Kinley MacGregor - Il signore del desiderio

					Kinley MacGregor


Il Signore del Desiderio

© 2001 -Master of Desire

~ Traduzione Amatoriale Senza Scopo di Lucro ~

Prologo

-Lui è il diavolo in persona!
Draven di Montague, quarto conte di Ravenswood, sbuffò rumorosamente nel sentire la
convinzione nella voce di Hugh mentre ambedue rimanevano in piedi davanti al trono di
re Enrico II, con il fratello di Draven ed uno degli uomini di Hugh leggermente dietro di
loro. Era un epitaffio ascoltato più volte di quante ne potesse contare.
Curvando il labbro in una contorta smorfia divertita, Draven assentì rapidamente.
-Generato nell’inferno e allattato con la mammella stessa del demonio. Non posso
pretendere altro. – Dopo tutto, era della sua reputazione di cui si stava parlando e, in
questo paese avvolto nel caos, Draven era il campione indiscutibile.
Due guardie, che restavano perfettamente immobili come statue, fiancheggiavano il
trono dove sedeva il re. Vestito di porpora scura e con la sua corona luccicante sotto la
luce delle torce, Enrico non sembrava molto compiaciuto quando inchiodò lo sguardo su
entrambi i nobili. Anche se Draven aveva versato il proprio sangue, e versato ancora di
più quello degli altri, per difendere la corona di Enrico, conosceva i limiti della
tolleranza del suo monarca, e, a questo punto, il re aveva già oltrepassato i suoi limiti.
Hugh fece un passo imprudente verso il trono di Enrico.
-Voglio che lasci le mie proprietà in pace, Maestà. Sicuramente, possiede abbastanza
terra per esserne soddisfatto, così potrebbe abbandonare Warwick.
Enrico Plantageneto non era un uomo al quale ci si potesse avvicinare imprudentemente.
Era un uomo che si era fatto da solo con una ferrea determinazione e un coraggio
indiavolato; un uomo che aveva molto in comune con Draven, anzi, un uomo che era in
debito con Draven.
Lo sguardo sul viso di Enrico era l’immagine stessa dell’ira dell’inferno.
Recuperando di nuovo il controllo di sé, Hugh indietreggiò e chinò lo sguardo a terra.
Enrico guardò Draven e sospirò.
-Noi non riusciamo a capire come è incominciata questa guerra. Draven, voi dite che lui
vi ha attaccato e Hugh dice che siete stato voi ad attaccarlo, e nessuno di voi due
ammette di aver cominciato per primo. Questo ci ricorda due bambini maleducati che
litigano per un giocattolo mentre ambedue gridano all’ingiustizia. Certo, ci aspettavamo
qualcosa di meglio da voi, Draven.
Draven fece il possibile per non mostrare la furia che lo invadeva. Aveva servito
fedelmente Enrico per più della metà della sua vita. Ma, non era il buffone né il lacchè
di nessun uomo, e non rispondeva davanti a nessuno salvo che a se stesso. Enrico lo
aveva ormai capito da tempo, ed era per questo che Draven era un prezioso alleato per
lui. La sua alleanza era stata forgiata nel sangue, nella battaglia.
Con la furia che ribolliva dentro di lui, Draven osò affrontare lo sguardo del re come se
fosse un suo pari.
-Come ben sapete, mio signore, non sono un codardo, e non mi inchinerò davanti a
quest’uomo finchè continuerà ad attaccare i miei contadini e a distruggere le mie terre.
Se Hugh vuole la guerra, allora, per Dio, sarò quello che gliela darà.
Enrico alzò gli occhi al cielo come se cercasse l’aiuto dei Santi del cielo.
-Ci siamo annoiati che i nostri signori lottino tra loro. Ci rendiamo conto che gli anni di
regno di Stefano furono molto permissivi, ma quei tempi sono finiti. Ora sono io,
Enrico, quello che regna in questo paese, e riusciremo a dare la pace in ogni angolo –
guardò Draven -. Capite?
- Sì, mio signore.
Lo sguardo di Enrico si volse verso Hugh i cui occhi continuavano ad essere inchiodati a
terra, ai suoi piedi.
- E voi?
- Sì, sire.
I severi tratti di Enrico si rilassarono un pò.
-Sta bene, allora. Ma visto che sappiamo che non dovremmo lasciare in libertà due topi
mentre il gatto è occupato in altri bisogni, dobbiamo siglare questo patto in maniera più
permanente.
Un disgustoso sentimento di paura strinse la gola di Draven. Conosceva abbastanza bene
Enrico da capire che non gli sarebbe piaciuto quello che avrebbe detto.
Enrico continuò.
-Siccome nessuno di voi due vuole ammettere chi ha attaccato per primo, dovremo
applicare la saggezza di Salomone. Se qualcuno di lor signori prende possesso di
qualcosa di cui l’altro reputa di gran valore, può darsi che allora ci penserete due volte
prima di portare avanti le vostre ostilità.
- Maestà? – chiese Hugh, e la sua voce rivelava il peso della sua paura.
Enrico si accarezzò la barba castano-rossiccia.
- Avete una figlia, non è vero, Hugh?
- Sì, sire, ne ho tre ancora in vita.
Enrico assentì, poi guardò Draven che gli restituì lo sguardo con impertinente
franchezza.
- E cosa mi dite di voi, Draven?
- Ho un fratello dilapidatore del quale da tempo cerco di liberarmi.
Detto fratello schiumava rabbia dalla bocca a circa dieci passi da lui, ma, con grande
buonsenso, stette in silenzio davanti al suo re.
Assolutamente perplesso, Enrico considerò la faccenda.
-Diteci, Simon – disse, rivolgendosi al giovane fratello di Draven -. Che cos’è quello che
vostro fratello stima di più su questa terra?
Draven si girò appena un pò per osservare come era a disagio Simon sotto lo sguardo del
suo re. Con la testa rispettosamente china, Simon rispose:
- Per essere sincero, Maestà, lui stima solo il suo onore. Morirebbe per difenderlo.
-Sì – disse pensosamente Enrico -. Sappiamo i limiti a cui arriverebbe per mantenere
alto il suo onore. Molto bene, esigiamo allora che Draven giuri sul suo onore che non
farà più alcuna incursione né tormenterà Hugh, mentre quest’ultimo consegnerà una
delle sue figlie come pegno della sua buona condotta.
-Che cosa? – ruggì Hugh in modo così scandaloso che Draven quasi si aspettò che le
travi del soffitto cominciassero a cadere tutte intorno a loro -. Non potete parlare sul
serio.
Enrico rivolse un sguardo di fuoco a Hugh.
-Signore, state oltrepassando i limiti. È al vostro re che vi state rivolgendo, e il suo suolo
traditore quello che state calpestando.
Il viso di Hugh diventò più rosso della tunica cremisi che Draven portava sull’armatura.
-Sua Maestà, vi prego, non chiedetemi questo. Le mie figlie sono le creature più gentili,
e non sono abituate a stare in compagnia degli uomini. La maggiore si sposerà da qui a
poche settimane, e sua sorella è una suora che ha preso i voti all’abbazia di sant’Anna.
Certamente voi non potete esigere che abbandoni i suoi voti per diventare un ostaggio
per qualche tempo.
- Non avete detto di avere tre figlie?
Un assoluto e genuino orrore si riflettè sul volto scarno e lungo di Hugh.
-Signore, Emily è la più gentile tra tutte le mie figlie. Trema davanti al più piccolo
sussulto.
Un’ora a Ravenswood e morirebbe di paura. Ve ne supplico, per favore, non chiedetemi
questo.
Enrico socchiuse gli occhi.
-Avremmo sperato che le vostre signorie ci avessero lasciato qualche altra scelta. Ma,
ahi, siamo stanchi dei costanti lamenti e accuse dei nostri signori. In realtà, domani
abbiamo un compromesso ad Hexham per mettere ordine in un’altra disputa tra baroni ai
quali non sembra importare molto delle loro terre. Tutto quello che vogliamo è la pace!
– ruggì Enrico. La luce nello sguardo del re si intensificò -. Hugh, siete stato voi a
sollecitare l’intervento della corona in questa faccenda. Noi vi abbiamo dato la nostra
soluzione, così permettete che si arrivi al termine e abbiate pietà per l’anima stordita che
osa sfidare la corona – Enrico sembrò calmarsi un pò -. Lady Emily sarà data a Draven
affinché lui la custodisca.
Una dama nella sua casa! Draven sentì che le sue labbra stavano cominciando ad
incurvarsi a quel pensiero. Stava per dire a Enrico di dimenticare tutta la faccenda, ma
con un semplice sguardo si rese conto che era meglio non discutere le parole del re.
Poi successe una delle cose più incredibili che avesse mai visto in vita sua. Hugh si
inginocchiò davanti al trono di Enrico. Le sopravvesti bianche e gialle ondeggiarono
come un pozza d’acqua intorno a lui quando si piegò e appoggiò la fronte al suolo.
-Per favore, Maestà – pregò Hugh con voce tremante -. Non potete prendere mia figlia e
invece esigere da Draven un semplice giuramento. Ve ne supplico. Emily è… lei è la
mia vita.
Potete prendervi le terre, ma, per favore, lasciate mia figlia dov’è.
Per un istante, Draven quasi sentì pena per quell’uomo, finchè non ricordò il villaggio
che era stato incendiato nel silenzio della notte. Le donne che erano state violentate ed
assassinate con furia nei propri letti.
Se non fosse stato per l’ordine di Enrico, avrebbe assediato il castello di Hugh, costasse
quel che costasse, e avrebbe visto le mura del conte cadere a pezzi.
Ma Enrico aveva un debito di sangue con il padre di Hugh, e come campione del re,
Draven era stato obbligato a non far del male a Hugh senza il permesso reale.
In qualche modo, Draven sapeva che solo la presenza della figlia di Hugh in casa sua
avrebbe garantito un comportamento onorevole da parte del conte verso la sua gente. E,
come al solito, avrebbe fatto tutto il necessario per proteggere il suo paese, e obbedire
agli ordini del re.
Enrico si accarezzava pensosamente la barba mentre ascoltava Hugh continuare ad
implorare la sua clemenza.
- Alzatevi, Hugh.
Hugh si alzò. Aveva gli occhi lucidi di lacrime non versate.
-Abbiamo ascoltato la vostra supplica, e possiamo assicurarvi che Draven prende molto
sul serio i suoi giuramenti. L’abbiamo visto portare a termine il suo dovere con
indiscutibile lealtà.
Tuttavia, dal momento che voi siete conosciuto per mancare ai vostri giuramenti,
dobbiamo assicurarci che in qualche modo la pace sia duratura.
Il re faceva riferimento al fatto che Hugh aveva promesso di appoggiare la richiesta di
Enrico al trono, per poi unirsi, due mesi dopo, alle forze di re Stefano.
Hugh non era qualcuno di cui potersi fidare. Mai.
-Se Vostra Maestà ha dei dubbi circa la mia lealtà, perché conservo ancora le mie terre?
–domandò Hugh.
Le narici di Enrico fremettero visibilmente.
-Dovete ringraziare vostro padre per questo, e invece di discutere i miei motivi, dovreste
sentirvi grato di continuare a godere ancora della nostra benevolenza e mostrare
l’appropriata gratitudine. Draven custodirà vostra figlia per un anno. Se durante questo
tempo avrete dimostrato di essere onorevole, vi sarà restituita.
L’espressione di Hugh divenne dura come il granito.
-Agite come se fossi stato io quello che ha cominciato tutto questo – mormorò -. Perché
io devo essere punito mentre lui…?
-Silenzio! – ruggì Enrico -. Ancora una parola insolente da parte vostra e farò in modo
che vi spoglino di tutti i vostri averi.
Hugh trattenne giudiziosamente la lingua, ma i suoi occhi brillavano di autentico
rancore.
Enrico fece un gesto con la mano al suo scrivano perché scrivesse il suo decreto.
-Se attaccate Draven, la sua gente o le sue terre durante il prossimo anno, vostra figlia
diventerà di sua proprietà e potrà farne quello che vuole.
Hugh guardò Draven.
- E se lui le fa del male o la disonora, sire?
Il viso di Enrico si indurì.
-Essendo la mano destra della Corona, Draven sa fin troppo bene cosa facciamo coi
traditori. Abbiamo affidato la nostra vita a Draven, e accetteremo il suo giuramento sulle
ossa di San Pietro che non le farà alcun male. Per alleviare le vostre paure, manderò uno
dei miei medici personali affinché esamini ora vostra figlia e di nuovo tra un anno,
assicurandoci così che ritornerà da voi nelle stesse condizioni in cui abbandonerà la
vostra protezione.
Poi, guardando Draven, Enrico aggiunse:
-Lady Emily sarà considerata nostra pupilla. Qualunque danno le sarà fatto, sarà fatto a
noi. Possiamo confidare che la tratterete di conseguenza?
- Sì, vostra maestà. La proteggerò con la mia stessa vita.
-Allora è tutto risolto. Ora partite e cominciate con i preparativi. Draven, cercate il
nostro sacerdote perché vi faccia prestare giuramento. – Enrico rivolse il suo sguardo a
Hugh, e disse minacciosamente -. Draven cavalcherà con voi fino alla vostra casa per
proteggere vostra figlia. Se gli emissari reali al ritorno da Ravenswood tornassero con la
notizia che lei non è lì, non saremmo per niente compiaciuti.
Insieme, gli uomini si chinarono in una riverenza e camminarono all’indietro per
abbandonare il salone del trono. Una volta che le pesanti porte di legno furono chiuse
alle loro spalle. Hugh si girò verso Draven.
-In un modo o nell’altro, riuscirò a farvi pagare per tutto questo – disse.
-Questa è una minaccia? – domandò Draven con un accento di divertimento nella voce.
L’ultima cosa che temeva era la morte; in realtà l’avrebbe accolta con sollievo. Simon
afferrò Draven e lo separò da Hugh.
-Il re può sentirci – sussurrò infuriato -. Forse volete avere un’altra conversazione con
lui?
Gli occhi di Hugh lo fissarono infuriati, poi si voltò e si allontanò a grandi falcate.
- Non temete, Hugh. Darò a vostra figlia il migliore dei benvenuti.
Una bestemmia echeggiò nell’ingresso, ma Hugh non voltò lo sguardo e solo dopo che il
conte fu sparito dalla sua vista, Draven permise che il suo viso mostrasse il disgusto che
sentiva.
Nessuna dama abitava a Ravenswood da moltissimi anni. Chiudendo gli occhi per
allontanare i suoi ricordi, Draven desiderò poter bloccare anche le grida di terrore e le
suppliche di pietà che risuonavano nella sua testa.
E ora sarebbe arrivata un’altra dama.
- Sarà solo per un anno – mormorò Simon.
Draven lo guardò negli occhi.
- È necessario che ti ricordi la maledizione, fratello?
- Tu non sei tuo padre.
Lui inarcò un sopracciglio.
-Credi di no? Forse che non sono uguale a lui per quanto riguarda la prosperità e le
battaglie? Non dicono tutti che sono la sua immagine vivente?
- Tu non sei tuo padre – ripetè Simon.
Ma nemmeno questa volta Draven lo sentì. Perché lui sapeva la verità. Era il figlio di
suo padre, e al contrario di Simon, la maledizione del sangue marcio di quell’uomo
correva nelle sue vene.
Portare una dama di nascita nobile a Ravenswood era la stessa cosa che firmarne la
sentenza di morte, e Draven stava per compromettere il suo onore per il benessere di
quella dama.
La Fortuna era una prostituta crudele, e quel giorno stava ridendo di lui a crepapelle.


Capitolo 1

-Tutto quello di cui una donna ha bisogno di sapere sugli uomini è che sono creature che
dipendono dalle loro braghe. Ricorrete alle loro calzamaglie ed avrete il controllo
assoluto su di loro, perché, quando è il membro maschile a prendere il comando, non lo
sarà il suo cervello.
-Emily era seduta sul letto accanto a sua sorella Joanne, cercando di non offendere Alys
rivelando il divertimento che le stava dando il suo proclama. Si strinse il pugno contro le
labbra per trattenere le risate.
Fu in quel momento che commise l’errore di guardare Joanne, e allora entrambe
esplosero a ridere.
Chi non avrebbe riso? Specialmente immaginando le enormi braghe che indossava il
promesso di Joanne.
Oh, Signore, Niles sfilava ovunque come il dio Prìapo in un festival di vergini.
La sua cameriera, Alys, invece, non sembrava molto compiaciuta delle loro risate.
Schiarendosi la gola, Emily strinse le labbra e fece il possibile per recuperare la
compostezza.
Alys incrociò le braccia sul petto e fece una smorfia. Con appena un metro e mezzo di
altezza, la cameriera non riusciva a intimorire nessuno. In effetti, erano state loro che le
avevano fatto domande sull’argomento. Il meno che potevano fare era ascoltarla senza
scoppiare a ridere.
-Come ho potuto credere che le mie signore avrebbero preso sul serio le mie parole? –
domandò Alys.
-Perdonaci – disse Emily schiarendosi di nuovo la gola e poggiando delicatamente le
mani sul grembo -. Ci comporteremo come si conviene.
In realtà non avevano scelta, poiché stavano cospirando per cercare un marito ad Emily,
e, dal momento che nessuna delle due aveva la minima idea di come far decidere un
uomo al matrimonio, Alys era l’unica donna del castello a cui avevano osato chiedere.
Qualunque altra sarebbe andata a dirlo al loro padre.
Ma per fortuna, la terrena e spesso corruttibile Alys, poteva annoverarsi tra le poche che
erano ancora fedeli alle dame che serviva.
Alys si gettò la treccia scura dietro la schiena e scrollò le spalle.
-Bene, come lady Joanne può testimoniare, la parte della seduzione è abbastanza facile.
È la parte che riguarda il mantenimento del rapporto che è difficile.
Il viso di Joanne si colorò di un profondo rossore, mettendo in risalto i suoi occhi
azzurri.
-Io non feci altro che entrare nella stanza. Fu Niles che mi sedusse.
Alys alzò la mano con il palmo rivolto all’insù in un gesto di trionfo.
- Come ho detto, la seduzione…
- Ma che succede se l’uomo non vuole essere sedotto? – domandò Emily
interrompendola.
Alys si appoggiò una mano sul fianco. Benché in realtà Alys fosse di due anni più
giovane di Emily, era stata con ogni tipo di uomini, ed era considerata un’esperta da tutti
i giovani della contea.
-Milady – disse Alys, il viso che rifletteva una rassegnata pazienza – io ho perso il mio
onore quando ero poco più di una bambina, e posso assicurarvi che non è ancora nato un
uomo che non sia libidinoso. L’unica ragione per cui non avete dovuto lottare con loro
per toglierveli di dosso è la spada affilata di Sua Signoria.
Emily non poteva confutare quelle parole. Suo padre manteneva una stretta sorveglianza
sulle sue due figlie, come se fossero i suoi più preziosi falchi, e sfidava chiunque a
guardarle.
E se uno di loro avesse osato toccarle…
Bene…
Era ancora sorpresa che fosse rimasto qualcosa a Niles sotto le sue braghe.
All’improvviso, un’altra idea le passò per la mente.
- Ma che cosa succede se io lo desidero e lui invece desidera un’altra? – domandò
Emily.
Alys sospirò.
-Lady Emily, state sempre a discutere con i vostri “se” e i vostri “ma”. Ma lasciate che
vi dica che, rispetto a questo, non c’è alcuna differenza se anche lui ha messo gli occhi
su un’altra.
Basta mostrare un leggero sorriso, un pò di caviglia, un…
- Una caviglia! – ansimò Emily -. Morirei di vergogna.
- Meglio morire di vergogna che come una zitella.
Poteva esserci del vero in quelle parole, e a quel punto della sua vita stava cominciando
a sentirsi abbastanza disperata. Suo padre non sentiva ragioni, così che, se aveva qualche
opportunità di trovarsi un marito da sola, sarebbe stato meglio approfittarne.
-Un pò la caviglia – ripetè Emily, che si sentiva ardere il viso solo al pensiero -. E poi
cos’altro?
- Fatelo sempre aspettare – disse Alys -. L’attesa farà sì che l’uomo vi apprezzi di più.
Emily assentì.
Joanne incrociò le braccia sul petto.
- E ora un’altra domanda: dove troveremo quest’uomo?
Emily si accigliò, frustrata.
-Sì, questo sembra essere il punto cruciale di tutta la seduzione, vero? Come fare in
modo che un uomo si sposi con me se non riesco a incontrare nessuno che possa
piacermi?
- Bene – disse Alys -. Mia madre dice sempre che si trovano rose dove meno ve lo
aspettate.
Più tardi, quello stesso giorno, Emily lasciò le cucine per andare verso la torre. Non
aveva fatto nemmeno due passi che si trovò la strada bloccata da Theodore, il cugino del
promesso di sua sorella e l’uomo che loro avevano definito senza mezzi termini come “il
demonio proveniente dal buco più pestilenziale dell’inferno”.
L’avevano dovuto evocare inavvertitamente con le loro parole quella mattina, perché
Alys non aveva ancora finito con il suo discorso che Niles e Theodore si erano presentati
alla porta.
Grosso come un orso, Niles aveva portato Joanne a fare un picnic e, scortesemente, si
era lasciato dietro suo cugino. Dal momento in cui sua sorella e Niles erano spariti,
Theodore non aveva fatto altro che infastidirla stando attaccato alle sue gonne, cercando
di fare il possibile per mettersi sotto di esse.
Emily aveva perso la pazienza, e tutto quello che voleva era liberarsi della sua
sgradevole presenza. Se Theodore era la rosa a cui si era riferita Alys, Emily comprese
che il nubilato aveva i suoi vantaggi.
Le si avvicinò rapidamente e le prese la mano, provocandole un brivido di repulsione
lungo la schiena.
Perché non la lasciava in pace?
L’uomo poteva essere considerato tollerabilmente bello, purchè la donna fosse
sufficientemente disperata. Ed Emily pregava di non arrivare mai a quel punto di
disperazione.
Non era per niente pulito. Se era vero che la pulizia era sinonimo di devozione, allora
quell’uomo era pagano fino al midollo, perché i suoi radi capelli biondi non mostravano
alcun segno di vedere spesso un pettine, e non avevano mai conosciuto il sapone. I suoi
vestiti erano eternamente stropicciati, come se vi dormisse dentro, e dalle macchie che
rovinavano il tessuto, lei avrebbe giurato che li puliva spesso quanto i suoi capelli.
- Siete pronta a darmi il mio bacio, ora? – domandò.
-Hmm… no – gli rispose, cercando di girargli intorno per proseguire per la sua strada
-Temo di avere molti, molti compiti da svolgere.
-Compiti? Sicuramente troverete la mia compagnia molto più desiderabile di qualunque
compito.
Personalmente lei preferiva pulire le latrine.
L’uomo fece un passo avanti per sbarrarle la strada, impedendole di andarsene.
-Venite qui, dolce Emily. So quanto vi sentite sola in questo posto. Certamente, sognate
un uomo che venga e vi reclami per sé.
Effettivamente, lo faceva; ma la parola chiave era uomo. Dato che aveva classificato
Theodore come qualcosa che assomigliava alla cimice, non sarebbe mai potuto essere
l’uomo che lei sognava tutte le notti.
Lui allungò la mano e allontanò il velo su un lato del suo viso, prendendosi una tale
confidenza che lei inarcò un sopracciglio per dimostrargli il proprio fastidio. Il diavolo
puzzolente fece finta di non vedere il suo sguardo.
-State lasciando alle vostre spalle i migliori anni della vostra vita, mia signora. Forse
dovreste considerare di fare la stessa cosa di vostra sorella e prendere voi stessa un
marito.
Emily non sapeva cosa di tutto quel discorso l’avesse offesa di più: se l’insulto relativo
alla sua età o che le ricordasse l’umiliazione di sua sorella nell’essere scoperta nel letto
del cugino di Theodore.
-Posso trovare un marito per conto mio, grazie – disse con glaciale cortesia -. Non ho
bisogno di alcun aiuto da parte vostra.
La furia oscurò lo sguardo di lui.
- Vi avrò – disse stringendo il velo nel pugno.
Emily strinse con forza i denti in attesa del dolore che sapeva sarebbe arrivato quando
sarebbe scappata via da lui per mettersi in salvo. Le forcine che mantenevano il suo velo
le strapparono i capelli prima che lei fosse finalmente libera di scappare.
Corse per le mura più lontane del castello con la speranza di raggiungere il salone pieno
di gente prima che lui la raggiungesse.
Non fu tanto fortunata.
Theodore gettò il velo a terra e poi le afferrò il braccio, fermandola.
Emily sussultò nel sentire come le sue dita la tenevano stretta quando cercò di strapparsi
da lui. Spaventata e arrabbiata, desiderò che suo padre fosse a casa. Nessun uomo
avrebbe mostrato così poco rispetto per lei davanti al suo aspetto feroce, e dovunque
fosse Emily, lo sguardo vigile del padre la seguiva sempre.
- Avrò quel bacio, volpe.
Prima bacerei una mula lebbrosa! Terrorizzata, Emily si guardò intorno in cerca di un
modo per sfuggirgli.
Un gruppo di polli erano proprio accanto a lei. Quando Theodore lanciò un calcio per
scacciarli, le venne un’improvvisa ispirazione.
Volse il viso verso il suo con un sorriso affascinante mentre ricordava i consigli che
Alys aveva dato loro quella stessa mattina.
- Theodore? – disse con la sua voce più morbida.
Funzionò. La furia abbandonò il suo viso e lasciò il suo braccio per prenderle la mano
depositando un bacio bavoso sul suo palmo.
-Ah, Emily, non avete idea di quante notti sono rimasto steso nel mio letto sognando voi
e i vostri dolci sospiri. Ditemi, quanto ancora dovrò aspettare per provare il miele che si
trova tra le vostre succulenti cosce?
Finchè non congeleranno le fiamme dell’inferno.
Emily trattenne quelle parole prima che le scappassero di bocca. Non riusciva a credere
alla fortuna che aveva: quando finalmente trovava qualcuno che le sussurrava una
poesia, era la più oscena e offensiva che avrebbe mai potuto immaginare, e proveniva da
un individuo che era solo a un passo dall’essere un troll foruncoloso.
Pensandoci meglio, non era nemmeno ad un passo.
Dovette sforzarsi per evitare che il disgusto si riflettesse sul suo viso, mentre strappava
la mano dalla sua stretta ripugnante.
Sentì che si avvicinavano dei cavalli. Pensando che fossero i soldati del padre di ritorno
dalla ronda, non si disturbò nemmeno a guardarsi indietro quando attraversarono le
mura.
Invece, si ripulì con cura la mano sulla gonna.
-Infine, mi avete convinta, milord.
I suoi lineamenti rifletterono una incredibile arroganza mentre adottava una posa di
fronte a lei simile a quella di un pavone spennato.
- Sapevo che non potevate resistermi, milady. Nessuna donna ci riesce.
Quell’uomo avrebbe dovuto insistere a rimanere in compagnia di donne che avevano
perso la capacità di vedere, di giudicare e, soprattutto, la loro capacità di annusare.
- Chiudete gli occhi, Theodore, e vi darò quello che la vostra tenacia merita.
Un astuto sorriso curvò le sue labbra quando chiuse gli occhi e si chinò in avanti con
quello che, pensò lei, lui credeva fosse un gesto seducente.
Raggrinzendo il naso davanti allo spaventoso aspetto che presentava, prese una delle
galline che erano intorno a sé e l’alzò fino alle sue labbra.
Theodore emise un rumoroso sbaciucchiamento quando mise la bocca sul collo
dell’animale.
Dovette illuminarlo il fatto che le sue labbra si posarono su delle piume e non su carne
morbida, poiché aprì gli occhi per ritrovarsi a fissare lo sguardo della gallina.
Con gli occhi spalancati, diede un vigoroso urlo di sorpresa.
La gallina terrorizzata chiocciò in rappresaglia. Alzò le ali e cominciò a sbatterle sulle
mani di Emily nel tentativo di liberarsi. Emily la lasciò andare, ma solo perché l’animale
si lanciasse contro Theodore che alzò il braccio per proteggersi quando le altre galline si
unirono allo scontro.
La gallina gli beccò la testa, strappandogli alcune ciocche di quei radi e unti capelli,
mentre il resto delle sue compagne si affollavano intorno ai suoi piedi, facendolo
inciampare.
Uomo e galline caddero all’indietro in una cacofonia di bestemmie e di chiocciare.
Con una bestemmia che avrebbe fatto tremare chiunque altro, barcollò verso
l’abbeveratoio che era alle sue spalle. L’acqua spruzzò tutto intorno a sé, ed Emily fece
un passo indietro per evitare che la bagnasse, la gallina chiocciò, uscendo di corsa
dall’abbeveratoio e seppellì la testa sotto le penne dell’ala come per alleviare il male che
Theodore le aveva fatto.
Quando Theodore si alzò, sputando acqua, la gallina si affrettò a posarsi sulla sua testa.
Emily scoppiò a ridere.
-La più gentile delle fanciulle? Hugh, le vostre bugie non conoscono limite.
Quella voce profonda e dal tono baritonale non apparteneva alla voce di nessuno dei
soldati di suo padre. La risata le si bloccò in gola, ed Emily si girò per vedere suo padre
in compagnia di altri quindici uomini.
Dalla sua espressione, capì la profondità del fastidio di suo padre.
Nonostante ciò, però, fu invasa dal sollievo nel vederlo. Finalmente non avrebbe dovuto
tollerare Theodore nemmeno per un altro minuto.
Quando cominciò a camminare verso di lui, il suo sguardo scivolò verso sinistra. In sella
al più bianco degli stalloni che lei avesse mai visto, c’era un cavaliere con una
sopravveste rosso sangue ricamata con un blasone sul quale appariva un corvo nero.
Benché non riuscisse a vedere il viso dell’uomo, sentì il suo sguardo bruciante su di lei.
Si fermò a metà del cammino. Non aveva mai visto un cavaliere come lui. Era dritto
sulla sua cavalcatura, come se lui e il suo cavallo formassero un’unica creatura
dall’incredibile forze e potere.
La cotta di maglia modellava sinuosamente il suo corpo, duro come una roccia, dovuto
agli anni di allenamento, e sopportava la sua armatura con tanta naturalezza come se
fosse una seconda pelle. Le sue ampie spalle erano arrogantemente dritte, e la cotta non
faceva che enfatizzarne la larghezza.
L’enorme e poderoso destriero cominciò a muoversi nervosamente, ma lui lo tenne
subito sotto controllo con una energica stretta delle sue cosce e un deciso colpo alle
redini.
Emily continuava a sentire lo sguardo di lui sul suo corpo; caldo, poderoso. Conturbante.
Quello era un uomo che chiedeva attenzione. Un uomo abituato al controllo e al
comando.
Emanavano da ogni poro del suo corpo.
E mentre lei lo osservava con sguardo imperturbabile, lui alzò la mano e si tolse il
grande elmo.
Il cuore di Emily smise di battere per qualche momento prima di riprendere a farlo di
nuovo, questa volta con forza. Mai in tutta la sua vita aveva visto un uomo tanto bello. I
suoi occhi erano di un azzurro tanto chiaro che sembravano risplendere mentre la
guardava con quel viso dai tratti così ben definiti, circondato dall’argentato cappuccio
della cotta di maglia. Le sopracciglia nere che si inarcavano sui suoi occhi le dissero che
i suoi capelli dovevano avere il colore delle ali di un corvo.
C’era qualcosa di affascinante nei suoi occhi. In essi si notava un’acuta intelligenza e
allo stesso tempo uno sguardo cauto che teneva le sue emozioni ben nascoste. Emily
aveva l’impressione che niente sfuggiva alla sua attenzione. Mai.
Nonostante la sua posa indifferente, però, c’era una durezza sui suoi lineamenti scolpiti
che diceva che un sorriso sarebbe stato strano su quelle labbra.
La guardò in un modo tanto sfacciato che le incendiò il sangue, mentre si metteva l’elmo
sotto il braccio. Emily non sapeva dire cosa pensava di lei, ma quando i suoi occhi si
posarono sul suo petto, sentì che il suo seno si tendeva in risposta all’ardente calore del
suo sguardo.
-Cosa sta succedendo qui? – volle sapere suo padre mentre smontava e si dirigeva verso
di lei.
Emily sussultò nel sentire il tono della sua voce, grata che la distraesse dalle strane
sensazioni che l’esame del cavaliere le aveva suscitato.
Theodore scacciò la gallina dalla sua testa ed uscì dall’abbeveratoio cercando di
mantenere un pò di dignità.
Fallì miseramente.
-Credo che dovreste chiedere a vostra figlia se è sua abitudine attaccare con una gallina
ogni uomo che le dà fastidio – disse il bel cavaliere con un pizzico di divertimento nella
sua voce. Il suo viso, invece, non mostrava niente.
-Silenzio, Ravenswood – grugnì suo padre -. Non sapete niente su mia figlia o le sue
abitudini.
- Questo tra breve cambierà.
Emily inarcò un sopracciglio sentendo quel commento. Cosa aveva voluto dire con quel
commento?
Non l’avrebbe mai creduto possibile, ma il viso di suo padre divenne ancora più rosso, e
i suoi occhi, più scuri. Fu solo allora che ricordò come il padre aveva chiamato il bel
cavaliere.
Non poteva essere Draven di Montague, conte di Ravenswood; non era quello l’uomo
per cui suo padre era andato da Enrico?
Perché diavolo erano insieme? Dato l’odio che suo padre sentiva per il conte, non
riusciva a capirne il motivo.
Stava succedendo qualcosa di molto strano, e non poteva aspettare di essere sola con suo
padre per scoprire cos’era.
Gli occhi di suo padre si calmarono quando la guardò.
- Theodore ti ha fatto del male, Em?
Theodore si irrigidì.
- Non farei mai del male a una dama. – I suoi occhi, invece, raccontavano un’altra storia.
Lei percepì la sua malvagità, e giurò silenziosamente a se stessa che si sarebbe
assicurata che non l’avrebbe mai più potuto intrappolata da sola.
In ogni modo, Emily non era qualcuno che si intimorisse facilmente. Poteva manipolarlo
abbastanza bene, con o senza gallina.
- Sto bene, padre – gli assicurò.
-È stata la gallina a gettarlo a terra – disse ironicamente il conte.
Emily si morse le labbra per evitare di ridere mentre guardava oltre la spalla di suo
padre, avendo la conferma che sul viso del conte non c’era la minima traccia di
umorismo.
Le narici di Hugh si dilatarono.
Emily lo abbracciò con forza. L’ultima cosa che voleva era che si arrabbiasse non
appena arrivato a casa. Passava troppo tempo assorto nei suoi pensieri, sentendosi
miserabile. Inoltre, odiava vedere l’infelicità di qualunque persona.
- Sono felice che siate di nuovo a casa. Avete fatto un buon viaggio?
- Un viaggio all’inferno sarebbe stato più piacevole – mormorò suo padre.
Poi l’uomo diresse uno sguardo feroce ai cavaliere ancora a cavallo.
- Bene, potete stare qui questa notte. Partirete alle prime luci dell’alba.
Il conte di Ravenswood socchiuse gli occhi per osservare suo padre.
- Ho l’abitudine di non dormire con i miei nemici. Ci accamperemo fuori dalle vostre
mura – il suo sguardo divenne ancora più gelido -. Usciremo di qui alle prime luci
dell’alba. Vi consiglio di aver preparato tutto per allora.
E con quel misterioso commento, il conte fece girare il suo magnifico cavallo da guerra
e condusse tutti gli uomini, salvo i due emissari reali e i tre cavalieri di suo padre, oltre
le mura.
Theodore si scusò lasciando una scia d’acqua al suo passaggio mentre si dirigeva alla
stalla.
Emily guardò suo padre. C’era qualcosa di strano in tutta quella faccenda.
- Padre?
Lui sospirò e le mise pesantemente un braccio sulle spalle.
- Vieni, mia preziosa Em. Devo parlare con te da solo.
Draven e i suoi uomini trovarono una piccola radura oltre la porta del castello, dove un
piccolo ruscello li avrebbe riforniti anche di acqua fresca. In solitudine, come preferiva,
si mise a spazzolare il suo cavallo mentre i suoi uomini montavano le tende e suo
fratello, Simon, accendeva il fuoco.
Nonostante l’attività fisica, non riusciva a togliersi dalla mente la figlia di Hugh. Tutto
ciò che doveva fare era chiudere gli occhi e poteva vederla perfettamente come quando
l’aveva avuta di fronte, col viso illuminato e sorridente, e i suoi occhi verde scuro che
risplendevano per lo scherzo fatto a Theodore.
E la gallina…
Quasi scoppiò a ridere. Ma il suo viso sorridente gli apparve di nuovo davanti agli occhi,
provocandogli un doloroso tormento che attaccò inaspettatamente i suoi lombi.
Stringendo i denti, strinse con più forza la spazzola.
Lady Emily non era la tipica bellezza delicata che non faceva altro che sospirare. Aveva
una particolare qualità esotica che quasi sfidava la sua mente a dare un nome alla sua
particolarità e al suo fascino. Ma quello che più aveva richiamato la sua attenzione erano
gli enormi occhi da gatta che avevano una luce machiavellica e osservavano il mondo
con una sorprendente acutezza.
Era snella, con un’abbondante chioma di riccioli biondi che scendevano fin sui fianchi.
Dubitava molto che gli angeli del cielo avessero un viso tanto dolce e seducente. Non
meravigliava che Hugh avesse respinto il solo pensiero di lasciarla andare. Un tesoro
così doveva essere protetto con molta cura, e, nonostante se stesso, sentì un certo grado
di rispetto per l’uomo che aveva cercato di proteggere sua figlia.
Goliath alzò la testa e sbuffò.
-Mi dispiace, ragazzo – disse quando capì che aveva passato troppo tempo a spazzolare
sullo stesso posto. Draven diede una leggera pacca sul fianco del suo cavallo per farsi
perdonare la sua mancanza. Non era da lui essere trascurato con i suoi animali, e sperava
di non averlo ferito mentre lui sognava ad occhi aperti.
Eliminando la ragazza dai suoi pensieri, continuò nei suoi compiti.
Stava aggiungendo avena al carniere del suo cavallo quando si avvicinò Simon.
- Non è quello che ti aspettavi? – domandò suo fratello.
-Il carniere? – rispose, in un tentativo deliberato di evitare che suo fratello cominciasse
aparlare di un argomento più inquietante -. È come sempre.
Simon alzò gli occhi al cielo.
-Non mi riferivo al carniere, come hai ben capito. Era della dama che stavo parlando.
Riesci a credere che la figlia di Lord Naso Grande sia tanto affascinante? Riesco appena
a ricordare l’ultima volta che ho visto una dama così bella.
-È la figlia del mio nemico.
-È la donna che hai giurato di proteggere.
Draven legò il carniere al di sopra della testa del cavallo.
- Perché mi disturbi con cose che già conosco?
Simon gli lanciò una diabolica occhiata carica di eloquenza, e se fosse stato un
qualunque altro uomo, quella capacità di irritarlo lo avrebbe già mandato da tempo alla
tomba. Ma nonostante tutti i disturbi che gli causava, Draven amava il suo giovane
fratello.
Simon gli fece un gran sorriso.
-Sai? È tanto raro vederti inquieto che penso di godermi la novità. Ti fa sembrare quasi
umano.
Draven accarezzò la fronte di Goliath, e poi iniziò a raccogliere la sella e le bisacce dal
suolo prima di ritornare dai suoi uomini.
Si fermò per un attimo accanto a Simon.
-Qualunque umanità sia esistita in me, posso assicurarti che è morta da molto tempo. Tu,
meglio di qualunque altro dei miei uomini, dovresti saperlo. La proteggerò perché così
ha ordinato il mio re. Oltre a questo, lei non esiste per me.
- Questo è ciò che dici.
Draven socchiuse gli occhi.
- Perché questo è ciò che penso – disse e si avviò verso il falò.
- Spero che un giorno comprenderai, fratello, che non sei un mostro uscito dall’inferno.
Draven ignorò le sue parole. In realtà invidiava l’ottimismo di suo fratello. Era uno
strano regalo che sua madre aveva dato al figlio minore. Ma lui non era stato tanto
fortunato, e il destino non era mai stato gentile con lui. Aggrapparsi ai sogni e alle
speranze enfatizzava solo il vuoto che da sempre riempiva la sua vita. E non era tanto
stupido da credere che le cose potessero cambiare.
Non era successo finora e, certamente, non sarebbe successo mai. Quello era il suo
destino, e sarebbe andato avanti adesso, come aveva sempre fatto in precedenza.


Capitolo 2

Le prime ore dell’alba trovarono Emily davanti alla toilette, con sua sorella, mentre
finivano di impacchettare le sue cose. Si sentiva ancora pervasa dallo stordimento; dopo
tutto, per la prima volta nella sua vita, avrebbe lasciato la sua casa.
- Non riesco a credere che te ne andrai tra poco – sussurrò Joanne, con voce lacrimosa.
- Nemmeno io – sospirò Emily -. So che dovrei aver paura, ma…
-Sei entusiasta – finì Joanne al posto suo -. Anch’io lo sarei. Pensa – diede un’occhiata
alle pareti che le circondavano – lasciare questo posto per un anno intero. So quanto hai
sempre desiderato farlo.
Emily assentì, il cuore che batteva con forza al solo pensiero.
-Ho sempre creduto che sarebbe stato mio marito quello che mi avrebbe portata via di
qui.
Ma temo che mi manchi il tuo coraggio per sfidare nostro padre.
Il viso di Joanne si trasformò in una maschera d’orrore.
-Devi essere grata per il tuo buonsenso. Ti confesso di aver creduto che nostro padre ci
avrebbe ammazzato quando ci scoprì.
Emily sapeva perfettamente quello che voleva dire. Sua madre e le sue due sorelle
maggiori erano morte durante il parto, e da quando sua sorella Anna era morta nove anni
prima, suo padre aveva giurato che nessun uomo avrebbe messo fine alla vita di un’altra
delle sue figlie.
Da quel giorno in poi, aveva chiuse le sue porte a qualunque uomo che potesse diventare
un pretendente, obbligando sua sorella Judith a rinchiudersi in un convento pur di
scappare dal suo sguardo vigile.
A Niles era stato permesso di entrare unicamente perché suo padre aveva pensato che,
tanto Joanne quanto lei, non avrebbero trovato mai attraente il barone. In realtà, Emily
non sapeva come era riuscita sua sorella a trovarlo attraente, a parte il fatto che non era
sposato.
Niles era come un orso. Aveva un ghigno crudele sulle labbra, e sembrava divertirsi
intimorendo tutti quelli che lo circondavano. In molte occasioni aveva confidato a
Joanne i suoi pensieri, ma questa li aveva rifiutati, trattandola come una sciocca e
dicendo che Niles la trattava con ogni considerazione. Ma, nonostante quel che diceva
sua sorella, non riusciva a dimenticare la diffidenza che le ispirava quell’uomo.
Ma la sua opinione non aveva importanza. Joanne era decisa ad avere un marito, e Niles
sembrava deciso ad impadronirsi della dote di Joanne, la proprietà che si trovava ai
confini con la sua, a York.
Joanne allungò la mano per accarezzare quella della sorella.
-So che a volte nostro padre è molto difficile. Ma è unicamente il suo amore per noi
quello che lo fa essere così protettivo.
-Ci ama tanto che ci tratta come se fossimo uccelli in una gabbia: chiusi nella loro
prigione con la costante speranza di scappare.
Joanne strinse la sua mano.
-È un uomo rude e inflessibile, ma ha un buon cuore. Questo non glielo puoi
rimproverare.
Emily inarcò un sopracciglio alle parole della sorella.
-E questo lo dice la donna che appena poche settimane fa lo malediva perché aveva
respinto la domanda di matrimonio di Niles?
Joanne sorrise timidamente.
-Hai ragione. Allora lo odiai, perché sapevo che se Niles se ne fosse andato, non ci
sarebbe stato nessun altro uomo che chiedeva la mia mano. È da tempo che ho
abbandonato l’età da marito.
-E io me la sto lasciando alle spalle. Quanti uomini accetterebbero un sposa di ventidue
anni?
- Non molti – ammise Joanne.
- Effettivamente non molti.
Si sedettero in silenzio per qualche minuto mentre finivano di riempire l’ultimo baule.
Emily permise ai suoi pensieri di andare alla deriva.
Tutta la vita aveva avuto un solo sogno: essere moglie e madre. L’inesorabile diniego di
suo padre di vederla sposata l’aveva contrariata per molto tempo. Ma, per il prossimo
anno, sarebbe stata lontana dal controllo paterno e se lei…
- Che cosa? – domandò Joanne con la voce carica di preoccupazione.
Emily sbattè le palpebre a quell’intrusione nei suoi pensieri.
- Cosa di che cosa? – domandò a sua volta.
-A cosa stavi pensando? – domandò Joanne -. Dall’espressione del tuo viso, posso
dedurre che stai pensando a qualcosa che non dovresti.
- Sul serio?
-Conosco quello sguardo, Em, è lo stesso che avevi prima di rinchiudere il povero
Godfriend nel guardaroba.
-Se lo meritava – rispose lei sulla difensiva, anche se si sentiva orgogliosa ricordando
quell’episodio. Suo cugino Godfriend viveva in casa loro da appena una settimana
quando si dichiararono guerra l’un l’altro. In quei giorni, non aveva badato molto a lui, e
il fatto di averlo ospitato in casa loro, gli lasciava la libertà di prendersi gioco di lei a
volontà…
Bene, le due ore passate rinchiuso nel guardaroba gli avevano insegnato che lei non era
disposta ad essere infastidita impunemente. Da quel giorno, il cugino l’aveva trattata
molto più gentilmente.
-Ed è anche lo stesso sguardo che avevi prima di lasciar libero il falco più premiato di
nostro padre.
Quell’episodio non era finito tanto bene. A quei tempi non aveva più di cinque anni, ma
poteva giurare che sentiva ancora il bruciore che le aveva causato la mano di suo padre
sul posteriore. Lui non era stato molto felice di sapere che aveva sentito pena per il falco
in gabbia e l’aveva lasciato in libertà.
-Ogni volta che ho visto quell’espressione sul tuo viso, è sempre stata seguita da qualche
tua birichinata. Tremo al pensiero di cosa possa annunciare ora.
Emily rifiutò le parole di Joanne con un gesto della mano.
- Può essere che annunci il modo di riuscire ad avere quello che desidero da sempre.
- E cosa sarebbe?
Emily la guardò di traverso.
- Credi che il conte di Ravenswood sia crudele come dice nostro padre?
Joanne si accigliò.
- A cosa stai pensando?
Emily si strinse nelle spalle, con indifferenza.
- Pensavo che lord Draven potrebbe essere la rosa che sto cercando.
-Oh, sorella, te lo chiedo per favore. Non puoi pensare davvero quello che stai dicendo.
Hai ascoltato le stesse storie che ho ascoltato io. Dicono che abbia ammazzato il suo
stesso padre per divertimento.
-Può darsi che quella sia solo una voce, come quella che dice che nostro padre è un
barbaro traditore. Tu stessa dici che nostro padre è un uomo rude ma di buon cuore.
- Rude, effettivamente, ma ho sentito anche che il conte di Ravenswood è pazzo. Anche
tu lo hai sentito. Dicono che sia un demonio che non dorme mai. Dicono che lo stesso
diavolo ha lasciato libero un posto alla destra del suo trono in attesa che lord Draven si
unisca a lui.
Emily sentì che le sue speranze si sgonfiavano considerando di nuovo tutto ciò che
sapeva di lui.
-No, hai ragione. È stata un’idea sciocca. Passerò un anno con un matto, e poi tornerò
qui per finire la mia vita in solitudine.
Una lacrima le scivolò giù per la guancia.
Joanne allungò la mano e gliela asciugò.
-Non piangere, Em. Un giorno la tua rosa apparirà in sella ad un bianco destriero.
Affronterà l’ira di nostro padre e vincerà, e allora ti porterà lontano da qui, come Niles
farà con me.
-Ma voglio avere dei figli – sussurrò Emily -. Se aspetto ancora del tempo, sarò troppo
vecchia per godermeli o per vederli crescere. È così ingiusto!
Joanne la strinse forte a sé.
-Lo so, sorellina. Vorrei poter passare l’anno al posto tuo. Ma il tempo passerà in fretta,
e ti prometto che quando tutto sarà passato, pregherò papà che ti permetta di venire a
vivere per un pò con me. Allora ti troveremo un marito. Te lo prometto.
Emily le restituì l’abbraccio e le rispose: - Meglio se mi prometti che non sarà Theodore.
Joanne rise dolcemente.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, finchè Emily ascoltò un rumore di passi che
veniva dall’esterno.
-L’ammazzerò, fosse l’ultima cosa che faccio! Gli strapperò gli occhi e li trasformerò in
polvere. Nessun uomo avrà la mia Em! Per l’amor di Dio, lei è tutto quello che mi
rimane e non la lascerò andare. Mi sentite? – gridò adirato -. Nessuno si porterà via la
mia piccola. Mai! Emily si sentì un nodo alla gola mentre suo padre si dirigeva verso la
ritirata.
Chiudendo gli occhi Emily si rese conto di quanto fosse inutile sperare che suo padre
aspettasse che l’anno fosse passato. Non c’era niente sotto il cielo che riuscisse a
convincerlo a lasciarla andare tra gli artigli del suo nemico senz’altra cosa che il
giuramento di un uomo che assicurava il suo benessere. L’amava troppo e la sua fiducia
in lord Draven era nulla.
Le sorelle si scambiarono uno sguardo preoccupato.
- Cosa facciamo? – domandò spaventata Joanne.
Emily si morse le labbra mentre cercava di pensare a qualcosa.
-Dovrò trovare il modo per far sì che lord Draven si sposi con me prima che nostro
padre lo attacchi – disse molto lentamente.
- Non puoi farlo!
- Devo.
- Ma, Emily…
- Ma, niente, Joanne. Se papà lo attacca, perderà tutto. Compresa la tua dote.
Joanne si coprì la bocca con una mano quando cominciò a capire.
- Saremo delle proscritte – sussurrò -. Niles mi ripudierà senza le terre della mia dote.
-Sì, e non avremo nessuno che ci darà riparo. Il re già odia nostro padre per quello che
fece durante il regno si Stefano. Io direi che niente gli piacerebbe di più che vederci tutti
per strada.
-Oh, Signore, Emily. Tutto questo è troppo orribile anche solo per pensarci. Non puoi
sposarti con un matto.
- Quale altra scelta mi resta?
Joanne scosse la testa.
- Deve esserci un altro modo. Inoltre, perché lord Draven dovrebbe desiderarti?
Emily restò a bocca aperta, offesa fin nel profondo per le parole di sua sorella.
-Non volevo dire in quel senso – aggiunse rapidamente Joanne mentre piegava le
sottovesti di Emily -. Ma lo sai quello che dice papà di lui. Quell’uomo non si è mai
sposato, e, per quanto ne so, nessuna donna ha mai richiamato la sua attenzione. Si dice
che forse non si sente portato verso la compagnia femminile, e che forse preferisce gli
uomini. In realtà, quella potrebbe essere la ragione per cui il re non gli ha ordinato di
sposarti, ma solo di essere sotto la sua tutela per un anno.
Emily negò con la testa.
-No, non ci credo. Non dopo lo sguardo che mi ha dato questo pomeriggio. Inoltre,
nostro padre ha detto che il re ha respinto la soluzione del matrimonio per evitare di
causare una nuova guerra tra loro. L’anno scorso Enrico ha portato a termine altri
accordi tra due nobili e il risultato è stato disastroso.
-E questo ci porta al punto seguente: sei la figlia del suo nemico – continuò Joanne -. Per
non dire poi che se lord Draven ti mette una mano addosso, il re chiederà la sua testa.
Emily considerò la cosa per un attimo.
- Credi che il re lo ammazzerebbe se mi toccasse?
- Perché dovresti dubitarne? Enrico è un uomo di parola.
-Forse, ma credi che toglierebbe la vita ad uno dei suoi campioni per un mero capriccio?
Nostro padre lo tradì in modo peggiore e il re non ha fatto nulla tranne multarlo e
confiscare parte dei suoi possedimenti. Non credi che lord Draven potrebbe chiedere al
re la mia mano ed essere perdonato?
-Il re ha fatto molto di più che multare e confiscare le terre di papà, Emily.
-Lo so, ma il punto è che non lo ha ucciso per le sue azioni. Né gli ha fatto del male
irreparabile.
Joanne si sedette sui talloni mentre pensava.
- Non so se il re lo perdonerebbe. È possibile, forse.
- Quale altra scelta abbiamo? – domandò Emily.
-Ma Em, capisci le conseguenze di quello a cui stai pensando? Lord Draven è il nemico
di papà; lo stesso uomo che ha giurato di non permettere mai che ti sposi e lo abbandoni.
- Sì, lo capisco. Ma voglio un marito e voglio dei figli.
- E se lord Draven non vuole avere una moglie?
- Allora gliene farò desiderare una.
Joanne rise brevemente.
-Sei troppo ostinata. Compatisco lord Draven per doversela vedere con te. Ma,
promettimi una cosa.
- Sì?
Il viso di Joanne diventò teso e serio.
-Se scopri che è crudele, abbandona tutta la faccenda. So quanto desideri avere dei figli,
ma l’ultima cosa che vorrei sarebbe vederti sposata con un uomo che ti picchia.
Preferirei essere gettata per le strade di Londra prima di vedere che ti sacrifichi accanto
a un mostro.
Emily annuì solennemente.
-Lo prometto.
L’alba arrivò fin troppo presto per Emily che si svegliò con un miscuglio di sensazioni:
stanchezza, lacrime nascoste e entusiasmo per la novità. Arrivò nell’enorme salone,
dove suo padre l’aspettava senza aver dormito. Ubriaco, ma sveglio.
Era la prima volta in vita sua che lo vedeva in quello stato. In quel momento, il suo viso
mostrava tutti i segni di un uomo che aveva vissuto la dura vita del guerriero.
Si avvicinò a lui che era seduto sulla sedia posta sul palco.
-Lo ammazzerò! – affermò mentre inchiodava su di lei i suoi occhi iniettati di sangue.
Fu assalita dal fetore della birra -. Dovesse essere l’ultima cosa che farò nella mia vita,
abbatterò i muri del suo castello, l’appenderò all’albero più alto che riuscirò a trovare.
Gli strapperò il cuore e lo getterò in pasto… ai lupi… o forse ai topi – finì in un
singhiozzo e guardò il suo levriero preferito che riposava con la testa sul suo grembo -.
Che cosa gli farebbe più male? Un topo o un lupo? Sì, un lupo…
- Dovreste dormire un pò – disse lei interrompendolo.
-Non dormirò finchè non tornerai da me e potrò tenerti di nuovo al sicuro – allungò la
mano per accarezzare il suo viso, e lei vide le lacrime brillare nei suoi occhi -. Non poso
perderti, Em. Sei esattamente come tua madre – le accarezzò i capelli, e i suoi occhi si
rannuvolarono ancora di più -Sarebbe come perdere di nuovo Marian, e non potrei mai
sopravvivere anche a questo. Se non fosse stato per voi ragazze, non sarei mai riuscito a
superare la sua morte.
-Lo so – sussurrò lei. Non aveva mai dubitato che suo padre amasse le sue figlie, né del
fatto che sarebbe morto per proteggerle. Desiderava solo che avesse imparato a lasciarle
andare.
Joanne entrò nel salone dalla piccola porta che si trovava a destra del tavolo. Portava
un’enorme cesta tra le mani, ed aveva gli occhi arrossati e lucidi per le lacrime. Nessuno
di loro aveva dormito, ed Emily si chiedeva se anche i suoi occhi avevano quell’ombra
violetta sotto.
- So che è solo un giorno di viaggio, ma ti ho preparato lo stesso qualcosa da mangiare.
Emily sorrise davanti alla gentilezza di sua sorella mentre prendeva la cesta dalle sue
mani.
Era abbastanza sicura che sua sorella era stata diligente come al solito e aveva preparato
cibo sufficiente per un piccolo esercito.
-Mi mancherai molto – Joanne la strinse con forza mentre Emily si aggrappava a lei. Sua
sorella e lei non si erano mai separate prima.
- Starò bene, Joanne, te lo prometto. Vedrai, tra un anno saremo qui a ridere di tutto
questo.
-È quello che spero – sospirò Joanne -. Questa casa non sarà più la stessa senza di te.
Le lacrime le bruciavano le palpebre, ma Emily si rifiutò di lasciarle scorrere. Doveva
mantenere la calma per la sua famiglia. Nonostante fosse la più piccola, era sempre stata
la più forte tra loro.
-Pensa solo – disse cercando di incoraggiare Joanne – che tra poche settimane non sarai
più qui. Avrai una tua propria famiglia di cui occuparti. Ora, per favore, fai in modo che
nostro padre vada a letto.
Joanne assentì e si allontanò leggermente da lei. Le lacrime scivolarono di nuovo sulle
sue guance, ed era chiaro che sua sorella era arrivata ad uno stato tale che ormai era
incapace di parlare.
Con un nodo alla gola, Emily allontanò dalla fronte di Joanne un ciuffo ribelle dei suoi
capelli biondi.
- Che Dio ti protegga in mia assenza.
Joanne prese la sua mano e pianse come se le si stesse spezzando il cuore. Desiderando
di poter dare libero sfogo anche alle sue emozioni, Emily baciò la guancia di sua sorella
e poi le liberò con dolcezza la mano.
- Andrà tutto bene, vedrai.
Si voltò per salutare suo padre, ma scoprì che, finalmente, aveva perso conoscenza.
Avvicinandosi alla sua sedia, gli accarezzò il viso barbuto.
-So che mi ami, padre. Non l’ho mai dubitato. Ma siamo donne adulte, e devi lasciare
che viviamo le nostre vite – sussurrò -. Per favore, perdonami per quello che faccio. Non
vorrei far niente che ti faccia del male, e prego che un giorno tu sappia comprendere –
sfiorò la sua fronte con le labbra; dopo si voltò e abbandonò il salone.
Respirando profondamente per darsi coraggio, Emily diede un’ultima occhiata all’unica
casa che aveva conosciuto, e poi continuò la sua strada in direzione della porta e scese
gli scalini per incontrare finalmente la scorta che l’aspettava.
Uno degli emissari del re avanzò per aiutarla a montare sul suo cavallo.
Ringraziandolo per la gentilezza, vide che la sua cameriera, Alys, saliva sul primo carro
e prendeva posto.
L’emissario tornò dal suo cavallo e, una volta montato, si misero in strada.
Lord Draven e i suoi uomini li aspettavano dall’altro lato delle porte. Il suo elmo era di
nuovo al suo posto, e lei trovava molto inquietante non potergli vedere il viso.
Però, riuscì ad ascoltare la bassa bestemmia che esclamò nell’osservare i tre carri che
venivano dietro di lei.
- Pensate di portarvi dietro tutto il castello? – le domandò.
- Mi porto solo il necessario.
Il cavaliere che stava alla destra di lord Draven si lasciò scappare una risata. La sua
tunica nera aveva un corvo dorato, leggermente diverso da quello del conte.
-Taci, Simon, prima che ti trapassi con la mia spada – sibilò lord Draven.
Quello chiamato Simon, si tolse l’elmo e rivolse ad Emily un devastante sorriso. Era
affascinante quasi quanto lord Draven, ma il suo aspetto era completamente diverso: non
aveva quel magnetismo animale che suo fratello sembrava trasudare da ogni poro. I
capelli rossi di Simon erano solo appena un pò più scuri di una zucca, e i suoi occhi
azzurri, splendevano dimostrando così un carattere socievole. Portava una corta e ben
curata barba.
Con un tocco leggero spronò il suo cavallo con i talloni perchè avanzasse e si fermò al
suo fianco.
-Permettete che mi presenti, milady – disse in tono affascinante -. Sono Simon di
Ravenswood, fratello dell’orco, e il vostro più fervente difensore durante questo viaggio.
-Meraviglioso – disse seccamente lord Draven -. E saresti tanto gentile da dire chi la
protegge dal tuo incessante sbavare? Dovrò dire al mio scudiero che porti gli stracci
vecchi o devo aspettare che lei cominci ad annegare?
Simon si chinò leggermente in avanti e poi le parlò in tono così basso che solo lei poteva
udirlo: -Il suo morso non è nemmeno lontanamente brutto come il suo latrato.
Lei diede un’occhiata all’uomo il cui nome era sinonimo di morte.
- Non è quello che ho sentito dire.
-Sì, ma voi sapete solo quello che dicono coloro che lo hanno affrontato in battaglia. Lì è
un campione che deve essere temuto quanto un leone all’attacco. Ma lontano dal campo
di battaglia, è sempre un uomo giusto con niente di più che un forte grugnito.
-E una spada affilata per quelli che mi importunano – disse Draven con quel grugnito
che Simon aveva appena menzionato.
Lord Draven si voltò verso i suoi uomini e ordinò la marcia.
I soldati cavalcavano davanti e nella retroguardia, mentre Draven guidava la comitiva.
Simon rimase accanto a lei, e Alys li seguiva nel carro.
Emily tentò di valutare l’uomo col quale aveva giurato di sposarsi e cominciò a temere
che davvero non sarebbe riuscita ad aver successo nella sua impresa. Aveva sentito suo
padre, ed altri uomini che avevano visitato la sua casa, dire molte cose su Draven
Montague.
Era un uomo conosciuto per le sue ineguagliabili gesta in battaglia e nei tornei. Nessuno
era mai riuscito a sconfiggerlo, e in un’occasione, aveva salvato la vita del re. Le poche
dame che conosceva che l’avevano in qualche occasione visto, non avevano mentito
circa la sua prestanza.
Era davvero leggiadro e feroce.
Non c’era da meravigliarsi che le donzelle sospirassero alla sola menzione del suo nome.
Sedeva dritto sulla sua cavalcatura, e si muoveva perfettamente in sintonia col suo
cavallo.
Chiunque avrebbe detto che lord Draven si sentiva come a casa sua in sella al suo
stallone e, da quello che aveva sentito, aveva passato gran parte della sua vita in
battaglia.
Le sembrava molto strano contemplarlo in quel momento, sapendo che un giorno
sarebbe stato suo marito. Che avrebbero condiviso un letto, che lui l’avrebbe vista come
nessun altro uomo aveva mai fatto, e l’avrebbe toccata in posti dove mai nessuno aveva
avuto accesso. E l’avrebbe baciata non appena fosse arrivata la notte… Il suo viso
arrossì. Non aveva mai pensato in quel modo ad un uomo in carne ed ossa. Dopo che
Alys era stata col suo primo uomo, avevano parlato a lungo di quello che succedeva tra
uomini e donne. Su quello che si provava quando un uomo prendeva possesso di una
donna col suo corpo.
Da allora Emily si era immaginata un uomo biondo con l’umorismo negli occhi e una
risata facile sulle labbra. Era andata a briglie sciolte con la sua fantasia durante la notte,
così che nessuno potesse vedere il rossore sulle sue guance in quei momenti.
Da bambina, naturalmente, aveva pensato che il suo primo uomo sarebbe stato colui che
avrebbe scelto suo padre per lei. E solo nelle sue più selvagge fantasie aveva sognato di
amare l’uomo che prendesse la sua verginità. Nel migliore dei casi, aveva desiderato di
poter sentire dell’affetto per lui.
Ora, l’occasione era a portata di mano, e lord Draven sarebbe stato colui che…
Tremò quando immaginò il feroce guerriero che prendeva possesso del suo corpo.
Quando immaginò la sua bocca che le dava il suo primo bacio.
Sarebbe stato tenero, o si sarebbe comportato come un selvaggio?
Alys l’aveva avvertita che una donna non sarebbe mai stata in grado di scoprire solo con
uno sguardo, come l’uomo l’avrebbe trattata nell’intimità della camera da letto.
-È vero che vostro fratello guadagnò i suoi speroni di cavaliere prima ancora che si
radesse per la prima volta? – chiese a Simon.
L’orgoglio brillò nei suoi occhi.
-In effetti. Era lo scudiero di mio padre nell’esercito di re Enrico. Quando mio padre
morì in battaglia, lui afferrò la sua spada per proteggere le spalle al re. Fu fatto cavaliere
sullo stesso campo di battaglia da Enrico Plantageneto in persona.
- Che fortuna per lui che Enrico sia diventato poi il re.
- Con mio fratello dalla sua parte, non poteva perdere, milady.
Ricevette delle buone speranze dal fatto che un uomo gentile come Simon idolatrasse
suo fratello in modo simile. Secondo quanto aveva sentito, si era aspettata che lord
Draven fosse un mostro con quattro corna che mangiava i bambini per puro
divertimento.
Certamente, un uomo tanto mostruoso non avrebbe tollerato un fratello che lo
infastidisse, così come un fratello come Simon, non avrebbe idolatrato una bestia.
No, c’era molto di più in Draven di quello che le avevano detto. O almeno lo sperava.
Sarebbe stato molto più facile mettere il suo futuro nelle mani di un uomo che poteva
essere gentile piuttosto che in quelle di un uomo crudele.
Cavalcarono in silenzio per il resto della mattinata finchè lord Draven decise di fermarsi
per una sosta. Simon l’aiutò a smontare.
Lei lo seguì fino ad un posto all’ombra mentre Draven e i suoi uomini si occupavano dei
cavalli.
Simon stese un mantello perché lei si potesse sedere sotto una enorme quercia.
-Vi piacerebbe condividere con me quello che mia sorella ha preparato per il viaggio? –
gli domandò mentre si sedeva sul terreno.
Simon si comportò come se in realtà gli avesse offerto dell’ambrosia.
-Certo, milady. Sono così stufo di carne secca e formaggio che potrei morire… -sorrise
-Apprezzo davvero la vostra offerta.
Mentre lui serviva il vino e lei tagliava il pane e il pasticcio d’erbe, lord Draven ritornò
dal ruscello. Si era tolto l’elmo e il cappuccio, e aveva i capelli umidi, come se si fosse
appena rinfrescato il viso nel ruscello; si passò una mano sui lucidi capelli color
dell’ebano.
In vita sua non aveva mai visto un uomo tanto bello.
In quel momento, i suoi lineamenti erano più rilassati del giorno prima, e il suo viso
mostrava un fascino quasi infantile. Eccetto i suoi occhi. Quelli rimanevano ancora
severi, incisivi e inalterabili.
Al contrario di Simon i cui capelli erano tagliati secondo l’ultima moda, lord Draven
aveva lasciato che i suoi crescessero fino alle spalle. Il rosso della sua tunica metteva in
risalto la sua pelle abbronzata, e lei si domandava quanto dell’ampiezza del suo petto si
doveva all’armatura e quanto era propria dell’uomo.
-Draven – lo chiamò Simon – ti piacerebbe unirti a noi?
Lui si fermò un istante, fissandola intensamente, poi fece un gesto con la testa per
declinare l’offerta.
-Dubito molto che la tua invitata apprezzi la mia compagnia mentre mangia.
-Non ho nessun rancore verso di voi, milord – rispose, lei; non poteva permettersi quel
lusso, non se voleva avere successo nei suoi piani. Sorrise -È più che abbastanza per
tutti.
-Hai sentito – aggiunse Simon -Vieni e mangia qualcosa con noi prima di ridurti pelle e
ossa.
Lei inarcò un sopracciglio alle parole di Simon. Draven era un uomo molto grande, più
di un metro e novanta di statura, e dalla costituzione robusta. Prima di ridursi pelle ed
ossa, ci sarebbe voluto del tempo; anche se solo per raggiungere il volume, molto più
normale, di Simon.
Lord Draven si avvicinò e, per qualche motivo che non riuscì a comprendere, il cuore di
Emily cominciò a battere più in fretta.
Con il cappuccio della cotta tolto dalla testa, lei riuscì a vedere una lunga cicatrice
irregolare che cominciava sotto il suo orecchio sinistro e si perdeva sotto la sua
armatura. Era come se qualcuno avesse cercato di tagliargli la gola.
Era successo in battaglia?
La rigidità tornò di nuovo sul suo viso mentre esaminava il terreno vicino a Simon.
Dopo un momento di esitazione, si inginocchiò lentamente e si sedette.
Lei captò la preoccupazione di Simon mentre guardava suo fratello.
- Hai di nuovo i crampi alla gamba?
-La mia gamba sta bene – grugnì Draven con un tono feroce che la spaventò.
Simon, dal canto suo, sembrava non alterarsi davanti al risentimento di suo fratello.
Per la prima volta, Emily incrociò lo sguardo di Draven. Qualcosa di caldo e
peccaminoso fluttuò nei suoi occhi per un istante, giusto prima che un velo cadesse sul
pallido azzurro delle sue pupille e recuperasse la sua abituale freddezza.
Le labbra della giovane si separarono leggermente mentre veniva attraversata da una
inaspettata sensazione. La presenza di un uomo non l’aveva mai colpita come in quel
momento. La mano le tremava visibilmente mentre preparava per lui una porzione di
cibo con del pane, pollo arrosto e pasticcio d’erbe.
Voleva dire qualcosa di intelligente, qualcosa che portasse un sorriso su quelle labbra
ben disegnate. Ma per qualche motivo, non le riusciva. Tutto ciò che poteva fare era
contemplare il modo in cui la sua mano, forte e maschia, si curvava intorno al bicchiere
e poi l’alzava fino alla bocca.
Non riusciva ad immaginare nemmeno una sola ragione per cui non si era mai promesso
a nessuna donna. Sembrava avere circa venticinque anni, e perciò, già da tempo si era
lasciato alle spalle l’adolescenza. Di solito, gli uomini della sua età erano ansiosi di
assicurarsi le loro proprietà tramite matrimoni strategici e generando degli eredi.
Doveva esserci un motivo se non si era ancora sposato.
Timidamente, dedicò un sorriso a lord Draven.
-Ditemi, milord, c’è una dama da qualche parte a cui avete consegnato il vostro cuore?
-Perché mi fate una domanda del genere? – il tono della sua voce fece sì che il suo
gelido sguardo sembrasse un caldo giorno d’estate in paragone.
Ovviamente, quella non era stata una buona domanda, ma lei lo comprese troppo tardi.
Perché mai una domanda tanto innocente aveva scatenato una risposta così gelida, lei
proprio non riusciva ad immaginarlo.
Era qualcosa che il lord non aveva la minima intenzione di discutere, sicché cercò
rapidamente un argomento che calmasse il suo malumore.
-L’ho semplicemente chiesto per parlare di qualcosa, milord. Non era mia intenzione
farvi infuriare.
Ma non era la furia quella che vide nei suoi occhi. Era qualcosa di più, qualcosa che lei
non riusciva a definire né a comprendere.
Mangiarono in silenzio per qualche minuto, ognuno perso, apparentemente, nei propri
pensieri.
-Lady Emily è una donna molto coraggiosa, non sei d’accordo, Draven? – domandò alla
fine Simon.
Un’ondata di panico attraversò Emily all’idea che, forse, Simon avesse indovinato in
qualche modo il suo piano per portare Draven al matrimonio. Se il conte scopriva che lei
gli stava tendendo una trappola, non riusciva ad immaginare quello che poteva
succedere, vista la sua reazione alla domanda che gli aveva fatto poco prima.
-Coraggiosa? – domandò lei, rendendosi conto del tono insolitamente acuto della sua
voce.
-Certo – assentì Simon -Avete abbandonato la vostra casa col nemico di vostro padre
senza versare nemmeno una lacrima. Non ho mai visto nessun’altra delle donne che ho
conosciuto, che abbia mostrato la vostra forza.
Emily cercò di non dimostrare il suo sollievo, e le ci volle un minuto intero per pensare a
qualcosa da dire.
-Mentirei se dicessi che non mi manca la mia casa. Non mi sono mai separata prima
dalla mia famiglia, ma gli uomini del re mi hanno detto che potevo fidarmi del
giuramento che aveva fatto lord Draven di proteggermi.
Draven sbuffò e lei prese quel gesto come il suo personale modo di ridere.
-Siete un’ingenua, signora, se credete nel giuramento di qualunque uomo.
Le si fermò il cuore. Aveva intenzione di farle del male?
-Cerca semplicemente di spaventarvi – disse Simon -Purtroppo temo che mio fratello sia
un pò rozzo. Vi abituerete col tempo.
Abbastanza rozzo, in realtà. Le sue parole l’avevano quasi terrorizzata.
Osservò Draven che teneva lo sguardo inchiodato sul suo viso. Come desiderava poter
leggere tanto facilmente le sue emozioni come faceva con Simon. Era inquietante non
sapere cosa aspettarsi da lui.
Il suo intuito le diceva che questo era un uomo molto pericoloso. Uno abituato a
prendere quello che voleva e a mandare al diavolo le conseguenze.
Ma, sapeva che era meglio non permettere alle sue paure di sopraffarla. Se suo padre le
aveva insegnato qualcosa nella vita, era ad essere forte e a far fronte ai problemi.
Affrontare le paure dimostrava che, raramente, erano tanto brutte come uno se le
immaginava.
-Dovrete fare di meglio, milord – disse a Draven -Scoprirete che non mi spavento
facilmente.
Draven distolse lo sguardo, ma non prima che lei riuscisse a scorgere una scintilla di
tristezza sul suo viso.
- Se mi scusate, devo andare dai miei uomini.
Quando si mise in piedi, Emily si accorse che proteggeva la sua gamba destra, e che la
sua andatura rivelava una leggera zoppia. Quando guardò di nuovo Simon, scoprì che
anche la sua allegria era scomparsa.
-Dovete perdonare mio fratello, milady. È un uomo che permette poche volte che
qualcuno gli si avvicini.
- E a cosa si deve questo?
Poteva percepire la lotta che avveniva dentro di lui mentre masticava il cibo per poi
inghiottirlo. Gli offrì un leggero sorriso.
- Non rivelerei mai i segreti di mio fratello. Basti dire che ha avuto una vita molto dura.
Emily si accigliò.
-Una vita dura? È un eroe tra quelli che sono leali al re. Su di lui si narrano almeno venti
leggende tra quelle che mi vengono alla mente. Come può qualcuno tanto venerato…?
-Draven è un uomo, milady, non un mito. Continua a combattere perché è l’unica cosa
che sa fare.
In quel momento comprese quello che lui voleva dire. Emily guardò nella direzione in
cui Draven era in piedi, accanto al suo cavallo. Conosceva il tipo d’uomo al quale Simon
si riferiva. Un uomo addestrato fin da piccolo alla battaglia. La maggior parte dei nobili,
come suo padre, e, ovviamente, come Simon, erano protetti quando erano bambini, per
poi essere mandati, verso i sei o sette anni, da amici di famiglia o signori feudale con
l’intento che fossero addestrati, prima come paggi dei cavalieri, e poi come soldati. La
loro vita era un insieme di privilegi misti all’addestramento per la guerra.
Ma alcuni genitori si aspettavano molto di più dai loro figli. E a quei figli, non veniva
mostrato null’altro a parte la guerra: ora capiva perché lord Draven si era allontanato.
Aveva vissuto sempre sul campo di battaglia, in compagnia di soldati e nemici.
-Non siete figli dello stesso padre? – domandò, ricordando che Simon aveva detto che
suo padre era caduto in battaglia.
-No, milady. Mio padre era più un buffone che un cavaliere. Era degno in battaglia, ma
mai il migliore.
- E il padre di Draven?
Simon non rispose. Emily osservò il suo viso e vi scorse uno sguardo così carico d’odio
che ne fu impressionata.
-Era invincibile in battaglia. Mi hanno detto che alcuni eserciti si arrendevano
immediatamente solo al vedere il suo stendardo.
Anche lei aveva sentito quelle storie. Harold di Ravenswood era un uomo di rinomata
crudeltà.
-Perché l’odiate?
-Dubito che mi credereste se ve lo dicessi.
E prima che potesse chiedere qualche altra cosa, Draven annunciò che era arrivato il
momento di riprendere il viaggio.
Non dissero più una parola mentre impacchettavano il cibo e montavano a cavallo.
Emily si perse nei suoi pensieri, cercando tra i suoi ricordi tutto quello che sapeva sul
padre di Draven. Era morto da almeno dodici anni, non molto prima di sua madre. Lo
sapeva solo perché ricordava suo padre parlarne a sua madre durante la cena.
-Ho sentito che il diavolo si è preso Harold di Ravenswood una settimana fa – aveva
detto suo padre.
-Harold è morto? – aveva chiesto sua madre.
-Sì, e per mano del suo stesso figlio, come mi hanno detto.
Emily era rimasta terrorizzata nel sentire quelle parole. Non riusciva a credere che
qualcuno cercasse di ammazzare il proprio padre. In quel momento, le era sembrato la
cosa più spaventosa che avesse mai sentito.
Era stato semplicemente per le terre, come avevano detto, o c’era qualcosa di più in
quella storia?
Benché lord Draven fosse davvero terrorizzante e pericoloso, c’era qualcosa in lui che
non sembrava concordare con le storie di brutalità raccapricciante che aveva ascoltato.
No. Avrebbe potuto credere quelle cose di Niles e Theodore; c’era una freddezza nei
loro occhi che li faceva sembrare crudeli e spietati. Ma la freddezza nello sguardo di lord
Draven non somigliava affatto a quella di Niles e Theodore. Era diversa. Come se quel
freddo venisse dal profondo di sé, e fosse più rivolta a se stesso che verso gli altri.
Ovviamente, poteva sbagliarsi, volendo vedere negli occhi di Draven solo quello che
desiderava vedere. Come aveva detto Joanne.
- Ma io non sono tanto stupida – sospirò -O, almeno, spero di non esserlo.
Capitolo 3

Appena prima del crepuscolo, attraversarono le mura di Ravenswood. Emily aveva
sempre saputo che Ravenswood confinava con la proprietà di suo padre a sud, anche se
non aveva mai compreso come erano vicini.
Ma la vicinanza fisica era l’unica cosa in comune che avevano, perché non aveva mai
visto un posto più deprimente.
Naturalmente, la sua capacità di paragone era abbastanza limitata, dato che conosceva
solo il castello di suo padre. Anche così, dubitava che qualche altro posto sulla terra
potesse essere meno accogliente del sinistro edificio che aveva davanti.
Mentre guardava il desolato e cupo castello, Emily tirò le redini del suo cavallo perché si
fermasse. Era circondata dalla miseria più assoluta e spiacevole che avesse visto mai.
Il cortile sporco non aveva nessun fiore o arbusto. La sterpaglia era l’unica cosa che
sembrava abbondare.
Un gruppo di polli scheletrici beccava il suolo deserto e chiocciava, mentre i cani
poltrivano intorno al cortile.
A quell’ora del pomeriggio, solo un pugno di uomini si trovavano nel cortile. E nessuno
diede il benvenuto al loro signore. Continuarono a fare le cose di cui si stavano
occupando: prendendo acqua dal pozzo, accudendo i cavalli, imballando il fieno, come
se temessero di guardare il loro signore. E in realtà, lei aveva visto dei pidocchi morti
muoversi più rapidamente di loro.
Emily corrugò le sopracciglia, e si voltò sul suo cavallo per osservare le mura interne.
- Milady? – chiamò Simon -. Cosa state cercando?
-Un segno che indichi che abbiamo appena attraversato la porta verso l’Inferno – rispose
prima di potersi trattenere.
Inorridita di fronte allo scivolone della sua lingua, Emily si strinse il pugno contro le
labbra.
Simon gettò la testa all’indietro ed esplose in una risata rimbombante.
-Conservate il vostro umorismo, milady – disse quando si calmò -. Ne avrete bisogno. –
Simon scese dal cavallo e consegnò le redini al suo scudiero -. E non abbiate alcun
timore di offendermi. Vi assicuro che ho la pelle più dura di quella di un cinghiale.
-E la testa più grossa – mormorò Draven mentre smontava e dava le redini ad un ragazzo
di stalla.
-È vero – ammise Simon guardando suo fratello -. Ed è per questo che ti piaccio tanto.
Draven si tolse l’elmo e il cappuccio dalla testa che consegnò ad uno scudiero che
veniva di corsa verso di loro.
-C’è solo una cosa che mi piace in te.
-Cosa?
-La tua assenza.
Simon non si offese e rivolse un sorriso a Emily.
-Ora capite perché ho la pelle dura.
Emily restituì il sorriso mentre l’aiutava a scendere da cavallo.
Quel tipo di scherzi tra Niles e Theodore l’avevano sempre fatta sentire a disagio, ma
non la disturbarono quando li fecero Draven e Simon. Forse perché, al contrario che tra
Niles e Theodore, non sembrava che ci fosse vera animosità tra loro. Era quasi come se
le battaglie verbali fossero una competizione privata per vedere chi riusciva ad avere
l’ultima parola.
-Temo che troverete Ravenswood molto diversa da Warwick – disse Draven mentre
Simon la lasciava in piedi davanti a lui.
Lei ringraziò Simon mentre osservava i vecchi e scuri scalini di pietra che portavano
fino ad una grossa porta di legno. Non c’era niente di accogliente né di caloroso in
quella casa.
Assolutamente nulla.
Non era strano che l’uomo fosse così rude.
-Mi arrangerò, milord. Presentatemi solo alla vostra governante e mi…
-Non c’è una governante – la interruppe lui.
-Come dite?
Draven scrollò le spalle.
-Non ho che un pugno di domestici. Vi siete già resa conto che non sono un uomo che
perde tempo in frivolezze.
Se non fosse per il fatto che lei sapeva che aveva venti cavalieri, vinto numerosi tornei
sul continente e che era stato ricompensato più che generosamente da re Enrico, avrebbe
pensato che non avesse i mezzi. Ma lord Draven era un uomo ricco, in possesso di molti
beni, forse perfino più di quelli dello stesso re.
Criticarlo non l’avrebbe aiutata a far sì che l’uomo che voleva che la seducesse, si
affezionasse a lei. Sospirò.
-Molto bene, milord. Mi arrangerò – ripetè.
Draven ordinò a Simon di cercare qualcuno che si occupasse di scaricare i carri.
-Vi mostrerò le vostre stanze – le disse e poi si girò cominciando a salire sugli scalini.
Stordita, Emily ebbe bisogno di un intero minuto per rendersi conto che doveva seguirlo.
Non riusciva a credere che l’uomo non le avesse offerto il braccio! Nessuno le aveva
mai fatto uno sgarbo simile.
Almeno, ebbe la decenza di tenere la porta aperta per lei.
Raccogliendo le gonne, entrò nell’ingresso, e bruscamente si fermò.
C’era un odore indescrivibile in casa, qualcosa di simile al legno marcio, fumo e altre
cose troppo puzzolenti per descriverle. La luce morente del sole entrava attraverso le
imposte di legno chiuse, mostrando i giunchi marci, il camino spento e tre tavole
sgangherate al centro del salone.
Cinque cani girovagavano nella stanza, cercando tra i giunchi e la superficie dei tavoli
che sembravano non aver mai conosciuto qualcosa di simile alla pulizia.
Malgrado tentasse con tutte le sue forze, non riuscì ad evitare che il suo naso si
arricciasse per il disgusto. Si coprì con la mano nel tentativo di non respirare il fetore.
Esaminando rapidamente il salone con lo sguardo, si accorse della mancanza di un palco
e del tavolo per il signore.
-Dov’è il vostro tavolo, milord?
-Non c’è – le disse mentre la oltrepassava dirigendosi al piano superiore.
Era stato sarcasmo quello che aveva sentito nella sua voce? Non ne era sicura, e lui non
si fermò.
Affrettandosi a seguirlo, salì le scale, piene di correnti d’aria. Almeno, di sopra il fetore
diminuiva, così potè respirare normalmente.
Lui si fermò in cima alle scale e spinse una porta per aprirla. Fece un passo indietro per
permetterle di entrare, con una mano stesa sulla porta e l’altra sull’impugnatura della sua
spada.
Emily deglutì con difficoltà mentre gli passava accanto. Stando così vicino a lui, poteva
sentire il suo respiro, sentirne il calore sfiorarle la pelle.
Oppressa dalla sua presenza, continuò ad avanzare facendo il possibile per non inalare il
crudo, gradevole e indomito odore di spezie e cuoio.
Mai in vita sua si era sentita in quel modo. Senza fiato. Eccitata.
Così viva e sensibile.
Di nuovo, l’immagine di un leone nero pronto all’attacco le venne alla mente, poiché il
conte era selvaggio e imprevedibile come quella belva. Letale e sconcertante, e per un
attimo, pensò che lui poteva afferrarla in un istante e fare di lei quello che voleva. Non
avrebbe avuto le forze sufficienti per contrastarlo.
Ma lui non le si avvicinò nemmeno, e questo aumento la curiosità di Emily. E
l’attrazione che sentiva per lui.
Cercando qualcosa che lo tenesse lontano dai suoi pensieri, si fermò e osservò l’austera
stanza che rivaleggiava con quelle di qualunque monastero tanto era spartana.
Tutti i pensieri teneri nei suoi confronti si volatilizzarono.
-Questo non va bene affatto – disse, inorridita all’idea di dover passare una sola notte in
quella stanza inospitale.
-Avete detto che vi sareste arrangiata.
Lei lo guardò scettica.
-Credevo che aveste una stanza, signore, non una cella. -Emily si pentì di quelle parole
non appena uscirono dalla sua bocca, ma lui non mostrò alcun segno di rabbia, né di
qualunque altro sentimento.
Rimase in piedi, sulla soglia, in disparte. La luce del sole che stava tramontando, tinse di
toni rossicci i suoi capelli, e si riflettè nel gelido azzurro dei suoi occhi.
Aveva la schiena completamente dritta, la mano sinistra riposava sull’elsa della sua
spada, e la guardava come se stesse valutando la sua forza.
-Temo che Enrico non mi abbia dato il tempo sufficiente per preparare un soggiorno
confortevole per voi. Manderò Edmund perché cambi il materasso e metta delle lenzuola
pulite.
-Milord – cominciò lei, sapendo che avrebbe dovuto stare in silenzio su
quell’argomento, ma troppo arrabbiata per non dirlo -Spero che non vi offendiate, ma la
vostra casa è orribile, e scarsamente attrezzata perché vi possano vivere delle persone.
-Ditemi, milady, esiste un buon motivo perché io stia qui a sentire le vostre lamentele?
-No – ammise lei -Ma non resterò qui a meno che non si facciano dei cambiamenti.
Il suo sguardo si indurì.
-Rimarrete qui, qualunque cosa succeda.
-Vi assicuro di no.
La furia fiammeggiò nei suoi occhi, tanto intensa che Emily fece un involontario passo
indietro. Ma si rifiutò di spaventarsi del tutto.
-Voi farete quello che vi si dice, signora.
Quelle parole le fecero perdere la pazienza. Conosceva la sua condizione di signora, e
quella posizione esigeva certi diritti. E quell’uomo aveva violato rapidamente ognuno di
essi.
-Non sono uno dei vostri uomini perché mi diate degli ordini, e nemmeno sono vostra
moglie.
-Certo, siete il mio ostaggio.
-No, sono la pupilla del re. Non è questo quello che lui ha detto? – Se non lo avesse
conosciuto meglio, avrebbe giurato di vedere una scintilla di umorismo in quelle
profondità gelate -E mio padre mi ha raccontato che il re ha detto che tutto quello che
fanno a me, lo fanno a lui. È corretto, milord?
-Lo è.
-Allora vi chiedo: vi aspettereste che Sua Maestà il Re dormisse in questa stanza?
Draven non sapeva cosa lo avesse sorpreso di più: che lei avesse il coraggio di guardarlo
in viso o che le sue argomentazioni fossero così giuste. In realtà, sapeva che la sua casa
non era meglio di un porcile. La sua vita girava intorno alla guerra e non intorno alla
casa.
Non aveva mai sopportato Ravenswood, e con molto piacere sarebbe andato via per
sempre da lì o lasciato che le mura si sgretolassero fino alle fondamenta. Era unicamente
il suo dovere verso il re quello che lo faceva rimanere. Ravenswood era uno dei punti
chiave del regno.
Strategicamente posto tra il nord e il sud, aveva bisogno di qualcuno fedele al re che lo
controllasse.
Nonostante questo, non poteva permettere che una dama di nobile nascita sopportasse
quello stato di cose. Quel tipo di comportamento era la specialità di suo padre.
-Molto bene, milady. Informerò il mio maggiordomo di fare tutto il possibile per portare
a termine qualunque modifica intendiate fare.
-Questo include anche una governante?
-Se è necessario…
-Lo è.
Draven assentì sforzandosi di ignorare la dolce fragranza floreale dei suoi capelli. Se la
memoria non lo tradiva, era caprifoglio. Erano passati anni dall’ultima volta che era
stato così vicino ad una dama. Ma di una cosa era sicuro: nessun’altra donna gli aveva
fatto desiderare con tanta intensità di accarezzare la cremosa dolcezza delle sue guance.
C’era qualcosa in lady Emily che gli arrivava direttamente nel profondo del suo essere in
modo sconcertante.
Davvero, riusciva appena a sforzarsi di rimanere fermo e a non chinare la testa per
catturare quelle labbra con le sue. Erano tanto dolci e morbide come sembravano?
Il bisogno di conferma lo portava alla disperazione.
Cosa c’era in quella donna che lo attraeva tanto?
E poi lo seppe. Aveva un corpo ben formato come non ne aveva mai visti, e un coraggio
che poteva rivaleggiare con quello di qualunque uomo. Ed era il coraggio quello che lui
stimava più di qualunque altra cosa.
-Lascio tutto nelle vostre mani – disse calmo, cercando di non prestare attenzione alla
sua testa che gli arrivava giusto al mento. Era una donna alta, dalla taglia perfetta per il
suo dolorante corpo affamato.
Per i pollici di San Pietro! Doveva allontanarsi da lei. Immediatamente.
Signore, non riusciva a pensare ad altro che al letto che era a pochi passi da loro. Un
letto che era stato usato raramente, ma del quale desiderava trarre disperatamente
vantaggio finchè quella donna fosse rimasta in quella stanza.
Sì, perfino con gli occhi aperti, poteva vederla sotto di sé nel letto, spogliandola dei
vestiti e provando con le sue stesse mani la ricchezza della sua pelle, bianca come il
latte, e il dolce sapore della sua carne.
Seppellendosi profondamente nella calda umidità che c’era tra le sue cosce.
Tutto il suo corpo si infiammò di desiderio.
-Vi manderò Edmund affinché parliate con lui – disse, e uscì mentre aveva ancora la
forza per farlo.
Lei allungò una mano per prendergli il braccio. Draven si immobilizzò nel sentire il suo
contatto. Una simile gentilezza gli era ignota, e pochi, se non nessuno, lo avevano mai
toccato deliberatamente, a meno che non fosse per causargli qualche ferita.
Non riusciva a parlare mentre dava un’occhiata alla sua mano femminile che riposava
innocentemente sul suo braccio. Quelle dita lunghe, snelle e affusolate, con le unghie
ben curate.
Rimanere fermo fu tutto quello che riuscì a fare per evitare di prenderle nella sua mano,
portarsele alle labbra e provare la dolcezza e la delicatezza delle sue dita.
Lei aveva la minima idea di quanto quel gesto innocente lo faceva ardere esternamente e
internamente?
-Scusate la mia insolenza, milord. Di solito non sono una donna tanto scostumata.
Lui alzò lo sguardo dalla sua mano per osservare quei bellissimi occhi verde scuro che
ricordavano una campagna coltivata in estate.
-Vostro padre vi descrive come la più gentile delle donzelle che sia mai nata.
Un delicato rossore colorò le sue guance, facendogli desiderare di passare le sue labbra
su quei zigomi e sulle sue lunghe ciglia. Assaggiare il suo fiato con la lingua.
Non avrebbe mai scoperto il suo sapore, si ricordò. Le donne come questa portavano la
morte con sé, e lui non avrebbe mai perso il controllo di se stesso. Non si sarebbe fatto
sopraffare mai dal desiderio che bruciava nel suo inguine.
-Mio padre spesso esagera le mie virtù, milord.
-Ma non ha esagerato sulla vostra bellezza – le sussurrò.
Come aveva potuto perdere il suo controllo?
Il suo rossore aumentò e l’espressione di piacere sul suo viso quasi riuscì a farlo
capitolare.
Inconsciamente le si avvicinò, desiderando inalare il suo dolce, intossicante e femminile
odore; desiderando sentire le sue braccia intorno a lui come se…
Fatti indietro! ruggì la sua mente, prima di perdere ancora di più il controllo.
Senza dire una parola, Draven fece una cosa che non aveva mai fatto in vita sua.
Si ritirò dalla contesa.
Non si guardò indietro nemmeno una volta mentre abbandonava la stanza, scendeva le
scale e entrava nel decadente salone. Il suo intero corpo tremava per la lussuria soffocata
che lei aveva risvegliato in lui; tremava violentemente per il bisogno.
Non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva avuto una donna, ma era stato
primitivo, basilare e rapido, come tutti i suoi incontri con il bel sesso. Nemmeno una
volta aveva desiderato restare accanto a una donna più del tempro strettamente
necessario per alleviare il suo corpo.
Ma Emily era diversa. Sarebbe stato meraviglioso passare una notte intera facendo
l’amore con lei, lentamente e metodicamente. Accarezzando ogni centimetro del suo
corpo con le sue mani, le sue labbra e la sua lingua.
Perché sentiva questo per lei? Non lo sapeva. Si erano conosciuti e…
Non aveva nessun senso, assolutamente nessuno.
Chiudendo gli occhi, appoggiò la schiena contro il gelido muro di pietra. Doveva essere
il fatto che aveva giurato di non toccarla.
Sì, doveva essere per quello.
Era il suo frutto proibito, e se anche lei lo avesse tentato senza tregua, lui non avrebbe
ceduto. Aveva giurato sulle ossa delle dita di San Pietro e per il suo onore, non le
avrebbe messo nemmeno una mano addosso, né per rabbia, né per lussuria. Avrebbe
compiuto il suo voto anche se lo avesse fatto impazzire!
Sola nella sua stanza, Emily si sedette sulla piccola panca di fronte alla finestra,
piluccando il suo cibo. In realtà la preoccupava dover mangiare qualunque cosa di quel
posto. Date le ripugnanti condizioni in cui si trovava il castello, poteva solo pensare che
le cucine non sarebbero state in condizioni migliori.
Edmund, un ragazzo prossimo alla ventina, aveva cambiato la paglia del suo materasso e
le aveva portato delle lenzuola pulite. La sua cameriera, Alys, aveva spazzato la polvere
dal pavimento e aveva pulito la fuliggine del camino. Continuava ad essere una stanza
deprimente, illuminata solo da un candelabro sulla parete che conteneva due candele di
sego, ma almeno era pulita. Per quel motivo aveva detto ad Alys di installare la sua
brandina in quella camera finchè non avesse potuto dare un’occhiata al resto del castello.
Mentre beveva un sorso del suo vino, la porta della stanza si aprì.
-Draven, io… -La voce di Simon si interruppe vedendola seduta accanto alla finestra.
Emily si accigliò vedendolo comparire e depose il bicchiere sul tavolo.
Le sopracciglia dell’uomo si unirono sui suoi occhi.
-Dov’è Draven?
-Non lo so, milord. Perché lo cercate qui?
-Queste sono le sue stanze.
Emily si accorse di aver spalancato la bocca a quella notizia. Con rinnovato interesse,
guardò il semplice letto e le austere sedie di legno. Perché Draven le aveva ceduto le sue
stanze?
-Mi ha detto che dovevo stare qui.
Simon sembrò ancora più confuso.
-Perdonatemi, milady, per l’intrusione.
E poi andò via. Emily fissò la porta chiusa. Perché, in nome del cielo, Draven aveva
fatto una cosa del genere? Se non lo avesse conosciuto bene, avrebbe pensato che c’era
un motivo lussurioso che giustificava la sua gentilezza, ma l’uomo sembrava
completamente indifferente riguardo alla sua persona.
No, le sue azioni non avevano assolutamente senso.
Sospirando, allontanò quei pensieri dalla sua mente e preparò mentalmente una lista
delle cose che doveva fare il giorno dopo per rendere vivibile quel posto.
Un’ora dopo, Alys fu di nuovo da lei e le disse che tutte le sue cose erano state scaricate
e che sarebbero state portate in camera il giorno dopo. Entrambe indossarono la camicia
da notte e si misero a letto con le candele accese, nel caso preoccupante che qualche
cimice volesse attaccarle nel buio.
Emily passò la notte inquieta e rigirandosi. Il suo corpo non era abituato ad un materasso
tanto duro e così poco profumato, e dal momento che non aveva mai passato una notte
fuori della propria stanza, non riusciva ad abituarsi ai nuovi suoni e agli odori del
castello.
E se quello non fosse stato abbastanza penoso, ogni volta che riusciva ad addormentarsi
sognava di un cupo, affascinante ed enigmatico uomo. Un uomo terribilmente seducente.
Non aveva mai conosciuto nessuno come Draven e non sapeva come trattarlo. Un’aurea
di forza e pericolo sembrava aderire sul suo corpo, avvisandola che, se lui avesse voluto,
poteva essere davvero terrificante.
Se lui avesse voluto…
Era stato molto gentile fino a quel momento, ma troppa gente sembrava temerlo, incluso
suo padre, perché questo potesse tranquillizzarla.
I suoi pensieri andarono a Niles e a Joanne. Niles sembrava trattare rispettosamente
Joanne, ma Emily l’aveva scoperto che spronava il suo cavallo con uno sperone
appuntito. E quando il suo scudiero aveva lasciato cadere accidentalmente la sua spada,
aveva visto Niles colpire il ragazzo con un violento ceffone.
Se suo padre rispettava un uomo così, e lo chiamava figlio e suo alleato, allora com’era
l’uomo che chiamava suo nemico?
Il conte di Ravenswood era davvero l’orco che narravano le leggende?
Come avrebbe potuto scoprirlo?
Quando arrivò il mattino, Emily ne fu felice perché così si poteva liberare di quegli
ossessivi pensieri. Con l’aiuto di Alys, indossò una tunica azzurro chiaro con un velo
bianco, e scese rapidamente a far colazione.
Si trattenne sulla porta mentre ispezionava il salone vuoto. Dove erano tutti?
Non poteva essersi persa la colazione, o si?
Confusa, uscì dalla porta sul retro. Gli uomini di Draven si stavano allenando nel campo.
E dal loro aspetto, sembrava che lo facessero da parecchie ore.
Nella parte esterna del campo, Simon era seduto a terra, con la schiena appoggiata
contro un melo facendo una pausa mentre incoraggiava i cavalieri che lottavano con le
spade.
Non vide Draven da nessuna parte. Alzandosi le gonne, scese gli scalini e attraversando
il cortile si diresse verso il campo dove gli uomini si stavano allenando.
Mentre faceva il giro delle mura, scoprì dove si trovava Draven. Era il più alto degli
uomini, e sembrava che si stesse allenando molto più seriamente degli altri. La luce del
primo mattino faceva scintillare la sua cotta nera e lo scudo, dello stesso colore.
Era circondato da un gruppo di quattro uomini, e stava facendo un buon lavoro
difendendosi dagli attacchi simultanei dei quattro. Non era mai stata testimone di una
simile agilità e velocità.
Non era strano che la gente cantasse le sue lodi, pensava, mentre lo vedeva deviare la
sua spada da uno degli attaccanti per intercettare il colpo dell’uomo che era alle sue
spalle.
Per Dio, non sapeva che un uomo tanto grande potesse muoversi con una simile grazia e
scioltezza. Dubitava che perfino Marte potesse lottare meglio.
Assolutamente spaventata, osservò come deviava ogni stoccata con sorprendente
precisione mentre si muoveva in una macabra danza per difendersi dal seguente assalto,
e riusciva a far indietreggiare il suo attaccante.
Fu in quel momento che comprese che quell’uomo poteva sconfiggere facilmente suo
padre in battaglia. Nonostante l’incredibile forza del suo genitore, l’aveva visto allenarsi
abbastanza da sapere che non era un rivale degno dell’abilità di lord Draven.
A quel pensiero, fu assalita dalla nausea.
-Buon giorno, bella Emily! – la salutò Simon.
Ascoltando il suo nome, Draven si girò nella sua direzione e lasciò il combattimento.
Non appena si fermò, uno dei suoi uomini lo colpì sulla testa da un lato.
Draven bestemmiò ad alta voce mentre si voltava verso l’uomo e alzava la propria
spada.
Emily che si era affrettata ad andare verso di lui non appena lo avevano colpito, esitò
udendo il feroce grido di battaglia. Non aveva mai sentito una simile rabbia. Non
riusciva ad immaginare cosa si potesse sentire nel dover affrontare la carica della spada
di Draven.
L’uomo che aveva colpito il suo signore lasciò cadere la spada, si inginocchiò morto di
paura, e alzò lo scudo sulla sua testa in attesa del colpo che avrebbe ricevuto. Gli altri tre
cavalieri si ritirarono rapidamente dall’esercizio.
La spada di Draven formò un arco verso l’uomo che restava prono, e, proprio quando lei
era sicura che gli avrebbe mozzato la testa, fermò la lama della sua spada ad un
centimetro dallo scudo alzato dell’uomo.
Tutto sembrò congelarsi durante l’istante in cui la spada si fermò lì. Tanto vicino, ma
senza in realtà toccarlo.
Draven rimase fermo come una statua. Emily non aveva nessuna idea di come era
riuscito a mantenere l’incredibile stoccata sotto controllo prima di tagliare lo scudo e poi
il povero cavaliere.
Dopo una lunga pausa, Draven inchiodò la sua spada sul terreno di fronte al cavaliere in
ginocchio.
Emily si avvicinò lentamente a loro, stupita perchè Draven non ansimava nemmeno un
pò, nonostante lo sforzo dell’esercizio.
-In piedi, Geoffrey – disse con voce tranquilla -Comprendo che sei nuovo nella mia
compagnia, ma dovresti sapere che non ti colpirei mai solo perché mi hai dato una buona
stoccata mentre ero distratto. Mi sono girato verso di te unicamente perché ho pensato
che mi avresti attaccato di nuovo.
Il cavaliere abbassò il suo scudo e si tolse l’elmo. Si passò un braccio sulla fronte,
madida di sudore.
-Perdonatemi, milord. Il mio ultimo istruttore non era tanto comprensivo.
Draven allungò il braccio e lo aiutò a mettersi in piedi.
-Andate a far colazione.
Geoffrey fece rapidamente ciò che gli era stato ordinato.
Emily si accigliò quando Simon si fermò al suo fianco. Lord Draven non sembrava
essere ferito, malgrado la forza del colpo fosse stata considerevole.
-Vi sentite bene, milord? – gli domandò.
-Temo che il peggio sia il ronzio nelle orecchie – disse Draven mentre si toglieva l’elmo
dalla testa.
Emily si lasciò scappare un grido soffocato quando vide la scia di sangue che gli
scendeva lungo la tempia.
-No, milord, temo che la cosa peggiore sia il taglio che avete sul sopracciglio.
Nemico di suo padre o no, non poteva stare di fronte ad una ferita aperta e non far nulla.
Si volse verso Simon.
-La mia cameriera è di sopra, nelle mie stanze. Per favore, ditele che vada a cercare il
mio cestino da lavoro e un bicchiere di vino.
Con un inchino, Simon si dispose ad obbedire.
Emily prese la mano di lord Draven per condurlo all’ombra, ma quando lei cominciò a
camminare, lui non si mosse.
Sconcertata, si voltò a guardarlo.
Aveva le sopracciglia corrugate e la guardava con diffidenza.
-Perché mi toccate? – domandò.
Emily guardò in basso e con sorpresa osservò che le loro mani erano unite. Lo liberò
immediatamente.
-Non volevo offendervi, milord. L’unica cosa che stavo pensando era che potrei
occuparmi meglio della vostra ferita se foste seduto.
-Il mio scudiero si occuperà della mia ferita.
Lei inarcò un sopracciglio.
-Milord, se la cicatrice del vostro collo è una prova dell’abilità del vostro scudiero,
allora vi prego di permettermi di cucirvi il taglio sulla fronte. Tremo al solo pensiero
della cicatrice che vi lascerebbe lui.
Come se avesse sentito il suo nome, lo scudiero apparve da uno dei lati del castello.
Aveva uno sgabello nella mano destra, una ciotola nella sinistra e un asciugamano di
lino sulla spalla.
-Lord Simon mi ha detto di portarvi questo, milord – disse a Draven -Ho portato anche
panni e acqua pulita.
Lord Draven rimase quieto per un momento, come se stesse dibattendo tra sé, e alla fine
disse: -Dove volete che metta lo sgabello, milady?
Per qualche motivo, Emily si sentì come se avesse vinto una scaramuccia.
-Lì, per favore – rispose, indicando il posto dove Simon stava riposando poco prima.
Il ragazzo si affrettò ad ubbidire.
Lei si mise in marcia, con Draven a non più di un passo da lei. Mentre camminava,
sentiva il suo sguardo su di lei, come una gentile carezza. Percepì il desiderio di lui di
toccarla, anche se la sola idea sembrava ridicola. Specialmente se si pensava al tono di
voce che aveva quando le aveva chiesto perché lo stava toccando.
Lo scudiero collocò lo sgabello dove lei gli aveva indicato, e dopo andò di corsa a
prendere la spada e l’elmo del suo padrone dal campo di allenamento.
Draven si sedette mentre Emily immergeva un angolo di un panno nell’acqua.
Fu solo quando lui si liberò dei guanti di ferro e li poggiò sulle sue gambe che Alys
arrivò col cestino e col vino.
-Grazie, Alys – le disse, prendendo l’occorrente e posandolo accanto alla ciotola con
l’acqua.
Alys si era posizionata alle spalle di Draven osservando da dietro la testa del cavaliere;
poi trovò lo sguardo della sua signora, e con sua grande costernazione, si diede delle
manate sul petto per farle capire che il suo cuore batteva rapido come quello di Emily.
Come se non bastasse, Alys chiuse la sua mano a pugno e si morse il dito indice mentre
il suo lussurioso e affamato sguardo percorreva il corpo dell’uomo dalla testa ai piedi.
Il rossore inondò le guance di Emily davanti agli eloquenti gesti della sua cameriera.
In quel momento, Draven alzò la testa per osservare Emily, e vedendo dove si dirigeva il
suo sguardo, si voltò e sorprese Alys che si stava ancora mordendo il dito.
Il sorriso della ragazza sparì immediatamente, e tirandosi il dito dalla bocca, lo agitò
dicendo: -Maledette pulci! Alcune mi hanno punto ieri sera.
Lord Draven sembrava poco convinto quando si voltò di nuovo verso Emily.
Alys scambiò uno sguardo con lei e alzò le sopracciglia varie volte.
-Milady ha tutto ciò di cui ha bisogno? – domandò Alys con un tono che sembrava
significare “sarò felice di lasciarvi da soli”.
-Sì, Alys, grazie.
-Se milady ha bisogno di me per qualunque altra cosa,- Emily scrollò le spalle davanti al
tono in cui Alys accentuò la parola, - per favore, non esitate a chiamarmi.
-Non lo farò, Alys– Emily le rivolse uno sguardo eloquente -Grazie.
La ragazza fece un altro gesto con il quale fingeva di baciare il viso di lord Draven, e poi
si avviò rapidamente verso il castello.
Imbarazzata fin nel profondo della sua anima, Emily aprì il cestino da lavoro.
-Ditemi, milady, la vostra cameriera è posseduta da qualche demonio che la obbliga a
fare quei strani movimenti?
Sorridendo, Emily infilò un ago, gli si mise accanto e raccolse l’asciugamano bagnato.
-Se quel demonio ha un nome, milord, temo che dovrò chiamarlo Malizia.
Pulì la ferita di lord Draven. La sua fronte era calda al tatto e, al contrario di suo padre,
lord Draven non si lamentò quando il panno gli irritò la pelle. Si limitava ad osservarla,
con un’intensità che le bruciava la pelle.
-La maggior parte delle dame avrebbe battuto la sua domestica davanti a una simile
impertinenza.
-Bene, non posso essere tanto ipocrita da punirla per un peccato che sono stata tanto
vicina a commettere anch’io.
Lo sguardo di lui si addolcì.
-Si, ho l’impressione che potreste essere una buona maestra in questo senso.
-In realtà, lei è poco più di un’apprendista mentre io sono un maestro artigiano.
Quando introdusse le dita tra i suoi capelli neri per tenerli lontani dalla ferita, rimase
stordita dalla loro morbidezza. I capelli erano sottili come seta, e le scivolavano tra le
dita. Non aveva mai sentito una morbidezza simile, né il calore che la sua presenza le
provocava dentro. Sentiva il suo corpo vibrante e caldo, posseduto da un terribile
tremito.
-Odorate di mela e cannella – disse lui con voce roca.
Emily fece una pausa, tenendogli il panno contro il sopracciglio.
-È il profumo che usa mia sorella – rispose con dolcezza -Le ho sempre detto che
avrebbe attirato più mosche e api che gli uomini.
Lui si accigliò.
-Allora perché lo portate?
-Mi manca molto e portarlo mi conforta.
Lui distolse lo sguardo.
Inumidendosi le labbra con la lingua, Emily introdusse l’ago e il filo nel bicchiere di
vino.
Draven era seduto con le gambe aperte e le mani appoggiate sulle ginocchia. Emily
tentava di non far caso al modo in cui la circondava mentre si metteva tra le sue cosce
per cucire la ferita.
Né al modo in cui il suo seno divenne stranamente teso e improvvisamente pesante
stando all’altezza dei suoi occhi.
E quando lui si arrischiò a dare uno sguardo, Emily si sentì uno strano e forte dolore tra
le gambe.
Deglutì con difficoltà come a voler cancellare le stranezze del suo corpo mentre si
preparava a cucire la ferita.
-Temo che vi farà un pò male.
-Vi assicuro, milady, che mi hanno cucito già tante di quelle volte che so quello che
sentirò.
E glielo dimostrò mentre finiva con il primo punto. Rimase perfettamente immobile
come una statua. Suo padre avrebbe bestemmiato e si sarebbe allontanato, come anche
gli altri uomini che aveva ricucito. Ma lord Draven si limitò a restare seduto, lo sguardo
fisso a terra mentre gli dava altri tre piccoli punti per chiudere la ferita.
Allontanandosi un pò, prese le forbici dal suo cestino da lavoro.
-Avete delle mani molto delicate – le disse con voce profonda che suonò strana alle sue
orecchie.
-Grazie milord. Non è nella mia natura far del male alle persone.
Tagliò il filo, si chinò e prese la borsa delle erbe che aveva nel cestino. Mentre
preparava il cataplasma per diminuire il gonfiore, sentiva lo sguardo di lui che osservava
ogni suo gesto. Cosa c’era in quel gelido sguardo azzurro che la faceva sentire freddo e
caldo allo stesso tempo?
Di nuovo, si domandò come sarebbe stato baciarlo. Joanne le aveva detto che baciare era
la parte migliore dell’abbraccio di un uomo, e qualcosa dentro di lei le diceva che i baci
di Draven sarebbero stati, in realtà, meravigliosi.
-Cosa vi ha portato stamattina sul campo di allenamento, milady? – le domandò.
Emily mescolò le erbe col vino.
-Mi chiedevo perché non c’era nessuno nel salone a far colazione.
-È mia abitudine farla verso la metà del mattino – distolse lo sguardo da lei e respirò a
fondo, tentando di alleviare il calore che le davano i suoi occhi -Dirò a Druce di
informare il cuoco che deve alzarsi più presto al mattino per preparare qualcosa da
mangiare per voi.
-Druce? – domandò lei mentre stendeva il cataplasma sul suo sopracciglio. La sua pelle
era molto diversa dalla sua. Era morbida, ma non delicata. Era, semplicemente e
naturalmente maschia. E calda. Terribilmente calda, e molto conturbante per la
tranquillità di una dama virtuosa.
-Il mio scudiero.
-Ah – esclamò lei mentre finiva con i suoi compiti. Quando si chinò per prendere
l’asciugamano, il suo fianco sfiorò inavvertitamente la parte interna della coscia
dell’uomo.
Draven sbuffò bruscamente e si alzò così rapidamente che lei gridò involontariamente.
Prima che potesse scusarsi, lui si era già allontanato abbastanza da non riuscire a
sentirla.
Draven fece lunghi e profondi respiri mentre lottava contro la lussuria che gli invadeva il
corpo. Gli dolevano le cosce come se qualcuno gli avesse messo un ferro rovente su di
esse. E aveva i lombi tanto duri e caldi come se lo stesso inferno si fosse installato nel
suo grembo.
Se fosse rimasto ancora un pò accanto a lei, avrebbe disonorato entrambi.
Senza altro pensiero che mettere la maggior distanza possibile tra loro due, si
incamminò verso la stalla, che, disgraziatamente, era occupata da Simon.
-Credevo che fossi nel castello – sibilò Draven a suo fratello che restava in piedi di
fronte allo strano giaciglio che si era preparato la notte precedente.
-Ho saputo da Druce che aveva trasportato qui le tue cose, e sono venuto a vedere se era
vero.
Draven cercò di ignorarlo mentre si toglieva la tunica.
-Dov’è il mio scudiero?
-Stava mangiando l’ultima volta che l’ho visto. Aspetta, lascia che ti aiuti.
Draven gli diede la schiena perché Simon gli potesse slacciare l’armatura.
-Perché hai ceduto le tue stanze alla dama?
Draven irrigidì la mandibola.
-Non è affar tuo.
-Lo so, è solo che non ti ho mai visto agire in modo tanto strano.
Chiudendo gli occhi, Draven desiderò che Simon se ne andasse di colpo. Ma lo
conosceva abbastanza bene da sapere che Simon non sarebbe andato via fino a che non
avesse ricevuto le risposte che cercava. Era la più fastidiosa delle abitudini di un uomo
che, di per sé, aveva un mucchio di abitudini fastidiose.
-Le ho ceduto la mia stanza perché era la più pulita del castello, e ho portato qui le mie
cose perché se resto lontano da lei, non potrò farle del male.
Si accorse che Simon stringeva la cotta di maglia con forza tra le dita.
-Quante volte devo dirti che tu non sei tuo padre?
Draven si liberò dalla sua stretta e poi si sfilò la cotta dalla testa.
-Non mi conosci tanto bene come pensi, fratello.
Simon gli rivolse uno sguardo carico d’ira.
-Non ti ho mai visto picchiare nessuno quando sei infuriato. Perché…?
-E cosa mi dici del tuo braccio? – domandò Draven, interrompendolo.
La collera svanì dalla sua espressione mentre il viso impallidiva.
-Eravamo dei ragazzini, Draven, e fu un incidente.
-Questo non ha importanza – disse, tentando di confinare dalla sua mente l’immagine di
suo fratello sdraiato a terra, ferito dalla sua stessa mano -Ti ho quasi ammazzato quel
giorno.
-Da allora non hai mai più alzato una mano contro di me.
-Perché non mi hai mai fatto infuriare.
Simon sbuffò.
-Bene, certamente non è stato per mancanza di sforzo da parte mia.
-Io non lo trovo divertente.
-Guarda – disse trionfalmente Simon -Ora sei arrabbiato con me, però non hai cercato di
farmi del male.
-Non è la stessa cosa – insistette lui -Non posso… no – si corresse Draven – non correrò
un simile rischio con la sicurezza di lei. Non quando ho giurato che niente e nessuno le
farà del male.
Simon sospirò.
-Accidenti. Speravo che la sua presenza ti facesse rendere conto che puoi stare con una
donna e non farle del male.
Draven desiderò poterci credere. Ma si conosceva bene, possedeva la stessa furia di suo
padre, e non era capace di fermarla.
Quante volte, durante la battaglia, aveva ammazzato senza nemmeno rendersene conto?
Una volta che la furia si impadroniva di lui diventava come un burattino. Non sentiva
niente, non vedeva niente, non sapeva niente finchè non finiva tutto.
E allora era troppo tardi per la povera anima che aveva attraversato la sua strada.
Avendo assistito alla morte della sua stessa madre sottoposta a quel tipo di furia, non
poteva rischiare deliberatamente la vita della donna o quella dei suoi eredi.
No, la maledizione del suo sangue sarebbe finita con lui. Si sarebbe assicurato di questo.
Con uno sguardo disgustato sul viso, Simon si allontanò ed uscì dalla stalla.
Draven finì di togliersi l’armatura e indossò la tunica nera e delle calzamaglie.
Quando lasciò la stalla, vide che Emily girava per il castello con Druce al suo fianco.
Stavano ridendo di qualcosa. Il suono melodioso della sua risate gli invase le orecchie.
Cosa non avrebbe dato per essere libero di scherzare con lei e per vedere i suoi occhi che
si illuminavano di divertimento.
Con la testa dritta e i capelli biondi e il velo che ondeggiavano alle sue spalle, era una
creatura seducente e piena di grazia.
E, per la prima volta nella sua vita, desiderò che Simon avesse ragione.
Come sarebbe stato vivere la vita di un uomo normale? Sedersi accanto al camino
mentre la sua dama si occupava delle sue faccende e dei loro figli?
Che lo guardava rivolgendogli un sorriso amorevole diretto solo a lui?
Avrebbe venduto quel pò della sua anima che gli era rimasta per qualcosa del genere.
Ma quello era un sogno che aveva dovuto lasciarsi alle spalle da molto tempo. E in quel
momento, la presenza di Emily nella sua casa lo aveva di nuovo portato in superficie con
tanta forza che maledisse il decreto di Enrico.
Sul mio onore, io, Draven di Montague, conte di Ravenswood, giuro che non lascerò
mai che lady Emily sia toccata dalla violenza o dalla lussuria. Lei lascerà la mia casa
nello stesso modo in cui venne, o io dovrò sottostare alla giustizia del re, chiunque sia.
Anche se fosse stata l’ultima cosa che avrebbe portato a termine, avrebbe mantenuto
fede al suo giuramento, e che il suo corpo e i suoi bisogni andassero all’inferno.


Capitolo 4

Emily si era appena seduta con Alys a far colazione quando, improvvisamente, la porta
del castello si spalancò. Rivolse uno sguardo corrugato alla sua cameriera mentre un
mucchio di persone entrava nel salone in una frenetica attività.
Un uomo alto e asciutto, di circa trent’anni, era a capo del gruppo e portava un libro
nero stretto contro il suo fianco destro. I suoi capelli neri erano sottili e corti, e un ciuffo
gli cadeva continuamente sugli occhi, nonostante lui lo gettasse continuamente
all’indietro. Indossava una tunica di un colore arancio brillante, e la sua lingua impartiva
ordini con sorprendente velocità.
-Tu, lì – disse ad una delle quindici donne -Scegline altre tre e cominciate
immediatamente a pulire il piano superiore. Voglio quattro donne a lavare la cucina
mentre il resto di voi può cominciare qui. Mastro carpentiere,- si voltò verso un anziano
barbuto alla sua destra -come potete vedere, questo salone deve essere completamente
rimesso a nuovo – stese il braccio sinistro indicando i muri lugubri e scoloriti -bisogna
puntellarli, ridipingerli e… bene, di qualunque cosa necessitino. Voglio che questo posto
diventi un ambiente luminoso e fresco. Accogliente. Sì, questo deve essere – disse con
un sorriso soddisfatto – ci dobbiamo impegnare per trasformarlo in un ambiente
accogliente.
-Milady? – domandò Alys -Chi sono queste persone?
-Non lo so – rispose Emily - Ma suppongo che l’uomo con la tunica arancio sia il
maggiordomo di lord Draven.
O qualche lunatico che era apparso improvvisamente nel salone del lord per cominciare
a cambiare le cose. No, doveva essere il maggiordomo.
Come se avesse ascoltato i suoi pensieri, l’uomo le si avvicinò.
-Buon giorno, milady – le disse col viso allegro -Sono Denys, il maggiordomo di lord
Draven – le posò il libro davanti, l’aprì alla pagina che aveva segnato con una piuma
d’oca e lo mise sul tavolo davanti a lei. Prese un calamaio dalla piccola borsetta che
aveva legata alla cintura e tolse il coperchio. Affondando la piuma nell’inchiostro, alzò
lo sguardo su di lei -Mi è stato detto di chiedere delle vostre necessità.
Prima che lei potesse rispondere, ci fu un altro trambusto alla porta.
-Fate largo – gridò qualcuno.
La folla si allontanò come se fosse il Mar Rosso mentre un gruppo di quattro uomini
attraversava la porta trasportando un enorme tronco. Gli uomini si fermarono non
appena furono nel salone, e appoggiarono il pezzo di legno, intagliato con strani segni,
sul muro in fondo al salone.
-Qualcuno può dirci dove dobbiamo lasciare questo? – domandò un giovane, ansimando.
-Bene, certo non nel salone – mormorò a bassa voce Denys. Attraversò la stanza e fece
un gesto indicando le scale con la piuma -Su per le scale, a destra, nella stanza della
signora.
Denys si voltò verso uno dei domestici di lord Draven e gli diede istruzioni perché
mostrasse loro la stanza.
Stupefatta, Emily osservò gli uomini mentre trasportavano a fatica il nuovo poggiatesta
per il letto su per le scale.
-Cosa sta succedendo qui?- domandò a Denys quando l’uomo fu di nuovo accanto a lei.
Lui aggiustò con cura la propria manica e poi la guardò negli occhi.
-Lord Draven mi ha svegliato un’ora prima dell’alba e mi ha ordinato di cominciare con
i preparativi per il vostro soggiorno. Ha detto che il castello doveva avere lo stesso
aspetto che se avessimo con noi il re in persona.
Denys percorse con il dito la lista che aveva scritto sul suo libro.
-Mi è stato detto di trovare una governante. Un cuoco migliore e un altro birraio.
Bisogna curare gli arbusti e i fiori e avere un altro giardiniere. Più bestiame e più
galline– disse aggrottando le sopracciglia mentre cercava nella lista -Mi è stato ordinato
di prendere molte galline.
-Galline? – domandò, anche lei confusa.
-Sì, colorate, mi ha detto Sua Signoria. Solo galline colorate per la signora.
Emily rise al pensiero.
Denys consultò di nuovo la sua lista.
-La governante si chiama Beatrix, e ha detto di poter essere qui questo pomeriggio. È
vedova e sembra molto gradevole. Se avrete qualche problema con lei, ditemelo e mi
incaricherò di risolverlo immediatamente. Ora, di cos’altro avete bisogno?– di nuovo,
rimise la piuma in posizione per prendere nota dei suoi ordini.
Emily si sedette, completamente perplessa. Quando aveva parlato con lord Draven la
sera precedente, aveva capito che sarebbe stata lei a doversi far carico di mettere le cose
in ordine. Tutto ciò che si era aspettata era una governante, e forse una o due ragazze del
villaggio perché l’aiutassero nelle pulizie. Non aveva mai pensato ad un esercito di
aiutanti che si incaricassero di tutto, e tanto meno delle altre cose che lord Draven aveva
richiesto.
-Sono incapace di pensare a qualcos’altro – rispose. Guardò la sua cameriera il cui viso
rifletteva il suo stesso stupore -Alys?
-Niente, milady. Sembra che Sua Signoria abbia già pensato a tutto.
Soddisfatto, Denys rimise di nuovo il calamaio nella borsetta e chiuse il libro.
-Molto bene, allora. Voi e la vostra domestica potete rimanere tranquille sapendo che io
mi occuperò di tutto. Se doveste aver bisogno di qualunque altra cosa, per favore, non
esitate a dirmelo.
-Grazie – rispose lei, sopraffatta dalla generosità di Draven.
Denys aveva appena cominciato ad allontanarsi quando le venne in mente qualcosa.
-Aspettate, Denys?
Con un balzo, letteralmente, lui fu di nuovo al suo fianco.
Pensando alla stranezza di quell’uomo, Emily fece un gesto con la mano indicando il
posto in cui avrebbe dovuto trovarsi il tavolo del signore.
-Sua Signora, per caso, non ha richiesto un tavolo e un palco?
Emily avrebbe giurato che il viso del maggiordomo aveva perso il suo colore.
-No, milady, non lo ha fatto.
-Allora forse dovremo aggiungerlo alla vostra lista.
Lui esitò.
-Non credo che questo sia molto intelligente, milady.
-E perché no?
-Draven è poco abituato alla sontuosità della nobiltà – sentì che rispondeva Simon.
Emily guardò alle sue spalle e lo vide dietro di lei, in piedi, con le mani dietro la
schiena.
Da quanto tempo era lì?
-Questo non è qualcosa di sontuoso, Simon – rispose -È quello che ci si aspetta.
-In altri castelli, forse, ma non qui – Simon scrutò la fervente attività -Come sempre,
Denys, sono impressionato dal tuo lavoro.
-È un piacere compiacervi, milord.
Simon scoppiò a ridere.
-E lo fai. A Draven, invece…
-Questo è quello che ha ordinato – replicò Denys sulla difensiva.
-Sì, ma sono impaziente di vedere il viso che farà quando scoprirà questo fermento.
Denys assentì come se capisse quello che Simon aveva voluto dire.
Emily, al contrario, era abbastanza confusa.
-Bene, allora – disse Denys – se non c’è altro, tornerò a lavoro. Devo sovrintendere–
Denys guardò Simon –ricominciare a sovrintendere.
Simon diede il suo permesso e poi tolse le mani da dietro la schiena per mostrare ad
Emily la pagnotta di pane appena fatto che aveva tra le mani.
-L’ho presa dal carretto del panettiere. Lo ha portato dal villaggio e ho pensato che vi
sarebbe piaciuto più di quello che avete.
Lei lo ringraziò mentre lui ne tagliava una fetta e gliela porgeva.
-Ha un odore delizioso – disse Emily prendendo un pezzetto e mettendoselo in bocca.
E ricoperto di burro e miele lo era ancora di più.
Deglutendo il boccone, guardò Simon che osservava il salone.
-Perché credete che a vostro fratello non farà piacere? – domandò.
-A lui piacerebbe di più vedere questo posto sbriciolarsi sulle sue stesse fondamenta
piuttosto che vederlo rimesso a nuovo– sembrò ritornare in se stesso non appena si rese
conto di quello che aveva detto -L’ho detto a voce alta?
-Sì, lo avete fatto.
Simon scosse la testa, rammaricato.
-Allora, forse Draven ha ragione. Dovrei mordermi la lingua.
-Invece a me piacerebbe che non lo faceste – replicò lei -Perché mi piacerebbe molto
sapere quello che avete da dire.
-E allora desidererei essermi inghiottito la lingua. Se Draven mi becca a far prendere
aria ai suoi pensieri, buoni o cattivi, me la taglierebbe in un attimo.
Lei poteva ben capire il suo desiderio di non provocare la rabbia di suo fratello. Per
quello che aveva visto, Draven poteva fare molto male a qualcuno quando si infuriava.
-Ora, milady – disse Simon con una piccola riverenza – se mi scusate, dovrei togliermi
questa armatura, perché mi sta dando fastidio in posti che non dovrei menzionare stando
in compagnia di donne.
Senza sapere bene come rispondere a quelle parole, guardò Simon proseguire la sua
strada tra le domestiche che lavavano e gli operai.
-Questo è uno strano posto, milady – disse Alys quando rimasero di nuovo sole.
-È ciò che penso anch’io – Emily condivise il pane con la sua cameriera -Perché credi
che lord Draven si rifiuti di avere un tavolo personale?
-Non ne ho la minima idea. Forse per la stessa ragione per cui voi condividete il pane
con la vostra cameriera.
Emily sorrise dolcemente.
-Sei più una parente che una domestica, lo sai.
-Sì, ma non credete che a lord Simon sia sembrato strano trovarvi qui seduta con me?
Lei annuì.
-Certo, la mia abitudine gli deve sembrare tanto strana come a me quella di lord Draven.
Ma dubito molto che lord Draven consideri i suoi domestici come la sua famiglia. A
quanto ho visto, resta da solo per la maggior parte del tempo.
No, c’era molto di più in Sua Signoria. Tanto che non riusciva nemmeno ad
immaginarlo.
-Se non ve ne siete accorta, milady – disse Alys, catturando la sua attenzione, -lord
Draven vi ha dato l’opportunità perfetta per andare a cercarlo.
-Stavo pensando esattamente la stessa cosa – disse Emily, spingendo il suo piatto di lato
-Dopo tutto, il minimo che posso fare è ringraziarlo per i suoi sforzi.
-Un bacio sarebbe un bel modo per ringraziarlo.
-Alys – la rimproverò – io non potrei mai essere tanto… tanto… sfacciata.
Alys rise con tanta allegria che quasi soffocò con il pane.
Emily le diede delle pacche sulla schiena.
-Non lo trovo divertente.
-Suppongo di no, milady, ma il vostro commento lo era certamente – replicò la ragazza,
tossendo per schiarirsi la gola -Non credo di aver conosciuto un’epoca in cui non siate
stata sfacciata.
Emily si morse il labbro, pensosa.
-Lo so. È terribile che si dicano cose del genere su di me.
-Terribile o no, se milady desidera acchiappare il Corvo, deve mettere una trappola; e
nessuno ha mai messo una trappola efficace con un suono sdolcinato di richiamo – Alys
si alzò in piedi e tirò la tunica di Emily per abbassarle un poco della scollatura.
-Alys! – pregò caldamente Emily mentre tentava di rimetterla di nuovo al suo posto.
-Oh, è solo un pò – continuò Alys, allungando il velo di Emily e lasciando una ciocca di
capelli liberi, sulla destra del suo viso.
Alys inclinò la testa per studiare il viso di Emily e socchiuse gli occhi.
-No – disse scuotendo al testa -Troppo monacale per le nostre intenzioni.
Allungando le braccia, Alys staccò il velo dalla testa, si mise le forcine in bocca e
pettinò i capelli di Emily con le mani.
Di nuovo, la esaminò per qualche secondo prima di annuire e togliersi le forcine di
bocca.
-Ora sì. Bella come un angelo. Ma ricordate, non sono pensieri angelici quelli che
dovete avere.
Emily alzò gli occhi al cielo.
Alys pizzicò le guance della sua signora per dar loro un tocco di colore in più.
-Inumiditevi le labbra e andate.
Emily obbedì.
-Augurami buona fortuna.
-Buona fortuna, milady.
Respirando profondamente per infondersi coraggio, Emily andò alla ricerca di lord
Draven per ringraziarlo delle sue attenzione come si conveniva.


Capitolo 5

Nell’ora più buia della notte, Draven salì i tortuosi scalini che conducevano alle sue
stanze, più stanco di quanto si fosse mai sentito. Sentiva il familiare dolore al ginocchio,
il dolore prodotto da una ferita rapidamente dimenticata.
Tutto quello che voleva era tranquillità, solitudine e un posto dove nessuno lo
disturbasse.
Un posto dove potesse dimenticarsi del mondo e dove il mondo si dimenticasse di lui.
Diede uno spintone alla porta.
Non fece più di un passo verso l’interno della stanza, poi si paralizzò.
Emily era seduta in una enorme tinozza. Si era alzata i capelli sulla testa e varie ciocche
si arricciavano sulle sue spalle morbide.
La luce di una dozzina di candele di cera d’api, risplendeva sulla sua pelle nuda, bianca
come il latte. E Draven si sentì l’acquolina in bocca per il desiderio di assaggiarla.
Senza essersi accorta della sua presenza, lei alzò un delicato braccio e si sfregò con il
telo insaponato. Poteva sentirla canticchiare sottovoce una allegra canzonetta mentre si
passava lentamente il panno sul braccio, lasciando una scia di schiuma.
Il suo corpo reagì immediatamente alla situazione; la contemplò mentre reclinava la
testa da un lato e si accarezzava il collo con le sue lunghe dita snelle. Draven si morse le
labbra mentre immaginava come sarebbe stata quella pelle se la prendeva tra i suoi denti
e si dilettava su di essa con la sua lingua.
Incominciò ad ansimare; non riusciva ad allontanare lo sguardo da lei mentre Emily
iniziava ad insaponarsi il seno con dolci carezze, massaggiandosi. Allungò le dita sui
teneri ponticelli, giocherellando con i capezzoli induriti, coprendoli con la schiuma e
rendendo il suo membro più duro e caldo di quanto fosse mai stato.
Draven non riuscì a sopportarlo. Inconsciamente, le si avvicinò.
La punta della sua spada sfiorò lo stipite della porta, rendendola cosciente della sua
presenza.
Alzando lo sguardo, Emily restò a bocca aperta mentre saltava su a coprirsi con le mani,
rovesciando l’acqua dal bordo della tinozza e spruzzando tutto intorno al pavimento.
Gli occhi di tutti e due si avvinsero, e un lento sorriso fiorì sul viso della giovane mentre
apriva con audacia le braccia per rendere visibile il seno nudo, regalando quella visione
ai suoi occhi spalancati sul suo corpo nudo.
Poi, con assoluto stupore di Draven, lei uscì dall’acqua come una ninfa tentatrice,
completamente indifferente alla sua nudità.
Lui fu incapace di muoversi mentre banchettava con la visione del suo corpo morbido
splendente come seta lucida alla luce delle candele.
Gli si seccò la bocca, mentre lo sguardo scivolava dalla parte superiore della sua testa
fino ai suoi seni scultorei e sulla strettezza della vita. Ma quello che più attirò lo sguardo
furono i riccioli scuri, bagnati, che apparivano tra le sue cosce. Riccioli che sembravano
attirarlo con la promessa di un umido e scivoloso calore che gli avrebbe dato il
benvenuto nel regno del paradiso.
Per tutti i Santi! Gli sembrava la creatura più adorabile della terra.
-Vi stavo aspettando, milord – disse lei mentre l’espressione del suo viso si addolciva.
Draven non riusciva a parlare.
Lei passò una gamba al di sopra del bordo della tinozza e si avvicinò con un incedere
lento e seducente, da esperta cortigiana.
Completamente affascinato, lui continuava a non riuscire a muoversi. Nemmeno quando
lei si fermò davanti a lui e allungò la mano per accarezzare il suo viso. La febbre irruppe
nel suo corpo, e lui permise che lei chinasse la sua testa mentre si alzava in punta di
piedi per raggiungere le sue labbra.
Lei gli si strinse contro l’armatura mentre con le braccia gli circondava il collo.
Stringendo il suo corpo bagnato e nudo tra le braccia Draven prese possesso della sua
bocca, completamente imbambolato. Gemette quando assaggiò il miele della sua bocca,
della sua lingua.
L’aroma di bosco gli riempì la testa e chiuse gli occhi, dilettandosi col suono del suo
accogliente sospiro mentre con le mani le accarezzava i fianchi fino ad arrivare alle
natiche per poi stringerla di più a sé.
In qualche modo, scoprì che la sua armatura giaceva in una pozzanghera ai suoi piedi, e
che era completamente nudo davanti a lei, mentre Emily gli accarezzava il petto con le
mani.
Draven tracciò un circolo di baci sulla ragazza, dalle sue labbra, passando per il collo
fino alle spalle. Le si mise alle spalle, lasciando scivolare le mani sui suoi seni sodi
mentre lei si inarcava contro di lui. Seppellì le labbra sulla sua nuca e lei ansimò di
piacere.
-Ti desidero, Draven – sussurrò, e quella voce riuscì a portare il suo corpo verso vette
incredibili di desiderio.
Sfacciatamente, lei prese le sue mani e gliele appoggiò di nuovo sui seni.
-Fai di me quello che vuoi.
Gettando indietro la testa, Draven urlò il suo grido di guerra mentre lasciava che le mani
dai suoi seni scivolassero sulle sue braccia e sulle mani. Intrecciò le proprie dita a quelle
di lei e poi le appoggiò le mani sulla parete che avevano di fronte.
Sì, avrebbe fatto quello che voleva di lei, quella notte. Al diavolo il suo giuramento e al
diavolo il suo passato. In quel momento, l’unica cosa che sapeva era che sentiva che gli
apparteneva. Come se potesse concederle tutto ciò che voleva.
I capelli di Emily si disfecero in un mucchio di riccioli ribelli. Seppellì il viso nella sua
chioma e inalò l’essenza di lei. Emily alzò una mano e la seppellì nei suoi capelli.
-Ti amo, milord – sussurrò, e per qualche motivo che Draven non riuscì ad esaminare
fino in fondo, quelle parole non lo terrorizzarono.
Poi lei si voltò per averlo di fronte, e prese le sue labbra con le sue. Esplorò
audacemente il suo corpo con le mani, con passione, strofinandosi contro di lui,
aumentando il suo desiderio fino a trasformarlo in una ardente necessità.
-Sei tanto dolce – sussurrò la ragazza, lasciando le labbra e tracciando un sentiero dalla
sua mandibola fino al collo.
Draven aspirò con forza l’aria tra i denti quando lei lo succhiò sul collo. Poi cominciò a
scendere. Scese sul petto, sull’addome, sull’ombelico, e, quando lo prese in bocca,
credette di morire lì, dove si trovava.
Ma non lo fece. Invece, seppellì una mano nei suoi capelli e tremò mentre i brividi di
piacere esplodevano in tutto il corpo. Le labbra e la lingua di lei giocherellavano
implacabilmente con lui, facendogli provare un’estasi bruciante. E proprio quando
credeva di non poter più resistere, lei si allontanò e si alzò.
Emily gli prese la mano e la portò al dolce nettare che c’era tra le sue cosce, verso
l’umido calore che gli diceva che era pronta per lui.
-Vieni dentro, caro, è caldo e accogliente – mormorò lei.
Tremando per l’invito, Draven non esitò. La strinse contro la parete e si introdusse in lei
fino in fondo. Emily gemette nel suo orecchio mentre si alzava in punta di piedi e poi
scendeva sul suo membro.
Era il paradiso. L’autentico e benedetto paradiso. Quello che lui non avrebbe mai
immaginato di raggiungere.
Cominciò a muoversi per arrivare fino in fondo al paradiso.
-Sì, Draven, così – gemeva lei mentre si stringeva contro il suo corpo.
-Emily – disse lui, godendosi la sensazione che gli procurava quel nome sulle labbra
mentre si ritirava leggermente per tuffarsi di nuovo dentro di lei.
-Milord – disse Emily, più forte di prima.
-Emily – sospirò lui.
-Milord!
Draven si svegliò di soprassalto quando qualcuno lo afferrò per la spalla. Il suo primo
istinto fu quello di uccidere il suo aggressore, e riuscì appena a trattenersi prima di
lasciarsi andare all’istinto di autoprotezione.
Sbattè le palpebre un paio di volte mentre osservava dei brillanti occhi verdi su un viso
sorpreso. Gli stessi occhi da gatta che aveva appena sognato.
Emily era in piedi, accanto a lui, completamente vestita. E quella non era la sua stanza,
dove il sogno aveva avuto luogo. Era il vecchio orto che si trovava dietro al castello.
-Vi sentite bene? – gli domandò lei.
-Sì – rispose con voce roca, cambiando posizione per evitare che lei vedesse la sua
possente erezione che emergeva come un palo della cuccagna.
Non sapeva cosa lo disturbava di più: che avesse interrotto il suo sogno o che lo avesse
scoperto nel mezzo di una fantasia giovanile, una di quelle che non aveva più da quando
era ragazzo.
Come poteva il suo stesso sonno tradirlo in quel modo?
E, peggio ancora, in un castello pieno di gente, perché doveva essere proprio Emily
quella che lo aveva svegliato?
Era possibile sentirsi ancora più imbarazzato?
No, nemmeno se fosse stato il Papa in persona a svegliarlo.
-Siete sicuro di sentirvi bene? – domandò di nuovo lei -Avete il viso molto arrossato.
Allungò una mano per toccargli la fronte.
Per un momento, Draven rimase paralizzato. Desiderava così tanto che lo toccasse da
rimanere immobile. Finchè, finalmente, recuperò il controllo. Alzandosi di scatto in
piedi, mise una prudente distanza tra loro, perché se l’avesse toccato di nuovo, mentre la
passione del sogno ancora lo tormentava, temeva che si sarebbe arreso alle necessità del
suo corpo e l’avrebbe presa lì, in quello stesso istante.
-Sto bene – insistette, ringraziando tutti i santi che la sua tunica fosse così lunga da
nascondere la sua bruciante condizione agli occhi di lei.
-Siete sicuro che la ferita non si sia infettata?
Draven strinse i denti ricordando ciò che era successo quella mattina. Prima gli
permetteva di distrarlo fino al punto da essere battuto, ed ora…
Che diavolo gli stava succedendo? Era sempre stato capace di mantenere il controllo.
Emily si fermò davanti a lui e prese il libro che lui stava leggendo prima di
addormentarsi.
La scollatura della sua tunica era tanto bassa che, senza rendersene conto, gli offrì
un’ampia visione della profonda valle tra i suoi seni, e di quei deliziosi e appetitosi
monticelli. Rimase senza fiato davanti alla setosità cremosa della sua pelle.
E il suo maledetto corpo si indurì ancora di più.
Maledicendosi tra sé, cercò di distrarsi guardando un pezzo di legno che era appoggiato
contro la parete dietro di lei, e il maiale che vagava fuori dal porcile. Non fu d’aiuto. Nel
modo più assoluto.
-Pietro Abelardo? – domandò lei, e la sua morbida voce lo stregò a tal punto che, senza
rendersene conto la guardò negli occhi.
Quegli occhi…
Cosa c’era in essi che lo attirava tanto? Erano di un verde profondo, terroso, e brillavano
di una speciale luce propria, una specie di spirito che non sapeva definire.
E improvvisamente quegli occhi sembrarono confusi.
Prendendosi mentalmente a calci, rispose alla domanda della donna con la prima
sciocchezza che gli venne alla mente.
-Vi sembra strano che legga i manoscritti di un monaco?
Poiché in quel momento il sole brillava in alto e strappava scintillii ai suoi capelli dorati,
i pensieri di un monaco erano l’ultima cosa che gli passavano per la mente.
-Trovo strano che leggiate qualunque cosa.
-Io potrei dire lo stesso di voi, milady – aggiunse lui seccamente, togliendole il libro
dalle mani -Non sapevo che Hugh si disturbasse ad istruire le sue figlie.
-Io potrei dire la stessa cosa di Harold – Emily si morse le labbra non appena le parole
uscirono dalla sua bocca e vide la furia che infiammava gli occhi di lui. Non era stata
sua intenzione offenderlo -Cioè…
-Vi ho capito perfettamente, milady – disse Draven in tono teso e formale.
Non era come aveva pensato che dovesse andare quell’incontro. Ma Emily non si era
aspettata che fosse tanto irritabile. Specialmente dopo aver ascoltato la tenerezza con cui
aveva pronunciato il suo nome mentre gli scuoteva la spalla per svegliarlo.
Che diavolo stava succedendo a quell’uomo?
Tentando di farsi perdonare qualunque offesa gli avesse provocato involontariamente,
gli spiegò della strana educazione che aveva ricevuto.
-Mio padre pensò che fosse intelligente che imparassimo a leggere e a scrivere per
assicurarsi che il nostro maggiordomo non lo truffasse del suo denaro. Ha sempre
creduto che una donna istruita sarebbe stata d’aiuto.
L’amarezza oscurò gli occhi dell’uomo.
-Mio padre invece, credeva che, finchè il suo maggiordomo temesse per la sua vita, non
avrebbe osato imbrogliare il suo signore, istruito o no.
Questo concordava con quello che aveva sempre sentito dire sui signori di Ravenswood.
La loro implacabile brutalità si era trasformata in leggenda ormai da tempo.
Nonostante ciò, non avrebbe creduto mai per niente al mondo che il vivace Denys
temesse per la sua vita. In realtà, sembrava più che soddisfatto del suo impiego.
-Questa è un’altra dimostrazione del vostro strano umorismo? – domandò lei, ricordando
quello che Simon le aveva detto di Draven.
Il suo viso rimase impassibile.
-Scoprirete che non ho alcun senso dell’umorismo. Almeno, non che io sappia.
Emily fece una pausa. Non aveva nessuna idea di come rispondere. Così, invece di
continuare quel discorso, decise di cambiare argomento.
-In realtà, sono venuta a cercarvi per ringraziarvi per quello che avete fatto.
-Quello che ho fatto?
-Nel castello – rispose lei, facendo un passo verso di lui -È stato molto più di quello
che… -la voce le si interruppe quando lo guardò negli occhi. Ora non avevano più il
gelido colore azzurro, di poco prima. Ma continuavano ad avere uno strano tono di
azzurro.
Non aveva mai visto occhi simili a quelli. Ricordavano i vetri di una vetrata. Per l’amor
di Dio, aveva perfino una macchia rossa nel suo occhio sinistro, proprio sotto la pupilla.
Il suo sguardo si inchiodò su di lei proprio come faceva sempre Theodore prima che
tentasse di darle un bacio.
Emily rimase immobile, eccitata e preoccupata alla prospettiva che lui tentasse di farlo.
Lord Draven era molto grande rispetto a lei, e lei non si era mai considerata minuta.
In effetti, suo padre era appena di qualche centimetro più alto di lei, ma a quest’uomo
arrivava appena alle spalle.
La dolce brezza scompigliava i capelli scuri di Draven. Il suo sguardo percorreva le
labbra di lei, ed Emily vide il desiderio nei suoi occhi. In quel momento, desiderò sentire
la sua bocca sulla propria, assaggiare l’essenza di quell’uomo.
Ansimante, si leccò le labbra nell’aspettativa del suo bacio.
Lui chinò quasi impercettibilmente la testa, e schiuse le labbra.
Proprio quando era sicura che l’avrebbe baciata, lui si tirò bruscamente indietro.
-Devo andar via – disse con voce aspra, mettendo il libro sotto il suo braccio.
Dispiaciuta dal suo saluto, lo osservò mentre le girava intorno e si dirigeva verso il
castello.
Emily si mise le mani sui fianchi e lo guardò mentre si allontanava.
-Non sarà facile – mormorò a bassa voce.
Come faceva a farlo innamorare di sé se si rifiutava perfino di starle vicino?
Scoraggiata, ma senza arrendersi, si incamminò di nuovo verso il castello.
Era riuscita solo a girarsi quando lo scudiero di Draven praticamente l’abbattè.
-Vi prego di scusarmi, milady – le disse -Devo preparare il cavallo di Sua Signoria.
Emily si accigliò mentre il ragazzo continuava correre verso le stalle. La sua
costernazione aumentò quando entrò nell’atrio del castello e sentì due cavalieri che
parlavano.
-Credevo che non saremmo andati a Lincoln che fra due settimane.
-Sembra che Ravenswood abbia cambiato idea.
L’altro cavaliere emise un grugnito dal profondo della gola.
-Comincio a stancarmi di tutto questo viaggiare. Siamo appena arrivati da Londra.
-Se io fossi in te – disse l’altro cavaliere con una nota di avvertimento nella voce, -non
pronuncerei queste parole ad alta voce evitando di fargliele sentire. Altrimenti, passerai i
prossimi mesi di guardia.
Continuarono la loro conversazione mentre le passavano accanto e uscivano dalla porta
principale.
Prima che potesse riprendersi, Emily sentì la voce di Simon sulle scale.
-Cosa vuoi dire dicendo che stai andando a Lincoln?
-Sai quello che mi ha ordinato il re.
-Ma, ora? – praticamente Simon ruggì.
-Ogni momento è buono come un altro – disse Draven con quel tono grave e gelido che
gli era proprio.
Simon sbuffò.
-È per lei, vero?
Il cuore di Emily ebbe un balzo a quelle parole. Si affrettò a nascondersi dietro la parete
accanto alla porta, si appiattì ed ascoltò attentamente.
-Non essere assurdo – grugnì Draven -Ti ho già detto che la dama non significa niente
per me.
-Allora perché hai anticipato la data del viaggio?
-Perché mi sta bene così.
-Perché?
-Simon, lascia stare. Parto per Lincoln. La dama resta sotto la tua responsabilità fino al
mio ritorno. Posso fidarmi che ti incaricherai di proteggere la sua sicurezza?
-Sì, la proteggerò. Ma sappi una cosa, Draven. Non potrai fuggire per sempre da lei.
Prima o poi dovrai tornare.
Lei sentì che Draven si fermava dall’altra parte del muro.
-Tu credi? Ho saputo che si stanno facendo piani per una Crociata in Normandia.
Forse…
-Enrico non ti esonererà mai dal suo servizio il tempo sufficiente per una Crociata, e lo
sai bene.
-Ti stupirebbe scoprire quello che può fare il re se solo glielo chiedo.
Ci furono vari secondi di silenzio prima che Simon parlasse di nuovo.
-Molto bene, vattene a Lincoln. Ma ti devo dire una cosa. Non avrei mai creduto che
arrivasse il giorno in cui ti avrei visto ritirarti da una battaglia, tanto meno davanti a una
donna.
Emily volse la testa e vide che Simon si avvicinava a passi rapidi verso la porta per
chiuderla di colpo. Non appena la porta si chiuse dietro di lui, ascoltò le parole che
Draven pronunciò a bassa voce.
-E io non credevo di poter desiderare tanto disperatamente una donna – sospirò
tristemente -Bellezza, sei come un richiamo dall’amo mortale, e questo pesce non ha
altra scelta che fuggire prima che lo catturi.
Emily si appoggiò contro il muro mentre lui scendeva gli scalini, seguendo Simon.
Per vari minuti si limitò a stare lì in piedi, rimuginando sulle parole di Draven.
“E io non credevo di poter desiderare tanto disperatamente una donna”.
Diversamente che con Theodore che la molestava continuamente con quel tipo di
commenti, le parole di Draven le sembrarono speciali, perché lui le aveva dette senza
avere l’intenzione di farle ascoltare a nessuno. Una strana tenerezza l’avvolse. Una
sensazione che non riusciva a definire e di cui non era nemmeno sicura del perché la
provasse.
Erano solo parole. Ma…
Erano speciali.
Emily sorrise. Se davvero lui pensava quello, allora c’erano speranze per lei.
Ma non se gli avesse permesso di fuggire.


Capitolo 6

-Milord?
Draven allontanò lo sguardo dal suo cavallo sentendo la voce di Emily. Maledizione alla
sua sfortuna! Un minuto più tardi e sarebbe stato a cavallo, lontano dalla sua portata.
-Milady? – domandò lui con un tono a metà strada tra l’ira e il divertimento.
Lei si fermò davanti a lui e guardò interrogativamente il suo cavallo pronto per il
viaggio.
-Andate via?
-Ho un decreto reale da compiere a Lincoln.
-Lincoln?– ripetè Emily, con quei seducenti occhi spalancati -Oh, ho sempre desiderato
andare a Lincoln. Ho sentito che c’è una meravigliosa fiera in quest’epoca dell’anno.
-È vero – disse Simon, arrivando dietro di lei. Stava fissando il fratello quando continuò
-Una delle più grandi della regione.
-Davvero?
-Una fiera è una fiera – si lamentò Draven, indignato di come Simon stava cercando di
manipolarlo -Non c’è differenza tra l’una e l’altra.
Lei era affascinante, provocante, e tanto dolce che lui non desiderava altro che darle un
leggero pizzicotto per provare se era ricoperta di miele, o se quella leggera luce dorata
era davvero il colore della sua pelle.
-Non saprei dirlo, milord – rispose Emily con calma, mentre chinava il viso pieno di
tristezza -Non sono mai stata ad una fiera.
Una punta di qualcosa, non sapeva cosa, gli attraversò il corpo. Sembrava come se il suo
cuore si fosse raggrinzito scoprendo che lei si era persa qualcosa che, evidentemente,
desiderava fare.
-Mai? – domandò Simon in tono inorridito.
Draven guardò suo fratello con gli occhi che gettavano scintille di fuoco.
-Mai– confermò lei, attirando di nuovo l’attenzione di Draven. Il labbro inferiore
sporgeva leggermente in fuori -Mio padre non lo permetteva, diceva che in una fiera non
ci poteva essere altro che depravazione– alzò la testa per guardare Draven -Mi
piacerebbe vederne una, anche se solo per una volta.
Draven ascoltava appena le sue parole, poiché tutta la sua attenzione era focalizzata
nella luce dei suoi occhi. Nell’umidità delle sue labbra. Era attirato da una visione in cui
lui prendeva quel seducente labbro inferiore tra i suoi denti e assaggiava il tesoro della
sua bocca.
-Sarebbe possibile che vi accompagnassi? – domandò lei.
Il “sì” quasi scivolò dalla sua bocca prima che lui riuscisse a bloccarlo.
Sì? Mise un freno alla sua mente traditrice. Lei era la ragione per cui andava a Lincoln!
Portarla con lui avrebbe vanificato lo scopo del viaggio.
-No, milady– rispose, prendendo le redini -Non è possibile.
-Ma, milord…
-Devo attendere a degli obblighi reali – disse molto più aspramente di quello che
avrebbe voluto.
-Oh. – Chinò il viso e la tristezza nei suoi occhi lo lacerò. Draven non voleva renderla
infelice, ma nemmeno voleva che Enrico mettesse fine alla sua vita.
E, per qualche ragione che era incapace di nominare, la felicità della ragazza era molto
importante per lui.
-E cosa succede se vengo anch’io con lei? – domandò Simon -Posso badare alla dama
mentre tu ti attieni ai tuoi obblighi.
Draven socchiuse gli occhi per guardare suo fratello. Quell’uomo desiderava forse la sua
morte? Preferiva che Simon gli inchiodasse una daga nella schiena piuttosto che
provocare l’ira del re. L’ultima cosa che Draven voleva a questo mondo, era essere
appeso, trascinato e squartato a causa di una donna.
Il viso di Emily si illuminò immediatamente con un sorriso alla prospettiva di
accompagnarlo.
-Oh, per favore!
Gli si contorsero le viscere davanti alla dolcezza della sua voce e l’espressione di attesa
che le apparve sul viso. Come poteva negarle una richiesta tanto semplice?
Commise l’errore di guardarla di nuovo. Lei aveva le mani intrecciate sul petto e si
mordeva il labbro come se si aspettasse una risposta negativa da parte sua e fosse pronta
a scoppiare in lacrime.
-Avrò fatto il bagaglio prima che ve ne rendiate conto– disse impaziente -E vi prometto
che non sarò di peso. Per Dio, non noterete nemmeno la mia presenza.
Lui dubitava molto di quello. Lei aveva una maniera spaventosa di invadere i suoi
pensieri.
-Per favore… - lo pregò.
Era una brutta idea. Lo sapeva con ogni battito del suo cuore e, nonostante ciò, non
riuscì a trovare le forze sufficienti per deluderla di nuovo.
Un giorno dovrai pur morire.
Sì, ma ci sono modi migliori.
Migliori forse, ma lì c’era quello sguardo di felicità sul suo viso. Inoltre, poteva tenersi
lontano da lei a Lincoln e obbligare Simon di prendersene cura. E ci sarebbe stata anche
la moglie di Orrick a intrattenerla.
Sì, poteva riuscire a tenersi lontano da lei. Si sarebbe allontanato.
-Molto bene, milady. Se vi affrettate, vi aspetterò.
Lei gli rivolse un sorriso così radioso che sentì le ginocchia trasformarsi in gelatina. O
forse era la sua testa.
Sì, effettivamente doveva avere la testa molle come la gelatina se le aveva permesso di
accompagnarlo.
-Grazie! – sospirò lei. E poi fece una cosa completamente inaspettata. Si alzò in punta di
piedi e depositò un bacio leggero sulla sua guancia.
Il corpo intero di Draven si incendiò, e dovette impegnare tutto il suo autocontrollo per
non stringerla contro di lui e darle un bacio molto più soddisfacente.
Lei fece un passo indietro, sorrise di nuovo e si girò per salire a gran velocità le scale.
Con la guancia che gli ardeva ancora per il bacio, osservò il modo in cui i suoi fianchi
ondeggiavano mentre saliva gli scalini e spariva all’interno del castello.
Odiava doverlo ammettere, ma la dama aveva il posteriore molto attraente. In quel
momento, il suo sogno gli venne alla mente con sorprendente nitidezza, e davvero
avrebbe giurato che sentiva il suo membro ben sepolto tra le sue cosce setose.
Stringendo i denti, fece una smorfia di dolore. Quello sarebbe stato un viaggio molto,
molto, ma molto lungo.
Simon gli si mise davanti e gli diede delle pacche sulla spalla.
-Non c’è niente di meglio che far felice una signora, vero?
-Sì, certamente c’è – Simon inarcò un sopracciglio, confuso -Infilzare un fratello
impiccione, sarebbe, molto, ma molto meglio.
Simon rise.
-Allora sarà meglio che imballi le mie cose e mi allontani dalla tua vista per i prossimi
minuti.
-Và e fallo, Simon, e mentre lo fai, assicurati di trovare il tuo buonsenso e portalo con te.
Due ore più tardi, Draven e i suoi uomini non avevano fatto altro che rimanere sui loro
cavalli mentre aspettavano la signora. Perfino Simon sembrava che cominciasse ad
irritarsi.
-Perché diavolo tarda tanto? – grugnì Draven, passeggiando davanti agli scalini -Druce,-
chiamò il suo scudiero -Vai a cercare di nuovo la signora e dille che dobbiamo metterci
in marcia se vogliamo attraversare i boschi prima di notte. Se non è immediatamente
qui, partiremo senza di lei.
-Sì, milord.
Draven si voltò e fissò Simon.
Questi distolse lo sguardo, imbarazzato, e lo fissò sui propri piedi.
La porta del castello si aprì.
-Sta venendo, milord – disse Druce.
Draven diede un’occhiata alle sue spalle e si paralizzò.
Emily scendeva gli scalini come un bellissimo angelo, vestita con una tunica verde scuro
e un velo. La luce del sole faceva brillare la cintura dorata che accentuava il dolce
dondolio delle sue anche. Lei lo guardò con un sorriso abbagliante, e tutta la furia che
sentiva per il ritardo si volatilizzò. Finchè non vide i due bauli che la seguivano.
Quello era ridicolo! L’ultima cosa di cui aveva bisogno era dover portarsi dietro anche
un carro. Era sempre stato un uomo che viaggiava con poco bagaglio. Andava e veniva
molto rapidamente. Portava con sé sempre e solo l’indispensabile.
Per tutto ciò che era sacro! non aveva nessuna intenzione di ritardare la marcia perché
lei si potesse portare tutto il suo guardaroba. Era già stato abbastanza che l’avesse
aspettata, ma quello…
Era ridicolo, e non pensava di tollerarlo!
Montò in collera.
Cosa pensava che era quello? Un gioco?
Bene, le avrebbe dimostrato che lui non era qualcuno con cui si potesse giocare. Era un
uomo d’azione. Uno che controllava il suo destino e di quelli che lo circondavano. Non
avrebbe permesso che una donna si prendesse gioco di lui.
-Cosa avete messo nel vostro bagaglio? – le domandò con voce ingannevolmente
tranquilla mentre colmava la breve distanza che li separava.
-Solo l’essenziale, milord – rispose guardandolo innocentemente.
Simon si lasciò scappare una risata.
Draven socchiuse gli occhi per osservare i due bauli.
-Non possiamo portare quella roba con noi. Dovrete lasciarli qui.
-Ma, milord…
-No, signora, non cederò su questo.
-Ma…
-Una tunica, un velo e gli oggetti personali di cui avrete bisogno. Questo è tutto –si
diresse verso il cavallo che Druce aveva sellato per lei e tolse le bisacce -Potete portare
tutto quello che entrerà qui. Il resto dovrete lasciarlo indietro.
Lei sembrava incredula.
-Solo la mia tunica già la riempirebbe fino a scoppiare.
-È tutto lo spazio di cui disponete.
La collera brillò nei suoi occhi.
-Questa è una pazzia! Trattereste anche il re in questo modo?
-Sì. In realtà, l’ho già fatto in alcune occasioni. Certamente con dispiacere di Enrico.
-Va bene – disse lei, togliendogli le bisacce dalle mani -E suppongo che desiderate che
me le carichi sulle spalle.
Draven era inorridito. Solo una donna poteva avere una logica simile.
-Se usaste quella vostra maledetta memoria, ricordereste che, tanto per incominciare, io
non volevo che voi veniste con noi.
-Non osate maledirmi – replicò lei sulla difensiva. Si era alzata in punta di piedi e lo
guardava direttamente negli occhi.
Nessuno lo aveva mai affrontato in quel modo e lo trovava…
Divertente, davvero, pensò mentre parte della sua ira si dissolveva. Molto più divertente
di quello che avrebbe immaginato.
Per Dio, perfino Simon si spaventata davanti alla sua collera. Ma non Emily. Lei
rimaneva in piedi, dritta come un cavaliere armato per la battaglia.
-E – continuò lei, enfatizzando le sue parole – verrò, naturalmente. Non permetterò che
mi priviate della mia avventura. Penso di godermela, nonostante voi.
Alzò il mento in un ultime gesto di sfida, e girò in tondo, come se la sua dignità fosse
stata enormemente oltraggiata.
Con gli occhi socchiusi, alzò il coperchio del baule più vicino a lei e vi affondò la mano
finchè trovò una tunica azzurro scuro, un velo, un pettine e una spazzola.
Diede una splendida dimostrazione di come piegare i capi d’abbigliamento. Prese i due
ultimi oggetti tra il pollice e l’indice, li fissò e poi li mise nelle bisacce. Ci volle un pò
per legare e chiudere le bisacce, e dopo, le diede di nuovo a lui.
-Sembra che abbia finito di conservare le mie cose – disse -Tuttavia, mi piacerebbe farvi
una domanda.
Quello non era ciò che si era aspettato di sentire.
-E quale sarebbe?
-Lascerete che la mia cameriera mi accompagni o dovrà essere lasciata anche lei
indietro?
Le sue parole e le sua azioni lo divertivano, ma non lasciò che lei lo notasse. Se solo
credeva di avere qualche potere su di lui, non riusciva ad immaginare quello che poteva
arrivare a fare, e non osava rischiare che davvero lei lo facesse arrabbiare oltre il suo
controllo.
-Milady, forse non avete del buonsenso per mettere alla prova la mia pazienza in questo
modo?
-Vi renderete conto che ho sufficiente buonsenso, ma non penso di lasciarmi spaventare
da voi né da nessun uomo.
-Spaventare? – ripetè lui, incredulo -Mi considerato un bullo o qualcosa del genere?
-E che cos’altro, altrimenti? Vi aspettate che tutti ballino quando schioccate le dita.
Sappiate, milord, che c’è altra gente, oltre voi.
Draven sentì che la sua mandibola si rilassava.
-Certamente, e io potrei dire lo stesso di voi.
Invece di offendersi, lei gli dedicò un dolce e seducente sorriso.
-Io ammetto liberamente che sono una maleducata. Mio padre e le mie sorelle me lo
dicono da tempo. Perciò, vi prego di essere indulgente. Ebbene, la mia cameriera potrà
accompagnarmi o dovrò mandarla dentro?
L’aveva fatto molto bene, pensò mentre la guardava. Spesso aveva ascoltato la gente
dire di qualcuno che era ipnotico, ma era la prima volta che lo vedeva da sé. Non era
strano che suo padre l’avesse maledetto. Come poteva un uomo rimanere imperturbabile
davanti a una persona dall’aspetto tanto dolce e seducente mentre lei stessa ammetteva i
suoi difetti e supplicava indulgenza?
-Può venire.
-Grazie.
A testa alta gli passò accanto per andare accanto al suo cavallo.
Simon stava per aiutarla, ma Draven glielo impedì.
-Dal momento che sono stato quello che l’ha insultata, sarò io ad aiutarla a salire sul suo
cavallo – disse in un sussurro.
Sapendo quando non doveva ridere, Simon si schiarì la gola.
-Andrò a vedere se la domestica è pronta.
Quando Draven si avvicinò ad Emily, non potè non notare la sfida che le brillava negli
occhi, né la gioia causata dall’aver vinto la contesa.
-Mi avete fatto aspettare di proposito? – le domandò.
Lei abbozzò un piccolo sorriso.
-La mia cameriera mi ha detto che una ragazza deve fare aspettare un uomo. Se un uomo
aspetta a sufficienza, allora stimerà di più la presenza della dama.
-Bene, se i piaceri sono maggiori con l’attesa, la stessa cosa si potrà dire dei problemi.
-State civettando con me? – scherzò lei.
Draven si gelò. Sì, in realtà stava davvero civettando con lei! Lui non aveva mai fatto
prima una cosa del genere e ora stava davvero flirtando e con una donna che poteva
essere la causa della sua morte.
-Io non civetto mai – disse e le mise le mani intorno alla vita.
La fragilità delle sue ossa lo stupì. Lei era quasi senza peso. Le sue mani sembravano
grandi se paragonate al volume dei suoi fianchi, e poteva percepire il calore della sua
pelle attraverso il tessuto della sua tunica. A cosa stava pensando? Avrebbe dovuto
permettere che Simon l’aiutasse.
Ma non lo aveva fatto.
Così decise di portare a termine il più in fretta possibile quel compito. L’alzò dal suolo e
la sedette sul cavallo.
Distolse lo sguardo dal suo sorriso grato, e commise l’errore di guardare la sua gamba
nel preciso momento in cui lei si stringeva le gonne. Questo gli diede la visione di una
snella caviglia coperta da calze ricamate che arrivavano fino al polpaccio.
Draven soffocò una bestemmia mentre il suo corpo reagiva immediatamente. Per quel
poco che aveva visto, lei aveva una bella gamba, e niente gli avrebbe dato più piacere
che alzarle la gonna ed esplorare la lunghezza della gamba con le labbra. Con la lingua.
Stringendo i denti, allontanò quei pensieri dalla testa. Non doveva mai più pensare alla
sua caviglia, né alle punte dei piedi… né a qualunque altra cosa.
L’avrebbe bandita dai suoi pensieri!
Si allontanò camminando rigidamente fino al suo cavallo e montò. Una volta che Simon
montò sulla sua cavalcatura, diede il segnale di partenza.
Emily cavalcava in silenzio. Ma la sua mente pensava e ripensava a tutto ciò che era
successo.
Sei pazza a scherzare con lui. Sei stata fortunata che non ti ha strangolato a causa del tuo
comportamento! Cosa direbbe tuo padre?
Bene, sarebbe stato felice che lei avesse infastidito il suo nemico, ma, come qualunque
altro uomo, suo padre si sarebbe mostrato inorridito per la sua condotta. E, per essere
sincera, anche lei.
Un pò, almeno.
Ma non si era sbagliata sulla fiamma di ammirazione che aveva brillato negli occhi
dell’uomo quando lo aveva affrontato.
E quando l’aveva toccata…
Sentiva ancora un formicolio in tutto il corpo solo nel ricordarlo. Aveva delle mani forti,
ferme, e l’aveva alzata senza il minimo sforzo. Oh, era stato meraviglioso trovarsi tra le
sue braccia anche se solo per un momento così breve.
Era stato allora che aveva preso una decisione irremovibile. Lui sarebbe stato la sua
rosa. E per quanto rude potesse sembrare, desiderava che fosse suo marito, perché
nessun uomo le aveva fatto battere il cuore nel modo in cui lo faceva lui.
Batte tanto in fretta per la paura, disse la voce nella sua mente.
No, rispose lei. Non era paura quella che sentiva in sua presenza; era qualche altra cosa.
Qualcosa a cui lei non sapeva dare un nome, nè descriverla.
Ma, sicuramente, era qualcosa che voleva esplorare fino in fondo e bene. E lo avrebbe
fatto.
Lui poteva essere un guerriero incomparabile in battaglia, ma lei pensava di essere una
guerriera incomparabile per il suo cuore. Avrebbe schivato lo spinoso comportamento
della sua rosa e avrebbe sopportato i suoi sguardi gelidi per scoprire se poteva
raggiungere l’anima che giaceva al di sotto del ghiaccio. E se possibile, l’avrebbe
reclamata a qualunque prezzo.
-In garde, mon seigneur – sussurrò mentre contemplava la sua schiena rigida -Nella
battaglia per il vostro affetto, penso di uscirne vittoriosa.


Capitolo 7

Con grande meraviglia di Draven, riuscirono ad attraversare il bosco prima che
imbrunisse.
Ma non per molto. Invece di trovare un paese o un villaggio in cui passare comodamente
la notte, dovettero rassegnarsi ad accamparsi in una piccola radura.
Lui aveva pensato che Emily si sarebbe lamentata di quella soluzione, invece sembrò
incantata alla prospettiva di dormire all’aperto.
Mentre i suoi uomini montavano la sua tenda e lui si prendeva cura dei cavalli, lei
passeggiava per la radura con un brillante sorriso sul volto. Sembrava interessata a tutto
e a tutti.
E in verità, Draven non aveva mai pensato prima a come era complicato alzare una tenda
finchè lei non parlò con uno dei cavalieri, Alexander.
-Sono impressionata – stava dicendo al cavaliere -Dovete essere molto abile nel fare
questo. Per Dio, lo fate sembrare facile.
Una pugnalata di gelosia attraversò Draven che la guardò mentre si allontanava
dall’uomo e poi si chinava a strappare un solitario dente di leone dal terreno. Il morbido
tessuto della sua tunica aderì alle natiche, dandogli una bella vista.
Stringendo i denti, distolse rapidamente lo sguardo, ma non prima di aver notato l’acuto
interesse che anche i suoi uomini le stavano dedicando.
Lo sguardo rabbioso che rivolse loro, disperse rapidamente gli uomini in giro a compiere
i loro compiti.
Non vi accorgerete nemmeno della mia presenza. Si avvilì ricordando le sue parole.
Tentare di ignorarla sarebbe stata la stessa cosa che ignorare l’inferno.
Specialmente quando l’inferno stava nel suo stesso inguine.
-Questo è molto bello, vero? – domandò quando gli fu accanto, tenendo tra le dita il
dente di leone.
Draven corrugò il sopracciglio mentre dissellava Goliath.
-L’accampamento?
Lei alzò gli occhi al cielo.
-I boschi, sciocco.
Sciocco?
Lui? Si accigliò ancora di più.
Lei lo guardò in modo strano e poi si mise a ridere.
-Che c’è? – le domandò.
La donna accarezzò la testa e il crine di Goliath mentre lui si chinava per spazzolarlo.
Quando si mise dritto, disse: - Scommetto che spaventate i bambini con quello sguardo
furioso.
Draven fece una pausa. Doveva offendersi?
Non era molto sicuro. Non sembrava che lo stesse insultando deliberatamente, così come
doveva prendere un commento simile?
-Come avete detto? – chiese.
Mettendo il braccio sul collo del suo cavallo, si chinò verso di lui come se stesse per
confidargli un gran segreto.
-Sembrate molto severo, milord. Dovreste rilassarvi di più.
Nonostante lei avesse detto la verità, lui rispose: -Direi che milady non mi conosce
abbastanza da fare commenti sulla mia natura.
Lei lo guardò di traverso mentre giocherellava distrattamente con i crini di Goliath.
-Scoprirete che sono una persona molto intuitiva.
-Sul serio?
-Sì, certo che sì.
Draven smise di spazzolare il cavallo per un momento e la guardò.
-Allora la vostra intuizione vi dirà che non sono un uomo col quale si possa scherzare.
-È vero – rispose lei, tirandosi leggermente indietro e dando pacche a Goliath quando il
cavallo avvicinò il muso alla sua spalla.
-Allora perchè scherzate con me?
-Perché mi piace.
Lui battè le palpebre davanti all’inaspettata risposta. Era una donna audace e onesta,
doveva riconoscerlo. Ma non sapeva come trattare una persona così. La maggioranza
della gente era, nel migliore dei casi, riservata come lo era lui, e nel migliore, bugiarda.
-Vi piace prendervi gioco di me? – le domandò.
Il suo sorriso divenne malizioso e caldo.
-A voi non piace che io vi prenda in giro?
-No, cosa mai vi fa pensare il contrario? – inquisì lui, stordito dalla scoperta che, nel
profondo di sé, gli piaceva.
Lei scrollò le spalle.
-Non lo so, è solo una sensazione che ho e che mi dice che vi piace che io scherzi con
voi, nonostante le vostre proteste.
Forse era davvero intuitiva come diceva di essere. Però, non aveva nessun senso
incoraggiarla.
Cominciò a spazzolare un fianco di Goliath.
-Siete molto strana, milady.
-Tra le altre cose.
Draven fece di nuovo una pausa nel sentire una nota di mistero nella sua voce. La
guardò per un istante.
-Come per esempio?
Lei prese il dente di leone con una mano e lo passò sulla mandibola di Draven. Un
migliaio di brividi attraversarono il suo corpo in quel momento, ma non era sicuro se era
per la carezza o per il calore del suo sorriso. Tutto quello che sapeva è che la tenerezza
che brillava negli occhi della donna lo stava incendiando.
-Dovrete scoprirlo da solo, milord. Durante il prossimo anno.
E con quelle parole, si allontanò.
Draven osservò come si ritirava; aveva il corpo così rigido che gli doleva il membro,
improvvisamente ritto contro le sue calzamaglie.
Era davvero meravigliosa.
Emily gli lanciò un’occhiata al di sopra della spalla. Draven distolse rapidamente lo
sguardo per evitare che lo cogliesse a mangiarsela con gli occhi, come uno scudiero che
avesse visto per la prima volta un bel viso.
Le diede la schiena, ma anche così non riuscì a dimenticare l’immagine di lei che lo
guardava. Nonostante se stesso, si ritrovò a guardare il punto in cui era stata fino a un
momento prima.
Deluso, vide che non era più lì, ma si era diretta nella direzione in cui si trovava la sua
cameriera, e stavano parlando di qualcosa.
-Va bene così – mormorò, accarezzando la fronte del suo cavallo. Non desiderava le sue
attenzioni. Proprio no.


***

Più tardi, quella stessa sera, tutti si sedettero intorno al fuoco mentre finivano una
modesta cena di lepre arrosto, pane e foglie di dente di leone cotte.
Non appena Emily finì di cenare, Draven sentì il suo sguardo su di sé. Alzò la testa dal
suo piatto e la vide che lo fissava. Il caldo ed eccitante sorriso della donna gli mandò
nuovamente i lobi in fiamme.
-Ditemi, milord – chiese lei con una voce che somigliava pericolosamente alle fusa di un
gatto -Che obblighi dovete soddisfare a Lincoln?
-Devo controllare le imposte di Orrick, barone di Lincoln.
-Orrick? – disse lei allegramente -È uno dei migliori amici di mio padre. Lo conosco da
tutta la vita– il suo sorriso divenne più ampio -Quando non ero più che una bambina, mi
portava sempre per tutto il salone di casa mia in spalla. Mia sorella Joanne invece stava
sulle spalle di mio padre e facevamo finta di fare un torneo.
Si morse il labbro e il suo sguardo si rannuvolò, come se stesse pensando a quei tempi
felici.
-Sono impaziente di vederlo di nuovo.
A Draven gli si strinse lo stomaco. Se quello che il re sospettava sul barone era vero,
non avrebbe più dovuto preoccuparsi del suo desiderio per Emily. Perché lei l’avrebbe
odiato con tutta la sua anima.
-Perché dovete rivedere i suoi conti? – domandò.
Draven si irrigidì. Come poteva dirle che un uomo che amava tanto stava,
probabilmente, rubando risorse appartenenti al tesoro reale? Specialmente quando la
punizione per quel delitto era la morte.
-Perché lo ha ordinato il re – disse semplicemente, inorridito ora davanti a quello che
quel viaggio avrebbe potuto rivelare.
Emily aggrottò le sopracciglia pensando alla sua risposta.
-Il re non sospetterà che lui…
-Semplicemente devo rivedere i suoi libri – disse Draven, interrompendola.
Emily assentì, ma, dalla preoccupazione che riflettevano i suoi occhi, lui indovinò che
sapeva che non era stato sincero con lei. Draven sospirò. Non era mai stato disonesto
con nessuno prima, e lo disturbava terribilmente esserlo ora. Soprattutto con lei.
Ma che lo impiccassero se ne capiva il motivo. L’unica cosa che sapeva era che vederla
in quello stato di desolazione gli faceva male, e che voleva che fosse di nuovo allegra.
Eliminando quel pensiero dalla sua mente, si concentrò per finire la sua cena.
Ho degli obblighi da soddisfare. Obblighi che includono dover stare lontano da lady
Emily.
Arrivarono a Lincoln due giorni dopo.
Quando attraversarono le mura del castello di Laurynwick, un esercito di domestici
corse per prendersi cura dei loro cavalli e per prendere in consegna i loro bagagli.
Il barone Orrick si diresse rapidamente verso di loro, cingendo la spada. A quarantotto
anni, il barone era un uomo snello, dall’aspetto distinto e con la barba che gli ricopriva
la maggior parte del viso. Indossava una tunica con i suoi colori, grigio e azzurro, e
quando si unì a loro ai piedi delle scale aveva le guance arrossate.
Orrick si passò le mani sui capelli bianchi, tentando di lisciare i ciuffi ribelli prima di
rivolgere loro la parola.
-Mio signor conte – disse Orrick quando fu abbastanza vicino -Non vi aspettavo che fra
una quindicina di giorni.
-Le mie scuse – disse Draven -È sorto un problema improvviso. – Sì, era sorto nello
stesso momento in cui aveva visto quella piccola mascalzona e i suoi modi conturbanti.
Draven cambiò posizione, tentando di alleviare il disagio che sentiva.
Il barone sembrava un pò nervoso mentre si guardava intorno.
-Allora vi do il benvenuto.
Fu solo allora che il barone vide Emily in sella al suo piccolo palafreno.
-Lady Emily di Warwick? – domandò con scetticismo.
Emily dedicò ad Orrick uno dei suoi sorrisi più incantevoli, e benché il barone fosse di
mezza età ed era sposato, Draven sentì un’inaspettata punta di gelosia davanti al modo
in cui lei lo guardava. E anche un immediato impulso di strangolare l’uomo che la
faceva sorridere in modo tanto affettuoso.
-Lord Orrick! – disse lei ridendo mentre il barone l’aiutava a smontare -Avete un
bell’aspetto.
-E voi siete più bella che mai, milady – contraccambiò lui, stringendo le braccia della
ragazza per poterle dare una bella occhiata.
Draven socchiuse gli occhi mentre li osservava. Come osava quel maledetto uomo
mangiarsela tanto sfacciatamente con gli occhi! E, a dire il vero, Emily sembrava darsi
delle arie davanti a lui. Strinse i pugni quando l’impulso di strangolare l’uomo si fece
più intenso.
Orrick baciò la sua mano.
-Ma ditemi, Emily, perché siete qui?
-È la mia protetta – disse Draven con un tono di voce molto più duro del necessario.
Il viso di Orrick impallidì, guardando Draven e poi di nuovo Emily. Le sue sopracciglia
si unirono in una smorfia di preoccupazione e timore.
-E vostro padre?
-Sta bene – rispose Emily mentre il barone collocava la sua mano sul suo gomito. Lei gli
diede qualche colpetto affettuoso -Sono più l’ostaggio politico di lord Draven che la sua
protetta, temo.
Orrick inarcò un sopracciglio.
-Il re ha permesso una cosa simile?
-È stato il re in persona ad ordinarlo – lo corresse Draven.
Non passò inosservata l’espressione di allarme che attraversò il viso del barone un
istante prima che se ne rendesse conto e che la cancellasse dal proprio volto.
-Bene, sia quel che sia quello che ha portato la vostra deliziosa presenza fino in casa
mia, milady, ne sono felice. Da quando mia figlia si è sposata tre anni fa, sento
dolorosamente la mancanza di compagnia giovanile – Orrick coprì le mani di lei con le
sue e la condusse verso le scale.
Quando Draven li seguì, Simon gli si affiancò.
-Irritante, non è vero?
-Che cosa? – chiese Draven a denti stretti.
-Che sembrino tanto felici di stare insieme. Lo sai, ho sentito dire che la nuova moglie di
Orrick ha più o meno la stessa età di Emily. Caspita, se dovesse succedere qualcosa alla
baronessa, forse Emily potrebbe essere la nuova moglie del barone.
-Taci, Simon.
Quando entrarono nell’ingresso, il barone chiamò sua moglie.
-Christina, vieni e guarda chi è appena arrivata.
Draven si girò sentendo il suono di passi che si affrettavano a scendere le sinuose scale
che aveva alla sua sinistra. I passi rallentarono man mano che si avvicinarono alla fine
delle scale.
Due secondi dopo, Draven vide una testa che si affacciava da dietro una parete. Un velo
bianco incorniciava un viso che sembrava quello di un cherubino, completato da delle
labbra carnose, guance grassocce e enormi occhi marroni. La dama sembrava non avere
ancora vent’anni, anche se non sapeva dire esattamente la sua età.
-Emily! – strillò la donna, e uscì da dietro la parete, dimostrando a Draven che l’unica
parte grassoccia del suo corpo era il viso. Corse col suo piccolo e magro corpo verso
Emily e stese le braccia verso di lei -Oh, cara!
Emily emise uno strano suono acuto mentre l’abbracciava e girava in tondo. Non l’aveva
mai sentita fare un verso simile e, in realtà, riusciva appena a credere che lo avesse fatto.
-Oh, Christina, come stai? – domandò Emily quando si separarono un pò per potersi
guardare dalla testa ai piedi l’un l’altra.
-Abbastanza bene – rispose Christina, ridendo -Ma guardati! Sei bella come sempre.
-Non quanto te.
-Sì, certo che sì.
-No…
-Quanto tempo continueranno a comportarsi in quel modo? – domandò a bassa voce
Draven a Orrick mentre le donne continuavano a cantarsi mutuamente le lodi.
-Un lungo momento, sono sicuro. Christina è cresciuta in casa di lady Emily e l’ho
sempre sentita dire che ama moltissimo Emily e le sue sorelle – Orrick fece un gesto
indicando l’enorme salone -Venite, cavalieri, lasciamo le donne da sole perché
rinnovino la loro amicizia e prendiamo della birra in un ambiente più tranquillo, senza le
loro grida.
Draven lo seguì, grato di uscire da lì prima che si assordasse con le loro grida di felicità
e il loro chiacchiericcio.
Orrick li guidò fino ad un gruppo di sedie disposte davanti al camino spento. Una volta
seduti, un domestico portò loro dei boccali di birra. Riusciva ancora a sentire le donne in
anticamera, che si raccontavano l’un l’altra le ultime novità.
-Sei la protetta del conte di Ravenswood? – strillò Christina -Scommetto che tuo padre
sta sputando fuoco dalla bocca a causa di ciò.
-Sì, era molto lontano dall’essere felice di dover adempiere al decreto del re.
-Quello che mi sorprende è che non si sia lanciato sotto gli zoccoli del cavallo di lord
Draven prima di permetterti di…
-Posso offrirvi qualcosa da mangiare? – domandò Orrick, distogliendo l’attenzione di
Draven dalla conversazione delle donne.
Draven scosse la testa, così stettero alcuni minuti senza parlare, lasciando vagare gli
sguardi per la stanza.
Le donne, invece, continuavano la loro conversazione nell’ingresso.
-E com’è la tua vita, Christina? Sei felice qui?
-Sì, Orrick è un marito meraviglioso… Oh, Em. Mi dispiace, non volevo dire…
-Niente, non pensarci nemmeno. Conosco bene la mia posizione, ma tu… sei
assolutamente raggiante. Sono molto felice che il matrimonio ti abbia fatto tanto bene!
-Sì; e a proposito, ho sentito parlare di Joanne. È vero che si sposa?
-Sì.
Cercando di non continuare ad ascoltare di nascosto, Draven guardò attentamente il
barone.
Il visibile stordimento del barone non si prestava ad una amichevole chiacchierata. Non
che Draven fosse molto portato alle conversazioni amichevoli, né a quelle poco
amichevoli, ad essere sincero.
Essenzialmente, Draven non era un gran parlatore in nessun senso.
-Sta facendo un bel tempo – si arrischiò a dire Simon -Perfetto per la fiera.
-Sì – concordò Orrick annuendo con la testa -Molto gradevole. Tranquillo, né troppo
freddo né troppo caldo.
E rimasero di nuovo in silenzio, bevendo birra.
-La fiera è meravigliosa quest’anno – la voce di Christina interruppe il silenzio mentre le
due donne proseguivano la loro chiacchierata -C’è un orafo che devi visitare. Ricordami
di mostrarti gli orecchini che mi ha fatto.
-Oh, quanto ti invidio! – disse Emily -Mio padre non ci ha mai permesso di bucarci le
orecchie. Si preoccupava troppo che ci potessimo infettare e morire a causa di ciò.
-Come mi piacerebbe che tuo padre imparasse a non preoccuparsi tanto per il vostro
benessere. Signore, non dimenticherò mai di quella volta che ti frustò con la cintura per
avermi accompagnata fuori dalle mura a prendere le bacche nel prato che c’era dietro al
castello.
Draven corrugò le sopracciglia sentendo quelle parole. Sapeva che Hugh era
superprotettivo, ma questo andava oltre la semplice preoccupazione. Non permetteva a
sua figlia nemmeno di andare a raccogliere bacche?
Sentì una strana sensazione nel petto. Di quali altre cose aveva privato Emily?
E pensare che suo padre l’aveva picchiata…
Fortuna che Hugh era fuori dalla sua portata in quel momento.
-E non hai avuto paura?
-Con lord Draven a proteggermi? No, credo che potrebbe ammazzare un orso con le sue
stesse mani.
Draven sentì un’ondata di orgoglio nel sentire le sue parole di ammirazione.
-Davvero – continuò Emily –dovresti vederlo in allenamento. Mi ha lasciata senza fiato
osservare il modo in cui si muove. Non ho mai visto un uomo più leggiadro né più forte.
Non mi sorprende che la regina Eleonora lo chiami la Rosa della Nobiltà. E sai che gli
piace leggere?
Simon quasi soffocò con la birra nel trattenere una risata.
Mentre guardava suo fratello, Draven sentì che stava arrossendo.
Arrossendo? pensò sconcertato. Quella ragazza lo aveva fatto arrossire?
Non gli era mai successo in tutta la sua vita.
-Credi che lord Draven è…?
Con tutto il corpo rigido e proteso verso le donne, Draven si inclinò per ascoltare il resto
della conversazione, ma le donne abbassarono il tono della voce.
Che diavolo si stavano dicendo ora?
-Ho sentito che il re ha proibito i tornei – disse improvvisamente Orrick.
Draven dovette mordersela lingua per non dire al barone di tacere mentre si sforzava di
ascoltare le due donne.
Perchè diavolo aveva scelto quel momento per cominciare finalmente a parlare?
-Sì – rispose Simon a voce abbastanza alta, e dalla luce negli occhi di suo fratello,
Draven seppe che lo aveva fatto di proposito per coprire le parole che si scambiavano le
donne -Si sono persi troppi uomini e ottimi sodati per degli incidenti. Enrico dice che se
dobbiamo prendere parte a simili sciocchezze, dovremo andare in continente. Per non
parlare di quanto restino danneggiate le proprietà o i contadini che vengono travolti
quando i cavalieri oltrepassano i limiti. Lo sapete, tutte quelle cose…
-Sì, lo sa già, Simon – sibilò Draven.
-Bene – disse Emily -Eccomi qui.
Draven guardò al di sopra della sua spalla e vide Emily e Christina in piedi dietro di lui.
Per i pollici di San Pietro! Cosa avevano detto su di lui?
Non saperlo lo stava facendo impazzire.
-Hai mai visto un gruppo meno amichevole? – domandò Christina.
Emily rise.
-No, almeno da molto.
Gli uomini si alzarono immediatamente in piedi e offrirono alle signore delle sedie.
Emily si sedette sulla sedia che Draven aveva lasciato libera e si aggiustò le gonne tutto
intorno a lei.
Cosa aveva detto quella donna?
-Auguri, lord Orrick – disse Emily.
-Auguri? – domandò Draven.
-Christina sta aspettando un bambino – spiegò Emily.
Christina arrossì.
-Sono molto felice, e anche un pò spaventata. Non ho nessuna idea di quel che mi
aspetta, in realtà.
-È il vostro primo figlio? – domandò Simon.
-Sì.
-Le ho detto che non ha niente da temere – disse Orrick -La mia prima moglie ebbe sei
gravidanze senza nessun problema.
-Ma la madre di Emily e le sue due sorelle maggiori sono morte durante il parto – lo
rimbeccò Christina.
Draven guardò Emily e vide la tristezza nei suoi occhi. Ebbe lo strano impulso di
consolarla.
Di allungare la mano e prendere la sua.
-Oh, mi dispiace, Emily – disse rapidamente Christina, mettendo la mano sul bracciolo
della sedia di Emily -Non volevo dire che…
-Va tutto bene – disse gentilmente Emily mettendo una mano su quella di Christina -So
che non volevi ferirmi. Ma so che Dio si prenderà cura di te. Tutto andrà bene, vedrai.
Christina sorrise, e si voltò verso il marito.
-Orrick, avrai già saputo che la sorella di Emily, lady Joanne, si sposa con lord Niles il
mese prossimo.
-Niles? – domandò Orrick stupefatto.
Draven frugò nella sua memoria qualcosa che spiegasse la reazione del barone. Sapeva
poco su Niles e la sua famiglia, a parte il nome.
-Conoscete Niles? – domandò Emily.
-Sì – rispose Orrick con una nota di riserva nella voce -E devo dire che mi sorprende
molto che vostro padre abbia approvato quell’unione.
-E perché? Non abbiamo sentito che buone cose su di lui – disse Emily.
Orrick scosse la testa.
-È stato almeno dieci anni fa che l’ho visto l’ultima volta. Viaggiavamo verso la
Normandia, prima che morisse suo padre. C’era qualcosa in quell’uomo che non mi
piaceva.
-Bene– disse Emily -Joanne dice che l’ama e che non si farà distogliere dal matrimonio.
-Nonostante questo, mi sorprende che tuo padre abbia dato la sua approvazione – disse
Christina -Specialmente dopo quello che successe ad Anna.
Gli occhi di Emily divennero cupi e pensierosi.
-Vogliate scusarmi, per favore– disse Emily interrompendo Christina -Improvvisamente
mi sento molto stanca.
-Oh, perdona la mia scortesia! – disse Christina alzandosi immediatamente in piedi
-Andiamo, lascia che cerchi una domestica perché ti prepari la stanza. Potrai riposare
nelle mie stanze finchè non sarà pronta.
Emily salì seguita da Christina.
Gli uomini aspettarono che le donne avessero abbandonato il salone prima di tornare a
sedersi.
Draven restò per vari minuti in silenzio mentre ripensava a quello che aveva ascoltato. E
agli occhi tristi e desolati di Emily quando era stata nominata Anna.
-Chi è Anna? – domandò a Orrick.
-Era una delle sorelle di Emily. Morì più o meno nove anni fa.
Draven annuì. Questo spiegava la tristezza, ma sospettava che ci fosse di più in quella
storia.
Però, non aveva abbastanza tempo, ora, per pensare a questo.
Draven guardò di nuovo Orrick.
-Bene, sappiamo tutti che questa non è una visita di cortesia, perciò vorreste dire al
maggiordomo di portare il libro dei conti?
-Ora? – domandò Orrick con voce atterrita.
Draven lo fissò, impassibile.
-Ora è un momento buono come un altro.
Orrick deglutì con difficoltà, giocherellando inquieto con l’orlo della sua manica.
-D’accordo, allora. Vi mostrerà la mia sala delle udienze.
Orrick si alzò dalla sedia e si guardò intorno con nervosismo. Depositò il suo boccale di
birra sulla mensola del camino, diede dei colpetti alla sua borsetta prima di tirare fuori
una chiave d’ottone e guidarli fuori dal salone.
-È colpevole – sussurrò Simon mentre li seguivano.
-Lo so – rispose Draven disgustato al solo pensiero. Dopo tutto non aveva niente contro
il barone che gli era sempre sembrato un tipo abbastanza decente.
Ma in realtà se aveva truffato Enrico non c’era niente che Draven potesse fare per
salvarlo.


Capitolo 8

-Credi che sia una stupida? – domandò Emily mentre si sedeva di fronte alla toilette
nella stanza di Christina. Abbracciava un piccolo cuscino rosso contro il suo petto
mentre raccontava i suoi piani all’amica di tutta la vita.
Christina era seduta di fronte a lei, su una enorme poltrona che sembrava un incrocio tra
un drago e una rana alata. Alzò lo sguardo dal ricamo che aveva in grembo. Col viso
pensoso, inchiodò lo sguardo negli occhi di Emily.
-Non perché desideri sposarti. Ma perché non sono sicura che sia l’uomo giusto. È
tanto…
Emily aspettò vari istanti. Quando le sembrò che Christina non avrebbe aggiunto altro,
continuò lei stessa.
-Riservato?
-Sì – concordò Christina.
-Forte?
-Sì.
Emily aspettò un istante mentre osservava gli sforzi della sua amica per trovare una
parola che definisse Draven.
-E freddo?
-Sì.
Ironicamente, aggiunse:
-Strano?
-Assolutamente sì.
Emily le tirò il cuscino.
-Esiste solo il “sì?”.
Christina sorrise e si mise il cuscino dietro la schiena.
-Mi stavo annoiando.
Emily rise.
-Lui non è tanto strano.
-Davvero lo credi? Orrick dice che, durante la battaglia, lord Draven diventa come
pazzo.
Dice che si fa largo tra gli uomini come una slitta sulla neve.
-Io direi che questo, in battaglia, è una virtù.
-In battaglia, forse, ma se lo fa anche a casa?
Emily inarcò un sopraccigli.
-Cosa? Montare una slitta?
-Emily! Stai facendo la sciocca.
-So quello che stai tentando di dirmi – confessò Emily con un sospiro -Ma non ho mai
visto che abbia perso la pazienza con qualcuno.
-L’hai appena conosciuto – le ricordò Christina.
-Lo so. Ma c’è qualcosa in lui che mi fa sentire…- si morse il labbro tentando di trovare
le parole -Come un formicolio interno.
Christina abbozzò un sorriso saputo.
-Non sei stata vicina a molti uomini, Em, e dubito che ti sia mai trovata davanti uno
come lui.
-Certo, in questo hai ragione.
-Credo che tu sia testarda.
-Testarda? Io? – domandò Emily ridendo -E ora chi è ridicola?
-Non sono ridicola – disse Christina inserendo l’ago nel ricamo -Quel formicolio, il
calore, sentirsi come avere la nausea, è una sensazione che si prova in presenza di un
uomo affascinante.
-So quello che significa.
-Sì, ma scommetto che non lo avevi mai provato. Come avresti potuto? Tuo padre non
ha mai permesso che un bell’uomo entrasse nel suo castello proprio per questo.
Questo era abbastanza vero. Niles sembrava più una bestia pelosa che un uomo. Era
circa cinque centimetri più basso di Joanne e forte come una quercia, con i capelli
castani corti e una barba folta. Non avrebbe mai capito cosa vedeva sua sorella in
quell’uomo.
Emily si accigliò mentre considerava le parole di Christina. Anche i suoi sentimenti
erano, forse, solo un capriccio?
-Forse. Ma cosa mi dici di te e Orrick? – Christina si strinse nelle spalle -Non puoi
tacere adesso.
Christina rise.
-Perdonami – disse, tornando di nuovo al suo ricamo -Orrick è buono con me. Molto
buono, davvero, e non ho nessun motivo per lamentarmi.
-Ma non sei completamente felice. Posso vederlo nei tuoi occhi.
Christina annuì con reticenza.
-Solo che è difficile andare a letto tutte le sere con un uomo che è più vecchio del mio
stesso padre. A dire il vero, anche i miei figliastri sono più vecchi di me.
Emily compatì la sua amica. Aveva conosciuto numerose donne con un problema simile.
-Almeno hai un marito – le disse in tono malinconico -E presto avrai un bambino.
Christina alzò la testa per guardarla.
-So quanto desideri avere un figlio. Forse lord Draven non è così cattivo, forse è come
dici tu. E, conoscendo tuo padre come lo conosco, non avrai un’altra opportunità come
questa per trovare marito.
Emily si sentì stringere il petto ascoltando quelle parole. Non voleva nemmeno
immaginare di dover passare il resto della sua vita da sola, nubile.
Cosa avrebbe fatto quando sarebbe ritornata da suo padre?
-Devo fare in modo che questo funzioni – sussurrò Emily -Devo riuscirci.
Nei due giorni seguenti, Emily non vide traccia di Ravenswood mentre lui si occupava
di rivedere i conti di Orrick. In moltissime occasioni, lei e Simon avevano passeggiato
vicino alle porte chiuse, cercando di ascoltare qualche suono proveniente dall’interno.
Niente. Né un mormorio, né una bestemmia. Niente.
Era davvero raccapricciante.
Orrick mandava il cibo dentro, ma ritornava invariabilmente intatto.
Il terzo giorno, lei e Simon erano seduti al tavolo con Christina e suo marito.
-Ma quell’uomo non dorme mai? – domandò Orrick mentre rompeva il suo uovo sodo
con la punta del coltello.
Simon sbuffò.
-Vi stupirebbe il tempo che il corpo può sopportare senza riposo.
-Non ne dubito – mormorò Orrick -Non ho mai conosciuto nessuno che si dedichi con
tanta diligenza ai suoi doveri.
Nemmeno lei.
Bene, a volte poteva essere molto testarda, quando l’occasione lo richiedeva. Ma
rivedendo conti e imposte?
Onestamente, avrebbe preferito che la legassero a un palo per i capelli e che la
soffocassero con il vino.
Cercando di alleviare il cattivo umore dei commensali, Emily si voltò verso Simon.
-Poiché lord Draven sembra soddisfatto di passare i giorni dietro le porte della sala delle
udienze, esiste qualche possibilità per noi di andare alla fiera?
Simon fissò le porte chiuse della sala delle udienze attraverso l’anticamera, come se le
odiasse tanto quanto lei.
-Non vedo perché…
-Padre!
Emily si allarmò nel sentire quel grido da ubriaco provenire dall’ingresso insieme alla
porta che si apriva, e che poi batteva contro la parete con un forte rimbombo.
L’attività del salone cessò mentre tutte le teste si giravano verso l’ingresso.
Un giovane, di circa venticinque anni, caracollava verso il salone con l’aiuto di due
uomini grandi come giganti.
A prima vista, le due montagne sembravano essere uguali, finchè non li si guardava più
attentamente. L’uomo sulla destra aveva i capelli e gli occhi castani, e una cicatrice che
gli attraversava tutto il viso. I capelli dell’altro uomo non erano castani ma di un biondo
scuro, sporchi.
Ambedue erano molto muscolosi, e i loro volti, duri e accigliati, promettevano una seria
battuta a chiunque fosse sufficientemente stupido da avvicinarsi a loro.
Dedusse che l’uomo al centro era il figlio di Orrick. Con lineamenti simili a quelli del
padre, era bello proprio come le aveva detto Christina. I capelli castano scuro erano
puliti e raccolti, ma aveva i vestiti stropicciati e pieni di macchie.
I due giganti lo portarono fino ai piedi del palco del padre. Il figlio di Orrick appoggiò il
braccio sinistro sul tavolo e emise un forte rutto.
-Reinhold! – esclamò suo padre allarmato -Cosa stai…?
-Ora no, vecchio – disse irrispettosamente Reinhold mentre alzava la testa per guardare
suo padre -Permettetemi di presentarvi Fric- e diede una pacca sulla spalla del gigante
alla sua destra -e Frac- disse con disprezzo, indicando l’uomo dall’altro lato.
-Il mio nome è Frank- disse il primo con un marcato accento teutonico.
-E il mio è Fritz- aggiunse l’altro.
-E cosa importa?- domandò Reinhold, facendo un gestaccio con la mano. Si grattò il
viso non rasato e guardò Orrick -Ho bisogno di venti monete d’argento per pagarli.
Orrick strinse le labbra con forza mentre studiava attentamente suo figlio. Benché fosse
seduto sul palco e aveva la schiena dritta, Emily potè leggere la rabbia sul suo viso
mentre contemplava Reinhold.
-Pagarli per quale motivo? – domandò Orrick.
Reinhold sbuffò.
-Perché non mi ammazzino, per prima cosa.
-Ha debito non pagato col nostro padrone- disse Frank incrociando le sue enormi braccia
sul petto -Tarn lo Scozzese vuole che li paghi interamente o noi faremo in modo che
vostro figlio non possa fare nessun altro debito.
-Tarn la Peste? – domandò Orrick al figlio, incredulo -Mi avevi promesso che non
saresti andato di nuovo da lui.
-Bene, c’è una grande sorpresa, vecchio: ti ho mentito. Ora fai il bravo ragazzo e pagali.
Il respiro di Orrick accelerò. Una vena gli palpitava sulla tempia.
Christina allungò la mano per prendere la sua, lui la evitò con un gesto nervoso.
Guardò prima Fritz, poi Frank e infine il figlio.
-Non ho quel denaro.
-Come no? – ruggì Reinhold.
-Mi hai sentito, ragazzo. L’ultima volta te l’ho detto che non avrei potuto più pagare i
tuoi debiti. Mi promettesti…
-Maledetto imbecille! – gridò Reinhold, battendo improvvisamente un colpo sul tavolo
con tanta forza che quasi faceva cadere Emily -Mantieni la tua prostituta con tutti i lussi
e non resta nulla per il tuo stesso figlio?
-Reinhold, per favore – lo pregò Orrick -Abbiamo compagnia.
Reinhold guardò Emily e abbozzò un sorriso.
-Puoi permetterti di ospitarli ma non hai denaro per me. Va bene – disse voltandosi
verso le due montagne -Cosa ne dite di prendere la mia matrigna come vostra puttana in
cambio del mio debito?
Christina rimase a bocca aperta, e Orrick allungò un braccio protettivo verso di lei.
I due uomini si guardarono come se davvero stessero considerando l’offerta.
-Bene – disse Frank -In sei mesi avrà più o meno pagato il debito.
-No! – gridò Orrick balzando in piedi.
Fritz tirò fuori un coltello dalla sua cintura e lo puntò alla gola di Reinhold.
-Scegliete, mio signore – sorrise con disprezzo -Vostra moglie o vostro figlio.
Improvvisamente gli occhi di Fritz si spalancarono.
-Poiché stiamo facendo un gioco di scelte, che ve ne pare se vi faccio scegliere? – Emily
respirò sollevata quando Draven si fermò accanto a Fritz, e solo allora vide la spada che
teneva puntata contro la schiena del gigante -La vita o il coltello?
Il gigante lasciò cadere la sua arma.
Draven diede un calcio al coltello, mandandolo dall’altra parte del salone e inguainò la
spada.
Fritz diede un’occhiata alla tunica di Draven e si fece il segno della croce.
Frank aveva il viso pallido.
-Mio signore- disse, rimpicciolendosi alla presenza di Draven -Non abbiamo nessun
problema con voi.
L’espressione sul viso di Draven era carico di promesse di inferno, zolfo e collera.
-Davvero? – chiese Draven in tono così freddo che Emily rabbrividì -Entrate nel salone
del mio ospite, minacciate lui, suo figlio e sua moglie, e nonostante ciò, dici di non avere
nessun problema con me?
I due giganti deglutirono nello stesso momento.
-Ci limitiamo a fare quello che ci dicono – disse Frank con voce insicura e esitante.
Draven si avvicinò a Fritz che indietreggiò immediatamente. Come un lupo selvaggio
che intrappolava un branco di vacche, li fece allontanare dal tavolo di Orrick e di
Reinhold.
-Allora vi dirò una cosa: se avete care le vostre miserabili vite, uscirete di qui e
racconterete al vostro padrone quello che volete. Ma– Draven fece una pausa per
enfatizzare il seguito del suo discorso –mai più tornerete ad oscurare le porte di lord
Orrick con la vostra presenza. Perché se lo fate, non ci sarà nascondiglio nell’inferno
dove potrete nascondervi da me. E, vi giuro, l’ira del vostro padrone non è niente se
paragonata alla mia. Avete capito?
Se non l’avevano fatto, allora non meritavano di continuare a vivere, pensò Emily. La
calma mortale con cui Draven si era espresso e lo sguardo furioso dei suoi occhi, la
facevano ancora rabbrividire di terrore.
-Abbiamo compreso – dissero simultaneamente i due giganti.
Draven indicò Orrick.
-Allora chiedete scusa al signore e alla signora.
-Vi preghiamo di perdonarci – dissero chinandosi davanti a Orrick.
-Ora, partite.
Se ne andarono di corsa dal salone.
Lord Draven osservò Reinhold con lo stesso sguardo minaccioso prima di rivolgersi ad
Orrick.
-È questo il motivo per il quale avete truffato il re?
Emily vide la vergogna riflessa sul viso di Orrick.
-Sì – disse semplicemente -Nonostante tutti i suoi difetti, è mio figlio, e non vorrei mai
che qualcuno gli facesse del male, se posso evitarlo.
Draven fece un profondo respiro.
-E siete disposto a consegnare la vostra vita al re per salvare la sua?
-Sì – Orrick spinse la sedia all’indietro e si mise in piedi -Se mi concedete un pò di
tempo per salutare mia moglie, vi accompagnerò spontaneamente.
Draven rimase in piedi, fissando Orrick. Emily non riuscì a decifrare le sue emozioni né
quello che stava pensando, nè voleva immaginare il terrore che Orrick doveva provare in
quel momento.
Aprì la bocca per parlare, ma Simon le strinse il braccio e scosse la testa, avvertendola di
non parlare.
-Non sarà necessario– disse finalmente Draven -Per il vostro delitto, aumenterò il
servizio che dovete al re da due settimane a diciotto mesi.
Orrick sospirò sollevato e annuì.
-Allora farò chiamare il mio scudiero e…
-Non ho ancora finito – disse Draven senza scomporsi.
-Perdonatemi – rispose Orrick, abbassando lo sguardo a terra.
-Poiché vostra moglie è incinta, credo che sia meglio che sia vostro figlio a prestare
servizio al re in vece vostra.
-Che cosa? – gridò Reinhold.
Draven si girò verso di lui e Reinhold sembrò rimpicciolirsi davanti alla furia che
risplendeva nel suo sguardo.
-Credo che diciotto mesi a Londra, sotto le attenzioni di Mastro William ti insegneranno
la disciplina che devi per rispettare un uomo e una donna che hanno rischiato la loro vita
per proteggerti. E se fossi in te, ragazzo, sarei loro molto grato, poiché loro sono l’unica
ragione che mi impedisce di lasciarti nelle mani di Fric e Frac.
Emily si morse le labbra per la clemenza che Draven aveva dimostrato. Scambiò uno
sguardo di sollievo con Christina.
-Alexander? – chiamò Draven a voce un pò più alta.
Uno dei cavalieri si alzò in piedi dai tavoli giù dalla pedana.
-Sì, milord?
-Reinhold è sotto la tua custodia, voglio che domani lo scorti a Londra e se solo ti dà il
minimo problema, comportati come meglio credi.
-Sì, milord– Alexander, il cui volume ridicolizzava quello delle due montagne che erano
fuggite poco prima, avanzò e prese il braccio di Reinhold -Se siete d’accordo, milord, mi
incaricherò che riprenda immediatamente la sobrietà.
-Mi sembra stupendo.
Alexander assentì e lo portò via di lì.
Orrick respirò a fondo.
-Quanto denaro devo al re?
-Che denaro?- domandò Draven.
-Il denaro che io…
-Lord Orrick – lo interruppe Simon con voce tesa -Credo che abbiate capito male la
domanda di mio fratello.
Che denaro?
Le lacrime riempirono gli occhi di Orrick mentre si schiariva la gola. -Fareste questo per
me?
Draven non rispose; invece si girò e abbandonò il salone.
Orrick si sedette e cominciò a piangere.
Emily rimase in silenzio mentre Christina tentava di consolare suo marito. A disagio, si
scusò e si alzò per andare in cerca di Draven.
Era ritornato nella sala delle udienze. Spinse la porta che lui aveva lasciato socchiusa ed
entrò, indecisa, nella sala.
Draven era in piedi, di spalle alla porta, e stava chiudendo i libri contabili.
-Milord?
Lui fece una pausa quando sentì la sua voce, poi ricominciò a chiudere i libri senza
disturbarsi a guardarla.
-Sì, milady?
-Perché lo avete fatto?
-È un brav’uomo, che ama la sua famiglia. Perché avrei dovuto desiderare la sua morte?
In quel momento, lei comprese che quello non era un uomo che faceva incursioni in un
paese per assassinare persone innocenti nei loro letti. Suo padre si sbagliava riguardo a
Draven.
-Voi non avete attaccato il villaggio di mio padre, non è così?
-Credete che farei una cosa del genere?
Il suo sguardo sembrava troppo onesto per essere falso.
-No, ma mio padre sì.
-Non vi offendete, milady, ma vostro padre è un ignorante.
-Ditemi, milord – aggiunse lei con un sorriso – esiste un buon motivo per ascoltare
queste parole?
Lui non le restituì il sorriso. Invece, si voltò verso i libri e finì di metterli a posto.
Emily si avvicinò per aiutarlo, e fu allora che vide il dolore riflesso nei suoi occhi. C’era
qualcosa che lo preoccupava.
-Cosa c’è? – gli domandò.
-Cosa c’è, cosa?
Lei inclinò la testa e lo guardò accigliata.
-Avete qualcosa in mente che non avete detto.
-Ho molte cose in mente che non dico – rispose evasivamente.
-Ma questo vi preoccupa.
-Tutte mi preoccupano, in un modo o nell’altro.
Per Dio, era impossibile quell’uomo! Perché non rispondeva semplicemente alla sua
domanda?
-Va bene – disse lei, tentando di nuovo -Mia madre diceva che uno deve condividere i
suoi problemi. Se voi me li raccontaste, sicuramente le vostre preoccupazioni
diminuirebbero, e l’unica cosa che si ottiene tacendo è avvelenare il sangue e
corrompere l’anima.
-Può essere che mi faccia piacere avere l’anima corrotta – disse semplicemente.
-Forse sì. Ma dovreste dire quello che pensate. Mio padre afferma che questo fa bene
alla salute.
Con espressione divertita, Draven disse: -Allora dovete essere la persona più in salute
che conosco.
Lei rise.
-È quello che dice anche mio padre.
Lei gli offrì il libro che aveva preso, e quando lui lo fece, le loro dita si sfiorarono.
Rimase paralizzato, guardando fisso le dita di Emily. Qualcosa di caldo brillò nei suoi
occhi, illuminandoli dei tanti toni dell’azzurro.
Baciami, pregò lei in silenzio, anelando a sentire la pressione delle labbra di lui sulle
sue.
Ma non lo fece.
Invece, prese il libro e lo rimise insieme agli altri nella libreria.
Emily sospirò.
-Adesso avete finito qui.
-Sì. Se partiamo entro un’ora, arriveremo alla locanda al tramonto.
Emily si sentì un groppo alla gola man mano che la delusione la sopraffaceva. Aveva
dimenticato la sua richiesta di andare alla fiera?
-Ma…
Draven si girò verso di lei, facendola zittire.
-Ma…? – domandò.
Lui vide la delusione nei suoi occhi.
-Niente – rispose lei, chinando la testa scoraggiata -Andrò a preparare le mie borse.
Draven si accigliò quando lei lasciò la stanza. E ora che diavolo le prendeva? Non
poteva essere irritata ancora per i suoi bagagli, o si?
Era tanto felice solo un momento prima, e ora…
Scosse la testa. Donne. Quale uomo era in grado di capirle?
Stringendosi nelle spalle, uscì dalla stanza e si diresse nel salone alla ricerca di Simon
che occupava ancora il suo posto sul palco. Draven allontanò rapidamente lo sguardo dal
tavolo del lord per osservare suo fratello.
-Dov’è Orrick?
Simon indicò le scale con l’uva che aveva in mano.
-Christina lo ha portato di sopra perché si rimettesse. Sembra che l’hai commosso con la
tua compassione – disse mentre si faceva esplodere un acino d’uva in bocca.
Draven assentì. Avrebbe pagato di tasca propria Enrico, e una volta che il debito fosse
stato saldato, questi avrebbe lasciato in pace il barone.
-Hai un’idea di quello che succede ad Emily? – domandò Draven quando suo fratello
ebbe mangiato tutta l’uva.
Scegliendo dell’altra frutta dal vassoio che aveva davanti, Simon scrollò le spalle.
-Stava bene quando è uscita da qui. Che cosa le hai detto?
Draven si irrigidì davanti al senso che implicavano le sue parole.
-Non ho fatto altro che dirle di prepararsi a partire. Ce ne andremo da qui non appena
tutti avranno preparato le proprie cose e i cavalli saranno sellati.
Simon gettò l’uva addosso a suo fratello.
Agilmente Draven la schivò e si accigliò davanti allo sguardo divertito di Simon.
-Sei un imbecille!
Draven inarcò le sopracciglia a quell’insulto ingiustificato.
-Come hai detto?
-Capisco, fratello, che sei abituato a schioccar le dita perché i tuoi uomini ti seguano
mentre ingoiano le loro lamentele affinché tu non li squarti, ma la dama non lo sa. Hai
appena finito il lavoro e vuoi già saltare sul tuo cavallo e tornare a casa. Emily voleva
andare alla fiera.
Draven lo fissò scettico.
-Siamo qui da tre giorni. Ho pensato che l’avessi già accompagnata. Perché è per questo
che sei venuto, non è così? O sei qui solo per mangiare l’uva e per infastidirmi?
-Principalmente per la seconda cosa – ammise Simon con un sorriso affettato -Tuttavia,
se tu avessi messo la testa fuori da quella stanza negli ultimi due giorni, avresti saputo
che mi sono storto una caviglia lo stesso pomeriggio del nostro arrivo.
Incredulo, Draven incrociò le braccia sul petto.
-Facendo cosa?
-Camminando.
-Camminando? – domandò rigido.
-Sì, camminando – ripetè Simon -Disgraziatamente, non ho potuto scortare la dama. Il
meno che potresti fare è portarla tu al posto mio.
-Non ho tempo per simili frivolezze.
-Oh, certo, dimenticavo. Devi tornare a casa e andare avanti e indietro come un orso
minaccioso. Non so come ho potuto essere tanto stupido.
Draven si irrigidì ancora di più davanti alla sua audacia.
-Attenzione, fratello – grugnì -Stai passando i limiti.
-Che Dio non voglia una cosa del genere. Ma…- Simon fece una pausa e appoggiò il
gomito sul tavolo -Lo considererei come un piccolo favore da parte tua se portassi la
dama alla fiera. Da quello che mi ha raccontato Christina, a Emily non è stato mai
permesso di uscire dalle terre di suo padre, non ha mai visto una fiera, e se hai ancora un
briciolo di bontà nel tuo cuore, questa volta glielo permetterai. Probabilmente, non avrà
più un’occasione del genere nella sua vita.
Simon lo stava manipolando. Ne era sicuro. Tuttavia, da quello che aveva sentito lui
stesso, sapeva che Emily aveva vissuto una vita eccessivamente protetta. Avendo
passato l’infanzia sotto l’oppressione di suo padre, poteva capire che lei desiderasse fare
qualcosa di divertente. E benché a lui non interessavano tali eventi, senza dubbio lei se li
sarebbe goduti.
E sicuramente avrebbe sorriso di nuovo.
Il suo umore migliorò nel momento stesso in cui immaginò il suo bel sorriso.
Compiacerla non sarebbe stato poi così brutto, no?
Draven osservò suo fratello col volto inespressivo.
-Così ti sei storto una caviglia, eh?
-Di nuovo la stessa domanda? – Simon alzò la sua gamba destra affinché Draven potesse
vederla -Come puoi vedere, la mia caviglia è abbastanza gonfia.
Draven non avrebbe saputo dirlo, dato che Simon l’abbassò tanto rapidamente che lui
riuscì appena a dargli un’occhiata.
-Partiremo domattina– annunciò Draven mentre si girava per abbandonare il salone -Con
la caviglia gonfia o no.
Capitolo 9

Con Alys che pestava i piedi, Emily scendeva le scale, dispiaciuta. Le sarebbe piaciuto
aver avuto il tempo di salutare Christina, ma questa era ancora nelle sue stanze con
Orrick.
Benché a Draven non gli avrebbe fatto male aspettarla di nuovo, Emily non ebbe il
coraggio di tormentarlo. Non quando si sentiva così delusa.
Abbattuta, scese gli scalini per trovare proprio l’orco a cui stava pensando vicino alla
porta.
Senza una parola, gli porse le bisacce.
A sua volta, lui le consegnò alla sua domestica.
-Portale di nuovo sopra – disse ad Alys.
Emily corrugò la fronte e alzò lo sguardo dal pavimento per inchiodarlo su di lui.
-Ora non potrò nemmeno portarmi quelle?
Lui si strinse nelle spalle, indifferente.
-Potete portarle, se volete, ma sembrerete un pò strana portando le bisacce alla fiera.
La gioia l’attraversò e il suo umore migliorò all’istante.
-Allora lascerete che vada? – gli domandò, nervosa.
Draven le rivolse uno sguardo di rimprovero.
-Avreste dovuto dirmi che Simon non vi aveva ancora portato. Non vengo mai meno alla
mia parola, milady. L’unica ragione per cui vi ho permesso di venire è stato per la fiera.
Non posso permettere che torniamo a Ravenswood finchè non ci sarete andata.
Impulsivamente, lo circondò con le braccia e lo strinse con forza. Il corpo di Draven
sembrava incastrarsi bene tra le sue braccia. Troppo bene, pensò, mentre notava come i
suoi muscoli si flettevano intorno a lei.
Lui si liberò rapidamente dal suo abbraccio.
Comunque, le sue azioni non la intimidirono. Si sentiva troppo felice in quel momento
per arrabbiarsi per un piccolo sgarbo.
-Attenzione, milord – disse furbescamente -Potrei cominciare a pensare che non siete
l’orco malvagio che volete dimostrare di essere.
Lui non rispose, ma il suo atteggiamento si ammorbidì leggermente.
-Quanto tempo ci vorrà per arrivare? – domandò.
Draven sentì l’impulso di sorridere, ma si frenò.
-Non molto. I cavalli sono già sellati.
Lei gli passò accanto di corsa, si fermò sulla porta e si girò per vedere se lui si era
mosso.
-Bene, milord, andiamo. Presto!
Draven obbedì e, questa volta, quando l’aiutò a montare, fece molta attenzione a non
toccarla più del necessario.
Ma il delizioso odore di bosco dei suoi capelli gli restò addosso anche quando montò sul
suo cavallo e la condusse fuori dalle mura del castello.
-Credete che ci saranno i giocolieri? – domandò Emily non appena oltrepassarono il
ponte -Mi piace guardarli. E scommetto che c’è anche un palo di maggio. Christina
raccontava sempre delle storie sulla fiera annuale di York. C’era sempre un palo di
maggio, anche se la fiera era in agosto. “Avete mai visto un acrobata che si mette i piedi
sulla testa? Una volta venne uno così al castello di mio padre, anni fa e io…”
Continuò a parlare senza fermarsi finchè Draven non ebbe l’impressione che la testa gli
sarebbe scoppiata. Non aveva mai conosciuto nessuno a cui piacesse tanto parlare come
a lady Emily. Nemmeno Simon.
A dire il vero, non sapeva da dove tirava fuori tante parole. Non le mancavano mai le
parole, le idee o le domande?
Faceva solo una piccola pausa perché lui potesse darle una breve risposta e poi
ricominciava di nuovo.
Dopo un momento, lui imparò ad emettere un semplice grugnito quando lei faceva una
pausa per prendere fiato. Soddisfatta dalle sue risposte, lei portava tutto il peso della
conversazione, e dopo un pò Draven cominciò a sentirsi stranamente compiaciuto del
suono felice del suo chiacchiericcio.
Quando finalmente arrivarono alla fiera, lei saltò dal cavallo prima che avesse
l’opportunità di aiutarla a smontare. Fu stupito che non si era fatta alcun male.
-Oh, guardate – sospirò lei, con gli occhi che splendevano mentre si girava e rigirava su
se stessa come un bambino a Natale -Non è bellissimo?
Draven studiò il terreno sovraffollato di tende, tavoli e persone. Non si era mai
interessato a quelle fiere, ma lady Emily non sembrava condividere quella visione
disgustata. Le tende multicolore e le insegne che annunciavano le merci e i prodotti gli
sembravano troppo sontuose.
-Assicuratevi di non allontanarvi dal mio fianco – l’avvertì mentre legava i cavalli a un
palo e pagava un ragazzo affinché li vigilasse.
-Non lo farò – gli promise.
Draven si voltò a guardarla.
-Allora cominciamo da dove volete, milady. La giornata è tutta per voi.
Col viso illuminato, lei si sollevò leggermente le gonne e cominciò a camminare.
Draven non aveva mai visto niente di simile a quella donna che si muoveva tra la folla
con la curiosità di un bambino felice.
La luce del sole riverberava sui suoi capelli dorati e sul colore rosato delle sue guance
mentre passava rapidamente da un posto all’altro, guardando tutto.
-Castagne dolci per la dama? – domandò un mercante quando lei si avvicinò al suo
tavolo.
Draven notò la sua indecisione prima che lei scuotesse la testa per declinare l’offerta.
-Grazie, ma no.
Quando si avviò verso la seguente bancarella, Draven annuì al commerciante e gli diede
mezzo penny. Prendendo le castagne pelate e arrostite, messe in un sacchetto di pelle di
pecora, la seguì fino alla tenda seguente, dove lei stava guardando un assortimento di
articoli per la toilette.
-Prendete – disse Draven, passandole le castagne.
Lei guardò prima la sua mano, poi il suo viso e sorrise.
-Come sapevate che le volevo?
-Una semplice supposizione.
Il suo sorriso si allargò quando prese una castagna e se la mise sulla lingua.
-Mmm- sussurrò, chiudendo gli occhi per assaporarle -Sono deliziose.
Ma non tanto quanto la dama che gli stava di fronte. Avrebbe venduto quello che gli
restava della sua anima pur di essere il cibo che assaggiava con tanto entusiasmo.
Leccandosi le labbra, lei gli tolse il sacchetto dalle mani.
-Dovreste provare questo – gli disse, prendendo un’altra castagna e mettendola sulle sue
labbra. Draven si sforzò di socchiudere le labbra. Le dita gli bruciarono la bocca quando
lei la sfiorò con il frutto.
-Delizioso – disse, pensando più alla sensazione della sua pelle morbida che al sapore
del cibo.
Qualcosa captò la sua attenzione e lei girò la testa. Draven si lasciò scappare un sospiro
irrigidendo la gamba ferita contro il terreno in un tentativo di tenere il suo lussurioso
corpo sotto controllo. Il dolore gli fece diminuire un pò il desiderio.
-Oh, guardate! Un giocoliere. – Gli afferrò la mano e lo tirò a sé.
Senza parlare, lui le permise di trascinarlo attraverso la folla. Sapeva che il suo contatto
non significava niente per lei, che era semplicemente impaziente, ma a lui lo faceva
ardere fin nel profondo del suo essere.
Strinse i denti. Oh, gli sarebbe piaciuto avere un momento per mostrarle piaceri che
andavano al di là di qualunque cosa lei potesse trovare lì. Per quanto la desiderava,
avrebbe potuto dare facilmente ad entrambi una settimana intera di piacere… se solo
avesse osato farlo.
Ma se avesse osato, prima o poi la maledizione avrebbe fatto la sua comparsa e la sua
relazione sarebbe finita con molte morti.
Passandosi la mano sugli occhi, guardò il giocoliere che alternava uova, angurie e
coltelli.
Quando l’artista terminò il suo numero, lei cominciò a dare salti di gioia e ad applaudire
con forza mentre sosteneva il sacchetto di castagne contro il suo petto. Lui osservò la
piccola borsa annidata sul suo seno con invidia. In quel momento, avrebbe cambiato con
gioia il suo posto con il sacchetto.
Lei si volse a guardarlo con un sorriso abbagliante.
-Era molto bravo, vero?
Draven non ebbe l’opportunità di rispondere perché Emily gli prese la mano, lo fece
girare e si diresse nella direzione contraria.
La sua prossima fermata fu ad una tenda di nastri e tessuti.
-Un bel nastro per la dama? – domandò l’anziana donna -O un tessuto per una bella
tunica o un velo?
Emily scosse la testa.
-No. Sto solo dando un’occhiata.
Dopo un momento, Emily fece una pausa e tornò a guardare attraverso la folla cercando
la prossima distrazione, e fu allora che Draven vide i granelli di zucchero che aveva sul
labbro inferiore. Estasiato, la guardò fisso, desiderando disperatamente di pulirla con un
bacio. Prendere quel labbro tra i suoi denti e leccare lo zucchero mentre assaggiava la
dolcezza della sua bocca.
Lei fece un passo e Draven la strattonò per fermarla. Lo osservò, confusa, con le
sopracciglia aggrottate.
-Avete… uhm… è…- Draven si interruppe.
Per l’amor di Dio, era solo zucchero! Cosa gli stava succedendo, che non riusciva a dirle
di leccarsi il labbro e smetterla una buona volta?
Allungò la mano per togliere i granelli, ma non appena si rese conto di come gli
tremava, la lasciò cadere di lato.
-Che succede? – gli domandò.
-Avete dello zucchero sul labbro.
Ecco, lo aveva detto.
Finalmente.
-Oh – disse lei, radiosa -Grazie.
La punta rosata della sua lingua scivolò sul labbro e se lui aveva pensato che lo zucchero
era provocante, non era niente se paragonato all’elettrizzante sensazione che gli bruciò
l’inguine quando vide la sua lingua.
E poi lei si passò le punta delle dita sul labbro; quel gesto quasi lo uccise.
-Ho pulito tutto? – domandò lei innocentemente.
Ancora no, pensò seccamente Draven, ma mi piacerebbe essere io a farlo.
Schiarendosi la gola per quel pensiero traditore, assentì.
-Sì. Va bene.
-Vengano, vengano tutti!- urlò una voce dal centro della folla -Alfred, il re dei Trovatori,
sta per suonare.
Un trovatore? Draven gemette. Sicuramente Emily aveva il buon gusto di non voler
sentire quelle ridicolaggini sull’amore e l’onore.
Personalmente, avrebbe preferito che lo spellassero prima di dover ascoltare i gemiti di
un musicista che canticchiava.
-Un trovatore! – esclamò lei entusiasta.
Lui gemette più forte.
Ma lei non gli badò. Afferrandolo per il polso, attraversò praticamente di corsa tutta la
folla fino ad arrivare allo spazio che avevano ricavato per il tormentoso evento.
Le panche erano situate intorno al ceppo di un albero su cui il trovatore si era seduto
mentre accordava il suo liuto. Draven la condusse fino ad una panca a sinistra del
giullare. Quando la zona fu piena di gente, il trovatore cominciò a cantare una storia su
una dama normanna e l’idiota del suo amante.
Draven non ascoltò molto prima di prestare tutta la sua attenzione alla donna che aveva
accanto.
Una leggera brezza le scompigliava i capelli, portando dei ciuffi sul viso.
Distrattamente, lei alzò una mano snella e rimise le ciocche dietro l’orecchio. Le sue dita
accarezzarono il lobo e la mandibola, mandando ondate di lussuria liquida attraverso il
corpo di Draven.
Si vide stendere la mano fino a quelle ciocche e passare le dita tra esse, trascinarla
contro di sé e arrendersi al desiderio di baciarla come si doveva.
Di nuovo, le immagini del suo sogno gli attraversarono la mente, e vide la cremosità
della sua carne nuda che splendeva alla luce delle candele mentre camminava verso di
lui. E in quel momento di desiderio, avrebbe giurato di aver sentito il corpo della donna
stretto contro di lui, sentito le sue gambe che lo circondavano per i fianchi mentre lui si
introduceva profondamente dentro di lei.
Strinse disperatamente i denti. Come diavolo avrebbe passato un anno intero con lei
senza toccarla, quando tutto quello a cui riusciva a pensare era possederla?
A cosa stava pensando Enrico quando gli aveva ordinato quella stupidaggine?
In quel momento poteva dimenticare il suo passato, la maledizione. Tutto. Di tutto
tranne che di lei e della risata che aveva portato nella sua vuota esistenza.
Come lo faceva? Come faceva ad emozionarsi e a stupirsi con cose tanto semplici come
una castagna o un nastro?
Dio Santo che sei nei cieli, dammi la forza per mantenere il mio giuramento. O manda
un arcangelo perché mi ammazzi qui, in questo stesso momento, prima di avere
l’opportunità di macchiare il mio onore e quello di lei.
Non si sarebbe comportato come suo padre. Non avrebbe mai tradito il suo giuramento!
Mai. Lei si voltò e lo guardò con espressione tenera.
Draven sbattè le palpebre e rivolse rapidamente lo sguardo verso il trovatore. Doveva
concentrarsi su qualcosa. Su qualunque cosa che non fosse lei.
Deciso, ascoltò la canzone su un soldato saraceno e una principessa normanna. La
sciocca storia d’amore di un uomo che si degrada per la sua dama fu quasi abbastanza
disgustosa da fargli rimescolare le budella.
Almeno lui sapeva che non si sarebbe mai comportato in modo tanto sciocco per una
donna.
Un uomo adulto che attraversava nudo il campo nemico a causa del suo amore!
Che assurdità!
Rivoltante.
Quando il trovatore finì, Emily si volse verso di lui e sospirò.
-Che storia bellissima. È sempre stata la mia favorita da quando ero una bambina e un
trovatore venne nel nostro castello e la cantò.
Lui sbuffò.
-Piccolo ignorante innamorato – disse pensando al guerriero del quale il trovatore aveva
cantato -Nessun uomo camminerebbe mai nudo fino al castello del suo nemico.
-Ma Accusain amava Laurette- insistette Emily -e solo in quel modo poteva
provarglielo.
Draven fece una smorfia di disprezzo con la bocca.
-Lascerò queste ridicole fantasie alle donnicciole come quel trovatore. Nessun uomo che
si rispetti farebbe una cosa simile.
Lei appoggiò la spalla contro il suo braccio e gli diede una leggera gomitata.
-Forse no, ma ogni donna sogna una cosa simile.
Draven si rifiutò di guardarla per non lasciarsi stregare di nuovo dal suo incantesimo.
-Allora le donne e gli uomini hanno molto in comune, credo.
-Che volete dire?
-Ogni uomo che conosco sogna che una donna nuda attraversi i ponti del suo castello
cercandolo.
Il rossore inondò le sue guance e lui capì che l’aveva finalmente sorpresa. A dire il vero,
non sapeva perché aveva detto una cosa simile davanti a lei. Non era mai stato tanto
volgare in presenza di una dama.
-Siete cattivo, milord- rise lei -Molto cattivo, in effetti.
Disgraziatamente non lo era stato nemmeno la metà di quello che desiderava essere. In
realtà, gli sarebbe piaciuto mostrarle il significato completamente nuovo della parola
cattivo.
E della parola piacere.
Specialmente da quando lei stava dando un nuovo significato alle parole: disperato e
anelante.
Il trovatore cantò altre due storie simili prima di fare una pausa. Emily si era alzata
prima che Draven potesse battere ciglio, e lo stava già strattonando perché si alzasse.
Quando lo fece, strinse la mandibola per la rigidità del suo ginocchio. Non si accorse
che la smorfia di dolore era stata visibile finchè non fece attenzione all’espressione sul
viso di Emily.
La preoccupazione sul suo viso lo sorprese.
-Come vi siete ferito il ginocchio?
Il suo primo impulso fu di mandarla a quel paese con una risposta sarcastica. Ma prima
che potesse pensarne una, le stava già dicendo la verità.
-Fui investito da un cavallo da ragazzo.
Draven omise il fatto che il cavaliere era stato suo padre e che l’evento non era stato
affatto un incidente ma un palese sforzo per assassinare Simon.
Le sopracciglia di Emily si unirono formando una V profondo.
-Siete stato fortunato che non vi ha lasciato zoppo.
Draven si appoggiò pesantemente sull’articolazione finchè il dolore diminuì
leggermente.
-Fu unicamente grazie alla mia forza di volontà che non è successo.
-Deve farvi molto male.
Draven non rispose.
Dalla folla arrivò loro il pianto di una bambina.
-Mamma? – piangeva la piccola.
Emily guardò oltre la spalla di lui. Prima di capire che avrebbe fatto, lei si era già
avvicinata alla bambina che stava ad alcuni metri di distanza.
Si inginocchiò accanto alla bambina e le accarezzò dolcemente la guancia.
Dal vestito stracciato e i capelli trasandati, Draven dedusse che era la figlia di qualche
contadino. Ma Emily non sembrò notarlo. Prese un angolo del suo mantello e asciugò
delicatamente le guance umide della bambina.
-Hai perso tua madre? – domandò Emily.
-Sì- singhiozzò la bambina -Voglio la mia mamma.
-Come si chiama?
-Mamma.
Draven alzò gli occhi al cielo mentre si incamminava per raggiungerle. Certamente quel
nome non sarebbe servito a molto.
Emily sorrise gentilmente.
-Bene, suppongo che qui molte donne risponderebbero a quel nome. Com’è la tua
mamma?
-Molto bella – disse la bambina tirando su il naso.
Emily alzò lo sguardo su di lui.
-Una bella donna che si chiama Mamma. Credete che potremo trovarla, milord?
-Con questa folla, chi lo sa.
Allora Emily fece una cosa completamente inattesa: allungò una mano e gli diede dei
pizzicotti sulla gamba buona.
-Milord, per favore. Sto cercando di consolare la bambina. Non la spaventate ancora di
più.
Draven tenne a freno la lingua. Nessun uomo, né tantomeno una donna, erano stati mai
tanto a proprio agio in sua presenza da allungare una mano e toccarlo.
Nemmeno Simon.
-Come ti chiami, piccola? – domandò Emily alla bambina.
-Edyth.
-Allora vieni, Edyth. Troviamo tua madre. Ti starà cercando anche lei – Emily si alzò, e
con stupore di Draven, prese la bambina e se l’appoggiò seduta su un fianco.
-Milady – la avvertì Draven -Vi sporcherà il vestito.
-Le lacrime spariscono con l’acqua, come la sporcizia – disse Emily senza dargli
importanza.
La ragazza appoggiò la testa sulla spalla di Emily e le circondò il collo con le braccia.
Draven sentì qualcosa dentro di lui quando Emily cullò la bambina contro il suo petto.
Quel sentimento era qualcosa che, in realtà, non voleva identificare mentre guardava
Emily dare alla bambina il sacchetto con le castagne, portarla attraverso la folla e
fermarsi ogni tanto a chiedere se conoscevano la bambina o sua madre.
Non erano andati molto lontani quando si rese conto che Emily sembrava stanca per il
peso della bambina, ma si rifiutava di lasciarla.
-Fermatevi – le disse senza pensarci su due volte -Lasciate che la porti io.
Gli occhi della bambina si spalancarono per la paura, mentre si allontanava il più
possibile dalle sue mani.
-Mi farà male, milady? – domandò la bambina in un sussurro che Draven però sentì.
-No, Edyth. Sua Signoria è un orco buono.
La bambina sembrava dubbiosa.
-Mamma dice che i nobili fanno male a tutte le piccole contadine che trovano.
Emily le accarezzò i capelli.
-Tua madre ha ragione, certo, e in genere, è meglio che ti allontani da loro il più
possibile; ma questo nobile è diverso dagli altri. Ti prometto che non ti farà del male.
-Ma è molto grande!
Emily diede un’occhiata al di là della bambina, e la sua espressione di ammirazione gli
provocò uno strano calore nel petto.
-Lo è, ma scommetto che tra le sue braccia potrai vedere bene al di sopra di tutta questa
folla, e così potrai trovare tua madre.
La ragazza si morse le labbra e annuì. Si allontanò da Emily e tese le braccia a Draven.
Con tutta la cautela che gli riuscì, Draven prese la bambina. Per un istante, fu paralizzato
dalla strana sensazione nel tenere un bambino contro il suo petto. Non aveva mai fatto
prima una cosa simile. Ma era gradevole avere quelle braccia smilze intorno al collo e
ascoltare quella risata infantile vicino al suo orecchio.
-È molto duro – rise la bambina -Non è morbido come voi, milady.
Emily le diede qualche pacca sulla schiena sfiorando la mano di lui nel farlo.
Il desiderio lo colpì con tanta forza nel petto che, per un momento, lo lasciò senza
respiro. Il desiderio di un sogno che aveva confinato e dimenticato.
E per un momento si permise di pensare a quello che sarebbe stata la sua vita se avesse
osato prenderla in moglie. Cosa sarebbe stato portare un figlio proprio tra le braccia.
Ma non appena quel pensiero penetrò nella sua mente, l’eco delle grida risuonò nella sua
testa. Sentì il dolore nel suo ginocchio e seppe dal profondo del cuore che non avrebbe
osato correre un rischio simile.
-Edyth!
A quel grido di allarme si voltò.
-Mamma! – rispose la ragazzina, dandogli calci con le gambe.
Draven mise a terra la bambina che corse verso la contadina che aprì le braccia per
prendere la figlia.
-Oh, Edyth, temevo di averti persa per sempre! Non ti vedevo più intorno!
-Mi dispiace, mamma. Non lo farò più. Te lo prometto.
Draven rimase indietro mentre Emily si avvicinava a loro.
-Guarda, mamma – disse Edyth mostrando il sacchetto alla madre -La signora mi ha
dato le castagne dolci.
La donna passò lo sguardo da quello che teneva la bambina ad Emily e poi lo abbassò a
terra.
-La mia più sincera gratitudine, milady.
-È stato un piacere – rispose lei -Avete una figlia meravigliosa.
La donna li ringraziò di nuovo, prese la mano della figlia e andarono via. Quando Emily
si voltò verso di lui, Draven si accorse della tristezza che riflettevano i suoi occhi.
-Che succede, milady? – le domandò.
-Dubito che potreste capire- Con l’allegria precedente ormai svanita, si fece strada
attraverso la folla ad un passo meno baldanzoso.
Draven non disse altro ma, dopo qualche minuto, lei gli disse: - Era una bambina molto
dolce, vero?
Lui scrollò le spalle.
-Non sono mai stato vicino ad un bambino, così non posso fare alcun paragone.
Un sorriso triste fiorì sulle labbra di Emily mentre si metteva un ciuffo di capelli dietro
l’orecchio.
-Ci sono molti bambini nel castello di mio padre, i figli dei nostri contadini e quelli che
ci mandano alla nostra attenzione. Ma quello che più desidero a questo mondo è avere
intorno a me dei figli miei.
-Allora perché non vi siete sposata?
Gli occhi le brillarono per le lacrime trattenute.
-Mio padre nega il suo permesso- disse con tristezza mentre proseguiva -Non importa
quante volte lo preghi e lo supplichi, non cederà.
-Perché?
-Ha paura.
-Di cosa?
-Di perderci.
Draven aggrottò le sopracciglia.
-Ma per i suoi fini egoistici, vi priverebbe di quello che desiderate? Non sembra molto
giusto.
-Lo so – disse lei, circondandosi con le proprie braccia mentre continuava a camminare
-E in giornate come queste quasi arrivo a maledirlo. Ma so che non lo fa per cattiveria.
Lo fa per amore, e non posso incolparlo per quel motivo.
-Suppongo che posso capirlo.
Lei lo guardò.
-Davvero? Non credo che per gli altri sia facile comprendere i suoi motivi. So che non
conoscete molto bene mio padre, ma è un brav’uomo, con un gran cuore.
Draven non rispose.
-Ancora adesso – continuò lei – riesco a ricordare lo sguardo del suo viso il giorno che
mia sorella Anna morì. Anche quando morì la mia sorella maggiore, Mary, stette
malissimo. Ma davvero la morte di Anna spezzò qualcosa dentro di lui. Io avevo undici
anni, e riunì me, Joanne e Judith tra le sue braccia e giurò che non avrebbe mai permesso
che un uomo ci ammazzasse.
Draven sentì che il sangue abbandonava il suo viso.
-Come morirono? – domandò, cercando di confinare l’immagine di sua madre che
giaceva senza vita.
-Come mia madre, morirono durante il parto. E fin da allora, mio padre si incolpa per
ognuna di quelle morti. Per quella di mia madre perché lui voleva un altro figlio, e di
quelle delle mie sorelle perché permise loro di sposarsi- respirò profondamente
-All’inizio mi sentii grata,
quando vidi che le mie amiche si sposavano con uomini molto più vecchi di loro. Ma col
passare degli anni, ho incominciato a sentire un vuoto dentro di me.
Draven si domandò perché lei gli stava raccontando tutto ciò. Non era il tipo di persona
che la gente vedesse come un confidente. Ma rimase in silenzio quando lei continuò.
-Ogni volta che vedo una madre con il suo bambino, lo avverto ancora di più. E ora
vorrei…- scosse la testa -Credete che sia una stupida?
-Credo che siate una donna che sa quello che vuole.
Lei lo guardò e gli dedicò un sorriso riconoscente.
-E cosa mi dite di voi?
-Io? – domandò sorpreso.
-Non desiderate avere una famiglia?
La domando lo prese alla sprovvista. Nessuno glielo aveva mai chiesto prima.
-Ho la mia spada, il mio scudo e il mio cavallo. Questa è tutta la famiglia di cui ho
bisogno.
Lei si accigliò.
-E cosa ne è di Simon?
-Al contrario di vostro padre, milady, io non mi aggrappo alle persone. La maggior parte
delle volte, sono felice della compagnia di mio fratello. Ma so che verrà il giorno in cui
andrà via. È la legge della vita.
-Non vi preoccupa rimanere solo?
-Sono arrivato in questo mondo in quel modo e, sicuramente, sarà così che lo lascerò.
Perché dovrei aspettarmi che gli anni tra questi due eventi fossero diversi?
Emily si limitò a guardarlo fisso mentre digeriva le sue parole. La sua tranquilla
accettazione dei fatti la lasciava sbalordita.
-E non desiderate che fosse altrimenti?
-Se non si desidera nulla, non ci sarà nulla che potrà deluderti.
Quelle parole la fecero rabbrividire. Come poteva vivere pensando in quella maniera.
-Vivete in un posto molto freddo, milord. E il fatto che sembri piacervi tale situazione,
mi porta a compatirvi.
-Mi compatite? – domandò incredulo.
-Certo.
Emily sospirò. Non c’era alcun bisogno di portare oltre quella discussione. Lui era un
uomo ostinato e le ci sarebbe voluto un pò per attraversare le sue difese spinose. Ma ci
sarebbe riuscita. In un modo o nell’altro.
-Andiamo, milord – disse prendendogli nuovamente la mano -Non parliamo più di cose
tanto serie quando ci troviamo in mezzo a tanto divertimento. Vedo che si stanno
preparando per una lotta corpo a corpo, e qualcosa mi dice che vi piacerebbe molto di
più vedere questo che ascoltare un’altra delle storie del trovatore.
Draven assentì.
E così passarono il resto del pomeriggio. Anche se Draven non si mostrava interessato a
niente, sembrava abbastanza contento di vedere che lei si divertiva.
Emily cercò di nuovo di farlo rilassare e godersi la giornata, ma fu inutile.
-Andiamo, lord Draven- disse indicando il palo di maggio -non vi piacerebbe alleggerire
i piedi e ballare per un momento?
-Se facessi una cosa simile, milady, tutti si renderebbero conto di quanto io sia
scoordinato, ed essendo un cavaliere della corona, e non un ignorante, non mi
piacerebbe affatto che si ridesse di me- e la sollecitò gentilmente a dirigervi verso il palo
con una leggera gomitata -Ballate, se dovete farlo.
-Molto bene- lei disse allontanandosi dal suo fianco e prendendo uno dei nastri rossi.
Draven incrociò le braccia sul petto mentre contemplava Emily che ballava intorno al
palo.
Era davvero sorprendente. I suoi capelli e la sua gonna le volteggiavano intorno quando
girava in circolo, intrecciando il suo nastro con quello degli altri partecipanti senza
smettere di ridere.
Come desiderava poter dire che quello che le aveva detto sulla sua vita era vero: perché,
in realtà, sì, desiderava qualcosa.
Desiderava lei.
E tra loro non si intrometteva nient’altro che alcune semplici parole.
E una maledizione.
Sì, la maledizione. Stringendo i denti, cercò di cancellare dalla sua mente l’immagine
del viso pallido di sua madre.
Non importava quello che sentiva, non avrebbe mai mancato alla parola che aveva dato
ad Enrico. La sicurezza di Emily era al di sopra delle sue necessità e desideri.
Si sarebbe trattenuto.
Dopo il ballo, lei tornò accanto a lui, gli occhi scintillanti.
-Avreste dovuto unirvi a noi- gli disse senza fiato -è stato meravigliosamente divertente.
Impulsivamente, Draven accarezzò una ciocca di capelli che le cadevano sul viso. Le
punte delle sue dita si trattennero sulla morbidezza della sua pelle prima che lui le
mettesse i capelli a posto. Fu un gesto senza importanza, ma nonostante ciò, ondate di
desiderio percorsero il suo corpo, stordendolo. Lasciò cadere la mano, ma continuava a
sentire il calore della sua pelle che lo bruciava, e desiderò con tutte le sue forze poter
dimenticare il suo giuramento e prenderla una volta per tutte.
Non toccherò la dama, né per collera, né per lussuria.
Manterrò il mio giuramento!
Con la volontà di nuovo ferma, disse: -Odio dovervi allontanare dal divertimento,
milady. Ma fra un’ora sarà buio e temo che dobbiamo ritornare.
-Molto bene- Allungò la mano e intrecciò il braccio a quello di lui.
Draven divenne rigido; sapeva che doveva allontanarsi, ma gli piaceva la sensazione che
avvertiva nell’averla accanto.
Rilassandosi, la guidò attraverso i commercianti e le loro merci.
Quando passarono di fronte alla tenda di un orafo, si accorse che Emily rallentava il
passo.
Draven si fermò, e con riluttanza, sciolse il braccio da quello di lei.
-Prendete – disse tirando fuori un marco d’oro dal suo borsellino -Andate a comprarvi
qualche cosa come ricordo di questa giornata.
-Non posso accettare- gli rispose -è troppo denaro.
-Su – insistette lui gentilmente, mettendoglielo in mano -Vi assicuro che non c’è niente
in questa fiera che possa rovinare le mie finanze.
Lei lo osservò con scetticismo mentre stringeva la moneta tra il pollice e l’indice.
-Siete sicuro?
-Mi farebbe molto piacere se lo spendeste.
La osservò mentre lei si avvicinava per guardare i braccialetti esposti sul tavolo.
-Guardate questo, milady – disse il commerciante, sostenendo una elaborata collana con
uno smeraldo -Questa collana sarebbe il complemento perfetto per i vostro occhi-
L’assistente del mercante le mise la collana intorno alla gola.
Le sue dita lunghe ed eleganti accarezzarono la collana d’oro, alzando il grande
smeraldo a forma di lacrima per guardarlo con attenzione.
-È bellissima – sussurrò.
-Sì, e voi le rendete giustizia – disse l’assistente.
Draven era d’accordo.
Respirando a fondo, distolse lo sguardo. Sapeva che non gli faceva alcun bene
continuare a desiderare qualcosa che non poteva avere. Aveva imparato da molto tempo
che non doveva guardare fisso il sole se non voleva rimanere cieco.
Così si impegnò a guardare la gente che aveva intorno, muovendosi tra la folla.
Vari minuti dopo, Emily tornò al suo fianco.
-Avete comprato la collana? – le domandò.
Lei negò con la testa, e prima che potesse muoversi afferrò il suo mantello. Draven si
accigliò mentre la osservava mettere le mani sulla spilla che gli teneva chiuso il mantello
e staccarla. Se la mise tra i denti e, al suo posto, mise un elaborato pezzo d’oro sul quale
era intarsiato un corvo nero smaltato circondato da rubini rosso scuro.
Poi si tolse la spilla dalla bocca e sorrise.
-Mi ha ricordato il vostro emblema- disse mentre gli lisciava il mantello -e ho pensato
che voi avete bisogno più di me di un ricordo allegro della fiera-
Le sue mani si trattennero sul petto di lui mentre inclinava la testa per guardarlo.
Oppresso, non seppe dire cosa gli era piaciuto di più: il suo sorriso, il contatto delle sue
mani sul petto o il fatto che avesse pensato a lui nel momento di comprare qualcosa. Le
tre cose gli arrivarono nel profondo dell’anima.
-Grazie, Emily – disse con voce roca -La conserverò sempre come un tesoro.
Il sorriso di lei si allargò.
-Vi rendete conto che è la prima volta che usate il mio nome per rivolgervi a me?
Cominciavo a domandarmi se lo ricordavate.
Prese di nuovo il suo braccio e cominciò a camminare verso il luogo dove avevano
lasciato i cavalli.
-Grazie per questa giornata – disse affettuosamente -È stata una delle migliori che ho
mai vissuto.
Lui deglutì a fatica. Quello, senza alcun dubbio, era stato il miglior giorno della sua vita,
e avrebbe dato qualunque cosa perché non finisse.
Coprì la mano di lei con la sua e si dilettò col contatto delle dita femminili sotto le sue.
La sua pelle era come caldo velluto, e lui desiderò poter provare il suo sapore con la
lingua.
Draven la strinse leggermente e la guidò verso i cavalli.
Non fu molto chiacchierona durante il ritorno, e più o meno a metà strada, Draven si
voltò per vedere perché. Lei aveva gli occhi chiusi e sembrava che stesse dormendo.
Sobbalzò, come se si fosse allarmata per qualcosa e dopo sbattè le palpebre per schiarirsi
la vista. Allora si coprì la bocca con una mano e fece un enorme sbadiglio.
Draven fermò il suo cavallo e prese le redini di lei. Emily lo guardò accigliata.
-Sarà meglio che montiate con me prima di cadere dal cavallo.
E prima che potesse protestare, l’alzò dalla sella e la depositò davanti a sé. I suoi fianchi
si strinsero contro il suo inguine, incendiandolo come lava liquida.
Lei non disse una parola mentre gli circondava la vita con le braccia e appoggiava la
testa contro il suo petto, come un bambino. La parte superiore della sua testa arrivava al
mento e lui potè sentire il calore del corpo della donna su di sé. Il suo alito gli
accarezzava dolcemente la gola, facendolo rabbrividire.
Per un momento non riuscì a muoversi nemmeno di un millimetro, e dovette lottare
duramente contro l’impulso di spronare il suo cavallo verso gli alberi, sbatterla sull’erba
e possederla. Una volta, e poi ancora. Riusciva ad immaginare i suoi sospiri di piacere
nel suo orecchio mentre lui si metteva tra le sue cosce, bianche come il latte, prendendo
possesso del suo corpo e della sua anima.
Esisteva un piacere maggiore?
Draven strinse con forza le redini. Non l’avrebbe toccata. Per tutto ciò che era sacro, non
lo avrebbe fatto!
Tentando di recuperare il controllo, legò le redini del cavallo di Emily alla sua sella e
continuò la strada verso il castello di Orrick. Avevano appena percorso pochi metri che
lei si addormentò. E solo allora, Draven si permise di rilassarsi.
Senza fermarsi a pensare, abbassò la testa per posare la sua guancia sulla sommità della
sua testa, dove poteva inalare il dolce odore di bosco di lei e sentire la morbidezza dei
suoi capelli sulla pelle, sulle labbra.
-Gli orchi possono essere divertenti – mormorò lei a voce molto bassa, senza svegliarsi.
-Parli perfino mentre dormi – disse lui, felice di saperlo, e ancora di più per il fatto che
nessun altro uomo lo sapesse.
Solo lui.
Draven chinò la testa e studiò attentamente il suo viso. Appoggiò la guancia di Emily
sulla sua spalla e le prese con dolcezza il mento con la mano. Aveva le labbra
leggermente socchiuse, e sarebbe stato molto facile chinarsi in avanti e impadronirsene.
Se non avesse dato la sua parola.
Per tutta la vita la sua parola era stata la sua garanzia. Non aveva mai mancato alla sua
parola. Ma mai prima di allora, mantenerla era stata una simile tortura.
-Lillà – sussurrò lei -Stanno crescendo lillà.
Ma cosa stava sognando? Non riusciva ad immaginarlo.
Teneramente, passò la punta del pollice sul suo labbro inferiore, ricordando lo zucchero
di quel pomeriggio. Lei tirò fuori la lingua, sfiorando leggermente il suo dito.
Draven ritirò la mano come se si fosse scottato, e davvero si sentiva come se lo avesse
fatto.
Sembrava che lei lo avesse stregato, e si ritrovò di nuovo ad accarezzarle il viso con
dolcezza. Prima di potersi trattenere, si chinò in avanti e posò le sue labbra contro la sua
guancia.
Draven ansimò, poiché in quel momento, tutto il suo corpo esplose in fiamme.
La sua pelle era morbida e seducente, e sapeva di raggi di sole. La strinse con forza
contro il petto e seppellì il viso nella cavità della sua gola, dove percepì il battito del suo
cuore sotto le labbra. Lei sospirò nel suo orecchio.
Che il cielo lo aiutasse, ma la desiderava e in quell’istante sentiva che il suo controllo
svaniva.
Riprendendosi da quel momento di stupidità, si drizzò sulla sella e spronò il suo cavallo
affinché li portasse in fretta al castello prima che lei si rendesse conto della sua lussuria.
Una volta che le mura del castello di Orrick furono visibili, la scosse dolcemente per
svegliarla. Emily si distese languidamente contro di lui, come un gattino. Il tessuto della
sua tunica si tese sui suoi seni, e, di nuovo, lui si accorse di indurirsi in risposta a quel
che vedeva.
Quando lei aprì gli occhi e vide il suo viso si allarmò leggermente.
-Dio! – sussurrò -Avevo dimenticato che ero sul vostro cavallo.
Se solo avesse potuto dimenticarlo anche lui…
-Credo che sia meglio che voi torniate sul vostro cavallo prima di attraversare le mura.
Soffocando uno sbadiglio, lei annuì.
Draven scese con lei, e l’aiutò a salire sul suo cavallo. Il suo calore rimase su di lui per
un intero minuto prima di volatilizzarsi e lasciarlo desideroso di nuovo.
Montando sul suo cavallo, la condusse verso il castello.
Quando entrarono nel salone, avevano preparato un enorme banchetto che avrebbe
rivaleggiato con i banchetti del re. I servi continuavano a correre da una parte all’altra,
portando il cibo dalle cucine e preparando i tavoli.
-Finalmente siete tornati – disse Orrick salutandoli quando si avvicinò.
-Cos’è tutto questo? – domandò Draven.
-Simon mi ha detto che domani partirete, così ho pensato che dovevamo organizzare una
cena d’addio per voi.
-Ha un buon odore – disse Emily colmando i pochi metri di distanza che la separavano
da Christina.
Draven guardò il palco, coperto da tovaglie rosse e un sentimento di paura si impadronì
di lui. A dire il vero, avrebbe preferito cenare in privato, ma non c’era modo di declinare
l’offerta di Orrick senza offenderlo.
-Ho cercato di dirgli di non farlo – disse Simon a bassa voce quando gli fu alle spalle
-Ma non mi ha dato retta.
Draven notò la visibile zoppia di Simon quando suo fratello gli si fermò accanto.
-Come sta la tua caviglia questa sera?
-Meglio.
-Lo vedo.
-Cosa vuoi dire?
-Quando sono uscito questo pomeriggio, era dell’altra caviglia che ti lamentavi. Forse
non è la tua caviglia ad essere ferita ma la tua testa.
Un gran sorriso si aprì sul viso di Simon.
-Mi hai beccato. Bene, almeno adesso non devo più sforzarmi di zoppicare – rispose e
inchiodò lo sguardo sul petto di Draven -Bella spilla. Per caso il demonio ti ha posseduto
e ti ha obbligato a comprarla?
Draven lanciò un rapido sguardo a Emily che stava parlando con Christina. Sentì un
acuto dolore al cuore e sospirò.
-È stata una piccola sciocchezza. Se mi scusi, devo parlare con il mio scudiero.
Emily aggrottò la fronte quando vide Draven abbandonare il salone.
-Mi chiedo dove stia andando – disse Christina accanto a lei.
-Non ne ho idea.
-Bene, molto meglio. Così non dovrò preoccuparmi che ci senta.
-Che senta cosa?
Christina si girò per osservarla, stringendo le labbra in un gesto deciso.
-Emily, come è vero che Dio è in cielo, dobbiamo trovare il modo per far sì che lord
Draven ti porti all’altare.


Capitolo 10

Emily fissò Christina, stupita per la sua dichiarazione.
-Cosa ha provocato questo cambio di opinione?
-Oh, Em, lui è meraviglioso! – disse calorosamente -Quello che ha fatto per Orrick…
non puoi nemmeno immaginare quanto è stato preoccupato Orrick per tutto questo
tempo pensando a quello che sarebbe successo quando lord Draven sarebbe arrivato. E
poi, dopo che ti ha portata alla fiera…- fece una pausa, come se improvvisamente le
fosse venuta un’idea -Sei stata bene con lui?
-Sì, ma…
-Ma, niente – disse Christina interrompendola -Ho chiamato alcuni musicisti della fiera
perché suonino questa sera per noi. Ci sarà un ballo, e tu potrai sedurlo.
-Come? Sembra appena accorgersi della mia presenza. Anche se…- Emily si trattenne
ricordando quello che le era capitato di sentire.
-Anche se?
Si strinse nelle spalle.
-L’ho ascoltato dire qualcosa prima che uscissimo.
-Qualcosa di che genere?
-Su di me – confessò lei -Ha detto che mi desiderava, benché io non abbia visto alcuna
prova di ciò. Ma temo di non sapere come trattarlo. Non somiglia a nessun uomo che ho
conosciuto- Emily la guardò -Tu come hai fatto? Come riuscisti ad attirare l’attenzione
di lord Orrick?
-Respiravo – rispose lei malinconicamente -Lui sapeva che mia madre e le mie sorelle
maggiori erano sopravvissute a molti parti e che avevo una buona dote. Questo è stato
tutto ciò di cui ho avuto bisogno.
Questo non faceva al caso suo.
-A lord Draven non sembrano interessare queste cose.
-No – concordò Christina -Bisognerà pensarci bene – si morse le labbra ed esaminò il
salone. Improvvisamente, spalancò gli occhi e sorrise -Credo di sapere chi potrà aiutarci
a pensare!
Afferrò il braccio di Emily e, letteralmente, la trascinò da Simon.
-Milord – disse Christina -Potremmo sollecitare il vostro aiuto per un istante?
-No, Christina – sussurrò Emily -Non puoi parlare sul serio! Lo dirà a lord Draven.
-Non se gli facciamo giurare di mantenere il segreto. Siete un uomo di parola, non è
così, lord Simon?
-Dipende dalla parola – disse evasivamente Simon, guardando dall’una all’altra donna
-Mi rendo conto che state preparando qualcosa, e non c’è nulla che mi piaccia di più che
questo tipo di complotti – si strofinò le mani soddisfatto -Cosa stanno tramando le
dame?
-In primo luogo dovrete giurare di mantenere il segreto in eterno – disse Christina.
-Molto bene, le mie labbra sono sigillate – Simon mantenne le sue labbra chiuse col
pollice e l’indice di una mano.
Christina annuì soddisfatta.
-Emily vuole sposare vostro fratello.
-Christina!- Emily rimase a bocca aperta, inorridita per il fatto che l’avesse detto con
tanta poca delicatezza -Come hai potuto…?
-Oh, taci – disse Christina -Non c’è alcun bisogno di girare intorno alla questione, il
tempo è essenziale. Hai bisogno di un marito, e lord Draven ha bisogno di un erede. Non
è così, milord?
Simon le guardò di traverso mentre sembrava meditare su quella domanda. Si accarezzò
il mento, coperto dal pizzetto.
-Come dovrei rispondere? – domandò coprendosi le labbra con le dita -La mia parte
ambiziosa che erediterebbe le terre di Draven dice di no. Lui non ha bisogno di un erede.
Mi piacerebbe enormemente possedere simili ricchezze, ma, il fratello rispettoso che c’è
in me è d’accordo con lor signore.
In vena di scherzi, la sua spensieratezza si dissolse quando affrontò lo sguardo di Emily.
-E cosa c’è in voi, milady? Mi piacerebbe conoscere quello che sentite per mio fratello
prima di compromettermi.
I suoi sentimenti. Quella era una domanda molto difficili a cui rispondere.
-Mi sembra sufficientemente accettabile come marito.
Simon sbuffò.
-Questo è tutto ciò di cui avete bisogno?
-Ha bisogno che qualcuno si prenda cura di lui – aggiunse Emily.
Simon rise.
-Questa è l’ultima cosa di cui ha bisogno. Vi assicuro che se la cava abbastanza bene da
solo. Tentate di nuovo.
Christina le diede una gomitata.
-Digli quello che hai detto a me.
Lei negò con il capo.
-La lascia senza fiato, ed è abbastanza presa da lui.
Emily aprì la bocca per rimproverare la sua amica, ma Christina non le avrebbe badato
comunque.
-Lei percepisce la bontà nel suo intimo. Ha ragione in quello, milord?
Simon assentì.
-Molto bene, vi aiuterò – diede un’occhiata in giro e impallidì -Eccolo che viene. Fate
finta che stiamo parlando di cose senza importanza.
Draven aggrottò le sopracciglia quando attraversò il salone e vide Simon, Christina ed
Emily riuniti, come se stessero complottando qualche tipo di azione criminale.
Quando si avvicinò, Simon cominciò a fischiare, e il suo sguardo percorse rapidamente
le donne che sembravano concentrate in una conversazione sui veli.
Emily si torceva le dita mentre parlava con Christina.
-Il verde è il colore migliore per…per… per… le cose.
-Oh, sì. Fa una bella figura in molte cose come… bene, in molte cose.
-Cosa sta succedendo qui? – domandò sospettosamente Draven.
In quel momento, tre visi si girarono verso di lui con un tale sguardo di innocenza che
avrebbero fatto ridere qualunque uomo.
Draven inclinò la testa e, all’improvviso, si sentì come un gatto circondato da tre topi.
-Che tipo di cospirazione è questa?
-Cospirazione? – domandarono all’unisono i tre.
Simon gli diede delle pacche sulla schiena.
-Servi il re da tanto di quel tempo che vedi cose strane anche dove non esistono.
Lo credevano tanto stupido da non rendersi conto che lì stava succedendo qualcosa?
Evidentemente sì.
-Venite – disse Christina prendendo il braccio di Simon -Permettetemi di condurvi al
tavolo e farvi partecipe della bravura culinaria dei nostri cuochi. Vi piacerà il fagiano
arrosto – disse a Draven -La salsa di semi di sambuco è la più saporita di tutta la
Cristianità.
Con riluttanza, Draven li seguì, senza potersi scrollare di dosso la scomoda sensazione
che lui era l’unico che stava per essere arrostito quella sera in quel salone.
Christina lo fece sedere tra Emily e Simon. Si sentiva intrappolato, incapace di scappar
via.
Con un nodo alla gola, rimase in silenzio mentre i domestici servivano il cibo.
Simon si chinò verso di lui.
-Ti senti bene?
Draven fece un profondo respiro e annuì, anche se si accorse che stava cominciando a
sudare.
-Milord? – lo chiamò Emily, richiamando la sua attenzione.
Quando la guardò negli occhi, vide la gentilezza sui suoi lineamenti che alleviò il nodo
del suo stomaco.
-Perdonate la mia audacia – continuò Emily – ma Christina mi ha detto che dopo ci sarà
un ballo. Vorreste unirvi a me?
Un’immagine di lei che danzava intorno al palo di maggio gli venne alla mente. Niente
gli avrebbe dato maggior piacere che ballare con lei.
-No, milady, non lo farò.
La delusione oscurò i suoi occhi.
-A me piacerebbe ballare con voi – disse Simon, sporgendosi davanti a Draven per
parlare con lei.
Un lama di gelosia attraversò il suo cuore, ma non disse nulla. Invece, concentrò i suoi
pensieri su come servire il cibo a Emily. Osservò la grazia dei suoi movimenti mentre
mangiava. E quando lei prese il calice e poggiò le labbra sullo stesso punto dal quale
aveva bevuto lui, sentì un brivido attraversargli la spina dorsale. C’era qualcosa di molto
intimo in quel gesto. Era quasi come se avessero condiviso un bacio.
-Il cibo non è di vostro gusto? – gli domandò lei a bassa voce quando notò che aveva
appena assaggiato il cibo.
Draven scosse la testa -Il cibo è ottimo.
-Allora perché non mangiate?
-Non ho fame.
-Sapete, milord? Non vi ho visto mangiare abbastanza nemmeno da soddisfare un’ape.
Come siete cresciuto tanto alimentandovi solo di aria?
-Lo lascio a Simon – disse seccamente Draven -lui mangia a sufficienza per tutti e due.
Emily rise quando osservò il piatto di Simon, nel quale era ammucchiato una tale
quantità di cibo, pollo, fagiano, mele arrosto e porri degni di un re.
-Che c’è? – domandò Simon quando si accorse che lo guardava.
-Si limita a guardare la tua ghiottoneria.
Simon inghiottì quello che aveva in bocca e alzò il suo bicchiere.
-Buon cibo, buona musica e belle donne sono tutto quello che serve nella vita per essere
felice. Spero che un giorno, caro fratello, proverai questa combinazione.
Draven si appoggiò allo schienale della sua sedia, rifiutandosi di abboccare all’amo. A
dire il vero, non ne aveva voglia. Tutto ciò che voleva era uscire da lì.
L’unica cosa che lo consolava, era la presenza di Emily al suo fianco.
Osservò come lei mordeva delicatamente un tenero pezzo di pollo, leccandosi poi il sugo
dalle labbra. La consolazione si trasformò in un letto di spine che gli si inchiodarono su
tutto il corpo.
Sarebbe stata una scortesia abbandonare il salone. Lo sapeva.
Ma ciononostante…
Hai passato di peggio.
Davvero? Non riusciva nemmeno a ricordare le ferite più gravi che aveva sofferto in
battaglia che gli dolevano quanto il proprio membro in quel momento.
Sembrava che fosse passata un’eternità quando, finalmente, furono convocati i musicisti
e la gente cominciò ad alzarsi dalle tavole. Simon si affrettò a prendere la mano di Emily
per trascinarla a ballare.
Draven lo osservò con invidia. Non c’era alcuna zoppia nei movimenti di Simon, né
dimostrava di avvertire dolore mentre camminava. E, per un momento, desiderò non
essere corso davanti al cavallo di suo padre quel giorno.
Fu assalito dalla vergogna per un simile pensiero. Salvare la vita di Simon era valsa la
pena.
Meglio aver perso la gamba che la vita di Simon.
Ma desiderò che, per una volta nella vita, fosse lui a ballare.
Sospirando, si alzò dal tavolo e andò in cerca del divertimento che gli potevano dare i
merli del castello.

***

Emily interruppe il ballo non appena si accorse che Draven andava via. La tristezza
sembrava essere calata su di lui, come se l’allegria della serata lo deprimesse.
-Dove va? – chiese, domandandosi se c’era qualcosa di vero nella sua ipotesi.
Simon si voltò per guardarlo.
-Ai merli, senza dubbio.
-Ai merli? – si accigliò -Perché?
Simon scrollò le spalle.
-Lo fa sempre da quel che ricordo. Passa la maggior parte della notte passeggiando sui
merli.
-Perché? – ripetè lei.
Simon le fece un gesto che le indicava di seguirlo in un angolo appartato del salone.
Una volta che furono lontani dagli altri, Simon disse: -Dovete giurare che non ripeterete
quello che sto per dirvi.
-Lo giuro.
Simon restò in silenzio per un buon minuto, come se stesse riordinando i suoi pensieri.
Una profonda tristezza oscurò i suoi lineamenti.
-Non potete immaginare a quale infanzia sia sopravvissuto Draven, milady. Suo padre
non desiderò mai avere un figlio. L’unica cosa che voleva era un erede. Voleva che
Draven si allenasse per trasformarsi in un guerriero e non in un uomo, e fece di tutto per
ammazzare la parte umana che c’era in lui.
Emily lo fissava, cercando di assimilare quello che le stava dicendo.
-Non capisco.
La tristezza nei suoi occhi aumentò.
-Draven non dorme molto perché suo padre pensava che il sonno fosse una debolezza.
Dormire è essere vulnerabile. Ogni volta che sorprendeva Draven a sonnecchiare, lo
picchiava per svegliarlo.
Lei ricordò la rabbia che aveva scorto negli occhi di Draven quando lo aveva svegliato
nell’orto. Per un momento aveva davvero pensato che la picchiasse.
-Come è possibile che Harold facesse una cosa del genere? – domandò.
-Suo padre non aveva cuore – sussurrò Simon -I conti di Ravenswood sono dei grandi
guerrieri perché viene insegnato loro a non sentire nulla tranne che rabbia e odio. È
facile rimanere forti in battaglia quando non hai niente da perdere tranne la vita. In
realtà, hanno sempre dato il benvenuto alla morte e al sollievo che dà loro abbandonare
le loro miserabili e solitarie vite.
Il cuore di Emily si fermò.
-E Draven?
-In molte cose è diverso. C’è molto di sua madre in lui, anche se lo nega. Lei visse
abbastanza per insegnargli cos’era la bontà, come era sentirsi amato e protetto. Sa cosa
significa amare e proteggere ma, per qualche motivo, si rifiuta di vedere quel lato della
sua personalità. Invece, percepisce solo la parte di lui che è simile a suo padre. Se
riuscirete a fargli rendere conto che lui non è come Harold, avrete un marito che non si
allontanerà mai dal vostro fianco.
Un brivido dubbioso l’attraversò. Poteva mostrare cos’era l’amore ad un uomo al quale
avevano fatto tanto male?
-Ve lo prometto, lui ne vale la pena.
-Ma come, Simon? Non so come riuscirci.
Lui sospirò.
-Nemmeno io. Draven si è rinchiuso in se stesso da tanto di quel tempo che nemmeno io
riesco a raggiungerlo. Non avrei mai pensato che un uomo potesse essere tanto forte,
ma, nel caso di mio fratello, devo ammettere che è così.
La mente di Emily era satura di pensieri finchè un verso della sua canzone favorita
sembrò emergere tra tutti.
-Certo! – disse nervosamente a Simon -Accusain e Laurette.
Simon aggrottò la fronte.
-Non capisco.
-È una storia che abbiamo ascoltato questo pomeriggio alla fiera. Parla di un soldato
saraceno e di una principessa normanna. Appartenevano a due mondi completamente
diversi, ma l’amore permise loro di arrivare l’uno dall’altra. Guarì il cuore ferito di lui e
gli permise di amarla.
-Ma quella non è che una storia mentre questa è la realtà.
-Forse, ma io sono una sognatrice, e come tale, sarebbe molto sbagliato da parte mia non
fare quello che farebbe Laurette se fosse al mio posto.
Simon inarcò un sopracciglio.
-E questo è…?
-Cercare il mio principe nella sua tana – diede dei colpetti sul braccio di Simon
-Auguratemi buona fortuna.
Simon aspettò fino a che lei fu andata via prima di sussurrare: -Desidero molto più di
quello, Emily. Desidero che abbiate successo.

***

Draven fissava il buio della notte che lo circondava. Le torce erano state accese per
illuminare le porte e il cortile, ma oltre non si vedeva niente. Solo il nero vuoto
dell’oscurità.
Aveva trovato sempre consolazione nella notte. Come le braccia di una madre, lei lo
faceva sentire unico. Ricordava la morte, e se chiudeva gli occhi, poteva far finta che il
mondo non esistesse. Non c’era nulla. Né dolore, né solitudine, né passato. Né futuro.
Niente.
Ma quando apriva gli occhi la realtà tornava di nuovo.
Quando sarebbe finita?
-Milord?
Si voltò verso la voce dolce che risuonò alle sue spalle.
-Milady? – disse con asprezza -Cosa state facendo qui?
Lei si strinse di più il mantello sulle spalle.
-Sono venuta a cercarvi.
-Perché?
-Perché no?
-Siete sempre tanto impertinente? – domandò.
-Sì.
Cosa c’era in lei che faceva sì che lo affrontasse come nessun altro aveva mai osato
prima?
-Non sono dell’umore per giocare, milady. Dovreste tornare dentro prima che vi
congeliate.
-Verrete dentro con me?
Lui scosse la testa.
Dal salone arrivò l’eco delle risate.
-Il buffone – disse dolcemente Emily -Sareste dovuto rimanere ad ascoltarlo.
-Perché? – e poi, prima che lo facesse lei, aggiunse: -Perché no?
Lei sorrise.
-In realtà stavo per dire che non vi farebbe male ridere ogni tanto. La risata è il nettare di
Dio.
Fece un passo verso di lui e, meravigliandolo, allungò le braccia e gli posò le mani sulle
guance. Erano sorprendentemente calde, dato il freddo che faceva.
Con i pollici, gli tirò all’indietro le guance, tentando di formare un sorriso.
-Vedete? – disse -Il vostro viso non è andato in pezzi.
Draven si allontanò dal suo tocco e tornò ad appoggiarsi ai merli per contemplare
l’oscurità del bosco. Emily si avvicinò, imitando la sua posizione.
Rimasero lì in piedi per vari minuti. Benché non si toccassero, Draven poteva percepire
il corpo di lei con tanta chiarezza come se fossero spalla a spalla, fianco a fianco, piede
contro piede.
In realtà, poteva sentirla con ogni fibra del suo corpo.
Draven cercò di ignorarla, ma il vento intrappolò la sua dolce e femminile essenza e la
portò fino a lui.
Le risate nel salone diminuirono man mano che la musica cominciava di nuovo.
-Basta così- disse Emily rompendo il silenzio. Prese la mano di lui e lo fece girare verso
di lei -Ballerò con voi.
-Non so ballare- confessò.
-Sì, certo che sapete farlo. Dimenticate che vi ho visto allenarvi, e ogni uomo capace di
girare e manovrare come fate voi, potrà ballare senza nessun problema.
-Vi schiaccerò i piedi.
-Guariranno.
Non seppe come rispondere a quello, così le permise di prendere le sue mani e
mostrargli alcuni passi. Con suo enorme stupore, non le pestò i piedi, e, ancora più
sorprendente fu il fatto che lei si divertisse tanto facendo qualcosa di così semplice.
Era perfettamente in armonia con tutto ciò che si riferiva ad Emily mentre questa gli
scivolava intorno. Con la luce della luna che illuminava i suoi capelli chiari. Con la
risata nei suoi occhi. Sentendo il corpo di lei tanto vicino al suo.
Lei era riuscita a trasformare la sua fame in un appetito vorace che bramiva e ruggiva
chiedendo che la prendesse. Le ondate di desiderio lo colpivano con forza, e restare
immobile fu tutto quello che riuscì a fare per rimanere impassibile davanti alla forza del
temporale.
Lei fece un giro e inciampò. Draven la prese giusto prima che cadesse.
La tenne reclinata tra le sue braccia. Le sue labbra erano così vicine che li separavano
solo pochi centimetri mentre i loro petti premevano l’uno contro l’altro.
Lui osservò con attenzione il colore rosato delle sue labbra, desiderando con tutte le sue
forze osare di affrontare l’ira del re pur di assaggiarle.
Sarebbe stato tanto facile…
Emily si aggrappò a lui con gli occhi spalancati, guardandolo con gratitudine.
-Il mio eroe – sussurrò.
Draven la fissò intensamente. Il titolo di eroe gli era stato concesso anni prima da
ignoranti che non sapevano assolutamente niente di lui, e per fatti che nemmeno riusciva
a ricordare. Ma, per la prima volta nella sua vita, si sentì davvero eroico mentre si
vedeva specchiato nelle scure pupille degli occhi di lei. E ancora più sorprendente fu
scoprire la gioia che gli diedero le sue parole.
Improvvisamente, fu molto importante per lui che lei lo vedesse davvero in quel modo.
Che mai si sentisse delusa da lui.
Qualcosa oscurò gli occhi di Emily mentre lo guardava alla luce delle torce.
-Cos’è che volete da me? – le chiese mentre la rimetteva dritta davanti a lui.
Lei si morse le labbra.
-Suppongo che dovrei mostrarmi timida in queste cose, ma non lo sono mai stata. Mi
sono resa conto che la franchezza è, spesso, il modo migliore per affrontare i problemi, e
per mostrarmi coerente con il mio modo di essere, vi dirò esattamente quello che voglio-
alzò il mento per guardarlo con un’espressione di assoluta sincerità -Voglio voi, milord.
La fissò con il volto impassibile, senza comprendere del tutto quello che voleva dirgli.
-Mi volete per quale motivo?
-Come marito.
Rimase a bocca aperta. A che diavolo stava pensando quella donna? Aveva perso la
testa?
-Avete un’idea di quello che state dicendo? – le domandò.
-Certo, è chiaro – rispose Emily, indignata.
Draven si allontanò leggermente da lei. Non sapeva che diavolo l’aveva posseduta, ma
era una stupidaggine di prim’ordine.
-Non avete idea di quello che chiedete, milady. A quello a cui vi condannereste.
-Non sono d’accordo – disse facendo un passo verso di lui e allungando una mano per
prendergli il braccio.
Di nuovo, lui si allontanò.
-Non mi conoscete affatto.
-E mia madre non conosceva affatto mio padre. In realtà, non lo vide fino al giorno del
matrimonio, però si amarono lo stesso. Moltissimo.
-Parlate di questo come se fosse una questione molto semplice.
-Spesso il matrimonio lo è.
-Vi state comportando come una stupida, signora. Allontanatevi da me – le voltò la
schiena e cominciò a camminare verso il castello.
Lei gli corse dietro e gli bloccò la strada.
-Non potrete scappare da me. Non ve lo permetterò.
Sentì che la furia lo invadeva per il fatto che lei osasse bloccargli il passo. Specialmente
quando tutto quello che desiderava fare era fuggire da lei e dai sentimenti confusi che gli
provocava.
-È questo il vostro modo per farvi mandare prima a casa di vostro padre?
Lei lo guardò come se il solo pensiero la offendesse.
-L’ultima cosa che voglio è che mi mandiate a casa. Voglio un marito.
-Allora tornate nel salone e cercate un altro.
Ma prima che sapesse quello che stava per fare, Emily gli prese il volto tra le mani, si
alzò in punta di piedi e appoggiò le labbra su quelle di lui.
Il desiderio inondò tutte le fibre del suo essere.
Reagendo in modo del tutto istintivo, Draven la strinse tra le braccia e modellò il proprio
corpo contro il suo. Emily si arrese totalmente alle sue carezze mentre lui le apriva la
bocca per provarne la dolcezza. Strinse le braccia intorno al collo di lui e sospirò di
gioia.
La testa di Draven ruggiva come se avesse bevuto troppa birra e ogni pensiero razionale
svanì dalla sua mente.
Non esisteva niente tranne lei; tranne il suo corpo caldo e flessuoso contro il proprio;
niente tranne il sapore della sua bocca, l’odore di bosco dei suoi capelli e il suono del
suo respiro ansante nelle sue orecchie.
Il suo bacio era un miscuglio di innocenza e timidezza, e allo stesso tempo curioso e
intrepido. Lui non aveva mai provato una cosa simile, né aveva desiderato nulla in quel
momento come desiderava un letto per loro due.
Nella sua eccitazione, lei stringeva il suo seno contro il petto di lui, infiammandolo
ancora di più quando si strofinava contro di lui, sfiorando con un fianco il membro duro
e gonfio.
Draven staccò le proprie labbra con un gemito ed osò fare quello che bramava da tanto
tempo. Seppellì le labbra nella cavità della sua gola e mordicchiò la tenera carne con i
denti. Emily ansimò di piacere e, seppellendo le mani nei suoi capelli, lo strinse con
forza a sé.
Il dolce sapore della sua pelle si fissò a fuoco sulle labbra e sulla lingua di Draven
mentre lei tremava tra le sue braccia. La desiderava. In quel posto, in quel momento.
Il suo corpo ardeva per lei e non riusciva a pensare ad altro che a possederla.
Emily gemette leggermente percependo la cruda sensazione di potere che derivava
dall’uomo man mano che la lingua e le labbra operavano quella magia sul suo corpo.
Spirali di piacere le attraversarono il corpo, lasciandola con una insolita e pulsante
necessità.
Senza alcuna vergogna, lei premette le labbra contro le sue guance, ombreggiate dalla
barba della giornata, incantata dal sapore e dal contatto di quella pelle maschile. Lo sentì
tremare mentre lasciava scivolare una mano sul suo petto, dandogli una leggera stretta.
Lei si allarmò davanti alla strana sensazione che la pervase e la sua deliziosa agonia non
fece che aumentare quando lui affondò la sua testa sotto la linea della scollatura per
baciare la carne messa in evidenza.
Oh, era meraviglioso. Sentirlo tanto forte ed esigente tra le sue braccia mentre le dava un
piacere che Emily non aveva mai conosciuto. Non si era mai sentita così, e, in quel
momento, seppe che non si sarebbe arresa finchè Draven non fosse stato suo.
E quando lui le mise una mano nella scollatura e accarezzò il seno nudo con le dita, lei
fu certa che sarebbe svenuta per il piacere.
Draven gemette nel sentire il suo seno sodo nella propria mano e il capezzolo teso
contro il palmo mentre muoveva la bocca verso il suo orecchio. Le provocò migliaia di
brividi sulla pelle con la lingua, maledicendo allo stesso tempo il dannato tessuto che gli
impediva di accarezzare tutto il corpo.
Con la testa che gli girava, Draven tornò alle sue labbra e la spinse contro la parete.
Emily prese il viso di Draven tra le mani mentre si dilettava nella sensazione del corpo
forte di lui che la stringeva con forza contro il muro freddo. Lo baciò con brama quando
lui prese possesso della sua bocca. Non aveva assaggiato mai niente di simile a
quell’uomo. Era completamente incredibile. Assolutamente meraviglioso.
Si rese vagamente conto che le stava alzando l’orlo della tunica mentre le mani
accarezzavano le sue natiche nude lasciando una scia di caldo piacere sulla sua pelle. E
prima che se ne rendesse conto, Draven abbassò le mani tra le sue gambe e separò
accuratamente le pieghe del suo corpo per toccarla dove mai nessuno l’aveva toccata.
-Oh, Draven – gemette mentre le sue dita alleviavano il dolore palpitante che sentiva nel
centro del suo essere e si strofinava istintivamente contro la sua mano.
Draven si paralizzò ascoltandola pronunciare il suo nome, e la realtà gli cadde addosso
all’improvviso.
Un altro minuto e avrebbe…
Bestemmiando, si sforzò di allontanarsi da lei prima che fosse troppo tardi.
Lei gli si avvicinò, ma lui le prese le braccia per evitarla. Aveva le labbra gonfie per i
suoi baci. E vedendo gli occhi carichi di passione, Draven capì che Emily lo desiderava
quanto lui desiderava lei.
Ma prenderla avrebbe significato la sua morte.
-Mi odi tanto che sacrificheresti la tua verginità pur di vedermi morto? – domandò
rabbiosamente.
Lei sbattè le palpebre, confusa.
-Io non ti odio, Draven. Come potrei?
L’incantesimo nel quale lei lo aveva avvolto sparì davanti a quelle parole, e, di nuovo, la
saggezza regnò nella sua mente.
-Credo che la domanda sia: come potreste non farlo?
Capitolo 11

Confusa dalla sua domanda, e col corpo ancora in fiamme per le sue carezze, Emily non
riusciva a pensare a nient’altro a parte che Draven si era allontanato da lei. Perché non
vedeva le cose come le vedeva lei?
Non mi conoscete affatto.
Quelle parole racchiudevano una grande verità e tuttavia…
Era stata presente abbastanza volte ai suoi gesti di gentilezza da sapere che era una brava
persona. E benché Draven sembrasse non rendersi conto di quello di cui lui stesso aveva
bisogno, lei lo faceva.
Le parole che aveva detto quello stesso pomeriggio all’odiosa coppia che accompagnava
Reinhold le vennero alle mente.
Raddrizzando la schiena con fermezza, fissò lo sguardo dal posto da quale lui era
sparito.
-Non troverete nessun nascondiglio, milord, che io non potrò scovare. Comprenderete
che sono ostinata come un mulo, e quando mi sono messa qualcosa in testa… Bene, può
darsi che voi abbiate una volontà di ferro, ma non potrà rivaleggiare con la mia. Lo
vedrete.
Si sfiorò le labbra con le punta delle dita. Lui aveva risposto con desiderio e passione.
Perfino una vergine poteva rendersi conto di quello. E se la desiderava, era perché
sentiva qualcosa per lei.
La lussuria non era l’unico sentimento che voleva risvegliare in lui, ma era un inizio. Un
inizio di cui aveva bisogno e che, in effetti, poteva usare.
Draven strinse i denti, sentendosi intrappolato dalle emozioni che lo scuotevano. Furia,
agonia, lussuria. Aveva mancato alla parola che aveva dato a Enrico, ma la cosa
peggiore di tutte era l’acuto desiderio che invadeva il suo corpo. Poteva ricordare con
facilità il modo in cui lei si era sciolta tra le sue braccia. Il modo in cui si era sciolta alle
sue carezze.
Per l’amor di Dio, gli avrebbe permesso di prenderla!
Per marito.
Quelle parole risuonarono nella sua testa mentre sentiva come gli ardevano le labbra,
marcate a fuoco dal suo bacio innocente.
Ma a che diavolo pensava Emily?
Suo padre sarebbe morto per lo spavento se avesse conosciuto i suoi piani. In realtà,
quasi valeva la pena dirlo a Hugh così che lui potesse mantenersi fermo nel suo
proposito.
Bene, lei poteva credere a tutte le sciocchezze che voleva. Desiderare qualcosa non
cambiava la realtà. Lui, meglio di chiunque altro, sapeva che quello era vero. E ora che
conosceva il suo gioco, poteva perfino proteggersi meglio.
Per tutto ciò che era sacro, non l’avrebbe toccata di nuovo! Nemmeno con una mano,
nemmeno l’orlo della sua tunica. Sì, a partire da quel momento, si sarebbe mantenuto
lontano da qualunque parte di lei.

***

Il mattino seguente, quando Draven scese le scale, Emily inciampò su uno degli scalini
superiori. Cadde completamente contro di lui, toccando ogni parte del suo corpo, dalla
guancia fino alle dita dei piedi.
Il peso del suo corpo lo tenne quanto basta contro la parete da burlarsi del suo tentativo
di tenersi lontano, mentre il ricordo della notte precedente gli tornava alla mente.
Con troppa chiarezza, ricordò quello che aveva sentito stringendola con le mani, il
sapore delle sue labbra, il suono dei sospiri di piacere nelle sue orecchie.
-Vi sentite bene, milord? – domandò lei e il suo dolce e caldo alito lo solleticò alla gola
-Non mi ero accorta che eravate lì.
C’era una luce nel suo sguardo che lo faceva dubitare della sua sincerità. Specialmente
se teneva conto che non solo non si era allontanata da lui ma le sue labbra erano
pericolosamente vicine alle sue.
-Anche se sono molto felice che eravate lì – aggiunse frettolosamente – altrimenti sarei
caduta per le scale e mi sarei rotta il collo.
Draven non riusciva ancora a parlare. Non finchè aveva il braccio sul seno di lei e le
gambe intrecciate alle sue. Poteva sentire il cuore di Emily che batteva con forza sotto il
suo braccio, e quando lei si tirò indietro, il suo fianco sfiorò quella parte di lui che più
desiderava possederla.
Tremò.
E dal rossore che apparve sul viso della ragazza, dedusse che lei aveva percepito la sua
erezione in tutta la sua lunghezza.
Quel rossore che le colorò le guance, le fece splendere quei suoi occhi da gatta.
-Grazie per la vostra gentilezza, milord. Credo che, da ora in poi, vi nominerò eroe del
mio cuore.
Finalmente lui fu capace di dire qualcosa.
-Mi date troppo credito – disse rapidamente. Dopo tutto, l’ultima cosa di cui aveva
bisogno era che lei fraintendesse le sue azioni -Non vi avevo nemmeno notata finchè
non mi siete caduta addosso.
-Oh – disse lei, aggiustandosi le gonne.
Draven la guardò con diffidenza mentre lei stendeva il tessuto sul suo corpo, mettendo
in risalto le curve dei suoi fianchi. E come se quello non bastasse, lei si chinò,
esponendo la sommità del seno al suo sguardo affamato.
Il suo inguine si tese ancora di più quando ricordò la sensazione di quelle punte mature
sul palmo della sua mano. Per San Pietro, gli stava davvero facendo venire l’acquolina
in bocca!
-Spero che sappiate perdonare la mia goffaggine – gli disse quando si mise dritta
-Cercavo di affrettarmi perché voi non mi aspettaste troppo questa volta.
-Che gentile – le rispose con asprezza.
Sarebbe stato meglio se lo avesse fatto aspettare per quindici minuti piuttosto che
infiammargli il sangue.
Si allontanò da lei.
-Milord – lo chiamò in tono di rimprovero -Vi comportate come se aveste paura.
Draven si fermò immediatamente e si girò a guardarla.
-Io non temo nessun uomo.
-Ma io non sono un uomo.
-Mi credete tanto ignorante da pensare che non me ne sia reso conto? – domandò
guardandola accigliato.
Lei inarcò un sopracciglio avvertendo la furia nella sua voce.
-Bene, il vostro modo di trattarmi mi fa pensare diversamente.
Rendendosi conto della sua imminente sconfitta, Draven cercò di ritirarsi in un posto
sicuro.
-Se mi scusate…
-Vedete? – disse lei trionfalmente -Lo state facendo.
Lui si fermò, confuso.
-Facendo cosa?
-Mi state trattando come se non fossi una donna.
Gli girava la testa per i tentativi di comprendere la logica di quella donna.
-Se non vi sto trattando come una donna, allora, ditemi, per favore, come vi sto
trattando?
Una strana espressione apparve negli occhi di lei.
-Non lo so.
-Non lo sapete? – domandò incredulo.
Lei sbattè le palpebre con innocenza.
-Non lo so.
-Allora perché stiamo avendo questa discussione?
-Perché no? – ribattè lei sarcasticamente.
Draven la guardò storto. Aveva un’aria ironica, come se stesse facendo uno scherzo.
-State giocando con me, non è così?
Una luce diabolica brillò nei suoi occhi.
-E se fosse?
-Allora vi direi di smetterla.
-Perché?
-Perché mi disturba. – Cominciò a scendere di nuovo gli scalini.
-Io preferisco che mi disturbino piuttosto che essere ignorata – aggiunse lei, alzando la
voce mentre scendeva dietro di lui -Non è quello che state facendo da questa mattina?
Non mi state ignorando?
-E se così fosse?- le domandò senza riuscire a trattenersi.
Lei alzò il mento.
-Allora vi direi di smettere di farlo.
Draven si strinse le mani contro le tempie, frustrato, scoprendo che lei stava usando le
sue stesse parole contro di lui.
Si fermò ai piedi delle scale e la guardò.
-Perché mi state facendo questo?
-Farvi cosa? – domandò con uno sguardo tale di innocenza che quasi lo fece scoppiare a
ridere.
-Infastidirmi con le vostre chiacchiere. Vi giuro che sta cominciando a girarmi la testa.
Lo sguardo di lei andò sulle sue labbra, e Draven potè vedere il suo desiderio.
-Non è possibile che vi gira la testa per qualche altro motivo? – domandò con voce
bassa, seducente.
-E cosa potrebbe essere?
Lei si strinse nelle spalle, sorrise e finì di scendere gli scalini.
-Come potrei saperlo? – gli disse al di sopra della spalla -Non sono un orco malinconico.
Sono una donna, semplicemente e spontaneamente una donna.
Draven emise un forte grugnito. “Semplice e spontanea” la descriveva bene quanto
“ciottolo”, descriveva Gibilterra.
-Io non sono un orso malinconico – le rispose di rimando, seguendola.
Lei si fermò sulla soglia e lo guardò con espressione scherzosa.
-No, avete ragione. Ma sapete quello che siete?-
Avrebbe osato chiederglielo? Osò.
-Che cosa?
Lei si passò la lingua sulle labbra, e lo sguardo che gli rivolse lo fece ardere di desiderio.
-Siete un uomo molto affascinante, con degli occhi bellissimi.
Confuso, Draven non si mosse finchè lei non fu uscita dalla porta.
Mai in vita sua gli avevano detto una cosa simile. Orco, demonio, figlio del diavolo,
culo di cavallo. Gli avevano rivolto moltissimi insulti. Ma nessuno gli aveva mai fatto
un complimento su niente tranne che sulle sue gesta in battaglia.
-Degli occhi bellissimi – ripetè, a disagio ma anche stranamente lusingato. Davvero
aveva degli…?
-Oh, merda! – sibilò in un borbottio. A chi importava come erano i suoi occhi finchè
poteva vedere con essi? Non era una bella domestica che perdeva la testa a causa di un
complimento. Era un cavaliere che aveva giurato di mantenere le mani lontano da lady
Emily.
E mantenere le mani lontano da lei era quello che pensava di fare.
-Potreste darmi una mano, milord?
Draven si strinse nelle spalle nel sentire la domanda di Emily, mentre lei aspettava
accanto al suo cavallo che l’aiutasse a montare.
Cosa aveva detto nel castello appena pochi minuti prima sul mantenere le mani lontano
da lei?
Cercò Simon, ma sembrava essere sparito. Il resto dei suoi uomini erano già sui propri
cavalli. Rassegnato, annuì.
Limitati a pensare che è una suora grassa e orribile.
Sì, una che odorava di bosco e di raggi di sole. Il suo corpo si tese davanti all’odore di
lei, e sentì i muscoli delle sue spalle che si irrigidivano.
Il più in fretta che potè, l’alzò sul suo cavallo. Ma lei non si aggrappò alla sella.
-C’è qualche problema? – chiese con un borbottio.
Lei agitò le ciglia con aria innocente.
-Sembra che non sia capace di sedermi.
Lui frenò l’impulso di gettarla sul cavallo come se fosse un sacco di grano.
-Lo state facendo di proposito – mormorò.
Il suo sguardo birichino confermò i suoi sospetti.
-Vi ho detto quello che voglio, milord, e non esiterò ad usare ogni mezzo a mia
disposizione per riuscire nell’impresa.
Lui la scaricò sulla sella.
-Vi do un avvertimento, milady. Nessuno mi ha mai vinto.
-Allora direi che è il momento che qualcuno lo faccia.
Draven aveva già aperto la bocca per rispondere quando si rese conto che Simon si era
unito a loro.
-Ah – disse Simon -Vedo che ti sei già occupato della dama. Questo è un bene.
-Perché? Non ti sarai torto anche il braccio? – domandò sarcasticamente Draven mentre
Simon prendeva le redini.
-In realtà, sì. Credo che avrò dei disturbi per qualche giorno. Non potrò fare niente di
utile.
Una cospirazione.
L’avrebbe dovuto immaginare. Bene, perché lui non era un fante che poteva essere
messo da una parte all’altra. Al diavolo tutti e due!
Salendo sul suo cavallo, Draven aspettò che Emily salutasse Christina che teneva un
gran libro rilegato in cuoio tra le mani.
-Mi scriverai non appena nascerà il bambino? – domandò Emily.
-Certo, e dovrai venire di nuovo a trovarmi.
Emily lanciò uno sguardo a Draven.
-Vedrò quel che posso fare.
Annuendo, Christina consegnò il libro ad Emily.
-Questo è per te.
-Per me? – Emily cominciò ad aprirlo, ma Christina chiuse rapidamente il libro e scosse
la testa.
-Devi vederlo da solo, nell’intimità della tua camera.
-Ma…
-Emily – la interruppe Christina in tono teso -Devi guardarlo da sola. Tratta
dell’argomento di cui parlavamo questa mattina.
La bocca di Emily formò una ”O” perfetta quando capì quello a cui si riferiva Christina.
Draven scambiò uno sguardo con Simon che scrollò le spalle come se non avesse la
minima idea di quello di cui parlavano le donne.
Ma Draven sì, lo sapeva. La cospirazione si era messa in moto. Ed era impaziente di
prender in mano il libro e scoprire che cosa esattamente era ciò che stavano tramando,
perché non aveva alcun dubbio su contro chi stavano tramando.
Christina aiutò Emily a chiudere il libro nelle bisacce.
-Buon viaggio a tutti.
Emily intrecciò le mani con Christina e dopo salutò Orrick.
-Sono pronta, milord – disse a Draven -Vi ringrazio molto per la vostra pazienza.
Draven fece un cenno di saluto con il capo verso Orrick e diede un leggero tocco al suo
cavallo perché si mettesse in movimento, mettendosi a capo della comitiva mentre
oltrepassavano le mura del castello. Almeno, nei giorni seguenti non avrebbe dovuto
preoccuparsi di avere vicino la dama. Avrebbe passato la giornata sul suo cavallo e lui
sul proprio.
Finalmente avrebbe avuto un pò di pace.

***

-Cosa vuol dire che il suo cavallo si è azzoppato? – grugnì Draven guardando Arnold,
uno dei suoi cavalieri.
-Potete vederlo voi stesso, milord – e si fece da parte.
Draven alzò lo zoccolo sinistro posteriore e lo vide. Un cavallo ferito?
Adesso anche il destino si metteva a cospirare contro di lui?
Se non fosse sicuro del contrario, avrebbe giurato che Emily o Simon avevano qualcosa
a che vedere con quello. Ma non aveva allontanato lo sguardo dalla dama per tutta la
strada, e sapeva che non aveva fatto nulla per danneggiare l’animale.
Era, semplicemente, una di quelle miserabili coincidenze, terribile e spaventose che ogni
tanto succedevano.
-Va bene – disse Draven abbassando lo zoccolo del cavallo -Togligli la sella e portalo a
Ravenswood a passo lento per evitare che si faccia più male.
-Sì, milord.
-Simon – disse Draven guardando suo fratello che li osservava dalla sua sella -La dama
cavalcherà con te.
Emily colmò la breve distanza che li separava e disse a bassa voce.
-Non monterò con lui, milord.
-Farete quello che vi si dice.
Lei alzò le sopracciglia, guardandolo con espressione di rimprovero.
-Non usate quel tono con me.
-Donna – ruggì con una voce tanto grave che avrebbe fatto tremare le ginocchia a
uomini adulti -Questo non è un gioco.
Il viso di lei perse tutta l’allegria, ma non dimostrò nessuna traccia della paura che lui
era solito provocare. Piuttosto, il suo grugnito sembrava averla stuzzicata.
-Avete ragione, milord. Non lo è. Monterò con voi o continuerò a piedi.
Draven la guardò sprizzando fuoco dagli occhi.
-Non avete alcun buonsenso? Perché volete provocarmi?
-Ho molto buonsenso.
-Allora montate con Simon.
-No.
Dalla postura del suo mento ostinato, Draven capì che non aveva intenzione di cedere su
quel punto.
-Se voi siete la più gentile delle figlie di Hugh, allora ringrazio Dio per non aver dovuto
conoscere le vostre sorelle.
Rendendosi conto che discutere con lei sarebbe stato solo tempo sprecato, Draven
cedette.
-Montate sul maledetto cavallo.
Emily capì che, forse, in questa occasione lo aveva pressato troppo. Forse, dopotutto,
non avrebbe dovuto mostrarsi tanto audace. Ma suo padre pensava che la sua audacia era
una delle sue qualità più attraenti.
Mentre si sistemava sulla sella, pensò che, probabilmente, lord Draven non sarebbe stato
molto d’accordo con lui. In effetti, a giudicare dalla rigidità del suo corpo, non credeva
che pensasse un granchè bene di lei in quel momento.
Aprì la bocca per scusarsi.
-Non parlate – la zittì Draven -Nemmeno una parola.
Emily chiuse la bocca e giurò di non aprirla di nuovo finchè lui non si fosse scusato per
il tono che aveva usato con lei.
Draven si accorse che si irrigidiva sul suo grembo e capì di averla offesa. Che così fosse.
Non credeva di poter sopportare di sentirla stretta contro il suo corpo mentre quella
morbida voce gli parlava. In effetti, gli doleva già tutto il corpo, al punto che non sapeva
se avrebbe potuto resisterle.
Se fossero passati in qualunque paese, villaggio o città, durante il viaggio, si sarebbe
fermato e avrebbe comprato un cavallo per lei, costasse quel che costasse. In realtà,
avrebbe cambiato volentieri tutto quello che possedeva in cambio anche di un dannato
ronzino.

***

Il giorno trascorse in silenzio mentre Draven faceva il possibile per allontanare la sua
mente dal corpo. Ma era impossibile. Ogni dannato passo del cavallo la spingeva contro
di lui ad un ritmo sensuale che stava facendo a pezzi il suo autocontrollo e la sua
tolleranza. E man mano che passavano le ore, aumentava la sua furia e il suo membro si
induriva fino ad un punto vicino al dolore.
Il vento agitava le ciocche di capelli di Emily, portandole contro il suo viso,
accarezzandogli le guance e trasportando il loro odore di bosco fino a lui.
Per Dio! Sarebbe stato molto facile spronare il suo cavallo, trovare un posto appartato
tra gli alberi e sbatterla sotto di lui. Introdursi in lei una volta e poi ancora, fino a trovare
finalmente la pace che il suo corpo reclamava.
Il ricordo del suo bacio e della sensazione della sua pelle lo torturavano ancora di più.
-Milord?
Fece una smorfia di dolore nel sentire la sua voce.
-Vi avevo detto di non parlare.
-Non pensavo di farlo – rispose lei di cattivo umore -ma non ho altra scelta.
-Sì, l’avete.
-No, non ce l’ho – replicò con fermezza.
Lui guardò in basso verso di lei e vide il rossore che lo colorava le guance.
-Cos’è che…?
-Dobbiamo fermarci un momento.
-Voglio arrivare…
-Milord- lo interruppe lei -Avete capito male. Dobbiamo- enfatizzò la parola –fermarci
un momento- Indicò con lo sguardo gli alberi che si stavano lasciando alle spalle.
Fu allora che Draven comprese.
-Oh- disse lui mentre faceva un gesto con la mano per indicare agli altri di ridurre il
passo.
Draven condusse il suo cavallo fino ad un piccolo boschetto di alberi, tirando le redini
per fermarsi e aiutò Emily a scendere dal cavallo.
-Grazie- gli disse con freddezza e poi si girò e si avviò verso gli alberi.
Draven approfittò di quel tempo per ispezionare il suo cavallo, assicurandosi che il peso
di ambedue non stava stancando troppo l’animale.
Simon gli si avvicinò.
-Stai bene? – domandò.
Draven gli rivolse uno sguardo infuriato.
Per una volta, Simon ebbe sufficiente buonsenso da non parlare. Alzò le mani al cielo e
fece un passo indietro.
-Vedo che la risposta è, irrimediabilmente no.
Draven smise di osservare il suo cavallo e strinse il palmo della mano contro la sua
coscia in un tentativo di separare le sue calzamaglie dal membro gonfio. Non sapeva
quanto tempo ancora poteva sopportare tutto quello prima di impazzire.
A quanta lussuria insoddisfatta poteva essere sottoposto un uomo prima di cedere ad
essa?
E perché, in nome di Lucifero, doveva essere lui quello che doveva provare quanto può
sopportare un uomo?
Tutto quello che Draven desiderava era stare in pace. Non sarebbe mai andato a Londra
su ordine di Enrico se avesse saputo quale sarebbe stato il risultato, e in quel momento
gli sembrò addirittura attraente l’idea di tornare davanti al re per la propria esecuzione.
Diede un’occhiata a Simon che stava guardando verso gli alberi tra i quali era sparita
Emily e la sua domestica.
-Vuole sposarmi – mormorò Draven a suo fratello.
Simon lo guardò negli occhi.
-Lo ha detto anche a me.
-Ti ha detto il perché?
Simon scrollò le spalle.
-Per qualche misteriosa ragione, le piaci.
-Non essere ridicolo – il sorriso di Draven era carico di ironia -Non piaccio a nessuno.
Quello che vuole è vedermi morto, ecco quello che vuole.
-Se avessi creduto questo anche solo per un attimo, non …- Simon smise di parlare.
-Non, che cosa? – gli chiese diffidente Draven.
Simon fece una pausa, come se stesse considerando le sue parole e poi, rapidamente
concluse: -Non lo tollererei.
Draven tirò fuori la daga dalla sua cintura e offrì l’impugnatura a Simon.
-Prendi, prendi questo.
Simon si accigliò.
-Perché?
-Prendila e mettimela direttamente nel cuore prima che io vada in fiamme.
Simon rise e poi la rimise di nuovo nel suo fodero.
-Sai quello che si dice. La lussuria non può essere trattenuta. Devi fare qualcosa per
liberartene.
-Sei tanto desideroso di avere le mie terre che faresti in modo che Enrico mi
ammazzasse per la mia parola mancata?
-Ti assicuro di no- gli disse offeso -sposati con la ragazza e prendila quante volte vuoi.
Draven sospirò.
-Credi davvero che suo padre mi accetterebbe come genero?
-Non avrebbe altra scelta se lo ordinasse Enrico.
Per la prima volta in vita sua, Draven permise all’idea del matrimonio di tentarlo.
-La condanneresti ad una intera vita con me?
-Certamente sarebbe una vita migliore di quella che vive con il padre. Scommetto che
almeno tu le permetteresti di avere uno o due momenti di divertimento.
-Forse, ma almeno con suo padre vivrebbe tutta la sua vita. Con me non avrebbe altro
che una morte precoce.
-Draven, tu non sei come…
-Non dirlo, Simon , perché io so la verità. Tu vedi in me solo quello che desideri vedere,
ma io so quello che è sepolto dentro di me. È una compagna costante.
Simon gli diede qualche pacca sulla schiena.
-Ti preoccupi troppo, fratello. Devi imparare a rilassarti e goderti la vita. Prendi un bel
respiro e vivi – Simon fece un gesto con la testa, indicando gli alberi.
Draven si voltò e vide Emily che si avvicinava.
-Potresti imparare molto da quella dama – gli disse a bassa voce Simon -Lei sa come
trarre il massimo vantaggio da quello che Dio ci ha dato.
Draven considerò le sue parole.
Simon faceva sembrare tutto facile, ma le conseguenze erano troppo gravi. Se ascoltava
suo fratello e la sposava, c’era molto più di un piccolo rischio che un giorno l’avrebbe
ammazzata.
Fino a quel momento aveva mantenuto il suo temperamento sotto controllo quando stava
con lei, ma Emily sembrava non aver nessuna paura di lui e tremava al pensiero che un
giorno lo spingesse oltre i limiti.
C’era un solo modo…
No, era una opzione che non avrebbe mai scelto. Una che si rifiutava di prendere.
Emily non disse una parola quando si avvicinò ai due uomini. Draven distolse lo
sguardo.
Lei scambiò uno sguardo di frustrazione con Simon prima di dire a Draven: -Potremo
mangiare ora o volete continuare a cavalcare per tutto il giorno?
Draven si passò una mano nei capelli, ma continuò a non guardarla.
-Il mio cavallo deve riposare ancora. Prendete tutto il tempo di cui avete bisogno.
Lei alzò le mani guardando Simon e poi, impulsivamente, le mise come se si preparasse
a strangolare Draven.
Quando era quasi arrivata al suo collo, Draven si girò per osservare quello che stava
facendo.
Emily tirò indietro le braccia e sorrise.
-Cosa stavate facendo? – le domandò in tono diffidente.
Lei sorrise dolcemente.
-Niente.
Lui guardò Simon.
-Cosa stava facendo?
-Niente – rispose il fratello, strizzando l’occhio a Emily.
Draven fece un sospiro profondo.
-Non ho tempo per questo – mormorò, e cominciò a camminare verso i suoi uomini.
-È un uomo ostinato – disse Emily a Simon una volta che furono soli.
-Fin nel profondo della sua anima.
-Cosa posso fare?
-Insistere. Prima o poi dovrà arrendersi e ammettere i suoi sentimenti.
Emily osservò Draven mentre parlava con i suoi uomini. Sembrava ignorare
completamente la sua presenza.
-E cosa succede se non sente niente per me?
Simon rise.
-Vi assicuro, milady, che se questo fosse vero, non vi eviterebbe in questo modo.
-Siete sicuro?
-Abbastanza.
Emily meditò sulle sue parole per un momento, e anche su quello che avrebbe dovuto
fare in seguito.
-Credete che mi stia mostrando troppo audace nel cercarlo tanto spesso?
-L’audacia fa parte della vostra natura?
-Disgraziatamente, sì.
-Allora vi consiglio di seguire le vostre inclinazioni. Se vi comportate come siete in
realtà, non avete niente da temere.
Lei trovò molto difficile credere a quelle parole.
-Niente da temere da un uomo che è temuto da più della metà della Cristianità. Simon,
siete sicuro?
Lui assentì.
-Fidatevi di me, milady, vi accorgerete quando passerete i limiti.
-Molto bene, allora – rispose lei con un sospiro poco entusiasta -Per favore, scusatemi
mentre lo disturbo un altro pò.


Capitolo 12

Draven gemette sul serio quando lei gli si avvicinò, e, per un istante, Emily fu assalita
dai rimorsi.
Ma solo per un istante.
-Non riuscite nemmeno a concedermi un momento? – le domandò mentre gettava il
secchio con l’acqua per il suo cavallo a terra.
Lei si fermò al suo fianco.
-A prima vista, direi che avete passato troppo tempo da solo.
Lui si voltò e la guardò negli occhi.
-Non vi è mai capitato di pensare che preferisco così?
-Quello che mi capita di pensare è che forse voi non sapete cosa preferite, poiché dubito
che abbiate passato molto tempo con chiunque che non sia voi stesso. Se non avete
niente con cui paragonare la solitudine, come sapete se la preferite o no?
-Non mi hanno mai tagliato il braccio, milady – le disse mentre accarezzava il collo del
suo cavallo -Ma sono relativamente sicuro che preferirei non perderlo. Ci sono cose che,
semplicemente, si sanno.
Emily annuì, d’accordo con lui.
-Giusto, anche se debbo confessare che le vostre parole mi offendono gravemente,
poiché mi paragonate a una mutilazione. Non mi ero resa conto che la mia presenza vi
risultasse tanto fastidiosa. E finora, credevo erroneamente, di essere una persona
abbastanza gradevole.
E poi lo vide. In realtà fu molto piccolo, un leggero tocco di divertimento intorno alla
sua bocca e nei suoi occhi. Una piccola scintilla nelle gelide profondità del suo sguardo.
-Ah! – esclamò -Così è possibile farvi sorridere.
I suoi tratti si indurirono di nuovo.
-Sono molto lontano dal sorridere.
Lei lo ignorò.
-Sapete? Credo che sia molto intelligente da parte vostra non sorridere.
-E perché?
-Bello come siete, è più sicuro per una donna. Potrebbe svenire se voi le dedicaste un
sorriso.
Lui alzò gli occhi al cielo.
-Siete ridicola.
-No, sto parlando sul serio – rispose, e camminò verso di lui finchè non furono così
vicini che poteva sentire l’alito di lui sulle guance. Se si fosse chinato anche solo di un
millimetro, si sarebbero toccati.
Il suo intero corpo tremò per la vicinanza dell’uomo, mentre ricordava con chiarezza la
sensazione di quelle mani sul suo corpo. Il sapore delle sue labbra.
Si aspettava quasi che si allontanasse, ma, invece, lui rimase completamente immobile,
come se fosse in attesa di qualcosa.
Emily gli sorrise mentre il suo cuore cominciava a galoppare.
-Ricordo una storia che mi raccontava mia madre di quando era una ragazzina e viveva a
corte. C’era un conte che veniva dal continente, e lei diceva che sei cortigiane svennero
non appena misero gli occhi su di lui. Credo che voi siate devastante per i sensi di una
donna come quel conte.
In effetti, avete dei denti bianchissimi e non macchiati, come tanti altri signori che ho
conosciuto. Le vostre spalle sono ampie, le vostre braccia forti e i vostri lineamenti più
che semplicemente gradevoli. Via, uno potrebbe dire che siete davvero bellissimo. Se
solo osasse.
Con espressione stoica, lui si limitò a fissarla.
-Non fate che lusingarmi.
-Sto parlando sul serio.
-Allora, ditemi sinceramente, cos’è che volete con le vostre lusinghe?
-Questo è qualcosa a cui ho già risposto, e lo sapete perfettamente. – Emily chinò lo
sguardo sulle sue labbra, ricordando la sensazione di benessere che aveva sentito quando
avevano toccato le sue. E come si era sentita ancora meglio quando si erano posate su
altre parti del suo corpo.
-Milady…
Lei posò un dito sulle sue labbra per zittirlo.
-C’è qualcosa che mi piacerebbe chiedervi – disse con il cuore che le batteva con forza
nel petto -So che sono stata un disturbo per voi e me ne scuso. Quando mi entra qualcosa
nella mente, è difficile che possa essere convinta del contrario – fece una pausa e sospirò
profondamente per farsi coraggio, lasciando scivolare la mano dalla sua bocca al petto
-Mi piacerebbe che mi rispondeste sinceramente. Mi trovate attraente o desiderabile in
qualche modo?
Draven sapeva che, in quel momento, avrebbe potuto allontanarla da lui con una
semplice parola. Era l’opportunità che aspettava, ma quando guardò quei vibranti occhi
verdi e vi vide la paura del rifiuto, non riuscì a far uscire dalle sue labbra la bugia.
Avendo fallito con le parole, rispose nell’unico modo che poteva: con il suo corpo.
Prendendola tra le braccia, la strinse contro di lui e reclamò le sue labbra con le proprie.
Emily gli mise le mani sulle spalle, attirandolo a sé mentre lui esplorava il nettare della
sua bocca.
Che Dio l’aiutasse, ma lei era la sua ambrosia e il suo tallone d’Achille.
Emily sospirò di piacere mentre passava le mani nei folti capelli di Draven.
Lui la desiderava. Avrebbe potuto allontanarsi o ferire i suoi sentimenti, ma non lo
aveva fatto. Lo ammettesse o no, era una brava persona.
E lei lo desiderava.
Con una bestemmia, lui si allontanò.
-Mi rifiuto di fare questo- grugnì, scostandosi da lei.
-Draven…
-Lasciami in pace- le gridò -non voglio che mi vieni vicino. Non capisci che ho dato la
mia parola e devo mantenerla?
-Allora sposami. – Quelle parole la sorpresero tanto quanto lui.
Draven la fissò.
-Non posso.
-Perché? – volle sapere lei -La gente lo fa tutti i giorni.
-Ci sono molte cose che la gente fa tutti i giorni e che io non desidero fare. Ora lasciami
in pace e non tentarmi più.
Emily stava per continuare con la discussione, ma qualcosa dentro di lei le consigliò di
non farlo.
-Molto bene, milord. Non vi disturberò più. Ma mi piacerebbe che pensaste attentamente
all’argomento.
Cominciò ad allontanarsi da lui, ma si fermò e si voltò di nuovo.
-A proposito…- Emily aspettò che lui la guardasse -Riuscirò a farvi ridere.
Scorse qualcosa di strano sul suo viso, come se stesse rivivendo un vecchio incubo.
-Non ci sono risate dentro di me- sussurrò lui -Sono morte molto tempo fa.
Emily aggrottò le sopracciglia.
-Non siate stupido. Tutti abbiamo delle risate dentro.
-Io no- replicò e poi si avviò verso il suo cavallo.
Emily lo osservò andarsene mentre ripensava alle idee che le frullavano in testa.
Inconsciamente, lui aveva lasciato cadere un altro guanto, un’altra sfida, perché lei la
raccogliesse. E lo avrebbe fatto.
-Riuscirò a farvi ridere, milord- disse -e quando succederà, saprò che mi appartenete.
Ore dopo, si fermarono per passare la notte vicino a un piccolo stagno. Mentre gli
uomini preparavano l’accampamento, Alys e lei si presero qualche minuto da sole per
rinfrescarsi nello stagno.
Quando fecero ritorno all’accampamento, la sua tenda era stata già preparata. Emily si
fermò un momento a guardare Draven mentre alzava un pesante maglio che stava
usando per conficcare profondamente nel terreno i pali della sua tenda. La tunica bianca
di lino si tendeva sui suoi muscoli quando alzava il maglio sulla testa per poi scaricarlo
con forza sul palo.
Il sangue della giovane cominciò a correre più in fretta. Non aveva mai conosciuto un
uomo così ben proporzionato, così forte. Davvero, guardarlo lasciava senza fiato.
Quando Ravenswood finì, era avvolto in una sottile cappa di sudore. Disse qualcosa ad
uno dei suoi uomini prima di mettere le bisacce sulla spalla e dirigersi verso lo stagno.
Andava a lavarsi, pensò con un sussulto.
Tutto ciò che doveva fare era…
Oh, no! sibilò una voce nella sua mente. Non puoi farlo!
Emily si morse le labbra. Sì, sì che poteva. Chi poteva sapere che l’aveva spiato?
-Avanti.
Sussultò nel sentire la voce di Alys vicino all’orecchio.
-Scusa? – domandò.
Alys le dedicò un sorriso malizioso.
-So quello che state pensando, milady. Ho visto come seguivate con lo sguardo sua
Signoria mentre si dirigeva tra gli alberi, e perciò vi dico, avanti, guardatelo.
-Ma Alys…
-Ma Alys niente. Una dama deve avere l’opportunità di ispezionare la merce prima di
impegnarsi a comprarla.
Il calore inondò le guance di Emily. La sua domestica poteva essere molto cruda a volte,
ma…
Questo era davvero una tentazione.
Alys le diede una gomitata.
-Avanti. Fischierò se qualcuno verrà tra gli alberi dopo di voi.
-E se mi scopre?
-Ditegli che vi siete persa. Sempre se è tanto ignorante da chiedervelo. Chissà, forse
potrebbe darvi il benvenuto.
Emily diede un’occhiata all’accampamento, indecisa. Erano tutti lì, perfino Simon che
era seduto tra due cavalieri bevendo birra da un otre.
Avrebbe osato?
-Se volete vi accompagnerò.
Emily guardò la sua domestica con occhi socchiusi.
-Cosa farai?
Alys le rivolse un sorriso malizioso.
-Sarei più che felice di accompagnarvi, se volete sapere la verità.
Emily non seppe cosa rispondere finchè Alys non riprese a parlare.
-Milady non avrà paura, vero?
-Non essere ridicola. Non sono più una bambina, ormai, Alys e non puoi costringermi a
fare qualcosa chiamandomi codarda.
-Non farei mai una cosa simile- rispose Alys in tono innocente, ma l’espressione del suo
viso smentiva le sue parole.
Alys gettò uno sguardo al secchio che Emily aveva ai suoi piedi.
-Oh, guardate!- esclamò enfaticamente -Sono rimasta senz’acqua. Che cosa terribile!
Accidenti, credo di avere bisogno di altra acqua -Alys si chinò per raccogliere il secchio
e si incamminò verso gli alberi -Milady vorrebbe unirsi a me?
-Sei incorreggibile!
Emily aveva un brutto presentimento, ma dallo sguardo della sua cameriera, sapeva che
Alys non avrebbe cambiato idea.
-Dammi il secchio e io…
-Oh, no, milady- disse Alys, sbattendo le sue ciglia in modo esagerato -Non permetterei
mai che voi andaste a prendere l’acqua. Cosa direbbe sua Signoria?
-Alys!
La ragazza tornò a comportarsi come faceva di solito.
-Ora avete punto la mia curiosità, milady. Devo venire con voi, ma resterò solo un
minuto- e fece una smorfia supplichevole -Solo una sbirciatina?
-Tutte e due getteremo solo un’occhiata e poi torneremo indietro immediatamente.
-Tutte e due?
-Tutte e due- confermò Emily, respirando profondamente per darsi coraggio. Si avvicinò
ad Alys e entrambe si diressero silenziosamente verso gli alberi.
Non ci misero molto a trovare Draven. Si era già tolto i vestiti e si era immerso in acqua
fino alla vita. Ad Emily ardeva il viso quando lei ed Alys si nascosero dietro ad un
arbusto per guardarlo di nascosto.
-Per i pollici di Dio! Milady!- sospirò Alys -non ho mai visto niente di simile.
Lei nemmeno. Le si seccò la bocca osservando il profondo ed affascinante movimento
dei muscoli della sua schiena. La pelle bruna brillava per l’umidità, e tutte le parti del
suo corpo erano ben formate, denotando una grande forza.
Aveva le spalle molto ampie e una vita stretta. Intorno al collo portava un piccolo
amuleto infilato in un cordone di cuoio.
L’acqua scivolava sulla sua pelle, accumulandosi sulla morbida peluria del suo petto.
Perfino da quella distanza lei riusciva a vedere la solidità del suo petto e non faceva
fatica a ricordare la sensazione che aveva sentito nel stringersi contro quel corpo, duro
come una roccia. La sensazione di quelle labbra e di quelle mani sulla propria pelle.
Emily si morse il labbro al ricordo, e desiderò avere l’audacia di percorrere la breve
distanza che li separava.
Draven si chinò per bagnarsi i capelli, offrendole una vista perfetta delle sue natiche
brune e di un posteriore così ben formato che si sentì invadere dalla lussuria.
Il corpo intero di Emily palpitava mentre osservava come si drizzava e si insaponava i
capelli. Le sue forti dita che sfregavano i ciuffi neri, il movimento dei muscoli delle sue
braccia, le gocce d’acqua che scivolavano sul suo corpo, produssero in lei delle
sensazioni molto strane.
-Potrebbe usare quel ventre come tavolo per lavare- sospirò Alys. Poi diede una
gomitata ad Emily -Ma sapete, cosa è meglio ancora che fare il bucato sul ventre di un
uomo?
Prima che Emily potesse rispondere, sentì uno strano rumore tra gli alberi alle sue spalle
che le fece spalancare gli occhi.
-Credo che siamo state scoperte- mormorò Emily, indicando la direzione dalla quale
provenivano quei rumori.
La domestica si voltò e si ritrovò a vedere un cinghiale selvatico che appariva tra il
fogliame.
Per un istante, Emily non riuscì a muoversi.
Poi Alys diede un grido che quasi le ruppe i timpani.
Draven si voltò nella direzione delle urla per vedere due donne che fuggivano verso lo
stagno… e verso di lui. Ebbe appena il tempo per restare saldamente in piedi prima che
esse lo colpissero buttandolo in acqua.
Emerse sputacchiando e vide Emily e la sua cameriera che saltellavano per la paura,
gridando e indicando terrorizzate verso il bosco.
-Un cinghiale! Un cinghiale, un cinghiale!- ripeteva la domestica.
-Silenzio!- ordinò Draven a bassa voce -E, se avete anche solo un pò di voglia di vivere,
smettetela di muovervi.
Con sua grande meraviglia, obbedirono immediatamente. Draven fece un passo cauto in
avanti per far da scudo con il proprio corpo alle due ragazze.
Guardò nella direzione dove la sua daga giaceva inutilmente, ad alcuni metri dalla bestia
ansimante. L’animale batteva con forza il terreno con gli zoccoli e li guardava con furia.
-Carica contro di noi- disse Emily, e la sua voce non fu più che un sibilo.
-Se resterete assolutamente immobile, non lo farà- rispose lui.
-Non mi sto muovendo- sussurrò Emily -Penso di rimanere qui finchè le rane non mi
cresceranno tra i capelli.
-Cosa facciamo, milord?- domandò Alys.
Personalmente, Draven avrebbe voluto vestirsi. Soprattutto perché Emily aveva afferrato
il suo braccio sinistro con tanta forza che stava cominciando a sentire un formicolio alla
mano per la mancanza di sangue. Cercò di liberarsi della sua stretta, ma poi non osò
continuare per paura che il movimento attirasse il cinghiale o, peggio ancora, che Emily
potesse farsi prendere dal panico e uscire di corsa dallo stagno.
-Potremmo fuggire di corsa lasciandocelo indietro? – domandò Emily.
Draven non allontanò lo sguardo dal cinghiale.
-La questione non è lasciarci indietro il cinghiale, milady, bensì non lasciarmi voi e la
vostra domestica dietro.
-Adesso vi ricordate del vostro umorismo?- la sua voce suonava inorridita.
Muovendo il braccio con tutta la lentezza di cui fu capace, si liberò dalla mano di Emily.
-Non volevo essere spiritoso. Mi limitavo a constatare un fatto.
Lentamente e con molta cura, si avvicinò alla sua spada.
Il cinghiale sbuffò e agitò la testa.
Draven si bloccò.
Emily deglutì; si sentì morire per il terrore nel vederlo avvicinarsi alla bestia.
Come poteva rimanere tanto tranquillo quando il suo cuore batteva con tanta forza che
sembrava volerle uscire dal petto?
-Emily?- si sentì la voce di Simon attraverso gli alberi.
Lei trattenne il respiro sentendo il richiamo di Simon.
Il cinghiale si voltò verso quella fonte di suono.
-Simon, và a prendere una balestra!- gridò Draven.
Il cinghiale si volse di nuovo verso Draven e si avvicinò un pò di più. L’uomo non fece
nemmeno un solo movimento mentre guardava direttamente negli occhi l’animale.
Emily deglutì con forza per cercare di sciogliere il nodo che si sentiva in gola.
-Una balestra? Perché?- domandò Simon uscendo dal fitto degli alberi.
Il cinghiale sbuffò ancora una volta, sbattè lo zoccolo nel terreno e caricò contro Simon.
Con una orribile bestemmia, Simon, letteralmente si arrampicò su un albero con un
balzo.
Draven corse a prendere la sua spada e l’afferrò mentre suo fratello si metteva fuori
dalla portata degli affilati denti del cinghiale.
-Mantienilo distratto – gli ordinò Draven.
-Certo – grugnì Simon mentre alzava le gambe -Mantienilo distratto, dice. Uccidi la
maledetta bestia, vuoi?
Mentre Draven si avvicinava poco a poco verso di lui, il cinghiale si volse ad
affrontarlo.
Draven smise di muoversi.
Il tempo sembrò fermarsi mentre Emily aspettava che il cinghiale caricasse contro il
corpo nudo di Draven. Malgrado lui fosse armato, lei sapeva che non era un rivale per la
bestia. Infatti, una volta che un cinghiale attaccava, non si fermava finchè non era morto.
E se era ferito, chi lo aveva attaccato correva un pericolo ancora peggiore.
Atterrita, seppe che doveva fare qualcosa per aiutarlo.
-Qui, maiale bello, qui…- lo chiamò Emily prima di potersi trattenere.
-Milady! – gridò Alys.
Ignorandola, Emily diede alcune manate sull’acqua.
-Vieni qui, maiale bello, maiale, qui…
Il cinghiale la guardò.
Quasi senza respiro, Emily sperò che, in qualche modo, Draven la tenesse al riparo
mentre continuava a distogliere l’attenzione dell’animale da lui.
Il cinghiale caricò contro di lei, e Draven caricò contro di lui. La bestia si voltò, confuso,
mentre Draven alzava la sua spada. Come se percepisse la sua morte imminente,
l’animale strillò di terrore e fuggì rapidamente nel bosco.
Il sollievo la pervase tanto rapidamente che le tremarono le gambe. Emily si inginocchiò
nell’acqua, tremando e ridendo come un’isterica.
La cosa seguente di cui fu cosciente era che Draven le era accanto, aiutandola a
rimettersi in piedi.
-Vi sentite bene? – domandò.
Lei assentì con il capo, appoggiandosi a lui per potersi reggere.
-Sono molto felice, milord, che perfino le bestie selvagge hanno paura di voi.
Lei sentì la risata di Simon mentre scendeva dall’albero, e solo allora si rese conto che
Draven si era allontanato per mettersi le calzamaglie.
-Cosa stavate facendo qui? – domandò Draven in tono brusco.
Si sentì arrossire. Non osava dirgli la verità.
-Acqua – disse Alys prima che Emily potesse rispondere -Eravamo venute a prendere
dell’acqua per l’accampamento, milord. Il secchio è tra gli arbusti, dove lo abbiamo
gettato.
Draven si lasciò scappare una forte sospiro mentre la lasciava libera.
-Avreste dovuto stare più attente- e guardò suo fratello -E tu… si suppone che dovevi
badare a loro.
-E perché credi che sia venuto quando l’ho fatto? Ho sentito le loro grida.
Draven lo guardò infuriato.
-E non hai pensato di prendere una balestra prima di venire a cercarle?- scosse la testa
-Per l’amor di Dio, Simon, ci sono cose che un uomo deve fare senza nemmeno
pensarci, e prendere una balestra quando una donna grida, è una di queste.
Simon sembrò imbarazzato.
-Bene, cercherò di tenerlo presente la prossima volta che un cinghiale vi attaccherà.
Emily scambiò uno sguardo impaurito con Alys quando Draven andò a cercare il
secchio. Si fermò abbastanza in quel posto, e quando non tornò subito, Emily lo
raggiunse.
-Qualcosa non va, milord? – gli domandò.
Draven raccolse il secchio e le rivolse uno sguardo sospettoso.
-Siete venuta a prendere l’acqua?
-Sì.
-Allora, perché tutte e due vi siete inginocchiate in questo posto abbastanza tempo da
lasciare un’orma profonda nell’erba?
L’aveva scoperta!
-Io…hmm…- cercò di pensare ad una bugia che suonasse ragionevole, ma non le venne
in mente nulla -Bene, vedete… noi…- Per Dio, perché non le riusciva di pensare a
nulla?
-Voi… cosa? – domandò lui.
Una luce diabolica risplendeva nei suoi occhi mentre la guardava con attenzione. Oh, si
stava divertendo per il suo imbarazzo. Troppo. Alzando il mento, decise di togliergli il
divertimento.
-Va bene, siamo venute a vedere come facevate il bagno, se proprio volete sapere la
verità.
Lui inarcò un sopracciglio.
-Suppongo che dovrei sentirmi lusingato.
Incapace di affrontare il suo sguardo, lei abbassò lo sguardo fino al ciondolo che aveva
al collo. C’era un’unica rosa appesa al cordone di cuoio, appoggiata su quel petto duro e
ben scolpito.
Ma quello che richiamò la sua attenzione, fu la vena che batteva sotto la sua pelle, allo
stesso ritmo del suo cuore.
Draven sentiva il suo alito contro il proprio petto nudo. E si sentì rabbrividire in tutto il
corpo.
Aspettò che lei dicesse qualcosa, ma sembrava affascinata dall’emblema araldico che gli
aveva regalato la regina Eleonora quando aveva vinto il suo primo torneo.
-Finalmente siete rimasta senza parole? – domandò. Prima che lei potesse rispondere,
Simon e Alys si unirono a loro.
Simon gli lanciò la sua tunica.
-Dovremmo mettere una guardia perché controlli che il cinghiale non torni.
-Sì. Così come alle altre cose che possono attaccare un uomo quando meno se lo aspetta.
Questo fece sì che lei alzasse di nuovo la testa. Con le guance arrossate, Emily lo guardò
socchiudendo i suoi occhi verde scuro.
Draven sentì un insopprimibile impulso di baciarla, e, se fossero stati da soli, dubitava
molto che avesse avuto la forza necessaria per resistere. Invece, concentrò la sua
attenzione su Simon, e non sulle sue labbra umide. E così, lo aveva spiato. A dire il vero,
ne era lusingato… e tremendamente eccitato. Ma quello che davvero voleva sapere era
se a lei fosse piaciuto ciò che aveva visto.
Non si era mai preoccupato prima di quello che una donna pensava di lui. Ma, per
qualche motivo, voleva che lei lo desiderasse tanto quanto lui desiderava lei.
Sei pazzo?
Sì, doveva esserlo. Non c’era altra spiegazione. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era
che lei lo desiderasse più di quanto già non facesse.
Con quel pensiero in mente, afferrò la tunica, le restituì il secchio e si vestì rapidamente.
-Sarà meglio tornare all’accampamento prima che il cinghiale ritorni- disse mentre
cominciava ad avviarsi.
Emily lo seguì, con Simon al suo fianco. Mentre ritornavano, si rese conto di quello che
aveva fatto quando avevano affrontato l’animale.
Senza esitare un istante, aveva affidato la sua vita a Draven. Non aveva mai fatto prima
una cosa simile. Era sempre stata abbastanza audace, ma mai fino al punto da rasentare
la pazzia come aveva dimostrato poco prima con il cinghiale selvatico.
Ma in fondo al suo cuore, aveva saputo che lui non avrebbe permesso che lei soffrisse di
alcun danno. E Draven aveva dimostrato che aveva ragione.
-Grazie, lord Draven – disse.
Lui le lanciò una breve occhiata al di sopra della spalla.
-E questo perché?
-Per avermi salvato.
Il suo sguardo di addolcì.
-Allora dovrei dirvi lo stesso. Se non aveste distratto la bestia, sicuramente sarei steso al
suolo con una ferita molto grave.
-Oh, Draven – disse Simon con voce in falsetto mentre univa le palme delle sue mani e
le alzava fin sulla spalla. Dedicò a suo fratello uno sguardo di adorazione -Siete il mio
eroe!- Simon tirò su con il naso, come se si stesse asciugando le lacrime, e stese le
braccia verso le spalle di Draven -Se non fosse stato per voi, a quest’ora il cinghiale mi
avrebbe mangiato vivo.
Draven spinse suo fratello lontano da lui.
-Allontanati da me, sciocco.
-Ma Draven – continuò Simon con la voce in falsetto -Siete il mio eroe… datemi un
bacio.
Draven evitò l’abbraccio di Simon e si mise dietro a Emily.
-Ma cosa sei? Un lunatico?
-Va bene – replicò Simon -Allora, Emily, baciatelo voi per me.
E prima che chiunque potesse indovinare quello che Simon stava per fare, si sentì
sospinta tra le braccia di Draven.
I loro corpi si strinsero l’uno contro l’altro.
Le braccia di Draven la circondarono, e, per un momento, rimase senza fiato
contemplando quegli impressionanti occhi azzurri. La passione divampò tra loro,
percorrendo i loro corpi.
Lasciandoli senza fiato e facendo ardere loro il sangue nelle vene.
Siccome Draven non fece alcun tentativo per baciarla, Simon tossicchiò.
-Bene, allora- disse, prendendo Emily dalle braccia del fratello e circondandola con le
proprie -Lasciate che vi insegni come si dà un bacio.
Simon chinò la testa per baciarla, ma prima che potesse farlo, Draven gli strinse il mento
tra le mani e lo scostò dal volto da Emily.
-Se ti avvicini di nuovo alle sue labbra in quel modo, fratello, ti castrerò.
Simon fece l’occhiolino ad Emily.
-Come vuoi tu, caro fratello. Come vuoi.
Simon si allontanò da lei e Draven lo liberò.
-Ma tieni conto di una cosa- disse mentre si stirava la tunica con le mani -se una ragazza
tanto dolce avesse salvato la mia vita, credo che avrei trovato un modo migliore di
ringraziarla che semplici parole.
-Sono sicuro che lo avresti fatto.
Simon lo ignorò e prese Alys per un braccio.
-Venite, Alys, sembra che abbiate dimenticato di prendere l’acqua. Vi piacerebbe che vi
accompagnassi di nuovo allo stagno nel caso dovesse ritornare il cinghiale?
-Vi ringrazio molto per la vostra gentilezza, milord.
-Un altro grazie solo a parole- sospirò Simon -Ahi! Cosa ne sarà di me?
Alys prese il secchio dalle mani della sua padrona, e dalla luce che brillava negli occhi
della domestica, Emily capì che Alys pensava di ringraziare Simon con molto più che
semplici parole.
Arrossendo al pensiero di quello che la serva pensava di fare, Emily intrecciò le mani e
guardò Draven.
-Dovreste andare a cercare la vostra cameriera- l’avvertì Draven quando Alys e Simon
furono spariti dalla vista -Ho la sensazione che mio fratello sia in cerca di qualcosa di
più che un semplice sorso d’acqua.
-Penso anch’io lo stesso di Alys.
Tra loro si stabilì un imbarazzante silenzio quando finalmente ripresero la via del
ritorno.
-Oh, milord, che lancia grande e calda che avete!
Emily si bloccò sentendo le parole di Alys.
Lo stesso fece Draven.
-Credo che andrò…
-No- gli disse lei fermandolo con un braccio -Lasciateli al loro divertimento.
-Lui la guardò di traverso.
-Non ci sono molte dame che siano così comprensive rispetto al comportamento delle
loro cameriere.
-Dovrei sentirmi mortificata, lo so. Ma Alys è una mia amica, e anche se ha i suoi difetti,
è buona e ha un cuore generoso.
-E questo è tutto ciò che vi interessa?
-Sì – disse lei -La gente commette sempre errori, ma alla fine, l’unica cosa che importa è
quello che si ha nel cuore.
-E se non hanno un cuore?
Emily esitò davanti al suono strano della sua voce.
-Tutti hanno un cuore.
Lui scosse la testa.
-Non tutti.
Emily lo strinse perché si fermasse.
-Sì, Draven. Tutti. Sai quello che vedo quando ti guardo?
Draven la osservò, preoccupato per quello che avrebbe detto.
-Io non ho un cuore – confessò -Me lo hanno strappato molto tempo fa.
Lei gli poggiò una mano sul petto. Draven abbassò lo sguardo. Quella mano sembrava
molto fragile e piccola sul suo petto.
-Per essere un uomo che non ha un cuore, ti batte molto forte nel petto.
-Quello non è altro che un organo.
-Forse- rispose lei guardandolo negli occhi -ma io so la verità su di te.
-E qual è?
Emily si beò del calore della pelle dell’uomo che dal suo braccio, si propagava fino al
suo corpo. Come desiderava che lui potesse vedersi attraverso i suoi occhi. Anche solo
per un momento.
Gli avevano fatto molto male. Lo sapeva. E nonostante fosse il guerriero più feroce della
Cristianità, sentiva che c’era una parte di lui molto vulnerabile. Una parte di se stesso
che aveva chiuso al mondo, e che, se lei fosse riuscita a raggiungere, le avrebbe fatto
ottenere la chiave del cuore che diceva di non possedere.
-Un giorno, Draven- gli sussurrò -Un giorno vedrai la verità, così come la vedo io. E ti
renderai conto di come sei in realtà.
Lui rimase a bocca aperta.
-La mia unica speranza è che tu non scopra mai la verità sulla mia vera natura.
E con quelle parole, si allontanò da lei avviandosi verso l’accampamento.
Emily fece molti tentativi per continuare la conversazione, ma Draven non rispose a
nessuno di essi.
Poco prima del crepuscolo, Alys e Simon fecero ritorno.
Alys si avvicinò a lei con gli occhi splendenti e le guance arrossate. Si chinò verso
Emily, che era seduta accanto al fuoco, e sospirò.
-Tutto quello che posso dirvi, milady, è che se lord Draven è anche solo la metà bravo
come suo fratello, proverete una meravigliosa cavalcata.
-Alys!- la rimproverò Emily.
La domestica sorrise.
-Aspettate e vedrete. Non avete nemmeno la più pallida idea di come…- Alys si
interruppe quando uno dei cavaliere le passò accanto.
Quando furono di nuovo sole, Alys arricciò il naso.
-Aspettate e vedrete- ripetè, e poi si alzò per aiutare a servire la cena.
Mentre mangiavano, i cavalieri del seguito si scambiarono storie di avventure, ma Emily
non ascoltava. Si trattava sempre degli stessi racconti che aveva ascoltato già in altre
occasioni.
Inoltre, aveva altro a cui pensare. A come far ridere Draven.
Aveva passato tutto il tempo a cercare il modo per riuscirci. Masticando la lepre
arrostita, ascoltò Draven e Simon parlare di come si comportava il re con i francesi e gli
scozzesi. Non era strano che l’uomo non rideva mai. Chi avrebbe trovato divertente
qualcosa di tanto arido e noioso come la politica?
Quello di cui aveva bisogno Draven era una barzelletta. Sì, questo avrebbe potuto
portare una scintilla di allegria nei suoi occhi.
Aspettò che finissero di parlare e poi si chinò in avanti.
-Milord? – chiamò rivolgendosi a Draven -Sapete quanti bizantini sono necessari per
accendere un fuoco?
Il suo sguardo riflettè qualcosa a metà strada tra il fastidio e la diffidenza mentre si
chinava per prendere il suo boccale.
-Non so immaginarlo.
-Due- rispose lei molto semplicemente -Uno per accenderlo e un altro per cominciare la
polemica.
Simon scoppiò a ridere, ma Draven si limitò a guardarla di traverso.
Un fallimento.
Emily tamburellava con le dita mentre pensava a qualcos’altro.
-Molto bene- riprese -Quanti normanni ci vogliono per accendere un fuoco?
-Tre?- domandò lui con indifferenza.
-No, perché disturbarsi ad accendere un fuoco quando sulla collina c’è un monastero?
Diversi cavalieri si unirono alle risate di Simon in quell’occasione. Ma Draven
continuava a non mostrare il minimo segno di divertimento. Anzi, al contrario, sembrava
ancora più serio.
-Su, Draven- disse Simon -Questa è stata molto spiritosa.
Draven si limitò a sorseggiare il proprio vino.
-Ne sapete altre, milady?- chiese uno dei cavalieri.
-Sì- rispose, guardandolo -Quanti romani sono necessari per accendere un fuoco?
Draven cercò di allontanare quella morbida voce dalla sua mente, ma, per qualche
motivo, non riuscì a farlo. In realtà, tutto il suo corpo era in attesa di lei. Del modo in cui
la brezza le scompigliava le ciocche bionde. Del modo in cui la luce del fuoco giocava
sui suoi lineamenti, aggiungendo scintille ai suoi occhi.
Sapeva quello che stava cercando di fare. E non riusciva ad evitare di sentirsi divertito.
-Non ho la minima idea di quanti romani c’è bisogno, milady – disse un altro dei suoi
cavalieri, Nicholas.
-Mille e uno – rispose lei.
Draven inarcò un sopracciglio nel sentire la risposta.
-Mille e uno? – domandò, nonostante il proposito di ignorarla.
-Sì. L’imperatore che emette l’ordine, novecentonovantanove governatori romani per
comunicare il mandato, e uno schiavo per accenderlo.
Il resto della compagnia si divertiva e, se solo avesse osato ammetterlo, anche lui
l’aveva trovato abbastanza spiritosa. Se fosse stato il tipo d’uomo che rideva, si sarebbe
unito al fratello e ai suoi uomini , ma erano passati troppi anni.
Non riusciva nemmeno più a ricordare come era ridere.
Emily sospirò e guardò Simon.
-Vostro fratello è un uomo duro.
Draven quasi soffocò con il vino.
Lei si accigliò.
-Milord, vi sentite bene? – gli domandò dandogli delle pacche sulla mano.
-Sto bene- rispose lui e si allontanò per evitare il suo contatto -Le vostre parole mi hanno
colto di sorpresa, ecco tutto.
Di nuovo, Simon scoppiò a ridere.
-Che c’è? – domandò lei.
Simon scosse la testa.
-Lascerò che sia mio fratello a spiegarvi quanto può arrivare ad essere duro.
-Simon- lo avvertì Draven.
-Non puoi cominciare a lamentarti quando sei stato tu ad incominciare tutto questo.
Sconcertata, Emily guardò dall’uno all’altro finchè Draven si alzò e andò via.
Emily osservò come si allontanava dall’accampamento.
-Ho detto qualcosa di male? – chiese a Simon.
-È stato unicamente per la scelta delle vostre parole.
Lei continuava a non capire, e, dall’espressione sul volto di Simon, capì che lui non
avrebbe detto altro. Ma non ce ne fu bisogno. Fu Alys che le andò alle spalle e le
sussurrò la risposta all’orecchio.
Il calore inondò il viso di Emily, che si rifiutò di guardare di nuovo Simon o chiunque
altro.
Il suo imbarazzo era troppo grande. Finirono di mangiare in silenzio, e Draven si sedette
abbastanza lontano dalla luce del fuoco.
La compagnia si ritirò ed Emily e Alys andarono a dormire.
Ore dopo, Emily giaceva nel suo letto tentando di addormentarsi. Ma non ci riusciva.
Alys era sul giaciglio accanto, russando forte. Emily tirò indietro le coperte e si diresse
verso le bisacce. Rinunciando al sonno, cercò il libro che le aveva dato Christina e lo
portò verso la luce del fuoco fuori dalla tenda.
Lì non c’era nessuno. Non vedeva nemmeno Draven al suo posto.
Soffocando uno sbadiglio, aprì il libro… per richiuderlo immediatamente dopo.
Il calore le bruciò il viso ricordando le immagini. Doveva essere un errore! Forse non
aveva visto quello che aveva creduto di vedere.
Timidamente, aprì di nuovo il libro, e i suoi occhi si spalancarono vedendo i disegni di
uomini e donne che facevano cose indescrivibili gli uni con gli altri.
Il rossore le bruciava il volto mentre apriva un pò di più il libro.
-Non mi meraviglio che mi abbia detto di aprirlo quando ero sola- sussurrò, guardandosi
intorno per assicurarsi che nessuno potesse vederla. Fortunatamente, l’accampamento
era ancora vuoto.
Imbarazzata e stupita per il regalo di Christina, Emily vide il pezzo di pergamena che era
stato ripiegato all’interno del libro.
Lo prese e vedendo che era diretto a lei, lo lesse:
Cara Emily,
so quanta curiosità nutri su quello che succede tra gli uomini e le donne. Questo è il libro
che mi diede mia madre la notte prima del mio matrimonio. È sconvolgente, ma lo
troverai abbastanza chiaro e ti sarà d’aiuto. E, a giudicare dallo sguardo di lord Draven,
sono abbastanza sicura che ne farai un uso migliore di me con Orrick.
Il mio consiglio: studia la posizione numero settantatrè. Sembra essere la favorita di
Orrick.
La tua amica che ti ama, Christina.
Emily si mordicchiò la punta del dito mentre meditava sul consiglio di Christina. Dio
Benedetto, a suo padre sarebbe venuto un colpo se solo immaginava che avesse un libro
del genere!
Avrebbe dovuto gettarlo nel fuoco e mettere fine a tutto quello. Questo era ciò che
avrebbe fatto una dama decente.
La cosa spaventosa era che lei era una svergognata. Alla fine, la sua curiosità aumentò a
tal punto che, guardandosi di nuovo intorno per assicurarsi di essere sola, aprì di nuovo
il libro.
Lo avvicinò alla luce del fuoco e cercò di osservare il modo in cui l’uomo e la donna
erano intrecciati nella posizione numero settantatrè. Con le mani che coprivano il petto
della donna, l’uomo giaceva sul fianco, alle spalle di questa, e sembrava che stesse
colpendo…
-Cos’è quello?
Emily soffocò un grido quando sentì la voce di Draven e chiuse rapidamente il libro.
Alzò la testa e lo vide in piedi, proprio accanto a lei.
Dio del cielo! L’aveva di nuovo scoperta.
Poteva mai sentirsi più imbarazzata di così?
-Non è nulla – disse in fretta.
-È quello che vi ha dato Christina prima di partire?
Lei annuì e si mise il libro sotto il braccio.
-Posso vederlo? – le domandò, allungando la mano per prenderlo.
Gli occhi di Emily si spalancarono al solo pensiero che lui potesse dare un’occhiata a
quello che lei aveva appena visto. Cosa avrebbe pensato di lei, se lo avesse fatto?
A dire il vero, non voleva saperlo.
-Oh, no! – ansimò, mettendolo al di fuori della sua portata.
Lui si accigliò.
-Ma cosa vi succede?
-Niente- e si alzò in piedi -Assolutamente niente.
-Allora permettetemi…
-No, no. Devo ritornare a letto.
Ma prima che potesse muoversi, lui le tolse il libro dalle mani e lo aprì.
Draven rimase senza fiato mentre guardava inorridito le immagini di persone nude, e, in
alcuni casi, di più di due, in tutte le posizioni sessuali che si potessero pensare e
desiderare.
Non aveva più visto quel libro da anni. Era quel tipo di cose che i cavalieri
condividevano durante le campagne, dandosi arie e vantandosi a farle con signore dalle
poche virtù.
Non avrebbe mai creduto di trovarlo nelle mani di una dama di nobile nascita. E vergine,
per giunta!
Chiudendo la bocca che gli era rimasta aperta, guardò Emily per osservare il suo viso;
era così arrossita che sembrava pronta ad andare in fiamme.
Non seppe cosa dire.
Cosa si poteva dire a una dama dopo aver visto quello?
Molto lentamente, richiuse il libro e glielo restituì.
Emily non disse nemmeno una parola mentre lo prendeva. Poteva sentire lo sguardo
incredulo di Draven inchiodato su di lei, e, in quel momento, desiderò poter sprofondare
sottoterra pur di non affrontarlo.
Senza parole per l’imbarazzo, Emily appoggiò la fronte contro la copertina di cuoio
consunto del libro. Poteva mai sentirsi peggio di così? Avrebbe ammazzato volentieri
Christina! Ma a cosa stava pensando quella donna?
Se anche avesse vissuto duemila anni, non avrebbe mai dimenticato lo sguardo di
stupore sul viso di Draven. Cosa avrebbe pensato di lei?
-Draven, io non sapevo che il libro…
No, non era quello che avrebbe dovuto dire; se ne rese conto quando lui la guardò
inarcando un sopracciglio.
-Sono vergine, milord- disse, anche se le costò dover pronunciare quelle parole -Non so
cosa sia preso a Christina perché mi consegnasse una cosa…
Lui scosse la testa.
-Non parliamone più. Dimenticheremo tutta su questa faccenda.
Emily respirò a fondo, grata per la sua indulgenza.
-Non credete che dovreste andare a dormire, ora?- le domandò con voce tesa.
-Non riesco a dormire, e preferirei restare con voi piuttosto che stare distesa sul mio
giaciglio, ascoltando Alys che russa.
-Perché?
Emily reclinò la testa per osservare la confusione sul suo viso.
-Vi riesce così difficile credere che qualcuno desideri la vostra compagnia?
-Sì- le rispose semplicemente -Nessuno lo ha mai fatto prima. Cosa vi rende così
diversa?
Emily mise di lato il libro e si alzò per affrontarlo.
-Forse sono l’unica persona con la quale vi siete trattenuto più spesso. Credo che la
vostra abitudine di stare da solo sia riuscita ad allontanare perfino le persone più decise.
-Ma non voi.
Lei sorrise.
-No, non me. Ma è perché io sono più testarda della maggior parte della gente.
-Sono perfettamente d’accordo.
Emily desiderava toccarlo, ma c’era qualcosa nella sua posizione che l’avvertiva di non
farlo. Così si dedicò a guardare il buio del bosco.
Draven ascoltava il suono del suo respiro. Erano molto vicini, non si sfioravano, ma
anche così, poteva sentire la sua presenza come se si stessero toccando fisicamente.
-C’era un uomo- disse lei, rompendo il silenzio -che andò a confessarsi portando con sé
un tacchino.
Draven sospirò rassegnato per il suo nuovo tentativo di farlo ridere.
Avrebbe mai ammesso la sua sconfitta?
-Un tacchino?- domandò, chiedendosi perché si disturbava ad incoraggiarla, e
nonostante tutto, incapace di trattenersi.
-Sì. Disse al sacerdote: “Perdonatemi, padre, perché ho peccato. Ho appena rubato
questo tacchino per sfamare i miei figli. Vi dispiacerebbe tenerlo così che il Signore
possa perdonarmi?” “Certamente”, gli disse il sacerdote “Dovrete restituirlo a chi lo
avete rubato”. “Ma padre, ho tentato ma lui non ha voluto, e così, cosa devo fare?”
E il sacerdote rispose “Se questo che dite è vero, allora la volontà di Dio è che voi vi
teniate il tacchino. Andate in pace”.
L’uomo ringraziò il sacerdote e tornò di corsa a casa sua. Una volta che il sacerdote finì
con il resto delle confessioni, tornò in canonica. Quando andò nel suo recinto, e si rese
conto che qualcuno gli aveva rubato il tacchino.
Draven la guardò senza ridere, né tantomeno sorridere.
-E quante altre barzellette sapete, milady?
Lei gli dedicò un sorriso radioso.
-Abbastanza, in realtà. A mio padre piacciono i buffoni, e ne abbiamo sempre diversi nel
nostro castello.
Gli doleva la testa solo ad immaginare quante ne avrebbe dovuto sopportare.
-Allora dovrò continuare ad ascoltare queste cose per tutto l’anno?
-A meno che non vi mettiate a ridere ora.
Questo quasi lo fece sorridere, ma si trattenne in tempo.
-È meglio che sappiate che, come voi, non ammetterò mai la sconfitta.
Lei si sporse in avanti fin quasi a sfiorare il naso di Draven con il suo.
-C’è sempre una prima volta- e allontanandosi leggermente aggiunse: -Una figlia andò
da suo padre in cerca di un consiglio. “Ditemi, padre, chi devo sposare, Henry o
Stephen?” “Stephen” rispose il padre. “Perché?” gli chiese lei. “Perché gli sto chiedendo
del denaro in prestito da sei mesi e lui continua a venire a farti visita”.
Draven rivolse lo sguardo nell’oscurità del bosco.
-Non è tanto buona quanto quella dei normanni.
Lei inarcò un sopracciglio.
-Così ve ne è piaciuta almeno una?
-Se dicessi di sì, andreste a dormire?
-Se riuscissi a dormire, sarei felice di tornare a letto, ma siccome non ci riesco,
preferisco restare qui e disturbare colui che è la causa della mia insonnia.
Draven non era sicuro che gli piacesse la piega che stava prendendo la conversazione.
-E in che modo io vi impedisco di dormire?
-Mi tormentate in sogno.
No, quello non gli piaceva affatto.
-Non voglio continuare ad ascoltarvi.
Lei allungò la mano per accarezzare quella di lui.
-Allora, vorreste dimenticare quello che vi ho detto a proposito di volere un marito e
trattarmi solo come un’amica?
Sentiva il calore della sua mano sotto la sua. Le lunghe e pallide dita tra le sue. Come
poteva una mano così fragile scuoterlo nel profondo della sua anima?
-Non ho nessun amico- sussurrò, permettendo, per qualche oscura ragione, che lei
intrecciasse le dita con le sue.
-Nemmeno Enrico?
-Sono il suo vassallo e lo servo in quanto tale. Manteniamo una relazione cordiale, ma
non si può dire che siamo amici.
Lei accarezzò il dorso delle sue nocche con le dita, mandandogli ondate di calore
all’inguine.
-Non ho mai pensato di poter conoscere qualcuno solo come me.
Draven si schiarì la gola.
-Non ho mai detto di sentirmi solo.
-Non lo siete?
Lui non rispose. Non poteva negare la verità. Sì, era solo. Lo era sempre stato.
-Sapete cos’è un amico, milord?
-Un nemico mascherato.
Emily rimase attonita, e la sua mano smise di provocare quel supplizio ai suoi sensi.
-È quello che credete?
Lui scostò la mano.
-Lo so per esperienza. Senza amicizia, non c’è tradimento. In effetti, non ascolterete mai
nessuno dire: “Tradì” il suo nemico.
-È questo il motivo per cui non vi fidate di nessuno?
-Mi fido del fatto che, presto o tardi, tutti tradiscono.
Lei scosse la testa.
-E questo include anche voi, milord? Quando dite che tutti tradiscono, significa che
tradireste il re che servite con tanto fervore?
-Non l’ho già fatto?
Lei si accigliò.
-Cosa volete dire?
-Gli ho giurato che non vi avrei toccata, e, finora, vi ho baciata due volte, per non
parlare di quello che abbiamo fatto questa sera. A me questo sembra tradimento, poiché
lui si fidava della mia parola. E invece siete qui, accanto a me, al chiaro di luna,
cercando di sedurmi di nuovo.
Lei si irrigidì.
-Allora perdonatemi, milord; credevo che condivideste i miei sentimenti. Che sciocco da
parte mia. Credo che tornerò a letto e vi lascerò arrostire nel vostro stesso fuoco.
Draven la osservò mentre prendeva il suo libro e si dirigeva verso la tenda.
Come desiderava potersi arrostire nel suo “fuoco”, come lei aveva detto tanto
eloquentemente, ma, a dire il vero, l’unica cosa che stava bruciando era la sua lussuria.
In tutti quegli anni aveva vissuto in un confortevole bozzolo, attenuando tutti i
sentimenti.
Niente lo aveva reso furioso, niente lo aveva rattristato e, ovviamente, niente era riuscito
a divertirlo.
Fino al giorno in cui l’aveva vista con quella maledetta gallina. Quello sì che era stato
divertente.
Sentì che gli angoli della bocca cominciavano a stendersi mentre la vedeva, con gli
occhi della mente, tendere la gallina verso le labbra di quell’uomo.
Draven si trattenne.
-Esci dalla mia testa!- borbottò, stringendosi i pugni contro la fronte.
Non era strano che i monaci si castrassero per non essere tentati dalle donne. In quel
momento, la castrazione gli sembrava l’unica scelta valida.
Inaspettatamente, il suo sguardo vagò fino ala sua tenda. Vide l’ombra di Emily,
illuminata dall’interno, mentre si toglieva la tunica e riuscì a contemplare tutte le curve
del suo corpo attraverso la tenda.
Il suo inguine riprese vita, esigendo che la prendesse in quell’istante, mentre tutti
dormivano.
Con un gemito, cambiò posizione.
Sì, la castrazione era, davvero, una scelta molto valida.


Capitolo 13

Per il resto del tragitto fino a Ravenswood, Emily cavalcò insieme a Simon. Benché lei
tentasse di introdurre spesso Draven nella conversazione, lui non abboccò. L’unica cosa
che riuscì ad ottenere furono dei monosillabi in risposta.
Quell’uomo era una montagna di inaccessibile silenzio! Ma si sarebbe reso conto che lei
avrebbe trovato il modo di scalarla. Tanto letteralmente che figurativamente.
In realtà, una volta che si era ripresa dallo stupore che le aveva provocato il libro, stava
attentamente considerando la posizione settantatrè con rinnovato interesse. Che si
doveva sentire nell’avere un uomo proibito e cupo che la trattava in quel modo? Avendo
quell’indomabile guerriero che la circondava, riempiendola con il suo corpo,
possedendola in un modo in cui nessun altro uomo lo aveva mai fatto, così come lei lo
avrebbe posseduto come nessun’altra donna.
Questo offriva grandi e attraenti possibilità.
Ma nonostante questo, non riusciva ad immaginare come sarebbe stato sentirlo dentro di
sé, benché Alys le aveva assicurato che la posizione settantatrè, in effetti, avrebbe dato
molto piacere ad entrambi.
Emily studiò la schiena possente di Draven e vide di nuovo con gli occhi della mente i
suoi muscoli bagnati. Sì, avrebbe messo allo scoperto la sua pelle bruna e l’avrebbe
esplorata a suo piacimento con le mani e le labbra. Sarebbe stato suo.
Se riusciva a far sì che la sposasse.
La sua mente continuò a divagare. Come poteva riuscire a farlo ridere? Le barzellette
non avevano funzionato. Doveva esserci qualcosa che lei poteva fare. Qualcosa che lui
potesse trovare divertente.
E lo avrebbe trovato.
Arrivarono a Ravenswood al tramonto del sole. Esausta e scoraggiata, permise che
Simon l’aiutasse a smontare.
Draven non li aspettò. Cominciò a salire gli scalini che portavano al castello. Emily lo
vide irrigidirsi quando arrivò alla porta.
Salendo le scale, si fermò dietro di lui e guardò al di sopra della sua spalla.
-Dio Benedetto! – sussurrò, volgendo lo sguardo tutto all’interno -Vedo che Denys è
stato molto occupato.
Erano stati costruiti nuovi tavoli e messi negli angoli. La pittura fresca imbiancava i
muri, prima sporchi e il loro odore le irritava il naso. Nuovi arazzi erano stati appesi alle
pareti, ed erano state tolte le imposte alle finestre per far entrare più luce attraverso le
splendide vetrate colorate.
C’erano giunchi freschi sul pavimento e un aroma speziato e gradevole a dar loro il
benvenuto.
-Mi trovo nel mio salone?- chiese aspramente Draven.
Emily rise.
-Credo di sì.
-Denys!- ruggì Draven, dirigendosi verso l’anticamera.
Denys apparve immediatamente entrando dalla porta laterale.
-Milord!- lo salutò.
Emily vide l’esitazione sul viso del maggiordomo mentre si sfregava le mani in un gesto
nervoso.
-È di vostro gusto?
Draven la guardò.
-Milady?
Lei assentì.
-È tutto meraviglioso.
Denys sorrise.
-È rimasto qualcosa del denaro che ti ho dato per quello che dovevi fare?- domandò
Draven.
-Sì, milord- rispose il maggiordomo, annuendo con la testa -Abbastanza, in realtà.
-Allora tienilo.
Denys sembrò attonito.
-Siete sicuro, milord?
-Te lo sei guadagnato. Prenditi la settimana libera e riposati.
-Oh, grazie- disse Denys riconoscente prima di andar via.
Draven si stava incamminando verso le scale quando una voce severa lo fermò.
-Non osate salire con gli stivali pieni di fango!
Emily inarcò un sopracciglio, sorpresa da quel tono così audace, nel momento in cui una
donna grassa che sembrava avere circa quarantacinque anni, entrava nell’anticamera del
salone di Draven. I suoi capelli castano scuri si mischiavano a ciocche grigie e
manteneva la schiena eretta come se fosse disposta ad affrontare da sola un esercito
brandendo la sua scopa.
-Non permetterò che mi riempiate il pavimento di fango- ripetè lei con voce perfino più
dura di prima -Benché il salone sia vostro, questo non vi dà il diritto di rovinare il nostro
lavoro. Ora, toglietevi quegli stivali.
L’espressione sul viso di Draven avrebbe intimorito lo stesso demonio. Ma la donna si
limitò a fermarsi davanti a lui e affrontò il suo sguardo con impertinente franchezza.
-Chi sei?- volle sapere Draven, in tono letale e affilato.
-Beatrix. Il vostro maggiordomo, Denys, mi ha assunta per mantenere questo salone in
perfette condizioni ed è quello che intendo fare.
Draven aprì la bocca per dire qualcosa e poi si accigliò.
-Beatrix?
-Sì, la cameriera di vostra madre. Vi ho già dato degli sculaccioni quando non eravate
che un neonato, e posso rifarlo di nuovo.
Gli occhi di Emily si spalancarono davanti all’audacia di quella donna.
Draven non mostrò alcuna reazione.
-Mi dissero che eri morta.
La tenerezza brillò negli occhi marrone scuro della donna, ed Emily percepì il suo
desiderio di allungare una mano per accarezzarlo.
-Se lo sono, allora sono tornata per perseguitarvi- disse in tono più gentile -Ora
toglietevi quegli stivali.
Stupendo Emily, lui obbedì.
-Grazie, milord- disse Beatrix -Ho preparato le vostre stanze di sopra. Denys ed io
abbiamo trasportato le cose della signora nella stanza degli ospiti.
-Avete una stanza degli ospiti?- domandò Emily.
Beatrix sorrise gentilmente.
-Sua Signoria adesso ce l’ha.
-Ti ringrazio per i tuoi servizi, Beatrix- disse dolcemente Draven e poi cominciò a salire
le scale.
Emily osservò attentamente quella strana scena. Che avrebbe pensato che il più feroce
guerriero d’Inghilterra avrebbe salito le scale senza stivali per compiacere la sua
governante?
Sì, c’era della bontà nel cuore di Draven.
Sorridendo, si avviò verso le scale, ma il colpetto di tosse di Beatrix la inchiodò sul
posto.
-Questo vale anche per voi, milady.
Emily si morse le labbra e obbedì.
Beatrix assentì con approvazione.
-Vi manderò la cena in camera vostra. Sono sicura che vorrete riposare. Ora, se mi
seguite, vi mostrerò le vostre nuove stanze.
Emily la ringraziò e cominciò a salire.
Fece una pausa quando passarono accanto alla stanza di Draven. La porta era ben chiusa,
non si sentiva nessun suono provenire dall’interno.
Allungando una mano, accarezzò il legno duro che li separava e si domandò lui a cosa
stava pensando. Era stato molto silenzioso per tutto il giorno. Molto più del solito,
perfino per lui.
-Vi avrò- si giurò a bassa voce.
Tolse la mano dalla porta e si affrettò a seguire Beatrix che si dirigeva in fondo al
corridoio.
La governante spinse una porta e si fece di lato per lasciar passare Emily.
Gli occhi della giovane si spalancarono per lo stupore quando vide la stanza. Il letto
nuovo risplendeva con lenzuola pulite e le coperte di pelli. C’era un arazzo in tinta sulle
pareti, e un grosso tappeto copriva il pavimento.
Mentre lei si toglieva il mantello, Beatrix accese la torcia.
-Se milady ha bisogno di qualcosa, per favore, fatemelo sapere.
Emily restò in silenzio per vari minuti, osservandola lavorare.
-Beatrix?
La donna si fermò un momento ed alzò la testa per guardare Emily al di sopra della sua
spalla.
-Sì, milady?
-Hai qualche idea di quello che potrebbe far ridere lord Draven?
Una cupa tristezza attraversò i lineamenti di Beatrix.
-Non c’è nulla su questa terra che ci possa riuscire.
-Ma sicuramente…
-No, milady. Ve lo giuro, niente potrebbe riportare il sorriso sulle labbra di sua Signora.
Non dopo…
Emily aspettò, ma Beatrix si girò verso il camino ed aggiunse più legna.
-Non dopo… cosa? – la incitò Emily.
-Non sono io quella che deve dirlo- aggiunse, alzandosi in piedi pulendosi le mani sulle
sue gonne -Ma se io fossi in voi, milady, eviterei quell’uomo ad ogni costo.
-E perché?
-Perché tutte le signore che hanno vissuto sotto il soffitto di Ravenswood sono morte
assassinate.
Un brivido le risalì lungo la schiena mentre il terrore e la paura si annidavano nel suo
cuore.
-Assassinate?- sussurrò -Come?
-Per mano dei loro signori.
Emily inorridì.
-E la madre di Draven?
-Assassinata per mano del suo signore.
La stanza sembrò ondeggiare intorno a lei. Non riusciva ad immaginare niente di più
orribile.
-E lord Draven dov’era quando successe?
-Giaceva a terra svenuto dopo essere intervenuto a proteggerla.
Si sentì un peso al petto e un nodo allo stomaco. Emily si segnò per l’orrore. Santo
Cielo! non era strano che fosse così chiuso in se stesso.
Adesso capiva perché non sorrideva mai. Come poteva farlo? Come poteva chiunque,
avere il senso dell’umorismo dopo aver assistito a un simile orrore?
E in quel momento, desiderò più che mai poter arrivare fino a lui.
-Fu quello il motivo per cui andasti via di qui? – domandò alla donna più anziana.
-No, cercai di restare per badare a sua Signoria, ma suo padre non volle nemmeno sentir
parlare dell’argomento. Disse che lord Draven era già stato sufficientemente educato
male dalle donne. Che era ora di trasformarlo in un uomo.
Da quello che aveva sentito, Emily riuscì ad immaginare le conseguenze di tutto ciò.
-E cosa ti ha riportato di nuovo qui?
Beatrix aggrottò le sopracciglia, e pensò attentamente alla cosa, come se volesse pensare
a quello che doveva dire.
-Non è facile rispondere a questa domanda, milady. Quando Denys mi ha chiesto di
venire, la prima volta, io ho rifiutato. Ricordo troppo bene come sono stati i conti
precedenti e temevo che suo figlio si fosse trasformato in uno di loro. Ma poi sentii
dentro di me la voce della madre di sua Signoria che mi pregava di venire a badare a lui.
La donna alzò la testa per guardare Emily negli occhi.
-Lei lo faceva quasi tutte le sere, mentre gli preparava il letto. “Beatrix”, mi diceva
sempre, “se mi dovesse succedere qualcosa, per favore, bada ai miei figli”- respirò
profondamente ed Emily vide le lacrime nei suoi occhi -Lady Katherine era una santa.
Era buona e gentile come la stessa Vergine, e solo per lei ho lasciato che Denys mi
convincesse a venire di nuovo in questo posto.
Con gli occhi pieni di lacrime, Emily si schiarì la gola.
-Sono felice che tu sia qui, Beatrix.
Beatrix assentì, e dopo chiese il permesso di andar via. Emily si sedette davanti alla
toilette mentre la sua mente tentava di digerire tutto quello che le aveva detto la
governante.
-Oh, Draven – sospirò con un nodo alla gola.
Le faceva male pensare a quello che doveva aver sofferto. Doveva odiare suo padre per
quello. Come non farlo?
Si domandò cosa aveva fatto sua madre perché suo padre facesse una cosa simile.
Simon, pensò lei con un sussulto. Sicuramente era successo quando suo padre aveva
saputo che Simon era illegittimo.
Chiudendo gli occhi, diede libero sfogo alle lacrime che aveva trattenuto. Lacrime per il
ragazzo che aveva visto ciò che nessun bambino dovrebbe mai vedere, e lacrime per
l’uomo che era diventato e che si rifiutava di amare.
Per i seguenti quindici giorni, Emily cercò di trascorrere qualche momento con Draven,
ma lui la trattava come una lebbrosa col ballo di San Vito.
Alla fine, giunse alla conclusione che qualunque tentativo di rimanere da sola con lui,
sarebbe stato inutile. Non mangiava mai nel salone con gli altri ma rimaneva chiuso
nelle sue stanze o non si disturbava nemmeno a tornare a casa.
Non aveva la minima idea di come occupava il suo tempo. E se anche Simon lo sapeva,
non le diceva nulla.
Ma, almeno, Simon le dava un pò di distrazione.
-Perché mi disturbo? – si domandò mentre scendeva nel grande salone a far colazione.
Alcuni cavalieri di Draven erano intorno a lei, ma nessuno abbastanza vicino da sentirla.
Non sapeva dove era andato Simon quel mattino, e permise ad Alys di restare a letto a
dormire, poiché la sua cameriera era stata sveglia fino a tardi facendo qualcosa che non
aveva voluto confidare a Emily. E, conoscendo Alys, Emily pensò che probabilmente
era meglio non conoscere nessun dettaglio.
Prendendo un pezzo di pane, Emily sospirò.
In quel momento, uno schiamazzo dall’entrata richiamò la sua attenzione.
Emily alzò lo sguardo e vide uno dei suoi bauli che stava per essere trasportato giù per le
scale da due domestici.
-Che sta succedendo, qui? - chiese a uno dei servi.
-Non siete pronta?
Sussultò sentendo al voce tuonante di Draven alle sue spalle. Voltandosi, lo vide davanti
alla porta.
-Da dove siete venuto? – domandò, stupita che un uomo tanto grande potesse muoversi
senza fare il minimo rumore.
-Stavo lasciando delle istruzioni a Denys.
Lei aggrottò la fronte.
-Istruzioni?
-Il matrimonio di vostra sorella è domani. Ho pensato che voleste partecipare. In realtà,
la vostra cameriera mi aveva detto che era già tutto pronto.
Fu invasa dalla felicità. Ecco quello che aveva fatto Alys fino a tardi!
-Non credevo che mi avreste permesso di andare.
-Sono una bestia, Emily, non un bastardo.
Lei lo abbracciò e lo strinse con forza. Premette la guancia contro il viso ombreggiato
dalla barba e tentò di non far caso a come rilasciava il suo respiro.
-In questo momento, milord, non siete altro che una persona molto dolce- sussurrò al suo
orecchio.
Lui si irrigidì, ma non si allontanò. Era una piccola vittoria, che però lei accettò con
gioia.
Si morse le labbra e si staccò da lui.
-Datemi un momento e sarò subito da voi.
-Un momento o un’ora?
-Un momento- disse ridendo -Ve lo prometto.
Lui assentì ed Emily corse su in camera a prendere il suo mantello.
In camera sua, trovò Alys, che sembrava molto soddisfatta.
-Vi è piaciuta la sorpresa?- chiese la ragazza.
-Perché non me lo hai detto?
Alys l’aiutò ad indossare il mantello.
-Volevo che sapeste che era stata un’idea di sua Signoria e non mia. È stato lui a
chiedere la data del matrimonio di vostra sorella quando tornammo da Lincoln.
-Era questo che stavi facendo ieri sera?
Alys sorrise timidamente.
-Grazie. Ora prendi il tuo mantello e andiamo; non voglio farlo aspettare.
Draven non riuscì a credere ai suoi occhi quando Emily apparve dopo solo pochi minuti.
La felicità colorava le sue guance, e c’era una marcata leggerezza nei suoi passi mentre
gli si avvicinava.
Era davvero affascinante. E, benchè sapesse di non avere alcun diritto di andare nelle
terre di suo padre, bene, la sua felicità meritava un pò di disagio da parte sua.
Se c’era qualcosa che lui rispettava, erano quelli che amavano la propria famiglia.
-Aiutala a montare- disse a Simon.
Simon lo guardò accigliato.
-Sei sicuro?
Lui annuì.
Una volta che furono sui loro cavalli, Draven guidò la piccola comitiva attraverso le
mura.
Sarebbero arrivati alle terre di suo padre subito dopo il tramonto.
Caspita, che allegria! pensò di malumore.
Ma avrebbe fatto felice Emily, e, per qualche motivo che non riusciva a capire, la sua
felicità era più importante della propria solitudine.
Le ultime settimane erano state una tortura. Quanto più la vedeva, più la desiderava.
Perfino in quel momento, tutto ciò a cui riusciva a pensare era come sarebbe stato poter
seppellire il viso nella cavità della sua gola e assaggiare la dolcezza della sua pelle.
Aveva passato sveglio una notte dopo l’altra, immaginandosi il profumo dei suoi capelli
sul cuscino. La sensazione del suo seno stretto contro il proprio petto. Il suono dei suoi
sospiri di piacere vicino alle proprie orecchie mentre lei gli circondava la vita con le sue
gambe e dava il benvenuto al suo membro nel suo corpo.
Bestemmiò sottovoce perché il suo corpo chiedeva in continuazione di prenderla.
E, come se quello non bastasse, Beatrix era tornata a casa. Con un peso al cuore, cercò
di non pensare all’ultima volta che l’aveva vista.
Draven scosse la testa. Non voleva ricordarlo. Era molto più facile bandire ogni ricordo
di gentilezza. Bandire ogni ricordo di essere stato amato e protetto. E, soprattutto,
doveva bandire i propri pensieri su Emily prima che lo facessero impazzire.
***

Emily spronò il suo cavallo quando le mura della casa di suo padre apparvero davanti al
suo sguardo. Galoppò a gran velocità fino ad arrivare al ponte.
Per anni, quelle pareti di pietra grigia avevano costituito una prigione, ma nonostante
questo, era felice di rivederle. Era a casa!
Thomas, il guerriero, era di guardia. Ridendo, le fece un gesto con la mano per salutarla,
e ordinò che alzassero la grata di ferro.
Col cuore che cantava di gioia, condusse Draven e i suoi cinque uomini attraverso
l’ingresso nel cortile.
Grida di benvenuto arrivarono da tutte le parti e lei salutò le persone che conosceva da
tutta la vita: Graham, il panettiere; Evelyn, la moglie dell’affittuario; Timothy, il
maestro d’armi e altri ancora.
La porta del castello si aprì giusto quando arrivò ai piedi delle scale di pietra.
-Em!- ruggì suo padre, scendendo di corsa gli scalini, come un bambino.
Emily si lasciò scivolare direttamente dalla sella nelle sue braccia. Suo padre l’abbracciò
con tanta forza che, per un momento, temette che le rompesse le costole.
-La mia preziosa Em- sussurrò suo padre nel suo orecchio -Perché sei qui?
-Lord Draven mi ha portato per il matrimonio di Joanne.
Hugh si irrigidì nel sentire il nome del suo nemico. Allontanandosi da lei, si guardò
intorno finchè vide Draven avvicinarsi sul suo cavallo bianco. L’odio brillò nei suoi
occhi.
-Ti ha toccata?
Lei scosse la testa, anche se il rossore le inondò le guance.
Quello che era successo tra loro era stato completamente colpa sua, e non voleva che
Draven ne subisse le conseguenze.
-È un brav’uomo, padre.
Hugh fece una smorfia disgustata.
-È il diavolo.
-Siamo ancora a questo punto? – chiese ironicamente Draven mentre tirava le redini per
fermarsi -Credevo che a quest’ora aveste trovato un altro insulto per me.
-Bastardo!
Draven dedicò uno sguardo disgustato a Simon.
-A quanto vedo, fratello, il conte ha bisogno dei tuoi consigli per offendere in modo più
incisivo il nemico. I suoi sforzi sono, come molti, deboli.
Suo padre fece un passo avanti, ma Emily lo fermò.
-Per favore, padre.
Questi si bloccò e chinò la testa per guardarla, poi assentì.
-Venite, milord- disse Emily a Draven -Mi occuperò di farvi preparare delle stanze.
-Ci accamperemo…
-No- lo interruppe bruscamente lei prima che Draven potesse finire -Siete venuto ad una
festa e pretendo che assistiate.
-Pretendete? – domandò Draven in tono incredulo.
-Sì – replicò lei, alzando il mento con ostinazione - Ora smontate e permettete al nostro
ragazzo di stalla di prendersi cura dei vostri cavalli.
Draven scambiò uno sguardo diffidente con Simon.
-Tu che ne pensi?- gli chiese -Credi che la dama abbia perso completamente il giudizio
ora che è ritornata a casa sua?
Simon scrollò le spalle.
-Farò quello che tu deciderai. Dentro o fuori, per me è lo stesso.
Draven guardò Hugh.
-Ho la vostra parola che non sarà fatto alcun danno a nessuno dei miei uomini?
-Accettereste la mia parola?
-Per quanto riguarda loro, sì.
-Allora potete dormire tranquillo. In casa mia non vi sarà fatto nulla.
Draven annuì e fece un gesto ai suoi uomini perché smontassero.
Emily fece un sospiro profondo, sollevata. Dopo tutto, forse si poteva sperare in una
pace tra loro.
Però, si rese conto di come Draven stringeva fermamente la propria mano sull’elsa della
sua spada mentre saliva gli scalini, con Simon dietro di lui, e della rigidità della schiena
di suo padre.
Bene, forse per la pace era sperare troppo. A quel punto, si accontentava che non ci
fosse alcun spargimento di sangue.
Emily mise il braccio sotto quello del padre e si avviò verso il castello.
Gli invitati al matrimonio si affollavano nell’enorme salone, andando da un gruppo
all’altro, mangiando e chiacchierando mentre i musicisti suonavano. Non aveva mai
visto tanta gente nel salone di suo padre; non riusciva nemmeno a vedere le sue sorelle
tra la folla.
Percepì la diffidenza di Draven, la tensione del suo corpo. Si fermò.
Hugh odiava la folla tanto quanto Draven.
-Perché tanta gente, padre?
I suoi tratti si incupirono.
-Così ha voluto Niles- disse con semplicità -Io non avevo il minimo desiderio che il
matrimonio cominciasse peggio di quanto non sia già cominciato. Voglio solo che
Joanne sia felice, e così ho creduto che sarebbe stato meglio compiacere il mio nuovo
figlio.
Qualcuno che lei non conosceva, chiamò suo padre.
Niles era in piedi accanto allo sconosciuto, con il suo familiare e quasi maligno aspetto e
le labbra imbronciate, quando salutò suo padre con la mano.
Cosa c’era in quell’uomo che la innervosiva in quel modo?
E perché Joanne non si vedeva?
Notò la diffidenza negli occhi di suo padre prima di dirigersi verso di loro. Chinandosi
per dare ad Emily un bacio sulla guancia, sussurrò: -Tornerò appena possibile.
Una volta andato via, Emily si voltò verso Draven.
-Non avevo idea che sarebbe stato così.
Lei non aveva più visto Draven così diffidente e severo da quel primo giorno in cui era
arrivato a Warwick con gli uomini del re.
-Ci accamperemo fuori…
-No- gli disse prendendolo per un braccio per impedirgli di andare via -Ci sono
abbastanza camere per voi.
Un muscolo cominciò a palpitare sulla mascella dell’uomo.
-Emily!
Si girò nello stesso istante in cui Joanne la prendeva per la vita e l’abbracciava con
forza.
-Sei venuta! Non riesco a crederci!
Emily rise e abbracciò sua sorella. Ma quando guardò Joanne negli occhi, la risata sparì.
C’era una traccia di angoscia sul suo viso, e aveva perso molto peso.
-Sei malata?- le chiese, preoccupata dall’aspetto della sorella.
-No- disse Joanne con voce malferma -È solo che sono stata molto occupata con i
preparativi del matrimonio.
Joanne le stava nascondendo qualcosa, Emily ne era sicura.
Ma quello non era il momento per chiedere spiegazioni. Invece, Emily si sforzò di
sorridere di nuovo e presentò Draven alla sorella.
-È un onore conoscervi- disse Draven in modo quasi affascinante -Lady Emily parla
costantemente di voi, e devo dire che aveva ragione. Sarete una sposa molto bella.
Joanne arrossì.
-Grazie, milord.
-Joanne!
Sua sorella rabbrividì nel sentire il grido di Niles.
-Devo andar via- disse loro. Afferrò la mano di Emily -Ti vedrò dopo in camera mia?
Emily annuì.
Una volta che Joanne fu andata via, lei guardò Draven.
-Così sapete mostrarvi affascinante.
-Non sono completamento privo di buone maniere.
Simon sbuffò.
-Sì, mi hanno detto che perfino ad una scimmia possono insegnare…
Draven gli diede una gomitata nello stomaco. Simon esalò il fiato tra i denti e si strofinò
il ventre.
Draven si allontanò da suo fratello e guardò attentamente Emily.
-Cosa vi preoccupa?
Emily si guardò intorno, con circospezione.
-Chi dice che sono preoccupata?
-Io.
Che vantaggio ne avrebbe ricavato nascondendo i suoi sentimenti? In effetti,
all’improvviso sentiva lo strano impulso di confidarsi con lui.
-Non vi sembra che mia sorella si comporti in modo strano?
-Dal momento che non l’ho mai conosciuta prima di stasera, direi che si comporta in
modo normale.
-Non vi sembrava nervosa, stressata?- gli domandò.
-Il suo matrimonio è domani. Immagino che il nervosismo sia tipico in questi casi.
-Forse. Ma anche così…- Emily scosse la testa -Sicuramente mi sto comportando come
una stupida. Andiamo, signori- disse, prendendo il braccio di Draven e guardando
Simon -Permettetemi di portarvi a mangiare qualcosa e dopo vi accompagnerò nelle
vostre stanze.
Draven lasciò che lo trascinasse nel salone, maledicendosi ad ogni passo per non essersi
allontanato da lì. Non avrebbe mai dovuto venire. Hugh era un suo mortale nemico, e
tutto in quell’uomo gridava a Draven che non era il benvenuto.
E tutto per il suo senso di cavalleria. Meglio essere frustato che essere circondato da
tanta gente che avrebbe voluto vederlo morto.
A differenza di Emily, lui poteva capire perfettamente l’inquietudine di sua sorella
davanti a tanta gente. Chi avrebbe voluto trasformarsi in un simile spettacolo?
Dopo che Emily li servì del cibo, lasciò loro il tempo di socializzare con la sua famiglia.
Simon gli passò un boccale di birra e Draven la bevve in un solo sorso mentre vedeva
Emily gridare e abbracciare forte una suora. Non c’era dubbio che quella fosse sua
sorella Judith, pensò.
-Draven, il conte di Ravenswood?
Draven si volse verso la voce sconosciuta solo per ritrovarsi di fronte un cavaliere di
alcuni anni più vecchio di lui in piedi dietro la sua sedia. L’uomo era, almeno di una
testa, più basso di lui ed aveva la barba e i capelli neri, oltre a degli occhi pericolosi.
Abbassò lo sguardo per guardare la sua tunica grigia, ma non riuscì a ricordare
l’emblema del cinghiale, ricamato su campo rosso.
Draven si mise immediatamente in guardia.
-Sì? – domandò all’estraneo.
-Niles, barone di Montclef- gli rispose allungando il braccio -Presto sarò il marito. Ho
sentito dalla mia fidanzata che eravate qui, e volevo stringere il braccio ad un uomo così
famoso.
Draven gli strinse con riluttanza il braccio. Quelli che lo adulavano erano, spesso, quelli
che bisognava vigilare più da vicino. Specialmente quando veniva data loro la schiena.
E c’era qualcosa in quell’uomo che non gli piaceva affatto, sebbene non avesse la
minima idea di cosa fosse. Ma qualcosa nel suo comportamento lo aveva messo in
allarme.
Emily e la suora passarono accanto a loro.
Inconsciamente, Draven le seguì con lo sguardo.
Montclef rise e gli diede delle pacche sulla schiena. Draven strinse i denti per quella
indesiderata familiarità. Riusciva appena a tollerare che lo facesse Simon, ma uno
sconosciuto…
Gli faceva ribollire il sangue.
-Avete molto buon gusto, milord- disse Montclef con una risata mentre osservava il
dondolio dei fianchi di Emily con qualcosa di più che un leggero interesse -Ditemi, c’è
qualcosa di meglio nella vita che insanguinare la vostra spada in un campo vergine?
Le labbra di Draven si incurvarono in una smorfia di rabbia. Quello era il tipo di
commento che avrebbe fatto suo padre. E il fatto che fosse diretto ad Emily lo rendeva
ancora più furioso.
Ignorando la sua rabbia, Niles continuò.
-Emily è così focosa che immagino vi procuri delle magnifiche cavalcate. Ditemi-
continuò, chinandosi e abbassando la voce in un tono confidenziale -glielo avete già
messo in bocca?
Una rabbia cieca offuscò la vista di Draven, e prima di pensarci due volte, gli stampò
direttamente un pugno sul viso. Il barone girò su se stesso e cadde a terra.
Draven saltò sul tavolo per afferrarlo e prenderlo di nuovo a pugni.
Improvvisamente, Simon era accanto a lui, e cercava di separarlo da Niles.
La musica e le voci si fermarono subito, e la gente cominciò a circondarli per vedere
quello che era successo.
Niles si alzò tremante dal pavimento, con la furia che gli brillava negli occhi, si ripulì il
sangue dalle labbra e fissò Draven.
-È di una dama che state parlando- disse Draven in un grugnito, mentre tentava di
scrollarsi Simon di dosso -E vi consiglio di trattenere la vostra lingua se non volete che
qualcuno ve la strappi perché offendete la sua reputazione.
-Avevo pensato che fossimo alleati- bramì Niles -Ma questa sera, avete commesso un
grave errore.
-Cosa sta succedendo qui?- volle sapere Hugh, facendosi strada tra la gente -Niles?-
domandò, guardando il viso insanguinato del barone.
Hugh alzò il mento del barone e valutò i danni che Draven aveva causato al naso e alla
guancia dell’uomo, e poi gli diede delle pacche di conforto sulla schiena, mentre
chiamava uno dei domestici perché si occupasse delle necessità del barone.
Scambiarono alcune parole a bassa voce, e poi il barone rivolse il suo sguardo
oltraggiato su Draven. L’odio gli faceva fremere le narici del naso.
-Vi voglio fuori dal mio salone.
Simon fece un passo avanti.
-Ma Draven stava solo…
-Andiamo, Simon- disse con voce chiara, interrompendo il fratello -Non ho il minimo
desiderio di restare dove non sono il benvenuto.
Draven fece un passo e si trovò Emily di fronte, con le braccia incrociate. I suoi occhi
splendevano di collera e lui fu certo di essere la causa della sua rabbia.
Guardò suo padre.
-Sono ancora considerata una dama in questo salone, padre?
-Ovviamente- rispose lui con enfasi.
-Allora lord Draven è il benvenuto qui.
-Emily- grugnì suo padre come a volerla avvertire.
-Padre- gli rispose a sua volta -Se va via, io andrò con lui.
Draven alzò un sopracciglio davanti alla sua sfrontatezza. Così la sua pazienza non era
l’unica ad essere messa alla prova… In un certo senso, fu felice di sapere che lei non
aveva paura di nessuno.
Le sopracciglia di Hugh si unirono in un cipiglio furioso.
-Maledico il giorno in cui ho voluto compiacere il tuo carattere, Emily. Come potevo
immaginare allora che mi avrebbe fatto questo?- Hugh socchiuse gli occhi per osservare
Draven -Molto bene, può rimanere, ma se picchia un altro invitato, lo caccerò fuori a
calci nel culo. Hai capito?
Hugh lanciò un ultimo sguardo furioso alla figlia e poi si girò per pregare gli invitati di
continuare con i loro divertimenti. L’atmosfera del salone tornò alla normalità una volta
che le danze e le conversazioni ripresero di nuovo. Joanne dedicò a Draven uno strano
sguardo, quasi di gratitudine, e poi sparì tra la folla con la suora al suo fianco.
Niles continuò a guardare Draven finchè l’uomo che Emily aveva attaccato con la
gallina, non gli si avvicinò. Poi andarono via insieme.
Draven si rilassò un pò, finchè non vide la condanna nello sguardo di Emily.
-Perché lo avete picchiato?- gli domandò in tono grave e arrabbiato.
-Mi ha supplicato di farlo.
-Oh- esclamò lei, divertita nonostante tutto -Capisco. Si è limitato ad avvicinarsi a voi e
vi ha detto “Lord Draven, per favore, datemi un cazzotto sul viso e mandatemi a terra
davanti a tutti i miei invitati”.
-Qualcosa del genere.
Emily alzò gli occhi al cielo e lo lasciò lì con Simon.
-Perché non le hai raccontato la verità?- gli domandò rabbiosamente Simon.
-Per quale motivo?
L’incredulità brillò negli occhi di Simon.
-Emily ha il diritto di sapere, così come suo padre, che tipo d’uomo sposa la sorella.
-E perché dovrei essere io a dirglielo?- replicò Draven rigido -Montclef è ben accolto in
questo salone, mentre io no. Credi forse che anche solo per un minuto Hugh
ascolterebbe qualcosa di quello che potrei dirgli io sul suo nuovo figlio?
Davanti al nome del barone e di quello che aveva fatto, tutta la furia abbandonò il suo
corpo.
-Non volevo colpirlo- ammise Draven, vergognandosi di ciò che aveva fatto -Ma mi
sono infuriato a tal punto che ho agito senza pensare- osservò Emily che stava di nuovo
parlando con la suora e con Joanne. Strinse i pungi quando si sentì assalire dalla paura
-Se fosse stata Emily, il colpo l’avrebbe ammazzata.
Simon emise un sospiro esagerato.
-Non avresti picchiato Emily.
Draven non riusciva ad allontanare lo sguardo da lei. Aveva perso completamente il
controllo con Niles. Dio benedetto, e se avesse colpito lei?
Cosa sarebbe successo se un giorno…?
Guardò Simon e ricordò il periodo in cui erano bambini. Dell’unica volta in cui aveva
picchiato suo fratello.
Stavano litigando per qualcosa che non ricordava nemmeno più quando Simon,
inaspettatamente, gli aveva dato un cazzotto sulla mascella.
Adirato, Draven gli aveva restituito il colpo. E la forza dell’impatto aveva mandato
all’indietro Simon facendolo ruzzolare per le scale.
Perfino in quel momento, lo vedeva ancora con gli occhi della mente come se stesse
succedendo in quel momento. Simon, il fratello piccolo, quello che amava più della sua
stessa vita, ferito a causa della sua furia. Draven aveva passato la maggior parte della
sua infanzia accettando le punizioni di suo padre al posto di Simon.
Quante volte lo aveva protetto?
Ma nonostante ciò, quel giorno era stato lui a far del male a suo fratello; la sua furia era
stata così grande che lo aveva picchiato senza nemmeno rendersene conto. Nemmeno se
avesse vissuto un migliaio d’anni, avrebbe mai dimenticato la scena di Simon che
cadeva, il suono del suo corpo che batteva sui gradini, o la vista del suo braccio rotto
mentre giaceva ai piedi della scale, gridando di dolore.
No, era proprio il figlio di suo padre, e nonostante riuscisse a mantenere il controllo su
di sé meglio del padre, Draven sapeva che una volta che la rabbia si impadroniva di lui,
era perduto.
Se era stato capace di picchiare Simon, avrebbe potuto farlo con chiunque.
Con il cuore a pezzi, Draven si passò una mano sul viso.
-È solo questione di farmi irritare troppo.
-Draven, tu non sei…
-No, fratello, è un rischio che non correrò mai. Come quella di mio padre, la mia furia è
troppo intensa quando si scatena. E la mia forza troppo grande- rivolse uno sguardo duro
a Simon -puoi dire, onestamente, che sei completamente sicuro che non farò mai del
male ad Emily? E poi, quante volte sei fuggito dalla mia presenza quando perdo il
controllo?
Simon distolse lo sguardo, e Draven ebbe la sua risposta.
Perfino Simon ammetteva che c’era una possibilità. Suo fratello lo temeva.
Con un ultimo sguardo ad Emily, Draven sentì il desiderio nel suo cuore più profondo
che mai.
Ma non avrebbe mai rischiato con la vita di Emily in quel modo. Mai.
Capitolo 14

Più tardi, quella stessa sera, Emily si trovava al piano superiore con le sue sorelle, seduta
nella stanza di Joanne. Gli invitati si erano ritirati da tempo ma loro continuavano a stare
sveglie, sussurrando come quando erano piccole. A quei tempi, avevano passato molte
ore insieme, fino all’alba o finchè il padre ascoltava le loro voci e le puniva mandandole
a letto.
Judith si era tolta l’abito da suora e i suoi capelli corti facevano un severo contrasto con
le loro lunghe trecce bionde. Ma nonostante tutto, era stupendo essere di nuovo insieme,
anche se solo per una notte.
Judith e lei erano sedute sul letto mentre Joanne era seduta al suo solito posto, davanti
alla finestra.
-Hai visto il viso sorpreso di lord Niles quando lord Draven lo ha colpito?- domandò
Joanne con la voce carica di gioia.
Costernate, Emily e Judith si scambiarono uno sguardo attonito. Joanne non era mai
stata di quelle che perdonavano le dimostrazioni di violenza, di qualunque tipo fossero.
Come poteva essere tanto felice che il suo promesso sposo fosse stato umiliato davanti
agli invitati al matrimonio?
Joanne si rasserenò e poi guardò Emily.
-Lord Draven non ti ha mai picchiato, vero?
-No- assentì rapidamente Emily -Di solito è tanto controllato che non riesco ad
immaginare cosa gli abbia preso questo pomeriggio per battere così Niles.
Joanne rivolse lo sguardo alla finestra, come se stesse considerando le parole di Emily.
Ci furono vari minuti di silenzio mentre Emily e Judith osservavano l’espressione
pensosa di Joanne. Qualcosa non andava bene. Judith aveva confermato i suoi sospetti
ad Emily quando le aveva raccontato, poco prima, che aveva notate delle cose strane in
Joanne.
-Parlami dei tuoi piani con lord Draven- disse Joanne rompendo il silenzio -Come
vanno?
Emily si torse le dita, a disagio. Amava Judith, ma parlare di sedurre un uomo col quale
non era sposata, davanti a lei, non era quello che si dice una cosa di buongusto.
Judith le diede dei colpetti sulla mano.
-Non giudicare il prossimo senza prima esserti ritrovata nella sua posizione. Non temere
la mia censura, sorellina. Questa notte sono qui come confidente. Domani potrai
confessare i tuoi peccati a padre Richard.
Emily sorrise alla sorella, grata per la sua comprensione. In realtà non era passato tanto
tempo da quando Judith rideva come una pazza davanti alla prospettiva di sposarsi.
-Non c’è molto da dire- cominciò Emily con un sospiro -A dire il vero, Draven ha
dimostrato di essere molto testardo. Sembra assolutamente deciso a rimanere celibe.
-Allora forse devi lasciar perdere- sussurrò Joanne con espressione preoccupata.
Emily si accigliò. Quella non era la sorella che conosceva.
-Come si comporta lord Draven quando sei sola con lui?- domandò Judith.
-È attento e gentile, ma parte del problema consiste nel fatto che raramente riesco a stare
da sola con lui, e mentre ci sono gli altri, lui non si avvicina mai a più di un metro da
me- Emily guardò Joanne -Come riuscisti a stare da sola con Niles?
-Non feci niente- disse timidamente Joanne -Ricordi la notte che nostro padre andò a
Cromby?- Emily annuì -Niles venne a cercarlo. Tu eri a letto con il mal di testa e lui mi
invitò a prendere qualche bicchiere di vino mentre aspettavamo il suo ritorno.
Judith rimase a bocca aperta.
-Joanne…
-Shh- disse Joanne. Distolse lo sguardo, come se un cupo pentimento le avesse riempito
gli occhi -Non ho mai raccontato a nessuno tutta la verità. Mi preoccupavo molto che lo
raccontaste a nostro padre e mi avrebbe rinchiusa qui per sempre. Voi due non avete
nessuna idea di quanto odio questo posto. Voglio avere la mia casa, dove posso andare e
venire a mio piacimento- il suo sguardo divenne duro -Avrei fatto qualunque cosa pur di
allontanarmi da Warwick.
Un’ondata di apprensione attraversò Emily. Non aveva mai sentito Joanne parlare con
tanto rancore.
-Non capisco.
Joanne appoggiò la testa sullo schienale della sedia e guardò il soffitto, sbattendo le
palpebre per trattenere le lacrime.
-Non sapevo quello che facevo quella notte, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era che
Niles era interessato a me, e che se faceva quello a cui stavo pensando, forse mi avrebbe
portato via di qui per sempre- la voce di Joanne tremava per le lacrime trattenute -Niles
mi portò in cantina. Sentivo che mi girava la testa per il troppo vino, e i suoi baci erano
incredibilmente meravigliosi. Non ero mai stata baciata prima.
Emily deglutì ricordando le labbra di Draven sulle sue. Se i baci di Niles somigliavano
anche solo lontanamente a quelli di lui, poteva immaginare bene perché a sua sorella
girava la testa.
Joanne si strofinò la fronte con la mano.
-E poi cominciò a toccarmi. Oh, Em, Jude… ero spaventata e confusa, e non sapevo
cosa fare. Gli dissi di no, ma lui non ci badò, e mi atterriva l’idea di gridare e che
qualcuno ci scoprisse e mi incolpasse di ciò.
-Cosa stai cercando di dire, Joanne?- domandò Judith.
-Ti forzò?- volle sapere Emily.
Le lacrime cominciarono a scorrere sulle sue guance, ma lei se le asciugò con un gesto
della mano.
-Non proprio. Anch’io ero curiosa, ma…
-Ma?- domandarono le sorelle all’unisono.
Joanne si mise a piangere.
-Fa molto male quando un uomo ti prende. Avevo la sensazione che mi sarei spaccata in
due. Prima avevo creduto che mi faceva male perché ero vergine, ma, da allora, mi ha
preso altre tre volte e fa sempre molto male. Ora, riesco solo a pensare al dolore orribile
che dovrò sopportare per tutta la vita.
Judith si sporse in avanti.
-Ma dicesti…
-So quello che ho detto. Avevo paura di dire la verità.
Emily si allontanò dal letto e abbracciò la sorella. Per alcuni minuti, la strinse con forza,
lasciando che piangesse fino allo sfinimento.
Judith bagnò un panno e lo avvicinò a loro, aiutando Joanne ad asciugarsi le lacrime.
Quando Joanne riprese un pò della sua calma, strinse la mano a Emily.
-Per favore, Em- sussurrò -Non commettere lo stesso mio errore. Ormai non sono più
sicura che la vita con Niles sia migliore di quella con nostro padre.
Emily le restituì la stretta.
-Sono solo i nervi, vero? Sei preoccupata di andartene domani?
Joanne deglutì con difficoltà.
-Forse.
Emily si inginocchiò davanti alla sua sedia.
-Non sei costretta a sposarti, Joanne. Lo sai.
-Ma gli invitati…
-on ti preoccupare- la interruppe Emily -Sono venuti per godersi il cibo e il vino, e di
questo si sono già serviti più che abbastanza.
-Emily- protestò Judith -Che scortese da parte tua! Non ti avevo mai sentito parlare così
prima.
Emily fece un gesto brusco con la testa verso Joanne per indicare a Judith che quello che
aveva detto, era stato a beneficio della sorella.
Joanne si allontanò e guardò Emily negli occhi.
-Promettimi che non permetterai a lord Draven di prendersi la tua verginità- Emily
aggrottò le sopracciglia -Non voglio che ti faccia del male, Em. Non puoi immaginare
quello che si sente quando un uomo ti penetra. E non si fermano finchè non si ritengono
soddisfatti, nemmeno quando protesti per il dolore.
Emily si sentì sempre più stordita man mano che le parole di Joanne penetravano nella
sua mente. Ma, se Joanne aveva ragione, Christina ed Alys glielo avrebbero detto, no?
E, certamente, non aveva sentito assolutamente nessun dolore quando Draven l’aveva
accarezzata a Lincoln. Ma, era anche vero, che lui non aveva portato a compimento
l’atto.
Ma niente di tutto quello importava in quel momento. Bisognava fare qualcosa per il
matrimonio del giorno dopo.
-Non voglio che sposi Niles.
Joanne la guardò spaventata.
-Ma…
-No- disse con fermezza Emily -Parleremo con nostro padre e…
-Em, sono incinta.
Emily chiuse gli occhi e strinse la mano della sorella con tutte le sue forze.
-Allora preghiamo- sussurrò Judith -Certamente il Signore sa quel che è giusto.

***
Draven si appoggiò contro la parete merlata ed osservò attentamente il fossato che era
sotto di lui, alla luce della luna. La brezza notturna era gelida ma lui non lo notava.
I suoi pensieri giravano intorno ad un’attraente fanciulla con i capelli d’oro e gli occhi
verde scuro.
Ascoltò i passi che venivano dalla sua destra.
Diede un’occhiata e non tardò molto a rendersi conto che era Emily che si avvicinava.
-Emily?
Lei gli offrì un timido sorriso mentre si fermava al suo fianco e imitava la sua posa,
intrecciando le mani ed appoggiando le braccia contro il muro di pietra.
-Sapevo che vi avrei trovato qui.
Draven non si disturbò a cercare una scusa. Lei aveva imparato da molte settimane che
di sera se ne andava sui merli, come uno spirito tormentato alla ricerca di redenzione.
-Temo che non potrei dormire, nemmeno se lo volessi- le disse a bassa voce -Simon
russa come un cinghiale alla carica.
Lei sorrise, ma Draven percepì la tristezza nei suoi occhi.
-Cosa vi preoccupa, milady?
-Devo parlarne con qualcuno e non c’è nessun altro di cui posso fidarmi.
Le sue parole lo sorpresero.
-Vi fidate di me?
-Sì, certamente.
Per la prima volta nella sua vita, si sentì davvero gentile, e un’ondata di orgoglio lo
attraversò dalla testa ai piedi.
-Di cosa avete bisogno?
-Perché avete picchiato Niles?
La tenerezza svanì nello stesso istante in cui l’ira attecchì nel suo cuore. Bene, dopo
tutto, lei non si fidava ancora di lui. Stava ancora pensando a quello che aveva fatto.
-Non vi arrabbiate- gli disse -non sto cercando di incolparvi. Mia sorella mi ha
raccontato delle cose che mi fanno dubitare della sua natura. Per quello che so di voi,
non siete solito picchiare qualcuno senza un buon motivo.
-Vostro padre giura un’altra cosa.
Lei gli rivolse uno sguardo irritato, il tipo di sguardo che non aveva ricevuto da quando
viveva con suo padre e avrebbe quasi potuto giurare che Emily lo aveva chiamato
cervello di scarabeo.
-Io non sono come mio padre- rispose lei freddamente -ho passato alcuni mesi con voi, e
credo di poter giudicare il vostro comportamento senza che nessuno mi dica nulla. Ora,
ditemi perché gli avete dato quel pugno.
Draven strinse i denti. Il suo primo istinto fu quello di restare in silenzio, ma, in qualche
modo, la verità gli scappò dalle labbra.
-Montclef ha insultato la vostra famiglia.
-La mia famiglia?- chiese lei scettica -Trovo abbastanza difficile da credere che avete
difeso mio padre- fece una pausa per guardarlo -Niles ha insultato me, non è così?
Draven non rispose.
Lei allungò il braccio e accarezzò la sua mano destra, proprio sul punto dove aveva una
grossa contusione intorno alle nocche. Un tremito scosse Draven quando il calore della
mano di lei si chiuse intorno alla sua.
-Siete ferito.
-Montclef ha la testa dura.
Emily emise una breve risata. E poi, commise l’errore di guardarla. La gentilezza, il
calore e la preoccupazione splendevano nello sguardo di lei. Si sentì come se qualcuno
gli avesse dato un pugno nello stomaco.
Come sarebbe stato poter contemplare quello sguardo per tutto il resto della sua vita?
Fu allora che notò le rughe di preoccupazione sulla sua fronte. C’era ancora qualcosa
che la tormentava.
-C’è qualche altro problema?- le domandò.
Sciogliendosi dalla sua stretta, lei distolse lo sguardo.
-Posso chiedervi una cosa molto compromettente e intima, ma che ho bisogno davvero
di sapere?
Campanelli d’allarme risuonarono nella testa di Draven. Improvvisamente, si sentì come
accerchiato da un branco di lupi.
-Se proprio dovete…
Lei annuì.
-Prima di farvi la domanda, voglio che sappiate che questo non fa parte dei miei tentativi
di sposarvi. È semplicemente una questione tra amici.
Lui alzò la testa. La voce dentro di lui gli consigliava di andarsene di corsa tanto in fretta
quanto glielo permettevano le sue gambe.
Come uno stupido, non si mosse.
-Una questione tra amici. Molto bene, milady, chiedete.
-Fa male quando…?
Draven aspettò che continuasse, ma non aggiunse altro. Invece, sembrava che fosse
arrossita e si rifiutava di guardarlo.
Draven chinò la testa per guardarla meglio negli occhi, ma lei abbassò il mento fino al
petto e fissò lo sguardo sulle sue mani.
-Fa male quando… che cosa? – la spronò.
Lei lo guardò per un istante e poi alzò gli occhi al cielo stellato.
-Fa male quando…? – il resto delle sue parole sembrò perdersi dietro la mano che si era
messa sulle labbra.
-No ho capito l’ultima parte.
Emily chiuse gli occhi, fece un respiro profondo e poi bruscamente: - Fa male quando un
uomo entra in una donna?
Draven non si sarebbe sentito più stupito se lei avesse teso la mano e l’avesse
schiaffeggiato.
Ma ancora peggio furono le immagini che gli invasero la mente, nelle quali la prendeva
in tutti i modi possibili, mostrando la risposta alla sua domanda senza aver bisogno di
parlare.
-Credo di preferire il borbottio di quando avevate la mano sulla bocca.
-Draven, per favore…- lo pregò, e finalmente lo guardò -Sono già abbastanza
imbarazzata. Ti supplico, non farmi sentire ancora peggio. Non sapevo a chi chiederlo.
Alys è sparita a far chissà cosa e questo non è un argomento di cui chiedere a qualche
sconosciuto.
-Certo che no.
-Ebbene? – domandò lei.
-Perché vuoi saperlo?
-Non posso dirtelo, ma è molto importante.
Lui si passò la mano sul viso. Se non avesse saputo il contrario, avrebbe giurato che lei
lo stava molestando di nuovo, ma la preoccupazione che le leggeva negli occhi, era la
prova che davvero aveva bisogno di una risposta sincera.
Senza far caso al bruciante dolore del suo inguine quando il membro si strinse contro il
tessuto delle calzamaglie, negò con la testa.
-No, milady. Non fa male. In realtà, è molto piacevole.
E se non fosse stato per la paura che lei accettasse rapidamente, si sarebbe offerto di
insegnarle come poteva essere gradevole.
-Ha mai pianto una donna quando…? no, aspetta- disse interrompendosi -Meglio che tu
non risponda a questa domanda. Non voglio sapere con quante donne sei stato.
Alzò la testa per guardarlo e sorrise in quel modo con cui gli faceva tremare le
ginocchia.
-Grazie per la tua sincerità. Sapevo di poter contare su di te.
-Mi dai troppa fiducia.
-Qualche volta non ti capita di pensare che forse tu te ne concedi troppo poca?
Draven non riuscì a rispondere e, in quel momento, non era nemmeno sicuro di doverlo
fare.
-Oh, Draven- sospirò -magari potessi vederti attraverso i miei occhi, anche se solo per
un istante.
Lui si prese gioco delle sue parole.
-Mi hai già detto di essere una sognatrice, milady. Quando mi guardi, vedi unicamente
quello che desideri vedere. E pensi che sono una specie di eroe come quelli di cui
parlano quei stupidi trovatori nelle loro canzoni. Non sono Accusain, e non camminerei
mai nudo- perché quella parola doveva apparire sempre durante i loro discorsi?
-attraverso le porte del nemico per provare il mio amore. Sono un uomo, Emily. Questo
è tutto ciò che sono.
-Sì, sei un uomo. In tutti i sensi della parola. E io sono una donna che può sentire ogni
piccola parte di te quando mi sei vicino. Di più, posso sentire la tua fragranza maschile,
e sentire la tua presenza con ogni poro del mio corpo.
Col membro ancora più duro e infuocato di prima, la testa di Draven si riempì di visioni
nelle quali la baciava alla luce della luna, le faceva scivolare la tunica dalle spalle e la
prendeva lì, in quello stretto passaggio.
Sarebbe stato tanto facile…
Lei si portò la mano di Draven alle labbra e depositò un dolcissimo bacio sulla
contusione delle sue nocche.
-Grazie per aver difeso il mio onore.
Quando gli lasciò la mano, Draven sentì il freddo della notte sulla sua pelle e il freddo
della solitudine della sua anima con più forza di prima.
L’assenza del suo calore lo aveva lasciato quasi senza forze.
-Ti augurerei dolci sogni- sussurrò lei, baciando dolcemente le sue labbra che arsero per
quella tenera carezza -ma so che non potrai mai dormire in casa di mio padre. Ti vedrò
domattina.
Draven la osservò mentre si allontanava. Il suo cuore e la sua anima gridavano di
fermare la sua fuga. Di chiamarla perché tornasse di nuovo accanto a lui. Ma il suo
senso dell’onore si rifiutava di farlo.
Non era sua.
Non poteva mai essere sua.
Col cuore a pezzi, fissò di nuovo l’acqua del fossato. In quel momento, desiderò di
essere morto in battaglia quel terribile giorno. Perché la spada non era entrata nel suo
petto?
E, come aveva fatto praticamente ogni giorno della sua vita, maledisse il suo destino.

***

La mattina dopo, l’alba trovò tutti in frenetica attività per concludere i preparativi
dell’ultimo momento.
Emily tentò varie volte di restare di nuovo sola con Joanne per parlare con lei
dell’imminente matrimonio, ma sua sorella non volle ascoltare nulla sull’argomento.
-È tardi ormai- disse Joanne in tono rassegnato -ho voluto fuggire dalla casa di nostro
padre e ho ottenuto quello che volevo.
Ma c’era qualcosa di strano in tutto ciò. In fondo al suo cuore, Emily lo sapeva,
soprattutto dopo quello che le aveva detto Draven.
Alla fine non le rimase altro che augurare tutta la felicità del mondo a sua sorella e
guardare come Joanne si univa ad un uomo del quale Emily non di fidava nemmeno un
pò.
Dopo che Niles e Joanne si scambiarono i voti sulla porta della cappella, si diresse verso
suo padre e Judit mentre il sacerdote concludeva il rito.
Simon, Draven e i suoi uomini stavano in piedi in fondo alla chiesa. E quando tutto finì
e Joanne e Niles guidarono i loro invitati fuori dalla cappella, Emily si mise accanto a
Draven per tornare insieme a lui al loro posto al banchetto di nozze.
La maggior parte della gente camminava più avanti, mentre loro li seguivano a passo più
lento.
-Non ho potuto evitare di notare la vostra inquietudine- le disse Draven quando
uscirono.
-Ditemi- chiese lei di rimando -cosa sapete su mio cognato?
-Ha una piccola proprietà alla periferia di York. Ho lottato accanto a suo padre nei giorni
dell’ascesa al trono di Enrico, ma so molto poco sulle sue qualità personali.
-Peccato- disse lei delusa dalla risposta. Aveva sperato che lui potesse sgombrare le sue
paure.
-Ho sentito che ha in pendenza un certo numero di debiti- disse Simon, unendosi alla
conversazione -E Ranulf il Nero ha poca stima di lui.
-Ranulf?- domandò Emily. Non aveva mai sentito quel nome in vita sua.
-Uno dei consiglieri del re- le spiegò Draven -come voi, Ranulf vede solo il buono nelle
persone. Che ci sia qualcuno che non gli piace, è una vera stranezza.
-Sì- disse Simon -Gli piace perfino Draven.
Questi lanciò uno sguardo divertito a suo fratello.
Non parlarono più mentre entravano nel salone che era stato decorato con fiori bianchi. I
tavoli erano stracolmi di cibo, fiori e regali di matrimonio per Niles e Joanne, così come
di piccole golosità per gli invitati.
Emily aveva un posto riservato al tavolo del lord, accanto a suo padre, ma invece scelse
di rimanere al fianco di Draven ad uno dei tavoli inferiori.
Suo padre osservò quel gesto con palese disapprovazione.
-Perché ti siedi qui?- le domandò arrivando alle sue spalle.
-Lord Draven è il mio protettore e il mio invitato, padre, e credevo che fosse la cosa
giusta; non volevo mancarvi di rispetto.
In realtà, la cosa giusta era che suo padre includesse Draven al tavolo del signore. Era un
grave sgarbo del quale Draven non aveva fatto parola. Ma come campione del re e come
uno dei nobili di più alto lignaggio tra loro, Draven non avrebbe dovuto sedere ad uno
dei tavoli inferiori, come un invitato qualsiasi.
-Bene, lo hai fatto, però- disse con voce aspra suo padre.
Draven si alzò lentamente in piedi.
-Hugh, so che noi abbiamo le nostre divergenze, ma, per il bene di vostra figlia,
propongo di metterle da parte.
Emily sorrise per quella gentilezza da parte di Draven. Era meraviglioso che proponesse
qualcosa del genere per lei.
Suo padre lo guardò, furioso.
-Mi state offrendo la pace?
-Vo sto offrendo una tregua.
Suo padre rise freddamente.
-Dal figlio di Harold? Ditemi, mi attaccherete alla schiena non appena mi volterò?
Emily rimase a bocca aperta sentendo un simile insulto.
-No- continuò suo padre -Non sono tanto imbecille come Enrico. Conosco il sangue che
scorre nelle vostre vene, e non mi fiderei di voi nemmeno fin dove riuscirei a vedere.
L’ira oscurò lo sguardo di Draven.
-Padre, per favore!- lo pregò lei prendendogli il braccio -Vi ha fatto un’offerta in buona
fede.
-E io l’ho rifiutata. Come farebbe chiunque con la testa sulle spalle. Solo un ignorante si
fiderebbe di un Ravenswood anche se sotto il suo tetto o con la schiena girata.
Per un minuto carico di tensione, Emily temette che Draven potesse colpire suo padre. E
proprio quando era sicura che lo avrebbe fatto, lui fece un passo indietro.
-Andiamo, Emily, Simon, andiamo via da questo posto.
Con un nodo in gola, lei annuì.
-Ma se il banchetto non è finito!- grugnì suo padre -Emily mi ha promesso che sarebbe
rimasta per qualche giorno. Non potete portarvela via.
-Sì, padre, sì che può.
L’espressione ferita sul viso di suo padre le riempì gli occhi di lacrime, ma si rifiutò di
piangere. O di cercare di far cambiare opinione a Draven. Suo padre lo aveva insultato
senza nessun motivo e, per il bene di lei, Draven lo aveva sopportato senza un solo
lamento.
Non gli avrebbe chiesto null’altro.
-Dirò a mio cugino Godfriend di andare a cercare i miei bauli- disse a Draven -mentre
preparate i cavalli io andrò a salutare le mie sorelle.
Draven assentì e andò via, lasciandola sola con suo padre.
-Perché non avete ceduto nemmeno un pò, padre?- gli domandò non appena furono soli.
Il suo viso si indurì.
-Volevi che mi umiliassi davanti a un uomo del genere?
Il nodo in gola si strinse ancora di più. Come poteva essere tanto stupido?
-Non discuterò di questo con voi, padre. Avevo sperato che gli deste un’opportunità per
provarvi…
-Ha ucciso la mia gente, Em. Per caso lo hai dimenticato?
Lei esitò.
-No, io non lo credo. Non più di quanto credo a lui quando dice che voi avete attaccato il
suo villaggio- guardò direttamente suo padre negli occhi -Lo avete fatto?
-Lo sai che non è così. È stata una bugia che ha raccontato a Enrico per nascondere la
sua perfidia. Come puoi dubitare di me?
Lei gli mise una mano sul braccio.
-Non dubito di voi, padre. Ma credo che tutti e due dovreste smetterla di incolparvi l’un
l’altro per il tempo sufficiente a considerare la possibilità che ambedue siate innocenti, e
che qualcun altro stia facendo incursioni nelle vostre terre; in questo modo, forse,
potreste unire le vostre forze per scoprire chi è.
Suo padre aprì la bocca.
-So già chi è questo qualcuno, bambina., e se tu fossi un pò più intelligente, rimarresti
qui, sotto la mia protezione.
Emily gli diede qualche pacca sul braccio.
-Sapete che non posso farlo. Il re ha ordinato diversamente- si alzò in punta di piedi e
baciò affettuosamente la guancia di suo padre -Vado a salutare Joanne e Judith.
Emily attraversò il salone alla ricerca delle sue sorelle. Una macchia rossa passò a gran
velocità accanto a lei, e riconobbe la tunica scarlatta di suo cugino.
-Godfried? -chiamò prima che lui andasse fuori della sua portata.
Lui si voltò verso di lei.
-Sì?
-Potresti occuparti tu di far portare i miei bauli sul carro di lord Draven, per favore?
Lui annuì ma esitò un istante mentre i suoi occhi andavano verso la porta.
-Succede qualcosa? – gli domandò lei.
Godfried si passò una mano tra i capelli corti.
-Credo di no, è solo…
Dal momento che non finì di dire quello che pensava, Emily lo spronò.
-È solo che cosa…?
Lui si accigliò profondamente.
-Ieri sera Joanne mi ha detto che l’uomo che ha colpito Niles era Draven di Montague.
-Sì.
Lui la guardò direttamente negli occhi.
-Quello non è l’uomo contro cui ho lottato la notte dell’incendio al villaggio. Ne sono
sicuro.
Il cuore di Emily si fermò.
-Cosa stai cercando di dire?
-Ho lottato contro di lui, Em- disse Godfried con voce sicura e sguardo sincero -Ebbi il
conte proprio davanti ai miei occhi, o almeno un uomo che vestiva come lui. Riconobbi
la tunica, ma l’uomo contro cui lottai era della mia altezza e costituzione. Se avessi
lottato contro un uomo che era una testa più alto di me e con le spalle più ampie, l’avrei
ricordato molto bene.
-Lo hai detto a mio padre?
-Ho tentato di dirglielo ieri sera, ma si è rifiutato di credermi. Ha detto che mi sbagliavo.
-Ma tu ne sei sicuro?
-Sì. L’ho perfino ferito quel tipo. Un taglio sull’avambraccio destro, a metà strada tra il
polso e il gomito.
Un brivido percorse il corpo di Emily. Lei aveva ragione! C’era qualcuno che stava
cercando di aizzare Draven e suo padre l’uno contro l’altro. E non c’era il minimo
dubbio che se Godfried avesse lottato con Draven, ora sarebbe nella sua tomba.
Ma, chi poteva avere qualcosa da guadagnare dalla lotta tra suo padre e Draven?
Stava succedendo qualcosa di davvero molto strano. E, in un modo o nell’altro, lei
avrebbe scoperto di che si trattava.

***

Draven non si rilassò finchè non uscirono dal castello e cominciarono ad attraversare le
proprietà del padre di Emily.
Lei aveva tentato di parlargli, prima che uscissero, della sua ridicola idea che qualcuno
stava aizzando le ostilità tra suo padre e lui, ma non aveva creduto nemmeno ad una
parola. Non era che un’altra bugia, tra le tante, di Hugh.
E ne aveva ascoltate a sufficienza.
Ma non aveva nessuna intenzione di umiliare suo padre davanti a lei. L’avrebbe lasciata
con le sue illusioni. Non era uno sciocco.
Non tanto presto quanto gli sarebbe piaciuto, arrivarono ai confini delle sue terre. E nel
momento in cui cominciarono a salire una collina, un movimento tra gli alberi alla sua
sinistra captò la sua attenzione.
Draven diede un’occhiata proprio nel momento in cui un raggio di sole brillò su una
balestra nel bosco. Prima che potesse gridare una parola di avvertimento, una freccia
scoccò dalla balestra per inchiodarsi nella sua coscia sinistra.
Con un gemito di dolore, fece girare il suo cavallo.
-Ci attaccano!- gridò a Simon e agli altri mentre una pioggia di frecce cadeva su di loro.
Draven mise il suo cavallo in modo da proteggere Emily dalle frecce.
-Porta Emily in un posto sicuro!
Simon afferrò le redini della donna e la trascinò al riparo di un boschetto mentre i suoi
uomini si riunivano al suo fianco, tirando fuori le armi.
Stringendo i denti per sopportare il dolore alla coscia. Draven sguainò la spada e guidò i
suoi uomini verso gli assalitori nascosti nel bosco.
Il suo cavallo si alzò sulle zampe posteriori quando una freccia si conficcò su un fianco.
Draven si sforzò di mantenersi in sella, tentando di non far fuggire il suo cavallo; i suoi
uomini continuarono a galoppare verso gli assalitori senza fermarsi ad aspettarlo.
Nel momento in cui, finalmente riprese il controllo su Goliath, una freccia si seppellì
profondamente nel suo petto, spingendolo all’indietro. L’agonia correva nelle sue vene
ad ogni palpito della ferita.
Draven si rifiutò di farsi abbattere da dei codardi che restavano nascosti tra gli alberi.
Strinse con forza le ginocchia contro i fianchi di Goliath, deciso a rimanere in sella.
Un’altra freccia si inchiodò nella sua gamba. Il dolore gli attraversò tutto il corpo finchè
non riuscì più a tenersi sul cavallo.
Goliath nitrì con forza e si alzò di nuovo sulle zampe; e in quel momento, Draven si
accorse che stava scivolando dalla sella.
Cadde a terra con un colpo che gli tolse il respiro.
Stordito, si sdraiò sulla schiena, cercando di muovere le braccia o le gambe, ma non
sentiva niente, tranne il dolore pulsante delle ferite, mentre la pioggia di frecce
continuava a cadere su di lui.
Dal suo nascondiglio tra gli alberi, Emily vide che cadeva.
-Draven!- gridò e raccogliendo le redini cominciò a correre verso di lui.
-Ritornate qui!- sibilò Simon cercando di riprendere le redini del suo cavallo.
Emily scese da cavallo e corse verso Draven, nonostante le frecce che cadevano
pericolosamente vicino a lei.
Draven non faceva nessun movimento.
Si inginocchiò accanto a lui.
-Draven?- sussurrò, togliendogli con cura l’elmo e accarezzandogli la guancia gelida. Le
tremavano le mani sempre di più man mano che il panico si impadroniva del suo corpo.
Non poteva essere morto. Non il suo campione. Non in quel modo.
-Draven?- gridò.
Lui aprì gli occhi e la guardò.
Emily quasi gridò di gioia.
-Abbassati! – disse Draven, ma la sua voce era priva di forza.
Le lacrime cominciarono a bagnarle il viso quando vide le tre frecce che emergevano dal
suo corpo. E il sangue… C’era troppo sangue.
Simon apparve alle sue spalle e, afferrandola per un braccio, l’alzò con forza dal suolo.
-Allontanati da lui!- urlò, spingendola nella direzione opposta.
Quella furia ingiustificata lasciò Emily stupefatta.
-Ha bisogno di aiuto.
-Ma non del tuo.
Costernata, non si mosse mentre lui si chinava ad aiutare Draven ad alzarsi dal terreno.
Questi emise un gemito di dolore quando Simon gli passò il braccio destro sulla spalla
per aiutarlo a rimanere in piedi.
Solo allora Emily si rese conto che le frecce avevano terminato di cadere.
-Dobbiamo tornare a casa di mio padre- disse.
L’intenso sguardo di odio di Simon poteva far incendiare la sua tunica.
-Perché? Perché possa finire quello che ha cominciato?
Lei rimase a bocca aperta.
-Non crederete che mio padre sia il responsabile di tutto questo?
-Ho visto i suoi colori. Erano quelli di Warwick.
-No- disse aspramente Draven -Questo non è cosa di suo padre.
-Che cosa? Sei impazzito?- grugnì Simon mentre lo aiutava ad arrivare fino al carro -Chi
altri?
-Non lo so- disse con voce roca, barcollando tra le braccia di Simon -Ma Hugh non mi
attaccherebbe con arcieri che potrebbero ferire Emily. Non correrebbe mai un rischio
simile.
-E come lo sai? – domandò Simon.
-Lo so – sussurrò Draven -Limitati a portarmi a casa.
Emily si affrettò per mantenersi al passo con loro.
-Ma la casa di mio padre è più vicina.
Draven la osservò con espressione tranquilla, nonostante il dolore.
-Un falco ferito non riposa nella tana di una volpe.
Quando arrivarono al carro, Simon si allontanò da Draven che si tenne in piedi
aggrappandosi col braccio ferito al fianco del carro. Simon spinse il suo baule di lato,
ma Emily lo fermò.
-Toglietelo dal carro e lasciatelo a terra.
Simon si accigliò.
-Ma le vostre…
-Lasciatelo.
Simon annuì e fece quello che lei gli aveva ordinato. Una volta preparato un giaciglio,
aiutò Draven a salire sul carro e a sdraiarsi con cura.
Emily aprì il baule e tirò fuori un sacchetto e una tunica color zafferano e si unì a
Draven sul carro.
-Cosa stai facendo? – le domandò Draven quando lei cominciò a strappare il vestito.
-Sto preparando delle bende – rispose.
-Ma il tuo vestito…
-Shh – gli disse, mettendogli le dita sulle labbra -Non sprecare le forze.
Il carro proseguì sbandando da un lato all’altro. Emily considerò se fosse stato meglio
togliergli le frecce, ma concluse che era meglio di no. In primo luogo, erano in
movimento e avrebbe potuto causargli più danno, e in secondo, temeva che togliendo le
frecce, cominciasse a sanguinare di più. Così cominciò ad usare pezzi della sua tunica
applicandoli sulle ferite, cercando di contenere le emorragie.
Osservava attentamente il suo viso che, ad ogni minuto che passava, sembrava diventare
sempre più pallido. Prese un pezzo della tunica e cominciò a pulirgli il sangue che aveva
sulla guancia.
La tenerezza del suo sguardo la lasciò senza fiato.
-Avete delle mani molto delicate- le disse dolcemente.
Lei sorrise tristemente, ricordando la prima volta che le aveva detto quelle parole.
E poi, fece la cosa più inaspettata: allungò il braccio e prese la sua mano. Se la strinse al
petto, sul suo cuore, e chiuse gli occhi.
Emily non sapeva cosa l’avesse sorpresa di più: che finalmente lui l’avesse toccata di
propria volontà, oppure che si fidasse di lei abbastanza da chiudere gli occhi mentre era
seduta accanto a lui. Tutti e due i gesti erano di poca importanza, e, con qualunque altro
uomo, sarebbero passati inosservati; ma per Draven erano gesti importanti, e non
credeva che li avesse fatti con indifferenza, nessuno dei due.
Emily si guardò la mano, sembrava piccola paragonata a quella di lui. La pelle
abbronzata di Draven la faceva sembrare ancora più pallida. Aveva delle ferite sulle
nocche, e vide anche il livido che si era fatto quando aveva colpito Niles dopo che
l’aveva insultata.
Fu in quel momento che comprese che l’amava.
Non sapeva come era successo, ma era così.
Le tremarono le labbra quando lasciò che l’amore per lui la inondasse tutta. Era qualcosa
di sorprendente. Meravigliosamente caldo e assolutamente inebriante.
Impulsivamente, gli scostò i capelli dalla fronte. I ciuffi neri accarezzarono le sue dita
quando le intrecciò tra i suoi capelli. Fu sorpresa che lui non protestasse, ma Draven non
disse una parola per tutto il tragitto fino a casa.
Arrivarono alle porte dopo il tramonto. Era arrivata la febbre e Draven aveva perso tanto
di quel sangue che Emily temeva ancora di più per la sua vita.
Aveva perso i sensi mentre viaggiavano, e Simon e alcuni dei suoi cavalieri dovettero
portarlo fin nella sua stanza. Emily ordinò a Beatrix di cercarle il suo cestino da lavoro e
del vino, poi corse a raggiungere Simon.
Il viso di questi era pallido quasi quanto quello di Draven, quando allungò la mano verso
la freccia che suo fratello aveva nella spalla.
-Questo lo sveglierà. Monty- disse al cavaliere che lo aveva aiutato -preparati a
mantenerlo quando cercherà di colpirmi.
Il cavaliere annuì.
Simon tirò la freccia. Draven si svegliò con una bestemmia facendola arrossire. Come
Simon aveva predetto, alzò un braccio per colpirlo, ma Monty lo fermò prima che
potesse farlo.
Draven tirò indietro la testa e gemette.
-Pazienta- sussurrò Simon, e poi allungò la mano per afferrare la freccia conficcata nella
gamba.
Completamente sveglio ora, Draven strinse la mandibola con forza e allungò il braccio
illeso sulla sua testa per afferrarsi alla testiera mentre Simon tirava fuori la freccia.
Emily tremò osservando come il corpo di Draven si irrigidiva mentre suo fratello si
sforzava di estrarre la freccia. Non sapeva come faceva a sopportarlo senza gridare.
Finalmente, Simon strappò le ultime due frecce.
Quando pressò una benda contro la spalla di Draven, Emily si affrettò a fare lo stesso
contro la gamba.
Dopo qualche minuto, il sangue smise di fluire.
-Cauterizzala- disse Draven tra i sussulti.
-Che cosa? – chiese Emily stordita dalla sorpresa.
-Portala via di qui, Simon- grugnì Draven -e fallo.
Simon chiese a Monty di portarla fuori.
Emily scosse la testa.
-Ma…
-Non c’è tempo per discutere- disse Simon, tirando fuori la sua daga dalla cintura.
L’ultima cosa che riuscì a vedere fu Simon che metteva la daga sulle braci del camino
prima che Monty le chiudesse la porta sul naso.
Ma lei non andò via.
Aveva lo stomaco annodato dalla paura e dall’incertezza mentre aspettava fuori della
stanza.
Dopo alcuni minuti, Simon aprì la porta. Il sudore gli ricopriva il viso e sembrava star
male.
-Ho bisogno di bere- sussurrò mentre passava accanto a lei seguito da Monty.
Emily entrò rapidamente nella stanza e ritrovò di nuovo Draven svenuto. Simon gli
aveva tolto i vestiti e lo aveva coperto con delle coperte di pelli prima di uscire.
Si fermò accanto al letto e osservò il corpo steso.
Come suo fratello, Draven era coperto di sudore. La pelle della sua spalla era arrossata e
piena di bolle dove Simon aveva usato la lama per richiudere la ferita. E il fetore di
carne bruciata impregnava ancora l’ambiente.
Emily allungò la mano, ma si fermò prima di toccarlo. Nonostante il terribile dolore, lui
non aveva gridato.
Come era riuscito a sopportarlo in silenzio?
Beatrix entrò dietro di lei con una brocca d’acqua e delle bende. Emily la ringraziò,
versò l’acqua nella bacinella e inumidì un striscia di stoffa.
-Come sta?- domandò Beatrix mentre attizzava il fuoco.
-Non lo so- mormorò Emily -Tutto quello che possiamo fare è pregare.
Beatrix assentì e uscì dalla stanza, lasciandola sola con lui.
Con tutta l’attenzione di cui era capace, Emily gli asciugò la fronte dal sudore. La barba
incipiente sulle sue guance le irritò la mano mentre provava la temperatura della sua
pelle.
Le lunghe ciglia ombreggiavano i suoi zigomi abbronzati. Non l’aveva mai visto così
tranquillo. Così rilassato.
Era tanto bello che le mancava il fiato.
Gli asciugò il sudore sul duro e muscoloso petto, ripulendolo anche del sangue della
ferita.
La sua mano si fermò sull’emblema araldico e lo prese tra le dita. Fabbricato con oro
puro, splendeva sotto la luce smorzata delle candele. I petali della rosa erano stati
meticolosamente intagliati, e sul retro era incisa una semplice scritta: “La Rosa della
Nobiltà”.
Emily sorrise accarezzando le parole. Le sembravano perfettamente adatte e si rese
conto che, malgrado non fosse l’uomo dai capelli biondi che aveva sognato, Draven era
tutto ciò che aveva desiderato in vita sua. Era la sua rosa, ed era venuto a cercarla per
portarla con sé in sella al suo bianco destriero.
Invece che con radiosi sorrisi e poesie, la corteggiava con coraggio e onestà.
Sfiorando la sua fronte con le labbra, inalò la fragranza maschile che emanava da lui. Un
giorno avrebbe catturato il suo cuore, come lui aveva catturato il suo.
Sarai mio.
Mentre gli lavava il braccio, si ricordò delle parole di Godfried.
Benché avesse numerose cicatrici sul suo corpo, non c’era traccia di una ferita
sull’avambraccio.
Emily rimase paralizzata comprendendo il significato di quella scoperta. Chi aveva
tramato un simile inganno?
E perché?
Almeno Draven non era ottuso quanto suo padre. Lui aveva capito che suo padre non
l’avrebbe mai attaccato in modo così vigliacco. Forse, quando si sarebbe svegliato,
avrebbe cercato il colpevole, e finalmente si sarebbe potuto fare giustizia.
Distratta dai suoi pensieri, abbassò involontariamente la coperta dal petto alla vita.
Si fermò non appena si rese conto di quello che stava facendo. Il corpo di Draven era
quasi completamente nudo davanti ai suoi occhi.
Deglutendo con fatica, lasciò cadere lentamente il panno umido sulla zona tumefatta del
petto che si alzava e abbassava al ritmo del suo respiro.
La pelle scura di Draven sembrava chiamarla, ed Emily si chiese cosa avrebbe provato
accarezzandolo.
Mordendosi il labbro, mise di lato il panno. Grata per essere sola, lasciò scivolare la
mano sulla pelle febbricitante, meravigliandosi della sua consistenza, della sensazione
dei suoi rigidi capezzoli sotto il palmo della sua mano. Era come velluto su acciaio. Non
aveva mai sentito niente di più meraviglioso.
Volendo sentire di più di lui, scivolò con la sua mano sui muscoli del petto, incantata
dalla morbidezza della sua pelle.
Draven gemette.
Emily fermò la mano sui prominenti muscoli del suo ventre.
Lui lanciò un forte sospiro e mosse il corpo verso destra. In conseguenza dei suoi
movimenti, la coperta scivolò più giù, esponendo tutto il corpo alla vista di Emily.
Le si seccò la gola guardando avidamente la sua nudità. Perfino incosciente, un’aurea di
puro potere maschile sembrava emanare da lui, avvertendo il mondo di quanto
pericoloso potesse essere quell’uomo.
Aveva visto la maggior parte del suo corpo mentre lottava contro il cinghiale, ma la
paura non glielo aveva fatto godere. Ora, non c’era nulla che la distraesse da quel corpo
duro e snello.
Niente che offuscasse i suoi pensieri, tranne l’incandescente desiderio che la bruciava.
Era un uomo magnifico.
Impulsivamente, si chinò in avanti per posare le labbra su quelle di lui. Draven gemette
quando lei lo baciò, lasciando scivolare la sua mano sul petto e sulla schiena nuda. Il
desiderio fremeva nel ventre di Emily, palpitando, chiedendo le sue carezze, come
dimostrazione di affetto nei suoi riguardi.
-Emily- sussurrò lui, e il suo nome fu come una carezza sulle sue labbra.
-Sono qui- rispose, ma si rese conto che lui continuava ad essere incosciente.
Spostandosi da lui, allungò una mano per prendere le coperte e coprirlo.
-Sarò sempre qui- gli disse -nemmeno tu riuscirai ad allontanarmi dal tuo fianco.
Almeno, lo sperava. Doveva ancora scoprire il modo per arrivare fino a lui. Un modo
che gli aprisse il suo cuore.
Sperava solo che fosse possibile riuscire a far aprire il cuore di un uomo che diceva di
non averlo.


Capitolo 15

Nei giorni seguenti, Draven entrò ed uscì dall’incoscienza. E ogni volta che si svegliava,
aveva visioni del paradiso. Di un angelo biondo seduto al suo fianco sollecitandolo a
bere acqua e del brodo. Parlando dolcemente mentre giaceva incapace di muoversi.
E quando finalmente riprese i sensi, scoprì Emily che dormiva su una poltrona accanto
al letto. Era accoccolata come un gattino, e il suo petto si alzava e abbassava
leggermente ad ogni respiro.
L’unica luce nella stanza proveniva dal fuoco che ardeva nel camino, e fluttuava sui
bellissimi tratti del suo viso. C’erano ombre scure sotto i suoi occhi, perfino mentre
dormiva.
La sua treccia bionda arrivava fino a terra, solo a pochi centimetri da lui. Senza pensarci,
Draven allungò la mano per accarezzarla. Sembrava seta sul suo palmo.
Poi ricordò.
Draven sbattè le palpebre davanti alle sconosciute sensazioni che si affollavano dentro di
lui. Ogni volta che si era svegliato, lei era stata al suo fianco.
Poteva ricordare vagamente che Simon e Beatrix l’avevano pregata di uscire, ma Emily
aveva rifiutato categoricamente.
Perché?
Non ne aveva idea. Nessuno era mai stato così gentile con lui. Nessuno.
Il suo braccio scivolò dal grembo e lei si svegliò con un sussulto. Schiarendosi la gola, si
sfregò gli occhi con le mani, Draven allontanò la mano dai suoi capelli e quel
movimento attirò l’attenzione di Emily.
-Sei sveglio!- disse con un sorriso.
Abbandonò la poltrona e si sedette sul letto, accanto a lui. Con un tocco delicato, gli
mise la mano sulla fronte.
-La febbre è sparita.
-Quanto tempo sono rimasto incosciente?
-Una settimana.
Si accigliò ascoltando quelle notizie.
-Una settimana intera?
Emily annuì.
Draven cominciò ad alzarsi, ma lei lo fermò mettendogli le mani sul petto e spingendolo
di nuovo sul cuscino.
-È mezzanotte. Dove vuoi andare?
-Alla ritirata- le rispose aspro -e ti suggerisco di lasciarmi andare.
Lei arrossì e smise di spingerlo.
-Allora, permettimi di aiutarti.
Assalito dalla nausea dovuta allo sforzo, Draven si sedette e poi con attenzione,
appoggiò la gamba ferita sul pavimento.
Si strinse la coperta di pelle intorno alla vita per coprirsi.
Emily gli offrì la sua spalla, e, usandola come stampella, si alzò molto lentamente dal
letto.
Cercò di non farsi male quando fece un primo passo di prova. Il dolore esplose appena
tentò di appoggiare il peso sulla gamba. Stringendo i denti, si sforzò di ignorarlo.
-Ti senti bene? – gli domandò Emily.
-Sì, e tu?
-Non sono mai stata meglio- sbuffò mentre lo aiutava a fare un altro passo.
Draven quasi sorrise a quella risposta. Avanzarono con molte difficoltà lungo il
corridoio, ma finalmente arrivarono. Draven la lasciò andare mentre lui entrava per
alleggerirsi.
Quando dopo pochi minuti aprì la porta, la trovò ancora lì ad aspettarlo.
-Devi metterti subito a letto- le disse con voce roca, notando la sua stanchezza.
Lei fece un gesto con la mano per rifiutare le sue parole e lo afferrò per la vita.
-Hai fame?
Sì, ma per il tipo di fame che aveva, il semplice cibo non sarebbe bastato.
-No.
Tornarono di nuovo nella stanza. Draven si sedette sul letto e appoggiò con cautela le
gambe sul materasso.
Mai in vita sua aveva avuto qualcuno che badasse a lui. Gli sembrava strano vederla
camminare da un lato all’altro della stanza servendogli un boccale di birra, controllando
le sue bende, avvolgendolo bene nelle coperte.
-Che c’è?- gli domandò lei quando si accorse della sua fronte accigliata.
-È solo che sono stupito- le rispose a bassa voce -Non mi aspettavo che tu facessi tante
cose per me.
-Bene, si suppone che questo sia quello che fanno le persone quando si preoccupano per
altre.
-E tu ti preoccupi per me?
-Se ti dicessi sì, mi crederesti?
Lui riflettè sulla sua domanda. Avrebbe osato credere che una donna come lei potesse
preoccuparsi di un uomo come lui? O era tutto un trucco?
-Stai facendo questo con la speranza di ottenere un marito?
-No, Draven- replicò con un tono distante e di leggero rimprovero -Ho fatto questo per
te come l’avrei fatto per qualunque amico. Il giorno in cui mi hai portata qui, ti dissi che
non ti avrei portato rancore, e lo dicevo sul serio.
Lui deglutì con difficoltà vedendo il dolore specchiato nei suoi occhi. Si era sbagliato
accusandola di fingere, e si pentiva delle sue parole.
-Allora ti chiedo scusa. Dovrai perdonarmi se non so come si tratta un amico. Dal
momento che non ne ho mai avuti, non so come comportarmi.
Il sorriso di lei lo lasciò senza fiato.
-Sei perdonato- Poi ammucchiò i cuscini dietro di lui e lo aiutò ad appoggiarsi.
Draven sorseggiò la birra mentre lei tornava alla sua poltrona e riprendeva un piccolo
pezzo di stoffa che stava cucendo.
Uno strano sentimento si impadronì di lui. Era un momento molto intimo. Uno di quelli
che condividevano un signore e la sua dama. Il tipo di momento che non aveva mai
pensato di provare.
E in quell’istante, scoprì che gli piaceva. No, che lo desiderava con tanta forza come non
aveva desiderato mai nulla in vita sua.
Chiuse gli occhi per lottare contro l’ondata di desiderio che lo attraversava. Quel
momento non gli apparteneva. Lei non era sua. Non poteva averla, mai, e desiderarla per
sé non era un bene.
Finendo la birra, mise il boccale da parte e cercò un modo per togliersi quella donna
dalla mente.
-I miei uomini hanno trovato i responsabili?- chiese.
Lei scosse la testa mentre dava un piccolo punto.
-Stavano inseguendo due uomini, ma sono riusciti a scappare.
Allungò il filo e lo spezzò in due con i denti.
-Simon crede ancora che il responsabile sia mio padre. Tu hai cambiato opinione?
-No. Come ho detto, tuo padre mi odia dal profondo della sua anima, ma non farebbe
mai una scorreria simile rischiando la tua vita.
Dalla sua espressione, Draven capì che la sua risposta l’aveva soddisfatta, e questo
provocò in lui più soddisfazione di quanto avrebbe voluto.
-Hai un’idea di chi potrebbe essere?- gli domandò mentre prendeva del filo di un altro
colore, lo metteva in bocca per inumidirlo e poi lo infilava nell’ago.
Draven allontanò lo sguardo da quei denti bianchi, distogliendo anche i pensieri nei
quali lei inchiodava quegli stessi denti nella sua carne in un tenero morso d’amante.
-Disgraziatamente, la mia lista di nemici è lunga. Potrebbe essere chiunque di loro.
-Sì, ma deve essere qualcuno che vuole che tu dia la colpa a mio padre- mise da parte il
lavoro che stava facendo -Credo anche che quella stessa persona sia responsabile degli
attacchi al tuo villaggio e a quello di mio padre.
-Emily…
-No, ascoltami. Mio cugino mi ha detto di aver combattuto con qualcuno che aveva la
tua tunica la notte che il villaggio di mio padre fu attaccato. Riuscì a ferire l’uomo che
credeva fossi tu.
Draven si accigliò.
-Perché qualcuno farebbe una cosa simile?
Lei scosse la testa.
-Non lo so, ma suppongo che sia qualcuno che ricaverebbe dei benefici dalla vostra
morte.
-Non c’è nessuno che possa avere questo.
-Allora non so che pensare.
-Lo trovo molto difficile da credere, conoscendoti come ti conosco.
Emily rise mentre raccoglieva il lavoro di cucito dal pavimento e si appoggiava alla
poltrona.
Rimasero in silenzio per vari minuti mentre Draven si godeva la pace che sentiva nel
condividere la sua solitudine con lei.
-Sai quanti cavalieri sono necessari per spegnere una candela?- gli domandò lei alla fine.
Draven la guardò storto.
-Nessuno, si suppone che ci siano gli scudieri per farlo.
Lei rise sentendo la sua risposta.
-Non è male, ma la risposta è un’altra. Nonostante tutto, è la candela che deve accettare
il soffio
Draven alzò gli occhi al cielo.
Emily sbuffò.
-Non lo trovi divertente?
-Sì- sussurrò lui -Trovo te molto divertente.
L’espressione di sorpresa sul suo viso gli fece capire che l’aveva presa alla sprovvista.
Lei si chinò in avanti.
-Draven…
-No- rispose lui tirando la testa all’indietro e chiudendo gli occhi -Non dire nemmeno
una parola, e non tentare i tuoi inganni con me; sono debole e non sono in condizioni di
lottare contro di te.
-Mio padre dice sempre che quello è il momento migliore per ricavare qualche
vantaggio.
-Ma non sarebbe corretto da parte tua.
Emily andò a sedersi accanto a lui. E prima che Draven potesse muoversi, lei premette le
labbra sulle sue. Draven aprì la bocca per assaggiarla, mettendo la mano tra i suoi capelli
per fermarle la testa.
Dio, sapeva di gloria celestiale e desideri terreni. Era troppo cosciente che non lo
copriva altro che una coperta, e che lei sarebbe stata più che disposta a permettere che la
prendesse.
Tanto facile…
E tanto difficile.
Lei lo accarezzò di nuovo con la lingua prima di allontanarsi.
-Questa notte ti permetterò di scappare- sussurrò contro le sue labbra prima di
mordicchiarle di nuovo, impudicamente -ma il giorno che recupererai le tue forze, ti
sfiderò di nuovo. E vincerò.
Lui si accigliò a quelle parole, senza comprendere del tutto perché non approfittava di
quel momento.
-Perché ti stai tirando indietro sapendo che non posso lottare contro di te in queste
condizioni?
Lo sguardo affamato di Emily fu quasi in grado scioglierlo.
-Perché voglio che tu non abbia nessuna scusa per respingermi dopo. Sarà un giusto
combattimento.
Draven fu tentato di chiederle di sposarlo. Ma non poteva. C’era il suo giuramento al re,
la maledizione del suo carattere, e la piccola questione che suo padre disprezzava anche
il terreno che calpestava.
Perfino se Enrico avesse dato il suo consenso, il padre non avrebbe mai dato la sua
approvazione, e si rifiutava di metterla nella terribile situazione di dover scegliere tra di
loro.
-Devi dormire- le disse Draven, indicando l’ombra scura sotto i suoi occhi.
Lei tornò alla sua poltrona.
-Lì no!- grugnì lui -Vai nel tuo letto. Ti sei guadagnata una buona notte di riposo.
-E sei hai bisogno di qualcosa?
-Ti assicuro che posso abbattere le pareti con le urla, se necessario.
Lei si lasciò sfuggire una risatina.
-Non ho alcun dubbio al riguardo.
-Allora vattene.
-Sì, milord Orco. I tuoi desideri sono ordini per me.
Draven la osservò mentre usciva con una strana oppressione nel cuore. Più di qualunque
altra cosa, voleva dirle di tornare indietro. Sentirla di nuovo stretta a sé.
Ma a cosa serviva?
Gettò la testa all’indietro e sentì il dolore farsi largo dentro la sua anima.
-Dio- mormorò a bassa voce -Ti prego, dammi pace. Per favore, prenditi il mio cuore e
spezzalo prima che sia troppo tardi. Non voglio farle del male, e Tu, più di chiunque
altro, sai che alla fine lo farei. Per favore, dammi la forza.
Chiudendo gli occhi, Draven strinse la coperta che lo copriva nel pugno. Avrebbe
indurito il suo cuore di fronte a lei. Da quel momento in poi, non avrebbe passato altro
tempo con Emily. Si sarebbe assicurato di allontanarla da lui. Per sempre.
Emily si svegliò subito dopo mezzogiorno, ma quando cercò di vedere Draven si sentì
esclusa dalle sue stanze.
-Cosa volete dire che non posso entrare?- chiese a Simon.
-Sono ordini di Draven. E non oso contraddirlo in questo.
-Simon- disse lei con tristezza -si suppone che siate mio alleato.
-E lo sono, ma mi piacerebbe anche conservare tutti i miei denti, e lui è stato molto
chiaro quando mi ha spiegato quello che mi farebbe se vi permettevo di attraversare
questa soglia.
Emily vide rosso. Così pensava di scoraggiarla tanto facilmente. Bene, presto avrebbe
imparato che non era così!
-D’accordo- disse arrabbiata. Poi alzò la voce, rivolgendosi verso la porta -Non potete
rimanere per sempre lì. Presto o tardi dovrete uscire.
Come si aspettava, non ci fu risposta.
Che così fosse.
Alla fine avrebbe vinto. Sicuro!
Girando sui tacchi, Emily si allontanò a grandi passi dirigendosi verso il salone.

***

Passarono i giorni mentre aspettava che Draven apparisse, ma nemmeno una sola volta
fece qualcosa di più che aprire appena la porta. Stava per arrendersi quando, una
mattina, lo vide che scendeva le scale.
Il cuore di Emily fece una capriola di gioia quando lo vide completamente vestito, che si
dirigeva verso la porta che dava all’esterno.
-Draven!- gridò, affrettandosi ad arrivargli accanto.
Lui la ignorò.
Offesa, Emily gli si mise davanti per bloccargli il passo.
-Fuori dalla mia strada, donna. Non ho tempo per le sciocchezze.
-Donna?- domandò sorpresa -Che cosa è successo con…?
-Non è successo niente. Ora tornate al vostro cucito o a qualunque cosa facciate durante
il giorno.
Emily rimase a bocca aperta.
-Come dici?
Lo sguardo che lui le dedicò fu così freddo da lasciarla gelata dalla testa ai piedi.
-Fate qualcosa di utile, ma non mi disturbate. Ho degli obblighi da mantenere- le passò
accanto e continuò per la sua strada.
Un forte impulso di strangolarlo la consumava, e, se fosse stata qualche centimetro più
alta e forte, davvero l’avrebbe tentato.
-Bene- disse guardandolo allontanarsi -Questo sarà esattamente quello che farò, milord.
Si diresse di nuovo verso il salone, chiamando Denys. C’era una modifica in più che
voleva apportare nel salone. Una che tutti le avevano consigliato di non fare, ma la sua
sete di vendetta era tale che voleva che lui si sentisse furioso e tradito come lo era lei.
Aveva creduto che condividessero un’amicizia. Ma, ovviamente, si era sbagliata.
Bene, non aveva bisogno di lui.
E se lui voleva essere così ostinato, gli avrebbe dato quello che si meritava.
-Milady- la pregò Beatrix -non lo fate! Fate che riportino tutto indietro prima che torni
sua Signoria.
Come aveva fatto per tutto il pomeriggio, Emily ignorò la governante mentre osservava i
falegnami che finivano di posizionare il palco. Gli uomini inchiodarono l’ultimo chiodo
e si allontanarono perché lei potesse ispezionarlo.
Emily passò la mano sopra alla superficie ruvida del legno. Aveva bisogno di una mano
di pittura, ma quello poteva aspettare fino al giorno dopo. Soddisfatta del suo lavoro,
disse a Denys di pagare i falegnami.
Lui lo fece malvolentieri e non smise di brontolare per un solo istante.
-Se fossi in voi, ordinerei che lo distruggano prima che ritorni lord Draven- disse con un
grugnito.
Emily continuò come se non l’avesse sentito.
-A meno che qualcuno non mi dia una buona ragione, il palco resta.
Guardò Denys.
Questi scosse la testa e abbassò lo sguardo a terra.
Beatrix aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi si pentì e la chiuse di nuovo,.
-Desiderate qualcos’altro, milady?- domandò il mastro falegname.
-Se chiedete ai vostri uomini di mettere il tavolo sul palco, ve ne sarò molto grata.
-Naturalmente, milady.
Le importava un accidente se Draven si arrabbiava. A dire il vero, sperava che lo
facesse.
Perché se si fosse arrabbiato, non avrebbe potuto continuare ad ignorarla, e come aveva
sempre detto: meglio essere fastidiosa che essere ignorata.
Gli uomini avevano appena finito di mettere il tavolo al centro del palco quando si aprì
la porta.
Nel salone calò immediatamente il silenzio.
Emily si voltò e vide Draven e Simon in piedi accanto alla porta.
Il viso di Simon era pallido come un fantasma. Quello di Draven, invece, era rosso di
rabbia.
Diede il suo feroce urlo di battaglia ed entrò come il fulmine nel salone.
I domestici e i falegnami fuggirono di corsa dalla stanza. Emily rimase immobile. Non
aveva mai visto una furia simile a quella di Draven quando attraversò il salone e prese
un’ascia che era appesa sulla parete del camino.
I suoi occhi si spalancarono quando la scagliò sul tavolo spaccandolo in due con un
poderoso colpo.
All’improvviso, Simon cominciò a tirarla indietro.
-Fuori di qui, milady.
-Ma…
-Non sa quello che fa- disse Simon, sollecitandola ad andar via -Fuori di qui prima che
vi faccia del male!
Lei scrollò le spalle per liberarsi dalla stretta di Simon mentre Draven continuava a
frantumare il tavolo e il palco con l’ascia. Ma che diavolo gli stava succedendo? Come
era possibile che un tavolo lo rendesse così furioso?
Non lo sapeva, ma doveva scoprirlo. Correndo accanto a lui, si chinò quando l’ascia
passò a pochi centimetri dalla sua testa.
-Draven?- lo chiamò, allungando una mano per prendergli il braccio.
Lui si girò a guardarla con il braccio in alto, come se fosse pronto a colpirla.
Emily ansimò terrorizzata, in attesa del colpo.
Ma non arrivò mai.
Non appena lo sguardo di Draven si posò sul suo viso, si paralizzò. E, allora, lei non
vide il feroce aspetto del guerriero, bensì gli occhi tormentati di un uomo che stava
soffrendo. Una insopportabile agonia si rifletteva nella sua espressione, e sembrava
come se un oscuro fantasma lo perseguitasse fin nel profondo della sua anima.
L’ascia scivolò dalle sue mani e cadde a terra con un rumore assordante.
Lui contemplò il tavolo fracassato, e dopo il salone, come se si stesse risvegliando da un
brutto sogno, ed Emily si rese conto che Simon li aveva lasciati soli.
-Draven, che succede?
Il suo sguardo ritornò al tavolo.
-Mia madre- sussurrò -l’assassinarono… sul tavolo di questo salone.
Emily si coprì la bocca con una mano.
Cosa aveva fatto?
Perché nessuno glielo aveva detto?
Non c’era da meravigliarsi che tutti quel pomeriggio si fossero comportati in maniera
strana.
Con tutto il corpo irrigidito, Draven diede un calcio ai resti del tavolo.
Emily gli si avvicinò mentre lui gettava la testa all’indietro e gridava: -Ti odio,
maledetto bastardo! E prego Dio che tu arda all’inferno per l’eternità.
Le lacrime riempirono gli occhi di Emily quando avvertì l’amarezza nella sua voce. Si
mise di fronte a lui e gli prese il viso tra le mani.
-Raccontami quello che successe- lo supplicò.
Vide il tormento nei suoi occhi.
-Stavamo mangiando- disse con voce roca -mia madre si chinò in avanti e mi raccontò
una barzelletta; io risi- la guardò, ma era come se fosse in trance e ripetè: -Risi.
Emily sentì che il mondo le si apriva sotto i piedi quando ascoltò le sue parole e
contemplò l’enorme dolore che rifletteva il suo viso.
Lei inghiottì con difficoltà, tentando di sciogliere il nodo che sentiva in gola.
-Mio padre si infuriò. I conti di Ravenswood non ridono mai. Siamo guerrieri, non
buffoni. Così la afferrò per punirla di avermi fatto ridere. Tentai di fermarlo, ma mi
allontanò con un pugno. Poi la lanciò sul tavolo e cominciò a colpirla. Presi la mia daga
per cercare di fermarlo, ma lui si volse verso di me sguainando la propria. Lottammo e
mi fece questo- Draven si toccò con la mano la cicatrice sul collo -Quando riuscii di
nuovo a rimettermi in piedi, era troppo tardi. Lei giaceva morta sul tavolo.
-Oh, Draven- sussurrò piangendo -mi dispiace moltissimo.
Lui le asciugò le lacrime, trattenendo le sue mani calde sulle sue guance.
-Sapevo che era stata la maledizione.
-Che maledizione?
-La nostra furia- mormorò -ogni dama che è vissuta qui è stata vittima dell’ira del lord.
Tutte sono morte per mano dei loro mariti.
Finalmente lei capì il perché della sua freddezza. Perché non si era mai sposato.
E in quel momento, lo amò ancora di più.
-Ma tu non mi hai colpita- disse, sperando che si rendesse conto che aveva controllato la
sua furia. Che non le avrebbe mai fatto del male.
-Emily, io…
-No, Draven- lo interruppe -ascoltami. Proprio prima che io ti toccassi, eri del tutto fuori
controllo. Ma non mi hai colpita. Hai ripreso il controllo non appena mi hai visto, e ti sei
fermato, come ti sei fermato quando il tuo cavaliere ti colpì il primo giorno che io ero
qui.
Draven sbattè le palpebre man mano che le parole penetravano nella sua mente. Non
l’aveva colpita. Anche se intrappolato nella sua furia cieca, l’aveva riconosciuta e si era
trattenuto.
-Tu non sei come tuo padre- gli sussurrò.
E, per la prima volta nella sua vita, lui ci credette.
-Non ti ho colpita- ripetè.
-No.
Draven l’attirò a sé, avvolgendola con forza tra le braccia e appoggiando il mento sulla
sua testa.
-Non ti ho fatto male.
-No, ma ora mi ammazzerai se non smetti di stringermi- disse.
Draven smise di abbracciarla e le prese il viso tra le mani. La guardò negli occhi, come
se la vedesse per la prima volta. La osservò ammirato, e con tanta passione che Emily si
sentì bruciare la pelle.
Draven riusciva appena a respirare; le emozioni lo laceravano. Sentiva come se gli
avessero tolto un enorme peso dall’anima. Era stato preso dalla furia ed era stato capace
di trattenersi. Tutti gli anni che aveva passato nel terrore per quello che avrebbe potuto
fare… e Simon aveva sempre avuto ragione.
Non era suo padre.
Il sollievo e la gratitudine lo schiacciarono. E, in quell’istante, seppe che l’avrebbe
avuta.
Ora, in quello stesso momento, mentre assaporava ancora forte il sapore della vittoria.
Non importava quello che Enrico potesse fare di lui il giorno dopo, in quel preciso
istante, lui viveva.
E avrebbe amato.
Anche se il prezzo era la sua vita, era giusto pagarlo. Per averla, avrebbe rinunciato a
qualunque cosa.
A tutto.
Draven attirò Emily verso di sé e la baciò con tutto il feroce anelito e il desiderio che
aveva racchiuso dentro di sé. Lasciò tutti i suoi sentimenti in libertà, e si dilettò con gli
elementi più puri e semplici della vita. Lei era sua.
Ad Emily cominciò a girare la testa quando le labbra di Draven sfiorarono le sue. Non fu
un bacio lento e dolce, fu un bacio di puro possesso. Un bacio esigente e devastante che
la lasciò senza fiato mentre la sua indomita e maschile fragranza le invadeva tutti i sensi.
Intrecciò le dita nei suoi capelli scuri mentre lui mordicchiava le sue labbra e
schiacciava il suo corpo contro quello di lei.
Emily lo sentiva dalle sue labbra fino alla punta dei suoi piedi, avvertendo una necessità
cruda e feroce che la consumava.
Con un gemito, Draven la scostò, la prese tra le braccia e cominciò a salire le scale.
-Draven, il tuo petto! la tua gamba!
-Non mi importa – disse con voce roca.
-Dove mi porti?
-Dove voglio e per tutto il tempo che voglio.
Emily sentì che arrossiva a quelle parole, ma il suo corpo cominciò a palpitare di
anticipazione. Finalmente lo avrebbe avuto, e lui l’avrebbe presa completamente.
Sapeva che doveva aver paura o essere imbarazzata, ma tutto quello che sentiva era una
strana sensazione di urgenza. Come se dovesse godersi quel momento, qualunque
fossero le conseguenze.
Draven la portò su per le scale fino alla sua stanza, chiudendo la porta dietro di loro con
un calcio. Cominciò ad abbassarla lentamente, come se stesse assaggiando la sensazione
del suo corpo che scivolava su di lui, e poi mise il chiavistello alla porta.
Ad Emily tremavano le gambe quando si girò per affrontarlo.
-Ti darò l’opportunità perchè tu esca da questa stanza mentre sono ancora capace di
controllarmi- le disse mentre si toglieva la tunica -Se resti, sarai mia.
-Sono tua- sussurrò lei.
E questa volta, quando la prese tra le sue braccia, il suo abbraccio fu rude ed esigente.
Le sue labbra sapevano di passione e di dolci promesse, mentre con le mani cominciava
a slegare i lacci della tunica di Emily.
Audacemente, anche lei slegò i lacci della tunica di Draven sfilandola dalla testa,
esponendo il suo petto duro e forte alle sue avide mani. Draven aspirò con forza tra i
denti quando sentì le mani della donna sulla sua pelle che ardeva in modo tale che
sicuramente l’avrebbe bruciata.
Emily si arrese a tutti i desideri che aveva continuato ad accumulare dentro di sé dalla
prima volta che lo aveva visto sul suo stallone, così autoritario, possente. Tanto
incredibilmente maschio.
Quel giorno avrebbe dato briglia sciolta alle sue fantasie e avrebbe scoperto una volta
per tutte cosa si sentiva ad essere donna. Cosa si sentiva nel conoscere quel guerriero nel
modo più intimo in cui una donna poteva conoscere un uomo.
Con molta cura, passò le dita sulla cicatrice che aveva sulla spalla, ricordando quando
giaceva ferito sul prato. Era stata molto vicina a perderlo, e quello la riempiva di terrore.
-Sei sicuro di poterlo fare?- domandò, temendo il dolore che quello gli poteva causare.
Lui racchiuse il suo viso tra le mani e la guardò con occhi carichi di passione, passando
il pollice sulle sue labbra, infiammate dai suoi baci.
-In questo momento, signora, potrei volare.
Emily sorrise.
Draven curvò la mano sulla sua guancia e premette le labbra contro la sua gola. Migliaia
di brividi di piacere attraversarono Emily mentre lui tracciava un’ardente scia di baci
intorno al suo collo; sentiva il calore del suo respiro e il dolce strofinio della sua lingua,
che leccava sensualmente la sua pelle.
Lei lo abbracciò, la mano che gli accarezzava la schiena nuda.
Draven tremò di piacere. Non si era mai sentito in quel modo. Non si era mai sentito
così libero quando era stato con una donna. Tutto quello che poteva fare, era assaporare
il momento, e tutto quello che riusciva a sentire era il suo amore.
Il suo caldo benvenuto.
Tremò davanti alla forza delle sensazioni e alla necessità di possedere quella donna che
era la cosa più vicina al paradiso che avesse mai conosciuto. Quel giorno avrebbe
assaggiato ogni centimetro del suo corpo, l’avrebbe reclamata per sé come nessun altro
aveva mai fatto.
Draven si tirò indietro e fissò gli occhi colmi di passione di Emily.
-Sei bella- sussurrò.
Lei rispose alle sue parole con un bacio possessivo. E per la prima volta in vita sua,
Draven permise che qualcuno lo reclamasse. In realtà, si dilettò del suo richiamo mentre
si abbandonava alle sue carezze.
La sua audacia lo stupiva e lo scuoteva. Gettò la testa all’indietro quando lei appoggiò le
labbra sulla sua mandibola e accarezzò dolcemente la sua pelle con la lingua. Gli stava
provocando il più delizioso dei piaceri.
Tutto sembrava brillare di luce propria, e sapeva che era grazie ad Emily. Percepiva solo
le sue carezze, il suo respiro, il suo calore.
La sua fragranza femminile lo consumava. Lo riempiva.
Lo faceva sentire completo.
Non aveva altra vita che lei. E, in quel momento, confinò tutti i brutti ricordi della sua
esistenza. Sapeva solo che lei gli apparteneva.
Emily era il suo passato, il suo presente, e il suo futuro, qualunque fosse.
Era sua.
Emily ansimò quando le tolse la tunica e contemplò con espressione affamata il suo
corpo febbricitante. Nessuno l’aveva mai vista nuda prima. Era una sensazione
inquietante, eccitante, e la lasciava senza fiato. Timidamente, tentò di coprirsi con le
braccia.
-Guardami- le ordinò Draven.
Lei fece quello che le aveva chiesto.
Draven prese le sue braccia con le mani e le stese ai lati, guardandola negli occhi.
-Non voglio che ti nasconda al mio sguardo. Mai- disse mentre allungava il braccio per
coprire uno dei suoi seni con la mano. Il capezzolo si indurì sotto quella carezza e il seno
cominciò ad infiammarsi sotto il calore del suo palmo -È da troppo tempo che desidero
guardarti perché ora ti copra.
Lei si inumidì le labbra.
-Mi sembra di ricordare che fosti tu a uscire di corsa, milord.
-Draven- la corresse, chinando la testa per seppellirla nel suo collo. Il suo alito era come
fuoco sulla pelle di Emily e lei lasciò che la bruciasse -Non ho desiderato mai che mi
chiamassi diversamente, e per questo che fuggivo da te, Emily.
Tracciò un sentiero ardente di baci dal collo fino al lobo dell’orecchio, facendola
rabbrividire in tutto il corpo.
Le girava la testa quando Draven la strinse contro la parete mentre si liberava del resto
dei suoi vestiti. L’afferrò tra le braccia e Emily gemette quando la sua carne nuda si
trovò con quella di lui. I muscoli duri del suo petto premevano contro il suo seno che si
indurì ancora di più sfiorando la peluria riccia dell’uomo.
Non aveva mai sentito qualcosa di simile alla sensazione della pelle nuda di Draven
incollata alla sua dalla testa ai piedi. Istintivamente, si inarcò contro il calore bruciante
di quel corpo maschile, volendo sentirsi ancora più vicina a lui.
Il suo membro gonfio premeva contro il suo ventre, e Draven si lasciò scappare dalla
gola un profondo gemito che riverberò in tutto il corpo di Emily, facendole sentire il
piacere di lui come se fosse il proprio.
Gli occhi di Draven si scurirono quando prese i suoi seni con entrambe le mani. Chinò la
testa e si introdusse il seno destro in bocca. Emily gemette quando sentì la sua lingua
girare intorno al suo capezzolo indurito, facendolo contrarre fino a trasformarlo in
pochissimo tempo in un bocciolo sensibile. Cominciò ad ansimare più forte man mano
che le ondate di piacere la trafiggevano. E lui continuava ad assaggiarla, implacabile.
Lasciò una scia di baci fino ad arrivare all’altro seno a cui si dedicò con la stessa pignola
e bruciante attenzione.
-Draven- gemette lei, trasognata davanti al miscuglio di piacere e desiderio che lui
provocava nel suo corpo.
Lui tornò sulle sue labbra mentre percorreva con le mani tutto il suo corpo,
accarezzando e esplorando ogni angolo. Emily anelava le sue carezze. Desiderava con
tutte le sue forze l’indescrivibile piacere che le davano.
Draven lasciò che la sua mano scivolasse più giù del suo ventre arrivando al centro del
suo essere.
Emily sussultò a quell’inaspettato contatto.
-Shh- le sussurrò all’orecchio -Va tutto bene, fidati di me.
Lei si rilassò mentre le dita dell’uomo separavano le tenere pieghe e cominciavano a
strofinarla in una intima carezza. In vita sua non aveva mai sentito qualcosa di simile,
qualcosa come quel calore tutto condensato nel posto che le sue dita accarezzavano
senza fermarsi.
Istintivamente, mosse il corpo contro la mano, tentando di ottenere ancora più piacere di
quanto già non le dava.
Il corpo di Draven si irrigidì, e si allontanò da lei con una bestemmia.
-Ho fatto qualcosa di male?- domandò lei.
-Non posso aspettarti, Emily- mormorò -Ti desidero troppo.
Lei non capì le sue parole, ma guardò dalla testa ai piedi il corpo nudo di Draven. Il
calore inondò il suo viso quando vide il membro eretto, come se fosse una lancia.
Poi lui l’avvicinò di nuovo a sé. I suoi occhi sembravano chiedere scusa mentre la
imprigionava contro la parete.
-Draven?
Lui la baciò, separando le cosce con il ginocchio. Emily gemette quando avvertì la
durezza del suo membro contro quella parte di lei che palpitava per lui e, istintivamente,
si strofinò contro i duri muscoli della sua coscia, facendo gemere profondamente
Draven.
Col corpo che ardeva, Emily si dilettò con la sensazione del corpo del suo amante
completamente incollato al suo. Finchè lui non la penetrò. A Emily scappò un profondo
grido di dolore che cancellò ogni traccia di piacere.
-Mi hai mentito- sussurrò, sentendo le pulsazioni e la strana pienezza che le provocava
averlo dentro di lei -Mi dicesti che non faceva male.
Draven le diede un tenero bacio sulla guancia.
-È solo il dolore che si sente quando si perde la verginità, Emily. Ti prometto che una
volta che ti abituerai a me, non ti farà più male.
Non sapeva se credergli. Sentiva la voce di sua sorella che l’avvertiva del dolore che
avrebbe sentito.
Draven alzò le gambe di Emily dal pavimento e se le avvolse intorno ai fianchi. Le alzò
la testa verso di lui così da poterla guardare negli occhi.
-Guardami- ordinò.
Lei lo fece.
-Se sopporti quello che ti farò tra qualche istante, ti giuro che quando uscirai da qui non
avrai più nessun timore.
-Non capisco.
-Lo farai – e poi cominciò a sbattere i propri fianchi contro i suoi.
Emily strinse i denti, cercando di non gridare per il dolore che le provocava ogni volta
che affondava dentro di lei.
Draven seppellì il viso nel suo collo. Non poteva permettere che lei continuasse a
rimanere rigida.
-Rilassati- le sussurrò all’orecchio.
Ma non lo fece. Anzi, le sue parole sembrarono inquietarla ancora di più.
Si maledisse perché non sapeva cosa fare per alleviare il suo disagio, ma mai prima di
allora aveva preso una vergine.
Con una bestemmia dovuta alla frustrazione, uscì da lei.
Le gambe di Emily ritornarono a terra, permettendole così di appoggiare di nuovo il
proprio peso su di esse. Non disse nemmeno una parola mentre raccoglieva la propria
tunica dal pavimento e se la stringeva contro il petto.
Fu solo allora che Draven vide le lacrime nei suoi occhi.
-Oh, Emily…- sospirò -Non volevo farti del male.
-Joanne aveva ragione- sussurrò lei -Fa molto male.
Draven la strinse contro di sé. Il suo corpo aveva ancora bisogno di lei, e riuscì appena
ad evitare di gridare per il dolore che gli provocava il desiderio soffocato, ma non voleva
farle di nuovo male.
Non sarebbe stato tanto egoista.
-Non fa male- mormorò e poi la baciò.
All’inizio, lei rimase rigida, ma, dopo alcuni istanti, cominciò a rilassarsi. Draven emise
un sospiro di sollievo. L’avrebbe aiutata a dimenticare quel momento anche se fosse
stata l’ultima cosa che faceva.
Emily non sapeva cosa pensare mentre Draven seppelliva il viso nella sua gola e
cominciava a tormentarla con la lingua.
Quello era così piacevole, così meraviglioso…
Ma insieme a quel pensiero, le venne in mente che lui l’avrebbe penetrata di nuovo.
Tremò al pensiero. Non si supponeva che tutto finiva una volta che l’uomo avesse fatto
quello?
Però, la sensazione delle sue labbra sulla sua pelle era molto piacevole. Se soltanto
questo non portava a quell’altra cosa…
Draven sospirò nel suo orecchio mentre accarezzava il lobo con la lingua. Lasciando
cadere la tunica, Emily gemette di piacere e cominciò a carezzare le costole di Draven
con le mani. Lui si allontanò un momento per portarla fino al letto.
Ancora inquieta, lei si tese quando la depositò sul materasso che profumava di rose.
Lo sguardo di Draven scivolò dalla sommità della sua testa fino al suo seno che arse
davanti all’intensità del suo sguardo, e poi scese fin dove le sue cosce si univano.
L’espressione di fame e agonia che rifletteva il suo viso eccitò Emily. Poi, Draven si unì
a lei sul letto. Come una enorme e potente bestia, avanzò appoggiato su mani e
ginocchia, calando su di lei. Emily sentì che si perdeva in quegli occhi mentre Draven la
contemplava come se stesse per divorarla.
Malgrado non la toccasse, poteva percepire il calore del suo corpo.
E poi successe la cosa più meravigliosa di tutte. Draven la guardò negli occhi e sorrise.
A Emily balzò il cuore in gola.
-Non mi hai mai temuto- mormorò con voce roca -e per tutto ciò che è sacro, non lo
farai ora. Non quando finalmente ti ho come ho sempre sognato di averti.
Con quelle parole, abbassò il suo corpo su quello di lei in una dolce carezza e poi si
sollevò di nuovo. Lei gemette quando la pelle calda di Draven entrò in contatto con la
sua.
Lui accarezzò il suo corpo con le mani, passando dal seno fino ad arrivare al viso,
racchiudendolo tra le sue mani teneramente, possessivamente.
-Sei mia- disse in un tono che non ammetteva repliche.
-Sì, Draven, sono tua.
Draven la studiò attentamente mentre quelle parole penetravano nella sua mente, le
parole che più desiderava ascoltare a questo mondo. Poteva sentire il suo corpo docile
sotto il suo mentre lei si arrendeva di nuovo alle sue carezze.
Stava bruciando dal desiderio, ma avendo fallito la prima volta, sforzò se stesso ad
andare più lentamente per non farle di nuovo male.
Il temporale della sua passione esplodeva intorno a lui, attraverso di lui, dentro di lui.
Lei sarebbe stata sua, e lui l’avrebbe trattata di conseguenza.
Emily gemette quando lui approfondì il bacio e cominciò ad accarezzarle il seno con un
dito.
Stupita, sentì che Draven abbandonava le sue labbra e cominciò a far scivolare la sua
bocca sulle guance, sul suo collo fino ad arrivare al suo orecchio. Tremò di piacere
avvertendo le vibrazioni del suo corpo in risposta al gioco della lingua dell’uomo sulla
pelle.
Il calore del suo alito le provocava un formicolio continuo.
-Ti piace questo, vero?- le chiese.
-Sì- sussurrò Emily.
Poi lui cominciò a scendere con la bocca. Baciò il seno, il ventre. Le sue guance
irritavano dolcemente la sua pelle mentre la leccava dappertutto.
Emily chiuse gli occhi per assaporare la sensazione mentre lui scendeva a morderle un
fianco. Lei era sua. Gli si era data e promise a se stessa che non gli avrebbe negato di
nuovo il suo corpo.
Perfino se faceva male, lui significava per lei più di qualunque dolore.
Il piacere di Draven sarebbe stato il suo. In quel momento e per sempre.
Intrecciò le dita nei suoi capelli e gemette quando lui cominciò a mordicchiare la
sensibile zona intorno a un fianco.
Poi scivolò più sotto, posizionandosi tra le sue cosce.
-Draven…
-Shh- mormorò contro la parete interna della coscia -Ti prometto che non ti farà male.
Diffidente, Emily separò le gambe così che lui potesse avere un accesso migliore. Lui
cambiò posizione e lei si irrigidì, aspettando che lui entrasse di nuovo in lei. Ma non lo
fece. Invece, separò le sue tenere pieghe e la prese in bocca.
Emily gridò quando il piacere la trafisse. Non aveva mai sentito niente di più
meraviglioso come quella lingua che stava facendo le cose più peccaminose e
inimmaginabili sul suo corpo. Si sentiva girar la testa.
Implacabilmente, Draven la tormentò con la lingua, con il respiro, facendo ardere
sempre di più il suo corpo e facendo sì che il suo piacere aumentasse sempre più. E
pensare che aveva paura che le facesse male! Emily allungò la mano e seppellì le dita
nei suoi capelli mentre lui continuava a darle piacere con la bocca. L’estasi raggiunse un
punto nel quale lei pensò che sarebbe morta, e proprio quando ebbe la certezza che così
sarebbe stato, si trasformò in qualcosa di così intenso e profondo che sentì come se il
suo corpo si disintegrasse in mille pezzi.
Gettando indietro la testa, Emily gridò quando raggiunse la liberazione, mentre il suo
corpo tremava, agitato da una forza incommensurabile. E mentre il suo corpo vibrava
ancora, Draven si mise su di lei e scivolò dentro il suo corpo con una forte e abile spinta.
Emily gemette nel sentirlo tanto profondamente sepolto dentro di lei.
Non ci fu dolore questa volta, soltanto una sensazione di pienezza.
L’incredibile sensazione di sentirsi completa.
-Stai bene?- mormorò lui a bassa voce.
-Sì- rispose lei in un sussurro, accoccolandosi contro il suo corpo.
Draven chiuse gli occhi per assaporare la sensazione di essere finalmente dentro di lei.
Sollevato perché non le stava facendo del male, si mosse lentamente contro i suoi
fianchi, felice del calore che lo circondava. I sospiri di piacere di Emily riuscivano a
farlo tremare, e quando lei cominciò a muovere i fianchi contro di lui, Draven pensò che
sarebbe morto.
Emily inchiodò le unghie nella sua schiena mentre lui affondava sempre più dentro di
lei, sempre più in profondità, mentre lei lo sollecitava a proseguire con le sue mani e i
suoi gemiti.
E quando arrivò l’orgasmo, credette di svenire.
Emily sorrise quando lo sentì tremare e precipitare su di lei. Avvolse le sue gambe
intorno ai suoi fianchi e godette della sensazione di quella pelle maschile contro la sua.
Della sensazione di averlo ancora dentro. Signore, come le piaceva averlo addosso. Non
voleva che si togliesse mai più.
Per un lungo momento, Draven rimase immobile, limitandosi a restare sdraiato, e lei
temette che si fosse addormentato.
Draven prese i ciuffi dorati dal cuscino e li strinse in un pugno. Poteva sentire il petto di
Emily che saliva e scendeva contro il suo ad ogni respiro.
Se avesse potuto, avrebbe fatto durare quel momento per sempre.
Ma presto o tardi avrebbero dovuto uscire dalla stanza, e allora…
Chiuse gli occhi e sospirò.
-Morirò per questo- mormorò senza rendersi conto che aveva parlato ad alta voce finchè
Emily non si mosse.
-Stai diventando troppo melodrammatico.
No. Non lo era affatto. Conosceva bene Enrico. Non c’era niente e nessuno che lui
stimasse di più che le sue leggi. Dal giorno in cui era salito al trono, Enrico aveva lottato
per mantenere la pace nel suo regno, e, con quello che aveva fatto Draven quel giorno, il
padre di Emily non sarebbe stato contento finchè lui non fosse morto.
Lei si allontanò per guardarlo.
-Se ti sposassi con me…
-Sposarci, come?- domandò, facendosi di lato allontanandosi da lei -Quale sacerdote
sarebbe disposto a sposarci senza il consenso di tuo padre?
-La gente si sposa in gran segreto tutti i giorni.
-E quei matrimoni vengono facilmente annullati se non sono approvati dai parenti. Per
non parlare del giuramento che feci a Enrico. Il re non prende alla leggera i tradimenti.
-Questo non è del tutto vero- argomentò lei -mio padre non mantenne il giuramento ad
Enrico, ma conserva ancora tutte le sue terre.
-Solo perché il padre di tuo padre lottò con Enrico e morì a causa di un colpo che
ricevette proteggendo il re. In cambio, chiese ad Enrico di giurargli che avrebbe
perdonato tuo padre e non lo avrebbe lasciato senza casa.
Emily sbattè le palpebre, come se non fosse sicura di credere alle sue parole.
-Non sapevo niente di tutto questo- sussurrò -Tu come lo sai?
-Ero lì.
-Ma anche tu hai salvato la vita al re- insistette lei -non ti perdonerà?
Lui considerò la sua domanda. Ma sapeva la verità. Enrico avrebbe preso il suo
tradimento come un’offesa personale, e, come tale, avrebbe reagito impulsivamente.
No, non c’erano speranze per il loro futuro.
Ma, non volendo darle un dispiacere, disse a bassa voce: -Forse sì.
All’improvviso, le si illuminò il volto e si drizzò per guardarlo dall’alto.
-Sono la protetta del re, vero?
-Sì.
-Allora, non potrebbe dare il suo permesso concedendo la mia mano?
-Sì.
-In questo caso, a mio padre non resterebbe altra scelta che accettare il nostro
matrimonio- Emily sorrise e appoggiò la testa sul suo petto -Andrà tutto bene. Vedrai. Il
re ti perdonerà e mio padre imparerà ad accettare la nostra unione.
Draven le accarezzò i capelli. Quello che non le aveva raccontato erano le parole che gli
aveva detto Enrico mentre partiva: -Se rovinate la sua verginità, Draven, vi vedremo
appeso, trascinato e squartato per questo. È il nostro onore che rappresentate.
Macchiatelo e ne soffrirete le conseguenze.
Non voleva ingannare se stesso pensando che Enrico lo avrebbe perdonato. Sapeva che
non era così. L’aveva saputo dal primo momento in cui l’aveva presa tra le braccia e
portata in camera sua. Ma non gli era importato. L’aveva desiderata, e l’aveva presa.
Ma quell’unico momento di piacere con lei gli sarebbe costato un alto prezzo.


Capitolo 16

Draven voleva passare il resto della giornata tra le sue braccia, ma non osava. C’era
troppa gente intorno che poteva dirlo a suo padre. Non che lui avesse paura per sé,
niente era più lontano dalla realtà. Aveva accettato la possibilità di morire giovane il
primo giorno che aveva preso una spada tra le mani.
Ma non voleva che nessuno ferisse Emily per colpa sua.
Si allontanò da lei con un bacio, si vestì e scese a cercare Simon.
E lo trovò. Simon lo stava aspettando nel salone con un’espressione sul viso che faceva
capire a Draven che era l’Angelo della Morte venuto a reclamare la sua anima nera.
-Sei andato a letto con lei, vero?- domandò non appena Draven gli si avvicinò.
-Non era quello che volevi?
Simon distolse lo sguardo, leggermente imbarazzato.
-E da quando mi dai retta?
-A quanto sembra da oggi.
L’angoscia si impadronì di Simon.
-Non pensavo che la prendessi in questo modo. Credevo che prima l’avresti sposata.
Quella era la mia intenzione. Ed ora, cosa farai?
-Lei vuole che io mandi una lettera ad Enrico e gli chieda la sua approvazione per il
matrimonio.
-E lui lo farà?
Draven lo guardò. Non c’era nessun motivo di mentire, a parte il fatto che non aveva
mai mentito a suo fratello.
-Tu cosa credi?
-Enrico si mostra ragionevole a volte.
Draven sbuffò.
-Capriccioso, vorrai dire. Se è di buon umore, è possibile che dimentichi quello che ha
detto.
-E quante probabilità ci sono che questo succeda?- domandò Simon.
Draven emise un sospiro rassegnato.
-Nessuna, temo. Prenderà le mie azioni come un tradimento personale, poiché sono il
suo campione.
Simon chinò la testa.
-Mi dispiace di averti cacciato in questo guaio.
-Calmati, Simon- disse, mettendogli una mano sulla spalla -Non sei tu che mi hai messo
in questo guaio. L’ho fatto da solo. Conoscevo le conseguenze e, nonostante tutto, ho
scelto di farlo- Draven sorrise ricordando Emily tra le sue braccia -In ogni modo, se
saperlo ti fa sentire meglio, ti dirò che per lei ne è valsa la pena.
Simon lo guardò, infuriato.
-Spero che continuerai a pensarla allo stesso modo quando ti tireranno fuori le viscere
dal corpo mentre sei ancora vivo per vederlo.
-Mi hanno fatto cose peggiori.
-Come che cosa?
-Come strapparmi il cuore. Ti assicuro che l’esecuzione del re non potrà mai eguagliare
il dolore che sentii quando nostra madre morì- disse fissando la parete dall’altro lato
della stanza, dove una volta c’era stato il tavolo di suo padre -Non avevo mai affrontato
le cose fino ad oggi. E adesso…
-Adesso…? – lo spronò Simon.
-Non posso dire che sia tutto risolto, perché il dolore continua ad esserci, ma la parte
vuota che c’era in me, si è riempita in qualche modo.
Simon aggrottò la fronte.
-Quale parte vuota?
All’improvviso, Draven si rese conto di quello che stava dicendo. Erano anni che non
condivideva quel tipo di confidenze con Simon.
Cosa gli aveva fatto Emily?
Si irrigidì al solo pensiero, e guardò Simon con un’espressione divertita sul viso.
-La parte vuota che sta tra le mie orecchie. Ora vattene e lasciami solo.

***

Emily scese le scale per aspettare Draven, ma lui non apparve. I domestici avevano
pulito già i resti del palco, e quando cercò di parlare con Simon, questi le offrì una
misera scusa e svanì.
Si sentiva come una paria quando si sedette di fronte al fuoco del camino nel cupo
salone, aspettando che Draven tornasse. Uno dei suoi segugi si era stesso ai suoi piedi e
lei gli accarezzava distrattamente le orecchie mentre contemplava le fiamme nel camino.
La maggior parte degli abitanti del castello si era ritirata, e lei si stava chiedendo se
Draven aveva l’intenzione di ritornare quella sera.
-Cosa stai facendo qui?
Sussultò quando sentì la voce di lui alle sue spalle.
-Ma non fai mai rumore?- si lamentò col cuore che le martellava nel petto.
-Credevo che avessi sentito i miei passi sulle scale- le disse mentre avanzava per
fermarsi dietro la sua sedia.
Emily lo guardò dall’alto in basso.
-Ti chiederei cosa ti porta qui, ma suppongo che sia l’ora che inizi la tua veglia notturna.
-Sì.
Lei allungò la mano per accarezzare la sua. Draven la strinse dolcemente, e poi l’alzò
per baciarne le nocche. Il calore di quel gesto tenero inondò Emily.
Lui le lasciò la mano e cercò nella sua tasca. Emily lo osservava con le sopracciglia
aggrottate.
-Chiudi gli occhi- le disse.
Emily fece quello che le aveva chiesto e lui posò qualcosa di freddo e pesante intorno al
suo collo.
La donna accarezzò l’oggetto con le dita e si rese conto che era una collana.
Aprendo gli occhi guardò verso il basso e scoprì che si trattava del ciondolo di smeraldo
che il commerciante alla fiera di Lincoln aveva tentato di venderle.
-Draven?- domandò con incredulità.
-Vidi come lo guardavi quel giorno e volevo che lo avessi.
-Ma come…?
-Mandai Druce a comprarlo la notte prima che partissimo.
Il cuore di Emily si intenerì alla prova della sua gentilezza.
-Grazie.
Draven annuì.
Emily si alzò dalla sedia e gli diede un bacio sulla guancia.
Draven chiuse gli occhi per assaporare la sensazione delle sue labbra sulla propria pelle.
-Vieni di sopra con me- gli sussurrò lei all’orecchio.
E che Dio lo aiutasse, lui la seguì. Dopo tutto, cosa importava a quel punto? Enrico non
poteva ucciderlo due volte per la stessa offesa.
Inoltre, sarebbe stato infinitamente più soddisfacente passare la notte tra le sue braccia
che camminando sui merli.
Lei lo guidò fin nella sua stanza, dove il fuoco ardeva piano nel camino, e una sola
candela illuminava la stanza. Odorava di rose e mele, e il suo profumo riuscì a rilassarlo
immediatamente.
Draven si fermò in mezzo alla stanza e la strinse tra le braccia. Chinò la testa per
affondare il viso nel suo collo e inalare la delicata essenza propria di Emily.
Lei gli mise le mani sotto i gomiti e cominciò a baciargli il collo. Draven deglutì. Lei lo
vedeva come nessun altro aveva mai fatto prima. Quando la guardava negli occhi non
vedeva un demonio uscito dagli inferi; vedeva se stesso come avrebbe voluto che fosse.
Gentile, eroico, nobile e, soprattutto, degno di essere amato.
Accarezzò le labbra di Emily con le nocche.
-Grazie- mormorò.
-Perché?
-Per vedere del buono in me.
Lei gli sorrise.
-Vedo solo quello che c’è.
Senza crederle nemmeno per un istante, si chinò e la baciò.
Emily gli si abbandonò con un dolce gemito di piacere.
-Non ho mai conosciuto nessuna meravigliosa come te- le disse a bassa voce.
Emily gli sorrise di nuovo. Draven l’avvolse tra le braccia e la strinse contro il calore del
suo corpo.
Emily tremò. Per qualche motivo, si sentiva come se fosse arrivata a casa dopo una
lunga assenza. Stare con quell’uomo le faceva sentire che andava tutto bene.
Alzò il capo per vedere se per lui era lo stesso. Non lo scoprì, ma la luce nei suoi occhi
la fece ardere.
Lui chinò la testa verso le sue labbra, e lei gli diede il benvenuto con il suo bacio. Emily
gemette dal profondo di se stessa quando le bocche si incontrarono. Quello era ciò che
desiderava. Essere da sola con l’uomo che amava e avere da lui una miriade di baci.
Con un’audacia che la sbalordì, prese le sue labbra tra i denti e le succhiò leggermente.
Voleva divorarlo, sentire ogni centimetro del suo corpo contro di lei, ancora e ancora,
non lasciarlo mai.
A Draven girava la testa mentre assaggiava la dolcezza della sua bocca. Emily si
aggrappava alla sua schiena con le mani, stringendolo tanto forte a sé che temette di
avergli fatto del male.
Nella sua innocenza, strofinò i seni contro il suo petto, mandandolo in fiamme. Draven
gemette quando si liberò delle sue braccia e i suoi fianchi gli sfiorarono il membro
gonfio.
-Emily- ansimò, cercando di allontanarla un pò da sé. Invece, gli si avvicinò di più,
baciandolo di nuovo.
Con la volontà ormai in pezzi, Draven confinò ogni pensiero razionale dalla sua mente.
Tutto quello a cui riusciva a pensare erano i suoi sogni che divenivano realtà. Al piacere
che gli dava la sua fragranza, alla sensazione dei suoi fianchi che si strofinavano contro
quella parte di lui che desiderava darle.
-Amami, Draven. Tutta la notte- lo pregò Emily, passandogli le mani tra i capelli.
Sentì le mani di lui che afferravano l’orlo della sua tunica e l’alzavano per poter
accarezzare la carne nuda delle sue natiche mentre la baciava con furia, con desiderio.
Lei si dilettò alle sue carezze, sapendo che non avrebbe mai desiderato un altro uomo
come desiderava Draven.
Mai.
L’estasi si diffondeva dall’alto in basso mentre deliziosi tremori scuotevano il suo corpo.
Non era sicura di cosa la facesse fremere di più: sentire la sua lingua che le accarezzava
il collo o le sue mani che toccavano posti che nessun altro uomo aveva mai toccato.
Draven racchiuse il suo viso tra le mani e la baciò profondamente.
Emily chiuse gli occhi.
-Qui- le disse, e la sua voce fu un roco sussurro alle sue orecchie -Toccami qui- prese la
mano di lei e la poggiò sulla protuberanza dei suoi pantaloni.
Lei spalancò gli occhi sentendo come pulsava sotto la sua mano. Il suo primo istinto fu
quello di ritirare la mano, ma osservare l’enorme piacere che si rifletteva sul suo viso fu
come uno stimolo a proseguire. Lasciò che la sua mano scivolasse sul bordo delle sue
calzamaglie e l’affondò tra i riccioli al centro delle sue gambe per toccare la sua carne
con la mano.
Il corpo intero di Draven tremò. Emily sorrise di soddisfazione per il potere che sentiva
di avere su quell’uomo che diceva di non aver bisogno di nessuno.
In quel momento Draven la gettò sul pavimento duro e le tolse la tunica. Esposta al suo
sguardo, tremò per l’incertezza. Si accorse di arrossire man mano che lui percorreva con
lo sguardo il suo corpo.
-La mia Emily- sussurrò -voglio vederti, toccarti… ma il mio più grande desiderio è
quello di assaggiarti.
Chinò la testa sul suo seno. Emily inarcò la schiena quando la sua lingua cominciò a
giocherellare con il capezzolo indurito. Gemendo, gli afferrò la testa tra le mani per
avvicinarlo ancora di più, lasciando che il calore del suo alito le bruciasse la pelle.
Draven lasciò scivolare la sua mano verso il basso, dal ventre fino all’anca. Tutto il
corpo di Emily si contorceva per il bisogno, lacerato da quella specie di benedetta
agonia.
E poi, finalmente, lui accarezzò la sua coscia arrivando fino al centro del suo essere.
Emily ansimò nel momento stesso in cui l’estasi la pervase, quando le dita di Draven
cominciarono a sfregare le tenere pieghe del suo corpo.
Draven gemette, scostandosi appena un pò per guardarla. L’accarezzava con le dita,
stimolandola con la promessa di un piacere ancora più grande, e ritirandole quando
sembrava che si stesse avvicinando alla fine.
Emily gemette di frustrazione quando lui si mise in piedi per spogliarsi del tutto.
Draven le tese una mano. Emily la prese e gli permise di aiutarla ad alzarsi. Lui la guidò
fin sul bordo del letto.
-Cosa stai facendo?- domandò Emily.
Draven emise un suono profondo e gutturale che la eccitò.
-Ultimamente non hai letto il tuo libro, eh?- scherzò, dandole un bacio sulla nuca.
Emily tremò.
Draven era in piedi dietro di lei. La appoggiò sul suo petto e lasciò cadere le sue mani
sui suoi seni, passando per la vita fino ad arrivare sui fianchi.
Emily inarcò la schiena contro di lui, e allungò le mani sulla sua testa per passargli le
dita nei capelli.
Lui avvolse un braccio intorno alla sua vita e abbassò la mano fino alla sommità delle
sue cosce. Emily gemette di piacere.
-Ecco, così- mormorò lui contro il suo collo -Appoggia il tuo peso contro di me.
Lei lo fece, e Draven cominciò a baciarle le spalle. Emily riusciva a sentire la punta del
suo membro che si stringeva contro le sue natiche.
Draven aspirò bruscamente e chinò la testa, le sue dita tornarono di nuovo al sesso di
Emily, torturandola con le sue carezze. Lei non riusciva più a sopportarlo. Si contorse
tra le sue braccia mentre le dita scivolavano fuori e dentro, intensificando il suo piacere.
Mentre la pressione aumentava dentro di sé, Draven allargò un pò le sue cosce e affondò
dentro di lei.
Emily gridò di piacere, abbassando i fianchi per introdurlo più profondamente dentro di
sé. Draven chiuse gli occhi, assaporando i suoi ansiti mentre si seppelliva dentro di lei
fino in fondo. Non aveva mai sentito niente di così incredibile come il calore che lo
circondava mentre si muoveva dentro di lei.
Che il cielo lo perdonasse per quello che stava facendo. Ma quello era ciò che aveva
sempre desiderato nella sua vita. Qualcuno che riuscisse ad accettarlo.
Lei era una parte di lui che nemmeno sapeva che gli mancava finchè non era apparsa
nella sua vita, tenendo quella maledetta gallina tra le mani.
Emily strinse i denti mentre quella squisita tortura mandava in pezzi il suo corpo. Il
mondo girava impazzito intorno a lei mentre lui si introduceva ancora e ancora dentro di
lei, sempre più profondamente. Era incredibile sentirlo dietro di lei, dentro di lei.
Le sue dita aumentarono il ritmo delle carezze in perfetta armonia con quello delle sue
spinte. Il corpo di Emily sembrò tremare di vita propria per andargli incontro, spinta
dopo spinta, aumentando la sensazione di piacere finchè credette che non avrebbe più
potuto sopportarlo.
E poi esplose in un milione di pezzi di autentica estasi. Gridò quando il piacere, più
intenso di quello che avrebbe mai creduto possibile, si propagò dentro di lei. Si aggrappò
con forza ai capelli di Draven mentre il suo corpo si scioglieva davanti alle carezze che
lui continuava a darle.
Draven chiuse gli occhi quando la sentì tremare tra le sue braccia, e solo allora la inondò
con il proprio orgasmo.
Soddisfatto fino a dei livelli che non aveva mai creduto esistessero, Draven si lasciò
cadere sulle ginocchia.
Emily si voltò lentamente. Una fine cappa di sudore copriva il corpo di Draven, mentre
la guardava attonito. Lei sorrise e gli si inginocchiò accanto premendo le sue labbra su
quelle di lui.
In risposta il bacio di Draven fu profondo e possessivo.
-Sei incredibile, milady.
Lei gli passò una mano sulla fronte, scostando i capelli mentre studiava attentamente i
suoi occhi, nei quali brillavano diverse gradazioni di azzurro.
-Non avevo nessuna idea che potesse essere così- disse, stupita.
-Nemmeno io.
Allungò la mano per prendere la tunica e asciugarsi il sudore dal viso prima di
avvicinarsi di nuovo a lei.
Si sedette sul pavimento a gambe incrociate e l’attirò sul proprio grembo. Emily si
morse il labbro quando lui prese le sue gambe e le posizionò intorno alla sua vita,
stringendola con forza contro il suo corpo. Tremò quando sentì i muscoli duri del suo
addome sfiorare la carne sensibile tra le sue gambe. Sorridendo, gli tolse di nuovo una
ciocca di capelli dagli occhi e lo baciò sulla guancia.
Draven seppellì il viso nel suo collo, provocandole ondate di brividi che la percorsero
dalla testa ai piedi. Spingendola leggermente all’indietro, giocherellò con la collana.
Emily gemette quando lui prese lo smeraldo a forma di lacrima e sfiorò il seno con le
nocche. Draven le rivolse uno sguardo ardente prima di prendere un capezzolo tra i
denti.
Emily ansimò per il piacere e gettò la testa all’indietro. Draven l’appoggiò dolcemente
contro il pavimento, con le natiche che ancora riposavano sul suo grembo.
-Sai?- le disse, guardandola -Ti ho desiderato dal momento in cui ti ho visto con quella
gallina.
-Davvero?
-Sì- affermò, accarezzandola dolcemente tra le gambe con il pollice -riesco ancora a
vederti lì, mentre tormenti quel pover’uomo.
Lei gemette, contorcendosi di nuovo sotto le sue carezze.
-Quel pover’uomo mi stava facendo proposte disonorevoli, signor Cavaliere.
Dall’espressione del suo viso, Emily dedusse che a Draven non piaceva quella
spiegazione.
Per un momento lo distolse dal suo fremente assalto.
-Che tipo di proposte disonorevoli?
Emily si accigliò.
-Non ti arrabbiare, Draven. Se non fosse stato per gli inetti tentativi di Theodore, non ti
avrei apprezzato come meriti.
La sua espressione si ammorbidì e riprese con le sue squisite attenzioni.
Emily riusciva appena a pensare quando lui la toccava. C’era qualcosa di magico nelle
sue carezze. Erano contemporaneamente forti e delicate, e le sembrava incredibile che
lui potesse essere tanto generoso.
Gli occhi dell’uomo si incupirono di nuovo e lei si accorse che si induriva di nuovo.
-Ma non sei mai soddisfatto?- chiese stupita.
Inarcò un sopracciglio in un gesto interrogativo e lui, allora, fece la cosa più inaspettata
di tutte. Rise.
Stordita, Emily si drizzò quando quel suono melodioso invase le sue orecchie.
-Draven?
Lui scosse la testa.
-Non posso evitarlo- sussurrò -ma mi fai molto felice, Emily.
E poi Draven alzò i suoi fianchi e la riempì di nuovo di sé.
Lei gemette sentendolo nuovamente duro e caldo dentro di lei. Mordendosi il labbro, si
sollevò e si abbassò su di lui. Draven la zittì e la strinse più forte in vita. Lei aprì gli
occhi per osservare lo sguardo affamato di lui.
-Sono tuo, milady. Fa di me quello che vuoi.
E lei lo fece. Ancora e ancora, finchè, all’alba, si rese conto di essere sfinita.
Draven la prese in braccio e la mise sul letto. Emily si addormentò quasi prima che lui la
coprisse con le coperte. L’uomo si meravigliò che lei potesse dormire tanto
profondamente. Non riusciva a ricordare nemmeno un momento della sua vita in cui si
era sentito tanto felice come quando lei gli si accoccolò contro.
Avrebbe volentieri venduto la sua anima per evitare che arrivasse l’alba. Per poterla
abbracciare sempre in quel modo. Ma lui, meglio di qualunque altro uomo, sapeva
l’inutilità dei sogni e dei desideri.
La mattina sarebbe arrivata.
E, alla fine, la verità sarebbe venuta alla luce, e avrebbe dovuto affrontare l’ira di
Enrico.

***

Alcune ore più tardi, Draven osservò la nascita del sole attraverso la finestra aperta. Gli
uccelli cominciarono a trillare e ascoltò i domestici che cominciavano la giornata,
facendosi carico delle loro faccende, giù nel salone.
Emily sussurrò nel sonno qualcosa su draghi e rose.
Sorrise ascoltando la sua voce melodiosa e poi si rese conto che il suo corpo si era di
nuovo irrigidito.
Scosse la testa, stupito di desiderarla ancora nonostante la notte che avevano condiviso.
Ma la desiderava, non c’erano dubbi.
Le depositò un bacio sulla spalla mentre le copriva un seno con la mano. Lei giaceva di
lato, dandogli le spalle. Draven abbassò le lenzuola, alzando leggermente la gamba
sinistra dal suo corpo per poter avere un accesso migliore.
Col corpo in fiamme, si introdusse nel paradiso che era il corpo di lei.
Emily si svegliò nel momento in cui sentì il calore del membro di Draven che la
riempiva di nuovo. Con un gemito di piacere, si inarcò contro di lui.
-Che cosa stai facendo?- gli chiese.
Lui la circondò con una mano per accarezzare il seno, mentre le sussurrava all’orecchio:
-Posizione numero settantatrè.
Emily sentì il calore invaderle il viso.
-E come lo sai?
La risata di Draven riempì le sue orecchie.
-Come, come lo so? Quella posizione non ha fatto che perseguitarmi dalla notte in cui la
vidi tra le tue mani.
La sua risata le si bloccò in gola quando la mano di Draven scese dal suo seno fin dentro
la sua calda umidità. Le sue dita torturatrici ravvivarono il fuoco del suo corpo mentre il
suo membro si introduceva, sempre più profondamente dentro di lei.
Non riusciva a pensare a niente che non fosse il corpo caldo di lui alle sue spalle, mentre
la mano si muoveva allo stesso ritmo delle sue spinte.
E quando arrivò all’orgasmo, si sentì quasi morire. Il piacere fu indescrivibile. Con altre
tre potenti spinte, Draven la raggiunse in paradiso.
Lui era suo e lei era sua. Emily sorrise al pensiero. La loro unione non si limitava ai loro
corpi, ma si estendeva anche alle loro anime e ai loro cuori.
Erano uniti per sempre.
Oppressa dall’amore che sentiva, si voltò verso di lui.
Draven depositò un dolcissimo bacio sulla punta del suo naso e la fissò, trasognato. Non
aveva nessuna intenzione di uscire da quel letto, per tutta la giornata. Nemmeno un
minuto.
Una leggera brezza agitò il baldacchino del letto seguito da un rumore inaspettato.
All’inizio, credette che lo avesse immaginato, ma man mano che passavano i minuti, il
suono si avvicinò e divenne molto più chiaro. Un esercito? Draven si accigliò e uscì di
corsa dal letto.
-Draven?- domandò Emily, sedendosi e stringendosi le coperte sul seno -Che succede?
-Sta arrivando qualcuno- disse mentre si contorceva per indossare gli abiti.
-Che cosa?- domandò lei incredula -Sei sicuro?
Draven raccolse la sua spada e la fissò alla cintura che portava in vita.
-Dopo tante campagne a cui ho partecipato? Sì. Conosco troppo bene quel suono.
Emily lo guardò mentre abbandonava la stanza. Poi sentì il rumore di cavalli che si
avvicinavano. Saltando dal letto, indossò rapidamente i vestiti per raggiungere Draven
sui merli.
All’inizio, Emily credette di sognare quando vide lo stendardo giallo e bianco di suo
padre che si avvicinava.
Ma non era la sua immaginazione: suo padre fermò il suo esercito di fianco alle mura di
Draven.
-Che significa questo, Hugh?- gridò Draven, una volta che suo padre fu sufficientemente
vicino per sentirlo.
-Sono venuto a prendere mia figlia, maledetto bastardo!
Emily si gelò.
-Non può saperlo, vero?- domandò a Draven.
-No- le rispose e poi gridò a suo padre -Lei è sotto la mia custodia. Non hai nessun
diritto di venire qui e portarla via.
-No, dopo quello che è successo ieri sera, non lo è più, ormai. Ora mandatela fuori o
abbatterò le mura per prenderla.
Emily rimase a bocca aperta ascoltando quelle parole. Suo padre sapeva! Ma come?
Draven le mise una mano sul braccio per sostenerla.
-Padre?- gridò lei -Perché siete venuto a cercarmi?
-Ieri sera lui ha fatto un’incursione a Keswyk. Ho già mandato un messaggero per
avvisare Enrico, e tu verrai subito qui con me oppure distruggerò queste mura.
Liberatela, Ravenswood, e parlerò in vostro favore a Enrico.
Emily aggrottò la fronte.
-Tu non hai fatto nessuna incursione, ieri sera.
Lui le rivolse uno sguardo pieno di divertimento.
-Ti assicuro che so perfettamente dove ho passato la notte, Emily, ma se diciamo a tuo
padre dov’ero, lui vorrà distruggere qualcosa di più delle mie mura.
Draven aveva ragione. E le si formò un nodo alla gola nel pensare che suo padre potesse
scoprire quello che avevano fatto.
-Ti sbagli, padre!- gridò, sperando che lui rinsavisse.
Draven l’afferrò.
-Cosa credi di fare?
-Gli dico che tu non puoi averlo fatto.
-Davvero credi che ti ascolterà?
-Mmm… no- disse alla fine -Non ascolterà nessuno.
-Preparate le difese!- gridò Draven ai suoi uomini -Che gli uomini prendano posizione
sulle mura e…
-No- disse lei prendendogli il braccio -È mio padre contro cui vuoi lottare.
-Vuoi che gli consegni il mio castello?- le domandò, con un’espressione dura e una
ferma determinazione negli occhi.
Frustrata, stordita e terrorizzata oltre ogni pensiero, lei replicò sarcasticamente: -Hmm,
lasciami pensare… Consegnare il tuo castello a mio padre o ammazzarlo… Credo che la
mia risposta è sì, consegna il castello!
-No- replicò lui con furia -Io tengo Ravenswood in nome di Enrico, re d’Inghilterra, e
non aprirò le mie porte per arrendermi ad un uomo di cui Enrico non si fida nel modo
più assoluto.
Ascoltò come suo padre dava ordini ai suoi uomini di prepararsi alla battaglia. Emily
tremò di paura. Cosa doveva fare? Cosa poteva fare?
Draven tolse un arco ad uno dei suoi uomini e preparò la freccia. Mentre provava la
corda, scorse il viso ingrigito di Emily.
Con gli occhi spalancati per il panico, lei guardava suo padre, e Draven riuscì a vedere
l’amore che sentiva per il genitore specchiato nei suoi occhi.
Abbassò l’arco e guardò Hugh. L’uomo sapeva di non avere nessuna possibilità.
Nessuno era mai riuscito ad impadronirsi di Ravenswood e nessuno ci sarebbe riuscito
mai.
Ma per amore di sua figlia, Hugh affrontava i suoi uomini andando verso una morte
sicura.
Suo padre lo avrebbe lanciato dai merli per proteggersi da un esercito. Harold non si
sarebbe mai sacrificato per mettere il figlio in salvo.
Draven alzò di nuovo l’arco e mirò direttamente al cuore di Hugh. Avrebbe potuto finir
tutto rapidamente, con quell’unico colpo di freccia. Hugh era troppo stupido anche per
nascondersi, e Draven aveva una vista perfetta della sua tunica gialla.
Tutto quello che doveva fare era lasciar scoccare la freccia e…
Fallo!
Sentì la voce di suo padre nella sua testa, come ogni volta che affrontava un nemico.
Dà ad un uomo l’opportunità e lui ti si metterà alle spalle, con la spada in alto, e ti
infilzerà con essa. Ammazza sempre prima che gli altri ne abbiano l’occasione.
Draven tirò all’indietro la freccia.
Un tiro e sarebbe tutto finito.
Un tiro e lei sarebbe stata sua per sempre.
Mirando, Draven lasciò andare la freccia, e, come aveva voluto, questa volò molto
lontano dal suo obiettivo.
Non poteva farlo.
Bene o male, con o senza ragione, Hugh era il padre di Emily. E lei lo amava.
-Emily- disse Draven in tono inespressivo e il corpo in tensione -Ti do l’opportunità di
scegliere. Puoi restare con me ed io ti proteggerò, o puoi andare con tuo padre.
Lei sbattè le palpebre, come se non riuscisse a credere alle sue parole.
Draven le si avvicinò, il corpo intorpidito dalla paura per quello che lei avrebbe deciso.
-Se mi lasci ora, voglio che tu capisca che tuo padre non ti permetterà mai di ritornare
qui. Ti avrò perduta per sempre. Ma la scelta è tua. La lascio nelle tue mani.
Emily non poteva credere a quello che sentivano le sue orecchie mentre osservava il viso
senza espressione di Draven.
La lasciava andare?
Lasciava la scelta nelle sue mani?
In quel momento si rese conto di quanto l’amasse. C’erano pochi uomini che avrebbero
permesso ad una donna di decidere della propria vita o del proprio benessere.
Lui era il suo custode, ed aveva piena sovranità su di lei. Ma nonostante questo, lasciava
la scelta completamente nelle sue mani.
Allungò una mano per accarezzare la sua guancia. Sentì che si irrigidiva sotto il palmo
mentre la guardava intensamente con quegli gelidi occhi azzurri, aspettando la sua
risposta. Odiava dover prendere quella decisione, ma sapeva che era l’unica cosa che
poteva fare.
-Sai che devo andar via con lui.
L’agonia che vide nei suoi occhi quasi la uccise, ma la sua espressione non mostrò
alcuna emozione.
-Draven, ascolta…
Lui si spostò per evitare che lo toccasse e si allontanò da lei.
-Allontanati!- gridò.
-Ma, Draven, ascoltami, io…
-Nicholas- urlò lui, allontanandosi da lei -portala fuori dalle mura e scortala fino al
ponte.
-Sì, milord.
Lei si contorse per liberarsi di Nicholas che le teneva il braccio.
-Draven!- gridò, ma lui non si fermò, né si voltò.
Nicholas non ridusse il passo mentre la trascinava giù per le scale. Disperata, cercò di
liberarsi, ma fu tutto inutile.
-Hugh- sentì Draven gridare -fermate il vostro attacco. Vostra figlia ritornerà con voi.
Contro la sua volontà, Emily fu costretta ad attraversare la piccola porta che si trovava
vicino alla porta principale di Ravenswood.
Si girò per aprire di nuovo la porta, ma era già stata chiusa con il catenaccio.
-Draven!- gridò disperatamente, battendo con tutte le sue forze sul legno della porta
finchè non sentì le braccia che le dolevano.
Ma era troppo tardi. Finalmente, era riuscito a cacciarla via dalla sua vita.
Emily si lasciò cadere a terra in ginocchio e pianse accanto alla porta, desiderando di
poter avere almeno cinque minuti per spiegargli tutto.
-Maledetto stupido testardo!- singhiozzò -Come hai potuto farmi questo?
-Come hai potuto farmi questo?- sussurrò Draven mentre osservava Hugh che si
avvicinava alla porta per prendere sua figlia.
Il vuoto nel suo petto si moltiplicò per dieci vedendola montare sul suo cavallo e
allontanarsi.
Non si guardò indietro nemmeno una volta.
Draven rimase in piedi sulle mura finchè non rimase traccia di lei. Era andata via. Con il
cuore a pezzi, si strappò la stupida spilla che teneva chiuso il suo mantello e la strinse
con forza nel pugno. L’ira e il dolore facevano a pezzi la sua anima quando alzò il
braccio per gettar lontano l’oggetto.
“Pensavo che voi aveste bisogno di un ricordo allegro della fiera più di me. “
Quelle parole risuonarono nella sua mente.
Strinse con più forza la spilla, tanto profondamente nel palmo della mano che cominciò
a sanguinare.
-Maledizione!- bestemmiò a bassa voce -Vorrei non averti mai conosciuta.
Gli aveva insegnato ad amare quando lui pensava di esserne incapace. Gli aveva dato le
ali per volare, e in un momento, gliele aveva strappate e l’aveva mandato di nuovo
all’inferno.
Ma questa volta lui conosceva il viso e il nome del paradiso, e, in paragone, l’inferno
risultava essere ancora più doloroso.
Con un nodo al petto, girò sui tacchi e tornò lentamente al castello.
-Denys- chiamò non appena entrò nel salone -dì alla cameriera della signora di
raccogliere tutte le sue cose e mandala immediatamente a Warwick.
-Sì, milord.
Allentando il pugno, si strappò la spilla dalla mano insanguinata e la consegnò a Denys.
-E assicurati che si porti anche questa.
Denys aggrottò la fronte vedendo il sangue.
-Sì, milord- disse tremante.
Simon entrò nel salone proprio in quel momento.
-Draven?
-Lasciami in pace.
-Ma…
-Lasciami in pace!- gridò, avanzando furioso verso il fratello.
Simon strinse i denti con forza, si girò e fece quello che suo fratello gli aveva ordinato.
Mentre Draven tornava in camera sua, avrebbe giurato di sentire ancora l’eco delle risate
di Emily per le scale del castello. Che poteva ancora sentire l’odore di bosco dei suoi
capelli. Diede un pugno nella parete, lasciando una scia di sangue proveniente dalla
ferita che la spilla gli aveva fatto nel palmo.
-Ti caccerò dai miei pensieri- disse -Sarà come se tu non fossi mai esistita.
Ma proprio nel momento in cui pronunciava quelle parole, seppe che non sarebbe mai
stato capace di farlo. Lei era riuscita ad entrargli nel sangue, e non sarebbe mai più
tornato ad essere quello di prima.


Capitolo 17

-Perché piangi?- domandò Hugh ad Emily mentre lei si asciugava le lacrime dalle
guance.
Ma era inutile, sembrava non riuscire a smettere di farlo.
Erano arrivati a casa solo da qualche ora, e lei era andata direttamente in camera sua. In
quel momento, era seduta di fronte alla toilette, piangendo con la testa appoggiata sulle
braccia mentre suo padre tentava di consolarla.
-Ti ho liberato dal tuo carceriere- le disse suo padre, mettendole una mano sulla spalla
-Dovresti essere contenta.
-Non volevo andar via da lì, padre.
-Che cosa?- ruggì lui.
-Amo Draven.
-Sei pazza?
Incapace di guardarlo mentre sentiva il suo sguardo inchiodato su di lei, Emily scosse la
testa.
-Lui non è il responsabile dell’incursione a Keswyk.
-Questa non è che un’altra bugia delle molte che ha detto. Io stesso ho visto i suoi colori.
Montava perfino quel suo maledetto stallone bianco. Credi che non riconosca il mio
nemico quando lo vedo?
-Non era Draven- insistette lei.
Poi, commise l’errore di voltarsi a guardarlo.
Lo sguardo d’odio del padre avrebbe potuto incenerirla.
-E come sai dov’era lui durante quella notte?
-Io…- Emily si fermò giusto in tempo. Non sarebbe servito a nulla dire al verità a suo
padre. Aveva bisogno di tempo per calmarsi.
In uno o due giorni gli avrebbe fatto comprendere la verità.
Doveva riuscirci, perché la vita senza Draven era troppo orribile anche solo per
pensarlo.

***

Due giorni dopo, Emily andò a cercare suo padre. Il suo domestico la fermò proprio
davanti alla porte delle sue stanze.
-Perdonatemi, milady, ma è appena arrivato un emissario del re e sta parlando con vostro
padre.
Ad Emily si bloccò il cuore mentre osservava la porta chiusa. La paura la consumava.
-Ma che cosa dite!- sentì il padre urlare, e la sua voce si sentiva perfettamente attraverso
la grossa porta di legno e le mura di pietra.
Lei sussultò per lo spavento.
-Come è possibile che stia in Normandia?- domandò suo padre -Mandate qualcuno a
cercarlo senza perdere altro tempo.
Emily si avvicinò e mise l’orecchio sulla porta.
-Gli è già stato mandato un messaggio, milord- sentì dire dall’emissario -ma non arriverà
nelle mani di re Enrico che fra qualche settimana. Benché potete essere sicuro che non
appena avrà il messaggio, Enrico si occuperà della cosa.
Si scambiarono ancora altre parole infuriate prima che lei sentisse il messaggero
avvicinarsi alla porta. Emily si allontanò giusto prima che l’uomo la spalancasse.
L’uomo mormorò a bassa voce qualcosa di spaventoso su suo padre mentre le passava
accanto. Emily decise che quello non era il momento migliore per convincere il genitore
che Draven non era colpevole.
Si incamminò verso la sua stanza ad aspettare che gli fosse passata la rabbia.
I giorni si trasformarono in settimane mentre lei aspettava che suo padre si calmasse,
ma, man mano che passavano i giorni senza avere notizie di Enrico, l’indignazione di
Hugh cresceva sempre di più.
Peggio ancora, cominciò a rinforzare le difese del castello aumentando soldati e
cavalieri.
Suo padre era convinto che Draven voleva le sue terre, non ascoltando le parole di Emily
quando tentò di assicurargli il contrario.
-Cercherà di impadronirsene mentre Enrico non è a corte- diceva -che siano maledetti
tutti e due!
Emily riusciva appena a parlare con lui. Non osava. Nelle condizioni in cui era, non era
sicura di quello che avrebbe potuto fare.
E quel che era peggio, quando passò il primo mese a casa e non ebbe il suo flusso
mensile, cominciò a sospettare qualcosa che, se si fosse saputo, avrebbe scatenato la
guerra tra suo padre e Draven.
Quella notte, Emily mandò un suo proprio messaggio al re, e pregò che almeno in questa
occasione, Enrico si disturbasse a rispondere.

***

-Draven?
Draven non si mosse nemmeno quando Simon entrò nelle sue stanze. Era seduto di
fronte al camino, guardando con indifferenza il fuoco.
-È venuto un emissario del re.
Draven assentì. Lo stava aspettando. A dire il vero, lo stupiva che il re avesse tardato sei
mesi a convocarlo.
Non poteva nemmeno contare le volte che aveva pensato di andare a cercare Emily ed
obbligarla a tornare a casa sua in quegli ultimi mesi. Ma lei aveva fatto la sua scelta quel
giorno. E, benché sapesse che lei non aveva avuto altra scelta, si rifiutava di sfidare
ancora di più il re.
No, avrebbe accettato il suo destino da uomo.
-Fallo passare.
L’emissario entrò vestito con la tunica del leone rosso e dorato della corona.
-Draven di Montague, conte di Ravenswood, il re sollecita la vostra presenza. Sarà
aWarwick tra due settimane a partire da sabato prossimo. La vostra presenza è
obbligatoria.
-Dite a Sua Maestà che ci sarò.
L’emissario annuì e andò via.
Draven continuò a stare immobile. Si limitava a fissare il fuoco, senza in realtà
vedereniente, come ormai faceva ultimamente. Era come se tutta l’energia l’avesse
abbandonato e non gli rimanessero altre forze per realizzare il minimo movimento.
Non aveva né la volontà, né la forza di farlo.
Nulla.
I giorni che seguirono alla partenza di Emily, Simon aveva tentato di farlo partecipe
delle conversazioni. Ma, man mano che passavano le settimane e Draven continuava a
non rivolgergli la parola, accettò finalmente di lasciarlo in pace.
Draven non voleva essere avvicinato da nessuno.
In realtà, non voleva assolutamente nulla.
Era impaziente che Enrico lo convocasse e anelava all’imminente morte che lui avrebbe
preteso.
Quella sarebbe stata l’unica cosa a cui avrebbe dato, con gioia, il benvenuto.


Capitolo 18

-Milady, il re sollecita una udienza con voi.
Emily tremava di paura quando Alys tenne la porta aperta perché lei passasse. Il re era
arrivato quella mattina stessa, e sapeva che era solo questione di tempo prima che la
convocasse.
Ma nonostante questo, era terrorizzata all’idea di affrontarlo.
-Coraggio, milady- sussurrò Alys, posandole una mano sulla spalla.
Emily la ringraziò per il gesto dandole delle pacche sulla mano.
Respirando profondamente per farsi coraggio, uscì dalle sue stanze e scese le scale che
l’avrebbero condotta nel salone di suo padre, dove Enrico l’aspettava.
Le guardie del re e alcuni cortigiani bighellonavano vicino alle scale. I suoi domestici si
sforzavano di offrir loro da bere e da mangiare mentre i cani vagavano per il salone.
Con sua meraviglia, tutti gli occhi si fermarono su di lei quando scese l’ultimo gradino e
un pesante silenzio scese nella sala.
Emily allungò la mano per accarezzare la spilla che Draven aveva portato sul suo
mantello, cercando di infondersi un pò del coraggio dell’uomo che l’aveva indossata. Le
si era spezzato il cuore quando Alys gliela aveva riportata. Man mano che passarono i
mesi, aveva cominciato a tenerla addosso come ricordo. E ora, più che mai, aveva
bisogno di quei ricordi.
Mentre si avvicinava al re, i cortigiani unirono le loro teste per bisbigliare, e lei riuscì a
sentire dei commenti terribili.
-Non credo che sia così bella da meritare la morte di un campione- disse una delle più
crudeli dame di compagnia della regina mentre le passava accanto.
-Ed io che avevo sempre creduto che Ravenswood preferiva la compagnia del suo
scudiero…- disse un uomo.
-Meglio di me che pensavo preferisse suo fratello!
Sentì che scoppiarono a ridere.
Emily arrossì, rivolgendo uno sguardo infuriato a coloro che si stavano prendendo gioco
di lei e del suo lord.
Loro distolsero lo sguardo, col viso pieno di vergogna.
Siccome Emily era sempre stata una ragazza che non si faceva intimorire, tenne alta la
testa.
-Ridete, se pensate che sia il caso- disse loro -ma perfino il polpastrello del dito mignolo
di lord Draven vale più di tutte le vostre Signorie messe insieme. E, visto che siamo tutti
qui, mi piacerebbe aggiungere che nessuno dei presenti qui sarebbe abbastanza
coraggioso da guardarlo in viso, né di ripetere le stesse parole davanti a lui.
Il gruppo si scambiò uno sguardo che fece pensare ad Emily di aver indovinato in pieno.
Suo padre apparve tra la folla e annuì con approvazione quando si unì a lei. La baciò
sulla fronte e la prese per un braccio.
-Che non si dica che mia figlia non è la donna più coraggiosa di tutta la Cristianità- le
sussurrò.
Per lui era facile dirlo, poiché non aveva nessuna idea di quanto le tremassero le
ginocchia o del nodo che sentiva allo stomaco.
Stringendole la mano per darle coraggio, suo padre la guidò attraverso il salone in
direzione del re.
Emily vide subito Enrico. Un uomo alto con i capelli rossi era difficile che passasse
inosservato. Aveva sperato che fosse seduto, ma invece, passeggiava da un lato all’altro
della stanza con le mani intrecciate dietro la schiena.
Lei fece una profonda riverenza quando, finalmente, lui si accorse della sua presenza.
-Guardate cosa ha fatto quell’uomo- sibilò suo padre, indicando il suo ventre ingrossato.
Enrico socchiuse gli occhi guardando la sua pancia che solo recentemente aveva
cominciato ad essere evidente. Emily si posò protettivamente le mani sul ventre.
-Lasciateci- ordinò Enrico -Desideriamo parlare con la dama in privato.
Suo padre assentì e la lasciò sola con il re.
Emily intrecciò le mani, che erano gelate, e mantenne lo sguardo inchiodato al suolo.
Enrico si avvicinò fermandosi giusto di fronte a lei.
-Siete una ragazza attraente. Forse siamo stati trascurati nel mettervi sotto la protezione
di Draven?
-Maestà, io…
-Per caso vi abbiamo ordinato di parlare? – grugnì lui.
Emily ingoiò il nodo di paura che aveva in gola e chiuse rapidamente la bocca.
-Così- continuò Enrico -siete capace di rispettare gli ordini.
Lei assentì mentre osservava le scarpe dorate del re.
-Bene- rimase in silenzio per vari minuti, durante i quali il cuore di Emily sembrava
voler uscire dal petto. Quando parlò di nuovo, la sua voce risuonò severa e arrabbiata, e i
suoi occhi la osservarono con malizia -Ora, rispondete sì o no. È Draven il padre di
vostro figlio?
Lei si morse le labbra, rifiutandosi di rispondere. Se non poteva spiegarsi, allora non
avrebbe aggiunto una sola parola che potesse contribuire alla condanna dell’uomo che
amava.
Lo sguardo pieno d’ira del re la lasciò senza fiato.
-State mettendo alla prova la nostra pazienza?- domandò Enrico, con un tono di voce
ancora più minaccioso di prima.
-No, Maestà.
-Allora rispondete alla nostra domanda.
Emily credette di svenire per il nervosismo mentre il silenzio sembrava dilatarsi sempre
più.
Il re sprizzava scintille di fuoco dagli occhi.
-Perchè vi rifiutate di rispondere?
Le lacrime ormai cadevano liberamente per le guance di Emily quando alzò la testa.
-Non posso farlo.
Enrico si accigliò.
-Smettetela subito. Disprezziamo le donne in lacrime- le tese un fazzoletto -Per l’amor
di San Pietro, asciugatevi gli occhi!
Lei fece quanto le aveva ordinato.
Addolcendo lo sguardo, il re aggiunse: -Ora diteci quello che è successo mentre eravate
sotto la custodia di Draven.
Emily respirò lentamente e a fondo prima di cominciare a raccontare ad Enrico la storia
di come si era sentita, dal primo momento in cui aveva visto Draven fino al momento in
cui aveva perso la verginità.
Fece il possibile per non vergognarsi, ma voleva essere sincera con il re. Voleva che
perdonasse Draven.
-Così vedete, Maestà, non fu colpa sua- disse, alzando lo sguardo su di lui -Draven tentò
di resistere, ma io non glielo permisi. Se qualcuno ha colpa, questa sono io.
Lo sguardo fisso di Enrico avrebbe rivaleggiato con lo stesso inverno per la sua
freddezza.
-Draven sa meglio di chiunque altro quello che succede a chiunque ci tradisce.
-Ma, Maestà, vi supplico. Lui è il vostro fedele servitore. Vi ha servito per tutta la vita.
-Basta così- le disse, interrompendola e terrorizzandola con il suo tono aspro -parlate dei
suoi servizi come se sapeste molto di ciò. E conoscendo Draven come lo conosciamo, lo
troviamo molto difficile da credere. Diteci, vi ha parlato mai di come entrò a far parte
del servizio della Corona?
Lei negò con la testa.
La freddezza sparì dagli occhi del re quando cominciò a parlare di Draven.
-Non arrivava al metro e mezzo di altezza quando lo conoscemmo. Sapete come?
-No, Maestà.
Enrico cominciò a passeggiare da un lato all’altro prima di continuare con la sua storia.
-Stavamo riunendo le truppe in Francia per lottare contro Stefano, quando vedemmo per
caso il suo allenamento- si interruppe un momento, come se stesse ricordando l’evento
-Draven lottava come un leone, e noi presenziammo attoniti a come riuscì a disarmare il
suo signore. Seppi in quell’istante che stavo osservando colui che sarebbe diventato
invincibile in battaglia.
Emily inarcò un sopracciglio notando lo scivolone di Enrico riferendosi a se stesso al
singolare. Ma, saggiamente, tenne la bocca chiusa, e lui continuò a parlare.
-Sapendo che il ragazzo si sarebbe trasformato un giorno in un famoso cavaliere,
accettai il voto di fedeltà di Miles di Poitiers e del suo scudiero. Miles ci servì bene, e
cadde nella battaglia di Arundel.
Il viso di Enrico sembrava in trance mentre ricordava l’evento.
-Non dimenticherò mai quel momento- disse con voce calma e riflessiva -mi girai giusto
in tempo per vedere Harold di Ravenswood scagliarsi su di me con la spada in alto. Di
solito dicono che la vita passa davanti ai tuoi occhi quando stai per morire. Ed è vero. Lo
vidi chiaramente. E, mentre mi preparavo a ricevere la stoccata che avrebbe messo fine
alla mia vita, apparve dal nulla lo scudiero di Miles.
Enrico scosse la testa, come se gli fosse ancora difficile accettare quello che era
successo quel giorno, perfino dopo tanti anni.
-Lottarono con tale odio e abilità che io non riuscii ad allontanare il mio sguardo da loro.
Harold ferì il ragazzo e si preparò a dargli il colpo di grazia ma, in qualche modo,
Draven riuscì ad alzarsi in piedi, malgrado avesse una ferita nel ventre che avrebbe
ammazzato la maggior parte degli uomini.
Emily strinse i denti ricordando la lunga cicatrice che arrivava fino al suo ombelico.
Enrico si accigliò.
-Quando Harold allungò la sua spada, Draven gli diede un colpo alla mandibola e inserì
la spada nel corpo di Harold. Questi emise una terribile risata mentre barcollava
all’indietro. Diede delle pacche a Draven sulla spalla- Enrico la guardò negli occhi
-Sapete allora che disse a Draven?
Emily scosse la testa.
-“ Alla fine sei riuscito a farmi sentire orgoglioso di te, cervello di scarabeo. Oggi
finalmente posso ammettere che sei il figlio del mio sangue. Perché unicamente mio
figlio sarebbe stato capace di ammazzarmi”.
Un brivido attraversò Emily dalla testa ai piedi immaginando quello che aveva dovuto
provare Draven.
-Non dimenticherò quel momento- sussurrò Enrico, con gli occhi cupi e tormentati -Né
l’espressione sul viso di Draven. Accettò quelle parole come se non fosse assolutamente
sorpreso. Io, al contrario, ero attonito. Non riuscivo a concepire il fatto che un padre
dicesse delle parole così brutali al proprio figlio nel momento della sua morte. Poi
Draven si voltò verso di me e mi tese la spada di suo padre, giurandomi la sua assoluta
fedeltà. Lo nominai cavaliere sul posto e, nemmeno una volta da quel giorno, ha fatto
mai qualcosa che mettesse in discussione la sua lealtà.
Il suo sguardo rifletteva l’ira dello stesso inferno.
-Fino ad ora.
Emily sentiva il bruciore delle lacrime dietro le palpebre, ma le trattenne.
Lui la guardò dall’alto in basso con lo sguardo gelido.
-Non possiamo evitarci di chiederci come è successo che un uomo tanto leale possa aver
dimenticato il suo giuramento. Voi che dite, Signora? Potete darci qualche motivo per
cui dovremmo evitargli la condanna?
-Sì- rispose lei guardando Enrico negli occhi -La ragione più importante di tutte,
Sire…l’amore.
Il re sbattè le palpebre, incredulo.
-L’amore?
-Sì, Maestà. Ci amiamo.
Lui sbuffò, scettico.
-Draven innamorato? Sperate che sinceramente noi crediamo a una cosa simile? Come
voi stessa avete detto, lo conosciamo da tutta la vita. Non siamo mai stati testimoni di
una sua azione che non sia stato il risultato di una serena e premeditata azione. E ora ci
date questa povera scusa per il suo tradimento?
-Ma è la verità, Maestà.
Enrico rise amaramente.
-Crediamo che voi l’amate; le donne sono molto propense a tali romantiche emozioni.
Ma Draven è un guerriero fino al midollo. Troviamo impossibile da credere che sia per
una cosa simile. No- disse deciso -Dovremo punirlo nel modo in cui promettemmo di
farlo se lui vi avesse toccata.
-E quale sarà la punizione, sire?
Enrico inarcò un sopracciglio, sorpreso.
-Non vi disse qual era il prezzo che avrebbe pagato per la vostra verginità?
-No.
-All’alba, sarà appeso, trascinato e squartato per tradimento.
Emily si sentì come se avesse avuto un pugno in faccia. In realtà, non sapeva nemmeno
come riusciva a stare ancora in piedi, perché le si erano piegate le ginocchia e le
tremavano le gambe per la paura.
-No!- ansimò -Non potete parlare sul serio!
Col volto inespressivo, il re annuì.
- Draven sapeva quali erano le conseguenze- disse freddamente Enrico.
Emily chiuse gli occhi e si sforzò di respirare.
-Per favore, Maestà- lo pregò -fate quel che volete di me, ma non fategli del male. Ve ne
supplico. Non quando la colpa è stata solo mia.
Ma lui non disse nulla.
Emily diede libero sfogo alla sua agonia, e cadde sulle ginocchia, piangendo di
disperazione.
-Oh, cosa ho mai fatto?- domandò, desiderando non aver mai deciso di sedurre Draven.
-Alzatevi, Signora.
Emily si asciugò le lacrime e si morse le labbra per evitare che tremassero prima di
rimettersi in piedi.
Questa volta, vide un leggero ammorbidimento nell’espressione di Enrico mentre la
guardava con attenzione.
-Davvero l’amate?
-Sì, Maestà. Più della mia vita.
Enrico considerò le sue parole per un istante e cominciò di nuovo a camminare avanti e
indietro.
-Siete al corrente delle accuse di vostro padre nei riguardi di Draven?
-Sì. Maestà, ma so che Draven non lo ha fatto.
-E come fate a saperlo?
-Ero con lui la notte che Keswyk fu attaccato.
-Potete provarlo?
Lei si guardò il ventre.
Enrico rise piano.
-Sì, vi crediamo.
Per vari minuti lui continuò a camminare in silenzio mentre lei si torceva le mani,
atterrita al pensiero di quello che poteva dire o fare a Draven.
Proprio quando era sicura che i suoi nervi non avrebbero potuto più sopportare il
ticchettio delle scarpe di Enrico sul pavimento, lui parlò.
-Molto bene, milady, ecco quel che vi diremo: il vostro amore per Draven è palese. Se
quando lui arriva domani, avremo le prove che anche lui vi ama, e che è stato il suo
amore per voi quello che ha motivato il suo tradimento, forse potremmo essere
misericordiosi.
Emily lo guardò, piena di speranza.
-Ma- l’avvertì Enrico con il viso severo -se non vediamo nulla di tutto ciò e Draven
dimostra di aver solo approfittato di voi mentre vi teneva sotto la sua custodia, allora
non ci tratterremo dal dargli la punizione che merita domani stesso. È chiaro?
-Sì, Maestà.
-Ora, lasciateci.
Emily fece una riverenza e si allontanò dal re camminando all’indietro.
Una volta che le porte del salone furono chiuse, lei sospirò di sollievo.
C’era un’opportunità! Non era che una piccola possibilità, ma era l’unica cosa che aveva
a cui aggrapparsi.
Sicuramente Draven…
Emily fermò il proprio pensiero man mano che la realtà si faceva largo nella sua mente.
Oh, Signore, si stava sbagliando? Draven era un uomo tutto d’un pezzo. Non dimostrava
mai i suoi sentimenti, e, con ogni probabilità, avrebbe attraversato stoicamente le porte
per accettare la punizione senza nemmeno rivolgerle uno sguardo.
Emily si mise una mano sul ventre dove c’era una vita che cresceva.
-Per favore- pregò a bassa voce -Voglio avere un padre per il mio bambino.


Capitolo 19

Il mattino tardò fin troppo ad arrivare per Draven che gli diede il benvenuto con
sollievo.
Finalmente sarebbe tutto finito. Presto avrebbe avuto la pace che desiderava da sempre,
e le sue pene sarebbero finite.
Insieme a suo fratello e a un pugno di uomini, partì per Warwick. Mentre percorrevano
ogni miglio che li separava dal suo destino, aveva una sola speranza.
Voleva vedere Emily ancora una volta prima di morire. Draven avrebbe potuto morire in
pace se solo avesse potuto soddisfare quella piccola richiesta. Era l’unica cosa a cui
pensava mentre cavalcava.
Arrivarono al castello verso la fine del pomeriggio. Draven inarcò un sopracciglio
osservando le desolate mura di pietra che aveva di fronte. Da lontano, sembrava che un
migliaio di uomini avessero preso posizione sulle mura. Hugh si era disturbato a
rinforzare le difese della sua casa.
-Fermatevi!- gridò Hugh quando arrivarono al ponte -I vostri uomini rimarranno fuori.
Solo voi potete entrare.
-No- disse Simon a Draven guidando il suo cavallo per fermarsi accanto a lui -Non mi
fido di lui.
Draven fissò il fratello con espressione indifferente.
-Non ti fidi che faccia cosa, Simon? Io sto andando alla mia esecuzione.
-Draven…
-No, fratello, resta qui. Non voglio che tu sia testimone di quel che avverrà.
Smontarono insieme e, non appena Draven fece un passo avanti, si sentì circondato dalle
braccia di Simon e stretto in un forte abbraccio.
-Non andare- sussurrò all’orecchio Simon -possiamo lottare contro l’esercito del re. Sai
che possiamo farlo.
Draven si liberò con fermezza, e vedendo il dolore negli occhi di suo fratello, gli diede
qualche pacca sulla spalla.
-Bada, fratello. Suppongo che un giorno divideremo l’eternità, ma prego che tu vada in
un posto migliore di quello che mi aspetta.
Con gli occhi brillanti, Simon deglutì, gli diede dei colpi sul braccio e distolse lo
sguardo.
Draven fece un respiro profondo e cominciò ad attraversare a piedi il ponte che
conduceva verso il castello. Alzò la testa per guardare sulle mura e si fermò.
Per un istante, credette di sognare quando vide il riflesso del sole sui capelli di oro puro.
Ma avrebbe riconosciuto quella snella figura in qualunque luogo.
In realtà, la sua essenza era registrata a fuoco nella sua anima.
La sua Emily.
Il padre di lei la tirò e Draven capì che Hugh le stava ordinando di andare via. Poteva
immaginare perfettamente l’ostinata inclinazione del suo mento e il fuoco nei suoi occhi
mentre lei si rifiutava di farlo.
Gli si formò un groppo alla gola; mille emozioni lo lacerarono nello stesso istante
mentre osservava attentamente il divincolamento che Emily faceva per liberarsi del
padre.
Su tutte, fu grato per essere riuscito a vederla ancora una volta.
La sua presenza gli diede forza.
Disperato, voleva dirle ciò che sentiva nel cuore. Ma lui non era mai stato granchè con le
parole tenere. A dire il vero, non conosceva nemmeno una parola d’amore.
No, era un uomo d’azione, e, in quel momento, voleva che sapesse che non si pentiva di
nulla. Voleva che comprendesse quanto l’amava.
In quel momento sarebbe stato il suo Accusain. Il suo Campione. La sua Rosa della
Nobiltà.
Sì, c’era un solo modo per mostrarle la profondità del proprio amore. Raddrizzando la
schiena con orgoglio, si tolse i guanti di maglia dalle mani e li gettò a terra.
-Cosa sta facendo?- domandò Enrico.
Hugh fece una pausa e guardò in basso, dove si trovava Draven. Emily approfittò della
sua distrazione per liberarsi dalla sua stretta e correre di nuovo verso il parapetto. Si
fermò accanto al re e si affacciò per vedere quello che stava succedendo.
Draven era in piedi vicino alla porta, e si stava spogliando. Lentamente, un pezzo alla
volta, si liberò della spada, della tunica, della cotta di maglia e dell’imbottitura
dell’armatura, finchè non rimase altro che la sua bella pelle bruna che splendeva sotto il
sole.
Completamente nudo, si incamminò verso la porta.
Emily respinse le lacrime comprendendo quello che stava facendo.
-Mi avete chiesto una prova dei suoi sentimenti, Maestà. Quella è la prova!
Enrico si voltò verso di lei con la fronte aggrottata.
-Cosa state dicendo?
-Vostra Maestà conosce la storia di Accusain e Laurette?
-Con Eleonora come regina, conosciamo a memoria tali insipide storie.
-Allora, Vostra Maestà ricorderà la parte in cui Accusain cammina nudo attraverso
l’esercito del padre di Laurette per dimostrare il suo amore per lei.
-Sì, ma quello non è che un racconto.
-Certo- rispose lei, spaventata per la grande gioia che la pervadeva -un racconto. E,
quando Draven lo ascoltò, mi disse che nessun uomo che si vantasse di esserlo, avrebbe
fatto qualcosa del genere per una donna; ma è quello che sta facendo ora. Cos’altro
potrebbe essere, a parte l’amore, che l’avrebbe indotto a fare qualcosa di simile?
Enrico pensò alle sue parole.
Guardò di nuovo Draven, incredulo, per alcuni inquietanti minuti.
Draven arrivò vicino alla porta, ed Emily pregò che Enrico si rendesse conto della verità.
Il re lanciò un’ultima occhiata e poi fece un gesto verso di lei.
-Venite con noi, signora.
Emily seguì il re e suo padre, verso il castello.
Una volta che furono nel salone, Enrico si volse verso di lei, col viso trasformato in una
maschera senza espressione.
-Vi nasconderete mentre parleremo con Draven. Non vi mostrerete a meno che non siate
chiamata.
-Hugh- disse a suo padre -reclamerò la vostra vita se lei disobbedisce.
Suo padre assentì e la portò in una piccola alcova dietro il palco.
Il cuore di Emily batteva all’impazzata per la paura e l’incertezza mentre aspettava.
Sembrava fosse passata un’eternità quando finalmente ascoltò la voce di baritono di
Draven che salutava il re.
-Che significa tutto questo?- volle sapere Enrico, indicando il corpo nudo di Draven con
un sorriso di disprezzo -È forse un altro insulto di cui ci volete degnare?
Draven scosse la testa per negare.
-No, sire. Non vi insulterei mai, né a parole, né con i fatti.
-E allora perché vi mostrate nudo davanti a noi?- infuriato, Enrico si tolse il mantello e
glielo lanciò.
Draven lo afferrò con una sola mano.
-Copritevi.
-Grazie, sire- disse, facendo ciò che il re gli ordinava.
Lo sguardo freddo di Enrico si inchiodò su di lui.
-Ora, spiegateci i vostri atti.
Draven osservò la parete di fronte mentre evocava il viso di Emily nella sua mente. Con
forza scacciò l’immagine dalla mente e disse: -Non volevo che fraintendeste il mio
comportamento. Sono qui per accettare la mia punizione.
Uno sguardo di delusione oscurò gli occhi del re.
-In questo caso, siete pronto a morire?
Draven affrontò lo sguardo di Enrico senza timore.
-Sì, sire.
-E non vi pentite di nulla?
Draven scosse la testa.
-Assolutamente di nulla? – domandò Enrico con sarcasmo.
Draven ci pensò un attimo. Sì, si pentiva di una cosa. Di non aver mai detto a Emily
quello che sentiva per lei.
E, soprattutto, si pentiva di averle dato l’opportunità di fuggire dalla sua casa.
Ma non lo avrebbe mai detto ad Enrico.
-Di nulla, Sire.
Enrico si prese pensosamente la barba con la mano mentre camminava davanti a lui.
-E così, la ragazza è tanto brava a letto che voi, davvero, vi farete torturare e mettere a
morte senza rimpianti. Dovremo provarla…
-Non vi avvicinate a…- Draven interruppe la sua minaccia quando si rese conto che,
nella sua furia, aveva fatto alcuni passi verso Enrico.
Enrico si fermò e inarcò il suo regale sopracciglio in segno di rimprovero.
-Per l’amor di Dio, Draven! È la prima volta che vi ascoltiamo alzare la voce. E,
addirittura a noi. E, vi siete avvicinato a noi con intenzioni minacciose.
-Perdonatemi, Maestà- rispose lui, chinando lo sguardo a terra -Ho perso il controllo.
-Allora la dama aveva ragione. L’amate?
Draven si sentì un nodo alla gola, e si rifiutò di affrontare lo sguardo di Enrico per paura
che leggesse la verità nei suoi occhi.
-Forse aveva ragione anche quando ci è stato detto che è stato il vostro amore per lei che
vi ha fatto togliere i vestiti e camminare nudo?
Draven non aggiunse una parola.
Cosa poteva dire?
Enrico si fermò davanti a lui.
-Parla, ragazzo. La tua vita dipende dalla tua risposta.
Ma Draven continuò a non dire nulla.
Il re aspettava impaziente, ma poi aggiunse: -Quando veniste a Londra con Hugh, vi
domandammo cosa era quello che più tenevate al mondo. Simon ci disse che era il
vostro onore e che sareste morto per proteggerlo. Se vi domandassimo in questo
momento cos’è quello a cui tenete di più al mondo, cosa rispondereste?
Draven guardò Enrico negli occhi.
-Emily- rispose semplicemente.
Per sua sorpresa, Enrico assentì con approvazione.
-Emily- chiamò il re.
Draven guardò alle spalle di Enrico e vide che si apriva una porta ed Emily ne uscì.
Aveva gli occhi lucidi mentre guidava suo padre verso di lui.
La felicità lo invase quando la vide, e dovette frenare il forte impulso di correre da lei e
stringerla tra le braccia.
Solo la presenza di Enrico glielo impedì.
Affamato, banchettò con l’immagine del suo bel volto e dei suoi riccioli biondi.
Abbassò lo sguardo e rimase assolutamente attonito nel vedere il suo ventre ingrossato.
-Avete ascoltato le sue parole?- domandò Enrico a Emily quando si fermò accanto a
Draven.
-Sì, Maestà- mormorò lei.
-Hugh?- domandò il re a suo padre.
-E cosa succede con le terre che lui mi ha distrutto?- chiese Hugh.
Enrico incrociò le braccia sul petto.
-Diteci cosa vi preoccupa di più, le vostre preziose terre o il fatto che vostro nipote nasca
come il bastardo di un uomo giustiziato per tradimento?
Hugh si avvicinò a Draven, l’espressione disgustata.
-Continua a non piacermi.
Draven mantenne la bocca chiusa.
-Che cosa?- domandò Hugh sarcasticamente -Non mi date una di quelle vostre solite
risposte intelligenti, Ravenswood? Non ho mai saputo che non restituiste insulto ad
insulto.
Draven non guardò nemmeno Hugh; il suo sguardo sembrava perso sulla donna che
amava e che era incinta di suo figlio.
-Non ferirei mai Emily insultandovi, Hugh. Qualunque sia il motivo per cui mi ama,
ama anche voi e questo è sufficiente perché io vi rispetti.
Hugh sbuffò.
-Non posso dire di approvare questo matrimonio, ma per il bene di mia figlia, rispetterò i
termini che decreterà Sua Maestà.
Enrico assentì.
-Molto bene, allora. Hugh, andate fuori dalle mura e fate venire suo fratello insieme ai
suoi vestiti, e portate un sacerdote. Vedremo questi due sposati prima che finisca il
giorno.
-Grazie, Maestà- disse Emily con gli occhi brillanti di felicità.
Il viso di Enrico divenne severo e ostile.
-Non ci ringraziate per questo, signora, perché dobbiamo ancora decidere la giusta
punizione.
Draven si voltò a guardare Enrico.
Vide la tristezza negli occhi del re, ma si aspettava poca misericordia da parte sua.
-Ci avete sempre servito fedelmente- disse Enrico -ma nonostante questo, ci aspettiamo
che capiate che non possiamo concedervi la completa misericordia.
-Sì, Sire. Non mi aspetto nessun tipo di clemenza.
Emily al suo fianco, tentò di dire qualcosa.
-Ma…
Draven scrollò la testa per zittirla, impedendole di continuare.
Enrico sorrise quando lei tenne a freno la lingua.
-È bene sapere che potete controllarla- disse a Draven, poi il sorriso sparì dal suo viso
-Dopo il matrimonio, Draven riceverà venti sferzate per la sua disubbidienza.
Emily aprì la bocca per parlare, ma Draven le mise un dito sulle labbra.
Enrico si avvicinò a Hugh.
-Venite ed aiutateci a trovare un sacerdote.
Arrivando alla porta, Enrico si voltò a guardarli.
-Draven?
-Sì, Sire?
-Ci aspettiamo che questa volta, quando farete il vostro sacro giuramento, abbiate
miglior fortuna nel momento di mantenere il vostro voto.
-Non avrò il minimo problema per farlo, Sire.
Enrico sorrise.
-Anche noi lo crediamo.
Quando rimasero soli, Emily lo guardò negli occhi.
-Venti sferzate… io, mi dispiace molto, Draven.
-Credimi, venti sferzate sono molto meglio dell’alternativa- e con tenerezza le mise una
mano sul ventre, meravigliandosi davanti a quello spettacolo -Perché non me lo hai
detto?
Lei gli sorrise.
-Volevo farlo, ma nessuno ha accettato di portarti la notizia. Temevano l’ira di mio
padre.
Allora lui la prese tra le braccia. Emily si sentiva meravigliosamente bene lì, soprattutto
quella parte arrotondata di lei che si stringeva contro lo stomaco nudo di Draven.
-Vieni, ragazzina- sussurrò al suo orecchio -mentre loro sono occupati in altre faccende,
cerchiamo un posto tranquillo nel quale io ti possa dimostrare quanto ho sentito la tua
mancanza.
Lei abbassò lo sguardo verso il suo membro gonfio.
-Posso già vederlo.
Lui seppellì il viso nel suo collo, inalando la sua dolce fragranza.
-Puoi chiamarmi Prìapo.
Lei rise e lo abbracciò con forza.
-Allora, andiamo, Prìapo, lascia che ti faccia vedere la nostra stanza.
Emily lo guidò su per le scale, fino alla sua stanza, nella quale Alys la stava aspettando.
La sua cameriera spalancò gli occhi quando vide la nudità di Draven.
Senza dire una parola, Alys uscì rapidamente, lasciandoli soli.
Draven si tolse il mantello del re e l’attirò tra le sue braccia, finalmente. Emily potè
dargli il bacio che aveva desiderato dargli dal primo momento in cui l’aveva visto
denudarsi fuori dal castello.
-Sei il mio eroe- mormorò contro le sue labbra.
-Sì, signora. Tuo e di nessun’altra.
Emily sorrise mentre lui le slacciava la tunica e la lasciava scivolare dalle sue spalle. Si
sentì a disagio quando lui la osservò. Erano passati mesi dall’ultima volta che l’aveva
vista, e il suo ventre ingrossato non migliorava affatto la sua autostima.
-Non guardarmi- disse, ritirandosi verso un angolo buio -sono grossa come una vacca
gonfia.
Draven le mise un dito sulle labbra.
-No, milady. È mio figlio quello che porti dentro di te- disse accarezzando il suo ventre
con tenerezza -e questo ti rende ancora più bella ai miei occhi.
Le sue parole la fecero tremare.
-Mi sei mancato tantissimo- disse circondandolo con le braccia.
-Ti giuro, Emily, che non avrai alcun motivo per sentire di nuovo la mia mancanza.
-Il mio dolce Draven- sussurrò lei contro le sue labbra -non permetterò che mi
abbandoni di nuovo.
Quel pomeriggio, fecero l’amore lentamente, assaporandosi l’un l’altro finchè non tornò
Alys per prepararla per il matrimonio.
Draven si vestì rapidamente, e si separò malvolentieri da lei per scendere a firmare i
documenti.
Diversamente dal giorno in cui si era sposata sua sorella, l’umore di Hugh era triste e
cupo.
Draven avrebbe desiderato poter trovare un modo per mettere da parte le sue diffidenze
per il bene di Emily e di suo figlio.
Il loro figlio.
Si fermò a pensarci. Lei gli aveva dato molto più di quanto lui avesse mai sognato. E
l’amava anche per questo.
-Bene, eccola che arriva- disse Enrico.
Con Simon alla sua destra, Draven si girò e vide Emily entrare nella piccola stanza dove
l’aspettavano insieme al sacerdote. Invece di portare i colori di suo padre, lei indossava
una sopravveste di un rosso brillante e un mantello nero, tenuto fermo con la spilla che
gli aveva regalato. I suoi colori, pensò, sentendo un’ondata di orgoglio.
Lei era sua, e nessuno avrebbe mai potuto allontanarla da lui.
La cerimonia fu breve, e Hugh esitò un istante prima di dare finalmente la sua
approvazione.
Draven aveva appena finito di baciarla che Enrico chiamò le guardie perché lo
portassero in cortile.
-No- disse Emily, allungando la mano verso di lui.
Draven le baciò la mano per tranquillizzarla e si allontanò da lei.
-Andrà tutto bene, Emily- le sussurrò.
La spinse leggermente tra le braccia di suo padre.
Emily osservò Draven e Simon seguire tranquillamente le guardie e andare nel cortile
riservato alle punizioni.
Contorcendosi per liberarsi dalla stretta del padre, lei li seguì. Si fermò quando il suo
sguardo incontrò il boia del re che aspettava con un frusta con punte di metallo in mano.
Suo padre si fermò accanto a lei e tentò di farla rientrare.
-Non dovresti assistere a questo.
Lei strinse ostinatamente la bocca.
-È mio marito, e il mio posto è accanto a lui.
Ma la sua voce fu fievole, e pregò di avere la forza necessaria per rimanere lì a vedere
come lo punivano.
Lanciandole uno sguardo pieno di affetto, Draven si slacciò la tunica e denudò la
schiena.
Emily guardò il re, sperando che fermasse tutto questo. Dall’espressione che gli vide in
volto, capì che nemmeno lui si stava divertendo per quella situazione.
Ma non disse una parola e le sue speranze svanirono.
Il boia usò la traversa del patibolo per legare le mani di Draven sulla sua testa. Quando
tutto fu pronto, guardò il re.
-Cominciate- ordinò Enrico.
Simon diede le spalle alla scena. Emily tremò quando l’uomo incappucciato lanciò la
prima frustata sulla schiena di Draven. Il sangue spruzzò i vestiti dell’uomo, ma suo
marito non emise nemmeno un lamento mentre il suo corpo si tendeva sotto i colpi.
-Mio Dio- mormorò suo padre -ma non sente il dolore?
-Sì, lo sente- disse lei mentre un’altra sferzata gli cadeva sulla schiena e lui continuava a
rimanere in silenzio.
Aveva un groppo alla gola mentre lacrime silenziose scendevano sulle sue guance, e
strinse i denti per non gridare loro di fermare quella pazzia, ma non riuscì più a
guardare. Imitando Simon, volse le spalle al patibolo e aspettò che finisse.
Una volta impartite le venti sferzate, il boia liberò Draven dai legacci. Draven riuscì a
tenersi per un attimo in piedi prima di cominciare a barcollare.
Simon lo strinse contro di sé.
-Ti tengo- sussurrò.
Draven assentì mentre Simon metteva un braccio di suo fratello sulla sua spalla e lo
aiutava a camminare verso di lei.
-Come ai vecchi tempi, eh?- disse Draven a suo fratello.
Lo sguardo che Simon diresse al padre di Emily era carico di un odio come lei non
aveva mai visti prima.
Emily accarezzò il viso di Draven quando passarono accanto a lei.
-Simon- disse Draven con voce roca -dille che mi rimetterò presto.
-Credo che lo sappia già- disse conducendolo verso il castello.
Più o meno a metà del cortile, Draven perse i sensi.
Emily guidò Simon fin nelle sue stanze e lo aiutò e stenderlo prono sul letto, per evitare
che la sua schiena soffrisse ancora di più.
Il più dolcemente possibile, gli pulì il sangue dalle ferite. Si accigliò quando vide la
pelle lacerata e gonfia per i colpi.
-Cosa voleva dire con “come ai vecchi tempi?”- domandò a Simon.
-Suo padre di solito lo frustava per ogni piccola cosa. Quando finiva, Sin lo aiutava a
tornare a letto.
-È quello il motivo per cui non ha gridato?
- Sì. Suo padre aggiungeva cinque sferzate per ogni gemito che emetteva.
Il cuore di Emily sussultò.
Bussarono alla porta.
-Avanti- disse Emily.
Per sua sorpresa, suo padre si unì a loro portando un piccolo barattolo in mano.
-Questo è un unguento di semi di lino. Aiuterà ad alleviare il bruciore della sua schiena.
-Grazie- gli rispose, stupita per il suo regalo. Era possibile che stesse cambiando
atteggiamento nei confronti di Draven?
Si aggrappò a quella speranza e pregò che fosse così.
Suo padre lanciò un’ultima occhiata alla figura incosciente di Draven e poi abbandonò la
stanza.
Con tutta la cautela di cui fu capace, Emily stese l’unguento sulle ferite, e poi lo coprì
con un lenzuolo leggero.
Ripulendosi le mani, guardò Simon, che continuava a rimanere vicino alla parete con
espressione distante e dolente.
-Quanto ci vorrà per riprendersi?- gli domandò.
-Domani sarà in piedi.
-No!- esclamò incredula.
Simon annuì.
-Non si muoverà molto rapidamente, ma camminerà- con un’ultima occhiata alla figura
addormentata di suo fratello, si avviò alla porta.
-Simon?- lo chiamò prima che raggiungesse la porta -Ditemi una cosa, se eravate voi il
figlio illegittimo, perché suo padre puniva lui e non voi?
-Non lo ha mai saputo finchè sono vissuto in casa sua- Simon guardò verso il letto -e
non fu perché suo padre non tentasse, ma piuttosto perché Draven si intrometteva
sempre tra noi.
Simon sospirò profondamente e la guardò.
-Sapete che ogni tanto zoppica?
Lei annuì.
-Io avevo circa cinque anni, e stavo cercando di colpire il bersaglio quando caddi da
cavallo. Suo padre tentò di investirmi col suo cavallo per punirmi della mia
incompetenza. Per un istante, tutto ciò che riuscii a vedere fu il suo enorme cavallo da
guerra che si scagliava contro di me, e l’attimo dopo mi ritrovai scagliato di lato e
Draven sotto il suo stallone; si ruppe la gamba in quattro punti.
Emily chiuse gli occhi davanti a un simile orrore. Non riusciva ad immaginare come
quei due avevano sopportato tutto quello.
-Come veniste a sapere delle circostanze della vostra nascita?- gli chiese.
Simon scrollò le spalle.
-Nostra madre lo disse a Draven poco prima di morire. Non fu capace di mettersi in
contatto con mio padre, ma sapeva che Draven viaggiava abbastanza con il suo così da
trovare qualcuno che gli portasse il messaggio in cui gli diceva di cercarmi.
-E lui lo fece?
-Sì. Mio padre venne da me il giorno dopo che lei morì e mi portò con sé in Normandia.
In quell’istante, tutto ebbe senso per lei.
-Miles di Poitiers?
Simon annuì.
-Era lui mio padre.
Ora sapeva come era successo che Draven facesse parte del servizio del re.
-Draven venne in Normandia per trovarvi. E così cominciò a fare lo scudiero di vostro
padre, vero?
-E da allora siamo sempre rimasti insieme. Devo la vita a mio fratello in più di un modo.
-Siete una brava persona, Simon.
Lui scosse la testa.
-Rispetto a lui, non sono che una pagliuzza, perché era lui che affrontava suo padre,
mentre io fuggivo terrorizzato.
-Siete troppo duro con voi stesso.
-Forse, ma vi ringrazio perché siete riuscita ad arrivare a lui quando io non ci sono
riuscito.
-Non ci sarei riuscita senza il vostro aiuto.
-Allora saremo eterni alleati.
Emily sorrise mentre lui la lasciava sola con suo marito.
Non era il modo in cui aveva immaginato la sua prima notte di nozze. Ma non poteva
lamentarsi, perché aveva tutto quello che aveva sempre desiderato: un marito che amava,
e, cosa che non si sarebbe mai sognata, un marito che la contraccambiava.
Alcune ore più tardi, il re mandò il suo medico perché visitasse Draven. Una volta che il
castello fu silenzioso, lei si accoccolò accanto a lui e lo osservò dormire,
accarezzandogli il bel volto.
-Sei mio per sempre- sussurrò, poi chiuse gli occhi e si addormentò.

***

Il mattino dopo, Enrico riunì il suo seguito e andò via.
E, come Simon aveva predetto, Draven si alzò in piedi.
Emily riusciva appena a crederci mentre lo aiutava a vestirsi. Di sicuro i vestiti gli
facevano male sfiorando le ferite sulla schiena, ma lui non si lamentò.
-Non posso rimanere tutto il giorno a letto- disse quando si mise in piedi.
-Invece dovresti- insistette lei.
Lui negò con il capo, prese la sua mano e la condusse verso il salone. Suo padre li
osservò mentre entravano, rivolgendo a Draven uno sguardo duro.
Emily sospirò. Dopo averle portato la pomata, aveva sperato che suo padre stesse
cambiando atteggiamento, ma dalla sue espressione accigliata, poteva dedurre che il
genitore era molto lontano dall’accettare il nuovo genero.
Draven andò a salutare Simon, e lei prese posto accanto a suo padre.
-Se potete accettare Niles dopo averlo trovato nel letto di Joanne, perché non rivolgete
almeno un sorriso a mio marito?
-Perché conosco la sua natura- grugnì suo padre rivolgendo un nuovo sguardo
minaccioso a Draven -questo va oltre le tue possibilità, Emily, perché tu vedi solo il
buono in ogni persona. Ma io so la verità su di lui e quelli della sua razza.
Scuotendo la testa, lei prese posto al lato opposto della tavola, lontano da lui, per far
colazione rapidamente. Sentiva lo sguardo di suo padre inchiodato su di lei, ma non
glielo restituì, e continuò a mangiare.
Draven arrivò accanto a lei proprio nel momento in cui lei capì che non sarebbe più
riuscita a mangiare.
Si sentiva la nausea.
-Emily?- chiese Draven con il viso preoccupato.
Lei cercò di lasciare il palco, ma inciampò. Draven la strinse contro di lui ed Emily
ascoltò il suo ansito quando inavvertitamente gli mise la mano sulla schiena. Ma
nonostante il dolore, lui non disse nulla mentre l’aiutava a lasciare la stanza.
-Stai meglio?
Lei annuì mentre il suo stomaco si stabilizzava un pò.
-È il bambino.
Draven assentì.
-A quante mattine dovrò prepararmi per questo tipo di saluto?
-Non lo so- rispose lei sinceramente -a mia madre durava per tutta la gravidanza.
Si riunirono di nuovo a suo padre nel salone, quando una figura incappucciata entrò
dalla porta. Emily aggrottò le sopracciglia finchè non vide che il nuovo arrivato si
toglieva il cappuccio per rivelare che era sua sorella Joanne, il ventre tanto ingrossato
dalla gravidanza che Emily non riusciva a credere che il bambino non fosse ancora nato.
Ma quello che davvero la spaventò furono i lividi che Joanne aveva sul volto.
La bestemmia di suo padre fu sentita in tutto il castello.
-Figlia mia, cosa è successo?- domandò dolcemente, prendendo il suo mento contuso
con la mano.
Emily arrivò di corsa accanto a lei.
Joanne singhiozzò.
-È stato Niles- ansimò -È diventato pazzo- guardò suo padre con le lacrime che
scivolavano sulle guance livide -Vuole ammazzarti ed ereditare le tue terre attraverso
me.
Suo padre cominciò a dilatare le narici per la rabbia.
-Che Dio mi aiuti, lo ammazzerò per…
-Lord Warwick?- gridò un ragazzo che entrò di corsa dalla porta che Joanne aveva
lasciato socchiusa. Ansimava per lo sforzo, aveva una ferita sulla fronte e sanguinava
-Mio signore- disse fermandosi davanti a suo padre -dovete venire subito. Stanno
attaccando Falswyth.
Suo padre lasciò Joanne.
-Chi osa fare una cosa simile?
-È il conte di Ravenswood.
Tutti gli occhi del salone si volsero verso Draven che stava seduto ad uno dei tavoli
inferiori, insieme a Simon.
Suo padre guardò di nuovo il messaggero.
-E come lo sai?
-Ho sentito uno degli uomini rivolgersi a un tale prima che mi picchiassero.
-Ma che tipo di trucco è mai questo?- grugnì suo padre -I miei due generi mi attaccano
simultaneamente?
-Padre, c’è qualcosa…- cominciò Joanne, ma suo padre la fermò con un gesto della
testa. -Em, portala sopra e bada a lei- poi rivolse uno sguardo minaccioso a Draven
-preparate le mie truppe- gridò, prendendo la sua spada dalla parete sul camino alle sue
spalle -la finiremo una volta per tutte.
Mentre gli uomini di suo padre uscivano a gran velocità dal salone, Draven riunì i suoi
cavalieri.
-Aspetta- disse Emily afferrandosi al suo braccio -non puoi andare. Sei ferito.
Draven scosse la testa con espressione severa.
-Non posso rimanere qui mentre qualcuno sporca il mio nome. Ammazzerò quel
mascalzone. Ora, vai e occupati di tua sorella.
Emily voleva continuare a protestare, ma il gesto ostinato del suo mento le disse che
sarebbe stata una perdita di tempo.
Invece, si rivolse a suo padre.
-Mio marito cavalcherà al vostro fianco. Vi prego di proteggergli la schiena.
Suo padre assentì, con lo sguardo ancora diffidente, e le accarezzò il braccio.
Fianco a fianco, i due uomini che più amava al mondo, abbandonarono il salone,
lasciandola da sola a singhiozzare con sua sorella.
Draven avvertì la sfiducia di Hugh non appena si avvicinarono ai cavalli.
-Credete ancora che sia io il responsabile?
-Fino a che non proverò il contrario con i miei occhi, sì.
Draven strinse i denti. Il padre di Emily non l’avrebbe mai accettato. Che così fosse.
Non aveva mai chiesto a nessuno di farlo.
Al diavolo Hugh.
Draven salì con attenzione in sella. La sua schiena palpitava in protesta, ma aveva avuto
ferite peggiori di quelle.
Stringendo i talloni contro i fianchi del suo stallone, Draven guidò i suoi uomini fino a
Falswyth.
Quando arrivarono al piccolo villaggio, l’orribile visione che li circondava gli fece
stringere le labbra per il disgusto. La maggior parte delle case stava bruciando, e la gente
fuggiva dai soldati decisi a rubare, violentare e uccidere.
Draven sentì il grido di una donna. Mentre Hugh e i suoi uomini attaccavano i banditi,
scese con un balzo dal cavallo e aprì con un calcio la porta di una delle case che era
ancora intatta.
C’era una donna sdraiata sul tavolo, e quattro uomini che la tenevano mentre un soldato
le alzava la gonna e la obbligava ad aprire le ginocchia.
Sguainata la spada, Draven attaccò gli assalitori. La spaventata donna si rifugiò in un
angolo mentre lui combatteva con gli uomini.
Quando ammazzò l’ultimo di loro, un’ombra apparve alle sue spalle. Si voltò con la
spada in alto per ritrovarsi Hugh in piedi sulla soglia.
Il padre di Emily assentì con approvazione, e poi si voltò abbandonando la casa.
Draven abbassò la spada e si assicurò che la donna non fosse ferita.
-Grazie, milord- singhiozzò lei mentre si sforzava di mettersi in piedi.
Draven non parlò e uscì per unirsi agli uomini che ancora lottavano fuori.
Fu in quel momento che vide Hugh che affrontava un uomo che portava una tunica
somigliante alla sua. Ma il peggio non era che ci fosse qualcuno che osasse farsi passare
per lui ma che l’impostore stava per ammazzare il padre di Emily.
Hugh lottava con destrezza, ma non era un rivale per il cavaliere, più giovane ed agile,
che gli girava intorno, lanciando una stoccata dietro l’altra sul suo scudo e contro la sua
spada. Hugh cominciava a barcollare per lo sforzo a cui era sottoposto.
Draven corse verso di loro con la spada in alto. Li raggiunse giusto in tempo per deviare
un colpo che, sicuramente, avrebbe staccato la testa del suocero dalle spalle.
Hugh barcollò all’indietro, mentre Draven si occupava del cavaliere. L’uomo era forte,
ma se Draven fosse stato nel pieno delle forze, non sarebbe stato un problema per lui.
Nelle sue attuali condizioni, tuttavia, si sentiva più debole ad ogni stoccata che parava.
Poteva sentire che le ferite si riaprivano e che il sangue cominciava a scivolare giù per la
schiena.
Il suo assalitore riuscì a infliggergli una stoccata sullo scudo che lo fece barcollare
all’indietro. Prima che potesse riacquistare l’equilibrio, un altro colpo lo mandò a terra.
Draven atterrò con forza sulla schiena. Ansimò quando il dolore esplose,
attraversandogli il corpo. Riusciva appena a respirare, e tanto meno a muoversi.
Era arrivata la sua ora.
Il suo nemico alzò la spada e Draven si preparò a ricevere la stoccata mortale, ma,
proprio nel momento in cui il cavaliere stava abbassando la spada, Hugh lo prese in vita
e di colpo, lo allontanò.
Goffamente e tra acuti dolori, Draven rotolò di lato e si sforzò di rimettersi in piedi. Gli
fu difficilissimo. Gli doleva tutto il corpo.
Si diresse barcollando verso il suo cavallo, afferrandosi alla sella per mantenersi dritto.
Gettò un’occhiata al posto dove Hugh stava ancora combattendo contro l’impostore e
vide che un secondo bandito pensava di attaccare il padre di Emily alla schiena.
Draven tirò fuori la daga dalla sua cintura e la gettò con mortale precisione nel petto
dell’aggressore. Hugh vide cadere l’uomo, e poi, con rinnovata energia, mise fine al
combattimento con quello che aveva di fronte con un terribile colpo della sua spada.
Senza forze, Draven cercò di salire sul cavallo. Era inutile.
Cadde a terra sulle ginocchia.
-Ravenswood?
Sentì la voce di Hugh come se provenisse da lontano. Qualcuno gli tolse l’elmo, ma
Draven non sapeva chi fosse. Il dolore era troppo grande.
Guardò il viso di Hugh galleggiare su di lui.
-Ragazzo, non devi morire così. Mi hai sentito?
Draven non riuscì a rispondere. Chiuse gli occhi, lasciando che l’oscurità lo avvolgesse.
***

Emily corse verso le scale non appena sentì gli uomini ritornare. Joanne si unì a lei.
Quando vide suo marito bocconi sulla sella, Emily sentì che il sangue spariva dal suo
viso e il terrore la consumò. Ma, peggio ancora della posizione di Draven, fu il fatto che
il padre si rifiutava di incontrare il suo sguardo.
-Oh, Dio, tutto ciò che vuoi, ma non questo!- disse Emily con voce soffocata.
Se non fosse stato perché le braccia di sua sorella la tenevano, sarebbe caduta a terra.
Simon e suo padre presero Draven dal cavallo e lo portarono verso di lei.
-Muovetevi, figlie!- disse suo padre -Dobbiamo portarlo dentro prima che muoia.
Emily chiuse gli occhi per il sollievo.
-Non è morto?
-No, figlia, no- disse suo padre con voce tenera -Ora, muoviti.
Ancora tremando, lei aprì la porta e, ringraziando Dio, li seguì su per le scale.
Ore dopo, Emily era seduta accanto al letto di Draven, in camera sua. Lui si era
svegliato.
-Mi hai spaventato- disse in tono di rimprovero.
Il suo sguardo si inchiodò su di lei.
-Mi sono spaventato anch’io.
-Che vuoi dire?
Draven allungò una mano per prendere la sua.
-Fino ad oggi, in battaglia, non mi preoccupavo mai se vivevo o no. Oggi mi sono reso
conto che invece mi importa. Quando sono caduto a terra, riuscivo a pensare solo a te e
al bambino.
Per la prima volta nella mia vita, non desideravo morire. Desideravo tornare da te.
Volevo essere qui e vedere nascere nostro figlio.
Lei gli carezzò la guancia.
-Ti amo, Draven.
-Ti amo- le rispose lui.
La porta della stanza si aprì. Emily alzò lo sguardo e vide suo padre esitante sulla soglia.
Non lo aveva mai visto tanto insicuro.
-Padre?- lo chiamò.
Lui si schiarì la gola e entrò nella stanza.
-Non pensavo che foste sveglio- disse a Draven.
-Non avete sentito dire che il demonio non dorme mai?- rispose amaramente Draven.
Emily vide la vergogna specchiata negli occhi del padre mentre si avvicinava al letto.
-Non me lo renderete facile, vero?
Draven aggrottò la fronte.
-Rendervi facile cosa?
-Chiedere scusa.
Emily quasi cadde a terra per la meraviglia. Suo padre non aveva mai chiesto scusa a
nessuno in vita sua.
-Sono un uomo orgoglioso- disse a Draven -lo ammetto, ma non lo sono al punto di non
ammettere i miei errori. E mi sbagliavo rispetto a voi…
Suo padre fece una pausa, poi continuò col complimento più grande di cui lei lo credeva
capace.
-…. Mio signore.
E, in quel momento, si accorse che i lineamenti di Draven si ammorbidivano, e i muscoli
si rilassavano visibilmente.
Suo padre deglutì per sciogliere il nodo alla gola.
-L’unica cosa che posso dire in mia difesa è che conoscevo molto bene vostro padre, e
so che non è necessario che vi dica che uomo era- guardò Draven dritto negli occhi
-ancora non riesco a capire perché mi avete salvato la vita oggi. Io non lo avrei fatto per
voi.
-Né io mi aspettavo che lo faceste.
Suo padre annuì, un muscolo che palpitava sulla sua guancia.
-Credo che questo sia ciò di cui mi pento di più. Ma voglio che sappiate che se fossi
stato benedetto da un figlio, mi sarebbe piaciuto che fosse come voi.
Draven fece una risata amara.
-Allora siate grato di aver avuto solo figlie femmine. Se ricordate, io ammazzai mio
padre.
Suo padre gli rivolse uno sguardo gentile.
-E oggi avete salvato la mia vita. Perciò, lo riconoscete o no, da questo giorno in poi io
vi considererò mio figlio.
Emily sorrise al padre. Non si era mai sentita tanto orgogliosa di lui, e, dall’espressione
di Draven, seppe che le parole di suo padre significavano molto per lui.
-Vi ringrazio per questo, Hugh.
-Padre- lo corresse lui.
Draven rise senza allegria.
-Vi ringrazio per questo, padre.
Il padre di Emily si volse per andare via.
-Hugh?
Suo padre si girò con un sospiro esasperato.
-Vedo che dovrete fare molta pratica sulla parola padre, eh?
-Lavorerò su questo- promise Draven -ma mi chiedevo chi era il tipo che avete
ammazzato, quello che portava i miei colori.
Suo padre la guardò con l’espressione preoccupata.
-Non glielo hai detto?
-Non ne ho avuto la possibilità.
Lui assentì e guardò Draven.
-Era Niles quello che portava i vostri colori. L’uomo al quale avete lanciato la daga era
suo cugino, Theodore.
Draven guardò dall’uno all’altro.
-Ma perché?
-Secondo Joanne, l’ha sposata per poter ereditare le mie terre- rispose suo padre -lo stato
delle sue finanze era tale che aveva bisogno di tutta la mia ricchezza, e non poteva
aspettare che morissi di morte naturale. Così non potendo ammazzarmi senza essere
impiccato per assassinio, programmò il trucco per metterci uno contro l’altro in modo
che voi avreste potuto ammazzarmi al posto suo.
Draven si accigliò.
-Perché non ha sposato una ricca ereditiera o una vedova?
-Ha tentato, ma siccome non aveva il favore della corona, non ha mai avuto
l’approvazione di Enrico- suo padre strinse i denti, e lei lesse l’espressione di dispiacere
sul suo viso -Sono stato uno stupido. Ho dato il benvenuto ad un figlio che non lo
meritava e ho voltato la schiena all’unico che invece era degno.
-Siete troppo duro con voi stesso, Hugh.
-Padre!- grugnì lui.
Draven gli rivolse uno sguardo divertito.
-Padre.
-Bravo ragazzo; ora riposate. Mio nipote ha bisogno di suo padre.
Emily non riuscì a non stuzzicare il padre.
-E come sapete che sarà un bambino?
-Dopo non aver avuto che femmine, immagino che il Signore mi deve un ragazzo.
Emily rise.
Suo padre diede loro la buonanotte e li lasciò soli.
Lei guardò Draven e ansimò quando sentì un leggero movimento nel suo ventre.
-Che c’è?- le domandò lui.
Lei si sentì invadere di gioia.
-Si è mosso. È la prima volta che sento il bambino.
E, per sua grande felicità, Draven sorrise.


Epilogo

Ravenswood, nove anni dopo.
-Aiuto, Emily!
Emily accorse correndo nel cortile posteriore del castello quando sentì il grido frenetico
di Draven. Si fermò quando lo vide circondato da quattro bambini che lo colpivano con
spade di legno, mentre un altro si aggrappava alla sua gamba sinistra e un altro ancora
gli pendeva pericolosamente dal collo.
Emily rise osservando un tale spettacolo.
-È colpa tua- disse a Draven.
-Di cosa?
-Di sei figli, non mi avresti potuto dare almeno una bambina?
Draven scoppiò a ridere mentre Jace si arrampicava sulla sua schiena e avvolgeva il
braccio sottile intorno alla testa di suo padre, coprendogli gli occhi.
-Mamma!- gridò Christopher, di sei anni, dando un calcio al terreno -Non devi far ridere
il drago. Questo lo fa sembrare meno feroce.
-Meno feroce?- domandò Draven, gettando Jace al di sopra della sua testa e posandolo a
terra; poi prese in braccio Christopher e cominciò a fargli il solletico -Ti faccio vedere io
come sono feroce, piccolo.
Emily scosse la testa guardandoli. Il figlio maggiore, Enrico, alzò la testa e gridò ai suoi
fratelli: -guardate, viene il nonno con il cugino Harry!
Emily si voltò per vedere suo padre entrare nel cortile col figlio di Joanne accanto. Non
smetteva mai di sorprenderla la somiglianza di Harry con Joanne, gli stessi capelli
biondi e i suoi occhi azzurri, mentre nessuno dei propri figli aveva qualche somiglianza
con lei, tranne Christopher, che aveva gli occhi verdi.
Ma tutti loro avevano l’orgoglio e l’allegria del loro nonno. E, nonostante la paura che
una volta aveva sentito per le proprie figlie, suo padre si deliziava con i suoi nipoti, e
specialmente con la sua unica nipote che Joanne gli aveva dato tre anni prima, frutto del
suo matrimonio con un nobile scozzese.
Benché non vedessero molto Joanne, ultimamente, Harry che veniva cresciuto da suo
nonno, li visitava tanto spesso che era quasi come un altro figlio.
Prima che potesse sbattere le palpebre, i suoi figli corsero verso i due nuovi arrivati con
lo stesso vigore che avevano usato per combattere con il padre. Saltando e
abbracciandosi l’un l’altro, tutti parlavano contemporaneamente, così che capire
qualcosa di quel che si diceva era impossibile.
Draven fischiò rumorosamente.
Immediatamente, tacquero tutti.
-D’accordo, ragazzi- disse Draven -comportatevi bene con vostro nonno o non vi porterà
a caccia.
-Mi dispiace- dissero tutti, all’unisono.
-Bene- disse Hugh con un sorriso -siete tutti pronti?
-Sì.
-Allora andiamo. Ho visto un cervo enorme proprio su quella collina!
Quando andarono via, Emily si avvicinò a Draven e lo circondò in vita abbracciandolo
con forza.
-Ascolta- sussurrò -lo senti?
Draven aggrottò la fronte.
-Sento cosa?
-Il silenzio- disse a bassa voce -non è davvero raccapricciante?
Lui le mise un braccio intorno alle spalle.
-Certo. Non riesco a ricordare l’ultima volta che ho ascoltato qualcosa di simile.
-Allora, dimmi una cosa, milord- disse lei mentre si incamminava sottobraccio a lui
verso il castello -cosa facciamo questo pomeriggio senza bambini intorno?
Lui considerò la cosa.
-Potremmo cercare di avere quella figlia che desideri. Credo che ci sia ancora una
posizione in quel tuo libro che non abbiamo provato…nemmeno dieci volte.
Emily rise.
-Sai? Questo mi ricorda una barzelletta.
Lui alzò gli occhi al cielo.
-Ancora non…
-Sì. Conosci quella del re e del suo cavaliere?
-No- disse con un sospiro di rassegnazione.
-I due stavano avendo una discussione su quello che significava andare a letto con le
donne. Il re guardò il cavaliere e disse “A nostro modo di vedere, andare a letto con una
donna suppone un cinquanta per cento di piacere e un cinquanta di sforzo”. Il cavaliere
rispose “Sire, perdonatemi, ma devo dissentire. A mio parere, è un settanta per cento di
sforzo e un trenta percento di piacere”. Per ore, sviscerarono l’argomento senza giungere
ad alcun accordo. Finalmente il cavaliere si rivolse al suo scudiero e gli chiese di dar
loro la propria opinione. Lo scudiero disse: “Sua Maestà, a mio parere, deve essere il
cento per cento di piacere, perché se avesse richiesto qualche sforzo, sua Signoria mi
avrebbe ordinato di farlo al suo posto”.
Draven rise.
-Ma da dove hai tirato fuori una storiella simile?
-Da tuo figlio maggiore, milord. Sembra che tuo fratello gliel’abbia raccontata durante la
sua ultima visita.
Draven aggrottò le sopracciglia.
-Dovrò parlare a Simon di quello che insegna ai bambini. Ma ora vieni, ragazzina- disse,
e il suo viso si ammorbidì completamente mentre la guardava -lascia provare a me stesso
quanto piacere si può ottenere lavorando sulla questione.
-Sì, milord, credo che, in effetti, dovrò farvi lavorare per togliervi qualche chilo in più.
-Chilo in più?- domandò lui, offeso.
-Sì, credo che Christopher abbia detto che le tue siano “Corna di Drago”.
Draven sbuffò.
-Ti faccio vedere io il mio Corno di Drago, ragazzina.
Emily si morse le labbra mentre lo guardava affamata.
-E io ti assicuro, che ne farò buon uso, mascalzone.

FINE

				
DOCUMENT INFO
Ionut Dragomir Ionut Dragomir http://
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