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UNITDIDATTICA DI RIPASSO

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UNITDIDATTICA DI RIPASSO Powered By Docstoc
					                                      Anno scolastico 2003/2004

                     C O R S O D I INFORMATICA " ABACUS "

                  CLASSI TERZE                                                    AEB
                                       UNITÀ DIDATTICA DI RIPASSO

                                                    ITALIANO

                                                Per il recupero
                                               Debito e lettera B
       1.
Nel Medioevo l'unica autorità stabilmente costituita era rimasta quella della Chiesa.

 Qual è l‟effetto sulla mentalità dell‟uomo medioevale?
  - Imposta il problema
  - Descrivi la mentalità dell‟uomo del Medioevo
  - Struttura l‟argomentazione che risolva il problema (totale circa 100 parole)

         2.
La crisi si accentua nel corso dell'XI secolo in seguito alla rinascita delle città e alla progressiva affermazione
di una nuova istituzione (il comune) e di una nuova classe sociale (la borghesia) si accentua la crisi della
Chiesa.
Elabora un testo descrittivo che risponda alle seguenti domande (200 parole):
     Quali sono i rapporti con le due grandi istituzioni, Papato e Impero nell‟epoca dei Comuni?
     chi sono i ceti dirigenti e a quali ceti sociali appartengono?
     Quale mentalità esprimono?


        3.
        Rispondi alle seguenti domande con risposte sintetiche (5 righe)

           1. Perché l'intellettuale ecclesiastico, che legge e scrive in latino, conosce le Sacre Scritture e le
              interpreta, occupa un posto di rilievo nelle gerarchie sociali del Medioevo?

           2. L'intreccio tra potere ecclesiastico e potere laico costituisce una delle prerogative fondamentali
              del clericus. In che modo e in quali ambiti lo esercita?

           3. Chi sono gli auctores? Cosa significa auctoritas e quale ruolo ha nella concezione del mondo e
              della letteratura nel medioevo?

           4. Una cultura laica di grande prestigio si afferma grazie alla struttura politica della corte e al
              sistema comunale. Quali nuove figure di intellettuali generano?

           5. come veniva rappresentata la donna nella letteratura della società feudale?

        4.
Leggi e analizza il testo seguente:

Lo sviluppo dei monasteri nella cristianità occidentale è un fenomeno che inizia soprattutto con l’opera di
Benedetto da Norcia: per essere monaci non occorre soltanto la fede, ma è necessario alimentare questa virtù
con la lettura e lo studio. I monasteri non hanno la funzione esclusiva di proteggere il Cristianesimo in un
periodo di invasioni barbariche e di saccheggi, ma soprattutto riorganizzano il sapere e lo conservano nelle
loro ricche biblioteche. Per secoli i monasteri hanno svolto un ruolo decisivo per le sorti della cultura
occidentale: al loro interno lo scriptorium agisce come laboratorio di riproduzione di testi religiosi, scientifici,
filosofici, letterari. Nelle scuole monastiche studia non soltanto il clericus, l’uomo di chiesa, ma anche chi
appartiene al popolo secolare e si raduna attorno alla chiesa in cerca di protezione. In questo modo molti
monasteri, come ad esempio quello di Cluny in Francia, diventarono veri e propri centri di potere economico,
oltre che religioso: possedevano terre, godevano di entrate grazie ai loro prodotti.
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Le scuole municipali, che erano state distrutte dal passaggio delle invasioni barbariche, sono sostituite dalle
scuole monastiche, che prendono il loro posto e impartiscono i primi rudimenti della lettura, della scrittura e
del calcolo: il loro obiettivo è la diffusione del catechismo e della dottrina religiosa. Senza dubbio il monastero
ha rappresentato per molta parte della cultura classica un luogo di sicuro riparo e di riproduzione dei codici
antichi: con la diffusione dell’ordine benedettino, istituito secondo la regola della preghiera e del lavoro, i
centri monastici acquisirono anche una centralità economica e politica di enorme rilevanza perché dedicarono
una parte della loro attività all’agricoltura e ai commerci. Il monachesimo di San Benedetto si diffuse in
Inghilterra, in Irlanda, in Svizzera (abbazia di San Gallo), in Germania (abbazia di Fulda), in Francia.
Grande sostenitore del movimento benedettino fu Gregorio Magno, tra l’altro assertore del valore liturgico e
propagandistico della musica e del canto.

    1)   qual è l‟argomento principale?
    2)   Di quale tipo di testo si tratta?
    3)   Dividilo in sequenze e riassumilo
    4)   Qual è lo scopo dell‟autore?
    5)   In quali contesti tematici puoi usare le informazioni qui contenute?

          5)
Alcuni abitanti di villaggi contadini, privi di un capo, si riunirono nelle campagne del Beauvaisis. I primi non
erano neppure cento uomini e dicevano che tutti i nobili del regno di Francia, cavalieri e scudieri, tradivano il
regno e che sarebbe stato un gran bene distruggerli tutti. Ciascuno di loro disse: «Le cose stanno così:
vergogna a chi non pensa che tutti i gentiluomini non debbano essere distrutti».
    Allora si misero insieme e se ne andarono, senza altro consiglio e senza armi, tranne bastoni ferrati e
coltelli, nella casa di un cavaliere che viveva là vicino; fecero irruzione nella casa e uccisero il cavaliere, sua
moglie e i figli, piccoli e grandi, e dettero alle fiamme la casa. Poi andarono ad un altro castello e fecero
ancora di peggio, perché presero il cavaliere e lo legarono ad un palo ben stretto e in molti violentarono sotto i
suoi occhi sua moglie e sua figlia; poi uccisero la moglie, che era incinta, la figlia e tutti i bambini, e anche il
cavaliere, fra grandi sofferenze, e bruciarono e demolirono il castello.
    Così fecero in molti castelli e case signorili e si moltiplicarono fino a che furono presto seimila. E dovunque
andavano, il loro numero cresceva, perché tutti i loro simili li seguivano:
così che tutti, cavalieri, dame, scudieri, le loro mogli e figli, dovettero fuggire. E le dame e damigelle portavano
i loro figli dieci o venti leghe lontano, dove potevano sentirsi al sicuro, e lasciavano le loro case vuote, con i
loro averi dentro. E quei malvagi riuniti, senza capi e senza insegne, rubavano e bruciavano tutto, uccidevano
tutti i gentiluomini che trovavano e violentavano dame e pulzelle, senza pietà e senza misericordia, come cani
arrabbiati.
    Mai si vide fra cristiani e saraceni un comportamento forsennato pari a quello di questi scellerati; perché
chi faceva cose più malvagie o vili, tali che nessuna creatura umana dovrebbe osar pensare, immaginare o
guardare, questo era fra loro più apprezzato e considerato. Non oserò descrivere o raccontare gli orribili e
turpi fatti da costoro inflitti alle donne. [...] E avevano fatto fra di loro un re, che chiamavano Jacques
Bonhomme, che era, come si diceva, di Clermont nel Beauvaisis, e furono i peggiori dei peggiori ad eleggerlo.
    Quegli scellerati bruciarono e demolirono nella terra di Beauvaisis e intorno a Corbie, Amiens e Montdidier
più di sessanta case signorili e castelli. E se Dio non vi avesse posto rimedio con la sua grazia, i misfatti si
sarebbero così moltiplicati che in tutte le comunità sarebbero stati distrutti i gentiluomini, la santa Chiesa,
tutti i ricchi, in ogni luogo; gente simile faceva le stesse cose nella Brie e nell'Artois. Tutte le dame e damigelle
del paese, i cavalieri e gli scudieri che poterono scampare dovettero fuggire a Meaux nella Brie, l'uno dopo
l'altro, in camicia, come potevano, perfino la duchessa di Normandia e la duchessa di Orléans e un gran
numero di altre dame, come le altre, se volevano evitare di essere violentate e brutalizzate, e poi uccise e
massacrate.
    Siffatta gentaglia si comportava in questo modo fra Parigi e Noyon, Parigi e Soissons, Soissons e Hen nel
Vermandois e in tutta la terra di Coucy. (In queste regioni furono più di cento le case e i castelli distrutti.) Ma
Dio, con la sua grazia, vi pose un tale rimedio che di esso bisogna ben ringraziarlo, come ora udrete.
    Quando i gentiluomini delle terre di Beauvaisis, Corbie, Vermandois e Valois e di tutte le altre dove questi
forsennati si riunivano e compivano i loro delitti, videro le loro case così distrutte e i loro amici uccisi, chiesero
soccorso ai loro amici di Fiandra, Hainaut, Brabante e Hesbaye; e ne vennero subito molti da tutte le parti.
Allora i gentiluomini del posto e gli stranieri fatti venire si riunirono. Cominciarono anche loro ad uccidere ed
a fare a pezzi quei malvagi, senza pietà e misericordia, e li impiccavano in massa agli alberi, dove li
trovavano. Lo stesso re di Navarra ne uccise un giorno più di tremila, nei pressi di Clermont, nel Beauvaisis.
Ma si erano già tanto moltiplicati che, se fossero stati insieme, sarebbero stati centomila. E quando si chiedeva
loro perché facevano così, essi rispondevano di non saperlo, ma che, vedendo gli altri, farlo, lo facevano anche
loro; e pensavano di dover in questo modo distruggere tutti i gentiluomini del mondo, perché non ne restasse
più nessuno. J. Froissart (1337 - 1404)

         1. Dividi il testo in sequenze e riassumine il contenuto, pensando di preparare un‟interrogazione.
         2. Analizza il lessico e la struttura sintattica. Di quale tipo di testo si tratta?
         3. Esamina il punto di vista. È interno od esterno alla vicenda?
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       4. come vengono rappresentati i contadini?
       5. esiste un livello connotativo del lessico? Quale ipotesi puoi fare sui sentimenti che animano l‟autore?
       6. Questo evento narrato a quale episodio o a quale fenomeno sociale, a tuo parere, si riferisce?

        6.
Costruisci un testo liberamente scelto (descrizione o narrazione) avente per oggetto: “scene di vita quotidiana in
una città del Duecento”, sulla base dei seguenti elementi:
a) il mercato: oggi è una giornata di fiera e il mercato è affollato. Le strade sono colme di contadini che portano i
   prodotti della campagna e acquistano...I nobili affollano il centro cittadino destinato ai generi di lusso...

b) il palazzo pubblico: nel palazzo pubblico c‟è aria di tempesta, poiché c‟è stata una brutta contesa armata della
   piccola nobiltà; circola voce, inoltre, che la città vicina starebbe per preparare una spedizione militare aiutata
   dall‟Imperatore;

c) la cattedrale: si sta concludendo il processo ad alcuni eretici che persistono nelle proprie tesi; pretendono
   addirittura che...

       7. leggi attentamente e analizza il seguente testo; rispondi alle domande:

Scomunichiamo e colpiamo con anatema ogni eresia che si erge contro la santa, ortodossa e cattolica fede, che
abbiamo esposto più sopra. Condanniamo tutti gli eretici, sotto qualunque nome si presentino; essi hanno facce
diverse, ma le loro code sono strettamente aggrovigliate tra loro perché nella falsità sono eguali. Gli eretici
condannati siano abbandonati alle autorità secolari o ai loro funzionari per essere puniti con pene adeguate e i
chierici siano prima degradati della loro dignità; quanto ai beni di questi condannati, se si tratta di laici, siano
confiscati, se di chierici, siano attribuiti alla chiesa dalla quale ricevono lo stipendio. Quelli che fossero solo
sospettati di eresia, a meno che, contro le accuse e per la qualità delle persone, non abbiano dimostrato la
propria innocenza con prove che valgono a giustificarli, siano colpiti con la spada dell' anatema, e siano evitati
da tutti fino a che non abbiano degnamente soddisfatto. Se resteranno per un anno nella condizione di
scomunicati, allora siano condannati come eretici. Le autorità civili, qualsiasi sia il loro ufficio, siano poi
ammonite, esortate e, se necessario, costrette con la censura ecclesiastica a prestare pubblico giuramento, se
vogliono essere considerate fedeli, di difendere la fede impegnandosi a cacciare, nei limiti delle proprie forze,
dalle terre soggette alloro potere tutti gli eretici dichiarati tali dalla chiesa.
   D'ora innanzi, chi assumerà un potere spirituale o temporale, dovrà confermare con giuramento il contenuto
di questo capitolo. Di conseguenza se un principe temporale, richiesto e ammonito dalla chiesa, trascurasse di
liberare la sua terra da questa eretica infezione, sia colpito con la scomunica dal metropolita e dagli altri vescovi
della stessa provincia; se poi trascurasse di fare il proprio dovere, entro l'anno si informi di ciò il sommo
pontefice, perché sciolga da quel momento i suoi vassalli dall'obbligo di fedeltà e lasci che la sua terra venga
occupata dai cattolici: essi, sterminati gli eretici, possano averne il possesso senza alcuna opposizione e lo
conservino nella purezza della fede, salvo naturalmente il diritto del signore gerarchicamente superiore, purché
questi non faccia opposizione e non sollevi impedimenti a tutto ciò. Lo stesso procedimento si dovrà osservare
con quelli che non abbiano dei signori sopra di sé. I cattolici che, presa la croce, si armeranno per sterminare gli
eretici, godano delle indulgenze e dei santi privilegi, che sono concessi a quelli che vanno in aiuto della Terra
Santa. Decretiamo, inoltre, che siano soggetti a scomunica quelli che prestano fede agli eretici e inoltre li
accolgono, li difendono, li aiutano e stabiliamo con ogni fermezza che chi fosse stato colpito da scomunica per
tali fatti e avesse trascurato di dare soddisfazione entro un anno sia ipso iure dichiarato infame e incapace di
accedere ai pubblici uffici o consigli, di eleggere altri a queste cariche e di testimoniare. Sia anche inintestabile,
cioè privato della facoltà di fare testamento e della capacità di succedere nell'eredità. Nessuno, inoltre, sia
obbligato a rispondergli di qualunque affare si tratti, mentre lui sia obbligato a rispondere agli altri.

       a.       In quante parti può essere diviso? Qual è il tema di ciascuna?
       b.       Qual è l‟oggetto principale? Come viene affrontato?
       c.       Cosa succedeva se un innocente veniva accusato d‟eresia? Quali forme di tutela esistevano per
                lui?
       d.       Alla luce di questo testo spiega i timori degli ospiti di Ser Ciappelletto

       8.
Sviluppa l'argomento scelto o in forma di testo descrittivo - informativo o di "articolo di giornale", utilizzando
i documenti e i dati che li corredano e facendo riferimento alle tue conoscenze ed esperienze di studio.
Dà un titolo alla tua trattazione.
Indica la destinazione del testo elaborato ed eventualmente il contesto editoriale nel quale si colloca.
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Per attualizzare l'argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o
eventi di rilievo).

TESTO 1            CASE A ABITANTI DELLE CITTÀ FRA ‘300 E ‘400
In quasi tutti i settori della vita medievale prevaleva la corporazione chiusa: tuttavia, se paragonata a quella
moderna, la famiglia urbana medievale era un'entità assai aperta; comprendeva infatti normalmente non
soltanto i consanguinei, ma anche operai e domestici che ne costituivano i membri secondari. Ciò valeva per
tutte le classi, in quanto i giovani dell'aristocrazia imparavano a conoscere il mondo servendo come camerieri in
una famiglia nobile, e ciò che potevano osservare o udire all'ora dei pasti faceva parte della loro educazione. Gli
apprendisti, e a volte anche gli operai, erano in pratica membri della famiglia del loro maestro e padrone. E se gli
uomini solevano forse sposarsi a un'età più matura di quanto non avvenga oggi, questo tipo di vita presentava in
compenso parecchi vantaggi anche per gli scapoli.
La bottega era una famiglia e così anche l'ufficio di un mercante. Tutti mangiavano alla stessa tavola, lavoravano
negli stessi locali, dormivano qui o nel salone comune, trasformato per la notte in dormitorio, e partecipavano
alle preghiere della famiglia e ai suoi divertimenti. [..] Anche la corporazione era una specie di famiglia
patriarcale che manteneva l'ordine in casa propria, multando e punendo i piccoli reati a danno della
confraternita, del tutto indipendentemente dal municipio. Esistevano persino corporazioni di prostitute e ad
Amburgo, a Vienna e ad Augusta, i bordelli erano sotto la protezione municipale. [...].
L'intima unione tra vita domestica e lavoro, che nella città moderna sopravvive soltanto in qualche botteguccia o
a volte nella casa di un pittore, di un architetto o di un medico, determinava in genere la organizzazione interna
delle abitazioni medievali. Certo tra le rozze capanne o le nude baracche di pietra del X secolo e le raffinate
dimore che si costruirono i mercanti tra l'XI e il XVI, c'era una differenza grande quanto quella tra l'abitazione
secentesca e un condominio di una metropoli moderna. Tentiamo comunque di individuare i fattori costanti di
questo sviluppo, alcuni dei quali lasciarono una traccia permanente sino ai nostri giorni.
Le case - in un primo tempo alte non più di due o tre piani - sorgevano di solito in schiere intorno al perimetro
dei loro giardini posteriori; a volte erano disposte in grandi blocchi, che creavano cortili interni con un parco
privato raggiungibile da un unico portone sulla strada. Le case isolate, che erano eccessivamente esposte agli
elementi e che sprecavano terreno su ogni lato ed erano difficili da riscaldare, erano relativamente poche;
persino quelle coloniche facevano parte di un blocco compatto, che comprendeva anche le stalle, i fienili e i
granai. I materiali da costruzione erano prodotti in loco e variavano di regione in regione: le strutture potevano
infatti essere di graticci e argilla come di pietre o mattoni e potevano avere tetti di paglia (con grave rischio di
incendio) come di tegole o d'ardesia.
Le case più antiche avevano piccole aperture con persiane per difendersi dalle intemperie, sostituite più tardi da
vere e proprie finestre di tela cerata, di carta e infine di vetro. Solo più tardi il vetro, prima talmente costoso da
essere usato soltanto negli edifici pubblici, divenne più frequente, ma dapprima soltanto nella parte superiore
della finestra. Nello stesso tempo migliorarono anche gli impianti di riscaldamento, il che spiega in parte
l'esplosione di energia umana nelle regioni settentrionali: l'inverno aveva cessato di essere un periodo di
abbrutita ibernazione. Al focolare scoperto al centro di un pavimento di pietra si sostituirono ben presto il
caminetto e il fumaiolo. A ciò s'accompagnò una migliore conoscenza dei materiali refrattari dopo che in un
primo tempo, non disponendo di materie prime più adatte, i cittadini più poveri avevano sperimentato i
caminetti di legno: contro gli inevitabili incendi nel 1276 Lubecca emise un'ordinanza che imponeva di usare
materiale ininfiammabile nella costruzione dei tetti e dei muri divisori, e a Londra nel 1189, dopo un terribile
incendio, vennero concessi privilegi particolari a quanti costruivano case di pietra e di tegole, mentre nel 1212 si
ordinò di intonacare i tetti di paglia perché resistessero meglio al fuoco . [...].
D'altra parte, nella casa medievale mancavano quasi completamente due requisiti importanti propri
dell'abitazione attuale: la privacy e il comfort. E la tendenza del tardo Medio Evo a case strette e profonde,
imposta dal sovraffollamento, privò a poco a poco coloro che uscivano di meno, la madre, i domestici e i bambini
piccoli, di quella luce e di quell'aria tanto necessarie e così copiosamente a disposizione dei campagnoli, che pure
vivevano in tuguri assai più rozzi.
[...]. L'ambiente domestico, soggetto alle pressioni dell'affollamento e degli affitti elevati, divenne sempre più
difettoso, cosicché le malattie che si diffondono mediante il contatto o la respirazione devono aver trovato nelle
case del tardo Medio Evo occasioni estremamente propizie per contagiare intere famiglie. L'abitazione urbana
era insomma l'anello più debole della catena dell'igiene medievale, soprattutto quando gli spazi liberi naturali
vennero allontanati dall'espansione della città, e quelli interni furono coperti da costruzioni.
Da Medioevo

Testo 2
I rappresentanti della nuova aristocrazia mercantile o del danaro della Firenze di questo tempo si costruirono
vasti e magnifici palazzi sull'area di vecchie case medievali abbattute «nel cuore stesso della città, oppure ai
limiti di essa, in luoghi aperti, dov'era possibile non solo aver cortili ma orti e giardini». Mentre nel Trecento
una casa di 5 o 6 stanze era sufficiente ad alloggiare una famiglia agiata, e le abitazioni delle famiglie più potenti
non arrivavano oltre le 13 o 14 stanze, nel Quattrocento «i palazzi ove abitavano i grandi mercanti fiorentini
erano così comodi e vasti da vincere al paragone le dimore di più di un sovrano»; i fratelli Da Uzzano 1 nel loro
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palazzo in via dei Bardi, che non era dei maggiori, avevano per esempio 9 stanze a pianterreno, 10 al primo
piano, 11 al secondo con una loggia e diversi veroni2.
Un palazzo tipico poteva essere così costituito: nei sotterranei c'erano le volte o celle del vino e dell'olio. A
pianterreno c'era, nel mezzo, un cortile quadrato, al quale si accedeva dalla porta di strada per un androne;
intorno al cortile c'erano una loggia e vari locali di servizio, come la stalla, la legnaia, gli alloggi per i servi e
ripostigli di ogni genere. Gli appartamenti signorili occupavano i piani o palchi superiori. Su ogni palco
potevano esserci sale, salette, camere, anticamere, lo studio o scrittoio, la sala d'armi, e inoltre cucine, androni 3,
veroni e logge. Ogni palco aveva la sua sala. Quella del piano nobile, detta sala prima o madronale era la stanza
più ampia del palazzo, era decorata e affrescata e occupava quasi tutto il lato verso strada. Quelle dei piani
superiori, chiamate seconda e terza sala, stavano sopra la prima. La cucina, che un tempo era posta o a
pianterreno o nella parte più alta dell'abitazione, per poter far uscire il fumo dal tetto, dopo l'introduzione dei
grandi camini, di cui il palazzo era ora ampiamente fornito, era situata al primo piano, accanto alla sala da
mangiare. Non mancavano cucine più piccole, sparse sugli altri piani.
In un palazzo come questo potevano esserci anche tre pozzi (venuti in uso da non molto, ma presto diffusisi a
Firenze): uno in cortile, uno in cucina e uno in sala. Nella sala il pozzo a carrucola si affacciava su una nicchia o a
una finestra aperta nel muro, che veniva chiusa da un'imposta di legno. Nelle celle, nelle cucine e nelle sale
c'erano inoltre gli acquai. Nella sala il serbatoio dell'acqua (che serviva a lavarsi le mani prima del pranzo) era
occultato nel muro; l'acqua scaturiva da un cannello e cadeva giù nell'avello. L'acquaio di sala era spesso
lavorato in pietra serena e «fiorito di tutte le grazie dell'arte»: la nicchia era chiusa in una cornice scolpita,
l'acqua usciva da un mascherone o da una testa d'amorino o da una medusa. Nella sala c'era anche il grande
camino (pure questo un'innovazione recente nell'architettura urbana), con architrave scolpito e decorato,
stemmi, bassorilievi o addirittura statue (e dentro il camino, per reggere la legna, attizzare il fuoco e rimuovere
le ceneri: alari, palette, forchette,molle e rastrelli da brace , spesso in ferro battuto da abili fabbri) -
Il palazzo era dotato di gabinetti (detti cessi, privati, agiamenti, guardarobe, luoghi comuni, necessari), provvisti
di seggiola (un'asse sovrapposta a un muricciolo) collocata in una nicchia aperta nella parete, dalla quale i rifiuti
venivano raccolti in un chiasso4 o in una cisterna, cui facevano capo anche gli acquai.
Porte, usci e finestre erano solidi e decorati. Alle finestre si usavano poco i vetri e molto più spesso le impannate
(pezze di pannolino imbevute di trementina e fissate con bullette a telai di legno) e sempre comunque imposte di
legno. I pavimenti erano a mattoni e taluno a mosaico di marmo o a mattonelle maiolicate. I soffitti delle sale
maggiori erano o affrescati o a legno intagliato e stucchi, le stanze erano decorate in tutte le pareti o a fresco o
con parati5 e spesso erano cinte da spalliere (fasciatura di legno per riparare dall'umidità) di legname intarsiato
e dipinto. Tutt'attorno cornici dipinte, quadri, sculture e opere di plastica di grandi artisti. Sulle pareti o sulle
porte venivano stesi tipi diversi di tappezzerie e arazzi, come capoletti, panni d'arazzo spalliere, usciali 6. Altri,
come i pancali7, i tappeti e i celoni 8servivano a ricoprire pavimento e mobili. Di solito questi tessuti preziosi
restavano riposti nei cassoni, ben ripiegati, e venivano tirati fuori solo nelle grandi occasioni, per feste
pubbliche, nozze e simili. I mobili (lettiere, panche, deschi, deschetti, sedie, scrittoi, forzieri, cofani, casse e
cassoni) potevano essere rivestiti di panno o di cuoio, dipinti o variamente e riccamente intagliati dalle mani di
artisti famosi, o adorni di tarsie, fregi di metallo, dorature, stucchi e pitture. A. Schiaparelli

1.    Famiglia fiorentina di primo piano nel commercio e nella politica
2.    la loggia era una parte di costruzione aperta all‟esterno per tramite di colonnati e arcate; il verone era una semplice
      terrazza.
3.     Stanze adibite ad usi diversi
4.     vicoletto non destinato al transito
5.     stoffe da tappezzeria
6.     tenda di stoffa pesante posta davanti alle porte
7.     coperture delle panche di legno
8.     panni variopinti che si tenevano sulle tavole sostituiti dalla tovaglie al momento di mangiare

testo 3
C'era, nella popolazione veneziana, una fascia sociale infima, costituita da un 1% di mendicanti e trovatelli e da
un 7-8% di servi (e schiavi, fra cui tartari, slavi, dalmati, albanesi e negri). C'era, poi, una fascia di poco
superiore costituita da migliaia di persone che vivevano in modo precario, con un po' di pesca e lavori alla
giornata, e da vedove senza occupazione. C'era, quindi, una fascia di lavoratori generici, manovali dell'Arsenale,
apprendisti, donne che cucivano le vele ecc., che ricevevano una paga molto bassa e costituivano una grande
massa di forza-lavoro a basso costo. Costoro ricevevano da 15 a 20 ducati di paga all'anno (da paragonare con
l'entrata annua di un nobile, che guadagnava sui 1000 ducati l'anno, e dei veramente ricchi, che ne
guadagnavano anche 10 000). I rematori sui galeoni veneziani guadagnavano 20 ducati l'anno.
La fascia della piccola e media borghesia annoverava decine di migliaia di persone: maestri artigiani, lavoratori
specializzati, bottegai (guadagno annuo attorno ai 50-100 ducati). La fascia della borghesia medio-alta, che
comprendeva artisti, architetti, comandanti di nave, avvocati, impiegati della burocrazia cittadina, mercanti (con
guadagni annui assai diversificati, fra i 100 e i 200 ducati) annoverava un numero più ristretto di persone:
migliaia e non decine di migliaia. A questa fascia di solito appartenevano i «cittadini» o «cittadini originari»
(circa 1000 maschi nel Quattrocento, quando i nobili erano 1500 e la popolazione totale 150 000; attorno al
1570 la popolazione salì a 180.000).
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I cittadini non avevano il diritto di entrare nei consigli, ma potevano:
1.       commerciare all'estero sotto bandiera veneziana;
2.       tenere cariche nelle «scuole» o confraternite religiose della città (dalle quali i nobili erano di norma
esclusi);
3.       servire nella cancelleria. A questa fascia sono assimilabili i nobili decaduti, o «Barnabotti».
La fascia superiore comprendeva i nobili delle famiglie ricche o ricchissime della città. Nel Cinquecento
costituivano il 6-7% della popolazione. Di questi solo una fascia più ristretta (un quarto secondo alcuni, un
centinaio secondo altri) aveva al tempo stesso ricchezza e potere, e formava un'oligarchia dentro l'oligarchia.
C. Lane

Testo 4
Abbandoniamo la città ma non con l‟intenzione di ritornarvi […] bisogna sradicare i motivi di preoccupazione,
spezzare gli uncini che ci trattengono, tagliare i ponti alle nostre spalle, affinché non rimanga speranza alcuna di
fuggire o di ritornare [...]. Alzati, vieni, affrettati: abbandoniamo la città ai mercanti, agli avvocati, ai sensali, agli
usurai, agli appaltatori, ai notai, ai medici; abbandoniamola ai profumieri, ai beccai, ai cuochi, ai fornai e ai
salsicciai, agli alchimisti, ai lavandai, ai fabbri; ai tessitori; abbandoniamola agli architetti, agli scultori, ai
pittori, ai mimi, ai danzatori, ai musicanti, ai ciarlatani, ai mezzani, ai ladri, ai forestieri, agl'imbroglioni;
abbandoniamola agl'incantatori, agli adulteri, ai parassiti, agli scioperati mangioni che con l'olfatto sempre
all'erta captano l'odore del mercato, e questa è la loro unica felicità, a questo anelano: ché sui monti non sentono
odor di grasso, e privarsi delle cose cui sono abituati e che piacciono è per loro un supplizio. Lasciamoli stare:
non sono della nostra razza. Lascia che i ricchi contino i loro denari, servendosi per questo dell'aiuto
dell'aritmetica: noi conteremo le nostre ricchezze senza bisogno di studio o di scienza. Non abbiamo nulla da
invidiare a loro, a meno che non siamo ancora dei fanciulli - lungi questo da noi! che si lasciano ingannare da
false immagini. È una vecchia precauzione togliere la bardatura ai cavalli posti in vendita; nessun uomo saggio
ha mai desiderato sposare una donna brutta, che fosse ben vestita. Noi, se togliamo gli ornamenti, o meglio le
maschere, a questi esseri felici vestiti di porpora, vedremo bene che sono quanto mai infelici; si tengano le loro
ricchezze, le loro abitudini, i loro piaceri. Naturalmente le ricchezze che vorrebbero eterne si esauriranno, e
fuggiranno i piaceri che con le mani cercano di trattenere: ma rimarranno quelle abitudini che desidereranno
non aver mai avuto, e li accompagneranno pur contro lor voglia. Tutto ciò che li mostra al volgo come oggetto di
ammirazione svanirà in un momento; vivono sotto il dominio della fortuna: anche se questa li risparmierà, non
li risparmierà la morte. Coloro che posseggono gli oggetti più preziosi - se si può dire tuttavia che posseggono le
cose cui sono soggetti - tra breve saranno, proprio essi, posseduti dagli esseri più spregevoli. - E da chi? - tu mi
domandi. Le ricchezze le avrà l'erede ingrato e forse un odiato nemico; il corpo lo avranno i vermi e le upupe,
l'anima il Tartaro,il nome l'oblio senza fine. Invece, per povero che sia, il giusto rimarrà nell'eterno ricordo. Non
ci sfidi dunque all'emulazione una falsa prosperità - che è poi una vera miseria -; siano allontanati da noi i ricchi
molli ed effeminati. A loro siano care le terme, i bordelli, i grandi palazzi, le taverne; a noi le selve, i monti, i
prati, le sorgenti. Seguano essi i desideri della carne e i guadagni, da qualsiasi parte provengano; noi gli studi
liberali e nobili. Se poi torna gradito unire (allo studio) qualche attività pratica, sia questa l'agricoltura e la
caccia. È vero che alla caccia sembra connesso un certo che di chiassoso e discordante dal nostro proposito
(secondo un vecchio proverbio, nella caccia si sprecano molte parole): ma so che la caccia è apparsa ad alcuni
grandi ingegni adatta alla meditazione e agli studi, a causa della solitudine, s'intende, e dell'isolamento dei
boschi e del silenzio di chi sorveglia le reti. Questo si verificherà particolarmente quando tu vada nelle selve in
soprannumero, cioè non come cacciatore ma come spettatore, per andartene quando tu voglia, senza commiato
da parte loro. Questa libertà è concessa anche ai chierici, specialmente se vivono tra le selve, né è vietato un tal
genere di caccia - purché si tenga nei limiti e non sia troppo frequente e serva all'esercizio fisico, non al lusso - né
la pesca o l'uccellagione, a quella affini. Tali sono le occupazioni proprie della campagna. Infine quelli siano
sempre indecisi e tormentati, noi rimaniamo saldi posando il passo su di una roccia; quelli stiano sempre allo
stesso punto, noi avanziamo di tanto in tanto; quelli stiano, sempre in dubbio, a prendere delle decisioni, noi
mettiamo finalmente in pratica un consiglio salutare. Da ultimo, quelli abbraccino il mondo che fugge e lo
trattengano, se ci riescono; noi andiamo in cerca di Dio, quando è possibile trovarlo, e invochiamolo quando ci è
vicino; e anzi, mentre i nostri corpi sono lontani dalle città, lontani siano dai corpi gli animi; facciamoci da essi
precedere verso il cielo, pronti a seguirli con il corpo quando l'ora sarà venuta (cosa che i filosofi non poterono
sperare). F. Petrarca

        9.
La scarsità di risorse materiali e il disordine politico e sociale tendevano a creare nel Medioevo moltissimi
esclusi. Di loro quasi nulla sappiamo, tranne quello che ci ha raccontato chi li temeva e li condannava. Se, come
diceva Manzoni, il compito della poesia è quello di restituirci, in termini di sentimenti, passioni, pensieri, quello
che gli storici hanno sottratto, provate voi a raccontare la società medioevale dal loro punto di vista

        10.     leggi attentamente il seguente testo:
                                                          7
1      […] Avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze
       certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati 1, e
       egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con
       questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove
5      Cisti fornaio il suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva 2.
       Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli
       n'era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea,
       avendo tra l'altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel
       contado. Il quale, veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del
10     Papa, e essendo il caldo grande, s'avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco;
       ma avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il
       presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi.
       E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto
       mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l'ora che egli avvisava che messer Geri con gli
15     ambasciadori dover passare si faceva davanti all'uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d'acqua
       fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano
       d'ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato
       s'era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n'avrebbe fatta venir voglia a'morti.
       La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza:
20     - Chente è3, Cisti? è buono? -
       Cisti, levato prestamente in piè, rispose:
       - Messer sì, ma quanto non vi potre'io dare a intendere, se voi non assaggiaste -.
       Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l'usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva
       fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse:
25     - Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi
       non ce ne penteremo -; e con loro insieme se n'andò verso Cisti.
       Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor
       famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse:
       - Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io
30     sappia infornare; e non aspettaste4 voi d'assaggiarne gocciola!
       E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo
       buon vino diligentemente diede bere a messer Geri e a'compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi
       avessero gran tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero,
       quasi ogni mattina con loro insieme n'andò a ber messer Geri.
35     A'quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito al quale invitò una
       parte de'più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose
       adunque messer Geri a uno de'suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un
       mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense 5.
       Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco. Il quale
40     come Cisti vide, disse:
       - Figliuolo, messer Geri non ti manda a me.
       Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele
       disse; a cui messer Geri disse:
       - Tornavi e digli che sì fo6: e se egli più così sponde, domandalo a cui io ti mando.
45     Il famigliare tornato disse:
       - Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te 7.
       Al quale Cisti rispose:
       - Per certo, figliuol, non fa.
       - Adunque -, disse il famigliare - a cui mi manda?
50     Rispose Cisti:
       - Ad Arno.
       Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s'apersero dello 'ntelletto e disse al
       famigliare:
       - Lasciami vedere che fiasco tu vi porti -; e vedutol disse:
55     - Cisti dice vero -; e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole.
       Il quale Cisti vedendo disse:
       - Ora so io bene che egli ti manda a me -, e lietamente glielo impiè.


1 alloggiati
2 esercitava
3 com‟è
4 e non vi venga in mente
5 con le prime portate
6 così faccio, cioè ti mando proprio a lui
7 proprio d te
                                                           8

       E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d'un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di
       messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse:
60     - Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m'avesse spaventato; ma, parendomi
       che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co'miei piccoli orcioletti v'ho dimostrato, ciò questo non
       sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d'esservene più guardiano
       tutto ve l'ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.
       Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendè che a ciò credette si convenissero, e
65     sempre poi per da molto l'ebbero e per amico.

Comprensione del testo
       1.   Dividi il testo in sequenze e riassumilo
       2.   per quale ragione Cisti rifiuta di dare il vino alla prima richiesta?
       3.   qual è il rapporto che si instaura fra Cisti e Geri?

Analisi del testo

1. Analizza la figura del protagonista: come ci viene presentato? Cosa intende l‟autore con l‟espressione
   quantunque la fortuna arte assai umile data avesse?
2. Riconosci nel testo la diversa funzione della subordinazione e della coordinazione.
3. Le righe 1-19 sono caratterizzate da un sapiente uso dei suoni. Analizzali e indica i campi semantici a cui
   sono riconducibili.
4. nella novella è frequente l‟uso dei superlativi. Quale funzione hanno? Come viene indicata la funzione
   sociale di messer Geri? E quella di Cisti?

Approfondimenti
Uno a scelta
1. La novella presenta uno schema comune a molte altre, legata alla diversa collocazione sociale dei
   personaggi. Elabora un testo di commento, che metta in evidenza la relazione fra questa novella ed altre a te
   note dell‟autore.
2. caratterizza la novella un vivace sfondo di vita cittadino, che ti permette di contestualizzarla sia sul piano
   sociale che sul piano storico.
3. Cisti è un uomo dotato di una nobiltà personale, che non gli permette di superare formalmente i limiti di
   classe, ma lo fa riconoscere come individuo dotato di virtù. Elabora un testo di analisi della novella che ne
   evidenzi le implicazioni ideologiche.

                                            RIPASSO PER TUTTI
1.
Vero è che, o sia per favor delle stelle, o di natura, nascono alcuni accompagnati da tante grazie, che par che non
siano nati, ma che un qualche dio con le proprie mani formati gli abbia ed ornati de tutti i beni dell'animo e del
corpo; sì come ancor molti si veggono tanto inetti e sgarbati, che non si po credere se non che la natura per
dispetto o per ludibrio produtti gli abbia al mondo. Questi sì come per assidua diligenzia e bona crianza poco
frutto per lo più delle volte posson fare, così quegli altri con poca fatica vengon in colmo di summa eccellenzia. E
per darvi un esempio, vedete il signor don Ippolito da Este, cardinal di Ferrara, il quale tanto di felicità ha
portato dal nascere suo, che la persona, lo aspetto, le parole e tutti i sui movimenti sono talmente di questa
grazia composti ed accommodati, che tra i più antichi prelati, avvenga che sia giovane, rappresenta una tanto
grave autorità, che più presto pare atto ad insegnare, che bisognoso d'imparare; medesimamente, nel conversare
con omini e con donne d'ogni qualità, nel giocare, nel ridere e nel motteggiare tiene una certa dolcezza e così
graziosi costumi, che forza è che ciascun che gli parla o pur lo vede gli resti perpetuamente affezionato. »
B.Castiglione

     1. riassumi il contenuto del testo
     2. cerca le parole-chiave su cui si costruisce l‟immagine della corte
     3. esponi il pensiero dell‟autore sull‟uomo di corte

«ma poi che figliolo unico non fui,                        In casa mia mi sa meglio una rapa
né mai fu troppo a‟ miei Mercurio amico,                   ch'io cuoca, e cotta s'un stecco me inforco,
e viver son sforzato a spese altrui;                       e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,
meglio è s'appresso il Duca mi nutrico,                    che all'altrui mensa tordo, starna o porco
che andare a questo e a quel de l'umil volgo               selvaggio; e così sotto una vil coltre,
accattandomi il pan come mendico.                          come di seta o d'oro, ben mi corco.
So ben che dal parer dei più mi tolgo,                     E più mi piace di posar le poltre membra,
che 'l stare in corte stimano grandezza,                   che di vantarle che alli Sciti
                                                           9

ch'io pei contrario a servitù rivolgo.                     sien state, agli Indi, alli Etiopi, et oltre.
Stiaci volentier dunque chi la apprezza;                   Degli uomini son varii li appetiti:
fuor n'uscirò ben io, s'un dl il figliuolo                 a chi piace la chierca, a chi la spada,
di Maia vorrà usarmi gentilezza.                           a chi la patria, a chi li strani liti.
Non si adatta una sella o un basto solo                    Chi vuole andare a torno, a torno vada:
ad ogni dosso; ad un non par che l'abbia,                  vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
all'altro stringe e preme e gli dà duolo.                  a me piace abitar la mia contrada.
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,                     [..]
più vi sta il gardelino, e più il fanello;                 il servigio del Duca, da ogni parte
la rondine in un di vi mor di rabbia.                      che ci sia buona, più mi piace in questa:
                                                           che dal nido natio raro si parte. »
Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;                          L. Ariosto
io no, che poco curo questo e quello.


    4. riassumi il contenuto del testo
    5. cerca le parole-chiave su cui si costruisce l‟immagine della corte
    6. esponi il pensiero dell‟autore sull‟uomo di corte
elabora un commento che ponga a confronto i due testi, contestualizzandoli rispetto al tema della corte

       2.
Analizza il testo seguente:
«Messere Cesare. Intendendo per la vostra lettera de la morte de la donna vostra, ne havemo recevuto dispiacere
assai et per lo incommodo vostro et per lo nostro. Tutavia l'è sempre da anteponere il bene publico al privato, e „l
si bisogna havere patientia et non vi rompere, perché susatare la non si pò cum dolori et lamenti. Confortative
che a valenthomo non manchò mai ni arme ni cavalli; voi ne trovareti un'altra, et hareti dota nova et carne più
fresca. Non mettiti per questo li facti nostri in alcuno minimo intervallo... siché non guardati a vostre
tribulatione particulare».
Ercole I d’Este
1. Di quale tipo di testo si tratta? Da quali elementi lo riconosci
2. Qual è la posizione sociale dell‟emittente? E quella del destinatario? Quale rapporto li lega?
3. qual è lo scopo del testo?
4. commenta il testo, evidenziando l‟immagine della corte che ne emerge

       3. utilizzando le informazioni contenute nei testi sottoriportati, nonché le informazioni che hai
          acquisito durante la visita di istruzione a Ferrrara, elabora un testo (articolo di giornale o relazione
          sulla vita di corte)
testo1
Intorno alla metà del Quattrocento, dall‟affinarsi e regolamentarsi delle danze popolari in ambito cortese, si
codifica il ballo di corte. I primi maestri e trattatisti sono italiani e la loro opera al servizio delle grandi signorie
centro-settentrionali del paese fonda e diffonde uno stile inconfondibile che esce presto dai confini d‟Italia.
Domenico da Piacenza (De arte saltandi et choreas ducendi), Guglielmo Ebreo (De praticha seu arte tripudii) e
Antonio Cornazano (Libro dell‟arte del danzare) sono i maggiori promotori della danza come strumento
educativo e mondano per i cortigiani. Nei loro trattati si fissano le norme, i modi e i tempi del ballare lombardo,
che si sublima nelle grandiose feste di corte trasformandosi da gioco dilettantesco in scuola di comportamento,
ricerca di stile, e infine arte.
Due sono le forme coreiche principali: la bassadanza, di misura costante, contegnosa e aderente al terreno, e il
ballo (o ballitto), composito e variabile nel tempo e nelle figure, con accenni tematici e pantomimici.
Contemporaneamente, si assiste, in Italia come altrove, all‟evoluzione cortigiana della moresca, danza
pantomimica medievale di origine spagnola (morisca) che rappresenta simbolicamente la lotta fra cristiani e
saraceni. Il suo svolgimento movimentato e fortemente mimetico ben si presta a sviluppi di carattere
spettacolare e la moresca diventa un immancabile elemento delle feste cortesi europee.
La danza è la nuova, grande passione della nobiltà e trova un impiego ideale non solo come momento ludico
collettivo, ma anche nelle intromesse allegoriche dei banchetti e negli intermezzi rappresentativi delle prime
commedie umanistiche. Alle corti degli Sforza, degli Este, dei Gonzaga si inizia così a sperimentare quel
rapporto tra danza, musica e rappresentazione drammatica che un secolo più tardi trova il suo apice nel ballet de
cour francese.

Intorno al 1520, Baldassarre Castiglione, nel suo Libro del cortegiano, consacra la danza come una virtù di cui il
perfetto uomo di corte non può ormai essere privo. Egli deve esercitarla "con una certa dignità, temperata però
con leggiadra ed aerosa dolcezza di movimenti", evitando "quelle prestezze de‟ piedi e duplicati ribattimenti"
che, preziose in un maestro di ballo, non si addicono però a un gentiluomo. Nella corte di Urbino del 1507, alla
                                                         10

quale Castiglione fa riferimento, si danza frequentemente, in pubblico e in privato, e i nobiluomini partecipano
in incognito ai balli del popolo, dove la danza è spesso sfrenata e sempre "alta", ossia saltata, e veloce.
Alla bassadanza, finora ballo aulico di rappresentanza, si è sostituita ormai a corte la pavana (in 4/4), ancora più
semplice e camminata, che permette di pavoneggiarsi in tutta la pompa degli abbigliamenti ingombranti e
sontuosi. Ma al suo fianco si è sviluppata la gagliarda (in 3/4 o 6/8), danza di corteggiamento tipica del
Cinquecento italiano, vivace ed elevata, in cui i salti maschili di origine popolare si impreziosiscono nella
codificazione cortese. Dall‟alternanza di pavana e gagliarda nasce il nucleo della suite di danza all‟italiana, che si
diffonde in Europa e si arricchisce via via di tempi e modi di origine straniera: francesi, inglesi, tedeschi e
spagnoli.
La spettacolarizzazione della danza e la nascita del balletto derivano dalla confluenza delle suites danzate con gli
elementi pantomimici della moresca e dall‟alternarsi in composizioni premeditate di momenti di danza
"astratta" ad altri di danza figurata.
Nel corso del Cinquecento, le danze nobili d‟intrattenimento si fanno via via più stilizzate e astratte, mentre
quelle pantomimiche si complicano e si ampliano nella dinamica e nella mimica, fino a rendersi sostanzialmente
impraticabili a livello amatoriale e a richiedere una specializzazione professionale.
In Italia, a Milano, nasce verso la metà del secolo la prima, famosa scuola per maestri di ballo e ballerini: è
quella di Pompeo Diobono, dove si forma un‟intera generazione di danzatori e "inventori" di balli, che
diffondono nel mondo lo stile italiano.

I sontuosi banchetti di corte dell‟ultimo Quattrocento italiano sono la palestra delle prime composizioni
coreografiche a carattere dichiaratamente spettacolare. Le portate vengono inframmezzate e spesso presentate
da intromesse musicali e coreografiche su temi mitologici in accordo con i cibi o con la festività celebrata. Si
attribuisce al nobile tortonese Bergonzio Botta la paternità della prima unificazione "drammaturgica" di tutti i
momenti spettacolari di un banchetto (nozze Sforza-Aragona del 1489) in una sequenza organica (sul tema
dell‟amore coniugale), pur se la danza non vi è esplicitamente documentata.
Nel Cinquecento la consuetudine degli intermezzi con musica, canto e danza è ormai invalsa nell‟uso di corte
come divagazione tra gli atti di commedie e tragedie. Gli intermezzi, talvolta tematicamente connessi tra loro,
finiscono per costituire uno spettacolo a sé, spesso più gradevole e ben accetto di quello principale. La danza vi è
sempre ampiamente presente, soprattutto nelle sue forme di moresca e di brando e le coreografie intrecciano sul
terreno complesse forme geometriche nel segno della rinascimentale simmetria figurativa e spaziale.
Gli strumenti di accompagnamento sono prevalentemente liuti, "piffari" e piccole percussioni.
Il gusto italiano, tuttavia, finisce con il tempo per sviluppare negli intermezzi principalmente il canto e le
meraviglie scenografiche, che divengono parte integrante del melodramma. Il balletto, come opera autonoma e
in sé compiuta, conquista la sua piena indipendenza in Francia, alla corte della regina italiana Caterina de‟
Medici, che importa musicisti e maestri di ballo di scuola milanese.
Baltazarini da Belgioioso, allievo di Diobono giunto a Parigi come violinista, diviene allestitore di balli. Dopo un
Ballet de polonais (1573), organizza nel 1581 il Ballet comique de la royne, prototipo di una tradizione di ballet
de cour che arriva oltre la metà del Seicento. Il balletto svolge in modo particolarmente unitario il tema di Ulisse
prigioniero di Circe, e sposa un‟organizzazione spaziale e scenografica multipla a una struttura coreografica che
si perpetua nei secoli successivi. A un prologo cantato che espone l‟argomento seguono entrées di diverso tipo
(balletti, carri allegorici, pantomime, canti corali, ecc.) e l‟azione si conclude con un gran ballo finale che
accomuna attori e spettatori. La musica e gli strumenti impiegati variano a seconda del tipo di azione e le
coreografie, osservate dall‟alto di gradoni, tracciano virtuosi disegni sul terreno". "Il balletto, cosa nuova" -
scrive lo stesso Baltazarini - "è una mescolanza geometrica di più persone che danzano insieme su un‟armonia di
più strumenti".

Testo 2
La cucina, nell‟Europa del Cinquecento, è anzitutto quella dei signori, principi e papi, e dei grandi mercanti. Su
di essa possediamo numerosissime testimonianze e un discreto numero di ricettari. L‟Italia ha un ruolo di primo
piano, per il traffico di spezie con l‟Oriente e di vini nel bacino mediterraneo, e per le sue manifatture che
forniscono -con vetri, argenti e sete- gli addobbi e gli arredi della tavola.
Fra le derrate esotiche, un posto fondamentale ha lo zucchero di canna la cui profusione in ogni parte del
banchetto è segno di ricchezza e di liberalità. Il suo uso si estende a quasi tutti i lavori di pasta: gnocchi e
tortelletti e tagliatelli ne prevedono l‟uso.
Al modello delle corti italiane guardano quelle del Nord, a Parigi e a Londra. Fra tutti i libri di ricette il più
conosciuto è il De honesta voluptate et valetudine di Bartolomeo Platina, che, nel Quattrocento aveva fatto
tesoro degli insegnamenti del maggior cuoco papale, mastro Martino, aggiungendovi un‟analisi dietetica di
derrate e piatti: lo ritroviamo in compilazioni eterogenee sia in Francia con il titolo Platine en françois (1509),
sia in Germania, Von allem Speisen und Gerichten. Durch den hochgelehrten und erfahrenen Platinam, Babst
Pii des II Hoffmeyster, pubblicato a Strasburgo nel 1530.

Il banchetto di corte è il volto più conosciuto della cucina rinascimentale italiana. Le testimonianze, le relazioni,
i cerimoniali, i menu, raccolti o suggeriti da maestri di palazzo e intendenti, e persino affreschi e quadri, ci fanno
testimoni di un‟arte di preparare e servire le vivande.
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Il banchetto è diviso in servizi, da quattro a sette e più, ognuno con almeno dodici piatti diversi,
simultaneamente disposti sopra la tavola; il primo con insalate, salumi, torte, e gli ultimi con pasticci, caci,
frutta, fresca e candita, e un finale di ciambellette e cotognate, sono freddi e vengono denominati "di credenza",
mentre i servizi "di cucina", caldi, occupano la parte centrale con maccaroni, frittate, carni (o pesci) in varie
guise, alternati a gelatine e biancomangiari, e culminano con i fritti di pesce o gli arrosti di carne.
Il servizio dei vini - apprezzati sono malvasie, trebbiani e moscatelli - viene effettuato alla richiesta di ogni
commensale.
Gli intermezzi, fra un servizio e il successivo, sono allietati da musiche, coreografie o improvvisazioni comiche.
La presentazione dipende dall‟impegno e dall‟importanza dell‟occasione, e va dall‟uniforme in velluto degli
scalchi alle sete profuse sul tavolo, con creazioni, da parte dei cucinieri, di statue di zucchero in ogni foggia.

A scrivere libri e trattati non sono gli esecutori materiali del banchetto ma coloro che presiedono al servizio e al
taglio delle carni, i "trincianti", o coloro che dirigono le cucine e la gestione della mensa, gli "scalchi".
L‟eredità quattrocentesca è molto forte e l‟Opera nova chiamata epulario del 1517 ripropone il trattato di Mastro
Martino. A Ferrara, Cristoforo Messisbugo redige Banchetti e composizioni di vivande con menu e ricette,
canone e testimonianza della corte estense, pubblicato dopo la sua morte nel 1549. Suo erede sarà Giovan
Battista Rossetti con uno Scalco sempre edito a Ferrara nel 1584, repertorio di menu - per grandi e piccole
occasioni - e di piatti classificati in base al loro ingrediente principale. Ma il più grande autore del Cinquecento,
lega il suo magistero alla corte romana, la più prestigiosa e cosmopolita. Con il titolo di cuoco segreto di papa
Pio V, Bartolomeo Scappi sigla la sua Opera, nel 1570, destinata a fissare il codice italiano, registrando le ricette
dei maggiori stati, e a definire, nelle sue sfumature, i differenti stili del banchetto.
Servizi d‟apparato o curiali, piatti rituali, comandati dal calendario o dalle stagioni, e vivande per convalescenti,
tutte le modalità nutritive sono previste e risolte. L‟Opera ispira i cuochi stranieri, da Max Rumpolt, con il suo
Ein neues Kochbuch (1581), a Luis Granado il cui Libro del arte de cozina (1599) recepisce e traduce molte
ricette.

Nei ricettari di corte non viaggiano solo le spezie: formaggi e salacche vengono menzionati con le zone di
provenienza spesso assai distanti dal luogo di consumo. I vini sono oggetto di una conoscenza e di un commercio
che fa affluire nelle cantine dei palazzi botti di paesi lontani. Essi sono destinati alla degustazione e a usi
culinari, servendo i bianchi alle gelatine e i francesi alle salse. Mosto, agro di vino e aceto hanno una ruolo
essenziale per condire e per conservare. Precursore della trattazione enologica è Sante Lancerio che indirizza a
Paolo III, attento degustatore, una lettera sui vini, in particolare italiani, con osservazioni su provenienza,
trasporto e caratteri sensoriali. L‟opera più importante è quella di Andrea Bacci, medico e filosofo che redige e
pubblica a Roma nel 1597 la De naturali vinorum historia. Si tratta di un compendio enciclopedico in cui si
ritrovano descritti i vini non solo dall‟Italia, della Spagna, della Francia e della valle del Reno, ma quelli
provenienti da contrade lontane, dall‟Ungheria al Portogallo.

Il vino è un prodotto sia esportato che consumato in loco, ed è indicativo di un regime alimentare che attinge le
proprie derrate ora vicino ora lontano.
Fuori delle corti, il mangiar quotidiano si avvale delle risorse immediatamente prodotte, e tanto meno abbienti
sono le persone da nutrire, tanto più prossime sono queste risorse: il maiale allevato in casa, i cereali e gli
ortaggi del campo. Una catalogazione dei prodotti locali figura nei trattati citati. Bartolomeo Scappi dà istruzioni
precise per accertare la bontà dell‟olio di oliva e per conoscere "ogni sorte di salami". Un compendio di tutte le
"specialità" è costituito dal Commentario delle più notabili & mostruose cose d‟Italia, & altri luoghi... con un
breve catalogo degli inventori delle cose che si mangiano e beveno di Ortensio Lando (1553). Opera giocosa di un
letterato che dileggia il gusto antiquario, la mania di trovare degli inventori antichi o leggendari anche in cucina,
testimonia le ricchezze ghiotte d‟Italia. Nel suo itinerario da Sud a Nord, ogni città, ogni contrada offre vivande
qualificate: "Che ti dirò della magnifica città di Ferrara, unica maestra del far salami e di confettare erbe, frutti e
radici?". E via dicendo con salsicce modenesi, cotognate di Reggio e gnocchi con l‟aglio piacentini. Le grandi
città sono illustrate o da un prodotto, i caci marzolini di Firenze, o dalla presenza di un grande emporio
commerciale, primo fra tutti quello di Venezia con le sue malvasie di Candia e i pesci della Schiavonia.
L‟inventario di Ortensio Lando può essere esteso, con l‟aiuto dei libri e delle relazioni di viaggio a tutta l‟Europa
dotata di strade. Il filosofo francese Michel de Montaigne, originario della regione di Bordeaux, in un viaggio da
Parigi a Roma, passando per la Svizzera, illustra la diversità dei pani, dei vini e delle acque, e soprattutto
costumi locali e abitudini nutritive. Un‟altra Italia, più povera e più sobria delle sue corti e della stessa Francia,
emerge dalle sue note.

Testo 3
La già ricchissima tradizione medievale di simboli e di riti per le celebrazioni del potere si amplificò
ulteriormente tra Quattro e Cinquecento, con la diffusione della cultura rinascimentale e con la politica di Carlo
V.
I cerimoniali per le diverse occasioni (incoronazioni, battesimi, nozze, esequie, «entrate», ricevimenti, banchetti
ecc.) erano studiati e definiti dai consiglieri del principe, spesso in collaborazione con architetti e pittori, in
modo da esprimere una somma di significati politici, giuridici, teologici, astrologici. A questi simboli, alcuni dei
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quali provenienti da strati profondi che solo l'etnologia sarebbe in grado di illuminare, la classicità offrì un vasto
ed argomentato repertorio di forme espressive che avrebbero mantenuto la loro funzione fino al XX secolo.
La complessità dei significati racchiusi negli addobbi, nelle vesti, nei gesti era certamente tale da risultare
indecifrabile alla quasi totalità degli spettatori cui si rivolgeva la spettacolarità del potere.
Le cerimonie si snodavano lungo percorsi di una certa lunghezza e di conseguenza nessuno, dal suo particolare
angolo di visuale, poteva averne una visione completa. Inoltre le scritte che frequentemente erano disposte agli
snodi cruciali del percorso, con l'intento di esplicitare il significato della cerimonia, erano quasi sempre in latino
e dunque poco comprese dal popolo, che peraltro occupava un posto importante in questi spettacoli. Era infatti
soprattutto per gli innumerevoli spettatori che veniva "recitata" la rappresentazione del potere, affinché la loro
immaginazione fosse colpita dallo splendore della cerimonia, dalla regalità dei protagonisti, dalla loro
generosità. Ma la folla non svolgeva solo la funzione di un pubblico passivo. La sua presenza ai lati delle strade e
alle finestre, le ripetute acclamazioni erano parte integrante della coreografia. Spesso era addirittura previsto un
momento in cui gli astanti diventavano essi stessi protagonisti: così nelle zuffe che si accendevano al lancio
rituale di monete o di pani, nella partecipazione a situazioni programmate di scialo (fontane di vino, grandi
arrosti, ecc., o nel permesso loro concesso di impadronirsi, con simulata violenza, di determinati elementi
dell'addobbo cerimoniale (un cavallo, alcune vesti, il tappeto percorso dal principe, perfino le panche di legno).
Il fatto è che in questa prima età moderna il potere monarchico aveva bisogno di esibirsi. Altrettanto clamorosa,
ma in un‟altra direzione, era la pubblicità delle cerimonie in cui esso mostrava il suo volto di severo giustiziere
(esecuzioni capitali, autodafé)
.Nella storia della coreografia del potere l'esperienza di Carlo V fu importante. La raffinata tradizione
cavalleresca borgognona, nella quale egli era stato allevato, fu esportata ed assimilata alle corti di Spagna,
d'Austria e dell'Impero. Agli inizi del XX secolo, alla tavola dell'imperatore Francesco Giuseppe si pranzava
ancora seguendo le regole di etichetta cortigiana introdotte da Carlo V.
Il programma di restaurazione imperiale, perseguito dall'Asburgo, rese ancor più necessaria una forte attenzione
a questi momenti di costruzione del consenso attraverso la spettacolarità. Né si deve dimenticare il fatto che
Carlo V fu per tutta la vita in continuo movimento. Come gli antichi sovrani del Medioevo, egli non ebbe una
capitale e fu un imperatore itinerante. Frequenti furono perciò le sue «entrate» nelle città dell'Impero. Queste
«entrate», che costituivano momenti di grande solennità, si ispiravano al modello dei trionfi romani, di recente
riproposti da Andrea Mantegna in una serie di nove tele per Ludovico Gonzaga.
Per fare spazio al corteo regale, ed anche come segno di dedizione alla giustizia ed alla clemenza del sovrano, le
città abbattevano tratti di mura e colmavano i fossati difensivi. Il percorso del corteo era vivacizzato da scene
allegoriche solitamente recitate da fanciulli e solennizzato da scenografie appositamente predisposte. Questi
sistemi di vere e proprie "quinte" simulavano architetture e sculture classiche, archi di trionfo ecc. Il continuo
ripetersi di «entrate gioiose» portava anche al verificarsi talvolta di episodi spiacevoli e al limite del ridicolo, ma
nel complesso ebbe una parte niente affatto trascurabile nel dimostrare la solennità del potere imperiale.
L'episodio di maggior rilevanza fu probabilmente quello dell'incoronazione imperiale a Bologna. La cerimonia
avvenne il 24 febbraio 1530 e fu preceduta dagli ingressi solenni del papa Clemente VII e di Carlo V,
rispettivamente il 21 ottobre e il 5 novembre 1529.Il luogo scenografico era la piazza antistante la basilica di San
Petronio e la basilica stessa. Per far avanzare il corteo dell'incoronazione, era stato allestito un ponte di legno
lungo 250 m, addobbato con insegne e festoni di rame e di fiori. Dal piano nobile del Palazzo Pubblico esso
piegava, in leggera ascesa verso il centro della piazza e di qui raggiungeva, in piano, l'ingresso della basilica;
continuava poi nell'interno, sempre a livello sopraelevato e nuovamente in ascesa, verso la zona del presbiterio.
All'esterno gli spettatori guardavano dunque dal basso verso l'alto; all'interno, in linea con i pilastri della navata,
erano stati collocati i palchi, che consentivano alle personalità più ragguardevoli di assistere alla cerimonia.
L'altare maggiore risultò coperto dalle. impalcature e se ne dovette costruire un altro. Inoltre, per avvicinare
simbolicamente la basilica di San Petronio a quella di San Pietro, furono allestite cappelle di legno, che
alludevano ad altrettanti edifici vaticani, il cui nome era da sempre stato legato al cerimoniale dell'incoronazione
imperiale. Nella finzione scenografica bolognese, a sinistra dell'ingresso nella basilica, erano state poste le
cappelle di Santa Maria e di San Gregorio nelle quali Carlo V doveva entrare, rispettivamente per essere
ammesso tra i canonici di San Pietro e per ricevere la tunica diaconale e il piviale. All'interno, nel punto in cui il
corridoio sopraelevato si allargava in un cerchio che faceva riferimento alla Rota porfiria del Vaticano, Carlo V si
sarebbe fermato per la confessione, detta di San Pietro; infine all'altezza del presbiterio, ancora sulla sinistra,
avrebbe sostato in una terza cappella di legno, quella di San Maurizio, per ricevere il sacro crisma, condizione
necessaria per l'incoronazione. Per la fase conclusiva della cerimonia erano state disposte nel presbiterio due
sedie: quella papale sotto il Crocifisso, quella imperiale dalla parte del pulpito, da dove si diffonde la parola di
Dio.
Indubbiamente la cerimonia bolognese servì da esempio per allestimenti di vario genere che si sarebbero
ripetuti nella seconda metà del Cinquecento e nel Seicento a Roma, a Firenze, alle corti di Francia e
d'Inghilterra. Nella situazione specifica del 1530 va ricordato che quella cerimonia conteneva un preciso
significato politico: più che essere la manifestazione della pace ritrovata tra l'imperatore e il papa, essa
dimostrava che, dopo la sconfitta della Lega di Cognac e la discesa in Italia dei Lanzichenecchi, Carlo V aveva
raggiunto l'obbiettivo di imporsi su Clemente VII, l'inquieto papa Medici, che ora, sotto gli occhi di tutti, lo
seguiva sul palcoscenico sopraelevato e che nel presbiterio avrebbe dovuto incoronarlo imperatore.
da "Encyclomedia - Il Cinquecento"
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        4.
Pensino dunque i principi e i magistrati a chi essi servono esercitando il loro ufficio e non facciano nulla che sia
indegno dei ministri e luogotenenti di Dio. Ora, tutto il loro zelo deve consistere nel conservare veramente pura
la forma pubblica della religione, regolare la vita del popolo con ottime leggi e procurare il benessere e la
tranquillità, sia pubblici sia privati, dei sudditi. Ma questo non si otterrà che con giustizia e giudizio, due cose
raccomandate loro soprattutto dal profeta (Geremia, 22). Questa giustizia consiste nel difendere, conservare e
liberare gli innocenti; il giudizio, nel resistere all'audacia dei malvagi, reprimere la violenza e punire i delitti.
D'altra parte è dovere dei sudditi non solo onorare e rispettare i loro superiori, ma pregare il Signore per la loro
salute e prosperità, e sottomettersi di buona voglia al loro imperio; obbedire agli editti e alle leggi di quelli e non
rifiutare le gravezze che gli sono imposte, si tratti di taglie, pedaggi, tributi e altre rendite, ovvero di uffici o
commissioni civili e simili. Né dobbiamo obbedire soltanto ai superiori che esercitano il potere secondo il diritto
e conforme al loro dovere, ma sopportare altresì coloro che ne abusano tirannicamente, finché non siamo
liberati in modo legittimo dal loro giogo. Infatti, come un buon principe è una testimonianza della benevolenza
onde Dio provvede alla salute degli uomini, un principe cattivo ed iniquo è un flagello di cui Dio si serve per
punire i peccati del popolo. Ma si tenga generalmente per certo che sia agli uni sia agli altri il potere è concesso
da Dio, e che noi non possiamo resistere loro più di quanto non resistiamo alla legge di Dio.

    1.   dividi il testo in sequenze e riassumine il contenuto
    2.   l‟autore divide gli uomini in due categorie. Quali? Quali sono gli obblighi di ciascuna?
    3.   esiste il cattivo principe? Cosa si deve fare se ci capita, secondo l‟autore?
    4.   come inseriamo questo passo nel tema delle Riforme religiose?

         5.
Redigi due mappe concettuali che illustrino la complessa trasformazione economica avvenuta nel XVI secolo. La
prima deve essere dedicata alla ripresa demografica, la seconda alla rivoluzione dei prezzi

            6.
Ricordo che mi recai in Puglia a far visita a papa Adriano IV che mi aveva ammesso alla sua intima famigliarità;
rimasi con lui a Benevento per quasi tre mesi. E così, poiché spesso parlavamo di diverse questioni come succede
tra amici e spesso mi chiedeva in confidenza che cosa si pensasse di lui e della Chiesa di Roma, io sinceramente e
in piena libertà gli riferii le aspre critiche che spesso avevo sentito nelle diverse province. Molti sostenevano,
infatti, che la Chiesa di Roma, che è madre di tutte le chiese, non si dimostra nei confronti delle altre tanto
madre quanto piuttosto matrigna. Siedono in essa scribi e farisei che pongono sulle spalle degli uomini pesi
intollerabili che essi non toccherebbero con un dito. Dominano sul clero né sono di esempio al gregge che segue
la retta via della salvezza; accumulano suppellettile preziosa, riempiono le loro mense d'oro e d'argento, non si
controllano certo nella loro avarizia. Nessuno o pochi che siano poveri vengono ammessi tra di loro e non li
spinge l'amore di Cristo ma la vanagloria. Turbano le chiese, suscitano liti, perseguitano il clero e il popolo, non
hanno alcuna pietà delle sofferenze e della miseria degli afflitti, godono delle spoglie delle chiese e ritengono che
le esazioni siano un atto di pietà. Fanno giustizia non in base alla verità, ma in base al guadagno che ne ricavano.
Infatti oggi tutto si ottiene pagando e domani non si otterrà nulla senza pagare. Spesso fanno del male e imitano
i demoni, in quanto credono di aiutare quando smettono di nuocere, tranne pochi che rispettano il nome e la
missione di pastore. Anche il pontefice di Roma è da tutti temuto e mal tollerato, infatti molti lo accusano di
costruire palazzi e di andare vestito di porpora e d'oro, mentre vacillano e cadono in rovina le chiese, che la
devozione dei padri ha costruito e perfino gli altari restano abbandonati. Risplendono i palazzi dei sacerdoti,
mentre la Chiesa di Cristo è umiliata nelle loro mani. Saccheggiano le spoglie delle province e si occupano di
metterle in salvo come se si trattasse del tesoro di Creso. […]
Rise il papa e si compiacque della mia sincerità ordinandomi di riferirgli senza indugio tutte le critiche che mi
capitasse di sentire nei suoi confronti. Fece anche molte considerazioni a sua difesa e a sua critica e infine mi
propose un apologo di questo genere. Capitò che le membra di tutto il corpo cospirassero un giorno contro lo
stomaco come colui che con la sua voracità sfruttava le fatiche di tutti. L'occhio non si stanca di guardare, né
l'orecchio di ascoltare, le mani si affaticano nel lavoro, i piedi camminando si ricoprono di calli e la stessa lingua
controlla proficuamente le parole e il silenzio. Quindi tutte le membra provvedono al benessere di tutti, mentre
tutti si affaticano e si danno da fare; solo il ventre resta inattivo e, quando è pronto ciò che è stato ottenuto con il
lavoro di molti, da solo divora tutto e lo fa scomparire. Che più? Le membra si accordarono di astenersi dal
lavoro e di ridurre alla fame quel pigro nemico della collettività. Passò così una giornata e ne passò una seconda
ancor più noiosa. La terza fu ancora più triste perché tutti cominciarono ad avvertire una notevole debolezza.
Urgentemente i fratelli di nuovo si radunarono per discutere della loro salute e delle condizioni del nemico della
collettività. Alla presenza di tutti si dovette registrare che gli occhi erano indeboliti, il piede non riusciva a
reggere il peso del corpo, le braccia erano intorpidite, ma anche la lingua era inerte e attaccata al palato esangue
e perciò non poteva nemmeno pretendere di esporre il problema comune. Tutti si affidarono al parere del cuore
e, dopo aver preso consiglio, si pervenne alla conclusione che i mali provenivano proprio da colui che prima
avevano denunciato come nemico pubblico. Proprio per il fatto che gli erano stati sottratti tutti i tributi, egli, che
ne era il pubblico dispensatore, li aveva sottratti a tutti. E poiché nessuno può combattere senza ricevere uno
stipendio, quando gli stipendi non sono corrisposti, il soldato si indebolisce e si accascia. Né si poteva attribuire
la colpa a chi dispensava il nutrimento perché, non avendolo ricevuto, non poteva neanche distribuirlo agli altri.
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Ed era di gran lunga più utile che egli ricevesse ciò che doveva distribuire piuttosto che indebolendosi facesse
indebolire anche tutte le altre membra. Si fece perciò così: per una saggia decisione il ventre fu riempito, le
membra si riebbero e si ristabilì la pace tra tutti. Fu assolto dunque lo stomaco che, sebbene sia vorace e avido
della proprietà altrui, non se ne impadronisce per sé ma per gli altri, che non possono sopravvivere se esso è
debilitato. « La stessa situazione - disse - fratello, se bene ci pensi, si riproduce nel corpo dello stato, dove,
sebbene il magistrato cerchi di ottenere molto, tuttavia non lo accumula per sé ma per gli altri. Se infatti è
ridotto alla precarietà non ha niente da dividere tra le membra [...]. Non censurare quindi l'esosità nostra e dei
principi secolari, ma pensa piuttosto all'interesse comune» (Giovanni di Salisbury)

    1. Dividi il testo in sequenze ed individua i temi principali affrontati
    2. Riassumi (max.20 righe) il contenuto del testo
    3. Analizza il lessico. Quali funzioni prevalgono? Qual è lo scopo dell‟autore?
    4. Quali opinioni hanno i due personaggi sull‟argomento?
    5. perché l‟autore sceglie la metafora della guerra e del soldato?
    6. Sai fare un‟ipotesi sull‟autore?
    7. Questo testo può aiutarti ad integrare conoscenze contenute in altri testi?

         7.
L‟ansia di rinnovamento religioso che trova espressione nei diversi movimenti di riforma che serpeggiano in
Europa vede le donne coinvolte in modo diverso da quanto avvenga per gli uomini. Questi infatti, inseriti
sempre in un gruppo sociale - fondato sul ceto d‟appartenenza o sull‟attività lavorativa - sono chiamati ad agire
(e agiscono) collettivamente, come membri di un gruppo. Le donne, invece, se si escludono le monache, non
costituiscono un gruppo sociale distinto e la loro partecipazione ai movimenti di rinnovamento è sempre vissuta
individualmente. E‟ in questo modo che esse partecipano alle rivolte, che si fanno promotrici di iniziative, anche
attraverso la predicazione, che subiscono processi e condanne. In alcune aree europee si assiste a un vero e
proprio protagonismo femminile che assume caratteri diversi a seconda dell‟area geografica e del ceto
d‟appartenenza

    1. di quale tipo di testo si tratta?
    2. Qual è la tesi del testo?
    3. Perché le donne non costituiscono un gruppo sociale distinto? C‟è una ragione sociale?
    4. Quale tipo di protagonismo femminile hai visto nella letteratura?
    5. c‟è una ragione per la quale le donne nei movimenti ereticali trovano un nuovo protagonismo?
Elabora un testo che abbia una struttura organica e risponda alla scaletta proposta

     8.
leggi attentamente i seguenti testi:
I protestanti, come i cattolici, propongono un modello femminile basato sulle parole di san Paolo secondo cui le
donne devono essere "caste, silenziose ed obbedienti", stigmatizzando qualsiasi manifestazione pubblica della
loro fede. Esse sono invece chiamate alla preghiera, alla meditazione, all‟educazione dei figli, a cantare o scrivere
inni, attività tutte personali, familiari, domestiche. L‟esortazione al matrimonio assume un particolare rilievo
per le donne protestanti che solo attraverso questo realizzano pienamente la volontà di Dio. Le donne non
sposate sono guardate con sospetto e neppure quando occupano posizioni di rilievo e godono di ampio prestigio
riescono a evitare aspre critiche.Il matrimonio, fin dai primi anni ‟20, diventa oggetto di numerosi trattati e
manuali, è al centro dei sermoni domenicali, soggetto di opere teatrali in volgare; incisioni popolari
rappresentano donne sposate (ben identificabili come tali dal copricapo) che leggono la Bibbia. Sia Lutero sia
Calvino sostengono l‟uguaglianza spirituale di uomini e donne, ma contemporaneamente, in perfetta sintonia
con la tradizione patristica e coi loro predecessori scolastici e umanisti, sostengono la subordinazione della
donna all‟uomo in ogni aspetto della vita quotidiana, in particolare all‟interno del matrimonio, dove
l‟obbedienza al marito è un dovere da rispettare persino quando ciò implica un conflitto religioso.
L‟idealizzazione del matrimonio e la contemporanea subordinazione della donna al marito sono elementi
determinanti nella vita di tutte le mogli protestanti, ma soprattutto in quelle dei primi riformatori, per lo più
donne che sono state monache e che agli occhi della gente comune sono ancora associate al concubinato dei
preti. Esse devono costruirsi una rispettabilità proponendosi come modelli di obbedienza muliebre e di carità
cristiana. Spetta a loro fornire agli studenti e ai rifugiati cibo, protezione, cure mediche. Su di loro grava
l‟organizzazione della casa, dal reperimento delle risorse necessarie all‟economia familiare alla guida della
servitù, tanto più che i loro mariti, ex preti e monaci, sono spesso totalmente privi di senso pratico.
Nel protestantesimo continentale prevale l‟insistenza sull‟obbedienza maritale e ciò che si sottolinea è semmai
"l‟unione del comportamento e del modo di pensare" (Lutero) o una complementarietà basata sul dovere della
moglie " di accontentare il marito" e di "essere fedele in qualsiasi circostanza" (Calvino); nel mondo protestante
inglese, invece, si riconosce più chiaramente alla donna una funzione quasi di missionaria entro le mura
domestiche, la si sollecita a fare della propria casa "un seminario della chiesa" leggendo i testi sacri e pregando
insieme ai figli e ai servi.
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La lenta trasformazione delle relazioni politiche e sociali che accompagna l‟affermazione dello Stato moderno e il
contemporaneo radicarsi dei modelli di comportamento proposti dalle istituzioni religiose determina un
progressivo rimodellamento dei ruoli e degli spazi assegnati alle donne.
Se nei primi decenni del XVI secolo la condizione femminile è determinata dal ceto d‟appartenenza, sicché
diversa sarà la sua condizione a seconda che appartenga alla nobiltà, alla borghesia urbana o ai ceti più umili, a
partire dalla metà del secolo diventerà sempre più significativa la sua condizione personale di nubile, sposata o
vedova.
La società di corte del primo Cinquecento propone alle aristocratiche un‟immagine di donna disinvolta e
brillante, non priva di una qualche autonomia e autorevolezza, se orientata ad affascinare e compiacere il mondo
maschile. È l‟epoca in cui donne come Isabella di Castiglia, Caterina de‟ Medici, Elisabetta d‟Inghilterra
sembrano sottrarsi al comune destino femminile di subalternità a una potestas maschile. E in effetti nelle società
in cui si accede al potere per successione dinastica, alla donna, anello fondamentale nella costruzione del
lignaggio, viene attribuito uno spazio d‟azione pubblico, formalmente definito. Parallelamente però, attraverso
la diffusione del ricorso al fidecommesso e a una trasformazione delle pratiche dotali, si assiste a una sua
progressiva esclusione dal sistema successorio. Negli stati organizzati in repubbliche, invece, non vi sono per le
donne spazi pubblici definiti e la loro capacità di incidere sulla realtà passa attraverso i rapporti di parentela e
avviene in modo informale.
Nel ceto artigiano e mercantile, dove il rapporto fra impresa e struttura familiare è più stretto, la situazione
appare più articolata. Nel primo Cinquecento le donne, quando agiscono in sintonia con i loro mariti o, vedove,
ne continuano l‟attività, godono di una certa autonomia sia nella gestione di alcuni aspetti del patrimonio
familiare sia nell‟amministrazione dei propri beni; come vedove inoltre possono essere iscritte alle corporazioni.
Così, ad esempio, Isabella Guicciardini scrive al marito per informarlo sulle rendite e sui lavori eseguiti a
Poppiano, una proprietà di campagna che amministra personalmente: chiede conferma al marito per il
pagamento di alcuni creditori, ma decide in piena autonomia di spendere alcuni ducati per le riparazioni del
tetto.
Anche in area tedesca non mancano casi di singole donne, come Barbara Uttmann, moglie del proprietario delle
miniere di Annenberg, che organizza autonomamente un‟importante impresa di produzione di merletti che in
breve tempo costituisce la principale attività produttiva della zona (Erzgebirge). Fino ai primi decenni del
Cinquecento, inoltre, la presenza femminile è rilevante nelle imprese commerciali delle città anseatiche, ed è
attestata nel mondo del lavoro a tutti i livelli.
A partire dalla seconda metà del secolo però, in concomitanza con l‟affermarsi della nuova congiuntura
economica caratterizzata da una generale mercantilizzazione del sistema produttivo e dallo sviluppo
dell‟organizzazione del lavoro a domicilio, le donne subiscono una progressiva perdita di visibilità e di
autonomia; la loro presenza nel mondo del lavoro non diminuisce, anzi, alcuni settori - ad esempio il tessile -
diventano quasi esclusivamente femminili; ma il mondo del lavoro è più nettamente caratterizzato dalla
divisione sessuale. Ne sono una testimonianza le corporazioni delle arti, istituzioni non solo economiche, ma
anche sociali, importanti soggetti della vita politica urbana: le donne vi sono in genere escluse, o se, come
avviene a Bologna e a Firenze, possono diventare maestre, avere una bottega e lavorare in proprio, devono
pagare una tassa di obbedienza e non sono ammesse a far parte del Corporale, l‟organo decisionale dell‟arte.
In genere, sia nelle aree riformate sia in quelle cattoliche, l‟unica identità riconosciuta alle donne è quella di
moglie, diversamente vengono rese invisibili o simbolicamente, perché private di qualsiasi soggettività giuridica
e di qualsiasi ruolo pubblico, o addirittura fisicamente, come avviene in una città svedese, Malmö, dove, nel
1549, viene emanata un‟ordinanza che impone alle donne nubili che vivono sole di entrare a servizio come
domestiche, pena la messa al bando dalla città.
Questo processo di omologazione e normalizzazione, comune a nord e sud d‟Europa, testimoniato dall‟analisi di
fonti prescrittive, si incrina però notevolmente se si prendono in esame ricerche, sempre più numerose, che
hanno per oggetto aree territoriali specifiche, spesso ristrette, prassi giudiziarie o singoli case studies. Si può
cogliere allora quanto ambigua e contraddittoria sia stata l‟introduzione di tali trasformazioni, quante resistenze
abbia suscitato.
Il concubinato, ad esempio, viene assimilato dal Concilio di Trento al meretricio, ma nella realtà quotidiana
risulta in molti casi straordinariamente simile a un matrimonio non formalizzato. Così quando si dà una forma
concreta e vincolante al legame matrimoniale, vietando qualunque forma di concubinato, si corre il rischio di
rompere legami consolidati, riconosciuti come tali dalla pubblica opinione. Un rischio concreto, di cui rimane
traccia nella prassi giudiziaria: il coniuge che vuole rompere l‟unione, si difende davanti ai giudici sostenendo
che tale matrimonio, privo della regolare celebrazione religiosa, non è valido. Una legge promulgata a Venezia
nel 1577 per punire quegli "scelerati, che sotto pretesto di matrimonio, pigliano donne con la sola parola de
presenti, et con l‟intervento di qualcheduno et godute per qualche tempo, le lassano, ricercando la dissoluzione
del matrimonio dalli giudici ecclesiastici" testimonia quanto siano diffusi casi del genere che finiscono per
contrapporre due giurisdizioni, quella ecclesiastica e quella laica.
Su un altro versante - se è vero che nel corso del XVI secolo si assiste in genere a una riduzione del patrimonio
immobiliare delle donne che tendono ad essere liquidate in denaro - studi sulla piccola proprietà contadina
dell‟Italia meridionale hanno rivelato l‟esistenza di una pratica consolidata che si basa sul passaggio dei beni
fondiari alle donne attraverso la costituzione della dote; qui la circolazione dei beni appare strettamente legata a
una parentela in cui le donne hanno un ruolo centrale.
                                                        16

Ma se ciò corrisponde a una strategia familiare che passa attraverso le donne ma di cui queste possono non
essere protagoniste, abbiamo invece esempi di protagonismo femminile nell‟uso frequente che le donne fanno
delle suppliche. La supplica, meno costosa di un processo, iterabile all‟infinito, permette di cancellare per
volontà del principe qualsiasi sentenza emessa sul suo territorio; le donne, che non possono sostenere le proprie
battaglie attraverso i normali mezzi giudiziari, se ne avvalgono sistematicamente, spesso con successo, per
recuperare la gestione autonoma delle proprie doti, per ottenere la tutela dei figli, per mantenere l‟eredità
ricevuta.
Esse dimostrano così di sapersi muovere all‟interno del quadro politico-istituzionale che caratterizza la loro
realtà utilizzando quegli spazi interstiziali che si vengono a creare nel passaggio dal sistema di potere medievale
allo stato moderno.

    1. Quali informazioni ti dànno i testi sulla condizione delle donne?
    2. utilizzando i dati contenuti nel testo, traccia una storia delle donne e della loro colloocazione nella
       società degli uomini

    9.
E voi, giovani, date molta opera agli studi delle lettere; siate assidui; piacciavi di conoscere le cose passate e
degne di memoria; giovivi comprendere i buoni e utilissimi ricordi; gustate il nutrirvi l'ingegno di leggiadre
scienze: dilettivi ornarvi l'animo di splendidissimi costumi; cercate nell'uso civile abbondare di maravigliose
gentilezze; studiate conoscere le c
ose umane, quali con intera ragione sono accomodate alle lettere.[..]. Niuna é si premiata fatica, se fatica si
chiama piuttosto che spasso e ricreamento d'animo e d'intelletto, quanto quella del leggere e rivedere buone cose
assai: tu ne sei abbondante d'esempli, copioso di sentenze, ricco di persuasioni, forte di argomenti e ragioni, fai
ascoltarti; stai tra' cittadini udito volentieri; mìranoti, lòdanti, àmanti. [..] S'egli é cosa alcuna o che stia
benissimo colla gentilezza e che alla virtù degli uomini sia grandissimo ornamento, o che alla famiglia dia grazia,
autorità e nome, certo le lettere sono quelle, senza le quali si può reputare essere in niuno vera gentilezza, senza
le quali raro si può stimare in alcun essere felice vita, senza le quali non bene si può pensare compiuta e ferma
alcuna famiglia...

      1.     di quale tipo di testo si tratta? Da quali elementi strutturali lo riconosci?
      2.     qual è il tema principale del testo?
      3.     qual è la funzione della lettura?
      4.     sulla base delle informazioni che ricavi dal testo, sai spiegare cosa si intende per principio di
             imitazione

    10.
                                                            17
1      Donna giovine, con bella acconciatura di testa, vestita di verde e di cangiante, con ambe le mani s'alzi il
       lembo della veste dinanzi, in modo che scuopra le ginocchia, portando nella veste alzata molte ghirlande di
       varie sorte di fiori, e con una di dette mani terrà anco de gli ami legati in filo di seta verde, haverà ai piedi
       una statuetta di Mercurio, alla quale s'appoggiarà alquanto, e dall'altra banda un paro di ceppi di oro,
5      overo i ferri, che si sogliono metter ad ambi li piedi, e che vi sieno con essi le catene parimenti d'oro; sarà
       la terra ove si posa sassosa, ma sparsa di molti fiori, che dalla veste le cadano; ne' piedi haverà le scarpe di
       piombo.
       La corte è una unione d'huomini di qualità alla servitù di persona segnalata e principale. E se bene io
       d'essa posso parlare con qualche fondamento, per lo tempo che vi ho consumato dal principio della mia
10     fanciullezza sino a quest'hora, nondimeno racconterò solo l'encomio d'alcuni, che dicono la corte esser
       gran maestà del vivere humano, sostegno della politezza, scala dell'eloquenza, teatro de gl'honori, scala
       delle grandezze e campo aperto delle conversazioni e dell'amicitie; che impara d'obedire e di commandare,
       d'esser libero e servo, di parlare e di tacere, di secondar le voglie altrui, di dissimular le proprie, d'occultar
       gli odii che non nuocono, d'ascondere l'ire che non offendono; che insegna esser grave e affabile, liberale e
15     parco, severo e faceto, delicato e patiente, che ogni cosa sa e ogni cosa intende de' secreti de' prencipi,
       delle forze de' regni, de' provedimenti della città, dell'elettioni de' partiti, della conservatione delle fortune
       e, per dirla in una parola sola, di tutte le cose più honorate e degne in tutta la fabrica del mondo, nel quale
       si fonda e afferma ogni nostro oprare e intendere.
       Però si dipinge con varie sorti di ghirlande nella veste alzata, le quali significano quest'odorifere qualità
20
       che essa partorisce, se bene veramente molte volte a molti con interesse delle proprie facoltà e quasi con
       certo pericolo dell'honore, per lo sospetto continuo della perdita della gratia e del tempo passato, il che si
       mostra nelle ginocchia ignude e vicine a mostrare le vergogne, e ne' ceppi che lo raffrenano e
       l'impediscono, onde l'Alciati nelle sue embleme così dice: «vana palatinos quos educat aula clientes, /
25     Dicitur auratis nectare compedibus». I fiori sparsi per terra in luogo sterile e sassoso mostrano
       l'apparenza nobile del cortegiano, la quale è più artifitiosa per compiacere il suo Signore, che naturale per
       appagare se medesimo. L'acconciatura della testa maestrevolmente fatta è segno di delicatezza e
       dimostrazione d'alti e nobili pensieri. La veste di cangiante mostra che tale è la corte, dando e togliendo a
30
       suo piacete in poco tempo la benevolenza de' principi e con essa l'honori e facultà. Tien con una mano
       l'hami legati con filo di color verde per dimostrare che la corte prende gl'huomini con la speranza,
       com'hamo il pesce. Le scarpe di piombo mostrano che nel servigio si dee esser grave e non facilmente
       muoversi a' venti delle parole overo delle unioni altrui, per concepire odio, sdegno, rancore e invidia, con
       appetito d'altra persona. Se gli pone appresso la statua di Mercurio, la quale da gl'antichi fu posta per
35
       l'eloquenza, che si vede esser perpetua compagnia del cortegiano.
       È stata da molte persone in diversi modi dipinta, secondo la varietà della Fortuna, che da lei riconoscono
       […]

           1.   dividi il testo in sequenze e riassumilo in max 15 righe.
           2.   qual è il tema? Quali le parole-chiave?
           3.   come viene affrontato il tema della corte?
           4.   qual è l‟opinione dell‟autore?

     11.
            Io desidero intendere da voi,
            Alessandro fratel, compar mio Bagno,
            s'in corte è ricordanza più di noi;

            se più il signor me accusa; se compagno
5           per me si lieva e dice la cagione
            per che, partendo gli altri, io qui rimagno;

            o, tutti dotti ne la adulazione
            (l'arte che più tra noi si studia e cole),
            l'aiutate a biasmarme oltra ragione.

10          Pazzo chi al suo signor contradir vole,
            se ben dicesse c'ha veduto il giorno
            pieno di stelle e a mezzanotte il sole.

            O ch'egli lodi, o voglia altrui far scorno,
            di varie voci subito un concento
15          s'ode accordar di quanti n'ha dintorno;
                                                          18

            e chi non ha per umiltà ardimento
            la bocca aprir, con tutto il viso applaude
            e par che voglia dir: «anch'io consento».

            Ma se in altro biasmarme, almen dar laude
20          dovete che, volendo io rimanere,
            lo dissi a viso aperto e non con fraude.

            Dissi molte ragioni, e tutte vere,
            de le quali per sé sola ciascuna
            esser mi dovea degna di tenere.

       1.      qual è la situazione di cui parla l‟autore?
       2.      come vive l‟esperienza della vita di corte? Quali concetti esprime?
       3.      analizza la struttura dei versi e le rime: quali parole-chiave individui? Qual è il livello connotativi
               del testo?
       4.      trovi elementi linguistici che accomunano questo testo al precedente?

     12. l‟intellettuale, nello scorcio della crisi della società comunale, vive l‟esperienza della corte come
         l‟occasione per dedicarsi agli studi, rafforzare la propria immagine, impegnarsi su quanto veramente ha
         significato nella sua vita: le “humanae litterae”, la conoscenza e la ricerca interiore. Progressivamente,
         tuttavia, della corte si definisce un‟immagine negativa, di cui si mettono in evidenza le ombre e gli
         elementi di privazione delle libertà personali.
         Sulla base delle tue conoscenze, utilizzando i testi a tua disposizione e il manuale di storia della
         letteratura,
         1. formalizza il problema
         2. costruisci una mappa concettuale che descriva il fenomeno e indichi i rapporti di causa ed effetto
         3. elabora un testo argomentativo di almeno cinque colonne, che soddisfi la tesi dell‟enunciato.



Lettura integrale dei seguenti testi:
Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Calvino
P.A. de Laclos, Le relazioni pericolose
Voltaire, Candido
                                                  Buon lavoro

				
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