Sport - Oratorio Savio Messina

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					Introduzione
Le fonti dalle quali attingere per lo studio della storia dell‟educazione fisica sono molto
scarse. Ci si può aiutare ricorrendo a frammenti di poesie, come ad esempio ai
componimenti di Omero, che descrive le abitudini degli abitanti del mondo greco in
numerosi capitoli.
Anche le opere d‟arte, vasi, statue e quadri, forniscono importanti elementi di studio,
soprattutto per quel che riguarda il mondo romano, che ha lasciato numerose tracce,
al contrario di quanto è avvenuto per il mondo etrusco.
Le evoluzioni, anche linguistiche, che hanno portato alla nascita dello sport hanno
subito numerosi passaggi dai giochi e tornei medioevali, ai ludi romani ed agli agoni
greci, sino ad arrivare ai giochi popolari ed alle prime forme di ginnastica che si sono
via, via evolute giungendo alla nascita di quella che è l‟attuale educazione fisica,
strettamente legata con la pedagogia e quindi con l‟educazione del fanciullo.
La storia dello sport è stata sempre strettamente connessa con la storia politica di uno
Stato, politica che ha non poco influenzato le pratiche sportive. Mussolini fu tra i primi
personaggi politici moderni a rendersi conto di quanto importante fosse utilizzare lo
sport come mezzo di propaganda. (1936 olimpiadi di Berlino) Ma, spostandoci ancora
più indietro nel tempo, prima ancora di esaminare gli sport nel mondo antico (legati
all‟addestramento e alle pratiche militari), si possono riconoscere come pratiche
“sportive” le varie danze che erano eseguite nelle tribù, come consacrazione
dell‟anima agli Dei. Le nostre abitudini sportive sono la naturale evoluzione del mondo
greco, a sua volta precedute dalla civiltà cretese e minoica, che ci hanno lasciato
testimonianze delle pratiche sportive in uso presso quelle civiltà. Attività come la
corsa o il pugilato o riti iniziatori dell‟età adulta (salto del toro). Con questi si
dimostrava il coraggio non solo dei maschi ma anche delle femmine, che erano così
considerati adulti e pronti anche alla vita coniugale. Nel mondo greco assistiamo,
infatti, ad una sorta di eguaglianza tra uomo e donna, pur tuttavia avendo da sempre
avuto, il mondo sportivo, atleti di sesso maschile. Solo nei giorni nostri si sta
assistendo ad un numero di donne che praticano lo sport a livello professionistico pari
a quello degli uomini.


                               Lo sport per i Greci
La storia del mondo greco ci è narrata in larga misura dalle due opere ascrivibili ad
Omero: L‟Iliade e L‟Odissea nelle quali si raccontano le vicende legate alla città di
Troia, colonia greca.
Nell‟Iliade troviamo la narrazione del funerale di Paco, amico e fratello di Achille,
durante il quale si inducono delle competizioni sportive in onore del defunto.
Nell‟Odissea, il capitolo dedicato allo sport, è quello che narra dell‟incontro tra Ulisse
ed una principessa, in seguito alla sua vittoria in alcuni giochi. Gli elementi distintivi
degli sport nell‟età antica sono l‟essere riservati all‟aristocrazia e l‟essere istituiti in
onore di qualche divinità o per onorare un defunto consentendogli un più agile
passaggio nella vita ultraterrena. Si pensava, infatti, che il sangue ed il sudore versati
in occasione di questi giochi fossero fonte di energia per il defunto. Quattro erano i
giochi grandi che si svolgevano (non solo nell‟Ellade, ma in tutte le regioni vicine e le
colonie). Erano riservati ai cittadini di cultura greca. I quattro giochi grandi li
distinguiamo in:
-OLIMPICI (dedicati a Zeus/Giove)
-PITICI o DELFICI (dedicati ad Apollo)
-NEMEI (dedicati a Zeus/Giove)
-ISTMICI (dedicati a Poseidone/Nettuno)
Il fatto di essere dedicati ad un Dio era tra le caratteristiche di questi giochi. La loro
importanza era tale che gli anni cominciarono a contarsi a partire dalle Olimpiadi. In
questo modo il 776 a.c. era chiamato il 1° anno dei primi giochi olimpici; il 775 a.c. 2°
anno dopo i primi giochi olimpici; 774 a.c. 3° anno dopo i primi giochi olimpici; 773
a.c. 4° anno dopo i primi giochi olimpici; 772 a.c. 1° anno dei secondi giochi olimpici e
così via.
Il premio per questi giochi era solo simbolico, costituito da un ramoscello intrecciato a mo di
corona, con il quale si cingeva il vincitore.
Ma la vittoria aveva un enorme valore per l’atleta che, tornato a casa, era trattato da eroe e poteva
rivestire importanti cariche nella vita sociale della città Stato di appartenenza.
Per comprendere l’importanza attribuita a ciò, basti pensare che, in occasione dei giochi, erano
sospese anche le guerre con la cosiddetta “Tregua Sacra”.
I giochi si succedettero regolarmente sino al 200 a.c., successivamente si svolsero in maniera meno
rigorosa sino alla loro definitiva sospensione nel Ad Olimpia la tipologia di gare rimase
sempre uguale da quando fu fissata intorno al 500 a.c., al contrario di ciò che avvenne
per gli altri posti dove si disputavano delle competizioni. Gli atleti si recavano ad
Olimpia un mese prima delle gare per uniformare le tecniche di esecuzione delle prove
nelle quali dovevano cimentarsi e per verificare la loro competitività.
In questo periodo potevano anche scegliere di ritirarsi, senza vergogna. Una volta che
i giochi erano aperti, ritirarsi costituiva una grave onta per se e per la città Stato che
si rappresentava.Le date delle competizioni erano “pubblicizzate” nel territorio ellenico
per mezzo degli araldi.
Ogni atleta aveva al suo seguito uno stuolo di persone che lo aiutavano (allenatore,
massaggiatore ecc.) senza considerare i numerosi spettatori che, quasi per dovere,
almeno una volta nella vita si recavano ad assistere ai giochi. Attorno ad Olimpia
numerose erano le strutture che prendevano vita in quel periodo, per tornare ad
essere successivamente, una città sacra e luogo di culto. I giorni dedicati ai giochi
erano 5, dei quali il primo dedicato ai giuramenti di lealtà ed il quinto dedicato ai
festeggiamenti. Restavano quindi solo 3 giorni effettivi per le competizioni. Il primo
giorno le competizioni si dividevano tra la mattina in cui si svolgevano:
- Corsa dei carri (quadriglie) con due ruote e trainati da 4 cavalli, sulla distanza di
circa 9 km (pari a 12 giri di campo);
- Corsa dei cavalli, montati a pelo. (In questa gara, solitamente, partecipava un ricco
signore, proprietario del cavallo e che riceveva l‟onore in caso di vittoria, ed un suo
servo che montava il cavallo. Potevano partecipare anche le donne, ma solo come
proprietarie del cavallo. (Loro, infatti, non potevano nemmeno assistere alla
competizione, dato che si svolgeva in nudità
Nel pomeriggio c‟erano le gare di:
- Pentathlon. Il vincitore era quello che aveva i miglior risultati in 3 sport. E, nel caso
uno si distinguesse da subito nelle prime tre, le successive due non erano nemmeno
disputate.
Le prove del pentathlon erano: La corsa veloce; Lancio del disco o del giavellotto;
Salto in lungo; Lotta.
La corsa si disputava sulla distanza di 165 metri circa. Nel lancio del disco, la
misurazione, era effettuata solo al fermarsi del disco, considerando lunghezza del
lancio anche eventuale spazio percorso dal disco rimbalzando o strisciando.
Ogni atleta poteva effettuare 5 prove, ed era ritenuta valida la migliore. La prova di
lotta finiva piuttosto presto, ed aveva come scopo quello di squilibrare e portare a
terra l‟avversario.
Durante il terzo giorno, al mattino, si uccidevano cento buoi, molti dei quali in onore
agli dei, altri per banchettare.
Nel pomeriggio c‟erano le gare dei più giovani (12-17 anni, sulla cui età faceva fede la
parola dell‟allenatore, non sempre rispondente a verità). Le altre caratteristiche
necessarie per disputare queste competizioni erano: la cittadinanza, la moralità e
l‟essere figli di coppie legittime. Queste gare erano riservate ai soli uomini e, essendo
disputate in nudità, non era consentito l‟accesso alle donne, nemmeno come
spettatrici (ad eccezione delle sacerdotesse di Era). Le gare consistevano in prove di
corsa, pugilato e lotta.
Nel quarto giorno si disputavano le gare extra pentathlon, vale a dire singole specialità
appartenenti anche al pentathlon. Queste erano: la lotta, il pugilato a oltranza, la
corsa (sui 200; 400; 800; 4500), ed il pancrazio (lotta violenta e senza regole che
terminava con la resa dell‟avversario, con il suo svenimento o immobilizzazione.
L‟unica mossa non consentita era cacciare le dita negli occhi dell‟avversario).
393 d.c. A decretarne la fine fu un editto dell’allora imperatore Teodosio, sotto l’influenza del
vescovo di Milano Ambrogio (S. Ambrogio), essendo ormai la Grecia sotto la dominazione romana.
I motivi della loro cessazione sono da ricercarsi nel fatto che rappresentavano riti pagani, quindi in
contrasto con la religione Cattolica.
Tuttavia, nel corso della storia, questi sport avevano subito delle modificazioni e, in età romana,
non erano più disputati dalla gente comune mossa da ideali educativi e di lealtà, ma erano praticati
da professionisti che miravano solo al guadagno.
La ripresa delle olimpiadi moderne avviene ad Atene nel 1896.
I giochi minori erano chiamati EREI (dedicati ad Era, la moglie di Zeus). Erano giochi femminili,
dedicati alle giovani che, con essi, dimostravano di essere mature e pronte al matrimonio. Avevano
significato rituale e si svolgevano con una corsa sulla distanza di circa 145/160 metri.
In tutte le gare, in ogni caso, non c’era il concetto di record: si vinceva e basta ed ogni olimpiade
faceva testo a se stessa. Anche perché, molti risultati, non potevano essere misurati per un confronto
con le successive gare.
                               Lo sport per gli Etruschi
Diverse sono le ipotesi sulla loro origine, tra queste 3 sono le più accreditate: venuti
dall‟Oriente verso l‟Italia approdando sulle coste toscane; Origine nordica (ex
Jugoslavia); Origine italica, considerabili i progenitori dei toscani, ma anche delle
popolazioni dell‟alto Lazio, Bologna, Ravenna.
Erano una popolazione Italica di naviganti. Un popolo gaudente, amante della vita più
che del lavoro o della guerra, che fu successivamente assorbito dai Romani. Non
erano discriminanti nei confronti delle donne che, anzi, entravano a far parte della vita
sociale. Amavano esibirsi.
Il loro re era chiamato Lucumone e ce n’era più d’uno. Tra questi poi, vi era l’elezione del re dei re,
sempre ad opera degli altri lucumoni. Questi si incontravano portando al seguito uno stuolo di
attori, figuranti e schiavi che si esibivano per loro, dimostrando la loro ricchezza ed abilità, al fine
di influenzare benevolmente gli altri lucumoni.
Gli Dei però erano arrabbiati con gli Etruschi a causa dello sterminio di un popolo. E
questi, sotto consiglio della sacerdotessa Pizia, istituirono delle gare di atletica a Cere
(intorno al XI - IV secolo a.c.) per ingraziarsi il favore degli Dei. Queste gare erano
composte da prove simili a quelle delle gare greche e da altre competizioni differenti
quali il salto con l‟asta, il lancio del peso ed il lancio del disco con la rincorsa
(ricordiamo che, presso i Greci, il lancio del disco era effettuato da fermi). Le scene di
gare erano raffigurate anche all‟interno delle tombe affinché il sudore ed il sangue
degli atleti, potesse dare vigore al sepolcro e quindi al defunto, agevolandolo nel
cammino verso l‟altra vita.
Il Phersu
Il Phersu era un demone con sembianze umane, con una maschera, due orecchie
d‟asino, un cappello a punta ed un vestito ornato di piccole ossa d‟uomo. Decideva
della vita e della morte degli uomini. Stringeva 2 guinzagli, in uno teneva un cane
feroce e, nell‟altro un prigioniero bendato che era lasciato libero di combattere con il
cane, con tutte le difficoltà che poteva incontrare essendo bendato. Era questo uno
degli    spettacoli          cruenti    con     i     quali      si   uccidevano       i     prigionieri,    spettacolo
particolarmente gradito al pubblico.
Anche gli Etruschi erano dei professionisti che si dedicavano alle pratiche sportive, le
più                                    in                                   uso                                     erano:


-                                  salto                                       con                                  l‟asta;


- corsa con le maschere (fersi); Dalla maschera del Phersu deriva anche la maschera
di                                                                                                           Pulcinella.


-       corsa          con       bastoni            (che         venivano         passati        fra        di       loro).


- Gioco della Truia, ancora sconosciute le regole anche se aveva a che vedere con un
labirinto        dal      quale        uscivano            due        cavalieri      dopo       aver        combattuto.


-       Salto      in         lungo         (svolto        anche          senza        i      pesi      o         alteres);


-                                                                                                           Giavellotto;


-       Lancio          del      disco         (piatto,           con       o        senza       buco            centrale);


-        Lotta           (molto             simile         a          quelle         del        mondo              Greco);


-                                                                                                            Pancrazio;


- Pugilato (veniva praticato con l‟ausilio di elaborati cestum o guantoni costituiti
all‟esterno con strisce di cuoio, ed all‟interno con morbida lana);
Competizione di carri, con quadrighe e bighe. (durante queste esibizioni si
verificavano numerosi incidenti, per l‟abitudine degli Etruschi di legare le briglie dietro
la schiena). Le pratiche sportive si svolgevano nelle zone rurali adiacenti alle città o ad
aree sacre, in strutture temporanee lignee di cui non ci è rimasta traccia. Per ognuno
di questi eventi si radunava un folto pubblico composto di individui di ogni estrazione
sociale, uomini e donne. Di queste manifestazioni ci è rimasta una vasta iconografia
nelle pitture tombali che consente di farcene un'idea precisa. Sotto la direzione di un
giudice, la cui autorità era simboleggiata dallo stesso bastone ricurvo dei sacerdoti, il
lituo, gli atleti gareggiavano negli sport più seguiti nelle antiche civiltà mediterranee.
Il lancio del disco e del giavellotto, la lotta, il pugilato, la corsa, il salto in alto, il salto
con l'asta, la corsa in tenuta da combattimento, la corsa a cavallo. Lo sport più
seguito era però la corsa delle bighe, per cui la passione del pubblico raggiungeva
livelli di vero fanatismo. Grandi onori erano concessi ai vincitori delle gare, che
davanti ai magistrati della città ricevevano premi a testimonianza del loro valore
atletico. Anche i giochi gladiatori dovevano richiamare un pubblico numeroso ed
esigente. I combattimenti avvenivano all'ultimo sangue tra schiavi, in genere
prigionieri di guerra, armati in fogge diverse ed addestrati in apposite scuole. Oltre i
combattimenti uomo contro uomo, singoli o in squadre, erano frequenti anche i
combattimenti di uomini contro animali feroci. (nella figura possiamo vedere immagini
di lotta tratte da un affresco). Gli Etruschi indossavano abiti più corti dei greci,
amavano la danza e la praticavano in nudità. Presso Paestum è possibile rinvenire
delle tombe nelle adiacenze dei templi greci con raffigurazioni che collegano il mondo
greco a quello etrusco. Le donne nobili avevano tombe bellissime, arricchite di gioielli
molto eleganti , le troviamo raffigurate in scene di danza, mentre suonano strumenti
in promiscuità con gli uomini. Spettatori e spettatrici assistono insieme agli spettacoli,
seduti in palchetti coperti da tendoni. Al di sotto di questi palchetti ci sono gli atleti in
procinto di prepararsi per le attività. Nei giochi in onore dei defunti si pensava che, ad
assistere alla manifestazione ci fosse anche la persona morta. Negli affreschi che si
sono ritrovati è presente un alto livello artistico, e numerose sono le testimonianze
della presenza etrusca nel II secolo. Successivamente gli Etruschi si fondono con i
Romani, formando il più grande impero dell‟umanità. Molte importanti informazioni
sugli etruschi sono scomparse, solo gli affreschi tombali e gli altri oggetti in esse
custoditi, ne testimoniano la grandezza in svariate discipline, ad esempio nel campo
medico. Anche perché, i Romani, preferirono dimenticare le loro vere origini,
pretendendo di avere degli antenati più gloriosi. In realtà, l‟unico merito che ebbero
come popolo, non fu che l‟amplificazione delle pratiche e delle opere greche ed
etrusche.

                                I giochi per i Romani
Panem et circenses, pane e giochi del circo, erano i due indispensabili elementi che
tenevano quieta la folla anzi, la plebe romana. Il pane veniva richiesto solo dai poveri,
ma gli spettacoli del circo, i ludi circenses, piacevano a tutti. Se qualche Romano
protestava era più per una questione di gusto che di morale. I ludi circenses erano di
diverso tipo: c'erano le gare di cocchi, predilette dalle signore; c'erano le cacce
(veniationes), in cui uomini variamente armati affrontavano belve di diverso tipo:
tigri, pantere, leoni, orsi, tori; c'erano le esecuzioni ad bestias dei delinquenti, in cui i
condannati venivano gettati in pasto alle belve o fatti morire di una morte atroce, di
solito con il pretesto della rievocazione di qualche mito o episodio storico. Ma i
preferiti erano i ludi gladiatori: il combattimento uomo contro uomo. I gladiatori,
addestrati fino a divenire vere e proprie macchine da combattimento, gareggiavano
uno contro l' altro con armamento uguale o differenziato, cercando di ferirsi o
uccidersi a vicenda. In caso di sconfitta la sorte del vinto dipendeva dall'umore del
pubblico: se tutti agitavano il fazzoletto, aveva salva la vita, se protendevano il pugno
con il pollice all'ingiù (nel segno di "pollice verso")era la morte nell'arena. Gli atleti
impiegati in queste gare, in genere schiavi, erano gli eroi del popolino; ma certo non
si poteva credere che amassero la loro misera sorte. Una delle rivolte di gladiatori,
quella di Spartaco (73-71 a.C.), fu tra le più terribili subite da Roma. Tutti i giochi
dell'anfiteatro erano cruenti. Sia nei munera, combattimenti tra coppie di gladiatori,
che nelle venationes, vere e proprie cacce nell'arena con ogni sorta di animali
l'emozione principale dello spettacolo era la morte. Perso l'originario significato di
cerimonia funebre connessa al sacrificio umano, ben presto il munus divenne
strumento di potere politico. Nella Roma imperiale, le corse dei carri, i LUDI
CIRCENSES, avvengono nel circo, le rappresentazioni sceniche, LUDI SCAENICI, nel
teatro, i combattimenti dei gladiatori, i MUNERA, nell'anfiteatro, gli spettacoli e le gare
di atletica nello stadio. Nelle ultime file sta il popolo, mentre le autorità e le persone
importanti occupano i posti migliori. Gli spettacoli sono molto costosi e le spese
gravano sulle finanze dei magistrati. L'organizzazione dei giochi dei gladiatori si
diffonde in tutte le città romane, perché sono per i politici strumento di popolarità.
Fino a Cesare i combattimenti dei gladiatori vengono effettuati nei Fori, in seguito i
romani creano l'anfiteatro. i gladiatori dormono in celle nelle caserme e sono
sorvegliati da guardie. Si dedica particolare attenzione alla loro efficienza fisica ed alla
loro alimentazione, tanto che Seneca scrive: "Mangiano e bevono ciò che dovranno poi
restituire con il sangue". Dopo il corteo e il saluto rivolto alle personalità più
importanti: "AVE IMPERATOR, MORITURI TE SALUTANT", ha inizio il combattimento al
suono di strumenti musicali. Il gladiatore sconfitto cede le armi e chiede la grazia
all'organizzazione sollevando la mano sinistra o un dito. Se la grazia viene accordata,
gli spettatori gridano "MISSUM", cioè libero, in caso contrario con il pollice verso
dicono morte e il gladiatore porge la gola alla spada del vincitore. Non minore
entusiasmo dello spettacolo dei MUNERA suscita nei romani quello delle VENATIONES,
prima nel circo e poi nell'anfiteatro. I combattimenti avvengono o fra animali, leoni
contro tigri, elefanti contro tori, o fra uomini e animali. Anche le NAUMACHIE, finte
battaglie navali, sono molto apprezzate, ma costano molto e sono poco igieniche per i
miasmi delle acque stagnanti.
I ludi gladiatori
I ludi gladiatori venivano anche chiamati munera gladiatori, poiché, nei primi tempi
venivano remunerati (munera) i gladiatori professionisti che prendevano parte a
questi   spettacoli.   All‟inizio   venivano    utilizzati   solo   degli   schiavi   Etruschi   che
prendevano parte, loro malgrado, a questi spettacoli per onorare i defunti. In seguito
assunsero forma di spettacolo a se stante.I luoghi dove comunemente si svolgevano
queste attività erano spazi aperti come il Colosseo (anfiteatro Flavio), così chiamato
perché posto vicino ad una statua colossale, o l‟arena di Verona.
I Gladiatori, scelti ra gli schiavi con particolari qualità fisiche, venivano preparati in
scuole che ne curavano l‟addestramento. Ognuna di esse con delle peculiarità e, per
evitare che tra di loro sorgessero delle amicizie, venivano fatti combattere gladiatori
appartenenti a scuole diverse. Si potevano distinguere: i reziari, addestrati a
combattere con rete e tridente; i gladiatori armati di scudi ed elmi e con il
caratteristico gladio (sorta di spada tagliente ai due lati); i galli abbigliati con costumi
tipici della popolazione dei Galli (francesi); i gladiatori a cavallo che combattevano
scontrandosi con i cavalli. I combattimenti potevano svolgersi uomo contro uomo o in
gruppi. Era il caso dei catervari. Inoltre, solitamente, gli spettacoli si aprivano con
combattimenti definiti di assaggio durante i quali non si arrivava all‟uccisione
dell‟avversario. Al contrario, quelli che si succedevano, finivano quasi sempre con la
morte di uno dei gladiatori. Il moriente, prima i essere portato via, veniva avvicinato
da due personaggi, uno ne verificava la morte (toccandolo con un ferro rovente),
l‟altro, eventualmente, gli dava il colpo di grazia. A volte, quando si scontravano due
gladiatori valenti, il vinto poteva avere salva la vita, a discrezione dell‟imperatore. Il
Gladiatore schiavo poteva essere affrancato (reso libero), in seguito a dieci vittorie
(segnate su un collare in metallo). I gladiatori potevano combattere anche con animali
feroci, in quelle che erano definite cacce. Questi combattenti venivano chiamati
bestiari.

In Italia
Per avere i primi campioni sportivi Italiani bisognerà attendere il periodo precedente la prima guerra
mondiale. Anche se si tratterà ancora i personaggi umili che rivendicano la loro posizione grazie
allo sport, pur tuttavia restando ben distanti dagli attuali campioni (per quel che riguarda la
situazione socio-economica) Primo fra tutti fu Dorando Pietri (nella foto), di professione fornaio
che, dopo aver assistito allo “spettacolo” di una corsa, si era cimentato con questa disciplina,
partecipando come maratoneta alle olimpiadi di Londra del 1908. Dorando Pietri, emiliano, garzone
di pasticceria, arriva stremato al traguardo della maratona. Attorno al 40° Km viene infatti colpito
da una grave crisi di stanchezza, procurata probabilmente da una cattiva gestione delle risorse
energetiche. Lo "sospingono" verso la vittoria il commissario di pista Andrew e il medico Bulger.
Pietri viene squalificato proprio per gli aiuti ricevuti negli ultimi 350 metri. Entrato nello stadio da
solo, Pietri barcolla, sbaglia direzione, ritorna sui suoi passi, cade quattro volte. Il medico Bulger
racconterà poi di aver praticato a Pietri la respirazione bocca a bocca per aiutarlo a superare un
collasso. Pietri impiega quasi 10 minuti per percorrere gli ultimi 352 metri. Gli Stati Uniti
presentano ricorso e la medaglia d'oro viene assegnata all'americano John Hayes, secondo
classificato. La regina d'Inghilterra Alessandra, presente in tribuna, decide di consegnare comunque
una coppa d'argento all'italiano. Pietri diventa un simbolo, un'espressione linguistica. Vincere alla
Dorando Pietri.
Dopo di lui è la volta di Alberto Braglia vincitore delle olimpiadi del 1908 agli anelli.
Lo sport, in Italia, era nato prima come appannaggio della borghesia e, solo in seguito, venne
ritenuto una pratica da diffondere, ma solo come strumento per la “costruzione” di un buon soldato.
Venne perciò considerato solo come tale, in antitesi con quello che succedeva nelle altre nazioni.
Lo sport comincia a vivere con il fascismo, dandogli uno stampo tipico del regime. Il fascismo crea
infatti il CONI, l’ONB (Organizzazione Nazionale Balilla), e l’OND (Organizzazione Nazionale
Dopolavoro).
                              storia dello sport in Italia
Il compito principale dello sport in questo periodo storico era di dare una buona immagine del
Belpaese fuori confine, distogliendo nel contempo la gente dal pensiero di altri problemi. Sport e
fascismo miravano a creare un uomo nuovo, favorendo l’azione rispetto al pensiero. Le cronache
del tempo non apprezzano mai il gesto sportivo fine a se stesso e, del resto, il fascismo favorisce gli
sport nei quali era possibile associare il campione all’eroe. Per questo motivo, nel periodo di
dominazione fascista, assistiamo al declino di sport come il calcio, non ritenuti utili al fine della
formazione militare.
I campioni del fascismo erano Mussolini, Nuvolari e Carnera. In realtà Mussolini non era un grande
sportivo ma di lui si esaltavano doti sportive in vari campi. Di fatto egli era un discreto tennista ma,
l’unico sport del quale non sono menzionate le sue virtù, è proprio il tennis, in quanto non ritenuto
sport eroico.
Carnera fu addotto a simbolo del fascismo, era un pugile enormemente grosso, alto 204 cm a causa
di una disfunzione alla ghiandola pineale. Divenne campione del mondo con incontri truccati dalla
mafia.
Tazio Nuvolari fu un campione delle 4 ruote. Aveva iniziato a cimentarsi alla guida di
un’autoambulanza quando era sotto le armi. Il suo motto era “i freni non servono”. In
contrapposizione alla sua vita sportiva però, non ebbe altrettanta fortuna nella vita. Perse infatti
entrambi i figli a causa i una malattia, nonostante avesse cercato di tenerli lontani da ogni altro
pericolo della vita, mandandoli a studiare in prestigiosi collegi. In seguito a questo grave lutto egli
cominciò a correre in maniera ancora più spericolata, quasi andando in contro alla morte.
Nel dopoguerra, sono gli sportivi a fare da ambasciatori del nostro Paese, poiché l’Italia esce
sconfitta dal conflitto bellico.
Fausto Coppi divenne il simbolo di un’epoca. Fu il primo a lavorare in maniera scientifica nel
raggiungimento di un risultato. Il suo principale antagonista fu Bartali. Coppi rappresentava la
sinistra del paese, ed era anche il modello della sofferenza e del sacrificio. Tale era infatti il suo
modo di correre, effettuando delle scalate in solitaria con uno sforzo maggiore a quello richiesto,
date le sue grandi potenzialità. Bartali era il rappresentante della destra. In realtà entrambi erano dei
conservatori. Fatto questo ancora più determinante negli ostacoli che Coppi dovette affrontare
quando lasciò la moglie per una altra donna “la dama bianca”, ancor più che anch’essa lasciò il
marito, medico.
Un cambiamento nel pensiero e nell’atteggiamento sportivo si ha dopo il miracolo economico
(1958-63), e si comincia a pensare al sacrificio come transitorio, come un mezzo per arrivare agli
albori per poi vivere i “rendita”. Tale è l’atteggiamento assunto dagli italiani, campioni sportivi
inclusi, che cominciano a frequentare anche i salotti bene in seguito alla loro nuova condizione
socio-economica.
Il nuovo carattere nazionale è rappresentato da Adriano Panatta che sale alla ribalta con un’annata
densa di vittorie (1986). In contrapposizione ritroviamo Pietro Mennea che, nonostante i risultati
conseguiti, non sembra mai rilassarsi. Gli altri nuovi modelli sono costituiti da Alberto Tomba, che
potremmo considerare come un Panatta migliorato, perché vince di più e, anche quando smette di
farlo, continua a piacere per il suo modo di essere anche spavaldo. Per lui la gente ridiscende in
piazza con la bandiera tricolore. Ancora una volta lo sport riesce a conservare il legame con il
nazionalismo e ci si identifica con lo sportivo.
Un discorso simile potrebbe essere fatto con Marco Pantani, amato nonostante le ultime infanganti
ipotesi di doping. Lo sport continua comunque a restare inscindibilmente legato alla politica e ad
essere utilizzato come strumento di propaganda. La verità è che bisognerebbe cercare di riportare lo
sport ai vecchi modelli, ai valori perduti. Probabilmente cercando di ridurre anche il forte business
ad esso legato.
                               Medioevo e sport in Italia
Il periodo medioevale va dalla caduta dell‟impero romano alla scoperta dell‟America.
In questo periodo si assiste ad una grande dominazione su tutto il territorio italiano
che fa precipitare le condizioni di vita della popolazione. L‟attacco dei Barbari e dei
Vandali fa registrare un alto tasso di mortalità contro un basso tasso di natalità.
Intorno all‟800 d.c. si assiste quindi alla cessazione di ogni attività ludico-sportiva
visto che le condizioni della popolazione sono di mera sopravvivenza.
Prendono vita i castelli, roccaforti nelle quali trovare rifugio dalle aggressioni.
All‟interno vi dimorava il Palio della quintana signore ma anche i bottegai e tutte le
persone necessarie a farne una piccola città. Al di fuori troviamo pastori e contadini. I
cavalieri erano figli secondogeniti delle famiglie più ricche che, non potendo ereditare i
beni potevano scegliere tra la vita ecclesiastica o la vita cavalleresca.
Fin da bambini venivano iniziati a paggi che servivano le signore. All‟età di 14 anni
diventano scudieri, portando quindi lo scudo e le armi del signore presso il quale
prestano servizio (in genere amico nobile della famiglia del giovane). Lo scudiero ha
un maestro che ne segue la formazione e lo educa ai valori di nobiltà tipici del
cavaliere. Infine lo scudiero veniva investito della carica di cavaliere con una
cerimonia ufficiale e la consegna della spada alla quale avrebbe reso onore. Nel corso
della cerimonia riceve anche uno “schiaffo” al quale non reagirà, simbolo dell‟ultima
offesa sulla quale sarà disposto a transigere. Il cavaliere si esercita alle armi anche
durante i giochi riservati agli appartenenti a questa classe..O i tornei potevano essere
semplici attività celebrative. Ricordiamo diversi tipi di incontri: i tornei nei quali si
scontravano più cavalieri contemporaneamente divisi in due gruppi; la singolar
tenzione sfida di un cavaliere contro un altro; passo d‟armi nel quale due squadre di
cavalieri combattono simulando una battaglia per impadronirsi di una postazione. I
perdenti dovevano cedere agli avversari i loro cavalli; la quintana e il palio dell‟anello.
Durante il 1400 i cavalieri e la cavalleria sono molto importanti ed in vista e, con
l‟avvento delle piccole città, i giochi che prima erano riservati solo a loro divengono
pratica di tutta la popolazione (soprattutto giovani e soldati). Cominciano a divenire
meno frequenti con l‟avvento delle armi moderne, perché diventa superfluo utilizzare
questi giochi per addestrare i cavalieri nell‟uso di armi ormai antiquate. Rimangono
solo le forme popolari di queste pratiche sportive.

 Avvento dell’umanesimo e ripercussioni sul mondo sportivo
Verso la metà del XIV secolo, e sino al XVI, prende piede in Italia l‟umanesimo. Si
ricomincia a dare importanza alla vita terrena e non solo a quella ultraterrena.         Si
ritrova quindi interesse per i giochi del mondo antico, come attività di svago e ludica.
Si ripropongono queste attività anche come strumento per migliorare le prestazioni e
le capacità fisiche. Un grande rivoluzionario in quest‟ambito fu Vittorio Rambaldoni
da Feltre (1378), meglio conosciuto come Vittorino da Feltre, che darà uno spazio
fondamentale alla pratica sportiva fondando la “Ca’ Gioiosa” a Mantova nel . Alla "Ca'
Gioiosa" la giornata trascorreva in un intenso lavoro, in cui l'esercizio mentale sì
alternava alle pratiche ginniche. Proprio in questo sta uno dei meriti più grandi di
Vittorino: essere stato uno dei primi a realizzare un tentativo di armonico sviluppo
mentale e corporeo!
L'insegnamento si basava ancora sulle arti del trivio e quadrivio, ma Vittorino lo
curava moltissimo soprattutto nell'approfondimento delle conoscenze. Nondimeno, egli
voleva che terminato lo studio, questo fosse lasciato da parte, di modo che la mente
potesse ritemprarsi: per questo motivo egli si curava molto anche degli esercizi
ginnici, della lotta, delle escursioni al vicino lago di Garda.
Fu il primo a intuire come la ginnastica poteva avere un fine pedagogico, dopo aver
soprattutto osservato la conduzione del metodo di studio nella scuola di Guarino
Guarini a Venezia. Ad accorgersi invece dell‟utilizzo su base medica fu Girolamo
Mercuriali (seconda metà del 1500), autore fra l‟altro di “De arte Gymnastica”. La
sua fama era tale da essere chiamato per consulti da imperatori e nobili. Fin da
giovane intraprese con grande successo l‟università, studiando anche Ippocrate e
Galeno. Nella sua pubblicazione più importante ebbe anche il merito di aver dedicato 3
dei 6 volumi ad una ricerca storica dello sport.
Baldesar Castiglione (Mantova 1478 - Toledo 1529) fu uomo di corte a Mantova,
Urbino, Roma e Madrid. Scrisse carmi latini e rime volgari. Il libro del Cortegiano ebbe
una larghissima fortuna in tutta l'Europa del Cinquecento e si è tramandato fino a noi
come una delle opere più importanti del Rinascimento. Nel volume egli descrive, in
una sorta di galateo, il comportamento da tenere da parte dei cortigiani, vista l‟allora
diffusione delle corti. Ma è anche un libro che serve da monito per altre
problematiche. Pubblicato a ridosso del Sacco di Roma, nel 1528, e pochi mesi prima
della morte del suo autore, il Cortegiano si presenta come una complessa architettura
retorica. In apparenza intento a delineare la figura del perfetto uomo di corte, in
realtà il testo affronta i temi caldi di quegli anni; la crisi italiana nel contesto europeo,
la dubbia moralità degli uomini di governo, l'assenza di un principe italiano, la
centralità della Roma pontificia, e ancora, il tramonto del Rinascimento padano,
l'emergere di nuove istituzioni monarchiche, un'ideale di equilibrio e di misura che è
già una memoria del tempo perduto.

Riforme legislative in materia di educazione fisica dal ‘700 ai
                                      primi del ‘900
In origine, come abbiamo già ampiamente detto, l‟attività ginnastica era riservata ai
militari,   ed   era   per   questo   ritenuta   valida   ai   soli   fini   addestrativi.   Solo
successivamente il legislatore volle intendere la pratica dell‟ed. fisica come strumento
per il miglioramento psicofisico del giovane e, per questo, venne denominata
ginnastica educativa. Naturalmente occorre metodo e gradualità per valorizzare le
capacità fisiche dell‟individuo, al fine di migliorarle. Gli uomini di cultura di fine „700
furono i primi a sentire l‟esigenza di intendere l‟ed. fisica in modo nuovo.
Il primo a trattare l‟argomento fu Gaetano Filangeri (ispirato al pensiero di Rousseau),
asserendo come lo sviluppo psicofisico del fanciullo dove avvenire tramite buon
vestiario, buona igiene del corpo, sana alimentazione e attività fisica. Il filangeri è
ritenuto il restauratore dell‟educazione fisica.
Lo   stesso   Cuoco   (1770-1823),     suo   assistente,   ritiene   l‟educazione   letteraria
incompleta se difetta di una buona attività fisica, inserì infatti nei collegi Napoleonici
del sud corsi di scherma e di ballo. Naturalmente i collegi, come le scuole di ogni
ordine e grado, erano frequentati solo da persone appartenenti ai ceti sociali più alti.
Nel nord l‟eccezione è rappresentata dal Piemonte, dove l‟ed. fisica trova un
importante assetto giuridico, pur nascendo come solo strumento di addestramento per
i soldati. Il regno Sardo-Piemontese era infatti l‟unico a tenere in piedi un esercito
regolare.
Durante i primi anni del 1800 Rodolfo Oberman viene incaricato di addestrare i soldati
francesi (ufficiali) dell‟accademia Sardo-Piemontese. Questi addestramenti avvenivano
nel parco del Valentino.
Affinché l‟interesse si sposti da un‟attività esclusivamente militare ad una civile,
bisognerà attendere il 1844 quando, il conte Riccardo Netro (ex ufficiale, entusiasta
dei corsi tenuti dall‟Oberman), fonda a scopo educativo la società ginnastica di Torino.
E‟ lui il primo a distinguere la ginnastica civile da quella militare. Aggiungendo il
termine “educativo” alla ginnastica. Nel 1850-51 ferve questa attività sia in campo
sociale che civile, ed il comune di Torino la rende la ginnastica obbligatoria sia nelle
scuole elementari che superiori. Questo suscita l‟interesse degli altri stati che
cominciano ad adeguarsi. Ricordiamo sempre che in questo periodo l‟analfabetismo
tocca l‟80%. Nel 1859, esattamente il 13 novembre, con l‟unificazione dei vari stati
sotto il regno di Sardegna, nasce l‟esigenza di fornire una regolamentazione giuridica
simile, viene pertanto emanata la legge Casati, che regolamenterà la pubblica
istruzione facendo diventare l‟ed. fisica obbligatoria in tutti gli ordini e gradi di scuola.
I problemi maggiori, a questo punto, sono la preparazione del personale docente e le
strutture oltre che l‟istituzione di programmi adeguati. Sono i comuni a dovervi far
fronte ma, mancano i fondi e le risorse, per cui la legge rischia di essere disattesa.
L‟allora ministro della pubblica istruzione De Sanctis cerca, nel 1861, di ovviare al
problema della preparazione degli insegnanti istituendo un corso magistrale affidato
all‟ Oberman. Corso che si terrà nella sede della società ginnastica di Torino. A tale
fine Oberman redige un libro e, nel 1862, vengono fissati mezzi e limiti del nuovo
insegnamento e i programmi pedagogico-didattici da rispettare. I problemi non
sembrano però risolti, Emilio Bauman, laureato in medicina e maestro elementare,
critica il suo ex insegnante Oberman, per il suo modo militare di istruire gli insegnanti
di ed. fisica. La tesi di laurea del Bauman era proprio sulla ginnastica e la medicina, ed
egli si batté per l‟istituzione di scuole normali per la ginnastica dove non fosse
insegnata solo la tecnica esecutiva degli esercizi, ma anche l‟anatomia, la fisiologia, la
pedagogia e l‟igiene.

				
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