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					•LA MITOLOGIA   •LA MITOLOGIA GRECA
Mitologia è il termine con cui si indica lo studio dei miti.
Ciò che accomuna la storia dei vari popoli tanti racconti
di dei e d'eroi con altrettanti miti e leggende, attraverso i
quali era spiegata ogni cosa del creato. La mitologia è
una disciplina considerata fenomeno culturale molto
complesso, può essere analizzata sotto diverse
prospettive; quasi sempre orali, spesso letterarie e da
drammatizzazioni e rappresentazioni di tipo figurativo
che mettono a fuoco le vicende di personaggi esterni al
tempo inteso in senso storico.
                                             L'intersecarsi, il comporsi delle vicende mitologiche che
                                             è possibile vedere sotto una diversa prospettiva a
                                             seconda di una narrazione o rappresentazione rispetto
                                             ad il patrimonio di una
                                             determinata cultura. Può darsi che le civiltà antiche
                                             abbiano considerato i loro miti come la memoria di
                                             avvenimenti realmente accaduti, spesso legati
                                             all'origine stessa del mondo. Di certo, le culture storiche
                                             molto
                                             spesso hanno messo in dubbio la verità letterale dei
                                             miti, interrogandosi sulle ragioni e sui modi della nascita
                                              di questi antichi racconti.
La mitologia greca, probabile sviluppo delle credenze primitive cretesi,
comprende un insieme vastissimo di leggende, spesso collegate tra loro,
riguardanti dei immortali dalle sembianze e sentimenti umani, che
dimoravano sul monte Olimpo e che avevano ruoli precisi e per questo
venivano adorati dai mortali con riti differenti.
Su tutti governava Zeus, il signore degli dei.
Gli altri undici dei principali erano Afrodite, Apollo, Ares, Artemide, Atena,
Demetra, Efesto, Era, Ermes, Estia, Poseidone.
Ogni dio aveva poteri derivanti dal proprio ruolo e veniva spesso
accompagnato da divinità minori. Per questo motivo proliferavano templi in
ogni città e si organizzavano sovente feste in loro onore in cui poeti
cantavano le loro gesta leggendarie contribuendo così a divulgare
oralmente la conoscenza degli dei nel popolo.
I Greci erano molto timorosi nei confronti dei loro dei, poiché sapevano che
sarebbero stati puniti severamente se non avessero mostrato umiltà e
devozione.
Per continuare ad avere la benedizione dei loro dei, i greci erano soliti
pregarli ed onorarli con sacrifici di animali, naturalmente
la magnificenza del sacrificio era proporzionale ai potenziali vantaggi che
ne sarebbero seguiti se le divinità li avessero ascoltati.
La mitologia greca, probabile sviluppo delle credenze primitive cretesi,
comprende un insieme vastissimo di leggende, spesso collegate tra loro,
riguardanti dei immortali dalle sembianze e sentimenti umani, che
dimoravano sul monte Olimpo e che avevano ruoli precisi e per questo
venivano adorati dai mortali con riti differenti.
Su tutti governava Zeus, il signore degli dei.
Pegaso è una figura della mitologia greca. È il più famoso dei
cavalli alati. Secondo il mito, nacque dal terreno bagnato dal
sangue versato quando Perseo tagliò il collo della Medusa.
Secondo un'altra versione, Pegaso sarebbe balzato
direttamente fuori dal collo tagliato della Medusa, insieme a
Crisaore. Animale selvaggio e libero, Pegaso viene
inizialmente utilizzato da Zeus per trasportare le folgori fino
all'Olimpo. Grazie alle briglie avute in dono da Atena, viene
successivamente addomesticato da Bellerofonte, che se ne
serve come cavalcatura per uccidere la Chimera. Dopo la
morte dell'eroe, avvenuta per essere caduto da Pegaso, il
cavallo alato ritorna tra gli dei. Terminate le sue imprese,
Pegaso prende il volo verso la parte più alta del cielo e si
trasforma in una nube di stelle scintillanti che hanno formato
una costellazione
Nella mitologia greca Era o Hera (dal greco Ἥρα o
Ἥρη Hera o Here, pron /hɛːra/) era moglie, nonché
sorella maggiore, di Zeus.
Figlia di Crono e Rea, sorella e poi moglie di Zeus,
era considerata, la sovrana dell'Olimpo. Fu
brutalmente ingoiata dal padre appena nata, che
intendeva ucciderla. Come tutti i suoi fratelli fu
restituita alla vita grazie allo stratagemma ideato da
Meti e attuato da Zeus. Fu allevata nella casa di
Oceano e Teti, e poi nel giardino delle Esperidi o
sulla cima del monte Ida sposò Zeus. Zeus amava
segretamente Era già dal tempo in cui Crono
regnava sui Titani, ma, come spesso accade ai
giovani, non sapeva come fare a dichiararle il suo
amore.
Era la dea del matrimonio e la sua continua
lotta contro i tradimenti del consorte diede
origine al tema ricorrente della "Gelosia di
Era" che rappresenta lo spunto per quasi
tutte le leggende e gli aneddoti relativi al
suo culto. La figura a lei corrispondente
nella mitologia romana fu Giunone. I suoi
simboli sacri erano la vacca ed il pavone.
Era veniva ritratta come una figura
maestosa e solenne, spesso seduta sul
trono mentre porta come corona il "Polos",
il tipico copricapo di forma cilindrica
indossato dalle dee madri più importanti di
numerose culture antiche. In mano
stringeva una melagrana, simbolo di fertilità
e di morte usato anche per evocare, grazie
alla somiglianza della sua forma, il            Tempio di Era Paestum
papavero da oppio. Omero la definiva la
Dea dagli occhi "bovini" per l'intensità del
suo regale sguardo.
Afrodite nacque dalla spuma del mare davanti alla spiaggia di
Paphos (Cipro), dopo che Crono aveva tagliato i testicoli di
Urano e li aveva gettati in mare. La Teogonia di Esiodo
descrive che i genitali "vennero trascinati dal mare per un
lungo periodo, e spuma bianca sorse dalla carne immortale;
dentro ad essa crebbe una ragazza" che divenne Afrodite.
Quindi Afrodite cronologicamente è la prima dea esistita.
Nell'Iliade (Libro V) si esprime un'altra versione delle sue
origini, secondo la quale era considerata una figlia di Dione,
che era l'originale dea oracolare ("Dione" è semplicemente "la
dea, la forma femminile di Δíος, "Dios", il genitivo di Zeus) a
Dodona. In Omero, Afrodite, avventurandosi in battaglia per
proteggere suo figlio Enea, viene ferita da Diomede e ritorna
dalla madre, per chinarlesi in grembo e essere confortata.
"Dione" sembra essere un equivalente di Gea, la Madre Terra,
che Omero ha rilocato nell'Olimpo, che a sua volta fa
riferimento ad un ipotetico pantheon originale proto indo-
europeo, in cui la principale divinità maschile è rappresentata
dal cielo e dal tuono, e la principale divinità femminile (forma
femminile dello stesso dio) è rappresentata come la terra o il
suolo fertile. La stessa Afrodite viene talvolta indicata come
"Dione". Una volta che il culto di Zeus usurpò quello
dell'oracolo di Dodona, alcuni poeti lo resero il padre di
Afrodite.
Psiche è una bellissima principessa, così bella da causare l'invidia
di Venere. La dea invia suo figlio Cupido perché la faccia
innamorare dell'uomo più brutto e avaro della terra, perché Psiche
sia coperta dalla vergogna di questa relazione. Ma il dio si
innamora della mortale, e con l'aiuto di Zefiro, la trasporta al suo
palazzo, dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per
non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua. Ogni notte
Eros va alla ricerca di Psiche, ogni notte i due bruciano la loro
passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto.
Psiche è dunque prigioniera nel castello di Cupido, legata da una
passione che le travolge i sensi. Una notte Psiche, istigata dalle
sorelle,con una spada e una lampada ad olio decide di vedere il
volto del suo amante, pronta a tutto, anche all'essere più orribile,
pur di conoscerlo. È questa bramosia di conoscenza ad esserle
fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo amante: Il
dio vola via e Venere poco dopo cattura Psiche per sottoporla alla
sua punizione. Venere sottopone Psiche a diverse prove: nella
prima, per esempio deve suddividere un mucchio di granaglie con
diverse dimensioni in tanti mucchietti uguali; disperata, non prova
nemmeno ad assolvere il compito che le è stato assegnato, ma
riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che
intendevano ingraziarsi il suo innamorato. L'ultima e più difficile
prova consiste nel discendere negli inferi e chiedere alla dea
Proserpina un po' della sua bellezza. Psiche medita addirittura il
suicidio arrivando molto vicino a gettarsi dalla cima di una torre.
Improvvisamente, però, la torre si anima e le indica come
assolvere la sua missione.
Durante il ritorno, mossa dalla curiosità a lei tanto cara,
aprirà l'ampolla (data da Venere) contenente il dono di
Proserpina, che in realtà contiene il sonno più profondo.
Ancora una volta verrà in suo aiuto Amore, che la
risveglierà dopo aver rimesso a posto la nuvola
soporifera (uscita dalla ampolla). Solo alla fine, lacerata
nel corpo e nella mente, Psiche riceve l'aiuto di Giove.
Mosso da compassione il padre degli dei fa in modo
che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una dea e
sposa Amore. Il racconto termina con un grande
banchetto al quale partecipano tutti gli dei, alcuni anche
in funzioni inusuali: per esempio, Bacco fa da coppiere,
le tre Grazie suonano e il dio Vulcano si occupa di
cucinare il ricco pranzo.
Al termine del banchetto i due giovani bruciarono per
tutta la notte la loro incontenibile passione e da questa
unione nacque un figlio, Piacere, identificato dai latini
con Voluptas
                     Apollo e Dafne
Dopo aver ucciso il serpente Pitone, Apollo si sentì
particolarmente fiero di sé, perciò si vantò della sua
impresa con Cupido, dio dell’Amore, sorridendo del
fatto che anche lui portasse arco e frecce, ed
affermando che quelle non sembravano armi adatte
a lui. Cupido indignato, decise allora di vendicarsi:
colpì il dio con la freccia d’oro che faceva
innamorare, e la ninfa, di cui sapeva che Apollo si
sarebbe invaghito, con la freccia di piombo che faceva
rifuggire l’amore, per dimostrare al dio di cosa fosse
capace il suo arco. Apollo, non appena vide la ninfa
chiamata Dafne, figlia del dio-fiume Peneo, se ne
innamorò.
Tuttavia, se già prima la fanciulla aveva rifiutato
l’amore, dedicandosi piuttosto alla caccia come
seguace di Diana, essendo stata colpita dalla freccia di
piombo di Cupido, quando vide il dio, cominciò a
fuggire. Apollo iniziò allora ad inseguirla, elencandole i
suoi poteri per convincerla a fermarsi, ma la ninfa
continuò a correre, finché, ormai quasi sfinita, non
giunse presso il fiume Peneo, e chiese al padre di
aiutarla facendo dissolvere la sua forma. Dafne si
trasformò così in albero d’alloro prima che il dio
riuscisse ad averla, egli, tuttavia, decise di rendere
questa pianta sempreverde e di considerarla a lui
sacra: con questa avrebbe ornato la sua chioma, la
cetra e la faretra; ed inoltre, d’alloro sarebbero stati
incoronati in seguito i vincitori e i condottieri.
Icaro, era figlio di Dedalo e Neucrate.Il padre Dedalo era un
ottimo fabbro, infatti Atena stessa l’aveva iniziato a quell’arte.Uno
dei suoi apprendisti, era suo nipote Talo, figlio di Policasta, sorella
di Dedalo che già a sedici anni aveva superato suo zio in abilità,
aveva infatti inventato la sega . Essendo geloso perché tuttavia
la fama andava a Talo, Dedalo decise di ucciderlo, spingendolo
dal tetto del tempio d’Atena. Dedalo chiuse il corpo di Talo in una
sacca, per seppellirlo in un luogo deserto. Interrogato dai
passanti, Dedalo rispose che nel sacco c’era un serpente, ma
camminando apparvero delle macchie di sangue sulla sacca.
L’anima di Talo vola sotto forma di pernice, e l’aereopago lo
condanna all’esilio. Dedalo fu accolto a Cnosso, a Creta, dal re
Minosse.Egli visse per molto tempo a Cnosso, fino a quando il re
Minosse seppe che egli aveva aiutato Pasifone ad accoppiarsi
con il toro bianco di Poseidone. Dedalo e Icaro furono così
rinchiusi nel labirinto. Pasifone li liberò. Fuggire da Creta non era
un’impresa facile.
Dedalo dopo aver visto il volo degli uccelli costruì delle ali per la
fuga.
Dedalo raccomandò ad Icaro di non avvicinarsi nè troppo al sole
nè troppo al mare . Mentre si allontanavano dall’isola in volo tutta
la gente li guardava come se fossero delle divinità. Icaro volle
avvicinarsi al sole ma ad un certo punto le sue ali andarono a
fuoco e precipitò . Dedalo se ne accorse quando vide in mare un
po’ di piume che galleggiavano. Infatti il calore aveva sciolto la
cera, e Icaro era finito in mare annegandovi.Dedalo portò suo
figlio per seppellirlo su un isola che venne chiamata Icaria.Una
pernice lo osservò scavare e squittì di gioia, era Talo finalmente
vendicato.
Orfeo era un poeta e un musico. Le Muse gli
avevano insegnato a suonare la lira, ricevuta
in dono da Apollo. La sua musica e i suoi
versi erano così dolci e affascinanti che
l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i
boschi si muovevano, gli uccelli si
commuovevano così tanto che non avevano
la forza di volare e cadevano, le ninfe
uscivano dalle querce e le belve dalle loro
tane per andare ad ascoltarlo . La sua sposa
era la ninfa Euridice, ma non era il solo ad
amarla: c'era anche Aristeo e un giorno
Euridice, mentre correva per sfuggire a
questo innamorato sgradito, era stata morsa
da un serpente nascosto tra l'erba alta ed
era morta all'istante.
Orfeo allora aveva deciso di andare a riprendersela ed
era sceso nell'Ade, nell'oscuro regno dei morti. Con la
sua musica era riuscito a commuovere tutti: Caronte lo
aveva traghettato sull'altra riva dello Stige, il fiume
infernale; Cerbero, l'orribile cane con tre teste, non
aveva abbaiato; le Erinni, terribili dee infernali (Aletto,
Tisifone e Megera), si erano messe
a piangere. I tormenti dei dannati erano cessati (Tantalo
non aveva più fame e sete...) e ogni creatura, compresi
il dio Ade e sua moglie Persefone, aveva provato pietà
per la triste storia dei due innamorati. Così Ade aveva
concesso ad Orfeo di riportare Euridice con sé, ma a un
patto: Euridice doveva seguirlo lungo la strada buia
degli inferi e lui non doveva mai voltarsi a guardarla
prima di arrivare nel mondo dei vivi . Avevano iniziato la
salita: avanti Orfeo con la sua lira, poi Euridice avvolta
in un velo bianco e infine Hermes, che doveva
controllare che tutto si svolgesse come voleva Ade.
Orfeo resterà fedele al suo amore per Euridice e morirà
ucciso dalle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso, che lo
faranno a pezzi, gettando i suoi resti nel fiume Ebro.
La sua testa, caduta sulla lira, resterà a galla
sull'acqua. Così Zeus, commosso, deciderà di mettere la
testa di Orfeo in mezzo al cielo, nella costellazione della
Lira.
Fu così che per volontà della Pizia, sacerdotessa di Apollo,
Ercole dovette andare esule presso il re Euristeo di Tirinto,
che gli impose una serie di prove da affrontare per espiare la
sua colpa. Sono le dodici famose fatiche, che Ercole riuscì a
portare a termine, ottenendone in premio l'immortalità.
Tali imprese, pur con varianti nella loro successione, in età
ellenistica, sono:
1) L'uccisione del leone di Nemea, mostro dalla pelle
invulnerabile, che devastava il paese e divorava gli abitanti e i
loro armenti. Eracle lo strozzò con le mani e dopo averlo
scuoiato si rivestì della sua pelle come di un impenetrabile
corazza, usandone la testa come elmo (questa, insieme alla
grande, nodosa clava, che egli stesso si era fabbricata, fu poi
la sua "divisa" nell'iconografia greca e romana).
2) L'uccisione dell'Idra di Lerna, un drago mostruoso con
cinque o sette o più teste esalanti alito mortale, che
distruggeva i raccolti e le greggi. Quando Eracle cominciò a
tagliare le teste con la spada si accorse che da ognuna ne
ricrescevano due, per cui, con l'aiuto dell'auriga Iolao, che fu
suo compagno e aiutante, le bruciò con tronchi infuocati; la
testa centrale, che era immortale, la schiacciò con un masso;
infine intinse nel sangue del mostro le sue frecce, che da quel
momento, quando andavano a segno, provocavano ferite che
non si rimarginavano mai.
3) La cattura della cerva di Cerinea (monte tra
l'Arcadia e l'Acaia), che aveva le corna e gli zoccoli
d'oro ed era sacra ad Artemide; per questo doveva
essere catturata viva. Eracle le diede la caccia per un
anno, inseguendola fino alla terra degli Iperborei, e alla
fine riuscì a catturarla.
4) La cattura del cinghiale di Erimanto, che infestava
e recava gravi danni nelle regioni vicine: Euristeo gli
aveva comandato di catturarlo e portarglielo vivo.
Eracle riuscì ad afferrarlo e immobilizzarlo, poi lo legò
per bene e se lo caricò sulle spalle. Mentre l'eroe si
trovava sulla via per il compimento di questa impresa,
era stato ospitato dal centauro Folo, che gli aveva
offerto del vino, il cui odore aveva attirato altri Centauri;
ne era nata una zuffa durante la quale Eracle ne aveva
uccisi alcuni e altri li aveva ricacciati a Malea, presso il
centauro Chirone, ridotto in fin di vita perché ferito per
errore da Ercole durante la colluttazione.
5) La pulizia delle stalle di Augia, re degli Epei
nell'Elide: erano piene del letame accumulatosi da anni
dagli immensi armenti del re. In un solo giorno Eracle
riuscì a ripulirle, immettendovi la corrente di due fiumi,
che portarono via tutta la sporcizia con l'impeto
dell'acqua.
6) L'annientamento degli uccelli di Stinfalo (lago
dell'Arcadia), che avevano artigli, becco e anche penne
di bronzo, che scagliavano come frecce, e si nutrivano
di carne umana. Eracle ne uccise alcuni con le armi di
cui disponeva: frecce, clava e pietre, e gli altri li cacciò
spaventandoli con alcuni sonagli di bronzo, opera di
Efesto, che gli erano stati donati da Atena.
7) La cattura del Toro di Creta (da non confondersi
con il Minotauro), che era stato mandato da Poseidone
al re Minosse, e poi, reso furioso dal dio perché
Minosse non gliel'aveva sacrificato secondo la
promessa, seminava il terrore nell'isola distruggendo le
campagne. Eracle riuscì a catturarlo e a riportarlo vivo
a Micene.
8) La cattura delle cavalle di Diomede, re dei Bistoni
in Tracia, che si nutrivano di carne umana, fornita loro
dal re attraverso l'uccisione di tutti gli stranieri che
passavano per la sua terra. Eracle le legò, diede loro in
pasto lo stesso Diomede, e le portò vive al re Euristeo,
come egli aveva richiesto.
9) La conquista della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni,
che era stata un dono di Ares per simboleggiare il potere; ma era
desiderata da Admeta, figlia di Euristeo la desiderava e ad Eracle
fu comandato di impadronirsene. Egli si recò quindi a Temiscira, la
città delle Amazzoni, accompagnato da altri eroi come Teseo,
Peleo, Telamone. Le Amazzoni presero subito le armi e ne nacque
una zuffa in cui Ippolita fu uccisa ed Eracle portò via la cintura.
Secondo un'altra tradizione, ottenne la cintura, ma non uccise
Ippolita, bensì la dette in sposa a Teseo.
10) I buoi di Gerione, mostro orrendo che dalla cintura in su aveva
tre corpi, erano custoditi in grandi armenti nell'isola di Eritea
(collocabile in qualche punto del Marocco) da un gigantesco
pastore e da un cane bicipite. Per prenderli Eracle si recò
nell'estremo Occidente sul carro del Sole, ammazzò i guardiani e
portò via i buoi; trafisse con le frecce anche Gerione, che l'aveva
inseguito, e riuscì a guidare le bestie fino alla reggia di Euristeo,
facendo fronte a vari imprevisti, tra cui un assalto dei briganti liguri
Alchione e Dercino, figli di Poseidone, che gli volevano rubare i
buoi, e un tafano inviato dalla solita Era, che innervosì e disperse
parte dell'armento.
11) I pomi d'oro delle Esperidi erano stati regalati da Gea ad Era
per le sue nozze con Zeus; erano custoditi dalle Esperidi in un
giardino nell'estremo Occidente presso il monte Atlante, e guardati
dal drago Ladone. Eracle si recò in quell'estremo paese, uccise
Ladone, prese tre pomi e li portò a Euristeo. Tale racconto si
arricchì poi di molti particolari: l'uccisione del gigante Anteo che
l'aveva sfidato a combattimento, la cui caratteristica era di essere
invincibile finché teneva i piedi ben saldi sulla terra; Eracle lo
afferrò, lo sollevò in aria e infine lo soffocò.
Poi, giunto al Caucaso, trovò Prometeo incatenato ad
una rupe per la condanna di Zeus, avendo egli osato
donare agli uomini il fuoco divino, e lo liberò. Nel
prosieguo del viaggio incontrò Atlante, condannato da
Zeus a reggere sulle spalle la volta del cielo; Eracle si
offrì di sostituirsi a lui purché Atlante lo aiutasse a
rubare le mele e uccidere il drago; ma dopo dovette
giocare di astuzia per ristabilire i ruoli - perché Atlante
non voleva riprendersi il proprio carico - e fuggire con i
pomi. Questi ultimi, però, dopo poco tempo furono
riportati da Atena al loro posto, dove sarebbero rimasti
per sempre, perché a nessun mortale era concesso il
possesso di quei frutti che davano al loro proprietario la
conoscenza degli arcani e la percezione del bene e del
male.
12) La cattura di Cerbero, il mostruoso cane tricipite
che stava a guardia dell'Ade, fu l'ultima fatica di Eracle,
quella che l'avrebbe finalmente liberato dalla servitù di
Euristeo. L'eroe fu per ordine di Zeus aiutato da Ermes
e da Atena, che gli permisero di giungere alle porte
degli Inferi dove ebbe molti incontri e avventure:
l'incontro con la gorgone Medusa, l'incontro con
Meleagro, la liberazione di Teseo, la zuffa col pastore di
Ade. Ade gli impose di catturare Cerbero senza fare
uso delle armi: permetteva all'eroe di portare il
mostruoso animale verso la luce, con l'impegno che lo
restituisse subito al regno al quale per sempre doveva
appartenere. Eracle dette la sua parola: strinse alla
gola Cerbero, lo condusse da Euristeo ma poi lo riportò
indietro.
Il re della Colchide odiava gli stranieri. Li odiava
talmente che uccideva chiunque mettesse piede nel
suo paese. Ma quando seppe che Giasone e la sua
banda di eroi erano appena approdati in cerca del vello
d'oro, fece un sorriso maligno. «Affiderò a questo
grande eroe un'impresa impossibile e solo dopo
ucciderò lui e i suoi seguaci» disse alla figlia, la maga
Medea. Così il re li accolse benevolmente e, quando gli
spiegarono la ragione del loro arrivo, fece finta di
essere sorpreso. «Non lo sapete che chiunque voglia
prendere quel vello deve prima fare qualcosa per me?
Ho un campo che dev'essere arato e seminato, vuoi
pensarci tu, visto che sei il loro capo?» disse, rivolto a
Giasone. Giasone accettò subito, ma fu sbalordito
quando vide gli animali che tiravano l'aratro e ancor più
sconcertato quando vide che cosa doveva seminare.
L'aratro era aggiogato a due tori che mandavano
fiamme dalle narici, bruciando chiunque si avvicinasse,
e i semi erano denti di drago. «Hai tempo fino a domani
all'ora del tramonto» disse il re.
Era sapeva che Giasone non ce l'avrebbe mai fatta da
solo, allora chiamò Afrodite. «Fà in modo che la figlia
del re si innamori di Giasone» le ordinò. «Lei saprà
come aiutarlo.» Afrodite spedì subito il figlio Eros a
colpire la fanciulla con le sue piccole frecce d'amore e
poco dopo ecco Medea che strisciava furtiva nella
stanza del giovane. «Ti amo» gli sussurrò. «E posso
aiutarti. Prendi questo unguento e spalmatelo sul corpo:
cosi sopporterai il calore emanato dai tori e potrai arare
il campo.» Protetto dall'unguento, Giasone completò il
lavoro e si accinse a seminare i denti di drago.
D'improvviso, dai solchi spuntarono centinaia di
guerrieri di pietra, ma Giasone li prese a sassate e
cominciarono a combattersi tra loro. All' ora del
tramonto erano tutti morti. Furibondo, il re ordinò ai suoi
soldati di uccidere Giasone e i compagni l'indomani
all'alba. Ma Medea lo aveva spiato e corse subito da
Giasone. «Devi andartene!» gli disse. «Ti guiderò al
bosco sacro e userò le mie arti magiche per
addormentare il drago che custodisce l'albero. Così
potrai rubare il vello d'oro e poi fuggiremo insieme!»
Giasone le diede un bacio e uscirono dal palazzo in
punta di piedi. Il bosco era cupo e tenebroso, ma lassù,
appeso ai rami più alti, il vello d'oro splendeva come
mille soli
Rapidamente Medea cominciò a recitare una filastrocca
magica e poco dopo il terribile drago chiuse i suoi
enormi occhi con un sospiro beato. Giasone scavalcò il
gigantesco corpo squamoso e strappò dal ramo il
prezioso vello. Mentre correva con Medea verso la
nave, squillarono cento campane d'allarme e cominciò
a rimbombare uno spaventoso frastuono di passi: erano
i soldati del re che li inseguivano. Appena in tempo
saltarono sul ponte e gli Argonauti si gettarono sui remi
finché la Colchide fu lontanissima. Con il vello d'oro
finalmente conquistato, Giasone poté tornare a lolco e
riprendersi il trono usurpato dal perfido zio Pelia.
Molto tempo fa, vivevano le Ninfe, bellissime fanciulle,
vestite di veli impreziositi da fili d'oro e d'argento. Esse
avevano lunghissimi capelli, che pettinavano
specchiandosi nei laghetti e nei ruscelli. Amavano
ballare e cantare e la loro voce era talmente melodica
che incantava chiunque le sentisse. Oltre alle Ninfe,
c'erano anche i Satiri, giovani fannulloni, sempre pronti
a divertirsi ed uno di loro si chiamava Pan. Pan, era il
dio dei pastori, il suo aspetto era orribile e deforme; al
posto dei piedi aveva due zoccoli da caprone, il suo
viso era rugoso e le sue orecchie erano appuntite.
Inoltre sulla fronte, aveva due corna da capra che lo
rendevano pauroso. Pan trascorreva intere giornate a
suonare il suo flauto fatto di canne e spesso
cantava.Un giorno, egli udì una bellissima voce
provenire da un cespuglio; subito si mise a sbirciare e
vide una bellissima Ninfa che raccoglieva fiori. Il suo
nome era Eco e Pan, fu talmente incantato dalla sua
bellezza che le si avvicinò e disse:" Oh, stupenda
creatura, tu sarai la mia sposa!". Eco rimase
terrorizzata alla vista di quell'essere mostruoso e subito
corse via urlando e pregando Pan di lasciarla in
pace.Ma Pan non smetteva di inseguirla e la Ninfa
cercava di nascondersi nel bosco, finché sfinita trovò
una caverna ed entrò per rifugiarsi. Eco era innamorata
di Narciso, un bellissimo giovane, che amava la caccia,
e, ancora piena di spavento incominciò a chiamarlo
sperando che accorresse in suo aiuto.
Eco lo chiamò per ore ed ore, ma Narciso non arrivava.
La povera Ninfa trascorse così giorni e giorni nascosta
nella buia caverna chiamando continuamente il suo
amato, ma inutilmente. Narciso,aveva un cuore arido
ed era talmente pieno di superbia e fiero di sé che non
aveva attenzioni per nessuno tranne di sé stesso. Un
giorno, mentre cacciava, udì le invocazioni di Eco e,
quando capì dalla voce che si trattava di lei, si avvicinò
alla caverna e disse:" Devo continuare la caccia, non
posso perdere tempo... poi per una Ninfa" e proseguì.
Gli dei, che dall'Olimpo avevano visto il comportamento
di Narciso, decisero che una simile crudeltà non poteva
rimanere impunita.Così decisero che, Narciso, dal
cuore di pietra, dovesse provare sentimento soltanto
per sé stesso e per la sua bellezza. Trascorsero giorni
e intanto faceva molto caldo e, il giovane, stanco e
assetato si mise in cerca di uno stagno per dissetarsi.
Quando lo trovò si sporse per bere e vide la sua
immagine riflessa nell'acqua e,sbalordito esclamò:" Che
sublime bellezza, non posso più vivere senza che essa
risplenda continuamente nei miei occhi".Narciso
s'innamorò all'istante di sé stesso e da quel momento
rimase fermo immobile senza mai staccare il suo volto
riflesso nello stagno, come in preda ad un incantesimo.
Intanto il sole iniziava a calare e, Narciso cominciava a
perdere le forze, non riusciva a muoversi e il suo viso
piano piano impallidiva sempre più. Rimase così a
lungo finché non morì.
Bella, fiera, saggia, La Dea Minerva amava i tumulti delle battaglie, dove i volti
degli eroi sembravano trasfigurati da una luce gloriosa.
Ma Minerva, era donna e amava anche e, non meno, le tranquille gioie della
pace. Le sue instancabili dita sapevano tessere meravigliosamente bene e
sapevano creare ricami preziosi arazzi di mirabile fattura. Nessuna dea,
nessuna Ninfa, nessun mortale potevano starle a paragone e, le donne di
Grecia si vantavano di essere abili a ricamare perfettamente, perché lo
avevano appreso dall'arte incomparabile della dea guerriera. Ma nella Lidia
abitava una fanciulla orgogliosa, Aracne, la quale non voleva saperne di
dovere la propria bravura agli insegnamenti divini. Tesseva, cuciva, e ricamava
così bene che, per ammirare le sue tele smaglianti,le Ninfe scendevano dai
verdeggianti recessi dei boschi e, curvandosi stupite sul telaio di Aracne, le
chiedevano: "Ti ha insegnato la saggia Minerva a tessere così, o Aracne dalle
dita divine?" "Nessuno mi ha insegnato." rispondeva la fanciulla. "Io ricamo col
mio cuore e con l'abile pazienza delle mie dita".
Minerva seppe dalle Ninfe pettegole la risposta
orgogliosa della fanciulla di Lidia e scese sulla terra
sotto forma di una vecchia rugosa."Toc toc!..." fece la
Dea picchiando alla porta della fanciulla. "Hai un tozzo
di pane per questa vecchina stanca?" "entra pure
nonnina" rispose Aracne, che stava come al solito
tessendo al telaio. "Che tele meravigliose!" esclamò la
vecchietta accostandosi. "E che merletti fini e leggeri!"
Solo la guerriera figlia di Giove,la saggia Minerva,
potrebbe farne di così belli". "Vorrei che venisse qui a
misurarsi con me! Credo che la vincerei la dea che si
crede invincibile!". disse Aracne. "Tu credi? Ascolta la
saggezza dei miei capelli bianchi, Aracne; non essere
così orgogliosa e non sfidare gli dei, potresti
pentirtene!" "E perché? Né dea né donna può superare
la mia abilità sul telaio! Perché pentirmene?" ribatté
sicura la fanciulla, accarezzando le sete smaglianti che
le servivano a ricamare
 "E allora accetto la sfida!" gridò indispettita la dea. E
nello stesso attimo le sue rughe cave scomparvero, i
capelli bianchi si accesero di bagliori dorati, la schiena
curva si raddrizzò. Dinanzi agli occhi stupiti di
Aracne, il corpo della dea si erse, splendido di
bellezza, e un lampo di minaccia folgorò la tessitrice
tremante."Siediti, cominciamo la gara!" impose la dea.
E le due fanciulle ciascuna dinanzi ad un telaio si
misero al lavoro. Per giorni e notti silenziose,
instancabili, rimasero chine sugli arazzi da ricamare.
Aracne, istoriò gli episodi più belli della vita dei Numi e
Minerva la magnificenza dell'Olimpo. Alla fine i due
lavori avevano raggiunto una tale bellezza da sembrare
viventi scene da sogno; sugli sfondi vellutati delle sete
le figure e gli alberi e i fiori balzavano stupendamente in
rilievo e nessuno avrebbe potuto dire se la palma
spettasse alla dea o alla fanciulla di Lidia. Ciascuna tela
aveva una propria magnificenza.
Minerva, irritata, strappò in cento pezzi il lungo lavoro di
Aracne, gridando: "Orgogliosa donna, tu devi morire,
poiché hai sfidato oltraggiosamente una dea!". Ma poi,
impietosita dalle lacrime della fanciulla, che, dopo aver
visto il suo paziente ricamo di tante notti finire in
brandelli, attendeva terrorizzata la morte
aggiunse:"Invece di darti la morte, voglio essere
generosa con te, tu vivrai, ma la tua vita sarà
eternamente appesa ad un filo!"La toccò sulle spalle
con la lancia dorata e la tessitrice si fece piccola
piccola, il corpo le si aggrinzì, il capo divenne un peloso
batuffolino nero, le gambe snelle si trasformarono in
tante zampette sottili. La fanciulla era diventata un
grosso ragno nero! E da quel giorno, eternamente,
tessé le sue tele sottili negli angoli tranquilli, le tese tra i
rami e i cespugli, ove l'ombra cupa dei boschi le
circondava di umidi vapori, le tese ove il Sole,
sfolgorando lieto sul mondo, le faceva scintillare di
riflessi cangianti.
Paride è una figura della mitologia greca, figlio
secondogenito di Priamo, re di Troia.
Principe troiano, esposto ancora neonato sul monte Ida
a causa delle profezie funeste che lo accompagnarono
sin dalla nascita, visse da pastore fino a quando non fu
scelto dagli dèi affinché desse il suo giudizio sulla più
bella fra le dee Era, Athena ed Afrodite.
Riconosciuto dal padre, rientrò a corte e partì in
missione diplomatica per Sparta, dove conobbe Elena,
moglie di Menelao, la donna più bella del mondo.
Paride rapì quindi Elena e la portò con se a Sparta.
Nel corso della guerra che ne seguì, affrontò Menelao
in duello e fu salvato dalla morte per intervento di
Afrodite; in battaglia si distinse tra i migliori nel tiro con
l'arco e fu destinato ad uccidere Achille.
Figlia o sorella di Fenice, sovrano eponimo della
Fenicia, o di Agenore, padre di Fenice, Europa è
presente nella mitologia greca per le sue
leggendarie nozze con Zeus. Racconta il mito
che il dio vide un giorno Europa mentre
raccoglieva fiori in un prato vicino al litorale
fenicio e se ne invaghì. Per farla sua, si trasformò
in un toro dall'aspetto meraviglioso e odorante di
zafferano e si avvicinò alla fanciulla invitandola a
salire. Presa dal suo fascino, Europa salì sul
dorso del toro-dio, che la portò con sé a Creta e
la sposò. Dalle nozze di Europa e Zeus nacquero
tre figli: Minosse, Radamanto e Sarpedonte. "Gli
studiosi hanno riconosciuto in questa vicenda una
storia sacra connessa con il dio celeste cretese,
identificato spesso con Zeus; in particolare lo
sposo di Europa configurerebbe l'aspetto taurino
ed oscuro di quel dio. Il Ratto di Europa, tratto da
un mosaico di Sparta del III secolo d.C., è stato
scelto dalla Grecia per decorare la faccia
nazionale della moneta da 2 €.
Artemide (in greco: Ἄρτεμις, Ἀρτέμιδος), nella mitologia greca
è figlia di Zeus e Latona e sorella gemella di Apollo. Fu una tra i
più venerati dei dell'Olimpo oltre ad essere una delle divinità la
cui origine può essere fatta risalire ai tempi più antichi. Il cervo e
il cipresso erano i suoi simboli sacri. Artemide era adorata e
celebrata allo stesso modo in quasi tutte le zone della Grecia,
ma i più importanti luoghi di culto a lei dedicati si trovavano a
Delo (sua isola natale), Braurone, Munichia (su una collina nei
pressi del Pireo) ed a Sparta. Era la vergine dea della caccia,
della selvaggina e dei boschi. Era adorata anche come dea del
parto e della fertilità perché si diceva avesse aiutato la madre a
partorire il fratello Apollo. Durante l'epoca classica ad Atene
veniva identificata con Ecate.




La moglie di Zeus, Era, per poter mettere al mondo apollo e artemide era
costretta a trovare un luogo che non avesse mai visto la luce del sole: per
questo motivo Zeus fece emergere dal mare un'isola fino ad allora sommersa
che, il sole non aveva ancora toccato. Si trattava dell'isola di Delo e Latona.
Vi partorì aggrappata ad una palma sacra. Artemide nacque per prima, dopo
soli sei mesi di gestazione ed aiutò quindi la madre a dare alla luce Apollo
che nacque invece il settimo mese.
Un giorno Artemide stava facendo il bagno nuda in una valle sul
monte Citerone quando arrivò il principe tebano Atteone, che stava
andando a caccia. Si fermò a guardarla, affascinato dalla sua
incantevole bellezza, e ne fu talmente incantato che, senza
accorgersene, calpestò un ramo e per il rumore Artemide si accorse
di lui. Restò così disgustata dal suo sguardo fisso sul suo corpo
nudo che decise di lanciargli addosso dell'acqua magica e
trasformarlo in un cervo: in questo modo i suoi cani, scambiandolo
per una preda, lo uccisero sbranandolo. Una versione alternativa
della storia narra che Atteone si fosse vantato di essere un
cacciatore migliore di lei e che quindi la dea lo trasformò in cervo,
facendolo divorare per vendetta.
Un poema di Callimaco : "la dea che si diverte usando
l'arco sulle montagne" – immagina un suggestivo
aneddoto sulla sua infanzia. Giunta all'età di tre anni
Artemide, sedendo sulle ginocchia del re degli dei,
chiese al padre Zeus di far avverare alcuni suoi desideri:
per prima cosa chiese di restare per sempre vergine, poi
di non dover mai sposarsi e di avere sempre a
disposizione cani da caccia con le orecchie basse, cervi
che tirassero il suo carro e ninfe come compagne di
caccia (" sessanta fanciulle danzanti, figlie di Oceano,
tutte di nove anni, tutte piccole ninfe di mare"). Il padre la
assecondò e realizzò i suoi desideri. Tutte le sue
compagne rimasero così vergini ed Artemide vigilò
strettamente sulla loro castità.
                                 Zeus
Zeus (in greco Ζεύς) nella mitologia greca è il re
degli Dei, il sovrano dell'Olimpo, il dio del cielo e
del tuono. I suoi simboli sono la folgore, il toro,
l'aquila e la quercia.
Figlio di Crono e Rea, era il più giovane dei suoi
fratelli e sorelle: Estia, Demetra, Era, Ade e
Poseidone. Nella maggior parte delle leggende
era sposato con Era, anche se nel santuario
dell'oracolo di Dodona come sua consorte si
venerava Dione: secondo l'Iliade Zeus è il padre
di Afrodite, avuta con Dione. È comunque famoso
per le sue frequentissime avventure erotiche
extraconiugali, tra le quali si ricorda anche una
relazione omosessuale con Ganimede, e anche
un'altra con Euforione, figlio immortale nato da
Achille. Il frutto dei suoi numerosi convegni           Tempio di Zeus Paestum
amorosi furono i suoi molti celeberrimi figli, tra i
quali Atena, Apollo e Artemide, Hermes,
Persefone, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena,
Minosse e le Muse. Dalla moglie Era secondo la
tradizione ebbe Ares, Ebe, Efesto ed Ilizia.
Zeus è noto per l'abitudine a punire coloro che
finivano fuori dalle sue grazie colpendoli con le
sue saette oltre che, al pari di altri dei,
trasformandone le sembianze.
Nella mitologia greca, Atena
figlia di Zeus e della sua prima moglie Metide, era la dea della
sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura, delle arti e,
presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra, mentre la violenza
e la crudeltà rientravano nel dominio di Ares. La sapienza rappresentata
da Atena comprende le conoscenze tecniche usate nella tessitura e
nell'arte di lavorare i metalli. I suoi simboli sacri erano la civetta e l'ulivo.
In tempo di pace gli uomini la veneravano poiché a lei erano dovute le
invenzioni di tecnologie agricole, navali e tessili, mentre in tempo di
guerra, fra coloro che la invocavano, aiutava solo chi combatteva con
l'astuzia (Metis) propria di personaggi come Odisseo. Atena ha sempre
con sé la sua civetta, o nottola, indossa una corazza di pelle di capra
chiamata Egida (per alcuni storici l'Egida è in realtà uno scudo) donatale
dal padre Zeus, ed è spesso accompagnata dalla dea della vittoria Nike.
Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo
cui è appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo.                  Tempio di Atena Paestum
Atena è una dea guerriera e armata: nella mitologia greca appare come
protettrice di eroi quali Eracle, Giasone e Odisseo. Non ebbe mai alcun
marito o amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos
(la vergine Atena); da questo appellativo deriva il nome del più famoso
tempio a lei dedicato, il Partenone sull'acropoli di Atene. Dato il suo
ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo
greco anche come Athena Polis (Atena della città). Il suo rapporto con
Atene era davvero speciale, come dimostra chiaramente la somiglianza
tra il suo nome e quello della città
Atena fu la dea delle arti femminili del tessere, del filare, del
cucinare, ed anche dea della guerra che, però, a differenza di
Ares non ebbe un carattere violento ed aggressivo. A differenza
degli altri dei, la dea Atena nacque senza madre, infatti, lei venne
al mondo uscendo dalla testa di Zeus. Prima di Sposarsi con
Hera, Zeus ebbe diverse mogli tra cui Temi, Mnemosine e Meti.
Meti era la signora della prudenza, e quando era ancora la
moglie di Zeus, gli annunciò di aspettare un figlio, lui rallegratosi
della buona notizia andò dalla madre Rea per condividere la gioia
con lei. Rea gli profetizzò che Meti avrebbe avuto una figlia, ma
se avesse avuto un altro figlio, questo l’avrebbe spodestato
proprio come lui fece con Crono. Zeus terrorizzato dalla notizia
profetizzata dalla madre, decise, di sacrificare l’amore di Meti e,
un giorno, mentre i due stavano riposando, egli aprì la bocca e la
inghiottì. Nessuno seppe quale fine capitò a Meti, ma Zeus dopo
un po’ di tempo iniziò ad avvertire forti mal di testa e mentre
passeggiava lungo le rive di un fiume, il dolore si fece più acuto.
Dall’Olimpo, scesero tutti gli dei ed Ermes, che era astuto,
indovinò subito l’origine del male, quindi prendendo una lama
affilata fece una piccola fenditura nel cranio di Zeus, dove, da
questa, uscì Atena. Essa fu venerata come protettrice della città
d’Atene alla quale assegnò il nome, e dove fu anche nominata
Atena degli ulivi perché, fu proprio quest’albero che la dea fece
crescere attorno alle mura di cinta della città.
A CURA DELLA
CLASSE 1 sez. c
Anno scolastico 2009 - 2010

				
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