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LA LUNGA ECO DEL CONTIBERNIUM

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					           LA LUNGA ECO DEL CONTUBERNIUM

                    Cicalata giuridico – letteraria
                     dell’avv. Massimiliano Kornmuller
                        Penalista, scrittore e saggista


Chi di voi, Signori ignora il venerando istituto del contubernium?
Non uno, io stimo; cionondimeno ho vaghezza di ripercorrere con voi il
nascere e il divenire di questo istituto,con        particolare riguardo all’
accezione di unione stabile tra dominus e serva.
Già le Storie Sacre ne parlano e, se non è vano quanto nella Bibbia si legge,
nel libro della Genesi ( Gen.16,1-18), Abramo ebbe rapporto contubernale
con la schiava Agar detta l’Egiziana, nell’ambito del quale nacque un figlio
chiamato Ismaele.
Ma si deve al genio giuridico romano l’aver portato ad alta perfezione
l’istituto, così come lo conosciamo, in particolare nell’accezione di unione
stabile tra schiavi o tra un dominus e una schiava ( il cosiddetto
contubernium misto) oggetto della presente cicalata,tralasciando pertanto
l’accezione militare del termine da intendersi come rapporto cameratesco di
militari che vivono sotto la stessa tenda.
Poiché gli schiavi erano oggetto e non soggetto di diritti e mancavano cioè
di capacità giuridica, non poteva istituirsi nessun rapporto produttivo di
conseguenze giuridiche, tal che la relazione conturbenale consisteva in un
rapporto di fatto per cui i figli nati da questa unione assumevano lo status di
liberi naturales con conseguente esclusione di qualsiasi diritto successorio.
Riguardo poi ai rapporti tra i due sessi all’interno del contubernium misto, la
legge romana splendeva di chiarezza ,quale era sua precipua caratteristica, e
stabiliva così: se è il libero che vive con una schiava, questi non subisce
alcuna conseguenza, anche se la schiava è di altri (C, de libera causa, 7,16 ).
Qualora invece sia una domina che vive in contubernium con un servo, essa
diverrà serva del dominus di questo ( ex S.C. Claudiano, poi abolito in età
giustinianea ; Gai, 1,84 e 160; Ulp. 11,11; Paul.,Sent; 2,21 ).
A partire dall’età costantiniana prevalse la tendenza di evitare in caso di
divisione di eredità o alienazione di schiavi lo smembramento del
contubernium intra servos.
Ma al di là della pallida e un po’ polverosa elencazione delle disposizioni
normative citate, dobbiamo immaginare quali delicate storie d’amore siano
fiorite all’ombra di questo vetusto istituto.
Ricordiamo in primis quella romanzata tra Petronio, arbiter elegantiarum, e
la sua bella schiava spagnola Eurice che preferì suicidarsi con lui, sottoposto
all’ iniquo ordine neroniano di suicidio.
Qualcuno mi obietterà che è una storia inventata di sana pianta dallo
scrittore polacco Senkiewicz autore di Quo Vadis (1895): pur non negando
questa obiezione,rispondo che a me piaceva e cosi’ l’ho citata .
Frutto di un altro romanzo è il contubernium che nell’Asino d’Oro di
Apuleio (sec. II d. C.) vede protagonista Lucio e la procace servetta Fotide,
che fu però cagione della sua metamorfosi in asino.
Un contubernium amoroso storicamente documentato è quello che vide
protagonista il poeta Ausonio (sec IV d.C.) e la schiava sveva di nome
Bissula.
Per lei il poeta scrisse deliziose pagine di poesia di cui a me piace tradurre
alcune composizioni:




                      SULLA MEDESIMA BISSULA


                   Delizia,voluttà, gioco d’amore, piacere,
                    tu sei una barbara, ma superi, mia luce,
                          tutte le fanciulle del Lazio.
           Bissula, nome rusticanello per una fanciulla così tenera,
                   e un po’ orrido per chi non vi è abituato,
                          ma bello per il suo padrone
       A UN PITTORE, SUL MODO DI DIPINGERE BISSULA


             Pittore, se pensi di fare un ritratto alla mia pupilla,
               cerca di imitare ( la ricerca di fiori variopinti )
                      che effettuano le api dell’Imetto.




Nelle nebbie claustrali del Medio Evo, nonostante, gli sforzi della Chiesa
per eliminarlo, il vetusto contubernium faceva sempre capolino qua e là; mi
riferisco nello specifico ad atti notarili pisani e genovesi dei sec XIII – XIV
dai quali si evince come questo istituto fosse ancora ben vivo.




                  CONTRATTO DI IACOBO PORCO
                               31 marzo 1279


 In Christi nomine amen! Io Cerasia Siciliana prometto e convengo con te
  Iacobo Porco di stare con te e abitare con te e in casa tua e che io debbo
   stare come femmina tua e che nessun’altra persona abbia a che fare di
    conseguenza e che se io abbia conoscenza carnale con un altro uomo
 concedo licenza che tu possa tagliarmi il naso o una mano o un piede a tuo
 piacimento e che in ogni modo possa prendere vendetta della mia persona
 come meglio ti piacerà …………….( Archivio di Stato di Genova, S.M.,
Cartolare 53, cc. 117 r.ev.citato in Archives de l’Orient Latin, I, 1881 P.90)
                              (Trad. dell’Autore)




                CONTRATTO DI MARCO BENTRAMO
                              8 dicembre 1287
 In nomine Domini amen. Io Giannetta Oliveti prometto e convengo con te
  Marco Bentramo che io debbo stare con te come tua serva e amante per i
   prossimi sei anni venturi e venire con te in luogo e terra che vorrai e tu
vorrai condurmi con te per fare ogni servizio alla tua persona e alla tua casa
 e di custodire e conservare le tue cose in buona fede e senza frode e che io
 non me ne vada dal tuo servizio fino alla scadenza del detto termine senza
  licenza e comando e che tu mi darai per mio corrispettivo vitto e vestiti
convenienti e che se alla fine di detti sei anni mi vorrai licenziare, mi dovrai
            dare per remunerazione dieci lire di genovesi d’oro.
 Viceversa io Marco prometto e convengo con te Giannetta di tenerti come
mia serva e amante fino allo spirare di detto termine e di condurti con me in
     qualunque luogo, e di darti vitto e vestiti convenienti e di tenerti e
 proteggerti sana e ammalata fino al predetto termine e alla fine di detti sei
 anni se non vorrai rimanere con me di darti dieci lire di genovesi d’oro…..
  ( Archivio di Stato di Genova, S.M., Cartolare 68, cc. 103 r.ev. citato in
      Archives de l’Orient Latin , I, 1881 P.90 ) (Trad. dell’Autore ).




Premesso che nel Medio Evo e nell’Età Moderna la popolazione degli
schiavi consisteva essenzialmente nei turchi saraceni e africani, fatti
prigionieri in battaglia c’è da dire che schiave bellissime di queste etnie
entrarono a far parte delle corti europee, come testimonia pure il
Parmigianino con il suo dipinto La schiava turca esposta nella Galleria
Nazionale di Parma.
Purtroppo in età rinascimentale il contubernium non solo era molestato dalla
Chiesa, ma anche dal Fisco come testimonia l’autocertificazione all’Ufficio
dei Fossi (delle Entrate n.d.r.) di Pisa per l’anno finanziario 1428 relativo
all’esazione fiscale di Messer Portata d’Orlando di Cristofano da Sinia di
professione sensale…
                    DICHIARAZIONE DI IMPOSTA
                                      DI
        PORTATA DI ORLANDO DI CRISTOFANO DI SINIA
                            PER L’ANNO 1428


  “Comincia a dire che): la massarizia di chasa cho’ miei vestiri di dosso
                possono valere da fiorini 80 soldi o denari -.
  E più una schiava che mi ghoverna d’età di 23 in 24 anni co’ suoi vestiri
                           stimola fiorini 70 soldi-.
    Della quale n’o’ una figliuola perché l’o’ promesso di fare franca”.
(E più sotto): “ Anchora mi truovo in chasa contando me con 4 bocche cioè
  la schiava che à nome Dadalena et Piero mio figlio d’età di 8 anni e 1°.
figlia (sic) che à nome Aghata d’età di 2 anni e mezzo a’ quali mi conviene
provedere con solecitudine di farlo le spese ed io sono in 44 in 45 anni o più
 (Archivio di Stato di Pisa – Ufficio dei Fossi: Portate del 1428, filza 10, c.
                                    141r.)


Come non ammettere poi che il dio alato e arcomunito non abbia dettato il
documento che segue?




      MANOMISSIONE DELLE SCHIAVA TARTARA LUCIA
                 DA PARTE DI MAFFEO LEGAVELE
                         PISA 11 GENNAIO 1462


Messer Maffeo Legavele del fu Sabba del fu Tommaso d’Angelo cittadino e
mercante genovese, abitante in Pisa nella cappella di S. Martino in Chinsica
nella casa dei Del Testa, manomette con tutti i suoi discendenti Lucia della
  razza dei Tartari sua schiava, genuflessa davanti a lui e supplicante, col
patto che se muore senza far testamento e senza figliuoli, debba essere erede
                             il suddetto Maffeo.
Fatto in Pisa, nella seconda bottega nell’angolo verso il ponte vecchio, posta
sotto la casa del monastero di S. Frediano in Candolaria, nella cappella di S.
                            Sebastiano in Chinsica.
    Test.: Guglielmo del fu Guglielmo Raù e Geromino del fu Bindo da
 Paganello cittadini pisani e Benedetto del fu Piero, ser Niccolò cittadino e
                       mercante pistoiese abitante in Pisa.
       Rogò Nicolao del fu Nicolao di Donato de’ Donati di Volterra.
               (Archivio di Stato di Pisa – Spedali: Trovatelli).
                                      ***
A partire dall’età rinascimentale, il contubernium divenne inoltre oggetto di
molte commedie, da Calderon de la Barca (La schiava del suo innamorato)
fino alla Commedia dell’Arte italiana, per non parlare del magico mondo del
melodramma; basti pensare agli atti buffi unici
Pimpinone e Vespetta, (1725) di J.Ph.Telemann, e a La Serva Padrona, di
Giovan Battista Pergolesi (1732).
Con la Rivoluzione Francese il contubernium fece le valigie e partì per le
Americhe dove l’ambiente era ancora propizio.
Come non ricordare a questo punto gli idilliaci amori contubernali tra il 2°
Presidente degli Stati Uniti d’America Thomas Jefferson e la sua bella
schiava negra, nella villa neo-palladiana di Monticello in Virginia, punta di
un iceberg di millanta contubernia nati nelle soleggiate piantagioni degli
Stati del Sud, per non parlare del Centro e del Sud America?
Tuttavia le romantiche storie coloniali contubernali del sec. XIX non videro
l’inizio di quello successivo.
Si spegne così, nella Civiltà Occidentale, quella             lunga eco più che
millenaria il cui ultimo poetico sospiro può essere reso da Guido Gozzano
ne I colloqui (1911)
                 ELOGIO DEGLI AMORI ANCILLARI


                                        I
                        Allor che viene con novelle sue
                        ghermir mi piace l’agile fantesca
                   che segretaria antica è fra noi due.


                  M’accende il riso della bocca fresca,
                   l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
                  e il profumo di storia boccaccesca….


                    Ella m’irride, si dibatte, implora,
                    invoca il nome della sua padrona:
                 “Ah! Che vergogna “ Povera Signora!


                “Ah! Povera Signora! …” E s’abbandona.


                                    II


                       Gaie figure di decamerone
                    le cameriste dan, senza tormento,
                     più sana voluttà che le padrone.


                   Non la scaltrezza del martirio lento
                      non da morbosità polsi riarsi,
                       e non il tedioso sentimento


                 Che fa le notti lunghe e il sonno scarsi,
                     non dopo voluttà anima triste:
                 ma un più sereno e maschio sollazzarsi.


                     Lodo l’amore delle cameriste!




Novembre 2007                               Avv. Massimiliano Kornmuller

				
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