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canto-v-purgatorio-capelli-d-capelli-f-carminati-4b

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					Divina Commedia – Purgatorio        Condizione di Dante come vivo che

– Canto V                           visita l’aldilà:
                                    • tema del corpo (insistenza dei
                                    racconti sulle violenze fisiche)
                                    • Dante orgoglioso dell’attenzione
                                    delle anime per la sua condizione 
                                    monito di Virgilio a non essere
                                    vanitosi e a perseguire nobili fini
                                    • rapporto mondo dei vivi – aldilà 
                                    effetto della preghiera


                                    Tema storico (tre racconti “veri”) e
                                    autobiografico (Dante ha
                                    partecipato alla battaglia che
                                    racconta).
         Antipurgatorio             3 racconti molto diversi: sintesi nel
                                    primo, analisi nel secondo, simmetria
 Schiera dei negligenti morti per   ed essenzialità nel terzo
             violenza
                                                    Davvero sei
                                       Fa ombra!! Ha
                                                  vivo?? Conosci
                                         un corpo!!
                                                 qualcuno di noi??




Non fermarti, se
vuoi rispondere
 parla mentre
    cammini           Mi sembra di non
                     conoscere nessuno,
                      Io sono Bonconte da
                     ma chiedete pure…
                          Montefeltro




   Io sono Pia de’
      Tolomei
                                                Io sono Jacopo del
                                                     Cassero…
                  Io era già da quell’ombre partito,
                  e seguitava l’orme del mio duca,
                  quando di retro a me, drizzando ’l dito, 3

                  una gridò: "Ve’ che non par che luca
                  lo raggio da sinistra a quel di sotto,
Agitazione di     e come vivo par che si conduca!". 6
Dante perché lo
guardano ??       Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
                  e vidile guardar per maraviglia
                  pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. 9

                  "Perché l’animo tuo tanto s’impiglia",
                  disse ’l maestro, "che l’andare allenti?
                  che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 12
          “Non ti curar di lor, ma guarda e passa” ribaltato. Là
         era Dante curioso delle anime, qui sono le anime curiose
             di Dante. Ma il cammino in entrambi i casi deve
                                continuare.
Vien  moto fisico
                                                SIMILITUDINE
Sta  fermezza interiore
                                                Come la torre non si muove
  Vien dietro a me, e lascia dir le genti:      per il vento, così l’uomo deve
  sta come torre ferma, che non crolla          seguire il suo scopo senza
                                                lasciarsi traviare dal dire
  già mai la cima per soffiar di venti; 15
                                                altrui
  ché sempre l’omo in cui pensier rampolla                   Frase contorta
  sovra pensier, da sé dilunga il segno,                     che parla di
  perché la foga l’un de l’altro insolla". 18                pensieri contorti


  Che potea io ridir, se non "Io vegno"?
  Dissilo, alquanto del color consperso
  che fa l’uom di perdon talvolta degno. 21



                                                       Per Aristotele il saggio
                                                       non arrossisce perché
                                                       evita situazioni
                                                       imbarazzanti  il rossore
                                                       non sempre rende degni
                                                       di perdono.
David canta il Miserere     E ’ntanto per la costa di traverso
perché per chiedere         venivan genti innanzi a noi un poco,
perdono dopo aver ucciso.
                            cantando ’Miserere’ a verso a verso. 24
Qui chiedono perdono
vittime di omicidio.
                            Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
 “Contrappasso”            per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
                            mutar lor canto in un "oh!" lungo e roco;
                            27
    Coralità tipica del
    Purgatorio.             e due di loro, in forma di messaggi,
                            corsero incontr’a noi e dimandarne:
                            "Di vostra condizion fatene saggi". 30

      “Certior facere”      E ’l mio maestro: "Voi potete andarne
                            e ritrarre a color che vi mandaro
                            che ’l corpo di costui è vera carne. 33

                            Se per veder la sua ombra restaro,
                            com’io avviso, assai è lor risposto:
                            fàccianli onore, ed esser può lor caro". 36
                             due
                             significati



              Vapori accesi non vid’io sì tosto
              di prima notte mai fender sereno,
              né, sol calando, nuvole d’agosto, 39

              che color non tornasser suso in meno;
              e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
Netta         come schiera che scorre sanza freno. 42
antitesti
con i pigri   "Questa gente che preme a noi è molta,
              e vegnonti a pregar", disse ’l poeta:
              "però pur va, e in andando ascolta". 45
         Per Dante il corpo è legato alla nascita, mentre
         le anime lo associano alla propria morte


"O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti",
venian gridando, "un poco il passo queta. 48

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
51
            Unquam = latinismo
Noi fummo tutti già per forza morti,                     Spiega
e peccatori infino a l’ultima ora;                       che
                                                         peccatori
quivi lume del ciel ne fece accorti, 54                  sono


sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,       enjambement

che del disio di sé veder n’accora". 57
                                              La loro pena è
                                              l’attesa
 “Voltando e percotendo li molesta” canto V
 dell’Inferno
E io: "Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati, 60

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face". 63


             Spiriti “mal nati”
             nell’Inferno
64 E uno incominciò: "Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler nonpossa non ricida.
Jacopo del Cassero
     • Originario di Fano, come poi accennerà,
       cresce in un ambiente guelfo e combatte
       con i guelfi fiorentini, forse conoscendo
       lì Dante, al Campaldino contro i ghibellini
       aretini, su cui vinse (1289)

     • Podestà di Bologna dal 1296, la difese
       dall’estense Azzo VIII che voleva
       annetterla ai domini ferraresi

     • Nel 1298 diviene podestà di Milano, ma
       durante il viaggio verso la città è
       raggiungo dai sicari di Azzo e ucciso in
       una palude nel padovano

     • Riposa ora a Fano
Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo, 69

               Metonimia (regno di Napoli)
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. 72
Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, 75


             Metonimia?(padovani)



là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea. 78
         Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
         quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
         ancor sarei di là dove si spira. 81 termine
                                             Spira=

                                                           stilnovistico
                              Perifrasi (terra)

         Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
climax
         m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
morte
         de le mie vene farsi in terra laco". 84
                                         Polisindeto “e”
                   alimenta
                                                                     Bonconte fa capire che oramai c’è un
Poi disse un altro: "Deh, se quel disio                  85          distacco dalla vita terrena, perchè dice al
si compia che ti tragge a l’alto monte,                              passato di essere stato conte (fui), mentre
                                                                     usa il presente per definire la sua persona.
con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte".            90



                                             Parafrasi:
                                             Poi un altro disse: «Possa esaudirsi il tuo desiderio di
                                             salire rapido il monte, con spirito di carità aiutami a
                                             realizzare la stessa aspirazione!
                                             Io fui Bonconte di Montefeltro; né mia moglie
                                             Giovanna né altri hanno cura di pregare per me;
                                             perciò io vado con costoro umiliato e triste».
                                                            Dante fa riferimento alla battaglia di
E io a lui: "Qual forza o qual ventura                      Campaldino, presso Arezzo, dove si
ti travïò sì fuor di Campaldino,                            scontrarono guelfi e ghibellini, e in cui
                                                            Bonconte (ghibellino) perse la vita.
che non si seppe mai tua sepultura?".                 93

"Oh!", rispuos’elli, "a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.                    96

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.            99

                                            Parafrasi:
                                            E io a lui: «Quale destino o sventura ti portò fuori
                                            da Campaldino, tanto che mai si seppe il luogo di
                                            tua sepoltura?»
                                            «Oh!», egli rispose, «ai piedi del Casentino traversa
                                            un fiume che ha nome Archiano, che nasce sopra
                                            l'Ermo in Appennino.
                                            Là dove finisce il suo corso, io arrivai ferito nella
                                            gola, fuggendo a piedi e insanguinando il piano.
                                                        Enjambement: Bonconte
                                                        accentua l’evento della caduta e
Quivi perdei la vista e la parola;                      della morte
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.               102
                                                   Invocazione: Bonconte si pente in fin di
                                                     vita di tutti i suoi peccati, sperando di
                                                     ricevere perdono.
Io dirò vero e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: «O tu del ciel, perché mi privi?       105




                                            Qui perdetti la vista e la parola; finì col nome
                                            di Maria e qui caddi e rimase solo il mio corpo
                                            fisico.
                                            Io ti dirò il vero e tu lo ripeterai tra i vivi, in
                                            dimensione umana: l'angelo di Dio mi prese
                                            con sé, mentre l'angelo dell'Inferno gridava:
                                            «O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;                  L’angelo punitore, in quanto sconfitto
ma io farò de l'altro altro governo! «                dall’angelo di Dio, vuole ristabilire
                                                      l’Equilibrio destabilizzato dal peccato
108                                                   sfogando la sua ira sul corpo di Bonconte.


Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell'umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
111




                                           Parafrasi:
                                           Tu porti con te la sua animica parte eterna,
                                           per una lacrimetta che ti versa; ma io
                                           ristabilirò in lui l'equilibrio perduto, con la
                                           mia opera purificatrice!»
                                           Tu sai certamente come nell'aria si
                                           raccoglie il vapore che ricade in pioggia,
                                           dopo essersi condensato nel piano freddo
                                           dell'aria.
                                                   Similitudine: Bonconte paragona il suo
Giunse quel mal voler che pur mal chiede           corpo al vapore acqueo, che suo malgrado
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento     è costretto a trasformarsi in pioggia e a
                                                   cadere sul terreno. Allo stesso modo il
per la virtù che sua natura diede.                 corpo di Bonconte è costretto a subire
114                                                l’ira dell’Angelo Punitore.


                                                    Enjambement: enfasi legata al
Indi la valle, come 'l dì fu spento,                paesaggio in cui il corpo si trova.
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
117                                                      Similitudine


sì che 'l pregno aere in acqua si converse;      Parafrasi:
la pioggia cadde e a' fossati venne              Così giunse quel mal volere che, se pur mal
                                                 chiede con l'intelletto, tramuta il Male in
di lei ciò che la terra non sofferse;            Bene e mosse il fumo e il vento per mezzo
120                                              della potenza purificatrice che la sua natura
                                                 diede.
                                                 Poi quando il giorno fu spento nelle tenebre
                                                 della notte, il gran giogo della disarmonia
e come ai rivi grandi si convenne,               delle forze naturali coprì il Pratomagno e una
ver' lo fiume real tanto veloce                  densa nebbia offuscò la Terra e il cielo,
                                                 così l’aria pesante si convertì in acqua; la
si ruinò, che nulla la ritenne.                  pioggia cadde sferzante e copiosa nei fossati
123                                              in una tempesta che mai prima di allora
                                                 quella terra aveva sofferto;
                                                 e come avviene nelle grandi cascate, che si
                                                 gettano verso il fiume così veloce,
                                                 quell’acqua si rovesciò dato che nulla la
                                                 ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
126

ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
 poi di sua preda mi coperse e cinse».
129
                                                                             Parafrasi:
                                                                             Il mio corpo gelato si rivoltò nella
                                                                             ghiaia e l'Archiano, nelle forze della
                                                                             natura disastrata, lo sospinse nel
                                                                             fondo dell'Arno, e si sciolse così dal
                                                                             mio petto la croce del peccato
                                                                             nella Grazia, quando il dolore mi
                                                                             vinse e la tempesta mi rivoltò contro
                                                                             gli scogli e nel fondo del fiume, il mio
                                                                             corpo gonfio di rena e di melma
                                                                             rimase sepolto sotto la ghiaia».




 Come già affermato nel Canto I dell'Inferno, per un tempo
 approssimativo ai tre giorni, dopo che il cuore ha cessato di battere,
 l'anima resta ancora collegata al suo involucro fisico attraverso un filo
 di energia che rende il corpo perfettamente sensibile. Per questo
 motivo Bonconte può narrare le vicende legate alla sua fine.
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via»,
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
132
                                                                Chiasmo: Pia è nata a Siena, ed è
                                                                stata uccisa in Maremma.
                                                                Antitesi: tra fè e disfecemi

«ricorditi di me, che son la Pia:
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
135
disposando m'avea con la sua gemma».                  Pia, a differenza di Bonconte, non prova alcun
                                                      dispiacere o dolore, e non nomina nemmeno il suo
                                                      uccisore (il marito), in quanto l’ha già perdonato, o
                                                      perlomeno non si cura più di lui.



                                          Parafrasi:
                                          «Deh, quando tu sarai tornato nel tuo mondo e riposato
                                          dalla lunga via», intervenne un terzo, dopo il secondo
                                          spirito,
                                          «ricordati di me, che son Pia: nacqui a Siena, morii in
                                          Maremma: si svegli dalla lunga morte umana colui che
                                          prima di uccidermi mi aveva inanellata con la sua
                                          gemma».
               Bonconte di Montefeltro
Bonconte da Montefeltro (1250? – Campaldino, 11
giugno 1289) è stato un condottiero italiano di
parte ghibellina.
Quarto figlio di Guido da Montefeltro, apparteneva
alla casata dei Signori di Urbino.
Era legato alla città di Arezzo (probabilmente vi è
nato). Nel 1287 Bonconte partecipò alla guerra
civile che si concluse con la cacciata dei guelfi dalla
città. Nel 1288 partecipò alle Giostre del Toppo, la
battaglia in cui gli Aretini sconfissero i Senesi
presso Pieve al Toppo.
La sua fama, tuttavia, è legata alla battaglia di
Campaldino avvenuta il giorno 11
giugno 1289 dove, conducendo la cavalleria
ghibellina, trovò la morte. Il suo corpo non fu
rinvenuto e questa circostanza, assieme al resto
della sua vicenda umana, colpì Dante Alighieri che
combatteva fra i suoi avversari.
                                Pia de’ Tolomei
Appartente alla famiglia dei Tolomei di Siena, Pia sarebbe
stata sposata a Nello dei Pannocchieschi, del quale si sa
che fu signore del Castel di Pietra in Maremma, podestà di
Volterra e Lucca, capitano della taglia guelfa nel 1284 e
vissuto almeno fino al 1322. È documentato il secondo
matrimonio di Nello come vedovo, con Margherita
Aldobrandeschi contessa di Sovana e Pitigliano, e in questo
vuoto (gli archivi tacciono su chi fosse stata la prima moglie
di Nello) fu inserita la figura di Pia de' Tolomei.
Nello infatti possedeva il Castel di Pietra in Maremma,
dove nel 1297 egli avrebbe fatto assassinare la donna,
facendola gettare da una finestra, dopo averla rinchiusa
per un po' nel suo castello, forse per la scoperta della sua
infedeltà, forse per liberarsi di lei desiderando il nuovo
matrimonio.
Secondo altri commentatori antichi potrebbe essere stata
uccisa perché avrebbe commesso qualche fallo (tesi di
Jacopo della Lana, l'Ottimo e Francesco da Buti), o,
secondo altri ancora (quali Benvenuto e l'anonimo
fiorentino del XIV secolo), per uno scatto di gelosia.

				
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posted:8/8/2011
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