vol. I°, L’Epoca della Fede, Tomo
III, Ed. Araba Fenice, Cuneo, 1995,
pp. 383-384.

GATTO L.: La Roma di Caterina, in La Roma di S .Caterina da Siena, a cura di M. G. Bianco,
Quad. L.U.M.S.A., Ed. Studium, Roma, 2001, pp. 13; 33-48.

GATTO L.: Media Aetas, Ed. Monduzzi, Bologna, 1998.

GATTO L.: Storia di Roma nel Medioevo, Roma, 1999, pp. 419-488.

GATTO L.: Viaggio intorno al concetto di Medioevo, Ed. Bulzoni, Roma, 1995, p. 133.

GAZZI C.: Le reliquie di S. Caterina da Siena, Ed. Cateriniane, Roma, 1935, p. 37.

LIPPINI P.: S. Caterina da Siena, fedele interprete del carisma e della spiritualità domenicana,
Quad. Cateriniani, Ed. Cantagalli, Siena, 1999.

MENCONI V.: S. Caterina da Siena e i Pastori della Chiesa, Ass. Intern. Mariana, Roma,
1987.

MENCONI V.: S. Caterina da Siena e i Pontefici, Ass. Intern. Mariana, Roma, 1986, pp.7; 9;
10; 12; 62.

MORRA G. (a cura di): La Città Prestata - consigli ai politici -, Ed. Città Nuova, Roma, 1990.

NEGRI A.: S. Caterina da Siena, Ed. Cateriniane, Roma, 1948.

PAJARDI P.: Caterina. La Santa della Politica, Ed. Martello, Milano, 1993, pp. 9-13; 62; 77-
85; 96; 111-126; 137; 148; 158-160; 171-172; 206-207; 244; 250-252.

PERNOUD R.: I Santi nel Medioevo, traduzione di Anna Marietti, Ed. Rizzoli, Milano, 1986,
pp. 120-124.

PICCARI T.: La «poesia» della fede in Caterina e in Francesco, Centro Studi Cateriniani,
Quad. n°5, Roma, 1991.

ROSSI T.: Natura, Ratio, Ordo. Rilettura all’interno del discorso morale attuale, in Angelicum
LXXII (1995), pp. 363-384.




                                                                                             20
                              Libertà e Politica in S. Caterina da Siena
                                      Maria Francesca Carnea



RUPPE J.: Caterina da Siena Dottore e Martire del Papato. [Conferenza tenuta a Genova il 23
ottobre 1970], Quad. Cateriniani n°4, Ed. Cantagalli, Siena, 1971, pp. 13-17.

RUPPE J.: Caterina e Teresa Dottori per il nostro tempo, Ed. Cateriniane, Roma, 1973.

RYBKA R.: L’attuazione del bene comune nel pensiero politico di San Tommaso d’Aquino, in
Angelicum LXXVII (2000), pp. 477-505.

SAMORÈ A.: S. Caterina, la Chiesa e il Papa, Quad. Cateriniani n°4, Ed. Cantagalli, Siena,
1971, p. 10.

SPIAZZI R.: Il Magistero Politico di S. Caterina da Siena nel quadro della tradizione cristiana
in confronto con la dottrina di S. Tommaso d’Aquino, Quad. Cateriniani, Ed. Cantagalli,
Siena, 1972, pp. 3; 6-8; 14-20; 22-25.

TAURISANO I.: L’ambiente storico cateriniano. Siena, Firenze, Roma, Amatrice (Rieti),
Scuola Tip. dell’orf. masch., 1934, XII, pp. 27-30; 57-67; 75-89.

TAURISANO I.: S. Caterina da Siena, Patrona primaria d’Italia. La sua eroica pazienza, le sue
preghiere per la Chiesa e per il Pontefice, Libreria Ferrari, Roma, 1956, pp. 11-29.

TAURISANO I.: S. Caterina e il ritorno del papato a Roma. Ottavario di Meditazioni in onore
di S. Caterina da Siena, Vergine dell’ordine di S. Domenico, presso la direzione del Rosario
Memorie Domenicane, Roma, 1898, pp. 14; 29; 31; 66-67; 102-107.

TOMMASO D’AQUINO: La Somma Teologica, trad. e comm. a cura dei Domenicani Italiani,
testo latino dell’ed. Leonina, Ed. Salani, 1949-1975, Voll. I; II; X; XI; XIII; XVI.

S. Caterina da Siena: Studi e Saggi. Numero Spec. di V.C., 1940 II-III, Ed. “Vita Cristiana”,
Firenze, 1940.

Caterina da Siena: l’Uomo, la Società. Quad. del Centro Naz. Studi Cateriniani, Quad. n°1,
Roma, 1986.

S. Caterina da Siena, Dottore della Chiesa. Num. Spec. de “L’arbore della carità”, Riv. trim.
Unione S. Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola , Roma, 1995, pp. 39-40.

“Ave Maria”, Bollettino bimestrale della Congregazione delle Suore Domenicane di S.
Caterina da Siena, 1995, [25° del dottorato conferito a S. Caterina da Siena (1970-1995)], pp.
111-113.

GIOVANNI PAOLO II: Lettera Apostolica, in forma di Motu Proprio, per la proclamazione delle
Compatrone d’Europa - S. Brigida di Svezia, S. Caterina da Siena, S. Teresa Benedetta della
Croce -, 1° ottobre 1999. Tipografia Vaticana, 1999, pp. 1-9.




                                                                                             21

				
DOCUMENT INFO
Shared By:
Categories:
Tags:
Stats:
views:14
posted:8/26/2011
language:Italian
pages:21