COMUNICATO STAMPA LIBERE PROFESSIONI: PIU’ RICCO CHI SI LAUREA A PIENI VOTI Ingegneri e architetti che escono dall’università con il massimo guadagnano fino al 14% in più. Roma, 26 Novembre 2008. Addio al luogo comune del libero professionista figlio di papà. Avere un genitore libero professionista influenza la scelta professionale e la carriera dei figli solo in 1 caso su 10, mentre molta più importanza sembra avere l’impegno nello studio. Laurearsi rapidamente e a pieni voti, infatti, ha un impatto notevole sul reddito del futuro professionista, che guadagnerà circa il 5% in più per ogni anno in meno impiegato a prendere la laurea, e si porterà a casa circa l’11,3% in più se è uscito dall’università con 110 e lode. In tempi di polemiche su nepotismo e raccomandazioni, sono dati incoraggianti, che non sono riferiti però a tutti i liberi professionisti italiani, ma solo gli architetti e gli ingegneri: è questa la categoria presa in esame, infatti, da un’indagine svolta da Inarcassa, la Cassa di assistenza e previdenza degli ingegneri e degli architetti, in collaborazione con il Csef (Centro di ricerca costituito dalle università di Salerno, Federico II di Napoli e Bocconi di Milano). L’indagine, la prima di questo tipo svolta in Italia, è stata presentata nel corso del convegno “Il welfare in una società che cambia”, organizzato da Inarcassa per celebrare il Cinquantenario dalla fondazione dell’ente, e fornisce una chiave di lettura interessante, e sotto alcuni aspetti sorprendente, della libera professione. L’ACCESSO. Innanzitutto, come si è detto, la ricerca Inarcassa sfata il mito dei liberi professionisti tutti “figli d’arte”. Per gli ingegneri e agli architetti, infatti, il vantaggio di avere un padre che svolge la stessa professione è piuttosto modesto: solo il 10% degli architetti e il 12% degli ingegneri ha abbracciato la carriera paterna, mentre il gruppo più numeroso di liberi professionisti iscritti alla Cassa è formato da figli di impiegati, seguito da lavoratori autonomi. Diversamente da quanto avviene in molte professioni in Italia, quindi, le barriere all’ingresso per i giovani ingegneri e architetti sono relativamente basse, perché il ruolo delle tradizioni familiari è minore. E a sorpresa, si scopre che un ruolo chiave nell’ingresso dei ragazzi in queste due professioni è ricoperto dall’università: quasi un terzo degli architetti e ingegneri intervistati, infatti, ha svolto la propria pratica professionale nello studio di docenti universitari, spesso utilizzando i contatti con il professore con cui è stata svolta la tesi. Anche la collocazione geografica dell’università dove si sono svolti gli studi ha un ruolo importante: gli architetti e ingegneri laureati nelle università del Nord guadagnano circa il 30% in più dei laureati nelle università del Sud, anche per le maggiori opportunità professionali offerte dalle regioni settentrionali. Laurearsi presto e a pieni voti, poi, rende molto: un architetto o ingegnere guadagna infatti il 4,7% in più per ogni anno in meno impiegato a laurearsi, e se è riuscito a ottenere il massimo dei voti, può arrivare a guadagnare il 13,7% in più se architetto e il 9,6% in più se ingegnere. Gli aspiranti professionisti che invece si laureano con meno di 110 e arrivano più tardi al traguardo sono invece destinati a guadagnare meno: passando da 5 a 7 di studio, ad esempio, il reddito professionale si ridurrà del 10% circa.
Anche l’esperienza professionale influisce sui redditi degli ingegneri e degli architetti, soprattutto nei primi dieci anni, quando l’incremento dei redditi è del 59% per i primi e del 41% per i secondi. Tanto il profitto negli studi quanto l’esperienza lavorativa, in altri termini il “merito”, risultano quindi determinanti nel successo professionale ed economico della categoria, mentre non ha, in media, un effetto significativo sul reddito professionale il fatto di essere figlio di un architetto o un ingegnere. LA DIMENSIONE DEGLI STUDI. L’analisi evidenzia che i redditi degli ingegneri e degli architetti sono legati alla forma organizzativa dello studio professionale: crescono infatti del 26,1% quando la professione è esercitata in forma associata, o all’interno di una società di professionisti (+23,7%), anche grazie alla possibilità di dividere in più persone i costi fissi, e di accettare incarichi più complessi, che necessitano l’apporto di competenze diverse. L’aumento del reddito nell’esercizio dell’attività in società, però, potrebbe anche essere in parte dovuto al fatto che i migliori professionisti in genere si scelgono a vicenda per esercitare l’attività insieme. La maggiore redditività delle strutture più articolate deriva quindi anche da questo effetto di “screening”, che testimonia la dinamicità della categoria. Gli studi associati e le società tra professionisti sono localizzati in prevalenza al Nord (54,6%), seguiti da quelli del Sud (30,6%) e del Centro (14,7%), e sono più presenti tra i giovani. A dispetto della correlazione positiva tra lavoro associato e reddito, però, la forma tipica di attività professionale rimane lo studio di piccole dimensioni: oltre un terzo degli ingegneri e degli architetti, ad esempio, ha lo studio in casa (35,6%), mentre il 73% è un unico titolare dello studio in cui lavora. Oltre l’80% degli studi individuali, inoltre, è composto al massimo da due addetti1. Si osserva che al crescere delle dimensioni dello studio sono preferite forme giuridiche più complesse. Il 50% degli studi associati ha almeno 3 soci (il 4% oltre 5 soci). La maggior parte degli studi, sia le piccole strutture che i grandi studi internazionali, infine, lavora nell’edilizia e nelle costruzioni, e solo il 16,4% in progetti e infrastrutture. LA RICERCA INARCASSA. L’indagine ha utilizzato un campione rappresentativo di 1.195 ingegneri e architetti liberi professionisti iscritti a Inarcassa, intervistati sulla base di un questionario predisposto dall’Ufficio studi e ricerche di Inarcassa in collaborazione con il Centro interuniversitario di studi in economia e finanza (CSEF) legato all’Università di Napoli “Federico II” e coordinato dal prof. Tullio Jappelli. Le interviste sono state condotte dalla IPSOS con il sistema CAPI “faccia a faccia”. Si tratta della prima indagine di questo tipo mai svolta in Italia su una categoria di liberi professionisti.
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La domanda del questionario chiedeva di indicare “il numero di addetti complessivi dello studio, esclusi tutti gli associati ed i soci”.