Il Manifesto dell'Umanistica Digitale 2

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Il Manifesto dell'Umanistica Digitale 2 Powered By Docstoc
					                                               Il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0

Prologo

Redatto in forma collettiva e cooperativa dai partecipanti del Mellon Seminar della UCLA nel corso del 2009, il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0
ambisce a definire – o ri/definire – connotati delle discipline umanistiche nell’era del Web 2.0. I suo padri spirituali e principali promotori sono Todd
Presner (UCLA) e Jeffrey Schnapp (Stanford University), a cui si aggiungono Peter Lunenfeld e Johanna Drucker. I ventisei punti della versione
originale sono diventati cinquanta nella seconda incarnazione. L’obiettivo chiave di questo documento – una vera e propria chiamata alle armi – è
ripensare il ruolo e la funzione dell’università in una fase di portentosa trasformazione dei mezzi di comunicazione e delle dinamiche di
apprendimento e insegnamento. Duellanti lo pubblica in esclusiva per l’Italia. Con una sola raccomandazione: leggetelo attentamente, remixatelo,
diffondetelo, infilatelo nella casella della posta dei vostri professori universitari che non rispondono mai agli email e non si fanno mai trovare e che
non sanno nemmeno aggiornare una pagina web. La rivoluzione non sara tramessa in televisione perché la televisione è finita. La rivoluzione siete
voi che leggete. La rivoluzione siete voi che desiderate un’università degna di un paese moderno. La rivoluzione siete voi che non siete ancora
fuggiti all’estero. La rivoluzione siete voi che ci credete ancora. Buona lettura.
(traduzione di Matteo Bittanti, Università Bicocca)


Un manifesto sui manifesti
Volantino letterale, il manifesto si manifesta. Il suo manus è insieme una richiesta e una respinta. È una mano che si muove senza sosta per
predicare, insegnare, imporre o stravolgere la legge. Poco importa se il medium in gioco è la voce, il corpo, la pagina scritta o lo schermo di pixel.
Cose che sono rimaste nascoste – se non dalla notte dei tempi certamente fino all’ultima generazione – sono oggi visibili sotto la luce accecante del
giorno; e si tratta di cose che oscillano tra l’ovvio e lo scandaloso, l’eroico e lo sciocchino, il privato e il pubblico. La priorità impellente è di tracciare
una linea – la linea che separa santi e peccatori, passatisti e futuristi – e nel contempo, confonderne altre: quella che distingue critici e creatori,
programmatori e pensatori, accademici e
intrattenitori. Diciamolo: un minimo di
divertimento nelle fasi destruens e
construens non può che fare bene a
tutti quanti. Affrettiamoci, ordunque! Ci
resta poco tempo; questo genere di cose
non aspetta niente e nessuno. A chi si
aspetta linearità, logica o un trattato
accademico, strilliamo: Cercate altrove,
poveri illusi. Questo documento è
all’insegna della emme: mixa! macera!
mescola! manifesta! E se vi state
chiedendo chi sia il mittente di cotanto
ardire, la risposta è al plurale. Siamo noi.
Siamo voi. Il Manifesto dell’Umanistica
Digitale 2.0 è stato preceduto da una
versione 1.0 che ha suscitato un
contraddittorio e una riscrittura (ci sarà
una versione 3.0?).

Manuale di istruzioni/distruzione
1) Niente lamentele, grazie
2) Commentare, impegnarsi, replicare, diffondere
3) Lanciare un’idea
4) Unirsi alla causa
5) Proseguire

Umanistica digitale: Di cosa (non) si tratta (e perché è importante)
L’Umanistica Digitale non è un ambito unificato, ma una serie di pratiche convergenti che esplorano un universo in cui: a) la stampa non
rappresenta più il medium esclusivo o normativo nel quale la conoscenza viene prodotta o disseminata: piuttosto, la stampa viene assorbita in
nuove configurazioni multimediali; b) gli strumenti, le tecniche e i media digitali hanno profondamente trasformato la produzione e la
disseminazione della conoscenza in ambito artistico, umanistico e sociale. L’Umanistica Digitale si propone di svolgere un ruolo inaugurale rispetto a
un mondo in cui le università non sono più gli unici produttori, dispensatori e disseminatori della conoscenza e della cultura. Al contrario esse sono
chiamate: a plasmare modelli digitali di discorsi accademici per le nuove, emergenti sfere pubbliche della nostra era (il web, la blogosfera, le librerie
digitali etc.); a definire i criteri di eccellenza e di innovazione in questi domini e a facilitare la formazione di reti di cultura nella produzione, scambio
e disseminazione di conoscenza che sono, al tempo stesso, globali e locali.
Come tutte le rivoluzioni mediali, la prima ondata della rivoluzione digitale si è guardata alle spalle prima di procedere. Così come i primi codici
rappresentavano una copia speculare delle pratiche oratorie, e la stampa emulava le pratiche della cultura dei manoscritti dell’Alto Medioevo e il
cinema imitava le tecniche del teatro, analogamente, la prima ondata del digitale ha riproposto il mondo della comunicazione accademica che la
stampa ha gradualmente codificato nel corso di cinque secoli: un mondo in cui la testualità svolgeva un ruolo primario e la cultura visuale e sonora
era secondaria (e subordinata al sommo testo), pur svolgendo un ruolo cruciale nell’accelerazione della ricerca e del recupero di documenti,
ampliando l’accesso alle informazioni e modificando così abitudini mentali. Ma i tempi sono cambiati. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di
plasmare un futuro in cui le caratteristiche specifiche delle tecnologie digitali diventano il nucleo centrale delle discipline umanistiche. In questa
cornice, la stampa viene assorbita in nuove modalità ibride di comunicazione. Per cortesia, evitiamo attacchi di panico.
In una prima fase, il modus operandi dell’Umanistica Digitale è stato di tipo quantitativo: inizialmente, ha sfruttato le capacità di ricerca e recupero
delle informazioni offerte dal database, ha automatizzato il corpus linguistico, ha accumulato strati di hypercards in modalità critica. La seconda
ondata è qualitativa, interpretativa, esperienziale, emotiva e generativa. Sfrutta le possibilità del digitale, mettendole a servizio della forza
metodologica delle materie umanistiche: attenzione alla complessità, specificità mediale, contesto storico, profondità analitica, critica e

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interpretazione sono le sue caratteristiche chiave. Attenzione: la dicotomia sopra abbozzata non esclude il potenziale emotivo, persino sublime,
della ricerca quantitativa così come non esclude le tracce di analisi quantitativa nei contesti di carattere qualitativo. Al contrario, ipotizza nuove
giustapposizioni e inediti sodalizi resi possibili dai nuovi modelli di ricerca e dalla disponibilità di nuovi strumenti e tecnologie.
Interdisciplinarità/transdisciplinarità/multidisciplinarità sono parole vuote se non implicano reali trasformazioni a livello di linguaggio, pratica,
metodo e creazione. Vuote o meno, questi termini gravidi di senso hanno comunque fatto da battistrada. Ma è arrivato il momento di modellare il
futuro attraverso progetti che superino il mero chiacchiericcio auto-compiaciuto dell’erudizione fine a se stessa. Il digitale è l’ambito dell’open
source, delle risorse aperte. Chiunque tenti di chiudere questo spazio deve essere riconosciuto per quello che è: un nemico. Il nucleo
dell’Umanistica Digitale è utopico ed è figlio legittimo di un’evoluzione genealogica che affonda le sue radici ideologiche nella controcultura – e
nelle curiose interrelazioni della cybercultura degli anni Sessanta e Settanta. Per questo motivo, essa afferma i valori dell’Aperto, dell’Infinito,
dell’Espansivo, dell’Università/Museo/Archivio/Biblioteca senza pareti, la democratizzazione della cultura. Essa riconosce e afferma anche il merito
della ricerca statistica (come l’analitica culturale) che travalica i confini tradizionali tra le materie umanistiche e le scienze sociali e naturali. Questo
spiega anche perché – nell’ottica dell’Umanistica Digitale – il diritto d’autore e gli standard delle proprietà intellettuali debbano necessariamente
essere liberati dalla morsa asfissiante del Capitale. E questo, beninteso, vale anche (soprattutto?) per il capitale degli eredi che sfruttano in modo
parassitario i meriti dei loro predecessori ormai deceduti.

Memorandum (del guerrigliero)
debole = ignorare le ben intenzionate "voci della ragione" che ci invitano i continuo a rispettare alla lettera le restrizioni di carattere artistico o
critico del fair use (utilizzo leale, ndt) (al fine di proteggere le istituzioni universitarie da possibili cause legali, a prescindere dalla loro improbabilità o
infondatezza); adottare interpretazioni vigorose del fair use che affermano che, nella maggior parte dei casi, la ricerca accademica e la pratica
artistica:
a) sono sforzi senza fini di lucro i cui costi attuali eccedono i ritorni reali o potenziali e
b) sono sforzi che, anziché diminuire il valore dell’IP o del copyright, espandono il loro valore.
medio = eludere o sovvertire tutte le "pretese" che si diramano dai diritti dei creatori a quelli dei possessori, i fotografi noleggiati dai "legittimi"
proprietari, i luoghi di pubblicazione precedenti...
forte = piratare e pervertire tutte quelle opere modello Disney su scala così massiccia che i "legittimi" proprietari delle IP dovranno fare causa al
vostro intero quartiere, scuola o nazione; praticare l’anarchia digitale mettendo in crisi in modo creativo la nozione stessa di copyright, creare
mash–up mediali, tagliando–e–incollando immagini, canzoni e testi. L’Umanistica Digitale difende i diritti dei creatori di contenuti, che si tratti di
autori, musicisti, programmatori, designer o artisti, di esercitare controllo sulle loro creazioni e di evitare riproduzioni non autorizzate; ma questo
controllo non può compromettere la libertà di recuperare, manipolare, criticare e usare le opere di ingegno per fini di ricerca e insegnamento. La
proprietà intellettuale deve aprire, non chiudere, l’intelletto e l’individuo.
Liberate Shepard Fairey!
AP sta per sPAventoso! Avete paura di perdere qualche centesimo! Ma non vi vergognate?
L’Umanistica Digitale presuppone la multi–direzionalità, multi-finalità e multi–funzionalità della conoscenza umanistica: nessun canale esclude
l’altro. Il suo modello economico si fonda sull’abbondanza, non sulla penuria. Promuove la COPIA più dell’ORIGINALE. Restituisce al termine COPIA il
suo valore originale: COPIA = COPIOSITÀ = LA GENEROSITÀ TRAVOLGENTE DELL’ERA DELL’INFORMAZIONE, anche in un’era difficile come questa, in
cui la ricerca umanistica si trova, in ogni parte del mondo, sotto una durissima pressione istituzionale. Ma nessuno cerchi scuse: c’è, almeno in
potenza, molto per tutti. Detto altrimenti: c’è un mare di roba da fare. Non perdiamo tempo.
Umanistica Digitale = Grande Umanistica = Umanistica Generativa
Laddove la rivoluzione dell’era del Dopoguerra ha prodotto la proliferazione di aree di conoscenza specializzate, nicchie e anfratti, con il
conseguente emergere di linguaggi esclusivi e gerghi specializzati incomprensibili ai più, l’Umanistica Digitale promuove i valori dell’integrazione e
delle pratiche generative: la costruzione di paesaggi culturali formati dalle mille tesserae della conoscenza umana. Non ci riferiamo all’emergere di
una nuova cultura generale, di un Umanistica/umanismo di tipo rinascimentale o di una alfabetizzazione universale. Al contrario, l’Umanistica
Digitale promuove la collaborazione e la creazione di cultura attraverso specifici domini di competenze. L’esperto è qui per restare, ma – non c’è
alcuna ragione per cui il suo habitat naturale debba restare intrappolato tra le mura dell’accademia o nelle stanze dei think tanks – la richiesta
crescente di specializzazione deve essere contro-bilanciata dalla costante pressione per il trasversale, il transdisciplinare, il pensiero creativo.
Umanistica Digitale = Co–Creazione. Per via della complessità dei progetti della Grande Umanistica, il lavoro di squadra, la co-operazione e
l’intersezione di figure professionali specializzate all’interno dei team e standard di produzione che implicano forme di specializzazione sono
diventate le caratteristiche fondanti della trasformazione digitale delle scienze umane. I progetti su vasta scala e i modelli distribuiti di ricerca
rappresentano una delle caratteristiche trasformative dell’Umanistica Digitale.
Detto questo, c’è sicuramente spazio all’interno della Grande Umanistica per la reinvenzione della ricerca solitaria, "eccentrica" e persino ermetica,
svolta da singoli illuminati tanto all’interno quanto all’esterno dell’accademia. La colonia di formiche e la Torre d’Avorio, la rete e il monastero sono
entrambi luoghi potenziali di piacere, conoscenza e riconoscimento in un’economia fondata sull’abbondanza. Ma non possiamo più dare per
scontato che la creazione e la disseminazione della conoscenza siano amministrate esclusivamente dall’Università. I modelli scientifici moderni di
ricerca accademica hanno a lungo autocelebrato il loro rigore e la neutralità legata alla natura scorporata dell’informazione. Allo stesso tempo,
questo mito di stampo illuministico ha a lungo battagliato con l’esteticizzazione della comunicazione accademica in modi che sono diventati propri
dell’Umanistica, mettendole spesso in contrapposizione con le pratiche dominanti nelle scienze sociali e naturali. L’Umanistica Digitale non preclude
nè impone nessuno stile. Piuttosto, li accoglie entrambi. Enfatizzando il design, la multimedialità e l’esperienziale, cerca di espandere la palette e il
raggio della ricerca accademica. Per questo motivo, essa flirta allegramente con l’eresia dell’intrattenimento come ricerca e della ricerca come
intrattenimento. Resiste in modo rispettoso alla nozione che la ricerca e la cultura si manifestino al di fuori del tempo, dello spazio e della fisicalità
del corpo umano. È attivamente impegnata nell’opera di creazione di un pubblico – anche un pubblico di massa – per fini di apprendimento
umanistico. Il processo – non il prodotto – è sacro. Tutto ciò che si mette in mezzo al perpetuo remix e mash-up della cultura si oppone alla
rivoluzione digitale. L’Umanistica Digitale implica una cultura e un’erudizione iterativa, forme di collaborazione dinamiche e coordinate, nonché reti
di ricerca. Onora la qualità dei risultati, ma anche le modalità attraverso le quali tali risultati vengono raggiunti sotto forma di pubblicazione di
valore misurabile. Miniere d’oro di conoscenza che aspettano solo di essere scoperte sono rintracciabili nei processi e nelle pratiche. Oggi le
universitas (intese come universi di conoscenza) sono diventate troppo vaste, stratificate e complesse per essere rinchiuse all’interno delle mura di
una singola istituzione, anche di una vasta come l’università. Il mito (medioevale) della ricerca universale è stato, fin troppo a lungo, sconfessato
dalla realtà delle aree di ricerca limitata a poche scelte, poche ere, pochi spazi. L’Umanistica Digitale abbraccia e promuove la natura espansa,
globale delle comunità di ricerca attuali. Tale natura ‘esplosa’ rappresenta una delle più grandi opportunità disciplinari/post disciplinari della nostra
epoca. Sogna modelli di produzione culturale e di riproduzione che attivano una natura distribuita della conoscenza e della specializzazione,
trasformando questa realtà in occasioni di innovazione scolastica, di interazione cross-disciplinare e di democratizzazione della conoscenza.
Affrontare la sfida I. L’innovazione più importante del Web 2.0 è stata la creazione di un’utenza di massa distribuita e impegnata nella costruzione e
disseminazione di conoscenza. Questo progetto, altrimenti noto come Wikipedia, ha cambiato le regole del gioco. Wikipedia non è sorta come


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un’università. Ma si sta evolvendo e diventando tale (cfr. Wikiversity). Wikipedia rappresenta un modello perché è più di un set di contenuti:
rappresenta una forma di produzione di cultura globale, multilingua e pluri-editoriale che colleziona, crea e amministra l’informazione.
Affrontare la sfida II. Prendete Google, che vi piaccia o meno. Le sue origini sono rintracciabili alla Stanford University, ma il suo humus culturale-
naturale è l’industria. Allo stesso tempo, la sua aspirazione di diventare una moderna Biblioteca di Alessandria o di un Oracolo di Delfi è tutt’altro
che implausibile. "Organizzare l’informazione del mondo, renderla universalmente accessibile e utile" si legge nel progetto programmatico di
Google. La homepage di Google è diventata il portale di accesso all’informazione (digitale) globale; Google Earth è diventato il mappamundi
normativo nelle mani della comunità mondiale.

La nostra risposta?
Non solo interrogarci e interrogare l’impatto sociale e culturale delle nuove tecnologie, ma dare vita alla creazione di nuove tecnologie,
metodologie e sistemi di informazione, così come praticare attività di détournement, re-invenzione e ridefinizione attraverso pratiche di ricerca
fondate nelle Arti e nelle Discipline Umanistiche: pratiche fondate a individuare il senso, proporre un’interpretazione, comprendere la storia, la
cultura e la soggettività. La rivoluzione non consiste nel trasformare studenti letterati in ingegneri e programmatori. Piuttosto, si tratta di:
- espandere il raggio d’azione e qualità della conoscenza nelle scienze umane
- espandere la forza e l’impatto della conoscenza nelle discipline umanistiche
- stimolare la pianificazione e sviluppo di processi che diano vita a modelli, generi e iterazioni più ricchi e multidirezionali di ricerca, comunicazione e
pratica.

La risposta dei tradizionalisti?
- accettare passivamente gli strumenti discesi dall’Olimpo tecnologico? Commiserare il declino dell’Occidente? Continuare a fare quello che si è
sempre fatto fino all’estinzione? Celebrare la propria estinzione e inutilità dal trono di una cattedra e di un baronato modello Stanley Fish
(opinionista passatista e lamentoso del New York Times, ndt)? Rimettere indietro gli orologi con la speranza di fermare il progresso?
 La Wiki-nomia è la realtà sociale, culturale ed economica degli Umanisti Digitali. Le tecnologie e i contenuti sono prodotti, elaborati e amministrati
dalle moltitudini, anche nel momento in cui vengono plasmati da specifiche comunità di pratica che generano, a loro volta, standard qualitativi,
modelli e protocolli. La cultura Wiki è iterativa, cumulativa e collaborativa. La Wiki-nomia implica:
- una riconfigurazione delle relazioni gerarchiche tra maestri e discepoli
- una ridefinizione dei ruoli del professore e dello studente, dell’esperto e del non-esperto, dell’accademico e della comunità
- nuove triangolazioni delle pratiche artistiche, commento/critica e diffusione, fondando la ricerca accademica, la pedagogia, la pubblicazione e la
pratica

Fare teoria, fare pratica
Il nostro emblema è la fotografia digitale di un martello (simbolo del fare manuale) sovrimpressa a una pagina ripiegata (che richiama la nozione di
tridimensionalità). Secoli di cultura verbocentrica e il primato culturale della stampa hanno creato un contesto sociale che ha normalizzato la
stampa, elevandola a canone, consacrandola come forma di accesso privilegiato alla conoscenza. A scanso di equivoci, ci teniamo a precisare che
non proponiamo l’abolizione dei libri; al contrario, crediamo in un modello neo- o post-stampa in cui la parola scritta è solo una delle possibili
pratiche mediali e delle forme di conoscenza a nostra disposizione. La stampa, insieme all’architettura e al design, partecipa a processi di
comunicazione, formulazione e disseminazione delle informazioni. Viviamo in un momento particolarmente emozionante della nostra storia,
segnato dall’esplosione di nuove interfacce di accesso alla cultura. In questo ambito, la conoscenza è importante tanto quanto le pratiche della
scrittura, della curatela e del coordinamento.
La dicotomia tra il dominio del manuale (il fare) e quello della mente (il pensare) è, da sempre, falsa e ingannevole. Oggi, gli annosi dibattiti sulla
divaricazione tra teoria e prassi non hanno più senso. La conoscenza assume molteplici forme: abita gli interstizi e le interconnessioni tra le parole, i
suoni, le mappe, i diagrammi, le installazioni, gli ambienti, gli archivi, le tabelle e gli oggetti. La produzione materiale, il digital design, la scrittura di
una prosa elegante ed efficace, la giustapposizione di immagini, il montaggio di movimenti, l’orchestrazione del suono: sono tutti esempi del fare.
Non dobbiamo dimenticare che le materie umanistiche moderne sono state profondamente ridisegnate dal medium della stampa, sebbene le loro
radici siano rintracciabili nell’oratoria e nella retorica. Oggi esse stanno attraversando una radicale ridefinizione: tale trasformazione è stimolata
dall’uso delle tecnologie emergenti, con le loro convenzioni, protocolli e potenzialità. Cosa significa studiare “letteratura” o “storia” quando la
stampa non è il più il medium normativo nel quale gli artefatti letterari e storici vengono prodotti e analizzati)? Cosa significa “pensare” quando il
pensiero è scorporato dalla sua esclusiva dipendenza dal linguaggio e dalla testualità? Cosa significa tutto questo, per la conoscenza e la cultura
umanistica?
Negli anni Settanta e Ottanta, i women studies, gli studi di tipo LGBTQ (acronimo di lesbian, gay, bisexual, transgender, queer, ndt) e i cultural
studies hanno stimolato le materie umanistiche a ripensare fini e mezzi e ad affrontare temi di natura sociale, politica e culturale, legati
all’emancipazione e alla re-integrazione. All’improvviso, l’Umanistica si è scoperta nuda: non era più il dominio del proverbiale “Vecchio uomo
bianco”. Oggi, L’Umanistica Digitale decostruisce la materialità stessa, i metodi e le piattaforme mediali della ricerca e delle pratiche umanistiche.
Preso atto delle trasformazioni in atto, dobbiamo continuare a porci alcune domande essenziali:
Da dove provengono le materie umanistiche?
A quali bisogni rispondono?
In cosa consiste il loro potere esplicativo?
Quali sono le dinamiche attraverso le quali le loro pratiche, strategie epistemologiche, dinamiche creative, forme mediali e parametri qualitativi
vengono in qualche modo ‘normalizzati’?
Le discipline umanistiche tradizionali hanno subito un processo di balcanizzazione e di isolamento basato sulla nazione, sulla lingua, sul metodo e sui
formati mediali di riferimento. L’Umanistica Digitale si fonda sulla nozione e prassi della convergenza: questo fenomeno non riguarda solo le varie
discipline umanistiche, ma anche le arti, le scienze e le tecnologie tout court.
La teoria dopo la Teoria promuove il FARE: fare nel senso poetico di poiesis, ma anche nel senso di design realizzato, modellizzazione e produzione
di cose intelligenti, aspetti generativi/ri-generativi di creazione/co-creazione. Il ventesimo secolo si è lasciato alle spalle una serie di spettacoli che
incoraggiano la semplice fruizione. I network e le interazioni del ventunesimo secolo spingono gli spettatori a mettersi in gioco, ad interagire con la
cultura, a condividere in modo intelligente e a scaricare cose sensate.

La curatela come pratica accademica ‘aumentata’
Per gli Umanistici Digitali, la curatela rappresenta la caratteristica cruciale del futuro delle discipline umanistiche. Laddove l’università moderna ha
scorporato la pura ricerca dalla pratica della curatela, subordinando la seconda a un ruolo secondario, ancillare, ostracizzando i curatori dalle sacre
aule dell’accademia per relegarli nei musei, negli archivi e nelle biblioteche, la rivoluzione dell’Umanistica Digitale promuove una trasformazione
radicale del panorama della ricerca e dell’insegnamento. Essa propone una sovrapposizione tra il ruolo dell’accademico e del curatore e, così


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facendo, stimola la pratica accademica attraverso un’espansione del raggio di possibilità ed applicazioni, rinnovando la missione pedagogica del
ricercatore all’interno dei musei, delle biblioteche e degli archivi.
Un museo accademico degno di questo nome deve diventare per lo meno un laboratorio di ricerca e sperimentazione, come lo sono le biblioteche
delle università. Un archivio deve diventare un luogo di insegnamento e di apprendimento interattivo. Uno spazio vero, vivo e dinamico, non
polveroso e abbandonato a se stesso. Le classi devono diventare un luogo di interazione con il passato, un luogo in cui i processi di analisi,
annotazione e sequenza diventano integrali ai processi di apprendimento. La curatela è caratterizzata non dall’hybris, ma dalla modestia: non
ambisce a una conoscenza olistica e multicomprensiva, ma supporta la tattilità e il costante divenire della conoscenza specializzata. Rifiuta la Teoria
astratta e scorporata preferendogli l’immaginario e i mondi degli oggetti.
La curatela implica lo sviluppo e la costruzione di artefatti per mezzo di oggetti e parole, immagini e suoni. Implica una spazializzazione di obiettivi
critici e narrativi che, pur essendo noti agli storici, sono fondamentalmente differenti quando vengono elaborati nello spazio – fisico e/o virtuale –
piuttosto che con il mero linguaggio. La curatela prevede la raccolta, assemblazione, disamina, strutturazione ed interpretazione di un corpus di
dati. Ergo, la curatela si colloca sullo stesso livello della tradizionale narrazione accademica. È un medium caratterizzato dal proprio linguaggio,
abilità e competenze; un medium che si sta evolvendo grazie alla tecnologia ed alla proliferazione di gallerie virtuali, ambienti di apprendimento e
mondi virtuali. Tutti questi aspetti stanno creando un nuovo paesaggio accademico.
La curatela inoltre implica responsabilità di custodia dei resti del passato, così come di critica ed interpretazione del presente e del futuro. In un
mondo caratterizzato dalla sovrabbondanza di informazioni e di rumore bianco, la curatela prevede una selezione e una strutturazione ragionata
delle informazioni; essa richiede inoltre la disamina, il filtro e l’organizzazione dei dati; la ricerca di un corpo culturale ignorato o trascurato. La
maggior parte di questi corpi di informazione sono impilati in scatole, in magazzini, in archivi polverosi: meno dell’un percento della collezione
permanente dello Smithsonian è visibile ai visitatori; meno del 10% delle collezioni delle biblioteche sono consultate da ricercatori e studenti;
enormi quantità di materiali culturali sono inaccessibili a biblioteche e archivi. Gli archivi continueranno a crescere in modo esponenziale nei
prossimi anni. Gli Umanisti Digitali devono partecipare a questa crescita, al fine di valutare attentamente le sfide e le opportunità che questa
crescita esplosiva può fornire.
La curatela è una pratica accademica aumentata che espande il potenziale dell’insegnamento e dell’apprendimento. Chiede alle future generazioni
di umanisti di confrontarsi sin dall’inizio con la materialità della cultura e della storia: di interagire direttamente nella raccolta delle informazioni e
della produzione di conoscenza sotto la guida di ricercatori esperti in veri e propri laboratori culturali. L’universo della ricerca Umanistica si
arricchisce dal lavoro curatoriale, formando un insieme di “output” che devono essere riconosciuti dalle istituzioni accademiche della nuova
generazione. La curatela crea le precondizioni per modalità di ricerca che travalicano i limiti dei linguaggi esperti e dei circoli di conoscenza per
aprirsi a una molteplicità di pubblici, per cui le forme tradizionali di ricerca possono avere finalità multiple o per la partecipazione allargata di archivi
sotto la guida esperta di un accademico.
Per questo motivo, ci rivolgiamo...
- Al movimento open source, ai discepoli di Wikipedia, ai bibliotecari e agli archivisti che hanno compreso il potenziale trasformativo del digitale
ben prima che la comunità accademica si risvegliasse dal suo torpore secolare...
- Alle pratiche artistiche che s’interfacciano con le nuove pedagogie e nuove forme di ricerca accademica...
- Alle pratiche di estraneamento (digitale) e alle strane attrazioni (digitali): l’uso di strumenti di analisi e architetture di informazioni che
appartengono all’attuale per lo studio del passato remoto...
- Alle derives creative: forme accademiche di steampunk, interazioni tra la storia macro e micro-culturale, il quantitativo e il qualitativo...
- Archivi dall’architettura aperta che sono costruite dalle comunità di praticanti e utenti...
- Alle licenze Creative Commons...
- Ai legislatori e leader politici che posseggono il coraggio e la visione necessarie per bloccare sul nascere le pretese assurde dei detentori del
copyright...
- Ad istituzioni come il Brooklyn Museum che hanno liberato le loro collezioni al pubblico e ai visitatori virtuali, in modo tale che possano
liberamente utilizzare le immagini e le informazioni...
Ma ci rivolgiamo anche...
- Ai riduzionisti: che riducono l’Umanistica Digitale al puro determinismo tecnologico (“è solo uno strumento...”, “è solo un archivio...”; “è solo
pedagogia...”), alla mentalità luddita di chi è convinto di conoscere la cultura digitale solo perchè ha spedito un email, ma non ha mai programmato,
costruito applicazioni, creato un database o progettato un’interfaccia utente. I riduzionisti – che oggi controllano la maggior parte delle università –
sono mono-mediali, conoscono solo la parola scritta e la stampa e aborriscono tutto quello che non hanno voglia di comprendere.
- Ai falsi viaggiatori: tutti coloro che sventolano la bandiera del cambiamento solo nella misura in cui il nuovo diventa uno strumento per realizzare i
propri interessi. La vera dicotomia non è tra continuità vs. cambiamento, ma tra onestà vs. ipocrisia.
- A tutti quelli che equiparano gli strumenti del presente ignorando le continuità storiche nel nome del presentismo, della moda e del
vocazionalismo.
- A tutti i trafficanti in Proprietà Intellettuali Agli uffici legali delle università per le quali il Fair Use significa in realtà No Use.
- Agli archivi, musei, biblioteche e aziende che limitano l’accesso alle informazioni usando la scusa di “limitare le spese” e “ridurre i costi”
- Ai Stephen James Joyce che limitano l’accesso agli archivi dei loro precedessori nel nome della“corretta/interpretazione
- Ai legislatori statunitensi e ai parlamentari europei che, con i portafogli pieni di “donazioni” della Disney e compagni di merenda continuano ad
estendere il diritto d’autore ben oltre l’accettabile.

La finitudine delle discipline (e il lavoro infinito dell’Umanistica)
Le discipline e la tradizione accademica possono fornirci criteri qualitativi, parametri di profondità ed esempi di rigore. Ma possono anche imporre
protocolli aberranti, privilegi clericali, censura intellettuale, politiche feudali. La domanda che ci poniamo è: i dipartimenti tradizionali forniscono
metodi adeguati per salvaguardare le discipline umanistiche nella società contemporanea? In caso affermativo, per quale motivo non si sono
evolute? Perché difendere le strutture disciplinari che sono emerse in epoca moderna, nel diciannovesimo secolo, quando persino le basi
intellettuali che le sostenevano sono venute meno?
Alcune possibili risposte (ce ne sono molte di più)
-      Il potere della tradizione
-      Il conservazionismo cognitivo
-      La nostalgia e il comfort
-      L’inerzia istituzionale
-      I sistemi di promozione dei docenti
-      Le lobbies e le strutture burocratiche
-      Il sistema di classe
 Le discipline umanistiche consacrate dall’Università moderna hanno plasmato vite, insegnato competenze critiche, offerto indicazioni morali ed
etiche per comprendere le più differenti esperienze umane, offerto piacere e soddisfazioni, ispirato atti di generosità ed eroismo. L’Umanistica

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Digitale non ambisce a cancellare il passato e i valori della precedente generazione, ma invita a ripensarli e reinterpretarli in un’era in cui il rapporto
con l’informazione, la conoscenza e l’eredità culturale sta cambiando radicalmente, grazie alla migrazione dell’eredità culturale stessa da formati
analogici a digitali. Il lavoro svolto dalle scienze umane rimane criticamente necessario in questo contesto. Ma non può essere svolto, o per lo
meno, non può essere svolto in modo adeguato o interessante, se continueremo ad utilizzare le metodologie del passato, privilegiando
l’isolamento, la contrapposizione, la segretezza, la clausura in silos intellettuali, mono-disciplinari, attraverso ermetici giochi di parole comprensibili
a pochi adepti, indifferenti alle rivoluzioni mediali che stanno investendo la nostra cultura nel suo complesso.
Proviamo allora ad immaginare una nuova topografia: una’inedita geografia per un’università capace di produrre conoscenza in modo aperto,
globale, pensata per attrarre nuovi pubblici e definire nuovi modelli istituzionali. Magari, l’Umanistica Digitale stessa può diventare un dipartimento
virtuale e distribuito che s’interfaccia ai dipartimenti esistenti quando serve, collegando tra loro ricercatori di discipline differenti in un’ottica di
collaborazione anzichè di contrapposizione.
In alternativa, possiamo reinventare il dipartimento come una problematica di conoscenze finite che si attiva per un periodo di tempo limitato,
capace di mutare o di cessare di esistere nel momento stesso in cui la domanda che aveva innescato la ricerca ha trovato una risposta
soddisfacente. Anziché continuare a viaggiare in un territorio ormai noto, gli esploratori dovrebbero puntare a scoprire nuove lande. Ecco alcune di
queste topografie, reali o potenziali:
Dipartimento di Studio di Cultura della Stampa: questo dipartimento si propone di studiare la materialità dei testi stampati, costruzioni di autorità,
forme linguistiche, storie del libro, pubblicazione e sistemi di distribuzione; antecedenti e discendenti della stampa, così come le relazioni e le
tensioni tra la cultura della stampa e quella digitale. I suoi “capolavori” non saranno più semplicemente autoriali, ma prenderanno in considerazione
anche il lavoro degli stampatori, dei tipografi e degli illustratori che hanno trasformato gli standard e le prassi.
Istituto di Studi Vocali: lo studio storico e critico della voce come strumento di comunicazione in termini di evoluzione delle tecniche di
vocalizzazione, esaminando le differenti nozioni di “naturale” e la storia degli effetti vocali. Il campo si divide tra la ricerca nella performance vocale
nella retorica premoderna e nel canto e prevede un’analisi approfondita degli archivi di suoni registrati.
Scuola degli Studi di Cancellazione:
Centro di Letteratura e Media Comparati: L’obiettivo di questa istituzione è di studiare i media di natura sonora, visuale, tattile, testuale e
immersiva attraverso un approccio di tipo comparativo. Esamina la letteratura dal punto di vista della sua fenomenologia e storia mediale,
ricostruendo la sua evoluzione come medium dalle origini orali alla cultura dei manoscritti fino al mondo della stampa. Il Centro di Letteratura e
Media Comparati rimpiazza la tradizionale divisione dei dipartimenti umanistici sulla base delle varie forme mediali (storia dell’arte, musicologia,
filmologia etc.)
Colloquium sulla Mappatura Culturale: L’obiettivo di questo colloquium è di esaminare la giuntura spazio/temporale, l’informazione e la cultura.
Collega analisi geografiche e metodologie storiografiche, analisi visuali e la presentazione di visualizzazioni, infographics e mappe. Esamina inoltre
l’impatto sociale e culturale delle discipline di cartografia digitale e l’importanza delle tecnologie di mappatura per la comprensione di fenomeni
complessi.
Laboratori di Analisi Culturale: L’obiettivo di questo laboratory consiste nell’importare strategie di analisi di tipo quantitativo (sviluppate nel campo
della matematica applicata e delle scienze sociali) con database di informazioni di carattere sociale e culturale.
A questo punto, il gioco è chiaro: Provate a remixare e reinventare le vostre vecchie università, con le loro gerarchie, silos e cortili e spediteci le
vostre proposte!

Oltre l’Umanistica Digitale
Sventoliamo la bandiera dell’Umanistica Digitale per ragioni tattiche, ragioni che potremmo definire “essenzialismo strategico”, pur essendo
perfettamente consapevoli che questi due termini siano in grado di restituire perfettamente la radicalità delle trasformazioni in atto nella nostra
società e che questo documento ha cercato di descrivere. Allo stesso tempo, siamo altrettanto consci del fatto che senza scegliere un nome, il
dominio transdisciplinare che va emergendo rischia di finire vittima degli attacchi dei critici, un pò come cubismo è ricordato oggi come l’etichetta
associata agli esperimenti pittorici di Picasso, Braque e Gris.
L'espressione “Umanistica Digitale” ha un valore d’uso nel momento in cui può servire come termine ombrello sotto il quale un certo numero di
individui e di progetti possono plasmare e rinvigorire le pratiche relative all’arte contemporanea e alle pratiche umanistiche, nonchè espandere i
loro confini. Ha valore d’uso nel momento in cui si sottolineano gli spigoli semantici: l’angolo dove il digitale finisce per essere contaminato da dita
sporche, ovvero, nel momento in cui il digitale si interseca effettivamente alla tattilità, riducendo il divario (illusorio) tra il fisico e il virtuale; l’angolo
in cui il termine “umanistica” suggerisce una proliferazione dell’umano o dell’umanità stessa come valore che può (ri)plasmare l’uso e lo sviluppo
stesso degli strumenti digitali.
Rigettiamo questa espressione nel momento in cui implica una svolta digitale che lasci intatte le materie umanistiche nel loro complesso, riducendo
il digitale a mero strumento, appendice e sconfessando così la natura stessa delle nuove tecnologie. Il digitale ci chiede di confrontarci con nuove
problematiche e nuove pratiche, a tutti i livelli.
Rigettiamo inoltre questa espressione nella misura in cui suggerisce che le discipline umanistiche sono modificate dal digitale, come se il digitale
fosse una forza esogena, che s’insinua dall’esterno costringendo le materie umanistiche a seguirlo. Al contrario, la nostra visione prevede una
funzione e una frizione tra l’Umanistica e il Digitale, un nuovo scenario nel quale lo sviluppo e l’utilizzo delle tecnologie – nonchè le questioni legate
alla ricerca accademica ed artistica – si fondono e confondono.

Il vostro compito è di trovare un’espressione migliore della nostra.
A quel punto, rinomineremo il manifesto.
Ora basta parlare: è venuto il momento di sporcarsi le mani.




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