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DOSSIER NATO AFGANISTAN

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DOSSIER NATO AFGANISTAN Powered By Docstoc
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                                                                                                    COSTRUIRE LA PACE                   06
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In accordo tra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rai e NATO, Rai World fornisce sostegno all‘informazione sulle operazioni di
peacekeeping in Afghanistan e con la presenza di un riferimento al HQ NATO di Bruxelles mette a disposizione delle testate Rai
servizi ed immagini dall‘ Afghanistan e una raccolta di notizie stampa. Per contatti:


                                               news.raiworld@rai.it

      № 72          25 MAGGIO 2011                                                            Periodo    dal           19 MAGGIO
                                                                                              Aggiornato al            25 MAGGIO
      TOP NEWS_________________________________________________________________________________________
      25 MAGGIO -AFGHANISTAN: INCONTRO KARZAI-PETRAEUS DOPO PROTESTE SU RAID NATO (di
      più) Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha incontrato a Kabul il comandante delle truppe alleate in
      Afghanistan, generale David Petraeus. Il colloquio arriva all'indomani delle violente proteste - che hanno
      provocato 17 morti - scoppiate a Taloqan, nella provincia settentrionale di Takhar, contro le vittime civili
      causate dai raid Nato. (AGI)

      25 MAGGIO - FACCIA A FACCIA TRA OBAMA E CAMERON: "RIUSCIREMO A SCONFIGGERE AL
      QAEDA" (di più) Faccia a faccia tra Obama e Cameron a Downing Street. Sul tavolo la politica estera con
      Libia, Afghanistan e primavera araba. Nel corso della conferenza stampa Obama ha ribadito che Washington
      e Londra «riaffermano l‘importanza di una transizione in Afghanistan», che inizi quest‘anno e si completi nel
      2014. (LA STAMPA.IT)

      25 MAGGIO - AFGHANISTAN: RASMUSSEN VISITA CONTINGENTE ITALIANO A HERAT (di più)
      Il segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha visitato il Comando Regione Ovest
      dell'Afghanistan, sotto il comando italiano. Rasmuessen ha ―apprezzato‖ i risultati che le forze internazionali
      hanno raggiunto lavorando in stretta collaborazione con le forze di sicurezza afghane. (ANSA).

      25 MAGGIO - AFGHANISTAN/ MANTICA: DOPO 2014 MILITARI ITALIANI ADDESTRERANNO (di
      più) Dopo il 2014 il ruolo degli italiani in Afghanistan sarà quello di addestrare le forze locali. È questo il
      messaggio lanciato dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica in occasione della prima conferenza
      internazionale della società civile afgana, in corso a Roma. (TMNEWS)

      25 MAGGIO - AFGHANISTAN/ DE MISTURA: DOPO MORTE BIN LADEN TALEBANI PIÙ DEBOLI
      (di più) ―La morte di bin Laden è certamente una buona notizia per noi. Indebolisce i talebani in un
      momento cruciale per il paese‖. Non ha usato giri di parole Staffan De Mistura, rappresentante speciale
      dell'Onu per l'Afghanistan, intervenendo alla prima conferenza internazionale delle organizzazioni della
      società civile afgana, in corso a Roma. (TMNEWS)

      25 MAGGIO - AFGHANISTAN: TALEBANI CONQUISTANO CITTÀ NELL'EST, POLIZIA SI RITIRA (di
      più) I Talebani hanno conquistato la città di Duab nella provincia di Nuristan, nell'est dell'Afghanistan, dopo
      due giorni di pesanti combattimenti con la polizia locale. (ADNKRONOS)
                                                                             2 / 35

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: AMBASCIATORE A ROMA, PROBLEMA TERRORISMO È IN
PAKISTAN (di più) Nella lotta al terrorismo il Pakistan ―è la chiave‖ perché ―i terroristi vivono là, si
addestrano là, là hanno le armi e là tornano dopo aver sferrato attacchi in Afghanistan. Tutto è in Pakistan‖.
Parola dell'ambasciatore afghano a Roma, Musa M. Maroofi. (ADNKRONOS)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: AMBASCIATORE A ROMA, ITALIA CONTINUI A SOSTENERCI (di
più) L'Afghanistan ha ancora bisogno del sostegno della comunità internazionale e, in particolare, dell'Italia.
E' il messaggio che arriva dall'ambasciatore afghano a Roma, Musa M. Maroofi. (ADNKRONOS)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN/ VICE DIRETTORE 007 AFGANI SFUGGE AD ATTENTATO (di più)
Il numero due dell'agenzia afgana per le informazioni (Nds) è sopravvissuto a un attentato a Kabul: le sue
guardie del corpo hanno ucciso il conducente di un'automobile imbottita di esplosivo, lanciata contro il
veicolo del funzionario dell'intelligence. (TMNEWS)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: TALEBANI, 'ABBIAMO PRESO DISTRETTO IN NURISTAN' (di più)
I talebani afghani hanno sostenuto di aver preso il controllo del distretto di Du Ab della provincia orientale
del Nuristan, al confine con il Pakistan. (ANSA).

24 MAGGIO - KAZAKISTAN, SÌ ALL'INVIO DI TRUPPE IN SOSTEGNO AL CONTINGENTE NATO IN
AFGHANISTAN (di più) Il Kazakistan sarà il primo Stato dell'area asiatica facente capo all'ex Unione
Sovietica a inviare un contingente militare in appoggio alle truppe Nato di stanza in Afghanistan.
(PEACEREPORTER)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: GOVERNATORE PROVINCIA HELMAND SFUGGE A ATTACCO (di più)
Il governatore della provincia meridionale afghana di Helmand Gulab Mangal è sfuggito ad un attentato con
armi automatiche da parte di un gruppo armato. Lo ha riferito lo stesso Mangal. (ANSA)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN/ RASMUSSEN: CHI SEMINA VIOLENZA SARÀ SCONFITTO (di più)
L'impegno della Nato in Afghanistan proseguirà ancora a lungo e chi intende perseguire ancora la strada
della violenza sarà "sconfitto". E' quanto ha detto il segretario generale della Nato Rasmussen, durante la
conferenza stampa congiunta con il presidente Karzai. (TMNEWS)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: KARZAI VEDE RASMUSSEN, NO PACE CON AL QAIDA (di più)
Il presidente Karzai ha ricevuto a Kabul il segretario Rasmussen con cui ha successivamente lanciato un
appello ai talebani ad entrare nel processo di pace e riconciliazione in atto nel paese. (ANSA).

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: INCONTRO TRILATERALE SU PACE CON PAKISTAN E USA (di più)
Afghanistan, Pakistan e Stati Uniti hanno tenuto a Kabul un'altra sessione del loro dialogo trilaterale.
L‘obiettivo è portare gli oppositori al tavolo delle trattative. (ANSA).

23 MAGGIO - AFGHANISTAN: CAMPORINI, SU MISSIONE NON DECIDE SOLO ITALIA (di più)
―Il nostro compito attualmente è quello di gestire l'ovest dell'Afghanistan, dove si sta già avviando il processo
di transizione verso la responsabilità afghana, che però è gestito dalla coalizione e all'interno del quale noi
non decidiamo autonomamente‖. Lo ha detto Vincenzo Camporini, consigliere militare del ministero degli
Esteri a margine di un convegno promosso dall'associazione degli allievi della Scuola Superiore Sant'Anna di
Pisa sui 10 anni di missione italiana in Afghanistan. (ANSA).

22 MAGGIO - AFGHANISTAN:SPIEGEL SVELA, COLLOQUI USA-TALEBANI IN GERMANIA (di più)
Colloqui top-secret tra gli Stati Uniti e rappresentanti dei talebani si sono tenuti in Germania, paese che fa da
mediatore nei negoziati sull'Afghanistan. A rivelarlo è il settimanale Spiegel. (ANSA).

21 MAGGIO - AFGHANISTAN: KAMIKAZE CONTRO OSPEDALE MILITARE A KABUL (di più)
E' di almeno sei morti e 23 feriti il bilancio, ancora provvisorio, del clamoroso colpo messo a segno oggi dai
talebani a Kabul. Sfidando l'imponente meccanismo di massima sicurezza sono riusciti ad infiltrare due
kamikaze nell'ospedale militare. (ANSA)

21 MAGGIO - AFGHANISTAN: TALEBANI, KAZAKHSTAN SBAGLIA A INVIARE MILITARI (di più)
                                                                              3 / 35

I talebani hanno condannato, considerandolo ''ingrato'', il Kazakhstan che ha deciso di inviare un contingente
militare in Afghanistan a sostegno di Isaf. (ANSA)

20 MAGGIO - RASMUSSEN, ESCLUSO ATTACCO NATO IN SIRIA (di più)
La Nato, per il momento, non interverrà in Siria. La missione in Libia durerà ''per tutto il tempo necessario''. E
la transizione in Afghanistan partirà dal prossimo luglio. Il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh
Rasmussen, in un'intervista all'ANSA, fa il punto sul presente e il futuro delle operazioni della Nato. (ANSA).

20 MAGGIO - AFGHANISTAN: AMPLIATA ZONA DI SICUREZZA NELL'AREA DI BALA MOURGAB
(di più) Con una complessa operazione congiunta, che ha visto impiegati oltre 600 uomini fra Forze di
Sicurezza afghane, militari Usa e paracadutisti italiani della Folgore è stata ingrandita di circa il 50% verso
Nord, in direzione del Turkmenistan, la zona di sicurezza nella delicata area di Bala Mourgab. (ADNKRONOS)

20 MAGGIO - TRENTINO: DA DELLAI IL COL. SCARATTI, TORNATO DA AFGHANISTAN (di più)
Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha dato il bentornato al colonnello Pierluigi
Scaratti, comandante del secondo Reggimento Genio guastatori alpino di Trento di ritorno dall‘Afghanistan.
―Tramite i genieri di Trento abbiamo avuto la possibilità di fare un'esperienza importante e di mostrare la
nostra solidarietà‖. (ANSA).

AFGHANISTAN: NAPOLITANO, RIDUZIONE TRUPPE GRADUALE E CONCERTATA (di più)
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato che la Nato si avvia ad una riduzione delle
truppe in Afghanistan ma ha anche ammonito che il Paese non dovrà essere lasciato solo. (AGI 20 MAGGIO).

19 MAGGIO - AFGHANISTAN: TALEBANI, MASSACRO IN IMPRESA COSTRUZIONI (di più)
I talebani hanno compiuto un massacro nell'Afghanistan orientale, dove è stata attaccata la sede regionale di
una impresa privata di costruzioni nella provincia di Paktia. Prima di abbandonare la zona, gli insorti hanno
sequestrato decine di persone, 35 delle quali più tardi sono state uccise. (ANSA).

19 MAGGIO - AFGHANISTAN: W.POST, REINTEGRO TALEBANI COMPROMESSO DA RITARDI DI
KABUL (di più) I 'tempi' afghani, uniti ai soliti ostacoli burocratici, rischiano di compromettere il processo di
reintegro dei Talebani che scelgono di abbandonare la lotta armata e unirsi al governo. A lanciare l'allarme è
il Washington Post. (ADNKRONOS).

19 MAGGIO - AFGHANISTAN: TALEBANI, FALSE NOTIZIE SU NEGOZIATI E UFFICIO (di più)
I talebani afghani hanno smentito che loro rappresentanti siano impegnati in un dialogo diretto con gli Stati
Uniti o che abbiano chiesto l'apertura di un ufficio di rappresentanza in un paese della regione. (ANSA).


FOCUS BIN LADEN - OMAR____________________________________________________

25 MAGGIO - 11/9: IRAN RESPINGE ACCUSE, VERI RESPONSABILI GLI USA (di più)
Il presidente della commissione Esteri del Parlamento iraniano, Alaeddin Borujerdi, ha negato che Teheran
abbia avuto alcun ruolo negli attentati dell'11 settembre negli Usa. Anche l'accusa ad Osama bin Laden è
stato solo ''un pretesto per attaccare l'Afghanistan'', ha aggiunto Borujerdi. (ANSA).

23 MAGGIO - TERRORISMO: "UCCISO IL MULLAH OMAR", MA È GIALLO (di più)
E' giallo sull'uccisione in Pakistan del mullah Omar. Secondo l'emittente afghana TOLOnews, il leader
spirituale è stato assassinato sabato dall'ex capo dei servizi segreti pakistani (Isi), il generale Hamid Gul. Il
generale Gul ha tuttavia smentito la notizia e anche i talebani hanno negato l'uccisione del loro capo. (AGI)

23 MAGGIO - AFGHANISTAN: HAMID GUL, IO CON IL MULLAH OMAR? FALSITÀ (di più)
"Notizie senza senso, falsità". Il generale Hamid Gul, raggiunto telefonicamente dall'ADNKRONOS, smentisce
le notizie che lo davano al fianco del mullah Omar nel momento dell'uccisione. (ADNKRONOS).

23 MAGGIO - AFGHANISTAN: MULLAH OMAR, UN TALEBANO DA 25MLN DI DOLLARI (di più)
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Guerrigliero nella fazione dei mujahidin anti-sovietici 'Harakat-i Inqilab-i Islami', il mullah Omar è da almeno
15 anni in cima alla 'lista nera' del terrorismo mondiale e sulla sua testa pende una taglia da 25 milioni di
dollari. (ASCA)

22 MAGGIO - BIN LADEN: AL QAIDA, LONDRA NEL MIRINO PER VENDICARE LEADER (di più)
Londra nel mirino per vendicare la morte di Osama bin Laden, ucciso da un commando Usa ad Abbottabbad,
in Pakistan. Lo scrive il britannico Sun, citando un capo talebano. (ANSA).

22 MAGGIO - BIN LADEN: NEL COVO UNA TALPA; TIMES, TRADITO DA MOGLIE (di più)
C'era una talpa nel compound di Osama bin Laden che ha guidato i Navy Seals. Secondo il Sunday le due
mogli più anziane accusano la giovane di aver portato gli americani nel loro nascondiglio. (ANSA).

21 MAGGIO - BIN LADEN: FAR ESPLODERE PETROLIERE PER FAR DECOLLARE GREGGIO (di più)
Osama bin Laden intendeva "arrembare" e prendere il controllo di decine di petroliere per poi farle saltare in
aria facendo così decollare il costo del greggio. Questo un altro dei progetti celati nel pc sequestrato al
fondatore di al Qaeda. (AGI)

21 MAGGIO - BIN LADEN: DA PC EMERGE CHE PIANIFICÒ LUI ATTENTATI A MANCHESTER (di
più) C'era Osama Bin laden dietro alla cellula inglese di Al Qaeda che pianificava una serie di attentati a
Manchester nella Pasqua del 2009. (AGI)

20 MAGGIO - TERRORISMO: AL QAIDA, UN EMIRATO DEL TERRORE NEL MAGHREB (di più)
Una strategia con una pianificazione perfetta, fatta non solo di operazioni sul campo. E' questa al Qaida nel
Maghreb, la cui affiliazione alla ''casa madre'' fu benedetta dallo stesso Osama bin Laden. (ANSA).

19 MAGGIO - BIN LADEN: USA-PAKISTAN, GROSSMAN 'RICUCE' RELAZIONI (di più)
Usa e Pakistan hanno deciso di ricomporre la crisi seguita al blitz di Abbottabad e di ricucire le loro relazioni
''seguendo un approccio passo dopo passo‖. E' quanto emerge dall'incontro avvenuto tra il presidente Asif Ali
Zardari e l'inviato statunitense per il Pakistan e l'Afghanistan, Marc Grossman. (ANSA).

19 MAGGIO - BIN LADEN:AUDIO POSTUMO,ORGANIZZARE CENTRO RIVOLTE (di più)
Dodici minuti di registrazione audio per incitare a cavalcare ''i venti di cambiamento'', organizzando ''un
centro delle operazioni che lavori in parallelo per salvare i popoli che stanno lottando per abbattere i loro
tiranni'': è il nuovo presunto messaggio audio di Osama bin Laden pubblicato postumo. (ANSA).

19 MAGGIO - MO: OBAMA, FUTURO REGIONE IN MANO ALLA SUA GENTE (di più)
Il futuro del Medio Oriente e il sostegno degli Stati Uniti alle riforme nella regione. Il presidente Barack
Obama ha presentato la strategia americana. In un passaggio ha anche ricordato Osama: ―Bin Laden non è
un martire - ha detto - era un assassino di massa che offriva un messaggio di odio‖. (ANSA).

19 MAGGIO - BIN LADEN:SERVIZI AFGHANI,TENSIONI IN AL QAIDA SU SUCCESSORE (di più)
Nel momento in cui una tv americana ha indicato nell'egiziano Saif al Adel il successore ''ad interim'' di
Osama bin Laden, i servizi di intelligence dell'Afghanistan sostengono che all'interno di Al Qaida si registrano
forti tensioni fra due gruppi contrapposti. (ANSA).

NATO TV_________________________________________________________________________________
Sono disponibili su richiesta delle redazioni Rai le immagini (e/o i servizi) della
struttura TV organizzata dalla Nato in Afghanistan realizzate da reporter professionisti
embedded presso il contingente ISAF.

Tutte le immagini sono libere da diritti d' autore e in quality broadcast.
Per ricevere le immagini e per informazioni contattare al HQ NATO di Bruxelles:

Luca Fazzuoli. Inviato permanente di Rai World e Media Relation Officer

fazzuoli.luca@hq.nato.int (+32 475 470127)
                                                                             5 / 35


Tutte le immagini girate in Afghanistan sono disponibili:

- grezze, in versione internazionale, senza alcun montaggio, logo o sottotitoli
oppure:
- montate in un reportage di circa 2 - 3 minuti, con sottotitoli in inglese per le interviste in farsi o pashtu. Il
suono delle interviste è inglese, farsi o pashtu.
Tutte le immagini sono correlate dalla seguente documentazione: lista delle immagini con il timecode,
trascrizione delle interviste in inglese, trascrizione e traduzione delle interviste dal farsi o pashtu in lingua
inglese, informazioni relative al contenuto delle immagini.

La distribuzione delle immagini e della documentazione avviene in modo rapido attraverso una semplice e-
mail che viene inviata direttamente al vostro indirizzo elettronico.
Le immagini montate in un piccolo reportage possono essere visionate anche sul sito web:
                                       www.natochannel.tv
QUESTA SETTIMANA VI SEGNALIAMO
            Il Segretario Generale assicura all’Afghanistan l'impegno della NATO

Il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen ha incontrato il Presidente Karzai per discutere
dell'impegno a lungo termine della NATO in Afghanistan e delle fasi di attuazione del processo di transizione.

Durante il periodo di transizione, la NATO terra‘ con gli afgani un link diretto e crescente per la sicurezza nei
prossimi mesi, con l'obiettivo di raggiungere la piena autosufficienza per la sicurezza in tutto il paese entro
la fine del 2014. Durante questo tempo, le truppe ISAF si sposteranno da un ruolo di sostegno e di
formazione a quello di guida.

Il generale David Petraeus, comandante della NATO International Security Assistance Force (ISAF) e
l'ambasciatore Simon Gass, NATO Senior Rappresentante civile, erano presenti.

Durante l‘incontro con il presidente Karzai, il Segretario Generale ha sottolineato che, " Quelli che minacciano
il futuro dell'Afghanistan non devono farsi alcuna illusione - La NATO è, e resta impegnata in Afghanistan".

Dopo la conferenza stampa nel palazzo presidenziale di Kabul, Rasmussen ha detto: "Il mio messaggio ai
nemici dell'Afghanistan è chiaro. Se si continua sulla strada della violenza, non ci saranno vittorie, solo
sconfitte. Ora è il momento di seguire la strada della pace. Tagliare i legami con Al Qaeda e le altre reti
terroristiche, rinunciare alla violenza e rispettare la costituzione afgana ".

Il presidente Karzai si e‘ rivolto agli afghani che combattono con i Talebani, dicendo: "Il popolo afghano darà
loro la possibilità di tornare alle loro case e di partecipare alla costruzione della stabilità e della pace
dell'Afghanistan".

1) Karzai calls for reconciliation (Karzai chiede la riconciliazione)
Nel corso della conferenza stampa con il Segretario Generale della Nato Rasmussen, il presidente afgano
Karzai chiede la riconciliazione.

            Direct Link : http://www.natochannel.tv/?uri=channels/454282/1345157

2) NATO Secretary General visits Afghanistan (Il Segretario generale della NATO in visita in
Afghanistan)
Durante la sua conferenza stampa con il presidente afghano Karzai, il Segretario Generale della NATO
Rasmussen dichiara che l'Alleanza continuerà la formazione delle forze di sicurezza afghane.

            Direct Link: http://www.natochannel.tv/?uri=channels/454282/1345158

3) Taliban Reintegrate in Laghman ( Talebani reintegrati in Laghman )
                                                                               6 / 35

Più di ottanta talebani hanno abbandonato la lotta nella provincia di Laghman per aderire al processo di
pace.
Con il processo di transizione in atto, Nato TV documenta questo importante momento.

             Direct Link: http://www.natochannel.tv/?uri=channels/454282/1347744


COSTRUIRE LA PACE______________________________________________________________
25 MAGGIO - AFGHANISTAN: ATTIVISTA, SOCIETÀ CIVILE E' UNITA E PARLA CON UNA VOCE
SOLA (di più) ―Oggi la società civile afghana è molto più unita che in passato ed è in grado di parlare con
una voce sola‖. Lo assicura l'attivista afghano, Ahmad Joyenda, direttore della Fondazione afghana per la
Cultura e la Società Civile. (ADNKRONOS)

25 MAGGIO - AFGHANISTAN, MANTICA: È LA DONNA A GUIDARE IL CAMBIAMENTO (di più)
Valorizzare il ruolo della donna in Afghanistan significa "fare un investimento a lungo termine". Ne è convinto
il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, intervenuto alla seconda giornata di lavori del convegno di
Afgana. (IL VELINO-PEI NEWS)

24 MAGGIO - AFGHANISTAN: CONFERENZA SOCIETÀ CIVILE A ROMA, TRANSIZIONE NON SIA
ABBANDONO (di più)
Il timore che l'Afghanistan, una volta concluso il processo di transizione, venga abbandonato e precipiti nel
caos è stato espresso dai 21 rappresentanti afghani di sindacati, ong, associazioni culturali e associazioni di
donne durante la prima giornata di lavori della prima conferenza internazionale delle organizzazioni della
società civile afghana. (ADNKRONOS).

24 MAGGIO - ESPORTARE LA DEMOCRAZIA IN AFGHANISTAN CON L’INSEGNAMENTO DI
BUONE PRASSI (di più) Esportare la democrazia non con la guerra ma con l‘insegnamento di buone prassi.
E‘ l‘obiettivo di una tre giorni promossa dall‘Amministrazione Giorgiano che vedrà protagonista Barialai
Zulfuqar, rappresentante della Afghan Community Rehabilitation Unit. (JULIE NEWS 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: ITALIA EDUCA BAMBINI KABUL SU PERICOLO MINE (di più)
Trasformare potenziali vittime in eroi, educando i bambini sui pericoli delle mine attraverso il disegno ed il
divertimento. E' l'obiettivo di 'Vittimine', un progetto di street art nato da un'idea di Michele Cavaliere
coinvolgerà 60 bambini di Kabul. (ANSA 22 MAGGIO).

“GIRLS ON THE AIR”: EMANCIPARSI NELL'AFGHANISTAN POST-TALIBAN (di più)
Il documentario racconta le vicende di un gruppo di giovani giornaliste afghane e della prima radio
indipendente formata dalle donne per le donne. Sono le ragazze di Radio Sahar, protagoniste del
documentario di Valentina Monti dal titolo "Girls In The Air". (CINEMAITALIANO.INFO 21 MAGGIO)


AGENDA_________________________________________________________________________________
OTTOBRE – LA BRIGATA SASSARI TORNA IN AFGHANISTAN

2 NOVEMBRE – LA TURCHIA OSPITA AD ISTAMBUL UNA CONFERENZA REGIONALE
SULL’AFGHANISTAN
La Turchia ospiterà il 2 novembre 2011 ad Istanbul una Conferenza sull'Afghanistan a cui parteciperanno
tutti i paesi confinanti e vicini per accompagnare gli sforzi di pace e riconciliazione del governo afghano. Lo
riferiscono oggi i media a Kabul. La decisione di tenere la Conferenza è stata presa oggi. a margine della IV
Conferenza dell'Onu sui paesi meno sviluppati, durante una colazione di lavoro offerta dal ministro degli
Esteri turco Ahmet Davutoglu ad Ankara, ed a cui hanno partecipato i ministri dei paesi che parteciperanno
all'incontro, quali lo stesso Afghanistan e poi Pakistan, India, Iran, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan,
Arabia saudita e Emirati arabi uniti. In un comunicato stampa in cui manifestano la loro adesione
all'iniziativa, i paesi firmatari riaffermano che l'appoggio al processo di trasferimento delle responsabilità della
sicurezza all'Afghanistan entro il 2014. ''Un Afghanistan sicuro, stabile e prospero - si legge nel documento -
è vitale per la stabilità e la pace di tutti, ma una simile atmosfera può essere assicurata solo in un più ampio
contesto che rifletta l'amicizia e la cooperazione regionale''. (ANSA 10 MAGGIO).
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5 DICEMBRE - CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AFGHANISTAN A PETERSBERG IN
GERMANIA
Dieci anni dopo la conferenza di Petersberg, la stessa cittadina tedesca alle porte di Bonn, nell'ovest della
Germania, ospiterà il prossimo 5 dicembre un altro summit internazionale sull'Afghanistan. Lo ha reso noto
oggi a Berlino il rappresentante del governo tedesco per l'Afghanistan, Michael Steiner. All'appuntamento,
parteciperanno oltre 1.000 delegati, inclusi i ministri degli esteri di 90 Paesi. La conferenza del 2001 servì a
definire gli accordi per un governo di transizione in Afghanistan e gettare le basi per la ricostruzione. A
dicembre, ha spiegato Steiner, si farà anche un bilancio del processo di ricostruzione. Il summit
internazionale coincide con il previsto inizio del ritiro delle truppe tedesche dall'Afghanistan, che dovrebbe
concludersi nel 2014. (ANSA 8 MARZO)

23 MARZO 2012 – SCADE LA MISSIONE DI ASSISTENZA CIVILE DELL'ONU IN AFGHANISTAN
(UNAMA) PROROGATA DI UN ANNO IL 22 MARZO 2011.


DOCUMENTI_______________________________________________________________________________________
19 MAY. 2011
''NATO – VALUE FOR SECURITY''
SPEECH BY NATO SECRETARY GENERAL ANDERS FOGH RASMUSSEN IN BRATISLAVA, SLOVAKIA

Minister Dzurinda,
Ambassador Kacer,
Excellencies,
Ladies and Gentlemen,

Dear Mikulas, first of all thanks for the kind introduction.

It‘s a privilege to speak here today. And I am aware that my remarks are being transmitted beyond this hall to audiences in the Czech
Republic, in Hungary, in Poland, as well as to other venues here in Slovakia. So to all of you, good afternoon.

It has almost become a cliché to say that we live in times of change. But that does not mean the statement is any less true. And in
times of change, it is important to have an anchor of certainty - something dependable; something reliable; something strong.

For over 60 years, NATO has been such an anchor. The Atlantic Alliance has allowed North America and Europe to deal successfully with
the tremendous changes we have seen in our security environment.

For the first 40 years of its existence, NATO used defence, deterrence, and determination to prevent the Cold War from getting hot.

Thereafter, NATO played a major role in re-uniting Europe and making it whole, free and at peace.

Through its partnership policy, NATO provided invaluable assistance to many countries as they re-discovered their own independence
and sovereignty. This included assistance to countries in this region.

And through its Open Door policy, NATO provided a home. NATO is where those countries feel secure. They know that they are
surrounded by friends who would rush to defend their sovereignty if ever it were threatened.

NATO has played a key role in bringing peace to the Balkans following the implosion of the former Yugoslavia and the wars that ensued.

And since the start of this new century, NATO has continued to be the unique forum where Europe and North America develop new
common approaches to new common challenges – such as terrorism, proliferation, and cyber warfare.

These achievements have not come for free. They have required hard work and commitment. And especially in these last few years,
they have also been costly in terms of human life.

In these times of economic difficulty, many NATO countries are struggling to cope with a fundamental question: how to afford the level
of security needed to defend our values, and to preserve peace, in the face of today‘s security challenges?

I want to use my remarks today to provide an answer to that question. I would like to do that by making three points.

I shall look at how the global economy needs security to flourish.

I shall highlight how some new security threats can be cheap to create, yet can have significant economic impact.

And I shall then explain how we can afford the security we need to protect our prosperity by working together more closely within
NATO.
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Let me take those points in turn. First, the interdependency of economic well-being and security.

Many of you in the audience here are studying economics. I remember clearly my own days as an economics student. And one of the
observations that struck me most was by the French economist and politician, Frederic Bastiat. In the early nineteenth century he stated
that if ‗goods don‘t cross borders, then armies will‘.

That statement is as true today as it was then. Trade encourages the creation of wealth through economic growth – as opposed to
conquest and conflict. And this becomes a virtuous cycle. Increased economic activity creates greater security. And this in turn leads to
further prosperity.

But there has been a dramatic change in the economic and security dynamics within which we operate. Globalisation has fundamentally
altered all of our lives.

The impact of the internet; increased global travel; and the free flow of people, money, goods, ideas, and information have all led to a
remarkable degree of interdependence between our economies and our societies.

Globalisation has dramatically increased our prosperity. But at the same time, it has also dramatically increased our vulnerability.

Instability in one nation can create instability across a whole region. And any disruption to transport, communication and information
systems comes at great cost to nations and the global economy.

In order to maintain the free movements on which our globalised economy depends, we need to invest wisely in our security.

And this leads me to my second point, which is the paradox of the new economics of security.

To provide adequate defence against the wide range of threats and challenges we face, we need to invest in the full range of
capabilities. Many of these capabilities are complex, high-tech, and high-cost. Yet some of the threats we face can be developed at
relatively low cost. And the damage they can inflict upon us is totally disproportionate.

Take for example the terrorist attacks on ―9/11‖. For the cost of training several pilots, terrorists were able to hi-jack four airliners and
cause the tragic death of nearly 3000 innocent people. The United States‘ Congressional Research Service estimated the cost to the
global economy to be three hundred billion dollars worth of lower world growth in 2001 and 2002.

Or take the example of the cyber attack against Estonia in the spring 2007. A distributed denial of service attack brought one of the
world‘s most wired countries to its knees. Thankfully, the air traffic systems, hospitals and other critical systems that could have resulted
in the loss of life, were not targeted. But the attack did disable the websites of the prime minister‘s office, parliament, government
ministries, political parties, newspapers and several banks.

With hijacked computers – bots - being available on the internet for less than four Euro cents each, the cost of creating botnet attacks is
relatively cheap. Yet the cost of the attack to just one of the Estonian banks has been estimated at over ten million euros. And the
effect on Estonia‘ sense of security was also severe.

It is a similar picture with piracy. Using a relatively cheap speedboat, some AK-47s and rocket propelled grenades, pirates have been
able to severely disrupt some of our major shipping lanes. They have taken people and cargoes hostage. Their actions have resulted in
higher insurance premiums, in higher costs for hiring crews, and in higher costs for implementing security measures. The worldwide
cost of piracy last year has been assessed to be a staggering eight point three billion dollars.

What lessons can we draw from all these facts? For me, the key lesson is that we need to continue to invest adequately in our defence
capabilities. Because if we don‘t, we will no longer be able to defend our common values. And we will no longer be able to provide the
security and stability that is necessary for our economies to function and to flourish.

But how can we do this when all our countries are facing budgetary pressures? This is the third point I wish to make.

In seventeen Allied countries, including some here in this region, defence budgets are falling both in real terms and as a percent of
gross domestic product.

If we acknowledge that there is no more money available – and there isn‘t, at least for the foreseeable future – then we need to find
new ways to build security that cost less money.

And I see three ways for doing this.

First, we must be bold. We must intervene early to prevent crises from developing and spiralling out of control. The old saying that ―an
ounce of prevention is worth a pound of cure‖ remains valid.

Second, we must focus on supporting local capacities and local ownership. We are already following this logic with our training missions
in Iraq and Afghanistan, as well as with the support we are providing to the African Union. By training the local forces, we not only help
the countries to help themselves, but we also help to reduce the security burden we have to bear.

And third, Smart Defence. Our Libya mission has reinforced the need for the Alliance to have available the full range of military
capabilities, including those at the technological edge.

Certain aspects of this operation simply could not have been conducted without some of the highly advanced military capabilities of the
United States: drones, surveillance equipment, and precision weapons.
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Many nations are unable to provide individually some of this type of high-tech equipment. But we don‘t actually need each and every
Ally to have the full range of equipment. What we do need is to have the right equipment available within NATO. We need every Ally to
play its part. And we need to bring it all together with strong integrated command and control capabilities. Smart Defence will help us to
achieve this.

Smart Defence is about nations building greater security - not with more resources, but with more coordination and more coherence.
This can encourage nations to change their approach from a purely national one to one that favours multinational solutions. And
actually Slovakia has already set a very good example. By participating in the Multinational Logistics Coordination Center in Prague, you
bring a valuable contribution to the development of multinational logistic capabilities for operations. I encourage you to continue on this
path.

My priority is for NATO to help European nations to acquire and maintain together the capabilities and skills that they can‘t afford to do
alone. And I believe such multinational cooperation can yield its greatest benefits when done on a regional basis – where common
geography and history can help different views to converge.

All this would help the Alliance to have the right capabilities. To keep up with the fast pace of technological change. And to share the
burden of developing new capabilities for NATO.

With the collective security guarantee of the Alliance, and by using the opportunities offered by Smart Defence, NATO can help you to
meet your security obligations and commitments at a price that tax payers can afford.

Ladies and Gentlemen,

For over 60 years, NATO has successfully defended our common values. It has protected our common interests. And it has provided the
forum where we have developed common approaches to common challenges.

Today, we face a wide range of security challenges. But we also face a dilemma. We have to build adequate security at a time of
economic difficulty.

I believe that by acting early; by helping local forces; and by pursuing Smart Defence, we can help to resolve that dilemma. And we can
prevent the economic crisis from turning into a security crisis.

I am confident that with your help, and your support, we will be successful.

Thank you.


ISSUES___________________________________________________________________________________
BILANCIO VITTIME MILITARI DALL’INIZIO DEL CONFLITTO AL 25 MAGGIO
                                                         (dal sito icasualties.org)

Australia                       24       Georgia                           7      New Zeland                         2      Turkey                   2
Belgium                          1       Germany                          49      Norway                            10      UK                     366
Canada                         155       Hungary                           6      Poland                            26      US                    1582
Czech                            3       Italy                           36*      Portugal                           2      Nato                     7
Denmark                         40       Jordan                            2      Romania                           19      Not yet Reported         0
Estonia                          8       Latvia                            3      South Korea                        1
Finland                          2       Lithuania                         1      Spain                             30
France                          58       Netherlands                      25      Sweden                             5      TOTALE                2472
* Le vittime italiane in realtà sono 37. Ma icasualties.org non menziona tra i decessi quello dell’agente dell’Aise Pietro Antonio Colazzo.




         VARIAZIONE VITTIME PER PAESE NEL PERIODO                                                         19 MAGGIO 25 MAGGIO

         GIORDANIA                                                                                                                            1
         AUSTRALIA                                                                                                                            1
         UK                                                                                                                                   1
         NATO                                                                                                                                 6
         VITTIME TOTALI (VARIAZIONE DEL PERIODO SOPRAINDICATO)                                                                                9

         VITTIME TOTALI 2011                                                                                                             191
                                                                              10 / 35

                          http://www.italiafghanistan.org/Dati.aspx



CINEMA: DOPO BIN LADEN DISNEY VUOLE MARCHIO SEAL TEAM6
La Walt Disney Co. ha presentato domanda per ottenere i diritti esclusivi sul 'Seal Team 6', l'unità speciale
d'elite della marina militare statunitense che ha ucciso Osama Bin Laden durante il raid in Pakistan, lo scorso
2 maggio. La Disney Enterprise ha compilato e inoltrato tre moduli di richiesta il giorno successivo alla
cattura, direttamente presso l'U.S. Patent and Trademark (Ufficio statunitense dei brevetti e dei marchi di
fabbrica) e questo e' prova ufficiale dell'intenzione commerciale e legale della compagnia di utilizzare tale
marchio per tutta una gamma di merchandise di futura produzione, che prevede servizi per l'intrattenimento
e educativi, linee di abbigliamento, giocattoli per bambini, giochi interattivi per computer, attrezzature
sportive e decorazioni natalizie di ogni tipo. Disney non è la prima grande compagnia nella storia che cerca di
registrare un marchio in seguito a eventi di politica internazionale di grande portata: la prima a tentare
l'impresa, infatti, fu la californiana NovaLogic di Calabasas, nel 2002 e 2004, quando fece richiesta per
l'acquisto dei diritti sullo stesso marchio in questione, il Seal Team 6, da utilizzare però esclusivamente per la
creazione di nuovi videogame, così come per i diversi personaggi che ne avrebbero fatto parte, ma la
richiesta fu ritirata nel 2006; l'altra grande società a tentare l'impresa è stata la Sony nel 2003 che, il giorno
successivo l'ingresso delle forze statunitensi in Iraq, cercò di ottenere i diritti commerciali per la frase di
guerra 'Shock and Awe' (letteralmente Colpisci e stupisci) da utilizzare come titolo di un videogame ma,
anche in questo caso, la domanda fu ritirata dopo poco tempo dal suo primo inoltro. Sembra che l'interesse
per la squadra speciale non sia solo di natura commerciale e legale per le grandi compagnie quotate in borsa
ma anche fonte di curiosità per tutto il popolo americano; il libro Seal Team Six: Memoirs of an Elite Navy
Seal Sniper di Howard Wasdin, che esplora i retroscena e rivela alcuni dei segreti più crudi delle attività
militari dell'elite marittima, e' stato infatti ristampato in tempo record subito dopo l'uccisione di Bin Laden ed
è andato esaurito in tutte le librerie nel giro di pochissimi giorni dalla rimessa in vendita. (ANSA 19
MAGGIO).



COMMENTI_________________________________________________________________________________________
MULLAH OMAR, DA NEMICO A POSSIBILE PARTNER (di più)
Dopo Bin Laden il Mullah Omar? Per qualche ora ieri mattina la notizia è sembrata inverare una delle ipotesi
diffuse dopo il blitz di Abbottabad. In realtà i pakistani oggi più di ieri lavoreranno per convincere gli
americani e l‘Europa a cercare i contatti politici proprio con il Mullah Omar. Di Lorenzo Cremonesi.
(CORRIERE DELLA SERA 24 MAGGIO DI LORENZO CREMONESI)

AL-QAIDA DOPO BIN LADEN (di più)
L‘uccisione di Osama Bin Laden solleva numerosi quesiti sul futuro di al-Qaida. Nel breve periodo il
terrorismo ―cresciuto in casa‖ e ―fai-da-te‖ potrebbe costituire la minaccia più pericolosa per i paesi
occidentali. Mentre la minaccia del terrorismo islamista non è destinata a venir meno con la scomparsa del
suo celeberrimo ―sceicco‖. Di Francesco Marrone. (AFFARI INTERNAZIONALI 23 MAGGIO DI FRANCESCO
MARRONE)

AFGHANISTAN: LE DIFFICILI TRATTATIVE CON I TALEBANI (di più)
Sfruttare la morte di Osama bin Laden per negoziare con i talebani e concludere il conflitto afghano.
L‘Amministrazione americana ha accelerato le trattative con i talebani. Agli ex combattenti si dovrebbero
garantire alloggi sicuri, formazione professionale e uno stipendio. Di Gianandrea Gaiani. (PANORAMA BLOG
23 MAGGIO DI GIANANDREA GAIANI)

HEKMATYAR CONTRO MASSUD LA GUERRA AFGHANA PARALLELA (di più)
Quando, a metà settembre del 2001, lo seppellirono nella valle del Panshir, la collina di Sarecha fu subito
ribattezzata Salari Shahedan Hill, la collina del martire. Nei dodici, anni di guerra, Hekmatyar si è nutrito
esclusivamente di odio. Il suo piatto speciale era Massud Ahamd Shah. Di Ettore Mo. (CORRIERE DELLA
SERA 23 MAGGIO DI ETTORE MO)

IL NECROLOGIO DI OSAMA BIN LADEN (di più)
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In Afghanistan, bin Laden è morto e sepolto. Si può leggere il suo necrologio nella rabbia dei taliban, nel
fanatismo dei suoi legionari e nelle facce di tutto il popolo islamico. Il commento di Fabio Mini. (LIMES 20
MAGGIO DI FABIO MINI).

SENZA SLANCI EMOTIVI (di più)
Il tanto atteso intervento del Presidente degli Stati Uniti sul Medioriente, arrivato nel pieno di grandi eventi,
forse non passerà alla storia. Il commento di Lucia Annunziata. (LA STAMPA 20 MAGGIO DI LUCIA
ANNUNZIATA)

LA "PRIMAVERA ARABA" METTE D'ACCORDO OBAMA E BIN LADEN (di più)
Osama come Obama. La comparsa del video postumo con cui Bin Laden si dichiara solidale con il Medio
Oriente in rivolta anticipa di poche ore il discorso con cui il presidente Barack Obama si rivolge a quelle
stesse popolazioni. Il commento di Gian Micalessin. (IL GIORNALE 20 MAGGIO DI GIAN MICALESSIN)

EGIZIANO IL SUCCESSORE DI BIN LADEN (di più)
Secondo la Cnn, il nuovo capo di al-Qaida dopo la morte di Osama Bin Laden sarebbe un egiziano, Saif al-
Adel. Di lui non si conosce con certezza nemmeno la data di nascita. Di Alberto Negri. (IL SOLE 24 ORE 19
MAGGIO DI ALBERTO NEGRI)


TOP NEWS (DI PIU’)______________________________________________________________
AFGHANISTAN: INCONTRO KARZAI-PETRAEUS DOPO PROTESTE SU RAID NATO
Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha incontrato a Kabul il comandante delle truppe alleate in Afghanistan,
generale David Petraeus. Il colloquio arriva all'indomani delle violente proteste - che hanno provocato 17
morti - scoppiate a Taloqan, nella provincia settentrionale di Takhar, contro le vittime civili causate dai raid
Nato. La folla era infuriata per la morte di quattro persone, tra cui due donne, in seguito a un attacco aereo
delle truppe alleate. Queste ultime, tuttavia, hanno precisato che si trattava di quattro insorti. Poco prima
dell'incontro, l'ufficio di Karzai aveva diramato una nota in cui si annunciava che il laeder di Kabul avrebbe
affrontato con Petraeus il problema delle "operazioni unilaterali che hanno stancato il popolo afghano". Da
tempo, infatti, Karzai chiede che le truppe alleate agiscano in concerto con quelle afghane. Il portavoce di
Petraeus ha confermato l'avvenuto colloquio ma senza precisare i dettagli dell'incontro. (AGI 25 MAGGIO)

FACCIA A FACCIA TRA OBAMA E CAMERON: "RIUSCIREMO A SCONFIGGERE AL QAEDA"
Faccia a faccia tra Obama e Cameron a Downing Street. Sul tavolo la politica estera con Libia, Afghanistan e
primavera araba. «Possiamo sconfiggere Al Qaeda», ha detto il premier britannico aprendo la conferenza
stampa congiunta dopo il vertice con il leader Usa. Cameron si è congratulato con Obama per l‘azione in cui
è morto Osama bin Laden: «È stata una vittoria per la giustizia». Il leader britannico ha evocato poi l‘11
settembre e ricordato la vicinanza che tutto il mondo ha provato per New York colpita dai terroristi. Ha detto
che sua moglie Samantha era a New York quel giorno e raccontato la sua pena nel cercare senza successo di
raggiungerla per alcune ore. Stati Uniti e Gran Bretagna «hanno entrambi sofferto» per mano dei terroristi,
ha aggiunto Cameron. Tra i temi in primo piano anche l'Afghanistan. A Kabul «è necessario arrivare ad una
pacificazione, un processo che deve essere guidato dagli afgani», ha detto il presidente americano.«Questo è
un anno cruciale», ha sottolineato il premier britannico. Nel corso della conferenza stampa Obama ha poi
ribadito che Washington e Londra «riaffermano l‘importanza di una transizione in Afghanistan», che inizi
quest‘anno e si completi nel 2014. Altra situazione da monitorare è sicuramente quella in Libia. «Non c‘è
futuro con Gheddafi. Il raiss deve andarsene», ha detto il capo della Casa Bianca. E ha aggiunto: «Con David
Cameron concordiamo sul fatto che non possiamo mandare truppe di terra». Circa le critiche che gli Stati
Uniti in Libia non fanno abbastanza, il premier britannico ha detto che «un enorme numero di raid» vengono
fatti da aerei americani che hanno «asset e capacità uniche» e che altri non hanno. Fra gli Stati Uniti e la
Gran Bretagna «c‘e una relazione più forte che mai, condividiamo valori e ideali», ha detto Obama. I due
Paesi promuoveranno al G8 un programma di appoggio alla «primavera araba». Lo ha detto il premier
britannico David Cameron nella conferenza stampa congiunta con Barack Obama.- Cameron ha spiegato che
l‘iniziativa verrà presentata al G8 di Deauville. «È enormemente nei nostri interessi appoggiare la democrazia
per rendere il mondo un luogo più sicuro», ha detto Cameron. L'America per quanto riguarda il Medio
Oriente giudica un errore il ricorso dell'Anp alle Nazioni Unite: «Un voto all‘Onu non può portare a uno Stato
palestinese». Secondo il presidente americano, infatti, la pace può essere raggiunta ma israeliani e
palestinesi devono tornare a trattare. Il riferimento del presidente Usa è all‘intenzione ribadita anche ieri dai
palestinesi di ottenere alle Nazioni Unite a settembre il riconoscimento dello Stato palestinese
                                                                               12 / 35

indipendentemente dai negoziati con Israele. «Israele è giustamente preoccupato» per il ruolo di Hamas,
dopo il suo accordo di riconciliazione con Fatah. È quanto ha detto Obama, parlando delle prospettive di un
«serio» negoziato di pace. «È difficile per Israele sedere per negoziare allo stesso tavolo con una parte che
nega il suo diritto all‘esistenza» e manda missili contro il suo territorio, ha aggiunto Obama , sottolineando
anche che Hamas non ha rinunciato alla violenza. (LA STAMPA.IT 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN: RASMUSSEN VISITA CONTINGENTE ITALIANO A HERAT
Il segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha visitato il Comando Regione Ovest
dell'Afghanistan, settore di responsabilità italiano comandato dal generale Carmine Masiello. Il segretario
generale, fa sapere il comando italiano, ''ha potuto personalmente apprezzare i risultati che le forze
internazionali hanno raggiunto lavorando in stretta collaborazione con le forze di sicurezza afghane. La
passeggiata per le vie della città di Herat e per il bazar sono la dimostrazione dell'efficacia del processo di
transizione''. La transizione ad Herat, come in altre sei province afgane, rappresenta soltanto il punto di
partenza. Dal Sud al Nord dell'area di responsabilità italiana le operazioni si susseguono giornalmente.
Proprio ieri, nell'area di Bala Murghab, una complessa operazione ha permesso ai paracadutisti italiani di
ingrandire del 50% la bolla di sicurezza, raggiungendo e superando l'area del villaggio di Miranzai, verso il
confine turkmeno. Alcune delle posizioni sulle quali si sono attestati i paracadutisti italiani nel nord del paese
sono a ridosso del villaggio di Miranzai. Per evitare di violare la riservatezza degli abitanti del villaggio i
militari italiani hanno donato diversi paracadute non più utilizzabili per i lanci per permettere la creazione di
tende da installare su porte e finestre (ANSA 25 MAGGIO).

AFGHANISTAN/ MANTICA: DOPO 2014 MILITARI ITALIANI ADDESTRERANNO
Dopo il 2014 il ruolo degli italiani in Afghanistan sarà quello di addestrare le forze locali. È questo il
messaggio lanciato dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica in occasione della prima conferenza
internazionale della società civile afgana, in corso a Roma. "Il 2014 è una tappa di verifica, non crediamo che
la transizione si chiuda nel 2014 e che quella data significhi l'abbandono dell'Afghanistan: significa una
presenza militare diversa nella forma di addestratori". Mantica ha spiegato che l'Italia è fiera di quanto
fatto in questi anni e che dopo il 2014 la priorità della presenza italiana deve essere quella di "affiancare
polizia ed esercito per trasferire agli afgani competenze, capacità e responsabilità". (TMNEWS 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN/ DE MISTURA: DOPO MORTE BIN LADEN TALEBANI PIÙ DEBOLI
―La morte di bin Laden è certamente una buona notizia per noi". Non ha usato giri di parole Staffan De
Mistura, rappresentante speciale dell'Onu per l'Afghanistan, nel descrivere le conseguenze dell'uccisione del
leader di al Qaida sulla ricostruzione dell'Afghanistan a dieci anni dall'inizio della guerra. "La sua scomparsa
indebolisce i talebani in un momento cruciale per il paese", ha aggiunto il diplomatico Onu intervenendo alla
prima conferenza internazionale delle organizzazioni della società civile afgana, in corso a Roma. De Mistura
ha poi puntato l'attenzione sul peso degli investimenti economici sulla pacificazione dell'Afghanistan e sui
rischi che comporterebbe il ritiro delle truppe militari nei prossimi anni. "Ci sono 14 miliardi di dollari di
investimenti collaterali in acqua minerale, cibo e trasporti e una riduzione di questa presenza avrebbe
conseguenze sul benessere degli afgani", ha detto De Mistura chiarendo che l'impegno internazionale non
può venire meno con la fuoriuscita del personale militare. "Quando si riduce l'investimento militare deve
aumentare quello economico", ha detto, "altrimenti la sicurezza non basta perché non sarà vera sicurezza".
(TMNEWS 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN: TALEBANI CONQUISTANO CITTÀ NELL'EST, POLIZIA SI RITIRA
I Talebani hanno conquistato la città di Duab nella provincia di Nuristan, nell'est dell'Afghanistan, dopo due
giorni di pesanti combattimenti con la polizia locale. Lo riferiscono fonti della polizia stessa contattate
dall'emittente iraniana Press Tv. Un comandante della polizia ha detto che le forze afghane hanno deciso di
ritirarsi dalla città come mossa tattica. Fonti ufficiali afghane hanno anche spiegato che dieci miliziani e tre
agenti di polizia sono rimasti uccisi nei combattimenti. Circa quattro mesi fa i militanti Talebani avevano
preso il controllo di Barge Matal, città che si trova sempre nella provincia orientale di Nuristan.
(ADNKRONOS 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN: AMBASCIATORE A ROMA, PROBLEMA TERRORISMO È IN PAKISTAN
Nella lotta al terrorismo il Pakistan ''è la chiave'' perché ''i terroristi vivono là, si addestrano là, là hanno le
armi e là tornano dopo aver sferrato attacchi in Afghanistan. Tutto è in Pakistan''. Parola dell'ambasciatore
afghano a Roma, Musa M. Maroofi, che in un'intervista ad AKI - ADNKRONOS INTERNATIONAL parla della
situazione della sicurezza nella regione a poco più di 20 giorni dall'uccisione in Pakistan, in un blitz delle forze
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speciali americane, dello sceicco del terrore Osama bin Laden. L'uccisione di bin Laden, afferma Maroofi a
margine della Conferenza internazionale di Roma 'Promuovere il dialogo e la pace in Afghanistan: Rafforzare
la società civile afghana', ''ha avuto un forte impatto sul morale e sull'organizzazione logistica, oltre che sul
sistema di finanziamento (di al-Qaeda, ndr), e per questo è stata uno sviluppo molto importante''. Tuttavia,
aggiunge l'ambasciatore, c'è ancora molto da fare perché ci sono altri terroristi che ''vanno eliminati''. Per
l'Afghanistan, sottolinea, ''il terrorismo è un fenomeno distruttivo che non può continuare''. E, in riferimento
al processo di riconciliazione voluto dal presidente afghano Hamid Karzai per riportare la pace nel Paese,
Maroofi sottolinea come si tratti di un processo ''democratico'' e come tutto dipenda dalla volontà
dell'''opposizione armata di rinunciare alla violenza e accettare la superiorità della Costituzione'' di un Paese
in cui, conclude, ''è vietata ogni forma di discriminazione, che sia di genere o di religione''. (ADNKRONOS 24
MAGGIO)

AFGHANISTAN: AMBASCIATORE A ROMA, ITALIA CONTINUI A SOSTENERCI
L'Afghanistan ha ancora bisogno del sostegno della comunità internazionale e, in particolare, dell'Italia. E' il
messaggio che arriva dall'ambasciatore afghano a Roma, Musa M. Maroofi. E' necessario, afferma
l'ambasciatore in un'intervista ad AKI - ADNKRONOS INTERNATIONAL, che ''l'Italia continui a fare quel che
sta facendo, perché sta aiutando molto l'Afghanistan, con tanti progetti'' rivolti alla popolazione. Al
contempo, prosegue Maroofi a margine della Conferenza internazionale di Roma 'Promuovere il dialogo e la
pace in Afghanistan: Rafforzare la società civile afghana', sarebbe importante arrivare ad avere ''più
investimenti italiani in Afghanistan''. Tutto perché la strada verso lo sviluppo e la democrazia passa anche
attraverso la crescita economica e il rafforzamento della società civile. In quest'ottica, stando
all'ambasciatore, bisogna puntare sulla ''cultura, sulla formazione, sull'istruzione, sulla pianificazione
familiare'', oltre che sullo sviluppo del settore industriale. ''L'Italia e l'Europa ci hanno aiutato molto dal 2002
- conclude - e vorremmo che continuassero a farlo, magari rafforzando il loro sostegno''. (ADNKRONOS 24
MAGGIO)

AFGHANISTAN/ VICE DIRETTORE 007 AFGANI SFUGGE AD ATTENTATO
Il numero due dell'agenzia afgana per le informazioni (Nds) è sopravvissuto oggi a un attentato a Kabul: le
sue guardie del corpo hanno ucciso il conducente di un'automobile imbottita di esplosivo, lanciata a grande
velocità contro il veicolo del funzionario dell'intelligence. Ahmad Zia, vice direttore della direzione nazionale
della sicurezza, si stava recando in ufficio quando la sua scorta ha avvistato un'automobile sospetta che
tentava di superare il convoglio, ha spiegato un portavoce della polizia di Kabul, Hashmat Stanikzai. "Le sue
guardie del corpo sono diventate sospettose ed hanno tentato di fermare l'automobile. Il conducente si è
rifiutato di fermarsi. Le guardie hanno aperto il fuoco ed hanno ferito il conducente che è deceduto
successivamente", ha dichiarato il portavoce. L'ispezione effettuata sull'automobile ha permesso di scoprire
che era imbottita di esplosivi, ha aggiunto Stanikzai I talebani hanno confermato in un sms inviato ad alcuni
giornalisti in mattinata di avere compiuto un attentato suicida contro responsabili del Nds a Kabul. (TMNEWS
24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: TALEBANI, 'ABBIAMO PRESO DISTRETTO IN NURISTAN'
I talebani afghani hanno sostenuto oggi di aver preso il controllo del distretto di Du Ab della provincia
orientale del Nuristan, al confine con il Pakistan. In una notizia pubblicata sul loro sito in Internet, il
portavoce degli insorti, Zabihullah Mujahid, ha assicurato che ―i mujaheddin hanno conquistato il distretto di
Du Ab, sgominando tutti i posti di sicurezza delle forze nemiche, uccidendo o ferendo molti nemici‖. Il
governo provinciale, che non ha commentato l'episodio, ha inviato rinforzi ma questi, assicurano infine i
talebani, ''sono stati attaccati dai mujaheddin, in uno scontro che e' ancora in corso''. Il Nuristan è una
provincia montagnosa al confine con il Pakistan, e spesso in passato gli insorti hanno rivendicato di aver
preso il controllo dei distretti più remoti e poco popolati, ma strategici per l'attraversamento della frontiera
afghano-pachistana. (ANSA 24 MAGGIO).

KAZAKISTAN, SÌ ALL'INVIO DI TRUPPE IN SOSTEGNO AL CONTINGENTE NATO IN
AFGHANISTAN
Il Kazakistan sarà il primo Stato dell'area asiatica facente capo all'ex Unione Sovietica a inviare un
contingente militare in appoggio alle truppe Nato di stanza in Afghanistan. Secondo la Reuters, il
provvedimento prevede che i soldati restino in loco per sei mesi, ed è stato approvato lo scorso mercoledì dai
membri del parlamento kazako. Le autorità di Astana hanno consentito il libero accesso sul proprio territorio
ai mezzi Nato e Usa per il trasporto di carichi militari, nonché di truppe, verso l'Afghanistan. Robert Simmons,
Rappresentante speciale del Segretario generale Nato per il Caucaso e l'Asia centrale, ha dichiarato che
l'esercito kazako ha già raggiunto un buon livello di cooperazione con quello dell'Alleanza. Il patto tra la Nato
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e il Kazakistan è stato firmato il 27 gennaio 2010, come necessario "complemento" di un accordo simile
stipulato con Mosca, che a sua volta ha permesso all'Alleanza di rifornire il proprio esercito in Afghanistan
inviando armi e truppe che vengono fatte transitare sul territorio russo. Si tratta di decisioni non prive di
conseguenze sul piano della sicurezza interna, come dimostrano gli attentati terroristici in Kazakistan
dell'ultima settimana. (PEACEREPORTER 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: GOVERNATORE PROVINCIA HELMAND SFUGGE A ATTACCO
Il governatore della provincia meridionale afghana di Helmand Gulab Mangal è sfuggito oggi ad un attentato
con armi automatiche da parte di un gruppo armato. Lo ha riferito lo stesso Mangal. L'attacco, precisa
l'agenzia di stampa Pajhwok, è avvenuto nel distretto di Sangin, mentre si dirigeva verso il capoluogo
provinciale Lashkargah. Il convoglio di cui la sua auto faceva parte, ha indicato il governatore, e' stato preso
di mira nell'area di Pech, senza conseguenze per le persone, anche se alcuni proiettili hanno colpito la
carrozzeria del suo veicolo. (ANSA 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN/ RASMUSSEN: CHI SEMINA VIOLENZA SARÀ SCONFITTO
L'impegno della Nato in Afghanistan proseguirà ancora a lungo e chi intende perseguire ancora la strada
della violenza sarà "sconfitto". E' quanto ha detto il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Anders Fogh
Rasmussen, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente afgano Hamid Karzai dopo il loro
incontro a Kabul. "Coloro che minacciano il futuro dell'Afghanistan non dovrebbero farsi illusioni. La Nato è e
rimane impegnata in Afghanistan", ha spiegato. "Il mio messaggio ai nemici dell'Afghanistan è chiaro. Se
continuerete sulla strada della violenza, non troverete la vittoria ma la sconfitta. Adesso è arrivato il tempo di
seguire un percorso di pace. Bisogna tagliare i legami con al Qaida e le altre reti terroristiche, rinunciare alla
violenza e sostenere la Costituzione dell'Afghanistan", ha commentato Rasmussen. Da parte sua il presidente
Karzai ha chiesto a tutti coloro che combattono al fianco dei talebani di deporre le armi. "Il popolo afgano dà
loro la chance di ritornare a casa, partecipare alla costruzione della stabilità e della pace e alla ricostruzione
dell'Afghanistan", ha precisato. (TMNEWS 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: KARZAI VEDE RASMUSSEN, NO PACE CON AL QAIDA
Il presidente afghano Hamid Karzai ha ricevuto oggi a Kabul il segretario generale della Nato Anders Fogh
Rasmussen con cui ha successivamente lanciato un appello ai talebani ad entrare nel processo di pace e
riconciliazione in atto nel paese. Durante una conferenza stampa, riferisce l'agenzia Pajhwok, il capo dello
Stato afghano ha sostenuto che ''è giunto il momento di disinnescare le tensioni e concentrarsi sulla
possibilità di raggiungere la pace con gli insorti''. Karzai ha poi incoraggiato i talebani a rinunciare alla
violenza e a partecipare alla ricostruzione del paese, additando invece Al Qaida come l'organizzazione
responsabile del conflitto attualmente in corso in Afghanistan. ''E' escluso - ha sottolineato - che vi possa
essere qualsiasi trattativa con questa rete terroristica''. Da parte sua Rasmussen ha ricordato che ''in
novembre ci siamo messi d'accordo sul fatto che la transizione della sicurezza (fra Nato e forze afghane)
sarebbe cominciata nel 2011. L'intesa si sta trasformando in realtà - ha concluso - ed io attendo con
impazienza luglio quando le prime sette province e distretti (circa un quarto della popolazione) passeranno
sotto la responsabilità delle forze di sicurezza afghane''. (ANSA 24 MAGGIO).

AFGHANISTAN: INCONTRO TRILATERALE SU PACE CON PAKISTAN E USA
Afghanistan, Pakistan e Stati Uniti hanno tenuto oggi a Kabul un'altra sessione del loro dialogo trilaterale
mirante a consolidare un meccanismo per rafforzare il processo di pace nella regione: hanno convenuto che
è necessario portare gli oppositori al tavolo delle trattative, e che per questo bisogna anche migliorare il
contesto economico esistente. Conversando con i giornalisti al termine dell'incontro, il vice ministro degli
Esteri afghano Javed Ludin ha detto che il successo del processo di pace ''è fondamentale per il governo di
Kabul'' e che ''sono importanti sia il contributo degli Usa, sia quello di Islamabad, che sicuramente potrà
trarre da esso molti benefici''. Alla riunione, insieme a Ludin hanno partecipato il ministro degli Esteri ad
interim pachistano, Salman Bashir, e l'incaricato d'affari dell'ambasciata statunitense a Kabul, Earl Anthony
Wayne. Rivolgendo inoltre una velata critica al Pakistan, Ludin ha aggiunto di sperare che ''il paese vicino
prenda finalmente iniziative significative in questo ambito, cosa che per il momento non ha fatto''. Tutti i
partecipanti hanno convenuto che solo una soluzione politica potrà mettere fine alla crisi, e che essa dovrà
comunque essere guidata dagli stessi afghani. (ANSA 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: CAMPORINI, SU MISSIONE NON DECIDE SOLO ITALIA
''Il nostro compito attualmente è quello di gestire l'ovest dell'Afghanistan, dove si sta già avviando il processo
di transizione verso la responsabilità afghana, che però è gestito dalla coalizione e all'interno del quale noi
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non decidiamo autonomamente''. Lo ha detto Vincenzo Camporini, consigliere militare del ministero degli
Esteri ed ex capo di stato Maggiore a margine di un convegno promosso dall'associazione degli allievi della
Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa sui 10 anni di missione italiana in Afghanistan. ''Quella regione tra l'altro -
ha precisato Camporini - è anche quella dove il tasso di violenza è più basso di tutto il Paese e questa fase di
transizione ci potrà dare un'idea di come la nostra missione dovrà essere rimodulata sia dal punto di vista
numerico ma soprattutto qualitativo, cioè noi certamente stiamo evolvendo verso una missione dove la
componente addestrativa prenderà sempre più corpo rispetto a quella combat''. Infine, Camporini ha
sottolineato che in questa fase e' praticamente impossibile fare previsioni temporali: ''Le operazioni militari
non sono partite di calcio che durano 90 minuti o 120 con i tempi supplementari, se vogliamo fare un
paragone sportivo possiamo paragonarle a partite che non finiscono mai come il tennis: nel tennis si sono
inventati il tie break per evitare che le partite si prolungassero troppo ma non credo che si possa inventare il
tie break per le operazioni militari''. L'iniziativa degli allievi della Scuola è stata criticata da un gruppo di
studenti della sinistra radicale e dal comitato 'No Hub' di Pisa che hanno effettuato un presidio all'esterno
dell'istituto. (ANSA 23 MAGGIO).

AFGHANISTAN:SPIEGEL SVELA, COLLOQUI USA-TALEBANI IN GERMANIA
Colloqui top-secret tra gli Stati Uniti e rappresentanti dei talebani si sono tenuti in Germania, paese che fa da
mediatore nei negoziati sull'Afghanistan. A rivelarlo è il settimanale Spiegel. Per lo Spiegel si tratta della terza
sessione di negoziati dall'inizio di questo dialogo diretto dall'autunno 2010: la prima si e' svolta in Qatar e la
seconda in Germania. Gli Stati Uniti - sostiene ancora il settimanale tedesco - sono rappresentati da membri
del Dipartimento di Stato e della Cia, mentre la delegazione afghana è guidata da un collaboratore del mullah
Omar, capo dei talebani afghani. L'incarico di mediatore è affidato al rappresentante speciale di Berlino per
l'Afghanistan e il Pakistan, Michael Steiner. Era stato il settimanale americano The New Yorker, nel febbraio
scorso, a sostenere che l'amministrazione del presidente Barack Obama aveva avviato negoziati diretti e
segreti con alti responsabili talebani. La Casa Bianca cerca di ''valutare quali membri della direzione talebani
potrebbero essere pronti a partecipare ai negoziati di pace in Afghanistan e a quali condizioni'', scriveva la
rivista Usa citando fonti anonime. Da quando una coalizione sotto comando Usa, alla fine del 2001, li ha
estromessi dal potere, i talebani portano avanti una guerriglia che, da quattro anni, non smette di
intensificarsi e di estendersi a quasi tutte le province del paese malgrado la presenza di circa 130mila soldati
delle forze internazionali, per più di due terzi americani. Il presidente Obama ha promesso l'inizio di un
disimpegno delle forze americane dall'Afghanistan a partire da luglio, una posizione rafforzata dopo
l'uccisione del leader di al Qaida, Osama bin Laden, che era stato protetto dai talebani afghani fin da quando
erano al potere. (ANSA 22 MAGGIO).

AFGHANISTAN: KAMIKAZE CONTRO OSPEDALE MILITARE A KABUL
E' di almeno sei morti e 23 feriti il bilancio, ancora provvisorio, del clamoroso colpo messo a segno oggi dai
talebani a Kabul. Sfidando l'imponente meccanismo di massima sicurezza che protegge la 'zona verde' nella
capitale afghana, sono riusciti ad infiltrare due kamikaze nell'ospedale militare e uno si è fatto esplodere
sotto una tenda dove si simulava un'operazione chirurgica per un gruppo di studenti. L'attacco è stato subito
rivendicato da da Zabihullah Mujahid, portavoce degli insorti secondo cui obiettivo erano ''gli addestratori
stranieri ed i medici afghani che lavorano per loro''. L'attentato è avvenuto poco dopo le 12 locali (la 10 in
Italia), quando l'ospedale era affollato di familiari dei militari feriti e mentre diversi studenti si trovavano nella
caffetteria. E sono studenti quasi tutte le vittime, stando alle ricostruzioni, fatto che rende ancor più
inquietante l'episodio di per sé già preoccupante la sua dinamica. L'attacco ha infatti avuto luogo in una delle
zone più sorvegliate della città, nel distretto di Wazir Akbar Khan, a poche centinaia di metri dal ministero
della Sanità e dall'ambasciata degli Stati Uniti. Il commando suicida è riuscito ad infiltrarsi nella zona
nonostante le accurate procedure di identificazione che comportano, per l'ingresso, un accurato controllo
anche fisico oltre alla necessità di un passi speciale. Dopo l'azione del kamikaze, ha riferito un medico, vi e'
stato un fuggi fuggi generale di civili e militari, nel timore di una seconda esplosione. Il presidente afghano
Karzai ha condannato l'efferata azione. Così come la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf,
sotto comando Nato) che ha confermato l'incidente precisando che nessun addestratore straniero vi è
rimasto coinvolto. L'Isaf ha sottolineato tuttavia che l'attacco ''ad un ospedale dove persone malate e ferite
stanno ricevendo delle cure è un atto deplorevole, il più basso e il più codardo'', si legge in una nota. Mentre
la missione dell'Onu in Afghanistan ha da parte sua ricordato che attacchi contro personale medico e
ospedali sono una violazione della diritto internazionale in campo umanitario. Nonostante l'escalation di
violenza nel decimo anno della guerra in Afghanistan, Kabul e' rimasta relativamente estranea ad episodi
violenti negli ultimi mesi, ad eccezione di un attacco ad aprile contro un bus dell'esercito afghano nella
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periferia della città, in cui dieci soldati rimasero feriti, e un attacco suicida a gennaio in un supermercato
frequentato da stranieri nella zone della ambasciate, nove persone rimasero uccise. (ANSA 21 MAGGIO)

AFGHANISTAN: TALEBANI, KAZAKHSTAN SBAGLIA A INVIARE MILITARI
I talebani hanno condannato oggi, considerandolo ''ingrato'', il Kazakhstan che ha deciso di inviare un
contingente militare in Afghanistan a sostegno della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf,
sotto comando Nato). Vogliamo ricordare, hanno sottolineato gli insorti nel loro sito Internet, che ''il
Kazakhstan ha ottenuto la sua liberazione ed ha ottenuto una identità dopo il collasso della ex Unione
sovietica grazie all'azione del popolo afghano. Per cui avrebbero dovuto rimanere grati alla benedizione della
lotta e della 'jihad' (guerra santa) afghana''. Dopo aver bollato di ''perfidia storica'' la decisione del
Parlamento kazako, i talebano sostengono che ''il dispiegamento qualche centinaio di militari non cambierà il
destino degli invasori (americani) che sono già sulla via della sconfitta''. I musulmani kazaki, si dice infine,
''dovrebbero prendere I musulmani kazaki, si dice infine, ''dovrebbero prendere posizione contro questa
politica sbagliata dei loro dirigenti e non permettere ai loro figli credenti di scontrarsi con i fratelli musulmani
che sono un argine contro ebrei e cristiani‖. (ANSA 21 MAGGIO)

RASMUSSEN, ESCLUSO ATTACCO NATO IN SIRIA
La Nato, per il momento, non interverrà in Siria. La missione in Libia durerà ''per tutto il tempo necessario''. E
la transizione in Afghanistan partirà dal prossimo luglio. Il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh
Rasmussen, in un'intervista all'ANSA, fa il punto sul presente e il futuro delle operazioni della Nato, ribadendo
ancora una volta che il ''tempo di Gheddafi ormai e' scaduto''. D. Come valuta il contributo dell'Italia alla
missione in Libia? Che cosa sarebbe successo se, considerato il suo passato coloniale, Roma avesse deciso di
non prendere parte alle operazioni e di non mettere a disposizione le sue basi militari? R. ''Siamo grati
all'Italia per il suo contributo all'operazione della Nato in Libia. E, consapevoli della dimensione storica, lo
siamo ancor di più perché Roma ha contribuito sin dall'inizio della nostra missione. L'Italia ha anche accettato
di rendere più flessibile l'uso degli asset militari. E di questo le siamo grati''. D. Roma può fare di più? R.
''Continueremo ad adeguare la nostra operazione all'evolversi della situazione sul campo e alla tipologia di
minacce. Non escludo la possibilità di chiedere agli alleati della Nato in Libia di dare un contributo maggiore o
più flessibile all'operazione. Ma al momento abbiamo a disposizione tutti gli asset giusti. Siamo grati ai molti
paesi dell'Alleanza che hanno rafforzato il loro contributo e hanno permesso un uso più flessibile della loro
forza aerea, inclusa l'Italia''. D. Sir David Richards, capo di stato maggiore britannico, sostiene che la Nato
dovrebbe scegliere i suoi obiettivi in modo più aggressivo. Cosa ne pensa? R. ''Siamo in Libia per proteggere i
civili dagli attacchi. per questo fine, terremo alta la pressione militare''. D. La risoluzione 1973 dell'Onu e'
molto articolata. Secondo l'interpretazione della Nato, la risoluzione prevede l'uccisione di Muammar
Gheddafi? R. ''Questo non fa parte del nostro mandato. La risoluzione dell'Onu afferma che possiamo
prendere tutte le misure necessarie per proteggere i civili dagli attacchi. Ma il nostro obiettivo non sono degli
individui. Il nostro obiettivo sono unita' militari che possono essere usate per attaccare i civili. Il nostro
obiettivo è azzerare la capacità militare di Gheddafi. Parallelamente alla via militare c'e' la via politica. In
questo senso, è ovvio che Gheddafi deve lasciare il potere. Non si può pensare ad una fine degli attacchi
contro civili finché il rais resta al suo posto. Il tempo di Gheddafi è scaduto, il futuro appartiene al popolo
libico''. D. E' possibile fissare una data per la fine della missione in Libia? R. ''Tutti ci auguriamo che la
soluzione arrivi il prima possibile. Ma penso che sia anche molto importante inviare al regime di Gheddafi il
messaggio che noi resteremo tutto il tempo necessario ad adempiere al mandato dell'Onu, cioè proteggere i
civili''. D. Nel caso di una risoluzione dell'Onu in Siria, le truppe della Nato sarebbero in grado di operare
contemporaneamente su due fronti? R. ''La Nato non ha alcuna intenzione di intervenire in Siria. Ovviamente
condanniamo con forza la brutalità delle forze di sicurezza siriane e il pugno di ferro contro i civili. L'unica
strada possibile per il paese è venire incontro alle richieste legittime del popolo siriano e permettere una
transizione pacifica verso la democrazia. C'é una differenza evidente tra la Siria e la Libia. In Libia la Nato
opera sulla base di un mandato dell'Onu e riceve un grande sostegno da parte della regione. Nessuna di
queste due condizioni e' soddisfatta in Siria''. D. In che modo l'uccisione di Bin Laden influenzerà la guerra in
Afghanistan? R. ''L'uccisione di Bin Laden manda un messaggio molto chiaro: l'estremismo non ha futuro. E
questo è un messaggio anche ai talebani in Afghanistan che ora devono spezzare ogni legame con Al Qaida e
altre organizzazioni terroristiche, rinunciare alla violenza e impegnarsi in un processo politico''. D. E'
ipotizzabile il dislocamento di truppe italiane in zone più operative dell'Afghanistan? R. ''Questa è una
decisione nazionale. Certo tutti i 48 paesi dell'Isaf hanno concordato su una serie di principi in base ai quali
abbiamo stabilito di fare ciò che chiamiamo 'reinvestire il dividendo della transizione'. Se i soldati assolvono ai
loro compiti in una zona, possono essere spostati in un'altra area oppure essere assegnati a diversi incarichi.
Restiamo impegnati in Afghanistan tutto il tempo necessario a finire il nostro lavoro. La transizione comincerà
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a luglio e ci auguriamo possa finire alla fine del 2014. Durante il processo di transizione il ruolo delle nostre
truppe cambierà: dalla battaglia al sostegno delle forze afghane''. (ANSA 20 MAGGIO).

AFGHANISTAN: AMPLIATA ZONA DI SICUREZZA NELL'AREA DI BALA MOURGAB
Con una complessa operazione congiunta, che ha visto impiegati oltre 600 uomini fra Forze di Sicurezza
afghane, militari statunitensi e paracadutisti italiani della Folgore, coadiuvate da unità delle Forze speciali e
con il supporto di oltre 20 elicotteri italiani e statunitensi, è stata ingrandita di circa il 50% verso Nord, in
direzione del Turkmenistan, la zona di sicurezza nella delicata area di Bala Mourgab. L'operazione ''Spring
Break'' era cominciata alcuni giorni fa con un imponente spostamento di forze. Oltre 60 veicoli e quasi 200
uomini, percorrendo in 4 giorni quasi 270 km, muovendo lungo itinerari particolarmente difficili, si sono
schierati partendo da Herat, sulla base avanzata ''Columbus''. In pochi giorni le forze Isaf e le forze di
sicurezza afghane, con una articolata manovra, sono riuscite a raggiungere e superare il villaggio di Miranzai
a Nord di Bala Morghab espandendo così l'area sotto il controllo delle coalizione. La manovra, spiegano dal
comando regionale Ovest della missione Isaf, ''è stata preceduta nelle scorse settimane da una intensa
attività di preparazione tesa a disarticolare la leadership degli insurgents''. Lo stesso Comandante di Isaf,
Generale David Howel Petraeus, ''a testimonianza dell'importanza dell' operazione, si era recato nell'area
insieme al Generale di Brigata Carmine Masiello, Comandante della Regione Ovest, per verificare sul terreno
lo svolgimento della manovra''. (ADNKRONOS 20 MAGGIO)

TRENTINO: DA DELLAI IL COL. SCARATTI, TORNATO DA AFGHANISTAN
''Tramite i genieri di Trento abbiamo avuto la possibilità di fare un'esperienza importante e di mostrare la
nostra solidarietà anche in quel lato del mondo. In Afghanistan abbiamo costruito una scuola e un
acquedotto''. Così oggi il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha commentato il suo
messaggio di 'bentornato', dato stamane al colonnello Pierluigi Scaratti, comandante del secondo
Reggimento Genio guastatori alpino di Trento. Il Reggimento e' stato impegnato in Afghanistan per sei mesi
e ha fatto ritorno in Italia il 5 aprile scorso, avvicendandosi con l'8 Reggimento Genio Guastatori Paracadutisti
Folgore. All'incontro con il colonnello Scaratti era presente anche l'assessore provinciale alla Solidarietà
internazionale e alla convivenza, Lia Giovanazzi Beltrami. (ANSA 20 MAGGIO).

AFGHANISTAN: NAPOLITANO, RIDUZIONE TRUPPE GRADUALE E CONCERTATA
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato che la Nato si avvia ad una riduzione delle
truppe in Afghanistan ma ha anche ammonito che il Paese non dovrà essere lasciato solo. L'occasione è stato
il suo intervento alla cerimonia per i 60 anni del Nato Defense College a Roma. "Ci stiamo avvicinando in
Afghanistan alla seconda fase che prevede un consolidamento militare attraverso una graduale e concertata
riduzione delle truppe mentre gli afghani stessi prenderanno sempre più la responsabilità della propria
sicurezza", ha sottolineato. "Abbiamo fatto enormi sforzi in Afghanistan, abbiamo tutti versato sangue e
vorrei rendere omaggio alle nostre donne e ai nostri uomini in divisa", ha aggiunto. Questa volta, ha
ammonito Napolitano, "non dovremo abbandonare l'Afghanistan una volta che il nostro impegno militare sarà
terminato". (AGI 20 MAGGIO).

AFGHANISTAN: TALEBANI, MASSACRO IN IMPRESA COSTRUZIONI
I talebani hanno compiuto un massacro nell'Afghanistan orientale, dove è stata attaccata la sede regionale di
una impresa privata di costruzioni nella provincia di Paktia, il cui edificio ed i macchinari che si trovavano
all'interno sono stati distrutti in un incendio. Prima di abbandonare la zona, gli insorti hanno sequestrato
decine di persone, 35 delle quali più tardi sono state uccise. Il vice governatore della provincia di Paktia,
Abdul Rahman Mangal, ha dichiarato che i resti delle 35 vittime - operai, ingegneri e molti agenti della
sicurezza della compagnia afghana Galaxy Sky - sono stati rinvenuti oggi nell'area di Saruhi. Insieme ai
cadaveri, ha aggiunto, sono stati soccorsi altri 24 operai feriti. In precedenza, Abdullah Durani, capo del
Dipartimento di Lavori Pubblici della provincia, aveva indicato che nel progetto lavoravano 80 persone e che
solo otto avevano potuto mettersi in salvo, mentre di altre 72 non si avevano notizie. Da tempo l'impresa
Galaxy Sky è impegnata nella costruzione della autostrada Khost-Gardez nel distretto di Wazi Zadran, una
zona non lontana dalla frontiera con il Pakistan e dalle aree tribali pachistane infiltrate dai talebani, e per
questo si avvaleva di un folto numero di agenti di sicurezza. Il suo proprietario, Noorhullah Bidar, ha riferito
da parte sua che l'attacco e' stato sferrato ieri sera ''da un centinaio di insorti, armati di mitragliatrici,
lanciarazzi e fucili d'assalto‖, che sono stati impegnati in una vera e propria battaglia campale per oltre
cinque ore. Quando gli insorti hanno alla fine prevalso, ha concluso, ''sono entrati nell'edificio principale,
distruggendo tutto e seminando il terrore fra i presenti''. L'operazione e' stata rivendicata dai talebani che per
bocca del loro portavoce, Zabihullah Mujahid, hanno confermato di aver preso di mira la sede regionale della
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compagnia nel distretto di Waza Zadran, appiccandovi il fuoco e portando via otto veicoli ed un quantitativo
di armi. Mujahid ha assicurato anche che ''40 prigionieri sono stati uccisi''. Lanciando l'offensiva di primavera
denominata Badar (che si ispira alla prima vittoriosa battaglia dei difensori dell'Islam contro ''le forze del
male'') l'Emirato islamico dell'Afghanistan aveva ufficialmente sostenuto che fra gli obiettivi considerati
''militari'' vi erano anche le imprese che collaborano ''con gli invasori e con il governo fantoccio'' afghano.
(ANSA 19 MAGGIO).

AFGHANISTAN: W.POST, REINTEGRO TALEBANI COMPROMESSO DA RITARDI DI KABUL
I 'tempi' afghani, uniti ai soliti ostacoli burocratici, rischiano di compromettere il processo di reintegro dei
Talebani che scelgono di abbandonare la lotta armata e unirsi al governo. A lanciare l'allarme è il Washington
Post, mentre si avvicina il mese di luglio, quando inizierà il ritiro delle forze della coalizione dall'Afghanistan,
e il 2014, quando è previsto il trasferimento di responsabilità in materia di sicurezza dalle truppe
internazionali agli afghani. Il rischio, secondo gli americani, è anche quello di perdere le opportunità aperte
dall'uccisione di Osama bin Laden, morto nel blitz delle forze speciale statunitensi in Pakistan dello scorso 2
maggio. ''Tra i Talebani stanchi della guerra e i comandanti di basso livello l'interesse a passare dall'altra
parte è al massimo storico - scrive il Washington Post - ma l'incapacità del governo afghano di fornire case
sicure, formazione professionale e altri servizi per il reintegro degli ex combattenti ha impedito alle autorità
locali di offrire l'amnistia a molti combattenti''. Così, si legge sul giornale, nella provincia di Kandahar,
roccaforte dei Talebani dove negli anni passati si sono concentrate le operazioni delle forze della coalizione, il
governatore starebbe cercando di convincere i leader degli insorti a rinviare di qualche tempo la resa per
evitare una perdita di credibilità del governo. ''Non siamo pronti come dovremmo - ha ammesso il
governatore, Tooryalai Wesa, che secondo il quotidiano sarebbe stato contattato di recente da emissari dei
Talebani - e stiamo dicendo loro di aspettare un po'''. ''Non abbiamo infrastrutture solide a sufficienza per
poter ospitare queste persone'', ha aggiunto Wesa, facendo riferimento ai programmi per la formazione
professionale e agli alloggi. A Kandahar al programma hanno già aderito circa 70 ex combattenti. ''Studiamo
come li trattiamo, quali servizi offriamo loro e come vengono protetti - ha proseguito - Se non li trattiamo
bene, faremo una cattiva impressione su altri gruppi''. Uno dei fattori che ha remato contro il processo e',
secondo il Washington Post, il fatto che solo di recente Kabul ha creato un meccanismo per trasferire il
denaro necessario per il progetto dalla capitale ai consigli di pace creati nelle varie province, responsabili per
la gestione del programma. E questo ha avuto ripercussioni sui tempi di utilizzo dei 131 milioni di dollari
arrivati dai donatori, per lo più dagli Usa. Anche le tradizionali divisioni interne tra le etnie afghane hanno
fatto la loro parte. I pashtun, sottolinea il giornale, sostengono in linea di massima il progetto, mentre tagiki,
uzbeki e hazara, che hanno combattuto contro i Talebani, contestano la scelta di aiutare chi ha combattuto
per anni contro il suo stesso popolo. Ma nonostante il nocciolo della questione stia in questioni interne
all'Afghanistan, gli Stati Uniti ''non sono stati in grado di offrire una soluzione d'emergenza - si legge sul
giornale - a causa del modo in cui l'Usaid sta interpretando le limitazioni del Congresso sull'uso dei fondi per
la ricostruzione'' del Paese. Il programma del governo afghano prevede un'amnistia per gli insorti 'moderati',
che abbandonano la lotta armata e riconoscono la Costituzione. A questi ex combattenti il governo dovrebbe
garantire alloggi sicuri e uno stipendio mensile compreso tra i 100 e i 500 dollari per un periodo di 90 giorni,
oltre a lezioni scolastiche, progetti di formazione professionale e incontri con leader religiosi. Nelle province,
inoltre, dovrebbero essere finanziati progetti nei villaggi d'origine degli ex combattenti, ma anche qui si sono
registrati ritardi per il trasferimento di fondi al ministero responsabile per lo sviluppo rurale. Attualmente,
secondo dati Nato, ci sono poche migliaia di insorti coinvolti in negoziati con il governo. Nei programmi sono
già inseriti circa 1.700 afghani, anche se si tratta di ex combattenti che arrivano dalle zone settentrionali e
occidentali del Paese, notoriamente meno 'calde' del sud e dell'est. (ADNKRONOS 19 MAGGIO).

AFGHANISTAN: TALEBANI, FALSE NOTIZIE SU NEGOZIATI E UFFICIO
I talebani afghani hanno smentito oggi che loro rappresentanti siano impegnati in un dialogo diretto con gli
Stati Uniti o che abbiano chiesto l'apertura di un ufficio di rappresentanza in un paese della regione. Notizie
in questo senso sono state pubblicate negli ultimi giorni da vari giornali fra cui il Washington Post secondo
cui ''almeno tre incontri, uno dei quali in Qatar'' sarebbero avvenuti fra collaboratori del presidente Barack
Obama e talebani vicini al Mullah Omar. In un comunicato pubblicato nel loro sito in Internet e firmato dal
portavoce, Zabihullah Mujahid, i talebani hanno accusato giornali ''portavoce del colonialismo'' di aver diffuso
queste ''voci senza fondamento''. ''Vorremmo dire con parole chiare - dice il documento - che le informazioni
riguardanti un negoziato con gli invasori o diretti contatti con loro sono solo futili chiacchiere. Allo stesso
modo le asserzioni secondo cui i talebani vogliono aprire un ufficio in un determinato paese, non sono vere''.
''Non abbiamo chiesto l'apertura di un ufficio in alcun paese, compreso il Qatar'', concludono gli insorti,
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secondo cui ''oltre la metà del paese è sotto il nostro controllo e noi abbiamo là una attiva presenza. Questo
e'il nostro indirizzo fisso che è molto ben conosciuto dai nostri amici e nemici''. (ANSA 19 MAGGIO).




FOCUS (DI PIU’)________________________________________________________________________________
11/9: IRAN RESPINGE ACCUSE, VERI RESPONSABILI GLI USA
Il presidente della commissione Esteri del Parlamento iraniano, Alaeddin Borujerdi, ha negato che Teheran
abbia avuto alcun ruolo negli attentati dell'11 settembre negli Usa, affermando che sono stati gli stessi Stati
Uniti ad organizzarli. Anche l'accusa ad Osama bin Laden di avere pianificato gli attentati èstato solo ''un
pretesto per attaccare l'Afghanistan'', ha aggiunto Borujerdi, citato oggi dal quotidiano Iran News. ''Le prove
- ha affermato il deputato iraniano - indicano che gli stessi Stati Uniti sono stati all'origine degli attacchi''. Nei
giorni scorsi il New York Times ha scritto che due ex agenti segreti iraniani riparati in Occidente hanno
testimoniato nell'ambito di un procedimento che punta a ottenere un risarcimento danni da Teheran per i
familiari delle vittime, rivelando che l'Iran ''sapeva in anticipo degli attacchi''. Uno dei due transfughi ha
sostenuto inoltre che Teheran ha avuto un ruolo nella ''pianificazione degli attentati''. L'identità dei due
agenti è tenuta segreta. Il rapporto della commissione d'inchiesta Usa sugli attentati del 2001 aveva già
affermato che l'Iran aveva facilitato il passaggio di membri di al Qaida che hanno poi compiuto gli attacchi.
Anche le milizie sciite libanesi filo-iraniane Hezbollah, secondo il rapporto, erano coinvolte in queste
operazioni. (ANSA 25 MAGGIO).

TERRORISMO: "UCCISO IL MULLAH OMAR", MA È GIALLO
E' giallo sull'uccisione in Pakistan del mullah Omar, l'inafferrabile capo talebano super-ricercato dagli Usa e
dalla Nato. Secondo l'emittente afghana TOLOnews, che ha citato fonti della sicurezza di Kabul, il leader
spirituale è stato assassinato sabato dall'ex capo dei servizi segreti pakistani (Isi), il generale Hamid Gul,
mentre quest'ultimo lo stava trasferendo da Quetta verso il nord Waziristan. Il generale Gul ha tuttavia
smentito la notizia, definendola "ridicola". Anche i talebani hanno immediatamente negato l'uccisione del loro
capo, assicurando attraverso un portavoce che Omar "è vivo e vegeto". La morte del mullah non è stata
confermata nemmeno dalla Nato. "Stiamo aspettando maggiori dettagli e informazioni. Al momento, non è
chiaro se sia stato ucciso oppure no", ha affermato il portavoce dell'Isaf, Josef Blotz, durante una conferenza
stampa a Kabul, secondo quanto riportato dall'agenzia Pajhwok.. I servizi segreti afghani, pur confermando
la sua scomparsa dal rifugio di Quetta, hanno precisato di non sapere se sia stato ucciso. "E' sparito dal suo
nascondiglio a Quetta da quattro-cinque giorni", ha riferito il portavoce degli 007 di Kabul, Nuftullah Mashal,
che tuttavia alla tv TOLOnews ha fornito una versione leggermente diversa. "Confermiamo che il generale
Gul lo ha trasferito da Quetta al nord Waziristan due giorni fa ma non abbiamo notizie sulla sua morte", ha
dichiarato Mashal all'emittente afghana. Il portavoce ha anche aggiunto che da alcuni giorni i leader talebani
non riuscivano a mettersi in contatto col mullah. "Spero che Omar sia morto ma non ne abbiamo certezza",
ha concluso. Il generale Gul, sentito dalla stessa TOLOnews, ha negato decisamente di aver avuto qualsiasi
contatto col capo talebano: "E' un'assurdità", ha affermato, "non so perché stiano mettendo in circolazione
queste voci. Sono semplicemente ridicole". Gul si è anche detto certo che Omar si nasconda in Afghanistan e
non in Pakistan. "Secondo i rapporti americani, il 75 per cento dell'Afghanistan e' in mano talebana. Hanno i
loro sistemi amministrativi e giudiziari paralleli. Perché il mullah Omar dovrebbe nascondersi in Pakistan? Non
lo capisco proprio", ha sottolineato l'ex capo dell'Isi. "Pura propaganda" è stato invece il commento alla
notizia da parte di Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani afghani. Analoghe parole dal portavoce dei
talebani pakistani, Ehsanullah Ehsan, secondo cui si e' trattato di una mossa volta a "indebolire il fronte
talebano". La notizia dell'uccisione del mullah è stata invece confermata dall'agenzia semiufficiale iraniana
Fars, la quale - citando fonti della sicurezza di Kabul - ha precisato che il leader talebano è stato freddato nel
sudovest del Pakistan e che il suo cadavere è sottoposto in queste ore agli esami autoptici. Anche l'agenzia
afghana Pajhwork ha parlato di un'operazione congiunta dell'Isi e del network Haqqani per eliminare il
famigerato mullah. Uno scenario che farebbe pensare ad una faida interna al panorama talebano. Capo
dell'emirato islamico in Afghanistan dal 1996 al 2001, il mullah Omar è una figura quasi leggendaria per i
talebani. Amico e sodale di Osama Bin Laden, nel 2001 beffò gli americani all'inizio dell'operazione Enduring
Freedom con una rocambolesca fuga su una motocicletta. Le poche immagine che si hanno di lui mostrano
un uomo alto, dalla barba nera e il viso deturpato dalla perdita di un occhio, che egli stesso si cavò -
racconta la leggenda - dopo essere stato colpito da una granata. (AGI 23 MAGGIO)
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AFGHANISTAN: HAMID GUL, IO CON IL MULLAH OMAR? FALSITÀ
"Notizie senza senso, falsità". Il generale Hamid Gul, raggiunto telefonicamente dall'ADNKRONOS, smentisce
le notizie che lo davano al fianco del mullah Omar nel momento dell'uccisione, non confermata, del leader
talebano. "Se fossi stato ucciso mentre aiutavo il mullah Omar ad attraversare il confine, ora non starei
parlando al telefono", risponde Gul. L'ex capo dell'Isi, la principale agenzia di intelligence pakistana, secondo
alcune ricostruzioni della stampa afghana, che non hanno al momento trovato conferma, avrebbe facilitato il
trasferimento del Mullah Omar dalla città pakistana di Quetta all'area tribale del Waziristan. Per l'ex capo
dell'Isi, considerato uno dei 'padrini' del movimento talebano, queste "falsita'" sono solo "un altro pezzo della
campagna elettorale di Barack Obama: non c'è nessun mullah Omar, nessun Osama Bin Laden, c'è solo
votate per Obama!". Gul, ribadisce le notizie sul suo conto, sono solo "spazzatura, un mucchio di menzogne
che respingo e smentisco". Quanto alla sorte del leader degli studenti del Corano, la cui morte è stata
smentita dai talebani, Gul replica: "Non ho informazioni sul mullah Omar, ma ritengo non ci sia motivo per lui
di venire in Pakistan. Sta molto meglio in Afghanistan, visto che i talebani hanno quasi vinto la guerra e gli
americani sono sul punto di ritirarsi". L'ex numero uno dell'intelligence pakistana è però favorevole a
trattative tra gli Usa e i talebani: "Bisogna aprire un dialogo con i talebani, bisogna parlare con Omar, che è a
capo della fazione principale, nessuno più di lui può aiutare gli americani a uscire dall'Afghanistan".
(ADNKRONOS 23 MAGGIO).

AFGHANISTAN: MULLAH OMAR, UN TALEBANO DA 25MLN DI DOLLARI
Guerrigliero nella fazione dei mujahidin anti-sovietici 'Harakat-i Inqilab-i Islami', leggenda vuole che in uno
scontro a fuoco perse l'occhio destro (ora bendato); lo rimosse solo ricucendosi le palpebre. Il mullah Omar,
sulla cui morte si è aperto oggi una giallo di dimensioni internazionali, è da almeno 15 anni in cima alla 'lista
nera' del terrorismo mondiale e sulla sua testa pende una taglia da 25 milioni di dollari. Guida spirituale dei
talebani afghani, l' 'Amir ul Muminin' (Comandante dei Fedeli) e' tutt'oggi ricercato per aver fornito
protezione ed assistenza ad Osama bin Laden ed alti esponenti di Al Qaeda dalla presa di Kabul nel 1996.
Quanto basta per convincere Washington ad un intervento militare contro i Talebani dopo l'11 settembre per
estirpare alla radice il regime del mullah, considerato alla stregua di un movimento terroristico. Nonostante i
cinque anni di governo talebano (fino al 2001), sono poche le notizie sul suo conto: pare appartenga al
gruppo etnico 'pashtun'; figlio di un bracciante, nato a Nodeh nel 1959, ma cresciuto tra le capanne di fango
del villaggio di Singesar. Secondo fonti diplomatiche avrebbe lasciato il suo paese solo una volta nella vita,
per visitare le zone tribali del vicino Pakistan. Altissimo, circa 1.98 cm, viene descritto come timido e di poche
parole: durante il suo periodo al potere, quasi tutti i contatti con l'esterno furono infatti gestiti dal suo
ministro degli Esteri, Ahmad Abdul Wakil Muttawakil. Nel 1989, in seguito al ritiro dei sovietici
dall'Afghanistan e alla caduta del regime comunista di Kabul, Omar assecondò i mujahidin nella contesa del
potere nel Paese, caduto in uno stato di incontrollabile anarchia. Si pose a capo di un gruppo di studenti-
soldato reclutati tra le scuole coraniche dell'Afghanistan e nei campi profughi lungo il confine pakistano.
Secondo alcune delle numerosissime indiscrezioni sul suo conto, nei primi mesi del 1994 Omar, alla guida di
trenta uomini armati di fucili, liberò due ragazze rapite e stuprate da comandanti locali. Il suo movimento
cominciò dunque, in quello stesso periodo, ad ottenere ampi consensi dalle scuole islamiche. Nello stesso
anno, il nuovo vento di rivolta riuscì quindi a conquistare la provincia di Kandahar. Qualche anno più tardi i
suoi sostenitori gli attribuirono il titolo di 'Amir ul Muminin' ('Comandante dei fedeli') dopo che Omar tirò fuori
da una serie di bauli la tunica del profeta Maometto. Secondo la leggenda islamica, chi fosse riuscito a
prendere la tunica sarebbe diventato il grande Re dell'Islam. In Occidente il mullah Omar e' associato a una
delle pagine più buie della storia dei diritti umani. La visione politica impregnata di fanatismo religioso e
l'interpretazione oscurantista della 'sharia' che ne ispirò l'azione di governo fecero piombare l'Afghanistan in
una delle peggiori pagine della sua storia. Tra i provvedimenti più violenti e restrittivi decisi dal mullah, vi fu
l'obbligo per le donne di indossare il burqa e il divieto di ricevere un'istruzione, lavorare e uscire in pubblico
senza essere accompagnate da loro parenti di sesso maschile. Gli uomini furono invece obbligati a lasciarsi
crescere la barba e ad evitare vestiti o acconciature in stile occidentale. I cinema vennero chiusi e la musica
vietata. Il furto cominciò ad essere punito con l'amputazione di una mano, lo stupro e l'omicidio con la
pubblica esecuzione. Gli adulteri lapidati. A Kabul, le pene iniziarono ad essere eseguite di fronte alla folla in
quello che era stato lo stadio di calcio della città. Oltre alle innumerevoli condanne a morte inflitte contro
coloro che abiuravano l'Islam, bisogna annoverare anche la decisione di distruggere con la dinamite i celebri
buddha di Bamyan, considerati dai talebani simboli pagani, ma un tempo emblema dell'apertura religiosa
dell'Afghanistan. Dall'intervento delle truppe Usa nel 2001 e il rovesciamento del regime talebano, il mullah
Omar ha fatto perdere le sue tracce, mantenendo tuttavia il suo ruolo di capo spirituale della resistenza
talebana. Secondo informazioni dei servizi d'intelligence occidentali, le vette impervie delle aree tribali che
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dividono il Pakistan dall'Afghanistan potrebbero essere il suo nascondiglio più sicuro. Fino ad oggi, e al giallo
sulle sorti che nella notte ha scosso i vertici della Difesa internazionale. Secondo alcune fonti afghane
riportate dall'emittente Tolo Tv, sarebbe infatti stato ucciso due giorni fa in Pakistan per mano dell'ex capo
dei servizi segreti pachistani (Isi), generale Hamid Gul, mentre veniva trasferito nella cintura tribale del
Waziristan. I talebani hanno però smentito la notizia a poche ore. Dal canto loro, i servizi di informazione
afghani (Nds) hanno fatto sapere che ''è scomparso da tre o quattro giorni'' dal suo covo a Quetta,
capoluogo della provincia pakistana del Baluchistan. (ASCA 23 MAGGIO)

BIN LADEN: AL QAIDA, LONDRA NEL MIRINO PER VENDICARE LEADER
Londra nel mirino per vendicare la morte di Osama bin Laden, ucciso da un commando Usa ad Abbottabbad,
in Pakistan. Lo scrive il britannico Sun, citando un capo talebano, secondo il quale la capitale della Gran
Bretagna è l'obiettivo numero uno del nuovo leader del network del terrore, l'egiziano Saif al-Adel. ''Il nostro
nuovo capo ha chiesto un grande piano per Londra. Egli crede che la Gran Bretagna sia la spina dorsale
dell'Europa e che debba essere disintegrata. A ciò seguiranno attacchi in altre nazioni occidentali'', ha
affermato un portavoce dei talebani, Ehsanullah Ehsan. I nuovi obiettivi di al Qaida sarebbero stati decisi nel
corso di un incontro tra i vertici talebani e quelli dell'organizzazione terroristica al confine tra Pakistan e
Afghanistan. (ANSA 22 MAGGIO).

BIN LADEN: NEL COVO UNA TALPA; TIMES, TRADITO DA MOGLIE
C'era una talpa nel compound di Osama bin Laden che ha guidato i Navy Seals a colpo sicuro? Il Sunday
Times è entrato in possesso di un quadernetto-guida all' ultimo covo del superterrorista, in Pakistan, così
dettagliato da far presumere l'esistenza di un informatore interno. E se le autorità pachistane hanno fatto
sapere che non consegneranno agli Stati Uniti i familiari di Bin Laden, questi ultimi sono in subbuglio: le
vedove del fondatore e capo di Al Qaida, sempre secondo il quotidiano britannico, stanno infatti litigando tra
loro peggio che ''Desperate Housewives'', con le due mogli più anziane che accusano la giovane di aver
portato gli americani nel loro nascondiglio. Il libretto era rimasto nell'elicottero che andò a scontrarsi con un
muro di cinta del compound e che i Navy Seals hanno parzialmente distrutto alla fine del raid. Il Sunday
Times, che non precisa da quale fonte lo abbia ottenuto, scrive che nelle sue pagine vengono elencati tutti i
residenti del covo, con nomi e età e quando erano arrivati a Abbotabad. Di Bin Laden e del figlio Khalid
vengono pubblicate le foto, quella del giovane ucciso nel raid modificata per ''aggiornarne'' l'età a 23 anni.
C'e' anche una foto di Amal, la moglie più giovane, scattata da ragazzina e senza velo. Le mogli di Bin Laden
sono elencate per importanza rispetto al capo terrorista, non per data di matrimonio: Amal è la prima, e oltre
alla figlia Safiyah di nove anni, nata in Yemen, si dice che abbia avuto ''due bambini non identificati nel
2011'': forse due gemelli di cui ''non si sa se siano nel compound''. Nel testo sono descritti nei dettagli gli
abiti indossati da Osama: indicazioni che, secondo il Times, sarebbero difficili da ottenere dalle immagini da
satellite. L'abbondanza di particolari dimostrerebbe che la Cia era sicura di aver davanti a sé il bersaglio a cui
gli Stati Uniti davano la caccia da quasi dieci anni. Non solo. Secondo fonti pakistane citate dal giornale,
sarebbe la prova della presenza di una ''talpa'' all'interno del recinto: ''A meno che la tecnologia a bordo dei
droni americani non sia più sofisticata di quanto si sappia oggi''. Quanto alle accuse ad Amal, la giovane
yemenita, anche queste sono state passate al quotidiano da fonti in Pakistan: le due vedove anziane,
entrambe saudite, accuserebbero la giovane che non hanno mai gradito all'interno del clan. Non è chiaro
quando Amal sia arrivata nel compound, ma secondo il Times la giovane era sotto sorveglianza della Cia da
quando nel 2002 aveva dato un'intervista ad Al-Majalla, un giornale saudita di Londra. Ad Abbottabad Bin
Laden aveva ''ammassato'' le tre mogli nella stessa casa: le ''anziane'' al secondo piano e la giovane al terzo:
''E' un fatto noto che quando arriva una moglie che ha la metà dell'età delle prime, alle 'vecchie' non sta
bene'', ha detto una fonte al Times, descrivendo la vita delle tre donne del compound come ''una versione
islamica di Casalinghe Disperate''. (ANSA 22 MAGGIO).

BIN LADEN: FAR ESPLODERE PETROLIERE PER FAR DECOLLARE GREGGIO
La scorsa estate il mondo è stato ad un passo dallo sprofondare in una nuovo shock petrolifero. Questo era
uno degli obiettivi di Osama bin Laden che intendeva "arrembare" e prendere il controllo di decine di
petroliere - come fanno i pirati nella acque a largo del Corno d'Africa - per poi farle saltare in aria facendo
così decollare il costo del greggio per precipitare l'economia in una crisi esiziale. Questo un altro dei progetti
celati nel pc sequestrato al fondatore di al Qaeda nella casa-bunker di Abbottabad in Pakistan. Questo per
Osama era solo un progetto collaterale ma non meno spaventoso: il suo target preferenziale restava
"uccidere il maggior numero di americani e occidentali" ma colpirli nel portafoglio con un piano di più
semplice realizzazione avrebbe avuto un impatto quasi altrettanto devastante. (AGI 21 MAGGIO)
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BIN LADEN: DA PC EMERGE CHE PIANIFICÒ LUI ATTENTATI A MANCHESTER
C'era Osama Bin laden dietro alla cellula inglese di Al Qaeda che pianificava una serie di attentati a
Manchester nella Pasqua del 2009. E' quanto è emerso dalle informazioni rinvenute nel Pc dello sceicco del
terrore e girate dalla Cia all'MI5, l'agenzia britannica per la sicurezza e il controspionaggio . A rivelarlo è il
Daily Telegraph. All'epoca la polizia britannica sventò in extremis il piano grazie alle intercettazioni
telefoniche ma poi non riuscì a incriminare i componenti della cellula di Al Qaeda per insufficienza di prove.
Nel mirino dei terroristi c'erano un grande centro commerciale e altri tre obiettivi. L'anno scorso molti gruppo
di difesa dei diritti umani si opposero all'espulsione del capo della cellula, sostenendo che in Pakistan sarebbe
stato torturato. Secondo il Telegraph le informazioni erano contenute in uno dei file sequestrati durante il
raid di Abbottabad e sono la prima parte di alcuni dossier top secret. Di collaborazione tra le intelligence nella
lotta al terrorismo parleranno il premier britannico David Cameron e il presidente americano, Barack Obama
nell'incontro previsto per mercoledì a Downing Street. (AGI 21 MAGGIO)

TERRORISMO: AL QAIDA, UN EMIRATO DEL TERRORE NEL MAGHREB
Una strategia, non azioni improntate ad improvvisazione, con una pianificazione perfetta, fatta non solo di
operazioni sul campo, ma anche di una paziente opera di tessitura di rapporti, soprattutto con coloro che,
per storia personale e antiche scelte, possono essere funzionali dl disegno di creare un emirato del terrore. E'
questa al Qaida nel Maghreb, la cui affiliazione alla ''casa madre'' fu benedetta dallo stesso Osama bin Laden,
che forse aveva capito l'enorme potenziale eversivo di una sua emanazione sul Mediterraneo, a un passo
dall'Europa. Una minaccia che ha spinto oggi Mali, Algeria, Mauritania e Niger ad accordarsi per creare una
forza militare da 85.000 uomini per pattugliare Sahara e Sahel, e combattere i terroristi. Un libro, scritto da
Atmane Tazaghart e di cui il quotidiano algerino al Watan ha pubblicato oggi alcune parti, ridisegna il profilo
di Aqmi in termini di capacità non solo militare, quanto diplomatica, accreditandole rapporti frutto di un
disegno preciso. Gli eventi recenti che hanno scosso la Tunisia - lo scontro a fuoco con un gruppo terroristico
il sequestro di armi e cinture esplosive - non sono che l'ultima tessera di un mosaico la cui costruzione e'
cominciata da tempo e che, per Tazaghart, comprende anche due episodi di qualche mese fa. Uno,
conosciuto (l'uccisione in febbraio di un prete polacco, sbrigativamente liquidata come una rapina finita
male), l'altro ai più assolutamente nuovo (una razzia lanciata nei vicoli che da tempo immemorabile, nella
medina di Tunisi, ospitano le prostitute).A conferma dei progetti di lungo respiro di Aqmi, lo scrittore rivela
che a fine dicembre, quando i venti della rivolta spiravano già sulla Tunisia, l'intelligence dei Paesi dell'area
avevano riscontrato ''spostamenti inattesi di gruppi armati di al Qaida nel Maghreb'' (dozzine di jihadisti, la
maggior parte tunisini, del gruppo che fa capo all'emiro Abdelhamid Abou Zeid) dal Sahel verso le regioni di
frontiera algerino-tunisine. Una attività non passata inosservata agli uomini dei servizi segreti occidentali, che
la interpretarono come una manovra che, in vista dell'imminente caduta di Ben Ali, doveva portare alla
creazione di una ''filiale'' di Aqmi in Tunisia, costituendo una testa di ponte nella zona desertica di R'mel el
Abiadh, al confine tra Libia e Algeria. Ma i terroristi hanno cercato anche di approfittare del caos libico,
allacciando rapporti (armi in cambio della possibilità di impiantare un campo d'addestramento) con alcune
tribù berbere del Nord della Libia, da sempre osteggiate da Gheddafi. Tutto finalizzato, secondo il libro, alla
creazione del sogno di bin Laden: un ''nuovo Afghanistan'' nel grande Sahara, per partire alla conquista del
Maghreb e insidiare l'Europa. Cose che hanno dato una ulteriore spinta alla collaborazione tra i Paesi del
Sahel (Algeria, Mali, Niger e Mauritania) oggi piu' che mai alleati in funzione alni-terrorismo, che da quelle
parti significa appunto al Qaida, che il ministro algerino delegato agli Affari del Maghreb, Abdelkader
Messahel, definisce seccamente ''un flagello''. A Bamako ministri dei quattro Paesi si sono ritrovati - ancora
una volta, a distanza di poche settimane - per mettere a punto una linea comune, appoggiandosi agli Stati
Uniti,''partner molto importante per noi nella lotta contro il terrorismo, come del resto i Paesi dell'Ue'', ha
detto ancora Messahel. Un primo passo concreto è una forza congiunta che conterà fino a 85.000 soldati e
che verrà messa in campo per pattugliare l'area condivisa del Sahara-Sahel, ha annunciato il ministro degli
Esteri del Mali, Soumeylou Boubeye Maiga, precisando che la forza sarà operativa entro i prossimi 18 mesi.
Una decisione che certifica che il terrorismo può colpire un singolo Stato, ma è problema che si deve
risolvere grazie alla collaborazione internazionale. (ANSA 20 MAGGIO).

BIN LADEN: USA-PAKISTAN, GROSSMAN 'RICUCE' RELAZIONI
Usa e Pakistan hanno deciso di ricomporre la crisi seguita al blitz di Abbottabad e di ricucire le loro relazioni
''seguendo un approccio passo dopo passo‖. E' quanto emerge dall'incontro avvenuto oggi tra il presidente
Asif Ali Zardari e l'inviato statunitense per il Pakistan e l'Afghanistan, Marc Grossman, giunto ieri sera a
Islamabad per calmare le acque dopo le dure accuse lanciate dal governo e dall'esercito di Islamabad di
''violazione dell'integrità territoriale''. Da quanto riferisce l'agenzia App, sulla base di un comunicato
presidenziale, ''le due parti hanno deciso di riprendere le relazioni'' che dovranno ispirarsi ''al reciproco
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rispetto, fiducia e interessi comuni''. In alcune dichiarazioni riportate dalla tv Express 24/7, Grossman ha poi
ribadito che gli Usa ''rispettano la sovranità del Pakistan'' e che ''riconoscono i sacrifici fatti da Islamabad''
nella lotta al terrorismo islamico. Il diplomatico, che proseguirà per Kabul, ha poi aggiunto che ''la guerra al
terrore finirà quando Al Qaida sospenderà gli attacchi'' riconoscendo poi che ''il terrorismo è finanziato dal
narcotraffico in Afghanistan''. Da quanto si è appreso, la visita di Grossman, che segue di quattro giorni
quella del democratico John Kerry, presidente della Commissione relazioni estere del Senato Usa, è anche
finalizzata a preparare il terreno a una missione, non ancora decisa, della segretario di Stato Hillary Clinton.
(ANSA 19 MAGGIO).

BIN LADEN:AUDIO POSTUMO,ORGANIZZARE CENTRO RIVOLTE
Dodici minuti di registrazione audio per incitare a cavalcare ''i venti di cambiamento'', le rivoluzioni in atto nel
mondo musulmano organizzando ''un centro delle operazioni che lavori in parallelo per salvare i popoli che
stanno lottando per abbattere i loro tiranni'': è il nuovo presunto messaggio di Osama bin Laden, forse il suo
''testamento'', pubblicato postumo dai siti jiadisti e scoperto da Site, l'organismo di vigilanza Usa. Mentre Al
Qaida cerca di riorganizzarsi, e all'indomani della presunta nomina dell'ex ufficiale delle forze speciali egiziane
Saif al Adel quale capo ad interim dell'organizzazione terroristica, la logica che sembra stare dietro la
diffusione di questo messaggio è quella di indirizzare l'azione verso un obiettivo preciso, invitando i giovani a
dare ascolto agli anziani esperti e a non cercare soluzioni di compromesso. ''Credo che i venti di
cambiamento coinvolgeranno tutto il mondo musulmano - si afferma nel messaggio -. I giovani devono
preparare ciò che è necessario e non devono prendere decisioni senza consultare quelli che hanno
esperienza ed onestà, e che sanno evitare mezze soluzioni''. E ancora: ''Il sole della rivoluzione è sorto sul
Maghreb, la luce della rivoluzione è sorta dalla Tunisia. Ha dato tranquillità alla Nazione ed ha reso felici i
volti della gente... La Tunisia è stata la prima, ma prontamente i cavalieri d'Egitto hanno portato a piazza
Tahir una delle scintille innescate dal popolo libero della Tunisia. Tutto ciò ha preoccupato coloro che fanno
le regole''. E potrebbe essere proprio questo messaggio, introdotto da una preghiera e dalla presentazione di
bin Laden ''come un martire dell'Islam'' il ''testamento'' dello sceicco preannunciato da Al Qaida quando ne
aveva ammesso la morte, cinque giorni dopo il blitz dei Navy Seals Usa nella città pachistana di Abbottabad.
Un ''testamento'' che l'organizzazione terroristica aveva preannunciato così: ''lo sceicco ha rifiutato di lasciare
questo mondo prima di condividere con la nazione islamica la gioia suscitata dalle rivolte di fronte
all'ingiustizia. Per questo una settimana prima della sua morte ha registrato un messaggio che contiene
complimenti e consigli e noi lo trasmetteremo presto‖. Tra l'altro, la data della registrazione indicata
nell'audio e' compresa proprio tra il 4 aprile ed il 3 maggio scorso e secondo alcuni funzionari
dell'amministrazione americana, il contenuto sarebbe molto simile, se non identico, a uno di quelli trovati nel
compound dell'ex leader di Al Qaida. (ANSA 19 MAGGIO).

MO: OBAMA, FUTURO REGIONE IN MANO ALLA SUA GENTE
Il futuro del Medio Oriente dipende dalla sua gente. Gli Stati Uniti sosterranno le riforme nella regione e le
transizioni verso la democrazia. Ma nessuno può imporre cambi di regime dall'esterno. Il presidente Barack
Obama - a due anni dal suo storico discorso al Cairo - ha presentato oggi in un ampio discorso la strategia
americana relativa agli eventi che hanno scosso la regione negli ultimi mesi. Attaccando il leader libico
Muammar Gheddafi ''che ha promesso di trattare la sua gente come topi'' e affermando che il presidente
siriano Bashar Assad ha una sola scelta ''guidare la transizione o lasciare il potere''. Obama si e' rifiutato di
gettare la spugna sui negoziati tra israeliani e palestinesi ribadendo che lo status quo è insostenibile e che i
negoziati territoriali devono essere basati sui confini del 1967. Parlando al Dipartimento di Stato, Obama ha
detto che gli Usa hanno inflitto un duro colpo ad Al Qaida uccidendo il suo leader Osama bin Laden. ''Bin
Laden non è un martire - ha detto - era un assassino di massa che offriva un messaggio di odio. Ancor prima
della sua morte Al Qaida stava perdendo la lotta per restare rilevante''. Obama ha sottolineato che in troppi
paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ''il potere è concentrato nelle mani di pochi'' e troppi leader
minacciati dalle richieste della loro gente hanno puntato l'indice contro l'Occidente come fonte di tutti i
problemi. ''Ma gli eventi degli ultimi sei mesi hanno mostrato che le strategie di repressione e diversione non
funzionano più - ha detto Obama - I satelliti televisivi e internet hanno aperto una finestra su un mondo più
ampio mentre telefonici e network sociali hanno consentito alla gente di entrare in contatto e di organizzare
come mai prima in passato''. ''Attraverso la forza morale della non-violenza, la gente della regione ha
raggiunto più mutamenti in sei mesi che non i terroristi in decenni di attività'', ha affermato Obama. ''Stiamo
vivendo un momento di storica opportunità - ha detto Obama - Gli Stati Uniti si oppongono all'uso della
violenza e della repressione contro la gente della regione''. Dopo avere citato i successi in Egitto e Tunisia,
Obama ha sottolineato che altri paesi hanno risposto con la violenza alle richieste di mutamenti. ''L''esempio
più estremo lo si e' visto in Libia dove Gheddafi ha lanciato una nuova guerra contro la sua gente
promettendo di dar loro la caccia come topi''. ''Anche il regime siriano ha scelto la strada dell'assassinio e
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dell'arresto in massa dei suoi cittadini, seguendo il suo alleato iraniano, cercando assistenza da Teheran nella
tattica della soppressione'', ha detto Obama. Il presidente Usa ha detto che anche i leader di paesi amici
come Yemen e Bahrein devono seguire le stesse regole di rinuncia alla violenza. Obama ha annunciato una
serie di aiuti economici per i paesi della regione avviati verso la democrazia, compreso un pacchetto di due
miliardi di dollari a beneficio dell'Egitto. Per quanto riguarda la pace tra israeliani e palestinesi Obama ha
ammesso che le cose non stanno andando bene: continuano gli insediamenti israeliani e i palestinesi hanno
abbandonato i colloqui. ''Per i palestinesi gli sforzi di delegittimare Israele finiranno in fallimento - ha detto
Obama - Azioni simboliche come isolare Israele all'Onu a settembre non porteranno alla nascita di uno stato
indipendente'', ha ammonito Obama aggiungendo che l'impegno Usa alla sicurezza di Israele è incrollabile.
Ma proprio per questo è importante riconoscere la verità: lo status quo e' insostenibile e Israele deve
prendere coraggiose decisioni. Obama non ha presentato un piano americano ma ha detto che i confini di
Israele e Palestina dovrebbero essere basati sulle linee di demarcazione del 1967, con scambi mutualmente
concordati. Ma il discorso sui negoziati di pace riprenderà domani con la visita alla Casa Bianca del premier
israeliano Benyamin Netanyahu. (ANSA 19 MAGGIO).

BIN LADEN:SERVIZI AFGHANI,TENSIONI IN AL QAIDA SU SUCCESSORE
Nel momento in cui una tv americana ha indicato nell'egiziano Saif al Adel il successore ''ad interim'' di
Osama bin Laden, i servizi di intelligence dell'Afghanistan sostengono che all'interno di Al Qaida si registrano
forti tensioni fra due gruppi contrapposti. Secondo Lutfullah Mashal, portavoce della Direzione nazionale della
sicurezza (Nsd) afghana, ''la partita per la successione di Bin Laden non è chiusa'' perché ''rapporti di
intelligence degni di fede indicano che due fazioni sono impegnate in un braccio di ferro per la leadership,
creando attriti fra i massimi esponenti del movimento‖. Da una parte, ha aggiunto Mashal, ''c'è un gruppo
egiziano guidato dal vice di Bin Laden, Aiman Al Zawahri che sarebbe riuscito ad imporre Safi ul Adel, un ex
ufficiale dell'esercito egiziano, come leader ad interim''. Dall'altra, ha aggiunto il portavoce, si muovono
invece gli aderenti ai gruppi di Al Qaida operanti in Yemen ed in altre nazioni arabe che hanno interesse a far
emergere un leader vicino alle loro posizioni. ''Questa contrapposizione durerà ancora per qualche tempo -
ha concluso - e ciò sembrerebbe aver prodotto un allontanamento da Al Qaida di molti capi dei talebani
afghani che cercano una prospettiva di dialogo all'interno dell'Afghanistan''. (ANSA 19 MAGGIO).


COSTRUIRE LA PACE (DI PIU’)                                _____________________________________________


AFGHANISTAN: ATTIVISTA, SOCIETÀ CIVILE E' UNITA E PARLA CON UNA VOCE SOLA
―Oggi la società civile afghana e' molto più unita che in passato ed è in grado di parlare con una voce sola‖.
Lo assicura l'attivista afghano, Ahmad Joyenda, direttore della Fondazione afghana per la Cultura e la Società
Civile. "Questo è molto importante perché se tutti gli attivisti lavorano insieme riescono ad avere un peso
maggiore nelle decisioni del governo", aggiunge in un'intervista ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL
l'attivista, che partecipa alla conferenza internazionale delle organizzazioni della società civile afghana, in
corso a Roma. "Al momento - dice - credo che stiamo sulla strada giusta" e lavoriamo "affinché il governo
afghano accolga le richieste della popolazione in merito a diritti umani e giustizia sociale". Joyenda ricorda
come, dopo 10 anni di conflitto, l'Afghanistan debba "ripartire da zero", in particolare sotto l'aspetto dei diritti
umani e della condizione delle donne. In questo lavoro di ricostruzione, precisa l'attivista, "la società civile
non e' aiutata dal governo, ma in ogni modo deve svolgere un ruolo importante anche perché nel paese non
ci sono partiti politici in grado di portare l'attenzione su questi temi". Rispondendo a una domanda sul futuro
dell'Afghanistan, Joyenda afferma infine di auspicare che il paese "non sia abbandonato dalla comunità
internazionale e che venga finalmente liberato da terroristi e fondamentalisti". (ADNKRONOS 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN, MANTICA: È LA DONNA A GUIDARE IL CAMBIAMENTO
Valorizzare il ruolo della donna in Afghanistan significa "fare un investimento a lungo termine". Ne è convinto
il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, intervenuto alla seconda giornata di lavori del convegno
"Promuovere il dialogo e la pace in Afghanistan: rafforzare la società civile", organizzato da Afghana.org,
Intersos e Link2007, con il contributo della Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo della
Farnesina. "Nelle società tradizionali, il ruolo del cambiamento lo gioca la donna, è lei che educa i propri figli
- sottolinea Mantica -, occorre aiutarla ad emanciparsi, mettere a punto strumenti economici come il
microcredito che la rendano se non del tutto indipendente, almeno autonoma". Accanto a tutto questo,
"dobbiamo continuare a portare sviluppo, costruendo scuole e ospedali" in favore della popolazione afghana,
e a "combattere la minaccia talebana", aggiunge il sottosegretario agli Esteri, inquadrando il discorso in
un'ottica regionale che comprende anche il Pakistan. L'uccisione del leader di al Qaeda, Osama bin Laden,
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per mano delle forze speciali statunitensi rischia però di innescare una nuova ondata di violenza e sangue.
"Dobbiamo aspettarci una reazione immediata da parte della guerriglia, che durerà ancora un po'", riconosce
il senatore, che invita allo stesso tempo a fare le dovute distinzioni nelle fila dei militanti. C'è chi persegue
"un'agenda islamica" come gli affiliati di al Qaeda e chi invece "un'agenda afghana", in chiave nazionalistica,
di difesa e contrapposizione a contingenti stranieri percepiti come forze d'occupazione. C'è anche chi lucra
con la criminalità e il contrabbando "e non sai mai da che parte gioca". In altre parole, occorre sempre
ricordare che i talebani non sono tutti uguali né sono spinti ad imbracciare le armi dalle stesse ragioni, ed è
per questo che "alcuni di loro possono essere recuperati e reintrodotti nella società civile". Società civile "che
deve essere rafforzata e sostenuta" anche dopo il processo di disimpegno delle truppe Isaf. "L'Occidente non
abbandona l'Afghanistan - conclude Mantica -, ma spetta agli afgani costruire una società civile che sia
autonoma e autosufficiente". (IL VELINO-PEI NEWS 25 MAGGIO)

AFGHANISTAN: CONFERENZA SOCIETÀ CIVILE A ROMA, TRANSIZIONE NON SIA ABBANDONO
Il timore diffuso che l'Afghanistan, una volta concluso il processo di transizione, venga abbandonato e
precipiti nel caos, nascosto dietro al processo di riconciliazione voluto dal presidente Hamid Karzai, è stato
espresso dai 21 rappresentanti afghani di sindacati, ong, associazioni culturali e associazioni di donne
durante la prima giornata di lavori della prima conferenza internazionale delle organizzazioni della società
civile afghana. Dalla situazione in Afghanistan a quella del 'grande gioco' in atto nella regione, dalla
questione della rappresentatività della società civile afghana al ruolo delle donne a dei sindacati, passando
per la giustizia e il ruolo dei media indipendenti e delle organizzazioni tradizionali, tanti sono stati i temi su
cui hanno riflettuto e si sono confrontati i partecipanti alla conferenza 'Promuovere il dialogo e la pace in
Afghanistan: Rafforzare la società civile', un'iniziativa di Afgana, organizzata da Intersos, con il sostegno della
Cooperazione italiana, rappresentata da Elisabetta Belloni. L'obiettivo comune, dopo la conferenza di Kabul di
fine marzo, è rafforzare il ruolo e le capacità delle organizzazioni della società civile, per consentirne la piena
partecipazione al processo politico e di pacificazione in atto nel Paese. ―Siamo qui per esprimere alcune
valutazioni e presentare all'Italia e agli altri Paesi europei una serie di motivi di preoccupazione per il futuro
del nostro Paese - ha detto Najiba Ayubi dell'Afghan Civil Society Steering Committe - Sono le valutazioni e le
preoccupazioni che riguardano il ruolo delle organizzazioni della società civile nella costruzione di una
democrazia che non si limiti alla facciata. Siamo convinti che senza la partecipazione critica e attiva delle
organizzazioni della società civile non possano essere effettivamente realizzati quei principi di trasparenza,
responsabilità, coinvolgimento dei cittadini, rispetto di diritti umani, rispetto dei diritti delle donne, giustizia,
sviluppo economico e sociale che sono le premesse indispensabili per una pace autentica‖. E ai timori per un
possibile abbandono dell'Afghanistan e ai motivi di preoccupazione per il futuro del Paese, la Belloni,
direttore generale della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, ha subito risposto assicurando
come ―in nessun modo il processo di transizione vuol dire, per quanto concerne l'Italia, 'disengagement'‖.
Rivolgendosi ai delegati afghani presenti all'incontro presso la sede del Cnel a Roma, l'ambasciatore
dell'Afghanistan in Italia, Musa M. Maroofi, ha sottolineato come ―voi siete i rappresentanti di tutta la società
afghana e rappresentate il progresso della società afghana‖. Il processo di consolidamento della democrazia,
ha detto, inizia dalla ―società‖ ed è per questo importante sostenere le organizzazioni democratiche. Maroofi
ha quindi ringraziato l'Italia, e in particolare il ministro degli Esteri Franco Frattini e le organizzazioni che
contribuiscono al rafforzamento della società civile afghana. E dall'ambasciatore è arrivata l'esortazione ai
connazionali, in nome ―della libertà di pensiero e di espressione, a dire sempre quel che pensano'', quando
Ahmad Joyenda, della Foundation for Culture and Civil Society, ha accusato i Paesi vicini dell'Afghanistan di
―non volere un Afghanistan forte e indipendente‖. ―I nostri vicini non vogliono vederci come un Paese
indipendente - ha osservato Joyenda - L'import dall'Iran si aggira intorno al miliardo e mezzo di dollari
all'anno, mentre le nostre esportazioni verso l'Iran sono pari a circa 200 milioni di dollari. Per loro siamo un
ottimo mercato‖. ''Pakistan e Iran hanno interesse a impedire in tutti i modi la democrazia nel nostro Paese e
il progresso del nostro popolo - ha proseguito - Ecco perché cercano di intervenire in tutti i modi, investendo
anche nei media. Con importanti investimenti nella radio, nella tv, nella carta stampata e con la creazione di
centri culturali, l'Iran vuole che la sua cultura sia dominante nel nostro Paese''. Sul fronte pakistano, invece,
secondo Joyenda, ―fin quando ci saranno problemi in quel Paese, ora attraversato da una grave crisi
economica, sociale e politica, continueranno i problemi'' anche in Afghanistan. E in questo contesto, ha
sottolineato, è importante il ruolo della comunità internazionale, perché ―se voi non sarete presenti,
l'Afghanistan, un ponte nella regione che per voi può essere molto utile, perderà la sua indipendenza''. Per
l'Afghanistan quindi, oggi più che mai, ―c'è urgente bisogno del ruolo delle organizzazioni della società civile e
di un'azione congiunta tra gli attori della società civile'', ha osservato Barialai Omarzai dell'Afghan Community
Rehabilitation Unit, ricordando come nel Paese esistano ''circa 2.024 organizzazioni nel mondo dei sindacati e
circa 1.500 associazioni, tra ong o onlus‖. Ed e' importante anche il lavoro dei media indipendenti. ―Oggi in
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Afghanistan operano 50 televisioni e 135 emittenti radiofoniche - ha affermato la Ayubi - la cui qualità
aumenta di giorno in giorno‖. Ma manca il sostegno istituzionale, ha denunciato, chiedendo alla ―comunità
internazionale di continuare a sostenere anche i media'', perché, ha detto rivolgendosi al governo di Kabul,
''non basta lasciare libertà ai media, bisogna anche supportarli‖. Ai rappresentanti afghani presenti alla
conferenza (organizzata nell'ambito del progetto 'Rafforzare la società civile afgana', promosso da Afgana e
Intersos con un finanziamento della Direzione generale Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri),
Antonio Marzano, presidente del Cnel, ha portato l'esperienza del Consiglio nazionale dell'economia e del
lavoro, sottolineando come ''quando la società cambia, e i cambiamenti sono frequenti e radicali, è la società
civile che li sperimenta sulla propria pelle‖ e come per questo sia importante valorizzarla nel processo di
transizione. ―I governi passano - ha detto - ma le società civili restano''. Proprio sulla necessità di lavorare
sulla società e per la società si è soffermata la Principessa India d'Afghanistan, che ha ringraziato l'Italia per
l'impegno nella sua ''travagliata terra lontana'', dove ''a dieci anni dalla caduta dei Talebani'' mancano ancora
scuole, ospedali, ambulatori, soprattutto nelle zone remote del Paese, e dove è necessario risanare
l'agricoltura e avviare progetti di formazione degli insegnanti. Sui problemi legati alla condizione delle donne
si è soffermata Soraya Pakzad di Voice of Women Organization, che ha sottolineato la necessità di ―avere
giustizia sociale insieme alla pace‖ perché ―non si può vivere in pace senza diritti‖. Le voci degli afghani
arrivate fino a Roma testimoniano, ha osservato Emanuele Giordana, portavoce di Afgana (la rete italiana di
giornalisti, accademici e organizzazioni sociali), come ''l'Afghanistan non può essere ridotto alla schematica
divisione tra Talebani, governo e forze militari internazionali''. E dopo la conferenza, la delegazione della
società civile afghana e' stata ricevuta al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
un'occasione per Afgana esprimere al capo di Stato i timori per un possibile disimpegno dall'Afghanistan,
dopo il ritiro delle forze internazionali, che potrebbe portare a un ―lento, ma inesorabile abbandono di oltre
trenta milioni di persone‖. ―La società civile afghana - hanno scritto i responsabili di Afgana in un messaggio
al Presidente - teme dunque che la ricostruzione civile e il processo di riconciliazione nazionale possano
nuovamente tornare in balia di forze oscure e nemiche e far precipitare il Paese in un nuovo caos con la
perdita di diritti faticosamente acquisiti e un oblio che, annullando queste conquiste, impedisca al paese un
futuro di pace e di sviluppo‖. Come società civile italiana Afgana ha chiesto a Napolitano ''il Suo impegno e la
sua attenzione perché la parola transizione non significhi abbandono‖ e perché ―l'Italia faccia la sua parte
con un impegno che deve continuare più che mai sul piano civile della ricostruzione e del sostegno‖ della
popolazione e di coloro che ''ancora non sono sufficientemente considerati tra i protagonisti ineludibili del
processo decisionale, di riconciliazione nazionale e dello sviluppo dell'Afghanistan‖. ―Un impegno che si
traduca in un sostegno attivo e di lunga durata che accompagni un futuro ancora incerto e difficile - hanno
aggiunto - Come cittadini italiani ci impegneremo nella costruzione di una Casa della società civile che possa
essere luogo fisico di aggregazione e difesa dei diritti e anche segno tangibile del nostro appoggio‖.
(ADNKRONOS 24 MAGGIO).

ESPORTARE LA DEMOCRAZIA IN AFGHANISTAN CON L’INSEGNAMENTO DI BUONE PRASSI
Esportare la democrazia non con la guerra ma con l‘insegnamento di buone prassi. E‘ l‘obiettivo di una tre
giorni promossa dall‘Amministrazione Giorgiano che vedrà protagonista a San Giorgio a Cremano Barialai
Zulfuqar, rappresentante della Afghan Community Rehabilitation Unit alla conferenza di Roma. L‘esponente
asiatico incontrerà i rappresentanti della società civile e delle istituzioni locali in una serie di incontri per
raccogliere indicazioni utili per creare una maggiore partecipazione democratica nel suo Paese, che sta
faticosamente riprendendosi dopo lunghi anni di guerra e la lotta ai talebani. Giovedì alle 16, presso il
Palazzo di Città, si terrà una tavola rotonda in cui saranno presentate a Zulfuqar delle esperienze di
democrazia partecipativa messe in atto dal Comune, dal bilancio partecipativo alla costituzione di reti e forum
civici. Interverranno il sindaco Mimmo Giorgiano, il presidente del Consiglio Comunale Ciro Sarno, gli
assessori al Bilancio Salvatore Petrilli, alle Politiche Sociali Luciana Cautela ed alla Partecipazione Luigi
Velotta, che ha organizzato, attraverso l‘Informagiovani cittadino, l‘iniziativa. Venerdì 27 maggio alle 9.30
presso il Centro Polifunzionale Giovanile si terrà un tavolo tecnico sulle politiche giovanili, dell‘infanzia, della
pace e dei diritti umani. Il pomeriggio, alle 28, una tavola rotonda sul tema ―il cittadino ed il dialogo con le
istituzioni: il ruolo della società civile‖, con la partecipazione di rappresentanti del Forum delle Associazioni, di
un rappresentante dell‘ufficio per la Consigliera per le pari opportunità della Provincia, di sindacati, della
protezione civile e del mondo del terzo settore locale. L‘evento è svolto in collaborazione con Afgana
(www.afgana.org), una rete informale della società civile italiana - ne fanno parte Ong, associazioni,
sindacati, ricercatori, cittadini - nata il 26 marzo 2007 dopo l‘appello ―Un percorso per la pace e la giustizia in
Afghanistan: riflessioni e proposte della società civile‖ per creare un forum proprio sul ruolo della società
civile italiana in Afghanistan. Il dibattito nel nostro paese, infatti, troppo spesso resta focalizzato sulla
presenza militare straniera, le cui implicazioni tornano alla ribalta ad ogni rifinanziamento della legge sulle
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missioni all‘estero: ―Molto si è detto dell‘Afghanistan – si legge nell‘Appello - poco però del popolo afgano, dei
suoi bisogni, di come viene percepita la presenza occidentale‖. Oltre al desiderio di uscire dalla guerra,
bisogna cercare di capire cosa fare per e dopo la pace, e soprattutto quale sostegno può arrivare dalla
società civile italiana alla sua sorella afgana. Alla base di Afgana c‘è la convinzione che il diretto
coinvolgimento delle organizzazioni della società civile, rappresentative delle molteplici realtà presenti nel
tessuto sociale afgano, sia una priorità oggi e anche nel prossimo futuro. Del resto, nonostante negli ultimi
trent‘anni l‘Afghanistan sia stato umiliato dalla guerra, di recente l‘associazionismo afgano ha dato prova di
un grande impegno per la ricostruzione del tessuto sociale del paese. A maggior ragione appare necessario,
in questo momento, uno sforzo congiunto per creare maggiori opportunità di dialogo fra tutti i settori sociali,
lavorando insieme per individuare obiettivi condivisi ed elaborando programmi rispetto ai quali tutte le realtà
sociali si sentano veramente parte in causa. La responsabilizzazione della società civile, insomma, è
essenziale per avviare una ricostruzione sociale davvero condivisa e per vedere garantiti i diritti umani. La
voce della società civile, quindi, ha bisogno di essere ascoltata da tutte le istituzioni nazionali e internazionali.
Per questo motivo Afgana si sta impegnando nell‘organizzazione di una Conferenza della società civile afgana
che sarà il primo passo per la costruzione in Afghanistan di una Casa della società civile e la Città di San
Giorgio a Cremano supporta questo importante progetto. (JULIE NEWS 24 MAGGIO)

AFGHANISTAN: ITALIA EDUCA BAMBINI KABUL SU PERICOLO MINE
Trasformare potenziali vittime in eroi, educando i bambini sui pericoli delle mine attraverso il disegno ed il
divertimento. E' l'obiettivo di 'Vittimine', un progetto di street art nato da un'idea di Michele Cavaliere che, da
oggi fino a giovedì, coinvolgerà 60 bambini di Kabul, grazie al contributo della Cooperazione Italiana e alla
collaborazione dell'ONG Omar. Lo rende noto un comunicato. Con carta, pennarelli e vernice, e il sostegno di
alcuni educatori dell'ONG Omar - informa la nota - i piccoli artisti creeranno delle figure umane su grandi
cartelloni che verranno poi ritagliate e installate a muro, per comunicare ai villaggi di origine, creando
curiosità, le problematiche relative alle mine. Il progetto coinvolge i bambini perché sono loro a incappare,
nel 75 per cento dei casi, nell'esplosione di mine, mentre raccolgono metalli per sopravvivere e dove spesso
si nasconde un ordigno inesploso. (ANSA 22 MAGGIO).

“GIRLS ON THE AIR”: EMANCIPARSI NELL'AFGHANISTAN POST-TALIBAN
Armate di microfono e registratore entrano nei tribunali, nelle università, negli orfanotrofi, camminano per le
strade di Herat e nei villaggi più sperduti intervistando uomini – ma soprattutto donne – fornendo istantanee
sull'Afghanistan post-regime, un Paese che è cambiato e continua a cambiare. Ogni giorno. Sono le ragazze
di Radio Sahar, protagoniste del documentario di Valentina Monti dal titolo "Girls In The Air", finalista al
Contest, il festival dedicato al cinema documentaristico organizzato dal Cinema Aquila di Roma. La Monti
torna, con questo lavoro, a occuparsi di radio, come già nel precedente documentario del 2004 "Radio La
Colifata", storia dell'emittente radiofonica del'ospedale psichiatrico di Buenos Aires. E, anche in questo caso
la storia è di quelle che meritano di essere raccontate. Humaira è una venticinquenne laureata in giornalismo
che, qualche anno fa, ha deciso di mettere in piedi una piccola radio indipendente formata unicamente da
donne, con l'obiettivo preciso di diffondere nella popolazione (in particolare quella femminile,
tradizionalmente vessata da ingiustizie e discriminazioni di ogni genere) una maggiore e più profonda
consapevolezza in materia di diritti civili. La formula è semplice quanto efficace: utilizzare un linguaggio
accessibile e arrivare a chiunque con uno strumento – la radio appunto – che è il mezzo di comunicazione più
diffuso nel Paese. Fra gli ascoltatori di Radio Sahar infatti, non ci sono solo donne, ma anche molti uomini;
un dato fondamentale secondo Humaira, proprio perché la cultura dei diritti civili si può e si deve
sedimentare in modo trasversale e a tutte le età. Ecco quindi le trasmissioni dedicate interamente ai bambini,
che si affiancano a notiziari, interviste ma anche ai radiodrammi, nei quali si affrontano temi come la
diffusissima violenza domestica. Le ragazze di Radio Sahar danno una voce a chi non l'ha mai avuta,
diffondono cultura fornendo così degli strumenti per andare verso un cambiamento reale, quello che
vorrebbe l'Afghanistan un Paese nel quale alle donne è possibile scegliere: scegliere con chi sposarsi,
scegliere di lavorare, scegliere di essere indipendenti. Una storia di coraggio ed emancipazione che viene da
un Paese spesso considerato – a torto – arreso a una condizione di ineluttabile arretratezza.
(CINEMAITALIANO.INFO 21 MAGGIO)


COMMENTI (DI Più)_______________________________________________________________
MULLAH OMAR, DA NEMICO A POSSIBILE PARTNER
Dopo Bin Laden il Mullah Omar? Per qualche ora ieri mattina la notizia annunciata dalla più importante rete
televisiva privata Afghana, ―Tolo tv‖, è sembrata inverare una delle ipotesi diffuse dopo il blitz dei Navy Seals
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il 2 maggio nel covo di Abbottabad: eliminato il leder di Al Qaeda sarebbe presto giunto il turno di quello dei
talebani. A sostanziarla stavano anche i servizi segreti afghani, i cui portavoce specificavano che il Mullah
Omar sarebbe stato ucciso dallo Isi (l‘intelligence militare pakistano) mentre dal suo covo di Quetta, nel
Baluchistan, stava recandosi verso il Waziristan settentrionale. Con un particolare curioso: al blitz avrebbero
partecipato anche gli uomini di Jalaluddin Haqqani, il gruppo della guerriglia islamica che opera di preferenza
nelle zone confinarie con l‘Afghanistan. I primi dubbi sono arrivati però con la secca smentita talebana.
―Tutta propaganda. Il Mullah Omar è vivo, non si trova in Pakistan, e guida invece con crescente successo la
Badr, la nostra offensiva di primavera contro l‘occupazione straniera dell‘Afghanistan, che ha già visto una
vittoria gloriosa con l‘evasione di oltre 500 dei nostri migliori combattenti dal carcere di Kandahar solo poche
settimane fa‖, ci ha dichiarato per telefono nel primo pomeriggio Zahibullah Mujahed, noto portavoce del
movimento che ha il compito di tenere i contatti con la stampa. Anche il ministro degli interni pakistano,
Rechman Malik, ha poi confermato di non aver alcuna informazione in merito. Più tardi da Kabul ancora i
servizi segreti afghani si sono corretti: ―Il Mullah Omar da almeno cinque giorni ha fatto sparire le proprie
tracce‖. Nascosto dunque. Non morto e neppure ferito. E comunque alla guida di un movimento che è
ancora in grado di colpire. Lo dimostra l‘attacco sferrato da almeno sei dei suoi militanti contro la base aerea
del porto della marina militare pakistana a Mehran, non lontano da Karachi. Domenica verso le undici di sera
il commando ha superato i fili spinati, scavalcato i muri di cemento armato, riuscendo a distruggere
completamente almeno due aerei anti-sommergibile di fabbricazione Usa Orion P-3c e danneggiando altre
infrastrutture. Un‘operazione che ricorda l‘attacco al quartier generale dell‘esercito a Rawalpindi nel 2009, e i
più recenti attentati sucidi contro le reclute in libera uscita presso Peshawar, solo 11 giorni dopo la morte di
Bin Laden, che hanno causato almeno 80 morti. A Mehran la battaglia è durata quasi 17 ore. Alla fine sono
rimasti sul terreno i corpi di 10 soldati e 4 guerriglieri, altri due pare siano riusciti a fuggire. La relativa
facilità con cui la guerriglia opera torna a far temere per le oltre 100 bombe atomiche pakistane. Non c‘è il
pericolo che possano cadere in mani ―sbagliate‖? Come impedire che lo stato di crisi e scoraggiamento
interno al Pakistan si ripercuota sull‘intera regione e addirittura sugli equilibri mondiali? Tali domande sono
all‘ordine del giorno, rese ancora più acute dai recenti ritorni di fiamma sul fronte delle tensioni storiche tra
Islamabad e Nuova Delhi, ma soprattutto aggravate dalla grave crisi nei rapporti Usa-Pakistan alimentata
dalle polemiche per ―l‘unilateralità‖ del blitz americano su Abbottabad. Eppure non mancano segnali di
speranza. Durante una recente visita a Peshawar, e incontrando diversi osservatori a Islamabad, ci è stato
ripetuto più volte quanto la scomparsa di Bin Laden abbia in realtà avviato una fase assolutamente nuova
sullo scacchiere afghano-pakistano. ―Ora sarà finalmente possibile per il Pakistan riprendere l‘antica politica
pro-talebana, evitando lo scontro frontale con Washington. Il Mullah Omar, non più condizionato da Bin
Laden, sarà molto più interessato a lavorare per il futuro del suo Paese, l‘Afghanistan, che non restare
coinvolto nelle utopie del pan-islamismo e della guerra santa internazionale‖, ci ha detto tra i tanti
Rahimullah Yusufzai, decano tra i reporter che operano tra le Zone Tribali pakistane. Conseguenze: è da
prevedere l‘intensificarsi della caccia ai resti delle colonne di Al Qaeda. Ma, contrariamente a quanto diffuso o
ventilato dagli ambienti di Kabul legati alla vecchia Alleanza del Nord e ai circoli più filo-indiani, i pakistani
oggi più di ieri lavoreranno per convincere gli americani e l‘Europa a cercare i contatti politici diretti proprio
con il Mullah Omar. (CORRIERE DELLA SERA 24 MAGGIO DI LORENZO CREMONESI)

AL-QAIDA DOPO BIN LADEN
L‘uccisione di Osama Bin Laden solleva numerosi quesiti sul futuro di al-Qaida e dei gruppi salafiti-jihadisti ad
essa affiliati o contigui. Prima del raid del 2 maggio a Abbottabad, in Pakistan, il peso effettivo di Bin Laden
nella galassia terroristica islamista era oggetto di un dibattito vivace tra gli studiosi e gli esperti. In sintesi,
alcuni sostenevano che dopo l‘invasione dell‘Afghanistan nel 2001 il pericolo non provenisse più da Bin Laden
e dalla sua cerchia storica, ma da piccole cellule costituitesi autonomamente in Occidente; altri erano convinti
invece che la direzione centrale di al-Qaida conservasse un ruolo di primo piano (1). Per i primi la minaccia
terroristica veniva principalmente dal basso (bottom-up), per i secondi dall‘alto (top-down).
RUOLO DI BIN LADEN
Le prime informazioni rese note dopo l‘operazione dei Navy Seals del 2 maggio, per quanto parziali e
potenzialmente interessate, sembrerebbero dare qualche ragione alla seconda visione. Secondo fonti del
governo statunitense, il materiale reperito nel rifugio di Bin Laden attesta che egli era ancora operativo a
livello strategico e persino tattico. In particolare, avrebbe avuto un ruolo diretto nell‘organizzazione di un
attentato alla rete ferroviaria statunitense, che avrebbe dovuto essere realizzato, secondo i piani, nel decimo
anniversario dell‘11 settembre. Il terrorista più ricercato del mondo, rifugiatosi in un‘agiata zona residenziale
a poca distanza da Islamabad, non aveva, a quanto pare, una linea telefonica né una connessione internet e
non possedeva telefoni cellulari per ragioni di sicurezza, ma si serviva di corrieri fidati; poteva quindi tenersi
in contatto con i propri seguaci. D‘altra parte, non si può certamente sostenere che Bin Laden fosse il leader
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dominante del terrorismo islamista. La clandestinità gli impediva di esercitare un ruolo diretto e continuativo
nella pianificazione delle attività terroristiche, nel reclutamento e nella stessa opera di motivazione degli
aspiranti terroristi. In realtà l‘influenza a livello globale della direzione centrale di al-Qaida è venuta via via
riducendosi. L‘organizzazione, fortunatamente, non ha portato a termine alcun attentato di rilievo in
Occidente dopo il 2005. Né è riuscita a mobilitare le masse islamiche e, soprattutto, arabe. Al contrario, negli
ultimi anni il livello di consenso per Bin Laden è sceso considerevolmente in molti paesi musulmani (2). Le
ribellioni esplose in Nordafrica e in Medio Oriente negli ultimi mesi hanno fatto ricorso a parole d‘ordine e
forme di lotta ben lontane da quelli dell‘estremismo islamista, confermando la crescente marginalità di al-
Qaida nel mondo arabo. Certamente lo ―sceicco del terrore‖ è diventato fonte di ispirazione per un‘ampia
galassia di gruppi e di cellule di matrice salafita-jihadista. Nondimeno, nella stessa produzione retorica e
propagandistica dei militanti e simpatizzanti, l‘attenzione dedicata a Bin Laden e ai suoi più stretti sodali
(come il suo numero due, Ayman al-Zawahiri) si è ridotta nel corso del tempo. Nei forum jihadisti hanno
acquistato spazio altre figure: spesso personaggi meno conosciuti dall‘opinione pubblica occidentale, ma di
grande influenza, come l‘ideologo giordano Abu Muhammad al-Maqdisi (attualmente detenuto in carcere nel
suo paese natale). Sebbene la sua autorità non sia mai stata contestata apertamente, Bin Laden è stato
spesso e da più parti oggetto di critiche. In effetti l‘intero mondo salafita-jihadista ha conosciuto fratture
significative su questioni di ordine ideologico, strategico, tattico, organizzativo. Divisioni si sono manifestate,
per esempio, sulla legittimità della ―scomunica‖ (takfir) dei presunti apostati e, ancor più, sulla violenza
intenzionale contro i civili musulmani. C‘è inoltre un disaccordo sull‘obiettivo strategicamente prioritario: se
debba essere la guerra al ―nemico vicino‖ (i regimi arabi) o al ―nemico lontano‖ (Stati Uniti e loro alleati). A
tutto ciò si aggiungono le tensioni tra i militanti arabi e non arabi (e, in più, tra arabi di diversi paesi).
LA SUCCESSIONE
La morte di Bin Laden ha ovviamente aperto la questione delicata della successione. Il 18 maggio alcuni
autorevoli mezzi di comunicazione, riprendendo notizie apparse sulla stampa pakistana, hanno annunciato
che la guida di al-Qaida era stata assunta temporaneamente da Saif al-Adel (nome di battaglia che in arabo
significa ―spada della giustizia‖), già membro di spicco del comitato militare dell‘organizzazione. Saif al-Adel,
ex ufficiale delle forze speciali egiziane, è sospettato di essere la mente degli attentati suicidi contro le
ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya del 1998, ma si pensa anche che si sia opposto al piano dell‘11
settembre. È innanzitutto un esperto di questioni militari e strategiche, sprovvisto di credenziali religiose.
Secondo una fonte interpellata dalla Cnn, la nomina sarebbe stata decisa informalmente da un ristretto
gruppo di capi di al-Qaida nella regione al confine tra Afghanistan e Pakistan. Infatti i membri del Consiglio
della shura (majlis al shura), il massimo organo consultivo di al-Qaida, in queste settimane preferirebbero
non riunirsi per timore di essere catturati. La designazione ad interim di Saif al-Adel potrebbe aprire la strada
all‘ascesa del suo connazionale Zawahiri, il medico egiziano di cinquantanove anni, storico portavoce e
stratega dell‘organizzazione. Zawahiri gode di una notorietà planetaria e ha un‘esperienza senza pari nel
campo jihadista. È però privo di carisma e di preparazione religiosa ed è stato accusato di settarismo. Altre
figure emergenti del movimento salafita-jihadista sembrano avere meno chance. In particolare, Abu Yahya
al-Libi, quarantasettenne libico, pur vantando familiarità con gli studi coranici, brillanti capacità oratorie e un
notevole consenso (soprattutto dopo la sua evasione da una prigione afghana nel 2005), non ha ancora una
statura e un‘esperienza di leader e di combattente paragonabili a quelle dei veterani di al-Qaida. Ancora più
giovane è Anwar al-Awlaki, imam di cittadinanza statunitense, attivo nello Yemen, terra di origine dei
genitori; è un famoso predicatore del web e un abile reclutatore, ma viene considerato ancora un leader
regionale, impegnato nella lotta nella penisola arabica. Certamente, a livello organizzativo, non sembra facile
trovare una figura che combini le qualità propagandistiche e simboliche, le doti organizzative e le risorse
economiche del fondatore. L‘assenza di un leader autorevole potrebbe allargare quelle fratture già presenti,
secondo molti esperti, nello stesso nucleo storico dell‘organizzazione. D‘altro canto, è opportuno ricordare
che l‘ideologia dei gruppi salafiti-jihadisti attribuisce maggiore importanza alla purità della causa che alla
leadership carismatica. L‘impatto della scomparsa di Bin Laden sulle organizzazioni affiliate ad al-Qaida
potrebbe essere modesto. Organizzazioni regionali come al-Qaida nella Penisola arabica (Aqap), al-Qaida nel
Maghreb islamico (Aqim) e al-Qaida in Iraq (Aqi) operano già ora a livello principalmente locale, con una
larga autonomia, secondo una sorta di modello di franchising. Dopo la morte di Bin Laden esse potrebbero
prendere ulteriormente le distanze dalla missione su scala globale professata dal fondatore; tanto più se il
nuovo ―emiro‖ (comandante) di al-Qaida godrà di minore autorità e influenza. Queste organizzazioni di
ambito regionale potrebbero comunque essere interessate a realizzare attentati in nome di Bin Laden per
acquisire prestigio, anche in una logica di competizione tra loro.
DESIDERIO DI VENDETTA
Le reazioni all‘uccisione di Bin Laden non si sono fatte attendere. Il 6 maggio alcuni siti jihadisti hanno
diffuso un comunicato, considerato attendibile dagli analisti, in cui si riconosceva la morte dell‘―emiro‖, si
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proclamava la prosecuzione della guerra e si giurava vendetta contro gli Stati Uniti e i paesi disposti a
sostenerli. Il duplice attacco suicida del 13 maggio nel nord-ovest del Pakistan, rivendicato da Tehrik-i-
Taliban Pakistan (Ttp) e costato la vita a più di ottanta reclute della polizia di frontiera pakistana, è stata la
prima azione terroristica condotta per vendicare la morte di Bin Laden. Altri attentati seguiranno. La morte
dello ―sceicco del terrore‖ suscita un desiderio di vendetta anche tra i militanti radicali islamici che vivono in
Europa e in Nordamerica. Singoli individui o piccoli gruppi potrebbero decidere di agire anche senza direttive
dall‘alto. Nel breve periodo il terrorismo ―cresciuto in casa‖ (homegrown) e ―fai-da-te‖ potrebbe costituire la
minaccia più pericolosa per i paesi occidentali. Sfortunatamente la minaccia del terrorismo islamista non è
destinata a venir meno con la scomparsa del suo celeberrimo ―sceicco‖. (AFFARI INTERNAZIONALI 23
MAGGIO DI FRANCESCO MARRONE)

AFGHANISTAN: LE DIFFICILI TRATTATIVE CON I TALEBANI
Sfruttare la morte di Osama bin Laden per negoziare con i talebani e concludere il conflitto afghano.
L‘Amministrazione americana ha accelerato le trattative con i talebani per permettere al presidente Barack
Obama di annunciare progressi significativi in concomitanza con l‘avvio del ritiro delle truppe all‘Afghanistan
e l‘inizio della progressiva cessione dei compiti di sicurezza alle forze di Kabul. Secondo indiscrezioni rivelate
dal Washington Post negli ultimi tempi ci sono stati almeno tre incontri in Qatar e Germania con un
esponente afghano considerato vicino al mullah Omar, leader della shura di Quetta, organo direttivo dei
talebani, mentre una fonte afghana ha fatto sapere che uno degli incontri si sarebbe tenuto dopo l‘uccisione
di Osama bin Laden. ―Gli Stati Uniti hanno un ampio spettro di contatti attraverso l‘Afghanistan e la regione,
su vari livelli ma non entreremo nei dettagli‖, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato, Michael
Hammer. I talebani avrebbero sottolineato la loro preferenza per negoziati diretti con gli americani
proponendo di istituire un loro ufficio in Qatar, utile anche ad affrancarsi dalla pesante ―tutela‖ dei servizi
segreti pakistani. Fonti americane parlano di conversazioni preliminari e colloqui esplorativi che hanno
registrato significativi progressi anche se le richieste dei talebani vedono la liberazione di una ventina di
detenuti a Guantanamo, il ritiro di tutte le truppe straniere dall‘Afghanistan e un ruolo nel governo afghano.
Informazioni sulle trattative definite ―voci senza fondamento‖ dal portavoce talebano, Zabihullah Mujahid,
mentre Washington punta (almeno ufficialmente) a coinvolgere direttamente il governo afghano nei colloqui
con gli insorti anche se, paradossalmente, i problemi più seri al programma di reinserimento dei miliziani
jihadisti disponibili a gettare le armi vengono proprio da Kabul. Inefficienza e ostacoli burocratici rischiano
infatti di compromettere il programma di reintegro dei talebani che scelgono di abbandonare la lotta armata
in cambio di denaro, casa e opportunità di lavoro. Un programma finanziato con 131 milioni di dollari, forniti
per lo più dagli Stati Uniti, che ha finora coinvolto 1.700 insorti arresisi in gran parte nelle regioni meno
turbolente del nord e dell‘ovest. Ancora il Washington Post ha rivelato il rischio che gli americani perdano le
opportunità che si sono aperte con l‘uccisione di Osama bin Laden soprattutto nella provincia di Kandahar,
roccaforte dei ribelli conquistata nei mesi scorsi dalle truppe alleate, dove le carenze organizzative hanno
impedito alle autorità locali di offrire l‘amnistia a molti combattenti. ―Non siamo pronti come dovremmo‖, ha
ammesso il governatore, Tooryalai Wesa. ―Non abbiamo infrastrutture solide a sufficienza per poter ospitare
queste persone‖, ha aggiunto facendo riferimento ai programmi per la formazione professionale e agli
alloggi. Solo di recente Kabul è riuscita a trasferire il denaro necessario per il progetto dalla capitale ai
consigli di pace provinciali responsabili per la gestione del programma sostenuto dall‘etnia pashtun ma
contrastato da tagiki, uzbeki e hazara che contestano la scelta di aiutare economicamente guerriglieri e
terroristi mentre gran parte della popolazione sopravvive con difficoltà. Agli ex combattenti il governo
dovrebbe garantire alloggi sicuri, formazione professionale e uno stipendio mensile compreso tra i 100 e i
500 dollari per un periodo di tre mesi. Secondo il comando delle forze Nato sono poche migliaia gli insorti
coinvolti in negoziati con il governo su una forza combattente valutata nell‘inverno scorso in 25 mila miliziani.
(PANORAMA BLOG 23 MAGGIO DI GIANANDREA GAIANI)

HEKMATYAR CONTRO MASSUD LA GUERRA AFGHANA PARALLELA
Quando, a metà settembre del 2001, lo seppellirono nella valle del Panshir, la collina di Sarecha dove venne
tumulata la salma fu subito ribattezzata Salari Shahedan Hill, la collina del martire; perché lì, in una fossa
calda di sabbia, riposano provvisoriamente i resti di Ahmad Shah Massud, in attesa di una sistemazione più
degna. Su un cartello scritto a mano in lingua «farsi» si legge che «qui è sepolto un uomo che era come un
angelo». Ben altra sorte ha avuto, dieci anni dopo, un altro e ben diverso protagonista della tragedia
afghana, il leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, ferito a morte nel suo fortalizio di Abbottabad e sepolto in
fondo al mare perché scomparisse dalla faccia della terra: onde evitare che il sepolcro del «più grande
terrorista del mondo» diventasse meta di pellegrinaggio per legioni di integralisti islamici. Figlio di un
industriale del petrolio dell'Arabia Saudita, che aveva rapporti anche col presidente americano Bush, Bin
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Laden era sotto il mirino della Cia, oltre che per lo sventramento delle Torri Gemelle, per gli attacchi alle
ambasciate della Tanzania e del Kenya nel 1988, che fecero 224 Rivale dell'eroe nazionale, fin arruolò Bin
Laden e convinse gli Usa che solo lui poteva battere i russi II capo pashtun Il curriculum vitae di Gulbuddin
non destava ammirazione. È sempre stato dalla parte del più forte. Non ha esitato a bombardare Kabul
facendo più morti dell'Armata rossa morti. Ma negli anni Ottanta era stato anche in Afghanistan per
combattere contro i russi a fianco dei mujaheddin, lui, il munifico finanziatore del terrorismo islamico. Dal
gennaio del 1g8o, Peshawar, tumultuosa città di confine tra Pakistan e Afghanistan, fu presa d'assalto da
truppe di giornalisti, fotografi e cameraman ansiosi di raccontare quella che era stata precipitosamente
definita l'ultima guerra coloniale del secolo. La mia personale avventura con 1'Afghanistan era cominciata un
anno prima, nell'estate del '79, quando Kabul non era già più la meta prediletta degli hippy e dei figli dei
fiori: l'anno precedente, la rivoluzione d'Aprile aveva portato un regime laico filosovietico e una cultura nuova
che costringeva gli Afghani a un triplo salto mortale della mente, dalla dottrina coranica alla filosofia di Marx
e Lenin. Le donne vestivano all'occidentale e al Nurisyan bar dell'hotel Intercontinental si poteva
disinvoltamente bere il bloody Mary, cocktail di succo di pomodoro e vodka, che costituiva una vera rarità in
un paese islamico dove l'alcool era ovunque severamente bandito. Questa inversione di rotta nei costumi e
un margine sempre più ampio di tolleranza verso i «vizi» occidentali lasciavano sgomenti i mujaheddin che
già si stavano assembrando sulle montagne e nelle valli per iniziare una lotta armata contro il regime di
Kabul che aveva assunto il nome di Jihad, la guerra santa. I consiglieri sovietici avvertirono il pericolo e si
affrettarono ad informarne Mosca, che prontamente intervenne. Pu così che i seicentomila abitanti di Kabul
assistettero allibiti al ponte aereo dei russi che fra Natale e Capodanno scaricarono sulla capitale, dagli An-
12, migliaia di soldati, carri armati, missili e cannoni; e si resero ben presto conto che l'Armata rossa era
approdata in Afghanistan per restarci. La Kabul che ricordo era una città spettrale, irrigidita nel gelo a 1800
metri, tutta bianca di neve. A una prima occhiata, la presenza dei russi appariva discreta: qualche camionetta
di pattuglia per le strade, pochi soldati in giro, davanti agli edifici pubblici. I carri armati erano stati occultati
nei cortili e dietro le mura di cinta dei palazzi del governo. Ma nella gelida periferia stavano scavando giorno
e notte trincee e cunicoli dove nascondere l'artiglieria. La guerra aveva già fatto un milione di morti ed erano
circa due-tre milioni i profughi che avevano cercato scampo in Pakistan e in Iran. Per me, Kabul era
diventata un'ossessione: sempre a portata di mano e sempre irraggiungibile. Non mi permisero di visitarla
neanche durante l'esodo dell'Armata rossa e devo ai vibranti resoconti dei colleghi che ebbero il privilegio di
essere presenti in came e ossa se in qualche modo ho potuto vivere l'euforia di quelle giornate. Per andare a
Kabul, occorreva l'autorizzazione delle autorità sovietiche e chi figurava nella lista degli amici dei mujaheddin,
come il sottoscritto, e s'era avventurato clandestinamente in Afghanistan al loro fianco per vedere «da
vicino» la guerra, era fottuto. Ho tuttora un vivido ricordo della mattina del 25 aprile 1992 quando i reparti
dei mujaheddin delle sette fazioni e gli uzbeki del generale Dostum, acquartierati attorno alla capitale,
iniziarono la marcia su Kabul, dove il regime di Najibullah stava tirando le cuoia. Agli elicotteri e agli
automezzi, in pista col motore acceso, il compito di trasportare le avanguardie della Jihad nei luoghi fissati
dal piano strategico per l'attacco finale. S'era diffuso un clima euforico che sembrava aver contagiato tutti,
dall'ultima recluta ai comandanti: meno Ahmad Shah Massud, che rimaneva assorto e pensieroso. Mi trovavo
con lui, nei pressi di Charikar, una sessantina di chilometri da Kabul. Tutti i suoi uomini (se ben ricordo)
erano schierati su due file. Il comandante li passava in rassegna uno ad uno, li fissava negli occhi con
severità e ad ognuno ripeteva la stessa raccomandazione, che equivale ad un ordine: «Siete i miei soldati.
Comportatevi con onore. Trattate la gente con cortesia. Non tollero violenze, né stupri, né rapine. In caso
contrario, sapete cosa v'aspetta». Nei miei ricordi c'è lo scontro fra il leader dello Jamiat-i-Islam,
Burhanuddin Rabbani (il vegliardo), e il più giovane e battagliero capo dello Hezb-i-Islam, Gulbuddin
Hekmatyar, una guerra aperta che durava da anni. Il curriculum vitae di Gulbuddin non destava
ammirazione. È sempre stato dalla parte del più forte. Non ha esitato, dal '92 al '94 a combattere il governo
legittimo di Rabbani e Massud (il suo eterno rivale) bombardando Kabul e facendo più morti che durante
l'invasione sovietica. E nei primi anni Ottanta, arruolò tra i mujaheddin del suo partito un giovane e
ricchissimo arabo saudita che voleva immolarsi per Allah nella lotta contro i senza dio dell'Armata rossa; un
certo Osama Bin Laden. Gli assomigliava in tutto. Ero quasi sicuro, in cuor mio, che se ci fosse stato uno
nell'intero Afghanistan in grado di propiziarmi un incontro con sua altezza Bin Laden questo non avrebbe
potuto essere che Gulbuddin. Quanto mi sbagliavo. Uno sbaglio di cui fu vittima, purtroppo, un giovane
collega afgano, Mirwaiz Jalil, reporter della Bbc a Kabul, che si offerse di accompagnarmi all'incontro con
Hekmatyar nel suo remoto rifugio di Sharasiab, in collina. Dopo le interviste (separate) col capo dello Hezb-i-
Islam, ci rimettemmo in macchina per rientrare a Kabul: ma dopo appena 26 minuti di strada fummo bloccati
da una jeep da cui scesero tre uomini mascherati che strapparono fuori dalla vettura Mirwaiz e se lo
portarono via. «Addio, Ettore — mi disse con le lacrime agli occhi — questa è la fine». Rientrato a Kabul,
seppi che l'avevano ucciso a coltellate nel bosco. Motivo? I suoi onesti interventi alla tv locale non erano di
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gradimento alla cricca di certi politici divenuti poi i suoi aggressori. Occorreva farlo tacere, una volta per
tutte. E così fecero in pochi minuti. Dal suo pulpito di Peshawar, il grande retore Gulbuddin era riuscito a
convincere il mondo intero che soltanto lui avrebbe potuto ricacciare l'Armata rossa oltre l'Amu Darya,
ripristinando l'equilibrio politico dell'Asia Centrale compromesso dalla presenza sovietica: e il Pakistan e gli
Stati Uniti non esitarono a credergli. Anche se continuava a sbraitare contro l'imperialismo internazionale,
accumunando nell'accusa Mosca e Washington, gli americani avevano un occhio di riguardo per questo
signore della guerra afgano, che sembrava avere più frecce avvelenate degli altri nella sua faretra; e quando
nell'86 arrivarono gli Stinger, che avrebbero cambiato le sorti della guerra, fu lui ad averne la partita più
consistente. Anche l'estrema destra pakistana, la più bigotta e reazionaria, vedeva in lui l'apostolo dell'Islam
e i servizi segreti di Islamabad, l'Isi, lo foraggiavano di informazioni che furono invece negate agli leader. Più
che i russi o i militari governativi, noi cronisti dovevano temere le rivalità fra i gruppi della Jihad, che
controllavano questa o quella zona: chi da Kabul era diretto nel Panshir, dove i guerriglieri dello Jamiat-i-
Islami avevano beffardamente umiliato l'orgoglio afgano-sovietico, trovava sul proprio cammino le pattuglie
dello Hezbi, che gli sbarravano il passo. Sarà difficile trovare un uomo che odi un altro come Hekmatyar
odiava Ah-mad Shah Massud, il «Leone del Panshir». I russi erano usciti sconfitti e scornati anche dalla
settima offensiva nella valle, che avevano disinvoltamente battezzato «Operazione Goodbye Massud». Ero
andato a cercarlo nell'estate dell'84 perché lo davano per morto o rapito. Invece Mas-sud era vivo e vegeto,
mangiava noci e uva passa e, segnando col dito sulla mappa l'itinerario dell'ultima sua impresa, diceva:
«Questi sciuravi sono veramente dei coglioni». Giù a Peshawar, Gulbuddin aveva avuto un attacco di bile,
urlava che non era vero niente e che Massud era stato battuto, come sempre. Ma noi, appena reduci dal
Pan-shir, gli abbiamo detto: «Ingegnere sahib, signore, non ti agitare. C'erano decine di carri armati
sprofondati nel fiume e nel ventre dei pesci, dopo la battaglia, hanno trovato dita di soldati russi». Nei dodici,
tredici annidi guerra, Hekmatyar si è nutrito esclusivamente di odio, ha pasteggiato a odio dal mattino alla
sera, tra le cinque preghiere quotidiane. Il suo piatto speciale era Massud Ahamd Shah, un tagiko, Gulbuddin
era un pashtun di Kunduz, rampollo di un ricca famiglia di proprietari terrieri. (CORRIERE DELLA SERA 23
MAGGIO DI ETTORE MO)

IL NECROLOGIO DI OSAMA BIN LADEN
In Afghanistan, bin Laden è morto e sepolto. Si può leggere il suo necrologio nella rabbia dei taliban, nel
fanatismo dei suoi legionari e nelle facce di tutto il popolo islamico dimenticato dagli sceicchi del petrolio e
dagli opulenti frequentatori dei casinò. Anche i mujahidin lo ricordano con onore e forse lo ringraziano per
aver fatto scattare la trappola sui taliban. Ma quello che ora sta nella mente segreta di Osama e di tutti i suoi
seguaci è questo necrologio: «Era insigne per avvenenza, vantaggio esteriore dispregiato da quelli che noi
possiedono. Prima di favellare, sia in pubblico sia in privato, si conciliava già il favore degli astanti.
Applaudivasi al suo contegno che annunciava un uomo autorevole, alla sua aria maestosa, al suo sguardo
penetrante, al suo sorriso piacevole, alla lunga barba, alla fisionomia in cui si leggevano i sentimenti
dell‘anima, al gesto che cresceva forza alle sue parole. Nella familiarità della vita privata non si dipartiva mai
dalla civiltà grave e cerimoniosa del suo paese; i suoi riguardi verso i ricchi e i potenti erano nobilitati dalla
condiscendenza e affabilità con cui trattava i cittadini più poveri della Mecca. La franchezza delle sue maniere
velava l‘astuzia delle sue mire, e l‘urbanità prendeva in lui le sembianze d‘affetto per la persona a cui
parlava, o quelle d‘una benevolenza generale. Vasta era e sicura la sua memoria, agevole l‘ingegno e adatto
alla società, sublime l‘immaginazione, e il giudizio chiaro, pronto, decisivo. Aveva coraggio nel pensare come
nell‘operare, e benché sia da credersi che i suoi disegni s‘allargarono gradatamente a seconda del buon
esito, la prima idea che concepì della sua missione profetica porta l‘impronta d‘un ingegno straordinario.
Educato in grembo alla famiglia più nobile del paese, avevane preso l‘abito di parlare il più puro dialetto degli
Arabi; e sapea contenere la facilità e l‘abbondanza del discorso, e accrescerne il pregio con un silenzio usato
a luogo e tempo. Veramente il gran Libro della Natura stava aperto davanti a‘ suoi occhi» (1). A quest‘uomo,
autodichiaratosi profeta e martire, combattente e capo scomparso, sopravvive il simulacro a cui danno la
caccia gli americani. Purtroppo il ritardo nella sua cattura ha consolidato sia l‘impressione che la tecnologia
non prevalga sul coraggio, sia la convinzione che qualunque persona si catturi, si arrenda o sia venduta non
possa rappresentare altro che il simulacro dell‘eroe. Un simulacro che si nasconde e che prolunga la sua fine
soltanto per rafforzare la fine gloriosa dell‘eroe. Il popolo islamico ha già eroicizzato e martirizzato Osama bin
Laden. Il suo simulacro non vale niente. Forse per questo nessuno lo consegna per intascare la ricompensa.
Non c‘è nulla da vendere se non la rappresentazione di ciò che non è più. Gli Usa possono dire di aver
risparmiato 50 miliardi perché se fossi in loro non pagherei un cent per il simulacro che mi venisse offerto.
Ben di più vale chi ne raccoglierà l‘eredità. E allora bisogna cercare e pagare. (LIMES 20 MAGGIO DI FABIO
MINI).

SENZA SLANCI EMOTIVI
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Il tanto atteso intervento del Presidente degli Stati Uniti sul Medioriente, arrivato nel pieno di grandi eventi,
forse non passerà alla storia. Un discorso troppo minuzioso, ragioneristico nell'elencazione e cauto nelle
soluzioni. Obama questa volta non ha avuto ne' lo slancio emotivo ne' la visione politica del discorso con cui
al Cairo, solo un paio di anni fa, aveva aperto una nuova era nelle relazioni fra Stati Uniti e mondo
mussulmano. Barack Obama ha parlato ieri a fine mattina al Dipartimento di Stato, cioè nel sancta
sanctorum della politica estera Usa, e accanto a Hillary Clinton, cui ha dedicato ogni possibile complimento -
incluso quello errato (e lo hanno subito sgamato i blog) di aver già volato 1 milione di miglia (sono in realtà
la metà, e la Rice aveva raggiunto la mitica cifra, resa tale dal George Clooney di «Tra le nuvole», solo dopo
4 anni). Nulla lasciato al caso, dunque, «per fornire una nuova narrativa», come dicono gli analisti americani,
a una storia di tensioni fra Usa e Medioriente ormai più lunga di mezzo secolo. Nessun compito avrebbe
potuto essere più facile, dopo le rivoluzioni in Egitto, la cacciata di Mubarak, il ritrovato accordo con l'Europa
sulla Libia; nulla di più trionfale da annunciare, dopo l'uccisione di Obama, il ritiro dei soldati americani
dall'Iraq l'anno scorso, e la promessa di un altro ritiro in Afghanistan. Abbiamo ascoltato invece un solo
acuto, un unico passaggio in puro stile Obama. Onorando il venditore ambulante di 17 anni Mohammed
Bouazizi, che bruciandosi vivo per protesta contro le vessazione della polizia ha acceso la miccia della
rivoluzione in Tunisia, il Presidente ha paragonato i moti dei giovani arabi alla rivoluzione americana, e al
movimento dei diritti civili: «A volte nel corso della storia le azioni di cittadini comuni avviano grandi
cambiamenti perché colgono un desiderio di libertà che negli anni si è accumulato. In America pensò ai
patrioti di Boston che rifiutarono di pagare le tasse al re, e penso a Rosa Parks che rimase con coraggio al
suo posto». Un audacissimo parallelo da proporre alla sua nazione, gli Usa, in cui oggi l'estrema destra ha
eletto la rivolta dei patrioti di Boston a simbolo contro Obama, e in cui contro Obama questa stessa destra
solleva di continuo lo spettro del razzismo. Forzatura retorica, dunque, usata dal Presidente per avocare a sé
la riscrittura di una nuova piattaforma di politica estera, che passi dalla «sicurezza e stabilità» per sé stessi,
all'appoggio a un sistema di valori. «L'equilibrio attuale non è più sostenibile. Società tenute insieme da
paura e repressione possono dare l'illusione di stabilità per un periodo, ma alla fine crollano. Noi appoggiamo
diritti universali che includa no libertà di parola, di riunione, di religione, di eguaglianza per uomini e donne
davanti alla legge, e il diritto di scegliere i propri leader - che si sia cittadini di Baghdad o Damasco, di Sanaa
o di Teheran». Il giorno per giorno di quest'appoggio non è però molto chiaro. E infatti, a parte questi
passaggi ispirati, il Presidente si è inoltrato con grande cautela, passo per passo, pragmaticamente, in tutti i
problemi aperti nella regione. E di ognuno di questi interventi è stata pesata parola per parola, nelle varie
capitali mediorientali, dove l'attesa per il discorso ieri era massima. Nulla di nuovo sulla Libia, salvo la
rassicurazione che «Gheddafi se ne andrà o sarà deposto». Più vigoroso invece il tanto atteso richiamo alla
Siria, in cui Obama adombra un ultimatum, ma senza davvero spingersi a formularlo: «Il Presidente Assad ha
una scelta: può guidare lui la transizione, o può andarsene». Del resto, le sanzioni appena applicate al
governo di Damasco sono un segno di un indurimento di Washington, ma ben al di qua di ogni sfida. Duro
avvertimento anche all'«ipocrisia del regime iraniano, che dice di sostenere le rivolte negli altri Paesi e
massacra i suoi giovani che protestano». Ma forse la parte più rivelatrice di questa lista è quella che riguarda
i Paesi «amici», come definiti nel discorso. E' Il infatti che cova il disagio e il dilemma sulle cose da fare: su
Israele, sull'Arabia Saudita, sul Bahrein e sullo Yemen, tutti alleati a diverso titolo e con diversa grandezza,
ma tutti fondamentali per gli Usa. Al presidente yemenita Saleh, Obama ha ripetuto il suo invito (nulla di
nuovo, qui) a mantenere la promessa di lasciare il suo posto. Per la prima volta, invece, abbiamo sentito un
chiaro messaggio al Bahrein, dove è di stanza la 5 Flotta americana. Il movimento di piazza nel piccolo Stato
è agitato dall'Iran, e il Presidente Usa lo ha ricordato, «ma ugualmente abbiamo insistito privatamente e
pubblicamente», ha rivelato, "perché arresti di massa e forza bruta non esprimono rispetto per i diritti
umani». E' il primo cenno esplicito alle brutalità in corso nel Paese. Mai pronunciato invece il nome
dell'Arabia Saudita. Solo in conclusione Obama ha affrontato il tema più dolente, Israele e Palestina. Ha
parlato di nuovo di una soluzione che arrivi alla creazione di due Stati, e ha fatto un riferimento al 1967
«come base» dei confini reciproci. Il ripe-scaggio dell'anno 1967 ha provocato un certo trambusto nella
comunità internazionale dal momento che è la data della Guerra dei Sei giorni che portò alla conquista da
parte di Israele della maggior parte dei territori poi occupati e di Gerusalemme. Ma l'uso cautelare
dell'espressione «sulla base di» tiene il riferimento dentro le possibili revisioni di quei confini in accordi di
scambio, come è sempre stato nelle trattative. La realtà di cui Obama ha preso indirettamente atto nel
chiedere il rilancio di un'iniziativa di pace è in effetti il fallimento di due anni di tentativi di stabilire un nuovo
dialogo. Pochi giorni fa l'inviato Usa George Mitchell (l'uomo che ha costruito il dialogo fra Irlanda e
Inghilterra, per capirsi) ha gettato la spugna. E il nuovo accordo tra Fatah e Hamas ha scombussolato gli
schemi di lavoro fin qui usati. Il futuro di Israele e Palestina rimane dunque, come sempre, terra incognita.
Giunti alla fine, non si può che prendere atto che nell'elenco fatto i problemi rimangono più delle soluzioni.
Questo è del resto il Medioriente. E nemmeno l'uomo più potente del mondo può illudersi di plasmarlo. In
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questo senso, forse, la modestia di questo discorso, di cui parla-vamo all'inizio, è l'unico possibile, realistico e
anche commendevole tono da assumere. (LA STAMPA 20 MAGGIO DI LUCIA ANNUNZIATA)

LA "PRIMAVERA ARABA" METTE D'ACCORDO OBAMA E BIN LADEN
Osama come Obama. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. La comparsa, ieri, del video postumo con cui
Bin Laden si dichiara solidale con il Medio Oriente in rivolta anticipa di poche ore il discorso con cui il
presidente Barack Obama si rivolge a quelle stesse popolazioni promettendo la ripresa dei negoziati tra
israeliani e palestinesi, il ritorno dello stato ebraico ai confini del ‘67, la fine di Gheddafi e di tutti gli altri
dittatori. La coincidenza di tempo e pubblico non è lo scherzo di un destino burlone, ma la conseguenza del
disorientamento generato dalle rivolte arabe. Rivolte che hanno marginalizzato Al Qaida trasformandola in un
corpo estraneo lontano dalle piazze mediorientali. Rivolte che hanno, allo stesso tempo, cancellato l‘illusione
di un presidente americano convinto di poter diventare un punto di riferimento per tutto il mondo islamico.
Paradossalmente la sconfitta del presidente Obama è ancor più grave di quella del terrorista Osama. Un
gruppo terroristico è per natura elitario e settario. È per natura convinto di rivolgersi solo ad una ristretta
cerchia di fanatici. La debacle di un presidente convinto di poter dialogare pacificamente con l‘intero mondo
arabo è dunque più devastante. Sotto la guida di Obama l‘America non solo non riesce a prevedere l‘arrivo
della primavera mediorientale, ma si dimostra anche incapace d‘affrontarla. I cinque mesi che fanno tremare
il Medio Oriente facendo circolare la rivolta dalla Tunisia all‘Egitto, dalla Libia allo Yemen, dal Bahrein alla
Siria sono, se visti dallo Studio Ovale, un caleidoscopio di sorpresa ed improvvisazione, disorientamento e
confusione. In Tunisia la fuga di Ben Alì arriva prima che il presidente e il segretario di Stato Hillary Clinton
riescano a definire una strategia. La reazione non è diversa quando - a metà gennaio - il contagio colpisce
l‘Egitto, il miglior alleato in Medio Oriente dopo Israele. Obama e Hillary subiscono gli eventi e mollano
l‘alleato Mubarak senza individuarne uno alternativo. Ora, a tre mesi dall‘addio al ―faraone‖, Obama cerca di
ricomprarsi la fedeltà del nuovo Egitto a suon di dollari. Ma i due miliardi in aiuti promessi al Cairo sono il
simbolo più evidente della mancanza di credibilità di una Casa Bianca incapace sia di difendere i vecchi
alleati, sia d‘imporre la superiorità della propria visione ai nuovi leader. Mentre Obama promette denaro e
amicizia, il Medio Oriente gli urla ―disamericanizziamoci‖ sintetizzando in uno slogan l‘immagine di un‘America
incapace non solo di farsi amare, ma anche di farsi rispettare. Nel frattempo i generali egiziani trattano con i
Fratelli Musulmani, sponsorizzano in gran segreto la riconciliazione tra Hamas e Fatah, spiazzano la Casa
Bianca e la svuotano di ogni capacità negoziale. E il nuovo Egitto, seppur in brutale rotta di collisione con lo
Stato ebraico, finisce paradossalmente per far un regalo a Benyamin Netanyahu e a quanti in Israele
considerano inutile qualsiasi negoziato con i palestinesi. Obama promette una pace basata sui confini del ‘67,
ma il riavvicinamento tra Hamas e Fatah e l‘imminente entrata dei fondamentalisti nel governo dell‘Anp non
gli consente certo di imporre a Netanyahu, atteso oggi alla Casa Bianca, la ripresa dei negoziati. E così
mentre Hamas è il primo a rifiutare le offerte di negoziato il discorso di Obama evidenzia tutti i limiti delle
sue promesse. In Libia il suo improvviso innamoramento per la ―no fly zone‖ voluta da Parigi ci ha trascinato
nel tunnel di una guerra da cui nessuno, Obama in testa, sa come uscire. In Siria le sue sanzioni colpiscono
un gruppo di alti esponenti del regime, ma risparmiano il presidente Bashar Assad, vera cuspide di un potere
gestito in simbiosi con gli iraniani. Ovvero con il principale nemico di Washington e della sua politica
mediorientale. (IL GIORNALE 20 MAGGIO DI GIAN MICALESSIN)

EGIZIANO IL SUCCESSORE DI BIN LADEN
Egiziano il successore di Osama alla guida di al-Qaida Secondo la Cnn, il nuovo capo di al-Qaida dopo la
morte di Osama Bin Laden sarebbe un egiziano, Saif al-Adel. Di lui non si conosce con certezza nemmeno la
data di nascita. Secondo l'americana Cnn il nuovo capo dell'organizzazione terroristica sarebbe Saif al-Adel
Egiziano il successore di Bin Laden Avrà la guida operativa ma al-Zawahiri resta il favorito come leader
politico Alberto Negri Che faccia abbia davvero Saif al-Adel, il nuovo capo operativo di al-Qaida, non lo
sappiamo. Una foto assai datata e pubblicata dall'Fbi nel 2001 mostra un giovane egiziano azzimato e fresco
di barbiere. Proviamo a immaginare quale sia il suo rifugio: se è un leader combattente, come dicono, è
probabile che si trovi sulle alture scoscese tra Pakistan e Afghanistan. Non si può neppure escludere però che
sia di base nella ribollente Quetta, capitale del Balucistan e di mille trame della Jihad, oppure occultato in
una megalopoli di dieci milioni abitanti come Karachi, dove ogni tanto viene pescato un capo
dell'organizzazione: Ma dopo la clamorosa latitanza di Osama bin Laden in un villone a 70 chilometri da
Islamabad, che lo ha ospitato per cinque anni vicino alla caserma dei cadetti, non dovremmo sorprenderci se
Ade] fosse l'ignorato vicino di casa di qualche generale pakistano. In fondo, dieci anni dopo l'u settembre,
parliamo e scriviamo di cose e personaggi di cui, a volte, abbiamo una conoscenza assai vaga. Persino la
data di nascita è incerta: tra il 1960 e i11963. E qui già cominciano gli interrogativi: gli esperti affermano che
era un colonnello delle forze speciali nell'1987 quando organizzò un attentato a un ex ministro. È strano che
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nei ranghi si trovasse un alto ufficiale di soli 25 anni, gli egiziani dovrebbero ricordarselo. Ma al Cairo, dove
al-Qaida non ha nessuna presa, oggi hanno altre faccende di cui occuparsi. Saif al-Adel, la Spada della
Giustizia, è comunque membro di al-Qaida da parecchi anni ed è ritenuto tra i responsabili degli attentati alle
ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salam nel 1998 che provocarono oltre zoo morti. L'annuncio della
sua nomina è stato dato alla Cnn da Nomam Benotman, che si auto- definisce l'ex capo della guerriglia
islamica in Libia, uscito diversi anni fa da al-Qaida, residente a Londra con il beneplacito dei servizi di sua
Maestà e ormai una star delle tv anglosassoni. La notizia, rilanciata anche da al-Jazeera, sembra affidabile
ma il vero successore politico di bin Laden non è stato ancora designato: resta in corsa Ayman al Zawahiri, il
medico egiziano che per oltre 20 anni ha vissuto a stretto contatto con Osama ed era con lui a Peshawar
quando fondarono l'organizzazione che appoggiava i mujaheddin afghani trasformata poi in al-Qaida.
Conosciuto anche con il nome di Muhammad Ibrahim Makkawi, Saif al-Adel ha una lunga militanza. È stato
anche lui un capo della guerriglia in Libia e prima ancora ha combattuto contro i russi in Afghanistan negli
anni 80. Oltre ai sospetti di una sua partecipazione negli attentati del 1998 alle ambasciate, è accusato della
campagna terroristica in Arabia Saudita. Mentre, secondo alcune fonti, Adel, in dissenso con i capi,
rimproverava abin Laden gli effetti negativi dell'u settembre sull'organizzazione. Dopo la caduta dei tale-bani,
ha trovato rifugio in Iran assieme ad altri militanti di spicco, una retrovia comoda ma politicamente
impegnativa. Con la nomina della Spada della Giustizia a capo militare prosegue dunque l'ascesa degli
egiziani alla testa di al-Qaida che verrebbe ulteriormente confermata se sarà Zawahiri a sostituire bin Laden
ai vertici politici Ma nessuno di questi - né Adel né Zawahiri e neppure gli scalpitanti militanti yemeniti -
sembra poter vantare il carisma del fondatore e il fascino magnetico di un uomo che attirò una generazione
di giovani islamici al culto morboso dell'eroismo suicida e della morte. (IL SOLE 24 ORE 19 MAGGIO DI
ALBERTO NEGRI)




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