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                 Tesina esame di stato



                           INDICE :

Prefazione…………………………….…..pag. 2
Decadentismo…………………………….pag. 4
The Aestheticism……………………..…..pag. 5
Oscar Wilde……………………………....pag. 6
Gabriele D’Annunzio…………………….pag. 8
Il Superuomo di D’Annunzio…………….pag. 16
Il Superuomo di Nietzsche……………….pag. 20
Il Superuomo ed il Nazismo……………...pag. 25
Lo Stato di Hegel…….......………...……..pag. 32
Lo Stato di Fichte………………….……..pag. 34
Le basi storiche del III Reich……………..pag. 35
La II Guerra Mondiale……………………pag. 38
La “Germania” di Tacito………………….pag. 52
Canto VI del Paradiso…………………….pag. 57
Die Brucke………………………………..pag. 59
Ernst Ludwig Kirchner.................................pag. 60




PREFAZIONE
                                                                       2


       La stesura della tesina comincia dalla nascita di quel
movimento decadente a cui aderirono tutti quei letterati, che non
si riconobbero nel susseguirsi degli eventi storici e che per tal
motivo sentirono il bisogno di creare una letteratura di crisi, atta
ad accogliere il loro ideale di vita completamente diverso da
quello della società in cui vivevano.
       Da Wilde, il dandy libero ed anticonformista, per la cui
presentazione non occorre altro che una delle sue famose
espressioni: “I have not to declare except my genius!”; a
D’Annunzio, il cui egocentrismo si manifesta soprattutto nelle sue
folli azioni politiche, nel suo “vivere inimitabile”e nel suo
superomismo.
       Dal pensiero di Nietzsche che concepì il Superuomo come
il frutto più alto dell’evoluzione, l’esponente più elevato della
specie umana, formatosi attraverso la lotta per l’esistenza (lotta
che porta necessariamente alla vittoria del più forte contro gli
inetti, contro i deboli e gli impotenti);
all’affermazione del Superuomo dalla Germania razzista del 1933
per esaltare proprio Nietzsche come “suo” filosofo, dopo averne
manipolato i testi e pubblicato nel 1906 la “Volontà di potenza”,
nella quale il pensiero di Nietzsche assume quella fisionomia anti-
umanitaria ed anti-democratica, sulla quale la lettura nazista farà
abbondantemente leva .
       Da Fichte che nel 1813 congiunse le nozioni di Stato e di
Nazione , Reich (Impero), divenendo il precursore del
nazionalismo e del Pangermanesimo; a Hegel che fu utilizzato
per la formazione ideologica del Terzo Reich, partendo dal
concetto che lo Stato è tutto, poiché ne è la più alta rivelazione
dello spirito universale ed ha un diritto supremo nei confronti
dell’individuo, il cui più alto dovere è quello di essere un membro
dello Stato ; fino al riconoscimento della “volontà divina” che si
realizza nel mondo, dove anche “La guerra è la grande
purificatrice”.
       Il lavoro continua con un’attenta analisi dei presupposti,
delle circostanze, che hanno favorito la nascita e l'avvento al
potere del nazismo, e della conseguente instaurazione del Terzo
Reich. Precisando che troppo spesso, quando si va a parlare di
quest’immenso fenomeno, si vanno a considerare solo gli effetti
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ultimi che ha provocato: le deportazioni di massa, i lager, lo
sterminio degli ebrei e tutto ciò che vi era di clamoroso e di
incredibile. Non è mai stata data al grande pubblico la possibilità
di capire perché una cosa tanto assurda ai nostri occhi, uomini del
duemila, sia potuta nascere in seno alla Germania, una nazione già
tanto progredita al tempo dello svolgimento dei fatti. Nemmeno
possiamo accettare l'idea che sia stata la sola mente diabolica di
Hitler a imporre un regime di questo genere ad un’intera
popolazione. Si va a ricostruire i presupposti ideologici, sociali e
culturali per poter capire appieno la genesi di tale fenomeno, per
cui il nazismo e il Terzo Reich altro non furono che la
conseguenza logica della storia stessa della Germania. La folle
pazzia di un intero popolo che dal nulla ha iniziato a nutrire un
forte odio razziale per un altro popolo, tanto da arrivare a volerne
lo sterminio totale. Era la Germania a volere Hitler. La Germania
gli ha fornito l’educazione culturale e ideologica, e infine lo ha
portato al potere causando lo scoppio del più grande conflitto
armato che la storia ricordi: la II Guerra Mondiale.
       La tesina prosegue collegandosi all’autore latino Tacito, di
cui l’ideologia politica nazista si è servito per legittimare la
propria validità e l’autorevolezza del passato; trovando nell’opera
"Germania", non un supporto culturale, ma volgari spunti di
propaganda. L’innocente opuscolo tacitiano, infatti, è stato
secondo alcuni critici una maledizione del popolo tedesco, poiché
non si è limitato a fornire qualche immagine per rivestire il mito
della romanità, ma è stata travisata al punto da fornire l’avallo
ideologico al delirante mito della razza negli anni del nazismo.
       In Tacito il razzismo ha voluto vedere l’origine autoctona
dei Germani e la purezza della loro stirpe per dare fondamento
alla tradizione nazionalistica ; senza neppure tenere conto che
l’isolamento dei Germani è spiegato dall’autore latino in modo
assai negativo con la difficile accessibilità di un territorio poco
appetibile.
       Anche la storia ed il concetto di Impero è l’argomento
trattato nel canto VI del Paradiso in cui il discorso poetico si eleva
gradatamente ad una visione politica nazionale ed universale
(Impero); tutta la storia è sacra, risultando legittimo l’Impero e
l’autorità che lo rappresenta. Il poeta della Commedia , che
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disprezza gli ignavi, potrà simboleggiare , per i giovani, il culto
dell’uomo onesto e coraggioso, il rispetto della dignità umana a
confronto con insondabilità del destino dei singoli e dell’intera
umanità.
      La tesina si conclude con una disamina delle influenze
superomistiche che invasero anche l’ambito artistico; infatti, nel
1905, quattro giovani tedeschi fondarono un movimento
denominato “Die Brucke” (il ponte) ; tra questi, il maggiore
rappresentante fu Kirchner che finì per essere attaccato dai nazisti
che erano ostili all’avanguardia.
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     Decadentismo
       La crisi diffusasi in Europa negli anni della “belle époque” che
investì il campo politico e filosofico non poteva lasciare indenne l’arte
ed in particolare, la letteratura. Il fenomeno letterario del decadentismo
è infatti connesso alla crisi dello Stato liberale, che è anche crisi dello
uomo liberale, ed alla soggettiva ed oggettiva difficoltà dello
intellettuale di rapportarsi alle nuove strutture venutesi a determinare a
causa del mutamento storico. Fu quello un cambiamento radicale, che
si venne a creare a causa della nascita non solo delle grandi
organizzazioni di massa, ma anche di tutto un complesso di fenomeni
collettivi che toccavano direttamente l’opinione pubblica più adulta e
matura, desiderosa di entrare a far parte e di conoscere il sistema
politico ed economico. In questo ambito storico, negli ultimi anni dell’
Ottocento nacque in Francia il Decadentismo, movimento artistico-
letterario contraddistinto da una concezione estetizzante ed
irrazionalistica della vita.
       Le tematiche del decadentismo si fondano infatti sul presupposto
che l’arte è la più alta espressione dello spirito umano, e che, quindi,
arte e vita costituiscono un legame indissolubile.
       Il termine “decadentismo” fu assunto dai letterati francesi come
espressione di una matura consapevolezza dello stato di decadenza che
acuisce ed esaspera sentimenti e gusti entro una sfera strettamente
individualistica. Citando un’espressione di Walter Binni, il
decadentismo fu “letteratura di crisi e non già crisi di letteratura”: non
si trattò di decadenza, ma di consapevolezza o intuizione di essa; era,
cioè, un non volersi più riconoscere nella storia e nella società.
Questa carenza ideologica favorì il sorgere del nazionalismo, ossia di
un’ esaltazione dell’ idealità patriottica nata nel clima estetizzante di
cui il D’Annunzio fu esempio vistoso. Fu un movimento militarista e
imperialista che vagheggiò la guerra come “igiene del mondo” e
stravolse l’amor di patria a impeto d’affermazione violenta e di
conquista, sognando impossibili grandezze accompagnate da vocazioni
imperiali della stirpe.
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The Aestheticism
The term “aestheticism” derives from Greek and means: “Perceiving
through senses”. It was also for the Romantic culture; infact the
movement has its roots in the Romanticism, but, at the same time, it
takes a direction: now the aesthete has to feel the sensations but also
live them in his life. The message of the aestheticism is: “Living the
beauty!” The figure of the aesthete presents some correspondences with
the French figure, “the poete maudit”, who refuses all the values and the
conventions of the society, he chooses the evil, he conduces a dissolute,
unregulated life, till the extreme limit of the destruction through the vice
of the flesh, the use of alcohol and drugs. Both of them refuses
bourgeois normality: Also the “poete maudit” follows the mystic cult of
the art and exalts the evil for its aesthetic value, for its sublime and
horrid beauty. The aesthete too refuses the moral rules and the
conventions, he arrives to accept the crime because it indicates free
action without rules. The movement evocates a return to the art of
Middle Ages, when the artist is a sort of craft man who creates his art-
work with his creativity, he is free from any rules (while the academic
art of the Victorian society is characterized by a rigid respect of the
rules), he creates entirely his work, not only a piece of it.
We can consider as forerunners of the movement John Keats, who
belongs to the second generation of Romantic poets, who wants an art
closer to the primitive beauty. In France the best representative of
Aestheticism is J.K.Huysman with “A ribour” (1884), whose
protagonist Des Esseintes becomes the ideal incarnation of the aesthete.
In Italy G. D’Annunzio creates another important model of the aesthetic
movement with Andrea Sperelli in “Il piacere” (1889).




Oscar Fingal O’Flahertie Willis Wilde
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A major spokesman for the Aesthetic movement in the late 19th century
and an advocate of “Art for art’s sake”, who proposes that beauty has no
utilitarian value and is independent of morality, is Oscar Fingal
O’Flahertie Wills Wilde. He is born in Dublin, Ireland, on October 16,
1854, by professional and literary, but also very eccentric, parents: his
father, Sir William Wilde, is a known eye and ear surgeon, he gives him
several names, which are a concentrate of ideas (for example “Fingal” is
the name of a legendary Irish figure, a sort of ossianic poet,
“O’Flahertie” is the name of a warrior tribe of Ireland); his mother, Jane
Elgee, is a fervent nationalist poet, and she, for her desire to have a
daughter, dresses little Oscar in girl’s clothes. His strange childhood, so,
contributes to Wilde’s later homosexual inclinations. After attending
Porpora Royal School (1864-71), Wilde goes, on successive
scholarship, to Trinity College, Dublin (1871-74), where he studies
Latin and Greek literature. Here he first reveales his unconventional
personality and thanks to his love for classics he wins a Gold Medal for
Greek and a scholarship for Madgalen College, Oxford (1874-78),
which awards him a degree with honours. Soon he becomes famous as
poet winning the Newdigate Prize in 1878 with a long poem,
“Ravenna”. During these four years he is well known for his
intelligence, his ostentatious dresses and his eccentric behaviour as well
as for his aestheticism. He is an anticonformist, a wonderful entertainer
and a brilliant talker; his conversation is a provocative combination of
satire, paradox and epigram through which every Victorian institution
and value is criticized and ridiculed. He is deeply impressed by the
teachings of the English writers John Ruskin, a critic of art,for his social
ideas and for his ideas on the beauty of manual work; and Walter Pater,
the theorist of aestheticism, who puts in evidence the central importance
of art in life and particularly on the aesthetic intensity by which life
should be lived (the life imitated the art and not vice versa). Like many
in his generation, Wilde is determined to follow Pater’s urging “to burn
always with a hard, gemlike flame”.

In the early 1880s, when the Aestheticism is the rage and despair of
literary London, Wilde establishes himself in social and artistic circles.
To shock society and to attract attention to himself, he begans to dress
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in an eccentric and strange way, walking often up and down Piccadilly
with a sun-flower in the hands. This exhibition gives him frequent
caricatures and many invitations from London society, which is
attracted by his temper and his brillant conversation. In constant need of
money, Wilde acceptes an invitation to lecture in the United States and
Canada in 1882, pronuncing on his arrival in New York his famous
sentence: “I have nothing to declare except my genius!”. On his return
to Europe, he spends three months in Paris, where he meets writers and
painters like Flaubert and Huysmans. In 1884 he marries Constance
Lloyd, who gives him two children: for this motive and for their
particular style of life Wilde is obliged to work as a reviewer for the
“Pall Mall Gazette” and then as editor of “Woman’s world”. However
he continues always to write work of his own. In particular his literary
prestige increases thanks to the novel “The picture of Dorian Gray”, a
work which makes him rich and famous. In 1889 Wilde produces his
anti-realistic manifesto “The decay of Lying” which underlines the
integrity and coherence of the artist who must be always in accord with
himself; should be entirely independent. But Wilde’s fortune changes
because he is accused to have an homosexual relationship. For this fact
Wilde is arrested, tried and sentenced to two years’ hard labour. After
the prison, which provokes him many sufferings, because of public
opinion against him and the impediment to read and write, he adopts a
new name: Sebastian Melmoth. So, in few words his books and places
are removed and his financial ruin is completed. He spends some time
in Naples and Switzerland, writing against the brutality of prison life.
Then he settles in Paris, where he dies suddenly on November 30, 1900,
from an attack of meningitis. In his semiconscious final moments, he is
received into the Roman Catholic Church, which he has long admired.

The name of Wilde is connected with Aestheticism and Decadentism
although he is differents by others “decadents”, because he doesn’t
isolate himself from the world, from the society, but he tries to become
popular. Until 1895 his life his characterized by “Hedonism” (a doctrine
that considers pleasures as the greatest virtue). Influenced, infact, by
Pater and Huysmans’ novel he writes “The picture of Dorian Gray”,
which speaks about a beautiful (but immoral) young man, who tries to
remain young and beautiful, while the signs of the passing years and
dissipation appear on his picture. The face so became (in the picture)
gradually horrible that Dorian finally stabs its and dies. When happens
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this fact, the picture becomes beautiful and all the mysterious evil is
presented on the odious face of Dorian.

Wilde is considered also a socialist. Infact he applies some political
ideas to art. He considers socialism a sort of utopia, which is totally free
from any real application (the idea of socialism is present in Orwell
too). It isn’t characterized by any form of authority but it tries to
represent the ideal condition in which private propriety is abolished (just
like Marx), where “man is happy and in harmony with himself”. It is a
sort of attack to capitalistic society based on material things. So Oscar
Wilde focuses his attention on the essence, on the individualism,
brought to extreme and turned into a sort of “New Hellenism”, that he
sees as future salvation of humanity.




Gabriele D’Annunzio

In Italia D’Annunzio creò un altro importante modello dell’estetismo i
cui atteggiamenti, l’arte, le idee, o meglio i miti, appaiono il risultato
dell’incontro di un temperamento nativamente sensuale, irrazionale,
egotistico, antidemocratico con la particolare situazione storico- sociale
“fin de siecle” (di fine secolo) e con le tendenze del decadentismo
europeo.

Nella prefazione del suo romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray”,
pubblicato nel 1890, Oscar Wilde affermava: “Non esistono libri morali
o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male: questo è tutto”.
Ebbene, per Gabriele D’Annunzio la vita è come un libro: né morale, né
immorale: può solo essere scritto bene o essere scritto male. Il suo
ritenne di averlo scritto bene: è sostanzialmente questo il suo estetismo.
D’Annunzio, infatti, a differenza di tanti altri scrittori, pare non avere
una storia, un lento graduale evolversi verso atteggiamenti spirituali ed
artistici sempre più maturi e complessi: pare invece che egli giunga d’un
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tratto, giovanissimo, alla scoperta di sé, di quel motivo che resterà poi
sempre centrale in tutta la sua opera; e che da allora in poi non faccia
che intrecciare a quel motivo centrale motivi sempre diversi. Questo
motivo centrale, cuore della sua opera e, nello stesso tempo, della sua
vita di uomo, è una singolare capacità di cogliere il mondo (il mondo
tutto delle cose dello spirito) con una sensibilità estremamente raffinata
ma, appunto per questo, disgregatrice, atta a partecipare sensazioni,
espressioni, momenti, incapace di collegare in una trama organica e
umana, incapace quindi di rappresentare gli uomini e le loro vicende. E
così D’Annunzio scrive di sé: “Sempre qualcosa di carnale, qualcosa
che assomiglia ad una violenza carnale, un misto d’atrocità e d’ebrietà,
accompagna l’atto generativo del mio pensiero”. Per lui l’estetismo fu
dunque il suo primo tentativo di superare la bestialità inconsapevole e,
poiché inconsapevole, pura del naturalismo e del senso: “Ed ebbi così
nel mio sguardo l’inconsapevolezza de la purità bestiale”, scriverà una
volta nelle Laudi. L’estetismo rappresenta lo sforzo di spiritualizzare la
sensualità redimendola nel culto della bellezza (anzi della Bellezza), e si
esprime nella formula “Il verso è tutto”. L’arte è il valore supremo, e ad
essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si sottrae alle
leggi del bene e del male e si sottopone solo alla legge del bello,
trasformandosi in opera d’arte.

Sono gli anni romani (1881-91) che vedono D’Annunzio astro nascente
del firmamento letterario e mondano della capitale; un personaggio
ricercato nei salotti dell’aristocrazia, nelle redazioni dei giornali, al
centro di amori teatrali (come quello contrastato per la duchessina Maria
Hordouin di Gallese, che si apre con una fuga sensazionale, e si
conclude con un matrimonio modesto, ma memorabile); duelli
clamorosi, imprese sportive che fanno notizia, scandalo e tanta
pubblicità allo scrittore e alle sue opere: vita e letteratura cominciano a
fondersi insieme secondo la logica sia pur provinciale di quello che in
seguito sarà detto il divismo. Pronto a rispondere ai miti del giorno, e a
sua volta a suscitarli, dà in pasto al pubblico nobile e alto borghese i
miti dell’eros e del nazionalismo (basta pensare alla grande forza
retorica con cui, durante un comizio interventista a Roma del 1915,
incitava gli italiani alla violenza). Ed è qui che emerge, per la prima
volta, quell’ambiguità della sua personalità che non riuscirà mai a
superare: egli si è creato la maschera dell’esteta, dell’individuo
superiore, dalla squisita sensibilità, che rifugge inorridito dalla
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mediocrità borghese, ma in realtà il culto della bellezza e il “vivere
inimitabile” superomistico in cui si rifugia, risultano finalizzati a ciò che
D’Annunzio ostentava di disprezzare: il denaro e le esigenze di mercato.
Proprio lo scrittore più ostile al mondo borghese, era in realtà il più
legato alle sue leggi; proprio lo scrittore che più spregiava la massa, era
costretto a sollecitarla ed a lusingarla.

La fase estetizzante di D’Annunzio si conclude con il romanzo: “Il
piacere” (1889). La vicenda si svolge sul finire dell’Ottocento nel
mondo dell’alta aristocrazia romana, tra concerti, balli, corse di cavalli,
aste di raffinati oggetti antichi, pranzi ornati di fiori e di donne, frivole
discussioni salottiere. Protagonista è il conte Andrea Sperelli Fieschi
d’Ugenta, ultimo discendente di un’antica e nobile famiglia, tutto
penetrato e imbibito d’Arte, avido di amore e di piacere, amante
raffinato, elegantissimo, circondato di lusso, ma pieno di contraddizioni,
senza alcuna forza morale e volontà. Innamoratosi dell’affascinante
duchessa Elena Muti, vive con lei un’intensa avventura amorosa che si
infrange quando la donna abbandona improvvisamente Roma. Andrea
cerca invano di dimenticarla passando con incredibile leggerezza
attraverso altre avventure erotiche, e vagheggiando nel medesimo tempo
diversi amori. Rimasto ferito in duello, il giovane conte trascorre nella
villa di Schifanoja una lunga convalescenza durante la quale sembra
ritrovare le sue risorse nell’Arte e nell’incontro con Maria Ferres, che lo
conquista con la squisitezza della sua sensibilità, la raffinatezza della
sua educazione e la larghezza della sua cultura, alimentando l’illusione
di un amore finalmente sano. Ma Andrea, in cui la voce del volere è
sempre soverchiata da quella degli istinti, una volta rientrato a Roma, è
subito ripreso nel gran cerchio mondano, ove si rituffa nel Piacere e si
abbandona alle gioie della vita come in una grande avventura senza
scopo, alla ricerca del godimento, dell’occasione, dell’attimo felice,
affidandosi al destino, alle vicende, al caso. A due anni dal primo
incontro riappare Elena, ormai sposata per denaro con un ricco inglese;
ella accetta di rivedere Andrea, ma lo rifiuta sprezzantemente. La
passione per quella donna non più sua lo riavvolge nuovamente, i
ricordi del possesso lo turbano. Esasperato per l’inganno e la menzogna,
sembra trovare rifugio e consolazione nell’amore di Maria; ma in una
morbosa complicazione, non fa che sfogare coscientemente su di lei la
libidine che ancora gli desta il ricordo di Elena, giungendo a non poter
più separare, nell’idea di voluttà, le due donne. Questo ambiguo ed
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equivoco rapporto viene troncato allorché Andrea, nel trasporto erotico
con Maria, si lascia inconsciamente sfuggire il nome di Elena. Maria
fugge sconvolta ed abbandona definitivamente Andrea, che resta solo
nella stanza a gridare e a supplicare invano.

Il romanzo presenta alcune novità: Andrea Sperelli diventa il modello
dell’estetismo decadente in Italia, aristocratico, raffinato, freddo, senza
la tumultuosa e calda vita interiore dell’eroe romantico, individualista,
teso solo al gusto del bello e del piacere, a fare della propria vita
un’opera d’arte. La dimensione aristocratica del protagonista, passando
attraverso il rifiuto della volgarità, della mediocrità e della bassezza del
mondo moderno, si risolve in una posizione antidemocratica di dileggio
verso il grigio diluvio democratico odierno, il quale sommerge
miseramente la sensualità istintiva e immediata della giovane
produzione dannunziana. Quest’ultima viene, nel romanzo, mediata
psicologicamente (con un’analisi degli stati d’animo) e
intellettualmente, in un complicato gioco di conflitti estetici, erotici e
spirituali della vicenda amorosa. Andrea vive un rituale estetico-
mondano che implica “certi giochi voluttuosi, impiegandovi ora
l’amante proterva e ora l’amante materna”; l’amore diviene allora
artificio, intellettualistico e tortuoso esercizio di sovrapposizione
psicologica delle due amanti.

È una prima forma di superomismo estetizzante, di vivere inimitabile,
che però si risolve, come nel romanzo di Huysmans, nella sconfitta e
nell’inettitudine a vivere. L’esteta Andrea Sperelli è il simbolo
dell’aridità morale e del vuoto interiore di un mondo elegante e corrotto,
quello dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana di “fin de siecle”.
Tuttavia D’Annunzio, pur intuendo la crisi di valori di questo mondo, di
esso descrive solo gli aspetti esteriori, rifiutando di comprendere il
senso profondo degli avvenimenti che incalzano, e quindi di enunciare
la censura morale di un modello di esistenza corrotta, condannata
inesorabilmente a sfociare nel fallimento. L’autore non manca di
sottolineare con frequenza i vari aspetti negativi della condotta di
Andrea: “… l’ambiguità, la simulazione, la falsità, l’ipocrisia, tutte le
forme di menzogna e della frode nella vita del sentimento, tutte
aderivano al suo cuore come un vischio tenace”, e tutta la sua debolezza
era identificabile in una “potenza volitiva debolissima”. Il Piacere,
quindi, non è da interpretarsi solo come l’epopea dell’eroe decadente,
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poiché esso svela simultaneamente un risvolto di giudizio critico nei
confronti del modello morale avallato dalla mitologia decadente.
D’Annunzio si rende conto dell’intima debolezza della figura dell’esteta
e della costruzione ideologica che essa presuppone, perché egli non è in
grado di opporsi realmente alla borghesia in ascesa. Egli avverte tutta la
fragilità dell’esteta in un mondo lacerato da forze e conflitti così brutali:
il suo isolamento sdegnato non è un privilegio, ma sterilità ed
impotenza, così che il culto della bellezza si trasforma in menzogna.

L’estetismo entra allora in crisi, e D’Annunzio, soggiogato dal suo
temperamento sensuale, si indirizza verso una concezione super umana
che avrebbe dovuto, in un certo senso, giustificare questo suo mondo
irregolare, peccaminoso e tormentato della sua natura. Secondo il critico
Carlo Salinari (che si rifà a presupposti metodologici marxisti), l’idea
del superuomo non ha solo origine nella psicologia individuale di
D’Annunzio, ma anche in un preciso terreno storico, negli atteggiamenti
della classe dirigente e degli intellettuali di fine secolo, che a loro volta
si inserivano in una data situazione sociale ed economica. Il superuomo
dannunziano, al suo primo apparire, presenta alcune caratteristiche che
potrebbero così riassumersi: culto dell’energia dominatrice, sia che si
manifesti come forza (e violenza), o come capacità di godimento, o
come bellezza; ricerca della propria tradizione storica nella civiltà
pagana, greco-romana, e in quella rinascimentale; concezione
aristocratica del mondo, e conseguente disprezzo della massa, della
plebe e del regime parlamentare che su di essa è fondato; l’idea di una
missione di potenza e di grandezza della nazione italiana da realizzarsi
soprattutto attraverso la gloria militare; giudizio totalmente negativo
sull’Italia post-unitaria e necessità di energie nuove che la sollevino dal
fango; concetto naturalistico, basato sul sangue, sulla stirpe, ed altri
elementi fisici, sia della nazione che del superuomo, destinato a
incarnarla e a guidarla.

Bisogna riconoscere che questo superuomo non ha avuto molta fortuna
presso i critici. È vero che esso è servito di pretesto alle esercitazioni
encomiastiche e patriottiche di tanta parte della critica e dell’agiografia
dannunziana, specie nel periodo fascista, ma è anche vero che proprio in
quel periodo venne scoperto un nuovo profilo del poeta abruzzese meno
eroico e solare, più intimo, discreto e notturno, congeniale insomma alle
esperienze ed al gusto della nostra letteratura più recente. Nei momenti
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di stanchezza, in cui la tentazione superomistica si allenta, e il poeta si
ripiega su di sé, prendendo provvisoriamente coscienza del suo
velleitarismo, sente “dalle profonde viscere l’amarezza, con una nausea
improvvisa, rimane ad assaporarla con una specie di rassegnazione
cupa”. In questi momenti, il Nostro si rifugia “nelle memorie
dell’infanzia”, in un vagheggiamento non più panico, ma nostalgico
della natura, in una tristezza “umana nutrita d’insoddisfatta delusione”.
Allora, in uno stile da taccuino, modesto e quasi nudo (eppure
profondamente musicale), il poeta scrive le sue pagine più suggestive ed
umane. È questo il D’Annunzio “notturno”, il descrittore sobrio di quei
momenti che pure “non sorgerebbero senza la presenza del superuomo,
perché fanno parte integrante della dialettica della personalità
dannunziana”. Questa la conclusione a cui è giunta la critica più
avanzata del dopoguerra (soprattutto Croce, Gargiulo e Flora). Al
contrario, oggi, la critica non considera più il superuomo una sorta di
capriccio letterario, di sovrapposizione esterna, d’astrazione
intellettualistica, ma si accinge a una valutazione storica e scientifica
dell’opera dannunziana; essa è portata ad esaminare da vicino gli
elementi che lo compongono, per rendersi conto della loro reale portata
nella personalità del D’Annunzio. Ed è messa sull’avviso dal fatto che
lo scrittore abruzzese considerava apertamente questo periodo come il
punto d’arrivo della sua evoluzione e dei suoi esperimenti precedenti,
che il periodo superomistico non si esaurisce rapidamente come altri
momenti, ma abbraccia la totalità della produzione posteriore del
Nostro; che a questo periodo appartengono, accanto ad opere
definitivamente condannate, alcune opere che la critica, concordemente,
è portata a salvare, anzi ad ammirare; che il superuomo non nasce
isolato, ma all’interno di un movimento che comprende le due riviste
più importanti degli ultimi anni del secolo: il “Convito” di Roma e il
“Marzocco” di Firenze. Inoltre, esso corrisponde evidentemente ad
orientamenti profondi dello spirito pubblico italiano del tempo, e non a
caso sorge in un momento di crisi acuta della società italiana, dalla fine
del governo di tipo autoritario instaurato da Crispi, alla vigilia della
sconfitta di Adua. Dei vari elementi che concorrono a formare il
superuomo, è proprio quest’ultimo quello che maggiormente colpisce lo
storico oggi: l’aderenza delle posizioni dannunziane ad atteggiamenti
che erano venuti maturando in alcuni gruppi della classe dirigente e
degli intellettuali nei decenni successivi all’unità d’Italia. È dunque in
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questo sviluppo della realtà italiana e di quella parte dello spirito
pubblico che ad essa si opponeva e da essa veniva alimentato; è
nell’intreccio dei sentimenti delle generazioni posteriori all’unità
d’Italia, nella corruzione operatasi con le vicende della storia nostra ed
europea dei grandi miti risorgimentali che possiamo ora riconoscere,
senza sforzo, una delle componenti di quei motivi che stanno alla base
del superuomo dannunziano: la potenza, la guerra, la gloria, il disprezzo
per le plebi, la concezione aristocratica del mondo, l’idea di Roma e
della missione dell’Italia, il culto della bellezza.

Suggestioni nietzschiane si mescolano con occasioni nazionalistiche, e
con il consueto estetismo della parola nel romanzo “Il trionfo della
morte” (1894). Ma il manifesto del Superuomo dannunziano è il
romanzo “Le vergini delle rocce” (1896), dove il pensiero di Nietzsche,
svuotato dei suoi motivi più profondi, è ridotto all’egotismo, al
disprezzo della plebe, e al compiacimento della violenza e della guerra.
Dal messaggio politico delle “Vergini delle rocce” si passa, con “Il
fuoco” (1900), al messaggio poetico del superuomo, che si intreccia con
il motivo dello sfiorire della bellezza della Foscarina, sullo sfondo
decadente di una Venezia autunnale.

Dai personaggi del poeta, protagonisti di tali opere, emerge chiaramente
che il Superuomo è il dominatore di un mondo al di là del bene e del
male, che l’istinto è la sola verità, che la morale è una menzogna, che il
dominio è l’unica legge, che avvicinandosi alla belva l’uomo supera
l’uomo, si accosta all’eroe, e come dunque sia necessario oltrepassare
l’umano, cioè andare oltre il cristianesimo che afferma la coscienza del
male. Bisogna liberarsi insomma di quell’etica, che vieta la lussuria,
porre l’arbitrio di poter osare tutto ciò che risuona come piacere. Idee
queste che ritroviamo espresse arbitrariamente nelle opere del
D’Annunzio, attraverso lunghe dissertazioni dei suoi personaggi, che
celano una tremenda aridità interiore, diremo del cuore, dal momento
che il poeta e lo scrittore non riesce ad ammetterle nella sostanza viva di
ciò che vorrebbe concretamente rappresentare. Fu questa, come è stata
osservata, una via d’uscita del poeta che credette di poter fare della
morale eroica il proprio mondo come, per esempio, la mitologia greca
fu il mondo di Omero e la dottrina cattolica costituì il mondo di Dante.
Da questo modo eversivo di concepire l’esistenza, a giustificare
l’amoralità della lotta dei sensi, il poeta doveva prendere lo spunto non
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soltanto per modellare i suoi personaggi, ma anche per ricavarne un
significato estetizzante che troveremo sparsamente in quasi tutta la sua
produzione lirica del periodo maturo, che va dalla Laus Vitae, a
Merope, ai Canti della guerra latina. Egli stesso, infatti, confessava: “Io
ho per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo. L’educazione
estetica del mio spirito mi trascina irresistibilmente al desiderio
dell’acquisto di cose belle. Io avrei potuto benissimo vivere in una casa
modesta, sedere in seggiole di Vienna, mangiare in piatti comuni,
camminare su un tappeto di fabbrica nazionale, prendere il the in una
tazza di tre soldi, soffiarmi il naso con fazzoletti di due lire alla mezza
dozzina, portare camicie di Schostall o di Longoni. Invece, fatalmente,
ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti della Persia, piatti giapponesi,
bronzi, avori, ninnoli, tutte quelle cose inutili che io amo con una
passione profonda e rovinosa…”. D’Annunzio, infatti, fu una presenza
più che significativa nella società e nel costume del suo tempo: il 9
agosto 1918 gli abitanti di Vienna furono sottoposti ad un
bombardamento aereo veramente singolare. Il cielo si coprì di fogli di
carta dipinta con i colori della bandiera italiana, bianco, rosso, verde,
erano volantini propagandistici il cui testo si apriva con parole
veramente inusitate: “Viennesi! Noi potremmo lanciare bombe a
tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto”. L’appello, che è un
capolavoro di propaganda bellica, suona oggi proprio come un
documento contemporaneo. “Noi italiani non facciamo guerra ai
bambini, ai vecchi, alle donne – lessero i viennesi – noi facciamo la
guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali”. Questa
distinzione, in cui s’insinuava che il governo era indegno del popolo che
pretendeva di guidare, è diventata in seguito molto comune nei tentativi
di provocare nell’opinione pubblica un malcontento di massa. A quei
tempi era, però, qualcosa di nuovo, così come lo era l’eloquente chiusa
del manifesto: “…oramai lo vedete, tutto il mondo si è volto contro di
voi. Volete continuare la guerra? Continuatela. È il vostro suicidio. Che
sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro
decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore mordendolo”. I piloti che
lanciarono il messaggio su Vienna avevano rischiato la vita solo per fare
quello che in fin dei conti non era altro che un gesto eroico. Era
un’impresa che si differenziava nettamente dalla maggior parte delle
attività belliche della Grande Guerra, che, come si usa, fu una guerra
senza eroi, un’anonima guerra di trincea in cui masse di soldati si
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massacravano a vicenda per piccoli lembi di territori, ma cui raramente
il coraggio e l’eroismo individuale avevano occasione di manifestarsi.
Gabriele D’Annunzio, autore del messaggio lanciato su Vienna il 9
agosto, e comandante dello squadrone che rischiò la vita per fare bella
figura, fu un personaggio che sovrastò questo spettacolo dalla trincea. Il
suo campo d’azione non si limitò al cielo, ma lasciò un’impronta anche
in azioni navali e di terra. Sia che si trattasse di bombardare dal cielo
Trieste per due volte nella stessa giornata (prima con volantini, poi con
bombe) o di andare all’assalto delle trincee austriache nel cuore della
notte con pistole e pugnali e avvolto in uno svolazzante mantello, o di
guidare motosiluranti nel bel mezzo della flotta austriaca all’ancora e di
far saltare un caccia torpediniere nella baia di Buccali, D’Annunzio si
conquistò la fama di essere grande poeta – soldato della guerra.



Il Superuomo in D’Annunzio
Le molteplici azioni da grande soldato da parte del Nostro
corrispondono ad altrettante espressioni di un superomismo principale,
velleitario. Di un velleitarismo alimentato nelle cose dal contrasto fra
un’illusione storica propria dei vasti gruppi di intellettuali e la realtà
italiana. In lui si determina quel fenomeno caratteristico della letteratura
decadente: lo smarrimento della differenziazione (nella categoria della
possibilità) fra possibilità astratta e concreta. Così, i suoi superuomini
sono stranamente divisi fra l’altezza degli scopi che si propongono e
l’incertezza di poterli raggiungere, fra la tensione spasmodica della
volontà e un desiderio di tregua. Infatti, al mito del superuomo è
congiunta una speciale concezione della vita: il D’Annunzio ricorse al
Superuomo per formarsi un senso della vita che sentiva mancargli. Egli
aveva bisogno di una più alta, più comprensiva, più larga concezione
del mondo. Il Superuomo dannunziano sa che il mondo è il suo
giardino, di cui egli può cogliere tutti i frutti: i frutti sono fatti apposta
per lui, disposti per la soddisfazione del suo infinito desiderio. Così
scrive, infatti, D’Annunzio: “La vita è una specie di sensualità diffusa,
una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da
palpare, da mangiare. Gli uomini d’intelletto, educati al culto della
bellezza, conservano sempre una specie di ordine, anche nelle peggiori
depravazioni”.
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Infatti, il Superuomo dannunziano sa un’altra cosa (e in ciò si vede
come il Nostro faceva una tradizione estetica del Superuomo
nietzschiano, la più adatta alla sua indole): egli sa che la sua natura,
tutto ciò che esiste, è fatta per essere configurata da lui in forme di
bellezza, e l’opera del poeta continua quella della natura. Il Superuomo
è onnipotente e non ha legami di sorta intorno a sé; il mondo in cui egli
vive non è il nostro o simile al nostro, è una costruzione particolare in
cui sono aboliti i rapporti delle cose; vi domina con l’antistoricità,
l’astrazione, e l’arbitrio. L’unica armonia che il poeta avesse potuto
recarvi dentro, era una subordinazione d’ogni cosa al punto di vista del
Superuomo stesso. Ecco perché Benedetto Croce affermava che un
concorde giudizio nega l’umanità a D’Annunzio e alla sua opera. Il
critico abruzzese, infatti, così scrive: “Il Flora, che ottimamente osserva
come al D’Annunzio sia affatto ignoto il senso del peccato, e, d’altra
parte, come la sua arte manchi di “cordialità”, di “domestica intimità”, e
sia un’arte senza amicizia, non ha dubitato di tradurre la formula
negativa dell’umanità di lui nel suo rovescio positivo, che è la presenza
dell’animalità o bestialità”.

Alla radice della riserva crociana, o addirittura della disistima che la
critica di ieri e di oggi suole generalmente avanzare nei riguardi
dell’opera dannunziana, è anche l’inadempienza moralistica dello
scrittore. Gabriele D’Annunzio sperimenta l’etica dell’intellettuale che
ha esautorato i rapporti tra coscienza e realtà e intende vivere le
possibilità della vita come altrettanti esperimenti di se stesso e prove
incondizionate dell’inesausta capacità a tentarle e nel contempo a
eluderle, a farne insieme un miraggio e una smentita, oggetto di brama e
di ripudio, d’idolatria e di scetticismo. Il maleficio fascinoso del mondo
dannunziano s’annida in quest’assiduo processo di contaminazione a cui
risulta sottoposta l’esperienza umana. E noi, invece, siamo soliti
chiedere all’arte soluzioni decise e scelte responsabili. Essa dovrebbe
darci la passione e la sua liberazione, la colpa e il suo riscatto. Gli
scrittori ideali noi li vagheggiamo simili a Dante o a Manzoni. Essi,
cioè, dovrebbero rappresentare il mondo reale nei suoi aspetti più
obiettivi e più sconcertanti, magari come denunzia di verità tradite e di
promesse mancate, ma con l’obbligo simultaneo di indicare una
redenzione o una speranza metafisica. E se non lo fanno, cioè se non
riescono a darci nella stessa pagina il veleno e l’antidoto, noi li
definiamo “decadenti”, vale a dire vittime di se stessi e della loro
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debolezza. Gabriele D’Annunzio ha infranto ostentatamente questa
garanzia, cercando di far convivere la sofferenza all’egoismo, l’intimità
nell’ambizione estetica, la purezza nel vizio, la fiducia e l’esaltazione
nella dichiarata o sottintesa abulia del vivere, e ancora, il raro nel
volgare, l’oblio nel velleitarismo, l’innocenza nella raffinatezza, la
semplicità nella barocca complicatezza. Alla fine l’arte del D’annunzio,
tanto nella lirica, quanto nella narrativa, arriva a disporsi in una
prospettiva che può risultare contraddittoria, e meglio si direbbe
ambigua, come quella che ha presunto di costruire una realtà con la
segreta intenzione di demolirla, d’istituire un costume per vederlo
immediatamente dissolto, di edificare una coscienza armata e
sovrastante eppure intrinsecamente passiva e fatalmente fallimentare.

In effetti, nella visione umana (che si concretizza sulla strada del
nichilismo nietzschiano) ed artistica di D’Annunzio, è rilevabile una
sostanziale debolezza ideologica, unitamente alla mancanza di
un’autentica profondità interiore.

La scoperta di Nietzsche costituisce per il Nostro la conclusione quasi
necessaria di tutta la sua avventura estetica. Si potrebbe persino
affermare che il suo nietzschianesimo preesiste, come un fatto istintivo,
alla conoscenza del filosofo e delle sue opere. Come ammette del resto
lo stesso D’Annunzio, le concordanze del pensiero nietzschiano
derivano “dal fondo della sua natura” e si trovano già “in germe” nel
libro della sua adolescenza. Ma, allorché si riconosce che l’esperienza
del Superuomo dà al D’Annunzio la rivelazione definitiva di se stesso,
occorre pure precisare che la lezione di Nietzsche non si esaurisce in un
manifesto di deliri aristocratici e di titanismi teatrali. Lo scrittore del
“Fuoco” rimane estraneo alla tragicità metafisica della “gaia scienza”,
quantunque la rivendichi anche per sé; ma ricava però da Nietzsche,
rivendicandola nella forma più immediata e carnale, la certezza di una
natura che è semplice divenire, flusso e riflusso di una materia perenne
abitata dal nulla. E’ una percezione, questa, che non abbandonerà mai il
D’Annunzio, dal “Trionfo della morte”, dove si proclama con Eraclito
in cui “le cose passano dalla nascita all’essere visibile e quindi al non
essere” con un “movimento senza principio e senza fine”, in un
continuo processo di formazione e di trasformazione, al “Libro segreto”,
c’è, accantonata la maschera della finzione romanzesca, conclude: “La
vita conosce un solo destino, esercita un solo ufficio: è soltanto intesa a
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perpetuarsi e a maturarsi. Non v’è scopo, non v’è meta, non fine è
nell’Universo; e non v’è Dio”. Anche nel D’Annunzio, insomma, alle
radici stesse della sua esaltazione della vita, una disposizione
nichilistica, la quale non può trascendere se stessa se non trasfigurando
la realtà dell’istante in un’apparenza assoluta; e ciò spiega perché,
indipendentemente dalle sue dichiarazioni programmatiche, che puntano
se mai sugli aspetti più chiassosi del nietzschianesimo e sulla loro
degradazione a mistica politica, egli si trova di fatto d’accordo con il
profeta di Zarathustra nell’attribuire all’arte, una volta scomparso ogni
residuo di mondo soprasensibile, il ruolo unico di uno stimolo vitale,
che si afferma come valore supremo dell’uomo. Così l’atto poetico,
eretto sulla coscienza più o meno chiara del nulla, crea alla volontà un
sistema di forme possibili, a partire dalle quali la “volontà di potenza” si
libera solo verso se stessa. D’altro canto, allorché si ragiona della poesia
dannunziana, il pensiero di Nietzsche può servire al lettore di oggi non
solo per individuare le matrici profonde di una letteratura che si
converte in azione, perché non esiste nulla al di fuori di essa, ma anche
per coglierne certe strutture fondamentali, certi modi di essere. Ha
scritto Nietzsche in un frammento dell’opera postuma, che va sotto il
nome di Wille zur Macht, che l’arte o nasce dall’insoddisfazione verso
il reale o dall’espressione di gratitudine per una gioia fruita: nel primo
caso si ha il Romanticismo, il sogno; nel secondo, il ditirambo,
l’apoteosi. Ebbene, l’indicazione può subito essere applicate al mondo
lirico del D’Annunzio, dove i due momenti, poi, risultano come fusi
insieme, unificati dalla ricerca di un mito da riscoprire e da celebrare
nella purezza di una natura che restituisca alla sensazione la sua fluidità,
la sua forza d’incanto primitivo e di contatto magico. C’è da
aggiungere, però, che il mito dannunziano, ove non si risolva in
un’astratta declamazione di fantasmagorie verbali, rimane sempre un
tentativo intimamente problematico, anche se gioioso, di trasferire la
coscienza moderna, riducendola ad acre energia animale, in una
presenza sciolta dal tempo: i gesti antichi riemergono come modelli di
un’altra vita ed insinuano nella memoria una suggestione ritmica,
un’ebbrezza che tiene un po’ del rito, sino a creare com’è detto nel
“Fuoco”, “una rispondenza ideale tra le nostre anime e una qualche cosa
terrena, in modo che a poco a poco questa impregnandosi della nostra
assenza e magnificandosi della nostra illusione...assume quasi una
figura di mistero”. Il mito confina anche, così, con il gioco, risvegliando
                                                                           21


un “demone mimetico” di cui, si badi bene, il D’Annunzio è ben
consapevole.



Il Superuomo di Nietzsche

Il Superuomo, che caratterizza lo sbocco finale, la parola conclusiva del
pensiero di Nietzsche, affonda, secondo alcuni filosofi, le proprie radici
nel darwinismo. Il Superuomo viene infatti concepito come il frutto più
alto dell’evoluzione, l’esponente più elevato della specie umana,
formatosi attraverso la lotta per l’esistenza; lotta che porta
necessariamente alla vittoria del più forte contro gli inetti, contro i
deboli e gli impotenti. Il Superuomo esprime il progetto di un nuovo
essere qualificato da una serie di caratteristiche, che emergono
oggettivamente dall’opera nietzschiana: egli è colui che è in grado di
accettare la vita, vincere le repressioni morali e sociali, superare le
contraddizioni e le lacerazioni in cui è costretto da tutta una tradizione
di pensiero idealistica e cristiana, operare una trasmutazione di valori
che rifiuti ogni giustificazione della vita che non venga dalla vita stessa,
reggere la morte di Dio, presenza invadente ed ossessiva, guardare in
faccia alla realtà al di là delle illusioni metafisiche, cioè con la libertà e
la creatività che un cosmo di valori già fissati gli negava, vivere e
superare l’eterno ritorno e porsi come volontà di potenza. Da ciò emerge
la visione del Superuomo in una prospettiva futura, tant’è vero che la
traduzione del termine tedesco “Ubermensch” può essere resa anche con
“oltre- uomo”.

La teoria, o meglio il mito, del Superuomo è presentato da Nietzsche nel
suo scritto più importante, “Così parlò Zarathustra” in cui è narrata
l’auspicata trasformazione dell’uomo in Superuomo. Zarathustra, antico
filosofo persiano vissuto nel VII secolo a.C., e fondatore dell’antica
religione precristiana, diventa, nella trasfigurazione compiutane da
Nietzsche, il profeta del Superuomo. Egli, infatti, dopo un lungo periodo
di solitaria meditazione, si reca nella città più vicina ed aiuta l’uomo a
liberarsi dai legami che lo tengono avvinto alla “preistoria”,
annunciando un nuovo messaggio:
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“Io vi insegnerò cos’è il Superuomo. L’uomo è qualcosa che deve
essere superato. Che cosa avete fatto per superarlo?

Tutti gli esseri fino ad oggi hanno creato qualcosa che andava al di là di
loro stessi: e voi invece volete essere la bassa marea di questa grande
ondata e tornare ad esser bestie piuttosto che superare l’uomo?

Che cos’è la scimmia per l’uomo? Qualcosa che fa ridere, oppure
suscita un doloroso senso di vergogna. La stessa cosa sarà quindi
l’uomo per il Superuomo: un motivo di risa o di dolorosa vergogna.

Avete percorso il cammino del verme dell’uomo, ma in voi c’è ancora
molto del verme. Una volta eravate scimmie, e anche adesso l’uomo è
più scimmia di qualsiasi scimmia del mondo.

Ma anche il più saggio di voi non è che un essere ibrido, qualcosa di
mezzo fra la pianta e lo spettro. È questo forse ch’io vi comando di
essere? Fantasmi o piante?

Guardate, io invece vi insegno a diventare Superuomini!

Il Superuomo, ecco il vero senso della terra. La vostra volontà quindi
dica: il Superuomo diventi il senso della terra.

Vi scongiuro, o fratelli, siate fedeli alla terra e non credete a coloro che
vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono dei manipolatori di veleni,
sia che lo sappiano, o no.

Sono degli spregiatori della vita, dei moribondi, degli intossicati dei
quali la terra è stanca: se ne vadano in pace!

Una volta il peccato contro Dio era il peggiore sacrilegio; ma Dio è
morto, e perciò sono morti anche questi esseri sacrileghi. Peccare contro
la terra, ecco la cosa più terribile che si può fare oggi; stimare di più le
viscere dell’imperscrutabile che non il senso della terra!

Un tempo l’anima guardava con disprezzo al corpo: e allora questo
disprezzo era la cosa più alta: essa voleva che fosse magro, affamato,
orribile. Così pensava di sfuggire a lui e alla terra.
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Oh, quell’anima era essa stessa orribile, magra, affamata: e la gioia di
quell’anima era la crudeltà!

Ma anche voi, fratelli miei, ditemi: che cosa vi dice il corpo a proposito
di questa vostra anima? Non è essa povertà, sporcizia e un miserabile
benessere?

In verità, l’anima è un sudicio fiume. Bisogna essere un mare per
accogliere in sé un sudicio fiume senza diventare impuri.

Ecco, io vi insegnerò a diventare Superuomini; il Superuomo è appunto
quel mare, in cui si può perdere il vostro grande disprezzo.

Qual’è la cosa maggiore che può toccarvi? È l’ora del grande disprezzo.
L’ora in cui anche la vostra felicità vi ripugnerà, come pure la vostra
ragione e la vostra virtù.

L’ora in cui: “Che importa la mia felicità? Essa è povertà e sudiciume e
misera soddisfazione di sé. Eppure la mia felicità doveva giustificare la
sua esistenza!”.

L’ora in cui mi direte: “Che importa la mia ragione? È essa avida di
scienza come di cibo il leone? Essa è povertà e sudiciume e misero
appagamento di sé”.

L’ora in cui direte: “Che importa la mia virtù? Ancora non mi ha reso
demente. Come son stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò è
povertà e sudiciume e misero a pagamento di sé”.

L’ora in cui direte: “Che importa la mia giustizia? Non mi accorgo di
essere un carbone ardente. Ma il giusto è un carbone ardente!”.

L’ora in cui direte: “ Che importa la mia compassione? La compassione
non è forse la croce a cui è inchiodato colui che ama gli uomini?
Passione non è forse la croce a cui è inchiodato colui che ama gli
uomini? Ma la mia compassione non è crocifissione”.

Parlaste già così? Gridaste già così? Ah, vi avessi io già udito parlare
così!
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Non il vostro peccato, la vostra rassegnazione grida al cielo, la vostra
parsimonia anche nel peccato grida al cielo!

Dov’è il lampo che vi lambisca con la sua lingua? Dove la demenza che
bisognerebbe inocularvi?

Vedete io vi rivelo il Superuomo : egli è questo lampo, è questa
demenza!...

L’ uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo, una corda al di
sopra di un precipizio”.

La difficoltà che si incontra nell’interpretazione di tale passo, come per
tutto il resto delle sue opere, nasce dal fatto che la speculazione di
Nietzsche non si basa su analisi e costruzioni razionali, ma è anzi un
“pensare selvaggio”, indomito nei confronti di alcuna razionalità.
Deriva da un ambito, che, dall’immediatezza dell’esperienza, coglie
profonde intuizioni e le elabora in un linguaggio mitico e poetico.
Zarathustra esprime e definisce qualcosa che è oltre l’uomo e che
tuttavia è proprio dell’uomo. Che sia oltre l’uomo, significa spesso che
l’uomo viene distanziato con disprezzo dal Superuomo: l’uomo, nella
sua essenza, e in particolare l’uomo così com’è nella sua realtà attuale,
è, secondo la prospettiva del Superuomo, un sottouomo, al di sotto della
sua misura. Il confronto con la scimmia non deve far pensare che
Nietzsche aderisca all’evoluzionismo, e creda che il Superuomo sarà il
prodotto di un’evoluzione della specie umana; al contrario, egli ritiene
che vi sia stata una lunga decadenza dell’uomo, e il confronto serve
semplicemente di sprone all’uomo. Il senso di vergogna di cui parla
Zarathustra indica che l’uomo comune, quello che si vede sulla piazza,
appartiene in qualche modo al Superuomo. Il rapporto quindi tra uomo e
Superuomo non è soltanto negativo: l’uomo, nella sua ridicolezza, fa
parte del Superuomo, ma in modo tale che se ne vergogna. Ma anche il
Superuomo fa parte dell’uomo. Egli si può e si deve portare alla luce.
Egli è “la folgore della nube oscura chiamata uomo”. Il Superuomo è,
però, ancora ben lontano dato che il più saggio degli uomini è
paragonabile ad un ibrido tra una pianta e uno spettro, cioè devia verso
il disumano, visto nell’insensibilità (la pianta) e nella fuga nell’irreale
(lo spettro). Zarathustra si propone di far nascere questo “homo novus”,
nel quale confluiscono il superamento dell’uomo e l’affermazione
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dell’uomo fedele all’impegno. La “terra” indica tutto ciò che ha fatto
percepire all’uomo l’appello all’impegno. Resta tuttavia vincere il
sospetto che la terra stessa costituisca una zona di rifugio rispetto ad un
ambito più impegnativo, il “sopraterreno” appunto. Diventa allora
importante per Nietzsche chiarire che il Superuomo, nella sua armonia
di oltrepassamento dell’umano e di fedeltà alla terra, apre un orizzonte
che è in grado di smascherare immediatamente i tentativi di limitarlo. Il
disprezzo per l’uomo è suscitato dallo stesso disprezzo che tale uomo ha
per le proprie capacità; si tratta infatti di un uomo che si lascia
condizionare da tutto ciò che limita prospetticamente la sua potenza. Il
primo dei condizionamenti che Nietzsche elenca li comprende
potenzialmente tutti: una felicità che nasce dalla limitazione del proprio
compito può ben essere giudicata qualcosa di “miserabile”; si tratta di
un auto-impoverimento, reso possibile da un auto-accecamento circa il
valore della vita. La felicità può essere tale solo se nulla della realtà la
rende infelice, solo se essa è in grado di dare un senso positivo ad ogni
cosa, di “giustificarla”. Non si tratta di ridurre il mondo alla propria
misura, ma di rendere se stessi capaci di misurare effettivamente il
mondo alla propria misura, a nulla rinunciando e nulla giudicando
dualisticamente indegno di esistere. Il Superuomo è il mare che può
accogliere e purificare il fiume immondo, non perché sia dotato di una
superiore capacità, ma semplicemente perché toglie l’alienazione che
rende immondo l’uomo. La vittoria sulla tentazione rinunciataria non
può avvenire per gradi; è in gioco la radicalità dell’uomo, che può
essere rifiutata o accolta. Il Superuomo è il fulmine che risolve d’un sol
colpo le tensioni accumulate dai comportamenti evasivi. Nietzsche
associa l’immagine del fulmine a quella della demenza, che qui sta ad
indicare che il Superuomo introduce una logica completamente estranea
alla mentalità rinunciataria. I verbi, che sono usati per il fulmine
(lecken) e per la demenza (geimpfen), denotano che il Superuomo non è
una meta sublime e lontana, ma un’iniziativa che incalza dall’interno e
dall’esterno l’uomo rinunciatario, non lasciandogli ulteriori motivazioni
per sottrarsi all’impegno, costringendolo all’alternativa fra l’auto-
disprezzo e il rischio integrale per la grandezza. L’uomo deve
intraprendere il pericoloso passaggio al di là dei propri condizionamenti
prospettici, oppure resterà definitivamente schiavo di questi. “La
grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si
può amare che sia una transizione e un tramonto”. Il Superuomo è il
                                                                             26


filosofo dell’avvenire. Gli “operai della filosofia”, come Hegel, non
sono veri filosofi. I veri filosofi sono dominatori e legislatori: dicono
“così deve essere”, prestabiliscono la meta dell’uomo e per far ciò
utilizzano i lavori preparatori di tutti gli operai della filosofia e di tutti i
dominatori del passato. “Essi spingono nell’avvenire la mano creatrice e
tutto ciò che è e fu diventa per loro un mezzo, uno strumento, un
martello. Il loro conoscere equivale a creare, il loro creare a legiferare, il
loro volere la verità a volere la potenza”. Essi hanno virtù che non
hanno niente a che fare con quelle degli altri, possono sopportare la
verità, l’intera e crudele verità sulla vita e sul mondo; e così possono
accettare veramente la vita e il mondo.




Il Superuomo ed il Nazismo

Il mito del Superuomo, nella prima metà del secolo scorso, non
affascina solo l’ambiente letterario, ma anche quello politico (anche se
le questioni di tale ambiente rimangono estranee al filosofo, dato che il
nazionalismo per lui è un punto di vista troppo angusto). Egli è toccato
solo da una questione che è già stata messa in gioco nel suo tempo e
particolarmente in Germania: l’antisemitismo. Il suo rifiuto energico,
spesso direttamente astioso di questo movimento, che determinò la
rottura perfino con l’unica sorella, le sue numerose conoscenze ebree, ci
fanno oggi apparire completamente incomprensibile il fatto che la
Germania razzista del 1933 potesse esaltare proprio Nietzsche come
“suo” filosofo. E, ancor più grottesco, si fa poi la storia quando si viene
a sapere che l’archivio nietzschiano di Weimar, temporaneamente covo
ideologico di quest’idea di Stato, era stato fondato con capitali ebrei!

L’interpretazione nazista di Nietzsche, che ha trovato la più
emblematica espressione nel libro di Alfred Baeumler “Nietzsche, il
filosofo e il politico” (1931), è stata facilitata da una singolare vicenda
filologica, consistente nel fatto che la sorella, Elisabeh Forster-
Nietzsche, nel desiderio di fare del fratello il teorico di una palingenesi
                                                                          27


reazionaria dell’umanità, non esitò, dopo essersi impadronita degli
inediti, a manipolare i testi del filosofo, pubblicando nel 1906 la
“Volontà di potenza”, nella quale il pensiero di Nietzsche assume quella
fisionomia anti-umanitaria ed anti-democratica sulla quale farà leva la
lettura nazista.

Nella cultura tedesca tra le due guerre, Baeumler gioca un ruolo di
primo piano. Egli può essere considerato il filosofo classico della
cultura di quel tempo, anzi, il maestro cui si rifanno molti intellettuali
del partito nazionalsocialista. Come esprime lo stesso titolo della sua
opera, Baeumler sostiene la tesi che Nietzsche sarebbe a un tempo
filosofo e politico; non a caso lo studio si divide in due parti
fondamentali, rispettivamente intitolate “Nietzsche filosofo” e
“Nietzsche politico”, che sono tra loro strettamente unite. Con ciò
Baeumler vuole sottolineare che nel pensiero nietzschiano non si può
distinguere il momento teorico da quello pratico. Tale unità, inscindibile
tra teoria e prassi, viene messa particolarmente in evidenza nella
seconda parte del suo studio, quando considera Nietzsche come un
“pensatore esistenziale”, la sua tematica culturale non si esaurisce nelle
polemiche, che egli conduce in tutti i suoi scritti nei confronti della
cultura del suo tempo, ma è sorretta da un’impostazione metafisica che
si esprime nella sua dottrina della Volontà di potenza. L’opera che va
sotto la denominazione di “Volontà di potenza”, secondo Baeumler,
rappresenta il complesso dei pensieri postumi del filosofo, collegati tra
loro secondo un’interna coerenza; essi presentano un pensare che ci
richiama da vicino quello eracliteo. Considerare uomo e mondo secondo
una concezione eraclitea, significa considerarli in un continuo divenire
che come tale non può mai esaurirsi. Tale concezione filosofica prende
il nome di “realismo eroico”. Così le due espressioni “pensiero
esistenziale” e “realismo eroico” sono in fondo affini, e intendono
evidenziare un filosofare eracliteo come continuo superamento, anzi,
come continua lotta. Ora, proprio il concetto di lotta (Kampf), inteso
appunto in senso metafisico, porta Baeumler a cogliere l’unità del
filosofare nietzschiano nei due momenti indissolubili, quello teorico e
quello pratico. In altre parole, il concetto metafisico di lotta presenta il
terreno comune tra filosofia e politica. Si può così dire che Nietzsche è
filosofo in quanto è politico o, che è lo stesso, è politico in quanto è
filosofo. Così riceve un senso nuovo l’individualismo nietzschiano, dato
che l’essenza dell’individuo può realizzarsi solo in una dimensione
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politica che trova la sua espressione ultima nella concezione dello Stato.
Lo stato riceve in tal modo una sua configurazione metafisica, anzi, si
rivela come l’espressione ultima del filosofare eroico o del filosofare
esistenziale. Baeumler è convinto che, sebbene non si possa dedurre
dagli scritti di Nietzsche una dottrina sullo Stato, tuttavia le sue
riflessioni aprono la via per una nuova dottrina su di esso. D’altra parte,
è pure convinzione di Baeumler che il ben noto individualismo
nietzschiano non esclude un suo legame intrinseco con lo Stato. Infatti,
se Nietzsche parla di individuo, egli intende alludere soltanto alla
superiorità dello Spirito e non già a una dimensione anarchica
dell’individuo. Anzi, Baeumler ritiene che sia possibile mettere in luce
nel pensiero di Nietzsche un terreno comune tra questa concezione
dell’individuo come superiorità dello spirito, e la dimensione del
collettivo a partire dalla tematica del corpo, che è centrale nel filosofare
nietzschiano. Non occorre far notare che per Baeumler il terreno del
collettivo, nel quale si radica il momento di individualità, non è tanto un
vago concetto di umanità, quanto un’unità concreta, come può essere
una razza, un popolo o uno stato. Del resto Baeumler è dell’avviso che
chi pensa secondo l’angolo visivo del corpo, non può essere un
individualista nel senso negativo del termine. D’altra parte, il singolo
batte il cammino della grandezza solo quando partecipa delle tensioni
che hanno luogo tra le unità storiche del mondo. Sotto questo aspetto, si
può vedere come il momento filosofico incominci a prendere forma
proprio in quello pratico che, come detto, trova nel concetto di stato
l’espressione filosofica più alta. Ora, se si tiene presente tale filosofare
eroico o filosofare esistenziale, assume un suo preciso significato, la
concezione del Superuomo che non sarebbe altro, secondo Baeumler,
che un’espressione per denotare tutto ciò che è eroico nel puro concetto
terrestre. Zarathustra sarebbe proprio colui che annuncia tale pensiero
esistenziale ed eroico a un tempo. Questo spiega perché Baeumler
faccia di continuo presente che, con la sua interpretazione, egli intende
porsi decisamente in polemica con quell’interpretazione che egli
denomina dionisiaca e che è purtroppo predominante nei primi decenni
del secolo. Baeumler è convinto che ponendo in primo piano la
componente dionisiaca che è senza dubbio presente in Nietzsche, ci si
espone al pericolo che rimanga in realtà coperta la dimensione autentica
del suo filosofare. Nietzsche è in primo luogo amico dei Greci ed è
scolaro di Eraclito e non già di Dioniso. Senza dubbio, proprio questa
                                                                        29


interpretazione del Superuomo porta Baeumler alla convinzione che il
pensiero dell’Eterno ritorno non può rientrare nell’ambito del filosofare
nietzschiano, che è dominato da una interna coerenza. Questa è data
proprio dal carattere eracliteo del mondo. Di qui la conclusione che la
concezione dell’Eterno ritorno, che sostiene una concezione dionisiaca
del reale, si trova in opposizione alla concezione eraclitea, e perciò non
può rientrare nel pensare unitario tipico della problematica nietzschiana.
In fondo, la concezione dell’Eterno ritorno può essere considerata come
concezione di un’esperienza personale, e non può quindi essere inserita
nel contesto oggettivo di un sistema unitario e coerente come è appunto
quello nietzschiano. Quindi, il rapporto tra la dimensione dell’Eterno
ritorno e quella della Volontà di potenza è soltanto un rapporto esterno e
non già interno. L’eterno ritorno non rientra nell’ambito dell’accadere
dell’essere. Si può dire pertanto che la concezione dell’Eterno ritorno è
a livello religioso, mentre quella della Volontà di potenza è a livello
filosofico. Questo comporta che la concezione dell’Eterno ritorno non
può più rientrare nella problematica della verità, che ha luogo soltanto
su un terreno strettamente filosofico come quello della Volontà di
potenza. Nell’eterno ritorno domina la dimensione dell’amore, mentre
nella Volontà di potenza domina l’opposizione, la divisione, la lotta, che
sono momenti tipici della dimensione eraclitea. Nietzsche ha voluto in
tal modo delineare l’immagine di un filosofo aperto al rischio, il quale
ha il coraggio di opporsi al filosofare sognatore, chiuso in una realtà
religiosa e mistica che rappresenta appunto la realtà del dionisiaco.
Secondo Baeumler, inoltre, la dimensione politica del pensiero di
Nietzsche ha anche una valenza storica. Il filosofo fa propria la tematica
nietzschiana del destino: la forza che agisce nella storia sarebbe in
fondo solo quella del destino e non già quella del singolo essere umano.
Secondo questo modo di considerare il reale, le azioni sarebbero
momenti accidentali a servizio di un’Idea. Ciò porta però alla
conseguenza che viene offuscato il fondamento ultimo della stessa
azione. In fondo, Baeumler vuole mettere in guardia il tedesco da quella
visione storica secondo la quale le singole rivoluzioni che ci sono state
in Germania non avrebbero fatto altro che preparare ciò che nella
cultura del suo tempo viene riconosciuta come “la rivoluzione tedesca”.
A suo avviso non ha senso enumerare i motivi che hanno concorso al
successo di queste rivoluzioni, poiché ciò significherebbe scambiare la
fisiologia con la politica. È fondamentale, per capire il pensiero di
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Baeumler a riguardo, tener presente che nel terreno nietzschiano della
tematica politica non si deve distinguere il piano della possibilità dal
piano della realtà. Questo implica che si deve finalmente superare la
concezione di un’Idea che agisce sulla storia non solo sul piano
puramente teoretico, ma anche su quello pratico. La rivoluzione
autentica non è frutto di una pura somma d’azioni, ma è qualche cosa di
più profondo che secondo Baeumler sarebbe dato da una forza
misteriosa che sin dai tempi antichi è conosciuta come Destino. Solo in
forza di questo si può parlare di autentica unità. Il momento d’unità non
segue l’azione, ma è ciò che la precede. È determinante, quindi, il
momento d’anticipazione che ha luogo in una dimensione di decisione
che sfugge alla comprensione del singolo. Il momento profondo di tale
unità non è però a livello di pura Idea, ma soltanto a livello di
un’esistere fattuale. Così, l’azione storica non è il momento particolare
che deve essere realizzato nell’ambito di un orizzonte più generale, ma è
quella sua realizzazione fattuale il segno di una forza misteriosa che è in
sé dominata dalla legge della necessità.

Secondo Baeumler, Hitler non ha criticato la Repubblica di Weimar con
argomenti a livello teorico, ma la sua stessa azione, in quanto azione
storica, si pone come critica a tutto l’apparato culturale che sosteneva la
concezione di una simile repubblica. In altre parole, la legittimità
dell’azione di Hitler è da cogliersi solo nel fatto della sua azione. Agli
occhi della borghesia ciò doveva essere considerato come una
mostruosità. Però, proprio tale carattere di mostruosità sarebbe tipico di
chi agisce. Il popolo tedesco deve pertanto, secondo Baeumler, divenire
cosciente della grandezza delle singole azioni del Fuhrer, anche se
queste hanno un simile carattere di mostruosità. Questo momento è del
resto contenuto nella dimensione esistenziale di decisione, che supera il
puro piano individuale per rivelarsi come decisione del destino. Nella
decisione non c’è fiducia in un particolare svolgimento di un’azione
considerata in un contesto più ampio, ma c’è solo la fiducia nell’azione
per se stessa. Il rapporto di chi compie l’azione si conclude solo con la
propria decisione che fa tutt’uno con l’orizzonte del destino. Perciò,
secondo Baeumler, le azioni di Hitler ricevono il loro senso profondo
nel loro contesto politico come azioni in rapporto con l’orizzonte del
destino. Si tratta di azioni del tutto particolari che superano il piano
etico, dato che ricevono il loro senso ultimo soltanto dalla realtà della
decisione. Queste considerazioni ci mostrano il momento di fondo in
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forza del quale è possibile distinguere l’azione politica dall’azione non-
politica. Pertanto, l’azione diventa politica solo perché si trova in
rapporto con la dimensione del destino. Si deve pure precisare che solo
così tale azione politica diventa un’azione storica. Inoltre il momento
storico determinante acquista la dimensione di grandezza solo se
mantiene la sua carica esistenziale originaria della quale è il sigillo
vivente. Ciò implica il problema di un’educazione autenticamente
politica. Si capisce così perché Baeumler dica che l’autentica
educazione politica per il popolo tedesco consiste nel tener lo sguardo
aperto alla misteriosa forza del destino. In tal modo, Baeumler mette in
rilievo un rapporto intrinseco tra la sua posizione dell’essere
nietzschiano come Volontà di potenza, con la concezione politica del
nazionalsocialismo. O meglio, Baeumler intende dare a tale concezione
un fondamento filosofico, anche se riconosce i limiti profondi della
problematica nietzschiana nell’ambito di tale cultura: in Nietzsche il
concetto di vita non viene inteso in modo univoco in chiave biologica di
razza.

Nell’ambito del nazionalsocialismo un altro interprete del pensiero di
Nietzsche è Oehler. Egli vede nel filosofo il momento culminante di
tutta l’anima tedesca che nel corso della storia tende nostalgicamente a
realizzare il sogno romantico di grandezza di tutto un popolo, che
diventa realtà solo grazie a Hitler. Purtroppo Oehler è affascinato dalla
figura di Hitler in modo tale che talvolta arriva ad offuscare la stessa
figura del filosofo. Così, Hitler viene considerato non solo come uomo
d’eccezione per le sue qualità personali, ma soprattutto come uomo del
destino, il cui compito sarebbe proprio quello di realizzare la missione
storica del popolo tedesco. Hitler diventa la più autentica realizzazione
storica del Superuomo nitzschiano. Ciò spiega perché Oehler intrecci di
continuo alla tematica di Nietzsche dei brani presi dall'opera Mein
Kampf di Hitler. L'interpretazione nazista del filosofo trova una sua
giustificazione anche nella critica nietzschiana del popolo tedesco e
della Germania. Secondo Oehler, infatti, egli critica solo la cultura
tedesca del suo tempo, poiché la struttura dello Stato è molto lontana dal
creare ciò che solo il Terzo Reich stava creando; inoltre, il filosofo si
mostra contro la democrazia perché essa rivela un triste livellamento dei
più autentici valori della persona. La democrazia rappresenta la perdita
della fede nei confronti dell’uomo grande. Di conseguenza, tale forma
di Stato porta al nichilismo, la cui espressione storica più oggettiva
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sarebbe data dal marxismo. Pertanto nella sua lotta contro il marxismo
Hitler può considerarsi il Superuomo capace di superare il fenomeno
culturale del nichilismo.

Molto nota è anche un'altra interpretazione del pensiero nietzschiano,
fornita da Walther Spethmann, il quale interpreta il concetto di
Superuomo non soltanto sotto l'aspetto politico, ma addirittura sotto
l'aspetto famigerato dell'igiene della razza. Secondo lui la cultura
politica doveva ricevere il suo significato e quindi la sua ultima
giustificazione solo dal potere, o più esattamente solo da coloro che via
via si succedevano nell'affermazione del potere. Spethmann difende
Nietzsche dalle accuse di follia e di ateismo affermando che se il
filosofo si mostra critico nei confronti della Chiesa cristiana, lo fa
perché vede in essa uno strumento politico, dato che la Chiesa pretende
di ridurre tutti gli uomini alla stesso livello di eguaglianza. La dottrina
del Superuomo, e quindi la distinzione tra signori e schiavi, viene letta
alla luce della dottrina del nazionalsocialismo come eliminazione dei
malati e dei deboli per la formazione di una razza superiore che deve
dominare su altri popoli. Anzi, Spethmann si rifà esplicitamente a Hitler
come a quelli cui é dato il compito di formare una razza pura che deve
coincidere con quella autenticamente germanica. Anche Muller-
Rathenow interpreta la figura di Hitler come nuova espressione storica
del Superuomo: per Hitler, come Fuhrer destinato da Dio, é
determinante, come nel Superuomo nietzscheano, la Volontà di potenza
intesa come forza che non ha altro scopo che quello dell'ebbrezza
dionisiaca dell'atto continuo di forza.

Hitler, per ottenere il massimo dalla sua propaganda politica, riuscì,
tramite abili manipolazioni, a fare in modo che il suo pensiero, le sue
folli convinzioni, avessero dei nobili precedenti nelle menti superiori dei
più grandi filosofi tedeschi. Per questo nel suo libro, il Mein Kampf, si
trovano numerose citazioni falsate e manipolate dei più grandi filosofi
tedeschi, tra i quali spiccano Fichte, Hegel, e il già citato Nietzsche.
                                                                          33


Lo Stato di Hegel

Anche il pensiero Hegeliano fu adoperato per la formazione ideologica
del Terzo Reich. Infatti, in alcuni scritti di Hitler, troviamo molti
riferimenti anche riguardo questo filosofo. Da quanto si legge, si capisce
che per Hegel lo Stato è tutto, essendo la più alta rivelazione dello
spirito universale ed ha un diritto supremo nei confronti dell’individuo,
il cui più alto dovere è quello di essere un membro dello Stato.
Per Hegel la sovranità dello Stato deriva dallo Stato stesso, che ha in sé
la propria ragione d’essere, il che significa che lo stato hegeliano non è
fondato sugli individui, ma sull’idea di Stato, cioè sul concetto di un
bene universale. E’ lo Stato che fonda gli individui: sia in senso
cronologico-storico-temporale (esso viene prima degli individui; gli
individui nascono già all’interno di uno Stato), sia in senso ideale-
assiologico (lo Stato è superiore agli individui come il tutto alle parti).
Lo Stato hegeliano, comunque, pur essendo assolutamente sovrano, non
è dispotico o illegale perché anzi deve operare con le leggi; è uno Stato
di diritto (Reichstaat), fondato sul rispetto delle leggi e sulla
salvaguardia della libertà e della proprietà. In questo Stato, la
costituzione migliore è quella monarchico-costituzionale, con la
tripartizione dei poteri in legislativo (affidato ai rappresentanti dei vari
ceti o stati sociali; stati o ceti sociali da non confondere con le classi
sociali antagonistiche dei proletari e capitalisti di cui parlerà Marx),
esecutivo (affidato al governo) e sovrano (esercitato dal monarca). Nel
sovrano s’incarna l’unità dello Stato ed a lui spetta la decisione ultima
circa gli affari della collettività. Il vero potere politico è quello del
governo. Lo Stato è in ultimo, per Hegel, la “volontà divina” ovvero
“l’ingresso di Dio nel mondo è lo Stato”. E come vita divina che si
realizza nel mondo, lo Stato non può trovare nella morale un limite alla
sua azione. Il solo giudice ed arbitro sarà lo Spirito Universale, cioè la
Storia, che ha, come suo momento strutturale, anche la guerra! Essa non
è solo necessaria ed inevitabile, ma preserva gli uomini – dice Hegel –
dalla fossilizzazione a cui li ridurrebbe una pace durevole. “I periodi
felici della storia, non sono il regno della felicità, in quanto sono periodi
di intesa senza conflitti”; “La guerra è la grande purificatrice”.
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Il tema della rigenerazione morale e religiosa dell’uomo come
fondamento della rigenerazione politica costituiva, inoltre, la base delle
sue teorie politiche. Egli era convinto che non si potesse realizzare
alcuna autentica rivoluzione politica se non basata su una rivoluzione
del cuore. Hegel, nel più complesso e maturo degli scritti giovanili
“Spirito del cristianesimo e il suo destino”, scritto tra il 1798 e il 1799,
attraverso una riflessione filosofica sulla Bibbia analizza la storia degli
ebrei, ripercorrendola a partire dal diluvio universale sino alla
distruzione del Tempio ed alla diaspora. Hegel nota, in pagine di grande
efficacia, ma estremamente dure nella forma e nel contenuto, che gli
ebrei hanno reagito al diluvio ancorando la salvezza dalla natura (che
minaccia la loro morte) alla fede nella potenza del loro Dio. Il diluvio è
letto dagli ebrei come un tradimento della natura nei confronti dei suoi
figli; Dio è pensato come il Signore del tutto estraneo alla natura, a cui
essa, come ogni cosa, è sottomessa. Gli ebrei hanno dunque pensato Dio
contrapponendolo alla natura: Egli è tutto, l’uomo e la natura sono
niente (per Hegel il Dio personale ebraico, è solamente qualcosa di
costruito con l'intelletto, un “pensato”). Per questo motivo gli ebrei
hanno scelto di vivere in inimicizia con la natura e in ostilità con gli altri
uomini: essi, infatti, ripongono la salvezza nel loro lontano Dio
trascendentale, di cui sono il popolo eletto. E il loro Dio è “geloso”:
ogni rapporto di serena amicizia con gli altri uomini contraddice il
rapporto di fedeltà esclusiva al loro Dio. Vi sono stati, in verità,
momenti in cui con i popoli vicini gli ebrei “godevano del sole, insieme
guardavano la luna e le stelle”, cioè ricostruivano un tessuto di serena
fiducia all'interno di una natura pacifica. Poi però tutto questo veniva
considerato tradimento ed essi ritornavano alla loro antica scelta di
fedeltà al loro Signore e di inimicizia contro i popoli stranieri e la
natura.
                                                                           35


Lo Stato di Fichte

Nei Discorsi alla Nazione tedesca, proferiti nell’inverno 1807-8 in una
Berlino occupata dalle truppe napoleoniche, Fichte si rende conto di
quanto la Germania oppressa da Napoleone, sia debole politicamente e
militarmente, e indica come sola possibilità il risorgimento civile il
ricorso ad una nuova educazione nazionale, fondata sul superamento
dell’egoismo e dell'individualismo a favore di un rinnovato senso della
comunità. In questo modo, l’organizzazione politica e culturale della
nazione diventa un’immagine fenomenica dell’ordine morale
soprasensibile e di Dio stesso. Soltanto i tedeschi (nei quali Fichte
comprende tutti i ceppi germanici) possono tuttavia ricevere la nuova
educazione nazionale, dal momento che essi sono i soli a parlare una
lingua originaria (o “viva”), nella quale si è conservata una spontanea
corrispondenza tra i termini e la realtà che essi designano, mentre nelle
lingue neolatine (che Fichte chiama “morte”) la correlazione tra termine
e cosa significata è ormai stereotipata, convenzionale, astratta. Alla
vitalità della lingua tedesca fa riscontro quella del popolo che la parla. Il
solo ormai in grado di trovare una perfetta corrispondenza tra pensiero e
azione, il solo capace di subordinare gli interessi individuali a quelli
generali. Per questo i tedeschi sono l’unico popolo nel vero senso della
parola, inteso come unità sincronica degli individui nella società
nazionale e come unità diacronica delle generazioni nello sviluppo
storico. Pur essendo divisi in una miriade di Stati, i tedeschi sono una
sola nazione culturalmente ed idealmente. Solamente essi, per quanto di
fatto in catene, hanno il senso della libertà dal momento che sono capaci
di avere fede nell’illimitato, nell’infinito, nella vita universale che é
immagine di Dio. Nella sua ultima importantissima opera politica, la
Dottrina dello Stato del 1813, Fichte congiunge infine le nozioni, prima
usate distintamente, di Stato e di nazione. Egli, infatti, auspica un
organismo politico in cui il compito specifico dello Stato (un’attività di
organizzazione totale, che determini l’intera vita politica, sociale ed
economica della comunità) non si realizzi più tramite strumenti
coercitivi, ma attraverso quella spontanea ed amorosa fusione
dell’individuo nella totalità che deve caratterizzare la vita della nazione.
Quest’organismo politico, che Fichte chiama Reich (Impero), é uno
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Stato di ragione, visto che la sua organizzazione non é altro che la
realizzazione politica di una volontà assolutamente razionale, e uno
Stato etico visto che nella partecipazione ad esso l’individuo realizza
almeno gli aspetti visibili e fenomenici della sua destinazione morale.

La nozione di Stato che ha Fichte è però astratta, perché egli presume
uno Stato interclassista, neutrale, equidistante da tutte le classi, che
tutela un diritto obiettivo, valido per tutti. La realtà di questo Stato non è
mai esistita, e la critica di Fichte al mercantilismo e al liberismo
economico poteva anche essere giusta, ma l’aver affidato allo Stato
feudale prussiano il compito di realizzare la giustizia distributiva, è stata
un'ingenuità. Peraltro la sua concezione di “Stato chiuso”, cioè libero e
indipendente, implica una revisione dei confini naturali-geografici, in
quanto uno Stato del genere deve avere dentro di sé l’indispensabile per
garantirsi l’autarchia. Non a caso Fichte giustificò l’uso della guerra e in
tal senso, suo malgrado, fu un precursore del nazionalismo che, nel caso
della Germania, prende il nome di Pangermanesimo.




             Le basi storiche del Terzo Reich

       Nel clima delirante delle assemblee di partito, Hitler iniziava ad essere
accostato alle grandi personalità passate che avevano fatto la storia della
Germania: Federico il Grande, Bismarck, Hindenburg. Tale allusione alla
continuità storica di Hitler non sfuggiva certo alla folla, e lo stesso appellativo di
Terzo Reich stava a rafforzare questo concetto: il primo Reich era stato il Sacro
Romano Impero del Medioevo, il Secondo Reich quello creato da Bismarck nel
1871 dopo la vittoria della Prussia sulla Francia. Quest’ultimo, secondo la
propaganda nazista, era stato trascinato nel fango dalla Repubblica di Weimar.
Secondo la promessa di Hitler, il terzo Reich ne avrebbe restaurato il prestigio. Il
limite principale della storia della Germania, dalla caduta del primo Reich, era
stata la mancanza di coesione nazionale, che l’aveva resa profondamente diversa
dalla maggior parte delle nazioni Europee. A tale mancanza d’unità politica, andò
ad unirsi lo scisma religioso dovuto alla Riforma. Non è possibile, in questo
ambito, esaminare in modo adeguato l’immenso influsso che Martin Lutero
esercitò sui tedeschi e sulla loro storia. Ci limiteremo a rilevare che Lutero, mente
sicuramente singolare, ardente antisemita e antiromano, carattere tempestoso
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riunente in sé le migliori qualità e i peggiori difetti dei tedeschi, lasciò una traccia
profonda nell’animo dei tedeschi, sia nel bene, sia nel male. Con i suoi sermoni e
la sua magnifica traduzione della Bibbia, Lutero creò la lingua tedesca moderna,
suscitò nei tedeschi non solo la nuova visione protestante del Cristianesimo, ma
anche un fervente nazionalismo.

La guerra dei Trent’anni e la pace di Westfalia (1648), che ad essa pose fine,
rappresentarono la catastrofe finale per la Germania. Quella guerra fu l’ultimo dei
grandi conflitti religiosi che lacerarono l’Europa. Durante i feroci combattimenti
tra gli opposti eserciti, le città e le campagne tedesche furono interamente
devastate e saccheggiate e la popolazione fu decimata. Un terzo del popolo
tedesco perì in quella feroce guerra. La pace che ne conseguì fu, per il destino
della Germania, quasi altrettanto fatale della guerra. Agli inizi del sedicesimo
secolo, infatti, la Germania poteva essere considerata una delle fonti della civiltà
europea. Dopo i trattati di Westfalia, essa venne a trovarsi nello stesso stato di
arretratezza che regnava nell’impero moscovita: la servitù della gleba venne
ripristinata e introdotta persino in regioni in cui prima non era mai esistita, le città
perdettero la loro autonomia, la cultura e le arti scomparvero del tutto. La civiltà
tedesca decadde. Alla fine, in una nazione in cui il principio democratico del
governo parlamentare non poté germogliare, come era già avvenuto con successo
in Inghilterra, si radicò profondamente nel popolo l’inclinazione ad essere
governati con la violenza dai loro sovrani e a prestare loro ubbidienza cieca. Poi,
nella seconda metà del diciannovesimo secolo, la Prussia assunse la guida del
popolo tedesco. Sotto i suoi principi regnanti, gli Hohenzollern, la Prussia divenne
uno stato militare di tipo spartano, i cui eserciti disciplinati e bene addestrati,
riportarono una vittoria dopo l’altra. “La Prussia – osservò Mirabeau, scrittore e
uomo politico francese – non è uno stato che ha un esercito, ma un esercito che ha
uno stato”. Ai singoli fu insegnato, non solo dai re e dai sottufficiali, ma anche dai
filosofi, che la loro funzione nella vita consisteva nell’ubbidienza, nel lavoro, nel
sacrificio e nel dovere. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo salì alla
ribalta un personaggio molto importante per la storia tedesca: Otto von Bismarck,
genio politico, l’uomo del “sangue e del ferro”, che mise fine tra il 1866 e il 1871
al frazionamento politico della Germania che persisteva da quasi mille anni,
creando al suo posto la grande Prussia. Era una nazione di uomini forti e
intelligenti, nei quali, prima il grande Bismarck, poi l’imperatore Guglielmo II e
infine Hitler, col concorso di una casta militare e di numerosi intellettuali,
riuscirono a inculcare il gusto del dominio e del potere, il disprezzo per la
democrazia, la passione sfrenata per il militarismo. “I grandi problemi attuali –
dichiarò Bismarck quando divenne primo ministro della Prussia nel 1862 – non
saranno regolati con votazioni a maggioranza, ma col sangue e col ferro”. E fu
esattamente così che decise di risolverli, anche se, bisogna dire, in tutto ciò mise
una buona dose di finezza diplomatica. L’impresa che coronò l’opera di Bismarck
fu la creazione del Secondo Reich, che coincise con la proclamazione di
Guglielmo II a imperatore della Germania. Malgrado la maschera democratica
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costituita dal Reichstag, il quale aveva poteri molto limitati, l’impero tedesco altro
non era che un’autocrazia militarista governata dal re di Prussia. E il cancelliere,
nominato dal monarca, doveva rispondere del suo operato al solo imperatore.
Erano comunque molti, coloro che appoggiarono e avrebbero appoggiato l’operato
del Secondo Reich, tra i quali troviamo Adolf Hitler. Egli era convinto che con
esso la Germania, avesse ritrovato finalmente il suo destino di dominatrice del
mondo. Gli riconobbe diversi errori, che ne causarono la caduta, nei quali egli non
sarebbe incappato: la tolleranza verso gli ebrei e i marxisti, il crasso materialismo
e l’egoismo della classe media, e infine la mancanza di una solida politica
“sociale” e razziale.

Il 29 aprile 1925 Hitler, ritiratosi nel rifugio antiaereo della cancelleria, detta il suo
“testamento politico”, in cui enuncia pretese di un’intonazione così aggressiva nel
campo della politica estera da apparire, in quel momento, prive d’ogni ragionevole
rapporto con la realtà. Egli, infatti, raccomanda alla “nazione tedesca”: “Non
tollerate mai la formazione di due potenze continentali in Europa. In qualsiasi
tentativo di tal genere, dovete ravvisare un attacco contro la Germania e scorgervi
non soltanto il diritto, ma il dovere di impedire con ogni mezzo, compreso il
ricorso alla forza delle armi, il sorgere di un simile stato, oppure, qualora fosse già
sorto, di spezzarlo di nuovo... Non dimenticate che il diritto più sacro in questo
mondo è il diritto alla terra che si vuole coltivare, e il sacrificio più santo è quello
del sangue che si versa per questa terra”. Il nazismo e il Terzo Reich altro non
furono che la conseguenza logica della storia stessa della Germania.




La II Guerra Mondiale


Le origini della guerra

La II guerra mondiale scoppiò il 1º settembre 1939 in seguito
all'invasione della Polonia da parte della Germania. È questo l'ultimo
anello, di una catena d’atti aggressivi, con i quali Hitler realizzava il
suo programma d’espansione verso i territori dell'Europa orientale.
Essa, infatti, veniva dopo l'annessione dell'Austria (marzo 1938) e
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l'invasione della Cecoslovacchia (marzo 1939), atti di una politica di
violenza condotta da Hitler per la ricerca dello “spazio vitale”. Lo
scoppio dunque, della II guerra mondiale, avvenne in conseguenza
della politica imperialistica posta in atto da Hitler per la ricostruzione
della potenza continentale della Germania. Tuttavia, il discorso sulle
origini della II guerra mondiale, non può limitarsi all'azione del
dittatore tedesco negli anni di poco anteriori allo scatenarsi del
conflitto. Esso comprende, in modo implicito, le varie crisi attraverso
le quali passarono gli Stati europei nel ventennio che intercorre fra il
Trattato di Versailles e l'invasione della Polonia. La      dura      crisi
inflazionistica vissuta dalla Germania nel 1923, gettava nella miseria i
ceti a reddito fisso e dava nuovo respiro alla classe industriale, che
trovava i propri debiti pressoché annullati dalla paurosa svalutazione
del marco. Da una parte il malcontento creato dalla miseria e dalla
disoccupazione, dall'altra la rinascita del militarismo, favorita dai
movimenti che esprimevano tendenze autoritarie e nazionalistiche, e
alimentata dall'alta finanza, causavano le prime incrinature alla
Repubblica di Weimar.         Al fine d’avere più chiaro il quadro della
situazione politica europea, occorre tener conto, di un altro elemento
che risultava dominare la scena internazionale: il timore
dell'espansione comunista dalla U.R.S.S. ai Paesi dell'Occidente
europeo. I fenomeni nazionalistici erano sostenuti dalle forze
conservatrici, che trovavano nel “pericolo rosso” un utile pretesto per
far valere i propri interessi politici ed economici. Il pericolo
rivoluzionario provocava, infatti, una forte spinta reazionaria, che si
concretizzò in Italia (e in altri Paesi) nell'avvento del fascismo, ed in
Germania nell’avanzata verso il potere di Hitler.
La condotta antisovietica, costante per tutto il periodo fra le due guerre,
si rivela di primaria importanza nell'esame delle cause del secondo
conflitto. Hitler, conquistato il potere nel 1933, intraprendeva subito
l'attuazione del programma tracciato otto anni prima nel Mein Kampf;
dall'altra Mussolini assumeva un nuovo atteggiamento in campo
internazionale, non più allineato sulle posizioni della Francia e della
Gran Bretagna ma spregiudicatamente colonialista. L'Italia proclamava
l'Impero d'Etiopia (1936) e offriva, insieme con la Germania, il proprio
appoggio alla guerra di Franco contro il fronte popolare spagnolo. Hitler
ritirava la Germania dalla Società delle Nazioni e provvedeva alla
rimilitarizzazione della Renania. A questi primi atti violenti gli Stati
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democratici europei non opposero una linea politica decisamente
contraria: a loro Hitler e Mussolini, uniti ormai nell'Asse Roma -
Berlino (1936), continuavano ad apparire, i difensori dell'Occidente
contro il pericolo rappresentato dal comunismo. Le conseguenze della
mancata applicazione delle sanzioni economiche, decretate all'Italia in
seguito alla guerra d'Etiopia; il riconoscimento della conquista etiopica
da parte di Chamberlain e della politica di non- intervento nella guerra
di Spagna, erano le premesse delle aggressioni naziste del 1938 e 1939,
con il quale Francia e Gran Bretagna avrebbero ratificato per l'ennesima
volta la politica imperialistica di Hitler e Mussolini. Si giunge così
agli ultimi anni del tormentoso e contraddittorio ventennio che precede
la II guerra mondiale. Hitler rivolse le sue mire alla Polonia e chiese
l'annessione di Danzica. Fu a questo punto che in Francia e in Gran
Bretagna si fece sentire la voce dell'opinione pubblica, decisamente
antitedesca e consapevole dell'inutilità di un ulteriore cedimento di
fronte a Hitler. I governi dei due Stati, assicurato il loro appoggio alla
Polonia, decisero di rinunciare alla loro tradizionale politica
antisovietica, e condussero trattative con l'U.R.S.S. per ottenerne
l'alleanza. I negoziati, che ebbero inizio nel marzo del 1939, fallirono il
23 agosto dello stesso anno, quando i ministri degli Esteri Molotov e
Ribbentrop conclusero il patto di non- aggressione fra l'Unione
Sovietica e la Germania. Le ragioni di questo “voltafaccia” di Stalin,
stanno sia nell'atteggiamento conservatore assunto durante le trattative
dalle potenze occidentali, sia nella valutazione da parte russa delle
conseguenze derivabili da un eventuale accordo con Francia e Gran
Bretagna.
Dal fallimento di queste trattative allo scoppio della II guerra mondiale
passarono pochi giorni: Hitler il 1º settembre ordinava, senza alcuna
dichiarazione di guerra, l'invasione della Polonia. Il 3 settembre Francia
e Gran Bretagna, dopo aver chiesto inutilmente a Hitler di ritirare le
truppe dal territorio polacco, dichiararono guerra alla Germania.
Mussolini (che nel maggio aveva firmato con Hitler il “patto d'acciaio”)
si vide costretto, data la grave impreparazione delle forze armate
italiane, a proclamare, con il consenso del Führer, la non- belligeranza
dell'Italia.

La guerra - lampo di Hitler: l'occupazione della Polonia e
l'offensiva ad occidente.
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In meno di un mese la Polonia fu occupata. Hitler l'attaccò all'alba del 1º
settembre 1939.Le truppe polacche, costrette a combattere anche sul
fronte russo, capitolarono il 28 settembre. Il territorio occupato fu diviso
fra Germania e U.R.S.S.: a questa spettò, sulla base dei precedenti
accordi, il potere (una formale "protezione") sulle Repubbliche baltiche
(Estonia, Lettonia, Lituania) e su parte della Finlandia. Qui però i
Sovietici incontrarono una decisa resistenza: le truppe finlandesi,
addestrate a combattere un particolare tipo di guerriglia che sfruttava le
difese naturali del territorio, riuscirono ad opporsi fino al marzo del
1940 all'avanzata nemica. Il successo di Hitler in Polonia si dovette non
solo alla preponderanza delle sue forze su quelle avversarie, ma anche al
particolare impiego strategico e tattico dei moderni mezzi bellici di cui
l'esercito disponeva.
L'attacco iniziò nel maggio del 1940. Fino allora gli eserciti francese e
tedesco si erano fronteggiati lungo le linee Maginot e Sigfrido. Hitler in
quel primo inverno di guerra, sembrò preoccuparsi soprattutto di
rimediare alla posizione d'inferiorità nella quale si trovava la sua flotta
rispetto a quell’inglese. Dopo alcuni successi ottenuti nell'Atlantico con
l'azione dei sommergibili, egli diresse il suo attacco alle coste del Mare
del Nord. L'occupazione della Danimarca e della Norvegia (aprile -
giugno 1940), pur ottenuta a prezzo di perdite navali non indifferenti,
tese a liberare il traffico marittimo tedesco dal controllo che gli Anglo -
Francesi effettuavano all'ingresso del Mar Baltico. Tuttavia, per la
Germania il risultato positivo era nella conquista d’alcune importanti
basi strategiche, che erano le premesse per un attacco decisivo ad ovest.
Hitler vedeva nell'abbattimento della Gran Bretagna il fine ultimo della
sua offensiva. Il 10 maggio dunque si scatenò la prima fase
dell'offensiva tedesca.
Il piano di Hitler era di aggirare la linea Maginot sulla destra con una
manovra ad ampio raggio; attaccare l'Olanda e il Belgio, ed operare lo
sfondamento delle linee francesi attraverso le Ardenne ed il fiume
Mosa. L'esercito anglo- francese, che non prevedeva un attacco in
questo settore, impiegò il grosso delle sue forze nel tentativo di
respingere l'avanzata nemica nel territorio compreso fra la Mosa e il
mare. L'Olanda fu conquistata in soli tre giorni; nello stesso periodo
caddero le più importanti difese belghe, le due armate francesi furono
travolte dalle divisioni corazzate tedesche. Queste ultime, proseguendo
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nella loro corsa al mare, giunsero il 21 maggio sulle coste della Manica,
interrompendo così il contatto fra le forze anglo- franco- belghe del
nord e il resto dell'esercito. Inoltre le prime, chiuse in una sacca che
aveva come unica via d’uscita il mare, erano costrette ad imbarcarsi
rovinosamente a Dunkerque (3 giugno). La situazione appariva
disperata per l'inferiorità delle forze francesi rispetto a quelle
germaniche. In pochi giorni, i Tedeschi giunsero a Parigi (14 giugno) e
si espansero per tutta la Francia. Il 24 giugno, dopo che anche la
Maginot fu sfondata in più punti, tutto il territorio settentrionale
francese era in mano ai Tedeschi. Il 10 giugno Mussolini dichiarò
guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Egli ritenne opportuno
anticipare l'intervento dell'Italia in previsione della resa della Francia e
delle concessioni territoriali che ne sarebbero derivate. In Francia, al
disastro militare fece seguito la crisi politica. Dopo che Charles de
Grulle, da radio Londra, aveva lanciato ai Francesi il primo solenne
appello alla resistenza, il nuovo governo firmò l'armistizio con la
Germania e con l'Italia. Mentre Hitler s'impossessava di tutto il territorio
settentrionale, Mussolini doveva accontentarsi di modeste assegnazioni
territoriali. Si concludeva così la prima fase; la seconda prevedeva
l'attacco diretto alla Gran Bretagna (l'operazione “leone marino”).
Dopo avere avanzato proposte di pace che dovevano valere solo come
premesse all'invasione, l'8 agosto Hitler ordinò l'offensiva aerea, in
modo da contrastare validamente l'intervento della flotta e iniziare così
le operazioni di sbarco. Gli Inglesi, sorretti dal vigore del proprio primo
ministro Churchill, resistettero ai continui bombardamenti: Londra
dovette subire 36 attacchi aerei. L'aviazione tedesca, pur superiore per
numero d’unità, non riuscì a prevalere su quella inglese. A rendere
efficace la difesa inglese contribuì in modo particolare l'impiego del
radar, messo a punto poco prima in Gran Bretagna da W. Watson. Hitler
fu costretto a rinunciare allo sbarco nell'isola.

L'espandersi del conflitto

Durante l'attacco tedesco agli Stati occidentali, l'U.R.S.S. procedette alla
definitiva incorporazione dei territori baltici. Per fermare l'avanzata
russa, Hitler, firmò con il Giappone, il 27 settembre 1940, un patto
(detto tripartito per la partecipazione anche dell'Italia) che rappresentava
un'aperta minaccia per l'U.R.S.S.
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Intanto Mussolini, che si sentiva schiacciato dalla potenza politico-
militare della Germania, tentava di bilanciarne l'offensiva con una
propria condotta autonoma di guerra, combattendo gli Inglesi nel
Mediterraneo e in Africa. Qui, nell'agosto del 1940, l'esercito italiano
occupò la Somalia, e nel settembre dello stesso anno avanzò verso
l'Egitto. La flotta italiana, dovette subire gli attacchi di quella inglese,
superiore per il numero delle corazzate e per l'impiego tattico
dell'aviazione in appoggio alle unità navali: la nostra flotta fu duramente
colpita nella base di Taranto dagli aero- siluranti inglesi.
Per rafforzare le basi del Mediterraneo, e per controbilanciare in
qualche misura l'influenza politica di Hitler, Mussolini tentò la
conquista della Grecia. L'attacco ebbe inizio in ottobre: nei primi due
mesi l'armata italiana non solo non riuscì ad occupare il territorio greco,
ma fu costretta ad arretrare in Albania di fronte alla controffensiva di
truppe ben addestrate alla guerra di montagna. Il fallimento dell'attacco
provocò una crisi nello Stato Maggiore italiano: a capo di questo,
Cavallero venne a sostituire il dimissionario Badoglio, che già si era
dichiarato contrario alla campagna di Grecia.
I primi mesi del 1941 videro la fine della “guerra parallela” di
Mussolini. Già alla fine del 1940 si registrarono i primi successi degli
Inglesi nella loro controffensiva in Africa orientale. Fu tuttavia lungo il
litorale egiziano che le truppe britanniche concentrarono i loro sforzi per
riconquistare il territorio perduto, costringendo gli Italiani a ritirarsi fino
a Bengasi (6 febbraio 1941).
In Grecia gli italiani fallirono un nuovo attacco, e Hitler fu costretto a
far intervenire le proprie armate sui fronti aperti da Mussolini per
rimediare alle sconfitte. Il momento appariva critico per il futuro
sviluppo della guerra: mentre Hitler stava già preparando il suo piano
d'attacco all'U.R.S.S., la ripresa della Gran Bretagna fece sì che alcuni
Stati europei tendessero ad uscire dall'alleanza con Berlino. La
Germania doveva, così, sia contrattaccare sul fronte libico in Africa, sia
conquistare gli Stati balcanici per proteggersi le spalle verso la futura
avanzata verso l'U.R.S.S.
L'esercito tedesco, affidato al comando di Erwin Rommel, intervenne
nella guerra libica, e gli Inglesi, trovandosi in condizioni d'inferiorità
rispetto ai Tedeschi, furono costretti a retrocedere per tutta la Cirenaica,
mantenendo solo la base di Tobruch.
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Il 6 aprile la Germania iniziò la campagna dei Balcani con un imponente
schieramento di truppe e l'appoggio degli eserciti italiano, bulgaro e
ungherese. La Iugoslavia, assalita per tutta l'estensione delle sue
frontiere, dovette cedere in soli tredici giorni. La Grecia rimase isolata
di fronte alle truppe tedesche, che la conquistarono e che riuscirono a
occupare anche Creta (1º giugno). L'occupazione della Grecia e della
Iugoslavia costituì il preludio della campagna di Russia. Il fallimento
della guerra - lampo, le conquiste russe e il profilarsi dell'intervento
americano spinsero Hitler ad aprire il nuovo fronte.
La nuova mossa del Führer assunse diversi significati e tese a realizzare
molteplici fini. Al programma di distruggere, con una vera e propria
crociata      ideologica,  il    tradizionale    avversario    bolscevico,
s'accompagnavano l'obiettivo di assicurarsi le materie prime necessarie
al proseguimento della guerra e la prospettiva di creare una grande
potenza asiatica che, rafforzando quella nipponica, eliminasse ogni
possibilità di un efficace intervento americano a sostegno della Gran
Bretagna.

Le campagne di Russia e d'Africa, l'intervento degli Stati Uniti e i
successi giapponesi nel Pacifico (1941-42)

Il 22 giugno 1941 ebbe inizio l'attacco a sorpresa, senza ultimatum e
dichiarazione di guerra, della Germania all'U.R.S.S
Le armate tedesche, iniziarono l'offensiva e sfondarono le frontiere
russe secondo tre diverse linee di marcia, dirette verso: Leningrado,
Mosca e Kijev. Le colonne tedesche raggiunsero la linea fortificata di
Stalin e conquistarono la costa del golfo di Finlandia fino a Novgorod,
per poi convergere verso Leningrado.
I russi riuscirono ad intervenire a ca. 100 km dalla capitale. Nell'Ucraina
le forze russe opposero una tenace resistenza, ma ciò non impedì la
conquista di Kijev; nonostante le conquiste, il piano di Hitler, poteva
dirsi già fallito.
Stalin, infatti, non aveva buttato allo sbaraglio il grosso delle sue forze,
ma l'aveva mantenuto al di là delle zone conquistate dai Tedeschi.
Si formarono attivi centri di resistenza che costrinsero i mezzi corazzati
a compiere veloci ripiegamenti. Così, al termine dell'offensiva-lampo i
Tedeschi non solo dovevano accusare perdite rilevanti, ma dovevano
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subire anche, dopo il loro inutile tentativo di conquistare Mosca, la
controffensiva invernale dei Sovietici.
La mancata conquista della capitale sovietica doveva considerarsi, come
un duro colpo ai piani strategici di Hitler. Essa inoltre avvenne, in un
momento favorevole nel suo complesso agli avversari.
In Africa, gli Inglesi poterono riunire le forze ed ebbe inizio la
controffensiva che portò alla rioccupazione da parte delle truppe
britanniche dell'intera Cirenaica.
Quasi contemporaneamente alla ripresa degli Inglesi in Africa avvenne
l'entrata in guerra degli Stati Uniti.
Roosevelt aveva già firmato con Churchill la Carta atlantica, progetto di
ricostruzione del mondo fondato sui principi di autodecisione dei popoli
e della collaborazione internazionale, senza essere riuscito tuttavia a
togliere l'opinione pubblica americana dalla sua tradizionale posizione
di isolazionismo.

L'episodio che provocò, l'intervento statunitense nella II guerra
mondiale, fu l'attacco dei Giapponesi alla base aeronavale di Pearl
Harbor nelle Hawaii (7 dicembre 1941).
Il Giappone mirava da tempo a estendere il suo dominio in Estremo
Oriente: aveva occupato la Manciuria nel 1931 e invaso la Cina nel
1937, occupando Pechino, Nanchino e Shanghai; nel luglio 1941 aveva
esteso la sua occupazione all'Indocina francese, suscitando la reazione
di Roosevelt e Churchill, che avevano deciso la sospensione dei
rifornimenti di petrolio essenziali all'economia giapponese.
Da qui la decisione di attaccare gli Stati Uniti con la sorpresa iniziale di
Pearl Harbor. Il piano operativo giapponese tendeva alla creazione di
una fascia difensiva intorno al Giappone, con la possibilità di sfruttare
entro questo "perimetro difensivo" le notevoli ricchezze offerte dalle
terre del Pacifico sud-occidentale.
Il Congresso americano votò lo stato di guerra con il Giappone,
Germania e Italia.
Il 1º gennaio del 1942 venticinque Stati firmarono l'atto costitutivo delle
Nazioni Unite e formarono un blocco compatto contro la coalizione
nazifascista.
I Giapponesi avanzavano nell'entroterra cinese e indocinese ed
occuparono Hong Kong e Singapore, penetravano attraverso l'Indocina,
nella Thailandia e conquistavano le Filippine. Realizzarono nello stesso
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tempo il loro piano di attacco nel Pacifico con la conquista di diverse
isole,

Gli Americani decisero di tenere, in questa prima fase, una condotta
puramente difensiva in Pacifico e di massima concentrazione in Gran
Bretagna e in Africa, al fine di resistere dapprima all'avanzata tedesca e
di muovere in un secondo tempo al contrattacco.
Nel frattempo sul fronte libico Rommel aveva iniziato la controffensiva
che doveva portare le truppe italo- tedesche a El Alamein. Il comando
britannico, in seguito all'attacco giapponese, aveva destinato alcuni
contingenti alla difesa di Singapore, gli Italo- Tedeschi, effettuate con
successo alcune operazioni nel Mediterraneo, fecero affluire in Libia un
notevole gruppo di forze. Dalla stessa linea difensiva partì il
contrattacco alleato che segnò la fine della guerra d'Africa.
Intanto sul fronte russo iniziava la seconda offensiva tedesca. Di fronte
all'avanzata tedesca i Russi usarono la stessa tattica dell'anno
precedente: evitarono lo scontro frontale, si ritirarono lentamente e
distrussero all'esercito invasore ogni possibile mezzo di rifornimento. I
Tedeschi mutarono il piano iniziale, perché pensavano di poter sfruttare
in breve tempo le immense ricchezze del territorio compreso fra il Mar
Nero e il Caspio.
In realtà nella nuova manovra si andava già delineando il fallimento
della seconda offensiva nazista. I Tedeschi, infatti, non concentrarono i
loro sforzi nell'attacco contro la linea del Volga e cercarono di
raggiungere obiettivi distanti e difficilmente comunicabili fra di loro,
indebolendo entrambi i settori.
La controffensiva alleata su ogni fronte (1942-43)
A partire dal maggio 1942 gli Stati Uniti, iniziarono una fase di difesa
attiva. La flotta americana, che stava sviluppando un imponente
programma di costruzioni, si rivelò più efficiente che quella giapponese
nell'impiego delle poche portaerei momentaneamente disponibili e
meglio organizzata per la disponibilità di numerose basi, utili per il
rifornimento.
Gli Americani s'impegnarono soprattutto nella conquista degli
arcipelaghi a E dell'Australia Le parti erano ormai invertite: il Giappone
modificò il proprio piano, mentre gli Stati Uniti tendevano alla
conquista sistematica delle isole del Pacifico.
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Si stavano dunque volgendo a loro favore le sorti di una guerra giunta,
dopo le conquiste giapponesi del 1942, a un punto critico per l'esito
dell'intero conflitto mondiale.
Il Giappone conduceva una guerra quasi del tutto estranea a quella dei
suoi alleati, le forze inglesi e americane, eseguivano su ogni mare e in
ogni territorio le direttive di un unico comando (il comitato misto dei
capi di Stato Maggiore avente sede a Washington).

Ciò fece sì che l'apporto giapponese alla guerra d'invasione nazista
risultasse assai meno efficace di quanto si potesse prevedere, mentre
quello statunitense si rivelava determinante nel proseguimento delle
operazioni. I bombardieri, inviati in Gran Bretagna, iniziarono
nell'agosto del 1942 i loro voli sull'Europa, arrecando gravi danni
all'industria bellica tedesca.
Le truppe americane, al comando del generale Dwight Eisenhower,
sbarcarono l'8 novembre in Marocco e in Algeria, risolvendo in breve
tempo, la guerra d'Africa.
Le truppe corazzate, erano sostenute da una forza aerea di prim'ordine, i
tedeschi schiacciati dalla preponderanza dei mezzi bellici avversari si
ritirarono perdendo Tripoli che fu occupata da Montgomery il 23
gennaio 1943. Le ultime forze italo- tedesche, furono costrette, a
firmare la resa (maggio).
Le coste Tunisine costituirono la base per la campagna d'Italia:
conquistate le isole di Lampedusa, Pantelleria e Linosa, gli Alleati
effettuarono lo sbarco sulle coste meridionali della Sicilia.
Ad affrontare l'attacco si trovavano pochi distaccamenti italo- tedeschi:
a questi non restò che ritirarsi lentamente al fine di guadagnare tempo e
imbarcare le truppe. L'isola fu presto conquistata.
Le previsioni ottimistiche fatte da Mussolini erano crollate in breve
tempo. In Italia, del resto, solo una minoranza, legata a Mussolini,
credeva ancora nella vittoria dell'Asse.
La situazione si presentava matura per un cambiamento al vertice, le
masse popolari avevano dato una significativa dimostrazione di forza
con gli scioperi del marzo; i partiti politici, disciolti dal regime, avevano
ripreso dal 1942 clandestinamente la propria attività, nello stesso Partito
nazionale fascista e nell'ambiente vicino alla corona alcuni gruppi
avevano posto come urgente il problema dell'uscita dell'Italia dalla
                                                                          48


guerra. Per Vittorio Emanuele III, la campagna di Sicilia si presentò
come l'occasione ideale.
Il 19 luglio Mussolini s'incontrò a Feltre con Hitler, ma non riuscì né a
ottenere dalla Germania le forze necessarie per opporre una valida
resistenza agli Alleati, né a esporre chiaramente al Führer l'impossibilità
per l'Italia di continuare la guerra. Alla stessa data Roma subì il primo
bombardamento aereo.
Il 25 luglio, dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo che aveva
posto in minoranza Mussolini, Vittorio Emanuele III fece arrestare lo
stesso, ed affidò il governo a Badoglio e ad alcuni "tecnici".
I partiti antifascisti, reclamavano lo sganciamento dalla Germania e
l'armistizio con gli Alleati. Badoglio dapprima ordinò di continuare la
guerra; poi, con notevole ritardo, iniziò le trattative per l'armistizio,
mentre Hitler ebbe tempo di far scendere dal Brennero nuove truppe di
rinforzo.
L'8 settembre, al momento dell'annuncio dell'armistizio - firmato a
Cassibile il 3 dello stesso mese - l'esercito italiano si trovò indifeso di
fronte alla reazione tedesca. Il re e Badoglio con i principali capi politici
e militari fuggirono da Roma verso Pescara, senza lasciare ordini precisi
alle forze armate per la difesa della capitale.
La flotta giungeva a Malta, l'esercito si sfasciava, Gli Anglo-Americani,
sbarcati il 3 settembre in Calabria e l'11 settembre a Salerno, entrarono
il 1º ottobre a Napoli ormai in mano alla popolazione insorta contro i
Tedeschi. La loro marcia verso nord incontrò delle forti linee di
resistenza: al termine del 1943, mentre Mussolini, liberato dai Tedeschi,
costituiva una Repubblica satellite della Germania, le truppe alleate
erano ferme sulla linea Gustav che univa, prima di Cassino, il
Garigliano alla foce del Sangro. È da dire, peraltro, che la lentezza delle
operazioni rientrava nel piano alleato. Lo scopo dello sbarco e della
successiva avanzata non era di raggiungere la Germania attraverso
l'Italia, bensì d'indebolire la difesa tedesca, tenendo impegnato nella
penisola un rilevante numero di divisioni avversarie ed evitandone così
l'impiego sugli altri fronti, strategicamente più importanti, della Francia
e dell'U.R.S.S.
Qui nel novembre del 1942 era iniziata la controffensiva sovietica,
organizzata con grande cura e con mezzi considerevoli. L'epicentro
della difesa russa era costituito dalla città di Stalingrado. Questa,
raggiunta dalle armate tedesche, non capitolò: i Tedeschi entrarono nella
                                                                          49


città, ma non riuscirono a occuparla, subendo anzi notevoli perdite: i
Tedeschi assedianti Stalingrado furono assediati. Hitler dovette
arrendersi nel febbraio del 1943, quando anche Kijev fu riconquistata
dall'esercito russo. Questo aveva rioccupato ormai buona parte
dell'Ucraina, e aveva costretto i Tedeschi a retrocedere quasi fino alla
linea della prima estate di guerra. Nella ritirata, persero la vita migliaia
di soldati italiani che Mussolini aveva inviato in U.R.S.S.(nel luglio del
1942) senza un adeguato armamento e sprovvisti dei mezzi necessari
per combattere in avverse condizioni atmosferiche.

La guerra in Europa: dallo sbarco in Normandia alla resa tedesca
(1944-45)

Sconfitta senza rimedio in Africa, costretta in U.R.S.S. ad abbandonare
quasi tutte le posizioni conquistate a prezzo di un notevole dispendio di
uomini e di materiale, martellata dai bombardamenti che ridussero le
sue città ad ammassi di rovine, la Germania nel 1944 era già sull'orlo
della sconfitta.
La Germania, mentre era impegnata su tutti i fronti a ostacolare
l'avanzata delle forze angloamericane e sovietiche, si vide costretta nello
stesso tempo a domare i movimenti clandestini sorti all'interno dei Paesi
occupati. La Resistenza, che nacque come moto spontaneo di reazione
alla politica di dominio della Germania, per divenire in seguito
l'espressione più alta degli aneliti di rinnovamento politico e sociale dei
popoli oppressi dal regime fascista, venne a costituire nell'Europa un
vero e proprio “secondo fronte” che creò gravi problemi organizzativi e
militari ai Tedeschi. I mezzi di repressione da loro usati per rispondere
ai seri colpi inferti dalle azioni partigiane (i rastrellamenti, le
deportazioni, gli eccidi in massa) non facevano che creare il vuoto
intorno a loro, con effetti disastrosi anche sul piano psicologico.
È stato in Italia e in Francia che gli angloamericani hanno avuto i primi
rapporti con i movimenti clandestini. Nel nostro Paese l'avanzata fu resa
particolarmente difficile, oltre che dalla difesa opposta dai Tedeschi
sulla linea Gustav, anche dal sistema appenninico e dalle condizioni
meteorologiche.Solo nel maggio gli Alleati riuscirono a sfondare il
fronte di Cassino giungendo a Roma il 4 giugno.
                                                                          50


Mentre in Italia la marcia verso il Nord registrava continui
rallentamenti, l'apertura del “secondo fronte” in Francia, richiesto da
Stalin, portò le truppe alleate all'attacco risolutivo contro la Germania.
Hitler, in previsione di un'offensiva contro le più importanti zone
industriali tedesche, aveva fatto allestire una lunga linea di difese
costiere, particolarmente forte nella zona di Calais.
Il comando angloamericano invece sferrò il suo attacco più ad Ovest, in
Normandia, all'altezza della penisola di Cotentin (6 giugno 1944).
Il comando supremo fu assunto dal generale Eisenhower. Occupata la
Bretagna dopo due mesi di aspri combattimenti, le truppe alleate
avanzarono nell’interno della Francia.
Nello stesso tempo un nuovo sbarco, effettuato da truppe americane e
francesi sulla costa di Tolone, costrinse i Tedeschi ad accelerare il
ripiegamento verso il nord della Francia. A Parigi il 19 agosto fu dato
l’ordine d’insurrezione: dopo sei giorni i carri armati americani,
preceduti da quelli francesi, entrarono nella città e il comando della
guarnigione tedesca firmò la resa.
Ai primi di settembre quasi tutta la Francia era ormai liberata, e De
Gaulle poteva costituire il nuovo governo.
Intanto, gli Alleati entravano nel Belgio e nell’Olanda, e tentavano di
aggirare dal Nord la linea Sigfrido, lungo la quale si erano attestate le
forze tedesche.
Il crollo dell'Asse era ormai inevitabile, ma Hitler sembrava ancora
credere nella possibilità della vittoria finale. Tentato inutilmente
l'esperimento dei nuovi ordigni bellici, le bombe V1 e V2, soffocata nel
sangue l'opposizione di alcuni militari e politici (20 luglio), il Führer
scatenò di sorpresa, nel dicembre, la controffensiva delle Ardenne.
Questo estremo tentativo di ripresa fallì a causa dell’azione aerea degli
Alleati e del concomitante attacco sovietico.
Sul fronte orientale, infatti, l'U.R.S.S. dopo aver riconquistato tutto il
proprio territorio, lanciò successivi attacchi che, all’inizio dell’ultimo
anno di guerra, portarono il suo esercito al confine germanico dell’Oder.
Nella primavera del 1944 l'Armata Rossa liberò la Crimea, l’intera
Ucraina e la zona centrale della Russia. I Sovietici giunsero ai confini
della Prussia ed invasero la Romania arrivando nei pressi di Budapest.
I Tedeschi, a causa della loro errata previsione della direttrice principale
dell’attacco russo, avevano concentrato le forze in Ungheria, lasciando
invece sguarniti, i territori settentrionali.
                                                                          51


All’inizio del 1945 la situazione in Europa era già ben definita. A est la
Germania aveva perso tutti i suoi Stati satelliti: la Finlandia aveva
firmato l’armistizio e così pure la Romania e la Bulgaria; i Paesi baltici
e la Polonia erano in mano russa, l’Ungheria e la Slovacchia erano
invase dalle armate sovietiche.
Nella Iugoslavia il movimento di resistenza di Tito aveva già rioccupato
gran parte del territorio, congiungendosi nel settembre del 1944 con
l’Armata Rossa e liberando Belgrado.
In Grecia gli Inglesi avevano liberato Atene con l’ausilio delle forze
partigiane.
In Italia gli Alleati avevano passato la linea gotica solo all'estrema
destra, arrestandosi a Ravenna e a Faenza.
Nelle regioni del Nord, tuttavia, le formazioni partigiane avevano
impegnato una parte considerevole delle forze nazifasciste.
Gli Alleati avevano da poco iniziato l’ultima offensiva contro la
Germania, Stalin, Roosevelt e Churchill s’incontrarono a Jalta (4-11
febbraio) per concordare il coordinamento del piano d’attacco e la
successiva spartizione in zone d'influenza dei territori liberati.
Il 13 febbraio, preceduto da un’imponente azione aerea, si scatenò
l'attacco angloamericano contro le linee fortificate della Germania
occidentale. In poco più di un mese l’intera sponda sinistra del Reno, da
Arnhem a Basilea, era controllata dalle forze alleate.
Nello stesso tempo i Sovietici espugnarono Budapest e Vienna.
Intanto, mentre l’armata inglese di Montgomery avanzava verso
Amburgo e Lubecca per isolare a settentrione i territori ancora occupati
da truppe tedesche, le armate americane si espandevano per tutta la
Germania e si congiungevano in aprile con quelle sovietiche.
Il 17 dello stesso mese gli Alleati sfondavano le linee tedesche sugli
Appennini e, liberata Bologna (21 aprile), avanzavano nella Pianura
Padana.
I partigiani insorgevano in ogni città; i C.L.N. assumevano il governo
del territorio liberato e ne mantenevano l’amministrazione fino
all’arrivo delle truppe alleate.
Il 29 aprile - dopo che Mussolini, catturato mentre tentava di fuggire in
Svizzera, era stato giustiziato dai partigiani - il comando tedesco d’Italia
firmò la resa.
Nei giorni seguenti il suicidio di Hitler e di alcuni suoi collaboratori
nella cancelleria del Reich (30 aprile), l’entrata in Berlino dell’Armata
                                                                       52


Rossa (2 maggio) e la firma da parte di Wilhelm Keitel della resa
incondizionata (7 maggio), segnarono la fine della II guerra mondiale in
Europa.

La fine della guerra in Estremo Oriente (1944-45)

Al momento della resa tedesca il Giappone resisteva ancora alla
massiccia superiorità aeronavale degli Americani. Il cerchio in mare
intorno al Giappone si andava restringendo: questo tentò di rafforzare le
proprie posizioni all'interno della zona di difesa, colpendo le basi
americane situate in Cina. Con queste operazioni i Giapponesi ottennero
qualche risultato di rilievo, ma non riuscirono a contrastare il
rifornimento alleato alla Cina, che avveniva ormai per via aerea
attraverso l’Himalaya. Il comando nipponico, per evitare di perdere il
collegamento con le terre dell'ovest, impegnò la propria flotta nel golfo
di Leyte. In quest'ultima grande battaglia nel Pacifico, i Giapponesi
uscirono duramente sconfitti.
Gli Americani proseguirono nella loro avanzata e sbarcarono in marzo a
Okinawa. Gli U.S.A. possedevano intorno al Giappone tutti i punti
strategici utili per lo scatenamento dell'offensiva finale. Tuttavia, il
Giappone, che aveva perso quasi per intero le proprie unità navali e
aveva abbandonato tutti i territori occupati negli anni precedenti, non
accennava ad arrendersi, anzi ricorse all'impiego di nuovi mezzi (i
kamikaze). L’ultimo attacco nemico iniziò nel maggio 1945 con
l'incessante martellamento dei porti, degli aerodromi e dei centri di
produzione giapponesi.
A causa della progressiva distruzione del suo apparato bellico, il
Giappone appariva già battuto quando, il 26 luglio, ricevette dal nuovo
presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, l’intimazione della resa
incondizionata. Al rifiuto di Tokyo, gli U.S.A. lanciarono su Hiroshima
e Nagasaki (6 e 9 agosto) le bombe atomiche.
Fu l’ultimo spaventoso evento della II guerra mondiale: dopo che anche
l’U.R.S.S. aveva dichiarato la guerra al Giappone, e aveva invaso la
Manciuria (8 agosto), l’Impero nipponico accettò la resa (14 agosto).
                                                                          53


La Germania di Tacito

L’ideologia politica nazista per legittimare la propria validità, si è
servita anche dell’autorevolezza del passato, trovando in alcune opere,
come la "Germania" di Tacito, non un supporto culturale, ma volgari
spunti di propaganda. L’innocente opuscolo tacitiano, infatti, è stato
secondo alcuni critici una maledizione del popolo tedesco, poiché non si
è limitato a fornire, come per esempio l’Orazio delle "Odi civili",
qualche immagine di repertorio utile di fascino nostrano per rivestire il
mito della romanità, ma è stata distolta al punto da fornire l’avallo
ideologico al delirante mito della razza negli anni del nazismo.

Il capitolo 2 sull’autoctonia dei Germani e il capitolo 4 sulla purezza
della loro stirpe sono stati invocati a fondamento di una pericolosa
tradizione nazionalistica senza neppure tener conto che l’isolamento dei
Germani è spiegato da Tacito in modo assai negativo con la difficile
accessibilità di un territorio poco appetibile. In questo senso la fortuna
della “Germania” è stata studiata da uno specialista delle ideologie del
classicismo come Luciano Canfora, il quale, individuando già nel
Cinquecento i primi spunti del mito del popolo originario (Urvolk),
ravvisa nei discorsi alla nazione tedesca di Fiche (1808) le premesse di
uno sviluppo in senso razzistico destinato ad approdare, verso la fine del
secolo, alla costituzione dell’associazione tedesca destinata a influire
nel 1939 nel movimento nazista.

In realtà, per leggere il capitolo tacitiano con un minimo di rispetto
esegetico, basta tenere presente che alla mentalità romana è
assolutamente estraneo il mito della razza: le stesse origini troiane di
Roma non vanno certo nella direzione dell’autoctonia e, inoltre, Tacito
scrive quando un popolo spagnolo è diventato imperatore e di lì a poco
salirà al trono l’africano Settimio Severo. Come osserva Canfora,
fenomeni come l’espansionismo di Roma, l’allargamento della
cittadinanza, la cooptazione delle elites provinciali, lo stesso processo di
ellenizzazione marciano tutti in direzione opposta alla gelosa tutela di
una stirpe romana originaria. Quello dell’autoctonia e della purezza di
stirpe, dunque, è un tema letterario diffuso ben prima di Tacito, già noto
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agli antichi ateniesi, che ne traevano motivo di vanto, e presente in fonti
che potrebbero avere influito sull’informazione tacitiana.

Ciò che nel sottinteso e, talora, esplicito confronto con la società di
Roma egli più sembra apprezzare nei Germani è la mancanza di civiltà,
identificando egli, a quanto pare, la civiltà con la corruzione. Su questo
sfondo di più o meno consapevole accettazione di dottrine ciniche
relative all’esaltazione dello stato di natura come stato felice per
l’uomo, stato che non conosce le convinzioni e le leggi positive imposte
dalla civiltà, vanno collocati ed intesi i passi in cui Tacito elogia i
Germani per la loro noncuranza a riguardo dell’oro e dell’argento;
espone il loro genere di vita impegnata esclusivamente nelle guerre, e,
fuori dalle guerre trascorsa in perpetuo ozio, esalta l’onestà delle
famiglie nelle quali non c’è posto per l’adulterio: qui è massimamente
evidente il confronto con la vita e la corruzione dell’alta società romana.
La pudicizia delle donne è ben difesa, ché esse non si trovano esposte
agli allettamenti degli spettacoli e neppure agli eccitamenti dei
banchetti. Gli uomini, non diversamente dalle donne, non sanno che
cosa siano i messaggi d’amore segreti. In un popolo così numeroso,
pochissimi sono gli adulteri, che vengono puniti immediatamente, e la
punizione compete al marito: il quale, alla presenza dei parenti, tagliate
le chiome alla donna la caccia nuda di casa e a forza di bastonate le fa
percorrere tutto il villaggio. Non c’è remissione per colei che ha
profanato il suo onore. Tuttavia lo storico romano non tace neppure i
motivi di perplessità che il genere di vita dei Germani suscita in lui:
degli uomini validi, che quando non fanno la guerra si chiudono
nell’inerzia più neghittosa, non può non osservare, dopo aver detto che
dell’andamento della casa e dei lavori dei campi si occupano i vecchi e
le donne, che se ne stanno a poltrire. Inoltre l’amore eccessivo del bere
spesso li porta a risse sanguinose e mortali. I Germani sono anche
sfrenatamente dediti al gioco dei dadi, nel quale spesso mettono come
posta addirittura se stessi, riducendosi in condizioni di schiavi, se
perdono. Tacito ammira nei Germani soprattutto la schiettezza,
l’immediatezza, la semplicità di vita: questa è la loro grande forza, che
si può riassumere, a suo avviso, in una parola sola: l’amore per la
libertà, grazie alla quale riducono al minimo i legami del singolo con la
società. È per questo motivo che a Tacito i Germani appaiono, per
Roma, più minacciosi dei Parti. In effetti, a questa ammirazione si
mescola il timore per le condizioni d’inferiorità e di pericolo nelle quali
                                                                            55


i Romani verranno a trovarsi se non ritorneranno alle virtù dei loro
padri, oppure se non li salveranno la indisciplina e la discordia stessa
che travagliano i nemici.

Tutte queste considerazioni emergono dall’opera tacitiana “La
Germania”, che forse più esattamente si intitolava “De origine et situ
Germanorum”, come appare nei manoscritti. È un’opera monografica e
rappresenta l’unico scritto di etnografia antica a noi pervenuto. Essa fu
composta nel primo anno del regno di Traiano, vale a dire nel 98, quasi
contemporaneamente all’Agricola, ed ha carattere geografico, oltre che
etnografico. Essa sembra occupare un posto alquanto isolato e non del
tutto connesso con la rimanente produzione tacitiana. Non è escluso che
l’idea di scrivere intorno ai Germani covasse già da qualche tempo nella
mente dell’autore, e gli fosse suggerita dalla conoscenza diretta, o quasi
diretta, che egli avesse acquistato di quelle genti di quella regione nel
quadriennio della sua assenza da Roma prima della morte di Agricola
(89-90 d. C.) quantunque, nel corso dell’opuscolo, egli mai si riferisce
ad una sua propria visione, e mostri di attingere sia da fonti scritte, sia
da informazioni orali, di diversa provenienza. Tra le fonti scritte l’unico
che egli cita per nome è Cesare, con i suoi excursus etnografici, indicato
come summus- auctorum, ma gli storici hanno aggiunto con certezza
Plinio il Vecchio per i suoi venti libri sulle guerre germaniche ( Bella
germanica) e poi molti altri, come per esempio Sallustio e Livio.le
informazioni orali, poi, di mercanti, di viaggiatori, di soldati ed ufficiali,
non potevano mancare, per conferire alla trattazione carattere di novità e
di utilità a confronto con la preesistente letteratura sull’argomento;
poiché se anche la Germania di Tacito adottava gli schemi e quasi la
tipologia tradizionale, d’altra parte si rivolgeva ad un pubblico cui
occorrevano notizie fresche in rapporto con la quotidiana, diretta
esperienza.

Tenendo conto della data di composizione, il 98 d. C. , si è pensato ad
un duplice intento dell’autore nello scrivere l’opera:

-informativo, nel far conoscere una popolazione che da un paio di secoli
era entrata in contatto e in conflitto con Roma;

-politico, quasi come nello spiegare l’indugio del neoimperatore Traiano
in operazioni militari proprio sul fronte germanico e, forse,
                                                                           56


nell’avvertirlo del pericolo e nel caldeggiare un intervento deciso contro
popolazioni minacciose, la cui discordia era, per il momento, l’unica
protezione per Roma, quasi come se l’autore volesse orientare e
preparare la pubblica opinione intorno alle imprese cui il novello
imperatore attendeva o sembrava dover attendere; poiché mentre veniva
eletto, Traiano si trovava proprio in Germania sul Reno e là rimaneva
con il suo esercito per tutto il 98, sebbene lo attendessero
impazientemente a Roma.

Altri studiosi spiegano la Germania, in modo più tecnico, destinata ad
essere, inglobata nelle Historiae; altri ancora le attribuiscono un intento
morale nel porre a confronto l’incorrotta per quanto primordiale purezza
dei Germani con la corruzione di Roma.

In realtà il tentativo di attribuire una finalità esclusiva alla monografia è
sostanzialmente sterile: la Germania non ha il carattere né del libello
politico, né del trattato morale e, del resto è la natura stessa della
composizione tacitiana ad essere complessa e delle rispettive
componenti bisogna prendere atto, senza pretendere di trovare la
formula risolutiva. Componenti che nella Germania sono
sostanzialmente etnografiche, benché non prive di tutte quelle
implicazioni (da quella politica a quella morale) che in uno storico
attento alle istanze della politica e della morale non sono mai assenti,
neppure nelle Historiae e negli Annales. Ma sono altrettanto
significative quelle parti in cui Tacito, nel descrivere i costumi dei
Germani, denuncia la minaccia rappresentata da queste popolazioni,
forti della loro energia di primitivi, per un sistema politico romano, che
rappresenta, sia pur nel futuro, la rovina dell’impero, un presagio che
Tacito poteva concepire non solo in base alla teoria della successione
degli imperi (assai presente nella storiografia di ispirazione antiromana),
ma anche la consapevolezza che Roma si fosse ormai incamminata
verso un inevitabile declino.

Lo stile si allontana dalla suggestione ciceroniana ed assume un
carattere più tacitiano: sono frequenti le asimmetrie, la variatio e le
espressioni asintotiche, appare soprattutto il tono di alcune descrizioni
che precedono le pagine più ispirate delle Historiae e degli Annales. La
trattazione di Tacito si presenta come del tutto obiettiva, dettata da soli
interessi tecnici o scientifici. L’opera consta di due parti. Precede una
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parte generale (cap. 1-27) sull’origine e sui costumi di tutti i Germani,
complessivamente considerati: confini della regione, clima, prodotti,
vita pubblica e privata degli abitanti, occupazioni quotidiane, guerra,
religione. Segue una parte speciale, (cap.28-46) sulle singole
popolazioni germaniche (per esempio gli Elvezi, gli Ubii) considerate a
loro volta nella loro vita e costumi peculiari.

Tuttavia, nell’apparente obiettività della scrittura trapelano di continuo
sentimenti irresistibili che dipendono dall’esplicito o implicito
confronto dei Germani coi Romani, e quindi dal pensiero dell’estremo
duello che fra i due popoli non sarebbe potuto evitarsi. C’è anzitutto una
spontanea e quasi romantica inclinazione per tutto ciò che le terre e i
popoli germani offrivano di nativo e di originario, di semplice e di puro,
di incolto e di selvaggio; c’è in fondo una specie di ammirazione per
quelle genti, in larga parte ignote e per ciò stesso affascinanti, che si
spingono fino agli estremi limiti del mondo, là dove il sole non tramonta
mai, là dove il mondo finisce.




Canto VI
Il canto VI del Paradiso ha per oggetto la politica: è infatti
dedicato alla storia ed al concetto di Impero. Esso corrisponde
armonicamente, ma ne differisce per ampiezza di orizzonte
politico, al canto VI dell’Inferno, in cui Dante parla con Ciacco
dei cittadini della “città partita” e delle ragioni di quei lutti; e al
canto VI del Purgatorio, in cui Sordello piange la triste sorte
dell’Italia e Dante tuona contro Alberto tedesco colpevole di
tradire la missione dell’Impero, fazioso e nazionalista e non,
come dovrebbe, reggitore universale; così che da una visione
politica particolare (Firenze) il discorso poetico si eleva
gradatamente ad una visione politica nazionale (Italia) ed
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universale (Impero). Ma questo canto si differenzia dai
precedenti per la grande varietà di forme in rapporto ai diversi
momenti: lo stile è epico quando Giustiniano celebra l’Impero
romano, polemico e pungente quando Dante si scaglia contro i
Guelfi ed i Ghibellini, alto e commosso nell’epilogo.
Giustiniano è inoltre il solo a parlare per l’intero canto; la
struttura narrativa può essere divisa in tre parti
(autopresentazione di Giustiniano, storia dell’aquila, episodio di
Romeo di Villanuova) ognuna delle quali collegata al concetto
di provvidenzialismo storico.
Nel descrivere Giustiniano, Dante raffigura un imperatore
“exemplum”, poiché capace di far coincidere impegno politico e
religioso, e divenendo così strumento della Provvidenza divina.
Di qui l’affermazione che solo l’Impero universale può essere
divulgatore e garante della giustizia. Evidentemente il Poeta si
proietta nella figura di Giustiniano, riponendo nell’Impero i
propri ideali politici per far fronte allo spirito mercantile che ha
portato alla degenerazione della società civile. In particolare,
Dante si scaglia contro i Guelfi e i Ghibellini, colpevoli di
contrastare la missione dell’aquila, cercando di convincerli che
la loro azione disgregatrice dell’unità imperiale è empia e
sacrilega.
Il corso della storia da Enea a Giustiniano è infatti battuto dalle
ali dell’aquila divina, simbolo dell’Impero Romano e, in
seguito, di quello cristiano. Il canto diviene, quindi,
un’esaltazione della giustizia ed assume il procedere solenne
della concezione religiosa della storia, secondo la quale ogni
evento contiene un valore allusivo e simbolico. Tutta la storia è
sacra, essendo legittimo l’Impero e l’autorità che lo rappresenta.
Da questa prospettiva prende forma il volo di quell’aquila
imperiale che, nella cultura classica, simboleggia la Giustizia di
Giove e costituisce l’insegna del legittimo potere di Roma.
Romanità e cristianesimo si susseguono in modo da mettere in
evidenza il significato del Sacro Romano Impero.
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Nell’incessante evolversi degli eventi è perciò importante tenere
conto dei caratteri fondamentali quali la provvidenzialità, che
collega la fondazione dell’Impero alla fondazione della Chiesa;
il carattere romano dell’istituzione; e la “translatio”, ossia il
passaggio d’autorità dai Greci ai Romani e, infine, ai Germani.
Tuttavia Dante, con un toccante epilogo, vuole illustrarci come
la giustizia e la Provvidenza operano anche nella sfera
dell’individuale. In particolare, il Poeta ci propone la vicenda di
Romeo, piccolo di fianco al grande Giustiniano, per far
intendere che chiunque, anche se di umili origini, se è una
persona onesta e giusta, può moralmente elevarsi all’altezza dei
più nobili personaggi della storia. La figura di Romeo può
avere, inoltre, un significato autobiografico riferito a Dante.
Egli, infatti, quando sente la storia di Romeo, pensa certamente
alla sua identica sorte di esule, poiché, nel momento in cui
scriveva quest’opera, forse provava ancora “come sa di sale lo
pane altrui, e come è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui
scale”.




Die Brucke

Influenze superomistiche si riscontrarono anche in ambito artistico
quando, nel 1905, quattro giovani tedeschi fondano un movimento
denominato “Die Brucke” (il ponte).

Negli ambiziosi intenti dei suoi promotori, imbibiti della filosofia di
Nietzsche, Die Brucke vuol porsi come un’unione di forze che
combattono contro lo stagnare della tradizione, contrapponendo
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all’Ottocento realista ed impressionista un Novecento violentemente
espressionista e antinaturalista. Il nome stesso è di derivazione
nietzschiana: “L’uomo è una fune tesa tra la bestia e l’Uomo Nuovo –
scriveva il grande pensatore tedesco- una fune sopra l’abisso[…]. La
grandezza dell’uomo sta nell’essere un ponte, non un fine”. Questo
concetto di ponte, di trapasso tra vecchio e nuovo, tra accademia e
antiaccademia, tra voglia di rottura e desiderio di riconciliazione,
rappresenta il carattere fondamentale del gruppo.

Elemento fondamentale della Brucke è la resa della realtà secondo
l’emozione che l’incontro con essa ha suscitato in noi. Viene superata la
riproduzione verista degli oggetti ed abolita la tridimensionalità, definita
come visione di un falso spazio e di un altrettanto falso volume. Anche i
soggetti sono abbastanza omogenei: si va da scene di realtà
metropolitana, a nudi nel paesaggio o in interni; da gruppi di ballerine a
scene di circo. In ogni caso, comunque, ricorrono un’esagerata
enfatizzazione dei colori e una voluta spigolosità delle forme, sempre
legate da un’ironia sottile e dolorosa, a volte addirittura macabra.

Ma quando nel 1933 Hitler conquisterà il potere sue vittime saranno
anche i pittori espressionisti tedeschi e stranieri, per la loro carica di
ribellione alle leggi borghesi, restrittive dell’autonomia dell’artista e
reazionarie: la loro arte sarà definita “degenerata”, essi stessi trattati da
degenerati, le loro opere ritirate da musei e collezioni e barbaramente
distrutte.




Ernst Ludwig Kirchner

Tra i giovani fondatori della Die Brucke, Kirchner fu l’esponente
di maggior spicco. Nato nel 1880 ad Ashaffenburgh, fu pittore
espressionista tedesco e maestro di grafica, specialmente
xilografie. La sua formazione tiene conto dell’incisione del
Cinquecento tedesco, dell’arte primitiva e del gusto per le stampe
giapponesi. Di temperamento inquieto e complesso, il suo
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itinerario artistico si modifica a contatto con il mondo esterno, in
relazione alle successive esperienze di vita. Difatti, mentre nei
primi anni le forme sono semplificate, i colori netti e squillanti e la
linea è forte ed espressiva, quando la Brucke, nel 1911, si
trasferisce a Berlino, la sua opera riflette l’ambiente ambiguo della
grande città: durante questo periodo, alla sua vivace tavolozza
subentrano colori di sfumature più cupe. L’amara visione del
mondo di Kirchner si esprime, in maniera ancor più penetrante,
nelle oltre 2000 acclamatissime xilografie ed acqueforti di sua
produzione. Arruolato nell’Esercito tedesco durante la prima
guerra mondiale, si ammalò di esaurimento nervoso. Abbandonato
l’Esercito, si stabilì in Svizzera e tornò per qualche tempo al colore
intenso di una volta. Ma, verso la fine degli anni Venti, la sua
tavolozza si era attenuata, le figure dei suoi paesaggi e dei ritratti si
erano fatte meno angolose e l’intensità emotiva delle sue prime
opere scomparve, pur serbando un sottofondo di malinconia. Verso
la metà degli anni Trenta, la sua opera fu attaccata (e molti dei suoi
lavori furono in seguito confiscati) dai nazisti che erano ostili
all’avanguardia. Il 15 giugno 1938, Kirchner, malato e disperato, si
uccise.

Nella sua opera intitolata “Marcella”, si possono distinguere i
caratteri più interessanti della corrente Die Brucke.
Il giovane corpo nudo è rappresentato senza compiacimenti
edonistici per la bellezza femminile, con larghe stesure di colori
giustapposti, con forme sintetizzate, circondate da una linea di
contorno che non è più il disegno costruttivo e idealizzante di
lontana origine fiorentina, ma conferisce drammaticità. La realtà è
presente e ben riconoscibile; non però nella sua apparenza, bensì
“letta” dall’artista, penetrata al di là di ciò che l’occhio umano
vede, compresa nella sua intimità: un’adolescente che si affaccia
alla vita, nuda, e quindi non protetta, già conscia della tragedia del
mondo per una cognizione che le deriva ereditariamente e
fatalmente da millenni di storia. Marcella era una giovanissima
modella di Dresda. La preferenza degli artisti della Brucke per le
adolescenti si spiega forse con l’acerbità dei loro corpi che offre
all’occhio del pittore una spiritualità più intensa e una maggior
complessità problematica che non la maturità.

				
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posted:5/3/2011
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