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Mcnaught Judith - Ritrovarsi

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Mcnaught Judith - Ritrovarsi Powered By Docstoc
					                JUDITH MCNAUGHT

                  RITROVARSI

Inghilterra, primi dell'Ottocento: una serie di eventi imprevedibili,
fra i quali un incidente che le procura un'amnesia, fanno sì che
Sheridan Bromeleigh venga scambiata per l'affascinante ereditiera
Charise Lancaster, promessa sposa di un lord. Il quale, aihmè, muore
prematuramente, e a darne la notizia a Sheridan-Charise è un seducente
amico, il conte di Langford. La giovane appare confusa, ma una cosa le è
chiara: quello sconosciuto l'attrae irresistibilmente, come non le è mai
capitato con nessun altro uomo....

                JUDITH MCNAUGHT

                 RITROVARSI
               SPERLING PAPERBACK

            Traduzione di Anna Maria Rettore
                  Until You
         Copyright 1994 by Eagle Syndication, Inc.
          1997 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
      I edizione «Superbestseller» Paperback luglio 1999

               ISBN 88-8274-007-2
                  86-1-99
Questo romanzo è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti
sono immaginari o sono stati usati in chiave fittizia. Qualsiasi riferimento
a fatti, a località o a persone reali è puramente casuale.

Amo scrivere romanzi che parlino di personaggi speciali:
uomini e donne coraggiosi, leali, dotati di senso
dell'umorismo e che abbiano molto a cuore la felicità
altrui. Ho l'onore di dedicare questo romanzo a due
persone che sono l'equivalente di questi miei personaggi,
due persone che ho il privilegio di chiamare amici...

A Pauli Marr, con gratitudine e ammirazione in parti
eguali per tutto ciò che sei e per tutto ciò che abbiamo
condiviso, inclusi alcuni dei momenti più divertenti e
difficili della mia vita

a Keith Spalding. Ho sempre immaginato che i cavalieri
in scintillanti armature soccorressero il prossimo in
groppa a destrieri, brandendo una lancia. Chi avrebbe
mai immaginato che arrivassero al volante di una BMW,
muniti di valigetta? Eppure, nonostante il mezzo di trasporto,
e il metodo di difesa, nessun antico cavaliere
avrebbe potuto superarti in onestà, lealtà, gentilezza e
senso dell'umorismo. La mia vita è stata molto più ricca
da quando ti ho conosciuto.

Non posso concludere questa dedica senza nominare
altre quattro persone meravigliose, per ragioni che loro
conoscono e capiranno:

a Brooke Barhorst, Christopher Fehlig e a Tracy
Barhorst, con tutto il mio affetto...

a Megan Ferguson, una giovane donna «molto speciale,
con tutta la mia gratitudine.


                  CAPITOLO 1.

APPOGGIATA a una montagna di cuscini di raso fra le lenzuola
sgualcite, Helene Devemay contemplava il busto maschile
abbronzato e muscoloso con un sorriso di compiacimento.
Stephen David Elliott Westmoreland, conte di Langford, barone
di Ellingwood, quinto visconte di Hargrove e visconte
di Ashboume, era intento a infilarsi la camicia ornata di trine
gettata ai piedi del letto la sera precedente. «Andremo di
nuovo a teatro, la prossima settimana?» gli domandò lei.
Stephen, che stava per occuparsi del suo cache-col, le lanciò
un'occhiata sorpresa. «Naturalmente.» Voltandosi verso
lo specchio sopra il camino, vi incontrò lo sguardo della donna
mentre si avvolgeva abilmente la raffinata seta bianca intorno
al collo. «Che bisogno c'era di chiederlo?»
«Perché la Stagione comincia la prossima settimana, e
Monica Fitzwaring verrà in città. L'ho saputo dalla mia sarta,
che è anche la sua.»
«E allora?» disse lui, fissandola nello specchio, senza che
la sua espressione tradisse la benché minima reazione.
Con un sospiro, Helene si rotolò sul fianco, appoggiandosi
al gomito, il tono addolorato ma franco. «E corre voce che
tu le farai finalmente la proposta che lei e suo padre aspettano
da ben tre anni.»
«E' questo che si dice in giro?» le chiese Stephen in tono
indifferente, inarcando però le sopracciglia in un'espressione
che silenziosamente, ma con grande efficacia, riusciva a
comunicare la sua disapprovazione: riteneva che Helene avesse
introdotto un argomento che non la riguardava minimamente.
Lei notò il tacito rimprovero e l'avvertimento in esso implicito,
ma approfittò di ciò che era stato per diversi anni un
rapporto straordinariamente leale, ed estremamente piacevole,
per entrambi. «In passato, si sono susseguite svariate voci
sul fatto che tu fossi sul punto di chiedere in sposa questa o
quella gentile fanciulla», gli fece notare con calma, «e, finora,
non ti ho mai chiesto né conferme né smentite.»
Senza rispondere, Stephen si girò e prese la sua giacca da
sera dalla chaise longue a fiori. Infilò le braccia nelle maniche,
poi si avvicinò al letto e finalmente rivolse tutta la sua
attenzione alla donna che vi era distesa sopra. In piedi, gli
occhi abbassati su di lei, sentì il suo fastidio diminuire notevolmente.
Appoggiata sul gomito, con i capelli dorati sparsi
sulla schiena e i seni nudi, Helene Devemay era una vista incantevole.
Era anche intelligente, sincera e raffinata, tutte
qualità che la rendevano un'amante assolutamente deliziosa,
sia dentro, sia fuori dal letto. Stephen sapeva che era troppo
realista per nutrire qualunque segreta speranza di una proposta
di matrimonio da parte sua, cosa assolutamente fuori questione
per una donna nelle sue condizioni, ed era anche troppo
indipendente per avere un autentico desiderio di legarsi a
qualcuno per la vita, caratteristiche queste che consolidavano
ulteriormente la loro relazione. O, almeno, così aveva sempre
pensato. «Ma, adesso, mi stai chiedendo di confermare o
di negare se ho intenzione di fare una proposta di matrimonio
a Monica Fitzwaring?» le chiese con voce calma.
Helene gli rivolse quel suo sorriso caldo e seducente al
quale di solito non poteva resistere. «Sì.»
Aprendosi la giacca, Stephen si appoggiò le mani sui fianchi
e la guardò con freddezza. «E se dicessi di sì?»
«Allora, mio signore, direi che stai per commettere un
grosso errore. Provi affetto per lei, ma non un grande amore
né grande passione. Tutto ciò che lei ha da offrirti è la sua
bellezza, il suo lignaggio e la prospettiva di un erede. Non
possiede la tua forza di volontà né la tua intelligenza, e benché
possa amarti, non ti capirà mai. Ti annoierà fuori e dentro
il letto, e tu la intimidirai, la farai soffrire e la irriterai.»
«Grazie, Helene. Il tuo interessamento alla mia vita privata
e i tuoi qualificati consigli su come impostarla sono per
me una vera fortuna.»
Il pungente rimbrotto fece sbiadire leggermente, ma non
scomparire, il suo sorriso. «Ecco, vedi?» disse Helene con
dolcezza. «Io vengo messa sull'avviso e punita da questo tuo
tono, ma Monica Fitzwaring ne rimarrebbe distrutta o mortalmente
offesa.»
Guardò la sua espressione indurirsi, mentre la sua voce diventava
estremamente, e gelidamente, cortese. «Le mie scuse
più sentite, signora», disse Stephen, piegando il capo in
un inchino beffardo, «se ti ho mai parlato in un tono che non
fosse educato.»
Sollevando una mano, Helene gli tirò la giacca nel tentativo
di farlo sedere sul letto accanto a lei. Non riuscendovi, lasciò
cadere la mano, ma non l'argomento, e accentuò il sorriso
per placare la sua collera. «Tu non parli mai a nessuno in
tono incivile, Stephen. In effetti, più sei contrariato, più diventi
'civile'... finché non sei talmente civile, talmente preciso
e corretto, che l'effetto è assolutamente inquietante. Si
potrebbe addirittura definire... "terrificante"!»
Rabbrividì per sottolineare le sue parole, e Stephen sorrise
a dispetto di se stesso.
«E' questo che intendevo», disse Helene, ricambiando il
suo sorriso. «Quando diventi freddo e adirato, io so che cosa
fare...» Trattenne il respiro quando la grande mano di lui
scivolò sotto il lenzuolo a coprirle il seno, stuzzicandolo con
le dita.
«Desidero solo riscaldarti», disse Stephen, quando lei tese
le braccia a circondargli il collo, tirandolo giù sul letto.
«E distrarmi.»
«Penso che una pelliccia farebbe un lavoro di gran lunga
migliore.»
«Per quello che riguarda il riscaldarmi?»
«No, il distrarti», disse lui, mentre le sue labbra coprivano
quelle di lei, affrontando poi il piacevole compito di riscaldare
e distrarre entrambi.
Erano quasi le cinque del mattino, quando lui fu di nuovo
vestito.
«Stephen?» mormorò Helene in tono assonnato, quando
lui si chinò a premerle le labbra sulla fronte liscia in un bacio
di commiato.
«Mmm?»
«Ho una confessione da farti.»
«Niente confessioni», le ricordò lui. «Abbiamo convenuto
su questo fin dall'inizio. Nessuna confessione, nessuna recriminazione,
nessuna promessa. Questi erano i patti.»
Helene non lo negò, ma quella mattina non riusciva a rispettare
l'accordo. «Volevo solo dirti che mi scopro gelosa
in maniera piuttosto irritante di Monica Fitzwaring.»
Stephen si raddrizzò con un sospiro impaziente e attese,
sapendo che Helene era decisa a dire la sua, ma senza facilitarla.
Restò semplicemente a guardarla con le sopracciglia inarcate.
«Mi rendo conto che ti occorre un erede», cominciò lei,
mentre le sue labbra carnose si curvavano in un sorriso imbarazzato,
«ma non potresti sposare una donna il cui aspetto
impallidisca un po' in confronto al mio? E anche un po' petulante?
Una donna petulante con un naso storto, o gli occhi
piccoli, mi andrebbe molto bene.»
Stephen sorrise al suo umorismo, ma desiderava chiudere
l'argomento una volta per tutte, e così disse: «Monica Fitzwaring
non costituisce nessuna minaccia per te, Helene.
Non ho alcun dubbio che sia al corrente della nostra relazione,
e che non tenterebbe mai di interferire, anche se pensasse
di poterlo fare».
«Che cosa ti rende così sicuro?»
«Mi ha offerto spontaneamente l'informazione», disse lui
in tono secco, e quando Helene non sembrò ancora convinta,
aggiunse: «Nell'interesse di porre fine alla tua preoccupazione
e a tutta la faccenda, aggiungerò che ho già un erede
all'altezza della situazione nel figlio di mio fratello. Inoltre,
non ho intenzione di aderire alle convenzioni, ora o in futuro,
incatenandomi a una moglie al solo scopo di mettere al
mondo un erede legittimo del mio stesso sangue».
Mentre Stephen terminava quel discorso schietto, vide l'espressione
di Helene passare dalla sorpresa a una divertita
perplessità. L'osservazione seguente chiarì la ragione del suo
evidente imbarazzo. «Se non è per generare un erede, quale
altra ragione può avere un uomo come te per sposarsi?»
L'indifferente scrollata di spalle di Stephen, accompagnata
da un breve sorriso, liquidò tutte le consuete ragioni in favore
del matrimonio come banali, assurde o immaginarie.
«Ai miei occhi», ribatté con un tono leggermente divertito,
che non riuscì a mascherare il suo sincero disprezzo per la
duplice farsa della perfetta felicità coniugale e della sacralità
del matrimonio, due illusioni che prosperavano anche nell'ambiente
sociale sofisticato e-piuttosto liberale in cui viveva,
«non sembra esistere una sola ragione convincente per
sposarsi.»
Helene lo studiò assorta, il volto illuminato dalla curiosità,
ma anche da un indizio di comprensione. «Mi sono sempre
chiesta perché tu non abbia sposato Emily Lathrop. Oltre al
suo viso e alla sua figura tanto decantati, è anche una delle
poche donne in Inghilterra che possegga in tale abbondanza i
requisiti di nascita e di educazione da essere degna di sposare
un membro della famiglia Westmoreland e di mettere al
mondo il tuo erede. Tutti sanno che ti sei battuto a duello con
suo marito a causa sua, eppure non lo hai ucciso, né l'hai
sposata un anno più tardi, dopo che il vecchio lord Lathrop è
finalmente crollato morto stecchito.»
Le sopracciglia di Stephen si inarcarono di nuovo nel sentire
l'espressione irriverente nei confronti di Lathrop, ma il
suo atteggiamento nei riguardi del duello fu distaccato e
pragmatico quanto quello di lei. «A Lathrop saltò il grillo di
difendere l'onore di Emily e di porre fine a tutte le chiacchiere
su di lei, sfidando a duello uno dei suoi presunti amanti.
Non capirò mai perché quel pover'uomo abbia scelto me fra
una legione di possibili candidati.»
«Qualunque metodo abbia usato, la sua età avanzata deve
avergli confuso la mente.»
Stephen la guardò incuriosito. «Perché dici questo?»
«Perché la tua abilità con la pistola, e la tua destrezza in
materia di duelli, sono entrambe piuttosto leggendarie.»
«Anche un bambino di dieci anni avrebbe potuto vincere
un duello con Lathrop», disse Stephen, ignorando l'elogio di
Helene sulla sua bravura. «Era così vecchio e debole che non
riusciva a tenere ferma o spianata la pistola. Dovette usare
entrambe le mani.»
«E così, gli permettesti di lasciare Rockham Green incolume?»
Stephen annuì. «Pensavo che sarebbe stato scortese da parte
mia ucciderlo, date le circostanze.»
«In primo luogo, considerato il fatto che ti aveva costretto
ad accettare il duello sfidandoti di fronte a dei testimoni, fu
molto gentile da parte tua fingere di avere sbagliato il tiro,
per salvare il suo orgoglio.»
«Non finsi di sbagliare il tiro», la informò lui, poi aggiunse
in tono conciso: «Gli porsi le mie scuse».
«Vuoi dire che eri davvero l'amante di Emily Lathrop?
Che eri veramente colpevole?» chiese lentamente Helene.
«Assolutamente colpevole», affermò Stephen con decisione.
«Posso farti un'altra domanda, mio signore?»
«Puoi farla», specificò lui, dissimulando a fatica la sua
crescente impazienza per la sgradita, e inaudita, intrusione
della donna nella sua vita privata.
Con un'insolita manifestazione di incertezza femminile,
Helene distolse lo sguardo come per raccogliere il coraggio,
poi alzò gli occhi su di lui con un sorriso imbarazzato e seducente
che Stephen avrebbe trovato irresistibile, se non fosse
stato immediatamente seguito da un genere di domanda così
oltraggiosa da violare anche i suoi principi alquanto elastici
sui rapporti fra i sessi.
«Che cosa aveva Emily Lathrop per riuscire ad attirarti
nel suo letto?»
L'immediata avversione che Stephen provò a quella domanda
fu abbondantemente superata dalla sua contrarietà a
quella successiva. «Voglio dire, c'era qualcosa che lei faceva
con te - o "per" te - o "a te", che io non faccia quando siamo
a letto assieme?»
«In verità», rispose lui, strascicando pigramente le parole,
«c'era una cosa che Emily faceva e che mi piaceva particolarmente.»
Nella sua ansia di scoprire il segreto di un'altra donna,
Helene non rilevò il suo tono sarcastico. «Che cosa faceva
dunque che ti piaceva in maniera particolare?»
Lo sguardo di Stephen ricadde allusivo sulle sue labbra.
«Devo mostrartelo?» le chiese, e quando Helene annuì, si
chinò su di lei, appoggiando le mani sui due lati del cuscino
così che la sua vita e i fianchi le sovrastassero il capo solo di
pochi centimetri. «Sei assolutamente sicura di voler prendere
parte a una dimostrazione?» chiese in un sussurro deliberatamente
seducente.
Il suo cenno enfatico con il capo fu abbastanza allegro e
invitante da calmare il suo senso di fastidio, cogliendolo a
metà strada fra il divertimento e l'esasperazione. «Mostrami
che cosa faceva, che cosa ti piaceva così tanto», mormorò
Helene, facendogli scivolare le mani sugli avambracci.
Stephen glielo mostrò, posandole con fermezza la mano
destra sulla bocca, sorprendendola con una «dimostrazione»
che si intonava alla sua spiegazione divertita. «Si asteneva
dal farmi domande come le tue su di "te", o su chiunque altra,
ed era questo che mi piaceva "particolarmente".»
Lei ricambiò il suo sguardo, gli occhi azzurri spalancati
per la delusione, ma questa volta non mancò di notare il gelido
avvertimento nella sua voce ingannevolmente gentile.
«Ci siamo capiti, mia bella curiosona?»
Lei annuì, poi coraggiosamente tentò di spostare l'equilibrio
del potere in suo favore, passandogli delicatamente la
lingua sul palmo della mano.
Stephen ridacchiò alla sua tattica e spostò la mano, ma
non era più dell'umore giusto per prestarsi a schermaglie sessuali
o a ulteriori conversazioni e, dopo un bacio fugace sulla
fronte, se ne andò.
Fuori, una fitta nebbia grigia ammantava la notte, diradata
solo dal debole e lugubre bagliore dei lampioni lungo la
strada. Stephen prese le redini di mano dal lacché, che apparve
sollevato, e parlò in tono rassicurante ai due sauri appaiati
che stavano battendo gli zoccoli e scrollando le criniere.
Era la prima volta che si trovavano in città, e quando
Stephen allentò le redini per lasciarli andare al trotto notò
che il cavallo sul lato del marciapiede era estremamente ombroso.
Tutto in quella nebbia sembrava spaventare l'animale,
dal rumore dei propri zoccoli che sbattevano sull'acciottolato
delle strade, alle ombre sotto ai lampioni. Quando una
porta sbatté a sinistra, fece uno scarto e poi tentò di partire
al galoppo. Automaticamente, Stephen tirò le redini, e fece
svoltare la carrozza lungo Middleberry Street. I cavalli procedevano
a un trotto veloce e sembrava che si stessero calmando
All'improvviso, un gatto randagio miagolò balzando
fuori da un carretto della frutta, facendo rotolare sonoramente
sulla strada una valanga di mele. Nello stesso momento,
la porta di un pub venne spalancata gettando un fascio di luce
sulla strada. Si scatenò un pandemonio: i cani si misero a
ululare, i cavalli si imbizzarrirono, una figura scura uscì barcollando
dal locale, scomparve fra due carrozze ferme accanto
al marciapiede... e poi si materializzò proprio di fronte
alla carrozza di Stephen. Il grido di avvertimento di quest'ultimo
giunse troppo tardi.

                   CAPITOLO 2.

APPOGGIANDOSI pesantemente al proprio bastone, Hodgkin,
l'anziano maggiordomo, rimase fermo nel misero salotto ad
ascoltare in rispettoso silenzio, mentre l'illustre visitatore gli
comunicava la notizia che il suo padrone aveva appena incontrato
una fine prematura. Non fu che quando lord Westmoreland
ebbe terminato il suo racconto, che il domestico si
permise di mostrare una reazione, e anche allora, cercò solo
di rassicurarlo. «Che cosa penosa, milord, per il povero lord
Burleton, e anche per lei. Ma d'altra parte... gli incidenti accadono,
non è vero, e non si può biasimare se stessi. Le disgrazie
sono disgrazie, ed è perciò che le chiamiamo così.»
«Non definirei travolgere un uomo e ucciderlo una "disgrazia"»,
ribatté Stephen, con un'asprezza che era rivolta
unicamente verso se stesso. L'incidente di quella mattina era
stato in gran parte colpa del giovane barone ubriaco, che era
balzato sulla strada di fronte alla carrozza: ma era stato lui,
Stephen, a tenere le redini ed era ancora vivo e vegeto, mentre
Burleton era morto. Inoltre, sembrava che non ci fosse
nessuno a piangere la scomparsa del giovane, e quella pareva
un'ulteriore ingiustizia agli occhi di Stephen. «Di sicuro,
il tuo padrone doveva avere una famiglia da qualche parte,
qualcuno a cui possa spiegare personalmente l'incidente.»
Hodgkin scosse semplicemente il capo, turbato dall'avere
appena realizzato che all'improvviso era di nuovo disoccupato,
e che rischiava di esserlo per il resto della sua vita. Aveva
ottenuto quel posto solo perché nessuno era disponibile
a lavorare come maggiordomo, cameriere personale, domestico
e cuoco per la cifra ridicolmente bassa che Burleton era
in grado di pagare.
Imbarazzato per essere scivolato momentaneamente nell'autocommiserazione,
e per la sua mancanza di un appropriato
decoro, Hodgkin si schiarì la voce e aggiunse in fretta.
«Lord Burleton non aveva nessun parente prossimo vivente,
come ho... come ho detto. E poiché ero alle dipendenze
del barone soltanto da tre settimane, non sono al corrente
delle sue conoscenze...» Si interruppe con un'espressione
di orrore sul volto. «Per lo choc, stavo per dimenticare
la sua fidanzata! Le nozze dovevano avere luogo questa settimana.»
Un ulteriore senso di colpa assalì Stephen, ma annuì e la
sua voce si fece animata e risoluta. «Chi è lei, e dove posso
trovarla?»
«Tutto ciò che so è che si tratta di un'ereditiera americana
che il barone conobbe mentre si trovava all'estero, e che deve
arrivare domani in nave dalle colonie. Suo padre era troppo
malato per affrontare il viaggio, quindi presumo che viaggi
con un parente o forse con una dama di compagnia. Ieri
sera lord Burleton stava festeggiando il suo addio al celibato.
Questo è tutto ciò che so.»
«Devi sapere il suo nome! Come la chiamava lord Burleton?»
Agitato per la forbita impazienza di lord Westmoreland, e
imbarazzato per il deterioramento della propria memoria
Hodgkin disse un po' sulla difensiva: «Come ho detto, ero
entrato di recente alle dipendenze del barone, e non godevo
della sua confidenza. In mia presenza, lui... lui la chiamava
"la mia fidanzata", o altrimenti "la mia ereditiera"».
«Pensaci, dunque! Devi pure averlo sentito accennare al
suo nome, in qualche occasione.»
«No... io... aspettate, sì! Ricordo qualcosa... Ricordo che
il suo nome mi faceva pensare a quanto mi piacesse visitare
il Lancashire, da ragazzo. Lancaster!» esclamò Hodgkin
compiaciuto. «Il suo cognome è Lancaster, e il suo nome è
Sharon... No, non è questo. Charise! Charise Lancaster!»
Hodgkin venne ricompensato per il suo sforzo con un leggero
cenno di approvazione, seguito da un'altra raffica di domande:
«Che cosa mi dici del nome della sua nave?»
Hodgkin si sentiva adesso così sicuro e orgoglioso da battere
addirittura il suo bastone sul pavimento con allegria,
quando la risposta gli balzò in mente. «La Morning Star!»
disse esultante, poi arrossì imbarazzato per Il tono chiassoso
e il suo comportamento indecoroso.
«Niente altro? Qualsiasi dettaglio potrà essermi d'aiuto,
quando avrò a che fare con lei.»
«Rammento qualche altra sciocchezza, ma non vorrei indulgere
in inutili pettegolezzi.»
«Sentiamoli», disse Stephen, con involontaria concisione.
«La signorina è giovane, "una bambina piuttosto graziosa",
diceva il barone. Ho anche capito che era pazzamente
innamorata di lui e che desiderava ardentemente quell'unione,
mentre l'interesse principale di suo padre era rivolto al
titolo del barone.»
L'ultima speranza di Stephen che quello fosse semplicemente
un matrimonio di convenienza, era svanita alla notizia
che la ragazza era «pazzamente innamorata» del suo fidanzato.
«E Burleton?» chiese, infilandosi i guanti. «Perché voleva
il matrimonio?»
«Posso solo fare delle ipotesi, ma sembrava condividere i
sentimenti della signorina.»
«Magnifico», mormorò in tono cupo Stephen, voltandosi
verso la porta.
Non fu che quando lord Westmoreland se ne fu andato,
che Hodgkin si permise di abbandonarsi alla disperazione
per la situazione critica in cui si trovava. Era disoccupato, e
in pratica di nuovo senza un soldo. Un momento prima, aveva
quasi preso in considerazione di chiedere, addirittura di
pregare lord Westmoreland di raccomandarlo a qualcuno, ma
questo sarebbe stato non solo imperdonabilmente presuntuoso,
ma anche inutile. Come Hodgkin aveva scoperto nei due
anni che gli erano occorsi per ottenere finalmente un posto
presso lord Burleton, nessuno voleva un maggiordomo, un
cameriere personale, o un domestico, le cui mani fossero segnate
dall'età e il cui corpo fosse così vecchio da non poterlo
né raddrizzare né costringere a un passo veloce.
Le spalle magre incurvate dalla disperazione e le giunture
che cominciavano a dolergli terribilmente, Hodgkin si diresse
strisciando i piedi verso la sua stanza sul retro del misero
appartamento. Era a metà strada quando il brusco e impaziente
bussare del conte lo costrinse a tornare lentamente
verso la porta d'ingresso. «Sì, milord?» chiese.
«Mentre me ne andavo mi è venuto in mente», disse lord
Westmoreland in maniera spiccia e concreta, «che la morte
del povero barone Burleton ti priverà di qualunque paga ti
spettasse. il mio segretario, il signor Wheaton, provvederà
affinché tu venga ricompensato.» Mentre si voltava per andarsene,
aggiunse: «La mia casa ha sempre bisogno di personale
competente. Se non hai un gran desiderio di andare a riposo
in questo momento, potresti prendere in considerazione
di metterti in contatto con il signor Wheaton anche a questo
proposito. Lui si occuperà dei dettagli». Un attimo dopo, se
n'era andato.
Hodgkin chiuse la porta e si voltò a fissare stordito e incredulo
la stanza buia, mentre il vigore e la giovinezza cominciavano
a scorrergli focosi nelle vene. Non solo aveva un
posto a disposizione, ma poteva prestare servizio presso uno
dei nobili più ammirati e influenti di tutta Europa!
E il lavoro non gli era stato offerto per pietà; di questo
Hodgkin era quasi certo, perché lord Westmoreland aveva
specificamente accennato al fatto di considerarlo «competente».
Aveva usato proprio quella parola!
«Competente!»
Lentamente, Hodgkin si voltò verso lo specchio nell'atrio,
e con la mano sull'impugnatura del suo bastone scuro, fissò
la propria immagine riflessa. Competente...
Raddrizzò la spina dorsale, anche se lo sforzo fu un po'
doloroso, poi squadrò le spalle strette e con la mano libera
lisciò con cura il davanti della sua giacca nera sbiadita. Perbacco,
in fondo non aveva un'aria così vecchia, decise, non
un giorno di più dei suoi settantatré anni! Lord Westmoreland
non lo aveva ritenuto così decrepito o inutile. No, davvero!
Stephen David Elliott Westmoreland, duca di Langford,
riteneva che Albert Hodgkin fosse un «degno contributo»
al suo personale!
Hodgkin piegò il capo di lato, tentando di immaginare
che aspetto avrebbe avuto con indosso l'elegante livrea verde
e dorata dei Langford, ma la sua vista sembrò annebbiarsi
e vacillare. Sollevò la mano, mentre le lunghe, esili dita toccavano
palpando l'angolo dell'occhio, dove sentì un insolito
umidore.
Ricacciò le lacrime, insieme all'improvviso, pazzo impulso
di agitare il suo bastone nell'aria e di ballare una piccola
giga. La dignità, pensò energicamente Hodgkin, era di gran
lunga più appropriata in un uomo che stava per entrare a fare
parte del personale della casa di lord Stephen Westmoreland.
                    CAPITOLO 3.

IL sole era un disco infuocato che scivolava nell'orizzonte
purpureo quando un marinaio discese il molo verso la carrozza
che aspettava fin dal mattino. «Eccola lì, la Morning
Star», disse a Stephen, che stava appoggiato alla porta della
vettura a osservare pigramente una rissa di ubriachi che si
svolgeva all'esterno di un vicino pub. Prima di alzare il braccio
a indicare la nave, il marinaio gettò una prudente occhiata
ai due postiglioni che tenevano bene in vista le pistole e
che evidentemente non erano indifferenti come il loro padrone
ai pericoli in agguato sulla banchina. «Eccola, è proprio
quella laggiù», disse a Stephen, indicando una piccola nave
che stava entrando lentamente nel porto, con le vele simili a
sagome scure nel crepuscolo. «Ed è soltanto leggermente in
ritardo.»
Raddrizzandosi, Stephen annuì a uno dei postiglioni, che
gettò una moneta di mancia al marinaio, poi si avviò lentamente
lungo il molo, desiderando che sua madre o sua cognata
avessero potuto essere lì con lui, quando la promessa
sposa di Burleton fosse sbarcata. La presenza di donne sollecite
avrebbe potuto contribuire ad alleviare il dolore, quando
avrebbe comunicato la tragica notizia alla ragazza, notizia
che avrebbe distrutto i suoi sogni.
«E' tutto un incubo», gridò Sheridan Bromleigh all'attonito
aiuto cameriere che era venuto a dirle per la seconda volta
che un «signore» la stava aspettando sul molo, un signore
che, naturalmente, immaginava fosse lord Burleton. «Digli
di aspettare. Digli che sono morta. No, digli che siamo ancora
indisposte.» Chiuse l'uscio con uno spintone, tirò il catenaccio,
poi premette la schiena contro il pannello della porta,
mentre il suo sguardo andava verso la cameriera spaventata,
che torceva un fazzoletto fra le mani paffutelle appollaiata
sul bordo dell'angusta cuccetta della cabina che avevano
condiviso. «E' un incubo, e quando mi sveglierò domani
mattina, sarà tutto passato, non è vero, Meg?»
Meg scosse il capo con tale energia da far sobbalzare i nastri
sulla cuffia bianca. «Non è un sogno. Dovrete parlare al
barone, e dirgli qualcosa... qualcosa che non lo irriti e che
sia credibile.»
«Bene, questo elimina di certo la verità», disse Sheridan
con amarezza. «Voglio dire, di certo si arrabbierà parecchio
se gli dirò che sono riuscita a smarrire la sua fidanzata da
qualche parte lungo la costa inglese. La "verità" è che l'ho
persa!»
«Non l'avete persa, è fuggita! La signorina Charise è
scappata con il signor Morrison, quando ci siamo fermate
nell'ultimo porto.»
«Comunque, quello che importa è che lei era affidata alle
mie cure e io ho fallito nei miei doveri verso suo padre e
verso il barone. Non c'è altro da fare che andare là fuori ad
ammetterlo.»
«Non dovete!» gridò Meg. «Ci farà buttare in prigione!
Inoltre, dovete assicurarvi la sua benevolenza, perché non
abbiamo nessun altro a cui rivolgerci, nessun luogo dove andare.
La signorina Charise si è portata via tutto il denaro che
c'era, e non abbiamo un soldo per pagarci il viaggio di ritorno
a casa.»
«Troverò qualche lavoro.» Nonostante le parole fiduciose,
la voce di Sherry tremava per la tensione: si guardò intorno
nella piccola cabina, anelando inconsciamente a un nascondiglio.
«Non avete referenze», obiettò Meg, con voce rotta. «E
non sappiamo dove dormire questa notte, e non abbiamo denaro
per una sistemazione. Andremo a finire sul marciapiede.
O peggio!»
«Che cosa potrebbe esserci di peggio?» chiese Sheridan.
«Se andate là fuori a dirgli la verità, ci getteranno entrambe
dritto in prigione.»
«Perché», proruppe Sherry, più vicina a un attacco isterico
di quanto non fosse mai stata in vita sua, «continui a parlare
di prigione?»
«Perché ci sono delle leggi, qui, signorina, e voi... noi...
ne abbiamo infrante alcune. Non di proposito, naturalmente,
ma questo a loro non importerà. Qui, ti gettano in carcere
senza fare domande, né ascoltare risposte. E se il barone pensasse
che l'abbiamo uccisa, o che le abbiamo rubato il denaro,
o che l'abbiamo venduta, o altre simili malvagità? Sarebbe
la parola del barone contro la vostra, e voi non siete nessuno,
quindi la legge sarebbe dalla sua parte.»
Sheridan tentò di dire qualcosa di rassicurante o di spiritoso,
ma le sue capacità di resistenza fisica ed emotiva risentivano
di settimane di tensione e di stress, il tutto accentuato
da un lungo stato di indisposizione durante il viaggio e dalla
scomparsa di Charise avvenuta due giorni prima. Non avrebbe
mai dovuto imbarcarsi in quel folle progetto, pensò.
Aveva sopravvalutato la propria capacità di tenere testa a
una diciassettenne viziata e sciocca, convincendosi che il
suo buon senso e la sua natura pratica, uniti all'esperienza di
insegnante di portamento presso la scuola per fanciulle della
signorina Talbot, di cui Charise era stata allieva, le avrebbero
consentito di affrontare perfettamente qualunque difficoltà
si fosse presentata durante il viaggio. Il severo padre di
Charise era rimasto talmente colpito dalla sua capacità e
competenza che, quando il suo mal di cuore improvvisamente
gli aveva impedito di recarsi in Inghilterra, aveva scelto
Sheridan fra diverse candidate più anziane e più esperte per
scortare sua figlia in Inghilterra... Sheridan, che era appena
tre anni più vecchia di lei. Naturalmente, Charise aveva qualcosa
a che fare con quella decisione; aveva fatto le moine,
tenuto il broncio e insistito perché fosse la signorina Bromleigh
ad accompagnarla, finché il padre non glielo aveva finalmente
concesso. La signorina Bromleigh, lo aveva avvertito
astutamente, non le avrebbe fatto sentire la nostalgia di
casa a tal punto da voler tornare in America e dal suo papà,
invece di sposare il barone!
Quello era certamente vero, pensò Sheridan con disgusto.
La signorina Bromleigh probabilmente era responsabile della
sua fuga con un uomo pressoché sconosciuto, un gesto impulsivo
che sembrava uscito da un di quei libri romantici che
Sheridan aveva condiviso con Charise durante il viaggio. La
zia Cornelia era così contraria a quei romanzi, e alle «sciocche
romanticherie» che suggerivano, che Sheridan di solito li
leggeva solo di nascosto, con le cortine ben chiuse intorno al
suo letto. Lì, in solitudine, poteva provare la deliziosa eccitazione
di essere amata e corteggiata da audaci e attraenti nobiluomini
che le rubavano il cuore con un'occhiata. Leggeva
ogni romanzo così tante volte da poter recitare le scene preferite
a memoria, sostituendo il proprio nome a quello dell'eroina.
«Il barone si impadronì della mano di Sheridan e la premette
sulle sue labbra promettendole solennemente la sua
eterna devozione. "Sei il mio unico e solo amore..."
E poi c'era la sua preferita... quella che le piaceva immaginare
più spesso: «Il principe la prese fra le sue forti braccia,
stringendola al suo cuore. "Se avessi cento regni, li scambierei
tutti per te, amore mio. Non ero nulla finché non ho
incontrato te".
Sdraiata sul letto, modificava le trame dei romanzi, dialoghi
e anche le situazioni e i luoghi, per adattarli a se stessa,
ma non cambiava mai, mai, il suo eroe immaginario. Lui, e
lui solo, restava sempre il medesimo, e Sheridan conosceva
ogni particolare su di lui, perché lo aveva creato lei stessa:
era forte, virile, energico, ma anche gentile, saggio, paziente
e intelligente. Era alto e anche avvenente, con folti capelli
scuri e stupendi occhi azzurri che potevano essere seducenti,
penetranti, oppure scintillare d'umorismo. Amava ridere con
lei, e Sheridan gli raccontava appositamente degli aneddoti
divertenti. Amava leggere, ed era più accorto di lei e, forse,
un po' più esperto delle cose del mondo. Ma non troppo mondano,
altezzoso o sofisticato. Sheridan detestava l'arroganza
e la boriosità, soprattutto non amava essere arbitrariamente
tiranneggiata.
E, naturalmente, il suo eroe immaginario diventava suo
marito. Le faceva la proposta di matrimonio in ginocchio, e
le diceva frasi come: «Non sapevo che cosa fosse la felicità,
finché non ho incontrato te... non sapevo che cosa fosse
l'amore, finché non ho incontrato te... Ero un uomo incompleto,
finché non ho incontrato te». Le piaceva l'idea di essere
veramente necessaria al suo eroe immaginario, di essere
apprezzata per qualcosa di più della sua bellezza. Dopo avere
chiesto la sua mano con parole così dolci e convincenti,
come poteva non accettare, lei? E così, con la sorpresa e
l'invidia di tutti a Richmond, in Virginia, si sposavano. Dopo,
portava via in tutta fretta lei e la zia Cornelia nella sua
meravigliosa tenuta fra dolci colline, dove si sarebbe dedicato
a renderle felici, e dove la loro preoccupazione più pressante
sarebbe stata la scelta dell'abito da indossare. L'avrebbe
anche aiutata a ritrovare suo padre, che sarebbe andato a
vivere con loro.
Alla sera giaceva sola nell'oscurità, fantasticando. Non
importava che non avesse la benché minima probabilità di
incontrare un uomo simile o che, se per un caso fantastico avesse
avvicinato davvero un tale esemplare di perfezione, lui
non l'avrebbe degnata neppure di uno sguardo fugace. Al
mattino, si spazzolava energicamente i folti capelli rossi tirandoli
indietro sulla fronte, fermandoli in una crocchia sulla
nuca, e poi usciva per andare a scuola, e nessuno avrebbe mai
saputo che la compita signorina Bromleigh, che era già considerata
una «zitella» dal personale, dalle allieve e dai loro genitori,
nel suo intimo fosse un'incurabile romantica.
Aveva tratto in inganno tutti, compresa se stessa, inducendoli
a pensare che fosse la personificazione della praticità e
dell'efficienza. E ora, come risultato della sconfinata presunzione
di Sheridan, Charise avrebbe passato il resto della sua
vita sposata a un signore qualunque, invece che a un milord,
un uomo che avrebbe potuto renderle la vita profondamente
infelice. Se il padre di Charise fosse sopravvissuto alla tremenda
notizia, senza dubbio avrebbe passato il resto dei suoi
giorni a pensare a come rendere insopportabile la vita di
Sheridan e della zia Cornelia. E la povera e timida Meg, che
era stata la strapazzata cameriera della signorina Charise per
cinque lunghi anni, sarebbe stata certamente cacciata via e
privata di qualsiasi referenza, cosa che avrebbe senza dubbio
distrutto le sue future prospettive di ottenere un posto decente.
E quelle erano le ipotesi migliori.
Tali prospettive si basavano sulla convinzione che Meg e
Sheridan, in qualche maniera, fossero in grado di tornare a
casa. Se Meg aveva ragione, e Sheridan era quasi convinta
che l'avesse, allora Meg avrebbe trascorso il resto della sua
vita in una prigione sotterranea, e Sheridan Bromleigh, l'assennata
e competente Sheridan Bromleigh, sarebbe stata la
sua compagna di cella.
Lacrime di paura e di consapevolezza pungevano gli occhi
di Sheridan, mentre pensava alle calamità che aveva cagionato
e tutto a causa della sua eccessiva fiducia e del suo
sciocco desiderio di vedere la scintillante città di Londra e
l'elegante aristocrazia di cui aveva letto nei suoi romanzi.
Avrebbe dovuto dare ascolto alla zia Cornelia, che per anni
era andata predicandole che anelare a spettacoli così meravigliosi
equivaleva a mirare più in alto della propria condizione
sociale; che l'orgoglio era immorale agli occhi del Signore
quanto la cupidigia e l'accidia; e che la modestia in una
donna era di gran lunga più attraente per un gentiluomo della
pura bellezza.
La zia Cornelia aveva avuto ragione riguardo i due primi
punti, considerò tardivamente Sherry. Aveva tentato di seguire
quei consigli, ma c'era una differenza fondamentale fra
loro due, che aveva reso a Sheridan terribilmente difficile da
accettare quell'invito a non andare in Inghilterra: la zia Cornelia
amava la prevedibilità. Lei adorava i rituali, aveva cara
l'identica routine quotidiana che a volte faceva venire voglia
a Sherry di piangere per la disperazione.

                  CAPITOLO 4.

MENTRE fissava, senza vederla, la povera Meg dall'altra parte
della cabina, Sheridan avrebbe preferito essere a casa a
Richmond, seduta di fronte a sua zia Cornelia nel piccolo appartamento
di tre stanze che dividevano, a godersi una teiera
colma di tè tiepido, e a pensare a un'intera vita di tè tiepido e
di noia.
Ma se Meg avesse avuto ragione a proposito delle leggi
inglesi... allora Sheridan non sarebbe mai più tornata a casa
non avrebbe più rivisto sua zia, e quel pensiero la sconvolse.
Sei anni prima, quando era andata a vivere con la sorella
maggiore di sua madre, la prospettiva di non rivedere mai
più Cornelia Faraday avrebbe reso Sheridan sicuramente felice,
ma suo padre non le aveva dato scelta. Fino ad allora,
l'aveva lasciata viaggiare con lui su di un carro carico di
merci d'ogni specie, dalle pellicce e dai profumi alle pentole
di ferro e ai forconi, articoli di lusso e oggetti necessari che
vendeva o barattava nelle fattorie e nelle casupole che incontravano
lungo il loro itinerario.
Il loro «itinerario» era qualunque bivio sulla strada che
andasse loro a genio quando vi si imbattevano, e che di solito
li portava a sud, lungo la costa orientale, d'inverno, e a
nord, d'estate. Talvolta, svoltavano a ovest quando un tramonto
particolarmente bello li attirava in quella direzione,
oppure svoltavano a sudovest per seguire un torrente gorgogliante.
Durante l'inverno, c'era sempre un contadino o un
negoziante a cui occorrevano un paio di mani volenterose in
più, e suo padre, di origine irlandese, barattava il proprio lavoro
per un po' di ospitalità.
Così, quando Sheridan ebbe dodici anni, poteva dire di avere
dormito su qualunque cosa, da una coperta sul fieno a
un letto di piume, in una casa abitata da donnine allegre che
indossavano vivaci abiti di seta, con scollature così profonde
che il loro petto sembrava correre il pericolo di traboccare.
Ma sia che la padrona del loro alloggio fosse la robusta moglie
di un contadino, quella dal volto austero di un predicatore
o una signora in abito di seta porpora bordato di piume
nere, le loro ospiti quasi sempre finivano con l'infatuarsi di
Patrick e con l'essere premurose e materne con Sheridan.
Affascinate dal pronto sorriso di quell'uomo, dalla sua immancabile
cortesia e dalla sua disponibilità a lavorare sodo e
a lungo per il vitto e l'alloggio, le signore cominciavano presto
a cucinargli delle porzioni eccezionalmente abbondanti,
a preparargli i suoi dolci preferiti e a offrirsi spontaneamente
di aggiustargli gli abiti.
La loro buona volontà andava anche a beneficio di Sherry.
La canzonavano affettuosamente per la sua zazzera di capelli
di un rosso vivace e ridevano quando suo padre si riferiva
a lei come alla sua «carotina». Quando se ne andavano,
le davano ritagli di tessuto o degli aghi preziosi, in maniera
che potesse cucire una nuova coperta o degli abiti per la sua
bambola, Amanda, e le dicevano addio con un bacio, sussurrandole
che sarebbe diventata molto bella, un giorno, e
Sheridan rideva perché sapeva che era «impossibile» che lo
pensassero. Poi restavano a guardare Sheridan e il suo papà
allontanarsi sul carro, agitando la mano in segno di saluto e
gridando loro «Buon viaggio» e «Tornate presto».
A volte, le persone presso cui alloggiavano accennavano
al fatto che Patrick avrebbe dovuto restare a corteggiare una
delle loro figlie, oppure una del vicinato, e il sorriso rimaneva
sul bel volto irlandese, ma gli occhi gli si oscuravano
mentre diceva: «Vi ringrazio, ma no! Sarebbe bigamia, dal
momento che la mamma di Sheridan è ancora viva nel mio
cuore».
L'accenno alla mamma di Sheridan era l'unica cosa che
riuscisse a offuscare il sorriso nei suoi occhi, e Sherry si faceva
sempre tesa finché lui non tornava di nuovo se stesso.
Per mesi, dopo che la mamma e il fratellino erano morti a
causa di una forma di dissenteria, suo padre si era comportato
come un estraneo silenzioso che stava seduto accanto al
fuoco nella loro piccola baracca a bere whisky, ignorando il
raccolto che si stava seccando nel campo, e senza pensare
alla semina successiva. Non parlava, non si radeva, quasi
non mangiava, e non sembrava curarsi neanche del fatto che
il loro mulo morisse di fame. Sheridan, che a quell'epoca
aveva sei anni ed era abituata ad aiutare la mamma, aveva
tentato di sostituirla nelle faccende domestiche.
Patrick sembrava ignorare tanto gli sforzi di Sheridan,
quanto i suoi fallimenti e il suo dolore. Poi, un fatidico giorno,
la bambina si ustionò il braccio e bruciò le uova che stava
cucinando per lui. Ricacciando indietro le lacrime di dolore
non solo fisico, Sheridan aveva trascinato il bucato giù
al torrente insieme a ciò che restava della lisciva. Quando si
era inginocchiata sulla riva per immergere con delicatezza
nell'acqua la camicia di flanella di suo padre, le erano tornati
in mente felici ricordi legati a quel luogo. Aveva ripensato
alla maniera in cui la mamma canticchiava facendo il bucato
in quello stesso punto, mentre Sheridan sorvegliava il bagno
del piccolo Jamie. Aveva ricordato come il fratellino era solito
sedere nell'acqua farfugliando felice, le mani paffute che
colpivano l'acqua con vivacità. La mamma amava cantare, e
aveva insegnato a Sheridan delle canzoni inglesi, intonandole
con lei mentre lavoravano. A volte smetteva di cantare, restando
semplicemente ad ascoltare Sheridan, il capo reclinato
da un lato, e uno strano e orgoglioso sorriso sul volto. Spesso
stringeva Sheridan in un forte abbraccio, e diceva cose
meravigliose, come: «La tua voce è molto dolce, e molto
speciale, proprio come te».
Il ricordo di quei giorni idilliaci aveva fatto dolere gli occhi
di Sheridan, mentre stava inginocchiata al torrente. Le
parole della canzone preferita della mamma le ronzavano
nella mente, insieme al ricordo di lei che sorrideva, prima a
suo fratello Jamie, mentre lui ridacchiava e faceva schizzare
l'acqua, e poi a Sheridan, che stava bagnandosi anch'essa
come al solito. «Cantaci qualcosa», diceva. «Canta per noi,
angelo...»
Sheridan tentò di obbedire alla richiesta ricordata, ma la
sua voce si spezzò e gli occhi le si inondarono di lacrime. Le
asciugò sfregandosi gli occhi con i polsi, solo per scoprire
che la camicia di suo padre stava galleggiando lungo la corrente,
già fuori della sua portata, e allora Sheridan sentì di
avere perso la battaglia che aveva ingaggiato con se stessa
nel tentativo di dimostrarsi coraggiosa e adulta. Tirandosi le
ginocchia contro il petto, affondò il volto nel grembiule di
sua madre e si mise a singhiozzare per il dolore e l'angoscia.
Circondata dai fiori di campo estivi e dal profumo dell'erba
fresca, si dondolò avanti e indietro, piangendo finché non le
fece male la gola e le sue parole non furono che una cantilena
rauca appena bisbigliata. «Mamma», disse piangendo,
«mi manchi, mi manchi. Mi manca Jamie. Ti prego, torna da
papà e da me. Ti prego, torna, ti prego torna, ti prego, non
posso farcela da sola, mamma, non posso farcela. Non posso,
non posso...»
La sua litania di dolore era stata interrotta all'improvviso
dalla voce di suo padre, non la voce sorda, senza vita, e spaventosamente
estranea che aveva da mesi, ma quella di una
volta, ora anch'essa rauca per l'angoscia e la commozione.
Chinandosi verso di lei, l'aveva presa fra le braccia. «Non
posso farcela neppure io, da solo», disse, cullandola stretta
contro di sé. «Ma scommetto che potremo farcela insieme,
tesoro.»
Più tardi, dopo averle asciugato le lacrime, aveva chiesto:
«Ti farebbe piacere andartene di qui e viaggiare, solo tu e io?
Trasformeremo ogni giorno in un'avventura. Un tempo, vivevo
delle grandi avventure. E' così che ho incontrato tua madre,
allora mi trovavo in Inghilterra, a Sherwyn's Glen. Un
giorno, ci torneremo, tu e io. Solo, non nelle condizioni in
cui tua mamma e io siamo partiti. Questa volta, torneremo in
grande stile».
Prima di morire la mamma di Sheridan aveva parlato con
nostalgia del pittoresco villaggio natio in Inghilterra, della
sua magnifica campagna, delle sue stradicciole fiancheggiate
dagli alberi e delle danze a cui aveva partecipato nelle sale
da ballo di laggiù. Aveva addirittura chiamato Sheridan
con il nome di un tipo di rose ornamentali, una varietà particolare
di rosa rossa che, diceva, fioriva in gaia profusione
lungo la staccionata bianca che circondava la canonica.
Il desiderio del padre di Sheridan di tornare a Sherwyn's
Glen si era manifestato dopo la morte di sua madre. Ciò che
aveva reso per molto tempo perplessa Sheridan, tuttavia, era
esattamente il perché suo padre desiderasse così intensamente
tornarci, dal momento che l'uomo più importante del
villaggio, il giudice Faraday, sembrava essere un mostro di
malvagità e orgoglio che spadroneggiava su tutti e che non
si era dimostrato affatto un buon vicino quando Patrick aveva
costruito la sua tenuta proprio accanto alla sua casa.
Sheridan sapeva che suo padre aveva incontrato Faraday
per la prima volta quando gli aveva portato un cavallo di
gran valore dall'Irlanda, che il giudice aveva acquistato per
sua figlia e sapeva anche che, non avendo più parenti stretti
viventi in Irlanda, suo padre aveva deciso di rimanere a lavorare
per il giudice come stalliere e addestratore di cavalli. Ma
solo a undici anni la bambina aveva scoperto che l'odioso,
insensibile, arrogante giudice Faraday era in realtà il padre di
sua madre !
Si era sempre chiesta perché suo padre avesse portato via
la mamma dal suo adorato villaggio, facendola sparire in
America con la sorella maggiore, che poi si era sistemata a
Richmond, rifiutandosi di muoversi di un solo passo. Le era
sempre sembrato un po' strano che l'unica cosa che avessero
portato con loro, oltre agli abiti che indossavano e a una
piccola somma di denaro, fosse un cavallo di nome Traguardo,
un cavallo che la mamma aveva amato al punto da portarlo
con sé, pagando per la sua traversata in nave, e che tuttavia
era stato venduto poco dopo il loro arrivo in America.
Nelle rare occasioni in cui i suoi genitori avevano parlato
della loro partenza dall'Inghilterra, le era sembrata in un certo
senso affrettata e anche piuttosto triste, ma Sheridan non
riusciva a immaginare perché si fosse svolta in quella maniera.
Sfortunatamente, suo padre si mostrava pervicacemente
contrario a soddisfare le sue domande su quell'argomento, il
che non le lasciava altra scelta che tenere a freno la propria
curiosità e aspettare finché non avessero costruito la loro tenuta
a Shervyn's Glen, in modo da poterlo scoprire da sola.
Per quanto ne sapeva, suo padre intendeva raggiungere il
proprio scopo giocando a carte e a dadi, e risparmiando tutto
il denaro che potevano. «Tutto ciò che mi occorre, tesoro»,
diceva con un largo sorriso, «è solo una lunga serie di mani
fortunate al tavolo giusto. Ne ho avuta qualcuna ai miei tempi,
e il mio momento sta di nuovo per arrivare. Lo sento.»
Poiché non le mentiva mai, anche Sherry ne era convinta.
E così, viaggiarono insieme, parlando fra loro di argomenti
terreni quali le abitudini delle formiche, ed elevati come la
creazione dell'universo. Ad alcune persone, il loro stile di
vita vagabondo doveva essere sembrato bizzarro. All'inizio,
era sembrato così anche a Sherrs, strano e spaventoso, ma
presto era arrivata ad amarlo. Prima di lasciare la loro fattoria,
aveva pensato veramente che tutto il vasto mondo somigliasse
esattamente al loro piccolo appezzamento di campo,
e che non esistesse quasi nessuno al di là dei suoi confini.
Ora, aveva nuove cose da scoprire dietro a ogni curva della
strada, e la lieta prospettiva di incontrare persone interessanti
che andavano nella loro stessa direzione.
Da loro Sheridan apprese storie meravigliose di luoghi
lontani, di usanze sorprendenti e di strane esistenze. E poiché
lei trattava tutti come faceva suo padre, amichevolmente,
con cortesia e interesse, molti di loro sceglievano di accompagnarsi
al carro dei Bromleigh per giorni interi, o anche
per settimane. Lungo il cammino, Sheridan apprese anche
dell'altro: Ezekiel e Mary, una coppia dalla pelle simile
al carbone liscio e luccicante, e dal sorriso timido, le raccontarono
di un luogo chiamato Africa, dove erano stati chiamati
diversamente, e le insegnarono una cantilena strana e
ritmica che non era proprio una canzone, e tuttavia le sollevava
e stimolava lo spirito.
Un anno dopo che Mary ed Ezekiel se n'erano andati per
la loro strada in un grigio giorno d'inverno, dietro a una curva
del sentiero apparve loro un indiano dai capelli bianchi e
dalla pelle segnata e raggrinzita come cuoio essiccato, in groppa
a un magnifico cavallo pezzato, giovane ed energico quanto
il suo cavaliere era vecchio e stanco. Dopo molti cenni di
incoraggiamento da parte del padre di Sheridan, questi aveva
legato il cavallo sul retro del carro, era salito a bordo, e in risposta
alla domanda che gli era stata rivolta aveva detto di
chiamarsi Cane che Dorme. Quella sera, seduti accanto al
fuoco del loro campo, rispose alle domande di Sheridan sui
canti degli indiani dandone una strana dimostrazione che
sembrava consistere in suoni gutturali accompagnati dal battito
del palmo delle mani sulle ginocchia. Sembrava così strana
e priva di melodia che Sheridan dovette trattenere un sorriso,
per paura di ferire i suoi sentimenti, e anche allora lui
sembrò avvertire il suo divertito sconcerto. Si interruppe bruscamente,
e socchiuse gli occhi. «Adesso», disse, con la sua
voce rude e autoritaria, «'tu' canta canzone.»
Ormai, Sheridan era abituata a stare seduta intorno al fuoco
dei bivacchi a cantare con degli sconosciuti, così come a
parlare con loro, e cantò una canzone irlandese che suo padre
le aveva insegnato, che narrava di un giovane che aveva perso
il suo amore. Quando arrivò alla strofa del giovane che
piangeva nel suo cuore per la bella innamorata, Cane che
Dorme emise un suono soffocato in gola a metà strada fra lo
sbuffo e la risata. Un rapido sguardo dall'altra parte del fuoco
alla sua espressione sgomenta le provò che la sua supposizione
era esatta, e questa volta fu Sheridan a interrompersi a
metà di una nota.
«Piangere», la informò l'indiano, in un tono altero e superiore,
puntando un dito verso di lei, «è cosa da donne.»
«Oh», disse lei, mortificata. «Immagino che gli uomini irlandesi
siano ben diversi, perché la canzone dice che piangono,
e me l'ha insegnata papà, e lui è irlandese.» Guardò
suo padre alla ricerca di una conferma, e disse esitante: «Gli
uomini del vecchio continente piangono, vero, papà?»
Lui le lanciò un'occhiata divertita mentre gettava nel fuoco
i residui del suo caffè, e disse: «Ebbene, tesoro, se dicessi
di sì, e il signor Cane che Dorme ci lasciasse pensando che
l'Irlanda è un luogo triste, pieno di giovanotti afflitti, che si
sciolgono tutti in lacrime e mostrano apertamente i propri
sentimenti? Non sarebbe una bella cosa, non credi? E tuttavia,
se dicessi che non piangono, allora tu potresti finire per
credere che la canzone e io abbiamo mentito, e neppure questo
sarebbe bello.» Con una strizzatina d'occhi di complicità,
terminò: «E se dicessi che hai ricordato male la canzone, e
che in realtà sono altri gli uomini che piangono?»
Aveva formulato l'intero discorso come se facesse parte
del loro passatempo preferito che iniziava sempre con «E
se...», un gioco che avevano inventato loro, e in cui si erano
cimentati spesso durante i tre anni in cui avevano viaggiato
insieme: l'obiettivo era di trovare sempre la migliore soluzione
nel minor tempo possibile.
Sheridan aggrottò le sopracciglia per un istante, riflettendo,
poi annunciò la sua soluzione con un'allegra risatina.
«Penso che sarebbe meglio che tu facessi finta di avere qualcosa
da fare in questo preciso momento, così non dovresti rispondere
alla domanda. Qualunque cosa tu dica, ti farebbe
finire senz'altro nei guai.»
«Hai ragione», disse lui ridendo, poi seguì il suo consiglio
dopo avere augurato educatamente a Cane che Dorme la
buonanotte.
L'allegro scambio di battute non ottenne neppure l'ombra
di un sorriso da parte dello stoico indiano, che si limitò a lanciare
una lunga e intensa occhiata a Sheridan, poi si tirò in
piedi e svanì nei boschi per la notte, senza dire una parola.
Il mattino seguente Cane che Dorme le offrì di cavalcare
il suo cavallo, un onore che Sheridan sospettava che derivasse
dal suo desiderio di viaggiare più comodamente sul carro
senza doverlo veramente ammettere, salvando così la faccia.
Sheridan, che non aveva mai cavalcato altro animale che il
vecchio cavallo dalla schiena troppo insellata che tirava il
loro carro, guardò il magnifico e focoso animale con un po'
di eccitazione e molto timore. Stava per rifiutare, quando
colse l'espressione di sfida sul volto dell'indiano. Cercando
di conferire un tono dispiaciuto alla sua voce, gli fece notare
che non avevano una sella. Cane che Dorme le lanciò un'altra
delle sue occhiate altere e sprezzanti, informandola che le
fanciulle indiane cavalcavano senza sella e a cavalcioni.
Il suo sguardo impassibile, unito alla sensazione che sapesse
che lei aveva paura, fu più di quanto Sheridan potesse
sopportare. Disposta a rischiare la vita e l'uso degli arti piuttosto
di dargli un motivo per avere una scarsa opinione di
lei, e anche di tutti i bambini irlandesi, si diresse verso di lui
e prese le briglie del cavallo dalla sua mano. Lui non si offrì
di aiutarla a montare, così Sheridan condusse il cavallo accanto
al carro, vi salì sopra, e poi passò diversi minuti a tentare
di far avvicinare il cavallo abbastanza da poter ruotare
la gamba sopra il suo dorso e montarvici sopra.
Una volta in groppa, avrebbe voluto non averlo fatto. Dall'alto
il suolo sembrava assai lontano e molto, molto, duro.
Furono cinque le cadute di quel giorno, e ogni volta le sembrò
di sentire l'indiano e il suo cavallo ridere di lei. Mentre
si accingeva a montare per la sesta volta, era così furiosa e
così indolenzita che diede uno strattone alle redini, afferrò
un orecchio del cavallo chiamandolo demonio, poi si issò
sul suo dorso e prese rabbiosamente il comando della cavalcatura.
Le occorsero diversi minuti prima di realizzare che i
cavalli indiani apparentemente rispondevano meglio alle maniere
dure, piuttosto che a quelle dolci, perché l'animale smise
di scartare e di imbizzarrirsi, e si calmò in un leggero
trotto.
Quella sera, mentre stava seduta accanto al fuoco del bivacco
a guardare suo padre che preparava la cena, cambiò
posizione per dare sollievo al suo didietro indolenzito, e inavvertitamente
incontrò lo sguardo di Cane che Dorme, cosa
che stava evitando da quando aveva legato di nuovo il cavallo
al carro, quella mattina. Invece di fare delle osservazioni
apertamente imbarazzanti sulla sua mancanza di abilità nel
cavalcare, paragonandola a una ragazza indiana, Cane che
Dorme la guardò fissa nella luce guizzante del fuoco e le
fece una domanda del tutto incoerente: «Che cosa significa
il tuo nome?»
«Che cosa significa il mio nome?» ripeté lei, dopo un attimo
di riflessione.
Quando lui annuì, Sheridan gli spiegò che era stata chiamata
con il nome di un fiore che cresceva nel paese di sua
madre, in Inghilterra, un luogo al di là del mare. Lui emise
un grugnito di disapprovazione e Sheridan ne rimase talmente
sorpresa, che disse: «Ebbene, allora, quale dovrebbe essere
il mio nome?»
«Tu non fiore», disse l'indiano, studiando il suo volto
lentigginoso e i capelli ribelli. «Tu fuoco. Fiamme. Vampe
brillanti»
«Che cosa? Oh!» disse Sheridan ridendo, quando cominciò
a capire. «Vuoi dire che i miei capelli sembrano in fiamme
a causa del loro colore?» Nonostante la riservatezza dell'indiano,
la sua parlata brusca e il cavallo maleducato, Sherry
era, come al solito, istintivamente amichevole, inguaribilmente
curiosa e incapace di nutrire rancore per più di un'ora.
«Mio padre mi chiama "Pel di Carota" a causa dei miei capelli»,
gli disse con un sorriso.
«Gli uomini bianchi non sono bravi come gli indiani nel
dare nomi.»
Trattenendosi educatamente dal fargli notare che ricevere
il nome di un cane non era esattamente preferibile all'essere
classificata come un vegetale, Sheridan chiese: «Che genere
di nome mi darebbe un indiano?»
«Capelli di Fuoco», annunciò lui. «Se tu maschio, tuo nome
sarebbe "Saggio per gli Anni".»
«Che cosa?» chiese Sheridan, con aria confusa.
«Tu già saggia», chiarì lui, impacciato. «Saggia, ma non
vecchia. Giovane.»
«Oh, mi piace essere chiamata saggia!» esclamò Sheridan,
ribaltando all'istante il suo precedente giudizio e decidendo
che l'indiano le piaceva molto. «Saggia per gli Anni», ripeté,
lanciando un'occhiata felice al suo divertito padre.
«Tu, ragazza», la contraddisse lui, smorzando la sua allegria
con arroganza maschile. «Ragazze, non sagge. Ti chiamerò
'Capelli di Fuoco'.»
Sheridan decise che l'uomo le piaceva comunque e che
non avrebbe replicato, indignata, che per suo padre lei era
davvero molto intelligente, contrariamente alla sua opinione.
«Capelli di Fuoco è un nome molto bello», disse, invece.
Allora lui sorrise per la prima volta, un sorriso che lo ringiovanì
di molto e da cui trapelò che era consapevole del
fatto che Sherry avesse cercato di controllarsi di fronte alla
sua provocazione. «Tu Saggia per gli Anni», disse lui, il sorriso
che si allargava mentre guardava suo padre, e annuiva.
Suo padre ricambiò il cenno del capo in segno di approvazione,
e Sheridan decise, come faceva spesso, che la vita
era davvero meravigliosamente divertente, e che per quanto
diverse sembrassero le persone all'apparenza, dentro erano
pressoché uguali. Amavano ridere, parlare e sognare... e
pretendevano di essere sempre coraggiose, di non soffrire
mai, e che il dolore durasse solo un momento e svanisse presto
come il cattivo umore. Cosa che, di solito, avveniva.

                  CAPITOLO 5.

IL mattino dopo, a colazione, Patrick elogiò la cintura intrecciata
e ornata di perle che Cane che Dorme portava intorno
ai pantaloni in pelle di daino, e scoprì che l'indiano l'aveva
fatta da sé. Nel giro di pochi istanti venne concluso un accordo,
e Cane che Dorme acconsentì a foggiare cinture e
braccialetti per loro, da vendere lungo il percorso.
Con il permesso del nuovo «socio», Sheridan chiamò il
cavallo Corre Veloce e nei giorni che seguirono lo cavalcò
costantemente. Mentre suo padre e Cane che Dorme procedevano
più dignitosamente lungo la strada sul carro, lei li
precedeva al galoppo, poi tornava da loro a tutta velocità, aggrappata
al collo del cavallo, i capelli che ondeggiavano nel
vento e si confondevano con la criniera sventolante del cavallo,
mentre la sua risata echeggiava sotto il luminoso cielo
azzurro. Nello stesso giorno in cui vinse la paura di andare al
galoppo, Sheridan chiese a Cane che Dorme se stesse cominciando
a cavalcare come un ragazzo indiano. Lui la guardò
come se un simile fatto fosse non solo assurdo, ma anche impossibile,
poi gettò il torsolo della mela che stava mangiando
sull'erba di fianco alla strada. «Saggia per gli Anni riesce a
raccogliere quello, in groppa a un cavallo in corsa?»
«Naturalmente no», disse Sherry, sconcertata.
«I ragazzi indiani, sì.»
Nei tre anni che seguirono Sherry imparò a compiere quella
e molte altre prodezze, e Cane che Dorme accolse ognuno
dei suoi successi con un grugnito sbrigativo di approvazione,
seguito da una nuova sfida, apparentemente impossibile, che
prima o poi Sherry avrebbe vinto. Le loro entrate aumentarono,
come risultato dell'abilità artigianale di Cane che Dorme,
e mangiarono molto meglio, come conseguenza della sua destrezza
nella caccia e nella pesca. Se la gente li giudicava
uno strano trio - il vecchio indiano, la ragazzina che portava
pantaloni di pelle di daino e che sapeva cavalcare non soltanto
senza sella e a cavalcioni, ma anche rivolta all'indietro, a
un galoppo sfrenato, e l'amabile e cordiale irlandese che giocava
regolarmente d'azzardo, ma con signorilità Sherry
non lo notò. E non la preoccupava minimamente che suo padre
stesse impiegando così tanto tempo a guadagnare il denaro
necessario a costruire la loro tenuta nel villaggio di
Shervyn's Glen.
Ne accennò a Raphael Benavente, un attraente spagnolo
dagli occhi azzurri sui venticinque anni, qualche giorno dopo
la sua decisione di unirsi alla comitiva lungo la strada
verso Savannah.
«Mia cara», aveva commentato il giovane, ridendo di
cuore. «E' un bene che tu non abbia fretta, perché tuo padre è
un pessimo giocatore. Ero seduto di fronte a lui, l'altra sera,
per una partitina, nella casa da gioco della signora Gertrude,
e Si barava parecchio.»
«Mio padre non barerebbe mai!» protestò lei, balzando in
piedi indignata.
«No, questo lo credo», la rassicurò prontamente lui, afferrandola
per il polso mentre lei si girava di scatto. «Ma non si
accorgeva che gli "altri" stavano barando.»
«Avresti dovuto...» gli occhi le caddero sulla pistola che
lui portava sul fianco, e si arrabbiò ancora di più all'idea che
qualcuno defraudasse suo padre del loro denaro guadagnato
a fatica, «...ucciderli! Sì, ucciderli tutti, ecco che cosa!»
«Questo non potevo farlo, querida», affermò lui, mentre
un lampo divertito gli illuminava di nuovo il volto. «Perché,
vedi, io ero uno dei bari.»
Sheridan liberò il polso con uno strattone. «'Tu' hai barato
con mio padre?»
«No, no», disse lui, facendo un vano sforzo di assumere
un'espressione seria. «Baro soltanto con le persone che barano
con me.»
Come Sheridan venne a sapere in seguito, Raphael era un
esperto giocatore d'azzardo, dopo essere stato, per sua stessa
ammissione, cacciato via dalla tenuta di famiglia nel Messico
come punizione per ciò che definiva le sue «svariate cattive
abitudini».
Sheridan, che aveva cara la sua piccola famiglia, rimase
costernata nello scoprire che dei genitori mandassero davvero
via di casa i propri figli, e ugualmente sgomenta al pensiero
che Raphael potesse avere commesso un'azione così
orribile da giustificare un simile provvedimento. Quando affrontò
con circospezione l'argomento con suo padre, lui le
circondò le spalle con un braccio per rassicurarla, e le disse
che Raphael gli aveva spiegato la vera ragione per cui era
stato allontanato dalla sua famiglia, e che questo aveva qualcosa
a che fare con un interesse eccessivo per una signora
che, sfortunatamente, era già sposata.
Sheridan accettò quella spiegazione senza ulteriori domande,
non solo perché suo padre era sempre molto attento
al carattere di qualsiasi uomo cui veniva permesso di viaggiare
con loro per un periodo di tempo prolungato, ma anche
perché voleva pensare il meglio di Raphael. Benché avesse
solo undici anni, Sherry era sicura che Raphael Benavente
fosse l'uomo più attraente e affascinante che avesse mai visto,
a eccezione di suo padre, naturalmente.
Lui le raccontava delle storie meravigliose, la canzonava
per le sue spavalderie, e le diceva che un giorno sarebbe diventata
una donna molto, molto bella Le diceva che aveva
gli occhi freddi come grigie nuvole tempestose, e che Dio
glieli aveva dati per intonarli al fuoco dei suoi capelli. Fino
a quel momento, Sheridan non si era preoccupata minimamente
del proprio aspetto, ma sperava sinceramente che le
previsioni di Raphael fossero giuste, e che restasse nei paraggi
per poterlo constatare lui stesso. Fino ad allora, si accontentava
di bearsi della sua compagnia, e di venire trattata
come una bambina.
Diversamente dalla maggior parte dei viaggiatori che incontravano,
Rafe sembrava aver sempre molto denaro, e nessuna
destinazione o traguardo particolare in mente. Giocava
d'azzardo più sovente di quanto non facesse suo padre, e
spendeva le sue vincite a piacimento. Un giorno, dopo avere
montato il loro campo ai margini della città di Savannah, in
Georgia, Rafe sparì per quattro giorni e quattro notti. Quando
ricomparve il quinto giorno, puzzava di profumo e di
whisky. Basandosi sui frammenti di una conversazione udita
per caso l'anno precedente fra un gruppo di donne dirette nel
Missouri con i loro mariti in una piccola carovana, Sherry
concluse che le condizioni di Rafe provavano che era stato in
compagnia di una «prostituta». Benché lei avesse un'idea
vaga di che cosa questa parola significasse, sempre da quella
famosa conversazione aveva intuito che si trattava di una
donna che non era rispettabile, e che possedeva una specie di
potere perverso di «allontanare gli uomini dalla retta via».
Benché Sheridan non sapesse esattamente che cosa facesse
una donna per perdere la rispettabilità intuiva Però abbastanza
Per reagire d'impulso.
Quando Rafe tornò, quel giorno, con la barba lunga e con
addosso l'odore del peccato, Sheridan era in ginocchio e stava
pregando impacciata per la sua Salvezza, spaventata Per
ciò che potesse essergli successo. Nel giro di pochi istanti,
Passò dalla paura all'indignata gelosia e Si mostrò fredda e
arrabbiata per il tempo record di un giorno intero. Quando le
sue moine non riuscirono ad addolcirla Rafe Si strinse nelle
spalle con rassegnazione, ma la sera dopo entrò gironzolando
nel loro accampamento con un sorriso malizioso Sul volto
e una chitarra in mano. Fingendo di ignorarla si Sedette
accanto al fuoco di fronte a lei, e cominciò a suonare.
Sherry aveva Sentito suonare la chitarra altre Volte ma
mai alla maniera di Rafe. Sotto le sue agili dita, le corde vibravano
con uno strano ritmo pulsante che le faceva battere
il cuore più in fretta, e muovere le dita dei piedi negli stivali
al tempo della musica. Poi, all'improvviso, il ritmo cambiò,
e la musica divenne incredibilmente malinconica e così triste
Che la chitarra stessa Sembrava commuoversi. La terza
melodia che suonò era allegra e spensierata, e lui la guardò
attraverso il fuoco, le Strizzò leggermente l'occhio e cominciò
a cantare le parole che accompagnavano la canzone come
se fossero rivolte a lei. Raccontavano la storia di un uomo
stolto che non aveva apprezzato le cose che aveva, e la donna
che lo amava, finché non aveva perso tutto. Prima che
Sherry potesse reagire alla sorpresa, e alle possibilità implicate
in quelle parole, Rafe cominciò a suonare un'altra melodia,
bella e dolce una canzone che lei conosceva. «Canta
con me, querida», disse lui in tono leggero.
Cantare, era uno dei passatempi Preferiti per molta gente
in viaggio, incluso il gruppo Bromleigh, tuttavia quella sera Sherry Si Sentiva
 stranamente timida e imbarazzata per
chiudere gli occhi e di costringersi a pensare solo alla musica,
al cielo e alla notte. Cantarono assieme, la voce profonda
da baritono di Rafe che faceva da contrappunto alle note più
alte di Sheridan.
Diversi minuti più tardi, lei aprì gli occhi al suono di un
applauso e rimase stupita di vedere che un piccolo gruppo
di campeggiatori che stava dall'altra parte della strada, era
venuto ad ascoltarla.
Fu la prima di molte, molte sere in cui lei Cantò mentre
Rafe suonava, e una folla si radunava ad ascoltare. Nei mesi
che seguirono Rafe le insegnò a suonare la chitarra, anche se
non imparò mai a suonare bene come lui, e le insegnò lo
spagnolo che parlò presto quasi bene quanto lui, e poi l'italiano
che nessuno dei due parlava molto bene. su richiesta
di Sherry, Rafe tenne d'occhio le persone con cui suo padre
giocava, e le Sue vincite cominciarono ad aumentare.
L'unica persona che sembrasse insoddisfatta della presenza
di Rafe era cane che dorme, che guardava l'altro uomo
con aperta disapprovazione e alle sue domande rispondeva
al massimo con un grugnito. Sherry divenne piuttosto scostante,
e quando lei con aria triste Chiese il consiglio di suo
padre sull'argomento, lui disse che probabilmente Cane che
dorme si sentiva addolorato perché lei non passava più tanto
tempo a parlare con lui come aveva fatto prima che Rafe
si unisse a loro. Dopodiché, Sherry si fece un punto d'onore
di chiedere Sempre il consiglio dell'indiano e di viaggiare
accanto a lui sul carro più spesso di quanto cavalcasse accanto
a Rafe.
La giovialità e l'armonia tornarono a regnare nella Piccola
comitiva, e sembrava che tutto fosse perfetto e potesse durare
per sempre... finché suo padre non decise di fare visita
alla sorella zitella di sua mamma, a Richmond, In Virginia.

                  CAPITOLO 6.

SHERIDAN, che si era sentita citata all'idea di incontrare
l'unica altra sua parente vivente, si trovò a disagio nella casetta
soffocante di zia Cornelia, e terrorizzata di poter rompere
uno dei suoi fragili soprammobili o di sporcare quegli
ornamenti simili a fazzoletti di pizzo che sembravano ricoprire
ogni superficie disponibile. Nonostante facesse del suo
meglio, Sherry aveva l'orribile sensazione di non Piacere
molto alla zia, e che la donna disapprovasse tutto ciò che la
riguardava. Quel sospetto venne confermato da una mortificante
conversazione che udì per caso fra sua zia e suo padre,
solo due giorni dopo il loro arrivo. Sherry era seduta sopra
uno sgabello a guardare le strade della città dalla finestra,
quando delle voci in sordina provenienti dalla stanza accanto
la fecero voltare, sorpresa e incuriosita, nel sentir pronunciare
il suo nome.
Si alzò in piedi, e scansando i mobili si diresse alla porta,
appoggiandovi poi sopra l'orecchio. Nel giro di pochi istanti
capì che i suoi sospetti erano fondati. La zia Cornelia, che insegnava
portamento in una esclusiva scuola per signorine,
non era per nulla soddisfatta di Sheridan Bromleigh, e stava
facendo le sue rimostranze a suo padre proprio a quel riguardo.
«Dovresti vergognarti per come hai allevato quella bambina»,
sbraitava la zia Cornelia in tono sprezzante e irrispettoso
che, normalmente, il padre di Sheridan non avrebbe tollerato
da nessuno, e tantomeno sopportato in silenzio come
sembrava fare ora. «Non sa leggere, non sa scrivere, e quando
le ho chiesto se conosceva le preghiere, mi ha informata
che lei non "approvava troppe genuflessioni". Poi mi ha informata,
e cito le sue testuali parole, che "il Signore probabilmente
non ama ascoltare i predicatori che tuonano sulla Bibbia,
più di quanto non gli piacciano le prostitute che allontanano
gli uomini dalla via dell'onestà e della rettitudine".»
«Suvvia, Cornelia...» cominciò suo padre, con una nota
nella voce che sembrava quasi una risata trattenuta. Anche
Cornelia Faraday evidentemente pensò che sembrasse una
risata, perché venne subito assalita da quella che Rafe chiamava
un attacco di furia indemoniata.
«Non cercare di raggirarmi con il tuo fascino fasullo, tu...
furfante. Hai convinto mia sorella a sposarti e a scarpinare in
giro per mezzo mondo, con i tuoi discorsi fantasiosi su di una
nuova vita in America, e non mi perdonerò mai per non avere
tentato di fermarla. Peggio ancora, sono venuta con voi!
Ma questa volta non starò a guardare in silenzio, non tollero
di vedere trasformata l'unica figlia di mia sorella in uno...
uno zimbello! Quella ragazza, che è quasi grande abbastanza
per sposarsi, non si comporta come una ragazza; non lo sembra
neppure. Dubito che sappia di esserlo! Non indossa mai
altro che pantaloni e stivali, è abbronzata come una selvaggia,
e impreca come una pagana. Le sue maniere sono deplorevoli,
è oltraggiosamente schietta, ha i capelli incolti, e non
conosce il significato della parola "femminilità". Mi ha annunciato,
con aria sfrontata, che non le interessa sposarsi per
ora, ma che le "piace" un tipo di nome Raphael Benavente, e
che probabilmente "gli" chiederà di sposarla, un giorno.
Quella signorina... e nel caso di Sheridan uso questo termine
in maniera assai impropria... intende davvero proporre lei
stessa il matrimonio a un uomo! Inoltre anche il soggetto di
sua scelta non è di meglio: apparentemente è un vagabondo
spagnolo che, mi ha informato orgogliosamente lei, conosce
tutto ciò che conta, incluso come barare al gioco! Ebbene...»
concluse la zia Cornelia in un tono sempre più alto di irato
trionfo, «...ti sfido a cercare di giustificare tutto questo!»
Sherry trattenne il fiato, aspettando quasi divertita che suo
padre desse il via a un'arringa in sua difesa, in risposta a
quella donna odiosa e dall'aria bisbetica che era entrata subdolamente
in confidenza per poi ritorcere contro di lei la sua
stessa sincerità.
«Sherry non impreca!» ribatté suo padre un po' debolmente,
ma almeno sembrava che il suo malumore stesse cominciando
a raggiungere il punto di guardia.
La zia Cornelia non si lasciò intimidire come accadeva ad
altri, quando Patrick Bromleigh, alla fine, perdeva la pazienza.
«Oh, ma certo che lo fa!» ribatté lei con impeto. «Questa
mattina, ha urtato il gomito, e ha imprecato! L'ho sentita io
stessa!»
«Davvero?» disse Patrick, strascicando pericolosamente
le parole. «E che cosa ha detto?»
«Dio mio! E' una bestemmia!»
«E' solo un'invocazione», sostenne Patrick, ma improvvisamente
sembrò colpevole e non molto convincente mentre
aggiungeva: «Evidentemente si stava esercitando con qualcuna
di quelle preghiere che stando alle tue parole affannate
non recita mai!» Sherry si chinò, avvicinando un occhio al
buco della serratura. Suo padre aveva le guance arrossate, o
per l'imbarazzo, o per l'ira, e teneva i pugni serrati lungo i
fianchi, ma la zia Cornelia gli stava dritta di fronte, fredda e
impassibile come pietra.
«Questo dimostra quanto poco tu sappia a proposito di
preghiere, o di tua figlia», ribatté lei bruscamente, con disprezzo.
«Rabbrividisco pensando al genere di persone che
le hai permesso di frequentare, ma so con certezza che l'hai
lasciata assistere al gioco d'azzardo, che hanno bestemmiato
in sua presenza, e che tu hai concesso a dei bari dediti all'alcol,
come quel signor Raphael, di vederla vestita in maniera
sconveniente. Dio solo sa che genere di pensieri peccaminosi
avrà suscitato in lui, e in tutti gli altri uomini che l'hanno vista
con quella sua chioma scarmigliata, come una scostumata.
E non ho neppure accennato all'altro suo compagno favorito,
un indiano che dorme con i cani ! Un selvaggio che...»
Sherry vide suo padre serrare le mascelle con furia un attimo
prima che la zia Cornelia nominasse Cane che Dorme, e
per una frazione di secondo temette quasi, e quasi sperò, che
stesse per colpire la donna dritto in un occhio per avere detto
delle cose così abiette. Invece, le si rivolse con voce carica di
disprezzo: «Sei diventata una zitella dall'animo perfido e
maligno, Cornelia, del genere che pretende che tutti gli uomini
siano delle bestie, e che desiderino avidamente ogni
donna che vedono, quando la verità è che sei inacidita perché
nessun uomo ha mai desiderato con passione "te"! E inoltre.
..» terminò, con l'accento irlandese che si faceva più pronunciato
mentre il controllo e la ragionevolezza lo abbandonavano
momentaneamente, «...Sherry può avere quasi quattordici
anni, ma è molto schietta e semplice, e senza petto
quanto te! In effetti, Cornelia, ragazza mia...» concluse con
voce trionfante, «...la povera Sherry sta accennando a diventare
la "tua" immagine. E non c'è liquore a sufficienza sulla
terra del buon Dio da farti desiderare ardentemente da un
uomo, quindi immagino che lei sia abbastanza al sicuro.»
Sbirciando dal buco della serratura, Sheridan capì soltanto
che era appena stata messa a segno una frecciatina contro la
«zitella dall'animo perfido e maligno», e si mise una mano
sulla bocca per soffocare un evviva. Sfortunatamente, la zia
Cornelia non rimase turbata dagli insulti di suo cognato come
Sherry avrebbe voluto. Sollevò il mento, lo guardò dritto
negli occhi, e ribatté con gelido disprezzo: «Penso che ci sia
stato un tempo in cui "tu" non avresti avuto bisogno di liquori,
non è vero, Patrick?»
Sherry non aveva la più pallida idea di che cosa sua zia
intendesse dire. Per un secondo, anche suo padre sembrò interdetto,
poi furioso, e poi... stranamente calmo. «Ben detto,
Cornelia», disse. «Proprio da altezzosa figlia maggiore del
giudice Faraday. Avevo quasi dimenticato che è ciò che eri
un tempo, ma tu no, vero?» La rabbia svanì mentre dava
un'occhiata intorno alla stanzetta tetra; poi scosse il capo,
sorridendo mestamente. «Non importa che tu viva in una casa
a mala pena più grande di un ripostiglio per le scope di
casa Faraday, o che sbarchi il lunario insegnando l'etichetta
alle figlie degli altri, rimani sempre una Faraday, orgogliosa
e altera come tuo padre.»
«Allora, forse ricorderai anche», disse la zia Cornelia in
un tono più calmo, ma inflessibile, «che la madre di Sheridan
era la mia unica sorella. E ti dico sinceramente, Patrick, che
se lei fosse viva e potesse vedere che cosa ne hai fatto di vostra
figlia, ne rimarrebbe inorridita. Anzi...» disse la zia Cornelia
in tono definitivo, «se ne vergognerebbe.»
Dall'altra parte della porta, Sheridan si irrigidì disorientata
per l'ansia. Vergognarsi di lei? Di certo, sua madre non si
sarebbe mai vergognata di lei, non di Sheridan, lei amava
Sheridan. Immagini di sua madre alla fattoria le attraversarono
vorticosamente la mente... la mamma che metteva in
tavola la cena, con indosso un grembiule pulito e inamidato,
i capelli pettinati in una crocchia ordinata sulla nuca... la
mamma che le spazzolava i capelli con lunghi colpi, finché
non crepitavano... la mamma che si chinava più vicina alla
luce mentre cuciva un abitino per Sheridan con ritagli di pizzo
e di cotone che qualcuno aveva scambiato con loro.
Con l'immagine del grembiule inamidato e i capelli lucenti
di sua madre nella mente, Sheridan spalancò le braccia
e abbassò gli occhi per guardarsi. Portava degli stivali da
uomo perché non amava preoccuparsi dei lacci, ed erano
consumati e impolverati. I suoi pantaloni in pelle di daino
erano macchiati, per non dire logori sul sedere; intorno alla
vita, una cintura che Cane che Dorme aveva intrecciato per
lei serviva al duplice scopo di tenerle su i pantaloni e chiusa
la giacca. «Vergognarsi ...»
Involontariamente, si voltò verso il piccolo specchio sopra
il portacatino di sua zia, si avvicinò e cominciò a scrutarsi
il viso e i capelli. L'immagine nello specchio la fece arretrare
allarmata: poi si fermò, sbatté le palpebre e diede una
scrollata con il capo per cacciare quella vista. Per un attimo
rimase immobile, non sapendo assolutamente che cosa fare
per migliorare il proprio aspetto, poi portò le mani alla testa
tentando di passarsi le dita fra la massa arruffata di lunghi
capelli sfacciatamente rossi. Le sue mani si arrestarono, incapaci
di penetrare più di pochi millimetri in quel groviglio,
così tentò di rimediare appoggiando il palmo delle mani sui
lati, e premendovi sopra con forza. Poi, guardinga, si avvicinò
di nuovo allo specchio, e sempre con cautela tolse le
mani. I capelli tornarono subito al loro posto. Non somigliava
minimamente a sua madre. Veramente, non somigliava a
nessuna donna che avesse mai visto, fatto di cui, fino a quel
momento, era stata consapevole e indifferente allo stesso
tempo.
La zia Cornelia aveva detto che era una specie di... «zimbello»,
e ora che Sheridan ci pensava, ultimamente la gente
aveva reagito nei suoi confronti in maniera un po' strana,
specialmente gli uomini. La fissavano con uno sguardo speciale.
Con lussuria? Suo padre evidentemente non lo aveva
notato, ma negli ultimi tempi il petto le si era ingrossato in
misura piuttosto imbarazzante, e a volte si vedeva, per quanto
cercasse di tenere accuratamente chiusa la giacca.
La zia Cornelia aveva detto che aveva l'aria «scostumata».
«Scostumata?» Sheridan aggrottò le sopracciglia, tentando
di ricordare quando e in quale circostanza avesse sentito
usare quella parola. Il termine «scostumata» aveva un qualche
collegamento con le sgualdrine... una donna sfacciata...
Una sfacciata sgualdrina! Proprio così! Era questo lei?
Quel pensiero, inaspettatamente, le fece venire le lacrime
agli occhi. Probabilmente, la zia Cornelia aveva ragione a
proposito di quello e di tutto il resto e, cosa peggiore di tutte,
del fatto che la sua mamma ora, si sarebbe vergognata di lei.
«Vergognata.»
Sheridan era così scioccata che se ne stette lì, come paralizzata.
Qualche minuto più tardi, si rese conto che sua zia
stava chiedendo che Sheridan rimanesse con lei, così da poter
avere una casa e una educazione adeguata, e che suo padre
stava opponendo solo una debole protesta. Quando finalmente
capì, Sheridan balzò in avanti, rovesciando l'inutile
sgabello di sua zia nella fretta, e spalancò la porta. «No, papà,
non farlo! Non lasciarmi qui! Ti prego!»
Lui sembrava tormentato e combattuto, e Sheridan approfittò
della sua indecisione, buttandosi fra le sue braccia. «Ti
prego, porterò gli stivaletti da donna, e sistemerò i miei capelli
disordinati, e tutto il resto, ma non lasciarmi qui.»
«Non fare così, tesoro», furono le uniche sue parole, e
Sherry sentì che stava perdendo la battaglia.
«Voglio venire con te, Rafe e Cane che Dorme! Quello è
il mio posto, qualunque cosa lei dica!»
Sheridan ripeté ancora le stesse cose il mattino dopo,
quando lui se ne andò. «Sarò di ritorno prima che tu te ne renda
conto», disse lui con fermezza. «Rafe è in gamba. Faremo
un mucchio di soldi, e torneremo tutti a prenderti nel giro
di un anno, due al massimo. Per quel giorno, sarai diventata
una donna. Andremo a Sherwyn's Glen, e ci costruiremo
quella splendida casa che ti ho promesso. Vedrai.»
«Non voglio una splendida casa», gridò Sheridan guardando
prima Rafe, che aspettava sulla strada affascinante
come sempre, ma anche insolitamente cupo, e Cane che Dorme,
la cui espressione era enigmatica come di consueto. «Voglio
solo te, Rafe e Cane che Dorme!»
«Tornerò prima che ti accorga che me ne sono andato», le
promise lui, ignorando i suoi singhiozzi e rivolgendole il suo
caldo sorriso irlandese a cui le donne non sapevano resistere.
In un lampo di ispirata adulazione, aggiunse: «Pensa a
come rimarrà colpito Rafe, quando torneremo a prenderti e
tu sarai un'incantevole signorina che indossa le sottane... e
che si comporta come tua zia ti avrà insegnato».
Prima che lei potesse protestare, si districò dalle braccia
di Sheridan che gli si era avvinghiata al collo, si mise il cappello,
arretrò di un passo e guardò Cornelia. «Ti manderò
quel po' di denaro che potrò, per aiutarti.»
Cornelia annuì, come se accettasse la carità di un contadino,
e non disse niente, ma le sue maniere non sembrarono
disturbarlo minimamente.
«Chissà», disse lui con un sorriso malizioso, «potremmo
anche riportarti in Inghilterra con noi. Ti piacerebbe, non è
vero, Cornelia... vivere proprio sotto il naso del giudice
Faraday, e ricevere gli ammiratori in una casa più grande
della sua? Mi sembra di ricordare che il salotto era sempre
pieno dei tuoi damerini.» Con un sorriso beffardo, aggiunse.
«Tuttavia, nessuno di loro era abbastanza per te, vero? Ma
d'altra parte, forse sei migliorata con l'età.»
Sheridan, che stava tentando di respirare lentamente in
maniera da non mettersi a piangere come una bambina, lo
guardò stringersi nelle spalle con indifferenza per il rigido silenzio
di sua zia; poi suo padre si voltò e le diede un rapido e
forte abbraccio. «Scrivimi», lo implorò lei.
«Lo farò», promise lui.
Quando se ne andò, Sherry si voltò lentamente a guardare
il viso inespressivo della donna che aveva causato la rovina
completa della sua vita, e che era rimasta la sua unica parente.
Con gli occhi grigi che andavano colmandosi di lacrime,
Sherry disse con voce molto quieta e chiara: «Io... vorrei
che non fossimo mai venuti qui. Vorrei non averti mai vista!
Ti odio».
Invece di schiaffeggiarla, cosa che Sherry sapeva che era
autorizzata a fare, la zia Cornelia la guardò dritta negli occhi
e disse: «Ne sono certa, Sheridan. E oso dire che mi odierai
ancora di più, prima che tutto questo sia finito. Tuttavia, io
non ti odio affatto. Dunque, possiamo prendere un po' di tè
prima di cominciare le tue lezioni?»
«Odio anche il tè» la informò Sheridan, sollevando il
mento nella maniera più altezzosa possibile e ricambiando
lo sguardo gelido di sua zia Cornelia... atteggiamento che
non soltanto era istintivo, ma anche identico a quello della
donna. Lei notò quella somiglianza, al contrario di Sheridan.
«Non tentare di sconcertarmi fissandomi con quella espressione,
bambina. Ho perfezionato quella stessa tattica molto
prima di te, e ormai ne sono del tutto immune. In Inghilterra
ti sarebbe stato molto utile, come la nipote del giudice
Faraday. Tuttavia, questa è l'America, e noi non siamo più
le orgogliose parenti del giudice. Qui siamo al massimo nobili
decadute. Qui io insegno portamento alle figlie di persone
che un tempo avrei considerato inferiori a me, e sono già
molto fortunata ad avere questo lavoro. Ringrazio il Creatore
di poter avere questa casa confortevole di mia proprietà, e
non guardo indietro al passato. Una Faraday non si lamenta
mai. Ricordatelo. E non rimpiango assolutamente le scelte
della mia vita. Per dirne una, non sono più il burattino di
nessuno. Non mi sveglio più chiedendomi che genere di parapiglia
accadrà oggi, e conduco una vita ordinata, tranquilla
e rispettabile.»
Quando ebbe terminato il discorso fece un passo indietro
e, con quella che poteva sembrare un'aria divertita, osservò
la sua impassibile nipote. «Mia cara, se vuoi riuscire a sfruttare
al meglio quell'espressione di gelida altezzosità, ti raccomando
di guardarmi con un briciolo più di disprezzo... si,
proprio così. E così che avrei fatto io.»
Se Sheridan non fosse stata così disperata e offesa, avrebbe
riso. Con il tempo, imparò a ridere di nuovo, proprio come
apprese il latino e a comportarsi da signora. Sua zia era
un'insegnante inflessibile, decisa a trasmetterle tutto ciò che
lei stessa sapeva, eppure Sheridan capì ben presto che sotto
a quelle rigide maniere c'erano una profonda preoccupazione
per lei e anche dell'affetto.
Sheridan si dimostrò un'allieva intelligente, una volta superato
il suo risentimento. La cultura, scoprì, aiutava ad alleviare
la noia di una vita che non includeva più cavalcate
sfrenate su cavalli pezzati, o il suono sommesso delle corde
di una chitarra, o le risate sotto le stelle. Anche solo scambiare
un'occhiata con un membro dell'altro sesso era segno
di facili costumi e, perciò, proibito. Attaccare discorso con
uno sconosciuto, poi, rasentava il comportamento criminale.
Il canto, si eseguiva solo in chiesa, e mai e poi mai si doveva
accettare una ricompensa di qualsiasi genere per esso. Al posto
delle cose eccitanti da cui un tempo traeva piacere, c'era
la discutibile sfida a imparare a servire il tè, tenendo la teiera
nella giusta angolazione, e a sistemare le proprie posate nel
posto giusto dopo avere pranzato: cose banali, in verità, ma
come diceva la zia Cornelia: «Sapere come comportarsi è il
bene più prezioso, l'unica ricchezza che hai, nelle nostre condizioni».
Il suo ragionamento divenne chiaro quando Sheridan compì
i diciassette anni: vestita con un semplice abito marrone, i
capelli raccolti in un ordinato chignon, tenuto fermo da una
cuffietta che aveva realizzato lei stessa all'uncinetto, la signorina
Sheridan Bromleigh venne presentata alla signora
Adley Raeburn, la direttrice della scuola dove insegnava la
zia Cornelia. La signora Raeburn, che era stata invitata a casa
della zia Cornelia, fissò per una frazione di secondo i capelli
e il volto di Sheridan, una reazione curiosa da parte
della gente di città, che era diventata più marcata negli ultimi
tempi. Appena qualche anno prima, una Sheridan Bromleigh
più giovane, meno educata e serena, avrebbe abbassato
gli occhi imbarazzata sui suoi stivaletti, oppure avrebbe
chiesto alla sconosciuta di dirle che cosa stesse guardando a
bocca aperta.
Ma quella era una nuova Sheridan, una giovane donna
ben consapevole di avere rappresentato un peso dal punto di
vista finanziario. Adesso, era decisa a guadagnarsi uno stipendio,
non solo nell'interesse di sua zia e momentaneamente,
ma per se stessa e per sempre. In città, aveva visto il volto
di una povertà e di una fame che non le era mai capitato di
incontrare in campagna. Ormai, Sheridan era una cittadina,
con tutte le probabilità di restare tale per il resto della sua
vita. Negli ultimi due anni le lettere di suo padre, che all'inizio
riceveva periodicamente, erano cessate del tutto. Non poteva
averla dimenticata lì, era certa di quello, e l'ipotesi che
potesse essere morto era talmente intollerabile da non riuscire
neanche a formularla. Tuttavia non aveva ormai altra scelta
che trovare un sistema per badare a se stessa, convincendosi
che era solo finché lui e Rafe non fossero venuti a prenderla.
Lo ripeté fra sé, mentre la signora Raeburn diceva cortesemente:
«Ho sentito vostra zia parlare molto bene di voi,
signorina Bromleigh».
E Sheridan Bromleigh, che una volta avrebbe cacciato le
mani nella cintura dei pantaloni, ribattendo con brusca ombrosità
di non riuscire a immaginare come sua zia avrebbe
potuto parlare bene di lei, tese invece la mano e rispose con
uguale cortesia: «E io di lei, signora Raeburn».
Ora, mentre si trovava sottocoperta sulla Morning Star,
Sheridan realizzò improvvisamente di rischiare di non rivedere
mai più nessuna delle persone che appartenevano al suo
piccolo mondo; né la zia Cornelia, né le bambine della scuola
o le altre insegnanti che erano diventate sue amiche, e che
si radunavano a casa loro ogni sabato pomeriggio per il tè e
per conversare. Avrebbe potuto non vedere mai più i loro
volti sorridenti O Rafe... o suo padre...
Aveva la bocca secca, e allo stesso tempo delle lacrime
pungenti le bagnarono gli occhi mentre pensava al padre che
avrebbe potuto non rivedere mai più. Quando finalmente sarebbe
apparso a casa della zia Cornelia, ansioso di vederla e
di spiegare le ragioni del suo lungo silenzio, lei non sarebbe
stata lì... Avrebbe potuto non sapere mai che cosa gli era
capitato.
Sheridan chiuse gli occhi, e riuscì quasi a vedere Rafe,
Cane che Dorme e suo padre in piedi nel salotto della zia ad
attenderla. Era stata tutta colpa sua, insistendo per accompagnare
Charise in quel viaggio, e il denaro non era stata l'unica
molla. No davvero. Aveva fantasticato sull'Inghilterra fin
da quando aveva cominciato a leggere quelle storie romantiche
che avevano sviluppato il suo desiderio per l'avventura,
e infiammato una temerarietà che non era riuscita a spegnere
completamente, nonostante gli sforzi diligenti di sua zia, e i
propri...
Bene, di certo stava per vivere un'avventura! Invece di
trovarsi seduta in un'aula, circondata da piccoli visi che
l'ascoltavano con rapita attenzione mentre leggeva una storia
o insegnava loro a camminare dignitosamente, si era cacciata
in un bel pasticcio. Si sentiva intrappolata, inerme, e del tutto
priva del buon senso e del coraggio di cui si era gloriata,
mentre si preparava ad affrontare un nobiluomo a cui, secondo
Meg, la legge inglese non avrebbe richiesto di controllare
la furia o di rimandare la sua vendetta, quando lei gli avrebbe
riferito l'accaduto. Ciò che lei, a causa del proprio orgoglio,
aveva «permesso» che accadesse.
La paura, sensazione che Sheridan disprezzava maggiormente,
si impadronì di lei, rendendo vani i suoi sforzi per
dominarla, e la ragazza rabbrividì incontrollabilmente al pensiero
della sofferenza che aveva causato a tutti coloro che si
fidavano di lei e che l'amavano. Dopo una vita di sani principi
e di ottimismo, improvvisamente si sentiva debole, ansiosa
e confusa in maniera allarmante. La stanza cominciò a
ruotare, e Sheridan afferrò lo schienale di una sedia per sostenersi.
Poi si costrinse ad aprire gli occhi, trasse un profondo
respiro, si lisciò i capelli all'indietro nel suo severo
chignon mentre allungava una mano a prendere il mantello,
rivolgendo poi un sorriso rassicurante alla cameriera sempre
più spaventata.
Tentando di apparire frivola, disse: «E' giunta l'ora di incontrare
quello sgradevole barone, e di affrontare il destino».
Poi diventò seria e smise di dissimulare la propria preoccupazione.
«Tu Meg resta nascosta qui. Se non ritorno subito a
prenderti, aspetta qualche ora e poi vattene il più tranquillamente
possibile. Meglio ancora, rimani a bordo. Con un po'
di fortuna, nessuno ti scoprirà finché la nave non sarà ripartita
di nuovo domani mattina. Non è il caso di essere arrestate
e trascinate via tutte e due, se è questo che lui deciderà di
fare.»

                  CAPITOLO 7.

DOPO la calma relativa della loro cabina angusta e debolmente
illuminata, il chiasso e la confusione sul ponte rischiarato
dalle torce la frastornarono. Degli stivatori con bauli e casse
sulle spalle si accalcavano su e giù dalla passerella, sbarcando
il carico e caricando nuove provviste per il viaggio che la
Morning Star avrebbe intrapreso il giorno successivo. Gli argani
cigolavano sopra di lei, mentre le reti della nave venivano
gettate lungo i fianchi del bastimento, e calate sulla banchina.
Sherry scese la passerella con grande cautela, cercando
in mezzo alla folla un uomo che si adattasse all'idea che
si era fatta di un malvagio nobile inglese: un uomo magro,
pallido, altezzoso, con una traccia di crudeltà sul volto, senza
dubbio abbigliato con calzoni di seta al ginocchio e carico di
orologi da tasca e di anelli con sigillo allo scopo di impressionare
la sua promessa sposa.
E poi vide l'uomo alto e bruno in piedi sulla banchina,
che si batteva i guanti sulla coscia con aria impaziente, e
Sheridan capì in un istante che era lui. Nonostante il fatto
che indossasse pantaloni scuri e non calzoni al ginocchio, e
che quando il vento gli spalancò il mantello non ci fossero
orologi scintillanti e anelli d'oro con sigillo in vista, tutto in
lui lo contraddistingueva e lo bollava inequivocabilmente
come «privilegiato». La mascella squadrata gli dava un'espressione
di fredda determinazione e una forza baldanzosa
emanava da ogni millimetro di quel corpo atletico, dalle
spalle larghe fino alla punta degli stivaletti lucidi. Stava già
aggrottando le ciglia mentre la osservava avvicinarsi, e la
paura di Sherry si trasformò in panico. Negli ultimi due
giorni, aveva segretamente contato sulla propria abilità di
calmare e blandire lo sposo oltraggiato, convincendolo a intendere
ragione, ma l'uomo le cui scure sopracciglia erano
aggrottate in un'espressione di severa disapprovazione, sembrava
malleabile quanto il granito. Indubbiamente, si stava
chiedendo dove diavolo si trovasse la sua fidanzata, e perché
Sheridan Bromleigh, e non Charise Lancaster, stesse scendendo
dalla passerella. Ed era chiaramente irritato.
Stephen non era irritato, era sbalordito. Si era aspettato
che Charise Lancaster fosse una ragazza frivola di diciassette
o diciotto anni, con riccioli saltellanti e guance rosse, abbigliata
con gale e pizzi, ma ciò che vide nel chiarore tremolante
delle torce era una giovane donna composta e pallida,
con zigomi alti e occhi straordinariamente grandi e luminosi
messi in risalto da sopracciglia color mogano aggraziatamente
disegnate, e da una frangia chiara di lunghe ciglia. I suoi
capelli erano di un colore indefinito, tirati severamente indietro
sulla fronte e nascosti da un cappuccio. Invece di gale. indossava
un mantello marrone pratico ma poco elegante, e il
suo primo pensiero mentre tendeva la mano a stringere la
sua, fu che Burleton doveva essere stato pazzo. o cieco, ad
averla definita come «una bambina davvero graziosa».
Nonostante la sua compostezza esteriore, sembrava estremamente
tesa e spaventata, come se avesse già intuito che
c'era qualcosa di terribile che non andava, così Stephen decise
che la strada migliore da seguire per entrambi fosse, probabilmente,
quella più diretta.
«Signorina Lancaster», disse, dopo essersi presentato rapidamente,
«temo che sia accaduto un incidente». Il suo senso
di colpa lo straziava, mentre aggiungeva sottovoce. «Lord
Burleton è rimasto ucciso ieri.»
Per un attimo, lei rimase semplicemente a guardarlo scioccata,
senza capire. «Ucciso? Non è qui?»
Stephen si era aspettato, come minimo, che si sciogliesse
in lacrime, o, addirittura, che fosse colta da un attacco isterico.
Non aveva previsto che lei ritraesse la mano fredda dalla
sua, e dicesse con una voce stordita: «Che cosa triste Vi prego
di porgere le mie condoglianze alla sua famiglia;». Poi si
era voltata, allontanandosi di alcuni passi lungo il molo prima
che lui si rendesse conto che era, evidentemente, in stato
di completo choc. «Signorina Lancaster...» la chiamò, ma la
sua voce venne coperta da un grido allarmato proveniente
dall'alto, mentre una rete della nave carica di casse oscillava
dal suo argano: «Fatevi da parte! Attenzione!»
Stephen intuì il pericolo, e si lanciò per afferrarla, ma non
fece in tempo. La rete oscillò violentemente, colpendo la
giovane donna alla nuca e scaraventandola sul molo faccia a
terra. Gridando ai suoi postiglioni, Stephen si chinò e la prese
fra le braccia. Il capo di lei si afflosciò all'indietro, e il
sangue cominciò a scorrere dall'ampia ferita sulla nuca.

                  CAPITOLO 8.

«COME sta oggi la nostra paziente?» chiese il dottor Whitticomb,
mentre il maggiordomo di casa Westmoreland lo introduceva
nello studio del conte. Nonostante il suo tono vivace,
il dottore era pessimista circa la possibilità di guarigione
della ragazza quanto Stephen Westmoreland seduto in
una poltrona accanto al camino, i gomiti appoggiati sulle ginocchia,
il capo fra le mani.
«Non ci sono miglioramenti», disse il conte, passandosi
stancamente le mani sul viso prima di alzare gli occhi. «E'
immobile come fosse morta. Le cameriere che l'assistono
hanno ricevuto l'ordine di continuare a parlarle, come ha
suggerito lei. Ho tentato io stesso di farlo qualche minuto fa,
ma lei non ha reagito. Sono passati tre giorni», gli fece notare,
con una nota di frustrata impazienza che trapelava dalla
voce, «non potete fare qualcosa?»
Il dottor Whitticomb distolse lo sguardo dai lineamenti
stanchi del conte, dominò l'impulso di insistere invano perché
si riposasse un po' e disse invece: «E' nelle mani di Dio,
non nelle mie. Comunque, salirò a farle una visitina».
«Questo le farà davvero molto bene», disse irritato Sua
Signoria mentre il medico si allontanava.
Ignorando quello scatto di nobile collera, il dottor Hugh
Whitticomb salì il grande scalone, e una volta di sopra girò a
sinistra.
Quando tornò nello studio qualche tempo dopo, il conte
stava seduto esattamente come lo aveva lasciato, ma l'espressione
del dottor Whitticomb si era notevolmente ravvivata.
«Evidentemente», disse sarcastico, «la mia visita ha fatto
davvero del bene, dopotutto. O, forse, semplicemente preferisce
la mia voce a quella delle cameriere.»
Stephen alzò il capo di scatto, scrutando con lo sguardo il
volto del dottore. «E cosciente?»
«Adesso sta riposando, ma ha ripreso conoscenza ed E'
riuscita anche a dirmi qualche parola. Ieri, non avrei scommesso
un soldo sulle sue possibilità, ma è giovane e forte, e
penso che possa farcela.»
Dopo avere esaurito l'argomento, il dottor Whitticomb
osservò i segni della fatica e della tensione che erano profondamente
incisi ai lati degli occhi e della bocca del conte,
e si imbarcò nella seconda delle sue preoccupazioni principali.
«Però, hai un aspetto davvero orribile, Stephen», dichiarò
con la schietta confidenza di un amico di famiglia di
lunga data. «Volevo suggerirti di salire a vederla insieme,
dopo cena... a condizione che mi inviti a restare a mangiare,
naturalmente... ma la tua vista potrebbe provocarle una ricaduta
per la paura, se prima non ti riposi un po' e non ti fai la
barba.»
«Non ho nessun bisogno di riposo», disse Stephen, talmente
sollevato da sentirsi rinvigorito mentre si alzava in
piedi, si avvicinava a un vassoio d'argento e toglieva il tappo
a una brocca di cristallo. «Però, non farò obiezioni a proposito
del radermi», disse con un leggero sorriso, mentre
versava del brandy in due bicchieri e ne porgeva uno al dottore.
Sollevando il braccio in un gesto di brindisi, disse:
«Alla vostra abilità nel determinare la ripresa della signorina
Lancaster».
«Io non c'entro, è stato qualcosa di più simile a un miracolo»,
disse il dottore, esitando a fare il brindisi.
«Allora, alle guarigioni miracolose», disse Stephen, portando
il bicchiere alle labbra, poi si fermò di nuovo quando
Whitticomb rifiutò il secondo brindisi con un'altra scrollata
del capo.
«Io... non direi che sia guarita, Stephen. Ho detto che era
cosciente e in grado di parlare.»
Il conte colse l'esitazione nella sua voce, e un paio di occhi
azzurri penetranti scrutarono il volto del dottor Whitticomb,
esigendo una spiegazione.
Con un sospiro riluttante, il dottore aderì alla richiesta.
«Avevo sperato di poter rimandare a dirtelo finché non ti
fossi riposato un po', ma il fatto è che anche se lei si riprendesse
fisicamente, e non posso prometterti che ciò avverrà,
resterebbe sempre un problema. Una complicazione. Naturalmente,
può essere un fatto del tutto temporaneo. Ma d'altra
parte, potrebbe non esserlo.»
«Che cosa diavolo vorrebbe dire questo?»
«Ha perso la memoria, Stephen.»
«Ha perso che cosa?» chiese lui.
«Non ricorda niente di ciò che è accaduto prima di aprire
gli occhi nella camera da letto al piano di sopra. Non sa chi
sia, o perché si trovi in Inghilterra. Non ha saputo neppure
dirmi il suo nome.»

                  CAPITOLO 9.

CON la mano sull'elaborata maniglia in ottone della porta, il
dottor Whitticomb esitò prima di entrare nella camera da letto
della sua paziente. Rivolgendosi a Stephen, abbassò la
voce e diede alcuni avvertimenti e istruzioni dell'ultimo minuto:
«Le lesioni al capo sono imprevedibili. Non allarmarti
se non si ricordasse di avere parlato con me qualche ora fa.
D'altro canto, potrebbe già avere recuperato completamente
la memoria. Ieri ho consultato un mio collega esperto di gravi
lesioni al capo, ed entrambi abbiamo pensato che sarebbe
un errore somministrarle del laudano, per quanto violento
possa diventare il suo mal di testa. Anche se allevierebbe il
dolore, il laudano la farebbe dormire, ed entrambi sappiamo
quanto sia essenziale tenerla cosciente e farla parlare».
Stephen annuì, ma Whitticomb non aveva finito. «Questa
mattina, è diventata molto inquieta e spaventata, quando non
è riuscita a ricordare niente, quindi, in nessun caso, non dire
o fare qualcosa che possa aumentare la sua ansia. Quando
entreremo lì dentro, cerca di farla sentire calma e di rassicurarla,
e accertati che tutti i domestici che entreranno nella sua
camera da letto abbiano ricevuto lo stesso ordine. Come ho
detto, le lesioni al capo sono molto pericolose e imprevedibili,
e noi non vogliamo perderla.» Soddisfatto di avere terminato
le raccomandazioni, girò la maniglia.
Sheridan avvertì la presenza di persone nella stanza in penombra,
mentre fluttuava piacevolmente in una coltre di nebbia
grigia, passando dal sonno alla veglia, la mente non registrava
né paura né preoccupazione, ma soltanto una lieve
confusione. Si aggrappava a quello stato di beatitudine, perché
le permetteva di sfuggire alle oscure paure e alle domande
ossessionanti che la tormentavano in fondo alla mente.
«Signorina Lancaster?»
La voce era molto vicina al suo orecchio, gentile ma insistente,
e vagamente familiare.
«Signorina Lancaster?»
Stava parlando con lei. Si costrinse ad aprire gli occhi, e
sbatté le palpebre, tentando di mettere a fuoco il suo interlocutore,
ma la sua vista era stranamente offuscata e vedeva
tutto doppio, ogni oggetto che si sovrapponeva all'altro.
«Signorina Lancaster?»
Lei sbatté di nuovo le palpebre, e le immagini si scissero
in due uomini. Uno era di mezza età e grigio di capelli, con
occhiali dalla montatura metallica e baffi ben curati, e aveva
un'aria gentile e sicura di sé, proprio come la sua voce. L'altro
era molto più giovane. Attraente. Non così gentile, e
neppure così sicuro di sé. Preoccupato.
L'uomo più anziano si stava rivolgendo a lei, sorridendole.
«Vi ricordate di me, signorina Lancaster?»
Sheridan fece per annuire, ma quel movimento le provocò
un dolore al capo così terribile, che delle lacrime involontarie
le bruciarono gli occhi.
«Signorina Lancaster, vi ricordate di me? Sapete chi sono?»
Attenta a non muovere il capo parlando, lei rispose alla
domanda. «Il dottore.» Aveva le labbra secche e screpolate,
ma parlare non sembrava intensificare il suo mal di testa.
Dopo averlo constatato, le sue stesse domande cominciarono
ad affluirle rapidamente alla mente. «Dove mi trovo?»
«Siete al sicuro.»
«Dove?» insistette lei.
«In Inghilterra. Siete arrivata qui in nave dall'America.»
Per qualche ragione, quelle parole la fecero sentire a disagio,
depressa. «Perché?»
I due uomini si scambiarono un'occhiata, poi il dottore
disse in tono rassicurante: «Vi ricorderete tutto a tempo debito.
Non preoccupatevi di niente, per ora».
«Io... voglio sapere», insistette Sheridan, in un sussurro
rauco per la tensione.
«Molto bene, bambina», acconsentì subito lui, dandole un
colpetto affettuoso sul braccio. Dopo una lieve esitazione,
sorrise come se le stesse comunicando una bella notizia, e
disse: «Siete venuta qui a raggiungere il vostro fidanzato».
Un fidanzato. Evidentemente, era promessa in matrimonio...
quindi a quell'altro uomo, decise, perché era quello
che sembrava più preoccupato per lei. Preoccupato ed esausto.
Sheridan spostò lo sguardo sull'uomo più giovane, e gli
rivolse un lieve sorriso rassicurante, ma lui stava guardando
accigliato il dottore, che scuoteva il capo verso di lui in un
gesto di avvertimento. Quello sguardo accigliato, per qualche
ragione, la turbò, e così pure l'espressione del dottore,
ma non sapeva perché. Era assurdo, ma in quel momento,
quando non sapeva chi fosse, o dove fosse stata, o perché si
trovasse lì, l'unica cosa che sembrava «sapere» con certezza
era che ci si doveva sempre scusare di causare l'infelicità di
un'altra persona. Conosceva quella regola di cortesia come
se fosse profondamente radicata dentro di lei... istintiva, imperativa,
pressante. Sherry si arrese a quell'impulso irresistibile,
e con una voce debole e sottile, attese finché il suo fidanzato
non la guardò, e disse: «Mi dispiace».
Lui trasalì, come se le sue parole lo avessero ferito e poi,
per la prima volta da che ricordava, Sheridan udì la sua voce,
profonda, sicura di sé, e incredibilmente consolante. «Non
stancatevi. Andrà tutto bene. Tutto ciò che vi occorre è un
po' di tempo, e un po' di riposo.»
Parlare ora stava diventando uno sforzo insostenibile. Esausta
e confusa, Sherry chiuse gli occhi, poi sentì gli uomini
muoversi come per andarsene. «Aspettate...» riuscì a dire.
All'improvviso, irrazionalmente terrorizzata di restare da
sola, di sprofondare di nuovo nel buio vuoto che la stava risucchiando,
e di non riuscire mai più a riaffiorare alla luce,
guardò i due uomini, poi fissò il suo sguardo implorante sul
suo fidanzato. Lui era il più forte dei due, il più giovane, il
più vitale, e avrebbe tenuto a bada i demoni nella sua mente
con la pura forza di volontà, se fossero tornati a tormentarla.
«Restate», disse in un debole sussurro che le prosciugava le
ultime forze. «Vi prego.» Quando lui esitò guardando il dottore,
Sheridan si inumidì le labbra screpolate e, traendo un
respiro faticoso, condensò in un'unica debole parola tutti i
pensieri e le emozioni che stavano lottando dentro di lei.
«Paura.» Le sue palpebre sembravano pesanti come il piombo,
e si chiusero contro la sua volontà, escludendola dal
mondo dei vivi. Il panico la invase subito, costringendola a
lottare per respirare... Poi sentì il brusco stridere delle gambe
di una sedia sul pavimento di legno lucido, mentre una
sedia pesante veniva tirata accanto al letto. «Non c'è niente
da temere», disse il suo fidanzato.
Sheridan spostò la mano un po' più avanti sul copriletto,
come una bambina che cercasse, alla cieca, rassicurazione da
un genitore che non riusciva neppure a ricordare. Delle forti
dita maschili si chiusero sulla sua mano, tenendola in una
stretta rassicurante. «Detesto... avere paura», mormorò lei.
«Non vi lascerò, lo prometto.»
Sheridan si aggrappò alla sua mano, alla sua voce e alla
sua promessa, e così rassicurata cadde in un sonno profondo
e senza sogni.
Il senso di colpa e la paura attanagliavano Stephen mentre
la osservava scivolare lentamente in un sonno sempre più
profondo. Il suo capo era bendato, e aveva il volto di un pallore
spettrale, ma ciò che più lo colpiva di lei era quel suo
sembrare minuta rispetto al letto, inghiottita dai cuscini e
dalle coperte.
Lei si era scusata, quando quello da biasimare era soltanto
lui, non solo per la morte del suo fidanzato e la fine dei suoi
sogni, ma anche per quella disgrazia. Benché consapevole
dei pericoli che potevano esserci lungo un molo, si era trovato
insieme a lei, proprio sulla traiettoria di un argano. In
aggiunta a ciò, era rimasto così colpito dalla sua reazione
alla notizia della morte di Burleton da non accorgersi della
rete carica che oscillava verso di lei; infine, non aveva reagito
in tempo al grido d'avvertimento dello stivatore. E se lei
non fosse caduta in un simile stato di choc per ciò che le
aveva detto Stephen, allora avrebbe potuto riuscire a reagire
in tempo per salvarsi.
Se fosse morta, la colpa sarebbe ricaduta interamente su
di lui, e sapeva che non sarebbe mai riuscito a vivere con un
simile peso sulla coscienza. Bastava già il fardello che portava
per la morte del giovane Burleton a tormentare le sue
notti, e a ossessionare i suoi giorni.
All'improvviso, il respiro di Sheridan cambiò, e la paura
ghermì Stephen. Trattenne il fiato finché il petto di lei non si
sollevò e ricadde in quello che sembrava un ritmo ragionevolmente
regolare, poi si rilassò e abbassò lo sguardo sulla
mano appoggiata con fiducia sul suo palmo. Aveva le dita
lunghe, aggraziate e lisce, ma le sue unghie erano tagliate
molto corte... una mano aristocratica che apparteneva a una
giovane donna compita e rispettabile, con una evidente tendenza
all'ordine e alla praticità, decise.
Sollevò lo sguardo sul suo viso, e se non fosse stato impaurito,
esausto e tramortito dalla stanchezza, avrebbe sorriso
mentre si chiedeva che cosa ne pensasse lei di quel suo
volto, data la sua apparente compitezza e praticità. Non c'era
di sicuro niente di compito in quelle labbra morbide e generose,
e niente di pratico in quelle ciglia incredibilmente lunghe
e ricurve che giacevano simili a rigogliose mezzelune
sulle sue guance. non aveva idea di che colore fossero i suoi
capelli e i suoi occhi, ma aveva gli zigomi modellati delicatamente,
e la sua pelle d'avorio era quasi trasparente. In contrasto
con tutte le altre sue caratteristiche che sembravano
esemplificare la fragilità femminile, c'era una fermezza in
quel suo piccolo mento che suggeriva testardaggine. No, si
corresse Stephen, probabilmente suggeriva coraggio. Non
aveva pianto per il dolore o lo spavento; aveva detto di «detestare»
la paura, il che implicava che preferiva combattere
quell'emozione, piuttosto che soccombere a essa. Indubbiamente
possedeva coraggio, decise, e anche gentilezza, abbastanza
da tentare di scusarsi di avergli causato delle preoccupazioni.
Coraggio e gentilezza, una combinazione straordinaria
in qualsiasi donna, ma ancora di più in una ragazza.
Ma sembrava anche così vulnerabile, realizzò con una
nuova ondata di panico mentre il petto di lei si sollevava e
ricadeva in brevi respiri affannosi e irregolari. Rafforzando
la stretta sulla sua mano, Stephen la osservò mentre sembrava
lottare per respirare, e un groppo di puro terrore gli salì in
gola. Dio! Stava morendo! «Non farlo!» sussurrò con veemenza.
«Non morire!»

                  CAPITOLO 10.

LA luce splendente del sole filtrava attraverso le tende verdi
in fondo alla stanza quando Sheridan riaprì gli occhi. Il suo
fidanzato era seduto su una sedia accanto al letto, e le stringeva
ancora la mano, profondamente addormentato. A un
certo punto della notte, si era tolto la giacca e il cache-col,
aveva aperto il colletto, e si era addormentato con le braccia
incrociate sul letto e il capo appoggiato su di esse. Il suo viso
era rivolto verso di lei, e Sheridan girò cautamente il capo sul
cuscino, emettendo un sospiro di sollievo al fatto che quel
leggero movimento non scatenasse più alcun martellamento
nel suo cervello.
Nel tranquillo stordimento che segue un sonno profondo,
studiò pigramente l'uomo al quale era fidanzata. Era abbronzato,
osservò, come se trascorresse del tempo all'aria aperta,
e i suoi folti capelli erano di un intenso castano scuro
perfettamente tagliati così da rimanere lisci sui lati e da sfiorare
appena il colletto della camicia. In quel momento, mentre
lui dormiva, erano arruffati, e c'era qualcosa di teneramente
fanciullesco in quello e nella maniera in cui le ciglia
scure si appoggiavano sul suo viso. Tuttavia, non c'era niente
di fanciullesco nel resto della sua persona, e Sheridan si
sentì affascinata e, al contempo, inspiegabilmente imbarazzata
da quella scoperta. Un vago accenno di barba scura era
apparso sulle mascelle squadrate, che erano forti e risolute
anche nel sonno. Le sue sopracciglia dritte e scure erano increspate
in un cipiglio che era di cattivo auspicio per chiunque
stesse sognando. Il raffinato tessuto bianco della sua camicia
era teso sulle spalle possenti e sulle braccia muscolose.
Dei peli scuri e ricciuti sbucavano dal suo colletto aperto
e una leggera peluria gli ricopriva gli avambracci. Era tutto
lineamenti forti e spigoli rudi, dal naso finemente scolpito
alla mascella cesellata, alle lunghe dita. Aveva un'aria severa
e intransigente, decise Sheridan.
E attraente.
Buon Dio, era così attraente!
Riluttante, staccò lo sguardo dal suo volto e, per la prima
volta, guardò la stanza intorno a lei. I suoi occhi si spalancarono
in riverente timore alla scintillante opulenza della camera
verde e dorata. Della pallida seta verde mela ricopriva
le pareti e le finestre, e fluttuava aggraziatamente dal baldacchino
del letto, trattenuto da cordoni e nappe d'oro. Anche
l'enorme camino in fondo alla stanza era di un meraviglioso
marmo verde, adornato da uccelli dorati collocati agli
angoli e da ricercati accessori in ottone. Due divani curvi ricoperti
di pallida seta verde acqua si fronteggiavano davanti
al camino, separati da un basso tavolo ovale.
La sua attenzione si spostò di nuovo lentamente sul capo
bruno appoggiato vicino al suo fianco, e Sheridan si sentì
sollevare un po' il morale. Era molto fortunata, pensò, perché
il suo fidanzato non solo era straordinariamente attraente,
ma, evidentemente, anche estremamente ricco. Inoltre,
era rimasto con lei tutta la notte, dormendo in quella posizione
terribilmente scomoda e senza mai lasciare la sua mano;
perciò, doveva essere molto innamorato di lei.
Senza dubbio, l'aveva corteggiata e le aveva chiesto di
sposarlo. Sheridan chiuse gli occhi con forza, e cercò dei ricordi
di lui o del proprio passato, ma non c'era nulla eccetto
un vuoto oscuro. Nessuna donna avrebbe potuto dimenticare
di essere stata corteggiata e amata da un uomo come quello;
non era semplicemente possibile. Avrebbe ricordato tutto di
lì a qualche momento, si disse con forza, respingendo un'ondata
di panico così forte da farle venire la nausea. Nella sua
mente, pronunciò le cose che lui doveva averle detto: «Volete
farmi l'onore di diventare mia moglie, signorina...?» Signorina
chi? Signorina «chi»?
Stai calma! si ammonì disperatamente. Concentrati su altre
cose... sulle parole dolci che lui deve avere pronunciato!
Ignara di avere accelerato il respiro e di stringere la sua mano
con tale forza da affondarvi dentro le unghie, tentò di
pensare, di ricordare qualcuno dei momenti trascorsi insieme.
Doveva averla trattata in maniera cortese, come conveniva
a un pretendente corretto.
Sheridan tentò di pensare a una frase di lui che l'avesse
colpita, ma la sua mente rimase vuota. Cercando di restare
calma, cercò allora di pensare al proprio volto. Il proprio
volto...
Non aveva volto.
Non ho volto!
Una parte di lei stava lottando per mantenere la calma, ma
il terrore cominciava a scuoterla da cima a fondo. Non riusciva
a ricordare il proprio nome. Non riusciva a ricordare il
proprio nome. Non riesco a ricordare il mio volto.
Stephen ebbe la sensazione che la sua mano fosse stata
improvvisamente bloccata in una morsa che stava stritolandogli
le dita, interrompendo l'afflusso di sangue. Cercò di liberarla
dalla stretta dolorosa, ma invano. Dopo tre giorni insonni,
gli occorse uno sforzo supremo solo a costringersi ad
aprire gli occhi a sufficienza per sbirciare fra le palpebre pesanti
ciò che gli intorpidiva la mano. Invece di scoprire un
forcone affondato nelle sue dita, vide una donna che giaceva
nel letto accanto a lui. Poiché quella situazione non era certamente
abbastanza insolita da strapparlo di soprassalto al
suo torpore stordito, divincolò semplicemente un po' la mano
così da poter tornare a dormire. Ma, dal momento che la
cortesia verso l'altro sesso gli era stata inculcata fin dall'infanzia,
e poiché la donna gli era sembrata veramente frenetica,
riuscì a formulare un'educata domanda circa il suo problema
proprio mentre i suoi occhi si chiudevano, e cominciava
a piombare in un sonno profondo. «Che cosa c'è che
non va?»
La voce della donna tremava dall'ansia. «Non so che
aspetto ho!»
Stephen aveva conosciuto altre donne ossessionate dal loro
aspetto, ma la preoccupazione di quella, in una camera da
letto debolmente illuminata, nel cuore della notte, rasentava
il ridicolo. Fatta quella considerazione, non si sentì neppure
obbligato ad aprire gli occhi, quando lei rafforzò la sua stretta,
e lo implorò in tono frenetico: «Che aspetto ho?»
«Incantevole», disse con voce piatta. Aveva tutto il corpo
indolenzito, il che, realizzò tardivamente, era dovuto al fatto
che lei era nel letto, e lui no. Stava tentando di raccogliere la
forza di chiederle di spostarsi, quando udì l'inconfondibile
suono di un pianto trattenuto. Voltando il capo a quel suono,
si chiese irritato che cosa avesse fatto per farla piangere, e
decise di farle mandare da Wheaton un grazioso gingillo per
riparare al suo comportamento, una spilla di rubini, o qualcosa
del genere. Il desiderio di un costoso gioiello era, di solito,
la causa fondamentale della maggior parte delle crisi di
pianto. Anche mezzo addormentato, Stephen lo sapeva.
Le lacrime della donna si trasformarono immediatamente
in un preoccupante e angosciante pianto, intervallato da singulti
e brividi. Qualunque cosa avesse fatto per provocare
quella crisi, era senz'altro molto più grave dell'avere semplicemente
dimenticato di complimentarsi per il suo abito, o di
essere venuto meno a un appuntamento a teatro. Quella crisi
gli sarebbe costata una collana di diamanti !
Un singhiozzo convulso le scosse tutto il corpo, insieme
alle coperte.
E un braccialetto assortito.
Esausto nel corpo e nello spirito, Stephen scivolò sempre
più in un sonno profondo, cercando di raggiungere il mondo
dei sogni, ma qualcosa che lei aveva detto lo tratteneva.
«Non so che aspetto ho... non lo so... non lo so.»
Stephen aprì gli occhi di colpo e voltò il capo verso di lei.
La ragazza teneva il viso girato dall'altra parte e si copriva
la bocca con la mano sinistra nel tentativo di soffocare i singhiozzi,
ma i brividi le scuotevano ancora il corpo. Aveva
gli occhi chiusi, ma le lacrime le sgorgavano regolari da sotto
le lunghe ciglia umide, scendendo a rigarle le guance pallide.
Era disperata, ma sembrava cosciente e lucida, e il sollievo
di Stephen per quel fatto superò il suo senso di colpa
per le lacrime.
«Non ero abbastanza sveglio da capire la vostra domanda,
prima», disse in fretta. «Vi chiedo scusa.»
Il corpo di lei si irrigidì al suono della sua voce, e Stephen
si accorse del suo sforzo di autocontrollo prima di voltare il
capo sul cuscino a guardarlo.
«Che cosa c'è che non va?» chiese lui sollecito, addolcendo
la voce in quello che sperava fosse un tono rassicurante.
Sheridan deglutì, colta alla sprovvista da quanto apparisse
ancora stanco, e sollevato. Doveva essersi preoccupato molto
per lei, pensò a un tratto, sentendosi sciocca e ingrata a
piangere come una bambina per ciò che, in realtà, era poco
più di un inconveniente momentaneo. Guidata da un desiderio
istintivo di sfruttare al meglio una situazione difficile,
Sherry trasse un respiro tremante, e gli rivolse un sorriso
contrito. «Io... sembra assurdo, ma non so che aspetto ho, e
questo...» Si interruppe, non volendo addolorarlo dicendogli
quanto fosse spaventoso. «E' una cosa da nulla, veramente,
ma dal momento che siete sveglio, potreste solo descrivermi
un po'?»
Stephen si accorse del suo tentativo di controllare la propria
paura, come pure di rassicurarlo, il che lo colpì come
segno di eccezionale e toccante coraggio. «Descrivervi...»
disse, cercando di guadagnare tempo. Non sapeva di che colore
fossero i suoi capelli, e aveva paura di come potesse reagire
se si fosse vista in uno specchio, così tentò di buttare
l'intera questione sullo scherzo. «In questo momento, avete
gli occhi gonfi e rossi», disse con un sorriso, fissandola rapidamente
per raccogliere ulteriori informazioni, «ma sono...
molto grandi e... grigi», concluse con una certa sorpresa.
In effetti, aveva degli occhi sorprendenti, realizzò Stephen,
di un leggero grigio argento al centro, con un sottile profilo
nero ai bordi, messi in risalto da quelle splendide lunghe ciglia
scure.
«Grigi?» disse Sheridan, delusa. «Non credo che mi piacciano.»
«In questo momento, che sono umidi, sembrano argento
liquido.»
«Forse, non sono poi così male. Che cosa mi dite del resto
della mia persona?»
«Ebbene, avete il viso pallido e rigato di lacrime ma, nonostante
questo, è un volto piuttosto bello.»
Lei sembrava combattuta fra l'orrore, le lacrime e il riso.
Con sollievo e sorpresa di Stephen, decise di sorridere. «Di
che colore sono i miei capelli?»
«In questo momento», disse lui in fretta, in tono evasivo,
«i vostri capelli sono nascosti da un grosso... ehm... turbante
bianco. Portare il turbante a letto è diventato di gran moda,
come sapete.» La sera dell'incidente la luce era scarsa e i
suoi capelli erano stati nascosti prima da un cappuccio, e poi
coperti di sangue. Tuttavia, aveva le ciglia castane, così gli
sembrò ragionevole che lo fossero anche i capelli. «I vostri
capelli sono castani», disse in tono deciso. «Castano scuro.»
«Vi ci è voluto un bel po' di tempo per decidere.»
Lo stava osservando attentamente, perplessa ma non sospettosa.
«Non sono molto attento... riguardo a certe cose», ribatté
tuttavia lui, insensatamente però.
«Posso guardarmi in uno specchio?»
Stephen non era sicuro di come avrebbe reagito se non avesse
riconosciuto il proprio viso, anche quando l'avesse visto
in uno specchio, e non era certo che non sarebbe stata assalita
dal panico quando avesse visto la bendatura del capo,
e il livido scuro vicino alla tempia. Tuttavia, era sicuro di
volere che il dottor Whitticomb fosse presente, quando fosse
giunto il momento per lei di guardarsi in uno specchio, nel
caso avesse avuto bisogno di una medicazione. «Un altro
giorno», disse. «Forse, domani. Oppure, quando toglieranno
le bende.»
Sheridan intuì perché lui non voleva che si guardasse allo
specchio, e poiché non era in condizione di affrontare un'altra
ondata di panico, e non aveva alcun desiderio di rendergli
le cose ancora più difficili di quanto avesse già fatto, tornò
al loro precedente commento sui turbanti. «I turbanti
sono molto pratici, immagino. Evitano il fastidio di usare
spazzole e pettini, e tutto il resto.»
«Esattamente», disse Stephen, meravigliandosi per la grazia
e il coraggio che mostrava in una condizione di limitazione
così estrema. Era così grato che lei fosse in condizione
di parlare, e così commosso dal suo atteggiamento, che gli
sembrò perfettamente naturale, perfettamente giusto, coprirle
la mano con la sua, sorridere a quegli occhi sorprendentemente
argentei, e chiederle teneramente: «Soffrite molto?
Come vi sentite?»
«Ho un po' di mal di testa, questo è tutto», ammise lei, ricambiando
il suo sorriso come se, anche quello, fosse naturale
e giusto. «Non temete: sto meglio di come sembra.»
La sua voce era tenera e dolce, eppure la sua espressione
era aperta e diretta. Prima aveva manifestato una preoccupazione
prettamente femminile per il proprio aspetto, poi aveva
accettato con calma di non avere un'ottima cera, e ora stava
addirittura scherzandoci sopra. Tutto ciò diede a Stephen la
netta impressione che la finzione e la vanità le fossero assolutamente
estranee, e che fosse sorprendentemente unica sotto
quel punto di vista e, probabilmente, sotto molti altri piacevoli
aspetti.
Sfortunatamente, quel pensiero lo condusse immediatamente
a un altro, che scacciò il suo piacere e gli fece ritrarre
in fretta la mano dalla sua. Non c'era niente di naturale,
niente di giusto in ciò che stava facendo o nella maniera in
cui pensava a lei. Lui non era il suo fidanzato, come lei credeva;
era il responsabile della «morte» del suo fidanzato. La
comune decenza, il rispetto per il giovane che aveva ucciso,
e anche soltanto il puro e semplice buon senso, tutto imponeva
che tenesse le distanze, mentalmente e fisicamente. Era
l'ultimo uomo sulla faccia della Terra ad avere il diritto di
toccarla, o di pensare a lei in maniera personale.
Sperando di porre fine alla sua visita in un'atmosfera più
gaia, si alzò in piedi, muovendo le spalle indolenzite, tentando
di liberarle dai crampi. Tornando all'ultimo commento
della signorina Lancaster sul proprio aspetto, disse: «Tutto
considerato, se dovessi descrivervi in questo momento, direi
che sembrate un'elegante mummia».
Lei ridacchiò debolmente alle sue parole, ma si stava stancando,
e lui se ne accorse. «Vi manderò una cameriera con la
colazione. Promettetemi che mangerete qualcosa.» Lei annuì,
e Stephen si voltò per andarsene.
«Grazie», disse lei quietamente, alle sue spalle, e lui si
voltò, sconcertato.
«Per che cosa?»
Quegli occhi così innocenti si alzarono a guardare nei
suoi, penetranti, investigatori, e Stephen ebbe la fugace impressione
che, con il tempo, avrebbe potuto vedere direttamente
dentro alla sua anima impura. Tuttavia, lei non aveva
ancora capito il suo vero carattere, perché un caldo sorriso
sfiorò le sue morbide labbra. «Per essere stato con me tutta
la notte.»
La sua gratitudine aumentò soltanto il suo senso di colpa,
facendolo sentire un disgustoso imbroglione, per averle lasciato
credere che fosse un prode e puro cavaliere, invece
dello sporco farabutto che era in realtà.
Piegando il capo nell'imitazione di un inchino, Stephen le
rivolse un sorriso impudente facendole deliberatamente intuire
il suo vero carattere: «E' la prima volta che sia mai stato
ringraziato da una bella donna per avere passato la notte con
lei».
Lei sembrò confusa, non spaventata, ma questo non diminuì
il senso di sollievo di Stephen. Non aveva fatto quella
piccola confessione sulla sua vera natura perché avesse bisogno
o desiderasse un'assoluzione, o perché volesse fare penitenza.
Ciò che gli importava maggiormente in quel momento
era di essere almeno stato onesto con lei, tanto per
cambiare, e questo lo riscattava un po' ai propri occhi.
Mentre si avviava lungo il corridoio verso la sua camera,
Stephen si sentiva contento per la prima volta da settimane,
no, da mesi: Charise Lancaster era sulla strada di una completa
guarigione. Ne era assolutamente certo. Se la sarebbe
cavata, il che significava che adesso lui poteva informare
suo padre dell'incidente, e fornirgli allo stesso tempo delle
necessarie rassicurazioni sulla sua eventuale guarigione. Prima,
doveva trovarlo, ma quel compito e l'invio della lettera
potevano essere affidati entrambi a Matthew Bennett e ai
suoi collaboratori.

                  CAPITOLO 11.

STEPHEN alzò gli occhi dalla lettera che stava leggendo, e salutò
con un cenno del capo il biondo trentenne che stava avvicinandosi
a lui. «Vi chiedo scusa per avere interrotto la vostra
vacanza a Parigi», disse a Matthew Bennett, «ma la questione
è urgente, e abbastanza delicata da richiedere la vostra
personale attenzione.»
«Sono felice di esservi d'aiuto in qualunque maniera possibile,
milord», rispose l'avvocato senza esitazione. Il conte
indicò con un gesto una poltrona di pelle di fronte alla sua
scrivania, e Matthew sedette, senza sentirsi offeso, o sorpreso,
che l'uomo che era giunto a richiamarlo da una vacanza
di cui aveva un gran bisogno, ora lo stesse facendo aspettare
mentre finiva di leggere la sua posta. Per generazioni, la famiglia
di Matthew aveva avuto il privilegio di tutelare dal
punto di vista legale la famiglia Westmoreland, e come Matthew
ben sapeva, quell'onore e i suoi enormi compensi finanziari
comportavano l'obbligo di una totale e assoluta disponibilità
nei confronti del conte di Langford.
Perciò attese con perfetta calma di scoprire quali dettagli
«urgenti» richiedessero la sua personale attenzione, pronto a
dare il suo consiglio sui termini di un contratto o, forse, sul
cambiamento di un testamento.
Piuttosto che prolungare ulteriormente l'attesa di Bennett
Stephen accantonò la lettera del responsabile della sua tenuta
nel Northumberland. Appoggiando il capo allo schienale
della poltrona, fissò distrattamente gli elaborati stucchi del
soffitto affrescato a sette metri sopra di loro, mentre la sua
mente passava dalla lettera del soprintendente all'altro problema,
più complicato, di Charise Lancaster. Stava per parlare,
quando il secondo maggiordomo, un uomo anziano che
Stephen non riconobbe subito come il vecchio domestico di
Burleton, lo interruppe con un educato colpo di tosse, e disse
con un tono che suonò quasi disperato: «La signorina Lancaster
insiste per scendere dal letto, milord. Che cosa dobbiamo
dirle?»
Stephen spostò lo sguardo sul maggiordomo senza sollevare
il capo, sorridendo leggermente perché, evidentemente,
lei si sentiva molto meglio. «Ditele che non ho intenzione di
lasciarla scendere dal letto per un'intera settimana. Ditele,
che la raggiungerò dopo cena.» Ignaro del misto di choc, ammirazione
e sbigottimento che guizzò sui lineamenti di solito
calmi di Matthew Bennett, e delle erronee conclusioni che
l'altro uomo poteva trarre dalla sua risposta, Stephen decise
di affrontare direttamente il problema. «Sembra che mi sia
procurato una fidanzata», cominciò.
«Le mie più vive felicitazioni!» disse Matthew.
«Non è la "mia" fidanzata, è quella di Arthur Burleton.»
Dopo una lunga pausa, durante la quale si sforzò di pensare
a una risposta appropriata a quella rivelazione, Matthew
disse: «In questo caso, vi prego di trasmettere le mie...
ehm... felicitazioni a questo signore».
«Non posso. Burleton è morto.»
«Che fatto spiacevole.»
«L'ho ucciso io.»
«Questo è ancora più spiacevole», disse Matthew, prima
di riuscire a trattenersi. Esistevano delle leggi contro i duelli,
e ultimamente i tribunali stavano assumendo un atteggiamento
più rigido al riguardo. Inoltre, neppure la presenza della
fidanzata del defunto nel letto del conte avrebbe giovato
al suo caso. Con la mente già alla ricerca della migliore linea
di difesa possibile, Matthew chiese: «E' stato con la spada,
o con le pistole?»
«No, è stato con una carrozza.»
«Prego?»
«L'ho travolto.»
«Questo non è leale come le spade o le pistole», disse
Matthew con aria distratta, «ma facilita la difesa.» Troppo
preoccupato per notare lo strano sguardo che il conte gli stava
rivolgendo, proseguì meditabondo. «Si potrebbe convincere
la corte ad assumere il punto di vista che se aveste veramente
avuto intenzione di ucciderlo, avreste scelto un duello.
Dopotutto, la vostra abilità con le pistole è ampiamente
nota.» Matthew ritirò lo sguardo pensoso dalla parete di
fronte, e finalmente guardò il conte che chiese molto chiaramente,
e molto lentamente: «A rischio di apparire irreparabilmente
ottuso, posso chiedere di che cosa diavolo state
parlando?»
«Prego?»
«Devo ritenere che pensiate che l'abbia travolto volutamente?»
«Avevo questa impressione, sì.»
«Posso chiedere», disse Sua Signoria parlando lentamente,
«quale ragione avrei potuto avere per un simile gesto?»
«Suppongo che la vostra ragione avesse qualcosa a che
fare... ehm... che fosse direttamente collegata con... ehm...
la presenza di una certa signorina a cui non è permesso di lasciare
la vostra... ehm... camera da letto.»
Il conte scoppiò in una improvvisa risata, che suonò tuttavia
arrugginita, come se il ridere gli fosse ormai estraneo.
«Naturalmente», disse Stephen, «che sciocco sono stato.
A quale altra conclusione avreste potuto giungere?» Raddrizzandosi
sulla poltrona, parlò in un tono spiccio e pratico.
«La settimana scorsa, la signorina al piano di sopra, Charise
Lancaster, è giunta in Inghilterra dall'America. Era fidanzata
a Burleton, e il loro matrimonio doveva avere luogo il giorno
successivo con una speciale licenza. Poiché io ero responsabile
della morte del suo futuro sposo, e poiché non c'era nessun
altro che potesse comunicarle l'accaduto, naturalmente
le sono andato incontro all'arrivo, e le ho dato la triste notizia.
Stavo parlando con lei sul molo, quando un idiota ha
perso il controllo di una rete da carico e questa l'ha colpita al
capo. poiché la sua unica compagna di viaggio era una cameriera,
e dal momento che la signorina Lancaster sta troppo
male per lasciare l'Inghilterra per qualche tempo, dovrò contare
su di voi per informare i suoi famigliari di tutto questo, e
per scortare qualunque membro della famiglia desideri recarsi
in Inghilterra. Vorrei sistemare gli affari di Burleton.
Raccogliete un dossier il più completo possibile su di lui,
così da poter vedere da dove cominciare. Il minimo che possa
fare, è di assicurarmi che il suo nome sia libero da debiti
che non abbia avuto il tempo di regolare prima di morire»
«Oh, capisco!» disse Matthew con un sorriso di sollievo
che fu lieto di vedere ricambiato dal conte.
«Bene.»
Allungando una mano a prendere carta e penna sulla scrivania,
Matthew chiese, pronto a scrivere: «Dove vive la sua
famiglia, e quali sono i nomi dei suoi famigliari?»
«Non lo so.»
«Non lo... sapete?»
«No.»
«Forse», suggerì Matthew con estrema cautela, e con grande
deferenza, «potremmo rivolgere alcune domande alla signorina.»
«Potremmo», disse impassibile Stephen, «ma lei avrebbe
ben poco da dirmi.» Provando pietà per l'avvocato, aggiunse:
«La sua è stata una lesione al capo, e abbastanza grave
da causarle una perdita di memoria, che il dottor Whitticomb
ritiene peraltro sia una condizione temporanea. Sfortunatamente,
anche se la sua salute è quasi ristabilita, la sua
memoria no».
«Ne sono addolorato», disse Matthew con sincerità. Pensando
che quella preoccupazione avesse un po' minato l'usuale
perspicacia del conte, suggerì diplomaticamente: «Forse
potrebbe esserci d'aiuto la sua cameriera?»
«Sono certo che potrebbe. Se avessi saputo dov'era.» Con
velato divertimento, Stephen osservò l'avvocato lottare per
impedire al suo volto di far trapelare qualsiasi emozione.
«Pochi minuti dopo l'incidente, ho mandato qualcuno nella
sua cabina ma la cameriera non era rintracciabile da nessuna
parte. Un membro dell'equipaggio pensava che potesse essere
inglese, così, forse, è andata a casa dalla sua famiglia.»
«Capisco», rispose Matthew, ma non era ancora eccessivamente
preoccupato. «In questo caso, cominceremo le nostre
indagini sulla nave.»
«E' salpata il mattino dopo.»
«Oh. Bene, che cosa mi dite dei suoi~bauli? Non c'era
niente dentro che potesse aiutarci a trovare l'indirizzo della
sua famiglia?»
«Avrebbe potuto esserci. Sfortunatamente, i suoi bauli sono
salpati con la nave.»
«Ne siete sicuro?»
«Assolutamente. Negli attimi immediatamente seguenti
all'incidente la mia unica preoccupazione è stata di assicurarle
subito un assistenza medica. Il mattino dopo ho mandato
a prendere i suoi bauli, ma la Morning Star era già salpata.»
«Allora, inizieremo le nostre ricerche all'ufficio marittimo.
Ci sarà senz'altro una lista dei passeggeri e una nota di
carico, e saranno in grado di dirci quali erano i suoi scali in
America.»
«Cominciate con l'ufficio marittimo», convenne Stephen.
Si alzò in piedi per porre fine al colloquio, e Matthew si levò
prontamente, già concentrato sull'indagine che stava per avviare.
«Sono stato solo una volta nelle colonie», disse. «Non mi
dispiacerà un'altra visita.»
«Sono dolente di avere interrotto la vostra vacanza», ripeté
Stephen. «Tuttavia, c'è un'altra ragione d'urgenza, oltre
a quella ovvia. Whitticomb comincia a preoccuparsi del fatto
che la sua memoria non abbia accennato minimamente a ritornare.
Spero che la vista di persone familiari possa esserle
d'aiuto.»

                 CAPITOLO 12.

COME aveva promesso, Stephen andò di sopra a trovare la
sua ospite più tardi, quella sera. Aveva preso l'abitudine di
farle visita due volte al giorno, e benché le mantenesse molto
brevi e impersonali, si era scoperto ad aspettarle con impazienza.
Bussò alla porta, e quando non ottenne risposta
esitò e poi bussò di nuovo. Ancora nessuna risposta. Evidentemente,
le sue disposizioni che una cameriera dovesse rimanere
sempre con lei, non erano state seguite. O era così,
oppure la domestica si era addormentata in servizio. Entrambe
le possibilità lo irritarono, ma si sentì soprattutto preoccupato
per la sua ospite. Aveva detto di voler scendere dal
letto. Se avesse deciso di tentare, nonostante le sue disposizioni,
e poi fosse caduta senza nessuno vicino a lei pronto ad
aiutarla, o a dare l'allarme... O, se avesse perso di nuovo
coscienza...
Aprì la porta con una spinta ed entrò a grandi passi nell'appartamento.
Era vuoto. Sconcertato e irritato, guardò il
letto, che era stato rifatto con cura. Evidentemente, quella
sciocca ragazza non aveva ritenuto opportuno seguire i suoi
ordini, e neppure la cameriera!
Un debole rumore lo fece girare di scatto. E fermare bruscamente.
«Non vi ho sentito entrare», disse la sua ospite, uscendo
dallo spogliatoio. Con indosso una vestaglia bianca che era
troppo grande per lei, una spazzola per capelli in una mano e
un asciugamano azzurro drappeggiato con noncuranza sul capo,
gli stava di fronte a piedi nudi, senza il minimo imbarazzo,
e per nulla pentita di avere disubbidito.
Essendo reduce da un inutile attacco di panico, Stephen
reagì con un impeto d'irritazione, seguito dal sollievo, e poi
da un certo qual divertimento. Aveva preso in prestito il cordone
dorato delle tende, legandolo intorno alla vita per tenere
chiusa la vestaglia bianca, e con i piedi nudi che sbucavano
da sotto alla lunga veste, e quell'asciugamano azzurro
chiaro sul capo simile a un velo, gli ricordava una Madonna
scalza. Tuttavia, invece del sorriso serenamente dolce di quella
vera, questa madonna aveva un'espressione al contempo
disorientata, accusatoria, e assolutamente infelice. Non lo fece
attendere per scoprirne la causa.
«O siete assolutamente privo di spirito d'osservazione,
milord, o altrimenti la vostra vista è difettosa.»
Preso completamente alla sprovvista, Stephen disse con
prudenza: «Non capisco a che cosa vi riferiate».
«Intendo parlare dei miei capelli», disse lei in tono infelice,
puntando un dito accusatore a quello che era celato sotto
l'asciugamano.
Lui ricordava che i suoi capelli erano stati coperti di sangue,
e pensò che la sua ferita alla testa avesse sanguinato anche
dopo che Whitticomb gliel'aveva suturata. «Lavandoli
torneranno come prima», le assicurò.
«Oh, non credo», disse lei, in tono minaccioso. «Ho già
provato a farlo.»
«Non capisco...» cominciò lui.
«I miei capelli "non" sono castani...» chiarì lei, togliendo
l'asciugamano e raccogliendo una manciata di quelle ciocche
oltraggiose per illustrare il problema. «Guardate. Sono
'rossi' !»
Sembrava disgustata, ma Stephen era ammutolito, completamente
pietrificato dalla pesante massa di splendide ciocche
fiammeggianti che le ricadevano in onde e riccioli sulle
spalle, sul corpetto della vestaglia e sulla schiena. Lei lasciò
andare la ciocca che teneva in mano, e questa le scivolò fra le
dita come fuoco liquido. «Gesù...» mormorò Stephen.
«Sono così... così sfacciati!» disse lei con aria infelice.
Realizzando tardivamente che il suo vero fidanzato non
sarebbe stato lì a fissare ciò che gli era già noto, Stephen
levò lo sguardo dalla testa di capelli più meravigliosa e insolita
che avesse mai visto. «Sfacciati?» ripeté, mentre gli veniva
da ridere.
Lei annuì, poi spinse da parte con impazienza una lucida
ciocca di riccioli color bronzo che le scivolavano dalla scriminatura,
ricadendole sulla fronte e sull'occhio sinistro.
«Non vi piacciono», ricapitolò Stephen.
«Naturalmente, no. E' perciò che non avete voluto dirmi il
loro vero colore?»
Stephen colse la scusa che lei inavvertitamente gli aveva
offerto e annuì, mentre il suo sguardo si spostava di nuovo su
quei capelli così insoliti. Erano una cornice perfetta per far
risaltare i suoi lineamenti delicati, e la pelle di porcellana.
Sheridan cominciò ad accorgersi che l'espressione sul suo
viso non era per nulla di disgusto. In effetti, sembrava quasi...
di ammirazione? «A voi piacciono?»
A Stephen piacevano. Gli piaceva ogni dannata cosa di lei.
«Sì, mi piacciono», disse in tono indifferente. «Deduco che i
capelli rossi non siano per nulla l'ultimo grido in America.»
Sheridan aprì la bocca per rispondere, ma realizzò di non
sapere la risposta. «Io... non vedo come potrebbero esserlo.
E non credo che lo siano neppure in Inghilterra.»
«Che cosa ve lo fa supporre?»
«Perché la cameriera che mi ha aiutata ha ammesso, su
mia insistenza, di non avere mai visto una testa di capelli di
questo colore in tutta la sua vita. Sembrava assolutamente
sbigottita.»
«Quale opinione conta di più?»
«Ebbene, se la mettete così...» disse Sheridan, sentendosi
intimidita e riscaldata insieme dal suo caldo sorriso. Era così
bello, tenebroso e virile, che era difficile non fissarlo, e ancora
più difficile credere che avesse realmente scelto lei fra
tutte le donne del suo Paese. Amava la sua compagnia, il
suo senso dell'umorismo, e la gentilezza con cui la trattava.
Sherry contava le ore che mancavano alle sue visite, aspettando
ognuna di esse con ansia, ma ultimamente erano state
tutte molto brevi e del tutto prive di qualsiasi informazione
utile. Come risultato, non sapeva ancora niente di se stessa,
o di lui, o della loro precedente relazione. Ma non era più disposta
a rimanere come in un limbo, aspettando che la sua
memoria capricciosa ritornasse da un momento all'altro a
fornirle le risposte.
Capiva il punto di vista di lord Westmoreland, che lei non
dovesse arrischiare la salute pretendendo troppo dalla sua
mente, ma ormai il suo corpo era guarito. Era scesa dal letto,
aveva fatto il bagno, e si era lavata i capelli, indossando poi
la vestaglia per provargli che ora stava abbastanza bene da
porre domande, e ascoltare le risposte. Aveva le gambe malferme,
ma quello poteva essere dovuto a una persistente debolezza
dovuta alle sue traversie o, più probabilmente, era
un altro sintomo del nervosismo che a volte provava in sua
presenza.
Sheridan fece un cenno con il capo verso un paio di invitanti
divani, sistemati accanto al camino. «Vi dispiacerebbe
se ci sedessimo? Sono stata a letto così a lungo che le gambe
mi si sono indebolite.»
«Perché non lo avete detto prima?» disse Stephen, facendosi
da parte così che lei potesse precederlo.
«Non ero sicura che fosse permesso.»
Si rannicchiò sul divano, ripiegando i piedi nudi sotto di
sé, e sistemò con cura la vestaglia intorno a lei. Una delle
cose che, evidentemente, aveva dimenticato, notò Stephen,
era che le signorine beneducate non intrattenevano i gentiluomini
che non fossero i loro mariti nella camera da letto.
D'altra parte, Stephen era consapevole tanto di quello, quanto
della propria trasgressione nel trovarsi lì, ma scelse di
ignorare entrambe le questioni in favore dei propri desideri.
«Perché avete detto di non essere sicura che vi fosse permesso
sedervi?»
Lo sguardo imbarazzato di Sheridan scivolò sul camino, e
Stephen si sentì assurdamente privato del piacere del suo
volto, e altrettanto assurdamente felice quando lei tornò a
guardarlo. «Sono venuta a sapere da Constance, la cameriera,
che siete un conte.»
Lo guardò come se sperasse quasi che lui lo negasse, il
che la rese la donna più singolare che avesse mai incontrato.
«E... ?» chiese Stephen, quando lei non continuò.
«E che dovevo rivolgermi a voi con proprietà chiamandovi
'milord'.» Quando lui si limitò a inarcare le sopracciglia
aspettando, Sheridan ammise: «Mi ricordo poche cose, ma
so con certezza che in presenza di un re non ci si deve sedere
finché non si è invitati a farlo».
Stephen trattenne l'impulso di ridere fragorosamente. «Però
io non sono un re, ma semplicemente un conte.»
«Sì, be', non ero sicura se si dovesse seguire lo stesso tipo
di comportamento.»
«No, e a proposito della cameriera, dove diavolo è? Ho
detto tassativamente che non dovevate essere lasciata sola in
nessuna circostanza.»
«L'ho mandata via.»
«A causa della sua reazione ai vostri capelli?» ipotizzò lui
a voce alta. «Provvederò a che...»
«No, perché era stata con me fin dall'alba, e aveva l'aria
esausta. Aveva già riordinato la stanza, e di sicuro non volevo
che mi facesse il bagno come se fossi una bambina.»
Stephen ascoltò quelle parole con stupore, ma d'altra parte
lei era piena di sorprese, incluso il suo successivo annuncio,
che venne comunicato con molta determinazione e solo
un fremito di incertezza. «Ho preso delle decisioni, oggi.»
«Davvero?» disse lui, sorridendo alla sua espressione combattiva.
Non poteva permettersi di decidere alcunché, ma
non c'era alcun motivo di farglielo notare.
«Sì. Ho deciso che il modo migliore per fare fronte alla
mia perdita di memoria, sia di pensare che si tratti semplicemente
di un inconveniente passeggero, e viverlo come tale.»
«Penso che sia un'idea eccellente.»
«Tuttavia, ci sono alcune cose che vorrei chiedervi.»
«Che cosa vorreste sapere?»
«Le solite cose», disse lei, soffocando una risata. «Quanti
anni ho? Ho un secondo nome?»
Le difese di Stephen crollarono, lasciandolo combattuto
fra l'impulso folle di ridere per il suo meraviglioso, e coraggioso,
senso dell'umorismo, e quello ancora più folle di tirarla
su dal divano, di infilare le mani in quella massa di capelli
splendenti, e di affondare le labbra sulle sue. Era tanto
seducente quanto dolce, e più sessualmente provocante, con
quella vestaglia e il cordone da tende, di qualsiasi altra cortigiana
sontuosamente vestita, o svestita, che avesse mai conosciuto.
Burleton doveva avere spasimato dalla voglia di portarsela
a letto, pensò. Non c'era da meravigliarsi che intendesse
sposarla il giorno dopo il suo arrivo.
Il senso di colpa smorzò bruscamente la piacevole contemplazione
delle sue attraenti qualità, e la vergogna cominciò
a roderlo implacabilmente. Burleton, non lui, avrebbe
dovuto trovarsi seduto davanti a lei. Era Burleton che avrebbe
dovuto condividere quella loro intimità, vederla raggomitolata
sul divano, a piedi nudi. Era Burleton che aveva il diritto
di svestirla mentalmente, e di pensare di portarsela a
letto. Non c'era dubbio che avesse avuto poco altro per la
mente, mentre aspettava l'arrivo della sua nave.
Invece di tutto quello, il suo ardente e giovane innamorato
giaceva in una bara, e il suo «assassino» stava godendosi
la serata con la sua promessa sposa. No, si corresse Stephen
con un violento moto di disgusto verso se stesso, non stava
semplicemente godendosi una piacevole serata con lei, la
stava «desiderando intensamente».
La sua attrazione verso di lei era oscena! Era insana! Se
desiderava un diversivo di qualche tipo, poteva scegliere fra
le donne più belle d'Europa. Non c'era una ragione al mondo
per provare un'attrazione folle per quella donna, nessuna
ragione per reagire a lei come un adolescente voglioso o un
vecchio satiro.
La voce quieta della sua ospite lo strappò bruscamente alla
sua impietosa autoaccusa e tuttavia continuò a sentirsi furioso
con se stesso. «Di qualunque cosa si tratti», disse lei, fra il
serio e il faceto, «non credo che abbia molto da vivere.»
Lo sguardo di Stephen tornò bruscamente sul suo volto.
«Prego?»
«Qualunque cosa fosse quella che stavate guardando sopra
la mia spalla sinistra nell'ultimo minuto... spero che abbia
delle gambe e che sia in grado di correre molto veloce.»
Lui le rivolse un breve sorriso privo di umorismo. «La
mia mente stava divagando. Vi chiedo scusa.»
«Oh, vi prego, non scusatevi», disse lei con una risata nervosa.
«Sono enormemente sollevata di sapere che stavate
pensando a qualcosa che non fossero le mie domande, con
quello sguardo torvo sul viso.»
«Temo di avere dimenticato completamente le domande.»
«Che età ho?» gli suggerì lei servizievole, inarcando le
sopracciglia delicate. «Ho un secondo nome?» Nonostante il
suo tono allegro, Stephen si rese conto che lo stava osservando
molto, molto attentamente. Era sconcertato dalla maniera
in cui gli occhi della sua ospite scrutavano i suoi, ed
esitò un secondo, sforzandosi ancora di volgere la sua attenzione
all'argomento in questione. Lei spezzò il silenzio prima
che Stephen potesse farlo, emettendo un grosso e comico
sospiro di costernazione e avvertendolo con voce esageratamente
feroce: «Il dottor Whitticomb mi ha detto che la malattia
che ho si chiama am-ne-si-a, e che non è contagiosa.
Perciò, sarei molto addolorata se aveste intenzione di fingere
di averla contratta anche voi, e così farmi sentire in colpa.
Ma, se preferite, possiamo cominciare con qualcosa di più
semplice. Vi dispiacerebbe dirmi il "vostro" nome e cognome?
La "vostra" età? Prendetevela comoda, concentratevi
sulle risposte.»
Stephen avrebbe riso, se non si fosse detestato così tanto
perché desiderava farlo. «Ho trentatré anni», disse. «Mi chiamo
Stephen David Elliott Westmoreland.»
«Bene, questo spiega tutto!» scherzò lei. «Con così tanti
nomi, c'è poco da meravigliarsi che vi occorra un po' di
tempo a ricordarli tutti!»
Un sorriso stava per affiorargli alle labbra, e Stephen tentò
di soffocarlo rimproverandola il più severamente possibile.
«Ragazzina impertinente, vi sarei grato se mi mostraste
un po' più di rispetto.»
Incorreggibile e impertinente, lei inclinò il capo di lato e
chiese in tono curioso: «Perché siete un conte?»
«No, perché sono più grosso di voi.»
La risata era musicale quanto il suono di campana, e così
contagiosa che a Stephen faceva male il viso nello sforzo di
mantenerlo inespressivo.
«Ora che abbiamo stabilito che sono impertinente, e che
voi siete più grosso di me», disse lei, rivolgendogli un'occhiata
divertita e innocente da sotto le ciglia, «sarebbe ugualmente
corretto presumere che siate più vecchio di me?»
Stephen annuì, perché non poteva fidarsi della sua voce.
Lei afferrò al volo l'occasione. «Di quanti anni?»
«Siete una ragazzina ostinata, vero?» disse Stephen, divertito
e al contempo ammirato per come avesse astutamente
aggirato l'argomento riportandolo alle sue domande.
Lei si fece seria, gli occhi grigi infinitamente attraenti. «Vi
prego, ditemi quanti anni ho. Ditemi se ho un secondo nome.
Oppure, non lo sapete?»
Stephen non lo sapeva, ma poiché aveva trascorso così
poco tempo con la sua fidanzata, la verità gli sembrava sicura
e anche ragionevole. «Veramente, non abbiamo mai discusso
nessuna di queste questioni.»
«E la mia famiglia... com'è?»
«Vostro padre è vedovo», disse Stephen, ricordando ciò
che aveva appreso dal maggiordomo di Burleton, e sentendosi
dopotutto assolutamente in grado di condurre quella discussione.
«Siete la sua unica figlia.»
Lei annuì, recependo l'informazione, poi gli sorrise. «Come
ci siamo conosciuti?»
Stephen aggrottò le sopracciglia perché non aveva previsto
domande del genere, e non si sentiva in grado di rispondervi,
né di eluderle, e qualunque reazione, sarebbe sempre
stato un inganno.
«Nella solita maniera», rispose conciso.
«Che sarebbe?»
«Siamo stati presentati.» Stephen si alzò per evitare la
perplessità e l'esame minuzioso di quei suoi occhi grigi spalancati,
e si avvicinò a una credenza, dove prima aveva visto
una brocca di cristallo.
«Milord?»
Lui le gettò uno sguardo sopra le spalle mentre toglieva il
tappo alla boccia, alzandola sul bicchiere. «Sì?»
«Siamo molto innamorati?»
Metà del brandy gli bagnò il pollice, colando di fianco al
bicchiere sul vassoio dorato. Imprecando silenziosamente,
realizzò che qualunque cosa le avesse detto ora, lei si sarebbe
sentita ingannata quando avrebbe recuperato la memoria.
Fra questo, e il fatto che lui era anche responsabile della
morte dell'uomo che amava, lo avrebbe detestato del tutto
quando quella storia fosse finita. Ma non quanto lui si odiava
per l'intera faccenda, incluso per ciò che stava per fare.
Sollevando il bicchiere, bevve d'un fiato quel po' di brandy
che era riuscito effettivamente a versarvi dentro, poi si voltò
ad affrontarla. Non restandogli scelta, rispose in una maniera
che, sapeva, avrebbe distrutto qualunque buona opinione
lei avesse di lui. «Questa è l'Inghilterra, non l'America...»
cominciò.
«Sì, lo so. Me l'ha detto il dottor Whitticomb.»
Dentro di sé, Stephen trasalì ricordando che avevano dovuto
dirle in quale Paese si trovasse, altra cosa di cui si sentiva
colpevole. «Questa è l'Inghilterra», ripeté conciso. «In Inghilterra,
nell'aristocrazia, le coppie si sposano per una varietà
di ragioni, quasi tutte puramente pratiche. Diversamente
da alcuni americani, non pretendiamo, o desideriamo, di mostrare
apertamente i nostri sentimenti, e non continuiamo a
parlare di quel tenue sentimento chiamato "amore". Questo lo
lasciamo ai contadini e ai poeti.»
Lei aveva l'aria di essere stata schiaffeggiata, e Stephen
posò il bicchiere con più forza di quanto ne avesse avuto
l'intenzione. «Spero di non avervi sconvolta con la mia franchezza»,
disse lui, sentendosi un autentico bastardo. «Si sta
facendo tardi, e avete bisogno di riposare.»
Le fece un leggero inchino per indicare che la conversazione
era terminata, poi aspettò che lei si alzasse in piedi, distogliendo
prudentemente lo sguardo quando la sua vestaglia
si aprì svelando di sfuggita un polpaccio armonioso. Stephen
aveva già la mano sulla maniglia della porta, quando lei finalmente
parlò.
«Milord?»
«Sì?» disse lui, senza voltarsi.
«Tuttavia, ne avete uno, vero?»
«Un... che cosa?»
«Un cuore.»
«Signorina Lancaster», cominciò lui, furioso con se stesso
e con il destino perché si trovava in quella situazione insostenibile.
Si voltò, e vide che era in piedi accanto al letto, la
mano appoggiata sulla colonna in una posa aggraziata.
«Il mio nome è...» esitò, e Stephen provò un'altra stilettata
di insopportabile colpevolezza, mentre lei doveva riflettere
per ricordare il proprio nome. a ..Charise. Vorrei che
mi chiamaste così.»
«Certamente», disse lui, non avendo la minima intenzione
di accontentarla. «E ora, se volete scusarmi, ho del lavoro da
fare.»
Sheridan aspettò finché la porta non si richiuse dietro di
lui, poi afferrò la colonna con l'altra mano mentre veniva
sopraffatta dalle vertigini e dalla nausea. Con cautela, si mise
seduta sul copriletto di seta, il cuore che le martellava per
la debolezza e la paura.
Che genere di persona era lei, si chiese, per avere voluto
sposare un uomo che la pensava così? Che genere di persona
era lui? Si sentì attanagliare lo stomaco ricordando l'espressione
fredda con cui l'aveva guardata, e il tono gelido e impassibile
con cui aveva parlato dell'amore.
A che cosa stava pensando, per essersi impegnata con un
tipo come lui? Perché lo aveva fatto? si chiese amaramente
Sheridan.
Ma sospettava già la risposta a quella domanda: stava
provando quella sensazione meravigliosa che provava sempre
quando lui le sorrideva.
Solo che non stava sorridendo, quando se n'era andato.
Lo aveva disgustato con tutte le sue chiacchiere sull'amore.
Quando fosse venuto a trovarla il mattino dopo, si sarebbe
scusata. Oppure, avrebbe lasciato cadere l'argomento, e tentato
semplicemente di essere una compagnia allegra e divertente.
Allungando una mano a prendere il bordo del copriletto,
vi si infilò sotto, tirandolo su fino al mento. Del tutto sveglia,
la gola che le doleva per le lacrime, Sheridan fissò il baldacchino
sopra di lei. Non avrebbe pianto, si disse. Di sicuro,
quella sera, non era stato arrecato alcun danno irreparabile al
loro rapporto. Dopotutto, erano fidanzati, e lui avrebbe sicuramente
scusato il suo piccolo errore di valutazione. Poi ricordò
di avergli chiesto se avesse un cuore, e il groppo di lacrime
in gola le sembrò delle dimensioni di un pugno.
Il giorno dopo, avrebbe visto le cose con più ottimismo, si
disse. In quel momento, era ancora debole e stanca per lo
sforzo nel fare il bagno, vestirsi e lavarsi i capelli.
Il giorno dopo, lui sarebbe venuto a trovarla, e tutto sarebbe
di nuovo andato per il meglio.

                  CAPITOLO 13.
Tre giorni dopo, Stephen era intento a dettare al suo segretario,
quando arrivò il dottor Hugh Whitticomb. Sorrideva, notò
Stephen, mentre il maggiordomo lo faceva accomodare oltre
le porte scorrevoli che davano nello studio. Tuttavia, quando
mezz'ora dopo scese dabbasso dopo avere visitato la sua paziente,
non aveva affatto l'aria così compiaciuta. «Vorrei
parlarti privatamente, se puoi dedicarmi qualche minuto»,
disse, facendo cenno di andarsene al costernato maggiordomo
che stava sulla porta, in procinto di annunciarlo.
Stephen ebbe l'imbarazzante presentimento di ciò che stava
per sentire, e con un sorriso irritato congedò il suo segretario,
mise da parte la corrispondenza, e si mise comodo sulla
poltrona.
«Ricordo chiaramente di averti detto»,esordì Hug Whitticomb,
non appena le porte si richiusero dietro al segretario,
«come sia essenziale impedire che la signorina Lancaster
venga turbata. Lo specialista che ho consultato sulla perdita
di memoria, ha sottolineato questo particolare con me, e io a
mia volta l'ho fatto con te. Ricordi la nostra conversazione?»
Stephen frenò una brusca risposta al tono del dottore, ma
la sua voce si fece asciutta. «Ricordo.»
«E allora, vuoi spiegarmi per piacere», riprese con foga il
dottor Whitticomb, ma poi, notando il tono d'avvertimento
del suo antagonista e moderando il suo di conseguenza, continuò,
«perché non sali a trovarla da tre giorni? Ti avevo detto
che era importante che avesse dei diversivi per distogliere
la sua mente da quel problema.»
«L'avevate detto, e mi sono assicurato che avesse ogni
possibile diversivo femminile a cui sono riuscito a pensare,
dai libri ai figurini, dai telai per ricamo agli acquarelli.»
«C'è un "diversivo femminile" che non le hai offerto, uno
che aveva il diritto di aspettarsi.»
«E sarebbe?» chiese Stephen, ma lo sapeva già.
«Non le hai offerto neppure un minimo di conversazione
con il suo fidanzato.»
«Non sono il suo fidanzato!»
«No, ma sei involontariamente responsabile del fatto che
non ne abbia uno. Sono stupito che te ne sia dimenticato.»
«Ignorerò questo insulto», disse gelido Stephen, «solo perché
viene da un vecchio amico di famiglia attempato e teso.»
Il dottor Whitticomb si rese conto non solo di avere scelto
la tattica sbagliata con il suo avversario, ma anche di avere
esagerato. Aveva dimenticato che il freddo e intransigente
nobiluomo seduto dietro la scrivania, non era più il ragazzino
birichino che era andato di nascosto nelle scuderie nel
cuore della notte per cavalcare un nuovo stallone, e poi si
era rifiutato coraggiosamente di piangere mentre Hugh si
occupava della frattura al braccio, e gli faceva la paternale
sulla follia di andarsi a cercare il pericolo.
«Hai assolutamente ragione», disse in tono più mite. «Sono
turbato. Posso sedermi?»
Il suo avversario accettò le scuse con un cenno del capo.
«Certamente.»
«Noi persone "tese e attempate" tendiamo a stancarci piuttosto
facilmente», aggiunse con un sorriso, e fu sollevato nello
scorgere una traccia di divertimento addolcire i lineamenti
di Stephen. Cercando di guadagnare tempo, Hugh indicò
con un gesto la scatola di sigari in ottone sul tavolo di cuoio
intarsiato accanto alla sua poltrona. «Di tanto in tanto, mi
prende un improvviso desiderio di un ottimo sigaro. Posso?»
Quando Hugh ebbe acceso il sigaro, aveva trovato un metodo
migliore per convincere Stephen circa la gravità della
situazione di Charise Lancaster, ed era soddisfatto che fosse
passato abbastanza tempo da dissipare qualunque ostilità
Stephen potesse provare ancora per il suo tentativo imprudente.
«Quando sono salito di sopra, poco fa», cominciò, studiando
il sottile filo di fumo bianco che si levava in spirali
dal sigaro, «ho trovato la nostra paziente che si agitava nel
letto, lamentandosi.»
La preoccupazione fece quasi scattare in piedi Stephen,
prima che il dottore sollevasse una mano, aggiungendo. «Stava
dormendo, Stephen. Stava sognando. Ma era un po' febbricitante»,
aggiunse, disonestamente, per meglio raggiungere
il suo scopo. «Sono anche stato informato che non mangia
abbastanza, che è molto sola, e che ha un bisogno così disperato
di risposte che parla con le cameriere, con i domestici,
con chiunque sia in grado di dirle qualcosa su questa casa, su
lei stessa, o su di te, il suo fidanzato.»
il senso di colpa di Stephen si intensificò dinnanzi a quella
descrizione della sofferenza di Charise Lancaster così vividamente
tracciata, ma ciò lo rese solo ancora più inflessibile.
«Non sono il suo fidanzato. Sono l'uomo responsabile
della sua morte! Prima ho assassinato lui, e poi ho preso il
suo posto», disse caustico digrignando i denti. «L'intera faccenda
è ripugnante!»
«Non l'hai assassinato», disse Hugh, sorpreso dall'intensità
del senso di colpa di Stephen. «Era ubriaco, ed è uscito
di corsa attraversandoti la strada. E' stato un incidente. Sono
cose che succedono.»
«Non riuscireste a prenderla così alla leggera se foste stato
presente», ribatté lui selvaggiamente. «Non siete stato voi a
tirarlo fuori da sotto i cavalli. Aveva il collo spezzato, e i
suoi occhi erano aperti, mentre tentava di bisbigliare qualcosa
e di respirare. Gesù, era così giovane, sembrava un ragazzino!
Continuava a mormorare: "Prendere Muriel". Pensavo
che mi stesse chiedendo di cercare qualcuno di nome Muriel,
e solo il giorno dopo mi è venuto in mente che, con l'ultimo
respiro, stava parlando di prendere moglie. Se foste stato lì, e
aveste sentito tutto questo, non trovereste così dannatamente
facile scusarmi per averlo travolto, e poi di concupire la sua
fidanzata!»
Hugh aveva aspettato che Stephen finisse la sua tirata così
da potergli far notare che Burleton, a quel che si diceva, aveva
una inclinazione per l'avventatezza, le sbornie e il gioco
d'azzardo, tutte cose che non lo avrebbero reso un marito
soddisfacente per la signorina Lancaster, se fosse vissuto,
ma la sua ultima frase così rivelatrice scacciò tutto il resto
dalla mente del dottore. Essa spiegava l'insolita crudeltà di
Stephen nel lasciare sola la sua ospite al piano di sopra.
Il sigaro dimenticato stretto fra i denti, Hugh si appoggiò
all'indietro sulla poltrona, e guardò l'adirato conte con divertimento.
«Così, lei ti attrae in "questa" maniera, vero?»
«Esattamente in "questa maniera"», disse Stephen pungente.
«Adesso capisco perché l'hai evitata.» Socchiudendo gli
occhi per ripararli dal fumo, Hugh considerò meditabondo la
situazione per un momento, poi continuò: «C'è poco da meravigliarsi
che tu la consideri irresistibile, Stephen. Anch'io
la trovo assolutamente incantevole».
«Eccellente!» disse Stephen, in tono caustico. «Allora ditele
che in realtà siete "voi" Burleton, e poi sposatela "voi".
Questo sistemerebbe tutto quanto.»
L'ultima frase era così sottilmente rivelatrice, e così interessante,
che Hugh distolse cautamente lo sguardo dal volto
di Stephen. Si tolse il sigaro di bocca, tenendolo fra la punta
delle dita, e lo studiò apparentemente con profondo interesse.
«Questa è una linea di pensiero molto interessante, in
particolare per te», osservò. «Potrei addirittura dire una linea
di pensiero "rivelatrice".»
«Di che cosa state parlando?»
«Sto parlando della tua affermazione che se qualcuno dovesse
sposarla, "questo sistemerebbe tutto quanto".» Senza
aspettare una risposta, proseguì: «Ti senti responsabile per
la morte di Burleton e per la perdita di memoria della signorina
Lancaster, e ti senti fisicamente attratto da lei. Nonostante
questo, o, a causa di tutto questo, sei rigidamente contrario
a fare una cosa così semplice e terapeutica come fingere
di essere il suo fidanzato, giusto?»
«Se volete metterla su questo piano, sì.»
«Allora, le cose stanno così», disse Hugh, battendosi un
ginocchio, e sorridendo con soddisfazione. «Ecco scrupolosamente
ricostruito l'intero rompicapo.» Senza attendere che
il suo irritato avversario pretendesse una spiegazione, Hugh
gliela fornì: «La signorina Lancaster non ha un fidanzato a
causa di un incidente del quale tu sei stato responsabile, non
per colpa tua, ma pur sempre responsabile. Ora, se tu dovessi
fingere di essere il suo promesso sposo, e se lei dovesse
sviluppare un affetto profondo per te mentre fingi di esserlo,
allora in queste circostanze lei potrebbe aspettarsi, potrebbe
addirittura avere il "diritto" di aspettarsi, che tu trasformi
l'illusione in realtà.
«Sulla base del tuo precedente atteggiamento nei confronti
della categoria femminile, cosa che, detto per inciso, ha
gettato tua madre nella totale disperazione all'idea di vederti
scapolo a vita, non ci sarebbe nessuna possibilità per la signorina
Lancaster. Ma per te non è così facile congedare la
signorina Lancaster come è stato con le altre. La trovi fisicamente
desiderabile, ma temi di poterla trovare "irresistibile"
conoscendola più a fondo, altrimenti non permetteresti alla
sua presenza di spingerti a nasconderti nella tua stessa casa.
né eviteresti, al punto da mostrarti insensibile, qualcuno che
chiaramente ha bisogno della tua compagnia e della tua
comprensione.
«Se non avessi niente da temere, non la eviteresti. E' così
semplice. Ma tu hai qualcosa da temere: per la prima volta
in vita tua temi, e a ragione, di dire addio al tuo adorato celibato».
«Avete finito?» chiese Stephen placidamente.
«Certo. Che cosa ne pensi del quadro che ti ho esposto
della situazione?»
«Penso che sia la più impressionante combinazione di ipotesi
improbabili e di logica fallace che abbia mai sentito in
vita mia.»
«Se è così, milord», disse il dottor Whitticomb con un amabile
sorriso, sbirciando da sopra gli occhiali, «allora perché
le neghi il conforto della tua presenza?»
«Non posso rispondere a questa domanda, per il momento
Diversamente da voi, non ho smesso di analizzare tutti i
miei dubbi.»
«Allora, lascia che ti fornisca un'ulteriore motivazione per
superare ogni dubbio che tu possa nutrire, o inventare», disse
Hugh, mentre il suo tono si faceva brusco e severo. «Ho letto
degli articoli sull'argomento della perdita della memoria, e
mi sono consultato con quei pochi colleghi che hanno un po'
di esperienza in materia. Sembra che possa essere causata
non solo da una lesione al capo, ma anche dall'isterismo, oppure,
nei casi peggiori, da una combinazione di entrambe le
cose. Stando a ciò che ho appreso, più la signorina Lancaster
cerca disperatamente di recuperare la memoria, più si sentirà
sconvolta, depressa, e quasi sull'orlo dell'isteria, non riuscendovi.
E mentre la sua agitazione aumenta, lei troverà
sempre più difficile ricordare qualsiasi cosa.» Con soddisfazione,
osservò l'uomo più giovane corrugare la fronte con
aria preoccupata. «Al contrario, se si sentisse al sicuro e felice,
è ovvio che la sua memoria tornerebbe molto prima. Se
mai accadrà, cioè.»
Le sopracciglia scure di Stephen erano sempre più aggrottate
sopra agli occhi azzurri allarmati. «Che cosa intendete
con "se mai accadrà"?»
«Esattamente ciò che ho detto. Esistono dei casi di perdita
di memoria permanenti. C'è n'è stato uno in cui hanno dovuto
insegnare daccapo al povero diavolo a parlare, leggere
e a mangiare da solo.»
«Mio Dio.»
Il dottor Whitticomb annuì per sottolineare il suo punto di
vista, poi aggiunse: «Se ti restassero ancora dei dubbi a proposito
di ciò che ho suggerito, considera quello che sto per
dirti come un ulteriore incentivo: la ragazza è consapevole
di non avere passato molto tempo con il suo fidanzato prima
di venire qui, perché gliel'ho detto io, e di non essere mai
stata in questa casa, o anche in questo Paese, prima, perché
anche questo gliel'ho assicurato io. Poiché sa di trovarsi fra
gente sconosciuta, in un ambiente estraneo, non si è ancora
fatta prendere dall'ansia per il fatto di non riconoscere tutti e
tutto. Ma questo non sarà più vero se non avrà recuperato la
memoria prima dell'arrivo della sua famiglia. Se non riuscirà
a ricordare i suoi famigliari quando li vedrà, ne sarà distrutta
mentalmente e fisicamente. Dunque, che cosa sei disposto
a rischiare per salvarla da questo destino?»
«Qualunque cosa», disse Stephen, con voce tesa.
«Sapevo che avresti pensato proprio così, quando avessi
capito la reale gravità della situazione. A proposito, ho detto
alla signorina Lancaster che non è necessario che resti a letto
più a lungo, a patto che non tenti di fare niente di stancante
per un'altra settimana.» Estraendo il suo orologio da tasca,
Hugh Whitticomb aprì il coperchio con uno scatto, e si alzò
in piedi. «Devo andarmene. Ho ricevuto un biglietto della
tua incantevole madre. Diceva di avere in programma di venire
per la Stagione con tuo fratello e tua cognata fra circa
una settimana. Sono impaziente di rivederli tutti.»
«Anch'io», disse Stephen, con aria assente. Whitticomb
stava uscendo quando a Stephen venne in mente che oltre a
tutto il resto avrebbe dovuto coinvolgere la sua famiglia nel
raggiro che stava per mettere in atto. E neppure questo sarebbe
bastato, realizzò mentre infilava le carte nel cassetto della
scrivania. Nel giro di una settimana, quando la sua famiglia
sarebbe giunta a Londra per la stagione mondana, sarebbe arrivato
il resto del bel mondo, e gli inviti ai balli e agli altri
intrattenimenti sarebbero arrivati a centinaia alla volta, insieme
a una fiumana giornaliera di visitatori.
Infilò la chiave nella serratura e la girò, poi si appoggiò
all'indietro sulla poltrona corrugando la fronte mentre considerava
le sue alternative. Se avesse rifiutato tutti gli inviti,
cosa che era certamente disposto a fare, questo non avrebbe
risolto il problema. I suoi amici e le sue conoscenze avrebbero
cominciato a passare da lui finché l'avessero visto, e
non avessero avuto l'opportunità di tentare di scoprire perché
fosse venuto a Londra per la stagione mondana, solo per
comportarsi come un recluso.
Accigliandosi, Stephen si rese conto che la sua unica scelta
era di far sparire da Londra la signorina Lancaster, e di
portarla in una delle sue proprietà, possibilmente la più lontana.
Questo significava, in primo luogo, che avrebbe dovuto
scusarsi con sua cognata e con sua madre alle cui supplichevoli
insistenze aveva ceduto venendo a Londra per la stagione
mondana. Entrambe avevano sostenuto con molta grazia,
e molto persuasivamente, di non averlo visto abbastanza negli
ultimi due anni, e che avrebbero gradito immensamente
la sua compagnia, cose, entrambe, che pensavano veramente,
come Stephen ben sapeva. Ma non avevano accennato alla
loro terza ragione che, come Stephen sapeva altrettanto
bene, era di farlo sposare, preferibilmente con Monica Fitzwaring,
obiettivo che ultimamente avevano intrapreso con
divertente, e crescente, perseveranza. Una volta che sua madre
e Whitney avessero capito la sua ragione per lasciare
Londra, gli avrebbero perdonato immediatamente di avere
frustrato i loro piani, ma sarebbero rimaste deluse.

                   CAPITOLO 14.

ORA che aveva colto l'importanza delle ragioni del dottor
Whitticomb per volere che lui interpretasse la parte del devoto
fidanzato della signorina Lancaster, Stephen era deciso
a risolvere subito la faccenda. Si fermò fuori della porta, si
preparò all'inevitabile crisi di lacrime e di recriminazioni destinate
a sgorgare da lei nell'istante in cui l'avrebbe visto,
poi bussò e chiese di vederla.
Sheridan sobbalzò al suono della sua voce, ma quando la
cameriera si precipitò avanti per farlo entrare, riportò lo
sguardo sulle informazioni che stava trascrivendo dal giornale
londinese, e disse con molta fermezza: «Ti prego, di' a
Sua Signoria che sono indisposta».
Quando la cameriera gli comunicò che la signorina Lancaster
era indisposta, Stephen aggrottò le ciglia preoccupato,
chiedendosi "quanto" si fosse ammalata a causa della sua
noncuranza. «Dille che sono venuto a trovarla, e che tornerò
fra un'ora.»
Sheridan si rifiutò di provare anche solo un briciolo di
piacere e di sollievo alla notizia che intendeva tornare. Ora,
aveva abbastanza buon senso da non contare su di lui per alcunché.
Il dottor Whitticomb era rimasto così turbato per lo
stato in cui l'aveva trovata, quella mattina, che le aveva trasmesso
la sua stessa preoccupazione, scuotendola dalla sua
stordita infelicità. Se voleva riprendersi completamente, era
assolutamente indispensabile prendersi cura di sé fisicamente,
e tenere attiva la mente.
il dottor Whitticomb le aveva fornito affrettatamente una
spiegazione incoerente - e, Sherry sospettava, non veritiera -
per la noncuranza del suo fidanzato, che includeva affermazioni
quali «assorbito da pressanti questioni d'affari» e «obblighi
del suo rango». Sfortunatamente per il gentile dottore,
più lui tentava di spiegare in maniera soddisfacente l'imperdonabile
disinteresse di lord Westmoreland per la sua fidanzata,
più diventava evidente agli occhi di Sheridan che la sua
presenza e la sua malattia erano apparentemente meno importanti
per il conte del più piccolo dettaglio dei suoi affari e
della sua vita sociale! Inoltre, aveva tutte le ragioni di credere
che la stesse addirittura punendo, o impartendole una crudele
lezione, per aver avuto il coraggio di toccare l'argomento
«amore».
Aveva passato giorni a tormentarsi per averlo fatto e a
biasimarsi per avergli chiesto se avesse un cuore. Ma mentre
ascoltava il dottor Whitticomb rimproverarla per la sua salute
e osservava l'espressione cupa del suo volto, il suo senso
di colpa e di dolore finalmente si erano trasformati in giustificata
indignazione. Non era fidanzata con il dottore, ma lui
si era preoccupato per lei. Lui si era preso il disturbo di
muoversi per venire a trovarla. Se l'amore era un sentimento
ridicolo e proibito per i sofisticati nobili inglesi, allora il
conte avrebbe almeno potuto tenere conto della sua perdita
di memoria!
Quanto a sposare il conte, Sheridan non riusciva a immaginare
quale follia avesse potuto indurla a prendere una simile
decisione. Fino a quel momento, l'unico attributo positivo
che sembrava possedere era di essere straordinariamente
attraente, il che non era certamente un motivo sufficiente per
sposarlo. Inoltre, una volta recuperata la memoria, se non
avesse ricordato degli elementi che modificassero completamente
la sua opinione su di lui, era assolutamente intenzionata
a dirgli di prendere la sua proposta di matrimonio e di
rivolgerla a un'altra donna che condividesse il suo concetto
di matrimonio. Trovava quasi impossibile credere che, una
volta in possesso delle sue normali facoltà mentali, potesse
avere un'idea diversa in materia coniugale. Forse suo padre
era stato indotto ingannevolmente a credere che il conte sarebbe
stato un buon marito, e aveva insistito perché sposasse
quell'uomo. Se le cose stavano così, sarebbe andata da suo
padre e gli avrebbe spiegato la sua rinuncia al matrimonio.
Negli ultimi giorni, ogni volta che tentava di pensare a suo
padre, non riusciva a evocare un volto, ma poteva avvertire
un confuso rimescolamento di emozioni, un lieve calore,
un'affettuosa intimità, un senso di perdita, come se le mancasse
terribilmente. Di certo, un padre che evocava simili
sentimenti non poteva essere il genere di persona che costringeva
sua figlia a sposare un uomo che non ammirava
per nulla!
Esattamente un'ora dopo, Stephen bussò di nuovo alla
porta.
Sheridan guardò l'orologio sulla mensola del caminetto
notando irritata che, almeno, era puntuale, ma questo non influenzò
la sua decisione. Continuando a studiare i giornali
che aveva aperto sullo scrittoio accanto alle finestre, disse
alla cameriera: «Ti prego di dire a Sua Signoria che sto riposando».
Mentre pronunciava quelle parole, provò un'ondata
d'orgoglio per se stessa. Benché non sapesse nulla di effettivo
riguardo a Charise Lancaster, almeno non mancava di coraggio
e di decisione!
Dall'altra parte della porta, il senso di colpa di Stephen
venne sopraffatto da un principio di allarme. «Sta male?»
chiese alla cameriera.
La cameriera guardò Sheridan con aria supplichevole, ma
lei scosse il capo, e così la ragazza dovette rispondere a
Stephen negativamente.
Un'ora dopo quella visita, quando Stephen bussò ancora
alla porta, venne informato che la signorina stava facendo il
bagno.
Un'ora più tardi, Stephen non era più preoccupato, ma irritato.
Bussò bruscamente, e questa volta venne informato
che la signorina stava dormendo.
«Di' alla signorina», ordinò lui, in un cupo tono di avvertimento,
«che tornerò esattamente fra un'ora, e che mi aspetto
di vederla, ben pulita, ben riposata, e pronta a scendere dabbasso
per mangiare. La cena è alle nove.»
Quando il conte tornò a bussare alla porta, Sheridan provò
un certo grado di divertita soddisfazione. Sorridendo fra
sé, si immerse ancora di più nell'acqua calda che minacciava
di traboccare dalla vasca in marmo. «Di' a Sua Signoria,
che preferisco cenare in camera mia, questa sera», le ordinò,
sentendosi dispiaciuta per la povera cameriera, che sembrava
preferire essere frustata.
Stephen spalancò la porta prima che la donna avesse finito
la frase, ed entrò a lunghi passi nella camera, facendola
quasi cadere a terra. «Dov'è?» chiese brusco.
«Nel... nel bagno, milord.»
Stephen si avviò verso la porta che dava nella speciale
stanza da bagno che aveva fatto installare di fianco a quella
camera da letto diversi anni prima, poi intercettò l'espressione
sgomenta della cameriera e cambiò direzione. Avvicinandosi
al tavolo accanto alla finestra, lanciò un'occhiata al
giornale aperto e vide un foglio di carta accanto a esso. «Signorina
Lancaster!» disse alzando la voce, ed usando un tono
che fece sbiancare la povera cameriera. «Se non sarete dabbasso
esattamente fra dieci minuti, verrò quassù e vi trascinerò
giù io stesso in qualunque stato, vestita o meno, mi capiterà
di trovarvi ! E chiaro?»
Con sua incredulità, la ragazzina non degnò il suo ultimatum
di una risposta! Chiedendosi a chi mai potesse scrivere,
Stephen prese il foglio di carta da lettere. Stava pensando
sarcastico che, probabilmente, il povero Burleton stava meglio
da morto, perché Charise Lancaster avrebbe reso la sua
vita un inferno con la sua ostinazione e il suo carattere oltraggioso,
quando sollevò il foglio e realizzò che cosa stesse
facendo la sua ospite. Con una scrittura precisa ed elegante,
aveva preso nota di fatti riportati dal Post del mattino, fatti
che avrebbe dovuto conoscere in passato, ma che ora doveva
imparare di nuovo. A causa sua:
Re d'inghilterra - Giorgio IV, nato nel 1762.
Il padre di Giorgio IV era Giorgio III. Morto due anni fa.
Chiamato «Giorgio l'Agricoltore» dai sudditi inglesi.
Il re ama molto le donne, i begli abiti e i vini pregiati.
Dopo ogni serie di fatti annotati, aveva tentato la stessa
operazione su se stessa, ma c'erano soltanto degli spazi vuoti
dove avrebbero dovuto esserci delle facili risposte.
Sono nata nel 18...?
Il nome di mio padre è...?
Mi piace molto...?
Un forte senso di colpa e di pena si impadronì di lui, e
Stephen chiuse gli occhi. Lei non sapeva il proprio nome, o
quello di suo padre, o l'anno in cui era nata. Peggio ancora,
quando la sua memoria fosse tornata, sarebbe andata incontro
al colpo peggiore di tutti, la tragedia della morte del suo
fidanzato. Tutto questo... e tutto a causa sua.
Sembrava che le parole sulla carta gli stessero bruciando
la mano, così lasciò ricadere il foglio sulla scrivania, trasse
un respiro incerto e si voltò per andarsene. Non avrebbe più
perso la pazienza con lei, qualunque cosa dicesse o facesse,
giurò. Non aveva alcun diritto di provare irritazione o frustrazione;
non aveva altro diritto che provare colpa e responsabilità.
Deciso a fare tutto ciò che era in suo potere per riparare al
dolore che le aveva inflitto con la sua negligenza, e che le
avrebbe inflitto quando, infine, avrebbe appreso che il suo
vero fidanzato era morto, Stephen si diresse verso la porta.
Tuttavia, poiché non avrebbe potuto cominciare a riscattarsi
finché lei non avesse lasciato la stanza da bagno, l'avvertì
con voce più gentile, ma ferma: «Vi restano otto minuti».
Sentì sciabordare l'acqua del bagno, annuì con soddisfazione,
e se ne andò. Avviandosi lungo il corridoio verso lo
scalone, si rese conto che non gli sarebbe bastato scusarsi per
averla trascurata; avrebbe dovuto trovare una spiegazione accettabile.
Prima di perdere la memoria, Charise Lancaster,
ovviamente, aveva nutrito delle idee giovanili e idealistiche
sull'amore e il matrimonio, dal momento che gli aveva chiesto
con semplicità se erano «molto innamorati». Nell'intimo,
Stephen rifuggiva anche solo dal semplice accenno a quella
parola. Come aveva scoperto, con l'età e l'esperienza, pochissime
donne erano veramente capaci di sentimenti, o di
comportamenti, che si avvicinassero minimamente a quella
delicata emozione, anche se quasi tutte ne parlavano come se
fossero naturali per il loro sesso come il respiro. Da parte
sua, istintivamente diffidava di quella parola, e di qualsiasi
donna la menzionasse.
Helene condivideva i suoi sentimenti a quel riguardo, il
che era un'ulteriore ragione per cui gradiva la sua compagnia.
Inoltre, gli era fedele, il che era più di quanto si potesse
dire della maggior parte delle mogli dei suoi conoscenti.
Per queste ragioni, la manteneva come legittima moglie di
un nobiluomo: magnifica residenza cittadina a Londra, una
nutrita schiera di domestici, armadi pieni di abiti e di pellicce,
e una splendida carrozza laccata d'argento con sedili imbottiti
di velluto color lavanda chiaro, una combinazione di
colori che era la «firma» di Helene Devernay. Poche donne
oltre a lei sapevano portarla e altre che avevano tentato non
erano mai riuscite a farsi onore o ad apparire altrettanto attraenti.
Helene era sofisticata e sensuale; capiva le regole, e
non confondeva il sesso con l'amore.
Ora che ci pensava, nessuna donna, incluse quelle con cui
aveva trascorso abbastanza tempo da cominciare a far circolare
voci di fidanzamento, aveva mai avuto la pretesa di impegnarlo
in una discussione sull'amore, per non parlare di
aspettarsi una vera dichiarazione.
Tuttavia, Charise Lancaster non era così pratica, o così ragionevole.
Chiaramente, lei si aspettava che il suo fidanzato
ne discutesse, ed esaurientemente, senza dubbio, e questa
era una cosa che Stephen intendeva evitare per il suo bene e
per quello di lei. Una volta che la sua memoria fosse tornata,
lo avrebbe detestato per tutti i suoi inganni, ma lo avrebbe
odiato ancora di più per averla umiliata con false pretese di
un affetto imperituro che non provava.
Due domestici in livrea fecero un passo avanti quando lui
raggiunse il salotto, e spalancarono le porte. La fronte corrugata
per i pensieri in cui era assorto, Stephen passò loro davanti
avviandosi poi verso la credenza dove si versò dello
sherry in un bicchiere. Alle sue spalle, le porte si richiusero
silenziosamente, e lui rivolse la sua attenzione al problema
più pressante in quel momento. Di lì a qualche minuto, avrebbe
dovuto inventare una spiegazione veramente plausibile
da offrire alla signorina Lancaster per il proprio comportamento
indifferente e per averla evitata ultimamente. Quando
era salito di sopra a trovarla la prima volta, aveva avuto
intenzione di scusarsi e di consolarla con qualche vaga insulsaggine,
ma ora che aveva un'idea più chiara del suo temperamento,
aveva la fastidiosa convinzione che lei non si sarebbe
accontentata di questo.
                capitolo 15.

Affrettandosi, fremente di rabbia, Sheridan si strinse il davanti
della lunga vestaglia color lavanda con la mano, mentre
dalla sua camera da letto si precipitava lungo il corridoio,
superando degli sbigottiti domestici in livrea, le cui teste si
voltarono all'unisono al suo passaggio, le bocche spalancate.
Proprio quando pensava di giungere nella zona soggiorno
della casa, emerse su di una loggia con una balaustra in marmo
bianco che proseguiva verso il basso in un'ampia ed elegante
scala a spirale per due interi piani, prima di terminare
in un'enorme sala d'ingresso al piano terreno.
Sollevando leggermente la veste da camera, Sheridan scese
di corsa la scala, passando accanto a ritratti incorniciati di
quelle che dovevano essere state sedici generazioni di antenati
dell'arrogante conte. Non aveva la più pallida idea di
dove lui si trovasse, o di come si aspettasse che lei riuscisse
a trovarlo. L'unica cosa che sapeva con certezza era che, in
aggiunta a tutti gli altri suoi tratti sgradevoli, lui le aveva
parlato come se fosse stata un oggetto di sua proprietà, e che
indubbiamente si stava pregustando la possibilità di trascinarla
giù dalle scale come un sacco di farina davanti ai suoi
domestici, se lei non avesse rispettato l'appuntamento.
Per privarlo di quel piacere, era disposta a fare qualsiasi
cosa. Non riusciva a immaginare come avesse potuto ragionevolmente
acconsentire a legarsi per la vita a un uomo come
quello! Appena suo padre fosse arrivato, avrebbe rotto il
fidanzamento, e gli avrebbe chiesto di riportarla immediatamente
a casa!
Era così arrabbiata e così assorbita nei suoi pensieri da
non prestare neppure una fuggevole attenzione alla magnificenza
del grande atrio con i suoi quattro enormi lampadari
che scintillavano come file gigantesche di splendidi diamanti,
o ai mirabili affreschi sulle pareti, o agli elaborati stucchi
sul soffitto.
Mentre si avvicinava all'ultimo scalino, vide un uomo anziano
in abito scuro e camicia bianca precipitarsi in una
stanza che si apriva sulla sinistra dell'atrio principale. «Avete
suonato, milord?» lo sentì dire sulla porta. Un momento
dopo, uscì indietreggiando, inchinandosi con aria reverente,
e chiuse le porte. «Scusate...» cominciò con aria imbarazzata
Sheridan, inciampando nell'orlo della vestaglia, e allungando
una mano verso la parete per cercare di mantenere
l'equilibrio.
Lui si voltò, la vide, e il suo corpo si irrigidì. Allo stesso
tempo, tutti i suoi lineamenti sembrarono fremere come in
preda a uno choc.
«Sto benissimo», lo rassicurò in fretta Sheridan raddrizzandosi,
e liberando con uno strattone un lembo della vestaglia
da sotto il piede sinistro. Notando che lui sembrava ancora
un po' interdetto, Sheridan gli porse la mano dicendo:
«Il dottor Whitticomb ha detto che sto abbastanza bene per
scendere dabbasso. Noi non ci siamo incontrati, ma io sono
Charise... uhm... Lancaster», ricordò dopo una pausa imbarazzante.
Lui sollevò la mano verso la sua, e poiché sembrava
incerto sul da farsi, Sherry la prese nelle sue e lo incitò
con un sorriso gentile: «E voi siete...?»
«Hodgkin», disse lui, parlando come se avesse un blocco
in gola. Poi si schiarì la voce, e ripeté: «Hodgkin».
«Sono felice di conoscervi, signor Hodgkin.»
«No, signorina, solo Hodgkin.»
«Non posso proprio rivolgermi a voi chiamandovi soltanto
con il cognome. E irriverente», disse Sheridan pazientemente.
«Qui, è necessario», disse lui con aria tormentata.
L'indignazione fece stringere la mano sinistra di Sheridan
sul davanti della sua vestaglia. «E' tipico di quell'animale arrogante
negare a un uomo più anziano la dignità di venire
chiamato "signore"!»
I suoi lineamenti si contorsero di nuovo, e lui sembrò allungare
il collo come se facesse uno sforzo per respirare.
«Sono sicuro di non sapere a chi vi riferiate, signorina.»
«Mi riferisco a...» Dovette pensare per ricordare la risposta
della cameriera, quando lei le aveva chiesto il nome del
conte. Le era sembrato che la donna recitasse un'intera litania
di appellativi, ma il suo cognome era... Westmoreland!
Esatto. «Mi riferisco a Westmoreland!» disse, rifiutando di
fregiare il suo nome con il titolo che gli spettava. «Qualcuno
avrebbe dovuto usare una bacchetta sul suo didietro, e insegnargli
la normale cortesia.»
A pochi metri da Sheridan, quattro valletti che stavano
entrando dignitosamente in fila nella sala da pranzo portando
dei piatti, improvvisamente si scontrarono uno contro
l'altro perché il primo di loro si era fermato di colpo. Un altro
uomo dai capelli bianchi, più giovane di Hodgkin, ma
vestito esattamente come lui, si materializzò dalla sala da
pranzo, guardandoli con aria feroce quando il coperchio di
uno scaldavivande d'argento colpì il pavimento in marmo
con uno schianto, e gli rotolò fra le gambe. «Chi è stato
a...» chiese, poi anche lui guardò Sheridan e sembrò perdere
momentaneamente il controllo della sua espressione, mentre
il suo sguardo scorreva sui suoi capelli, sulla vestaglia e sui
suoi piedi nudi.
Ignorando il trambusto intorno a lei, Sheridan sorrise a
Hodgkin e disse gentilmente: «Sapete, non è mai troppo tardi
per la maggior parte di noi per capire l'errore nel nostro
atteggiamento, se ci viene fatto notare. Lo dirò al conte al
momento opportuno, che dovrebbe rivolgersi decorosamente
a un uomo della vostra età chiamandovi "signor Hodgkin".
Potrei suggerirgli di mettersi nei vostri panni, e di immaginare
se stesso alla vostra età...»
Si interruppe perplessa quando le sopracciglia bianche
dell'uomo anziano gli schizzarono fino all'attaccatura dei
capelli, e i suoi occhi sbiaditi sembrarono balzar fuori dalle
orbite. La rabbia per il conte aveva avuto il sopravvento sul
suo buon senso per un momento, ma alla fine Sheridan capì
che il poveruomo temeva evidentemente di perdere il posto,
se lei avesse interferito. «E' stato sciocco da parte mia, signor
Hodgkin», disse in tono umile. «Non dirò niente di tutto
questo, lo prometto.»
I domestici emisero un sospiro di sollievo collettivo, che
venne bruscamente interrotto quando Hodgkin aprì le porte
che davano nel salotto, e sentirono la ragazza americana dire
al padrone in tono altezzoso e per nulla servile: «Avete suonato,
milord?»
Stephen si girò di scatto sorpreso che avesse scelto quelle
parole, poi si fermò bruscamente. Soffocando una risata che
era in parte di sbigottimento, e in parte di ammirazione, la
fissò mentre lei gli stava di fronte con il naso impertinente
nell'aria, gli occhi grigi che mandavano scintille come due
grosse pietre focaie. In acuto contrasto con la gelida alterigia
del suo atteggiamento e della sua espressione, la sua ospite
indossava una morbida vestaglia ondeggiante fatta di ampi
panneggi di seta color lavanda che le ricadevano da entrambe
le spalle, lasciandole deliziosamente nude. Teneva chiuso
il davanti stringendolo con forza, il che faceva sollevare
l'orlo dal pavimento a un'altezza sufficiente a rivelarne i
piedi nudi, e i capelli color tiziano, ancora umidi sulle punte,
le ricadevano sulla schiena e sul seno come se fosse un nudo
botticelliano.
Il color lavanda chiaro avrebbe dovuto stridere con i suoi
capelli, e lo faceva, ma la sua pelle vellutata era così chiara
che l'effetto complessivo era in qualche maniera più sensazionale
che sgradevole. In effetti, era così sorprendente che
gli occorse un momento per realizzare che non aveva scelto
deliberatamente la veste da camera di Helene per un desiderio
spavaldo di infischiarsene delle usanze o per irritarlo, ma
perché non aveva nient'altro da indossare. Aveva dimenticato
che i suoi bauli erano salpati con la nave, ma se quel brutto
mantello marrone era indice dei suoi gusti nel vestire,
Stephen preferiva vederla con indosso la vestaglia di Helene.
Naturalmente, i domestici non avrebbero condiviso il suo
punto di vista liberale, e prese nota mentalmente di rimediare
al problema del suo vestiario come prima cosa, il mattino
seguente.
Trattenendo un sorriso di ammirazione, la osservò lottare
per mantenere la sua gelida espressione di fronte al suo esame
silenzioso, e si stupì che sapesse essere così eloquente
senza muoversi o parlare. Era l'innocenza sul punto di diventare
donna, l'audacia non ancora temperata dalla saggezza
o dalla prudenza. La visione di quei suoi capelli splendenti
che gli si sparpagliavano sul petto gli attraversò in un
lampo la mente, e Stephen se ne liberò bruscamente proprio
mentre lei rompeva il silenzio: «Avete finito di fissarmi?»
«Veramente, vi stavo ammirando.»
Sheridan era scesa dabbasso assolutamente pronta a un
duro confronto, desiderandolo intensamente in effetti, ma
aveva già subito un primo scacco quando lui l'aveva guardata
con quella sua particolare espressione adulatoria negli
sfrontati occhi azzurri; il suo complimento divertito era il
secondo. Ricordando a se stessa che lui era un animale insensibile
e prepotente con cui «non» si sarebbe sposata, nonostante
come la guardasse, o come le parlasse dolcemente,
Sheridan disse: «Immagino che Sua Altezza abbia qualche
ragione per convocarmi alla sua augusta presenza».
Con sua sorpresa, lui non reagì alle sue maniere pungenti.
In effetti, sembrava piuttosto divertito mentre diceva con un
leggero inchino: «In realtà, avevo diverse ragioni».
«E sarebbero?» indagò lei in tono gelido.
«Prima di tutto», disse Stephen, «volevo scusarmi.»
«Davvero?» disse lei, con un'alzata di spalle. «Per che
cosa?»
Stephen perse la battaglia ingaggiata con se stesso per tentare
di trattenere un sorriso. Aveva coraggio, bisognava riconoscerglielo.
Molto coraggio... e molto orgoglio. Non riusciva
a pensare a un uomo, per non parlare di una donna, che
avrebbe osato sconcertarlo ed esasperarlo verbalmente come
stava facendo lei. «Per come ho bruscamente messo fine alla
nostra conversazione l'altra sera, e per non essere salito a
trovarvi da allora.»
«Accetto le vostre scuse. Ora, posso tornare di sopra?»
«No», disse Stephen, desiderando che lei avesse un po'
meno coraggio. «Devo... no, vorrei... spiegarvi perché l'ho
fatto.»
Lei gli lanciò un'occhiata sprezzante. «Allora provateci.»
Il coraggio era una caratteristica ammirevole in un uomo.
In una donna, decise, era una scocciatura. «'Sto' tentando»,
l'avvertì.
Adesso che lui aveva perso un po' della sua compostezza,
Sheridan si sentiva molto meglio. «Proseguite», lo invitò. «Vi
ascolto.»
«Volete sedervi?»
«Potrei. Tutto dipende da ciò che avete da dire.»
Le sue ciglia si aggrottarono, e lui socchiuse gli occhi,
notò Sheridan, ma la sua voce era accuratamente controllata
mentre cominciava la sua spiegazione. «L'altra sera, sembravate
rendervi conto che io... che le cose fra noi non erano...
tutto ciò che voi vi aspettereste da un fidanzato.»
Sheridan riconobbe la verità delle sue parole con una lieve
e regale inclinazione del capo, che non indicava nulla più
che un blando interesse.
«C'è una spiegazione per questo», disse Stephen, sconcertato
dal suo comportamento, e le offrì l'unica ragione che
riuscì a inventare che sembrasse logica e accettabile. «L'ultima
volta che siamo stati insieme, abbiamo litigato. Non ho
pensato al nostro litigio mentre stavate male, ma quando avete
cominciato a riprendervi, l'altra sera, ho scoperto di
pensarci ancora. E' perciò che posso essere sembrato...»
«Freddo e disinteressato?» suggerì lei, ma più con perplessità
e dolore nella voce, che vera collera.
«Esattamente», convenne Stephen. Allora Sheridan si sedette,
e lui emise un silenzioso respiro di sollievo per la fine
delle schermaglie e delle bugie, ma il suo sollievo fu di breve
durata.
«Per che cosa abbiamo litigato?»
Avrebbe dovuto saperlo che una spavalda testa rossa americana
con un carattere imprevedibile, e nessun riguardo
per i titoli nobiliari o rispetto per l'etichetta, avrebbe insistito
nel prolungare un dissapore, invece di accettare le sue
scuse e lasciar cadere educatamente l'argomento. «Abbiamo
litigato a causa del vostro carattere», ribatté amabilmente
Stephen.
Degli occhi grigi perplessi guardarono fissi nei suoi. «Il
mio carattere? Che cos'ha che non va?»
«Lo trovavo... litigioso.»
«Capisco.»
Stephen poteva quasi sentirla chiedersi se fosse così meschino
da continuare a nutrire rancore per un litigio, quando
lei era stata tanto malata. Sheridan abbassò gli occhi sulle
sue mani accuratamente intrecciate sul grembo, come se improvvisamente
non riuscisse a tenergli testa, e chiese in un
tono frustrato ed esitante: «Allora, sono una bisbetica?»
Stephen fissò il suo capo chino e le sue spalle curve, e
sentì rinascere quella particolare tenerezza che la fanciulla
sembrava suscitare in lui nei momenti più impensati. «Non
direi esattamente così», rispose con un sorriso riluttante nella
voce.
«Ho notato», ammise lei umilmente, «che il mio carattere
è stato un po'... mutevole... in questi ultimi giorni.»
Whitticomb aveva detto di trovarla assolutamente incantevole,
e Stephen ebbe la sensazione che quella fosse una
definizione di gran lunga troppo riduttiva. «E del tutto comprensibile
in simili circostanze.»
Lei sollevò il capo, gli occhi che scrutavano i suoi, come
se anche lei stesse tentando di valutarlo di nuovo. «Mi direste
esattamente per che cosa abbiamo litigato, l'ultima volta
che siamo stati insieme?»
Intrappolato, Stephen si voltò verso il vassoio dei liquori
e allungò una mano per afferrare la caraffa in cristallo dello
sherry, cercando rapidamente di pensare a una risposta che
la consolasse e la calmasse. «Pensavo che prestaste troppa
attenzione a un altro uomo», disse con un lampo d'ispirazione.
«Ero geloso.» La gelosia era un sentimento che non aveva
mai provato in vita sua, ma le donne erano immancabilmente
compiaciute quando riuscivano a suscitarlo in un uomo.
Si diede un'occhiata alle spalle e fu sollevato nello scoprire
che sotto quel punto di vista, Charise Lancaster era come
tutte le altre, perché sembrava divertita e lusingata. Nascondendo
un sorriso, Stephen versò lo sherry in un piccolo
calice di cristallo. Quando si voltò per porgerglielo, lei si
guardava ancora le mani. «Sherry?» le chiese.
Il capo di Sheridan si alzò di scatto, con un'inspiegabile
ondata di piacere nel cuore. «Sì?»
Lui le tese il calice, e Sheridan guardò impaziente lui, ma
non il bicchiere. «Volete un po' di liquore?» chiarì Stephen.
«No, grazie.»
Lui appoggiò il bicchiere sul tavolo. «Pensavo che aveste
detto di sì.»
Lei scosse il capo. «Pensavo che steste parlando con me,
e... "Sherry"!...» esclamò, alzandosi in piedi con slancio, il
volto addirittura raggiante. «Pensavo si trattasse di me. Voglio
dire, sono io. Voglio dire, dev'essere così che mi chiamavano,
così che...»
«Capisco», disse gentilmente Stephen, provando un senso
di sollievo intenso quasi quanto quello di lei. Rimasero a
portata di braccio, sorridendosi a vicenda, condividendo un
attimo di trionfo che sembrò unirli, e sospingere i loro pensieri
nella stessa direzione. Improvvisamente, Stephen capì
come Burleton avesse potuto essere «pazzamente innamorato»
di lei, come aveva affermato Hodgkin. Mentre Sherry
guardava i suoi occhi azzurri sorridenti vide un'espressione
così ardente che le fece capire perché si fosse impegnata con
lui. Strane frasi cominciarono a scorrere veloci nel vuoto
della sua memoria, suggerendole che cosa avrebbe dovuto
accadere in seguito...
«Il principe la prese fra le sue forti braccia, stringendola
al cuore. "Se avessi cento regni, li baratterei tutti per te, amore
mio. Non ero niente, finché non ho incontrato te"...
«Il conte era talmente sopraffatto dalla sua bellezza, che
perse il controllo e la baciò sulla guancia. "Perdonami, ma
non posso farne a meno! Ti adoro!"»
Stephen vide il dolce invito nei suoi occhi, e in quell'attimo
la prudenza l'abbandonò e gli sembrò giusto rispondere.
Sollevandole delicatamente il mento, le sfiorò le labbra con
le sue, e sentì il suo respiro diventare affannoso e il suo corpo
tendersi. Confuso da quella reazione che gli parve eccessiva,
Stephen sollevò il capo e attese per quello che gli sembrò
un lungo momento che lei aprisse gli occhi. Quando finalmente
le sue lunghe ciglia si sollevarono tremanti, lei
sembrò confusa, ansiosa, e, sì, anche un po' delusa. «Qualcosa
non va?» le chiese Stephen prudente.
«No, per nulla», disse lei educatamente, ma sembrava che
fosse vero il contrario.
Stephen la guardò in un silenzio d'attesa, tattica che in
genere stimolava gli altri a continuare a parlare, e che prevedibilmente
avrebbe avuto successo anche con la sua «fidanzata».
«E' solo che forse mi aspettavo qualcosa di diverso», spiegò
lei.
Dicendosi che stava semplicemente tentando di aiutarla a
stimolare la sua memoria, Stephen chiese: «Che cos'è che vi
aspettavate?»
Lei scosse il capo, mentre la sua fronte liscia si corrugava,
senza mai distogliere lo sguardo dai suoi occhi. «Non lo so.»
Le sue parole esitanti e il suo sguardo fermo confermarono
solo ciò che già sospettava, e cioè che il suo vero fidanzato
avesse evidentemente dato libero sfogo alla sua passione.
Mentre Stephen fissava quegli occhi argentei e invitanti,
decise bruscamente di essere praticamente «obbligato» a
mostrarsi all'altezza del ricordo che lei aveva di Burleton.
La sua coscienza gridava che aveva un'altra ragione egoistica
per fare ciò che stava per fare, ma Stephen la ignorò. Dopotutto,
aveva promesso a Whitticomb che l'avrebbe fatta
sentire sicura e adorata. «Forse vi aspettavate...» disse dolcemente,
facendole scivolare un braccio intorno alla vita e
sfiorandole un orecchio con le labbra, «...qualcosa più simile
a questo.»
Il suo caldo respiro nell'orecchio fece salire dei brividi
lungo la schiena di Sheridan, e lei distolse il volto, cosa che
portò le sue labbra in immediato contatto con quelle di lui.
Stephen aveva avuto intenzione di baciarla come avrebbe
potuto fare Burleton, ma quando le sue morbide labbra si
schiusero in un sospiro tremante, le sue intenzioni vennero
meno.
Sheridan capì nell'istante in cui le braccia di lui si strinsero
sulla sua vita, e le sue labbra cominciarono a muoversi insistenti
sulle sue, che non poteva essersi aspettata quello...
non l'ondata tempestosa di sensazioni che la lasciarono senza
fiato facendola stringere più forte a lui, né l'impulso ad
abbandonare la sua bocca alla sua lingua indagatrice, né il
battere frenetico del suo cuore quando le sue dita affondarono
nei capelli sfiorandole la nuca, tenendole la bocca avvinta
con più forza alla sua, mentre il corpo di Sheridan sembrava
volersi conformare e fondere nel suo.
Quando finalmente Stephen riuscì a staccare le labbra
dalle sue, sollevò il capo abbassando gli occhi sul volto infiammato
di Sheridan, sbalordito dalla propria inaudita reazione
a pochi baci verginali da parte di una ragazza inesperta
che non era sembrata avere la più pallida idea di come ricambiare
il suo ardore. Guardò le sue palpebre sollevarsi e
fissò i suoi occhi profondi, un po' irritato per la sua perdita
di controllo, ma decisamente divertito dal fatto che una semplice
ragazzetta ne fosse responsabile.
A trentatré anni, le sue preferenze andavano alle donne
appassionate, esperte e sofisticate che sapevano dare e ricevere
piacere. L'idea di aver potuto essere così violentemente
eccitato da una donna-bambina che in quel momento era
drappeggiata in una vestaglia sproporzionata, che apparteneva
alla sua attuale amante, era quasi comica. D'altra parte,
lei aveva dimostrato di essere un'allieva zelante e volenterosa
in quegli istanti fra le sue braccia, e non aveva dato segno
di timidezza verginale, neppure ora, mentre gli stava fra le
braccia ricambiando con fermezza il suo sguardo.
Tutto considerato, decise Stephen, probabilmente Charise
Lancaster non era priva di esperienza, ma istruita in maniera
alquanto impropria da Burleton e dai suoi predecessori. La
constatazione che proprio lui ,era stato l'ingenuo, fece sogghignare
Stephen mentre inarcava le sopracciglia e chiedeva
in tono caustico: «Questo era più simile a ciò che vi aspettavate?»
«No», disse lei, dando una risoluta scrollata con il capo
che fece ricadere i suoi capelli lucenti sulla spalla destra. La
voce le tremava, ma gli occhi non lasciarono mai i suoi mentre
confessava in tono sommesso: «So che non avrei mai potuto
dimenticare una cosa simile».
Il divertimento di Stephen svanì, e lui provò un insolito
dolore al petto. Senza realizzare ciò che stava facendo, le
posò una mano sulla guancia, allargando le dita sulla sua incredibile
morbidezza. «Mi chiedo», rifletté a voce alta, «se è
mai possibile che siate dolce come sembrate.»
Non aveva avuto intenzione di dare voce al suo pensiero,
e non si aspettava nessuna risposta, e tanto meno quella sorprendente
che lei gli diede. Con la voce di una persona che
confessasse un terribile segreto, lei disse: «Non credo di essere
per nulla dolce, milord. Forse non lo avete notato, ma
credo di avere una natura ribelle.»
Stephen soffocò una risata, e lottò per mantenere il volto
impassibile, ma lei scambiò il suo silenzio per dissenso.
«Sembrerebbe», disse in un sussurro tremante, mentre i suoi
occhi si abbassavano con aria colpevole sullo sparato della
sua camicia, «che sia stata piuttosto brava a nasconderlo.»
Quando lui non rispose, Sheridan fissò i piccoli bottoni di
rubino che scintillavano sullo sparato immacolato della sua
camicia, assaporando la sensazione di un forte braccio virile
intorno alla vita. Eppure, aveva la debole convinzione che ci
fosse qualcosa di sbagliato in ciò che stava. facendo. Si concentrò
su quella sensazione, tentando di costringerla a prendere
forza e a rivelarsi, ma non accadde nulla. Era instabile
come le sue reazioni nei confronti del fidanzato; in effetti,
nei confronti di tutto. Un momento detestava il suo abito da
camera, il suo fidanzato e la sua perdita di memoria, e avrebbe
voluto fuggire da quella realtà; un istante dopo lui
riusciva a ribaltare la situazione con un caldo sorriso, un'occhiata
di ammirazione... o un bacio. Non riusciva a venire a
capo di nulla, né perché ci fossero dei fugaci momenti in cui
sentiva di non «volere» ricordare. E, buon Dio, la maniera in
cui la baciava! Tutto il suo corpo sembrava liquefarsi e bruciare,
e lei amava quella sensazione che a un tempo la faceva
sentire a disagio, colpevole e incerta. Sforzandosi di spiegargli
tutto quello, e desiderando anche chiedere il suo consiglio,
Sheridan fece un respiro titubante e confessò allo sparato
della sua camicia: «Non so che genere di persona pensiate
che sia, ma sembra che io abbia un... carattere "spaventoso".
Si potrebbe anche dire che abbia un temperamento
assolutamente imprevedibile».
Irrimediabilmente affascinato dal suo candore, Stephen le
mise le dita sotto il mento, e lo sollevò verso di lui, costringendola
a incontrare il suo sguardo. «L'ho notato», disse
con voce rauca.
Gli occhi di Sheridan scrutarono i suoi con insistenza. «E
questo non vi turba?»
C'erano diverse cose che turbavano Stephen in quel momento,
e non erano collegate al suo carattere. Il seno pieno
di lei era premuto contro il suo petto, i capelli fiammeggianti
che le arrivavano alla schiena accarezzavano la sua mano
e la sua bocca morbida e carnosa lo invitava irresistibilmente
al bacio. Il nome «Sherry» le si adattava perfettamente, e
lei era pericolosamente e sottilmente eccitante. Non era la
sua fidanzata, e non era la sua amante; meritava il suo rispetto
e la sua protezione, non la sua libidine. Razionalmente
lo capiva, ma il suo cervello era come ipnotizzato dal sorriso
e dalla voce di lei, e il suo corpo sembrava essere dominato
da una eccitazione che stava diventando quasi dolorosa.
O lei non capiva perché lui cercasse di mantenersi rigido, o
non l'aveva notato, o non vi badava, ma qualunque fosse la
ragione, Stephen era contento del risultato. «Voi mi turbate
moltissimo», disse.
«E come...» domandò Sherry, osservando lo sguardo di
lui abbassarsi sulle sue labbra, e sentendo il cuore triplicare i
battiti.
«Ve lo mostrerò», mormorò lui con voce roca, e le sue
labbra si impadronirono di quelle di Sherry con impetuosa
tenerezza.
La baciò lentamente, sollecitandola a partecipare, questa
volta, e non semplicemente ad arrendersi, e Sheridan intuì il
sottile invito. Stephen curvò una mano intorno alla sua nuca,
accarezzandola con dolcezza, mentre l'altra si spostava lentamente
su e giù lungo la schiena in una pressante carezza.
Le labbra schiuse di Stephen si mossero su quelle di lei, esortandole
ad aprirsi per lui, e Sheridan rispose anche se con
qualche esitazione. Accompagnò i movimenti carezzevoli
della bocca di Stephen, e sentì le labbra di lui schiudersi di
più; le sfiorò con la lingua, esplorandone i caldi contorni maschili,
e sentì la mano di Stephen stringersi con maggior forza
alla base della sua spina dorsale.
Sheridan si sollevò sulla punta dei piedi, passandogli le
mani sui sodi pettorali, sulle spalle e inarcando il corpo mentre
lo attirava più stretto a sé... e improvvisamente le braccia
di Stephen la circondarono simili a bande d'acciaio, e il bacio
divenne sempre più intenso, pressante. Le mani di lui si
spostarono, scivolandole sul seno, cominciando ad accarezzarlo.
Messa in guardia da un istinto che non capiva e non voleva
sfidare, Sheridan si staccò dalla sua bocca e scosse il
capo verso di lui quasi in preda al panico, anche se una parte
di lei desiderava che la baciasse di nuovo.
Riluttante, Stephen allentò la stretta, lasciando ricadere le
braccia lungo i fianchi. Con un misto di incredulità e di divertimento
abbassò lo sguardo sulla giovane e squisita bellezza
che era appena riuscita a drogare non soltanto i suoi
sensi, ma anche la sua mente. Sherry aveva il volto in fiamme,
il petto le si sollevava delicatamente a ogni respiro e i
suoi occhi dalle ciglia scure erano spalancati per la confusione
e il desiderio che provava. Sembrava non essere sicura di
ciò che provava veramente. «Penso che sia meglio che facciamo
qualcos'altro», disse lui, prendendo la decisione per
entrambi.
«Che cosa avete in mente?» chiese Sheridan con voce tremante.
«Quello che ho in mente», rispose ironicamente Stephen,
«e quello che faremo, sono due cose molto distinte.» Decise
di insegnarle i primi rudimenti degli scacchi.
Fu un errore. Sheridan lo batté due volte di fila, perché lui
sembrava non essere in grado di concentrare la mente sul
gioco.

                  CAPITOLO 16.

IL giorno seguente, Stephen evitò scrupolosamente di pensare
a Sheridan, ma quando il suo cameriere gli preparò gli
abiti per la sera, si scoprì ad aspettare la cena con Sherry con
molta più impazienza di quanta ne avesse provata da molto
tempo prima di una cena. Aveva ordinato degli abiti decorosi
per lei dalla sarta di Helene, insistendo che gliene venisse
consegnato almeno uno quel giorno stesso, e il resto quando
fosse stato pronto. Quando la sarta gli aveva ricordato in
tono isterico che la stagione mondana stava per cominciare,
e che tutte le sue cucitrici stavano lavorando giorno e notte,
Stephen le aveva chiesto educatamente di fare del suo meglio.
Poiché gli acquisti di Helene nell'esclusivo negozio
comportavano introiti da capogiro, aveva pienamente fiducia
che la sarta sarebbe riuscita a mettere insieme un guardaroba
decente, facendogli pagare una cifra ancora più esorbitante
per la rapidità del servizio.
Nel giro di poche ore, tre cucitrici erano arrivate a casa, e
benché non fosse tanto ingenuo da aspettare che, con un preavviso
così breve, la sua ospite potesse essere vestita all'ultima
moda, era piuttosto ansioso di vedere che aspetto avesse
con un abito decente. Mentre chinava il capo all'indietro affinché
il suo cameriere potesse passargli la schiuma di sapone
sotto il mento, Stephen decise che qualunque cosa Charise
Lancaster avesse indossato, lo avrebbe fatto con il suo stile
speciale, sia che si trattasse di un cordone dorato da tendaggio,
o di un abito da ballo.
In quello, o nella loro serata, non rimase deluso. Lei entrò
nella sala da pranzo con i capelli color tiziano che le ricadevano
sulle spalle a incorniciarle il volto espressivo e l'aria di
giovane donna ingenua ed esotica al contempo, in un abito
di lana di un tenue color acqua con una profonda scollatura
quadrata e un corpetto attillato che evidenziava il suo seno
pieno e accentuava la sua vita sottile, prima di ricadere a terra
in semplici pieghe. Evitando timidamente lo sguardo di
palese ammirazione di Stephen, fece graziosamente un cenno
con il capo al cameriere in livrea che stava sull'attenti accanto
al buffet, elogiò le fioriere d'argento di rose bianche e
la fila di ricercati candelabri d'argento sulla tavola, poi si lasciò
scivolare con grazia sulla sedia di fronte a lui. Solo allora
sollevò il viso a guardarlo, e il sorriso che gli rivolse era
così caldo, e così pieno di generose, inconsapevoli promesse,
che Stephen ci impiegò più di un momento per realizzare
che lo stava semplicemente ringraziando per l'abito. «...anche
se avete esagerato», concluse con atteggiamento dolce e
pacato.
«L'abito è ben lontano dall'essere costoso, e certamente
non bello quanto colei che lo indossa», rispose Stephen, e
quando lei distolse lo sguardo come se fosse veramente imbarazzata
per la sua osservazione, ricordò a se stesso con
molta fermezza che lei certo non intendeva sedurlo con quel
suo tenero sorriso, o l'aggraziato ondeggiamento dei fianchi,
o il morbido seno che l'abito metteva in evidenza, e che
quelli non erano davvero il momento, il luogo o la donna
adatti a suscitare pensieri di cuscini di seta ricoperti di lucenti
capelli color tiziano, e a seni pieni che si inturgidivano
adattandosi alle sue mani invitanti. Rivolse pertanto i propri
pensieri ad argomenti più concreti, e le domandò che cosa
avesse fatto durante il giorno.
«Ho scorso i giornali», rispose lei, e con la luce delle candele
che le brillava sui capelli e ardeva nei suoi occhi ridenti,
cominciò a deliziarlo con un divertente commento sugli
innumerevoli pettegolezzi che aveva letto sui numeri arretrati
delle riviste, a proposito delle imprese dell'alta società
durante la stagione londinese. Il suo intento originale, gli
spiegò, era stato di apprendere dal giornale tutto il possibile
sulle sue conoscenze e su tutti gli altri membri dell'alta società
prima di venir loro presentata. La coscienza di Stephen
si ribellava a lasciarglielo fare, quando sapeva che non avrebbe
incontrato assolutamente nessuno, ma, ragionò, quel
tentativo sembrava averla rallegrata e tenuta occupata, e così
le chiese che cosa avesse appreso fino a quel momento.
«Stando alla Gazette», lo informò lei ridendo, mentre il
domestico in livrea serviva loro una porzione succulenta di
anatra, «l'abito di corte della contessa di Evendale era ornato
da tremila perle. Pensate che questo sia stato un conteggio
esatto?»
«Ho completa fiducia nell'integrità del cronista mondano
della Gazette», rispose scherzando Stephen
«Se ciò fosse esatto», disse lei con un sorriso contagioso,
«allora posso solo presumere che o le perle fossero molto
piccole o lei fosse una donna molto grossa.»
«Perché?»
«Perché se le perle fossero state grosse e lei no, ci sarebbe
senza dubbio voluto un argano per tirarla in piedi, dopo il
suo inchino al re.»
Stephen stava ancora sorridendo all'immagine della contessa
freddamente dignitosa, e assai rotonda, che veniva sollevata,
quando Sherry passò in un lampo dai discorsi frivoli
a quelli seri. Appoggiando il mento sulle dita intrecciate, lo
fissò da un capo all'altro del tavolo da pranzo, e gli chiese:
«Da aprile a giugno, quando tutte le persone importanti si
riuniscono a Londra per la stagione mondana, che ne è dei
loro bambini?»
«Restano in campagna con le bambinaie le governanti e le
istitutrici.»
«Ed è la stessa cosa durante la stagione autunnale, anche
se è più breve?»
Quando Stephen annuì, Sherry inclinò il capo di lato e
disse in tono serio: «Come devono sentirsi soli i bambini,
durante quei lunghi mesi».
«Non sono soli», sottolineò Stephen, pazientemente.
«La solitudine non ha niente a che vedere con l'essere
soli. né per i bambini, né per gli adulti.»
Stephen desiderava così disperatamente evitare un argomento
che temeva portasse direttamente a un'impossibile discussione
sui «loro» bambini, da non rendersi conto che il
suo tono si era raffreddato, o che nello stato vulnerabile di
Sherry le sue osservazioni potevano colpirla come stilettate.
«Parlate per esperienza?»
«Io... non lo so», disse lei.
«Temo che domani sera lo sarete.»
«Sola?»
Quando lui annuì, Sherry guardò rapidamente la delicata
conchiglia riempita di paté posata sul piatto davanti a lei, poi
trasse un profondo respiro come per raccogliere il coraggio e
lo guardò dritto negli occhi. «Intendete uscire a causa di ciò
che ho appena detto?»
Stephen si sentì una bestia a costringerla a rivolgergli
quella domanda, e disse con molto calore: «Ho un impegno
precedente che non può essere disdetto». Poi, come se il bisogno
di discolparsi ai suoi occhi non avesse già raggiunto il
limite dell'assurdo, annunciò: «Forse può tranquillizzarvi
sapere che i miei genitori ci facevano portare a Londra, mio
fratello e me, almeno una volta ogni due settimane, durante
la Stagione. E mio fratello e sua moglie, e alcuni dei loro
amici, portano con sé i loro bambini e un seguito di governanti,
quando sono a Londra.»
«Oh, questo sì che è bello!» esclamò lei, mentre il suo
sorriso si faceva sempre più luminoso. «Sono enormemente
sollevata nel sapere che ci sono dei genitori così affezionati,
nell'alta società.»
«La maggior parte dell'alta società», la informò lui, in tono
pungente, «considera in maniera frivola quello stesso affetto
genitoriale.»
«Non credo che si debba permettere alle opinioni altrui di
influenzare ciò che si fa, non credete?» chiese lei, aggrottando
leggermente la fronte.
Tre cose colpirono subito Stephen, e lui si sentì combattuto
fra il divertimento, la pietà e la mortificazione: che se ne
rendesse conto o no, Charise Lancaster stava «intervistandolo»,
soppesando i suoi meriti, non solo come futuro marito,
ma anche come futuro padre dei suoi bambini, entrambi ruoli
che lui non avrebbe assolto. E quello era un fatto molto
positivo perché, in primo luogo, lui non sembrava godere di
un alta stima da parte di Sherry, e in secondo luogo, il disinteresse
di lei per le opinioni altrui l'avrebbe di sicuro fatta
bandire dalla buona società nel giro di una settimana, se vi
avesse mai messo piede. Stephen non si era mai curato dell'opinione
di nessuno, ma d'altra parte lui era un uomo, non
una donna, e la sua ricchezza e il suo nome illustre gli davano
il diritto di agire come più gli garbava, e di farlo impunemente.
«Credete che si debba permettere alle opinioni altrui di
influire sulle nostre azioni?» ripeté lei.
«No, decisamente no», affermò Stephen solennemente.
«Sono felice di sentirlo.»
«Temevo che lo sareste stata», disse Stephen, trattenendo
un sorriso.
Il suo buonumore perdurò per il resto della cena, e in seguito
in salotto, ma quando fu ora di augurarle la buonanotte
si rese conto di non potersi fidare dei propri istinti e che era
meglio limitarsi a darle un bacio fraterno sulla guancia.

CAPITOLO 17.

«QUALUNQUE cosa tu abbia fatto, di certo ha funzionato», annunciò
la sera seguente Hugh Whitticomb, spuntando nel salotto
dove Stephen era in attesa che Sherry lo raggiungesse
per la cena.
«Allora, si sente meglio?» rispose Stephen, compiaciuto e
sollevato che la sua appassionata e compiacente «fidanzata»
non avesse deciso di abbandonarsi a una crisi di colpevolezza
verginale per le poche libertà che lui si era preso la sera
prima, confessando l'accaduto a Whitticomb. Era stato occupato
tutto il giorno, prima con uno dei suoi amministratori
e dopo con l'architetto che stava lavorando al progetto di restauro
di una delle sue proprietà, e così non l'aveva vista
neppure di sfuggita, benché i domestici lo avessero tenuto informato
sui suoi spostamenti all'interno del palazzo, e gli
avessero riferito che sembrava essere di buonumore. Stephen
stava pregustando una serata assolutamente piacevole, prima
con Sherry, e più tardi con Helene. Quale parte della serata
aspettasse con maggiore impazienza, era una valutazione che
non si curava di prendere in esame.
«Si sente molto più che bene», osservò il dottore. «Direi
che è raggiante. Mi ha detto di riferirti che scenderà fra un
momento.»
L'inatteso e indesiderato indugiare del medico nella stanza,
e la sua palese e allarmante curiosità, finirono per distogliere
Stephen dalla piacevole sensazione di aspettativa nei
confronti della propria serata. «Che cosa hai fatto per compiere
una trasformazione così miracolosa?»
«Ho fatto come voi avete suggerito», disse Stephen in tono
blando, voltandosi, e avvicinandosi alla mensola del camino
dove aveva lasciato il suo bicchiere di sherry. «L'ho
fatta sentire... ehm... protetta e al sicuro»
«Non potresti essere un po' più preciso? I miei colleghi,
quelli che ho consultato a proposito dell'amnesia della signorina
Lancaster sarebbero senz'altro interessati ai tuoi
metodi di cura. Sono sorprendentemente efficaci.»
In risposta, Stephen appoggiò un gomito sulla mensola
del camino e alzò beffardo un sopracciglio in direzione del
medico troppo curioso. «Non vorrei trattenervi da un altro
appuntamento», ribatté pungente.
Il velato invito ad andarsene indusse Hugh Whitticomb a
concludere che Stephen intendesse godersi la serata da solo
con lei. O era così, oppure non voleva semplicemente un testimone
alla rappresentazione che era costretto a mettere in
scena per la sua affezionata fidanzata. Sperando di scoprire
che si trattava della prima ipotesi, disse in tono amichevole:
«Si dà il caso che sia libero per questa sera. Forse, potrei unirmi
a voi per la cena, e assistere direttamente ai tuoi metodi
con la signorina Lancaster».
Stephen rivolse un'occhiata tranquilla e apparentemente
indifferente al dottore, ma la sua voce fu eloquente. «No.»
«Immaginavo che avresti detto qualcosa del genere», disse
il dottor Whitticomb con un largo sorriso.
«Desiderate invece un bicchiere di Madera?» suggerì il
conte, con espressione enigmatica quanto il suo tono.
«Sì, grazie. Penso che lo berrò», disse il dottor Whinicomb,
non più così certo di quali fossero i motivi di Stephen
per desiderare che lui se ne andasse. Il conte diede un ordine
silenzioso con il capo a un valletto fermo accanto a un mobile
pieno di caraffe e di bicchieri, e in un attimo il dottore
fu servito.
Il dottor Whitticomb stava per chiedere a Stephen che
cosa intendesse fare a proposito della sua ospite, non appena
la buona società fosse accorsa in massa a Londra per la Stagione,
la settimana successiva, quando lo sguardo del conte
improvvisamente scattò verso la porta, e lui si raddrizzò dalla
sua posizione abbandonata contro il camino. Voltandosi
in direzione del suo sguardo, il dottor Whitticomb vide la signorina
Lancaster entrare nella stanza indossando un seducente
abito giallo intonato all'alto nastro intrecciato nei suoi
folti riccioli, quasi a cingerli come un diadema. Anche lei lo
vide, e si avvicinò subito a lui come le buone maniere e la
sua età imponevano che facesse. «Dottor Whitticomb», esclamò
con un sorriso felice, «non mi avevate detto che sareste
stato qui, quando fossi scesa!»
Gli tese entrambe le mani in un gesto che, per una ragazza
inglese beneducata, sarebbe stato troppo cordiale per una conoscenza
così recente. Hugh Whitticomb le prese le mani
nelle sue, e decise che gradiva molto il suo calore e la sua
spontaneità senza affettazione, e al diavolo le usanze. Gli
piacevano davvero moltissimo. «Avete un aspetto delizioso»,
disse con sincerità, tirandosi leggermente indietro a contemplare
il suo abito. «Sembrate proprio un ranuncolo», aggiunse,
anche se il complimento suonò in un certo senso
poco lusinghiero.
Sheridan era così nervosa all'idea di dover affrontare il
suo fidanzato, che prolungò quel momento prima di guardare
nella sua direzione. «Ma ho esattamente lo stesso aspetto
di quando mi avete vista qualche minuto fa. Naturalmente
allora ero svestita», aggiunse, poi le venne voglia di sprofondare
nel pavimento quando il conte emise un suono soffocato,
come di una risata.
«Ciò che volevo dire era», si corresse rapidamente, alzando
lo sguardo sul bel volto sorridente di lord Westmoreland,
«che non indossavo questi abiti.»
«So che cosa volevate dire», disse Stephen, ammirando il
colorito roseo che le sfumò le guance e la pelle di porcellana
sopra alla scollatura quadrata.
«Non posso ringraziarvi abbastanza per gli incantevoli vestiti»,
gli disse Sherry, con la sensazione di poter annegare
nell'azzurro dei suoi occhi. «Confesso che mi sono sentita
molto sollevata dal loro arrivo.»
«Davvero?» disse Stephen, sorridendo per nessuna ragione
oltre allo strano genere di piacere che lei gli procurava
quando entrava in una stanza... o lo guardava con tale evidente
piacere per delle minuzie come qualche abitino semplice
e confezionato in fretta. «Perché vi siete sentita sollevata?»
le chiese, notando che non gli porgeva le mani da stringere
come aveva fatto con Whitticomb.
«Mi chiedevo la stessa cosa», disse il dottor Whitticomb,
e Sheridan si staccò dallo sguardo ammaliatore di lord Westmoreland
con un misto di imbarazzo e di riluttanza. «Temevo
molto che potessero essere tutti come quello che ho indossato
due sere fa», spiegò al medico. «Voglio dire, era
davvero incantevole, ma... ecco... "pieno di correnti d'aria" .»
«Correnti d'aria?» ripeté il dottor Whitticomb, in maniera
inespressiva.
«Sì, vede, mi fluttuava alquanto intorno, e mi sembrava di
indossare un velo color lavanda, invece di un abito di tessuto.
Avevo sempre il timore che uno di quei nastri color argento
si sciogliesse, e potessi ritrovarmi...» La sua voce si
affievolì, mentre tutta l'attenzione del medico si spostava da
lei, per concentrarsi sul conte. «E così, era color "lavanda",
vero?» le chiese senza staccare lo sguardo dal suo fidanzato.
«E inconsistente?»
«Sì, ma era assolutamente appropriato da indossare in Inghilterra»,
si affrettò a dichiarare Sheridan, accorgendosi del
crescente biasimo nello sguardo che l'uomo più anziano stava
rivolgendo al conte.
«Chi glielo ha detto, mia cara?»
«La cameriera, Constance.» Decisa a non permettere che
giudicasse male il suo fidanzato, che sembrava leggermente
divertito nonostante l'incessante e attento esame del dottore,
aggiunse con molta fermezza: «Dottor Whitticomb, la cameriera
mi ha garantito che era destinato a essere indossato per
un dinner bell. Sono state le sue esatte parole: un dinner
bell !»
Per qualche ragione, quell'annuncio fece finalmente interrompere
il duello visivo dei due uomini, che rivolsero la loro
attenzione su di lei. «Che cosa?» chiesero all'unisono.
Desiderando di non avere mai accennato a tale questione,
Sheridan trasse un lungo respiro e spiegò pazientemente ai
due uomini perplessi: «Constance mi ha detto che l'abito da
camera color lavanda era adatto per un dinner bell. Io non
sapevo che suonaste un campanello, e mi rendevo conto di
dover scendere per la cena, e non per il pranzo, ma poiché
non avevo niente altro da indossare, e non l'avevo indossato
per nessun altro dinner bell, non...» Si interruppe mentre
sul volto del conte affiorava un principio di comprensione, e
lui stava lottando per mantenere un'espressione seria. «Ho
detto qualcosa di divertente?»
Il dottor Whitticomb guardò Stephen, e gli chiese un po'
seccato. «Che cosa vuole dire?»
«Vuole dire en déshabillé. La cameriera stava pasticciando
la pronuncia francese.»
Il dottor Whitticomb fece immediatamente cenno di avere
capito, ma non trovò per nulla divertente la spiegazione.
«Avrei dovuto immaginarlo. Senza dubbio l'avevo sospettato
dalla descrizione di quell'abito da camera color "lavanda".
Mi auguro che troverai immediatamente una cameriera personale
qualificata per la signorina Lancaster, e che porrai del
tutto rimedio al problema dell'abbigliamento, affinché questo
genere di equivoci non accada di nuovo?»
Il dottor Whitticomb aveva scolato il suo bicchiere, e lo
passò al valletto che si materializzò a portata di mano con un
vassoio d'argento, prima di rendersi conto che il suo anfitrione
non l'aveva considerato. Intendendo esigere una risposta
si voltò, realizzando che Stephen evidentemente non
aveva solo dimenticato la domanda, ma anche la sua presenza.
Invece di seguire la discussione, stava sorridendo a
Charise Lancaster, dicendole in un tono di leggero rimprovero:
«Non mi avete ancora salutato, mademoiselle. Comincio
a sentirmi piuttosto a terra».
«Oh, sì, lo vedo», disse Sheridan, ridendo per la palese,
ma lusinghiera, esagerazione. Appoggiato con noncuranza
alla mensola del caminetto, gli occhi azzurri ridenti fissi nei
suoi e quel pigro sorriso sul volto attraente, Stephen Westmoreland
era l'incarnazione della sicurezza e della potenza
maschile. Tuttavia, la sua galanteria canzonatoria e il calore
nei suoi occhi avevano un effetto stranamente stimolante su
di lei, così anche il sorriso di Sheridan si fece più caldo,
mentre-ammetteva ironica: «Avevo intenzione di salutarvi
subito, ma ho dimenticato come si deve fare, e intendevo
chiedervelo».
«Che cosa volete dire?»
«Voglio dire, devo fare un inchino?» spiegò lei con una
risatina di spavento che Stephen trovò assolutamente accattivante.
In qualche maniera, Sheridan riusciva ad affrontare
il suo enorme problema, e gli ostacoli connessi, con una
schiettezza gioiosa che lui trovava sorprendente, e incredibilmente
coraggiosa. Quanto a come desiderava essere salutato
da lei, avrebbe preferito che gli offrisse entrambe le mani
come aveva fatto con Hugh Whitticomb, o meglio ancora
che gli offrisse le labbra per il bacio che, improvvisamente,
desiderava darle, ma poiché nessuna delle due ipotesi era
possibile in quel momento, fece un cenno con il capo in risposta
alla sua domanda, e disse in tono casuale: «E la consuetudine».
«Immaginavo che lo fosse», disse lei, e si abbassò in un
inchino aggraziato e disinvolto. «Questo, era accettabile?»
chiese, posando la mano sul palmo teso di quella di Stephen,
nel rialzarsi.
«Più che accettabile», disse lui con un sorriso. «Come
avete trascorso la giornata?»
Con la coda dell'occhio, Hugh Whitticomb notò il calore
nel sorriso del conte, e lo sguardo assorto con cui la osservava
mentre lei rispondeva alla sua domanda, e il fatto che le
stesse di gran lunga più vicino di quanto fosse necessario, o
anche solo conveniente. Se stava semplicemente recitando
una parte allora di sicuro la trovava piacevole. E se non stava
semplicemente recitando...
Il dottor Whitticomb decise di verificare quell'ultima possibilità,
e in un tono distratto e scherzoso, si rivolse ai loro
profili: «Potrei ancora trattenermi per la cena, se fossi invitato.
..»
Charise Lancaster si voltò a guardarlo, ma Stephen non
gettò neppure uno sguardo nella sua direzione. «Neanche per
sogno» disse caustico. «Andate pure.»
«Non sia mai detto che non sappia riconoscere un buon
suggerimento, quando ne sento uno», disse il dottor Whitticomb,
talmente incoraggiato e rallegrato da tutto, inclusa la
mancanza di ospitalità senza precedenti di Stephen, da stringere
quasi la mano tesa del maggiordomo sulla porta d'ingresso,
quando l'uomo gli porse il cappello e il bastone.
«Controlla la signorina per me» gli disse invece, con una
strizzatina d'occhio di complicità. «Sarà il nostro piccolo segreto.»
Non fu che a metà strada sulla scala d'ingresso della
casa, che si rese conto che il maggiordomo non era Colfax,
ma un altro uomo, molto più anziano.
Non aveva importanza. Niente avrebbe potuto turbarlo, in
quel momento.
La sua carrozza lo aspettava accanto al marciapiede, ma la
serata era così bella, e le sue speranze così forti, che decise
di camminare, e fece cenno al suo cocchiere di seguirlo. Per
anni, lui e la famiglia Westmoreland erano rimasti a guardare
con impotente costernazione mentre le donne si gettavano
fra le braccia di Stephen, tutte così dannatamente ansiose di
barattare se stesse con il suo titolo, la sua ricchezza e un legame
con la famiglia Westmoreland, che Stephen, un tempo
considerato personificazione del fascino elegante e dell'aperta
cordialità, era diventato un cinico incallito.
Più lui restava scapolo, più costituiva una sfida per le donne
nubili e, similmente, per quelle sposate. Si era anzi arrivati
al punto che lui non poteva entrare in una sala da ballo
senza che la popolazione femminile diventasse subito frenetica.
Stephen lo aveva visto accadere, ne aveva capito le ragioni,
e la sua opinione sulle donne aveva continuato a degenerare
in diretta proporzione con il suo aumento di popolarità.
Come risultato, la sua opinione nei confronti di tutto il
genere femminile si era ormai così deteriorata, da preferire
pubblicamente la compagnia delle sue amanti a quella di
qualsiasi donna rispettabile appartenente alla sua classe sociale.
Anche quando veniva a Londra per la Stagione, cosa
che non faceva da due anni, disdegnava di presenziare a una
qualunque delle principali riunioni mondane, preferendo trascorrere
le serate ai tavoli da gioco con i suoi amici, o altrimenti
a teatro, o all'opera, con Helene Devernay. La ostentava
così sfacciatamente davanti alla buona società, da avere
provocato uno scandalo che affliggeva profondamente sua
madre e sua cognata.
Eppure... quella sera aveva sorriso guardando negli occhi
Charise Lancaster con un po' dell'antico calore. Non c'era
dubbio che il suo atteggiamento fosse dovuto in parte al suo
legittimo senso di colpa. In quel momento, Charise Lancaster
aveva disperatamente bisogno di lui, ma secondo l'opinione
del dottor Whitticomb, Stephen aveva altrettanto disperatamente
bisogno di lei. Aveva bisogno di gentilezza e di
dolcezza nella sua vita. Più di tutto, gli occorreva una prova
concreta che al mondo esistevano delle donne nubili che desideravano,
e sentivano il bisogno, da parte sua di qualcosa
di più del semplice diritto di usare il suo titolo, il suo denaro
e le sue proprietà.
Anche in quello stato mentale così vulnerabile, Charise
Lancaster non sembrava dare alcuna importanza alle apparenze
o agli aspetti materiali della vita, o alle dimensioni e
all'eleganza della sua casa. Non si sentiva intimidita da lui o
dalle sue proprietà, né provava soggezione per le sue attenzioni.
Quella sera, aveva salutato Hugh con un calore spontaneo
quasi irresistibile, e poi era scoppiata a ridere della galanteria
di Stephen. Era piacevolmente schietta e disinvolta,
tuttavia era anche gentile e dolce, abbastanza da essere rimasta
distrutta dalla noncuranza di Stephen. Era il raro tipo di
donna che pensava alle necessità degli altri prima che alle
proprie, pronta evidentemente a perdonare le offese con grazia
e generosità. Nei primi giorni della sua convalescenza,
quando era ancora costretta a letto, aveva invariabilmente
chiesto a Hugh di rassicurare «il conte» sul fatto che lei sarebbe
guarita e avrebbe recuperato la memoria, così che non
dovesse preoccuparsi invano. Inoltre, Hugh era assolutamente
incantato dalla sua amichevole cordialità e dalla mancanza
di affettazione nei confronti di tutti, dai domestici a lui stesso,
e anche del suo fidanzato.
Monica Fitzwaring era una ragazza squisita, di carattere
ed educazione eccellenti, e a Hugh piaceva moltissimo, ma
non come moglie per Stephen. Era piacevole, graziosa e serena
- come le avevano insegnato a essere - ma a causa di
quella sua stessa educazione, non possedeva né il desiderio,
né la capacità di suscitare dei sentimenti profondi in qualunque
marito e, in particolare, in Stephen. Neppure una volta,
in tutte le occasioni in cui Hugh aveva visto Stephen in sua
compagnia, lui l'aveva mai guardata con il genere di tenero
ardore che aveva mostrato verso Charise Lancaster. Monica
Fitzwaring sarebbe stata un'eccellente padrona di casa e
un'affascinante compagnia a tavola per Stephen, ma non sarebbe
mai riuscita a toccargli il cuore.
Non molto tempo prima, Stephen aveva messo in allarme
tutta la sua famiglia annunciando di non avere intenzione in
futuro di sposare Monica o chiunque altra, semplicemente
per mettere al mondo un erede. Hugh aveva trovato questo
annuncio più rassicurante che allarmante. Non approvava
per nulla quei matrimoni moderni di convenienza che erano
così di moda nell'alta società, almeno non nel caso di qualcuno
a cui tenesse, e lui era molto attaccato ai Westmoreland.
Avrebbe desiderato un matrimonio almeno come quello
di Clayton Westmoreland, o come quello che lui stesso
aveva fatto, quando la sua Margaret era viva.
La sua Margaret...
Anche ora, camminando lentamente davanti alle ville signorili
schierate lungo l'Upper Brook Street, il pensiero di
lei lo fece sorridere. Charise Lancaster gli ricordava un po'
la sua Margaret, rifletté Hugh, non nell'aspetto, naturalmente,
ma per la sua gentilezza e il suo coraggio!
Tutto considerato, Hugh si stava convincendo che il destino
avesse finalmente concesso a Stephen Westmoreland il
dono del cielo che meritava. Naturalmente, Stephen non desiderava
affatto quel tipo di regalo, ed era probabile che
Charise Lancaster non si sarebbe sentita molto felice quando
avesse scoperto di essere stata ingannata dal suo fidanzato, e
dal suo stesso medico. Tuttavia, il fato aveva Hugh Whitticomb
come alleato, e il dottor Whitticomb si considerava
una specie di forza del destino, quando si presentava la necessità.
«Maggie cara», disse ad alta voce, perché, anche se sua
moglie era morta dieci anni prima, la sentiva ancora molto
vicina, e amava parlarle per sentirla presente. «Penso che
combineremo il miglior matrimonio degli ultimi tempi! Che
cosa ne pensi?»
Facendo oscillare il suo bastone da passeggio, chinò il
capo restando in ascolto, poi si mise a ridacchiare perché riusciva
quasi a sentire la sua risposta familiare: Penso che dovresti
chiamarmi Margaret, Hugh Whitticomb, non Maggie!
«Ah, Maggie cara», mormorò Hugh, sorridendo perché le
rispondeva sempre nella stessa maniera, «sei la mia Maggie
fin dal giorno in cui sei scivolata all'indietro da quel cavallo,
cadendo dritta fra le mie braccia.»
Non sono scivolata. Sono smontata. Solo in maniera un
po' maldestra.
«Maggie», mormorò Hugh, «vorrei che tu fossi qui.»
Lo sono, tesoro.

                   CAPITOLO 18.

STEPHEN aveva intenzione di trascorrere la serata con Helene,
a teatro e poi nel suo letto, ma tre ore dopo essere uscito si
trovò di nuovo davanti alla propria porta d'ingresso, con la
fronte corrugata perché nessuno aveva risposto nonostante
avesse bussato. Una volta nell'atrio, si guardò intorno alla
ricerca di un maggiordomo o un cameriere, ma la sala sembrava
deserta a dispetto dell'ora non tarda. Lasciando cadere
i guanti su di un tavolo dell'atrio, entrò lentamente nel salone
principale. Nessun maggiordomo si materializzò a levargli
il mantello, così se lo tolse con una scrollata gettandolo
sul bracciolo di una sedia. Poi estrasse l'orologio da tasca,
chiedendosi se si fosse fermato.
L'orologio indicava che erano le dieci e mezzo, e quando
si voltò a osservare quello in bronzo dorato sulla mensola
del camino, vide che segnava la stessa ora. di solito, non tornava
mai da una serata con Helene, o da uno dei suoi club,
prima dell'alba, quando un cameriere dagli occhi assonnati
era sempre nell'ingresso ad accoglierlo.
I suoi pensieri andarono alla serata appena trascorsa con
Helene, e Stephen sollevò una mano a massaggiarsi pigramente
la nuca, come se potesse in qualche maniera alleviare
la scontentezza e la noia che lo avevano afflitto per tutta la
sera. Seduto accanto a lei nel suo palco a teatro, aveva prestato
scarsa attenzione alla rappresentazione, e soltanto per
trovare difetti negli attori, nei musicisti e nella scenografia,
o nel profumo troppo intenso dell'anziana, distinta signora
seduta nel palco vicino. Nel suo stato di irrequietezza, tutto
sembrava tediarlo o irritarlo.
Il buonumore e il piacere goduti prima, mentre Sherry
condivideva con lui una cena anticipata, deliziandolo con le
sue osservazioni divertenti, e spesso avvedute, sulle sue ultime
scoperte sui giornali, si erano dissolti non appena varcata
la soglia di casa.
Verso la fine del primo atto della commedia, Helene aveva
intuito il suo scontento, e sorridendo con aria invitante
dietro al suo ventaglio, aveva sussurrato: «Preferisci che ce
ne andiamo subito, e che ci inventiamo il nostro "secondo
atto" in un ambiente più congeniale?»
Stephen aveva prontamente accettato il suo suggerimento,
ma la sua prestazione a letto era stata insoddisfacente quanto
lo spettacolo a cui aveva assistito a teatro. Una volta che si
era tolto gli abiti, aveva scoperto di non avere voglia di indulgere
in quel genere di preliminari che di solito trovava
molto piacevoli; voleva semplicemente placarsi in lei. Aveva
desiderato sollievo fisico, non piacere sensuale; aveva ottenuto
il primo, e negato il secondo.
Naturalmente, Helene lo aveva notato, e quando lui aveva
scostato le coperte per alzarsi, si era sollevata su di un gomito
e lo aveva osservato vestirsi. «Che cosa occupa i tuoi pensieri,
questa sera?»
Sentendosi in colpa e frustrato, Stephen si era chinato a
posarle un bacio contrito sulla fronte corrugata, mentre rispondeva:
«Una situazione che è assolutamente troppo complicata
e seccante per infastidirti parlandotene». Quella spiegazione
era un pretesto, ed entrambi lo sapevano, proprio
come erano consapevoli che generalmente un'amante non aveva
diritto a spiegazioni o a recriminazioni ma, d'altra parte,
Helene Devernay era ben lontana dall'essere un'amante
qualsiasi. Era ricercata e ammirata di diritto, come qualunque
bellezza acclamata dell'alta società. Selezionava i propri
amanti come più le piaceva, e aveva un'ampia scelta, tutti
nobili facoltosi che aspettavano solo l'occasione di offrirle
la loro «protezione», come aveva fatto Stephen, in cambio
del diritto esclusivo al suo letto, e alla sua compagnia.
Lei aveva sorriso al suo pretesto, e passando la punta di
un dito lungo la profonda scollatura della sua camicia aperta,
mentre gli diceva con finta innocenza: «Ho sentito dire
da una cucitrice del negozio di Madame LaSalle che hai
avuto un impellente bisogno di diversi abiti, che hai voluto
che venissero consegnati a casa tua con la massima urgenza,
per una signorina tua ospite; Com'è questa... situazione?»
terminò con delicatezza.
Stephen si raddrizzò, e la guardò con un misto di divertimento,
di irritazione e di ammirazione, per il suo intuito. «La
situazione», ammise bruscamente, «è seccante e complicata.»
«Immaginavo che potesse esserlo», disse lei con un sorriso
perspicace, ma Stephen colse una nota di infelicità nella
sua voce. Evidentemente, era preoccupata per la presenza di
un'estranea in casa sua, e questo lo sconcertò. Nella sua cerchia
sociale estremamente altolocata neppure la presenza di
una moglie aveva una qualunque influenza sulla decisione di
un uomo di avere un'amante. Nella buona società, di solito i
matrimoni avvenivano fra due estranei, non del tutto sgraditi
l'uno all'altra, ma che si aspettavano di restare esattamente
tali, una volta che l'erede auspicato fosse stato messo al
mondo. Non ci si aspettava che nessuna delle due parti modificasse
il suo stile di vita per adattarsi all'altra, e le relazioni
extraconiugali dilagavano fra le donne come fra gli uomini.
La discrezione, e non la moralità, era ciò che importava a entrambe
le parti in un matrimonio della buona società. Poiché
sia Helene sia lui sapevano bene tutto ciò, e poiché lui non
era neppure sposato, Stephen era sorpreso che lei dedicasse
anche solo un pensiero fugace alla sua ospite. Chinandosi, la
baciò sulla bocca passandole confidenzialmente la mano sulla
coscia nuda. «Stai ingigantendo decisamente troppo la faccenda.
E' una fanciulla senza casa che si sta semplicemente
riprendendo da un incidente a casa mia, mentre aspettiamo
l'arrivo della sua famiglia.»
Ma quando Stephen lasciò la casa a cui provvedeva per
Helene, dovette affrontare, anche se con riluttanza, il fatto
che Charise Lancaster fosse ben diversa da una pietosa fanciulla
senza casa. In realtà era coraggiosa, intelligente, spontanea,
divertente, istintivamente sensuale e assolutamente
piacevole. E la sorprendente, e irritante, verità era che lui
aveva tratto di gran lunga più piacere dalla sua compagnia di
quanto avesse fatto portando Helene a teatro o a letto. Anche
Sherry gradiva molto la sua vicinanza. Amava parlare
con lui, e le piaceva stare fra le sue braccia...
Quei pensieri diedero vita a un tipo di soluzione del tutto
inattuabile che Stephen si concesse realmente di prendere in
considerazione, mentre la carrozza si avvicinava alla sua
casa in Upper Brook Street. Burleton non aveva avuto niente
da offrirle, eccetto un titolo nobiliare di scarso valore e la rispettabilità
del matrimonio, ma lei e suo padre erano stati disposti
a contentarsi di quello. Nel giro di poche ore dalla
morte di Burleton, Stephen aveva preso accordi per il funerale,
e avviato indagini sugli affari del giovane per scoprire
se occorresse dare altre disposizioni. Aveva così appreso
che il giovane barone aveva avuto una predilezione per il
gioco d'azzardo e proprio quella mattina, quando lo studio
di Matthew Bennett gli aveva fornito un dossier completo,
era venuto a sapere che Burleton aveva esaurito completamente
la modesta fortuna che aveva ereditato. Oltre a una
montagna di debiti di gioco, che Stephen intendeva saldare,
Burleton non aveva nulla da lasciare in eredità, nessuna proprietà,
né gioielli di famiglia e neanche una carrozza. La sua
passione eccessiva per il gioco d'azzardo aveva già esaurito
qualunque somma di denaro avesse ottenuto acconsentendo
a sposare Charise Lancaster.
Nel giro di un paio di anni, Sherry sarebbe vissuta in una
rispettabile povertà, proprio come Burleton aveva fatto al
momento della sua morte, senza avere tratto alcun beneficio
dal suo matrimonio oltre a un titolo nobiliare il cui valore era
inferiore persino a quello meno importante posseduto da
Stephen. Lui non aveva intenzione di sposarla, ma era in grado,
e forse anche disposto, a offrirle il mondo, purché continuassero
a godere della reciproca compagnia nelle settimane
a venire, e finché lei non avesse veramente compreso l'accordo
e i suoi termini...
Finché non avesse veramente compreso l'accordo
La ripugnanza di ciò che stava prendendo seriamente in
considerazione lo colpì, facendogli venire la nausea. Charise
Lancaster era una vergine ingenua, non una cortigiana. Anche
se avesse avuto l'esperienza per capire ciò che avrebbe
implicato una simile relazione, cosa che non aveva, era sempre
troppo giovane per lui, e lui era assolutamente troppo
vissuto per lei.
Fortunatamente, non era abbastanza vissuto, o corretto, o
«annoiato», da offrirle veramente un accordo che l'avrebbe
privata della sua virtù, e di ogni speranza di rispettabilità.
Non riusciva a credere di mancare così totalmente di moralità,
di essere talmente vile da poter uccidere un giovane, mancato
sposo, e poi, in meno di due settimane, di prendere veramente
in considerazione di trasformare in una mantenuta la sua
giovane fidanzata. Era semplicemente rivoltante, era pura
follia. Stephen doveva accettare il fatto di aver evidentemente
perso tutti i suoi ideali nel corso degli anni, ma fino a
quel momento, non aveva mai pensato di avere anche perso
il bene dell'intelletto.
Sentendosi un assoluto degenerato, Stephen decise di assolvere
il suo ruolo di temporaneo protettore di Sherry da
quel momento in poi, e di pensare a lei in termini meno personali.
Per attenersi a queste decisioni, per il futuro avrebbe
provveduto affinché lei non solo si divertisse e fosse fatta
sentire al sicuro, ma anche che venisse salvaguardata da ogni
futura avance fisica da parte sua!
Lei poteva credere che fossero fidanzati, ma lui sapeva
dannatamente bene come stavano le cose, e in futuro se lo sarebbe
ricordato! Una persona con una pessima memoria era
sufficiente !
Si augurava con tutto il cuore che Sherry si riprendesse
presto, ma stava cominciando a sentirsi meno colpevole per
averla privata del suo vero fidanzato. Meritava un uomo migliore
del giovane Burleton. Lui non sarebbe mai stato sufficientemente
uomo per lei; era troppo inesperto, troppo irresponsabile
e troppo povero. Lei doveva, meritava, di essere
vestita con pellicce, e fatta vivere nel lusso più sfrenato.
Dentro di sé, si rendeva conto che la responsabilità di trovarle
un uomo simile era molto probabilmente sua, ma in
quel momento non voleva pensarci. Offuscava il suo piacere,
e Stephen voleva salvare il resto della serata, e renderla
gradevole per entrambi.
Chiedendosi quando avesse sviluppato una simile debolezza
per le fanciulle in difficoltà, e una predilezione così
bizzarra per quelle dai capelli color fiamma, Stephen rimase
fermo nel salone, pronto a fare il suo dovere come protettore,
intrattenendo la sua ospite.
Ma la casa era silenziosa e deserta come una tomba vuota.
Infilandosi le mani in tasca, Stephen si voltò lentamente,
aspettandosi ancora che Sherry, o un domestico, si materializzasse
agli angoli della stanza deserta. Quando nessuno lo
fece, si avviò in avanti, indeciso se andare a letto o se svegliare
i suoi camerieri di solito efficienti, ma in quel momento
imperdonabilmente negligenti nei loro doveri. Stava
per allungare la mano verso il cordone del campanello, quando
sentì confusamente alcune persone che parlavano ad alta
voce da qualche parte sul retro della casa; poi il rumore si
spense a poco a poco.
Perplesso, Stephen si incamminò in quella direzione, mentre
il rumore prodotto dai suoi stivaletti echeggiava sul pavimento
dell'ingresso colonnato che dava su un lungo corridoio
diretto verso il retro della casa. Alla fine dell'androne
si fermò nuovamente, il capo inclinato da una parte, tendendo
l'orecchio. Senza dubbio, Sherry si era ritirata ore prima,
decise, sentendosi profondamente irritato con se stesso per
essersi precipitato a casa lasciando le braccia invitanti della
sua amante, per dedicarsi a lei come una bambinaia troppo
zelante.
Fece per voltarsi disgustato poi si fermò bruscamente
mentre la voce allegra di Sherry dalla cucina si diffondeva
lungo il corridoio. «Molto bene, tutti quanti, proviamo ancora...
solo, signor Hodgkin, voi dovrete stare proprio qui accanto
a me, e cantare più forte, così che io non possa capire
di nuovo male le parole. Pronti?» disse.
Un coro di voci proruppe improvviso in un'allegro canto
natalizio conosciuto da tutti i bambini inglesi fin dai tempi
antichi. Stephen si avviò a lunghi passi verso la cucina, mentre
la sua irritazione aumentava al pensiero che i suoi oziosi
domestici fossero in cucina in compagnia di Sherry, invece
di trovarsi ai suoi ordini. Sulla porta della grande stanza piastrellata,
Stephen si fermò di botto, fissando con divertita incredulità
lo spettacolo che lo accolse.
Cinquanta domestici nelle varie uniformi della casa stavano
in piedi in cinque file perfette, con Sherry e il vecchio
Hodgkin davanti a loro.
La scena era così inaudita, così al di là di ogni più fervida
immaginazione, che Stephen per diversi minuti rimase dov'era
a osservare e ad ascoltare mentre stallieri, uscieri e domestici
in alta livrea cantavano in democratica armonia con
cameriere, lavandaie e sguattere grassocce dai grembiuli
sporchi, seguendo tutti le indicazioni di un sottomaggiordomo
curvo e anziano che muoveva le mani come se stesse dirigendo
il coro di un'orchestra.
Stephen rimase talmente paralizzato dalla scena di fronte
a lui, che gli occorsero alcuni minuti prima di poter realizzare
che Damson, il suo cameriere personale, il valletto accanto
a lui e diversi altri avevano delle voci molto gradevoli, e
diversi minuti ancora prima che gli venisse da pensare che
stava godendosi quell'esibizione amatoriale nella sua cucina
assai più di quella professionale eseguita a teatro.
Stava chiedendosi perché stessero intonando un canto natalizio
a metà primavera, quando all'improvviso Sheridan si
unì al coro, e il suono della sua voce che si levava con grazia
sopra quelle dei tenori in erba e degli aspiranti baritoni,
quasi gli mozzò il respiro. Quando le note erano basse, lei le
cantava con un tono brioso e mondano che faceva sorridere
il coro improvvisato mentre cantava con lei, e quando la melodia
saliva più in alto, lei la accompagnava con disinvolta
naturalezza finché ogni angolo della grande stanza non sembrava
risuonare della bellezza sublime della sua voce.
Quando il canto giunse al suo travolgente finale, un valletto
di circa sette anni fece un passo avanti, tendendo l'avambraccio
bendato verso Sherry. Sorridendole timidamente,
le disse: «La mia mano starebbe molto meglio, signorina,
se potessi sentire un'altra canzone allegra».
Sulla porta, Stephen si raddrizzò e aprì la bocca per ordinare
al ragazzo di non infastidirla, ma Damson si intromise
con quello che Stephen pensava sarebbe stato un ordine simile.
Invece, il cameriere disse: «Sono certo di parlare a nome
di tutti, signorina, quando dico che avete reso straordinariamente
bella questa serata, condividendo la vostra compagnia
e la vostra, se mi è permesso dire, sublime voce con
noi!» Questo lungo e fiorito discorso ottenne un sorriso esitante
e confuso da parte di Sherry, che si era chinata a sistemare
la grossa benda sul braccio del bambino. «Ciò che il signor
Damson intende dire», tradusse Colfax, il maggiordomo,
rivolgendo un'occhiata disgustata al cameriere, «è che
tutti noi abbiamo gradito moltissimo questa serata, signorina,
e che vi saremmo profondamente riconoscenti se poteste
prolungarla solo un po'.»
Il bambino stralunò gli occhi al maggiordomo e al cameriere,
poi rivolse un sorriso radioso a Sherry, che era china
all'altezza dei suoi occhi, e corrugava la fronte a ciò che vedeva
sotto la benda. «Vogliono dire, possiamo cantare un'altra
canzone, signorina?»
«Oh», disse Sheridan ridendo, e Stephen la vide strizzare
l'occhio con complicità al cameriere e al maggiordomo, mentre
si raddrizzava e diceva: «E' "questo" che intendevate?»
«Certo», disse il cameriere guardando il maggiordomo con
aria offesa.
«Io so che è quello che intendevo "io"», ribatté il maggiordomo.
«Ebbene, possiamo?» chiese il bambino.
«Sì», disse lei, sedendosi al tavolo della cucina e tirandosi
il bambino in grembo, «ma questa volta, resterò ad ascoltarvi,
in maniera da poter imparare un'altra delle vostre canzoni.»
Guardò Hodgkin, che le stava sorridendo radioso, in attesa
di ulteriori ragguagli. «Pensavo alla prima canzone, signor
Hodgkin, quella che tutti voi avete cantato per me, che
parlava di "una nevosa notte di Natale, con un ceppo natalizio
che arde vivace".»
Hodgkin annuì, sollevò la sua esile mano per chiedere silenzio,
ondeggiò drammaticamente le braccia, e immediatamente
i domestici si lanciarono in una canzone dal ritmo trascinante.
Stephen lo notò appena: stava osservando Sherry
sorridere al bambino che aveva in grembo, e sussurrargli
qualcosa, e poi sollevò la mano sulla sua guancia, stringendosi
dolcemente il suo volto imbrattato al corpetto dell'abito.
Il ritratto che formavano insieme era di una tenerezza
materna talmente eloquente che distolse Stephen dal suo divertimento,
e lui fece un passo avanti, inspiegabilmente ansioso
di scacciare quell'immagine dalla sua mente. «E' già
Natale?» chiese, entrando a passo lento nel locale e interrompendo
la vivace scenetta.
Se avesse tenuto in mano due pistole cariche, la sua presenza
non avrebbe potuto sortire un effetto più raggelante sugli
allegri occupanti della stanza. I cinquanta domestici smisero
di cantare, e cominciarono a ritirarsi dalla stanza, scontrandosi
l'un l'altro nella fretta di disperdersi. Anche il bambino
in grembo a Sherry sgusciò via prima che lei riuscisse
ad afferrarlo. Solo Colfax, Damson e Hodgkin effettuarono
una ritirata più dignitosa, ma molto cauta, inchinandosi mentre
uscivano dalla stanza.
«Sono proprio terrorizzati da voi, non è vero?» domandò
Sheridan, talmente felice che fosse tornato prima, da accoglierlo
con un sorriso radioso.
«Non abbastanza da restare al loro posto, evidentemente»,
ribatté Stephen, poi sorrise a dispetto di se stesso perché lei
assunse un'aria molto colpevole.
«E' stata opera mia.»
«Immaginavo che lo fosse.»
«Come lo sapevate?»
«I miei meravigliosi poteri di deduzione», disse lui, con
un inchino esagerato. «Non li ho mai sentiti cantare, e non
sono mai tornato in una casa deserta, prima di questa sera.»
«Non sapevo che cosa fare, e ho deciso di andare un po'
in giro per la casa in esplorazione. Quando ho fatto una capatina
qua dentro, Ernest, il bambino, aveva appena appoggiato
un braccio su uno di quei bollitori, e si era bruciato.»
«E così, avete deciso di fargli animo organizzando un coro
con tutti i domestici?»
«No, l'ho fatto perché tutti sembravano avere bisogno di
qualcosa che sollevasse loro il morale... compresa me.»
«Non vi sentivate bene?» domandò Stephen preoccupato,
scrutandole il viso. Aveva un bell'aspetto. Molto bello. Incantevole
e vibrante... e imbarazzato.
«No. Ero...»
«Sì?» la sollecitò Stephen, quando lei esitò.
«Ero dispiaciuta che voi ve ne foste andato.»
La sua candida risposta gli fece sobbalzare il cuore per la
sorpresa... e per qualcos'altro, un altro sentimento che non
riuscì a identificare. E non voleva nemmeno tentare di farlo.
D'altra parte, per il momento lei era la sua fidanzata, e così
gli sembrò appropriato e piacevole chinarsi a posarle un bacio
sulla guancia arrossata, nonostante il fatto che avesse appena
giurato a se stesso di mantenere un rapporto del tutto
platonico, da quel momento in poi. E se il bacio si spostò
lentamente sulle sue labbra, e le sue mani le afferrarono le
spalle, attirandola più vicina per un istante, ebbene anche
quello gli sembrò abbastanza innocente. Ciò che non era appropriato
o innocente fu l'immediata reazione del suo corpo,
quando Sherry si premette leggermente contro di lui e gli
appoggiò la mano sul petto, o il tenero pensiero che gli venne
in mente all'improvviso... mi sei mancata, questa sera.
Stephen la lasciò andare come se si fosse bruciato le mani,
e fece un passo indietro, ma riuscì a mantenere un'espressione
tranquilla in maniera da nascondere la sua confusa
irritazione. Era così assorto, che automaticamente accondiscese
quando lei gli suggerì di aspettare mentre preparava
qualcosa da bere per entrambi.
Quando ebbe sistemato le tazze e la brocca su di un vassoio,
Sheridan si sedette di fronte a lui.
Appoggiò il mento sulle mani e lo studiò con un lieve sorriso,
mentre Stephen osservava come la luce del fuoco le
brillasse sui capelli, facendole ardere le guance. «Dev'essere
un lavoro faticoso, quello del conte», osservò. «Come lo siete
diventato?»
«Conte?»
Lei annuì, lanciò un'occhiata a un pentolino sul fuoco, e
si alzò rapidamente. «L'altra sera, dopo cena, avete accennato
di avere un fratello maggiore che è duca, e poi avete
detto di avere ereditato i vostri titoli per errore.»
«Avevo la lingua sciolta», le rispose Stephen pigramente,
mentre la sua attenzione veniva attirata inevitabilmente dai
suoi movimenti rapidi e aggraziati, mentre mescolava qualcosa.
«Mio fratello ha ereditato il titolo di duca e diversi altri,
tramite nostro padre. I miei, li ho ereditati da uno zio.
Secondo i termini di un attestato e di uno speciale diritto accordato
a uno dei miei antenati molte generazioni orsono, i
conti di Langford avevano il permesso di designare l'erede
ai loro titoli, in mancanza di figli.»
Lei gli rivolse un sorriso distratto e annuì, e Stephen si
rese conto con un sussulto che non era particolarmente colpita
dalle sue parole, di solito argomento di avido interesse
per qualunque donna nubile di sua conoscenza.
«La cioccolata è pronta», disse Sherry, sollevando un pesante
vassoio carico di brocca, tazze, cucchiai e vari deliziosi
pasticcini che, evidentemente, aveva scoperto in una credenza.
«Spero che vi piaccia. Sembra che sappia esattamente come
prepararla», disse lei, mettendogli il vassoio fra le mani
come se fosse perfettamente naturale che lui andasse in giro
portandolo da sé. «Solo, non so se la faccio bene, o male.»
Sembrava profondamente compiaciuta di ricordare come
preparare la bevanda, ma a Stephen parve un po' strano che
lei sapesse eseguire un compito che era generalmente affidato
alla servitù. D'altra parte, lei era americana, e forse là le
donne avevano maggiore familiarità con la cucina delle loro
controparti inglesi.
«Spero proprio che vi piaccia», ripeté Sherry in tono incerto,
mentre si dirigevano verso le stanze sul davanti della
casa.
«Sono certo di sì», rispose Stephen, anche se non ne era
affatto sicuro. L'ultima volta che aveva bevuto della cioccolata
calda era un bambino piccolo. Ormai; le sue preferenze
andavano a un bicchiere di brandy invecchiato, a quell'ora.
Temendo che lei potesse comunque leggergli nel pensiero,
aggiunse con enfasi: «Ha un profumino delizioso. Tutti quei
canti a proposito della neve e dei ceppi natalizi, devono avere
stimolato il mio desiderio per questa bevanda.»

                  CAPITOLO 19.

STEPHEN portò il pesante vassoio d'argento lungo il corridoio,
passando accanto a tre domestici in livrea che lo guardarono
a bocca aperta, fin nel salotto.
Stavano per entrare nella stanza, quando il battente della
porta venne sollevato e abbassato con energica regolarità.
Stephen aveva dato istruzioni che tutti i visitatori dovessero
venire informati della sua assenza, e non prestò alcuna attenzione
a quel suono, ma un istante dopo sentì un coro di voci
allegre che lo fecero gemere dentro di sé.
«E sicuramente in casa, Colfax», stava dicendo al maggiordomo
la madre di Stephen. «Quando due ore fa siamo arrivati
a Londra, abbiamo trovato un suo biglietto che annunciava
la sua intenzione di trasferirsi in campagna. Se non fossimo
arrivati con diversi giorni di anticipo, sarebbe partito.
Dunque, dove si sta nascondendo?»
Imprecando sottovoce, Stephen si voltò proprio mentre
suo fratello, sua cognata e un suo amico accompagnavano
sua madre nel salotto... una flotta di navi che si apprestavano
a dare battaglia a quello che giudicavano il suo comportamento
antisociale.
«Non se ne parla neanche, tesoro!» annunciò sua madre,
avanzando a passo di marcia a dargli un bacio sulla guancia.
«Sei troppo...» I suoi occhi si fissarono su Sherry, e la sua
voce si spense debolmente: «...solo».
«Assolutamente troppo!» annunciò Whitney Westmoreland,
con la schiena rivolta alla stanza mentre lasciava che
Colfax la liberasse del mantello. «Clayton e io intendiamo
assicurarci che tu intervenga a ogni ballo e festa importante,
per le prossime sei settimane», proseguì, prendendo sottobraccio
suo marito e dirigendosi verso il centro della stanza.
fatti due passi nel salotto, si arrestarono.
Stephen diede un'occhiata contrita a Sherry, che sembrava
completamente disorientata e in preda al panico, e le sussurrò:
«Non preoccupatevi. Gli piacerete, quando si riprenderanno
dalla sorpresa». Nello spazio di pochi, tesi, secondi,
Stephen considerò rapidamente ogni mezzo plausibile e non
per risolvere quello che sembrava un imminente disastro, ma
senza ordinare a Sherry di andarsene, cosa che l'avrebbe solo
umiliata e addolorata. Non aveva altra scelta che improvvisare
e recitare fino in fondo quella farsa in presenza dei suoi famigliari,
e poi spiegar loro la verità, dopo che Sherry fosse
salita in camera sua.
Attenendosi a quel piano, Stephen rivolse un'occhiata di
avvertimento a suo fratello, quasi implorando la sua collaborazione,
ma l'attenzione divertita di Clayton era rivolta a
Sherry e al vassoio da tè dimenticato fra le mani di Stephen.
«Molto intimo, Stephen», osservò Clayton, in tono caustico.
Appoggiando impaziente il vassoio, Stephen guardò verso
la porta, dove Colfax stava aspettando istruzioni sui rinfreschi,
e gli fece cenno energicamente con il capo di portarli
immediatamente. Poi si voltò verso il gruppo in attesa, e cominciò
le presentazioni. «Mamma, posso presentarti la signorina
Charise Lancaster?»
Sherry guardò la sua futura suocera, si rese conto di venire
presentata a una duchessa madre, e immediatamente fu
presa dal panico perché non riusciva a pensare a che cosa
dire. Lanciò uno sguardo angosciato a Stephen, e chiese in
un sussurro che sembrò rimbombare nella stanza silenziosa:
«Basterà un inchino normale?»
Stephen le mise una mano sotto il gomito, in parte per sostenerla
e in parte per spingerla in avanti, e le rivolse un sorriso
rassicurante: «Sì».
Sherry si abbassò in un inchino, e sentì le ginocchia traballarle,
poi fece appello a un coraggio che non sapeva di
possedere e si raddrizzò. Incontrando lo sguardo penetrante
della donna più anziana, disse in tono ben educato: «Sono
molto felice di fare la vostra conoscenza, signora, voglio dire,
'Vostra Grazia'.» Voltandosi, attese mentre Stephen la
presentava a sua cognata, una splendida giovane donna a cui
si rivolse chiamandola Whitney, e i cui occhi verdi guardavano
Charise con velata perplessità. Un'altra duchessa! pensò
Sherry freneticamente, più vecchia di lei, ma non di molto.
Doveva inchinarsi, oppure no? Come se l'altra donna intuisse
la sua incertezza, le tese la mano e disse con un sorriso
esitante: «Come state, signorina Lancaster?»
Sherry le fu grata per il suggerimento, e dopo aver stretto
la mano della giovane donna si voltò per venire presentata al
duca, un uomo molto alto, dai capelli scuri, che aveva una
spiccata somiglianza con il suo fidanzato nelle fattezze del
viso, nell'altezza e nel fisico possente. «Vostra Grazia», mormorò,
inchinandosi di nuovo.
Il quarto membro del gruppo, un uomo attraente sui trentacinque
anni il cui nome era Nicholas Duville, le posò un
bacio galante sul dorso della mano, e le disse che era incantato
di fare la sua conoscenza, poi le sorrise guardandola negli
occhi in un modo che la fece sentire come se avesse appena
ricevuto un gran complimento.
Concluse le presentazioni, Sherry si aspettava che uno dei
parenti di Stephen le desse il benvenuto nella famiglia, o che
almeno le augurasse ogni felicità, ma nessuno sembrava in
grado di parlare. «La signorina Lancaster è stata malata», disse
il suo fidanzato, e tre paia di occhi si voltarono verso di
lei, come se fossero preoccupati che potesse svenire, cosa
che lei al momento riteneva fortemente probabile.
«Non veramente malata», lo corresse Sherry. «Si è trattato
di una lesione... un colpo alla testa.»
«Perché non ci sediamo tutti?» suggerì Stephen, imprecando
contro il destino che si accaniva su di lui e aveva trasformato
quella che era già una situazione difficile, in un'altra
ancora peggiore. Sherry, evidentemente, non capiva che
cosa stesse pensando la sua famiglia, ma Stephen sì. Erano
capitati a trovarlo mentre lui intratteneva una donna senza
chaperon in casa sua, il che significava che la moralità di lei
era in seria questione, per non parlare del buon senso di lui
per avere portato una donna simile in casa sua, soprattutto a
un'ora in cui poteva ricevere delle visite. Inoltre, se lei era
una donna di facili costumi con cui Stephen si stava trastullando,
allora aveva commesso un'imperdonabile violazione
delle convenienze sociali presentandola alle sue parenti di
sesso femminile. Piuttosto che credere che lui si sarebbe abbassato
a questo, stavano aspettando pazientemente qualche
tipo di spiegazione a proposito di chi fosse la ragazza... o
dove fosse la sua chaperon... o dove lui avesse la testa. Cercando
di guadagnare tempo, Stephen si alzò in piedi quando
il maggiordomo venne avanti portando un vassoio di caraffe
e di bicchieri. «Ah, ecco Colfax, finalmente!» disse con cupa
disperazione. «Mamma, vuoi qualcosa da bere?»
Il suo tono ottenne un'occhiata stupita da parte di sua madre,
ma lei intuì il suo desiderio che collaborasse senza discussioni,
e lo assecondò immediatamente. Con un sorriso
educato, scosse il capo in direzione del vassoio che il maggiordomo
stava sistemando sul tavolo davanti al divano, e
guardò invece quello che Stephen vi aveva precedentemente
appoggiato. «E' cioccolata calda, quella che sento?» chiese
in tono vivace, e senza aspettare una risposta disse al maggiordomo:
«Credo di preferire la cioccolata, Colfax».
«Se fossi in te, prenderei lo sherry», la consigliò Stephen,
con tatto.
«No, credo di preferire la cioccolata», disse sua madre con
fermezza, poi dimostrò la sua leggendaria grazia, che non
veniva meno neanche nei momenti più difficili, rivolgendosi
a Sherry. «Ho notato che avete l'accento americano, signorina
Lancaster», disse educatamente, «da quando vi trovate in
Inghilterra?»
«Da poco più di una settimana», rispose Sheridan, con la
voce tesa per la confusione e l'incertezza. Nessuno in quella
stanza sembrava sapere qualcosa di lei, anche se era fidanzata
con un membro della loro famiglia. C'era qualcosa di strano,
di orribilmente strano.
«Questa, è la vostra prima visita?»
«Sì», riuscì a dire Sherry, guardando Stephen con aria disperata,
il petto oppresso dall'ansia e da un irragionevole
presentimento.
«E che cosa vi porta qui?»
«La signorina Lancaster è venuta in Inghilterra perché è
fidanzata a un inglese», disse Stephen, andando in soccorso
di Sherry e pregando che il cuore di sua madre fosse forte.
Tutto il corpo della duchessa madre sembrò rilassarsi, e la
sua espressione animarsi. «Che cosa deliziosa», disse, interrompendosi
per dare un'occhiataccia al maggiordomo che le
aveva versato dello sherry in un bicchiere, e glielo stava tendendo,
nonostante la sua dichiarata preferenza per la cioccolata.
«Colfax, smettila di agitarmi quel vino sotto il naso.
Preferisco la cioccolata calda.» Poi sorrise a Sheridan, mentre
Colfax distribuiva i bicchieri di vino agli altri ospiti.
«Con chi siete fidanzata, signorina Lancaster?» chiese in tono
vivace, allungando la mano per versarsi una tazza di cioccolata.
«E' fidanzata con me», disse Stephen, in tono piatto.
Il silenzio piombò nella stanza. Se la situazione non fosse
stata così grave, Stephen avrebbe riso per la miriade di reazioni
che il suo annuncio provocò. «Con... te?» disse sua madre,
con aria sbalordita. Senza un'altra parola, appoggiò la
tazza di cioccolata e prese un bicchiere di vino dal vassoio
di Colfax sul tavolo. Sulla destra di Stephen, suo fratello lo
stava guardando con incredulità, e sua cognata era rimasta
impietrita, un bicchiere dimenticato di sherry sollevato nella
mano tesa, come se fosse stata sul punto di fare un brindisi a
qualcuno. Colfax divideva la sua angosciata simpatia fra la
madre di Stephen e Sheridan, mentre Nicholas DuVille stava
studiando il bordo della manica della sua giacca, desiderando
senza dubbio di potersi volatilizzare.
Ignorandoli per il momento, Stephen guardò Sherry che
stava fissandosi il grembo, il capo chino con aria mortificata
per ciò che sicuramente la colpiva come un'insultante mancanza
di entusiasmo da parte dei suoi futuri parenti. Allungando
la mano a prendere la sua, Stephen la strinse con fare
rassicurante, e le diede la prima spiegazione ragionevole che
gli venne in mente. «Volevo aspettare che la mia famiglia vi
conoscesse, prima di dire loro che siamo fidanzati», mentì,
con quello che sperava fosse un sorriso convincente. «Ed è
perciò che sembrano così sorpresi.»
«Sembriamo sorpresi, perché lo siamo», disse sua madre,
in tono aspro, guardandolo come se fosse uscito di senno.
«Quando vi siete conosciuti? Dove vi siete conosciuti? Non
vai in...»
«Risponderò a tutte le vostre domande fra un paio di minuti»,
la interruppe Stephen in un tono conciso che zittì sua
madre, prima che potesse lasciarsi sfuggire che lui non andava
in America da anni. Rivolgendosi a Sherry, le disse
gentilmente: «Avete l'aria molto pallida. Volete salire di sopra
a sdraiarvi?»
Sherry desiderava con tutta l'anima di fuggire da quella
stanza per la tensione e l'ostilità che vi aleggiava, ma la situazione
era talmente strana che quasi preferiva essere presente.
«No, io... credo di voler restare.»
Stephen la fissò negli occhi argentei feriti, e pensò a come
sarebbe stato quel momento per lei, se lui non avesse ucciso
il suo vero fidanzato. Certo, Burleton non era stato un gran
partito da sposare, ma loro si erano voluti bene, e certamente
Sherry non sarebbe stata sottoposta a una mancanza di entusiasmo
così umiliante da parte della famiglia di Burleton, se
mai ne avesse avuta una.
«Se preferite restare...» disse, stuzzicandola, «allora andrò
io di sopra a sdraiarmi, e voi resterete qui a spiegare alla
mia famiglia che sono stato un tale... sentimentalone... da
lasciarmi rigirare da voi come volevate, e convincere che
non dovevo dire loro niente del nostro fidanzamento se non
dopo che vi avessero incontrata, e avessero avuto l'occasione
di conoscervi.»
Sherry ebbe la sensazione che un peso enorme le fosse
appena caduto dalle spalle. «Oh», disse con una risatina imbarazzata,
guardando gli astanti. «E' questo che è successo?»
«Non lo sapete?» proruppe la duchessa madre con quella
che era, a quanto ricordava Stephen, la sua prima completa
perdita di compostezza in tutta la sua vita.
«No... vedete, ho perso la memoria», rispose Sherry con
tale dolcezza e con tale coraggio che Stephen provò una fitta
di ammirazione al petto. «In questo momento, è un terribile
inconveniente, ma almeno posso assicurarvi che non si tratta
di pazzia ereditaria. E' soltanto il risultato di uno sciocco incidente
avvenuto sulla banchina accanto alla nave...»
La voce le si affievolì, e Stephen volle prevenire un altro
imbarazzante fuoco di fila di domande, prendendo in mano
la situazione e alzandosi in piedi, costringendola a fare lo
stesso. «Vi state affaticando, e Hugh Whitticomb vorrà la
mia testa se non sarete rosea e in buona salute quando arriverà,
domani mattina», le disse con dolcezza. «Lasciate che
vi accompagni in camera vostra. Date la buonanotte a tutti,
insisto.»
«Buonanotte a tutti», ripeté Sherry con un sorriso sconcertato.
«Come certo saprete, lord Westmoreland è terribilmente
protettivo.» Mentre si allontanava, notò che al contrario
di tutti gli altri che sembravano trovarla molto strana, Nicholas
DuVille la stava osservando con un lieve sorriso,
come se la trovasse più interessante che irreparabilmente
bizzarra. Sherry si aggrappò al ricordo del suo sguardo incoraggiante,
mentre chiudeva la porta della sua camera da letto
e si sedeva sul letto, la mente che le girava per i dubbi spaventosi
e le disperate domande.

                  CAPITOLO 20.

QUANDO Stephen tornò nel salotto qualche minuto più tardi,
quattro paia d'occhi lo seguirono mentre avanzava attraverso
la stanza, ma la sua famiglia attese finché non fu seduto
prima di iniziare a porre domande. Nell'attimo in cui lui toccò
la poltrona, tuttavia, le due donne parlarono simultaneamente.
«Quale incidente?» chiese sua madre.
«Quale nave?» chiese sua cognata.
Stephen guardò suo fratello aspettando la sua prima domanda,
ma Clayton lo guardò semplicemente con le sopracciglia
inarcate, e disse impassibile: «Sono sconcertato dalla
scoperta che non solo sei un "sentimentalone", ma anche "terribilmente
protettivo"».
Nicholas DuVille si trattenne educatamente dal dire qualunque
cosa, anche se Stephen aveva la netta sensazione che
il francese fosse piuttosto divertito dal suo imbarazzo. Considerò
di offrirsi villanamente di procurare una carrozza a
DuVille, in maniera che potesse andarsene, ma quell'uomo
era un amico di lunga data di Whitney e, inoltre, la sua presenza
avrebbe impedito alla sua dignitosa madre di lasciarsi
andare a quella che sarebbe stata la sua prima crisi isterica.
Soddisfatto che il gruppo fosse pronto a sentire la verità,
Stephen appoggiò il capo all'indietro sullo schienale della
poltrona, e si rivolse al soffitto con voce concisa e calma:
«La scena a cui avete appena assistito fra Charise Lancaster
e me, è in realtà una farsa gigantesca. L'intero disastro è cominciato
con un incidente di carrozza più di una settimana
fa, del quale sono responsabile, e che ha avuto come risultato
una catena di avvenimenti che mi accingo a descrivervi.
La giovane donna che avete appena conosciuto è vittima di
questi avvenimenti quanto il suo defunto fidanzato, un giovane
barone di nome Arthur Burleton».
Dall'altra parte della stanza, Whitney disse con voce sgomenta:
«Arthur Burleton è... era un assoluto scapestrato».
«Sia come sia», rispose Stephen con un rauco sospiro, «loro
si volevano bene, e stavano per sposarsi. Come scoprirete
dal mio racconto, Charise Lancaster, che voi potreste considerare
una completa svampita o, peggio, una donna astuta a
caccia di quattrini che in qualche maniera mi ha indotto a
chiederle di sposarmi, in realtà è totalmente innocente, e vittima
molto commovente della mia negligenza e disonestà...»
Quando Stephen ebbe completato la storia, e risposto alle
domande di tutti, un lungo silenzio cadde sugli occupanti
della stanza, mentre tutti cercavano di raccogliere i propri
pensieri. Sollevando il suo bicchiere, Stephen ne bevve un
lungo sorso, come se il vino potesse in qualche maniera eliminare
l'amarezza e il dispiacere che provava.
Suo fratello parlò per primo. «Se Burleton era talmente
ubriaco da correre davanti a un tiro di cavalli su di una pubblica
strada nella nebbia, allora lui è sicuramente responsabile
della propria morte.»
«La responsabilità è mia», ribatté Stephen concisamente,
respingendo il tentativo benevolo di Clayton di assolverlo.
«Stavo guidando un tiro inesperto. Avrei dovuto essere in
grado di tenere sotto controllo i miei cavalli.»
«E seguendo questa stessa logica, suppongo che ti senta
ugualmente responsabile per la rete da carico che ha ferito
Charise Lancaster.»
«Naturalmente», rispose Stephen sferzante. «Non si sarebbe
trovata in pericolo, né io glielo avrei permesso, se non
fossimo stati entrambi distratti dalla morte di Burleton. Se
non fosse stato per la mia avventatezza in entrambe le occasioni,
questa sera Charise Lancaster sarebbe una donna in
buona salute e sposata, con un barone inglese per marito, e
la vita che desiderava davanti a sé.»
«Adesso che ti sei dichiarato colpevole», ribatté Clayton,
dimenticando momentaneamente la presenza di DuVille,
«hai già deciso in merito alla tua condanna?»
Tutti nella stanza sapevano che Clayton era soltanto sconvolto
e allarmato per l'amara autorecriminazione che aveva
sentito nella voce di Stephen, ma a sdrammatizzare la pesante
atmosfera fu Nicholas DuVille, interrompendolo con un
buffo tono strascicato: «Nell'interesse di evitare uno sgradevole
duello fra voi due all'alba, il che mi costringerebbe ad
alzarmi a un'ora molto importuna e incivile per farvi da secondo,
posso rispettosamente suggerirvi di rivolgere le vostre
menti eccellenti alle possibili soluzioni del problema,
invece di indugiare sulla causa?»
«Nicholas ha perfettamente ragione», mormorò la duchessa
madre guardando il suo bicchiere vuoto, con l'espressione
grave e preoccupata. Poi fissando negli occhi il francese,
aggiunse: «Benché non sia giusto immischiarvi nei nostri
problemi di famiglia, è ovvio che voi siete in grado di pensare
più lucidamente, perché non siete così profondamente
coinvolto».
«Grazie, Vostra Grazia. In questo caso, posso esprimervi
la mia opinione sull'argomento?» Quando le due donne annuirono
con enfasi, e nessuno dei due uomini espresse obiezioni,
Nicki disse: «Se ho capito tutto correttamente, sembra
che la signorina Lancaster fosse fidanzata con un inutile
squattrinato verso cui nutriva dei teneri sentimenti, ma che
non aveva altro da offrirle che un titolo nobiliare. Ho capito
bene, fin qui?»
Stephen annuì, con espressione volutamente neutrale.
«E», proseguì Nicholas, «a causa dei due incidenti per i
quali Stephen si sente responsabile, la signorina Charise Lancaster
ha perduto sia il fidanzato che la memoria. Giusto?»
«Giusto», disse Stephen.
«Da ciò che mi sembra di capire, il medico che l'ha in
cura ritiene che la sua memoria possa tornare fra non molto.
Anche questo è corretto?»
Quando Stephen annuì, Nicki continuò. «Perciò, l'unica
perdita permanente che ha subito, e per la quale puoi mai
sentirti responsabile, è quella di un fidanzato che possedeva
un titolo insignificante, oltre a svariate abitudini disgustose.
Nel qual caso...» sollevò il bicchiere in un finto brindisi autocelebrativo,
«...mi sembra che potresti pagare il tuo debito
verso di lei, semplicemente trovandole un altro fidanzato che
sostituisca Burleton. E se il fidanzato che sceglierai, per caso
fosse anche una persona decente, in grado di mantenerla in
uno stile di vita rispettabile, allora non solo potresti placare il
tuo senso di colpa, ma potresti anche pensare giustamente di
averla salvata da una vita di tormenti e di degradazione.»
Lanciò un'occhiata a Whitney, e poi a Stephen. «Come sto
andando finora?»
«Direi che stai andando piuttosto bene», rispose Stephen
con un lieve sorriso. «Ho preso anch'io in considerazione
un'idea simile. Ma...» aggiunse, «...è molto più facile pensarla,
che metterla in atto.»
«Oh, ma so che potremmo farcela se affrontiamo insieme
il problema!» esclamò Whitney, ansiosa di cercare qualsiasi
soluzione che sviasse il senso di colpa di Stephen, e fornisse
delle direttive a tutti loro. «Tutto ciò che dobbiamo fare è di
provvedere che venga presentata ad alcune delle centinaia di
buoni partiti che saranno qui per la Stagione.» Guardò sua
suocera in cerca di approvazione, e ne ricevette un sorriso
eccessivamente vivace che celava inquietudini inespresse.
«Veramente, ci sono un paio di problemi di minore importanza
collegati a questo piano», disse Stephen, in tono
asciutto, ma incapace di raffreddare l'entusiasmo della cognata.
Inoltre, il piano sembrava molto più fattibile ora, con
le donne della sua famiglia pronte a prestare il loro sostegno,
di quanto non fosse apparso nei giorni passati. «Perché
non pensate attentamente a tutto il progetto, e non ne discutiamo
i vari aspetti domani mattina... all'una, qui?» suggerì.
Quando tutti acconsentirono, li avvertì: «Per il bene della signorina
Lancaster, è importante che prevediamo qualsiasi
problema per evitarlo in anticipo. Inoltre, mentre voi rifletterete
su tutto questo, io invierò un biglietto a Hugh Whitticomb
chiedendogli di fare un salto qui per unirsi alla discussione,
così da essere certi di non mettere a repentaglio la
guarigione della ragazza».
Mentre il gruppo si alzava, Stephen guardò sua madre e
Whitney e disse: «Sono sicuro che Charise sia assolutamente
sveglia, a torturarsi con domande a cui non può in alcuna
maniera rispondere a proposito della reazione di tutti voi nei
suoi confronti, questa sera». Non fu necessario proseguire il
discorso. Entrambe le donne stavano già dirigendosi verso la
porta, ansiose di riparare a qualunque infelicità avessero causato
alla sua temporanea fidanzata.

                  CAPITOLO 21.

IN piedi accanto alla finestra a fissare una notte buia e vuota
come la sua memoria, Sherry si girò di scatto ai leggeri colpi
alla porta della sua camera, e disse ad alta voce ai suoi visitatori
di entrare.
«Siamo venute a chiedervi di perdonarci», disse la madre
di Stephen, avvicinandosi alla finestra. «Non avevamo capito...
del vostro fidanzamento, del vostro incidente, o di tutto
il resto finché Stephen non ce l'ha spiegato.»
«Sono così contenta che siate ancora sveglia», disse la
bella cognata di Stephen, gli occhi verdi colmi di una specie
di strano rammarico mentre scrutavano quelli di Sherry.
«Non credo che avrei potuto dormire, dopo la maniera in cui
ci siamo comportate con voi dabbasso.»
Momentaneamente alle prese con questioni di protocollo
su come, cioè, dovesse rispondere a delle scuse da parte di
due duchesse, Sherry smise di preoccuparsi, e fece ciò che
poteva per alleviare il loro disagio.
«Vi prego, non preoccupatevi per questo», disse con dolce
sincerità. «Non so che cosa possa essermi preso per voler
mantenere segreto il fidanzamento, ma a volte mi chiedo se,
quando sono pienamente me stessa, non sia, forse, un po'...
eccentrica.»
«Io penso», disse Whitney Westmoreland, con l'aria di
tentare di sorridere mentre si sentiva molto triste, «che siate
molto coraggiosa, signorina Lancaster.» E poi, come se vi
avesse pensato tardivamente, le tese le mani ed esclamò con
un sorriso vivace: «Oh... e, benvenuta nella famiglia. Io...
ho sempre desiderato una sorella!»
Qualcosa, in quella forzata e disperata allegria nella sua
voce, fece scattare il campanello d'allarme nel cervello di
Sherry, che sentì le mani tremarle mentre le tendeva alla sua
futura cognata. «Grazie.» Quelle parole sembrarono così inadeguate,
che seguì una pausa imbarazzante, e Sherry trattenne
una risatina isterica mentre spiegava: «Non ho la più pallida
idea se abbia mai desiderato una sorella... ma sono assolutamente
certa che devo averlo fatto, e che avrei voluto che
fosse simpatica come voi».
«Che cosa assolutamente deliziosa da parte vostra, dire
questo», disse la duchessa madre con un intoppo nella voce,
mentre stringeva Sherry in un breve abbraccio quasi protettivo,
e poi le ordinava di "andare subito a dormire", come se
Sherry fosse una bambina.
Se ne andarono, promettendo di venire a trovarla il giorno
dopo, e Sherry rimase a fissare stupefatta la porta quando si
chiuse dietro di loro. I parenti del suo futuro marito erano
imprevedibili come lui: dapprima, freddi, distanti, quasi irraggiungibili,
un minuto dopo, cordiali, affettuosi e gentili.
Sherry si lasciò cadere sul letto, la fronte corrugata per la
perplessità, mentre cercava una spiegazione a quel comportamento.
Basandosi su diverse affermazioni che aveva letto sul Post
e sul Times, nell'ultima settimana, aveva capito che gli inglesi
spesso consideravano gli americani in maniera non molto
lusinghiera: da pionieri spassosamente rozzi a barbari selvaggi.
Senza dubbio, entrambe le duchesse si erano chieste
che cosa potesse essere successo a lord Westmoreland, da
voler sposare una di loro, e questo avrebbe spiegato la loro
iniziale reazione negativa, appena arrivate. Evidentemente,
lord Westmoreland aveva detto loro qualcosa per rassicurarle.
Ma che cosa? Stanca delle infinite domande che le frullavano
incessanti nella mente, Sherry si scostò i capelli dalla
fronte e si lasciò cadere pesantemente sulla schiena a fissare
il baldacchino sopra il letto.
La duchessa di Claymore si girò su di un fianco a studiare
i lineamenti severi di suo marito alla luce di una candela solitaria
accanto al loro letto, ma i suoi pensieri inquieti erano
rivolti alla «fidanzata» di Stephen.
«Clayton?» mormorò, passandogli distrattamente la punta
delle dita lungo il braccio. «Sei sveglio?»
I suoi occhi rimasero chiusi, ma le sue labbra si incresparono
in un pigro mezzo sorriso, mentre le dita di Whitney gli
accarezzavano adesso la spalla. «Vuoi che lo sia?»
«Penso di sì.»
«Fammelo sapere, quando ne sarai certa», mormorò lui.
«Hai notato niente di strano nel comportamento di Stephen,
questa sera... voglio dire, nella maniera in cui discuteva della
signorina Charise Lancaster, del loro fidanzamento e di
tutto il resto?»
Gli occhi di Clayton si aprirono quanto bastava a lanciarle
un'occhiata ironica. «Che cosa può mai essere considerato
strano nel comportamento di un uomo che è temporaneamente
fidanzato a una donna che non conosce, che non ama,
che non desidera sposare... e che crede che lui sia qualcun
altro?»
Whitney si lasciò sfuggire una risatina addolorata a tanta
capacità di sintesi, poi ricadde nuovamente nei suoi pensieri.
«Ciò che voglio dire, è che ho intravisto un addolcimento in
lui che non vedevo da anni.» Quando Clayton non rispose
immediatamente, lei continuò a seguire il corso confuso dei
suoi pensieri. «Diresti che la signorina Lancaster è estremamente
attraente?»
«Direi qualunque cosa ti convincesse a lasciarmi fare all'amore
con te, o altrimenti mi riaddormenterei.»
Lei si girò a baciarlo dolcemente sulla bocca, ma quando
Clayton fece per avvicinarsi meglio, Whitney gli appoggiò
la mano contro il petto, e gli disse con una risata: «'Potresti'
dire che la signorina Lancaster è estremamente attraente...
in maniera alquanto inconsueta?»
«Se dico di sì, mi permetterai di baciarti?» la stuzzicò lui,
già sollevandole il mento per baciarla.
Quando ebbe finito, Whitney trasse un respiro per calmarsi,
decisa a dare voce ai propri pensieri prima di cadere mentalmente
sotto quell'incantesimo dei sensi che lui riusciva
così facilmente a tessere intorno a lei. «Pensi che Stephen
possa provare una particolare tenerezza per lei?» mormorò.
«Penso», la canzonò lui, spostando lentamente la mano
dalla spalla al seno di Whitney, «che tu ti stia lasciando andare
a delle illusioni. E' più probabile che la desideri DuVille
piuttosto che Stephen, cosa che mi farebbe quasi altrettanto
piacere.»
«Perché ti farebbe piacere?»
«Perché», disse Clayton sollevandosi su di un gomito, e
costringendola ad appoggiarsi ai cuscini, «se DuVille avesse
una moglie sua, smetterebbe di desiderare ardentemente la
mia.»
«Nicki non mi desidera affatto ardentemente! Lui...»
Whitney dimenticò il resto della sua protesta, mentre la
bocca di suo marito soffocava le sue parole, e poi i suoi pensieri.

                  CAPITOLO 22.

SOLLEVANDOSI sulla punta dei piedi, Sherry prese un libro
sull'America da uno scaffale della biblioteca, poi lo appoggiò
su uno dei lucidi tavoli in mogano sparsi per la stanza, e
si sedette. Cercando qualcosa che stimolasse la sua memoria,
diede una scorsa alle pagine alla ricerca di informazioni
che potesse riconoscere. Vide diversi complicati disegni di
porti affollati di navi, e ampie strade cittadine che pullulavano
di carrozze, ma niente di tutto quello le sembrò anche solo
remotamente familiare. Poiché il pesante tomo era disposto
in ordine alfabetico, e poiché le sembrava logico che le
immagini potessero stimolare la sua memoria meglio delle
parole scritte, Sherry tornò all'inizio del libro e cominciò a
girare lentamente le pagine finché non giunse a un disegno.
Sotto la lettera A trovò delle informazioni sull'agricoltura
insieme a una illustrazione di campi verdeggianti di grano
su di uno sfondo di dodici colline. Fece per girare la pagina,
quando un'altra immagine le passò in un lampo nella mente.
Solo che la visione fuggevole di campi che ebbe, aveva delle
piante con dei grossi ciuffi bianchi in cima. L'immagine
svanì immediatamente, ma la sua mano si mise a tremare,
mentre girava la pagina successiva, e poi quella seguente,
finché non giunse al ritratto di un uomo con un volto scolpito
nella roccia, il naso prominente e lunghi capelli scuri fluenti.
«Indiano americano», diceva la didascalia sotto l'illustrazione,
e Sherry sentì il sangue cominciare a pulsarle alle
tempie mentre fissava quel viso. Un viso familiare... o che
cosa? Chiuse gli occhi con forza, tentando di mettere a fuoco
le immagini che le danzavano e svanivano nella mente.
Campi... e carri... e un uomo anziano a cui mancava un
dente. Un uomo brutto che le sorrideva.
«Sherry?»
Lei trattenne un grido spaventato, mentre si girava di
scatto sulla poltrona a fissare l'uomo attraente la cui voce, di
solito, la calmava ed eccitava.
«Che cosa c'è che non va?» chiese Stephen, la voce brusca
per l'ansia quando notò il suo volto sconvolto e pallido,
balzando in avanti.
«Niente, milord...» mentì lei con una risata nervosa, alzandosi
in piedi. «Mi avete spaventata.»
Corrugando la fronte, Stephen le appoggiò le mani sulle
spalle scrutando ogni tratto del suo volto pallido. «E' tutto?
Che cosa stavate leggendo, seduta laggiù?»
«Un libro sull'America», disse lei, provando una gioia intensa
nel sentire le sue forti mani che le stringevano le spalle,
rassicurandola. A volte, aveva quasi la sensazione che lui
l'amasse veramente. Un'altra visione le passò lentamente
nella mente, di gran lunga più confusa delle altre... ma rassicurante
e, oh, così dolce. Inginocchiato davanti a lei con dei
fiori in mano, un uomo attraente, dai capelli scuri, che avrebbe
potuto essere il conte, dichiarava: Non ero nulla, finché tu
non sei entrata nella mia vita... nulla, finché non mi hai donato
il tuo amore... nulla, finché non ho incontrato te... finché
non ho incontrato te...
«Devo chiamare il dottor Whitticomb?» chiese Stephen,
alzando la voce e dandole una leggera scrollatina.
Quel tono la distolse dalla sua fantasticheria, e Sherry rise,
scuotendo il capo. «No, naturalmente no. Stavo soltanto
ricordando qualcosa, o, forse, stavo immaginando che fosse
avvenuto.»
«Di che cosa si trattava?» domandò Stephen allentando
la stretta sulle sue spalle, ma tenendola inchiodata con lo
sguardo.
«Preferirei non dirlo», dichiarò lei, arrossendo.
«Di che cosa si trattava?» ripeté lui.
«Ne ridereste soltanto.»
«Mettetemi alla prova», disse lui, brevemente.
Girando gli occhi con sgomento, Sherry fece un passo indietro
appoggiando il fianco contro il tavolo da lettura accanto
al libro aperto. «Vorrei che su questo non insisteste.»
«Ma io insisto», continuò Stephen, rifiutandosi di lasciarsi
sviare dal sorriso contagioso che tremava sulle sue morbide
labbra. «Forse, era un ricordo reale, e non solo la vostra
immaginazione.»
«Voi sareste l'unico a poterlo sapere», ammise lei, sembrando
molto assorta nello studio di una pellicina del suo
pollice. Guardandolo di traverso da sotto le sue lunghe ciglia,
Sherry gli chiese: «Per caso, quando mi avete chiesto di
sposarvi, vi è capitato di dire che... non eravate niente, finché
non mi avete incontrata?»
«Prego?»
«Poiché sembrate disgustato a questo pensiero», disse
Sherry senza rancore, «immagino che non vi siate messo in
ginocchio, quando avete chiesto la mia mano, giusto?»
«Per nulla», disse Stephen, in tono asciutto, talmente offeso
dall'immagine di se stesso in una posizione così sciocca,
da dimenticare di non avere mai chiesto la sua mano.
La delusione di Sherry alle sue risposte era controbilanciata
dal crescente sconcerto di Stephen per le domande. «E
che mi dite dei fiori? Per caso, mi avete offerto un mazzo di
fiori, quando avete detto: "Non ero nulla, finché non siete
entrata nella mia vita, Sherry, nulla finché non mi avete donato
il vostro amore?"»
Stephen realizzò che lei stava realmente provando gusto
al suo disagio, e le diede un buffetto sotto il mento. «Ragazzina»,
disse in tono leggero, notando che non sembrava mai
intimidita da lui, «sono venuto solo a invitarvi a raggiungermi
nel mio studio. La mia famiglia vi si riunirà da un momento
all'altro per una "consultazione".»
«Che genere di consultazione?» chiese Sheridan, fermandosi
a chiudere il libro, e a rimetterlo sullo scaffale.
«Veramente, è una "consultazione" su di voi, sul metodo
migliore di introdurvi in società», rispose Stephen in tono distratto,
osservandola mentre si sollevava sulla punta dei piedi,
e tentando di non concentrarsi su quanto fosse assolutamente
attraente in un abito color pesca solo in apparenza
semplice, con un colletto alto stile orientale e un corpetto
molto attillato, che abilmente attirava l'attenzione su ogni
curva invitante, senza mostrare neanche un barlume di pelle.
Dopo una intera notte di sonno, Stephen si era svegliato
sentendosi più ottimista circa la situazione di Sherry di quanto
fosse stato dal momento in cui lei era crollata ai suoi piedi,
sul molo. Con l'aiuto della sua famiglia, l'idea di trovarle
un marito adatto durante la Stagione, gli sembrava non solo
una soluzione ottimale, ma anche attuabile. In effetti, era
così entusiasta a quel riguardo che aveva inviato dei biglietti
ai membri della sua famiglia, la mattina presto, chiedendo a
ognuno di loro di portare due elenchi: uno dei partiti adatti, e
un altro in cui specificavano le cose di cui avrebbero anche
dovuto occuparsi, per introdurla in società in maniera adeguata.
Adesso che aveva uno scopo preciso, Stephen non vedeva
motivi per non perseguirlo con la stessa determinazione
che usava per raggiungere gli altri suoi obiettivi in affari.
Come suo fratello, e qualche altro nobile, Stephen preferiva
occuparsi personalmente della maggior parte delle sue faccende
economiche e finanziarie e aveva una reputazione
ben meritata di saperlo fare in maniera brillante e audace.
Stephen, diversamente da molti dei suoi pari, che stavano
sprofondando sempre di più nei debiti perché consideravano
qualunque operazione d'affari come sfera di competenza
della «classe dei mercanti», e perciò disonorevole per loro,
stava costantemente incrementando le sue già vaste proprietà.
Lo faceva perché era assennato, ma principalmente perché
apprezzava le sfide e gli piaceva mettere alla prova la
propria capacità di giudizio e di tempismo; amava l'eccitazione
che derivava dall'acquistare e dal gestire dei beni con
successo.
Intendeva occuparsi di Charise Lancaster come se lei fosse
un altro «bene» assai desiderabile di sua proprietà, che intendeva
cedere. Il fatto che lei fosse una donna, e non un raro
manufatto o un deposito pieno di spezie preziose, non
avrebbe modificato la sua strategia, a eccezione del fatto che
intendeva assicurarsi che il suo acquirente fosse degno e responsabile.
L'unica difficoltà che restava, era di ottenere la
collaborazione della ragazza a essere «ceduta».
Aveva considerato quel delicato problema prima, mentre
faceva il bagno. Quando Damson aveva tolto una giacca color
biscotto di tessuto finissimo da uno dei guardaroba, sollevandola
per chiedere la sua approvazione, Stephen era giunto
alla migliore, e unica, soluzione. Piuttosto che aggiungere
un'altra bugia a quelle che le aveva già detto, Stephen le
avrebbe rivelato una verità parziale. Ma non prima di essersi
incontrato con la propria famiglia.
Sherry ripose gli altri libri che aveva avuto intenzione di
scorrere, come pure la carta e la penna presi da un cassetto
della scrivania. Poi si voltò, e lui le offrì il braccio. Quel gesto
era così galante, e il sorriso nei suoi occhi così affettuoso,
che Sherry provò un'incontenibile vampata di gioia e di
orgoglio. Vestito con una giacca marrone chiaro, le gambe
slanciate avvolte in un paio di pantaloni color caffè e lucidi
stivali marroni, Stephen Westmoreland sembrava il protagonista
stesso dei suoi sogni... alto, con le spalle larghe e talmente
affascinante da togliere il fiato.
Mentre si avviavano giù per le scale, Sherry diede un'altra
occhiata furtiva al suo profilo cesellato, meravigliandosi per
la forza e la fierezza scolpite in ogni tratto di quel volto abbronzato,
dalla bellezza virile. Migliaia di donne in tutta Europa,
probabilmente, lo trovavano irresistibile quanto lei, eppure,
per qualche ragione incomprensibile, lord Westmoreland
aveva scelto lei fra tutte loro. Questo le sembrava così
inverosimile, così inconcepibile, da farla sentire a disagio.
Ma piuttosto che arrendersi ai dubbi e all'incertezza, Sherry
preferì tornare alla conversazione spensierata che avevano
avuto in biblioteca.
Mentre si avvicinavano alle porte aperte del suo studio, gli
rivolse un sorriso sbarazzino e canzonatorio. «Poiché non
riesco a ricordare la vostra proposta di matrimonio, avreste
almeno potuto "fingere" di avermela fatta in maniera appropriata,
in ginocchio. Considerando la mia condizione di debolezza,
questa sarebbe stata la condotta più cavalleresca da
adottare.»
«Sono un uomo molto poco cavalleresco», rispose Stephen
con un sorriso impenitente.
«Allora, spero di avere avuto almeno il buon senso di farvi
aspettare a lungo, prima di accettare la vostra proposta così
poco galante», ribatté Sherry, in tono severo, fermandosi
sulla porta. Esitò un attimo, poi, con una risata confusa per
la sua incapacità a ricordare, disse: «Vi ho fatto aspettare,
milord?»
Irrimediabilmente affascinato da questo suo nuovo aspetto,
ironicamente civettuolo, Stephen si adeguò al suo umore.
«Certamente no, signorina Lancaster. In effetti, vi siete gettata
ai miei piedi, piangendo di gratitudine per l'offerta della
mia splendida persona.»
«Di tutti gli arroganti, disonesti...» disse lei, con una risata
soffocata e inorridita. «Non posso avere fatto una cosa simile!»
Cercando una specie di conferma, Sherry diede un'occhiata
a Colfax che stava sull'attenti tenendo aperta una delle
porte dello studio e cercava di non avere l'aria di ascoltare,
e di gustare, le loro scherzose punzecchiature. Il suo fidanzato
sembrava così profondamente soddisfatto di sé, e la
sua espressione era così serena e compiaciuta, che Sherry
ebbe l'orribile sensazione che le stesse dicendo la verità.
«Non posso avere fatto davvero questo...» disse debolmente,
«...vero?»
Le spalle di Stephen sobbalzarono in moto di allegria, subito
trattenuta alla vista dell'espressione sgomenta sul suo
viso, poi scosse il capo, sottraendola a quel supplizio. «No»,
disse, ignaro di stare flirtando con lei davanti a una porta
aperta, e con l'aria più felice che avesse da anni, sotto gli
occhi affascinati dei suoi domestici e quelli perplessi della
sua famiglia e dei suoi amici, che erano arrivati mentre lui
era nella biblioteca con Sherry. «Dopo avere salutato tutti,
vi manderò a fare un giro in carrozza nel parco, così che
possiate vedere qualcosa di interessante e prendere un po' di
aria fresca, mentre noi discuteremo dei preparativi...» Un
leggero movimento all'interno dello studio attrasse poi la
sua attenzione e lui si interruppe, girandosi su se stesso, un
po' sorpreso di scoprire che Sherry e lui erano al centro dell'attenzione
di un gruppo di persone riunite nella stanza e
che, stranamente, non avevano fatto il minimo rumore per
avvertirlo della loro presenza.
Attribuendo la loro mancanza di conversazione all'imbarazzo
per l'argomento in programma, Stephen guidò Sherry
nello studio e attese mentre lei salutava tutti con la stessa
cordialità spontanea che sembrava provare per chiunque, dai
domestici al dottore. Ansioso di dedicarsi allo scopo della
riunione, Stephen interruppe Hugh Whitticomb, che stava imbarcandosi
in un racconto entusiasta sulle capacità di recupero,
e sul coraggio di Sherry, e disse: «Poiché siete tutti presenti,
perché non iniziate a discutere su come facilitare l'ingresso
di Sherry in società, mentre io l'accompagno fuori
alla carrozza?» E, rivolto a lei, aggiunse: «Vi aspetterò mentre
cercate un mantello leggero, poi andremo alla carrozza, e
spiegherò il vostro itinerario al mio cocchiere».
Sherry sentì la sua mano sotto il gomito allontanarla dalle
persone con cui le sarebbe piaciuto moltissimo passare più
tempo, ma ubbidì, e salutò i presenti.
Dietro di loro, il dottor Whitticomb fece segno a Colfax
di chiudere le porte, poi guardò la famiglia di Stephen intorno
a lui, notando le loro espressioni sconcertate e pensierose.
La scena a cui aveva assistito pochi istanti prima, mentre
Stephen e Charise Lancaster stavano appena fuori della porta,
aveva solo confermato ciò che già pensava, ed era quasi
certo che le altre persone presenti nella stanza avessero notato
lo stesso piacevole cambiamento in Stephen che aveva
notato lui.
Esitò, tentennò, poi prese la sua decisione, e tentò prudentemente
di capire se il loro pensiero procedeva veramente di
pari passo con il suo. «Ragazza incantevole, vero?»
«Incantevole», rispose la madre di Stephen senza esitazioni.
«Ho notato che Stephen sembra molto protettivo con
lei. Non l'ho mai visto trattare una donna in questa maniera.»
Il suo sorriso divenne pensoso. «Sembra che Stephen
piaccia molto anche a lei. Non posso fare a meno di sperare
che lui non sia così determinato nel trovarle un marito. Forse,
con il tempo, avrebbe potuto...»
«E' esattamente la mia idea», disse Hugh, e con tale enfasi,
che lei gli rivolse una strana occhiata sorpresa. Soddisfatto
di avere il suo sostegno, anche se per il momento inconsapevole,
Hugh si rivolse alla cognata di Stephen. «Che cosa
ne pensate, Vostra Grazia?» Whitney Westmoreland gli sorrise,
un lento e perspicace sorriso che gli riscaldò il cuore, e
promise la sua piena collaborazione. «La trovo assolutamente
incantevole, e penso che sia così anche per Stephen, benché
dubiti che lui lo ammetterebbe.»
Trattenendo l'assurdo impulso di strizzarle l'occhio, Hugh
guardò Nicholas DuVille. Fino a quel momento, Hugh era
stato l'unico estraneo che la famiglia Westmoreland avesse
considerato un confidente. DuVille non era un membro della
famiglia, né un amico intimo. In effetti era stato il rivale di
Clayton, come pretendente alla mano di Whitney, e anche se
lei lo considerava un caro e intimo amico, Hugh dubitava
che Clayton nutrisse proprio lo stesso affetto per lui. Hugh
non era sicuro del perché DuVille fosse stato invitato a partecipare
a quella che era una discussione di famiglia strettamente
privata.
«Affascinante» disse il francese con un placido sorriso.
«E unica, immagino. Basandomi su ciò a cui ho appena assistito,
non posso credere che Stephen possa essere indifferente
al suo fascino».
Soddisfatto di avere raccolto tutto l'appoggio di cui avrebbe
potuto sperare, Hugh guardò Clayton Westmoreland,
l'unico membro del gruppo che sapeva che avrebbe potuto
mettere fine a qualunque tipo di intervento, e che l'avrebbe
fatto, se non fosse stato d'accordo. «Vostra Grazia?» lo sollecitò.
Il duca gli rivolse uno sguardo fermo, e disse una parola,
con molta chiarezza, e con molta decisione: «No».
«No?»
«Non credo che Stephen gradirebbe una nostra interferenza
nella sua vita privata: qualunque cosa stiate pensando, dimenticatevene.»
Ignorando il fatto che sua moglie, dopo una
rapida inspirazione, stesse per obiettare, Clayton continuò:
«Inoltre, tutta la situazione in cui Stephen si trova con la signorina
Lancaster è già eccessivamente complicata, e piena
di imbrogli».
«Ma lei ti piace, non è vero?» disse Whitney, in tono quasi
disperato.
«Basandomi sul poco che so di lei», specificò Clayton,
«mi piace moltissimo, ma penso anche a quello che possa essere
meglio per lei. Sarebbe saggio se tutti noi ricordassimo
che quando recupererà la memoria e si renderà conto che
Stephen è stato responsabile della morte del suo fidanzato, e
che da allora le ha mentito su tutto, non lo troverà per nulla
così piacevole. In effetti, anche la sua considerazione verso
di noi sarà compromessa, quando quel giorno arriverà».
«Quando si renderà conto di non avere mai visto Stephen
fino alla settimana scorsa, è probabile che si sentirà imbarazzata
e arrabbiata», gli concesse il dottor Whitticomb. «Tuttavia,
anche prima di essere fuori pericolo, ha mostrato grande
sollecitudine per Stephen; continuava a chiedermi di non farlo
preoccupare, e così via. Penso che questo dimostri una notevole
capacità di comprensione, del genere che potrebbe
consentirle di capire molto rapidamente il motivo per cui tutti
noi le abbiamo mentito.»
«Come ho già detto», dichiarò Clayton con estrema fermezza,
«Stephen non gradirà la nostra interferenza nella sua
vita privata. Se qualcuno della famiglia sente il bisogno di
tentare di dissuaderlo dal cercarle un marito, o di influenzarlo
in suo favore in qualche maniera, allora questo dovrebbe
essere fatto apertamente. Oggi. Dopodiché, la questione dovrebbe
essere lasciata a Stephen, alla signorina Lancaster e
al destino.»
Sorpreso quando non ci furono obiezioni da parte di sua
moglie Whitney, Clayton si voltò per prenderla in giro per
quella sua acquiescenza così insolita, ma lei stava guardando
accigliata DuVille che, a sua volta, sembrava enormemente
divertito per qualche cosa. Si stava domandando che cosa significasse
quello scambio silenzioso di occhiate, quando
Stephen entrò a lunghi passi nello studio.

                  CAPITOLO 23.

«SHERRY è al sicuro fuori portata di orecchio, e fuori casa»,
annunciò Stephen, mentre chiudeva con cura le porte dello
studio dietro di sé. «Mi dispiace di avervi fatti aspettare, ma
siete stati tutti più puntuali di quanto mi aspettassi.» Avvicinandosi
alla sua scrivania, vi si sedette dietro, rivolse una rapida
occhiata ai suoi complici che erano seduti in semicerchio
davanti alla scrivania, e andò subito al sodo.
«Invece di impantanarci nelle complicazioni e nei particolari
di minore importanza circa l'ingresso in società di Sherry»,
disse in tono cordiale, ma pratico, «andiamo direttamente
al punto di un potenziale marito. A questo proposito, avete
portato l'elenco delle vostre conoscenze?»
Seguì un fruscio, mentre le donne frugavano nelle loro
borsette a rete, e Whitticomb infilava una mano in tasca, a
prendere gli elenchi che avevano preparato quella mattina,
su sua istruzione. Sua madre si chinò in avanti a porgergli il
suo foglio di carta da lettere ripiegato, ma gli fece notare un
ostacolo importante. «Senza una dote, la signorina Lancaster
si trova in grande svantaggio, per quanto desiderabile possa
essere. Se suo padre non fosse l'uomo facoltoso che tu immagini
...»
«Provvederò affinché abbia una dote generosa», disse
Stephen, spiegando il foglio di carta da lettere. Diede un'occhiata
ai primi nomi sull'elenco, e la sua reazione passò dall'orrore
all'ilarità. «Lord Gilbert Reeves?» ripeté, guardandola.
«Sir Frances Barker? Sir John Teasdale? Mamma,
Reeves e Barker devono avere cinquant'anni più di Sherry.
E il nipote di Teasdale era all'università con me. Questi sono
dei vegliardi.»
«Ebbene, io "sono" una vegliarda!» protestò lei, sulla difensiva.
«Hai detto che dovevamo elencare tutti gli scapoli
di nostra conoscenza per cui potevamo garantire personalmente,
ed è esattamente ciò che ho fatto.»
«Capisco il tuo punto di vista», disse Stephen, sforzandosi
di rimanere serio. «Mentre io do un'occhiata agli altri elenchi,
forse potresti concentrarti su qualche uomo più giovane
di buona reputazione, che tu non conosci "proprio" così personalmente.»
Quando lei annuì amabilmente, Stephen si rivolse
a sua cognata sorridendole mentre allungava una mano
a prendere il suo elenco.
Tuttavia, il suo sorriso svanì quando abbassò gli occhi sul
lungo elenco di nomi.
«John Marchmann?» disse, corrugando la fronte. «Marchmann
è un ossessionato sportivo. Se Sherry dovesse mai
prenderlo in considerazione, dovrebbe arrancare lungo ogni
torrente della Scozia e dell'Inghilterra, e passare il resto della
sua vita sui terreni di caccia.»
Whitney gli rivolse uno sguardo innocente e confuso.
«Tuttavia, è straordinariamente attraente, ed è anche molto
divertente.»
Stephen annuì con aria distratta, guardò il nome successivo
e poi la cognata. «Il marchese de Salle non va assolutamente
bene. E' un donnaiolo impenitente, per non dire un assoluto
edonista.»
«Forse», concesse graziosamente Whitney, «ma possiede
fascino, ricchezza e savoir faire.»
Stephen lesse i due nomi successivi, poi la guardò accigliato.
«Warren è un lezioso damerino! Serangley è una noia
assoluta. Non posso credere che tu consideri questi uomini
dei pretendenti adatti per chiunque, tanto meno per una giovane
donna intelligente e sensibile.»
Nei dieci minuti che seguirono, Stephen scartò ogni nome
sull'elenco per una varietà di ragioni che a lui sembravano
molto fondate, ma cominciò ad avere l'irritante sensazione
che il gruppo raccolto intorno alla scrivania trovasse divertente
il suo rifiuto di un pretendente dopo l'altro.
L'ultimo nome sull'elenco di Whitney gli fece aggrottare
le ciglia, e svanire il sorriso. «Roddy Carstairs!» esclamò con
disgusto. «Non permetterei per nulla al mondo a Sherry di
avvicinarsi a quel piccolo pettegolo vanitosamente agghindato,
egoista e dalla lingua tagliente. Non si è mai sposato
perché non ha mai trovato una donna che ritenesse degna di
lui.»
«Roddy non è piccolo», gli fece notare Whitney con fermezza,
«anche se ti concedo che non è precisamente alto, ma
è un mio amico intimo.» Mordendosi le labbra per nascondere
un sorriso, aggiunse: «Ti stai comportando in maniera eccessivamente
esigente, Stephen».
«Sto comportandomi in maniera pratica!»
Scartando quell'elenco, allungò una mano per prendere
quello di Hugh Whitticomb, gli diede un'occhiata, aggrottò
le sopracciglia e lo gettò da parte. «Apparentemente, voi e
mia madre avete un gran numero di amici in comune.» Con
un sospiro di irritazione si alzò in piedi, spostandosi irrequieto
davanti alla sua scrivania. Appoggiò un fianco contro
il bordo, incrociò le braccia sul petto, e guardò suo fratello
con aria frustrata e speranzosa. «Vedo che tu non hai portato
un elenco, ma dovrai pur conoscere qualcuno che sia adatto
a lei.»
«In realtà», rispose suo fratello con voce appena velata di
divertita ironia, «vi ho riflettuto mentre ti ascoltavo scartare
gli altri candidati.»
«E»
«E ho realizzato di conoscere qualcuno. Non soddisfa
'tutti' i tuoi alti criteri, ma non ho più alcun dubbio che sia
l'uomo giusto per lei.»
«Grazie a Dio! Chi è?»
«Tu.»
Quella parola rimase sospesa nell'aria, mentre Stephen
tratteneva una strana e irrazionale amarezza. «Io "non" sono
un candidato!» disse glaciale.
«Eccellente...» L'esclamazione piuttosto divertita di Nicholas
DuVille attirò l'immediata attenzione di tutti, mentre
lui toglieva dalla tasca un foglio di carta da lettere che portava
l'insegna nobiliare della sua famiglia. «In questo caso,
non sprecherò il tempo a leggere il mio elenco. Ho immaginato»
aggiunse mentre Stephen scioglieva le braccia lentamente,
allungando una mano a prendere il foglio di carta,
«dal momento che sono stato invitato qui oggi, di dover portare
anch'io un elenco.»
«E' gentile da parte tua, di esserti preso questo disturbo»,
disse Stephen, chiedendosi perché avesse permesso all'assurda
gelosia di suo fratello per DuVille di alterare la sua
personale impressione di quell'uomo. Nicholas DuVille non
era solo un uomo attraente, colto e beneducato, era anche
spiritoso e straordinariamente piacevole. Stephen aprì l'elenco
e guardò l'unico nome scarabocchiato di traverso su di
esso, poi sollevò il capo e guardò DuVille con gli occhi ridotti
a due fessure. «Questo vuol essere uno scherzo?»
«Non mi ero aspettato che trovassi quest'idea ridicola»,
ribatté lui con calma.
Non potendo credere che facesse sul serio, Stephen lo studiò
in glaciale silenzio, notando per la prima volta che c'era
un'arroganza esasperante in quell'uomo, nel suo sorriso, e
anche nella maniera in cui stava seduto sulla poltrona, con i
guanti da guida che gli penzolavano pigramente da una mano.
Rendendosi conto che nessun altro capiva di che cosa stesse
parlando, Stephen riuscì a chiarire la questione e, tuttavia
mettere in dubbio l'integrità di DuVille. «Vuoi seriamente
essere considerato un pretendente di Charise Lancaster?»
«Perché no?» ribatté Nicki, godendosi la sconfitta del suo
interlocutore. «Non sono troppo vecchio, né troppo basso, detesto
la pesca, non ho una grande simpatia per la caccia, e
benché abbia qualche vizio, nessuno mi ha mai accusato di
essere troppo agghindato, di avere la lingua tagliente, o di
essere un pettegolo.»
Ma egoista sì, pensò Stephen, con un'altra ondata di ostilità.
E molto, troppo esperto. Nella sua mente, vide il francese
avvinghiato a Sherry, mentre i capelli di lei gli si riversavano
sul braccio come un fuoco di seta, e la sua ostilità
crebbe, diventando risentimento. Tutto il calore e l'innocenza
di Sherry, quel suo spirito ribelle e vivace, il suo coraggio
e le sue attenzioni sarebbero appartenute a DuVille, che l'avrebbe...
Sposata.
Ma poi quell'ira che neanche lui sapeva spiegarsi lasciò
bruscamente il posto al buon senso e alla considerazione che
il destino gli aveva appena offerto la soluzione ideale ai suoi
problemi. DuVille era perfetto. In effetti, era considerato
un'ambita preda matrimoniale nella buona società.
«Devo prendere il tuo silenzio come un consenso?» chiese
DuVille, con l'aria di sapere perfettamente che Stephen
non poteva opporre nessuna obiezione alla sua proposta di
matrimonio.
Ritrovando le buone maniere, se non l'atteggiamento cordiale
nei confronti dell'altro uomo, Stephen annuì e disse
con scrupolosa civiltà: «Certamente. Hai la mia benedizione
come suo...» Stava per dire «tutore», ma si interruppe perché
non era il tutore legale di Sherry.
«Come suo riluttante fidanzato?» suggerì Nicki. «Che desidera
essere sollevato dall'obbligo di sposarla lui stesso, così
da poter continuare a vivere da scapolo senza il peso di un
senso di colpa per la sua condizione di nubile?»
Whitney vide la mascella di Stephen irrigidirsi, e riconobbe
il minaccioso luccichio in quegli occhi azzurri socchiusi.
In un simile stato d'animo, sapeva che Stephen avrebbe potuto
scuoiare vivo Nicki, senza badare minimamente al fatto
che fosse amico di sua cognata e proprio ospite. Il suo timore
venne confermato dall'atteggiamento di Stephen che incrociò
di nuovo le braccia, squadrando lentamente Nicki dall'alto
in basso con uno sguardo sprezzante. Whitney aprì la bocca
per parlare, ma tacque, aspettando di vedere se Stephen in
qualche maniera poteva abboccare all'amo di Nicki, dicendo
che l'avrebbe sposata lui stesso. Invece, Stephen annunciò
strascicando le parole in maniera insolente: «Penso che dovremmo
esaminare le tue qualifiche, o la loro eventuale mancanza,
al riguardo, un po' più a lungo, DuVille. Scartando
uno degli altri contendenti, credo che sia stata menzionata la
parola "lussurioso"...»
«No, non è stata menzionata!» proruppe Whitney, in tono
così disperato che Stephen la guardò, perdendo momentaneamente
parte del suo slancio. Poi lei disse: «Stephen, ti prego,
non sfogare la tua frustrazione su Nicki. Lui vuole essere
d'aiuto.» Lanciò un'occhiata a Nicki, che era diventato perfettamente
immobile dal momento in cui Stephen si era lanciato
nella sua tirata, con l'aria di meditare più l'omicidio
che il matrimonio. Il suo esasperante marito stava seduto lì
con l'aria di godersi la scena e l'ostilità fra i due uomini, ma
rispose al suo silenzioso appello, e, infine, intervenne. «Davvero,
Stephen, non puoi trattare così il tuo potenziale genero»,
disse caustico, ricorrendo all'umorismo per stemperare
la tensione.
«Mio, che cosa?» chiese Stephen con disgusto.
Clayton rispose con un sorriso beffardo: «Poiché non solo
hai promesso di provvedere a una dote, ma a una dote "generosa",
direi che questo ti colloca nel ruolo di padre. Adesso,
poiché DuVille si è candidato semplicemente come possibile
pretendente, non come marito, il mio consiglio è di aspettare
a contrastarlo fino a "dopo" le nozze.»
L'assurdità della lite apparve subito evidente ai due antagonisti,
che si rilassarono visibilmente, ma Whitney quasi
non respirò finché Stephen, finalmente, non tese la mano a
Nicki in un gesto di conciliazione. «Benvenuto nella famiglia»,
disse, in tono ironico.
«Grazie», disse Nicki, chinandosi in avanti e accettando la
stretta di mano. «Che dote generosa dovrei aspettarmi?» disse
scherzando.
«Ora che abbiamo superato questo primo ostacolo», disse
Stephen, tornando dietro alla sua scrivania, e sedendosi, «occupiamoci
dei problemi a cui probabilmente andremo incontro,
quando presenteremo Sherry in società.»
Whitney lo sorprese con un'immediata obiezione: «Non
c'è alcun bisogno di questo. Nicki si è già offerto come futuro
corteggiatore».
Stephen le gettò un'occhiata volta a rassicurarla, mentre
prendeva un foglio di carta da lettere dalla sua scrivania.
«Vorrei che Sherry avesse più di un corteggiatore fra cui scegliere,
il che significa che dovrà frequentare la società. Vorrei
anche che provasse viva simpatia per qualcuno, quando le
tornerà la memoria, se mai accadrà. Questo l'aiuterà a sentirsi
meno addolorata, apprendendo della morte di Burleton.»
Seguì l'obiezione di DuVille. «Questo è sperare un po'
troppo, in un periodo così breve.»
Stephen la respinse con una scossa del capo. «Non in questo
caso. Lei conosceva a malapena Burleton. Non avrà certo
potuto diventare il centro assoluto del suo universo, nel
breve periodo in cui è stato con lei in America.»
Nessuno poté rivolgere obiezioni alla logica della sua osservazione,
ma da quel momento in poi tutto ciò che riguardava
l'effettiva introduzione di Sherry in società divenne
oggetto di un'interminabile discussione. Stephen rimase ad
ascoltare con crescente frustrazione, mentre tutti suggerivano
vari espedienti per risolvere quei piccoli grandi problemi
che potevano sorgere quando Sherry fosse stata introdotta
nell'alta società durante la Stagione.

                  CAPITOLO 24.

UN'ORA dopo, quando l'impazienza, alla fine, portò Stephen
a respingere qualsiasi obiezione al suo piano, improvvisamente
Hugh Whitticomb decise di dare il suo personale parere
professionale al riguardo, come medico di Sherry. «Mi
dispiace, non posso permetterlo», disse in tono deciso.
«Vorreste essere così gentile da spiegarmene il motivo?»
chiese Stephen in tono sferzante, quando il dottore si comportò
come se la questione fosse risolta, e non ci fosse più
nulla da dire.
«Certamente. La tua tesi che il bel mondo chiuderà un occhio
sulla scarsa conoscenza della signorina Lancaster delle
nostre usanze perché è americana, può essere in parte corretta.
Tuttavia, la signorina Lancaster è abbastanza sensibile da
notare immediatamente di mancare di certe doti sociali, ed è
probabile che lei stessa diventi il suo giudice più severo.
Questo si aggiungerà allo stress profondo a cui è già sottoposta,
cosa che non posso permettere che accada. La Stagione
comincerà fra pochi giorni, ed è un periodo di tempo troppo
breve perché lei apprenda tutto ciò che le occorre sapere per
fare un debutto perfetto, per quanto intelligente sia.»
«Anche se questo non fosse un ostacolo», disse Whitney,
«non saremmo in grado di fornirle il guardaroba per l'intera
Stagione, con così breve preavviso. Sarà necessario fare molte
pressioni per indurre Madame LaSalle, o qualunque sarta
accettabile, a mettersi al lavoro per il guardaroba della signorina
Lancaster, quando sarà già indaffarata all'inverosimile a
lavorare per le sue clienti abituali.»
Ignorando per il momento quel problema, Stephen rivolse
le sue osservazioni a Whitticomb. «Non possiamo tenerla segregata
da tutti. Questo non l'aiuterebbe a incontrare i suoi
potenziali corteggiatori, e, inoltre, la gente comincerebbe a
chiacchierare e a chiedersi perché sentiamo il bisogno di nasconderla.
E, cosa più importante, Sherry stessa comincerà a
meravigliarsi di questo, e presumo che la conclusione che ne
trarrà, sarà che ci vergognamo di lei.»
«Non avevo considerato questa evenienza», ammise il
dottor Whitticomb, con l'aria profondamente turbata da tale
possibilità.
«Io suggerisco di giungere a un compromesso», disse
Stephen, chiedendosi perché tutti gli altri fossero inclini a
trovare dei problemi, invece che soluzioni. «Ridurremo al
minimo le sue apparizioni in società. Finché uno di noi resterà
al suo fianco quando interverrà ai ricevimenti, riusciremo
a proteggerla da troppe domande.»
«Non puoi proteggerla da tutto», obiettò Hugh Whitticomb.
«Come spiegherai alla gente chi è, e come ha perso la
memoria?»
«Diremo la verità, ma senza entrare troppo nei dettagli.
Diremo che ha subito una lesione, e che, benché tutti noi
possiamo garantire non soltanto la sua identità, ma anche il
fatto che sia di nascita e reputazione ineccepibili, semplicemente
non è in grado di rispondere alle domande per qualche
tempo.»
«Sai quanto può essere crudele la gente! Ma via, la sua
mancanza di consapevolezza potrebbe essere scambiata per
stupidità.»
«Stupidità?» esclamò Stephen con un'aspra risata. «Quanto
tempo è passato da quando siete stato a un ballo di debuttanti,
e avete tentato di condurre una conversazione sensata
con una qualunque delle ragazzine che fanno il loro debutto?»
Senza attendere una risposta, disse: «Ricordo ancora la
mia ultima esperienza. La metà di loro era incapace di sostenere
un discorso su qualunque argomento, al di là dell'ultima
moda e del tempo. Il resto di loro non riusciva a fare altro
che arrossire e sorridere scioccamente. Sherry è del tutto diversa,
e questo sarà evidente a chiunque abbia abbastanza
buon senso da riconoscere l'intelligenza, quando se la trova
di fronte».
«Non credo che sembrerà stupida a nessuno», aggiunse
Whitney lentamente. «E' più probabile che la considereranno
affascinante e misteriosa, in particolare gli uomini più giovani.»
«Allora, è deciso», disse Stephen con un tono che lasciava
intendere l'inutilità di ulteriori discussioni.
«Whitney, tu e la mamma prenderete gli accordi per provvedere
che Sherry abbia un guardaroba appropriato. La presenteremo
in società sotto la nostra protezione, e poi ci assicureremo
che almeno uno di noi sia sempre con lei. Cominciamo
portandola all'opera, dove potrà essere vista, ma non
facilmente avvicinata. Dopodiché a una serata musicale, e a
qualche tè. Il suo aspetto è talmente straordinario che attirerà
senz'altro una notevole attenzione, e quando lei non farà
subito la sua apparizione ai balli, il mistero che la circonda
aumenterà in maniera considerevole, e come Whitney ha sottolineato,
questo si risolverà a nostro vantaggio.»
Sentendosi soddisfatto per avere risolto tutte le questioni
più importanti, Stephen si guardò intorno, e disse: «Qualcuno
ha altri problemi che debbano venire presi in considerazione?»
«Un'altra cosa», disse sua madre, con molta enfasi. «Non
è possibile che lei resti sotto il tuo tetto per un'altra sera. Se
si sapesse che è stata in questa casa senza chaperon, niente
di quello che potremo fare o dire salverebbe la sua reputazione,
o le consentirebbe di fare un matrimonio adeguato. E'
già un miracolo che i pettegolezzi dei domestici non si siano
divulgati.»
«I domestici l'adorano. Non direbbero una parola che potesse
danneggiarla.»
«Sia come sia, parleranno di sicuro con i domestici di altre
persone, senza aver intenzione di farle del male. Quando
'si dice' saranno circolati per la città, lei sarà diventata la
tua amante, e noi non possiamo rischiare questo genere di
pettegolezzi.»
«Immagino che Clayton e io potremmo invitarla a stare
con noi», disse in tono riluttante Whitney, quando le sembrò
che Stephen si aspettasse da lei quell'offerta, ma non era per
nulla soddisfatta della soluzione. Non voleva sottrarre Sherry
all'influenza diretta di Stephen. Una volta che il giro di
attività sociali fosse cominciato, con la folla di gente intorno
a tutti loro, Stephen avrebbe potuto non incontrarla per giorni
di fila, o vederla solo per pochi minuti alla volta.
«Bene», acconsentì Stephen, con irritante soddisfazione.
«Verrà a stare con voi.»
Hugh Whitticomb si tolse gli occhiali dalla montatura
metallica, e si mise a pulire le lenti con il fazzoletto. «Temo
che questo piano non vada bene per me.»
Stephen fece uno sforzo erculeo per tenere sotto controllo
la sua impazienza nei confronti del recalcitrante dottore.
«Che cosa intendete dire?»
«Voglio dire che non posso permettere che la signorina
Lancaster venga trasferita in un ambiente estraneo, fra gente
che non conosce.» Quando Stephen aggrottò le sopracciglia
e aprì la bocca per obiettare, il dottor Whitticomb diede
un'occhiata alle persone raccolte intorno a lui, e disse con un
tono carico di avvertimento: «La signorina Lancaster crede
di essere fidanzata con Stephen, e che lui l'ami profondamente.
E' lui quello che è stato vicino al suo letto quando è rimasta
sospesa fra la vita e la morte, ed è su di lui che fa affidamento».
«Le spiegherò io quale marchio sociale d'infamia rischia,
restando qui», disse Stephen, in tono brusco. «Lei capirà che,
semplicemente, non è appropriato.»
«Lei non ha la minima idea dell'importanza di un comportamento
appropriato, Stephen», lo contraddisse amabilmente
il dottor Whitticomb. «Se l'avesse, non si sarebbe trovata
quaggiù con indosso una veste da camera color lavanda, la
sera che sono venuto a visitarla.»
«Stephen!» esclamò sua madre.
«Era del tutto coperta», disse lui, liquidando l'argomento
con una scrollata di spalle. «Ed era tutto ciò che aveva da indossare.»
Nicki DuVille si unì alla discussione. «Non può restare
qui senza sorveglianza. "Io" non lo permetterò.»
«'Tu' non c'entri proprio nulla», ribatté Stephen.
«Invece sì. Non voglio che la reputazione della mia futura
moglie venga offuscata. Anch'io ho una famiglia che deve
accettarla.»
Appoggiandosi all'indietro sulla sua poltrona, Stephen lo
guardò con manifesta antipatia per alcuni istanti, prima di
osservare con una voce gelida come il suo sguardo: «Non ricordo
di averti sentito effettivamente proporre di sposarla,
DuVille».
Nicki inarcò con aria di sfida un sopracciglio. «Vorresti
sentirmelo fare ora?»
«Ti ho detto che voglio che abbia la possibilità di scegliere
fra vari corteggiatori», disse Stephen con voce minacciosa
chiedendosi come suo fratello potesse permettere a un simile
bastardo arrogante di stare a meno di un chilometro di distanza
da sua moglie. «In questo momento, non sei altro che
un possibile pretendente alla sua mano. Se vuoi mantenere
questa posizione per altri sessanta secondi, ti suggerirei...»
«Posso restare io qui con la signorina Lancaster», si intromise
con aria disperata la duchessa madre.
Riluttanti, i due uomini misero fine alla discussione, e
guardarono il dottor Hugh Whitticomb aspettando una sua
decisione. Invece di rispondere immediatamente, Hugh si
mise a pulire l'altro suo paio d'occhiali considerando l'effetto
scoraggiante che probabilmente avrebbe avuto la presenza
della duchessa madre su di un idillio in boccio. Donna regale
e sempre imponente anche a sessant'anni, era troppo
zelante per permettere il genere di atmosfera intima che
Hugh voleva vedere preservato fra Stephen e Sherry Lancaster.
Inoltre, avrebbe senz'altro intimidito Sherry, per quanto
lei tentasse di fare il contrario. Considerando rapidamente
l'argomento più persuasivo contro la sua soluzione, disse:
«Nell'interesse della vostra stessa salute, Vostra Grazia, non
credo che dovreste affaticarvi con il vostro nuovo ruolo di
chaperon. Non vorrei vedere riapparire il problema dell'anno
scorso».
«Avete detto che non era una cosa seria, Hugh», disse lei.
«Vorrei che restasse tale.»
«Ha ragione, mamma.» Sentendo di avere già sovraccaricato
la sua famiglia con i propri problemi, Stephen appoggiò
l'obiezione, e aggiunse: «Dobbiamo trovare qualcuno che
possa stare con lei in ogni occasione, una chaperon di carattere
e reputazione irreprensibili, che possa anche servire come
dama di compagnia».
«C'è Lucinda Throckrnorton-Jones», disse la duchessa madre
dopo un attimo di riflessione. «Nessuno oserebbe mettere
in questione la reputazione di qualunque giovane donna
affidata a lei.»
«Buon Dio, no!» esclamò Hugh con tale forza, che tutti lo
guardarono a bocca aperta. «Quel dragone dai lineamenti taglienti
può essere la dama di compagnia ideale in alcune
delle nostre migliori famiglie, ma finirebbe per far ammalare
di nuovo la signorina Lancaster! Quella donna si è addirittura
rifiutata di scostarsi dal mio fianco mentre spalmavo
l'unguento sul pollice ustionato di una delle ragazze a lei affidate.
Si comportava come se sospettasse che potessi voler
sedurre quella sciocca ragazzina.»
«E allora chi suggerireste "voi"?» disse brusco Stephen,
perdendo completamente la pazienza con il dottore, che rifiutava
ogni proposta e non era di nessun aiuto.
«Lascia a me questo problema», disse Hugh, sorprendendolo.
«Potrei conoscere la donna giusta, se la sua salute fosse
all'altezza del compito. E' alquanto sola, e si sente piuttosto
inutile di questi tempi.»
La duchessa madre lo guardò con interesse. «Chi avete in
mente?»
Piuttosto che rischiare un'immediata bocciatura da parte
dell'astuta lady, Hugh decise di prendere la situazione nelle
sue mani, e poi di presentarla come fatto compiuto. «Lasciate
che ci pensi ancora un po', prima di ridurre la scelta a una
persona. Posso condurla qui domani. Un'altra notte sotto il
tetto di Stephen non può nuocere a Sherry più di quanto abbia
già fatto.»
Si interruppero quando Colfax bussò alla porta per dire
che la signorina Lancaster stava tornando con la carrozza.
«Penso che ciò ponga fine alla conversazione.» Stephen si
alzò in piedi, concludendo la riunione.
«Veramente, mancano due piccoli dettagli», fece notare
Clayton. «Come intendi ottenere la collaborazione della tua
fidanzata nel tuo progetto di trovarle un altro marito, senza
distruggerla o umiliarla? E che cosa hai intenzione di fare,
quando lei dirà a qualcuno che è fidanzata con te? Si coprirà
di ridicolo in tutta Londra.»
Stephen aprì la bocca per far notare ancora una volta che
lui non era il suo fidanzato, e poi ci rinunciò. «Me ne occuperò
questa sera, o domani», disse, invece.
«Cerca di avere tatto», lo avvertì Whitticomb. «Non turbarla.»
Whitney si alzò in piedi, infilandosi i guanti. «Credo che
sia meglio fare immediatamente visita a Madame LaSalle.
Convincerla a lasciar perdere tutto il resto e mettersi a lavorare
su di un guardaroba completo proprio in questo momento,
mentre la Stagione sta per cominciare, richiederà un vero
miracolo.»
«Richiederà un'ingente spesa da parte di Stephen, non un
miracolo», disse suo marito con un sogghigno. «Ti lascerò
al negozio di Madame LaSalle, andando al White.»
«White è nella direzione opposta, Claymore», disse Nicki.
«Se mi permetterai di scortare tua moglie dalla sarta, forse
lungo la strada lei potrà suggerirmi la maniera migliore per
conquistare la fiducia della signorina Lancaster.»
Non avendo nessuna ragione accettabile per obiettare,
Clayton annuì, e DuVille offrì il braccio a Whitney, che si
fermò a posare un bacio sulla guancia di Clayton. Mentre il
gruppetto si allontanava, i due fratelli rimasero a osservare le
spalle di DuVille che batteva in ritirata con lo stesso cipiglio.
«Quante volte», chiese Stephen cinicamente, «hai desiderato
di addentare alla gola DuVille?»
«Non spesso quanto ho il sospetto che lo desidererai tu»,
rispose in tono pungente Clayton.

                   CAPITOLO 25.

CONVOCATA nello studio del conte da un valletto, Sheridan
diede allegramente il buongiorno ai domestici che superò nel
corridoio al piano superiore, si fermò davanti a uno specchio
dalla cornice dorata per assicurarsi di avere i capelli in ordine,
poi lisciò la gonna del suo nuovo abito verde chiaro e si
presentò a Hodgkin, che era in piedi davanti alle porte aperte
dello studio, a sorvegliare i domestici che inceravano tavoli
pregiati e lucidavano i candelabri d'argento. «Buongiorno
Hodgkin. Avete un'aria particolarmente elegante, quest'oggi.
E' un abito nuovo, questo?»
«Sì, signorina», disse Hodgkin, lottando invano per celare
un certo compiacimento, scoprendo che anche lei aveva notato
come stesse bene nel completo che aveva il diritto di indossare
due volte all'anno, come prevedeva il suo contratto.
Raddrizzando le spalle e tenendole più rigide possibile, le
confidò: «E' arrivato ieri, direttamente dalla sartoria».
«Ho un abito nuovo anch'io», confidò Sherry a sua volta.
Stephen aveva alzato lo sguardo al suono della sua voce, e
ora la guardò sollevare la gonna e fare una lenta piroetta a
beneficio del secondo maggiordomo. «Non è incantevole?»
la sentì chiedergli.
La scena era così deliziosa e spontanea che Stephen sorrise,
e rispose prima che potesse farlo il secondo maggiordomo.
«Davvero incantevole», disse, cosa che fece sobbalzare
Hodgkin nervosamente, e ricadere a Sherry la gonna. Lei gli
rivolse quel suo sorriso seducente e si avvicinò alla sua scrivania,
facendo ondeggiare delicatamente i fianchi. Alla
maggior parte delle donne che Stephen conosceva era stato
insegnato esattamente come camminare e come comportarsi,
così che si muovevano con la precisione militaresca di soldati
in una parata. Sherry possedeva una grazia spontanea,
come se camminare fosse ciò che doveva essere: un atto tipicamente,
squisitamente femminile.
«Buongiorno», disse lei. Indicando con un gesto il fascio
di documenti e di corrispondenza sulla sua scrivania, aggiunse:
«Spero di non interrompervi. Pensavo che desideraste
vedermi subito...»
«non mi interrompete affatto», la rassicurò Stephen. «In
effetti, ho mandato via il mio segretario così da poter restare
con voi in privato. Sedetevi, vi prego.» Gettando uno sguardo
a Hodgkin, fece un cenno con il capo in direzione delle
porte impartendo silenziosamente l'ordine che dovessero venire
chiuse. Mentre gli alti pannelli in quercia si ricongiungevano
silenziosamente, Sherry cominciò a sistemare la gonna
intorno a sé. Si prendeva una cura scrupolosa del suo abito
nuovo, notò Stephen, passando una mano sopra una grinza
e abbassando lo sguardo sui suoi piedi per accertarsi che
l'orlo dell'abito non fosse sotto la punta delle scarpe da casa.
Soddisfatta che tutto fosse sistemato in maniera appropriata,
lo guardò in attesa, con gli occhi splendenti di curiosità
e di fiducia.
Si fidava di lui incondizionatamente, realizzò Stephen, e
in cambio lui stava per abusare di tutta quella fiducia raggirandola.
Mentre il silenzio si prolungava al punto da diventare
imbarazzante, capì di avere temuto quel momento più di
quanto si fosse reso conto, abbastanza da averlo rimandato
la sera prima, in maniera da poter gustare la loro cena insieme.
Tuttavia, non c'era ragione per rinviarlo di un altro minuto.
Eppure, era esattamente ciò che si scopriva a fare.
Cercò rapidamente un argomento, non riuscì a trovarne
uno, e riempì il silenzio di attesa con la prima osservazione
che gli venne in mente. «Avete passato una piacevole mattinata?»
«E' un po' troppo presto per dirlo», rispose lei, con aria seria,
ma con gli occhi brillanti di allegria. «Abbiamo finito di
fare colazione solo un'ora fa.»
«E' passata solo un'ora? Mi sembra di più», disse Stephen,
con aria sciocca, sentendosi goffo e a disagio come un giovane
inesperto alle prese con una donna per la prima volta.
«Ebbene, che cosa avete fatto da allora?» insistette.
«Ero in biblioteca a cercare qualcosa da leggere, quando
mi avete mandata a chiamare.»
«Non vorrete dire che avete finito tutte quelle riviste che
vi ho mandato! Erano una pila che mi arrivava alla vita.»
Lei si morsicò le labbra, e gli rivolse un'occhiata divertita.
«Avete mai dato un'occhiata a una di quelle riviste?»
«No, perché?»
«Non credo che le trovereste molto istruttive.»
Stephen non sapeva nulla di riviste femminili, tranne che
le donne le leggevano assiduamente, ma nello sforzo di prolungare
la conversazione, si informò educatamente sui nomi
delle riviste che si era fatto mandare per lei.
«Ebbene, ce n'era una con un nome molto lungo. Se ricordo
correttamente, si chiamava La rivista mensile per signore,
o repertorio elegante di svaghi e di istruzioni: raccolta
di ciò che può soddisfare la fantasia, istruire la mente,
o esaltare il carattere della bellezza inglese.»
«Tutto questo in una sola rivista?» la canzonò Stephen.
«E' un'impresa alquanto ambiziosa.»
«E' ciò che ho pensato anch'io, finché non ho dato un'occhiata
agli articoli. Sapete quale argomento trattava uno di
questi?»
«Basandomi sull'espressione del vostro viso, ho paura ad
arrischiare un'ipotesi», disse lui, ridacchiando.
«Parlava del rossetto», completò lei.
«Che cosa?»
«L'articolo parlava di come dare il rossetto sulle guance.
Era assolutamente "affascinante". Pensate che questo ricada
sotto il titolo di "Istruire la mente", o di "Esaltare il carattere"?»
chiese con finta solennità, mentre le spalle di Stephen
sussultavano dal ridere al senso dell'umorismo di lei.
«Penso che dovremo far togliere di mezzo quella robaccia
dalla vostra camera da letto.»
«Oh, no, non dovete farlo. Davvero, non dovete. Leggo
gli articoli tutte le sere, a letto.»
«Davvero?» chiese Stephen, perché lei sembrava assolutamente
seria.
«Oh sì! Leggo una pagina, e crollo subito addormentata.
E' sempre molto più efficace di qualsiasi sonnifero.»
Stephen distolse lo sguardo dal suo splendido viso e la osservò
scostarsi i capelli dalla fronte, dando loro una scrollata
impaziente che le fece scivolare sulle spalle un velo di riccioli
color rame. A lui era piaciuto dove si trovavano prima,
quando le ricadevano naturalmente sul seno destro. Irritato
per l'assurda direzione dei suoi pensieri, Stephen disse in
tono brusco: «Poiché abbiamo escluso il rossetto e gli inchini,
che cosa vi interessa?»
Tu, pensò Sherry. Mi interessi tu. Mi interessa sapere perché
in questo momento sembri a disagio. Mi interessa sapere
perché ci sono istanti in cui mi sorridi come se vedessi solo
me, e io fossi tutto ciò che conta. Mi interessa sapere perché
ci sono altri in cui avverto che non desideri vedermi per nulla,
anche quando ti sto davanti. Mi interessa tutto ciò che interessa
a te, perché desidero così tanto avere importanza per
te. Mi interessa la storia. La tua storia. La mia storia. «La
storia! Mi piace la storia», dichiarò in tono vivace, dopo una
pausa.
«Che cos'altro vi piace?»
Poiché non poteva citare a memoria, gli diede l'unica risposta
che le venne in mente. «Penso che mi piacciano molto
i cavalli.»
«Perché dite questo?»
«Ieri, quando il vostro cocchiere mi ha portato in carrozza
attraverso un parco, ho visto delle signore a cavallo, e mi sono
sentita... felice. Eccitata. Penso di sapere cavalcare.»
«In questo caso, dovremo trovarvi un cavallo adatto, e
scoprirlo. Avvertirò Tattersall, e lì farò scegliere da qualcuno
una bella giumenta mite per voi.»
«Tattersall?»
«E' una casa d'aste.»
«Posso venire a guardare?»
«Non senza provocare un parapiglia.» Lei gli rivolse uno
sguardo stupito, e lui sorrise. «Le donne non sono ammesse
da Tatt.»
«Oh, capisco. Veramente, preferirei che non spendeste neanche
un soldo. Potrebbe risultare che non so cavalcare per
nulla. Non potrei usare uno dei vostri cavalli, prima, per scoprirlo?
Potrei chiedere al vostro cocchiere...»
«Non prendetelo nemmeno in considerazione», l'avvertì
bruscamente Stephen. «Non posseggo un cavallo adatto a
essere montato da voi, o da qualsiasi altra donna, per quanto
abile possiate essere. I miei animali non sono del genere adatto
a un'andatura modesta attraverso il parco.»
«Non credo che sia quello che ho immaginato ieri. Mi
sembrava di voler galoppare, e di sentire il vento sul viso.»
«Niente galoppo», decretò lui. Per quanta equitazione avesse
fatto, non era una ragazza di campagna dall'ossatura
grossolana; era esile e delicata, senza la forza necessaria a
reggere un vivace galoppo. Quando lei sembrò sconcertata e
desiderosa di opporsi, Stephen le spiegò in tono burbero:
«Non voglio riportarvi a casa una seconda volta priva di conoscenza».
Represse un brivido al ricordo del suo corpo privo di sensi
fra le braccia, e questo gli rammentò un altro incidente... il
corpo inerte di un giovane barone con una vita intera davanti
a sé. Quel ricordo scacciò ogni desiderio di rimandare il momento
di arrivare al vero punto del loro colloquio.
Appoggiandosi all'indietro sulla poltrona, Stephen le rivolse
quello che sperava fosse un sorriso caldo ed entusiasta,
e mise in azione il piano che avevano stabilito per il suo
futuro. «Sono felice di dirvi che mia cognata ha convinto la
sarta più alla moda di Londra ad abbandonare il suo negozio
nel momento di maggiore attività, e a venire qui con le cucitrici
al suo seguito, per disegnare un guardaroba su misura
da farvi indossare durante le attività della Stagione.» Invece
di essere eccitata, lei aggrottò leggermente le sopracciglia
alla notizia.
«Di certo, questo non vi dispiace?»
«Oh, naturalmente no. Ma, vedete, non mi occorrono altri
abiti. Ne ho altri due che non ho ancora indossato.»
Aveva in totale cinque abiti da giorno, ed era fermamente
convinta che quello fosse un guardaroba. Stephen decise che
suo padre doveva essere stato un avaro egoista. «Vi occorreranno
moltissime altre cose, oltre a quei pochi capi.»
«Perché?»
«Perché la Stagione londinese richiede un vasto guardaroba»
disse lui in tono vago. «Volevo anche dirvi che questo
pomeriggio arriverà il dottor Whitticomb con una sua conoscenza,
un'anziana signora che, da ciò che deduco dal biglietto
del dottore, è molto competente, e impaziente di essere
una dama di compagnia ben accetta da voi.»
Quelle parole suscitarono un'immediata risatina da parte
di Sherry. «Non mi occorre una dama di compagnia», disse
ridendo. «Io "sono" una...» Sherry si sentì rimescolare lo
stomaco, e il flusso delle parole si interruppe semplicemente.
Il pensiero che le aveva suggerite era svanito nell'etere.
«Voi siete che cosa?» la incitò Stephen, osservandola attentamente
e notando la sua agitazione.
«Io...» Sherry cercò di trovare le parole, la spiegazione,
ma queste le sfuggirono, sottraendosi ulteriormente al controllo
della sua mente. «Io... non lo so.»
Ansioso di togliersi il pensiero della parte spiacevole della
discussione, Stephen mise da parte quell'argomento. «Non
preoccupatevi di questo. Tutto vi tornerà in mente al momento
opportuno. Ora c'è qualcos'altro che voglio discutere con
voi...»
Quando lui esitò, Sherry alzò quei suoi grandi occhi color
argento nei suoi e fece un lieve sorriso per rassicurarlo che si
sentiva abbastanza bene per proseguire. «Stavate per dire?»
«Stavo per dire che sono arrivato a una decisione su cui la
mia famiglia è d'accordo.» Avendole negato l'unica via di
appello possibile, avvertendola che la sua famiglia concordava
con lui, Stephen le rivolse un ultimatum accuratamente
formulato. «Desidero che abbiate l'opportunità di godervi la
Stagione, e le attenzioni di altri uomini, prima di annunciare
il nostro fidanzamento.»
Sherry si sentì come se l'avesse schiaffeggiata. Non voleva
l'attenzione di uomini sconosciuti, e non riusciva a immaginare
perché a lui dovesse far piacere. Con voce ferma,
disse: «Posso chiedere perché?»
«Sì, naturalmente. Il matrimonio è un passo molto importante,
che non dovrebbe essere intrapreso alla leggera...»
Stephen si interruppe, maledicendosi mentalmente perché
stava parafrasando stupidamente il valore della cerimonia, e
passò a quella che pensava fosse una spiegazione convincente.
«Poiché non ci siamo conosciuti bene prima del vostro
arrivo in Inghilterra, ho deciso che dovevate avere l'opportunità
di dare un'occhiata agli altri partiti convenienti di
Londra, prima di decidere di volere me come marito. Per
questa ragione, vorrei che il nostro fidanzamento restasse un
segreto fra di noi, per un po'.»
Sherry ebbe la netta sensazione che qualcosa si stesse
frantumando dentro di lei. Lui «voleva» che trovasse qualcun
altro. Stava cercando di liberarsi di lei, e perché no? In
fondo, lei non riusciva neppure a ricordare il proprio nome
senza sollecitazioni, e non era per nulla simile alle belle
donne spensierate che aveva visto al parco il giorno prima.
Non poteva neppure tentare di paragonarsi a sua cognata o a
sua madre, con le loro maniere sicure e regali. Apparentemente,
neppure loro la volevano nella famiglia, il che significava
che la cordialità nei suoi confronti era stata tutta una
finzione.
Lacrime di umiliazione le bruciavano in fondo agli occhi,
e Sherry si alzò rapidamente in piedi tentando di recuperare
il controllo, lottando disperatamente per aggrapparsi al suo
orgoglio ferito. Non poteva affrontarlo, e non poteva fuggire
dalla stanza senza rivelare i propri sentimenti, così tenne accuratamente
la schiena rivolta verso di lui e si avvicinò lentamente
alle finestre che davano sulla strada londinese. «Penso
che sia un'idea eccellente, milord», disse fissando ciecamente
fuori della finestra, lottando per mantenere ferma la sua
voce. Alle sue spalle, lo sentì alzarsi e andare verso di lei, e
Sherry deglutì e fece un profondo respiro prima di poter continuare.
«Come volete, ho avuto... delle riserve sul fatto che
fossimo adatti... fin da quando sono arrivata qui.»
Stephen pensò di avere sentito la sua voce incrinarsi, e si
sentì rimordere la coscienza. «Sherry», cominciò, posandole
le mani sulle spalle.
«Per favore, toglietemi le mani...» si interruppe per fare
un altro respiro scosso, «...di dosso.»
«Voltatevi, e ascoltatemi.»
Sherry sentì il proprio autocontrollo andare in pezzi, e benché
tenesse gli occhi chiusi con forza, delle lacrime cocenti
cominciarono a rigarle le guance. Se si fosse voltata ora, lui
avrebbe visto che stava piangendo, e Sherry preferiva morire
piuttosto che subire quella umiliazione. Non avendo altre
risorse, chinò il capo fingendo di essere assorta a passare le
dita sulle incisioni del vetro piombato.
«Sto cercando di fare ciò che è meglio», disse Stephen,
lottando contro il desiderio di stringerla fra le braccia, e di
chiederle perdono.
«Naturalmente. E' impossibile che la vostra famiglia pensi
che sia adatta a voi», riuscì a dire con voce relativamente
normale, dopo un istante. «E non sono per nulla certa di come
mio padre abbia potuto pensare che voi foste adatto a me.»
Sembrava abbastanza tranquilla, tanto che Stephen stava
per lasciarla andare, quando vide le lacrime caderle sulla manica
del vestito, e perse il controllo. Afferrandola per le spalle,
la fece girare prendendola fra le braccia. «Vi prego, non
piangete», le sussurrò fra i capelli profumati. «Vi prego, non
fatelo, sto solo cercando di fare ciò che è meglio.»
«allora, lasciatemi andare», disse lei, furiosa, ma piangeva
con tale violenza che le spalle le tremavano.
«Non posso», disse lui, reggendole la nuca con la mano e
tenendole la guancia che bruciava premuta contro la camicia,
sentendo le lacrime filtrare attraverso a essa. «Mi dispiace»,
mormorò, baciandole la tempia. «Mi dispiace.» Sembrava
così morbida contro di lui. Sherry era troppo orgogliosa
per dibattersi, e troppo sconvolta per smettere di piangere,
così rimase rigida fra le sue braccia, il corpo squassato da
singhiozzi silenziosi. «Vi prego», sussurrò Stephen con voce
rauca, «non voglio farvi del male.» Le passò la mano sulla
schiena e sulla nuca, nel confuso tentativo di consolarla.
«Non lasciate che vi faccia del male.» Senza rendersi conto
di ciò che stava facendo, la costrinse a sollevare il mento
con la mano, e le sfiorò la guancia con le labbra, tracciando
un bacio lieve sulla sua pelle liscia, sentendo l'umidore delle
sue lacrime. Con l'unica eccezione della sera in cui aveva ripreso
conoscenza, Sherry non aveva versato una sola lacrima
sulla sua mancanza di memoria, o per il dolore lancinante
causato dalla sua ferita, ma ora stava piangendo in dignitoso
silenzio, e all'improvviso Stephen perse la testa e il
controllo. Le passò la bocca sulle labbra tremanti, assaporando
la loro dolcezza salata, e la strinse più forte a sé, stuzzicando
delicatamente le sue labbra con la lingua, sollecitandole
a schiudersi. Invece di offrirglisi dolcemente, come aveva
fatto in passato, Sherry cercò di scostare il viso. Stephen
percepì il suo rifiuto come un colpo fisico, e qualcosa in
profondità dentro di lui emise un acuto grido, lamentando la
perdita della sua tenerezza, e della sua passione. Infilandole
le mani fra i capelli, le sollevò il viso e la fissò negli occhi
argentei feriti e ostili. «Sherry», mormorò con voce rauca
abbassando risolutamente la bocca verso la sua, «rispondi al
mio bacio.»
Lei non poteva liberare la bocca dalla sua, così lo combatté
con rigida e fredda indifferenza, e Stephen cercò di forzarla.
Ricorrendo a tutta la sua esperienza in fatto di sesso acquisita
nel corso di due decenni di schermaglie sessuali intraprese
con altre donne, tentò di sopraffare le difese di una ventenne
inesperta e verginale.
«Poiché dovrete paragonarmi con gli altri vostri corteggiatori»,
mormorò senza realizzare che stava rovinando tutto
ciò che avrebbe voluto portare a termine, «non credete di dover
sapere come reggo il confronto?»
Furono le sue parole, non la seduzione delle sue mani e
delle sue labbra, a far crollare la resistenza di Sherry. Un
istinto femminile di difesa l'avvertiva di non doversi permettere
mai più di fidarsi di lui, di non dovergli permettere
mai più di toccarla o di baciarla... ma solo per quella volta,
solo un'altra volta, si sarebbe arresa a quella bocca insistente
che stava possedendo la sua.
Le labbra di Sherry si dischiusero impercettibilmente, e
Stephen reclamò la sua vittoria con la rapidità di un cacciatore,
solo che ora la sua arma era la dolcezza.
Ma poi ritornarono alla realtà, e Stephen sollevò la bocca
da quella di lei e lasciò ricadere le braccia. Sherry indietreggiò
di un passo, respirando a fatica; il suo sorriso era eccessivamente
vivace. «Grazie per la dimostrazione, milord. Cercherò
di valutarla obiettivamente, quando verrà il momento
di classificarla.»
Stephen la udì a malapena, né tentò di fermarla quando lei
girò sui tacchi lasciandolo lì, immobile. Tese in avanti le mani
e le appoggiò contro l'intelaiatura della finestra, fissando
senza vederlo il panorama di fronte a casa sua. «Figlio di
puttana!» mormorò furiosamente a se stesso.
Attenta a sorridere a ogni domestico a cui passava accanto
in maniera da nascondere i suoi veri sentimenti, Sherry
salì le scale sentendo le labbra tumefatte e illividite a causa
dei baci rubati che l'avevano distrutta, e che per lui non significavano
nulla.
Voleva andare a casa.
Quella frase si trasformò in una cantilena a ogni passo accuratamente
misurato che faceva, finché finalmente non raggiunse
l'intimità della sua camera. Si raggomitolò in una difensiva
posizione fetale, le gambe piegate contro il petto, e
le braccia strette con forza intorno a esse, sentendo che avrebbe
potuto andare in mille pezzi se avesse provato a lasciarle
andare. Affondando il viso nel cuscino per soffocare i
suoi singhiozzi, Sherry pianse per un futuro che non poteva
avere, e per un passato che non riusciva a ricordare. «Voglio
andare a casa», gemeva in una cantilena rotta. «Voglio tornare
a casa, papà», piangeva, «perché ci metti così tanto a
venirmi a prendere?»

                  CAPITOLO 26.

UN magnifico cavallo pezzato stava brucando lì accanto, e in
uno slancio di entusiasmo Sherry si alzò in piedi e gli saltò
sul dorso, allontanandosi nella luce della luna, mentre la sua
risata echeggiava nel vento. Il cavallo e lei stavano volando...
volando... «Ti spezzerai il collo, cara!» gridò il giovane,
all'inseguimento, mentre gli zoccoli del suo cavallo risuonavano
sempre più vicini, ed entrambi ridevano e volavano
attraverso la prateria...
«Signorina Lancaster!» Un'altra voce, femminile, la stava
chiamando ancora più da lontano. «Signorina Lancaster!»
Una mano le sfiorò la spalla, scuotendola leggermente, e
Sherry tornò con un sobbalzo alla dura realtà. «Mi dispiace
svegliarvi, signorina», disse la cameriera, «ma Sua Grazia è
nella stanza da lavoro con le cucitrici, e ha chiesto se volete
raggiungerle lì.»
Sherry avrebbe voluto avvolgersi nelle coperte come in
un bozzolo e ritrovare il suo sogno, ma come si poteva dire
a una duchessa e alle sue cucitrici di andarsene, così da poter
continuare a sognare, soprattutto se si era l'indesiderata
fidanzata del figlio della duchessa? Riluttante, Sherry si alzò,
si lavò il viso e seguì la cameriera al piano di sopra in
un'enorme stanza soleggiata.
La duchessa che la stava aspettando risultò essere la cognata
del conte, non sua madre.
Rifiutando di umiliarsi ulteriormente rivelando quello che
provava, Sherry le rivolse un saluto scrupolosamente educato
che non era né freddo, né cordiale.
Se Whitney Westmoreland notò qualcosa di diverso nel
comportamento di Sherry, non lo mostrò, ma poco dopo si
lasciò trasportare dall'entusiasmo di vedere Sherry vestita
all'ultima moda.
Con Whitney Westmoreland che sorrideva e chiacchierava
di balli, di feste, di colazioni veneziane, e le cucitrici che
le ronzavano intorno come zanzare, Sherry rimase per quella
che le sembrò un'eternità in piedi su di una pedana in un'ampia
stanza piena di sole, a essere misurata, appuntata, spinta,
tirata e voltata. Quella volta, non era così ingenua da credere
che il sorriso cordiale e i commenti incoraggianti di Whitney
fossero sinceri. Voleva solo sbarazzarsi di lei, che si fidanzasse
con qualcun altro, e un guardaroba adeguato era ovviamente
il primo passo verso quella meta. Sherry ormai lo capiva
bene, ma aveva dei piani propri. Sarebbe tornata a casa,
dovunque fosse, e in men che non si dica. Intendeva rassicurare
la duchessa su quello, non appena quell'assurdo trambusto
a proposito dell'abbigliamento fosse finito, ma quando finalmente
le cucitrici la lasciarono scendere dalla piattaforma
e indossare una veste da camera, non se ne andarono. Invece,
cominciarono ad aprire bauli e a far turbinare pezze di tessuti
sui mobili, sui sedili delle finestre e sui tappeti, finché l'intera
stanza non fu un'orgia di colori di ogni sfumatura immaginabile,
dal verde smeraldo al blu zaffiro, ai gialli solari, fino
ai rosa più pallidi e alle varie tonalità del crema.
«Che cosa ne pensate?» le chiese Whitney.
Sherry guardò in giro lo spiegamento vertiginoso di sete
sontuose e di morbide batiste, di chiffon trasparenti e di lini
delicati. Che cosa ne pensava? si chiese Sherry un po' istericamente.
Sollevando il mento, guardò la donna di nome Madame
LaSalle che parlava con accento francese e che si comportava
come un generale, ed espresse la sua preferenza, anche
se non sapeva da dove le venisse. «Non avete niente di
rosso?»
«Rosso?» esclamò la donna senza fiato, gli occhi che le
schizzarono fuori dalle orbite. «Rosso! No, no, no, mademoiselle.
Non con i vostri capelli.»
«Mi piace il rosso», insistette testarda Sheridan.
«Allora, dovete averlo», disse lei, recuperando il suo lato
diplomatico, senza peraltro rinunciare a quello artistico. «Dovete
usarlo per tappezzare i mobili o appenderlo alle finestre,
ma non è un colore che possiate abbinare alla vostra incantevole
persona, mademoiselle. Il Cielo vi ha già fatto il
dono prezioso di una capigliatura del rosso più raro, e quindi
sarebbe sbagliato, un vero peccato, indossare qualcosa che
non abbellisse questo vostro dono speciale.»
Quel discorso fiorito era così assurdo che Sherry represse
un debole sorriso, e vide la duchessa lottare per mantenere
seria la propria espressione. Dimenticando per un istante che
Whitney Westmoreland poteva fingere di esserle amica, ma
senza essere nulla del genere, Sherry disse: «Penso che questo
voglia dire che avrebbe un effetto orribile su di me».
«Oui», disse la sarta con enfasi.
«E che non esiste proprio niente al mondo che vi spingerebbe
a farmi un abito rosso, per quanto io insistessi», aggiunse
Sherry.
La duchessa ricambiò il suo sguardo divertito, e disse:
«Madame preferirebbe gettarsi nel Tamigi».
«Oui!» dissero in coro tutte le cucitrici, e per qualche
istante la stanza fu riempita dalle risate festose di otto donne
accomunate da un unico obiettivo.
Nelle ore successive, Sherry rimase in disparte mentre la
duchessa e la sarta parlavano incessantemente dei modelli e
dei tessuti giusti da usare. Quando alla fine si rese conto che
le cucitrici sarebbero addirittura rimaste lì, a lavorare giorno
e notte in quella stanza, Sherry intercedette con fermezza.
«Possiedo già cinque abiti, quasi uno per ogni giorno della
settimana.»
La conversazione calò, e gli sguardi ruotarono su di lei.
«Temo davvero», disse la duchessa con un sorriso, «che vi
cambierete di solito cinque volte al giorno.»
Sherry si accigliò al pensiero della quantità di tempo che
quello doveva richiedere, ma mantenne il silenzio finché
non lasciarono la stanza del cucito. Progettando di ritirarsi
nella solitudine della sua stanza dopo avere detto alla duchessa
di non avere alcuna intenzione di entrare a fare parte
della famiglia, si diresse in quella direzione con la duchessa
al suo fianco. «Davvero, non posso cambiarmi d'abito cinque
volte al giorno», cominciò Sherry. «Sarebbero tutti sprecati...»
«No, non lo saranno», disse Whitney con un sorriso fiducioso
che non venne ricambiato. Chiedendosi preoccupata
perché Charise Lancaster sembrasse riservata e distante, quel
giorno, continuò: «Durante la Stagione, a una signora elegante
occorrono abiti da carrozza, da passeggio, da cavallo,
da mezza sera, da sera e da mattina. E questi sono i requisiti
minimi. Dalla fidanzata di Stephen Westmoreland ci si aspetterà
che abbia abiti per andare all'opera, a teatro...»
«Non sono la sua fidanzata, né ho alcun desiderio di esserlo»,
la interruppe implacabile Sherry, con la mano sulla
maniglia della porta della sua camera da letto. «Ho tentato
tutto il giorno, e in ogni maniera possibile, di mettere in
chiaro che non mi occorrono, e non voglio, tutti quegli abiti.
A meno che non permettiate a mio padre di ripagarveli, vi
chiedo di sospendere tutto. E adesso, se volete scusarmi...»
«Che cosa vuol dire che non siete la sua fidanzata?» chiese
Whitney, e nella sua ansia appoggiò una mano sul braccio
dell'altra donna. «Che cosa è accaduto?» Una lavandaia stava
camminando silenziosamente lungo il corridoio con le
braccia cariche di biancheria, e Whitney disse: «Non potremmo
parlare in camera vostra?»
«Non vorrei essere scortese, Vostra Grazia, ma non c'è
nulla di cui parlare», disse Sherry con molta fermezza, orgogliosa
che la sua voce non tremasse per nulla, e che non ci
fosse niente di lamentoso nel tono con cui si stava rivolgendo
all'altra donna.
Con sua sorpresa, la duchessa non si irrigidì offesa. «Non
sono d'accordo», disse con un sorriso ostinato, e allungò
una mano ad aprire leggermente la porta. «Penso che ci sia
molto di cui parlare.»
Aspettandosi in pieno un rimprovero meritato per la sua
scortesia o per la sua ingratitudine, Sherry entrò nella camera
da letto, seguita dalla duchessa. Rifiutando di lasciarsi intimidire
o di scusarsi, si voltò e attese in silenzio qualunque
cosa dovesse avvenire.
Nello spazio di pochi secondi, Whitney considerò la smentita
del suo fidanzamento, notò l'assenza totale della sua
normale e spontanea cordialità, e arrivò alla giusta conclusione
che il suo attuale comportamento di orgogliosa indifferenza
rappresentasse un tentativo di dissimulare una profonda
sofferenza. Poiché Stephen era l'unico che avesse il
potere di ferirla veramente, ciò significava che probabilmente
era lui la causa del problema.
Pronta a fare tutto il possibile per rimediare a qualunque
danno il suo stupido cognato avesse arrecato all'unica donna
che era sicuramente destinata a lui, Whitney disse cautamente:
«Che cosa è accaduto da farvi dire di non essere fidanzata
con Stephen, e che non desiderate esserlo?»
«Vi prego!» disse Sherry con più emozione di quanta volesse
mostrare. «Non so chi sono, o dove sono nata, ma so
che c'è qualcosa dentro di me che grida contro le falsità e le
scuse che mi sono state raccontate. Sicuramente, mi metterei
a urlare se dovessi sopportarne altre, in questo momento.
Non c'è alcun bisogno, e nessuno scopo, che voi fingiate di
volermi come cognata, quindi, vi prego, non fatelo!»
«Molto bene», disse la duchessa senza rancore, «metteremo
fine alle finzioni.»
«Grazie.»
«Non avete idea di quanto profondamente speri di avervi
come cognata.»
«E, immagino, che ora tenterete di convincermi che lord
Westmoreland sia il promesso sposo più impaziente che ci
sia mai stato.»
«Non potrei proprio dire questo restando seria», ammise
allegramente la duchessa, «per non parlare dell'essere convincente.»
«Che cosa?» disse Sherry con assoluto stupore.
«Stephen Westmoreland nutre le più forti riserve a proposito
di sposare qualunque donna, ma soprattutto voi. E per
dei motivi molto validi.»
Le spalle di Sherry sussultarono per il riso irrefrenabile.
«Penso che siate tutti completamente matti.»
«Non posso biasimarvi di pensarlo», disse Whitney con
un sospiro. «Adesso, se volete sedervi, vi racconterò ciò che
posso del conte di Langford. Ma prima, devo chiedervi che
cosa vi ha detto questa mattina da indurvi a credere che non
desideri sposarvi.»
L'offerta di informazioni su di un uomo che era un assoluto
mistero per lei era pressoché irresistibile, ma Sherry
non era sicura del perché le venisse fatta, o se dovesse accettarla.
«Perché desiderate venire coinvolta in tutto questo?»
«Lo voglio perché voi mi piacete molto e poi perché vorrei
piacervi anch'io. Ma più di tutto, perché credo veramente
che voi siate perfetta per Stephen, e temo disperatamente
che questa serie di circostanze possano impedire a entrambi
di scoprirlo finché non sarà troppo tardi per evitare il peggio.
Ora, vi prego, ditemi che cosa è accaduto, dopodiché io
vi racconterò ciò che potrò.» Per la seconda volta, Whitney
evitò accuratamente di dire che le avrebbe rivelato tutto. La
frase che aveva usato era ingannevole, ma almeno non era
un'altra bugia.
Sherry esitò, scrutando il volto di Whitney alla ricerca di
qualche segno di malignità, e vide solo sincerità e preoccupazione.
«immagino che non possa fare alcun male, tranne al mio
orgoglio», disse con un debole tentativo di sorriso. Con voce
relativamente impassibile, riuscì a raccontare ciò che era accaduto
quella mattina nello studio del conte.
Whitney rimase impressionata dalla semplicità e dall'intelligenza
del metodo scelto da Stephen per ottenere la collaborazione
di Sherry, e rimase ugualmente colpita dal fatto
che una ragazza ingenua, che si trovava in una terra straniera,
circondata da estranei, e senza un solo ricordo del proprio
passato, fosse riuscita a capire esattamente la sua tattica e lo
scopo a cui mirava. Inoltre, Sherry era stata evidentemente
abbastanza saggia, e sufficientemente orgogliosa, da non opporre
una sola obiezione a essa. Il che, decise Whitney con
un sorrisetto tra sé e sé, spiegava lo sguardo torvo di Stephen
di quella mattina, quando gli aveva dato il buongiorno prima
di salire di sopra. «Questo è tutto?»
«Non esattamente», disse Sherry arrabbiata, distogliendo
lo sguardo imbarazzata.
«Che cos'altro è accaduto?»
«Dopo avermi fatto tutto quel discorso ampolloso a proposito
del suo desiderio che avessi delle possibilità di scelta,
ero così arrabbiata e confusa da... da comportarmi un po'
troppo emotivamente.»
«Se fossi stata al vostro posto, avrei cercato un oggetto
pesante e smussato con cui colpirlo!»
«Sfortunatamente», disse Sherry con una risatina tremula,
«non ho visto niente di adatto da usare, e ho provato quello...
quello stupido desiderio di piangere, così mi sono avvicinata
alla finestra per tentare di calmarmi.»
«E poi?» la spronò Whitney.
«E poi lui ha avuto l'audacia, l'arroganza, la... la sfacciataggine
di tentare di baciarmi!»
«Glielo avete permesso?»
«No. Non volontariamente.» Quello non era del tutto vero,
e Sherry distolse di nuovo lo sguardo con un senso di disagio.
«Dapprima, non lo volevo», si corresse. «Ma, capite, lui
è molto bravo a farlo, e...» Si interruppe mentre un pensiero
la colpiva, e lo disse ad alta voce, mentre la sua espressione
diveniva feroce. «E molto bravo in quello, e lui lo sa bene! E'
perciò che ha insistito nel volermi baciare, come se così facendo
potesse rimettere tutto a posto. Oh, dev'essere molto
orgoglioso di se stesso», terminò con gelido disprezzo.
Whitney scoppiò a ridere. «Ne dubito molto. In effetti, era
del peggior umore immaginabile, quando sono arrivata. Per
un uomo che desidera rompere un fidanzamento, e che ha
ogni ragione di credere di essere sulla buona strada per conseguire
il suo scopo, non è certo di un umore esultante.»
In qualche maniera rallegrata da ciò, Sherry sorrise, poi il
suo sorriso svanì e lei scosse il capo. «Non capisco niente di
tutto questo. Forse, da quando sono tornata in possesso delle
mie facoltà, manco un po' di comprendonio.»
«Io penso che siate sorprendentemente intuitiva!» disse
Whitney con simpatia. «E coraggiosa, e anche molto, molto,
di buon cuore.» Rimase a guardare l'incertezza guizzare nei
suoi occhi grigi, e desiderò disperatamente di confidare a
Charise Lancaster tutta la verità, in ogni minimo dettaglio.
Tuttavia il dottor Whitticomb aveva sottolineato il pericolo
di eccessivi turbamenti, e Whitney temeva che la notizia
della morte di Burleton e la parte che Stephen aveva avuto
in essa potessero sconvolgerla.
Si contentò di raccontarle ogni cosa tranne quella e, ricambiando
lo sguardo fermo dell'altra donna, disse con un
triste sorriso: «Vi racconterò la storia di un uomo molto speciale,
che dapprima potrete non riconoscere. Quando l'ho conosciuto,
quattro anni fa, era enormemente ammirato per il
suo fascino straordinario e il suo savoir faire. Gli uomini rispettavano
la sua abilità nel gioco e negli sport, ed era talmente
attraente che le donne restavano addirittura a bocca
aperta quando lo vedevano. So che lui considerava la loro reazione
alla sua prestanza eccessivamente sciocca, ma era immancabilmente
galante con tutte loro. Poi accaddero tre fatti
che lo cambiarono drasticamente, e la cosa strana è che due
di questi erano positivi: primo, Stephen decise di interessarsi
personalmente dei suoi affari e dei suoi investimenti, di cui
prima si era sempre occupato mio marito gestendoli insieme
ai nostri. Stephen cominciò subito a buttarsi in imprese rischiose
che mio marito non avrebbe mai preso in considerazione,
e non con il denaro altrui, ma con il suo, assicurandosi
dei profitti enormi. Intanto accadde anche qualcos'altro che
alla fine contribuì a mutare il suo atteggiamento da una cordiale
galanteria al più freddo cinismo. Stephen ereditò tre titoli
nobiliari da un anziano cugino di suo padre.
«I titoli che Stephen ereditò erano antichi e prestigiosi, ma
le terre e la rendita che li accompagnavano erano insignificanti.
Tuttavia, ed è a questo punto che tutto cominciò ad andare
storto, per così dire, Stephen stava già raddoppiando e
triplicando la sua ricchezza. Ama l'architettura, e l'ha studiata
all'università, così comprò cinquantamila acri del più bel
terreno collinare immaginabile, e cominciò a lavorare su di
un progetto per una casa che sarebbe servita come sua residenza
principale. Mentre quella casa era in costruzione, acquistò
tre vecchie, incantevoli, proprietà in diverse parti dell'Inghilterra,
e cominciò i lavori di restauro anche su di esse.
Così, eccovi il quadro completo: un uomo che era già ricco,
attraente e discendente da una delle famiglie più importanti
d'Inghilterra e che, quasi all'improvviso, acquisiva tre titoli
nobiliari, stava accumulando una fortuna immensa e aveva
acquistato quattro splendide proprietà. Non riuscite a immaginare
che cosa accadde in seguito?»
«Immagino che si sia trasferito in una delle sue nuove
case.»
Whitney la guardò a bocca aperta con allegra delizia,
compiaciuta per il suo punto di vista schietto, e per l'assenza
di scaltrezza. «Lo ha fatto», disse dopo un momento, «ma
non è questo il punto.»
«Non capisco.»
«Ciò che accadde fu che un migliaio di famiglie che non
si sarebbero accontentate di nient'altro che di un marito
titolato per le loro figlie, e di ragazze che non aspettavano
nient'altro che quello per se stesse, all'improvviso aggiunsero
Stephen Westmoreland al loro elenco di mariti desiderabili.
In effetti, proprio in cima alla classifica. La popolarità
di Stephen esplose così rapidamente e in maniera così... così
prorompente... da lasciare tutti noi piuttosto sbigottiti.
Poiché a quell'epoca aveva quasi trent'anni, la gente pensava
che dovesse sposarsi molto presto, e questo aggiunse un
certo grado di disperazione e di urgenza alla caccia. Intere
famiglie piombavano su di lui appena entrava in una stanza,
e le figlie gli venivano spinte fra i piedi, in maniera scaltra,
dovunque andasse.
«La maggior parte degli uomini con titoli nobiliari e in
possesso di fortune dalla nascita, come mio marito, imparano
col tempo ad accettare e a ignorare tutto questo, ma nel
caso di Stephen, tutto sembrò accadere nel giro di una notte.
Se fosse stato diversamente, se il cambiamento non fosse
stato così improvviso e drastico, Stephen avrebbe potuto
adattarvisi con più pazienza o, almeno, con più tolleranza. E
penso che lo avrebbe anche fatto, se non fosse anche rimasto
coinvolto con Emily Kendall.»
Sherry si sentì serrare lo stomaco all'accenno che Stephen
fosse stato «coinvolto» con una donna, e allo stesso tempo
fu incapace di controllare la propria curiosità. «Che cosa accadde?»
chiese, quando Whitney esitò.
«Prima di raccontarvelo, dovete darmi la vostra parola di
mantenere il segreto a questo proposito.»
Sheridan annuì.
Whitney si alzò in piedi, inquieta, e si avviò a passo lento
verso la finestra, poi si voltò appoggiandosi all'indietro contro
il vetro, le mani dietro la schiena, il viso triste. «Stephen
conobbe Emily due anni prima di ereditare i suoi titoli nobiliari.
Lei era la più bella donna che avessi mai visto, e una
delle più spiritose e più divertenti... e più altezzose. Io almeno
la ritenevo altezzosa. In ogni caso, metà degli scapoli
d'Inghilterra erano pazzi di lei, e Stephen era uno di loro,
benché fosse abbastanza intelligente da non lasciarglielo capire.
Lei aveva la più sorprendente capacità che avessi mai
visto di mettere in ginocchio gli uomini, ma Stephen non si
sarebbe piegato a lei, e immagino che questo facesse parte
del suo fascino... la sfida. In quello che posso soltanto ritenere
un momento di follia, Stephen le chiese di sposarlo. Lei
ne rimase sbalordita.»
«Perché lui l'amava?» chiese Sherry.
«Per la "crudele" richiesta.»
«Che cosa?»
«Secondo mio marito, che ha appreso la storia direttamente
da Stephen, la principale reazione di Emily fu di choc, e
poi di angoscia per il fatto che lui l'avesse messa in una posizione
così insostenibile. Lei era, è, la figlia di un duca, e
sembrava che la sua famiglia non avrebbe permesso un matrimonio
con un uomo qualunque. Doveva sposarsi dopo due
settimane con William Lathrop il marchese di Glengarmon,
un uomo maturo la cui la tenuta paterna confinava con quella
del padre di Emily. Nessuno sapeva del fidanzamento fino a
quel momento, perché era appena stato reso definitivo. Emily
scoppiò in lacrime e disse a Stephen che, prima che lui le
avesse chiesto di sposarlo, era giunta a rassegnarsi a sposare
lord Lathrop, ma che ora la sua vita sarebbe stata insopportabile.
Stephen era furioso che lei dovesse andare «sprecata» a
un vecchio patetico, ma lei lo convinse che era inutile tentare
di ragionare con suo padre, cosa che lui voleva effettivamente
fare pur sapendo perfettamente che era dovere di una figlia
sposare chiunque la sua famiglia volesse.»
Fece una pausa, rivolse a Sherry un sorriso imbarazzato, e
aggiunse: «Io non sono stata necessariamente d'accordo su
questo, quando mio padre reclamò il diritto di scegliere un
marito per me». Ritornando alla storia, proseguì: «In ogni caso,
quando Stephen insistette ancora per parlare a suo padre,
Emily gli disse che l'avrebbe picchiata se avesse saputo che
si era lamentata con lui a proposito del suo destino, o dei
suoi sentimenti nei confronti di lord Lathrop».
«E così si lasciarono?» arrischiò Sherry, quando Whitney
sembrò esitare.
«Vorrei solo che l'avessero fatto! Invece, Emily lo convinse
che l'unica maniera in cui avrebbe potuto sopportare il
proprio destino, ora che sapeva che lui l'amava, era di continuare
la loro... amicizia... dopo che fosse stata sposata.»
Sherry corrugò la fronte, perché era duro accettare quanto
Stephen avesse amato un'altra donna. Whitney scambiò il
suo cipiglio per disapprovazione, e si affrettò a difendere
l'indifendibile, in parte per lealtà verso Stephen, e in parte
perché Sherry non lo condannasse senza riflettere. Sfortunatamente,
nel giro di pochi istanti si trovò su di un terreno infido
quando tentò di spiegare meglio che cosa avvenne in seguito.
«Non è così insolito, o persino scandaloso. Nella buona
società, ci sono molte donne che desiderano le... attenzioni...
e la... compagnia di un uomo attraente che sanno...
cioè... che pensano... sia molto... piacevole in... ehm... varie
maniere», terminò Whitney, senza fiato. «Naturalmente, è
tutto molto discreto.»
«Volete dire che devono comportarsi furtivamente riguardo
alla loro amicizia?»
«Immagino che si possa dire così», disse Whitney, mentre
le diventava chiaro che Sherry era beatamente ignara che
Stephen fosse stato molto più che «l'amico» di Emily, durante
il suo matrimonio, e che non stavano parlando per nulla di
amicizia. Whitney si rese conto che avrebbe dovuto aspettarselo.
Le ragazze inglesi beneducate, spesso non avevano una
chiara idea di ciò che le coppie facevano in camera da letto
ma di solito sentivano di nascosto le chiacchiere delle sorelle
maggiori, e di altre donne sposate. All'età di Sherry, sospettavano
almeno che succedesse qualcosa di più di amichevoli
strette di mano.
«Che cosa succede se si viene scoperti?»
Essendo arrivata fino a quel punto dicendole impunemente
la verità, Whitney si attenne alla medesima procedura per
il resto delle sue domande. «Allora il marito, di solito, ne è
dispiaciuto, specialmente se ci sono stati motivi di pettegolezzo.»
«E se è dispiaciuto, insiste perché sua moglie si limiti a
compagnie femminili?»
«Sì, ma talvolta affronta anche una discussione con il gentiluomo
in questione.»
«Che genere di discussione?»
«Il genere che ha luogo all'alba, a venti passi di distanza.»
«Un duello?» esclamò Sherry, pensando che le sembrava
una reazione eccessiva e violenta a quella che era stata semplicemente,
nella peggiore delle ipotesi, un'amicizia troppo
intima fra i due sessi, per essere decorosa.
«Un duello», confermò Whitney.
«E lord Westmoreland acconsentì a continuare a essere...»
Fece una pausa, scartando la parola «corteggiatore»
perché le sembrava ridicolo essendo la donna già sposata
«...l'amico intimo di Emily Kendall...» improvvisò, poiché
quello le sembrava corretto, «anche dopo che lei si era sposata?»
«Sì, per più di un anno, finché suo marito non lo scoprì.»
Sherry trasse un lungo respiro, quasi temendo di chiederlo.
«Ci fu un duello?»
«Sì.»
Poiché lord Westmoreland era ancora ben vivo, Sherry
pensò che lord Lathrop fosse ben morto. «Lo ha ucciso», disse
in tono piatto.
«No, non lo ha ucciso, anche se si sarebbe ben potuti arrivare
a quello. Credo che Stephen abbia potuto presumere di
doverlo fare. Era disperatamente innamorato di Emily, e ciecamente
devoto a lei. Disprezzava Lord Lathrop. Lo odiava,
in primo luogo, per avere proposto a Emily di sposarlo, per
essere un vecchio libertino disgustoso che le aveva rubato la
giovinezza e la vita, e per il fatto di essere troppo vecchio
per darle dei figli. La mattina del duello, Stephen gli espresse
queste sue considerazioni, e senz'altro in maniera più eloquente.»
«E allora, che cosa accadde?»
«Il vecchio marchese per poco non morì, ma per lo choc,
non per un colpo di pistola. Sembra che Emily e suo padre,
non lui, avessero spinto quel matrimonio. La nostra Emily
voleva essere una duchessa, e lo sarebbe diventata quando
l'anziano padre di Lathrop fosse morto, e lui avesse ereditato
il suo titolo. Il mattino del duello, Stephen credette a lord
Lathrop. Disse che nessun uomo vivente avrebbe potuto fingere
una simile reazione sbalordita alle accuse di Stephen.
Inoltre, Lathrop non aveva motivi per mentire.»
«Fecero ancora il duello?»
«Sì e no. Stephen si scusò, e nel farlo diede all'anziano
uomo la soddisfazione che aveva il diritto di ottenere da lui.
Il padre di Emily la mandò in Spagna nel giro di una settimana,
e lei rimase lì per oltre un anno, fin dopo la morte di lord
Lathrop. Quando tornò a casa era una donna nuova, più bella
di prima, ma anche più serena e meno altezzosa.» Whitney
aveva avuto intenzione di terminare lì la storia, ma la domanda
di Sherry la costrinse a concluderla del tutto.
«Si sono mai più rivisti?»
«Sì, ed era proprio a quell'epoca Stephen aveva ereditato
il suo titolo. Cosa abbastanza strana, o, forse, per nulla strana,
considerandone la tempestività, fu il padre di Emily che
andò a trovare Stephen per primo. Gli disse che Emily era
innamorata di lui, e che lo era sempre stata, cosa che, nella
sua maniera egoistica, penso che fosse vero, e gli chiese almeno
di parlarle.
«Stephen acconsentì, e sono del tutto sicura che suo padre
se ne sia andato con la felice prospettiva che tutto sarebbe
andato per il meglio, e che sua figlia sarebbe diventata la
contessa di Langford. Emily andò a trovare Stephen la settimana
successiva, e confessò tutto, dal proprio egoismo alla
propria disonestà. Gli chiese il suo perdono, e lo supplicò di
darle la possibilità di provargli che lo amava veramente, di
dimostrargli che era cambiata.
«Stephen le disse che ci avrebbe pensato. Esattamente il
giorno dopo, suo padre fece "casualmente" una breve visita a
Stephen e portò in discussione l'argomento di un contratto
di fidanzamento. Stephen si offrì spontaneamente di buttare
giù due righe, e il padre di Emily se ne andò pensando che
Stephen fosse l'uomo più indulgente e generoso del mondo.»
«Aveva intenzione di sposarla dopo quello che lei aveva
fatto?» proruppe Sherry incredula. «Non posso crederci ! Doveva
essere stato completamente pazzo.» Le parole le sfuggirono
prima che si rendesse conto che il sentimento che provava
era tanto di giusta indignazione, quanto di gelosia. «Allora,
che cosa accadde?» chiese, in tono più calmo.
«Emily e suo padre andarono a trovarlo come stabilito
ma il documento che Stephen porse loro non era un contratto
di fidanzamento.»
«Che cos'era?»
«Era un elenco di secondi mariti consigliati per lei. Ogni
uomo che vi compariva aveva un titolo, e ognuno aveva
un'età compresa fra i sessanta e i novantadue anni. Non era
solo un insulto intenzionale nei confronti di entrambi; era
doppiamente offensivo perché lui aveva deliberatamente fatto
credere a Emily che le sarebbe stato offerto un contratto
di fidanzamento.»
Sherry digerì tutto quello per un momento. «Non è molto
indulgente, vero? Specialmente, considerando le vostre parole
di prima. Cioè, che non è così insolito che le donne sposate
facciano ciò che ha fatto lei.»
«Stephen non poteva perdonarle di aver voluto sposare
Lathrop, in primo luogo, considerando che l'aveva fatto per
il suo titolo. Non poteva perdonarle di avergli mentito. Ma
più di tutto, non poteva perdonarle di avergli quasi lasciato
uccidere suo marito in un duello.
«Se considerate tutto ciò che vi ho detto, penso che comincerete
a capire perché non si fidi della propria capacità
di giudicare le donne, e perché non si fidi dei loro motivi.
Forse, scoprirete anche che il suo desiderio di farvi conoscere
altri gentiluomini, prima di decidere in maniera definitiva
per lui, non è così sbagliato, e neppure crudele. Non dico che
abbia ragione», aggiunse Whitney, quando la sua coscienza
emise un'altra adirata protesta. «Sto soltanto chiedendovi,
suggerendovi, di ascoltare il vostro cuore e di decidere da
sola, basandovi sulle nuove informazioni su di lui che vi ho
dato. E c'è un'altra cosa che posso dirvi che può aiutarvi a
decidere.»
«Qual è?»
«Né mio marito, né io, abbiamo mai visto Stephen guardare
una donna nella maniera in cui guarda voi, non con lo
stesso grado di gentilezza, di affetto e di buon umore.» Avendo
fatto e detto tutto il possibile per contribuire a sistemare
la faccenda, Whitney si avvicinò al divano a raccogliere
le sue cose, e Sherry si alzò in piedi.
«Siete stata molto gentile, Vostra Grazia», disse Sherry
con quieta sincerità.
«Vi prego, chiamatemi Whitney», disse la duchessa mentre
prendeva la sua borsetta a rete, e con un sorriso di traverso
aggiunse, «e non definitemi gentile, perché allora dovrò
confessarvi la verità, ossia che anch'io ho una ragione egoistica
per volervi nella famiglia.»
«Qual è questa ragione egoistica?»
Voltandosi direttamente verso di lei, la duchessa disse
con soave candore: «Penso che voi rappresentiate la migliore
occasione che mi sia mai presentata di avere una sorella, e
probabilmente l'unica possibilità di averne una con cui potrei
essere veramente felice».
In un mondo in cui tutto e tutti sembravano estranei e sospettosi,
quelle parole accompagnate dal dolce sorriso ebbero
un profondo effetto su Sherry. Mentre si sorridevano a vicenda,
Sherry allungò una mano per stringere quella della
duchessa, e la duchessa tese la sua a prenderla, e in qualche
maniera la stretta di mano educata divenne una forte stretta
d'incoraggiamento che durò un momento di più di quanto
fosse necessario. E poi si trasformò in un abbraccio. Sherry
non aveva idea di chi avesse fatto la prima mossa, ma non
pensava di essere stata lei, e non aveva importanza. Entrambe
si ritrassero da esso sorridendo un po' imbarazzate per
una dimostrazione d'affetto così sconveniente fra due virtuali
estranee, che avrebbero dovuto chiamarsi l'un l'altra
«signorina Lancaster» e «Vostra Grazia» per almeno un altro
anno di conoscenza. Niente di tutto ciò aveva importanza,
perché era troppo tardi per tornare indietro. Il legame era
già stato percepito, riconosciuto e accettato. La duchessa rimase
ferma in silenzio per un momento, con un piccolo sorriso
divertito agli angoli delle labbra, e scosse il capo come
se fosse compiaciuta e sconcertata. «Mi piacete molto», disse
semplicemente, e poi se ne andò in un turbine di sottane
alla moda color ciliegia.
Un attimo dopo che la porta si fu richiusa, si aprì di nuovo
e Whitney spuntò, ancora sorridendo. «A proposito», sussurrò,
«piacete anche alla madre di Stephen. E ci vedremo a
cena»
«Oh, che bello.»
Lei annuì e disse con un altro incontenibile sorriso: «Sto
scendendo dabbasso a convincere Stephen che è una sua
idea.»
E poi se ne andò.
Sherry si avvicinò a passo lento alle finestre che davano
sulla Upper Brook Street. Incrociando le braccia, fissò distrattamente
gli uomini e le donne in abiti eleganti che scendevano
dalle carrozze e che passeggiavano lungo la strada,
godendosi il pomeriggio mite.
Rifletté sul racconto che aveva sentito, meditandovi a lungo,
e Stephen Westmoreland assunse una nuova dimensione.
Poteva immaginare come si fosse sentito a essere desiderato
per Ciò che aveva, e non per quello che era. Il fatto che non
apprezzasse quel genere di attenzioni, quel genere di adulazioni
e di finzioni, provava che non era un uomo presuntuoso
o superbo.
Il fatto che non avesse rinunciato alla sua amicizia con la
donna che aveva amato, anche dopo che per lui era persa
era una prova irrefutabile che era tenace e fedele. E il fatto
che fosse stato pronto a rischiare la vita in un duello... quello
era assolutamente nobile
In cambio, Emily Lathrop lo aveva ingannato, usato e tradito.
Considerando tutto quello, c'era poco da meravigliarsi
che volesse essere molto, molto sicuro di non commettere un
secondo errore, quando avesse scelto una moglie.
Sfregandosi pigramente le mani sui gomiti, Sherry osservò
una carrozza con un'alta cassetta discendere la strada a
tutta velocità, facendo allontanare bruscamente i pedoni, mentre
meditava sulla vendetta che aveva preteso dalla donna
che una volta aveva evidentemente amato.
Non era presuntuoso o superbo...
Non era neppure indulgente.
Si allontanò dalla finestra e si avvicinò lentamente alla
sua scrivania, girando pigramente le pagine del giornale del
mattino, tentando di distrarsi da un'altra verità: non era venuta
a sapere una cosa quel giorno, o qualunque altro giorno,
che indicasse che lui provava un qualsiasi sentimento
per lei.
Gli piaceva baciarla, ma da qualche parte nella sua memoria
oscurata Sherry aveva la sensazione che questo non
significasse necessariamente amore. Amava la sua compagnia,
talvolta. E gli piaceva ridere con lei, sempre. Questo
riusciva a intuirlo.
Desiderava così intensamente che la sua memoria tornasse
perché tutte le risposte che le servivano le avrebbe trovate
lì.
Inquieta, si chinò a prendere un pezzo di carta dal tappeto,
tentando di decidere come comportarsi con lui da quel
momento in poi. L'orgoglio esigeva che sembrasse insensibile
all'annuncio sconvolgente che lui le aveva fatto dabbasso,
e l'istinto le chiedeva di non dargli una seconda opportunità
di ferirla di nuovo. Si sarebbe comportata il più naturalmente
possibile, decise, ma sarebbe stata abbastanza riservata
da consigliargli di mantenere le distanze.
E avrebbe trovato una maniera per dimenticare come le
sue mani le scivolassero su e giù lungo la schiena e sulle
spalle, quando la baciava... o come le sue dita le affondassero
fra i capelli, tenendole la bocca premuta con tale forza sulla
sua da sembrare che non riuscisse ad averne abbastanza. E
in nessuna circostanza si sarebbe permessa di indugiare a
pensare alla maniera in cui sorrideva... quel sorriso pigro e
smagliante che passava lentamente sul suo volto abbronzato
e le faceva fermare il cuore...
Totalmente disgustata con se stessa perché stava facendo
esattamente ciò che si era appena imposta di non fare, Sherry
si sedette alla sua scrivania e concentrò tutta la sua attenzione
sul giornale.
Era stato innamorato di Emily Lathrop.
Frustrata, Sherry chiuse gli occhi con forza, come se potesse
escludere quel pensiero dalla mente. Ma non poteva.
Era stato innamorato di Emily Lathrop fino a esserne distrutto,
e benché sapesse che era sciocco, quella consapevolezza
la feriva terribilmente, perché lo amava.

                  CAPITOLO 27.

SHERIDAN era ancora scossa dalle rivelazioni sul passato di
Stephen, quando venne chiamata a raggiungere il dottor Whitticomb
e la sua futura «dama di compagnia».
Desiderando profondamente di avere più tempo per riflettere
su tutto ciò che aveva appreso quel giorno, e depressa
alla prospettiva di vivere sotto l'occhio gelido di un'inglese
sospettosa, Sherry si presentò nel salotto dove il dottor Hugh
Whitticomb indugiava accanto a una donna anziana seduta
sul divano. Invece dell'amazzone inglese dal volto arcigno
che Sherry si era immaginata, la sua accompagnatrice sembrava
più una paffuta bambolina cinese, con guance rosee e
capelli d'argento nascosti con cura sotto una cuffia bianca
ornata di trine.
In quel momento stava dormicchiando, il mento appoggiato
sul petto.
«Questa è la signorina Charity Thomton», bisbigliò il dottor
Whitticomb a Sherry, quando lei gli fu accanto, «...la sorella
nubile del duca di Stanhope.»
Trattenendo una risatina di sorpresa per l'assurdità di venire
affidata a quella piccola addormentata, Sherry abbassò
la propria voce in un bisbiglio, e rispose educatamente: «E'
molto gentile da parte sua venire qui a occuparsi di me».
«Oh, era elettrizzata dalla mia proposta.»
«Già», scherzò Sherry senza poterne fare a meno, osservando
il delicato alzarsi e abbassarsi del petto dell'anziana
signora.
«Si vede che è molto eccitata.»
Stephen, che assisteva all'incontro nella stanza, ma fuori
dal campo visivo di Sherry, si appoggiò a un tavolo di mogano
scolpito e sorrise alla sua battuta di spirito.
«Credete che dovremmo svegliarla?» bisbigliò Sherry.
Dal suo angolo della stanza, Stephen si unì alla conversazione
con un tono di voce normale. «O la svegliamo», scherzò,
«oppure possiamo seppellirla lì dov'è.»
Sherry si irrigidì turbata dalla scoperta della sua presenza
ma la signorina Charity si svegliò con un sobbalzo come se
qualcuno le avesse sparato una cannonata nelle orecchie.
«Buon Dio, Hugh!» esclamò in tono severo. «Perché non mi
avete svegliata?» Guardò Sherry e le tese la mano, sorridendo.
«Sono così felice di venire in vostro aiuto, mia cara. Il
dottor Whitticomb mi ha detto che vi state riprendendo da
un incidente, e che vi occorre una chaperon di reputazione
irreprensibile mentre state sotto lo stesso tetto di Langford.»
La sua fronte liscia si corrugò per la perplessità. «Non riesco
proprio a ricordare di che genere di incidente si trattasse,
però.»
«Una ferita alla testa», provvide Sherry, servizievole.
«Sì, esatto.» I suoi vivaci occhi azzurri guizzarono per un
attimo al capo di Sherry. «Sembra che sia guarita.»
Il dottor Whitticomb intervenne. «La ferita è guarita», le
ricordò. «Ma ci sono ancora dei fastidiosi postumi. La signorina
Lancaster non ha ancora recuperato la memoria.»
La faccia della signorina Charity si fece triste. «Mia povera
bambina. Sapete chi siete?»
«Sì.»
«Sapete chi sono io?»
«Sì, signora.»
«Chi sono?»
Pericolosamente vicina a un accesso di riso, Sherry guardò
di fianco, lottando per recuperare il controllo di sé, e inavvertitamente
incontrò il sorriso e lo sguardo di complicità del
conte. Decidendo che era meglio ignorare le sue profferte di
amicizia finché non avesse avuto tempo per fare ordine nei
propri sentimenti, riportò bruscamente lo sguardo sulla sua
chaperon, e rispose alla domanda che immaginava le fosse
stata posta come test. «Siete la signorina Charity Thornton,
la zia del duca di Stanhope.»
«E' ciò che pensavo!» esclamò l'anziana signora con sollievo.
«P-Penso che suonerò per il t-tè!» disse Sherry, già fuggendo
dalla stanza con la mano premuta sulla bocca, le spalle
scosse da un'incontenibile risata.
Dietro di lei, la signorina Charity disse tristemente: «E'
una bambina così bella, ma se è balbuzie quella che ho appena
sentito, incontreremo delle difficoltà nel tentare di farle
fare un buon matrimonio».
Hugh le diede una stretta rassicurante sulle spalle. «Ma
voi siete l'unica che può farlo, Charity.»
«Dovrò mostrarle come muoversi in società», stava dicendo
Charity, quando Sherry tornò. Ora che l'anziana signora
era del tutto sveglia, sembrava notevolmente più lucida,
e sorrise vivacemente a Sherry. dando un leggero colpetto
al posto accanto a lei sul divano, in un chiaro invito a sedersi.
«Ci divertiremo un mondo», promise, quando Sherry
prese posto vicino a lei. «Andremo alle feste, ai ricevimenti
eleganti e ai balli, faremo acquisti in Bond Street, ci faremo
portare in carrozza in Hyde Park e per Pall Mall. Oh, e "dovrete"
cominciare a frequentare subito la sala da ballo di
Almack. Sapete che cos'è Almack?»
«No, signora. Temo di no», rispose Sherry, chiedendosi
come la sua chaperon avrebbe potuto tenere un simile ritmo.
«Lo adorerete», disse Charity, congiungendo le mani con
fervente trasporto. «E' "il settimo cielo del bel mondo", e più
importante di una presentazione a corte. I balli hanno luogo
il mercoledì sera, e sono così esclusivi che una volta che le
patronesse vi consegnano il visto d'ingresso, siete virtualmente
sicura di essere accettata a tutti i ricevimenti del bel
mondo. La prima volta vi scorterà il conte, cosa che farà di
voi oggetto di invidia da parte di tutte le donne, e di particolare
interesse da parte di tutti gli uomini presenti. La sala da
ballo di Almack è proprio il posto giusto per fare la vostra
prima apparizione in società...» Si interruppe e guardò preoccupata
il conte. «Langford, la signorina ha già qualche invito
per Almack.»
«Temo proprio di non avere mai dedicato il minimo pensiero
ad Almack», rispose Stephen, voltandole le spalle per
nascondere il profondo fastidio che provava solo a sentir nominare
quel luogo.
«Parlerò a vostra madre della faccenda. Occorrerà tutta la
mia influenza, ma sono sicura che riuscirà ad avere la meglio
sulle patronesse.» I suoi occhi azzurri si fissarono sulla
giacca color porpora dal taglio elegante del conte con disapprovazione,
e lo avvertì in tono allarmato: «Non sarete ammesso
da Almack se non sarete vestito in maniera appropriata,
Langford. In giacca nera».
«Avvertirò il mio cameriere personale delle tremende conseguenze
sociali, se dovesse sbagliare nel prepararmi gli abiti»,
promise Stephen impassibile.
Soddisfatta di averlo debitamente preavvertito, la signorina
Charity si rivolse a Sherry e, con un fulmineo cambiamento
di argomento, chiese: «Sapete ballare, vero?»
«Io ..» Sherry esitò un istante e scosse il capo. «Non ne
sono sicura.»
«Allora, dobbiamo trovarvi subito un maestro di danza.
Langford vi inviterà per il primo ballo, poi potrà farne ancora
uno con voi, ma non di più. Anche due soli balli potrebbero
contraddistinguervi come oggetto di attenzione "particolare"'
da parte del conte, il che è l'ultima cosa che vorremmo
che accadesse. Langford», disse, strappando con un sussulto
Stephen dalla sua contemplazione del profilo perfetto
di Sherry, «state prestando attenzione a tutto?»
«Pendo dalle vostre labbra», rispose Stephen. «Tuttavia,
credo che Nicholas DuVille vorrà avere l'onore di accompagnare
la signorina Lancaster da Almack, e ballare con lei la
prima danza.» Chinandosi leggermente di fianco per osservare
meglio la reazione di Sherry alle sue parole e a quelle
che stava per pronunciare, aggiunse: «Ho già un altro impegno
per il prossimo mercoledì, e dovrò accontentarmi di uno
degli ultimi posti sul suo carnet di ballo, per quella sera».
L'espressione della ragazza non cambiò. Stava osservandosi
le mani in grembo, e Stephen ebbe l'impressione che fosse
mortificata da quella discussione a proposito dei suoi corteggiatori.
«La porta si chiude alle undici precise, e lo stesso Padreterno
non verrebbe ammesso dopo quell'ora», lo avvertì la
signorina Charity, e mentre Stephen si stupiva per la sua
abilità di ricordare alcune cose e dimenticarne delle altre, lei
disse: «DuVille? E' quel giovanotto che un tempo aveva un
debole per vostra cognata?»
«Credo», disse Stephen, eludendo prudentemente la domanda,
«che ora sia piuttosto preso dalla signorina Charise
Lancaster.»
«Eccellente! Dopo di voi, è di certo il miglior partito d'Inghilterra.»
«Sarà entusiasta di saperlo», rispose Stephen, applaudendo
mentalmente la sua improvvisa e ispirata decisione di costringere
DuVille a scortare Sherry da Almack, ben prima
che lui fosse obbligato ad andarci. Era una piacevole vendetta
anche solo immaginare il garbato francese circondato come
una lepre in trappola da ansiose debuttanti e dalle loro
madri avide, che lo avrebbero esaminato come un menu, calcolando
il suo patrimonio e augurandosi che avesse un titolo
nobiliare che lo accompagnasse. Una volta che DuVille avesse
fatto i suoi due balli con Sherry, il resto della serata sarebbe
stato un vero e proprio purgatorio per lui.
Tuttavia, Stephen aveva intenzione di accompagnare di
persona Sherry all'opera, il giorno dopo. Come ben sapeva
dalla sera in cui l'aveva scoperta a cantare con il coro dei
domestici, le piaceva la musica, quindi avrebbe sicuramente
apprezzato il don Giovanni.
Con le braccia incrociate sul petto, si fermò a osservare
Charity Thomton fare lezione a Sherry. Quando all'inizio
era entrato nella stanza per conoscere la nuova dama di
compagnia, aveva dato un'occhiata a Charity Thomton e si
era chiesto se Whitticomb fosse impazzito, ma mentre ascoltava
il suo lieto chiacchierio, decise che il dottore aveva
davvero fatto una scelta eccellente che avrebbe soddisfatto
perfettamente tutti, incluso lui. Era una compagnia allegra,
e, se non altro, divertiva Sherry invece di intimidirla o innervosirla.
Era immerso in quei pensieri, quando improvvisamente
realizzò che la donna stava parlando dei capelli di
Sherry.
«Il rosso non è per nulla alla moda, sapete, ma una volta
che la mia ottima cameriera li avrà tagliati e pettinati alla
moda, non si vedrà così tanto.»
«Lasciateli stare!» Stephen gridò quell'ordine prima di
riuscire a trattenersi o a moderare il tono, e gli altri tre occupanti
della stanza lo guardarono sorpresi.
«Ma Langford», protestò la signorina Charity, «le ragazze
portano i capelli più corti, di questi tempi.»
Stephen sapeva che avrebbe dovuto restarne fuori e che
non era compito suo interferire in un giudizio femminile a
proposito di pettinature e parrucchieri, tuttavia il pensiero
della pesante massa di capelli lucenti di Sherry che giaceva
in un mucchio fiammeggiante sul pavimento, era per lui insostenibile.
«Non tagliatele i capelli», disse in un tono di gelido
comando che di solito faceva subito correre al riparo le
persone.
Il suo tono fece sorridere il dottor Whitticomb, fece assumere
un'aria avvilita a Charity e spinse Sherry a considerare
per un momento l'idea di tagliarsi i capelli alla nuca.

                  CAPITOLO 28.

WHITNEY sorrise mentre osservava la nuova cameriera di
Sherry dare gli ultimi ritocchi alla sua pettinatura. Dabbasso,
Nicki stava aspettando di accompagnare Sherry e Charity
Thomton da Almac, per la prima apparizione ufficiale di
Sherry. Stephen avrebbe dovuto raggiungerli più tardi, e il
quartetto avrebbe poi proseguito al ballo dei Rutherford, dove
Whitney, Clayton e la duchessa madre avrebbero usato
tutta la loro influenza per assicurarsi che nulla andasse storto
durante il ballo d'inaugurazione più importante della Stagione.
«Stephen aveva assolutamente ragione, quando vi ha
implorata di non tagliarvi i capelli.»
«Non mi ha esattamente implorata», le fece notare Sherry.
«Me lo ha "proibito".»
«Devo convenire con lui», disse la madre di Stephen. «Sarebbe
stato un crimine tagliare dei capelli così straordinari.»
Sherry le rivolse un sorriso impotente, non potendo fare
obiezioni su quel punto, in parte per cortesia, ma principalmente
perché nei tre giorni che erano trascorsi da quando
lord Westmoreland le aveva detto che doveva prendere in
considerazione altri corteggiatori, Sherry si era affezionata
molto a Whitney Westmoreland e alla duchessa madre. Erano
state con lei quasi costantemente, accompagnandola in
giro per acquisti e alla scoperta delle bellezze della città,
standola a guardare mentre prendeva lezioni di danza, e raccontandole
aneddoti divertenti sulle persone che avrebbe incontrato.
Alla sera cenavano in gruppo con il conte e suo
fratello.
Sherry aveva temuto la prima cena con il suo riluttante fidanzato,
ma la presenza della duchessa madre, di Whitney e
del duca era servita da cuscinetto e li aveva distratti dalla
faccenda. Sherry era incline a pensare che proprio per quel
motivo fossero venuti a cena. Se quello era il loro piano, era
stato sicuramente efficace, perché verso la fine di quella prima
serata, Sherry era in grado di stare alla presenza del conte
e di trattarlo con cortesia, ma niente di più e niente di
meno. C'erano dei momenti in cui aveva la piacevole sensazione
che gli dispiacesse vedersi trattare così da lei, e alcune
volte, quando lei rideva con suo fratello, aveva sorpreso il
conte ad aggrottare le ciglia, come se fosse irritato per qualcosa.
A Sherry sembrava che Clayton Westmoreland si rendesse
perfettamente conto del temperamento instabile e un
po' ombroso del fratello, e che per qualche ragione lo trovasse
divertente. Da parte sua, Sherry pensava che il duca di
Claymore fosse l'uomo più gentile, più amabile e più affascinante
che avesse mai conosciuto. Lo disse il mattino seguente
al conte, quando lui la sorprese scendendo presto per
la colazione. Nella speranza di evitarlo, Sherry aveva preso
l'abitudine di fare colazione prima, nel salottino, e così era
rimasta sorpresa quando lui era capitato nella stanza come
se avesse sempre fatto colazione lì invece che nella sontuosa
sala da pranzo. E ancor più lo divenne quando il suo elogio
della personalità e del carattere del fratello aveva improvvisamente
fatto cambiare umore al conte, che aveva detto in
tono sarcastico: «Sono felice di sapere che avete incontrato
il vostro ideale di uomo perfetto». Poi si era alzato da tavola,
senza avere finito la colazione, e con la scusa di avere del
lavoro da sbrigare, aveva lasciato Sherry seduta da sola al
tavolo a seguirlo con lo sguardo, stupefatta.
Whitney e la duchessa madre erano arrivate poco dopo, e
quando aveva spiegato loro il cattivo umore del conte e ciò
che lo aveva preceduto, Whitney e la duchessa si erano guardate
e avevano esclamato all'unisono: «E geloso!»
Sherry non era sicura se ne fosse compiaciuta, o meno. Sapeva
solo che aveva paura di pensare di piacergli veramente,
ma una parte di lei non poteva fare a meno di pensare che
fosse realmente così. Sapeva che quella sera sarebbe venuto
da Almack per contraddistinguerla come oggetto della sua
particolare attenzione, perché Charity Thornton pensava che
ciò avrebbe assicurato la sua immediata popolarità. A lei non
importava la popolarità; era solo interessata a non sfigurare,
e a non umiliare la sua famiglia, o lui. Si era sentita nervosa
tutto il pomeriggio in previsione della serata, ma Whitney
era arrivata inaspettatamente a tenerle compagnia mentre si
vestiva, operazione che aveva richiesto così tanto tempo da
farle desiderare ardentemente di essere già per la strada.
Una delle cucitrici stava in disparte tenendo sulle braccia
un abito spettacoloso che era stato terminato solo pochi minuti
prima, e Sherry diede di nuovo un'occhiata all'orologio.
«Sto facendo aspettare monsieur DuVille», disse, in tono
nervoso.
«Sono assolutamente certa che Nicholas si aspetti che lo
si faccia attendere», disse Whitney impassibile, ma non era
di Nicholas DuVille che Sherry si preoccupava. Lord Westmoreland
era dabbasso, e lei sperava di vedere se il risultato
finale di tutta l'operazione avrebbe avuto un effetto su di lui
e sulla sua maniera di guardarla.
«Tutto pronto... no, non guardate ancora», disse Whitney,
quando Sherry fece per voltarsi verso lo specchio per vedere
la sua nuova pettinatura. «Aspettate finché non avrete indossato
l'abito, così da poter vedere l'effetto complessivo.» Sorridendo
capricciosamente, aggiunse: «Abitavo con gli zii a
Parigi, quando ho avuto l'età per fare il debutto in società.
Non mi ero mai vista agghindata con un vero abito, fino al
momento in cui mia zia mi ha permesso di voltarmi e guardarmi
nello specchio».
«Davvero?» disse Sherry, chiedendosi come potesse essere
vero, considerato che da ciò che aveva visto e letto le ragazze
inglesi ricche venivano vestite come principesse fin
da bambine.
Whitney intuì la domanda che Sherry era troppo educata
per fare, e rise. «Fino a poco prima di quella famosa sera a
Parigi, le mie due più grandi ambizioni erano quelle di saper
padroneggiare una fionda e di costringere un ragazzo del posto
a innamorarsi pazzamente di me. E' soprattutto per questo»,
terminò con un sorriso confidenziale, «che mi hanno
spedita in Francia. Nessuno riusciva a pensare a che cos'altro
fare con me, per impedirmi di disonorarmi.»
La risposta scherzosa di Sherry risultò attutita, mentre la
cameriera e la cucitrice le infilavano delicatamente l'abito
dalla testa. Intanto, anche la duchessa madre era entrata nella
camera da letto. «Ero troppo impaziente di ammirarvi, per
aspettare di vedervi dai Rutherford», le confidò, indietreggiando
per osservare la procedura di vestizione.
«Monsieur DuVille è seccato perché questo sta richiedendo
così tanto tempo?» chiese Sherry, abbassando le braccia
e voltandosi così che le sue aiutanti potessero cominciare a
fissare i minuscoli ganci sulla schiena del suo abito.
«Niente affatto. Sta bevendo un bicchiere di sherry con
Stephen, e... Oh!» mormorò quando Sherry si voltò.
«Vi prego, non ditemi che c'è qualcosa che non va», disse
Sherry. «Mi rifiuto di passare un secondo di più ad agghindarmi.»
Quando la madre di Stephen non sembrò capace di parlare,
Sherry si rivolse a Whitney che stava lentamente alzandosi
in piedi, mentre un sorriso le affiorava sul viso.
«Vorrei che qualcuno dicesse qualcosa», disse Sherry, inquieta.
«Fai vedere alla signorina Lancaster come sta», disse
Whitney alla cameriera, desiderando già di vedere la reazione
di Stephen quando avesse visto la trasformazione. «No,
aspettate. Prima i guanti e il ventaglio.» Rivolgendosi a Sherry,
aggiunse: «Dovete avere l'effetto completo quando vi vedrete,
non siete d'accordo?»
Sherry non aveva idea se lo fosse. Agitata da un grave presentimento,
e ansiosa di vedersi, si infilò i guanti lunghi fino
al gomito, prese il ventaglio avorio e d'oro che la cameriera
le porgeva, poi si voltò e alzò lentamente lo sguardo sullo
specchio a tutta altezza che le cameriere stavano reggendo.
Le sue labbra si schiusero per il piacere e l'incredulità
alla vista della donna sontuosamente vestita che ricambiava
il suo sguardo.
«Sto... molto bene!» esclamò.
La madre di Stephen scosse il capo con aria incredula
«Questa è un'affermazione troppo modesta.»
«E' l'apoteosi della modestia», convenne Whitney, talmente
impaziente di vedere la reazione di Stephen che dovette
reprimere la tentazione di afferrare la mano di Sherry, e di
trascinare la giovane donna dabbasso nel salone, dove sapeva
che lui stava aspettando con Nicki e la signorina Charity.

                  CAPITOLO 29.

SULLE prime, Stephen si era divertito al pensiero di avere costretto
Nicholas DuVille a passare gran parte della sua serata
da Almack, ma ora che il momento della partenza era vicino,
era di gran lunga meno compiaciuto del suo scherzo, Seduto
nel salotto ad ascoltare le chiacchiere della signorina Thornton
e di DuVille, mentre aspettavano che Sherry scendesse,
Stephen notò che la vecchia sciocca sembrava pendere dalle
labbra di DuVille, e gli sorrideva radiosa approvando ogni
sillaba che pronunciava, atteggiamento che colpì Stephen
non solo come particolarmente inadatto per una chaperon,
ma anche maledettamente incomprensibile, considerando che
la reputazione di DuVille come donnaiolo era leggendaria.
«Eccole, finalmente!» disse eccitata Charity Thornton, accennando
con il capo verso l'atrio, e balzando in piedi con
più entusiasmo ed energia di quanto avesse mostrato per tutta
la settimana. «Passeremo una serata meravigliosa! Venite
con me, monsieur DuVille», disse, raccogliendo il suo scialle
e la borsetta a rete.
Stephen li seguì nell'atrio, dove DuVille si fermò a fissare
la scala come pietrificato, mentre un sorriso di apprezzamento
si faceva strada sul suo volto. Stephen seguì la direzione
del suo sguardo, e ciò che vide lo fece traboccare d'orgoglio.
A scendere le scale, avvolta in un abito di raso color avorio
ornato di lustrini dorati, c'era la stessa donna che aveva cenato
con lui indossando una sproporzionata vestaglia e a piedi
nudi. essendo apparsa incantevole vestita in quella maniera,
si sarebbe dovuto aspettare che in abito da sera fosse addirittura
sensazionale, ma per qualche motivo non era preparato
a quella vista. Sherry aveva i capelli tirati indietro a scoprirle
la fronte e intrecciati con sottili fili di perle sul capo,
per poi ricaderle sulle spalle in una cascata di onde e di riccioli
fiammeggianti. Quella vista gli mozzò il fiato.
Anche lei lo sospettava, realizzò Stephen, perché, anche
se lo aveva guardato come se fosse invisibile per la maggior
parte del tempo, negli ultimi quattro giorni, ora lo stava osservando...
non a lungo, naturalmente. Solo uno sguardo
fuggevole per vedere la sua reazione, ma lui le permise di
vederla.
«Signora», disse, «dovrò assumere un esercito di chaperon,
dopo questa sera.»
Fino a quel momento, Sherry era quasi riuscita a dimenticare
che lo scopo di Stephen per quella costosa sciarada era
di richiamare dei corteggiatori così da poterla passare a qualcun
altro, ma il suo evidente piacere al pensiero che lei potesse
attirare una notevole attenzione, le giunse come angoscioso
promemoria. La ferì così profondamente, essendo arrivato
nel preciso momento in cui lei aveva pensato di apparire
davvero attraente, sperando che anche lui potesse pensarlo,
da farla sentire come morta dentro. Tendendogli la
mano da baciare, disse con quieta, ma inconfondibile, risolutezza:
«Mi sforzerò di "assicurarmi" che dobbiate fare "esattamente"
questo».
Inspiegabilmente, quella replica gli fece aggrottare le sopracciglia
scure in un cipiglio di scontento. «Non "sforzatevi"
troppo; è così che nascono le cattive reputazioni.»

                  CAPITOLO 30.

«Di che cosa si trattava, Damson?» Stephen diede un'occhiata
al suo cameriere personale nello specchio, mentre allacciava
con abilità il suo cache-col bianco nell'ultimo di
una serie di nodi complicati, poi si chinò in avanti passandosi
una mano sulla mascella per controllare la precisione della
sua rasatura.
«Il signor Hodgkin pensava che vi dovesse venire consegnata
questa lettera prima che usciste, nel caso fosse importante»,
disse Damson, appoggiando la lacera missiva sul letto,
e occupandosi del compito molto più pressante di provvedere
che sua signoria fosse vestito in maniera adeguata per
una serata da Almack. Scegliendo una giacca da cerimonia
nera con lunghe code da uno dei guardaroba, attraversò con
passo felpato l'appartamento eliminando con rapidi gesti delle
grinze pressoché inesistenti. Sollevando la giacca, attese
mentre Stephen infilava le braccia nelle maniche, poi gli passò
le mani sulle spalle lisciandole, gli sistemò il davanti e
fece un passo indietro a contemplare gli eccellenti risultati
delle sue cure e attenzioni.
«Hodgkin ha detto la provenienza della lettera?» domandò
Stephen, sistemando i polsini della camicia e aggiustandosi
i gemelli di zaffiro.
«il vecchio padrone di casa di lord Burleton l'ha mandata
a voi. Era diretta al barone, al suo vecchio appartamento.»
Stephen annuì senza molto interesse. Aveva saldato i conti
di Burleton con il suo padrone di casa, dando istruzione al
gentiluomo di inoltrare tutta la posta di Burleton a lui.
«Dalla al mio segretario», disse Stephen, impaziente di uscire.
Aveva promesso a suo fratello di raggiungerlo per
qualche partita a carte, o giro di «faraone» da Strathmore, ed
era in ritardo. Dopo un paio d'ore di gioco d'azzardo, aveva
programmato di fare la sua apparizione da Almack e alla prima
occasione possibile, di portare via in tutta fretta Sherry
dal «Mercato dei Matrimoni», e poi di condurla al ballo di
lord Rutherford, che sarebbe stato molto più piacevole per
entrambi. DuVille, decise con divertita soddisfazione, avrebbe
potuto accontentarsi di accompagnare Charity Thornton
al Rutherford.
«Ho detto al signor Hodgkin di darla al vostro segretario,
milord», replicò Damson, eliminando energicamente qualunque
pelucco invisibile, ma offensivo, che avesse potuto decidere
di fissarsi da qualche parte sull'immacolata persona di
Sua Signoria. «Ma ha insistito molto perché la vedeste, per
paura che potesse contenere notizie importanti. E stata spedita
dall'America.»
Pensando che con ogni probabilità si trattasse delle spese
per qualcosa che Burleton aveva acquistato mentre era in visita
lì, Stephen allungò una mano a prendere la lettera e si
diresse dabbasso, aprendola mentre camminava.
«McReedy è fuori all'ingresso con la carrozza», lo avvertì
Colfax, porgendogli i guanti, ma Stephen non l'udì e non lo
vide.
Tutta la sua attenzione era fissata sul contenuto della lettera,
inviata a Burleton dall'avvocato del padre di Charise
Lancaster.
Colfax notò la profonda preoccupazione del suo padrone
per la lettera e la sua espressione che si incupiva, e immediatamente
temette che il contenuto della lettera potesse in qualche
maniera far modificare al conte i suoi piani per la
serata. «La signorina Lancaster era elegantissima quando è
uscita per andare da Almack, e pregustava molto la sua serata,
se posso dirlo», osservò intenzionalmente. Era la verità,
ma era anche il promemoria prudentemente formulato, fatto
per affetto verso la ragazza americana, che l'apparizione del
conte da Almack era di vitale importanza per lei.
Stephen ripiegò lentamente la lettera, e fissò il maggiordomo,
senza vederlo, il pensiero chiaramente fisso su qualcosa,
qualcosa di molto lontano da Almack, e di molto triste.
Se ne andò senza una parola, dirigendosi a passi lunghi e decisi
verso la sua carrozza in attesa.
«Ho paura che fossero notizie sgradevoli, Hodgkin», disse
Colfax al secondo maggiordomo che stava indugiando con
aria preoccupata nell'atrio. «Davvero molto sgradevoli.» Esitò,
pensando che la sua dignità non gli consentiva di fare
congetture, ma la sua preoccupazione per la dolce, incantevole
ragazza americana passò sopra ogni cosa. «La missiva
era indirizzata a lord Burleton. Ma forse si riferiva soltanto a
lui, e non aveva niente a che vedere con la signorina Charise
Lancaster.»

                  CAPITOLO 31.

SITUATO in St. James Square, con un'elegante tenda verde
scuro che si allungava dalla porta d'ingresso fino alla strada,
lo Strathmore era frequentato da un gruppo molto ristretto
ed esclusivo di nobili, che preferivano giocare d'azzardo in
un ambiente più lussuoso delle sale da gioco eccessivamente
illuminate e rumorose del White, e mangiare un cibo migliore
degli insipidi polli lessi, bistecche di manzo e torta di
mele serviti da Brooks e White.
In antitesi con questi ultimi e con Watier, lo Strathmore
apparteneva ai centocinquanta illustri membri che lo avevano
fondato, invece che a un singolo proprietario. L'iscrizione
al club veniva tramandata di generazione in generazione,
ed era rigidamente riservata ai discendenti dei suoi fondatori
originari. Agli ospiti non era concesso oltrepassare le colonne
di marmo che fiancheggiavano la porta d'ingresso, anche
se accompagnati da soci, scoperta che aveva fatto infuriare
Beau Brummell quando aveva tentato di ottenerne l'ammissione,
nei giorni in cui regnava sovrano in ogni altro club
londinese alla moda.
Facendo un cenno distratto al direttore, che lo accolse con
un inchino all'ingresso, Stephen proseguì per la sua strada
attraverso le grandi sale dalle pareti rivestite di pannelli in
quercia, prestando a malapena più attenzione ai soci che
conversavano seduti in comode poltrone dall'alto schienale
in pelle verde scuro, o ai tavoli da gioco, di quanto avesse
fatto con il dipendente del club. La terza stanza in cui giunse
era quasi deserta, cosa che faceva perfettamente al caso suo,
e qui si fermò sedendosi a un tavolo con tre poltrone libere.
Con lo sguardo fisso sul camino vuoto, considerò il contenuto
della lettera, e meditò sulla decisione più importante della
sua vita.
Più rifletteva sul problema che la lettera poneva, più diveniva
ovvia la soluzione... e meglio si sentiva al riguardo.
Nell'arco di mezz'ora, l'umore di Stephen cambiò, passando
da tetro che era a pensieroso, filosofico e alla fine persino felice.
Anche senza la lettera, Stephen sapeva che probabilmente
avrebbe finito con il prendere esattamente quella decisione.
La differenza era che il contenuto della lettera lo obbligava
virtualmente a farlo, il che significava che poteva
agire in base ai propri desideri senza abbandonare ogni rivendicazione
all'onore e alle convenienze. Dal momento in
cui aveva detto a Sherry di volere che prendesse in considerazione
altri corteggiatori, se n'era pentito. Riusciva a stento
a trattenere la propria gelosia, quando lei lodava DuVille, e
non aveva idea fino di come avrebbe potuto reagire quando
altri corteggiatori avessero iniziato a comparire al suo fianco.
Senza dubbio, sarebbe presto arrivato il giorno in cui qualche
infatuato pretendente avrebbe trovato il coraggio di chiedere
a Stephen la mano di Sherry, e si sarebbe trovato invece disteso
sulla strada.
L'osservazione scherzosa di suo fratello, gli fece sollevare
sorpreso lo sguardo. «A rischio di intromettermi troppo in
quella che sembra essere una complicata discussione con te
stesso», disse lentamente Clayton, «ti dispiacerebbe rendermi
partecipe? O preferisci invece giocare a carte?» Un bicchiere
mezzo vuoto gli stava davanti sul tavolo, e quando
Stephen diede un'occhiata in giro per la stanza, si accorse
che si era notevolmente affollata dal suo arrivo.
Mentre Clayton aspettava con le sopracciglia inarcate la
sua decisione, Stephen si appoggiò all'indietro sulla poltrona,
e rifletté per l'ultima volta sulla decisione che aveva preso
e sul fatto che fosse desiderabile occuparsene subito. «Preferisco
parlare», disse. «Non sono in vena di giocare a carte.»,
«L'ho notato. E anche Wakefield e Hawthorne che ci hanno
invitato a unirci a loro, mentre tu eri assorto nei tuoi pensieri.»
«Non mi sono accorto della loro presenza», disse Stephen
guardandosi sopra le spalle alla ricerca dei due amici che
inavvertitamente, aveva ignorato. «Dove sono, ora?»
«A curare la loro sensibilità offesa al tavolo del "faraone".»
Benché disinvolto, Clayton era ben consapevole che
Stephen aveva qualcosa di importante per la mente. Sperando
di ricevere una spiegazione, attese pazientemente per qualche
momento, e alla fine disse: «Hai in mente un particolare
argomento di conversazione, o devo proporne uno io?»
In risposta, Stephen infilò una mano in tasca e ne estrasse
la lettera che era arrivata da parte dell'avvocato del padre di
Charise. «Questo è l'argomento che ho in mente, al momento»,
disse, porgendola a suo fratello insieme a un modesto
assegno circolare che la accompagnava.
Clayton spiegò la lettera e cominciò a leggere.
Cara signorina Lancaster,
ho indirizzato questa lettera al vostro di recente marito
così che possa prima prepararvi alle notizie che contiene.
E con profondo dispiacere personale che devo informarvi
della morte del mio amico, vostro padre. Ero con lui
alla fine, ed è per il vostro stesso bene che vi dico che ha
espresso rammarico per quelli che riteneva fossero i suoi
molti fallimenti circa la vostra educazione, incluso quello
di avervi viziata oltre misura.
Voleva che frequentaste le scuole migliori, e che faceste
un matrimonio brillante. Ha realizzato tutti questi scopi,
ma nel farlo, e provvedendo alla vostra generosa dote
ha speso in pratica tutto ciò che aveva, e ipotecato il resto.
L'assegno circolare che accludo rappresenta l'intero valore
del suo patrimonio di cui sia al corrente.
So che voi e vostro padre eravate in disaccordo su molte
cose, signorina Lancaster. Come voi, Cyrus era risoluto
e irascibile. Forse, sono proprio queste somiglianze che
avevate in comune con lui ad avere impedito a entrambi di
cercare una maggiore comprensione.
Forse, questa mancanza di intimità vi consentirà ora di
affrontare la notizia della sua morte meglio di quanto avreste
potuto fare diversamente. Più probabilmente, un
giorno proverete un profondo rimpianto, quando realizzerete
che è troppo tardi per dire e fare quelle cose che avrebbero
potuto porre rimedio ai vostri screzi.
Nel suo desiderio di risparmiarvi dei pensieri così penosi,
vostro padre mi ha dato istruzione di dirvi che, anche
se può non averlo mostrato, vi voleva bene, e benché
voi non lo abbiate dimostrato, è morto credendo che anche
voi gliene voleste.
Una volta finito, Clayton restituì la lettera, mentre la sua
espressione triste rifletteva lo stesso dispiacere e la stessa
preoccupazione che Stephen provava per Sherry.. e la stessa
perplessità su alcune altre cose che aveva letto. «E un peccato
per suo padre», disse. «Sherry ha avuto un periodo di sfortuna
sconcertante. Anche se, probabilmente è un bene che
non fossero affiatati.» Dopo un attimo di esitazione, corrugò
la fronte e chiese: «Che cosa ne pensi del tono dell'avvocato?
La ragazza a cui si riferiva in quella lettera non somiglia
per nulla a quella che ho conosciuto io».
«Sì, è così», disse Stephen. «Tranne per la sua cocciutaggine
e per il suo temperamento», si corresse con un sorriso
ironico. «Oltre a questo, posso solo immaginare che suo padre
e l'avvocato dovessero pensarla alla stessa maniera quanto
all'educazione delle ragazze, e che entrambi considerassero
qualunque forma di spirito come una sfida intollerabile.»
«E' la stessa conclusione a cui sono giunto io, basandomi
sulla conoscenza di mio suocero.»
«Lancaster doveva essere proprio uno spilorcio, se considerava
l'acquisto di quell'orribile abito marrone che Sherry
indossava sulla nave, darle "tutto"», osservò Stephen, mentre
allungava le gambe di fronte a sé, le incrociava alle caviglie,
e si metteva più comodo sulla poltrona. Infilando le mani
nelle tasche, si diede un'occhiata alle spalle per fare un cenno
a un cameriere. «Champagne», chiese in risposta alla sua
domanda.
Sulla scia immediata di una notizia così triste e le sue deprimenti
conseguenze per Sherry, Clayton pensò che l'atteggiamento
indolente di Stephen, e la sua richiesta di champagne,
stonassero un po'.
«Che cosa intendi fare adesso?» gli domandò, alla fine,
Clayton.
«Un brindisi», disse Stephen.
«Per essere più specifici», disse Clayton, diventando estremamente
impaziente per la deliberata ottusità di suo fratello,
«quando hai intenzione di dirle della lettera?»
«Dopo che saremo sposati.»
«Prego?»
Invece di ripetere la sua risposta, Stephen inarcò divertito
un sopracciglio verso suo fratello, prese il suo bicchiere di
champagne, e lo sollevò in un brindisi scherzoso. «Alla nostra
felicità», disse impassibile.
Nel momento che Stephen impiegò a scolare il bicchiere,
Clayton recuperò la calma, nascose con cura il suo piacere
per la svolta presa dagli eventi, e si allungò sulla propria
poltrona. Prese il suo bicchiere di champagne, ma invece di
berlo, lo rigirò distrattamente fra le dita mentre osservava
suo fratello con chiaro divertimento.
«Ti stai chiedendo se sto commettendo uno sbaglio?», gli
chiese alla fine Stephen.
«Per nulla. Stavo solo chiedendomi se ti rendi conto che
lei sembra avere sviluppato una certa, diciamo "leggera avversione"s
nei tuoi confronti.»
«Non mi getterebbe addosso dell'acqua, se fossi avvolto
dalle fiamme», convenne Stephen. «Almeno, non se dovesse
avvicinarsi a me per farlo.»
«E non pensi che questo sia un ostacolo al fatto che lei
accetti la tua generosa offerta di matrimonio?»
«Forse», disse Stephen con una risata soffocata.
«In questo caso, come hai intenzione di persuaderla ad
acconsentire?»
«Veramente», mentì serio Stephen, «pensavo di farle notare
quanto fosse sbagliato da parte sua diffidare delle mie
intenzioni e della mia integrità, e poi glielo proverò chiedendo
la sua mano. Poi, le dirò che se vorrà chiedere il mio perdono,
glielo accorderò.»
Era così convincente che suo fratello gli rivolse un'occhiata
di sarcastico disgusto. «E poi, che cosa immagini che
accadrà?»
«Poi, passerò i giorni e le notti seguenti nei piacevoli confini
di casa mia.»
«Con lei, immagino», lo canzonò Clayton.
«No con delle compresse su entrambi gli occhi.»
La risposta divertita di Clayton venne interrotta dal ritorno
di Jordan Townsende, duca di Hawthorne, e di Jason
Fielding, marchese di Wakefield. Poiché Stephen non aveva
niente altro da discutere con suo fratello, li invitò a restare, e
i quattro amici si dedicarono al serio compito del gioco
d'azzardo. Tuttavia, concentrarsi si rivelò difficile perché i
pensieri di Stephen continuavano a tornare a Sherry e al loro
immediato futuro. Nonostante la sua battuta scherzosa su
come intendeva chiederle di sposarlo, non aveva idea di ciò
che avrebbe realmente detto. Non gli sembrava neppure importante.
Tutto ciò che contava era che sarebbero stati insieme.
La morte di suo padre rendeva imperativo che Sherry
avesse qualcuno che si prendesse cura di lei, e qualcuno a
cui lei volesse bene, quando l'avrebbe saputo.
Il loro matrimonio sarebbe avvenuto comunque. Ormai,
Stephen dava questo fatto come scontato. Da qualche parte
in fondo alla sua mente, lo aveva saputo fin dal momento in
cui lei gli aveva tenuto testa con indosso una vestaglia e un
cordone dorato da tende e i capelli avvolti in un asciugamano
azzurro, ricordandogli una Madonna scalza.
No, pensò Stephen, aveva provato qualcosa per lei anche
prima di allora... da quella primissima mattina quando si era
svegliato accanto al suo letto, e lei gli aveva chiesto di descriverle
il suo viso. Lui aveva guardato in quei suoi occhi
incantevoli, grigi, vedendovi tanto coraggio e tanta dolcezza.
Era cominciato allora, ed era stato rafforzato da tutto ciò che
lei aveva fatto e detto. Amava il suo spirito, il suo ardore, la
sua dolcezza. E, soprattutto, la sua onestà.
Dopo essere stato per anni circondato da donne che fingevano
amore per un uomo, quando l'unica passione che erano
in grado di provare era per i beni materiali, Stephen Westmoreland
aveva finalmente trovato una donna che desiderava
solo lui.
Ed era così dannatamente felice, che non riusciva a decidere
che cosa comperarle per prima cosa.
Delle perle, decise Stephen con una risata dentro di sé,
mentre ricordava il suo allegro commento sull'abito della
contessa di Evandale. Un abito ornato da tremila e una perla.
Sherry non sembrava avere alcun interesse per i vestiti, ma
quell'abito particolare avrebbe fatto appello al suo senso dell'umorismo,
e le sarebbe piaciuto perché era un dono da parte
sua.
Perché era da parte sua...
Sapeva che avrebbe pensato così, con la stessa sicurezza
con cui sapeva che Sherry lo desiderava. Dal momento in
cui aveva sfiorato con la bocca le sue labbra, e l'aveva sentita
tremare, aveva sentito quel corpo stringersi istintivamente
più forte a lui, aveva saputo che lo desiderava. Era troppo
inesperta per nascondere i propri sentimenti, troppo candida
per pensarlo.
Jason Fielding pronunciò il suo nome, e Stephen alzò lo
sguardo, realizzò che stavano tutti aspettando la sua puntata,
e gettò altre fiches sul mucchio in mezzo al tavolo.
«Hai già vinto questa mano», gli fece notare Jason, divertito,
parlando lentamente. «Ti dispiacerebbe farla finita, così
da poter vincere un altro bel mucchio del nostro denaro?»
«Qualunque cosa tu abbia in mente, Stephen», osservò
Jason Townsende, guardandolo stranamente, «dev'essere incredibilmente
interessante.»
Poiché il suo corteggiamento di Sherry sarebbe stato di
dominio pubblico entro il mattino successivo, e il suo fidanzamento
un fatto concreto per la fine della settimana, Stephen
non vedeva alcuna ragione per nascondere ciò che aveva in
mente. «In verità...» cominciò, quando improvvisamente
pensò di dare un'occhiata a un orologio. Erano già passate
tre ore. «Sono in ritardo!» esclamò, facendo sussultare gli altri.
Gettò le proprie carte sulla tavola e si alzò bruscamente
in piedi. «Se non entrerò da Almack prima delle undici, chiuderanno
quelle dannate porte.»
Tre uomini sbalorditi rimasero a guardarlo allontanarsi,
mentre Stephen usciva rapidamente dal club, evidentemente
impaziente di raggiungere un luogo in cui nessun uomo raffinato
o maturo avrebbe mai messo piede di buon grado, per
non dire con impazienza. William Baskerville, un socio di
mezza età che si era unito a loro, parlò per primo. «Perbacco!»
mormorò, guardando intorno gli altri con sbalordito orrore,
«Langford ha detto di essere diretto da Almack?»
Il marchese di Wakefield strappò lo sguardo divertito dalla
porta, e guardò gli altri. «E ciò che ho sentito.»
Il duca di Hawthorne annuì, la voce caustica. «Non solo
l'ho sentito pronunciare la parola Almack, ma ho anche notato
che sembrava piuttosto ansioso di arrivarci.»
«Sarà fortunato se ne uscirà vivo», disse scherzosamente
Jason Fielding.
«E ancora scapolo», convenne Jordan Townsende, con un
largo sorriso.
«Povero diavolo!» esclamò William Baskerville con voce
afflitta. Scuotendo il capo, se ne andò a raggiungere delle conoscenze
al tavolo dei dadi e a diffondere la sbalorditiva informazione
che il conte di Langford se n'era andato precipitosamente
per riuscire ad arrivare in tempo al «Mercato dei
Matrimoni», prima che le porte venissero chiuse.
L'opinione generale dei giocatori fu che Stephen si fosse
arreso alla richiesta di un parente in punto di morte di farsi
vedere da Almack, nell'interesse di qualche ragazzina con
cui il moribondo era imparentato.
Altri gentiluomini erano dell'opinione che lo sfortunato
conte di Langford avesse perso una scommessa che esigeva
che passasse una sera da Almack come spiacevole penitenza.
Ma qualunque opinione avessero individualmente, la reazione
fu identica: di incontenibile ilarità. In ogni sala, l'ovattata
e raffinata atmosfera dello Strathmore venne ripetutamente
infranta da scoppi di risate e da risolini soffocati, mentre da
un socio all'altro e da un tavolo all'altro circolava la voce
che Stephen Westmoreland, conte di Langford, si era recato
da Almack per la serata.

                  CAPITOLO 32.

ERANO le undici e cinque quando Stephen passò a gran passi
accanto a due giovanotti mortificati che stavano ripiegando
verso le loro carrozze, dopo essere stati allontanati da lady
Letitia Vickery per avere mancato di arrivare prima delle undici.
La patronessa era in procinto di chiudere la porta, quando
Stephen le gridò con una voce profonda e ammonitrice:
«Letty, non osare chiudermi in faccia quella dannata porta!»
Adirata per quell'affronto, lei sbirciò nell'oscurità al di là
dell'ingresso illuminato, mentre richiudeva la porta. «Chiunque
voi siate, è troppo tardi per entrare.»
Stephen appoggiò la punta del piede contro il pannello
per fermarla. «Penso che dovresti prendere in considerazione
di poter fare una eccezione.»
La faccia sdegnosa della donna apparve nello spicchio di
luce fra lo stipite e lo spigolo della porta. «Noi non facciamo
eccezioni, messere.» Poi vide chi era, e un'espressione di comica
incredulità infranse per un momento la sua gelida altezzosità.
«Langford, sei "tu"?»
«Naturalmente, e ora apri la porta», le ordinò con calma
Stephen.
«Non puoi entrare.»
«Letty», disse lui con forzata pazienza, «non farmi ricorrere
allo spiacevole ricordo dei tempi in cui mi hai inviato a
entrare in luoghi meno appropriati di questo, e con il tuo povero
marito praticamente a portata d'orecchio.»
Lei aprì la porta, ma si mise sulla soglia. Stephen rifletté
sull'efficacia di sollevarla per le spalle e di toglierla di mezzo,
mentre lei implorava in un sussurro furioso: «Stephen,
per l'amor di Dio, sii ragionevole! Non posso farti entrare.
Le altre patronesse vorranno la mia testa, se lo faccio».
«Ti baceranno su entrambe le guance per avere fatto un'eccezione
nel mio caso», disse lui, in tono deciso. «Pensa solo
all'aumento di presenza che avrete domani, quando si saprà
che "io" mi sono davvero lasciato convincere a venire a questa
noiosa riunione di virtuose innocenti, per la prima volta
in quindici anni.»
Lei esitò, soppesando l'innegabile verità di quell'affermazione
contro i fulmini che probabilmente le sarebbero stati
scagliati sul capo dalle altre patronesse, prima che lei potesse
spiegare le sue motivazioni. «Tutti i buoni partiti di Londra
vorranno degli inviti, così da poter vedere con i propri
occhi quale donna possa essere stata talmente straordinaria
da attrarti qui.»
«Esattamente», disse Stephen, in tono sarcastico. «Avrete
così tanti buoni partiti qui dentro, che dovrete provvedere a
una riserva extra di limonata calda, e di pane e burro.»
Lady Letitia rimase così deliziata dalla possibilità di ricevere
il merito di tutti gli splendidi matrimoni fatti durante la
sua stagione come patronessa, che ignorò le sue osservazioni
sdegnose sulle venerate sale di Almack, sui suoi rinfreschi
e sui frequentatori. «Molto bene. Puoi entrare.»
La serata non era stata il disastro che Sherry aveva temuto
che fosse. Aveva ballato, e tutto aveva contribuito a farla
sentire bene accetta. In effetti, con qualche piccola spiacevole
eccezione, la serata era stata molto gradevole, ma lei era
rimasta tesa e ansiosa fino a pochi minuti prima, quando alla
fine l'orologio aveva indicato le undici. Adesso che la possibilità
dell'apparizione del conte di Langford era definitivamente
svanita, Sherry si sentiva incredibilmente delusa, ma
si rifiutava di cedere alla collera o di sentirsi respinta. Aveva
intuito che non era entusiasta di trovarsi in quel locale, ed
era sciocco aspettarsi che si disturbasse per lei. Quello avrebbe
implicato una qualche preoccupazione o affezione
nei suoi confronti, cosa che evidentemente non provava, e
lei doveva imparare ad accettarlo. Whitney e sua madre si
erano sbagliate. Decisa a non permettere che il pensiero di
lui occupasse un minuto di più della propria serata, si concentrò
sui discorsi di un gruppo di ragazze e delle loro madri
da cui era stata gentilmente coinvolta.
La maggior parte delle ragazze erano più giovani di lei, e
molto amabili, se non particolarmente dedite a discorsi intelligenti.
Tuttavia, erano sorprendentemente ben informate sulle
rendite, sulle prospettive e sulla discendenza di ogni scapolo
presente nella stanza.
La duchessa di Clermont, un'anziana austera signora che
stava presentando la nipote, inclinò il capo verso un giovanotto
attraente che aveva chiesto a Sherry l'onore di un secondo
ballo, e l'avvertì: «Non dimostrerei al giovane Makepeace
più di un minuto di cortesia, se fossi in voi. E solo un
baronetto, e la sua rendita è alquanto scarsa».
Nicholas DuVille, che aveva trascorso la maggior parte
della serata nella sala da gioco, udì quelle parole mentre tornava
al fianco di Sherry. Chinandosi, le disse divertito a bassa
voce: «Sembrate terribilmente imbarazzata, chérie. E sorprendente,
non è vero, che un Paese che si vanta delle sue
maniere raffinate non provi alcun rimorso a discutere di tali
argomenti».
I musicisti, che avevano fatto una breve pausa per un rinfresco,
stavano tornando ai loro strumenti, e la musica riempì
di nuovo nella sala da ballo. «La signorina Charity Thornton
sembra esausta», disse Sherry, alzando la voce per farsi
sentire sopra il tono sempre più alto della musica e della
conversazione.
La signorina Charity sentì pronunciare il proprio nome, e
alzò bruscamente gli occhi. «Non sono stanca, mia cara bambina.
Sono contrariata con Langford per non essersi fatto vedere
come promesso, e ho intenzione di rimproverarlo severamente
per averti trattata in maniera così ignobile!»
Le teste delle fanciulle e delle loro accompagnatrici si stavano
cominciando a girare verso di loro e le conversazioni a
interrompersi, per poi intensificarsi in un bisbiglio frenetico,
ma Sherry non se ne accorse. «Questo non significa niente.
Sono stata perfettamente bene anche senza di lui.»
La signorina Charity non si lasciò tranquillizzare da quelle
parole.
«Non ricordo di essere stata così irritata negli ultimi
trent'anni. E anche se riuscissi a ricordare tutto degli ultimi
trent'anni, sono "ancora" sicura che non ricorderei di essere
stata così irritata!»
Accanto a loro, la duchessa di Clermont smise di origliare
l'adirato monologo di Charity Thornton, e alzò gli occhi,
mentre il suo sguardo si fissava su qualcosa dall'altra parte
della stanza. «Non riesco a credere ai miei occhi!» proruppe.
Esclamazioni e conversazioni frenetiche che stavano esplodendo
intorno a loro, e la gentildonna si chinò di lato, alzando
la voce per farsi sentire sopra a quel baccano mentre ordinava
a sua nipote: «Dorothy, bada ai tuoi capelli e al tuo
abito. Questa è un'occasione che potresti "non" avere mai
più». Quell'ordine burbero attirò l'attenzione di Sherry. Vide
che Dorothy aveva sollevato obbediente una mano a sistemarsi
i capelli, come stava facendo la metà delle debuttanti
a portata di vista. «Che cosa sta succedendo?» chiese,
alzando interrogativamente gli occhi su Nicki, che le stava
bloccando la visuale.
Lo sguardo di lui si spostò sulle bionde e sulle brunette
notando il colore più acceso delle loro guance e i loro sguardi
ansiosi, e senza curarsi di guardarsi sopra le spalle, disse:
«O è scoppiato un incendio in mezzo alla pista da ballo, oppure
è appena arrivato Langford».
«Non può essere lui! Sono le undici passate, e le porte sono
chiuse.»
«Eppure, scommetterei una piccola fortuna che la causa è
Langford. L'istinto cacciatore delle donne di questa specie è
in uno stato di grande eccitazione, il che significa che c'è in
vista una preda di prima qualità. Devo voltarmi a guardare?»
«Cercate di non essere ovvio al riguardo.»
Nicki obbedì, si girò, e lo confermò. «Si è fermato a salutare
le patronesse.»
Sherry fece l'ultima cosa che aveva in mente di fare, se
fosse venuto: sparì dietro a Nicki, battendo una rapida ritirata
verso le toilettes. Non per agghindarsi o controllare il proprio
aspetto, no davvero. Solo per ricomporsi. E sistemarsi
un po'.
Mentre aspettava di entrare nella toilette, scoprì che il suo
fidanzato era il soggetto di conversazione di tutte le presenti,
e le chiacchiere che sentiva furono per lei tanto illuminanti
quanto imbarazzanti: «Mia sorella maggiore sverrà, quando
sentirà che Langford era qui, questa sera, e lei non c'era!»
stava dicendo una delle ragazze alle sue amiche. «L'autunno
scorso, le aveva rivolto un'attenzione particolare al ballo di
lady Millicent, e poi ha rotto completamente. Da allora, ha
un debole per lui.»
Le sue amiche sembravano scioccate. «Ma l'autunno scorso»,
la corresse una di loro, «Langford era sul punto di chiedere
a Monica Fitzwaring di sposarlo.»
«Oh, non credo che questo sia possibile. Ho sentito parlare
le mie sorelle, e loro erano sicure che lui avesse...» si mise
una mano sopra la bocca, e Sherry si tese impotente per
ascoltare di nascosto, «...una relazione "infuocata" con una
certa signora sposata, l'autunno scorso.»
«Avete mai visto la sua chérie amie?» chiese un'altra, e le
ragazze davanti a quel gruppo si voltarono. «Mia zia lo ha
visto a teatro con lei, due sere fa.»
«Chérie amie?» La domanda sfuggì a Sherry prima che
riuscisse a fermarsi, sconvolta dalla scoperta che Stephen aveva
accompagnato una donna a teatro immediatamente
dopo avere cenato con lei e la sua famiglia.
Le ragazze, a cui Sherry era stata presentata prima, furono
felici di offrire tutte le informazioni che, a una nuova arrivata
nella loro cerchia, per di più americana, potevano occorrere
per apprezzare pienamente le più fini sottigliezze del pettegolezzo.
«Una chérie amie è una cortigiana, una donna che condivide
le passioni più basse di un uomo. Helene Devernay è la
più bella di tutte le cortigiane.»
«Ho sentito i miei fratelli parlare, una sera. Dicevano che
Helene Devernay è la più celestiale delle creature terrene.
Lei ama il color lavanda, sapete... e Langford ha fatto costruire
una carrozza speciale per lei, con cuscini di velluto
color lavanda.»
«Lavanda». Quella frivola vestaglia che il dottor Whitticomb
aveva disapprovato, e il tono eloquente con cui aveva
detto al conte: «Lavanda', vero?» Era appartenuta alla donna
che condivideva le sue «passioni più basse». Sherry sapeva
che il baciare veniva qualificato come passione. Non sapeva
quali fossero quelle «più basse», ma poteva intuire che
fossero intense e in qualche maniera scandalose e intime. E
lui aveva condiviso tutto quello con un'altra donna, solo poche
ore dopo avere cenato con la sua indesiderata fidanzata.
Anche se la signorina Charity Thornton ora sapeva che
lord Westmoreland era da qualche parte nella sala da ballo,
quando Sherry tornò era ancora adirata con lui quasi come
quando lei era uscita. «Intendo riferire la condotta di Langford
a sua madre, come prima cosa domani mattina! Lei gli
darà una bella lavata di capo, per il comportamento di questa
sera.»
La voce calma e divertita di Stephen fece irrigidire Sherry
in un moto di adirata sorpresa. Si era avvicinato lentamente
alle loro spalle e si era rivolto per prima alla signorina Charity.
«Posso sapere per che cosa devo essere richiamato all'ordine?»
chiese, mentre un indolente e irresistibile sorriso gli
illuminava il volto.
«Per essere in ritardo, ragazzaccio !» disse lei, ma ogni traccia
di animosità stava svanendo dalla sua voce, mentre lui le
rivolgeva quel suo fatale e attraente sorriso. «Per esservi fermato
a parlare troppo a lungo con le patronesse! E per essere
assolutamente troppo attraente per il vostro stesso bene!
Adesso», finì, perdonandolo completamente, «baciate la mano
come si deve, e conducete Sherry sulla pista da ballo.»
Nicki le stava facendo scudo tenendo la schiena rivolta
alla stanza, ma non ebbe altra scelta che farsi da parte. La
rabbia di Sherry aumentò quando sentì la signorina Charity
cedere così facilmente, e raddoppiò quando si voltò riluttante
e si trovò di fronte un paio di occhi azzurri divertiti e un
sorriso così caldo che avrebbe potuto cuocere il pane. Conscia
che tutte le teste nella sala da ballo sembravano rivolte
nella loro direzione, Sherry gli tese riluttante la mano, perché
era ciò che le veniva richiesto di fare. «Signorina Lancaster»,
disse Stephen, posando un leggero bacio sul dorso di
essa, e continuando a tenergliela nonostante gli sforzi di lei
per liberarla con uno strattone, «posso avere il piacere del
prossimo ballo?»
«Lasciate andare la mia mano», disse Sherry, la voce che
le tremava per la rabbia. «Ci stanno guardando tutti!»
Stephen studiò il suo colorito acceso e i suoi occhi scintillanti,
e si meravigliò di aver potuto ignorare come apparisse
splendida quando era arrabbiata. Se si fosse reso conto nei
giorni passati che una leggera mancanza di puntualità poteva
scuoterla dalla sua indifferenza spingendola all'ira, sarebbe
sceso in ritardo a ogni pasto.
«Lasciate andare la mia mano!»
. Sorridendo perché si sentiva felice, mentre lei era evidentemente
così «infelice» perché l'aveva raggiunta in ritardo,
Stephen disse in tono canzonatorio: «Avete intenzione di costringermi
a trascinarvi su quella pista da ballo?»
Parte della sua soddisfazione svanì, quando lei liberò la
mano con uno strattone e disse: «Sì!»
Momentaneamente contrariato, Stephen si fece da un lato
mentre un giovane damerino gli passava accanto a forza, inchinandosi
davanti a lei. «Credo che il prossimo ballo sia
mio, se non vi dispiace, milord.»
Non restandogli altra scelta, Stephen fece un passo indietro,
e la guardò fargli un grazioso inchino e avviarsi lentamente
sulla pista da ballo. Accanto a lui, DuVille lo osservava
divertito. «Credo che tu abbia appena ricevuto un grave
affronto, Langford.»
«Hai ragione», rispose affabilmente lui, appoggiando le
spalle a una colonna. Era talmente felice da sentirsi addirittura
indulgente verso DuVille, tanto per cambiare. «Immagino
che non ci sia niente di alcolico da bere, vero?» disse, osservando
Sherry ballare con il suo cavaliere.
«Proprio nulla.»
Con enorme delusione di tutti nella sala, né lord Westmoreland,
né Nicholas DuVille sembravano propensi a chiedere
a nessuna ragazza di ballare, a eccezione dell'americana.
Quando Sherry rimase sulla pista per un secondo ballo
con lo stesso giovanotto, Stephen si accigliò. «Nessuno l'ha
avvertita che è un errore dimostrare una preferenza, ballando
due volte con lo stesso cavaliere?»
«Stai cominciando a sembrare un innamorato geloso», osservò
Nicki, lanciandogli uno sguardo divertito con la coda
dell'occhio.
Stephen lo ignorò, e diede un'occhiata ai volti femminili
famelici, ansiosi, impazienti e speranzosi che lo osservavano,
facendolo sentire una specie di banchetto umano servito
in tavola a una folla di cannibalesse raffinate ed elegantemente
vestite. Mentre la musica terminava, Stephen domandò:
«Per caso sai se il suo prossimo ballo è già occupato?»
«I suoi balli sono tutti occupati.»
Stephen vide il cavaliere di Sherry ricondurla educatamente
da Charity Thornton, e osservò la folla di uomini che attraversava
la pista da ballo per reclamare la loro dama per il
valzer successivo, così da poter vedere in anticipo chi stava
per rimpiazzare. Accanto a lui, DuVille si staccò dalla colonna
che stavano condividendo. «Credo che questo ballo sia
mio», disse.
«Sfortunatamente, non lo è», disse lentamente Stephen, in
tono blando. «E se tenti di reclamarlo», aggiunse con una
voce che fece arrestare bruscamente DuVille, «dovrò dirle
che mia cognata ti ha suggerito l'idea di impersonare il corteggiatore
galante.» Senza darsi un'occhiata alle spalle,
Stephen si allontanò dalla colonna e si presentò alla sua riluttante
fidanzata.
«Il prossimo ballo è di Nicki», lo informò Sherry con gelida
altezzosità, usando deliberatamente quell'appellativo familiare
per mostrare al conte in quali amichevoli rapporti
fosse già con DuVille.
«Ha ceduto questo privilegio a me.»
Qualcosa in quel tono che non ammetteva repliche fece
ritornare Sherry sulla sua precedente risoluzione, decidendo
che era più saggio togliersi il pensiero di quel ballo invece
di rimandarlo, o di tentare di rifiutarlo, o di provocare una
scenata. «Oh, molto bene.»
«State passando una piacevole serata?» le chiese Stephen,
quando la musica iniziò, e lei si mosse rigida fra le sue braccia,
ballando senza una traccia della grazia che aveva contraddistinto
i suoi ultimi balli.
«'Stavo' passando una piacevole serata, molte grazie.»
Stephen abbassò gli occhi sul suo capo lucente, e intravide
l'espressione risentita del suo volto. La lettera che aveva
in tasca si rivelò assai utile per attenuare la sua irritazione
per il comportamento di lei. «Sherry», disse con tranquilla
determinazione.
Sherry sentì la strana dolcezza nella sua voce, e si rifiutò
di alzare lo sguardo. «Sì?»
«Vi chiedo scusa per qualunque cosa abbia detto o fatto
che vi abbia offesa.»
Il fatto che lui sapesse di averla offesa, e indubbiamente
credesse di poterlo fare ancora, fu più di quanto il suo orgoglio
ferito potesse sopportare. Il suo temperamento si infiammò
e prese fuoco all'improvviso. «Non dovete preoccuparvi
di questo», disse, riuscendo a sembrare annoiata da quell'argomento
e sprezzante nei suoi confronti. «Sono sicura che riceverò
diverse allettanti proposte di matrimonio per la fine
della settimana, e sono estremamente felice che mi abbiate
offerto l'opportunità di essere presentata ad altri gentiluomini.
Fino a questa sera», continuò, la voce che cominciava a
tremarle per la violenta ostilità che in realtà provava nei suoi
confronti, «naturalmente, immaginavo che tutti gli inglesi
fossero dispotici, lunatici, vanitosi e scortesi, ma ora so che
"loro" non lo sono, al contrario di "voi".»
«Sfortunatamente per voi e per me», affermò Stephen,
sbalordito dall'evidente intensità della collera di Sherry per
il suo ritardo, «si dà il caso che siate già fidanzata con me.»
Sherry si stava lasciando trasportare da un'ondata di collera,
e quell'osservazione non frenò per nulla il suo tono di
sfida. «I gentiluomini che ho conosciuto questa sera, non solo
sono l'amabilità fatta persona, ma sono anche molto più
desiderabili di voi!»
«Davvero?» chiese lui con un pigro sorriso. «Sotto quale
aspetto?»
«Tanto per cominciare, sono più giovani!» rispose lei, desiderando
intensamente di fargli sparire dal viso quel sorriso
arrogante e insopportabile con uno schiaffo. «Siete troppo
vecchio per me. Me ne sono resa conto questa sera.»
«Davvero?» Il suo sguardo cadde significativamente sulle
sue labbra. «Allora, forse avete bisogno che vi ricordi i momenti
in cui mi trovavate "molto" desiderabile.»
Sherry distolse di scatto lo sguardo dal suo. «Smettetela di
guardarmi in quella maniera! Non è decoroso, e la gente
sparlerà! Ci stanno fissando!» sibilò, tentando di tirarsi indietro,
ma ottenendo solo che le sue braccia la stringessero
più forte, imprigionandola con esasperante felicità.
In un tono colloquiale, più adatto a una discussione sugli
ultimi pettegolezzi, Stephen chiese: «Avete idea di ciò che
accadrebbe se seguissi la mia inclinazione e vi gettassi sulle
mie spalle trascinandovi fuori di qui, oppure vi baciassi nel
bel mezzo di questo ballo? Tanto per cominciare, nessun uomo
rispettabile in questa stanza vi rivolgerebbe più la sua attenzione.
Io, naturalmente, non me ne curerei, essendo l'uomo
dispotico, vanitoso e scortese che sono...»
«Non osereste!» esplose lei.
I suoi occhi gli lanciarono un'occhiata furente di sfida,
mentre tutto intorno a loro i ballerini sbagliavano i passi nell'ansia
di assistere all'alterco che sembrava avere luogo fra
la misteriosa ragazza americana e il conte di Langford.
Stephen guardò il suo viso arrossato, dall'espressione ribelle,
ma ancora più incantevole, e un sorriso riluttante gli increspò
le labbra. «Hai ragione, tesoro», disse con dolcezza.
«Non lo farei.»
«Come osate chiamarmi con nomi affettuosi, dopo quello
che mi avete fatto!»
Dimenticando per un momento che lei si sarebbe trovata
spiazzata dal genere di battute allusive che erano usuali fra
le persone del suo ambiente, Stephen lasciò cadere lo sguardo
con aria provocante sul bel seno valorizzato in maniera
seducente dalla scollatura del suo abito. «Non avete idea di
quello che oserei farvi», l'avvertì con un pigro sorriso provocante.
«A proposito, vi ho fatto i complimenti per il vostro
vestito?»
«Voi e i vostri complimenti, potete andare dritti all'inferno»,
sussurrò furiosa Sherry, liberandosi con uno strattone
dalle sue braccia, e abbandonandolo in mezzo alla pista da
ballo.
«Perbacco!» disse Makepeace alla sua dama del momento,
«avete visto? La signorina Lancaster ha appena lasciato
Langford sulla pista da ballo.»
«Deve essere pazza», disse la sua ragazza, con voce scioccata.
«Non sono per nulla d'accordo», dichiarò orgogliosamente
il giovane baronetto. «La signorina Lancaster "non" mi ha
trattato per nulla in maniera ignobile. E' stata la cortesia e la
dolcezza fatte persona.»
. Quel fatto sbalorditivo era già stato notato da numerosi
gentiluomini nella sala da ballo, molti dei quali erano stati
dolorosamente scottati dall'apparizione di Langford nella
loro arena, e che si addolcirono nel notare che almeno una
donna nella sala aveva il buon gusto e la preveggenza di
preferire Makepeace a Westmoreland.
Nel giro di pochi minuti, la nomea di Makepeace salì a
vette senza precedenti fra i suoi pari. La splendida ragazza
americana, che chiaramente preferiva lui, dunque tutti loro,
al molto più popolare conte di Langford, divenne all'istante
un'eroina;
Furioso con lei per l'oltraggioso sfoggio di temperamento,
Stephen si mise ai lati della pista da ballo e rimase a osservare
un'intera muraglia di uomini avanzare direttamente
verso la sua fidanzata. Si strinsero intorno a lei, chiedendole
dei balli e adulandola in maniera così esagerata che Sherry
lanciò un'occhiata smarrita di implorazione nella sua direzione.
Ma non a lui, notò Stephen, adirandosi ancora di più,
bensì a Nicki.
Nicki appoggiò il suo bicchiere di limonata e si avviò verso
di lei, ma gli uomini la stavano circondando così da vicino
che lei cominciò a indietreggiare, poi si voltò battendo in rapida
ritirata in direzione delle toilettes. Non restandogli altra
scelta, Nicki si appoggiò all'indietro alla stessa colonna che
aveva condiviso prima con Stephen, incrociando le braccia
sul petto come aveva appena fatto Stephen. «Respingendoti,
Sherry è appena diventata un'eroina agli occhi di ogni maschio
presente in questa sala da ballo», osservò Nicki.
Stephen, che era appena giunto alla stessa conclusione,
sentì come sbollire la propria collera nel notare che DuVille
sembrava quasi frustrato quanto lui. «Per domani», proseguì
DuVille, «la mia fidanzata verrà dichiarata all'unanimità
un'originale, una fanciulla dal coraggio ineguagliabile, anzi
una specie di Giovanna d'Arco da ogni lezioso damerino e
da ogni giovane gaudente di Londra. Hai ritardato di settimane
il buon esito del mio corteggiamento.»
«Ho respinto il tuo corteggiamento», ribatté Stephen, con
secca soddisfazione. Accennando con il capo alle debuttanti
e alle loro madri allineate dall'altra parte della sala, continuò:
«Tuttavia, sentiti libero di prodigare le tue attenzioni a
una qualunque di quelle impazienti giovani piene di speranze.
Sono sicuro che potresti chiedere in moglie a una qualsiasi
di loro, e sposarti con la benedizione della loro famiglia
e una licenza speciale, entro domani».
Celando il proprio divertimento dietro a una maschera di
garbata imperturbabilità, Nicki disse, stuzzicandolo: «Devo
dedurre che hai avuto un ripensamento, e che non desideri
più sottrarti al tuo impegno con la signorina Lancaster?»
«Non vedi l'ora di sfidarmi a duello in qualche piacevole
e isolata valletta?» chiese pungente Stephen.
«Non particolarmente, anche se questa idea potrebbe cominciare
ad allettarmi», disse DuVille, scostandosi dalla colonna
e avviandosi verso la sala da gioco.
Sherry si rese conto del cambiamento della sua posizione
fra le rappresentanti del suo stesso sesso, come pure della
ragione di esso, non appena entrò nell'affollata toilette. La
conversazione si interruppe all'istante, e le vennero rivolti
dei sorrisi curiosi, ma nessuna le parlò finché una ragazza
dall'ossatura robusta con un sorriso amichevole disse schiettamente:
«E stato molto divertente vedervi rivolgere un affronto
così inaudito al conte, signorina Lancaster. Sono sicura
che non ha mai ricevuto un rifiuto simile».
«Tuttavia, sono assolutamente certa che ne abbia dozzine
in arrivo», disse Sherry, cercando di apparire del tutto impassibile,
mentre invece si sentiva adirata e imbarazzata.
«Centinaia», dichiarò allegramente la ragazza. «Oh, ma è
talmente attraente e virile, non siete d'accordo?»
«No», mentì Sherry. «Preferisco gli uomini biondi.»
«Ho sentito che di recente avete perso la memoria, a causa
di un incidente», le disse una delle ragazze, con un misto
di simpatia e di curiosità.
Sherry rispose con il sorriso elusivo che la signorina
Charity le aveva assicurato l'avrebbe fatta sembrare più misteriosa
che stordita, e con il commento che le aveva suggerito
Whitney: «E' un fatto del tutto temporaneo». Poiché sembrava
che la ragazza si aspettasse qualcos'altro, improvvisò
in tono frivolo: «Nel frattempo, è molto piacevole sentirmi
come se non avessi una preoccupazione al mondo».
Quando Sherry tornò nella sala da ballo, era venuta, a conoscenza
di ulteriori informazioni su Stephen Westmoreland,
e detestava ogni minimo particolare delle notizie appena
apprese, oltre alle conclusioni che aveva tratto da esse. Le
sue relazioni amorose erano numerose, e la sua lussuria era
evidentemente approvata dal bel mondo che sembrava essere
infatuato di lui; e tutti, assolutamente tutti, apparentemente
pensavano che un'offerta di matrimonio da parte sua fosse
seconda per importanza solo alla corona d'Inghilterra! Cosa
inoltre peggiore, benché temporaneamente fidanzato con lei
manteneva un'amante, e neppure una qualsiasi, ma un membro
del mondo dissoluto alla moda che era, a quel che si diceva,
bella da mozzare il fiato.
Sentendosi insignificante, sgomenta e oltraggiata, Sherry
tornò nella sala da ballo e prese un gusto furioso nell'usare
per la prima volta la sua abilità nel civettare. Sorrise allegramente
ai giovanotti che erano ancora raggruppati intorno a
un'agitata signorina Charity ad aspettare il suo ritorno, e nelle
due ore successive, promise di tenere in serbo almeno due
dozzine di balli per quei giovanotti che erano invitati al ballo
dei Rutherford più tardi, quella sera. Tuttavia, il suo fidanzato
non sembrava notare o badare ai suoi trionfi galanti, ma rimase
semplicemente a osservarla dal bordo della pista da
ballo con espressione noncurante e amabilmente distaccata.
In effetti, sembrava così profondamente indifferente, che
Sherry non provò alcun rimorso quando alla fine si avvicinò
a lei, dichiarando che era ora di andare dai Rutherford. E in
effetti Stephen non sembrava seccato con lei mentre aspettavano
in compagnia di Nicholas DuVille e della signorina
Charity l'arrivo delle loro carrozze. Sorrise addirittura gentilmente
quando Charity Thomton commentò in tono entusiasta:
«Sherry ha riscosso un tale successo, Langford! Non
vedo l'ora di riferire a vostra madre e a vostra cognata, questa
sera, come tutto sia andato in maniera eccellente!»
Nicholas DuVille era andato a prenderle con un lucente
landò alla moda con il tettuccio abbassato, ma la lussuosa
carrozza da città del conte di Langford fece spalancare gli
occhi a Sherry mentre si fermava silenziosa davanti a loro.
Tirata da sei focosi identici cavalli grigi con i finimenti d'argento,
aveva l'abitacolo laccato di un nero luccicante, con lo
stemma del conte inciso sul pannello della porta.
Sherry provò un brivido di sgradevole presentimento,
quanto bastò a farla esitare prima di entrare non appena si
rese conto che Stephen intendeva condurla da sola con lui al
ballo dei Rutherford. «Preferisco andare con la signorina
Charity e monsieur DuVille», disse con fermezza, già voltandosi
verso la loro carrozza.
Con suo sbigottito orrore, la mano di Stephen si strinse sul
suo guanto come una morsa, spingendola verso la porta aperta
della sua carrozza. «Salite!» le disse con una voce terribile,
«prima di dare ancora più spettacolo di quanto non abbiate
già fatto questa sera.»
Realizzando tardivamente che sotto quell'apparenza tranquilla
di cortese mondanità, Stephen Westmoreland era furioso,
Sherry lanciò uno sguardo ansioso verso la signorina
Charity e Nicholas DuVille, che si stavano già allontanando.
Diversi altri gruppi di persone uscite da Almack stavano
aspettando le loro vetture, e piuttosto di fare una scenata inutile,
salì sulla carrozza.
Stephen montò dietro di lei e diede un brusco ordine al
palafreniere, che stava alzando il predellino. «Portaci per la
strada più lunga, attraverso il parco.»
Seduta di fronte a lui, Sherry inconsciamente si strinse
contro i lussuosi cuscini imbottiti di velluto argento, e aspettò
in preoccupato silenzio quella che sarebbe certamente stata
un'esplosione d'ira. Stephen stava fissando fuori dal finestrino,
la mascella serrata, e Sherry desiderò che arrivasse al
dunque, ma quando infine il suo sguardo glaciale si posò su
di lei e le parlò con una voce bassa e furibonda, sperò che
tornasse il silenzio di prima. «Se mai», disse pungente, «mi
metterete di nuovo in imbarazzo, vi rovescerò sulle mie ginocchia
davanti a tutti, e vi darò la battuta che meritate. E
chiaro?» disse brusco.
Lei deglutì e la sua voce tremò. «E' chiaro.»
Sherry pensava che con ciò fosse finita, ma lui sembrava
avere appena cominciato. «Che cosa speravate di fare, comportandovi
come una civetta maleducata con ogni stupido
che si avvicinava a voi per chiedervi di ballare?» le domandò
a voce bassa e minacciosa. «Lasciandomi in mezzo alla
pista da ballo? Aggrappandovi al braccio di DuVille, pendendo
dalle sue labbra?»
Il rimprovero per il suo comportamento sulla pista da ballo
era meritato, ma il resto della sua tirata sul «suo» comportamento
con l'altro sesso era così ingiusto, così ipocrita, che
Sherry prese fuoco. «Che cosa vi aspettavate, se non un comportamento
sciocco da una donna che è stata abbastanza
'stupida' da fidanzarsi con uno come voi?» rispose a bruciapelo,
ed ebbe la soddisfazione di vedere lo stupore incrinare
per un momento la sua maschera di furia. «Questa sera ho
sentito tutte le voci più disgustose su di voi, sulle vostre
conquiste, sulla vostra chérie amie, e sulle vostre avventure
amorose con donne sposate! Come osate farmi la paternale
sul decoro, quando "voi" siete il più grande libertino di tutta
l'Inghilterra?»
Era talmente frastornata dalla propria furiosa umiliazione
per i pettegolezzi che aveva udito quella sera, che non badò
al muscolo che cominciava a pulsare sulla sua mascella
stretta con forza. «Non c'è da meravigliarsi che abbiate dovuto
venire in America per trovare una moglie», lo schernì
furiosa. «Sono sorpresa che la vostra immorale reputazione
non vi abbia raggiunto anche lì, voi... voi, orribile libertino!
Avete avuto l'impudenza di fidanzarvi con me, quando tutti
da Almack si aspettavano che proponeste di sposarvi a...
Monica Fitzwaring, e a una mezza dozzina di altre donne.
Non sarei sorpresa di scoprire che avete fatto a loro esattamente
ciò che avete fatto a me: fidanzarvi "in segreto" e poi
dirgli di trovarsi qualcun altro! Ebbene», concluse con una
nota di trionfo ansimante e furibondo, «io non mi considero
più fidanzata con voi. Mi sentite, milord? D'ora in poi, potrò
civettare con chiunque mi piaccia, e non ci saranno riflessi
sul vostro nome, così non avrete nulla da dire al riguardo. E'
chiaro "questo"?» finì, scimmiottando la sua stessa frase, poi
attese con irato trionfo di vedere la sua reazione, ma lui non
disse una parola.
Con sua totale incredulità, Stephen inarcò le sopracciglia
e la fissò con occhi azzurri enigmatici e un'espressione impassibile
per diversi interminabili e sgradevoli minuti, poi si
chinò in avanti e le tese una mano.
Completamente snervata, Sherry si tirò indietro di scatto,
pensando che intendesse colpirla, poi si rese conto delle sue
pacifiche intenzioni: una stretta di mano per suggellare la fine
del loro fidanzamento, realizzò. Conscia in maniera umiliante
che lui non aveva per nulla protestato contro quella
rottura, ma pur sempre orgogliosa, Sherry si costrinse a guardarlo
dritto negli occhi e a porgergli a sua volta la propria
mano.
Le sue lunghe dita si piegarono gentilmente intorno a
quelle di lei, poi, bruscamente, le strinsero in una morsa dolorosa
strappandola dal suo sedile. Sherry emise un grido
soffocato mentre atterrava in maniera scomposta sul sedile
accanto a lui, le spalle contro la porta, e gli occhi scintillanti
di lui a pochi millimetri appena dai suoi. «Sono profondamente
tentato di sollevarvi le gonne e di farvi entrare a suon
di sculacciate un po' di giudizio», disse con una voce spaventosamente
quieta chinandosi su di lei. «Quindi prestatemi bene
attenzione, e risparmiate a entrambi questa penosa necessità:
la mia "fidanzata"», sottolineò, «si comporta con l'appropriata
dignità, e mia "moglie"», proseguì con gelida arroganza,
«non screditerebbe mai il mio o il proprio nome.»
«Chiunque sarà», disse Sherry ansimante, celando il suo
terrore dietro al disprezzo, mentre si contorceva inutilmente
sotto il suo peso, «ha la mia più profonda solidarietà! Io...»
«Monella senza ritegno!» disse lui su tutte le furie, e la
bocca si avventò a impadronirsi della sua in un bacio spietato
che doveva punirla e sottometterla, mentre con la mano le afferrava
la nuca impedendole di sfuggirgli. Sherry si dibatté
con furiosa determinazione, e alla fine riuscì a girare la testa
di lato. «Non fatelo!» gridò, detestando il terrore e la supplica
nella sua voce. «Vi prego, no... vi prego!»
Anche Stephen li sentì, e sollevò il capo senza allentare la
presa, ma quando scrutò il volto pallido e sconvolto realizzando
di avere la mano sul suo seno, rimase stupito dalla
propria inaudita perdita di calma e di controllo. Gli occhi di
Sherry erano spalancati per il terrore, e il suo cuore batteva
all'impazzata sotto la sua mano. Aveva avuto solo l'intenzione
di ammansirla, di piegarla alla sua volontà e di costringerla
a cedere alla ragione, ma non aveva mai inteso umiliarla o
terrorizzarla. Non avrebbe mai fatto niente, per spezzare quel
suo spirito così sorprendente. Anche in quel momento, mentre
era inchiodata sotto di lui e completamente alla sua mercé,
c'erano ancora tracce di furiosa ribellione in quegli occhi
grigi dalle lunghe ciglia e in quel mento volitivo, una sfida
coraggiosa che aveva acquistato forza nei pochi istanti in cui
lui era rimasto immobile.
Mentre osservava i riccioli fiammeggianti che le coprivano
la guancia, Stephen decise che era splendida anche in quel
momento. Impertinente, orgogliosa, dolce, coraggiosa, intelligente.
...lei era tutto questo.
E sarebbe stata sua.
Dal momento in cui lei aveva posato la mano nella sua e si
era addormentata, un legame era nato fra loro, e niente di ciò
che aveva detto o fatto lo aveva convinto che volesse spezzarlo,
o che non lo desiderasse intensamente quanto lui desiderava
lei. Stava solo reagendo in maniera eccessiva a una
bufera di pettegolezzi sentiti sul suo conto, ignorando che raramente
questi corrispondevano alla realtà, se non in minima
parte.
Tutto ciò gli attraversò veloce la mente nello spazio di pochi
secondi, ma furono sufficienti perché la sua fidanzata intuisse
che la sua collera era sotto controllo, dando al suo tono
di voce la giusta combinazione di implorazione e di fermezza.
«Fatemi rialzare», disse lei, con calma. Stephen aggiunse
«acutamente percettiva» alle sue molte altre desiderabili caratteristiche
di buona moglie, ma scosse il capo. Tenendo lo
sguardo fisso su quello di Sherry, parlò in tono quieto ma implacabile.
«Temo che dovremo raggiungere un accordo, prima
che scendiate da questa carrozza.»
«Quale accordo c'è da raggiungere?» proruppe lei.
«Questo», disse Stephen, intrecciando una mano nei suoi
capelli. Sherry inspirò rapidamente, tentando di girare il
capo di lato. Quando non riuscì a sfuggire alla sua stretta, si
preparò a un altro attacco punitivo, ma invano. Lui le sfiorò
la bocca con una dolcezza squisita che la immobilizzò per lo
sbalordimento, e cominciò ad assaltare le sue difese erette
con cura. La baciò a lungo, lentamente, come se avesse tutto
il tempo del mondo per esplorare e assaporare ogni contorno
della sua bocca, e Sherry sentì il cuore cominciarle a batterle
per la paura, mentre la sua resistenza nei suoi confronti cominciava
a vacillare. L'uomo che stava baciando era improvvisamente
diventato il fidanzato premuroso, che aveva
dormito su di una poltrona accanto al suo letto, quando lei
era malata, il fidanzato che l'aveva stuzzicata fino a farla ridere,
e che l'aveva baciata fino a stordirla. Solo che ora
c'era una sottile differenza che lo rendeva ancora più micidiale:
la sua bocca esigente era tanto insistente da toglierle il
fiato, e c'era un che di possessivo nella maniera in cui la
stringeva e la baciava. Qualunque fosse la differenza, il suo
cuore traditore lo trovava assolutamente irresistibile. Con le
forti braccia di lui che l'abbracciavano, con la bocca che
sfiorava lievemente la sua, e il pollice che l'accarezzava lentamente
sulla nuca, anche il lieve ondeggiamento della carrozza
divenne piacevole. Invece di costringerla, Stephen sollevò
la bocca dalla sua e cambiò tattica, sfiorandola con un
bacio ardente lungo la curva della guancia fino alla tempia e
all'angolo dell'occhio. La sua mano si strinse sulla nuca di
Sherry, imprigionandola, o piuttosto sorreggendola, mentre
con la lingua le sfiorava il bordo dell'orecchio e poi cominciava
lentamente a esplorarne ogni curva, mentre lei si sentiva
attraversata da guizzanti brividi di desiderio. Quando lui
sentì che la vittoria era a portata di mano, rifece il cammino
inverso con la bocca sulla sua guancia, e quando le sue labbra
indagatrici e invitanti sfiorarono delicatamente l'angolo
di quelle di Sherry, lei crollò sconfitta. Con un brivido di
resa, girò il capo a ricevere pienamente il suo bacio.
Stephen sentì la mano di Sherry scivolargli sul petto, la
sentì stringersi maggiormente a lui, e reclamò la sua vittoria,
saccheggiando la sua bocca con la propria, stuzzicandola e
tormentandola, e suscitando una risposta istintiva. Quel fuoco
dentro di lei che prima aveva alimentato la sua tempestosa
ribellione, ora ardeva irruento e vivace di passione, e
Stephen si trovò avvinto a lei in un bacio appassionato e sensuale,
e sul punto di perdere rapidamente il controllo. Le affondò
le dita fra i folti capelli, e il filo ornamentale che li
tratteneva si sciolse, riversando una pioggia di perle e una
cascata di riccioli rossi sulle sue mani e sulle braccia. La baciò
finché furono entrambi storditi, mentre la sua mano le
carezzava il seno. Poi Stephen costrinse la sua mano a fermarsi
ricordò a se stesso che si trovavano su una carrozza
lungo la strada per andare a un ballo... ma il seno turgido di
lei gli riempiva il palmo della mano, e le abbassò il corpetto
dell'abito quanto bastava per poterlo ammirare. Lei venne
presa dal panico quando si rese conto di ciò che aveva fatto,
mentre le sue dita gli afferravano il polso per allontanarlo,
ma con un profondo sospiro di gioia lui la ignorò, e abbassò
il capo verso il suo seno...

                  CAPITOLO 33.

SPOSSATA dall'impeto delle proprie emozioni, Sherry fece scivolare
la mano dalle spalle al petto di Stephen, e sentì il battito
accelerato del suo cuore, a conferma dell'effetto dirompente
dei loro baci. Quella consapevolezza, combinata alla
carezza gentile della mano lungo la sua schiena, servì quasi
ad allontanare la sensazione di sconfitta. C'era qualcosa di
diverso in lui quella sera, qualcosa di indefinibilmente più
tenero. E allo stesso tempo di più autoritario. Sherry non capiva
la ragione di quel cambiamento, ma era certa di avere
scoperto il motivo di qualcos'altro. Appoggiando la fronte
sul suo petto, disse a voce alta: «Ciò che abbiamo appena
fatto... è il vero motivo per cui ho preso in considerazione
di sposarti, non è così?»
Sembrava così abbattuta, così sconfitta dalla sorprendente
passione che li aveva sopraffatti, che Stephen sorrise contro
i suoi capelli. «E' la ragione per cui mi "sposerai"», la corresse,
in tono perentorio.
«Non siamo per nulla compatibili.»
«Davvero?» sussurrò lui, curvando la mano intorno alla
vita sottile di Sherry per avvicinarla di più a sé.
«No, non lo siamo. Ci sono moltissime cose di te che non
approvo.»
Stephen soffocò la sua risata. «Potrai prendertela comoda
a enumerare tutti i miei difetti, sabato.»
«Perché sabato?»
«Se hai intenzione di diventare una moglie bisbetica, dovrai
aspettare fin dopo le nozze.»
Sentì il suo corpo tendersi ancora prima che alzasse lentamente
il capo a fissarlo. Aveva gli occhi languidi, sognanti,
ma il suo rifiuto conteneva di nuovo una traccia di fermezza.
«Non posso sposarti sabato.»
«Allora, domenica», acconsentì Stephen con magnanimità,
credendo erroneamente che la sua obiezione riguardo al
giorno si basasse sulla preoccupazione tipicamente femminile
a proposito del corredo da sposa più adatto.
«No, neppure allora», lo avvertì Sherry, ma la disperazione
nella sua voce ne rivelò la scarsa convinzione. «Voglio
riacquistare la memoria, prima di compiere un passo così irrevocabile.»
Lo scopo di Stephen era esattamente l'opposto. «Temo
che non potremo aspettare così a lungo.»
«Perché mai?»
«Permettimi di dimostrartelo», disse lui, impadronendosi
delle sue labbra in un rapido, intenso ed esigente bacio. Una
volta staccatosi da lei, la guardò in viso inarcando un sopracciglio,
e invitandola a esprimere la sua opinione su quella
specie di «dimostrazione».
«D'accordo», ammise Sherry, e Stephen soffocò uno scroscio
di risa al suo tono e alla sua espressione, «però non è
una ragione sufficiente per precipitarsi in una cerimonia affrettata.»
«Domenica», ripeté lui, in tono deciso.
Sherry scosse il capo, mostrandogli un barlume di una
sorprendente forza di volontà, anche se si accorgeva che stava
cominciando a vacillare.
«Non sono ancora soggetta ai tuoi desideri, milord, quindi
ti suggerisco di non usare quel genere di tono con me. E
molto dispotico, e sembrerebbe farmi arrabbiare. Insisto per
avere una scelta... Che cosa stai facendo?» proruppe, quando
lui fece scivolare la mano nel suo corpetto prendendole il
seno nella coppa e accarezzandole il capezzolo, costringendolo
a trasformarsi in un duro bocciolo.
«Ti sto dando una scelta», disse Stephen. «Puoi ammettere
di desiderarmi, e acconsentire a lasciare che faccia di te
una donna onorata, domenica, oppure puoi negarlo...»
Lasciò la frase in sospeso in maniera da allarmarla. «E se
dovessi negarlo .» obiettò lei dolcemente.
«Allora andremo a casa, invece che al ballo dei Rutherford,
e continuerò là ciò che è rimasto incompiuto qualche
minuto fa, finché te lo proverò, oppure tu lo ammetterai. In
entrambi i casi, il risultato sarà un matrimonio, domenica.»
Dietro al suo tono apparentemente gentile, c'era una ferrea
determinazione, una sicurezza arrogante di poter riuscire,
se lo voleva, in qualunque cosa avesse deciso di fare, che
la fece sentire ancora più inerme e sconcertata. «Ieri non eri
per nulla ansioso di sposarmi, o anche solo di onorare il nostro
fidanzamento», gli fece notare. «Che cosa ha causato
questo un ripensamento?»
Tuo padre è morto, e non ti resta nessuno al mondo al di
fuori di me, pensò Stephen, ma sapeva che c'era un'altra ragione
di gran lunga più convincente, anche se non del tutto
vera: «Ieri, non sapevo fino in fondo quanto profondamente
ti desiderassi e viceversa.»
«Sì, ma prima, questa sera, ero assolutamente certa di
'non' volerti affatto. Aspetta, avrei una proposta da farti...»
disse lei, e Stephen sorrise per la maniera in cui il suo viso si
illuminò, anche se sapeva che non avrebbe gradito, né accettato,
alcun cambiamento di programma.
«Potremmo continuare come ora, e se non diventerai sgradevole,
e "se" continueremo a trovare piacevole baciarci, "allora"
potremo sposarci.»
«Una proposta allettante»i mentì educatamente Stephen,
«ma si dà il caso che abbia molto di più in mente che non baciarti,
e sono... ardentemente impaziente... di soddisfare entrambi
su questo punto.»
Ma le parole di Sherry gli provarono che aveva dimenticato
molto più che non semplicemente il proprio nome, e quello
del suo fidanzato. O le cose stavano così, oppure, come a
molte delle sue controparti inglesi allevate da gentildonne,
non le avevano mai detto che cosa sarebbe veramente successo
la sera delle sue nozze. Con le deliziose sopracciglia
color mogano aggrottate sugli occhi grigi indagatori, glielo
confermò. «Non so che cosa tu intenda dire o che cosa tu abbia
esattamente in mente, ma se ti faccio sentire a disagio,
c'è poco da meravigliarsi. Ti sono seduta praticamente in
grembo.»
«Discuteremo tutte le mie intenzioni e i miei motivi più
tardi», le promise lui con voce resa roca dal piacere che gli
procurava lei nel muoversi per scendere dal suo grembo.
«Quando ne discuteremo?» insistette testardamente Sherry,
quando fu seduta di nuovo di fronte a lui.
«Domenica notte.»
Incapace di fare appello alla forza d'animo necessaria per
discutere ulteriormente con lui, o anche solo per sostenere la
sfida del suo sguardo, Sherry scostò la tendina del finestrino
della carrozza e guardò fuori. Due cose la colpirono subito.
La prima, che erano fermi davanti a una casa con dei domestici
in livrea sull'attenti a ogni scalino, che reggevano delle
torce per accogliere la moltitudine di ospiti sontuosamente
vestiti che stavano entrando in un flusso continuo, curiosando
verso la loro carrozza. E cosa peggiore, se il suo riflesso
nel finestrino della carrozza non la ingannava, la sua elaborata
acconciatura era stata irrimediabilmente danneggiata dal
suo tocco impetuoso. «I miei capelli!» mormorò, inorridita,
sollevando le mani e trovando conferma che i riccioli si erano
sciolti e le ricadevano sulle spalle in quello che Stephen
personalmente riteneva un incantevole e naturale disordine.
«Non posso entrare là dentro, in questo stato. La gente penserà...»
Quando la sua voce si perse in un imbarazzato silenzio,
le labbra di Stephen si incresparono in un sorriso.
«Che cosa penserà?» la incitò, studiando le sue guance arrossate
e le sue labbra rosee, sapendo dannatamente bene che
cosa avrebbero giustamente pensato alcuni di loro
«Non importa», disse lei con un brivido, togliendo le forcine
dalla massa lucente e lasciandosela ricadere sulle spalle.
Sherry si passò il pettine fra i capelli, diventando sempre
più conscia del caldo sguardo di Stephen che indugiava sui
suoi movimenti, e sentendosi sempre più imbarazzata. «Ti
prego, smettila di guardarmi in questa maniera», gli disse,
confusa.
«Guardarti, è il mio passatempo preferito dal momento in
cui mi hai chiesto di descriverti il tuo volto», disse lui, in
tono solenne, fissandola negli occhi.
La ruvidità vellutata della sua voce e le sorprendenti parole
che aveva pronunciato, furono più seducenti di quanto avrebbe
potuto essere qualunque bacio. Sherry sentì cominciare
a crollare tutta la sua resistenza al pensiero di sposarlo,
ma l'orgoglio e il suo cuore esigevano che lei significasse di
più per lui, di quanto apparentemente aveva significato fino
ad allora. «Prima di pensare ulteriormente all'ipotetico matrimonio
di domenica», gli disse in tono esitante, «penso di
doverti avvertire che nutro una bizzarra avversione per qualcosa
di cui le donne inglesi sembrano non curarsi affatto. Fino
a qualche ora fa, io stessa non mi rendevo conto dell'entità
di questa mia repulsione.»
Perplesso, Stephen chiese: «Per che cosa provi questa avversione?»
«Per il color lavanda.»
«Capisco.» Stephen era sbalordito dalla sua temerarietà, e
involontariamente impressionato dal suo coraggio.
«Ti prego di valutare attentamente questo fatto, prima di
decidere di proseguire il fidanzamento.»
«Lo farò», rispose lui.
Non aveva accolto la sua richiesta come lei aveva sperato,
ma almeno non era adirato, e l'aveva presa sul serio. Sherry
si disse che doveva accontentarsi di quello, e sollevò le mani
per tentare di ristabilire un po' d'ordine nei suoi capelli arruffati.
Imbarazzata nel sentirsi vittima del suo pigro sguardo
di ammirazione, disse con un sorriso confuso: «Non riuscirò
a farlo, se continuerai a guardarmi».

                  CAPITOLO 34.

Riluttante, Stephen distolse lo sguardo, ma nessun altro degli
astanti, vedendola avanzare lungo la loggia accanto a lui
e scendere gli scalini che portavano nell'affollata sala da
ballo dei Rutherford qualche minuto più tardi, fece altrettanto.
Teneva il capo eretto, aveva le labbra rosee per i suoi
baci, e la sua pelle vellutata sembrava più luminosa che mai.
In contrasto con l'immagine di regalità che offriva nel fantastico
abito color avorio, i capelli sciolti le ricadevano sulle
spalle e lungo la schiena in un mantello fiammeggiante di
onde e riccioli aggraziati.
A Sherry sembrò che impiegassero un'eternità a farsi
strada fra gli ospiti che fermavano continuamente il conte
per parlargli... cosa che non le sarebbe importata affatto se
gran parte delle loro conversazioni non fosse stata disseminata
da scherzose allusioni per lei terribilmente imbarazzanti.
«Ehi, Langford», disse, con una risata, un gentiluomo sulla
loggia, nell'istante in cui il maggiordomo finì di annunciare
i loro nomi. «Ho sentito dire che recentemente hai sviluppato
un debole per le sale da ballo di Almack!»
Il conte gli lanciò un'occhiata di comico orrore, ma le battute
erano appena cominciate.
«Langford, è vero?» lo canzonò un uomo di mezza età,
quando alla fine raggiunsero la sala da ballo. «E' vero che una
ragazzina dai capelli rossi ti ha fatto l'affronto di fingere di
non conoscerti, in mezzo alla sala da ballo?» Stephen inclinò
il capo in maniera significativa verso Sherry, ammettendo
che era vero, e che lei era la «ragazzina dai capelli rossi» che
lo aveva fatto. «Mia cara signorina, è un privilegio conoscervi»,
dichiarò l'uomo, sollevandole una mano per deporvi un
bacio galante. «Fino a questa sera, non pensavo che esistesse
una donna al mondo immune al fascino di questo demonio.»
Il conte sopportò tutto con divertita indulgenza, rifiutandosi
di rispondere alla maggior parte delle loro battute di spirito,
ma Sherry dovette lottare per mantenere anche solo
un'apparenza superficiale di compostezza e conoscenza delle
abitudini del bel mondo. Era inorridita nel constatare quanto
Stephen fosse tenuto attentamente d'occhio, e come si spargessero
rapidamente i pettegolezzi su di lui. Tutti, ma proprio
tutti, sembravano al corrente di ogni mossa che lui aveva
fatto nelle ultime ore, e Sherry ebbe la sconvolgente visione
di persone che sbirciavano nei finestrini della sua carrozza,
le mani curve intorno alle tempie, a spiarli.
Il solo pensiero di ciò che avrebbero visto la fece avvampare
in viso. La signorina Charity lo notò non appena riuscì a
individuarla fra la folla, circondata da Whitney, Clayton e un
gruppo di amici dei Westmoreland. «Mio Dio», esclamò allegramente,
«avete un bel colorito, mia cara. Fragole e panna,
è proprio ciò che mi fate venire in mente, in questo momento.
La corsa in carrozza con il conte deve essere stata assai
salutare. Avevate l'aria piuttosto pallida, quando abbiamo
lasciato Almack.»
Sherry cominciò a sventolarsi energicamente il viso, e
questo prima di notare che diversi membri della cerchia dei
Westmoreland si erano voltati, aspettando di essere presentati,
e avendo sentito tutto. E così pure il suo fidanzato, che
abbassò lo sguardo su di lei, facendosi vicino. «E' stato assai
salutare, tesoro?»
In mezzo al suo imbarazzo, il sorriso di Stephen la fece
ridere. «Vile!» mormorò, scuotendo il capo in segno di ammonimento.
Sfortunatamente, quel movimento attirò l'attenzione di
Charity Thornton su di una cosa che fino a quel momento
non aveva notato. «Avevate i capelli raccolti, quando abbiamo
lasciato Almack!» esclamò in tono preoccupato. «Vi
sono sfuggite le forcine, mia cara? Farò un discorsetto alla
mia cameriera per il suo lavoro scadente, al nostro ritorno,
questa sera stessa!»
Sherry ebbe la sensazione che l'intero gruppo avesse
smesso di parlare preferendo ascoltare quel commento sorprendentemente
rivelatore da parte di una donna il cui compito
era di proteggere la stessa reputazione che stava demolendo.
Lo stesso duca di Claymore rivolse di nascosto a
Sherry un sorriso d'intesa così simile a quello di Stephen che
lei quasi dimenticò di esserne intimidita, e gli sorrise allegramente
in risposta, roteando gli occhi. Clayton scoppiò a ridere
per la sua impertinenza, e la presentò alle due coppie più
vicine a lui: il duca e la duchessa di Hawthorne, e il marchese
e la marchesa di Wakefield. Entrambi quei nobili personaggi
la salutarono con un calore e una cordialità che glieli
rese simpatici all'istante. «Deduco che siate voi l'attrazione
che ha richiamato Stephen da Almack», disse il duca di Hawthorne,
e sua moglie sorrise a Sherry e aggiunse: «Eravamo
tutti molto ansiosi di vedervi. Adesso che l'abbiamo fatto»,
soggiunse, gettando uno sguardo ai Wakefield e includendoli
nella sua lusinghiera valutazione, «c'è poco da stupirsi che
se ne sia andato in fretta e furia dallo Strathmore, quando si è
reso conto che le porte di Almack si stavano per chiudere».
Ignara di tutta quella conversazione, la signorina Charity
si stava concentrando su di una mezza dozzina di giovanotti
provenienti da Almack, che si stavano facendo strada nell'affollata
sala da ballo. E lo stesso, faceva Stephen. «Langford,
se ne vada», disse, voltandosi verso di lui. «Quei giovanotti
si stanno dirigendo verso Sherry, e li farete scappare se avete
intenzione di restare qui così, con quella... quell'espressione
così "poco benevola" sul vostro viso.»
«Si, Stephen», lo stuzzicò Whitney, prendendolo allegramente
sottobraccio, mentre il suo sorriso gli diceva che
Clayton l'aveva già informata dell'imminente matrimonio,
«non potresti cercare di apparire più amabile, dal momento
che alcuni dei più desiderabili scapoli di Londra si accingono
a chiedere a Sherry di ballare?»
«No», disse lui, bruscamente. Poi cercò di allontanare momentaneamente
il problema sfiorando il braccio di Sherry e
facendola voltare per andare incontro ai loro ospiti.
Marcus Rutherford era un uomo alto e imponente, con un
sorriso cordiale un'amabilità tutt'altro che superficiale e
quell'incrollabile sicurezza che derivava da una vita privilegiata
e da un'illustre discendenza che pochi potevano eguagliare.
A Sherry piacque immediatamente, e fu alquanto dispiaciuta
di doversi allontanare a salutare i gentiluomini venuti
da Almack che si erano messi in fila per parlarle e chiederle
di ballare.
«Sembra che tu abbia molta concorrenza, Stephen, e non
c'è da meravigliarsi», commentò Rutherford, mentre Makepeace
trascinava Sherry sulla pista da ballo, con la signorina
Charity che si sventolava delicatamente e sorrideva benevolmente
alla coppia.
«E, per una volta», disse Clayton ridacchiando, osservando
l'espressione soddisfatta di Charity Thornton mentre teneva
d'occhio attentamente la pista da ballo, «l'oggetto delle
tue attenzioni ha una chaperon che "non" sembra affatto
sopraffatta dalla gioia di averti nelle vicinanze.»
Stephen sentì quelle parole, ma nella sua mente stava
prendendo forma un'idea che gli piaceva sempre di più,
un'idea che avrebbe rimediato all'istante qualunque danno
arrecato alla reputazione di Sherry dalla sua stessa chaperon.
«Ho sentito dire che Nicki DuVille la trova molto fuori
dal comune», commentò Rutherford, portandosi il bicchiere
di champagne alle labbra. «Abbastanza da essere addirittura
andato anche lui da Almack», proseguì, le spalle che gli sussultavano
dal ridere. «Tu e DuVille, entrambi da Almack, e
la stessa sera. Due lupi in una sala piena di agnellini. Dov'è
Nicki, a proposito?» disse Rutherford, gettando uno sguardo
pigro in una marea di persone in cerca del francese.
«A curare il suo cuore infranto, spero», rispose Stephen,
mettendo in azione la sua idea.
«DuVille'.» disse Rutherford, ridendo di nuovo. «Questo
è quasi difficile da immaginare quanto la presenza di voi
due da Almack. Perché avrebbe il cuore spezzato?»
Inarcando beffardo le sopracciglia e con un sorriso divertito,
Stephen rispose: «Perché l'oggetto del suo affetto ha
appena acconsentito a sposare un altro».
«Davvero?» disse lui, guardando Makepeace con rinnovato
rispetto, mentre ballava con Sherry. «Non puoi voler dire
Makepeace. Dimmi che tutta quella bellezza non andrà sciupata
con quel giovincello.»
«Non sposerà Makepeace.»
«E allora chi?»
«Me.»
L'espressione del suo volto passò dallo choc al compiacimento
amichevole.
Gesticolando con il bicchiere verso l'intera sala da ballo,
aggiunse: «Prenderesti in considerazione di lasciarmelo annunciare
questa sera? Mi piacerebbe molto vedere le facce
di tutti quando sentiranno la notizia».
«Sì.»
«Eccellente», disse Rutherford.
Sherry era al fianco di Stephen per la prima volta da un'ora,
gustando la piacevole conversazione dei suoi amici, quando
lord Rutherford si staccò bruscamente dal gruppo. Lo vide
farsi strada in mezzo alla folla verso l'orchestra, ma non vi
prestò alcuna attenzione finché la musica non si alzò in un
solenne crescendo, cessando poi completamente e suscitando
la classica aspettativa da parte del pubblico. La conversazione
si interruppe e gli ospiti stupiti si voltarono lentamente,
cercando la causa dello strano avvenimento.
«Signore e signori», disse l'amico di Stephen con voce alta
e forte. «Ho il grandissimo onore di annunciarvi un importante
fidanzamento, questa sera, prima ancora che appaia
ufficialmente sui giornali...» Sherry si guardò intorno, e altrettanto
fecero molti degli ospiti, chiedendosi quale potesse
essere la coppia appena fidanzata, e nella sua curiosità non
rilevò il tenero divertimento nel sorriso di lord Westmoreland
mentre la osservava studiare attenta la folla, cercando
di indovinare. «So che questo particolare fidanzamento riuscirà
di enorme sollievo per molti degli scapoli presenti, che
apprezzeranno il fatto che questo gentiluomo si sia finalmente
tolto di mezzo. Ah, vedo che ho suscitato la vostra
curiosità», disse, con evidente soddisfazione, mentre guardava
le centinaia di facce intorno a lui piene di divertita curiosità.
«In considerazione di ciò, penso che prolungherò la vostra
incertezza ancora un momento e, invece di comunicarvi
i nomi delle parti in causa, chiederò loro di farmi l'onore di
assolvere il primo dovere formale come futuri marito e moglie,
aprendo ufficialmente le danze.» Si allontanò dalla pista
da ballo vuota, accompagnato da un coro di mormorii e
risate, ma nessuno lo stava guardando. Mentre il direttore
d'orchestra segnalava un valzer e la musica cominciava a
riempire la sala, tutti scrutarono la folla, guardandosi anche
l'un l'altro con divertito sospetto. «Che maniera meravigliosa
di annunciare un fidanzamento», confidò Sherry ai suoi
futuri parenti.
«Sono molto contento che tu approvi», disse Stephen, coprendole
la mano con la sua e guidandola lentamente verso i
margini della pista da ballo... così da avere una vista migliore,
immaginò Sherry. Ma quando furono lì, e la musica
aumentò, crescendo vertiginosamente nel suo tempo vivace
si spostò leggermente di fronte a lei, bloccandole la vista.
«Signorina Lancaster», disse con calma, attirando la sua attenzione
su di sé mentre Sherry tentava di guardare alle sue
spalle.
«Sì?» disse lei, sorridendo per l'inspiegabile divertimento
nei suoi occhi.
«Posso avere l'onore del prossimo ballo?»
Non ci fu tempo per avere paura del pubblico, o per mostrare
una qualche reazione, perché il suo braccio stava già
scivolandole intorno alla vita, trascinandola in avanti e facendola
volteggiare in centro alla pista da ballo. Nel momento
in cui la folla realizzò chi apriva le danze, nella stanza
esplosero commenti e applausi che crebbero in un rombo
assordante.
Sopra di loro, i lampadari di cristallo scintillavano e splendevano
illuminati da migliaia di candele, mentre nelle pareti
ricoperte di specchi si rifletteva una coppia che volteggiava
da sola: un uomo alto, dai capelli scuri, che ballava il valzer
con grazia disinvolta, mentre le sue braccia circondavano
con fare possessivo una giovane donna in un abito color avorio.
Sherry vide il loro riflesso negli specchi, avvertì la magia
inebriante e romantica di quel momento, e sollevò lo sguardo
in quello di lui. Da qualche parte nelle profondità di quei teneri
occhi azzurri chini sorridenti su di lei, Sherry vide nascere
un incantesimo... qualcosa di intimo, silenzioso e seducente,
che la fece prigioniera, con la promessa di una gioia
e di un piacere futuri ancora più grande.
Ti amo, pensò Sherry.
Le braccia di Stephen si strinsero intorno alla sua vita,
come se avesse udito il suo pensiero e lo avesse gradito. Solo
allora lei si rese conto di avere pronunciato a voce alta quelle
parole.
Sulla loggia sopra la sala da ballo, la duchessa madre guardò
in basso verso la coppia e sorrise compiaciuta, immaginando
già gli splendidi nipoti che avrebbero avuto. Avrebbe
voluto condividere quel momento con suo marito. Robert avrebbe
approvato Sherry, pensò, e poté quasi sentirlo al suo
fianco. Guardali, amore mio, gli mormorò nel suo cuore. E'
così simile a te, Robert, e lei a volte mi ricorda tanto me
stessa. Alicia poté quasi sentire la mano di Robert scivolarle
intorno alla vita mentre si chinava, e la sua voce divertita
sussurrarle nell'orecchio: in questo caso, mia cara, Stephen
sarà occupatissimo.
Accanto a lei, Hugh Whitticomb stava osservando la stessa
scena e pensava alle sere di molti anni prima in cui la sua
Maggie e Alicia avevano tenuto lui e Robert sulla pista da
ballo fino all'alba. Mentre osservava Sherry e Stephen danzare,
fece un sorrisetto di soddisfazione per come aveva manovrato
la situazione. E' merito mio, Maggie cara, le disse
nel suo cuore. La sua risposta gli danzò nella mente. Sì, è merito
tuo, tesoro. Adesso, chiedi ad Alicia di ballare. Questo è
un momento speciale.
«Alicia», disse Hugh, incerto, «vi andrebbe di ballare?»
Lei gli rivolse un sorriso smagliante, appoggiandogli la
mano sul braccio. «Grazie, Hugh! E' davvero una splendida
idea! Sono passati anni da quando abbiamo ballato insieme
l'ultima volta!»
Ferma a un lato della pista da ballo, la signorina Charity
Thornton batteva la punta del piede al ritmo magico del valzer,
gli occhi azzurri sbiaditi che le brillavano di piacere,
mentre osservava il conte di Langford assolvere il suo primo
compito ufficiale come futuro marito di Sherry. Quando,
alla fine, gli altri ballerini si spostarono sulla pista, Nicholas
DuVille le parlò all'orecchio, e lei si voltò sorpresa. «Signorina
Thornton», le disse con un pigro e candido sorriso, «mi
fareste l'onore di questo ballo?»
Stordita dal piacere di quell'invito, gli sorrise radiosa e
appoggiò la piccola mano sulla sua manica, sentendosi di
nuovo una ragazzina, mentre uno degli uomini più attraenti
della sala la guidava sulla pista. «Povero Makepeace», gli
confidò, senza una traccia di simpatia, «sembra piuttosto
sconvolto, fermo laggiù.»
«Spero che "voi"s non siate sconvolta», disse Nicki, con
sollecitudine, e quando lei sembrò confusa, aggiunse gentilmente:
«Avevo l'impressione che foste a favore del "mio"
corteggiamento».
Lei sembrò turbata mentre Nicki continuava a farla volteggiare,
adattando i passi alla sua statura minuscola. «Nicholas»,
disse lei, «posso confidarvi una cosa?»
«Certamente, se lo desiderate.»
«Sono vecchia, e spesso sonnecchio, e sono orribilmente
smemorata, a volte...»
«Non me n'ero accorto», rispose galante Nicki.
«Ma, mio caro ragazzo», continuò lei, in tono severo. ignorando
la sua smentita, «non sono tanto sciocca da avere
creduto per più di un'ora che voi foste infatuato della nostra
cara Sherry!»
Per poco Nicki non sbagliò il passo. «Voi... non credevate
che lo fossi», disse con prudenza.
«Certamente no. Le cose sono andate a finire esattamente
come avevo programmato che dovessero andare.»
«Come avevate programmato che dovessero andare?» ripeté
un po' stupito Nicki.
«Certamente», disse lei, con una breve scrollata orgogliosa
del capo. «Non amo vantarmi», disse, inclinando il capo
in direzione di Sherry e di Langford, «ma io sono stata l'artefice
di tutto ciò.»
Non essendo sicuro se l'incredibile idea che stava prendendo
forma nella sua mente fosse corretta, Nicki la studiò
attentamente con la coda dell'occhio.
«Come ci siete riuscita, qualunque cosa pensiate di avere
fatto?»
«Una spintarella qui, un colpetto là, mio caro ragazzo.» Le
sue piccole spalle vennero scosse da un'allegra risata. «E' stata
la cosa più "divertente" che abbia visto in trent'anni! Almeno,
'penso' che lo sia stata... Mi mancherà tutta questa
eccitazione. Mi sono sentita così utile, dal momento in cui
Hugh Whitticomb mi ha chiesto di fare da chaperon.»
Alzò gli occhi indagatori per scoprire la ragione del lungo
silenzio di Nicholas, e lo scoprì a fissarla come se non
l'avesse mai vista prima. «Desiderate dire qualcosa, mio caro
ragazzo?»
«Penso di sì.»
«Sì?»
«Vi prego di accettare le mie più umili scuse.»
«Per avermi sottovalutata?»
Nicki annuì, sorridendo, e lei ricambiò il suo sorriso. «Lo
fanno tutti, sapete.»

                  CAPITOLO 35.

«Mi sento un ospite nella mia stessa casa», osservò Stephen
ironicamente, rivolto al suo divertito fratello mentre aspettavano
che le donne li raggiungessero nel salotto, così da poter
uscire tutti insieme per recarsi all'opera. Non era più rimasto
solo con Sherry da quando aveva annunciato il loro fidanzamento
la sera precedente al ballo dei Rutherford, e trovava
davvero assurdo che il fatto di essere fidanzati ufficialmente
dovesse apparentemente segnare la fine anche di ogni più
piccola intimità.
Dietro suggerimento di sua madre, si era trasferito a casa
di Clayton, e lei a casa sua, dove aveva in animo di restare
con Sherry nei tre giorni che precedevano il matrimonio,
«per impedire il sorgere anche del più piccolo motivo di pettegolezzo,
dal momento che Sherry è proprio sotto il naso
della buona società, qui a Londra», così aveva detto.
Quella sera, suo fratello e sua cognata avrebbero fatto loro
da chaperon, accompagnando Sherry all'opera insieme a lui,
mentre sua madre si sarebbe recata ai propri ricevimenti, ma
aveva promesso che sarebbe stata a casa quando fossero
rientrati.
«Potresti sempre far venire Sherry da noi», gli fece notare
Clayton, godendosi la sua frustrazione e la sana impazienza
di restare solo con la propria fidanzata, «così tu potresti restare
qui.»
«Sarebbe una sistemazione assurda quanto questa. Il punto
è che non ho intenzione di valermi del "diritto di prelazione"
su quel dannato matrimonio, e di portarla a letto quando
mancano appena tre giorni...»
Si interruppe al suono di voci femminili sullo scalone, ed
entrambi si alzarono in piedi. Stephen prese il suo cappotto
nero e lo infilò distrattamente avviandosi lentamente in avanti,
poi quasi si scontrò con suo fratello che si era fermato
a guardare le due donne che si affrettavano insieme nell'atrio
ridendo. «Guarda, Stephen», disse in tono sommesso, ma lui
lo stava già facendo, e sapeva ciò che intendeva dire Clayton
ancora prima che aggiungesse: «Sono davvero uno splendido
ritratto!»
La loro risata fece sorridere entrambi gli uomini, mentre
osservavano la duchessa di Claymore e la futura contessa di
Langford che provavano l'una il mantello e il cappuccio dell'altra
di fronte allo specchio. Colfax e Hodgkin stavano in
piedi con le mani strette dietro la schiena, fissando dritto davanti
a loro, cercando di ignorare il giocoso atteggiamento
da ragazzine. Hodgkin non era bravo quanto Colfax a nascondere
i propri pensieri, e il suo sguardo continuava a scivolare
su Sherry, mentre un sorriso gli increspava le guance.
Quando erano arrivati, Whitney indossava un abito blu, e
Sherry aveva detto di avere intenzione di indossare un abito
color verde brillante anche se, aveva aggiunto con dolcezza
guardando l'enorme zaffiro che Stephen le aveva dato quel
pomeriggio, come anello di fidanzamento, «il blu zaffiro è il
mio colore preferito».
Evidentemente, avevano cambiato idea e abbigliamento,
perché Whitney adesso indossava l'abito verde di Sherry, e
Sherry quello blu scuro di Whitney.
Mentre i due uomini si avviavano verso l'uscita, precedendole,
sentirono Whitney predire allegramente: «Clayton
non noterà lo scambio, te lo dico io».
«E io dubito che lord Westmoreland abbia prestato la minima
attenzione al mio commento su quale abito sarebbe
stato meglio con il mio anello», disse Sherry, ridendo. «Era
occupato a...» Soffocò la parola «baciarmi», e Stephen trattenne
una risata.
«Dobbiamo farlo?» chiese a suo fratello.
«A tutti i costi», convenne Clayton, e senza dire altro
Stephen si avvicinò alle spalle di Whitney, mentre Clayton
offriva il braccio a Sherry, suscitando una risata sonora da
parte sua mentre lui diceva scherzando a bassa voce: «Prima,
ti ho detto quanto sei incantevole con il verde, amore mio?»
Whitney si stava infilando i guanti quando delle mani maschili
le sfiorarono le spalle, e la voce di Stephen le mormorò
teneramente all'orecchio, accanto al cappuccio: «Sherry».
Sotto le sue mani le spalle di Whitney vennero scosse da una
risata, mentre lei cercava di tenere nascosto il viso. «Mi sono
accordato con mio fratello perché ci lasci soli per un po',
quando torneremo dall'opera, in maniera da poter rimanere
tranquilli. Lui distrarrà Whitney...» Lei si girò di scatto, e
aveva già cominciato la sua indignata rampogna, prima di
vedere il suo sorriso furbesco. «Stephen Westmoreland, se
'osi' anche solo...»
Fuori dal numero quattordici di Upper Brook Street le
carrozze sfilavano in parata con pompa solenne, le loro lanterne
che ardevano e guizzavano come una processione di
lucciole dorate. Quando la vettura che apparteneva al duca e
alla duchessa di Dranby passò accanto alla casa, Sua Grazia
guardò con ammirazione la splendida facciata palladiana, e
sospirò: «Dranby, chi troveremo da far sposare a Juliette,
adesso che Stephen Westmoreland è ormai accaparrato? Dove
troveremo qualcuno all'altezza del suo gusto e della sua
eleganza, della sua raffinatezza e...» Si interruppe quando la
porta d'ingresso si aprì, e ne uscirono quattro persone ridenti,
fra cui il conte che scese di corsa la scalinata d'ingresso
all'inseguimento della sua nuova fidanzata. «Sherry», esclamò,
«sapevo che non eri tu!» Senza voltarsi, la ragazza americana
gridò una risposta, ridendo, e dirigendosi verso la carrozza
del duca di Claymore, che era ferma dietro a quella
del conte. Il duca e la duchessa si spinsero più vicini al finestrino
della loro carrozza, a fissare con incredulità il conte di
Langford che afferrava la sua neofidanzata per la vita mentre
lei saliva sulla carrozza del duca, la prendeva risolutamente
fra le braccia, e la depositava con fermezza nella propria
carrozza.
«Dranby», disse la duchessa, «abbiamo appena assistito al
più delizioso pettegolezzo dell'anno! Aspetta quando dirò a
tutti ciò che abbiamo visto!»
«Se vuoi il mio parere, non mi prenderei questo disturbo»,
disse il duca, appoggiandosi all'indietro sul sedile.
«Perché non dovrei?»
«Nessuno ti crederà.»

                   CAPITOLO 36.

TENENDO in mano il Post del mattino, Thomas Morrison entrò
lentamente nella sua accogliente sala da pranzo, e guardò
colei che da poco era diventata sua moglie giocherellare con
la propria colazione, fissando fuori della finestra la rumorosa
strada londinese. «Charise, che cosa ti sta turbando in
questi ultimi giorni?»
Charise alzò gli occhi sul viso dell'uomo che aveva giudicato
così attraente sulla nave, e poi sulla minuscola sala da
pranzo della sua minuscola casa, ed era così furiosa con lui e
con se stessa che non si degnò di rispondere. Durante il viaggio
lui le era sembrato così elegante e romantico nella sua
uniforme, e le aveva parlato in maniera talmente galante da
conquistarla subito, ma ogni gioia era scomparsa non appena
lei aveva pronunciato le sue promesse di matrimonio. Poi,
lui aveva voluto che facessero quella cosa disgustosa a letto,
e quando lei gli aveva detto che la detestava, si era mostrato
contrariato con lei per la prima volta. Quando gli fece capire
di non avere nessuna intenzione di sopportare lui, o quella
cosa, la loro breve luna di miele nel Devon era stata sufficientemente
piacevole, ma una volta arrivati a Londra, dopo
avere visto la sua casa, era rimasta ammutolita per l'orrore.
Le aveva mentito, L'aveva tratta in inganno facendole credere
di avere una bella casa e una buona rendita, ma per il suo
metro di giudizio, questa rasentava la povertà, e lei adesso lo
disprezzava.
Se avesse sposato Burleton, sarebbe stata una baronessa e
avrebbe fatto acquisti nei favolosi negozi che aveva visto in
Bond Street e a Piccadilly. In quel momento, in quel preciso
istante, avrebbe indossato un magnifico abito increspato da
mattina e si sarebbe trovata in visita da una delle sue nuove
eleganti amiche che vivevano in quelle splendide ville in
Brook Street e Pall Mall. Invece aveva speso tutto il suo denaro
in un unico vestito, e poi era andata a fare una passeggiata
a Green Park, dove le persone di classe si recavano nel
pomeriggio, sentendosi ignorata come se non esistesse! Non
si era resa conto di quanto fosse necessario un titolo nobiliare,
finché non era andata a passeggio nel parco, il giorno prima,
e aveva visto il genere di società molto chiusa ed elitaria
che si ritrovava in quel luogo.
Come se non bastasse, quando il suo odioso marito le aveva
chiesto il costo dell'abito, e lei glielo aveva detto, era
sembrato sul punto di piangere! Invece di essere ammirata e
lodata per il suo ottimo gusto e per la sua incantevole figura,
tutto ciò a cui lui aveva pensato era stato il denaro.
Era lei quella che aveva il diritto di piangere, pensò Charise
furiosa, lanciandogli un'occhiata piena di disprezzo mentre
lui leggeva il giornale. A casa, a Richmond, era stata lei quella
che la gente invidiava e imitava. Ora, non era niente, meno
di niente, e si consumava ogni giorno dall'invidia quando
andava al parco e guardava la buona società passeggiare intorno
a lei, ignorandola.
Il problema con Thomas Morrison era che non si rendeva
affatto conto che lei era una persona speciale. A Richmond
lo sapevano tutti, anche suo padre, ma quel bello zuccone allampanato
che si ritrovava per marito non lo capiva.
All'inizio, aveva dedicato molta più attenzione a quella
Bromleigh che alla stessa Charise, e non c'era da meravigliarsi:
Sheridan Bromleigh non sapeva affatto stare al suo
posto. Leggeva delle storie romantiche su governanti che
sposavano il signore del castello, e quando Charise aveva riso
dietro a quelle ridicolaggini, le aveva detto sfrontatamente
che non pensava che i titoli nobiliari o la ricchezza avessero,
o dovessero avere, importanza fra due persone che si amavano
«veramente».
In effetti, pensò amaramente Charise colpendo una fetta di
prosciutto con il coltello, se non fosse stato per Sheridan
Bromleigh, lei non si sarebbe trovata in quello spiacevole
pasticcio! Non si sarebbe mai sentita costretta a sottrarre
l'attenzione di Morrison alla sua mal retribuita dama di compagnia,
quando loro due sembravano avere simpatia l'uno
per l'altra, non sarebbe mai fuggita con lui per dimostrare a
tutti sulla nave, specialmente alla signorina Bromleigh, che
Charise Lancaster poteva avere qualunque uomo volesse.
Era tutta colpa di quella strega dai capelli rossi che le aveva
messo tutte quelle sciocchezze in testa sull'amore e i matrimoni
da favola, in cui il denaro e i titoli nobiliari non avevano
importanza!
«Charise?»
Non gli parlava più da due giorni, eppure qualcosa nello
strano tono della sua voce la fece reagire e alzare lo sguardo,
e quando vide l'espressione incredula di suo marito quasi gli
domandò che cosa stesse leggendo da farlo sembrare così
sciocco.
«C'era qualcun'altra a bordo della nostra nave, il cui nome
per caso era Charise Lancaster? Voglio dire,non è un
nome eccezionalmente comune,vero?»
Lei lo guardò di traverso, con disprezzo. Che domanda
stupida. Che uomo stupido. Non c'era niente di comune in
lei, incluso il suo nome, unico.
«Secondo questo giornale», disse lui con voce stupefatta,
guardandola, «Charise Lancaster, arrivata a Londra tre settimane
fa a bordo della Morning Star, si è appena fidanzata
con il conte di Langford.»
«Non ti credo!» disse Charise con furioso disprezzo,
strappandogli il giornale di mano così da poter leggere l'annuncio
lei stessa. «Non c'era nessun'altra Charise Lancaster
sulla nave.»
«Leggi tu», disse lui, inutilmente, perché lei gli aveva già
strappato il giornale.
Un attimo dopo, scagliò il giornale sul tavolo, il viso
chiazzato per la furia. «Qualcuna si sta spacciando per me
con il conte di Langford. Qualche intrigante, ignobile, perversa...»
«Dove diavolo stai andando?»
«A fare visita al mio "neofidanzato".»

                  CAPITOLO 37.

CANTICCHIANDO sommessamente fra sé, Sherry tirò fuori l'abito
che avrebbe indossato per il suo matrimonio, che avrebbe
avuto luogo di lì a un'ora, e lo posò di traverso sul letto.
Era ancora troppo presto per cambiare il suo abito da giorno
con quello azzurro più elegante che avrebbe indossato più
tardi, e le lancette dell'orologio sulla mensola del caminetto
sembravano muoversi al rallentatore
Poichè sarebbe stato impossibile fare una cernita dei loro
amici, avevano preso la decisione di limitare gli inviti al matrimonio
ai soli parenti stretti, per evitare di offendere gli
esclusi, assicurando anche un tono più intimo e tranquillo alla
cerimonia, cosa che Sherry preferiva. Inoltre, ciò avrebbe
consentito alla famiglia di aspettare un paio di settimane prima
di annunciare il matrimonio, così che non apparisse troppo
improvviso.
Secondo la duchessa madre, che aveva gentilmente chiesto
a Sherry di chiamarla «mamma», la sera prima, i matrimoni
affrettati inevitabilmente sollevavano una bufera ,di
pettegolezzi e di congetture sul motivo della premura. La signorina
Charity era stata invitata perché nessuno aveva avuto
il coraggio di escluderla, e doveva arrivare da un momento
all'altro. Il dottor Whitticomb era l'unica altra persona
che non facesse parte della famiglia a cui era stato chiesto di
partecipare, ma quella mattina li aveva avvertiti che un suo
paziente aveva urgente bisogno di lui, e che avrebbe fatto un
salto più tardi a bere una coppa di champagne.
Stando al programma, il duca di Claymore avrebbe dovuto
accompagnare lì sua madre e Whitney nel giro di un'ora,
e Stephen sarebbe arrivato mezz'ora più tardi, precisamente
alle undici, quando avrebbe avuto luogo il matrimonio. Il
parroco era evidentemente consapevole dell'importanza del
proprio ruolo in un matrimonio così altolocato, quello del
conte di Langford, perché era arrivato un'ora prima per essere
certo di essere puntuale.
Incapace di restare ferma, Sherry si avvicinò alla toilette e
fissò la collana di diamanti e zaffiri adagiata in un grosso
astuccio foderato di velluto bianco, che Stephen le aveva
mandato quella mattina. Sorridendo, sfiorò la collana, e i tre
giri di diamanti e zaffiri sembrarono scintillare allegramente
in risposta, intonandosi al suo stato d'animo. Il sontuoso
gioiello era più formale di quanto richiedesse il suo abito,
ma Sherry intendeva indossarlo comunque, perché era un
dono di Stephen.
Stephen... Sarebbe stato suo marito, e i suoi pensieri andarono
inevitabilmente ai minuti trascorsi nel salone buio
con lui, dopo l'opera. L'aveva baciata fino a stordirla, il forte
corpo di lui stretto al suo, mentre ondate di nuove, intense
sensazioni l'avevano sommersa a ogni movimento dei suoi
fianchi, a ogni veemente richiesta della sua lingua, a ogni
carezza possessiva e intima delle sue mani sul suo seno.
Quando si era staccato per un momento da lei, il respiro di
Stephen era sembrato stranamente rauco, mentre Sherry si
aggrappava a lui, senza più difese, abbandonandoglisi completamente.
«Basta così. A meno che tu non voglia che la
luna di miele preceda il matrimonio, signorina, dovrai accontentarti
di pochi casti bacetti...» Lei doveva essere sembrata
delusa e Stephen, ridendo sommessamente, si era chinato
su di lei e l'aveva baciata di nuovo.
I pensieri di Sherry vennero interrotti da un colpo alla sua
porta, e lei gridò a chiunque fosse di entrare. «Chiedo scusa,
milady», disse Hodgkin, il volto magro tirato e pallido, come
se stesse soffrendo. «C'è una giovane, esito a usare la parola
'signora', visto il genere di linguaggio che ha usato, donna
dabbasso, che insiste per vedervi.»
Sherry lo guardò nello specchio sopra la toilette. «Chi è?»
L'anziano vice maggiordomo allargò le mani, e queste tremavano
per l'emozione. «Dice di essere voi, signorina.»
«Prego?»
«Dice di essere "lei" la signorina Charise Lancaster.»
«Che...» Il cuore di Sherry cominciò a battere forte per
nessuna ragione apparente, e la sua voce si soffocò sulla parola
«strano».
Con l'aria di chiederle di affermare che l'altra donna era
una mistificatrice o un'imbrogliona, aggiunse: «Lei è... è a
conoscenza di moltissimi fatti che sembrerebbero poter provare
le sue affermazioni. Io... io so che questo è vero,
milady, perché in passato sono stato al servizio del barone
Burleton».
Burleton... Burleton... Burleton. Quel nome risuonò nella
sua mente smuovendo qualcosa.
Sherry appoggiò le mani sulla toilette per sostenersi, facendogli
cenno con il capo di condurre di sopra la donna che
affermava di essere lei, e chiuse gli occhi con forza, concentrandosi.
Burleton... Burleton... Burleton.
Immagini e voci cominciarono ad attraversarle in un baleno
la mente, sempre più in fretta, roteando talmente veloci
che quella successiva appariva prima che l'altra si fosse dileguata.
...Una nave, una cabina, una cameriera impaurita.
E se il barone pensasse che l'abbiamo uccisa, o che le
abbiamo rubato il denaro, o che l'abbiamo venduta, o altre
simili malvagità? Sarebbe la parola del barone contro la
vostra, e voi non siete nessuno, qui la legge sarebbe dalla
sua parte.
...Lumi di torce, stivatori, un uomo alto e triste fermo ai
piedi di una passerella.
Signorina Lancaster, temo che sia accaduto un incidente.
Lord Burleton è rimasto ucciso ieri.
...Dei campi di cotone, praterie, un carro pieno di merci,
una bambina dai capelli rossi...
Mio padre mi chiama .Pel di Carota» a causa dei miei
capelli, ma il mio nome è Sheridan. C'è una rosa che si chiama
Sheridan, e la mamma mi ha messo il suo nome.
...Un cavallo irrequieto, un indiano dal volto arcigno, il
profumo dell'estate.
Gli uomini bianchi non sono bravi come gli indiani nel
dare nomi. Tu, non fiore. Tu fuoco. Fiamme. Vampe brillanti.
...Il fuoco di bivacchi, uno spagnolo attraente con occhi
sorridenti e una chitarra in mano, la musica che vibra nella
notte.
Canta con me, querida.
...Una piccola casa linda, una bambina indignata, una
donna arrabbiata.
Dovresti vergognarti per come hai allevato quella bambina...
Se hai un po' di coscienza, un po' d'amore per lei, la
lascerai qui con me.
...Due uomini solennemente fermi nel cortile, un terzo
sulla porta, il volto teso.
Non fare così, tesoro. Sarò di ritorno prima che fu te ne
renda conto... nel giro di un anno, due al massimo.
...Una bambina sconvolta aggrappata a lui.
No, papà, non farlo! Non lasciarmi qui! Ti prego! Voglio
venire con te, Rafe e Cane che Dorme! Quello è il mio posto,
qualunque cosa lei dica...
...Una donna dal volto arcigno con i capelli grigi, una
bambina da cui ci si aspettava che la chiamasse «zia Cornelia».
Non tentare di sconcertarmi fissandomi con quella espressione,
bambina. Ho perfezionato quella stessa tattica molto
prima di te, e ormai ne sono del tutto immune...
...Un'altra donna, robusta, piacevole, risoluta.
Abbiamo un posto per voi alla nostra scuola. Ho sentito
vostra zia parlare molto bene di voi, signorina Bromleigh.
...Delle voci di bambine. Buongiorno, signorina Bromleig
Signorine in miniatura con calze e nastri bianchi che si
esercitano a fare l'inchino, mentre Sheridan Bromleigh mostra
loro come fare.
I palmi delle sue mani stavano sudando sul ripiano della
toilette, e le ginocchia le si piegavano. Dietro di lei, la porta
si aprì e una ragazza bionda entrò impettita nella stanza, inveendo
furiosa. «Tu, orribile imbrogliona!»
Scossa da quelle visioni, Sherry si costrinse ad aprire gli
occhi, sollevò il capo, e fissò lo specchio sopra la sua toilette.
Incorniciato accanto al suo c'era un altro volto, un volto
familiare. «Oh, mio Dio!» gemette mentre le braccia cominciavano
a tremarle e le gambe a cedere, costringendola a farsi
forza per non cadere sul pavimento. Lentamente, staccò il
palmo delle mani dalla toilette, e ancora più lentamente si
voltò, mentre il terrore prese a martellare dentro di lei, scacciando
la debolezza di prima. Con tutto il corpo che tremava
per il panico, affrontò Charise Lancaster, e avvertì ogni sua
parola adirata come se fosse un colpo al capo: «Tu, perversa,
spregevole, intrigante sgualdrina! Guarda questo posto, e
guardati!» Aveva gli occhi stravolti dall'ira mentre girava
intorno lo sguardo per il lussuoso appartamento verde e oro.
«Hai preso davvero il mio posto.»
«No!» proruppe Sheridan, ma la sua voce era irriconoscibile,
fragile e frenetica. «No, non di proposito. Buon Dio,
non...»
«Ti ci vorrà più di una preghiera per salvarti dalla prigione»,
disse con asprezza la sua antica allieva, il volto trasfigurato
dalla furia. «Hai preso il "mio posto"... Mi hai convinta
a sposare Morrison con tutte le tue chiacchiere sulle
storie d'amore, e poi "hai preso il mio posto". Ti proponevi
davvero di sposare un conte!»
«No, ti prego, ascoltami. E' stato un incidente. Ho perso la
memoria!»
Questo non fece altro che infuriarla di più. «Perso la memoria!»
gridò in tono sprezzante. «Ebbene, sai chi sono
'io' !» Senza un'altra parola, girò sui tacchi. «Tornerò con le
autorità fra pochi minuti, e vedremo che cosa ne penseranno
della tua perdita di memoria, tu ignobile...»
Senza rendersene conto, Sherry si precipitò ad afferrare
per le spalle l'altra ragazza, tentando di farsi ascoltare prima
che fosse troppo tardi, le parole che si accavallavano una sull'altra.
«Charise, ti prego, ascolta. Sono stata colpita al capo,
è stato un incidente, e non sapevo più chi ero. Ti prego,
aspetta, ascoltami solo un momento. Non sai, non capisci che
cosa significherebbe per loro affrontare uno scandalo.»
«Ti farò mettere in prigione prima che faccia notte!» disse
lei su tutte le furie, liberandosi dalle mani di Sheridan. «Rivelerò
a tutti che sciocco è il tuo prezioso conte...»
Davanti agli occhi di Sheridan passarono, nero su bianco,
i titoli che gridavano: «Scandalo», «Prigione». E poi ancora
la voce della cameriera sulla nave: «Questa è l'Inghilterra, e
voi non siete nessuno, quindi la legge sarà dalla sua parte».
«Me ne andrò!» gridò, la voce si alzò in un lamento, e lei
confusa, folle di dolore, cominciò a indietreggiare verso la
porta. «Non tornerò indietro. Non voglio causare guai. Non
chiamare le autorità. Uno scandalo li ucciderebbe. Guardami...
me ne vado.» Sherry si girò, e corse via. Fuggì giù dalle
scale, quasi travolgendo un domestico. Un nodo le salì in
gola al pensiero che Stephen sarebbe entrato in quell'atrio da
Lì a un'ora, pensando di essere sul punto di sposarsi, solo che
avrebbe scoperto che la sua sposa lo aveva abbandonato. Il
cuore che le batteva all'impazzata, si precipitò nella biblioteca,
scarabocchiò un biglietto, e lo tese all'anziano maggiordomo
sconvolto, spalancò la porta, e corse giù dagli scalini,
lungo la strada, sparendo dietro l'angolo.
Continuò a correre finché non ce la fece più, poi si appoggiò
contro la parete di un edificio ad ascoltare una voce del
suo più recente passato... una voce adorata che le spiegava
cose che non erano mai accadute, perché quella donna lui
non l'aveva mai incontrata prima.
L'ultima volta che siamo stati insieme, abbiamo litigato.
Non ho pensato al nostro litigio mente stavate male, ma
quando avete cominciato a riprendervi, L'altra sera, ho scoperto
di pensarci ancora.
Per che cosa abbiamo litigato?
Pensavo che prestaste troppa attenzione a un altro uomo.
Ero geloso.
Sconvolta da un altro pensiero, Sherry fissò senza vederle
le carrozze che passavano mentre vagava senza meta lungo
la strada Ma lui non era stato geloso. Il suo atteggiamento si
era irrigidito dal momento in cui gli aveva chiesto se erano
«molto innamorati».
Perché non erano mai stati innamorati.
La sua mente cominciò a vacillare per la confusione e lo
choc.

                  CAPITOLO 38.

STEPHEN sorrise a Colfax mentre entrava nell'atrio principale,
vestito da cerimonia per il suo matrimonio. «Il parroco è
arrivato?»
«Sì, milord, è nel salone azzurro», disse il maggiordomo,
L'espressione distante nonostante una circostanza così lieta.
«Mio fratello è con lui?»
«No, è nel salotto.»
Al corrente del fatto di essere tenuto a non vedere la sua
sposa prima della cerimonia, Stephen chiese: «E' sicuro, entrare
lì?»
«Assolutamente.»
Stephen si avviò rapido lungo l'atrio principale, entrando
nel salotto. Clayton stava con la schiena rivolta alla stanza, e
fissava il camino vuoto. «Sono in anticipo», disse Stephen.
«La mamma e Whitney sono a pochi minuti dietro di me.
Hai visto Sherry? Le occorre qualche...»
Clayton si voltò lentamente, con un'espressione così addolorata
che Stephen presagì subito una cattiva notizia e si
fermò a metà frase. «Che cosa c'è che non va?» chiese.
«Se n'è andata, Stephen.»
Incapace di reagire, Stephen lo fissò con incredulità.
«Ha lasciato questo dietro di sé», disse Clayton, porgendogli
un foglio di carta da lettere. «Inoltre, c'è qui una giovane
donna che aspetta di vederti. Afferma di essere la vera
Charise Lancaster», aggiunse Clayton, ma diede quest'ultimo
annuncio in tono di rassegnazione, non di scherno.
Stephen aprì la breve e incoerente lettera che era stata evidentemente
scritta in fretta, e ogni parola gli parve incredibile
e sembrò scottargli la mente, imprimendosi nel suo cuore.
Come scoprirai presto dalla vera Charise Lancaster, io
non sono chi pensavi che fossi. né chi pensavo di essere
io. Ti prego di crederlo. Fino al momento in cui Charise
Lancaster è entrata nella mia camera da letto, questa mattina,
non ricordavo nulla di me stessa tranne ciò che mi è
stato detto dopo l'incidente. Ora che so chi sono, e che
cosa sono, ho capito che un matrimonio fra noi sarebbe
probabilmente impossibile. Ho anche capito che, quando
Charise avrà finito di dirti la sua opinione su ciò che intendevo
compiere, questa potrà sembrarti di gran lunga
più credibile delle verità contenute in questo biglietto.
Questo mi ferirebbe assai più di quanto potresti immaginare.
Mi chiedo come potrei continuare a vivere, sapendo
che da qualche parte in questo mondo tu stai vivendo
la tua vita, pensando per sempre che sono stata un'impostora
e una intrigante. Ma tu non crederai questo, so che
non lo farai.
Aveva cancellato l'ultima parola, firmando semplicemente
la lettera:
SHERIDAN BROMLEIGH
«Sheridan Bromleigh.»
Sheridan. Nel momento più doloroso della sua vita, con la
sua lettera in mano e quelle incredibili parole impresse nella
mente, Stephen fissò il suo vero nome, un nome forte, bello.
Unico.
E pensò che quel nome, Sheridan, le si adattava molto meglio
di Charise.
«La donna che ti sta aspettando, dice che sei stato ingannato.
Deliberatamente.»
La mano di Stephen si chiuse sulla lettera, appallottolandola,
e la gettò in direzione del tavolo. «Dov'è?» chiese bruscamente.
«Ti aspetta nel tuo studio.»
Con un'espressione omicida quanto i suoi sentimenti,
Stephen uscì a lunghi passi dalla stanza, deciso a provare
che questa nuova Charise Lancaster era una bugiarda, o una
impostora, o che si sbagliava sul fatto che Sherry lo avesse
deliberatamente ingannato.
Ma l'unico fatto dolorosamente irrefutabile che non poteva
ignorare, o smentire, era che Sheridan era fuggita da lui
piuttosto che affrontarlo e spiegarsi. E questo suggeriva in
maniera insopportabile una certa colpevolezza...

                  CAPITOLO 39.

AVVIANDOSI rapido verso il suo studio, Stephen si disse che
Sherry sarebbe tornata nel giro di un paio d'ore. Era fuggita
perché era sconvolta, isterica. Whitticomb aveva detto che la
sua perdita di memoria era una forma isterica. Forse, l'isteria
accompagnava anche il suo recupero.
Con in mente la visione di Sherry che vagava per le strade
di Londra, sola e confusa, entrò nello studio. Rivolgendo solo
un breve e gelido cenno del capo alla bionda che lo stava
aspettando, si lasciò andare sulla poltrona dietro alla scrivania,
deciso a confutare la sua asserzione che Sherry lo avesse
deliberatamente ingannato. «Sedete», le ordinò, conciso:
«Sentiamo che cosa avete da dire».
Charise avvertì il suo rifiuto a credere a qualunque cosa
avrebbe detto, e mentre recepiva l'idea che quell'uomo attraente
e ricco poteva in qualche maniera essere appartenuto
a Sheridan, la sua furia e la sua determinazione si intensificarono
ancora di più. Spaventata dalla sua freddezza, stava
cercando di decidere come meglio cominciare, quando lui
disse con voce adirata: «Avete rivolto un'accusa infamante
contro qualcuno che non è qui per difendersi. Ora, parlate!»
«Oh, vedo che non volete credermi», proruppe lei allarmata
e furiosa. «Ebbene, neppure io volevo crederci quando
ho letto l'annuncio sul giornale. Lei vi ha ingannato, proprio
come fa con tutti.»
«Soffriva di amnesia... di perdita di memoria!»
«Ebbene, di sicuro l'ha recuperata quando sono apparsa
io. Come ve lo spiegate questo?»
Stephen non poteva, e non voleva, far trapelare la propria
reazione su quel punto, e sul resto di ciò Che stava dicendo.
«E' una bugiarda e un'intrigante ambiziosa, e lo è sempre
stata! Sulla nave, mi ha detto che intendeva sposare qualcuno
come voi, e c'è quasi riuscita, non è vero? Prima, ha tentato
di sottrarmi mio marito con le lusinghe, poi ha messo
gli occhi su di voi!»
«Finché non tornerà, e non potrà rispondervi faccia a faccia,
ignorerò tutto questo, considerandolo la reazione adirata
di una piccola civetta gelosa.»
«Gelosa!» esplose Charise, balzando in piedi. «Come osate
insinuare che sarei gelosa di quella strega dai capelli rossi?
E per vostra informazione, milord, lei è fuggita perché è
stata "smascherata". Non tornerà mai, mi sentite? Ha ammesso
con me di avervi mentito.» Stephen aveva la sensazione
di avere una corda intorno al petto che veniva stretta a
ogni parola che la ragazza diceva. Stava dicendo la verità,
tutto era scritto su quel volto sprezzante: L'odio che provava
per Sheridan Bromleigh, e il disprezzo che aveva per lui.
«Durante il viaggio dall'America, mi ha dissuasa dallo
sposare Burleton, convincendomi invece a fuggire con il signor
Morrison! Ora che ci penso, sono sorpresa che non si
sia fidanzata con il "mio" fidanzato!»
In mezzo alle emozioni che infuriavano dentro di lui,
Stephen si rese conto che la ragazza seduta di fronte con le
lacrime negli occhi e i pugni stretti in preda a una furibonda
frustrazione, aveva due notizie molto brutte in arrivo. Nel
suo attuale stato d'animo, non era più disposto a rimandare
o a fingere. Stufo di tutte quelle bugie e dei propri sforzi disastrosi
per non fornirle ulteriori informazioni, moderò la
voce, e disse in tono piatto: «Burleton è morto».
«Morto?» gemette Charise con autentica disperazione,
mentre la sua segreta speranza che Burleton potesse ancora
prenderla come moglie se fosse riuscita a sbarazzarsi di
Morrison, andava in frantumi. «Come?» mormorò, con voce
soffocata, infilando una mano nella sua borsetta a rete per
prendere un fazzoletto di pizzo, e portandolo agli occhi.
Stephen glielo disse, e rimase a guardare il suo viso crollare.
Neppure ora mentiva, realizzò. Era sconvolta.
«Povero papà. Non sapevo come avrei fatto ad affrontarlo,
dopo che quella Bromleigh mi aveva convinta a fuggire
con il signor Morrison. Ero così spaventata, che non gli ho
ancora neppure scritto. Andrò a casa!» decise Charise, già
inventando una bugia plausibile che persuadesse suo padre a
riprenderla con sé, a pagare un divorzio, o un annullamento,
o qualunque cosa fosse necessaria. «Andrò dritta a casa.»
«Signorina Lancaster», disse Stephen, e gli sembrò così
strano, così ripugnante chiamare quella donna con un nome
che aveva pensato appartenesse a Sherry. «Ho una lettera per
voi, da parte dell'avvocato di vostro padre. Mi è stata mandata
dal padrone di casa di Burleton.» Accantonando per il
momento le proprie preoccupazioni, Stephen aprì il cassetto
della sua scrivania, ne prese la lettera e l'assegno circolare e,
riluttante, glieli porse. «Temo che non siano buone notizie.»
Le mani di Charise si misero a tremare con violenza,
quando lesse il contenuto della lettera e vide l'assegno circolare,
poi lentamente alzò lo sguardo nel suo. «E' tutto il denaro
che ho al mondo?»
La sua situazione finanziaria non era un problema di
Stephen, o una sua preoccupazione, dal momento che lei evidentemente
aveva piantato Burleton e sposato qualcun altro
durante il viaggio verso l'Inghilterra, ma farla tacere era una
cosa che lo riguardava moltissimo. «Senza voler implicare
con questo di credere che Sheridan Bromleigh si sia volutamente
spacciata per voi», disse, in tono secco, «sarei disposto
a offrirvi una somma considerevole per... diciamo, sollevarvi
dalla vostra situazione... in cambio del vostro silenzio
sull'intera faccenda.»
«Quanto considerevole?»
Stephen la detestò in quel momento. Odiava l'idea di comprarla
per impedirle di spargere voci che sarebbero diventate
uno scandalo nazionale, se fosse divenuto di pubblico dominio.
E detestava se stesso per il dubbio che si stava insinuando
dentro di lui sull'intenzione di Sherry di tornare nel giro
di poche ore. La sua lettera non era stata un addio definitivo,
era stata una supplica... una supplica isterica da parte di una
ragazza incantevole ed esausta che temeva che lui non l'avrebbe
ascoltata, che non le avrebbe creduto. Era fuggita dalla
casa per dare tempo alla sua collera di calmarsi, nel caso
avesse creduto a Charise.
Sarebbe tornata, confusa, sconvolta e indignata, sarebbe
tornata ad affrontarlo. Aveva diritto a delle risposte e a delle
spiegazioni da parte sua, sul perché si fosse spacciato per
Burleton. Sarebbe tornata per quello. Aveva abbastanza coraggio
da incontrarlo faccia a faccia. Aveva così tanto maledetto
coraggio.
Continuò a ripeterselo mentre guardava la ragazza andarsene
con l'enorme somma che le aveva pagato, poi si alzò in
piedi e si avvicinò lentamente alla finestra a fissare la strada
sottostante, aspettando che la sua promessa sposa tornasse...
a dargli una spiegazione. Vide Charise Lancaster salire su di
una carrozza a nolo, e poi suo fratello entrò alle sue spalle, e
chiese sommessamente: «Che cosa intendi fare?»
«Aspettare.»
Per una delle poche volte in vita sua, Clayton Westmoreland
si sentiva, e appariva, impotente e incerto. «Vuoi che
mandi a casa il parroco?»
«No», disse Stephen secco. «Aspetteremo.»

                 CAPITOLO 40.

Sollevando una raffinata giacca rosso scuro, L'altezzoso cameriere
personale di DuVille gettò uno sguardo d'approvazione
alla camicia e al cache-col di un bianco splendente,
del suo padrone. «Come ho spesso detto, signore», osservò,
mentre Nicki finiva di abbottonarsi il gilet di velluto rosso
scuro,nessun inglese possiede la vostra abilità con i fazzoletti
da collo.»
Nicki gli gettò uno sguardo divertito. «E come ti ho spesso
risposto, Vermonde, questo è dovuto al fatto che sono più
francese che inglese, e che tu sei prevenuto nei confronti degli
inglesi...» Si interruppe quando il cameriere andò a rispondere
a un imperioso colpo alla porta della sua camera
da letto.
«Sì, che cosa c'è?» chiese Nicki, sorpreso che il suo altezzoso
cameriere avesse ammesso un umile domestico nel
suo dominio privato.
«Devo dirvi che c'è una signorina che desidera vedervi,
milord. E nel salone blu, ed è sconvolta. Dice che la conoscete
come signorina Lancaster. Il maggiordomo ha cercato
di mandarla via, vedendo che era arrivata con una carrozza a
nolo, e che non la conosceva, ma lei è stata molto insistente.
E sta molto male, crediamo, perché...»
La sua voce si perse alla vista dello sguardo feroce sul
volto del suo padrone, mentre si precipitava verso la porta,
urtando nella fretta l'attonito cameriere.
«Sherry?» disse Nicki, allarmandosi ancora di più quando
lei alzò gli occhi a guardarlo con un'espressione tormentata
e stravolta. Delle lacrime rigavano un viso così pallido che i
suoi occhi color argento sembravano scuri, per contrasto.
Stava seduta proprio sul bordo del divano, come se stesse
pensando di fuggire o di cadere. «Che cosa e successo?»
«Mi... è tornata... la memoria», disse Sherry, facendo
sforzi per respirare, come se stesse soffocando. «Sono... sono
un'imbrogliona. Tutti sono degli... degli imbroglioni!
Charise era fidanzata con Burleton. Perché Stephen ha finto?
No, sono io quella che finge...»
«Non cercate di parlare», le ordinò bruscamente Nicki, e
andò verso un vassoio carico di bicchieri e di caraffe. Dopo
avere versato una dose abbondante di brandy in un bicchiere,
gliela portò. «Bevete questo. Tutto», aggiunse, quando
lei ne bevve un sorso, rabbrividì, e cercò di tenderglielo indietro.
«Vi aiuterà a calmarvi molto in fretta», continuò poi,
pensando che fosse sconvolta perché ora sapeva di non essere
mai stata fidanzata con Stephen Westmoreland.
Lei lo guardò come se la sua preoccupazione per lei fosse
una pazzia, poi obbedì come un automa, bevendo il liquore
aspro a sorsi, e tossendo.
«Non tentate di parlare per qualche minuto», disse Nicki,
quando lei aprì la bocca per riprendere a farlo. Sherry obbedì
con aria impotente, sentendo il liquore scenderle bruciando
fino in fondo allo stomaco mentre si fissava le mani intrecciate.
Lo choc di avere recuperato la memoria, di avere
realizzato chi era e chi era stata, di vedere Charise, di ascoltare
le spaventose accuse che le rivolgeva, L'avevano fatta
fuggire dalla casa come una folle dal cuore infranto. Aveva
vagato per quasi un'ora, cercando confusamente di pensare
alla maniera di convincere Stephen che lo amava, che non
gli avrebbe mai mentito, qualunque fosse la verità di cui
Charise lo aveva convinto, quando un'altra rivelazione alla
fine la colpì, facendola vacillare. Stephen Westmoreland non
era mai stato fidanzato con Charise Lancaster. Il nome del
suo fidanzato era stato Burleton! Tutti avevano recitato una
specie di farsa.
Dopo quella, prima rivelazione, ne erano venute altre,
sempre più sconvolgenti sconvolgenti, e si era seduta nel parco, la mente
sconvolta, la testa che le girava vorticosamente. ora voleva
delle risposte da qualcuno che avesse il minimo di ragioni
per mentirle, e il brandy la fece sentire più sicura, in grado
di poter far fronte a qualunque spiegazione avrebbe udito.
«Mando a chiamare Langford», disse Nicki, vedendola
tornare un po' in sé, ma la sua risposta fu così impetuosa
che si rese conto che era ancora prossima all'isteria.
«No! No! Non fatelo!»
Lui si risedette sulla poltrona di fronte a lei, e disse in
tono consolante: «Molto bene. Non mi muoverò da questa
stanza senza il vostro permesso».
«Devo spiegarvi», disse Sherry, costringendosi a sembrare
calma e lucida. Poi cambiò idea, e decise che la maniera migliore
per ottenere delle risposte sincere su quello che sembrava
essere un mondo di falsità, era rivolgere delle domande
prima di dare delle risposte. «No, "voi" dovete spiegarmi»,
si corresse con cura.
Nicki notò che stava misurando le parole, e cominciò a
realizzare che non era andata da lui per un capriccio, per
quanto sconvolta fosse per il fatto di essere stata ingannata.
La sua frase iniziale glielo confermò, e lo intrappolò anche
elegantemente.
«Sono venuta qui perché voi siete l'unico a cui riesca a
pensare che non abbia niente da guadagnare a... continuare
a recitare fino in fondo questo... questo incredibile inganno
che è stato messo in pratica dall'intera famiglia Westmoreland.»
«Non sarebbe meglio discutere tutto questo con il vostro
fidanzato?»
«Il mio fidanzato?» Fece una risata quasi isterica, scuotendo
il capo. «Arthur Burleton era fidanzato con Charise Lancaster.
Non Stephen Westmoreland! Se sentirò un'altra falsità,
io...»
«Prendete dell'altro brandy», la interruppe Nicki, chinandosi
in avanti.
«Non ho bisogno di brandy», gridò Sheridan. «Ho bisogno
di risposte, non riuscite a capirlo, questo?»
Nicki era rimasto sbigottito quando Westmoreland aveva
annunciato il loro fidanzamento, due giorni prima, ma quando
Whitney gli aveva spiegato della morte del padre di Sherry
aveva almeno trovato meno sgradevole l'idea di trascinarla
all'altare in fretta e furia prima che avesse riacquistato la
memoria. Whitticomb aveva ripetutamente avvertito tutti di
non dirle niente che potesse sconvolgerla, ma Nicki era ormai
certo che Sherry avesse bisogno, e volesse la verità, tutta
la verità.
Felice che il dottore non fosse presente a complicare la
sua decisione con un parere contrario, Nicki raccolse il coraggio
per affrontare lo sgradevole compito di rispondere
per le azioni di altre persone, perché Charise Lancaster aveva
fiducia in lui e, a quanto pareva, solo in lui.
Sherry lo vide appoggiarsi all'indietro, come rassegnato a
una difficile rivelazione, ma lo sguardo di Nicki restò fisso
nel suo mentre diceva: «Sarò molto franco, se siete certa di
stare abbastanza bene da sentire la verità».
«Sto abbastanza bene», disse lei con enfasi.
«Da dove volete che cominci?»
«Cominciate» disse lei con una risata cupa, «dall'inizio.
Cominciate a spiegarmi perché Stephen mi ha lasciato credere
fino a ieri di essere lord Burleton. L'ultima cosa che ricordo,
prima di risvegliarmi nella casa del conte con la testa
bendata, è che mi è venuto incontro alla nave, e che mi ha
detto che lord Burleton era morto.»
Nicki notò che era sembrata seria accennando alla morte
di Burleton, ma non sconvolta. Evidentemente, Westmoreland
era stato corretto nella sua ipotesi che Sherry non avesse
conosciuto Burleton abbastanza bene da avere sviluppato
un profondo attaccamento a lui. «Burleton è morto in un incidente
di carrozza la sera prima che arrivasse la vostra nave»,
cominciò con voce gentile, ma schietta.
«Mi ha addolorato apprendere della sua morte», disse lei,
adeguandosi al suo tono, «ma non capisco come il conte sia
rimasto coinvolto in tutto questo.»
«Langford guidava la carrozza», disse Nicki, in tono piano.
La vide trasalire, ma restò sorprendentemente e fortunatamente
calma, così aggiunse: «C'era la nebbia, ed era quasi
l'alba. Burleton era ubriaco, e ha attraversato di colpo la strada
proprio davanti ai cavalli, ma Langford ha incolpato se
stesso per La morte del giovane, e al suo posto, immagino che
avrei potuto pensare esattamente la stessa cosa. Guidava un
tiro di cavalli inesperti, non abituato alla città, e forse, se le
cose fossero state diverse, il barone Burleton sarebbe ancora
vivo. Non lo so. In ogni caso, quando Langford si è informato
qualche ora dopo l'incidente, ha scoperto che la fidanzata
di Burleton doveva arrivare il giorno dopo dall'America, e
che il giovane non aveva una famiglia, né degli amici su cui
potesse contare per venirvi incontro e darvi la notizia, così è
venuto lui stesso alla nave per offrirvi qualunque aiuto desideraste.
Evidentemente, era così assorto nel darvi la notizia,
da non riuscire a notare che una rete carica di casse si stava
dirigendo dritta su di voi, colpendovi al capo.»
Osservandola attentamente, Nicki si chinò in avanti, lasciandole
il tempo di assimilare quelle notizie mentre si versava
del brandy. Sembrava molto calma, pensò con ammirazione,
e continuò: «Langford vi ha portato a casa sua e ha
chiamato il medico di famiglia. Per diversi giorni siete rimasta
priva di conoscenza, e Whitticomb aveva scarsa fiducia
nelle vostre possibilità di ripresa. Quando alla fine siete rinvenuta,
e ha capito che il vostro trauma al capo vi aveva fatto
perdere la memoria, è stato inflessibile sul fatto che nessuno
dovesse dirvi niente che vi causasse qualsiasi forma di
angoscia. Sembravate pensare che Langford fosse il vostro
fidanzato, e così loro, noi, ve lo abbiamo lasciato credere. E'
più o meno tutto ciò che so, oltre al fatto», aggiunse Nicki,
per onestà nei confronti di Stephen Westmoreland, «che
Langford si biasimava per non avervi protetta dal pericolo, e
per avervi comunicato la tremenda notizia in maniera così
maldestra da sconvolgervi rendendovi vulnerabile. So anche
che si è sentito molto colpevole e pieno di rimorsi per avervi
privata del vostro fidanzato.»
Sopraffatta dall'umiliazione, Sherry arrivò all'ovvia conclusione:
«E così si è sentito "obbligato" a procurarmi un altro
fidanzato, offrendosi volontario. E così, vero?»
Nicki esitò, poi annuì. «E' così.»
Sherry girò il capo di lato, lottando disperatamente per
non piangere per la sua stupidità, per la sua dabbenaggine, e
per essersi innamorata di un uomo che non provava altro per
lei che responsabilità. Non c'era da meravigliarsi che non le
avesse mai detto di amarla! Non c'era da meravigliarsi che
avesse voluto che lei trovasse qualcun altro da sposare!
«Stava addirittura per sposarmi, per il senso di colpa e di responsabilità.»
«Non direi che queste siano le sue uniche ragioni adesso»,
disse Nicki, con cautela. «Ho il sospetto che provi qualcosa
per voi.»
«Certo», rispose Sherry, in tono sdegnoso, Sentendosi sempre
più profondamente umiliata. «Si chiama "pietà".»
«Vi riaccompagnerò da Langford.»
«Non posso tornare», gridò lei.
«Signorina Lancaster», cominciò Nicki con una voce brusca
e autoritaria che normalmente zittiva chiunque la sentisse,
ma che fece piegare in due la giovane donna di fronte a
lui in una risata isterica, le braccia avvolte intorno allo stomaco.
«'Non' sono Charise Lancaster!»
Nicki le si avvicinò rapidamente, imprecando contro se
stesso per essersi fatto convincere con l'inganno di stare abbastanza
bene da affrontare qualunque cosa le avrebbe detto.
«'Non' sono Charise Lancaster», ripeté lei, e la sua risata
lasciò bruscamente il posto ai singhiozzi. «Ero la sua dama
di compagnia durante il viaggio.» Le braccia ancora avvolte
intorno allo stomaco, si dondolò avanti e indietro, piangendo.
«Sono una semplice istitutrice, e lui stava per sposarmi.
Che risate si sarebbero fatti i suoi amici al proposito. Era sopraffatto
dalla pietà per una istitutrice che non aveva mai visto
lord Burleton.»
Nicki la fissò completamente sopraffatto dallo choc, ma
le credette. «Buon Dio», mormorò.
«Pensavo di essere Charise Lancaster», gridò lei, le spalle
che cominciavano a essere scosse dai singhiozzi. «Pensavo
di esserlo, lo giuro.»
A Nicki venne in mente in ritardo di prenderla fra le braccia
e di cercare di consolarla in qualche maniera, e lo fece,
ma gli mancarono completamente le parole per accompagnare
il gesto. «Pensavo di esserlo», piangeva lei contro il suo
petto. «Pensavo di esserlo, finché oggi lei non è venuta a casa.
Pensavo di esserlo, lo giuro!»
«Vi credo», disse Nicki, ed era un po' sorpreso nel farlo.
«Non ha voluto andarsene. Doveva dirglielo lei stessa.
Lui... Lui... tutto era pronto per il matrimonio. Un matrimonio
s-segreto. Non ho nessun posto dove andare... non ho
abiti... né denaro.»
Tentando di darle almeno una piccola buona notizia in
mezzo a tutto quel caos, le disse: «Per fortuna, non è vostro
padre che è morto.»
Molto lentamente, Sherry alzò il capo, gli occhi intontiti,
appannati. «Che cosa?»
«Una sera, la scorsa settimana, Langford ha ricevuto una
lettera speditagli dal padrone di casa di Burleton. Era destinata
a Charise Lancaster, scritta dall'avvocato di suo padre,
e la informava che suo padre era morto due settimane dopo
la partenza della figlia per l'Inghilterra.»
Sherry trasse un respiro tremante, affrontando quella notizia,
e disse desolata: «Era un uomo severo, ma non insensibile.
Ha viziato Charise in maniera spaventosa...» Sherry venne
colpita da un'altra straziante possibilità, e fu assalita da un
forte senso di nausea. «La settimana scorsa... Era la stessa
sera in cui sono andata da Almack e al ballo dei Rutherford?»
«Così mi è stato detto.»
Sherry chinò il capo per l'ulteriore umiliazione e nuove
lacrime le inondarono le guance. «Non c'è da meravigliarsi
che sia passato così bruscamente dal desiderio che trovassi
un altro fidanzato alla decisione di sposarci subito... Vorrei
essere morta...» mormorò, con voce rotta.
«Smettetela di parlare così», disse Nicki stupidamente.
«Potete restare qui, questa notte. Domani, verrò con voi da
Langford, e gli spiegheremo la faccenda.»
«Gliel'ho spiegato con una lettera! Non posso tornare indietro.
Non voglio, vi avverto, e se lo manderete a chiamare,
impazzirò. So che impazzirò. Non potrò mai più tornare indietro.»
Sembrava che lo pensasse davvero, e Nicki non poteva
biasimarla.
Sherry non era sicura per quanto tempo avesse pianto fra
le sue braccia, o quando avesse smesso, ma quando il silenzio
si prolungò, finalmente subentrò un piacevole torpore.
«Non posso restare qui», mormorò Sherry, la voce rauca per
la tempesta di emozioni.
«Come avete detto, non avete nessun altro posto dove andare.»
Lei si liberò con una spinta dal suo abbraccio consolante,
e si tirò su a sedere, poi si alzò in piedi, barcollando leggermente.
«Non avrei dovuto venire qui. Non mi stupirei se ci
fossero già delle accuse a mio carico.»
Il pensiero che Langford avesse potuto giungere a questo,
riempì Nicki di una rabbia quasi incontenibile, ma non poteva
negare quella possibilità, o i suoi impensabili sviluppi.
«Qui, siete al sicuro, almeno per questa notte. Domani mattina,
discuteremo come potrò esservi d'aiuto.»
La sensazione di sollievo che la pervase quando capì che
DuVille si stava davvero offrendo di aiutarla fece vacillare
l'autocontrollo di Sherry. «Io... io dovrò trovare un qualche
impiego. Non ho referenze. Non posso restare a Londra.
Non...»
«Discuteremo domani mattina di questo, chérie. Ora, voglio
che vi sdraiate. Vi farò mandare la cena di sopra.»
«Nessuno che conosca lui, o la sua famiglia, prenderà in
considerazione la possibilità di assumermi, e lui... tutti a
Londra sembrano conoscerlo.»
«Domani mattina», disse Nicki con fermezza.
Troppo stanca per protestare, Sherry annuì. Si era avviata
su per le scale con un domestico, quando qualcosa la colpì, e
si voltò.
«Monsieur DuVille?»
«Vi ho dato il permesso di chiamarmi Nicki, mademoiselle»,
cercò di canzonarla lui.
«Le dame di compagnia non si rivolgono ai loro superiori
chiamandoli per nome.»
Sembrava stremata, e così Nicki non la contraddisse, e le
lasciò porre la domanda.
«Non direte a nessuno di loro dove sono... promettetemi
che non lo farete!»
Nicki esitò, passò in rassegna le alternative e le relative
conseguenze, e alla fine disse: «Vi do la mia parola». Rimase
a guardarla salire le scale, sconfitta e umiliata. Non era mai
sembrata un'umile domestica, come apparve in quel momento,
e questo gli fece odiare Westmoreland. Eppure, lui si era
comportato onorevolmente fino a quel giorno. Più che onorevolmente,
decise riluttante Nicki.

                  CAPITOLO 41.

«C'è altro che posso fare, milord, prima di ritirarmi?»
Stephen sollevò lo sguardo dal bicchiere di liquore che teneva
in mano, e fissò l'anziano aiuto maggiordomo che stava
all'ingresso della sua camera da letto. «No», disse bruscamente.
Aveva fatto aspettare la sua famiglia e il parroco fino a tre
ore prima, nella stupida convinzione che Sheridan Bromleigh
sarebbe tornata ad affrontarlo. Se fosse stata innocente,
se avesse davvero perso la memoria, non solo avrebbe voluto
spiegare l'accaduto e discolparsi, ma gli avrebbe chiesto
il motivo del loro finto fidanzamento. Poiché non sembrava
avere bisogno di quelle spiegazioni, L'unica ipotesi plausibile
era che lei avesse «sempre» saputo la verità.
A quel punto, era inevitabile affrontare la realtà, e non
c'era abbastanza liquore al mondo per spegnere la rabbia
che cominciava a bruciargli dentro come un inferno. Sheridan
Bromleigh, evidentemente, non aveva mai perso la memoria.
Quando aveva ripreso conoscenza dopo l'incidente sul
molo, aveva semplicemente fatto ricorso a una tattica brillante
per condurre per qualche tempo una vita migliore, e` lui
le aveva facilitato il piano e l'aveva reso mille volte più allettante
offrendosi di sposarla.
Con tutta la sua esperienza, e tutta la sua presunta accortezza,
pensò Stephen, mentre la sua collera continuava a crescere,
si era lasciato ingannare come uno sciocco dalla più
antica tattica femminile del mondo, la fanciulla indifesa in
pericolo! Per ben due volte! La prima con Emily, la seconda
con Sheridan Bromleigh.
Con il suo talento, Sheridan avrebbe dovuto calcare le scene.
Durante tutte le loro conversazioni, aveva commesso un
errore solo una volta, che lui riuscisse a ricordare. Le stava
dicendo che doveva avere una chaperon, se fosse rimasta a
casa sua, e lei aveva riso. «Non mi serve una dama di compagnia,
io sono una...» Il suo unico errore, ma, ripensandoci,
una prova schiacciante.
Si era sentita a suo agio con i domestici perché era una di
loro, o qualcosa di simile.
«Gesù, che piccola opportunista astuta e brillante è stata»,
pensò Stephen a voce alta, digrignando i denti. Probabilmente
aveva sperato di riuscire a persuaderlo a offrirle la
sua protezione, e a sistemarla in una casa di sua proprietà, e
invece lui le aveva offerto il suo nome!
Buttò giù il resto del liquore come se potesse spazzare via
il disgusto che provava per se stesso, poi si alzò in piedi e si
diresse nello spogliatoio.
Nonostante le sue iniziali proteste sulla carrozza quando
avevano lasciato Almack, quella strega dai capelli rossi aveva
acconsentito a sposarlo in meno di un'ora, facendo sembrare
che fosse stato "lui" a convincerla.
Si tolse la camicia con uno strattone e la gettò per terra.
Gli venne in mente che erano gli abiti che avrebbe voluto indossare
al suo matrimonio e, spogliandosi, lasciò cadere
ogni capo di vestiario in un mucchio che andava crescendo.
Damson entrò proprio mentre stava indossando un accappatoio,
e sbigottito si chinò a raccoglierli dal pavimento.
«Bruciali!» disse con asprezza. «Portali via da qui e vai a
letto. Domani mattina, fai portare via tutto ciò che si è lasciata
dietro.»
Era in piedi accanto al camino, con ciò che restava della
bottiglia di liquore nel suo bicchiere, quando udì bussare di
nuovo alla porta. «Che cosa diavolo c'è adesso?» domandò,
quando il maggiordomo di Burleton mise piede dentro alla
stanza, con l'aria sofferente come se fosse sotto tortura.
«Io... non voglio intromettermi in una situazione che non
è affare mio, milord, ma non... non mi sentirei... non mi
sentirei neppure corretto se dovessi nascondere delle informazioni
che... potreste voler conoscere.»
Stephen fece tutto il possibile per trattenere il suo disgusto
verso l'anziano domestico, che in quel momento gli ricordava
Sheridan Bromleigh. «Hai intenzione di dirmele, o
di restare lì tutta la notte?» chiese in tono aspro.
Il vecchio sembrò curvarsi sotto il suo tono tagliente. «Il
dottor Whitticomb mi aveva detto in privato che dovevo tenere
d'occhio la signorina Lan... la signorina.»
«E allora?» chiese Stephen digrignando furioso i denti.
«E così, quando oggi se n'è andata in quello stato, mi sono
sentito obbligato a mandare un domestico a tenerla d'occhio.
Lei... lei è andata a casa di monsieur DuVille, milord. E' lì
che si trova...» La sua voce si perse alla vista dell'espressione
omicida sul volto del conte al sentire quella notizia, e si ritirò
rapido dalla stanza, con un inchino.
DuVille! Era andata da DuVille. «Piccola strega», disse a
voce alta.
Non prese in considerazione di andarla a cercare. Ormai,
per lui era morta, e non gli importava dove andasse, o quale
letto occupasse. Aveva un istinto di sopravvivenza talmente
raffinato che sarebbe atterrata in piedi ovunque cadesse. Con
un sorriso maligno, si chiese quale fandonia avesse detto a
DuVille, quel giorno, per convincerlo a lasciarla restare sotto
il suo tetto. Qualunque fosse, DuVille aveva un istinto di sopravvivenza
ugualmente notevole, e non si era mai lasciato
inebetire da lei, come aveva fatto Stephen.
Senza dubbio, DuVille l'avrebbe sistemata in una bella
casetta da qualche parte, se lei glielo avesse chiesto con grazia
e lo avesse soddisfatto a letto.
Quella strega dai capelli rossi era una cortigiana nata, se
mai ve n'era stata una.
In piedi accanto alla finestra di un appartamento per gli
ospiti in casa di Nicholas DuVille, Sherry fissava la notte, la
fronte appoggiata sul vetro freddo, gli occhi che le dolevano
per le lacrime che non riusciva a permettersi di versare. Nelle
sei ore da quando era salita lì su insistenza di Nicholas, la
mente le si era schiarita, e con quella lucidità era riuscita a
realizzare ciò che aveva quasi avuto, e aveva perduto, e non
sapeva come avrebbe fatto a sopportarlo.
Voltandosi, si diresse verso il letto e si sdraiò, troppo
stanca per respingere i ricordi. Chiuse gli occhi desiderando
intensamente di addormentarsi, ma tutto ciò che vide fu il pigro
sorriso di Stephen e la dolcezza con cui l'aveva guardata
al ballo dei Rutherford. Signorina Lancaster... posso avere
L'onore del prossimo ballo ? Deglutendo convulsamente, chiuse
gli occhi con più forza, ma nella sua mente lo sentiva baciarla
come aveva fatto sulla carrozza. Di certo, pensò con
struggimento, non stava fingendo il piacere di baciarla. Sicuramente,
quella non era stata una commedia. Aveva bisogno
di credere, doveva credere, che almeno quello era stato vero.
I ricordi di quella volta e di tutte le altre in cui l'aveva baciata,
erano solo suoi e li avrebbe conservati per sempre.
Non appartenevano a Charise Lancaster. Appartenevano a
lei. Si girò a pancia in giù, e si addormentò per sognare delle
forti braccia che la stringevano con passione, e dei baci esigenti
che le toglievano il fiato... Dormì, sognando cose che
non avrebbe mai più conosciuto nella realtà.
Avvolta in una veste da camera, Whitney era ferma nella
nursery, gli occhi abbassati a fissare il volto da cherubino di
suo figlio mentre dormiva. Alzò lo sguardo quando la porta
si aprì, lasciando entrare uno spicchio di luce, e scorse suo
marito, la faccia più cupa di quanto non gli vedesse da anni.
«Non riuscivo a dormire», gli mormorò, chinandosi a sistemare
la coperta leggera sulle spalle di Noel. Aveva già il
mento squadrato e i capelli scuri di suo padre.
Dietro di lei, Clayton fece scivolare le braccia intorno alla
sua vita, offrendole silenziosamente conforto. «Ti ho ringraziata
di recente per mio figlio?» le sussurrò vicino all'orecchio,
guardando con un sorriso il bambino di tre anni.
«Non da ieri notte a quest'ora», disse lei, piegando il viso
in su verso il suo, e tentando di sorridere.
Lui non venne ingannato dal suo sorriso, più di quanto
non lo fosse lei dal fatto che lui evitasse con cura di discutere
del matrimonio mancato di quel giorno. «Mi sento così male»,
gli confidò.
«Lo so», disse lui, in tono sommesso.
«Non dimenticherò mai l'espressione sul volto di Stephen
mentre con il passare delle ore capiva che Sherry non sarebbe
tornata.»
«Neppure io», disse Clayton, secco.
«Ha trattenuto lì il parroco fin dopo le dieci. Come può
avergli fatto una cosa del genere? Come ha "potuto"?»
«Nessuno di noi la conosceva veramente.»
«Stephen era pazzo di lei. Potevo vederlo ogni volta che
la guardava, e quando tentava di non farlo.»
«L'ho notato», disse lui, in tono asciutto. «Andiamo a dormire,
tesoro», proseguì, chinandosi a scompigliare leggermente
i capelli di suo figlio. «Stephen è un uomo adulto»,
disse, guidandola con fermezza verso la loro camera da letto.
«La dimenticherà, perché vuole dimenticarla.»
«Ti sei dimenticato così facilmente di me quando ci siamo...»
esitò trattenendosi con cura dal fare qualsiasi accenno
all'orribile sera che aveva quasi distrutto ogni possibilità
di un matrimonio fra loro, «Quando ci siamo... allontanati?»
«No.»
Quando furono entrambi a letto, e Whitney si fu raggomitolata
fra le sue braccia, Clayton aggiunse: «Tuttavia, ti conoscevo
da più tempo di quanto Stephen conoscesse Ch...
Sheridan Bromleigh».
«Non credo che Stephen supererà questa prova così facilmente
come pensi. Potrebbe avere qualunque donna desideri,
eppure in tutto questo tempo, lei è stata l'unica che abbia
mai voluto, a eccezione di Emily, e guarda com'è diventato
cinico dopo quell'episodio!»
«Stephen non deve fare altro che un cenno con un dito, e
decine di donne desiderabili si metteranno in fila per consolarlo.
E questa volta lui le lascerà fare, perché il suo orgoglio
e il suo cuore hanno ricevuto entrambi una batosta ben più
grave dell'ultima volta», predisse Clayton cupamente. «Nel
frattempo, si ubriacherà, e resterà in quello stato per un po
di tempo.»
Whitney sollevò il viso verso il suo. «E' quello che hai fatto
tu?»
«E' quello che ho fatto io», confermò Clayton.
«Com'è tipicamente maschile», disse lei, con aria compassata.
Clayton soffocò una risata al suo tono, e sollevò la morbida
bocca di Whitney alla sua. «Ti senti tanto superiore?» le
chiese, un sopracciglio inarcato ironicamente.
«Molto», rispose lei, con aria compiaciuta.
«In questo caso», disse lui, girandosi sulla schiena e trascinandola
con sé, «immagino che sarà meglio che ti lasci
stare sopra.»
Qualche tempo dopo, assonnato e appagato, Clayton la sistemò
più comodamente al suo fianco, e chiuse gli occhi
«CLayton?»
Qualcosa nella sua voce lo indusse a sforzarsi ad aprire
circospetto gli occhi.
«Non so se l'hai notato, ma Charity Thornton era in lacrime
oggi, quando Sheridan Bromleigh non è tornata.» Quando
lui non rispose, ma continuò a osservarla, Whitney chiese:
«Lo hai notato?»
«Sì», disse lui, in tono prudente. «Perché me lo chiedi?»
«Ebbene, lei mi ha detto nella maniera più... più straziante...
di essersi sentita veramente utile per la prima volta da
decenni, perché c'era bisogno di lei per fare da chaperon. E
ha detto di sentirsi una vecchia fallita e inutile per non avere
trovato un altro marito per la signorina Bromleigh, oltre a
Stephen.»
«L'ho sentita, e anche Stephen», disse Clayton, il disagio
e il sospetto che gli vibravano nella voce. «Tuttavia, credo
che le sue esatte parole siano state che era addolorata di non
essere riuscita a trovare un altro uomo così sfortunato e ingenuo
da venire ingannato e abbandonato dalla signorina
Bromleigh, al posto del suo caro Langford.»
«Ebbene, è quasi la stessa cosa...»
«Solo se consideri l'idiozia quasi alla stregua del buon
senso. Perché», chiese, anche se con molta riserva di voler
sentire la risposta, «stiamo facendo questa discussione, in
questo momento?»
«Perché io... io l'ho invitata a stare con noi per un po'.»
A Whitney sembrò che Clayton avesse smesso di respirare.
«Ho pensato che avrebbe potuto aiutare a badare a Noel.»
«Avrebbe più senso chiedere a Noel di badare a lei.»
Whitney trattenne un sorriso nervoso. «Sei arrabbiato?»
«No. Provo... soggezione.»
«Per che cosa?»
«Per il tuo tempismo. Un'ora prima di esaurire ogni altra
velleità facendo l'amore, avrei potuto reagire più violentemente
al fatto di averla in casa mia di quanto possa fare
ora... quando sono troppo debole persino per tenere gli occhi
aperti.»
«Immaginavo che sarebbe stato così», ammise lei con aria
colpevole, dopo avere deliberatamente lasciato che il silenzio
si prolungasse.
«Immaginavo che tu l'immaginassi.»
Sembrava quasi che la disapprovasse, e Whitney si morse
le labbra, sollevando guardinga lo sguardo sul suo viso, e
osservando attentamente la sua espressione imperscrutabile
e i suoi lineamenti uno a uno. «Hai trovato ciò che cercavi,
amore mio?» le chiese lui dolcemente.
«Stavo forse cercando... perdono», suggerì Whitney, e i
suoi occhi che brillavano furono la rovina di Clayton, che
tentò invano di mantenere il viso serio. «Un atteggiamento di
virile benevolenza verso la propria moglie esausta? Una certa
nobiltà di spirito che si manifesta sotto forma di tolleranza
verso gli altri? Forse, un certo senso dell'umorismo?»
«Ancora qualcosa?» disse Clayton, mentre un sorriso involontario
gli increspava le labbra. «Tutte queste qualità in
un pover'uomo assillato da una moglie che ha appena invitato
il più vecchio cervello di gallina vivente a stare a casa
sua?»
Lei si morse le labbra per trattenersi dal ridere, e annuì.
«In questo caso», annunciò Clayton, chiudendo gli occhi
con un sorriso sulle labbra, «puoi considerarti fortunata di
avere sposato un simile uomo modello.»

                 CAPITOLO 42.

«Sono venuto a chiederti un favore», annunciò Stephen senza
preamboli due settimane più tardi, entrando nel soggiorno
della casa di suo fratello, dove Whitney stava assistendo alL'installazione
di tendaggi giallo sole.
Sorpresa dal suo arrivo improvviso e dal suo tono secco,
Whitney lasciò le cucitrici da sole, e andò con Stephen nel
salotto. Nelle tre settimane trascorse dal fallito matrimonio,
lo aveva visto a diversi ricevimenti, ma solo di sera e sempre
con una donna diversa al suo braccio. Correva voce che
fosse anche stato visto a teatro con Helene Devernay. Alla
luce rivelatrice del giorno, a Whitney risultava evidente che
il tempo non stava mitigando il suo dolore. Il suo volto sembrava
duro e freddo come il granito, il suo atteggiamento anche
verso di lei era distante e asciutto, e aveva delle rughe
profonde di stanchezza incise intorno agli occhi e alla bocca.
Sembrava che non fosse andato a dormire da una settimana,
e che non avesse mai smesso di bere da quando era sveglio.
«Farei qualsiasi cosa tu mi chiedessi, lo sai questo», disse
Whitney dolcemente, il cuore pieno di compassione per lui.
«Puoi trovare un posto per un uomo anziano, un aiuto
maggiordomo? Voglio levarmelo di torno.»
«Naturalmente», disse lei, e poi dopo un momento aggiunse:
«Potresti dirmi il perché?»
«Era il maggiordomo di Burleton, e non voglio mai più
vedere qualcuno o qualcosa che mi ricordi lei.»
Clayton alzò gli occhi dai documenti che stava studiando
quando Whitney entrò nel suo studio, il viso sconvolto. Lo
spavento lo fece balzare rapido in piedi, e girare intorno alla
sua scrivania. «Che cosa c'è che non va?»
«Tuo fratello è appena stato qui», disse lei con voce soffocata.
«Ha un aspetto spaventoso, e si esprime in maniera
orribile. Non vuole addirittura avere intorno il domestico di
Burleton, Hodgkin, perché quell'uomo gli ricorda lei. Non è
stato soltanto il suo orgoglio a soffrire, quando lei se n'è andata.
Lui l'amava», disse con veemenza, gli occhi verdi che
luccicavano di lacrime di frustrazione. «Io sapevo che l'amava!»
«E' finita», disse Clayton, in tono di quieta definitività.
«Lei se n'è andata, ed è finita. Stephen tornerà in sé.»
«Non di questo passo!»
«Ha una donna diversa al braccio ogni sera», le disse lui.
«Posso assicurarti con certezza che è ben lontano dal diventare
un recluso.»
«Si è allontanato anche da me», obiettò lei. «Posso "sentirlo",
e ti dirò qualcos'altro. Più ci penso, più mi convinco
che Sheridan Bromleigh non stava fingendo niente, inclusi i
suoi sentimenti per Stephen.»
«Era un'intrigante ambiziosa, e dotata. Ci vorrebbe un
miracolo per convincermi del contrario», affermò Clayton,
in tono secco, tornando dietro alla scrivania.
Hodgkin fissò il suo padrone in sconvolto silenzio. «Devo...
devo considerarmi licenziato, milord? E' per qualcosa
che ho fatto, o che non ho fatto, o...»
«Ho preso accordi perché tu lavori in casa di mio fratello.
Questo è tutto.»
«Ma sono stato negligente in qualcuno dei miei doveri,
oppure...»
«No!» quasi urlò Stephen, voltandosi. «Non ha niente a
che vedere con la tua condotta.» In genere, non interferiva
mai con le assunzioni o i licenziamenti, o i problemi con il
personale di casa, e avrebbe dovuto lasciare quel compito
sgradevole al suo segretario, realizzò.
Le spalle dell'anziano aiuto maggiordomo si incurvarono.
Stephen rimase a guardarlo andarsene strascicando i piedi,
muovendosi come un uomo improvvisamente invecchiato di
dieci anni.

                  CAPITOLO 43.

ERA un errore seguire Stephen, anche a quella distanza di sicurezza,
e Sherry lo sapeva, ma sembrava che non riuscisse a
trattenersi. Lui le aveva detto che andava all'opera quasi tutti
i giovedì, e lei voleva, doveva, vederlo ancora una volta prima
di lasciare l'Inghilterra. Aveva scritto a sua zia tre settimane
prima, il giorno dopo il fallito matrimonio, spiegandole
tutto l'accaduto, e chiedendo a Cornelia di mandarle del
denaro sufficiente per il viaggio di ritorno. Nel frattempo,
Sherry aveva ottenuto un posto come istitutrice presso una
famiglia numerosa, senza i mezzi per assumere una donna
più referenziata, o il buon senso di verificare la lettera di raccomandazione
che Nicholas DuVille le aveva dato, con il
nome di Charity Thornton incluso nell'elenco come referenza
secondaria, una cosa di cui Sherry sospettava che l'anziana
donna non sapesse nulla.
L'affollata platea del Covent Garden era occupata da gente
turbolenta e irrequieta che pestava i piedi di Sherry e le
urtava di continuo le spalle, ma lei se ne accorgeva appena. I
suoi occhi erano fissi sul palco vuoto, il settimo dal proscenio,
e continuò a fissarlo finché i fiori e le stelle dorate antistanti
al palco non cominciarono a diventare indistinti e a
confondersi. Il tempo passava e il chiasso dentro al teatro
crebbe in un boato assordante. All'improvviso le tende in
fondo al settimo palco si aprirono, e Sherry si irrigidì, colta
dal panico, perché finalmente stava per vederlo... e poi venne
sopraffatta dalla disperazione perché non lo vide per nulla
nel gruppo di persone.
Doveva avere sbagliato, pensò agitata, e cominciò a ricontare
ogni palco, scrutandone i volti aristocratici dei vari occupanti.
Sherry li contò e li ricontò, poi si guardò le mani sul
grembo, stringendole con forza per farle smettere di tremare.
Non sarebbe venuto quella sera. Aveva ceduto il suo palco
ad altre persone. Sarebbe passata un'altra settimana prima
che lei potesse tornare, sempre che risparmiasse abbastanza
denaro per comperare un altro biglietto.
Dall'orchestra si levò uno squillo, il sipario color cremisi
si spalancò, e Sherry contò mentalmente i minuti, ignorando
la musica che un tempo aveva amato, alzando gli occhi in
maniera ossessiva verso i due sedili vuoti nel palco, desiderando
vederlo lì, e pregando che ci fosse quando avrebbe
guardato di nuovo.
Stephen arrivò tra il primo e il secondo atto, senza che lei
se ne accorgesse: un oscuro fantasma che emergeva dalle
nebbie dei suoi ricordi e si materializzava in quella spaventosa
realtà, facendole battere furiosamente il cuore. I suoi
occhi si aggrapparono al volto duro e attraente di Stephen,
imprimendosi nella mente i lineamenti, adorandolo, mentre
cacciava indietro le lacrime che le annebbiavano la vista.
Non l'aveva amata, ricordò a se stessa, torturandosi con la
vista di lui. Per Stephen lei era stata solo una responsabilità
che lui, erroneamente, aveva voluto assumersi. Sapeva tutto
quello, ma niente le impediva di guardare le sue labbra cesellate,
e di ripensare alla dolcezza con cui avevano sfiorato
le sue, o di fissare il suo profilo severo e di ricordare come il
suo placido sorriso smagliante potesse trasformargli tutto il
viso.
Sheridan non era l'unica donna la cui attenzione non fosse
del tutto concentrata sulla rappresentazione. Al lato opposto
del teatro, nel palco del duca di Claymore, Victoria Fielding,
marchesa di Wakefield, stava fissando attentamente gli occupanti
della platea, cercando la giovane donna che aveva intravisto
poco prima mentre entrava nel teatro. «'So' che la
donna che ho visto era Charise Lanc... voglio dire Sheridan
Bromleigh», sussurrò a Whitney. «Era nella fila di persone
che entravano in platea. Aspetta... eccola!» esclamò a bassa
voce. «Porta un cappellino blu scuro.»
Ignare degli sguardi incuriositi dei rispettivi mariti, che erano
seduti dietro di loro, le due amiche scrutarono attentamente
la donna in questione, le loro spalle così vicine che i
capelli color biondo rame di Victoria quasi sfioravano le lucenti
ciocche scure di Whitney.
«Se non portasse quel cappellino, la riconosceremmo in
un attimo dal colore dei suoi capelli!»
Whitney non aveva bisogno di vedere il colore dei suoi
capelli. Nella mezz'ora successiva, la donna in questione
non guardò mai da nessun'altra parte all'infuori del palco di
Stephen, e questa era una conferma sufficiente. «Non ha
smesso un attimo di guardarlo», disse Victoria, la voce piena
della stessa confusione, e della stessa pena che Whitney
provava per l'improvvisa scomparsa, e per il comportamento,
della fidanzata di Stephen. «Pensi che sapesse che lui sarebbe
stato qui, questa sera?»
Whitney annuì, desiderando che la giovane donna guardasse
nella sua direzione solo per un attimo, invece che in
quella opposta.
«Sa che Stephen viene qui la sera del giovedì, e che ha
quel palco. E' stata qui con lui pochi giorni prima di... svanire
nel nulla.» Svanire, era il minimo che Whitney potesse
dire in quel momento, e fu per questo che usò quella parola.
Victoria e Jason Fielding, che erano anche amici di Stephen,
erano due delle pochissime persone dell'alta società a essere
al corrente di gran parte della storia, perché erano stati invitati
a partecipare al trattenimento intimo che avrebbe dovuto
avere luogo dopo la cerimonia segreta.
«Pensi che abbia intenzione di incontrarlo "accidentalmente"
per qualche ragione?»
«Non lo so», rispose Whitney in un sussurro.
Alle loro spalle, i due uomini stavano osservando con perplessità
le rispettive mogli che mostravano di ignorare una
rappresentazione davvero eccellente.
«Di che cosa si tratta?» mormorò Clayton a Jason Fielding,
accennando con il capo alle due donne.
«Probabilmente qualche signora starà indossando l'abito
del secolo.»
«Non se si trova giù in platea», gli fece notare Clayton.
Chinandosi in avanti, Jason Fielding sussurrò in tono
scherzoso: «Victoria, stai correndo il pericolo di cadere fuori
dal palco».
Lei gli rivolse un sorriso confuso, ma non smise di osservare
attentamente quello che stavano guardando.
«Se ne va!» disse Whitney, sentendosi sollevata e depressa
allo stesso tempo. «Non ha aspettato che la rappresentazione
finisse, e nemmeno l'intervallo, il che significa che
non ha intenzione di simulare un incontro casuale.»
Sconcertato e divertito dal loro bisbigliare fanciullesco,
Clayton si chinò di lato scrutando le file della platea, ma attese
finché non furono diretti al loro successivo impegno,
una sontuosa cena di mezzanotte, prima di toccare l'argomento
con una moglie più pensierosa del solito. «A proposito
di che cosa, tu e Victoria, avete fatto tutto quel bisbigliare,
questa sera?»
Whitney esitò, sapendo che non sarebbe stato contento del
fatto che Sheridan Bromleigh fosse rientrata nella loro sfera,
né si sarebbe interessato ai motivi. «Victoria pensava di avere
visto Sheridan Bromleigh, questa sera. Non sono riuscita
a vederla abbastanza bene per dire con certezza se Victoria
avesse ragione.» Le sopracciglia di Clayton si avvicinarono
in un cupo cipiglio ostile all'accenno del nome della donna,
e Whitney decise di lasciar cadere l'argomento.
Il giovedì successivo, dopo avere fatto in maniera che i
loro mariti fossero occupati altrove, Victoria e Whitney arrivarono
presto al Covent Garden, e dalla posizione favorevole
del loro palco, scrutarono i volti di ogni nuovo arrivato che
entrava in platea e in galleria cercandone una in particolare.
«La vedi?» chiese Victoria.
«No, ma è un miracolo che tu l'abbia notata fra la folla, la
settimana scorsa. E' impossibile riconoscere bene qualcuno,
da quassù.»
«Non so se essere sollevata o delusa», disse Victoria, sedendosi
all'indietro sulla poltrona quando il sipario si alzò,
senza avere ancora visto traccia della donna che, la settimana
prima, ritenevano fosse Sheridan Bromleigh.
Anche Whitney si sedette all'indietro, cercando di classificare
la propria reazione.
«Tuo cognato è appena arrivato», disse Victoria, qualche
minuto più tardi. «E' Georgette Porter, quella con lui?»
Whitney guardò il palco di Stephen dall'altra parte del
teatro, e annuì distrattamente.
«E' straordinariamente attraente», aggiunse Victoria, con
il tono di chi sta tentando con tutte le sue forze di trovare, e
di infondere, coraggio riguardo a una situazione che non è
affatto particolarmente confortante.
Whitney considerò attentamente l'atteggiamento di suo
cognato verso la donna al suo fianco, che gli sorrideva parlando
animatamente. Lui l'ascoltava con un'espressione fissa
di cortesia, e Whitney ebbe la netta impressione che non
sapesse che Georgette Porter stesse parlando, o che avesse
un volto, o, addirittura, che fosse nel suo palco. Poi, lo sguardo
di Whitney fu di nuovo, inesorabilmente attratto dai posti
in platea, e lei tornò a scrutare le file di spettatori. «E' qui,
'so' che è qui. Voglio dire, ho la sensazione che ci sia anche
questa sera.»
«Se non l'avessi vista arrivare, la settimana scorsa, e non
mi fossi aspettata di vederla entrare in platea, non avrei mai
potuto fartela notare. Adesso, non riusciremo mai a trovarla,
in mezzo a tutta questa gente.»
«Conosco una maniera!» disse Whitney, con un colpo
d'ispirazione. «Cerca una testa che sia rivolta verso il palco
di Stephen, invece che verso il palcoscenico.» Qualche minuto
più tardi, Victoria le afferrò il braccio in preda all'eccitazione.
«Eccola», disse. «E porta ancora lo stesso cappellino!
E praticamente sotto di noi, ecco perché non l'abbiamo
notata.»
Ora che avevano individuato la donna, Whitney tenne lo
sguardo fisso su di lei, ma fu solo quando si alzò per andarsene,
che riuscì a vederne bene il volto malinconico. «'E''
lei!» disse Whitney con veemenza, provando un'immediata
fitta di impotente solidarietà dopo avere visto il dolore e la
nostalgia sul volto di Sheridan, mentre si alzava per andarsene
poco prima della fine dell'opera.
La solidarietà non era un'emozione che probabilmente
suo marito avrebbe condiviso, almeno, non finché avesse visto
anche lui la maniera in cui Sheridan Bromleigh sedeva in
silenzio, lo sguardo su Stephen. Ma se l'avesse visto, e se il
suo atteggiamento verso Sheridan si fosse ammorbidito, allora
Whitney pensava di poterlo convincere a parlare con
Stephen, esortandolo a cercarla. Clayton era l'unico, lo sapeva,
ad avere abbastanza ascendente su Stephen da poterlo
influenzare.

                  CAPITOLO 44.

«NON dobbiamo fare tardi.» Whitney diede un'occhiata ansiosa
all'orologio, mentre suo marito indugiava su di un bicchiere
di sherry. «Penso che dovremmo andare, ora.»
«Com'è che non mi sono mai accorto della tua passione
sfrenata per l'opera?» chiese Clayton, studiandola con aria
incuriosita.
«Ultimamente le... Le rappresentazioni sono state davvero
incantevoli», disse lei. Chinandosi, strinse suo figlio in un
forte abbraccio prima di vederlo andarsene insonnolito fra la
sua istitutrice e Charity Thornton.
«Incantevoli, davvero», ripeté Clayton, guardandola con
divertita perplessità sopra il bordo del bicchiere.
«Sì, e ho scambiato il nostro palco con quello dei Rutherford,
solo per questa sera.»
«Posso chiederti perché?»
«La vista dalla parte di Stephen, è migliore.»
«La vista di che cosa?»
«Del pubblico.»
Quando Clayton tentò di rivolgerle altre domande su quella
risposta elusiva, Whitney disse: «Ti prego, fidati di me e
non chiedermi altro finché non ti potrò dimostrare ciò che intendo
dire.»
«Guarda», mormorò Whitney, afferrando agitata il polso
di Clayton, «eccola. NO... non farle vedere che stai guardando.
Gira solo gli occhi, non la testa.»
Lui non girò la testa, ma invece di guardare nella direzione
che lei indicava, suo marito diede un'occhiata a lei, e disse:
«Sarebbe di immenso aiuto se avessi una vaga idea di chi
dovrei cercare».
Nervosa perché così tanto poteva dipendere dalla sua reazione
e dal suo aiuto, Whitney ammise: «E' Sheridan Bromleigh.
Non ho voluto dirtelo in anticipo per timore che lei
non fosse qui, o che tu non saresti venuto».
La sua espressione si indurì immediatamente all'accenno
del nome dell'altra donna, e Whitney sollevò i suoi occhi
verdi supplichevoli su quelli grigi e freddi di lui. «Ti prego,
Clayton, non condannarla senza riflettere. Non abbiamo mai
sentito la sua versione su questa faccenda.»
«Perché è fuggita, da sgualdrinella colpevole qual è. Il
fatto che le piaccia l'opera, cosa che già sappiamo, non cambia
la realtà delle cose.»
«La lealtà verso Stephen annebbia il tuo giudizio.» Quando
vide che la sua affermazione non produsse alcun effetto
evidente, Whitney perseverò con gentile, ma ferma, determinazione.
«Non è venuta qui per la rappresentazione. Il palcoscenico
non lo guarda mai, ha occhi soltanto per tuo fratello,
ed è sempre seduta in file arretrate rispetto al suo palco,
in maniera che lui non possa vederla se la sua attenzione
si spostasse dal palcoscenico. Oh ti prego, tesoro, guarda tu
stesso.»
Lui esitò per un interminabile momento, poi acconsentì
con un breve e muto cenno del capo, e gettò uno sguardo furtivo
nella direzione che lei aveva indicato, sulla loro destra.
«Un semplice cappellino blu scuro con un nastro azzurro»
aggiunse Whitney per aiutarlo, «e un abito blu scuro con un
colletto bianco.»
Capì il momento in cui Clayton individuò Sheridan, perché
la sua mandibola si irrigidì, il suo sguardo tornò di scatto
sul palcoscenico, e lì rimase finché il sipario non si alzò. Delusa,
ma non sconfitta, lo osservò con la coda dell'occhio,
aspettando il più piccolo cambiamento nella sua posizione
che potesse indicare che stava dando una seconda occhiata.
Nell'istante in cui lo avvertì, gli diede una rapida occhiata
furtiva. Aveva mosso il capo solo di una frazione di millimetro
spostandolo dalla direzione del palcoscenico verso destra,
ma il suo sguardo spaziava ben più lontano. Pregando che
quella non fosse l'unica volta in settimane che Sheridan
Bromleigh avesse deciso di guardare la rappresentazione,
Whitney si chinò leggermente in avanti a sbirciare intorno
alle spalle di Clayton, e sorrise con sollievo.
Nelle due ore successive, Whitney tenne suo marito e
Sheridan Bromleigh sotto prudente sorveglianza, attenta a
non spostarsi in maniera da metterlo in allarme. Verso la fine
della serata, le orbite degli occhi le dolevano, ma si sentiva
assolutamente trionfante. Lo sguardo di Clayton era tornato
su Sheridan Bromleigh per tutta la serata, ma Whitney non
toccò l'argomento fino a due giorni dopo, quando sentì che
Clayton aveva avuto il tempo di rivedere la sua opinione nei
confronti della ex fidanzata di Stephen.

                  CAPITOLO 45.

«TI ricordi l'altra sera, all'opera?» cominciò con cautela,
mentre il domestico portava via i piatti della colazione
«Ho pensato che fosse una rappresentazione davvero incantevole,
proprio come avevi detto tu», disse Clayton con il
viso serio. «Il tenore che...»
«Non stavi guardando la rappresentazione», lo interruppe
lei, con fermezza.
«Hai ragione.» Clayton sorrise. «Stavo osservando te, che
osservavi me.»
«Clayton, ti prego, sii serio. E' una questione importante.»
Lui inarcò le sopracciglia con aria interrogativa, e le rivolse
tutta la sua attenzione, ma sembrava divertito, e preparato
ad affrontare la faccenda.
«Voglio fare qualcosa per far incontrare tuo fratello e
Sheridan Bromleigh. Ne ho discusso ieri con Victoria, e lei si
è trovata d'accordo sulla necessità di costringerli a parlarsi.»
Si aspettava una discussione, e finì guardandolo a bocca
aperta quando lui disse in tono casuale: «Veramente, mi è
capitato di pensare una cosa simile, così ne ho discusso con
Stephen ieri sera quando l'ho visto allo Strathmore».
«Perché non me ne hai parlato? Che cosa gli hai detto? E
lui che cosa ha detto?»
«Gli ho detto», continuò Clayton, «che volevo discutere
di Sheridan Bromleigh con lui. Gli ho detto che pensavo che
lei andasse all'opera appositamente per vederlo.»
«E poi, che cosa è successo?»
«Non è successo niente. Si è alzato in piedi, ed è uscito
dalla sala.»
«Questo è tutto? Non ha detto niente?»
«In verità, lo ha fatto. Ha detto che, per rispetto verso nostra
madre, avrebbe ignorato la tentazione di fare ricorso alla
violenza fisica contro la mia persona, ma che se avessi mai
accennato di nuovo al nome di Sheridan Bromleigh, non
avrei dovuto fare assegnamento sulla sua capacità di esercitare
un simile controllo.»
«Ha veramente "detto" questo?»
«Non proprio con queste parole», disse Clayton con cupa
ironia. «Stephen è stato più conciso, e più... "colorito".»
«Ebbene, non può minacciare me. Dev'esserci qualcosa
che posso fare.»
«Hai preso in considerazione la preghiera? Un pellegrinaggio?
La magia?» Quando lei non sorrise, Clayton posò la
tazza sul piattino e si appoggiò all'indietro sulla sedia, corrugando
leggermente la fronte. «Sei assolutamente decisa a
farti coinvolgere in questa faccenda, qualunque cosa Stephen
o io diciamo, è così?»
Lei esitò, poi annuì. «Devo tentare. Continua a tornarmi
in mente l'espressione sul volto di Sheridan quando lo guarda
all'opera, e la maniera in cui lo fissava al ballo dei Rutherford.
E Stephen ha l'aria più smarrita e cupa ogni volta
che lo vedo, quindi stare separati non sta giovando a nessuno
dei due.»
«Capisco», disse lui, studiando il suo volto con un sorriso
riluttante che gli aleggiava agli angoli della bocca. «C'è
niente che possa dire per convincerti che è un errore?»
«Temo di no.»
«Capisco.»
«Devo confessarti... che mi sono messa in contatto con
Matthew Bennett per chiedergli di far compiere delle indagini
dal suo studio per scoprire dove abita. Non posso fare nulla
per riportarli insieme, finché non riesco a trovarla.»
«Sono sorpreso che tu non abbia assunto un lacché durante
l'intervallo perché la seguisse a casa dall'opera, per far
compiere "dopo" delle indagini dallo studio di Bennett.»
«Non ho pensato a questo!»
«Io sì.»
La sua voce era stata così tranquilla, e la sua espressione
così impassibile, che occorse un momento perché il vero significato
di quelle due parole venisse recepito da Whitney.
Quando lo fece, provò la familiare ondata di amore che era
diventato sempre più forte nel corso dei quattro anni del loro
matrimonio.
«Clayton», disse, «ti amo.»
«Sheridan lavora come istitutrice per un baronetto e la sua
famiglia», la informò. «Il cognome è Skeffington, Hanno tre
figli. Non ho mai sentito parlare di loro. Bennett ha il loro
indirizzo.»
Whitney posò la tazza di tè e si alzò in piedi, con l'intenzione
di mandare subito un biglietto allo studio dell'avvocato,
chiedendogli tutte le informazioni di cui era in possesso.
«Whitney?»
Lei si voltò sulla porta del soggiorno.
«Mio signore?»
«Anch'io ti amo.»
Lei gli rispose con un sorriso, e suo marito aspettò un momento
prima di impartirle un serio ammonimento. «Se insisti
nella tua decisione di metterli uno di fronte all'altra, fai
molta attenzione a come gestisci la faccenda, e sii preparata
al fatto che Stephen se ne vada non appena la vedrà. Devi
anche prendere in considerazione la possibilità che lui non ti
perdoni per questo, per moltissimo tempo. Rifletti attentamente,
prima di fare dei passi di cui potresti pentirti amaramente.»
«Lo farò», promise lei.
Clayton la guardò andarsene, e scosse lentamente il capo,
sapendo perfettamente bene che non avrebbe perso tempo a
meditare. Tuttavia, non si aspettava che agisse così in fretta
come fece.
«Che cos'è quello?» le chiese più tardi quello stesso pomeriggio,
quando passò senza fretta accanto al salone, e la
vide seduta a uno scrittoio in palissandro mentre si passava
pensierosa l'estremità piumata di una penna sulla guancia,
studiando un foglio di carta che teneva in mano.
Whitney alzò lo sguardo come se fosse stata molto lontana
con il pensiero, poi sorrise rapidamente. «Una lista di invitati.»
Le attività frenetiche della stagione mondana stavano finalmente
volgendo al termine, ed entrambi erano ansiosi di
tornare alla pace e alla serenità della campagna, per l'estate,
così Clayton rimase sorpreso che lei stesse evidentemente
programmando di avere ospiti. «Pensavo che saremmo tornati
a Claymore, dopodomani.»
«E' così. Questo ricevimento avrà luogo fra tre settimane...
è una festa di compleanno per Noel. Niente di troppo
fastoso, naturalmente.»
Sopra le sue spalle, Clayton gettò uno sguardo alla lista e
soffocò una risata mentre leggeva le prime voci a voce alta:
«Un cucciolo di elefante, che sia sicuro da toccare per i bambini
.»
«Pensavo al tema del circo, con i clown, i giocolieri, e
cose simili, con tutti i festeggiamenti e il rinfresco che si
svolgono sul prato. E' molto più rilassante così, e i bambini
potranno godersi tutto accanto agli adulti.»
«Non è un po' troppo piccolo Noel, per tutto questo?»
«Gli occorre la compagnia di altri bambini.»
«Pensavo che fosse questa la ragione per cui passa ogni
giorno con i bambini dei Fielding e dei Thornton, quando
veniamo a Londra.»
«Oh, lo è», disse Whitney, rivolgendogli un allegro sorriso.
«Stephen si è offerto di dare la festa di Noel a Montclair,
quando gliene ho accennato oggi.»
Mentre lei parlava, Clayton diede uno sguardo distratto al
foglio di carta, ma subito i suoi occhi si fissarono sul nome
Skeffington. Si raddrizzò, e quando parlò la sua voce era
piena di divertita ironia. «Interessante lista di invitati.»
«Non è vero?» rispose lei con un incorreggibile sorriso.
«Cinque coppie sulla cui assoluta discrezione possiamo contare,
qualunque cosa vedano o sentano, e che conoscono già
la maggior parte della situazione. E gli Skeffington?»
«E la loro istitutrice, naturalmente.»
Whitney annuì. «Naturalmente. E il bello del piano è che
Sheridan non potrà andarsene, per quanto intensamente potrà
desiderarlo, perché lavora per gli Skeffington.»
«Come hai intenzione di impedire che "Stephen" se ne
vada, quando la vedrà?»
«Andarsene?» ripeté lei, con l'aria ancora più compiaciuta.
«E abbandonare suo nipote, che lo adora? Il nipote che
ama addirittura svisceratamente? Che effetto avrebbe questo
su Noel? E che cosa penserebbero tutti gli altri se fosse così
sconvolto dalla presenza di una semplice istitutrice, in una
casa con oltre un centinaio di stanze, da non poter sopportare
di stare lì e da doversene andare? Ha un grande orgoglio,
e Sheridan l'ha già calpestato. Dubito che sia disposto a sacrificarne
un'altra briciola andandosene, quando la vedrà. E
tenendo la festa all'aperto, le istitutrici saranno costantemente
sotto gli occhi degli ospiti, così Stephen non potrà
evitare Sherry, anche di sera.»
Fece una pausa, dando un'occhiata pensierosa alla lista
degli invitati. «Non oso invitare Nicki. Tanto per cominciare,
tenterebbe di dissuadermi, e anche se non lo facesse, si
rifiuterebbe di farsi coinvolgere. Ha disapprovato tutto ciò
che Stephen ha fatto, a proposito di Sheridan incluso il fatto
che lui non l'abbia cercata per tentare di spiegarsi. Nicki è
molto ostile riguardo a tutto l'argomento. Il giorno dopo che
ho visto Sheridan a teatro per la prima volta, ha ammesso di
sapere dove si trovava, ma non ha voluto dirmi dove, quando
gliel'ho chiesto. Nicki non mi ha mai rifiutato niente. Ha
detto con molta fermezza che lei aveva sofferto abbastanza
per Stephen, e che non desidera essere trovata.»
«E' lei che se n'è andata, non Stephen», le fece notare seccamente
Clayton.
«E' vero, ma Nicki è stato inflessibile.»
«Allora, sei saggia a non farli incontrare con strani maneggi
nella stessa contea, e tanto meno nella stessa casa.»
Whitney ascoltò quelle parole aggrottando preoccupata le
sopracciglia. «Perché no?»
«Perché Stephen ha sviluppato un odio molto spiccato per
DuVille, da quando Sheridan è scomparsa.»
Lei sembrò così addolorata, che Clayton rivolse nuovamente
l'attenzione al piano per condurre Sheridan alla presenza
di Stephen. Quello stratagemma presentava molte possibilità
di fallimento, ma non riusciva a concepirne un altro
che fosse migliore. «E se gli Skeffington declinassero l'invito»
disse quasi con dispiacere.
Sua moglie scartò quella possibilità battendo le dita su di
una lettera ripiegata sulla sua scrivania. «Stando alle informazioni
su questa lettera dello studio di Matthew Bennett
sembra che lady Skeffington abbia scarse possibilità economiche,
ma aspirazioni sociali molto elevate.»
«Che cosa piacevole», disse Clayton, ironicamente. «Non
vedo proprio l'ora di farmi occupare la casa da loro per settantadue
ore consecutive, dodici pasti, tre tè...»
Preoccupata di chiarire il proprio punto di vista, Whitney
proseguì: «Sono venuti a Londra con grandi speranze di
guadagnarsi l'ingresso in quel genere di circoli esclusivi
dove la loro figlia di diciassette anni potesse avere l'opportunità
di fare un brillante matrimonio. Fino a ieri, non erano
riusciti in nessuno dei due obiettivi. Ora, date queste premesse,
puoi onestamente credere che gli Skeffington declineranno
un invito personale da parte del duca di Claymore a
un ricevimento nella sua residenza di campagna?»
«No», disse Clayton, «ma c'è sempre una speranza.»
«No, non c'è», disse la sua incorreggibile moglie, tornando
alla stesura del suo biglietto con una risata, «non quando
si dà il caso che tuo fratello sia considerato il più splendido
partito d'Inghilterra.»
«Forse nevicherà, quel fine settimana», disse Clayton, con
l'aria sgomenta al pensiero della prossima riunione in campagna.
«Di sicuro, in un qualche periodo storico deve pur
avere nevicato su questa terra, in giugno.»

                  CAPITOLO 46.

CON i piedi doloranti appoggiati su di uno sgabello, lady
Skeffington sedeva in beato silenzio nel salone della loro
piccola casa d'affitto a Londra. Sul lato opposto della stanza,
suo marito leggeva il Times, il piede gottoso appoggiato
su di un altro sgabello. «Senti che pace», disse lei, inclinando
il capo di lato, L'espressione felice. «La signorina Bromleigh
ha portato i ragazzi a prendere un gelato. Torneranno
da un momento all'altro, e tutto ciò a cui riesco a pensare è
com'è bello che siano usciti.»
«Sì, colombella mia», rispose suo marito, senza staccare
gli occhi dal giornale.
Lei stava per continuare su quell'argomento, quando il loro
domestico, che serviva da cocchiere e anche da maggiordomo,
si intromise nella loro privacy porgendo una lettera.
«Se questo è un altro avviso del nostro pad...» cominciò, poi
le sue dita registrarono lo straordinario spessore della pesante
carta da lettere color panna nella sua mano, e la girò,
fissando il sigillo impresso sulla ceralacca. «Skeffington»,
mormorò, «penso... sono quasi certa... che abbiamo ricevuto
il nostro primo invito importante.»
«Sì, colombella mia.»
Lei ruppe il sigillo, piegò il biglietto, e rimase a bocca aperta
vedendo lo stemma dorato in cima alla pergamena. Le
mani cominciarono a tremarle mentre leggeva ogni parola, e
si alzò in piedi mentre l'eccitazione le scorreva attraverso le
membra tremanti. «Claymore! !» esclamò con espressione riverente,
premendosi la mano libera sul petto, dove il cuore
cominciava a batterle forte. «Siamo stati invitati... a "Claymore"
!»
«Sì, colombella mia.»
«IL duca e la duchessa di Claymore chiedono l'onore della
Vostra compagnia a un ricevimento per pochi intimi per festeggiare
il compleanno del loro figlio. E...» Lady Skeffington
fece una pausa per allungare la mano a prendere i sali
sulla tavola, prima di poter continuare, «la duchessa di Claymore
mi ha scritto un biglietto di suo pugno. Dice di essere
dispiaciuta di non avere avuto il piacere di fare la nostra conoscenza
durante la Stagione, ma di sperare di rimediare a
questo a... "Claymore"...» Si interruppe per una dose di sali,
prima di continuare: «...fra tre settimane. E dovremo portare
i ragazzi. Che cosa te ne sembra?»
«Estremamente curioso.»
Lei si strinse l'invito al petto abbondante, la voce che era
un riverente sussurro. «Skeffington, sai che cosa significa
questo?»
«Sì, colombella mia. Significa che abbiamo ricevuto un
invito destinato a qualcun altro.»
Lady Skeffington impallidì a quella possibilità, si strappò
la lettera dal petto, la rilesse, e scosse il capo. «No, è indirizzata
a noi, proprio qui... guarda.»
La sua attenzione finalmente distolta dal Times, sir John
prese il biglietto dalla sua mano tesa e lo lesse, mentre la sua
espressione passava dall'incredulità alla compiaciuta soddisfazione.
«Te lo avevo detto che non era necessario correre
di qua e di là per tutta Londra, nella speranza di ricevere degli
inviti. Questa lettera ci avrebbe trovati anche se fossimo
stati a casa a Blintonfield, dov'è il nostro posto.»
«Oh, questo non è semplicemente un invito!» disse lei la
voce che acquistava una vivacità fanciullesca. «Significa
molto più di questo!»
Lui riprese il suo giornale. «Perché?»
«Questo ha a che fare con Julianna.»
Il giornale si abbassò leggermente, e gli occhi di sir John,
cerchiati di rosso a causa di una spiccata passione per il
Madera, apparvero sopra il bordo. «Julianna? Perché?»
«Rifletti, Skeffington, rifletti! Julianna è stata a Londra
per tutta la Stagione, e benché non siamo mai riusciti a farle
ottenere degli inviti per Almack, e per qualsiasi altro posto
dove poter essere vista dalla gente che conta, ho insistito perché
andasse a passeggio tutti i giorni a Green Park, e un giorno
'lo' abbiamo visto lì. Guardava dritto Julianna, e allora ho
riflettuto... ho riflettuto. Sì, l'ha vista. Ed è per "questo" che
abbiamo ricevuto l'invito a Claymore. Ha notato quanto sia
incantevole, e ha passato tutto il tempo a cercarla, e a pensare
a una maniera per incontrarla.»
«Pessimo approccio... far mandare per conto suo l'invito
dalla sua stessa moglie. Non posso dire di approvarlo. Sa di
cattivo gusto.»
Lei lo assalì con sbigottita incredulità. «Che cosa? Di che
cosa mai stai parlando?»
«Di nostra figlia e di Claymore.»
«Il duca?» gridò lei, in preda all'esasperazione. «Io voglio
che lei abbia Langford!»
«Non vedo come potrai riuscirci. Se Claymore la desidera,
e anche Langford dovesse volerla, saranno senz' altro guai.
Dovrai deciderti prima che ci rechiamo là, mia cara.»
Lei aprì la bocca sul punto di arrabbiarsi per la sua ottusità,
ma venne distratta da uno scoppio di voci animate nell'ingresso.
«Ragazzi!» esclamò, precipitandosi lungo il corridoio
e abbracciando quello che incontrò per primo. «Signorina
Bromleigh!» gridò, così eccitata che inavvertitamente abbracciò
anche l'istitutrice. «dovremo lavorare giorno e notte
per prepararci a un viaggio. Non riesco a immaginare l'occorrente
necessario a tutti noi, per un ricevimento in una
casa di campagna di questa importanza.»
«Julianna, dove sei, mia cara?» disse tardivamente, momentaneamente
sconcertata quando tutto ciò che vide furono
i volti rubicondi di due maschietti dai capelli scuri, di età
compresa fra i quattro e i nove anni.
«Julianna è salita nella sua stanza, lady Skeffington», disse
Sheridan, nascondendo un sorriso esausto all'eccitazione
della sua datrice di lavoro, e anche un certo timore per qualunque
lavoro straordinario sarebbe stato necessario da parte
sua, per preparare i ragazzi a «un ricevimento in una casa di
campagna di quella importanza». Aveva già soltanto una
sera di libertà alla settimana, e perché le fosse concessa lavorava
tutti i giorni dall'alba fino alle undici di sera, svolgendo
in più una varietà infinita di compiti ingrati che di solito
erano assegnati alle cucitrici e alle cameriere, non alle
istitutrici. Sherry approfittò della baraonda a proposito del
ricevimento in campagna, per rifugiarsi per un po' nella propria
stanza, in soffitta. Servendosi della brocca e del catino
sul cassettone, si lavò il viso, si assicurò di avere i capelli
accuratamente avvolti in uno chignon, poi si sedette accanto
alla finestrella della soffitta, e prese il suo lavoro di cucito.
Avrebbe avuto senz'altro molte altre cose da rammendare, e
da stirare, e altre mansioni da svolgere per il ricevimento in
campagna di cui stavano discutendo prima, ma Sheridan non
protestava mai per il troppo lavoro. Essere l'istitutrice di tre
ragazzi la teneva troppo occupata durante il giorno, per pensare
a Stephen Westmoreland e a quei giorni magici che erano
stati una parte integrante della sua vita. Di sera, quando
la casa era silenziosa, e lei cuciva alla luce della candela, allora
poteva dare libero sfogo ai suoi ricordi e alle sue fantasticherie,
anche se c'erano delle volte in cui temeva che un
giorno il suo disperato amore per lui l'avrebbe resa completamente
pazza. Con il capo chino sul suo lavoro di cucito,
inventava intere scene con lui protagonista, e ne perfezionava
altre che erano state vere.
A sostenere le sue fantasie, si era aggiunta la felicità, o
meglio la tortura, di vederlo a teatro.
Doveva smettere di andare all'opera, doveva smetterla di
tormentarsi aspettando il momento in cui, alla fine, avrebbe
finalmente distolto la sua attenzione da qualunque donna
fosse stata in sua compagnia, per concentrare il suo pigro e
intimo sorriso su di lei. Quello, Sherry lo sapeva, avrebbe segnato
il suo ultimo viaggio nella platea del Covent Garden.
Quello, non avrebbe mai potuto sopportarlo.
A volte, fantasticava che fosse proprio la sua scomparsa la
ragione dell'aria dura e distaccata che aveva quando sedeva
accanto alle donne che accompagnava nel suo palco. Aveva
quell'espressione stanca, gelida, perché sentiva la sua mancanza...
perché rimpiangeva di averla persa...
Era ancora pieno giorno, troppo presto per i suoi languidi
sogni. Sherry scrollò il capo per scacciare quei pensieri, poi
alzò gli occhi con un fermo sorriso quando Julianna Skeffington
entrò furtiva nella sua stanza.
«Signorina Bromleigh, posso nascondermi qui dentro?» le
stava chiedendo Julianna, il volto incantevole che era l'immagine
dello sgomento, mentre richiudeva la porta con uno
scatto silenzioso e si avvicinava al letto. Attenta a non mettere
in disordine il copriletto, si sedette, con l'aria di un angelo
afflitto. Sheridan si chiese come due persone orribili come
sir John e lady Skeffington avessero potuto mettere al mondo
quella ragazza d'oro, dolce, assennata e intelligente. «E'
successa la peggiore cosa immaginabile!» disse con disgusto
Julianna.
«Proprio la peggiore?» la canzonò Sherry. «Non semplicemente
una cosa orribile, o una cosa disastrosa, ma proprio
la peggior cosa immaginabile?»
L'accenno di un sorriso in risposta sfiorò le labbra di
Julianna, poi svanì mentre lei sospirava. «La mamma ha
perso la testa, credendo che un nobile abbia maturato un debole
per me, quando la verità è che ha a malapena gettato
uno sguardo nella mia direzione, e non mi ha mai rivolto la
parola.» «Capisco», disse Sheridan, in tono serio, ed era sincera.
Stava pensando a qualcosa da dire, quando lady Skeffington
spalancò la porta, con l'aria allucinata.
«Non riesco a pensare a un abbigliamento adeguato a una
compagnia così illustre. Signorina Bromleigh, voi siete arrivata
raccomandata dalla sorella di un duca, per favore, potreste
consigliarmi? Dovremo andare subito in Bond Street.
Julianna, raddrizzò le spalle. Agli uomini non piacciono le
donne che stanno curve. Che cosa dobbiamo fare, signorina
Bromleigh? Ci sono da noleggiare le carrozze, e dovremo
andare con un seguito completo di domestici, inclusa voi,
naturalmente.»
Sherry sorvolò su quella definizione sommaria della sua
qualifica, senza battere ciglio. Era la verità, specialmente in
quella casa. Era ciò che era, ed era fortunata ad avere quel
posto. «Non sono un'esperta in materia», disse prudente, «ma
sarò felice di darvi un parere, signora. Dove avrà luogo il ricevimento?»
Lady Skeffington raddrizzò le spalle e gonfiò il suo già
prominente petto, ricordando a Sheridan un araldo che annunciasse
l'arrivo del re e della regina. «Presso la residenza
di campagna del duca e della duchessa di Claymore!»
Sherry sentì la stanza capovolgersi, e poi raddrizzarsi.
L'udito le aveva giocato un brutto scherzo, naturalmente.
«Il duca e la duchessa di Claymore hanno invitato tutti
noi a un trattenimento intimo a casa loro!»
Sherry cercò a tentoni dietro di sé la colonna del letto, e
l'afferrò fissando l'altra donna. Basandosi su ciò che sapeva
circa la gerarchia sociale della buona società, i Westmoreland
ne occupavano esattamente la cima, mentre gli Skeffington
erano all'ultimo gradino, assolutamente al di sotto di
ogni considerazione da parte della famiglia Westmoreland.
Anche ignorando l'assurda differenza di ricchezza e di prestigio
fra le due famiglie, c'era sempre la questione dell'educazione.
I Westmoreland l'avevano, e così pure tutte le
persone della loro cerchia. Sir John e lady Glenda Skeffington
ne erano totalmente sprovvisti. Era assolutamente impossibile,
pensò Sherry. Stava facendo uno dei suoi sogni a
occhi aperti, solo che questo era diventato un incubo.
«Signorina Bromleigh, state sbiancando, e devo avvertirvi
che non è proprio il momento di farvi venire una crisi isterica.
Se io non ho il tempo per un bello svenimento», aggiunse
con un vigoroso sorriso, «allora non l'avete neppure voi,
mia cara ragazza.»
Sherry deglutì, e di nuovo, tentando di ritrovare la voce.
«Li...» disse con voce stridula, «li conoscete? Il duca e la
duchessa, voglio dire.»
Lady Skeffington le rivolse un avvertimento, prima di
confidarle la verità: «Confido che non tradireste una confidenza,
rischiando di perdere il vostro posto con noi, vero?»
Sherry deglutì di nuovo e scosse il capo, cosa che lady
Skeffington interpretò correttamente come la sua promessa
di riservatezza. «Sir John e io non li abbiamo mai incontrati
in vita nostra.»
«Allora come, cioè, perché...»
«Ho delle ottime ragioni per credere», le confidò con orgoglio
lady Skeffington, «che Julianna abbia attratto l'attenzione
del miglior partito di tutta l'Inghilterra! Questo ricevimento
è semplicemente una manovra, secondo la mia opinione...
una maniera intelligente escogitata dal conte di
Langford... per introdurre Julianna nella sua cerchia, così da
poterla studiare tranquillamente.»
Sheridan cominciava a vedere dei puntini luminosi agli
angoli degli occhi.
«Signorina Bromleigh?»
Sheridan batté le palpebre, scrutando con aria diffidente
la donna, che evidentemente aveva ideato tutta quella storia
come una forma di diabolica tortura destinata a infrangere le
fondamenta accuratamente costruite da Sheridan per ritrovare
una specie di equilibrio.
«Signorina Bromleigh, così non va bene!»
«Mamma, dammi i tuoi sali, presto», disse Julianna, la
sua voce che le giungeva sempre più da lontano, come se
Sheridan stesse precipitando in un pozzo.
«Sto bene, davvero», riuscì a dire Sheridan, allontanando
il capo dagli odiosi sali che lady Skeffington era decisa ad
agitarle sotto il naso. «Ho avuto solo un lieve... capogiro.»
«Grazie al cielo! Contiamo molto su di voi perché ci forniate
tutte le informazioni su come si muove l'entourage
della buona società.»
Sheridan emise una risata che era in parte ilare, e in parte
isterica. «Come posso saperlo?»
«Perché la signorina Charity Thornton ha scritto la vostra
lettera di referenze, e ha detto in maniera inequivocabile che
eravate una donna di rara distinzione, che avreste dato l'esempio
dei più alti principi sociali a qualunque bambino affidato
alle vostre cure. Ha scritto lei quella lettera, non è vero?
Quella che ci avete mostrato.»
Sherry aveva dei seri dubbi che l'avesse dettata Nicholas
DuVille, e che avesse convinto in qualche maniera la signorina
Charity a firmarla senza leggerla, poiché la raccomandazione
di uno scapolo, che si dava anche il caso fosse un
noto libertino, difficilmente era quel che ci voleva per fare
ottenere a una giovane donna un impiego rispettabile. O le
cose stavano così, oppure non solo l'aveva scritta lui, ma aveva
apposto entrambe le firme su di essa. «Vi ho dato qualche
motivo per dubitare della verità di quelle parole, signora?»
rispose evasiva Sherry.
«Certamente no. Siete una buona pasta di ragazza, nonostante
il colore infuocato dei vostri capelli, signorina Bromleigh,
e spero che non ci deluderete.»
«Cercherò di non farlo», disse Sheridan, stupita di riuscire
anche solo a parlare.
«Allora, vi do il permesso di sdraiarvi e di riposare per
qualche minuto. E' piuttosto soffocante quassù.»
Sherry si lasciò cadere sul letto come una bambina debole
e obbediente, il cuore che aveva preso a batterle in rapidi e
furiosi colpi sordi. Un istante dopo avere chiuso la porta,
lady Skeffington infilò di nuovo la testa nella stanza. «Voglio
che anche i ragazzi facciano mostra dei loro lati migliori,
mentre saremo là. Anche se mia figlia diventerà Julianna,
contessa di Langford, avremo ancora il loro futuro da considerare,
sapete. Fate fare loro esercizio di canto. E' molto interessante
il metodo con cui avete insegnato ai ragazzi ad
accompagnarvi su quel vecchio strumento malandato che ci
avete suggerito di comperare, quella...»
«Chitarra», le suggerì debolmente Sherry.
Quando lady Skeffington se ne andò, Sherry si mise a riflettere.
Neppure per un attimo credeva a quella sua idea assurda
che Stephen Westmoreland avesse intravisto Julianna
nel parco, e che si fosse preso tutto quel disturbo per incontrarla
di nuovo. Julianna era innegabilmente attraente, ma le
sue qualità straordinarie diventavano evidenti solo conversando
con lei, cosa che Stephen non aveva ancora fatto. Inoltre,
stando ai pettegolezzi che aveva sentito l'unica volta che
aveva frequentato Almack, aveva donne ai suoi piedi ovunque
si girasse, pronte a tutto. Non aveva bisogno di disturbarsi
con una manovra contorta come un ricevimento in
campagna.
No, non era per quello che la famiglia Skeffington, e la
loro «istitutrice», venivano invitati a Claymore per un atto di
presenza su comando. L'invito non aveva niente a che vedere
con tutti loro, pensò Sheridan mentre una risata dolorosa
che era in parte paura, e in parte impotenza, sgorgava dentro
di lei. La verità era che i Westmoreland, e probabilmente
un'ampia cerchia di loro amici, che sarebbero andati anche
loro a Claymore, avevano ideato la più raffinata vendetta del
mondo per punire Sheridan per quello che pensavano fosse
stato un abuso disonesto della loro fiducia: l'avrebbero costretta
a tornare nella buona società, ma non come una loro
pari, bensì come la domestica che lei era in realtà.
E il lato più umiliante di tutto quello... il lato umiliante, e
angoscioso... era che lei non aveva altra scelta al mondo che
andare là.
Sherry si sentì tremare il mento, e rabbiosamente si alzò
in piedi. La sua coscienza era pulita. Inoltre, non c'era nulla
di cui vergognarsi per il proprio impiego. Non aveva mai
aspirato a essere una contessa.
La sua coscienza tuttavia le ricordò che quello non era del
tutto giusto. La verità era che «aveva» desiderato essere la
contessa di Stephen Westmoreland. E così, quella era la sua
punizione per aver osato sognare, per aver ambito a una posizione
più alta di quella che le spettava, realizzò Sherry,
sentendosi furiosa contro il destino per ciò che la aspettava.
«Voglio andare a casa!» disse furiosa alla stanza vuota.
«Deve esserci una maniera per tornare a casa!» Erano passate
solo cinque settimane, da quando aveva scritto alla zia
Cornelia. Il denaro per il viaggio di ritorno sarebbe arrivato,
di questo Sherry era sicura, ma nel migliore dei casi sarebbero
occorse in totale dalle otto alle dieci settimane perché
la sua lettera attraversasse l'Atlantico e raggiungesse sua
zia, e poi perché le giungesse la sua risposta.
Mancavano ancora tre settimane prima che lei potesse
sperare di avere notizie da parte di sua zia. Ancora tre settimane
prima che il denaro per il suo viaggio di ritorno potesse
arrivare. Ancora tre settimane, prima del ricevimento a
Claymore. Se la fortuna le avesse arriso almeno una volta da
quando aveva messo piede sul suolo inglese, allora avrebbe
ancora potuto privare i Westmoreland della loro meschina
vendetta.

                  CAPITOLO 47.

CON così tanto tempo a disposizione per prepararsi mentalmente
a qualunque spiacevolezza i Westmoreland avessero
in programma per lei, a Claymore, Sheridan era quasi riuscita
a convincersi di essere ben corazzata contro i futuri colpi
del destino. Per settimane aveva ribadito a se stessa la propria
innocenza, convincendosi perciò che l'onestà e la giustizia
erano dalla sua parte.
Come risultato, riuscì a sopportare il viaggio verso Claymore
con quella che considerava una stoica indifferenza. Invece
di chiedersi quanto tempo sarebbe passato prima di vedere
Stephen, o se mai l'avrebbe visto, si concentrò sulle
chiacchiere allegre dei ragazzi Skeffington, che viaggiavano
con lei sulla terza delle carrozze a noleggio che componevano
il seguito. Anziché domandarsi che cosa avrebbe fatto, o
detto, Stephen quando l'avrebbe vista, insistette perché i ragazzi
intonassero delle canzoni allegre, durante il lungo
viaggio. Invece di sbirciare fuori dal finestrino della carrozza
per dare un primo rapido sguardo alla casa, Sheridan dedicò
risolutamente tutti i suoi pensieri e la sua attenzione, all'aspetto
dei ragazzi, mentre la sfilata di carrozze degli
Skeffington procedeva lungo un viale d'ingresso fiancheggiato
da alberi maestosi, e che, dopo avere superato varie
curve e un ponte di pietra, arrivava davanti alla residenza di
campagna del duca di Claymore. Non si permise più di
un'occhiata fuggevole e disinteressata alla facciata della immensa
casa, con le sue due ali che si protendevano in avanti
circondando un ampio ingresso a terrazze.
A eccezione del battito traditore del suo cuore, che aumentava
sempre più mentre scendeva dalla carrozza, si era
talmente corazzata contro qualsiasi emozione da riuscire
persino a rivolgere un educato sorriso fisso ai domestici, che
si precipitarono dalla casa nella livrea marrone e d'oro dei
Westmoreland ad assistere i nuovi arrivati. Vestita con un
semplice abito in bambagina blu scuro, con i capelli intrecciati
in un severo chignon sulla nuca, e lo stretto colletto
bianco sobriamente abbottonato sulla gola, Sheridan sembrava
esattamente l'istitutrice che era, mentre scendeva dalla
carrozza. Con le mani appoggiate sulle spalle dei due ragazzi,
procedette su per la rampa di bassi scalini, dietro a sir
John, a lady Skeffington e a Julianna.
Teneva sollevato il mento, anche se non in maniera aggressiva,
e le sue spalle erano dritte: ma, d'altra parte, non
aveva assolutamente nulla di cui vergognarsi o giustificarsi,
neppure la sua rispettabile, anche se umile, posizione come
istitutrice. Per la millesima volta in tre settimane, ricordò a
se stessa con molta fermezza di non avere mai intenzionalmente
ingannato i Westmoreland, o chiunque altro. Il conte
di Langford aveva volontariamente e slealmente ingannato
«lei», a proposito del fatto di essere il suo fidanzato, e di volerla
addirittura sposare. La sua famiglia era stata d'accordo
su quello, e perciò la responsabilità, la colpa e la vergogna
erano loro, non sue.
Sfortunatamente, l'autocontrollo faticosamente acquistato
da Sheridan ricevette il primo duro colpo non appena guidò i
ragazzi affidati alle sue cure nell'atrio alto tre piani illuminato
dal soffitto, dove altri domestici in livrea erano sull'attenti,
in attesa di accompagnare i nuovi arrivati nelle loro
stanze non appena l'aiuto maggiordomo avesse dato loro
formalmente il benvenuto, e indicato in quale stanza ciascun
ospite dovesse essere accompagnato. «Sua Grazia ha pensato
che avreste apprezzato la vista particolarmente bella dell'appartamento
blu», disse quest'ultimo a sir John e a lady
Skeffington. «Quando avrete avuto tutto il tempo che desiderate
per rinfrescarvi dopo il viaggio, sarà felice che raggiungiate
lei e gli altri ospiti nel salotto.» Quando ebbe terminato,
un domestico fece un passo avanti dalla prima fila
per scortarli nell'appartamento blu.
«Signorina Skeffington, l'appartamento accanto a loro è
stato preparato per voi.» Poi si rivolse ai ragazzi, mentre
Julianna cominciava a salire lungo l'ampio scalone a spirale,
accompagnata da un altro domestico in livrea.
«Signorini», proseguì Hodgkin, «le vostre stanze sono al
terzo piano, dove si trovano le stanze dei giochi. E la vostra
istitutrice sarà, naturalmente...» Si rivolse a Sheridan, e anche
se lei aveva avuto il tempo di prepararsi al momento in
cui l'avrebbe vista e riconosciuta, tuttavia non era pronta all'orrore
che vide balenare sul volto di Hodgkin quando i suoi
pallidi occhi si fissarono sul suo viso: «...sarà, naturalmente...»
balbettò, «vicina, a vostra disposizione, in una stanza
dall'altra parte del corridoio.»
Sheridan ebbe il folle impulso di allungare una mano ad
accarezzargli la guancia raggrinzita, e di dirgli che era giusto
che lei fosse lì come istitutrice, e che non doveva guardarla
come se stesse per piangere. Invece, riuscì a rivolgergli
la parvenza di un sorriso. «Molte grazie...» disse, e aggiunse
a voce sommessa: «Hodgkin».
La sua stanza era piccola al confronto di quella dei ragazzi
e arredata semplicemente con un letto, una poltrona e un
piccolo cassettone con una catinella e una brocca, ma era
splendida se paragonata a quella che occupava a casa degli
Skeffington. E cosa ancora migliore, la casa era così enorme
che se fosse rimasta al terzo piano avrebbe potuto evitare facilmente
la vista del proprietario e della sua famiglia. Nel
tentativo di tenersi occupata, si lavò le mani e il viso, tolse
dalla borsa da viaggio l'occorrente per la notte, e andò a
controllare i ragazzi.
Le altre due istitutrici erano sistemate in fondo al corridoio,
e quando Sherry accompagnò i ragazzi nella stanza dei
giochi, le vide arrivare con i bambini affidati a loro, due maschietti
di circa quattro anni. Dopo un'amichevole presentazione,
le sue colleghe insistettero per coinvolgere i ragazzi
Skeffington in un gioco con i bambini, e Sheridan si trovò
con l'ultima cosa che desiderava: del tempo a disposizione.
Lasciata fuori dal chiasso giocoso dei quattro maschietti,
gironzolò per l'enorme stanza soleggiata, passando accanto
a un grande tavolo ricoperto da un intero esercito di soldatini
in legno, poi si chinò a raccogliere due libri che erano caduti
dagli scaffali. Li rimise a posto, prendendo con scarso
interesse un vecchio album per disegni che si trovava in cima
alla libreria, aprì la copertina... e si sentì fermare il cuore.
Sotto a un disegno infantile di quello che sembrava essere
un cavallo che brucava in un campo, c'era un nome, scritto
goffamente e con scrupolo: Stephen Westmoreland.
Sherry richiuse con violenza la copertina e si voltò di
scatto, ma le sue difese accuratamente erette ricevettero un
altro colpo, questa volta, violento: a qualche passo di distanza,
incorniciato su di un tavolo accanto a un cavallo a dondolo
di legno, c'era il ritratto di un bambino sorridente con
le braccia gettate intorno al collo del cavallo. Il dipinto era
evidentemente opera di un dilettante di talento, e l'ampio
sorriso sul volto del bambino dai capelli scuri era birichino,
invece che sfacciatamente carezzevole, ma altrettanto irresistibile,
e altrettanto indubbiamente quello di Stephen.
«Penso che mi unirò al gioco», proruppe Sheridan, voltando
le spalle al ritratto. «A che cosa stiamo giocando?» domandò
a Thomas Skeffington, il ragazzino di sette anni, ben
avviato sulla strada dell'obesità.
«Abbiamo troppi giocatori in questo momento, signorina
Bromleigh», rispose Thomas. «E il premio è un dolce speciale,
così non sarebbe giusto che lo vinceste voi, perché lo
voglio io.»
«No. Lo voglio io», piagnucolò il bambino di sei anni.
Sbigottita dalle loro maniere, che avevano realmente mostrato
un leggero miglioramento sotto le sue cure, Sheridan
rivolse un'occhiata contrita alle altre istitutrici, che risposero
con dei sorrisi di indulgente simpatia. «Dovete essere stanca»,
le disse una di loro. «Noi siamo arrivate ieri, e abbiamo
il vantaggio di una notte di sonno. Perché non riposate per
un po' prima che comincino i festeggiamenti? Ci occuperemo
noi di questi due signorini.»
Poiché stava già richiedendo tutto il suo autocontrollo per
trattenersi dall'aprire di nuovo l'album dei disegni, o dallo
studiare il ritratto del robusto ragazzo dai capelli scuri e dal
sorriso tristemente familiare, Sheridan approfittò della loro
cortesia, e praticamente fuggì dall'altra parte del corridoio.
Lasciando aperta la porta, si avvicinò alla poltrona accanto
al letto e si sedette, cercando di non pensare al fatto che
quella era la casa dove Stephen era cresciuto. Tuttavia, tre
settimane di ansia crescente e di duro lavoro, accentuate dagli
avvenimenti dell'ultima mezz'ora, si erano combinate
tutte per esigere il loro tributo, e per la prima volta da settimane,
Sheridan si permise di fantasticare: chiudendo gli occhi,
immaginò che l'invito agli Skeffington non avesse niente
a che fare con lei, che sarebbe riuscita a restare al terzo
piano, non scoperta, per tre giorni, e che Stephen Westmoreland
non sarebbe stato presente.
L'apparizione di Julianna, poco dopo, non solo le tolse
ogni speranza di qualsiasi possibilità del genere ma rese anche
evidente che tutto era stato previsto perché la pubblica
umiliazione di Sheridan durasse il più a lungo possibile.
«State riposando, oppure posso entrare?» domandò esitante
Julianna, e Sheridan si strappò alle sue fantasie.
«Gradirò molto la tua compagnia», disse sinceramente
Sheridan, e poi, poiché non riuscì a frenare le parole, aggiunse:
«Il conte di Langford è qui?»
«No, ma è atteso da un momento all'altro, e la mamma ha
perso la testa dietro idee ridicole a proposito di combinare
un matrimonio fra di noi. Non so come riuscirò a sopportare
questo fine settimana.» La rabbia le scintillava negli occhi.
«Perché fa questo, signorina Bromleigh? Mi dite perché il
più grande desiderio della sua vita è rifilarmi all'uomo più
ricco, con il titolo nobiliare più importante, per quanto vecchio,
brutto o sgradevole, io possa trovarlo! Mi dite perché
si comporta così da... "leccapiedi", quando si trova con
chiunque consideri socialmente superiore a lei?»
Sheridan non poteva rispondere a nessuna di quelle domande,
senza tradire la propria intima repulsione per gli stessi
atteggiamenti che Julianna trovava così detestabili nella
sua troppo ambiziosa madre. «A volte», disse lentamente,
«le madri desiderano semplicemente una vita migliore della
loro per le proprie figlie...»
In tono sdegnoso, Julianna replicò: «La mamma non si
preoccupa della "mia" vita. La mia vita sarebbe felice se lei
mi lasciasse scrivere! La mia vita sarebbe felice se lei la
smettesse di tentare di accasarmi come se fossi una..        »
«Una bella principessa?» le suggerì Sheridan, e, in parte,
era la verità. Nella mente di lady Skeffington, il volto e la figura
di Julianna erano un bene prezioso da barattare in cambio
di un posto più elevato in società per il resto della famiglia,
e sua figlia era abbastanza assennata da saperlo.
«Vorrei essere brutta!» esplose Julianna, ed evidentemente
lo pensava. «Vorrei essere così brutta da non far desiderare
a nessun uomo di guardarmi. Sapete che cos'era la mia
vita prima che voi veniste da noi? L'ho trascorsa tutta leggendo
libri. Non mi è stato mai permesso di andare da nessuna
parte, perché la mamma viveva nel timore costante che
qualche scandalo mi coinvolgesse svalutandomi sul mercato
matrimoniale! Vorrei che fosse successo!» disse, furibonda.
«Vorrei essere rovinata, così potrei prendere la mia parte del
patrimonio che mi ha lasciato la nonna. Vivrei in un piccolo
appartamento a Londra, e avrei degli amici. Andrei all'opera
e al teatro, e scriverei i miei romanzi. Libertà», disse sommessamente,
con aria assorta. «Amici. Voi siete la mia prima
amica, signorina Bromleigh. Siete la prima ragazza quasi
mia coetanea con cui la mamma mi abbia mai permesso di
stare a contatto. Lei non approva in nessuna maniera, capite,
il comportamento moderno delle ragazze della mia età. Pensa
che siano superficiali, e che se dovessi socializzare con
loro...»
Sheridan si sentì assolutamente in dovere di dimostrarle
almeno che capiva. «Allora, la tua reputazione ne potrebbe
soffrire», completò per lei, «e saresti...»
«Rovinata!» esclamò Julianna, ma sembrava addirittura
esultante a quella prospettiva. I suoi occhi si illuminarono
per l'irrefrenabile umorismo e lo spirito che lady Skeffington
stava tentando con tanto accanimento di soffocare,
mentre si chinava in avanti e le confidava in un comico bisbiglio:
«Rovinata'. Inadatta al matrimonio... Non vi sembra
divino?»
Nelle particolari condizioni di Julianna ciò poteva sembrare
un sollievo, ma come Sheridan sapeva, Julianna non
aveva realmente idea delle conseguenze di una simile ipotesi.
«No, non lo è», disse con fermezza, ma sorrise.
«Signorina Bromleigh, credete nell'amore? Voglio dire,
amore fra un uomo e una donna, del genere di cui si legge
nei romanzi? Io no.»
«io..» Sheridan esitò, ricordando l'eccitazione che aveva
provato quando Stephen entrava in una stanza, il piacere che
derivava dal parlare o dal ridere con lui. E ricordava più di
tutte la strana sensazione provata che fosse giusto, quando
credeva che lui traesse un intenso piacere dal baciarla. Si era
sentita... completa... perché gli dava piacere. Realizzando
che Julianna stava Improvvisamente osservandola con troppa
attenzione, disse: «Un tempo, credevo nell'amore».
«E?»
«E può essere molto doloroso, quando è unilaterale», confessò.
E poi rimase stupita di avere abbassato la guardia fino
a quel punto, semplicemente permettendosi di pensare a un
bacio.
«Capisco», disse Julianna, gli occhi violetti troppo saggi
per la sua età, troppo perspicaci. Secondo l'opinione di Sherry,
era una scrittrice di talento, dotata di uno straordinario
spirito d'osservazione.
«Non credo che tu capisca», mentì Sheridan con un sorriso
vivace.
Julianna le provò diversamente, con schietta sincerità.
«Quando siete venuta a stare con noi, ho avvertito... un profondo
dolore in voi. E coraggio, e determinazione. Non vi
chiederò se si trattava di amore non corrisposto, anche se
sono certa che lo fosse, ma posso chiedervi un'altra cosa?»
Sheridan stava per farle notare con severità la scorrettezza
di curiosare nella vita di un'altra persona, ma Julianna era
così sola, così commovente, e così affettuosa, che non ebbe
il coraggio di farlo. «Solo se ciò che chiederai sarà qualcosa
che non mi farà sentire a disagio», disse, invece.
«Come fate a sembrare così serena?»
Sheridan si sentiva tutto tranne che serena in quel momento,
e tentò addirittura di scherzare, ma la sua risata era
forzata. «Sono un modello di perfezione, naturalmente. Coraggiosa...
decisa. Ora, parlami di cose più importanti. Quali
sono i programmi per il fine settimana, lo sai?»
Julianna reagì con un sorriso di ammirazione, quando
Sheridan abilmente accantonò l'argomento, ma obbedì rispondendo
alla domanda. «Sarà un fine settimana da trascorrere
all'aperto, inclusi i pasti, cosa che mi è sembrata piuttosto
strana. In ogni caso, i bambini e le loro istitutrici staranno
seduti a dei tavoli accanto a noi...» Si era chinata a togliersi
un sassolino dalla pantofola, e così non vide l'espressione di
orrore e di ostilità che apparve sul volto di Sheridan. «Oh, e
voi dovrete suonare la chitarra, e cantare con i ragazzi...»
Invece di essere sconvolta, Sheridan si stava alzando lentamente,
sospinta da una collera ribollente superiore a qualunque
sensazione avesse mai conosciuto. Basandosi su ciò
che julianna aveva detto, era evidente che tutta la festa era
stata deliberatamente organizzata in maniera da tenere Sherry
costantemente in vista. Gli ospiti erano limitati a quelle
coppie che Sheridan aveva conosciuto meglio. Erano anche
amici intimi dei Westmoreland, il che significava che la famiglia
poteva contare sul fatto che provassero gusto nell'umiliare
l'ex fidanzata di Stephen diventata istitutrice, ma
senza raccontare nulla di ciò che avrebbero visto ai pettegoli
di Londra, perché ciò avrebbe messo in imbarazzo il conte.
Non le avrebbero neppure permesso di pranzare in pace. E,
cosa che la fece infuriare ancora di più, si aspettavano che si
esibisse come un giullare di corte per il loro divertimento.
«Quei mostri!» esplose, la voce come un sibilo.
Julianna alzò gli occhi mentre si rinfilava la pantofola. «I
ragazzi? Sono dall'altra parte del corridoio.»
«No, "quei" mostri», disse Sheridan, senza riflettere. «I mostri
adulti ! Hai detto che erano nel salotto, prima?»
Ignara dello sguardo sbalordito di Julianna, la donna che
aveva appena lodato per la sua serenità marciò in avanti con
un'espressione combattiva negli occhi. Sheridan sapeva che
avrebbe perso il posto per ciò che stava per fare, ma d'altra
parte gli Skeffington l'avrebbero licenziata comunque, dopo
quel fine settimana. Lady Skeffington era ambiziosa e scaltra,
e non avrebbe impiegato più di un'ora a capire che l'istitutrice
dei suoi figli era oggetto di dileggio, oltre a essere
all'origine dell'invito e della riunione. Lady Skeffington era
disposta a sacrificare la sua unica figlia nella speranza di venire
accolta nella cerchia sociale dei Westmoreland. Non avrebbe
esitato un attimo a cacciare Sheridan, se avesse intuito
che i Westmoreland avevano una bassa opinione di lei.
Niente di tutto ciò aveva importanza per Sheridan, mentre
scendeva determinata il lungo scalone. Avrebbe preferito
morire di fame, piuttosto che permettere a quegli altezzosi
aristocratici inglesi di torturarla per un disgustoso e distorto
bisogno di vendetta.

                   CAPITOLO 48.

Cieca a tutto tranne che al proprio volere, Sheridan individuò
il salotto con l'aiuto di un domestico in livrea, ma dovette
affrontare un altro domestico appostato di fronte alla
porta chiusa.
«Desidero vedere immediatamente la duchessa di Claymore»,
lo informò, aspettandosi che le dicessero che era impossibile
e preparandosi a entrare con la forza, se necessario.
«Il mio nome è Sheridan Bromleigh.»
Con sua sorpresa, il domestico si inchinò subito e disse
aprendo la porta: «Sua Grazia vi sta aspettando».
Per Sheridan, quell'annuncio eliminava qualsiasi dubbio
sul fatto che il ricevimento avesse potuto essere organizzato
per uno scopo diverso da quello di darle una punizione. «Ci
avrei scommesso», disse, in tono sprezzante. Le risate femminili
cessarono e le conversazioni si interruppero, nell'istante
in cui lei entrò impettita nell'immensa sala. Ignorando
Victoria Seaton e Alexandra Townsende, Sherry passò
accanto alla duchessa madre e alla signorina Charity senza
un cenno del capo, e affrontò la duchessa di Claymore.
Gli occhi fiammeggianti, guardò dall'alto in basso la compita
brunetta che un tempo aveva considerato una sorella, e
la sua voce tremò per la violenza dell'oltraggio che stava per
subire. «Avete così pochi intrattenimenti da riuscire a divertirvi
torturando un'istitutrice?» chiese ferocemente, le mani
strette a pugno lungo i fianchi. «Che cos'altro vi aspettate
che io faccia, oltre a suonare e a cantare? Sperate anche che
balli per voi? Perché Stephen non è ancora qui? Dev'essere
ansioso quanto voi assistere all'inizio dello spettacolo.» La
sua voce tremava per il furore, mentre finiva. «Avete tutti
sprecato il vostro tempo, perché me ne vado! Avete capito?
Che razza di... di mostri siete, comunque? E non "osate" fingere
di non avere progettato tutto questo fine settimana al
semplice scopo di trascinarmi qui!»
Whitney si era aspettata quella visita da parte di Sheridan,
ma non aveva previsto che iniziasse con la rabbiosa aggressività
di un duello. Invece di spiegarle gentilmente il suo scopo,
all'origine di quella specie di messa in scena, come aveva
avuto intenzione di fare, entrò nella schermaglia verbale
con un colpo che puntava dritto al cuore di Sheridan Bromleigh.
«Per qualche ragione», annunciò freddamente, sollevando
con sfida un sopracciglio, «immaginavo che avreste
apprezzato i nostri sforzi per portarvi nell'orbita di Stephen.»
«Non ho alcun desiderio di trovarmi in Un simile posto»,
ribatté Sheridan in tono molto brusco.
«E' perciò che andate all'opera ogni giovedì?»
«Chiunque può andare all'opera.»
«Non guardate la rappresentazione. guardate Stephen.»
Sheridan impallidì. «Lui lo sa? Oh, vi prego, non ditemi
che glielo avete raccontato. Perché sareste così crudele?»
Whitney trasse un respiro, detestando fare ricorso al ricatto,
ma lo fece comunque e senza rimorso. «Lui non lo sa,
ma lo saprà se non riuscirete a farmi capire perché andate all'opera
a guardarlo, dopo averlo abbandonato sull'altare.»
«Non avete nessun diritto di chiedermi questo.»
«Ho tutti i diritti.»
«Chi credete di essere?» esplose Sheridan. «La regina
d'Inghilterra?»
«Penso di essere la donna che si è presentata per il vostro
matrimonio e che "voi" siate quella che non lo ha fatto.»
«Se è per questo, mi sarei aspettata che mi ringraziaste!»
«Ringraziarvi?» disse Whitney, con aria sinceramente
sbalordita. «Per che cosa?»
«Perché mi fate tutte queste domande? Perché stiamo a
cavillare su queste sciocchezze?»
Whitney si studiò le mani ben curate. «Io non considero il
cuore e la vita di mio cognato una sciocchezza. Forse, è in
questo che siamo diverse?»
«Mi piacevate molto di più quando non sapevo chi fossi»,
disse Sheridan con una voce così confusa, che sarebbe stata
comica in un altro contesto. «Allora non sembravate così...
difficile e irragionevole. Il giorno del matrimonio, dopo che
monsieur DuVille mi ha spiegato perché Stephen avesse deciso
all'improvviso di sposarmi, ho fatto l'unica cosa possibile.
Povero signor Lancaster... morire senza che Charise
fosse lì.»
Mentalmente, Whitney spedì Nicki DuVille all'inferno
per la parte avuta in quel disastro con la sua leggerezza, ma
cercò di concentrarsi sul loro piano.
«Posso andare, adesso?» chiese gelidamente Sheridan.
«Certamente», rispose Whitney, mentre Victoria e la signorina
Charity la guardavano scioccate. «Signorina Bromleigh»,
aggiunse Whitney, quando Sheridan allungò una mano
verso la porta, ma ora la sua voce era gentile, «credo che
mio cognato fosse innamorato di voi.»
«Non ditemi questo!» esplose Sheridan, stringendo con le
mani la maniglia della porta, la schiena rivolta a loro. «Non
fatemi questo. Lui non ha mai preteso di amarmi, non si è
mai neppure preoccupato di fingere a questo proposito, quando
abbiamo discusso di matrimonio.»
«Forse, non riconosceva il sentimento per ciò che era,
neppure con se stesso, forse non lo riconosce ancora oggi,
ma non è più stata la stessa persona da quando ve ne siete andata.»
Sherry si sentì sbilanciata dall'esplosione di speranza e di
timore, di rifiuto e di gioia, nella sua mente. «Non mentitemi,
per l'amor di Dio.»
«Sherry?»
Lei si voltò al tono dolce della sua voce.
«Il giorno del vostro matrimonio, Stephen non voleva credere
che non sareste tornata. Anche dopo che la signorina
Lancaster ha buttato fuori tutto il suo veleno, non le ha creduto.
Ha aspettato che tornaste da lui e vi spiegaste.»
Sherry pensò che il cuore le si sarebbe spezzato, e questo
prima che la duchessa aggiungesse: «Ha trattenuto il reverendo
fino a tardi, quella sera. Non voleva lasciarlo andare.
Questo vi sembra in carattere con un uomo che non vi voleva?
Questo vi sembra in carattere con un uomo che stava per
sposarvi solo per senso di colpa e di responsabilità? Poiché
ormai sapeva che non eravate Charise Lancaster, perché
avrebbe dovuto provare qualsiasi colpa o senso di responsabilità
nei vostri riguardi? La vostra ferita al capo era guarita,
e la memoria Vi era tornata».
Sherry si sentì distrutta al pensiero di ciò che avrebbe potuto
avere... e di ciò che aveva perso, e girò il capo dall'altra
parte, gli occhi pieni di lacrime. «Non ho mai pensato... mai
immaginato... Non è possibile che lo pensasse veramente»,
disse con più forza, voltandosi a guardare Whitney. «Non
avrebbe mai preso in considerazione di sposare una comune
istitutrice.»
«Oh, sì», disse Whitney, con un'amara risata. «Posso assicurarvi
per esperienza personale, e da ciò che ho appreso
dalla storia di famiglia, che gli uomini Westmoreland fanno
'esattamente' di testa loro, e che hanno sempre fatto così.
Posso ricordarvi che quando Stephen ha trattenuto il prete a
casa sua, era già al corrente della vostra passata posizione
come dama di compagnia di Charise Lancaster. Per lui non
aveva importanza. Aveva deciso di sposarvi, e niente avrebbe
potuto fermarlo. Tranne voi.»
Fece una pausa, osservando l'espressivo volto di Sherry
passare dalla gioia all'angoscia, alla speranza. Era una speranza
ancora incerta, fragile, ma Sherry la stava provando, e
benché la cosa facesse immensamente piacere a Whitney, si
sentì anche obbligata a dare all'amica di un tempo un avvertimento
moderatore. «Sfortunatamente» disse, «gli uomini
Westmoreland sono anche estremamente difficili da trattare,
quando sono stati provocati al di là di ciò che loro giudicano
un limite ragionevole, e temo che Stephen sia ormai molto,
molto al di là di questo malaugurato punto.»
«Provocato oltre ogni ragionevolezza?» chiese Sheridan
con profonda tristezza.
Whitney annuì. «Temo di sì.» Attese, sperando di vedere
un segno del coraggio di cui Sheridan avrebbe avuto bisogno,
se aveva intenzione di fare qualcosa per sé e per lui. «Se
le cose dovranno essere aggiustate fra voi, temo che il peso e
i rischi di tale tentativo ricadranno completamente su di voi.
In effetti, nella migliore delle ipotesi Stephen vi riserverà
dell'ostilità. Una gelida ostilità. In quello peggiore, potrà anche
dare libero sfogo alla collera che prova verso di voi.»
«Capisco.»
«Non vuole avere più niente a che fare con voi, non permette
neppure l'accenno al vostro nome da parte di nessuno
di noi.»
«Lui... mi odia?» La sua voce esitò per l'angoscia di sapere
che lui ora provava quel sentimento che lei avrebbe potuto
impedire che ciò nascesse.
«Profondamente.»
«Ma lui... voglio dire, voi pensate che prima non mi odiasse?»
«Penso che vi amasse. Ve l'ho già detto una volta che non
ho mai visto Stephen trattare una donna nella maniera in cui
trattava voi. Tra le altre cose, era possessivo, il che non è
per nulla nel suo stile abituale.»
Sheridan abbassò lo sguardo sulle proprie mani, temendo
di sperare di poter riaccendere qualcuno di quei sentimenti in
lui. Ma incapace di trattenersi dalla speranza e sollevando gli
occhi in quelli di Whitney, chiese: «Che cosa posso fare?»
«Potete lottare per lui.»
«Ma come?»
«Questa è la parte delicata del problema», disse Whitney,
mordendosi le labbra per nascondere un sorriso all'espressione
allarmata di Sheridan.
«Avevate ragione quando pensavate che tutto questo fosse
stato progettato con cura, ma non ho mai voluto mettervi
in imbarazzo, solo costringere Stephen a stare in vostra compagnia
la maggior parte del tempo di questi due giorni. Inoltre,
le altre due istitutrici si prenderanno cura dei ragazzi
Skeffington, mentre sarete qui. A questo scopo, ho suggerito
a lady Skeffington che potreste essere più utile se faceste da
chaperon a Julianna... a distanza, naturalmente. Questo vi
permetterà di gironzolare nei dintorni, anche di cavalcare, se
lo desiderate, e di essere molto più... visibile.»
«Io... io non so come ringraziarvi.»
«Potreste non desiderare ringraziarmi», disse Whitney,
con un sorriso nervoso. E poi, poiché desiderava disperatamente
rassicurare l'altra donna a sufficienza da metterla in
grado di affrontare qualunque cosa Stephen le avrebbe fatto,
le confidò una cosa di cui era al corrente solo la famiglia.
«Diversi anni fa, venni fidanzata a mio marito da mio padre,
senza che io ne fossi a conoscenza. Io... io avevo la sciocca
intenzione da adolescente di sposare un ragazzo del posto,
che pensavo avrei amato per sempre. Così... feci diverse cose
per tentare di evitare quel matrimonio che portarono mio
marito a rompere il fidanzamento, e a ritirare la sua offerta
di matrimonio. Sfortunatamente, solo allora mi resi conto di
avere superato da tempo la mia infatuazione per l'altro uomo.
Ormai, Clayton non voleva neppure più ammettere di
conoscermi.»
«Tuttavia, alla fine, come ben si può vedere ha cambiato
idea.»
«Non proprio», ammise Whitney con un leggero rossore.
«'Io' gli ho fatto cambiare idea. Era sul punto di sposare
un'altra, e io... io sono venuta qui a trovarlo, per tentare di
dissuaderlo. Stephen intervenne, e mi costrinse a restare.
Veramente, ho ideato questo ricevimento solo perché una
tattica simile ha funzionato con mio marito e con me.»
«Grazie per esservi confidata con me. In un certo senso
aiuta sapere che un'altra donna ha commesso un grande errore,
e ha dovuto correggerlo da sé.»
«Non mi sono», disse gentilmente Whitney, «confidata con
voi per condividere il mio dolore. Avevo una ragione molto
più importante, altrimenti non l'avrei fatto.»
«Lo so.»
Sheridan esitò, poi si alzò in piedi, il sorriso incerto ma la
voce salda. «Che cosa dovrei fare?»
«Per prima cosa, dovete cercare di tenervi sempre in vista,
così che non possa evitare di incontrarvi. E, in qualche
maniera, essere molto disponibile.»
«Disponibile... per lui, intendete?»
«Precisamente. Essendo stato abbandonato e, come lui
crede, ingannato, Stephen non vorrà avere niente a che fare
con voi. Occorrerà un invito da parte vostra, inconfondibile
e, speriamo, irresistibile, per attirarlo di nuovo a voi.»
Sheridan annuì, il cuore che le batteva forte per il timore,
la speranza e l'incertezza, poi si voltò lentamente verso le
altre donne che aveva offeso prima, e vide che tutte la stavano
osservando con affettuosa e gentile comprensione. Guardò
per prima la duchessa madre e poi la signorina Charity.
«Sono stata imperdonabilmente scortese», cominciò, ma la
madre di Stephen scosse il capo per interromperla, e le tese
la mano.
«Date le circostanze, mia cara, sono sicura che avrei agito
all'incirca come voi.»
Prendendo la mano della duchessa madre con entrambe le
sue, Sherry la strinse con forza. «Sono terribilmente, terribilmente
dispiaciuta...»
Victoria Seaton interruppe ulteriori espressioni di colpevolezza
alzandosi in piedi, e stringendo Sheridan in un impetuoso
abbraccio, poi si tirò indietro e disse allegramente:
«Siamo tutte qui per sostenervi, e ne potrete avere bisogno
quando Stephen arriverà».
«Non spaventatela», disse Alexandra Townsende, ridendo
mentre si alzava in piedi a stringere la mano di Sheridan.
Con un brivido esagerato, finì: «Lasciate questo compito a
Stephen».
Il sorriso di Sheridan tremò leggermente. «I vostri mariti
sanno delle vostre intenzioni?»
Le tre donne annuirono, e Sheridan si sentì commossa all'idea
che anche quegli uomini altolocati le volessero bene.
Il compito che l'attendeva la terrorizzava. Il pensiero che
Stephen si fosse preoccupato per lei e l'avesse aspettata al
punto di trattenere il reverendo per ore, dopo che lei era fuggita,
le straziava il cuore. Sherry non era mai stata così felice
in vita sua.

                  CAPITOLO 49.

Dopo che Sheridan, Alexandra e Victoria ebbero lasciato il
salotto, le tre donne che vi restarono, nonostante i coraggiosi
sforzi per apparire tranquille e sicure di sé, erano ormai in
preda all'agitazione quando udirono il rumore di una carrozza
che arrivava, un'ora dopo. «Questo "deve" essere Stephen»,
disse la duchessa madre, appoggiando il suo tè con tale energia
che l'inestimabile tazza di Sèvres produsse un pericoloso
rumore sul suo delicato piattino. Per tutta la mattina erano
continuati ad arrivare gli ospiti per la festa di compleanno,
inclusa la comitiva degli Skeffington, ma Stephen non si era
fatto vedere, e stava diventando sempre più evidente che
qualcos'altro lo aveva trattenuto del tutto, o gli avrebbe comunque
fatto perdere buona parte della giornata. «Se non è
stato ferito o assalito dai banditi sulla strada», proseguì, in
tono irritato, «sono seriamente tentata di fargli io stessa del
male fisico! I miei nervi sono tesi al massimo, e sono decisamente
troppo vecchia per venire sottoposta a questo genere
di attese.»
Troppo ansiosa per aspettare che il maggiordomo annunciasse
il nuovo arrivo, Whitney si stava già avviando alla finestra
a dare un'occhiata.
«E' lui, mia cara?»
«Sì... Oh, no!» rispose sua nuora, e voltandosi si premette
contro le tende, con l'aria decisamente sconvolta.
«Sì, è lui, oppure "oh, no", "non" è lui?» chiese la signorina
Charity.
«Sì, è Stephen.»
«Questo, va bene.»
«Con Monica Fitzwaring.»
«Questo va meno bene», disse la duchessa madre, consegnando
il nipotino di tre anni, che era stato incluso nella cospirazione
per necessità, a Charity, che gli spalancò le braccia.
Poiché lei e Noel si erano smodatamente affezionati
l'uno all'altra, Whitney non aveva avuto il coraggio di allontanare
l'anziana donna da lui il giorno del suo compleanno,
né avrebbe permesso a Charity di restare se non fosse stata
preavvertita dell'arrivo di Sheridan, e informata delle vere
ragioni di quei festeggiamenti.
«Ha portato anche Georgette Porter.»
«Questo è ancora "peggio"s», disse la duchessa madre, con
voce più cupa.
«Io penso invece che vada a meraviglia!» esclamò la signorina
Charity, attirandosi i loro sguardi increduli mentre
lei sorrideva a lord Noel Westmoreland. Prendendo i polsi
del bambino, batté insieme le manine paffute, facendolo ridere,
prima di sollevare lo sguardo sulle due duchesse e di
notare che la stavano guardando come se fosse pazza. «Una
donna occuperebbe tutto il suo tempo», continuò allegramente.
«Due donne possono occuparsi l'una dell'altra, lasciandolo
del tutto libero per la nostra Sheridan.»
«Sfortunatamente, Monica e Georgette non possono sopportarsi.»
La signorina Charity non considerava un ostacolo tale fatto.
«Per assicurarsi la buona opinione di Langford, passeranno
tutto il loro tempo tentando di superarsi in amabilità. O,
altrimenti», aggiunse, corrugando la fronte pensierosa, «si
coalizzeranno nel riversare tutta la loro malignità sulla nostra
povera Sherry, se Langford dovesse dedicarle la sua attenzione.»
Insoddisfatta della seconda ipotesi, Whitney guardò sua
suocera. «Che cosa dobbiamo fare?»
Contraria a essere tagliata fuori dalla discussione per più
di un minuto, Charity disse in tono vivace: «Dovremmo invitare
il caro monsieur DuVille per pareggiare il numero?»
I nervi della duchessa madre erano abbastanza tesi da farla
girare completamente sulla sua poltrona a guardare torva
la signorina Charity. «Che idea completamente assurda! Come
ben sapete, Stephen ha manifestato un'avversione al solo
accenno del nome di quell'uomo, dal giorno in cui Sheridan
è scomparsa!»
Whitney, diffidando dell'umore insolito della duchessa
madre, disse rapidamente. «Perché non portate fuori Noel,
signorina?» suggerì a Charity. «Ho dato istruzioni alle istitutrici
di portare i bambini a giocare vicino al laghetto a quest'ora,
e a dar da mangiare ai cigni. Potreste tenere d'occhio
la nostra speciale istitutrice, se dovesse farsi vedere là.»
Charity annuì immediatamente, e prese la mano di Noel.
«Ebbene, mio caro giovanotto, dobbiamo tentare di trovare
la nostra preda?» lo invitò.
Noel si tirò indietro e scosse la testa bruna e ricciuta. «Prima,
bacio», spiegò, e attraversò di corsa la stanza sulle gambette
robuste per baciare sua nonna e sua madre, sapendo di
farle contente. Soddisfatto, fece un largo sorriso alla signorina
Charity, le porse la mano, e le permise di condurlo fuori
attraverso la porta-finestra che dava sul prato.
La duchessa madre di Claymore riuscì a mantenere il sorriso
sul volto finché Noel non scomparve ma, nell'istante in
cui fu fuori della sua vista, concentrò lo sguardo adirato sulla
porta che dava nell'atrio principale. La tensione l'aveva
spinta oltre il limite della sopportazione, ed era irragionevolmente
irritata con Stephen per il fatto di disturbare i loro
piani accuratamente studiati per portarlo a una riconciliazione
con Sherry, conducendo non una, ma due donne con sé.
Era anche enormemente, anche se ingiustamente, irritata con
entrambe le donne per essere lì. Ignaro dell'umore di sua
madre, Stephen scortò le sue ospiti nel salotto, e andò dritto
verso la sua poltrona. «Hai l'aria un po' affaticata», le disse,
chinandosi a baciare la guancia di sua madre.
«Non avrei "l'aria" affaticata se tu non fossi sempre in ritardo,
e a farmi preoccupare molto per questo.»
Stephen era troppo stupito dal suo tono per controbattere
all'osservazione ingiusta. «Non mi sono reso conto che il
tempo fosse una questione essenziale. Mi dispiace che tu fossi
preoccupata.»
«E' molto scortese far aspettare le tue ospiti», aggiunse lei,
in tono ancora irato.
Stephen si raddrizzò, e la guardò con sorpresa irritazione.
«Le mie più sincere scuse per il mio ritardo, Vostra Grazia.»
Con un inchino formale, aggiunse: «Per la "seconda" volta».
Perplesso dalle sue insolite lamentele, con un'impercettibile
scrollata di spalle Stephen si voltò, in modo che lei potesse
salutare le sue ospiti. «Mamma», disse, «credo che tu
conosca la signorina Fitzwaring...»
«Come sta tuo padre, Monica?» chiese la duchessa madre,
mentre la giovane donna le faceva un grazioso inchino.
«Molto bene, grazie, Vostra Grazia. Vi manda i suoi più
cordiali saluti.»
«Ti prego di trasmettergli i miei. E ora, poiché sei chiaramente
esausta per il viaggio, ti suggerisco di andare subito
di sopra e di restarci fino all'ora di cena, così da poterti riposare
e recuperare il tuo colorito.»
«Non sono per nulla stanca, Vostra Grazia», disse la signorina
Fitzwaring, irrigidendosi offesa all'esplicita insinuazione
che non avesse una buona cera.
La duchessa madre la ignorò, e tese la sua mano regale all'altra
donna, esclamando mentre Georgette si inchinava: «Ho
sentito dire che siete stata malata, recentemente, signorina
Porter. Dovreste trascorrere il fine settimana a riposare.»
«Oh, ma... questo è stato l'anno scorso, Vostra Grazia. Sono
completamente guarita.»
«La prevenzione è la chiave per la buona salute», insistette
lei ostinatamente. «Questo è ciò che mi dice sempre il
mio medico, ed è così che sono vissuta tutti questi anni con
una salute così "robusta", e con un carattere così "allegro".»
Whitney intervenne a salutare le sue ospiti inattese, prima
che loro potessero soffermarsi a mettere mentalmente in
dubbio la sua pretesa di avere un carattere allegro. «Entrambe
sembrate perfettamente in forma, ma sono certa che gradirete
avere qualche minuto per rinfrescarvi», disse con un
sorriso, mentre scortava la mortificata signorina Porter e
l'offesa signorina Fitzwaring alla porta, così che un domestico
in livrea potesse accompagnarle alle loro stanze.
«Dov'è mio nipote?» chiese Stephen, posando un breve
bacio sulla guancia di Whitney. «E dov'è», aggiunse in un
sussurro sarcastico, «il carattere "allegro"s di mia madre?»
«Noel è con la signorina Charity...» cominciò Whitney,
mentre all'improvviso la colpì l'idea che il momento era imminente.
Non si poteva tornare indietro. «Tra una mezz'ora,
tutti scenderanno al laghetto, dove i bambini stanno per fare
una piccola festa. Noel sarà là, per allora, insieme a tutti gli
altri.»

                   CAPITOLO 50.

I CIGNI galleggiavano lievi sull'acqua immobile come uno
specchio, mentre Sheridan e le altre due istitutrici stavano
accanto a un elegante gazebo bianco a osservare alcuni bambini
che vivevano nella tenuta giocare allegramente con i
piccoli duchi in erba sulle rive di un laghetto antistante alla
casa. Le loro voci felici echeggiavano mentre tentavano di
convincere i cigni alteri ad avvicinarsi di più alla riva, e si
mescolavano con le voci più gravi e riservate dei Fielding
dei Townsende, degli Skeffington e dei Westmoreland.
Sheridan teneva attentamente d'occhio i bambini, ma nessuna
voce, nessun suono, era così forte quanto il battito furioso
del suo cuore mentre osservava Stephen uscire finalmente
da casa con due donne. Whitney le aveva già bisbigliato
un avvertimento a proposito delle sue accompagnatrici,
prima di raggiungere i suoi ospiti, ma Sheridan vi prestò a
malapena attenzione. Nella sua mente, tutto ciò che poteva
sentire erano le parole pronunciate da Whitney poco prima:
«Stephen ha trattenuto il reverendo fino a tardi, quella sera.
Non poteva, non voleva, credere che non sareste tornata».
Tenerezza e rimpianto le si agitavano dentro ogni volta
che ci pensava, infondendole coraggio e rafforzando la sua
determinazione ad affrontarlo e a rivolgergli qualunque «invito»
fosse necessario per riportarlo a lei.
Stephen stava ascoltando quello che gli stava dicendo
Monica, ma il suo sorriso era assente, la sua attenzione rivolta
ai bambini sul prato.
Man mano che si avvicinava, il cuore di Sheridan prese a
battere sempre più forte, finché divenne un rombo nelle sue
orecchie. Noel arrivò di corsa con Charity al suo fianco, fermandosi
timidamente di fronte a lei. «Fiori, per te", disse,
offrendole un piccolo mazzo di fiori selvatici che Charity gli
aveva detto di raccogliere.
I motivi di quel gesto erano chiari, come Charity le spiegò:
«Langford starà cercando Noel, e se lui è con voi, allora
saremo tutti sollevati dalla nostra tensione prima di quanto
accadrebbe se dovessimo aspettare finché non notasse le
istitutrici».
Sherry non prestò alcuna attenzione a quelle parole, ma si
chinò ad accettare i fiori, sorridendo dolcemente al robusto
bimbetto di tre anni che le ricordava suo padre Clayton e
Stephen insieme.
«Grazie, mio gentile signore», disse, osservando Stephen
con la coda dell'occhio mentre lui si avvicinava al gazebo.
Dietro di lei, sotto a una grossa quercia, gli adulti stavano
furtivamente osservando la stessa scena, e la loro conversazione
divenne esitante, mentre le risate cessarono bruscamente.
Noel guardò la luce del sole scintillare sulle ciocche fiammeggianti
dei capelli della giovane donna che aveva di fronte
allungò una mano per toccarli, poi si fermò a guardare
con aria interrogativa Charity. «Brucia?»
«No», rispose Sheridan, amando ogni lineamento di quel
visetto. «Non brucia.»
Lui sorrise e allungò la mano a toccarli, ma il richiamo di
Stephen attirò subito la sua attenzione.
«Noel!»
Noel si illuminò di un sorriso, e prima che Charity potesse
fermarlo, si voltò correndo da suo zio, che lo sollevò fra
le sue braccia.
«Sei diventato un gigante!» gli disse Stephen, spostandolo
sul braccio sinistro, lo sguardo sul gruppo di adulti sotto
all'albero. «Ti sono mancato?»
«Sì!» disse con enfasi Noel scuotendo il capo, ma quando
passarono a pochi centimetri da Sheridan, Noel vide che stava
osservando suo zio con un sorriso esitante. Prese una decisione
improvvisa, e si divincolò per scendere.
«Che cosa, mi lasci così presto?» gli chiese Stephen, che
sembrò sorpreso e quasi ferito. «Ovviamente», scherzò rivolto
ai Townsende e ai Fielding, come pure a Georgette e a
Monica, mettendo a terra il bambino che si divincolava, «dovrò
cominciare a portargli dei regali più sontuosi. Dove vai,
giovanotto?»
Noel gli rivolse uno sguardo adorante, ma puntò un dito
grassoccio in direzione di una donna che stava a pochi passi
di distanza da loro, con indosso un austero abito blu scuro, e
spiegò: «Prima, saluto con bacio».
Ignaro di essere il centro dell'interesse di molte delle persone
presenti, Stephen si raddrizzò, diede uno sguardo nella
direzione in cui il bambino aveva indicato... e di colpo si irrigidì,
mentre i suoi occhi fissavano Sheridan che si stava
chinando a ricevere il bacio del piccolo, ma guardando lui
dritto in volto.
Whitney osservò la sua reazione, vide la sua mandibola
stringersi con tale forza che un muscolo cominciò a pulsargli
sulla guancia. Aveva segretamente nutrito la speranza che
Stephen, in qualche maniera, potesse credere che gli Skeffington
fossero davvero delle sue conoscenze e che l'apparizione
di Sherry fosse una coincidenza, ma quella speranza
era stata del tutto inutile. Lentamente, Stephen voltò il capo a
guardarla dritta in volto, gli occhi che trafiggevano i suoi. In
gelido silenzio accusò sua cognata di complicità e di tradimento,
poi si voltò e si diresse a lunghi passi verso la casa.
Temendo che avesse intenzione di andarsene, Whitney
appoggiò il suo bicchiere di vino sul tavolo, si scusò con gli
ospiti, e lo seguì. Le gambe di Stephen erano più lunghe, e
lui non si curava delle apparenze, così lei riuscì a raggiungere
la casa soltanto diversi minuti dopo che lui era già rientrato.
Il maggiordomo le fornì l'informazione che Stephen aveva
ordinato la carrozza, ed era salito nella sua camera.
Whitney salì di corsa la scala. Quando, dopo avere bussato,
non ricevette alcuna risposta, bussò di nuovo. «Stephen?
Stephen, lo so che sei lì dentro...»
Provò a girare la maniglia, e quando vide che la porta non
era chiusa a chiave l'aprì, ed entrò. Stephen uscì a lunghi
passi dallo spogliatoio con indosso una camicia pulita, la vide,
e la sua espressione diventò ancora più torva di prima.
«Stephen, ascoltami...»
«Vattene», l'avvertì lui, abbottonandosi la camicia, e allungando
una mano a prendere la giacca.
«Non te ne andrai, vero?»
«Andarmene?» la schernì lui. «'Non posso' andarmene!
Hai calcolato anche questo. I miei complimenti, "Vostra Grazia"»,
sottolineò in tono sprezzante, «per la vostra doppiezza,
per la vostra disonestà e per la vostra slealtà.»
«Stephen, ti prego», lo implorò Whitney, facendo qualche
passo esitante nella stanza. «Ascoltami. Sherry era convinta
che tu la sposassi per pietà, e io ho pensato che se avessi
avuto un'occasione di rivederla...»
Stephen si avvicinò a lei con espressione minacciosa. «Se
solo avessi voluto vederla, lo avrei chiesto al tuo amico
DuVille», disse in tono feroce. «E' andata da lui, quando mi
ha lasciato.»
Whitney si mise a parlare più in fretta, mentre indietreggiava
automaticamente. «Se solo provassi a immedesimarti
in lei.»
«Se solo fossi saggia», la interruppe lui, con una voce bassa
che la raggelò, torreggiando su di lei, «mi eviteresti con
molta cura, questo fine settimana, Whitney. E quando tutto
questo sarà finito, comunicherai con me tramite tuo marito.
Adesso, togliti di mezzo.»
«So che l'amavi, e le ho detto...»
Stephen la afferrò con forza per le spalle, la spostò di lato,
e le passò accanto, uscendo dalla porta.
In sbalordito silenzio, Whitney restò a guardarlo allontanarsi
velocemente lungo il corridoio, e scendere di corsa le
scale. Conosceva Stephen Westmoreland da oltre quattro anni,
e non aveva mai creduto, mai immaginato, che fosse capace
di provare un odio così violento.
Lentamente, ritornò dabbasso a raggiungere i suoi ospiti
per una festa cominciata male. Quando si ritrovò con loro,
fu per scoprire che Stephen aveva portato Monica e Georgette
in gita al villaggio, il che significava che probabilmente
sarebbe stato via per diverse ore. Lady Skeffington sembrava
costernata come tutti gli altri per la sua partenza, soltanto
per ragioni diverse, naturalmente. In effetti, gli unici
due membri del gruppo che non sembravano depressi a quel
riguardo, erano sir John, che stava bevendo un altro bicchiere
di Madera, cosa che, grazie a Dio, sembrava renderlo più
tranquillo invece che più espansivo, e Julianna Skeffington,
che stava parlando con Sheridan, mentre l'aiutava con i
bambini. Con un sorriso, sollevò Noel fra le braccia e lo abbracciò
stretto, poi si voltò e disse qualcosa a Sheridan con
un'espressione sul volto che era chiaramente di solidarietà.
Dal margine del prato, la duchessa madre osservava la ragazza
bionda e, con un timido tentativo di distrarre i loro
pensieri dalla violenta reazione di Stephen alla vista di Sherry,
fece notare oziosamente a Whitney: «Julianna Skeffington
sa che c'è qualcosa nell'aria. Ha notato lo sguardo omicida
che Stephen ha rivolto a Sheridan quando l'ha vista, ed è
arrivata al suo fianco nel giro di pochi secondi. Mi è sembrata
una ragazza assolutamente incantevole quando le ho parlato
prima, attraente e intelligente».
Whitney distolse i propri pensieri dalle parole allarmanti
che le aveva detto Stephen, concentrandosi sulle incantevoli
fattezze di Julianna.
«E anche bella.»
«C'è da meravigliarsi per la capricciosità della natura che
ha permesso a quell'uomo...» fece un cenno di disgusto con
il capo verso sir John, «e a quella donna...» storse la bocca
verso lady Skeffington, «di mettere al mondo quella deliziosa
creatura.»

                  CAPITOLO 51.

di solito, un intero schieramento di domestici era sempre a
disposizione per aiutare gli ospiti a scendere dalle loro carrozze,
e a provvedere affinché le vetture e i cavalli venissero
riportati nelle scuderie, ma quando Stephen tornò dalla sua
gita al villaggio, nessuno uscì di casa ad accoglierlo. L'unico
domestico nei paraggi era un valletto solitario fermo sul
viale d'ingresso, che stava fissando le colline in lontananza
oltre le scuderie dietro alla tenuta. Era talmente concentrato
su qualunque cosa stesse cercando di vedere, che sembrò
non udire le ruote della carrozza finché Stephen non si fermò
dietro di lui, allora si voltò con un sussulto colpevole e
corse ad afferrare le redini.
«Dove sono tutti?» chiese Stephen, notando che il maggiordomo
non aveva ancora mandato altri domestici da casa,
né aperto la porta d'ingresso, com'era abitudine.
«Sono giù alle scuderie, milord. E' davvero uno spettacolo,
se così posso dire, e da non perdere. O, almeno, così ho sentito
dire da quelli che stanno guardando dal retro della casa.»
Stephen riprese le redini al valletto, avendo deciso di andare
alle scuderie a vedere da sé che cosa intendesse dire il
valletto con «davvero uno spettacolo».
Un lungo tratto di staccionata circondava le scuderie e la
vasta area tenuta a prato fra le tettoie sotto le quali i cavalli
venivano accompagnati e fatti riposare, prima di venire rinchiusi.
Al di là della staccionata, il pascolo si stendeva fino
alle pendici delle colline ricoperte di boschi, punteggiate da
siepi e da barriere di pietra adibite all'allevamento alla caccia
dei cavalli dei Claymore. Quando Stephen fermò la carrozza
davanti alle scuderie, vide che cocchieri, stallieri, domestici
e aiutanti di stalla, erano allineati lungo tutta la staccionata.
Stephen aiutò Monica e Georgette a scendere dalla
carrozza, notando anche, mentre lo faceva, che tutti gli ospiti
della casa, tranne la sua sleale cognata, erano allineati sul
lato opposto della staccionata, concentrati quanto i domestici
su qualunque misterioso spettacolo stesse avendo luogo
sul fianco della collina.
Stephen studiò il profilo impassibile di suo fratello mentre
lui e le sue due compagne raggiungevano il gruppo, chiedendosi
incredulo se Clayton avesse davvero collaborato al
complotto di Whitney. Poiché non era del tutto certo della
sua estraneità, interrogò Jason e Victoria Fielding. «Che cosa
state guardando?»
«Stai a vedere tu stesso», gli consigliò Jason con uno strano
sorriso. «Non sarebbe giusto rovinarti lo spettacolo con
un'anticipazione.»
Victoria Fielding sembrava avere delle difficoltà a guardarlo
negli occhi, e il suo sorriso era eccessivamente allegro.
«E' davvero sbalorditivo!»
Stephen pensò che sia i Fielding sia i Townsende si stessero
comportando in maniera strana. C'era del nervosismo nelle
donne, e del disagio negli uomini. O erano inquieti perché
sorpresi e turbati dalla presenza di Sheridan Bromleigh oppure,
avevano saputo sin dal principio che lei sarebbe stata lì,
e si sentivano colpevoli. Stephen studiò le quattro persone
che considerava amici particolarmente intimi, chiedendosi se
la loro amicizia dovesse finire per sempre, oppure no. Le
donne lo avevano saputo di sicuro, decise, osservando il rossore
delle guance di Alexandra Townsende quando si accorse
che lui la stava osservando. Non una volta, nelle tre ore
dal momento in cui aveva alzato gli occhi e si era trovato
solo a pochi passi dalla sua ex fidanzata, Stephen si era permesso
di pensare a lei. Escludere la realtà della sua presenza,
era l'unica maniera in cui poteva sopportare di restare lì.
Lei aveva finto di essere qualcuno che non era, e quando
era stata sul punto di essere denunciata era fuggita da Niki
DuVille, lasciandolo ad aspettarla come un idiota inebetito
con un prete e la sua famiglia che stava lì a guardare.
Nelle settimane successive alla sua scomparsa, aveva ripensato
con attenzione a tutto quello che lei aveva detto e
fatto mentre apparentemente soffriva di amnesia, ma gli era
venuta in mente solo quella svista, la sua obiezione al fatto
di avere una dama di compagnia. «Non mi serve una dama
di compagnia», si era lasciata sfuggire di bocca. «Io sono
una...»
Era un'attrice formidabile ad avere portato a termine così
bene tutta quella messa in scena, pensò Stephen con una
nuova ondata di disgusto per la propria dabbenaggine.
Un'attrice nata, decise furibondo, ricordando la dolcezza
nei suoi occhi nei pochi istanti in cui i loro sguardi si erano
incrociati, quella mattina. Lo aveva guardato dritto in volto
con il cuore negli occhi, senza battere ciglio. Solo che non
aveva un cuore. E neppure una coscienza, evidentemente.
Stava per riprovarci con lui. Stephen lo aveva capito pochi
secondi dopo avere visto quell'espressione ansiosa sul suo
incantevole, e ingannevole, viso quella mattina.
Aveva pensato che DuVille l'avesse tenuta accuratamente
nascosta per il proprio piacere, tutte quelle settimane, ma
evidentemente si era stancato di lei in un tempo sorprendentemente
breve, e l'aveva cacciata.
Ora lavorava come istitutrice ed evidentemente anelava a
una vita migliore. E forse, con quello sguardo di dolce supplica
che gli aveva rivolto, sperava che lui sarebbe stato così
stupidamente sensibile al suo fascino come in passato, senza
sapere che per lui quel fascino non esisteva più.
Stephen spostò il suo sguardo indagatore sugli uomini,
ma l'esclamazione di Victoria Fielding attirò di colpo la sua
attenzione.
«Ecco che arrivano!» disse.
Stephen distolse la mente dal pensiero di Sheridan Bromleigh
e dalle violente, furiose emozioni che provava nei suoi
riguardi, e portò lo sguardo al margine di una boscosa collina,
dove lei indicava.
Due persone stavano galoppando a tutta velocità, chine
sui cavalli, saltando le siepi fianco a fianco, in perfetto, elegante
sincronismo. Stephen riconobbe Whitney a prima vista;
era una delle più abili cavallerizze che avesse mai visto
montare, uomo o donna. Il ragazzo che la sfidava era piccolo
di statura, vestito con una camicia, calzoni e stivali, ed era
ancora più abile di Whitney. Cavalcando a rotta di collo,
prendeva ogni sella con una disinvolta e vivace noncuranza
che Stephen non aveva mai visto prima. Teneva il viso premuto
sulla criniera del cavallo e mostrava un'esultanza, una
semplicità straordinaria nella maniera in cui si librava sopra
ogni ostacolo, come se fosse una cosa sola con il suo cavallo
.. fiducioso, sicuro di sé, baldanzoso.
«Non sapevo che un cavallo potesse saltare in questa maniera!»
esclamò Clayton, con una risata di ammirazione.
Ignaro dei dubbi personali di Stephen sulla propria lealtà,
aggiunse: «Stephen, tu hai montato Commander alla caccia
alla volpe. E' veloce in pianura, ma ha mai volato sopra gli
ostacoli?»
Stephen socchiuse gli occhi nel sole del tardo pomeriggio
a osservare i cavallerizzi saltare in tandem perfetto, e poi galoppare
a rotta di collo, volando alti insieme sopra alla siepe
successiva. Poiché non poteva chiedere delle risposte a proposito
di Sheridan a suo fratello, in quel momento, commentò
ciò che poteva vedere del ragazzo che stava cavalcando,
con voce piatta e fredda: «Sembra che stia trattenendo Commander,
per impedirgli di acquistare vantaggio su Khan...»
«Che, di solito, è più disposto ad affrontare gli ostacoli di
quanto lo sia Commander», aggiunse Clayton, rivolto ai suoi
amici.
I cavallerizzi saltarono l'ultima barriera, poi girarono i loro
cavalli e insieme si diressero a tutta velocità verso il cancello
aperto del recinto, dove erano radunati gli spettatori.
Poiché Clayton aveva manifestato l'intenzione di assumere
dei nuovi istruttori, Stephen immaginò che suo fratello avesse
probabilmente deciso di dare al ragazzo di esile costituzione
una possibilità di ottenere il posto esibendosi in una dimostrazione
di abilità. Mentre i cavalli si avvicinavano con
grande rumore, e lui stava per suggerire a suo fratello di offrirgli
un posto fisso, accaddero contemporaneamente due
fatti che lo interruppero a metà frase: un mozzo di stalla si
lanciò in avanti e lasciò cadere un sacco di grano sul terreno
e i capelli del cavaliere di Commander, che si era piegato
sulla destra, sfuggirono dal berretto e si sciolsero.
Lunghe ciocche rosse si spiegarono come una bandiera
dietro di lei, turbinandole intorno, mentre si chinava sempre
di più sulla destra, e sembrò che stesse per cadere. Monica
gridò per lo spavento, e Stephen fece involontariamente un
passo avanti, mettendosi a correre verso di lei... ma in quell'istante
Sherry afferrò il sacco di grano dal terreno e i domestici
e gli ospiti della casa scoppiarono in applausi frenetici.
Nello spazio di un secondo, in Stephen l'ira prese il posto
della paura: ira per averlo terrorizzato con la stupida bravata,
e furia per essere riuscita a suscitare delle sensazioni
qualsiasi in lui. E mentre stava ancora lottando per dissimulare
le proprie emozioni, lei diresse il cavallo al piccolo galoppo
verso di lui. Monica e Georgette balzarono indietro
con un grido, Stephen incrociò le braccia e mantenne la propria
posizione, sapendo perfettamente che lei aveva il pieno
controllo della situazione. Non fu che quando si trovò quasi
sopra di lui che Sheridan fermò abilmente Commander, e
allo stesso tempo gettò le gambe sopra il dorso del cavallo,
lasciandosi scivolare aggraziatamente a terra davanti a lui.
Mentre i domestici scoppiavano in acclamazioni, e gli ospiti
applaudivano, Sheridan lo guardò con un sorriso sulle sue
morbide labbra, il colorito acceso. Ma ciò che Stephen notò,
mentre la fissava impassibile, fu l'espressione in quegli occhi
d'argento liquido. Lo stavano implorando di lasciarsi andare,
di sorriderle.
Invece, lui la studiò attentamente con uno sguardo gelido
squadrandola dalla cima dei capelli color fiamma splendidamente
arruffati alla punta dei suoi stivali. «Nessuno vi ha
mai insegnato a vestirvi?» le chiese, in tono sprezzante
La vide trasalire nello stesso istante in cui Georgette si
metteva a ridere, ma lo sguardo di Sheridan non vacillò un
solo istante. Sotto gli occhi di tutti i presenti fissi su di loro,
lei gli sorrise, e disse con un intoppo nella sua dolce voce:
«Nei tempi antichi, era usanza che il vincitore di un torneo
concedesse il suo favore a una persona presente come gesto
della... dell'"alta' considerazione... e del "profondo" rispetto
che provava nei suoi confronti».
Stephen non sapeva di che cosa diavolo stesse parlando,
finché lei non gli tese il sacco vuoto di grano e disse dolcemente:
«I miei omaggi, lord Westmoreland...»
Lui lo prese prima di rendersi conto di che cosa stesse facendo.
«Che sfrontata, offensiva...» esplose Monica, e lady
Skeffington sembrava che stesse per scoppiare in lacrime
di mortificazione.
«Signorina Bromleigh!» gridò, con voce adirata. «Vi comportate
indecorosamente! Chiedete scusa a queste brave persone,
e poi andate subito a occuparvi del vostro baga...»
«A occuparvi di me!» la interruppe bruscamente Julianna,
infilando la sua mano sotto il braccio di Sheridan, e trascinandola
verso casa. «Dovete dirmi quando avete imparato a
cavalcare in quella maniera, e come avete fatto...»
Victoria si allontanò, e diede un'occhiata alla famiglia
Skeffington.
«La signorina Bromleigh e io siamo entrambe americane»,
spiegò. «Desidero tanto parlare con qualcuno del mio
stesso Paese. Vuoi scusarmi fino all'ora di cena?» aggiunse,
guardando suo marito.
Jason Fielding fece un leggero inchino, e con un sorriso le
disse: «Sarò desolato senza la tua compagnia, cara».
«Anch'io vorrei saperne di più sull'America», annunciò
Alexandra Townsende, allontanandosi dal gruppo. Rivolgendosi
a suo marito, disse con un sorriso: «E tu, mio signore?
Posso sperare che tu sia ugualmente desolato senza la
mia' compagnia?»
Jordan Townsende la guardò con non celato ardore. «Sono
sempre desolato senza di te, lo sai bene.»
Whitney attese finché le sue compagne di cospirazione
non furono lontane in direzione della casa, prima di stamparsi
un sorriso smagliante sul volto, preparandosi a inventare
una scusa per andarsene, ma lady Skeffington la precedette.
«Non riesco a immaginare che cosa sia preso a Sheridan
Bromleigh», disse, il viso rosso per l'ira. «Dico sempre a sir
John che è così difficile trovare del buon personale. Non è
così che dico sempre?» gli chiese.
Sir John annuì, e singhiozzò: «Sì, colombella mia.»
Soddisfatta, lei si rivolse a Whitney. «Devo implorarvi di
dirmi come si fa, Vostra Grazia.»
Whitney distolse i suoi pensieri da Stephen, che stava
conversando con Monica e Georgette come se niente fosse
accaduto, calpestando il sacco di grano che Sheridan gli aveva
amabilmente offerto con il tacco del suo stivale. «Mi dispiace,
lady Skeffington, i miei pensieri erano altrove. Volevate
sapere qualcosa?»
«Come fate a trovare dei domestici all'altezza della situazione?
Se non fosse così difficile, di sicuro non avremmo
assunto quell'americana sfrontata. Ho i più seri dubbi se tenerla
al nostro servizio per un'altra ora.»
«Io non considero un'istitutrice come una domestica...»
cominciò Whitney. Aveva pensato che Stephen non stesse
ascoltando, ma a quella osservazione, lui le diede un'occhiata
e rispose a lady Skeffington con tono ironico: «Mia cognata
le considera come parte della famiglia. Si potrebbe addirittura
dire che abbia una stima più alta di loro che della stessa
famiglia». Il suo sguardo pungente si spostò su Whitney
«Non è vero?» disse brusco, con voce ancora più sarcastica.
Erano le prime parole che rivolgeva a lady Skeffington da
quando erano stati presentati, e lei si appigliò a esse come
fonte di grande incoraggiamento, ma al contempo non afferrò
il sarcasmo del suo tono. Lasciando cadere del tutto l'argomento
delle istitutrici, si affrettò al suo fianco e disse: «La
mia cara Julianna è sempre la stessa, come avrete notato. Si
è lanciata subito in difesa di Sheridan Bromleigh. Julianna è
una ragazza così meravigliosa», proseguì, riuscendo in qualche
maniera a infilarsi fra Stephen e Monica, «così leale,
così dolce...»
Quando Stephen si diresse verso casa, rimase al suo fianco,
con sir John che trottava al loro seguito.
«Posso quasi sentirmi dispiaciuto per lui», osservò pigramente
Clayton, osservando lady Skeffington continuare il
suo monologo.
«Io no», esclamò Whitney, ancora offesa per il suo commento
tagliente sulla lealtà mal riposta. Rivolgendo agli uomini
un rapido sguardo di scuse, disse: «Desidero parlare
con Victoria e Alexandra».
Loro la guardarono andarsene, tutti e tre silenziosi, e meditabondi.
«Nonostante quello che pensano le nostre mogli,
è stato un errore», disse Jason Fielding, dando voce ai pensieri
di tutti. «Non funzionerà.» Guardò Clayton, e aggiunse:
«Tu conosci Stephen molto meglio di Jordan e di me. Che
cosa ne pensi?»
«Penso che tu abbia ragione», disse Clayton, in tono cupo,
ricordando l'espressione sul volto di Stephen quando
Sherry gli aveva amabilmente offerto il suo «favore». «Penso
che sia stato un errore "enorme"', e Sheridan Bromleigh
sarà la vittima principale. Stephen l'ha bollata permanentemente
come un'intrigante opportunista, che è fuggita per
paura di un procedimento giudiziario, ma che ora ha acquistato
abbastanza fiducia in se stessa, proprio per il fatto che
non è stata presentata denuncia contro di lei, da tentare di
riavvicinarsi a lui. Niente di ciò che dirà o farà avrà importanza,
perché dovrebbe provargli che si sbaglia. E non può.»
Le signore, che si erano riunite nel salone azzurro per discutere
la situazione, erano di un'opinione simile.
Whitney si lasciò cadere sulla sua poltrona, fissandosi
scoraggiata le mani, poi diede un'occhiata alle sue compagne
di cospirazione, includendo anche la duchessa madre.
«è stato un errore», disse a sua suocera, che aveva assistito
allo "spettacolo" dalla finestra della sua camera da letto.
«Mi è venuta voglia di piangere, quando lui ha ignorato il
suo gesto», disse Alexandra, addolorata. «Sheridan è stata così
coraggiosa nel farlo, così aperta, e così terribilmente vulnerabile.»
Si guardò sopra le spalle per includere educatamente
la signorina Charity nella conversazione, ma l'anziana
signora non aveva niente da dire. Stava seduta sul sedile
della finestra, la fronte corrugata in segno di profonda concentrazione,
guardando dritto davanti a sé, dando l'impressione
o di ascoltare attentamente, o di non ascoltare affatto.
«Abbiamo ancora un altro intero giorno e una sera», disse
la madre di Stephen. «Per allora, Stephen potrebbe ammorbidirsi.»
Whitney scosse il capo. «Non lo farà. Contavo,sulla vicinanza,
per costringerlo ad ascoltare, ma anche se lo facesse
non cambierebbe idea. Ormai, l'ho capito. Tanto per cominciare,
prima ho scoperto che Stephen sa che lei è andata da
DuVille, il giorno in cui ha lasciato la sua casa, e conoscete
la sua considerazione di Nicki.»
La signorina Charity girò bruscamente il capo a quelle parole,
corrugando ancora di più la fronte per l'intensa concentrazione.
«Il problema è che Stephen non crederebbe a niente di ciò
che Sherry potrebbe dire, senza prove. Le sue azioni sono
state una prova così lampante, che niente altro ha importanza.
Qualcuno dovrebbe presentargli qualche altra valida ragione
perché lei dovesse fuggire...» Si interruppe quando la
signorina Charity si alzò, e uscì silenziosamente dalla stanza.
«Non credo che la signorina Charity resista molto bene
sotto al crescente stress della situazione.»
«Mi ha detto di trovare tutto molto eccitante», annunciò
la duchessa madre con un sospiro irritato.
Dal punto di vista di Sherry, mentre stava in piedi davanti
alla finestra della sua stanza a osservare Stephen ridere per
qualcosa che Monica gli aveva detto, la situazione sembrava
ancora più desolante. Non poteva prenderlo da parte per tentare
di parlargli da sola, perché chiaramente lui non avrebbe
collaborato, e non poteva parlargli di fronte agli altri, perché
il suo tentativo di comunicare pubblicamente con lui offrendogli
il suo «favore» si era rivelato un disastro.

                  CAPITOLO 52.

LA decisione di Stephen di ignorare l'esistenza di Sheridan
divenne sempre più insostenibile e mentre la sera scivolava
lentamente nella notte, lui la vide indugiare ai bordi della
zona illuminata dalle torce, dove erano state allestite le tavole
per la cena. Lo choc di vederla, lo aveva fortificato in un
primo momento, ma ora non aveva più il vantaggio di quella
protezione. Tenendosi in disparte dietro agli altri ospiti, le
spalle appoggiate contro una quercia, poteva osservarla senza
essere notato, mentre i ricordi che non sembrava riuscire
a spegnere gli affollavano la mente. La rivide ferma fuori
dal suo studio, mentre parlava con l'aiuto maggiordomo.
Buongiorno, Hodgkin. Avete un'aria particolarmente elegante,
quest'oggi. E' un abito nuovo, questo?
Sì, signorina.
Ho un'abito nuovo anch'io, gli aveva confidato, facendo
una piroetta per farlo esaminare all'aiuto maggiordomo. Non
è incantevole?
Ma più di tutto, ricordava la sensazione che gli dava
quando si abbandonava fra le sue braccia, la dolce generosità
di quella sua romantica bocca. Era una tentatrice nata, decise
Stephen. Ciò che le mancava in esperienza, lo compensava
più che mai con una spontanea passionalità.
Qualche minuto prima, era entrata in casa a prendere i ragazzi
Skeffington che, evidentemente, avrebbero cantato per
intrattenere gli ospiti. Quando ne riusci, vide che portava con
sé una specie di strumento. Dovette strappare lo sguardo da
lei, e costringersi a fissare il bicchiere di brandy che teneva
in mano, così da non incontrare il suo sguardo, e da non ricominciare
a desiderarla.
Ricominciare a desiderarla? pensò, con intenso disgusto.
Aveva iniziato a desiderarla dal momento stesso in cui lei
aveva aperto gli occhi nel suo letto, a Londra, e ora la desiderava
non meno intensamente, poche ore dopo averla rivista.
Vestita con un semplice abito, i capelli tirati indietro e
intrecciati in un severo chignon sulla nuca, gli faceva ardere
il corpo di intenso desiderio.
Diede uno sguardo a Monica e a Georgette che stavano
parlando con sua madre. Entrambe, erano belle donne, splendidamente
vestite, una di giallo e l'altra in rosa, ben pettinate
ed educate. Nessuna delle due avrebbe preso in considerazione
di vestirsi come un mozzo di stalla e di andarsene in giro
al galoppo su quel dannato cavallo.
Tuttavia, nessuna delle due avrebbe avuto un aspetto così
incantevole, se anche avesse tentato.
Nessuna delle due gli avrebbe offerto un sacco di grano
con un sorriso seducente, pretendendo di concedergli il proprio
«favore».
E d'altronde, nessuna di loro due sarebbe stata così sfacciata
da fissarlo negli occhi, «invitandolo» a prenderla fra le
sue braccia, «sfidandolo» a farlo.
In passato, aveva pensato a Sheridan come a una strega, e
quando i primi accordi di musica cominciarono a vibrare
nello strumento che lei stava suonando, quel pensiero lo colpì
di nuovo. Incantava tutti, e specialmente lui. La conversazione
fra gli ospiti si era completamente interrotta, e anche i
domestici si erano fermati a guardarla, ad ascoltare con soggezione.
Stephen fissò torvo il brandy nel suo bicchiere, cercando
di non volgere gli occhi su di lei, ma Sheridan poteva
addirittura sentire il suo sguardo su di lui. Lo aveva guardato
abbastanza spesso quella sera, da renderlo probabile. Le
occhiate erano sempre dolci, sempre invitanti, talvolta supplichevoli.
Avevano fatto infuriare Monica e Georgette, che
erano molto seccate per quella sfacciataggine, ma Stephen
d'altra parte non aveva mai toccato il corpo di nessuna delle
due come aveva fatto con Sheridan. Soltanto Sheridan sapeva
esattamente ciò che poteva fargli desiderare... e fargli ricordare.
Furioso per il vacillare della propria volontà, Stephen si
scostò dall'albero e appoggiò il bicchiere sul tavolo più vicino,
poi augurò la buonanotte agli ospiti e si diresse verso la
sua stanza, con l'intenzione di sprofondarsi in un suo privato
torpore a forza di bere, se quello era ciò che occorreva per
impedirgli di andare da lei.

                   CAPITOLO 53.

LA testa che le girava per la tensione accumulata nell'arco
della giornata, Sherry aprì la porta della piccola camera da
letto di fronte a quella dei giochi. Muovendosi con cautela
nella stanza buia e poco familiare, trovò il cassettone e cercò
a tentoni lo stoppino per accendere il candelabro che vi si
trovava sopra. Stava per accendere la quarta candela quando
una profonda voce maschile le fece soffocare un grido di
spavento mentre diceva: «Non credo che avremo bisogno di
molta luce».
Sheridan si girò di scatto, togliendosi la mano dalla bocca,
mentre il cuore cominciava a batterle con profondi e violenti
colpi di gioia. Stephen Westmoreland era seduto sull'unica
poltrona della stanza, immagine stessa del fascino e
della disinvoltura, con la camicia bianca aperta sulla gola e
un piede calzato di stivale appoggiato con aria indifferente
sull'altro ginocchio. Anche la sua espressione era indifferente.
Troppo indifferente. Da qualche parte nei pensieri che le
turbinavano in mente, Sherry registrò che in quel momento
così importante lui stava dimostrando una disinvoltura per
nulla appropriata, ma era così felice di vederlo, così eccitata
fino allo struggimento per averlo finalmente vicino, e così
innamorata di lui, che niente aveva importanza. Niente.
«Da ciò che ricordo», disse Stephen, con quella parlata
pigra e sensuale e quella pronuncia strascicata che le facevano
sempre sciogliere il cuore, «l'ultima volta che vi ho aspettata
era in programma un matrimonio.»
«Lo so, e posso spiegare», disse lei. «Io...»
«Non sono venuto quassù per fare conversazione», la interruppe
lui. «Dabbasso, ho avuto la netta impressione che
mi steste offrendo molto più delle chiacchiere. Oppure, ho
frainteso le cose?»
«No», mormorò Sheridan.
Stephen la guardò in silenzio impassibile, notando con
l'occhio di un intenditore, e non dello stupido infatuato che
era stato, che era in tutto e per tutto seducente come la ricordava...
tranne che per lo stile severo dei suoi capelli. Non gli
piaceva quella nuova immagine, specialmente non mentre
stava lasciando che la lussuria e la vendetta lo spingessero ad
accordarsi con quella sgualdrina ambiziosa e intrigante, più
simile in quel momento a una vergine compita. «Scioglietevi i
capelli», le ordinò, con secca impazienza.
Sorpresa dalla sua richiesta, e dal suo tono perentorio,
Sheridan obbedì, sollevando le mani a togliere le numerose
forcine che le occorrevano per trattenere saldamente la pesante
massa di capelli nella loro crocchia. Si voltò per lasciarle
cadere sul cassettone, e quando si girò di nuovo,
Stephen era in piedi, e si stava sbottonando lentamente la
giacca.
«Che cosa state facendo?» gli chiese, stupita.
Che cosa stava facendo? si chiese furioso Stephen. Che
cosa diavolo stava facendo lassù, invitato oppure no, ad
amoreggiare con la stessa donna che lo aveva lasciato senza
una parola, il giorno del loro matrimonio? In risposta alla
sua domanda, allungò la mano a prendere il suo cache-col.
«Ciò che sto facendo, è di andarmene», tagliò corto, già avviandosi
con tre lunghi passi alla porta.
«No!» La parola proruppe da lei. «Non andartene!»
Stephen si voltò, con l'intenzione di darle l'aspra risposta
che si meritava, ma Sheridan si gettò contro il suo petto, una
donna dolce e implorante, che drogava i suoi sensi con il suo
improvviso e familiare profumo, con il solo contatto del suo
corpo. «Ti prego, non andartene.» Stava piangendo, con le
unghie che gli affondavano nelle spalle. Lui tenne ancora le
mani lungo i fianchi, ma stava perdendo la battaglia, e lo sapeva.
«Lasciami solo spiegar... Ti amo...»
Stephen le afferrò il volto fra le mani per farla tacere, gli
occhi già sulle sue labbra dischiuse. «Ascoltami bene! Non
c'è niente che tu possa dire a cui io possa credere. Niente!»
«Allora, te lo dimostrerò», disse Sheridan con veemenza,
aggrappandosi al suo collo mentre si stringeva contro di lui
e lo baciava con quella strana combinazione di ingenua inesperienza
e di sensualità istintiva che un tempo lo faceva impazzire.
E lo faceva ancora. Affondando con forza le mani nei
suoi morbidi capelli sulla nuca, Stephen ricambiò il bacio,
costringendola a dimostrargli che anche lei provava quel
sensuale desiderio che stava diventando sempre più urgente
in lui. Con l'ultima briciola di razionalità che possedeva,
Stephen sollevò di poco la bocca da quella di lei, e le offrì
l'ultima occasione per fermarlo. «Ne sei sicura?»
«So quello che sto facendo.»
Stephen prese ciò che lei gli offriva, prese ciò che aveva
desiderato dal primo momento in cui l'aveva toccata. Lo prese
incurante, spinto dal violento impulso a possederla; lo prese
con una determinazione, un'urgenza, e un ardore che lo
sbalordirono e lo eccitarono. Un accoppiamento selvaggio e
primitivo per lui, e tuttavia un accoppiamento che voleva,
doveva, sapere che era altrettanto eccitante per lei. L'orgoglio
lo spinse ad assicurarsi che lo desiderasse con una disperazione
che uguagliasse la sua, e usò tutta la sua esperienza
sessuale per abbattere le difese di una ragazza inesperta che
non aveva idea di come resistervi. Allora e solo allora, la
prese, aprendole le cosce con entrambe le mani e penetrandola
con un controllo appena sufficiente a impedirgli di spingerla
contro la testata del letto, e sentì il suo corpo contrarsi
per il dolore e le sue unghie affondargli nella schiena, udì il
suo grido soffocato di choc e di dolore, e raggelò. So quello
che sto facendo.
Intimorito e confuso, si costrinse ad aprire gli occhi. Quelli
di Sheridan erano umidi di lacrime, e non contenevano né
accuse, né trionfo per averlo indotto a fare quello, qualunque
motivo avesse potuto avere. Le sue parole soffocate e appena
mormorate accentuarono l'espressione annebbiata nei suoi
occhi, mentre lei allungava le mani sulle sue spalle per avvicinarlo
a sé.
«Stringimi», mormorò, come per magia. Una gentile benedizione.
«Ti prego...»
Stephen obbedì, lasciando che il piacere lo sorprendesse
ancora, e senza preoccuparsi della reazione di lei. Stringendo
le braccia intorno a Sherry, le prese la bocca in un bacio furiosamente
esigente, e sentì le sue mani muoversi dolcemente
sulle sue spalle, calmandolo nello stesso tempo in cui il
suo morbido corpo lo accoglieva, gli dava riparo, offrendo a
entrambi sollievo... offrendo, offrendo, offrendo...
Tutti i nervi del suo corpo gridavano chiedendo sollievo,
e tuttavia Stephen si trattenne, penetrando in lei in profondità,
mentre i muscoli delle braccia si tendevano con il resto
del suo corpo, rifiutandosi di privarla dello stesso piacere
che lei gli avrebbe dato da un momento all'altro, ormai.
Sheridan piangeva in silenzio, gli occhi chiusi, desiderando
disperatamente qualcosa che non capiva, temendo di averla.
Ma temendo anche di non riuscirvi. Adesso gemeva per il
desiderio, bisognosa di rassicurazione. Lui gliela diede con
un rauco sussurro. «...E' questione di secondi, ormai...»
Lei venne prima che lui finisse la frase, mentre il suo corpo
si stringeva a quello di Stephen, e lui si sentì gemere per
la straordinaria esultanza che in qualche maniera gli stava
facendo provare. E poi si abbandonò completamente... culminando
nell'orgasmo, il corpo in preda a spasmi di piacere
mentre si riversava dentro di lei.
Qualunque pensiero di vendetta o di orgoglio ferito lo avesse
spinto a portarla a letto era dimenticato, mentre le
stringeva le braccia intorno alla schiena e ai fianchi, e la faceva
coricare accanto a sé. Era troppo splendida per essere
strumento di vendetta, troppo squisitamente morbida fra le
sue braccia perché potesse stare da qualunque altra parte che
non con lui. Dal primo momento che la sua bocca aveva sfiorato
quella di lei, aveva capito che erano una strana miscela~
esplosiva, ma ciò che era appena accaduto era stato l'incontro
più sfrenatamente erotico, e sessualmente soddisfacente
della sua vita. Sdraiato su quel letto mentre lei dormiva fra le
sue braccia, pensava meravigliato alla sua impetuosa e primitiva
sensualità. Qualunque cosa avesse provato durante il
loro rapporto, era stata sincera, quella era una delle poche
cose di lei su cui non aveva dubbi. Nessuna donna al mondo
avrebbe potuto fingere quelle risposte, non senza una grande
esperienza, e come lui adesso ben sapeva, Sheridan non ne
aveva affatto.
Sheridan si svegliò sola nel letto, cosa che fino ad allora
poteva sembrarle normale, ma non in quel momento. I suoi
occhi si aprirono di scatto, e lo vide seduto sulla poltrona, e
un dolce sollievo la pervase. Lui era già vestito, la camicia
aperta sul davanti, il suo volto attraente indecifrabile. Imbarazzata,
si tirò le lenzuola sul petto e si mise seduta contro i
cuscini, chiedendosi un po' sconfortata come potesse sembrare
così assolutamente indifferente dopo ciò che era accaduto.
Gli occhi di Stephen si abbassarono sul lenzuolo che
lei stringeva al petto, poi si sollevarono lentamente sul suo
volto, dicendole chiaramente come se avesse parlato che era
divertito dalla sua modestia. Sheridan non poteva biasimarlo
per quello, ma avrebbe voluto che non avesse un'aria così
indifferente, o così divertita, o così distante... non quando
lei stava lottando per mantenere anche solo un'apparenza di
normalità dopo quello che era successo. D'altra parte, pensò,
Stephen non aveva più l'aria fredda, o cinica, o arrabbiata,
e questo la colpì come un meraviglioso cambiamento. Infilandosi
saldamente il lenzuolo sotto le braccia, tirò su le
ginocchia e intrecciò le dita intorno a esse. «Possiamo parlare,
ora?» cominciò.
«Perché non lasci che cominci io?» suggerì Stephen, in
tono blando..
Non essendo così ansiosa di portare in discussione la questione
di Charise Lancaster quando le cose sembravano quasi
tranquille, Sheridan annuì.
«Ho una proposta da farti.» Stephen vide i suoi occhi accendersi
di felicità alla parola «proposta», e non poteva credere
che lei lo avesse ritenuto così stupido da suggerire davvero
il matrimonio.
«Una "proposta d'affari"», sottolineò. «Una volta che
avrai avuto il tempo di rifletterci, penso che la troverai ragionevole
per entrambi. Di sicuro, la troverai migliore che lavorare
per gli Skeffington.»
A quella fredda precisazione, l'inquietudine spense momentaneamente
la felicità. «Che genere di proposta?»
«E' evidente che, nonostante le molte diversità fra noi, siamo
estremamente compatibili, sessualmente.»
Sheridan non poteva credere che lui potesse star li seduto
a descrivere l'appassionata intimità che avevano appena
condiviso con una calma così distaccata. «Qual è la tua proposta?»
chiese, con voce tremante.
«Dividerai il mio letto quando avrò desiderio del tuo corpo.
In cambio di questo, avrai una casa tua, dei domestici,
abiti, una carrozza, e la libertà di fare ciò che ti piace a condizione
che tu non ti conceda ad altri uomini all'infuori di
me.»
«Stai suggerendomi di diventare la tua amante?» chiese
lei, incredula.
«Perché no? Sei ambiziosa e intelligente, ed è di gran lunga
meglio di quello che fai attualmente.» Quando lei non rispose,
Stephen disse strascicando le parole in tono annoiato:
«Ti prego, dimmi che non ti aspettavi che ti offrissi di "sposarmi"
per ciò che è appena successo. Dimmi che non sei ingenua,
o così stupida».
Trasalendo per l'asprezza del suo tono, Sheridan guardò il
suo volto duro e attraente, e vide nei suoi occhi un cinismo
di cui non si era accorta prima. Deglutendo convulsamente,
scosse il capo e gli rispose con sincerità. «Non sapevo che
cosa aspettarmi, ma qualunque cosa avessimo fatto, non mi
aspettavo di certo che ti avrebbe indotto a chiedermi di sposarti.»
«Bene. Ci sono stati già abbastanza raggiri ed equivoci
fra noi. Non vorrei pensare che ti fossi ingannata.»
Gli sembrò di vedere un luccichio di lacrime nei suoi
grandi occhi grigi, e si alzò in piedi posandole un bacio frettoloso
sulla fronte. «Almeno, sei abbastanza saggia da non
lasciarti andare a uno scoppio d'ira per la mia proposta. Pensaci»,
disse.
Sheridan lo fissò con muto dolore, mentre lui aggiungeva
con un tono raggelante nella voce: «Prima di decidere, ho un
avvertimento che mi sento obbligato a darti. Se mai mi mentirai
su qualcosa, mai, anche soltanto una volta, ti caccerò
via». Allungò la mano verso la porta mentre continuava sopra
le spalle: «C'è ancora un'altra cosa... Non dirmi mai "Ti
amo". Non voglio sentire mai più queste parole da te»
Senza aggiungere altro, o guardarsi indietro, uscì. Sherry
appoggiò la fronte sulle ginocchia e lasciò finalmente scorrere
le lacrime, ma pianse soprattutto per la propria mancanza
di carattere e di controllo quando lui la prendeva fra le braccia,
e per il fatto di essere stata addirittura tentata, anche per
un attimo, di accettare la sua proposta indecente e crudele.

                  CAPITOLO 54.

SHERIDAN realizzò pienamente ciò che aveva fatto la notte
precedente molto prima di trovare la forza di trascinarsi giù
dal letto e di vestirsi il mattino dopo. Alla luce chiara del
giorno, era impossibile negare l'orribile verità: aveva sacrificato
la sua virtù, i suoi principi e la sua moralità, e avrebbe
dovuto continuare a vivere con la vergogna di quello che
aveva commesso fino alla fine dei suoi giorni.
Lo aveva fatto nel solo, disperato tentativo di farsi di nuovo
amare da lui, se mai l'aveva veramente amata, e come
aveva reagito lui all'enormità del suo gesto? La risposta a
quella domanda così angosciosa era proprio sotto la finestra
della sua camera da letto, sul prato dove tutti stavano facendo
colazione. Ed era lì perché lei la vedesse in tutti i suoi particolari
umilianti: l'uomo che aveva giaciuto con lei la notte
prima stava pranzando con Monica, che si stava facendo in
quattro per intrattenerlo, e lui sembrava perfettamente disposto
a farsi intrattenere, quella mattina. Mentre Sheridan lo
osservava dalla finestra, lui si chinò all'indietro sulla sedia,
lo sguardo assorto sul volto di Monica, poi gettò indietro il
capo ridendo per qualcosa che lei gli stava dicendo.
Sheridan era attanagliata dalla vergogna e dall'ansia, mentre
lui sembrava più soddisfatto e più rilassato di quanto lo
avesse mai visto. La notte prima aveva preso tutto ciò che
lei aveva da dare per poi rinfacciarglielo con la proposta di
prolungare quella umiliazione diventando la sua amante. E in
quel momento, stava intrattenendosi con una donna che non
sarebbe mai stata tanto stupida da fare ciò che aveva fatto
Sherry... una donna degna dell'esagerata opinione che lui
aveva di se stesso. pensò con amarezza. Una donna a cui avrebbe
proposto il matrimonio, non una relazione immorale
in cambio della sua virtù.
Tutti quei pensieri, e molti altri ancora, attraversarono la
mente tormentata di Sheridan mentre era in piedi davanti alla
finestra, lo sguardo fisso su Stephen, rifiutandosi di piangere.
Voleva imprimersi quella scena nella mente, voleva ricordarla
ogni singolo istante della sua vita, così da non intenerirsi
mai, mai, pensandola lui. Rimase immobile, accogliendo volentieri
il gelido torpore che stava spazzando via la sua angoscia,
portandosi via tutti i teneri sentimenti che aveva provato
per lui. «Bastardo», mormorò a voce alta.
«Posso entrare?»
Sheridan sobbalzò e si girò di scatto al suono della voce
di Julianna. «Sì, naturalmente», disse, tentando di sfoggiare
un sorriso allegro che sentì forzato quanto la sua voce.
«Vi ho vista alla finestra mentre facevo colazione. Volete
che vi porti su qualcosa?»
«No, non ho appetito, ma grazie per avere pensato a me.»
Sheridan esitò, sapendo che era doverosa una spiegazione
per il suo comportamento del giorno prima, quando aveva
offerto a Stephen il suo «favore», ma non era riuscita a pensare
a una sola scusa ragionevole.
«Mi stavo chiedendo se vi farebbe piacere andarvene di
qui.»
«Andarmene?» disse Sheridan, tentando di non sembrare
così disperatamente ansiosa di fare esattamente quello. «Non
partiremo fino a domani.»
Julianna si avvicinò alla finestra mettendosi accanto a lei,
a osservare tranquillamente la stessa scena con cui Sheridan
si stava torturando. «Julianna, sento di doverti spiegare quello
che è accaduto ieri, quando ho detto ciò che ho detto al
conte di Langford, a proposito di provare il massimo rispetto
per lui.»
«Non dovete spiegarmi nulla», rispose Julianna con un
sorriso rassicurante che fece sentire Sheridan un'ingenua
adolescente, invece che la sua dama di compagnia.
«Sì, devo», insistette lei ostinatamente. «So quanto tua
madre sperasse in un matrimonio fra te e lord Westmoreland,
e so che ti chiederai perché io... mi sia comportata con
lui in maniera così sfacciata e confidenziale.»
Con quello che sembrava un cambiamento di argomento,
Julianna disse: «Diverse settimane fa, la mamma era molto
abbattuta. In effetti, ricordo che è stato meno di una settimana
prima che voi veniste a stare con noi».
Cogliendo al volo l'opportunità di cambiare discorso, consapevole
della propria momentanea codardia, Sheridan chiese
in tono vivace: «Perché era turbata tua madre?»
«Era stato annunciato su tutti i giornali il fidanzamento di
Langford.»
«Oh.»
«Sì. La sua fidanzata era americana.»
A disagio sotto lo sguardo fermo di quegli occhi violetti,
Sherry non disse nulla.
«Ci sono stati dei pettegolezzi su di lei, e sapete quanto la
mamma adori essere al corrente di tutte le chiacchiere sulla
buona società. A quanto si diceva, la sua fidanzata aveva i
capelli rossi, dei capelli molto, molto rossi. E lui la chiamava
'Sherry'. Dicevano che avesse perso la memoria a causa
di un colpo alla testa, ma che prevedevano che si riprendesse
rapidamente.»
Sheridan cercò ancora una volta di assicurarsi l'anonimato.
«Perché mi dici questo?»
«Così saprete di poter chiedere il mio aiuto, se vi occorrerà.
E perché "voi" siete la vera ragione per cui siamo stati invitati
qui. Ho capito che c'era nell'aria qualcosa di molto
strano, quando ho notato la reazione di lord Westmoreland
nel vedervi al laghetto, ieri. Sono sorpresa che la mamma
non abbia capito che cosa c'era sotto.»
«Non c'è niente da capire», disse Sheridan, con veemenza.
«Tutta questa orribile storia è chiusa, finita.»
Julianna chinò il capo verso Monica e Georgette. «Loro
sanno chi siete?»
«No, non le ho mai incontrate quando ero...» Sheridan
improvvisamente si interruppe. Quando ero Charise Lancaster,
stava per dire.
«Quando eravate fidanzata con lui?»
Sheridan trasse un lungo respiro, e poi, riluttante, annuì.
«Volete andare a casa?»
Sheridan proruppe in una risata quasi isterica. «Se avessi
una cosa qualsiasi da barattare con questa possibilità, lo farei
immediatamente.»
Julianna girò sui tacchi avviandosi fuori della stanza. «Cominciate
a fare i bagagli», disse, voltandosi a guardarla con
un sorriso cospiratore.
«Aspetta... che cosa intendi fare?»
«Intendo prendere da parte papà e dirgli che non mi sento
bene, e che voi dovete accompagnarmi a casa. Non riusciremo
a strappare la mamma di qui in anticipo, ma non vorrà
che resti a disgustare Langford ammalandomi gravemente
davanti a lui. Ci credereste», disse con un'incorreggibile risata,
«che nutre "ancora" la speranza che da un momento all'altro
lui alzi gli occhi e si innamori pazzamente di me, nonostante
tutto ciò che è accaduto?»
Stava chiudendo la porta, quando Sherry la chiamò, e lei
infilò di nuovo la testa nella stanza. «Vuoi dire alla duchessa
che vorrei vederla, prima di andarmene?»
«Tutte le signore sono partite per il villaggio poco fa, a
eccezione delle dame di Langford, cioè, e della signorina
Charity.»
L'ultima volta che Sheridan le aveva lasciate, aveva dato
l'impressione di essere colpevole e ingrata. Quella volta,
non aveva intenzione di fuggire in segreto. Intendeva solo
fuggire.
«Vuoi chiedere alla signorina Charity di salire qui, allora?»
Quando Julianna annuì, Sheridan aggiunse: «E non dire
una parola sulla nostra partenza a nessuno, eccetto che a tuo
padre. Intendo dirlo al conte io stessa, faccia a faccia.»

                  CAPITOLO 55.

IL viso della signorina Charity espresse il suo disappunto,
quando Sheridan le spiegò che stava per andarsene.
«Ma non avete ancora avuto un'occasione di parlare con
Langford da sola, e di fargli capire esattamente perché quella
volta siete scomparsa», obiettò.
«Ho avuto questa occasione ieri sera», disse con amarezza
Sherry. Diede un'occhiata alla finestra della sua camera
da letto, mentre riponeva le sue poche cose in una valigia.
«Il risultato è là fuori.»
Charity andò alla finestra e guardò in giù le due ospiti che
stavano intrattenendo il conte. «Quanto sono irritanti gli uomini.
A lui non importa affatto di nessuna di quelle due donne,
sapete.»
«Non gli importa neppure di me.»
Charity tornò a sedersi sulla sua poltrona, e Sheridan pensò
con acuto dolore alla prima volta in cui l'aveva vista, e al
fatto che le aveva fatto pensare a una bambolina di porcellana.
In quel momento, sembrava proprio... una bambola di
porcellana perplessa e infelice.
«Gli avete spiegato il motivo per cui siete fuggita senza
mai tornare?»
«No.»
«Perché lo "avete" fatto?»
La domanda giunse a Sheridan così improvvisa da prenderla
alla sprovvista. «Vi ho raccontato gran parte della storia
ieri. Un momento pensavo di essere Charise Lancaster, e
un momento dopo Charise era lì, ad accusarmi di essermi
spacciata volutamente per lei, e a minacciarmi di dirlo a
Stephen. Mi sono sentita presa dal panico, e sono fuggita,
ma prima che potessi riprendermi dallo choc di avere finalmente
realizzato chi fossi veramente, ho cominciato a capire
che tutti gli altri mi avevano mentito a proposito di chi fossero
'loro'. Volevo delle risposte, ne avevo bisogno, e così
sono andata a trovare Nicholas DuVille. Lui, almeno, è stato
abbastanza onesto da dirmi la verità.»
«Quale verità vi ha detto, mia cara?»
Ancora imbarazzata per ciò che quel fatidico giorno aveva
appreso, Sheridan distolse lo sguardo dall'anziana donna
e fece finta di controllare nello specchio se i propri capelli
fossero in ordine, mentre diceva: «Tutta. In ogni suo mortificante
particolare, a cominciare dalla morte di Burleton e
dal motivo per cui Stephen si era sentito obbligato a trovarmi
un altro fidanzato, a trovarlo per Charise Lancaster, voglio
dire. Mi ha raccontato tutto». Sheridan si interruppe per
mandare giù il nodo di lacrime di umiliazione che aveva in
gola, mentre ripensava ancora alla sua ingenua convinzione
che Stephen avesse davvero voluto sposarla. «Mi ha anche
spiegato il mistero più grande di tutti, anche se mi sono permessa
di pensare diversamente, quando ho parlato con tutte
voi, ieri.»
«Di quale mistero si trattava?»
La risata di Sheridan suonò amara e soffocata. «L'improvvisa
proposta di matrimonio da parte di Stephen, la sera
in cui siamo andati da Almack... me la fece poche ore dopo
avere ricevuto la notizia della morte del padre di Charise.
Una semplice coincidenza? No. Mi ha proposto di sposarlo
per pietà e per senso di responsabilità, non perché tenesse a
me, o, addirittura, desiderasse realmente sposarmi.»
«Nicholas ha fatto molto male a impostare il discorso in
questi termini.»
«Lui non c'entra. Sono io che divento una sciocca quando
si tratta di quell'uomo là fuori.»
«E avete discusso di tutto questo con Stephen Langford,
ieri sera?»
«Ho tentato, ma lui ha detto che non era interessato alla
conversazione», disse Sheridan amaramente, sollevando da
terra la sua valigia.
«A "che cosa" era interessato?» Charity piegò il capo di lato
con aria interrogativa.
Qualcosa nella maniera improvvisa in cui glielo disse,
spinse Sherry a darle una rapida occhiata. C'erano delle volte
in cui non era sicura che la sorella del duca di Stanhope
fosse davvero così ingenua e indecisa, come sembrava, momenti
come quello, mentre studiava la vampata di rossore
che tingeva le sue guance con un'espressione chiaramente
perspicace. «Immagino che sarebbe stato interessato alle
prove della mia innocenza, se avesse avuto il minimo interesse
per me, cosa che non è», si affrettò a rispondere, elusi-va.
«Se considerate la questione dal suo punto di vista, cosa
che io ho tentato di fare ieri e la sera scorsa», continuò, «sono
fuggita perché ero colpevole. Quale altra scusa avrei potuto
avere?»
Charity si alzò in piedi, e Sheridan la guardò, sapendo che
non l'avrebbe rivista mai più, e le lacrime le bruciavano negli
occhi mentre stingeva la piccola donna in un rapido abbraccio.
«Dite addio a tutti da parte mia, e dite loro che so che
hanno tentato veramente di aiutarmi.»
«Ci dev'essere qualcos'altro che posso fare», mormorò
Charity, il volto che sembrava sul punto di andare in pezzi.
«C'è», disse Sheridan con un sorriso fisso e troppo sicuro
di sé.
«Vi prego, dite a Sua Signoria che vorrei vederlo in privato
per un momento. Chiedetegli se può incontrarmi nel salotto
accanto all'atrio.»
Quando Charity se ne andò a riferire il messaggio, Sherry
trasse un profondo respiro per calmarsi e andò alla finestra,
restando a guardare mentre la donna, qualche minuto più tardi,
si avvicinava a Stephen. Lui si alzò in piedi così velocemente,
avviandosi in fretta a lunghi passi verso la casa, che
Sheridan provò un'improvvisa fitta di speranza che forse,
solo forse, lui non l'avrebbe lasciata partire. Forse, l'avrebbe
pregata di perdonarlo per l'insensibilità della notte precedente,
e le avrebbe chiesto di restare.
Mentre scendeva le scale, non riusciva a smettere di indulgere
in quest'ultima fantasia, angosciosamente dolce.
Quella fragile speranza le fece accelerare i battiti del cuore
mentre entrava nel salotto, e chiudeva la porta, ma la speranza
cominciò a svanire nell'istante in cui lui si voltò a guardarla.
In tenuta da equitazione, le mani infilate nelle tasche,
sembrava non solo distaccato, ma anche del tutto indifferente.
«Volevi vedermi?» suggerì gentilmente.
Ostentando una calma che non provava affatto, Sheridan
annuì e disse: «Sono venuta a dirti che me ne vado. Non volevo
semplicemente sparire, come ho fatto l'altra volta».
Attese, cercando su quel volto dall'espressione dura e sarcastica
qualche segno che indicasse che provava qualcosa
per lei, per il fatto che stava per andarsene, per il dono che
gli aveva fatto del suo corpo. Invece, lui si limitò a inarcare
le sopracciglia come per chiederle silenziosamente che cosa
si aspettava che facesse al riguardo.
«Non accetto la tua proposta», chiarì Sheridan, incapace
di credere che lui fosse così del tutto disinteressato a una decisione
che avrebbe influito su tutta la sua vita, una decisione
presa dopo una notte passata fra le sue braccia, dopo avere rinunciato
alla sua verginità e al suo onore per lui.
Lui alzò le spalle con una leggera scrollata, e disse con
voce indifferente: «Bene».
Bastò quello, quell'unica parola annoiata, a portarla dalla
profondità di una disperata umiliazione a una furia quasi incontenibile.
Girò sui tacchi, e stava per piantarlo in asso,
quando si fermò, tornando indietro.
«C'è qualcos'altro?» la incitò lui, con l'aria impaziente e
indifferente.
Sheridan era così infuriata, e così «soddisfatta» di quello
che aveva intenzione di fare, che gli rivolse addirittura un
sorriso vivace e disarmante mentre si avvicinava a lui. «Sì»,
disse in tono allegro, «c'è dell'altro.»
Stephen inarcò un sopracciglio, in una domanda arrogante.
«Che cos'è?»
«Questo!» Lo schiaffeggiò con tale forza da fargli girare
la testa da una parte, poi arretrò automaticamente d'un passo
davanti alla furia che lesse sul suo viso, e mantenne la propria
posizione, il petto che le si sollevava per l'ira. «Sei un
mostro insensibile e malvagio, e non posso credere di averti
permesso di toccarmi ieri notte! Mi sento sudicia e contaminata...»
Un muscolo cominciò a pulsargli di lato sulla mandibola,
ma Sheridan non aveva finito ed era ancora troppo
infuriata per preoccuparsi del suo sguardo quasi omicida.
«Ho commesso un peccato quando ti ho lasciato fare ciò che
mi hai fatto ieri notte, ma posso pregare di ottenere il perdono
per questo. Quello che non potrò mai perdonarmi è la
mia stupidità per averti creduto e amato!»
Stephen rimase a guardare la porta che si richiudeva rumorosamente
dietro di lei, e restò assolutamente immobile,
incapace di liberarsi dell'immagine di quella bellezza tempestosa
con gli occhi color argento che mandavano lampi, e
un volto vibrante di furia e di disprezzo. Quell'immagine si
impresse nella sua mente insieme a una voce che tremava
per l'emozione. Quello che non potrò mai perdonarmi è la
mia stupidità per averti creduto e amato! Gli era sembrato
che pensasse realmente ogni singola parola che aveva detto,
inclusa quell'ultima. Gesù, era proprio un'attrice nata! Di
gran lunga migliore di Emily Lathrop. Naturalmente, Emily
non aveva avuto il vantaggio dell'aureola di virtuosa innocenza
di Sheridan, o il suo carattere tempestoso. Emily era
molto più sofisticata e aveva maggiore autocontrollo, quindi
non avrebbe saputo portare a termine quella scenata.
D'altro canto, Emily probabilmente non gli avrebbe gettato
in faccia la sua proposta...
Per qualche motivo, non si era neppure aspettato che lo facesse
Sheridan. Era stata abbastanza intelligente e ambiziosa
da trasformare la breve perdita di memoria dopo il suo incidente
in ciò che era parso essere un caso di totale amnesia,
che era sembrato durare per settimane, e quasi innalzare il
suo stato sociale da istitutrice a contessa. La proposta che le
aveva fatto la notte prima, non l'avrebbe trasformata in una
contessa, ma le avrebbe dato molto di più, sotto forma di una
vita lussuosa, di quanto potesse aspettarsi altrimenti.
O non era intelligente quanto Stephen aveva creduto che
fosse...
Oppure, non era così ambiziosa...
O non era interessata al lusso...
O era stata sempre estranea all'accusa di duplicità, innocente
come lo era stata dal punto di vista sessuale prima della
notte passata.
Stephen esitò, a disagio, e poi respinse quell'ultima possibilità.
La gente innocente non fuggiva a nascondersi... non
quando aveva il genere di coraggio e di audacia di Sheridan.

                  CAPITOLO 56.

PER riguardo al compleanno di Noel, e in un inutile sforzo di
mantenere l'apparenza di un'atmosfera festosa, Whitney dichiarò
vietato l'argomento di Sheridan Bromleigh e della sua
partenza per il resto del fine settimana, ma il fallito tentativo
di una riconciliazione rimase sospeso come una cappa sulla
maggior parte degli ospiti a Claymore. Nel giro di poche ore
dopo la partenza di Sheridan, delle nuvole tempestose si addensarono
in cielo e la pioggia cominciò a cadere, costringendo
tutti in casa e buttando ulteriormente a terra il morale
delle donne. Solo Charity Thornton era immune da quell'atmosfera,
e così piena di energia da rifiutarsi di imitare tutte
le altre signore, e la maggior parte degli uomini, che si ritirarono
nelle loro stanze per un sonnellino prima di cena. In effetti,
la loro assenza faceva perfettamente al caso suo.
Seduta su di un divano capitonné nella sala da biliardo,
con le gambe incrociate alle caviglie e le mani intrecciate sul
grembo, osservava il duca di Claymore giocare con Jason
Fielding e Stephen Westmoreland. «Ho sempre giudicato il
biliardo così interessante», mentì, proprio mentre Clayton
Westmoreland colpiva con una lunga stecca le palle sulla tavola,
e sbagliava completamente il colpo. «E' quella la vostra
strategia? Mancare tutte le palle sulla tavola in maniera che
debba poi occuparsene Langford?» chiese in tono vivace.
«Questo è un punto di vista interessante», rispose Clayton
impassibile, trattenendo la propria irritazione per l'improvvisa
esclamazione della donna, che gli aveva fatto sbagliare
il colpo.
«Adesso, che cosa succede?» disse Charity, implacabile.
Jason Fielding rispose con una risata soffocata. «Adesso,
Stephen assumerà il comando, e non rimarrà alcuna possibilità
di vincere questa partita.»
«Oh, capisco.» Charity sorrise con aria innocente alla sua
vittima designata, mentre questa sfregava qualcosa sull'estremità
della sua stecca e si chinava sopra al tavolo. «Questo
significa che voi siete il giocatore più bravo qui dentro,
Langford?»
Stephen alzò gli occhi al suono del suo nome, ma Charity
aveva la sensazione che non la stesse ascoltando, e neppure
che si stesse concentrando sul gioco. Da quando Sheridan se
n'era andata, aveva un'aria tetra come la morte. Ma, nonostante
tutto, quando eseguì il suo colpo, le palle cozzarono
l'una contro l'altra, urtarono le sponde del tavolo, e tre di esse
rotolarono nelle buche.
«Bel colpo, Stephen», disse Jason, e Charity colse l'opportunità
che stava aspettando.
«Apprezzo così tanto la compagnia dei gentiluomini», annunciò
all'improvviso, osservando Clayton Westmoreland
versare del Madera nei bicchieri dei suoi ospiti.
«Come mai?» chiese educatamente.
«Le persone del mio sesso possono essere alquanto meschine
e anche vendicative, senza alcuna ragione», osservò
mentre Stephen prendeva la mira ed eseguiva il colpo successivo.
«Ma i gentiluomini sono così risoluti nella loro lealtà
vicendevole, e verso il proprio sesso. Prendiamo per esempio
Wakefield», disse, sorridendo con approvazione a Jason
Fielding, marchese di Wakefield. «Se foste stato una donna,
Wakefield, avreste potuto sentirvi geloso dell'eccellente colpo
di Langford, qualche minuto fa, ma voi lo siete stato?»
«Sì», scherzò Jason, ma quando il volto di Charity mostrò
il suo disappunto, aggiunse in fretta: «No, naturalmente no,
signorina».
«Esattamente il mio punto di vista», applaudì Charity,
mentre Stephen girava intorno al tavolo per il colpo successivo.
«Ma ogni volta che penso alla lealtà e all'amicizia fra
gentiluomini, sapete chi mi viene subito in mente?»
«No, chi?» chiese Clayton, osservando Stephen posizionare
il suo tiro successivo, e prendere la mira.
«Nicholas DuVille e Langford!»
La palla scivolò di lato alla stecca di Stephen rotolando
verso la sponda del tavolo, dove urtò appena la palla a cui
lui aveva avuto intenzione di mirare. Questa si diresse lentamente
verso la buca, indugiò sul bordo, e alla fine vi cadde
dentro. «Questa non è abilità, è fortuna sfacciata», gli disse
Jason. Tentando di cambiare argomento, aggiunse: «Ti soffermi
mai a calcolare quante volte vinci le partite grazie alla
fortuna, invece che all'abilità?»
Ignorando il tentativo del marchese di Wakefield di sorvolare
l'argomento da lei introdotto, Charity proseguì con
decisione, rivolgendosi a Jason Fielding e a Clayton Westmoreland,
ed evitando di guardare il conte mentre lui girava
intorno al tavolo per il colpo seguente. «Che diamine, se Nicholas
non fosse stato un amico così "leale" di Langford
avrebbe rimandato subito a casa Sheridan Bromleigh il giorno
in cui lei è fuggita, arrivando alla porta di casa sua, piangendo
disperatamente, ma lui l'ha fatto? No davvero, "non"
l'ha fatto!»
Diede un'occhiata allo specchio sulla parete di fronte e
vide Stephen Westmoreland fermo nell'atto di colpire, gli
occhi stretti in due fessure.
«Sheridan lo pregò di dirle la verità sul motivo per cui
Langford desiderava sposarla, e anche se non era responsabilità
del povero Nicholas di raccontarle tutto e di spezzarle il
cuore, lui l'ha fatto! Sarebbe stato molto più facile mentirle,
o rimandarla a casa a chiederlo a Langford, ma lui si è assunto
il compito di aiutare il suo caro amico e compagno.»
«E che cosa esattamente», chiese Stephen, con voce bassa
e feroce rialzandosi senza avere eseguito il suo colpo, «ha
detto a Sheridan il mio "amico" DuVille?»
Charity si voltò a guardarlo, il viso che era un prodigio di
sorpresa e svampita innocenza. «Ma come? La verità, naturalmente.
Lei aveva capito di non essere più Charise Lancaster,
così Nicholas le ha raccontato della morte di Burleton, e
di quanto vi sentiste responsabile per essa. E' perciò che avete
finto di essere il fidanzato di Sheridan, dopotutto.»
Tre uomini silenziosi la stavano osservando sorpresi e arrabbiati,
e Charity guardò ognuno di loro allegramente. «E,
naturalmente, essendo una ragazza romantica, Sheridan voleva
ancora pensare, credere, che aveste potuto avere qualche
altra ragione per chiederle di sposarvi, ma il caro Nicholas
ha dovuto dirle, con molta fermezza, che le avevate fatto
la proposta solo dopo avere avuto notizia della sfortunata
morte del signor Lancaster, per pietà, per così dire. Il che è
stato terribilmente doloroso per quella povera ragazza, ma
Nicholas ha fatto ciò che doveva essere fatto, per altruismo
e lealtà verso il proprio sesso.»
Stephen sbatté la stecca sul suo supporto sulla parete.
«Quel figlio di puttana!» disse a voce bassa, mentre usciva
rapido a lunghi passi dalla stanza.
Sorpresa per l'uso di un linguaggio irriverente di fronte a
lei, ma non dalla sua partenza, Charity guardò Jason Fielding.
«Dove direste che sta andando?»
«Direi», rispose il duca in tono caustico, «che sta andando
a fare una "chiacchierata" con un vecchio "amico".»
«Che bello!» disse Charity in tono vivace. «Prendereste in
considerazione di lasciarmi giocare a biliardo con voi, ora
che Langford se n'è andato? Sono certa di poter imparare le
regole.»
Il duca di Claymore la studiò in divertito silenzio per un
lunghissimo momento, così lungo in effetti che Charity si
sentì un po' a disagio. «Perché non giochiamo a scacchi, invece?
Ho la sensazione che la strategia sia il vostro forte, signorina.»
Charity considerò per un momento quelle parole, e scrollò
il capo. «Penso che abbiate proprio ragione.»

                  CAPITOLO 57.

BENCHE' la Stagione fosse giunta al termine, le esclusive sale
da gioco del White erano ancora affollate di ricchi frequentatori
disposti a scommettere enormi somme di denaro su di
una carta o un giro di roulette. Il più antico e più elegante
dei club sulla St. James's Street, il White era molto più rumoroso
dello Strathmore, e vivacemente illuminato, ma non
privo delle proprie venerande tradizioni. Sulla facciata, c'era
un ampio bovindo che dava sulla strada, dove un tempo
Beau Brummell aveva tenuto corte con i suoi amici, il duca
di Argyll, lord Sefton, lord Alvanley, lord Worcester, e, talvolta,
il Principe Reggente.
Tuttavia, più famoso del suo bovindo, era il Libro delle
Scommesse del White, su cui membri famosi avevano, per
molti anni, annotato scommesse che andavano da quelle più
importanti a quelle sordide, o addirittura sciocche.
A un tavolo sul fondo di una delle sale da gioco, William
Baskerville stava giocando a whist con il duca di Stanhope e
Nicholas DuVille. Assecondando un impulso di sonnolenza,
quei tre gentiluomini avevano quel giorno permesso a due
soci molto giovani, di eccellente famiglia, di unirsi a loro.
Entrambi i giovanotti erano dei gaudenti di prim'ordine, ossessionati
dal divertimento e ansiosi di farsi un nome in città
eccellendo nei vizi virili del gioco e del bere. La conversazione
al tavolo era fiacca e verteva su argomenti di scarsa
importanza, mentre le scommesse erano rapide e forti. «Parlando
di pettegolezzi», disse uno dei giovanotti, che sembrava
sapesse parlare di poco altro, «non ho visto Langford a
Hyde Park per tutta la settimana.»
William Baskerville gli fornì la risposta mentre contava le
sue fiches. «Credo che sia al compleanno di suo nipote. La
duchessa di Claymore ha organizzato una festicciola in famiglia
per festeggiare l'avvenimento. Donna incantevole, la
duchessa», aggiunse. «Lo dico a Claymore ogni volta che lo
vedo.» Dando un'occhiata a Nicholas DuVille che era seduto
alla sua sinistra, disse: «Tu eri con Sua Grazia in Francia,
prima che tornasse in Inghilterra, credo».
Nicki annuì senza alzare gli occhi dalle sue carte, poi automaticamente
aggiunse una precisazione, per prevenire qualunque
pettegolezzo: «Mi ritengo fortunato di essere in rapporti
amichevoli con "tutta" la famiglia Westmoreland».
Uno dei giovanotti che aveva bevuto molto ascoltò quella
notizia con una certa sorpresa, e poi dimostrò la sua mancanza
di raffinatezza, come pure la sua incapacità di reggere
l'alcol, esprimendola a parole: «Non ditemi! Corre voce che
voi e Langford siete quasi arrivati a fare a pugni da Almack,
per una ragazza dai capelli rossi che piaceva a entrambi».
Baskerville sbuffò a una simile idea. «Mio giovane amico,
quando avrete più esperienza di Londra, imparerete a separare
le sciocchezze dalla verità, e per farlo, dovete conoscere
meglio le persone coinvolte. Ebbene, anch'io ho sentito
la stessa storia, ma conosco anche DuVille e Langford,
quindi "io' so che tutta la faccenda era pura fandonia. L'ho
capito nel momento in cui l'ho sentita.»
«Come ho fatto io!» annunciò il più sobrio dei giovanotti.
«Una deplorevole assurdità», confermò Nicki, poiché sembrava
che tutti stessero aspettando la sua risposta, «che sarà
presto dimenticata.»
«Sapevo che era così», disse il fratello della signorina
Charity, il distinto duca di Stanhope, spingendo le fiches sul
mucchio sempre più grosso al centro del tavolo. «Non mi
sorprende affatto di scoprire che tu e Langford siate i migliori
degli amici. Entrambi siete i più amabili degli uomini.»
«Non ho dubbi al riguardo», disse il giovanotto sobrio a
Nicki, con un sorriso malizioso, «ma se voi e Langford doveste
mai venire alle mani, vorrei essere presente!»
«Perché mai?» chiese il duca di Stanhope.
«Perché ho visto Langford e DuVille tirare di box al
Gentleman Jackson's. Non uno con l'altro, naturalmente, ma
sono i migliori pugili che abbia mai visto. Un combattimento
fra loro avrebbe attirato anche "me" da Almack.»
«E anche me!» disse il suo compagno con un singhiozzo.
Baskerville era sbigottito dal loro malinteso su quella che
credevano una dimostrazione di virile civiltà, e si sentì obbligato
a far notare la loro grave mancanza di giudizio. «Langford
e DuVille non si abbasserebbero mai a risolvere una
questione a pugni, mio buon amico! Questa è la differenza
fra voi giovincelli irruenti e i gentiluomini come DuVille e
Langford, e il resto di noi. Dovreste studiare le buone maniere
delle persone più mature di voi, e acquistare un po' della
loro civiltà, sapete. Invece di ammirare l'abilità di DuVille
con i pugni, dovreste essere così assennati da imitare le sue
eccellenti maniere e la sua abilità con i cache-col.»
«Grazie, Baskerville», mormorò pigramente Nicki, poiché
lui sembrava aspettarsi una qualche risposta affermativa.
«Non c'è di che, DuVille. Dico solo la verità. Quanto a
Langford», continuò Baskerville, aspettando il suo turno per
scommettere, «non potreste avere un esempio migliore nell'arte
della raffinatezza e della signorilità. Fare a pugni per
sistemare un dissapore, addirittura!» lo schernì. «Ma via, il
solo pensiero è offensivo per qualunque uomo perbene.»
«E' ridicolo anche solo discuterne», convenne il duca di
Stanhope, studiando le espressioni degli altri giocatori prima
di decidere se scommettere sulle sue carte scadenti.
«Le mie scuse, signori, se...» cominciò quello sobrio dei
due giovanotti, ma si interruppe improvvisamente. «Pensavo
che aveste detto che Langford fosse in campagna», aggiunse
poi. Il suo tono sconcertato suggeriva che fosse imminente
la prova che dimostrava altrimenti.
Tutti e cinque gli uomini alzarono gli occhi, e videro
Stephen Westmoreland dirigersi rapidamente verso di loro,
con un'espressione sul viso che sembrava molto più minacciosa
che amabile. Senza neppure un cenno del capo per salutare
le sue conoscenze che gli davano ad alta voce il benvenuto,
il conte di Langford aggirò deciso a lunghi passi i
tavoli, le sedie e i giocatori, avvicinandosi velocemente ai
cinque uomini al tavolo di Baskerville, e girando poi intorno
alle loro sedie.
Quattro di quegli uomini si irrigidirono, guardandolo con
l'incredulità circospetta di uomini innocenti che improvvisamente
e inspiegabilmente si trovano ad affrontare una immeritata
minaccia che non capiscono, da parte di un predatore
che avevano scambiato per mansueto.
Solo Nicholas DuVille sembrava indifferente al pericolo
tangibile che emanava da Langford. In effetti, per i frequentatori
del White che si stavano girando tutti a guardare con
affascinante incredulità, Nicholas DuVille sembrava «sollecitare»
esplicitamente un confronto, con la sua deliberata ed
esagerata disinvoltura. Quando il conte si fermò accanto alla
sua sedia, DuVille si appoggiò all'indietro, spinse più a fondo
le mani nelle tasche, e con un sigaro sottile stretto fra i
denti bianchi, salutò il conte con un'espressione interrogativa
e sarcastica. «Vuoi unirti a noi, Langford?»
«Alzati!» disse in tono brusco il conte di Langford.
L'atteggiamento era inequivocabile e la sfida imminente.
Si sollevò subito un leggero trambusto, mentre diversi giovanotti
si dirigevano di volata verso il Libro del White, per
annotare le loro scommesse su chi avrebbe vinto. Intanto, sul
volto di DuVille affiorò lentamente un sorriso smagliante,
mentre si sistemava più comodo sulla sedia, masticando pensieroso
l'estremità del suo sigaro, e quasi assaporando l'incontro.
Come se volesse essere certo che le sue speranze non
fossero infondate, inarcò un sopracciglio in una domanda divertita.
«Qui?» domandò, mentre il suo sorriso si allargava.
«Alzati da quella sedia», ringhiò il conte con una voce pericolosamente
gentile, «figlio di una...»
«Assolutamente, qui», lo interruppe DuVille, il sorriso che
si induriva mentre si alzava dalla sua posizione oziosa, muovendo
il capo con uno scatto in direzione di una delle sale
interne.
La notizia dell'imminente zuffa giunse al direttore del
White nel giro di pochi istanti, e lo fece uscire a precipizio
dalla cucina. «Suvvia, suvvia, signori! Signori!» supplicò il
direttore, facendosi largo a spintoni in mezzo alla folla che
usciva in fretta dalle sale interne, pur cercando di conservare
un minimo di contegno. «Non c'è mai stata nella storia del
White...»
La porta gli sbatté sul viso.
«Pensate ai vostri abiti, signori! Pensate all'arredamento!»
gridò, aprendo la porta appena in tempo per sentire il
rumore atroce di un pugno, e per vedere la testa di DuVille
scattare all'indietro.
Chiudendo la porta con uno strattone, il direttore si girò
rapidamente, il volto pallido, le mani che stringevano ancora
la maniglia della porta dietro alla sua schiena. Un centinaio
di uomini lo guardarono impazienti, tutti interessati alla stessa
informazione. «Ebbene?» chiese uno dei presenti.
Il volto del direttore si contorse per la sofferenza, mentre
pensava ai possibili danni al costoso tappeto verde dei tavoli
del «faraone» nella sala interna, ma riuscì a dare una risposta
tremante. «Per adesso... suggerirei... un tre a due.»
«A favore di chi, mio buon amico?» chiese un gentiluomo
impaziente, elegantemente vestito, che aspettava il suo turno
per annotare la sua puntata sul Libro delle Scommesse.
Il direttore esitò, levò gli occhi al cielo come pregando
per trovare il coraggio, poi si voltò ad aprire la porta di una
fessura e sbirciò dentro nello stesso istante in cui un corpo
urtava una parete con un fragoroso schianto. «A favore di
Langford!» gridò sopra le spalle, ma mentre stava per chiudere
la porta, un'altra esplosione simile all'ultima fece sbattere
i travetti, e lui diede un'altra occhiata. «No... DuVille!
No, Langford! No...» Chiuse con uno strattone la porta appena
in tempo per evitare che gli staccasse la testa, mentre
un paio di robuste spalle vi sbattevano contro.
Per molto tempo, dopo che il frastuono del combattimento
cessò, il direttore restò in quella posizione, con la spina
dorsale inchiodata contro la porta, finché all'improvviso
questa cedette alle sue spalle, facendolo barcollare all'indietro
nella sala da cui il conte di Langford e Nicholas DuVille
stavano uscendo. Solo nel locale vuoto, e stordito dal sollievo,
il direttore si voltò lentamente a ispezionare una stanza
che, a prima vista, sembrava miracolosamente intatta. Stava
pronunciando una preghiera di ringraziamento, quando i
suoi occhi videro un tavolino lucido che poggiava su tre
gambe sane, e una quarta malamente frantumata, e si afferrò
il cuore come se anch'esso andasse in pezzi. Con gambe tremanti
si avvicinò al tavolo del «faraone» e tolse un boccale
che non avrebbe dovuto trovarsi su di esso, solo per scoprire
che il boccale nascondeva un orribile strappo sulla superficie
del tappeto verde del tavolo. Socchiudendo gli occhi
ispezionò la sala più attentamente... Sull'angolo di essa,
quattro sedie erano accuratamente sistemate intorno a un tavolo
da gioco, ma poi notò che ogni sedia possedeva solo tre
gambe.
Tremando per l'oltraggio e per l'angoscia, il direttore allungò
una mano per sostenersi e afferrò lo schienale della
sedia più vicina.
Questo si staccò dalla sua mano.
Dall'altra parte della parete, nella sala principale del White,
ci fu un'esplosione di conversazioni falsamente allegre e
chiassose, quando DuVille e Langford uscirono lentamente,
conversazioni del genere che usavano gli uomini adulti come
tattica diversiva intesa a dare l'impressione che la loro attenzione
fosse ovunque tranne dove realmente era.
O indifferenti, o inconsapevoli, dell'innaturale atmosfera
e degli occhi attenti che li seguivano, i due ex antagonisti si
separarono al centro della sala, Langford a cercare un cameriere
con un vassoio di bevande, e DuVille per tornare al suo
posto vuoto al tavolo da gioco. «Era il mio turno di fare le
carte?» chiese, sistemandosi sulla sua sedia e allungando la
mano a prendere il mazzo.
I due giovanotti risposero all'unisono di sì, e il duca di
Stanhope rispose cortesemente che non ne era del tutto sicuro,
ma Baskerville era molto risentito che gli avessero fatto
fare la figura dello sciocco davanti ai due giovanotti, e portò
in discussione l'argomento che era nella mente di tutti. «Potresti
anche dire a questi due che cosa è successo là dentro,
dal momento che non riusciranno a concentrarsi, o anche
solo a dormire, senza sapere come è andata a finire», disse,
in tono permaloso. «Comportamento vergognoso, non esito
a dirtelo, DuVille. Da entrambe le parti!»
«Non c'è niente da dire», affermò Nicki in tono blando,
prendendo il mazzo di carte abbandonato dal centro del tavolo,
e mescolandolo con perizia. «Abbiamo discusso di un
matrimonio.»
Baskerville sembrò pieno di speranza, ma non convinto. I
due uomini più giovani avevano l'aria serenamente divertita,
ma solo quello ubriaco ebbe la temerarietà e le cattive maniere
di farsi beffe della spiegazione data.
«Un matrimonio?» squittì, gettando un'occhiata significativa
al colletto strappato di Nicki. «Che cosa possono discutere
due uomini, a proposito di un matrimonio?»
«Chi sarà lo sposo», rispose Nicki con noncuranza.
«E avete deciso, signore?» domandò quello bene educato,
lanciando al suo compagno uno sguardo d'avvertimento, e
tentando di fingere di credere all'intera storia.
«Sì», disse Nicki strascicando le parole, chinandosi in avanti
a gettare le sue fiches al centro del tavolo. «io sarò il
testimone dello sposo.»
Il suo incauto amico bevve un altro lungo sorso di vino, e
fece una risata. «Un matrimonio?» sbuffò ancora.
Nicholas DuVille alzò lentamente il capo a dargli una
lunga occhiata indagatrice. «Preferireste trasformarlo in un
funerale?»
Temendo che il peggio potesse ancora arrivare, Baskerville
si lanciò nella mischia. «Di che cos'altro avete discusso
tu e Langford? Siete stati via un bel po'.»
«Abbiamo discusso di piccole e anziane signore dalla memoria
corta», rispose Nicki in tono ironico. «E ci siamo meravigliati
per la saggezza di un Dio che, per qualche incomprensibile
ragione, di quando in quando permette alle loro
lingue di continuare a funzionare, molto tempo dopo che il
loro cervello ha smesso del tutto di farlo.»
Il duca di Stanhope alzò bruscamente gli occhi. «Spero
che non ti stia riferendo a nessuno di mia conoscenza.»
«Conosci una persona che risponde all'improbabile nome
di "Charity", invece di "Scervellata"?»
Il duca soffocò una risata inorridita a quella deliberata, e
inequivocabile descrizione della sua sorella maggiore. «Forse.»
gli venne risparmiata un'ulteriore discussione su quell'imbarazzante
argomento dall'arrivo di un altro giocatore,
che fece un cenno casuale, ma amichevole, di saluto a Baskerville
e a lui, mentre spostava la sedia vicino a DuVille sedendosi
comodamente.
Allungando le gambe sotto al tavolo, il nuovo arrivato fissò
intenzionalmente i due giovanotti, che non gli erano noti,
chiaramente aspettando la formalità di una presentazione prima
di salutarli. DuVille era l'unico che sembrava essere al
corrente della necessità di una presentazione, o comunque in
grado di potervi provvedere. «Questi due amici dalla lingua
sciolta e le tasche piene sono lord Banbraten e lord Isley»,
disse al nuovo venuto. E rivolto ai giovani, chiese: «Credo
che il conte di Langford vi sia già familiare, vero?» Quando
loro annuirono all'unisono, Nicki finì di distribuire le carte, e
annunciò: «Bene. A questo punto il duca e io ora cercheremo
di spogliarvi del resto del denaro dei vostri padri».
Prese le carte che aveva servito a se stesso, e trasalì per il
dolore alle costole.
«Brutta mano, eh?» ridacchiò il duca di Stanhope, fraintendendo
la ragione della smorfia di Nicki.
Credendo erroneamente che la domanda fosse stata diretta
a lui, Stephen diede un'occhiata alle sue nocche gonfie, e
contrasse la mano. «Non troppo.» Si rivolse a un cameriere
che si avvicinava al tavolo con due bicchieri di eccellente
brandy, li prese entrambi tenendone uno per sé e passando
l'altro a DuVille. «Con i miei complimenti», disse in tono
tranquillo, fermandosi a osservare sorpreso uno dei giovanotti,
che aveva rovesciato il suo vino mentre allungava una
mano per prendere il bicchiere.
«Non sa reggere l'alcol», gli spiegò Nicki, seguendo la
direzione dello sguardo di Stephen.
Lui incrociò i piedi alle caviglie, e lanciò un'occhiata di
disapprovazione al giovane dalla faccia rossa e gli occhi vitrei.
«Penso proprio», disse, «che qualcuno avrebbe dovuto
insegnare loro le buone maniere, prima di sguinzagliarli in
società.»
«è' quello che penso anch'io», convenne Nicki.

                  CAPITOLO 58.

GLI Skeffington avevano lasciato la loro casa in affitto in
città e si erano rifugiati nel villaggio di Blintonfield. Perciò
Nicki impiegò tre ore più del previsto per raggiungere Sherry
e mettere in atto il piano romantico ritenuto da Langford
il metodo migliore, e l'unico, per condurla da lui, come pure
di convincerla che le sue intenzioni erano onorevoli.
Il fatto di essere l'emissario di Stephen Westmoreland invece
che il suo avversario, non sembrava affatto strano a
Niki. Tanto per cominciare, stava solo facendo del suo meglio
per porre rimedio a un rapporto che aveva inavvertitamente
contribuito a compromettere.
E poi, trovava assolutamente piacevole il proprio ruolo,
che consisteva nel persuadere Sherry a lasciare il suo posto
dagli Skeffington, e ad accompagnarlo subito a un colloquio
per un «nuovo posto» in una tenuta a diverse ore di distanza.
A questo scopo, aveva portato con sé due istitutrici impeccabilmente
qualificate pronte a sostituirla.
Dato che lady Skeffington aveva portato sua figlia nel
Devon, dove aveva sentito dire che il futuro duca di Norringham,
ancora scapolo, trascorreva il mese di luglio, Nicki
dovette solo convincere sir John ad accettare due istitutrici al
posto di una, impresa facile, dal momento che Stephen avrebbe
segretamente pagato più della metà del loro salario
per il primo anno. Avendo portato a termine quel compito,
ora Nicki tentava di convincere Sheridan della necessità di
mettere subito in valigia i suoi abiti, e di accompagnarlo a incontrare
un nobile sconosciuto che aveva un «posto migliore»
da offrirle. Perché acconsentisse più facilmente, le stava
rivelando quanto più poteva della verità, e improvvisando
quando il caso, o il suo senso dell'umorismo, lo richiedeva.
«Il visconte di Hargrove è un po' capriccioso, anche scontroso,
a volte», le disse, «ma ama svisceratamente suo nipote,
che è anche il suo erede al momento, e desidera solo il
meglio per lui.»
«Capisco», disse Sheridan, chiedendosi quanto capriccioso
e scontroso fosse il visconte.
«La paga è ottima... per compensare il brutto carattere
del visconte.»
«Quanto ottima?»
La cifra che citò fece schiudere le labbra di Sherry in una
silenziosa esclamazione di sbalordito piacere.
«Poi ci sono ulteriori vantaggi.»
«Che genere di vantaggi?»
«Un grande appartamento per voi sola, una cameriera a
vostra disposizione, un cavallo vostro...»
Gli occhi di Sheridan si spalancavano a ogni parola che
diceva. «C'è altro?» chiese, quando lui lasciò in sospeso la
frase. «Come può essere?»
«In verità, c'è di più. Uno dei vantaggi più interessanti di
questo posto, è quella che chiamerei la... durata.»
«Che cosa intendete con questo?»
«Voglio dire che se accetterete questo posto, sarà vostro...
vantaggi inclusi... vita natural durante.»
«Non avevo in programma di restare in Inghilterra per più
di qualche mese.»
«E' una piccola complicazione, ma forse riuscirete a convincere
il visconte a darvelo comunque.»
Sheridan esitò, tentando di ottenere una descrizione più
chiara di quell'uomo.
«E' un uomo anziano?»
«Relativamente parlando», confermò Nicki, pensando divertito
che Langford era più vecchio di lui di un anno.
«Ha avuto altre istitutrici, in passato?»
Nicki trattenne diverse risposte estremamente divertenti,
ma inopportune, quanto alla credibilità di quel fatto, e le diede
quella che lei si aspettava.
«Sì.»
«Perché lo hanno lasciato?»
Gli venne in mente un'altra serie di ipotesi divertenti, e ne
disse una: «Forse perché loro si aspettavano che fosse un posto
duraturo, e lui non la pensava così», suggerì amabilmente.
Poi, prevedendo altre domande, disse: «Come ho detto un
momento fa, questa è una questione della massima urgenza
per il visconte. Se siete interessata al posto, allora fate i bagagli
e mettiamoci in viaggio. Gli ho promesso di portarvi da
lui oggi alle due, e siamo già in ritardo di tre ore.»
Non riuscendo a credere al primo colpo di fortuna che le
fosse capitato dal suo arrivo in Inghilterra, Sheridan esitò,
poi si alzò in piedi. «Non capisco perché sia interessato ad
assumere una persona come me, potendo tranquillamente
scegliere fra istitutrici inglesi meglio qualificate.»
«Si è fissato nel volere un'americana», disse Nicki, con
divertita sicurezza.
«Molto bene, lo incontrerò, e se saremo minimamente compatibili,
resterò con lui.»
«E' ciò che lui spera», disse Nicki. Mentre lei si voltava
per salire di sopra a preparare i bagagli, aggiunse: «Vi ho
portato un abito migliore da indossare, uno che non abbia
l'aria così...» Cercò qualche difetto nel suo abito scuro impeccabile,
ma incolore: «...così tetra. Il visconte di Hargrove
non gradisce tetraggini intorno a lui».

                  CAPITOLO 59.

«Qualcosa non va, chérie?» chiese Nicki, mentre il sole cominciava
la sua pigra discesa.
Distogliendo lo sguardo dalla campagna verdeggiante che
sfilava accanto al finestrino della carrozza, Sherry scosse il
capo. «Sto solo... pregustando il cambiamento... un nuovo
lavoro, una paga meravigliosa, una grande stanza per conto
mio, e dei cavalli da cavalcare. Mi sembra troppo bello per
essere vero.»
«Allora perché avete un'aria così indicibilmente seria?»
«Non mi è sembrato giusto lasciare gli Skeffington così
all'improvviso», ammise Sherry.
«Ora, hanno due istitutrici, invece di una. Skeffington era
talmente eccitato, che vi avrebbe persino aiutato a preparare
la valigia.»
«Se conosceste la loro figlia, capireste il perché. Le ho lasciato
un biglietto, ma mi dispiace non averla salutata. A dire
il vero, detesto abbandonarla lì.In ogni caso», aggiunse
Sherry, scrollandosi di dosso il proprio turbamento, e sorridendo,
«vi sono estremamente grata per tutto ciò che avete
fatto.»
«Mi auguro che penserete ancora così fra poco», rispose
Nicki, con una sfumatura di ironia. Guardò il suo orologio
da tasca, e aggrottò le ciglia per l'ora. «Siamo molto in ritardo.
Potrebbe pensare che abbiamo deciso diversamente, dopotutto.»
«Perché dovrebbe pensarlo?»
Nicki esitò un momento prima di rispondere, ma Sherry
lasciò perdere l'argomento non appena lui disse: «Non ho
potuto garantire al visconte di riuscire a convincervi ad abbandonare
il vostro posto».
Lei scoppiò a ridere. «Quale persona sana di mente rinuncerebbe
a un'offerta come la sua?» Le venne in mente un'altra
possibilità, e diventò improvvisamente seria. «Non starete
cercando di dirmi che potrebbe avere affidato l'incarico a
qualcun'altra, ora che arriviamo?»
Per qualche ragione, quella domanda sembrò divertire
Nicki mentre cambiava posizione, voltandosi in maniera da
avere la schiena appoggiata contro il finestrino laterale, e
una gamba allungata con negligenza sul sedile accanto a lui.
Colse lo sguardo preoccupato di Sheridan, e disse con assoluta
rassicurazione: «Sono certo che il posto sarà ancora vostro,
se lo vorrete».
«E' una giornata così bella...» cominciò Sherry mezz'ora
più tardi, poi si interruppe e cercò di afferrarsi a un sostegno
mentre i cavalli rallentavano all'improvviso, e la carrozza
cominciava a ondeggiare violentemente sulla propria intelaiatura.
Poi, con un forte sobbalzo, svoltò bruscamente a sinistra,
allontanandosi dalla strada maestra. «Dobbiamo essere
vicini alla sua casa», disse, aggiustandosi i polsini rigidi e le
doppie maniche dell'incantevole abito ricamato azzurro chiaro
che Nicki le aveva portato, si sollevò una mano ad accertarsi
che i suoi capelli fossero saldamente fissati nel loro ordinato
chignon.
Nicki si sporse fuori a guardare l'antico edificio di pietra
laterale allo stretto viottolo ricoperto di vegetazione.
«La residenza di campagna del visconte è ancora a una
certa distanza; tuttavia, intendeva trovarsi qui a quest'ora, e
pensava che questo fosse il luogo più adatto per entrambi
per discutere del lavoro che desidera offrirvi.»
Incuriosita, Sheridan si chinò di fianco a guardare fuori
del finestrino, mentre le sue delicate sopracciglia si corrugavano
in sconcertato stupore. «Ma non è una chiesa?»
«Da ciò che ho capito, è un'antica cappella che faceva
parte di un monastero scozzese durante il sedicesimo secolo.
In seguito venne smantellata, previa autorizzazione, e portata
qui. Ha un importante significato nella storia degli antenati
del visconte.»
«Che genere di significato può avere una cappella nella
storia di una famiglia?» chiese Sheridan, perplessa.
«Credo che il più antico antenato conosciuto del visconte
avesse costretto un frate a unirlo in matrimonio con la sua
riluttante sposa fra le pareti della cappella.» Quando lei rabbrividì,
Nicki aggiunse in tono caustico: «Ora che ci penso,
sembra che sia un po' una consuetudine di famiglia».
«Sembra un episodio incivile e... per nulla divertente o
interessante! Vedo altre due carrozze sull'altro lato, ma non
vi è nessuno sopra. A quale genere di funzione si può mai assistere
a quest'ora, e in un luogo fuori mano come questo?»
«Una funzione privata. Molto privata», disse Nicki, poi
cambiò argomento. «Fatemi vedere che aspetto avete.»
Sheridan si girò verso di lui, e Nicki corrugò la fronte.
«Sembra che i vostri capelli si stiano sciogliendo dal loro ordinato
chignon.» Stupita perché i capelli le sembravano a
posto, Sherry sollevò una mano, ma lui fu più veloce.
«Su, lasciate fare a me. Voi non avete uno specchio.»
Prima che lei potesse protestare o ammonirlo, Nicki le
aveva tolto le lunghe forcine, invece di fissarle meglio, e tutta
la massa di capelli le si rovesciò intorno alle spalle in un
irreparabile disordine.
«Oh, no!» gridò Sheridan.
«Avete una spazzola?»
«Sì, naturalmente, ma, oh, vorrei che non aveste...»
«Non crucciatevi. Sarete in grado di esprimere meglio le
vostre obiezioni, se saprete di avere un aspetto più... allegro»,
mentì debolmente.
«Quali obiezioni potrei fare alla sua offerta?»
Nicki aspettò che il cocchiere abbassasse la scaletta, poi
scese e le offrì la sua mano, prima di ribattere in tono vago:
«Oh, penso che possiate pure avere qualche obiezione da fare.
All'inizio».
«C'è qualcosa che non mi avete detto?» chiese Sherry, tirandosi
leggermente indietro, facendo poi un passo di lato
sorpresa quando il cocchiere fece muovere improvvisamente
i cavalli in avanti. La brezza le mosse la gonna, gonfiandola
delicatamente e sfiorandole i capelli, mentre camminavano
fianco a fianco. Con la coda dell'occhio, Sherry cercò nel
cortile laterale della piccola pittoresca cappella qualche segno
che le mostrasse il carattere dell'uomo che avrebbe dovuto
pagare una fortuna per mantenere un'istitutrice.
Pensò di avere visto qualcosa muoversi sulla sinistra, e si
portò la mano al cuore nello stesso istante in cui Nicki la
guardò con occhio penetrante. «Che cosa c'è che non va?»
«Niente. Pensavo di avere visto qualcuno»
«Probabilmente era lui. Ha detto che vi avrebbe aspettata
laggiù.»
«Laggiù? Che cosa fa in un luogo simile?»
«Medita, immagino», disse concisamente Nicki, «sui suoi
peccati. Adesso, correte a sentire che cosa ha da dire. E,
chérie?»
Sherry, che stava accingendosi ad attraversare il viottolo
segnato dai solchi, si fermò. «Sì?» chiese.
«Se davvero non vorrete accettare la sua proposta, verrete
via di qui con me. Non sentitevi obbligata a restare, se vorrete
andarvene. Riceverete altre offerte, anche se non... divertenti,
sotto un certo punto di vista... come questa potrebbe
rivelarsi. Ricordatevelo», disse con fermezza, «se davvero
vorrete declinare l'offerta, potrete andarvene di qui sotto
la mia protezione.»
Sherry annuì e si voltò, attraversando con grande cautela
la strada, evitando di impolverare le scarpette, poi si avvicinò
alla bassa staccionata bianca e l'aprì con una spinta, sbattendo
le palpebre per abituare gli occhi alla luce più debole
del boschetto. Davanti a lei, all'ombra di un albero c'era un
uomo, le braccia incrociate sul petto, i piedi piantati a terra
leggermente allargati, i guanti stretti in una mano che battevano
oziosamente il suo fianco. Soltanto confusamente cosciente
che c'era qualcosa di familiare nel suo atteggiamento,
Sheridan continuò ad avanzare, con il cuore che cominciava
a martellarle e un po' timorosa per il colloquio imminente.
Fece tre passi in avanti. E anche lui. Sherry si fermò bruscamente
al suono della sua voce grave. «Temevo che non
saresti venuta.»
Per una frazione di secondo, Sherry sentì i suoi piedi come
piantati nel terreno, poi si voltò di scatto e si mise a correre,
la rabbia e lo choc che la rendevano veloce come non mai,
ma non riuscì ugualmente a distanziarlo. Stephen la raggiunse
proprio mentre si avvicinava al cancello e la tirò indietro
facendola voltare, le mani strette sulle sue braccia. «Lasciami
andare!» lo avvertì Sherry, il petto che le si sollevava a
ogni affannoso respiro.
Con calma, lui le chiese: «Starai qui ad ascoltare ciò che
ho da dire?»
Lei annuì, Stephen la lasciò andare, e Sherry cercò di colpirlo,
ma questa volta lui se l'era aspettato e le afferrò di
nuovo entrambe le braccia. Con un'espressione sofferente
negli occhi, le disse: «Non costringermi a tenerti ferma con
la forza».
«Non ti costringo a fare niente, disgustoso... spregevole...
dissoluto!» disse lei infuriata, tentando inutilmente di
divincolarsi. «E pensare che nicki DuVille ha preso parte a
tutto questo! Mi ha portata qui... mi ha convinta a lasciare il
mio posto, mi ha fatto credere che tu avessi un posto da offrirmi...»
«Ho un posto da offrirti.»
«Non sono interessata a nessun'altra delle tue proposte!»
disse lei adirata, rinunciando alla sua inutile lotta fisica, e
fronteggiandolo con furia impotente. «Sto ancora soffrendo
per l'ultima!»
Lui trasalì a quelle parole, ma continuò a parlare quasi come
se non l'avesse sentita. «La nuova posizione include una
casa... diverse case.»
«Ho già sentito tutto questo in passato!»
«No, non l'hai sentito!» disse Stephen. «Include domestici
pronti a eseguire ogni tuo ordine, tutto il denaro che puoi
spendere, gioielli, pellicce. E include me.»
«Ma io non ti voglio!» gridò Sherry. «Mi hai già usata
come una... come una volgare prostituta, adesso stai lontano
da me! Dio», disse, la voce che le si incrinava, «mi vergogno
così tanto... è stato così banale... l'istitutrice che si innamora
del signore del castello, solo che nei romanzi lui non
si comporta come tu hai fatto con me a letto. E' stato così ripugnante...»
«Non dire così!» la interruppe Stephen, la voce brusca, ma
lo sguardo quasi implorante. «Ti prego, non dire così. Non è
stato ripugnante. E stato...»
«Sordido!» gridò lei.
«La nuova posizione include me», proseguì Stephen, pallido
per la tensione. «Include il mio nome, la mia mano e tutto
ciò che posseggo.»
«Non voglio...»
«Sì, che lo vuoi», disse Stephen, dandole uno scrollone,
proprio mentre il significato delle sue parole la colpiva in
pieno. Sheridan provò una breve ondata di gioia, prima di
realizzare che Stephen stava solo avendo un'altra crisi di coscienza
e di responsabilità, questa volta per averla sedotta,
evidentemente.
«Accidenti a te!» disse con voce soffocata. «Non sono una
trovatella a cui sei obbligato a proporre di sposarti ogni volta
che provi un senso di colpa. La prima volta che lo hai fatto,
non ero neppure la donna giusta per cui sentirti colpevole.»
«Colpevole», ripeté lui con una risata aspra ed esasperata.
«L'unica colpa che ho mai provato per ciò che ti riguarda, è
stata di desiderarti dal momento in cui hai ripreso conoscenza.
Per l'amor di Dio, guardami e vedrai che sto dicendo la
verità.» Le mise la mano sotto il mento, e lei lo lasciò fare,
concentrando invece lo sguardo sopra la sua spalla. «Ho sottratto
la vita a un giovane uomo, poi ho visto la sua fidanzata,
e ho desiderato sottrargli anche lei. Riesci a capire anche
solo lontanamente come questo mi abbia fatto sentire riguardo
a me stesso? L'ho ucciso, e poi ho "desiderato" la fidanzata
che lui non poteva avere perché era morto. Ho desiderato
sposarti fin dall'inizio, Sheridan.»
«No, non è vero! Non è stato che "dopo" essere stato informato
che il signor Lancaster era morto, lasciando la sua
povera figlia indifesa sola al mondo, a eccezione di "te".»
«Se non avessi voluto disperatamente un pretesto per sposare
la sua "povera figlia indifesa", avrei fatto tutto il possibile
per lei, ma senza arrivare al matrimonio. Che Dio mi
perdoni, ma un'ora dopo avere ricevuto quella lettera, stavo
bevendo champagne con mio fratello per brindare al nostro
matrimonio. Se non avessi voluto sposarti, avrei bevuto della
cicuta.»
Ancora con le lacrime agli occhi, Sheridan non riuscì a
trattenere un sorriso alla sua battuta di spirito, timorosa di
credergli, timorosa di fidarsi di lui, e incapace di trattenersi
dal farlo perché lo amava.
«Guardami, Sheridan», disse Stephen, piegandole di nuovo
il mento all'insù, e questa volta i suoi splendidi occhi
guardarono nei suoi. «Ho diverse ragioni per chiederti di entrare
in quella cappella, dove c'è un parroco che ci aspetta,
ma il senso di colpa non rientra fra queste. Ho anche alcune
cose da chiederti, prima che tu acconsenta a entrare lì dentro
con me.»
«Che genere di cose?»
«Vorrei che tu mi dessi delle figlie con i tuoi capelli e il
tuo spirito», disse lui, cominciando a enumerare le sue ragioni
e le sue richieste. «Vorrei che i miei figli avessero i tuoi
occhi e il tuo coraggio. Ora, se questo non è ciò che tu vuoi,
allora scegli qualunque combinazione ti piaccia, e io ti ringrazierò
umilmente per avermi dato qualunque bambino
metteremo al mondo.»
Sheridan cominciò a sentirsi pervadere da una felicità così
intensa da farla soffrire.
«Desidero cambiare il tuo nome», disse Stephen con un
dolce sorriso, «così non ci sarà mai più alcun dubbio su chi
tu sia, o a chi tu appartenga.»
Fece scivolare le mani su e giù lungo le sue braccia, guardandola
dritta negli occhi.
«Voglio il diritto di condividere il tuo letto questa notte, e
ogni notte da questo giorno in avanti. Voglio farti gemere di
nuovo fra le mie braccia, e voglio svegliarmi fra le tue.»
Le premette delicatamente le mani sulle guance, asciugandole
due lacrime agli angoli dei suoi occhi straordinariamente
luminosi. «E, per ultimo, voglio sentirti dire "Ti amo"
ogni giorno della mia vita. Se non sei pronta ad acconsentire
a quest'ultima richiesta in questo momento, sono disposto
ad aspettare fino a questa sera, quando credo che lo farai. In
cambio di tutte queste concessioni, esaudirò ogni tuo desiderio
che sarà in mio potere esaudire.»
«Quanto poi a ciò che è accaduto fra noi a letto a Claymore,
non c'era niente di sordido in esso...»
«Siamo stati "amanti" !» ribatté lei, arrossendo con aria colpevole.
«Sheridan», disse Stephen, con voce sommessa, «siamo
stati amanti dal primo momento in cui la tua bocca ha sfiorato
la mia.»
Voleva che lei provasse orgoglio, non vergogna per quello
che era accaduto, e che lo accettasse come una specie di
dono del destino, e poi si rese conto di aspettarsi l'impossibile
da una giovane fanciulla inesperta. Stava per assolverla
completamente assumendosi tutto il biasimo per il desiderio
che avevano condiviso, ma dopo un momento la donna che
amava girò il viso nella sua mano a sfiorare il palmo con un
dolce bacio.
«Lo so», mormorò semplicemente.
Quelle due parole lo riempirono talmente di orgoglio che
pensò di scoppiare. «Lo so». Più nessuna recriminazione, né
pretese. Sherry alzò gli occhi sui suoi, e nella loro profondità
insondabile Stephen vide soltanto accettazione e quieta
gioia.
«Vuoi entrare con me, ora?»
«Sì.»

                  CAPITOLO 60.

QUELLA che era sua moglie da due ore si scosse riluttante,
mentre la carrozza si fermava bruscamente, e con uguale riluttanza
Stephen alzò la bocca dalla sua. «Dove siamo?» domandò
Sheridan, la voce che era un sussurro debole e languido.
«A casa», disse Stephen, un po' sorpreso per il timbro
rauco della sua voce.
«La tua?»
«La nostra», la corresse lui.
Un domestico aprì la porta della carrozza e allungò una
mano all'interno per abbassare la scaletta. Sherry fece un timido
tentativo di sistemarsi i capelli ravviandoli con le dita
e tirandoli indietro sulla fronte. Mentre lo FACEVA, notò lo
sguardo di Stephen che indugiava su di essi, quasi volesse
accarezzarli, mentre le piccole rughe agli angoli degli occhi
si increspavano in un sorriso assorto. «A che cosa stai pensando?»
gli chiese.
Il suo sorriso si allargò. «A una cosa a cui penso da quando
sei uscita a passo di marcia dallo spogliatoio, a Londra, ti
sei tolta l'asciugamano dalla testa, e mi hai annunciato nei
toni più cupi che i tuoi capelli erano "sfacciati".»
«Che cosa ti ha fatto ricordare quell'episodio?» insistette
lei, mentre Stephen scendeva e le porgeva la mano.
«Te lo dirò più tardi. Anzi, te lo "mostrerò"», le promise
Stephen.
«Sa di misterioso», lo canzonò Sherry.
Per anni, le donne si erano gettate su Stephen nella speranza
di diventare, prima o poi, padrone della splendida casa
che lui aveva disegnato, costruito, e chiamato Montclair. Ora
lui stava aspettando la reazione di colei che aveva scelto perché
ne diventasse la padrona.
Sherry gli posò la mano sul braccio, sorrise cordialmente
al domestico in livrea che era uscito ad aiutarli, fece un passo
avanti e alzò gli occhi sulla maestosa villa di pietra che si
spiegava a ventaglio davanti a lei. Si fermò bruscamente, fissando
incredula le finestre vivacemente illuminate che si
aprivano sull'intera facciata, poi notò che il lungo serpeggiante
viale d'ingresso era fiancheggiato su entrambi i lati da
carrozze lussuose, fin dove arrivava la vista. Sherry le guardò,
poi guardò Stephen, e chiese in un tono di grande stupore:
«Dai un "ricevimento"?»
Stephen gettò indietro il capo e scoppiò in una risata, poi
la strinse fra le braccia affondando il volto ridente nei suoi
capelli. «Sono pazzo di te, lady Westmoreland.»
Lei non era rimasta impressionata dal palazzo, ma fu
compiaciuta e impressionata dal suono del suo nome appena
acquisito. «Sheridan Westmoreland», pronunciò a voce alta.
«Mi piace moltissimo.» Dietro di loro, si arrestò la carrozza
di Nicholas DuVille, e Sherry si ricordò della sua preoccupazione
iniziale. «Dai un ricevimento?»
Stephen annuì, dando un'occhiata a DuVille e aspettandolo,
mentre lui si dirigeva verso di loro. «Oggi è il sessantesimo
compleanno di mia madre. Do un ballo in onore dell'avvenimento,
ed è perciò che mio fratello e mia cognata
non erano alla cappella. Stavano facendo gli onori di casa in
mia assenza.» Lei sembrava un po' sgomenta, e Stephen le
spiegò: «Gli inviti erano partiti settimane fa, ma io non ho
voluto aspettare fin dopo il ballo per sposarti. Più esattamente»,
si corresse in tono ironico, «non sopportavo l'ansia di
aspettare un altro giorno per scoprire se ci "sarebbe stato" un
matrimonio.»
«Non è questo», disse lei, con l'aria un po' avvilita, mentre
salivano una rampa di scale che dava su di una terrazza,
«è che non sono vestita...»
Nicki udì le sue parole, e le rivolse uno sguardo offeso:
«Ho scelto quell'abito a Londra di persona?»
«Sì, ma non è un abito da ballo», gli spiegò Sherry mentre
il maggiordomo apriva la porta, e un'esplosione di risate e di
musica le giungeva da ogni parte. Davanti a lei, uno scalone
palladiano si allargava verso l'alto in una U aggraziata su entrambi
i lati di un atrio immenso. Vicino a lei, un maggiordomo
dal volto familiare e il sorriso raggiante stava sull'attenti,
aspettando che lei lo notasse, e Sherry si dimenticò del problema
di abbigliamento. «Colfax!» disse con voce gioiosa.
Lui si chinò cerimoniosamente. «Benvenuta a casa, lady
Westmoreland.»
«Sono tutti qui?» chiese Stephen, cercando di distogliere i
suoi pensieri dal grande letto che li aspettava di sopra per
concentrarsi sul problema più immediato di un cambiamento
d'abito.
«Sì.»
Con un cenno del capo, Stephen guardò il suo testimone.
«Perché non vai avanti nella sala da ballo, mentre Sherry e
io ci cambiamo?»
«Neanche per sogno. Voglio vedere le loro facce.»
«Molto bene, ci cambieremo e ti raggiungeremo fra...»
Stephen prese davvero in considerazione la possibilità di un
convegno con sua moglie prima di partecipare a un ballo che
sarebbe durato fino alle prime ore dell'alba.
«Fra venti minuti», disse DuVille sottolineando le parole,
con uno sguardo d'intesa.
Sheridan ascoltò quanto andavano dicendo e prestandovi
soltanto metà della propria attenzione, mentre si domandava
con che cosa si aspettavano che si cambiasse. Lo domandò a
Stephen mentre lui la guidava al piano di sopra, ma la sua risposta
fu interrotta da Nicholas DuVille che li chiamò dai
piedi della scalinata: «Venti minuti, o vi verrò a prendere».
Quella innocente sollecitazione fece dire qualcosa sottovoce
al suo nuovo marito.
«Come hai chiamato Nicki?»
«L'ho chiamato "Mister Puntualità", mentì Stephen con un
fanciullesco sorriso davanti all'espressione dubbiosa di lei.
«Non mi sembrava proprio quella la tua definizione.»
«Ma ci assomigliava», disse lui, fermandosi fuori da un
appartamento in fondo al corridoio. «Non c'è stato il tempo
di farti fare un abito appropriato, così Whitney ne ha portato
uno che pensava fosse adatto all'occasione, sempre che tu
fossi tornata con me.»
Mentre parlava, allungò una mano a spalancare la porta.
Sheridan guardò di fianco a lui e vide tre cameriere pronte
agli ordini, ma tutta la sua attenzione venne attratta da uno
stupefacente abito in raso color avorio, amorevolmente allargato
sull'enorme letto, il lungo strascico che ricadeva in ampie
volute di fianco al copriletto fino a toccare il pavimento.
Incantata, Sheridan fece un passo in avanti, poi si fermò e
spostò lo sguardo dall'abito sontuoso al tenero sorriso di suo
marito.
«Da dove viene questo abito?»
In risposta, lui posò la mano intorno alla sua nuca, strinse
con forza la sua guancia sul petto, e sussurrò: «E' l'abito da
sposa di Whitney. Voleva che tu lo indossassi, se fossi tornata
con me».
Sheridan decise che era sciocco piangere solo perché era
felice.
«Quanto impiegherai a prepararti?»
«Un'ora», disse Sheridan, in tono dispiaciuto, «se dobbiamo
tentare qualcosa di un po' elaborato con i miei capelli.»
Per la seconda volta, Stephen chinò il capo a mormorarle
qualcosa che le cameriere non potevano sentire: «Spazzolali,
se devi, ma poi lasciali sciolti».
«Oh, ma...»
«Ho una spiccata predilezione per quei tuoi lunghi, lucenti,
e sfacciati capelli rossi.»
«In questo caso», disse lei, con voce un po' malferma,
quando lui la lasciò andare, «penso che li porterò sciolti,
questa sera.»
«Bene, perché ci restano solo quindici minuti.»
La duchessa madre guardò Hugh Whitticomb quando
l'aiuto maggiordomo, che era appostato sulla balconata, annunciò
ad alta voce il duca e la duchessa di Hawthorne,
mentre questi gli passavano davanti ed entravano nell'affollata
sala da ballo.
«Hugh, sapete che ore sono?» chiese.
Clayton, che aveva appena guardato il proprio orologio,
rispose al posto del dottore: «Sono le dieci passate».
Quella risposta fece sì che il piccolo gruppo di persone si
guardasse in faccia, scoraggiato. Whitney espresse benissimo
il pensiero di tutti con una voce piena di triste rassegnazione.
«Sheridan lo ha rifiutato, altrimenti sarebbero stati qui
tre ore fa.»
«Mi sentivo così sicura...» cominciò la signorina Charity,
poi si interruppe, mentre le sue spalle strette si curvavano
per la disperazione.
«Forse DuVille non è riuscito a convincerla ad andare alla
cappella», suggerì Jason Fielding. Ma sua moglie scosse il
capo, e disse con voce abbattuta: «Se Nicki DuVille avesse
voluto che lei lo accompagnasse, avrebbe trovato il sistema
per convincerla a farlo».
Inconsapevole di avere suggerito che nessuna donna potesse
rifiutare qualcosa a Nicki, alzò gli occhi e vide suo marito
guardare accigliato Clayton Westmoreland. «C'è qualcosa
in DuVille che non ho notato?» chiese al duca. «Qualcosa
che lo rende irresistibile?»
«Io non ho alcun problema a resistergli», disse caustico
Clayton, poi si interruppe quando una delle sue prozie si avvicinò
a congratularsi con sua madre per il suo compleanno.
«E' un ballo così riuscito, Alicia. Devi essere molto felice,
questa sera.»
«Potrei esserlo anche di più», disse la duchessa madre con
un sospiro, mentre si girava a mescolarsi agli ospiti nella sala
da ballo.
Sulla balconata in alto, l'aiuto maggiordomo annunciò a
voce alta nuovi arrivati. «Sir Roderick Carstairs... il signor
Nicholas DuVille...»
La duchessa madre si voltò di scatto a guardare in alto,
insieme al resto del gruppetto che stava aspettando notizie
sull'esito della giornata. Nicholas guardò giù verso di loro,
il volto attraente dall'espressione solenne, mentre si avviava
lentamente lungo la balconata verso lo scalone che conduceva
nella sala da ballo. «Non ha avuto fortuna!» mormorò addolorata
Whitney, studiando la sua espressione. «Abbiamo
fallito.»
Suo marito le fece scivolare una mano intorno alla vita, e
l'attirò vicina. «Hai tentato, tesoro. Hai fatto tutto ciò che si
poteva fare.»
«Tutti l'abbiamo fatto», convenne Charity Thornton, il
mento che le tremava mentre guardava con aria triste Hugh
Whitticomb, e poi in alto verso Nicholas DuVille.
«Il conte e la contessa di Langford!»
Quell'annuncio causò un'immediata reazione fra gli occupanti
della sala da ballo, che cominciarono a guardarsi
l'un l'altro sorpresi, e poi si rivolsero verso la balconata, ma
fu nulla in confronto alla reazione che avvenne nel gruppetto
di sette persone che avevano trascorso una vigilia di speranza
e adesso erano in preda all'esultanza: le mani si tesero
alla cieca e vennero strette con forza da altre mani. i volti alzati
verso la balconata, si illuminarono di sorrisi raggianti, e
gli occhi si inumidirono di lacrime.
Vestito con un frac nero da cerimonia, un gilet bianco e
una candida camicia increspata, Stephen Westmoreland, conte
di Langford, stava attraversando la balconata. Al suo
braccio, aveva una principessa medievale vestita con un abito
di raso color avorio tempestato di perle dal corpino che si
assottigliava in una profonda V sulla vita. Una catena d'oro
con grappoli di diamanti e di perle in ciascun anello le scendeva
sui fianchi, ondeggiando a ogni passo, e i capelli le ricadevano
in onde fiammeggianti e in pesanti riccioli sulle
spalle e sulla schiena.
«Oh, mio...» mormorò Charity con soggezione, ma la sua
esclamazione venne coperta dal fragore degli applausi che si
erano levati in tutta la sala da ballo e che stavano aumentando
di intensità, finché non sembrarono scuotere gli stessi
travetti.

                   CAPITOLO 61.

ERA la sua notte di nozze.
Con la camicia aperta sul collo e i polsini rimboccati sugli
avambracci, Stephen sedeva su di una poltrona dallo schienale
elaborato nella sua camera da letto, i piedi appoggiati
su di un tavolino, e indugiando a bere un bicchiere di brandy,
per dare alla sua sposa tutto il tempo necessario per svestirsi
e congedare le sue cameriere.
La sua notte di nozze...
La sua sposa...
Si voltò a guardare sorpreso, quando il suo cameriere personale
entrò nell'appartamento. «Posso esservi di aiuto, questa
sera?» domandò Damson, quando il suo padrone sembrò
sconcertato da ciò che era in realtà un'apparizione serale
consueta.
«Aiuto?» Stephen trattenne un sorriso, mentre i suoi pensieri
si rifiutavano ostinatamente di spostarsi dal piacevole
programma che aveva davanti all'offerta di Damson di aiutarlo,
quella sera.
«Milord?» lo incitò Damson, e Stephen diede una lieve
scrollata con il capo realizzando che aveva lo sguardo fisso
nel vuoto, con quello che, sicuramente, doveva sembrare un
sorriso ebete.
«No», disse con garbata fermezza. «Grazie;»
Damson guardò la camicia aperta e le maniche rimboccate
di Stephen con disapprovazione. «Forse, milord, la vostra
vestaglia, quella di broccato nero?»
Stephen tentò, molto seriamente, di immaginare quale bisogno
avrebbe mai potuto avere di una vestaglia, e sentì il
sorriso increspargli di nuovo le guance. «No, penso di no.»
«Quella di seta bordeaux, allora?» insistette ostinatamente
Damson. «O, forse, quella verde scuro?» Stephen venne colpito
dal pensiero che il suo cameriere personale di mezza
età, rimasto celibe, fosse seriamente preoccupato che lui potesse
non fare una buona impressione sulla sua novella sposa,
se fosse entrato in camera da letto vestito in maniera formale,
in calzoni e maniche di camicia.
«Nessuna delle due.»
«Forse, quella...»
«Vai a dormire, Damson», disse Stephen, troncando qualunque
discussione sull'abbigliamento. «E grazie», aggiunse
con un breve sorriso, per evitare qualunque asprezza nel congedo.
Damson obbedì con un inchino, ma non prima di avere
gettato un'occhiata tormentata allo sparato aperto del conte,
e all'accenno di nudità che concedeva alla vista.
Quasi convinto che l'uomo avrebbe fatto un ulteriore tentativo
di salvarlo dalla tremenda umiliazione di apparire per
la sua notte di nozze vestito in maniera impropria, Stephen
appoggiò il bicchiere di brandy sul tavolo. Poi si alzò in piedi,
andò alla porta, e tirò il chiavistello.
Naturalmente, Damson non sapeva che Stephen aveva già
consumato la propria notte di nozze con Sherry, e mentre
apriva la porta comunicante fra i due appartamenti, provò
un'acuta fitta di colpevole rimpianto per come si era svolta
quella notte, ma non per ciò che avevano fatto. Deciso a rimediare
a tutto ciò che era mancato al loro ultimo incontro,
entrò nella loro camera da letto. Si fermò sorpreso quando
non la trovò ad aspettarlo a letto, dal momento che le aveva
dato tempo più che sufficiente per svestirsi. Poi si avviò lentamente
verso la stanza da bagno attigua. Era a metà strada,
quando la porta della camera da letto di Sherry che dava sul
corridoio si aprì, e una cameriera entrò in tutta fretta portando
una pila di soffici asciugamani.
Sua moglie era nella vasca da bagno, realizzò Stephen.
Sua moglie... Dilettandosi a quel pensiero e a tutto ciò
che esso implicava, allungò una mano a prendere gli asciugamani
dalla cameriera scandalizzata, e poi la congedò.
«Ma... ma la mia signora avrà bisogno che l'aiuti a vestirsi
per la notte!»
Stephen stava cominciando a chiedersi se tutti i mariti e
tutte le mogli, con l'unica eccezione sua e di Sherry, andassero
a letto in completo da cerimonia e in abito da ballo, quasi
volessero dare a intendere, pudicamente, ai domestici che
non si vedevano mai nudi. Stava sorridendo all'idea, quando
entrò nella stanza da bagno, e vide sua moglie nella vasca di
marmo incassata. Teneva la schiena rivolta verso di lui, i capelli
raccolti in un morbido chignon sul capo con dei deliziosi
riccioli che le scendevano sulla nuca, immersa nell'acqua
fino al seno.
Quella vista era più che attraente, era un invito irresistibile.
Sua moglie! Il profumo di lavanda che si levava dalla sua
vasca, all'improvviso gli fece ricordare il suo fermo ultimatum
a proposito di Helene, a cui, peraltro, aveva già ottemperato.
Quel ricordo gli richiamò alla mente la sua adirata filippica
a proposito delle altre donne che avevano avuto delle
relazioni con lui ed erano argomento di pettegolezzi. Sorridendo
dentro di sé, Stephen decise che, benché Sherry non
avesse approvato le sue schermaglie sessuali avvenute prima
del matrimonio, quella sera ne avrebbe sicuramente goduto i
benefici. Infatti, intendeva assicurarsi il suo piacere ricorrendo
a tutta l'abilità e la competenza che possedeva in materia,
per donarle la notte di nozze che meritava, una notte
che non avrebbe mai più dimenticato.
Sentendosi relativamente sicuro delle proprie capacità, si
sedette sul bordo della vasca, con l'intenzione di fare finta di
essere la sua cameriera personale. Immergendo le mani nell'acqua
calda e profumata, le bagnò, poi le appoggiò sulle
sue spalle, premendo leggermente con i pollici sulla sua pelle
levigata e umida.
«Vorrei uscire, adesso», disse Sheridan, senza voltarsi.
Con un lieve sorriso per lo scherzo che le stava facendo,
Stephen si alzò e aprì l'asciugamano, tendendoglielo e nascondendosi
così alla sua vista. Sherry uscì dall'acqua, e lui
l'avvolse l'asciugamano intorno al corpo, stringendola fra le
braccia nel farlo. Sheridan si irrigidì per la sorpresa, quando
vide gli avambracci nudi di lui che la circondavano, invece
delle mani della cameriera. Allora si appoggiò leggermente
all'indietro contro di lui, facendo aderire la schiena, i fianchi
e le gambe al suo corpo, poi posò le braccia sulle sue, girò la
guancia e la sfregò sulla sua camicia. Era un gesto silenzioso
di desiderio, di tenerezza, d'amore, e tuttavia quando lui
la fece voltare tremava leggermente, guardandolo con nervosa
incertezza. «Posso indossare la mia vestaglia?»
Gli chiedeva il permesso, cosa che gli sembrò strana, ma
poiché aveva già deciso di procedere con cautela, le rispose
senza esitazioni e con un sorriso: «Puoi fare tutto ciò che
vuoi, lady Westmoreland». Quando lei esitò, tenendo l'asciugamano
intorno al corpo, Stephen le girò educatamente la
schiena e andò nella camera da letto, un po' sorpreso per il
suo improvviso pudore. Un po' meno sicuro di sé.
Quando lei entrò nella stanza un minuto dopo, la vista che
gli offrì scosse molto più violentemente il suo equilibrio. Ancora
bagnata, indossava un abito da camera profondamente
scollato fatto interamente di pizzo bianco fragile quanto una
ragnatela, con bagliori confusi di pelle offerti alla sua vista
dal seno fino alle caviglie: era l'incantevole seduttrice dei
sogni maschili... eterea, invitante, non completamente nuda,
ma non del tutto coperta. Una sirena. Un angelo.
Sherry vide il fuoco a lungo trattenuto accendersi nei suoi
occhi mentre indugiavano su di lei, e con quell'unica notte a
Claymore su cui contare per avere degli indizi su ciò che stava
per accadere, attese che lui le ordinasse di sciogliere i capelli.
Rimase in piedi, ferma, sentendosi impacciata e impotentemente
consapevole della sua mancanza di competenza...
una sensazione che avrebbe potuto non provare se la
cameriera non avesse versato manciate di profumo di lavanda
nell'acqua del bagno. Il ricordo di Helene Devernay non
sarebbe stato così deleterio se Sherry non avesse dato una
lunga occhiata all'amante di Stephen due settimane prima,
mentre passava per Bond Street in una carrozza laccata d'argento
con sedili di velluto color lavanda. Gliel'aveva fatta
notare Julianna Skeffington, fornendole la sua identità, ma
Sherry aveva già indovinato chi fosse. L'amante di Stephen,
o meglio la sua «ex» amante, se lei l'aveva avuta vinta, era il
tipo che faceva sentire qualunque altra donna ordinaria e
goffa. E Sheridan si sentiva così.
Era una sensazione che non le piaceva affatto. Avrebbe
voluto che Stephen le avesse detto di amarla. Ora che la sua
memoria aveva ripreso a funzionare, le era ritornato in mente
un vivido ricordo infantile dell'equivalente di Helene
Devernay: una donna con un abito rosso dalla scollatura sorprendentemente
profonda, con piume fra i capelli; allora
Sheridan aveva provato una fitta di gelosia che non era nulla
in confronto a come si sentiva al pensiero di Helene Devernay
seduta sul grembo di Stephen.
Avrebbe voluto trovare il coraggio di chiedergli subito di
interrompere la sua relazione con quella magnifica bionda,
se non l'aveva già fatto. D'altra parte, il buon senso le suggeriva
che un simile ultimatum poteva avere molto più successo
se prima lei gli avesse fatto desiderare sua moglie più
di quanto desiderasse la sua splendida chérie amie. L'unica
cosa che le era di ostacolo in quel momento, era che non
aveva la minima idea di come farsi desiderare da lui senza
una indicazione da parte sua. Pensando a come le aveva ordinato
di sciogliersi i capelli a Claymore, Sheridan sollevò
le mani. «Devo?»
Stephen guardò il suo seno spuntare prepotentemente dalla
profonda scollatura quadrata della veste da camera in pizzo.
«Devo, che cosa?» le chiese, con voce sommessa, avviandosi
verso di lei.
«Devo sciogliere i capelli, adesso?»
Chiedeva di nuovo il permesso. Stava pensando alla sua
insensibile richiesta di sciogliersi i capelli, quella notte a
Claymore, realizzò Stephen con una nuova fitta di rimpianto.
Le appoggiò le mani sulle spalle, evitando di non guardare la
rosea protuberanza del suo seno. «Lo farò io», disse con dolcezza.
Lei indietreggiò di mezzo passo. «No, davvero, se preferisci
che lo faccia io, lo farò.»
«Sheridan, che cosa c'è che non va? Che cosa ti turba?»
Helene Devernay mi turba, pensò lei.
«Non riesco a capire che cosa dovrei fare. Non conosco le
regole.»
«Quali regole?»
«Vorrei sapere come piacerti», si costrinse a rispondere,
alla fine. Le sembrò che Stephen stesse lottando per mantenere
la sua faccia seria, e gli disse con voce implorante:
«Oh, ti prego, non ridere! Non...»
Stephen abbassò gli occhi sulla seduttrice fra le sue braccia
e, con grande riverenza, mormorò: «Buon Dio...» Parlava
seriamente. Era splendida, sensuale, dolce, coraggiosa e
anche molto, molto «seria». Tanto da avere la sensazione che
una risposta sbagliata, ora, potesse ferirla in maniera incredibile.
«Non stavo ridendo, tesoro», disse, con voce grave.
Soddisfatta che avesse capito e non facesse obiezioni, lei
cominciò con l'argomento degli abiti, scrutando con gli occhi
quelli di lui. «Che cosa è permesso?»
Stephen le posò una mano sulla guancia facendola scorrere
all'indietro, lisciandole i capelli.
«E' permesso tutto.»
«C'è un... un obiettivo?»
L'iniziale sicurezza di Stephen che la sua precedente esperienza
con le donne lo avesse equipaggiato per quella notte
particolare, perse un colpo. «Sì», disse, «c'è.»
«Qual è?»
Stephen fece scivolare le braccia intorno a lei, appoggiando
leggermente le mani sulla sua schiena. «L'obiettivo è
quello di essere il più vicino possibile, e di godere di questa
vicinanza in ogni maniera possibile.»
«Come saprò ciò che ti piace?»
«In generale, se a te piacerà qualcosa, piacerà anche a
me.»
«Io non so che cosa mi piace.»
«Capisco. Allora, credo che sia giusto che tu abbia il tempo
di scoprirlo.»
«Quando?» chiese Sheridan, temendo che lui intendesse
dire «un giorno o l'altro».
Lui le sollevò il mento, e lei guardò le sue labbra sensuali
formulare una parola: «Ora».
Sheridan attese con un misto di imbarazzo e di anticipazione
che lui facesse qualcosa, che le desse una specie di ordine,
ma Stephen riusciva solo a fissare i suoi occhi, pensando
di trovarsi in paradiso. Chinò il capo a baciarla, sfregando
molto lentamente le labbra sulle sue, lasciando vagare la
sua mano lungo la gola fino al corpino spoglio, e la sentì
stringersi più vicino a lui e ricambiare il suo bacio. Quello le
piaceva, Stephen lo sapeva. Le piaceva anche qualcos'altro,
realizzò mentre lei appoggiava incerta le dita sulla stretta V
della sua camicia aperta. «Vuoi che mi tolga la camicia?» si
sentì chiederle.
Sheridan ebbe la sensazione che quella domanda fosse il
preludio a farle sfilare la sua veste da camera, ma era anche
sicura che questo sarebbe avvenuto in ogni caso. Annuì, e
Stephen l'assecondò. Lei fece un passo indietro, restando a
guardarlo mentre lui si sbottonava lo sparato della camicia.
Quando l'ultimo bottoncino fu sfilato, Stephen li appoggiò
sul tavolo. Poi aprì lentamente la camicia e la tolse, sorpreso
di scoprire che l'atto di svestirsi deliberatamente mentre una
donna stava a vedere, osservandolo, era stranamente erotico.
Sheridan fissò ammirata le larghe spalle dalla forte muscolatura
e il petto villoso. Sollevò una mano, poi si fermò, e
gli lanciò un rapido sguardo interrogativo. Stephen annuì
leggermente, sorridendo alla sua gioia; lei gli appoggiò una
mano sul torace allargando lentamente le dita, facendole scivolare
in su verso i suoi capezzoli, posando quindi anche
l'altra mano vicino alla prima. Era bello, pensò Sheridan, come
la statua di un dio greco, dalla struttura solida e tutto muscoli.
Mentre la sua mano scivolava in su e con le dita gli
sfiorava i piccoli capezzoli, i muscoli Sotto alle sue dita indagatrici
sobbalzarono di riflesso, e lei si fermò all'istante.
«Non ti piace?» gli chiese, guardando in quegli occhi azzurri
dalle folte ciglia accesi di passione repressa.
«Mi piace», disse lui, quasi con asprezza.
«Anche a me», ammise Sheridan senza riflettere, sorridendogli.
«Bene», disse Stephen, prendendola per mano e guidandola
verso il letto. Si sedette, e quando lei fece per sederglisi vicino,
Stephen l'afferrò per la vita tirandola contro di lui con
una risata soffocata. «Vai avanti», la invitò, e Sheridan riprese
l'esplorazione del suo petto e delle braccia, un po' stupita
dal suo commento sul fatto che fosse un bene che le piacesse
toccarlo lì. Un momento più tardi, capì che cosa intendesse
dire. «Se piace a te, piacerà anche a me», aveva detto. Evidentemente,
quello doveva funzionare in entrambe le direzioni,
perché la sua robusta mano andò ad appoggiarsi sul
corpino della sua veste da camera, toccandole il seno pieno,
e Sheridan sentì le sue pulsazioni aumentare improvvisamente.
Fece un respiro tremante, e attese, ma la sua mano smise
di muoversi, le dita sull'alamaro che le chiudeva il corpino.
Stephen aspettò che lei decidesse se voleva aprirlo da sé,
lasciarlo fare a lui, oppure smettere. Quasi aspettandosi che
decidesse per l'ultima ipotesi, stette immobile, finché con
suo infinito piacere, Sherry risolse il problema facendo scivolare
entrambe le mani intorno al suo collo, e premendo il
seno sul suo petto nudo. Lei voleva che l'aprisse lui, capì
Stephen, ma non voleva chiederglielo. Aprì la chiusura complicata
nel giro di pochi secondi, e fece scivolare una mano
nel corpino aperto, stuzzicandole il capezzolo, e sentendolo
indurirsi in un rigido boccio mentre il morbido seno si inturgidiva
a riempirgli la mano... E la sua erezione aumentò,
in maniera quasi insostenibile.
Stephen si sentì di nuovo al comando, in un ambito in cui
la sua esperienza era preziosa per entrambi, e chinò il capo,
sfiorando il suo capezzolo indurito con la lingua, prendendolo
poi in bocca, e la sentì ansimare. Sheridan abbassò gli
occhi sul capo scuro sopra il suo seno, mentre scintille di
sensazioni cominciavano a guizzarle ritmicamente dal seno
alle ginocchia, e fece scivolare le dita fra i bei capelli folti di
Stephen, desiderando all'improvviso disperatamente di fargli
sentire le struggenti sensazioni che lui le stava donando.
Come se Stephen l'avesse intuito, la spostò sul letto così
che il suo capo poggiasse sui cuscini, e si allungò accanto a
lei. Sheridan si voltò fra le sue braccia, sfiorandogli il capezzolo
con la lingua, stringendo le labbra intorno a esso, e sentì
le dita di lui affondarle lentamente fra i capelli, mentre le
dava libero uso del suo corpo.
Stephen pensò che sarebbe morto, prima che tutto quello
fosse finito.
L'aveva fatta spostare sul letto perché era più comodo, e
gli consentiva di godere più liberamente di lei. Ma non si era
aspettato che lei facesse ciò che gli stava facendo. Il desiderio
stava esplodendogli dentro il corpo, e deglutì, stringendola
con più forza mentre lei gli passava le dita su e giù nel
petto, baciandolo. Incapace di resistere oltre, la fece rotolare
sulla schiena, slacciandole il resto del corpino, scostò il pizzo
con le dita, poi chiuse gli occhi e fece un respiro per calmarsi.
La veste non aveva chiusure al di sotto del corpino;
l'intero indumento era aperto. Non capiva come fosse riuscito
a non notarlo. A Claymore, la stanza era stata in pratica
buia, e in qualche maniera, non aveva notato che sua moglie
aveva delle lunghe gambe perfette, fianchi aggraziati, una
vita minuta, e un seno magnifico. Il suo piano per una tranquilla
notte d'amore ricevette un altro duro colpo, mentre il
suo corpo reagiva improvvisamente con allarmante urgenza.
Sheridan deglutì, osservandolo sollevarsi su di un gomito
a guardarla, e poi chiudere gli occhi, e si sentì mancare il
cuore. Pensando che fosse meglio essere a conoscenza dei
propri difetti così da poterli mascherare o nascondere, chiese
con voce tremante: «Che cosa c'è che non va in me?»
«Che cosa c'è che non va in te?» ripeté lui incredulo.
Strappò lo sguardo dalla generosità di quella vista e si chinò
a baciarla. «Ciò che non va in te», mormorò, con voce piena
di desiderio, facendole scivolare la mano intorno alla vita e
avvicinandosela, «è che sei squisita, e che io ti desidero
moltissimo...»
Quelle parole furono seducenti quanto il bacio che seguì.
Stephen le dischiuse la bocca con la sua, muovendo le labbra
avanti e indietro quasi rudemente, e poi la sua lingua si
addentrò fra le labbra schiuse di lei in un bacio violentemente
erotico. Chino su di lei la baciò finché Sheridan non si
sentì gemere sommessamente, e le sue dita la stuzzicarono e
tormentarono, finché non fu aggrappata a lui, e allargò le
gambe dandogli accesso.
Era più che pronta per lui. Il letto si mosse quando lui ne
scese, e lei si sentì improvvisamente fredda e sola. Aprì gli
occhi e lo vide in piedi accanto al letto, le mani sulla cintura,
ma poi tornò da lei, e la magia ricominciò, solo ancora più
ardente, e Sheridan vi si abbandonò.
Stephen era quasi folle dal desiderio. Mosse i fianchi e
scivolò in lei, sentendola aprirsi per lui e poi avvolgerlo
dentro di sé mentre le sue unghie gli affondavano nelle spalle,
e lui tentò, un'ultima volta, di rallentare entrambi. Tenendo
un braccio intorno ai fianchi di Sherry, le appoggiò protettivamente
il volto sul petto e si mosse delicatamente avanti
e indietro dentro di lei, aumentando impercettibilmente
l'intensità e il ritmo a ogni colpo, ma quando lei premette la
morbida bocca sulla sua, e cominciò a muovere i fianchi con
i suoi, Stephen fu perduto.
Sheridan sentiva il rimbombo del cuore di Stephen sotto il
suo orecchio, e la forza trascinante dei suoi colpi virili in
profondità dentro di lei. Ebbe la sensazione che il suo corpo
cominciasse a librarsi in aria e allungò le mani a stringere
più forte a sé Stephen. «Ti amo», gridò in un singhiozzo,
mentre l'universo cominciava a disintegrarsi, e lui la penetrava
ancora più a fondo, baciandola con appassionata urgenza.
La sua mano trovò quella di lei sul cuscino accanto al
suo capo, e intrecciò le dita con le sue, con forza.
Le stringeva la mano così, quando l'universo esplose in
una fiammata di piacere che strappò a Sheridan un gemito
singhiozzante, e sentì la vita di lui fluirle dentro, mentre il
corpo di Stephen continuava a fremere scosso dall'impeto, e
la sua mano la stringeva più forte.
Stephen riemerse faticosamente dall'oblio con uno sforzo,
appoggiandosi sugli avambracci per sollevare il proprio peso
da lei, e si costrinse ad aprire gli occhi. I riccioli di seta di
Sherry erano sparsi sul cuscino in selvaggio disordine, esattamente
come aveva immaginato che sarebbero stati un giorno,
e la sua mano stringeva quella di lei.
La sua mano stringeva quella di lei...
Pervaso da una sensazione che era in parte gioia, in parte
soggezione, e in parte riverenza, abbassò lo sguardo sulla
donna che gli aveva appena fatto raggiungere punte impareggiabili
di desiderio, e incomparabili profondità di piacere.
Lei aprì gli occhi sbattendo le ciglia, e Stephen tentò di
sorridere, di dirle che l'amava, ma aveva il petto contratto
per l'emozione, e uno strano nodo alla gola mentre guardava
le loro mani strette sul cuscino.
Non aveva mai tenuto la mano di una donna in un momento
simile, in vita sua.
Non ci aveva mai pensato.
Non lo aveva mai desiderato.
Fino a quel momento.
Sheridan sentì la mano di Stephen stringersi alla sua, e intuì
istintivamente che cosa stesse guardando con quella strana
espressione di tenerezza sul bel volto. Debole per la passione
che avevano condiviso, le occorse uno sforzo per spostare
la mano destra dalla nuca di lui e appoggiarla sul cuscino
accanto al proprio viso, dove lui potesse raggiungerla.
Le lunghe dita di Stephen le scivolarono sul palmo della mano,
e poi si intrecciarono alle sue, stringendole con forza.
Poi chinò il capo a baciarle le labbra, i corpi congiunti, le
mani strette. Chiuse gli occhi deglutì, e tentò di nuovo di
dirle ciò che provava, di spiegarle che non aveva mai saputo
che esistessero delle sensazioni simili, ma le emozioni erano
ancora troppo vive, e lui era ancora senza fiato. Tutto ciò
che riuscì a dire, fu «Finché ho incontrato te...»
Lei capì. Stephen sapeva che aveva capito, perché le sue
mani si strinsero convulsamente a quelle di lui, e lei girò il
capo, e gli baciò le dita.

                   EPILOGO.

Seduti nel salotto della residenza di Montclair, fra mobili
pregiati usati un tempo per arredare i più bei palazzi d'Europa,
circondato da tutte le insegne della sua ricchezza e del
suo alto lignaggio, Stephen Westmoreland alzò gli occhi sui
ritratti dalle cornici dorate dei propri antenati che ricoprivano
le pareti rivestite da pannelli di seta, e si chiese se «loro»
avessero incontrato le stesse difficoltà che incontrava lui, nel
tentativo di restare solo con quella che era sua moglie da due
giorni.
Sopra la mensola del caminetto, il primo duca di Langford
guardava verso di lui dal dorso di un possente cavallo nero
da battaglia, l'elmo con la visiera sotto il braccio, il mantello
che turbinava al vento. Sembrava il tipo d'uomo che avrebbe
gettato i suoi cavalieri nel fossato pur di sbarazzarsene velocemente,
se non avessero avuto abbastanza buon senso da lasciarlo
solo nel suo castello con la sua novella sposa.
Sulla parete di fronte a Stephen, il secondo duca di Langford
stava appoggiato davanti al camino con due dei suoi cavalieri.
Sua moglie era seduta lì vicino, circondata da alcune
dame che lavoravano a un arazzo. Il secondo conte aveva
un'aria più civile del padre, decise Stephen. Era più probabile
che questo suo antenato avrebbe mandato i suoi cavalieri
a portare un'ambasciata inventata sul momento, ordinando
poi di alzare il ponte levatoio.
Stanco di osservare i propri antenati, Stephen girò leggermente
il capo, abbandonandosi piacevolmente a osservare
sua moglie, che era seduta di fronte a lui, circondata da sua
madre, suo fratello, Whitney e Nicholas DuVille. Stava immaginando
di posare la bocca sul suo liscio e candido collo,
facendosi lentamente strada verso il capezzolo che desiderava
baciare, quando si rese conto che Nicholas DuVille lo stava
fissando con un'espressione che era insieme divertita e
perspicace. A Stephen venne risparmiato di arrossire come
uno scolaro colto in fallo dall'arrivo di Hodgkin, tornato dall'esilio
il giorno precedente, e che si fermò al suo fianco.
«Scusatemi, milord», gli disse, «ma avete ospiti.»
«Chi sono?» chiese Stephen, in tono irritato, trattenendo
l'impulso di dire all'anziano uomo di buttare nel lago i nuovi
arrivati, dal momento che non aveva alcun bel fossato
profondo in cui potersene sbarazzare, e poi di sbarrare i cancelli
d'ingresso della tenuta.
Hodgkin abbassò la voce, bisbigliando. Quando gli spiegò
la situazione, l'irritazione di Stephen cedette il passo alla
rassegnazione di dover incontrare Matthew Bennett, che evidentemente
era appena tornato dall'America, e poi allo stupore
che questi avesse evidentemente portato delle persone
con sé. «Scusatemi», disse ai suoi ospiti, troppo assorti in
una discussione sul governo di una grande casa per notare
che se ne stava andando. Tuttavia, sua moglie lo notò. Smise
di ascoltare i consigli delle due donne, e alzò gli occhi a
guardarlo con un sorriso che esprimeva rammarico per non
essere soli.
Matthew Bennett proruppe in spiegazioni prima ancora
che Stephen fosse entrato del tutto nel suo studio. «Vi chiedo
scusa per il mio arrivo intempestivo, milord», disse l'avvocato.
«Il vostro maggiordomo mi ha spiegato che vi eravate
appena sposato e che non ricevevate visitatori, ma le vostre
istruzioni, quando sono partito per l'America, erano che dovevo
trovare i parenti della signorina Lancaster e riaccompagnarli
subito in Inghilterra. Sfortunatamente, l'unico parente
vivente della signorina Lancaster, suo padre, è morto
prima che raggiungessi le colonie.»
«Lo so», disse Stephen. «Ho ricevuto una lettera destinata
a Burleton che conteneva questa informazione. Poiché non
aveva altri parenti, chi avete condotto con voi?»
L'avvocato sembrò sulla difensiva e un po' turbato. «Vedete,
la signorina Lancaster viaggiava con una dama di compagnia,
una giovane donna di nome Sheridan Bromleigh, e
sua zia... una certa signorina Cornelia Faraday... ha insistito
molto affinché venissero avviate delle ricerche in tutta
l'Inghilterra per scoprire dove si trovasse. Sfortunatamente,
la signorina Faraday non pensava di poter contare su di voi,
.o su di me, per svolgere queste ricerche. Ha insistito "molto"
per riaccompagnarmi in Inghilterra e poterle dirigere lei
stessa.»
Durante una delle due notti trascorse insieme da soli,
Sheridan gli aveva parlato della zia che l'aveva in parte allevata,
e del padre che era scomparso senza una parola diversi
anni prima. Ora, sembrava che sarebbe stato in grado di offrire
a Sherry un inaspettato «dono di nozze».
«Eccellente!» disse Stephen con un sorriso.
«Mi auguro che la penserete ancora così, quando incontrerete
quella signora», disse Bennett, stancamente. «E' assolutamente...
determinata... a trovare sua nipote.»
«Penso di potermi occupare di questo con sorprendente
rapidità», disse Stephen sorridendo e pregustandosi la scena
che, ne era sicuro, si sarebbe svolta nel salotto nel giro di
pochi minuti. «Io so esattamente dove si trova la signorina
Bromleigh.»
«Grazie a Dio!» disse Bennett, che sembrava esausto.
«Perché è tornato il padre della signorina Bromleigh, che
mancava da quattro anni, ed è tornato mentre ero in America.
Lui e i suoi amici erano altrettanto preoccupati per lei, e altrettanto
determinati a provvedere che voi faceste tutto il
possibile per garantire che la signorina venisse restituita loro
senza che corresse alcun rischio.»
«La signorina Bromleigh è assolutamente al sicuro», gli
assicurò Stephen, con un largo sorriso. «Tuttavia, non verrà
'restituita' a loro.»
«Perché no?»
Dieci minuti prima, Stephen non aveva desiderato altro
che di essere solo con Sherry. Ora, il suo più grande desiderio
era di vedere il suo viso quando avrebbe capito chi era
appena arrivato, pregustava anche la reazione di Matthew
Bennett alle imminenti rivelazioni. Euforico, invitò l'avvocato
a entrare nel salotto, mandò Hodgkin a cercare i visitatori,
e poi andò verso il camino da dove poteva assistere meglio
alla scena, mentre Matthew Bennett cercava una poltrona
di suo gradimento. «Sherry», disse dolcemente, interrompendo
l'allegro racconto di DuVille della parte che aveva
dovuto interpretare per convincerla ad andare alla cappella,
dove Stephen stava aspettando.
«Hai dei visitatori.»
«Chi?» disse lei, lanciandogli uno sguardo svogliato. Mentre
con gli occhi andava da Stephen a Hodgkin, un uomo attraente
di mezza età che stentava a trattenere la propria impazienza
entrò nel salotto. Dietro di lui, Stephen vide una donna
dai capelli grigi con un semplice abito dal colletto alto,
esitare all'ingresso della stanza. «Ci dispiace intrometterci
nella vostra vita privata», disse l'uomo a Stephen in tono
brusco, «ma mia figlia è scomparsa.»
Stephen spostò lo sguardo su Sherry, che si era voltata di
scatto sulla poltrona al suono di quella voce, e che si stava
alzando lentamente in piedi. «Papà?» mormorò, e il capo di
suo padre si girò di scatto verso di lei. Sheridan restò immobile
dov'era, gli occhi che indugiavano con amore sull'uomo
come se fosse un'apparizione che temeva sarebbe svanita,
al minimo movimento. «Papà...?»
In risposta, lui aprì le braccia, e lei corse volando fra di
esse.
Stephen distolse lo sguardo da tanta emozione, concedendo
loro tempo, e mentre lo faceva, notò che il resto della sua
famiglia e DuVille avevano fatto altrettanto. «Dove sei stato?»
gli chiese Sheridan, prendendogli il volto fra le mani.
«Perché non ci hai scritto? Pensavamo che fossi morto!»
«Sono stato in prigione», disse lui, più con disgusto che
con imbarazzo, dando un'occhiata contrita agli occupanti
della stanza. «Il tuo amico Rafe e io, abbiamo avuto la cattiva
idea di credere che un cavallo che avevamo vinto a una
partita a carte, fosse di legittima proprietà del ladro a cui lo
avevamo vinto. Siamo stati fortunati a non essere impiccati,
quando ci hanno sorpresi con lui. Tua zia Cornelia mi ha
sempre avvertito che giocare a carte mi avrebbe messo nei
guai.»
«E avevo ragione», disse la donna dalla porta.
«Fortunatamente, non ha fatto obiezioni a sposare un giocatore
tornato sulla retta via, che sa ancora come fare l'agricoltore,
e che è addirittura disposto a fare pace con il giudice
Faraday per amor suo», aggiunse, ma nessuno lo sentì. Sherry
si era già voltata verso la voce proveniente dall'ingresso
della stanza, e stava ridendo e abbracciando la donna che
aveva parlato.
Ricordando le buone maniere, Sherry portò sua zia e suo
padre da Stephen per presentarli, ma prima che potesse cominciare,
suo padre disse: «C'è qualcun altro che vorrebbe
vederti, Sherry, anche se dubito che ti riconoscerà». Il suo
viso si illuminò di un sorriso orgoglioso, mentre il suo
sguardo si spostava lentamente su di lei.
Dalla porta, giunse la voce ridente di Rafe, mentre lui entrava
cauto nella stanza, con un aspetto più attraente di quanto
lei ricordasse, e perfettamente a suo agio in un salotto inglese
come lo era stato accanto al fuoco di un bivacco con
una chitarra in mano.
«Ciao, querida», disse con quella sua profonda voce carezzevole.
Accanto al camino, Stephen si irrigidì, ancora
prima che la sua novella sposa si precipitasse fra le braccia
di un altro uomo, che la sollevò da terra facendola girare, e
girare, tenendola oltraggiosamente stretta al suo corpo magro.
«Sono venuto a mantenere la mia promessa di sposarti»,
la canzonò Rafe.
«Buon Dio!» disse la signorina Charity, dando un'occhiata
furtiva all'espressione torva di Stephen.
«Mio Dio», disse la duchessa madre, gettando uno sguardo
agli occhi minacciosamente socchiusi di suo figlio.
«Che cosa vuole dire con questo?» chiese Whitney in un
sussurro soffocato.
«Ho paura a pensarci», rispose suo marito.
Nicholas DuVille si appoggiò all'indietro sulla sua poltrona,
con l'aria divertita e guardinga e non disse assolutamente
nulla.
«Quando potremo sposarci, querida?» scherzò Rafe, mettendola
giù ed esaminandola da capo a piedi. «Ho trascorso i
lunghi giorni in prigione, pensando alla mia piccola Pel di
Carota...»
Con stupore di tutti, l'oggetto del suo sguardo di aperta
ammirazione ignorò quella che sembrava una seria discussione
sulle onorevoli intenzioni di lui, si mise le mani sui
fianchi, e gli contestò l'uso del nomignolo. «Ti sarò grata se
non mi chiamerai con un nome così privo di dignità in presenza
di mio marito. Inoltre», gli confidò, rivolgendo un
dolce sorriso a Stephen mentre prendeva l'altro uomo per il
braccio, guidandolo in avanti, «mio marito pensa che i miei
capelli siano molto speciali.»
Quell'osservazione fece girare bruscamente suo padre,
sua zia e Rafe, verso l'uomo accanto al camino, mentre
Sheridan si occupava delle presentazioni.
Quando ebbe terminato, Stephen si trovò oggetto di una
accurata ispezione da parte di tre persone che non sembravano
curarsi per nulla del fatto che lui fosse il proprietario della
villa in cui si trovavano, o che fosse il duca di Langford, o
anche che stesse decidendo esitante se fosse necessario, od
opportuno, fare del male fisico a Rafael Benavente, le cui attenzioni
verso Sherry lo facevano sembrare troppo libero,
troppo virile, per essere lasciato nella stessa stanza con qualunque
donna sotto ai settant'anni, e troppo maledettamente
attraente perché chiunque si fidasse di lui.
Rimandando quella decisione, fece scivolare una mano
intorno alla vita di Sherry, attirandola vicina con fare possessivo,
e si lasciò esaminare. «Sei felice, tesoro?» le domandò
suo padre, dopo un momento. «Ho promesso a Cane
che dorme che ti avrei trovata, e riportata a casa. Vorrà sapere
se sei felice.»
«Sono molto felice», disse lei dolcemente.
«Ne sei proprio sicura?» le chiese sua zia.
«Assolutamente sicura», la rassicurò Sherry.
Rafael Benavente si astenne per un altro momento dal formulare
qualsiasi tipo di giudizio, poi tese la mano a Stephen.
«Dovete essere un gentiluomo, e anche eccezionale, perché
Sherry vi ami così tanto.»
Stephen decise di offrire a quell'uomo un bicchiere del
suo brandy migliore, invece che sfidarlo a duello. Rafael
Benavente era chiaramente un uomo di eccezionali capacità
di giudizio e squisitezza. Era davvero un piacere averlo come
ospite sotto il suo tetto, per una notte.
Lo disse a Sheridan, molto più tardi quella sera, mentre la
stringeva fra le braccia, il corpo appagato, e lo spirito quietamente
felice.
Sua moglie piegò il viso all'insù verso il suo, e allargò le
dita sul suo petto nudo in una cauta esplorazione che stava
cominciando ad avere dirompenti effetti sul resto del suo
corpo. «Ti amo», mormorò lei. «Amo la tua forza e la tua
dolcezza. Ti amo perché sei così gentile con la mia famiglia,
e così premuroso con Rafe.»
Stephen decise che avrebbero potuto restare finché avessero
voluto. Glielo disse con un profondo e allegro sospiro,
mentre la mano di lei cominciò a spostarsi lentamente verso
il basso.


                    FINE.

				
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