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Università degli studi di Roma “ by fjzhangxiaoquan

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									    Università degli studi di Roma “La Sapienza”
                Facoltà di Economia



            Corso di “Sviluppo umano”
                 (Anno Accademico, 2005- 2006)




Principio del laissez-faire e benessere economico

       Richiami al rapporto tra etica ed economia




         materiale didattico a cura di Giorgio Regoli




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Testo di riferimento per approfondimenti:
Giorgio Regoli, Mercato, efficienza e benessere,
Edizioni Studium, Roma 2004




Indice


1) Sulle origini della scienza economica: il concetto di “ benessere” e il “principio del laissez
    faire”.

2) Oggetto dell‟economia politica: alcune definizioni; teoria e politica economica; giudizi di
   valore e obiettività scientifica.

3) Sul principio “utilitaristico” e sul rapporto tra etica ed economia.

4) Automatismi di mercato, postulato della concorrenza perfetta, efficienza economica.
   - L‟economia tradizionale: tendenziale equilibrio efficiente del sistema economico
   - L‟economia di Keynes: equilibrio (inefficiente) di sottoccupazione; strumenti di politica
   - Aspetti di metodologia ed epistemologia nella impostazione neoclassica e keynesiana

5) Sulla divergenza tra calcolo individuale e calcolo sociale. Fallimenti del mercato e
   dell‟intervento pubblico.

6) Economia del benessere: cenni su origini e finalità : impianto logico di Pigou,
    “ottimo di Pareto”, questione della distribuzione

7) Economia del benessere, etica e il concetto di “efficienza”.




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1) Sulle origini della scienza economica: il concetto di “benessere” e il
   principio del “laissez-faire”.

 “Sorta negli scritti di filosofi, teologi, polemisti,consiglieri privati e riformatori, la
scienza economica si è sempre interessata dei problemi di politica pubblica e di
benessere” (P. Samuelson, Fondamenti di analisi economica, 1947).

E‟ tuttavia solo con gli “economisti classici” che si perviene a un sistema organico di
pensiero: in particolare a Smith e a Ricardo va attribuito il merito di aver “portato
ordine nella situazione ancora caotica della ricerca economica” (E. Roll, Storia del
pensiero economico, 1992).

Due aspetti in particolare caratterizzano il “ pensiero classico” : da un lato
l‟accrescimento della ricchezza si configura come finalità precipua dell‟attività
economica, mentre, dall‟altro, la libertà delle singole unità economiche di agire nella
direzione che ad esse appare più conveniente si pone, salvo alcune circoscritte eccezioni,
come condizione fondamentale da rispettare per raggiungere lo scopo. Il benessere
della collettività viene cosi legato ad un fatto fisico, l‟aumento della disponibilità di
beni, e a un particolare canone di politica espresso dalla “ regola generale” o “ principio
del laissez - faire”: tale canone di politica era anche una proposizione analitica “secondo
la quale il libero intreccio delle azioni individuali non produce il caos, ma un ordine
logicamente determinato” (J.Schumpeter, Storia dell’analisi economica, 1960). “L‟analisi
dei classici è interessata soprattutto ai problemi connessi con l‟aumento della
produzione annua a opera del lavoro, che rappresenta non solo il mezzo per la
trasformazione delle risorse naturali in ricchezza prodotta, ma altresì il metro per la
sua misura”. (F. Caffè, Politica economica. Sistematica e tecniche di analisi, 1966).

Il “sistema di pensiero ricardiano”si caratterizza per “l‟obiettivo, considerato preminente
nell‟interesse generale, della massima accumulazione. E‟ in dipendenza
dell‟assunzione di questo obiettivo che l‟analisi ricardiana viene accentrata sulla
distribuzione del prodotto globale tra le categorie sociali compartecipi alla sua
formazione…..Ne risulta pertanto evidente l‟indicazione pratica di tendere alla libera
importazione di grano, destinata bensì a ridurre le rendite, o ad annullarle del tutto, ma
idonea nel contempo ad elevare i profitti e, per tale via, anche i risparmi e
l‟accumulazione”(F. Caffè, Politica economica, cit). Il principio del libero scambio, il
laissez-faire, sul piano internazionale, viene così riaffermato.

La fiducia nel mercato e nella sua capacità di consentire un efficiente utilizzo delle
risorse è, fin dalle origini, largamente presente nel pensiero economico “classico”.
“Prescindendo da quello che desideravano, praticamente tutti gli economisti credevano
che, come dice J. S. Mill, il laissez-faire fosse la regola generale per amministrare
l‟attività economica della nazione e che l‟eccezione fosse quella che veniva
significativamente chiamata la “interferenza” dello Stato” (J. A Schumpeter, Storia
della analisi economica, 1960).




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Riguardo al “ principio del laissez-faire” sono da sottolineare due aspetti:
   a) sul piano del metodo, si è rilevato, “ non vi sono stati mai molti economisti
      unicamente attratti dallo studio di ciò che è. La maggiore parte di essi ha
      studiato ciò che è per potere poi prescrivere in modo più efficiente ciò che
      dovrebbe essere. Gli economisti classici, dopo tutto, erano interessati a formulare
      prescrizioni né più né meno di quanto lo fossero gli Scolastici e i Mercantilisti; la
      sola differenza, a questo riguardo, stava nel fatto che le prescrizioni dei primi
      erano tendenzialmente passive anziché attive” (R. L. Meek, Giudizi di valore in
      economia, 1982).
   b) Sul piano delle linee di politica adottate e del contesto storico in cui si
      collocano, si è rilevato che il così detto “ritorno ai classici può condurre a precetti
      di politica economica ricollegabili al tradizionale “lasciare fare” al quale la parte
      prevalente di essi è generalmente associata. Poiché il “lasciare fare” non è stato
      mai inteso come assenza di “ adatte leggi e istituzioni”, appare fondato chiedersi
      in quale modo e in quali sedi siano da elaborare e applicare in un mondo
      internazionalmente interconnesso a livello eccezionale” (F. Caffè, Alcune
      note di metodologia della politica economica, 1985).

   Il pensiero di J. S. Mill “l‟ultimo dei classici”, assume un rilievo particolare per gli
   aspetti afferenti al modo di conseguire il benessere della collettività. Egli infatti,
   anche se accetta la regola generale del laissez-faire, “mira a portare più
   costruttivamente il dibattito sul terreno dell‟individuazione dei possibili compiti
   positivi dell’azione pubblica, in particolare nel campo della distribuzione della
   ricchezza (F. Caffè, Politica economica. Sistematica e tecniche di analisi, 1966).
   L‟aspetto che forse più contraddistingue J. S Mill rispetto ai predecessori è
   l‟attenzione al <<contesto>> in cui si colloca la scienza economica, e quindi lo sforzo di
   individuare le condizioni del progresso, e non solo la crescita materiale, della
   collettività. “ Individuare le condizioni di un progresso ordinato della società
   significa collocarsi giusto nell‟area di intersezione fra tutte le branche della
   conoscenza sociale: etica, politica, economia” (G. Becattini, Introduzione a J. S.
   Mill, Principi di economia politica, 1848). Sul tema un eminente economista ha
   rilevato come sia “ possibile con misure di politica accrescere la ricchezza, ma
   diminuire la libertà… Vi sono dunque valori che devono essere raffrontati con altri
   valori. La libertà e la giustizia che si prestano ad essere conseguite non sono le
   medesime in tutte le società, in tutti i tempi e in tutti i luoghi….. Tuttavia, pur
   riconoscendo tali limitazioni possiamo restare convinti che questi fini sono fini più
   alti di quelli rappresentati in un indice di produzione” (J. Hicks, Preface- and a
   Manifesto, Essays in World Economics, 1959).

   Sulle origini antiche del neoliberismo contemporaneo è da richiamare la
   posizione del maggiore economista italiano dell‟800: “ Nell‟ordine teoretico, hanno
   gonfiato, con frasi altisonanti, l’importanza della questione sociale; hanno
   esagerato gli attriti naturali tra il capitale e il lavoro; hanno dipinto a tratti
   ammanierati l‟oppressione dell‟operaio; hanno negato qualunque armonia fra le leggi
   regolatrici della produzione e quelle della distribuzione; hanno attribuito titti i mali
   della società ad una pretesa ingiustizia nel modo di possedere; hanno evocato un così
   detto principio etico, che pretendono di avere scoperto, col quale si può tutto
   distruggere, e si vuole appunto distruggere ciò che avvi di più etico al mondo, cioè


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   l‟esistenza di leggi naturali nel campo economico, l‟irrecuperabile bisogno della più
   ampia libertà d‟azione nell‟individuo…Cosi è che il gran detto di Quesnay, lasciate
   fare e passare, va riguardato come la sintesi più stupenda, di cui l‟umano sapere
   possa andare orgoglioso” ( F. Ferrara, Il germanesimo economico in Italia, 1874).

   Sulle motivazioni ultime alle quali può richiamarsi la nascita della scienza
   economica, “è il caso di ricordare come un nostro autorevole studioso ( G. Del
   Vecchio, I principi della politica economica, 1926), dopo aver affermato che <<
   nessuna scienza si è mai formata senza qualche interesse profondamente umano>>,
   abbia posto in evidenza che la formazione della scienza economica appare
   essenzialmente legata a due problemi : << da un lato il problema della miseria, e
   dall‟altro il problema della pubblica finanza come condizione della potenza nazionale
   >>. E‟ in presenza di questi “presupposti psicologici” che la scienza economica si
   costituì, proponendosi di favorire la prosperità nazionale…e il miglioramento delle
   classi poveri”. (F. Caffè, Politica economica. Sistematica e tecniche di analisi, 1966).




2) Oggetto dell’economia      politica: alcune definizioni; teoria e politica
economica; obiettività scientifica e giudizi di valore.

 A. Smith (La ricchezza delle nazioni,1776): “l‟economia politica, considerata come ramo
della scienza dello statista o del legislatore, si propone due fini distinti: primo
provvedere un abbondante reddito o sussistenza alla popolazione…; secondo, fornire allo
Stato e alla repubblica un reddito sufficiente per i pubblici servizi. Essa si propone di
arricchire sia il popolo che il sovrano”.

S. Jevons (Teoria dell’economia politica, 1871): “piacere e pena sono senza dubbio gli
oggetti ultimi del calcolo economico. Soddisfare nella massima misura possibile col
minimo sforzo i nostri bisogni, procurarci cioè la massima somma di quanto è
desiderabile con la minima di quanto è indesiderabile, in altri termini massimizzare il
piacere, è il problema dell’economia”


M. Pantaleoni (Principi di economia pura, 1889) “ la scienza economica consiste nelle
leggi della ricchezza, sistematicamente dedotte dalla ipotesi che gli uomini sono
mossi ad agire esclusivamente dal desiderio di conseguire la maggiore possibile
soddisfazione dei loro bisogni mediante il minore possibile sacrificio individuale. Questa
ipotesi acconciamente chiamasi la premessa edonistica dell‟economia”.


A Marshall (Principi di economia, 1890): “ L‟economia politica è uno studio del genere
umano nelle faccende ordinarie della vita; essa esamina quella parte dell‟azione
individuale e sociale che è più strettamente connessa al conseguimento e l‟uso dei
requisiti materiali del benessere. Così essa è da un lato uno studio della ricchezza e
dall‟altro, più importante, è una parte dello studio dell’uomo”.



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L. Robbins (Saggio sulla natura e l’importanza della scienza economica, 1932)
“l‟economia è la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e
mezzi scarsi applicabili a usi alternativi”.

Aspetti considerati:

                 i. Accrescimento della ricchezza e del benessere materiale
                ii. Calcolo edonistico
               iii. Studio della condotta umana in presenza di scarsità di mezzi
                    rispetto ai bisogni




Teoria e politica economica; giudizi di valore e obiettività scientifica.

“ I problemi ultimi dell‟economia, come di ogni scienza sociale, e in realtà di ogni
scienza, si imperniano su due punti e sulle loro reciproche relazioni: primo,
comprendere e spiegare determinati fenomeni, secondo, fare uso della
conoscenza come guida dell’azione” (F. H. Knight)

“ Alla coesistenza di questi due compiti ultimi nella ricerca economica fa poi riscontro il
suo svolgersi su piani diversi di astrazione. Economia generale, politica economica,
economia finanziaria appiano allora quali stadi successivi, nel passaggio da una
maggiore a una minore astrazione, di un inscindibile sistema teorico” (G. Del
vecchio; F. Caffè)

“ Nelle scienze economiche esiste il terreno proprio dei teoremi e quello di consigli: ma
questi due terreni non sono separati e indipendenti l‟uno dall‟altro…tra teoremi e
consigli si ha legame strettissimo” (L. Einaudi)

Considerare la politica economica parte integrante di un << inscindibile sistema
teorico>> porta ad affiancare al problema della scelta razionale dei mezzi quello
dell’esame critico dei fini: “ Dopo avere lungamente creduto anch‟io che ufficio
dell‟economista non fosse di porre fini al legislatore….oggi dubito e forse finirò per
concludere che l‟economista non possa distinguere il suo ufficio di critico dei mezzi da
quello di dichiaratore dei fini; che lo studio dei fini faccia parte della scienza
economica allo stesso titolo dello studio dei mezzi, al quale gli economisti si
restringono” (L. Einaudi, Introduzione a C. Bresciani Turroni, Introduzione alla politica
economica, 1942).

Essendo gli ideali umani una componente ineliminabile dell‟indagine economica, sia
nella fase di osservazione sia nella stessa scelta dei fenomeni da analizzare, e, sul piano
delle politica economica, dei fini da perseguire, risulta “necessario rendere espliciti i
giudizi di valore onde pervenire all‟obiettività” ( F. Zenthen, G. Myrdal).




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In una concezione riduttiva della scienza economica viene introdotta una netta
distinzione tra mezzi e fini: il compito dell‟economia dovrebbe essere circoscritto alla
individuazione dei mezzi più idonei per conseguire scopi << dati>>. “ Non vi sono fini
economici: vi sono soltanto modi economici e antieconomici per conseguire determinati
fini….l‟analisi economica è Wertfrei nel senso di Weber ( cioè immune da giudizi di valore )”
(L. Robbins, Saggio sulla natura e l‟importanza della scienza economica, 1932).

Nel riaffermare l‟invalidità scientifica dei confronti interpersonali e nel delimitare le
sfere di competenza dell‟economia e della filosofia morale, Lionel Robbins perviene ad
una concezione della scienza economica che sostanzialmente esclude il campo
normativo. Riccheggia in tale impostazione il monito di Benedetto Croce rivolto agli
economisti: “ Risparmiatevi la pena di filosofare. Calcolate e non pensate”, e la connessa
affermazione che “ la scienza economica, pura o politica che si dica, non è filosofia. La
sua vera natura è di matematica applicata”.

3) Sul principio “utilitaristico” e sul rapporto tra etica ed economia.

I piaceri e le pene di ciascun individuo sono considerati come quantità misurabili, che
possono essere sommate (algebricamente) : la quantità risultante è considerata la
felicità dell’individuo. Ciascuna di tali felicità ( la cui somma dà la felicità sociale) ha
lo stesso peso. Infine, quel totale sociale viene identificato col bene comune o
benessere della società , il quale viene così ridotto a sensazioni individuali di
piacere e di pena, uniche realtà ultime. Questo porta al principio normativo dell’ “
utilitarismo”, cioè la più grande felicità possibile pel massimo numero
possibile “ (J. Schumpeter, Storia dell‟analisi economica, 1960, p.160).

“ La natura ha posto l’umanità sotto il governo di due sovrani, il dolore e il
piacere – E‟ in funzione di essi soltanto che sarà definito ciò che conviene fare, così
come ciò che si dovrà fare… A parole un uomo può pretendere di sottrarsi al loro impero;
in realtà continua sempre ad essere loro soggetto. Il principio dell’utilità riconosce
tale soggezione e la prende a base del sistema, che ha per oggetto di erigere, per mezzo
della ragione e della legge, l’edificio della felicità “ (J. Bentham, An Introduction to
the Principles of Morals, and Legislation, 1789).
 L‟economia fu inizialmente elaborata come calcolo dei piaceri e delle pene …Le
soddisfazioni o insoddisfazioni ( o utilità positive e negative ) si consideravano
misurabili presso i singoli individui mediante numeri cardinali. La misurabilità in
senso cardinale presso ciascun individuo non comporta di per sé che le soddisfazioni
di individui diversi siano confrontabili tra loro. Occorre una ipotesi aggiuntiva …quella
che le soddisfazioni di individui diversi siano confrontabili tra loro. Questo
significa che si attribuisce a diversi individui una uguale capacità di soddisfazione;
soltanto con questa ipotesi di confrontabilità interpersonale le soddisfazioni di individui
diversi risultano sommabili (F. Caffè, Lezioni di politica economica, 1984).

“ Si stabilisce un’armonia tra la morale e le leggi della natura……..che si realizza
tra l‟altro con il libero scambio” (F. Zeuthen, Scienza e benessere nella politica economica
, 1961).




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“ L’utilitarismo è quella particolare concezione secondo la quale si è portati a riporre
la spiegazione di ogni accadimento sociale nella volontà dell‟individuo che cerca il
piacere e rifugge dal dolore (J. Schumpeter, Epoche di storia delle dottrine e dei metodi,
1914).

Si è rilevato, al riguardo, che la riduzione delle esperienze emozionali che
accompagnano gli atti umani alla “ categoria del piacere e del dolore sensibile è una
grossolana semplificazione. Vi è contenuto un banale impoverimento dell’immagine
dell’uomo, come pure della sua moralità” (K. Woityla, I fondamenti dell’ordine etico,
1980).

“ Dall‟utilitarismo di Bentham e Mill non credo che la filosofia morale abbia nulla di
importante da prendere…. Esso dimenticava del resto che Mandeville aveva dimostrato
anticipatemente l‟estrema ingenuità del principio benthamiano secondo il quale << la
più grande felicità del più gran numero>> risulta dai piaceri e dall‟utilità di ciascuno
quando siano ben calcolati. Tutto quello che l‟utilitarismo della fine del XVIII secolo e
dell‟inizio del XIX è riuscito ad operare è il completo svuotameto dell‟idea del bene
morale propriamente detto, del bonum honestum ( bene come rettitudine ), sostituita
da quella del vantaggio, del good state of affairs” (J. Maritain, La filosofia morale.
Esame storico e critico dei grandi sistemi, 1979).

D‟altra parte, sui limiti del calcolo edonistico, si è rilevato che “ qualunque sia l‟origine
dei nostri istinti morali, il verdetto dell‟esperienza dell‟umanità ha indicato che la
felicità vera non si ottiene senza il rispetto di sé stessi, e che questo rispetto di sé stessi
si può raggiungere solo a condizione di sforzarsi a vivere in guisa da promuovere il
progresso della specie umana” (A. Marshall, Principi di economia, 1890). Risiedendo il
nucleo intuitivo dell‟utilitarismo nell‟idea della massimizzazione dell‟utilità collettiva,
“ per esso non contano le persone come tali, bensì solo le preferenze che vanno
sommate onde raggiungere il massimo dell‟utilità aggregata . L‟utilità possiede
valore intrinseco mentre i diritti solo accessorio….., ed è per questo che
nell‟utilitarismo è reggente il concetto di benessere assai più di quello di bene” (V.
Possenti, Le società liberali al bivio. Lineamenti di filosofia della società, 1992).

L‟idea secondo la quale il perseguimento dell‟interesse individuale consente anche di
raggiungere quello generale, sottintende la concezione secondo la quale i bisogni da
soddisfare non sono un fine da perseguire, ma una naturale conseguenza del libero
operare delle forze di mercato. Ciò, oltre che riflettersi in una politica preordinata
principalmente a preservare il quadro istituzionale di un mercato concorrenziale,
implica la incorporazione dell’etica nel comportamento economico: la <<
opportunità>> di una azione è in funzione dell‟<<efficienza>> con cui viene eseguita e
non del << fine>> che persegue. Tale linea di pensiero esprime, sul piano storico e
filosofico, un sostanziale ribaltamento ( che trae origine dall‟empirismo e utilitarismo
inglesi) della concezione tomista ( anteriormente aristotelica) di una natura umana
essenzialmente sociale, tale che l‟interesse individuale non può essere conseguito se non
nell‟ambito del bene comune (l‟interesse generale che il concetto di bene comune
esprime può essere inteso come quell’insieme di condizioni economiche, sociali e
istituzionali che consentono e favoriscono negli esseri umani la crescita
integrale della loro persona).


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Sul piano dei comportamenti individuali si è rilevato che “ la vera questione e se ci sia
una pluralità di motivazioni, o se sia solo l‟interesse personale a guidare gli esseri
umani “ ( A. Sen, Etica ed economia, 1988). “Gli stessi obiettivi individuali possono
essere meglio raggiunti ancorando l‟azione del singolo a rapporti cooperativi e a un
codice morale non utilitaristico di comportamento “ ( V. Possenti, Le società liberali al
bivio. Lineamenti di filosofia della società, 1992).

 Il considerare la scienza economica un sistema unitario, che include teoria e politica
economica, sia pure collocate a diversi livelli di astrazione, ne accresce l‟incisività,
potendo essere compensate le insufficienze del mercato con interventi di politica
poggiati su adeguati apparati analitici. Ma l‟orientamento della politica economica,
ovvero l‟assetto economico desiderato, nonché lo stesso concetto di efficienza quando non
sia limitato al criterio del tornaconto finanziario, richiedono un esame critico dei fini e
una connessione con l’etica. Al riguardo un insigne filosofo ricordava che sono le
dominanti etiche a dare “a una struttura economica la sua ultima specificazione e la sua
tipica morfologia” (J.Maritain, Umanesimo integrale, 1936): ciò sottintende che gli ideali
etici non si considerino in modo riduttivo esclusivamente incorporati nelle scelte
espresse nel libero mercato da agenti che perseguono il proprio interesse e che cosi
operando inducono adattamenti “spontanei” della struttura economica in essere.

Quando l’etica viene “interiorizzata” nel comportamento economico, espresso
dal perseguimento dell‟interesse individuale (l‟utilità per il consumatore e il profitto per
l‟imprenditore), la misura della “bontà” di un‟azione è data esclusivamente
dell‟efficienza con cui viene eseguita e non anche dal fine che si persegue. “E‟
irragionevole dire che fare una guerra è antieconomico se, avuto riguardo agli esiti
possibili e a tutti i sacrifici necessari, si conclude che il risultato previsto vale il
sacrificio” (L. Robbins, Saggio sulla natura e l’importanza della scienza economica,
1932).

In una concezione non limitata ad una efficienza produttiva basata unicamente sui
meccanismi di mercato, ma attenta al “ bene comune”, l‟economia può considerarsi
subordinata all’etica e a fondamento dell‟ordine economico può porsi, come norma
morale fondamentale, il rispetto della dignità della persona umana, la quale,
per legge naturale, “ ha il diritto di essere rispettata, e‟ soggetto di diritto e possiede dei
diritti e…(pertanto) non e‟ soltanto un mezzo, ma un fine che deve essere trattato come
tale” (J. Maritain, I diritti dell’uomo e la legge naturale, 1942). Quando i valori etici si
richiamano alla concezione personalistica, sono da prendere in considerazione diritti e
necessità di persone e non soltanto preferenze e utilità di individui.

Si è rilevato al riguardo “ che i diversi diritti assegnati all‟essere umano si limitano
reciprocamente, in particolare i diritti economici e sociali ( come il diritto al
lavoro, a un salario che consenta un sostentamento dignitoso, alle provvidenze sanitarie
e alla sicurezza sociale), ossia diritti dell’uomo in quanto persona inserita nella vita
della comunità, non possono trovare posto nella storia umana senza ridurre in qualche
misura la libertà e i diritti dell’uomo in quanto individuo “ (come il diritto alla
libertà personale, inclusa la libera iniziativa economica, e il diritto alla proprietà privata
dei beni materiali, compresi i mezzi di produzione). A ciò è sotteso un contrasto tra


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“filosofie politiche”, che investe lo stesso concetto di dignità umana: …. “i fautori di un
tipo di società liberal- individualistica vedono il contrassegno della dignità umana
sopra e innanzi tutto nel potere che ognuno ha di appropriarsi individualmente dei beni
della natura, allo scopo di far liberamente quanto gli aggrada”… “Una persona -
scriveva Kant – non è soggetta ad altre leggi che non siano quelle che essa dà a se stessa
(sia da sola, sia in unione con altre persone). In altre parole, l‟uomo non deve <<obbedire
che a se stesso>>, come ha detto Jean-Jacques Rousseau, perché qualsiasi norma o
regola… distruggerebbe in pari tempo la sua autonomia e la sua suprema dignità “
( J.Maritain, L’uomo e lo Stato, 1951, trad.it. Marietti 2003, pp.105 e 82).

Si intravedono le radici storico-filosofiche del liberismo economico anche contemporaneo:
secondo Hayek, in linea con la “mano invisibile” di Smith e con il concetto di “ordine
spontaneo catallattico”, in una “società libera il bene generale consiste principalmente
nel facilitare il perseguimento di scopi individuali sconosciuti “ (F. Hayek,
Legge, legislazione, libertà, 1986, p. 186). In tale contesto la fede nella “giustizia sociale”
viene vista come “ la minaccia più grande nei confronti della maggior parte degli altri
valori di una società libera” ( ibidem, p. 268).

Si è affermato che “ la scienza economica è incapace a decidere tra la desiderabilità di
fini diversi. E’ fondamentalmente distinta dall’etica. La sua importanza deriva dal
metterci in grado di scegliere con piena consapevolezza delle conseguenze implicite di
ciò che scegliamo. ( L. Robbins, Saggio sulla natura e l’importanza della scienza
economica, 1932). Tale concezione si pone in netto contrasto con quella che giudica “ il
distacco della economia dall’etica un impoverimento sia dell’economia del
benessere, sia dell’economia predittiva” ( A. Sen, Etica ed economia 1988): quando
la scienza economica si approssima al suo alveo originario, la filosofia morale,
emergono posizioni contrapposte che investono la stessa capacità di interpretare e
incidere la realtà storica. Vedi paragrafo 6 : raffronto Pigou/ Pareto.

La rilevanza dell’etica per per l’economia è in contrasto con la diffusa riluttanza a
prenderla in considerazione: è un “ terreno nel quale molti economisti temono di
inoltrarsi” ( W. B. Greer, Ethics and Uncertainty. The Economics of J. M. Keynes and
Frank Knight, 2000).

“ Sorprendente è il contrasto tra il carattere consapevolmente << non etico>>
dell‟economia moderna e l‟evoluzione storica di questa disciplina in gran parte quale
derivato dell‟etica. E‟ avvenuto che non soltanto il cosiddetto << padre dell‟economia
moderna>>, Adam Smith, fosse professore di Filosofia Morale all‟Università di
Glasgow, ma anche che la materia dell‟economia sia stata considerata a lungo una
branca dell‟etica. Il fatto che sino a poco tempo fa a Cambridge l‟economia fosse
insegnata semplicemente nell‟ambito del corso di “ Scienza Morale” non è che un
esempio della diagnosi tradizionale sulla natura dell‟economia” (A. Sen, Etica ed
economia, 1988).




                                                                                            10
4) Automatismi di mercato, postulato della concorrenza perfetta, efficienza
economica.

La fiducia nel mercato e nella sua capacità di conseguire un efficiente utilizzo
delle risorse è, come si è visto, fin dalle origini largamente presente nel pensiero
economico. I limiti di espansione dell‟economia vengono posti nell‟offerta dei fattori
produttivi, considerati come dati e tendenti spontaneamente al pieno impiego,
mentre il motore del sistema risiede nel tornaconto individuale. “ Non è dalla
benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio- come si è rilevato con espressione
efficace – che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione
dell‟interesse proprio. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e
non parliamo mai dei nostri bisogni, ma dei loro vantaggi “ (A. Smith, La ricchezza delle
nazioni, 1776). Un interesse personale al quale è stata attribuita, in nome di una
presunta <<armonia>> nei rapporti economici, la funzione di “ gran molla dell‟umanità”
( F. Bastiat, Armonie economiche, 1850). Il principio dell‟ “ interesse personale” ha
assunto una posizione preminente nel pensiero del „700. Il filosofo francese Claude
Helvetius, in “ De l‟Exprit” ( 1758), “ paragona il principio dell‟interesse individuale nel
mondo sociale alla legge di gravità nel mondo fisico. Perfino il grande Beccaria giunse
ad affermare che l‟uomo è un essere completamente egoistico ed egocentrico e non si
cura affatto degli altri uomini o del bene comune” (J. Schumpeter, Storia dell‟analisi
economica, 1960, p. 159)

Il sistema si fonda sulla “ sovranità del consumatore”, espressa dalle sue preferenze,
sulla scelta di tecniche produttive effettuate sulla base della scarsità relativa dei fattori,
sull‟ eguaglianza tendenziale del prezzo al costo di produzione. I prezzi, quali indicatori
della scarsità delle risorse, ne assicurano l‟uso efficiente e ne misurano il valore: il
prezzo che si determina è una “entità neutrale”. “ Il prezzo di mercato non è né giusto,
né ingiusto. E‟ quello che è; è un prezzo fatto” (L. Einaudi, Lezioni di politica sociale,
1949). Il mercato, quale centro coodinatore delle molteplici iniziative individuali e
luogo di incontro tra l‟offerta dei produttori e la domanda dei consumatori, è l‟ “
istituzione” che governa l‟impiego efficiente delle risorse. Se si assume il postulato di
concorrenza perfetta (o pura), ovvero atomismo produttivo, libertà di accesso,
omogeneità dei prodotti e completa trasparenza di informazioni, le risorse vengono
impiegate in modo efficiente e si rende così massimo il volume di produzione. In tale
contesto, l‟intervento pubblico rappresenta una indebita interferenza nei
meccanismi riequilibratori del mercato, se si escludono le misure rivolte a garantirne la
funzionalità. Nondimeno, un eminente economista italiano ha al riguardo ricordato che
“ il mercato è una creazione umana” e che pertanto “ l‟intervento pubblico ne è una
componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio “ ( F. Caffè,
Lezioni di politica economica, 1984).


La concezione di una tendenza naturale all‟affermarsi dell‟equilibrio di pieno
impiego, grazie allo spontaneo adeguarsi dei prezzi e dei redditi alle condizioni di
domanda e offerta, ha come << corollario>> il riequilibrio dei bilanci pubblici. “In tale
modo il prezzo del capitale, o tasso di interesse,sarebbe diminuito e avrebbe avuto
un effetto incentivante nei confronti degli imprenditori alla ricerca di mezzi di


                                                                                           11
finanziamento. Mentre la “ politica delle opere pubbliche,” anche se giustificabile sul
piano sociale, avrebbe deviato verso determinati impieghi le risorse disponibili ( incluso
il risparmio), scacciando altrettanti impieghi, che sarebbero stati altrimenti effettuati
dagli operatori privati. Si sarebbe trattato cioè di una sostituzione, e non di una
aggiunta nel processo di utilizzo delle risorse disponibili “ ( F. Caffè, Lezioni di politica
economica, 1984).

L‟idea di un “ automatico aggiustamento” del sistema economico si ripropone nel
corso del tempo, assumendo denominazioni e formulazioni diverse: dall‟ “ordine
spontaneo catallattico” di Friedrich Von Hayek, alla “ intrinseca stabilità” del sistema
economico di Milton Friedman, all‟ “equilibrio istantaneo dei mercati “ di Robert Lucas.
Mentre il problema della disoccupazione non si pone, e comunque                la piena
occupazione delle risorse non rappresenta un obiettivo direttamente perseguito,
ma un naturale effetto del libero espletarsi delle forze di mercato. “ Le nostre idee
sull‟economia- si è al riguardo rilevato- instillateci con l‟educazione, l‟ambiente e la
tradizione, sono, sia che ne siamo o no consapevoli, imbevute di presupposti teorici che
sono applicabili in modo appropriato solo a una società che è in equilibrio, con tutte le
risorse produttive già impiegate. Molti tentano di risolvere il problema della
disoccupazione con una teoria che è basata sull‟assunto che non c‟è alcuna
disoccupazione “ ( J. M. Keynes, The Means to Prosperity, 1933).

“ Keynes diede la dimostrazione che una economia di mercato, lasciata a sé stessa, non
tende necessariamente a raggiungere un equilibrio in cui vi sia piena utilizzazione della
capacità produttiva esistente e piena occupazione della popolazione lavorativa. Il
mercato produce sì un equilibrio tra domanda e offerta, ma un equilibrio di
sottoccupazione, cioè un equilibrio non efficiente. La chiave per pervenire ad una
situazione di maggiore efficienza è da ricercare nel governo del sistema economico, in
particolare la supervisione intelligente e la manovra razionale della domanda effettiva “
( L. Pasinetti, Problemi irrisolti di teoria keynesiana, 1994).

Nella teoria keynesiana il risparmio viene dissociato dall‟investimento e ad esso
subordinato. Il risparmio non è il “ fondo” la cui entità condiziona l‟investimento, bensì
è da esso alimentato attraverso l‟incremento di reddito determinato dallo stesso
investimento “ E‟ l‟aumento della produzione che produce l‟aumento del risparmio “ ( J.
M. Keynes, Teoria generale, 1936).

“ Per Meade (The Keynesian Revolution, 1975), lo spostamento da un modello che
partiva dal risparmio per giungere all‟investimento al suo ribaltamento in un modello
che parte dall‟investimento per giungere al risparmio costituisce l‟essenza della
rivoluzione keynesiana “(F. Caffè, L’economia contemporanea, 1981).

Introducendo la nozione di incertezza, Keynes “ ha indebolito il nesso tra decisione
economica e calcolo razionale. Era questo un punto essenziale della sua tesi secondo cui
il laissez - faire mancava di un meccanismo di autoregolazione “ ( R. Skidelsky, J. M.
Keynes. L’economista come salvatore (1920-1937),1996).




                                                                                          12
Nel porsi il quesito “ a quale sistema economico Keynes intendeva applicare il suo
modello, costruito con tanta abilità e acume”, J. R. Hicks ha avanzato l‟ipotesi
suggestiva che “ il modello fosse riferito al sistema economico mondiale “ ( J. R. Hicks,
Keynes e il sistema economico mondiale, 1983).

In una economia internazionale caratterizzata da vaste aree di sottosviluppo, da
mediamente elevati livelli di disoccupazione e sottoccupazione, da squilibri strutturali
nei rapporti tra paesi industrializzati e da una competizione globale di tipo
oligopolistico, si è lontani da una situazione di “ ottimo” economico : ne derivano un
aumento delle tensioni politiche e del disagio sociale, oltre che un‟ elevata variabilità dei
tassi di cambio, e ricorrenti crisi dei mercati finanziari. C‟è chi attribuisce il persistere
di tali squilibri agli ostacoli frapposti al principio del “ laissez-faire. Al contrario Keynes
ha posto in discussione, servendosi di un adeguato apparato analitico, proprio la
capacità di tale principio di riequilibrare il sistema economico. E‟ un punto di
divergenza sostanziale, che investe il processo di determinazione del reddito, e la
connessa opportunità di una guida al sistema economico.




                                                                                            13
Concorrenza pura : tendenziale eguaglianza prezzo – costo.



     Equilibrio di impresa                      Equilibrio di mercato



                                                              O
C                                        P
                       CMA         CME                                O¹

                                CME¹
P

P¹


     A

                                                                  D


                               Q                     q   q¹           q



P=       prezzo                Funzione macroeconomica di produzione:
CMA=     costo marginale
CME=     costo medio
A=       area extra profitto         Y= f (L, K) = Max
O=       offerta
D=       domanda                     (in concorrenza pura)
Q=       quantità
D=       domanda




                                                                           14
Economia “ classica”: riequilibrio spontaneo di pieno impiego.


                       Og
                                   K


    P

                              Dg


               Ye = Yp                                           L




                            Ol
                                                                  Os


                                           i
W

                                                                 Ds=I

                              Dl

                            Nl                                       S, I

P = livello generale dei prezzi
Og= offerta globale
Dg= domanda globale
Ye = reddito effettivo
Yp = reddito potenziale(pieno impiego)
K = capitale
L= lavoro
Ol= offerta di lavoro
Dl= domanda di lavoro
Nl= occupati
W= salario
i= tasso di interesse
Os= offerta di risparmio
Ds= domanda di risparmio
S= risparmio
I= investimento




                                                                            15
Lo schema teorico keynesiano
II
                                          i                                                          I



                                   


                                              Ls




I                                                                            1/



I,S                                      k                                                  M
                                   1-c




S




                                         Y

III                                                                                               IV
Lo schema keynesiano può rappresentarsi sinteticamente sugli assi cartesiani: il settore monetario
dell’economia nel I e IV quadrante; quello reale nel II e III. Il coefficiente angolare  delle funzioni
di investimento e della domanda speculativa di moneta esprimono lo “stato di fiducia” ( o
inversamente il grado di incertezza) che condiziona le relative decisioni. Le altre lettere esprimono: I,
l’investimento; S il risparmio; c la propensione marginale al consumo; K la quota del reddito detenuta
in moneta per fini transattivi e precauzionali; Ls la domanda speculativa di moneta; Om, l’offerta
esogena di moneta; M, la quantità di moneta; i, il tasso di interesse; Y, il reddito.




                                                                                                      16
Politica monetaria : effetto incerto


                                           Ōm   Ōm¹
                                i



                            


                                          1/




  I
                                                                Ls




                S


                                                                I¹

                                                                I



                                    1-c

                                                                 Y




“Se ci venisse la tentazione di asserire che la moneta è la bevanda che stimola l‟attività
del sistema, dobbiamo rammentarci che vi possano essere parecchi diaframmi tra il
bicchiere e le labbra” (J. M. Keynes, Teoria generale)




                                                                                        17
Finanza pubblica tradizionale e keynesiana.

Equazione degli impieghi del reddito nazionale:

Y = C + I + G + (X - M)

dove G = Cpu + Ipu


   Finanziamento della spesa pubblica :



              Tasse ( entrate fiscali ) Ec

   G         Titoli acquistati dalla banca centrale (moneta) M

             Titoli collocati sul mercato ( Debito pubblico) D



1) Finanza pubblica tradizionale: “ regola aurea”

Spesa pubblica corrente coperta con entrate fiscali (bilancio pubblico corrente in
pareggio):


                               Ec = Uc (Cpu)

Spesa pubblica in conto capitale o per investimenti può essere affrontata con il
ricorso all’indebitamento. In questo caso la spesa non si esaurisce in sé stessa (con un
consumo pubblico), o un servizio reso al pubblico, o un trasferimento a certe categorie
sociali), ma dà luogo all‟acquisizione di beni capitali iscritti nell‟attivo del bilancio,
produttivi, direttamente e indirettamente (infrastrutture), di un flusso di reddito. In tal
caso, il debito iscritto al passivo controbilancia l‟attività fisica iscritta all‟attivo, mentre
le entrate connesse con l‟attività di produzione sono a fronte del servizio degli interessi e
del rimborso del debito.


In equilibrio di piena occupazione (assunto dato), il disavanzo corrente di bilancio
(Uc > Ec) “ spiazza” l‟attività produttiva privata, sostituita da consumi pubblici:
   - se “monetizzato”, si ha inflazione
   - se coperto con titoli del debito pubblico si ha trasferimento di risparmio del
      settore privato a quello pubblico, e si trasferisce alle future generazioni l‟onere di
      pagare ciò che consuma la generazione presente (con imposte per fare fronte agli
      interessi e al rimborso del debito).



                                                                                             18
1) Finanza pubblica keynesiana


In un equilibrio di sottoccupazione si ha una situazione di inefficienza (Ye < Yp:
reddito effettivo inferiore a quello potenziale o di pieno impiego):

         a) in tale situazione la spesa pubblica in conto capitale, investimento
            pubblico (Ipu), si aggiungerebbe a quello privato (Ip) per riportare al
            pieno impiego il sistema
         b) l‟argomentazione keynesiana si estende anche alla spesa per consumi
            pubblici (Cpu o Uc): Uc > Ec

Una spesa pubblica in disavanzo, anche corrente , sarebbe in grado di generare
parte del suo finanziamento, tramite maggiori entrate tributarie (ΔT); può inoltre fare
assegnamento sulla prerogativa del “signoreggio”, senza provocare aumenti dei prezzi,
ovvero parte del disavanzo può essere “monetizzato” per la richiesta addizionale di
moneta conseguente alla crescita del reddito (M); la parte di disavanzo che rimane
scoperta genere indebitamento (D), che corrisponde ad un maggiore consumo
pubblico finanziato da un maggiore risparmio privato (S) conseguente all‟aumento del
reddito (Y), che non ci sarebbe stato senza la politica di deficit spending.




         G (Uc >Ec)                  Y                   S



                                      T



                                      M

                                       D


La funzione del debito pubblico si modifica: esso cessa di essere una fonte
straordinaria di finanza da utilizzarsi in condizione di emergenza, divenendo un mezzo
per il promovimento della ripresa (o crescita) mediante l’espansione della
domanda globale.




                                                                                      19
Aspetti di metodologia ed epistemologia nella impostazione neoclassica e
keynesiana.

La linea di pensiero espressa dalla teoria neoclassica, o “tradizionale”, si basa su
preferenze e bisogni dati, conoscenza perfetta e trasparenza di informazioni. “ Una
teoria che si presenta come completa e autosufficiente, il cui unico scopo è dimostrare
quali siano le implicazioni logiche di gusti e bisogni dati, in condizioni di conoscenza
perfetta e di risorse scarse. La scarsità delle risorse e la conoscenza perfetta delle
soddisfazioni che possono trarsi dall‟uso di tali risorse mediante la tecnologia
disponibile, assicurerebbero che queste risorse sarebbero sempre impiegate del tutto e al
meglio”, (G. Lunghini , Sraffa e il contesto, 2003). E‟ l‟ “ istituzione” mercato, e l‟assunta
flessibilità dei prezzi e dei redditi, a garantire l‟equilibrio e il pieno impiego delle risorse
stesse. Ne discende il “principio del laissez-faire”, che, con alcune eccezioni, accomuna
il pensiero neoclassico a quello classico.

Keynes contrappone a tale concezione la sua Teoria: lo schema analitico con cui contesta
le argomentazioni della teoria tradizionale fa riferimento “allo svolgersi dell‟economia in
un tempo storico, nel corso del quale la moneta è considerata come argine
all‟incertezza”, e tale apparato analitico, strettamente connesso con indicazioni di
politica economica, è parte di un pensiero che esprime anche “ una visione del mondo
che affida alla responsabilità dell‟uomo la possibilità di miglioramento sociale “
( F. Caffè, In difesa del “ Welfare State”, 1986).

Una “visione” che si distingue da quelle neoclassica, nella quale per affermare
l‟esistenza dell‟equilibrio economico generale, si introduce la condizione che gli
agenti “ dispongono in ogni momento dell‟opzione di non lavorare, opzione che
eserciteranno se il prezzo del lavoro gli sembrasse troppo basso. Nel mondo <<reale>>
un lavoratore le cui competenze l‟impresa giudicasse non valere più il salario minimo, si
troverebbe disoccupato . In quello descritto dalla teoria dell‟equilibrio generale, invece,
si asterrebbe dal lavorare” (J. P. Fitoussì, Il dibattito proibito, 1997).

Nella realtà gli uomini possono non disporre, in un più o meno permanente stato di
disoccupazione, delle risorse minime che consentono loro una vita dignitosa. Anche in
tale caso vale il monito che una “ efficienza priva di ideali può portare a designare
l‟economia una scienza crudele” ( F. Caffè, In difesa del Wellfare State, 1986).

Il pensiero keynesiano si distingue da quello tradizionale anche sul piano della
epistemologia. “La teoria economica non è una scienza puramente deduttiva, poiché il
suo statuto epistemologico non è quello delle scienze della natura e tanto meno quello
della fisica newtoniana” (G. Lunghini, Benedetto Croce e l’economia politica, 2002).
Contro Lionel Robbins, John M. Keynes sosterrà che “ l‟economia è una scienza
morale… Essa ha a che fare con l‟introspezione e con i valori, oltre che con motivazioni,
attese, incertezze psicologiche….E‟ come se il cadere al suolo della mela dipendesse dai
motivi della mela stessa, dai vantaggi del cadere al suolo, dal desiderio del suolo che la
mela cada e da calcoli erronei, da parte della mela, circa la sua distanza dal centro della
terra”.



                                                                                             20
Lo schema analitico keynesiano poggia d‟altra parte su un particolare metodo di
analisi: con riferimento in particolare alla disposizione ad investire e alla preferenza
per la liquidità, “ studiare il funzionamento di una economia monetaria, e quindi in
condizioni di incertezza,e indurre logicamente le conclusioni dai fatti osservati “
(F. Vicarelli, Dall’equilibrio alla probabilità: una rilettura del metodo della Teoria
generale, 1983).

E‟ questo un aspetto originale della teoria keynesiana- Rilevava al riguardo un
eminente economista italiano dell‟epoca che la scienza economica “ è stata fin qui
costruita prevalentemente con il metodo deduttivo” (G. Masci. Saggi critici di teoria e
metodologia economica, 1934).




5) Sulla divergenza tra calcolo individuale e calcolo sociale. Fallimenti del
mercato e dell’intervento pubblico.

L‟argomentazione secondo la quale un sistema di prezzi concorrenziali porta a una
situazione di ottimo, con un impiego efficiente delle risorse disponibili, è basata
sull‟assunto che l‟utilità dei beni è misurata dai prezzi di mercato e il vantaggio
di chi li produce coincide con quello della collettività. Ma il prezzo di mercato,
come sovente avviene per le risorse ambientali, può non esprimere l‟effettivo “ valore”
dei beni, anche in condizioni di concorrenza perfetta- Il calcolo individuale diverge
dal calcolo sociale: può determinarsi una “ divergenza tra prodotto marginale privato
e prodotto marginale sociale” (A. C. Pigou, Economia del benessere, 1920). Le origini
sono da individuare nella esistenza di esternalità, ovvero di effetti non pagati
(diseconomie esterne) o non riscossi (economie esterne) da chi li genera, che incidono sul
benessere della collettività.

“In un sistema economico che operi secondo le leggi di mercato, una impresa di prodotti
chimici la quale segua ragionevolmente i propri calcoli di convenienza può scaricare i
residui tossici di lavorazione nel fiume più vicino (e anzi può localizzarsi nelle vicinanze
proprio a questo fine), senza preoccuparsi se questi residui renderanno insalubre
l‟ambiente circostante. Il sistema dei prezzi, di per sé, non registra questa
circostanza. Pertanto, l‟apporto che questa impresa arreca alla produzione nazionale,
e quindi al reddito del paese, non tiene conto del danno che essa
contemporaneamente arreca alla collettività. Se si designa questo apporto riferito
alla collettività come “ prodotto sociale” ( e si presuppongono risolti i problemi di
misurazione dei “ danni” provocati dai residui tossici), appare evidente che, nel caso in
esame, il “ prodotto sociale” ( l‟apporto dell‟impresa dal punto di vista della collettività) è
inferiore al “ prodotto privato” (l‟apporto dell‟impresa dal punto di vista dello stretto
calcolo aziendale)” (F. Caffè, Lezioni di politica economica, 1984).

In presenza di esternalità, che possono riguardare la sfera della produzione, ma anche
quella del consumo (si considerino i molteplici costi connessi con il traffico
automobilistico), l‟interesse individuale non coincide con quello sociale. Si può pervenire


                                                                                            21
“ ad una ripartizione cattiva delle risorse anche nel mondo della concorrenza perfetta.
Le industrie nelle quali prevalgono diseconomie esterne produrranno in eccesso “ (W. J.
Baumol, Teoria economica e analisi operativa, 1968). Si giustifica pertanto una azione
dei poteri pubblici tesa a colmare il divario tra prodotto privato e prodotto sociale,
riportando il costo delle esternalità negative all‟interno dell‟attività produttiva, o di
consumo, che le genera (la cosiddetta “ internalizzazione”).

L‟interesse individuale e l‟interesse sociale possono tuttavia divergere non solo
per l‟esistenza di esternalità. Nei sistemi economici sono presenti beni pubblici, già
individuati dall‟economista e filosofo inglese Henry Sidgwick (Principles of Political
Economy, 1883), di indubbia utilità sociale (si pensi ai vantaggi associati alla presenza
di un faro che segnali rischi di navigazione o alla funzione di depurazione dell‟aria
svolta dalle foreste), per i quali i meccanismi di mercato non consentono di fare pagare i
servizi da essi prodotti a chi ne usufruisce, né di escludere dalla fruizione chi si rifiuta di
pagarli. Vi sono inoltre beni di proprietà comune a “ libero accesso”, come risorse
ittiche o centri storici, per i quali, in assenza di una adeguata regolamentazione,
esistono rischi di sfruttamento abnorme e, al limite, di estinzione della specie o di danni
irreversibili al patrimonio artistico e monumentale. Sono situazioni queste in cui il “
valore” del servizio di un bene socialmente utile non si esprime in un prezzo di mercato,
e si richiede pertanto una gestione pubblica dello stesso, o la presunta “ armonia” di
una economia basata sull‟interesse personale non conduce ad un utilizzo efficiente delle
risorse e può essere necessario che se ne disciplini l’uso. Si è così in presenza di
fallimenti del mercato che schiudono la strada a forme diverse di intervento
pubblico volte a ripristinare condizioni di “efficienza”; ma anche l‟intervento pubblico
non è esente da critiche, sul piano dei costi, della opportunità e dei moventi.
I costi degli interventi correttivi da parte dei poteri pubblici sono attribuibili, oltre che
all‟appesantimento burocratico e all‟interferenza eccessiva nelle decisioni
imprenditoriali, con connessa diminuzione della propensione all‟investimento privato, al
difetto di informazione che caratterizza spesso gli organi della pubblica
amministrazione e dal quale possono derivare interventi inappropriati e comunque
effetti indesiderati ( le cosiddette “esternalità derivate”).

La critica investe anche la stessa opportunità degli interventi correttivi. Un eminente
economista inglese, Ronald H. Coase (The Problem of Social Cost, 1960), richiamandosi
esplicitamente all‟ “Economia del benessere” di Pigou, ne contesta un suggerimento
fondamentale, ovvero la necessità di provvedimenti (la “ tassa pigouviana”) volti a
“internalizzare” gli effetti esterni. L‟analisi critica di Coase “ tende a ricondurre la
soluzione dei problemi sollevati dalle esternalità ad una intesa contrattuale tra le parti
in conflitto, con la conseguente determinazione di un “prezzo” di reciproca convenienza,
che renderebbe superfluo l‟intervento pubblico. In altri termini, tra l‟impresa che
inquina e i danneggiati dal processo di inquinamento sarebbe possibile una intesa, nella
logica della contrattazione di mercato. Porre ostacolo ad una <<spontanea>>
intesa del genere costituirebbe una attenuazione dei diritti di proprietà, alla quale
andrebbe ricondotta la conseguenza ultima dell‟intervento pubblico”. (F. Caffè, Lezioni
di politica economica, 1984). A parte che i sistemi economici moderni non soffrono di un
eccesso, ma di una carenza di provvedimenti correttivi, è da rilevare che per molte forme
di danno ambientale (si pensi agli effetti transnazionali delle “ piogge acide” o delle



                                                                                            22
emissioni di “gas serra”) la definizione dei diritti di proprietà presenta un carattere di
particolare complessità, quando non è del tutto impossibile.

Alla posizione critica di Coase, si affianca la scuola di pensiero denominata “ Teoria
della scelta pubblica”, della quale l‟economista James Buchanan è notoriamente
l‟esponente più rappresentativo: si sottolinea, oltre alla costosità burocratica dell‟azione
pubblica, la complessità dei moventi di carattere personale (cioè legati al potere,
all‟ideologia, al clientelismo) che possono condizionare il comportamento di chi decide gli
interventi correttivi. Viene così messo in discussione, alla radice, un aspetto
fondamentale “ della economia del benessere e, precisamente, l‟implicazione che le
esternalità sono ridotte o eliminate dallo spostamento di un‟attività dal mercato
all‟organizzazione politica” (J. Buchanan, Stato, mercato e libertà, 1989). Si vengono
così ad affiancare ai fallimenti del mercato quelli dell’intervento pubblico.

Nota su tasso di interesse “ di mercato” e “ socialmente ottimale”.

Come l‟economista e matematico statunitense Harold Hotelling aveva rilevato in un
noto saggio apparso nel 1931 (“ L‟economia delle risorse esauribili“), il criterio, o “ regola
di base”, per l‟estrazione delle risorse naturali non rinnovabili è dato dalla eguaglianza
tra il tasso di interesse e il tasso di crescita del valore delle risorse stesse. Un alto tasso
di interesse induce, per il più elevato rendimento da investimenti alternativi, ad un
maggiore utilizzo delle risorse naturali, con effetti negativi sul piano sia di un accelerato
esaurimento delle stesse sia dell‟inquinamento ambientale connesso con il loro impiego.
Può pertanto emergere una differenza tra tasso di interesse di mercato e quello
ottimale per la collettività. Cosicchè calcolo individuale e calcolo sociale anche
in questo caso divergono e l‟azione pubblica a tutela dell‟ambiente ( caratterizzato
inoltre da benefici differiti e costi perduranti nel tempo ) può esprimersi nell‟assegnare
un valore figurativo, o “prezzo ombra”, al tasso di interesse con il quale vengono
attualizzati costi e benefici attesi dall‟investimento (is < im, tasso di interesse “
socialmente ottimale” inferiore a quello “di mercato”).




                                                                                            23
                       Fallimento del mercato: esternalità

Analisi                                                                Politiche

Mercato                                                 Tassa: A C. Pigou

                             O¹ = CMS           “principio del chi inquina paga”:
                                                   internalizzazione
                                   O = CMP
          p¹           CEM
                                                        BMNP
          p

                             D

                   q¹ q
p1 = CMS (prezzo = costo marginale sociale)                             t


                                                                Qs = Qp
dove: CMS= CMP+CEM
O¹ = costo marginale sociale = CMS                       t = ammontare della tassa
O = costo marginale privato = CMP
D = domanda (disponibilità a pagare)
CEM = costo esterno marginale (esternalità)

               Produzione                     Standards tecnici (regolamentazione)

                                               “principio precauzionale”: incertezza
                                                elevata ( danni irreversibili)

    BMNP
                          CEM                  BMNP      S      CEM
                                                                              Area
                                                                              benefici
                                                                              privati
                                                                              social-
                                                                              mente
                                                                              ingiusti-
                                                                              ficati

                                                                             M

   Qn          Qs             Qp
                                                           Qs
                                                 S = standards , M = multa



                                                                                    24
1) BMNP = CEM                                      Intesa contrattuale: R. H. Coase

2) BMNP = P-CMP
                                                    BMNP
                                                                                      CEM

               p           CMP

                                BMNP




                                                                        Qs
                                                        diritti di proprietà dell‟inquinato

                                                   diritti di proprietà dell‟inquinatore
Inserendo la 2) nella 1)

P - CMP = CEM

P = CMP + CEM = CMS

Dove:

BMNP = beneficio marginale netto privato
CEM = costo esterno marginale
Qp= livello di produzione ottimale per l‟imprenditore
Qn = livello di produzione con inquinamento nullo
Qs = livello di produzione socialmente ottimale




                                                                                         25
Fallimenti del mercato: beni di proprietà comune a “ libero accesso”


(regolamentazione zone di pesca)

Ricavi
Costi



                                           RM


                                       R               C

                           max                             C¹
                           P



                         EMP ERMS EAL             ES               ore di pesca


R = ricavi totali                  EMP = equilibrio di massimo profitto: RM=CM
C = costi totali
RM = ricavo marginale              ERMS = equilibrio di resa massima sostenibile:
P = profitto                               tasso di prelievo= tasso di crescita biologica
CM = costo marginale               EAL = equilibrio di accesso libero: profitto:0
                                   ES = estinzione della specie




                                                                                       26
Fallimenti dell’intervento pubblico: politica agricola comunitaria (Pac)

                                                      OCE= offerta comunità europea
                                                      DCE = domanda comunità europea
                                                      PE = prezzo di equilibrio
   1) libero mercato                                  PM = prezzo mondiale
                                        OCE

                                                     0q = produzione europea

           PE                                        qq¹= produzione importata


           PM
                                         DCE

                0   q            q¹              Q


   2) prezzo di intervento con dazio protettivo


                                           OCE             b) PI>PE
a) PI<PE                                                                                OCE

                                                           PI
           PE                                              PE
                                                                                    T

           PI                                    T         PM
           PM
                                       DCE                                          DCE

                                                            0         q        q¹       q²
           0         q q¹       q²         Q



                                 a) PI < PE:                 b) PI > PE:

PE= prezzo di equilibrio   q1 q2= quota importata   0q = produzione europea effic.
T= dazio= PI-PM            0q1 = produzione europea qq¹ = produzione europea ineffic.
PI= prezzo di intervento   qq1= prod. inefficiente   q¹q² = surplus agricoli
PM= prezzo mondiale        oq= prod. efficiente




                                                                                             27
6) Economia del benessere: cenni su origini e finalità.

Anche se il concetto di “benessere” quale fine da perseguire è, come in precedenza
richiamato, coevo al sorgere stesso della scienza economica, un tentativo di analisi
sistematica avviene successivamente nell‟ambito del pensiero neoclassico. E‟ in tale
ambito che prende forma, dopo alcuni spunti anticipatori riscontrabili in J. S. Mill, l‟idea
di un intervento a integrazione delle forze di mercato, in particolare a livello
microeconomico per la presenza di esternalità e di beni socialmente utili ma senza
prezzo di mercato. Mentre a livello macroeconomico la critica di Keynes, come già
rilevato, mette in discussione il concetto di “efficienza” associato al “ principio della
libertà naturale”. La ricerca di una “entità sociale” da massimizzare, o di una posizione
di ottimo per la collettività, conduce d‟altra parte a sviluppi contrastanti che interessano
il ramo normativo della scienza economica. Al di là della vastità di letteratura e di
campi di indagine che riguardano l‟economia del benessere,” nel suo significato più
comprensivo di ricerca di principi da assumere come guida nelle decisioni di politica
economica “ (F. Caffè. Politica economica.Sistematica e tecniche di analisi, 1966), ciò che
qui preme richiamare è la divergenza, nei criteri di base e nelle conseguenze, tra le
concezioni di Arthur Cecil Pigou e di Vilfredo Pareto.

Pur richiamandosi alla filosofia utilitaristica di J. Bentham, Pigou svincola la sua
analisi da connessioni filosofiche e la circoscrive al “ benessere economico”, definito come
insieme di soddisfazioni assoggettabili a misurazione mediante il metro della moneta;
suppone, convenzionalmente, una correlazione diretta tra benessere economico e
benessere complessivo; ipotizzando inoltre la misurabilità, la confrontabilità
interpersonale e l‟uguale capacità di soddisfazione di individui diversi, perviene ad un
sistema logico di ottimizzazione, in tema sia di efficienza , per la parte riguardante
l‟aumento del volume del reddito, sia di equità, per la considerazione della posizione
relativa dei più abbienti e dei meno abbienti, partendo dall‟assunto, su cui aveva posto
l‟accento A. Marshall, che “ l‟ultimo scellino nella tasca del povero vale più di quello
nella tasca del ricco.” “ La desiderabilità delle varie misure di politica economica è
quindi vista in funzione del loro contributo all‟aumento del reddito e della sua
distribuzione tra le varie categorie sociali “ (F. Caffè, Lezioni di politica economica,
1984). Ne risulta irrobustito il ramo normativo della scienza economica, attingendo linfa
da premesse, quali sono il postulato di uguaglianza e la possibilità di raffronti
interpersonali, che sostanzialmente sottintendono principi etici. In sintesi: W= f (Y, Dy),
ove W sta per benessere economico; Y, reddito; Dy, la distribuzione del reddito stesso.

Diverse sono le conseguenze sulla parte normativa dell‟economia se il criterio di base è l‟
“ottimo paretiano”, o massimo di ofelimità, ovvero quella particolare posizione dalla
quale non è possibile spostarsi senza danno di qualche componente della collettività ,
anche se altri ne fossero avvantaggiati: “ una definizione compatibile con il canone
metodologico di evitare confronti interpersonali” (F. Caffè, Politica economica.
Sistematica e tecniche di analisi, 1966); un criterio restrittivo, per il quale gli eventuali
interventi sul sistema economico possano riguardare solo l’efficienza produttiva e
nella allocazione dei beni prodotti. Una situazione di ottimo che prescinde dal
considerare gli assetti distributivi (ne segue un numero indefinito di diversi possibili
ottimi). In altri termini, la posizione di Vilfredo Pareto, il cui contributo verrà


                                                                                          28
successivamente ad essere oggetto di dibattito nel mondo anglosassone (vedi a cura di F.
Caffè, Saggi sulla moderna “economia del benessere”, 1956), in quanto critica rispetto
alla possibilità su “ basi scientifiche” della misurazione cardinale delle soddisfazioni e
dei raffronti interpersonali, esclude che la scienza economica possa indicare norme
obiettive sul migliore assetto distributivo: dovrà limitarsi a problemi di efficienza.

Dal raffronto tra le concezioni di Pigou (Scuola di Cambridge) e di Pareto (Scuola di
Losanna) emerge un divario che può apparire ormai una questione datata e che, al più,
può interessare la storia del pensiero economico, ma che in effetti , nell‟investire la
struttura della scienza economica, in particolare il lato propositivo, si riflette sulla
possibilità della stessa di influire sulla economia reale

Ottimo paretiano: analisi diagrammatica

    A) ottimo paretiano relativo all’efficienza produttiva

Curva della “ frontiera delle possibilità di produzione”:
si consideri una produzione costituita da due beni B (burro) e C (cannoni)

                                      .D
B                    P
                          P*
                                           . D*

                 Q

                         Q*




                                             C

    -   la curva esprime la produzione massima conseguibile; data la disponibilità di
        capitale, lavoro, tecnologie.
    -   Punti Q: punti dai quali la collettività può allontanarsi giovando a tutti gli
        individui(inefficienti)
    -   Punti P: sono punti efficienti, che esprimono un massimo per la collettività, e nei
        quali non è possibile aumentare la produzione di un bene senza diminuire quella
        di un altro bene (inconfrontabili: per decidere se produrre una maggiore quantità
        del bene C o del bene B occorrono scelte di carattere metaeconomico)
    -   Punti D: punti impossibili con le risorse e le tecnologie disponibili

Significato ultimo dell‟ottimo paretiano: ammesso un assetto distributivo considerato
desiderabile, è conveniente per tutti passare da situazioni di inefficienza, ossia di “
sprechi” nell‟uso delle risorse, a situazioni di loro impiego ottimale ( ovvero passare da
un punto “Q” a un punto “P”).



                                                                                        29
B) ottimo paretiano relativo all’efficienza nell’allocazione dei beni prodotti

Si consideri una collettività formata da due individui  e  e una produzione oggetto di
scambi rappresentata da due beni B e C. Le preferenze e i livelli di utilità dei due
individui sono rappresentati dalle rispettive mappe di curve di indifferenza



        B
                                            B




                                     C                                    C



Nel rappresentare congiuntamente le due mappe avremo dei punti di contatto ( o
tangenze), che rappresentano i punti nei quali vi sarà convenienza allo scambio, tra i
due individui  e , dei due beni B e C (lo scambio tra gli individui in un mercato
concorrenziale ha luogo quando i rapporti tra le utilità marginali dei beni scambiati
sono eguali ai rapporti tra i loro prezzi, ovvero quando vi è uguaglianza tra le utilità
marginali ponderate).



                     C
                                                                       




B

                                                                       B




                                 C

Le due mappe congiunte (la scatola di Edgeworth) determinano la “ curva dei contratti”.
I vari punti rappresentano livelli di soddisfazione diversi, a cui corrispondono assetti
distributivi differenti, tra loro “ inconfrontabili”.




                                                                                           30
Dalla “curva dei contratti” possiamo ricavare la “frontiera delle utilità possibili”

                           U
                U




                                                U*



                                                            U**

                                                          U
La curva indica l‟utilità massima di un individuo dato il livello di utilità dell‟altro
individuo. Sono tutti punti efficienti, ma rappresentano distribuzioni delle risorse e
delle utilità diverse e non confrontabili.




                                                                                       31
La questione della distribuzione

   A) Il criterio egualitario

Ipotesi:

   -    tutti gli individui hanno funzioni di utilità identiche che dipendono solo dal loro
        reddito
   -    le funzioni di utilità presentano una utilità marginale del reddito decrescente:
        quando il reddito di un individuo aumenta, il suo benessere cresce, ma in misura
        sempre minore
   -    la quantità totale del reddito sia “data”

considerata una società formata da due individui  e  e con un reddito totale O O*




Um                                                                                Um




    0                                       ·                                      O*
             Reddito           ab          W     b* a*              Reddito 




Ogni punto nella linea 00° rappresenta una certa ripartizione del reddito tra  e . Il “
punto ottimale”, che massimizza il benessere della collettività considerata:

 Max W quando Um = Um

Da a a b: reddito redistribuito a favore di  ( l‟utilità marginale di  si accresce più di
quanto diminuisca quella di )
Da a* a b* : reddito redistribuito a favore di  ( l‟utilità marginale di  si accresce più di
quanto diminuisca quella di  ).


                                                                                           32
Conclusione: fino a quando i livelli di reddito dei due individui sono diversi, anche
l‟utilità marginale sarà diversa e sarà possibile accrescere la somma delle loro utilità,
ovvero il benessere complessivo, incrementando il livello di reddito dell‟individuo meno
abbiente a spese di quello più ambiente.

B) Il criterio del Maximin.

Il benessere della società dipende unicamente dall‟utilità dell‟individuo che sta peggio: il
criterio del Maximin viene a significare che la collettività ha come obiettivo la
massimizzazione dell‟utilità dell‟individuo che sta peggio, accettando le disparità
quando servano ad accrescere l‟utilità delle persone che stanno peggio:

                  W = min ( U1, U2…….Un)

E‟ la tesi del filosofo Jonh Rawls (“Una teoria della giustizia”, 1971), che si basa sul
concetto di situazione iniziale, cioè quando i cittadini non sanno ancora quale sarà il loro
“ status sociale” finale. Tale criterio è una sorta di assicurazione contro gli esiti più
disastrosi: gli individui, avversi al rischio, temendo la “povertà”, preferiscono un
intervento pubblico volto ad assicurare ai più poveri un reddito che sia il più alto
possibile. Alla base di tale criterio, più che un “ principio etico”, sembra esserci un “
calcolo attuariale”.

C) Il criterio del “rispetto della dignità della persona”

Utilizzando le curve di indifferenza relative ai beni B e C e la retta di bilancio R, si pone
il “vincolo etico” basato sul “ rispetto della dignità della persona umana”, tale che la
retta di bilancio R sia superiore a un livello minimo di reddito (o servizi equivalenti
essenziali) = Ro che garantisca tale “ diritto”. Sono da prendere in considerazione diritti
e necessità di persone e non solo preferenze e utilità di individui, in particolare
quando i principi etici si richiamano alla concezione personalistica ( vedi sopra
punto 3)




           B




                                             Ro
            0                                                               C




                                                                                          33
7) Economia del benessere, etica e il concetto di “efficienza”.

L’economia del benessere, se collocata sul terreno dell‟ etica forse potrebbe
risentirne sotto l‟aspetto della precisione, ma, come si è rilevato, essa “ diventa
soltanto assurda se è resa complicata nell‟intento di dare precisione a ciò che non può
essere precisato” ( I. M. D. Little, Le basi dell‟economia del benessere, 1949).

Si è anche osservato che “ la negazione dei confronti interpersonali priva di
significato tutti i giudizi di fatto e tutti i giudizi di valore sulla distribuzione del
reddito e priva quindi di significato l‟intera economia del benessere….Il professore
Robbins aveva ragione nel pensare che l‟economia del benessere portasse sul
terreno dell’etica, ma errava nel pensare che questa si inserisse attraverso i
confronti interpersonali. Ci si trova sul terreno dell‟etica, perché la terminologia
del benessere è una terminologia etica” ( I. M. D. Little, cit).

I contrasti tra obiettivi di politica economica, in particolare quando sono in
discussione “ i diritti” dell‟uomo, come il diritto al lavoro e a una vita dignitosa,
potrebbero dirimersi sulla base di principi etici che pongano le necessità
fondamentali della persona in posizione centrale. Potrebbe così ridursi, tra l‟altro, il
rischio che l‟efficienza si risolva nel criterio del “ tornaconto finanziario”, tale da
trasformare “ ogni manifestazione vitale…in una sorta di parodia dell‟incubo del
contabile” ( J. M. Keynes, National Self- Sufficiency, 1933).

In merito all‟apportunità di rifarsi all‟ “ uomo in sé ”, un eminente economista
italiano osservava che “ al posto degli uomini abbiamo sostituito numeri e alla
compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l‟assillo dei
riequilibri contabili” (F. Caffè, La solitudine del riformista, 1990).

Il concetto di “efficienza”, apparentemente neutrale, può sottintendere scelte
etiche, a meno che non lo si riduca a una nozione contabile, alla funzione dell‟
“economo” rivolto a minimizzare le spese. Se l‟efficienza esprime la misura del
pieno utilizzo e crescita delle potenzialità di persone, e dei sistemi di cui sono
parte essenziale, non può identificarsi con il mero rispetto di equilibri contabili o con
il migliore impiego di date risorse scarse; né d‟altra parte è compatibile con la
disoccupazione o può prescindere dagli assetti distributivi: il pieno sviluppo delle
potenzialità degli uomini, sottintende, dati i limiti del laissez- faire, una politica
deliberatamente rivolta a realizzarlo.




                                                                                      34
Appendice         :    sul concetto di “efficienza”



Efficienza   :   Max Y = f (L, K, t)


Vincolo : condizioni di concorrenza perfetta (qualora si ritenga che le forze di
mercato, se lasciate libere di operare, portino ad una situazione di ottimo con un
impiego pieno delle risorse disponibili). Una condizione non sufficiente, quando si
dimostra, servendosi di adeguati apparati analitici, la necessità dell‟intervento
pubblico. In particolare:

-   Economia tradizionale. In condizioni di concorrenza perfetta, gli automatismi di
    mercato portano ad un utilizzo efficiente delle risorse: Ye = Yp, ove Ye = reddito
    effettivo e Yp = reddito potenziale di pieno impiego; si assume l‟assenza di
    esternalità. Il principio del “lassaiz-faire” è la regola generale. La politica
    economica è sostanzialmente passiva, e comunque limitata a preservare o
    migliorare la funzionalità del mercato (equilibrio “efficiente spontaneo”).

-   Keynes. Anche in condizioni di concorrenza perfetta, il mercato, se lasciato a sé
    stesso, non consente il pieno utilizzo delle risorse (Ye < Yp): in presenza di
    incertezza, il processo di determinazione del reddito può essere tale che il livello
    della domanda effettiva non sia in grado di assorbire l‟offerta potenziale
    (equilibrio di “sottoccupazione non efficiente”). Si richiede un intervento
    sistematico di politica economica per portare il sistema economico a livelli di
    “efficienza” (equilibrio di “pieno impiego”).

-   Pigou. In presenza di esternalità il prezzo di mercato può non esprimere
    l‟effettivo “valore” dei beni anche in condizioni di concorrenza perfetta (equilibrio
    “non efficiente per esternalità”): si richiede l‟”internalizzazione” della divergenza
    tra costo privato e costo sociale. L‟interesse privato e l‟interesse sociale possono
    divergere anche in presenza di beni pubblici e di beni di proprietà comune a
    libero accesso: se si guarda al benessere della collettività, la presunta “armonia”
    di un economia basata sull‟interesse personale non conduce ad una situazione di
    ottimo impiego delle risorse. Si richiede, in varie forme, un intervento pubblico
    (“equilibrio “efficiente corretto”). Condizioni da rispettare a livello
    microeconomico: P = CMP + CEM = CMS ; RM = CM.

Efficienza e ideali etici.

-   Quando la scienza economica, diversamente dalla impostazione robbinsoniana,
    viene considerata un “sistema unitario”, che include teoria e politica economica
    sia pure collocate a diversi livelli di astrazione, si accresce la sua incisività,
    potendo essere integrate o compensate le forze spontanee del mercato con
    strumenti di intervento poggiati su adeguati apparati analitici. Nondimeno, l‟
    “orientamento” della politica economica, ovvero l‟assetto economico desiderato,


                                                                                      35
richiede un esame critico dei fini e una connessione con l‟etica. In tale
prospettiva, la suesposta “efficienza” nelle sue varie formulazioni (che potremmo
definire “ristretta”), può considerarsi solo come una condizione da soddisfare.
Segnatamente, quando si pone a fondamento dell‟ordine economico il rispetto
della dignità della persona umana, discende che sono da prendere in
considerazione diritti e necessità di persone e non solo preferenze e utilità di
individui. Se “l‟efficienza” esprime la misura del pieno utilizzo e crescita delle
potenzialità di persone, e dei sistemi economici di cui sono parte essenziale, essa
non può identificarsi con il mero rispetto di equilibri contabili o con il migliore
impiego di risorse per fini “dati”, né può prescindere dagli assetti distributivi.
Sulla base di tale definizione di “efficienza” (che potremmo chiamare “generale”)
assumono rilievo le critiche al concetto di “benessere” espresso da un indice di
produzione e viene accolto il monito secondo il quale una “efficienza priva di
ideali” può portare a definire l‟economia una “scienza crudele”.




                                                                                36

								
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