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L'accesso a una informazione div Powered By Docstoc
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                                            sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                            Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                          10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

         L‘accesso a una informazione diversificata è uno degli strumenti più efficaci per difendere la democrazia e i propri diritti; senza informazione e senza conoscenza non
         c‘è democrazia. Le istituzioni democratiche non devono essere soffocate dalle concentrazioni mediatiche e finanziarie; in una società in cui l‘informazione è sempre più
         manipolata e al servizio dei ―poteri forti‖, i primi a essere calpestati sono proprio i diritti della persona, della collettività e il bene comune. All‘insegna dei fondamentali
         valori di ―Libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione‖, Miscellanea vuole promuovere la consapevolezza della tutela dei diritti della persona, preservare la libertà di
         espressione, l‘indipendenza di giudizio e tentare di fornire qualche ―tessera‖ affinché ognuno possa comporre il proprio personale mosaico. ―La difesa del nostro
         presente e del nostro futuro passa attraverso la conoscenza di quanto accade e di quanto è accaduto‖. Luigi Sedita – luigi.sedita@poste.it – luigi.sedita@gmail.com –
         luigi.sedita@katamail.com
 I numeri di Miscellanea sono consultabili anche su
 *** Ecquologia http://www.ecquologia.it/sito/pag941.map
 *** ESOPO Etica Società Politica http://www.esopo.org/
 *** Pachino Promontorio http://www.pachinoglobale.com/
 *** Comunicati.net http://www.comunicati.net/utente.asp?id=4
 *** Namir http://www.namir.it/2004/miscell.htm
 (se l‘indirizzo non linka automaticamente, copiare e incollare l‘indirizzo stesso sul programma di navigazione explorer, opera, ...)

Capitani coraggiosi - Ho deciso di fare il capitano coraggioso, quello, che se un presidente del consiglio gli
offre una grande azienda statale, la compra a debito con i soldi delle banche.
Il debito poi lo scarica sulla società e, in seguito, se la vende , ci fa pure i soldi, la plusvalenza.
Io il coraggio ce l‘ho e chiedo a questo governo di vendermi la sua quota nell‘ENI e a Banca Intesa, Unicredit e
San Paolo IMI di prestarmi i soldi. Non possono dirmi di no. Lo fanno tutti.
Lo hanno fatto i capitani coraggiosi con la vendita di Telecom Italia, lo ha fatto il tronchetto con la ri-vendita
di Telecom Italia. Perché io no?
L‘Italia è una terra di navigatori, santi e altre cose che non mi ricordo, ma anche di capitalisti senza capitali
come ha scritto Newsweek.
Capitalisti con le pezze al culo che comprano le società indebitandole, che per rientrare del debito non fanno
investimenti, che pensano solo al valore puntuale dell‘azione in borsa, che vendono a pezzi la società per fare
i risultati e alla fine, quando ci hanno guadagnato abbastanza, passano la mano.
Ebbene, io credo di essere capace di fare il capitano coraggioso senza alcun problema.
Mi manca solo un dalemino. http://www.beppegrillo.it/2006/01/capitani_coragg.html
Fassino tira fuori i globuli rossi, fai pulizia e appellati alla base con un discorso per celebrare il funerale
politico di D'Alema e, visto che ci sei, anche di Violante» -
È peggio di un crimine, è un errore politico. - Talleyrand - ... quando gli errori politici si commettono, bisogna
avere l'onestà di riconoscerlo. – L. Turci, senatore ds
Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell'azionista è come stabilire la perseguibilità del
furto a querela del ladro... (vedi punto 27)
... l'idea di arrestare uno scippatore che ti porta via il portafoglio con cento euro e di non arrestare uno che ti
porta via i risparmi di tutta una vita molto probabilmente denota una concezione malata della politica.
Federico II, allevato come un ebreo e come un arabo, faceva le guerre come un normanno e andava in chiesa
come un cristiano.
Aldo Brancher (Fi), Roberto Calderoli (Lega), Luigi Grillo (Fi), Ivo Tarolli (Udc), Giuseppe Valentino (An).
Sono questi, per ora, i politici indagati nell'ambito delle inchieste sul domino finanziario Banca d'Italia-
Antonveneta-Popolare di Lodi-Bnl-Unipol. Tutti appartenenti alla maggioranza di governo. Nessuno di loro
ha sentito imbarazzo né l'impulso di dimettersi. Va aggiunto, nessuno glielo ha chiesto. Sorprenderebbe il
contrario da chi ha votato la depenalizzazione del falso in bilancio, tutti i provvedimenti per salvare Cesare
Previti e quelli per aiutare il premier e le sue aziende. Parlare di illegalità a chi da cinque anni governa così
l'Italia è semplicemente inutile. In un panorama così degradato è scontato chiedere garanzie sulla pulizia
morale dell'altra parte, l'opposizione, quella che tra quattro mesi potrebbe diventare maggioranza di governo.
…
Se per la legge sul conflitto di interessi si dovrà aspettare, almeno per quella del contrappasso il momento è
arrivato. E vede arrostito alla griglia, su giornali e trasmissioni asservite alla maggioranza di governo, Piero
Fassino, cultore del "Berlusconi, soggetto politico con cui bisogna dialogare e assolutamente da non
demonizzare". … http://www.isinsardegna.it/modules.php?name=News_Pro&file=article&sid=3043
***

Sono i giudici che debordano o sono le classi dirigenti che delinquono? Nel primo caso, si tagliano le unghie
ai giudici (cosa che peraltro avviene da dieci anni e più a questa parte). Nel secondo, si decide il da farsi.
Magari mandando queste classi dirigenti, se non in galera, almeno a casa. ... Invece chi più delinque più
avanza in carriera e, quando arrivano i giudici, il delinquente è più che mai al potere.
... destra e sinistra sono altrettanto insofferenti ai controlli di legalità della magistratura e quando si
scoprono "troppe collusioni e troppa corruzione", i due poli si attivano con norme "bipartisan" per mettere in
riga la magistratura.



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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Domande cruciali che richiedono risposte chiare e su cui bisogna trovare il tempo per riflettere.
Chi ha approvato, dal 1996 al 2001, una serie di leggi non previste dal programma di Prodi ma da quello di
Previti? Chi ha votato col Polo l'abrogazione del'abuso d'ufficio non patrimoniale, la controriforma dell'articolo
513 che gettava via le dichiarazioni accusatorie di Tangentopoli e Mafiopoli, l'articolo 111 della Costituzione
("giusto processo") che copiava il 513 appena bocciato dalla Corte costituzionale, la legge contro i pentiti di
mafia, la depenalizzazione dell'utilizzo di false fatture, la legge sulle indagini difensive che consente lo
strapotere degli avvocati prima ancora che venga avviata un'indagine da un magistrato, e così via? Chi ha
detto che bisognava depenalizzare i reati finanziari? Chi ha sollevato il conflitto di attribuzioni fra Parlamento
e Tribunale di Milano per mandare a monte i processi a Previti e Berlusconi per corruzione dei giudici? Chi
presiedeva la Bicamerale che, a suon di bozze Boato, ledeva l'indipendenza della magistratura ben peggio di
quanto non farà la controriforma Castelli dell'ordinamento giudiziario? E chi votò le bozze Boato in
Bicamerale? E chi salvò Previti e Dell'Utri dal carcere negando l'autorizzazione ai mandati di cattura spiccati
dai giudici di Milano e Palermo?
I partiti devono fare due passi indietro rispetto agli affari. Senza una distinzione chiara tra politica e
affari non si potrà mai pensare a organi di controllo efficaci. Se si forma un blocco unico, anche la
possibilità di interventi normativi efficaci del potere economico viene meno. Viene meno ogni distinzione fra
controllore e controllato. Su questa distinzione non si regge solo la democrazia, ma anche un serio mercato
capitalistico.
La questione non è quella di tenersi lontani dal mondo della finanza - che alcuni a sinistra si ostinano a
considerare come il luogo di perdizione di un‘etica superiore - ma quella assai più concreta di come e quali
rapporti sia lecito ed opportuno tenere. Tra politica e finanza vi possono e debbono essere rapporti, perché
spetta alla politica intervenire con provvedimenti atti a modificare struttura e comportamenti del sistema
finanziario e produttivo quando questi - come oggi in Italia - si rivelino inadeguati. Ma l‘esistenza di rapporti
richiede che sia elevata la qualità etica delle controparti, e chiaramente distinti i reciproci ruoli. ... Tutto
bene, dunque, nel comportamento dei Ds e del movimento cooperativo? Assolutamente no. La vicenda Unipol
ha infatti rivelato non solo comportamenti personali dei massimi dirigenti della società che al di là delle
conclusioni cui giungerà la magistratura sono comunque eticamente riprovevoli, ma anche una contiguità con
i gruppi protagonisti delle altre scalate del tutto inaccettabile. Urge dunque che i Ds e lo stesso movimento
cooperativo rompano ogni e qualsiasi rapporto non con il mondo della finanza in genere, ma con quei
finanzieri di assalto che hanno praticato ogni forma di market abuse sino a commettere veri e propri reati
penalmente perseguibili.- S. Passigli, senatore ds, ex repubblicano.
Negli anni di Tangentopoli eravamo alle prese con una politica arrogante, intrusiva, debordante, che dettava
le regole e magari le violava; oggi siamo di fronte a una politica evanescente che insegue gli eventi, piuttosto
che determinarli. Al posto dei partiti c'è una sorta di democrazia corporativa, gli interessi particolari
dominano il campo. Il rimedio è riprendere la strada della partecipazione e della rappresentanza. – Marco
Follini
La spregiudicatezza con la quale il centrodestra ha usato il potere ha generato nei cittadini la convinzione che
la politica sia uno strumento per tutelare i propri interessi e la sensazione che le regole della civile
convivenza siano un inutile lacciuolo di cui è possibile, anzi auspicabile, fare a meno.
Quel che ha suscitato una reazione di rigetto è veder mischiato il vostro nome (Fassino, D‘Alema) e il
movimento cooperativo con gente come Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola e gli altri «furbetti del quartierino»
in due operazioni incrociate, sotto le regìa improvvida di un governatore che, forse, si illudeva di mimare
Cuccia. Una contiguità vischiosa che vi ha impedito, fino all´ultimo, di unirvi alla generale richiesta delle
dimissioni di Fazio, ma, anzi, vi ha spinto a bollarla come «una canea». Pirani (vedi punto 2)
Sinistra stai con i deboli, via da arricchiti e speculatori. Le cooperative devono autoriformarsi tenendo fede
ai principi di onestà, efficienza e solidarietà. Guai se si omologassero alle multinazionali. Si deve pensare di
più a produrre beni e servizi e non solo realizzare plusvalenze. Bisogna evitare che pochi facciano guadagni
smodati e tanti altri fatichino a campare. Foa
Non siamo tra coloro che pensano che il danaro sia «lo sterco del diavolo» ma siamo convinti che ci sono modi
diversi di trattarlo, di guadagnarlo e di scambiarlo. I «furbetti del quartierino», coloro che giocano d´azzardo
con il danaro, non possono essere considerati alla stregua di coloro che rischiano, producono e fanno profitto
(o magari non ci riescono, come pure accade).
Per questo è apparso per lo meno singolare e sgradevole che alcuni dirigenti autorevoli dei Ds abbiano
volutamente ignorato questa differenza, quando nel corso di alcune interviste, si sono chiesti ironicamente
«Cos´ha Gnutti che non va?», «Cos´ha Ricucci che non va?».
Si è visto nel corso di pochi mesi cosa non andava in quei personaggi, nelle loro spericolate operazioni e nelle
loro sproporzionate ambizioni. E si spiega il disagio che oggi si manifesta non solo all´interno del movimento
cooperativo, ma anche nei Ds. - Miriam Mafai


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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Il telefonino di Consorte faceva concorrenza a quello di D‘Alema, era una specie di bicamerale in miniatura.
L'ex presidente e amministratore di Unipol è anche consigliere di Telecom Italia ... No comment ...
Spero che i testi delle telefonate vengano resi pubblici in modo che tutti possano constatare che si tratta di
conversazioni puramente informative e che non c'è nient'altro che uno scambio di opinioni" - Piero Fassino,
l'Unità, 13 agosto 2005 - Accontentato. - Marco Travaglio, 6 gennaio 2006.
La tragedia della malattia consiste nel fatto che ti consegna indifeso nelle mani di una professione nei
confronti della quale ogni persona di giudizio e ben informata nutre una profonda sfiducia. - George Bernard
Shaw
Si apprende più facilmente e ci si ricorda più volentieri di ciò che stimola il senso del ridicolo che di ciò che
merita stima e rispetto. - Orazio Flacco
La preghiera di un santo universalista, S. Basilio di Cesarea, 370 d. C.
―Dio accresci in noi il senso della fraternità con tutti gli esseri viventi,
con i nostri piccoli fratelli animali a cui Tu hai concesso di soggiornare con noi sulla terra.
Facci comprendere che essi non vivono per noi ma per se stessi e per Te.
Facci capire che essi amano al pari nostro la dolcezza della vita
e si sentono meglio al loro posto più di quanto noi non ci sentiamo al nostro‖.

Quando io dico il Padre nostro, dico così:
Padre nostro che sei nei cieli
nella terra e nel cuore di ogni essere,
sia santificato il Tuo Nome,
venga il Tuo Regno
per ogni tua creatura della terra,
del mare e dell‘aria,
sia fatta la Tua volontà
per il bene di tutti.
Dai ad ogni creatura
il cibo che non causa dolore,
perdona il male che facciamo a noi stessi
e ai nostri fratelli animali
e non indurci a giustificare le nostre colpe
ma liberaci dall‘egoismo e dalla presunzione.
Franco Libero Manco
Cartello in uno studio dentistico: Dio ci ha dato i denti due volte. La terza volta bisogna pagarli.
Epitaffio su una tomba di un dentista: Questa è l'ultima cavità che ho riempito.
La sconfitta di McDonald’s in Puglia.
Il grande palo rosso è stato smontato in segreto durante la notte. L'enorme "M" gialla alla sua estremità che
dominava piazza Zanardelli, uno dei punti centrali della città, è stata imballata furtivamente. A qualche
metro di distanza, le vetrate del McDonald's sono coperte da teloni di plastica bianchi, come se fossero il
sudario di una vittima sul campo della battaglia alimentare: ad Altamura oggi non si vendono più BigMac,
Chicken McNuggets o patatine fritte industriali. In questo piccolo paese della Puglia, a una quarantina di
chilometri da Bari, McDonald's ha dovuto fare le valigie. Sono passati già diversi mesi dalla ritirata
della grande multinazionale statunitense, ma Onofrio Pepe se ne fa ancora beffe: "Credevano di assediarci
con quel pilone che sembrava un totem! Ma noi li abbiamo cacciati a colpi di salsicce, focacce e pane tipico
del luogo. Siamo riusciti a respingerli". - Libération, Francia
Il fornaio che ha sconfitto McDonald's
6 gen 2006 - La battaglia di Altamura è durata cinque anni. Alla fine il gigante McDonald's ha dovuto battere
in ritirata, sconfitto dalle ricette tradizionali di un fornaio del luogo. La chiusura del McDonald di Altamura è
stata salutata come una vittoria della cucina europea sulla cultura dei fast food. "È una questione di libera
scelta", ha dichiarato Luigi di Gesù. I 65mila abitanti di Altamura non ci hanno pensato troppo: hanno
preferito i suoi deliziosi panini – mortadella, uova e scamorza, mozzarella, pomodoro e basilico – agli
hamburger del colosso Usa. http://www.italieni.it/article.php?id=6470


1     Ecco i trucchi delle banche di Sergio Cusani, un uomo che, diventato famoso a sue spese (con il carcere) durante
      Tangentopoli, oggi lavora per la Banca della solidarietà. - ...Come se uno andasse a scommettere alle corse dei cavalli e invece di
      prendersi il premio della vincita in danaro si prendesse il cavallo.




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                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

2    Lezione di storia per D’Alema e Fassino. di Mario Pirani - Quel che ha suscitato una reazione di rigetto è veder
     mischiato il vostro nome (Fassino, D‘Alema) e il movimento cooperativo con gente come Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola e gli
     altri «furbetti del quartierino» in due operazioni incrociate, sotto le regìa improvvida di un governatore che, forse, si illudeva di
     mimare Cuccia. ..
3    Se la tua banca fa affari con la guerra, perché non cambi banca? L’elenco delle banche “armate”. La
     Campagna Banche Armate, promosssa da Nigrizia, Missione Oggi e Pax Christi ha già dato i primi risultati: il gruppo Unicredito, il
     Monte dei Paschi di Siena e la Cassa di Risparmio di Firenze hanno promesso di sospendere qualsiasi operazione legata alle armi.
     Ma non illudiamoci troppo, teniamo gli occhi aperti.
4    Arbitro venduto. Sono i giudici che debordano o sono le classi dirigenti che delinquono?
5    Va proposta una nuova legge: accanto al nome del candidato sia aggiunta la sua fedina penale, così
     il cittadino potrà scegliere il pregiudicato che preferisce.
6    L’olocaustico dimenticato. - Dichiarazione al New York Times sottoscritta da otto sopravissuti omosessuali ai campi di
     sterminio: sono passati 10 anni da allora ma il velo di silenzio permane nella maggior parte dei media borghesi.
7    I canditi, dall'arabo qandat. - La giulebbatura, dall'arabo giulab, acqua di rose. - Geni arabi nella
     specialità "padana" - Il torrone e la “cubbaita”.
8    Aveva promesso meno tasse. Per se stesso è stato di parola ... - ... Per il condono fiscale del 2003 Berlusconi
     giura solennemente che non se ne avvarrà, poi naturalmente se ne avvale: dei 197 milioni di euro di tasse non pagate che gli
     contesta l'erario, ne paga solo 35; ora completa l'opera con 1800 euro per decine di milioni mai pagati. - Ma lui, sia chiaro, "non
     ha mai fatto affari con la politica. Anzi, ci ha solo rimesso". di Marco Travaglio
9    Le conquiste siciliane di Fiorani e le amicizie col prete-manager. L'irresistibile ascesa tra le banche
     dell'isola grazie al ruolo di Bucaro, indagato per riciclaggio.
10   La sinistra che vuole correggere il capitalismo di Eugenio Scalfari - ... Il presidente della Camera, Casini, ha
     dichiarato che non vuol più sentir parlare d´una superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si
     tratta di superiorità, bensì di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto
     scossa dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia, Udc, Lega,
     An. Quelle notizie sono scivolate come gocce d´acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del conflitto
     d´interessi di Berlusconi. Ma è invece bastato un sostegno «tifoso» e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all´Unipol per
     scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma
     è considerata diversa anche da chi non è di sinistra...
11   Supermulta agli spot delle superdiete. - Dentista ed odontotecnico: anche il paziente puo' essere responsabile per
     incauto affidamento di incarico. - Cioccolato scuro migliora funzionalità endoteliale nei fumatori.
12   Sanità, i buoni propositi per il 2006. - Centralità del cittadino, fondo per la non autosufficienza,
     integrazione socio-sanitaria e maggiore equilibrio fra territorio e ospedale. – Estratto Legge Finanziaria
     2006 attinente la Sanità http://www.doctornews.it/cont/Finanziaria_2006_sanita.pdf
13   Errori nei giudizi su Consorte. Fassino e D´Alema lo ammettano. G. Napolitano - L‘autocritica delle Coop.
     - L‘errore: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c´è già Berlusconi che lo fa, non si sente alcun
     bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra.
14   Senza etica non c'è politica. Senza una forte etica la politica è una ben misera cosa. di Antonio
     Padellaro - Mani pulite non ha imbrogliato nessuno ma ha, semmai, mandato in galera gli imbroglioni.
15   Prodi alla Quercia: più lontani dalla finanza. Veltroni: campagna grottesca, ma il tifo è un errore.
16   Legalità fuori legge di Furio Colombo
17   Flores d'Arcais: caro D'Alema, agitare la sconfitta è un ricatto. E’ come se un centravanti che avesse appena
     fatto autogol accusasse qualche tifoso di fischiarlo. È dai tempi della bicamerale che D'Alema, come politico di sinistra, fa solo
     autogol. - Le accuse di «Libero»: il premier socio di Consorte.
18   Manuale del perfetto magistrato. Piccolo manuale per i magistrati che vogliono vivere tranquilli e fare
     carriera. – Cap. 1, 2, 3, 4, … 13. Se siete convinti che la legge sia uguale per tutti, cominciate a
     preoccuparvi seriamente. Delle due l'una: o avete sbagliato mestiere, o avete sbagliato paese.
19   Il Tesoro “dona” 407 milioni ai dipendenti. Premio di produttività per una attività che è diminuita
     invece di aumentare. La caccia agli evasori ha reso 11 miliardi nel 2001 e 4,8 quest'anno!!! Un crollo che, insieme con altri
     dati, non pare dimostrare una efficienza tale da meritare regalie a pioggia. Chi urla scandalizzato contro i drastici tagli alle
     università si tiri su con lo spirito: quella montagna di soldi risparmiati ha fatto felici tante famiglie. Sono finiti infatti sotto
     l'albero dei dipendenti del ministero dell'Economia. Chiamati a spartirsi 407 milioni di euro e benedetti ciascuno, in media, da un
     «premio» di 6 mila. Che raddoppiano per centinaia di dirigenti e arrivano a punte, per i massimi vertici, di 55 mila euro. Cento
     milioni di lire. E poi dicono che lo Stato è povero e taccagno...
20   Brevi dal mondo. - Chicago: gli autobus si allargano per ospitare passeggeri sempre piu' obesi - La
     polizia blocca un festival gay - Vietate le decadenti note musicali occidentali - Superato il miliardo di
     internauti. – Cina, per la prima volta multate aziende per inquinamento.
21   Brevi dall’Europa. - Diritto all'eutanasia nel cantone di Losanna - Il motore diesel rappresenta il futuro
     dell'auto pulita in Europa - I fumatori sono colpevoli dei propri mali - La Chiesa cattolica deve pagare
     l'Iva - Chiunque puo' adottare un bambino.
22   Stanchi di una politica che ha bisogno dei giudici per fare i conti con questa plateale e continua
     manomissione della libera concorrenza.


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                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

23   La Francia legalizzera' il peer to peer. La Camera dei deputati ha approvato una norma che
     permette il file sharing libero, dietro pagamento di una modica tassa.
24   Fiorani e il Cavaliere. Il rapporto privilegiato con Forza Italia. I legami con la famiglia Berlusconi.
     L'appoggio politico alle scalate. L'ex boss di Bpl racconta il Grande Progetto.
25   I Beni culturali in rovina. - Finora non è stato rivelato quale sia il progetto della coalizione di centrosinistra su questo
     fronte delicatissimo e vitale, e speriamo di saperlo presto. Un´inversione di tendenza è necessaria, ma perché sia efficace
     occorrerà alla sinistra anche una buona dose di autocritica.
26   Strano ma vero. - La carta igienica? Ora si vende in chiesa - Divorzia senza dire niente alla moglie -
     Australia, irrompe nudo in chiesa durante la messa. - Marito finge sequestro per spassarsela con
     l'amante. Vicon, il condom-vibratore, regalo del momento in Giappone. - Spogliarelliste in rivolta, le
     guida la regina dell'hard.
27   Legge vergogna persino per una repubblica delle banane. - Stabilire la perseguibilità del falso in
     bilancio a querela dell'azionista è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro...
28   Le banche, i conflitti di interesse e le accuse ai pm. Alexander Stille. - Da dieci anni ormai Panebianco, Sergio
     Romano ed Ernesto Galli della Loggia sembrano sempre trovare un maggior numero di colpe nei magistrati che portano alla luce la
     corruzione, rispetto a coloro che hanno infranto la legge, e sdrammatizzano l´importanza dei conflitti di interesse di Berlusconi
     con un migliaio di "distinguo" e di cavilli.
29   La piazza e il voto di Marco Travaglio
30   Prodi rilancia «Per costruire un´Italia migliore, subito il partito democratico". Senza unità
     rischiamo grosso, ci vuole uno scatto. - Il Partito Democratico: una necessità.
31   La politica non ha più progetti e si fa divorare dagli affari. Intervista a Cacciari
32   Travaglio chiede spiegazioni ai vertici DS - «Ds, un partito a sovranità limitata» - La difesa di D‘Alema, il più pulito ha
     la rogna e quindi cosa volete da noi, non è accettabile. Queste cose me le aspetto da Berlusconi o, ai tempi, da Craxi. Gli elettori
     di Berlusconi sono uguali al cavaliere quindi se lo meritano.
33   Il tesoro dei «furbetti»? Come 4 Tangentopoli. La Procura di Milano ha sequestrato finora 300 milioni,
     con tutta Mani pulite ne recuperò 75.
34   I conti non tornano. Il SSN spende 54 milioni per gli italiani che soffrono di emorroidi. Ma una
     tecnica che abbatterebbe costi e dolore è sottoutilizzata.
35   L´Ocse boccia la scuola italiana della Moratti. Italia agli ultimi posti nel rapporto sull´istruzione -
     Pochi diplomati e laureati, investimenti da Terzo Mondo. Il nostro sistema educativo risulta poco efficiente e non adeguato alla
     settima potenza industriale del mondo. Un elevato numero di insegnanti, costi rilevanti ma nei test di apprendimento i nostri
     allievi sono agli ultimi posti. Anche Malesia, Perù e Filippine ci superano nella percentuale dei titoli di studio. I docenti sono più
     vecchi della media e i loro stipendi fra i più bassi d´Europa.
36   Strano ma vero. - Vende droga 3 volte di seguito allo stesso poliziotto - Professore da record fa lezione
     per 4 giorni - La nonna delle prostitute lascia il marciapiede a 65 anni.
37   E la pensionata porta il premier dal giudice. - Il 28 febbraio il presidente del Consiglio davanti al
     magistrato di pace di Roma. La signora, 78 anni: Ho votato per lui. Non mi ha dato l'aumento promesso.
38    L´assedio allo Stato laico - … Divorzio, aborto, convivenza fuori del matrimonio sono comportamenti ormai diffusissimi
     nel nostro paese. Nessuno li considera reato, anche se la Chiesa li condanna. Ma fino a non moltissimi anni fa, fino alla fine degli
     anni 60, gli stessi comportamenti erano perseguibili penalmente: la donna che avesse commesso adulterio o si fosse sottoposta ad
     aborto poteva esser portata in Tribunale e condannata secondo le norme del Codice Rocco. - … ai cattolici e alla Chiesa si chiede
     di non scambiare il pieno diritto di cittadinanza della loro fede, con il diritto ad una piena rispondenza fra i propri principi e la
     legge dello Stato".
39   Il meno peggio. Beppe Grillo e Marco Travaglio: le valutazioni su Fassino.
40   Microsoft di sua iniziativa chiude un blog di un giornalista dissidente cinese. "Rispettiamo le leggi di
     Pechino! dichiara la Microsoft in linea con una precedente analoga azione di Yahoo. (e, in nome degli affari e del dio denaro,
     abbiamo rinunciato a difendere nel mondo i principi di libertà e rispetto della dignità delle persone. Forse non sarà fuori luogo il
     boicottaggio o qualche forma di protesta contro Yahoo e Microsoft !! I Verdi di Firenze rinunciano a Yahoo come server per il loro
     forum. ndr)
41   Mills, Silvio e i figli. Diritti tv, l’inchiesta sull’impero off shore. - Una bugia dopo l'altra. - Il gioco
     delle tre carte. - La prova regina. - Quelle 35 casse scomparse. - Regali o mazzette?
42   Banditalia. - A furia di ripetere che "non è una nuova Tangentopoli", lo scandalo Banditalia comincia a somigliare parecchio a
     Tangentopoli. - Del resto, nella Tangentopoli molti partiti - Pds, Lega e An -manifestavano sotto il Tribunale di Milano a favore dei
     giudici. Oggi, per vari motivi, si tengono a debita distanza.
43   Poteri forse. - I primi a evocare il fantasma dei poteri forti, agli albori di Mani Pulite, furono i
     ciellini, che nel '92 già invitavano l'agonizzante Prima Repubblica in un bel «governissimo» fra Dc e Pds contro «i poteri forti
     della grande finanza e dei mass media». – Poi Craxi, … e infine Berlusconi, potere forte quant'altri mai. Il politico più ricco del
     mondo e più potente d'Italia, che si dipinge come un potere debolissimo tuonando contro i «poteri forti», tutti -chissà mai perché-
     «schierati a sinistra».




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                                            sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                            Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                          10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

44      Davvero un bel libro, non stampiamolo. - ... Nel 1988 Mauro dava fastidio agli ex compagnucci di Lotta continua, coi
        quali aveva rotto fin dal 1976; a quel nababbo trafficone di Cardella, amico di Craxi e Martelli e coinvolto in strani affari anche
        con l'Africa e l'America centrale; al clan craxiano, per il suo antiproibizionismo sulle droghe; a un'organizzazione dedita alle
        tangenti sulla cooperazione e al traffico d'armi con la Somalia; e infine, ma solo infine, alla mafia, per le sue denunce dagli
        schermi di Rtc".
45      Italianieuropei (e Piduisti), unitevi di Marco Travaglio - In attesa che i vari partiti dell'Unione si mettano d'accordo,
        par di capire che le leggi vergogna resteranno in vigore anche con il centra-sinistra al governo. E a un convegno di Italianieuropei
        viene invitato a parlare del programma sulla giustizia l'ex piduista Valori, dalla istruttiva storia personale. Non abbiamo ancora
        cominciato che gia cominciamo bene...
46      Da una società "Usa e Getta" ad una società "Usa e Ricicla". La medaglia d'oro conquistata dal Giappone nel 2004,
        nelle Olimpiadi "virtuali" del Riciclo non è un caso. (www.planetark.com)
47      Rimozione Forzata. - ... destra e sinistra sono altrettanto insofferenti ai controlli di legalità della magistratura, e quando si
        scoprono "troppe collusioni e troppa corruzione", i due poli si attivano con norme "bipartisan" per mettere in riga la magistratura.
48      La moderna Tangentopoli si chiama Bancopoli ed è peggio di 13 anni fa - I vari Fiorani, Gnutti, Ricucci e
        compagnia bella non sono le mele marce di un sistema sano piuttosto gli anelli deboli di una catena forte, fatta di legami
        indiscussi ed indissolubili, di omertà e complicità. - Personaggi che ritornano... di A. Di Pietro
49      Elogio di Antonio Fazio. L'apoteosi della truffa, perché tale è la creazione di denaro sul debito,
        perché tale è il signoraggio.
50      Marco Nostradamus e la Merchant Bank - ... l'idea di arrestare uno scippatore che ti porta via il portafoglio
        con cento euro e di non arrestare uno che ti porta via i risparmi di tutta una vita forse denota una concezione
        malata della politica. - ... o ci ritroveremo le liste di nuovo piene di inquisiti e di condannati, con l'alternativa se
        votare un ladro di destra o un ladro di sinistra. - Trascrizione letterale dell'intervento di Marco Travaglio all'assemblea dei
        Girotondi, sul tema "centrosinistra e questione morale", teatro Vittoria, Roma, 14 gennaio 2004
51      Le pagine gialle della P2 ... Ovvero, cosa fanno adesso? di Marco Travaglio
52      Silvio l’Africano. Qui narriamo dell‟amicizia d‟affari tra la famiglia Berlusconi e un dittatore dell‟Africa ex
        italiana: Isayas Afeworkl, signore della guerra in Eritrea ... Inchiesta della rivista cattolica dei gesuiti «Popoli»
        diretta da un giovane laico - Stefano Femminis che fa capire quale impegno guiderà la rivista: «Fedeltà e coraggio
        per avere individuato la promozione della giustizia come parte integrante della nostra missione».
53      Vendute e comprate, la lunga storia delle sentenze Imi-Sir di Marco Travaglio
54      Pomodori e buoi dei paesi tuoi.

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                                       sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it




1     Ecco i trucchi delle banche di Sergio Cusani, un uomo che, diventato famoso a sue spese (con il carcere) durante
      Tangentopoli, oggi lavora per la Banca della solidarietà. - ...Come se uno andasse a scommettere alle corse dei cavalli e invece di
      prendersi il premio della vincita in danaro si prendesse il cavallo.
Prestiti al limite d'usura e operazioni stile Fiat. - Banche, i vostri utili a nostre spese. - Ricucci e la Fiat:
furbetti e furboni della finanza: il primo il furbetto del quartierino i secondi i furboni dei quartieri alti.
24 dicembre 2005 http://www.ilmanifesto.it/ricerca/ric_view.php3?page=/Quotidiano-
Recentemente mi è arrivata a casa una carta di credito della società Consel che fa parte del gruppo Banca Sella, che
fa capo al Presidente della Associazione Bancaria Italiana, Maurizio Sella,che offre un prestito per un importo di
mille euro con un rimborso di 50 euro al mese. Nella lettera, per la prima volta, viene applicato un principio di
assoluta trasparenza: Taeg-tasso di interesse annuale effettivo globale del 18,16%; commissione di invio 1,21 euro;
imposta di bollo 1,81 euro e altro. Se si versano i soldi su un conto corrente bancario gli interessi che vengono
riconosciuti sono dello 0,010% annuo. Un differenziale tra tassi attivi e passivi del 18,15%, che non ha bisogno di
commenti. Per capire quanto ciò sia scandaloso, basta fare un semplice controllo. Il tasso di usura
è il 18,81%: tasso di usura 18,81% meno 18,16% che fa pagare Consel, la differenza è dello 0,65%. Solo lo 0,65% evita
alla finanziaria del Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana di esercitare l'usura. In realtà se al Taeg-tasso
annuo effettivo globale si aggiungono commissioni, spese di gestione e di bollo complessivamente si supera, di fatto,
il tasso di usura.
E' ovvio che, con l'incremento diffuso della povertà in vasti strati sociali, chi ha un problema urgente da risolvere è
costretto ad accettare i mille euro offerti e a pagare questo tasso. Poi passa, come molto spesso accade, all'usuraio,
quello non ufficiale, quello che non ha la carta intestata.
Oggi sono le banche che apertamente svolgono questa attività di finanziamento ai limiti dell'usura mentre un tempo
era considerata dal gotha delle banche una attività «disdicevole» demandata a finanziarie ai margini del sistema
anche se erano «carsicamente» collegate, di fatto anche se non formalmente, con il sistema delle banche.
Una brochure distribuita dalla Fiom di Milano dal titolo «Da Antonventa a Bankitalia: cronaca di una crisi annunciata»
e che come sfondo di copertina un cartello che recita «Banche, i vostri utili a nostre spese» c'entra in pieno il
problema che è di assoluta attualità.
E' in corso un processo in accelerazione di bancarizzazione del sistema industriale e commerciale: in particolare è
sempre più diffusa la pratica di cercare di difendere il livello dei consumi facendo indebitare il consumatore così
spingendolo ad acquisti che altrimenti non si potrebbe permettere. E non parliamo di acquisti di beni superflui ma di
acquisti di prima necessità come ad esempio gli alimentari.
Tutto ciò produce nel tempo effetti devastanti, perché con questo sistema di indebitamento quotidiano si rimane
intrappolati a vita in un meccanismo dal quale uscire è praticamente impossibile e che trasferisce tutti i problemi,
aggravati, alle generazioni successive. Si tende a «bancarizzare» l'esistenza umana, aumentando il senso di
sbandamento, insicurezza e angoscia dell'essere umano.
Le banche stanno prendendo un ruolo sempre più invadente e penetrante nella vita quotidiana di tutti. In particolare
vorrei entrare nel merito del ruolo che il sistema bancario ha avuto recentemente nel caso della famiglia Agnelli in
relazione alle modalità con cui gli Agnelli hanno «ricomposto» la loro quota del
30% del capitale sociale di Fiat dopo l'ingresso degli Istituti di credito nel capitale Fiat a seguito del prestito
«convertendo».
Una lievissima differenza corre tra l'operazione della famiglia Agnelli e quelle del noto immobiliarista Stefano
Ricucci: i primi i furboni dei quartieri alti, il secondo il furbetto del quartierino.
Le operazioni dei quartieri alti si differenziano da quelle del quartierino soltanto perché formalmente e
tecnicamente eleganti e perché godono di consolidate acquiescenze da parte degli istituiti di controllo dei mercati
finanziari.
Gli Agnelli hanno usato impropriamente uno strumento (equity swap) che fa parte della galassia della speculazione
pura cioè dei derivati - che usualmente si tratta cash - per mascherare nella realtà un'operazione di acquisto di
azioni di una propria controllata quotata in borsa, la Fiat, e sfuggire, sempre con eleganza, al controllo della
Consob: ma forse è stata fatta in consonanza con la stessa Consob.
Grazie a grandi professionisti, che magari dichiarano di far parte di ambiti vicini alla sinistra, gli Agnelli hanno anche
trovato l'escamotage di vendere i propri diritti derivanti dall'aumento di capitale destinato alle banche così da
sfuggire, se avessero dichiarato gli acquisti di azioni Fiat sul mercato di Borsa, al meccanismo dell'Opa obbligatoria
su tutta la Fiat che la famiglia Agnelli non si sarebbe potuta permettere. Anzi, a tal fine, l'operazione di acquisto di
azioni Fiat, formalmente di equity swap, è stata fatta estero su estero da Exor International (gruppo Agnelli) con
Merryl Linch Internatinal magari per sfuggire a eventuali curiosità di qualche procura nazionale, oltre a poter in tal
modo manovrare acconciamente le plusvalenze visto che il titolo Fiat, grazie agli acquisti, è salito in pochissimi mesi
da euro 4,7 a circa 7 euro. Tutto ciò con l'evidente appoggio del sistema bancario che ha applaudito all'operazione
dichiarando che in tal modo la famiglia Agnelli avrebbe confermato il proprio impegno in Fiat come azionista di

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                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

riferimento e gestore del gruppo. Operazione in realtà soltanto in piccola parte sostenuta dagli Agnelli, ma in gran
parte pagata dagli azionisti di minoranza della quotata Ifil (gruppo Agnelli), che controlla il 30% di Fiat. Per capirci
meglio è come se uno andasse a scommettere alle corse dei cavalli e invece di prendersi il premio della vincita in
danaro si prendesse il cavallo. Sergio Cusani www.ilmanifesto.it

2     Lezione di storia per D’Alema e Fassino. di Mario Pirani - Quel che ha suscitato una reazione di rigetto è veder
      mischiato il vostro nome (Fassino, D‘Alema) e il movimento cooperativo con gente come Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola e gli
      altri «furbetti del quartierino» in due operazioni incrociate, sotto le regìa improvvida di un governatore che, forse, si illudeva di
      mimare Cuccia. ..
10.1.2006 da La Repubblica di M. Pirani - Nell‘intervista di Fassino a "Repubblica", così come nell´ampia
esposizione di D´Alema nelle due pagine di forum sull´"Unità", il sentimento che sembra prevalere è quello
dell´orgoglio offeso. Eppure in nessuna delle persone per bene che in questi mesi li ha criticati per la vicenda
Unipol ha mai albergato il minimo sospetto sulla loro personale integrità. D´altro canto le campagne
invereconde della destra, soprattutto per il pulpito da cui vengono, non dovrebbero impensierirli più che
tanto, così come avvenne per Telekom-Serbia o Mitrokin e altre simili bufale. E allora perché prenderle tanto
sul serio ora? Perché confondere le critiche con le offese?
Perché far appello allo spirito di partito e alla solidarietà degli alleati e denunciare – lo hanno fatto sia
D´Alema che Fassino con una immagine rinvenibile solo nelle concioni berlusconiane – «l´odio» di quanti
«lavorano» contro i ds e se potessero «far loro la festa sarebbero molto contenti», visto che «sono disposti ad
uccidere (sic!) l´avversario politico». È un linguaggio e una tattica di soffocamento del dibattito che
speravamo non tornasse mai più. Risale a tempi lontani, quando ogni dissenso interno o viciniore, ogni
contestazione della «linea» ufficiale venivano emotivamente e sprezzantemente respinti come correità col
nemico e sottovalutazione dei «gravissimi pericoli» sempre incombenti: il ricorrente «riarmo tedesco», la
minaccia dell´imperialismo Usa, le «forze oscure della reazione in agguato».
Se, mettendo da parte questa dannosa coazione a ripetere, i dirigenti ds, volessero leggere senza sufficienza
ma con accorata attenzione le tante e-mail e i messaggi che hanno sommerso in queste settimane la posta dei
lettori dell´"Unità" (ma anche del nostro giornale) essi riuscirebbero ad individuare meglio le radici del dolore
diffuso che ferisce oggi tanta parte del popolo di centrosinistra e saprebbero prendere le iniziative
convincenti per porvi rimedio. È ancora possibile che questo avvenga poiché siamo convinti che il gruppo
dirigente riformista sia perfettamente in grado di recuperare, laddove essi siano scalfiti, quei valori etico-
politici radicati, non da oggi, nell´animo del loro elettorato e che lo rendono radicalmente alternativo al
berlusconismo così da rifuggire da ogni contaminazione, fosse pure solo di apparenza o di metodo, come ha
spiegato con parole esemplari Eugenio Scalfari. Sia ben chiaro – non ci siamo mai stancati di ribadirlo – che
non di questione morale si tratta e men che meno di comportamenti illegali.
Solo uno sfacciato cinismo e la propensione alla menzogna può consentire ad un premier, simbolo mondiale
del conflitto di interesse, che ha legiferato ad personam tramite i suoi avvocati, fatti nominare in
Parlamento, vilipeso la Magistratura, eluso i processi, solo quel cinismo inverecondo consente a Berlusconi le
compiaciute dichiarazioni per far passare il subdolo slogan «siamo tutti eguali».
Ma proprio perché non è vero duole ancor più che un grave errore di strategia politica ed anche il modo con
cui molti dirigenti ds hanno reagito alle critiche, abbia prestato il fianco e concimato il terreno perché la
gramigna del qualunquismo populista tornasse a rifiorire.
Dando, peraltro, per scontate le calunnie dei vari Bondi, Cicchitto, Schifani e altri consimili portavoce, ci
sembra, quindi, del tutto deviante la denuncia di una presunta «feroce campagna di delegittimazione dei ds»,
di una malevola speculazione che vedrebbe «i giornali controllati dalla Confindustria – Corriere, Stampa e 24
Ore – attaccare fino all´insulto con violenza i ds», di una manovra «che vede amici del centrosinistra
insorgere contro Unipol, frequentatori di salotti in cui siedono proprietari di giornali a cui fa comodo dire che
D´Alema e Unipol hanno un certo disegno politico».
Amici e compagni di un tempo, tornate in voi! È far torto alla vostra e all´altrui intelligenza pensare che la
tumultuosa discussione che vi ha investito nell´ambito delle vostre alleanze da parte di giornali come "24
Ore", organo della Confindustria, "Il Corriere", "La Stampa" o anche dalle colonne del nostro quotidiano siano
state ispirate dal timore che l´acquisizione della Bnl da parte di Unipol, un evento economicamente alquanto
marginale, squilibrasse pericolosamente gli equilibri capitalistici o soltanto turbasse l´atmosfera dei «salotti
buoni».
Oltretutto come è possibile un giorno auspicare che il direttore di "24 Ore", Ferruccio De Bortoli, accetti la
candidatura a sindaco di Milano (prima della vocazione prefettizia del centrosinistra) o giudicare come una
svolta salutare la gestione confindustriale di Montezemolo e il giorno dopo individuarli come registi di «una
aggressione violenta» tesa a delegittimare il principale partito della sinistra, al solo scopo di impedire che una
banca in cattive acque passi da Abete e gli spagnoli a Consorte e Gnutti? No, quel che ha turbato, suscitato
preoccupazioni, alimentato critiche proprio nel vostro elettorato, nelle file e in una parte dei dirigenti del

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

partito ds e tra quanti, anche al di fuori di esso, seguono con fiducia il vostro anelito riformista è ben altro e
di questo si deve discutere. Il caso Unipol è solo un test di un processo di straniamento in atto da tempo che
minaccia la natura stessa, i valori e la visione politica di un partito decisivo per la democrazia italiana,
prefigura metodi di gestione della cosa pubblica che contraddicono le aspirazioni a un rinnovamento radicale,
profondamente sentite dalla società italiana dopo la devastazione berlusconiana. Quel che ha suscitato una
reazione di rigetto è veder mischiato il vostro nome e il movimento cooperativo con gente come Fiorani,
Gnutti, Ricucci, Coppola e gli altri «furbetti del quartierino» in due operazioni incrociate, sotto le regìa
improvvida di un governatore che, forse, si illudeva di mimare Cuccia. Una contiguità vischiosa che vi ha
impedito, fino all´ultimo, di unirvi alla generale richiesta delle dimissioni di Fazio, ma, anzi, vi ha spinto a
bollarla come «una canea».
A scusante dite che il vostro è stato al massimo un «peccato di tifo»! Siamo seri, non è così. Non stiamo
discutendo dell´ingenua telefonata di Fassino a Consorte, ben poca cosa se non fosse correlata a ben altri
precedenti a cominciare dalle due decisive e ampie interviste di luglio dello stesso Fassino e di D´Alema a "24
Ore" per giustificare, proprio, l´intreccio con Ricucci e soci. Vi si poteva leggere: «Non c´è una attività
imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un´altra né sul piano morale né su quello
economico. È tanto nobile costruire automobili quanto operare nel settore finanziario o immobiliare» o,
anche: «Aprire un dibattito pubblico (su Fazio) significa arrecare un danno ulteriore all´immagine
dell´Italia... E che cos´ha che non va Gnutti?». Interrogativi che ne richiamano altri, risalenti alla famosa Opa
Telecom (1999), favorita esplicitamente da D´Alema, che ancora oggi ne rivendica l´avallo, in cui
ricorrevano, accanto a Colaninno, i nomi dei soliti Gnutti e Consorte. Un´operazione che andrebbe giudicata
in base alle cifre: al momento dell´Opa la Telecom, guidata da Bernabé che, su indicazione di Prodi e Ciampi,
puntava a trasformarla in una «public company», non aveva un soldo di debiti ed era una delle pochissime e
valide grandi industrie italiane. Subito dopo l´Opa, avvenuta a credito e con la svendita di Omnitel, la
Telecom si ritrovò con una trentina di miliardi di euro di debiti, che negli anni seguenti sono aumentati fino a
42. Se, allora, l´errore fu di credere ai «capitani coraggiosi», oggi i sostenitori della scalata alla Bnl sembrano
giustificare le cattive compagnie con il legittimo desiderio di rafforzare il movimento cooperativo.
In proposito dico subito che trovo il cosiddetto collateralismo assolutamente normale, frutto di una storia
centenaria del movimento socialista e comunista ed oggi, in epoca di riformismo conclamato, ancor più
naturale. Sempre che le cooperative, pur ammodernando gli strumenti di azione, restino fedeli alla loro
missione solidaristica, associativa, calmieratrice dei prezzi, organizzatrice di servizi concorrenziali con i
privati e, soprattutto, non-profit, come ha ben spiegato Giorgio Ruffolo su "Repubblica". Per contro, il
sostegno a Consorte e soci ha rappresentato il contrario. Una delle figure più eminenti e specchiate della
sinistra, Bruno Trentin, segretario generale della Cgil negli anni delle grandi lotte operaie, ha detto parole di
fuoco: «Pretendendo di essere imprese "come le altre" e questo con un appoggio superficiale delle forze di
sinistra, le cooperative si sono private di quegli anticorpi che avrebbero dovuto garantire la coerenza tra il
comportamento dei manager con le regole di una impresa mutualistica e solidale... Rendere le cooperative
più efficienti per che cosa? Solo per la ricerca di un arricchimento finanziario? Non solo l´Unipol ma una parte
non piccola del movimento cooperativo, ha assunto comportamenti che fuoriuscivano completamente dalla
propria missione... sembra che gran parte del movimento cooperativo abbia perso l´anima in questa
trasformazione». Forse D´Alema, Fassino, Bersani, accecati come «tifosi» di una curva Sud, non se ne erano
accorti? O anche Trentin, assieme a Epifani, i ds di Siena, i cooperatori toscani e lombardi che si sono opposti
fin dal primo giorno all´Opa Unipol fanno parte del complotto denunciato con asperrimi epiteti? Di tutto
questo bisognerebbe discutere e speriamo che la direzione ds lo faccia con coraggio. Un coraggio che
dovrebbe nascere proprio dalla consapevolezza che non di questione morale si tratta e che nessuno, a parte i
corifei della destra più cialtrona del mondo, accusa il partito di aver lucrato tangenti illegali e occultato
sporchi affari.
Ripeto, qui è in gioco una scelta strategica di fondo: mirare a governare il paese attraverso l´occupazione di
tutti gli spazi di potere possibile, compresi quelli economici; oppure intraprendere, assieme all´Unione, una
grande opera che ridia alle forze democratiche una salda egemonia culturale, recuperi valori dispersi, liberi
gli spazi dell´amministrazione, dell´economia, della gestione sociale dalla occupazione partitica, tracci nei
fatti e nei comportamenti un profilo alternativo al berlusconismo. Il nostro allarme nasce dal timore che ci si
sia fin troppo inoltrati lungo la prima strada. Magari con le migliori intenzioni. Le stesse che animavano
Fanfani quando, per combattere l´influenza della grande industria e darsi una struttura economica
controllata dalla Dc, creò, imperniandolo sull´Iri e l´Eni, il sistema delle Partecipazioni statali con relativo
ministero. Poi, con gli anni, fatte alcune buone cose, quel sistema degenerò fino a Tangentopoli. L´altro
precedente è Craxi che, aspirando giustamente alla autonomia del Psi, privo, però, delle sovvenzioni che
arrivavano alla Dc, da un lato, e al Pci, dall´altro, s´inventò un meccanismo tangentizio che inizialmente potè
apparire indispensabile al suo disegno politico, ma finì, poi, per annientare l´inventore e il suo partito.
Evidentemente la Storia non insegna nulla a nessuno.

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                                                           Miscellanea
                                       sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it


3     Se la tua banca fa affari con la guerra, perché non cambi banca? L’elenco delle banche “armate”. La
      Campagna Banche Armate, promosssa da Nigrizia, Missione Oggi e Pax Christi ha già dato i primi risultati: il gruppo Unicredito, il
      Monte dei Paschi di Siena e la Cassa di Risparmio di Firenze hanno promesso di sospendere qualsiasi operazione legata alle armi.
      Ma non illudiamoci troppo, teniamo gli occhi aperti.
Controlla se la tua banca fa parte della lista e decidi se vuoi continuare a servirtene. Se è nella lista delle
"Banche Armate" scrivile per segnalarle che non approvi tale genere di operazioni. Ricorda che questo tipo di
scelte consapevoli nel quotidiano contano di più di un voto e hanno più effetto di tante astrazioni su pace,
giustizia e solidarietà.
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La tua banca fa affari con la guerra?
Il made in Italy è in crisi? Non preoccupatevi la produzione di armi va a gonfie vele. L'industria bellica italiana
colleziona nuove autorizzazioni all'esportazione per quasi 1,5 miliardi di euro con un incremento del 16%
rispetto all'anno precedente. Nella relazione presentata dalla Presidenza del Consiglio, si registra un
incremento notevole delle transazioni bancarie per i materiali d'armamento, che nel 2004 hanno raggiunto la
nuova cifra record di 1.317 di euro.
Ma a chi vendiamo le armi di guerra? I principali destinatari delle autorizzazioni sono il Regno Unito (15,52%),
seguito dalla Norvegia (13,36%), Polonia (8,89%), Portogallo (8,55%), Stati Uniti (6,50%), Grecia (5,74%),
Malaysia (5,02%), Repubblica Ceca (3,73%), Svezia (3,31%) e Turchia (3,24%). Nell'elenco compaiono paesi
dove vi sono violazioni dei diritti umani tra cui Malaysia e Turchia, stati in conflitto tra cui India (2,79%) e
Pakistan e la Cina, nonostante il reiterato embargo da parte dell'Ue.
 Due singole banche ricoprono quasi il 60% delle esportazioni: si tratta di Banca di Roma (per un valore
complessivo di quasi 400 milioni di euro) e Gruppo bancario San Paolo Imi (366 milioni di euro). Seguono la
Banca Popolare Antoniana Veneta (121 milioni), la cui conquista da parte di Fiorani-BPItaliana e amici è
fallita, e la Banca Nazionale del Lavoro (71 milioni), che invece Consorte-Unipol cerca ancora di catturare,
pur sotto inchiesta.
Si registrano invece segnali positivi da parte di Unicredit (solo l'1,5% delle autorizzazioni quest'anno)
Banca Intesa (1,7%) che lo scorso anno ha dichiarato il proprio disimpegno dal settore, insieme all'uscita
pressoché definitiva del Monte dei Paschi di Siena.
E' da rilevare con preoccupazione l'ingresso della Banca Popolare di Milano, che si aggiudica 22 commesse
per oltre 53 milioni di importi autorizzati, più del 4% del totale. Preoccupa soprattutto perché è uno dei
"sostenitori storici" di Banca Popolare Etica.
 INFO: www.disarmo.org, www.unimondo.org
Per consultare i dati ufficiali vedi la relazione presentata alla Camera dei Deputati:
www.camera.it/_dati/leg14/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/067/elenco.htm
Per conoscere le partecipazioni nel capitale delle bance: www.abi.it
Alcune banche possono comparire in più liste perché partecipate da diversi gruppi bancari.
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 BANCHE ARMATE 2005 - LE BANCHE DIRETTAMENTE COINVOLTE
(che hanno effettuato transazioni finanziarie legate al commercio delle armi nel 2004)
 ABC International Bank PLC
ABN - AMRO Bank
Arab Banking PLC
Arab Banking Corporation
Banca di Roma (Gruppo CAPITALIA)
Banca Intesa
Banca Nazionale del Lavoro
Banca Popolare Antoniana Veneta
Banca Popolare dell'Emilia Romagna
Banca Popolare di Lodi
Banca Popolare di Milano
Banca Popolare di Vicenza
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria
Banco di Brescia (Gruppo BANCA LOMBARDA)
Banco di San Giorgio (Gruppo BANCA LOMBARDA)
Banco di Sicilia (Gruppo CAPITALIA)
Barclays Bank PLC
BIPOP - CARIRE SPA
BNP PARIBAS Succursale Italia

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                                  sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                  Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Calyon - Corporate and Investment Bank
Cassa di Risparmio della Spezia (Gruppo CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE)
Cassa di Risparmio di Lucca
COMMERZBANK Aktiengezellschaft
Credit Agricole Indosuez
Credit Lyonnais Italia
Credito Bergamasco (Gruppo BANCA POPOLARE DI VERONA)
DeutscheBank S.p.A.
Gruppo Bancario S. Paolo IMI
HSBC Bank plc
Société Générale
UBAE Arab Italian Bank S.P.A.
UniCredit Banca d'Impresa (Gruppo UNICREDITO ITALIANO)
 **********
 LE BANCHE CONTROLLATE DAI GRUPPI BANCARI ARMATI
 GRUPPO BIPOP-CARIRE
Banca Popolare di Brescia
CR Reggio Emilia
Banca Fineco
Banca del Popolo di Trapani
ICQ - Banca Cisalpina
 GRUPPO BANCA POPOLARE ITALINA (ex BIPIELLE, Lodi)
Cassa di Risparmio di Lucca
Cassa di Risparmio di Pisa
Cassa di Risparmio di Livorno
Banca Popolare di Mantova
Banca Popolare di Crema
Banco di Chiavari
Banca Popolare del Trentino
Banca Bipielle Adriatico
Banca Valori
Banca Popolare di Vicenza
Banca Nuova
 GRUPPO BANCA ANTONVENETA
Banca Antoniana Popolare Veneta
Credito Industriale Sanmarinese
Interbanca
Antonveneta Abn Amro Bank
Banca di Credito Popolare di Siracusa
 GRUPPO BNL
Banca Nazionale del Lavoro
Artigiancassa
Coopercredito
 GRUPPO BANCA POPOLARE DI VICENZA
Banca Popolare Vicenza
Banca Nuova
Banca Idea
Banca del Popolo - Trapani
 GRUPPO BANCA POPOLARE DELL'EMILIA ROMAGNA
Banca Popolare Emilia Romagna
Banca CRV - CR Vignola
Banca del Monte di Foggia
Banca Popolare di Aprilia
Banca Popolare Castrovillari e Corigliano Calabro
Banca Popolare di Crotone
Banca Popolare di Lanciano e Sulmona
Banca Popolare di Ravenna
Banca Popolare di Salerno
CR della provincia dell'Aquila

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                                       sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
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Banca Popolare Materano
Banca popolare della Val d'Agri
Banca Popolare di Sinni
Banca Popolare dell'Irpinia
Banca di Sardegna
 GRUPPO CAPITALIA- BANCA DI ROMA
Banca di Roma
Banca Manager
Banca Mediosim - Banca della Rete
Mediocredito di Roma
Mediocredito Centrale
Banco di Sicilia
 GRUPPO SANPAOLO IMI
Istituto Bancario S.Paolo di Torino
Istituto Mobiliare Italiano
Banca Fideuram
Banco di Napoli
Crediop
Banca Opi
GRUPPO INTESABCI
Cariplo
Ambroveneto
BP Friuladria
CR di Ascoli Piceno
CR di Parma e Piacenza
Banca di Trento e Bolzano
Mediocredito Lombardo
Banca CIS
Banca Intesa
CR Città di Castello (PG)
CR Foligno
CR Rieti
CR Spoleto
CR Viterbo
CR Carrara
Gruppo Comit
Banca Commerciale Italiana
Banco di Chiavari e della Riviera Ligure
CR Biella e Vercelli (Biverbanca)
 GRUPPO BANCA POPOLARE DI MILANO
Banca Popolare di Milano
Banca Akros
Banca di Legnano
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S.E.&O. Saremo lieti di pubblicare tutte le eventuali variazioni a questa lista.
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"Cos'è una rapina in banca rispetto all'apertura di un nuovo sportello? Bertold Brecht


4     Arbitro venduto. Sono i giudici che debordano o sono le classi dirigenti che delinquono? Nel primo
      caso, si tagliano le unghie ai giudici (cosa che peraltro avviene da dieci anni e più a questa parte). Nel secondo, si decide il da
      farsi. Magari mandando queste classi dirigenti, se non in galera, almeno a casa. ... Invece chi più delinque più avanza in carriera
      e, quando arrivano i giudici, il delinquente è più che mai al potere.
Le scalate all‘Antonveneta e alla Bnl nelle mani dei giudici. I campionati di calcio di serie A, B, C nelle mani
dei giudici. Il presidente del Consiglio e i suoi cari, tanto per cambiare, nelle mani dei giudici.
Il capo del Sismi, generale Mario Mori, quello che deve difenderci dal terrorismo con l‘intelligence, nelle
mani dei giudici (deve rispondere di favoreggiamento alla mafia per essersi ―dimenticato‖, dopo l‘arresto di
Totò Riina, di perquisirgli il covo, lasciandolo perquisire alla mafia). Un centinaio di parlamentari (su 945)
nelle mani dei giudici. Il grosso degli imprenditori e dei finanzieri e dei banchieri più noti del paese nelle

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                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

mani dei giudici. La (finta) guerra Rai-Mediaset per i diritti del calcio nelle mani dei giudici. Un paese
intero, a cominciare dalle sue cosiddette classi dirigenti, nelle mani dei giudici.
Forse, invece di continuare a recitare la litania dell‘‖invasione di campo della magistratura‖, della ―giustizia
a orologeria‖, del ―primato‖ della politica o dell‘economia, o invece di varare l‘ennesima legge per salvare
questo e quello da fantomatiche ―persecuzioni‖ (grandiose le maratone anti-Caselli e salva-Previti mentre
tutto il mondo si attrezza contro il terrorismo), sarebbe il caso di domandarsi una volta per sempre il perché
di tutto ciò. Sono i giudici che debordano o sono le classi dirigenti che delinquono?
Nel primo caso, si tagliano le unghie ai giudici (cosa che peraltro avviene da dieci anni e più a questa parte).
Nel secondo, si decide il da farsi. Magari mandando queste classi dirigenti, se non in galera, almeno a casa.
Se qualche autorità di controllo extra-giudiziaria funzionasse e riuscisse a mandarle a casa per tempo, i
giudici processerebbero degli ex, dei pensionati, dei trombati. E i contraccolpi – politici, finanziari, sportivi -
dei loro processi sarebbero nulli. Invece chi più delinque più avanza in carriera e, quando arrivano i giudici, il
delinquente è più che mai al potere.
Prendiamo il governatore della Banca d‘Italia Antonio Fazio e il patron di Bpl alla conquista di Antonveneta,
il padano Giampiero Fiorani. Il primo è l‘arbitro (si fa per dire), il secondo il giocatore di una partita contro
una banca concorrente olandese. Senonchè, appena gli si controlla il telefono, si scopre che il giocatore è
d’accordo con l’arbitro.
Lo chiama ―Tonino‖. Gli telefona. Lo vede clandestinamente, all‘insaputa del concorrente straniero, convinto
chissà da chi che in Italia regni il libero mercato. ―Ho messo adesso la firma‖, dice Fazio a Fiorani un mese fa,
in piena notte, preannunciandogli l‘ok alla sua Opa appena bocciata dalla vigilanza della stessa Bankitalia.
―Sono commosso, ho la pelle d‘oca‖, dice Fiorani al governatore, che risponde: ―Vieni domani, ma passa
come al solito da dietro‖. Giampi e Tonino sono pappa e ciccia, alla facciazza degli olandesi.
Due piccioncini, per non parlare della moglie di Fazio, la governatora, attivissima anche lei al telefonino.
―Grazie, Tonino – dice Giampi - ti darei un bacio sulla fronte. Se potessi, prenderei un aereo e verrei a Roma
adesso‖. Sembra un film di Totò (―Birra e salsicce‖), invece sono il controllore e il controllato della quinta
potenza industriale del mondo, che parlano anche dei loro amichetti: Gennaro, don Gigi e ovviamente Stefano
Ricucci. Il mondo capitalista serio si stropiccia gli occhi e dirotta i suoi prossimi investimenti dall’Italia alla
Romania. Da noi intanto, anzichè spazzare via questa gente senz‘aspettare i tribunali, è tutto un discettare
sulla magistratura milanese che ha osato intercettare il governatore (falso: erano intercettati gli altri, che col
governatore non avrebbero dovuto parlare). Un dito grosso così indica la luna, e i cretini continuano a
guardare il dito. O meglio, i banditi. di M. Travaglio 28.7.2005

5      Va proposta una nuova legge: accanto al nome del candidato sia aggiunta la sua fedina penale, così
       il cittadino potrà scegliere il pregiudicato che preferisce.
26.11.05 http://www.beppegrillo.it/muro_del_pianto/informazione/index.html - I nostri dipendenti
onorevoli condannati con sentenza passata in giudicato non sono stati del tutto d‘accordo con la pagina
Parlamento Pulito pubblicata sull‘International Herald Tribune.
Alcuni hanno detto che non si fanno giudicare da un comico.
Alcuni hanno detto che rispondono solo ai loro elettori.
Alcuni hanno detto che questa è una gogna mediatica.
Alcuni hanno detto che in fondo il loro reato non è così grave.
Alcuni hanno detto che non bisogna confondere la politica con la giustizia.
Alcuni hanno detto che questo è un misto di moralismo e giustizialismo.
Alcuni si sono offesi, non si fa così!
Tutti i giornalisti hanno citato e intervistato solo i parlamentari con i reati più lievi, gli altri se li sono
dimenticati!
E tutti i parlamentari si sono dimenticati di dire che l‘iniziativa è venuta da voi e che i soldi li avete messi
voi.
Ma voi chi siete, se non semplici cittadini?
Cittadini che per farsi assumere devono avere la fedina penale pulita e un curriculum vitae in cui si dimostra
di avere le capacità per fare quel lavoro.
Nell‘elenco dei 23 ci sono persone finite in galera, persone che sono state condannate per gravi reati, persone
interdette fino al 2009 al voto, che lavoro avrebbero trovato con un curriculum vitae del genere se non quello
del parlamentare?
La legge truffa elettorale (avete notato che nessuno ne parla più, né a destra, né a sinistra?) ci impedirà di
scegliere il candidato. Il partito potrà mettere in lista chi vuole, pregiudicati, prescritti, indagati.
Questa legge truffa non deve passare.
Va invece proposta una nuova legge, che accanto al nome del candidato dipendente, aggiunga


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                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

obbligatoriamente la sua fedina penale.
Il cittadino potrà scegliere il pregiudicato che preferisce.


6     L’olocaustico dimenticato. - Dichiarazione al New York Times sottoscritta da otto sopravissuti omosessuali ai campi di
      sterminio: sono passati 10 anni da allora ma il velo di silenzio permane nella maggior parte dei media borghesi.
 50 anni fa venimmo liberati dalle truppe alleate, dai campi di concentramento e di prigionia
nazionalsocialisti. Ma il mondo che avevamo sperato non si avverò. Dovemmo perciò nasconderci e ci
esponemmo a nuove persecuzioni. Il paragrafo 175 del 1935, antiomosessuale, rimase valido fino al 1969; le
retate non erano una rarità. Alcuni di noi – liberati dai campi – furono condannati di nuovo a lunghe pene
detentive.
Sebbene alcuni sopravvissuti tentassero di sostenere fino alla Corte federale il nostro riconoscimento come
perseguitati dal regime nazista, non fummo però riconosciuti come tali e venimmo esclusi dal risarcimento
economico a favore delle vittime del nazionalsocialismo. E il sostegno nazionale e la solidarietà dell‘opinione
pubblica non esistevano per noi. Nessun nazista delle SS è mai stato ritenuto responsabile in tribunale per
l‘omocidio di un omosessuale. Ma i primi appartenenti alle SS ricevono oggi per il loro ―lavoro‖ una pensione,
mentre a noi non vengono riconosciuti gli anni dei campi e così non vengono calcolati per la pensione.
Ora siamo troppi vecchi e stanchi per lottare per il riconoscimento del torto che ci è stato inflitto. Molti di noi
non osano parlare di ciò. Molti di noi sono morti soltanto con ricordi pieni di tormento. Abbiamo inteso a
lungo ma invano un chiaro gesto politico ed economico del governo tedesco e della Corte federale.
La nostra persecuzione è appena oggi menzionata nelle scuole e nelle università. Anche nei musei e nei
luoghi di commemorazione qualche volta non veniamo neppure nominati come gruppo perseguitato.
Oggi, cinquant‘anni dopo, ci rivolgiamo alla giovane generazione e a tutti coloro che non si vogliono fare
guidare dall‘odio e dai pregiudizi. Ci diano una mano a difenderci da una memoria della persecuzione degli
omosessuali da parte dei nazisti ancor sempre incompleta e viziata da pregiudizi. Non fateci mai dimenticare,
così come agli ebrei, zingari, testimoni di Geova, massoni, disabili, prigionieri di guerra russi e polacchi,
omosessuali e a molti altri, i torti subiti. Fate che noi si impari dalla Storia e la generazione più giovane di
donne e uomini omosessuali sostenga così le ragazze e i ragazzi a condurre la loro vita, con dignità e rispetto,
insieme ai loro partner, amici e famiglie. Senza memoria non c‘è futuro (tratto da ―Le ragioni di un silenzio‖,
a cura del Circolo Pink, Ombre corte)

7      I canditi, dall'arabo qandat. - La giulebbatura, dall'arabo giulab, acqua di rose. - Geni arabi nella
       specialità "padana" - Il torrone e la “cubbaita”.
Le antiche culture della Cina, della Mesopotamia e dell'Egitto già conoscevano la conservazione degli alimenti
attraverso gli zuccheri. Ma i veri precursori della canditura moderna furono gli Arabi, che servivano agrumi e
rose candite nei momenti più importanti dei loro banchetti. La stessa parola "candire" viene dall'arabo
qandat, trascrizione del sanscrito khandakah, zucchero. Attraverso gli Arabi, la canditura si diffuse in
Occidente, mettendo solide radici intorno al 1500 soprattutto in alcune zone come Livorno, Genova e Savona.
Quando la giovane Caterina de' Medici andò in sposa al re di Francia, portò con sé il suo capo pasticciere, tal
Pietro da Recco, che, a Parigi, si faceva fornire con regolarità delle arance, da candire "alla moda dei
genovesi".
La lavorazione e la giulebbatura (dall'arabo giulab, "acqua di rose")
I canditi sono abbondanti nel panettone, a volte nel torrone, assai più spesso nella cassata, nei cannoli e nel
panforte. Sono minuscoli pezzetti di frutta conservata mediante immersione in uno sciroppo di zucchero. C'è
chi li ama e chi li odia, eppure sono un prodotto di antichissima e gloriosa tradizione, come dimostrano le
numerose preparazioni che li vedono protagonisti. "Dal punto di vista nutrizionale", chiarisce Sculati, "sono
composti da zucchero (molto) e acqua (poca) dato che, duranti i processi di lavorazione, i principali nutrienti
della frutta, ossia vitamine e sali minerali, vanno quasi del tutto perduti. L'apporto calorico è dunque
considerevole, sulle 260-280 calorie/etto".
La lavorazione può essere industriale o artigianale. Lo scopo principale, ridurre l'acqua della frutta elevando
gradualmente il tenore degli zuccheri fino al 70 per cento circa. Nella lavorazione artigianale, la materia
prima è posta in una vasca di canditura e coperta con una soluzione zuccherina. Per osmosi, avviene uno
scambio del liquido cellulare con lo sciroppo di immersione. Dopo un certo periodo, lo sciroppo, ormai diluito,
viene riscaldato al fine di fargli perdere altra acqua per evaporazione. Giunto alla concentrazione desiderata,
lo sciroppo è di nuovo versato sulla frutta. Questa operazione, detta giulebbatura (dall'arabo giulab, "acqua di
rose"), si ripete fino alla stabilizzazione della concentrazione zuccherina. In alcuni casi, i canditi vengono
ulteriormente "ghiacciati", ossia ricoperti di uno strato di zucchero. Tale lavorazione gli attribuisce il termine
di "canditi alla parigina".


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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Geni arabi nella specialità "padana" - Il torrone e la ―cubbaita‖.
Ma dove e quando nasce il torrone? Come molti altri alimenti, la sua origine è controversa e anche piuttosto
confusa. Alcuni affermano che la sua patria di origine sia la Cina, Paese dal quale proviene storicamente la
mandorla. Sarebbero stati gli arabi a portarlo nel bacino del Mediterraneo, in Sicilia, in Spagna, e a Cremona,
strategico porto fluviale sul Po. Partendo da questo presupposto, il torrone (dallo spagnolo turrón, ossia
abbrustolito) sarebbe quindi una variazione della "cubbaita", un dolce levantino a base di sesamo e miele. In
Italia, tra il 1100 e il 1150, Gherardo Cremonese tradusse il "De medicinis e cibis semplicibus", scritto dal
medico di Cordova Abdul Mutarrif. In questo testo si esaltavano le virtù del miele e si citava un dolce arabo:
per l'appunto il "turun". Secondo un'altra tradizione, l'origine del torrone sarebbe ascrivibile ai romani. Nel
116 circa a.C., l'autore reatino Marco Terenzio Varrone citava come dolciume un certo "cuppedo", mentre
altre fonti facevano riferimento alla "cupedia". Guarda caso, ancora oggi, i termini "cupeto" o "copeta" in
molte zone dell'Italia meridionale vengono utilizzati per indicare il torrone.
Attualmente è la città di Cremona a rivendicare con forza il merito di aver inventato la ricetta del torrone
così come lo conosciamo. Secondo la tradizione cremonese, un dolce a base di mandorle, miele e albume
d'uovo, molto compatto e modellato in modo da riprodurre la forma del campanile del duomo, il noto
Torrazzo (all'epoca chiamato Torrione), sarebbe stato servito infatti al banchetto nuziale tra Bianca Maria
Visconti e Francesco Sforza nel 1441.
Il torrone italiano classico è un impasto di miele, nocciole, mandorle ed albumi d'uovo, racchiuso tra due
sottili sfoglie di ostia. La miscela-base subisce una lunga e lenta cottura per eliminare l'acqua, fino a un
preciso grado d'umidità. All'impasto vengono poi addizionati gli albumi montati a neve, per ottenere una
massa spugnosa a cui si aggiunge la frutta secca. Il gusto peculiare si ottiene con aromi vari, limone, vaniglia,
mandorla amara... Varianti prevedono aggiunte di pistacchi, arachidi, croccantino, cioccolato, liquore o
frutta candita. In Lombardia c'è il ricoperto al cioccolato, in Abruzzo il torrone è scuro perché impastato con
cioccolato e nocciole, in Veneto si usano le mandorle essiccate e non tostate, in Sardegna l'ingrediente
principe è il miele della Barbagia. Rinomati i torroni piemontesi di Alba e di Novi Ligure; non da meno i
senesi, i calabresi e i liquorosi campani. A San Marco dei Cavoti c'è il "croccantino": mandorle, noci tostate,
caramello, in piccole forme rettangolari e ricoperto da uno strato di glassa. Raffinati i torroni siciliani a
mattonella, cassetta o cuore.
8      Aveva promesso meno tasse. Per se stesso è stato di parola ... - ... Per il condono fiscale del 2003 Berlusconi
      giura solennemente che non se ne avvarrà, poi naturalmente se ne avvale: dei 197 milioni di euro di tasse non pagate che gli
      contesta l'erario, ne paga solo 35; ora completa l'opera con 1800 euro per decine di milioni mai pagati. - Ma lui, sia chiaro, "non
      ha mai fatto affari con la politica. Anzi, ci ha solo rimesso". di Marco Travaglio
10 gennaio 2006 - Tutto si può dire di Silvio Berlusconi, fuorché non sia un uomo di parola. Aveva promesso
«Meno tasse» e ha scrupolosamente mantenuto l‘impegno. Fatto! È vero, sottilizzerà qualche sofistico, che
aveva promesso "Meno tasse per tutti", ma era una classica figura retorica: il tutto per la parte. Per il
momento, meno tasse per lui. Ma anche per i colleghi evasori fiscali, che non sono pochi. La notizia della
modica quantità di denaro sborsata dal Cavaliere e dalle sue aziende per «sanare» un debituccio con l‘erario
di qualche decina di milioni di euro emerso nel processo sui diritti Mediaset è dunque incoraggiante. Ma non è
una novità.
Non è la prima volta che emerge questo rapporto, diciamo, evasivo fra il premier e il Fisco. Era stato lui
stesso, passando in rassegna le fiamme gialle in una leggendaria visita alla Guardia di Finanza, a teorizzare
che un po' di evasione non fa male a nessuno, tantomeno a lui: "C'è una norma di diritto naturale che dice che
se lo Stato ti chiede più di un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato, c'è una sopraffazione dello
Stato nei tuoi confronti e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi che senti in
sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità e non ti fanno sentire colpevole" (11 novembre 2004). Anche
i suoi più stretti collaboratori hanno sempre avuto le idee chiare in materia: appena vedevano un maresciallo
entrare in azienda per un'ispezione, gli mettevano in tasca una mazzetta perché se ne andasse, non potendoli
assumere tutti nel gruppo come aveva fatto il Cavaliere con il primo visitatore in uniforme grigia, l'allora
maggiore Massimo Maria Berruti, poi divenuto legale del gruppo e infine, previa condanna definitiva per
favoreggiamento, deputato di Forza Italia. Furono tutti condannati, i manager rei confessi di quelle stecche:
tre tangenti da 100 milioni ciascuna per ammorbidire le verifiche a Mediolanum, Mondadori e Videotime.
L'unico assolto (sia pure con formula dubitativa) fu il Cavaliere, sempre l'ultimo a sapere. Cosa avesse da
nascondere, lo si scoprì qualche anno più tardi, quando la Procura di Milano mise le mani su 64 off-shore del
"comparto riservato" Fininvest, capofila la mitica All Iberian, mai comparse sui bilanci del gruppo: custodivano
la bellezza di 1550 miliardi di fondi neri. Ma il processo per falso in bilancio andò in prescrizione prim'ancora
di cominciare, grazie alla provvidenziale riforma del falso in bilancio scritta dagli on. avv. dell'imputato e
varata dal governo dell'imputato. Intanto Marcello Dell'Utri, come ex presidente di Publitalia, veniva
condannato a Torino per frode fiscale e false fatture e dunque premiato con un seggio sicuro al Senato e al
Consiglio d'Europa. E Cesare Previti, con comprensibile orgoglio, si difendeva dall'accusa di aver pagato

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

tangenti estero su estero a un gruppo di giudici romani adducendo come alibi le sue evasioni fiscali: tanto su
21 miliardi di "consulenze" versati in Svizzera dalla famiglia Rovelli nel '94 quanto su decine di miliardi di
"parcelle" Fininvest, sempre estero su estero e senza uno straccio di fattura. Tutti fatti che risalivano a prima
della provvidenziale discesa in campo del Cavaliere & soci. Per quelli successivi, appunto, ci sono i condoni e
le altre norme fiscali su misura varati dal Cavaliere medesimo. Grazie alla legge Tremonti-1 del '94 che
defiscalizza gli utili reinvestiti, si gonfiano i costi di vecchi film già posseduti da società del gruppo e si
risparmiano 243 miliardi di lire di tasse. Grazie all'abolizione della tassa di successione e sulle donazioni, si
possono passare enormi capitali a figli o parenti vari senza lasciare un euro al fisco. Grazie allo scudo fiscale
si possono eventualmente far rientrare capitali illegalmente esportati o guadagnati all'estero, pagando un
modesto 2,5% allo Stato, e con l'assoluto anonimato. Poi il capolavoro: il condono fiscale del 2003. Berlusconi
giura solennemente che non se ne avvarrà, poi naturalmente se ne avvale: dei 197 milioni di euro di tasse non
pagate che gli contesta l'erario, ne paga solo 35; ora completa l'opera con 1800 euro per decine di milioni mai
pagati. Col decreto "spalmadebiti" del calcio, i passivi del Milan vengono diluiti su dieci anni, con un risparmio
di 217 milioni di euro per il bilancio 2003. Infine la riduzione delle tasse: l'aliquota più alta - salvo contributo
di solidarietà - scende al 39% e, secondo l'Espresso, il contribuente Berlusconi risparmia 760 milioni di euro
l'anno. Infine gli sgravi fiscali tremontiani sulla vendita partecipazioni azionarie: l'estate scorsa il Cavaliere
vende il 16.8% di azioni Mediaset incassando 2.2 miliardi di euro cash, praticamente esentasse. Ma lui, sia
chiaro, "non ho mai fatto affari con la politica. Anzi, ci ho solo rimesso".

9      Le conquiste siciliane di Fiorani e le amicizie col prete-manager. L'irresistibile ascesa tra le banche
       dell'isola grazie al ruolo di Bucaro, indagato per riciclaggio.
la Repubblica 27-12-2005 Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo - C'è un capitolo siciliano tutto da scrivere nella
storia dell'ascesa di Gianpiero Fiorani ai vertici del sistema bancario nazionale. Nell'isola, in poco meno di tre
anni, con uno start up formidabile nel 1997, l'allora Banca popolare di Lodi, con acquisizioni mirate, condotte
attraverso la Banca Mercantile, si ritrovò ad essere il secondo gruppo di credito dopo il Banco di Sicilia. La po-
litica di annessione, con l'idea di costruire una federazione di banche sotto una unica griffe ma con una forte
impronta territoriale, era stata iniziata dal patron di Bpl Angelo Mazza con l'occhio benevolo di Bankitalia.
Nell'ottobre del 1997, morto Mazza, il processo già avviato cambiò forma e con la guida di Gianpiero Fiorani la
Bpl, che già contava in Sicilia il 45 per cento dei rapporti dell'intero gruppo, oltre il 31 della raccolta e
il 18 per cento degli impieghi, cancellò una dietro l'altra le insegne di 8 banche popolari. Nel 2000, quando il
processo era pressoché concluso, Fiorani entrò in contatto anche con il prete manager Giuseppe Bucaro, a
capo del centro intitolato alla memoria del giudice Paolo Borsellino, da cui ha preso le distanze la famiglia.
Bucaro, ora indagato nell'ambito di un'inchiesta per riciclaggio con Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco
di Palermo Vito, condannato per mafia, era in ottimi rapporti con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio e
con la moglie Cristina, in virtù di un'amicizia nata a Roma e cementata a Palermo. Fazio e la consorte erano
ospiti fissi alle cerimonie in ricordo della strage di via D'Amelio e alla ricorrenza della fondazione del centro.
E fu per questo che nei primi giorni del 2000, quando Palermo si preparava ad ospitare l'annuale convegno del
Forex, l'associazione dei tesorieri delle istituzioni creditizie, Fiorani si presentò da Bucaro con una generosa
offerta. L'intenzione era quella di spendere i buoni uffici del prete per imporre la propria sponsorizzazione sul
convegno, patrocinato in quella occasione da Capitalia, e mettere il proprio cappello su uno dei salotti buoni
del mondo bancario italiano.
Ad accompagnare Fiorani da Bucaro andò un funzionario siciliano della Bpl. Da allora il centro Borsellino che
era nel cuore di Fazio divenne anche il punto di riferimento per i corsi di formazione e per le convention di
Banca Mercantile e Bpl. Il Forex, nel 2001, fu ospitato a Trento, ma l'anno successivo si tenne invece a Lodi.
Fazio vi rimase tre giorni e la città, come scrissero i giornali, era diventata la «capitale della finanza
italiana». L'anno successivo, il Forex tornò in Sicilia, ad Agrigento. La campagna acquisti di Fiorani nell'isola si
era conclusa da pochi mesi. Era iniziata con l'acquisizione, nel giugno del 1997, della Banca del Sud rilevata
dal Banco di Sicilia. Come denunciarono i sindacati la Mercantile pagò 106 miliardi di lire per 45 sportelli,
1400 miliardi di depositi, 500 miliardi di impieghi vivi, 50 miliardi di immobili. Al Banco restarono le sof-
ferenze. Nell'agosto del 97 si perfezionarono l'annessione della Banca Popolare di Carini, del Banco di Credito
Siciliano, della Banca Popolare di Belpasso. A ottobre morì Mazza, a novembre, Fiorani era già vicedirettore
generale e a dicembre avviò le procedure per acquisire la Banca Cooperativa Commerciale di Mazara del Vallo
e la Banca Popolare di Credito e Servizi di Vittoria. Nel 2000 la Mercantile scomparve e restò tutto in mano
alla Lodi che tra il 2001 e il 2002 inglobò la Banca di Cerda e quella di Bronte. L'espansione aveva fruttato 139
sportelli e il controllo del 4 per cento dei depositi nell'Isola. L'ultimo affare porta al ponte sullo Stretto. Bpl
finanziava per il 15 per cento l'avventura di Impregilo.




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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

10    La sinistra che vuole correggere il capitalismo di Eugenio Scalfari - Il presidente della Camera, Casini, ha
      dichiarato che non vuol più sentir parlare d´una superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si
      tratta di superiorità, bensì di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto
      scossa dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia, Udc, Lega,
      An. Quelle notizie sono scivolate come gocce d´acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del conflitto
      d´interessi di Berlusconi. Ma è invece bastato un sostegno «tifoso» e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all´Unipol per
      scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua sensibilità morale, ma
      è considerata diversa anche da chi non è di sinistra. ..

da Repubblica - 8 gennaio 2006 - Sui risvolti politici della vicenda Unipol si è già scritto e detto quasi tutto,
ma c´è ancora qualcosa da aggiungere in attesa che la Direzione Ds si pronunci l´11 gennaio.
Le questioni che secondo me meritano un chiarimento ulteriore sono almeno tre: quella della diversità della
sinistra, quella del fuoco incrociato contro i Ds e, l´ultima, sulla emendabilità del capitalismo italiano. È
inutile aggiungere che si tratta di tre questioni interamente intrecciate tra loro nel senso che ciascuna è
concausa delle altre due. Insieme stanno e insieme cadono, sicché bisogna anche porsi la domanda se sia
nell´interesse del paese risolverle o impedirne la soluzione.
Dico subito che a mio avviso è interesse della democrazia italiana che quelle tre questioni siano risolte e che
la loro soluzione non passi attraverso il dissolvimento del gruppo dirigente diessino, anche se è vero che la
responsabilità di uscire dal bunker in cui si è cacciato spetta principalmente ad esso (come del resto ha già
cominciato a fare Piero Fassino, nell´intervista che pubblichiamo oggi sul nostro giornale).

***
A proposito della diversità della sinistra italiana citai la settimana scorsa il «lascito» di Enrico Berlinguer. Un
lascito costruito dalla coerenza di tutta la sua azione di dirigente politico, volta a evitare il rischio
dell´omologazione del suo partito. Berlinguer aveva misurato quel rischio attraverso l´esperienza fatta dai
socialisti. Non solo nella fase craxiana, ma già dal centrosinistra di Nenni e di Giacomo Mancini. La resistenza
dei socialisti all´omologazione restando saldi in una versione riformista che incidesse sulla realtà italiana durò
poco più d´un anno, dall´autunno del 1962 al giugno del ´63. Fu la fase della nazionalizzazione dell´industria
elettrica e della nominatività delle cedole e dei dividendi, ben presto caduta. La fase guidata da Riccardo
Lombardi e da Antonio Giolitti nella breve esperienza della programmazione.
Quella fase ebbe termine con il «rumore di sciabole» del generale De Lorenzo, con l´intervento del ministro
del Tesoro Emilio Colombo per una politica economica più rigida, con l´uscita di Giolitti dal ministero e
l´emarginazione politica di Lombardi. Da allora la presenza politica del Psi si esaurì (con l´eccezione della
legge Brodolini sulla giusta causa) nella «conquista» delle vicepresidenze negli enti pubblici di ogni genere e
tipo, cioè nell´occupazione condominiale con la Dc delle caselle d´un potere che diventava rapidamente
sempre più clientelare e partitocratico e sempre meno democratico e rappresentativo.

Poi arrivò Craxi e non fu più pioggerella ma grandine. La diversità berlingueriana aveva ben presente
quell´esperienza e non voleva che si ripetesse. Non in quei modi. L´austerità berlingueriana era del resto un
costume di tutto il partito, del gruppo dirigente, dei quadri, della base sociale in gran parte composta da
operai, lavoratori dipendenti, braccianti, insomma proletari. E anche borghesia liberal-radicale.
Oggi la base sociale diessina è in parte cambiata, il partito attuale è, io dico per fortuna, molto diverso dal
vecchio Pci, l´ideologismo rivoluzionario e massimalista non c´è più, la libertà è diventata un valore almeno
pari ed anzi superiore a quello dell´eguaglianza. Ma la moralità politica è rimasta. Di qui l´anti-
berlusconismo. Volete chiamarlo viscerale? Chiamatelo pure così perché viene dalla visceralità della gente di
sinistra.
Il presidente della Camera, Casini, ha dichiarato due giorni fa che non vuol più sentir parlare d´una
superiorità morale della sinistra. Dal suo punto di vista ha mille ragioni, ma non si tratta di superiorità, bensì
di diverso modo di sentire. Ne volete una prova? La gente di destra (e di centro) non è rimasta affatto scossa
dalle notizie di denari passati dalla Popolare di Lodi nelle mani di alcuni autorevoli esponenti di Forza Italia,
Udc, Lega, An.
Quelle notizie sono scivolate come gocce d´acqua su un vetro. Così pure per il ben più grave problema del
conflitto d´interessi di Berlusconi.
Ma è invece bastato un sostegno «tifoso» e certamente impreveggente dei dirigenti Ds all´Unipol per
scatenare una tempesta nella sinistra e nei giornali. Perché? Perché la sinistra non solo è diversa nella sua
sensibilità morale, ma è considerata diversa anche da chi non è di sinistra. La sua diversità dovuta alle ragioni
e alle motivazioni di appartenenza alle quali ho accennato, è dunque un dato di fatto. Si può dire che è un
dato di fatto negativo, un errore, un residuo ideologico. Si può dire qualunque cosa, ma resta un dato con il
quale sia gli avversari sia soprattutto i dirigenti debbono fare i conti. Se non li fanno sono loro a sbagliare.
Voglio dire al presidente Casini che quel modo di sentire «diverso» rispetto ai temi della moralità pubblica,
dell´austerità del vivere, dei valori della solidarietà e dell´eguaglianza, dovrebbero anche essere patrimonio

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

dei cattolici. Di quelli veri e non di quelli che si fanno il «nomedelpadre» baciandosi le dita e poi
crogiolandosi nel sistematico malaffare.
Ce ne sono pochi di cattolici veri e sono anch´essi diversi. Mi rammarica perciò il disprezzo con cui il cattolico
presidente della Camera parla dei diversi. Mi rammarica ma non mi stupisce. Non sempre i cattolici sono veri
cristiani che rinunciano al potere per testimoniare la loro fede.
***
E vengo alla seconda questione: il fuoco incrociato contro i Ds. Scrissi la settimana scorsa che la dirigenza
diessina ha commesso alcuni gravi errori.
Si è volutamente impigliata in una difesa di Unipol e del milieu circostante a Consorte, offrendo occasione ad
un attacco nei suoi confronti e nei confronti del suo partito. Da questi errori non si è ancora completamente
districata ed è sommamente opportuno e urgente che se ne liberi.
Che il centrodestra in tutte le sue componenti ne abbia approfittato era nell´ordine delle cose e non può
stupire. Fa parte della logica elettorale. Stupisce semmai l´impudenza con cui Berlusconi si è gettato in prima
persona nella battaglia; stupisce che abbia potuto rivendicare, nell´indifferenza di gran parte della stampa,
la sua estraneità alla mescolanza della politica con gli affari.
La fortuna di Berlusconi come imprenditore immobiliare prima e come concessionario di emittenti televisive
poi è interamente legata a connivenze politiche; in particolare al legame strettissimo che ebbe con Bettino
Craxi. I decreti craxiani che sospesero l´applicazione esecutiva delle sentenze della Corte costituzionale in
materia televisiva, non a caso furono chiamati decreti Berlusconi, primo e gravissimo esempio d´una
legislazione «ad personam». Per non parlare della legge Mammì che sancì di fatto il duopolio Rai-Mediaset.
Alla fine, dal 1994, avemmo il gigantesco conflitto d´interessi che tuttora incombe sulla vita nazionale.
Ma se vogliamo restare al tema delle Opa tuttora in atto, è stupefacente che le pagine dei giornali e i
resoconti delle tivù siano pieni di Unipol mentre è totale l´assenza delle implicazioni ben più gravi di
autorevoli politici del Polo, sottosegretari, presidenti di commissioni parlamentari, a finire con lo stesso
presidente del Consiglio significativamente presente in compromettenti intercettazioni.
Perché dunque tanto accanimento unilaterale al quale, lo ripeto, la dirigenza diessina ha colpevolmente
offerto il destro? La risposta è semplice.
Esiste in certi settori della politica e della stampa una nostalgia di centrismo che trova come impedimento
maggiore la presenza d´un forte partito Ds. L´occasione offerta dal caso Unipol è stata da questo punto di
vista preziosa. Ma è preziosa anche per rinverdire la visibilità elettorale di quella sinistra radicale «pura e
dura» cui sembra in certe occasioni star più a cuore l´interesse della «ditta» che quello del paese.
Qui non si tratta della diversità berlingueriana ma d´un massimalismo a buon mercato, velleitario quanto
nocivo come tutti i massimalismi. Berlinguer, tanto per ricordare ancora una volta la lezione dell´ultimo vero
segretario del Pci, fu nel suo partito il punto centrale dello schieramento interno, distinto e spesso in
contrasto con la sinistra di Ingrao, con quella filosovietica di Cossutta, oltre che con il gruppo moderato di
Napolitano. Non darò – non ne avrei alcun titolo – giudizi di valore su queste diverse posizioni, ma ricordo
appunto che Berlinguer rifuggì dal massimalismo e dall´estremismo come già prima di lui Longo e Togliatti.
In conclusione, si spara contro i Ds in nome del centrismo e dell´anti-riformismo. Questa è la verità del
«fuoco incrociato».
***
Infine la terza questione, l´emendabilità del capitalismo italiano. Questo tema non è stato posto
esplicitamente da nessuno con due eccezioni che mi piace citare: Alfredo Reichlin e Franco Debenedetti sulle
pagine dell´Unità: due osservatori impegnati con biografie politiche assai diverse e tuttavia in consonanza su
un tema di così grande rilievo.
Il capitalismo è stato modificato in modo sostanziale tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, cioè prima e
dopo il secondo conflitto mondiale, dal pensiero di Keynes, dall´azione politica di Roosevelt e da quella
successiva di Beveridge in Gran Bretagna e della socialdemocrazia in Germania.
Cioè dal pensiero e dalla pratica liberale e socialista abbinate alla forza del movimento sindacale.
Questo assetto ha configurato il capitalismo nella seconda metà del XX secolo accrescendo benessere e piena
occupazione. Da un paio di decenni questa fase si è chiusa; la globalizzazione, l´informatica, la
finanziarizzazione dell´economia hanno posto problemi nuovi tra i quali predominano la riforma del mercato
del lavoro, la riforma del «welfare» e, soprattutto, la riforma dell´offerta di beni e servizi a cominciare dalla
riorganizzazione dei mercati finanziari e delle società che vi operano.
Illudersi che una delle alternative a questa riorganizzazione sia il settore delle imprese cooperative è un
grave errore di prospettiva. La cooperazione rappresenta un modello diverso di organizzazione dei consumi e
del lavoro, non già un´alternativa al capitalismo. Merita di espandersi ma senza farsi «contaminare». Se non
vuole scomparire e essere assorbita e omologata deve restare nel settore «non profit» che costituisce la sua
forza e il suo limite.
Un grande partito riformista deve invece porsi il tema di stimolare la riforma dell´offerta, che riguarda la

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

struttura societaria delle imprese capitalistiche, le piccole, le medie, le grandi e grandissime. Il fisco sulle
imprese. L´accesso al credito e alla Borsa. Gli intrecci tra banche e imprese.
Gli organi di controllo esterni e interni alle imprese. La dimensione delle imprese.
L´internazionalizzazione e soprattutto l´europeizzazione delle imprese.
Ci sono nel capitalismo italiano forze consapevoli di questa necessità evolutiva del sistema e forze che vi si
oppongono. Ma una cosa è certa: il sistema da solo non riuscirà a riformarsi. Lo stimolo politico gli è
indispensabile come lo fu per arrivare alla fase denominata «mercato sociale» e «welfare».
Sono dunque tre questioni in una, come abbiamo indicato all´inizio. E ad esse bisognerà porre energicamente
mano quando la nottata berlusconiana sarà finalmente passata.

11     Supermulta agli spot delle superdiete. - Dentista ed odontotecnico: anche il paziente puo' essere
       responsabile per incauto affidamento di incarico. - Cioccolato scuro migliora funzionalità
       endoteliale nei fumatori.
Supermulta agli spot delle superdiete
(Il Mattino: pag. 11, la Repubblica: pag. 22 - 7 gennaio 2006)
Due mesi di attività dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato hanno portato ad oltre 200 mila
euro di sanzioni per 7 pubblicità ingannevoli di prodotti dimagranti ed elettrostimolatori.
http://www.aboutpharma.it/notizia.asp?id=9706
Tribunale di Campobasso - Dentista ed odontotecnico: anche il paziente puo' essere responsabile per
incauto affidamento di incarico
L'odontotecnico che svolge compiti spettanti al medico dentista, pone in essere una condotta penalmente e
civilmente sanzionabile , rispondendo del danno eventualmente derivatone al paziente. Tuttavia la
responsabilità è da imputarsi in parte anche al paziente stesso, che negligentemente ed imprudentemente si
affida all'opera di un professionista privo della qualificazione richiesta. Il committente, infatti, deve
informarsi preventivamente sul tipo di professionalità occorrente per la prestazione richiesta ed astenersi dal
conferire l'incarico ad un soggetto che tale professionalità non possieda. (Centro studi di diritto
sanitario/www.dirittosanitario.net)
Cioccolato scuro migliora funzionalità endoteliale nei fumatori
Il cioccolato scuro migliora la funzionalità endoteliale nei fumatori di sesso maschile. Gli effetti del cioccolato
sulla salute cardiovascolare sono ancora oggetto di dibattito: esso potrebbe influenzare negativamente il
rischio cardiovascolare a causa dei suoi effetti su glucosio, lipidi e peso corporeo, oppure potrebbe favorire la
salute cardiovascolare mediante gli effetti antiossidanti dei propri ingredienti, come i flavonoidi, presenti nel
cioccolato scuro ma non in quello bianco. Lo scopo del presente studio era determinare se gli effetti benefici
antiossidanti del cioccolato scuro ricco in polifenoli possa indurre un miglioramento nella funzionalità
endoteliale e piastrinica in volontari sani con note disfunzioni endoteliali ed iperreattività piastrinica. I
risultati dell'ingestione di cioccolato sono in realtà evidenti già dopo due-otto ore. L'elevato contenuto in
flavonoidi del cioccolato scuro potrebbe potenzialmente spiegare i meccanismi della ridotta attivazione
piastrinica. Al di là delle loro proprietà antiossidanti dirette, i flavonoidi potrebbero influenzare l'attività
della 5-lipossigenasi, ed alterare le cascate di trasduzione del segnale tramite meccanismi antiossidanti
indipendenti. (Heart. 2006: 92: 119-20)

12     Sanità, i buoni propositi per il 2006. - Centralità del cittadino, fondo per la non autosufficienza,
       integrazione socio-sanitaria e maggiore equilibrio fra territorio e ospedale. – Estratto Legge Finanziaria
       2006 attinente la Sanità http://www.doctornews.it/cont/Finanziaria_2006_sanita.pdf
Riportare in Italia i 'cervelli' italiani emigrati negli altri Paesi, mettere mano alla legge Basaglia sulla tutela
del disagio mentale e migliorare l'applicazione della legge sull'aborto potenziando la prevenzione. E ancora,
riaprire il dibattito sulla terapia anti-cancro messa a punto dal professor Di Bella e puntare sulla prevenzione
rivolta soprattutto ai giovani e alle popolazioni immigrate, investendo in "un futuro all'insegna della salute".
Sono solo alcune delle priorita' per il nuovo anno tracciate dal ministro della Salute, Francesco Storace. Ma,
su tutte, c'e' ne una che rappresenta il 'sogno nel cassetto' da realizzare nel 2006: "La soluzione del problema
delle liste d'attesa". Su questo fronte "le norme ci sono - ricorda il ministro - Ora bisogna soltanto discuterne
con le Regioni".
Ma il 2006 secondo Storace sarà soprattutto un anno all'insegna della ricerca, "grazie ai finanziamenti record
stanziati da questo Governo: ben 385 milioni di euro - ricorda il ministro - di cui 100 destinati alla ricerca per
la lotta al cancro". E su questo fronte Storace si augura anche che nel nuovo anno "trovi spazio il dibattito
sulla cura Di Bella. Del resto - afferma - le ricerche d'Oltreoceano sulla vitamina D sembrano confermare quel
che il professore modenese sosteneva nel lontano 1978". Tra le priorita' del 2006 non manca infine il 'ritocco'


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

alla legge 180, "in una prospettiva di aiuto alle famiglie", spiega Storace. Che vorrebbe anche "più spazio alla
prevenzione" nell'applicazione della legge 194 che regola l'aborto. Piu' in generale, conclude, la prevenzione
dovrà essere promossa specie per tutelare "la salute dei giovani e delle popolazioni immigrate".
Bindi, stop alla devolution.
L'abolizione della devolution come regalo al sistema sanitario italiano per il 2006. Questo il desiderio di Rosi
Bindi, responsabile Politiche sociali della Margherita, che per il nuovo anno spera in un vero e proprio
'referendum oppositivo', "per opporci alla devolution, altrimenti - sostiene - il divario tra nord e sud sarà
sempre più grande".
Il sud del Paese è una priorità assoluta per la parlamentare, convinta che "senza il rilancio del mezzogiorno
non può esserci una sanità migliore. C'è bisogno di un piano straordinario - avverte - quindi: finanziamenti,
gemellaggi, vigilanza, formazione e aiuti, in altre parole, infrastrutture delle risorse umane". Le carenze da
colmare - a suo giudizio - riguardano diversi settori: dall'edilizia sanitaria, alle tecnologie, alla ricerca. "Non è
più possibile sopportare il sottofinanziamento della spesa corrente. I fondi per la sanita' sono l'elemento che
più è mancato in questi anni. Finanziamenti che devono tornare a crescere senza ulteriori proroghe".
Ma per un rilancio della sanita', secondo la Bindi, bisogna puntare su altri elementi-chiave: centralità del
cittadino, fondo per la non autosufficienza, integrazione socio-sanitaria e maggiore equilibrio fra territorio e
ospedale. "Fondamentale -continua- è anche investire sul medico di famiglia, figura cardine del sistema
sanitario. In altre parole, chiedo che venga attuato il decreto 229/99 sulla formazione continua e
l'aggiornamento professionale".
Anaao, un 2006 denso di preoccupazioni
Il 2006 sarà un anno "denso di preoccupazioni per i medici e per tutti gli operatori del Servizio sanitario
nazionale". E' il parere di Serafino Zucchelli, segretario nazionale dell'Associazione medici dirigenti Anaao-
Assomed, secondo il quale "sarà necessario, per tutti coloro che rivestono un ruolo politico, sociale e
sindacale, un impegno straordinario per contrastare i numerosi tentativi di destabilizzazione in atto che
possono minare la tutela del diritto alla salute". Per Zucchelli "l'aspetto piu' allarmante e' quello legato alle
difficoltà poste alla chiusura della trattativa per il rinnovo contrattuale del II biennio economico 2004-2005,
rallentata da pretestuose motivazioni avanzate dalla controparte tese a ostacolare il riconoscimento
economico della qualità professionale e del grave disagio del lavoro svolto nell'attività' di guardia e di tutela
dell'urgenza". C'e' poi "la legge di modifica Costituzionale approvata dal Parlamento, che sancisce la fine
dell'unicità' del Ssn. A tale proposito la posizione già assunta dall'Associazione e' quella di battersi a favore del
referendum abrogativo". Ma "non meno negativi sono, a nostro avviso, i contenuti della legge finanziaria 2006:
il perseverare delle politiche di sottostima dei fabbisogni finanziari del Ssn, il blocco del turn over del
personale e il mancato finanziamento del rinnovo contrattuale 2006-2007", elenca ancora Zucchelli. Nel nuovo
anno, prosegue il segretario nazionale di Anaao-Assomed, "continuerà' l'impegno dell'Associazione perchè si
sviluppi un rapporto piu' equilibrato tra Ssn e università, che induca le due istituzioni a convivere per
perseguire i risultati migliori nella formazione del medico, nello sviluppo della ricerca e nella salute dei
cittadini. Cosi' nel passato non e' stato, perchè si sono privilegiati gli interessi delle corporazioni piu' forti". E
"se la situazione non cambierà - annuncia Zucchelli - rimetteremo in discussione con forza il processo di
formazione specialistica e cercheremo di eliminare il possesso della specialità come requisito di accesso al
Ssn". Infine, conclude, "nel 2006 verrà celebrato il XX Congresso elettivo della nostra Associazione, che si
svolgera' a Genova nel mese di ottobre e che rappresenterà una preziosa occasione per fare il punto sulle
strategie di Anaao-Assomed e sul suo futuro".
Fimmg, nel 2006 la sanità fra le grandi opere
La sanita' fra 'le grandi opere' da attuare in Italia nel 2006. Qualunque sia il colore politico che sarà al
Governo. E' quanto vorrebbe "trovare sotto l'albero" Mario Falconi, segretario nazionale della Federazione
italiana medici di medicina generale (Fimmg). Come regalo per l'anno che sta per arrivare, Falconi si augura
quindi "finalmente un progetto serio, appropriato e compiuto del rilancio della sanita' pubblica a tutela dei
cittadini, che risponda veramente all'articolo 32 della Costituzione, soprattutto per i piu' fragili e per i non
autosufficienti". "Purtroppo - fa notare a riguardo - registriamo che quello che avevamo consolidato negli anni
passati, e cioè una tutela per tutti, si sta trasformando in un sistema di tipo americano con un divario fra chi
ha possibilità economiche e chi non ne ha". Secondo il 'numero uno' dei medici di famiglia, la sanita' del nostro
Paese "va reingegnerizzata, essendo profondamente mutata la domanda di salute, per esempio quella che
viene dagli anziani o dai non autosufficienti. E' necessario cioè - spiega - che la sanita' italiana, ormai
aziendalizzata, faccia proprio come le industrie che o si adeguano alla domanda o falliscono. E per questo
serve elaborare un 'nuovo piano industriale"'. I medici di famiglia si aspettano, dunque "che la medicina del
territorio, al di la' delle parole e delle chiacchiere, venga rilanciata. La speranza - auspica Falconi - e' che si
parli di eccellenza dovunque, in ogni segmento della sanita' italiana, e non solo per alcuni ospedali, come si fa
oggi. Eccellenza, quindi, nell'assistenza domiciliare, negli studi dei medici di famiglia, nella specialistica
ambulatoriale, nella guardia medica, nella pediatria, nell'università"'. Il rilancio della sanita' deve avvenire -

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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

secondo Falconi - in tutti i suoi segmenti, "che ci auguriamo facciano parte di un'orchestra, e non siano, come
stiamo registrando, musicisti che suonano in solitudine, perchè il cittadino ha voglia e bisogno di vera
continuità nell'assistenza".

13    Errori nei giudizi su Consorte. Fassino e D’Alema lo ammettano. G. Napolitano - L‘autocritica delle Coop.
      - L‘errore: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c´è già Berlusconi che lo fa, non si sente alcun
      bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra.
da Repubblica - 29 dicembre 2005 di Giuseppe Turani - Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti lasciano la guida
dell´Unipol e l´Opa Unipol su Bnl è morta. Il presidente e il vicepresidente della compagnia assicurativa
lasciano i loro incarichi in parte per potersi difendere meglio (ma dovevano pensarci un po´ prima) e
soprattutto perché contro di loro pesano accuse infamanti: dall´aggiotaggio all´insider trading.
Due reati particolarmente odiosi perché sono, sempre e comunque, contro il mercato, contro la gente, contro
gli altri risparmiatori, piccoli e grandi. Sono reati che solo i peggiori commettono. La sola idea che a
commettere simili porcherie siano stati due "cooperatori" mette i brividi e lancia un´ombra lunghissima e
molto nera sul mondo della cooperazione. Anche l´Unipol (come la Banca Popolare italiana di Fiorani) aveva
un consiglio di amministrazione, sindaci, revisori dei conti. Anche dei codici etici, si dice. Ma nessuno ha visto
niente e niente è servito a qualcosa, a quanto pare.
E quindi la partita non può certo essere considerata chiusa con l´uscita di scena di Consorte e Sacchetti. Il
movimento cooperativo dovrà interrogarsi a lungo sul suo modo di essere e su quello che fa. Non è che il caso
si possa chiudere mandando a casa Consorte e Sacchetti. E tutti gli altri che erano lì? Ma le coop dovranno
anche riflettere sul loro futuro, su quello che vogliono fare. E questo proprio partendo dal caso Consorte e
Sacchetti. I due non sono funzionari qualunque delle coop indiziati di aver commesso qualche marachella.
I due (soprattutto Consorte, che era il capo) sono quelli che in un certo senso hanno trascinato le coop nel XXI
secolo. Sono loro infatti, e non altri, che hanno portato l´Unipol in Borsa, facendola diventare una
protagonista (sia pure minore) della finanza italiana, dove prima c´era una compagnia che "faceva le polizze
ai compagni" e alle altre cooperative.
E infatti, giustamente, dentro il movimento Consorte era considerato una star, quello più avanti di tutti.
Quello che avrebbe finalmente dato corpo e sostanza a quella specie di fantasma che è, e rimane, la "finanza
rossa". Lui la stava costruendo, partendo proprio dall´Unipol. Lui ha fatto quello che gli altri cooperatori,
abituati a vendere piselli in scatola nei supermercati e a tirar su villette unifamiliari per i soci, non avevano
nemmeno osato immaginare.
Insomma, dall´Unipol non si sta dimettendo un funzionario un po´ birbante, ma si sta dimettendo il migliore.
Quello che negli ultimi quindici anni ha indicato alle coop la nuova strada, quella della finanza.
Adesso, lui se ne va, e allora le coop devono cominciare a chiedersi se quella strada era giusta. E,
soprattutto, se il movimento cooperativo è attrezzato per lanciarsi in un´avventura del genere. Sembra di
capire che, almeno stando alle notizie di cronaca, i bravi cooperatori italiani non sono ancora abbastanza
smaliziati e severi per gestire affari di questo genere. Sono brave persone, che fino a ieri guardavano al "loro"
Consorte come un bravo padre di famiglia guarda con orgoglio al figlio che si è laureato ingegnere.
Insomma, se le coop vogliono rimanere nella finanza, nel XXI secolo, possono farlo, ne hanno il diritto. Ma
allora devono attrezzarsi in modo diverso. Devono, in una parola, imparare un po´ di etica protestante. E
devono stare attenti alle compagnie che frequentano. Certo, facendo affari con Fiorani e con Gnutti si
potevano fare molti soldi e in fretta. Ma per questo non c´è bisogno di un movimento cooperativo. Bastano
una scrivania, due telefoni e un po´ di spregiudicatezza.
L´Opa sulla Bnl è morta. In queste ore i vertici delle coop continuano a dire che l´episodio Consorte non
cambia niente, si va avanti. Si tratta quasi di un riflesso condizionato, di un moto di orgoglio. Ma, non appena
ci avranno fatto sopra una bella dormita, gli stessi vertici delle coop si renderanno conto che la cosa più
conveniente da fare è studiare una veloce "exit strategy", cioè un modo per andarsene e per sfilarsi da questo
affare pasticciato. Un affare troppo grosso per l´Unipol e dalle prospettive molto incerte sul piano
industriale.
Ma qualche riflessione va fatta anche in casa dei Ds. Di questo disgraziato affare (che finirà malissimo) i Ds
hanno parlato troppo, spendendo nella difesa di Unipol e del suo assalto alla Bnl i migliori fra i loro dirigenti.
E hanno sempre mostrato molta, troppa cautela, nel prendere le distanze da questa storia, anche quando
tutti cominciavano a nutrire profondi sospetti. In altri casi i Ds hanno mostrato molto più buonsenso e molto
più fiuto.
C´è da chiedersi: perché? E molti giornali stanno già facendo, a questo proposito, insinuazioni sgradevoli. Io
penso invece che quello dei Ds sia stato soprattutto un errore politico. Un grave errore politico.
In realtà, a loro l´ipotesi che l´Unipol arrivava a mettere le mani sulla Bnl è sempre piaciuta. Anzi, la
vedevano come il passaggio di una frontiera.
Dalle collette domenicali dell´Unità al controllo di una grande banca nazionale. Tutti, a quel punto,

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

avrebbero capito che i Ds erano finalmente cresciuti. che non erano più quelli delle feste con le salsicce e il
discorso del compagno segretario. Inoltre, avere una banca come Bnl (associata a Unipol) nella propria area di
riferimento avrebbe indotto tutti a un maggior rispetto.
Ecco, l´errore (al di là del fatto di non essersi accorti di chi era Consorte e di che cosa stava facendo) è stato
proprio questo: pensare che avesse ancora un senso mischiare affari e politica. In Italia c´è già Berlusconi che
lo fa, non si sente alcun bisogno di un fenomeno analogo (e speculare) a sinistra. Una forza di sinistra (o di
centrosinistra) vince perché sa fare buone proposte al paese. Non perché ha le "sue" banche, le "sue" coop, i
"suoi" finanzieri che operano in Borsa. Se poi l´idea era quella (da qualche parte ventilata) di contrapporre al
salotto buono dell´establishment italiano una specie di salottino improvvisato, gestito da Consorte, Gnutti,
Fiorani, Ricucci, allora va detto che saremmo alla follia politica.
Certo, si dirà, tutti questi ragionamenti si basano, per ora, solo su accuse e tutti hanno il diritto di essere
considerati innocenti fino a una sentenza definitiva.
Giustissimo. In questa vicenda, però, abbiamo visto che, finora, i giudici milanesi che seguono il caso hanno
visto sempre giusto. Anzi, hanno visto (diciamo le cose come stanno) quello che altri (ben più attrezzati) non
avevano e avrebbero invece dovuto vedere. La bilancia, quindi, pende già adesso un po´ dalla loro parte. E
tutti quelli che in questi anni hanno considerato Consorte come "il migliore" e i suoi disegni come una
strategia vincente, interessante, è ora che comincino a cambiare strada e a chiedersi che cosa possono fare di
meglio in futuro.

14     Senza etica non c'è politica. Senza una forte etica la politica è una ben misera cosa. di Antonio
       Padellaro - Mani pulite non ha imbrogliato nessuno ma ha semmai mandato in galera gli imbroglioni.
da l'Unità - 29 dicembre 2005 - Bene ha fatto la Lega delle Cooperative a ricordare la carta dei valori a cui
tutti gli associati sono tenuti a uniformarsi, e quindi anche Giovanni Consorte. Che si è dimesso, con il suo
vice Sacchetti, prima che al presidente e amministratore delegato di Unipol fosse contestato l‘articolo 4 che
pretende l‘assoluta trasparenza, onestà e correttezza dei comportamenti. Ciò significa che il vertice Unipol
ha sbagliato, che ha mancato proprio là dove per la natura stessa della cooperazione c‘è una maggiore
esigenza di spirito di giustizia e senso di responsabilità. Non sappiamo invece quanto i comportamenti illegali
contestati dalla magistratura a Consorte e Sacchetti abbiano finito per fare assai comodo a chi, non da oggi,
cerca di impedire la scalata di Unipol a Bnl. Ma possiamo immaginarlo. Tante altre cose non abbiamo capito.
Come escano, per esempio certe intercettazioni telefoniche e non altre. Chi le distribuisce. E perché sempre
agli stessi giornali.
Sappiamo, però, ciò che non vogliamo. Lo abbiamo compreso meglio leggendo martedì, sul Corriere della
Sera, l‘articolo di Angelo Panebianco dal titolo: ―La sinistra e il moralismo‖. Panebianco scrive che non si
può, come ai tempi di Mani pulite ―ricominciare con i soliti imbrogli confondendo di nuovo la testa della gente
con le questioni morali e la lotta dei virtuosi contro i reprobi‖. Sostiene che ―gli affari incrociano
continuamente la politica‖, e dunque di politica e non di morale bisogna occuparsi. Conclude chiedendo alla
sinistra, ora che ha i suoi problemi in materia, di sbarazzarsi della questione morale anche se il moralismo è
stato uno strumento di lotta contro Berlusconi.
Primo. Mani pulite non ha imbrogliato nessuno ma ha semmai mandato in galera gli imbroglioni.
L‘auspicio è che in questa meritoria opera la magistratura continui a impegnarsi perseguendo gli imbrogli di
qualsiasi natura e colore.
Secondo. Virtuosi e reprobi sono effettivamente categorie moralistiche. Esiste invece chi rispetta la legge e
chi se ne fa beffe truffando gli altri o rapinandoli dei loro risparmi o arricchendosi giocando sporco. Sperare
che costoro siano rapidamente assicurati alla giustizia non significa sentirsi moralmente migliori di qualcun
altro. Ma certo, aiuta.
Terzo. Gli affari cercano continuamente di incrociare la politica da cui si aspettano favori, privilegi,
scorciatoie e quant‘altro offrendo in cambio favori, privilegi, scorciatoie e segni di tangibile riconoscenza. Per
questo la politica deve evitare di incrociare gli affari se non vuole finire nella cronaca giudiziaria.
Quarto. La sinistra tutto ha fatto tranne che usare la questione morale contro Berlusconi. Come dimostra, per
dirne una, la legge sul conflitto di interessi che il governo dell‘Ulivo non approvò nella passata legislatura. Se
Panebianco vuole sostenere che in politica non esiste morale e che, in questo campo, sinistra e destra sono
uguali e in qualche modo intercambiabili, il codice delle Cooperative e le conseguenti dimissioni di Consorte
stanno lì a dimostrargli l‘esatto contrario. Perché senza una forte etica la politica è una ben misera cosa. -
apadellaro@unita.it

15     Prodi alla Quercia: più lontani dalla finanza. Veltroni: campagna grottesca, ma il tifo è un errore.
Romano Prodi non fa sconti ai Ds sulla vicenda Unipol. Sollecitato da più parti ad intervenire dopo la bufera
delle intercettazioni Fassino-Consorte, il Professore rompe il silenzio con un intervento su La Stampa,


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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

invitando a fissare «nuove regole e nuovi confini» tra politica e affari. E, senza lesinare critiche implicite alla
Quercia, punta l´indice contro una politica «troppo promiscua al mondo degli affari», contro comportamenti
che, se pure non illeciti, sono andati «oltre i confini dell´opportunità politica». Sono parole che scuotono i Ds
e fanno riemergere divisioni che solo 24 ore prima sembravano sopite. Da una parte il nocciolo duro dei
fassiniani che, con il coordinatore della segretaria Vannino Chiti, dice subito di condividere «dalla A alla Z»
l´impostazione di Prodi. Dall´altra i dalemiani che, attraverso il capogruppo al Senato Gavino Angius,
prendono apertamente le distanze da Prodi. In mezzo Piero Fassino - informato la sera prima dal Professore -
a cui tocca fare buon viso a cattivo gioco, cercando di non entrare in rotta di collisione né con Prodi
(«apprezzo e condivido il suo intervento»), né con le due anime del partito.
«Esiste una vicinanza tra politica e centrali economiche che, in taluni casi - scrive Prodi - ha debordato oltre i
confini: non oltre i confini del lecito dal punto di vista giuridico, ma oltre i confini dell´opportunità politica».
E ancora: «Si è tornati con il caso Popolare di Lodi e il caso Unipol a dare un´immagine della politica troppo
promiscua al mondo degli affari». Non una parola in difesa dei Ds, ma solo l´invito a «uscire dal bunker del
fumus persecutionis», anche se «il fumus innegabilmente esiste», per dibattere «in assoluta trasparenza dei
fatti, e per separare i fatti dalle opinioni, le opinioni dai pettegolezzi, i pettegolezzi dalle calunnie». E´
l´unica ancora che il leader dell´Unione lancia alla Quercia e Fassino ci si aggrappa. Nel pomeriggio il
segretario ds, dal Messico dove era in vacanza fino a ieri, si dice «pronto a discutere» ma, avverte,
«continueremo a reagire con determinazione contro ogni aggressione, separando, come dice Prodi, i fatti
dalle opinioni, e i pettegolezzi dalle calunnie». Plaude Walter Veltroni, che loda «l´equilibrio di Prodi» e dà
la sua solidarietà a Fassino. E anche un dalemiano come Giuseppe Caldarola si schiera con i due leader,
avendo sostenuto da tempo che è stato un errore appoggiare la scalata di Consorte. Plaudono una serie di
dirigenti fassiniani (Sereni, De Piccoli, Cabras) a sostegno della linea del segretario che - spiegano a via
Nazionale - ha scelto così di «non arroccarsi». Eppure quella linea accondiscendente con Prodi non convince
tutti. Non convince il presidente del partito, Massimo D´Alema, per il quale non c´è nessun mea culpa da fare
sull´operazione Unipol, in sé del tutto legittima. Dunque «bisogna reagire». E a farlo, lasciando emergere le
tensioni interne, è Gavino Angius. Il quale, innanzitutto, replica a Chiti: «Io non condivido dalla A alla Z
l´intervento di Prodi. E poi mi sarei aspettato una parola di solidarietà per Fassino».
Dietro allo scontro su Unipol vacilla il progetto della lista unitaria. Gli uomini del segretario spiegano che
«non si può regalare Prodi agli avversari» e dunque con lui si deve mantenere un´intesa a tutti i costi. Ma la
partita è dura, i rapporti con la Margherita tesi, tanto che neanche una telefonata c´è stata in questi giorni
tra Rutelli e i vertici ds. Mentre ieri i dirigenti dielle, da Enrico Letta a Castagnetti a Franco Monaco, si sono
pronunciati tutti in favore dell´impostazione prodiana. Bisognerà attendere la settimana prossima, quando si
riunirà la segreteria (martedì) e la direzione della Quercia (mercoledì) per capire quanto la vicenda potrà
influire sui delicati equilibri del centrosinistra. Ma già oggi Fassino tornerà a Roma per sondare tutti i
dirigenti, da D´Alema alla sinistra interna che ieri, con Cesare Salvi e Gloria Buffo, ha dato pieno appoggio
alle bacchettate di Prodi. Come del resto hanno fatto Rifondazione, Di Pietro e i Verdi, mentre il leader delle
Sdi, Boselli, ha invitato ad opporsi al tentativo di mettere sulla graticola i Ds.

16     Legalità fuori legge di Furio Colombo da l'Unità - 31 dicembre 2005
C‘è un libro che può guidare a capire la gravità del danno che ha patito il Paese Italia in questi anni di
devastazione della legalità. È un libro-diario. Ci aiuta a vedere alle spalle di fatti che, anche quando sono
enormi e scandalosi, possono sfuggire nella loro complessa qualità distruttiva.
È un libro di testimonianza, ed è una testimonianza attendibile. Sto parlando di Un magistrato fuori legge, di
Giancarlo Caselli, rivisitazione dei giorni in cui Caselli è stato capo della Procura di Palermo prima di
diventare Procuratore Generale a Torino prima che una legge speciale fatta solo per lui e prontamente votata
dalle disciplinate maggioranze del regime berlusconiano gli vietasse (solo a Giancarlo Caselli) di diventare
Procuratore Generale Antimafia. Mentre si sta chiudendo una legislatura che sta alla legalità italiana come
l‘uragano Katrina sta alla città di New Orleans, il magistrato Caselli può vantare qualcosa di unico: sono
decine le leggi di questo Parlamento fatte esclusivamente per beneficiare qualcuno (il Premier o i suoi più
intimi coimputati); una sola è stata fatta per privare un solo cittadino, il magistrato Caselli, del suo diritto di
aspirare a un delicatissimo incarico giudiziario.
Poiché Giancarlo Caselli è noto in Italia dal tempo degli anni di piombo, come uno dei giovani giudici che
rischiano senza esitazione la vita per combattere il terrorismo, poiché diventa Procuratore Capo di una città
drammatica come Palermo, dove una potente criminalità organizzata minaccia costantemente, con il nodo
scorsoio del controllo economico e con la violenza delle armi, la civile maggioranza dei cittadini, è molto
difficile raccogliere in quella città, tra i resistenti alla Mafia, testimonianze che non siano di approvazione,
sostegno, solidarietà e anche affetto.
Diverso è il parere di aree strettamente controllate dalla destra berlusconiana e della parte politica che fa


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

capo a Totò Cuffaro (tuttora presidente della Regione Sicilia, mentre continuano ad accumularsi gli atti
giudiziari che lo riguardano).
Nell‘Italia democratica sono in molti a sentirsi orgogliosi, come cittadini, di appartenere a una Repubblica che
vanta giudici come Caselli.
Parlo del libro, però, non solo per dare riconoscimento a Giancarlo Caselli della sua vita e del suo lavoro di
magistrato, da questo giornale che gli è sempre stato vicino. Ma per dire la parola chiave che ci ha guidato in
tanti durante la opposizione ai comportamenti del governo Berlusconi e allo scempio di leggi e di Costituzione
(53 articoli cancellati o vandalizzati) della sua maggioranza, che si è graniticamente compattata soltanto
quando c‘era da recare danno alla Repubblica.
Quella parola è legalità. È il percorso che ci guiderà durante la campagna elettorale, verso un nuovo governo
che consentirà - secondo l‘appello del Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro - di rigettare
con il referendum l‘insulto fatto alla Costituzione dalla cosiddetta «devolution», di abrogare il costo immenso
e inutile, di ritornare nella legge.
***
Chiedo scusa ai lettori se ancora una volta farò riferimento agli Stati Uniti, e lo farò proprio nel momento in
cui i commentatori più autorevoli e le molte voci dell‘opinione pubblica di quel Paese criticano apertamente
e aspramente il presidente Bush perché Bush invoca mano libera dalla legalità (regole, procedure, dettato
costituzionale) pur di cogliere di sorpresa il terrorismo e di riuscire a bloccarlo in anticipo.
Come si vede buone ragioni che però non evitano al presidente americano, che pure si considera «in guerra»,
il duro giudizio che dice: «Siamo fuori dalla legalità, dunque fuori dalla democrazia».
Le due storie, che a me sembrano esemplari, riguardano i procuratori speciali che hanno varie volte messo
sotto accusa il presidente Clinton (sette diverse iniziative giudiziarie, due Grand Jury), e hanno provocato la
sua espulsione dall‘ordine degli avvocati. E le indagini giudiziarie in corso intorno alla Casa Bianca di Bush.
Tutti i procuratori che hanno sostenuto le accuse contro Clinton hanno svolto fino in fondo la funzione
giudiziaria che la legge americana imponeva loro, chiamando il presidente degli Stati Uniti a rispondere di
accuse o a testimoniare sotto giuramento.
Clinton è stato sempre assolto. Per pura fortuna, dicono i suoi avversari repubblicani. Perché era innocente,
dicono i democratici, gli amici di Clinton e i suoi avvocati.
Nonostante l‘infuriare delle tempeste politiche che i repubblicani hanno continuamente scatenato contro
Clinton, nessuno mai - né da una parte né dall‘altra dell‘arena politica - ha interpretato la sconfitta
giudiziaria dei procuratori che hanno messo Clinton sotto accusa come la prova che le loro accuse fossero
«false, inventate, fanatiche». Nessuno di loro, anche quando l‘accusa ha avuto (e l‘ha avuta) la mano pesante
contro il presidente in carica, ha mai pensato che l‘integrità di quei procuratori si valutasse in base alla
vittoria o alla sconfitta giudiziaria finale. Si badi che il sistema americano non prevede l‘obbligatorietà
dell‘azione penale. Essa dipende dunque quasi soltanto (salvo pochissimi reati) da valutazioni soggettive del
Giudiziario. Ma anche, e moltissimo, dagli umori e dalle spinte dell‘opinione pubblica. Ciò dovrebbe esporre
molto di più i protagonisti del processo al rischio di giudizi duri o screditanti in caso di insuccesso. Nei casi
che sto ricordando, di tale screditamento o accusa o sospetto non c‘è una traccia. Ognuno ha un ruolo e tutto
dipende dal rigore legale con cui quel ruolo viene svolto. E se Clinton si fosse mai permesso di parlare di
complotti giudiziari contro di lui (e non parlo della questione Monica Lewinsky, ma di quando si è fatta
balenare una accusa di omicidio per l‘avv. Foster, legale della Casa Bianca morto suicida) sarebbe uscito dalla
vita pubblica.
***
Ma c‘è una seconda vicenda giudiziaria che riguarda da vicino il potere politico e si sta svolgendo adesso in
America. Gli imputati sono (o stanno per essere) personaggi in vista della Casa Bianca, molto vicini al
presidente o al vicepresidente degli Stati Uniti. Uno, Scooter Libby, è già stato incriminato. L‘altro, Karl
Rove, vicinissimo a Bush, attende di sapere che cosa deciderà il procuratore speciale Fitzgerald.
Ma di una cosa è certo quel procuratore, per quanto si stia spingendo audacemente tra le maglie e gli
ingranaggi del più forte potere esecutivo del mondo, in cerca di persone che, secondo l‘accusa, hanno
mentito e violato varie leggi federali e la Costituzione. Nessuno, neppure in un tempo che George W. Bush
ama definire «tempo di guerra», lo accuserà di essere un fanatico che in nome di una sua scatenata
ossessione e per conto di avversari politici, sta stringendo l‘indagine intorno alla Casa Bianca.
Eppure le possibilità che alla fine, un giudice federale dia torto al procuratore e ragione agli illustri imputati,
sono molto alte, almeno al cinquanta per cento. Ma neppure se fossero ancora più alte, fermerebbero ciò che
la Costituzione americana chiama «il dovuto processo».
Tutto questo ci serve per capire quanto pesino sulla reputazione dell‘Italia in Europa e nel mondo, le 1500
pagine della bozza di relazione finale della Commissione parlamentare antimafia preparata dal presidente
Centauro, scrupoloso militante di Forza Italia. In quella relazione solo 96 pagine (cito dal Corriere della Sera
del 20 dicembre) sono dedicate alla ‘ndrangheta che imperversa in Calabria, e una sola pagina è dedicata a

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Cosa Nostra in Sicilia. In essa si dà atto a Totò Cuffaro, sotto processo a Palermo per favoreggiamento, «del
suo impegno per la legalità e contro la presenza della mafia nella economia, nelle istituzioni e nella società
civile».
Ma quattrocento pagine sono dedicate a screditare giudici e procuratori «che avrebbero dovuto accostarsi con
più prudenza alle valutazioni sull‘attività politica». Si parla del processo Andreotti, e dunque l‘imputato
ideale della politica di governo e della sua maggioranza è il procuratore Giancarlo Caselli.
Caselli è screditato, ovvero il giudiziario è incriminato, da chi rappresenta la maggioranza parlamentare e il
governo. E il governo e la maggioranza indicano a modello un presidente di Regione che è già nelle carte
giudiziarie.
Come dire: non ci provate.
L‘intimidazione di due dei tre poteri (legislativo ed esecutivo) contro il giudiziario non è consentita in alcuna
legislazione democratica.
Ma dalla pratica democratica questo governo e questa maggioranza sembrano essere ansiosi di chiamarsi
fuori, tante sono le occasioni di scontro brutale con la giustizia a cui gli italiani sono costretti ad assistere.
Purtroppo su questa materia, che qualifica o danneggia drammaticamente la reputazione e la rispettabilità di
un Paese, la stampa del mondo non è affatto distratta. E la nostra immagine adesso, con questo governo e
questa maggioranza, è chiaramente definita nella parte negativa del mondo. In tutte le classifiche, dalla
libertà al rispetto dei diritti, alla divisione ed esercizio integro e indipendente dei poteri al controllo delle
informazioni, il nome dell‘Italia continua a scendere.
***
Lo scorso 14 dicembre un gruppo di giudici di Magistratura Democratica di Bologna ha invitato i cittadini a un
dibattito dal titolo: «Per una legalità condivisa».
Ho partecipato a quell‘evento, insieme a voci illustri di quella città (Giancarla Codrignani, Ivano Dionigi,
Franco Ippolito, Sergio Caserta, Leonardo Grassi) invogliato dalla proposta del titolo: «Legalità condivisa».
Infatti sia i modelli americani di cui si parla, sia le appassionate invocazioni di ritorno alla legalità del
Presidente emerito Scalfaro e l‘elogio della legalità proposto ancora una volta il 20 dicembre dal presidente
Ciampi, ci dicono che il «dopo» che il governo Prodi vorrà costruire è quello della «legalità condivisa». Che
vuol dire: la legalità non è solo una rete di regole con alcuni pilastri e princìpi fondamentali che fanno da
riferimento e da orientamento nei tanti percorsi della vita pubblica.
La legalità è anche una serie di condizioni che rendono possibile la fiducia, la adesione, la partecipazione di
ciascun cittadino.
Dunque non è la terra dove si mettono sotto accusa i giudici per la colpa di fare i giudici, si distribuiscono
condoni, posticipati ma anche anticipati, a chi ha violato o violerà la legge, dove si accorciano le prescrizioni
per favorire gli imputati dotati di bravi e costosi avvocati che sapranno far valere i cavilli, si riempiono le
carceri di immigrati e di colpevoli di reati minori e poveri di assistenza legale (e presto anche di ragazzi
sorpresi a fumare una canna) mentre un presidente di Regione in odore di rapporti malsani (rappresentati
bene e senza alcuna querela dal film «La mafia è bianca» di Stefano Maria Bianchi e di Alberto Nerazzini)
viene mostrato come esempio agli italiani da una autorevole commissione parlamentare, ma anche come
invito a un più disinibito comportamento. In quello stesso Paese un sottosegretario provvede a informare gli
imputati di pericolose intercettazioni, il segretario di un partito di maggioranza che aspira al centro, e che fa
capo al presidente della Camera, dice che «Santoro fa schifo come la mafia» perché ha osato presentare il
film «La mafia è bianca» dove si denuncia con indiscussa evidenza il rapporto fra politica e mafia, adesso,
mentre ne stiamo parlando.
La legalità è una rete di condizioni umane e sociali oltre che giuridiche: la piena libertà dell‘informazione, la
cessazione del clima di intimidazione nei confronti di coloro che scrivono, di coloro che dirigono giornali e
persino, a volte, degli editori; il pluralismo scrupolosamente osservato in tutte le televisioni pubbliche; il
comportamento e l‘esempio di chi partecipa alla vita pubblica in modo da evitare non solo la celebrazione, a
cui stiamo assistendo, della illegalità, ma anche la scrupolosa attenzione a non sembrare mai, neppure per
equivoco, fuori della legalità.
E si aprono porte e finestre alla opinione pubblica, che deve essere sempre in grado di sapere tutto in ogni
momento e non sentirsi mai oscurata o tagliata fuori.
Non è un sogno. È la sola definizione di democrazia. furiocolombo@unita.it

17    Flores d'Arcais: caro D'Alema, agitare la sconfitta è un ricatto. E’ come se un centravanti che avesse appena
      fatto autogol accusasse qualche tifoso di fischiarlo. È dai tempi della bicamerale che D'Alema, come politico di sinistra, fa solo
      autogol. - Le accuse di «Libero»: il premier socio di Consorte.
dal Corriere - 9 gennaio 2006 di Gian Guido Vecchi –
«Chi fa autogol non può criticare chi fischia. Codice etico, ma i girotondi non tornano»
Sullo sfondo, in casa di Paolo Flores d'Arcais, risuona inconfondibile «il» sax per antonomasia, «stavo

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dipingendo e intanto ascolto Charlie Parker, così mi dimentico di D'Alema e Fassino». Il direttore di
Micromega ha la voce piana e ironica, «perché vuol riportarmi alla realtà?». Però c'è poco da fare, a quanto
pare i girotondini sono tornati a scatenarsi: Travaglio che alla Padania parla dei Ds come di «un partito a
sovranità limitata», «Pancho» Pardi che sull'Unità precisa: «No, non sono tutti uguali». Senza contare Furio
Colombo che nell'editoriale della stessa Unità parla del «noto imputato Silvio Berlusconi che, Dio sa perché, ci
hanno raccomandato così spesso di non "demonizzare"».
Stanno tornando i girotondi?
«Le ragioni che li fecero nascere sono più che mai attuali, tant'è vero che la storia della colpevole
disattenzione, chiamiamola così, della opacità etica intorno alla vicenda Unipol, a sinistra è stata affrontata
nei mesi scorsi soltanto da tre testate: l'Unità, Diario e Micromega. Mentre Fassino, D'Alema, Bersani e
compagnia cantante non hanno fatto altro che dedicarsi ai peana verso Consorte...».
Quindi?
«Quindi niente. I motivi ci sono ma i movimenti non nascono a comando, sono legati a situazioni particolari,
emotive. E fino al 9 aprile la vita politica ed emotiva dei democratici sarà evidentemente concentrata sulle
elezioni e la necessità di liberare l'Italia dall'antidemocrazia berlusconiana».
C'è rischio di astensioni a sinistra?
«Oggi D'Alema fa una sorta di ricatto agli elettori democratici: se continuate a criticarci, dice, perderemo le
elezioni. Visto che in Italia si usano solo metafore calcistiche, è come se un centravanti che avesse appena
fatto autogol accusasse qualche tifoso di fischiarlo. È dai tempi della bicamerale che D'Alema, come politico
di sinistra, fa solo autogol. Se va avanti così è chiaro che ci sia il rischio di astensioni».
Furio Colombo cita una lettera del girotondino Piero Ricca, «certo viene da sorridere pensando all'ostilità,
anche dei vertici diesse, verso i "demonizzatori" di Berlusconi». Accadde così?
«La richiesta di non "demonizzare", cioè di non chiamare Berlusconi e il suo regime con il loro nome, risale
alla Bicamerale. La Bicamerale di D'Alema è l'origine di tutte le sciagure in cui d'Alema ha trascinato la
sinistra».
E perché l'avrebbe fatto?
«L'inciucio. L'irresistibile tentazione all'inciucio con Berlusconi».
Sì, ma per quale ragione?
«Se mi chiede il motivo dell'ostilità verso i girotondini, la risposta è: la tentazione all'inciucio. Perché poi
abbia scelto questa linea, bisogna chiederlo a lui».
Quali temi «girotondini» pensa dessero fastidio ai vertici ds?
«I girotondi erano dalla parte della Costituzione, della legalità, dell'informazione pluralista e libera: basta con
il conflitto di interessi. Quindi la domanda che rivolgevano era: perché in cinque anni non ve ne siete
occupati? Il dato di fatto è che, invece di una radicalità riformatrice di tipo liberale, abbiamo avuto
l'inciucio».
Ieri Fassino ha replicato agli «attacchi» su Unipol...
«Sì, dice che si è limitato a chiedere notizie su Consorte. Solo che nella famosa telefonata, a Consorte che
annuncia vendette contro gli oppositori, Fassino risponde: aspetta, prima portiamo a casa tutto. Che una
frase del genere sia detta da uno che si limita a chiedere notizie è un'offesa per l'intelligenza di qualsiasi
lettore ed elettore».
Non l'ha convinta?
«No, mi pare chiaro».
Ma quale sarebbe la colpa dei vertici ds?
«Sono stati incoerenti rispetto ai valori che proclamano. Fassino, qualche mese fa, quando cominciò a venir
fuori la faccenda, dichiarò solennemente: si pubblichino tutte le intercettazioni! E sottolineò: tutte. Ora che
è venuta fuori la sua, sono certo che dopodomani centrerà la sua relazione alla direzione del partito sulla
richiesta solenne che vengano pubblicate tutte. Cioè anche quelle di D'Alema e dei politici berlusconiani. E
così si mette fine ai veleni».
Lei che idea si è fatto?
«Io non mi faccio idee, sono per la trasparenza: prima di giudicare, aspetto di leggere. Sono pronto a
scommettere che i berlusconiani, in queste intercettazioni, vengono fuori per quello che sono. Come ha
ricordato Passigli, Berlusconi è socio di Fiorani e di Gnutti. Quanto a D'Alema, sono curioso come ogni
cittadino democratico».
E Fassino, ora cosa dovrebbe fare?
«Su questo volevo scrivere il prossimo editoriale su Micromega, ma vedo che Furio Colombo ha avuto prima di
me la stessa idea: mi aspetto un rigoroso codice etico, secondo una serie di misure che aveva proposto Paolo
Sylos Labini; mi aspetto che questo codice di comportamento venga coerentemente rispettato e, quando il
centrosinistra sarà al governo, sia trasformato in legge come ha fatto Zapatero».
Ma non si fa confusione a introdurre categorie morali? Non è una questione politica?

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«Quando Berlinguer parlò di questione morale, aveva forse smesso di fare il politico? No, io penso piuttosto
che sia stato un momento di grande realismo politico».

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Le accuse di «Libero»: il premier socio di Consorte.
dal Corriere - 8 gennaio 2006 - Assioma: «Un governo, in Italia, ha già rotto le palle dopo due anni.
Figuriamoci dopo cinque». Vittorio Feltri sorride sornione, «credo che nel frattempo lo abbia capito pure lui,
negare ogni errore e dire "tutto va ben, madama la marchesa" è controproducente». Perciò è inutile che il
Cavaliere se la prenda se la sua navicella corsara, sempre meno navicella e sempre più corsara, ogni tanto gli
assesta qualche ceffone: «Silvio socio di Consorte», titolava ieri a tutta prima pagina Libero, con tanto di
fotomontaggio dei due che si guardano sorridenti e un'intera pagina a ricostruire le partecipazioni Fininvest
(2,53%)e Mediaset (2,73%) nell'Hopa di Gnutti e via andare, «Berlusconi si ritrova azionista di Unipol».
Con tanti saluti all'indignazione di Berlusconi sugli intrecci tra affari e politica: «Per carità, in politica ci sta
questo e altro. Ma se sei in società con questi devi starci attento, no? Lui può sempre dire che sono stati i
figli, ma non mi dica che non lo sapeva. E allora, quando salta fuori il casino, almeno evita di fare la predica
ai tuoi soci...». Non è la prima volta e non sarà neppure l'ultima, «che diavolo, le critiche si fanno, no? Noi
siamo un giornale d'opinione, abbiamo un pubblico prevalentemente di centrodestra, però questo non ci
impedisce di vedere le cose». E pazienza se dalla Cdl lo guardano male e c'è chi sospetta una svolta
antiberlusconiana del temutissimo Feltri. «Ma va là, è una stupidata — ride — di articoli contro Berlusconi ne
abbiamo sempre scritti, quand'era il caso. Lui li interpreta come segni di ostilità, e in questo si rivela un po'
infantile. È abituato alle labbra morbide e alla lingua umida dei lacché di cui ama circondarsi, mi sa».
Adesso, col suo sodale pubblicitario Gad Lerner, s'è messo pure a girare uno spot per i krumiri (nel senso dei
biscotti) con battute del tipo: «Caro Silvio, i sondaggi non sono più quelli di una volta?». Ma niente virate,
assicura, anche perché «berlusconiano» non è mai stato, «anzi io ho sempre detto che era Berlusconi ad
essere feltriano. Se poi non lo è più, amen». ...

18    Manuale del perfetto magistrato. Piccolo manuale per i magistrati che vogliono vivere tranquilli e fare
      carriera. – Cap. 1, 2, 3, 4, … 13. Se siete convinti che la legge sia uguale per tutti, cominciate a preoccuparvi
      seriamente. Delle due l'una: o avete sbagliato mestiere, o avete sbagliato paese.
di Marco Travaglio - nel nuovo anno, alla luce degli ultimi accadimenti dell'anno vecchio.
1. Non disporre mai intercettazioni telefoniche né ambientali: c'è sempre il rischio che il sospetto che state
controllando chiami o venga chiamato da un deputato, da un ministro, dal presidente del Consiglio, da un
governatore di regione o di Bankitalia.
2. Se, una volta adottate tutte le precauzioni del caso, vi ritrovate ugualmente fra le mani un nastro con la
voce di uno dei suddetti soggetti, mangiàtela dopo opportuna masticazione o, in caso di stomaco debole,
ordinatene l'immediata distruzione. Avrete ottime chances di diventare procuratore nazionale antimafia.
3. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrodestra, altrimenti verrete accusati di essere
toghe rosse. E Francesco Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
4. Non indagate su esponenti, simpatizzanti o elettori del centrosinistra, altrimenti verrete accusati di
indebolire la politica per conto dei poteri forti e dei banchieri. E Cossiga si ritirerà dalla politica per protesta.
5. Non indagate sui vertici delle banche, e men che meno di Bankitalia, altrimenti sarete accusati di
danneggiare gli esponenti del centrodestra o del centrosinistra loro amici. E, quel che è peggio, Cossiga non si
ritirerà più dalla politica per protesta.
6. Se incappate in un bilancio falso, convocate il colpevole per felicitarvi: "Complimenti, dottore: quando si
candida al Parlamento?"
7. Se incappate in una tangente, anziché perder tempo ed energie con indagini, rogatorie, perizie, udienze
preliminari e tre gradi di giudizio, condannate immediatamente il corrotto e il corruttore, alla pena
accessoria di presentarsi alle elezioni politiche. Così, per portarli avanti con il lavoro. La pena accessoria
s'intende estesa anche ai rispettivi avvocati.
8. Se trovate 21 miliardi di lire non dichiarati del '94 su un conto cifrato svizzero di Previti o 50 milioni di euro
non dichiarati del 2004 sui conti cifrati monegaschi di Consorte e Sacchetti, non fate troppe domande e non
andate a pensare chissà cosa. Quelle sono tipiche "consulenze".
9. Se dovete notificare un invito a comparire, un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio al
presidente del Consiglio, non fatelo: qualunque cose stia facendo il premier - un convegno sull'omeopatia, le
corna in Spagna, il trapianto a Ferrara, il lifting in Svizzera, lo shopping alla Standa, la talassoterapia in una
delle sue sette piscine abusive - verreste immancabilmente accusati di "giustizia a orologeria". Se proprio non
potete fare a meno di notificargli qualcosa, all'inizio dell'anno chiedete al premier (o, in alternativa, a Bondi)
di indicare quattro o cinque date a sua scelta. Voi non sapete ancora quali reati gli contesterete. Ma lui sì.

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10. Se scoprite che un premier o un ex premier è un mafioso, buttate via le prove finché siete in tempo. Se no
poi la Cassazione vi dà ragione, il governo fa una legge per stroncarvi la carriera e l'Antimafia è costretta a
scrivere 400 pagine di relazione per sbianchettare la sentenza.
11. Prima di prendere qualsiasi iniziativa giudiziaria su qualcuno, informatevi preventivamente sul suo titolo
di studio, il suo tenore di vita e le sue amicizie politiche. Dopo, è troppo tardi. Se vi accorgete in ritardo di
aver arrestato un ricco laureato con amicizie in alto loco, scarceratelo immediatamente, ancor prima che
Giuliano Ferrara ve lo chieda: se no quello poi parla.
12. Se vi capita un imputato extracomunitario, vi basterà adottare questo semplice accorgimento. Nel caso in
cui provenga dal Nordafrica, condannatelo al massimo della pena, possibilmente per terrorismo: un magrebino
è colpevole sempre, anche senza prove, a prescindere. Nel caso in cui, invece, provenga dagli Stati Uniti e,
per dire,appartenga alla Cia e abbia rapito un imam per farlo torturare in Egitto, assolvetelo da tutte le
accuse, anzi: possibilmente non processatelo nemmeno. Un agente della Cia è innocente sempre, a
prescindere, soprattutto se ci sono le prove.
13. Se siete convinti che la legge sia uguale per tutti, cominciate a preoccuparvi seriamente. Delle due l'una:
o avete sbagliato mestiere, o avete sbagliato paese. L'unità 2 gennaio 2006

19    Il Tesoro “dona” 407 milioni ai dipendenti. Premio di produttività per una attività che è diminuita
      invece di aumentare. La caccia agli evasori ha reso 11 miliardi nel 2001 e 4,8 quest'anno!!! Un crollo che, insieme con altri
      dati, non pare dimostrare una efficienza tale da meritare regalie a pioggia. Chi urla scandalizzato contro i drastici tagli alle
      università si tiri su con lo spirito: quella montagna di soldi risparmiati ha fatto felici tante famiglie. Sono finiti infatti sotto
      l'albero dei dipendenti del ministero dell'Economia. Chiamati a spartirsi 407 milioni di euro e benedetti ciascuno, in media, da un
      «premio» di 6 mila. Che raddoppiano per centinaia di dirigenti e arrivano a punte, per i massimi vertici, di 55 mila euro. Cento
      milioni di lire. E poi dicono che lo Stato è povero e taccagno...
dal Corriere - 29 dicembre 2005 di Gian Antonio Stella - È il «premio produttività» legato ai controlli fiscali e
ai risparmi di spesa. In media sono andati 6 mila euro a testa, ma i vertici ne hanno avuti 55 mila La norma
era stata approvata alla vigilia di Natale del 2003. Pochi giorni fa è arrivato il via libera del governo per la
distribuzione. Spiegano ora, al dicastero che gestisce le pubbliche casse, che è così anche da altre parti e che
i premi di produttività sono utili al buon funzionamento degli uffici e che è tutto regolare e sancito dalla
legge eccetera eccetera.
Certo, a prendere ad esempio quanto è stato recuperato dando la caccia agli evasori, i numeri denunciati da
Beniamino Lapadula della Cgil sono (causa condoni) da brividi: 11 miliardi nel 2001 e 4,8 quest'anno. Con un
crollo che, insieme con altri dati, non pare dimostrare una efficienza tale da meritare regalie a pioggia. Che
tutte le carte siano formalmente a posto, però, è verissimo.
La prima è la legge 350 varata dal governo alla vigilia di Natale del 2003. Dove si diceva che il Ministero
dell'Economia, sulle somme riscosse con le «attività di controllo fiscale», le «maggiori entrate realizzate con
la vendita degli immobili dello Stato», i «risparmi di spesa per interessi» sul debito pubblico e «l'attività di
controllo e di monitoraggio dell'andamento della finanza pubblica e dei flussi di bilancio», fissa una
percentuale da spartire tra i dipendenti ministeriali degli uffici «che hanno conseguito gli obiettivi di
produttività definiti, anche su base monetaria». Quanti a Tizio e quanti a Caio? La decisione era demandata
alla «contrattazione integrativa». Prova provata che il premio non sarebbe finito affatto a chi aveva aiutato lo
Stato eliminando degli sprechi, promuovendo dei risparmi, lavorando il doppio o scovando evasori (come
almeno in parte accadeva in passato) ma a tutti. Purosangue e somari, stakanovisti e lavativi.
E qualche giorno fa, ancora una volta proprio alla vigilia di Natale (quale momento migliore, per
impacchettare un regalino?) è arrivato il via libera del governo a spartire la somma fissata: 407.100.000 euro.
Pari al taglio fatto nella Legge finanziaria a tutte le Province messe insieme invitate a tirare la cinghia.
Oppure a quello alla sicurezza, con gratitudine dei delinquenti. O pari, come dicevamo, alla sforbiciata data
alle Università italiane che secondo Alessandro Bianchi, segretario della Conferenza dei rettori, ammontano
appunto a 415 milioni di euro. Di cui 200 destinati agli aumenti di stipendio (spese fisse: inflazione, anzianità,
contratti...) dei dipendenti, dai luminari ai bidelli. Scavalcati dal «premio» ai ministeriali dell'Economia.
Oddio, non che sia l'unico. Nel silenzio pressoché totale e un po' omertoso, un bonus natalizio il nostro
squattrinato Stato lo dona ad esempio (grazie all'approvazione d'un emendamento di pochi anni fa di Giuseppe
Fioroni, della Margherita) anche ai 1800 dipendenti dell'Istituto Superiore di sanità e ai 1200 dell'Ispesl
(l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro). Nei cui Consigli di amministrazione siede,
senza imbarazzi di incompatibilità, lo stesso Fioroni. Il meccanismo qui è leggermente diverso. E nelle buste
paga viene dirottata una quota delle somme che la nostra derelitta Sanità non è riuscita a utilizzare. Ma il
premio, evidentemente guadagnato grazie al luccichio del nostro sistema sanitario, c'è. E lussuoso. Pochi
esempi: 6.323 euro ai funzionari di quarto livello, 9.937 ai direttori di ricerca, 10.163 ai dirigenti di prima
fascia. Per un totale, distribuito quest'anno, di 7 milioni di euro. Il costo di una quindicina di tac di
ultimissima generazione. Indispensabili come l'aria a decine di ospedali del Sud che devono mandare i pazienti


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

nelle cliniche private.
Ma all'Economia, accusa la deputata diessina Laura Pennacchi rilanciando le denunce di una parte degli stessi
dipendenti bagnati dal felice acquazzone di denaro, la regalia (che la stessa Cgil ha di fatto approvato
chiamandosi fuori dall'accordo ma senza mettersi di traverso per non inimicarsi gli iscritti) è ancora più
stupefacente. Basta consultare le tabelle riportate dal sito dei sindacati di base www.rdbcub.it. Tabelle che
lasciano sconcertati, in questi anni di vacche magre in cui lo Stato va a tagliare anche sull'assistenza ai
disabili.
Dicono dunque queste tabelle che ai 203 dipendenti del Gabinetto del Ministro sono destinati pro-capite 5.911
euro di cadeau-premio. Ai 904 del Dipartimento del Tesoro 6.073. Ai 2.242 della sede centrale della
Ragioneria Generale 13.679. Ai 462 del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione 3.463. Ai 9.305
del Dipartimento Amministrazione Generale, Personale e Servizi del Tesoro 2.610. Ai 3.660 del Dipartimento
per le Politiche Fiscali 9.224. E infine ai 109 della Scuola Superiore Economia e Finanze 8.330 euro. Ma questa
è la media dei bonus per tutti. Coi dirigenti, abbiano o meno contribuito sul serio a fargli guadagnare o
risparmiare dei soldi, lo Stato è stato infatti ancora più generoso.
L'accordo del 15 novembre scorso tra il dipartimento generale e i sindacati, firmato da Unsa, Dirstat, Unadis
ma anche dalla Cgil, stabilisce infatti che i dirigenti del Gabinetto di Giulio Tremonti si spartiscano 308 mila
euro, quelli del Dipartimento del Tesoro (che sono un centinaio) un milione e 242 mila, quelli della Ragioneria
Generale (mezzo migliaio) sette milioni e 204 mila, quelli del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e
Coesione 465 mila e quelli della Amministrazione Generale un milione e 702 mila. Per un totale da dividere,
tra i soli dirigenti, di 10 milioni e 921 mila euro. Pari a quasi 23 miliardi di lire. Con una maggiorazione del
65% ai dipendenti dell'ex-Tesoro. Fate i conti: circa 12 mila euro a un dirigente del Tesoro, circa 14 mila a
quelli della Ragioneria. Con vette di 55 mila euro ai massimi responsabili dei dipartimenti. Le vacche saranno
magre. Ma se le sai mungere...

20     Brevi dal mondo. - Chicago: gli autobus si allargano per ospitare passeggeri sempre piu' obesi - La
       polizia blocca un festival gay - Vietate le decadenti note musicali occidentali - Superato il miliardo
       di internauti. – Cina per la prima volta multate aziende per inquinamento.
USA / Chicago: gli autobus si allargano per ospitare passeggeri sempre piu' obesi
L'America e' sempre piu' obesa e anche i trasporti pubblici sono costretti ad adeguarsi. Alle prese con
dimensioni crescenti del posteriore dei propri clienti, l'azienda che gestisce gli autobus di Chicago ha ordinato
sedili piu' larghi per sostituire quelli esistenti. L'obesita' sembra inarrestabile e gli amministratori della
Chicago Transit Transport dovranno pensare in futuro a cambiare anche gli autobus.
CINA / La polizia blocca un festival gay
Durante la cerimonia d'apertura del primo festival gay e lesbico della Cina, la polizia e' intervenuta per
bloccare la manifestazione. Gli organizzatori avevano programmato film, musica ed esibizioni in un locale, il
798, a nord di Pechino. La polizia ha denunciato i proprietari del locale ed ha negato che l'evento proseguisse.
IRAN / Vietate le decadenti note musicali occidentali
No alle decadenti note musicali occidentali, si' alle rilassanti sonorita' dell'epoca rivoluzionaria. Il presidente
iraniano Mahmoud Ahmaddinejad, dopo le recenti prese di posizioni anti-israeliane, interviene anche sui gusti
musicali del suo Paese. Vuole che i valori islamici vengano preservati, anche dalla radio e dalla televisione
pubblica. Un decreto presidenziale vieta la musica occidentale nei programmi.
MONDO / Superato il miliardo di internauti
Superato il miliardo di internauti, segnala Morgan Stanley, secondo cui questa cifra e' dovuta soprattutto
all'impulso venuto da due aree: Europa ed Asia-Pacifico. Lo studio rileva inoltre che nell'ultimo anno la
crescita e' stata del 10%-15% e che esiste un'evoluzione disomogenea: dieci anni fa l'America contava il 65%
degli utenti, oggi ha una quota del 23% mentre l'Asia-Pacifico ha raggiunto il 36% e l'Europa il 24%.
Cina - Multate aziende per inquinamento.
Secondo quanto riporta il Quotidiano della Gioventu' di Pechino, per la prima volta in Cina tre aziende hanno
accettato di pagare quasi 300 milioni di dollari di danni per aver inquinato il Fiume Giallo con rifiuti
industriali. Le tre societa' sono tutte nella regione della Mongolia Interna. - Peacereporter.net

21     Brevi dall’Europa. - Diritto all'eutanasia nel cantone di Losanna - Il motore diesel rappresenta il
       futuro dell'auto pulita in Europa - I fumatori sono colpevoli dei propri mali - La Chiesa cattolica
       deve pagare l'Iva - Chiunque puo' adottare un bambino.
SVIZZERA / Diritto all'eutanasia nel cantone di Losanna
Il suicidio assistito fa il suo ingresso tra le corsie di un ospedale. Dal primo gennaio 2006 i malati terminali
ricoverati presso il Chuv, il centro clinico universitario di Losanna, nel cantone francofono di Vaud, potranno
chiedere l'assistenza necessaria per togliersi la vita, rimanendo all'interno di una struttura sanitaria pubblica.


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

FRANCIA / Il motore diesel rappresenta il futuro dell'auto pulita in Europa
Secondo un rapporto parlamentare, il motore diesel rappresenta il futuro dell'auto pulita in Europa essendo di
qualita' pari al modello ibrido benzina-elettricita'; in quanto ai veicoli all'idrogeno, ci vorranno molti anni
prima della loro commercializzazione. "Nell'immediato, la motorizzazione diesel e' la soluzione piu' efficace e
meno cara per ridurre le emissioni in Europa, dove il diesel e' molto diffuso".
G.BRETAGNA / I fumatori sono colpevoli dei propri mali
Secondo l'Alta Corte i fumatori sono responsabili della propria salute danneggiata dal fumo a causa della loro
negligenza. Il giudice Stannley Burnton ha sentenziato che le persone che hanno iniziato a fumare dal 1971
sono colpevoli del loro rischio di ammalarsi, perche' in quel tempo si sapeva gia' quali erano i pericoli sulla
salute causati dalle sigarette.
SPAGNA / La Chiesa cattolica deve pagare l'Iva
La Commissione europea ha intimato alla Spagna di pretendere l'Iva dalla Chiesa cattolica. Con parere
motivato, l'Esecutivo comunitario minaccia di ricorrere alla Corte di giustizia di Lussemburgo se entro due
mesi il governo non porra' fine all'esenzione di cui fruisce l'istituzione religiosa. Quello del 16 ottobre e' il
secondo richiamo rivolto alla Spagna sull'argomento.
G.BRETAGNA / Chiunque puo' adottare un bambino
Il Governo di Tony Blair ha approvato una nuova legge sulle adozioni. Da soli o in coppia, conviventi o sposati,
etero o gay, dal 31 dicembre 2005 in Inghilterra e nel Galles sara' possibile adottare un bambino. Si tratta
della piu' grande rivoluzione delle leggi sull'adozione da trent'anni a questa parte. Finora le persone sposate
potevano adottare solo su base individuale: il partner non aveva gli stessi diritti come genitore.

22     Stanchi di una politica che ha bisogno dei giudici per fare i conti con questa plateale e continua
       manomissione della libera concorrenza.
Firenze, 29 Dic. - ''Etica e buongoverno nella Banca Monte dei Paschi di Siena'' e' il titolo della mozione
presentata dal gruppo dei verdi al Consiglio regionale, con la quale si chiede di fare chiarezza sulla situazione
delle banche anche in Toscana. L'obiettivo e' evitare di ''fare i conti con una finanza 'd'assalto' che attacca
soltanto i portafogli degli italiani con prelievi di 30 euro l'uno dai conti correnti e con procurate perdite in
Borsa per la gran parte dei risparmiatori, perdite pari al 30%, se non peggio, del capitale investito''. ''Occorre
non aspettare piu' la magistratura - dichiarano Mario Lupi e Fabio Roggiolani, capogruppo e consigliere dei
verdi per L'Unione in Consiglio - per prendere atto che e' necessario ricostruire un'alleanza con l'imprenditoria
produttiva tagliando definitivamente i ponti con chi si propone di speculare su atti della pubblica
amministrazione, siano essi legati alle facilitazioni di opa o all'acquisizione di lotti di privatizzazioni oppure
vendite di patrimonio pubblico o ancora concessioni in gestione di strade o altre opere pubbliche''. Secondo i
verdi ''chi fa alleanze con i 'cavalieri grigi' del cemento (dai Caltagirone in giu') e' per l'affermazione del
privato, della speculazione edilizia e autostradale rispetto ad altre prospettive di sviluppo legate al sostegno
all'artigianato, alle esportazioni, alle autostrade del mare, alle energie rinnovabili''. ''Siamo stanchi di questi
personaggi - hanno spiegato Lupi e Roggiolani, che giudicano positivamente la posizione assunta dal
presidente Martini e da Mps su Bnl- che ci propongono di trasformare le superstrade toscane, pagate coi soldi
di tutti, in autostrade a pedaggio; siamo stanchi di vedere una Confindustria completamente appiattita su
queste posizioni; siamo stanchi soprattutto di una politica che ha bisogno dei giudici per fare i conti con
questa plateale e continua manomissione della libera concorrenza''. (ANSA).

23     La Francia legalizzerà il peer to peer. La Camera dei deputati ha approvato una norma che
       permette il file sharing libero, dietro pagamento di una modica tassa.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 28-12-2005]
Le intenzioni del governo francese erano quelle di dare un giro di vite al P2P, insomma di introdurre anche
Oltralpe una "legge Urbani", anche se all'utente che acquista legalmente un'opera musicale o cinematografica
o un software viene concesso di farne una copia a scopo privato.
Lo scorso 22 dicembre, invece, la Camera dei deputati di Parigi ha approvato a stretta maggioranza un
emendamento che legalizza invece il file sharing di musica e film non a scopi di lucro, introducendo un
canone mensile intorno ai 6,5 euro per compensare il mancato pagamento dei diritti di autore.
L'emendamento ha già provocato le dure reazioni negative delle major cinematografiche e discografiche,
mentre l'Ufc-Que Choisir, importante e rappresentativa associazione dei consumatori, ha espresso
soddisfazione.
Il dibattito va al Senato il 17 Gennaio per l'approvazione definitiva. Bisogna comunque sottolineare che il
Governo potrebbe cercare di abolire questo emendamento, che rimane comunque un successo del fronte
antiproibizionista.



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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
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24     Fiorani e il Cavaliere. Il rapporto privilegiato con Forza Italia. I legami con la famiglia Berlusconi.
       L'appoggio politico alle scalate. L'ex boss di Bpl racconta il Grande Progetto.
Dal libro Banane & Mazzette di Peter Gomez e Vittorio Malagutti - Adesso che Gianpiero Fiorani sta parlando
tutti mettono le mani avanti. Silvio Berlusconi si rifugia nei non ricordo, giura di essersi "sempre tenuto fuori"
dal risiko bancario della scorsa estate e assicura "di non aver mai influenzato nessuno". Fabrizio Cicchitto, il
vicecoordinatore di Forza Italia, si spinge ancora più in là, e si lamenta perché "viene dato per oro colato
quello che sta dicendo una persona nelle sue condizioni". Il capogruppo dei Ds alla Camera, Luciano Violante,
ammette invece di averlo incontrato per discutere la legge sul risparmio, ma aggiunge che lo stesso hanno
fatto gli esponenti degli altri partiti. In Parlamento i boatos sui nomi della lobby di onorevoli che il banchiere,
in quasi 15 ore d'interrogatorio secretati, ha messo a verbale si susseguono ai boatos. Anche se un fatto è
certo. Se c'è un movimento politico che aveva un rapporto privilegiato con Fiorani e la Banca Popolare di
Lodi questo è Forza Italia. Non a caso, secondo quanto risulta a 'L'espresso', nel mirino della Guardia di
Finanza è finita una fideiussione personale firmata nel 2002 dal presidente del Consiglio per far ottenere al
movimento azzurro un prestito di 15 milioni di euro, serviti al cassiere forzista Rocco Crimi per ripianare i
debiti contratti durante la campagna elettorale con la Hdc del sondaggista Luigi Crespi. Niente di illecito, per
carità. Anche se la storia di quel maxi-finanziamento targato Bpl (ora Banca popolare italiana) testimonia la
familiarità dei rapporti tra i vertici dell'istituto di credito e Berlusconi. ...però è meglio spostare il tiro sul
leasing di D'Alema... c'est plus utile...
La firma della garanzia avviene nella quiete di Arcore, a villa San Martino dove, tre anni fa, si presenta
Gianfranco Boni, l'ex compagno di classe di Fiorani all'istituto tecnico commerciale Agostino Bassi,
protagonista come l'amico di una carriera tutta interna alla banca che lo ha portato fino alla poltrona di
direttore finanziario della Lodi e da qui, martedì 13 dicembre, a San Vittore per rispondere di associazione
per delinquere, aggiotaggio, appropriazione indebita e riciclaggio. È con lui che il Cavaliere sigla un prestito
che ora diventa un particolare importante per riscontrare lo scenario politico delineato da Fiorani nei propri
verbali. L'ex boss di Bpl, del resto, con i pm e il gip Clementina Forleo è stato chiaro. Da una parte ha
ammesso le proprie responsabilità in ordine alle ruberie che gli hanno permesso di accumulare all'estero un
patrimonio di una settantina di milioni di euro.(...nel frattempo saliti ad oltre 200... ndr) Dall'altra ha
puntato l'indice contro l'ex governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio. Lo ha descritto come al corrente di
una serie di irregolarità compiute dalla Lodi durante l'assalto ad Antonveneta (tanto che Fazio ha deciso di
dimettersi), ma lo ha anche dipinto come una pedina di un gioco molto più grande, nel quale lo stesso Fiorani
non era che un co-protagonista. Una sorta di progettone politico-finanziario che aveva come obiettivo
finale quello di cambiare il volto del capitalismo italiano. Un disegno di molto precedente alle scalate ad
Antonveneta, Bnl e 'Corriere della Sera' che, nelle speranze dei suoi esecutori, avrebbe dovuto finire per
coinvolgere gli assetti attuali di altre istituzioni economico-finanziarie. Secondo Fiorani, che non ha esitato a
tirare in ballo nelle sue dichiarazioni pure i vertici di alcune banche straniere destinatari di vere e proprie
tangenti, la presidenza del Consiglio sarebbe stata al corrente del piano. Berlusconi, anzi, avrebbe in
qualche modo 'sponsorizzato' le scalate, mentre Fazio si sarebbe trovato con le mani legate. Davanti ai
magistrati, l'ex numero uno della Lodi descrive l'ex governatore come un ostaggio, tenuto sotto schiaffo dai
partiti che dallo scandalo Parmalat in poi hanno cominciato a mettere in discussione il suo mandato a vita.
...memorabile il comportamento dello statista Tremonti che aveva messo un barattolo Cirio come portapenne
sulla scrivania che era stata di Quintino Sella... tanto per usare un bel codice semantico da autentico
mafioso...
Una simile analisi non deve sorprendere. Le cronache raccontano come il 14 gennaio del 2005 a Palazzo Chigi,
dopo mesi di frizioni, si sia tenuto un pranzo della pace cui hanno partecipato Fazio, Berlusconi, il senatore
forzista e presidente della commissione Telecomunicazioni del Senato Luigi Grillo (generosamente finanziato
dalla Lodi) e l'allora ministro dell'economia Luigi Siniscalco. Al termine dell'incontro, che aveva per tema la
"difesa dell'italianità delle banche", Grillo riferisce: "C'è stata una sostanziale identità di vedute, non si
parlerà più di mandato a termine del governatore". Subito la legge sul risparmio s'impantana nelle aule
parlamentari, mentre il 23 gennaio 'Il Foglio', diretto dall'ex ministro per i rapporti col parlamento Giuliano
Ferrara, sotto il titolo 'Carissimi Nemici' scrive: "La Popolare di Lodi vuole comprare Antonveneta. Mediolanum
(Cav.) e Unipol (D'Alema) l'aiutano".
In gennaio accade anche dell'altro. La scalata dell'immobiliarista Stefano Ricucci al 'Corriere' si fa sempre più
frenetica. Ricucci, che ha come advisor l'ex amministratore delegato di Mediaset, Ubaldo Livolsi,(...tuttora
consigliere Fininvest, tanto per chiarire...) si muove di sua iniziativa o su mandato di altri? E sopratutto,
perché Fiorani lo finanzia nell'impresa con 570 milioni di euro pur rendendosi conto che l'assalto a via
Solferino è rischioso sia dal punto di vista finanziario che da quello politico? Durante i suoi interrogatori
ancora a piede libero, Fiorani aveva tergiversato: "Mah, avrò commesso un errore...". Adesso che si trova a
San Vittore è più preciso. Parla di nuovo di Berlusconi e della necessità del Cavaliere di godere buona stampa.


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                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

L'operazione Rcs, del resto, anche se difficile non pareva impossibile. Il gruppo dei 'furbetti del quartierino' e
i loro sponsor politici avevano appoggi ovunque. Anche nei tribunali, tanto che Fiorani ha parlato di una serie
di provvedimenti di favore presi nei confronti della Bpl nel corso degli anni; e a sinistra, dove il numero uno di
Unipol Giovanni Consorte era riuscito a ottenere l'assenso del governo alla scalata Bnl, dopo un incontro con il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta.
Per quanto riguarda la Popolare di Lodi, invece, il rapporto con Berlusconi era diretto. Fiorani e il
Cavaliere si erano conosciuti molti anni fa. Nel 1991, quando la Bpl aveva acquistato dalla famiglia di
Nino Rovelli (il re delle chimica che grazie a Cesare Previti avrebbe corrotto il giudice Renato Squillante) la
Banca Rasini, il piccolo istituto di credito di piazza dei Mercanti a Milano, dove aveva a lungo lavorato il
padre del premier. (...a beneficio degli arcorizzati immemori, ricordiamo che la Banca Rasini, diretta da
Berlusconi Padre, è stata l'unica Banca italiana chiusa ed incorporata, guarda la combinazione, da
Fiorani, con l'accusa di riciclaggio di danaro mafioso...) Fiorani aveva partecipato a quella trattativa. E al di
là del tavolo aveva trovato, come rappresentante della Banca Commerciale di Lugano dei Rovelli, Paolo
Marmont, un finanziere milanese sposato con una nipote di Leopoldo Pirelli, destinato a diventare uno dei
canali del riciclaggio del denaro nascosto in Svizzera da Fiorani & C. Della Rasini, una banca dove erano
custoditi i segreti (mai svelati) sui primi finanziatori del Cavaliere, Fiorani è anche stato il direttore. E in
queste vesti ha concesso affidamenti a società personali di Berlusconi, come l'immobiliare Dolcedrago, che
amministrava alcune ville in Sardegna, alla quale, per esempio, nel febbraio del '94 viene dato un prestito da
un miliardo di lire. Buonissimi erano pure i legami con Paolo Berlusconi. Quando il fratello del premier
patteggia la pena nel processo per la discarica di Cerro, Berlusconi junior si rivolge alla Lodi per ottenere i
quasi 50 milioni di euro con cui risarcire il danno. E sempre la Lodi si fa avanti con decisione per tentare di
rilevare dalla Edilnord 2000 della famiglia Berlusconi una rete di negozi in franchising, poi invece finita in
mano alla Pirelli Real Estate. Il Berluschino nel progetto di Fiorani ci crede. Tanto che nella cassaforte della
sua Paolo Berlusconi Finanziaria (PBF) è inserita come investimento stabile un'unica società quotata: la Bpl di
cui la PBf risulta possedere 8 mila azioni.
Fiorani diventa a poco a poco una sorta di banchiere di riferimento al quale si rivolgono gli uomini più vicini al
Cavaliere: l'ex manager di Publitalia e sottosegretario alle Riforme Aldo Brancher che, secondo Fiorani, sarà il
canale per contattare gli altri onorevoli da inserire nella sua lobby, il presidente della commissione
telecomunicazioni della Camera, Paolo Romani, e sopratutto il sondaggista di fiducia Luigi Crespi, di cui la
Lodi diventa socia in Hdc Datamedia, attraverso Efibanca. Fiorani, insomma, era uno di cui fidarsi. Lui, del
resto, ricambiava la stima dicendo a chiare lettere ai giornali: "Noi siamo una banca governativa". Almeno fino
al giorno del suo arresto.

25    I Beni culturali in rovina. - Finora non è stato rivelato quale sia il progetto della coalizione di centrosinistra su questo
      fronte delicatissimo e vitale, e speriamo di saperlo presto. Un´inversione di tendenza è necessaria, ma perché sia efficace
      occorrerà alla sinistra anche una buona dose di autocritica.

da Repubblica - 10 gennaio 2006 di Salvatore Settis - Prosegue senza soste (senza rimedio?) la penosa deriva
del ministero dei Beni culturali. Il "valzer delle poltrone" denunciato con nomi, cognomi e indirizzi da
Antonello Cherchi sul Sole-24 ore del 6 gennaio non è un episodio isolato, per quanto rivelatori possano essere
i suoi aspetti più grotteschi, come il decreto-legge pubblicato per errore sul sito del ministero (poi
velocemente ritirato), con notazioni a mano che mettono a nudo personalismi assai discutibili. Ma non si
tratta solo di fatti di costume, pur deplorevoli, bensì del profondo malessere di tutta l´amministrazione
pubblica della tutela. E´ infatti significativo che le lotte di potere, le spartizioni, i favoritismi clientelari
abbiano a oggetto le poltrone ministeriali, accentuando il perverso processo di gigantismo burocratico degli
uffici centrali del ministero, mentre la periferia langue. Basti qui ricordare che le direzioni generali, solo
quattro fino a pochi anni fa, si sono raddoppiate con la riforma Melandri e triplicate con quella Urbani, senza
contare l´aggiunta dei direttori regionali. Continua intanto l´annoso blocco delle assunzioni, più o meno metà
delle Soprintendenze sono coperte per reggenza in mancanza di Soprintendenti di ruolo, e l´età media dei
funzionari si aggira sui 55 anni. Viene così stravolto e mortificato il principale vanto della storia italiana della
tutela, il suo carattere territoriale. Il ministero diventa un mostro con una testa sempre più grande e un corpo
sempre più gracile. Soprintendenze, archivi e musei fronteggiano compiti accresciuti con fondi cinicamente
decurtati a ogni Finanziaria (lo ha ricordato Corrado Augias in queste pagine) e personale sempre più scarso e
sempre più vecchio. In questo contesto, il nuovo Codice dei Beni Culturali o qualsiasi altra norma rischia di
diventare rapidamente carta straccia per mancanza di chi ne curi l´applicazione.
Ma finite le Soprintendenze per il graduale pensionamento di tutti e la mancanza di turn over, chi si occuperà
della tutela in Italia? Per i musei almeno, la risposta è pronta, anzi strombazzata a ogni occasione: ci
penseranno le fondazioni museali. Peccato che chi le presenta come la soluzione salvifica rimuova in blocco i
fatti: la legge Veltroni che prevede le fondazioni museali a cui "conferire" in gestione i patrii musei è del


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

1998, il regolamento Urbani del 2001; ma ad oggi esiste una sola Fondazione costruita intorno a (o a spese di)
un museo statale, quella del Museo Egizio di Torino. Ma esiste veramente? Sembrerebbe di sì, visto che è stata
solennemente inaugurata due volte, da Urbani e poi da Buttiglione, e che può contare sul robusto appoggio di
due grandi fondazioni bancarie. Ma fino ad oggi non si è riuscito nemmeno a "conferire" il Museo alla
Fondazione, che gestisce la biglietteria mentre a tutto il resto (Museo e personale) pensa lo Stato. Esiste in
compenso un Consiglio di amministrazione (dove non siede nemmeno un egittologo), che ha assunto il nuovo
direttore del Museo senza consultare il Comitato Scientifico, presieduto e composto da egittologi illustri.
Le Soprintendenze vengono defunzionalizzate (anche con la creazione delle direzioni regionali, ulteriore
tramite burocratico fra tutela territoriale e ministero), le fondazioni non riescono a decollare, e intanto si
moltiplicano e si radicano le posizioni di potere nei corridoi del ministero. Se il disegno è di chiudere bottega
non c´è che dire, la strategia è perfetta. E´ dunque diventato un ferrovecchio anche il glorioso articolo 9, il
più originale della nostra Costituzione come ha detto il Presidente Ciampi? Mentre si avvicinano le elezioni
politiche, è giusto ricordare che gli elementi di questa deriva istituzionale, che negli anni del centrodestra ha
raggiunto un livello preoccupante, hanno però radici nei governi di centrosinistra. Ad essi risale l´istituzione
delle direzioni (allora Soprintendenze) regionali e la prima, più moderata moltiplicazione delle poltrone
ministeriali; ad essi l´istituzione delle fondazioni museali, ottima idea per convogliare iniziative e fondi
privati se la normativa non fosse stata concepita in modo così sgangherato. Anche il blocco delle assunzioni,
assoluto in questa legislatura, fu solo modestamente intaccato nella precedente.
Di fronte a questa crisi ormai insopportabile del settore, questi precedenti poco esaltanti vanno tenuti a
mente. Finora non è stato rivelato quale sia il progetto della coalizione di centrosinistra su questo fronte
delicatissimo e vitale, e speriamo di saperlo presto. Un´inversione di tendenza è necessaria, ma perché sia
efficace occorrerà alla sinistra anche una buona dose di autocritica. Se la Costituzione non è un ferrovecchio,
l´amministrazione pubblica della tutela ha bisogno non solo di più fondi, ma di un´iniezione massiccia di
nuovo personale di garantita competenza, di Soprintendenze territoriali autonome e funzionali, di una
burocrazia centrale più snella, di un nuovo rapporto con Regioni, enti locali e privati ridisegnato sulla base di
un grande patto nazionale per la tutela.

26     Strano ma vero. - La carta igienica? Ora si vende in chiesa - Divorzia senza dire niente alla moglie -
       Australia, irrompe nudo in chiesa durante la messa. - Marito finge sequestro per spassarsela con
       l'amante. Vicon, il condom-vibratore, regalo del momento in Giappone. - Spogliarelliste in rivolta, le
       guida la regina dell'hard.
La carta igienica? Ora si vende in chiesa
I preti che fanno concorrenza ai supermercati. Apparentemente potrebbe sembrare così. Ma dietro l'iniziativa
di un parroco americano che ha deciso di vendere carta igienica ai suoi fedeli in chiesa, c'è un motivo
umanitario: raccogliere fondi per aiutare 18 missionari partiti per la Costa Rica. La bizzarra idea è venuta al
reverendo Rick Oliver della First Church of God di Pendleton. Il prelato ha trasformato la casa di Dio in un
negozio pensando bene che forse è meglio vender carta igienica anziché i soliti gadget. Almeno c'è la
sicurezza che si tratta di un prodotto di cui nessuno può fare a meno.
E poi i rotoli, davvero celestiali, hanno una particolarità non da poco: sono grifatti First Church. In più,
garantisce il prete, hanno 450 strappi a doppio velo. Tutte caratteristiche che fanno della Angel Soft-Oliver's
una carta di sicuro successo presso i fedeli. Con i missionari pronti fare salti di gioia.
Divorzia senza dire niente alla moglie
I rapporti di coppia si fanno sempre più difficili e sono numerose le famiglie che si sfasciano. La separazione è
sempre in agguato e naturalmente coinvolge entrambi i partner. Ma evidentemente non sempre è così. Negli
Stati Uniti, e più precisamete in Florida, un uomo ha divorziato dalla moglie senza che la donna sapesse nulla.
Pur non essendo più coniugi, i due hanno continuato a vivere insieme. Protagonista della vicenda un uomo di
62 anni, Renzie Davidson, che nel 2001 aveva chiesto il divorzio alla sua signora. Poi le aveva detto di avere
cambiato idea annullando la pratica che ormai era passata in giudicato.
La verità è venuta galla solo quando la coppia ha dovuto firmare un'ipoteca sulla casa. Occasione nella quale
la donna ha capito che per la legge non aveva più un marito. Subito ha fatto causa all'ex che ora rischia una
condanna che sa di beffa: risposare la moglie.
Australia, irrompe nudo in chiesa durante la messa
Un giovane australiano ha fatto irruzione nudo in una chiesa cattolica durante la messa della vigilia di Natale.
Alice Springs autore dell'insano gesto ha ammesso davanti agli agenti che lo hanno fermato, non solo di aver
corso lungo la navata centrale, ma di essere anche saltato sopra l'altare esponendo i genitali alla
congregazione di 250 persone. Russell Goldflam, difensore del giovane, ha chiesto la clemenza della corte
spiegando che il tutto era cominciato come "scherzo spontaneo sotto l'effetto dell'alcool", finendo con gravi
conseguenze. Il professionista ha aggiunto che suo cliente desidera ripagare la città per l'offesa inflitta,

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                                      sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

svolgendo servizi socialmente utili. Il magistrato Michael Carey ha detto all'imputato di considerarsi fortunato
a non dover finire in prigione, e lo ha condannato a 200 ore di servizio sociale. Ha inoltre ordinato che le ore
di servizio vadano a beneficio della chiesa cattolica.
Marito finge sequestro per spassarsela con l'amante
Un uomo d'affari spagnolo di 39 anni pur di passare una notte con la sua amante si è inventato il sequestro da
parte di un comando terroristico. Juan, questo il nome del marito infedele, ha progettato il suo finto
rapimento nei minimi particolari chiedendo persino ad un complice "con l'accento arabo" di telefonare alla
moglie. Ma le cose non sono andate secondo i suoi piani. La consorte infatti, ignara della scappatella, ha
denunciato il fatto alle forze dell'ordine. Più di cinquanta agenti di polizia sono stati richiamati in servizio per
aiutare nelle ricerche, e quando Juan è tornato a casa stremato dalla lunga nottata non ha retto
all'interrogatorio e ha ammesso tutto, mentre l'amica ha affermato che non sapeva fosse sposato.
Vicon, il condom-vibratore, regalo del momento in Giappone.
I giapponesi si sono sempre caratterizzati per le invenzioni bizzarre ed anche in questo caso non si
smentiscono. Hanno infatti brevettato il Vicon. Ovvero un preservativo che ha incorporato un piccolo
vibratore. Tutto in uno insomma. Per questo il singolare nome del sex toy è stato coniato prendendo le prime
lettere di Vibrator e di Condom.Pare che l'apparecchietto, messo a punto dalla società Trovix che ne ha
curato la tecnologia e dalla Heart Beauty che produce preservativi, sia stato molto apprezzato dalle giovani
del Paese del sol levante. "Risponde splendidamente alle nostre esigenze", avrebbero detto in tante. Non per
niente sarebbe uno dei regali originali più richiesti per il periodo di capodanno.
Il Vicon contiene un gingillo miniaturizzato e racchiuso in un piccolissimo involucro di plastica situato alla
base del preservativo.
Il prodotto altamente tecnologico non è per altro nato a caso. Esso è frutto di un'approfondita ricerca da
parte di un'equipe di esperti.
"All'inizio - ha rivelato un portavoce del progetto Vicon - il problema maggiore era proprio quello di
posizionare correttamente il dispositivo che vibra". Un bel problema davvero. Tanto che i ricercatori, dopo
tanti esperimenti e studi, non sapendo come fare, hanno spremuto le meningi. Alla fine è giunta
l'illuminazione. "Per sciogliere ogni dubbio - ha aggiunto ancora il progettista - abbiamo mandato alcuni nostri
esperti a intervistare le prostitute nelle case di piacere. Grazie ai loro consigli pensiamo di aver fatto la
scelta giusta". Che dire, non c'è motivo di dubitarne.
Spogliarelliste in rivolta, le guida la regina dell'hard, la pornostar Jenna Jameson
Di solito sono gruppi morigerati a manifestare contro di loro. In questo caso avviene il contrario. Jenna
Jameson, l'attrice a luci rosse più amata dagli americani e non solo, sta guidando la rivolta delle
spogliarelliste di Scottsdale, la città statunitense dove risiede. Il motivo della sommossa delle stelline hard è
dovuta alle norme troppo restrittive per l'attività degli strip club che il consiglio municipale vorrebbe
introdurre dalla prossima estate.La super sexy Jenna si è presentata all'ultima seduta del consiglio insieme ad
un folto gruppo di spogliarelliste che sfoggiavano un'attillatissima t-shirt con scritto, in aderenza al seno:
"Salvate le piccole imprese".
Le nuove regole che il consiglio municipale vorrebbe introdurre rivoluzionerebbero l'attività di Jenna (che
possiede un locale per lo spogliarello nella cittadina) e delle amiche. E' previsto infatti che il pubblico resti a
circa un metro e venti di distanza dalle stripper, che non si utilizzi il topless, che siano vietati gli alcolici e le
mance infilate nelle mutandine.
"Con queste regole assurde - ha tuonato la Jameson - il sindaco ed i suoi hanno dichiarato guerra alla libertà
di espressione e di scelta dei cittadini di questa comunità, cedendo alle richieste di un piccolo ma potente
gruppo di moralisti".
La pornostar ha inoltre rincarato la dose dicendo: "Volevo rilanciare il Babes Cabaret, il mio locale, ma così
non è possibile. Contro questi sorprusi indiremo anche un referendum popolare". Per arrivare al voto Jenna e
le sue colleghe dovranno raccogliere 3.384 firme di residenti entro l'11 gennaio. Considerando che le firme
sono tenute riservate c'è da scommettere che l'elettorato, specie quello maschile, non farà mancare alle
vittime dei sorprusi il necessario apporto.

27    Legge vergogna persino per una repubblica delle banane. - Stabilire la perseguibilità del falso in
      bilancio a querela dell'azionista è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro...". -
      Si legalizza di fatto il reato. Grazie alle soglie, secondo i calcoli dell'Espresso, l'Enel potrà stornare ogni anno 191
      milioni di euro (quasi 400 miliardi di lire), la Pirelli 241,l'Eni 408, il San Paolo-Imi 105, la Fiat 79, la Fininvest 4.
      Cifre che basterebbero di gran lunga a mantenere tutti i partiti politici italiani.
22-12-2005 di Marco Travaglio - La banda che ci governa da cinque anni chiude la legislatura come l'aveva ini-
ziata: con un colpo di spugna sul falso in bilancio. Nel segno della più coerente continuità, si cancellano le
norme votate dal Senato che, una volta salvato Berlusconi dai suoi processi, inasprivano un po' le pene. E si
ripristina in toto la legge vergogna del 2001-2002. Era il 28 settembre 2001 quando la Camera, grazie anche a

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un clamoroso "infortunio" del capogruppo Ds Luciano Violante che chiese la procedura d'urgenza per il
dibattito in aula, riscrisse in dieci giorni l'articolo 2621 del Codice civile sui reati societari. La Cdl aveva ripe-
scato il progetto dell'ulivista Mirone, l'aveva riveduto e corretto in peggio, e l'aveva trasformato in legge
delega. Relatori: Giorgio La Malfa, condannato per Enimont, e Gaetano Pecorella, avvocato del premier.
Emendamenti a cura dell'avvocato Niccolò Ghedini, l'altro legale del premier. "Una legge - scrisse L'Economist
- "di cui si vergognerebbero persino gli elettori di una repubblica delle banane". Quattro le novità.
1) II falso in bilancio, da reato "di pericolo" (per i soci, ma soprattutto per il mercato, i creditori, fornitori,
investitori, concorrenti), diventa reato "di danno" (se non danneggia i soci, non è più reato). Ma chi falsifica i
bilanci per pagare tangenti lo fa proprio per avvantaggiare i soci, conquistando illegalmente nuove fette di
mercato. 2) Le pene massime, già lievi prima del 2001, scendono ancora. Per le società quotate scivolano da 5
a 4 anni. Per le non quotate, addirittura a 3. Con la conseguenza di impedire le intercettazioni e il carcere
preventivo anche nelle ipotesi aggravate, e di avvicinare ancor di più la prescrizione: il termine massimo
passa da 15 a 7 anni e mezzo (anche senza attenuanti generiche) per le società quotate e addirittura a 4 e
mezzo per le non quotate.
3) Per le società non quotate, il falso in bilancio è perseguibile solo a querela di parte (di azionisti o
creditori). Paradossalmente, se danneggia i soci (ipotesi più grave), si può punire solo se c'è una denuncia, e
non più d'ufficio dalla magistratura. Se invece non cagiona danni (ipotesi meno grave), rimane perseguibile
d'ufficio, pur con pene irrisorie e prescrizione fulminea. In ogni caso, fra attenuanti e sconti vari, la pena sarà
convertibile in una mini-multa. Commenta Piercamillo Davigo: "Mai visto processi per falso in bilancio nati da
denunce del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato: assurdo pensare che
denunci l'amministratore che ha eseguito i suoi ordini. Quanto al socio di minoranza, se anche sporge
denuncia, è facile fargliela ritirare risarcendogli il danno. Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a
querela dell'azionista è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro...".
4) Totalmente depenalizzate alcune fattispecie di reato, come il falso in bilancio presentato alle banche
(magari per ottenere crediti indebiti in situazioni di pre-fallimento).
Nel gennaio 2002 Berlusconi, cioè il principale beneficiario, firma personalmente il decreto che attua in
concreto i principi generali della legge-delega. E fissa le "soglie quantitative" di contabilità occulta "non
punibile", cioè consentita, alzando quelle già sciaguratamente previste dal progetto Mirone dell' Ulivo. Chi
tace a bilancio fino al 5% del risultato d'esercizio (calcolato sull'utile pre-imposte),fino a 110% delle
valutazioni o fino all'1% del patrimonio netto (che comprende pure immobili, partecipazioni, beni immateriali,
ammortamenti, utili, brevetti, magazzini...) non è più punibile. "È la modica quantità - scherza Davigo -,
magari per uso personale, come per la droga... ".
Cosí, mentre gli Stati Uniti sconvolti dai crac Enron e Worldcom approvano la legge Serbanes-Oxley che porta
a 25 anni di galera le pene per il falso in bilancio, nell'Italia travolta dai casi Cirio e Parmalat si legalizza di
fatto il reato. Grazie alle soglie, secondo i calcoli dell'Espresso, l'Enel potrà stornare ogni anno 191 milioni di
euro (quasi 400 miliardi di lire), la Pirelli 241,1'Eni 408, il San Paolo-Imi 105, la Fiat 79, la Fininvest 4. Cifre
che basterebbero di gran lunga a mantenere tutti i partiti politici italiani: la più cospicua riserva tangentizia
scoperta da Mani Pulite - quella dei fondi neri Eni - ammontava a 500 miliardi di lire accumulati in diversi
anni: ora la stessa società potrebbe accantonare il doppio, e per giunta in un solo anno, senza rendere conto
a nessuno. I risultati della più vergognosa delle leggi-vergogna sono quelli sperati. Ovviamente dagli imputati
eccellenti. Vanno in fumo quasi tutte le inchieste e i processi aperti in Italia per reati societari. A Torino
quello sulla fusione Telecom-Seat di Gnutti e Colaninno (i "capitani coraggiosi"). A Milano quello al forzista
Aldo Brancher per i soldi al Psi e a De Lorenzo; e soprattutto quello alla Gemina, la finanziaria Fiat-Medio-
banca che controllava la Rcs (22 imputati fra cui Pesenti, Mattioli, Renzoni, Riccardi). A Ravenna quello sul
crac Ferruzzi. A Napoli quello al cardinal Giordano. Cesare Romiti, condannato definitivamente per i falsi in
bilancio Fiat, ottiene la cancellazione della sentenza. Poi, naturalmente, i processi a Berlusconi. Cinque, solo
per falso in bilancio: per i 10 miliardi di fondi neri nell'acquisto del calciatore Lentini; per le centinaia di
miliardi di fondi neri (di cui 21 girati a Craxi) sui conti All Iberian; per i 1550 miliardi di fondi neri sul
comparto occulto della Fininvest (64 società off-shore); per i miliardi dirottati in nero sui conti di Previti e
Pacifico, che poi li giravano ai giudici Squillante & C. (processo Sme-Ariosto bis); per i diritti cinematografici
e televisivi acquistati in America e rimbalzati da una società off-shore all'altra per gonfiare i costi e frodare il
fisco. I primi quattro, con le attenuanti generiche, sono già caduti in prescrizione, quella abbreviata dalla
controriforma Berlusconi. Il quinto è in udienza preliminare: i fatti arrivano a12000 e la prescrizione non è
ancora scattata, ma gli avvocati del premier ci stanno lavorando (per esempio chiedendo la traduzione inte-
grale di tutti gli atti in italiano, che richiederebbe anni di lavoro e spese folli). In ogni caso, anche se le pene
venissero rialzate, al processo Mediaset si applicherebbero ancora quelle abbreviate dalla legge Berlusconi del
2002. Quelle eventualmente più severe varrebbero solo per i nuovi processi, cioè per i reati ancora da
scoprire o da commettere. Il fatto che Berlusconi e i suoi cari ne siano terrorizzati, al punto di emendare la
legge sul risparmio votata dal Senato pochi mesi fa tornando al falso in bilancio "light" ha dunque tre

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                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

spiegazioni soltanto: a) sa di aver commesso altri falsi in bilancio e teme che prima o poi emergano; b)
intende falsificare bilanci nel prossimo futuro; c) al falso in bilancio, che è la specialità della casa, è
affezionato. E al cuore non si comanda.

28    Le banche, i conflitti di interesse e le accuse ai pm. Alexander Stille. - Da dieci anni ormai Panebianco, Sergio
      Romano ed Ernesto Galli della Loggia sembrano sempre trovare un maggior numero di colpe nei magistrati che portano alla luce la
      corruzione, rispetto a coloro che hanno infranto la legge, e sdrammatizzano l´importanza dei conflitti di interesse di Berlusconi
      con un migliaio di "distinguo" e di cavilli.
da Repubblica - 2 gennaio 2006 - Adesso che l´Italia si trova nuovamente investita dallo scandalo – le indagini
sui manager di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia, l´inchiesta sulla possibile tangente data da Berlusconi a
un importante testimone in uno dei suoi processi – apprendiamo da alcuni autorevoli editorialisti del Corriere
della Sera che la colpa non è di quanti hanno commesso quei reati, bensì di coloro che hanno osato indagare
su di loro o denunciarli (ufficialmente).
Nel suo ultimo articolo intitolato "La Sinistra e il moralismo" Angelo Panebianco ha espresso la preoccupazione
che l´Italia, e in particolare la sinistra, stia riprendendo il "vizio nazionale" di moraleggiare sulla corruzione e
di demonizzare Berlusconi, facendo ritorno ai tempi di Tangentopoli, quando le indagini dei giudici non erano
altro che "una caccia alle streghe…un regolamento di conti fra bande, mascherato da lotta tra la Virtù e il
Vizio".
Bisogna ammettere che Panebianco fa notare qualcosa di molto intelligente su cui vale la pena riflettere, e
specificatamente che la corruzione in Italia è sistemica per sua natura, ed è dovuta al fatto che in Italia
politica ed economia sono profondamente saldate tra loro.
«Per ragioni storiche il capitalismo italiano vive in simbiosi con lo Stato e la politica», scrive Panebianco, con
ciò significando che coloro che detengono il potere politico - siano essi di destra o di sinistra - inevitabilmente
saranno tentati di agevolare gli interessi cui essi guardano con simpatia e di ostacolare coloro che dovessero
ritenere sfavorevoli. Qualcosa del genere può essere accaduto su entrambi i fronti dell´attuale scandalo
bancario, con i leader Ds che hanno appoggiato Unipol, e il centrodestra che ha lavorato dietro le quinte a
favore di Fiorani e di Antonveneta.
Quando trae le sue conclusioni – affermando che la colpa è dello spirito anticapitalista moraleggiante della
sinistra italiana - Panebianco esce malamente fuori rotta. «Per giunta, se in Italia non cambiano gli
atteggiamenti diffusi (non solo a sinistra) sul mercato, non sarà mai possibile disciplinare i conflitti di
interesse, da quello palese di Berlusconi a quelli occulti dei suoi avversari. Per la sinistra, soprattutto,
sbarazzarsi del moralismo è difficile. Anche perché è stato uno strumento di lotta contro Berlusconi. Ma è
un´arma controproducente».
È una vecchia, deprecabile storia il fatto che le più autorevoli voci del Corriere, nei momenti cruciali, paiano
sempre e inevitabilmente dare una mano, conforto morale e giustificazioni intellettuali alle anomalie estreme
del fenomeno Berlusconi.
Da dieci anni ormai Panebianco, Sergio Romano ed Ernesto Galli della Loggia sembrano sempre trovare un
maggior numero di colpe nei magistrati che portano alla luce la corruzione, rispetto a coloro che hanno
infranto la legge, e sdrammatizzano l´importanza dei conflitti di interesse di Berlusconi con un migliaio di
"distinguo" e di cavilli.
Dopo aver dato in origine il suo appoggio all´indagine di Mani Pulite, Galli della Loggia avanzò poi la curiosa
tesi secondo cui i magistrati non avevano il diritto di perseguire i crimini di corruzione politica perché in
precedenza non l´avevano mai fatto: «Ancora una volta, una domanda: perché, con l´eccezione di pochi casi,
gli inquirenti in Italia prima del 1992 non hanno perseguito i reati di corruzione politica?» scrisse nel
settembre del 2002. Oppure: «E perché dopo quella data la procura di Milano e a volte quella di Napoli e
alcune della Sicilia sono le uniche ad avere condotto indagini accurate e penetranti in quella direzione? (…) È
possibile esprimere un´ipotesi ideologico-politica? (…) Che la personalità, l´amicizia, la visione del mondo, il
punto di vista di questo o quel magistrato ne abbia influenzato la condotta?». In altre parole, poiché soltanto
un´esigua minoranza di magistrati italiani si era presa la briga di perseguire i reati di corruzione politica,
devono aver agito per qualche profonda animosità politica, ideologica o personale.
Questa posizione era tanto sbagliata sul piano fattuale quanto sul piano razionale. L´ufficio del procuratore di
Milano, in particolare, aveva avviato numerose indagini su importanti casi di corruzione – il caso Sindona, il
caso della P2, i fondi neri dell´Iri, il caso della corruzione nella metropolitana di Milano, per citare soltanto
quelli più importanti: poi però o erano stati riassegnati a Roma, dove erano stati "insabbiati", oppure il
Parlamento italiano aveva negato il diritto di portare avanti le indagini. Così, stando a quanto afferma Galli
della Loggia, i procuratori di Milano in qualche modo hanno fatto qualcosa di male cercando di applicare la
legge, perché spesso in passato era stato loro impedito di farlo. Pertanto oggi è disdicevole che i procuratori
di Milano, di Napoli e della Sicilia cerchino di portare avanti le indagini (che si ammette essere "accurate e
penetranti") sulla corruzione, perché alcuni loro colleghi di altre sedi non sono riusciti a farlo. Tutto ciò è

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particolarmente assurdo alla luce del fatto che i procuratori milanesi hanno ormai dimostrato che corrompere
i giudici era una prassi usuale a Roma; ma sono stati i magistrati che hanno scoperto i casi di corruzione a
buscarsi tutto il disprezzo di Galli della Loggia.
Analogamente, anche Sergio Romano si è schierato pressoché inevitabilmente con Berlusconi contro i suoi
accusatori. Quando Cesare Previti è stato incriminato per aver corrotto i giudici di Roma, Romano ha deciso di
indignarsi non tanto per il fatto che l´avvocato personale del primo ministro era stato giudicato colpevole di
aver scritto i nomi dei giudici nel suo libro paga, bensì per le parole adoperate dalla Corte nella sentenza che
descrive la spirale di corruzione che ha invaso il Palazzo di Giustizia di Roma: «Una gigantesca opera di
corruzione… Il più grande caso di corruzione nella storia, non solo d´Italia…".
Focalizzandosi su alcune frasi estrapolate dalla sentenza, Romano ha cercato di trasformare lo scandalo della
corruzione dilagante nella cerchia romana degli intimi di Berlusconi nello scandalo dei procuratori di Milano.
Insieme agli incessanti attacchi ai procuratori sugli organi di stampa di proprietà di Berlusconi, questi
editoriali – che apparivano regolarmente ogni qualvolta i problemi legali di Berlusconi venivano in primo piano
– hanno avuto il risultato di sdrammatizzare l´effetto del crescente accumularsi di prove sulle colpe del
premier e dei suoi intimi. La colpa, se mai c´era, era dei procuratori: quante più prove di attività criminale
essi trovavano, tanto più esse erano semplicemente indice della malvagità e dell´animosità ideologica e
personale da essi riservata a Berlusconi.
Ricorrendo a ragionamenti al tempo stesso eruditi e tortuosi, essi hanno usato la loro considerevole
intelligenza per rendere complicato ciò che di fatto è assai semplice: la persona proprietaria della più grande
società privata del Paese non dovrebbe avere l´incarico di guidare il governo; il più importante proprietario di
mezzi di comunicazione in Italia non dovrebbe altresì controllare il sistema dell´emittenza radiotelevisiva
statale; e un uomo la cui azienda è indagata per qualche reato – prima che egli entrasse in politica – non
dovrebbe essere responsabile del sistema della giustizia penale.
Il Corriere, in quanto voce della borghesia illuminata del nord, avrebbe potuto rivestire un ruolo assai
importante costringendo Berlusconi ad attenersi alle più elementari leggi democratiche. Avrebbe potuto
spiegare, con credibilità (come spesso ha fatto Giovanni Sartori, una voce isolata), che il conflitto di interessi
non è un problema ideologico tra sinistra e destra, ma soltanto una regola di base della governance
democratica.
Panebianco ha ragione quando afferma che il problema italiano è strutturale e non morale; ma sbaglia non
vedendo che il conflitto di interessi è profondamente strutturale, che peggiora esponenzialmente e legittima
la già grave simbiosi tra politica e business. Consentire all´uomo più ricco del Paese di guidare il governo è
un´alterazione strutturale del sistema, nella direzione sbagliata. Panebianco e i suoi colleghi dovrebbero
chiedersi che cosa sarebbe stato dell´attuale scandalo bancario – che al momento essi lodano come gestito in
modo altamente professionale e imparziale –, se i tentativi del governo di Berlusconi di mettere la
magistratura sotto il controllo politico diretto fossero andati in porto. Avremmo mai saputo niente delle
malefatte di Antonveneta, Unipol e Banca d´Italia se fosse stato coronato da successo il tentativo del governo
di abolire le intercettazioni telefoniche della polizia e di limitarle soltanto ai crimini più violenti?

29    La piazza e il voto di Marco Travaglio

Micromega n. 7/2005 - Dicesi opposizione qualcosa che si oppone. Si può dunque chiamare opposizione il
centrosinistra che da quattro anni e mezzo siede nel Parlamento italiano insieme alla maggioranza di Silvio
Berlusconi?
La risposta, per comodità, l'anticipiamo subito: no.
Lasciamo da parte le parole, le denunce e i proclami, che non mancano mai. Guardiamo machiavellicamente
ai fatti. Quante volte, dal 2001 a oggi, l'opposizione è riuscita a mettere davvero in difficoltà il governo sulle
scelte importanti? Mai. Quante volte ci ha davvero provato? Raramente. E quando ci ha davvero provato? In
una sola occasione, molto recente: la legge elettorale proporzionale, con cui il Cavaliere ha modificato le
regole del gioco della partita in zona Cesarini. "Bloccheremo il Parlamento" hanno annunciato, quasi stupiti di
se stessi, i leader dell'Unione.
Dopo quattro anni di leggi vergogna, ad personam, incostituzionali, quando si decide di "bloccare il
Parlamento" con un vero e strenuo ostruzionismo e si organizza addirittura una manifestazione di piazza?
Quando ci sono di mezzo i voti. Quando invece c'erano di mezzo i valori, come la libertà d'informazione, la
giustizia, la pace, i diritti dei lavoratori, l'ambiente, nulla di tutto questo: "moderare i toni", "non
demonizzare", "attenti alla piazza".
Poco da stupirsi, allora, se in piazza contro la proporzionale arrivano 60 mila persone, certamente meno delle
100 mila (comunque poche) decantate dagli organizzatori.
Il 21 marzo 2002, al Circo Massimo con la Cgil di Sergio Cofferati contro la riforma dell'articolo 18, erano in
tre milioni.

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Il 14 settembre 2002, in piazza San Giovanni con i girotondi contro la legge Cirami, più di un milione.
Ma allora i partiti della cosiddetta opposizione subivano, non gradivano, spaccavano il capello in quattro sul
"boomerang della piazza".
Poi ci sono scesi anche loro, ma solo quando gli rubavano i voti.
E, almeno a sentirli parlare, sono pronti a rifarlo se gli ruberanno qualche poltrona in tv: a ogni minaccia
berlusconiana di abolire la par condicio, annunciano "guerra totale". Cosa importante, la par condicio in
campagna elettorale. Ma forse un po' meno della libertà d'informazione. Che non si calcola dal numero di
poltrone riservate in tv ai politici di sinistra. Ma dal numero di notizie vere e di giornalisti liberi.
Tornando alle leggi, l'obiezione è nota: con 100 voti in più alla Camera, la maggioranza può fare il bello e il
cattivo tempo. Non è vero neanche questo. Perchè la Casa delle Libertà s'è rivelata un casino. Divisa,
dispettosa e assenteista, fuorchè per le leggi che stanno a cuore al premier e ai suoi cari. Ma l'iter delle leggi,
anche di quelle su misura, è lungo. C'è ad esempio un passaggio iniziale sempre decisivo: la pregiudiziale di
costituzionalità. Se non passa quello, la legge è morta per sempre. E in quella sede i tassi di assenteismo sono
altissimi.
Basta che l'opposizione si presenti in forze a votare, ed è fatta. Ma non accade quasi mai. Come ha dimostrato
Fabio Luppino su Micromega, se tutte le leggi peggiori hanno superato lo scoglio della costituzionalità è
perchè mezza opposizione non c'era.
Alla Camera il centrosinistra parte da 263 deputati (ultimamente saliti di una trentina per le numerose
transumanze). Bene, anzi male.
Nel 2001, sul ddl Sirchia, la Cdl ha solo 247 sì, ma l'"opposizione" solo 185 no.
Nel 2002, sulla controriforma del Csm, finisce 220 a 151 e sullo scudo fiscale (rientro dei capitali sporchi) 233
a 149.
Nel 2003, per la legge Moratti, 232 a 170 e per la Frattini sul conflitto d'interessi 241 a 215.
Il 3 febbraio 2004, dopo una battaglia campale e una prima bocciatura del Quirinale, si vota sulla
costituzionalità della Gasparri: 40 franchi tiratori della Cdl impallinano la legge. Che però si salva grazie alle
provvidenziali assenze di 30 "oppositori": 5 segretari (Bertinotti, Boselli, Diliberto, Mastella e Pecoraro
Scanio), 7 ds, 6 margheriti e quasi tutti i mastelliani.
Il governo la spunta per 2 voti: con altri tre deputati di sinistra, della Gasparri non si sarebbe parlato mai più.
In paesi come gli Usa e l'Inghilterra, dove le opposizioni usano ferocemente l'ostruzionismo (filibustering) per
inchiodare i governi, i capigruppo che non riescono nemmeno a portare in aula le loro truppe vengono cacciati
al primo bagno.
In Italia, per dire, il capogruppo Ds Luciano Violante nel settembre 2001 chiese addirittura la "procedura
d'urgenza" per la controriforma del falso in bilancio. La maggioranza che non credeva ai suoi occhi ma non
chiedeva di meglio, si associò. E nel giro di pochi giorni cancellò quattro processi al premier con una legge
che l'Economist definì "una vergogna persino per una repubblica delle banane". Il direttore della prestigiosa
rivista inglese, Bill Emmott, sostiene che "Berlusconi è un prodotto dell'opposizione". E viceversa.

30     Prodi rilancia «Per costruire un´Italia migliore, subito il partito democratico". Senza unità
       rischiamo grosso, ci vuole uno scatto. - Il Partito Democratico: una necessità.
10.1.2006 – Prodi rilancia «Per costruire un´Italia migliore, subito il partito democratico". Da costruire
«subito» e «ovunque». «Acceleare». Per una svolta nella politica del centrosinistra. Romano Prodi lancia la
proposta alle otto di sera del primo giorno del dopo vacanze. Sul suo sito web. Dopo due settimane di
riflessioni, colloqui a distanza, mentre aumentavano le tensioni sul caso Unipol. Lo fa appena giunto a Roma,
alla vigilia dell´Esecutivo della Margherita, oggi, e della Direzione Ds, domani. Due appuntamenti decisivi a
cui il Professore fa giungere il suo messaggio. Su «scelte che dobbiamo prendere insieme».
Prodi vuole segnare il suo rientro con tutta la forza possibile. Per far uscire il centrosinistra da un´impasse
sempre più pericolosa. Per essere lui a indicare la linea, per battere sul tempo ogni possibilità di conflitto,
anche solo di gara fra Margherita e Ds. Con nella borsa sondaggi che prospettano per la prima volta la
possibilità di perdere le elezioni. Per disaffezione. Ed eccolo chiamare a recuperare «l´entusiasmo delle
primarie». «Dobbiamo convincere i nostri elettori ad andare a votare, spiegare quale è la nostra diversità, che
non ci facciamo dettare le mosse dagli avversari». «Questo è il momento delle scelte» scrive. «Su di noi
ricade una grande responsabilità, la responsabilità di vincere per governare».
Il Partito Democratico, da prospettiva per il dopo-elezioni, esplode come scenario su cui impostare la
campagna elettorale. Un «soggetto politico unitario» che sia riferimento per scelte «impegnative». Si tratta di
decidere come presentarsi. I sondaggi dicono che la lista unitaria dell´Ulivo alla Camera raccoglierebbe,
adesso, meno voti delle liste separate Ds e Margherita al Senato. Che gli elettori faticano a capire un Ulivo
dimezzato. E allora due ipotesi sono montate. O riuscire a creare una lista unica anche al Senato, correndo
tutti i rischi di una legge elettorale che «spinge alla frammentazione», ma cercando un plusvalore legato


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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

all´Ulivo. E´ la grande speranza. Oppure cavalcare dovunque la linea del «più liste per avere più voti».
«Facendo comprendere, in ogni caso, che a darci una prospettiva, al di là di una legge impostaci, è una
visione di unità. Sono l´Ulivo, il Partito Democratico». L´asse - con «gruppi unici nel prossimo Parlamento» -
su cui mantenere la barra di una prospettiva di un´Unione che per la riforma elettorale non potrà più essere
presente nelle schede come «simbolo comune». «Questo carica di una responsabilità ancora più grande i due
maggiori partiti, Ds e Margherita, partecipi di un condiviso progetto riformista».
Questo Prodi getta sul tavolo dei partiti e dice direttamente ai cittadini. ... «Coerenza, volontà unitaria,
risposta concreta e credibile» sono le parole d´ordine del Professore. «Non posso chiudere gli occhi di fronte
ai segni di disagio tra i cittadini e gli elettori del centrosinistra» scrive. Ricorda «le vicende e le polemiche di
questi giorni», ma aggiunge che «altre e forse più profonde cause» sono «nello scompiglio creato dalla nuova
legge elettorale». Passaggio per mostrare «la diversità fra centrosinistra e centrodestra». Attacca «il conflitto
di interessi» e «la tolleranza, addirittura la giustificazione morale dell´evasione fiscale da parte del
presidente del Consiglio», «l´indifferenza della tutela dei risparmiatori». «Ridurre il costo della politica»,
rilancia, «limiti alle spese elettorali e per il funzionamento delle istituzioni», «accorpamento» delle elezioni
in due tornate, per le politiche e le amministrative. Poi «quattro solo autorità di controllo» (Bankitalia,
Antitrust, Consob, Autorità per le reti) per una «politica che stia in campo indossando la maglia dell´arbitro e
mai del giocatore». Regole nelle imprese «per impedire che i massimi dirigenti abbiano un potere che sfugge
ad ogni controllo» e nelle banche «per evitare la sovrapposizione tra attività bancaria e distribuzione di titoli
ai risparmiatori». «Per costruire un´Italia migliore».

Il Movimento per il Partito Democratico di Gregorio Gitti - La spregiudicatezza con la quale il centrodestra
ha usato il potere ha generato nei cittadini la convinzione che la politica sia uno strumento per tutelare i
propri interessi e la sensazione che le regole della civile convivenza siano un inutile lacciuolo di cui è
possibile, anzi auspicabile, fare a meno. È ora di voltare pagina.
All'Italia occorrono riforme strutturali che diano slancio all'economia e un nuovo spirito di servizio nell'azione
politica. Il centrosinistra può farlo. A condizione che superi le sue anacronistiche divisioni, attenui il peso
delle oligarchie di partito e la loro pretesa di interferire in ogni ambito della vita civile, dalla cultura alla
comunicazione, dall'economia alla pubblica amministrazione. Non abbiamo bisogno di meno politica, ma
invece proprio di una leadership politica più forte, che abbia la capacità e l'autorevolezza per regolare i
poteri economici nell'interesse generale, piuttosto che farsene condizionare.
Tutto ciò non potrà accadere senza una radicale semplificazione del quadro politico, senza una formazione
nuova, rappresentativa di tutti i riformisti, laici e cattolici, in grado di abbattere una volta per tutte gli
steccati ideologici dei secoli scorsi. Ma anche in grado di proporre un modello organizzativo autenticamente
partecipativo, in cui le primarie come metodo di selezione dei candidati a cariche di governo siano la regola e
non l'eccezione, ed in cui la scelta dei candidati per il Parlamento, così come per le altre assemblee
rappresentative, avvenga in base a criteri e metodi trasparenti.
La risposta insomma è il Partito Democratico. Un partito che, di fatto, è già nato il 16 ottobre 2005 sulle
gambe dei milioni di persone che si sono messe in fila davanti ai seggi dell'Unione. Si tratta di una prospettiva
aperta dal referendum elettorale del 1993 e dall'invenzione dell'Ulivo, che le primarie dell' Unione ci hanno
messo a portata di mano. È una prospettiva che non può essere abbandonata arrendendosi alla logica divisiva
del nuovo sistema elettorale approvato dal centrodestra. È una prospettiva che d'altro canto non può
essere affidata soltanto al negoziato tra gli attuali dirigenti dei partiti di centrosinistra.
Non solo perché essi hanno a cuore esclusivamente il vantaggio delle rispettive formazioni, come dimostra la
decisione di Margherita e Ds di presentare liste distinte per il Senato e di comporre le liste della Camera in
base a una ragionieristica ripartizione delle quote che non lascerà spazio a personalità esterne. Ma perché è
giunto il tempo di rinnovare la classe dirigente con il coinvolgimento di forze nuove e fresche, estranee
alla politica di professione ma disposte a servirla per un periodo di tempo limitato.
È con questo spirito che il Movimento per il partito democratico si è messo in moto. Ritengo che sia
necessario dare una casa a chi crede in questo progetto; dare voce a tutti coloro i quali, pur facendo parte
degli attuali partiti del centrosinistra, sono consapevoli di poter spendere meglio le proprie energie
all'interno di un partito nuovo; dare voce ai tanti italiani che già oggi non potrebbero sostenere una forza
politica diversa dal Partito Democratico; dare voce a chi pensa che il Partito Democratico, quando nascerà,
non dovrà essere il frutto di un negoziato tra i dirigenti degli attuali partiti ma dovrà trovare la sua forza e la
sua legittimazione in forme di partecipazione che coinvolgano direttamente tutti i suoi sostenitori. Il
Movimento per il partito democratico dovrà portare in politica la concretezza e la correttezza che i suoi
componenti dimostrano nei diversi campi in cui operano. Ma sia chiaro: non c'è alcuna intenzione di
aggiungere un altro partito ai troppi che già esistono. Le realtà associative che si stanno costituendo in queste
ore si scioglieranno, in forma definitiva, il giorno stesso in cui verrà costituito il Partito Democratico. La sfida
rivolta alle forze politiche del centrosinistra è a fare altrettanto. Agli attuali leader del centrosinistra pongo

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

una sola domanda: a mio avviso la data per dare vita al Partito Democratico è oggi. La vostra data qual è?

31     La politica non ha più progetti e si fa divorare dagli affari. Intervista a Cacciari.
da Repubblica - 4 gennaio 2006 di Fabrizio Ravelli - Che sia «abbiamo una banca!» o «avete una banca!», non
fa grande differenza. Dalle parole intercettate di Fassino a Consorte, secondo Massimo Cacciari, è «difficile
creare un caso, montare uno scandalo». Insomma, nella polemica politica personale il professore non ci vuole
entrare. Ma sulla questione generale, e cioè i rapporti fra etica e politica, fra politica e affari, una sua
opinione niente affatto tenera ce l´ha. Riguarda il Fassino di oggi, il D´Alema di ieri ai tempi dei celebrati
raiders del Nord, e riguarda tutta la politica italiana. Inadeguata, debole, lanciata su una brutta china. Dice
Cacciari: «Bisogna ricordare quel bellissimo romanzo di Brecht intitolato "Gli affari del signor Giulio Cesare".
Affari ne faceva anche Giulio Cesare, ma era Giulio Cesare. Ne faceva anche Napoleone, ma era Napoleone. É
difficile trovare un esempio di grande politico puro. Affari ne faceva Bismarck, ma poi faceva anche le cose
che ha fatto Bismarck».
Insomma, gli esempi di oggi non sono all´altezza.
«Esatto. Il problema drammatico di oggi non è tanto che ci siano politici che abbiano rapporti con la
dimensione degli affari. Il problema è che non ci sono politici. Non c´è strategia politica, o è debolissima. Il
problema non è una crisi morale. Parlare di questione morale è un modo sbagliatissimo di impostare il
problema. É la questione politica che conta: c´è un vuoto di progettualità politica spaventoso, e da molti
anni. Da quando la prima repubblica è collassata, questo vuoto è stato rattoppato da ideologie populistiche e
dal più colossale conflitto di interessi della storia politica occidentale da parte della destra».
E dall´altra parte?
«Non è stato neppure colmato dal centrosinistra. Comincia a esserlo ora, con l´idea di un partito
democratico. Ma che spaventoso ritardo».
E per quanto riguarda gli affari?
«Sino ad oggi avevamo una chiara distinzione fra politica e economia. Perché il problema non è se gli affari
sono leciti o illeciti, ma del rapporto politica-affari. Cosa sta avvenendo di nuovo, e pericoloso per le sorti
della democrazia? Che quei due mondi distinti stanno diventando un unico blocco».
Parlano lo stesso linguaggio?
«Questo è il vero senso del conflitto di interessi. Che va inteso anche nel senso del confliggere, del finire
insieme, del non essere più distinguibili. Questo sta avvenendo anche negli Usa, ed è pericolosissimo per la
democrazia».
Giusto quindi dire che i partiti devono fare due passi indietro rispetto agli affari?
«Certamente. Senza una distinzione chiara non potrai mai pensare a organi di controllo efficaci. Se si forma
un blocco unico, anche la possibilità di interventi normativi efficaci del potere economico viene meno. Viene
meno ogni distinzione fra controllore e controllato. Su questa distinzione non si regge solo la democrazia, ma
anche un mercato capitalistico come dio comanda».
Dunque non esiste una questione morale?
«Non bisogna parlare di morale, ma di quali sono le grandi riforme a livello parlamentare, le norme di diritto
commerciale a livello nazionale e internazionale. Perché la politica possa riacquisire il suo ruolo di controllo.
Soprattutto in un´epoca nella quale è evidentissimo che i poteri economici e finanziari sono sempre più
insofferenti di ogni tipo di regola».
La novità, per così dire, è che anche il centrosinistra è sospettato di esercitare questa commistione fra
politica e affari.
«La tendenza generale è quella di una distinzione che minacciosamente tende a franare. E se frana, frana
dappertutto, non è che nel centrosinista ci sia una politica che vive sulla Luna. Da un lato ci sarà una valanga
che non finisce mai, e dall´altro una valanghetta, ma frana dappertutto».
E allora aveva ragione chi criticava la scalata di Unipol alla Bnl? «Beh, si può sempre criticare questa o quella
operazione, sapendone nei dettagli i contenuti. Nel caso Unipol, c´è una perdita di senso della propria
missione da parte del movimento cooperativo».
Ha ancora senso parlare di diversità della sinistra, come faceva Enrico Berlinguer?
«Se la sinistra avesse una visione sobria e disincantata dei rapporti fra politica ed economia, segnerebbe la
propria identità in modo ancora più netto rispetto a un demagogo populista come Berlusconi. Se la sinistra
avesse fatto in questi anni un discorso coerente in materia di riforma costituzionale, di federalismo, se avesse
venduto la Rai, e tante altre cose, certamente avrebbe segnato la propria diversità. Non la si segna dicendo
"io sono per la morale", ma facendo una politica diversa da quella di Berlusconi. Una politica progettualmente
forte si distingue, e vuol essere autonoma rispetto ai poteri economico-finanziari. Una politica debole sarà
sempre sopraffatta da questi poteri».



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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

32    Travaglio chiede spiegazioni ai vertici DS - «Ds, un partito a sovranità limitata» - La difesa di D‘Alema, il più pulito ha
      la rogna e quindi cosa volete da noi, non è accettabile. Queste cose me le aspetto da Berlusconi o, ai tempi, da Craxi. Gli elettori
      di Berlusconi sono uguali al cavaliere quindi se lo meritano.
Certo, Marco Travaglio non perde occasione per attaccare Berlusconi, la Lega e la cdl, ma anche lui è
costretto a rilevare la gravità della situazione in casa ds. Secondo il giornalista de l‘Unità anche le forze
politiche della maggioranza sono coinvolte nelle scalate bancarie che in questi mesi hanno riempito le prime
pagine dei giornali e in maniera più grave dell‘opposizione. Anche se su di loro sarebbe caduto il silenzio dei
media. Nonostante ciò, Travaglio deve ammettere «le gravi responsabilità politiche e morali» della sinistra.
D - Travaglio, lei è l‘autore del paragone fra palazzo Chigi presieduto da D‘Alema e una merchant bank.
Sempre lei ha detto che in quel periodo a palazzo Chigi entrarono ―persone con le pezze al culo e uscirono
miliardarie‖. Con quello che è apparso in questi giorni, lo stesso ragionamento vale per la segreteria ds?
R - «Io non ho mai parlato dei ds, io mi riferivo al governo D’Alema, basta vedere il sito marcotravaglio.it.
Molti nomi già li conoscevamo. Oggi viene fuori che anche persone come Consorte e Sacchetti in quegli anni
hanno accumulato diverse fortune».
D - Si riferisce all‘affaire Telecom?
R - «Certamente. Ecco perchè confermo quanto detto. Anzi, dico che non sono contento di avere avuto
ragione. Parliamo anche di Gnutti, per esempio. Tutti questi personaggi hanno tratto notevole giovamento
da quella stagione. Sono le stesse persone che hanno un ruolo nelle odierne scalate e grazie a quelle fortune
si sono allargati. Di sicuro senza quella stagione non avrebbero potuto pensare di scalare il Corriere o
acquistare banche».
D - Ma anche oggi i ds si rendono protagonisti di vicende finanziarie. Lei cosa ne pensa?
R - «Ci sono alcuni fra i massimi dirigenti che hanno sposato la causa dell’unipol e purtroppo così facendo si
sono legati le mani: non sono stati liberi e non lo sono tuttora di dare un giudizio su quello che è successo e
stava succedendo. Sotto gli occhi c’erano scalate poco trasparenti e intrecciate tra di loro, tutte
politicamente sponsorizzate, e l’appoggio dato dai DS a Unipol ha impedito loro di prendere posizione su
quanto stava succedendo al Corriere, su Fazio e sui compagni di strada di Consorte».
D - Il vertice dei ds avrebbe le mani legate?
R - «Certamente, l’articolo più illuminato lo ha scritto Ezio Mauro, direttore di Repubblica, secondo cui i ds
sono un partito che si è messo nelle condizioni di essere a sovranità limitata. Ha dovuto, con i suoi
esponenti, fare dichiarazioni molto ambigue, se non addirittura di difesa di Fazio. Se al contrario non avesse
avuto certi legami, avrebbe potuto dire cose che poi non ha detto».
D - D‘Alema sostiene il contrario e mitizza l‘autonomia del suo partito...
R - «D’Alema non dice quello che è successo. Tutti abbiamo visto e sentito le loro dichiarazioni.
Nell’elettorato di sinistra non si accetta che ci possa essere una questione morale e quindi ci si scandalizza
perchè si pretende dai propri rappresentanti un comportamento irreprensibile dal punto di vista morale. E la
difesa di D’Alema, il più pulito ha la rogna e quindi cosa volete da noi, non è accettabile. Queste cose me le
aspetto da Berlusconi o, ai tempi, da Craxi. Vede, gli elettori di Berlusconi sono uguali al cavaliere quindi se
lo meritano».
D - Scusi, ma c‘è l‘ha con un terzo della popolazione italiana?
R - «Non ho detto che sono mascalzoni, semplicemente non si pongono certe domande».
D - Condivide le critiche di Rutelli al collateralismo ds-coop?
R - «Sicuramente, i rapporti privilegiati sono innegabili. Così come è evidente il collateralismo tra Rutelli e gli
attuali vertici della bnl. Non crederemo che lui fa certe battaglie perché non ha rapporti con le banche? A
Rutelli da fastidio che la bnl entri nell‘orbita di un altro partito. Tutto qua».
D - Fassino e D‘Alema adesso cosa dovrebbero fare?
R - «Queste sono discorsi che riguardano gli iscritti. Io trovo che non stanno dando nessuna risposta adeguata
rispetto alle perplessità nate. Non è in questione il diritto dell’unipol di scalare le banche, io sono
preoccupato di quello che dicono in pubblico, non al telefono. Devono spiegare perchè hanno difeso per tutta
estate gli immobiliaristi, se c’è un rapporto tra questa difesa e la loro alleanza con Consorte, perchè hanno
protetto Fazio e non hanno attaccato chi c’era dietro le scalate al Corriere che tanto ricordano la P2. E’
successo qualcosa di drammatico in questi ultimi mesi e l’opposizione ha agito con il freno a mano tirato».
Igor Iezzi - La Padania

33    Il tesoro dei «furbetti»? Come 4 Tangentopoli. La Procura di Milano ha sequestrato finora 300 milioni,
      con tutta Mani pulite ne recuperò 75.
dal Corsera Luigi Ferrarella 2.1.06 - Comunque vada, per dirla alla Chiambretti, sarà un successo. O, più
precisamente, un affare. Almeno per lo Stato e le parti lese. Perché le varie inchieste giudiziarie con le quali
la Procura di Milano da un paio d'anni ha preso a solcare gli agitati mari della finanza, prima ancora e persino
a prescindere dalle future sentenze, un risultato concreto l'hanno già portato, e di dimensioni patrimoniali

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

degne di una piccola «manovra» finanziaria: più di 850 milioni di euro recuperati (1.700 miliardi di lire).
Il record lo sta stabilendo proprio l'ultima nata, l'indagine sulla scalata occulta della Banca Popolare di Lodi e
dei suoi alleati «concertisti» alla Banca Antonveneta (accertamenti estesisi poi all'Opa di Unipol sulla Bnl, al
rastrellamento di Rcs ad opera di Ricucci, alle operazioni dell'holding di Gnutti, e finanche all'utilizzo dei
fondi della presidenza della Confcommercio). Già oggi, infatti, i pm milanesi (Greco, Fusco, Perrotti) tengono
sotto chiave 110 milioni di euro di plusvalenze sequestrate ai clienti- prestanome della banca di Fiorani; i 94
milioni di euro di plusvalenze realizzate direttamente dalla stessa PopLodi, che la nuova gestione della banca
ha depositato su un conto vincolato a disposizione della Procura quando questa le ha dissequestrato i 2
miliardi di euro di azioni Antonveneta «congelati» a inizio inchiesta; e i 70 milioni di euro che Fiorani ha
all'estero e che si è impegnato a far rientrare in Italia (evento al quale, insieme a una volontà che sia
realmente di pieno disvelamento degli intrecci dietro le tre scalate, è legata anche la sua speranza di arresti
domiciliari); più una manciata di conti di correnti- sponda di Fiorani, per almeno altri 25 milioni bloccati in
ottobre.
In tutto, dunque, poco meno di 300 milioni di euro (600 miliardi di lire) in un'inchiesta sola: una cifra che fa
impallidire, quadruplicandolo, il monte- risarcimenti assommato dall'intera Mani pulite (150 miliardi di lire). E
l'inchiesta è lungi dall'essersi conclusa: in futuro anche i «pesanti» pacchetti azionari in mano a Gnutti e
Ricucci potrebbero essere decurtati (al momento del dissequestro dei capitali) delle plusvalenze che siano
risultate illecite; così come da verificare è il destino sia dei 70 milioni sequestrati a Roma nell'indagine sui
«fondi del presidente» Confcommercio, sia dei 50 milioni, senza vincolo, spiegati dai vertici Unipol (Consorte
e Sacchetti) come legittimi guadagni per «consulenze» a Gnutti.
Ma il caso Antonveneta non è una meteora, bensì la punta di un iceberg. Di un cambio di mentalità dei pm.
Che, specie con i pm Francesco Greco e Eugenio Fusco, valorizzano la micidiale (persino troppo, secondo
molti uomini d'impresa) arma della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone
giuridiche per i reati commessi da loro dipendenti nell'interesse aziendale. Quanto possa essere temuta
l'hanno dimostrato, ad esempio, i tedeschi di Siemens Ag che, pur negando di aver pagato tangenti per 6
milioni di euro a dirigenti italiani di Enelpower ed escludendo quindi ogni ammissione di responsabilità o
dovere risarcitorio, hanno comunque ritenuto (prima ancora della fine dell'indagine) di raggiungere con la
«persona offesa» Enel una transazione da 160 milioni di euro tra cash e prestazioni.
Sempre più spesso, peraltro, il lavoro dei pm finisce per determinare anche indirette conseguenze
patrimoniali a favore della società danneggiata. Nell'inchiesta Parmalat ci sono già stati «colossi» indagati,
come Nextra (società di gestione del risparmio all'epoca di Banca Intesa) o come Morgan Stanley (banca
d'affari internazionale), che hanno preferito chiudere il contenzioso legale con il commissario della nuova
Parmalat, Enrico Bondi, versando rispettivamente 160 milioni e 155 milioni di euro nelle assetate casse di
Collecchio.
Idem, ormai, nelle inchieste di pubblica amministrazione. L'indagine sui maxiammanchi al Tribunale
Fallimentare di Milano, operati da una curatrice infedele e riciclati poi anche nella Radio 101 dei fratelli
Borra, ha sinora già determinato la vendita alla Mondadori dell'emittente per un ricavato di 39 milioni di euro,
più altri 2 milioni dai beni dei fratelli messi all'asta sul sito Internet della Procura. E se Paolo Berlusconi e i
suoi soci nella gestione della discarica di Cerro Maggiore hanno risarcito complessivamente più di 50 milioni di
euro per poter patteggiare la pena con il consenso degli stessi pm Perrotti e Taddei, altrettanto si sono
rassegnati a fare per altri 2 milioni di euro (a favore dell'Anas) i 30 imputati e le 10 società alle prese con le
prove raccolte dal pm Maurizio Romanelli nell'inchiesta sulle tangenti piovute (dopo le frane) sugli appalti
Anas per la manutenzione delle strade in Lombardia. lferrarella@corriere.it

34     I conti non tornano. Il SSN spende 54 milioni per gli italiani che soffrono di emorroidi. Ma una
       tecnica che abbatterebbe costi e dolore è sottoutilizzata.
In Italia il 40% della popolazione adulta e il 60% delle donne in gravidanza soffre di emorroidi: oltre 3 milioni
di persone arrivano a uno stadio acuto della patologia e ogni anno si effettuano poco meno di 40000
interventi. Numeri importanti che rendono la patologia emorroidaria una tra le più diffuse dell'apparato
intestinale. Ciò nonostante si tratta di una malattia spesso sottaciuta, pochi, infatti, sono disposti a parlarne.
Un'occasione per affrontare le problematiche socio-sanitarie connesse alla malattia è stata offerta dalla
Società Italiana Unitaria di Colonproctologia (SIUCP) che, nell'ambito del meeting congiunto di
colonprocotologia e stomaterapia svoltosi a Milano, ha presentato una ricerca scientifica per misurare e
comparare gli effetti economici e sociali delle due più diffuse tecniche chirurgiche per il trattamento delle
emorroidi in stato avanzato. I risultati? Si spende troppo e per di più senza utilizzare la tecnica meno
dolorosa.
Tecniche a confronto
Le tecniche a disposizione di fatto sono due. La prima, quella storica e ancora predominante è la Milligan-


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                                       sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
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                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Morgan. Ideata nel 1943 si tratta di una tecnica che comporta l'asportazione delle emorroidi. I limiti?
Innanzitutto le ferite rimangono aperte a lungo e provocano dolori anche molto intensi nelle 3-4 settimane
successive l'intervento. In più la convalescenza prevede medicazioni quotidiane e non mancano le recidive,
che si manifestano nel 25-30% dei casi. Non solo, è piuttosto frequente la complicanza della stenosi anale,
l'elevata perdita di sangue, e la degenza ospedaliera è di almeno tre giorni. Può bastare? Si tratterebbe di
effetti anche tollerabili se non esistesse, dicono gli esperti della SIUCP, una tecnica conservativa e
sicuramente vantaggiosa. Si tratta della tecnica Longo, dal nome di Antonio Longo il chirurgo napoletano che
per primo l'ha sperimentata, che in Italia viene utilizzata per ora nel 51% dei casi. Ma in che cosa consiste? Il
presupposto di partenza è che le emorroidi non debbano essere tolte. L'obiettivo è, perciò, con un solo atto
chirurgico la rimozione con sutura diretta del prolasso anale, il riposizionamento delle emorroidi nella loro
sede fisiologica nonché la devascolarizzazione del tessuto emorroidario. Il tutto avviene non nel canale anale,
zona altamente innervata, ma nel retto basso, in una porzione priva di ricettori sensitivi. La procedura dura
dai 20 ai 30 minuti ed è eseguibile in anestesia spinale o locale. Un intervento soft, conservativo, con un
tempo di circa 20 minuti inferiore all'intervento tradizionale con un rischio minimo di recidive e infezioni, una
degenza ospedaliera di soli due giorni e una convalescenza inferiore a una settimana. Come non bastasse,
anche a livello socio-economico, come ha spiegato la ricerca presentata al meeting, i vantaggi sono
considerevoli.
Meno soldi meno dolore
La ricerca, condotta da Giorgio Lorenzo Colombo direttore di SAVE (Studi Analisi Valutazioni Economiche) ha
incrociato 15 studi internazionali arrivando a conclusioni particolarmente significative. Se tutti gli interventi
chirurgici per curare le emorroidi si effettuassero con la tecnica Longo, si avrebbe un risparmio netto sul
nostro sistema economico e sociale del 17%, pari a circa 22 milioni di euro. I conti sono presto fatti, e
mostrano un risparmio di 1160 euro a paziente. Per cominciare si riduce l'assenza dal lavoro a soli cinque
giorni, 750 euro per un'azienda, in più altri 130 euro sono risparmiati per un intervento più breve, cui vanno
aggiunti 280 euro in meno di "costi alberghieri" per una degenza dimezzata. Se a questi numeri si aggiunge la
riduzione di un indicatore come il dolore percepito dal paziente, ci sono tutti gli elementi per giudicare
vincente la tecnica Longo. Eppure l'utilizzo non è capillare come dovrebbe. Perché? Escludendo il masochismo
sembra che si tratti di rimborsi inadeguati, i cosiddetti DRG, per cui in media il rimborso a livello nazionale è
oggi pari a 1769 euro per un intervento in ricovero ordinario, mentre per quello in day Surgery è 730 euro. Le
cifre variano poi da regione a regione ma il concetto di fondo è che si guadagna di più con la tecnica
tradizionale, a scapito dei cittadini. Ma qual è l'obiettivo degli Ospedali. Sia pure ospedali-azienda?
Esclusivamente il fatturato, i rimborsi, o anche il miglioramento della salute a costi contenuti? La risposta va
agli amministratori della salute, Pier Gianni Prosperini, rappresentante del Consiglio regionale lombardo e
medico, presente all'evento, sembrerebbe aver recepito il messaggio e ha garantito che perorerà in consiglio
la richiesta. Ma i tempi della politica, si sa, sono piuttosto lunghi. Marco Malagutti
Fonte Tavola rotonda Meeting congiunto di Colonproctologia e Stomaterapia, Milano 1 dicembre

35    L´Ocse boccia la scuola italiana della Moratti. Italia agli ultimi posti nel rapporto sull´istruzione -
      Pochi diplomati e laureati, investimenti da Terzo Mondo. Il nostro sistema educativo risulta poco efficiente e non adeguato alla
      settima potenza industriale del mondo. Un elevato numero di insegnanti, costi rilevanti ma nei test di apprendimento i nostri
      allievi sono agli ultimi posti. Anche Malesia, Perù e Filippine ci superano nella percentuale dei titoli di studio. I docenti sono più
      vecchi della media e i loro stipendi fra i più bassi d´Europa.
da Repubblica - 6 gennaio 2006 - Salvo Intravaia - Per numero di diplomati ci superano anche la Corea e il
Perù. I nostri laureati sono meno di quelli di Malesia e Filippine. Investiamo poco nel sistema istruzione,
abbiamo un alto numero di insegnanti, i costi sono alti. Quella del rapporto annuale dell´Ocse,
l´Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo con 30 paesi membri, è una vera e propria bocciatura della
scuola italiana e dell´attuale gestione del ministro Moratti.
Quella dell´Ocse suona proprio come una brutta bocciatura. Osservando le migliaia di numeri e le decine di
tabelle contenute nel ponderoso volume dal titolo "Uno sguardo sull´Istruzione 2005" (Education at a Glance
2005), si comprende che scuola e università italiane arrancano. Costi elevati, investimenti stiracchiati e
risultati scarsi. Insomma, un sistema inefficiente. Del resto, in un rapporto di qualche anno fa la scuola
italiana è risultata seconda per complessità soltanto al Pentagono degli Stati uniti: una specie di elefante che
si muove a fatica. I dati si riferiscono perlopiù al 2003 ma forniscono un´idea ben precisa del divario esistente
fra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. E anche, con ogni probabilità, delle origini dei mali della
nostra economia. L´annuale studio dell´Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – che
raccoglie 30 paesi membri – è uno dei più attesi per coloro (politici, sindacalisti e addetti ai lavori) che si
occupano di istruzione.
Fatti i dovuti raffronti fra sistemi scolastici anche molto diversi, quello del nostro Paese non sembra affatto il
sistema educativo della settima nazione più industrializzata del pianeta. Fra coloro che hanno un´età

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                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

compresa fra 25 e i 64 anni, in Italia ci sono pochi diplomati: 44 su 100. Un terzo in meno della media dei
paesi Ocse che ne contano 66 su 100 con Usa e Regno unito, rispettivamente, all´88 e al 65 per cento, che ci
surclassano. Per numero di diplomati siamo al venticinquesimo posto superati da Polonia, Repubblica
Slovacca, Corea, Cile e Perù. Stesso discorso per i laureati: appena 10 nel nostro paese e 24 in media negli
stati Ocse. E fra i giovani laureati siamo penultimi, dopo Argentina, Malesia e Filippine.
Ma non è tutto. I quindicenni italiani rimediano una vera figuraccia nel confronto con i coetanei degli altri
paesi: nelle ultime posizioni per quanto riguarda i test Pisa di Matematica e sul Problem-solving e fanalino di
coda (penultimi) nei test Iea Timss di Scienze. Ma contrariamente a quanto avviene nei paesi Ocse, in Italia,
sono gli studenti delle statali a raggiungere risultati migliori rispetto a quelli delle private. Eppure, stando
agli indicatori Ocse, la situazione italiana dovrebbe marciare verso altri lidi. Nella scuola media si contano
poco più di dieci alunni per docente, contro i 14,6 della media Ocse. Anche il numero di alunni per classe è
inferiore. Stesso discorso per il rapporto alunni/docenti. Ma alla resa dei conti i risultati sono deludenti: i
quindicenni ripetenti sono il quadruplo della media Ocse. E di personale (docente e non docente) in Italia
sembra essercene in abbondanza: 139 persone ogni 1.000 studenti, contro i 107 della media Ocse. Addirittura
in calo, rispetto al 1995, gli investimenti pubblici, per cui veniamo superati anche da paesi come Jamaica,
Zimbawe, Messico e la Tunisia, che arriva al 6,4 per cento. Ma, in Italia, il costo di un alunno (7.474 dollari
equivalenti) supera (6.081 dollari) quello della media Ocse. Segno di un sistema inefficiente. Discorso diverso
per gli studenti universitari: 8.363 dollari a testa contro i 10.655 dei paesi Ocse.
E poi i docenti italiani sono troppo vecchi: nella scuola superiore il 90 per cento dei docenti ha più di 40 anni,
la media Ocse è del 64 per cento. E le differenze riguardano anche gli stipendi, mediamente più bassi.

36     Strano ma vero. - Vende droga 3 volte di seguito allo stesso poliziotto - Professore da record fa lezione
       per 4 giorni - La nonna delle prostitute lascia il marciapiede a 65 anni.
Vende droga 3 volte di seguito allo stesso poliziotto
È proprio il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Robert Villareal, 34 anni, è stato condannato
a 50 anni di carcere per avere venduto, per la terza volta in 10 anni, della cocaina allo stesso agente sotto
copertura.Il fatto è avvenuto nella cittadina di New Braunfels, in Texas. Interrogato dagli agenti prima, e
dalla stampa poi, lo spacciatore recidivo ha spiegato che non si sarebbe mai aspettato di trovarsi davanti lo
stesso agente che lo aveva colto in flagrante le due volte precedenti, e non lo ha riconosciuto.
Non si sa se per la scaltrezza dell'agente o per sua sbadataggine, l'improvvisato pusher si è così visto scattare
le manette ai polsi per la terza volta proprio da una sua vecchia conoscenza.
Professore da record fa lezione per 4 giorni
Il mestiere dell'insegnante è una missione. Piace anche se le gratificazioni spesso non sono molte. E di sicuro
per questo lavoro un docente della Malaysia ha dimostrato di avere una passione sfrenata. È riuscito a fare
lezione per quattro giorni di fila senza interruzioni. L'uomo di 42 anni è entrato così nel Guinnes dei primati
dopo avere parlato di grammatica e letteratura a centinaia di alunni divisi in trenta classi. Se il professore si è
divertito battendo tutti i record, altrettanto non si può dire per i ragazzi che annoiatissimi hanno atteso la
fine della prova.
La resa è arrivata solo per motivi fisici quando il docente (che è rimasto quasi sempre in piedi) ha dovuto
abbandonare perché colpito da un forte mal di schiena. La soddisfazione è stata immensa: "Il mio medico mi
aveva detto di non farlo perché avrei sofferto. Ma ero pronto a tutto pur di dimostrare il mio amore per
questo mestiere."
La nonna delle prostitute lascia il marciapiede a 65 anni
Dopo una vita di lavoro tutti hanno diritto ad un periodo di riposo. Per questo esiste la pensione e chi matura i
requisiti per goderne appende al chiodo gli arnesi del mestiere e inizia una nuova vita.E' quanto
probabilmente pensa la signora Renate Dolle, di Berlino, che di mestiere fa la prostituta. La donna lavora da
oltre 49 anni nelle strade del quartiere delle ambasciate e non si è mai lamentata della sua attività. In genere
chiede 30 euro a prestazione e rivela che una serata di quelle fortunate può portarle anche 4 o 5 clienti.
L'abitudine lavorativa ha anche temprato le abitudini della professionista del piacere che viene ogni sera
accompagnata, puntualmente dopo il telegiornale, dal consorte all'angolo dove svolge in genere il suo lavoro.
Essendo ormai giunta al limite dei 65 anni però, quella che potrebbe essere una delle lucciole più anziane in
piena attività in Europa, ha deciso di pensare al futuro ed ha chiesto la pensione.
Anche lei, insomma, ha deciso di appendere al chiodo gli arnesi del mestiere. Dopo tanto lavoro sicuramente
se lo merita.

37    E la pensionata porta il premier dal giudice. - Il 28 febbraio il presidente del Consiglio davanti al
      magistrato di pace di Roma. La signora, 78 anni: Ho votato per lui. Non mi ha dato l'aumento promesso.
dal Corriere - 6 gennaio 2006 – San Cesareo (Roma) — «Berlusconi aveva detto che me ne dava 500 e, invece,


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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

ecco qua: sempre 371 sono...». La signora Ida inforca gli occhiali, poi fruga nelle cartelline che ha
ordinatamente disposto sul tavolo della cucina. «Io ci speravo, in quei soldi. Con mio marito pensavamo di
fare un po' di debiti e riscattare la casa, ma l'aumento non è mai arrivato».
Ida Severini a febbraio farà 78 anni, ha un marito che faceva il muratore e tre figli. Uno, che faceva il
poliziotto, è morto nel '95 a 39 anni. Le sono rimaste due figlie. La sua è una storia piccola piccola, la storia
di una promessa non mantenuta: la televisione le aveva detto che il governo avrebbe aumentato la sua
pensione sociale, portandola a 500 euro al mese. Ma a lei l'aumento non è mai arrivato.
Un'ingiustizia, che però la signora Ida non aveva nessuna intenzione di subire: «Ho scritto a "Mi manda Raitre",
mi hanno risposto che tenevano la cosa in considerazione, ma poi non è successo niente. Allora sono andata
alle Federconsumatori, dove prima mi hanno fatto pagare 35 euro per la tessera, ma anche lì niente. Allora
sono tornata un'altra volta a Roma, per andare all'Unione nazionale consumatori, dove mi hanno detto di
chiamare un numero di telefono dove però rispondeva solo una musichetta. Sono andata pure a Palestrina, dal
giudice. Ma il giudice non mi ha fatto parlare: mi ha detto che ci doveva essere la controparte. Ma chi è la
controparte? Chi chiamavo? Chi conosco io? Alla fine sono andata al Codacons e lì finalmente mi hanno dato
retta...».
Le hanno dato tanto retta che il giudice di pace di Roma ha convocato per il 28 febbraio prossimo la signora
Ida e Silvio Berlusconi, oltre a citare come testi il ministro del Welfare Roberto Maroni e Bruno Vespa, nel cui
studio il premier aveva ribadito di aver concesso l'aumento della pensione minima a tutti coloro che ne
avevano diritto. E l'Italia dei Valori, che si presenterà alle elezioni assieme alla Lista Consumatori di Carlo
Rienzi, ha deciso di fare della signora Ida la portabandiera della sua battaglia contro le promesse non
mantenute.
La signora Ida non sa perché non le hanno dato quel benedetto aumento: «Si vede che non sono simpatica,
oppure sono troppo vecchia... Mio fratello dice che non me l'hanno dato perché mio marito ce l'ha anche lui,
la pensione. Ecco, vede?». E tira fuori un altro foglio delle sue cartellette. «Sono 552 euro, mica tanti per uno
che lavorato tutta la vita». Signora Ida, ma se il 28 febbraio Berlusconi si dovesse presentare in aula, cosa gli
direbbe? «Non gli direi niente, che je voi dì? Sonogli avvocati che devono parlare, mica io. Perché se poi dico
qualcosa di sbagliato... Tanto sono le carte che parlano». E pensare che lei, confessa, Berlusconi lo aveva
pure votato. Ma lo voterebbe ancora, signora Ida? Ride, fa una buffa faccia imbronciata, si guarda intorno per
cercare la complicità della figlia. «E come non lo voto? Certo che lo voto ancora...». Poi però sembre
ripensarci. «Non lo so se lo voto. Se mi dà i 500 euro, ecco, allora lo voto». La figlia la guarda con tenerezza,
poi scoppia a ridere. Tocca sempre a lei, a turno con la sorella, accompagnare la mamma nelle sue
peregrinazioni romane. Ma si capisce che lo fa volentieri. «Veramente adesso quando lo vede in televisione,
spegne...» spiega.
Già, la televisione. Per la signora Ida quello che dice la televisione è legge: lei ci crede sempre, o quasi. «Nel
marzo del 2002, non mi ricordo il giorno preciso, su Raitre avevano detto che chi negli anni Sessanta aveva
versato i contributi alla Gescal poteva riprenderseli. Dicevano che bisognava mandare una raccomandata alla
Gescal e io l'ho mandata. Ecco, vede?». E dalla cartellina azzurra, quella delle pratiche più vecchie, ecco
comparire la ricevuta di una raccomandata. «Me l'hanno rimandata indietro con su scritto che l'indirizzo era
incompleto. Poi ho scoperto che la Gescal non esisteva più da anni...».

38     L´assedio allo Stato laico - … Divorzio, aborto, convivenza fuori del matrimonio sono comportamenti ormai diffusissimi
      nel nostro paese. Nessuno li considera reato, anche se la Chiesa li condanna. Ma fino a non moltissimi anni fa, fino alla fine degli
      anni 60, gli stessi comportamenti erano perseguibili penalmente: la donna che avesse commesso adulterio o si fosse sottoposta ad
      aborto poteva esser portata in Tribunale e condannata secondo le norme del Codice Rocco. - … ai cattolici e alla Chiesa si chiede
      di non scambiare il pieno diritto di cittadinanza della loro fede, con il diritto ad una piena rispondenza fra i propri principi e la
      legge dello Stato".
da Repubblica - 6 gennaio 2006 di Miriam Mafai - Era prevedibile. Dopo la sconfitta del referendum sulla
procreazione assistita è partito in modo massiccio l´attacco alla legge 194. Era prevedibile, forse inevitabile.
E tuttavia è necessario ragionare su una scelta che, anche per le sue modalità, sembra preannunciare non solo
un attacco alla libertà femminile ma una messa in discussione di quel principio di laicità che della libertà
femminile è condizione e presupposto. Solo uno Stato laico infatti può consentire, non considerare «reato»
ciò che per la Chiesa è «peccato».
Divorzio, aborto, convivenza fuori del matrimonio sono comportamenti ormai diffusissimi nel nostro paese.
Nessuno li considera reato, anche se la Chiesa li condanna. Ma fino a non moltissimi anni fa, fino alla fine
degli anni 60, gli stessi comportamenti erano perseguibili penalmente: la donna che avesse commesso
adulterio o si fosse sottoposta ad aborto poteva esser portata in Tribunale e condannata secondo le norme del
Codice Rocco.
È molto ampia la materia nella quale la distinzione tra «peccato» e «reato» è accettata, considerata normale.
Per lo meno nel mondo occidentale, dove il processo di secolarizzazione, che è l´altra faccia del processo di


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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

emancipazione/liberazione della donna, è andato ormai molto avanti. (Diversa la condizione della donna nel
mondo islamico, dove le norme della legge vengono ricavate direttamente dal Corano)
Ma restiamo nel nostro paese. Nel mondo occidentale, di cui facciamo parte, la laicità dello Stato si è
affermata intrecciandosi (ne è stata insieme condizione e conseguenza) con il processo di liberazione della
donna, del suo corpo e della sua intelligenza. Il processo di laicizzazione della società e di emancipazione
della donna hanno fatto giustizia di antichi lacci, divieti, superstizioni, tabu e norme vecchie da secoli. Si
pensi, per fare un esempio, alla capacità della donna di procreare che, nel corso degli anni, è stata sottratta
dai vincoli naturali e trasformata in una scelta responsabile.. "Quanti ne vogliamo, quando li vogliamo" era la
parola d´ordine delle donne in un´epoca in cui era persino vietata la propaganda degli anticoncezionali (che
del resto ancora oggi la Chiesa condanna).
Ma se l´autonomia femminile è l´altra faccia, fa tutt´uno con il principio della laicità dello Stato, allora è
motivo di allarme l´attacco che a questa autonomia viene portato, in modo sempre più esplicito, da parte
delle forze della destra e dalla Chiesa. Il tono, la violenza con la quale viene attaccata oggi la legge
sull´aborto sembra annunciare una vera e propria offensiva delle gerarchie per la riconquista delle posizioni
perdute nei decenni passati. Carlo Casini, presidente del Comitato per la Vita, dichiarava recentemente: "Per
adesso non intendiamo abrogare la legge 194". Per adesso, appunto. Ma domani, perché no?
Chi ricorda come venne condotta, nel 1981, la campagna per la abrogazione della legge 194, non può non
allarmarsi, oggi, di fronte alle immagini e al furore con cui si sostiene la necessità della inchiesta
parlamentare sulla legge. Tutto esattamente come allora. Vengono dunque riproposte le immagini del sangue
che cola, dei feti abortiti ("uno di noi" viene ossessivamente ripetuto) dietro le quali si profila, come ovvio,
l´immagine della madre assassina.
Donne sempre sul banco degli imputati. Perennemente in stato d´accusa. Oggi indicate come possibili
"assassine" se entrano in un consultorio e chiedono di abortire. Qualche mese fa, condannate come affette da
"delirio di onnipotenza", nel caso chiedessero di far ricorso alla fecondazione assistita. Donne sempre sotto
schiaffo. Le prime vittime di una campagna che tende a porre limiti, paletti, divieti al loro desiderio o al loro
rifiuto della procreazione.
Ma non solo le donne. Perché se la libertà delle donne è l´altra faccia della laicità dello Stato, allora
l´attacco alla legge 194 e ai valori perseguiti dal referendum sulla legge 40 (libertà procreativa e di ricerca
scientifica) va letto come il preannuncio o l´inizio di un disegno più ambizioso, che ci riguarda tutti. Il
disegno cioè di ridurre gli spazi della nostra recente e fragile laicità, ponendo limiti alla capacità e alla
potestà dello Stato di legiferare su temi che definiamo «eticamente sensibili» su questioni che hanno a che
vedere con la vita, la morte, la famiglia, la sessualità. Si tratta di temi già presenti da tempo nel dibattito
pubblico, che nel dibattito pubblico sono destinati a occupare sempre più spazio e sui quali la politica dovrà
cercare e trovare punti di accordo e convergenza. Con la prudenza e la saggezza necessarie ma senza far
proprie le opinioni e le preoccupazioni, del tutto legittime naturalmente, della Chiesa cattolica.
Una non dimenticata sentenza della Corte Costituzionale chiede di prendere sul serio la laicità dello Stato
anche in un paese come il nostro che, a differenza della Francia, non l´ha iscritta nella Costituzione. Il
principio, detta quella sentenza, non implica indifferenza dello Stato di fronte alle religioni, ma garanzia
dello Stato per la salvaguardia delle libertà di religione, in regime di pluralismo culturale e religioso. Questo
significa, per dirla con le parole di uno studioso cattolico come Pietro Scoppola, che "ai cattolici e alla Chiesa
si chiede di non scambiare il pieno diritto di cittadinanza della loro fede, con il diritto ad una piena
rispondenza fra i propri principi e la legge dello Stato".
Ma è proprio questo principio che oggi, nei fatti, viene messo in discussione. Anche con una certa arroganza.
La sconfitta del referendum sulla fecondazione assistita è stata valutata dalla Cei come il segno della
possibile riscossa, come l´annuncio della fine di una fase storica, quella che si aprì in Italia più di trent´anni
fa con la legge sul divorzio e il successivo referendum. E se Ruini si sbagliasse? Le ragioni di quella sconfitta,
infatti non vanno ricercate solo né prevalentemente nell´appello della Cei. Ha giocato anche il declino dello
strumento del referendum (dal 1995 nessun quesito sottoposto a referendum ha raggiunto il quorum), la
complessità delle domande, una diffusa e, a mio avviso, ingiustificata diffidenza nei confronti delle promesse
e delle conquiste della scienza e della tecnica. Certo, ha giocato anche l´invito della Cei all´astensione.
Nessuno lo mette in dubbio. Ma sbaglierebbe chi valutasse quel risultato come il segno di una ripresa della
religiosità nel nostro paese. Molti dati (matrimoni civili, frequenza alla messa, aumento delle nascite fuori del
matrimonio), starebbero a dimostrare il contrario. E molte ricerche ci dicono che sulle questioni eticamente
sensibili (aborto, diritti delle coppie non sposate, fecondazione assistita, eutanasia) l´Italia non è spaccata a
metà tra oscurantisti e libertari, o tra laicisti e clericali. Ma è piuttosto alla ricerca di soluzioni ragionevoli.
Non c´è insomma all´orizzonte nessuna guerra di religione su questi temi. A meno, naturalmente che il
cardinal Ruini non voglia, come da alcuni segni appare possibile, dichiararla.



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                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

39     Il meno peggio. Beppe Grillo e Marco Travaglio: le valutazioni su Fassino.
5 Gennaio 2006 - http://www.beppegrillo.it/index.html - Marco Travaglio non è d‘accordo con me su Fassino.
Io rimango della mia idea: che è il meno peggio dei Ds. Gli si possono imputare ingenuità politica e ignoranza,
nel senso che probabilmente non sapeva. Ed è vero che, nel suo ruolo di segretario di partito, se non sai, non
sei. Ma se Fassino dovesse dimettersi per questo, il resto del Parlamento, quello dei prescritti, dei condannati
in via definitiva, dei collusi con la mafia cosa dovrebbe fare? Io un‘idea ce l‘avrei.
―Caro Beppe,
non sono d‘accordo con la distinzione che fai tra D‘Alema e Fassino. In attesa che i magistrati stabiliscano chi
e come abbia eventualmente violato leggi, già sappiamo (dalle intercettazioni segrete, ma pubblicate dal
Giornale) che Fassino non diceva la verità quando assicurava che a Consorte s‘era limitato a chiedere
informazioni senza intervenire nella scalata di Unipol a Bnl.
Oltre a informarsi, dimenticava di informare Consorte che quel che gli stava raccontando – il ―concerto‖ fra
Unipol e i suoi alleati occulti, prim‘ancora di lanciare l‘Opa obbligatoria per legge – era un reato. Insomma
partecipava sentimentalmente all‘operazione, consigliava, tifava (―Siamo padroni di una banca… Portiamo a
casa tutto…‖). Esattamente come faceva il tesoriere del partito Ugo Sposetti, in evidente crisi di identità
(―Noi dell‘Unipol…‖). Vedremo, se e quando uscirà la sua parte di chat line, che cosa diceva D‘Alema.
Purtroppo, come mi capitò di dire il 14 gennaio 2004 all‘assemblea dei girotondi (l‘intervento integrale è sul
sito www.marcotravaglio.it vedi in questo numero di miscellanea al punto 50), al vertice dei Ds siedono
personaggi che vengono da lontano e che non hanno mai voluto fare i conti con Tangentopoli. Cioè con quanto
era emerso di almeno politicamente e moralmente rilevante dai processi di Mani Pulite.
Fassino, come hai giustamente ricordato, è torinese. Anche Primo Greganti, condannato tre volte (ora per
corruzione, ora per finanziamento illecito) per aver foraggiato il Pci-Pds, è torinese. E chi era l‘esponente più
in vista del Pci-Pds torinese? Penalmente su Fassino non è mai emerso nulla. Ma politicamente? Nel 2000,
quand‘era ministro della Giustizia, Fassino propose – testualmente - di ―depenalizzare i reati finanziari‖,
compresa la bancarotta. Che gli era saltato in mente? C‘è una storiella che ho raccontato alla manifestazione
anti-Tav: quella dell‘ipermercato ―Le Gru‖ nel comune rosso di Grugliasco. Il più grande ipermercato
d‘Europa. Lo costruirono le coop rosse per conto della francese Trema e dell‘Euromercato (prima Montedison,
poi Standa cioè Berlusconi).
Il faccendiere Alberto Milan confessò di aver pagato tangenti a politici locali, fra cui due sindaci comunisti,
Ferrara e Bernardi. ―Se Bernardi ha preso tangenti, io sono un cretino‖, dichiarò solennemente l‘allora
segretario provinciale Sergio Chiamparino. Due giorni dopo Bernardi confessò. E alla fine venne fuori che il
segretario autoproclamatosi ―cretino‖ aveva avuto dal faccendiere un gentile omaggio: un telefonino
cellulare.
Ma venne fuori che dell‘affare Le Gru si era interessato anche Greganti, insieme al suo quasi-socio Aldo
Brancher, allora braccio destro di Confalonieri, oggi deputato di Forza Italia e sottosegretario alle Riforme
Istituzionali (quello indicato dalle carte dell‘inchiesta milanese come il collettore dei versamenti di Fiorani &
C. ai politici del centrodestra). E anche Fassino.
Nel 1993 il presidente di Euromercato Carlo Orlandini disse ai giudici di aver incontrato nel 1989 Fassino,
allora segretario provinciale del Pci, per parlare del progetto Le Gru. E, subito dopo l‘interrogatorio, mandò
un fax a Fassino per dirgli quel che aveva dichiarato ai giudici. Che bisogno aveva di fare quel fax violando il
segreto investigativo? E che c‘entrava il segretario di un partito con un ipermercato?
Qui non c’è niente di penalmente rilevante. C’è qualcosa di forse più grave: una concezione vecchia e
malata della politica, che non riesce a distinguersi dagli affari.
Di penalmente rilevante c‘è invece la vicenda dell‘on. Cesare De Piccoli. Nel ‘93, quand‘era
europarlamentare del Pds eletto a Venezia, di osservanza dalemiana, venne inquisito da Di Pietro per una
mazzetta della Fiat: 200 milioni su un conto svizzero denominato ―Accademia‖.
Chiese al giudice di essere assolto, ma ottenne solo la prescrizione: i soldi li aveva presi, il reato c‘era tutto
(finanziamento illecito), ma per sua fortuna era trascorso troppo tempo. Subito dopo D‘Alema lo promosse
sottosegretario del suo governo, e guardacaso proprio all‘Industria. Ultimamente è passato a Fassino, che l‘ha
eletto capo della sua segreteria. Ora è responsabile del settore economia e industria del partito. Lui di
industria sì che se ne intende. O almeno di Fiat.‖ - Marco Travaglio


40    Microsoft di sua iniziativa chiude un blog di un giornalista dissidente cinese. "Rispettiamo le leggi di
      Pechino! dichiara la Microsoft in linea con una precedente analoga azione di Yahoo. (e, in nome degli affari e del dio denaro,
      abbiamo rinunciato a difendere nel mondo i principi di libertà e rispetto della dignità delle persone. Forse non sarà fuori luogo il
      boicottaggio o qualche forma di protesta contro Yahoo e Microsoft !! I Verdi di Firenze rinunciano a Yahoo come server per il loro
      forum. ndr)
da Repubblica del 5.1.2006 – Pechino - Il colosso informatico Microsoft ha chiuso di sua iniziativa un "blog"

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                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

diretto dal dissidente cinese Zhao Jing, meglio conosciuto col suo pseudonimo inglese "Michael Anti". Zhao ha
ricordato che si tratta della terza volta nel giro di un anno che il suo provocatorio blog viene chiuso. Si tratta
però della prima volta in cui la disposizione di chiusura è partita direttamente dalla Microsoft e non dalle
autorità di Pechino. Zhao ha dichiarato di avere scritto alla compagnia per ottenere chiarimenti, ritenendo
possibile che la Microsoft torni indietro sulla sua decisione.
 Il caso di Anti ha già un precedente in Cina e proprio negli ultimi mesi. L'ufficio di Hong Kong di Yahoo! aveva
infatti fornito alla polizia cinese l'indirizzo del giornalista Shi Tao, "colpevole" di aver diffuso sulla rete una
circolare governativa che vietava ai giornalisti di parlare dell'anniversario del massacro di piazza Tienanmen
del 1989. Così, lo scorso aprile, Shi Tao è stato condannato a dieci anni di carcere con l'accusa di aver
"divulgato segreti di Stato".
 Il trentenne Anti, giornalista di un'importante testata straniera, è molto noto tra tutti gli appassionati cinesi
di internet per essere uno dei più attivi giornalisti indipendenti del paese. Zhao Jing - il cui pseudonimo può
significare "contro" ma anche, in cinese, "sicurezza alternativa" - è intervenuto con i suoi commenti graffianti
in tutte le più importanti discussioni svoltesi in internet negli ultimi anni. Il suo blog aveva circa 15 mila
contatti al giorno. Durante la scorsa settimana Anti è stato tra i più accesi sostenitori dei giornalisti del
quotidiano "Beijing News" che in duecento avevano scioperato contro il licenziamento del loro anticonformista
capo redattore Yang Bin e dei suoi due collaboratori.
Secondo la giornalista e ricercatrice americana Rebecca Mackinnon, la chiusura del blog di Zhao Jing è stata
decisa ai massimi livelli della Microsoft. Un portavoce dell'ufficio britannico della compagnia ha detto che è
stata provocata dalla necessità di "rispettare le leggi cinesi", senza fornire altri particolari.
Le reazioni di Anti non si sono fatte attendere. "Ricomincerò nel 2006" ha promesso il giornalista, che poi si è
scagliato contro il cosiddetto "muro di fuoco", ovvero il complesso sistema con cui decine di migliaia di
poliziotti cercano di controllare il flusso di informazioni sulla rete. "Arrivano le lunghe notti d'inverno - ha
concluso Anti - e noi ci stiamo preparando a una lunga marcia. Nel 2006 forse non vinceremo ma certamente
faremo dei grandi passi in avanti".

41     Mills, Silvio e i figli. Diritti tv, l’inchiesta sull’impero off shore. - Una bugia dopo l'altra. - Il gioco
       delle tre carte. - La prova regina. - Quelle 35 casse scomparse. - Regali o mazzette?
Di Marco Travaglio - Deve essere dura difendere Silvio Berlusconi. E non solo perché, come rivela esausto l‘on.
avv. Niccolò Ghedini, l‘illustre cliente «non mi dà udienza per le vicende processuali». Ma soprattutto perché
il presidente del Consiglio continua a mentire spudoratamente, negando pure l'evidenza dei fatti e degli atti,
come solo i colpevoli sanno fare.
Una bugia dopo l'altra
Nel '98 assicurò di non saper nulla di All Iberian, poi si scoprì che era tutta sua e che l'aveva usata per
foraggiare Craxi in Svizzera, violare la Mammì per Telepiù e l'antitrust spagnola per Telecinco, scalare società
quotate in Italia all'insaputa di Consob, girare 10 miliardi al capo dell'Auditel Giulio Malgara, fornire a Previti
le provviste per pagare Renato Squillante e altri giudici. Ora, dinanzi al Consiglio dei ministri in ginocchio da
lui, giura solennemente: «Io questo signor Mills non lo conosco nemmeno» (Mills era solo il regista del
comparto occulto della Fininvest all'estero, imperniato su All Iberian e altre 63 società off-shore).
A smentire platealmente il premier ha già provveduto lo stesso Mills, ammettendo davanti ai pm milanesi -
dopo averlo a lungo negato - che il 23 novembre '95 parlò al telefono con Berlusconi, il quale gli raccontò che
All Iberian gli era servita per finanziare occultamente Craxi. È proprio quella telefonata il primo dei due fatti
compromettenti che in un primo momento Mills tacque agli inquirenti in cambio, secondo l'accusa, di una
mega-tangente (almeno 600 mila dollari) dirottata per vie tortuosissime, tramite società-schermo non
direttamente riconducibili al Biscione, per opera del manager (poi defunto) Carlo Bernasconi, su un conto
intestato alla Cim Banque di Ginevra. L'altra omissione prezzolata salva-Silvio riguarda, secondo l'accusa,
Piersilvio e Marina Berlusconi: ossia i reali proprietari delle due società off-shore (Century One e Principal
One) usate dalla Fininvest per gonfiare i prezzi dei film acquistati negli Usa e dirottarvi enormi plusvalenze in
nero. Dopo aver a lungo taciuto, alla fine Mills dovette ammettere che le due società erano riferibili ai figli
del Cavaliere, ora indagati per riciclaggio.
Il gioco delle tre carte
Nelle stesse ore Ghedini, non ancora al corrente dell'ultima balla del cliente, dichiarava al Corriere che
«Berlusconi non esclude di aver incontrato o sentito Mills, ma non ricorda neppure la sua faccia». Indovinate
chi dei due è il bugiardo. Il fatto è che Ghedini conosce gli atti del processo Mediaset e sa benissimo che certe
bugie è meglio non raccontarle. Ma, poi, nell'ansia di minimizzare, getta tre carte sul tavolo.
La prima è un due di picche: «Berlusconi dal gennaio '94 non ricopre cariche Fininvest», si occupa solo di
politica, figurarsi se aveva tempo e testa per subornare Mills con 600 mila dollari in cambio delle sue false
testimonianze ai processi All Iberian e Guardia di Finanza. Peccato che Berlusconi, come emerge dalla fitta


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                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

corrispondenza fra il premier e le major americane sequestrata nel processo sui diritti Mediaset, abbia
continuato a seguire gli affari più delicati del suo gruppo ben oltre il '94.
La seconda pare un settebello, ma è un altro due di picche: «Mills è stato il teste principale usato dall‘accusa
contro la Fininvest. Pagare un teste per essere accusati non è un'operazione molto astuta». Ma la presunta
tangente arriva quando Mills ancora protegge Silvio, prima di esser costretto dalle carte ad ammettere di aver
mentito.
La terza pare proprio l'asso pigliatutto: «La dazione di 600 mila dollari è inverosimile… Mills aveva prestato
una complessa consulenza aziendale: si sarebbe potuto fargli avere il denaro aggiuntivo come parcella». Cioè
senza ricorrere a sotterfugi estero su estero. Il discorso potrebbe anche filare, se i pm Alfredo Robledo e
Fabio De Pasquale non avessero in mano quella che considerano la «prova regina» della corruzione giudiziaria
del teste. E che sembra trasformare l‘asso in un altro due di picche.
La prova regina
La lettera è ancora coperta da omissis, ma ne è trapelata l'intestazione negli atti depositati alla fine
dell'inchiesta Mediaset contro Berlusconi (accusato di falso in bilancio, frode fiscale e appropriazione indebita
per i costi gonfiati dei diritti tv e i conseguenti benefici fiscali) e 14 coimputati. Si tratta di un documento
dattiloscritto di pochi paragrafi, datato 2 febbraio 2004: porta la firma di Mills ed è indirizzata alla Rawlinson
& Hunter. Questa è la società di revisione inglese nella cui sede, nel '96, vennero nascoste 35 casse con
migliaia di documenti sul sistema off-shore Fininvest, che Mills pensò bene di non consegnare agli investigatori
in barba a un ordine della magistratura britannica. Nell'intestazione, Mills parla di «dividend and gifts
received from Berlusconi and the Fininvest Group»: «dividendo e regali ricevuti da Berlusconi e dal gruppo
Fininvest». Quali regali? Mistero. Il 7 novembre 2004 Mills è sceso a Milano per consegnare ai pm una memoria
difensiva, ma ha preferito non farsi interrogare. «I miei rapporti col gruppo Fininvest - ha lasciato scritto -
erano di natura strettamente professionale... Ogni somma da me ricevuta è pienamente giustificata in forza
di parcelle emesse per prestazioni reali... Non si può dire che io sia mai stato un testimone addomesticato o
―comperato‖». Ma la successione degli eventi suggerisce tutt'altra conclusione. Anche perché, se è tutto così
lineare, non si spiegano i nove anni di sotterfugi, depistaggi e inquinamenti che costellano l'affaire All Iberian
tra Milano2 e Londra.
Quelle 35 casse scomparse
Siamo nella primavera del '96. Mentre Mills consegna (o finge di consegnare) ai giudici italiani le «carte
inglesi» del Cavaliere, spariscono i documenti relativi alle compravendite di diritti tv. Quelli che collegano
Century e Principal a Marina e Piersilvio volano in Svizzera, nelle mani fidate di Paolo Del Bue, fiduciario
elvetico della famiglia Berlusconi: la versione di Segrate è che le due società appartengono a «ex dirigenti
delle major americane». Le altre 35 casse di carte sui diritti tv vengono parcheggiate negli archivi di Withers
Sollicitors, il nuovo studio legale di Mills, che dopo pochi giorni le trasloca negli archivi dei revisori "Rawlinson
& Hunter" (il cui funzionario Robert Drennan ha poi raccontato tutto al Serius Fraud Office della polizia
inglese). Guai se emergesse la verità: in quei mesi della primavera '96 Mediaset sta per quotarsi in Borsa. Se
mai venisse fuori che la «library» cinematografica del Biscione è stata gonfiata per centinaia di miliardi, la
quotazione andrebbe in fumo e l'impero del Cavaliere, indebitato per 5 mila miliardi, cadrebbe in mano alle
banche. L'inabissamento di quelle carte - secondo la Procura - consente anche al gruppo Berlusconi di
continuare per altri due anni a succhiare quattrini dalle casse della società appena quotata e travasarli nelle
tasche dei figli del premier: nel '98 le «distrazioni» ammonteranno, secondo la Procura, a 170 milioni di euro.
Regali o mazzette?
C‘è pure un altro documento-chiave che, sempre secondo l'accusa, Mills avrebbe nascosto ai giudici: un
memoriale di 22 pagine scritto da Giorgio Vanoni, responsabile estero del gruppo, il 22 dicembre 1995.
Latitante per la mazzetta All Iberian a Craxi, il top manager tentò di concordare con Mills una versione di
comodo, raccontando che molte società off-shore Fininvest fossero in realtà dell'avvocato inglese. Se fosse
emersa nel '96, la missiva avrebbe dato il colpo di grazia a Berlusconi & C. Ma Mills fece sparire anche quella.
Subito dopo il Cavaliere gli versò «dividendi» per 6 miliardi. Più quei misteriosi «gifts». I «regali» che la
Procura chiama, più prosaicamente, mazzette.

42    Banditalia. - A furia di ripetere che "non è una nuova Tangentopoli", lo scandalo Banditalia comincia a somigliare parecchio a
      Tangentopoli. - Del resto, nella Tangentopoli molti partiti - Pds, Lega e An -manifestavano sotto il Tribunale di Milano a favore dei
      giudici. Oggi, per vari motivi, si tengono a debita distanza.
E' vero che i nuovi rapinatori in guanti gialli e colletto bianco rubavano per sé e solo dopo, eventualmente,
per i partiti. Ed è vero che i politici dovevano penare parecchio, per mettere da parte qualche euro. Ma, per
il resto, quante analogie. Residenze private come la grotta di Ali Babà, vedi la casa-museo di Sergio Billè in
via Ara Coeli: mobili, mobili del 700, anfore d'epoca, orologi antichi, lampadari di Murano, fauni danzanti,
incisioni del Piranesi, tele del Cignaroli. Mancano solo i lingotti nel puff, come a casa di Duilio Poggiolini, il re
della malasanità. In compenso, pare, ci sono giornalisti a libro-paga, come ai bei tempi della Montedison.

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                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Nel '92 fecero epoca il Parmigianino di un assessore regionale laziale del Lazio, in arte "Dieci per cento", e i 60
dipinti di gran pregio (Picasso, Modigliani, Guttuso, Morandi, De Chirico e Dalì) sequestrati nell'abitazione di
Poggiolini, gentili omaggi delle case farmaceutiche. Fiorani, più prosaicamente, teneva un Canaletto nel
caveau della Bpi. Un tocco di cultura che non sfiora nemmeno il mitico Chicco Gnutti: lui, a Brescia, ha un
hangar con cento Ferrari dietro casa, ma si vanta di non possedere nemmeno un libro. Chapeau.
E poi le mogli. Anche in questo giro vengono scrupolosamente rispettate le quote rosa. Nel '92 Laura Sala,
moglie separata di Mario Chiesa, diede il via a tutto per una banale denuncia contro il marito che lesinava gli
alimenti. Pier De Maria in Poggiolini insultò i giornalisti uscendo da Poggioreale grazie al decreto Salvaladri.
Bruna Cagliari rimpatriò i 9 miliardi accumulati dal marito Gabriele in Svizzera. E la consorte del giudice
Diego Curtò, quasi omonima del pm che indagava su di lei (si chiamava Antonia Di Pietro) raccontò di aver
gettato 400 mila franchi svizzeri in un cassonetto dell'immondizia.
Oggi svetta la governatora Cristina Rosati in Fazio, "legionaria di Cristo". Ma anche Sabina Negri, la bionda
lumbarda impalmata dal dentista Calderoli con rito celtico (''per conquistarmi Roberto mi regalò una Rolls
Royce, poi la affittò per i matrimoni degli altri..."): è lei la titolare del conto Bpl per il mutuo incriminato del
marito. E poi i baci. Nel'93 teneva banco quello presunto di Riina ad Andreotti. Ora c'è quello telefonico di
Fiorani a Fazio ("ti bacerei in fronte") Un apostrofo rosa fra le parole "Opa" e ''Antonveneta". Quel che è certo
è che i furbetti sono degli inguaribili sentimentali: non contento dei baci via sms alla sposina Anna, Ricucci
chiama "amore mio" il pm Eugenio Fusco. E l'altro pm, Francesco Greco, finge di aver nascosto una cimice nel
gemello della camicia del furbetto; poi, quando quello abbocca, gli dà del "boccalone". Ecco il clima è più
disteso. Nel '92 qualcuno si vergognava. Oggi non si vergogna più nessuno. Dalla tragedia alla pochade.
Spunta persino un "Cinghialone". Che non è, per ovvi motivi, Bettino Craxi, così ribattezzato da Vittorio Feltri
dodici anni fa. E' un altro, ancora da identificare: ne parla Giovanni Consorte al consocio Sacchetti la sera del
12 luglio, riferendo una confidenza del giudice Ciccio Castellano: "L'amico di Milano dice che sta per scoppiare
un grosso casino per il cinghialone e il suo amico... I due sono messi male, l'obiettivo vero dovrebbe essere il
cinghialone". Sarà Fazio (con l'amico capoispettore Francesco Frasca)? O Fiorani (con l'amico Gnutti). Mistero.
Sempre in tema ornitologico, ecco le talpe: un altro classico. Il giudice Castellano, con le presunte soffiate a
Consorte? Il sottosegretario Giuseppe Valentino di An? Tutti negano, vedremo.
Nel '92-'93 Pannella riuniva all'alba il Parlamento degl'inquisiti, dicendo che era "il migliore mai visto" e
tuonando contro chi voleva scioglierlo perché "delegittimato". Oggi si porta avanti col lavoro e chiede
direttamente l'amnistia, che dodici anni fa, in un soprassalto di dignità, i deputati resero quasi impossibile
portando la maggioranza richiesta dal 50 per cento ai due terzi. Del resto, nella Tangentopoli molti partiti -
Pds, Lega e An -manifestavano sotto il Tribunale di Milano a favore dei giudici. Oggi, per vari motivi, si
tengono a debita distanza. 27 dicembre 2005 - Marco Travaglio

43    Poteri forse. - I primi a evocare il fantasma dei poteri forti, agli albori di Mani Pulite, furono i
      ciellini, che nel '92 già invitavano l'agonizzante Prima Repubblica in un bel «governissimo» fra Dc e Pds contro «i poteri forti
      della grande finanza e dei mass media». – Poi Craxi, … e infine Berlusconi, potere forte quant'altri mai. Il politico più ricco del
      mondo e più potente d'Italia, che si dipinge come un potere debolissimo tuonando contro i «poteri forti», tutti -chissà mai perché-
      «schierati a sinistra».
Di Marco Travaglio - Dunque, a sentire la sua omelia natalizia, don Antonio Fazio non è più sgovernatore di
Banditalia perché «ho toccato i poteri forti». Fino all'altro giorno, secondo Andreotti e cardinali assortiti,
Fazio era finito sotto inchiesta «in quanto cattolico». Il che indusse subito l'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi
Crespi, ad annunciare da San Vittore che lui non può aver commesso reati «in quanto buddista». Poi, in attesa
di notizie dagli avventisti del settimo giorno, tornò la vecchia geremiade sui «poteri forti» che da sempre
ispirerebbero la Procura di Milano. Lo dice Berlusconi, difendendo financo Stefano Ricucci: «Lo attaccano
perché dà fastidio ai poteri forti». E Cossiga confida a Libero che l'inchiesta su Consorte & C. non dipende
dagli eventuali reati scoperti, ma da una «guerra fra poteri forti» in corso a sinistra perchè «i prodiani,
attraverso banche e giornali, hanno accerchiato i Ds». Anche per James Bondi, dietro i pm c'è Prodi,
«fotocopia sbiadita spedita al centrosinistra dal fax dei poteri forti». E dai Ds si levano molte voci che
occhieggiano alla stessa tesi: se il Corrierone sta informando così compiutamente i suoi lettori sugli ultimi
scandali non è perché i suoi cronisti (gli stessi che narrano da anni le malefatte di Berlusconi e Previti) sono
bravi, ma perché sono imbeccati dai «poteri forti» che cospirerebbero con i pm contro la scalata Unipol-Bnl,
già benedetta da Fazio. Come se un governatore a vita, intimo del Vaticano, dell'Opus Dei e di Palazzo Chigi,
sponsor della finanza bianca, rossa e azzurra, capace di prendere a calci una banca spagnola e una olandese,
contasse meno del presidente della Ferrari e della fu Fiat, e del temibile padrone della Tod's.
I primi a evocare quel fantasma, agli albori di Mani Pulite, furono i ciellini, che nel '92 già invitavano
l'agonizzante Prima Repubblica in un bel «governissimo» fra Dc e Pds contro «i poteri forti della grande
finanza e dei mass media». Lo stesso cocktail - «poteri forti e grande stampa» - evocò Bettino Craxi nel '93,
tentando di convincere la Camera a salvarlo dai processi. Intanto, al seguito, fioriva un'ampia e variopinta

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                                                           Miscellanea
                                       sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                       Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

letteratura complottarda. Fino alla leggenda di una crociera sul Britannia dove la regina d'Inghilterra e i
banchieri demoplutogiudaicomassonici si riunirono per scaricare i partiti italiani e, tramite Di Pietro & C.,
spartirsi l'argenteria del Belpaese. Il regista occulto attribuito al Pool era Enrico Cuccia. Poi i giallisti
dovettero cambiare musica, anche perché finirono sotto inchiesta o in galera gli amici più intimi di
Mediobanca, da Romiti e Ligresti. I quali, fra l'altro, foraggiavano allegramente proprio Craxi, sedicente
nemico dei poteri forti.
Poi in politica arrivò Berlusconi, potere forte quant'altri mai. Ma costui, amico di noti mafiosi, già membro
della loggia P2, sponsorizzato dal Vaticano, proprietario di tre tv, già allora il politico più ricco del mondo e
più potente d'Italia, cominciò subito a dipingersi come un potere debolissimo tuonando contro i «poteri forti»,
tutti -chissà mai perché- «schierati a sinistra». Nell'estate '94, dopo soli tre mesi, il suo governo era già cotto.
E di chi era la colpa? Delle bizze di Bossi? Delle prime leggi ad personam, tipo decreto Salvaladri o condono
edilizio? Macchè: dei poteri forti. In un'intervista alla Stampa, il vicepremier Pino Tatarella puntò il dito sugli
«uomini invisibili» che remavano contro il governo. Nell'ordine: Corte costituzionale, Mediobanca, servizi
segreti, massoneria, Csm, Opus Dei, Bankitalia, gruppi editoriali,industria privata. Tutti «strumentalizzati
dalla sinistra».
Ultimamente, all'elenco della Spektre Rossa, Bellachioma ha aggiunto di suo pugno «scuole superiori,
università, televisioni, sindacati, patronati, magistrati, regioni, province, comuni, banche, Tar e Consiglio di
Stato». Non male. Ma niente paura: «Faremo una campagna d'attacco per spiegare i pericoli di una sinistra
pronta ad allearsi con i poteri forti». Una battaglia impari, perché lui - poveretto - non conta nulla. È solo il
capo del governo con 100 voti di maggioranza, che ogni giorno si fa una norma su misura, si autoassolve per
legge da quattro falsi in bilancio, possiede tv, banche, assicurazioni e un patrimonio di 20 miliardi di euro.
Difficile, in queste ristrettezze, resistere a poteri forti come la lobby degli extracomunitari e dei tossici (ieri
presente in forze alla Camera per l'amnistia). Sarà durissima. - L'Unità 28 Dicembre 2005

44    Davvero un bel libro, non stampiamolo. - ... Nel 1988 Mauro dava fastidio agli ex compagnucci di Lotta continua, coi
      quali aveva rotto fin dal 1976; a quel nababbo trafficone di Cardella, amico di Craxi e Martelli e coinvolto in strani affari anche
      con l'Africa e l'America centrale; al clan craxiano, per il suo antiproibizionismo sulle droghe; a un'organizzazione dedita alle
      tangenti sulla cooperazione e al traffico d'armi con la Somalia; e infine, ma solo infine, alla mafia, per le sue denunce dagli
      schermi di Rtc".
A dar retta all'elegante brochure che, in febbraio, annunciava le prossime "Novità Bollati Boringhieri", il
romanzo dovrebbe essere "in libreria da Aprile". Titolo: "Il tonto". Sottotitolo: "Il romanzo di una generazione
tra fiction e cronaca". Copertina bianca e azzurra, collana "Varianti", "formato 14 per 22, pp.352, L. 38.000".
Autore: Aldo Ricci, fiorentino, 57 anni, sociologo scrittore (negli anni 70 pubblicò da Einaudi e SugarCo due
celebri saggi, Il carcere in Italia e I giovani non sono piante), un ex sessantottino ribelle e anomalo che vive
ormai da anni a New York, dove lavora nel mondo del cinema. Invece "Il tonto", mezzo romanzo pulp e mezzo
investigazione alla "JFK" di Oliver Stone, non ha mai visto la luce. Stoppato in extremis, dopo il via libera
all'ultimo "giro" di bozze, da imprecisate quanto improvvise "perplessità" dell' ufficio legale della casa editrice
torinese.
"I soliti ordini superiori -sostiene Ricci- della solita lobby di Lotta continua", definita nel libro "la P2 del
Sessantotto". Il movente -a suo dire- è semplicissimo: "Basta leggere la quarta di copertina già pronta e
approvata dall'editore". Leggiamola: "Uno spirito funambolico spinge Ricci a forzare le convenienze e le
connivenze del giornalismo d'inchiesta verso azzardi che gli organi di stampa hanno fatto appena balenare: l'
"indicibile" e indimostrato legame tra il delitto Calabresi e il delitto Rostagno...". Rostagno è Mauro Rostagno,
il cofondatore di Lotta continua assassinato a Trapani, appena fuori dalla comunità "Saman", il 26 settembre
1988.
Ma perché "Il tonto"? "Perché -spiega Ricci- nella mia lunga indagine sulla morte di Mauro, iniziata 12 anni fa e
tuttora in corso, ho dovuto fingermi un po' ingenuo, un po' sprovveduto, una specie di Forrest Gump
volontario, per aprire certe porte, valicare certe barriere, e carpire informazioni scomode, scottanti". Inutile
girarci intorno: Ricci è tuttoggi convinto della bontà della "pista interna". La pista imboccata dalla Procura di
Trapani nel '95 con l'arresto di Chicca Roveri (la moglie di Rostagno) e poi abbandonata col passaggio
dell'inchiesta al pool di Palermo, che punta sulla pista mafiosa. "Pista interna -dice Ricci- nel senso che Mauro
era diventato scomodo a molti, troppi. Nel 1988 Mauro dava fastidio agli ex compagnucci di Lotta continua,
coi quali aveva rotto fin dal 1976; a quel nababbo trafficone di Cardella, amico di Craxi e Martelli e
coinvolto in strani affari anche con l'Africa e l'America centrale; al clan craxiano, per il suo
antiproibizionismo sulle droghe; a un'organizzazione dedita alle tangenti sulla cooperazione e al traffico
d'armi con la Somalia; e infine, ma solo infine, alla mafia, per le sue denunce dagli schermi di Rtc".
Tutti questi personaggi si agitano come fantasmi in carne ed ossa intorno al protagonista, Alex Ameno detto
"il tonto", nei 52 capitoli del romanzo, ma soprattutto nelle parti più realistiche del libro: il prologo, l'epilogo
e i due post-scriptum. Ci sono tutti, riconoscibilissimi dietro nomi e cognomi beffardamente storpiati (su

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                                     10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

richiesta dell'editore): Rostagno è Mauro Ros, Sofri diventa Godi, Pietrostefani Stefanopieri, Bompressi
Soppressi, Marino Alpino, Francesco Cardella "don" Cesco Patella, Bettino Craxi è Tino Felci, Martelli Mirtilli,
Boato Rombo, Gad Lerner Jo' Lander, Renato Curcio semplicemente Renè. Lotta continua è Lotta indefessa, e
il Psi il Partito sociale. Ci sono pure i giornalisti: quelli che avevano capito molto come Montanelli (Monticelli)
e Pansa (Pensa), e quelli che avevano capito poco (Rossana Rossetta alias Rossanda). Alex Ameno altri non è
che Aldo Ricci, che conobbe Mauro (ma anche Curcio, Mara Cagol, Boato & C.) a Trento, facoltà di sociologia,
nel 1966, e da allora gli restò amico per 32 anni.
Nel 1988 Alex-Aldo è in Brasile, dove fa vita da avventuriero. Lì lo raggiunge la notizia del delitto, e gli
cambia la vita: torna in Italia, vola a Trapani, accetta di dirigere Rtc al posto di Mauro, litiga con Cardella e
Chicca Roveri, assiste alle sfilate funebri dei socialisti e dei lottatori continui (anzi, indefessi). "Tutti troppo
ansiosi di accreditare la pista mafiosa". E gli ritorna in mente una frase che Mauro gli disse nel '79, al culmine
della rottura con Lc: 'Se questi mi rompono ancora i coglioni, io dico chi ha ammazzato il commissario
Calabresi". "Guardacaso -osserva Ricci- pochi giorni dopo la sua morte, Mauro avrebbe dovuto andare a
Milano a deporre sul delitto Calabresi davanti ai giudici che avevano arrestato Sofri, Bompressi,
Pietrostefani e Marino.”
Ma che senso ha, oggi, insistere sulla pista interna? "Nel libro ho ricostruito per filo e per segno tutti i tasselli
molto concreti che mi convincono di essere nel giusto. A cominciare dalla testimonianza di Curcio che
interpellò in carcere il boss trapanese Mariano Agate, sentendosi rispondere: 'Quella non è cosa nostra, cosa
vostra è'. E poi c'è l'incredibile reticenza della nota lobby sul delitto: una congiura del silenzio che continua
tuttoggi, come dimostra l' ennesima censura al mio libro". Ennesima? "Sì, ennesima. 'Il tonto' l'ho scritto e
riscritto una decina di volte, dal 1996 a oggi. L'ho presentato a tutti i più importanti editori italiani. Il copione
era sempre lo stesso: prima elogi sperticati, poi le scuse più patetiche per non pubblicarlo. Il penultimo
editore fu Newton Compton nel '97: mi fecero sostituire gli pseudonimi con i nomi veri, e sfoltire la parte
romanzesca per dare spazio al thriller-verità. Mi mandarono il contratto, poi prima della firma mi dissero che
non se ne faceva più niente.".
E con la Bollati, com'è andata? "Lavoravamo da mesi, con l'editor Alfredo Salsano e la redattrice Claudia Moro.
Tutto perfetto: contratto firmato il 15 novembre '99, anticipo di 2 milioni e mezzo, riscrittura per attualizzare
la storia fino agli ultimi sviluppi dei casi Calabresi e Rostagno, ripristino degli pseudonimi, 'limature', prime e
seconde bozze, copertina, catalogo, annuncio dell'uscita per il 20-30 aprile. Tutto okay. Poi, a fine marzo, la
telefonata imbarazzata di Salsano: mi annunciava di essere stato scavalcato dalla 'proprietà', per motivi che
gli sfuggivano". Per la Bollati risponde l'addetta stampa, Anna Gilardi: "Nessuna censura: oltre ai problemi
legali, abbiamo deciso di modificare la fisionomia della collana 'Varianti'. Così 'Il tonto' non rientrava più nei
nostri programmi. Tutto qui". Ma Ricci non è convinto: "Mi risulta che qui ci sia lo zampino di un noto lottatore
continuo, molto influente e amico della proprietaria, Romilda Bollati di Saint-Pierre. Ma non ho ancora le
prove, e non posso farne il nome". Il Tonto, insomma, continua a indagare. di Marco Travaglio La Repubblica
del 13/07 2000

45    Italianieuropei (e Piduisti), unitevi di Marco Travaglio - In attesa che i vari partiti dell'Unione si mettano d'accordo,
      par di capire che le leggi vergogna resteranno in vigore anche con il centra-sinistra al governo. E a un convegno di Italianieuropei
      viene invitato a parlare del programma sulla giustizia l'ex piduista Valori, dalla istruttiva storia personale. Non abbiamo ancora
      cominciato che gia cominciamo bene...
da MicroMega 7/2005, pag. 85-96 - In attesa che i vari partiti dell'Unione si mettano d'accordo, par di capire
che le leggi vergogna resteranno in vigore anche con il centra-sinistra al governo. E a un convegno di
Italianieuropei viene invitato a parlare del programma sulla giustizia l'ex piduista Valori, dalla istruttiva storia
personale. Non abbiamo ancora cominciato che gia cominciamo bene... Siamo sicuri che l‘eventuale governo
dell'Unione abrogherà le leggi-vergogna? L'unico leader ad averlo promesso a chiare lettere è Romano Prodi,
cosi come il nuovo responsabile giustizia Massimo Brutti. Gli altri invece, da Francesco Rutelli a Massimo
D'Alema, da Luciano Violante a Giuliano Pisapia, si producono in distinguo sempre piu sottili, soprattutto a
proposito della giustizia. E i segnali che giungono da ogni parte d'Italia sembrano inequivocabili: non è solo
questione di leggi, ma di sostanza. Anche perchè l'inarrestabile transumanza di ex polisti sta portando nelle
file del centro-sinistra una gran quantità di personaggi che quelle leggi vergogna hanno votato, condiviso e
difeso per quasi tutta la legislatura. A Milano i Ds criticano la decisione del consiglio comunale di dedicare
una targa votiva a Bettino Craxi nel palazzo di piazza Duomo che ospitava i vecchi uffici del Garofano. dove lo
«statista» riceveva le mazzette, ma propongono di spostarla in via Foppa, dove il leader abitava. L'idea che a
un pregiudicato latitante non si dedicano targhe da nessuna parte non li sfiora neppure. Tant‘è che prosegue
indefesso il corteggiamento a Bobo Craxi e a Gianni De Michelis per assicurare agli elettori del centro-sinistra
la succulenta prospettiva di poter votare almeno per un membro della famiglia Craxi. Lo dice papale papale
Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds: «Avere avuto un atteggiamento antisocialista durante Mani
Pulite è stato del tutto sbagliato, non solo perchè le questioni penali sono individuali (già, peccato che

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

riguardassero tutto lo Stato maggiore del Garofano), sia anche perchè «non credo che Craxi possa essere
inchiodato a una vicenda giudiziaria (infatti ne aveva una dozzina, fra cui due approdate a condanna
definitiva per un totale di 10 anni di carcere)».
A Salerno il segretario nazionale Piero Fassino è sceso per ben tre volte in pochi mesi per suggellare l‘ingresso
nei Ds di Carmelo Conte, già ministro socialista, salvato dalla prescrizione nei processi della Tangentopoli
campana ma ancora imputato davanti al tribunale per concorso in associazione camorristica: operazione
pilotata dal deputato querciaiolo Vincenzo De Luca, nemico giurato di Bassolino, al punto di sbandierare
contro il governatore la «questione morale» per le spese eccessive delle commissioni regionali.
La questione morale in mano a chi ha fatto entrare nel partito un imputato per camorra.
In Sicilia metà dei Ds osteggia la candidatura di Rita Borsellino proposta dalla società civile, dopo aver
impallinato quella di Claudio Fava, che pure alle ultime europee ha fatto il pieno di voti. E si da ormai per
certo un posto d‘onore nelle liste elettorali per il ras della Quercia a Enna, Vladimiro Crisafulli,
vicepresidente dell‘assemblea regionale e dalemiano di ferro, sorpreso tre anni fa da una telecamera a
baciare e incontrare il locale boss mafioso Bevilacqua nella saletta di un albergo per parlare di assunzioni,
finanziamenti e appalti pubblici. Molto meglio, per questa parte della Quercia, la candidatura di Fernando
Latteri, l'ex forzista catanese trasmigrato due anni fa nella Margherita e sonoramente trombato alle europee,
ma molto amato da Anna Finocchiaro ed Enzo Bianco, luogotenenti etnei rispettivamente di D'Alema e Rutelli,
gia protagonisti della ignominiosa debacle dell'unione alle ultime comunali (che hanno visto la rielezione del
sindaco forzista Umberto Scapagnini). La Finocchiaro, come del resto Fassino, s'è pure segnalata per una
dichiarazione in favore del ponte sullo stretto di Messina. Così, se alle primarie Latteri prevalesse sulla
Borsellino, i siciliani potrebbero scegliere fra un ex del centro-sinistra passato al centro-destra (Totò Cuffaro)
e un ex del centro-destra passato al centro-sinistra (Latteri). Sono soddisfazioni.
Poi c'e l‘atteggiamento quantomeno ambiguo dimostrato dal centro-sinistra in occasione delle due leggi
«contra personam» varate dalla maggioranza per eliminare Gian Carlo Caselli dalla corsa alla procura
nazionale antimafia e far vincere il concorso all‘unico candidato rimasto: Piero Grasso. L'8 febbraio 2005 la
legge che proroga il superprocuratore Piero Luigi Vigna (per dar tempo a Caselli di compiere i 66 anni,
dopodichè in base al nuovo ordinamento giudiziario sarà tagliato fuori dalla gara) passa alla Camera con i voti
determinanti di Rifondazione comunista, che si astiene rimpiazzando cosi le larghe assenze tra le file della
Cdl. II capo-gruppo Pisapia spiega che non s'è trattato di un errore, ma di una precisa scelta. E al Csm, quando
si tratterebbe di contestare quel concorso ormai truccato come fanno i membri togati di Magistratura
democratica e del Movimento per la giustizia, i laici del centro-sinistra votano per Grasso, candidato del
governo, insieme a quelli della Cdl.
II 5 luglio il gip milanese Fabio Paparella acquista quattro pagine del Corriere della Sera per annunciare alle
migliaia di azionisti Mediaset (irraggiungibili per lettera) l‘udienza preliminare del megaprocesso sui diritti
televisivi che vede imputato, fra gli altri, Silvio Berlusconi. ―L‘avviso pubblico‖ è espressamente previsto dal
codice quando le parti attese siano molte e non raggiungibili altrimenti, ma essendoci il premier di mezzo la
maggioranza scatena la solita canea. Prontamente Massimo D‘Alema si associa, definendo l'iniziativa del
giudice «discutibile» e intonando la solita litania: «Berlusconi va affrontato e battuto sul piano politico, e non
inseguendo inchieste giudiziarie o rinvii a giudizio a mezzo stampa. Che oltretutto finiscono per essere
controproducenti e per innescare polemiche a tutto vantaggio del premier». II fatto che il premier del «meno
tasse per tutti» sia accusato di aver evaso 120 miliardi di lire di tasse non lo induce invece ad alcun
commento. Del resto D'Alema è lo stesso che I'11 dicembre 2004, quando il senatore Marcello Dell‘Utri e stato
condannato a 9 anni per mafia, se l‘e cavata con un furbesco «non commento sentenze» (Dell‘Utri ricambia
ripetendo da anni che il suo preferito, a sinistra, è il leader Massimo). II 21 luglio viene approvata
definitivamente la legge delega sul nuovo ordinamento giudiziario, cioè la controriforma Castelli.
Mentre una parte dell‘opposizione giura che l'orribile porcheria verrà spazzata via appena l‘Unione sarà al
governo, i margheriti Giuseppe Fanfani e Sandro Battisti, il verde Paolo Cento, il socialista Enrico Buemi, il
rifondatore Pisapia e il diessino Guido Calvi comunicano che almeno in parte andrà salvata. In particolare,
dice Calvi, «questa legge è scritta da persone culturalmente incapaci, ma ci sono alcuni spunti positivi come
la temporaneità degli incarichi direttivi o la tipizzazione del procedimento disciplinare, cose gia proposte da
noi». E dunque, una volta al governo, «noi dovremo salvare quelle parti che sono state e sono patrimonio
della nostra riflessione giuridico-politica». E quando, a un convegno milanese di Libertà e giustizia, il pm
Armando Spataro chiede se l'Unione si impegna a «radere al suolo» questa e altre leggi vergogna, si becca una
ramanzina da Massimo D'Alema, sinceramente costernato per quel «linguaggio» poco consono a un magistrato.
Per tutta l‘estate, si registrano gli alti lai di politici di sinistra, di centro e di destra contro i magistrati che
indagano sulle scalate trasversali dei «furbetti del quartierino» alla Rcs, all‘Antonveneta e alla Bnl, con
proposte più o meno bipartisan per limitare le intercettazioni o almeno la loro legittima e doverosa
pubblicazione sui giornali. Luciano Violante - già noto per aver chiesto inopinatamente la procedura d'urgenza
per la riforma del falso in bilancio nel novembre 2001 - si guadagna la copertina di Panorama rilasciando al

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

settimanale ultraberlusconiano un'intervista contro Mani Pulite: «In quella stagione», dice, «ci fu un dato
grave, la caccia al politico, che era in quanto tale considerato un probabile delinquente. Ci fu un'autentica
caccia al politico. Si arriva al dileggio delle istituzioni. E i protagonisti di quella campagna furono le forze
reazionarie». Quanto ai magistrati, aggiunge il capogruppo Ds alla Camera, «ci furono intrecci discutibili tra
giustizia e informazione. II rapporto tra giustizia e informazione è una delle grandi questioni delle democrazie
moderne. Certi magistrati diventano protagonisti attraverso i giornali. E certi giornali hanno le notizie in
anteprima. Tornando a Tangentopoli, fa impressione la lettura del quotidiani dell'epoca: sembrano tutti scritti
dalla stessa mano». Poi propone addirittura di espropriare il Csm della funzione disciplinare sui magistrati (e
anche sugli avvocati) «per attribuirla a un organo esterno di altissima qualità, nominato dal capo dello Stato
scegliendo tra ex giudici costituzionali, ex presidenti di Cassazione, grandi avvocati e grandi professori
universitari» (un organo che, non conoscendo i problemi concreti dei vari uffici giudiziari, punirà magari un
magistrato oberato di lavoro che ha consegnato una sentenza con qualche giorno di ritardo e non vedrà invece
il marciume e il dolce far nulla che si annida in certi «uffici sdraio»); perchè oggi i processi disciplinari
affidati al Csm destano «il sospetto che il giudizio non sia imparziale». Applausi a scena aperta dalla Casa
delle libertà.
Il nuovo programma della giustizia dell‘Unione è affidato all‘onorevole avvocato Pisapia, favoritissimo per la
poltrona di ministro della Giustizia. Pisapia è una persona perbene e un giurista apprezzato. Ma è anche
portatore di un discreto conflitto d'interessi (è contemporaneamente avvocato e legislatore) e di una cultura
ipergarantista che nella scorsa legislatura condusse al varo di leggi devastanti come la controriforma
dell‘abuso d'ufficio, la legge costituzionale sul «giusto processo» non accompagnata da una modifica del
diritto al silenzio dei testimoni imputati, le nuove norme contro i pentiti di mafia e cosi via. Ma soprattutto
Pisapia è favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pm; questa‘estate ha attaccato duramente il
Csm, insieme al presidente del Senato Marcello Pera, per aver osato esprimere (come prevede la legge
istitutiva del Consiglio) un parere negativo sulla controriforma dell‘ordinamento giudiziario, accusandolo di
«interferenza nei lavori del Parlamento»; e ha persino contestato, insieme al forzista Gaetano Pecorella, il
mandato di cattura europeo. E‘ questa anche la linea dominante del centro-sinistra? Sarebbe interessante
saperlo, prima di dare per scontata la nomina di Pisapia a guardasigilli. Anche Pisapia, come Calvi, invita a
salvare «le parti buone» della controriforma Castelli (compreso financo l‘innesto di rappresentanti delle
regioni, cioe dei partiti, nei consigli giudiziari, cioè nelle propaggini locali del Csm), chiede addirittura «un
nuovo codice penale entro sei mesi» dall‘insediamento dell‘eventuale governo Prodi ed è contrario ad
azzerare tutte le leggi vergogna dei berluscones.
Il programma è tutto un programma
Sul futuro programma per la giustizia del centro-sinistra è ancora buio fitto. Alla «fabbrica» di Prodi non se
n'è minimamente discusso, almeno in pubblico. Cosi c'è spazio per iniziative estemporanee, come quella della
fondazione Italianieuropei di D'Alema e Amato, che il 28 ottobre da vita a un convegno sul tema, purtroppo
illuminante. Se il professor Carlo Federico Grosso chiede di «abrogare con forza tutte le leggi della Cdl» e
Fassino propone di «fare subito un provvedimento che sospenda gli effetti di queste leggi e dopo riscriverle»,
1'ex presidente del Senato Nicola Mancino (Margherita) impone l‘altolà: «L'idea della rimozione totale è
massimalista, dire che abrogheremo tutto quel che ha fatto la Cdl è eccessivo». E Pisapia va anche oltre:
«Dobbiamo dire la verità: piuttosto che dire che butteremo nel cestino queste leggi dobbiamo annunciare
riforme organiche che di fatto aboliscono le altre». Viene invitato a parlare persino Ugo Intini, gia al fianco di
Bettino Craxi negli anni bui di Tangentopoli e della lunga guerra del Garofano alla magistratura: «Se vinciamo
dobbiamo operare in positivo, non in negativo».
D'Alema e d'accordo: «Non andiamo al governo per cancellare quello che hanno fatto gli altri, ma per fare le
riforme: di conseguenza sarà rimosso tutto quello che non va». Dunque, par di capire, in attesa che i vari
partiti dell‘Unione si mettano d'accordo sulle riforme da fare e trovino il tempo di approvarle in entrambi i
rami del parlamento, le leggi vergogna sull‘ordinamento giudiziario, sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sul
Csm, nonchè la Cirami, l‘ex Cirielli e la Boato sull‘impunita parlamentare resteranno in vigore. Lo ribadisce
anche Francesco Rutelli qualche giorno dopo in un'intervista al Corriere della Sera del 2 novembre: «E che
facciamo, buttiamo via tutte le leggi di Berlusconi? Vedo in giro un atteggiamento un po' troppo agonistico,
arriviamo noi e spazziamo via tutto... Non si può ricominciare da capo ogni volta. A chi dice che bisogna
abolire il 99 per cento delle leggi fatte dalla destra rispondo di no, è sbagliato».
Lo stesso D'Alema insiste spesso sul rischio di ―apparire conservatori‖, cioè di voler mantenere l‘esistente:
l‘indipendenza assoluta della magistratura cosi come fissata dalla Costituzione non piace nemmeno a sinistra.
Tant'è che Violante, nella sua nuova, ennesima reincarnazione, arriva a dire: «Abolire non basta: ci vuole un
progetto di riforma della giustizia che non potrà riproporre il sistema precedente». Più di un passaggio del
programma di Italianieuropei sembra copiato pari pari dalla controriforma Castelli.
1) Allargare i consigli giudiziari - cioè le propaggini territoriali del Csm, incaricati di dare valutazioni
professionali sui magistrati - con l‘inserimento di «una componente laica eletta con maggioranza qualificata

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

dai Consigli regionali tra avvocati e professori universitari di diritto, sulla base di incompatibilità territoriali,
espressione della sovranità popolare e mitigatrice di inevitabili riflessi corporativi». Cosi l‘autogoverno dei
giudici sarebbe ancor meno autogoverno, infarcito di rappresentanti delle regioni, cioè dei partiti, che
moltiplicheranno le interferenze già oggi fortissime da parte dei membri «laici» del Csm.
2) «Il cortocircuito mediatico-giudiziario che a volte - e spesso proprio in coincidenza con l‘adozione di
provvedimenti cautelari - si determina tra mass media e uffici giudiziari (e segnatamente procure della
Repubblica) produce effetti distorsivi sull'intero sistema, e lede non di rado fondamentali garanzie del
cittadino imputato. Nel rispetto della funzione democratica dell‘informazione, un pur parziale rimedio può
essere offerto dall‘affidamento al capo dell‘Ufficio (presidente di Tribunale o procuratore della Repubblica)
dell‘esclusività del rapporto con i media, costruendo un'autonoma figura di illecito disciplinare per i
magistrati che indicano conferenze stampa, rilascino interviste o comunque forniscano informazioni ai media
con riferimento a indagini o processi in corso di propria competenza». Anche la controriforma Castelli silenzia
i magistrati affidando al capo l‘esclusivo potere di comunicare con la stampa. L'assurda pretesa anche degli
autori di questa proposta di tener segreti addirittura gli arresti nasconde, o tenta di nascondere la
preoccupazione che l‘opinione pubblica venga a sapere quel che il potere vuole nascondere: cioè i reati delle
classi dirigenti. Fortunatamente si tratta di un progetto irrealizzabile, anche perchè i provvedimenti cautelari
sono per definizione pubblici e pubblicabili in quanto comunicati ai destinatari e ai loro avvocati.
In altri punti emerge l’insofferenza per la discrezionalità del giudice nell’irrogare le pene e per
l’obbligatorietà dell’azione penale, che i cervelloni di Italianieuropei - come da sempre anche i berluscones -
vorrebbero un po' meno obbligatoria di quel che è previsto nella Costituzione. Alcuni esempi.
a) Nel progetto si legge che «l‘azione penale deve restare obbligatoria, ma i criteri di priorità nel suo
esercizio non possono continuare a essere meramente discrezionali. Si potrebbe ipotizzare un sistema "misto"
nel quale i consigli giudiziari riformati, sulla base delle indicazioni dei capi degli uffici, formulano proposte di
priorità valevoli per ciascuna regione; il Csm rimette dette proposte alle Camere, le quali rassegnano le
proprie osservazioni; infine, il Csm definisce i criteri territoriali di priorità in sede di approvazione delle
cosiddette ―tabelle‖ degli uffici giudiziari. Nella relazione annuale al parlamento, poi, il Csm dovrebbe
riferire sulle priorità individuate e sulla concreta applicazione dei criteri dettati da parte dei singoli uffici
giudiziari». E‘ forse la trovata più grave e incostituzionale, che introdurrebbe nella giustizia una sorta di
devolution delle priorità sui reati da perseguire e da tralasciare, variabili da regione a regione. Il tutto con il
contributo di soggetti estranei all‘ordine giudiziario e all‘organo di autogoverno, come i nuovi «laici» nominati
dalle regioni nei consigli giudiziari e le Camere. In Lombardia gli uomini di Formigoni, in Sicilia gli emissari di
Cuffaro, e così via contribuiranno a decidere quali reati privilegiare e quali tralasciare. Si accettano
scommesse.
b) «La separazione delle carriere», si legge più avanti, «rappresenta un rimedio peggiore del male, rischiando
di contribuire alla formazione di magistrati dall‘ottica esclusivamente e pregiudizialmente accusatoria. II vero
antidoto contro l‘affievolimento nell‘azione di molti pm della "cultura della prova", vice versa, è la
circolazione obbligatoria e periodica dei magistrati nelle diverse funzioni, con l‘obbligo di esercizio di
funzioni giudicanti prima dell‘accesso a quelle requirenti, e con un limite di permanenza decennale nelle
diverse funzioni». Ecco un'altra tipica manifestazione di sudditanza programmatica al berlusconismo: si
gabellano proposte del genere come geniali mediazioni «per scongiurare la separazione delle carriere». Ma
per scongiurare la separazione della carriere, se davvero non la si vuole, basta non proporla. Senza introdurre
soluzioni caotiche come questa. Quando, al convegno, l‘avvocato dalemiano pugliese Gianni Di Cagno spiega
che ogni dieci anni i giudici dovranno diventare pm, e viceversa, con migrazioni di massa di migliaia di
magistrati da un ufficio all‘altro, i magistrati non sanno se ridere o piangere. Il pm milanese Armando Spataro
parla di «una sciocchezza assoluta, demagogica, senza fondamento razionale: anche se scaglionata nel tempo,
sarebbe totalmente ingestibile, salvo creare dei centri di permanenza temporanea anche per i magistrati...».
Idem il presidente dell‘Anm Giro Riviezzo, che dice «no agli automatismi, si alla rotazione, no a tourbillon
impazziti che disperdono le professionalità».
c) «Limitare il fenomeno dell‘esercizio non sempre sufficientemente meditato da parte del gip e del pm in
tema di sequestro e soprattutto di privazione della libertà personale. Fermo restando che, in proposito,
appare assolutamente indispensabile un più equilibrato rapporto di organico tra gip e pm, considerato che la
situazione attuale espone inevitabilmente il giudice ai rischi di un atteggiamento meramente passivo rispetto
alle richieste cautelari provenienti dalle procure». Anche qui, sudditanza assoluta nei confronti delle
campagne politico-mediatiche di Berlusconi & C. sul presunto «appiattimento» dei gip sui pm, peraltro mai
suffragate da dati statistici. Chi l‘ha detto che i gip accolgono supinamente le richieste di cattura e di
sequestro dei pm? Le cifre dicono, anzi, tutto il contrario: accade spessissimo che i giudici disattendano le
richieste delle procure, sia in tema di misure cautelari o preventive, sia in materia di patteggiamenti, riti
abbreviati, rinvii a giudizio e condanne. Basti pensare al rinvio a giudizio dei vertici del Ros per la mancata
perquisizione del covo di Riina a Palermo, contro il parere della procura che aveva chiesto la prescrizione per

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il generale Mori e il capitano Ultimo. E basti pensare all‘assoluzione del marocchino Mohamed Bakri
dall‘accusa di terrorismo islamico decretata dal gip Clementina Forleo contro la richiesta di condanna del pm
Armando Spataro. In entrambi i casi, le disparità di vedute fra i gip e i pm hanno dato origine a polemiche a
non finire: non, stavolta, per l‘appiattimento dei giudici sulle procure, ma al contrario per il non-
appiattimento.
La stessa soggezione culturale alle parole d'ordine dei berluscones emerge dalla denuncia di D'Alema, che
definisce «dannose» le varie componenti culturali nel Csm (le cosiddette correnti) e le accusa di «tutela
corporativa». Fondata o infondata che sia, la critica è fuori bersaglio: l‘eventuale corporativismo non dipende
dall‘esistenza o meno delle correnti, ma dalla natura stessa del concetto di autogoverno previsto dalla
Costituzione: per limitarla, i costituenti posero rimedio con la presenza di membri laici eletti dal parlamento.
Che altro si vuole? Impedire ai giudici di avere culture politiche e giuridiche differenti? Si pretendono giudici
che non pensano? Anche qui sembra di sentir parlare qualcuno del governo. Così come quando il presidente Ds
chiede di indagare sulle carte giudiziarie finite sui giornali a proposito delle scalate estive dei «furbetti del
quartierino»: a parte l‘ineleganza di occuparsi di una vicenda che coinvolge anche Unipol e il suo presidente
(col quale D’Alema intratteneva affettuosi rapporti telefonici nel bel mezzo dell’arrampicata sulla Bnl): un
rilievo che sottende una preoccupante ignoranza del diritto, visto che nessuna delle notizie pubblicate dai
giornali erano segrete e dunque non c’e nulla da indagare. Almeno sui giornalisti e sui magistrati. C’è invece
molto da indagare su certi finanzieri azzurri, bianchi e rossi, e sui loro amici politici.
Ritorno ai Valori
Il dato più sconcertante del solenne convegno di Italianieuropei dedicato a «Giustizia e politica: appunti per
un programma di governo» è però ancora un altro. E‘ cioè il nome di uno dei relatori invitati al dibattito:
Giancarlo Elia Valori, oggi presidente dell‘Unione Industriali del Lazio, dell‘autostrada Milano-Serravalle e
dell‘associazione Italia-Francia, e ieri tante altre cose. Trattandosi di un personaggio dalle molte vite e dalle
molte facce, che ha la fortuna di vivere in un paese di smemorati, un breve riassunto delle puntate
precedenti può esser utile. Nato a Meolo (Venezia) 72 anni fa, figlio di un compagno di scuola di Amintore
Fanfani, il piccolo Giancarlo si trasferisce con la famiglia a Roma. La domenica serve messa nella cappella di
Vicolo della Luce, a due passi da San Pietro, dove celebra la messa papa Giovanni XXIII. Presa la doppia laurea
in scienze politiche e in economia, si da alla politica candidandosi per la Dc alle amministrative del 1966. II
che non gli impedisce, nei primi anni Settanta, di entrare nella massoneria. Il passaggio alle partecipazioni
statali è quasi automatico. Nel ‗73 il massone democristiano è funzionario alla Rai del fanfaniano-opusdeino
Ettore Bernabei. Due anni dopo all‘Italstat. Tre anni dopo nella loggia P2, dove raggiungerà ben presto il
grado di «maestro», subito sotto il venerabile Licio GeIIi. Nell‘81 è vicepresidente della Sme, il colosso agro-
industriale dell‘Iri, dove qualche anno dopo sarà protagonista di epici scontri con Prodi. E continua a
bazzicare il clan Fanfani, oltre a essere molto introdotto nella magistratura, romana e non solo. C'è chi è
pronto a giurare che la sua ultima amicizia con il procuratore generale romano Carmelo Spagnuolo, suo
fratello di loggia P2, non sia estranea alla brillante conclusione di un'indagine sulla gestione allegra della Rai:
tutti prosciolti. Suo fratello Leo, dirigente dell‘Eni in Argentina, lo mette in contatto con il dittatore Arturo
Frondizi e poi con Juan Domingo Peron, che diventa suo amico. Sarà proprio Valori a presentarlo a Gelli e ad
affittare un Dc8 Alitalia per riportarlo in Argentina con la moglie Isabelita quando la coppia presidenziale, già
cacciata una volta da Buenos Aires, tornò al potere sul balcone della Casa Rosada. Valori per i dittatori ha
un'autentica attrazione, un trasporto spontaneo. Gli basta un viaggio a Bucarest per innamorarsi
perdutamente di Ceausescu, al quale dedica subito un'agiografia. Segue la traduzione italiana dell‘opera
omnia del tiranno da lui curata per SugarCo (l‘editrice di Craxi e De Michelis). Nel 1980 firma a Bucarest per
conto dell‘Iri un accordo miliardario con il Conducator per donare alla Romania una centrale nucleare. Poi si
dedica a un altro apostolo della democrazia: Kim II Sung, conosciuto in una missione in Corea del Nord grazie
ai buoni uffici del PCI. Un colpo di fulmine. Valori torna in Italia con un documento che lo nomina
rappresentante commerciale di P'yong-yang in tutta Europa. A quel punto, gli manca solo la Cina. Valori scrive
un libro encomiastico sulla rivoluzione culturale, L‘eredità di Mao, recensito con tutti gli onori dal Corriere
della Sera del piduista Franco Di Bella. E diventa, come per incanto, docente emerito a Pechino, cosi emerito
da riuscire a organizzare nel '95 il pellegrinaggio di Gianfranco Fini alla Grande Muraglia.
Tutto ciò non gli impedisce di intrattenere affettuose amicizie con la Cia e con Israele. Lo Stato ebraico entra
nelle sue mire e spire a metà degli anni Novanta: a mò di captatio benevolentiae, Valori scrive una biografia
di Ben Gurion per la Rizzoli; subito dopo ottiene una laurea honoris causa e una cattedra a Gerusalemme; si
candida ad asfaltare il deserto con una splendida «autostrada della pace»; e dà una mano a Fini per la sua
prima visita in Israele. Secondo Alberto Statera, uno dei pochi giornalisti italiani che abbia osato raccontare le
sue gesta, Valori gestisce pure «una fiorente industria di lauree honoris causa». Cossiga, altro amicone, l‘ha
nominato cavaliere di Gran Croce, il governo francese gli ha regalato la Legion d'Onore.
Intanto, dietro le quinte, si muove un altro Valori. Quello in versione grembiulino e compasso. S'iscrive alla
loggia Romagnosi nel '65, insieme a Gelli. Lo presenta un altro futuro piduista: il suo dentista, Antonio

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Colasanti, Segretario dell‘Istituto per le relazioni internazionali, Valori presenta Gelli a Peron poco prima che
quest‘ultimo ritorni in patria (e al potere) dopo un pò d'esilio. Gelli vola subito a Buenos Aires con una lettera
d'accreditamento firmata da Valori presso l‘ex presidente Frondizi. E‘ il maggio '73: Licio diventa
ambasciatore della massoneria argentina in Italia, e il mese successivo scorta Peron per la grande rimpatriata,
con passaporto diplomatico argentino e conseguente immunità. E quando, poco dopo, riorganizza la P2, Valori
è della brigata. Arricchisce il gotha dei suoi amici con il generale Giuseppe Santovito (P2, scandali e
depistaggi vari), col faccendiere Francesco Pazienza e soprattutto con Mino Pecorelli. Ogni domenica, dopo
aver santificato la festa, Valori è solito appartarsi con il giornalista piduista (che su OP lo chiama
affettuosamente «Fior di Loto») per un proficuo scambio di informazioni: almeno finchè Pecorelli può parlare.
Poi, un giorno, lo trovano morto ammazzato. Imbarazzante financo per Gelli, Valori viene espulso dalla P2
dopo una rissa per strani affari di carni. Anche la massoneria «regolare», loggia Romagnosi, gli dà il
benservito. Ma quando, nel maggio '81, i giornali pubblicano le liste di Gelli, c'e pure il suo nome. Si scopre
cosi che il pio Giancarlo, «cameriere di Spada e Kappa» del papa, pappaeciccia di vescovi e cardinali, adora il
Padreterno dei cattolici almeno quanto il Grande Architetto dell‘Universo. Essendo vicepresidente della Sme,
azienda pubblica, finisce sotto inchiesta davanti all‘apposita commissione insediata dall‘Iri per espellere i
piduisti. Ma è una burla: viene assolto, come quasi tutti gli altri boiardi in grembiulino. Anzi, fa carriera: da
vice a presidente della Sme. Ora a proteggerlo non c'e più soltanto Fanfani, ormai in declino: ci sono pure i
suoi nuovi amici Giulio Andreotti e Antonio Gava, il fior fiore della Dc. Prodi, presidente dell‘Iri, vorrebbe
privatizzare la Sme e cacciare lui. Statera sostiene addirittura che Valori si sarebbe salvato «minacciando
Prodi con indagini giudiziarie». Sia come sia, è un fatto che l‘uomo di giudici ne conosce parecchi (negli anni
Ottanta ne scarrozzava a decine in convegni organizzati in luoghi ameni). E poi sindacalisti come Pietro
Larizza, giornalisti come Carlo Rossella, top manager come Cesare Romiti, giuristi come Antonio Baldassarre.
Nel ‗92, causa Tangentopoli, rotolano le teste dei suoi vecchi padrini democristiani, ma Valori non
s'impressiona. Aggancia Gianfranco Fini e abborda Lamberto Dini. Con Berlusconi non c'e bisogno di
presentazioni: stavano insieme nella P2. Così, quando la Sme finisce privatizzata, per lui è gia pronta la
poltrona di presidente della società Autostrade. Walter Veltroni gli dedica mezza pagina d'intervista
sull‘Unità. Dini sceglie la sua villa romana per annunciare agli amici l‘imminente discesa in campo con un
partito tutto suo, Rinnovamento italiano. E gli affari proseguono, come quello principesco fra Autostrade e
Omnitel per l‘uso dei 3 mila chilometri di cavi in fibra ottica che corrono sotto l‘asfalto. Per il Pds è un
referente insostituibile nel ramo opere pubbliche. Qualche ulivista lo vorrebbe alle Ferrovie, qualcun altro
alla Stet. Antonio Di Pietro, appena divenuto ministro dei Lavori pubblici, se lo vede piombare in ufficio con
alcune richieste niente male: il superprogetto per la variante di valico Bologna-Firenze, un appalto senza gara
per la Salemo-Reggio Calabria e soprattutto il rinnovo della concessione statale ad Autostrade, che scade nel
2018, fino al 2033. Risposta del ministro: tre no.
Nell‘ultima vita, Valori lascia Autostrade per diventare il capo degli industriali del Lazio e, per qualche mese,
anche del consorzio Blu che concorre alle licenze per i telefonini Umts (per quella gara verrà rinviato a
giudizio per turbativa d‘asta, e poi assolto). Ma conserva la presidenza della Milano-Serravalle, l‘autostrada
che ha fatto litigare il sindaco ambrosiano Gabriele Albertini con gli ultimi due presidenti della provincia: la
forzista Ombretta Colli e il diessino Filippo Penati, anche per via dei rapporti decisamente troppo intimi fra
l‘azionista privato, l‘ex latitante e plurinquisito Marcellino Gavio, e il diessino Pierluigi Bersani. Intanto
continua a scrivere libri e a presentarli con tutta la Roma che conta. Al vernissage del luglio scorso per ―I
giusti in tempi ingiusti‖ (Rizzoli), c'erano padre Giovanni Marchesi di Civiltà Cattolica e l‘arcivescovo Gioia, il
rabbino capo di New York Schnaier, quello di Roma Riccardo Di Segni e l‘ambasciatore israeliano Hehud Gol.
«Mi auguro», dichiara ecumenico l‘ex amico di Ceausescu, di Kim II Sung e dei dittatori argentini, «che questo
libro possa essere un piccolo grande seme per la causa della pace». II 14 ottobre il presidente della Provincia
di Roma Enrico Gasbarra (Margherita) gli conferisce il premio Provincia Capitale in condominio con uno
scampato al lager di Dachau, con Giovanni Bollea, con Carla Fracci, con Gianni Letta, con l‘Opera romana
pellegrinaggi e con l‘associazione Un ponte per. Magari, intendiamoci, meritava quello e altri premi. Quel che
forse non meritava era un invito dalla fondazione dalemian-amatiana a dare un contributo al programma
dell‘Unione sulla giustizia. Di sicuro non lo meritano gli elettori del centro-sinistra, i quali ora avrebbero
diritto a una risposta: a quale titolo un ex piduista viene chiamato a discutere del programma del
prossimo governo per la giustizia?
In fondo la loggia P2 ha gia contribuito da par suo al programma di questo governo, che ne ha copiato il
leggendario «Piano di rinascita democratica» senza neppure versare il copyright al venerabile Licio. A meno
che qualcuno, nell‘Unione, non pensi che anche quel piano, come le leggi vergogna di Berlusconi, non sia
tutto da buttare. Che contenga «parti buone da salvare». Nel qual caso, ce lo facciano sapere subito.
Possibilmente prima delle elezioni.



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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

46      Da una società "Usa e Getta" ad una società "Usa e Ricicla". La medaglia d'oro conquistata dal
        Giappone nel 2004, nelle Olimpiadi "virtuali" del Riciclo non è un caso. (www.planetark.com)
In base ai dati più recenti (2000-2003), il Giappone ricicla il 59 % della carta, l'83% delle lattine in alluminio, il
78% del vetro e l'86% delle lattine in acciaio immesse annualmente nel suo mercato.
Queste eccezionali prestazioni sono la rapida risposta che le aziende e i cittadini giapponesi hanno dato alla
Legge sul Riciclaggio degli Imballaggi, promulgata in questo paese nel 1997.
Questa scelta strategica era ribadita nel maggio del 2000 con una nuova Legge, finalizzata a trasformare il
Giappone in una Società basata sul Riciclo, con l'esplicito obiettivo di passare da una società "Usa e Getta" ad
una società "Usa e Ricicla".
Queste due scelte politiche fanno parte integrante della strategia del Giappone per ridurre le pesanti
emissioni di diossine che avvengono sul suo territorio (www.env.go.jp/en/2004/0927a.html) ed la
conseguente contaminazione della catena alimentare.
Infatti non era possibile ignorare il fatto che la dose giornaliera di diossine che i giapponesi assumono
mediamente con la dieta è di 2,6 picogrammi per chilo di peso, superiore alla dose giornaliera di un europeo
(UK, 1992: 1 picogrammo/kg) e superiore alla dose che oggi la comunità scientifica stima essere tollerabile (2
picogrammi/kg). Causa principale di questo problema, la scelta di antica data del Giappone di gestire i propri
rifiuti privilegiando l'incenerimento, con migliaia di inceneritori, anche di uso domestico, sparsi in un
territorio densamente popolato e con limitate disponibilità di siti idonei per ospitare discariche.
Nel 2000, il Giappone ancora inceneriva, in circa 1700 impianti, il 71,4 % dei suoi MPC, ovvero tutti quelli che
non era ancora riuscito a riciclare.
Comunque , alla fine del 2000 il Giappone inseriva in nuovi cicli produttivi 7,86 milioni di tonnellate di MPC, il
14,3% della sua produzione totale di MPC.
Oggi il riciclo in Giappone è in costante crescita (oltre l'1% all'anno) ed è destinato ad aumentare anche grazie
all'impegno delle principali aziende Giapponesi che, nei fatti, stanno realizzando l'obiettivo di una società a
"zero rifiuti". Un altro dato che fa ritenere che in Giappone il riciclo abbia un futuro è che, nonostante gli
ingenti sforzi tecnologici, economici e normativi per ridurre le emissioni di diossine dai suoi inceneritori,
ancora oggi questi impianti sono la principale fonte di emissione di questi pericolosi inquinanti.
In particolare, i grammi di diossine equivalenti immessi nell'atmosfera giapponese nel 2003 dalle principali
fonti inquinanti sono le seguenti: inceneritori rifiuti urbani (71 gr); inceneritori industriali (74 gr), inceneritori
domestici(73-98 gr); forni elettrici acciaierie (80,3 gr).
Seguono, a distanza, diverse altre fonti industriali; verso la fine dell'elenco, troviamo il dato relativo alla
quantità di diossine emesse dall'intero parco autoveicolare giapponese (1,4 gr) e da tutte le sigarette
annualmente fumate in questo stesso paese (0,1-0,2 gr). Ricordatevi di questi ultimi due dati quando per
l'ennesima volta vi sentirete dire che rispetto ad un inceneritore emettono più diossine le automobili o il fumo
di sigarette.

47     Rimozione Forzata. - ... destra e sinistra sono altrettanto insofferenti ai controlli di legalità della
       magistratura, e quando si scoprono "troppe collusioni e troppa corruzione", i due poli si attivano con
       norme "bipartisan" per mettere in riga la magistratura.
9.8.2005 - Gian Carlo Caselli ricorda sul Corriere della Sera che destra e sinistra sono altrettanto insofferenti
ai controlli di legalità della magistratura, e quando si scoprono "troppe collusioni e troppa corruzione", i due
poli si attivano con norme "bipartisan" per mettere in riga la magistratura. Luciano Violante (quello che
secondo certi buontemponi sarebbe nientemeno che il "mandante" di Caselli) gli risponde per le rime,
sostenendo che "noi non siamo come Berlusconi".
A parte il fatto che Caselli non ha detto questo, ma ha detto ben altro, Violante deve aver perso la memoria.
E ha fatto bene, perchè certe vergogne, dopo averle fatte e/o avallate, è meglio rimuoverle. Per chi invece
volesse ricordarle, magari per evitare che vengano ripetute la prossima volta, ci sono due libri usciti da poco
che le mettono in fila. Uno è "Il topino intrappolato" di Elio Veltri (Editori Riuniti), l'altro - e mi scuso per il
conflitto d'interessi - è "Intoccabili" (mio e di Saverio Lodato, ed. Bur Rizzoli).
In pillole: chi ha approvato, dal 1996 al 2001, una serie di leggi non previste dal programma di Prodi ma da
quello di Previti? L'Ulivo. Chi ha votato col Polo (che allora era minoranza in Parlamento) l'abrogazione
del'abuso d'ufficio non patrimoniale, la controriforma dell'articolo 513 che gettava via le dichiarazioni
accusatorie di Tangentopoli e Mafiopoli, l'articolo 111 della Costituzione ("giusto processo") che copiava il 513
appena bocciato dalla Corte costituzionale, la legge contro i pentiti di mafia, la depenalizzazione dell'utilizzo
di false fatture, la legge sulle indagini difensive che consente lo strapotere degli avvocati prima ancora che
venga avviata un'indagine da un magistrato, e così via? L'Ulivo. Chi ha detto che bisognava depenalizzare i
reati finanziari? Piero Fassino. Chi ha sollevato il conflitto di attribuzioni fra Parlamento e Tribunale di Milano
per mandare a monte i processi a Previti e Berlusconi per corruzione dei giudici? Gli allora presidenti di


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                                      sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Camera e Senato, Violante e Mancino. Chi presiedeva la Bicamerale che, a suon di bozze Boato, ledeva
l'indipendenza della magistratura ben peggio di quanto non farà la controriforma Castelli dell'ordinamento
giudiziario? D'Alema. E chi votò le bozze Boato in Bicamerale? Tutto il Polo e tutti i partiti dell'Ulivo, salvo
Rifondazione. E chi salvò Previti e Dell'Utri dal carcere negando l'autorizzazione ai mandati di cattura spiccati
dai giudici di Milano e Palermo? Il Polo e un pezzo del centrosinistra. Quando Violante ci avrà gentilmente
spiegato quell'incredibile sequela di vergogne, con l'aggiunta della mancata legge antitrust e della mancata
legge sul conflitto d'interessi, potrà credibilmente interloquire con Caselli, e con i propri eventuali elettori.
Volendo poi esagerare, potrebbe poi tradurre in italiano una frase da lui pronunciata in piena Camera il 28
febbraio 2002, durante il dibattito sulla legge Frattini sul conflitto d'interessi: "Onorevole Anedda, lei sa -
chieda conferma agli onorevoli Letta e Berlusconi - che alla caduta del primo governo Berlusconi (dicembre
'94, ndr), noi garantimmo che non gli sarebbero state toccate le televisioni". Visto che un mese prima
(novembre '94) la Corte costituzionale aveva stabilito che una delle tre reti Fininvest avrebbe dovuto andare
su satellite, Violante potrebbe spiegare a quale titolo si impegnò con Berlusconi a violare quella sentenza
della Consulta; perchè gli elettori non ne furono avvertiti; e se la promessa era gratis o in cambio di qualcosa.
di Marco Travaglio

48    La moderna Tangentopoli si chiama Bancopoli ed è peggio di 13 anni fa di A. Di Pietro - I vari Fiorani,
      Gnutti, Ricucci e compagnia bella non sono le mele marce di un sistema sano piuttosto gli anelli deboli di una catena forte, fatta
      di legami indiscussi ed indissolubili, di omertà e complicità. - Personaggi che ritornano...
L‘arresto di Gianpiero Fiorani, ex manager della Bpi e più in generale le vicende giudiziarie di
Bancopoli , pongono una serie di interrogativi.
La questione di fondo è e resta quella di 13 anni fa, all‘epoca di Tangentopoli: la commistione tra
affari e politica che ieri coinvolgevano soprattutto imprenditori del mattone e oggi, invece,
coinvolgono rappresentanti dell‘alta Finanza, manager emergenti, rappresentanti delle istituzioni,
politici.
Anche le ragioni dello ―scambio‖ sono sempre le stesse: la finanza garantisce risorse e visibilità al
sistema politico e quest‘ultimo garantisce provvedimenti di favore o quanto meno una diffusa
omissione di controlli nei confronti di coloro che fanno affari.
Entrambi, poi, rispondono ad una sola logica finale: il controllo dell‘economia, del territorio ed in
ultima analisi dei centri decisionali del potere costituito.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Anche Licio Gelli con la sua P2 profetizzava gli stessi scenari.
E d‘altronde, diciamola tutta: l‘attuale assetto di potere nel nostro paese non è altro che un‘edizione
riveduta ed aggiornata dell‘idea ―gelliana‖: asservire le istituzioni ad un ―potere forte‖, reale ed
occulto che può fare e disfare a proprio piacimento leggi, piegare organismi e istituzioni al proprio
volere, determinare in ultima analisi chi deve andare ad occupare questa o quella poltrona e cosa fare
per garantire al proprio dominus il controllo della situazione.
Non è quasi più una questione solo di soldi. Entra in gioco una visione maniacale, quasi napoleonica
della voglia di comandare, decidere, incidere sull‘universo mondo.
E‘ questa la vera questione morale, una perversa spirale fatta di controllori che non controllano,
politici che vendono leggi e interrogazioni parlamentari, finanzieri e furbacchioni che si fregano i soldi
dei risparmiatori.
Persino il vasto mondo della cooperazione e del volontariato è stato da ultimo asservito e usato per
permettere ad una ristretta cerchia di capibastone di farsi gli affari propri, lucrando sul proprio ruolo e
sulla credibilità della propria funzione.
Se questa è la fotografia reale del nostro paese, allora si può comprendere come sia riduttivo voler
liquidare la vicenda Bancopoli come una banale storia di periferia messa in piedi solo da ―furbetti del
quartierino‖.
I vari Fiorani, Gnutti, Ricucci e compagnia bella non sono le mele marce di un sistema sano
piuttosto gli anelli deboli di una catena forte, fatta di legami indiscussi ed indissolubili, di omertà e
complicità.
Persino gli organi di informazione trattano con malcelato riguardo coloro che sono all‘apice della
catena, come per esempio è avvenuto per la vicenda Cirio. In esito alle relative indagini giudiziarie
sono stati rinviati a giudizio potentissimi banchieri ma di essi nessuno parla, mentre tutti i giorni
vengono buttati in pasto nella mangiatoia mediatica pure le telefonatine di Ricucci alla mogliettina
appena sposata.
Questo sistema dei poteri forti ha addirittura migliorato nel tempo la propria azione tentacolare e
invadente. La ―moderma P2‖ non si fa più prendere con le mani nel sacco, usa metodi che non sono
nemmeno più illeciti: provvedimenti ad hoc, incarichi mirati, consulenze di favore, compravendite
pilotate di azioni, scalate finanziarie, azioni scambiate, arbitrati simulati e così via…

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

La politica e i politici ci sono dentro fino al collo in questo girone infernale: alcuni in qualità di
protagonisti, di referenti del ―salotto del potere‖, altri (i più!) come ―cani da riporto‖ che in cambio
del loro piccolo favore quotidiano, della loro manina alzata a comando, mantengono il diritto ad
essere riconfermati, ad essere nominati ad andare su qualche prima pagina blasonata.
E quando si parla di politici non è più possibile, purtroppo, nemmeno fare tanta distinzione fra destra
e sinistra, fra governo ed opposizione. Tutti uniti, all‘insegna del motto mai smentito ―il potere
corrompe chi ce l‘ha‖!
Certo, sul coinvolgimento e l‘evidente conflitto di interessi del presidente della Banca d‘Italia, il
Governo ha chiuso un occhio, anzi tutti e due e bisognerebbe capire il perché, chi e cosa l‘ha frenato:
ricatti? Intrecci? Accordi?
Certo, anche la Lega ha mostrato le sue pecche. Quando si doveva mettere mano alla legge sul
risparmio, ha cambiato parere, in cambio di piccoli favori e prebende alla CrediEuronord.
Certo, molti politici – di ogni estrazione politica - a pentola scoperta, hanno pronunciato inutili
giaculatorie sull‘uso più o meno lecito delle intercettazioni telefoniche quando invece dovevano
prendere le distanze dai fatti e dai personaggi che venivano messi a nudo dalle predette telefonate
intercettate.
Ma la questione che più fa male è che anche a sinistra la ―questione morale‖ sta scoppiando con tutto
il suo armamentario di connivenze, collateralismi, accordi trasversali, sotterfugi e furbizie. Per
rendersene conto basterebbe andare a visionare le tante, troppe attività poco trasparenti che
avvengono nelle Amministrazioni regionali e locali.
Sembra proprio che l‘esperienza di Mani Pulite - invece di insegnare cosa non bisognava più fare -
abbia solo ―ingegnerizzato‖ i metodi per farla franca.
La sinistra di 13 anni fa aveva almeno un metodo diverso per far funzionare la baracca. Non
beneficiava di tangenti (salvo le dovute eccezioni) ma di quote di mercato. Trattatasi di un metodo
che spesse volte si è rilevato penalmente irrilevante. Trattavasi soprattutto di uno strumento che tutto
sommato produceva anche qualcosa di buono per l‘economia ed il sociale: dava lavoro a molte persone
che altrimenti sarebbero rimaste fuori da ogni possibilità di trovarlo.
Oggi il sistema cooperativo non è più solo questo. E‘ anche lo strumento per permettere ai propri manager di
farci la cresta. Tutto in silenzio, si intende. Tutto avviene e deve avvenire nel mondo ovattato del detto e
non detto, tra una chiacchiera e l‘altra sui massimi sistemi con il segretario politico di turno e l‘occhiolino
d‘intesa con il tesoriere del partito di riferimento. Così, tanto per ―non far capire troppo‖ a chi potrebbe
mettere i bastoni fra le ruote. - Antonio Di Pietro - Presidente di Italia dei Valori dipietro@antoniodipietro.it
Di Pietro: «Personaggi che ritornano...»

Antonio Di Pietro, presidente dell'Italia dei valori, dà ragione a Cossiga e sostiene che c'è «una
regia occulta» dietro la divulgazione delle intercettazioni: la stessa mano «che fermò le indagini di
Mani pulite dodici anni fa». Per Di Pietro, oggi, come allora qualcuno «cerca di fermare le indagini
proprio quando queste stanno per svelare i massimi altarini che collegano affari, politica e
finanza». Poteri forti? «I poteri forti nascono dall‟intreccio tra centri economici e apparati statali».
E gli apparati sono anche in questa circostanza «spezzoni deviati della Guardia di finanza». Di
Pietro ricorda quando la procura di Milano «sviluppò le indagini su Calvi, Sindona, la P2 di Licio
Gelli ed Antonio Natali». «Oggi, la solita manina utilizza la persona dell'onorevole Fassino come
leva di scardinamento delle indagini», afferma Di Pietro, per il quale non si può nemmeno
immaginare una responsabilità: «Si cerca di trasformare le indagini in lotta politica, per poi
arrivare a dire “siamo tutti sulla stessa barca” e quindi “facciamo leggi e prendiamo provvedimenti
per fermare l'opera del magistrati”». «Non è un caso» che si voglia dare «un'accelerata al disegno
di legge sulle intercettazioni telefoniche». Per Di Pietro, ci sarebbero «elementi sufficienti per
venire a capo di questa moderna P2, ma occorrerebbero degli organismi appositi, come a una
commissione parlamentare di inchiesta o una ispezione ministeriale del ministro della giustizia»
per cominciare a individuare «le pedine che si sono prestate al gioco delle fughe pilotate di
notizie». «Questi organismi - aggiunge Di Pietro - potrebbero ascoltare le cose che ha da dire
Cossiga ed anche quelle che potrei riferire anch‟io per essere stato vittima di questa nuova P2». Di
Pietro può riferirsi a una vicenda di “dossieraggio”, che aveva l‟obiettivo di screditarlo all‟epoca di
Tangentopoli e che condusse alla condanan di alcuni appartenenti alla Guardia di finanza, tra i
quali il brigadiere Paolo Simonetti, ricordato ieri dall‟Unità. «Ricorrono alla memoria - conclude Di
Pietro - altri nomi. Soprattutto non si può non ricordare il generale Cerciello, imputato per la
corruzione della Guardia di Finanza. Oppure Massimo Maria Berruti, ex finanziere, manager della

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                      Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                    10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Fininvest e deputato di Forza Italia. Certi nomi si ripetono... Quello Brancher, ad esempio...».



49      Elogio di Antonio Fazio. L'apoteosi della truffa, perché tale è la creazione di denaro sul debito,
        perché tale è il signoraggio di Domenico de Simone – www.malatempora.com
Fino all'ultimo Antonio Fazio ha difeso, con feroce coerenza il ruolo di supremo custode delle Istituzioni
assunto nell'ormai lontano 1993. Anno difficile quello, dopo lo sfascio della politica, anno in cui tutti, lobbies
media e imprenditori, indicarono negli uomini di Via Nazionale i Salvatori della Patria in pericolo.
Ciampi, Dini, Monti e Fazio furono chiamati a gran voce a riempire il pericoloso vuoto lasciato dal ciclone di
Tangentopoli. In un sol colpo, la Banca d'Italia divenne il tempio della democrazia e la fonte dell'etica,
pubblica e privata. Fino alle convulse vicende degli ultimi giorni, alla minaccia di cacciarlo via per decreto
che tremebondi politici, immemori dei tanti benefici ricevuti dalla
Sua opera indefessa, hanno agitato dopo averlo per anni ossequiato ed elogiato.
Nulla, fino a quel momento aveva turbato la granitica fermezza con cui aveva condotto le vicende finanziarie
ed economiche del paese. Non le intercettazioni delle telefonate con i furbetti del quartierino, non le accuse
furibonde sui discutibili controlli su Parmalat e Cirio, non l'appoggio promesso e poi negato alla Telecom di
Bernabé contro la scalata ostile dei soliti amici degli amici,
nemmeno il palese conflitto di interessi tra Bankitalia e le sue proprietarie che essa stessa dovrebbe
controllare, ebbene proprio nulla sembrava poterlo smuovere dal suo posto. Fino all'ultimo ha ripetuto, e non
dubito che continuerà a ripetere in futuro, di essersi comportato sempre con la massima correttezza.
Ha ragione, è proprio vero. D'altra parte che volete? La menzogna,cari signori, è l'essenza del sistema
finanziario e praticarla è perfettamente coerente con le regole del potere delle Banche.
Non ci credete? Ebbene, pensate alla elementare regola di ogni mercato finanziario per cui è necessario dare
fiducia agli investitori pena lo spavento, la crisi, il disastro, la catastrofe. Fiducia a tutti i costi, anche e
soprattutto mentendo sapendo di mentire. Il Governatore di Bankitalia mente? Compie il suo dovere
istituzionale. Dopo il 1992 il sistema bancario, che si fonda sulla menzogna e sulla truffa del signoraggio, è
diventato la fonte dell'etica nazionale. Vuoi campare e avere un po' di credito per comprare la macchina, il
telefonino, la casa, un'azienda, una Banca? Solo se la Banca vuole, altrimenti sei morto. E' la Banca che
decide chi è degno e chi no, secondo suoi inappellabili criteri di giudizio. Il coro unanime del mediatico, ha
investito questi signori per oltre un decennio del ruolo di supremi custodi dell'etica e della democrazia della
Nazione. Un gruppo di oligarchi, sottratto ad ogni controllo, è divenuto il depositario del verbo democratico,
in un paradosso da far impallidire Epimenide, ma assolutamente naturale per i nostri anchorman. L'apoteosi
della truffa, perché tale è la creazione di denaro sul debito, perché tale è il signoraggio, Bankitalia, è
divenuta la fonte dell'etica nazionale. Ah, se la gente sapesse come viene creato il denaro farebbe la
rivoluzione prima di domattina, disse un Rothschild qualche secolo fa. La pubblica menzogna, eletta a
sistema, ha custodito tanto bene il segreto che ancora oggi quasi nessuno lo conosce. Per questo non posso
che elogiare Antonio Fazio, che, con la sua incrollabile fede nella menzogna istituzionale, con la sua strenua
difesa della liceità della truffa bancaria, ci ha fatto scoprire che il Re è nudo. Grazie, Antonio!

50    Marco Nostradamus e la Merchant Bank - ... l'idea di arrestare uno scippatore che ti porta via il
      portafoglio con cento euro e di non arrestare uno che ti porta via i risparmi di tutta una vita forse denota una
      concezione malata della politica. - ... o ci ritroveremo le liste di nuovo piene di inquisiti e di condannati, con
      l'alternativa se votare un ladro di destra o un ladro di sinistra. - Trascrizione letterale dell'intervento di Marco Travaglio
      all'assemblea dei Girotondi, sul tema "centrosinistra e questione morale", teatro Vittoria, Roma, 14 gennaio 2004
Faccio il giornalista e quindi sono abbastanza disinteressato alle questioni di lista. Mi interessa molto di piu'
quello che c'e' dietro a certi veti. Ci sono dei retropensieri dietro a questi veti oppure si tratta semplicemente
di antipatie personali? Quindi, dato che non ho la possibilita' di farle altrove, faccio delle domande a chi si
occupa dell'opposizione, pensando che possano essere interessanti, quanto meno per il fatto che sono nuove,
nel senso che non mi pare che in televisione siano mai state poste, e i pochi che potevano porle sono stati
debitamente licenziati. Voglio solo dirvi che prima ha telefonato Federico Orlando, il quale ha un grave
problema in famiglia, e quindi non puo' essere qua. Lo ricordo anche perche' Federico Orlando, proprio dieci
anni fa, fu cacciato da Berlusconi, dal Giornale che aveva contribuito a fondare, insieme a Indro Montanelli, e
fu la prima epurazione di grandi giornalisti che poi Berlusconi ha proseguito, appuntandosi al petto altre
medaglie, come quelle di Biagi, Santoro eccetera.
Per quanto riguarda la giustizia la prima domanda che mi viene e' questa: ma davvero nel centro sinistra c'e'
ancora quest'idea del primato della politica o si sono rassegnati al fatto che, come in tutto il mondo, il
primato e' della legge e non della politica? E che cos'e' la giustizia, qual e' il disegno per la giustizia, qual e' il
ruolo che si assegna alla magistratura in una societa' come la nostra, che non ha controlli e si ritrova un

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

capitalismo che utilizza il martello per rompere i computer, e gli altri strumenti che stanno emergendo dal
crac Parmalat?
Cioè: davvero non c'entrano nulla Tangentopoli e Mani Pulite con quello che sta dilaniando l'Ulivo? Davvero
non c'e' bisogno di una riflessione importante su che cosa è stata Tangentopoli, su che cosa è stata Mani
Pulite? Perchè, se non ci si mette d'accordo su che cosa è stata Tangentopoli e su che cosa è stata Mani
Pulite, probabilmente non si capisce quello che sta accadendo.
Ma Tangentopoli che cos'era? Era un complotto dei magistrati? Mani Pulite è stata una invasione di campo
della magistratura o era un'opera di pulizia? C'entra qualcosa l'etica nella politica e negli affari? Interessa a
qualcuno l'argomento dell'etica nella politica e negli affari? Lo dico non per moralismo, ma perchè, mai come
in questo periodo, come ai tempi del banco Ambrosiano, ci si sta rendendo conto che la legalità non è una
fissazione dei giustizialisti, ma è una convenienza dei cittadini. Io, quando ho sentito dire da Fassino,
allora Ministro della Giustizia, due anni fa, che bisognava depenalizzare i reati finanziari perchè il carcere va
lasciato soltanto per i reati che destano grave allarme sociale... mi piacerebbe chiedere a una delle migliaia
di persone che hanno perso tutto grazie a Tanzi e ai suoi complici, se ritiene che il crac Parmalat desti
maggiore allarme sociale di uno scippo, perchè l'idea di arrestare uno scippatore che ti porta via il
portafoglio con cento euro e di non arrestare uno che ti porta via i risparmi di tutta una vita forse denota
una concezione malata della politica. Ed e' preoccupante che questa concezione non arrivi soltanto da
Berlusconi, ma arrivi anche da chi dovrebbe opporglisi.
Se queste cose non sono una fissazione dei girotondini e dei giustizialisti, ma sono delle esigenze del Paese,
allora bisognera', prima di "non farci del male", e prima di cominciare a "farci del bene", anche farci alcune
domande e porci alcuni problemi di verita'.
Cioe' bisognerebbe anche cominciare a parlare dello scandalo della Banca del Salento, della scelta che e'
stata fatta da alcuni imprenditori, alla maniera di Colaninno, di operazioni come la Telecom (non Serbia:
Telecom Italia), di una battuta che Guido Rossi, garante di Liberta' e Giustizia, fece a proposito di Palazzo
Chigi in una certa eta' storica, quando Palazzo Chigi fu definito "merchant bank dove non si parla inglese"
e nella quale entrarono persone con le pezze al culo e uscirono miliardarie.
Questi problemi ce li dobbiamo porre, perche' altrimenti non capiamo quello che sta succedendo nel
nostro Paese. E poi magari ci dovremmo domandare se l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge
e' un valore condiviso o e' un lusso che non ci possiamo permettere.
E allora domandarci poi, al di la' della faccenda referendum si'-referendum no (sul Lodo Maccanico, ndr):
perchè al Parlamento Europeo il centrosinistra ha votato per l'immunita' parlamentare? Perche' Angius ha
detto che è ora di ripristinarla in quella maniera anche in Italia? Perchè si è dialogato sul Lodo, dicendo che
se si faceva il Lodo Maccanico (perchè il lodo si chiama Maccanico, e non Schifani, visto che l'idea l'ha avuta
Maccanico)... se il lodo si faceva con legge costituzionale, se ne poteva parlare? E perche' non si parla mai di
Mafia?
Di tutte queste cose bisognerebbe domandare conto, proprio perchè sono domande fondamentali, visto che
vogliamo qualcosa di diverso, altrimenti chi non è fideisticamente di sinistra non voterà mai per chi non dà
segni di novità rispetto a questo.
E un altro problema è quello della candidatura degli inquisiti e dei condannati. Sarà il caso di darci un codice
etico prima di fare le candidature o ci ritroveremo le liste di nuovo piene di inquisiti e di condannati, con
l'alternativa se votare un ladro di destra o un ladro di sinistra?
Non credo che sia un'alternativa appassionante per chi dovrebbe andare a votare.
E poi forse è interessante sapere che lettura si dà' del fenomeno Berlusconi, lo dicevano prima Veltri ed altri:
è soltanto un brutto governo di destra o sta comportandosi in maniera eversiva instaurando un regime? E che
cosa deve accadere ancora perchè qualcuno parli di regime? Che cosa aspettiamo per parlare di regime?
Lo dico perchè in questi giorni mi veniva di riflettere - nel sentir dire da quelli del Polo: "Dove sono i controlli?
I controlli, i controlli! Chi non ha vigilato se ne deve andare!" - sul fatto che che il presidente del Consiglio ha
un fratello pregiudicato, il braccio destro Dell'Utri pregiudicato e imputato per mafia, il braccio sinistro
condannato a sedici anni di galera per corruzione di giudici, e si chiama Previti, e il socio in Sardegna,
Carboni, imputato per l'omicidio di Roberto Calvi.
Ora uno così che dice 'dove sono i controlli?' è significativo. Ma che nessuno riporti mai queste banalità ,
mentre per mesi ci siamo sentiti raccontare la favola di Telekom Serbia, è inquietante.
E' inquietante che nessuno abbia trovato una parola da dire, a parte Di Pietro, sulla condanna di Previti a
sedici anni per corruzione dei giudici. Possibile che la politica non debba dire una parola sul fatto che il
braccio destro del Presidente del Consiglio, con soldi del Presidente del Consiglio, corrompeva stabilmente
dei giudici? Questo è molto grave, questo denota una concezione malata della politica, se non si ritiene di
dover affrontare questi argomenti "perchè se no lui fa la vittima".
Vado a concludere e vi racconto un piccolo fatto che è successo l'altro giorno: la Consob, come la legge le
impone da un anno, ha comunicato, negli avvisi di Borsa, che il presidente di Mediaset aveva venduto 900.000

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

azioni di Mediaset alla vigilia del no di Ciampi alla legge Gasparri. Quando il no di Ciampi è arrivato, il titolo
Mediaset ha perso due punti e chi aveva venduto in anticipo ha guadagnato un bel pò: quindi il presidente di
Mediaset, secondo i primi calcoli, ha guadagnato da un miliardo a due miliardi, scommettendo contro la sua
azienda. Questo l'ha detto la Consob. Lo ha saputo un giornalista di un noto giornale del Nord, che ha tentato
di scriverlo: al mattino il suo pezzo era lungo settanta righe, al pomeriggio era lungo trenta, alla sera un suo
collega ha telefonato a Mediaset avvertendo che i cattivi stavano pubblicando trenta righe su questa cosa e il
pezzo è sparito dalla pagina. Qualche giorno dopo l'ho scritto io sull'Unità, il pomeriggio sono stato querelato
da Confalonieri per avere pubblicato quello che ha detto la Consob, cioè quell'istituto che dovrebbe
controllare di più eccetera...
Al di là del fatto personale - non me ne può fregar di meno delle querele di questo signore - mi pongo una
domanda: l'azienda del Presidente del Consiglio ha un presidente che scommette contro quella azienda il
giorno prima che succeda un cataclisma come quello della mancata firma sulla Gasparri, e nessun giornale
italiano ne parla, e l'unico che potrebbe parlarne cancella la notizia in seguito a una minaccia preventiva di
querela da parte dell'oggetto della notizia.
Questo non è un regime o è un regime? E che cosa aspettiamo per parlare di un regime? Se tutti i giornali
italiani raccontassero questa storia, hai voglia a fare querele, ma se lo racconta sempre e soltanto uno o due
giornali è molto piu' facile... Ci si guarda dietro e non si trova nessuno. Questi sono problemi di cui si deve
occupare anche la politica.
Concludo dicendo un'ultima cosa: se poi si stabilisce che questo è un regime, naturalmente poi bisogna fare
qualcosa di eclatante. Mi domando in quale altro paese si potrebbero cacciare personaggi del calibro di Biagi,
Santoro, Luttazzi, Sabina Guzzanti, forse Deaglio, Massimo Fini e altri, senza che, in pratica, succeda
alcunchè, senza che nessuno se ne vada dal posto dove sta, senza che nessun esponente dell'opposizione si
incendi non dico i capelli, ma almeno il mignolo, per dimostrare che è un pò incazzato. Che cosa aspettano
per fare qualcosa, per dimostrare che non ci stanno? Che cos'è questa Commissione di Vigilanza dove c'è un
presidente dell'opposizione, se non fanno nulla per dare la gravità della situazione?
Questi sono i problemi che volevo... domandare. E l'ultima cosa è questa: sull'abolizione delle leggi vergogna
credo che siamo tutti d'accordo: bisognerà farcelo mettere per iscritto prima, in qualche patto con gli Italiani,
che abrogheranno la legge sul falso in bilancio, i condoni, la legge Cirami, la Maccanico, la legge sulle
successioni, la legge sulle rogatorie, perchè c'e' il sospetto che "visto che Berlusconi ha fatto il lavoro sporco,
poi noi ne approfittiamo", visto che non sta bene cancellare. Facciamolo mettere per iscritto prima delle
elezioni, che le cancellano tutte.
Ho uno sfizio finale, una mia curiosità: la dico qua perchè non la posso chiedere in altre sedi. Ma perchè
all'opposizione piacciono così tanto Vespa e Costanzo? Cioè: perchè non lasciare qualche sedia vuota in Rai,
per dimostrare la gravità di quello che sta succedendo? Lo dico perchè quando vedo i leader del centro
sinistra che si fanno prendere in giro nei programmi di Vespa e Costanzo mi viene in mente per un attimo: ma
saranno questi quelli che devono prendere il posto di Berlusconi?
Questa domanda è drammatica perchè poi ti passa la voglia di fare qualcosa per accelerare la caduta di
Berlusconi. E' un pensiero cattivissimo che dura un istante, perchè poi uno pensa a Previti e gli viene
immediatamente la voglia di vederlo cadere. Però, se ci aiutassero a non pensarle più queste cose, non
sarebbe male".

51      Le pagine gialle della P2 ... Ovvero, cosa fanno adesso? di Marco Travaglio
tratto da "Avvenimenti" dell' 08.04.2005 –
- Berlusconi Silvio (tessera n.1816): ...
- Cicchitto Fabrizio (tessera n.2232): deputato e vicecoordinatore nazionale di Forza Italia, nonchè
editorialista de Il Giornale.
- Ciuni Roberto (tessera n.2101): collaboratore de Il Giornale e Panorama.
- Costanzo Maurizio (tessera n.1819): conduttore di Buona Domenica e de Il diario su Canale 5 nonché
consulente per La 7.
- Croce Giuseppe (tessera n. 2071): Giudice per le Indagini Preliminari a Roma.
- De Carolis Massimo (tessera n.1815): avvocato, amico di Siniscalco, attuale esponente di Forza Italia.
- Donelli Massimo (tessera n. 2207): attuale direttore di TV Sorrisi e Canzoni (Gruppo Mediaset).
- Fiori Publio (tessera n. 1878): deputato di AN e attuale vicepresidente della Camera.
- Gervaso Roberto (tessera n. 1813) : ha una rubrica fissa su Rete 4 (Peste e corna) e sul Messaggero.
- Manca Enrico (tessera n. 2148): dirige l'associazione "Pol-Is" per il "rinnovamento della politica e della
democrazia". Attualmente nelle file della Margherita.
- Martino Antonio (aveva presentato domanda scritta di affiliazione, non fecero in tempo ad approvare il suo
ingresso nella P2): attuale Ministro della Difesa.


                                                                                                              63
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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

- Memmo Roberto (tessera n. 1651): avvocato e finanziere dirige la "Fondazione Memmo per l'arte e la
cultura".
- Mosca Paolo (tessera n.2100): oggi direttore del rotocalco Vip e titolare di rubrica fissa quotidiana su
Unomattina, in Rai.
- Nebiolo Gino (tessera n. 2097): attuale giornalista del Foglio di Ferrara e del Giornale di Sicilia.
- Picchioni Rolando (tessera n.2095): attuale segretario della Fondazione del Libro di Torino (ente
organizzatore del Salone del Libro) e direttore esecutivo del World Political Forum. Viene dato come
candidato alla poltrona di assessore alla cultura nella nuova giunta regionale piemontese.
- Rizzoli Angelo (tessera n. E.19.77): attuale produttore di cinema/ tv per Rai e Mediaset.
- Savoia Vittorio Emanuele (tessera n. 1621): mediatore d'affari.
- Selva Gustavo (tessera n.1814): deputato di An, attuale presidente della Commissione Esteri.
- Sensini Alberto (piduista "interruptus", come Antonio Martino): giornalista del Gazzettino.
- Trifone Trecca Fabrizio (tessera n. 1748): titolare di rubrica fissa di medicina "Vivere bene" su Rete 4.
- Valori Giancarlo Elia (fascicolo n. 0283, espulso dallo stesso Gelli): Presidente della Società Italiana
Autostrade e del consorzio di telefonia "Blu" e attuale Presidente dell'Unione Industriale di Roma.

52    Silvio l’Africano. Qui narriamo dell‟amicizia d‟affari tra la famiglia Berlusconi e un dittatore dell‟Africa ex
      italiana: Isayas Afeworkl, signore della guerra in Eritrea ... Inchiesta della rivista cattolica dei gesuiti «Popoli»
      diretta da un giovane laico - Stefano Femminis che fa capire quale impegno guiderà la rivista: «Fedeltà e coraggio
      per avere individuato la promozione della giustizia come parte integrante della nostra missione».
9 gennaio 2006 – di Maurizio Chierici - Casini va aiutato. Non sa certe cose perché non gliele
dicono. Pera fa il lucchese in barile, e tace, mentre il presidente della Camera giura impunemente
che tra destra e sinistra finalmente non esistono differenze morali. Lasciamo perdere i tormentoni
del conflitto di interessi e il fideismo del Bondi, poeta impegnato a declamare «A Silvio» nelle
Markette di Chiambretti, o il fervore innocentista dei teletrasmettitori impiegati nelle aziende
Berlusconi...
Ma la terza autorità dello stato dovrebbe essere informata dalla seconda autorità dello stato
sull'amicizia d'affari tra la famiglia Berlusconi e un dittatore dell'Africa ex italiana: Isayas
Afeworkl, signore della guerra in Eritrea. I lavori sono in corso. L'incolpevole Casini poteva
decidere se declamare «siamo tutti uguali», o far finta di niente. Il silenzio lo ha costretto a
coprire l'immondizia con un tappeto immaginario. Pera sapeva, ma non ha detto a quale tipo di
immondizia ha messo il lucchetto. Quando Saverio Martone, Rifondazione, presenta due
interrogazioni sugli strani rapporti Italia-Eritrea, la segreteria del Presidente del Senato, «su
precisa richiesta della seconda carica dello stato, mi chiede di tirar via il nome di Paolo
Berlusconi».
Martone non lo tira via, la risposta resta congelata nel niente. È forse la prima volta che la
presidenza del Senato si disinteressa ufficialmente di un problema nel quale è coinvolta la famiglia
di un capo di governo. Ecco il consiglio al presidente Casini: legga il giornale che ricostruisce cosa
sta succedendo. Non un foglio attaccabrighe, né la carta rosa di chi lo insegue attorno alle barche
delle vacanze: «Popoli» è il mensile internazionale dei gesuiti del Centro San Fedele, finestre che
guardano le finestre di Palazzo Marino, cento metri dalla Galleria, duecento passi dalla Scala.
Insomma, non un centro sociale emarginato nei ghetti del perbenismo, ma laboratorio dove gli
«Aggiornamenti sociali» di Bartolomeo Sorge, riviste, libri e conferenze, dialogano e si
confrontano con la Milano delle università, grandi giornali, imprenditori, borghesia lombarda. Per
la prima volta «Popoli» è diretto da un giovane laico - Stefano Femminis - il quale fa capire quale
impegno guiderà la rivista: «Fedeltà e coraggio per avere individuato la promozione della giustizia
come parte integrante della nostra missione».
Immagino che il Casini consacrato dal cardinale Ruini a modello del cattolico in politica, dopo aver
sfogliato le otto pagine dell'inchiesta vecchia maniera di Enrico Casale (interviste incrociate tra chi
mostra i documenti d' accusa e chi si difende), si affretterà a chiedere spiegazioni al suo leader
Berlusconi. Potrà il supercattolico accettare un ritorno al medioevo? Amicizie pericolose di
palazzinari pronti a ricostruire un paese dove la tortura è pratica quotidiana e la costituzione resta
nel cassetto «mancando le condizioni per promulgarla». Di elezioni non si parla. Ogni potere è
nelle mani pesanti di Isayas Afeworki, piccolo padre che ha guidato l'indipendenza nel nome del
marxismo. Adesso chissà cos'è, ma non importa: tanto la famiglia Berlusconi va matta per gli ex
comunisti purché mantengano la virtù dell'obbedienza sempre pronta e assoluta.
Nella storia di Isaya e dei suoi clienti, in prima fila fra gli investimenti elogiati dall'Istituto per il

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                                  sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                  Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

Commercio Estero di Roma, l' Italcantieri del Berlusconi fratello. «Ha progettato un villaggio
residenziale», mille appartamenti «in palazzine di quattro piani» e l'ipotesi di un intervento a
Massaua per «ricostruire l'intero Lido fatto radere al suolo da Isayas, abbattimento eseguito da
un'altra impresa italiana». Sempre Italcantieri, secondo voci europee, le quali ricordano che
l'Unesco considerava Massaua patrimonio dell'umanità. Quando si infastidiva sul conflitto
d'interessi a proposito dei decoder terrestri per Tv che il governo finanzia e Paolo Berlusconi
distribuisce, il Cavaliere si aggrappava alle troppe cose che girano in famiglia: «non so cosa stia
fabbricando mio fratello». Ma sull'Eritrea sembra meglio informato: «Isayas viene spesso in Italia
dove ha molti amici. Per il Cavaliere non è intimo come Putin ma tra loro corre buon sangue. È
stato ospite a Villa Certosa, residenza estiva in Sardegna, privilegio riservato ai più importanti
leader stranieri». Blair, Aznar, naturalmente Putin: solo Lula ha detto no. Governanti di paesi
importanti, politici sempre in prima pagina, mentre Isayas chi è ? Governa un paese senza
risorse, 4 milioni e mezzo di abitanti, 311 milioni di dollari di debito estero, centocinquantesimo
posto nella coda dei poveri del mondo, quale interesse può suscitare nel più ricco presidente
d'Europa? Non sono solo il Berlusconi Uno e il Berlusconi Due a tenerlo di conto: «Nel governo ha
buoni rapporti: ministro Mirko Tremaglia. Adolfo Urso, vice ministro delle attività produttive, lo
tiene in grande considerazione. Nel 2005 ha scelto Asmara per lanciare il Progetto Africa. Un suo
comunicato conferma «l'appoggio del governo italiano in merito alle riforme intraprese dall'Eritrea.
Auspica si concretizzi un'attività parallela per avvicinare il mondo imprenditoriale italiano
all'Eritrea stessa». Con la spinta della grande politica, il mondo imprenditoriale è già al lavoro.
«Giancarlo Zambaiti, industriale bergamasco, ha acquistato l'ex cotonificio Baracco,
delocalizzando alcune produzioni». Confeziona camicie per l'alta moda italiana. Pochi soldi ad
Asmara; vetrine proibite a Milano. Meglio non indagare sulla differenza salari eritrei e prezzi
italiani. Camicie moltiplicate per mille. Ad Asmara la retribuzione media di un lavoratore è 166
dollari l'anno, 35 centesimi di euro al giorno. Sopravvivere dopo i 52 anni diventa una scommessa
per mezzo paese. Amico del cuore di Isayas è l'assessore regionale di Formigoni, Piergianni
Prosperini, medico e leghista della prima ora, trascinato da una crisi mistica nel seno di An.
«Famoso per la sua irruenza e per i suoi caustici attacchi agli stranieri e alle leggi
sull'immigrazione (a suo parere ancora troppo blande)... usa le parole come un randello. Eppure è
il portavoce ufficiale dell'Eritrea in Lombardia, una specie di console onorario. Riconoscimento
ricevuto direttamente dal presidente Isayas, amico personale. Per Prosperini non vi sono
contraddizioni tra le campagne contro gli immigrati e il suo ruolo „diplomatico‟». L' ufficio di
assessore regionale «è trasformato in una specie di armeria, coltelli, katane, kikri, spade». Ma
Isayas non è un dittatore? Grande uomo, si accende Prosperini. Vorrei avere in Italia politici come
lui. Altro che i nostri Craxi, de Gasperi e Togliatti. Inutile ricordargli che un paese civile non
manda a combattere ragazzini di 17 anni, un paese civile non sospende la costituzione e rimanda
sine die le elezioni. «Le elezioni - osserva sarcastico il console onorario- vengono quando tutto è a
posto. C'è il rischio scatenino odii razziali e faide religiose. Isayas ha la testa sulle spalle». Chissà
se Prosperini ha mai dato un'occhiata ai giornali con le cronache dell' Iraq. Chi lo interroga non si
trattiene: «Isayas è un dittatore che ha trasformato il paese in un lager dove non esistono
proprietà private, dove i religiosi sono perseguitati, dove i giovani non possono studiare perché
obbligati a fare il militare, dove, se un ragazzo scappa all'estero vengono imprigionati i genitori».
Per Prosperini il paese «è una delle poche nazioni africane dove vi sono libertà e tolleranza».
Val la pena fare l'elenco delle libertà sulle quali nelle ore quiete delle vacanze in Sardegna, Isayas
deve aver intrattenuto il presidente Berlusconi, tanto per fare due chiacchiere. Il rapporto di
Amnesty ne precisa le virtù. Polizia politica di impronta stalinista, partito unico: Fronte Popolare
per la Democrazia e la Giustizia. Quindici ministri spariti nel niente due anni fa: avevano firmato
un timido documento che pretendeva una timida libertà di stampa. Guerra agli intellettuali, agli
studenti, ai religiosi. Oppositori che non tornano dal carcere. Morti bastonati, morti avvelenati.
Vescovo ortodosso agli arresti domiciliari. Università chiusa. Lo scorso luglio, mille genitori sono
finiti in carcere perché i loro ragazzi, concluse le scuole superiori, non si sono presentati al
servizio militare chiedendo la riapertura dell'università. E sono scappati. Chi sopravvive a una fuga
disumana, galleggia nella nostra diffidenza: Gela, Lampedusa. Anche perché la collaborazione
italiana col governo di Isayas è più complessa dei villaggi turistici incensati da Prosperini:
«Faranno concorrenza spietata all'Egitto». Al workshop organizzato dal vice ministro Urso ad
Asmara, «oltre alle delegazioni governative, hanno preso parte una trentina di aziende italiane,

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
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tra le quali la Domina Vacanze, la Alenia Marconi System, società che produce sistemi radar di
comando, e la Tlc, società telefonica e sicurezza dati». L'ombrello aperto sulla dittatura di Isayas
prende connotati militari, anche se i militari ufficiali che Roma ha mandato ad Asmara con
bandiera Onu sono stati perseguitati e scacciati senza che il ministro Martino «esecrasse», almeno
un po', o la Farnesina mandasse almeno una lettera di protesta facendolo sapere ai giornali. Una
fuga dopo cinque anni difficili. Il governo eritreo non voleva che i carabinieri pattugliassero le
strade e lo ha impedito; non voleva si ritrovassero all'hotel Intecontinental e negli ultimi mesi era
assolutamente vietato al nostro contingente di uscire dal campo Onu. Il primo luglio una pattuglia
è stata perfino sequestrata dalla polizia eritrea. Allora il generale Maurizio Esposito, comandante
del contingente, ha scritto a Roma un rapporto coi fiocchi: «Basta con le umiliazioni.
Andiamocene». La Farnesina li fa rientrare senza fanfare e medaglie. È la prima missione Onu che
l' Italia abbandona. Intanto il persecutore va in vacanza dal capo del governo mentre l'altro
Berlusconi si prepara a costruirgli le villette e Urso ha appena organizzato il suo «Progetto Africa»:
sarebbe imbarazzante aprire polemiche, preferibile il silenzio tombale. Usi obbedir tacendo, e
tacendo morir. In fondo sono solo carabinieri. Venti giorni dopo il rientro, altro paradosso. Il
Parlamento è chiamato a rifinanziare l'impegno eritreo dei carabinieri, decidendo quanti soldi
assegnare ad una missione che non c'è più. Dovrebbero partire, ma restano in caserma. E i soldi
dove sono stati dirottati?
Quali le colpe dell'Arma? Manteneva l'ordine, facevano domande sulle denunce presentate dai
familiari degli scomparsi: tanti eritrei parlano italiano e dribblavano la polizia di Issayas sperando
nel miracolo.
Nessuno sa dove sono finiti i prigionieri politici. Intellettuali, studenti, ma anche sindacalisti o
genitori di chi è scappato. Minacce di morte e ricatti che arrivano fino a Milano. «O paghi tanto, o
tuo padre non torna più». «Provocatori e disertori», risponde l'assessore Prosperini. «Anche in
Italia sarebbero arrestati». Un milione di disperati sono scappati nelle altre afriche e in Europa.
Qualsiasi precarietà sembra paradiso se paragonata al lager Eritrea. Come ogni dittatore che si
rispetti, la paranoia di Isayas diffida di tutti: anche le Ong non sono gradite. «Se vogliono lavorare
in Eritrea devono dimostrare di disporre di un patrimonio di almeno due miliardi di dollari».
L'obbligo arriva l'11 maggio 2005 subito dopo la conferenza organizzata da Urso all'Asmara. La
Cooperazione italiana aveva inviato 380 camion Iveco da utilizzare per la ricostruzione, ma i
camion vengono passati all'esercito incaricato di controllare ogni respiro. Gli impresari che
vogliono ricostruire devono portare le loro macchine. Chi paga i lavori? Aiuti internazionali contro
fame e povertà stanno per diventare villaggi vacanze, armi e villette residenziali Ogni consolato
eritreo pretende il 2 per cento dello stipendio di ogni immigrato che rinnova il passaporto.
Immigrati in regola, già pagano le tasse in Italia: i consolati chiedono copia della dichiarazione
italiana per calcolare al centesimo l'obolo obbligatorio. Altrimenti i genitori rimasti possono
passare guai, e addio passaporto.
Ecco, il presidente Casini può informarsi sfogliando «Popoli», giornale del quale un cattolico si
deve fidare. E poi decidere se esistono differenze morali o siamo tutti uguali. mchierici2@libero.it

53      Vendute e comprate, la lunga storia delle sentenze Imi-Sir.
Un foglietto con gli estremi di un bonifico bancario: 240 milioni girati nel 1994 da Felice Rovelli all'avvocato
romano Attilio Pacifico, braccio destro di Cesare Previti. Il giallo dell'Imi-Sir parte di lì, da quel bigliettino
rinvenuto quasi per caso dagli agenti del Servizio centrale operativo della polizia, il 12 marzo 1996,
nell'ufficio di Pacifico appena arrestato. O meglio: riparte di lì, perchè era cominciato 15 anni prima. Nei
primi anni ‗80, quando Nino Rovelli - petroliere andreottiano, quello degli «assegni del Presidente» di cui
parlò Mino Pecorelli poco prima di morire ammazzato - fece bancarotta con il suo impero, la Sir. E se la prese
con l'Imi, la banca pubblica che a suo dire l'aveva mandato in rovina promettendogli finanziamenti e poi
negandogli. Iniziò così una lunga e tortuosa partita giudiziaria che si sarebbe conclusa provvisoriamente nel
1994 per riaprirsi nel 1996, grazie a quel bigliettino. Una via crucis dalle infinite stazioni ricostruita, quasi
minuto per minuto, da Ilda Boccassini in base ai documenti e alle deposizioni processuali.

Primo grado. La prima sentenza l‘emette il tribunale civile di Roma, nel 1986, e dà ragione alla Sir: l'Imi le
deve un risarcimento, da quantificare separatamente. Presiede il collegio il giudice Filippo Verde, amico di
Previti e socio di Pacifico, che gli regala telefonini, gli mette a disposizione una stanza d'albergo per le
trasferte al tavolo verde, e soprattutto gli gestisce un conto in Svizzera (Master 811) dove ogni tanto versa
qualche centinaio di milioni. Giudici a latere, Aida Campolongo, fedelissima di Verde; Paolo Zucchini, iscritto

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                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

alla loggia P2, titolare di un conto a Montecarlo dove risulta almeno un versamento di Pacifico per 200 milioni
(slegati però dalle cause). Del risarcimento si occupa nel 1989 un altro collegio, presieduto da un giudice al di
sopra di ogni sospetto: Carlo Minniti. Studia le carte, ne conclude che i colleghi hanno sbagliato: medita di
ribaltare il primo verdetto, intanto disporrà una perizia per vederci più chiaro. Alla vigilia dell'udienza
decisiva, il 4 aprile, lo convoca il presidente della Corte d'appello, Carlo Sammarco, per sondare le sue
intenzioni. Strana curiosità, visto che non è lui il capo di Minniti. Ma questi, ingenuamente, gli confida quel
che farà. Il 4 aprile mattina tutto è pronto per l'udienza, senonchè il presidente Minniti riceve una telefonata
dal ministero della Giustizia. Lo vogliono subito lì per una riunione, urgente e improrogabile, sull'edilizia
carceraria, e da Via Arenula non sentono ragioni. Deve andare. Si fa sostituire da una collega, pregandola di
prendere tempo in attesa del suo ritorno. La riunione ministeriale si rivela poi una bufala: dura un'oretta, non
viene verbalizzata: aria fritta. Minniti si precipita in tribunale, e qui scopre che la collega non solo non ha
rinviato, ma ha chiuso l'udienza sentenziando sul risarcimento: 670 miliardi, denaro pubblico. Chi è la collega
sostituta che ha firmato l'incredibile sentenza? La Campolongo, fedelissima di Verde. E chi è il funzionario che
ha convocato Minniti al ministero, per quella riunione-fantasma? Filippo Verde, nel frattempo promosso capo
di gabinetto del ministro Giuliano Vassalli.

Il primo ricorso dell’Imi
Secondo grado. L'Imi ricorre in appello e in Cassazione, e questa le dà ragione, annullando la prima sentenza
Verde con toni piuttosto categorici. Ma nel novembre 1990 la Corte d'appello di Roma, ignorando la
Cassazione, torna a dare ragione alla Sir: 1000 miliardi alla Sir. Chi scrive la sentenza? Il giudice Vittorio
Metta, amico di Acampora, autore della sentenza che annullava il lodo Mondadori (consegnando la casa
editrice a Berlusconi), che di lì a poco andrà in pensione e subito otterrà una consulenza da 100 milioni
all'anno come avvocato nello studio di un altro amico: Cesare Previti.

Terzo grado. L'Imi ricorre in Cassazione. E qui accade di tutto. Gli avvocati della Sir, pur possedendo tutte le
carte della causa, chiedono alla cancelleria del Palazzaccio copia di ogni foglio. Migliaia e migliaia di pagine.
Poi presentano una strana richiesta: controllare se, dal fascicolo, non sia per caso scomparsa la «procura
speciale ad litem» della controparte. Cioè quel foglietto che gli avvocati allegano ai ricorsi, con la delega
rilasciata dal cliente per rappresentarlo in giudizio. I giudici controllano così, pro forma, e invece scoprono
che quegli avvocati hanno doti divinatorie: la procura è sparita. Partita chiusa, sostiene la Sir: niente procura,
niente ricorso Imi. Definitiva la sentenza d'appello, quella firmata da Metta, con relativo risarcimento. L'Imi
presenta due denunce per la sottrazione del documento, entrambe vengono archiviate dall'ufficio Gip, diretto
da Renato Squillante (che per la prima denuncia si batte per un'archiviazione «per insussistenza del fatto», e
non solo perchè ne erano rimasti ignoti gli autori). In Cassazione si tenta di salvare il salvabile. L'udienza
davanti alla I sezione civile è fissata per il 29 gennaio 1992. Il presidente, Giancarlo Montanari Visco, è un
giudice all'antica, tutto d'un pezzo: viene subito eliminato con una lettera anonima, che lo accusa falsamente
di frequentare amici dei Rovelli. Si astiene e nomina un collega altrettanto perbene: Giuseppe Scanzano. Il
quale manda gli atti alla Consulta, sollevando eccezione di incostituzionalità sulla norma che vieta di
esaminare i ricorsi sprovvisti di procura ad litem; siamo nel febbraio del '90. In novembre, la Corte
costituzionale risponde picche: niente procura, niente ricorso. Chi firma la sentenza che chiude la partita a
favore dei Rovelli? Il giudice costituzionale Antonio Baldassarre, altro amico di Previti. La palla torna dunque
alla Cassazione, dove un terzo presidente, Mario Corda, tenta un'ultima carta: modificare la giurisprudenza in
punta di diritto e tentare di esaminare ugualmente il ricorso dell'Imi. Studia il fascicolo nei dettagli, e
prepara per gli altri quattro giudici del collegio un appunto manoscritto. L'appunto, segretissimo, viene
fotocopiato in quattro esemplari e recapitato in buste sigillate nelle caselle postali dei colleghi. Qualcuno,
però, lo passa all'esterno: al solito corvo, che torna a farsi vivo con un altro anonimo, che infatti scrive subito
a Corda e al primo presidente della Cassazione per avvertirli di possedere una copia del manoscritto. Corda
potrebbe essere accusato di aver anticipato la sua decisione, e venire ricusato. Ma ormai la puzza di
complotto intorno al caso Imi-Sir è tale che il presidente tiene duro, e prospetta al primo presidente una
soluzione: scriverà una lettera di dimissioni, che il capo gli respingerà. Il capo dice di procedere. Poi, anzichè
respingere le sue dimissioni, le accoglie. Chi è il primo presidente? Antonio Brancaccio, altro buon amico di
Previti.

Il debito di Rovelli
Così «salta» anche il quarto presidente. Minniti, Montanari Visco, Scanzano e ora Corda. Il sostituto, Vincenzo
Salafia, decide di finirla lì, dichiara improcedibile il ricorso dell'Imi e il 27 maggio 1993 la condanna
definitivamente a pagare 1000 miliardi alla Sir. Quattro giorni dopo, il 31 maggio, l'anonimo corvo recapita ai
giudici, impegnati nella motivazione della sentenza, la procura speciale dell'Imi in originale, ma priva del
margine sinistro e del lembo superiore (dove di solito si appongono i timbri di deposito). Il collegio si divide:

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                                    sanità e non solo … tessere per il tuo mosaico
                    Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

due sono per riaprire il caso, due per lasciare le cose come stanno. Il presidente si schiera con i secondi: è
troppo tardi. Al processo di Milano, emergerà che Corda, se fosse rimasto al suo posto, si sarebbe schierato
con i primi e il ricorso dell'Imi sarebbe stato accolto.

La miniera d'oro. Il 13 gennaio '94 l'Imi liquida i 1000 miliardi alla Sir. Rovelli non c'è più: è morto il 31
dicembre 1990. Ma poco prima di spirare ha lasciato detto al figlio Felice e alla moglie Primarosa Battistella
di saldare un mega-debito che ha contratto con Pacifico. Dopo il funerale, i due contattano lo sconosciuto
avvocato. Da lui apprendono che anche altri due colleghi «avanzano» del denaro dal defunto: Previti 21
miliardi, Acampora 13 e lui, Pacifico, 33. Totale: 67 miliardi. Prove? Documenti scritti? Fatture? Nemmeno
l'ombra. Tutto sulla parola. Ma gli eredi Rovelli pagano senza batter ciglio. Non subito: solo nel 1994, appena
incassato il mega-risarcimento Imi (di cui quei 67 miliardi sono esattamente il 10%). Eppure i tre avvocati in
quella causa non pare abbiano fatto nulla: i legali dell'Imi sono i professori Mario Are e Michele Giorgianni,
anche loro pagati estero su estero (esentasse), ma molto meno dei tre «nullafacenti». «Abbiamo trovato i
piccioli, un fiume di denaro, una miniera d'oro», dirà Ilda Boccassini nella requisitoria.

L'accusa. Secondo il pm, quei 67 miliardi erano il prezzo della corruzione, per almeno due sentenze comprate
(la prima di primo grado e quella d'appello), per la «sparizione» del giudice Minniti dal Tribunale e della
procura speciale in Cassazione. Anche perchè dai tabulati telefonici risultano telefonate fra Previti, Pacifico,
gli eredi Rovelli e il giudice Squillante (che avrebbe dovuto occuparsi solo di penale, non di cause civili) nel
biennio più caldo del caso Imi-Sir. E varie prove di un loro attivo e informale interessamento all'affare.
Pacifico chiama un cancelliere per conoscere in diretta la composizione dei collegi e le loro variazioni (il
cancelliere sarà premiato con qualche biglietto omaggio per la «Corrida» negli studi di Canale5). Squillante
contatta l'avvocato Francesco Berlinguer per farlo incontrare con Felice Rovelli. Questi, poi, lo vede un paio
di volte e gli offre 500 milioni in cambio di una missione segretissima: dovrà avvicinare una giudice del
collegio di Cassazione, sardo come lui, e farsi anticipare il giudizio. Nello stesso periodo, Berlinguer parla
spesso con lo studio Previti.

Una pioggia di denaro
Poi ci sono i passaggi di denaro. Oltre ai 67 miliardi, passati dai conti svizzeri dei Rovelli a quelli di Previti,
Pacifico e Acampora, ci sono i quattrini per i giudici. Anzitutto Verde: fin dal 1991, a causa in corso, Pacifico
gli apre il conto Master 811 e gli versa 500 milioni provenienti da una provvista di 1.8 miliardi giratagli da
Previti; nel '94, mentre i Rovelli pagano i tre avvocati, Verde riceve altri 280 milioni. Quanto a Squillante
riceve da Pacifico 133 milioni nel 1991; aveva addirittura uno dei suoi conti esteri (intestato alla Iberica
Development) presso la Banca commerciale di Lugano, di cui è azionista la famiglia Rovelli: lì, sempre nel '94,
riceve bonifici o contanti per 920 milioni.

Le difese. Previti, a proposito dei suoi 21 miliardi, parla inizialmente di «parcelle di una vita». Poi,
interrogato dal pool nel 1997, cambia versione: «Quei soldi non erano per me, erano un mandato di
pagamento che mi aveva affidato Rovelli: io trattenni soltanto 2 miliardi e girai gli altri 19 a professionisti di
cui non posso fare il nome. Ma non sono magistrati nè pubblici ufficiali». Dalle rogatorie, però, risulta che i
professionisti non esistono: anche quei 19 miliardi Previti li girò a se stesso, dalla Svizzera alla Bahamas.
«Parlai di mandato di pagamento perchè temevo che il fisco si scatenasse nei miei confronti con effetti
rovinosi», si difenderà in aula. Infatti su quei 21 miliardi, incassati estero su estero proprio nel '94, mentre
giurava fedeltà alla Repubblica come ministro della Difesa (Berlusconi lo voleva alla Giustizia, ma Scalfaro
sventò almeno quella minaccia), non aveva pagato una lira di tasse. Così ritornerà alla versione «vecchia
parcella»: 3 miliardi promessi da Rovelli negli anni ‗70 in cambio di imprecisati servigi e consulenze e poi, con
l'andar del tempo e degli interessi, lievitati fino a quella cifra iperbolica. E le telefonate con Squillante e
Pacifico nel pomeriggio del 29 gennaio '92, giorno decisivo della causa Imi-Sir in Cassazione? «Erano per
organizzare una partita di calcetto al circolo Canottieri Lazio».

Anche Pacifico accenna a un'antica parcella per imprecisate «consulenze valutarie» a Rovelli, quadruplicata
da una indovinata speculazione sull'oro. Niente di scritto che dimostri che sia vero: tutto sulla parola. A parte
una scrittura privata, affidata - anzichè a un notaio - al portiere di un hotel di Montecarlo. E andata dunque
disgraziatamente perduta. Altro mistero: come dimostrano i suoi numerosi conti, Pacifico era un investitore
pignolo e oculato. Ma una sola volta in vita sua divenne improvvisamente sprecone: dopo il versamento dei
Rovelli, nel '94. Invece di far fruttare subito quei 33 miliardi con rendimento del 4%, li chiuse in cassaforte
lasciandoli dormire senza guadagnarci una lira per sei mesi, una perdita secca di 600 milioni. Poi,
all'improvviso, ricominciò a investire oculatamente tutti i quattrini che gli capitò di versare di lì in poi. Perchè
quei 180 giorni di «parcheggio» autolesionistico, e proprio per la provvista Rovelli? Perchè - risponde l'accusa -

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                                  10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

quei soldi non erano tutti per lui: una parte la doveva spartire con i giudici corrotti.

I giudici Metta, Squillante e Verde negano di aver mai compravenduto sentenze. Squillante spiega i 9 miliardi
che teneva in Svizzera con la straordinaria propensione al risparmio della sua famiglia. E i soldi avuti da
Pacifico durante la causa Imi-Sir? Frutto di affari e investimenti in comune, di «compensazioni» di contante
che Pacifico gli portava in Italia, ricevendo il corrispettivo via bonifico in Svizzera.

E i soldi da Pacifico a Verde? I 280 milioni del '94, spiegano concordi, erano la restituzione di un prestito che il
giudice aveva concesso all'amico avvocato per saldare un improvviso debito di gioco al casinò di Montecarlo.
Pacifico aveva il conto in rosso, e non sapeva dove attingere. Appena risalì, restituì. Strano: perchè nello
stesso periodo anche Verde era in rosso, anzi ancora più in rosso di Pacifico. Tant'è che dovette operare in
«scoperto di conto». Perchè non fece altrettanto Pacifico, in una situazione analoga?

Prima condanna, il 20 luglio 20001 Giustizia parallela. La risposta più probabile a questo groviglio di
interrogativi è quella scritta il 20 luglio 2001 dal Tribunale di Milano, che ha condannato l'avvocato Giovanni
Acampora a 6 anni di reclusione e a versare 1000 miliardi di provvisionale alla parte civile Imi, per corruzione
in atti giudiziari. Nella motivazione, scritta dal giudice Marco Tremolada, si evidenziano «le plurime anomalie
della sentenza Metta», e la straordinaria coincidenza di quei 67 miliardi che rappresentano il 10%: che non è
un caso ma «il compenso dell'intermediazione per l'attività di corruzione prestata» da «tre avvocati che non
hanno saputo giustificare il compenso, non avendo svolto alcun incarico lecito nella causa stessa o altro
incarico in qualche modo documentato.... Gli intensi e anomali rapporti di questi tre avvocati, tra loro e con
giudici e altri pubblici ufficiali che hanno partecipato alla vicenda processuale, rappresentano un ulteriore
fortissimo indizio dell'attività di corruzione prestata, soprattutto se si tiene conto che questi giudici hanno
ingentissimi patrimoni all'estero che non hanno saputo giustificare in modo esauriente e completo... Gli
accertati episodi di condizionamento della causa a favore di Rovelli (ivi comprese le reiterate sostituzioni di
giudici "sgraditi") rappresentano un ulteriore grave indizio della attività di corruzione sottostante... In
quest'ottica il mondo descritto dalla teste Ariosto si è rivelato del tutto verosimile... e le sue dichiarazioni
sono direttamente confermate da numerosi elementi obiettivi... Se Previti infatti garantiva rapporti sociali di
elevato livello (viaggi, conoscenze con il potere politico, Pacifico gestiva una serie di rapporti personali forse
meno appariscenti ma altrettanto importanti, sia con i magistrati, a loro volta con funzione di intermediari o
di collettori (in particolare il giudice Squillante), sia con dipendenti del Palazzo di giustizia, sia infine con
soggetti che garantivano canali di trasferimento del denaro all'estero o viceversa... Questa struttura di
intermediazione aveva nel Squillante il suo "cavallo di Troia", perchè proprio grazie a Squillante, giudice
influente all'interno del palazzo di giustizia di Roma, godeva di una capacità di infiltrazione tanto
insospettabile quanto efficiente e in grado di espugnare qualsiasi settore di esercizio del potere giudiziario...
Squillante era l'epicentro di un autentico "sistema" di gestione alternativa e illecita degli affari giudiziari.
Perfino il coimputato Previti definisce l'amico Squillante come un giudice generoso, sempre pronto ad aiutare
chiunque avesse un problema... Le tesi difensive degli altri due imputati (Previti e Pacifico, ndr) appaiono
parimenti inverosimili (come quelle di Acampora, ndr), anche perchè entrambe contraddette da elementi
documentali... In conclusione, non vi possono essere dubbi che, pur nell'ambito di una ricostruzione indiziaria
dei fatti, venne operata la corruzione di alcuni pubblici ufficiali per ottenere, nella controversia Imi-Sir, un
esito favorevole a Rovelli, tanto ingente quanto ingiustificato, come pure non vi possono essere dubbi che
questa attività corruttiva per conto dei Rovelli venne svolta dagli avvocati Pacifico, Previti e Acampora, tanto
che agli stessi, dopo il pagamento da parte dell'Imi, venne versato un compenso astronomico, del quale
tuttavia nè gli eroganti nè i riceventi hanno saputo fornire una seria giustificazione». - di Marco Travaglio

54     Pomodori e buoi dei paesi tuoi.
16.12.05 http://www.beppegrillo.it/muro_del_pianto/ecologia/index.html Da più di vent'anni in Europa e nel
mondo il trasporto delle merci cresce a velocità quasi doppia di quella della crescita del PIL. Miliardi di
tonnellate di merci vanno avanti e indietro sulle strade, sulle ferrovie, nei cieli e sui mari. E ogni anno
aumentano e vanno più lontano.
Il progresso non si può fermare, dicono. Come se il progresso fosse per forza una locomotiva in discesa e
senza freni. L'unica cosa che non è stata ancora toccata dal progresso è l'idea di progresso. Io sono stufo di
immaginarmi il progresso come facevano Marinetti e i futuristi dell‘inizio del secolo scorso: macchine
rombanti e sferraglianti, sempre più grosse, sempre più potenti.
Se vogliamo continuare a credere nel progresso, dobbiamo far progredire anche l'idea di progresso.
Un progresso progredito è un progresso che sussurra, che non romba. E' un progresso in punta di piedi, non
un progresso con i cingoli. "Dall'atomo al bit" ci avevano promesso vent'anni fa i guru della tecnologia. Avevo


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                   Promuovi libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione … impegno democratico
                                 10 Gennaio 2006 - a cura di luigi.sedita@poste.it

capito che invece di spostare sempre più atomi, cioè materia, si sarebbero spostati sempre più bit, cioè
informazione. Avevo capito male.
Quello che sta succedendo è ben diverso. Stanno esplodendo lo scambio delle merci materiali e l'impiego di
miliardi di tonnellate di infrastrutture e di combustibili per trasportare sempre più lontano sempre più
cose, spesso sempre più insensate. Mi è ben chiaro che per secoli le vie di comunicazione sono state le arterie
della civiltà e che commerci equi e liberi hanno portato vantaggi a tutti.
Ma la situazione è cambiata. Per più di duemila anni le merci sono state trasportate con varie forme di
energia solare indiretta, quella degli animali da soma, del vento, dell‘acqua. Oggi i mezzi di trasporto non
usano più energia solare ma energia del petrolio, centinaia di milioni di tonnellate all'anno, che diventano
miliardi di tonnellate di CO2 nell'atmosfera e che producono danni economici sotto forma di effetto serra,
tifoni, uragani, siccità.
Gli storici dell'economia stimano che per secoli i tassi di crescita economica siano stati di qualche punto per
mille ogni anno. Adesso i tassi di crescita economica sono di alcuni punti percentuali all'anno, e gli scambi
monetari dell'economia raddoppiano ogni 10-30 anni. Inoltre i commerci materiali aumentano ancora più
velocemente dell'economia monetaria. Mi sembra chiaro allora che il ritmo attuale di crescita dei trasporti è
un mostro mai esistito prima e che mai potrà esistere in futuro. Stiamo vivendo pochi decenni di follia.
Se i prezzi di una bottiglia di vino australiano trasportato fino in Piemonte o di acqua San Pellegrino
trasportata fino a Sidney, bruciando a ogni viaggio una bottiglia di petrolio, coprissero anche i costi dei
danni ambientali generati, quel vino e quell'acqua costerebbero il doppio, il triplo, il quadruplo.
Perché le salsicce vendute a Norimberga devono essere fatte con maiali bavaresi portati a macellare a Mola
vicino a Napoli? E i pigiami tessuti e venduti in Svizzera devono andare fino in Portogallo per farsi cucire i
bottoni? E i gamberetti del mare del Nord venduti in Germania devono andare in Marocco per essere lavati?
E nei supermercati di Stoccarda deve arrivare acqua minerale irlandese a prezzi inferiori a quella tedesca?
E lo speck "nostrano" altoatesino deve essere fatto coi maiali belgi? E la carne secca dei Grigioni con i manzi
brasiliani? E i corn flake a Ginevra con il granturco argentino? E la pizza a Napoli con il pomodoro cinese? E
il pesto a Genova con il basilico del Vietnam?
La Gran Bretagna importa ogni anno duecentomila tonnellate di carne di porco straniero. Ma esporta anche
duecentomila tonnellate di porco britannico. E se ognuno si mangiasse i porci suoi?
In un pianeta sempre più affollato, dove miliardi di persone vogliono a un maggior benessere materiale, si
potrà soddisfare tutti solo se si ricomincerà a produrre e consumare localmente tutto quello che è possibile,
lasciando ai commerci a lunga distanza il resto.
Un pomodoro prodotto in Cina , in Italia deve costare 50 euro, 10 centesimi di prodotto e 49,90 di danno
ambientale. Poi chi vuole il pomodoro esotico lo compri pure.
In questo folle su e giù per il pianeta di aerei, navi, traghetti, camion e treni sempre più TAV chi ci
guadagna è il commercio e non più la produzione.
Anzi, il contadino, l’artigiano vengono espulsi dal sistema produttivo dagli ipersupermegamercati, punti di
carico e scarico delle merci del pianeta.
Sentinelle delle multinazionali che ci dicono cosa mangiare attraverso l’informazione e la pubblicità.
E se poi la carne, il miele, il latte prodotti localmente sono più sani e costano meno, chi se ne frega.




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