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Mcnaught Judith - Un Incontro Perfetto

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Mcnaught Judith - Un Incontro Perfetto Powered By Docstoc
					Zack, attore e regista di fama, evade dal carcere dov’è stato rinchiuso per
l’omicidio della moglie. Deciso a cercare il vero assassino, e dimostrare la
propria innocenza, l’uomo non ha altra scelta, che sequestrare l’incantevole
Julie e darsi alla fuga con l’auto di lei. Comincia così, per questa «strana
coppia», un viaggio turbolento e rischioso durante il quale i due si scoprono
innamorati, travolti da una passione inarrestabile. Ma una dura prova li
attende... e forse solo un colpo di fortuna potrà offrire a entrambi un futuro...



Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, dialoghi e
avvenimenti sono immaginari e qualsiasi riferimento a persone o a fatti
realmente esistenti o esistiti è puramente casuale.

Questo libro è dedicato con affetto e comprensione a quei milioni di donne
americane che non possono leggere questo o altri libri, donne che le
circostanze dell’infanzia hanno privato del piacere adulto, e della dignità, di
saper leggere. É rivolto inoltre alle persone speciali e attente che hanno
dedicato il loro tempo e i loro sforzi al programma «Istruzione.
Diffondiamola».
  _Ringraziamenti
Sul frontespizio di questo romanzo appare il mio nome, ma a ogni scena ha
contribuito un gruppo di persone che ha offerto senza riserve il proprio tempo
e talento, sostegno e amicizia. Ognuna di loro ha, in un modo o nell’altro,
arricchito il romanzo che state per leggere, oltre che la mia vita. I miei più
profondi ringraziamenti vanno a...
Ron Bellisario, al cast di attori e alla squadra di Salto Quantico.
A Gerald Schnitzer, per aver contribuito con i suoi trent’anni di
esperienza nel mondo del cinema, e aver offerto la propria consulenza tecnica
su tutti gli aspetti riguardanti la realizzazione di un film trattati in questo
romanzo.
A Susan Spangler - segretaria, ricercatrice e amica - che ha dato un nuovo
significato alle parole «competenza, dedizione e collaborazione». A Nancy
Williams - direttrice del Programma Nazionale della Coors, «Istruzione.
Diffondiamola» - per il suo impegno assiduo nell’istruzione delle donne e per
l’ottimismo fiducioso che è servito da costante supporto mentre scrivevo
questo romanzo. A Pat e a Terry Barcelo, che mi hanno consentito di
ritirarmi nel loro ranch per poter lavorare in solitudine, e mi hanno donato
tutto il loro affetto e la loro amicizia.
A Lloyd Stansberry, per la sua continua assistenza sui dettagli tecnici
implicati dalla trama.
A William C. McCord, per un decennio di favori che hanno migliorato - e
miglioreranno sempre - l’intera vita di un giovane. A Debby Brown, per il
modello di gentilezza che è. A Pauline Marr, la cui generosità e altruismo
sono u la sua professione... e per i suoi amici.
Ad Amnon Benjamini, fornitore di gioielli favolosi e inestimabili.
Per ultima, ma non certo meno importante, vorrei Linda Marrow, redattrice,
consigliera, e amica.
  Un incontro perfetto
  Prologo
  1976
MARGARET Stanhope era ferma sulla porta che dava sulla veranda, i
lineamenti aristocratici induriti in una maschera gelida mentre osservava il
maggiordomo passare un vassoio di bibite ai nipoti, appena tornati per le
vacanze estive dalle loro scuole private. Al di là della veranda, nella
rigogliosa vallata sotto di loro, era chiaramente visibile la città di Ridgemont,
Pennsylvania, con le sue strade serpeggianti fiancheggiate da alberi, i parchi
perfettamente curati, la pittoresca zona dei negozi e, sulla destra, in
lontananza, le colline ondulate del Ridgemont Country Club. Situato
esattamente al centro di Ridgemont, c’era un gruppo irregolare di edifici in
mattoni rossi che comprendeva le Industrie Stanhope, responsabili
direttamente o indirettamente della prosperità economica della maggior parte
delle famiglie di Ridgemont. Come quasi tutte le piccole comunità,
Ridgemont possedeva una gerarchia ben definita, e la famiglia Stanhope era
saldamente collocata in vetta a quella struttura sociale, come la villa
Stanhope era trincerata sul più alto promontorio di Ridgemont. Tuttavia,
quel giorno, la mente di Margaret Stanhope non era rivolta alla vista dalla
veranda, o all’elevata posizione sociale che possedeva dalla nascita e che
aveva migliorato con il suo matrimonio; era concentrata sul colpo violento
che stava per assestare ai suoi tre odiosi nipoti. Il ragazzo più giovane, Alex,
di sedici anni, vide che lo stava osservando e, riluttante, prese del tè
ghiacciato invece dello champagne dal vassoio d’argento del maggiordomo.
Lui e la sorella erano proprio uguali, pensò Margaret con disprezzo studiando
i due. Erano entrambi viziati, smidollati, promiscui e irresponsabili; bevevano
troppo, spendevano troppo e si gingillavano troppo; erano dei marmocchi
viziati che non sapevano nulla dell’autodisciplina. Ma tutto ciò stava per
finire. Il suo sguardo seguì il maggiordomo mentre offriva il vassoio a
Elizabeth, che indossava un prendisole giallo attillato con una scollatura
profonda. Quando la diciassettenne vide la nonna osservarla, le lanciò
un’occhiata altezzosa e provocatoria, e con un gesto tipico di sfida infantile
prese «due» bicchieri di champagne. Margaret Stanhope la guardò, ma non
disse nulla. La ragazza era praticamente il ritratto della madre - una beona
superficiale, frivola, dotata di una sessualità eccessiva, morta otto anni prima,
quando il figlio di Margaret aveva perso il controllo della sua auto sportiva su
un tratto di strada ghiacciata, uccidendo sua moglie e se stesso, e rendendo
orfani i loro quattro figli. Il rapporto della polizia aveva rivelato che entrambi
erano ubriachi, e che la loro macchina stava viaggiando a più di cento miglia
all’ora. Sei mesi prima, incurante della sua età avanzata e del cattivo tempo,
lo stesso marito di Margaret era morto pilotando il suo aereo diretto a
Cozumel, presumibilmente per andare a pescare. L’indossatrice
venticinquenne, che si trovava con lui sull’aereo, doveva essere impegnata a
munire di esca il suo amo, pensò con insolita crudezza e glaciale disinteresse.
Quei fatali incidenti erano dimostrazioni eloquenti della lussuria e della
sventatezza che per generazioni avevano caratterizzato la vita di tutti gli
uomini Stanhope. Ognuno di loro, arrogante, spericolato e avvenente, aveva
vissuto ogni giorno della propria vita come se fosse indistruttibile e non
dovesse rendere conto a nessuno.
Di conseguenza, Margaret aveva trascorso la vita ad aggrapparsi alla sua
dignità devastata e al suo autocontrollo, mentre l’immorale marito sperperava
una fortuna nei suoi vizi e insegnava ai nipoti a vivere esattamente come
aveva vissuto lui. L’anno prima, mentre lei dormiva al piano di sopra, aveva
portato delle prostitute in quella stessa casa, e lui e i ragazzi se le erano
spartite. Tutti loro, tranne Justin. Il suo adorato Justin...
Gentile, intelligente e laborioso, Justin era l’unico dei tre nipoti ad
assomigliare agli uomini della sua famiglia, e lei lo aveva amato con ogni
fibra del suo essere. Ora Justin era morto, mentre il fratello Zachary era vivo
e vegeto, e si faceva beffe di lei con la propria vitalità. Voltando il capo, lo
guardò salire a grandi passi e con agilità i gradini in pietra che portavano alla
veranda, per accorrere alla sua chiamata, e l’esplosione di odio che le scoppiò
dentro alla vista dell’alto diciottenne dai capelli scuri fu quasi insopportabile.
Le sue dita si strinsero intorno al bicchiere che teneva in mano, e lei trattenne
l’impulso furioso di gettarlo contro il suo viso abbronzato, e di affondarvi le
unghie. Zachary Benedict Stanhope Terzo, cui era stato dato il nome del
marito di Margaret, aveva esattamente lo stesso aspetto del suo omonimo alla
sua età, ma non era questo il motivo per cui lo detestava. Aveva una ragione
molto più valida per farlo, e Zachary sapeva «perfettamente» quale fosse. Nel
giro di pochi minuti, tuttavia, avrebbe finalmente pagato per ciò che aveva
fatto, anche se non abbastanza, naturalmente. Non poteva esigere piena
punizione per quello, e Margaret disprezzava la propria impotenza quasi
quanto disprezzava lui.
Attese finché il maggiordomo non gli ebbe servito un bicchiere di
champagne, poi si spostò senza fretta sulla veranda. «Probabilmente vi state
chiedendo perché ho convocato questa piccola riunione di famiglia, oggi»,
disse. Zachary la osservava in distratto silenzio dalla sua posizione alla
balaustra, ma Margaret intercettò un’occhiata di annoiata impazienza tra Alex
ed Elizabeth, che stavano seduti al tavolo dell’ombrellone. Entrambi erano
indubbiamente ansiosi di scappare dalla veranda e di incontrarsi con i loro
amici, adolescenti uguali a loro, giovani amorali dal carattere debole alla
ricerca di emozioni, che si comportavano come più gli piaceva, perché
sapevano che il denaro delle loro famiglie avrebbe evitato loro qualsiasi
conseguenza sgradevole. «Vedo che siete impazienti», disse voltandosi verso
i due al tavolo, «quindi andrò direttamente al punto. Sono certa che a nessuno
di voi è capitato di pensare a qualcosa di così terreno come la vostra
posizione finanziaria, tuttavia il fatto è che vostro nonno era talmente
impegnato nelle sue attività sociali, e troppo convinto della sua immortalità
per stabilire delle adeguate amministrazioni fiduciarie per voi, dopo la morte
dei vostri genitori. Di conseguenza io ora ho il pieno controllo del suo
patrimonio. Nel caso vi steste chiedendo che cosa significhi, mi affretterò a
spiegarvelo.» Sorridendo con soddisfazione, disse: «Finché entrambi
resterete a scuola, migliorerete i vostri voti e vi comporterete in un modo che
non giudicherò inaccettabile, continuerò a pagare per la vostra istruzione, e vi
permetterò di tenere le vostre eleganti auto sportive. Punto».
L’immediata reazione di Elizabeth fu più perplessa che allarmata. «E che
cosa ne sarà del mio assegno e delle mie spese personali quando inizierò
l’università l’anno prossimo?» «Non avrai nessuna spesa personale. Vivrai
qui, e frequenterai il junior college! Se nei prossimi due anni ti dimostrerai
degna di fiducia, allora, e solo allora, ti permetterò di andare all’università.»
«Il junior college», ripeté furiosa Elizabeth. «Non stai parlando seriamente,
vero?» «Mettimi alla prova, Elizabeth. Sfidami, e vedrai che ti lascerò senza
un centesimo. Fai in modo che mi giunga notizia di un’altra delle tue feste
fatte di sbornie, droga e promiscuità, e non vedrai mai più un altro dollaro.»
Lanciando un’occhiata ad Alexander, aggiunse: «Nel caso avessi qualche
dubbio, tutto questo vale anche per te. Inoltre, non ritornerai a Exeter il
prossimo autunno e finirai il liceo proprio qui».
«Non puoi farci questo!» esplose Alex. «Il nonno non te lo avrebbe mai
permesso!» «Non hai nessun diritto di dirci come vivere la nostra vita», si
lamentò Elizabeth.
«Se non ti piace la mia offerta», la informò Margaret con voce dura, «allora ti
suggerisco di procurarti un lavoro come cameriera, o di trovarti un protettore,
perché queste sono le uniche due carriere che ti si addicono, in questo
momento.» Osservò i loro volti pallidi e annuì soddisfatta, poi Alexander
disse tetro: «E che ne sarà di Zack? Lui ottiene voti eccellenti a Vale. Non
avrai intenzione di far vivere qui anche lui, vero?» Il momento che stava
aspettando era giunto. «No», disse.
«Non intendo farlo.»
Rivolgendosi direttamente a Zachary, in modo da poter osservare il suo volto,
disse con voce aspra: «Vattene! Vattene da questa casa, e non tornare mai
più. Non voglio vedere mai più la tua faccia, né sentire il tuo nome».
Se non fosse stato per l’improvviso irrigidimento della mandibola di Zack,
avrebbe pensato che le sue parole non avevano avuto alcun effetto. Lui non le
chiese spiegazioni, perché non ne aveva bisogno. Infatti, se l’aspettava da
quando lei aveva cominciato a dare l’ultimatum a sua sorella. Senza dire una
parola, si raddrizzò dalla balaustra e allungò la mano verso le chiavi dell’auto
che aveva gettato sul tavolo, ma quando le toccò con le dita, la voce di
Margaret si levò sferzante a immobilizzargli la mano. «Lasciale! Non devi
portarti via nient’altro che gli abiti che hai indosso.» Lui ritirò la mano e
guardò la sorella e il fratello, quasi come se si aspettasse che dicessero
qualcosa, ma o erano troppo immersi nella loro personale infelicità per
parlare, o avevano troppa paura di dover condividere la sua sorte nel caso si
fossero inimicati la nonna.
Margaret detestava i due più giovani per la loro vigliaccheria e slealtà, ma
allo stesso tempo, tentò di rendere assolutamente certo che nessuno dei due
mostrasse più avanti un lampo di latente coraggio. «Se uno di voi due si
metterà in contatto con lui, o gli permetterà di mettersi in contatto con voi», li
ammonì mentre Zachary si voltava dirigendosi verso i gradini che
scendevano dalla veranda, «se solo parteciperete a una festa a casa di
qualcuno assieme a lui, subirete la sua stessa sorte, è chiaro?» Al nipote che
stava andandosene, diede un avvertimento diverso:
«Zachary, se stai pensando di affidarti alla clemenza di qualche tuo amico,
non prendertene il disturbo. Le Industrie Stanhope sono una fonte importante
di lavoro a Ridgemont, e ora io ne posseggo ogni frammento. Nessuno qui
vorrà aiutarti, a rischio di incorrere nella mia disapprovazione e di perdere il
proprio lavoro». Dopo tale ammonimento lui si voltò sull’ultimo gradino e la
guardò con disprezzo così freddo da farle capire, in ritardo, che non avrebbe
mai preso in considerazione di accettare la carità dagli amici. Ma ciò che la
interessò di più nella sua espressione, fu l’emozione che intravide nei suoi
occhi prima che voltasse il capo. Era angoscia, ciò che aveva visto in essi? O
era furia? O paura? Si augurò con tutta sincerità che fossero tutte e tre le
cose.
Il furgone dei traslochi rallentò, fermandosi rumorosamente davanti all’uomo
solitario che camminava lungo il ciglio della strada, con una giacca sportiva
gettata sulla spalla, e il capo chino come se stesse lottando contro un forte
vento. «Salve», disse ad alta voce Charlie Murdock. «ti serve un passaggio?»
Un paio di occhi stupiti color ambra si levarono verso quelli di Charlie, e per
un momento il giovane sembrò completamente disorientato, come se avesse
camminato lungo la strada in stato di sonnambulismo, poi chinò il capo di
scatto annuendo. Mentre saliva nella cabina, Charlie notò i costosi pantaloni
marroni che il suo passeggero indossava, i mocassini lucidi, i calzini intonati,
il taglio di capelli alla moda, e dedusse di aver raccolto un azzimato studente
di college che, per qualche motivo, stava chiedendo un passaggio. Fiducioso
nella propria intuizione e nelle proprie capacità di osservazione, Charlie disse
in tono colloquiale:
«A quale college vai?»
Il ragazzo deglutì come se avesse la gola contratta, e si voltò verso il
finestrino laterale, ma quando parlò la sua voce era fredda e determinata:
«Non vado al college».
«Ti si è guastata la macchina qui nei paraggi?»
«No.»
«La tua famiglia vive qui vicino?»
«Non ho una famiglia.»
Nonostante il tono brusco del passeggero, Charlie, che aveva tre figli grandi a
casa a New York, ebbe la netta sensazione che il ragazzo stesse facendo uso
di ogni briciolo di autocontrollo per tenere a freno le sue emozioni. Attese
qualche minuto prima di chiedergli: «Hai un nome?» «Zack...», rispose lui, e
dopo una pausa di esitazione aggiunse:
«...Benedict».
«Dove sei diretto?»
«Dovunque lei vada.»
«Io attraverso tutta l’America fino alla West Coast. Los Angeles.»
«Perfetto», disse in un tono che scoraggiava ulteriori conversazioni.
«Per me, va bene.»
Fu solo ore più tardi che il giovane parlò spontaneamente per la prima volta.
«Le occorre aiuto per scaricare questo autotreno, quando arriverà a Los
Angeles?» Charlie lo guardò di traverso, rivedendo rapidamente le sue
conclusioni iniziali su Zack Benedict. Vestiva come un ragazzo ricco e
parlava come uno di loro, ma quel particolare ragazzo ricco era
evidentemente a corto di quattrini, fuori dal proprio ambiente, e attraversava
un periodo di sfortuna. Era anche disposto a ingoiare il proprio orgoglio e
fare ordinari lavori manuali, il che, pensò Charlie, denotava una certa dose di
coraggio, tutto sommato. «Hai l’aria di potertela cavare abbastanza
facilmente con il sollevamento pesi», disse lanciando una rapida occhiata di
valutazione al corpo alto e muscoloso di Benedict. «Ti alleni con i pesi, o
qualcosa del genere?» «Facevo della box al... facevo della box», si corresse
bruscamente.
«Al college», finì mentalmente Charlie: e, forse perché Benedict
in qualche modo gli ricordava i suoi ragazzi quando avevano
la sua età, o forse perché intuiva che i problemi di Zack Benedict
erano davvero gravi, decise di dargli del lavoro. Avendo
preso quella decisione, Charlie gli tese la mano. «Mi chiamo
Murdock, Charlie Murdock. Non posso pagarti molto, ma almeno
avrai l’occasione di vedere un vero studio cinematografico
quando arriveremo a Los Angeles. Questo camion è carico di arredi
scenici che appartengono agli Studi Empire. Ho un contratto
per fare dei trasporti per loro, ed è lì che stiamo andando.»
L’indifferenza cupa di Benedict a quella informazione rafforzò
la convinzione di Charlie che il suo passeggero non fosse solo al
verde, ma che probabilmente non avesse idea di come rimediare
a quel problema nell’immediato futuro. «Se farai un buon lavoro
per me, forse potrei mettere una buona parola per te all’ufficio
assunzioni dell’Empire, sempre che non ti dispiaccia passare una
scopa, o usare la schiena.»
Il suo passeggero si voltò verso il finestrino laterale, fissando
di nuovo l’oscurità all’esterno. Proprio quando Charlie era tornato
sulla sua precedente opinione, e aveva deciso che Benedict
pensasse in effetti di essere troppo importante per fare del lavoro
umile, il giovane parlò con voce rauca per il sollievo e per
l’imbarazzata gratitudine. «Grazie. Gliene sarei riconoscente.»
   CAPITOLO 1.
  1978
«SONO la signora Borowski dell’Istituto per l’Adozione LaSalle», annunciò
la donna di mezza età marciando sul tappeto orientale verso l’addetta alla
ricezione, con un sacchetto dei magazzini Woolworth in mano. Indicando con
un gesto la ragazzina di undici anni che la seguiva a fatica, aggiunse con
freddezza: «E questa è Julie Smith. E’ qui per vedere la dottoressa Theresa
Wilmer. Tornerò a prenderla quando avrò finito le mie compere». L’addetta
alla ricezione sorrise alla bambina. «La dottoressa Wilmer sarà da te fra un
momento, Julie. Nel frattempo, puoi sederti laggiù, e compilare questa
scheda. Ho dimenticato di dartela quando sei venuta le altre volte.»
Imbarazzata per i suoi jeans logori e la giacca sporca, Julie gettò un’occhiata
inquieta all’elegante sala d’aspetto dove su un tavolino antico erano
appoggiate delle figurine di fragile porcellana, e delle sculture in bronzo di
grande valore stavano in mostra su delle basi in marmo. Girando al largo dal
tavolino con i suoi ninnoli fragili, si diresse verso una sedia accanto a un
acquario enorme dove dei pesci rossi esotici nuotavano tranquillamente in
mezzo alla vegetazione merlettata. Alle sue spalle, la signora Borowski
cacciò di nuovo la testa nella stanza, e avvertì l’addetta alla ricezione: «Julie
ruba qualunque cosa che non sia inchiodata. E’ subdola e lesta, quindi farà
bene a sorvegliarla come un falco».
Soffocando di rabbia per l’umiliazione, Julie si lasciò cadere sulla sedia, poi
allungò dritte le gambe davanti a sé nel deliberato tentativo di apparire
profondamente annoiata e insensibile all’orribile affermazione della signora
Borowski, ma l’effetto venne rovinato dalle vivaci pennellate rosse di
imbarazzo che le coloravano le guance, e dal fatto che le sue gambe non
riuscivano a raggiungere il pavimento.
Dopo un momento, si alzò, dimenandosi, dalla scomoda posizione e guardò
con terrore la scheda che l’addetta alla ricezione le aveva dato da compilare.
Pur sapendo che non sarebbe stata in grado di capire le parole, fece
ugualmente un tentativo. La lingua stretta tra i denti, si concentrò
intensamente sui caratteri stampati della scheda. La prima parola iniziava con
una N, come la parola NON sui cartelli NON SOSTARE che
fiancheggiavano le strade - sapeva che cosa dicevano quei cartelli perché
glielo aveva detto uno dei suoi amici. La lettera successiva sulla scheda era
una o, come quella di GATTO, ma la parola non era GATTO. Con la mano
strinse la matita gialla mentre resisteva alla sensazione familiare di
frustrazione e di irata disperazione che la travolgeva ogni volta che ci si
aspettava che lei leggesse qualcosa. Guardando cupa le parole
incomprensibili sulla scheda, si chiese furiosamente perché le maestre
insegnassero ai bambini a leggere delle parole sciocche come «gatto»,
quando nessuno la scriveva mai da nessuna parte, tranne che in libri stupidi
per bambini di prima elementare.
Ma i libri non erano stupidi, ricordò a se stessa Julie, e neppure gli
insegnanti. Altri bambini della sua età, probabilmente avrebbero saputo
leggere quella sciocca scheda in un baleno! Era lei a non essere in grado di
leggere una sola parola scritta su di essa, era «lei» a essere stupida.
D’altra parte, si disse Julie, sapeva un mucchio di altre cose di cui gli altri
bambini non sapevano niente, perché lei se ne faceva un punto d’onore di
«notare» le cose. E una delle cose che aveva notato era che quando la gente ti
dava qualcosa da compilare, quasi sempre si aspettava che tu vi scrivessi
sopra il tuo nome... Con scrupolosa precisione scrisse in stampatello J-U-L-
I-E-S-MI-T-H sulla scheda, poi si fermò, incapace di completare gli altri
spazi. Sentì che stava arrabbiandosi di nuovo, e piuttosto che star male per
quello sciocco pezzo di carta, decise di pensare a qualcosa di gradevole,
come la sensazione del vento sul suo viso in primavera. Stava evocando
l’immagine di se stessa distesa sotto un grande albero frondoso, a osservare
gli scoiattoli che saltellavano sui rami sopra di lei, quando la voce piacevole
dell’addetta alla ricezione le fece alzare di scatto il capo allarmata, con aria
colpevole.
«C’è qualcosa che non va nella tua matita, Julie?»
Lei piantò la punta di grafite contro i jeans, e la spezzò. «La
punta è rotta.»
«Eccone un’altra...»
«Oggi, mi fa male la mano», mentì lei, alzandosi in piedi di scatto. «Non me
la sento di scrivere. E devo andare in bagno.
Dov’è?»
«Proprio accanto agli ascensori. La dottoressa Wilmer sarà pronta a riceverti
fra poco. Non stare via a lungo.» «Non lo farò», rispose obbediente Julie.
Dopo aver chiuso la porta dell’ufficio dietro di sé, Julie si voltò a guardare il
nome scritto sopra, e studiò con attenzione le prime lettere, in modo da
sapere riconoscere quella particolare porta quando sarebbe tornata, «p»,
sussurrò a voce alta in modo da non dimenticarsene, «s.i.» Soddisfatta, si
avviò per il lungo corridoio ricoperto di tappeti, girò a sinistra in fondo a
esso, e svoltò a destra accanto alla fontanella dell’acqua, ma quando
finalmente raggiunse gli ascensori scoprì che c’erano due porte lì, con delle
parole scritte sopra. Era quasi certa che quelli fossero i bagni, ma il problema
era che su nessuna delle due porte c’era scritto UOMINI o DONNE - due
parole che sapeva riconoscere - né avevano quelle tipiche figure sciocche di
un uomo e di una donna che dicevano alla gente quale bagno usare. Con
molta prudenza, Julie appoggiò la mano su una delle porte, l’aprì cautamente
di una fessura e vi sbirciò dentro. Indietreggiò rapidamente quando individuò
quelle toilette dall’aria buffa sulla parete, perché c’erano altre due cose che
sapeva, e che dubitava sapessero le altre bambine: gli uomini usavano delle
toilette dall’aria strana. E perdevano un po’ la testa se una ragazza apriva la
porta mentre la stavano facendo. Julie aprì perciò l’altra porta, ed entrò in
fretta nel bagno giusto. Cosciente del tempo che passava, uscì dal bagno e
frettolosamente tornò sui propri passi finché non si avvicinò alla parte del
corridoio dove avrebbe dovuto trovarsi lo studio della dottoressa Wilmer, poi
cominciò a studiare faticosamente i nomi sulle porte. Il nome della
dottoressa iniziava con p-s-i. Scoprì un P-E-T sulla porta successiva, decise
di aver ricordato male le lettere, e l’aprì rapidamente con una spinta. Una
donna sconosciuta dai capelli grigi alzò gli occhi dalla macchina da scrivere.
«Sì?» «Mi dispiace, ho sbagliato stanza», borbottò Julie, arrossendo.
«Sa dove si trova lo studio della dottoressa Wilmer?»
«La dottoressa Wilmer?»
«Sì, Wilmer - comincia con P-S-I!»
«P-S-I... Oh, vuoi dire l’Associazione Psicologi! E’ l’appartamento
venticinque-sedici, lungo il corridoio.» Normalmente, Julie avrebbe finto di
capire, e continuato a entrare negli uffici finché non avesse trovato quello
giusto, ma era troppo preoccupata di far tardi, ora. «Può compitarmeli?»
«Prego?» «I numeri!» disse lei in tono disperato. «Me li compiti in questo
modo: tre-sei-nove-quattro-due. Me lo dica così.» La donna la guardò come
se fosse un’idiota, cosa che Julie sapeva di essere, ma detestava quando le
altre persone lo notavano. Dopo un sospiro irritato, la donna disse: «La
dottoressa Wilmer si trova nell’appartamento due-cinque-uno-sei».
«Due-cinque-uno-sei», ripeté Julie.
«E’ la quarta porta sulla sinistra», aggiunse la donna. «Allora», gridò Julie
con frustrazione, «perché non me l’ha detto subito!» L’addetta alla ricezione
della dottoressa Wilmer alzò gli occhi quando Julie entrò. «Ti sei persa,
Julie?» «Io? Neanche per sogno!» mentì lei scuotendo energicamente il capo
ricciuto e tornando alla sua sedia. Ignara del fatto di essere osservata
attraverso ciò che sembrava un normale specchio, rivolse la sua attenzione
all’acquario accanto alla sedia. La prima cosa che notò fu che uno degli
splendidi pesci era morto, e che altri due stavano nuotandogli intorno come
meditando di mangiarlo. Automaticamente, batté le dita sul vetro per
metterli in fuga spaventandoli, ma un attimo dopo loro tornarono. «C’è un
pesce morto lì dentro», disse alla ragazza della ricezione, tentando di apparire
solo leggermente interessata. «Posso tirarglielo fuori.» «Gli addetti alle
pulizie lo toglieranno questa sera, ma grazie per esserti offerta.» Julie ingoiò
un’adirata protesta per quella che riteneva un’inutile crudeltà verso il pesce
morto. Non era giusto che un essere così splendido e così indifeso venisse
lasciato lì dentro in quel modo. Prendendo una rivista dal tavolino, finse di
guardarla, ma con la coda dell’occhio continuò a sorvegliare i due pesci
predatori. Ogni volta che tornavano a pungolare e a spingere il compagno
morto, lei lanciava un’occhiata alla ragazza della ricezione per assicurarsi che
non la stesse guardando, poi allungava il più casualmente possibile la mano, e
batteva contro il vetro per farli fuggire.
A pochi metri di distanza, nel suo studio dall’altra parte dello specchio a due
sensi, la dottoressa Wilmer osservava tutto il piccolo scenario, gli occhi
illuminati da un sorriso perspicace mentre guardava il tentativo coraggioso di
Julie di proteggere il pesce morto, mantenendo una facciata di indifferenza a
beneficio della ragazza della ricezione. Lanciando un’occhiata all’uomo
accanto a lei, un altro psichiatra che aveva iniziato di recente a dedicare un
po’ di tempo al suo progetto sociale, la dottoressa Wilmer disse in tono
ironico: «Eccola, Julie la terribile, l’adolescente pestifera che alcuni
funzionari dell’istituto di adozione hanno giudicato non solo incapace
d’apprendere, ma intrattabile, con cattiva influenza sui suoi coetanei, e anche
una piantagrane destinata alla delinquenza giovanile. Lo sai», proseguì,
mentre la sua voce assumeva una sfumatura di divertita ammirazione, «che
ha organizzato addirittura uno sciopero della fame al LaSalle? Ha convinto
quarantacinque bambini, la maggior parte più grandi di lei, a seguirla nella
richiesta di cibo migliore».
Il dottor John Frazier sbirciò la bambina attraverso lo specchio
a due sensi. «Immagino che lo abbia fatto perché aveva un
bisogno impellente di sfidare le autorità.»
«No», rispose pungente la dottoressa Wilmer, «lo ha fatto perché
aveva un bisogno impellente di cibo migliore. Quello del LaSalle
è nutriente, ma insipido. Ne ho assaggiato un po’.»
Frazier lanciò un’occhiata sorpresa alla sua collega. «Che cosa
mi dici dei suoi furti? Non puoi ignorare questo problema così
facilmente.»
Appoggiando le spalle alla parete, Terry inclinò il capo verso
la bambina nella sala d’aspetto, e disse con un sorriso: «Hai mai
sentito parlare di Robin Hood?»
«Naturalmente. Perché?»
«Perché stai guardando una sua versione moderna, là fuori.
Julie può rubarti l’oro dai denti senza che tu te ne accorga, tanto
è lesta.»
«Stento a credere che questa sia una raccomandazione per
mandarla a vivere con i tuoi ignari cugini del Texas, come ho capito
che intendi fare.»
La dottoressa Wilmer si strinse nelle spalle. «Julie ruba cibo,
vestiario, o giocattoli, ma non tiene niente per sé. Da il suo bottino
ai bambini più piccoli al LaSalle.»
«Ne sei certa?»
«Assolutamente. Ho controllato.»
Un sorriso riluttante increspò le labbra di John Frazier, mentre studiava la
bambina. «Somiglia più a un Peter Pan, che a un Robin Hood. Non è per
nulla ciò che mi aspettavo, sulla base della sua scheda.» «Ha sorpreso anche
me», ammise la dottoressa Wilmer. Stando alla sua scheda, il direttore
dell’Istituto per le Adozioni LaSalle, dove lei attualmente risiedeva, l’aveva
giudicata «un problema di disciplina con una predilezione per le assenze
ingiustificate da scuola, per il furto, per combinare guai, e frequentare cattivi
ragazzi». Dopo tutti i commenti sfavorevoli sulla scheda di Julie, la
dottoressa Wilmer si era decisamente aspettata che Julie Smith fosse una
ragazzina attaccabrighe e incallita, il cui contatto costante con giovani maschi
probabilmente denotava uno sviluppo fisico precoce e anche un’attività
sessuale. Perciò, aveva guardato quasi a bocca aperta Julie, quando la
bambina era entrata senza fretta nel suo ufficio, due mesi prima, con l’aria di
un piccolo folletto sporco in jeans e maglietta cenciosa, con i capelli scuri e i
ricci tagliati corti. Invece della donna fatale in boccio che la dottoressa
Wilmer si era aspettata, Julie Smith aveva un viso incantevole da monella
dominato da un paio di enormi occhi dalle ciglia folte del sorprendente colore
blu scuro delle viole. In contrasto con quel visino arguto e con gli occhi
innocentemente incantevoli, c’era una spacconeria da ragazzo nel modo in
cui si fermò davanti alla scrivania della dottoressa Wilmer. quel primo
giorno, con il piccolo mento spinto in fuori e le mani pigiate nelle tasche
posteriori dei jeans.
Theresa era rimasta incantata a quel primo incontro, ma l’attrazione per Julie
aveva avuto inizio anche prima di allora -quasi dal momento in cui aveva
aperto la sua scheda a casa, una sera, e aveva iniziato a leggere le sue risposte
alla serie di test che facevano parte del sistema di valutazione che la stessa
Theresa aveva elaborato di recente. Una volta finito, Theresa aveva una salda
conoscenza del funzionamento della mente agile della bambina, come pure
della profondità della sua sofferenza e dei particolari della sua attuale
situazione: abbandonata dai genitori naturali, e rifiutata da due coppie di
genitori adottivi, Julie era stata costretta a trascorrere la sua infanzia ai
margini dei bassifondi di Chicago, in una serie di famiglie adottive
sovraffollate. Come risultato, in tutta la sua vita, l’unica fonte di vero calore
umano e di sostegno erano stati i suoi compagni - sudici ragazzi trascurati
come lei - che Julie considerava filosoficamente come «della propria razza»,
ragazzi che le insegnavano a rubare le merci nei grandi magazzini e, più
tardi, a marinare la scuola con loro. La sua mente pronta, e le sue dita ancora
più svelte, avevano reso Julie così brava in entrambe le cose che, per quanto
venisse spesso trascinata in nuove case di adozione, quasi immediatamente
raggiungeva una certa popolarità e rispetto tra i suoi coetanei, tanto che
qualche mese prima un gruppo di ragazzi aveva accondisceso a mostrarle le
varie tecniche che usavano per fare irruzione nell’auto e avviarle provocando
un corto circuito - dimostrazione che era finita con l’arresto da parte di un
vigile poliziotto di Chicago dell’intero gruppo. Julie compresa, sebbene fosse
soltanto un’osservatrice.
Quel giorno aveva segnato il primo arresto di Julie e. benché lei non lo
sapesse, aveva segnato anche la sua prima vera «occasione», perché infine
l’aveva portata all’attenzione della dottoressa Wilmer. Dopo essere stata -
piuttosto ingiustamente - arrestata per tentato furto d’auto, Julie era stata
inserita nel nuovo programma sperimentale della dottoressa Wilmer, che si
proponeva di distogliere i giovani affidati allo stato da una vita di
delinquenza, o peggio.
Nel caso di Julie, la dottoressa Wilmer era fermamente impegnata a fare
proprio quello, e tutti coloro che la conoscevano sapevano che quando si
prefiggeva uno scopo lo raggiungeva. A trentacinque anni, Terry Wilmer
aveva un aspetto gradevole e raffinato, un sorriso gentile, e una volontà di
ferro. Oltre all’impressionante assortimento di specializzazioni mediche,
possedeva in abbondanza altri tre attributi speciali: intuizione, compassione e
totale dedizione. Con l’instancabile fervore di una vera evangelista dedita alla
salvezza delle anime ostinate, Theresa Wilmer aveva abbandonato il florido
esercizio della professione privata, e ora si dedicava a salvare quegli
adolescenti indifesi, vittime di un sistema di adozione statale sovraffollato e
carente di fondi. Per raggiungere i propri obiettivi, la dottoressa Wilmer era
spudoratamente disposta a utilizzare qualunque mezzo a sua disposizione,
compreso quello di reclutare aiuto tra i suoi colleghi, come John Frazier. Nel
caso di Julie, aveva anche ottenuto l’aiuto di lontani cugini, che non erano
affatto ricchi ma avevano spazio nella loro casa, e confidava nei loro cuori
sensibili per occuparsi di una bambina molto speciale.
«Volevo che le dessi un’occhiata», disse Terry. Allungò la mano per tirare la
tenda sullo specchio, proprio mentre Julie si alzava di colpo, guardava
disperata la vasca dei pesci, e immergeva entrambi le mani nell’acqua.
«Che cosa diavolo...» cominciò John Frazier, poi rimase a guardare
sbalordito in silenzio mentre la bambina marciava verso l’assorta ragazza
della ricezione con il pesce morto appoggiato sulle mani gocciolanti.
Julie sapeva che non avrebbe dovuto spargere l’acqua sul tappeto, ma non
poteva sopportare di vedere una cosa così bella come quel pesce con le sue
lunghe pinne fluenti, venire straziata dagli altri. Non essendo sicura se
l’addetta alla ricezione ignorasse la sua presenza, o fingesse di non vederla, si
avvicinò alle spalle della sua sedia. «Mi scusi», sbottò con una voce troppo
alta, tendendo le mani.
La ragazza, che era tutta presa a scrivere a macchina, trasalì nervosamente, si
girò sulla sedia ed emise un grido soffocato alla vista del pesce lucente e
sgocciolante davanti al suo naso. Julie fece un prudente passo all’indietro,
ma insistette: «E’ morto», disse con fermezza, lottando per mantenere la voce
libera dalla sentimentale pietà che provava. «Gli altri pesci lo mangeranno, e
non voglio stare a guardare. E’ indecente. Se mi da un pezzo di carta, lo
avvolgerò, e lei potrà metterlo nel suo cestino dei rifiuti.» Riprendendosi
dallo choc, la ragazza della ricezione trattenne un sorriso, aprì il cassetto
della sua scrivania, e ne prese diversi fazzoletti di carta che porse alla
bambina. «Vuoi portarlo via con te e seppellirlo a casa?» A Julie sarebbe
piaciuto fare esattamente così, ma le sembrò di aver sentito del divertimento
nella voce della donna, così, invece, avvolse rapidamente il pesce nel suo
sudario di fazzoletti di carta, e glielo tese. «Non sono così stupida, sa. E’ solo
un pesce, non un coniglio o qualcosa di così speciale.» Dall’altra parte del
vetro, Frazier ridacchiò sommessamente e scosse il capo. «Sta morendo dalla
voglia di dare una sepoltura regolare a quel pesce, ma il suo orgoglio non le
permette di ammetterlo». Facendosi serio, aggiunse: «Che mi dici della sua
incapacità d’apprendimento? Da ciò che ricordo, è solo al livello di seconda
elementare».
La dottoressa Wilmer fece uno sbuffo sconveniente e allungò una mano per
prendere una cartella gialla sulla sua scrivania contenente i risultati della
serie di test cui Julie era stata recentemente sottoposta. Tenendo la scheda
aperta verso di lui, disse con un sorriso: «Dai un’occhiata ai suoi punteggi,
quando i test d’intelligenza vengono eseguiti oralmente, e non le viene
richiesto di leggere».
John Frazier obbedì, ed emise una risata sommessa. «La bambina ha un
quoziente d’intelligenza più alto del mio.» «Julie è una bambina speciale
sotto molti punti di vista. John. L’avevo intuito esaminando la sua scheda,
ma quando l’ho incontrata di persona, ho «capito» che era vero. Julie è
irrequieta, coraggiosa, sensibile, e molto intelligente. Non può migliorare il
destino della sua vita, quindi inconsciamente si dedica a proteggere i bambini
in qualsiasi istituto di adozione venga messa.
Ruba per loro, mente per loro, e li organizza a fare degli scioperi
della fame, e loro la seguono dovunque lei li guidi come se fosse
il Pifferaio Magico. A undici anni, è un capo nato, ma se non
verrà rapidamente riportata sulla giusta strada, alcuni dei suoi
metodi la porteranno in un centro di detenzione minorile, e infine
in prigione. E questo non è neppure il peggiore dei suoi problemi,
in questo momento.»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che, nonostante tutti i suoi splendidi attributi, l’autostima di
quella bambina è così bassa da essere quasi inesistente. Poiché è stata
ignorata per l’adozione, è convinta di non valere niente e di essere antipatica.
Dato che non sa leggere come i suoi coetanei, è convinta di essere
completamente stupida, e di non poter imparare. E l’aspetto più terribile di
questa situazione è che lei è sul punto di arrendersi. E’ una sognatrice, ma è
aggrappata ai suoi sogni per un filo.» Con involontaria forza Terry finì: «Non
permetterò che tutto il potenziale di Julie, le sue speranze, il suo ottimismo,
vadano sprecati». Le sopracciglia del dottor Frazier si inarcarono di colpo al
suo tono. «Perdonami se accenno a questo, Terry, ma non sei tu quella che un
tempo predicava di non lasciarsi coinvolgere troppo personalmente da un
paziente?» Con un mesto sorriso la dottoressa Wilmer si appoggiò alla
scrivania, ma non lo negò. «Era facile seguire questa regola quando tutti i
miei pazienti erano ragazzi di famiglie agiate, che pensavano di essere
derelitti se non ricevevano un’auto sportiva da cinquantamila dollari per il
loro sedicesimo compleanno. Aspetta finché non avrai lavorato più a lungo
con bambini come Julie - bambini che dipendono dal sistema che abbiamo
ideato per provvedere a loro, e nelle cui crepe sono in qualche modo caduti.
Perderai il sonno per loro, anche se non l’hai mai fatto prima.» «Immagino
che tu abbia ragione», disse lui con un sospiro, restituendole la cartella. «Solo
per curiosità, perché non è stata adottata da nessuno?» Theresa si strinse nelle
spalle. «Principalmente, è stata una combinazione di sfortuna e di momenti
sbagliati. Stando alla sua scheda del Dipartimento di Assistenza ai Bambini e
alla Famiglia, è stata abbandonata in un vicolo quando aveva solo poche ore
di vita. I registri dell’ospedale indicano che è nata prematuramente di dieci
settimane, e a causa di questo e delle misere condizioni in cui si trovava
quando venne portata in ospedale, ha avuto una lunga serie di problemi di
salute fino all’età di sette anni, periodo durante il quale è stata più volte
ricoverata, e ha avuto una salute cagionevole.
«Gli assistenti sociali le trovarono dei genitori adottivi quando aveva due
anni, ma nel mezzo delle procedure per l’adozione la coppia decise di
divorziare, e la scaricò di nuovo tra le braccia degli assistenti sociali. Qualche
settimana più tardi, venne nuovamente collocata presso un’altra coppia
accuratamente selezionata, per quanto fosse umanamente possibile, ma Julie
si ammalò di polmonite, e la nuova coppia - che aveva perso il figlio all’età
di Julie - andò completamente a pezzi emotivamente, e rinunciò all’adozione.
In seguito, venne sistemata in una famiglia adottiva per quello che doveva
essere un periodo provvisorio, ma qualche settimana più tardi l’assistente
sociale di Julie rimase seriamente ferito in un incidente, e non tornò più al
lavoro. Da quel momento in poi, è stata la proverbiale commedia degli errori.
La scheda di Julie venne messa fuori posto. Quando l’Assistenza Sociale si
rese conto che era andata persa nel loro guazzabuglio di carte, Julie aveva
cinque anni e aveva superato l’età di maggior attrazione per i genitori
adottivi. Inoltre aveva una storia di salute cagionevole. Perse gran parte della
prima e della seconda elementare, ma era una bambina così brava che le
insegnanti la promossero comunque da una classe all’altra. I suoi nuovi
genitori adottivi avevano già tre bambini fisicamente handicappati da curare,
ed erano così occupati a badare a loro che non si accorsero che Julie non
teneva il passo a scuola, specialmente perché veniva promossa. Tuttavia, in
quarta, la stessa Julie si rese conto di non riuscire a fare i compiti, e cominciò
a fingere di essere ammalata in modo da restare a casa. Quando i genitori
adottivi lo capirono, insistettero perché andasse a scuola, così Julie imboccò
la prima strada ovvia per evitarlo - iniziò a marinare la scuola e a
bighellonare con ragazzi di strada il più spesso possibile. Come ho detto
prima, Julie è irrequieta, coraggiosa e sveglia, e loro le insegnarono come
rubare gli oggetti dai negozi ed evitare di essere scoperta a marinare la
scuola. «Il resto della storia lo conosci già. Ma come ti ho detto, prende solo
cose che possano servire ai bambini del LaSalle.» Con un sorriso eloquente,
Frazier inclinò il capo verso il vetro.
«Presumo che a loro possano servire una matita rossa, una
penna a sfera, e una manciata di caramelle.»
«Che cosa?»
«Mentre mi parlavi, la tua paziente modello ha rubato tutte queste cose dalla
sala d’aspetto.» «Buon Dio!» disse la dottoressa Wilmer, ma senza una vera
preoccupazione, guardando attraverso il vetro.
«E’ abbastanza lesta da fare giochi di prestigio», aggiunse il dottor Frazier
con riluttante ammirazione. «La faccio entrare prima che scopra il modo di
far uscire dalla porta quell’acquario. Scommetto che ai bambini del LaSalle
piacerebbero molto degli esotici pesci tropicali.» Lanciando un’occhiata
all’orologio, la dottoressa Wilmer disse:
«I Mathison dovrebbero chiamarmi proprio adesso dal Texas, per dirmi con
esattezza quando saranno pronti a prenderla. Voglio poter raccontare tutto a
Julie, quando entrerà qui». Mentre parlava, l’interfono sulla sua scrivania
ronzò, e la voce della ragazza della ricezione disse: «C’è la signora Mathison
al telefono, dottoressa Wilmer».
«Ecco la telefonata», disse Terry felice.
John Frazier lanciò un’occhiata al proprio orologio. «Tra pochi minuti ho la
mia prima seduta con Cara Peterson.» Si avviò verso la porta comunicante
che dava nel suo studio, si fermò con la mano sulla maniglia, e disse con un
largo sorriso: «Stavo pensando che la distribuzione del peso del lavoro nel
tuo programma è gravemente ingiusta. Voglio dire», scherzò, «tu ti metti al
lavoro con una bambina che ruba caramelle e matite per darle ai poveri,
mentre a me dai Cara Peterson che ha tentato di uccidere il padre adottivo. Tu
prendi Robin Hood e io Lizzie Borden». «Tu ami le sfide», rispose ridendo
la dottoressa Wilmer, ma mentre allungava una mano per prendere il
telefono, aggiunse:
«Ho intenzione di chiedere ai responsabili dell’Assistenza Sociale di
trasferire la signora Borowski dal LaSalle a un campo in cui sia impegnata
solo con neonati e bambini piccoli. Ho lavorato con lei in passato, ed è
eccellente con loro perché sono teneri e non infrangono le regole. Non
dovrebbe avere a che fare con gli adolescenti. Non sa distinguere tra la
ribellione adolescenziale di poco conto, e la delinquenza minorile».
«Non è che per caso ti stai vendicando di lei, perché ha detto alla ragazza
della ricezione che Julie ruba qualunque cosa su cui riesce a mettere le
mani?» «No», disse la dottoressa Wilmer, prendendo il telefono. «Ma questo
è un buon esempio di ciò che intendevo dire.» Quando terminò la telefonata,
la dottoressa Wilmer si alzò e si avviò alla porta del suo studio, impaziente
per la sorpresa che stava per fare alla signorina Julie Smith.
  CAPITOLO 2.
«JULIE», disse dalla porta, «vuoi entrare, per piacere?» Mentre Julie
chiudeva la porta dietro di sé e avanzava nella stanza, Terry aggiunse allegra:
«il tuo periodo di prova nel nostro programma è terminato. Tutti i risultati
sono arrivati».
Invece di accomodarsi su una sedia, la giovane paziente prese
posizione davanti alla scrivania di Terry, i piccoli piedi piantati a
terra leggermente divaricati, le mani pigiate nelle tasche posteriori
dei jeans. Fece una disinvolta alzata di spalle, ma non chiese
i risultati dei test perché, Terry lo sapeva, temeva di sentire le
risposte. «I test erano sciocchi», disse lei, invece. «Tutto questo
programma è sciocco. Non può giudicare niente di me da un
mucchio di test e di chiacchiere nel suo studio.»
«Ho imparato moltissimo su di te, anche se sono pochi mesi
che ci conosciamo. Vuoi che te lo provi, raccontandoti ciò che
ho scoperto?»
«No.»
«Ti prego, lascia che ti dica ciò che penso.»
Lei sospirò, poi fece un sorriso malizioso, e disse: «Lei lo farà, sia che voglia
sentirlo oppure no».
«Hai ragione», ammise la dottoressa Wilmer, trattenendo a sua volta un
sorriso all’astuto commento. I metodi bruschi che stava per usare con Julie
erano completamente diversi da quelli di cui si serviva di solito, ma lei era
naturalmente intuitiva e troppo scaltra per lasciarsi ingannare da frasi
zuccherate e da mezze verità. «Ti prego, siediti», disse, e quando Julie si fu
lasciata cadere sulla sedia davanti alla sua scrivania, la dottoressa Wilmer
cominciò con tranquilla fermezza. «Ho scoperto che nonostante tutti i tuoi
atti coraggiosi e lo sfoggio di spacconeria con i tuoi compagni, la verità è che
sei spaventata a morte ogni momento di ogni giorno, Julie. Non sai chi sei,
che cosa sei, e che cosa sarai. Non sai leggere né scrivere, quindi sei convinta
di essere stupida. Marini la scuola perché non riesci a stare al passo con gli
altri ragazzi della tua età, e ti fa terribilmente male quando loro ridono di te in
classe. Ti senti disperata e in trappola, e detesti queste sensazioni.
«Sai di essere stata ignorata per l’adozione, e sai che tua madre ti ha
abbandonata. Molto tempo fa, hai deciso che ciò sia avvenuto perché tutti
loro avevano capito che ti saresti rivelata inutile, e perché non eri abbastanza
intelligente o carina. Così ti tagli i capelli come quelli di un ragazzo, ti rifiuti
di indossare abiti da bambina, e rubi le cose, tuttavia non ti senti più felice.
Niente di ciò che fai sembra avere importanza, e questo è il vero problema:
qualunque cosa tu faccia - a meno che non ti cacci nei guai - sembra non
importare a nessuno, e ti detesti perché vuoi avere importanza.» La dottoressa
Wilmer fece una pausa per lasciare che l’ultima parte del suo discorso le si
imprimesse nella mente, poi colpì più a fondo. «Tu vuoi che a qualcuno
importi di te, Julie. Se tu avessi un solo desiderio, sarebbe questo.» Julie sentì
gli occhi pungerle per le lacrime di umiliazione, mentre le implacabili
stoccate verbali della dottoressa Wilmer trovavano il loro bersaglio, e batté le
palpebre per trattenerle. Il suo rapido battito di palpebre e gli occhi umidi
non passarono inosservati a Terry Wilmer, che vide le lacrime di Julie per ciò
che erano - la conferma di aver colpito un punto dolente. Addolcendo la
voce, la dottoressa Wilmer proseguì: «Detesti sperare e sognare, ma sembra
che tu non riesca a trattenerti, così inventi delle storie meravigliose e le
racconti ai bambini piccoli del LaSalle - storie su bambini soli e brutti, che un
giorno trovano una famiglia, l’amore, e la felicità».
«Ha capito tutto sbagliato!» protestò Julie con veemenza, arrossendo fino alla
radice dei capelli. «Mi fa sembrare una... una donnicciola buona a nulla. Non
ho bisogno di nessuno che mi voglia bene, e neppure i bambini al LaSalle.
Non ne ho bisogno, e non lo voglio! Sono felice...» «Questo non è vero.
Oggi, ci diremo tutta la verità, e io non ho ancora finito.» Tenendo avvinto lo
sguardo della bambina, affermò con tranquilla forza: «La verità è questa,
Julie: nel periodo che hai trascorso in questo programma di verifica, abbiamo
scoperto che sei una bambina coraggiosa, meravigliosa, e molto intelligente».
Sorrise all’espressione sbalordita e dubbiosa di Julie, e proseguì: «L’unico
motivo per cui non hai imparato ancora a leggere e a scrivere, è che hai perso
così tanta scuola quando eri malata, che più tardi non sei riuscita a metterti in
pari. Questo non ha nulla a che vedere con la tua capacità d’apprendimento,
che è ciò che tu chiami essere sveglia, e noi chiamiamo intelligenza. Tutto
ciò che ti occorre per metterti in pari con il tuo lavoro scolastico, è che
qualcuno ti dia una mano per qualche tempo. Ora, oltre a essere intelligente»,
proseguì cambiando leggermente argomento, «hai anche un bisogno
perfettamente normale e naturale di essere amata per ciò che sei. Sei molto
sensibile, ed è perciò che i tuoi sentimenti vengono feriti così facilmente. Ed
è per lo stesso motivo che non ti piace neppure vedere feriti i sentimenti degli
altri bambini, e cerchi così ostinatamente di renderli felici raccontando loro
delle storie, e rubando le cose per loro. Lo so che detesti essere sensibile, ma
credimi, è una delle tue caratteristiche più preziose. Ora, tutto ciò che
dobbiamo fare è metterti in un ambiente che ti aiuti a diventare la giovane
donna che un giorno potrai essere...» Julie impallidì, pensando che la parola
sconosciuta «ambiente», suonasse come un istituto, come, forse, la prigione.
«Conosco i genitori adottivi che vanno bene per te - James e Mary Mathison.
La signora Mathison un tempo era un’insegnante, ed è ansiosa di aiutarti a
metterti in pari con il tuo programma scolastico. Il reverendo Mathison è un
ministro...» Julie balzò su dalla sedia come se il suo sedere fosse stato
scottato. «Un predicatore!» disse con violenza, scuotendo il capo,
ricordandosi di paternali tonanti sul fuoco dell’inferno e sulla dannazione che
aveva sentito abbastanza spesso in chiesa. «No, grazie, preferisco andare in
prigione.» «Non sei mai stata in prigione, quindi non puoi sapere di che cosa
parli», dichiarò la dottoressa Wilmer, poi continuò a parlare della sua
prossima famiglia d’adozione come se Julie non avesse scelta al riguardo, e
la bambina si rese conto che era così naturalmente. «James e Mary Mathison
sono andati a vivere in una piccola città del Texas diversi anni fa. Hanno due
figli che hanno cinque e tre anni più te, e, a differenza delle altre famiglie
d’adozione in cui sei stata, non ci saranno altri bambini adottivi. Farai parte
di una vera famiglia, Julie. Avrai anche una stanza tutta tua, e queste sono
entrambe novità per te. Ho parlato con James e Mary di te, sono ansiosi di
averti con loro.» «Per quanto?» chiese Julie, tentando di non eccitarsi per ciò
che probabilmente era solo una sistemazione temporanea, che, comunque,
non avrebbe funzionato.
«Per sempre, presumendo che ti piaccia stare lì, e che tu sia disposta a seguire
una rigida regola che hanno per se stessi e per i loro figli: l’onestà. Questo
significa niente più furti, niente più bugie, e non marinare più la scuola. Non
devi far altro che essere onesta con loro. Loro pensano che tu lo farai, e sono
molto, molto ansiosi che tu entri a far parte della loro famiglia. La signora
Mathison mi ha telefonato qualche minuto fa. Aspetta che tu vada con lei a
scegliere le cose per la tua camera, quindi sarà proprio come piacerà a te.»
Reprimendo una vampata di piacere, Julie disse: «Loro non sanno che sono
stata arrestata, vero? Voglio dire, per aver marinato la scuola?» «Per aver
marinato la scuola», disse pungente la dottoressa Wilmer, affermando
l’orribile verità, «e per tentativo grave di furto d’auto. Sì, sanno tutto.» «E
vogliono ancora che viva con loro?» ribatté Julie con pungente scherno.
«Devono davvero aver bisogno del denaro che l’Assistenza Sociale paga ai
genitori adottivi.» «Il denaro non ha nulla a che vedere con la loro
decisione!» ribatté a bruciapelo la dottoressa Wilmer, compensando la
durezza della voce con un leggero sorriso. «Loro sono una famiglia molto
speciale. Non sono ricchi di denaro, ma pensano di esserlo in altri modi, con
un altro genere di benedizioni, e vogliono condividerne qualcuna con una
bambina meritevole.» «E pensano che io sia meritevole?» la schernì Julie.
«Nessuno mi voleva prima che avessi una fedina penale. Perché qualcuno
dovrebbe volermi adesso?» Ignorando la sua domanda retorica, la dottoressa
Wilmer si alzò e girò intorno alla scrivania. «Julie», disse gentilmente,
aspettando finché lei non alzò riluttante gli occhi. «Penso che tu sia la
bambina più meritevole che abbia mai avuto il privilegio di incontrare.» Lo
splendido complimento, senza precedenti, venne seguito da uno dei pochi
gesti fisici d’affetto che Julie avesse mai conosciuto: la dottoressa Wilmer le
appoggiò la mano sulla guancia, dicendo: «Non so come tu abbia potuto
restare così dolce e speciale, ma credimi, meriti tutto l’aiuto che posso darti, e
tutto l’amore che penso troverai dai Mathison».
Julie si strinse nelle spalle, tentando di corazzarsi contro l’inevitabile
delusione, ma, alzandosi in piedi, non riuscì a spegnere del tutto la fiamma
della speranza nel suo cuore. «Non conti su questo, dottoressa Wilmer.» La
dottoressa Wilmer sorrise con dolcezza. «Conto su di te. Sei una bambina
estremamente intelligente e intuitiva, che sa riconoscere una cosa buona
quando la trova.» «Deve essere davvero brava nel suo lavoro», disse Julie
con un sospiro che era in parte speranza, in parte timore del futuro.
«Mi fa quasi credere a tutte queste cose.»
«Sono estremamente brava nel mio lavoro», ammise la dottoressa Wilmer.
«Ed è stato molto intelligente e intuitivo da parte tua capirlo.» Sorridendo,
sfiorò delicatamente il mento di Julie e disse con gentile solennità: «Mi
scriverai ogni tanto per farmi sapere come va?» «Certo», disse Julie con
un’altra stretta di spalle. Rifiutandosi di permettere a Julie di sminuire
l’importanza del suo nuovo futuro, Theresa proseguì: «Pensa a questo, Julie.
Mary Mathison ha sempre desiderato una figlia, ma tu sei l’unica bambina
che abbia mai invitato ad andare a vivere con lei. Da questo momento, tu stai
per ricominciare tutto daccapo, per voltare pagina, e con la tua nuova
famiglia. Sei tutta splendente e nuova di zecca, come se fossi una neonata.
Capisci?» Julie aprì la bocca per dire di sì, ma le sembrava di avere uno
strano nodo in gola, quindi annuì semplicemente.
Theresa fissò gli enormi occhi azzurri che le restituivano lo
sguardo da quell’incantevole viso da monella, e sentì una contrazione
alla gola mentre allungava una mano e passava le dita fra i
riccioli castani arruffati di Julie. «Forse, un giorno deciderai di
lasciar crescere i capelli», mormorò, sorridendo. «Saranno
splendidi e folti.»
Alla fine, Julie ritrovò la voce, e la fronte le si corrugò in un’espressione
preoccupata. «Quella signora - la signora Mathison,
voglio dire - non crede che tenterà di arricciarmeli e di metterci
dei nastri, o qualcosa di così stupido?»
«No, a meno che tu non voglia portarli così.»
L’umore sentimentale di Theresa persistette mentre guardava Julie andarsene.
Notando che aveva lasciato la porta dello studio leggermente socchiusa, e
sapendo che la ragazza della ricezione era a pranzo, Theresa si raddrizzò,
andando a chiuderla lei stessa. Stava allungando la mano verso la maniglia,
quando vide Julie deviare dalla sua strada per passare accanto al tavolino,
senza veramente fermarsi, e poi farlo di nuovo per passare accanto alla
scrivania della ragazza della ricezione.
Dopo che se ne fu andata, appoggiata sul tavolino c’era una grossa manciata
di caramelle rubate, e sulla scrivania sgombra della ragazza della ricezione
c’erano una matita rossa e una penna a sfera.
Una sensazione di gioia, di orgoglio, e di opera ben compiuta,
rese roca la voce di Theresa mentre sussurrava alla bambina che
se n’era andata: «Non volevi che qualcosa potesse rovinare la
tua bella pagina nuova, vero, tesoro mio? Questa è la mia bambina!»
  CAPITOLO 3.
L’AUTOBUS della scuola si fermò di fronte all’accogliente casa vittoriana
che Julie si era permessa di considerare come propria, nei tre mesi in cui
aveva vissuto con i Mathison. «Eccoci, Julie», disse l’autista gentile, ma
mentre lei scendeva dall’autobus, nessuno dei suoi nuovi amici le gridò
«ciao» come facevano di solito. Il loro silenzio freddo e sospettoso aumentò
il grande terrore che le stava già sconvolgendo lo stomaco, mentre arrancava
faticosamente lungo il marciapiede ricoperto di neve. Il denaro che era stato
raccolto nella classe di Julie per i pasti della settimana alla scuola, era stato
rubato dalla cattedra dell’insegnante. Tutti i ragazzi della sua classe erano
stati interrogati a proposito del furto, ma era Julie a essersi fermata nell’aula
durante l’intervallo quel giorno, per dare gli ultimi ritocchi alla sua ricerca di
geografia. Era Julie la principale indiziata, non solo perché aveva avuto
l’occasione perfetta per rubare il denaro, ma anche perché era la nuova
arrivata, l’estranea, la bambina che veniva dalla grande città corrotta, e dal
momento che nella sua classe non era mai accaduto niente del genere, lei era
già colpevole agli occhi di tutti. Quel pomeriggio, mentre aspettava fuori
dall’ufficio del preside, aveva sentito il signor Duncan dire alla sua segretaria
che avrebbe chiamato il reverendo e la signora Mathison per dire loro del
denaro rubato. Ovviamente, il signor Duncan lo aveva fatto, perché l’auto del
reverendo Mathison era sul vialetto d’ingresso, e raramente lui era a casa così
presto.
Quando Julie raggiunse il cancello nella staccionata di paletti bianchi che
circondava il prato, si fermò a guardare la casa, con le ginocchia che le
tremavano così violentemente da sbattere insieme, al pensiero di venire
scacciata da quel posto. I Mathison le avevano dato una stanza per conto suo,
con un letto a baldacchino e un copriletto a fiori, ma tutto quello non le
sarebbe mancato quanto gli abbracci. E l’allegria. E le loro belle voci. Oh,
avevano tutti delle voci dolci, gentili, e gioiose. Il solo pensiero di non sentire
mai più James Mathison dire: «Buonanotte. Julie. Non dimenticare le tue
preghiere, tesoro», le faceva desiderare con tutto il cuore di gettarsi sulla
neve e piangere come una bambina. E come avrebbe potuto continuare a
vivere, se non avesse mai più potuto sentire Carl e Ted, che considerava già
come i suoi veri fratelli maggiori, che la chiamavano per giocare con loro, o
per andare al cinema? Non sarebbe mai più andata in chiesa con la sua nuova
famiglia a sedersi nel primo banco, e ad ascoltare il reverendo Mathison
parlare gentilmente del Signore, mentre l’intera congregazione ascoltava in
rispettoso silenzio tutto ciò che diceva. Quella parte, all’inizio, non le era
piaciuta: le funzioni religiose sembravano durare giorni, non ore, e i banchi
erano duri come pietra, ma poi aveva cominciato ad ascoltare sul serio ciò
che il reverendo Mathison diceva. Dopo un paio di settimane, aveva quasi
cominciato a «credere» che esistesse davvero un Dio buono e amorevole che
vegliava su tutti, anche su bambine di nessun valore come Julie. Ferma sulla
neve, Julie mormorò: «Ti prego», al Dio del reverendo Mathison, ma sapeva
che era inutile.
Avrebbe dovuto immaginarlo che era tutto troppo bello per durare, realizzò
amaramente Julie, e le lacrime che stava sforzandosi di non versare le
offuscarono la vista. Per un momento, si permise di sperare che le venissero
date solo delle frustate, invece di essere rimandata a Chicago, ma sapeva
come stavano le cose. Prima di tutto, i suoi genitori adottivi non credevano
alle frustate, credevano invece che mentire e rubare fossero offese terribili,
totalmente inaccettabili dal Signore e da loro. Julie aveva promesso di non
fare nessuna delle due cose, e loro le avevano creduto ciecamente.
La cinghia della sua nuova cartella in nylon le scivolò dalla spalla sinistra, e
la cartella cadde sulla neve, ma Julie era troppo infelice per badarvi.
Trascinandola per la cinghia rimasta, si avviò intorpidita dalla paura verso
casa e salì i gradini del portico. Dei biscotti con pezzi di cioccolata, i
preferiti di Julie, si stavano raffreddando sui vassoi sopra il ripiano della
cucina, quando lei chiuse la porta sul retro. Normalmente, l’aroma delizioso
di biscotti appena sfornati faceva venire l’acquolina in bocca a Julie. ma quel
giorno le fece venire voglia di vomitare, perché Mary Mathison non li
avrebbe fatti mai più appositamente per lei. La cucina era stranamente
deserta, e un’occhiata nel soggiorno le confermò che anch’esso era vuoto, ma
poteva sentire le voci dei suoi fratelli adottivi giungere dalla loro camera
lungo il corridoio. Con mani tremanti, agganciò la cinghia della cartella a uno
degli attaccapanni vicini alla porta della cucina, poi si tolse la giacca
invernale imbottita, l’appese lì, e si avviò lungo il corridoio in direzione della
camera dei ragazzi.
Carl, il fratello adottivo sedicenne, la vide ferma sulla porta e le avvolse le
spalle con il braccio. «Ciao, Julie-Bob», la stuzzicò. «Che cosa ne dici del
nostro nuovo poster?» Di solito, il nomignolo che le dava Carl la faceva
sorridere; ora, le fece venire voglia di urlare, perché non avrebbe mai più
sentito neppure questo. Ted. che era più giovane di Carl di due anni, fece un
largo sorriso e indicò il poster del loro ultimo idolo cinematografico, Zack
Benedict. «Che cosa ne pensi, Julie, non è fantastico? Avrò una motocicletta
proprio come quella di Zack Benedict, prima o poi.» Julie gettò uno sguardo
con gli occhi appannati dalle lacrime alla fotografia a grandezza naturale di
un ragazzo alto, dalle spalle larghe, serio, in piedi accanto a una moto, le
braccia incrociate su un ampio petto intensamente abbronzato coperto di peli
scuri. «E’ il migliore», ammise intontita. «Dove sono vostro padre e vostra
madre?» aggiunse in tono opaco. Benché i suoi genitori adottivi l’avessero
all’inizio invitata a chiamarli «mamma» e «papà», e lei avesse accettato con
entusiasmo, Julie sapeva che quel privilegio stava per essere revocato. «Devo
parlare con loro». La sua voce era già rauca per le lacrime non versate, ma lei
era decisa a togliersi il pensiero dell’inevitabile confronto il più presto
possibile, perché onestamente non poteva sopportare quel timore un
momento di più.
«Sono in camera loro a tenere una specie di riunione privata», disse Ted. lo
sguardo fisso con ammirazione sul poster. «Carl e io andremo a vedere il
nuovo film di Zack Benedict, domani sera. Volevamo portarti con noi, ma è
vietato ai minori di sedici anni a causa delle scene di violenza, e la mamma
ha detto che non potevamo.» Strappò gli occhi dal suo idolo, e guardò il viso
abbattuto di Julie. «Ehi, ragazzina, non essere così depressa. Ti porteremo al
primo film che...» La porta in fondo al corridoio si aprì, e i genitori adottivi
di Julie uscirono dalla camera da letto, con l’espressione severa. «Mi
sembrava di aver sentito la tua voce, Julie», disse Mary Mathison. «Vuoi uno
spuntino prima di metterci a fare i compiti?» Il reverendo Mathison guardò il
volto teso di Julie: «Penso che Julie sia troppo sconvolta per concentrarsi sui
compiti». E a lei disse: «Ti va di parlare di ciò che ti turba subito, o dopo
cena?» «Subito», mormorò lei. Carl e Ted si scambiarono delle occhiate
perplesse e preoccupate, e fecero per lasciare la stanza, ma Julie scosse il
capo così che potessero restare. Era meglio togliersi quel pensiero davanti a
tutti, tutto in una volta, pensò. Quando i suoi genitori adottivi furono seduti
sul letto di Carl, Julie cominciò con voce tremante: «Oggi, a scuola, è stato
rubato del denaro».
«Lo sappiamo», disse con calma il reverendo Mathison. «Il tuo preside ci ha
già chiamati. Il signor Duncan sembra credere, come pure la tua insegnante,
che tu sia la colpevole.» Tornando a casa da scuola, Julie aveva già deciso
che per quanto dolorose e ingiuste potessero essere le cose che le avrebbero
detto, lei non avrebbe pregato o supplicato, e non si sarebbe umiliata in alcun
modo. Sfortunatamente, non aveva calcolato l’incredibile angoscia che
avrebbe provato nel momento in cui si fosse trovata sul punto di perdere la
sua nuova famiglia. Cacciò le mani nelle tasche posteriori dei jeans in un
inconsapevole atteggiamento di sfida, ma con suo orrore, le spalle le
cominciarono a tremare violentemente, e dovette asciugarsi delle odiose
lacrime dal viso con la manica.
«Hai rubato tu il denaro, Julie?»
«No!» Julie sentì quella parola esplodere da lei in un grido angosciato.
«Allora, questo è tutto.» Il reverendo Mathison e sua moglie
si alzarono in piedi come se avessero appena deciso che era bugiarda
oltre che ladra, e Julie si mise a pregare e a supplicare nonostante
il suo proposito di non farlo. «Giuro di non aver preso
il denaro del pranzo», disse piangendo disperatamente e torcendo
il bordo della maglia tra le mani. «Vi ho prò-promesso che
non avrei più mentito o rubato, e non l’ho più fatto. Non l’ho
più fatto! Vi prego! Vi prego, credetemi...»
«Noi ti crediamo, Julie.»
«Sono cambiata, davvero, sono cambiata, e...» Si interruppe, guardandoli a
bocca aperta con assoluta incredulità. «Voi... cosa?» sussurrò.
«Julie», le disse il padre adottivo, appoggiandole la mano sulla guancia,
«quando sei venuta a vivere con noi, ti abbiamo chiesto di darci la tua parola
che non ci sarebbero più state bugie, né furti. Quando ci hai dato la tua
parola, noi ti abbiamo dato la nostra fiducia, ricordi?» Julie annuì, ricordando
quel momento nel soggiorno, tre mesi prima, con chiarezza cristallina, poi
lanciò un’occhiata al sorriso della madre adottiva e le si gettò tra le braccia.
Queste si chiusero intorno a lei, avvolgendo Julie nel profumo di garofani e
nella silenziosa promessa di un’intera vita piena di baci della buonanotte e di
gioia condivisa.
Le lacrime di Julie caddero a torrenti.
«Su, ora, altrimenti ti ammalerai», disse James Mathison, sorridendo sopra il
capo di Julie agli occhi luccicanti di sua moglie. «Lascia che tua madre si
occupi della cena, e affidati al buon Dio perché si occupi del denaro rubato.»
All’accenno al «buon Dio», Julie si irrigidì improvvisamente, poi si lanciò
fuori dalla stanza gridando sopra le spalle che sarebbe tornata a preparare la
tavola per la cena.
Nel silenzio sbalordito che seguì la sua brusca e strana partenza, il reverendo
Mathison disse in tono preoccupato: «Non dovrebbe andare da nessuna parte,
in questo momento. E’ ancora molto sconvolta, e farà buio in un attimo.
Carl», aggiunse, «seguila e vedi che cosa diavolo sta combinando».
«Vado anch’io con lui», disse Ted, mentre afferrava con uno strattone la
giacca appesa nel guardaroba.
A due isolati dalla casa, Julie afferrò le gelide maniglie in ottone, e riuscì ad
aprire a fatica le pesanti porte della chiesa, dove il padre adottivo era pastore.
Una pallida luce invernale brillava attraverso le alte vetrate, mentre lei
procedeva lungo la navata centrale, e si fermava in fondo a essa. Goffamente
incerta di come procedere esattamente in queste circostanze, sollevò gli occhi
luccicanti sulla croce di legno. Dopo un attimo disse con una piccola voce
timida: «Mille grazie per aver fatto sì che i Mathison mi abbiano creduto.
Voglio dire, lo so che sei stato Tu, perché è un vero miracolo. Non te ne
pentirai», promise. «Diventerò così perfetta, da rendere tutti orgogliosi.» Si
girò, poi si rivolse di nuovo alla croce. «Oh. e se hai il tempo, potresti
assicurarti che il signor Duncan scopra chi ha veramente rubato quel denaro?
Altrimenti, prenderò io la colpa ugualmente, e questo non è giusto.» Quella
sera, dopo cena, Julie riordinò da cima a fondo la sua camera, che già teneva
linda come uno specchio; quando fece il bagno, si lavò due volte dietro le
orecchie. Era così decisa a essere perfetta che, quando Ted e Carl la
invitarono a unirsi a loro prima di andare a letto per giocare a Scarabeo - che
giocavano al suo livello per aiutarla a esercitarsi nella lettura - lei non prese
neppure in considerazione di sbirciare in fondo alle pedine in modo da poter
scegliere le lettere che era più brava a usare. Il lunedì della settimana
successiva, Billy Nesbitt, uno studente della settima classe venne sorpreso
con un cartone di sei birre che stava generosamente dividendo con diversi
amici sotto le gradinate della scuola, nell’intervallo del pranzo. Infilata nel
cartone vuoto, c’era la caratteristica busta marrone con le parole «Denaro per
il pranzo - Classe della signorina Abbott» scritte sopra con la calligrafia
dell’insegnante di Julie.
Julie ricevette delle scuse ufficiali davanti alla sua classe da parte
dell’insegnante, e altre più riluttanti in privato da parte dell’arcigno signor
Duncan.
Quel pomeriggio, Julie scese dall’autobus della scuola di fronte alla chiesa, e
vi rimase dentro quindici minuti, poi fece di corsa il resto della strada verso
casa, per riportare la notizia. Facendo irruzione in casa, il viso arrossato per
l’aria gelida, disperatamente ansiosa di offrire la prova concreta che
l’avrebbe completamente discolpata del furto, entrò a tutta velocità in cucina,
dove Mary Mathison stava preparando la cena. «Posso provare di non aver
preso il denaro del pranzo!» disse ansimante, spostando ansiosa lo sguardo da
sua madre ai fratelli.
Mary Mathison le lanciò un’occhiata con un sorriso perplesso, poi continuò a
pelare le carote al lavandino; Carl sollevò appena lo sguardo dalla pianta di
una casa che stava disegnando per la sua ricerca scolastica sui Futuri
architetti americani, Ted invece le rivolse un largo sorriso distratto e continuò
a leggere la rivista di cinema con Zack Benedict in copertina. «Lo sappiamo
che non hai preso il loro denaro, tesoro», rispose alla fine la signora
Mathison. «Hai detto di non averlo preso.» «Sì, ma... ma posso farvelo
credere davvero. Voglio dire che posso provarlo!» gridò, guardando da un
volto calmo all’altro. La signora Mathison mise da parte le carote, e
cominciò a sbottonare la giacca di Julie. Con un sorriso gentile, disse: «Ce lo
hai già provato - hai dato la tua parola, ricordi?» «Sì, ma la mia parola non è
una vera prova. Non ha abbastanza valore.» La signora Mathison guardò
dritto negli occhi di Julie. «Sì, Julie», disse con gentile fermezza, «lo ha.
Assolutamente.» Slacciando il primo bottone della giacca imbottita di Julie,
aggiunse:
«Se sarai sempre onesta con tutti come lo sei con noi, la tua parola sarà presto
una prova sufficiente per il mondo intero». «Bill Nesbitt ha rubato il denaro
per comperare della birra per i suoi amici», disse Julie in ostinata protesta a
quella smontatura. Poi, dal momento che non riusciva a trattenersi, disse:
«Come sapete che dirò sempre la verità, e che non ruberò mai più?» «Lo
sappiamo perché ti conosciamo», le disse con enfasi la madre adottiva. «Ti
conosciamo, abbiamo fiducia in te, e ti vogliamo bene.» «Sì, marmocchia, è
così», si intromise Ted con un sorriso. «Già, è così», fece eco Carl,
sollevando gli occhi dalla sua ricerca e annuendo.
Con orrore, Julie sentì le lacrime pungerle gli occhi, e si voltò
frettolosamente da una parte, ma quel giorno segnò un punto di svolta
irrevocabile nella sua vita. I Mathison avevano offerto la loro casa, la loro
fiducia, e il loro affetto, a «lei», non a qualche altra bambina fortunata.
Quella meravigliosa e affettuosa famiglia era sua per sempre, non solo per un
po’. Loro sapevano tutto di lei, e tuttavia le volevano bene.
Julie si crogiolò in quella consapevolezza appena raggiunta, e fiorì al suo
calore, come un fiore delicato che aprisse i suoi petali al sole. Si buttò nello
studio con determinazione ancora maggiore, e si stupì di quanto facilmente
riuscisse a imparare. Quando giunse l’estate, chiese di seguire i corsi estivi,
in modo da poter recuperare ulteriormente le lezioni perdute.
L’inverno successivo, Julie venne convocata nel soggiorno, dove aprì i suoi
primi regali di compleanno, mentre la sua famiglia la stava a guardare
raggiante. Quando l’ultimo pacco fu aperto, e l’ultimo pezzo di carta regalo
strappata fu raccolta, James e Mary Mathison, Ted e Carl, le fecero il regalo
più bello che potesse desiderare.
Giunse in una grande busta marrone dall’aria poco promettente. All’interno
c’era un lungo foglio di carta con degli elaborati caratteri neri che dicevano:
«ISTANZA DI ADOZIONE». Julie li guardò attraverso gli occhi traboccanti
di lacrime, il foglio stretto con forza al petto. «Io?» mormorò.
Ted e Carl fraintesero il motivo delle sue lacrime, e si misero a parlare
contemporaneamente, le voci piene d’ansia. «Noi, tutti noi, volevamo solo
renderlo ufficiale. Julie, questo è tutto, così che il tuo cognome potesse essere
Mathison, come il nostro», disse Carl, e Ted aggiunse: «Voglio dire, se non
sei sicura che sia una buona idea, non sei obbligata a essere d’accordo...»
S’interruppe quando Julie si lanciò tra le sue braccia, facendolo quasi cadere
a terra.
«Ne sono sicura», strillò lei con gioia. «Ne sono sicura, ne sono sicura, ne
sono sicura.» Niente poteva offuscare la sua gioia. Quella sera, quando i suoi
fratelli la invitarono ad andare al cinema con un gruppo di loro amici a
vedere il loro eroe, Zack Benedici, acconsentì subito, anche se non riusciva a
capire perché i suoi fratelli pensassero che fosse così fantastico. Avvolta dalla
felicità, si sedette nella terza fila del cinema Bijou con i suoi fratelli ai
fianchi, le loro spalle che rimpicciolivano le sue, a guardare distratta un film
che mostrava un tipo alto dai capelli scuri, che non faceva molto oltre a
correre in moto, impegolarsi in scazzottate, con l’aria annoiata e in un certo
qual modo... fredda.
«Che cosa ne pensi del film? Non è fantastico, Zack Benedict?» le chiese
Ted, mentre uscivano dal cinema con una folla di giovani che dicevano tutti
la stessa cosa.
La dedizione di Julie alla totale onestà vinse di stretto margine sul suo
desiderio di trovarsi d’accordo con i suoi meravigliosi fratelli su ogni cosa.
«E’... beh... sembra piuttosto vecchio», disse, cercando il sostegno delle tre
ragazze che erano andate al cinema con loro.
Ted sembrava stupefatto. «Vecchio! Ha solo ventun anni, ma è un tipo
davvero vissuto! Voglio dire, ho letto su una rivista cinematografica che bada
a se stesso dall’età di sei anni, quando viveva nell’est, lavorando nei ranch
per guadagnarsi da vivere. Capite, domando i cavalli. Più tardi, ha
partecipato ai rodei. Per un certo tempo, ha fatto parte di una banda di
motociclisti... girando per il paese. Zack Benedict», terminò Ted in tono
pensoso, «è un vero uomo.» «Sì. ma ha l’aria... fredda», obiettò Julie.
«Fredda, e anche piuttosto insignificante.» Le ragazze scoppiarono a ridere a
quella che, a Julie, era sembrata una critica ragionevole. «Julie», disse Laurie
Parker, ridacchiando, «Zachary Benedict è assolutamente magnifico, e molto
sexy. Tutti lo pensano.» Julie, che sapeva che suo fratello Carl aveva una
cotta segreta per Laurie Parker, disse immediatamente, con lealtà: «Beh, non
ci credo. Non mi piacciono i suoi occhi. Sono castani e hanno l’aria cattiva».
«I suoi occhi non sono castani, sono dorati. Ha degli occhi incredibilmente
sexy, chiedi a chi vuoi!» «Julie non è un bravo giudice in queste cose»,
intervenne Carl, allontanandosi dal suo segreto amore, e mettendosi di fianco
a Ted, mentre si avviavano a casa. «E’ troppo giovane.» «Non sono troppo
giovane per sapere», ribatté Julie in tono compiaciuto, infilando le piccole
mani sotto alle loro braccia, «che Zack Benedict non è affatto attraente
quanto voi due.» A quell’adulazione, Carl lanciò un largo sorriso, di
superiorità sopra le proprie spalle a Laurie Parker, e si corresse, dicendo:
«Però, Julie è una ragazzina molto matura per la sua età».
Ted era ancora assorto, pensando alla vita meravigliosa del
suo eroe cinematografico. «Immagina di dover badare a te stesso
da ragazzo, di lavorare in un ranch, cavalcare i cavalli, di prendere
i manzi al laccio...»
  CAPITOLO 4.
                    1988.


«SPOSTATE queste dannate bestie da qui; la loro puzza farebbe soffocare un
cadavere!» Seduto su una sedia di tela nera con la parola REGISTA in bianco
sopra il suo nome, Zachary Benedict diede quell’ordine in tono brusco, e
guardò torvo la mandria che si aggirava nel recinto provvisorio accanto
all’enorme ranch moderno, poi continuò a scrivere appunti sul copione.
Situata a quaranta miglia da Dallas, la lussuosa residenza con il suo viale
d’accesso fiancheggiato d’alberi, la lussuosa scuderia di cavalli, e i campi
punteggiati di pozzi di petrolio, era stata presa in affitto da un miliardario
texano per venire usata in un film intitolato Dentino, un film che, stando alla
rivista Variety, avrebbe probabilmente fatto vincere a Zack un altro Oscar
come miglior attore, e uno come miglior regista - sempre che fosse mai
riuscito a completare la scena che tutti definivano iellata.
Fino alla sera prima, Zack pensava che le cose non potessero andare peggio.
Cominciato con uno stanziamento di quarantacinque milioni di dollari, e
quattro mesi a disposizione per girarlo. Destino era ormai in ritardo di un
mese sul previsto, e sette milioni sopra lo stanziamento iniziale, a causa di
una quantità straordinaria di bizzarri problemi di produzione e di incidenti
che avevano ostacolato il film dal giorno in cui avevano cominciato a girarlo.
Ora, dopo mesi di ritardi e di disastri, restavano solo due scene da girare, ma
l’euforica soddisfazione che Zack avrebbe dovuto provare era completamente
annullata da una furia violenta che riusciva a stento a trattenere, mentre
cercava inutilmente di concentrarsi sulle variazioni che voleva apportare alla
scena finale del suo film.
In lontananza, alla sua destra, accanto alla strada maestra, una telecamera
stava mettendosi in posizione per catturare ciò che prometteva di essere un
tramonto infuocato, con la sagoma di Dallas che si delineava sul lontano
orizzonte. Attraverso le porte aperte della scuderia, Zack vedeva le squadre
che collocavano delle balle di fieno e gli assistenti alle luci che si
arrampicavano sulle travi a sistemare i riflettori, mentre l’operatore gridava
loro le istruzioni.
Il cast di attori e il personale della troupe erano composti da professionisti
esperti, abituati ad aspettare per ore nei paraggi per essere a portata di mano
per i pochi minuti di ripresa. Normalmente, l’atmosfera era festosa, e il
giorno che precedeva la ripresa dell’ultima scena, di solito era assolutamente
esuberante. Normalmente, le stesse persone che stavano in gruppi inquieti
accanto alle carrozze-ristorante, avrebbero ronzato intorno a Zack a scherzare
a proposito delle tribolazioni sopportate insieme, o a parlare con entusiasmo
della festa d’addio della sera dopo, per celebrare la fine delle riprese. Dopo
ciò che era accaduto la sera prima, tuttavia, nessuno gli rivolgeva la parola se
poteva farne a meno, e nessuno si aspettava una festa. Quel giorno, tutti i
trentotto membri del cast e della troupe di Dallas si tenevano ampiamente, e
prudentemente, alla larga da lui, e tutti temevano le ore successive. Di
conseguenza, le istruzioni che di solito venivano date in tono ragionevole,
venivano lanciate con tesa insofferenza da chiunque fosse in posizione di
darle, e mentre in genere venivano eseguite con alacrità, ora venivano seguite
con l’imprecisione maldestra tipica di quando la gente è fortemente ansiosa
di terminare qualcosa. Zack poteva quasi avvertire i sentimenti di tutte le
persone intorno a lui, la simpatia di coloro a cui era simpatico, la derisione
soddisfatta da parte di coloro a cui non piaceva, o erano amici di sua moglie,
la curiosità avida di quelli che non provavano alcun sentimento per nessuno
di loro due.
Realizzando in ritardo che nessuno aveva sentito il suo ordine di spostare la
mandria, si guardò intorno cercando l’assistente alla regia, e lo vide fermo sul
prato, le mani sui fianchi e il capo inclinato all’indietro, a guardare uno degli
elicotteri che si sollevava per un volo di normale amministrazione al
laboratorio di Dallas, dove veniva portata a montare la pellicola della
giornata. Sotto l’elicottero, un tifone di terra e di polvere si alzò in un
turbine, diffondendosi, e inviò una vigorosa raffica di aria calda sabbiosa,
unita all’odore di letame fresco di vacca, direttamente a Zack. «Tommy!»
gridò lui, con voce irritata.
Tommy Newton si voltò, e si avvicinò a passo svelto, togliendosi la polvere
dai pantaloni corti color kaki. Piccolo di statura, con capelli castani sfoltiti,
occhi color nocciola, e occhiali dalla montatura metallica, il trentacinquenne
assistente alla regia aveva un aspetto da studioso che celava un irrefrenabile
senso dell’umorismo, e un’infaticabile energia. Quel giorno, tuttavia, neppure
Tommy riusciva a mantenere un tono spensierato. Prendendo il portablocco
da sotto il braccio, nel caso avesse dovuto prendere appunti, disse: «Mi hai
chiamato?» Senza curarsi di alzare gli occhi, Zack disse laconico: «Fai
spostare quelle mandrie sottovento da qualcuno».
«Certo, Zack.» Toccando il controllo del volume della trasmittente che aveva
in vita, Tommy mise a posto il microfono della sua cuffia, e parlò con Doug
Furlough, il caposquadra, che stava sorvegliando i suoi uomini mentre
erigevano un recinto separato per il bestiame intorno alla scuderia, per la
scena finale del giorno dopo. «Doug», disse Tommy nel microfono.
«Sì, Tommy?»
«Chiedi ai mandriani accanto al recinto, di spostare quelle bestie nel pascolo
a sud.» «D’accordo, me ne occuperò io. Possiamo cominciare a togliere la
scena nella casa, o vuole che la lasciamo stare?» Tommy esitò, guardò Zack,
e ripeté la domanda. «Lasciatela stare», rispose secco Zack. «Non toccatela
finché non avrò visto le riprese della giornata, domani. Se ci saranno
problemi al riguardo, non voglio impiegare più di dieci minuti ad allestirla
per un’altra ripresa.» Dopo aver comunicato la risposta a Doug Furlough,
Tommy fece per andarsene, poi esitò. «Zack», disse in tono cupo,
«probabilmente non sei dell’umore adatto per sentirlo, al momento, ma le
cose saranno piuttosto... frenetiche... questa sera, e potrei non avere un’altra
occasione per dirtelo.» Sforzandosi di apparire interessato, Zack alzò gli
occhi, mentre Tommy proseguiva esitante. «Ti meriti altri due Oscar per
questo film. La tua interpretazione in diverse scene - e quella che sei riuscito
a ottenere da Rachel e Tony - ha fatto venire la pelle d’oca all’intera troupe, e
questa non è un’esagerazione.» Il solo accenno al nome di sua moglie, in
particolare collegato a Tony Austin, portò la collera di Zack al punto di
ebollizione, e lui si alzò bruscamente, il copione in mano. «Apprezzo il
complimento», mentì. «Non sarà abbastanza buio per un’altra ora per girare
la prossima scena. Quando tutto sarà pronto nella scuderia, dai un intervallo
per la cena alla squadra, e io andrò a controllare. Nel frattempo, andrò a
prendermi qualcosa da bere e cercherò un posto dove potermi concentrare.»
Indicando il gruppo di querce ai margini del prato, aggiunse: «Sarò laggiù, se
avrai bisogno di me».
Stava avviandosi verso le carrozze-ristorante, quando la porta della roulotte
di Rachel si aprì, e lei ne uscì nel momento esatto in cui Zack passava davanti
ai suoi scalini. I loro occhi si incontrarono ostili, le conversazioni si
arenarono in un silenzio teso, le teste si voltarono, e un senso di aspettativa
crepitò nell’aria come un lampo estivo, ma Zack aggirò semplicemente sua
moglie e proseguì, fermandosi alla carrozza-ristorante a parlare con
l’assistente di Tommy Newton e a scambiare delle battute di spirito con due
controfigure. La sua fu un’interpretazione da Oscar che richiese un supremo
sforzo di volontà, perché non poteva guardare Rachel senza ricordarla come
l’aveva vista la sera prima, quando era tornato inaspettatamente al loro
appartamento al Crescent Hotel, e l’aveva trovata con Tony Austin... In
precedenza, quel giorno, le aveva detto di avere intenzione di fare una
riunione sul tardi con la squadra degli operatori e con gli assistenti alla regia,
per esaminare delle nuove idee, e di avere in programma di dormire poi nella
sua roulotte. Quando, tuttavia, la troupe si era radunata nella roulotte per la
riunione, Zack si era accorto di aver dimenticato gli appunti all’hotel di
Dallas, e, invece di mandare qualcuno a prenderli, aveva deciso di
guadagnare tempo invitandoli tutti a tornare con lui al Crescent. Di un
insolito umore spensierato, perché la fine era ormai prossima, i sei uomini
erano entrati nell’appartamento buio, e Zack aveva acceso le luci con uno
scatto.
Girandosi dalla finestra, andò nella camera da letto, tirò fuori dal guardaroba
le valigie di Rachel. e vi infilò dentro tutti i suoi abiti, poi sollevò il telefono
accanto al letto. «Mandate un fattorino all’appartamento reale», disse
all’operatore del centralino. Quando il fattorino arrivò, qualche minuto più
tardi, Zack gli cacciò in mano le valigie con gli abiti di lei che penzolavano
fuori dai lati. «Porti queste all’appartamento del signor Austin.» In quel
momento, se Rachel fosse tornata a pregarlo di riprenderla, provandogli di
essere stata narcotizzata e di non aver capito ciò che stava facendo o dicendo,
sarebbe stato troppo tardi, anche se le avesse creduto.
Perché era già morta ai suoi occhi.
Morta, come lo era stata la nonna che un tempo aveva amato, e sua sorella, e
suo fratello. Aveva dovuto fare uno sforzo intenso per sradicarli dal cuore e
dalla mente, ma l’aveva fatto.
  CAPITOLO 5.
DISTOGlIENDO la mente dai ricordi della sera prima, Zack si sedette sotto
un albero da dove poteva vedere che cosa stava accadendo, senza essere
notato. Tirando su un ginocchio, vi appoggiò sopra il polso e osservò Rachel
entrare nella roulotte di Tony Austin. I notiziari di quella mattina erano pieni
di foschi dettagli sulla scena nell’appartamento, e sullo scontro che l’aveva
seguita, dettagli che erano stati senza dubbio forniti dagli ospiti dell’albergo
che vi avevano assistito. Ora, la stampa era calata nella zona dove si stavano
girando le scene, e gli addetti alla sicurezza di Zack erano occupatissimi a
tentare di trattenerli al cancello accanto alla strada maestra con la promessa
che più tardi avrebbero ottenuto una dichiarazione. Rachel e Tony avevano
già rilasciato le loro, ma Zack non aveva intenzione di dire una sola parola.
Era gelidamente indifferente al fatto di avere la stampa sui gradini di casa,
come lo era alla notizia ricevuta quella mattina che gli avvocati di Rachel
avevano presentato istanza di divorzio a Los Angeles. L’unica cosa che
faceva vacillare il suo controllo era la consapevolezza di dover dirigere
un’ultima scena tra Tony e Rachel, prima di poter finire, quella sera - una
scena erotica, e violentemente sessuale - e non sapeva come sarebbe riuscito
a sopportarlo, in particolare con l’intera troupe a guardare. Tuttavia, una
volta superato quell’ostacolo, cacciare Rachel dalla sua vita sarebbe stato
molto più facile di quanto aveva pensato la sera prima, perché, ammise con
se stesso, qualunque cosa avesse provato per lei quando si erano sposati, tre
anni prima, era svanita poco dopo. Da allora, non erano stati altro che una
reciproca convenienza sessuale e sociale. Senza Rachel, la sua vita non
sarebbe sembrata più vuota, o più priva di significato o più superficiale di
quanto lo fosse stata per la maggior parte degli ultimi dieci anni.
Accigliandosi a quel pensiero, Zack osservò un minuscolo insetto farsi
strenuamente strada lungo un filo d’erba vicino al suo fianco, e si chiese
perché la propria vita gli sembrasse spesso così deludentemente insulsa, priva
di scopi importanti o di profonde gratificazioni. Eppure, non si era sempre
sentito così, ricordò Zack...
Quando era arrivato a Los Angeles sul camion di Charlie Murdock, la stessa
sopravvivenza era stata una sfida, e il lavoro che aveva ottenuto alla banchina
di carico degli Studi Empire con l’aiuto di Charlie, gli era sembrato un
enorme trionfo. Un mese dopo, un regista che stava girando un film a basso
costo nello studio secondario su una banda di criminali cittadini che
terrorizzavano un liceo alla periferia, decise che gli occorreva qualche altro
volto in una scena di massa, e reclutò Zack. La parte richiedeva solo che lui
stesse appoggiato a un muro di mattoni, con l’aria fredda e spavalda. Il
denaro extra che aveva guadagnato quel giorno, gli era sembrato una manna.
E lo stesso era stato per l’annuncio del regista, qualche giorno più tardi,
quando lo aveva mandato a cercare: «Zack, ragazzo mio, tu possiedi una cosa
che noi chiamiamo presenza. La telecamera ti ama. Nel film, dai
l’impressione di un moderno James Dean malinconico, solo che sei più alto e
più attraente di quanto fosse lui. Hai rubato quella scena, solo stando lì. Se
sapessi recitare, ti scritturerei per un film western che stiamo per cominciare
a girare». Non era stata la prospettiva di partecipare a un film a eccitare
Zack, ma il compenso che gli veniva offerto, così decise di imparare a
recitare.
Veramente, recitare non era stato così difficile per lui. In primo luogo, aveva
«recitato» per anni prima di lasciare la casa di sua nonna, fingendo che le
cose non avessero importanza, quando ne avevano; in secondo luogo, era
totalmente concentrato su uno scopo: era deciso a provare a sua nonna, e a
tutti gli altri a Ridgemont, che era in grado di sopravvivere da solo, e di avere
grande successo. Per raggiungere questo obiettivo, era pronto a fare quasi
tutto, qualunque sforzo richiedesse.
Ridgemont era una piccola città, e Zack non dubitava che i particolari della
sua ignominiosa partenza fossero divenuti di dominio pubblico nel giro di
poche ore, dopo aver lasciato a piedi la casa di sua nonna.
Quando i suoi primi due film erano stati distribuiti, aveva esaminato ogni
singola lettera degli ammiratori, sperando che qualcuno che un tempo
conosceva lo avesse riconosciuto. Ma se l’avevano fatto, non si erano curati
di scrivergli.
Per un certo tempo, da allora, aveva fantasticato di tornare a Ridgemont con
denaro a sufficienza per acquistare le Industrie Stanhope e dirigerle, ma
quando ebbe raggiunto i venticinque anni, e accumulato abbastanza denaro
per acquistare la compagnia, era anche maturato abbastanza da capire che
comperare tutta la dannata città e tutto quanto il suo contenuto non avrebbe
cambiato nulla. A quell’epoca aveva già vinto un Oscar, ottenuto la laurea
all’Università della California, ed era stato acclamato come un prodigio.
Aveva facoltà di scelta sui ruoli da interpretare, una fortuna in banca, e un
futuro che prometteva di essere ancora più spettacolare.
Aveva provato a tutti che Zack Benedict poteva sopravvivere e ottenere il più
grande dei successi. Non aveva niente altro per cui lottare, non gli restava
niente da provare, e la mancanza di queste due cose lo faceva sentire
stranamente sminuito e vuoto. Privato degli antichi obiettivi, Zack cercò
gratificazione altrove. Costruì ville, comperò yacht, guidò auto da corsa;
scortava donne stupende a brillanti ricevimenti, e poi le portava a letto.
Traeva piacere dai loro corpi, e spesso dalla loro compagnia, ma non le
prendeva mai sul serio, e loro, raramente, se lo aspettavano. Zack era
diventato un trofeo sessuale, ricercato unicamente per il prestigio che
derivava dal dormire con lui e, nel caso delle attrici, ardentemente desiderato
per l’influenza e le conoscenze che aveva.
Benché approfittasse spesso dei banchetti di opportunità sessuali e sociali che
gli si spiegavano davanti, c’era una parte di lui _ la sua coscienza, o qualche
vena latente di moralità da yankee tradizionalista - che era disgustata dalla
promiscuità e dalla superficialità, dai tossicomani, dagli adulatori e dai
narcisisti. da tutto ciò che faceva apparire Hollywood una fogna umana, una
fogna disinfettata e deodorata per proteggere la sensibilità del pubblico.
Una mattina si svegliò e, improvvisamente, non riuscì più a tollerarlo. Era
stanco di sesso senza senso, e completamente disgustato della vita che stava
vivendo.
Cominciò a cercare un modo diverso per riempire il vuoto delle sue giornate,
una nuova sfida, e una ragione migliore per vivere. Recitare, non era più una
grande sfida, così rivolse la sua attenzione alla regia, idea che aveva aleggiato
ai margini della sua coscienza molto prima di allora. Quello divenne il suo
nuovo obiettivo, e Zack lo perseguì con tutta la determinazione che aveva
dedicato al perseguimento degli altri. Il presidente della Empire, Irwin
Levine, tentò di dissuaderlo dal suo proposito, ma alla fine capitolò, come
Zack sapeva che avrebbe fatto. Il film che Levine gli diede da dirigere era un
film giallo a basso costo intitolato Incubo, che aveva due ruoli principali, uno
per una bambina di nove anni e l’altro per una donna. Per il ruolo della
bambina, l’Empire insistette su Emily McDaniels, in passato bambina
prodigio con fossette alla Shirley Temple, che aveva quasi tredici anni ma ne
dimostrava nove, ed era ancora sotto contratto con loro. La carriera di Emily
era già in declino, come lo era quella di una bionda affascinante di nome
Rachel Evans, che scritturarono per l’altro ruolo. Nei film fatti in precedenza,
Rachel Evans aveva avuto solo ruoli minori, e nessuno di questi rivelava una
grande abilità di recitazione. Lo studio cinematografico di Zack gli aveva
affibbiato le due attrici per l’evidente motivo di dargli una lezione: il suo
forte era recitare, non la regia.
Zack lo sapeva, ma ciò non l’aveva fermato. Prima di dare inizio alla
produzione, passò settimane a guardare i vecchi film di Rachel e di Emily
nella sua sala di proiezione a casa, e capì che c’erano dei momenti - brevi
momenti - in cui Rachel Evans mostrava veramente un certo autentico
talento. E momenti in cui la grazia di Emily, che era svanita con la sua
adolescenza, veniva sostituita da una dolcezza incantevoli che parlava alla
macchina da presa, perché era naturale.
Con pazienza e con fatica, Zack tirò fuori tutto quello e molto di più dalle due
protagoniste femminili, nelle otto settimane impegnate nella produzione.
Rachel si era infuriata per i suoi triodi assillanti e per la serie interminabile di
riprese cui la costringeva a ogni scena, ma quando Zack le aveva mostrato le
copie rapide della prima settimana, l’aveva guardato con riverenza nei grandi
occhi verdi, e aveva detto in tono sommesso: «Grazie, Zack. Per la prima
volta nella mia vita, mi sembra di saper davvero davvero recitare». «E a me
sembra davvero, davvero, di saper dirigere un film», la burlò lui. ma era
sollevato e lo lasciava vedere. Rachel ne fu stupefatta. «Vuoi dirmi che avevi
quei dubbi al riguardo? Pensavo che fossi assolutamente sicuro di tutto ciò
che abbiamo fatto!» «A dire il vero, non ho avuto una notte di sonno
tranquillo, da quando abbiamo iniziato a girare», confessò Zack. Era la prima
volta, dopo anni, che osava ammettere con qualcuno di aver avuto dei dubbi
circa il suo lavoro, ma quel giorno era speciale. Aveva appena ricevuto la
prova di avere talento per la regia. Inoltre, quel talento appena scoperto
avrebbe reso sensazionalmente luminoso il futuro di un’attraente bambina di
nome Emily McDaniels. quando i critici avessero visto la sua superba
interpretazione in Incubo, Zack era così affezionato a Emily. che lavorare con
lei gli faceva desiderare di avere un figlio. Osservando l’intimità e l’allegria
che condivideva con suo padre, che restava sul set per badare a lei. Zack
aveva capito all’improvviso di desiderare una famiglia. Era quello che
mancava nella sua vita: una moglie e dei figli con cui condividere i suoi
successi, con cui ridere, e per cui lottare.
Quella sera, Rachel e lui festeggiarono con una cena servita dal suo
cameriere. L’inclinazione alla comune sincerità che aveva avuto inizio prima,
quando avevano ammesso i loro dubbi personali sulle proprie capacità, li
condusse a un’intimità rilassata che, da parte di Zack, era tanto senza
precedenti quanto terapeutica. Seduti nel suo soggiorno sulle scogliere del
Pacifico, davanti a una vetrata alta due piani che guardava sull’oceano,
parlarono per ore, ma non di lavoro, cosa che giunse come un piacevole
cambiamento per Zack che aveva disperato di incontrare un’attrice che
sapesse concentrarsi su qualcosa d’altro. Finirono nel suo letto, dove si
abbandonarono a una notte d’amore piena di inventiva, molto piacevole. La
passione di Rachel sembrava sincera, più che una ricompensa per averla fatta
figurare bene nel film, e anche quello gli fece piacere. In verità, era
completamente soddisfatto di tutto, mentre giacevano nel suo letto: delle
copie rapide, della sensualità di Rachel. della sua intelligenza e del suo
spirito.
Accanto a lui, Rachel si sollevò sui gomiti. «Zack, che cosa vuoi veramente
dalla vita? Voglio dire, che cosa vuoi davvero?» Per un momento, lui rimase
in silenzio, poi, forse perché era indebolito dalle ore di sesso, o forse perché
era stanco di fingere che la vita che si era costruito fosse esattamente ciò che
desiderava, rispose con solo una sfumatura di derisione: «La piccola casa
nella prateria».
«Cosa? Vuoi dire che vuoi recitare in un film che sia il seguito di La piccola
casa della prateria?» «No. Intendo dire che voglio vivere!. La casa non deve
essere necessariamente nella prateria, però. Pensavo a un ranch in montagna,
da qualche parte.» Lei scoppiò a ridere. «Un ranch! Tu odi i cavalli e detesti
il bestiame, lo sanno tutti. Me l’ha detto Tommy Newton», disse, riferendosi
al novellino assistente regista di Incubo. «Lavorava come macchinista nel
primo western che hai girato, quando eri un ragazzo - quello in cui Michelle
Pfeiffer faceva la parte della tua ragazza.» Sorridendo, gli sfiorò le labbra con
un dito. «A proposito che cos’hai contro i cavalli e il bestiame?» Lui diede
un morso scherzoso al suo dito, e disse: «Non capiscono un ordine
insignificante e fuggono disordinatamente nella direzione sbagliata. E ciò che
accadde in quel film, la mandria voltò, dirigendosi dritta su di noi».
«Michelle dice che le salvasti la vita, quel giorno. Che la raccogliesti,
portandola in salvo».
Zack abbassò il mento e fece un largo sorriso. «Fui costretto», Scherzo-
«Stavo correndo come un dannato verso le rocce, e la mandria era proprio
dietro di me. Michelle si trovava sulla mia strada, e la presi su per toglierla
dai piedi.» «Non essere così modesto. Lei dice che stava cercando scampo
nella fuga, urlando che qualcuno l’aiutasse.» «Anch’io», la burlò lui.
Facendosi serio, aggiunse: «Eravamo entrambi dei ragazzi, a quel tempo.
Sembra che siano passati mille anni».
Lei si girò su un fianco, e si allungò accanto a lui. disegnando con le dita un
percorso seducente dalle sue spalle all’ombelico, per poi arrestarsi. «Da dove
vieni, veramente? E ti prego di non raccontarmi tutte quelle fesserie dello
studio, secondo cui sei cresciuto da solo, hai lavorato nei circuiti dei rodei, e
hai gironzolato per il paese con delle bande di motociclisti.» L’inclinazione
alla sincerità di Zack, non comprendeva la discussione del suo passato. Non
lo aveva mai fatto prima, e non l’avrebbe mai fatto. Quando aveva diciotto
anni, e l’ufficio pubblicitario dello studio aveva voluto conoscerlo, lui aveva
risposto freddamente di inventargliene uno, cosa che loro avevano fatto. Il
suo vero Passato era morto e discuterne era proibito. Il suo tono evasivo, lo
rese decisamente chiaro. «Non vengo da nessun posto in particolare.» «Ma
non eri un ragazzo vagabondo, cresciuto senza sapere quale forchetta usare,
di questo sono certa», insistette lei. «Tommy Newton mi ha detto che anche
quando avevi diciotto anni, avevi già una gran classe, una grande raffinatezza
di modi, l’ha definita lui. E tutto ciò che sa di te, e avete lavorato insieme in
diversi film.» Zack non fece alcun tentativo di nascondere il suo scontento.
«Se pensi di lusingarmi con tutta la tua curiosità, ti sbagli.» «Non posso farne
a meno», disse lei ridendo, stampandogli un bacio sulla mandibola. «Sei
l’amante che sogna ogni donna, signor Benedict, e sei anche l’uomo più
misterioso di Hollywood. E’ risaputo che nessuna delle donne che mi hanno
preceduta nel tuo letto, ti ha convinto a parlare di qualcosa di veramente
personale. Dal momento che mi capita di trovarmi qui con te, e dal momento
che questa notte mi hai parlato di molte cose che sono personali, immagino di
averti sorpreso in un momento di debolezza, oppure... è solo un’ipotesi... ti
piaccio più delle altre. In ogni caso, devo tentare di scoprire qualcosa di te
che nessun’altra donna ha scoperto. C’è in gioco il mio orgoglio femminile,
capisci?» La sua allegra franchezza ridusse il fastidio di Zack a
un’esasperazione divertita. «Se vuoi continuare a piacermi più delle altre»,
disse in tono semiserio, «allora smetti di indagare, e parla di qualcosa di più
piacevole.» «Piacevole...» Si appoggiò sul suo petto e sorrise canzonatoria
guardandolo negli occhi, mentre gli passava le dita tra il groviglio di peli sul
petto. Basandosi sul suo linguaggio del corpo, Zack si aspettava che dicesse
qualcosa di provocante, ma l’argomento che lei scelse gli strappò una risatina
sorpresa: «Vediamo... so che detesti i cavalli, ma che ti piacciono le moto e
le auto veloci. Perché?» «Perché», la canzonò lui, intrecciando le dita alle
sue, «loro non si radunano in branchi con le loro simili, quando le lasci
parcheggiate, e poi non tentano di travolgerti quando volti le spalle.
Loro vanno nella direzione in cui le punti.»
«Zack», mormorò lei, abbassando le labbra sulle sue. «Le moto non sono le
uniche cose che vanno nella direzione in cui le punti. Anch’io lo faccio.»
Zack capì perfettamente che cosa intendeva e puntò. Lei si spostò più in
basso, e chinò il capo.
Il mattino dopo, lei gli preparò la colazione. «Mi piacerebbe fare ancora un
film - uno importante - per provare alla gente che so davvero recitare», disse,
cacciando delle focaccine inglesi nel forno.
Appagato e rilassato, Zack la osservava aggirarsi per la cucina in pantaloni
con la piega e con una camicetta annodata sullo stomaco. Senza abiti sexy e
trucco pesante era di gran lunga più attraente e infinitamente più incantevole
ai suoi occhi. Come aveva già scoperto, era anche intelligente, sensuale e
spiritosa. «E poi?» chiese lui.
«Poi vorrei smettere. Ho trent’anni. Come te, voglio una vera vita, una vita
piena di significato, con qualcosa di più a cui pensare che non sia il mio
aspetto, e se mi stiano venendo le rughe oppure no. C’è molto di più nella
vita, di questo mondo illusorio patinato e superficiale in cui viviamo, e in cui
coinvolgiamo il resto del mondo.» Una simile affermazione, senza precedenti
da parte di un’attrice, rese Rachel un’inaspettata boccata d’aria fresca, per lui.
Inoltre, dal momento che stava programmando di smettere di lavorare, gli
sembrò di aver veramente incontrato una donna che fosse interessata a lui,
non a ciò che lui avrebbe potuto fare per la sua carriera.
Stava riflettendo su quello, quando Rachel si chinò sul tavolo
della cucina, e disse in tono sommesso: «Come sono i miei sogni
in confronto ai tuoi?»
Zack capì che stava facendo un’offerta e lo faceva con tranquillo
coraggio, e senza inganni. Lui la studiò in silenzio per un
momento, poi non fece alcun tentativo di celare l’importanza decisiva
che poneva alla sua successiva domanda. «Ci sono figli nei
tuoi sogni, Rachel?»
Con dolcezza e senza esitazioni, lei disse: «I tuoi figli?»
«I miei figli.»
«Possiamo cominciare subito?»
Zack era scoppiato a ridere alla sua inaspettata risposta, poi lei si era lasciata
cadere sul suo grembo, e la risata era svanita, sostituita da un rimescolamento
di tenerezza e di vibrante speranza, emozioni che pensava fossero morte
quando aveva diciotto anni. Le sue mani scivolarono sotto la camicetta di
Rachel, e la tenerezza si mescolò alla passione.
Si erano sposati nell’elegante gazebo sul prato della villa di Zack a Carmel,
quattro mesi dopo, mentre un migliaio di invitati, inclusi diversi governatori e
senatori, stavano a guardare. Erano anche presenti, benché non invitati,
dozzine di elicotteri che volteggiavano sopra le loro teste, e le loro pale
creavano dei cicloni sull’erba che sferzavano gli abiti delle donne, e
strappavano i parrucchini. mentre i giornalisti che li occupavano puntavano le
macchine fotografiche sui festeggiamenti sotto di loro. Il testimone di Zack
era il suo vicino di Carmel, l’industriale Matthew Farrell, che trovò una
soluzione all’invasione della stampa: guardando torvo gli elicotteri che
volteggiavano sopra di loro, disse: «Dovrebbero abrogare quel dannato Primo
emendamento».
Zack sogghignò. Era il giorno del suo matrimonio, ed era di un raro umore di
assoluta giovialità e di discreto ottimismo, immaginando già intime serate
con bambini in grembo, e quel genere di vita famigliare che non aveva mai
conosciuto. Era stata Rachel a volere quel matrimonio in grande stile, e lui
aveva voluto darglielo, anche se avrebbe preferito volare a Tahoe con solo
una coppia di amici. «Posso sempre mandare qualcuno in casa a prendere dei
fucili», scherzò.
«Buona idea. Useremo il gazebo come fortino, e abbatteremo quei bastardi.»
I due uomini risero, poi caddero in un amichevole silenzio. Si erano
conosciuti tre anni prima, quando un gruppo di ammiratrici di Zack si erano
arrampicate sul recinto di sicurezza che circondava la sua casa, facendo
entrare in funzione il sistema di allarme di entrambe le ville, mentre
fuggivano. Quella sera, Zack e Mati avevano scoperto di avere molte cose in
comune, inclusa una predilezione per lo scotch di ottima qualità, la tendenza
a una decisa franchezza, un’intolleranza verso la presunzione e, più tardi, una
filosofia similare verso gli investimenti finanziari. Come risultato, erano non
solo amici, ma anche soci in diverse imprese rischiose.
Quando Incubo venne presentato al pubblico, non ricevette un Oscar e
neppure una nomination, ma realizzò un cospicuo profitto, ricevette
eccellenti critiche, e ristabilì completamente le carriere vacillanti di Emily e
di Rachel. La gratitudine di Emily fu immensa, come pure quella di suo
padre. Rachel, però, scoprì improvvisamente di non essere per nulla pronta a
rinunciare alla carriera, né ad avere il bambino che Zack aveva desiderato
così intensamente. La carriera che lei aveva asserito di non desiderare, era in
realtà un’ossessione che la consumava. Non poteva sopportare di mancare a
un ricevimento importante, o ignorare un’occasione di pubblicità per quanto
minore. Era così disperatamente alla ricerca della fama e degli applausi, da
sdegnare ogni attrice più famosa di lei, e così pateticamente insicura delle
proprie capacità da temere di lavorare in qualunque film, a meno che non lo
dirigesse Zack.
L’ottimismo provato da Zack il giorno del suo matrimonio, crollò sotto il
peso della realtà. Era stato indotto con l’inganno al matrimonio da un’attrice
intelligente e ambiziosa, la quale credeva che lui solo possedesse la chiave
della fama e della fortuna per lei. Lui d’altro canto, era stato spinto a
compromettersi con il matrimonio a causa di un insolito e imbarazzante
momento di ingenuità, che gli aveva davvero fatto credere, per quanto
brevemente, a un quadro intimo di spose devote e di allegri bambini dalle
guance rosee che chiedevano a gran voce le favole per addormentarsi. Come
avrebbe dovuto sapere dalla propria giovinezza ed esperienza, simili famiglie
erano un mito inventato dai poeti e dai produttori cinematografici. Messo di
fronte a quella realtà, la vita di Zack sembrò spiegarsi davanti a lui come una
distesa monotona.
Tra coloro che a Hollywood erano afflitti da un simile stato di noia, la
soluzione prescritta era una dose di cocaina, una varietà di droghe, legali o
no. oppure una bottiglia di liquore due volte al giorno. Tuttavia, Zack
possedeva il disprezzo di sua nonna per la debolezza, e respinse con sdegno
simili sostegni. Risolse, quindi, il suo problema nell’unico modo che
conosceva. Ogni mattina si tuffava nel lavoro, perseverando finché, alla fine,
non stramazzava a letto alla sera. Invece di divorziare da Rachel. aveva fatto
il ragionamento che, per quanto il suo matrimonio non fosse idilliaco, era di
gran lunga migliore di quanto lo fosse stato quello dei suoi nonni, e non
peggiore di molti altri che aveva visto. Così, le offrì una scelta: poteva
chiedere il divorzio, oppure tenere a freno le sue ambizioni e calmarsi, e lui,
in cambio, avrebbe esaudito il suo desiderio dirigendola in un altro film.
Rachel, saggiamente, accettò con gratitudine la seconda offerta, e Zack
incrementò i suoi programmi frenetici per mantenere la sua parte
dell’accordo. Dopo il successo ottenuto con la regia di Incubo, l’Empire era
impaziente di lasciargli interpretare e dirigere qualunque film. Zack trovò un
copione che gli piacque molto per un giallo d’azione, intitolato Il vincitore
prende tutto, con i ruoli da protagonisti per sé e per Rachel, e l’Empire mise
il denaro. Usando una combinazione di pazienza, lusinghe, aspra critica, e
sfoggiando occasionalmente una tempra glaciale, manovrò Rachel e il resto
del cast di attori del film finché loro non gli diedero ciò che voleva, poi
manipolò le luci e le angolazioni delle cineprese in modo che riuscissero a
catturarlo.
I risultati furono spettacolari. Rachel ricevette una nomination al premio
Oscar per la sua interpretazione nel film. Zack vinse un Oscar come miglior
attore, e un altro come miglior regista. Quest’ultima assegnazione confermò
semplicemente ciò che i magnati di Hollywood avevano già notato: Zack
aveva un talento per la regia. Inoltre, sapeva farlo entro la cifra stanziata per
il film.
I due Oscar procurarono a Zack un’enorme soddisfazione, ma nessun
appagamento profondo. Lui non se ne accorse. Non si aspettava, né cercava,
appagamento, e deliberatamente continuò a tenersi troppo occupato per
notarne la mancanza. Nella sua ricerca di sfide, diresse e fu il protagonista di
altri due film, nei due anni che seguirono - un giallo di azione erotico, in cui
era comprimario con Glenn Close, e un film di avventura in cui lavorava con
Kim Bassinger.
Aveva appena esaurito le sfide ed era alla ricerca di nuove, quando volò a
Carmel per definire la sua partecipazione a una società che Matt Parrei stava
costituendo. Quella sera, sul tardi, andò a cercare qualcosa da leggere, e prese
un romanzo lasciato da un ospite sconosciuto. Molto prima di averlo
terminato, all’alba. Zack capì che Dentino sarebbe stato il suo prossimo film.
Il giorno seguente, entrò nell’ufficio del presidente degli Studi Empire e gli
porse il libro. «Ecco il mio prossimo film, Irwin». Irwin Levine lesse la
fascetta pubblicitaria sulla copertina, si appoggiò all’indietro sulla sua alta
poltrona in pelle scamosciata, e sospirò: «Questo ha l’aria d’essere un
dramma opprimente, Zack. Mi piacerebbe vederti fare qualcosa di allegro,
tanto per cambiare». Bruscamente, girò la poltrona su se stessa, prese un
copione dal tavolo in cristallo, dietro la sua scrivania, e lo porse a Zack con
un sorriso zelante. «Qualcuno mi ha passato questo copione sottobanco. Ha
già trovato un compratore, ma se tu dirai di volerlo fare, potremo tentare di
negoziare per averlo. E’ una favola. Roba buona. Nessuno fa un film come
questo da decenni, e penso che il pubblico ne sia affamato. Tu sei perfetto per
il ruolo del protagonista, e puoi recitare la parte a occhi chiusi, tanto è facile.
Girarlo sarà economico e rapido, ma ho la sensazione che il film sarà un
successo strepitoso.» Il copione, che Zack acconsentì di leggere quella sera,
risultò essere una storia insignificante e prevedibile, in cui il vero amore
cambia la vita di un magnate cinico che da allora in poi vive felice con la sua
bella moglie. Zack lo trovò detestabile, in parte perché il ruolo del
protagonista non richiedeva alcuno sforzo da parte sua, ma soprattutto perché
gli ricordava le fantasie sull’amore e sul matrimonio che aveva nutrito da
giovane, e avevano influito su di lui da adulto. La mattina seguente aveva
gettato il copione di Pretty Woman sulla scrivania di Levine, e gli aveva detto
con disprezzo: «Non sono un attore, o un regista abbastanza bravo da far
apparire credibili queste stupidaggini». «Sei diventato un cinico», disse
Levine, scuotendo il capo e con l’aria addolorata. «Non sei mai stato un
sognatore, da ragazzo», disse. «Eri duro e realistico, ma non eri del tutto
scettico. Da quando hai sposato Rachel, sei cambiato.» Vide l’espressione di
fastidio sul volto di Zack, e disse: «D’accordo, basta con i sentimentalismi.
Parliamo di affari. Quando vuoi cominciare a girare Destino, e chi hai in
mente per i ruoli principali?» «Io interpreterò il marito, e mi piacerebbe
Diana Copeland per la parte della moglie, se è disponibile. Rachel sarebbe
perfetta per quella dell’amante, ed Emily McDaniels per quella della figlia.»
Le sopracciglia di Levine si inarcarono di scatto. «Rachel si infurierà per il
fatto di avere un ruolo femminile minore.» «Mi occuperò io di Rachel», disse
Zack.
«Se non hai già deciso per la parte dell’uomo alla deriva», proseguì Levine,
dopo una pausa di esitazione, «ho un favore da chiederti. Prenderesti in
considerazione Tony Austin per quel ruolo?» «Neppure per sogno», disse
seccamente Zack. La dipendenza di Austin dall’alcol e dalle droghe era
leggendaria come gli altri suoi vizi, e lui era del tutto inaffidabile. La sua
ultima overdose accidentale all’inizio del film che stava girando per
l’Empire, lo aveva fatto finire per sei mesi in un centro di riabilitazione, e un
altro attore aveva dovuto sostituirlo nel suo ruolo. «Tony vuole tornare al
lavoro, e mettere alla prova se stesso», proseguì con pazienza Levine. «I suoi
dottori mi assicurano che ha cambiato vita, e che è un uomo nuovo. Sono
propenso a credergli, questa volta.» Zack si strinse nelle spalle. «Che cosa c’è
di diverso, questa volta?» «Questa volta, quando lo hanno portato in fretta e
furia al Cedar-Sinai, era clinicamente morto. Lo hanno riportato in vita, ma
quell’esperienza lo ha davvero spaventato ed è pronto a crescere e a mettersi
al lavoro. Vorrei dargli questa opportunità, un nuovo inizio.» La voce di
Levine prese un tono pio. «E l’unica cosa decente da fare, Zack. Viviamo
tutti su questa terra. Dobbiamo prenderei cura l’uno dell’altro, badare l’uno
all’altro. Dobbiamo aiutare Tony a trovare lavoro perché è al verde, e
perché...» «E perché vi deve un mucchio di soldi per quel film che non ha
mai terminato», considerò Zack in tono piatto. «Beh, sì, è in debito con noi
di una cifra considerevole per quel film», ammise riluttante Levine.
«Tuttavia, è venuto da noi e ci ha chiesto di pagare il suo debito lavorando,
così da poter mettere alla prova se stesso. Dal momento che tu sembri
invulnerabile a un appello emotivo, considera le ragioni pratiche di servirci di
lui: nonostante tutta la sua cattiva pubblicità, il pubblico lo adora ancora. E’ il
suo cattivo ragazzo, traviato e bello, l’uomo che ogni donna vorrebbe
confortare.» Zack esitò. Se Austin era davvero un uomo ristabilito, era
perfetto per quel ruolo. A trentatré anni la sua bionda bellezza giovanile era
stata guastata dalla vita dissoluta, il che, in qualche modo, lo aveva reso solo
più attraente agli occhi delle donne dai dodici ai novant’anni. Il nome di
Austin su un cartellone era garanzia di vendite favolose al botteghino. Lo
stesso avveniva per Zack; combinati, avevano buone probabilità di battere
qualche record. Dal momento che Zack intendeva ottenere una fetta
considerevole dei profitti, come parte del suo compenso per la realizzazione
di Destino, quel fatto aveva una forte influenza sulla sua decisione. D’altra
parte, utilizzare Austin in quel film sarebbe stato un favore all’Empire, da cui
Zack intendeva pretendere, in cambio, delle concessioni. Per questo motivo,
celò il suo entusiasmo per l’idea e disse solo: «Gli farò leggere la parte, ma
non sono entusiasta di fare da baby-sitter a un tossicomane, ristabilito o
meno. Ti farò chiamare da Dan Moyes, in mattinata», aggiunse, riferendosi al
suo agente, e si alzò per andarsene, «e voi due potrete cominciare a definire i
particolari del contratto». «La realizzazione di questo film costerà un
mucchio di soldi, con tutti gli esterni che ci sono», gli ricordò Irwin, temendo
già la cifra che Zack era tenuto a chiedergli per interpretarlo e dirigerlo, per
non parlare dei favori che probabilmente avrebbe strappato per aver usato
Austin nel film. Nascondendo prudentemente il suo entusiasmo per il
progetto, si alzò in piedi e strinse la mano a Zack. «Acconsento a questo
affare solo perché desideri così tanto realizzarlo. Personalmente, mi metterò a
pregare in ginocchio che in cambio ci frutti almeno la somma che costerà
girarlo».
Zack represse un sorriso accorto. La battuta d’inizio delle negoziazioni
contrattuali era appena avvenuta con una stretta di mano.
Diana Copeland rifiutò il ruolo della moglie di Zack perché aveva un
impegno precedente, così lui affidò il ruolo a Rachel, che era stata la sua
seconda scelta. Qualche settimana più tardi, i progetti di Diana cambiarono,
ma per allora, Zack aveva l’obbligo morale e legale di lasciare a Rachel il
ruolo principale. Con sorpresa di Zack, Diana chiese invece la parte
secondaria della sua ex amante. Emily McDaniels accettò con entusiasmo la
parte della figlia adolescente, e quella dell’uomo alla deriva venne assegnata
a Tony Austin. I ruoli minori vennero distribuiti senza difficoltà, e la troupe
cinematografica preferita di Zack venne nuovamente riunita in una squadra
per lavorare in un altro dei suoi film.
Un mese dopo l’inizio delle riprese di Destino, cominciò a correr voce che,
nonostante le riprese del film fossero turbate da incidenti e ritardi, le copie
rapide - le parti del film che venivano inviate ogni giorno in laboratorio per la
lavorazione - erano fantastiche. La fucina dei pettegolezzi di Hollywood
cominciò a sfornare previsioni premature di nomination al premio Oscar.
  CAPITOLO 6.
UN fruscio sull’erba strappò Zack alle sue fantasticherie; si diede un’occhiata
alle spalle e vide Tommy Newton avvicinarsi a lui nella luce del crepuscolo
che andava infittendosi. «La troupe sta facendo l’intervallo per la cena e nella
scuderia tutto è pronto», disse.
Zack si tirò in piedi. «Bene. Controllerò.» Lo aveva già fatto
quella mattina di buon’ora, ma non si fidava di lasciare alcunché
al caso; inoltre, avrebbe avuto una scusa per evitare di socializzare
con gli altri ancora per un po’. «Questa sera, non faremo
una prova», aggiunse. «Cercheremo di ottenere una ripresa direttamente
dall’inizio.»
Tommy annuì. «Farò girare la voce.»
Nella scuderia Zack studiò lo sfondo per l’ultima scena importante. Nei mesi
precedenti, la storia aveva preso vita davanti alle cineprese, più emozionante
e piena di suspense di quanto avrebbe potuto immaginare: la storia di una
donna presa tra l’amore per la figlia e il magnate distratto che aveva sposato,
e il suo appassionato coinvolgimento con un avvenente pusillanime, il cui
bisogno di lei era diventato una pericolosa ossessione. Zack aveva
interpretato la parte del marito apparentemente noncurante, un uomo il cui
impero finanziario stava franando e che prendeva in considerazione di fare un
accordo con dei trafficanti di droga, piuttosto che vedere private del loro
tenore di vita la moglie e la figlia. Emily McDaniels era la figlia adolescente
cui non importava nulla del lusso che le procuravano i genitori, e che
desiderava soltanto più interesse e attenzione da loro. La trama era
drammatica, ma ciò che distingueva la storia era la profondità e la ricchezza
dei ritratti dei protagonisti, l’analisi della natura umana e dei suoi bisogni,
delle sue debolezze e della sua forza. Non c’erano cattivi in Destino; ogni
personaggio era descritto in un modo che Zack sapeva avrebbe avuto un
potente effetto emotivo sul pubblico.
La maggior parte delle scene erano state girate non in sequenza come era la
norma, ma, per questioni logistiche, le ultime due scene che stavano per
essere filmate erano realmente le ultime due del film. In quella che stavano
per girare, Rachel incontrava il suo amante nella scuderia, dove erano
avvenuti molti dei loro passati appuntamenti. Costretta a incontrarlo «solo
un’altra volta» perché lui l’ha minacciata di rivelare la loro relazione al
marito e alla figlia se si fosse rifiutata. Rachel nasconde una pistola che
intende usare per spaventarlo, tanto da farlo fuggire. Quando lui tenta di
costringerla a un rapporto sessuale, lo minaccia con la pistola e, nella lotta
che segue, restano entrambi feriti. La scena doveva essere violentemente
sensuale, ed era compito di Zack, come regista, assicurarsi che fosse molto
sensuale, e molto violenta.
Guardandosi intorno, si avviò lentamente lungo il corridoio che divideva a
metà nel senso della lunghezza la scuderia debolmente illuminata. Tutto era
esattamente come lui voleva: i cavalli erano nelle stalle lungo la parete alla
sua sinistra, le briglie e i frustini pendevano dai pioli sulla parete opposta; le
selle stavano su dei cavalletti di legno, gli arnesi per strigliare i cavalli e per
la pulizia delle stalle erano al loro posto su un tavolo appoggiato contro la
parete di fondo, fuori dalla stanza dei finimenti. Il vero punto focale della
scena, tuttavia, era quel tavolo in fondo al corridoio, accanto ad alcune balle
di fieno, dove sarebbe avvenuta la lotta finale tra i due protagonisti. Le balle
erano al posto giusto, e la pistola che sarebbe stata usata nella scena giaceva
sul tavolo, nascosta tra le bottiglie di linimento e le spazzole per la
strigliatura. In mezzo alle travi sopra di lui, una seconda cinepresa era già
puntata sulla porta a doppio battente per riprendere Emily quando fosse
entrata nella stalla dopo aver udito lo sparo, e tutte le luci erano collocate in
modo da ottenere il massimo effetto, quando fossero state accese.
Con il ginocchio, Zack spinse leggermente il tavolo a sinistra, poi spostò un
paio di bottiglie e mise il calcio della pistola in modo che si intravvedesse
dalla cinepresa, ma lo fece più per irrequietezza che per necessità. Sam
Hudgins, il direttore della fotografia, e Linda Tompkins, la scenografa,
avevano già fatto il loro solito impeccabile lavoro di tradurre le idee di Zack
per una scena in uno sfondo reale, che era perfettamente sistemato e
completo in ogni dettaglio, creando esattamente l’effetto che Zack aveva
immaginato. Improvvisamente ansioso di cominciare, e di togliersi il
pensiero di quella prova, Zack si voltò dirigendosi verso la porta, i suoi passi
che risuonavano sordi sulle piastrelle luccicanti del pavimento.
Enormi riflettori illuminavano il cortile laterale, dove la troupe stava
servendosi da un buffet, mangiando ai tavoli da picnic o seduta sull’erba.
Tommy individuò Zack non appena lui entrò nella zona illuminata, e a un suo
cenno del capo gridò: «Molto bene, gente, ancora dieci minuti, poi
cominceremo». Ci fu un movimento convulso quando i membri della troupe
si alzarono dirigendosi verso la scuderia, o andando alla tavola del buffet ad
afferrare un’altra bevanda fredda. Nello sforzo di tagliare le spese superflue
dal budget ingrossato, Zack aveva tenuto sul posto solo l’essenziale della
troupe, e rimandato tutti gli altri sulla West Coast. Anche senza aiuto extra,
Tommy Newton stava riuscendo a occuparsi di tutto con il minimo di perdita
di efficienza.
Zack lo guardò mandare il suo unico assistente alla produzione alla roulotte
di Austin. e un momento più tardi vide uscire Austin e Rachel, seguiti dal
loro parrucchiere e da un truccatore. Austin sembrava a disagio e
leggermente sofferente; Zack sperava che le costole lo stessero uccidendo.
Rachel, da parte sua, passò dritta oltre la troupe e Zack, con il capo
orgogliosamente eretto: una regina che non doveva render conto a nessuno.
Emily McDaniels camminava a lunghi passi avanti e indietro davanti al suo
vero padre, provando le battute con lui. Con le fossette alla Shirley Temple,
aveva sedici anni e sembrava ancora poco più che undicenne. Alzò gli occhi
proprio mentre Rachel le passava accanto, e il suo viso si irrigidì per
l’avversione, poi riportò di scatto lo sguardo su suo padre e continuò a
esercitarsi con le sue battute. Dal momento che inizialmente a Emily era
piaciuta molto Rachel, Zack attribuì l’improvviso cambiamento di
atteggiamento della bambina, alla lealtà verso di lui, e ne rimase
immediatamente toccato. Stava allungando la mano per prendere un panino
di roast beef dal buffet, quando la dolce voce amichevole di Diana Copeland
lo fece sussultare. «Zack?» Lui si voltò, le ciglia aggrottate per la sorpresa.
«Che cosa fai qui, questa sera? Pensavo che dovessi partire per Los Angeles
questa mattina.» Con indosso dei pantaloni corti bianchi, una maglietta
scollata rossa, e i capelli biondo rame chiusi in una treccia, appariva bella e a
disagio. «Avevo intenzione di farlo, ma quando ho sentito ciò che è accaduto
ieri sera all’albergo, ho deciso di restare nei paraggi oggi, e di essere a
disposizione questa sera.» «Perché?» chiese bruscamente Zack.
«Per due ragioni», disse Diana, tentando disperatamente di fargli capire che
era sincera. «La prima era di darti un po’ di sostegno morale, nel caso ne
avessi avuto bisogno.» «Non è così», disse Zack educatamente. «Qual è
l’altra ragione?» Diana lo guardò, guardò i suoi lineamenti splendidamente
cesellati, gli straordinari occhi color ambra che diventavano gelidi sotto le
folte ciglia nere, e si rese conto di aver dato l’impressione di compatirlo.
Intimidita dal suo sguardo fermo e dal prolungato silenzio, alla fine sbottò:
«Senti, non so come dirtelo... ma io... io penso che Rachel sia una sciocca. E
se posso fare qualcosa per aiutarti, ti prego di farmelo sapere. E, Zack», finì
con grande simpatia, «io... io lavorerò con te in qualunque momento, in
qualunque posto, in qualunque ruolo. Volevo solo che lo sapessi.» Rimase a
guardarlo, mentre la sua espressione impenetrabile si trasformava in cupo
divertimento. e in ritardo capì di aver dato, ora, l’impressione che dietro le
sue dichiarazioni di simpatia, ci fosse ambizione.
«Grazie, Diana», rispose lui con una gentilezza così solenne
che la fece sentire ancora più sciocca. «Fammi chiamare dal tuo
agente fra qualche mese, quando scritturerò gli attori per un altro
film.»
Diana rimase a guardarlo allontanarsi, i passi lunghi e sicuri,
la maglietta polo blu scuro che evidenziava le sue spalle larghe e
i pantaloni kaki che aderivano ai suoi fianchi stretti... un corpo
agile e potente di solidi nervi e di muscoli sinuosi. ma con la grazia...
lo sguardo... la fierezza distante; di un leone. L’unica cosa
che guastava l’analogia erano i suoi bei capelli folti, pensò Diana
con aria assorta. Erano così scuri, da essere quasi neri. Rossa
per l’imbarazzo e la sconfitta, si abbandonò contro l’albero alle
sue spalle e guardò Tommy, che era rimasto accanto a Zack per
quasi tutta la durata del suo discorso. «Ho proprio rovinato tutto,
vero. Tommy?»
«Direi che è stata l’interpretazione peggiore che ti abbia mai
visto fare.»
«Penserà che ciò che volevo veramente fosse una parte in uno
dei suoi film.»
«Beh, non era così?»
Diana gli lanciò un’occhiata fulminante, ma Tommy stava osservando Tony
Austin e Rachel. Dopo un momento, lei disse:
«Come può preferire Tony Austin a Zack, quella strega?» «Forse a lei piace
sentirsi necessaria», rispose Tommy. «Zack non ha bisogno di nessuno, non
veramente. Tony ha bisogno di tutti.» «Lui usa tutti», lo corresse Diana
sprezzante. «Quell’Adone biondo, in realtà è un vampiro - divora la gente, la
prosciuga, poi la getta via quando non gli serve più.» «Tu dovresti saperlo»,
disse lui, ma poi le fece scivolare un braccio confortante intorno alle spalle e
le diede una leggera stretta.
«Aveva l’abitudine di mandarmi a incontrare il suo spacciatore di droga.
Venni arrestata per possesso di stupefacenti, in una di quelle occasioni, e
quando gli telefonai dalla prigione di venire a farmi scarcerare, diventò
furioso perché ero stata colta in flagrante, e mi sbatté giù il telefono. Ero così
spaventata, che chiamai lo studio, e loro ottennero la mia scarcerazione su
cauzione, e insabbiarono il fatto. Poi, in cambio, mi addebitarono tutte le
spese legali.» «Evidentemente, lui aveva delle qualità positive, altrimenti non
ti saresti innamorata di lui.» «Avevo vent’anni. ed ero tutta impressionata
dalla celebrità, quando mi innamorai di lui», ribatté lei. «Qual è la tua
scusa?» «Crisi di mezza età?» disse lui, con un debole tentativo di umorismo.
«E’ davvero un peccato che l’ospedale lo abbia rianimato dopo
la sua ultima overdose.»
Le luci all’interno della scuderia stavano accendendosi, e lui
annuì in quella direzione. «Andiamo - lo spettacolo comincia.»
Diana gli fece scivolare il braccio intorno alla vita, e si avviarono
verso la scuderia. «Sai come dicono?» annunciò lei. «Chi la
fa, l’aspetti.»
«Già. ma l’attesa di solito è troppo lunga.»
Nella propria roulotte, Zack si spruzzò frettolosamente dell’acqua fredda sul
viso e sul petto, indossò una maglietta pulita, e uscì. Si fermò quando vide il
padre di Emily camminare avanti e indietro a lunghi passi davanti alla
roulotte di lei. «Emily è giù alla scuderia?» «No, non ancora, Zack. Il caldo la
fa soffrire da giorni», si lamentò George McDaniels. «Non avrebbe dovuto
neppure passare così tanto tempo sotto il sole. Non potrebbe restare nella
nostra roulotte dove abbiamo l’aria condizionata, finché non sarai sicuro di
aver bisogno di lei, laggiù? Voglio dire, sarai costretto a fare diverse riprese
con Radici e Austin, prima dell’entrata in scena di Emily.» In altre
circostanze, il suggerimento che un regista dovesse aspettare un membro del
cast perché desiderava languire nelle comodità, avrebbe fruttato a McDaniels
un’aspra risposta. Tuttavia, Zack aveva un debole per Emily, come la
maggior parte delle persone, così moderò la voce e disse: «Questo è fuori
questione, e tu lo sai, George. Emily fa parte della troupe. Riuscirà a
sopportare il caldo, mentre aspetta la sua entrata». «Ma... convincerò
Emily», si corresse, quando l’espressione di Zack divenne minacciosa.
Normalmente, Zack non provava che disprezzo per i genitori aggressivi degli
attori-bambini, ma il padre di Emily era diverso. Sua moglie li aveva piantati
entrambi in asso quando Emily era ancora una bambina. Un caso fortunato
aveva portato Emily all’attenzione di un produttore che aveva visto la
bambina con le fossette giocare nel parco con suo padre. Quando quello
stesso produttore aveva offerto a Emily una parte in un film, il padre aveva
lasciato il suo lavoro diurno per sorvegliarla sul set del film, e aveva
cominciato invece a lavorare di notte. McDaniels aveva pensato che lei
avesse meno probabilità di venire «corrotta» se fosse stata lasciata sola con
una babysitter di notte, piuttosto che con uno chaperon a pagamento sul set,
di giorno. Quel fatto, da solo, non avrebbe guadagnato all’uomo la simpatia
di Zack, ma era anche risaputo che lui metteva ogni centesimo che Emily
guadagnava, in un fondo fiduciario, per lei. I suoi interessi erano tutto ciò che
gli importava, e la sua vigilanza aveva dato frutti: Emily era una brava
ragazzina,fatto sorprendente per una bambina-prodigio di Hollywood. Non
scherzava con l’alcol e la droga, non passava da un uomo all’altro, era ben
educata e discreta, e tutto quello era dovuto, Zack lo sapeva, alla dedizione
senza riserve di suo padre per mantenerla tale.
Emily arrivò di corsa dietro di lui mentre si avvicinava alla scuderia, e Zack
le gridò sopra le spalle: «Metti la tua graziosa persona su quel cavallo, e
togliamoci questo pensiero». Lei lo superò di corsa, vestita con dei calzoni e
una giacca da cavallerizza che erano il suo costume «Sono pronta, se lo sei
tu, Zack», gridò, gli occhi pieni di angoscia inespressa per ciò che lui stava
per affrontare, poi scomparve dietro l’angolo dove due macchinisti
aspettavano con il cavallo che lei doveva montare per l’ultima scena.
Zack sapeva di avere poche speranze di ottenere una scena perfetta al primo
tentativo, con o senza prova, ma considerato tutto ciò che era accaduto la sera
prima, voleva togliersi quel pensiero nel minor numero possibile di riprese.
Inoltre, l’atmosfera carica tra sua moglie, il suo amante e lui, non avrebbe
fatto che peggiorare se avesse dovuto dirigere più volte la scena sessualmente
esplosiva.
Un’ombra uscì dal cespuglio vicino alla porta, e la voce accuratamente
modulata e conciliante di Austin fece fermare Zack di colpo. «Ascolta, Zack,
questa scena sarà abbastanza difficile da girare anche senza rancori tra di noi
per Rachel», disse, spostandosi alla luce. «Tu e io siamo uomini vissuti,
siamo degli adulti esperti delle cose del mondo. Comportiamoci come tali.»
Tese la mano per stringere quella di Zack.
Questi guardò con disprezzo la sua mano tesa, e poi lui. «Vai
a farti fottere.»
  CAPITOLO 7.
LA tensione, densa e rovente, incombeva come una cappa sulla scuderia
quando Zack passò accanto agli spettatori, e si diresse lungo il corridoio
verso il set illuminato. Sam Hudgins aveva già preso posto alla cinepresa al
piano terra, e Zack si fermò vicino a lui davanti a un paio di monitor collegati
agli obiettivi delle cineprese che gli permettevano di osservare esattamente
ciò che si vedeva attraverso di esse. Annuì a Tommy, e le cose cominciarono
a mettersi in moto in una sequenza familiare.
«Accendete le luci!» gridò bruscamente l’assistente alla regia. Si sentì il
rumore metallico degli interruttori che venivano fatti scattare, e le luci
gigantesche si accesero, immergendo l’area in una violenta luce bianca.
Infilando le mani nelle tasche, Zack studiò le immagini sui due monitor.
Nessuno parlava, tossiva, o si muoveva, ma lui era solo confusamente
consapevole dell’insolita calma. Per anni, aveva compensato tutto ciò che
mancava alla sua vita immergendosi totalmente nel lavoro e cancellando tutto
il resto, e ora lo faceva con uno sforzo cosciente. Per il momento, la scena
che stavano per girare era tutto ciò che importava, era il suo bambino, la sua
amante, il suo futuro, e scrutò attentamente ogni dettaglio sui due monitor,
immaginando il tutto sullo schermo di nove metri di una sala
cinematografica. Soddisfatto, Zack annuì e lanciò un’occhiata a Sani. «Come
ti sembra?» Come aveva già fatto più volte durante la giornata, il direttore
della fotografia appoggiò l’occhio alla cinepresa e disse esitante:
«Quel tavolo mi disturba un po’, Zack. Spostiamolo più vicino alle balle di
fieno».
Alle sue parole, due macchinisti entrarono in azione, si precipitarono in
avanti, afferrando il tavolo, e lo spostarono un centimetro alla volta,
osservando Sani mentre lui continuava a guardare attraverso la cinepresa,
dirigendoli con la mano alzata.
«Così va bene, proprio lì.»
Ansioso, ora, di cominciare, Zack alzò gli occhi sui cameramen in alto sulla
giraffa. «Les? Come ti sembra da lassù?» «A posto, Zack.» Zack diede
un’ultima occhiata intorno e annuì a Tommy, che fece la solita richiesta di
silenzio e attenzione, anche se il set era silenzioso come una tomba.
«Silenzio, per favore! Tutti ai propri posti. Questa non è una prova. Faremo
una ripresa al primo tentativo.» Tony e Rachel si spostarono sui rispettivi
segni sul pavimento, mentre un truccatore dava un’ultima ripassata di cipria
alla fronte sudata di Tony, e una costumista abbassava con uno strattone il
corpetto dell’abito di Rachel; Zack cominciò a fare con voce brusca il solito
riassunto della scena che stavano per filmare. «Molto bene», disse, in tono
spiccio e deciso, «conoscete la storia, e conoscete il finale. Forse riusciremo a
ottenerla al primo tentativo. Se non sarà così, la useremo come prova.» Il suo
sguardo si spostò tagliente su Rachel, ma si rivolse a lei usando il nome del
suo personaggio, come faceva abitualmente: «Johanna, tu entri nella scuderia
sapendo che Rick è appostato li dentro da qualche parte. Sai che cosa vuole
da te. Hai paura di lui, e di te stessa. Quando lui comincia a tentare di sedurti,
tu cedi, ma solo per pochi istanti - e sono istanti infuocati», terminò Zack,
decidendo che non era necessario essere specifici sul tipo di passione che si
aspettava di vedere tra lei e il suo amante nella vita reale. «Capito?» chiese.
«Molto infuocati.» «Ho capito», rispose lei. e solo un fremito dei suoi occhi
verdi tradì un lieve disagio per ciò che stava per fare davanti alla stanza piena
di gente.
Zack si voltò verso Tony. che aveva preso il suo posto in una stalla vuota.
«Tu aspetti Johanna da oltre un’ora», gli ricordò con voce tagliente. «Temi
che non verrà, e ti detesti perché la desideri così tanto. Sei ossessionato da
lei. e stai pensando di salire a casa sua a dire alla figlia, alla governante, e a
chiunque altro ascolti che è venuta a letto con te. Ti senti umiliato perché lei
ti evita, e perché sei costretto a incontrarla nelle scuderie, mentre suo marito
dorme nel suo letto. Quando lei entra qui dentro, e passa accanto alla porta di
quella stalla senza vederti, tutta la furia e l’angoscia che sono andate
accumulandosi da mesi dentro di te, esplodono. L’afferri, ma nell’istante in
cui la tocchi, la desideri di nuovo, e sei deciso a farti desiderare da lei. La
costringi a baciarti, e avverti la sua iniziale risposta. Quando lei cambia
atteggiamento e comincia a divincolarsi, sei andato troppo oltre per credere
che lei voglia che tu ti fermi. Non ci credi finché lei non afferra quella pistola
e la punta contro di te, allora diventi furioso. Perdi il controllo. Afferri la
pistola, e quando lei ti spara, sei troppo furibondo per capire che è stato
accidentalmente. Tutta la passione e l’ossessione che provavi per lei si
trasforma in furia momentanea, mentre lotti con lei per la pistola. Questa fa
fuoco un’altra volta, Rachel crolla a terra, e tu lasci cadere la pistola - sei
addolorato e spaventato quando ti rendi conto che è gravemente ferita. Senti
Emily, esiti, poi vai a pezzi.» Incapace di nascondere completamente il suo
disgusto, Zack aggiunse con voce caustica: «Pensi di potercela fare?»
«Certo», disse Austin teso, in tono sarcastico, «penso proprio di sì.» «Allora
fallo, e la finiremo con questa sciarada nauseante», disse in tono brusco Zack,
prima di riuscire a trattenersi. Rivolgendosi a Rachel, aggiunse: «Tu non hai
mai avuto intenzione di usare quella pistola su di lui. e quando questa fa
fuoco, voglio vedere che ne sei inorridita - tanto inorridita da non reagire
prontamente quando viene puntata contro di te». Senza attendere che lei
mostrasse d’aver capito le sue istruzioni, Zack si voltò verso Emily e addolcì
un po’ il tono della voce. «Emily, tu senti gli spari, ed entri qui dentro a
cavallo. Tua madre è ferita ma cosciente, e ti rendi conto che non è in fin di
vita. Vieni presa dal panico. Il suo amante sta correndo verso il suo furgone,
e tu afferri quel telefono nell’ufficio della scuderia e chiedi un’ambulanza,
poi chiami tuo padre. Tutto chiaro?» «Che cosa devo fare con Tony... voglio
dire, con Rick? Non dovrei cominciare a rincorrerlo per qualche passo, o
raccogliere la pistola come se avessi intenzione di dargli la caccia?»
Normalmente, si sarebbero occupati di tutto quello durante una prova, e Zack
si rese conto di essere stato sciocco a pensare che avrebbero potuto usare la
prova come ripresa, specialmente quando, fin dal giorno prima, si stava
trastullando con l’idea che, probabilmente, Rachel non avrebbe dovuto
sparare il primo colpo, anche se il copione lo richiedeva. Dopo una breve
esitazione, scosse il capo a Emily. «Giriamolo fino in fondo come è scritto, la
prima volta. Dopodiché, se sarà necessario, improvviseremo.» Diede
un’occhiata in giro al cast di attori e alla troupe, mentre il suo tono diventava
brusco. «Domande?» Diede loro un attimo per rispondere prima di annuire a
Tommy, e dirgli: «Giriamo».
«Spegnete l’aria condizionata», gridò Tommy, e un istante dopo il
condizionatore d’aria si spense. Il tecnico del suono si mise la cuffia, i due
cameramen si chinarono in avanti, e Zack prese posizione tra la cinepresa e i
monitor, dove poteva vederli entrambi e osservare l’azione dal vivo davanti a
lui. «Luce rossa, prego», gridò, ordinando che la luce rossa all’esterno della
scuderia venisse accesa per avvertire che la ripresa era in corso. «Telecamere
in azione». Attese la conferma verbale che le telecamere e il dispositivo del
suono stessero girando alla giusta velocità.
«Azione!» gridò dopo un momento il cameramen sulla gru.
«Azione!» gli fece eco Sani Hudgins.
«Partito!» gridò il tecnico del suono.
«Contrassegnatela», ordinò Zack, e l’assistente regista andò rapidamente
davanti alla telecamera di Sam reggendo il ciac bianco e nero che catalogava
il numero della scena che stavano girando, e il numero di riprese fatte.
«Questa è la scena numero centoventisei», annunciò, ripetendo ciò che stava
scritto sul ciac, «ripresa numero uno». Batté il ciac a beneficio dei tecnici del
montaggio che più tardi l’avrebbero usato per sincronizzare il suono con
l’azione, poi si tolse rapidamente di mezzo. «Azione!» gridò Zack.
Al momento giusto, Rachel entrò nella scuderia dalla porta laterale,
muovendosi nervosa e guardandosi intorno, il volto che era l’immagine
perfetta del terrore, dell’agitazione, e dell’inquietudine. «Rick?» chiamò con
voce tremante, esattamente come richiedeva il copione, e quando la mano del
suo amante guizzò fuori dal nascondiglio nella stalla vuota» il suo grido
soffocato fu perfetto.
In piedi accanto alla telecamera, le braccia incrociate sul petto, Zack
osservava tutto attentamente con occhi socchiusi e impersonali, ma quando
Austin cominciò a baciare e accarezzare Rachel, trascinandola giù sulle balle
di fieno, tutto andò storto. Austin era goffo e chiaramente imbarazzato.
«STOP!» gridò Zack, furioso rendendosi conto che di quel passo,
probabilmente, avrebbe dovuto guardare Austin accarezzare e baciare più
volte sua moglie. Avanzando a lunghi passi nella pozza di luce, scrutò
l’attore con uno sguardo di glaciale disprezzo. «Non la stavi baciando come
un corista inetto, nella mia stanza d’albergo, Austin. Facci vedere una piccola
ripetizione di quella scena, invece della recita da dilettante che ci stai dando
adesso.» Il viso di Austin, che era stato paragonato a quello di Robert
Redford per il suo carisma fanciullesco, divenne paonazzo. «Gesù, Zack.
perché non riesci a comportarti da adulto, in tutta questa faccenda...»
Ignorandolo, Zack si voltò verso Rachel, che lo stava guardando con ira, e
con insolita crudezza disse: «E tu... si presume che tu sia arrabbiata, non che
tu stia pensando di farti la manicure, quando lui ti maltratta».
Le due riprese successive furono molto buone, e l’intera trouPe lo sapeva, ma
entrambe le volte Zack li fermò prima ancora che Rachel potesse allungare la
mano a prendere la pistola, e fece ripetere di nuovo la scena. Lo fece in parte
perché, all’improvviso, aveva sviluppato una soddisfazione perversa nel
costringerli a compiere pubblicamente gli stessi palpamenti e carezze
adulterini che avevano fatto di lui un pubblico sciocco, ma principalmente
perché avvertiva che c’era ancora qualcosa che non andava nella scena.
«STOP!» gridò, interrompendo la quarta ripresa, e avanzando.
Austin spuntò dalle balle di fieno furioso, morendo dalla voglia di fare a
pugni, e circondando con il braccio Rachel, che finalmente aveva rivelato
abbastanza sensibilità da sentirsi imbarazzata e ugualmente furiosa. «Adesso
ascolta, sadico figlio di puttana, non c’era niente che non andasse nelle ultime
riprese. Erano perfette», sbraitò Austin, ma Zack lo ignorò, e decise di
tentare la scena nel modo che aveva pensato il giorno prima. «Stai zitto, e
ascolta», disse bruscamente. «Tenteremo questa scena in un modo diverso.
Nonostante ciò che pensava l’autore quando ha scritto questa scena, il fatto è
che quando Johanna spara al suo amante, anche se accidentalmente, perde
tutta la nostra empatia. Quell’uomo era stato ossessionato da lei,
sessualmente ed emotivamente, e lei lo ha usato per appagare i propri
bisogni, ma non ha mai avuto alcuna intenzione di lasciare suo marito per lui.
Lei deve restare ferita con quella pistola per prima, altrimenti lui diventa
l’unica vittima di questo film, e il punto essenziale di questa pellicola è che
tutti sono vittime.» Zack sentì un mormorio di sorpresa e di approvazione
dalle persone dietro le telecamere vicine all’ingresso della scuderia, ma non
gli occorreva per rinforzare il suo giudizio. Ora, sapeva di avere ragione. Lo
sapeva con lo stesso istinto viscerale che gli aveva consentito di ottenere una
nomination al premio Oscar per un film che era sembrato ordinario e
mediocre finché non l’aveva diretto lui. Rivolgendosi a Rachel e a Tony, che
appariva controvoglia impressionato dal cambiamento, disse in tono conciso:
«Un’ultima volta, e penso che ci saremo. Non dovrete far altro che invertire il
risultato della lotta originale per la pistola, così che Johanna resti ferita per
prima».
«E poi?» chiese Tony. «Che cosa devo fare dopo aver capito di averla
ferita?» Zack fece una pausa, poi disse con decisione: «Lasciale prendere il
controllo della pistola. Non avevi intenzione di ferirla, ma lei non lo capisce.
Fai un passo indietro, ma lei si è impossessata della pistola e la sta puntando
contro di te, piangendo - per se stessa e per te. Tu cominci ad allontanarti,
Rachel», disse rivolgendosi a lei, completamente assorto. «Voglio vedere dei
singhiozzi da te, poi chiudi gli occhi e premi il grilletto.» Zack indietreggiò al
suo posto. «Contrassegno...» L’assistente alla telecamera si mise davanti a
essa con il ciac.
«Scena numero centoventisei, quinta ripresa!»
«Azione!»
Quella sarebbe stata l’ultima ripresa, una ripresa perfetta - Zack lo sentiva
mentre osservava Austin afferrare Rachel e costringerla a sdraiarsi sulle balle
di fieno, divorandola con le mani e la bocca. Ora, non c’era alcun dialogo, ma
più tardi sarebbe stata inserita una musica di sottofondo, così quando Rachel
cercò a tentoni di prendere la pistola e la tenne fra loro due, Zack la incitò ad
andare avanti, spronandola a lottare con maggior foga. «Lotta!» le gridò, e in
un lampo di ironia disse con asprezza:
«Fingi che sia io!» La tattica riuscì, lei si contorse e colpì le spalle di Tony
con sincera furia, e riuscì ad afferrare la pistola. Più tardi, sarebbe stato
inserito un vero colpo di pistola, al posto del debole schiocco del proiettile a
salve nella pistola di Rachel. e Zack guardò Tony strappargliela, aspettando
il momento giusto nella loro lotta, prima di gridare: «Colpo di pistola», in
modo che Tony premesse il grilletto, sparasse il proiettile a salve, e Rachel
cadesse all’indietro afferrando il pacchetto di sangue finto nascosto accanto
alla sua spalla. Era ora! «Colpo di pistola!» gridò, e l’intero corpo di Rachel
si contrasse con violenza, mentre un colpo di pistola esplodeva come un
petardo nel fienile cavernoso, rimandato dal soffitto metallico. Tutti
raggelarono, immobilizzati all’istante dal forte colpo inaspettato, quando
avrebbe dovuto solo essere, lo schiocco del proiettile a salve contenente una
leggera carica. Rachel scivolò lentamente a terra sfuggendo alla stretta di
Tony, ma sul suo braccio non c’era sangue finto che si allargava da una finta
ferita alla spalla.
«Cosa diav...» cominciò Zack, lanciandosi in avanti. Tony era chino su di lei,
ma Zack lo spinse via. «Rachel?» disse, girandola. C’era un piccolo foro sul
suo petto, e ne colava una traccia di sangue. Il primo pensiero coerente di
Zack, mentre gridava a qualcuno di andare a chiamare l’ambulanza e i
medici, e cercava freneticamente il suo polso inesistente, fu che quella ferita
non poteva essere mortale: Rachel sanguinava appena, la ferita era più vicina
alla clavicola che al cuore, e inoltre il personale medico professionale si
trovava solo a pochi metri di distanza, a disposizione del set, come richiesto
dalla legge. Il pandemonio stava scatenandosi dappertutto; le donne
strillavano, gli uomini urlavano, e la troupe si precipitava in avanti in una
calca soffocante. «State indietro, maledizione», gridò Zack, e poiché non
riusciva a trovarle il polso, cominciò a praticarle la respirazione bocca a
bocca.
Anche tutti gli altri lo videro. Emily si mise a singhiozzare tra le braccia di
suo padre, e Zack udì la feroce imprecazione di Tony seguita da un mormorio
di parole di conforto da parte di Tommy. Diana fissava l’automobile del
coroner con il volto pallido e impietrito, e tutti gli altri stavano
semplicemente... fissandosi l’un l’altro.
Ma nessuno guardava lui, o tentava di avvicinarglisi. Nel suo stato di
stordimento, ciò sembrò un po’ strano a Zack anche se preferiva così.
Trascorse un’ora, e Zack rimase appena fuori dalle porte della scuderia, a
pochi metri di distanza da tutti gli altri, ad aspettare qualche notizia dal
gruppo di medici e di poliziotti all’interno con Rachel. Automobili della
polizia e ambulanze erano parcheggiate dappertutto sul prato e sul viale
d’accesso, le loro lugubri luci rosse e blu che giravano freneticamente nella
notte silenziosa e umida.
Rachel era morta. Lo intuiva, lo sapeva. Aveva visto la morte una volta,
prima d’allora; ricordava che aspetto avesse. Ciononostante, non riusciva a
crederci.
I poliziotti avevano già interrogato Tony e i cameramen. Ora, stavano per
interrogare tutti quelli che si trovavano lì dentro, quando era successo. Ma
non chiedevano a Zack che cosa avesse visto. Pensava, per quanto fosse in
grado di pensare razionalmente, che fosse molto strano che non volessero
parlare con lui. Sopra di lui, una luce intensa cominciò a scandagliare l’area
e Zack sentì il gemito rumoroso delle pale di elicottero. Vide la croce rosso
vivo sul fianco dell’elicottero, e il sollievo gli si diffuse dentro;
apparentemente, avrebbero aerotrasportato Rachel all’ospedale più vicino, il
che doveva certamente significare che i medici avevano stabilizzato i suoi
segni di vita. Proprio mentre quel pensiero confortante si impadroniva di lui,
vide qualcos’altro che gli fece raggelare il sangue: i poliziotti che avevano
fatto cordone intorno a tutta la zona al loro arrivo, stavano lasciando passare
una berlina scura. Nella luce dell’elicottero che stava abbassandosi, riuscì a
leggere l’emblema di fianco alla porta del guidatore: c’era scritto Coroner di
Contea.
  CAPITOLO 8.
IL giorno dopo, tutto il cast degli attori e la troupe vennero messi in
quarantena al loro albergo per essere interrogati dalla polizia. Zack passò il
tempo in uno stato di inquieto stupore, mentre la polizia si rifiutava di dargli
qualunque informazione, e i notiziari dei mezzi di comunicazione ne
riversavano un flusso costante nell’intero paese. Secondo il programma della
NBC che guardò a mezzogiorno, la pistola che aveva ucciso Rachel era stata
caricata con un proiettile esplosivo, destinato a frantumarsi e propagarsi
all’impatto, causando la totale distruzione in una vasta area del corpo invece
che attraversarlo semplicemente, motivo per cui la sua morte era stata
istantanea. Zack premette con forza il tasto del telecomando per spegnere il
televisore, poi andò in bagno e vomitò. Rachel era morta, ma nonostante il
fatto che non ci fosse stato un vero affetto nel loro matrimonio, nonostante il
fatto che lei intendesse divorziare da lui per Tony, non riusciva ad affrontare
la sua morte e il modo orribile e perverso in cui era avvenuta. Il notiziario
della ABC fece cadere una bomba verbale su di lui, quando venne annunciato
che secondo il rapporto dell’autopsia, appena rilasciato, Rachel Evans
Benedict era incinta di sei settimane.
Zack ricadde all’indietro sul divano e chiuse gli occhi, ingoiando l’amara
bile, con la sensazione di trovarsi nel mezzo di un uragano che lo facesse
girare vorticosamente. Rachel era incinta. Ma non di lui. Non andavano a
letto insieme da mesi. Con la barba lunga e incapace di mangiare, si aggirò
per la sua suite d’albergo, chiedendosi di quando in quando se anche tutti gli
altri fossero trattenuti, e se sì, perché nessuno di loro era venuto nella sua
stanza a parlare, o a commiserarlo, o a passare il tempo. Il centralino
dell’albergo era assediato dalla gente di Hollywood che tentava di
raggiungerlo, la maggior parte di essa, lo sapeva, più interessata a sentire i
particolari sporchi che a esprimere un vero dolore per la morte di Rachel. E
così si rifiutò di rispondere alle telefonate di tutti, eccetto Matt Farrell, e
passò il tempo a chiedersi chi, in nome di Dio, avesse odiato tanto Rachel da
volere la sua morte. Mentre le ore passavano, sospettò di ogni singola
persona sul set, per un’assurda ragione o l’altra, poi scartava quel sospetto e
ne cercava a tentoni un altro, perché i motivi per sospettarli erano così
assurdamente fragili.
Due giorni dopo la morte di Rachel, Zack rispose ai colpi alla porta della sua
suite, e guardò cupo i due detective alti, dal volto severo, che lo avevano
interrogato il giorno prima. «Signor Benedict», cominciò uno di loro, ma la
pazienza e la resistenza di Zack erano stati forzati oltre il limite di
sopportazione.
«Perché diavolo state sprecando il vostro tempo con me, bastardi?»
esplose. «Esigo di sapere quali progressi state facendo
nella ricerca dell’assassino di mia moglie...»
Era così infuriato che venne colto di sorpresa quando uno di
loro, che era entrato nella suite mettendosi alle sue spalle, all’improvviso
lo costrinse contro la parete con una spinta, gli afferrò
i polsi, e gli sollevò con uno strattone le mani dietro la
schiena. Zack sentì il morso gelido delle manette, nel momento
in cui l’altro diceva: «Zachary Benedict, lei è in arresto per l’uccisione
di Rachel Evans. Ha il diritto di restare in silenzio e di
avere un avvocato. Se non può permettersi un avvocato...»
   CAPITOLO 9.
«SIGNORE e signori della giuria, avete sentito le sconvolgenti
testimonianze, e compreso l’indiscutibile verità...» Alton Peterson. il
pubblico ministero, rimase perfettamente immobile, lo sguardo penetrante
che si spostava lentamente sui volti dei dodici giurati della contea di Dallas
che stavano per decidere l’esito del processo che aveva causato un olocausto
di attenzione pubblica con le sue scandalose rivelazioni di adulterio e di
assassinio tra i divi di Hollywood.
«Avete sentito le prove», ricordò Peterson alla giuria con maggior enfasi,
mentre proseguiva nella sua arringa finale, «le indiscutibili deposizioni di
dozzine di testimoni, alcuni dei quali erano addirittura amici di Zachary
Benedict. Sapete che la sera prima dell’uccisione di Rachel Evans, Zachary
Benedict la scoprì nuda tra le braccia di Anthony Austin. Sapete che Zachary
Benedict era furioso, che aggredì Austin e che dovette essere trascinato via
da lui. Avete ascoltato le deposizioni degli ospiti dell’albergo che erano nel
corridoio fuori dalla suite di Benedict, e che sentirono la discussione a voce
alta che seguì. Da questi testimoni sapete che Rachel Evans disse a Benedict
di avere intenzione di divorziare da lui e di sposare Anthony Austin. e che
intendeva ottenere la metà di tutto ciò che Benedict possedeva, con quel
divorzio. Quegli stessi testimoni hanno dichiarato che Benedict avvisò sua
moglie, e cito...» Peterson fece una pausa per dare un’occhiata agli appunti,
ma era solo per fare colpo, perché nessuno nell’aula poteva dimenticare
quella minaccia. Alzando la voce per dare enfasi, ripeté: «Ti ucciderò, prima
di permettere a te e ad Austin di avere la metà di qualsiasi cosa». Afferrando
la ringhiera che circondava il palco dei giurati, scrutò ogni volto rapito. «E la
uccise davvero, signore e signori. La uccise a sangue freddo, insieme
all’innocente bambino che portava in grembo! Voi sapete che lo ha fatto, e io
so che l’ha fatto. Ma il modo in cui l’ha fatto, rende questo crimine ancora
più rivoltante, più efferato, perché dimostra che razza di mostro spietato sia
Zachary Benedict.» Voltandosi, si mise a camminare a lunghi passi,
ricapitolando il modo in cui il crimine era accaduto, arrivando alla sua
conclusione: «Zachary Benedict non ha ucciso in un accesso d’ira non
premeditato come i vostri assassini normali. No davvero, non lui. Ha atteso
ventiquattro ore, affinché il suo prezioso film potesse essere finito, prima, e
poi ha scelto un modo di vendicarsi così strano, così spietato da disgustarmi!
Ha messo un proiettile esplosivo in una pistola, poi, all’ultimo minuto,
mentre stavano girando il finale di quel film, ha modificato il modo in cui era
stato scritto il copione, così che durante la loro finta lotta venisse colpita la
moglie, e non Anthony Austin!» Peterson fece una pausa e afferrò di nuovo
la ringhiera. «Niente di tutto questo è una congettura da parte mia. Avete
sentito le testimonianze che provano ogni parola: il pomeriggio del giorno
dell’assassinio, mentre il resto della troupe stava facendo una pausa, Zachary
Benedict andò da solo nella scuderia, apparentemente per riordinare alcune
cose sul set. Diverse persone lo videro entrare lì dentro - lo ha ammesso lui
stesso - tuttavia, nessuno della troupe è riuscito a pensare a una sola cosa che
apparisse diversa, quando tornarono sul set. Che cosa stava facendo là
dentro? Lo sapete, che cosa stava facendo! Stava sostituendo gli innocui
proiettili a salve, che un assistente alla produzione ha testimoniato di aver
messo nella pistola, con altri esplosivi. Vi ricordo ancora una volta che su
quella pistola c’erano le impronte digitali di Benedict. Le sue, e soltanto le
sue, lasciate su di essa senza dubbio per errore, dopo aver ripulito la pistola.
E, una volta ultimati i suoi preparativi, ha portato a termine l’orribile gesto, e
l’ha fatta finita come un normale assassino? No, non lui. Al contrario»,
Peterson si voltò a guardare l’imputato, e non ebbe bisogno di fingere il
disgusto e la ripugnanza che provava, mentre diceva: «Zachary Benedict
rimase accanto a un cameramen in quella scuderia, a guardare sua moglie e il
suo amante abbracciarsi, baciarsi, e accarezzarsi l’un l’altra, e li costrinse a
farlo più volte! Li fermava ogni volta che sua moglie era pronta a prendere la
pistola. Poi, quando si fu divertito abbastanza, quando si fu macabramente
vendicato a sufficienza, quando non poté più prorogare il momento richiesto
dal copione - il momento in cui sua moglie avrebbe dovuto allungare la mano
a prendere la pistola e sparare a Tony Austin - Zachary Benedict modificò il
copione!» Girando su se stesso, Peterson puntò un dito verso Zack, la voce
che echeggiava di disgusto. «Zachary Benedict è un uomo talmente corrotto
dalla ricchezza e dalla fama da credersi addirittura al di sopra e al di là di
tutte le leggi che si applicano a voi e a me. Crede che gli permetterete di
cavarsela! Guardatelo, signore e signori della giuria...» Trascinati dal
profondo tono baritonale di Peterson, ogni singolo viso dell’aula affollata si
girò all’unisono verso Zack, che stava seduto al tavolo degli imputati.
Accanto a lui, il primo avvocato difensore di Zack sibilò senza realmente
muovere le labbra:
«Dannazione, Zack, alza gli occhi a guardare la giuria!» Zack sollevò il capo,
e obbedì automaticamente, ma dubitava che qualunque cosa facesse avrebbe
cambiato qualcosa nella mente collettiva della giuria. Se Rachel si fosse
proposta di incastrarlo per il suo omicidio, non avrebbe potuto fare un lavoro
migliore nel far sì che le prove indicassero lui, di quanto potesse fare da solo.
«Guardatelo», ordinò Alton Peterson con rinnovati fervore e furia, «e vedrete
ciò che è: un uomo colpevole di omicidio di primo grado! Questo è il
verdetto, l’unico verdetto che potete emettere in questo caso, se giustizia
dev’essere fatta!» Il mattino seguente, la giuria si ritirò per discutere il
verdetto, e Zack, che era libero su cauzione di un milione di dollari, tornò alla
sua suite al Crescent, dove alternativamente considerò la possibilità di tentare
una rapida fuga in Sudamerica, o di cercare di uccidere Tony Austin. Tony
gli sembrava la persona sospetta più logica, tuttavia né gli avvocati di Zack,
né gli investigatori privati da loro assunti, erano riusciti a scoprire qualche
dannata prova contro di lui, a eccezione del fatto che aveva ancora la costosa
abitudine di far uso di droga - abitudine che avrebbe potuto soddisfare più
facilmente se Rachel fosse sopravvissuta per sposarlo, dopo aver divorziato
da Zack. Inoltre, se Zack non avesse deciso all’ultimo minuto di cambiare il
copione, sarebbe stato Tony, e non Rachel, a restare ucciso. Zack tentò di
ricordare se avesse mai accennato a Tony che non gli piaceva il finale come
era scritto, e che stava pensando di cambiarlo. Talvolta, pensava a voce alta e
chiedeva l’opinione degli altri su un’idea, senza ricordarsi di averlo fatto.
Aveva scritto degli appunti a proposito di modificare il finale sulla sua copia
della sceneggiatura, e l’aveva lasciata in giro, ma tutti i testimoni avevano
negato di saperne qualcosa.
Come una tigre in gabbia, si aggirò per tutta la suite, maledicendo il destino,
Rachel e se stesso. Esaminò con attenzione più e più volte l’arringa finale del
proprio avvocato, tentando di autoconvincersi che Arthur Handler fosse
riuscito a far recedere la giuria dal proposito di condannarlo. L’unica vera e
plausibile difesa di Handler, era stata che Zack avrebbe dovuto essere
completamente pazzo per commettere un crimine così flagrante e bizzarro,
quando sapeva che ogni briciola di prova avrebbe indicato direttamente lui.
L’idea di tentare una rapida fuga in Sudamerica per poi svanire, gli frullava
per la mente, ma era una pessima idea, e Zack lo sapeva. Tanto per
cominciare, se fosse fuggito la giuria avrebbe deciso che era colpevole anche
se avesse avuto intenzione di proscioglierlo. In secondo luogo, il suo viso era
talmente famoso, soprattutto in quel momento con tutti i servizi giornalistici
del processo, che sarebbe stato individuato nel giro di pochi minuti,
dovunque fosse andato. L’unica cosa positiva su cui poteva contare era che
Tony Austin non avrebbe mai più lavorato nel cinema, ora che tutti i suoi vizi
e le sue perversioni erano venute alla luce durante il processo, e avevano
ricevuto gli onori della cronaca. Verso il mattino del giorno dopo, quando
bussarono alla porta, la frustrazione e l’incertezza gli avevano contorto ogni
muscolo del corpo. Spalancò con violenza la porta, e si accigliò alla vista
dell’unico amico cui avesse mai creduto incondizionatamente. Zack non
aveva voluto Matt Farrell al processo, in parte perché si sentiva umiliato, e in
parte perché non voleva che la macchia che ora portava su di sé si
trasmettesse al famoso industriale. Dal momento che Matt era stato in
Europa fino al giorno prima a trattare per la compagnia che stava
acquistando, era stato facile per Zack sembrare ottimista quando il suo amico
aveva telefonato. Ora, diede un’occhiata ai lineamenti cupi dell’amico, e capì
che aveva già scoperto l’atroce verità e che evidentemente era venuto in volo
a Dallas a causa di questo.
«Non sembrare così felice di vedermi», disse in tono caustico Matt, entrando
nella suite.
«Te l’avevo detto che non c’era motivo di venire qui», ribatté Zack,
chiudendo la porta. «In questo momento la giuria è riunita.
Tutto andrà bene.»
«Nel qual caso», rispose Matt, non scoraggiato dal suo benvenuto privo di
entusiasmo, «possiamo ammazzare il tempo giocando qualche partita a
poker. O’Hara sta parcheggiando l’auto e provvedendo per le nostre stanze»,
aggiunse, riferendosi al suo autista-guardia del corpo. Si tolse il cappotto con
una scrollata, lanciò un’occhiata ai lineamenti stanchi di Zack, e allungò la
mano a prendere il telefono. «Hai un aspetto orribile», disse, mentre ordinava
che venisse mandata su nella stanza un’enorme colazione per tre.
«Di certo, questa è la mia giornata fortunata», disse O’Hara sei ore più tardi,
raccogliendo una manciata di denaro dal centro del tavolo. Uomo enorme,
con i lineamenti malconci di un pugile professionista e il fisico di un
lottatore, nascondeva la sua ansia per il futuro di Zack dietro un
atteggiamento di ottimismo allegro e chiassoso che non ingannava nessuno,
ma in qualche modo rendeva più sopportabile l’atmosfera tesa nella suite.
«Ricordami di ridurti lo stipendio», disse ironico Matt, guardando
il mucchio di denaro che andava accumulandosi accanto
ai gomiti del suo autista. «Non dovrei pagarti tanto da partecipare
a una partita con queste puntate.»
«Lo dice sempre quando batto Lei e Zack a carte», rispose allegramente
O’Hara, mescolando le carte. «E’ come ai bei tempi a
Carmel, quando lo facevamo spesso. Solo che era sempre di
sera.»
«E la vita di Zack non era in bilico...»
Quel pensiero inespresso lievitò nel pesante silenzio, interrotto dallo squillo
acuto del telefono.
Zack allungò la mano per prenderlo, ascoltò, poi si alzò. «La giuria ha
raggiunto il verdetto. Devo andare.» «Vengo con te», disse Matt.
«Prendo la macchina», si intromise O’Hara, allungando già la mano a
prendere le chiavi dell’auto nella tasca della giacca. «Non è necessario»,
disse Zack, tenendo a bada il panico. «I miei avvocati stanno venendo a
prendermi.» Aspettò finché O’-Hara non gli ebbe stretto la mano e se ne fu
andato, poi guardò Matt e si avvicinò alla scrivania. «Ho un favore da
chiederti.» Prese un documento ufficiale dal cassetto e lo porse all’amico.
«Ho fatto preparare questo, nel caso che qualcosa andasse storto. E’ una
procura che ti riconosce il totale diritto di agire nel mio interesse in
qualunque cosa che si riferisca alle mie finanze e al mio patrimonio.» Matt
Farrell abbassò lo sguardo sul documento, e il suo volto sbiancò a quella
prova che Zack evidentemente pensava esistesse almeno un cinquanta per
cento di probabilità di venire condannato per omicidio.
«E’ solo una formalità, un piano di emergenza. Sono sicuro che non dovrai
usarlo mai», mentì Zack.
«Anch’io», disse Matt, con altrettanta mancanza di sincerità. I due uomini si
guardarono l’un l’altro, quasi identici in altezza, corporatura, e sembianze, e
nell’uguale espressione orgogliosa e di finta baldanza. Mentre Zack
allungava la mano a prendere il cappotto, Matt si schiarì la gola e disse in
tono riluttante:
«Se... se avessi bisogno di usarlo, che cosa vuoi che faccia?» Guardando
nello specchio, Zack si annodò la cravatta e disse stringendosi nelle spalle,
con un debole tentativo di umorismo:
«Cerca solo di non mandarmi in rovina, questo è tutto». Un’ora più tardi,
nell’aula del tribunale, in piedi accanto ai suoi avvocati, Zack guardò
l’usciere porgere al giudice il verdetto della giuria. Come se le parole
venissero pronunciate in un tunnel lontano, sentì il giudice dire:
«...colpevole di omicidio di primo grado...»
Poi, dopo un breve dibattito per stabilire la pena, Zack udì un verdetto ancora
più atroce dell’altro. «La pena viene fissata in quarantacinque anni di carcere
da scontare nel Dipartimento di giustizia criminale del Texas, ad Amarillo...
L’istanza di libertà provvisoria viene negata sulla base del fatto che la
sentenza supera i quindici anni... il prigioniero viene quindi rimandato in
carcere...» Zack si rifiutò di trasalire; rifiutò di fare qualunque cosa eh’
potesse rivelare la verità: dentro di sé stava urlando. Rimase rigidamente
eretto, anche quando qualcuno gli afferrò i polsi, tirandoglieli con uno
strattone dietro la schiena, e chiuse con forza le manette intorno a essi.
  CAPITOLO 10.
  1993
«ATTENTA, signorina Mathison!» lo strillo d’avvertimento da parte del
ragazzo sulla sedia a rotelle giunse troppo tardi; Julie stava dribblando il
pallone da basket lungo il centro del campo, e stava ridendo mentre si girava
per effettuare il tiro, poi la sua caviglia rimase impigliata nel predellino di
una sedia a rotelle e cadde all’indietro, atterrando ignominiosamente sul
sedere. «Signorina Mathison! Signorina Mathison!» La palestra risuonò di
grida allarmate di ragazzi handicappati della classe di ginnastica che Julie
dirigeva dopo la scuola, quando i suoi normali doveri di insegnante erano
terminati. Le sedie a rotelle si radunarono intorno a lei, insieme ai ragazzi
con stampelle e apparecchi alle gambe. «Sta bene, signorina Mathison?» le
chiesero in coro. «E’ ferita, signorina Mathison?» «Certo che sono ferita», li
canzonò Julie, appoggiandosi a un gomito, e togliendosi i capelli dagli occhi.
«Il mio orgoglio è molto, molto ferito.» Willie Jenkins. l’atleta macho di
nove anni della scuola che fungeva da osservatore e da secondo allenatore,
infilò le mani in tasca, la guardò con un sorriso perplesso, e osservò con la
sua voce profonda da ranocchio: «Com’è che è ferito il suo orgoglio, quando
è atterrata sul se...» «Dipende tutto dalla prospettiva, Willie», disse
prontamente Julie, ridendo. Stava tirandosi in piedi, quando un paio di scarpe
a punta, dei calzini marroni e dei pantaloni marrone chiaro in poliestere,
entrarono nel suo campo visivo.» «Signorina Mathison!» gridò il preside,
guardando torvo le strisciate sul lucente pavimento della palestra. «Questa
non è una partita di basket. Che genere di gioco sta facendo?» Anche se ora
Julie insegnava alla terza classe della scuola elementare di Keaton, il suo
rapporto con il preside, il signor Duncan, non era migliorato granché
dall’epoca in cui lui l’aveva accusata di aver rubato il denaro per il pranzo
della classe, quindici anni prima. Benché l’integrità di Julie non fosse più in
discussione, i continui strappi alle regole della scuola per i suoi studenti,
erano una spina piantata nel suo fianco. E non solo, ma lo tormentava a morte
con le sue idee innovative, e quando lui le bocciava, lei raccoglieva sostegno
morale dal resto della città e, se necessario, aiuto finanziario dai privati
cittadini. Come risultato di una delle sue idee, la scuola elementare di Keaton
ora aveva un programma educativo e atletico destinato espressamente ai
bambini fisicamente handicappati, che lei aveva creato e che modificava di
continuo con ciò che il signor Duncan considerava una tipica e frivola
noncuranza delle sue procedure prestabilite. Non appena la signorina
Mathison aveva avviato il suo programma per handicappati, l’anno prima,
aveva proseguito con un altro obiettivo, più ambizioso, e non c’era stato
verso di fermarla: ora stava conducendo una campagna privata per eliminare
l’analfabetismo tra le donne di Keaton e nelle zone circostanti. A indurla a
questa crociata era bastato scoprire che la moglie del bidello non sapeva
leggere. Julie Mathison aveva invitato la donna a casa sua. e aveva iniziato a
insegnarle lì. ma presto era risultato che la moglie del bidello conosceva
un’altra donna che non sapeva leggere, e che quella donna ne conosceva
un’altra e così via. Nel giro di breve tempo, erano sette le donne cui
insegnare a leggere e la signorina Mathison lo aveva pregato di lasciarle
usare un’aula per le sue allieve, due volte la settimana. Quando il signor
Duncan aveva protestato ragionevolmente per l’aumento del costo dei servizi
che avrebbe comportato tenere aperta un’aula di sera, lei aveva accennato che
allora avrebbe parlato con il preside del liceo. Piuttosto che apparire come un
orco privo di cuore, quando il preside del liceo si sarebbe arreso ai suoi occhi
azzurri e al suo sorriso smagliante, il signor Duncan aveva acconsentito a
lasciarle usare la sua aula alla scuola elementare di Keaton. Poco dopo essersi
arreso su quel punto, l’irritante signorina Mathison, lanciata nella sua
crociata, aveva deciso di aver bisogno di uno speciale materiale di studio che
aiutasse ad accelerare il processo di apprendimento delle sue allieve adulte.
E, come aveva scoperto con sua perenne frustrazione, una volta che Julie
Mathison decideva irrevocabilmente di raggiungere una meta, non si fermava
finché non trovava il modo di farlo.
Era decisa a ottenere il materiale speciale che le occorreva, e il signor
Duncan era sicuro che il suo bisogno di due giorni di vacanza per andare ad
Amarillo, avesse qualcosa a che fare con la ricerca del denaro per pagarlo.
Sapeva come dato di fatto che aveva persuaso l’agiato nonno di uno dei suoi
studenti handicappati - un uomo che viveva ad Amarillo a donare dei fondi
per una parte dell’attrezzatura che occorreva per il programma degli
handicappati. Ora, il signor Duncan sospettava che avesse intenzione di
tentare di Convincere l’ignaro uomo a donare dei fondi per sostenere il suo
programma di istruzione delle donne. Quella sua particolare tendenza alla
raccolta di fondi era ciò che trovava più ripugnante, e imbarazzante. Era del
tutto priva di dignità, quando andava a «elemosinare» fondi extra facendo
appello ai cittadini agiati, o ai loro parenti. Nei quattro anni in cui alla scuola
elementare di keaton, Julie Mathison era riuscita a diventare la proverbiale
spina nel suo fianco, la sua vescica al calcagno. per questa ragione, lui era
completamente immune alla seducente immagine di sé che gli offrì quando si
alzò in piedi, e fece segno con la mano ai suoi studenti di andare nello
spogliatoio, gridando loro istruzioni per la partita della settimana successiva.
Con il volto del tutto privo du trucco, come in quel momento, e i capelli
castani lunghi fino alle spalle tirati indietro e chiusi in una coda di cavallo,
aveva l’aria di scoppiare di salute e una vitalità giovanile che aveva indotto
ingannevolmente il signor Duncan a credere che fosse dolce, graziosa, e priva
di complicazioni, quando l’aveva assunta. Tuttavia, come aveva imparato a
sue spese, l’unico lineamento su quel volto delicato che desse un vero indizio
della donna che c’era al di sotto, era in quel mento ostinato con la sua piccola
fossetta non femminile. Battendo mentalmente il piede, attese finché la sua
giovane e indisponente insegnante non ebbe finito di occuparsi della sua
squadra, si fu lisciata la tuta, e passata le dita ai lati dei capelli, prima di
degnarsi di spiegare la ragione della sua insolita visita fuori orario alla
palestra. «Ha chiamato suo fratello Ted. Ero l’unica persona, di sopra, a
rispondere al telefono», aggiunse in tono irritato. «Ha detto di riferirle che
sua madre la vuole a casa a cena alle otto, e che lui le darà l’auto di Carl per
il suo viaggio. Ha - ehm - accennato al fatto che lei andrà ad Amarillo. Non
me l’ha detto, questo, quando mi ha chiesto un permesso per ragioni
personali.» «Sì, ad Amarillo», disse Julie con uno smagliante sorriso
d’innocenza che sperava lo avrebbe distratto, ma che invece lo mise solo in
guardia.
«Ha degli amici, lassù?» chiese lui, mentre le sue sopracciglia si chiudevano
di scatto sopra l’attaccatura del naso. Julie stava andando ad Amarillo per
incontrare un facoltoso parente di uno dei suoi studenti handicappati, nella
speranza di persuaderlo a donare del denaro per il suo programma di
alfabetizzazione... e aveva la sgradevole sensazione che il signor Duncan lo
avesse già immaginato. «Starò via solo due giorni di scuola», disse evasiva.
«Ho già provveduto perché una sostituta si occupi delle mie classi.»
«Amarillo è a diverse centinaia di miglia di distanza. Deve avere delle cose
importanti da fare, lassù.» Invece di rispondere a quella velata inchiesta sullo
scopo del suo viaggio, Julie tirò su la manica della tuta, lanciò un’occhiata
all’orologio, e disse con voce affrettata, «Cielo! Sono le quattro e mezza.
Farò meglio a spicciarmi se voglio andare a casa, fare una doccia, e tornare
qui per la mia lezione delle sei.» Quando Julie emerse dall’edificio della
scuola, Willie Jenkins la stava aspettando accanto alla sua macchina, il
piccolo volto corrugato in un cupo cipiglio. «Ho sentito il signor Duncan e lei
parlare del suo viaggio ad Amarillo», annunciò con la sua voce
incredibilmente aspra che lo faceva sembrare un uomo con la laringite. «E
mi stavo chiedendo, signorina Mathison - voglio dire, otterrò di cantare,
oppure no, nella Parata d’inverno?» Julie trattenne un sorriso. Come i suoi
fratelli maggiori, Willie Jenkins poteva praticare ogni sport, e farlo bene;
veniva sempre scelto per primo in ogni squadra; era il ragazzo più popolare
delle classi inferiori, quindi gli bruciava molto di essere l’ultima scelta
quando si trattava di qualcosa che avesse a che fare con la musica. La ragione
per cui non gli veniva mai assegnata una parte cantata era che quando Willie
apriva la bocca per cantare, emetteva dei suoni che causavano un parossismo
di confuse risatine nell’intero pubblico.
«Non spetta a me decidere. Willie», disse Julie, gettando la borsa sul sedile
passeggeri della sua vecchia utilitaria Ford. «Non sono incaricata della Parata
d’inverno, quest’anno.» Lui le rivolse il sorriso malizioso e attento di un
maschio che sa, istintivamente, che una donna ha un debole per lui - e Julie
l’aveva. Le piacevano la sua vivacità, il suo coraggio, il suo spirito, e
particolarmente la sua innata gentilezza verso uno speciale ragazzo
handicappato della sua classe, di nome Johnny Everett.
«Bene», gracchiò lui, «se lo era, voglio dire, se fosse incaricata,
mi farebbe cantare?»
«Willie», disse Julie sorridendo, mentre girava la chiave dell’accensione,
«il giorno in cui avrò modo di decidere chi canterà,
tu canterai.»
«Promesso?»
Julie annuì. «Cerca di venire in chiesa, un giorno o l’altro, e te lo proverò. Ti
farò cantare nel coro dei bambini.» «I miei genitori non approvano troppe
prediche.» «Beh, ecco che cos’hai: un vero dilemma», disse Julie,
cominciando a uscire lentamente in retromarcia dal suo posto nel parcheggio
degli insegnanti, parlandogli attraverso il finestrino aperto.
«Cos’è un dilemma?»
Lei allungò una mano ad arruffargli i capelli. «Guarda sul dizionario». La
strada verso casa la portava attraverso il centro di Keaton, quattro isolati di
negozi e di uffici che formavano un quadrato intorno al vecchio e maestoso
palazzo di giustizia della contea. All’inizio, quando era arrivata a Keaton da
bambina, la piccola città texana senza viali e grattacieli - o bassifondi - le era
sembrata molto bizzarra ed estranea, ma era presto giunta ad amare le sue
strade tranquille e la sua atmosfera amichevole. Non era cambiata molto negli
ultimi quindici anni. Era pressapoco come era sempre stata: pittoresca e
curiosa, con i suoi graziosi padiglioni bianchi al centro del parco municipale
e le sue strade ammattonate circondate da negozi e da case tenute in modo
perfetto. Benché la popolazione di Keaton fosse cresciuta da tremila a
cinquemila persone, la città aveva assorbito i nuovi cittadini nel proprio stile
di vita, invece di modificarsi adattandosi al loro. La maggior parte degli
abitanti andava ancora in chiesa la domenica, gli uomini si radunavano
ancora all’Elk Club il primo venerdì di ogni mese, e la festa dell’estate
veniva ancora celebrata secondo la venerabile tradizione - sullo spiazzo
erboso della città, con la banda municipale di Keaton che suonava su un
palco che, in quelle occasioni, veniva adornato di rosso, bianco e blu. Era una
città in cui la gente si aggrappava con forza alle vecchie amicizie, alle
vecchie tradizioni, ai vecchi ricordi. Era anche una città in cui tutti sapevano
tutto di tutti.
Ormai, Julie faceva parte di tutto quello; amava il senso di sicurezza, di
appartenenza che le dava, e dall’età di undici anni aveva evitato
scrupolosamente di fare qualsiasi cosa che potesse far abbattere su di lei la
censura dei pettegolezzi. Da adolescente, usciva solo con quei pochi ragazzi
che avevano l’approvazione dei suoi genitori, e dell’intera città, e partecipava
con loro solo alle attività approvate dalla scuola e a casti raduni sociali della
chiesa. Non superava mai i limiti, e non infrangeva mai una regola del
traffico o un serio regolamento; aveva vissuto in casa dei genitori mentre
frequentava il college, e quando alla fine aveva affittato una piccola casa
nella parte nord della città. L’anno prima, l’aveva tenuta perfettamente in
ordine, e si era data come regola di non permettere a nessun maschio che non
fosse un membro della famiglia, di entrarvi dopo il calar delle tenebre. Altre
giovani donne cresciute negli anni ottanta si sarebbero irritate per simili
limitazioni, autoimposte o meno, ma non Julie. Lei aveva trovato una vera
casa, una famiglia amorevole che la rispettava e aveva fiducia in lei, e aveva
deciso che ne sarebbe stata degna per sempre. I suoi risoluti sforzi erano stati
così efficaci che, da adulta, Julie Mathison era diventata la cittadina modello
di Keaton.
Con assoluta determinazione aveva sradicato ogni traccia della piccola
monella di strada, avventata e impulsiva, che era stata. Eppure, ogni
sacrificio fatto le aveva procurato tali gratificazioni, che pensava sempre di
essere lei la fortunata. Amava lavorare con i bambini, e insegnare agli adulti
la entusiasmava. Si era ritagliata una vita perfetta. Tranne che a volte, di notte
e da sola, non riusciva a scacciare del tutto la sensazione che qualcosa non
fosse completamente giusto. Qualcosa era falso, o mancava, o era fuori posto.
Si sentiva come se si fosse creata un ruolo, e non fosse esattamente sicura di
che cosa dovesse fare in futuro. Un anno prima, quando il nuovo vicepastore,
Greg Howley, era arrivato ad aiutare il padre di Julie, lei aveva capito ciò che
avrebbe dovuto considerare molto tempo prima: aveva bisogno di un marito e
di una famiglia sua da amare, ora. Anche Greg lo pensava. Avevano parlato
di sposarsi, ma Julie aveva voluto aspettare finché non fosse stata sicura, e
ora Greg si trovava in Florida con la propria congregazione, e aspettava
ancora che lei si decidesse. I pettegoli della città, che approvavano
completamente il giovane e attraente vicepastore come marito di Julie, erano
rimasti delusi quando Greg era partito dopo Natale, il mese prima, senza
mettere un anello di fidanzamento al suo dito. Anche Julie lo approvava,
obiettivamente. Solo che a volte, a notte fonda, quando le si insinuavano quei
vaghi, inspiegabili dubbi...
  CAPITOLO 11.
APPOGGIANDO il fianco contro la cattedra, Julie sorrise alle sette donne in
età tra i venti e i sessantenni che stavano imparando a leggere. La sua anima
era già stata conquistata dalla loro determinazione, dal loro coraggio e dalla
loro serietà, e stava solo cominciando a conoscerle. Mancavano meno di
venti minuti all’ora per cui era attesa a casa dei suoi genitori per la cena, e le
dispiaceva porre fine alla lezione. Riluttante, guardò l’orologio e disse:
«Molto bene, ragazze, basta così per questa sera. Ci sono domande sul
compito per la prossima settimana, o qualcos’altro da dire?» Sette visi zelanti
si alzarono a guardarla. Rosalie Smith, di venticinque anni e madre nubile,
alzò la mano e disse timidamente:
«Noi - tutte noi -vogliamo dirle quanto significhi per noi che stia facendo
questo. Vogliamo che sappia quanto cambi le cose il fatto che lei creda in
noi. Alcune di noi», esitò e guardò Pauline Perkins, che si era unita di recente
alla classe su sollecitazione di Rosalie, «non credono che lei possa insegnarci
a leggere, ma vogliamo darle un’opportunità».
Seguendo la direzione del suo sguardo verso la donna dai capelli scuri, sui
quarant’anni, Julie disse gentilmente: «Pauline, perché pensi di non poter
imparare a leggere?» La donna si alzò in piedi, come se si rivolgesse a una
persona molto importante, e confessò con dolorosa dignità a Julie: «Mio
marito dice che se non fossi stupida, avrei imparato a leggere quando ero
piccola. I miei ragazzi dicono la stessa cosa. Dicono che sto sprecando il suo
tempo. Sono venuta qui solo perché Rosalie mi ha detto che sta imparando
molto rapidamente, e che neppure lei pensava di poterlo fare. Anch’io. Ho
detto che avrei fatto un tentativo per qualche settimana».
Le altre donne nella stanza fecero un cenno di riluttante consenso, e Julie
chiuse per un attimo gli occhi prima di confessare a loro la verità che aveva
nascosto tanti anni prima, e per sempre. «So che tutte voi potete imparare a
leggere. Lo so per il fatto che non essere in grado di leggere non ha niente a
che vedere con l’essere stupidi. Posso provarvelo.» «Come?» chiese
bruscamente Pauline.
Julie trasse un profondo respiro, e disse in tono ironico: «Lo so perché
quando arrivai a Keaton ero in quarta elementare, e non sapevo leggere bene
quanto riesce già a fare Rosalie, dopo appena qualche settimana di corso. So
come ci si sente a credere di essere troppo stupidi per imparare. Lo so come
ci si sente a brancolare lungo un corridoio e non essere capaci di leggere le
parole sulla porta della toilette. So come avete deciso di tenerlo nascosto alle
persone, così che non ridessero di voi. Io non rido di voi. Non riderò mai di
voi. Perché so anche qualcos’altro... so quanto coraggio richiede a ognuna di
voi venire qui due volte la settimana».
Le donne la guardarono a bocca aperta, poi Pauline disse: «E’ la verità? Non
sapeva leggere?» «E’ la verità», disse in tono quieto Julie, incontrando il suo
sguardo. «E’ perciò che tengo questo corso. E’ perciò che sono così decisa a
procurarvi tutti i nuovi strumenti disponibili per gli adulti che oggi vogliono
imparare a leggere. Credetemi», disse raddrizzandosi. «Troverò il modo di
procurarvi tutte queste cose, è per questo che vado ad Amarillo domani
mattina. Tutto ciò che vi chiedo, per il momento, è che abbiate un po’ di
fiducia in me. E in voi stesse.» «Ho un sacco di fiducia in lei», scherzò Peggy
Listrom, alzandosi in piedi, e raccogliendo il suo taccuino e le matite. «Ma
non so ancora riguardo a me stessa.» «Non riesco a credere che tu dica
questo», la stuzzicò Julie. «Non ti ho forse sentita vantare, all’inizio della
lezione, di essere in grado di leggere i nomi di alcune strade sui cartelli della
città, questa settimana?» Quando Peggy fece una smorfia e prese il bambino
che stava sonnecchiando sulla sedia davanti a lei, Julie diventò seria e decise
che per farle perseverare in quello stadio iniziale, era necessario un po’ di
incoraggiamento. «Prima di andarvene, forse dovreste ricordare a voi stesse
perché desideravate imparare a leggere.
Rosalie, che cosa mi dici di te?»
«E’ facile. Voglio andare in città dove c’è un sacco di lavoro, e raggiungere il
benessere, ma non posso trovare un’occupazione perché non so compilare un
modulo d’assunzione. E anche se trovassi il modo di farcela con quello, non
riuscirei lo stesso a trovare un lavoro decente a meno che non sappia
leggere.» Altre due donne concordarono con un cenno del capo, e Julie
guardò Pauline. «Pauline, perché vuoi imparare a leggere?» Lei sorrise un
po’ imbarazzata. «In un certo senso mi piacerebbe dimostrare a mio marito
che si sbaglia. Vorrei potergli tener testa almeno una volta, e provargli che
non sono stupida. E poi...» la sua voce affievolì, impacciata.
«E poi?» la spronò Julie, gentilmente.
«E poi», finì lei con un grazioso sospiro, «vorrei poter aiutare i miei ragazzi
nei compiti di scuola.» Julie guardò Debby Sue Cassidy, una donna di
trent’anni dai capelli castani lisci, luminosi occhi castani, e un contegno
tranquillo, che era stata tolta da scuola ripetutamente dai genitori itineranti,
prima di lasciarla definitivamente in quinta. Lei, in particolare, aveva colpito
Julie per il fatto che era insolitamente intelligente e, dal poco che aveva detto
nelle lezioni, molto creativi, e in grado di esprimersi piuttosto bene. Lavorava
come donna di servizio, ma aveva l’aspetto studioso di una bibliotecaria. In
tono esitante, lei ammise: «Se potessi far qualcosa, dopo aver imparato a
leggere, c’è solo una cosa che vorrei fare». «Che cosa?» chiese Julie,
ricambiando il suo sorriso.
«Non rida, ma vorrei scrivere un libro.»
«Non rido», disse Julie, gentilmente.
«Penso di poterlo fare, prima o poi. Voglio dire, ho delle buone idee per dei
racconti, e so come narrarli a voce, solo che non so metterli per iscritto. Io...
io ascolto i libri su cassetta - sa, quelle per ciechi, anche se io non lo sono.
Eppure, a volte mi sembra di esserlo. Mi sembra di trovarmi in questo tunnel
buio, solo che non c’è via d’uscita, a meno che ora, forse, ci sia. Se davvero
potrò imparare a leggere.» Quelle confessioni provocarono lo sfogo di altre
ammissioni, e Julie cominciò ad avere un’immagine chiara della vita che
quelle donne erano costrette a vivere. Nessuna di loro aveva stima di se
stessa; chiaramente, ricevevano un mucchio di angherie dagli uomini con cui
vivevano, o con cui si erano sposate, e pensavano di non meritare niente di
meglio. Quando chiuse la porta dell’aula dietro di sé, Julie era in ritardo di
dieci minuti per la cena, ed era più che mai decisa a trovare il denaro che le
occorreva per comperare il tipo di materiale che le avrebbe aiutate il più
rapidamente possibile.
  CAPITOLO 12.
L’AUTO della polizia di Ted era parcheggiata di fronte alla casa dei suoi
genitori, quando Julie la raggiunse, e Carl stava risalendo il vialetto
d’accesso, parlando con lui. La Blazer blu di Carl, che Ted aveva insistito che
lei prendesse per andare ad Amarillo invece della sua macchina meno
affidabile, era parcheggiata sulla strada, e Julie si fermò accanto a essa. I due
uomini si voltarono ad aspettarla, e anche dopo tutti quegli anni, Julie provò
una vampata d’orgoglio e di stupore per come fossero diventati alti e attraenti
i suoi fratelli, e per come fossero rimasti affettuosi e teneri con lei. «Ciao,
sorellina», disse Ted, chiudendola in un abbraccio. «Ciao», disse lei,
ricambiando l’abbraccio. «Come vanno gli affari legali?» Ted era
vicesceriffo di Keaton, ma aveva appena conseguito la laurea in legge, ed era
in attesa dei risultati degli esami per l’avvocatura.
«In modo fiorente», scherzò lui. «Ho presentato alla signora Herkowitz una
citazione per aver attraversato la strada senza badare al traffico, questo
pomeriggio. Mi ha occupato la giornata.» Nonostante il tentativo di
umorismo, nella sua voce c’era la vena di cinismo che aveva assunto negli
ultimi tre anni, dall’epoca del fallimento del suo breve matrimonio con la
figlia del cittadino più ricco di Keaton. Quell’esperienza lo aveva ferito e
indurito, e tutta la famiglia lo sapeva e ne era dispiaciuta. Carl, al contrario,
era sposato da sei mesi, ed era tutto sorrisi e ottimismo, e la strinse in un forte
abbraccio. «Sara non può venire a cena, questa sera, non è ancora guarita dal
suo raffreddore», le spiegò.
La luce del portico era accesa e Mary Mathison apparve sulla porta aperta
sotto il suo bagliore, un grembiule intorno alla vita. A eccezione di qualche
filo grigio tra i capelli scuri, e del fatto che avesse rallentato un po’ la sua
attività dall’epoca del suo attacco di cuore, era ancora una donna graziosa,
piena di vita, e fresca, come sempre. «Ragazzi», gridò, «sbrigatevi! La cena
sta diventando fredda.» Il reverendo Mathison le stava accanto, ancora alto e
dritto, ma ora portava sempre gli occhiali, e i suoi capelli erano quasi
completamente grigi. «Affrettatevi», disse, abbracciando Julie e battendo la
mano sulla spalla dei suoi figli, mentre loro si toglievano la giacca.
L’unica cosa che era cambiata nelle cene della famiglia Mathison, negli anni,
era che Mary Mathison preferiva usare la sala da Pranzo e trattare quei pasti
come occasioni speciali, ora che tutti e tre i suoi figli erano cresciuti, e
avevano una casa loro. Le cene in se stesse, tuttavia, non erano mutate; erano
ancora occasione di allegria e di compartecipazione, un momento in cui i
problemi Univano saltuariamente accennati, e venivano suggerite soluzioni.
La conversazione circolava intorno alla tavola da pranzo interno ai piatti di
roast-beef, purè di patate e verdura fresca. «Come procede la costruzione
della casa degli Addleson?» chiese a Carl il padre, non appena ebbero reso
grazie al Signore. «Non molto bene. A dire il vero, mi sta facendo diventare
matto. L’idraulico ha collegato l’acqua calda ai rubinetti dell’acqua fredda,
l’elettricista ha collegato la luce del portico all’interruttore sopra il trituratore,
così che quando giri quest’ultimo si accende la luce del portico...»
Normalmente, Julie era estremamente comprensiva con le seccature e le
tribolazioni dell’impresa di costruzioni di suo fratello, ma in quel momento,
la difficile situazione di Carl le sembrò più umoristica che angosciosa. «Dove
ha messo l’interruttore del trituratore?» lo stuzzicò.
«Herman lo ha collegato alla ventola del forno. Aveva di nuovo una delle sue
lune. Onestamente, penso che sia talmente felice di avere del lavoro che
pasticci deliberatamente le cose, in modo da poterlo far durare più a lungo.»
«In questo caso, farai meglio ad assicurarti che non colleghi l’impianto
dell’asciugatrice con qualcos’altro. Voglio dire, sarebbe un peccato se il
sindaco Addleson entrasse in casa, accendesse l’asciugatrice e facesse saltare
per aria il forno incorporato al microonde.» «Qui non si tratta assolutamente
di uno scherzo, Julie. L’avvocato del sindaco Addleson ha insistito per
inserire una penale nel contratto di costruzione. Se non avrò terminato la sua
casa per aprile, potrà costarmi centocinquanta dollari al giorno, a meno che
non ci sia una causa di forza maggiore a impedirlo.» Julie si sforzò di
mantenere la faccia seria, ma una traccia di divertimento indugiava nei suoi
occhi al pensiero del sindaco Addleson che girava di scatto l’interruttore
della luce del portico e invece sentiva avviarsi rombando il trituratore. Oltre a
essere il sindaco, Edward Addleson possedeva la banca, l’agenzia di vendita
autorizzata della Ford, e il negozio di ferramenta, come pure la maggior parte
della terra che si stendeva a ovest di Keaton.
Tutti in città sapevano di Herman Henkleman: era un elettricista
di mestiere, uno scapolo per scelta, e un eccentrico per
eredità genetica. Come suo padre, Herman viveva solo in una
piccola baracca ai margini della città, lavorava quando gli faceva
piacere, cantava quando beveva, e commentava la storia con un
vocabolario e una competenza che avrebbe fatto credito a un
professore universitario, quando era sobrio. «Non credo che si
debba preoccupare che il sindaco Addleson invochi la penale»,
disse Julie, con aria divertita. «Herman si può qualificare decisamente
una causa di forza maggiore. E’ come gli uragani e i terremoti
 imprevedibile, e incontrollabile. Tutti lo sanno.» Il momento che seguì fu
   riempito da una comprensione condivisa, anche se silenziosa, poi Carl
   sospirò e disse: «Non so che cosa gli è preso. Quando Herman non ha una
   delle sue lune è il miglior elettricista che abbia mai conosciuto. Volevo
   dargli un’occasione per rimettersi in piedi con un po’ di denaro in tasca, e
   immaginavo che si sarebbe comportato bene». «Il sindaco Addleson non
  ti farà causa se sarai in ritardo di qualche giorno con la sua casa», disse il
  reverendo Mathison, le labbra curve in un sorriso di comprensione,
  servendosi del roast-beef. «E’ un uomo corretto. Sa che tu sei il miglior
  costruttore da qui a Dallas, e che gli stai facendo spendere bene il suo
  denaro.» «Hai ragione», convenne Carl. «Parliamo di qualcosa di più
  allegro. Julie, sei stata evasiva per settimane. Ora, di’ la verità: hai
  intenzione di sposare Greg, oppure no?» «Oh!» disse lei. «Beh, io... noi...»
  Tutta la famiglia la guardò divertita, mentre lei cominciava a risistemare le
  posate d’argento accanto al piatto, e poi girava con attenzione la ciotola
  del purè in modo che il disegno si trovasse esattamente al centro. Ted
  scoppiò a ridere, e lei si interruppe di colpo, arrossendo. Fin da quando era
  bambina, ogni volta che si sentiva insicura o preoccupata, veniva colta
  dall’improvviso e irresistibile impulso di raddrizzare gli oggetti e di
  metterli in perfetto ordine, sia che l’oggetto fossero gli armadi della sua
  camera da letto, quelli della cucina, o il vasellame. Fece loro una smorfia
  imbarazzata:
«Penso di sì, un giorno o l’altro».
Ci stava ancora pensando quando loro tre lasciarono la casa, e lungo il
marciapiede giunse Herman Henkleman, il cappello in mano, e l’aria
imbarazzata e contrita. A settant’anni, era alto e sparuto, ma quando
raddrizzava le spalle, come faceva in quel momento, c’era in lui una dignità
che stringeva il cuore di Julie. «Sera a tutti», disse al gruppo radunato sotto il
portico d’ingresso. poi si rivolse a Carl e disse: «So di non lavorare più per
gli Addleson, Carl, ma speravo solo che mi lasciassi aggiustare il lavoro che
ho pasticciato. E’ tutto ciò che ti chiedo. Non voglio essere pagato o altro, ma
ti ho deluso, e vorrei rimediare nel miglior modo possibile».
«Herman, mi dispiace, ma non posso...»
L’uomo più anziano alzò una mano, una mano dalle dita lunghe e
sorprendentemente aristocratica. «Carl, non c’è nessuno, tranne me, che
possa capire tutto quello che ho pasticciato là. Non sono stato bene per tutta
la settimana, solo che non volevo dirti niente perché temevo che avresti
pensato che ero vecchio e debole, e che mi avresti tolto il lavoro.» Carl esitò,
e Julie e Ted, con delicatezza, gli diedero l’opportunità di cedere alla
compassione in privato. Dopo averli salutati, si avviarono alla Blazer di Carl.
«C’è un rigido vento da nord in direzione del confine», disse Ted,
rabbrividendo leggermente nella sua giacca leggera. «Se si mette a nevicare
lassù, sarai contenta di avere la trazione sulle quattro ruote. Avrei preferito
che Carl non avesse avuto bisogno del telefono del suo fuoristrada. Mi sarei
sentito meglio se avesse potuto lasciarlo sulla Blazer.» «Starò bene», promise
Julie allegramente, stampandogli un bacio sulla guancia. Lo guardò nello
specchietto retrovisore, mentre si allontanava con la macchina. Lui rimase sul
marciapiede con le mani in tasca, un uomo biondo, alto, snello e attraente,
con un’espressione tetra e sconsolata sul viso. Era la stessa espressione che
gli aveva visto spesso dal momento del suo divorzio da Katherine Canili.
Katherine era stata la sua migliore amica, e lo era ancora, anche se adesso si
era trasferita a Dallas. né Katherine, né Ted parlavano male l’uno dell’altra a
Julie, e lei non riusciva a capire perché due persone che lei amava così tanto,
non potessero amarsi l’un l’altra.
Scacciando quel pensiero deprimente, Julie rivolse la sua attenzione al
viaggio dell’indomani ad Amarillo. Si augurava che non nevicasse.
«Ehi, Zack», il sussurro era quasi impercettibile. «Che cosa farai, se si
metterà a nevicare dopodomani, come ha detto il bollettino metereologico?»
Dominic Sandini si affacciò dalla cuccetta in alto, a guardare l’uomo disteso
su quella sotto di lui che fissava il soffitto. «Zack, mi hai sentito?» aggiunse
in un sussurro più forte.
Strappando la mente all’incessante pensiero della sua fuga imminente, e dei
rischi a essa associati, Zack voltò lentamente il capo e guardò il trentenne
coriaceo dalla carnagione olivastra che condivideva la sua cella nel
penitenziario di stato di Amarillo, e che era al corrente dei suoi piani di fuga
perché ne faceva parte. Lo zio di Dominic - un allibratore in pensione, stando
alle informazioni ottenute nella biblioteca della prigione, con presunti
collegamenti con la mafia di Las Vegas - era una parte importante di quegli
stessi piani. Zack aveva pagato una fortuna a Enrico Sandini perché gli
spianasse la strada, una volta che lui fosse evaso. Lo aveva fatto su
assicurazione di Sandini che suo zio era un uomo d’onore, ma in realtà non
aveva alcun modo di sapere, ancora per qualche ora, se il denaro che aveva
incaricato Matt Farrell di trasferire sul conto della banca svizzera di Sandini,
gli stesse effettivamente servendo a qualcosa. «Me la caverò», disse in tono
piatto.
«Bene, quando te la caverai, non dimenticare che mi devi dieci dollari.
Abbiamo fatto quella scommessa sulla partita dei Bears, l’anno scorso, e hai
perso, ricordi?» «Ti pagherò, quando uscirò di qui.» Nel caso che qualcuno
ascoltasse. Zack aggiunse: «Prima o poi».
Con un sogghigno di cospirazione, Sandini si appoggiò all’indietro. fece
scivolare i pollici sotto il lembo della lettera che aveva ricevuto quel mattino,
incrociò le gambe alle caviglie, e cadde in silenzio, leggendo.
Dieci sporchi dollari... pensò Zack torvo, ricordando quando era solito
distribuire mance di dieci dollari a commessi e fattorini con indifferenza,
come se fosse stato denaro finto. In quell’inferno in cui aveva trascorso gli
ultimi cinque anni, gli uomini si uccidevano l’un l’altro per dieci dollari.
Dieci dollari potevano comprare qualunque cosa fosse disponibile, come una
manciata di sigarette di marijuana, o una di anfetamine e di barbiturici, e
riviste che soddisfacevano ogni tipo di perversione. Di solito, cercava di non
pensare mai al modo in cui viveva una volta; rendeva ancora più
insopportabile quella cella di tre metri e mezzo Per quattro e mezzo, con un
lavandino, una toilette, e due brande, ma ora che era deciso a fuggire o a
morire nel tentativo, voleva ricordarlo. Questo avrebbe rafforzato la sua
decisione di attuare la fuga, a qualunque costo e rischio. Voleva ricordare il
furore provato quel primo giorno, quando la porta della cella si era chiusa con
fragore, e il giorno successivo, quando una banda di criminali lo aveva
circondato nel cortile della prigione, provocandolo:
«Andiamo, divo del cinema, mostraci come hai vinto tutte quelle scazzottate
nei film». Era stata pura furia, cieca e irrazionale, che lo aveva spinto a
scontrarsi con il più grosso del gruppo, furia e un inconscio desiderio di porre
fine alla sua vita subito, il più rapidamente possibile, ma non prima di aver
dato una lezione ai suoi torturatori. E ne diede molte, quel giorno. Era in
buona forma, e tutte quelle mosse imparate per le false zuffe nei suoi ruoli da
«duro», non erano andate sprecate. Quando la mischia era stata sedata, Zack
aveva tre costole rotte e un rene ammaccato, ma due dei suoi avversari
sembravano ridotti molto peggio.
Il suo trionfo lo aveva spedito in isolamento per una settimana, ma nessuno
fece più il furbo con lui, dopo quel fatto. Si sparse la voce che era un
maniaco, e anche i peggiori criminali gli giravano alla larga. Quell’episodio
gli guadagnò anche un certo grado di rispetto. Gli erano occorsi tre anni per
aprire gli occhi e capire che la strada più facile era di diventare un «affidato»,
il che significava comportarsi bene e stare al gioco come un bravo soldatino.
E lo aveva fatto, era anche arrivato a provare simpatia per alcuni dei
carcerati, ma, in tutti quegli anni, non aveva mai conosciuto pace. Questa
avrebbe potuto venire solo accettando il suo destino, e non una volta, durante
la sua lunga carcerazione, neppure per un attimo, era stato capace di fare ciò
che veniva consigliato ai detenuti: lui non riusciva ad accettare la sua
reclusione e a rassegnarsi semplicemente a passare il tempo lì dentro. Doveva
uscire di lì, prima di diventare pazzo. Il suo piano era ben congegnato: ogni
mercoledì il direttore Hadley, che gestiva la prigione come il suo personale
Stalag 17, presenziava a una riunione della comunità ad Amarillo; Zack era il
suo autista e Sandini il suo fattorino. Quel giorno era mercoledì, e tutto ciò
che serviva a Zack per riuscire nella sua fuga lo attendeva ad Amarillo, ma
all’ultimo minuto, Hitadley, che era l’oratore di spicco quella settimana,
aveva detto a Zack che l’incontro era stato spostato a venerdì. Zack strinse le
mandibole. Se non fosse stato per quel rinvio, sarebbe già stato libero. O
morto. Ora, doveva aspettare altri due giorni per attuare la sua fuga, e non
sapeva come avrebbe potuto sopportare l’ansia.
Chiudendo gli occhi, ripassò di nuovo il piano. Era pieno di trabocchetti, ma
Dominic Sandini era degno di fiducia, così aveva trovato aiuto all’interno
della prigione. Di ogni cosa all’esterno, apparentemente se ne occupava
Enrico Sandini: denaro, trasporto, e una nuova identità. Dopodiché, il resto
toccava a Zack. A quel punto, ciò che lo preoccupava di più, erano le cose
che non poteva prevedere con esattezza o calcolare, come il tempo e
l’ubicazione di possibili blocchi stradali. Il rischio era enorme, ma non aveva
importanza. Non veramente. Aveva solo due scelte: restare in quell’inferno e
lasciare che distruggesse ciò che restava della sua mente, oppure fuggire e
rischiare la possibilità di venire ucciso mentre tentavano di catturarlo. Per
quanto lo riguardava, essere ucciso era di gran lunga preferibile a marcire lì
dentro.
Anche se fosse riuscito nella sua fuga, sapeva che non avrebbero mai smesso
di dargli la caccia. Per il resto della sua vita - probabilmente, della sua breve
vita - non avrebbe mai potuto rilassarsi o smettere di guardarsi alle spalle,
qualunque parte del mondo fosse riuscito a raggiungere. Ne valeva la pena.
Qualunque cosa ne valeva la pena.
«Accidenti!» Il grido entusiastico di Sandini scosse Zack dalla
preoccupazione per i suoi piani di fuga. «Gina sta per sposarsi!» Agitò la
lettera che stava leggendo, e quando Zack girò solo il capo per dargli
un’occhiata assente, disse ad alta voce: «Zack, hai sentito che cosa ho detto?
Mia sorella Gina si sposa tra due settimane! Sposa Guido Dorelli».
«E’ una buona scelta», disse Zack caustico, «dal momento che è lui ad averla
messa incinta.» «Già, ma come ti ho detto, la mamma non voleva
lasciarglielo sposare.» «Perché è uno strozzino», dedusse Zack, dopo una
breve pausa per ricordare ciò che sapeva di Guido.
«Diavolo, no. Voglio dire, un uomo deve guadagnarsi da vivere, la mamma
lo capisce questo. Guido presta solo il denaro alle Persone che ne hanno
bisogno, questo è tutto.» «E se non possono restituirglielo, gli spezza le
gambe.» Zack vide la faccia di Sandini allungarsi, e rimpianse all’istante il
suo sarcasmo. Nonostante il fatto che Sandini avesse rubato ventisei
automobili, e fosse stato arrestato sedici volte prima di compiere i ventotto
anni, c’era qualcosa di innocente nel piccolo e smilzo italiano, che
accattivava la simpatia. Come Zack, era un affidato, ma la sua pena detentiva
sarebbe terminata nel giro di altre quattro settimane. Sandini era un demonio
di impudenza, sempre pronto a una scazzottata, ed era profondamente leale
con Zack, di cui amava molto i film. Aveva una famiglia numerosa e
pittoresca che veniva a trovarlo in prigione con regolarità, nei giorni di visita.
Quando avevano saputo che Zack era il suo compagno di cella, ne avevano
provato soggezione, ma quando avevano scoperto che nessuno andava mai a
trovarlo avevano dimenticato chi fosse, e lo avevano adottato come un
parente stretto. Zack voleva essere lasciato solo, ma più aveva tentato di
escluderli, più loro lo avevano incluso ostinatamente nel loro gruppo allegro
e affettuoso. Prima di rendersi conto di come fosse accaduto, si ritrovò a
essere abbracciato e baciato dalla rotonda mamma Sandini, e dalle sorelle e
dai cugini di Dominic. Seduto su una panca del cortile affollato della
prigione, aveva guardato un piccolo e paffuto Sandini fare i primi, incerti
passi, e tendergli le braccia, non a uno dei Sandini, ma a lui, in cerca di aiuto.
Lo avviluppavano nel loro calore, e quando se ne andavano, gli mandavano
dei biscotti italiani e del salame puzzolente avvolto in una carta marrone
macchiata di grasso, due volte al mese, con perfetta regolarità, proprio come
li mandavano a Dominic. La mamma di Sandini inviava a Zack gli auguri
per il compleanno, e lo rimproverava di essere troppo magro. E nelle rare
occasioni in cui a Zack veniva davvero voglia di ridere, invariabilmente
Sandini ne era la causa. Per qualche strano motivo, si sentiva più vicino a
Sandini e alla sua famiglia, di quanto non lo fosse mai stato alla propria.
Tentando di annullare la sua ultima, dannata osservazione sul futuro cognato
di Sandini, Zack disse con ammirevole solennità:
«Ora che ci penso, le banche non sono molto meglio. Loro gettano sulla
strada le vedove e gli orfani, quando non possono pagare». «Esattamente!»
disse Sandini, annuendo con forza, ritrovando il buonumore.
Rendendosi conto che era un sollievo accantonare la sua angosciosa
preoccupazione sulle eventualità che non poteva controllare nei suoi piani di
fuga, Zack si concentrò sulle notizie di Sandini, e disse: «Se tua madre non fa
obiezioni per la professione di Guido, e per i suoi trascorsi in galera, perché
non voleva permettere a Gina di sposarlo?» «Te l’ho detto, Zack». disse
Sandini, in tono grave. «Guido si era già sposato - in chiesa - e ora è
divorziato, quindi è scomunicato.» Impassibile, Zack disse: «Giusto. Me
n’ero dimenticato».
Sandini tornò alla sua lettera. «Gina ti manda i suoi saluti. E
anche la mamma. Lei dice che non le scrivi abbastanza, e che
non mangi a sufficienza.»
Zack guardò l’orologio di plastica che gli consentivano di portare,
e si tirò in piedi. «Alza il sedere. Sandini. E’ ora di un altro
controllo dei detenuti.»
   CAPITOLO 13.
LE anziane vicine di Julie, le gemelle Eldridge, erano sedute sul dondolo
sotto il portico d’ingresso di casa, posizione privilegiata che consentiva loro
di controllare le attività della maggior parte dei loro vicini per un tratto di
quattro isolati lungo la Elm Street. In quel momento, le due zitelle stavano
osservando Julie gettare la sua borsa da viaggio sul sedile posteriore della
Blazer. «Buongiorno, Julie», disse ad alta voce Flossie Eldridge, e Julie si
voltò di scatto, sorpresa di scoprire che le due anziane signore erano già
alzate, e fuori di casa, alle sei del mattino. «Buongiorno, signorina Flossie»,
disse gentilmente lei. voltandosi doverosamente verso di loro, e avviandosi
attraverso il prato umido a presentare i propri rispetti. «Buongiorno, signorina
Ada.» Benché fossero sui settantacinque anni, le due donne si somigliavano
ancora in modo notevole, somiglianza che veniva accentuata dalla loro
abitudine di portare abiti uguali. Tuttavia, la loro somiglianza finiva lì. perché
Flossie Eldridge era grassoccia, dolce, docile, e allegra, mentre sua sorella
era magra, scontrosa, dominatrice, e ficcanaso. I pettegolezzi dicevano che da
giovane la signorina Flossie fosse stata innamorata di Herman Henkleman,
ma che la signorina Ada avesse intralciato i progetti matrimoniali della
coppia convincendo la sua remissiva sorella che Herman, più giovane di
Flossie di diversi anni, era interessato solo alla sua parte della loro modesta
eredità, e che avrebbe sperperato tutto bevendo, trasformandola inoltre nello
zimbello della città.
«E’ una bella giornata», aggiunse la signorina Flossie, stringendosi addosso
lo scialle per ripararsi dall’aria frizzante di gennaio. «Queste miti giornate
che capitano di quando in quando, di sicuro fanno sembrare l’inverno più
breve e più clemente, non credi, Julie?» Prima che lei potesse rispondere,
Ada Eldridge andò direttamente a ciò che più la interessava: «Vai via di
nuovo, Julie? Sei tornata solo una settimana fa».
«Starò via solo un paio di giorni.»
«Un altro viaggio di lavoro, o è per piacere, questa volta?» insistette Ada.
«Una specie di viaggio di lavoro». Ada inarcò un sopracciglio, chiedendo
silenziosamente ulteriori informazioni, e Julie si arrese, piuttosto che essere
sgarbata. «Vado ad Amarillo a discutere con un signore di una donazione di
denaro per un programma scolastico.» Ada annuì, digerendo l’informazione.
«Ho sentito che tuo fratello ha dei problemi a finire la casa del sindaco
Addleson. Avrebbe dovuto avere tanto buon senso da non assumere Herman
Henkleman. Quell’uomo è un completo buono a nulla.» Frenando l’impulso
di lanciare un’occhiata alla signorina Flossie per vedere come reagiva a
quella condanna del suo presunto antico innamorato, Julie disse ad Ada:
«Carl è il migliore costruttore da qui a Dallas. ed è perciò che l’architetto del
sindaco Addleson ho ha scelto. In quella casa, tutto dev’essere costruito su
misura. Ci vuole tempo e pazienza». Ada aprì la bocca per continuare la sua
indagine, ma Julie la prevenì lanciando un’occhiata all’orologio e dicendo in
fretta: «E’ meglio che mi avvii. E’ un lungo viaggio, fino ad Amarillo.
arrivederci signorina Flossie, signorina Ada».
«Stai attenta», l’ammonì la signorina Flossie. «Ho sentito che domani e
dopodomani dovrebbe passare un fronte freddo qui, in arrivo dai paraggi di
Amarillo. C’è un mucchio di neve lassù, al confine. Non vorrai rimanere
presa in una tormenta, adesso.» Julie sorrise con affetto alla gemella paffuta.
«Non si preoccupi. Ho la Blazer di Carl. Inoltre, le previsioni del tempo
dicono che c’è solo un venti per cento di probabilità che nevichi, lassù.» Le
due anziane signore guardarono uscire in retromarcia la Blazer dal vialetto
d’accesso, poi la signorina Flossie fece un piccolo sospiro malinconico:
«Julie conduce una vita così avventurosa. E’ andata a Parigi, in Francia, con
tutti quegli insegnanti, l’estate scorsa, ed è stata al Grand Canyon, l’anno
prima. Beh, viaggia in continuazione».
«Così fanno i vagabondi», disse Ada, in tono acido. «Se vuoi saperlo,
dovrebbe stare a casa e sposare il vicepastore, che è innamorato di lei, mentre
ne ha ancora l’opportunità.» Piuttosto che affrontare l’inutile supplizio di un
confronto verbale con la decisa sorella, Flossie fece ciò che faceva sempre:
cambiò semplicemente argomento. «Il reverendo e la signora Mathison
devono essere molto orgogliosi di tutti i loro figli.» «Non lo sarebbero, se
scoprissero che il loro Ted passa metà della notte con quella ragazza con cui
va in giro adesso. Irma Bauder ha detto di non aver sentito allontanarsi la sua
macchina fino a quasi le quattro del mattino, due notti fa.» L’espressione di
Flossie divenne sognante. «Oh, ma, Ada, possono avere molte cose di cui
parlare. Scommetto che sono già innamorati!» «Sono in calore!» ribatté
bruscamente Ada. «E tu sei ancora una stupida romantica, proprio come tua
mamma. Papà lo diceva sempre».
«Era anche tua mamma, Ada», le fece notare con cautela Flossie.
«Ma io sono come papà. Non sono per nulla come lei.» «E’ morta quando
eravamo bambine, quindi non puoi esserne sicura.» «Lo sono, perché papà lo
diceva sempre. Diceva che tu eri una sciocca, come lei. e che io ero forte,
come lui. E’ esattamente per questo motivo che mi ha dato il controllo del
suo patrimonio, se ricordi - perché non poteva contare che tu badassi a te
stessa, così ho dovuto badare io a tutte e due.» Flossie si morsicò il labbro,
poi cautamente cambiò argomento. «Quella del sindaco Addleson diventerà
una casa modello.
Ho sentito dire che avrà l’ascensore.»
Ada appoggiò il piede contro il portico, e diede al dondolo una spinta
rabbiosa, che lo fece oscillare e scricchiolare. «Con Herman Henkleman sul
posto, il sindaco sarà fortunato se il suo ascensore non sarà collegato al
gabinetto!» ribatté con pungente disprezzo. «Quell’uomo è un buono a nulla
senza speranza, proprio come lo era suo padre, e anche il padre di suo padre.
Te l’avevo detto che sarebbe stato così.» Flossie abbassò gli occhi sulle
piccole mani grassocce appoggiate sul grembo, e non disse nulla.
  CAPITOLO 14.
ZACK era in piedi davanti a un piccolo specchio per farsi la barba sopra il
lavandino delle docce, e fissava la sua immagine riflessa senza vederla,
cercando di dirsi che Hadley non avrebbe cambiato di nuovo programma quel
giorno, quando Sandini entrò frettolosamente nella stanza con un’espressione
di eccitazione repressa sul viso, e lanciò una cauta occhiata sopra le spalle nel
corridoio dietro di lui. Soddisfatto che non ci fosse nessuno nascosto a spiare,
Sandini gli si avvicinò e disse in un animato sussurro:
«Hadley ha mandato a dire di voler partire per Amarillo alle tre! Ci siamo!»
La tensione e l’impazienza stavano divorando vivo Zack da così tanto tempo,
che lui riuscì a malapena a realizzare che il momento decisivo era davvero
arrivato: due lunghi anni passati a fingere di andare d’accordo con il sistema,
di essere diventato un detenuto modello in modo che potessero nominarlo
affidato con tutte le libertà conseguenti - tutti i mesi di programmi e di
pianificazioni - stavano finalmente dando dei risultati. Nel giro di poche ore,
se il ritardo non aveva causato danni irreparabili ai suoi piani, sarebbe stato in
viaggio su una macchina a noleggio, con una nuova identità, un itinerario
minuziosamente pianificato, e dei biglietti aerei che avrebbero condotto le
autorità a un’inutile caccia.
Al lavandino accanto a lui, Sandini disse: «Gesù, vorrei poter venire con te.
Mi piacerebbe davvero essere presente al matrimonio di Gina!» Zack si chinò
e si spruzzò dell’acqua sul viso, ma sentì l’eccitazione trattenuta nella voce di
Sandini, e questo lo spaventò a morte. «Non pensarci neppure! Sarai fuori di
qui nel giro di quattro settimane», aggiunse, afferrando con uno strattone un
asciugamano dall’attaccapanni.
«Già», disse lui. «Hai ragione. Su, prendi questo», aggiunse, tendendogli la
mano.
«Che cos’è?» chiese Zack, asciugandosi il viso. Gettò l’asciugamano a terra,
e guardò il pezzo di carta nella mano di Sandini. «Questi sono l’indirizzo e il
numero di telefono della mamma. Se le cose non dovessero funzionare come
dovrebbero, muovi il sedere e vai da lei, e lei ti porterà da mio zio. Lui ha
delle conoscenze dappertutto», si vantò. «So che hai avuto dei dubbi sul fatto
che lui mantenesse la parola con te, ma fra poche ore, vedrai che tutto ti sta
aspettando ad Amarillo, proprio come volevi. E’ un tipo fantastico»,
aggiunse con orgoglio Sandini.
Zack si abbassò distrattamente le maniche della camicia bianca
di cotone grezzo della prigione, tentando di non pensare a
niente, ora, tranne che a prendere ogni istante come capitava,
ma le sue mani erano malferme quando cercò di abbottonare i
polsini della camicia. Si intimò di calmarsi e di concentrarsi sulla
conversazione. «C’è una cosa che volevo chiederti da molto tempo,
Dom», disse guardingo. «Se è un tipo così fantastico, e ha
così tante conoscenze, perché diavolo non si è dato da fare per
impedirti di scontare una condanna qui dentro?»
«Oh. Quello. Ho commesso uno sciocco errore e lo zio Enrico
ha pensato che dovessi imparare la lezione.»
Sandini sembrava così mortificato, che Zack alzò gli occhi a
guardarlo. «Perché?»
«Perché una delle macchine che ho rubato l’ultima volta, apparteneva
a lui.»
«Allora sei fortunato a essere ancora vivo.»
«E’ quello che ha detto lui.»
La tensione soffocò la risata di Zack.
«Lui sarà al matrimonio di Gina. Detesto davvero perdermelo». Cambiando
argomento, disse: «E’ un bene che ad Hadley piaccia che la gente ti
riconosca, quando lo accompagni in giro in macchina. Se avessi dovuto
tenere i capelli corti come il resto dei detenuti, avresti dato molto più
nell’occhio, una volta fuori.
Quel po’ di capelli in più che hai, ti...»
I due uomini sobbalzarono quando un altro affidato entrò nelle
docce, e indicò la porta con uno scatto del pollice. «Sbrigati,
Sandini», disse bruscamente. «Anche tu, Benedict. Il direttore
vuole la macchina tra cinque minuti.»
   CAPITOLO 15.
«BUONGIORNO, Benedict!», disse Hadley, quando Zack bussò alla porta
dell’abitazione del direttore del carcere, accanto ai cancelli del recinto della
prigione. «Vedo che hai l’aria cupa e sgradevole come al solito. Prima di
andare», aggiunse, «porta Hitler a fare il suo giro in cortile.» Mentre parlava,
porse a Zack un guinzaglio attaccato a un grosso Doberman.
«Non sono il suo dannato maggiordomo», scattò Zack, e un lento sorriso
soddisfatto si allargò sul volto mellifluo di Hadley. «Sei stanco di godere dei
miei benefici e della libertà di un affidato? Hai voglia di trascorrere un po’ di
tempo nella mia stanza di colloquio, Benedict?» Imprecando mentalmente
contro se stesso per aver lasciato trapelare il suo odio, in un giorno in cui
aveva così tanto da perdere, Zack si strinse nelle spalle e prese il guinzaglio.
«Non in modo particolare.» Benché Hadley fosse alto solo un metro e
settanta, aveva un ego di dimensioni gigantesche e un modo di fare garbato
che nascondeva una vena di depravazione sadica e psicopatica nota a tutti,
tranne, apparentemente, al Dipartimento di stato di correzione; qui o non si
sapeva, o non ci si curava dell’alta percentuale di mortalità attribuita alle
«zuffe tra detenuti» e ai «tentativi di fuga», in quell’istituto di pena. La
«stanza di colloquio», era l’eufemismo usato per la stanza acusticamente
isolata collegata all’ufficio di Hadley. I detenuti che incorrevano nella sua
disapprovazione, venivano portati lì scalcianti e sudati in preda a un vero
terrore, e quando la lasciavano venivano trasportati o in isolamento, o in
infermeria, o all’obitorio. Traeva un’eccitazione sadica dal far contorcere e
strisciare gli uomini; infatti, non era la buona condotta di Zack che aveva
indotto Hadley a fare di lui un affidato, era stato il suo ego. Il piccolo
direttore del carcere provava un grande piacere ad avere Zachary Benedict ai
suoi ordini, al suo servizio. Zack riteneva piacevolmente ironico che fosse
proprio l’ego di Hadley a fornirgli, alla fine, i mezzi per la fuga.
Stava per svoltare l’angolo della casa, quando Hadley gridò:
«Benedict, non dimenticare di ripulire dietro Hitler». Zack ritornò sui suoi
passi, tirando il cane ringhiante con sé, e prese la pala in miniatura che
Hadley teneva accanto alla porta d’ingresso. Si abbottonò la giacca e alzò gli
occhi al cielo; faceva freddo e il cielo appariva plumbeo. Avrebbe nevicato.
  CAPITOLO 16.
SEDUTO sul sedile posteriore della macchina, Wayne Hadley infilò gli
appunti per la sua conferenza nella cartella, poi si allentò la cravatta, allungò
le gambe, ed emise un sospiro soddisfatto guardando i due affidati sul sedile
davanti. Sandini era un piccolo imbroglione, un oriundo italiano pelle e ossa,
una nullità; l’unica ragione per cui era un affidato, era che uno dei suoi loschi
parenti aveva influenza su qualcuno del sistema, e che qualcuno aveva
mandato a dire che Dominic Sandini doveva essere un affidato. Sandini non
procurava nessun divertimento, nessuno svago o prestigio, ad Hadley; non
c’era nessun piacere a tormentarlo. Ah, ma Benedict era un’altra storia.
Benedict, il divo del cinema, il simbolo sessuale, il ricco magnate che un
tempo possedeva aerei e limousine guidate da autisti. Benedict era stato un
Pezzo grosso di livello internazionale, e ora era a completo servizio di Wayne
Hadley. C’era giustizia al mondo, pensò Hadley. Vera giustizia. E cosa più
importante, anche se Benedict tentava di nasconderlo, c’erano volte in cui
Hadley riusciva a scalfire la sua spessa scorza e farlo contorcere e agognare
ciò che non poteva avere, ma non era facile. Con quel piacevole obiettivo in
mente, Hadley si diede da fare per trovare l’argomento giusto, e decise per il
sesso. Quando la sua macchina frenò allo stop di un semaforo, vicino alla sua
destinazione, disse in amabile tono di indagine: «Scommetto che le donne ti
supplicavano per venire a letto con te, quando eri ricco e famoso, vero.
Benedict? Pensi mai alle donne, alla sensazione che davano, al profumo e al
sapore che avevano? Probabilmente, il sesso non ti piaceva poi così tanto. Se
fossi stato bravo a letto, quella bella sgualdrina bionda con cui eri sposato
non avrebbe avuto una relazione con quel tipo, Austin, non credi?» Nello
specchietto retrovisore, guardò soddisfatto mentre la mandibola di Zack si
irrigidiva leggermente, ed erroneamente dedusse che fosse stato il discorso
sul sesso a eccitarlo, non il nome di Austin. «Se dovessi mai essere rilasciato
sulla parola - e non conterei sulla mia raccomandazione, se fossi in te - dovrai
contentarti delle prostitute, quando uscirai. Le donne sono tutte sgualdrine,
ma anche le sgualdrine hanno degli scrupoli, e non amano avere degli ex
detenuti nel loro letto, lo sapevi questo?» Nonostante il desiderio di
mantenere sempre una facciata di amabile civiltà vicino alla feccia che erano
i suoi detenuti, Hadley trovava sempre difficile dominare il proprio
temperamento, e sentì che cominciava a erompere. «Rispondi alla mia
domanda, figlio di puttana, altrimenti passerai il prossimo mese in
isolamento.» Accorgendosi di aver perso il controllo, disse in tono quasi
amabile: «Scommetto che avevi il tuo autista personale nei bei tempi andati,
vero? E ora, guardati, sei il mio autista. Esiste un Dio». L’alto edificio di
vetro apparve alla loro vista, e Hadley si sedette più eretto, sistemandosi la
cravatta. «Ti sei mai chiesto che cosa ne sia stato del tuo denaro - quello che
è avanzato, dopo che hai pagato i tuoi avvocati, intendo.» In risposta,
Benedict pigiò il piede sul freno e arrestò la macchina con stridore davanti
all’edificio. Imprecando sottovoce, Hadley raccolse le carte che erano
scivolate a terra, e attese invano che Zack scendesse. «Insolente figlio di
puttana! Non so che cosa ti sia preso, oggi, ma mi occuperò di te quando
torneremo indietro. Adesso sbrigati a scendere dalla macchina e ad aprirmi la
porta!» Zack scese, incurante del vento pungente che gli strappava la leggera
giacca bianca dalle spalle, ma preoccupato per la neve che cadeva fitta.
Ancora cinque minuti. e sarebbe stato in fuga. Con un beffardo suono di
fanfara, aprì di scatto la porta posteriore dell’auto, e fece un ampio gesto con
il braccio. «Riesce a scendere da solo o devo portarla?» «Mi hai seccato per
l’ultima volta», lo avvertì Hadley. scendendo e afferrando la cartella dal
sedile. «Dovrai imparare qualche lezione, quando torneremo indietro.»
Frenando la sua collera, Hadley lanciò un’occhiata a Sandini, che stava
fissando nel vuoto cercando di apparire docile e sordo. «Tu hai la lista delle
commissioni, Sandini. Falle e torna qui. Tu», ordinò a Zack, «vai in quella
drogheria dall’altra parte della strada, e trovami qualche buon formaggio
d’importazione e della frutta fresca, poi resta in macchina. Fra un’ora e
mezza, avrò finito. Tenete la macchina calda e accesa!» Senza attendere
risposta, Hadley si avviò lungo il marciapiede. Dietro di lui, i due uomini
rimasero a guardargli le spalle, aspettando che entrasse nell’edificio. «Che
cazzone». disse Sandini sottovoce, poi si voltò a Zack. «Ci siamo. Buona
fortuna.» Lanciò un’occhiata alle nuvole scure cariche di neve. «Questa ha
tutta l’aria di una vera tormenta.» Ignorando il problema del tempo, Zack
disse in fretta: «Sai che cosa fare. Non deviare dal piano e, per l’amor di Dio,
non cambiare la tua versione dei fatti. Se reciterai la tua parte esattamente
come ti ho detto, ne uscirai come un eroe, invece che come un complice».
Qualcosa nel pigro sorriso di Sandini, e nel suo atteggiamento preoccupato e
inquieto, allarmò a morte Zack. In modo chiaro e succinto, ripeté il piano che
prima di quel momento avevano solo potuto sussurrare. «Doni, fai
esattamente come abbiamo deciso. Lascia la lista della spesa di Hadley sul
pavimento della macchina. Fai le tue compere per un’ora, poi di’ alla
commessa del negozio di aver lasciato la lista in macchina, e che non sei
sicuro di aver preso tutto. Dille che devi andare a prenderla e torna qui. La
macchina sarà chiusa.» Mentre parlava, Zack prese la lista dalle mani di
Sandini, la gettò sul pavimento dal lato passeggeri, poi chiuse la porta e girò
la chiave. Con una calma interiore che non provava, prese Sandini per il
braccio e lo spinse con fermezza verso l’angolo della strada.
I camion passavano veloci mentre loro aspettavano che il semaforo
diventasse verde, poi attraversarono la strada senza fretta
 due uomini che sembravano dei normali texani - tranne che indossavano
   pantaloni e giacca bianchi con le iniziali TDC scritte in nero sulla schiena.
Mentre si avvicinavano al bordo del marciapiede, Zack continuò sottovoce:
«Quando arriverai alla macchina e scoprirai che la porta è chiusa a chiave,
vai alla drogheria dall’altra parte della strada, guardati intorno per un minuto,
poi chiedi ai commessi se hanno visto qualcuno che mi somiglia. Quando ti
diranno di no, vai alla farmacia e alla libreria, e chiedi se mi hanno visto.
Quando ti risponderanno di no, vai dritto in quell’edificio e comincia ad
aprire le porte, chiedendo dove si tiene la riunione del direttore del carcere.
Di’ a tutti che devi riferire di una probabile fuga. I commessi di tutti i negozi
in cui sei stato prima, confermeranno la tua storia, e poiché avvertirai il
direttore che sono scomparso, mezz’ora prima di quando avrebbe dovuto
uscire e scoprirlo da sé, sarà convinto che sei innocente come un bambino.
Probabilmente, deciderà di lasciarti uscire prima per partecipare al
matrimonio di Gina».
Sandini fece un largo sorriso, e rivolse allegramente il pollice all’insù
all’insegna di Zack, invece di una solenne stretta di mano che avrebbe
maggiormente attirato l’attenzione. «Smettila di preoccuparti per me, e
mettiti in moto.» Zack annuì, si voltò, poi si girò di nuovo. «Sandini?» disse,
serio.
«Sì, Zack?»
«Mi mancherai.»
«Già, lo so.»
«Salutami tua mamma. Di’ alle tue sorelle che saranno sempre le mie donne
preferite», aggiunse, poi si voltò allontanandosi rapidamente. La drogheria si
trovava all’angolo, con un ingresso rientrato sulla strada di fronte all’edificio
in cui si trovava Hadley, e un altro che dava su una strada laterale.
Sforzandosi di non deviare dal piano, Zack entrò dall’ingresso principale. Nel
caso che Hadley stesse guardandolo dall’edificio, cosa che ogni tanto faceva,
indugiò appena dentro alle porte senza essere notato, e contò lentamente fino
a trenta.
Cinque minuti dopo era a diversi isolati di distanza, la giacca della prigione
cacciata sotto il braccio, e camminava rapidamente verso la sua prima
destinazione: la toilette degli uomini nella stazione di servizio Phillips 66,
sulla Court Street. Il cuore che batteva per l’ansia e la paura, attraversò la
Court Street con il semaforo rosso lanciandosi tra un taxi e un carro attrezzi
che avevano rallentato per effettuare una svolta a destra, poi vide ciò che
stava cercando - un’anonima coupé nera parcheggiata a metà dell’isolato, con
la targa dell’Illinois. La macchina era ancora lì, anche se era arrivato con due
giorni di ritardo. Con il capo chino e le mani in tasca, rallentò a un passo
normale. La neve cominciava a cadere fitta quando superò a lunghi passi la
Corvette rossa ferma alla pompa di benzina, avviandosi direttamente alla
toilette degli uomini di fianco alla stazione. Afferrò la maniglia della porta e
la girò. Era chiusa a chiave! Resistendo all’impulso di colpire la porta con la
spalla e tentare di abbatterla, afferrò la maniglia e la scrollò con forza.
All’interno, una voce maschile arrabbiata: «Un momento, ragazzo. Uscirò fra
un attimo».
Diversi minuti più tardi, l’occupante della toilette degli uomini finalmente
uscì, spalancò di colpo la porta e diede un’occhiata all’area deserta
all’esterno dell’edificio, poi si diresse alla Corvette rossa ferma alle pompe di
benzina. Dietro di lui, Zack uscì dal riparo del cassone delle immondizie,
entrò nella toilette degli uomini, e chiuse accuratamente la porta dietro di sé,
tutta la sua attenzione concentrata sul bidone della spazzatura all’interno. Se
qualcuno lo aveva vuotato negli ultimi due giorni, la sua fortuna era finita.
Afferrandolo, lo rovesciò. Ne caddero fuori un paio di fazzoletti
di carta e delle lattine di birra. Lo scosse di nuovo, e lo liberò
da un diluvio di rifiuti, poi - proprio dal fondo - due sacche
da viaggio di nylon ruzzolarono fuori sul sudicio pavimento in linoleum
con un piacevole rumore sordo. Aprì con uno strattone
la prima sacca con una mano, e cominciò a sbottonarsi la camicia
della prigione, con l’altra. Quella sacca gli fruttò un paio di jeans
della sua taglia, un maglione nero anonimo, una comune giacca
in tessuto jeans, degli stivaletti della sua misura, e un paio di occhiali
da sole tipo aviatore. L’altra sacca conteneva una mappa
del Colorado, con il suo itinerario evidenziato in rosso, un elenco
battuto a macchina di istruzioni per la sua destinazione finale
 una casa isolata sepolta tra le montagne del Colorado - e due spesse buste
   marroni, una pistola automatica calibro 45, una scatola di proiettili, un
   coltello a serramanico e un mazzo di chiavi d’auto che sapeva sarebbero
   entrate perfettamente nell’accensione della coupé nera dall’altra parte
   della strada. Il coltello a serramanico lo sorprese. Evidentemente, Sandini
   pensava che il detenuto evaso ben vestito non dovesse esserne privo.
Scandendo mentalmente i minuti preziosi, Zack si tolse gli abiti, indossò
quelli nuovi, poi cacciò quelli vecchi in una delle sacche da viaggio, e riempì
nuovamente il bidone delle immondizie con i rifiuti presi dal pavimento.
Svanire, senza lasciare traccia o indizi su come avesse fatto, era vitale per la
sua sicurezza futura. Aprì le spesse buste e ne controllò il contenuto. La
prima conteneva venticinquemila dollari in biglietti da venti non
contrassegnati, e un passaporto a nome di Alan Aldrich; la seconda conteneva
una serie di biglietti d’aereo pagati in anticipo, in direzione di varie città,
alcuni a nome di Alan Aldrich, altri a nomi diversi che avrebbe potuto usare
quando e se le autorità avessero scoperto il nome falso che stava usando.
Mostrare il suo viso in un aeroporto, era un rischio che Zack doveva evitare
di correre, finché le cose non si fossero calmate. In quel momento stava
riponendo la maggior parte delle proprie speranze in un piano che aveva
concepito e diretto il meglio possibile dalla cella di una prigione, utilizzando
la costosa competenza di alcuni contatti di Sandini; probabilmente avevano
assunto qualcuno che potesse essere scambiato per Zack - un uomo che stava
aspettando la sua telefonata, in un albergo di Detroit. Dopo averla ricevuta,
avrebbe noleggiato una macchina a nome di Benedict Jones e avrebbe
attraversato il confine con il Canada a Windsor, più tardi, quella sera.
Se la polizia fosse caduta nel tranello, allora la massiccia caccia all’uomo si
sarebbe concentrata in Canada, non lì. lasciando a Zack la possibilità di
dirigersi in Messico, e poi in Sudamerica, quando la sua ricerca avesse
perduto in parte lo slancio. Personalmente, Zack dubitava seriamente che
quella diversione potesse funzionare a lungo, o che lui riuscisse a raggiungere
la sua destinazione prima di essere ucciso. Ma niente di tutto ciò aveva
importanza, ora. In quel momento, l’unica cosa importante era che lui fosse
momentaneamente libero, e che si trovasse in viaggio verso il confine tra il
Texas e roklahoma, novanta miglia a nord. Se fosse riuscito ad arrivare fin lì
senza essere arrestato, avrebbe potuto farcela ad attraversare la stretta striscia
di terra dell’Oklahoma. una distanza di sole trentacinque miglia, che portava
al confine con il Colorado. In quello stato, da qualche parte in alto sulle
montagne, si trovava la sua prima destinazione - una casa che, gli era stato
assicurato tanto tempo prima, avrebbe potuto usare come rifugio, tutte le
volte che avesse voluto. Fino ad allora, tutto ciò di cui si doveva preoccupare
era di attraversare il confine di due stati, e di arrivare al riparo di quella casa
senza venire notato da nessuno e, una volta lì, di tenere sotto controllo la
propria impazienza in attesa che il chiasso iniziale intorno alla sua fuga si
calmasse, in modo da potersi imbarcare nella seconda fase del suo piano.
Prese la pistola, vi cacciò dentro un intero caricatore, controllò la sicura, e la
infilò nella tasca della giacca insieme a una manciata di biglietti da venti
dollari, poi afferrò le sacche da viaggio e le chiavi della macchina e aprì la
porta. Ce l’avrebbe fatta, era sulla sua strada.
Svoltò l’angolo dell’edificio, e scese dal bordo del marciapiede, dirigendosi
verso la sua macchina, poi si fermò di colpo, momentaneamente incapace di
credere ai propri occhi. Il carro attrezzi che aveva superato quando aveva
attraversato la strada, diretto alla stazione di servizio, pochi minuti prima,
stava allontanandosi. Appesa al suo argano, c’era una coupé nera con la
targa dell’Illinois.
Per diversi secondi, Zack rimase fermo lì. a guardarla oscillare in mezzo al
traffico. Dietro di lui, sentì uno degli inservienti della stazione di servizio
gridare all’altro: «Te l’avevo detto che questa macchina era stata
abbandonata. Era lì da tre giorni». Le loro voci strapparono la mente di Zack
dalla sua temporanea paralisi. Poteva o tornare nella toilette degli uomini,
rimettersi gli abiti della prigione, lasciarsi tutto alle spalle, e tentare di
programmare tutto per un’altra volta, oppure poteva improvvisare sul
momento. La scelta, in realtà non esisteva. Non sarebbe tornato in prigione;
preferiva morire piuttosto. Una volta ricordato quello, Zack fece la sola cosa
cui riuscì a pensare - si precipitò verso l’angolo dell’edificio, cercando
l’unico altro mezzo sicuro per uscire dalla città. Un autobus stava scendendo
lungo la strada. Dopo aver afferrato un giornale da un bidone della
spazzatura, fermò l’autobus e vi salì a bordo. Tenendo il giornale davanti al
viso come se fosse intento a leggere un articolo, si avviò verso il fondo
dell’autobus lungo il corridoio fra i sedili, superando un’orda di studenti che
chiacchieravano della prossima partita di calcio. Per venti angosciosi, lenti
minuti, l’autobus si mosse pesantemente in mezzo al traffico, eruttando fumo
e passeggeri quasi a ogni angolo, poi girò a destra su una strada principale
che conduceva all’interstatale. Quando questa fu in vista, i passeggeri si
erano ridotti a una mezza dozzina di turbolenti studenti universitari, e tutti
loro si alzarono per scendere quando apparve quella che sembrava essere una
loro birreria-ristorante preferita.
Zack non aveva scelta: scese con loro dalla porta posteriore, e si avviò verso
l’incrocio a un miglio di distanza, dove sapeva che la rampa d’accesso
dell’interstatale e il raccordo autostradale si congiungevano con la strada
principale. Fare l’autostop era la sua unica scelta, e quella scelta sarebbe
andata bene al massimo per trenta minuti. Una volta che Hadley si fosse
accorto che era fuggito, ogni poliziotto nel raggio di cinquanta miglia lo
avrebbe cercato, concentrando la propria attenzione su qualunque
autostoppista sulla strada.
La neve gli si attaccava ai capelli e gli turbinava intorno ai piedi, mentre lui
chinava il capo contro il vento. Diversi camion lo superarono rombando, gli
autisti che ignoravano il suo pollice alzato, e Zack represse un presentimento
pauroso di fato avverso incombente. Il traffico era pesante sulla strada, ma
tutti avevano evidentemente fretta di raggiungere la propria destinazione
prima che si abbattesse la bufera, e non si sarebbero fermati per nulla.
All’incrocio davanti a lui c’era una stazione di servizio-bar vecchio stile con
due macchine nel grande parcheggio: una Blazer blu, e una station wagon
marrone. Portando le due sacche da viaggio, risalì la strada d’accesso e
quando superò il bar lanciò un’occhiata agli avventori attraverso la grande
vetrata frontale. C’erano una donna sola a un tavolo, e una madre con due
bambini piccoli all’altro. Imprecò sottovoce, perché entrambe le auto
appartenevano a donne, e non era probabile che raccogliessero degli
autostoppisti. Senza rallentare il passo, Zack proseguì verso la fine
dell’edificio dove erano parcheggiate le due auto, chiedendosi se le chiavi
fossero nell’accensione. Anche se ci fossero state, sapeva che era una pazzia
rubare una di quelle auto, perché avrebbe dovuto passare proprio davanti alla
vetrata frontale del caffè, per poter uscire dal parcheggio. Se lo avesse fatto,
chiunque fosse il proprietario dell’auto avrebbe telefonato alla polizia, e
descritto lui e la vettura prima che uscisse da quel dannato parcheggio. Come
se non bastasse, da lassù, potevano vedere in quale direzione sarebbe andato
sull’interstatale. Forse, avrebbe potuto indurre una delle due donne nel caffè
a dargli un passaggio, quando fosse uscita.
Se il denaro non l’avesse convinta ad acconsentire, aveva una pistola che
avrebbe potuto persuaderla. Cristo! Doveva esserci un modo migliore di
quello, per uscire di lì.
Davanti e sotto di lui, i camion passavano rombando lungo l’interstatale
provocando piccole tormente con le loro ruote. Zack diede un’occhiata
all’orologio. Era passata quasi un’ora da quando Hadley era andato alla sua
riunione. Non osava più tentare di fare l’autostop su quella strada. Sarebbe
stato visibile per un miglio, laggiù dal cavalcavia. Se Sandini aveva seguito le
istruzioni, Hadley avrebbe dato l’allarme alla polizia locale nel giro di cinque
minuti circa. Come se il suo pensiero lo avesse fatto accadere, la macchina di
uno sceriffo locale apparve all’improvviso sul cavalcavia, rallentò, poi svoltò
nel parcheggio del caffè, a cinquanta metri dal nascondiglio di Zack, andando
verso di lui.
Zack si chinò, fingendo di controllare la gomma della Blazer, Poi ebbe
un’ispirazione - forse, troppo tardi, ma forse no. Tirando fuori con uno
strattone dalla sacca da viaggio il coltello a serramanico, lo conficcò di lato
nella gomma della Blazer, piegandosi di fianco per evitare l’esplosione
d’aria. Con la coda dell’occhio, vide l’auto della polizia fermarsi
silenziosamente dietro di lui. Invece di esigere di sapere che cosa facesse
Zack, gironzolando intorno al caffè con delle sacche da viaggio, lo sceriffo
locale abbassò il finestrino della macchina, e trasse l’ovvia conclusione.
«Sembra che abbia una gomma a terra lì...»
«Senza dubbio», ammise Zack, colpendo il fianco della gomma, attento a non
guardare sopra le spalle. «Mia moglie ha cercato di avvertirmi che questa
gomma aveva una falla...» Il resto delle sue parole venne sommerso
dall’improvviso e frenetico squittio della radio della polizia, e senza un’altra
parola, il poliziotto fece girare la macchina in una virata stridula, accelerò
bruscamente, e uscì rombando dal parcheggio con la sirena ululante. Un
attimo dopo, Zack sentì altre sirene giungere da ogni direzione, poi vide le
auto della polizia attraversare a tutta velocità il cavalcavia, le spie luminose
che roteavano.
Le autorità, Zack lo sapeva, ora erano informate che un prigioniero era evaso.
La caccia era iniziata.
Dentro al locale, Julie finì il suo caffè e cercò a tastoni nella borsa il denaro
per pagare il conto. La sua visita al signor Vernon le aveva fruttato più di
quanto si fosse aspettata, compreso un invito a trascorrere più tempo con sua
moglie e con lui. che non era riuscita a rifiutare. Aveva un viaggio di cinque
ore davanti a lei. per di più con tutta quella neve, ma aveva un cospicuo
assegno nella borsa, ed era abbastanza eccitata da far passare le miglia
velocemente. Diede un’occhiata all’orologio, prese il termos che aveva
portato con sé dalla macchina per farlo riempire di caffè, sorrise ai bambini
che stavano pranzando con la loro mamma al tavolo vicino, e si avvicinò alla
cassa per pagare il conto.
Quando uscì dall’edificio, si fermò sorpresa mentre un’auto della polizia
effettuava improvvisamente un’inversione di marcia davanti a lei. accendeva
la sirena, e usciva precipitosamente dal parcheggio immettendosi sulla strada
principale, la coda che sbandava sul sottile strato di neve. Distratta da questo,
non notò l’uomo dai capelli scuri accovacciato accanto alla ruota posteriore
della sua macchina, dalla parte della guida, finché quasi non vi inciampò
contro. Lui si raddrizzò bruscamente, sovrastandola da un’altezza di circa un
metro e ottantotto. e Julie fece un sorpreso e prudente passo indietro, la voce
tremante per il timore e la diffidenza. «Che cosa fa qui?» chiese, corrugando
la fronte alla propria immagine riflessa nelle lenti argentee dei suoi occhiali
da sole da aviatore.
Zack riuscì addirittura a fare una parvenza di sorriso, perché la sua mente
aveva finalmente cominciato a lavorare, e ora sapeva esattamente come
l’avrebbe convinta a offrirgli un passaggio. L’immaginazione e l’abilità
nell’improvvisare erano state due delle sue principali qualità come regista.
Facendo un cenno verso la gomma posteriore, che era più che evidentemente
a terra, disse: «Sto pensando di cambiarle la gomma, se ha un cric». Julie
rilasciò il fiato in un impeto di mortificazione. «Mi dispiace di essere stata
così sgarbata, ma mi ha spaventata. Stavo guardando quella macchina della
polizia che partiva a precipizio da qui.» «Quello era Joe Loomis, un agente
del posto», improvvisò Zack con calma, facendo volutamente sembrare che il
poliziotto fosse un suo amico. «Joe ha avuto un’altra chiamata e ha dovuto
andarsene, altrimenti mi avrebbe dato anche lui una mano a cambiare la
ruota.» I timori di Julie vennero allora del tutto placati, e gli sorrise. «E’
molto gentile da parte sua», disse, aprendo il portello posteriore della Blazer,
e cercando un cric. «Questa è la macchina di mio fratello. Il cric deve essere
qui, da qualche parte, ma non sono sicura dove.» «Qui», disse Zack,
individuando prontamente il cric, e tirandolo fuori. «Ci vorranno solo pochi
minuti», aggiunse. Aveva fretta, ma non doveva più lottare contro il panico.
La donna pensava che fosse amico dello sceriffo del posto, quindi,
naturalmente credeva che fosse degno di fiducia, e dopo averle cambiato la
gomma, lei gli avrebbe dovuto un passaggio. Una volta per strada, la polizia
non li avrebbe degnati di un’occhiata, perché stavano cercando un uomo che
viaggiava da solo. Per il momento, se qualcuno lo avesse notato, sarebbe
sembrato un normale marito che cambiava una gomma, mentre sua moglie lo
stava a guardare. «Dov’è diretta?» le chiese, mentre usava il cric. «A est,
verso Dallas, per un lungo tratto, e poi a sud», disse Julie, ammirando la sua
disinvolta abilità con la pesante vettura. Aveva una voce straordinariamente
piacevole, insolitamente Profonda e suadente, e la linea della mascella forte e
squadrata. I capelli erano castano scuro e molto folti, ma tagliati male, e
Julie si chiese oziosamente che aspetto avesse senza la barriera di Quegli
occhiali da sole a specchio, che lo nascondevano. Molto attraente. decise, ma
non era la sua bellezza che continuava ad Stirare lo sguardo di Julie sul suo
profilo, era qualcos’altro, qualcosa di sfuggente che non riusciva a
identificare con precisione.
Julie scacciò quella sensazione e, appoggiando il termos
sul braccio, iniziò un’educata conversazione. «Lavora da queste
parti?»
«Non più. Avrei dovuto cominciare un nuovo lavoro domani
mattina, ma dovrei essere lì per le sette, altrimenti lo daranno a
qualcun altro». Finì di sollevare la macchina con il cric, e cominciò
ad allentare i bulloni della ruota, poi fece un cenno con il
capo verso le sacche da viaggio di nylon che Julie non aveva visto
prima perché, per qualche motivo, erano state spinte sotto la
macchina. «Un mio amico doveva passarmi a prendere qui due
ore fa, e darmi un passaggio per un tratto di strada», aggiunse,
«ma immagino che sia successo qualcosa, e che non ce la farà.»
«Sta aspettando qui fuori da due ore?» esclamò Julie. «Deve
essere gelato.»
Zack tenne il viso girato dall’altra parte, apparentemente concentrandosi
sul suo lavoro, e Julie frenò lo strano impulso di chinarsi
e dargli un’occhiata più lunga e più attenta. «Le andrebbe
una tazza di caffè?»
«Con molto piacere.»
Invece di usare quello che aveva nel termos, Julie si diresse d nuovo al caffè.
«Vado a prenderglielo. Come lo vuole?» «Scuro», disse Zack, lottando per
tenere a freno la sua frustrazione. Era diretta a sud-est di Amarillo, mentre la
sua destinazione era a quattrocento miglia a nord-ovest. Lanciò un’occhiata
all’orologio e si mise a lavorare ancora più in fretta. Era passata quasi un’ora
e mezza da quando si era allontanato dalla macchina del direttore del carcere,
e il rischio di essere arrestato aumentava ogni istante in più che restava nei
paraggi di Amarillo. In qualunque direzione andasse quella donna, doveva
andare con lei. Tutto ciò che importava, ora, era di mettere qualche miglio tra
lui e Amarillo. Poteva andare con lei per un’ora, e poi tornare indietro per
una strada diversa.
La cameriera dovette preparare un’altro bricco di caffè, e quando Julie tornò
alla sua macchina con il bicchiere di carta fumante, il suo soccorritore aveva
quasi finito di cambiare la ruota. La neve era già alta cinque centimetri sul
terreno, e il vento pungente stava guadagnando forza, sferzando i lembi del
suo cappotto aperto e facendole lacrimare gli occhi. Lo vide fregarsi insieme
le mani nude, e pensò al nuovo lavoro che lo aspettava il giorno dopo - se
fosse riuscito ad arrivare là. Sapeva che in Texas il lavoro, specialmente
quello di operaio, era scarso, e basandosi sul fatto che era senza un’auto,
probabilmente aveva un gran bisogno di denaro. I suoi jeans erano nuovi,
osservò, notando per la prima volta la piega verticale rivelatrice sul davanti
delle gambe, quando lui si rialzò. Probabilmente, li aveva comperati per fare
buona impressione sul suo futuro datore di lavoro, decise, e tale pensiero la
fece traboccare di simpatia.
Julie non aveva mai offerto un passaggio a un autostoppista; il rischio era
troppo grande, ma decise di farlo questa volta, non solo perché le aveva
cambiato la ruota o perché sembrava simpatico, ma anche a causa di quel
paio di jeans, dei jeans nuovi, rigidi e immacolati, evidentemente acquistati
da un uomo senza lavoro che stava basando tutte le proprie speranze su un
futuro più prospero che non si sarebbe concretizzato, se qualcuno non gli
avesse dato un passaggio, almeno per un tratto di strada, verso la sua
destinazione, così da poter cominciare a lavorare. «Sembra che abbia finito»,
disse Julie, avvicinandosi a lui. Gli porse il bicchiere di caffè, e lui lo prese
tra le mani rosse per il freddo. C’era un riserbo in lui che la fece esitare a
offrirgli del denaro, ma nell’eventualità che lo preferisse a un passaggio,
glielo offrì comunque. «Vorrei pagarla per aver cambiato la ruota»,
cominciò, e quando lui scosse risoluto il capo, aggiunse: «In questo caso,
posso darle un passaggio? Prenderò l’interstatale in direzione est».
«Le sarò grato per il passaggio», disse Zack, accettando l’offerta con un
breve sorriso, abbassando prontamente una mano a prendere le sacche da
viaggio di nylon da sotto la macchina.
«Anch’io sono diretto a est.»
Quando salirono in macchina, le disse di chiamarsi Alan Aldrich. Julie si
presentò come Julie Mathison, ma per essere certa che lui capisse che stava
offrendogli un passaggio e nient’altro, quando gli rivolse di nuovo la parola,
lo chiamò signor Aldrich. Lui raccolse il suo suggerimento, e da allora in poi
la chiamò signorina Mathison.
Dopodiché, Julie si rilassò completamente. Quella formalità era del tutto
rassicurante, e lo stesso fu la sua immediata accettazione della loro
situazione. Ma quando rimase in assoluto silenzio e distante, in seguito, Julie
cominciò a desiderare di non aver insistito sulla formalità. Sapeva di non
essere brava a nascondere ciò che pensava, perciò, probabilmente, lui aveva
capito che lo stava mettendo al suo posto - un inutile insulto, considerando
che lui le aveva dimostrato solo una gentilezza galante cambiandole la ruota.
  CAPITOLO 17.
TRASCORSERO dieci minuti abbondanti da quando si erano messi in
viaggio, prima che Zack cominciasse a sentire dissolversi la tensione
soffocante che aveva in petto, e trasse un lungo e profondo respiro, il primo
respiro tranquillo da ore. No, da mesi. Da anni. Un senso di inutilità e di
impotenza aveva infuriato dentro di lui per così tanto tempo, che si sentì
quasi stordito per la sua mancanza. Un’auto rossa li superò rombando;
tagliando loro la strada per uscire dall’interstatale, perse l’aderenza al terreno
e girò su se stessa, mancando la Blazer per pochi centimetri, e solo perché la
giovane donna al suo fianco guidava la vettura a quattro ruote motrici con
sorprendente abilità. Purtroppo, guidava anche dannatamente veloce, con
l’aggressività temeraria e l’impavido disprezzo del pericolo che, nella sua
esperienza, erano unicamente e tipicamente texani.
Si stava augurando che ci fosse un modo per poterle suggerire di lasciar
guidare lui, quando lei disse con voce tranquilla e divertita. «Può rilassarsi,
adesso. Ho rallentato. Non intendevo spaventarla.» «Non ero spaventato»,
disse lui, con involontaria bruschezza. Julie gli lanciò un’occhiata di traverso
e sorrise, un lento sorriso accorto. «Si sta tenendo al cruscotto con entrambe
le mani. Questo, solitamente, è decisamente un involontario segno
rivelatore.» Due cose vennero contemporaneamente in mente a Zack: era
stato in prigione così a lungo che le bonarie prese in giro tra adulti di sesso
opposto erano diventate completamente imbarazzanti e aliene ai suoi occhi,
inoltre Julie Mathison aveva un sorriso da togliere il fiato. Le brillava negli
occhi, illuminandole il volto, e rendendo affascinante ciò che era
semplicemente un viso grazioso. Poiché farsi domande su di lei era
infinitamente preferibile al preoccuparsi di cose che non poteva, per ora,
controllare, Zack si concentrò su di lei. Non portava trucco, tranne un po’ di
rossetto, e c’era una freschezza in lei, una semplicità nel modo in cui portava
i folti e splendidi capelli castani che gli avevano fatto pensare che fosse sui
vent’anni, o poco più. D’altro canto, sembrava troppo baldanzosa e sicura di
sé per una ventenne. «Quanti anni ha?» le chiese bruscamente, poi trasalì per
la mancanza di tatto di quella domanda. Evidentemente, se non l’avessero
catturato e rimandato in prigione, avrebbe dovuto imparare di nuovo alcune
cose che aveva pensato fossero innate in lui: come l’elementare cortesia, e
l’arte di conversare piacevolmente con le donne.
Invece di irritarsi a quella domanda, lei gli lanciò un altro di quei suoi
incantevoli sorrisi, e disse con una vena di divertimento nella voce: «Ho
ventisei anni».
«Mio Dio!» si sentì sfuggire di bocca Zack, poi chiuse gli occhi con
disgustata incredulità per la sua mancanza di tatto. «Voglio dire», spiegò,
«che non sembra così vecchia.» Lei sembrò avvertire la sua confusione,
perché fece una risatina sommessa e disse: «Probabilmente, perché li ho
compiuti da poche settimane».
Non fidandosi di riuscire a dire qualcosa di spontaneo, Zack
rimase a guardare i tergicristalli scolpire una mezza luna regolare
nella neve sul parabrezza, mentre rivedeva la sua prossima domanda
alla ricerca di qualsiasi traccia della mancanza di tatto
che aveva rovinato le sue precedenti parole. Sentendo che quella
era sicura, disse: «Che cosa fa?»
«Sono un’insegnante.»
«Non ne ha l’aria.»
Inspiegabilmente, la risata si riaccese nei suoi occhi, e la vide trattenere un
sorriso. Sentendosi completamente disorientato e confuso dalle sue reazioni
imprevedibili, Zack disse in tono un PO’ brusco: «Ho detto qualcosa di
divertente?» Julie scosse il capo, e disse: «Per nulla. E’ ciò che dice la
maggior parte della gente più vecchia».
Zack non sapeva se si fosse riferita a lui come «più vecchio perché le
appariva davvero come un pezzo d’antiquariato, o se fosse una scherzosa
ritorsione per le osservazioni malaccorte sulla sua età e sul suo aspetto. Stava
scervellandosi su quello, quando lei gli chiese che cosa facesse per vivere, e
lui rispose con la prima occupazione che sembrasse adatta a ciò che le aveva
già detto di sé.
«Lavoro nell’edilizia.»
«Davvero? Anche mio fratello è nelle imprese di costruzione, è un pubblico
imprenditore. Che tipo di lavoro edile fa?» Zack sapeva a malapena quale
parte del martello usare su un chiodo e rimpianse irritato di non aver scelto
un lavoro più oscuro o, ancor meglio, di non essere rimasto completamente
zitto.
«Muri», rispose in tono vago. «Faccio muri.»
Lei distolse lo sguardo dalla strada. cosa che lo allarmò, e lo guardò assorta,
cosa che lo allarmò ancora di più. «Muri?» ripeté, sembrando stupita. Poi gli
spiegò: «Voglio dire, ha una specializzazione?» «Sì, muri», disse Zack in
tono brusco, arrabbiato con se stesso per aver iniziato una simile
conversazione. «Questa è la mia specializzazione.
Costruisco muri.»
Julie capì che doveva averlo frainteso, la prima volta. «Muri a
secco!» esclamò, in tono dispiaciuto. «Naturalmente. E’ un costruttore
di muri a secco!»
«Esatto.»
«In questo caso, sono sorpresa che abbia dei problemi a trovare lavoro. I
bravi muratori di solito, sono molto richiesti.» «Non sono uno bravo»,
affermò Zack in tono reciso, mettendo in chiaro di non aver intenzione di
continuare quella conversazione. Julie soffocò una risatina sorpresa alla sua
risposta, e al suo tono, e si concentrò sulla strada. Era un uomo molto
singolare. Non riusciva a decidere se le piacesse e fosse contenta della sua
compagnia... oppure no. E non riusciva a superare quella sensazione
imbarazzante che le ricordasse qualcuno. Desiderava potergli vedere il viso
senza quegli occhiali da sole, in modo da capire chi fosse. La città svanì nello
specchietto retrovisore, e il cielo diventò del grigio tetro e minaccioso di un
precoce crepuscolo. Il silenzio persisteva nella macchina, mentre la neve
abbondante colpiva il parabrezza, e stava guadagnando terreno sui
tergicristalli. Erano in viaggio da circa mezz’ora, quando Zack diede
un’occhiata allo specchietto retrovisore esterno dalla sua parte, e si sentì
gelare il sangue. A mezzo miglio dietro di loro, e in rapido avvicinamento,
c’era una macchina della polizia con le luci rosse e blu che ruotavano
furiosamente.
Un secondo più tardi, sentì la sirena cominciare a ululare. Anche la donna al
suo fianco la sentì; diede un’occhiata allo specchietto retrovisore, e tolse il
piede dall’acceleratore, rallentando la Blazer e accostando al bordo della
strada. Zack infilò la mano nella tasca della giacca chiudendola sul calcio
dell’automatica, benché non avesse un’idea precisa, in quel momento, di che
cosa intendesse fare esattamente se il poliziotto avesse cercato di farli
fermare. L’auto della polizia era ormai vicina e poté vedere che c’erano non
uno, ma due poliziotti sui sedili anteriori. Superarono la Blazer...
E proseguirono.
«Dev’essere un incidente lassù», disse lei, quando raggiunsero la cima della
collina e si fermarono dietro a ciò che sembrava un ingorgo stradale di cinque
miglia sull’interstatale coperta di neve. Un momento dopo, due ambulanze si
avvicinarono a loro a tutta velocità.
L’ondata di adrenalina di Zack si placò, lasciandolo scosso e debole. Si
sentiva come se, all’improvviso, avesse superato la capacità di reagire con
emozione violenta a qualunque cosa, il che probabilmente era dovuto al fatto
che tentava da due giorni di attuare un piano accuratamente studiato che
avrebbe dovuto essere un successo garantito, in virtù della sua estrema
semplicità. E lo sarebbe stato, se Hadley non avesse posticipato il suo
viaggio ad Amarillo. Tutto il resto era andato storto come risultato di quel
fatto. Non era neppure sicuro che il suo contatto fosse ancora all’albergo di
Detroit, ad aspettare la sua telefonata, prima di prendere a noleggio una
macchina e recarsi a Windsor. E finché Zack non fosse stato ancora più
lontano da Amarillo, non avrebbe osato fermarsi per cercare un telefono.
Inoltre, benché il Colorado fosse a sole centotrenta miglia da Amarillo, con
un minuscolo tratto di territorio dell’Oklahoma nel mezzo, avrebbe dovuto
viaggiare a nord-ovest per raggiungerlo. Invece, ora stava dirigendosi a sud-
est. Pensando che la sua mappa del Colorado potesse contenere anche una
piccola parte del territorio di confine dell’Oklahoma e del Texas, decise di
occupare il proprio tempo in modo produttivo, cercando una nuova strada per
raggiungerlo. Girandosi sul sedile, disse: «Penso che darò un’occhiata alla
cartina».
Naturalmente, Julie dedusse che volesse controllare la strada verso la città
texana, qualunque fosse, dove si trovava il suo nuovo lavoro. «Dov’è
diretto?» gli chiese.
«Ellerton», rispose lui, rivolgendole un breve sorriso mentre allungava una
mano sopra il sedile posteriore ripiegato, a prendere la sua sacca di nylon
accanto al portello posteriore. «Ho avuto un colloquio per il lavoro ad
Amarillo, ma non sono mai andato sul posto», aggiunse, in modo che lei non
facesse domande sulla città.
«Non credo di aver mai sentito parlare di Ellerton.» Diversi minuti più tardi,
quando lui ebbe accuratamente ripiegato la cartina con sopra il foglio battuto
a macchina, Julie disse: «Ha trovato Ellerton?» «No». Per dissuaderla dal
fare ulteriori domande sull’ubicazione della città inesistente, le mostrò il
foglio battuto a macchina mentre si sporgeva sopra il sedile per rimetterlo
nella sacca. «Qui ho delle istruzioni dettagliate, così la troverò.» Lei annuì,
ma il suo sguardo era sull’uscita davanti a loro. «Penso che uscirò
dall’interstatale qui, e che prenderò una strada secondaria per superare il
punto dell’incidente.» «Buona idea.» L’uscita si rivelò una strada di
campagna che correva approssimativamente parallela all’interstatale, e poi
cominciava ad allontanarsene curvando sulla destra. «Può non essere stata
una buona idea, dopotutto», disse lei diversi minuti più tardi, quando la
stretta strada cominciò a curvare con regolarità allontanandosi sempre più da
quella principale.
Zack non rispose subito. All’incrocio davanti a loro c’era una stazione di
servizio abbandonata, e al margine del parcheggio deserto accanto alla strada
c’era una cabina telefonica pubblica.
«Vorrei fare una telefonata, se non le dispiace fermarsi. Non impiegherò
più di un paio di minuti.»
«Non mi dispiace affatto.»
Julie fermò la sua Blazer sotto il lampione accanto alla cabina telefonica, e
rimase a guardarlo mentre passava davanti al fascio di luce dei fari. Il
crepuscolo era calato ancora prima del solito, e la bufera sembrava superarli
in velocità, scaricando la neve con sorprendente violenza, anche lungo la
burrascosa striscia di confine del Texas. Decidendo di cambiare il cappotto
ingombrante per un cardigan di lana che sarebbe stato più comodo mentre
guidava, Julie accese la radio sperando di sentire le previsioni del tempo, poi
uscì dalla macchina, avviandosi al portello posteriore, e l’aprì.
Con la ribalta abbassata poteva sentire l’annunciatore di Amarillo incitare
all’acquisto di una nuova macchina all’autosalone Ford di Wilson:
«Bob Wilson vi verrà incontro a qualsiasi prezzo, dovunque, in qualsiasi
momento...» disse in tono entusiasta. Aspettando di sentire un accenno al
tempo, Julie si tolse il cappotto, prese il cardigan di mohair marrone chiaro
dalla valigia, e lanciò un’occhiata alla mappa che sporgeva dalla sacca da
viaggio del suo passeggero. Poiché lei non ne aveva una con sé, e non era del
tutto sicura di quale strada avrebbe incrociato l’interstatale, temendo di
portare il suo passeggero talmente fuori strada da fargli preferire di chiedere
un passaggio a qualcun altro, decise di guardare la sua. Gettò uno sguardo a
Zack nella cabina telefonica, con l’intenzione di sollevare la mappa
chiedendogli il permesso, ma lui le voltava le spalle e sembrava parlare al
telefono. Decidendo che non poteva in alcun modo fare obiezioni, Julie
spiegò le istruzioni battute a macchina e aprì la mappa che lui aveva studiato.
Stendendola nello sportello posteriore, ne tenne le estremità abbassate mentre
il vento tentava di strappargliele dalle mani. Le ci volle un intero minuto per
capire che non era una mappa del Texas, ma del Colorado. Stupita, gettò uno
sguardo alle istruzioni battute accuratamente a macchina allegate alla mappa.
«Esattamente a ventisei miglia dopo aver superato la città di Stanton».
dicevano, «arriverai a un incrocio stradale non segnato. Dopo averlo
superato, cerca una stretta strada sterrata che si biforca sulla destra, e che
scompare in mezzo agli alberi a circa quindici metri dalla strada principale.
La casa si trova al termine di quella strada, a circa cinque miglia dalla
deviazione, e non è visibile dalla strada principale, o da qualsiasi lato della
montagna.» Le labbra di Julie si spalancarono per la sorpresa. Non era diretto
in qualche città sconosciuta del Texas per un lavoro, ma in una casa in
Colorado?
Alla radio, l’annunciatore finì i comunicati pubblicitari, e disse:
«Daremo un aggiornamento sulla bufera di neve in arrivo sulle nostre strade,
ma prima, abbiamo importanti notizie dell’ultima ora dal dipartimento dello
sceriffo...» Julie lo sentiva a malapena, fissava l’uomo alto che stava usando
il telefono, e avvertì di nuovo quello strano e indefinibile senso di disagio...
di una vaga familiarità. Le teneva le spalle voltate, ma, ora, aveva tolto gli
occhiali da sole e li teneva in mano. Come se avesse avvertito che lo stava
fissando, voltò il capo verso di lei. I suoi occhi si concentrarono sulla mappa
nelle sue mani, nello stesso istante in cui Julie aveva una prima, chiara
visione del suo volto vivacemente illuminato, senza il riparo degli occhiali da
sole.
«All’incirca verso le quattro di questo pomeriggio», disse la voce alla radio,
«gli ufficiali della prigione hanno scoperto che Zachary Benedict, condannato
per omicidio, è fuggito mentre si trovava ad Amarillo...» Momentaneamente
paralizzata, Julie fissò quel suo volto rude e severo.
E lo riconobbe.
«No!», gridò, e lui lasciò cadere il telefono mettendosi a correre verso di lei.
Julie si lanciò indietro dalla parte della guida, spalancando con uno strattone
la porta e tuffandosi sul sedile anteriore per abbassare con forza la chiusura di
sicurezza, una frazione di secondo dopo che lui aveva spalancato la porta,
allungando una mano ad afferrarle il polso. Con una forza fatta di puro
terrore, Julie riuscì a liberare con uno strattone il braccio e a gettarsi di lato
attraverso la porta aperta. Urtò contro il terreno con il fianco, balzò in piedi, e
si mise a correre, i piedi che le scivolavano sulla neve sdrucciolevole,
gridando a qualcuno di aiutarla, sapendo che non c’era nessuno nei paraggi a
sentirla. Lui la raggiunse prima che avesse fatto cinque metri, la fece voltare
e tornare indietro con uno strattone, intrappolandola contro la Blazer. «Stia
ferma e zitta!» «Prenda la macchina!», gridò Julie. «La prenda e mi lasci
qui».
Ignorandola, lui guardò la mappa del Colorado alle sue spalle che era stata
spinta dal vento contro un bidone della spazzatura arrugginito, a quattro metri
di distanza, quando lei l’aveva lasciata cadere. Come al rallentatore, Julie lo
guardò togliere un oggetto nero luccicante dalla tasca, e puntarlo contro di
lei, mentre indietreggiava verso la mappa e la raccoglieva. Una pistola. Buon
Dio, aveva una pistola!
Tutto il suo corpo si mise a tremare in modo incontrollato, mentre ascoltava
con una specie di incredulità isterica la voce dell’annunciatore che
confermava tardivamente quel fatto, mentre il notiziario terminava: «Si
ritiene che Benedict sia armato, e che sia pericoloso. Se avvistato, la sua
posizione deve venire immediatamente comunicata alla polizia di Amarillo. I
cittadini non devono tentare di avvicinarlo. Un secondo detenuto evaso,
Dominic Sandini, è stato arrestato e preso sotto custodia...» Le sue ginocchia
minacciarono di cedere mentre lo guardava avvicinarsi a lei con la pistola in
una mano, e la mappa con le indicazioni nell’altra. Dei fari raggiunsero la
cima della collina, a un quarto di miglio di distanza da loro, e Zack fece
scivolare di nuovo la pistola in tasca per tenerla fuori dalla vista, ma
tenendovi sopra la mano. «Salga in macchina», ordinò.
Julie lanciò uno sguardo sopra la spalla sinistra verso il camioncino che stava
avvicinandosi, calcolando freneticamente l’assurda probabilità di superare in
velocità un proiettile, o, addirittura, di riuscire ad attirare l’attenzione del
guidatore del veicolo prima che Zachary Benedict la abbattesse. «Non ci
provi», l’avvertì lui, con voce implacabile.
Con il cuore che le rimbombava dentro le costole, Julie vide il camioncino
svoltare all’incrocio, ma non disobbedì al suo ordine. Non lì, non ancora.
L’istinto l’avvertiva che quel tratto di strada abbandonato era troppo isolato
per riuscire in qualcosa che non fosse rimanere uccisa.
«Si muova!» La prese per il braccio, e la guidò alla porta aperta dalla parte
del guidatore. Celata dal crepuscolo di una sera nevosa che andava
infittendosi, Julie Mathison si avviò malferma accanto a un condannato per
omicidio che teneva una pistola puntata su di lei. Aveva la raggelante
sensazione che entrambi vivessero una scena di uno dei film di Benedict -
quello in cui l’ostaggio veniva ucciso.
  CAPITOLO 18.
LE mani le tremavano in modo così violento, che dovette infilare a tentoni la
chiave nell’accensione, e quando cercò di avviare la macchina quasi ingolfò
il motore, perché anche le gambe le si contraevano spasmodicamente per la
paura. Lui la osservava impassibile dal sedile passeggeri. «Vada», disse in
tono brusco quando il motore si fu avviato. Julie riuscì a invertire la
macchina e a guidarla all’estremità del parcheggio, ma si fermò sulla strada
principale, la mente talmente paralizzata dal terrore da non riuscire a pensare
alle parole per fare l’ovvia domanda.
«Le ho detto di andare!»
«In quale direzione?» gridò lei. detestando il suono timido e supplichevole
nella sua voce, e provando disgusto per quell’animale al suo fianco che le
faceva provare quell’incontrollabile terrore.
«Indietro, da dove siamo venuti.»
«In-dietro?»
«Mi ha sentito.»
Il traffico delle ore di punta si stava muovendo a ritmo molto lento
sull’interstatale bloccata dalla neve, vicino ai confini della città. Dentro la
macchina, la tensione e il silenzio erano soffocanti. Tentando disperatamente
di calmare la sua furia, mentre teneva gli occhi aperti in attesa di una buona
occasione per fuggire, Julie sollevò la mano per cambiare la stazione della
radio, aspettandosi che le ordinasse di non farlo. Quando lui non disse nulla,
girò il sintonizzatore e sentì la voce di un disk jockey presentare in tono
esuberante la canzone country-western successiva. Un momento dopo, la
macchina venne inondata dalla musica allegra di Ali My Ex’s Live in Texas.
Mentre George Strait cantava, Julie diede un’occhiata agli occupanti delle
altre macchine, diretti a casa dopo una lunga giornata. L’uomo sulla
Explorer accanto a lei, ascoltava la stessa stazione radio, le dita che battevano
sul volante, tenendo il tempo della melodia. Lui gettò un’occhiata nella sua
direzione, vide che lei lo guardava, e le fece un cenno socievole con il capo,
poi riportò lo sguardo davanti a sé. Lei capì che non aveva visto niente di
anormale. Tutto appariva perfettamente normale ai suoi occhi, e se fosse stato
seduto al suo posto sulla Blazer, sarebbe sembrato perfettamente normale.
George Strait stava cantando, proprio com’era normale, l’autostrada era
affollata di automobilisti ansiosi di arrivare a casa, proprio com’era normale,
e la neve era magnifica, com’era normale. Tutto era normale. Tranne per un
fatto.
Sul sedile accanto a lei c’era un condannato per omicidio, che le teneva una
pistola puntata contro. Fu la confortevole normalità delle apparenze,
giustapposta alla realtà demente della sua situazione, che spinse
all’improvviso Julie dalla paralisi all’azione. Il traffico cominciò a muoversi
e la sua disperazione diede luce all’ispirazione: avevano già superato diverse
macchine nel fosso su entrambi i lati della strada. Se fosse riuscita a simulare
una sbandata verso il fosso sulla destra, e se fosse riuscita a sterzare il volante
a sinistra proprio mentre vi finivano dentro, la sua porta avrebbe dovuto
restare utilizzabile, mentre quella di lui poteva con tutta probabilità restare
bloccata. Avrebbe funzionato con la sua macchina, ma non era sicura di come
potesse rispondere la Blazer a quattro ruote motrici.
Accanto a lei, Zack vide il suo sguardo spostarsi di scatto sul lato della
strada, ripetutamente. Avvertì il suo crescente panico e capì che la paura la
stava portando a tentare qualcosa di disperato, da un momento all’altro. «Si
rilassi!» le ordinò.
La paura di Julie improvvisamente raggiunse il limite e le sue emozioni
passarono freneticamente dal terrore alla furia. «Rilassarmi!» esplose con
voce tremante, girando di scatto la testa a guardarlo con ira. «In nome di Dio.
come può aspettarsi che mi rilassi, quando lei sta seduto lì con una pistola
puntata su di me?
Me lo dica!»
Aveva ragione, pensò Zack, e prima che tentasse qualcos’altro che potesse
davvero farlo catturare, decise che aiutarla a rilassarsi era la miglior cosa
nell’interesse di entrambi. «Julie, resti calma», le ordinò.
Lei fissò dritto davanti a sé. Il traffico stava riducendosi leggermente,
recuperando una certa velocità, e Julie cominciò a calcolare la fattibilità di far
cozzare la Blazer contro le auto vicine a lei, nel tentativo di provocare un
vistoso tamponamento a catena. Un simile gesto, avrebbe costretto a
chiamare la polizia. Questa sarebbe stata una cosa molto buona.
Ma lei e gli altri automobilisti coinvolti nella collisione, probabilmente
sarebbero finiti uccisi da Zachary Benedict.
E quella sarebbe stata una cosa molto brutta.
Si stava chiedendo se la sua pistola avesse un intero caricatore di nove
proiettili, e se avrebbe davvero massacrato delle persone inermi, quando lui
disse con la voce calma e condiscendente che gli adulti usano con i bambini
isterici: «Non le succederà niente, Julie. Se farà come le verrà detto, starà
bene. Mi occorre un mezzo di trasporto verso il confine, e lei ha una
macchina, è così semplice. A meno che questa macchina non sia così
importante per lei da voler rischiare la vita per farmi scendere, non deve far
altro che guidare senza attirare l’attenzione di nessuno. Se un poliziotto ci
individua, ci sarà una sparatoria, e lei si troverà nel mezzo. Quindi, faccia la
brava ragazza e si rilassi». «Se vuole che mi rilassi», ribatté lei, pungolata
oltre ogni limite di sopportazione dal suo tono di condiscendenza e dai propri
nervi tesi, «allora mi lasci tenere quella pistola, e io mi mostrerò rilassata!»
Lo vide aggrottare le ciglia, ma quando non fece una mossa di ritorsione,
Julie quasi credette veramente che non intendesse farle del male - a
condizione che lei non mettesse in pericolo la sua fuga. Quella possibilità
ebbe l’effetto perverso di placare le sue paure, e simultaneamente di
scatenare la sua ira frustrata per la tortura cui l’aveva già sottoposta.
«Inoltre», continuò furibonda, «non mi parli come a una bambina, e non mi
chiami Julie! Per lei ero la signorina Mathison, quando pensavo che fosse un
uomo gentile e onesto cui occorreva un lavoro, e che aveva comperato quei
dannati jeans per fare una buona impressione sul suo datore di lavoro. Non
fosse stato per quei dannati jeans, non mi troverei in questo pasticcio...» Con
suo orrore, avvertì l’improvviso bruciore delle lacrime, così gli lanciò ciò che
sperava fosse uno sguardo sprezzante, poi guardò fisso fuori dal parabrezza.
Zack inarcò le sopracciglia e la guardò in silenzio impassibile, ma dentro di
sé era sbalordito e contro voglia impressionato dalla sua dimostrazione di
coraggio. Voltando il capo, guardò il traffico aprirsi davanti a loro e la fitta
nevicata, che era sembrata una maledizione poche ore prima, ma che, in
realtà, aveva distolto l’attenzione della polizia che doveva occuparsi di
automobilisti in difficoltà prima di poter cominciare la sua ricerca. Per
ultimo, considerò il colpo di fortuna che lo aveva messo non nella piccola
macchina a noleggio che era stata portata via al rimorchio mentre lui
guardava, ma in una pesante vettura a quattro ruote motrici che poteva
procedere facilmente sulla neve senza restare impantanata sulle strade meno
frequentate che intendeva prendere sulle montagne del Colorado. Si rese
conto che tutti quei ritardi e quelle complicazioni che lo avevano fatto
infuriare negli ultimi giorni, si erano rivelati alla fine positivi. Ce l’avrebbe
fatta ad arrivare in Colorado, grazie a Julie Mathison. La «signorina»
Mathison, si corresse con un sogghigno interiore rilassandosi all’indietro sul
sedile. Quell’attimo di divertimento svanì rapidamente com’era venuto,
perché c’era qualcosa nelle notizie che aveva sentito prima, che stava
cominciando tardivamente a preoccuparlo: si erano riferiti a Dominic Sandini
come a «un altro detenuto evaso» che «era stato messo sotto custodia». Se
Sandini si era attenuto al piano, allora il direttore Hadley avrebbe dovuto
gloriarsi con la stampa per la lealtà dimostrata da uno dei suoi affidati, invece
di riferirsi a Sandini come a un detenuto arrestato.
Zack si disse che le informazioni del notiziario erano state semplicemente
date alla rinfusa, il che spiegava l’errore su Sandini, e si sforzò di
concentrarsi invece sulla giovane insegnante adirata accanto a lui. Benché in
quel momento avesse disperatamente bisogno di lei e della sua macchina, la
signorina Mathison era una seria complicazione nei suoi piani.
Probabilmente, sapeva che era diretto in Colorado; inoltre, poteva aver visto
abbastanza di quella mappa e delle indicazioni allegate da poter rivelare alla
polizia i dintorni del suo nascondiglio. Se l’avesse rilasciata al confine tra il
Texas e l’Oklahoma, o un po’ più avanti, a quello tra l’Oklahoma e il
Colorado, avrebbe potuto dire alle autorità dove era diretto, e anche quale
tipo di auto guidava. Ormai, il suo viso doveva già riempire gli schermi
televisivi dell’intero paese, quindi non poteva in alcun modo sperare di
prendere a noleggio o acquistare un’altra macchina senza essere riconosciuto.
Inoltre, lui voleva che la polizia credesse che era riuscito a prendere un volo
per Detroit, e ad attraversare il confine con il Canada.
Julie Mathison sembrava essere al contempo una fortuna insperata e una
disastrosa deviazione dai suoi piani. Invece di imprecare contro il destino per
avergliela appioppata e per la minaccia micidiale alla sua libertà che lei
rappresentava, Zack decise di dare al destino l’opportunità di risolvere questo
problema e di tentare di far rilassare entrambi. Allungando una mano alle sue
spalle per prendere il termos di caffè, ripensò alle ultime osservazioni della
signorina Mathison, e trovò ciò che gli sembrava un buono spunto di
conversazione. In tono non minaccioso e accuratamente disinvolto, le chiese
socievole: «Che cosa c’è che non va nei miei jeans?» Lei lo guardò a bocca
aperta, in totale confusione. «Cosa?» «Ha detto qualcosa a proposito del fatto
che i miei dannati jeans erano l’unico motivo per cui mi ha offerto un
passaggio», spiegò lui, riempiendo il bicchiere del termos con il caffè. «Che
cosa c’è che non va nei miei jeans?» Julie represse l’impulso isterico di una
risata adirata. Lei era preoccupata per la propria vita e lui si preoccupava di
un problema di eleganza!
«Che cosa», ripeté lui. con decisione, «intendeva dire?» Julie era sul punto di
dare una risposta arrabbiata, quando le vennero in mente due cose: che era
irragionevole opporsi a un uomo armato, e che se fosse riuscita a fargli
abbassare la guardia indulgendo in chiacchiere con lui, le sue possibilità di
fuggire o di uscire viva da quella situazione sarebbero aumentate
enormemente. Tentando di dare un tono educato e neutrale alla sua voce,
trasse un profondo respiro e senza togliere gli occhi dalla strada disse: «Ho
notato che i suoi jeans erano nuovi». «Cos’ha a che fare questo con la sua
decisione di offrirmi un passaggio?» L’amarezza per la propria dabbenaggine
riempì la voce di Julie. «Poiché non possedeva un’auto e lei ha accennato al
fatto di non avere un lavoro, ho dedotto che doveva attraversare un brutto
momento, finanziariamente. Poi ha detto di sperare di ottenere un nuovo
lavoro, e ho notato la piega sui suoi jeans...» La sua voce si affievolì quando
si rese conto con un sussulto di disgusto che invece dell’uomo pressoché
indigente che aveva pensato che fosse, in realtà, era un divo del cinema
megamilionario. «Continui», la incitò lui, con una sfumatura di perplessità
nella voce.
«Sono saltata all’ovvia conclusione, per l’amor del cielo! HO pensato che
avesse comperato dei jeans nuovi per poter fare buona impressione sul suo
datore di lavoro, e a quanta speranza doveva aver provato quando li aveva
comperati, e io non potevo sopportare il pensiero che le sue speranze
sarebbero andate distrutte se non le avessi offerto un passaggio. Così, anche
se non ho mai raccolto un autostoppista in vita mia, non sono riuscita a
sopportare di vederle perdere la sua occasione.» Zack non era solo sbalordito,
era controvoglia commosso. Una gentilezza come la sua, una gentilezza che
richiedesse anche un certo rischio o sacrificio personale, era mancata nella
sua vita in tutti gli anni trascorsi in prigione. E anche prima, pensò. Mettendo
da parte quel pensiero sconvolgente, disse: «Ha immaginato tutto questo
dalla piega di un paio di jeans? Ha davvero una fervida immaginazione»,
aggiunse con una sarcastica scossa del capo.
«Evidentemente, sono anche un cattivo giudice di caratteri», disse
amaramente Julie. Con la coda dell’occhio, lo vide sollevare il braccio
sinistro verso di lei e sobbalzò, soffocando un grido, prima di rendersi conto
che le stava solo porgendo una tazza di caffè del termos. In un tono pacato
che sembrava quasi implicare le scuse per averla ulteriormente spaventata,
Zack disse: «Ho pensato che questo potesse aiutarla».
«Non corro il benché minimo pericolo di addormentarmi al volante, grazie.»
«Ne beva un po’, comunque», ordinò Zack, deciso a calmare il suo terrore
anche se sapeva che la sua presenza ne era la causa. «Farà...» esitò,
sentendosi a corto di parole, e aggiunse:
«Farà sembrare le cose più normali».
Julie voltò il capo e lo guardò a bocca aperta, l’espressione che rendeva
eloquentemente chiaro che trovava la sua preoccupazione per lei non solo del
tutto rivoltante, ma anche assurda. Era sul punto di dirglielo, quando ricordò
la pistola nella sua tasca, così prese il caffè con mano tremante, e voltò il
capo sorseggiandolo e fissando la strada davanti a sé.
Accanto a lei, Zack osservò il tremore rivelatore della tazza di caffè mentre
lei la portava alle labbra, e provò il ridicolo impulso di scusarsi per il fatto di
terrorizzarla in quel modo. Aveva un incantevole profilo, pensò, studiandole
il viso alla luce del *cruScotto, con un naso piccolo, un mento ostinato, e
zigomi alti. Aveva anche degli splendidi occhi, decise, pensando a come gli
avessero lanciato scintille, pochi minuti prima. Occhi spettacolosi. Provò
un’acuta fitta di colpevole vergogna per il fatto di usare e spaventare quella
ragazza innocente che aveva tentato di essere una buona samaritana, e poiché
aveva tutte le intenzioni di continuare a usarla, si sentì l’animale che tutti
pensavano che fosse. Per tacitare la propria coscienza, stabilì di renderle le
cose ancor più facili, il che lo portò a decidere di attaccare di nuovo discorso
con lei.
Aveva notato che non portava la fede, il che significava che non era sposata.
Cercò di ricordare di che cosa la gente - la gente civile in libertà - parlasse in
una futile conversazione, e alla fine disse: «Le piace insegnare?» Lei si voltò
di nuovo, gli incredibili occhi spalancati per l’ostilità trattenuta. «Si aspetta»,
disse incredula, «che mi metta a chiacchierare con lei?» «Sì!» disse lui in
tono brusco, irragionevolmente adirato per la sua riluttanza a permettergli di
fare ammenda. «Me lo aspetto.
Incominci a parlare!»
«Adoro insegnare», rispose Julie rapidamente con voce tremante, detestando
la facilità con cui poteva intimidirla. «Fin dove vuole che l’accompagni?»
chiese, mentre superavano il cartello che indicava che il confine
dell’Oklahoma si trovava a venti miglia di distanza.
«Fino in Oklahoma», disse Zack, sincero per metà.
  CAPITOLO 19.
«SIAMO in Oklahoma», fece notare Julie nell’istante in cui superarono il
cartello che annunciava che erano arrivati.
Lui le lanciò un’occhiata di cupo divertimento. «L’ho visto.»
«Ebbene? Dove vuole scendere?»
«Continui a guidare.»
«Continuare a guidare?» gridò lei con furia inquieta. «Stia a sentire,
miserabile, non la porterò fino in Colorado!» Zack aveva avuto la sua
risposta; lei sapeva dove aveva intenzione di andare.
«Non lo farò!» lo avvertì Julie tremante, senza rendersi conto di aver appena
segnato il proprio destino. «Non posso.» Con un sospiro interiore per la
battaglia che era destinata a intraprendere, Zack disse: «Sì, signorina
Mathison, può. E lo farà».
La sua fredda calma fu la goccia che fece traboccare il vaso. «Vada al
diavolo!» gridò Julie, girando bruscamente il volante a destra prima che lui
potesse impedirglielo, e facendo sbandare la vettura sul bordo della strada,
mentre frenava bruscamente, arrestandola con un sobbalzo. «Prenda la
macchina!» lo supplicò.
«La prenda, e mi lasci qui. Non dirò a nessuno di averla vista,
o dove sta andando. Giuro di non dirlo a nessuno.»
Zack frenò la sua collera e cercò di calmarla con un tentativo
di frivolezza. «Nei film, la gente promette sempre la stessa
cosa», osservò in tono discorsivo, gettando uno sguardo sopra le
spalle alle macchine che li superavano veloci. «Ho sempre pensato
che suonasse stupido.»
«Questo non è un film!»
«Ma è d’accordo con me che è una promessa assurda», obiettò lui con un
lieve sorriso. «Sa che lo è. Lo ammetta. Julie.» Urtata dal fatto che,
apparentemente, stesse tentando di canzonarla come se fossero amici, Julie lo
fissò in furioso silenzio: sapeva che la promessa era ridicola, ma rifiutava di
ammetterlo. «Non può veramente aspettarsi che creda», continuò, mentre la
sua voce si addolciva un po’, «che lei mi lascerà farla franca per il suo
rapimento e per averle rubato la macchina, e che mi sarà così grata per
entrambe le cose da mantenere una promessa che mi ha fatto in circostanze di
estrema coercizione? Non le sembra un po’ assurdo?» «Si aspetta che discuta
di psicologia con lei, mentre la mia vita è in gioco?» esplose Julie.
«Capisco che sia spaventata, ma la sua vita non è in gioco, a meno che non la
metta lei. Non si trova in nessun pericolo a meno che non lo crei lei.» Forse
era la spossatezza, o il tono profondo della sua voce, o forse la fermezza del
suo sguardo, ma Julie guardando i suoi lineamenti seri si trovò quasi a
credergli.
«Non voglio che lei resti ferita», proseguì Zack, «e non lo sarà, finché non
farà niente che attiri l’attenzione su di me. e metta in allarme la polizia...»
«Nel qual caso», lo interruppe pungente Julie, riscuotendosi dallo stato di
trance, «mi farà saltare le cervella con la sua pistola. E’ molto confortante,
signor Benedict. La ringrazio.» Zack tenne a freno la sua collera, e spiegò:
«Se i poliziotti mi raggiungeranno, dovranno uccidermi, perché io non ho
intenzione di arrendermi. Data la mentalità da vigilante della maggior parte
dei poliziotti, ci sono buone probabilità che lei resti ferita o uccisa nella
mischia. Non voglio che questo accada. Riesce a capirlo questo?» Furiosa
con se stessa perché si lasciava soggiogare dalle vuote parole gentili di uno
spietato assassino, Julie distolse di scatto lo sguardo dal suo e fissò fuori dal
finestrino. «Pensa davvero di riuscire a convincermi che lei è Sir Galahad, e
non un mostro depravato?» «Evidentemente no», disse lui in tono irritato.
Quando lei rifiutò di guardarlo di nuovo, Zack fece un gesto impaziente e
disse seccamente: «La smetta di tenere il broncio e si metta a guidare. Devo
trovare un telefono sulla strada, a una di queste uscite».
Nel momento in cui la sua voce si raffreddò, Julie capì quanto fosse stata
stupida a ignorare il suo approccio amichevole, e a contrastarlo.
Probabilmente ciò che avrebbe dovuto fare, decise immettendosi di nuovo
sulla strada principale, era fargli credere di essersi rassegnata ad andare con
lui. Mentre i fiocchi di neve danzavano davanti ai fari, la sua mente cominciò
a calmarsi e si mise a riflettere attentamente sui modi possibili per uscire
dalla sua difficile situazione, perché ora appariva terribilmente probabile che
lui intendesse costringerla ad accompagnarlo attraverso il Colorado, oltre che
l’Oklahoma. Trovare un mezzo per ostacolare i suoi piani e fuggire diventava
non solo una necessità, ma una sfida bell’e buona. Per farlo, doveva restare
obiettiva e impedire a ogni traccia di paura e di rabbia di annebbiarle la
mente. Doveva riuscire a farlo, ricordò a se stessa Julie raccogliendo le
forze. Dopotutto, non era una persona delicata e viziata, protetta e ingenua.
Aveva passato i primi undici anni della sua vita per le strade di Chicago, e se
l’era cavata benissimo! Morsicandosi il labbro inferiore, decise di tentare di
pensare alla sua traversia come se fosse semplicemente la trama di uno dei
romanzi gialli che amava leggere. Aveva sempre ritenuto che alcune delle
eroine di quei romanzi si comportassero con straordinaria stupidità, cosa che
lei stava facendo inimicandosi il suo rapitore. Un’eroina intelligente avrebbe
fatto il contrario, sarebbe stata furba e avrebbe trovato il modo di far allentare
completamente la guardia a Benedict. Se lui l’avesse fatto, le sue probabilità
di fuga - e di farlo rispedire in prigione dov’era il suo posto - sarebbero
aumentate in modo impressionante.
Nonostante i seri dubbi sulla sua capacità di riuscita, Julie si sentì
improvvisamente invadere da una piacevole calma e da una determinazione
che scacciarono i suoi timori, lasciandole le idee più chiare. Attese diversi
minuti prima di parlare, in modo che la sua resa non gli apparisse troppo
improvvisa e sospetta, poi fece un respiro calmante e tentò di introdurre una
nota afflitta nella sua voce: «Signor Benedict», disse, riuscendo addirittura a
lanciargli un lieve sorriso di traverso, «apprezzo ciò che ha detto a proposito
del non avere intenzione di farmi del male. Non intendevo essere sarcastica.
Ero spaventata, questo è tutto». «E adesso non lo è?», ribatté lui, la voce
venata di scetticismo.
«Beh, sì», si affrettò ad assicurargli Julie. «Ma non così tanto.
E’ questo che voglio dire.»
«Posso chiederle che cosa ha causato questa improvvisa trasformazione?
A che cosa stava pensando, mentre era così tranquilla?»
«A un libro», disse lei, perché le sembrava sicuro. «Un libro
giallo.»
«Uno che ha letto? O uno che sta pensando di scrivere?»
Lei aprì la bocca, ma non ne uscirono parole, poi si accorse
che inavvertitamente le aveva offerto il mezzo perfetto per la sua
stessa sconfitta. «Ho sempre desiderato scrivere un romanzo
giallo, un giorno o l’altro», improvvisò in tono entusiasta. «e mi
è venuto in mente che questa potrebbe essere, beh, una ricerca
di prima mano.»
«Capisco.»
Julie gli lanciò un’altra occhiata e rimase stupita dal calore del suo sorriso.
Quel demonio avrebbe potuto affascinare un serpente, pensò, ricordando
quello stesso sorriso dai tempi in cui aveva scintillato sugli schermi
cinematografici, alzando la temperatura di tutto il pubblico femminile.
«Lei è una ragazza molto coraggiosa, Julie.»
Lei soffocò la sua adirata richiesta di essere chiamata signorina Mathison.
«Veramente, sono la più grande codarda del mondo, signor...» «Mi chiamo
Zack», la interruppe lui, e nel suo tono impassibile Julie avvertì il ritorno del
sospetto.
«Zack», acconsentì prontamente lei. «Ha proprio ragione. Dobbiamo
chiamarci per nome, dal momento che evidentemente staremo insieme
per...?» «Un po’», completò lui, e Julie fece uno sforzo erculeo per
nascondere la sua furia frustrata per quella risposta subdola. «Per un po’»,
convenne, attenta a mantenere un tono neutrale.
«Bene, probabilmente tutto questo durerà abbastanza da potermi
aiutare in qualche ricerca preliminare», esitò, pensando a
che cosa chiedergli. «Vorrebbe darmi qualche delucidazione su
com’è veramente la vita in prigione? Questo sarebbe molto utile
per la mia storia.»
«Davvero?»
La stava spaventando a morte con le sottili sfumature della
sua voce, in continuo mutamento. Mai prima di allora aveva conosciuto
un uomo o una donna che sapessero trasmettere così
tanto con degli impercettibili cambiamenti della voce, né aveva
mai sentito in tutta la sua vita una voce come la sua. Possedeva
un profondo tono baritonale che poteva mutare all’istante, e
   inspiegabilmente,
da gentile a divertito, a gelido e minaccioso. In
risposta alla sua domanda, Julie annuì con forza, cercando di
neutralizzare il suo tono scettico, mettendo energia e convinzione
nel proprio. «Assolutamente.» In un lampo di ispirazione, si
rese conto che se Zack avesse pensato che lei poteva stare dalla
sua parte, sarebbe stato ancora più probabile che abbassasse la
guardia. «Ho sentito dire che viene mandato in prigione un mucchio
di gente innocente. Lei lo era?»
«Ogni condannato si proclama innocente.»
«Sì, ma lei lo è?» insistette lei, morendo dal desiderio che dicesse di sì, in
modo da poter fingere di credergli.
«La giuria ha detto che ero colpevole.»
«Le giurie si sono sbagliate altre volte.»
«Dodici onesti, leali cittadini», rispose lui con voce improvvisamente gelida
per il disgusto, «hanno deciso che lo ero.» «Sono certa che hanno tentato di
essere obiettivi.» «Sciocchezze!» disse lui, con una tale furia che le mani di
Julie si strinsero sul volante in preda a un nuovo attacco di ansia e di timore.
«Mi hanno condannato perché ero ricco e famoso!» disse con asprezza. «Ho
osservato le loro facce durante il processo, e più il procuratore distrettuale
farneticava sulla mia vita privilegiata e sui principi amorali di Hollywood,
più quella giuria voleva il mio sangue. Tutto il loro dannato, ipocrita gruppo
timorato di Dio, sapeva che esisteva un ragionevole dubbio che io non avessi
commesso quel crimine, ed è perciò che non hanno consigliato la pena di
morte. Tutti loro avevano guardato troppo Perry Mason: hanno pensato che
se non l’avevo fatto, avrei dovuto essere in grado di dimostrare chi era stato.»
Julie sentì il sudore bagnarle il palmo delle mani per la furia nella sua voce.
Ora più che mai capì quanto fosse imperativo fargli credere che simpatizzava
con lui. «Ma lei non era colpevole, non è così? Solo che non poteva provare
chi avesse ucciso sua moglie, vero?» insistette con voce tremante.
«Che differenza fa?» disse lui bruscamente.
«Fa differenza per me.»
Per un attimo lui la studiò in glaciale silenzio, poi la sua voce prese una delle
sue brusche, irresistibili pieghe gentili. «Se davvero fa differenza per lei,
allora no, non l’ho uccisa.» Stava mentendo, naturalmente. Doveva farlo. «Le
credo.» Tentando di dargli ulteriori rassicurazioni, aggiunse: «E se è
innocente, allora ha tutti i diritti di tentare di fuggire di prigione». La risposta
di Benedict fu un lungo, sgradevole silenzio, durante il quale Julie avvertì il
suo sguardo penetrante esaminare ogni tratto del suo volto, poi disse
bruscamente: «Quel cartello diceva che c’è un telefono più avanti. Si fermi,
quando lo vede».
«D’accordo.»
Il telefono era di fianco alla strada, e Julie deviò allo svincolo. Stava
guardando lo specchietto retrovisore esterno nella speranza di vedere un
camionista, o qualche altro guidatore da poter fermare, ma c’era poco traffico
sulla strada innevata. La voce di Benedict le fece voltare il capo di scatto,
mentre lui toglieva le chiavi della macchina dall’accensione. «Spero», disse
con voce sardonica, «che lei non pensi che dubito della sua parola a proposito
di credere che sono innocente e di volermi vedere fuggire. Prendo
semplicemente le chiavi perché si da il caso che sia un uomo molto
prudente.» Julie stupì se stessa riuscendo a scuotere il capo e a dire in tono
convincente: «Non la biasimo». Con un breve sorriso lui scese dalla
macchina, ma tenne la mano in tasca sulla pistola come deliberato e
minaccioso promemoria nei suoi confronti, e lasciò la porta aperta dal lato
passeggeri, senza dubbio per poter vedere che cosa faceva durante la sua
telefonata. A meno di tentare di superare in velocità lui e un probabile
proiettile, Julie non aveva speranze di fuggire in quel momento, ma poteva
cominciare a prepararsi per il futuro. Quando lui appoggiò un piede sulla
neve gli disse con tutta la mansuetudine cui riuscì a fare appello: «Le
dispiace se prendo una penna e un foglio dalla mia borsa in modo da poter
prendere qualche appunto, mentre lei è al telefono - capisce, buttar giù
impressioni e fatti in modo da poterli usare nel mio libro?» Prima che lui
potesse rifiutare, cosa che sembrava stesse per fare, allungò prudente una
mano a prendere la borsa sul sedile posteriore, illustrandogli i motivi per cui
non poteva rifiutare la sua richiesta. «Scrivere mi calma sempre i nervi»,
disse, «e lei può frugare nella mia borsa, se vuole. Vedrà che non ho un altro
mazzo di chiavi o delle armi.» Per provarlo, aprì la borsa e gliela porse. Lui
le diede un’occhiata impaziente e preoccupata, che le fece pensare che non
credesse per un attimo alla sua storia a proposito di scrivere un romanzo, e
che acconsentisse solo per tenerla tranquilla.
«Faccia pure», disse, porgendole la borsa.
Quando lui si voltò, Julie prese un piccolo taccuino e la penna. Tenendo un
occhio sulla sua schiena, lo vide sollevare il telefono e inserire le monete, poi
scrisse velocemente lo stesso messaggio su tre diversi fogli di carta:
CHIAMATE LA POLIZIA. SONO STATA RAPITA. Con la coda
dell’occhio lo vide osservarla, e attese finché non si voltò a parlare con
chiunque fosse al telefono, poi strappò i primi tre fogli, li piegò a metà e li
infilò nella tasca esterna della borsa dove poteva facilmente raggiungerli.
Riaprì il taccuino e lo fissò, la mente che cercava freneticamente il modo di
passare l’appunto alla gente che poteva aiutarla. Colpita da un’idea
plausibile, lanciò un’occhiata a Benedict per assicurarsi che non stesse
guardando, poi prese rapida uno dei biglietti dalla borsa e lo avvolse in una
banconota da dieci dollari. Aveva un piano, lo stava mettendo in atto, e la
consapevolezza che ora stava acquistando un certo controllo sul proprio
futuro scacciò molte delle sue paure e il panico persistenti. Il resto della
calma appena ritrovata era dovuta a qualcos’altro. oltre al fatto di avere in
mente un piano. Quella sensazione derivava dalla convinzione istintiva ma
incrollabile che una cosa che Zachary Benedict aveva detto, fosse vera: non
voleva farle del male. Perciò non le avrebbe sparato a sangue freddo. Infatti,
se lei ora avesse tentato di fuggire, era sicura che le avrebbe dato la caccia,
ma che non le avrebbe sparato a meno che non avesse dato l’impressione di
aver intenzione di fermare una macchina di passaggio. E dal momento che
non c’erano macchine in arrivo, Julie non vedeva il motivo di spalancare la
porta e di tentare la fuga, per il momento. Era molto meglio dare
l’impressione di collaborare e farlo rilassare il più possibile. Zachary
Benedict poteva essere un ex detenuto, ma lei non era la codarda ingenua e
facile da intimorire che aveva impersonato finora. Un tempo aveva dovuto
vivere di espedienti, ricordò a se stessa facendosi coraggio. Se ora si fosse
concentrata su quello, sarebbe riuscita a tenergli testa, ne era assolutamente
sicura! Beh. quasi sicura. Finché restava calma, aveva delle ottime
possibilità di vincere quella gara di intelligenza. Tirando fuori il suo taccuino,
cominciò a buttar giù dei commenti zuccherosi sul suo rapitore, nel caso che
lui chiedesse di vedere che cosa aveva scritto. Zachary Benedict sta
fuggendo da un’ingiusta reclusione causata da una giuria prevenuta. Sembra
essere un uomo intelligente, gentile e cordiale - una vittima delle circostanze.
Ho fiducia in lui.
Era così assorta che ebbe solo un momentaneo sobbalzo di paura, quando si
accorse che lui aveva finito la telefonata e stava salendo in macchina.
Chiudendo in fretta il taccuino e cacciandolo nella sua borsa, chiese in tono
gentile: «E’ riuscito a parlare con la persona cui sta cercando di telefonare?»
I suoi occhi si concentrarono penetranti sul sorriso di Julie, e lei ebbe la
sgradevole sensazione di stare esagerando con la sua esibizione cameratesca.
«No. E’ ancora lì, ma non è in camera. Tenterò di nuovo tra una mezz’ora.»
Julie stava assimilando quella ghiotta e utile notizia, quando lui allungò una
mano a prendere la sua borsa e tirò fuori il taccuino. «Solo una precauzione»,
disse con voce sardonica, aprendo di scatto il taccuino.
«Lei capisce, ne sono sicuro.»
«Capisco», affermò Julie, presa tra un’allegria nervosa e l’imbarazzo, quando
vide la sua mascella allentarsi mentre leggeva ciò che aveva scritto.
«Ebbene?» chiese, spalancando gli occhi con finta innocenza.
«Che cosa ne pensa?»
Lui chiuse il taccuino e lo fece scivolare di nuovo nella sua borsa. «Penso che
sia troppo ingenua per essere lasciata libera per il mondo, se veramente crede
tutto quello.» «Sono molto ingenua», gli assicurò con vivacità Julie, avviando
il motore e immettendosi sulla strada principale. Se lui la riteneva stupida e
ingenua, era fantastico, formidabile.
   CAPITOLO 20.
NELLA mezz’ora successiva viaggiarono in silenzio, con solo un occasionale
commento sul mal tempo e sul peggioramento delle condizioni di guida, ma
Julie stava tenendo d’occhio il lato della strada alla ricerca di un cartello
pubblicitario che le consentisse di mettere in atto il suo piano. Qualunque
cartello che reclamizzasse un ristorante fast-food a un’uscita in
avvicinamento sarebbe andato bene. Quando alla fine ne vide uno, il suo
cuore raddoppiò i battiti.
«Capisco che probabilmente non desidera fermarsi ed entrare in un ristorante,
ma sono affamata», disse in tono prudente e amabile. «Quel cartello dice che
c’è un McDonald’s qualche chilometro più avanti. Potremmo prendere
qualcosa da mangiare allo sportello per automobilisti.» Lui diede un’occhiata
all’orologio della macchina, e cominciò a scuotere il capo, così Julie
aggiunse in fretta: «Devo mangiare qualcosa ogni due ore perché soffro...»
esitò una frazione di secondo pensando freneticamente al termine medico
esatto per il problema che non aveva, «... di ipoglicemia! Mi dispiace, ma se
non mangio qualcosa, sto molto male, svengo, e...» «Bene, ci fermeremo lì.»
Julie quasi gridò eccitata per il trionfo quando deviò sulla rampa di uscita, e
gli archi dorati del McDonald’s giunsero in vista. Il ristorante si trovava tra
due parcheggi pubblici con un parco-giochi per bambini, di fianco. «Ci
fermiamo appena in tempo», aggiunse, «perché mi sento così stordita che non
riuscirei a guidare più a lungo.» Ignorando gli occhi socchiusi di Benedict,
Julie accese con uno scatto la freccia direzionale e svoltò nell’entrata del
McDonald’s. Nonostante la bufera di neve, c’erano diverse macchine nel
parcheggio, benché non quante Julie avrebbe desiderato, e poteva vedere
qualche famiglia seduta ai tavoli dentro al ristorante. Seguendo la direzione
del cartello si diresse sul retro del ristorante allo sportello per guidatori, e si
fermò davanti al microfono. «Che cosa desidera?» chiese.
Prima di essere messo in carcere, Zack non si sarebbe fermato a un ristorante
fast-food come quello, anche se avesse dovuto stare tutto il giorno senza
mangiare. Ora scoprì che gli veniva l’acquolina in bocca al pensiero di un
semplice hamburger e patatine fritte. Era la libertà a fargli quell’effetto,
decise dopo aver detto a Julie che cosa voleva mangiare. La libertà faceva
sentire l’aria più fresca e sembrare il cibo più buono. Rendeva anche un
uomo più teso e sospettoso, perché c’era qualcosa nel sorriso troppo
smagliante della sua prigioniera che lo stava rendendo estremamente
diffidente. Sembrava così fresca e ingenua con quei grandi occhi azzurri e
quel sorriso dolce, ma era passata troppo rapidamente dall’atteggiamento di
prigioniera terrorizzata, a quello di ostaggio furioso, a quello attuale di alleata
amichevole. Julie comunicò la loro ordinazione al microfono: due panini al
formaggio, due porzioni di patatine fritte e due Coca-Cola. «Fanno cinque
dollari e novecento», disse la voce al microfono.
«Andate avanti al primo sportello, prego.»
Mentre si fermava di fianco al primo sportello, Julie lo vide frugare in tasca
alla ricerca del denaro, e scosse il capo inflessibile, infilando già la mano
nella sua borsa. «Pago io», disse, riuscendo a guardarlo dritto negli occhi.
«Tocca a me. Insisto.» Dopo un attimo di esitazione, Benedict tolse la mano
dalla tasca, ma le sue sopracciglia scure si aggrottarono in un’espressione
perplessa. «E’ molto sportivo da parte sua.» «Sono così. Sono molto sportiva.
Lo dicono tutti», balbettò lei con noncuranza, prendendo la banconota
ripiegata da dieci dollari con dentro l’appunto scritto a mano che diceva di
essere stata rapita.
Incapace di incrociare più a lungo il suo sguardo snervante, Julie distrasse
frettolosamente gli occhi e concentrò la sua attenzione sulla ragazza allo
sportello che la stava guardando con annoiata impazienza. La targhetta con il
nome della ragazza diceva che si chiamava Tiffany.
«Fanno cinque dollari e novecento», disse Tiffany. Julie le porse la
banconota da dieci dollari e fissò intensamente la ragazza, il volto
supplicante. La sua vita dipendeva da quella ragazza dall’aria annoiata con
una coda di cavallo riccia. Come al rallentatore, Julie la vide aprire la
banconota da dieci dollari... Il piccolo appunto cadde fluttuando a terra...
Tiffany si chinò a raccoglierlo, facendo schioccare la gomma da masticare...
Si raddrizzò... Diede un’occhiata a Julie... «E’ suo?» le chiese, tenendolo
alzato, e sbirciando nella macchina senza leggere che cosa dicesse.
«Non lo so», disse Julie, tentando di costringere la ragazzina a leggere le
parole. «Può essere. Che cosa dice...» cominciò, poi soffocò un grido mentre
la mano di Zack Benedict le si chiudeva sul braccio e la canna della pistola le
affondava nel fianco. «Non importa, Tiffany», disse lui con calma,
chinandosi di fianco a Julie e tendendo la mano. «E’ un mio appunto. Fa
parte di uno scherzo.» La cassiera diede un’occhiata al biglietto, ma era
impossibile dire se l’avesse letto veramente un istante prima di allungarlo
nella mano tesa verso la macchina. «Ecco, signore», disse, chinandosi in
avanti di fianco a Julie per consegnarglielo. Lei digrignò i denti mentre
Zachary Benedict rivolgeva alla ragazza un sorriso fasullo di apprezzamento
che fece arrossire di piacere Tiffany, mentre contava il resto che doveva in
cambio del biglietto da dieci dollari di Julie. «Ecco la vostra ordinazione»,
disse. Automaticamente, Julie allungò la mano a prendere i sacchetti bianchi
con il cibo e la Coca-Cola, con il volto spaventato che supplicava
silenziosamente la ragazza di chiamare la polizia, o il gestore, o qualcuno!
Passò i sacchetti a Benedict senza osare incontrare il suo sguardo, le mani che
le tremavano in modo così violento che quasi lasciò cadere le lattine di Coca.
Mentre si allontanava dallo sportello, si aspettava una qualche reazione da
parte sua. ma dal momento che il suo piano era fallito miseramente, Julie non
era preparata all’esplosione di furia violenta che udì: «Piccola, stupida strega,
stai cercando di farti ammazzare? Accosta in quel parcheggio, in un punto
dove possa vederci; ci sta guardando».
Julie obbedì automaticamente, il petto che le si sollevava e abbassava in
piccoli respiri, bruschi e poco profondi. «Lo mangi», ordinò, mettendole il
panino al formaggio davanti al viso. «E sorrida a ogni boccone, altrimenti che
Dio mi aiuti...» Di nuovo, Julie obbedì. Masticò senza gustare, ogni fibra del
suo essere concentrata a calmare i nervi a pezzi, così da riuscire a pensare di
nuovo. La tensione della macchina divenne qualcosa di rigido e vivente, che
si aggiunse ai suoi nervi tesi. Julie parlò semplicemente per spezzare il
silenzio. «Posso avere la mia Coca?» chiese, allungando una mano a prendere
il sacchetto bianco delle bibite sul pavimento, accanto ai suoi piedi. La mano
di Benedict si chiuse sul suo polso in una morsa che minacciò di spezzarle le
fragili ossa. «Mi fa male!» gridò Julie, assalita da una nuova ondata di
panico. La mano di Benedict la strinse più dolorosamente, prima di
allontanarle con forza il polso. Julie si drizzò contro il sedile, appoggiò il
capo all’indietro, e chiuse gli occhi, deglutendo e fregandosi il braccio
pulsante dal dolore. Fino a pochi minuti prima non aveva tentato veramente
di farle del male, e lei si era cullata nell’idea sbagliata che non fosse un
assassino indiscriminato e depravato, ma piuttosto un uomo che si era
vendicato della moglie infedele con un atto di folle gelosia. La vergognosa
verità era che quando le aveva detto di essere innocente, lei aveva creduto
possibile che le stesse dicendo la verità, perché così aveva senso che tentasse
di fuggire per poterlo provare. Per qualche incomprensibile motivo, una
piccola parte di lei si aggrappava ancora a quella possibilità, forse perché
questo la aiutava a tenere sotto controllo la propria paura, ma non attenuava il
suo bisogno disperato di fuggire da lui. Anche se era innocente del crimine
per cui era stato mandato in prigione, questo non significava che non avrebbe
ucciso per evitare di esservi rispedito - e questo «se» era innocente - era un
grandissimo, e altamente improbabile «se».
Tutto il suo corpo sobbalzò in allarme, quando il sacchetto sul pavimento
crepitò. «Ecco», disse brusco Benedict, porgendole sgarbatamente una Coca.
Rifiutandosi di guardarlo, Julie allungò la mano e la prese, lo sguardo fisso
sul panorama al di là del parabrezza. Ora capiva che la sua unica speranza di
fuggire senza far uccidere o ferire qualcuno, era di rendergli più facile
svignarsela con la sua macchina lasciandola dietro di sé, di quanto non fosse
averla intorno a impedirgli di uscire dalla sua difficile situazione. Il che
significava che doveva essere fuori dalla macchina e in piena vista dei
presenti. Aveva sprecato il suo primo tentativo di fuga; ormai Benedict
sapeva che lei era abbastanza disperata da tentare di nuovo. Sarebbe stato
all’erta. Vigile. Quando avesse tentato di nuovo, tutto avrebbe dovuto essere
perfetto. Sapeva per istinto che non era probabile che vivesse abbastanza per
avere una terza occasione. Almeno, non era più necessario continuare quella
nauseante finzione di essere dalla sua parte.
«Muoviamoci», disse Benedict brusco.
Senza parlare, Julie avviò la macchina e uscì dal parcheggio. Un quarto
d’ora più tardi, lui le ordinò di accostare a un telefono al lato della strada, e
fece un’altra telefonata. Non aveva più parlato tranne per dirle di accostare, e
Julie sospettava che sapesse che quel silenzio arrecava più danno ai suoi
nervi di qualunque altra cosa potesse fare per intimidirla. Questa volta
quando fece la telefonata non le tolse mai gli occhi di dosso. Quando ritornò
in macchina, Julie guardò i suoi lineamenti impassibili, e non riuscì a
sopportare un altro minuto quel silenzio. Dandogli un’occhiata orgogliosa,
accennò con il capo alla cabina telefonica e disse: «Cattive notizie, spero?»
Zack trattenne un sogghigno al suo rigido e persistente atteggiamento ribelle.
Il suo volto grazioso rivelava un coraggio ostinato e uno spirito pungente che
lo prendeva sempre alla sprovvista. Invece di rispondere che le notizie erano
molto buone, si strinse nelle spalle. Il silenzio la rodeva, notò. «Parta», disse,
appoggiandosi all’indietro sul sedile e allungando le gambe, guardando
pigramente le sue dita aggraziate sul volante.
Fra poche ore un uomo che somigliava molto a Zack, sarebbe partito da
Detroit per il Canada, attraversando il tunnel di Windsor. Al confine, avrebbe
dato abbastanza spettacolo da far sì che gli agenti doganali presenti si
ricordassero di lui. Se Zack fosse rimasto uccel di bosco per un paio di giorni,
quegli agenti di dogana si sarebbero ricordati di lui, e avrebbero avvertito le
autorità americane che il loro detenuto evaso era, probabilmente, passato in
Canada. Nel giro di una settimana, la caccia a Zack Benedict si sarebbe
concentrata principalmente in Canada, lasciando Zack molto più libero di
continuare con il resto del suo piano. Per il momento, sembrava proprio che
non avesse assolutamente niente da fare per la settimana successiva, tranne
rilassarsi e godere la sua libertà. Sembrava un’idea piacevole, e lo avrebbe di
certo bendisposto verso il mondo, se non fosse stato per il suo fastidioso
ostaggio. Lei era l’unica pecca nel suo periodo di riposo. Una grossa pecca,
dal momento che evidentemente Julie non era per nulla così arrendevole
come Zack aveva pensato che fosse. In quel momento stava guidando
inutilmente lenta, gettandogli delle occhiate arrabbiate. «Qual è il
problema?» chiese conciso.
«Il problema è che ho bisogno di andare in bagno.» «Più tardi!» «Ma...»
Benedict la guardò, e Julie capì che era inutile discutere. Un’ora dopo
attraversarono il confine con il Colorado, e lui parlò per la prima volta. «C’è
una fermata per i camion, più avanti. Esca allo svincolo, e se tutto sembrerà a
posto, ci fermeremo lì.» La fermata per i camion risultò essere troppo
affollata per andargli bene, e occorse un’altra mezz’ora prima che trovasse
una stazione di servizio che fosse relativamente deserta e disposte in modo da
soddisfarlo, con un inserviente in posizione sulla pedana tra le pompe, così da
poter pagare la benzina senza entrare, e le toilette all’esterno dell’edificio.
«Andiamo», disse. «Cammini lentamente», l’avvertì, quando lei scese dalla
macchina, e si avviò verso la porta della toilette. Le afferrò il gomito come
per aiutarla a camminare in mezzo alla neve, i piedi che facevano
scricchiolare la neve farinosa indurita, in ritmo perfetto con quelli di Julie.
mentre si adeguava a lei passo per passo. Quando raggiunsero la toilette,
invece di lasciarle andare il braccio. Benedict allungò la mano ad aprire la
porta, e la collera di Julie esplose: «Ha intenzione di entrare qui dentro con
me e tenermi d’occhio?» proruppe con furiosa incredulità.
Ignorandola, lui diede un’occhiata al piccolo locale piastrellato,
ispezionandolo alla ricerca di finestre, immaginò Julie, e non trovandone le
lasciò andare il braccio. «Faccia in fretta. E, Julie, non faccia stupidaggini.»
«Come per esempio?» chiese lei. «Impiccarmi con la carta igienica? Se ne
vada, dannazione.» Liberando il braccio con uno strattone, entrò decisa, e fu
mentre chiudeva la porta che le venne in mente l’ovvia soluzione di bloccarla
e di restare, all’interno. Con un grido interiore di trionfo, girò il chiavistello
con la punta delle dita chiudendo al contempo la porta con forza, gettandosi
contro di essa con le spalle. La porta si richiuse sbattendo con un gratificante
rumore metallico, ma la serratura non sembrò scattare, e Julie ebbe la
sgradevole sensazione che lui stesse tenendo il pomello della porta dall’altra
parte, per impedire che succedesse. Dall’altra parte della porta Zack ruotò il
pomello e questo girò nella mano di Julie, e allo stesso tempo il tono divertito
di Benedict le disse che aveva ragione. «Ha un minuto e mezzo, prima che
apra questa porta, Julie.» Fantastico. Senza dubbio, era anche un pervertito,
pensò lei mentre finiva rapidamente ciò che era entrata a fare. Si stava
lavando le mani con l’acqua gelida, quando lui aprì la porta e disse:
«Tempo scaduto».
Invece di salire sulla Blazer, Benedict restò indietro, la mano in tasca sulla
pistola. «Faccia benzina», le ordinò, appoggiandosi pigramente sul fianco
della macchina a osservarla mentre lei obbediva. «La paghi», le ordinò,
quando lei ebbe fatto, tenendo il volto girato dall’altra parte rispetto all’uomo
nella guardiola. Il senso oltraggiato dell’economia di Julie annullò
momentaneamente la sua frustrazione e la sua paura, e stava per obiettare
quando si rese conto che Zack teneva un biglietto da venti dollari nella mano
tesa. Il suo risentimento venne accentuato dalla consapevolezza che stava
trattenendo un mezzo sorriso. «Penso che stia cominciando a trovarlo
divertente!» sbottò con asprezza, strappandogli il denaro di mano.
Zack osservò le sue spalle rigide mentre lei si voltava, e ricordò a se stesso
che sarebbe stato molto più saggio, e molto più giovevole, se fosse riuscito a
neutralizzare in parte la sua ostilità, come aveva avuto intenzione di fare
prima. Se fosse riuscito a metterla in uno stato d’animo passabile, sarebbe
stato ancora meglio. Così disse con una bassa risatina: «Ha assolutamente
ragione. Penso di cominciare a trovarlo divertente».
«bastardo», replicò Julie.
L’alba stava profilando di rosa il cielo grigio, quando Julie decise che forse
Benedict si era addormentato. Le aveva fatto seguire delle strade secondarie,
evitando quelle principali, il che aveva reso così pericoloso viaggiare sulla
neve alta che aveva tenuto solo una media.di trenta miglia all’ora per lunghi
tratti. Per tre volte erano stati fermati da incidenti sulla strada principale e
tuttavia lui l’aveva fatta proseguire. Per tutta la notte, la radio aveva
trasmesso nuovi bollettini sulla sua fuga, ma più si inoltravano nel Colorado,
e meno si parlava della sua scomparsa, senza dubbio perché nessuno si
aspettava che lui stesse viaggiando a nord, lontano dai principali aeroporti,
treni e autobus. Il cartello stradale che avevano superato un miglio prima
diceva che c’era un’area di sosta a cinque miglia davanti a loro, e Julie stava
pregando che in quella, come nell’ultima che avevano superato, ci fosse
almeno qualche camion in sosta, con gli autisti addormentati nella cabina di
guida. L’idea più attuabile che era riuscita a concepire durante
quell’interminabile ed estenuante viaggio, era l’unica che soddisfacesse al
duplice criterio di costringerlo a prendere la macchina e lasciarla dietro di sé.
Sembrava infallibile quanto qualsiasi altra cosa, date le circostanze: avrebbe
deviato verso l’area di sosta, e quando si fosse trovata di fianco ai camion
parcheggiati avrebbe schiacciato il pedale del freno saltando giù dalla
macchina, gridando aiuto a voce abbastanza alta da svegliare gli occupanti
dei camion. Poi. se la sua idea si fosse avverata completamente, diversi grossi
camionisti - preferibilmente uomini giganteschi che portavano pistole e pugni
di ferro - si sarebbero svegliati di soprassalto, saltando giù dai camion e
precipitandosi in suo soccorso. Poi avrebbero buttato a terra Zachary
Benedict, con lei ad aiutarli, lo avrebbero disarmato e avrebbero chiamato la
polizia con le loro radio a onde corte. Quello era il miglior piano d’azione
possibile, Julie lo sapeva, ma anche se si fosse avverato in minima parte - se
solo un autista si fosse svegliato, uscendo a investigare sulla causa delle sue
grida - era ancora relativamente sicura che si sarebbe liberata di Zachary
Benedict. Poiché, dal momento in cui avesse dato l’allarme e attirato
l’attenzione, la sua unica scelta sensata sarebbe stata di svignarsela sulla
Blazer. Non avrebbe avuto niente da guadagnare a perder tempo a spararle, e
poi passare di camion in camion a sparare agli autisti, perché il primo colpo
di pistola avrebbe solo messo in allarme gli altri autisti.
Gli gettò un’altra occhiata penetrante per assicurarsi che stesse dormendo.
Teneva le braccia incrociate sul petto, e le lunghe gambe erano distese
davanti a lui, il capo appoggiato contro il finestrino laterale. Il suo respiro era
regolare e rilassato.
Era addormentato.
Imbaldanzita, Julie sollevò con delicatezza il piede dall’acceleratore,
lentamente, impercettibilmente, osservando il tachimetro scendere da
quarantacinque miglia all’ora a quarantadue, e poi, molto lentamente, a
quaranta. Per poter svoltare e fermarsi sull’area di sosta senza un improvviso
cambio di velocità che avrebbe messo in allarme il suo passeggero, doveva
viaggiare a non più di trenta miglia all’ora, quando avrebbe raggiunto
l’uscita. Mantenne la velocità di quaranta miglia per un minuto intero, poi
diminuì ancora la pressione sull’acceleratore. La macchina rallentò a
trentacinque miglia all’ora, e Julie allungò la mano ad alzare un po’ il volume
della radio per compensare quella che sembrava un’atmosfera più tranquilla
all’interno della macchina. L’area di sosta era ancora a un quarto di miglio di
distanza, nascosta alla vista da un boschetto d’alberi, quando Julie ridusse la
velocità a trenta miglia e girò il volante un millimetro alla volta per
cominciare a svoltare dalla strada principale. Pregando in modo sconnesso di
trovare dei camion lì, Julie trattenne il fiato mentre superava gli alberi, poi lo
rilasciò in un impeto di silenziosa gratitudine e di sollievo. Davanti a lei, tre
camion erano parcheggiati di fronte al piccolo edificio che ospitava la toilette
e benché non ci fosse nessuno ad aggirarsi nelle prime luci dell’alba, le
sembrò di riuscire a sentire uno dei motori diesel in funzione. Con il cuore
che le martellava, ignorò la tentazione di fare subito la sua mossa. Per
aumentare al massimo le proprie possibilità, doveva trovarsi esattamente di
fianco ai camion, così da poter raggiungere la porta di uno di essi prima che
Benedict potesse raggiungerla.
A quindici metri dal primo camion, Julie fu assolutamente certa di sentirne il
motore, e la punta del suo piede si piegò furtivamente ad angolo verso il
freno, tutti gli altri suoi sensi talmente concentrati sulla cabina del camion
che gridò per lo choc quando Zachary Benedict si tirò su a sedere. «Dove
diavolo...» cominciò, ma Julie non gli diede l’opportunità di finire.
Schiacciando il piede sul freno, afferrò la maniglia della porta spalancandola,
e si gettò fuori dall’auto in corsa, atterrando con un fianco sulla carreggiata
ricoperta di neve. Con gli occhi offuscati dal dolore e dal terrore, vide la
ruota posteriore della Blazer passarle accanto, mancandola per pochi
centimetri prima che la macchina si fermasse sbandando con stridore.
«Aiutatemi!» gridò Julie, balzando sulle ginocchia, i piedi che scivolavano
mentre cercava di far presa sulla fanghiglia e sulla neve. «Aiutatemi!» Era in
piedi e correva verso la cabina del camion più vicino, quando Zachary
Benedict balzò fuori dalla Blazer, tagliando sul retro della macchina, e corse
dritto verso di lei bloccandole la strada verso la salvezza, Julie cambiò
direzione per evitarlo. «Vi prego», gridò, tagliando in mezzo alla neve nello
sforzo di raggiungere le toilette, e chiudere la porta. Sulla sua sinistra, vide
spalancarsi la porta di un camion, e un autista scendere a guardare accigliato
quel trambusto; vicini alle sue spalle, sentì i piedi di Benedict calpestare la
neve. «Mi aiuti!» gridò all’autista, e gettò un’occhiata alle spalle in tempo per
vedere Zachary Benedict raccogliere una manciata di neve.
Una palla di neve la colpì con forza sulle spalle, e lei gridò correndo: «Lo
fermi! E’...» Lo scroscio di risa di Zachary Benedict, qualche passo dietro di
lei, coprì le sue parole. «Smettila, Julie», gridò lui, lanciandosi allo stesso
tempo su di lei in un placcaggio in corsa. «Stai svegliando tutti!» Tentando di
inspirare con forza aria sufficiente per gridare di nuovo, Julie si girò,
atterrando sulla neve sotto il suo corpo spiegato a ventaglio, senza fiato, gli
occhi azzurri terrorizzati a solo pochi centimetri da quelli furiosi di lui, i denti
stretti in un finto sorriso inteso a ingannare l’autista del camion. Ansimando,
Julie girò di scatto il capo di lato per gridare, proprio mentre lui le scagliava
una manciata di neve fradicia sul viso. Sentendosi soffocare e accecata, udì il
suo sussurro furibondo mentre le afferrava i polsi e glieli tirava con violenza
sopra il capo. «Lo ucciderò se verrà più vicino», disse tagliente,
intensificando la stretta sulle sue mani. «Maledizione, è questo che vuole?
Deve morire qualcuno per lei?» Julie si mise a piagnucolare, incapace di
parlare, e scosse il capo, gli occhi chiusi stretti, incapace di sopportare la
vista del suo rapitore, incapace di sopportare il pensiero di essere arrivata a
pochi passi dalla libertà, e tutto per niente, per finire con la schiena nella
neve, il corpo di lui che schiacciava il suo. con il fianco che le pulsava
dolorosamente per la volontaria caduta dalla Blazer. Sentì il suo respiro
rapido, l’urgenza furiosa. «Sta venendo qui. Mi baci in modo convincente,
altrimenti è morto!» Prima che lei potesse reagire, le labbra di Benedict si
chinarono a schiacciare le sue, e gli occhi di Julie si spalancarono, fissando lo
sguardo sull’autista del camion che stava avvicinandosi prudente a loro, il
volto accigliato, mentre cercava di scrutare i loro volti. «Dannazione, mi
metta le braccia attorno al collo!» La sua bocca imprigionava quella di Julie,
e la pistola che lui aveva in tasca le stava conficcata nello stomaco, ma
adesso i suoi polsi erano liberi. Poteva lottare, e molto probabilmente
l’autista del camion dalla faccia gioviale sotto un berretto nero che recava
scritto RETE, avrebbe capito che c’era qualcosa di molto serio che non
andava, e sarebbe andato in suo soccorso. E sarebbe morto.
Benedict le aveva ordinato di mettergli le braccia intorno al collo, e di «farlo
in modo convincente». Come una marionetta, Julie sollevò dalla neve i polsi
appesantiti e li lasciò ricadere flosci sulle sue spalle, ma non riuscì a
costringersi a fare di più.
Zack sentì il sapore delle labbra fredde di Julie sotto le sue:
sentì il suo corpo, rigido come una statua sotto il proprio peso, e ne dedusse
che stava tentando di raccogliere le forze per l’attimo successivo, quando con
l’aiuto dei tre autisti dei camion avrebbero messo fine alla sua breve libertà, e
alla sua vita. Con la coda dell’occhio vide rallentare l’autista, ma continuava
ancora ad avvicinarsi e la sua espressione si faceva sempre più circospetta e
scettica. Quello, e altri pensieri, attraversarono velocemente la mente di Zack
nello spazio dei tre secondi durante i quali giacquero lì, fingendo - in modo
non convincente - di baciarsi. In un ultimo, debole tentativo di impedire
all’inevitabile di accadere, Zack spostò lentamente le labbra all’orecchio di
Julie e sussurrò due sole parole, che non si permetteva di usare da anni:
«La prego!» Stringendo le braccia intorno alla donna rigida, disse di nuovo
con un gemito di urgenza nella voce che non riuscì a soffocare: «La prego,
Julie...» Con la sensazione che il mondo fosse improvvisamente impazzito,
Julie udì lo strazio della supplica del suo rapitore, come se gli venisse
strappata dal petto, un attimo prima che le sue labbra si impadronissero delle
sue, e lui dicesse in un sussurro tormentato:
«Non ho ucciso nessuno, lo giuro». La supplica e la disperazione che aveva
sentito nella sua voce furono eloquentemente vibranti nel bacio, e riuscirono
in ciò che le sue minacce e la sua rabbia non erano riuscite: fecero esitare e
vacillare Julie: le fecero credere che ciò che aveva sentito nella sua voce
fosse vero. Stordita dai messaggi confusi che le attraversavano veloci la
mente, Julie sacrificò il suo immediato futuro per la salvezza di un autista di
camion. Spinta dalla necessità di risparmiare la vita di quell’uomo, e da
qualcosa di meno sensato e del tutto inspiegabile, Julie respinse le lacrime
inutili, fece scivolare incerta le mani sulle spalle di Zachary Benedict e si
arrese al suo bacio. Nell’istante in cui lo fece, lui avvertì la sua resa, un
brivido lo percorse e le sue labbra si addolcirono. Ignara dei passi che si
fermavano con uno scricchiolio sulla neve, Julie gli permise di schiuderle le
labbra, e di loro volontà le sue dita si curvarono intorno al collo di Benedict,
scivolandogli tra i morbidi e folti capelli sulla nuca. Lo sentì inspirare
rapidamente quando ricambiò esitante il bacio, e, all’improvviso, tutto
cominciò a cambiare. Ora, lui la baciava sul serio, le mani che si muovevano,
che le scivolavano sulle spalle, e poi affondavano nei suoi capelli bagnati,
sollevandole il viso più vicino alle sue labbra affamate e indagatrici. Da
qualche parte, lontano sopra di lei, la voce perplessa di un uomo dall’accento
del Texas le gridò: «Signora, le occorre aiuto oppure no?» Julie lo sentì e
tentò di scuotere il capo, ma la bocca inclinata con foga sulla sua le aveva
tolto la capacità di parlare. Da qualche parte, in fondo alla mente, sapeva che
quella era solo una recita a beneficio dell’autista; lo sapeva con la stessa
certezza con cui sapeva di non avere altra scelta che quella di parteciparvi.
Ma se quella era la verità, allora perché non riusciva almeno a scuotere il
capo, o ad aprire gli occhi?
«Immagino di no», disse la voce con l’accento del Texas in una risatina
lasciva. «Che cosa mi dice di lei, signore? Le occorre aiuto in ciò che sta
facendo? Le potrei dare il cambio per un po’, lì a terra...» La testa di Zack si
sollevò quel tanto da interrompere il contatto con la bocca di Julie, la voce
rauca e sommessa: «Si trovi la sua donna», scherzò con l’autista. «Questa è la
mia». L’ultima parola venne sussurrata contro le labbra di Julie, prima che la
sua bocca toccasse quella di lei. le braccia che la circondavano con forza, la
lingua che scivolava incerta tra le sue labbra, spronandola a schiuderle, i
fianchi forti ed esigenti contro quelli di lei. Con un gemito silenzioso di resa,
Julie si abbandonò a ciò che sembrava il bacio più appassionato, più sexy, e
più insistente, che avesse mai provato.
A cinquanta metri di distanza, la porta di un camion si aprì e una nuova voce
maschile gridò: «Ehi, Pete, che cosa sta succedendo laggiù sulla neve?»
«Diavolo, amico, che cosa ti sembra che succeda? Una coppia di adulti sta
giocando a fare i ragazzi, tirandosi palle di neve e sbaciucchiandosi.» Forse
fu la voce nuova, o l’improvvisa consapevolezza che il suo rapitore stava
diventando fisicamente eccitato, a riportarla di colpo alla realtà, o forse fu lo
sbattere della porta del camion seguito dal ruggito di un motore, mentre il
grosso autoarticolato si allontanava dall’area di sosta. Qualunque ne fosse la
causa, Julie gli appoggiò le mani contro le spalle, e fece pressione, ma le
occorse uno sforzo innaturale per muoversi, e la sua spinta fu a dir poco
debole. Presa dal panico per la sua inspiegabile apatia, Julie spinse con
maggior forza. «La smetta!» gridò sommessamente.
«La smetta. Se n’è andato!»
Stordito dal suono lacrimevole della sua voce, Zack sollevò il capo, fissando
la sua pelle umida e la sua bocca morbida con un desiderio che trovava
difficile controllare. La dolcezza squisita della sua resa, la sensazione provata
ad averla tra le braccia e la delicatezza del suo tocco facevano quasi sembrare
plausibile l’idea di fare l’amore sulla neve, all’alba. Lentamente diede
un’occhiata a dove si trovavano, e riluttante si sollevò da lei. Non capiva
assolutamente perché avesse deciso di non avvertire l’autista del camion, ma
qualunque ne fosse la ragione le doveva di più di un tentativo di stupro sulla
neve, come ricompensa. Silenziosamente le tese la mano, trattenendo un
sorriso quando la stessa donna che si era sciolta tra le sue braccia un attimo
prima, chiamava a raccolta le proprie difese ignorando intenzionalmente il
suo gesto, e vacillando si rialzava con una spinta dalla neve. «Sono bagnata
fradicia», si lamentò, evitando scrupolosamente il suo sguardo e strizzandosi
i capelli, «e completamente ricoperta di neve.» Automaticamente Zack
allungò una mano a togliere la neve di dosso, ma lei balzò fuori dalla sua
portata, evitando il suo tocco mentre si toglieva la neve dalle braccia e dalla
parte posteriore dei jeans.
«Non creda di potermi toccare per via di ciò che è appena successo!» lo
avvertì, ma Zack era occupato ad ammirare il risultato del loro bacio: i suoi
grandi occhi dalle ciglia scure erano splendenti, e la sua pelle di porcellana
era sfumata di rosa sugli zigomi alti. Quando era turbata, e un po’ eccitata,
come in quel momento, Julie Mathison era assolutamente da togliere il fiato.
Era anche coraggiosa e molto gentile, perché, sebbene non fosse riuscito a
sottometterla con le minacce o la crudeltà, per qualche motivo aveva risposto
alla disperazione nella sua supplica.
«L’unica ragione per cui le ho permesso di baciarmi, è stata
Perché ho capito che aveva ragione - non c’è alcun bisogno che
qualcuno resti ucciso perché sono spaventata. Adesso, mettiamoci
in moto, e facciamola finita con questo tormento.»
Zack sospirò. «Devo dedurre da quel suo tono acido che siamo
di nuovo avversari, signorina Mathison?»
«Certo che lo siamo», rispose. «La porterò dovunque sia diretto
senza altri trucchi, ma mettiamo subito in chiaro che non appena
saremo arrivati là, sarò libera di andarmene, d’accordo?»
«D’accordo.»
«Allora, muoviamoci!»
Togliendosi la neve dalle maniche della giacca, Zack si avviò dietro di lei,
osservando i suoi capelli agitarsi nel vento e l’ondeggiamento aggraziato dei
suoi fianchi snelli, mentre camminava a lunghi passi verso la loro macchina.
A giudicare dalle sue parole e dal portamento rigido delle sue spalle, non
c’erano dubbi che fosse decisa a evitare ogni ulteriore confronto romantico
tra loro.
In quello, come in tutto il resto, Zack era ora fermamente impegnato a
raggiungere uno scopo diametralmente opposto al suo. Aveva assaporato le
sue labbra e sentito la loro risposta. I suoi sensi affamati volevano gustare
l’intero banchetto. Una parte della sua mente lo avvertiva che qualunque
coinvolgimento sessuale con la sua prigioniera avrebbe complicato tutto, e a
lui non occorrevano altre complicazioni.
L’altra parte della sua mente sosteneva che era una cosa intelligente.
Dopotutto, le prigioniere soddisfatte diventavano quasi come delle complici.
Ed erano anche una compagnia molto più piacevole.
Zack decise di tentare di sedurla, ma non perché Julie avesse delle qualità
accattivanti che lo incuriosissero o lo interessassero, o perché si sentisse
molto attratto da lei, o perché nutrisse qualche forma di tenerezza in boccio
nei suoi confronti.
Piuttosto, si disse, avrebbe sedotto Julie Mathison perché era una cosa
pratica. E, naturalmente, estremamente piacevole. Con una galanteria che era
stata assente prima del loro bacio, e che Julie pensava fosse assolutamente
ridicola - e anche allarmante nelle loro attuali, e mutate, condizioni -
Benedict la scortò al posto di guida, ma non dovette aprirle la porta; era
ancora aperta dal suo fallito tentativo di fuga. Lui la richiuse, e girò sul
davanti della macchina, ma non appena scivolò sul sedile accanto a lei, si
accorse che Julie trasaliva e ansimava quando cambiava posizione. «Che cosa
c’è che non va?» «Mi sono fatta male al fianco e alla gamba, quando sono
saltata fuori dalla macchina, e quando lei mi ha placcata», ribatté aspra Julie,
adirata con se stessa per aver realmente goduto quel bacio. «Questo la
riempie di preoccupazione e di rimorso?» «Sì», disse lui in tono sommesso.
Julie distolse di scatto lo sguardo dal suo triste sorriso, incapace e
inflessibilmente restia a essere indotta a credere dal suo fascino a una bugia
così poco plausibile. Era un condannato per omicidio, e lei non doveva, non
osava, dimenticarlo mai più. «Sono affamata» annunciò, perché era la prima
cosa che riuscì a pensare di dire. Capì che era la cosa sbagliata nell’istante in
cui lo sguardo di lui si fermò sulle sue labbra. «Anch’io.» Lei cacciò il naso
per aria, e avviò il motore.
La risposta di Benedict fu una risatina sommessa.
  CAPITOLO 21.
«DOVE diavolo può essere andata?» Carl Mathison attraversò a lunghi passi
il piccolo cubicolo che suo fratello occupava nell’ufficio dello sceriffo di
Keaton, poi si fermò a guardare in cagnesco lo stemma d’argento sulla
camicia grigia dell’uniforme di Ted. «Sei un poliziotto e lei è una persona
scomparsa, fai qualcosa, dannazione!» «Non sarà ufficialmente scomparsa,
finché non mancherà da almeno ventiquattr’ore», rispose Ted, ma i suoi
occhi azzurri erano preoccupati quando aggiunse: «Non posso fare niente
fino ad allora tramite i canali ufficiali, lo sai».
«E tu sai», ribatté Carl in tono arrabbiato, «che non è tipico di Julie cambiare
all’improvviso i suoi piani; sai quanto sia metodica.
E se avesse dovuto assolutamente farlo, avrebbe telefonato a
uno di noi. Inoltre, sapeva che mi occorreva la macchina questa
mattina.»
«Hai ragione», Ted si avvicinò alla finestra e fissò distratto le
auto parcheggiate sulla piazza della cittadina, mentre i loro proprietari
davano un’occhiata ai negozi locali. Quando parlò di
nuovo, la sua voce era esitante, come se temesse di esprimere i
Propri pensieri a voce alta. «Ieri, Zachary Benedict è fuggito da
Amarillo. Lo avevano nominato affidato, e lui ha tagliato la corda
dopo aver accompagnato in macchina ad Amarillo il direttore
del carcere.»
«L’ho sentito al notiziario. E allora?»
«Benedict, o, almeno, un uomo che risponde alla descrizione
generale di Benedict, è stato visto l’ultima volta a un ristorante
vicino all’interstatale.»
Molto lentamente e con grande cautela Carl appoggiò il fermacarte
che stava rigirando tra le mani, e fissò attentamente il
fratello minore. «Che cosa vuoi insinuare?»
«Benedict è stato visto accanto a una vettura che sembra la
tua Blazer. La cassiera del ristorante pensa di averlo visto salire
sulla Blazer con una donna, che si era fermata per un panino e
un caffè.» Ted si voltò dalla finestra e sollevò riluttante lo sguardo
sul volto del fratello. «Ho parlato con la cassiera - non in via
ufficiale, naturalmente - cinque minuti fa. La descrizione che mi
ha dato della donna che si è allontanata con Benedict sulla Blazer
sembra esattamente quella di Julie.»
«Oh, mio Dio!»
L’impiegata alla scrivania, una donna di mezza età con ispidi capelli grigi e
la faccia da bulldog arrabbiato, aveva ascoltato la conversazione dei fratelli
Mathison a proposito di Julie, mentre compilava contemporaneamente un
mandato di cattura e teneva gli occhi aperti in attesa che arrivasse un vice-
delegato su una macchina bianca e nera della polizia. Ora alzò gli occhi, e il
suo sguardo si fissò su una BMW convertibile rossa luccicante che si era
fermata accanto all’auto della polizia di Ted, dall’altra parte della strada.
Quando una splendida donna bionda di circa venticinque anni scese dalla
macchina, gli occhi di Rita si restrinsero in due fessure e lei si girò sulla sedia
verso i due uomini nell’ufficio. «Le disgrazie non vengono mai sole»,
avvertì Ted, e quando i due uomini le gettarono uno sguardo, lei inclinò il
capo verso la finestra e spiegò: «Guardate chi è tornata in città: la signorina
Ricca Guastafeste in persona».
Nonostante lo sforzo di non provare, e di non mostrare, alcuna reazione alla
vista della sua ex moglie, il volto di Ted Mathison si indurì. «L’Europa deve
essere noiosa, in questo periodo dell’anno», disse, e il suo sguardo passò
rapido e insolente sulle curve perfette della donna bionda, e sulle sue lunghe
gambe aggraziate. Lei scomparve nella sartoria dall’altra parte della piazza,
mentre Rita aggiungeva: «Ho sentito dire che Flossie e Ada Eldridge le
confezioneranno l’abito da sposa. La seta, i pizzi. e tutti i fronzoli arriveranno
da Parigi in aereo, ma la signorina Arroganza voleva che l’abito venisse
cucito dalle gemelle Eldridge, perché nessuno fa un lavoro a mano raffinato
come il loro». Rendendosi conto tardivamente che Ted Mathison poteva non
desiderare di sentire i dettagli dei dispendiosi preparativi nuziali della sua ex
moglie, che coinvolgevano un altro uomo, la leale donna si girò tornando al
lavoro alla sua scrivania e disse: «Mi dispiace. E stato stupido da parte mia».
«Non scusarti. Non mi importa un accidente di ciò che fa», disse Ted, con
convinzione. La notizia che Katherine Cahill stava progettando di risposarsi,
questa volta con un uomo in vista di cinquant’anni dell’alta società di Dallas,
di nome Spencer Hayward, non interessava per nulla a Ted, e non gli
giungeva di sorpresa. Lo aveva appreso leggendo i giornali, che riportavano
anche il brillante resoconto dei reattori di Hayward, della sua villa di
ventidue stanze, e della sua presunta amicizia con il presidente, ma niente di
tutto quello suscitava alcun sentimento di gelosia o di invidia in Ted.
«Andiamo a parlare con mamma e papà», disse, infilandosi con una scrollata
la giacca e tenendo la porta aperta per lasciar passare avanti Carl. «Sanno che
Julie non è tornata a casa ieri sera, e sono preoccupati a morte. Forse, hanno
pensato a qualche particolare nei suoi programmi che io non conosco.»
Avevano appena attraversato la strada, quando la porta del negozio delle
sorelle Eldridge si spalancò e ne uscì Katherine. Lei si fermò a metà del
passo quando si trovò a un marciapiede di distanza dal suo ex marito, ma Ted
le fece solo un cenno con il capo con la fredda cortesia che si riserva a un
perfetto sconosciuto di nessuna importanza, poi aprì la porta dalla parte della
guida della sua macchina bianca e nera. Katherine, tuttavia, aveva un’idea
diversa - più socialmente corretta - su come le coppie divorziate dovessero
comportarsi incontrandosi in pubblico per la prima volta dopo il divorzio.
Rifiutandosi di venire ignorata, fece un passo avanti e la sua voce educata
raggiunse Ted, obbligandolo a fermarsi. «Ted?» disse. Facendo una pausa per
sorridere brevemente con impeccabile cortesia a Carl, che si era fermato con
un piede già in macchina, si rivolse di nuovo al suo ex marito, e aggiunse:
«Avevi davvero intenzione di andartene senza salutarmi?» «Avevo
esattamente intenzione di fare così», rispose lui, il volto impassibile, anche se
registrava un timbro più dolce e più triste nella sua voce.
Lei avanzò nel suo abito di lana rosso ciliegia che le stringeva la vita sottile, i
lunghi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle, la mano tesa. «Sembra
che tu stia... bene», finì un po’ debolmente, quando Ted ignorò la sua mano.
E quando lui si rifiutò di rispondere, lanciò uno sguardo di implorazione a
Carl. «Anche tu hai un buon aspetto, Carl. Ho sentito che hai sposato Sara
Wakefield.» Nel negozio alle sue spalle, nella fessura tra le imposte, apparve
l’occhio di Ada Eldridge, e nell’istituto di bellezza vicino, due delle più
grosse pettegole della città erano ferme alla finestra con i bigodini nei capelli,
a spiare sfacciatamente. Ted perse di colpo la pazienza. «Hai finito con
quello che hai imparato nel capitolo duecentouno dell’Interazione sociale?»
chiese in tono sarcastico.
«Stai facendo una scena.»
Katherine lanciò un’occhiata alla finestra dell’istituto di bellezza, ma
perseverò, nonostante il rossore di umiliazione che le colorava le guance per
il suo comportamento sprezzante. «Julie mi ha scritto che hai terminato il
corso di giurisprudenza.» Lui le voltò le spalle e aprì la porta della macchina.
Katherine sollevò il mento. «Sto per sposarmi con Spencer Hayward. La
signorina Flossie e la signorina Ada mi stanno facendo l’abito da sposa.»
«Sono certo che siano contente di qualsiasi lavoro, anche del tuo», disse Ted,
salendo in macchina. Lei appoggiò la mano sulla porta per impedirgli di
chiuderla.
«Sei cambiato», gli disse.
«Tu no.»
«Sì, lo sono».
«Katherine», disse Ted, in tono drasticamente definitivo, «non mi interessa
un accidente se sei cambiata, oppure no.» Le chiuse la porta in faccia, avviò
il motore, e si allontanò, osservandola nello specchietto retrovisore mentre
raddrizzava le spalle con l’altera dignità con cui la gente ricca e privilegiata
sembrava essere nata, e poi si voltava a guardare torva le facce alla finestra
dell’istituto di bellezza. Se non l’avesse disprezzata così profondamente, Ted
avrebbe ammirato il suo coraggio difronte a una simile, pubblica umiliazione,
ma non provava alcuna ammirazione, né gelosia al pensiero che lei si
risposasse. Tutto ciò che provava era una specie di compassione per l’uomo
che stava per prendersi una moglie che non era altro che un ornamento: bello,
vuoto, e fragile. Come Ted aveva già imparato con sua angosciosa delusione,
Katherine Cahill Mathison era viziata, immatura, egoista, e inconsistente.
Il padre di Katherine possedeva dei pozzi di petrolio e un allevamento di
bestiame, ma preferiva passare la maggior parte del suo tempo a Keaton.
dove era nato, e dove godeva di una posizione di indubbio rilievo. Benché
Katherine fosse cresciuta lì, era stata in collegi di lusso, lontana da casa, da
quando aveva dodici anni. Ted e lei non si erano mai veramente conosciuti
finché lei non aveva avuto diciannove anni, quando era tornata a casa dopo il
suo secondo anno in un costoso collegio sulla costa orientale, a passare
l’estate a Keaton. I suoi genitori, che stavano trascorrendo due mesi in
Europa, avevano insistito perché lei restasse a Keaton come punizione, aveva
detto lei più tardi a Ted. perché aveva saltato così tante lezioni al college da
essere quasi stata costretta a ritirarsi dalla scuola. In un accesso di stizza
tipicamente infantile, del genere cui Ted doveva in seguito abituarsi,
Katherine aveva reagito contro i suoi genitori invitando venti amici del suo
college a passare con lei un mese, a divertirsi nella villa della sua famiglia.
Era stato durante una di quelle feste che si erano sparati dei colpi di pistola e
che era stata chiamata la polizia.
Ted era arrivato con un altro sceriffo locale a controllare quello scompiglio, e
Katherine stessa aveva risposto al campanello della porta, gli occhi spalancati
dalla paura, il corpo succintamente coperto da un ridottissimo bikini che
metteva in mostra quasi ogni abbronzato centimetro delle sue magnifiche e
procaci giovani forme. «Sono io ad avervi chiamato», aveva iniziato a dire,
indicando con un gesto il retro della casa dove le porte-finestre si aprivano su
una piscina e delle terrazze che guardavano sulla cittadina di Keaton. «I miei
amici sono là fuori, ma la festa sta diventando un po’ turbolenta, e loro non
vogliono saperne di mettere via le armi di mio padre. Ho paura che qualcuno
resti ferito accidentalmente!» Tentando di tener lontano lo sguardo
concupiscente dal suo didietro tondeggiante, Ted l’aveva seguita attraverso la
villa con i suoi tappeti persiani e i suoi splendidi pezzi d’antiquariato
francese. All’esterno, lui e il suo collega avevano trovato venti giovani che
se la spassavano nella piscina, e che tiravano al piattello sul fondo della
terrazza. Calmare la festa fu facile: nel momento in cui uno dei nuotatori
gridò: «Oh, Dio, ci sono i poliziotti!» la baldoria si fermò di colpo. I
nuotatori erano usciti dalla piscina e i tiratori al piattello avevano deposto i
loro fucili con un’allarmante eccezione: un ventitreenne sotto l’effetto della
marijuana che spostò il fucile su Ted. Katherine aveva gridato e il collega di
Ted aveva estratto il revolver di servizio, ma lui gli aveva fatto cenno di
metterlo via. «Non ci saranno problemi, qui», disse al giovane.
Improvvisando rapidamente, aggiunse: «Il mio collega e io siamo venuti a
goderci la festa. Ci ha invitati Katherine». Le aveva lanciato un’occhiata,
sorridendole in modo accattivante.
«Digli che mi hai invitato tu, Kathy.»
Katherine, che non era mai stata chiamata con alcun nomignolo di sorta,
aveva collaborato affrettandosi al fianco di Ted e drappeggiando il proprio
corpo contro di lui, le braccia intorno alla sua schiena. «Certo che l’ho fatto,
Brandon!» disse al giovane, con solo un lieve tremito rivelatore nella voce,
gli occhi fissi sul fucile carico che lui teneva ancora in mano.
Intendendo solo stare al gioco, Ted l’aveva circondata con un braccio,
curvando la mano intorno alla sua vita incredibilmente sottile mentre piegava
il capo a dirle qualcosa. Per caso o di proposito, Katherine fraintese la sua
parte, si alzò sulla punta dei piedi e lo baciò in pieno sulla bocca. Le labbra di
Ted si schiusero per la sorpresa, ma le sue braccia si strinsero
automaticamente intorno a lei, e altrettanto automaticamente rispose al suo
inaspettato ardore.
«D’accordo, d’accordo, è uno dei ragazzi fidati», gridò Brandon.
«Quindi, tiriamo qualche piattello!»
Ted lasciò andare Katherine, e si avviò pigramente verso il giovane, il passo
lento, rilassato, un finto sorriso stampato sul viso. «Come hai detto di
chiamarti?» chiese Brandon, mentre Ted si avvicinava a lui.
«Agente Mathison», rispose bruscamente Ted, e strappò di colpo il fucile
dalla mano del giovane, lo fece girare, spingendogli la faccia contro lo
steccato e sbattendogli le manette ai polsi.
«E tu?»
«Brandon Barrister terzo», fu l’offesa risposta. «Mio padre è il senatore
Barrister.» La sua voce mutò in uno sgradevole lamento adulatore. «Farò un
patto con te, Mathison. Tu mi togli queste manette, e te ne vai fuori dai piedi,
e io non dirò a mio padre di come ci hai trattati questa sera. Ci
dimenticheremo di questo malinteso, come se non fosse mai accaduto.» «No,
farò io un patto con te», ribatté Ted, facendolo girare su se stesso, e
spingendolo verso la casa. «Tu mi dici dov’è la tua riserva di droga, e io ti
lascerò trascorrere una tranquilla serata nella nostra prigione, senza
incriminarti della dozzina di imputazioni a cui riesco a pensare in questo
momento - ognuna delle quali metterebbe profondamente in imbarazzo tuo
padre, il senatore.» «Brandon», lo supplicò una delle ragazze, quando lui
cercò di tirarsi indietro, «si sta comportando davvero onestamente. Fai quello
che ti dice.» Leggermente addolcito dalla loro reazione, Ted disse: «Questo
vale per ognuno di voi. Entrate in casa, raccogliete tutta la marijuana e
qualunque altra cosa abbiate qui, e portatele nel soggiorno». Poi si voltò a
Katherine, che lo stava guardando con uno strano sorrisetto assorto. «Questo
vale anche per lei, signorina Cahill.» Il suo sorriso si animò, e tuttavia la sua
voce sembrò quasi timida.
«Preferivo Kathy, a signorina Cahill.»
Aveva un’aria così deliziosa ferma lì con la luce della luna a dorarle i capelli,
con indosso un bikini sexy, e un sorriso da madonna, che Ted dovette
ricordare a se stesso che era troppo giovane per lui, come pure troppo ricca e
troppo viziata. Ricordare tutto quello divenne ancora più difficile nei giorni
che seguirono, perché Katherine Cahill possedeva tutta la determinazione dei
suoi antenati pionieri, che avevano attraversato su un carro mezzo continente
per accampare i loro diritti sui pozzi petroliferi del Texas. Dovunque Ted
andasse, e per quanto la trattasse freddamente, lei sembrava riapparire in
continuazione. Dopo tre settimane di inutili tentativi, Katherine provò
un’ultima, disperata manovra: una sera alle dieci, dopo essersi accertata che
Ted fosse in servizio, fece una telefonata alla stazione di polizia denunciando
una falsa violazione di domicilio.
Quando lui arrivò a controllare la casa, lei era ferma sulla porta con indosso
una lunga e seducente veste da casa in seta nera, tenendo un piatto di ciò che
lei definì canapés in una mano, e un aperitivo che aveva preparato per lui,
nell’altra. La consapevolezza che la denuncia di violazione di domicilio non
era stata che un trucco infantile per portarlo da lei, fece saltare i nervi tesi di
Ted. Dal momento che non poteva permettersi di approfittare di ciò che lei
gli offriva, per quanto lo desiderasse disperatamente, si concesse di perdere le
staffe. «Che cosa diavolo vuoi da me, Katherine?» «Voglio che tu entri, ti
sieda, e ti goda la bella cena che ho preparato per te.» Si fece da parte, e
indicò con un gesto della mano la tavola della sala da pranzo illuminata dalle
candele, che era stata preparata con bicchieri di cristallo scintillanti e
argenteria splendente.
Con suo orrore, Ted prese seriamente in considerazione di restare.
Desiderava così disperatamente sentire il suo tocco da riuscire a malapena a
star lì senza attirarla tra le braccia. Invece, parlò il più severamente possibile,
attaccandola nell’unico punto in cui sapeva per istinto che era più
vulnerabile: la sua giovinezza. «Smettila di comportarti come una
marmocchia infantile e viziata!» disse, ignorando la stretta che provò quando
lei fece un passo indietro come se l’avesse schiaffeggiata. «Non so che cosa
diavolo tu voglia da me, o che cosa pensi di ottenere con tutto questo, ma stai
sprecando il tuo tempo e il mio.» Katherine aveva l’aria visibilmente scossa,
ma il suo sguardo era fermo e diretto, e Ted si trovò ad ammirare il suo
coraggio di fronte a una resistenza così decisa. «Mi sono innamorata di te la
sera in cui sei venuto a interrompere la nostra festa», gli disse. «Queste sono
stronzate! La gente non si innamora in cinque minuti.» Lei riuscì a fare un
sorriso titubante alla sua volgarità, e insistette:
«Quando mi hai baciata, quella prima sera, anche tu hai provato qualcosa per
me - qualcosa di profondo e di speciale, e...» «Ciò che ho provato era
semplice, normale, indiscriminata lussuria», disse brusco Ted, «quindi, togliti
dalla mente queste fantasie infantili sull’amore, e smettila di tormentarmi.
Devo spiegarmi meglio di così?» Lei rinunciò alla lotta con una leggera
scossa del capo. «No», sussurrò con voce tremante, «ti sei spiegato
perfettamente.» Ted annuì con uno scatto del capo, e fece per voltarsi, ma lei
lo fermò. «Se davvero vuoi che mi dimentichi di te, di noi, allora immagino
che questo sia un addio.» «Lo è», disse lui deciso.
«Allora dammi un bacio d’addio, e ti crederò. Questa è la mia offerta.» «Oh,
per l’amor di Dio!» esplose lui. ma si arrese alla sua offerta. O più
esattamente, al proprio desiderio. Attirandola tra le braccia, la baciò con
deliberata asprezza, schiacciandole le labbra morbide, poi l’allontanò, mentre
qualcosa in profondità dentro di lui gemeva protestando per ciò che aveva
fatto, e per ciò di cui si era privato nel farlo.
Katherine premette il dorso delle dita sulle labbra ammaccate, gli occhi pieni
d’accusa e di amarezza. «Bugiardo», disse. Poi, chiuse la porta.
Nelle due settimane successive, Ted si trovò ad aspettarsi di vederla
dovunque andasse, ma non fu che quando venne avvistato un ladro a due
miglia dalla sua casa che realizzò quanto fosse ossessionato veramente da lei.
Dicendo a se stesso che era in linea con il proprio dovere, Ted si fermò a casa
sua - ad accertarsi che fosse al sicuro. C’era la luce accesa a una finestra sul
retro della casa, e lui scese dalla macchina... lentamente, riluttante, come se le
sue gambe capissero ciò che la sua mente negava - che il fatto di trovarsi lì
avrebbe potuto avere delle conseguenze durature, e probabilmente disastrose.
Alzò la mano per suonare il campanello della porta, poi la lasciò ricadere. Era
pazzesco, decise, girando le spalle, poi si voltò di scatto quando la porta
d’ingresso si aprì, e la vide ferma sulla soglia. Anche in un semplice corpetto
rosa e calzoncini bianchi, Katherine Cahill era così bella da annebbiargli la
mente. «Che cosa vuole, agente Mathison?» Messo di fronte alla sua calma e
franca maturità, Ted si sentì un completo sciocco. «C’è stato un furto», disse,
dissimulando la verità, «non lontano da qui. Sono venuto a controllare...»
Con sua incredulità, lei cominciò a chiudergli la porta in faccia, e lui sentì se
stesso pronunciare il suo nome. Gli sfuggì prima di riuscire a trattenersi:
«Katherine! Non...» La porta si aprì, e lei sorrideva leggermente, il capo
inclinato di lato, mentre aspettava. «Che cosa vuoi?» ripeté, gli occhi che
scrutavano i suoi.
«Cristo! Non lo so...»
«Sì, che lo sai. Inoltre», disse con uno strano intoppo canzonatorio
nella voce, «non credo che proprio il figlio del reverendo
Mathison, pastore di Keaton, debba andare in giro a mentire sui
suoi sentimenti, o usare parole come ‘stronzate’, o pronunciare il
nome di Dio invano.»
«E’ di questo che si tratta?» sbottò Ted. completamente fuori
di sé, un uomo che stava affogando e si aggrappava a dei fuscelli
per salvarsi da un destino che stava per accettare. «Pensi che sarebbe
assolutamente eccitante andare a letto con il figlio di un
pastore? Scoprire come facciamo l’amore?»
«Chi parlava di sesso, agente?»
Imbarazzato e furioso con se stesso, Ted cacciò le mani in tasca e la fissò
torvo. «Se non hai in mente di fare del sesso con me, allora che cosa diavolo
vuoi?» Lei avanzò d’un passo sotto il portico, con l’aria più coraggiosa e più
accorta di quanto lui non si sentisse, ma le sue mani si tesero a prenderle le
braccia, attirandola più vicina al suo corpo affamato. Con dolcezza, lei disse:
«Ciò che ho in mente, è il matrimonio. E non imprecare».
«Il matrimonio?» esplose Ted.
«Sembri scioccato, tesoro.»
«Sei pazza.»
«Di te», convenne lei. Alzandosi sulla punta dei piedi, gli fece scivolare le
mani sul petto e intorno alla nuca, e il corpo di Ted prese fuoco, come se
quello di lei fosse una torcia accostata a esso. «Hai l’occasione di
compensarmi per avermi fatto male l’ultima volta che mi hai baciata. Non mi
è piaciuto.» Confuso, Ted chinò il capo, sfiorando con le labbra quelle
morbide di lei, e la sua lingua scivolò tra di esse. Lei gemette, e quel suono
gli fece perdere il controllo. Si impadronì della sua bocca, le mani che si
muovevano su di lei, stringendo con forza i suoi fianchi contro i propri,
addolcì il bacio e poi lo intensificò.
Sapeva di paradiso, e lo sembrava al tocco; il suo seno si inturgidì
a riempirgli le mani, e il corpo di lei si adattò al suo come se
fossero stati scolpiti esclusivamente l’uno per l’altra. Molti minuti
più tardi, Ted riuscì finalmente a sollevare il capo e a parlare,
ma la sua voce era rauca dal desiderio e non riuscì a staccare le
mani dalla sua vita. «Siamo tutti e due pazzi.»
«L’uno dell’altra», convenne Katherine. «Penso che settembre
sia un bel mese per sposarsi, non credi?»
«No.»
Lei inclinò il capo all’indietro e lo guardò, e Ted si sentì dire:
«Penso che agosto sia meglio».
«Potremmo sposarci in agosto il giorno del mio ventesimo
compleanno, ma agosto è un mese caldo.»
«Non quanto me.»
Katherine tentò di sembrare critica al suo commento sessuale, e invece finì
col ridacchiare mentre lo rimproverava in tono canzonatorio:
«Sono scioccata di sentire un simile discorso da parte del figlio di un
pastore».
«Sono un uomo normale, Katherine», l’avvertì lui. ma non voleva
che lei lo credesse. Non veramente. Voleva che pensasse
che lui era tutte le cose straordinarie che lei lo faceva sentire -
potente, dolce, forte, saggio. «Settembre mi va bene.»
«Ma non credo che vada bene a me», disse lei, studiandogli il
viso con un sorriso canzonatorio. «Voglio dire, tuo padre è un
pastore, e questo probabilmente significa che tu insisterai di
aspettare fin dopo il matrimonio.»
Ted riuscì a sembrare innocente e confuso. «A far cosa?»
«A fare l’amore.»
«Non andare così in fretta!» All’improvviso, Ted si trovò nella
scomoda situazione di dover prendere una posizione sul tipo di
matrimonio che si aspettava, quando, un’ora prima, non si
aspettava affatto di sposarsi. «Non prenderò un centesimo da
tuo padre. Se ci sposeremo, tu sarai la moglie di un poliziotto
finché non conseguirò la mia laurea in legge.»
«D’accordo.»
«Ai tuoi genitori non piacerà neppure un po’ l’idea che tu mi
sposi.»
«Papà si adatterà.»
E aveva ragione, scoprì Ted. Tutti, inclusi i suoi genitori, si adattarono
automaticamente ai suoi ostinati capricci. Tutti, tranne lui. Dopo sei mesi di
matrimonio, non riusciva ad adattarsi a vivere in una casa che non era mai in
ordine e a mangiare dei pranzi che provenivano dalle scatolette. Più di tutto,
non riusciva ad adattarsi al suo umore scontroso, e alle sue pretese
irragionevoli. Non aveva mai voluto, in nessun senso, essere veramente una
moglie per Ted, e, certamente, non voleva essere una madre. Era diventata
furiosa quando aveva capito di essere incinta, due anni dopo il matrimonio,
ed era stata contenta quando era riuscita ad abortire. La sua reazione al fatto
di essere incinta era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso per Ted,
il fattore determinante che aveva motivato la sua decisione di concederle il
divorzio con cui lei l’aveva minacciato ogni volta che lui si rifiutava di darle
tutto ciò che voleva.
La voce di Carl si intromise nelle sue fantasticherie, e Ted alzò gli occhi sul
fratello maggiore mentre lui diceva: «Non c’è ragione di accennare al nome
di Benedict con il papà e la mamma. Se Julie è in pericolo, teniamoglielo
nascosto il più a lungo possibile».
«Sono d’accordo.»
  CAPITOLO 22.
«Ci siamo persi, lo so! Dove stiamo andando, in nome di Dio? Che cosa può
mai esserci quassù, se non un accampamento di boscaioli abbandonato?» La
voce di Julie tremava per la tensione nervosa, mentre sbirciava attraverso la
neve che sferzava il parabrezza. Avevano lasciato la strada principale,
svoltando in un’altra, ripida, che si arrampicava sulla montagna con una serie
interminabile di tornanti, curve che l’avrebbero resa nervosa d’estate; ora,
con la neve scivolosa e la scarsa visibilità a complicare le cose, la salita le
faceva rizzare i capelli. E proprio mentre Julie pensava che il percorso non
potesse diventare peggiore, svoltarono in una strada tortuosa così stretta che i
rami dei folti pini scuri su entrambi i lati si stendevano a sfiorare la
macchina. «Lo so che è stanca», disse il suo passeggero. «Se avessi pensato
che c’era una speranza che non tentasse di saltare giù dalla macchina, avrei
guidato io, e l’avrei lasciata riposare un po’.» Dal momento del loro bacio,
quasi dodici ore prima, la stava trattando con una gentilezza premurosa che
era di gran lunga più allarmante per Julie di quanto non lo fosse stata la sua
collera, perché non riusciva a liberarsi dalla sensazione che lui avesse
modificato i suoi piani per ciò che la riguardava, e l’uso che intendeva farne.
Come risultato, lei aveva risposto a tutti i suoi amabili sforzi di
conversazione, con commenti aspri e pungenti che la facevano sembrare, e
sentire, una bisbetica. Lo biasimava anche per quello.
Ignorando la sua dichiarazione, gli rivolse una gelida alzata di spalle.
«Stando alla mappa e alle istruzioni, stiamo andando nella direzione giusta,
ma non c’era nessuna indicazione su una strada che si inerpicasse dritta!
Questa è una macchina, non un aereo, o uno spartineve!» Lui le porse una
bibita che avevano comperato allo spaccio di una stazione di servizio, dove
avevano fatto benzina, e dove l’aveva scortata di nuovo alla toilette. Quando
lui le porse la bibita senza rispondere alla sua protesta per le condizioni
pericolose, Julie cadde in silenzio. In qualsiasi altra circostanza, sarebbe
rimasta affascinata dal panorama mozzafiato delle maestose montagne
ammantate di neve e dai pini che si levavano alti, ma era impossibile godere
della vista quando le occorrevano tutta la sua concentrazione e tutti i suoi
sforzi solo per far continuare ad avanzare la macchina nella giusta direzione.
Finalmente, stavano avvicinandosi alla loro destinazione, immaginava Julie,
perché erano usciti dall’ultima strada decente più di venti minuti prima. Ora,
stavano risalendo lungo una montagna in piena bufera, su una strada che
sembrava larga solo pochi centimetri più della macchina. «Spero che
chiunque le abbia dato quella mappa e le indicazioni, sapesse ciò che
faceva», disse.
«Davvero?» la stuzzicò lui. «Mi aspettavo che sperasse che ci fossimo
perduti.» Julie ignorò il tono cordialmente divertito nella sua voce. «Mi
avrebbe fatto un immenso piacere se lei si fosse perso, ma non ho alcun
desiderio di esserlo io con lei! Il punto è che sto guidando con un tempo
orribile su strade pessime da ventiquattr’ore, e sono esausta...» Si interruppe
allarmata alla vista di uno stretto Ponte di legno davanti a loro. Fino a due
giorni prima, il tempo era stato spropositatamente caldo in Colorado, e la
neve disciolta aveva fatto sì che piccoli corsi d’acqua, come quello,
diventassero dei fiumi in miniatura rigonfi e impetuosi che straripavano dagli
argini. «Quel ponte non sembra sicuro. L’acqua è troppo alta...» «Non
abbiamo molta scelta.» Julie sentì la preoccupazione nella sua voce, e la
paura le fece spostare il piede sul pedale del freno. «Non ho intenzione di
attraversare quel dannato ponte.» Zack era arrivato troppo lontano per tornare
indietro, e inoltre, tornare indietro sulla stretta stradicciola solcata dalla neve
era impossibile. E così pure scendere in retromarcia lungo la montagna, con
quei tornanti. La strada era stata spalata di recente - probabilmente quella
mattina - come se Matt Farrell avesse saputo della fuga di Zack, e avesse
indovinato perché lui gli aveva chiesto di telefonare a una persona dando
dettagliate indicazioni per la casa di montagna. Tuttavia, il ponte non
sembrava sicuro. Il torrente ingrossato aveva trascinato con sé dei grossi rami
d’albero, e scorreva abbastanza rapido da aver sottoposto a uno sforzo
intollerabile la sua struttura. «Scenda», disse, dopo un momento.
«Scendere? Gelerò nel giro di un’ora. E’ questo che ha avuto in mente per
tutto il tempo: farsi portare fin qui, per poi lasciarmi a morire in mezzo alla
neve?» Nessuno dei suoi commenti pungenti avevano scalfitto il buon umore
di Benedict, nel corso della giornata, ma le sue parole agitate riuscirono a
farlo - le sue mascelle si irrigidirono, e un’ira glaciale rese affilata la sua
voce. «Scenda dalla macchina», disse di scatto. «Guiderò io attraverso il
ponte. Se regge, lei potrà attraversarlo a piedi e salire in macchina dall’altra
parte.» Julie non aveva bisogno di altre sollecitazioni. Stringendosi intorno al
corpo la giacca di lana, aprì la porta e scese, ma il suo sollievo per essere in
salvo si trasformò in qualcos’altro, qualcosa di profondamente assurdo in
quelle circostanze. Mentre lo osservava spostarsi al volante, si sentì colpevole
per aver abbandonato la macchina e provò vergogna per la propria
vigliaccheria, e preoccupazione per la sua incolumità. E tutto ciò, prima che
lui affondasse una mano sul sedile posteriore per tirar fuori il suo cappotto e
due delle coperte di Carl che le passò attraverso la porta aperta, e che le
dicesse: «Se il ponte non reggerà, si avvolga in queste e trovi un punto stretto
in cui poter attraversare a piedi. In cima alla collina, c’è una casa con un
telefono e cibo in abbondanza. Lassù potrà chiedere aiuto e aspettare che la
tormenta passi, finché non arriverà qualcuno».
Aveva detto «se il ponte non reggerà», senza tradire un briciolo di emozione
nella voce o sul viso, e Julie rabbrividì rendendosi conto che Zachary
Benedict poteva rischiare la vita senza il minimo apparente turbamento. Se il
ponte non avesse retto, allora lui e la pesante vettura sarebbero finiti a
precipizio in quel torrente ingrossato e gelido. Afferrò la porta per impedirgli
di chiuderla. «Se non reggerà», disse, «le getterò una corda, o un ramo, o
qualcos’altro, in modo che possa raggiungere la sponda e mettersi in salvo.»
Lui richiuse la porta sulle sue ultime parole e, rabbrividendo, Julie strinse il
cappotto e le coperte a sé. Le ruote della macchina girarono a vuoto sulla
neve, poi fecero presa, e la vettura cominciò ad avanzare lentamente. Lei
trattenne il fiato, mormorando preghiere confuse mentre avanzava
incespicando in mezzo alla neve verso il ponte. Una volta lì, guardò in giù
verso l’acqua che scorreva impetuosa, cercando di calcolarne la profondità.
Dei tronchi d’albero passarono veloci, girando vorticosamente e sobbalzando,
mentre lei trascinava un grosso ramo spezzato di circa due metri sul margine
e lo infilava nell’acqua. Quando questo non toccò il fondo, la sua paura
aumentò diventando panico. «Aspetti!» gridò, cercando di farsi sentire da lui
sopra l’ululato del vento. «Possiamo lasciare la macchina qui, e andare tutti e
due a piedi!» Se anche l’aveva sentita, la ignorò. Il motore andò su di giri con
maggior violenza mentre le gomme scivolavano sulla neve e si bloccavano,
poi la macchina oscillò sobbalzando in avanti guadagnando abbastanza
velocità da avanzare faticosamente sulla neve attraverso il ponte.
All’improvviso, Julie sentì le travi del ponte cominciare a scricchiolare e
gridò: «Non ci provi! Il ponte non la reggerà! Scenda! Scenda in fretta dalla
macchina...» Era troppo tardi. La Blazer si stava muovendo con regolarità
sulle travi scricchiolanti, spalando la neve con il paraurti, le gomme che
giravano vorticosamente, si bloccavano, poi giravano di nuovo
vorticosamente, mentre la trazione sulle quattro ruote faceva il suo lavoro.
Le coperte strette al petto, la neve che turbinava tutto intorno a lei, Julie
rimase ferma in uno stato di impotente paralisi, costretta a guardare ciò che
non poteva evitare.
Non fu che quando la macchina, insieme al suo pazzo guidatore, raggiunsero
la salvezza, che Julie riprese a respirare, poi provò un impeto irrazionale di
furia contro di lui per averle fatto passare un altro momento di terrore. Ingrata
e goffa, attraversò a fatica il ponte, aprì la porta dal lato passeggeri, e salì in
macchina. «Ce l’abbiamo fatta», disse Benedict.
Julie gli rivolse un’occhiata fulminante. «A fare cosa?» La risposta alla sua
domanda giunse qualche minuto più tardi, quando girarono un ultimo
tornante in cima alla montagna. Lì, in mezzo a una radura isolata tra i folti
pini, c’era una splendida casa fatta di pietre naturali e cedro, circondata da
piattaforme in legno, con enormi vetrate. «Questo», disse lui.
«Chi ha costruito questa casa quassù, in nome di Dio, un eremita?»
«Qualcuno che, ovviamente, ama la privacy e la solitudine.» «Appartiene a
un suo parente?» chiese lei, improvvisamente sospettosa.
«No.»
«Il proprietario sa che lei ha intenzione di usarla come nascondiglio,
mentre la polizia la cerca?»
«Fa troppe, dannate domande», disse lui, fermando la macchina
accanto alla casa, e scendendo. «Ma la risposta è no.» Girò
intorno alla macchina dal suo lato, e le aprì la porta. «Andiamo.»
«Andiamo?» proruppe Julie, stringendosi contro lo schienale
del sedile. «Lei ha detto che avrei potuto andarmene, dopo averla
portata qui.»
«Ho mentito.»
«Lei... bastardo... io le ho creduto!» gridò, ma anche lei stava mentendo. Per
tutto il giorno aveva tentato disperatamente di ignorare ciò di cui l’aveva
avvertita il buon senso: lui l’aveva tenuta con sé fino a quel momento per
impedirle di rivelare alle autorità dove si trovava; se ora l’avesse lasciata
andare, non c’era assolutamente niente a impedirle di farlo.
«Julie», disse Benedict con forzata pazienza, «non renda la situazione più
difficile di quanto non sia necessario. Lei è bloccata qui per qualche giorno, e
non è poi un posto così brutto dove trascorrere un po’ di tempo.» Con quelle
parole tese una mano davanti a lei, tolse le chiavi dall’accensione con uno
strappo, e si allontanò a lunghi passi verso la casa. Per una frazione di
secondo, Julie si sentì troppo furiosa e troppo infelice per muoversi, poi
ricacciò indietro le lacrime inutili che le pungevano gli occhi e scese dalla
macchina. Tremando in modo incontrollabile nelle raffiche gelide di vento,
arrancò sulla sua scia, appoggiando prudente i piedi nei crateri profondi fino
al ginocchio che lui faceva nei cumuli di neve che circondavano la casa.
Stringendosi le braccia intorno al corpo, Julie lo guardò provare la maniglia
della porta. Era chiusa a chiave. Lui la scosse con forza. Era chiusa
ermeticamente. Benedict lasciò andare la maniglia della porta e rimase lì, le
mani sui fianchi, a guardarsi intorno, momentaneamente perso nei suoi
pensieri. Julie cominciò a battere i denti. «E a-a-desso. c-che c-c-osa fa-a-
cciamo?» chiese. «C-c-ome ha ii-ntenzione di e-e-ntrare?» Lui le lanciò
un’occhiata ironica. «Come pensa che farò?» Senza aspettare la risposta, si
voltò e si diresse verso la piattaforma che circondava la facciata e la parte
opposta della casa. Julie gli crollò tenacemente alle calcagna, congelata e
arrabbiata. «Ha intenzione di rompere un vetro, vero?» considerò con
repulsione, poi alzò gli occhi sui giganteschi pannelli di vetro che si levavano
fino alla sommità del tetto, ad almeno venticinque piedi sopra di loro, e
aggiunse: «Se rompe uno di quelli, cadrà facendola a pezzi».
«Non sia così speranzosa», disse lui. mentre il suo sguardo si spostava su
alcune larghe montagnole di neve che si era ovviamente accumulata su
qualcosa al di sotto. Cominciò a scavare in una montagnola e dissotterrò un
grosso vaso di fiori, che prese e portò verso la porta sul retro.
«Adesso che cosa fa?»
«Immagini.»
«Come posso saperlo?» scattò Julie. «E’ lei il criminale, non io.» «Vero, ma
sono stato mandato in galera per omicidio, non per furto con scasso.»
Incredula, Julie lo vide tentare di scavare nella terra gelata all’interno del
vaso di argilla, poi Benedict sbatté il vaso contro il fianco della casa e lo
ruppe, lasciando cadere la terra sulla neve accanto alla porta. Senza parlare,
lui si chinò e cominciò a battere i pugni nudi contro la terra, mentre Julie lo
osservava con incredulo stupore. «Ha un accesso d’ira?» gli chiese.
«No, signorina Mathison», disse lui con esagerata pazienza, raccogliendo un
pezzo di terriccio e spezzandolo con le dita.
«Sto cercando una chiave.»
«Nessuno che possa permettersi una casa come questa, e pagare per far
costruire una strada lungo un’intera montagna per poterci arrivare, sarà così
ingenuo da nascondere una chiave in un vaso da fiori! Sta sprecando il suo
tempo.» «E’ sempre stata una simile bisbetica?» disse lui, con una scossa
irritata del capo bruno.
«Bisbetica!» disse Julie, la voce soffocata dalla frustrazione. «Ruba la mia
macchina e mi prende come ostaggio, minaccia la mia vita, mi mente e ora ha
la... sfacciataggine di criticare i miei modi?» La sua tirata venne interrotta,
perché lui sollevò un oggetto d’argento incrostato di terra, che Julie capì
essere una chiave, e la inserì nella porta. Con un esagerato suono di fanfara
spalancò la porta e le fece cenno di entrare con un ampio gesto del braccio.
«Abbiamo già convenuto che ho infranto tutte le regole dell’etichetta di
Emily Posi, per ciò che la riguarda. Ora, le suggerisco di entrare a dare
un’occhiata, mentre io prendo le nostre cose dalla macchina. Perché non
cerca di rilassarsi?» aggiunse. «Si riposi un po’. Si goda la vista. Pensi a
questo come a una vacanza.» Julie lo guardò torva a bocca aperta, poi chiuse
di scatto le mandibole e disse in tono adirato: «Non sono in vacanza! Sono un
ostaggio, e non si aspetti che me lo dimentichi!» In risposta, Zack le diede
un’occhiata paziente, come se si stesse comportando in modo assurdamente
difficile, così lei distolse di scatto lo sguardo dal suo e marciò in casa.
All’interno, il rifugio di montagna era insieme rustico e sorprendentemente
lussuoso, costruito intorno a una gigantesca stanza centrale a forma di
esagono, con tre porte che si aprivano sulle zone letto. Gli altissimi soffitti in
legno erano sostenuti da travi trasversali in cedro squadrato e una scala a
chiocciola portava a un sottotetto ricoperto da librerie di notevoli dimensioni.
Quattro delle cinque pareti erano interamente in vetro, offrendo una vista
delle montagne che Julie capì doveva essere mozzafiato in una giornata
serena. La quinta parete era costruita in pietre naturali, con un enorme
camino ricavato al centro sopra un focolare sollevato. Davanti al camino
c’era un lungo divano a forma di «elle» rivestito di morbida pelle argentata.
Dalla parte opposta del divano, rivolte verso le finestre, stavano due profonde
poltrone con sgabelli rivestite in un tessuto a righe argento e verdi che si
accordava ai cuscini rigonfi che ricoprivano il divano e il focolare rialzato.
Un folto tappeto con lo stesso disegno dei cuscini distribuiti ai bordi,
ricopriva in parte il pavimento in legno luccicante davanti al camino. Altre
due poltrone erano sistemate invitanti accanto a due delle finestre, e nascosta
in un angolo creato dalle pareti in vetro c’era una scrivania. In qualunque
altro momento, Julie avrebbe provato soggezione e curiosità per quello che
era il posto più straordinario e più bello che avesse mai visto, ma ora era
troppo sconvolta e troppo affamata da prestarvi più di una fuggevole
occhiata.
Voltandosi, fece un giro nella zona della cucina, una cosa tipo cambusa,
efficiente e d’avanguardia, che si allungava sulla parete in fondo alla casa, e
che era divisa dal soggiorno da un alto bancone con sei sgabelli in pelle posti
davanti. Il suo stomaco brontolò mentre guardava gli armadietti in quercia e
il frigorifero incassato dalla porta ricoperta con lo stesso legno, ma il suo
appetito stava già perdendo la battaglia contro la spossatezza.
Sentendosi una ladruncola, aprì un armadietto che conteneva
piatti e bicchieri, poi un altro che conteneva - fortunatamente -
una grande varietà di prodotti in scatola. Decidendo di prepararsi
un panino, e poi di andare a dormire, stava allungando una
mano a prendere timidamente una scatoletta di tonno albacora,
quando Zack aprì la porta sul retro e la vide. «Posso ardire di
sperare», disse, togliendosi la neve dagli stivaletti con un calcio,
«che questo significhi che ha un’inclinazione domestica?»
«Vuol dire, se so cucinare?»
«Sì.»
«Non per lei.» Julie rimise la scatoletta di tonno nell’armadietto e richiuse la
porta, proprio mentre al suo stomaco sfuggiva un udibile brontolìo di
protesta.
«Gesù, se è cocciuta!» Fregandosi le mani contro il freddo, si avvicinò al
termostato sulla parete e alzò il riscaldamento, poi si diresse al frigorifero e
aprì la porta del surgelatore. Julie sbirciò all’interno e scorse dozzine di
spesse bistecche e di braciole di maiale, dei tagli enormi di arrosto, delle
confezioni avvolte in carta bianca per surgelatore, e scatole e scatole di
verdura, alcune crude e altre cotte. Era un’esposizione che avrebbe fatto
onore a qualsiasi negozio per buongustai. Le cominciò a venire l’acquolina in
bocca mentre lui allungava una mano a prendere una bistecca spessa quattro
centimetri, ma la stanchezza la stava già sopraffacendo. Il sollievo di trovarsi
in una casa calda invece che sulla macchina all’improvviso la stava facendo
sentire debole e capì di desiderare una doccia calda e un lungo sonno, molto
più del cibo. «Devo riposare un po’», disse, riuscendo a malapena a
raccogliere le forze per apparire ancora fredda e autoritaria. «La prego.
Dove?» Qualcosa nel suo volto pallido e negli occhi pesanti fece rispondere
Benedict senza discussioni. «La camera da letto è da questa parte», disse,
girando sui tacchi e dirigendosi verso una porta che dava fuori dal soggiorno.
Quando accese con uno scatto l’interruttore della luce, Julie si trovò in
un’enorme zona letto con un camino e una stanza da bagno contigua in
marmo nero con le pareti a specchio. Individuò un telefono sul comodino
accanto al letto fuori misura, nello stesso momento in cui lo individuò lui.
«Ha il suo bagno personale», le disse inutilmente, poi si avvicinò al
comodino e staccò veloce il telefono, infilandolo sotto il braccio.
«Ma niente telefono, vedo», aggiunse lei con amara rassegnazione ritornando
nel soggiorno a prendere la sua valigia. Dietro di lei Benedict controllò le
porte del bagno e della camera da letto, poi afferrò Julie per il braccio mentre
lei si chinava a prendere la valigia, nel soggiorno. «Ascolti», disse,
«possiamo benissimo stabilire le regole. questa è la situazione: non ci sono
altre case su questa montagna, io ho le chiavi della macchina, quindi l’unico
modo in cui potrebbe andarsene di qui sarebbe a piedi, nel qual caso
congelerebbe a morte molto prima di arrivare vicina alla strada principale. La
camera da letto e il bagno hanno entrambe quelle inutili, piccole serrature
sulla maniglia della porta che chiunque può aprire dall’altra parte con una
forcina, quindi non le consiglio di tentare di barricarsi all’interno, perché
sarebbe uno spreco di tempo, per non parlare di un’inutile segregazione per
lei. Mi segue, fin qui?» Julie tentò senza successo di liberare il braccio con
uno strattone.
«Non sono stupida.»
«Bene. Allora dovrebbe aver capito che può avere libero accesso alla casa...»
«Accesso alla casa? Proprio come un bracchetto addestrato, non è così?»
«Non esattamente», disse Zack, le labbra che si increspavano in un sorriso
lasciando che il suo sguardo ammiratore vagasse sui folti e ondulati capelli
castani e sulla sua irrequieta figura snella. «Più come un setter irlandese
ombroso», la corresse. Julie aprì la bocca per dargli la risposta pungente che
meritava, ma non riuscì a farne uscire le parole prima di sbadigliare di nuovo.
  CAPITOLO 23.
L’AROMA allettante di bistecca che sfrigolava su una griglia, la richiamò da
un sonno profondo. Confusamente cosciente del fatto che l’enorme letto in
cui dormiva era troppo grande per essere il suo, si rotolò sulla schiena,
completamente disorientata. Battendo le palpebre nell’oscurità nera come
l’inchiostro della stanza estranea, girò il viso nella direzione opposta,
cercando la pallida sorgente di luce che si riversava attraverso ciò che risultò
essere una stretta fessura nei tendaggi sulla parete. La luce della luna. Per
qualche delizioso momento, immaginò di essere da qualche parte in vacanza
in una stanza d’albergo lussuosamente grande. Diede uno sguardo
all’orologio digitale sul comodino. Dovunque si trovasse, erano le venti e
trenta. E la stanza era gelida. La colpì il pensiero che le stanze degli alberghi
non erano mai pervase dall’aroma del cibo che cuoceva. Era in una casa, da
qualche parte, non in un albergo, e sentiva dei passi nella stanza accanto.
Passi pesanti, maschili...
La coscienza la colpì come un pugno nello stomaco, e balzò a sedere dritta
nel letto, gettando via le coperte e mettendosi in piedi, con l’adrenalina che
scorreva veloce. Fece un rapido passo verso la finestra, il meccanismo di fuga
della sua mente al lavoro prima che la logica lo raggiungesse. La pelle d’oca
le increspava le gambe nude, e Julie abbassò lo sguardo con tremante
incredulità su ciò che indossava - una maglietta da uomo che aveva preso dal
cassetto di un comò dopo la doccia. Le tornò in mente l’avvertimento del suo
rapitore: «Ho io le chiavi della macchina, e non ci sono altre case su questa
montagna... Gelerà a morte, se tenterà di fuggire a piedi...» «Rilassati», si
disse Julie a voce alta, ma adesso era riposata e del tutto sveglia, e la sua
mente stava facendo acrobazie alla ricerca di possibili soluzioni di fuga,
nessuna delle quali era anche solo remotamente attuabile. In aggiunta a ciò,
era affamata. Prima il cibo, decise, poi avrebbe cercato di pensare a un modo
per andarsene di lì.
Prese dalla valigia i jeans che aveva indossato ad Amarillo. Aveva
sciacquato la biancheria intima dopo la doccia, ma era ancora bagnata
fradicia. Infilandosi i jeans, entrò nel grande guardaroba e guardò i pesanti
maglioni da uomo accuratamente piegati sui ripiani, desiderando
ardentemente qualcosa di pulito da indossare. Tirò fuori un grosso maglione
da marinaio bianco fatto a mano, e lo sollevò appoggiandoselo contro. Le
arrivava alle ginocchia. Decidendo con un’alzata di spalle che non le
importava l’aspetto che aveva, e che lo spesso maglione avrebbe celato il
fatto che non portava il reggiseno, lo indossò. Si era lavata i capelli e li aveva
asciugati prima di andare a letto, così non aveva altro da fare che spazzolarli.
Automaticamente, si chinò, spazzolando i riccioli lunghi fino alle spalle dal
disotto come faceva sempre, trovando uno strano conforto nel seguire
quell’unica, piccola, familiare abitudine. Poi allungò la mano a prendere la
borsa per mettersi il rossetto, ma cambiò idea. Avere un aspetto attraente per
un condannato evaso, non era solo del tutto superfluo ma, probabilmente,
anche un errore fondamentale, considerando il bacio sulla neve che si erano
scambiati quella mattina all’alba.
Quel bacio...
Le sembrava che fossero passate settimane, non semplicemente ore, da
quando l’aveva baciata, e ora che era riposata e sveglia Julie si sentiva
ragionevolmente sicura che l’unico interesse di Zack nei suoi confronti era
stato solo di assicurarsi la salvezza. Non sessuale.
Decisamente, non sessuale.
Ti prego. Signore. Non sessuale.
Si diede un’occhiata negli specchi sulle pareti del bagno e si sentì rassicurata.
Era sempre stata troppo indaffarata e distratta per preoccuparsi un granché
del suo aspetto. Quando si era presa un momento per studiarlo, aveva sempre
pensato di avere una faccia piuttosto strana, piena di tratti sorprendenti che
erano troppo vistosi, come gli occhi, gli zigomi e quell’assurda fossetta sul
mento che si era accentuata diventando davvero visibile all’età di tredici anni.
Ora, tuttavia, rimase elettrizzata dal suo aspetto. Con i jeans, il maglione
troppo grande e i capelli pettinati in quel modo e senza trucco, non avrebbe
attratto sessualmente nessun uomo, in particolare uno che era stato a letto con
centinaia di donne splendide, affascinanti e famose. Il suo interesse per lei
non era stato certamente sessuale decise Julie con assoluta sicurezza.
Facendo un lungo respiro regolare, allungò la mano verso la maniglia della
porta e la girò, riluttante ma pronta a fronteggiare il proprio rapitore e, se
tutto andava bene, un pranzo delizioso. La porta della camera da letto non
era chiusa a chiave. Ricordava chiaramente di averla chiusa, quando era
andata a letto. Silenziosamente, aprì la porta e fece un passo nella stanza
centrale della casa. Per una frazione di secondo, l’invitante bellezza della
scena la fece sentire completamente disorientata. Un fuoco ardeva con vigore
nel camino, le luci sulle travi in alto erano abbassate e sul tavolino c’erano
delle candele accese che guizzavano sui bicchieri di vino in cristallo che
Benedict aveva sistemato accanto ai sottopiatti in lino. Potevano essere stati i
bicchieri di vino e le candele a far sembrare a Julie di entrare in una scena di
seduzione, o forse erano le luci abbassate o la musica sommessa che suonava
sullo stereo. Tentando di dare un tono spiccio e pratico alla sua voce, si
diresse verso Zachary Benedict, in piedi in cucina, la schiena rivolta verso di
lei, intento a togliere qualcosa dalla graticola. «Aspettiamo compagnia?» Lui
si voltò a guardarla, con un inspiegabile e pigro sorriso che gli passava sulle
labbra mentre la squadrava da capo a piedi. Julie ebbe la sconcertante e
assurda impressione che gli piacesse veramente ciò che vedeva, impressione
che venne accentuata dal modo in cui sollevò il bicchiere di vino verso di lei
in un gesto di brindisi e disse: «Per qualche motivo, ha un’aria adorabile con
quel maglione troppo grande».
Accorgendosi in ritardo che dopo cinque anni di prigione qualunque donna
probabilmente lo avrebbe attratto, Julie fece un cauto passo indietro.
«L’ultima cosa che voglio fare è apparirle attraente. A dir la verità, preferisco
indossare i miei abiti, anche se non sono freschi di bucato», disse, girando sui
tacchi. «Julie!» scattò lui. tutta la cordialità svanita dalla sua voce. Lei girò
sobbalzando, stupita e allarmata dalla pericolosa rapidità dei suoi mutamenti
di umore. Fece un altro cauto passo all’indietro quando Benedict avanzò
verso di lei a lunghi passi, un bicchiere di vino in ciascuna mano. «Lo beva,
dannazione!» Fece un visibile sforzo per addolcire il tono. «L’aiuterà a
rilassarsi.» «Perché dovrei rilassarmi?» obiettò ostinata.
Nonostante il gesto caparbio del mento e il tono ribelle, c’era un leggero
tremito di paura nella voce di Julie. e quando Zack la udì, l’irritazione verso
di lei si dissolse. Aveva mostrato così tanto coraggio, un tale spirito indefesso
nelle ultime ventiquattr’ore; lo aveva combattuto con tale inflessibilità da
fargli davvero pensare che non fosse assolutamente spaventata, per la
maggior parte del tempo. Ora, tuttavia, guardando il suo viso rivolto all’insù,
vide che la prova cui l’aveva sottoposta aveva lasciato delle deboli ombre
azzurre sotto i suoi splendidi occhi, e la pelle levigata era decisamente
pallida. Era sorprendente, pensò Zack: coraggiosa, gentile, e maledettamente
decisa. Forse, se non gli fosse piaciuta - sinceramente piaciuta - non avrebbe
avuto importanza che lei lo stesse guardando come se fosse un pericoloso
animale. Frenando saggiamente l’imputi di appoggiarle una mano sulla
guancia per cercare di rassicurarla, il che l’avrebbe indubbiamente gettata nel
panico, o di porgerle delle scuse per averla rapita, gesto che lei avrebbe
sicuramente trovato ipocrita, Zack fece una cosa che si era ripromesso di non
fare mai più:
tentò di convincerla della propria innocenza. «Un momento fa, le ho chiesto
di rilassarsi, e...» cominciò.ma lei lo interruppe. «Lei mi ha ordinato di
rilassarmi, non ne l’ha chiesto.» Il suo rimprovero compassato gli fece
affiorare un sorriso riluttante sulle labbra. «Ora, glielo sto chiedendo.»
Completamente sbilanciata da ciò che sembrava gentilezza nella sua voce,
Julie bevve un sorso di vino, cercando di guadagnare tempo, e di calmare i
propri sensi confusi, mentre lui la sovrastava a soli pochi centimetri di
distanza. La colpì improvvisamente la constatazione che lui aveva
evidentemente fatto la doccia, si era sbarbato e cambiato d’abiti, mentre lei
dormiva... e che, con indosso un paio di pantaloni color antracite e una
maglia nera, Zachary Benedict era di gran lunga più attraente di quanto fosse
mai sembrato sullo schermo. Lui sollevò una mano e la appoggiò saldamente
contro la parete alle spalle di Julie, e quando parlò di nuovo, la sua voce
profonda aveva lo stesso strano e irresistibile tono gentile. «Venendo qui, lei
mi ha chiesto se ero innocente del crimine per cui sono stato mandato in
prigione e io le ho dato una risposta insolente, la prima volta, e una a denti
stretti, quella successiva. Ora le dirò semplicemente, e volontariamente, la
verità...» Julie strappò lo sguardo dal suo e fissò il vino color rubino nel suo
bicchiere, timorosa, nel suo stato di fragile stanchezza, di poter veramente
credere alla bugia che stava per dirle.
«Mi guardi. Julie.»
Con un misto di timore e di confusa aspettazione lei alzò gli occhi e incrociò
il suo fermo sguardo color ambra. «Non ho ucciso o progettato di uccidere
mia moglie o nessun altro. Sono stato mandato in prigione per un delitto che
non ho commesso. Vorrei che almeno pensasse che esiste una possibilità che
le stia dicendo la verità.» Julie lo fissò negli occhi, ma nella sua mente
improvvisamente rivide la scena al ponte traballante. Invece di insistere
perché attraversasse con lui, l’aveva fatta scendere dalla macchina, e poi le
aveva dato delle coperte per tenersi calda, nel caso che il ponte fosse crollato
e lui fosse affogato, quando la macchina fosse precipitata in quel profondo e
gelido torrente. Ricordò la violenta disperazione nella sua voce quando lui
l’aveva baciata sulla neve, supplicandola di stare al gioco, così che l’autista
del camion non restasse ferito. E poi ricordò il suo bacio - quel bacio urgente
e violento che lui aveva improvvisamente addolcito, e poi era diventato
tenero, insistente, e sensuale. Era dall’alba che cercava con forza di scacciare
il ricordo di quel bacio, ma ora le tornò in mente - vibrante, vivo e
pericolosamente eccitante. Quel ricordo si combinava in modo seducente al
timbro intenso della sua voce profonda, mentre lui aggiungeva: «Questa è la
prima sera normale che ho da più di cinque anni. Se le autorità sono sulle mie
tracce, sarà la mia ultima sera. Mi piacerebbe godermela, se lei collabora».
Improvvisamente, Julie fu disposta a collaborare. Tanto per cominciare,
nonostante il suo sonnellino, era mentalmente esausta e non se la sentiva di
litigare con lui; era anche affamata e arcistufa di avere paura. Ma il ricordo di
quel bacio non aveva niente a che fare con la sua resa. Assolutamente niente!
né aveva qualcosa a che fare con l’improvvisa e assurda convinzione che lui
le stesse dicendo la verità!
«Sono innocente di quel delitto», ripeté lui con maggior forza, senza mai
distogliere lo sguardo dal suo.
Quelle parole la sconvolsero, ma resistette ancora, cercando di non
permettere che le sue sciocche emozioni avessero il sopravvento sul suo
intelletto.
«Se non riesce proprio a crederci», disse lui con un brusco sospiro, «non
potrebbe almeno fingere di farlo e collaborare con me, questa sera?»
Soffocando l’impulso di annuire, Julie disse cauta: «Quale tipo di
collaborazione ha in mente?» «Conversazione», disse lui. «Un’allegra
conversazione con una donna intelligente, è un piacere dimenticato per me.
Come pure il cibo decente, un camino, la luce della luna alle finestre, la
buona musica, porte invece di sbarre, e la vista di una donna attraente.» Una
chiara nota di adulazione alleggeriva la sua voce, quando disse: «Mi
occuperò io della cucina, se lei acconsente a una tregua».
Julie esitò, sbalordita dal fatto che si fosse riferito a lei come a una donna
attraente; poi decise che non aveva avuto in animo altro che un po’ di vuota
adulazione, con quelle parole. Le veniva offerta una serata priva di tensione e
di paura, e i suoi nervi stressati avevano un gran bisogno di sollievo. Che
male c’era in ciò che chiedeva? Specialmente se era davvero innocente. «Si
occuperà di tutta la cucina?» mercanteggiò.
Lui annuì, un pigro sorriso che gli passava sul volto quando capì che stava
per acconsentire, e l’inatteso fascino di quel candido sorriso fece cose
pericolose ai battiti del cuore di Julie. «D’accordo», acconsentì, sorridendo
un po’ a dispetto del suo desiderio di restare, almeno in parte, distaccata, «ma
solo se si occuperà anche di riordinare, oltre che di cucinare.» Zack ridacchiò
a quelle parole. «Pone delle condizioni pesanti, ma accetto. Si segga, mentre
finisco di preparare la cena.» Julie obbedì e si sedette su uno degli sgabelli al
bancone che divideva la cucina dal soggiorno.
«Mi parli di lei», disse Zack, togliendo delle patate dal forno. Lei bevve un
altro sorso di vino per farsi coraggio. «Che cosa vuole sapere?» «Cose in
generale, per cominciare», disse Zack, in tono casuale.
«Ha detto di non essere sposata. E’ divorziata?»
Lei scosse il capo. «Non sono mai stata sposata.»
«Fidanzata?»
«Greg e io ne stiamo parlando.»
«Che cosa c’è da discutere?»
Julie si soffocò con il vino. Trattenendo una risata imbarazzata, disse: «Non
credo davvero che questa domanda ricada nella categoria delle informazioni
generali».
«Probabilmente no», convenne lui con un sogghigno. «Allora, che cos’è che
impedisce il fidanzamento?» Con suo disgusto, Julie si sentì arrossire sotto il
suo sguardo divertito, ma rispose con ammirevole calma. «Vogliamo essere
certi di andare perfettamente d’accordo - che i nostri scopi e le nostre
filosofie di vita combacino.» «Mi sembra che lei stia prendendo tempo. Vive
con Greg?» «Assolutamente no», disse Julie con voce decisa, e Zack inarcò
le sopracciglia come se la trovasse curiosamente divertente.
«Nessun compagno di stanza?»
«Vivo sola.»
«Niente marito e niente compagni», disse lui, versandole dell’altro
vino nel bicchiere. «Quindi nessuno la sta cercando, in
questo momento, chiedendosi dove sia?»
«Sono sicura che lo stiano facendo in molti.»
«Chi. per esempio?»
«I miei genitori, tanto per cominciare. A quest’ora, saranno
senza dubbio frenetici e staranno chiamando la gente per vedere
se qualcuno ha avuto notizie da me. La prima persona che chiameranno
è mio fratello Ted. Anche Carl mi starà cercando. E’
sua la macchina che guido, e ormai i miei fratelli staranno organizzando
una caccia all’uomo, mi creda.»
«Ted è il fratello che fa il costruttore?»
«No», disse Julie con divertita soddisfazione. «Lui è lo sceriffo di Keaton.»
La sua reazione fu piacevolmente brusca. «E’ sceriffo?» Come per spazzar
via la sgradevole informazione, bevve una lunga sorsata del suo vino e disse
con pesante ironia: «E, immagino che suo padre sia un giudice».
«No. E’ un pastore.»
«Mio Dio!»
«Ha capito. Quello è il suo datore di lavoro. Dio.» «Di tutte le donne del
Texas», disse lui. con una cupa scossa del capo, «sono riuscito a rapire la
sorella di uno sceriffo e la figlia di un pastore. I mezzi di informazione
avranno una giornata campale, quando verranno a sapere chi è lei.» La breve
sensazione di potere che Julie provò al vederlo allarmato fu anche più
inebriante del vino che stava bevendo. Annuendo allegramente, gli assicurò:
«Dei leali agenti di polizia le staranno dando la caccia dappertutto con cani e
fucili, e gli americani timorati di Dio staranno pregando che la trovino
immediatamente». Voltandosi leggermente di lato, Zack versò ciò che
restava della bottiglia di vino nel suo bicchiere e lo bevve d’un fiato.
«Fantastico.»
L’atmosfera di giovialità era stata un tale sollievo che Julie presto si
rammaricò della sua perdita e cercò qualcosa da dire che potesse ristabilirla.
«Che cosa abbiamo per cena?» disse alla fine.
La domanda lo risvegliò dalle sue fantasticherie, e Zack si voltò verso i
fornelli. «Una cosa semplice», disse. «Non sono un granché come cuoco.»
Con il suo corpo a bloccarle la vista dei cibi preparati, Julie aveva poco da
fare, così osservò pigramente come il maglione si tendeva sulle larghe spalle
di Benedict. Era sorprendentemente muscoloso, come se si fosse allenato per
tutti questi anni nella palestra della prigione. Già la prigione. Aveva letto da
qualche parte che molta gente che viene mandata in prigione, è in realtà
innocente, e si trovò all’improvviso ad aggrapparsi alla confortante speranza
che anche Zachary Benedict potesse essere davvero uno di loro.
Senza voltarsi, lui le disse: «Si metta seduta sul divano. Porterò il piatto là».
Julie annuì e scese dallo sgabello, notando che il secondo bicchiere di vino
stava avendo effetto su di lei, facendola sentire un po’ troppo rilassata. Con
Zack che la seguiva portando i piatti, andò verso il divano e si sedette davanti
a uno dei sottopiatti in lino che lui aveva sistemato sul tavolino davanti al
camino. Benedict appoggiò due piatti, uno dei quali conteneva una bistecca
sugosa e patate al forno.
Davanti a lei mise un piatto su cui aveva rovesciato una scatoletta di tonno.
Tutto lì. Niente verdure, niente guarnizione, niente di niente.
Dopo aver avuto l’acquolina in bocca così a lungo in attesa di una spessa
bistecca, sugosa e sfrigolante, la reazione di Julie a quel mucchietto freddo di
tonno disadorno e poco appetitoso, fu immediata e sincera. Il suo sguardo
adirato si spostò di scatto sul suo viso, la bocca aperta in furiosa
costernazione. «Non era questo che voleva?» chiese Zack, in tono innocente.
«Oppure preferirebbe una buona bistecca come quella che ho lasciato in
cucina?» C’era qualcosa nella burla fanciullesca, qualcosa nel suo simpatico
sogghigno e negli occhi sorridenti che provocò una reazione inattesa,
incontrollabile e, date le circostanze, bizzarra da parte di Julie. Si mise a
ridacchiare. Poi, cominciò a ridere. Le sue spalle tremavano ancora dal ridere
quando lui tornò al divano portando un altro piatto con sopra una bistecca, e
lo mise davanti a lei.
«Questa va meglio?»
«Ebbene», disse lei, tentando di sembrare severa nonostante la risata che le
scintillava ancora negli occhi, «posso perdonarla per avermi rapita e
terrorizzata, ma è un’offesa pesante darmi del tonno mentre lei mangia una
bistecca.» Julie si sarebbe accontentata di mangiare in silenzio, ma mentre
tagliava il primo boccone della bistecca, lui notò il livido sul suo polso e le
chiese come se lo fosse fatto. «E’ un incidente di pallone», spiegò.
«Un cosa?»
«Stavo giocando a calcio, la settimana scorsa, e sono stata
placcata.»
«Da qualche grosso mediano?»
«No, da un ragazzino e da una grossa sedia a rotelle.» «Cosa?» Era evidente
che era avido di conversazione come aveva affermato, e Julie riuscì a dargli
una versione abbreviata del gioco mentre mangiava. «E’ stata colpa mia»,
terminò, sorridendo al ricordo. «Adoro la pallacanestro, ma non ho mai
capito il gioco del calcio. Decisamente non è il gioco per me, ma non
importa, perché i miei ragazzi lo adorano. Uno dei miei ragazzi
probabilmente andrà alle Olimpiadi per portatori di handicap.» Zack notò la
dolcezza che si insinuò nella sua voce e l’entusiasmo che le illuminò gli
occhi mentre parlava dei «suoi ragazzi», e continuò a sorriderle,
meravigliandosi della sua capacità di compassione e della sua pura e
semplice gentilezza. Non volendo farla smettere di parlare, cercò un altro
argomento e le chiese:
«Che cosa stava facendo ad Amarillo, il giorno in cui ci siamo incontrati?»
«Ero andata a trovare il nonno di uno dei miei studenti handicappati.
E’ piuttosto ricco, e speravo di convincerlo a donare del
denaro per un programma di istruzione per adulti, in cui sono
impegnata a scuola.»
«C’è riuscita?»
«Sì. Ho il suo assegno nella borsa.»
«Che cosa l’ha fatta decidere di diventare un’insegnante?» disse Zack,
stranamente riluttante a lasciarla smettere di parlare. Aveva scelto
l’argomento giusto, pensò, quando lei gli rivolse un sorriso da togliere il fiato
e si infervorò nel suo argomento con gratificante immediatezza. «Adoro i
bambini, e l’insegnamento è un’antica e rispettabile professione.»
«Rispettabile?» ripeté lui, sorpreso dall’oscura singolarità di quel concetto.
«Non pensavo che essere rispettabile fosse una grossa preoccupazione per
qualcuno, al giorno d’oggi. Perché è così importante per lei?» Julie cercò di
eludere l’osservazione troppo acuta con un’alzata di spalle. «Sono la figlia di
un pastore, e Keaton è una piccola città di provincia.» «Capisco», disse Zack,
ma non capiva per niente. «Ci sono altre professioni che sono altrettanto
rispettabili.» «Sì, ma non avrei modo di lavorare con persone come Johnny
Everett e Debby Sue Cassidy.» Il suo viso si animò al solo citare il nome di
Johnny, e Zack divenne subito curioso di sapere di quel rappresentante del
sesso maschile che sembrava significare di più per lei del suo quasi fidanzato.
«Chi è Johnny Everett?»
«E’ uno dei miei allievi - uno dei miei favoriti, in verità. E’ paralizzato
dalla vita in giù. Quando ho cominciato a insegnare alla
scuola di Keaton non parlava mai ed era un tale problema disciplinare
che il signor Duncan voleva mandarlo a un corso speciale
con i ragazzi mentalmente handicappati.»
«Chi è il signor Duncan?»
Lei arricciò il piccolo naso con tale disgusto che Zack sogghignò.
«E’ il nostro preside.»
«Non le piace molto, mi sembra di capire.»
«Non è un uomo cattivo, solo troppo rigido.»
«E Johnny era terrorizzato da lui. è’ così?»
Lei ridacchiò divertita e scosse il capo. «Veramente era proprio il contrario.
Del tutto casualmente ho scoperto che Johnny detestava essere trattato con i
guanti. Voleva essere punito.» «Come l’ha scoperto?» «Una sera, dopo la
scuola, mi trovavo nell’ufficio del signor Duncan a buscarmi una severa
sgridata, come al solito.» «Si caccia nei guai con il preside?»
«Costantemente», affermò lei, mentre il suo sorriso spuntava improvviso
come il sole. «Comunque, quel particolare giorno, Johnny stava aspettando
che sua madre andasse a prenderlo e sentì per caso che cosa stava accadendo.
Quando uscii dall’ufficio del preside, era lì - a guardarmi con un largo sorriso
dalla sua sedia a rotelle, come se fossi una specie di eroina. Poi, disse:
«Riceverà una punizione, signorina Mathison?»
«Ero così stupita di sentirlo parlare che quasi lasciai cadere a terra il mucchio
di libri che portavo sul braccio. Ma quando gli assicurai che non avrei
ricevuto una punizione, sembrò deluso di me. Disse di immaginare che le
ragazze non la ricevessero mai. solo i ragazzi. I ragazzi normali. Ecco
quando ho capito!» Zack sembrò perplesso, quindi Julie si affrettò a spiegare.
«Vede, era stato così protetto da sua madre che aveva sognato di andare a
scuola come tutti i bambini normali, ma il problema era che né gli altri allievi
né gli insegnanti lo trattavano come se lo fosse.» «Che cosa ha fatto?» Lei si
appoggiò all’indietro sul divano, le gambe ripiegate sotto di lei, e disse: «Ho
fatto l’unica cosa consona e decente che potevo fare: ho aspettato tenendolo
d’occhio per tutto il giorno successivo, e nel momento in cui ha tirato una
matita contro la ragazzina davanti a lui, gli sono piombata addosso come se
avesse commesso un crimine gravissimo. Gli ho detto che meritava una
sospensione per settimane e che da quel momento in poi l’avrebbe avuta
come chiunque altro. Poi gli ho dato non uno, ma due giorni di sospensione!»
«Quella sera sua madre mi chiamò al telefono e mi attaccò violentemente per
ciò che avevo fatto. Io cercai di spiegarle, ma lei mi sbatté giù il telefono. Il
giorno dopo, Johnny non era a scuola.» Quando cadde in silenzio, Zack la
spronò gentilmente: «Che cosa fece?» «Dopo scuola, andai a casa sua a
trovarlo e a parlare a sua madre. D’impulso, feci anche qualcos’altro; portai
un altro studente con me - Willie Jenkins. Willie è un vero macho, il
pagliaccio della scuola e l’eroe della terza classe. E’ bravo in tutto, dal
football, al baseball, a imprecare - in tutto, tranne che chiarì con un sorriso di
traverso, «a cantare. Quando Willie parla, sembra proprio una rana, e quando
canta, emette un suono forte e gracchiante che fa scoppiare tutti a ridere.
Comunque portai Willie con me e quando arrivammo a casa di Johnny, lui
era nel giardino del retro sulla sedia a rotelle. Willie aveva portato con sé il
pallone e rimase fuori. Quando entrai in casa, Willie stava tentando di
convincere Johnny a prendere il pallone, ma lui non voleva neppure tentare.
Guardava sua madre e poi restava semplicemente seduto lì. Passai mezz’ora a
parlare con la signora Everett. Le dissi che sinceramente pensavo che
stessimo distruggendo le speranze di Johnny di essere felice, trattandolo
come se fosse troppo delicato per fare qualunque cosa oltre a stare seduto su
una sedia a rotelle. Avevo finito di parlare, e non l’avevo ancora convinta,
quando d’un tratto si sentirono delle grida e uno schianto all’esterno, e
corremmo entrambe fuori in giardino. C’era Willie», disse Julie, gli occhi che
le brillavano al ricordo, «disteso sulla schiena su un mucchio di bidoni della
spazzatura rovesciati, che stringeva il pallone con un sorriso sul volto largo
un miglio. Sembra che Johnny non riuscisse ad agguantare il pallone molto
bene, ma - stando a Willie - Johnny aveva un braccio destro quasi come
quello di John Elway! Johnny era raggiante e Willie gli disse che lo voleva
nella sua squadra, ma che dovevano allenarsi, in modo da imparare ad
afferrare la palla, oltre che a passarla.» Quando Julie tacque, Zack le chiese
dolcemente: «E si allenano?» Lei annuì, i lineamenti espressivi accesi dal
piacere. «Si allenano a calcio con il resto della squadra di Willie, ogni giorno.
Poi vanno a casa di Johnny. dove Johnny aiuta Willie nei suoi compiti. E’
risultato che, benché Johnny non partecipasse a scuola, stava assorbendo tutto
come una spugna. E’ estremamente intelligente, e ora che ha delle cose per
cui lottare, non smette mai di tentare. Non ho mai visto tanto coraggio - tanta
determinazione.» Un po’ imbarazzata per il suo entusiasmo emotivo, Julie
cadde di nuovo in silenzio e si concentrò sul piatto.
  CAPITOLO 24.
QUANDO ebbe finito di mangiare, Zack si sistemò all’indietro sul divano
appoggiando una caviglia sul ginocchio opposto, a osservare le fiamme che
guizzavano e danzavano nel focolare, dando alla sua compagna di cena
l’opportunità di terminare il pasto senza ulteriori interruzioni da parte sua.
Cercò di concentrarsi sulla fase successiva del suo viaggio, ma in quello stato
di appagato rilassamento era più incline a indugiare sul sorprendente -e
perverso - capriccio del destino, che aveva fatto sì che Julie Mathison fosse
seduta di fronte a lui. Durante le lunghe settimane passate a calcolare ogni
dettaglio della sua fuga - durante le interminabili notti trascorse giacendo
nella cella, a sognare la sua prima sera in quella casa - non una volta aveva
immaginato di poter essere altro che solo. Per migliaia di ragioni, sarebbe
stato di gran lunga meglio che lo fosse, ma ora che lei era lì, non poteva
semplicemente rinchiuderla in una stanza, portarle da mangiare, e fingere che
non ci fosse. Dopo l’ultima ora trascorsa in sua compagnia, tuttavia, era
seriamente tentato di farlo, perché lo stava obbligando a riconoscere e a
riflettere su tutte le cose che gli erano mancate nella vita e sulle cose che gli
sarebbero mancate per sempre. Alla fine della settimana sarebbe stato di
nuovo in fuga, e dove stava andando non ci sarebbero stati chalet di
montagna lussuosi con confortevoli camini; non ci sarebbero più state
toccanti conversazioni su ragazzini handicappati con compassate insegnanti
di terza elementare che si dava il caso avessero occhi simili a quelli di un
angelo e un sorriso che poteva sciogliere i sassi. Non riusciva a ricordare di
aver mai visto il volto di una donna illuminarsi come il suo, quando aveva
parlato di quei bambini! Aveva visto donne ambiziose illuminarsi alla
possibilità di ottenere una parte in un film, o un oggetto prezioso, da lui, ma
fino a quella sera non aveva mai, mai visto qualcosa di vero.
A diciotto anni, seduto nella cabina di un autoarticolato, diretto a Los
Angeles e quasi soffocato dalle lacrime che si rifiutava di versare, aveva
giurato di non guardarsi mai alle spalle, a chiedersi come avrebbe potuto
essere la sua vita se solo le cose fossero state diverse. Tuttavia, ora, all’età di
trentacinque anni, irrimediabilmente indurito dalle cose che aveva fatto, che
era stato, e che aveva visto, guardava Julie Mathison e cedeva alla tentazione
di chiedersi che cosa sarebbe successo se avesse incontrato una donna come
lei, quando era giovane. Sarebbe stata capace di salvarlo da se stesso, di
insegnargli a perdonare, di addolcire il suo cuore e di riempire gli spazi vuoti
della sua vita? Sarebbe stata capace di dargli degli obiettivi più grandi e più
gratificanti dell’acquisizione del denaro, del potere, e dei riconoscimenti che
avevano formato la sua vita? Con una donna come Julie nel suo letto, avrebbe
provato qualcosa di più bello, di più profondo, di più durevole dello stupido
piacere di un orgasmo? Poi si rese conto della totale improbabilità delle sue
riflessioni e si meravigliò della propria follia. Dove mai avrebbe potuto
incontrare qualcuno come Julie Mathison? Fino a diciotto anni era stato
circondato da cameriere e parenti, la cui stessa presenza era un quotidiano
promemoria della sua superiorità sociale. A quell’epoca, la figlia del pastore
di una piccola città, come Julie non sarebbe mai entrata nel suo mondo.
No, non avrebbe potuto incontrarla allora, e sinceramente non avrebbe potuto
incontrare qualcuno come lei a Hollywood. Ma che cosa sarebbe accaduto
se, per qualche capriccio del destino, avesse incontrato Julie, lì? si chiese
Zack, corrugando la fronte per la concentrazione. Se fosse entrata nel suo
ufficio sulla Beverly Drive e gli avesse chiesto di fare un provino, lui avrebbe
notato quel suo incantevole viso dall’ossatura perfetta quegli occhi
incredibili, quella figura flessuosa? Oppure, si sarebbe lasciato sfuggire tutto
quello, perché non era bella in modo spettacolare né modellata come una
clessidra traboccante? Se avesse trascorso un ora nel suo ufficio a parlargli
come aveva fatto quella sera, lui avrebbe veramente apprezzato il suo spirito,
la sua intelligenza, il suo candore spontaneo? Oppure, l’avrebbe fatta uscire
in fretta perché non parlava di affari, né gli dava segno di desiderare di
andare a letto con lui, cose che rappresentavano i suoi due Principali
interessi?
Zack rigirò il bicchiere tra le mani meditando sulle sue risposte a quelle
domande retoriche, cercando di essere brutalmente onesto con se stesso.
Dopo diversi minuti, decise che avrebbe notato i lineamenti delicati, la
carnagione luminosa e gli occhi sensazionali di Julie Mathison. Dopotutto,
era un giudice esperto della bellezza, convenzionale oppure no, quindi non si
sarebbe lasciato sfuggire la sua. Sì, avrebbe apprezzato il suo candore
semplice e sarebbe stato toccato dalla sua compassione, dalla sua gentilezza,
e dalla sua profonda dolcezza, quanto lo era stato quella sera. Tuttavia, non le
avrebbe fatto fare un provino. Invece, Zack pensava che, onestamente,
l’avrebbe accompagnata dritta fuori dal suo ufficio e le avrebbe detto di
andare a casa e di sposare il suo quasi fidanzato, di avere i suoi bambini e di
vivere una vita che avesse un senso. Perché anche nei suoi momenti di
maggiore sensibilità e di maggiore logorio, Zack non avrebbe mai voluto
vedere una cosa bella e intatta come Julie Mathison venire maneggiata, usata
e corrotta né da Hollywood né da lui.
Ma se lei avesse insistito per restare comunque a Hollywood, nonostante il
suo consiglio, l’avrebbe portata a letto, più avanti, se e quando lei fosse
sembrata disposta a farlo?
No.
Avrebbe desiderato farlo?
No!
Avrebbe voluto almeno tenersela intorno, forse vederla a pranzo, di sera, o
invitarla alle feste?
Cristo, no!
Zack sapeva già esattamente perché no, ma le diede comunque un’occhiata
come per confermare ciò che provava: Julie stava seduta con le gambe
ripiegate sotto di sé sul divano, la luce del fuoco che le brillava sui capelli
splendidi mentre alzava gli occhi sul bel quadro appeso sopra il camino - e il
suo profilo era sereno e innocente quanto quello di una corista alla messa di
Natale. Ed era per quel motivo che non avrebbe mai voluto starle intorno
prima di andare in prigione, e perché non voleva veramente starle intorno ora.
Benché avesse soltanto nove anni più di lei, in anni reali, ne aveva centinaia
più di lei in esperienza, e la maggior parte di quell’esperienza non era stata
del tipo che lei avrebbe ammirato, o anche solo approvato - e ciò era vero
anche prima che andasse in prigione. Accanto al suo idealismo giovanile.
Zack si sentiva terribilmente vecchio e stanco.
All’improvviso, gli venne in mente che Julie non gli aveva fatto
una sola domanda a proposito della sua vecchia vita nel mondo
del cinema. Non riusciva a ricordare di aver incontrato una
sola donna, o uomo, che non avesse proclamato con entusiasmo
 se non con disonestà - che lui era il suo attore preferito, per poi
   importunarlo con domande personali su di sé e sugli altri divi del cinema
   che ammirava in modo particolare. Anche alcuni dei detenuti più duri e
   più assetati di sangue della prigione, erano stati abbagliati in modo assurdo
   dal suo passato, e ansiosi di dirgli quale dei suoi film gli era piaciuto di
   più. Di solito, tutta quella curiosità servile lo aveva seccato e disgustato.
   Ora, era solo un po’ infastidito dal fatto che Julie Mathison non sembrasse
   aver mai sentito parlare di lui. Forse non avevano un cinema in quella
   piccola e oscura città in cui viveva, decise.
Era così perso nei propri pensieri che sobbalzò quando lei disse con un
sorriso esitante: «Non sembra godersi la serata». «Stavo pensando di
guardare il notiziario», disse lui in tono vago.
Julie, che era stata penosamente consapevole del suo silenzio corrucciato,
accettò di buon grado l’opportunità di occuparsi di qualcos’altro che non
fosse il chiedersi se lui fosse veramente innocente dell’omicidio... e se
avrebbe tentato di baciarla di nuovo prima della fine della serata. «E’ una
buona idea», disse, alzandosi e allungando la mano a prendere il suo piatto
sul tavolo. «Perché non cerca il canale sul televisore, mentre io spreparo e
lavo i piatti?» «E farmi accusare da lei di mancare al nostro patto? Nemmeno
per sogno. Laverò io i piatti.» Julie lo guardò raccogliere i piatti e le posate, e
dirigersi in cucina. Nell’ultima ora, mentre non stava rispondendo alle sue
domande, i dubbi sulla sua colpevolezza avevano continuato a tormentarla.
Ricordava il modo furioso in cui aveva parlato della giuria che lo aveva
mandato in prigione. Ricordava la terribile disperazione nella sua voce,
quando, sulla neve, l’aveva supplicata di baciarlo per trarre in inganno
l’autista del camion. «La prego! Non ho ucciso nessuno, lo giuro!» In quel
momento, Benedict aveva piantato il pericoloso seme del dubbio nella sua
mente circa la propria colpevolezza; adesso, dopo diciassette ore. quel seme
stava mettendo profonde radici dentro di lei. nutrito dall’orrore al pensiero
che un uomo innocente avesse trascorso cinque lunghi anni in un
penitenziario. Altre cose che erano ugualmente fuori dal suo controllo si
stavano combinando per farla sentire impotentemente attratta da lui, cose
come il ricordo del suo bacio impaziente e del brivido che le aveva percorso
il corpo quando alla fine si era arresa, e il controllo che Benedict aveva
mostrato quando lei lo aveva fatto. In effetti, l’aveva trattata con riserbo e
anche con gentilezza per la maggior parte del tempo in cui erano stati
insieme. La sua mente obiettava che si stava comportando da sciocca a
decidere che una giuria si era sbagliata, ma quella sera, ogni volta che lo
guardava, tutto l’istinto che possedeva le gridava che Benedict era innocente.
E se lo era, allora riusciva a sopportare a stento il pensiero di ciò cui era stato
sottoposto. Benedict tornò nel soggiorno, accese il televisore e si sedette di
fronte a lei, tendendo le lunghe gambe e accavallandole alle caviglie.
«Guarderemo qualunque cosa lei vorrà, dopo il notiziario», disse, mentre la
sua attenzione era già sullo schermo gigante della televisione.
«Bene», disse Julie, studiandolo furtivamente al di sopra del tavolino. C’era
un indomabile orgoglio cesellato sul suo volto attraente, determinazione nella
sporgenza del mento, arroganza nella mandibola e forza agguerrita incisa in
ogni tratto del viso. Molto tempo prima, aveva letto dozzine di articoli su di
lui scritti da cronisti entusiasti, come pure da rispettabili critici
cinematografici. Julie ricordava in particolare di aver visto in televisione un
critico che aveva tentato di trasformarlo in un conglomerato umano, dicendo
che Zachary Benedict possedeva il magnetismo animale di un giovane Sean
Connery. il talento di un Newman, il carisma di Costner, la rozza virilità di
un giovane Eastwood, la calma raffinatezza di Warren Beatty, la versatilità di
Michael Douglas e il fascino rude di Harrison Ford.
Ora, dopo aver passato quasi due giorni in stretto contatto con lui, Julie
decise che nessuno degli articoli letti lo descrivevano realmente e che
nessuna cinepresa gli aveva reso davvero giustizia, e capiva vagamente il
perché: nella vita reale, c’era una forza distaccata e un carisma potente in lui
che non aveva assolutamente nulla a che fare con il suo fisico alto dalle spalle
larghe, o con quel suo famoso sorriso beffardo. C’era qualcos’altro... la
sensazione, che coglieva Julie ogni volta che lo guardava, che, scontando la
sua reclusione, Zachary Benedict avesse già fatto e visto tutto ciò che c’era
da fare e da vedere, e che tutte quelle esperienze fossero permanentemente
chiuse a chiave dietro un muro impenetrabile di buone maniere, di fascino
indolente e di occhi dorati penetranti. Fuori dalla portata di qualsiasi donna.
E in ciò stava il suo vero fascino, capì Julie: la sfida. Nonostante tutto ciò che
era successo negli ultimi due giorni, Zachary Benedict le faceva desiderare di
superare quella barricata - e, probabilmente, lo faceva desiderare a ogni
donna che aveva conosciuto. o che aveva visto i suoi film. Per scoprire che
cosa ci fosse al disotto, per addolcirlo, per scoprire il ragazzo che doveva
essere stato, per far scoppiare a ridere l’uomo che era diventato e renderlo
tenero d’amore.
Julie si diede una severa scrollata mentale. Niente di tutto ciò aveva
importanza! L’unica cosa che contava era se fosse colpevole di omicidio,
oppure se fosse innocente. Lanciò un’altra occhiata furtiva al suo profilo e si
sentì capovolgere il cuore. Era innocente. Lo sapeva. Poteva sentirlo. E il
pensiero di tutta quella bellezza e intelligenza maschile imprigionata per
cinque lunghi anni, le fece stringere la gola.
La voce dell’annunciatore attirò di colpo la sua attenzione vagante al
televisore: «Vi daremo notizie di interesse nazionale e locale, incluse
informazioni sulla bufera che si sta dirigendo su di noi, questa sera, dopo
aver passato la linea allo studio e a Tom Brokaw per le notizie di particolare
rilievo». Julie si alzò in piedi, improvvisamente troppo nervosa per star lì
seduta a far niente. «Vado a prendere un bicchiere d’acqua», disse, già
diretta verso la cucina, ma la voce di Tom Brokaw la fermò sui suoi passi:
«Buonasera, signore e signori. Due giorni fa, Zachary Benedict, che un
tempo veniva considerato uno dei più grandi attori di Hollywood e un regista
di talento, è fuggito dal penitenziario di stato di Amarillo, dove stava
scontando una condanna di quarantacinque anni per l’uccisione machiavellica
di sua moglie, l’attrice Rachel Evans, nel 1988».
Julie girò su se stessa in tempo per vedere una fotografia di Zack con indosso
l’uniforme della prigione con i numeri sul petto, che riempiva lo schermo, ed
entrò nel soggiorno come affascinata dall’orrore di ciò che vedeva, sentiva, e
provava, mentre Brokaw continuava: «Si ritiene che Benedict stia viaggiando
con questa donna...» A Julie sfuggì un rantolo, quando la sua fotografia
scattata un anno prima con la sua classe di terza elementare venne proiettata
sullo schermo. Indossava uno chemisier con un fiocco discreto al collo.
«Le autorità del Texas riferiscono che la donna, Julie Mathison, di ventisei
anni, è stata vista l’ultima volta ad Amarillo due giorni fa, dove un uomo che
corrisponde alla descrizione di Benedict è stato notato salire con lei su una
Chevrolet Blazer blu. Al principio, le autorità pensavano che la signorina
Mathison fosse stata presa in ostaggio contro la sua volontà...» «Al
principio?» esplose Julie, guardando Zack che stava alzandosi lentamente in
piedi. «Che cosa vuol dire al principio?» La risposta alla sua domanda fu
immediata e sconvolgente, quando Brokaw disse: «La teoria dell’ostaggio è
stata screditata sul tardo pomeriggio, quando Pete Golash, il conducente di un
camion, ha riferito di aver visto una coppia che corrispondeva alle descrizioni
di Benedict e della Mathison in un piazzale di sosta del Colorado verso
l’alba, questa mattina...» La faccia allegra di Pete Golash riempì subito dopo
lo schermo:
«I due stavano facendo una battaglia a palle di neve, come due ragazzi, lei è
inciampata e caduta, e la cosa successiva che so, è che stavano pomiciando.
Si baciavano. Se lei è un ostaggio, di certo non si stava comportando come
tale».
«Oh, mio Dio!» disse Julie, avvolgendosi le braccia intorno allo stomaco,
ingoiando la bile che le saliva in gola. Nel giro di pochi istanti, l’orribile
realtà aveva invaso l’atmosfera falsamente confortevole dello chalet di
montagna, e Julie aggredì improvvisamente l’uomo che l’aveva portata lì,
vedendolo come era apparso in televisione, e per ciò che veramente era: un
detenuto che indossava l’uniforme della prigione con i numeri sul petto.
Prima che potesse riprendersi, un’altra scena, più penosa, illuminò lo
schermo e Brokaw disse: «Il nostro corrispondente Phil Morrow si trova a
Keaton, in Texas, dove la Mathison vive e insegna alla terza elementare della
scuola locale. Morrow è riuscito a ottenere una breve intervista con i suoi
genitori, il reverendo James Mathison e signora...» Un grido di rifiuto sfuggì
dalle labbra di Julie, quando il volto solenne e dignitoso di suo padre la
guardò dallo schermo, la voce enfatica, fiduciosa, che tentava di convincere il
mondo della sua innocenza. «Se Julie è con Benedict, allora lo è contro la
propria volontà. Quel conducente di camion che afferma diversamente si
sbaglia su chi ha visto, oppure su ciò che ha visto accadere», terminò con
un’occhiata severa di disapprovazione ai giornalisti che cominciarono a
gridargli delle domande. «E’ tutto ciò che ho da dire.» Con la vergogna che le
scorreva dentro veloce in ondate nauseanti, Julie distolse di scatto lo sguardo
dallo schermo e fissò Zachary Benedict attraverso un velo di lacrime cocenti.
mentre lui le si avvicinava rapido. «bastardo!» disse con voce soffocata,
indietreggiando mentre lui le si avvicinava.
«Julie», disse Zack, allungando le mani a prenderla per le spalle nell’inutile
tentativo di confortarla.
«Non mi tocchi!» gridò lei, tentando di allontanare le sue mani, dibattendosi
e colpendolo al petto mentre un torrente di singhiozzi erompevano da lei.
«Mio padre è un pastore!», disse piangendo. «E’ un uomo rispettato, e lei ha
trasformato sua figlia in una pubblica sgualdrina! Io sono un’insegnante!»
gridò istericamente. «Insegno a bambini piccoli! Crede che mi
permetteranno di insegnare ai bambini, ora che sono uno scandalo nazionale
che sguazza nella neve con assassini evasi?» La consapevolezza che
probabilmente aveva ragione colpì violentemente Zack come un rasoio
seghettato e lui intensificò la stretta sul suo braccio.
«Julie...»
«Ho passato gli ultimi quindici anni della mia vita», singhiozzava lei a scatti,
lottando con forza contro la sua stretta, «tentando di essere perfetta. Sono
stata così perfetta!» disse piangendo, e la portata del suo dolore si trasmise a
Zack, anche se non capiva assolutamente la causa. «Ed è... è stato tutto per
niente!» Come se alla fine si fosse esaurita fisicamente, smise di dibattersi e
il capo le ricadde in avanti, ma le sue spalle continuarono a sussultare per i
singhiozzi.
All’improvviso, Zack non riuscì più a sopportare il peso del suo dolore e
della propria colpevolezza. «La smetta, la prego», mormorò in tono
addolorato, stringendola tra le braccia, e le mise le mani intorno al capo
tenendole il volto premuto contro il petto. «Capisco, e mi dispiace. Quando
tutto sarà finito, farò capir loro la verità.» «Capisce!» ripeté lei con intenso
disprezzo, sollevando il viso accusatore rigato di lacrime verso il suo. «Come
può uno come lei capire come mi sento?» Uno come lui. Un animale come
lui. «Oh. capisco!» disse pungente Zack, scostandola da sé, e scuotendola
finché lei non alzò gli occhi a guardarlo. «Capisco esattamente come ci si
sente a essere disprezzati per qualcosa che non si è fatto!» Julie soffocò una
protesta per il suo rude trattamento, quando osservò la furia sul suo volto e
l’angoscia nei suoi occhi. Le sue dita le penetravano nelle braccia e la sua
voce era rauca per l’emozione. «Non ho ucciso nessuno! Mi ha sentito? Mi
menta, e mi dica che mi crede! Semplicemente, lo dica! Voglio sentire
Qualcuno che lo dice!» Avendo appena sperimentato di persona una piccola
parte di ciò che doveva provare lui se era davvero innocente, Julie si fece
piccola dentro di sé al pensiero di come poteva sentirsi. Se era davvero
innocente... Deglutì, scrutando con gli occhi offuscati il suo volto dall’aria
smarrita e attraente, ed espresse il proprio pensiero a voce alta: «Le credo!»
sussurrò, mentre nuove lacrime cominciavano a traboccare dalle sue ciglia,
scorrendole lungo le guance. «Davvero.» Zack sentì la sincerità nella sua
voce triste; nei suoi occhi azzurri vide un inizio di vera compassione, e in
profondità dentro di lui il muro di ghiaccio che aveva tenuto intorno al
proprio cuore per anni, cominciò a sciogliersi e a incrinarsi. Sollevando una
mano l’appoggiò sulla sua morbida guancia, asciugando impotente le sue
lacrime cocenti con il pollice. «Non pianga per me», mormorò con voce roca.
«Le credo!» ripeté Julie, e la tenera fierezza della sua risposta demolì ciò che
restava del suo riserbo. La gola di Zack si contrasse intorno a un nodo
sconosciuto di emozione, e per un attimo rimase lì immobilizzato da ciò che
vedeva, sentiva, e provava. Le lacrime scorrevano lungo le guance di Julie,
restando impigliate tra le sue ciglia scure e bagnandogli la mano; i suoi occhi
sembravano delle viole del pensiero blu rugiadose, e lei si stava mordendo il
labbro inferiore, nel tentativo di impedirgli di tremare. «La prego, non
pianga», sussurrò Zack con voce profondamente addolorata, abbassando le
labbra sulle sue per farle smettere di tremare. «La prego, la prego, non lo
faccia...» Al primo tocco delle sue labbra, lei si immobilizzò rigida,
trattenendo il fiato, benché Zack non capisse se fosse la paura, o la sorpresa,
a paralizzarla. Non lo sapeva, e non gli importava in quel momento. Il suo
unico desiderio era di stringerla, di assaporare le dolci sensazioni che stavano
crescendo dentro di lui - la prima dolcezza che provava da anni - e di
condividerle tutte con lei. Dicendosi di procedere lentamente, di
accontentarsi di qualunque cosa lei fosse disposta a permettere, passò
lentamente avanti e indietro le labbra sul contorno delle sue, assaporando la
salinità delle sue lacrime. Si disse di non farle pressione, di non costringerla,
e proprio mentre se lo diceva, fece entrambe le cose. «Baciami anche tu», la
sollecitò, e la dolcezza impotente che sentì nella propria voce gli era
sconosciuta quanto le altre sensazioni che gli scorrevano dentro. «Baciami»,
ripeté, facendo scivolare la lingua sulla linea di giunzione delle sue labbra.
Quando lei obbedì e si strinse a lui premendo le labbra dischiuse sulle sue,
Zack quasi gemette per il piacere. Un desiderio, primitivo e potente, gli
scorse nelle vene, e all’improvviso si trovò ad agire di puro istinto. Le sue
braccia si strinsero, curvandosi sulla sua schiena, tenendole i fianchi premuti
contro i propri. mentre le sue labbra forzavano quelle di lei a schiudersi di
più, e la sua lingua affondava nella dolcezza che sapeva di vino della sua
bocca. La spinse indietro contro la parete, baciandola con tutta la forza
persuasiva a sua disposizione, le mani che scivolavano lungo la sua spina
dorsale per poi risalire, sotto al suo maglione. La sua pelle morbida e nuda
sembrava raso levigato sotto le sue mani, mentre le carezzava la vita sottile,
le passava la mano sulla schiena e allargava le dita sul suo diaframma, per
poi alla fine permettersi di cercarle il seno. Julie si strinse più vicina a lui e
gemette nella sua bocca quando lui le sfiorò il seno, e quel suono dolce fu
quasi la sua rovina: gli fece fremere tutto il corpo, mentre con le mani
esplorava ogni millimetro del suo seno e dei capezzoli, le labbra chiuse sulle
sue, la lingua che sondava con crescente desiderio.
Per Julie, ciò che Benedict le stava facendo era come essere imprigionata in
un bozzolo di pericolosa, terrorizzante sensualità, dove lei non aveva il
controllo su niente. In particolare su se stessa. Sotto l’esplorazione delle sue
lunghe dita, il seno cominciava a dolerle dal desiderio; contro la propria
volontà, il suo corpo infiammato stava adattandosi ai contorni induriti di
quello di lui; e le sue labbra dischiuse accoglievano di buon grado
l’ininterrotta intrusione della sua lingua.
Zack sentì le sue dita scivolargli tra i morbidi capelli sulla nuca, e spostò
lentamente la bocca sulla guancia al suo orecchio. «Dio, come sei dolce!»
sussurrò, prendendole i capezzoli tra le dita, costringendoli a irrigidirsi in
boccioli solidi e duri, volendo colmarla di piacere. «Piccola», mormorò con
voce roca, «sei così dannatamente bella...» Forse era stato il vezzeggiativo
che aveva usato - uno che era sicura di avergli sentito usare in un film - o
forse era stato l’uso ridicolo della parola «bella», che finalmente spezzò il
sensuale incantesimo sotto cui si trovava, ma Julie lentamente ricordò di
averlo visto recitare quello stesso tipo di scena dozzine di volte, con dozzine
di attrici veramente belle, nei film. Solo che questa volta, era la sua pelle
nuda che la sua mano stava esplorando con tanta perfetta sicurezza. «Si
fermi!» lo avvertì bruscamente, liberandosi dalle sue braccia, spingendolo via
e abbassando il maglione con uno strattone. Per un attimo, Zack rimase
semplicemente immobile, respirando profondamente, le braccia lungo i
fianchi, sentendosi completamente disorientato. Il viso di Julie era
infiammato dal desiderio e i suoi splendidi occhi ne erano ancora appannati,
ma aveva l’aria di voler balzare verso la porta.
Dolcemente, come se parlasse a un puledro ombroso, disse:
«Che cosa c’è che non va. piccol...?»
«La smetta subito!» sbottò Julie. «Non sono la sua piccola - quella era
un’altra donna, in qualche altra scena con lei. Non voglio sentirla chiamarmi
in quel modo. E non voglio neppure sentirle dire che sono bella.» Zack
scosse il capo per schiarirsi le idee. Osservando in ritardo che lei stava
respirando in rapidi e brevi ansiti, guardandolo come se si aspettasse quasi
che lui le balzasse addosso, le strappasse gli abiti, e la violentasse, disse con
molta calma e con molta prudenza: «Ha paura di me. Julie?» «Naturalmente
no», disse Julie seccamente, ma non appena lo ebbe detto, si rese conto che
era una bugia. Quando quel bacio era iniziato, aveva capito istintivamente
che, in qualche modo, il fatto di baciarla aveva rappresentato per lui una
specie di purificazione, e lei aveva voluto dargliela. Ma ora che il suo cuore
aveva inteso quel bacio come un’urgente richiesta a dargli molto, molto di
più. era terrorizzata. Perché era esattamente ciò che voleva fare. Voleva
sentire le sue mani muoversi impazienti sulla sua pelle nuda e il suo corpo
penetrare in lei. Nell’istante in cui era rimasta in silenzio, Benedict aveva
evidentemente sostituito la passione con l’ira, perché la sua voce non era più
tenera o gentile, era fredda, tagliente, e dura. «Se non ha paura, allora cos’è
che la preoccupa? Oppure, vuole dare a un detenuto evaso un po’ di vuota
simpatia, ma non vuole che le stia troppo vicino, è così?» Julie quasi pestò i
piedi per terra per la frustrazione, per la sua logica limitata, e per la propria
stupidità, per aver lasciato andare le cose così lontano. «Non è per nulla
repulsione, se è questo che intende.» La sua voce assunse un annoiato tono
strascicato. «Allora, di che cosa si tratta, o non dovrei chiederlo?» «Non
dovrebbe aver bisogno di chiederlo!» disse lei, togliendosi i capelli dalla
fronte, mentre si guardava intorno un po’ agitata cercando qualcosa da fare,
un modo per ristabilire l’ordine in un mondo che improvvisamente era
sfuggito al suo controllo in modo allarmante. «Non sono un animale»,
cominciò lei. Gli occhi le caddero su un quadro appeso al muro che era una
frazione di millimetro storto e si voltò a sistemarlo.
«E pensa che io lo sia? Un animale? E’ così?» Intrappolata dalla sua
domanda e dalla sua vicinanza, Julie lanciò un’occhiata sopra la spalla e
scorse un cuscino sul pavimento.
«Penso», gli disse seccamente andando verso il cuscino,
«che lei sia un uomo che è stato tenuto sotto chiave per cinque
lunghi anni, lontano dalle donne.»
«Giusto, lo sono. E allora?»
Lei mise il cuscino appoggiato in verticale al bracciolo del divano e cominciò
a sentirsi più padrona della situazione, ora che c’era una certa distanza tra
loro. «Allora», spiegò, riuscendo addirittura a rivolgergli un breve sorriso
impersonale al di sopra del divano, «posso capire che, per lei, qualsiasi donna
sarebbe come...» Le sopracciglia scure di Benedict si corrugarono sopra gli
occhi minacciosi e la voce di Julie si affievolì, a disagio, poi lei si chinò
rapidamente e cominciò a risistemare gli altri cuscini appoggiati sul divano in
una disposizione più artistica, ma perseverò nella sua spiegazione. «Per lei,
dopo essere stato così a lungo in prigione, qualsiasi donna sarebbe come un...
banchetto per un uomo affamato. Qualsiasi donna», sottolineò. «Voglio dire,
non mi è dispiaciuto permetterle di baciarmi, se questo l’ha fatta sentire, beh,
meglio.» Zack era umiliato e furioso di scoprire che lei lo considerava un
animale cui aveva gettato una briciola di sentimento umano, un mendicante
assetato di sesso cui era disposta, di mala voglia, a dare un piccolo bacio.
«Come è nobile, signorina Mathison», la schernì, ignorando come il colore le
defluisse dalle guance, mentre proseguiva con deliberata brutalità. «Mi ha
sacrificato la sua preziosa persona. Ma, contrariamente a quanto pensa, anche
un animale come me è capace di un certo controllo e di una certa
discriminazione. In breve, Julie, può pensare di essere un banchetto, ma è una
donna cui può perfettamente resistere questo particolare uomo, per quanto
affamato di sesso possa essere.» La sua ira esplosiva era tangibile, spaventosa
e del tutto incomprensibile per Julie nel-suo stato di agitazione. Fece un
passo indietro, avvolgendosi le braccia intorno al corpo come per parare il
male che lui stava infliggendo deliberatamente ai suoi sentimenti dolenti.
Zack lesse ogni sua reazione negli occhi espressivi e soddisfatto di aver
arrecato il massimo danno possibile, girò sui tacchi e si avviò all’armadietto
accanto al televisore, dove cominciò a passare in rassegna i vari titoli dei film
nelle videocassette sui ripiani. Julie capì di essere appena stata scartata come
un fazzoletto di carta usato, e sbrigativamente congedata, ma il suo orgoglio
devastato si ribellava al pensiero di strisciare nella sua stanza come un
coniglio ferito. Rifiutandosi ostinatamente di versare anche una sola lacrima
o di mostrare qualunque turbamento, si avvicinò al tavolino e cominciò a
mettere in ordine le riviste. Il suo comando glaciale la fece raddrizzare
sobbalzando. «Vada a letto!
Cos’è una specie di massaia ossessiva?»
Le riviste le scivolarono dalle mani e Julie lo guardò torva, ma fece come le
aveva detto.
Con la coda dell’occhio Zack la guardò ritirarsi, notando il suo mento
orgogliosamente spinto all’insù e la fiera grazia della sua andatura, e con
l’abilità che aveva perfezionato quando aveva diciotto anni, le voltò le spalle
e freddamente scacciò del tutto Julie Mathison dalla mente. Al suo posto, si
concentrò sul notiziario di Tom Brokaw, che Julie aveva interrotto con il suo
scoppio di rabbia. Avrebbe potuto giurare che, mentre tentava di confortarla,
Brokaw aveva detto qualcosa a proposito di Dominic Sandini. Sedendosi sul
divano, guardò accigliato il televisore. Se almeno fosse riuscito a sentire
esattamente di che cosa si trattava! Tra circa un paio d’ore doveva esserci un
notiziario della notte con le ultimissime informazioni, o almeno un breve
sommario, prima che la stazione sospendesse le trasmissioni. Appoggiando i
piedi sul tavolino, Zack si stirò all’indietro, preparato ad aspettarlo. Il volto di
Sandini con il suo vago sogghigno da scavezzacollo prese forma nella sua
mente e un vago sorriso gli sfiorò le labbra al pensiero dell’agile, esuberante
italiano. Durante tutti quegli anni c’erano stati solo due uomini che era
arrivato a considerare amici: uno di loro era Matt Farrell, e l’altro era
Dominic Sandini. Il sorriso di Zack si accentuò, mentre rifletteva sulla totale
diversità tra i due uomini che considerava amici. Matt Farrell era un magnate
di livello internazionale;
Zack e lui avevano forgiato la loro amicizia su dozzine di interessi comuni e
un profondo rispetto reciproco.
Dominic Sandini era un ladruncolo di prima categoria; non aveva una sola
cosa in comune con Zack e Zack non aveva fatto assolutamente nulla per
guadagnarsi il rispetto o la lealtà di Sandini.
Eppure, lui glieli aveva dati entrambi, liberamente e senza
riserve. Aveva sfondato l’isolamento di Zack con scherzi sciocchi
e storie divertenti sulla sua grande e non convenzionale famiglia,
e senza che Zack se ne rendesse conto, Sandini lo aveva deliberatamente
coinvolto in quella famiglia. Gli sarebbero mancati
tutti molto più di quanto avesse immaginato. Poco prima della
mezzanotte, come aveva sperato, ripeterono la storia di Brokaw
accompagnata da un breve video che Zack aveva già visto durante
la giornata. Il video mostrava Dom, con le mani dietro il
capo, che veniva perquisito, ammanettato e spinto sul sedile posteriore
della macchina dello sceriffo di Amarillo, un’ora dopo la
fuga di Zack. ma furono le parole dell’annunciatore che fecero
corrugare la fronte a Zack: «Il secondo detenuto evaso, Dominic
Sandini, di trent’anni, è stato ripreso e messo sotto custodia
dopo una breve scaramuccia con le autorità. E’ stato trasferito
per essere interrogato al penitenziario di stato di Amarillo, dove
aveva condiviso la cella con Benedict, che è ancora in libertà. Il
direttore Wayne Hadley ha descritto Sandini come estremamente
pericoloso». Chinandosi in avanti, Zack fissò attentamente lo
schermo e fu sollevato nel vedere che Dom non sembrava essere
stato malmenato dai poliziotti di Amarillo. Tuttavia, le cose che
stavano dicendo su di lui non avevano senso. I mezzi di comunicazione
e Hadley, avrebbero dovuto trattare Dom come un eroe
 un detenuto affidato ravveduto che aveva dato l’allarme sulla fuga di un
   compagno carcerato. Ma Hadley descriveva Sandini come pericoloso.
   Perché mai avrebbe dovuto farlo, si chiese Zack, quando avrebbe dovuto
   ricevere il pubblico plauso per il fatto che almeno «uno» dei suoi affidati
   fosse un cittadino così onesto e leale.
La risposta che venne immediatamente in mente a Zack era impensabile,
insopportabile. Hadley non aveva creduto alla storia di Dom. No. non poteva
essere vero, decise Zack, perché lui si era assicurato che l’alibi di Dom fosse
inattaccabile. Il che lasciava solo un’altra possibilità: Hadley aveva creduto
all’alibi di Dom, ma era troppo infuriato per la sua fuga per considerare Dom
innocente. Zack non aveva calcolato questo; aveva immaginato che il
gigantesco ego di Hadley lo avrebbe spinto a lodare Dom. in particolare con
così tanta attenzione da parte dei mezzi d’informazione concentrata
sull’incidente. Non avrebbe mai supposto che la sua malvagità potesse
superare sia il suo ego, sia il suo buon senso, ma se l’aveva fatto, i metodi
che Hadley poteva usare per vendicarsi su Dom erano brutalmente
agghiaccianti. L’allarme di Zack si fece panico alla fine del notiziario,
quando l’annunciatore locale del Colorado aggiunse: «Abbiamo degli
sviluppi dell’ultima ora sulla fuga di prigione di Benedict-Sandini. Secondo
un comunicato rilasciato dall’ufficio del direttore della prigione di stato di
Amarillo un’ora fa. Dominic Sandini ha tentato una seconda fuga di prigione
mentre veniva interrogato sulla sua versione contraddittoria a proposito della
fuga di Benedict. Tre guardie sono state aggredite prima che Sandini venisse
finalmente ripreso e ridotto all’impotenza. In seguito, è stato portato
nell’infermeria della prigione, dove è stato ricoverato in condizioni critiche.
Nessun altro particolare circa la natura e l’entità delle sue ferite è stato finora
comunicato». L’intero corpo di Zack raggelò per lo choc e per l’ira, mentre
la nausea lo afferrava allo stomaco, e appoggiò indietro il capo resistendo
all’impulso di vomitare. Fissò il soffitto in alto sopra di lui deglutendo
convulsamente, mentre i ricordi del viso sorridente e ottimista di Dominic e
dei suoi scherzi sciocchi gli sfilavano nella mente.
L’annunciatore proseguì con le notizie, ma la sua mente le percepiva a
malapena: «Le voci di una sommossa dei detenuti al penitenziario di stato di
Amarillo, sono state confermate, e a quanto si dice il governatore del Texas
Ann Richards sta prendendo in considerazione di inviare, se necessario, delle
truppe della Guardia nazionale. I detenuti di Amarillo. apparentemente
approfittando dell’ampia risonanza data dai mezzi di comunicazione alla fuga
di Zachary Benedict e di Dominio Sandini, protestano per ciò che definiscono
ingiustificata crudeltà da parte di certi ufficiali carcerari e dipendenti della
prigione, per le condizioni di sovraffollamento, e per il cattivo cibo».
Zack rimase a lungo dov’era, dopo che la stazione televisiva aveva interrotto
le trasmissioni, così pieno di tormento e di disperazione da non riuscire a
raccogliere le energie per alzarsi. La determinazione di fuggire e di
sopravvivere, che lo avevano mantenuto sano di mente negli ultimi cinque
anni, stava lentamente esaurendosi. Sembrava che la morte fosse stata al suo
fianco, o che l’avesse seguito furtiva alle spalle, da sempre, e lui era
improvvisamente stanco di sfuggirla. Prima, erano morti i suoi genitori, poi
suo fratello, suo nonno e poi sua moglie. Se Sandini fosse morto, non c’era
assolutamente nessuno da biasimare eccetto lui. Seduto lì, Zack aveva
addirittura la sensazione che ci fosse una qualche macabra maledizione a
pesare su di lui, che portava tutti coloro cui teneva a una morte precoce.
Anche in mezzo alla propria disperazione. Zack si rendeva conto che simili
pensieri erano pericolosi, squilibrati, insani. Ma d’altra parte aveva la
sensazione che il suo appiglio all’equilibrio stesse diventando molto, molto
fragile.
  CAPITOLO 25.
PORTANDO il piccolo fagotto di indumenti che aveva appena tolto
dall’asciugatrice, Julie attraversò con passo felpato il soggiorno silenzioso a
piedi nudi e con i capelli bagnati, ed entrò nella stanza dove aveva trascorso
una notte pressoché insonne. Erano le undici del mattino e, a giudicare dal
rumore d’acqua che scorreva, presumeva che anche Zack avesse dormito fino
a tardi e che ora fosse sotto la doccia.
Socchiudendo gli occhi contro un’emicrania sorda e pulsante, portò a termine
svogliatamente il rituale di asciugarsi i capelli, poi li spazzolò e indossò i
jeans e la maglia che aveva indossato tre giorni prima, quando era andata ad
Amarillo. Le sembrava che fossero trascorse settimane da quella mattina,
perché era stata l’ultima volta in cui tutto era parso normale. Ora, niente lo
era più. meno di tutto l’opinione su se stessa. Era stata presa in ostaggio da
un detenuto evaso: evento che avrebbe fatto odiare il proprio rapitore e
disprezzare tutto ciò che rappresentava, a qualsiasi donna normale, decorosa,
e onesta. Qualunque altra ventiseienne virtuosa e rispettabile avrebbe
combattuto Zachary Benedict a ogni pie sospinto, cercando allo stesso tempo
di ostacolare i suoi piani, di sfuggire alle sue grinfie e di farlo riprendere e
mandare in prigione! Quello era ciò che avrebbe fatto una giovane donna per
bene, onesta e timorata di Dio. Ma non era ciò che aveva fatto Julie
Mathison, pensò lei con amaro autodisgusto. No davvero. Al contrario, lei
aveva permesso al suo rapitore di baciarla e di toccarla; peggio ancora, ne
aveva provato piacere. La sera prima aveva finto con se stessa di voler solo
confortare un uomo sfortunato, ma alla cruda luce del giorno capiva che era
una mera bugia. Se Zachary Benedict fosse stato un uomo brutto e vecchio,
non si sarebbe gettata tra le sue braccia tentando di cancellare con un bacio la
sua infelicità, né sarebbe stata così dannatamente ansiosa di credere che fosse
innocente! La verità era che aveva creduto alle ridicole affermazioni
d’innocenza di Zachary Benedict perché voleva credergli e che l’aveva
confortato perché era disgustosamente attratta da lui. Invece di fuggire, e di
farlo riprendere in quella piazzola di sosta, il mattino prima, era stata distesa
sulla neve a baciarlo, ignorando che con tutta probabilità il camionista di
nome Pete, non sarebbe rimasto ferito, se ne fosse seguita una lotta. A
Keaton aveva scrupolosamente evitato le avances di bravi e onesti ragazzi,
congratulandosi ipocritamente con se stessa per l’alto livello morale acquisito
dai suoi genitori adottivi. Ora, tuttavia, la verità era vistosamente e
penosamente ovvia: non era mai stata attratta sessualmente da nessuno di
quei bravi e onesti ragazzi, e adesso capiva il perché: era perché lei poteva
sentirsi attratta solo da persone della sua specie - reietti sociali come Zack
Benedict. L’onestà e la rispettabilità non la eccitavano; la violenza, il
pericolo e la passione illecita, evidentemente sì. La disgustosa realtà era che
all’esterno Julie Mathison poteva apparire una cittadina virtuosa, dignitosa e
onesta, ma nel proprio cuore, lei era ancora Julie Smith, la ragazza di strada
di origini sconosciute. Allora, l’etica della società non aveva avuto alcun
significato per lei; evidentemente, non lo aveva neppure adesso. La signora
Borowski, la direttrice dell’istituto per l’Adozione LaSalle aveva ragione:
«Un leopardo non può cambiare le sue macchie, e nemmeno tu lo puoi, Julie
Smith. Puoi riuscire a ingannare quella psichiatra sconsiderata, ma non puoi
ingannare me».
Julie strinse con forza gli occhi, tentando di escludere quei ricordi dolorosi
per concentrarsi sull’uomo gentile che l’aveva adottata. «Sei una brava
ragazza, Julie». le sussurrò lui nella mente, proprio come le aveva sussurrato
spesso, dopo che lei era andata a vivere con la sua famiglia. «Una bella,
brava, adorabile ragazzina. Crescendo diventerai anche una bella e brava
giovane donna. Prima o poi, sceglierai un bravo ragazzo osservante e sarai
una moglie e una madre meravigliosa, proprio come ora sei una figlia
meravigliosa.» Distrutta dal ricordo della sua fiducia mal riposta, Julie
appoggiò con forza le mani sul cassettone e chinò il capo. «Avevi torto...»
mormorò con voce rotta. Ora capiva l’orribile verità: lei non era attratta dai
bravi ragazzi osservanti, neppure da quelli attraenti come Greg Howley.
Invece, si sentiva attratta da uomini come Zack Benedict, che l’aveva
affascinata fin dal momento in cui l’aveva visto nel parcheggio del ristorante.
La rivoltante realtà era che aveva desiderato andare a letto con lui, la sera
prima, e che lui l’aveva capito. Come persone dello stesso stampo, lui l’aveva
riconosciuta come una sua simile. Quella, Julie lo capiva, era la vera ragione
per cui si era arrabbiato ed era rimasto disgustato da lei, quando aveva messo
fine al loro amoreggiamento - aveva disprezzato la sua vigliaccheria. Lei
aveva desiderato andare a letto con lui, non appena Zack aveva cominciato a
baciarla e a toccarla.
Un leopardo non può cambiare le proprie macchie. La signora Borowski
aveva ragione.
Ma il reverendo Mathison aveva dissentito in modo preciso su quel punto,
ricordò all’improvviso Julie. Quando lei gli aveva riferito quel proverbio, le
aveva dato una piccola scrollata e aveva detto: «Gli animali non possono
cambiare, ma le persone sì, Julie! E’ perciò che il Signore ci ha dato una
mente e una volontà.
Se vuoi essere una brava ragazzina, tutto ciò che devi fare è esserlo.
Solo, decidilo, e fallo!»
Deciditi, Julie...
Lentamente, Julie sollevò il viso e fissò la propria immagine riflessa nello
specchio, mentre una nuova forza, una nuova energia crescevano dentro di
lei. Non aveva ancora fatto niente che fosse del tutto imperdonabile. Non
ancora.
E prima di fare veramente qualcosa che la portasse a tradire inesorabilmente
se stessa e la propria educazione, doveva sfuggire alle sue grinfie. Quel
giorno stesso. Doveva andarsene quel giorno, prima che la sua debole volontà
e la sua fragile fibra morale crollassero di fronte al suo pericoloso fascino. Se
fosse rimasta, sarebbe di fatto diventata sua complice, e quando lo fosse
diventata, sarebbe caduta al di là di ogni possibile riscatto sociale e morale.
Con un fervore quasi isterico, Julie giurò di fuggire da lui quel giorno stesso.
Avvicinandosi alla finestra della camera da letto, scostò le tende e scrutò il
mattino grigio dall’aspetto minaccioso. Sopra di lei, delle nuvole cariche di
neve erano ammassate nel cielo, e il vento stava ululando tra i pini, facendo
tintinnare i vetri della finestra. Mentre stava lì, ripercorrendo mentalmente la
strada fatta per salire alla casa, i primi fiocchi di neve le passarono davanti
spinti dal vento, e lei fece una smorfia. Negli ultimi due giorni, aveva visto
tanta neve da bastarle per tutta la vita! A venti metri di distanza, al di là della
pedana in legno che circondava la casa, qualcuno aveva attaccato a un albero
un grosso termometro rotondo da esterno che indicava la temperatura intorno
agli zero gradi.
Julie sollevò il capo, trasalendo all’improvviso suono di una radio. L’uomo
che le aveva causato tutta quella infelicità, ora era evidentemente vestito e si
trovava nel soggiorno, probabilmente ad attendere che venisse trasmesso il
notiziario.
Per un momento prese in considerazione di tentare di barricarsi in quella
bella stanza calda, finché lui non se ne fosse finalmente andato dovunque
fosse diretto, ma quello non era plausibile, né pratico. Doveva pur mangiare,
e anche se avesse barricato la porta, non avrebbe potuto fare niente per la
finestra. Inoltre, più restava con lui, e meno possibilità aveva di convincere
le autorità e gli abitanti di Keaton che lei non era stata una complice
volontaria, né la compagna di letto di un condannato per omicidio.
Con un sospiro nervoso, Julie affrontò il fatto che l’unica via verso la libertà -
e la rispettabilità - era all’esterno, attraverso una montagna sconosciuta
ricoperta di neve, nella Blazer, se fosse riuscita a capire come avviarla
facendo a meno delle chiavi, o, altrimenti, a piedi. Se fosse stato a piedi, cosa
che sembrava probabile, il primo requisito era il calore.
Voltandosi dalla finestra, Julie si diresse verso la grande cabina-armadio
sperando di poter prendere in prestito qualche indumento più caldo. Dopo
alcuni istanti emise un piccolo grido di gioia: verso il fondo dell’armadio
c’erano ciò che sembravano essere delle tute intere da sci per adulti. Erano
entrambe blu scuro con rifiniture rosse e bianche, ma una era molto più
piccola, e quando Julie la sollevò appoggiandola al proprio corpo capì di
poterla mettere. Buttandola sul braccio, tornò nella camera da letto e
cominciò a frugare nei cassetti del comò. Un momento dopo soffocò un altro
grido di gioia mentre ne tirava fuori una tuta isolante.
Fu faticoso chiudere la cerniera dei jeans sopra l’ingombrante tuta, e una
volta riuscita a tirar su la cerniera i jeans erano così stretti da non poter
piegare le ginocchia, ma Julie notò appena quell’inconveniente. La sua mente
era concentrata sul modo migliore di trarre in inganno Zack Benedict e
convincerlo ad abbassare la guardia abbastanza a lungo da permetterle di
fuggire e, se doveva andarsene a piedi, impedirgli in qualche modo di
seguirla finché lei non avesse avuto un buon margine di vantaggio. Per tale
motivo, decise di non indossare la tuta da sci, almeno per il momento. Ora, le
sembrava molto più prudente fargli credere di avere semplicemente
intenzione di uscire all’aperto a prendere un po’ d’aria.
Stampandosi un’espressione educata e impersonale sul viso, Julie tirò il
bordo del maglione e della giacca sui fianchi, sperando che lui non notasse
che le sue gambe sembravano - e si muovevano - come un paio di salsicce
rigide e troppo piene, poi aprì la porta ed entrò nel soggiorno.
Diresse automaticamente lo sguardo verso il divano accanto al caminetto,
dove si aspettava di vederlo. Invece lui era dall’altra parte della stanza, a
fissare fuori dalla finestra la neve che cadeva, la schiena rivolta verso di lei,
le mani cacciate in fondo alle tasche dei pantaloni. Ritardando il momento in
cui avrebbe dovuto affrontarlo per la prima volta dopo la sera precedente, lo
guardò sollevare la mano. Mentre Benedict si massaggiava distrattamente i
muscoli sulla nuca, la mente traditrice di Julie improvvisamente ricordò con
quanta abilità quelle lunghe dita le avevano accarezzato il seno e lo squisito
piacere che le avevano fatto provare. In quel momento le venne da pensare
che meritava davvero maggior credito, per aver mostrato un certo grado di
controllo e di decenza, la sera prima. Era stato fisicamente eccitato quanto
lei, ricordò Julie, sentendosi infiammare il viso al ricordo della sua rigida
erezione che premeva contro di lei. Lei lo aveva eccitato, e poi lo aveva
involontariamente insultato e fatto andare in collera, e tuttavia lui non aveva
tentato di ricorrere alla violenza...
Benedict girò leggermente il capo, e lei vide l’orgoglio inflessibile stampato
su quel profilo rudemente scolpito, la bocca mutevole che l’aveva baciata con
tanta struggente passione. Di certo, un uomo capace di così tanta tenerezza e
controllo anche in preda alla passione, e dopo cinque anni che non avvicinava
una donna, non poteva davvero essere un assassino... Julie si diede
mentalmente una scrollata! Si stava comportando di nuovo come una sciocca,
sentendosi dispiaciuta per quel farabutto e dandogli un’aria romantica, solo
perché era alto, attraente e incredibilmente sexy, e perché lei era un’idiota -
un’idiota senza spina dorsale che era disgustosamente e impotentemente
attratta da lui! «Mi scusi», disse in tono brusco, alzando la voce per farsi
sentire sopra la musica.
Lui si voltò, e guardò con occhi socchiusi il suo abbigliamento per uscire
all’aperto. «Dove crede di andare?» «Lei ha detto», rispose Julie,
adeguandosi perfettamente al suo tono tagliente, «che potevo avere accesso
alla casa e alla zona circostante. Sto impazzendo a stare rinchiusa qui dentro.
Ho intenzione di uscire a prendere un po’ d’aria fresca.» «Si gela là fuori.»
Aspettandosi un rifiuto, lei passò rapidamente a un approccio calmo e logico.
«Come lei ha sottolineato, morirei per assideramento se tentassi di fuggire a
piedi. Ho solo bisogno di un po’ di movimento e di aria fresca. Tutto ciò che
voglio fare è esplorare un po’ il prato intorno alla casa e...» esitò, poi venne
colpita da un’ispirazione e tentò di mettere una sfumatura di vivacità infantile
nella voce, mentre terminava: «...voglio costruire un pupazzo di neve! La
prego, non dica che non posso», lo blandì, «non vedo così tanta neve da
quando mi sono trasferita in Texas, da bambina».
Lui non ne fu impressionato e non aveva un tono amichevole. «Faccia come
vuole, ma resti dove posso vederla da queste finestre.» «Sì, capo!» rispose
brusca Julie, andando in collera all’istante per il suo tono prepotente. «Ma ho
il permesso di sparire dalla vista di tanto in tanto - solo per raccogliere dei
rami e altre cose di cui ho bisogno?» Invece di rispondere, lui inarcò le
sopracciglia e la guardò in freddo silenzio.
Julie decise di interpretare quel silenzio come un consenso, anche se sapeva
che non voleva essere niente del genere. Aveva deciso di fuggire da lui e per
raggiungere quello scopo urgente era pronta a piegarsi a quasi tutto, persino a
fare la ruffiana e a calmarlo. «Un tempo», gli disse, «mettevo una carota
come naso ai miei pupazzi di neve.» Con un’abilità nel recitare e al
sotterfugio passati inosservati fino a quel momento, gli sorrise leggermente,
dicendo: «Guarderò nel frigorifero per vedere che cosa abbiamo».
Il frigorifero era accanto a un cassetto che, aveva notato la sera prima,
conteneva delle chiavi dalla forma strana adatte a serrature sconosciute. Con
la mano sinistra Julie aprì il frigorifero, e con la destra aprì silenziosamente il
cassetto, cercando a tentoni con le dita le chiavi di metallo liscio che aveva
visto. «Niente carote», disse sopra le spalle, gettandogli uno sguardo con
un’altro sorriso artefatto, poi lanciò furtivamente una rapida occhiata nel
cassetto. Vide una delle chiavi e la prese, ma sapeva che ce n’erano delle
altre, oltre a quella. Poi le vide - altre tre chiavi che sbucavano da sotto
alcune spatole e mestoli. Con gli occhi sul contenuto del frigorifero, riuscì a
prenderne un’altra, ma la sua mano tremante e le unghie lunghe le resero
estremamente difficile prendere le altre due, specialmente senza guardare.
Proprio quando ne aveva quasi presa una, lo sentì muoversi,
e quando alzò gli occhi, lui stava avvicinandosi dritto a lei a lunghi
passi. Julie tolse di scatto la mano dal cassetto e la chiuse,
con due chiavi premute contro il palmo, la voce che tremava per
il nervosismo. «Co-cosa vuole?»
«Qualcosa da mangiare, perché?»
«Semplicemente, me lo chiedevo, questo è tutto». Filò via, passandogli
accanto, mentre lui girava intorno al bancone. «Si serva.» Lui si fermò,
seguendola con lo sguardo mentre lei camminava rigida verso il guardaroba.
«Che cosa c’è che non va nelle sue gambe?» A Julie si seccò la bocca.
«Niente. Ho trovato una calzamaglia in un cassetto, e l’ho indossata sotto i
jeans, in modo da stare più calda all’aperto.» «Stia vicina alla casa», l’avvertì
lui. «Non mi faccia uscire a cercarla.» «Lo farò», mentì lei, aprendo la porta
del guardaroba nel corridoio, dove aveva visto dei berretti da sci e dei guanti
che appartenevano al proprietario della casa. «Che cosa pensa che dovrei
usare per gli occhi e per il naso?» gli chiese, parlando a vanvera dei dettagli
del suo progetto, nella speranza di convincerlo, annoiandolo, a fargli
abbassare la guardia.
«Non lo so e, per essere assolutamente onesto, non me ne importa
un fico secco.»
Assumendo un’espressione di schietto entusiasmo, Julie si
guardò sopra le spalle mentre cercava maldestra tra gli stivali nel
guardaroba. «In alcune culture i pupazzi di neve sono un compito
artistico molto importante», lo informò, assumendo inconsciamente
lo stesso tono che usava rivolgendosi ai suoi studenti di
terza elementare. «Lo sapeva?»
«No.»
Julie avrebbe lasciato cadere ogni ulteriore tentativo di conversazione, ma
aveva appena pensato a una scusa per scomparire più spesso dalla sua vista, e
ne fece immediatamente uso, inventandosi spudoratamente i fatti man mano
che procedeva. «Voglio dire, in quelle culture in cui le figure di neve e di
ghiaccio vengono considerate forme d’arte meritevoli, c’è molto di più in un
pupazzo che non solo tre grosse palle di neve. Si costruiscono delle piccole
scene complete intorno al pupazzo, usando rami, bacche e rocce», disse Julie,
infilando un paio di guanti da sci impermeabili che aveva trovato in fondo al
guardaroba. Dandogli un’occhiata sopra le spalle con un sorriso smagliante,
mentre si rialzava e chiudeva la porta del guardaroba, aggiunse:
«Non è interessante?»
Zack prese un coltello dal cassetto delle posate e aprì un armadietto.
«Affascinante», disse in tono beffardo.
«Non sembra molto affascinato», si lamentò Julie, decisa a spronarlo a dirle
di uscire e di lasciarlo in pace, cosa che era esattamente ciò che voleva.
«Voglio dire, il minimo che potrebbe fare, sarebbe di concentrarsi sul
progetto. Potrebbe avere qualche consiglio da darmi. Pensi a quanto
divertimento e soddisfazione proverebbe quando la scena del pupazzo di neve
fosse...» Zack sbatté la porta dell’armadietto con uno schianto che fece girare
con un sobbalzo Julie, e il suo sguardo si fissò sul coltello nel suo pugno.
«Julie». l’avvertì lui, «la pianti!» Il suo improvviso mutamento d’umore
sarebbe stato sufficiente a ricordarle che Benedict era un nemico
pericolosamente imprevedibile, ma con la lama di un coltello che
lampeggiava nella sua mano e gli occhi che gli scintillavano minacciosi,
sembrava assolutamente capace di commettere un omicidio a sangue freddo.
Zack vide il colore defluirle dal viso, vide il modo in cui lei fissava il coltello
e capì esattamente che cosa stesse pensando di lui. La sua rabbia in
ebollizione, divenne furia. «Esatto», disse, provocatorio. «Sono un
condannato per omicidio.» «M-ma lei ha detto di non averlo commesso», gli
ricordò Julie, tentando del tutto senza successo di sembrare calma e convinta.
«L’ho detto», la canzonò lui con una voce suadente che le fece salire i brividi
lungo la spina dorsale, «ma lei sa come stanno le cose, non è vero. Julie?»
Lei deglutì convulsamente, e cominciò a indietreggiare lungo il breve
corridoio. «Posso uscire?» Senza attendere che lui rispondesse, allungò una
mano ad afferrare alla cieca la porta e l’aprì.
Dietro di lei, Zack rimase assolutamente immobile, lottando per calmarsi e
respingere l’orrore che aveva visto sul suo volto. Si disse che non aveva
importanza ciò che pensava, o che apparisse adorabile mentre chiacchierava
di pupazzi di neve, o che fosse dolce, buona e pulita, e che, in confronto a lei,
lui si sentisse disumano e ripugnante.
Qualche minuto più tardi, andò in onda il notiziario e il suo umore si sollevò
notevolmente. Stando all’annunciatore, Sandini non era migliorato, ma non
era neppure peggiorato. Stava resistendo, Zack cambiò la stazione radio e alla
fine ne trovò una che trasmetteva solo notizie, e niente musica. Si era appena
avviato nel soggiorno, quando il commentatore annunciò che un uomo, che
gli ufficiali canadesi ora credevano essere Zachary Benedict, aveva
attraversato il confine con il Canada, a Windsor, due sere prima, alla guida di
una berlina nera presa a noleggio.
  CAPITOLO 26.
«DANNAZIONE», disse Julie con voce sommessa, scivolando fuori dalla
Blazer, ancora parcheggiata sul retro della casa, fuori dalla vista delle finestre
panoramiche sulla facciata e sui lati. Nei quindici anni trascorsi dalla sua
prima e unica lezione su come avviare una macchina causando un corto
circuito, l’impianto elettrico installato su di esse era evidentemente cambiato,
o altrimenti lei non era stata un’allieva molto abile, perché non aveva la
minima idea di quali fili, della manciata che aveva estratto da sotto il
cruscotto, fossero quelli giusti.
Tremando in modo convulso, si chinò a raccogliere la bracciata di rami di
pino che aveva ammucchiato e si precipitò in mezzo al vento e alla neve di
fianco alla casa. Per tutti i quindici minuti da quando era all’esterno, lui era
rimasto alla finestra a guardarla come una statua di marmo priva di
espressione. Il presunto bisogno di arredi per lo scenario immaginario del
pupazzo di neve le permetteva di svanire dalla vista per qualche minuto alla
volta, senza suscitare i suoi sospetti, esattamente come lei aveva sperato, ma
temeva di essere stata via troppo a lungo. Fino a quel momento aveva fatto
tre brevi viaggi di crescente durata, tornando ogni volta con dei rami di pino,
dopo aver tentato di avviare la Blazer. Stava contando sulla speranza che
Benedict decidesse presto che era veramente abbastanza stupida da passare il
tempo a costruire un pupazzo di neve all’aria gelida e che si seccasse del suo
compito di sentinella.
Sollevando le braccia, Julie si tirò sulle orecchie gelate il berretto da sci fatto
a maglia che aveva preso dal guardaroba, poi cominciò a far rotolare la palla
di base del corpo del pupazzo di neve, mentre riesaminava le alternative di
fuga che le restavano: tentare di fuggire a piedi, sarebbe stata una follia
suicida con quel tempo, e lei lo sapeva. Anche se non si fosse perduta
tentando di scendere dalla montagna attraverso i boschi, era probabile che
morisse assiderata molto prima di raggiungere la strada principale. Se per
caso fosse riuscita a farcela, sarebbe sicuramente morta per assideramento
prima che passasse qualche automobilista. Lungo la strada per arrivare lì,
non avevano incontrato nessun’altra macchina durante le ultime due ore. La
possibilità di scoprire dove avesse nascosto le chiavi della Blazer sembravano
ugualmente remote, e lei non riusciva ad avviare la macchina senza di esse.
«Ci dev’essere un modo per fuggire da qui!» disse Julie a voce alta, mentre
spingeva e spintonava la palla di neve più vicina al mucchio di rami di pino.
Sul retro della casa c’era un garage chiuso con un lucchetto, che Zachary
Benedict le aveva detto che veniva usato come magazzino, per cui non
poteva ospitare la Blazer. Forse stava mentendo. Forse non lo sapeva con
sicurezza. Una delle chiavi che aveva in tasca sembrava doversi adattare a un
lucchetto, e l’unico che lei avesse visto da qualche parte era sulla porta
laterale di quel garage. La possibilità che il proprietario della casa avesse
lasciato una macchina lì dentro contribuì poco a sollevare il suo spirito, in
quel momento. Supponendo che fosse riuscita a trovare le chiavi della
macchina e ad avviarla, la Blazer stava bloccando la porta del garage.
Questo le lasciava solo un’altra alternativa: anche senza vedere l’interno del
garage aveva il sospetto di che cosa vi avrebbe trovato dentro.
Degli sci.
C’erano degli scarponi da sci nell’armadio della camera da letto, ma niente
sci in casa, il che significava che probabilmente erano nel garage.
Non aveva mai sciato in vita sua.
Ma era pronta a tentare. Inoltre, non le era sembrato molto difficile quando
aveva visto la gente farlo in televisione e nei film. Come poteva essere
difficile? I bambini sapevano sciare. Di sicuro, poteva farlo anche lei.
E anche Zack Benedict, ricordò con un brivido di fredda paura. Lo aveva
visto sciare in uno dei suoi film, un giallo ambientato in Svizzera. In quel
film era sembrato che fosse un abile sciatore, ma, probabilmente, una
controfigura aveva girato la parte difficile.
Grugnendo, mentre faceva rotolare la palla sulla neve, rendendola sempre più
grossa, dieci minuti più tardi Julie finalmente riuscì a portarla al suo posto -
impresa non da poco, dato che riusciva a piegare a malapena le ginocchia nei
suoi jeans stretti. Dopo aver terminato il primo terzo del pupazzo di neve, vi
sparpagliò rapidamente intorno a semicerchio i rami di pino, come se avesse
qualche piano in mente, poi si fermò e finse di contemplare la propria opera.
Con la coda dell’occhio lanciò un’occhiata furtiva alle finestre, e vide che lui
era ancora lì, immobile come una sentinella di pietra.
Era ora, decise con un tremito nervoso, di fare un’incursione in quel garage
chiuso a chiave.
Con le mani guantate impacciate per l’ansia e per il freddo, Julie provò senza
successo a inserire la prima chiave che aveva trovato, sul fondo del pesante
lucchetto. Trattenendo il fiato, vi infilò la seconda chiave, e il lucchetto si
divise in due parti nella sua mano. Dando uno sguardo sopra le spalle alla
porta sul retro, si assicurò che Benedict non avesse deciso all’improvviso di
uscire di casa, poi scavalcò il cumulo di neve che le bloccava la strada ed
entrò nel garage, chiudendo la porta dietro di sé. Dentro era buio pesto, ma
dopo essere inciampata contro una pala, ed essere andata a sbattere contro un
oggetto sconosciuto con ruote enormi, finalmente trovò un interruttore della
luce sulla parete, e l’accese con uno scatto. Una fila di grandi proiettori in
alto esplosero di luce. Momentaneamente accecata, Julie batté le palpebre,
poi diede un’occhiata al locale stipato, il cuore che cominciava a batterle per
il presentimento. Degli sci. C’erano diverse paia di sci e di racchette
assicurati a una rastrelliera sulla parete di fondo. Sulla sua sinistra, c’era un
enorme trattore con un grosso congegno per soffiare la neve. Julie cercò di
immaginarsi seduta nella cabina del trattore, a procedere a stento lungo la
strada pericolosa che scendeva serpeggiando dalla montagna, poi scartò
quella possibilità. Anche se fosse stata abbastanza temeraria da tentare di
togliere di mezzo la Blazer, e di guidare il trattore lungo la montagna, questo
avrebbe fatto abbastanza rumore da mettere in allarme l’uomo nella casa.
Inoltre, si sarebbe mosso così lentamente, che lui avrebbe potuto tirarla giù
dal trattore senza neppure mettersi a correre. L’altra metà del garage era
piena di attrezzature per il trattore, di gomme da neve, e di un altro
apparecchio coperto con una grande tela cerata nera.
Più per curiosità che per speranza, Julie sollevò l’angolo della tela cerata, e
sbirciò al di sotto, poi la tirò da parte con un grido di gioiosa incredulità.
Sotto la tela cerata c’erano due lucenti motoslitte blu scuro, con degli elmetti
appoggiati sui sedili.
Le dita che tremavano, provò la seconda chiave nell’accensione della
motoslitta più vicina. Questa entrò scorrevole, e girò. Andava bene!
Funzionava! L’euforia crebbe vertiginosamente dentro di lei, mentre usciva
di corsa dal garage, e chiudeva con cura la porta laterale dietro di sé. Il
tempo, che era sembrato così proibitivo pochi minuti prima, ora era solo una
seccatura secondaria. Nel giro di mezz’ora, o anche meno - non appena fosse
riuscita a mettersi quella tuta da motoslitta nel suo armadio, e a uscire di
nascosto dalla casa - sarebbe stata sulla via della libertà. Non aveva mai
guidato una motoslitta prima, ma non c’era alcun dubbio nella sua mente che
ci sarebbe riuscita in qualche modo, e molto meglio di quanto se la sarebbe
cavata con sci e racchette. Decisa a rispettare la tattica che stava funzionando
così bene per lei, Julie si fermò il tempo necessario ad afferrare degli altri
rami di pino, poi si precipitò nel luogo dov’era il pupazzo di neve e vi lasciò
cadere i rami, come se avesse passato tutto il tempo a raccoglierli. Zachary
Benedict era ancora fermo alla finestra a guardarla, e Julie si costrinse a
fermarsi e a guardarsi intorno, come se stesse scrutando il prato alla ricerca di
altri arredi da usare per il suo pupazzo di neve, mentre rifletteva un’ultima
volta sui dettagli della sua prossima fuga verso la libertà. Tutto ciò che
doveva fare era cambiarsi d’abito, mettersi dei guanti asciutti, e prendere la
chiave dell’altra motoslitta in modo che lui non potesse seguirla, quando
avesse capito che era fuggita.
Era pronta ad andarsene. né la neve, né il vento, né un detenuto evaso con la
pistola, avrebbero potuto ostacolarla. Era come se fosse già per strada.
Dall’interno della casa, Zack la guardò tirarsi il berretto sulle orecchie, e
sparire dalla vista camminando a fatica per cercare ciò che le occorreva per
creare qualunque scenario non identificabile stesse costruendo là fuori. La
rabbia che aveva provato prima era scomparsa, adesso, enormemente
alleviato dalla notizia che le condizioni di Sandini non erano peggiorate e, in
misura minore, dall’involontario divertimento provato osservando Julie
lottare con quell’enorme palla di neve, spingendola e spintonandola, anche se
riusciva a malapena a piegarsi in quei jeans stretti che indossava. Zack era
stato seriamente tentato di uscire di casa ad aiutarla, offerta che sapeva lei
avrebbe rifiutato rabbiosamente, e che al contempo lo avrebbe privato del
piacere di guardarla dalla sua posizione privilegiata. Fino a quel momento,
non avrebbe mai immaginato che potesse essere un tale piacere guardare una
donna che costruiva un pupazzo di neve. D’altra parte, non aveva mai
conosciuto una donna adulta che potesse prendere in considerazione di fare
una cosa così banale e innocente, come giocare sulla neve.
Julie era un completo enigma, pensò, aspettando che riapparisse alla finestra.
Intelligente e ingenua, compassionevole e fiera, appassionata e schiva - era
una quantità di cose contrastanti, e tutte molto affascinanti. Ma se c’era una
cosa in Julie Mathison che lo incuriosiva di più, era la sua semplice moralità.
In principio, era quasi convinto che quell’aria di compassata innocenza fosse
una sua immaginazione, ma la sera prima aveva scoperto che sapeva a
malapena baciare! Questo lo aveva indotto a chiedersi che genere di maschi
imbranati vivessero a Keaton, in Texas. E che razza di tonto sconsiderato
fosse il suo quasi fidanzato, da non averla iniziata ai preliminari. Era trasalita
come un coniglio spaventato, quando lui le aveva sfiorato il seno. Se non
avesse saputo che era impossibile, di quei tempi e a quell’età, avrebbe quasi
pensato che fosse ancora vergine. Zack si ridestò dai suoi pensieri, e lanciò
un’imprecazione silenziosa, poi si voltò sorpreso al rumore di Julie che
entrava dalla porta sul retro.
«Ho-ho bisogno di alcuni indumenti da mettere al pupazzo di neve», disse lei
con un sorriso smagliante.
«Perché non aspetta fino a domani per finirlo?» disse lui, e il suo sorriso
svanì.
«Ma io... mi sto divertendo!» protestò lei, con aria disperata. «Che piacere
può provare nel negarmi qualcosa da fare per occupare il mio tempo?» «Non
sono un orco!» disse brusco Zack, detestando la paura e la diffidenza nei suoi
occhi.
«Allora, mi lasci finire il mio... il mio progetto!» «D’accordo», disse lui con
un sospiro infastidito. «Bene.» Apparve un altro dei suoi sorrisi a illuminarle
tutto il volto.
«Grazie.»
Zack si sciolse sotto il calore raggiante di quel sorriso. «Prego», disse,
esasperato dalla gentilezza che udì nella propria voce. Alla radio in cucina,
l’annunciatore disse che c’erano degli ulteriori sviluppi sulla fuga di
Benedict-Sandini, che sarebbero seguiti al prossimo intervallo pubblicitario.
Tentando di nascondere la propria reazione dietro un breve cenno di congedo,
la guardò precipitarsi nella camera da letto, poi andò in cucina e alzò il
volume della radio.
Si stava versando una tazza di caffè, quando il commentatore del notiziario
disse: «Dieci minuti fa, una fonte anonima dell’infermeria del penitenziario
di stato di Amarillo ha telefonato al notiziario della NBC, dando la notizia
che Dominic Carlo Sandini, che ha tentato la fuga due giorni fa con il suo
compagno di cella, Zachary Benedict, è morto questa mattina alle undici e un
quarto, mentre veniva trasferito in ambulanza all’ospedale St. Mark. Sandini,
che era nipote di un noto personaggio della malavita, Enrico Sandini, è morto
in seguito alle ferite subite quando ha aggredito due guardie, ieri, durante il
suo secondo tentativo di fuga...» Julie stava uscendo dalla camera da letto, gli
abiti da sci nascosti dietro la schiena, quando udì le parole dell’annunciatore
seguite da un urlo di rabbia da parte del suo rapitore, e un’esplosione di vetri
infranti, quando scagliò la sua tazza di caffè contro le piastrelle del
pavimento della cucina.
Fuori dalla sua vista diretta, Julie rimase immobile, momentaneamente
paralizzata dal terrore, mentre Zachary Benedict scagliava tutto ciò che
riusciva a trovare contro le pareti e il pavimento, gridando pesanti oscenità e
violente minacce. Il tostapane si fracassò sul pavimento, seguito da un
frullatore e dalla caffettiera, poi passò il braccio sul bancone mandando piatti,
tazze, e barattoli di vetro a schiantarsi in un mucchio di frammenti sopra gli
elettrodomestici mutilati. Stava ancora imprecando, quando i ripiani furono
sgombrati, poi, rapidamente com’era scoppiata, l’esplosione di rabbia furiosa
sembrò cessare all’improvviso. Come se avesse esaurito sia la furia, sia le
forze, Benedict appoggiò con forza le mani piatte sul ripiano del bancone. Il
capo gli ricadde in avanti, e chiuse gli occhi.
Riscuotendosi dal suo orrore affascinato, Julie abbandonò saggiamente ogni
speranza di prendere le chiavi della motoslitta dal cassetto di fianco a
Benedict, e si avviò furtiva lungo il corridoio, la schiena premuta alla parete.
Mentre apriva la porta, il lugubre silenzio in cucina venne spezzato dal suo
gemito tormentato:
«Doni... mi dispiace, Doni. Mi dispiace!»
  CAPITOLO 27.
LA scena spaventosa cui aveva assistito, continuava a frullare nella mente di
Julie, mentre si affrettava in mezzo al turbine di neve verso il garage, ed
entrava incespicando dalla porta laterale. Le dita maldestre per la fretta,
indossò la tuta da motoslitta, infilò con uno strattone i guanti e il casco, poi
cominciò a trascinare la motoslitta verso la porta, temendo di accendere il
motore per paura di qualunque rumore avesse fatto. All’esterno, ruotò una
gamba sopra il sedile, armeggiò con le cinghie sottogola del casco, e girò la
chiave dell’accensione. Il motore si avviò con molto meno rumore di quanto
si fosse aspettata, e un attimo dopo, stava volando sopra la neve verso i
boschi dalla parte opposta del prato, lottando per mantenere l’equilibrio, e
pregando che la motoslitta non fosse troppo rumorosa da essere sentita
all’interno della casa.
Tremando per una combinazione di eccitazione e di paura, Julie passò
sbandando tra gli alberi, lottando per mantenere il controllo della macchina
sotto di lei, urtando di striscio i rami dei pini e rasentando i massi sotto la
neve. Quando fosse stata ben lontana dalla vista della casa e sicura che non la
stesse seguendo, avrebbe girato la motoslitta verso la strada serpeggiante,
scendendo lungo di essa verso quella principale, ma per il momento, era
contenta della necessità di restare nei boschi. Al di là del loro riparo, il vento
si era gonfiato in un urlo lamentoso, e la tempesta di neve stava
trasformandosi in piena tormenta. Cinque minuti divennero dieci, e una
sensazione di successo e di libertà le dava coraggio, ma la sua gioia venne
inaspettatamente sminuita dal ricordo del dolore visto nell’uomo che si era
lasciata alle spalle. Le venne da pensare che sembrava assurdo, in realtà quasi
impossibile, che un assassino spietato potesse provare tanta angoscia per la
morte del suo compagno di cella. Si lanciò un’occhiata alle spalle per
assicurarsi di non essere seguita, poi gridò allarmata quando per poco non
andò a sbattere contro un albero; sterzò all’impazzata per evitarlo, e fece
quasi capovolgere la motoslitta.
Raddrizzandosi, Zack guardò indifferente gli elettrodomestici mutilati e i
vetri rotti sul pavimento della cucina intorno a lui. «Merda», disse con voce
sorda, e allungò la mano a prendere la caraffa del brandy. Si versò un po’ del
liquido infuocato in un bicchiere e lo buttò giù. cercando di intorpidire il
dolore persistente che aveva nel petto. Continuava a sentire la voce allegra di
Doni mentre gli leggeva l’ultima lettera ricevuta da sua madre. «Ehi. Zack,
Gina sta per sposarsi! Mi dispiace davvero perdermi questo matrimonio.»
Ricordava anche altre cose, come i consigli e le pratiche poco ortodosse di
Sandini. «Se vuoi un passaporto falso, Zack, non andare da un tizio di nome
Rubin Schartz, di cui nessuno ha mai sentito parlare. Vieni da me, e io ti
metterò in contatto con Wally l’Astuto. E’ il miglior falsificatore del paese.
Devi cominciare a permettermi di aiutarti, Zack...» Lui gli aveva permesso di
aiutarlo, e ora Doni era morto per questo.
Fermo alla finestra, a bere il brandy e a fissare senza vederlo il pupazzo di
neve che Julie stava costruendo, Zack poteva quasi sentire l’allegra presenza
di Doni accanto a sé. Lui aveva trovato così tanto piacere in piccole cose
sciocche. Probabilmente, lui sarebbe stato là fuori con Julie a costruire il
pupazzo di neve... Zack raggelò, il bicchiere di brandy sospeso a metà strada
dalla sua bocca, lo sguardo che scrutava il prato. Julie! «Julie!» gridò,
avviandosi a lunghi passi alla porta sul retro, e spalancandola con uno
strattone. Una raffica di neve lo colpì in viso, e dovette appoggiare la spalla
contro la porta per riuscire ad aprirla nel vento crescente. «Julie, venga dentro
prima di congelarsi il...» Il vento gli riscagliò le parole in faccia, ma Zack
non lo notò. Il suo sguardo era fisso sulle orme profonde che si stavano già
riempiendo di neve, e si era messo a correre di fianco a esse verso il garage
sul retro della casa.
«Julie!» urlò, spalancando di colpo la porta laterale del garage.
«Che cosa diavolo pensa di fare qui dentro...»
Zack si fermò di botto, momentaneamente incapace di credere alla risposta
che vedeva con i propri occhi, mentre il suo sguardo rimbalzava dalla
motoslitta che sbucava da sotto la tela cerata, alla porta. Lì, cominciavano un
paio di impronte di motoslitta che portavano dritte nei boschi.
Qualche minuto prima, avrebbe giurato di non potersi sentire più arrabbiato e
desolato di quanto fosse stato alla notizia della morte di Doni, ma
l’esplosione di furia e di cattivo presagio che provò in quel momento, eclissò
anche quello.
Freddo. Qualche minuto dopo aver lasciato la protezione della foresta, e aver
puntato la motoslitta sulla stradicciola ripida e costeggiata d’alberi che
avevano preso con la Blazer, Julie avvertì un freddo intenso da gelare le ossa,
quasi insopportabile. Agli angoli degli occhi aveva attaccate delle goccioline
di ghiaccio, la neve la colpiva sul viso, accecandola, e aveva le labbra, le
braccia e le gambe irrigidite. La motoslitta volò sopra un solco e scivolò di
fianco, ma quando lei tentò di rallentare il veicolo, le sue membra erano così
intorpidite che occorsero dei minuti preziosi prima che il suo corpo riuscisse
a obbedire al frenetico ordine di reagire della sua mente.
L’unica cosa che non era intorpidita dal freddo era il suo senso di paura,
paura che Zack riuscisse a raggiungerla, e a impedirle di fuggire, e di una
nuova e debilitante paura, che se non l’avesse fatto, lei sarebbe
probabilmente morta lì, persa in una tormenta, sepolta sotto la neve. Un
finale perfetto, pensò Julie con cupa infelicità, per una ragazza venuta dai
bassifondi di Chicago che voleva essere perfetta.
In lontananza sotto di lei, tra i rami degli alberi che le scorrevano accanto,
intravide la strada statale che serpeggiava intorno alla montagna, ma era una
discesa in linea retta da dove si trovava lei alla strada, una pendenza quasi
verticale resa ancora più pericolosa dagli alberi e dai massi giganteschi
ricoperti di neve che spuntavano dalla montagna. Se avesse preso quel
cammino, non avrebbe avuto speranze di raggiungere la strada tutta d’un
pezzo. Inoltre, prima di poter seriamente prendere in considerazione di
scendere lungo il fianco della montagna, doveva prima usare il ponte per
attraversare quel torrente ingrossato. Le venne da pensare che ciò che
probabilmente avrebbe dovuto fare, era scendere dalla motoslitta e fare
qualcosa per produrre un po’ di calore corporeo, come correre stando ferma,
o qualcosa del genere. D’altra parte, aveva paura di prendersi il tempo per
farlo. Se la neve aveva già riempito le sue tracce dal garage ai boschi, quando
lui si fosse reso conto che era fuggita, avrebbe automaticamente immaginato
che stava usando la strada, e l’avrebbe raggiunta molto prima, e più
facilmente, di quanto avrebbe fatto tentando di seguire le sue tracce tortuose
in mezzo ai boschi. Julie lanciò una rapida occhiata alle sue spalle, e soffocò
un grido. Sopra di lei, e ancora ben lontana, una motoslitta stava lanciandosi
fuori dai boschi, curvando in giù verso la strada, con il guidatore chino sul
manubrio - spettro di un destino infausto, che sterzava intorno ai massi e agli
alberi con ciò che sembrava disinvolta perizia.
Il terrore e la rabbia superarono tutto il resto, anche il freddo che la intontiva,
e le fecero scorrere all’impazzata l’adrenalina nelle vene. Pregando che lui
non l’avesse ancora individuata in mezzo ai folti alberi che fiancheggiavano
entrambi i lati della stretta strada, Julie si guardò intorno alla ricerca di un
posto su cui deviare e tentare di nascondersi, in modo che lui la oltrepassasse.
Davanti a lei, svoltato lo stretto tornante successivo, intravide un angusto
pianoro, ma la strada in quel punto era costeggiata da massi per impedire alle
macchine di precipitare oltre il margine. In qualche modo, doveva curvare tra
i massi e rallentare la motoslitta prima di raggiungere il margine del pianoro,
e poi trovare un nascondiglio laggiù tra gli alberi, le cui cime si levavano
sopra il lato sinistro della strada. Non avendo tempo di pensare a un altro
piano, Julie voltò la motoslitta verso un punto tra due massi all’altezza del
margine, poi strinse i freni mentre sfrecciava sopra il bordo della montagna.
Il pianoro era molto più angusto di quanto fosse sembrato, e per alcuni
terrificanti secondi, Julie rimase sospesa nell’aria, volando verso le cime di
un folto boschetto di pini, poi il muso della motoslitta scese in picchiata verso
terra come un missile che non rispondesse ai comandi, dirigendosi dritta
verso una macchia d’alberi e il torrente, qualche metro al di là di essi.
Urlando, Julie sentì la gravità strapparle da sotto la motoslitta proprio mentre
i rami centrali di un pino si levavano davanti a lei, aprendole le braccia. La
motoslitta precipitò giù dall’argine, rotolando su se stessa, poi scivolò sul
ghiaccio che si era formato accanto alla riva, e, alla fine, andò a fermarsi su
un fianco, i manubri sospesi sopra l’acqua che scorreva impetuosa, gli sci
impigliati nei rami di un pioppo parzialmente sommerso.
Stordita dal sollievo, e un po’ disorientata, Julie rimase distesa accanto
all’albero che aveva interrotto la sua caduta, e vide una motoslitta sfrecciare
sopra il bordo dell’argine. Al suo inseguimento... Costringendo il proprio
corpo a reagire, si girò, si mise barcollando sulle ginocchia, e strisciò sotto
l’albero. Gli sci della moto di Zack erano rivolti in aria quando saettarono
accanto al suo nascondiglio, e Julie strisciò ancor più all’indietro sotto i rami,
ma non avrebbe dovuto preoccuparsi di farlo, perché lui non lanciò neppure
un’occhiata nella sua direzione. Aveva individuato la motoslitta ribaltata sul
ghiaccio, che cominciava a essere trascinata nell’acqua impetuosa del
torrente, e tutta la sua attenzione era concentrata su quello.
Incapace di assimilare completamente ciò che stava accadendo, o di accettare
la propria fortuna, lo guardò balzar giù dalla sua motoslitta prima che questa
si fermasse, e correre verso il torrente. «Julie!» gridò più volte nel vento
ululante, e con sua totale incredulità, si mise improvvisamente a camminare
sul ghiaccio sottile. Evidentemente, pensava che vi fosse caduta dentro, e,
altrettanto evidentemente, avrebbe dovuto essere contento che lei non fosse
più una complicazione con cui dover lottare.
Julie immaginava che Benedict avesse semplicemente l’intenzione di
recuperare la sua motoslitta, e lo sguardo le volò a quella che lui aveva
abbandonato. Adesso, era molto più vicina a lei che a lui; avrebbe potuto
raggiungerla molto prima di lui e, a meno che Benedict riuscisse a trascinare
in salvo la sua motoslitta, poteva ancora riuscire nella sua fuga. Tenendo lo
sguardo incollato alla schiena di lui, strisciò fuori dal suo nascondiglio, si
raddrizzò, e si allontanò furtivamente d’un passo, poi di un altro e di un altro
ancora, con l’intenzione di procedere di nascosto da un albero all’altro.
«Julie, mi risponda, per l’amor di Dio!» gridò lui, togliendosi la giacca. Il
ghiaccio intorno a lui cominciò a scricchiolare, e la parte posteriore della
motoslitta si sollevò nell’aria mentre la moto precipitava nel torrente, e
svaniva. Invece di tentare di raggiungere la salvezza, lui si appigliò ai rami
del pioppo caduto e, con sua totale incredulità, si calò deliberatamente
nell’acqua gelida.
Le sue spalle scomparvero e poi il suo capo, mentre Julie balzò al riparo
dell’albero successivo. Zack emerse alla superficie per inspirare aria,
gridando di nuovo il suo nome, poi si tuffò sott’acqua, e Julie raggiunse di
corsa l’ultimo albero. A meno di tre metri dalla motoslitta e dalla completa
libertà, Julie si fermò, lo sguardo fisso sul torrente dove lui era scomparso. La
mente le gridava che Zachary Benedict era un detenuto evaso che aveva
aumentato i suoi crimini prendendo un ostaggio, e che doveva andarsene
subito, mentre ne aveva la possibilità. La sua coscienza le gridava che se lo
avesse lasciato, ora, e avesse preso la sua motoslitta, Benedict sarebbe morto
assiderato per aver cercato di salvarla.
All’improvviso, il suo capo scuro e le sue spalle salirono alla superficie
accanto al tronco sommerso dell’albero, e un singhiozzo di sollievo le salì in
gola, mentre lo vedeva issarsi sullo strato di ghiaccio. Confusamente sorpresa
per la sua enorme forza di volontà, e per quella fisica, Julie lo guardò
appoggiare con forza le mani sul ghiaccio, tirarsi in piedi, e barcollare verso
la giacca che si era tolto gettandola a terra. Invece di indossarla, Benedict si
lasciò cadere a terra di fianco a essa, accanto a un masso ricoperto di neve
vicino al torrente.
La battaglia interiore tra la mente e il cuore di Julie raggiunse livelli
tumultuosi: non era annegato, era salvo, per il momento. Se doveva fuggire
da lui, doveva essere adesso, prima che alzasse gli occhi, e la vedesse.
Paralizzata dall’indecisione, lo vide sollevare la giacca nella sua mano.
L’attimo di assurdo sollievo che Julie provò al pensiero che stesse per
indossarla, divenne orrore quando lui fece una cosa che era il suo macabro
opposto: scagliò la giacca da parte, sollevò le mani e cominciò lentamente a
sbottonarsi la camicia, poi appoggiò il capo contro il masso e chiuse gli
occhi. La neve gli turbinava intorno, attaccandosi ai capelli, al volto, e al
corpo bagnati, mentre lentamente le diventava chiaro che non avrebbe
neppure tentato di arrivare a casa! Evidentemente, pensava che lei fosse
annegata mentre tentava di fuggire da lui, e si era assegnato una sentenza di
morte come punizione.
«Mi dica che crede che io sia innocente», le aveva ordinato la sera prima, e in
quel momento, Julie capì al di là di ogni dubbio che quell’uomo che voleva
morire per aver causato la sua morte, doveva essere per forza innocente.
Senza rendersi conto che stava piangendo, o di essersi messa a correre, Julie
si precipitò silenziosamente lungo il pendio verso il punto dove lui era
seduto. Quando gli fu abbastanza vicina da vedergli il viso, il rimorso e la
tenerezza la fecero quasi cadere in ginocchio. Con il capo buttato all’indietro
e gli occhi chiusi, il volto attraente di Benedict era una maschera distrutta dal
dolore. Dimenticato il freddo, Julie raccolse la sua giacca e gliela porse.
Deglutendo sopra l’orribile nodo di contrizione che aveva in gola, gli disse in
un sussurro addolorato: «Ha vinto. Adesso, andiamo a casa».
Quando lui non rispose, Julie cadde in ginocchio e si mise a tentare di
infilargli a forza le braccia flosce nella giacca. «Zack, si svegli!» gridò. Le
spalle che tremavano per i singhiozzi trattenuti, lo prese tra le braccia,
appoggiandogli il capo sul suo petto, tentando di infondergli un po’ del suo
calore, cullandolo avanti e indietro. «Ti prego!» balbettò, sull’orlo
dell’isterismo. «Ti prego, alzati. Non posso sollevarti. Devi aiutarmi, Zack. ti
prego. Ricordi quando hai detto di volere che qualcuno credesse alla tua
innocenza? Non ti ho creduto del tutto, allora, ma adesso sì. Lo giuro. So che
non hai ucciso nessuno. Credo a tutto ciò che hai detto. Alzati! Ti prego, ti
prego, alzati!» Il suo peso sembrava aumentare, come se stesse perdendo
completamente coscienza, e Julie venne presa dal panico. «Zack, non
addormentarti», disse quasi urlando. Afferrandolo per la vita, cominciò a
infilargli le braccia flosce nella giacca, mentre ricorreva a sciocchi
allettamenti nello sforzo di riscuoterlo dallo stato di incoscienza. «Andremo a
casa. Andremo a letto insieme. Lo desideravo ieri sera, ma avevo paura.
Aiutami a portarti a casa, Zack», lo supplicò, mentre gli infilava a forza
l’altro braccio nella giacca, e lottava con la cerniera. «Faremo l’amore
davanti al fuoco. Ti piacerebbe, non è vero?» Quando gli ebbe messo la
giacca, Julie si alzò in piedi, lo afferrò per la vita, e tirò con tutta la propria
forza, ma invece di muovere Zack i suoi piedi persero aderenza e scivolò a
terra accanto a lui. Balzando di nuovo in piedi, Julie corse alla sua motoslitta
e la portò dove lui stava disteso. Chinandosi su di lui, lo scosse, e quando non
riuscì a svegliarlo, chiuse gli occhi per farsi coraggio, poi sollevò il braccio in
un ampio arco e lo schiaffeggiò con forza sul viso. Lui aprì gli occhi, poi li
richiuse. Ignorando l’urlo di dolore che le salì di colpo lungo il braccio dalle
dita ghiacciate, lo afferrò per il polso e tirò, tentando di dirgli qualcosa di
diverso che potesse convincerlo a tentare di alzarsi. «Non posso trovare la
strada senza di te», mentì, dando uno strattone al suo polso. «Se non vuoi
aiutarmi ad andare a casa, morirò qui con te. E’ questo che vuoi? Zack, ti
prego, aiutami», gridò. «Non lasciarmi morire!» Questo fu un attimo prima
che realizzasse che lui non era del tutto il peso morto che era stato prima, e
che stava reagendo a qualcosa che lei aveva detto, facendo uso di quel po’ di
debole energia che gli era rimasta, per tentare di mettersi in piedi. «Molto
bene!» ansimò Julie. «Alzati. Aiutami ad arrivare a casa, così farà caldo.» I
suoi movimenti erano terribilmente lenti, e quando aprì gli occhi, il suo
sguardo era sfocato, ma ora stava tentando istintivamente di aiutarla.
Occorsero diversi tentativi, ma Julie riuscì a metterlo in piedi, avvolgergli il
braccio sulle sue spalle, e farlo salire sulla motoslitta dove lui cadde
pesantemente sul manubrio. «Cerca di aiutarmi a stare in equilibrio», disse
Julie, tenendolo fermo con le braccia e salendo rapidamente dietro di lui.
Alzò gli occhi alla strada che lui aveva preso per scendere fin lì. si rese conto
che era impossibile, adesso, fare quella ripida salita a ritroso, e decise di
seguire il torrente fin dietro la curva nella speranza che ci fosse un modo per
salire al ponte, e sulla strada, da quel punto. Dimenticando il suo precedente
timore per la potenza della moto poco familiare, Julie si chinò bassa su di lui
per ripararlo dal vento con il proprio corpo, e lanciò la moto sulla neve.
«Zack», gli disse all’orecchio, scrutando il sentiero e parlandogli nel
disperato sforzo di tenerlo sveglio, e di tenere a bada il proprio terrore, «stai
ancora tremando un po’. Tremare è una buona cosa. Significa che la
temperatura del tuo corpo non è caduta a picco al punto di pericolo. L’ho
letto da qualche parte.» Svoltarono l’angolo, e Julie puntò la motoslitta verso
l’unico sentiero che ritenne fossero in grado di risalire.
  CAPITOLO 28.
ZACK crollò due volte nell’atrio, prima che Julie lo portasse nella sua
camera da letto dove sapeva con sicurezza che il camino era pieno di ceppi e
pronto per essere acceso. Senza fiato per lo sforzo, si diresse barcollando
verso il letto dove lasciò che il suo stesso peso lo trascinasse su di esso. I suoi
abiti erano rigidi e incrostati di ghiaccio, quando lei cominciò a toglierglieli.
Fu mentre gli stava tirando via i pantaloni con uno strattone, che Zack
pronunciò l’unica parola che avesse detto da quando lei era corsa in suo
soccorso. «Doccia», borbottò debolmente. «Doccia calda.» «No», rispose lei,
tentando di sembrare efficiente e impersonale, mentre cominciava a tirargli
via gli indumenti intimi gelati. «Non ancora. Le persone che soffrono di
ipotermia devono venire riscaldate lentamente, ma non a contatto diretto con
il calore. L’ho imparato a un corso di pronto soccorso al college. Resta
sveglio! Ascolta la mia voce!» Gli sfilò gli slip lungo le gambe muscolose,
abbassò lo sguardo per vedere come se la cavava e sentì un rossore bruciante
infiammarle le guance. Lo splendido corpo maschile che stava allungato
davanti ai suoi occhi, sembrava l’inserto centrale di un numero di «Playgirl»
che aveva visto al college. Tranne che quel corpo reale era blu dal freddo, e
tremava violentemente per i brividi.
Afferrando le coperte, le rimboccò intorno a lui, sfregandogliele sulla pelle;
poi andò all’armadio e prese altre quattro coperte che stese su di lui.
Soddisfatta del proprio lavoro, si affrettò al camino nell’angolo, e accese gli
sterpi. Julie non si fermò il tempo necessario a togliersi i propri abiti finché i
ceppi non arsero nel focolare. Temendo di abbandonarlo, rimase ai piedi del
letto a osservare i suoi respiri lenti e brevi, mentre si toglieva la tuta da
motoslitta. «Zack. riesci a sentirmi?» chiese, e benché lui non rispondesse,
Julie cominciò a parlargli incurante con una sfilza di osservazioni sconnesse
che dovevano incoraggiarlo a riprendersi e ad aumentare la sua vacillante
certezza che questo sarebbe accaduto. «Sei molto forte, Zack. L’ho notato
mentre ti osservavo cambiare la mia ruota, e quando ti sei trascinato fuori da
quel torrente. E sei anche coraggioso. C’è un ragazzino della mia classe, che
si chiama Johnny Everett. Lui è paralizzato, così deve stare su una sedia a
rotelle, e mi si spezza il cuore a guardarlo, ma lui non si arrende mai.
Ricordi? Ti ho parlato di lui, ieri sera.» Ignara della tenerezza nella sua voce,
aggiunse: «Lui è molto coraggioso, proprio come te. I miei fratelli, un tempo
avevano delle tue fotografie nella loro stanza. Te l’ho mai detto, questo? Ho
così tante cose che vorrei raccontarti, Zack», disse con voce rotta. «E lo farò,
se solo resterai vivo, e me ne darai l’occasione. Ti racconterò tutto ciò che
vorrai sapere». Venne presa dal panico. Forse, avrebbe dovuto fare qualcosa
di più per riscaldarlo, e per tenerlo sveglio. E se fosse morto a causa della sua
ignoranza? Afferrando un accappatoio di spugna spessa dall’armadio, lo
indossò, poi si sedette sul letto al suo fianco e premette la punta delle dita
sulle pulsazioni del suo collo, lo sguardo fisso all’orologio sul cassettone. Le
pulsazioni sembravano spaventosamente lente. Le mani e la voce di Julie
tremavano mentre gli sistemava le coperte intorno alle spalle larghe, e diceva:
«A proposito di ieri sera - vorrei che sapessi che mi è piaciuto moltissimo
quando mi hai baciata. Non volevo che ti fermassi lì. ed è stato questo a
spaventarmi. Non aveva niente a che fare con il fatto che sei stato in prigione,
è stato perché io... perché stavo perdendo il controllo, e non avevo mai
permesso che ciò accadesse prima». Sapeva che, probabilmente, lui non
sentiva una parola di ciò che lei diceva, e cadde in silenzio mentre un altro
accesso di brividi scuoteva violentemente il suo corpo. «Tremare fa bene»,
disse Julie a voce alta, ma stava pensando freneticamente a qualcos’altro da
fare per lui. L’immagine improvvisa dei cani San Bernardo con i barilotti in
miniatura intorno al collo, per le persone sepolte dalle valanghe, le fece
schioccare le dita e balzare in piedi. Qualche minuto dopo, tornò a fianco del
suo letto tenendo in mano un bicchiere pieno di brandy, e traboccante di
eccitazione per ciò che aveva sentito alla radio della cucina. «Zack», disse
con voce impaziente, sedendosi accanto a lui e mettendogli il braccio intorno
al capo, in modo che potesse sollevarlo al bicchiere, «bevi un po’ di questo, e
cerca di capire ciò che ti dico: ho appena sentito alla radio che il tuo amico -
Dominic Sandini - è in ospedale ad Amarillo. Sta meglio! Capisci? Non è
morto. Adesso, è cosciente. Ritengono che il paziente nell’infermeria della
prigione che ha messo in circolazione la falsa notizia si sia sbagliato, o che
tentasse di trasformare la protesta dei detenuti in una sommossa in piena
regola, ed è esattamente ciò che è successo... Zack?» Dopo diversi minuti, era
riuscita solo a fargli bere un cucchiaio di brandy, e Julie si arrese. Sapeva di
poter trovare il telefono che lui aveva nascosto, e chiamare un dottore, ma
costui l’avrebbe riconosciuto e avrebbe chiamato subito la polizia.
L’avrebbero portato via di lì, e trascinato di nuovo in prigione, e lui aveva
detto che preferiva morire, piuttosto che tornare indietro. Delle lacrime di
indecisione e di spossatezza scivolarono dagli angoli degli occhi di Julie,
mentre i minuti passavano lentamente, e lei restava seduta con le mani
intrecciate sul grembo, tentando di pensare a che cosa fare, finché, alla fine,
ricorse a una preghiera sussurrata. «Ti supplico, aiutami», pregò. «Non so
che cosa fare. Non capisco perché mi fai sentire così verso di lui, o perché Tu
voglia che resti con lui, ma, per qualche motivo, penso che questa sia tutta
opera Tua. Lo so perché... perché non avevo la sensazione di averti accanto
con la mano sulla mia spalla, in questo modo, da quando ero una ragazzina -
quando mi hai donato i Mathison.» Julie trasse un lungo e tremante sospiro, e
si asciugò una lacrima all’angolo dell’occhio, ma mentre diceva l’ultima
delle sue preghiere, si sentiva già più sicura: «Ti prego, prenditi cura di noi».
Dopo un momento, alzò gli occhi a guardare Zack e vide il suo corpo tremare
ancora per i brividi, poi lui si infilò più sotto alle coperte. Vedendo che era
profondamente addormentato, ma non incosciente come aveva temuto, Julie
si chinò in avanti e gli premette un bacio leggero sulla fronte. «Continua a
tremare», gli sussurrò con tenerezza. «Tremare è una cosa molto buona.»
Ignara che un paio di occhi color ambra si erano aperti con un guizzo, e poi
richiusi lentamente mentre lei si alzava in piedi, Julie andò in bagno a fare
una doccia calda.
  CAPITOLO 29.
Si stava riavvolgendo di nuovo nell’accappatoio, quando le venne in mente
che poteva almeno cercare il telefono che lui aveva nascosto, e chiamare i
suoi genitori per far loro sapere che era incolume. Fermandosi accanto al
letto, appoggiò una mano sulla fronte di Zack, osservando il suo respiro. La
sua temperatura sembrava più vicina ai livelli normali, e il suo respiro era più
profondo, ora, con il ritmo regolare del sonno pesante. L’ondata di sollievo
che provò, le fece cedere le ginocchia mentre si voltava per aggiungere legna
al fuoco vigoroso che aveva acceso. Soddisfatta che lui fosse abbastanza al
caldo, lo lasciò dormire e andò a cercare il telefono, chiudendo la porta dietro
di sé. Decidendo che la camera dove lui aveva dormito fosse un posto logico
dove cominciare a guardare, aprì la porta della sua camera da letto e si fermò
di colpo, fissando stupita il lusso incredibile che si stendeva davanti a lei.
Aveva pensato che la sua stanza, con il camino in pietra, le porte a specchio,
e il bagno spazioso piastrellato, fosse il massimo del lusso, ma quella stanza
era quattro volte più grande, e dieci volte più sontuosa. Degli specchi
rivestivano interamente la parete alla sua sinistra, riflettendo un letto enorme
con grandi lucernari al di sopra, e un magnifico camino in marmo bianco di
fronte al letto. Alte finestre ricoprivano la parete alle spalle, poi si
allargavano in un semicerchio sulla restante parete a creare un’ampia alcova
per una vasca a idromassaggio in marmo bianco su una pedana rialzata. Due
morbidi divani ricurvi, rivestiti con un tessuto a righe avorio, mauve, e verde
mare, erano disposti accanto al camino. Sulla pedana, ai due lati della vasca,
c’erano altre due profonde poltrone con sgabelli imbottiti, ricoperte degli
stessi colori ma in un tessuto trapuntato a fiori che si intonava al copriletto.
Julie avanzò lentamente, i piedi che sprofondavano sul fitto pelo di lana
verde pallido della moquette. Sulla sua sinistra, vide delle maniglie in ottone
su due dei pannelli a specchio, e le aprì con cautela, poi trattenne un respiro
stupito alla vista di una grande stanza da bagno dal pavimento in marmo e
l’illuminazione a soffitto, divisa esattamente al centro da due lunghe toilette
in marmo con doppi lavandini, e metà parete a specchio al di sopra. Ciascuna
metà del bagno aveva la propria enorme cabina-doccia racchiusa da vetro
trasparente, e la propria vasca da bagno con gli accessori dorati.
Benché il resto della casa fosse arredato per adattarsi sia a un uomo, sia a una
donna, non ci si poteva sbagliare sui tocchi femminili che avevano dato a
quelle stanze un’aria di invitante opulenza che avrebbe sicuramente dato a un
uomo la sensazione di essere stato invitato nel boudoir privato di una donna.
Si diresse alla porta della cabina-armadio che si apriva sulla metà destra della
stanza da bagno, e vi entrò a cercare il telefono. Dopo un’accurata e
infruttuosa ricerca in entrambi gli armadi e in tutti i cassetti della camera da
letto, Julie si arrese alla tentazione e prese in prestito un kimono in seta rosso
ricamato con fili d’oro dall’armadio della donna. Lo scelse, in parte perché
era sicura che le andasse bene, e in parte perché aveva un impotente bisogno
di apparire attraente se Zack si fosse svegliato prima del mattino. Stava
legandosi la cintura intorno alla vita, chiedendosi dove mai avesse nascosto il
telefono, quando ricordò l’armadietto nell’ingresso, quello che aveva la
chiusura a scatto. Andò direttamente verso di esso e provò ad aprirlo, ma
quando risultò essere ben chiuso a chiave, tornò in punta di piedi nella sua
stanza. Trovò la chiave dove si aspettava che fosse - nella tasca dei pantaloni
fradici di Zack.
L’armadietto chiuso conteneva un enorme assortimento di vini e di liquori, e
quattro telefoni, che trovò sul fondo, dove Zack li aveva nascosti, dietro a una
cassa di champagne Dom Perignon. Soffocando un inatteso attacco di
nervosismo, Julie portò uno dei telefoni nel soggiorno, lo attaccò alla presa e
si sedette sul divano, le gambe ripiegate sotto di sé, il telefono in grembo.
Aveva già composto metà del prefisso, quando si rese conto dell’enorme
errore che probabilmente stava commettendo, e sbatté frettolosamente il
ricevitore sulla forcella per interrompere la chiamata. Dal momento che il
rapimento era un reato federale - e che Zack era un detenuto evaso - era
ovvio che gli agenti dell’FBI fossero, con tutta probabilità, a casa dei suoi
genitori ad aspettare che lei telefonasse, in modo da poter rintracciare la
chiamata. Almeno, era ciò che accadeva sempre nei film. Julie aveva già
preso la decisione di restare lì con Zack, e di lasciare che Dio si occupasse di
qualunque cosa sarebbe capitata, ma doveva assolutamente parlare con la sua
famiglia per rassicurarla, e si concentrò sul come raggiungere il suo scopo.
Dal momento che non osava chiamare i membri della sua famiglia, doveva
mettersi prima in contatto con qualcun altro, qualcuno di cui potesse fidarsi
completamente, qualcuno che non si sarebbe agitato per il messaggio che gli
avrebbe dato.
All’improvviso, sul volto le spuntò un sorriso raggiante e andò a cercare il
libretto degli indirizzi che portava in borsa. Aprendolo alla C, prese il
telefono in grembo e controllò il numero di casa di Katherine Cahill, prima
che diventasse la signora Mathison. All’inizio di quel mese, Katherine le
aveva inviato un biglietto chiedendole se potevano incontrarsi, quando
sarebbe stata a Keaton quella settimana. Con una risatina soddisfatta, Julie
decise che Ted sarebbe stato furioso con lei per aver rimandato Katherine in
mezzo alla famiglia Mathison, dove non avrebbe potuto evitarla o ignorarla...
e che Katherine l’avrebbe invece ringraziata proprio per averlo fatto.
«Katherine?» disse in fretta Julie, non appena l’altra donna rispose al telefono
a casa della sua famiglia. «Sono Julie. Non dire niente, a meno che tu non sia
sola.» «Julie! Mio Dio! Sì, sono sola. I miei... i miei genitori sono alle
Bahamas. Dove sei? Stai bene?» «Sto bene. Te lo giuro, sono del tutto al
sicuro.» Fece una pausa per calmare i nervi, poi disse: «Sai se ci sono
persone - della polizia o agenti dell’FBi, voglio dire - a casa dei miei
genitori?» «Sono dai tuoi genitori, e fanno anche domande per tutta la città.»
«Ascolta, ho bisogno di chiederti un favore molto importante. Non
infrangerai la legge, ma non dovrai parlare con loro di questa telefonata.» La
voce di Katherine si abbassò in un sussurro toccante. «Julie, farei qualsiasi
cosa per te. Sono... sono onorata che tu mi abbia chiamata... che tu mi dia
l’opportunità di ripagarti per tutte le cose che hai fatto per impedire a Ted di
divorziare da me, per il modo in cui mi sei sempre stata vicina...» Si arrestò
di colpo, proprio quando Julie stava per interromperla. «Che cosa vuoi che
faccia?» «Vorrei che facessi sapere subito ai miei genitori e ai miei fratelli,
che ti richiamerò tra circa un’ora, così da poter parlare con loro. Katherine,
assicurati di non dire o fare assolutamente niente che possa mettere in allarme
gli agenti dell’FBi. Comportati in modo naturale, prendi da parte la mia
famiglia, da loro il messaggio. Non sarai intimidita per il fatto di incontrare
gli agenti dell’FBi, vero?» Katherine fece una mesta risatina. «Come Ted
molto correttamente aveva l’abitudine di mettere in evidenza, ero una piccola
principessa viziata, a cui il padre aveva fatto credere di poter fare come più le
piaceva. Adesso, non è assolutamente possibile», finì con maggior brio, «che
qualche umile agente dell’FBI riesca in alcun modo a innervosire una ex
principessa come me.» «Molto bene, fantastico», disse Julie, sorridendo al
tono di spericolata audacia della voce di Katherine, poi si fece seria:
«C’è un’altra cosa: assicurati che la mia famiglia capisca che sono del tutto al
sicuro, in questo momento, ma che se qualcuno rintracciasse questa
telefonata, sarei in un tremendo pericolo. Io... non posso spiegarti
esattamente che cosa intendo dire - non ne ho il tempo, e anche se l’avessi...»
«Non devi spiegarmi niente. Posso capire dalla tua voce che stai bene, e
questo è tutto ciò che m’importa. So che qualunque cosa tu stia facendo, stai
facendo ciò che ritieni giusto. Sei la persona migliore che abbia mai
conosciuto, Julie. E’ meglio che vada. Richiama fra un’ora.» Julie accese il
camino nel soggiorno, poi si mise a camminare avanti e indietro davanti a
esso, controllando il proprio orologio, aspettando impaziente che passasse
l’ora. Dal momento che Katherine aveva accettato tutto ciò che lei aveva
detto con calma e senza discussioni, non era per nulla preparata a ciò che
accadde quando fece la seconda telefonata. Suo padre, di solito stoico, afferrò
il telefono dei Cahill al primo squillo. «Sì? Chi parla?» «Sono Julie, papà»,
disse lei, stringendo con forza il ricevitore.
«Sto bene. Sono incolume...»
«Grazie a Dio!» disse lui, la voce rauca e brusca per l’emozione, poi gridò:
«Mary, è Julie, e sta bene. Ted, Carl... c’è Julie al telefono, ed è incolume.
Julie, abbiamo fatto come hai detto tu, e non abbiamo parlato agli agenti
dell’FBi di questo».
A un migliaio di miglia di distanza, Julie poté sentire diverse
derivazioni telefoniche che venivano afferrate dalle forcelle e
una confusione di voci sollevate e spaventate, ma sopra tutto
sentì quella di Ted - acquietante, autoritaria. «State zitti tutti»,
ordinò. «Julie, sei sola? Puoi parlare?»
«Sono sola, almeno per il momento.»
«Grazie a Dio! Dove sei, piccola?»
Julie aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Per la prima volta da quando
era andata a vivere con i Mathison, stava per mentire loro, e nonostante
l’importanza delle sue ragioni detestava farlo, e ne provava vergogna. «Non
lo so con esattezza», disse evasiva, con un tono impacciato e rivelatore che
loro dovevano avere sentito. «Ma, fa... fa freddo, qui», terminò debolmente.
«In quale stato ti trovi? O sei nel Canada?»
«Non... non posso dirlo.»
«Benedict è lì, vero?» disse Ted, e la rabbia che stava trattenendo uscì
dirompente. «E’ per questo che non puoi dire dove sei. Passami subito al
telefono quel bastardo, Julie!» «Non posso! Ascoltatemi, tutti, non posso
stare al telefono, ma voglio che mi crediate quando vi dico che non vengo in
alcun modo maltrattata. Ted», disse, cercando di comunicare in qualche
modo con l’unica persona che conosceva la legge e che sperava capisse che
gli errori giudiziari potevano accadere, «Benedict non ha ucciso nessuno. La
giuria ha commesso un errore, e quindi non potete - non possiamo -
biasimarlo perché tenta di fuggire.» «Un errore!» esplose Ted. «Julie, non
lasciarti ingannare da queste sciocchezze! E’ un condannato per omicidio, ed
è un sequestratore!» «No! Non aveva intenzione di sequestrarmi. Tutto ciò
che voleva, era una macchina, capisci, per andarsene da Amarillo, e mi ha
cambiato una gomma a terra, così, naturalmente, gli ho offerto un passaggio.
Mi avrebbe lasciata andare, ma non ha potuto perché avevo visto la mappa...»
«Quale mappa hai visto, Julie? Una mappa di cosa? Di dove?» «Devo andare,
adesso.» «Julie!» li interruppe il reverendo Mathison, «quando tornerai a
casa?» «Non appena mi lascerà andare, no - non appena potrò. Io... devo
andare. Promettetemi che non direte a nessuno di questa telefonata.» «Te lo
promettiamo, e ti vogliamo bene, Julie», disse il reverendo Mathison con
toccante e incondizionata fiducia. «Tutta la città sta pregando per la tua
incolumità.» «Papà», disse lei, perché non riuscì a trattenersi, «puoi chiedere
che preghino anche per l’incolumità di Benedict?» «Hai perduto la ragione?»
proruppe Ted. «Quell’uomo è un condannato...» Julie non sentì il resto di ciò
che diceva. Stava già riappoggiando il ricevitore sulla forcella, battendo le
palpebre per trattenere le lacrime di dolore. Chiedendo loro di pregare per il
suo sequestratore, aveva involontariamente costretto la sua famiglia a
presumere che lei fosse la gonza di Zachary Benedict, oppure la sua
complice. Scrollandosi di dosso la depressione che stava calandole addosso,
Julie ricordò a se stessa che aiutare un uomo innocente a restare fuori di
prigione non era immorale, o illegale, e che non significava tradire la fiducia
della sua famiglia.
Alzandosi, aggiunse legna a entrambi i fuochi, rimise il telefono
nell’armadietto, poi andò in cucina e passò l’ora successiva a riordinare e poi
a preparare uno stufato casalingo per riscaldare il suo paziente quando si
fosse svegliato. Stava tagliando a pezzi le patate, quando si rese conto che se
Zack avesse saputo che lei aveva fatto una telefonata, si sarebbe trovata in
difficoltà, se non nell’impossibilità, di convincerlo che la sua famiglia e la
sua ex cognata erano degni di fiducia, e che non avrebbero detto alle autorità
che lei aveva chiamato. Dal momento che Zack aveva già abbastanza cose di
cui preoccuparsi, Julie decise di non dirglielo. Una volta finito, si spostò nel
soggiorno e si sedette sul divano, con la radio ancora accesa in cucina in
modo da poter sentire se ci fossero state altre notizie su Zack.
Era buffo, e in un certo senso, terribilmente ironico, pensò Julie con un mesto
sorriso mentre si allungava sul divano a fissare il soffitto, che avesse
trascorso tanti anni a comportarsi come Mary Poppins senza mai, mai,
deviare dalla retta via. solo per arrivare a quel punto.
Alla scuola superiore, aveva avuto una quantità di amici maschi, ma non
aveva mai permesso che diventassero più di quello, e loro erano sembrati
disposti ad accettarlo.
Al college, aveva risolutamente rifiutato di uscire con Steve Baxter, anche se
aveva una cotta per lui, perché l’attraente giocatore di football era un noto
bellimbusto con la reputazione di fare centro in camera da letto anche più
spesso di quanto non facesse sul campo di calcio.
Ora, mentre Julie confrontava il suo serio passato con il presente caotico e il
suo incerto futuro, non sapeva se ridere o piangere: in tutti quegli anni non si
era comportata male una sola volta, perché non voleva che la sua famiglia e
la gente di Keaton pensassero male di lei. Tuttavia, ora che stava per deviare
dalla retta via, non si sarebbe accontentata della trasgressione minore di
qualche regola morale o sociale che avrebbe suscitato qualche piccolo
pettegolezzo a Keaton. No davvero, non lei, pensò sarcastica Julie. Ciò che
stava per fare, era di violare non solo dei precetti morali, ma probabilmente le
leggi degli Stati Uniti d’America, e mentre lo faceva, tutti i mezzi di
comunicazione avrebbero fornito pettegolezzi al riguardo, al mondo intero -
proprio come stavano già facendo!
Il momento di umorismo svanì, e Julie si guardò cupamente le mani. Da
quando era andata a vivere con i Mathison, aveva scelto di fare certi sacrifici
che arrivavano, e includevano, la sua decisione di diventare un’insegnante,
piuttosto che seguire un’altra carriera che le avrebbe fruttato molto di più.
Tuttavia, ogni sacrificio l’aveva invariabilmente ripagata in modo tale che lei
aveva sempre pensato di ricevere molto di più di quanto lei non desse.
Ora, aveva la netta sensazione che il destino chiedesse il pagamento per una
vita di premi immeritati. Zachary Benedict era innocente di omicidio a
sangue freddo quanto lei, e non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione
che ci si aspettasse che lei facesse qualcosa al proposito.
Girandosi sul fianco, infilò un braccio sotto i cuscini copridivano, a guardare
le fiamme che guizzavano nel focolare. Finché il vero assassino non fosse
stato scoperto, nessuno al mondo, inclusi i suoi genitori, le avrebbe perdonato
alcunché da quel momento in poi. Naturalmente, una volta che la sua
famiglia avesse capito che Zack era innocente, avrebbe approvato
completamente qualunque cosa lei avesse fatto e potesse ancora dover fare.
Beh, probabilmente, non tutto, pensò Julie. Non avrebbe approvato che lei si
fosse innamorata così in fretta, se ciò che provava per lui era veramente
amore, e decisamente non avrebbe approvato che andasse a letto con lui. Con
un misto di tranquilla accettazione e di nervosa anticipazione, Julie capì che
il fatto di amarlo non dipendeva da lei; andare a letto con lui, era
virtualmente una conclusione scontata, a meno che lui non avesse
drasticamente cambiato idea dalla sera prima. Anche se lei si augurava che le
desse qualche giorno per conoscerlo meglio. Oltre a quello, tutto ciò che lei
poteva fare era tentare di proteggere il proprio cuore da un’inutile sofferenza,
e trattenersi dal dire o dal fare tutto ciò che potesse renderla ancora più
vulnerabile a restare ferita da lui, di quanto già non fosse. In fin dei conti non
era del tutto stupida. Molto tempo prima di andare in prigione, Zachary
Benedict aveva vissuto in un mondo esclusivo di lusso, popolato da persone
affascinanti e sofisticate, dai costumi notoriamente dissoluti, e nessun codice
di comportamento o etica personale.
Non era un tranquillo e affabile vice-pastore della chiesa di una piccola città.
In confronto a lui, Julie sapeva di essere ingenua e semplice come una
neonata.
  CAPITOLO 30.
ERANO passate le dieci di sera quando si svegliò di scatto, confusa, un
cuscino del divano stretto al petto. Un leggero movimento alla sua sinistra
attirò la sua attenzione, e Julie girò rapidamente il capo nello stesso istante in
cui una voce maschile divertita osservava:
«Un’infermiera che abbandona il proprio paziente e si addormenta mentre è
in servizio, non viene pagata a tariffa intera». Il paziente di Julie era in piedi
con le spalle appoggiate con noncuranza alla cappa del camino, e le braccia
incrociate sul petto, a guardarla con un pigro sorriso. Con i capelli umidi per
la doccia, e una camicia di camoscio color crema aperta sulla gola e infilata
in un paio di pantaloni color fulvo chiaro, aveva un’aria incredibilmente
attraente, del tutto ristabilita... e molto divertita per qualcosa.
Tentando di ignorare come il cuore le balzasse pericolosamente nel petto alla
vista di quel sorriso affascinante e intimo, Julie si tirò rapidamente a sedere.
«Il suo amico - Dominic Sandini - non è morto», gli disse, volendo
tranquillizzarlo subito al riguardo.
«Pensano che si riprenderà.»
«L’ho sentito.»
«Davvero?» disse Julie prudente. Le venne in mente che poteva averlo sentito
alla radio mentre si vestiva. Se non fosse stato così - se ricordava che glielo
aveva detto lei - allora era possibile in modo mortificante che ricordasse le
altre cose che aveva detto in quei momenti incauti, quando pensava che lui
non potesse sentire. Aspettò, sperando che Zack accennasse alla radio, ma lui
continuò a guardarla con quel sorriso che gli increspava le labbra, e Julie
sentì tutto il suo corpo accalorarsi per l’imbarazzo. «Come si sente?» chiese,
alzandosi frettolosamente in piedi. «Adesso, meglio. Ho continuato a
sognare di essere morto, e di essere finito all’inferno. Quando ho aperto gli
occhi, ho visto le fiamme guizzare intorno a me. e ne sono stato quasi
sicuro.» «Mi dispiace», disse Julie, scrutandogli ansiosamente il volto alla
ricerca di qualche segno di conseguenze negative dovute alla sua esposizione
alle intemperie.
«Non si preoccupi. Mi sono reso conto molto presto che non potevo trovarmi
veramente all’inferno.» Il suo umore allegro era così contagioso, e così
profondamente disarmante, che Julie sollevò una mano ad appoggiargli il
dorso sulla fronte per verificare la sua temperatura corporea, senza rendersi
conto di che cosa stesse facendo. «Come ha capito di non essere all’inferno?»
«Perché», disse lui quietamente, «per una parte del tempo, c’era un angelo a
librarsi sopra di me.» «Evidentemente, aveva le allucinazioni», scherzò Julie.
«Davvero?»
Questa volta non poteva fraintendere il timbro rauco della sua voce, e lei
staccò la mano dal suo capo, ma non riuscì del tutto a distogliere lo sguardo
dal suo. «Sicuramente.» Con la coda dell’occhio, Julie notò improvvisamente
che un’anatra di porcellana era girata dalla parte sbagliata sulla cappa,
accanto alla spalla di Zack, e allungò una mano a raddrizzarla, poi risistemò
le due anatre più piccole di fianco alla prima. «Julie», disse lui. con una voce
profonda e vellutata che ebbe effetti pericolosi sui battiti del suo cuore. «Mi
guardi.» Quando lei si voltò a guardarlo, Zack disse con quieta serietà:
«Grazie per avermi salvato la vita».
Affascinata dal tono della sua voce e dall’espressione nei suoi occhi, Julie
dovette schiarirsi la gola, per impedire alla voce di tremare. «Grazie per aver
tentato di salvare la mia.» Qualcosa si agitò nelle profondità insondabili dei
suoi occhi, qualcosa di infuocato e di invitante, e le pulsazioni di Julie
triplicarono anche se lui non tentò di toccarla. Cercando di cambiare il
proprio stato d’animo in uno di sicura praticità, disse: «Ha fame?» «Perché
non se n’è andata?» insistette lui.
Il suo tono l’avvertì che non le avrebbe permesso di cambiare argomento
finché non avesse ottenuto delle risposte, e Julie si lasciò cadere sul divano,
ma guardò il centrotavola perché non riusciva proprio a incrociare il suo
sguardo indagatore. «Non potevo lasciarla morire là fuori, non quando lei
aveva rischiato la vita pensando che fossi affogata.» «Allora, perché non se
n’è andata dopo avermi riportato qui, e messo a letto?» Julie si sentì come se
stesse camminando su un campo pieno di mine. «Tanto per cominciare,
onestamente non vi ho pensato, e inoltre», aggiunse con una nota di sollevata
ispirazione, «non sapevo dove fossero le chiavi della macchina!» «Erano
nella tasca dei miei pantaloni - quelli che mi ha tolto.» «Veramente, io... non
ho pensato di cercare le chiavi della macchina. Immagino di essere stata
troppo preoccupata per lei, per pensare con chiarezza.» «Non lo trova un po’
strano, date le circostanze che l’hanno portata qui?» Julie si chinò in avanti e
prese una rivista che stava fuori per metà dal tavolino, e la appoggiò a
ventaglio sopra le altre due, poi spostò la boccia in cristallo di fiori di seta, di
due centimetri sulla sinistra, al centro esatto del tavolo. «Tutto mi sembra
strano da tre giorni», disse prudentemente evasiva. «Non riesco a immaginare
quale possa essere un comportamento normale, in queste circostanze.»
Alzandosi in piedi, si mise a raddrizzare i cuscini copridivano che aveva
messo in disordine durante il suo sonnellino. Era china a raccoglierne uno sul
tappeto, quando lui disse con una voce sfumata di riso: «E’ una sua abitudine,
vero, mettere in ordine le cose, quando si sente a disagio?» «Non direi. Sono
solo una persona molto ordinata.» Si drizzò a guardarlo, e la sua compostezza
scivolò leggermente verso l’allegria. Le sopracciglia di Zack erano
aggrottate in beffarda sfida, e gli occhi gli brillavano divertiti e incantati.
«D’accordo», disse Julie, con una risata impotente, «lo ammetto. E’
un’abitudine dovuta al nervosismo.» Gli occhi di Zack erano ridenti, ma la
sua voce era sconcertata e seria. «Sto facendo qualcosa che la rende
nervosa?» Julie lo guardò a bocca aperta in una risata sbalordita, poi disse
con un debole tentativo di essere severa: «Lei sta facendo cose che mi
rendono estremamente nervosa, ininterrottamente da tre giorni!» Nonostante
il suo tono critico, il modo in cui lo stava guardando riempì Zack di intensa
tenerezza. Non c’era alcuna traccia di paura, o di sospetto, o di repulsione, o
di odio sul suo bel viso espressivo, e gli sembrò che fosse passata una vita da
quando qualcuno l’aveva guardato così.
Julie avrebbe potuto lasciarlo morire al torrente, oppure, se ciò era
impensabile per la figlia di un pastore, avrebbe potuto riportarlo lì, prendere
la macchina, e chiamare la polizia dal telefono più vicino. Ma lei non l’aveva
fatto. Perché credeva davvero nella sua innocenza. Zack desiderava prenderla
tra le braccia e dirle quanto significasse questo per lui; voleva crogiolarsi nel
calore del suo sorriso, e sentire di nuovo la sua contagiosa risata scrosciante.
Più di tutto, voleva sentire le labbra di Julie sulle sue, voleva baciarla e
accarezzarla finché non fossero stati entrambi pazzi dal desiderio, e poi
ringraziarla per il dono della sua fiducia, con il proprio corpo. Perché quella
era l’unica cosa che aveva da darle.
Zack capì che lei avvertiva un cambiamento nel loro rapporto, e che, per
qualche incomprensibile ragione, la stava rendendo più nervosa di quando le
aveva puntato contro la pistola. Lo capiva con la stessa sicurezza con cui
capiva che avrebbero fatto l’amore, quella sera, e che lei lo desiderava quasi
quanto lui. Julie aspettò che dicesse qualcosa, e che ridesse alla sua ultima
frecciata, e quando non lo fece, indietreggiò d’un passo indicando con un
gesto la cucina. «Ha appetito?» gli chiese per la seconda volta.
Lui annuì lentamente, e la mano di Julie si immobilizzò alla rauca intimità
che le sembrò di sentire nella sua voce. «Sono affamato.» Julie si disse con
fermezza che non aveva scelto deliberatamente quella particolare parola
perché era stata usata durante la loro discussione la sera prima in un contesto
sessuale. Tentando di non apparire sfiorata da simili pensieri, disse molto
gentilmente:
«Che cosa le andrebbe di mangiare?»
«Che cosa mi offre?» ribatté Zack, giocando a scacchi verbali con lei con tale
disinvoltura, che Julie non era completamente sicura che tutto il doppio senso
nel loro scambio di parole esistesse solo nella sua fantasia eccitata.
«Le offro da mangiare, naturalmente.»
«Naturalmente», convenne serio lui, ma i suoi occhi scintillavano divertiti.
«Stufato, per essere precisi.»
«E’ importante essere precisi.»
Julie scelse una ritirata strategica da quella conversazione stranamente carica
di significato, e cominciò a indietreggiare verso il bancone che separava la
cucina dal soggiorno. «Prendo il necessario per la cena, e le servirò lì lo
stufato.» «Mangiamo qui, vicino al fuoco, invece», disse lui, la voce dolce
come una carezza. «E’ più intimo.» Più intimo... A Julie si inaridì la bocca. In
cucina, lavorò con apparente efficienza, ma le mani le tremavano così
violentemente da riuscire a fatica a distribuire il denso stufato nei piatti fondi.
Con l’angolo dell’occhio, lo vide avvicinarsi allo stereo e dare un’occhiata
alla pila di CD, caricandoli sul piatto del giradischi; un attimo dopo, la voce
melodiosa di Barbra Streisand riempì la stanza. Di tutti i compact disk
nell’armadietto, che andavano da Elton John alla musica jazz, aveva scelto la
Streisand. Più intimo...
Le parole che le turbinavano nella mente, Julie allungò una mano a prendere
due tovaglioli, li appoggiò sul vassoio, poi, con la schiena rivolta al
soggiorno, appoggiò le mani con forza sul bancone e trasse un lungo respiro
per calmarsi. Più intimo. Per definizione, sapeva perfettamente che il suo
significato era «che contribuisce maggiormente all’intimità». «Romantico.»
Lo sapeva, come sapeva chiaramente che la situazione tra loro era mutata in
modo irreversibile, dal momento in cui lei aveva deciso di restare lì con lui,
invece di lasciarlo al torrente, o di portarlo lì e chiamare la polizia. E anche
lui lo sapeva. Poteva vederne la prova: c’era una nuova dolcezza nei suoi
occhi quando la guardava, e una tenerezza sorridente nella sua voce, ed
entrambe stavano mandando in pezzi il suo autocontrollo. Julie si raddrizzò, e
scosse il capo al suo sciocco e inutile tentativo di ingannare se stessa.
La verità era che lo desiderava. E lui desiderava lei. Entrambi lo sapevano.
Mise le posate d’argento sul vassoio, lanciò di nascosto un’altra occhiata a
Zack sopra la spalla, e distolse rapidamente lo sguardo. Lui stava seduto sul
divano, le braccia allargate sullo schienale, un piede appoggiato con
noncuranza sul ginocchio opposto, e la stava guardando - rilassato,
condiscendente, e sexy. Non aveva intenzione di metterle fretta, e non era
neppure un po’ nervoso, ma, d’altra parte, lui aveva indubbiamente fatto
l’amore migliaia di volte con centinaia di donne - tutte molto più belle e
indiscutibilmente più esperte di lei.
Julie frenò l’impulso irresistibile di mettersi a riorganizzare i cassetti della
cucina.
Zack la guardò tornare verso il divano, chinarsi e appoggiare il vassoio sul
tavolo, i movimenti aggraziati e incerti, come una fragile gazzella. La luce
del fuoco splendeva sui suoi folti capelli castani, mentre le ricadevano in
avanti sopra le spalle da una sola parte; le brillava sulla pelle levigata, mentre
sistemava i sottopiatti e i piatti fondi. Le sue lunghe ciglia scure gettavano
delle ombre a ventaglio sulle guance morbide, e Zack notò per la prima volta
che aveva delle splendide mani, dita esili, e unghie lunghe e affusolate. Ebbe
un’improvviso e intenso ricordo di quelle mani che stringevano il suo viso a
quello di lei al torrente, mentre lo cullava tra le braccia e lo supplicava di
alzarsi. Mentre ora la guardava, si meravigliò di nuovo per la strana aureola
di innocenza che la circondava, poi trattenne un sorriso accorgendosi che, per
qualche motivo, Julie stava assiduamente evitando il suo sguardo. Negli
ultimi tre giorni lo aveva contrastato, provocato, e sfidato; quel giorno, lo
aveva messo nel sacco e gli aveva salvato la vita. Eppure, nonostante tutto il
suo impavido coraggio e il suo fegato, era sorprendentemente timida, ora che
le ostilità tra loro erano cessate. «Prendo del vino», disse, e prima che lei
potesse rifiutare, si alzò e tornò con una bottiglia e due bicchieri dallo stelo
lungo.
«Non l’ho avvelenato», osservò qualche minuto dopo, quando la vide
allungare automaticamente la mano a prendere il bicchiere, e poi ritirarla di
scatto.
«Non pensavo che l’avesse fatto», disse lei, con una risata imbarazzata.
Prese il bicchiere e ne bevve un po’, e Zack notò che le tremava la mano. Si
sentiva a disagio al pensiero di andare a letto con lui; sapeva che non
avvicinava una donna da cinque anni. Probabilmente era preoccupata che lui
intendesse saltarle addosso non appena avessero terminato la cena, oppure
che una volta iniziato a fare l’amore, lui perdesse il controllo e finisse in due
minuti. Zack non capiva perché dovesse preoccuparsi di tutto questo; se
qualcuno doveva essere preoccupato circa la sua abilità di saper prolungare in
modo gradevole l’atto, e di assolvere bene la sua parte dopo cinque anni di
astinenza, era lui. E lo era.
Decise di tentare di rassicurarla impegnandola in qualche tipo di
conversazione piacevole e casuale. Mentalmente, rovistò tra gli argomenti di
suo immediato interesse, e riluttante scartò il soggetto che riguardava il suo
splendido corpo, i suoi magnifici occhi, e - più riluttante che mai -
l’affermazione che lei gli aveva sussurrato al torrente, che desiderava andare
a letto con lui. Desiderava che gli parlasse dei suoi studenti, amava le sue
storie. Stava per tentare di farla parlare di loro, quando si accorse che Julie
gli stava lanciando una strana, curiosa, occhiata. «Che cosa c’è?» chiese lui.
«Mi stavo chiedendo», disse Julie, «quel giorno - al ristorante
 avevo davvero una gomma a terra?»
Zack si sforzò di trattenere un sorriso colpevole. «Lo ha visto con i propri
occhi.» «Sta dicendo che sono passata sopra a un chiodo, o qualcosa del
genere, e che non mi sono accorta che la mia gomma si stava sgonfiando?»
«Non direi che sia successo esattamente così.» Ora, era quasi sicuro che lei lo
sospettasse, ma il suo viso era così calmo che non aveva idea se stesse
giocando al gatto e al topo con lui.
«Come direbbe che è successo?»
«Direi che il fianco della sua gomma è entrato improvvisamente in contatto
con un oggetto affilato e appuntito.» Finito il suo stufato, Julie si appoggiò
all’indietro e lo fissò con uno sguardo fermo che avrebbe strappato all’istante
una confessione e delle scuse a qualunque ragazzino recalcitrante di otto
anni, facendogli provare vergogna. «Un oggetto affilato e appuntito?»
considerò lei, inarcando le sopracciglia. «Come un coltello?» «Come un
coltello», confermò Zack, tentando disperatamente di mantenere il volto
serio.
«Il suo coltello?»
«Il mio.» Con un largo sorriso impertinente, Zack aggiunse in una cantilena
puerile: «Mi dispiace, signorina Mathison». Lei non batté ciglio. Inarcando
le sopracciglia, disse in tono scherzoso: «Mi aspetto che lei sistemi quella
gomma, Zack». L’unica cosa che gli impedì di scoppiare a ridere fu il
piacevole choc di sentirla finalmente pronunciare il suo nome. «Sissignora»,
disse. Era incredibile, pensò Zack, la sua vita era in un caos tremendo, e tutto
ciò che desiderava fare era scoppiare a ridere, e attirarla tra le braccia. «Non
devo scrivere un tema di tre pagine sul perché non avrei dovuto farlo, vero?»
chiese, osservando i suoi grandi occhi color indaco scintillare a loro volta
divertiti, mentre lei guardava intenzionalmente il piatto fondo che lui aveva
spinto da parte. «No», disse, «ma questa sera è assegnato alla cucina!» Zack
non riuscì a trattenersi. Scoppiò a ridere, girò il capo, e la sorprese con un
rapido bacio sulla fronte. «Grazie», le sussurrò, soffocando una risatina alla
sua espressione turbata.
«Per cosa?»
Zack divenne serio, sostenendo il suo sguardo. «Per avermi fatto ridere. Per
essere rimasta qui, e non avermi consegnato alla polizia. Per essere
coraggiosa, divertente, e incredibilmente attraente con quel kimono rosso. E
per avermi preparato un pranzo meraviglioso.» Le diede un buffetto sotto il
mento per alleggerire l’atmosfera, un attimo prima di rendersi conto che
l’espressione nei suoi occhi scintillanti non era imbarazzo.
«L’aiuto», disse Julie, cominciando ad alzarsi.
Zack le mise una mano sulla spalla. «Resti qui a godersi il fuoco e il resto del
suo vino.» Troppo tesa per restare seduta, in attesa di vedere che cosa sarebbe
successo dopo, anzi quando sarebbe successo, Julie si alzò in piedi e andò
alla finestra. Appoggiando la spalla contro il vetro, fissò lo straordinario
panorama all’esterno con le cime delle montagne incappucciate di neve che
splendevano alla luce della luna. In cucina, Zack sfiorò il reostato sulla
parete, abbassando le luci sulle travi sopra il soggiorno in un caldo bagliore.
«Potrà vedere meglio l’esterno, in questo modo», le spiegò, quando Julie gli
lanciò uno sguardo interrogativo sopra le spalle. E, pensò lei, era anche molto
più intimo con le luci abbassate e il bagliore del camino a illuminare la
stanza. Molto intimo, e molto romantico, specialmente con la musica che
suonava sullo stereo.
  CAPITOLO 31.
ZACK la vide irrigidire impercettibilmente le spalle, quando le si avvicinò da
dietro mentre era alla finestra, e le sue imprevedibili reazioni verso di lui
cominciarono sinceramente a snervarlo. Invece di prenderla tra le braccia e
baciarla, cosa che avrebbe fatto se lei fosse stata qualunque altra donna che
aveva conosciuto, escogitò un metodo più sottile per portarla al punto cui
desiderava che giungesse. Infilandosi le mani in tasca, incrociò il suo sguardo
sulla finestra, piegò il capo verso lo stereo, e disse con scherzosa formalità:
«Posso avere il prossimo ballo, signorina Mathison?» Lei si voltò con un
incantevole sorriso raggiante per la sorpresa, e il morale di Zack andò alle
stelle a velocità pazzesca semplicemente perché lei era contenta. Spinse le
mani più a fondo nelle tasche per trattenersi dal toccarla, e disse con un
sorriso ironico: «L’ultima volta che ho chiesto a un’insegnante di ballare, ero
vestito in modo più appropriato all’occasione, con camicia bianca, cravatta
marrone, e il mio abito preferito blu scuro.
Ma lei ha rifiutato.»
«Davvero? Perché?»
«Probabilmente, pensava che fossi troppo basso per lei.» Julie sorrise, perché
lui raggiungeva facilmente il metro e ottantotto di altezza, e pensò che, o la
stava prendendo in giro, oppure la donna doveva essere stata un gigante. «Era
davvero più basso di lei?» Lui annuì. «Di circa un metro. Tuttavia, a
quell’epoca non lo consideravo un serio ostacolo, perché avevo una cotta
folle per lei.» Allora lei capì, e il suo sorriso svanì. «Quanti anni aveva?»
«Sette.» Lei lo guardò come se avesse capito che quella mancanza di
considerazione lo aveva ferito, cosa che, riflettendoci ora, era vero. «Non
avrei mai rifiutato di ballare con lei, Zack.» Il piccolo intoppo nella voce di
Julie, e lo sguardo dolce nei suoi occhi furono quasi la sua rovina.
Affascinato dalle sensazioni che crescevano dentro di lui, Zack tolse le mani
di tasca, e in silenzio le porse il palmo della mano sinistra, lo sguardo fisso
nel suo. Julie appoggiò la mano sulla sua, e Zack le fece scivolare il braccio
intorno alla vita sottile, attirandola vicino a sé, mentre l’incredibile voce della
Streisand intonava senza sforzo le prime battute di People.
Una scossa lo attraversò, quando sentì le gambe e le cosce di Julie entrare in
intimo contatto con le sue, mentre lei seguiva i suoi passi con grazia
disinvolta, e quando appoggiò leggermente la guancia sul suo petto, il cuore
cominciò a battergli troppo in fretta. Non l’aveva ancora neppure baciata, e il
desiderio stava già pulsando attraverso ogni terminazione nervosa del suo
corpo. Per distrarsi, cercò di pensare a un argomento di conversazione
appropriato che favorisse la sua meta finale, senza stimolarlo direttamente
più di quanto già non fosse. Intrecciando le dita alle sue, le portò la mano sul
petto e disse in tono leggero contro i suoi capelli: «A proposito, signorina
Mathison, per ciò che riguarda la sua imprevista fuga su quella motoslitta,
oggi...» Julie colse immediatamente il suo tono ironico, inclinò il capo
all’indietro, e ostentò un’espressione di innocenza stupefatta talmente
esagerata, che Zack dovette lottare per non ridere. «Sì?» disse lei.
«Dove diavolo è andata, quando è sfrecciata sopra il bordo della montagna
come un missile, ed è svanita?» Le spalle le tremarono dal ridere. «Sono
atterrata tra le braccia di un grande pino.» «E’ stato un piano molto abile», la
stuzzicò lui. «Lei se ne stava all’asciutto, inducendo me a comportarmi come
un salmone impazzito in quel torrente gelido.» «Quella parte non è stata
divertente. Ciò che ha fatto oggi, è stata la cosa più coraggiosa che abbia mai
visto fare.» Non furono le parole che aveva detto a commuoverlo. Dopo
l’umiliazione del suo processo, e gli effetti disumanizzanti della prigione, era
esaltante il solo fatto di essere guardato come un uomo, e non come un
animale. Ma il fatto che lei lo guardasse come se fosse coraggioso, bravo, e
generoso, per lui era un dono più prezioso di qualunque altra cosa avesse mai
ricevuto. Voleva stringerla forte tra le braccia, perdersi nella sua dolcezza,
avvolgersi intorno a lei come una coperta, e sprofondare in lei; voleva essere
l’amante migliore che lei avesse mai avuto, e rendere memorabile quella
notte per Julie, quanto lo sarebbe stata per lui. Julie vide il suo sguardo
abbassarsi sulle labbra, e in uno stato di anticipazione che era cresciuto ad
altezze vertiginose nell’ultima ora. attese che la baciasse. Quando divenne
evidente che non aveva intenzione di farlo, mascherò il suo disappunto con il
suo migliore e più smagliante sorriso, e tentò di essere spiritosa.
«Se mai venisse a Keaton, e incontrasse Tim Martin, la prego di
non dirgli che ho ballato con lei questa sera.»
«Perché no?»
«Perché ha fatto a botte con l’ultima persona con cui ho ballato.» Nonostante
la sua assurdità, Zack avvertì la prima fitta acuta di gelosia della sua vita da
adulto. «Martin è un suo ragazzo?» Lei ridacchiò al suo sguardo cupo e
corrucciato. «No, è uno dei miei allievi. E il tipo geloso...» «Strega!» la
rimproverò lui. attirandola con forza contro il proprio corpo, mentre John
Denver cominciava a cantare Annie’s Song. «Capisco esattamente come
dev’essersi sentito quel povero ragazzo.» Julie stralunò gli occhi. «Non si
aspetterà davvero che creda che ora è geloso, non è vero?» Gli occhi di Zack
si fissarono avidi sulle sue labbra. «Cinque minuti fa», mormorò, «avrei detto
di essere incapace di un sentimento così avvilente.» «Oh. Bene», disse con
scherno divertito, poi aggiunse con scherzosa serietà. «Sta esagerando, signor
Divo del Cinema.» Zack raggelò completamente. Se avesse dovuto scegliere
tra il fatto che Julie Mathison lo immaginasse un detenuto evaso, quando
l’avrebbe portata a letto quella sera, o un divo del cinema, avrebbe scelto il
primo senza esitazione. Almeno il primo era reale, non illusorio,
nauseabondo e fasullo. Aveva passato quasi un decennio della sua vita con
un’immagine che lo trasformava in un trofeo sessuale. A dire il vero, quella
sera era stata la prima volta in cui era stato assolutamente certo che una
donna lo volesse semplicemente per se stesso, e lo rendeva furioso il pensiero
di essersi sbagliato.
«Perché», disse Julie, guardinga, «mi sta guardando così?» «Supponiamo che
lei mi dica perché», ribatté lui, «ha usato l’espressione divo del cinema, in
questo particolare momento?» «Non le piacerebbe la risposta.» «Mi metta
alla prova», disse lui, tagliente.
Gli occhi di Julie si restrinsero al suo tono. «D’accordo. L’ho detto perché ho
un’avversione per la falsità.» La fronte di Zack si corrugò. «Pensa di poter
essere un po’ più precisa?» «Certamente», rispose Julie, ripagando il suo
sarcasmo con insolita franchezza. «L’ho detto perché lei pretendeva di essere
geloso, e poi ha reso le cose ancora peggiori pretendendo di non essersi mai
sentito così, in tutta la sua vita. Ho pensato che fosse non solo trito, ma
insincero, in modo particolare perché so, e lei sa, che devo essere la donna
meno attraente con cui si è curato di flirtare in tutta la sua vita da adulto.
Inoltre, dal momento che non la tratto più come un detenuto evaso,
apprezzerei che lei non cominciasse a trattarmi come... come una sciocca
ammiratrice che può far svenire ai suoi piedi con il suo fascino, con poche
parole di vuota adulazione.» Registrando in ritardo l’espressione minacciosa
sul suo viso, Julie distolse di scatto lo sguardo dal suo, e fissò alle sue spalle,
imbarazzata, vergognandosi per aver permesso che i suoi sentimenti feriti la
portassero a un simile scoppio d’ira. Si preparò ad affrontare un’esplosione
verbale, ma dopo un momento di minaccioso silenzio, Julie disse con una
piccola voce contrita: «Immagino che, probabilmente, non fosse necessario
essere così specifica. Mi dispiace. Ora, tocca a lei».
«Di far cosa?»
«Immagino di dirmi che sono stata sgarbata e sgradevole.»
«Bene. Lo è stata.»
Zack smise di ballare, e Julie trasse un lungo respiro per farsi
coraggio, prima di alzare lo sguardo sul suo volto impassibile. «E’
arrabbiato, vero?»
«Non ne sono sicuro.»
«Che cosa vuol dire, che non ne è sicuro?»
«Voglio dire che, per quanto la riguarda, non sono più sicuro
di niente da oggi a mezzogiorno, e l’incertezza sta peggiorando a
ogni momento.»
Sembrava così strano, così... sbilanciato... che Julie sentì un
imprevedibile sorriso sfiorarle le labbra. Dubitava molto che
qualunque altra donna, per quanto bella, sarebbe riuscita a metterlo
in quello stato. Non sapeva come fosse successo, ma si sentì
piuttosto orgogliosa. «Penso», disse, «che questo mi faccia piacere.»
Lui non ne fu divertito. «Sfortunatamente, a me no.»
«Oh.»
«A dire il vero, penso che faremmo meglio a raggiungere una
specie di chiaro accordo su ciò che sta succedendo tra noi. e su
cosa vogliamo che succeda.» In fondo alla mente, Zack sapeva
che si stava comportando in modo del tutto irrazionale, ma cinque
anni di prigione uniti ai tormentosi avvenimenti emotivi e fisici
di quella giornata, e i continui cambiamenti con cui lo prendeva
in giro da ventiquattr’ore, stavano tutti combinandosi per
gettare nel caos il suo temperamento, le sue emozioni, e la sua
capacità di giudizio. «Bene, è d’accordo?»
«Io... immagino di sì.»
«Bene, vuole cominciare lei, o posso farlo io?»
Lei deglutì, incerta tra paura e divertimento. «Inizi lei.» «Per metà del tempo,
ho la sensazione pazzesca che lei non sia reale... che sia troppo ingenua per
avere ventisei anni... che sia una ragazzina di tredici anni che pretende di
essere una donna.» Julie sorrise sollevata che non avesse detto niente di
peggio.
«E per l’altra metà?»
«Mi fa sentire come se io avessi tredici anni.» Zack poté capire che quello le
faceva piacere dal fugace scintillio divertito nei suoi occhi, e a un tratto si
sentì perversamente trascinato a distruggere qualunque illusione
immaginabile le potesse restare su di lui personalmente, e sulle sue intenzioni
per la serata. «A dispetto del modo in cui ha inteso ciò che è accaduto oggi al
torrente, non sono un cavaliere dall’armatura scintillante. Non sono un divo
del cinema, e sono ben lungi dall’essere un ragazzino ingenuo e idealista!
Qualunque fosse l’innocenza e l’idealismo con cui sono nato, li ho persi
molto tempo prima di perdere la mia verginità. Non sono un bambino, né lo è
lei. Siamo adulti. Entrambi sappiamo che cosa sta succedendo tra noi, in
questo momento, e sappiamo esattamente dove ci sta portando tutto questo.»
L’allegria abbandonò gli occhi di Julie, rimpiazzata da qualcosa che non era
del tutto paura, e neppure del tutto collera. «Vuole che glielo spieghi meglio,
in modo da non fraintendere i miei motivi?» insistette, osservando un rossore
acceso tingerle le guance levigate. Ferito perché la consapevolezza che lui
voleva andare a letto con lei aveva spento il suo sorriso, Zack chiarì il proprio
punto di vista. «I miei motivi non sono nobili, sono adulti e naturali. Non
siamo due tredicenni, e questa non è una scuola di ballo, e non sto pensando
se potrò augurarle la buona notte con un bacio, oppure no. Ho intenzione di
portarla a letto, di svestirla, e di fare l’amore con lei senza fretta, e nel modo
più perfetto possibile. Per il momento, desidero ballare con lei, così da poter
sentire il suo corpo contro il mio. Adesso, ho chiarito tutto? Se niente di
questo le va bene, allora mi dica che cosa vuol fare, e noi lo faremo.
Ebbene?» scattò, in tono impaziente, quando lei rimase in silenzio con il capo
chino. «Che cosa vuole fare lei?» Julie si morsicò il labbro tremante, e alzò
gli occhi che brillavano di allegria e di desiderio verso i suoi. «Che cosa ne
direbbe di aiutarmi a risistemare l’armadio dell’ingresso?» «Non ha una
seconda scelta?» chiese Zack, così irritato da non rendersi conto che stava
scherzando.
«Veramente», disse lei, aggrottando la fronte, e abbassando lo sguardo sulla
V che la sua camicia aperta formava sulla gola, «quella era la mia seconda
scelta.» «Bene, allora quale diavolo è la sua prima scelta? E non pretenda di
essere talmente innervosita da me da voler riordinare gli armadi, perché non
potrei renderla nervosa neppure tenendola sotto il tiro di una pistola!» Julie
aggiunse l’irascibilità e l’ottusità alle cose che amava di lui, e trasse un
respiro indeciso, pronta a mettere fine al gioco, ma non riuscì proprio a
incrociare il suo sguardo, mentre diceva con voce sommessa: «Ha ragione,
non potrebbe in alcun modo rendermi nervosa neppure sotto il tiro di una
pistola, dopo oggi, perché so che non mi farebbe del male per niente al
mondo. In effetti, l’unico modo in cui può rendermi nervosa è di fare
esattamente ciò che sta facendo, da quando mi sono svegliata questa sera e
l’ho vista in piedi accanto al camino».
«Che sarebbe?» disse lui. conciso.
«Che sarebbe, di farmi chiedere se mi bacerà mai nel modo che ha fatto ieri
sera... Che sarebbe, comportarsi come se desiderasse tanto farlo, un minuto, e
non lo desiderasse più, un minuto do...» Zack le prese il viso tra le mani, lo
piegò all’insù, e catturò bruscamente il resto delle sue parole con le labbra,
infilandole le dita tra i capelli ai lati mentre la baciava. E quando lei gli
dimostrò di pensare ciò che aveva detto, facendogli scivolare le mani sul
petto, e poi intorno al collo, stringendolo e ricambiando il bacio, Zack provò
un piacere crescente e una gioia stupefacente, che erano quasi insopportabili.
Molti minuti dopo, Zack si sforzò di sollevare il capo, e chinò lo sguardo in
quello di lei, memorizzando inconsciamente l’aspetto che aveva, tutta
arrossata, fresca e seducente. Cercando di sorridere, le fece scivolare la mano
intorno alla nuca e le sfregò leggermente il pollice sul morbido labbro
inferiore, ma le pozze color indaco scuro dei suoi occhi lo stavano
inesorabilmente trascinando di nuovo nelle loro profondità. Il suo pollice
smise di muoversi, e lui lo premette per costringere le sue labbra a
dischiudersi, poi si impossessò avidamente della sua bocca. Tremando tra le
sue braccia, Julie si sollevò sulla punta dei piedi, e il lieve aumento di
pressione contro la sua rigida erezione gli fece rimbombare il cuore, e
stringere convulsamente le dita sulla sua schiena. Piegò il suo corpo flessibile
contro il proprio, muovendo le mani impazienti ai lati del suo seno, e sulla
schiena, e poi curvandole sulle sue natiche, stringendola con forza contro il
proprio corpo teso. Stava perdendo il controllo, e lo sapeva. Zack si disse di
rallentare. Si sforzò di toglierle le mani dal seno, appoggiandole, invece, sulla
curva della sua vita. Gli occhi chiusi, il cuore che batteva rapido, inspirò aria
nei polmoni e le fece scivolare le mani sulla schiena per tenerla ferma contro
di sé. Ma era inutile - doveva averla, tutta, subito. Tirando un respiro aspro,
le mise la mano sotto il mento e le piegò il viso all’insù. Julie aveva gli occhi
chiusi, le lunghe ciglia appoggiate sulle guance vellutate, mentre
istintivamente portava le labbra alle sue.
L’autocontrollo di Zack si spezzò. Con la bocca si impossessò della sua con
feroce disperazione, obbligando le sue labbra a schiudersi, mentre con le
mani slacciava la cintura di seta della sua vestaglia, l’apriva con uno
strattone, sfilandogliela dalle braccia e lasciandola cadere a terra davanti al
camino, così da poter appagare la sua vista e sfiorarle la pelle.
Circondata dalle sue braccia, Julie lo sentì abbassarla sul pavimento, ma non
uscì dal suo stato di piacere incurante finché lui non staccò la bocca e le mani
da lei. Aprì gli occhi, e lo vide sbottonarsi la camicia e tirarla fuori dai
pantaloni con uno strattone, buttandola da parte, ma non fu che quando Zack
alzò gli occhi su di lei, che avvertì i primi fremiti di panico. Alla luce del
fuoco del camino, i suoi occhi avevano uno scintillio selvaggio mentre si
muovevano inquieti sul suo corpo; la passione aveva trasformato il suo viso
in una maschera dura e intensa, e quando lei sollevò il braccio a coprirsi il
seno, imbarazzata, la sua voce disse brusca: «Non farlo!» Julie si mise a
tremare in modo convulso a quella voce estranea, a quel volto sconosciuto, e
quando lui le scostò la mano, ricoprendola con la parte superiore del proprio
corpo, capì che i preliminari erano bruscamente finiti, e che sarebbe penetrato
in lei nel giro di pochi istanti, a meno che non lo facesse rallentare. «Zack».
mormorò, tentando di farsi ascoltare. «Aspetta!» La parola non venne
registrata da Zack, ma il panico in essa fece squillare una nota leggermente
discordante, e lo stesso fece il fatto che lei gli desse delle spinte sulle spalle e
si contorcesse contro le sue cosce in modo pericolosamente provocatorio.
«Zack!»
Zack sapeva di andare troppo in fretta, barando sui preliminari, e pensò che
stesse obiettando a questo.
«C’è qualcosa che devo dirti!»
Con uno sforzo che quasi gli tolse le forze, si costrinse a spostarsi su un
fianco, ma quando chinò compiacente il capo sul suo seno, lei gli afferrò il
volto tra le mani per fermarlo, costringendolo a sollevarlo.
«Ti prego!» disse Julie, guardandolo negli occhi brucianti. Poi allargò le dita
sulla sua mascella rigida, addolcendola, e quando lui girò il viso nel palmo
della sua mano a baciarglielo, il cuore le si gonfiò di sollievo e di tenerezza.
«Dobbiamo parlare, prima.» «Parla tu», disse Zack burbero, stringendola con
più forza a sé, baciandole l’angolo della bocca e il collo; facendole scivolare
la mano sul seno. «Io ascolterò», mentì, mentre le sue dita si abbassavano
carezzevoli oltre il suo ventre piatto, scivolandole nel triangolo di riccioli.
Lei sobbalzò sotto di lui, afferrandogli la mano, e l’argomento che scelse da
discutere, secondo lui, era il più insensatamente inopportuno che qualunque
donna nella storia avesse mai proposto in un momento come quello: «Quanti
anni avevi, quando hai fatto l’amore per la prima volta?» Lui chiuse gli
occhi, deglutì, e comprensibilmente impaziente ribatté: «Dodici».
«Non vuoi sapere quanti ne avevo io?»
«No», disse lui teso, spostandosi in su a baciarle il seno, dal momento che per
qualche ragione che solo lei conosceva, non voleva essere toccata in modo
più intimo. Tutto il suo corpo era teso per il desiderio, e stava facendo del suo
meglio per toccarla nei punti che ricordava molto chiaramente davano alle
donne il piacere più immediato e più intenso.
«Ne avevo ventisei», concluse lei, con voce spaventata, quando la bocca di
Zack si chiuse con forza sul suo capezzolo. Il sangue rimbombava nelle
orecchie di Zack; sentì le parole, ma non capì il loro significato. Julie aveva
un così buon sapore, ed era ancora meglio al tatto. Il suo seno non era grosso
o pesante, ma bello e squisitamente femminile, proprio come lo era lei, e se
solo fosse stata disponibile con lui come lo era stata quando erano in piedi,
l’avrebbe portata all’orgasmo subito, prima di entrare in lei, e dopo avrebbe
fatto l’amore con lei come si doveva. Aveva cinque anni di desiderio
represso da spendere; avrebbe potuto fare l’amore con lei per tutta la dannata
notte senza fermarsi, se solo lei glielo avesse permesso, e avesse smesso di
stringere insieme le gambe, e di parlare a proposito dell’età che aveva la...
prima volta... che aveva fatto... del sesso... Julie capì il momento in cui lui
registrò le sue parole, perché sollevò la bocca una frazione di millimetro dalla
sua pelle, e il suo corpo divenne così immobile che ebbe la sensazione che
avesse smesso di respirare. «Questa è la prima volta per me», disse con voce
tremante.
Zack lasciò ricadere la fronte sul suo seno, chiuse gli occhi, e imprecò.
«Cristo!» Quel sussurro collerico fece eloquentemente capire a Julie che
quella rivelazione non gli faceva piacere - convinzione che venne rafforzata
quando lui finalmente sollevò il capo e la fissò intensamente in viso, gli occhi
che ne scrutavano minuziosamente ogni tratto, come se sperassero di scoprire
una prova che stava mentendo. Era o arrabbiato o disgustato, pensò Julie
sentendosi mancare il cuore. Non voleva che lui si fermasse, solo che
rallentasse e non la trattasse come... come un corpo che era abituato a essere
toccato.
Zack non era disgustato, era ammutolito dallo stupore. Era disorientato. Dal
suo punto di vista personale, non aveva mai sentito parlare di una vergine di
ventisei anni, per non parlare di una vergine bella, spiritosa, intelligente, e
desiderabile. Ma mentre fissava il suo viso incantevole e apprensivo,
all’improvviso tutto ciò che l’aveva lasciato perplesso in lei la sera prima, e
quella sera, cominciò ad avere un senso. Ricordò il suo affranto scoppio d’ira
dopo il notiziario della sera prima: «Mio padre è un pastore!» aveva detto
piangendo. «E’ un uomo rispettato. Ho passato gli ultimi quindici anni,
tentando di essere perfetta.» Ricordava la sua risposta, quando le aveva
chiesto se era fidanzata:
«Ne stiamo parlando». Evidentemente, avevano parlato molto, ma non fatto
l’amore.
Ora che capiva il passato, era più confuso che mai dal presente.
Apparentemente, lei aveva negato la propria verginità al suo innamorato, che
ovviamente l’amava e voleva offrirle rispettabilità, e un futuro. Quella sera,
tuttavia, era disposta ad arrendersi a un detenuto evaso che era incapace di
amare qualcuno, e non aveva assolutamente nulla da offrirle. La coscienza di
Zack scelse quel momento per riaffermarsi per la prima volta da anni,
ricordandogli che il quasi-fidanzato di Julie non l’aveva costretta a rinunciare
alla sua verginità; se aveva qualche scrupolo, o una qualche decenza, le
avrebbe tolto le mani di dosso. L’aveva già sequestrata, abusato verbalmente
di lei, e sottoposta al pubblico imbarazzo e censura. Peggiorare tutto quello
derubandola della sua verginità, era imperdonabile.
Ma la debole protesta della sua coscienza non era sufficiente a dissuaderlo.
La voleva. Doveva averla. L’avrebbe avuta. Il destino lo aveva privato della
sua dignità, della sua libertà, e del suo futuro, ma, per qualche motivo, gli
aveva dato lei durante quel breve periodo di ciò che probabilmente sarebbe
stata la fine della sua vita. né la sua coscienza, né nessun’altra cosa gli
avrebbero impedito di averla. Ignaro del trascorrere del tempo, la fissò finché
la sua voce tremante non lo riscosse dai propri pensieri, e le sue parole furono
una patetica testimonianza della sua mancanza di esperienza con gli uomini.
«Non mi aspettavo che ti arrabbiassi», disse, fraintendendo completamente la
ragione del suo silenzio.
Con un penoso sospiro, Zack disse: «Sono arrabbiato con me stesso, non con
te».
Julie gli scrutò il volto. «Perché?»
«Perché», disse lui, con voce rauca, «questo non mi fermerà. Perché non mi
importa un bel niente che tu non l’abbia mai fatto prima, neppure con
qualcuno che ti amava, o che avrebbe potuto stare con te se ti avesse messa
incinta. Niente mi importa, in questo momento...» sussurrò, abbassando le
labbra alle sue, «tranne questo...» Ma la sua inesperienza aveva importanza.
Importava abbastanza da far interrompere a Zack il suo bacio, e tentare di
tenere sotto controllo la propria libidine, in modo da poter ricominciare
daccapo con lei. «Vieni qui», sussurrò, prendendola tra le braccia, e girandosi
su un fianco in modo che lei gli stesse di fronte, il capo appoggiato sulla sua
spalla. Respirando profondamente, attese che le sue pulsazioni tornassero
normali, passandole lentamente la mano lungo la schiena snella in una
carezza calmante, mentre decideva di compensarla per questo, anche se lui
sarebbe morto dal desiderio inappagato durante il processo. In qualche
modo, avrebbe dovuto eccitarla al massimo senza eccitare se stesso più di
quanto non fosse già.
Julie giaceva tra le sue braccia, sconcertata dall’improvviso cambiamento del
suo umore, e terrorizzata, nonostante le sue affermazioni contrarie, di averlo
veramente distolto del tutto dall’idea di fare l’amore. Incapace di resistere più
a lungo, gli tenne gli occhi fissi sulla gola, e disse con voce tremante: «Non
avevo intenzione di farne un tale... affare di stato, del fatto che questa sia la
mia prima volta. Stavo solo tentando di farti rallentare un po’ - non di
fermarti».
Zack capì quanto dovesse esserle difficile dire una cosa simile, e provò
un’altra strana ondata di tenerezza per lei, mentre le sollevava il mento
all’insù e diceva con quieta gravità: «Non sciupare questo fatto per nessuno
dei due, sminuendo la sua importanza. La verità è che non ho mai avuto la
responsabilità -o il privilegio - di essere il primo amante di una donna, quindi
è una prima volta anche per me». Sollevando una mano, le tolse i capelli
arruffati dalla guancia, passando lentamente le dita tra di essi, e guardandoli
ricadere sulla spalla sinistra, mentre rifletteva a voce alta: «Devi aver fatto
impazzire tutti i ragazzi di Keaton, in questi anni, facendo loro chiedere come
dovevi essere».
«Che cosa vuoi dire?»
Lui distolse lo sguardo dai suoi capelli, e sorrise ironico guardandola negli
occhi. «Voglio dire che sognavo di passare le dita in questa tua magnifica e
folta capigliatura, da ieri, e la vedevo solo da due giorni.» Julie sentì il calore
diffondersi in tutto il suo corpo a quelle parole stimolanti, e Zack sembrò
avvertire all’istante il cambiamento nella sua espressione, e nel modo in cui il
suo corpo si rilassò contro di lui. Ricordando tardivamente che le parole
possono eccitare una donna quasi altrettanto, e quasi con la stessa rapidità,
delle stimolazioni sessuali più abili, Zack si rese conto che era anche il modo
migliore per raggiungere il suo scopo, senza portare se stesso al pericoloso
limite del desiderio che derivava dal toccarla e baciarla. Dolcemente, e con
sincerità, le disse:
«Lo sai che cosa pensavo ieri sera, durante la cena?» Lei scosse il capo.
«Mi chiedevo che sapore potessero avere le tue labbra sulle mie, e se la tua
pelle potesse essere più morbida al tatto, di quanto non sembrasse alla vista.»
Julie si sentì cadere sotto un profondo incantesimo deliziosamente sensuale,
mentre lui le allargava le dita sulla guancia, e diceva: «La tua pelle è ancora
più morbida di quanto non sembri». Il suo pollice si spostò sulle sue labbra,
mentre con gli occhi Zack ne osservava il movimento. «E la tua bocca... Dio,
hai un sapore paradisiaco.» Le sue mani le scivolarono inesorabilmente lungo
la gola, sopra le spalle, e poi lentamente le coprirono il seno, e lo sguardo di
Julie ricadde sul groviglio di peli scuri e ricci sul suo petto.
«Non distogliere gli occhi», sussurrò Zack, e lei si sforzò di riportarli nei
suoi. «Hai un seno magnifico.» Quello, Julie lo sapeva, era così lontano dal
vero, che le fece dubitare anche delle altre cose che aveva appena detto. Zack
vide l’espressione scettica del suo viso, e le labbra si curvarono in un sorriso
triste. «Se non fosse la verità», disse, il pollice che si muoveva avanti e
indietro sul suo capezzolo, «allora dimmi perché muoio dalla voglia di
toccarlo, e di guardarlo, e di appoggiarvi sopra la bocca, in questo momento.»
Il capezzolo le si indurì in un piccolo bocciolo rigido contro il suo pollice, e
Zack sentì il desiderio cominciare a infuriare di nuovo dentro di sé. «Lo sai
che è vero, Julie. Puoi vedere sul mio viso quanto disperatamente ti desideri.»
Lei lo vedeva davvero - era lì, nel suo sguardo infuocato dalle palpebre
pesanti.
Morendo dalla voglia di baciarla, Zack trasse un lungo, calmante, respiro, e
chinò il capo, lottando per tenere se stesso sotto controllo, quando le sfiorò le
labbra con la lingua. «Sei così dolce», sussurrò. «Sei così dannatamente
dolce.» L’autocontrollo di Julie si spezzò, prima che lo facesse il suo. Con
un gemito silenzioso, Julie gli fece scivolare la mano intorno alla nuca, e lo
baciò con tutta la passione che stava crescendo dentro di lei, stringendosi
contro la sua rigida erezione, gloriandosi del brivido che afferrò il suo corpo,
mentre la bocca di Zack si apriva sulla sua in un bacio rude e tenero. Con un
istinto che non sapeva di possedere, Julie avvertì la sua lotta disperata per
impedire che il bacio diventasse troppo erotico, e la tenerezza che provò fu
quasi insopportabile. Sfiorando con le labbra schiuse le sue, Julie tentò di
convincerlo a intensificare il bacio, e quando fallì, si mise a baciarlo nel
modo in cui lui aveva fatto prima. Gli sfiorò le labbra con la lingua, e sentì il
rantolo del suo respiro trattenuto; incoraggiata da questo, lasciò che la lingua
facesse una breve e sensuale incursione nella sua bocca, esplorando
leggermente...
E raggiunse il suo scopo.
Zack perse il controllo con un debole gemito, mentre la girava sulla schiena
baciandola con un desiderio rude e urgente che la fece sentire
improvvisamente potente e indifesa. Le mani e la bocca di Zack reclamarono
il suo corpo, scivolandole sul seno, sulla vita, sulla schiena, e quando con la
bocca ritornò sulla sua, le passò le dita tra i capelli, tenendola come una
prigioniera volontaria. Quando alla fine sollevò la bocca dalla sua, l’intero
corpo di Julie era infiammato dal desiderio.
«Apri gli occhi, piccola», sussurrò lui.
Julie obbedì, e si trovò a fissare un petto maschile muscoloso ricoperto da
peli scuri ricciuti. La semplice vista di quel petto le fece battere all’impazzata
il polso. Esitante, sollevò lo sguardo dal petto, e vide i cambiamenti che la
passione aveva operato in lui. Un muscolo si stava contraendo
spasmodicamente sulla sua gola, il suo volto era duro e fosco, e aveva gli
occhi brucianti. Guardò le sue labbra sensuali formulare due parole, e sentì il
suono aspro della sua voce mentre le pronunciava: «Toccami». Era un invito,
un ordine, una supplica.
Julie rispose ugualmente a tutti e tre. Alzando la mano, l’appoggiò sulla sua
guancia. Senza staccare gli occhi da quelli di lei, Zack girò il viso nella sua
mano muovendo avanti e indietro le labbra sul palmo sensibile. «Toccami.»
Il cuore che cominciava a batterle ferocemente, Julie fece scivolare
lentamente la punta delle dita lungo la sua guancia forte, sui grossi cordoni
del suo collo, sulle spalle, e poi più in giù sui piani rigidi del suo petto. La
sua pelle sembrava seta che ricopriva granito, e quando Julie si chinò in
avanti a baciargli il petto, i muscoli gli si contrassero di riflesso. Inebriata dal
potere appena scoperto, Julie gli baciò i piccoli capezzoli, poi si abbassò
tracciando un lungo bacio verso la sua vita. A Zack sfuggì un suono a metà
tra la risata e il gemito, e la girò bruscamente sulla schiena, inchiodandole le
mani ai lati del capo, il corpo che copriva il suo a metà. Affondò la lingua
nella bocca di Julie, intrecciandola alla sua, tuffandola e ritirandola in
manifesta imitazione di ciò che voleva farle con il proprio corpo, e il fuoco
che stava crescendo dentro Julie esplose in fiamme. Era così persa nel
desiderio che Zack stava abilmente facendo crescere dentro di lei, che non
notò quasi quando la sua mano le si abbassò tra le cosce, finché le sue dita
non cominciarono a esplorarla intimamente. Chiudendo stretti gli occhi,
resistette alle ondate di imbarazzo, e si lasciò andare all’intenso piacere che
le sue dita esperte le stavano donando.
Resistendo al crescente desiderio, Zack osservò la reazione sul viso
incantevole, mentre il suo corpo si sottometteva alla carezza sconosciuta e
intima delle sue dita. Si stava schiudendo per lui, pronta e calda, e Zack
desiderava disperatamente immergersi in lei. Invece, si tirò indietro, e
chinando il capo, la baciò a lungo e a fondo, mentre faceva scivolare in
profondità le dita dentro di lei. Julie avvolse le braccia intorno alle sue spalle.
Le sue mani si muovevano su di lui, acquistando coraggio, e Zack trattenne il
respiro quando Julie alla fine gli passò le dita sulla rigida erezione, e lo prese
in mano. Nel momento in cui le sue dita si chiusero intorno a lui, Julie
spalancò gli occhi per lo choc, fissandolo in viso. Se la situazione non fosse
stata così disperata e urgente, Zack avrebbe ridacchiato all’espressione nel
suo sguardo. Ma non era per nulla dell’umore di ridere, o di sentirsi lusingato
dal fatto che, evidentemente, l’aveva impressionata con le sue dimensioni.
Julie sollevò l’altra mano alla sua mandibola, allentandone la tensione, e le
parole che gli mormorò lo fecero sciogliere. «Valeva la pena che ti aspettassi
per ventisei anni, signor Benedict.» Zack perse il controllo del proprio
respiro. Con il palmo delle mani sui due lati del suo viso infiammato, chinò il
capo a baciarla, solo che questa volta le parole che mormorò erano rauche per
la venerazione che gli ispirava. «Cristo...» Con il sangue che gli rimbombava
nelle orecchie, e un presagio che lo opprimeva, Zack si abbassò su di lei, tra
le sue gambe, esplorando l’accesso al suo corpo, facendosi cautamente strada
nel suo stretto e umido passaggio, rilasciando il respiro alla sensazione
squisita, mentre il corpo di lei si dilatava ad accoglierlo, e il suo calore umido
lo abbracciava. Quando incontrò la fragile barriera, sollevò i fianchi snelli di
Julie, trattenne il respiro, e affondò. Il corpo di lei si irrigidì per il breve
dolore, ma prima che Zack potesse reagire, le sue braccia la circondarono, e
Julie si aprì per lui come un fiore... accogliendolo con gioia, rivestendolo
come una guaina. Lottando per controllare l’orgasmo che stava minacciando
di esplodere, Zack si mosse lentamente dentro di lei, ma quando Julie
cominciò a muoversi con lui, stringendolo con forza a sé, il suo autocontrollo
si spezzò insieme al desiderio di prolungare l’atto. Afferrandole la bocca in
un bacio predatore, penetrò in lei, costringendola sempre più in fretta a
raggiungere l’orgasmo, portandola verso di esso, godendo dei suoi gridi
soffocati mentre lei gli affondava le unghie nella schiena e cominciava a
tremare convulsamente sotto di lui. Sollevandole i fianchi sempre più in alto,
e sempre più stretti a sé, Zack affondò con violenza, trascinato da un bisogno
incontrollabile di essere il più possibile in profondità dentro di lei, quando
sarebbe venuto. Esplose in lei con una forza che gli strappò un profondo
gemito, tuttavia continuò a muoversi, come se lei potesse in qualche modo
svuotarlo dell’amarezza del proprio passato, e dello squallore del proprio
futuro. Il secondo orgasmo esplose in uno choc di sensazioni che urlarono
lungo le sue terminazioni nervose, gli scossero l’intero corpo, e lo lasciarono
esausto. Svuotato.
In uno stato di spossatezza inerte, ricadde su Julie, e si spostò su un fianco,
ancora unito a lei. Senza fiato per lo sforzo, Zack la tenne tra le braccia,
accarezzandole la spina dorsale, tentando di non pensare, aggrappandosi
all’euforia che andava dissolvendosi mentre lottava per tenere a bada la
realtà, ma dopo qualche minuto, divenne inutile. Ora che la sua passione si
era finalmente placata, non esisteva alcuna barriera tra la sua mente e la sua
coscienza, e fissando il fuoco, cominciò a vedere tutte le sue azioni e le sue
motivazioni degli ultimi tre giorni, alla luce dell’accecante realtà. La verità
era che lui aveva preso in ostaggio una donna indifesa, sotto la minaccia di
una pistola. La verità era che aveva cominciato a pensare di fare del sesso
con lei, lo stesso giorno in cui l’aveva fatta prigioniera, e che si era
impegnato per raggiungere il proprio obiettivo usando ogni mezzo a
disposizione, dall’intimidazione alla gentilezza, al corteggiamento. La
disgustosa verità era che ce l’aveva appena fatta a raggiungere il suo
disgustoso obiettivo finale: aveva sedotto la figlia vergine di un pastore, un
essere umano adorabile, coraggioso, e innocente, che aveva ripagato tutte le
sue crudeltà e ingiustizie salvandogli la vita, quel giorno. «Sedotto» era un
termine troppo garbato, per ciò che aveva appena fatto, decise Zack con
disgusto, mentre il suo sguardo si spostava sul tappeto. L’aveva presa proprio
lì, su quel dannato pavimento, neppure su un letto. La sua coscienza lo
ghermì in rinnovata furia per averla usata troppo rudemente, per averla
costretta a sopportare due orgasmi da lui. per essere rimasto sprofondato in
lei fino alla fine; invece di usare un po’ di decente ritegno. Il fatto che lei non
avesse gridato, né lottato, o dato alcun segno di sentirsi ferita o umiliata, non
serviva a placare la sua colpa. Lei non sapeva di avere diritto a qualcosa di
più di ciò che aveva avuto, ma lui sì. Tutta la responsabilità per il pasticcio
che aveva fatto dell’intera vita di Julie, e ora del suo primo incontro con il
sesso, era unicamente ed esclusivamente sua. E questo, guardando la
faccenda in modo ottimistico - senza considerare la possibilità di una
gravidanza! Non era necessario essere un genio per capire che la figlia di un
pastore, probabilmente, non avrebbe preso in considerazione di abortire,
quindi, avrebbe o dovuto sopportare la pubblica vergogna di avere un figlio
fuori dal matrimonio, oppure attribuire la paternità del bambino al suo quasi-
fidanzato.
Zack si aspettava di venire colpito a morte nel giro di pochi giorni, o anche di
ore, dopo aver lasciato la sicurezza di quella casa. Ora. avrebbe voluto che
l’avessero catturato prima di essere salito in macchina con lei. Finché non era
andato in prigione, non avrebbe mai preso in considerazione di coinvolgere
un essere umano innocente nei propri problemi, per non parlare di puntarle
contro una pistola, o di metterla incinta. In prigione, evidentemente, era
diventato uno psicopatico senza coscienza, scrupoli, o moralità.
Era così assorto nei propri pensieri, che gli occorse tutto quel tempo prima di
capire, finalmente, che la donna che teneva tra le braccia stava piangendo, e
che l’umidità che aveva sul petto non era il suo sudore, ma le lacrime di Julie.
Senza parole per il rimorso, Zack allentò la stretta su di lei, e la fece
distendere sul tappeto, ma lei continuò a tenergli la mano curva intorno alle
spalle in una stretta mortale, e il volto umido premuto contro il petto.
Sollevandosi su un gomito, e tentando confusamente di consolarla
togliendole delle ciocche indocili di capelli lucenti dalle guance umide, Zack
deglutì per sciogliere il nodo di rimorso che aveva in gola. «Julie», mormorò
con voce rauca, «se potessi annullare tutte le cose che ti ho fatto, lo farei.
Fino a questa sera, le cose che ho fatto erano almeno fatte per disperata
necessità... Ma questo...» Si interruppe per deglutire di nuovo, e goffamente
le tolse un ricciolo dalla tempia. Con il viso ancora appoggiato sul suo petto,
non poteva giudicare la reazione di Julie tranne dal fatto che sembrava essersi
completamente immobilizzata dal momento in cui aveva cominciato a
parlare. «Ma ciò che ti ho appena fatto», continuò Zack, «è completamente
imperdonabile. Ci sono spiegazioni per questo, ma non scuse. Non puoi
essere così ingenua da non capire che cinque anni sono molti per un uomo,
per fare a meno...» Zack si interruppe bruscamente, accorgendosi in ritardo
che stava aggiungendo un insulto all’offesa, facendole pensare che qualsiasi
donna gli sarebbe andata bene, nel suo stato di privazione sessuale. «Questa
non è la ragione per cui l’ho fatto, questa sera. Ne è stata una parte. La
ragione principale era che ti volevo, fin dal momento...» Il disgusto di se
stesso gli salì in gola come bile, e non riuscì a continuare. Dopo un
prolungato momento di silenzio, la donna tra le sue braccia finalmente parlò.
«Continua», disse dolcemente. Zack piegò il mento all’ingiù, tentando di
vedere i suoi lineamenti in ombra, aggrottando le ciglia in un cipiglio
perplesso. «Continua?» ripeté.
Lei annuì, sfiorandogli la pelle con il viso morbido. «Sì. Stavi proprio
arrivando alla parte piacevole.» «Alla parte piacevole?» ripeté lui, in tono
privo d’espressione.
Julie alzò gli occhi su di lui, e benché fossero ancora umidi di
lacrime, aveva un sorriso seducente sul viso che fece battere con
forza il cuore di Zack contro le costole. «Hai cominciato molto
male», mormorò lei, «dicendo che eri molto dispiaciuto che
avessimo fatto questo. E hai peggiorato le cose, dicendo che
sono ingenua, e poi facendo pensare che qualsiasi donna ti sarebbe
andata bene, dopo cinque anni di astinenza...»
Lui la fissò, mentre il sollievo cominciava a scorrergli nel corpo
come un balsamo. «Ho detto questo?»
«Pressapoco.»
Zack sorrise impotente, al suo contagioso sorriso. «Com’è stato poco galante
da parte mia.» «Molto», convenne Julie con finta indignazione. Un momento
prima, lo aveva portato alla più nera disperazione, cinque minuti prima lo
aveva mandato in un paradiso sessuale, ora gli faceva venire voglia di ridere.
Da qualche parte, in fondo alla mente, Zack era cosciente che nessuna donna
aveva mai avuto questo effetto su di lui, prima, ma non voleva indagarne i
motivi. Per il momento, si accontentava di crogiolarsi nel presente e di
ignorare quel po’ di futuro che gli restava. «In queste circostanze», mormorò
sorridendo, passandole le nocche sulla guancia, «che cosa avrei dovuto fare, e
dire?» «Ebbene, come sai, non ho molta esperienza di momenti come
questi...» «Assolutamente nessuna esperienza, in effetti», le ricordò Zack,
improvvisamente, e irragionevolmente felice di questo.
«Ma ho letto centinaia di scene d’amore, nei romanzi.»
«Questo non è un romanzo.»
«Vero, ma ci sono delle precise somiglianze.»
«Dimmene una», la stuzzicò Zack, distratto dalla pura e semplice gioia di lei.
Con suo stupore, lei si fece seria, ma aveva un’espressione di meraviglia
negli occhi mentre fissavano in profondità i suoi. «Tanto per cominciare»,
mormorò Julie, «la donna spesso si sente come mi sentivo io, quando eri
dentro di me.» «E come ti sentivi», le chiese Zack, perché non riuscì a
trattenersi.
«Mi sentivo desiderata», disse lei, con una leggera incrinatura
nella voce. «E necessaria. Disperatamente necessaria. E molto,
molto speciale. Mi sentivo... completa.»
Il cuore di Zack si contrasse per un’emozione così intensa, che
gli fece male. «Allora, perché piangevi?»
«Perché», mormorò lei, «a volte la bellezza mi fa questo effetto.»
Zack fissò i suoi occhi ardenti, e vide quel genere di gentile
bellezza e di spirito indomabile che poteva quasi far piangere un
uomo. «Nessuno ti ha mai detto», sussurrò, «che hai il sorriso di
una madonna di Michelangelo?»
Julie aprì la bocca per protestare, ma lui prevenne la sua risposta
dandole un brusco e rapido bacio. «Non credi», rispose
lei tardivamente, e ansimante, mentre lui la girava sulla schiena,
«che quest’osservazione sia un po’ sacrilega, se consideri ciò che
abbiamo fatto solo pochi minuti fa?»
Lui soffocò una risata contro la sua gola. «No, ma probabilmente
lo è. se consideri ciò che stiamo per fare ora.»
Julie piegò il capo all’ingiù. «Che cosa?»
Le spalle di Zack cominciarono a tremare per l’allegria impotente alla pura
gioia di lei, anche mentre la sua bocca cominciava la sua lenta discesa. «Te lo
mostrerò.» Julie trattenne il respiro, e inarcò i fianchi, sotto l’assalto sensuale
delle sue mani e della sua bocca esploratrici.
La risata svanì dalla mente di Zack, sostituita da qualcosa di molto più
profondo.
  CAPITOLO 32.
JULIE era in piedi a un lato dell’enorme specchio dello spogliatoio, sotto le
lampade di ottone luccicante che lo incorniciavano, ad asciugarsi i capelli,
mentre Zack si radeva dalla sua parte dello specchio. Invece di usare la sua
stanza da bagno, più piccola, cosa che Julie aveva pensato intendesse fare,
Zack aveva usato anche lui quella. C’era uno strano senso di intimità,
implicito nel condividere la stanza da bagno con un uomo, decise Julie, anche
se quella era grande come metà di casa sua, e offriva una totale privacy
finché si stava dal proprio lato dello specchio. Avvolta in uno degli
asciugamani verdi, Julie stava avviandosi nella sua camera da letto a prendere
i jeans, quando Zack la chiamò alle spalle: «Indossa qualcosa dagli armadi
che sono qui».
Sorpresa, perché non avevano parlato dal momento in cui avevano occupato
insieme il bagno, Julie si voltò e lo vide in piedi davanti al lavabo, con un
asciugamano come il suo allacciato intorno ai fianchi snelli e metà del viso
ricoperto dalla schiuma da barba. «No», disse, «l’ho fatto ieri sera e non mi è
sembrato giusto». Inesorabilmente affascinata, lo osservò inclinare il capo
all’indietro e passare il rasoio verso l’alto del collo e sulle mandibole, mentre
diceva: «Per qualche ragione, sapevo che avresti fatto delle obiezioni, al
riguardo».
Julie gli rivolse un sorriso soddisfatto. «E’ bello vincere una discussione con
te, tanto per cambiare.» Entrò nella stanza, andando verso la poltrona dove
aveva appoggiato gli abiti, il giorno prima. Erano scomparsi. Per una frazione
di secondo, guardò stupidamente a bocca aperta il tessuto stampato della
poltrona, come se i suoi abiti dovessero materializzarsi, poi si riprese
bruscamente, girò sui tacchi e tornò a passo di marcia in bagno,
un’espressione combattiva negli occhi. «Non ho intenzione di indossare
nessuno degli abiti che sono in quell’armadio!» Lui le lanciò un’occhiata
divertita prima di continuare a passarsi il rasoio sulla guancia. «Adesso c’è
un pensiero che solletica un maschio insaziabile come me: averti intorno per
tutto il giorno senza niente indosso.» Julie usò il tono da insegnante - quello
freddo, d’avvertimento, che diceva «Stai esagerando, ragazzo». «Zack, sto
tentando con tutte le mie forze di non perdere la calma...» Zack trattenne uno
scoppio di riso, perché pensava che fosse assolutamente adorabile, e si rifiutò
di rispondere. «Zack!» disse Julie cupa, il tono che si faceva più decisamente
autoritario, mentre avanzava verso di lui. «Mi aspetto che tu prenda i miei
abiti dovunque tu li abbia nascosti, in questo preciso istante.» Le spalle che
cominciavano a tremargli dal ridere, Zack si chinò spruzzandosi dell’acqua
sul viso, poi si tolse l’asciugamano da intorno al collo e l’asciugò. «E se non
lo facessi, signorina Mathison?» chiese da dietro l’asciugamano. «Allora, che
cosa faresti... riceverei una punizione?» Julie aveva avuto a che fare con così
tanti adolescenti ribelli da avere il buon senso di non mostrare la propria
frustrazione e perdere del terreno prezioso. Con fermezza altera ed enfatica
dichiarò molto chiaramente: «Non sono negoziabile su questo argomento».
Zack buttò a terra l’asciugamano e si voltò, un affascinante e candido sorriso
gli sfiorava il volto rude. «Hai un vocabolario meraviglioso», disse con
sincera ammirazione. «A proposito, perché non hai l’accento del Texas?»
Julie lo udì a malapena. Stava fissando scioccata l’immagine vivente e
mozzafiato del maschio sexy e carismatico che aveva visto per anni sugli
schermi giganti delle sale cinematografiche e alla televisione. Fino a quel
momento, l’uomo Zachary Benedict non le era mai veramente sembrato
Zachary Benedict, il divo del cinema, quindi le era stato facile ignorare chi e
che cosa era stato. Cinque anni dentro a una prigione gli avevano indurito il
volto e inciso delle rughe di tensione intorno agli occhi e alla bocca,
facendolo apparire più vecchio e più rude, ma tutto quello era cambiato in
una notte. Ora che era ben riposato, sessualmente soddisfatto e sbarbato di
fresco, la somiglianza era così impressionante che lei fece un passo
all’indietro per la forte sorpresa, come se fosse uno sconosciuto. «Perché mi
guardi come se avessi dei peli che mi spuntano dalle orecchie?» La voce era
familiare. Conosceva quella voce. Ciò era rassicurante. Dandosi uno
scossone mentale, Julie si sforzò di metter fine a quelle ridicole fantasie e di
tornare alla discussione in corso. Più decisa che mai ad averla vinta, incrociò
le braccia sul petto e disse ostinatamente: «Voglio i miei abiti».
Lui appoggiò un fianco contro il bordo della lunga toeletta in marmo e,
imitando la sua posa, incrociò le braccia sul petto, ma stava sogghignando,
non guardandola torvo. «Assolutamente no, tesoro. Scegli qualcosa
nell’armadio.» L’appellativo affettuoso che seguiva da vicino il suo
improvviso cambiamento di persona, da detenuto a divo del cinema, sembrò
indifferente e privo di senso a Julie. Era così frustrata e sbilanciata, che le
venne voglia di pestare i piedi. «Dannazione, voglio i miei...» «Ti prego», la
interruppe Zack, con calma. «Mettiti uno degli abiti nell’armadio.» Quando
Julie aprì la bocca per protestare, lui disse in tono piatto: «Ho buttato i tuoi
abiti nel camino». Julie capì di essere stata superata in astuzia, ma il modo
irriguardoso con cui l’aveva fatto la offese, e la fece arrabbiare. «Devono
essere sembrati degli stracci di cui si può fare a meno, a un ex divo del
cinema», ribatté a bruciapelo, «ma erano i miei abiti. Ho lavorato per pagarli.
Li ho comperati io e mi piacevano!» Girò rapidamente sui tacchi e si diresse
all’armadio, ignara che la sua frecciata finale avesse colpito il segno con più
mortale precisione di quanto avrebbe mai potuto sperare. Marciò dentro la
cabina-armadio, ignorando gli abiti e le gonne appese agli attaccapanni
lunghi sei metri ai suoi lati, e andò sul fondo dove tirò giù il primo paio di
pantaloni e la prima maglia in cui si imbatté. Appoggiandoseli alla vita per
vedere se potevano andarle bene, decise di sì. e senza fare cerimonie li
indossò. I pantaloni erano in morbido cashmere verde smeraldo e la maglia
coordinata a collo alto aveva delle viole con foglie verde scuro disegnate
sulle maniche lunghe. Lasciando la maglia fuori dai pantaloni, afferrò una
cintura in pelle mentre usciva dall’armadio, si fermò per metterla, si voltò e
andò quasi a sbattere contro il petto di Zack.
Era fermo sulla porta, le mani appoggiate in alto sull’intelaiatura della porta a
bloccarle l’uscita.
«Scusami», disse lei, tentando di passargli di fianco senza fargli la cortesia di
alzare lo sguardo.
La voce di Zack era implacabile quanto il suo atteggiamento. «E’ colpa mia
se hai dovuto indossare gli stessi abiti, negli ultimi tre giorni. Volevo solo
che avessi qualcos’altro da mettere, così da non sentirmi colpevole ogni volta
che guardavo i tuoi jeans.» Tralasciando saggiamente il fatto che desiderava
anche ardentemente vederla con indosso qualcosa di bello e di elegante, che
fosse degno del suo viso e della sua figura, disse: «Vorresti guardarmi, per
piacere, e lasciarmi spiegare?» Julie possedeva ostinato coraggio a
sufficienza da resistere al suo tono persuasivo, ma non era così arrabbiata da
non riuscire a capire la sua logica, né era incurante dell’idiozia di sciupare
quel po’ di tempo che avevano in discussioni inutili. «Detesto quando mi
ignori e fissi il pavimento in questo modo», disse lui. «Mi fa sembrare che tu
pensi che la mia voce venga da qualche scarafaggio lì sopra e che ti chieda
dove sia in modo da poterlo calpestare.» Julie aveva avuto intenzione di
alzare graziosamente gli occhi a guardarlo con comodo, ma non poteva tenere
testa a tanto umorismo e finì con il crollare contro gli abiti alle sue spalle,
scossa dalle risate. «Sei assolutamente incorreggibile», disse, ridacchiando, e
alzando gli occhi che traboccavano d’allegria nei suoi.
«E tu sei assolutamente meravigliosa.»
Il cuore di Julie perse un battito alla sua espressione solenne, ma era un
attore, come era appena stata costretta a ricordare, e l’avrebbe solo fatta
soffrire di più. dopo, se avesse cominciato a considerare ciò che erano solo
complimenti casuali da parte sua come se fossero delle aperte dichiarazioni di
profondo affetto. Quando lei non rispose, Zack sorrise e si diresse verso la
stanza da bagno. Sopra le spalle disse: «Mettiamoci la giacca e usciamo».
Lei lo guardò a bocca aperta con assoluta incredulità, lo seguì e spalancò le
braccia, abbassando lo sguardo sui propri abiti e facendogli fare lo stesso,
mentre diceva: «Con questi abiti? Sei pazzo? Questi pantaloni di cashmere
devono essere costati... almeno duecento dollari!» Ricordando alcune cifre
dei conti aperti di Rachel, Zack calcolò che il prezzo fosse più probabilmente
di seicento dollari, ma non lo disse. «Julie, questi abiti appartengono a una
donna che possiede grandi magazzini pieni di begli abiti. Non le
importerebbe minimamente se tu ne indossassi qualcuno...» Prima di finire la
frase, gli sembrò impossibile di essere stato così stupido da rivelare così
tanto. Gli occhi di Julie erano spalancati per la sorpresa, e poteva vedere la
sua mente al lavoro ancor prima che lei dicesse: «Vuoi dire che conosci i
proprietari di questa casa? E ti permettono di usarla? Non è un rischio
terribile da correre, per loro? Voglio dire, ospitare consapevolmente un
detenuto...» «Smettila!» le ordinò lui, più bruscamente di quanto intendesse.
«Non volevo dire niente del genere!»
«Ma. sto solo cercando di capire...»
«Dannazione, non voglio che tu capisca.» Ricordandosi dell’ingiustizia di
sfogare la rabbia contro se stesso su di lei, si passò le mani tra i capelli alle
tempie e disse con un po’ più di pazienza. «Cercherò di spiegartelo il più
chiaramente e il più brevemente possibile, poi voglio che lasciamo perdere
l’argomento.» Julie gli lanciò un’occhiata per fargli capire che considerava il
suo atteggiamento e il suo tono irragionevoli e riprovevoli, ma rimase in
silenzio. Infilando le mani nelle tasche dei pantaloni, appoggiò le spalle alla
parete della camera da letto, incrociò le caviglie, e lo guardò con snervante
interesse.
«Quando tornerai a casa», cominciò Zack. «la polizia ti interrogherà su tutto
ciò che ho detto e fatto mentre eravamo insieme, così da poter tentare di
capire quanto aiuto ho ricevuto nella fuga e dove andrò in seguito. Te lo
faranno ripetere, e ripetere, e ripetere, finché non sarai esausta e non riuscirai
più a pensare con chiarezza. Lo faranno nella speranza che ricordi qualcosa
che avevi dimenticato che sia significativo per loro, anche se all’epoca non lo
è stato per te. Finché potrai dirgli la verità, tutta la verità - ed è esattamente
ciò che ho intenzione di consigliarti di fare, quando te ne andrai di qui - non
avrai nulla di cui preoccuparti. Ma se tenterai di proteggermi nascondendo
loro qualcosa, o se mentirai, alla fine ti contraddirai, e quando lo farai, loro lo
capiranno e ti faranno a pezzi. Cominceranno a pensare che tu sia stata mia
complice fin dall’inizio, e ti tratteranno come tale.
«Ti chiederò di dire una piccola, semplice bugia che dovrebbe aiutarci
entrambi, senza che tu venga colta in fallo durante l’interrogatorio. Eccetto
questo, racconta tutto. A questo punto, non sai una sola cosa che possa
danneggiare me, o chiunque sia coinvolto con me. E intendo mantenere le
cose in questo modo», finì con enfasi. «Per il mio bene e per il tuo. E’
chiaro?
Capisci perché non voglio che tu mi faccia altre domande?» Le
sue ciglia si corrugarono, quando lei gli fece una domanda, invece
di acconsentire, ma quando l’ebbe udita si rilassò: «Quale bugia
hai intenzione di chiedermi di dire?»
«Ho intenzione di chiederti di dire alla polizia che non sai
dove sia questa casa, con esattezza. Digli che ti ho bendata,
dopo essermi quasi sfuggita a quella piazzola di sosta, e che ti ho
fatta sdraiare sul sedile posteriore per la maggior parte del resto
del viaggio, così che non potessi tentare di sfuggirmi di nuovo. E’
credibile e logico e ci crederanno. Servirà anche a neutralizzare
la versione di quel dannato camionista su ciò che ha visto; lui è
l’unica ragione per cui la polizia potrà mai sospettarti di aver
aiutato e spalleggiato la mia fuga. Farei qualunque cosa al mondo
per evitare di chiederti di mentire per me in questo modo, ma
è la soluzione migliore.»
«E se rifiutassi?»
Il suo volto divenne all’istante duro, chiuso, e freddo. «Questo dipende da te,
naturalmente», disse con voce gentile e raggelante. Fino a quel momento,
assistendo al cambiamento in Zack mentre pensava che la sua fiducia in lei
fosse mal riposta, Julie non si era resa completamente conto di quanto si
fosse realmente addolcito verso di lei dal giorno prima. Il suo modo
disinvolto di stuzzicarla e quello tenero di fare l’amore, non erano
semplicemente un sistema conveniente e piacevole di passare il tempo
insieme - almeno una parte era effettivamente reale. Quella scoperta era così
lusinghiera, che Julie quasi non capì ciò che stava dicendo: «Se decidessi di
dire alla polizia dove si trova questa casa, ti sarei grato se ricordassi anche di
dir loro che non avevo una chiave e che avevo intenzione di entrare
facendovi irruzione, se non fossi riuscito a trovarne una. Se non sottolinerai
questo, allora i proprietari di questa casa, che sono innocenti come te di aver
collaborato ai miei piani iniziali di fuga, verrebbero sottoposti agli stessi
sospetti cui sei sottoposta tu, a causa di ciò che ha detto quel conducente del
camion».
Non stava per nulla tentando di proteggere se stesso, capì Julie. Cercava
disperatamente di proteggere chiunque possedesse quella casa. Il che
significava che li conosceva. Erano, o erano stati, degli amici...
«Ti dispiacerebbe dirmi quale scelta intendi fare?» chiese Zack con la stessa
voce freddamente distaccata che lei detestava.
«Oppure, preferisci pensarci?»
Quando aveva undici anni, Julie aveva giurato di non mentire mai più. e non
aveva infranto quel giuramento in quindici anni. Ora guardava l’uomo che
amava e disse dolcemente: «Ho intenzione di dirgli che sono stata bendata.
Come potevi pensare che avrei deciso in altro modo?» Un’ondata di sollievo
la percorse vedendo la tensione svanire lentamente dal suo viso, ma invece di
dire qualcosa di dolce, lui la guardò severamente e annunciò: «Hai la
caratteristica, Julie, di essere l’unica donna vivente che sia mai riuscita a
farmi sentire uno yo-yo emotivo che balla su un dannato filo che ti pende
dalla punta di un dito».
Julie si morsicò il labbro inferiore per impedirsi di sorridere, perché le
sembrava meravigliosamente significativo poter avere un effetto su di lui
quale nessun’altra donna aveva mai avuto. Anche se a lui non piaceva per
nulla il modo in cui lo faceva.
«Mi... dispiace», finì debolmente e disonestamente. «Un accidente, che ti
dispiace», ribatté lui. ma l’acredine era scomparsa dalla sua voce, e c’era una
sfumatura di riluttante divertimento in essa. «Stai facendo l’impossibile per
non ridere.» Trattenendo una risatina alla sua frustrazione, Julie sollevò il
dito indice e lo esaminò, girandolo da sinistra a destra. «Mi sembra un dito
piuttosto normale», disse, canzonandolo. «Non c’è niente di normale in te.
signorina Mathison», disse lui, con la stessa combinazione di irritato
divertimento. «Che Dio aiuti chiunque ti sposerà, perché quel povero diavolo
diventerà vecchio e grigio prima del tempo!» La sua ovvia e noncurante
convinzione che lei sarebbe finita con qualcuno diverso da lui - qualcuno che
commiserava, per giunta - spense il breve sprazzo di felicità di Julie.
riportandola di scatto a terra. Giurando di mantenere le cose su un piano
leggero da quel momento in poi e di non leggere mai più nelle sue parole e
nelle sue azioni più di quanto non ci fosse in realtà, Julie sorrise, annuì, si
scostò dalla parete e passò al gergo disinvolto del tennis: «Penso che l’ultimo
punto segnato, ti accordi il gioco, il set e la partita. Ti concedo questa vittoria
verbale, insieme a tutte le altre».
Nonostante il suo atteggiamento noncurante, Zack ebbe la sgradevole
sensazione di aver ferito, in qualche modo, i suoi sentimenti. Qualche
momento dopo uscì dalla camera da letto e la raggiunse all’armadio
nell’ingresso, dove lei stava mettendo la tuta da motoslitta che aveva
indossato il giorno prima. «Mi ero dimenticata di questo equipaggiamento»,
spiegò. «Proteggerà ciò che ho indosso. Ho preso l’altro dal mio armadio per
te», aggiunse, accennando con il capti verso la grossa tuta da motoslitta
appesa sulla porta.
Allungando una mano a prenderla, e cominciando a indossarla, Zack decise
che la loro conversazione nella camera da letto richiedesse qualche
chiarimento. «Ascolta», disse con tranquilla sincerità, «non voglio discutere o
litigare con te, è l’ultima cosa al mondo che voglio fare. E ancor più
certamente non voglio discutere i miei piani futuri, o le mie attuali
preoccupazioni per te. Sto facendo l’impossibile per non preoccuparmene io
stesso e godere semplicemente il dono di averti qui. Cerca di capire che
questi ultimi giorni, in questa casa con te, saranno gli ultimi giorni normali
della mia vita. Non che abbia la più pallida idea di che cosa sia la normalità»,
aggiunse bruscamente. «Ma il punto è che, anche se entrambi sappiamo che
tutto questo è un’illusione che arriverà a una brusca fine, sono ugualmente
felice di avere qualche giorno idilliaco quassù con te da ricordare e a cui
riandare con la mente. Non voglio rovinarli con il pensiero del futuro.
Capisci che cosa sto tentando di dirti?»
Julie nascose la compassione e la pena che le sue parole evocavano dietro a
un caldo sorriso e annuì. «Mi è concesso sapere per quanto tempo resteremo
qui insieme?» «Io... non ho deciso. Non più di una settimana.» Julie si sforzò
intensamente di non pensare a quanto breve fosse quel periodo, e decise di
fare esattamente come lui chiedeva, ma pose la domanda che la stava
innervosendo da quando aveva lasciato la camera da letto. «Prima di lasciar
cadere l’intera discussione a proposito della polizia e il resto, c’è qualcosa
che devo chiederti. Voglio dire, chiarire.» Zack vide un vistoso rossore salirle
lentamente alle guance e lei chinò frettolosamente il capo, concentrandosi
con furia nell’infilare i pesanti capelli in un berretto blu fatto a maglia. «Hai
detto che volevi che dicessi tutto alla polizia. Non puoi onestamente voler
dire di aspettarti che dica loro che noi... tu... io...» «Mi hai dato tutti i
pronomi», la canzonò lui, immaginando esattamente dove volesse arrivare,
«potresti dirmi un verbo che vi si accordi?» Lei infilò i guanti, appoggiò
bruscamente le mani sui fianchi snelli e gli lanciò un’occhiata di comica
disapprovazione. «Hai decisamente la lingua troppo sciolta, signor
Benedict.» «Devo averla, per starti al passo.» Lei scosse il capo con finto
disgusto e si voltò verso la porta sul retro in fondo al breve corridoio.
Rimpiangendo la propria intempestività, se non la sua risposta, Zack la
raggiunse proprio mentre lei usciva dalla porta. Il cielo era di un azzurro
luminoso e accecante, sopra di loro; era freddo, ma non un freddo pungente, e
il mondo all’esterno sembrava un paese delle meraviglie artico, con alti
cumuli di neve e profondi crateri formati dal vento. «Non intendevo trattare
la tua ultima domanda con indifferenza», spiegò Zack, chiudendo la porta
dietro di sé, e si infilò i guanti, posando cautamente i piedi su un sentiero
creato dal vento con accanto un cumulo di neve alto un metro e mezzo. Julie
si voltò e attese che lui percorresse i pochi passi che li dividevano, ma lui
perse il filo dei suoi pensieri alla meraviglia del suo viso illuminato dal sole.
Con tutti i capelli infilati severamente sotto quel berretto, e senza trucco a
eccezione del rossetto, era una meraviglia da togliere il fiato fatta di pelle di
porcellana trasparente e grandi occhi dallo splendore di zaffiri, incorniciati da
ciglia scure e sopracciglia dalla forma aggraziata. «Naturalmente, non
intendevo che dovessi dire spontaneamente che siamo stati intimi: questa è
una faccenda che non riguarda nessuno, tranne noi.» Appoggiandole le mani
sulle braccia per dare enfasi alle sue parole, disse: «Ascoltami attentamente,
poi voglio lasciar cadere l’argomento una volta per tutte: quando la polizia ti
farà domande sul nostro rapporto, qui, se dovesse accaderti di lasciarti
sfuggire qualcosa che rivelasse che siamo stati intimi, voglio che tu mi
prometta una cosa».
«Che cosa?» chiese Julie, desiderando disperatamente porre fine a quella
discussione, prima che il loro umore si guastasse in modo irreparabile.
«Voglio che tu mi prometta di dirgli che ti ho violentata.» Lei lo guardò a
bocca aperta.
«Sono già stato condannato per omicidio», sottolineò lui, «e, credimi, la mia
reputazione non verrà minimamente imbrattata dall’ulteriore accusa di
violenza carnale. Ma può salvare la tua reputazione, e questo è tutto ciò che
conta. Lo capisci, vero?» disse, studiando lo sguardo assai strano che gli
stava rivolgendo. La sua voce era sommessa e molto, molto dolce. «Sì,
Zack», disse con insolita mansuetudine. «Capisco. Capisco che sei fuori...
di... testa!» Le sue mani lo colpirono in pieno sulle spalle, prendendolo di
sorpresa e facendolo volare all’indietro ad atterrare a braccia e gambe
spiegate in un cumulo di neve alto un metro e mezzo.
«Per che cos’era, questo?» le chiese Zack, lottando per uscire dal profondo
buco creato nel cumulo.
«Questo», gli disse lei con il suo sorriso più angelico, le mani
sui fianchi e le gambe piantate leggermente larghe, «è stato per
aver osato suggerire che avrei anche solo preso in considerazione
di dire a qualcuno che mi hai violentata!»
  CAPITOLO 33.
ZACK si alzò in piedi e si concentrò nel togliersi la neve dai capelli, dalla
giacca e dalle gambe, ma non era immune all’improvvisa allegria che
derivava dal trovarsi all’aperto sotto un luminoso cielo azzurro, circondati da
un paese delle meraviglie invernale fatto di pini ricoperti di neve, e in
compagnia di una giovane donna che era diventata improvvisamente giocosa.
Sorridendo, terminò di pulirsi, poi avanzò contro di lei lento e risoluto. «E’
stato estremamente infantile», la rimproverò.
Lei lo osservava, indietreggiando, passo dopo passo. «Non provarci», disse,
soffocando una risata. «Ti avverto...» Zack si lanciò e Julie si girò
improvvisamente aggrovigliandogli una gamba dietro al ginocchio e dandogli
un forte strattone all’insù. e la cosa successiva che Zack capì, fu che stava di
nuovo capitombolando all’indietro al rallentatore, battendo le braccia come
un’anatra ferita, tentando di recuperare l’equilibrio. Atterrò con un tonfo,
disteso sulla schiena ai suoi piedi, mentre la risata di Julie risuonava tra i pini.
«Questo», lo informò, divertendosi un mondo, «è stato un acconto per avermi
gettato la neve in faccia a quella piazzola di sosta». Era in piedi sopra di lui,
aspettando che si alzasse, ma Zack continuò a restar lì sdraiato, il viso
stranamente pensieroso, gli occhi concentrati sul luminoso cielo azzurro
sopra di lui. «Non... non hai intenzione di alzarti?» gli chiese Julie
ridacchiando, dopo un momento.
Lui girò il capo verso di lei. «Qual è il punto?»
«Non ti ho fatto male, vero?» gli chiese Julie prudentemente.
«Il mio orgoglio è a brandelli. Julie.»
L’improvviso ricordo di tutte le sue parti da duro nei film le
attraversò la mente in un lampo e, all’improvviso, capì perché
era così imbarazzato. Poteva capire che non stava fingendo dal
modo in cui stava lì sdraiato e dal tono teso della sua voce. Evidentemente,
una controfigura che gli somigliava aveva sostenuto
tutte le scazzottate al posto suo nei film, realizzò, sopraffatta
dalla contrizione per aver aggiunto al suo fardello una vendetta
così meschina. «E’ stato stupido da parte mia. Ti prego, alzati.»
Zack socchiuse gli occhi contro il sole e disse con voce tranquilla:
«Hai intenzione di buttarmi di nuovo a terra?» «No. lo prometto, non lo farò.
Hai assolutamente ragione, sono stata infantile.» Gli tese una mano per
aiutarlo, sostenendosi nella fragile eventualità che quello fosse un tranello e
che avesse intenzione di tentare di tirarla a terra, ma lui accettò il suo aiuto
con gratitudine.
«Sono troppo vecchio per queste cose», si lamentò, fregandosi dietro al
ginocchio, e togliendosi di dosso la neve. «Guarda...» disse Julie, ansiosa di
fargli dimenticare il suo imbarazzo, puntando un dito verso il pupazzo di
neve che aveva iniziato il giorno prima. Rivolgendogli un sorriso allegro, gli
spiegò: «Il vento ha fatto un cratere laggiù e la neve non è per niente alta.
Che cosa ne diresti di aiutarmi a rifare un pupazzo?» «Va bene», disse Zack,
e con piacevole sorpresa di Julie, allungò una mano a prendere la sua - due
innamorati che camminavano in mezzo alla neve, tenendosi per mano. «Che
cos’è che mi hai fatto, laggiù?» le chiese con ammirazione. «E’ una specie di
mossa di karaté, oppure era judo? Li confondo sempre.» «Judo», disse lei a
disagio.
«Perché mai non mi hai fatto questo scherzo in quella piazzola di sosta,
invece di scappare?» Julie gli rivolse uno sguardo imbarazzato. «E’ stato mio
fratello Ted a insegnarmi quella particolare mossa, molto tempo fa. Quando
tu mi hai rincorso, quel giorno, sono stata presa dal panico e sono scappata.
Non mi sono neppure ricordata di saperlo fare. Oggi ho deciso di farlo in
anticipo ed è perciò che sono riuscita a farcela così faci...» si interruppe a
metà della parola, cercando, anche se in ritardo, di risparmiare il suo
orgoglio. Avevano raggiunto il pupazzo di neve, e Zack lasciò andare la sua
mano, abbassando lo sguardo su di lei con un sorriso di ammirazione.
«Conosci altre mosse difficili come quella?» Julie ne conosceva diverse altre.
«No, veramente no.» Guardandola ancora sorridente, Zack disse molto
adagio e con molta gentilezza: «Allora, permettimi di insegnartene
un’altra...» Si mosse con tale rapidità, che a Julie sfuggì uno strillo sorpreso
nel momento in cui veniva sollevata da terra, spinta all’indietro in un cumulo
di neve con la giusta quantità di slancio controllato per farla atterrare seduta,
le gambe allungate davanti a lei, illesa.
Julie lo guardò a bocca aperta, ridendo impotente al suo vergognoso volo
nell’aria, poi si rimise in piedi. «Sei davvero terribile», lo rimproverò,
fingendosi concentrata a togliersi la neve di dosso, mentre tentava di pensare
al modo di vendicarsi. Gli voltò le spalle per un secondo, poi si girò e gli
rivolse un sorriso innocente avanzando verso di lui.
«Ne hai avuto abbastanza?» ribatté lui, le mani abbassate lungo i fianchi.
«Sì, hai vinto. Mi arrendo.»
Questa volta, tuttavia, Zack vide lo scintillio in quegli occhi azzurri
seducenti. «Bugiarda», disse ridendo, quando lei cominciò lentamente a
girargli intorno, cercando un punto a cui mirare con il corpo.
Lui stava sorridendo, ma aveva un bagliore pericoloso negli occhi mentre
avanzava decisamente contro di lei. «Non... non fare niente di cui potresti
pentirti...» ridacchiò Julie senza riuscire a trattenersi, tendendo le mani come
per respingerlo, mentre indietreggiava più in fretta. Lui aumentò teatralmente
il passo. «Su, Zack...» disse Julie, ridendo in modo convulso. «Non
azzardarti!» gridò, girandosi per lanciarsi verso i boschi, mentre Zack balzava
su di lei. L’atterrò, afferrandola intorno alla vita prima che lei facesse un
passo, gettandola a terra sulla neve sotto il suo corpo, facendola poi girare
sulla schiena, mettendosi a cavalcioni sulla sua vita. Sogghignando al suo
inutile divincolarsi, le inchiodò i polsi sopra il capo con una mano.
«Monella», disse allegramente, in tono sommesso, mentre Julie
rideva più forte, si contorceva e lottava per riprendere fiato. «Ti
arrendi?»
«Sì, sì, sì!» riuscì a dire Julie. a scatti.
«Di’ ‘Mi arrendo’.»
«Mi arrendo!» disse lei ridacchiando. «Mi arrendo!» «Adesso, chiudi gli
occhi, e dammi un bacio.» Le spalle scosse dalle risate. Julie chiuse gli occhi
e, deliberatamente, gli diede un bacetto infantile. Della neve fredda e umida
ricambiò il suo bacio - in pieno viso. Gliela spiaccicò dappertutto sulle
guance, mentre lei sputacchiava e rideva più forte, poi si rialzò. «Adesso»,
disse, sogghignando come un sultano soddisfatto mentre le tendeva una mano
per aiutarla a rialzarsi, «sei sicura di averne avuto abbastanza?» «Ne ho
abbastanza», disse ridendo Julie, notando in ritardo come apparisse
puerilmente felice e rilassato, dopo ciò che non aveva avuto altro significato
che giocare sulla neve. Le ultime tracce di tensione erano scomparse dal suo
viso attraente e lei provò un misto di tenerezza e di stupore che qualcosa di
così normale come una battaglia con la neve, gli avesse evidentemente dato
così tanto piacere. Naturalmente, a Los Angeles non nevicava, quindi, forse,
era una novità per lui. In ogni caso, si rese conto di una cosa: aveva avuto
assolutamente ragione, quando aveva detto di concentrarsi solo a godere del
presente e di creare dei ricordi per il futuro. Era esattamente ciò di cui aveva
bisogno. Zack avanzò in mezzo alla neve alta tenendola per il braccio per
sostenerla, la mente sul progetto davanti a lui. «Immagino che dobbiamo
dedicarci a questa seria faccenda di pupazzi di neve», annunciò, fermo di
fronte al mucchio informe di neve che era stato il pupazzo originale di Julie,
e studiandolo con le mani sui fianchi, voltandole la schiena, «ora che hai
capito la suprema follia di provocare qualcuno che è tanto più grosso, forte e
saggio di te. Dal momento che, finalmente, ho ottenuto il giusto rispetto da
te, ho alcune idee molto particolari a proposito di questo proge...» Un’enorme
palla di neve lo colpì improvvisamente e irriverentemente sulla nuca.
In cima a una vetta solitaria del Colorado, le risate risuonarono spesso nel
corso di un lungo pomeriggio invernale, allarmando gli scoiattoli che
guardavano dagli alberi, mentre due umani infrangevano la quiete, facendo
capriole sulla neve come dei bambini, dandosi la caccia intorno agli alberi,
lanciando un fuoco di fila di palle di neve e poi si dedicavano al compito di
completare un pupazzo di neve, che quando fu terminato, non somigliava a
nessun altro pupazzo di neve registrato negli annali della storia.
  CAPITOLO 34.
SEDUTI insieme sul divano, con le gambe allungate davanti a loro, i piedi
appoggiati fianco a fianco sul tavolino e una coperta afgana color panna
lavorata ai ferri stesa su di loro, Julie fissò fuori dalla vetrata dall’altra parte
della stanza. Era deliziosamente esausta per la loro giornata all’aria aperta,
per il pranzo abbondante e per il modo perfetto di fare l’amore di Zack.
Anche in quel momento, quando avevano terminato di fare l’amore da molto
tempo e lui era assorto nei propri pensieri, lo sguardo fisso sul camino, notò
che le teneva le braccia intorno alle spalle, stringendola al suo fianco, il capo
sulla sua spalla, come se provasse grande piacere ad averla vicina, e a
toccarla. E questo le piaceva, ma in quel momento la sua mente era sul
pupazzo di neve di Zack, appena fuori dalla parete di vetro. Con le luci del
soggiorno abbassate in un bagliore caldo e il fuoco del camino ridotto in
cenere color arancio, Julie poteva appena scorgerne la sagoma in ombra di
profilo. Zack era incredibilmente creativo e geniale, pensò con un sorriso,
cosa che non avrebbe dovuto sorprenderla, vista la sua carriera
cinematografica. Ma anche così, un pupazzo di neve avrebbe dovuto
sembrare un pupazzo di neve, non un malizioso dinosauro mutante.
«A che cosa stai pensando?» chiese lui, sfiorandole la sommità del capo con
le labbra in un bacio leggero.
Julie sollevò il mento per vedergli il volto e fece un largo sorriso. «Al tuo
pupazzo di neve. Nessuno ti ha mai detto che un pupazzo di neve deve essere
allegro?» «Quello», la corresse lui con aria orgogliosa e infantile, studiandolo
attraverso la finestra, «è un mostro di neve.» «Sembra una cosa che avrebbe
potuto immaginare Stephen King. Che tipo di infanzia depravata hai avuto?»
lo stuzzicò lei. «Depravata», le confermò Zack, sorridendo e stringendo il
braccio intorno a lei. Gli sembrava di non riuscire ad averne abbastanza di
lei, a letto o fuori, e quella era un’esperienza senza precedenti per lui. Si
adattava alla curva del suo braccio come se fosse stata fatta per lui; a letto,
era una seduttrice, un angelo e una cortigiana. Riusciva a portarlo a vette di
passione inaudite con una parola, uno sguardo, un tocco. Fuori dal letto, era
divertente, affascinante, testarda, spiritosa, e intelligente. Poteva farlo
arrabbiare con una parola e poi disarmarlo con un sorriso. Era naturalmente
raffinata, priva di pretese e talmente piena di vita e d’amore che a volte lo
incantava, come quando parlava dei suoi allievi.
Lui aveva nove anni più di Julie ed era centinaia di volte più duro di lei,
eppure qualcosa in lei lo addolciva e gli faceva provare piacere a esserlo, ed
entrambe erano nuove esperienze per lui. Prima di andare in prigione diverse
donne gli avevano detto che sembrava una macchina e una di loro aveva
esteso quell’analogia a una definizione: aveva detto che si accendeva per il
sesso e poi si spegneva per tutto il resto, eccettuato il suo lavoro. Nel corso di
una delle loro frequenti discussioni, Rachel gli aveva detto che avrebbe
potuto affascinare un serpente e che era proprio freddo come uno di loro.
D’altra parte, Zack non aveva mai conosciuto una donna nella sua vita adulta,
inclusa Rachel, il cui interesse principale non fosse la propria carriera e ciò
che lui poteva fare al riguardo. Quando si aggiungeva questo a tutti gli altri
ciarlatani e parassiti che aveva dovuto sopportare dal momento in cui era
arrivato a Hollywood, non era particolarmente sorprendente che fosse
diventato cinico, disilluso, e insensibile. No, pensò Zack, quello non era vero.
La verità era che lui era già così quando era arrivato a Los Angeles -
abbastanza insensibile e freddo da riuscire a voltare le spalle alla sua vecchia
vita, alla sua famiglia e anche al proprio nome, quando aveva solo diciotto
anni. Abbastanza da scacciare tutto dalla sua mente e non guardare mai
indietro o discuterne con qualcuno. La sua famiglia, e il suo passato, erano
realtà morte che lui aveva sepolto permanentemente e irrevocabilmente
diciassette anni prima.
«Zack?»
Il semplice suono della voce di Julie che pronunciava il suo nome ebbe un
effetto magico su di lui; il suo nome sembrava speciale, diverso. «Mmm?»
«Ti rendi conto che non so molto di te, anche se siamo... ehm... siamo
stati...» Julie si interruppe, dubitando che fosse presumere troppo usare la
parola «amanti».
Zack sentì l’imbarazzata insicurezza nella sua voce e sorrise perché
immaginò che stesse probabilmente cercando una parola compassata e
adeguata - quindi, del tutto impropria - da usare per descrivere la sfrenata
passione che avevano condiviso. Le sorrise tra i capelli e disse: «Che cosa
preferisci, una parola o una frase?» «Non essere così compito. Si da il caso
che sia qualificata a insegnare educazione sessuale fino al livello delle scuole
medie inferiori.» «Allora, qual è il problema?» chiese ridacchiando Zack. La
risposta di Julie spense la sua risata, gli tolse il respiro e lo fece sciogliere
completamente. «Per qualche ragione», disse lei, studiandosi attentamente le
mani sul grembo, «la definizione rapporto sessuale mi sembra del tutto
sbagliata per descrivere una cosa che è così... così dolce, quando la facciamo.
E così intensa.
E così profonda.»
Zack appoggiò il capo contro lo schienale del divano e chiuse gli occhi,
cercando di riprendersi, chiedendosi perché lei avesse quell’effetto
irragionevole su di lui. Un momento dopo riuscì a dire con una voce quasi
normale: «Come ti sembra il termine amanti?» «Amanti», acconsentì lei,
annuendo con il capo diverse volte.
«Ciò che stavo tentando di spiegarti è che benché siamo stati
amanti, in realtà non so niente di te.»
«Che cosa vorresti sapere?»
«Bene, tanto per cominciare, Zachary Benedict è il tuo vero nome, oppure lo
hai cambiato quando hai cominciato a fare dei film?» «Zachary era il mio
primo nome. Benedict era il secondo, ma non il mio cognome, finché non
l’ho fatto cambiare legalmente a diciotto anni.» «Davvero?» Julie voltò il
capo e la sua morbida guancia gli sfiorò il braccio mentre alzava gli occhi a
guardarlo. Anche con gli occhi chiusi Zack poteva avvertire che lo stava
guardando, sentire il suo sorriso curioso e, aspettando l’inevitabile domanda
che sapeva sarebbe seguita, ricordò altre cose...
«Non ti avrei mai detto di no, Zack.»
«Come osi suggerire che prenderei mai in considerazione di dire a qualcuno
che mi hai violentata?» «Rapporto sessuale, mi sembra del tutto sbagliato per
descrivere una cosa così... così dolce, quando lo facciamo. E così intensa.
E così profonda.»
La sua voce si intromise nei suoi ricordi: «Qual era il tuo cognome, prima
che lo cambiassi in Benedict?» Era esattamente la domanda che si era
aspettato, quella cui non aveva mai risposto per nessuno. «Stanhope.» «Che
bel nome! Perché lo hai cambiato?» Julie vide la tensione sulla sua
mandibola e, quando lui aprì gli occhi, fu sbalordita dalla dura espressione
nel suo sguardo.
«E’ una lunga storia», disse lui, bruscamente.
«Oh», disse Julie. e decise che doveva essere una storia piuttosto sgradevole,
che era meglio lasciar stare del tutto, per il momento.
Invece, disse la prima cosa che le venne in mente per distrarlo:
«Conosco già molte cose sulla tua giovinezza, perché i miei fratelli maggiori
erano tuoi entusiasti ammiratori, a quel tempo».
Zack abbassò gli occhi a guardarla, ben cosciente che aveva accantonato la
sua naturale curiosità sulla sua lunga storia, e questo riscaldò il gelo che lo
aveva preso quando aveva pronunciato il nome Stanhope. «Davvero, lo
erano?» la canzonò. Julie annuì, soddisfatta e sollevata che il suo
cambiamento di argomento avesse funzionato così in fretta. «Poiché lo erano,
so che sei cresciuto da solo, viaggiando per il paese con i rodei a prendere al
laccio i buoi e vivendo nei ranch a domare cavalli... ho detto qualcosa di
buffo?» «A rischio di rovinare tutte le tue illusioni, principessa», disse Zack,
ridacchiando, «quelle storie sono tutti prodotti dell’immaginazione troppo
attiva dell’ufficio pubblicitario dello studio. La verità è che preferirei passare
due giorni su un autobus ad alta velocità, piuttosto che due ore sul dorso di un
cavallo. Se c’è una cosa a questo mondo che detesto più dei cavalli, sono le
vacche.
Giovenche, voglio dire.»
«Le vacche!» borbottò lei, e la sua risata contagiosa risuonò come musica,
alleggerendo il suo cuore mentre si spostava sul divano a guardare verso di
lui, tirando su le ginocchia contro il petto. Avvolgendo le braccia intorno a
esse, lo studiò con affascinato interesse.
«Che cosa mi dici di te?» la stuzzicò Zack, allungando la mano a prendere il
suo bicchiere di brandy sul tavolo, tentando di impedirle distraendola di fargli
la successiva domanda inevitabile. «Mathison, è il cognome con cui sei nata,
oppure l’hai cambiato?» «Non sono nata con un cognome.» Zack si fermò
nell’atto di deglutire il brandy. «Che cosa?» «In realtà sono stata trovata in
una scatola di cartone sopra un bidone della spazzatura, in un vicolo cieco,
avvolta in un asciugamano. Il portiere che mi trovò, mi portò in casa da sua
moglie finché non fui riscaldata abbastanza da essere portata di nuovo fuori,
in ospedale. Pensò che dovessi essere chiamata come sua moglie, che aveva
badato a me quel giorno, così mi chiamarono Julie.» «Mio Dio», disse Zack,
tentando di non apparire inorridito come si sentiva.
«Sono stata fortunata! Avrebbe potuto essere molto, molto peggio.» Zack era
così sbigottito, che non si accorse dell’allegria nei suoi occhi incantevoli.
«Il nome di sua moglie avrebbe potuto essere Matilda. Oppure,
Gertrude. O Guglielmina. Un tempo avevo degli incubi a
proposito di venir chiamata Guglielmina.»
Zack lo sentì accadere di nuovo, quell’improvvisa stretta al
cuore particolare, quell’impiegabile dolore al petto, quando lei
sorrideva in quel modo. «Comunque, questa storia ha un lieto
fine», disse, tentando di rassicurare se stesso, il che sembrava ridicolo
anche a lui, così in ritardo. «Sei stata adottata dai Mathison,
giusto?» Quando lei annuì, Zack concluse. «E si sono guadagnati
una splendida bambina da amare.»
«Non proprio.»
«Come?» disse lui di nuovo, sentendosi stupido e stordito. «Ciò che in realtà
si guadagnarono i Mathison era una ragazzina undicenne che cercava già di
imbarcarsi in una vita criminale per le strade di Chicago, aiutata e
spalleggiata da alcuni ragazzi un po’ più grandi di me, che mi mostrarono
certi... ah... trucchi. A dire la verità», aggiunse allegramente, «credo che
avrei avuto una carriera piuttosto illustre.» Tese la mano e agitò le lunghe
dita verso di lui, spiegandogli: «Avevo delle dita molto svelte.
Prensili.»
«Rubavi?»
«Sì, e sono stata arrestata quando avevo undici anni.» «Per aver rubato?»
«Certamente no», disse lei, con aria offesa. «Ero troppo svelta, per venire
pizzicata. Sono stata arrestata con una falsa accusa.» Zack la guardò a bocca
aperta. Il solo sentirla usare il gergo della strada, gli faceva venire voglia di
scuotere il capo per schiarirsi le idee. Eppure, l’immaginazione finemente
acuita che lo aveva reso un regista di successo, era già al lavoro,
visualizzandola come probabilmente era stata da ragazzina: piccola ed esile,
decise, a causa dell’alimentazione povera... un viso da monella dominato da
quei suoi grandi occhi da Bambi... il mento piccolo e ostinato... capelli scuri,
corti e ispidi per la trascuratezza... petulante. Pronta a lottare e ad affrontare
il duro e crudele mondo...
Pronta a prendersi a cuore un ex detenuto...
Pronta a cambiare idea e a restare con lui a dispetto di tutto ciò che era
diventata, perché credeva in lui, ora... Preso tra il divertimento, la tenerezza
e lo stupore, Zack le rivolse uno sguardo contrito. «Mi sono lasciato
trasportare dalla fantasia.» «Credo bene!» disse Julie con un sorriso
capriccioso e furbo. «Che cosa stavi facendo, quando sei stata arrestata?»
Lei gli lanciò una lunga occhiata divertita. «Dei ragazzi più grandi, mi
stavano gentilmente mostrando una tecnica che sarebbe stata estremamente
utile dovendo avere a che fare con te. Solo che quando l’ho provata con la
Blazer, ieri, non riuscivo a ricordare esattamente come fosse.» «Scusa?»
disse Zack. interdetto.
«Ho tentato di avviare la Blazer provocando un corto circuito, ieri.»
L’esplosione di risa di Zack rimbalzò contro il soffitto, e prima che Julie
potesse reagire, la circondò con le braccia, l’attirò vicina a sé e affondò il
viso ridente tra i suoi capelli. «Che Dio mi aiuti», mormorò. «Nessuno,
tranne me, poteva riuscire a rapire la figlia di un pastore che sa anche avviare
una macchina, provocando un corto circuito.» «Sono sicura che ci sarei
riuscita, ieri, se non avessi dovuto fermarmi ogni due minuti per apparire
davanti alla tua finestra», lo informò, e lui rise più forte.
Immoderatamente compiaciuta di riuscire a farlo ridere così, Julie gli
appoggiò il capo contro il petto, ma non appena Zack smise di ridere, disse:
«Ora. tocca a te. Dove sei cresciuto veramente, se non è stato nei ranch, e
tutto il resto?» Zack sollevò lentamente il volto dai suoi capelli profumati, e
le piegò il mento all’insù. «Ridgemont. In Pennsylvania.» «E?» lo incitò,
confusa dalla strana impressione che lui desse un significato particolare al
rispondere a quella domanda. «E», disse Zack, guardandola negli occhi
stupiti, «gli Stanhope posseggono, laggiù, una grande compagnia
manifatturiera che è stata la spina dorsale economica di Ridgemont e di
diverse comunità vicine, per circa un secolo.» Lei scosse il capo con
disgusto. «Eri ricco! Tutte quelle storie sul fatto che eri cresciuto da solo,
senza famiglia, mantenendoti con i circuiti dei rodei - questo è del tutto
disonesto. I miei fratelli credevano a quelle cose!» «Chiedo scusa per aver
ingannato i tuoi fratelli», disse lui, ridacchiando alla sua espressione
indignata. «La verità è che non sapevo che cosa avesse inventato su di me
l’ufficio pubblicitario, finché non l’ho letto io stesso sulle riviste e poi è stato
troppo tardi per fare storie. Comunque, ho lasciato Ridgemont quando non
avevo ancora diciannove anni, dopodiché mi sono mantenuto da solo.» Julie
voleva chiedergli perché avesse lasciato casa sua, ma si attenne
all’essenziale, per il momento.
«Hai fratelli e sorelle?»
«Avevo due fratelli e una sorella.»
«Che cosa vuoi dire con avevo?»
«Voglio dire molte cose, immagino», disse lui con un sospiro, riappoggiando
il capo all’indietro contro il divano, sentendo che lei si spostava, tornando
alla loro posizione di prima. «Se preferisci non parlarne, per qualche
ragione», disse Julie, sensibile ai suoi mutamenti d’umore, «non è necessario
che tu lo faccia.» Zack sapeva che le avrebbe raccontato tutto, ma non voleva
esaminare la miriade di sensazioni che lo stavano spingendo a farlo. Strinse
le braccia intorno a lei e Julie si spostò più vicina, il viso parzialmente sul suo
petto. «Non ho mai parlato di questo con nessuno, prima, benché Dio sa che
mi è stato chiesto migliaia di volte. Non è poi una storia così lunga o
interessante, ma se ti sembro insolito, è perché è molto spiacevole per me e
perché mi sento un po’ strano a discuterne per la prima volta in diciassette
anni.» Julie rimase in silenzio, stupita e lusingata che avesse intenzione di
raccontarla a lei.
«I miei genitori morirono in uno scontro automobilistico, quando avevo dieci
anni», cominciò, «e i miei due fratelli, mia sorella e io siamo stati allevati dai
nostri nonni - quando non eravamo via in collegio, cioè. C’era un anno di
differenza tra ognuno di noi. Justin era il più vecchio, io ero il secondo, poi
venivano Elizabeth e Alex. Justin era...» Zack fece una pausa, cercando di
trovare il termine giusto, senza riuscirci. «Era un grande marinaio, e
diversamente dalla maggior parte dei fratelli maggiori, era sempre disposto a
permettermi di stargli appiccicato dovunque andasse. Era... gentile. Si è
ucciso quando aveva diciotto anni.» Julie non riuscì a impedirsi di trattenere
il fiato inorridita.
«Mio Dio, ma perché?»
Il petto di Zack si sollevò sotto la sua guancia, mentre lui inspirava il fiato e
poi, lentamente, lo rilasciava. «Era omosessuale. Nessuno lo sapeva. Tranne
io. Me lo disse meno di un’ora prima di farsi saltare le cervella.» Quando
cadde in silenzio, Julie disse: «Non avrebbe potuto parlarne con qualcuno,
ottenere un po’ di appoggio dalla propria famiglia?» Zack fece una breve e
torva risata. «Mia nonna era una Harrison e veniva da una lunga discendenza
di persone rigidamente integre, con principi assurdamente elevati per se stessi
e per tutti gli altri. Avrebbero considerato Justin un pervertito, un mostro, e
gli avrebbero girato pubblicamente le spalle, se non avesse abiurato
all’istante. Gli Stanhope, d’altra parte, sono sempre stati completamente
l’opposto: sconsiderati, irresponsabili, affascinanti, amanti del divertimento,
e deboli. Ma la caratteristica più notevole, quella che si è tramandata più
fedelmente per tutta la discendenza maschile, è che gli uomini Stanhope sono
dei donnaioli. Da sempre. La loro lussuria è leggendaria in quella parte della
Pennsylvania ed è un tratto di cui tutti sono stati estremamente orgogliosi.
Incluso, e in modo particolare, mio nonno. Per farti un esempio inoffensivo,
quando i miei fratelli e io abbiamo compiuto i dodici anni, mio nonno ci
diede una prostituta come regalo di compleanno. Organizzò un piccolo
ricevimento privato in casa, e la prostituta che aveva scelto venne condotta lì
a partecipare alla festa per salire poi al piano di sopra con il festeggiato.»
«Che cosa ne pensava di questo tua nonna?» disse Julie con disgusto.
«Dov’era, lei?» «Mia nonna era da qualche parte in casa, ma sapeva di non
poter cambiare o fermare le cose, quindi teneva dritto il capo meglio che
poteva e fingeva di non sapere ciò che stava accadendo. E trattava il
comportamento da cascamorto del nonno, allo stesso modo.» Zack divenne
silenzioso e Julie pensò che non avesse intenzione di dire altro, ma poi lui
aggiunse: «Mio nonno morì un anno dopo Justin e riuscì ancora a lasciarle
uno strascico di umiliazione. Stava volando in Messico con il proprio aereo e
c’era una splendida e giovane indossatrice insieme a lui, quando precipitò».
«Perché tuo nonno non ha semplicemente divorziato, se non gli importava di
lei?» «Ho fatto questa stessa domanda a mio nonno, l’estate prima di andare a
Vale. Lui e io stavamo celebrando la mia futura carriera universitaria,
ubriacandoci insieme nel suo studio. Invece di dirmi di badare agli affari
miei, aveva già bevuto abbastanza da dirmi la verità, ma non tanto da non
essere lucido.» Allungò la mano a prendere il suo brandy e buttò giù ciò che
restava come se tentasse di togliere il sapore delle sue parole, poi fissò
distrattamente il bicchiere vuoto.
«Che cosa ti disse?», chiese Julie, alla fine.
Lui le diede un’occhiata come se avesse quasi dimenticato che lei era lì. «Mi
disse che mia nonna era l’unica donna al mondo che avesse mai amato. Tutti
pensavano che l’avesse sposata per fondere la fortuna degli Harrison con ciò
che restava della sua, specialmente perché mia nonna era ben lungi
dall’essere bella, ma mio nonno disse che non era vero, e gli ho creduto.
Veramente, quando mia nonna è invecchiata, è diventata ciò che a volte si
dice una bella donna, dall’aria molto aristocratica.» Si interruppe di nuovo, e
Julie disse con disgusto. «Perché gli hai creduto? Voglio dire, se l’avesse
amata, penso che non l’avrebbe tradita in questo modo.» Un sorriso
sardonico gli increspò le labbra. «Avresti dovuto conoscere mia nonna.
Nessuno riusciva a soddisfare i suoi alti principi, meno di tutti il mio
avventato nonno, e lui lo sapeva. Mi disse di essersi semplicemente arreso e
di aver smesso di tentare di farlo poco dopo il loro matrimonio. L’unico di
noi che mia nonna abbia mai veramente approvato era Justin. Lo adorava.
Vedi», spiegò con un tono che si avvicinava al genuino divertimento, «Justin
era l’unico maschio dell’intera famiglia che assomigliasse un poco alla sua
gente. Il resto di noi, incluso mio padre, avevano tutti l’altezza e i lineamenti
degli Stanhope - io, in particolare. Si è dato il caso che fossi l’esatto duplicato
di mio nonno, cosa che, come puoi immaginare, non mi ha minimamente
accattivato la simpatia di mia nonna.» Julie pensò che quella fosse la cosa più
assurdamente prevenuta che avesse mai sentito, ma decise di tenere le proprie
opinioni per se stessa e disse: «Se tua nonna voleva così tanto bene a Justin,
sono certa che lo avrebbe aiutato, se lui le avesse detto di essere
omosessuale».
«Nemmeno per sogno! Lei disprezzava la debolezza, qualsiasi tipo di
debolezza. La sua dichiarazione l’avrebbe disgustata e distrutta.» Le lanciò
un’occhiata ironica e aggiunse: «Se consideri tutto questo, di sicuro si è
sposata con la famiglia sbagliata. Come ti ho accennato prima, gli Stanhope
abbondavano di ogni genere di debolezza. Bevevano troppo, guidavano
troppo veloce, sperperavano il proprio denaro e poi sposavano persone che ne
avevano abbastanza da rinvigorire le loro fortune in declino. Divertirsi era il
loro principale e unico svago. Non si preoccupavano mai del domani, né si
curavano minimamente di qualcuno a parte se stessi, neppure i miei genitori
che morirono tornando a casa ubriachi da una festa, guidando a oltre cento
miglia all’ora su una strada coperta di neve. Avevano quattro figli che
avevano bisogno di loro, ma questo non li fece rallentare».
«Alex ed Elizabeth somigliano ai tuoi genitori?»
Zack rispose in tono realistico, privo di critica: «Alex ed Elizabeth
possedevano le solite debolezze, e gli eccessi, degli Stanhope. Verso i sedici
anni, facevano entrambi un pesante uso di droga e di alcol. Elizabeth aveva
già avuto un aborto. Alex era stato arrestato due volte - e naturalmente
rilasciato con la fedina penale pulita - per droga e gioco d’azzardo. Per essere
onesti nei loro confronti, non c’era nessuno che cercasse di prendersi cura di
loro. Mia nonna l’avrebbe fatto, ma anche se avesse tentato non sarebbe
servito a niente, perché eravamo a casa solo per un paio di mesi durante
l’estate. Su insistenza di mio nonno, passavamo il resto dell’anno in scuole
private esclusive. A nessuno interessa davvero qualcosa di ciò che fai, in
quelle scuole, purché tu non venga sorpreso e gli causi dei guai».
«Quindi, probabilmente tua nonna non approvava tua sorella e tuo fratello,
non è così?» «Esatto! E neppure loro avevano simpatia per lei, credimi.
Anche se mia nonna pensava che avrebbero avuto delle possibilità, se
avessero potuto esser presi in tempo sotto controllo.» Julie aveva assorbito
ogni parola che aveva detto fino a quel momento; di più, aveva assorbito ogni
sottile sfumatura della sua voce e della sua espressione. Anche se Zack aveva
invariabilmente incluso se stesso, quando discuteva delle «debolezze» degli
Stanhope, lei aveva afferrato il disprezzo che segnava la sua voce quando
parlava di loro. «E che cosa mi dici di te?» chiese, guardinga. «Che cosa
provavi per lei?» Zack la guardò aggrottando le ciglia con sfida. «Che cosa ti
fa pensare che provassi per lei qualcosa di diverso da Alex ed Elizabeth?»
Julie non evase la domanda. «L’ho intuito.» Zack fece un cenno di silenziosa
approvazione per la sua acutezza.
«Veramente, l’ammiravo. Come ti ho detto, lei aveva dei
principi assurdamente elevati per noi, ma almeno lei aveva dei
principi. Ti faceva desiderare di tentare di essere qualcosa di meglio
di ciò che eri. Non che riuscissi mai a soddisfarla. Solo Justin
era in grado di farlo.»
«Mi hai detto che cosa pensava tua nonna dei tuoi fratelli e di
tua sorella. Che cosa pensava invece di te?»
«Pensava che fossi l’immagine di mio nonno.»
«Di aspetto», lo corresse Julie.
«Qual è la differenza?» disse lui bruscamente.
Julie aveva la sensazione di addentrarsi in un territorio proibito, ma fece
comunque il salto. Con tranquilla fermezza disse:
«Penso che tu debba conoscere la differenza, anche se lei non se n’è accorta.
Forse somigliavi a tuo nonno, ma non eri per nulla come lui. Eri come lei.
Justin le somigliava fisicamente. ma non era come lei. Tu lo eri».
Quando Zack non riuscì a farle ritrattare la sua opinione con uno sguardo
inorridito, disse caustico: «Sei terribilmente sicura della tua opinione, per
essere una bambina di ventisei anni». «Bella tattica», rispose lei, con l’aria
impressionata e adeguandosi perfettamente al suo tono. «Se non riesci a
ingannare, metti in ridicolo.» «Touché», mormorò lui dolcemente, chinando
il capo per baciarla. «E», continuò lei, girando il capo in modo che l’unico
bersaglio a disposizione di Zack fosse la sua guancia, «se fallisci nel mettere
in ridicolo, tenti di distrarre.» La sua risatina era piena e profonda, mentre lui
le prendeva il mento tra il pollice e l’indice e le inclinava con fermezza la
bocca all’insù verso la propria. «Sai», disse con un lento sorriso, «puoi
diventare una vera spina nel fianco.» «Oh, ti prego, no... non ricorrere
all’adulazione, ora», disse Julie ridendo, impedendogli efficacemente di
baciarla. «Lo sai che perdo la testa, quando mi dici cose dolci. Che cosa è
stato a farti andare via di casa?» Zack le coprì le labbra ridenti con le sue.
«Una spina nel fianco di prima classe.» Julie si piegò alla sconfitta.
Facendogli scivolare le mani sulle spalle, si arrese alla esigente persuasione
del suo bacio, mettendoci il cuore e l’anima, sentendo che per quanto lei
desse, lui le dava in cambio di più.
Quando finalmente la lasciò andare, si aspettava che le suggerisse di andare a
letto. Invece disse: «Dal momento che non riesco a metterti nel sacco,
immagino di doverti una risposta sul perché me ne sono andato di casa.
Dopodiché, vorrei lasciar cadere del tutto l’argomento del mio retroterra
sociale, sempreché la tua curiosità sia soddisfatta».
Julie non pensava di poter mai sapere abbastanza di lui da essere
soddisfatta, ma capiva i suoi sentimenti riguardo a quel particolare
argomento. Quando annuì, Zack spiegò: «Mio nonno
morì durante il mio primo anno di università, lasciando a mia
nonna il controllo completo del suo patrimonio. Lei convocò
Alex, che allora aveva sedici anni, Elizabeth, che ne aveva diciassette,
e me, a casa durante le vacanze estive e tenne un piccolo
raduno per le quattro, sul terrazzo. Per farla semplice, disse
ad Alex e a Elizabeth che li avrebbe tolti dalle loro scuole private,
mandandoli a quelle locali e riducendo la loro somma per le
piccole spese. E disse loro che se solo avessero infranto una delle
sue regole circa la droga. l’alcool, la promiscuità, e via dicendo,
li avrebbe buttati fuori di casa, diseredandoli. Per apprezzare in
pieno l’impatto di questo fatto, devi renderti conto che eravamo
abituati ad avere a nostra disposizione delle riserve di denaro
senza fine». Scosse il capo, con un lieve sorriso. «Non dimenticherò
mai l’espressione sul viso di Alex e di Elizabeth, quel
giorno.»
«Dunque, accettarono la sua decisione?»
«Certo che l’accettarono. Quale alternativa al mondo avevano? Oltre ad
amare molto l’avere e lo spendere denaro, non erano adatti a fare niente per
guadagnarsi un centesimo, da soli, e loro lo sapevano.» «Ma tu non hai
accettato il suo patto, così te ne sei andato di casa», tirò a indovinare Julie,
con un breve sorriso. Il volto di Zack assunse l’aspetto di una maschera -
accuratamente assente, volutamente inespressivo. «Questo non è stato il patto
che mi ha offerto.» Dopo un prolungato momento di silenzio, aggiunse: «Mi
disse di andarmene di casa e di non tornare mai più. Disse a mio fratello e a
mia sorella che se avessero mai tentato di mettersi in contatto con me, o se mi
avessero permesso di mettermi in contatto con loro, anche loro sarebbero stati
esclusi. Da quel momento ero stato ripudiato per sempre. Così le consegnai le
chiavi della macchina - su sua richiesta - e discesi il viale d’ingresso e la
collina, fino alla strada principale. Avevo circa cinquanta dollari sul mio
conto corrente nel Connecticut e gli abiti che indossavo quel giorno. Qualche
ora più tardi chiesi un passaggio a un camion che per caso era carico di arredi
scenici diretti agli Studi dell’Empire e finii a Los Angeles. L’autista era una
brava persona e mise una buona parola per me all’Empire. Mi offrirono un
lavoro alla banchina di carico, dove lavorai finché un regista idiota si accorse
in ritardo che gli occorrevano altre comparse per una scena che stava girando
in uno studio secondario. Feci il mio debutto cinematografico quel giorno,
tornai all’università alla use, presi la laurea e continuai a fare film. Fine della
storia».
«Ma perché tua nonna ha fatto questo a te e non a tuo fratello o a tua
sorella?» chiese Julie, tentando di non sembrare colpita come si sentiva.
«Sono certo che lei pensasse di avere le sue ragioni», disse lui, stringendosi
nelle spalle. «Come ti ho detto, le ricordavo mio nonno e tutto ciò che lui le
aveva fatto.» «E non hai mai... non hai mai più avuto notizie di tuo fratello e
di tua sorella, dopo questo? Non hai mai tentato di metterti in contatto con
loro in segreto, o loro con te?» Aveva la sensazione che di tutto ciò che aveva
detto l’argomento che riguardava suo fratello e sua sorella fosse quello che
trovava più doloroso. «Mandai a ognuno dei due una lettera con il mio
indirizzo, quando il mio primo film stava per essere distribuito.
Pensavo che loro potessero...»
«Essere orgogliosi», pensò Julie, quando lui cadde in silenzio.
«Essere felici per te. Risponderà.»
Capì dall’espressione fredda e assente sul suo volto che niente di tutto quello
era accaduto, ma doveva saperlo con sicurezza. Capiva di più di lui, ogni
momento che passava. «Ti hanno risposto?» «No. E non ho mai più tentato di
mettermi in contatto con loro.» «Ma, e se tua nonna avesse intercettato la loro
posta e non avessero mai ricevuto le tue lettere?» «Le hanno ricevute.
Condividevano un appartamento, e frequentavano un college del posto, a
quell’epoca.» «Oh, ma Zack. erano così giovani e, l’hai detto tu stesso,
deboli.
Tu eri di gran lunga più vecchio e più saggio. Non avresti
potuto aspettare fino a quando fossero cresciuti un po’ e dar loro
una seconda possibilità?»
Per qualche motivo quel suggerimento la mise all’istante al di
là di ogni limite di sopportazione e la sua voce assunse un tono
gelidamente e mortalmente definitivo. «Nessuno», disse, «ottiene
una seconda possibilità da me, Julie. Mai.»
«Ma...»
«Sono morti per me.»
«Questo è ridicolo! Stai perdendo, quanto perdono loro. Non
puoi passare la vita bruciando ponti, invece di ripararli. E’ autolesionistico
e, in questo caso, del tutto ingiusto.»
«E anche la fine di questa discussione!»
La sua voce aveva un tono pericolosamente aspro, ma Julie rifiutò
di tirarsi indietro. «Penso che tu sia molto più simile a tua
nonna di quanto non credi.»
«Stai forzando la tua sorte, donna.»
Julie si ritrasse fisicamente al tono sferzante della sua voce. Senza parlare, si
alzò, raccolse i bicchieri vuoti e li portò in cucina, allarmata da quel nuovo
aspetto di Zack, dalla vena di inesorabile definitività che gli permetteva di
eliminare le persone dalla sua vita senza uno sguardo all’indietro. Non era
tanto ciò che aveva detto, era il modo e l’espressione sul suo volto! Quando
l’aveva presa in ostaggio, all’inizio, tutte le sue azioni e tutte le sue parole
erano state motivate dalla necessità e dalla disperazione, mai da ingiustificata
durezza, e lei lo aveva capito. Ma fino a pochi minuti prima - quando aveva
sentito la minaccia nella sua voce e gliela aveva vista sul viso - non era mai
riuscita a capire come qualcuno potesse pensare che Zachary Benedict fosse
abbastanza spietato da commettere un omicidio, ma se altri lo avevano visto
in queste condizioni, poteva ben immaginarlo. Più che mai chiaramente,
Julie si rese conto che sebbene fossero stati intimi a letto, erano ancora
virtualmente degli estranei. Entrò nella sua camera per prendere qualcosa da
mettersi per dormire, accese le luci a soffitto e si cambiò nel suo bagno. Era
così preoccupata che invece di andare immediatamente nella camera di Zack,
si sedette sul suo letto, persa nei propri pensieri. Diversi minuti più tardi,
sobbalzò girando di scatto il capo, quando lui le diede un avvertimento:
«Questa è una decisione veramente poco saggia da parte tua, Julie. Ti
consiglio di riconsiderarla attentamente».
Era fermo sulla porta, le spalle appoggiate contro lo stipite, le braccia
incrociate sul petto, il volto impassibile. Julie non aveva idea di quale
decisione parlasse e benché avesse ancora un’aria distaccata, non sembrava,
né aveva il tono dello spettro sinistro che le era sembrato nel soggiorno
soffusamente illuminato. Si alzò e si avviò lentamente verso di lui, incerta,
scrutandogli il volto. «Questo sarebbe il tuo modo di chiedere scusa?» «Non
sapevo di avere qualcosa di cui scusarmi.» L’arroganza della sua
affermazione era così tipica di lui, che Julie quasi rise. «Prova la parola
scortese, e vedi se questa ti dice qualcosa.» «Sono stato scortese? Non
intendevo esserlo. Ti ho avvertita che la discussione sarebbe stata
estremamente sgradevole per me, ma hai voluto farla comunque.» Sembrava
che pensasse sinceramente di essere stato ingiustamente calunniato, ma lei
insistette comunque. «Capisco», disse, fermandosi davanti a lui. «Allora, è
tutta colpa mia, in realtà?» «Deve esserlo. A qualunque cosa ti riferisca.»
«Non lo sai, vero? Sei del tutto ignaro del fatto che il tuo tono di voce con
me, là dentro, era...» cercò il termine giusto e si contentò di qualcosa che non
era del tutto adatto, «...freddo, duro e inutilmente sgradevole.» Lui alzò le
spalle con un’indifferenza che Julie sospettava fosse in parte simulata: «Non
sei la prima donna ad accusarmi di essere tutte quelle cose, e molto di più. Mi
rimetto al tuo giudizio.
Sono freddo, duro, e...»
«Sgradevole», gli suggerì Julie, chinando il capo, cercando di non ridere di
quanto apparisse ridicola, ora, tutta quella discussione. Zack aveva rischiato
la sua vita per salvarla e aveva desiderato morire quando aveva creduto di
aver fallito. Era tutto tranne che freddo e duro. Le altre donne avevano avuto
torto. La sua risata svanì bruscamente e provò un acuto rimorso per ciò che
aveva detto, e per ciò che avevano detto tutte loro. Zack non riusciva a
decidere se lei avesse avuto davvero intenzione di rendergli la pariglia per
qualche offesa immaginaria, dormendo lì da sola, cosa che lo aveva irritato
inizialmente, oppure se fosse innocente di tutta quella nauseante tattica
femminile. «Sgradevole», convenne bruscamente, in ritardo, desiderando che
alzasse gli occhi in modo da poterla guardare bene. «Zack», disse lei,
guardandogli il mento. «La prossima volta che una donna ti dirà che sei una
di quelle cose, dille di guardare molto più attentamente.» Alzò gli occhi nei
suoi e disse con dolcezza:
«Se lo farà, penso che vedrà un raro tipo di nobiltà e una straordinaria
gentilezza».
Zack sciolse lentamente le braccia, del tutto colto alla sprovvista, sentendosi
capovolgere il cuore proprio come faceva sempre quando lei lo guardava in
quel modo.
«Non voglio insinuare che tu non sia anche dispotico, dittatoriale e arrogante,
capisci...» aggiunse con una risata soffocata. «Ma ti piaccio ugualmente», la
canzonò lui, sfiorandole la guancia con le nocche della mano, disarmato,
innocuo e assurdamente sollevato. «Nonostante tutto questo.» «Aggiungi
vanitoso al mio elenco», disse Julie, facendo dello spirito e lui l’attirò stretta
tra le sue braccia. «Julie», mormorò, chinando il capo a baciarla, «piantala.»
«E anche imperioso!» affermò lei contro le sue labbra.
Zack si mise a ridere. Julie era l’unica donna che gli avesse
mai fatto venir voglia di ridere, mentre la stava baciando. «Ricordami»,
disse decidendo di baciarle l’orecchio, perché questo
non poteva sfuggire alle sue labbra, «di non avvicinare mai più
una donna con un vocabolario come il tuo!» Seguì la curva del
suo orecchio con la lingua e lei rabbrividì, stringendolo forte
mentre aggiungeva mormorando ansimante un altro tratto del
suo carattere: «E incredibilmente sensuale... e molto sexy...»
«D’altra parte», si corresse lui sorridendo e baciandole la
nuca, «semplicemente non esiste la sostituta per una donna intelligente
e perspicace.»
  CAPITOLO 35.
PORTANDO una ciotola di popcorn, Julie si diresse nel soggiorno dove
stavano guardando un film registrato su cassetta. Zack aveva insistito che
fosse lei a scegliere il film, e Julie, non riuscendo a sopportare il pensiero di
guardarlo fare l’amore con qualche altra donna in una di quelle scene erotiche
per cui era giustamente famoso, aveva scelto un film che era quasi certa gli
sarebbe piaciuto, e che non aveva visto.
Lui pareva assolutamente soddisfatto della sua scelta, prima che il film
cominciasse, ma con suo totale sconcerto, Zack sembrava guardare i film
come una specie di arte che doveva essere minuziosamente esaminata,
analizzata, sezionata e valutata. In effetti, era stato così critico sul film che lei
alla fine aveva inventato la scusa di preparare del popcorn, solo per sfuggire
ai suoi commenti denigratori.
Julie lanciò un’occhiata allo schermo gigante del televisore
mentre appoggiava la ciotola sul tavolo ed emise un silenzioso
sospiro di sollievo vedendo che il finale avvincente era quasi al
termine. Zack, evidentemente, non pensava che fosse così avvincente,
perché alzò gli occhi a guardarla nel mezzo della scena
e le disse con un largo sorriso: «Adoro il popcorn. Hai messo sopra
il sale?»
«Sì», disse Julie.
«Anche il burro, spero!»
Uno sguardo al suo sorriso fanciullesco e Julie dimenticò quanto fosse stata
esasperata con lui un momento prima. «Ci naviga dentro», scherzò lei.
«Torno subito con un asciugamano e qualcosa da bere.» Ridacchiando alla
sua battuta di spirito, Zack la guardò dirigersi in cucina, ammirando la grazia
disinvolta e naturale del suo passo e il sottile brio con cui portava gli abiti.
Dietro sua insistenza, lei aveva scelto un altro completo dall’armadio, quel
pomeriggio - una camicia semplice di seta bianca con maniche larghe
blusanti e un paio di pantaloni in crespo di lana neri, con una fascia
pieghettata come cintura. Con la sua folta chioma di splendidi capelli che le
ricadevano in onde e riccioli sulle spalle, Julie portava gli abiti con
un’eleganza noncurante che le si addiceva perfettamente. Stava cercando di
decidere quale tipo di abito da sera avrebbe reso maggiormente omaggio a
quella sua raffinatezza naturale, quando realizzò che non avrebbe mai avuto
occasione di portarla a quel genere di riunioni sociali che richiedeva degli
abiti da sera. Non avrebbe potuto portarla da nessuna parte, mai.
Tale consapevolezza era così deprimente, che dovette lottare per impedire
che sciupasse quella che era stata un’altra giornata assolutamente memorabile
con lei. Con un supremo sforzo di volontà, si costrinse a pensare solo alla
serata che lo attendeva e sorrise quando Julie gli si sedette accanto sul
divano. «Non vuoi scegliere un altro film?» L’ultima cosa che Julie aveva
voglia di fare era sopportare altre critiche su un film scelto da lei. Dal
momento che sembrava che Zack volesse vederne un altro, era disposta a
essere presente, ma non responsabile della scelta. Lanciandogli un’occhiata
di esagerato orrore, disse: «Ti prego, non farmi fare questo. Chiedimi di
stirarti i calzini, di inamidarti i fazzoletti, ma non chiedermi di scegliere un
altro film per te».
«Perché no?»
«Perché?» farfugliò Julie, ridendo. «Perché sei peggio del peggior critico!
Hai fatto a pezzi il mio film.» «Ho solo fatto notare qualche sua
imperfezione. Non l’ho fatto a pezzi. Ti dico che cosa facciamo», disse,
scendendo con benevolenza a un compromesso. «Collaboreremo. Scegliamo
il prossimo insieme.» Riluttante, Julie si alzò, andando all’armadietto
incassato che conteneva più di un centinaio di film, dai vecchi classici a
quelli nuovi.
«Hai delle preferenze?» chiese Zack.
Julie esaminò i titoli, mentre il suo sguardo si fissava a disagio sui film di
Zack nell’armadietto. Sapeva che per gentilezza, se non altro, avrebbe dovuto
chiedere di vedere uno dei suoi, ma non poteva farlo, specialmente non su un
televisore con uno schermo gigante, dove avrebbe potuto vedere ogni
particolare sexy delle sue scene d’amore. «Io... non riesco a decidere», disse,
dopo un lungo minuto. «Tu scegline alcuni, e io ne sceglierò uno tra quelli.»
«D’accordo. Dammi un’idea degli attori che ti piacciono.» «Nei film più
vecchi», disse lei, «Paul Newman, Robert Redford e Steve McQueen.» Zack
tenne gli occhi sull’armadietto. Era sorpreso che la sola cortesia non l’avesse
spinta a includere il suo nome. Sorpreso, e un po’ ferito. Anche se,
ripensandoci, i suoi film non ricadevano veramente nella categoria dei «più
vecchi». Ignorando del tutto la presenza di film di tutti e tre quegli attori
disse: «Questi film, sono per la maggior parte degli ultimi dieci anni. Quali
attori più nuovi, ti piacciono?» Questa volta si aspettava che lei citasse anche
il suo nome.
«Uhm,.. Kevin Costner, Michael Douglas, Toni Cruise, Richard Gere,
Harrison Ford, Patrick Swayze, Mei Gibson», disse Julie, snocciolando i
nomi di tutti gli attori cui riusciva a pensare, «...e Sylvester Stallone!»
«Swayze, Gibson, Stallone, e McQueen...» disse Zack in tono sprezzante,
irritato ora al di là di ogni ragionevolezza, perché non aveva incluso il suo
nome nell’elenco dei preferiti. «A ogni modo, da quando hai questa curiosa
ossessione per gli uomini bassi?» «Bassi?» Julie lo guardò sorpresa. «Sono
bassi?» «Piccoli», rispose Zack, slealmente e inesatto.
Nonostante il suo atteggiamento non incoraggiante, Julie continuò:
«Scommetto che attori famosi di tutti i tipi fossero tuoi amici intimi...
persone come Paul Newman, Kevin Costner, Harrison Ford e Michael
Douglas, per esempio». Nessuna risposta.
«Lo erano?»
«Erano cosa?»
«Amici intimi.»
«Non facevamo l’amore, se è questo che intendi.»
Julie soffocò una risata. «Non posso credere che tu abbia detto una cosa
simile! Lo sai che non è assolutamente questo che intendevo.» Zack prese dei
film con Costner, Swayze, Ford e Douglas.
«Ecco, scegli tu.»
«Il primo, Balli proibiti», disse Julie, dandogli il suo benestare con un
sorriso, anche se veramente detestava sprecare anche un attimo del loro
tempo a guardare dei film.
«Non riesco a credere che tu voglia veramente vedere questo film», disse
Zack con disprezzo, spingendo la cassetta del film di Swayze nel
videoregistratore.
«L’hai scelto tu.»
«Tu volevi vederlo», ribatté Zack, tentando inutilmente di sembrare
perfettamente indifferente. Per dodici anni, le donne lo avevano infastidito e
disgustato, quando gli stavano tutte intorno, trasudando ammirazione e
affermando con entusiasmo che era il loro attore preferito. Ora, per la prima
volta in vita sua, desiderava davvero che una donna ammirasse il suo lavoro,
e lei sembrava preferire tutti gli attori di questo mondo a lui. Premette il tasto
d’avvio sul telecomando e in silenzio guardò scorrere i titoli di testa.
«Vuoi del popcorn?»
«No, grazie.»
Julie lo studiò furtivamente, tentando di capire che cosa avesse che non
andava. Il film cominciò. Zack allungò le gambe davanti a sé, accavallando i
piedi alle caviglie, incrociò le braccia sul petto, con l’aria di un uomo che si
aspettasse di essere scontentato. «Non siamo obbligati a guardarlo», disse
Julie.
«Non me lo perderei per nulla al mondo.»
Qualche minuto più tardi, si lasciò sfuggire uno sbuffo di disgusto.
Julie si fermò con la mano nella ciotola di popcorn. «Qualcosa
non va?»
«La luce è sbagliata.»
«Quale luce?»
«Guarda l’ombra sul viso di Swayze.»
Lei alzò gli occhi al televisore. «Penso che debba essere buio.
E notte.»
Zack le lanciò un’occhiata disgustata che irrideva la sua ipotesi, e non disse
niente.
Balli proibiti era sempre stato uno dei film preferiti di Julie. Amava la
musica, i balli e la semplicità rinfrescante della storia d’amore; stava appena
cominciando a gustare tutto quello, quando Zack disse in tono strascicato:
«Penso che abbiano usato del grasso di motore sui capelli di Swayze».
«Zack...» disse lei, in tono di avvertimento, «se hai intenzione
di metterti a stroncare questo film, lo spengo.»
«Non dirò un’altra parola. Starò seduto buono.»
«Bene.»
«E guarderò un brutto montaggio, una brutta regia e un brutto
dialogo.»
«Adesso basta...»
«Stai seduta tranquilla», disse Zack, quando lei fece il gesto di alzarsi.
Completamente disgustato di se stesso non solo per essersi comportato come
un adolescente geloso, ma anche per aver denigrato degli attori che erano
stati suoi amici e criticato un film che era molto buono nella sua categoria, le
appoggiò una mano sul braccio, e le promise: «Non dirò un’altra parola se
non di elogio». In accordo con quella promessa, Zack non disse un’altra
parola finché Swayze non cominciò a ballare con la ragazza che interpretava
la sua partner nel film e allora disse: «Almeno lei sa ballare. Bella scelta,
questa».
La bionda sullo schermo era bella e dotata di talento, con una magnifica
figura. Julie si sarebbe tagliata un braccio per somigliare esattamente a lei e
provò un’assurda fitta di gelosia che era più difficile da nascondere, se
confrontata con l’inaudito malumore di Zack. Era sul punto di far notare che
tutte le donne dei film sembravano piacergli, quando le venne da pensare che
forse Zack si era sentito nello stesso modo mentre lei andava in estasi per il
suo concorrente. Guardando a bocca aperta il suo profilo, sbottò: «Sei geloso
di lui?» Lui le lanciò un’occhiata di raggelante scherno: «Come potrei mai
essere geloso di Patrick Swayze?» Evidentemente, gli piaceva guardare le
belle donne, pensò Julie, e questo la ferì, anche se sapeva di non avere
assolutamente alcun diritto di sentirsi così. E detestava anche quel film, ed
era ovvio. Mantenendo un’espressione scrupolosamente educata, allungò una
mano verso il mucchio di cassette sul tavolo e disse in tono tranquillo:
«Guardiamo, invece. Balla coi lupi. Kevin Costner era splendido in questo
film ed è una storia che può interessare un uomo».
«L’ho visto in prigione.»
«Ti è piaciuto?»
«Mi è sembrato un po’ lento, nella parte centrale.» «Davvero», ribatté a
bruciapelo Julie, realizzando, ora, che nessun film, tranne i suoi, avrebbero
incontrato la sua approvazione, e che lei avrebbe dovuto soffrire fino alla
fine, o, altrimenti, sopportare il suo umore. «Ti è piaciuto il finale?» «Kevin
lo ha modificato, rispetto al libro. Avrebbe dovuto lasciarlo stare.» Senza una
parola, Zack si alzò e si diresse in cucina a preparare del caffè, tentando di
dominarsi. Era così furioso per le sue osservazioni irrazionali e ingiuste su
entrambi i film, che sbagliò due volte la quantità di caffè macinato e dovette
ricominciare daccapo.
Era così perso nei propri pensieri, che non si accorse che Julie aveva
cambiato film finché non si trovò a metà strada nel soggiorno con due tazze
di caffè. Il suo passo si fece esitante e per un attimo fissò con assoluto choc, e
poi con disagio, ciò che lei aveva fatto. Non solo aveva cambiato film, e
inserito uno di quelli di Zack, ma lo aveva avvolto rapidamente giungendo a
una scena d’amore a metà film, e la stava guardando senza sonoro. Di tutte
le scene d’amore che avesse mai interpretato, quella di Intimi sconosciuti,
distribuito più di sette anni prima, era la più vistosamente sensuale. E negli
attimi in cui rimase fermo lì, cercando di adattarsi all’irrealtà di vedere se
stesso a letto con Glenn Close, in un film che non aveva visto da quando era
stato distribuito, Zack si sentì a disagio per la prima volta in vita sua per
qualcosa che aveva fatto in un film. No, non per ciò che aveva fatto, ma
perché Julie lo stava guardando farlo, e con un’espressione assolutamente
impietrita sul viso, che non gli sfuggì. né gli sfuggì il fatto che, sebbene
avesse preteso di non avere familiarità con nessuno dei suoi film
nell’armadietto, in realtà li conosceva abbastanza bene da sapere con
esattezza dove trovarvi certe scene. Appoggiò le tazze di caffè sul tavolo, si
raddrizzò, non esattamente sicuro del perché fosse improvvisamente così
arrabbiato. «Qual è la tua idea, Julie?» «Che cosa vuoi dire?» chiese lei con
finta innocenza, alzando il volume sul telecomando, lo sguardo inchiodato
sullo schermo del televisore.
«Perché la stai guardando?»
«Guardando che cosa?» chiese Julie con un’indifferenza che celava
completamente il suo doloroso nodo allo stomaco alla vista delle mani di
Zack sul corpo di Glenn dose.
«Sai esattamente che cosa voglio dire. Prima, ti sei comportata come se non
avessi mai visto uno dei miei film nell’armadietto, e che non ti importasse
vederli, e quando decidi di guardarne uno, vai direttamente a una scena come
questa.» «Ho visto tutti i tuoi film», lo informò Julie, fissando il televisore e
rifiutando di guardare lui quando le si sedette accanto.
«Per la maggior parte, incluso questo, li ho su videocassetta. Ho
guardato questo film in particolare almeno una mezza dozzina di
volte.» Accennò con il capo in direzione del film. «Com’è la
luce, lì?»
Zack distolse lo sguardo dai lineamenti rigidi di Julie e lanciò
un’occhiata allo schermo. «Non male.»
«Che cosa mi dici della recitazione?»
«Non male.»
«Sì, ma pensi di aver fatto un lavoro sufficientemente buono, con quel bacio?
Voglio dire, non avresti potuto baciarla con più intensità, o con maggior
forza, in quel momento? Probabilmente, no», disse, rispondendosi con
amarezza.
Stava chiarendo eloquentemente il suo punto di vista, e ora che capiva che
cosa la stava divorando, Zack rimpianse ogni cosa detta che, in definitiva,
l’aveva indotta a fare quello. Non avrebbe mai immaginato che potesse
sconvolgerla, guardarlo fare qualcosa in ciò che era, per lui, semplicemente
un film, un’interpretazione fatta in presenza di dozzine di persone in un teatro
di posa.
Con un dolore malamente celato dal sarcasmo, Julie disse:
«Mi chiedo che cosa stesse pensando Glenn Close in quel momento, mentre
tu le baciavi il seno».
«Stava fantasticando di uccidere il regista, per averci costretto a fare un’altra
ripresa.» «Davvero?» disse lei, sarcastica. «A che cosa credi che stesse
pensando, quando le sei rotolato sopra in quel modo?» Zack allungò una
mano ad afferrare il mento di Julie, costringendola gentilmente a girare il
viso verso di lui. «Lo so a che cosa stava pensando. Stava pregando che le
togliessi il gomito dallo stomaco prima che le venisse di nuovo la ridarella,
sciupando un’altra ripresa.» Di fronte alla sua calma sincerità e al suo
atteggiamento realistico, Julie si sentì improvvisamente sciocca e del tutto
inesperta delle cose del mondo. Con un sospiro esasperato disse: «Mi
dispiace di essermi comportata come un’idiota. Il motivo per cui fingevo di
non essere interessata a guardare i tuoi film, era che temevo di vedere una
scena come questa, con te protagonista. Lo so che è stupido, ma mi fa
sentire...» si interruppe, rifiutandosi di dire «gelosa», perché sapeva di non
avere alcun diritto di esserlo.
«Gelosa?», suggerì lui, e quella parola le sembrò ancora più rivoltante,
pronunciata a voce alta da lui.
«La gelosia è un sentimento distruttivo e immaturo», disse evasiva.
«Un sentimento che fa diventare una persona irrazionale, e rende impossibile
andar d’accordo con lei», disse Zack. Julie recitò una silenziosa preghiera
per non aver usato quella parola e annuì: «Sì, ebbene, guardarti in quelle
scene mi fa semplicemente desiderare... di poter guardare un film diverso».
«Bene, quale film ti piacerebbe vedere? Di’ il nome di qualsiasi attore
desideri.» Julie aprì la bocca per rispondere, ma prima di poterlo fare, lui
aggiunse in tono piatto: «Sempreché non si tratti di Swayze, Costner, Cruise,
Redford, Newman, McQueen, Ford, Douglas, o Gere».
Julie lo guardò a bocca aperta. «Chi rimane?»
Curvando il braccio intorno alle sue spalle, Zack l’attirò vicina e mormorò la
risposta contro i suoi capelli. «Topolino.» Julie non sapeva se ridere, o
chiedere una spiegazione. «Topolino!
Ma perché?»
«Perché», mormorò lui, facendole scivolare le labbra sulla tempia, «penso di
poterti ascoltare andare in estasi per Topolino senza diventare di nuovo
‘irrazionale’, e ‘una persona con cui è impossibile andare d’accordo’.»
Tentando di nascondere l’intenso piacere che provava per ciò che aveva
appena ammesso, Julie sollevò il viso verso il suo e disse in tono
canzonatorio: «C’è sempre Sean Connery. Era fantastico in Caccia a Ottobre
Rosso».
Zack inarcò le sopracciglia con finta sfida. «Ci sono anche i miei altri sei
film, nell’armadietto.» Ora che aveva messo sullo scherzo la sua ammissione
ed evitato felicemente di ammettere la propria gelosia, Julie improvvisamente
rimpianse la propria vigliaccheria e il fatto di aver sminuito un momento
speciale. Facendosi seria, lo guardò negli occhi e disse con voce malferma:
«Detestavo vederti fare l’amore con Glenn Close».
La ricompensa per il suo coraggio fu un lieve tocco delle sue lunghe dita
sulla mandibola e un bacio rude e tenero che le tolse il fiato.
  CAPITOLO 36.
JULIE diede un’occhiata fuori dalla finestra della cucina al sole che
tramontava, appoggiò il coltello e andò nel soggiorno ad accendere la
televisione. Un riflettore parabolico da qualche parte, sulla montagna,
permetteva loro di ricevere la CNN, e lei non sentiva notiziari da quella
mattina.
Zack aveva passato tutta la giornata a pulire la strada privata giù fino al
ponte, usando l’enorme trattore nel garage che rigettava la neve in un arco di
due metri per mezzo di una turbina attaccata a esso, e ora stava facendo una
doccia. Quella mattina, quando all’inizio le aveva detto ciò che aveva in
programma di fare, lei aveva pensato che intendesse partire quel giorno
stesso, o l’indomani, ed era stata colta da un panico che quasi l’aveva
strangolata. Come se avesse letto nei suoi pensieri, lui aveva detto:
«Ti avviserò il giorno prima, quando sarà il momento di partire». Quando
aveva tentato di indurlo a dirle se sapeva già quale giorno sarebbe stato,
aveva risposto in tono vago di non esserne ancora certo, il che le aveva dato
l’impressione che stesse aspettando che accadesse qualcosa... oppure che
qualcuno si mettesse in contatto con lui.
Aveva ragione, naturalmente: meno lei sapeva, meglio era per entrambi. E
aveva ugualmente ragione a insistere perché godessero semplicemente di
ogni istante del tempo che passavano insieme, e non pensassero al di là di
quel momento. Aveva ragione su tutto, ma era impossibile non chiedersi e
non preoccuparsi di ciò che gli sarebbe successo in seguito. Non riusciva a
immaginare come lui potesse sperare di scoprire chi aveva ucciso sua moglie,
quando il suo volto era così noto da essere riconosciuto immediatamente
dovunque fosse andato.
Tuttavia, era stato un attore, quindi trucco e travestimenti sarebbero stati
facili per lui. Julie contava-che quello lo tenesse fuori pericolo. Ed era
terrorizzata che non lo facesse. Lo schermo del televisore si accese e Julie
ascoltò distrattamente uno psicologo invitato dalla CNN, mentre si dirigeva
di nuovo in cucina. Era quasi arrivata, quando si rese conto che lo psicologo
parlava di lei e si girò. Con gli occhi spalancati per l’incredulità, si avvicinò
al televisore, fissando il sottotitolo sullo schermo che identificava l’oratore
come il dottor William Everhardt. Con assoluta sicurezza, il dottor Everhardt
stava esponendo ciò che Julie Mathison stava attraversando emotivamente,
come conseguenza del fatto di essere stata presa in ostaggio:
«Sono state fatte molte ricerche su ostaggi come la signorina Mathison»,
stava dicendo. «Io stesso sono coautore di un libro su questo argomento e
posso dirvi con tutta sicurezza che questa giovane donna sta vivendo una
sequenza di emozioni altamente stressanti, ma molto prevedibili.» Julie piegò
il capo di lato, affascinata di apprendere che cosa stava succedendo nella sua
mente da quello sconosciuto esperto sull’argomento.
«Avrà bisogno di un intenso sostegno psicologico per potersi riprendere
completamente da questa traversia, e questo richiederà un tempo
considerevole, ma la prognosi è positiva, se lei vorrà chiedere aiuto.» Julie
non riusciva a credere alla faccia tosta di quell’uomo - adesso, stava dicendo
alla gente che lei sarebbe stata un caso di malattia mentale! Doveva fargli
intentare causa da Ted! «Naturalmente», interloquì insinuante il
commentatore, «partendo dal presupposto che Julie Mathison sia stata
veramente presa in ostaggio, invece di essere la complice di Benedict, come
alcune persone credono.» Il dottor Everhardt ponderò quella possibilità,
lisciandosi il capo. «Basandomi su ciò che sono riuscito a sapere di questa
giovane donna non posso sottoscrivere tale teoria.» «Grazie», gli disse Julie,
a voce alta. «Questa osservazione ti ha appena salvato dalla mia mega-causa
civile.» Era così assorta che non registrò l’inconfondibile rumore di pale di
elicottero, finché non le volteggiarono direttamente sopra la testa. Anche
quando udì il rumore, questo era talmente fuori posto in quella tranquilla
regione selvaggia di montagna, che guardò fuori dalla finestra con sorpresa,
non paura, poi capì. «Zack!» gridò, voltandosi, e mettendosi a correre. «C’è
un elicottero là fuori! Vola basso...», gridò, quasi atterrandolo quando lui uscì
dalla camera da letto. «Sta volteggiando qui sopra!» Si interruppe raggelata
alla vista della pistola nella sua mano. «Vai fuori e rimani nel bosco!» le
ordinò lui, spingendola lungo il corridoio verso la porta sul retro, prendendo
con uno strattone una giacca dall’armadio e cacciandogliela in mano. «Non
avvicinarti alla casa finché non te lo dico io, o finché loro non mi tirano fuori
di qui!» Inserì un proiettile nel caricatore della pistola, muovendosi lungo il
corridoio con lei, tenendo l’arma sollevata, la canna rivolta all’insù, con la
micidiale abilità di una persona che sapeva come maneggiarla ed era pronta a
usarla. Quando lei stava per aprire la porta, lui la spinse di lato, avanzò sulla
porta da solo, guardò in su, poi la spinse in avanti. «Corri!» «Per l’amor di
Dio», gridò Julie appena fuori della porta. «Non puoi avere intenzione di
abbattere quella cosa! Dev’essere...» «Muoviti!» urlò lui.
Julie obbedì, con il cuore che le martellava dal terrore mentre svoltava di
corsa l’angolo della casa, inciampando nella neve alta, fermandosi sotto gli
alberi, e poi spostandosi tra di essi, facendosi strada a fatica intorno alla casa
finché non riuscì a vedere Zack all’interno della finestra sulla facciata. Poi
vide che teneva in mano un binocolo e guardava l’elicottero volare sopra il
loro capo e svanire lentamente. Le ginocchia le cedettero e scivolò a terra
sollevata, l’immagine di Zack con in mano quella pistola mentre la spingeva
lungo il corridoio impressa in modo indelebile nella mente. Sembrava uscire
direttamente da un film violento, solo che quello era reale. Venne colta da
conati di vomito e si appoggiò contro l’albero, deglutendo, nel tentativo di
trattenere il pranzo - e la paura.
«Va tutto bene», disse Zack, dirigendosi verso di lei, ma Julie notò il calcio
della pistola spuntargli dalla cintura dei pantaloni. «Erano sciatori che
tracannavano vino e volteggiavano troppo bassi.» Lei alzò gli occhi a
guardarlo, ma le sembrava di non riuscire a muoversi.
«Qui», disse lui, con calma. «Dammi la mano.»
Julie scosse il capo, tentando di liberarsi dal terrore che la paralizzava con
quel movimento, e di rassicurarlo. «Va tutto bene, non ho bisogno di aiuto.
Sto bene.» «Non stai bene!» disse lui, adirato, e si chinò ad afferrarla per le
braccia, facendola alzare. «Sei a un passo dallo svenire.» La nausea e il
capogiro diminuirono e lei riuscì a fare un debole sorriso mentre gli impediva
di sollevarla sulle sue braccia. «Mio fratello è un poliziotto, ricordi? Ho visto
delle pistole, prima.
Solo, non ero... preparata.»
Quando rientrarono in casa, Julie era così sollevata che l’elicottero fosse stato
inoffensivo, da essere quasi stordita.
«Bevi questo», disse Zack, uscendo dalla cucina e mettendole
un bicchiere di brandy in mano. «Tutto», le ordinò, quando lei
ne bevve un sorso e tentò di ridarglielo. Lei ne bevve un altro
sorso e appoggiò il bicchiere sul bancone. «Non ne voglio più.»
«Bene», disse Zack, conciso. «Adesso, vai là dentro e fai un
lungo bagno caldo.»
«Ma...»
«Fallo. Non discutere con me. La prossima volta, io...» Stava per ordinarle di
fare esattamente come lui diceva, la prossima volta che fosse successa una
cosa del genere, ma sapeva che non ci sarebbe mai stata una prossima volta.
Quello era stato un falso allarme, ma lo aveva costretto a vedere il rischio che
stava facendo correre alla sua vita, e il terrore cui la stava sottoponendo. Dio,
quale terrore. Non aveva mai visto nessuno con l’aria che aveva avuto Julie,
quando l’aveva trovata là fuori, rannicchiata sulla neve.
Era buio, quando Julie entrò nel soggiorno, dopo aver fatto il bagno ed
essersi rivestita con un maglione e dei pantaloni. Zack era in piedi davanti al
camino, lo sguardo fisso su di esso, la mandibola dura come il granito.
A giudicare dalla sua espressione e dalle sue azioni precedenti, Julie dedusse
giustamente che gran parte di ciò che lo turbava, fosse senso di colpa per ciò
che le aveva appena fatto passare, ma quell’esperienza aveva avuto un effetto
molto diverso su di lei, ora che era passata. Era furiosa che la gente lo
costringesse a vivere in quel modo ed era decisa a scoprire che cosa lui
intendesse fare per mettere fine a quello stato di cose. Qualunque cosa avesse
in mente, era irremovibilmente decisa a convincerlo di permetterle di aiutarlo
in ogni modo possibile. Facendosi avanti, disse in tono leggero: «Hai
intenzione di cuocere le bistecche su quella griglia di lusso sul ripiano della
cucina, questa sera, o vuoi che mi occupi io di tutta la cena?» Lui si voltò e la
guardò per diversi secondi, il volto preoccupato e duro. «Scusa, che cosa hai
detto?» «Stavo discutendo dei compiti di cucina». Infilando le mani nella
cintura sul dietro dei pantaloni, lo stuzzicò: «Stai violando la carta dei diritti
degli ostaggi».
«Di che cosa stai parlando?» disse Zack, tentando furiosamente di credere
che sarebbe stata al sicuro, se fosse rimasta lì... tentando di dimenticare
l’aspetto che aveva avuto, accovacciata sotto quell’albero, tutta tremante,
stringendosi la giacca al petto... tentando di convincersi che fosse stato un
incidente isolato che non si sarebbe ripetuto.
Lei gli lanciò uno dei suoi sorrisi mozzafiato. «Sto parlando dei compiti di
cucina, signor Benedict! Ai sensi delle leggi della Convenzione di Ginevra,
un prigioniero non deve venir sottoposto a un trattamento crudele o ingiusto,
e costringermi a occuparmi di tutta la cucina per due giorni consecutivi
costituisce proprio questo. Non sei d’accordo?» Zack riuscì a fare
l’imitazione non convincente di un sorriso e annuì. Tutto ciò che desiderava
fare in quel momento era portarla a letto e perdersi in lei, dimenticare per
un’ora benedetta ciò che era accaduto e ciò che ora sapeva doveva accadere
in seguito, e molto prima di quanto aveva programmato.
  CAPITOLO 37.
LA speranza di Julie di averlo fatto riprendere dal suo umore tetro si rivelò
un po’ troppo ottimistica, questa volta. Zack era stato gentile, ma
preoccupato, per la maggior parte della loro cena, e ora che aveva sgombrato
la tavola, lei stava ricorrendo al disonesto, ma, se tutto andava bene, efficace
trucco di tentare di farlo rilassare con il vino. Aveva delle domande da fargli
e sentiva di avere migliori speranze di ottenere delle risposte sincere e
complete se fosse stato rilassato e avesse avuto la guardia abbassata.
Chinandosi in avanti, prese la bottiglia e riempì di nuovo sollecitamente il
suo bicchiere per la quarta volta, poi glielo porse, congratulandosi con se
stessa per la propria ingegnosità. Zack spostò lo sguardo dal bicchiere di
vino al suo volto. «Spero che tu non stia tentando di farmi ubriacare»,
dichiarò in tono pungente, «perché se è così, il vino non è il modo migliore
per farlo.» «Posso prendere lo scotch, al suo posto?» chiese Julie, soffocando
una risata nervosa.
Zack si fermò con il bicchiere a metà strada dalle sue labbra,
realizzando in ritardo che lei aveva deliberatamente tentato non
solo di versargli del vino alla stessa velocità con cui lui riusciva a
berlo, ma anche che l’aveva guardato con una strana espressione
per gran parte della cena. «Ne avrò bisogno?»
«Non lo so.»
Con una vaga sensazione di presentimento, la guardò cambiare posizione in
modo da avere la schiena appoggiata al bracciolo del divano e stargli di
fronte. La sua prima domanda sembrava scherzosa e innocua: «Zack, non
diresti che sono stata un ostaggio modello?» «Esemplare», convenne lui,
sorridendo leggermente al suo umorismo contagioso e tentando di adattarsi al
suo stato d’animo.
«Non diresti anche che sono stata obbediente, collaborativa,
piacevole, tranquilla... e che ho fatto addirittura più della mia
parte in cucina?»
«Sì a tutto, tranne la parte relativa a obbediente.»
Julie sorrise alle sue parole. «E come prigioniera esemplare,
non sei d’accordo che avrei diritto a certi... beh... privilegi extra?»
«Che cosa hai in mente?»
«Che tu risponda ad alcune domande.»
Julie vide la sua espressione farsi guardinga. «E’ possibile. Dipende dalle
domande.» Un po’ innervosita dalla risposta non incoraggiante, Julie
nondimeno proseguì con decisione: «Hai intenzione di tentare di scoprire chi
ha realmente ucciso tua moglie, non è vero?» «Fai un’altra domanda», disse
Zack, in tono deciso. «D’accordo. Hai un’idea di chi sia realmente
l’assassino?» «Prova un argomento diverso.» La sua inutile concisione la
irritò, non solo perché il fatto di amarlo la rendeva estremamente sensibile al
suo atteggiamento, ma anche perché Julie pensava onestamente di aver diritto
a delle risposte. Mantenendo un tono schietto e pacato, disse: «Ti prego, non
liberarti di me in questo modo».
«Allora, per piacere, scegli un altro argomento.»
«Vuoi smetterla di essere impertinente, e ascoltarmi? Cerca di capire... io ero
via con un programma di scambio del college tra studenti stranieri, quando ha
avuto luogo il tuo processo. Non so neppure con esattezza che cosa sia
accaduto e desidero tanto saperlo.» «Lo troverai sui vecchi giornali nella tua
biblioteca locale.
Cercalo, quando tornerai a casa.»
Il sarcasmo era sempre un mezzo garantito per irritare Julie.
«Non voglio leggere la versione dei mezzi di informazione, accidenti!
Voglio sentire la tua. Ho bisogno di sapere che cosa è successo... da te.»
«Non sei fortunata.» Si alzò in piedi, appoggiò il bicchiere e le tese la mano.
Anche Julie si alzò, in modo che lui non la sovrastasse, e automaticamente
stava per mettere la mano nella sua, pensando che fosse un gesto conciliante.
«Andiamo a letto.»
Lei ritirò di scatto la mano, ferita e insultata dall’ingiustizia
del suo atteggiamento. «Non voglio. Ciò che ti sto chiedendo è
molto poco in confronto a ciò che tu hai preteso da me dal momento
che ci siamo incontrati, e lo sai!»
«Non ho intenzione di affrontare di nuovo una descrizione
dettagliata di quel giorno, né per te, né per nessun altro», disse
lui in tono brusco. «L’ho fatto centinaia di volte prima del processo
per i poliziotti e per gli avvocati. E’ finita. Chiuso.»
«Ma io voglio aiutarti. Sono passati cinque anni. Il tuo punto
di vista e i tuoi ricordi possono essere diversi. Pensavo che potremmo
cominciare facendo un elenco di tutte le persone presenti,
il giorno che è successo, e tu potresti parlarmi di ognuno di
loro, io sono completamente imparziale, quindi avrò una prospettiva
fresca. Forse posso aiutarti a pensare a qualcosa che ti è
sfuggito...»
La sua risata sprezzante la ferì nel profondo del cuore. «Come
potresti mai aiutarmi?»
«Potrei tentare!»
«Non essere ridicola. Ho speso più di due milioni di dollari tra
avvocati e investigatori e nessuno è riuscito a scoprire altro logico
sospetto tranne me.»
«Ma...»
«Lascia perdere, Julie!»
«Non voglio lasciar perdere! Ho diritto a una spiegazione!» «Non hai nessun
diritto a niente», disse Zack in tono brusco.
«E io non ho bisogno, né voglio, il tuo aiuto.»
Julie si irrigidì come se lui l’avesse picchiata, ma riuscì a non lasciar
trasparire dalla sua voce la furia e l’umiliazione che provava. «Capisco.» Ed
era vero - ora, capiva che Zack non aveva minimamente bisogno di lei, fatta
eccezione del suo corpo. Non era tenuta a pensare; non era tenuta a sentire.
Allungando una mano, lui l’appoggiò sul suo braccio per attirarla in avanti.
«Andiamo a letto.» «Toglimi le mani di dosso!» sibilò Julie, allontanandosi
di scatto fuori dalla sua portata. Tremando dal furore e dall’angoscia per la
propria dabbenaggine, si avvolse le braccia intorno allo stomaco,
indietreggiando dietro al divano e al tavolino finché non ebbe la strada libera
verso la sua camera da letto.
«Dove diavolo stai cercando di arrivare?»
«Non voglio arrivare a niente. Ho solo capito che bastardo
senza cuore sei veramente!» Lo sguardo raggelante sul viso di
Zack mentre la guardava allontanarsi da lui era nulla in confronto
alla sua furia. «Fuggirai via, quando te ne andrai di qui, non è
vero? Non hai nessuna intenzione di scoprire il vero assassino,
non è così?»
«No!» disse brusco lui.
«Devi essere il più grande vigliacco della terra!» lo provocò Julie, troppo
furiosa per indietreggiare davanti all’espressione omicida sul suo volto. «O è
così, o, altrimenti, hai ucciso tu stesso tua moglie!» Aprì la porta della sua
stanza, si voltò indietro e aggiunse con asprezza: «Me ne andrò domani
mattina, e se hai intenzione di fermarmi, farai meglio a essere pronto a usare
quella pistola!» Lui le diede un’occhiata piena di disprezzo. «Fermarti?» la
schernì. «Ti porterò il bagaglio alla macchina!» Julie sbatté la porta della
camera da letto sulle sue ultime parole. Ricacciando indietro le lacrime, lo
sentì entrare nella sua stanza mentre lei si toglieva i pantaloni e infilava una
maglietta presa da un cassetto del comò. Non fu che quando ebbe spento la
luce e si fu infilata nel letto, che si permise di perdere il controllo. Tirandosi
la spessa trapunta fino al mento, si girò sullo stomaco e affondò il viso sul
cuscino. Pianse per la vergogna e la rabbia, per la propria stupidità, per la
propria dabbenaggine, e per l’umiliazione. Pianse finché non ebbe più
lacrime e fu esausta, poi si girò su un fianco, fissando il paesaggio invernale
illuminato dalla luna fuori dalla finestra, senza vederlo.
Nella sua camera da letto, Zack si tolse il maglione, tentando di calmarsi e di
dimenticare la scena nel soggiorno, ma lo sforzo fu inutile. Le parole di Julie
gli martellavano nella mente, sempre più angosciose ogni volta che ricordava
l’espressione di disprezzo sul suo volto, quando lo aveva chiamato vigliacco
e assassino. Durante il suo processo e la sua incarcerazione, si era abituato a
non provare nulla, ma in qualche modo lei era passata sotto la sua guardia. La
detestava per quello, e detestava se stesso per aver permesso che accadesse.
Lanciando il maglione sul letto, si tolse i pantaloni. Allora gli venne in mente
l’unica spiegazione plausibile per la sua assurda reazione violenta a ciò che
lui aveva detto nel soggiorno e si fermò bruscamente nell’atto di lasciar
cadere i pantaloni sul letto. Julie pensava di essere innamorata di lui. Era
perciò che riteneva di avere dei diritti per ciò che lo riguardava.
Probabilmente, pensava che fosse innamorato di lei. E che avesse bisogno di
lei.
«Dannazione!» imprecò e lanciò i pantaloni sul letto. Lui non aveva bisogno
di Julie Mathison, e certamente non aveva bisogno del senso di colpa e di
responsabilità per l’ingenua insegnante di una piccola città, che non
conosceva la differenza tra desiderio sessuale e quel nebuloso sentimento
chiamato amore. Si sarebbe trovata meglio se l’avesse odiato. E anche lui.
Molto meglio. Non c’era nulla tra loro tranne il sesso, cosa che entrambi
avevano voluto e che lei stava negando a entrambi per un impulso infantile a
rendergli la pariglia.
Con l’idea di provare tutto questo a lei e a se stesso, si avviò a grandi passi
verso la porta della sua camera da letto e l’aprì. Julie stava cupamente
meditando su ciò che avrebbe fatto l’indomani, se lui si fosse rimangiato il
suo commento a proposito di lasciarla andare, quando la porta della camera
da letto si aprì bruscamente e Zack entrò a grandi passi, nudo. «Che cosa
vuoi?» chiese lei.
«Questa domanda», la derise lui, strappandole di dosso la trapunta, «è quasi
stupida quanto la tua decisione di dormire da sola perché non voglio essere
obbediente.» Infuriata dalla sua evidente decisione di andare a letto con lei,
Julie si gettò dal lato opposto del letto, balzando a terra, tentando di lanciarsi
in diagonale verso la porta. Lui la raggiunse mentre aggirava i piedi del letto
e l’attirò contro il proprio petto nudo.
«Lasciami andare, dannazione!»
«Ciò che voglio», la informò lui, rispondendo in ritardo alla sua domanda
iniziale, «è la stessa cosa che vuoi tu, ogni volta che ci guardiamo!» Gettando
il capo all’indietro, Julie smise di dibattersi, raccogliendo le forze per la
mossa successiva. «Bastardo! Se solo pensi di violentarmi, ti ucciderò con la
tua stessa pistola!» «Di violentarti?» ripeté lui con gelido disprezzo. «Non me
lo sognerei mai. Mi pregherai di fare l’amore con te nel giro di tre minuti.»
Julie colpì proprio mentre le labbra di Zack afferravano le sue: sollevando
con forza il ginocchio, mirò al suo inguine e poi gridò quando lo mancò
atterrando sulla schiena sotto il suo corpo pesante.
Invece di renderle la pariglia per il suo colpo mancato all’inguine,
penetrandola con forza, cosa che Julie si era quasi aspettata che facesse, sentì
le sue dita scivolarle tra la peluria alla giuntura delle cosce, sondando molto
delicatamente, cominciando a massaggiare e ad accarezzare con familiare, e
sicura abilità. Non aveva intenzione di forzarla, realizzò Julie, voleva la sua
piena collaborazione, e se lei gliel’avesse data, sarebbe stato di gran lunga
più dannoso per il suo orgoglio, che non essere una vittima inerme. Il suo
corpo stava già rispondendo contro la sua volontà e Julie era così furiosa con
se stessa e con lui. che tentò addirittura di costringerlo a portare a termine
l’atto prima di capitolare completamente. «Falla finita, dannazione a te!» La
sua risposta fu un sussurro gelido come il suo cuore: «Perché? Così da
potermi chiamare stupratore, oltre che assassino e vigliacco?» Le sue dita
frugarono più a fondo, muovendosi. «Nemmeno per sogno!» La sua bocca si
chiuse sopra il capezzolo di Julie, girandogli intorno con la lingua,
succhiando con le labbra, e Julie trattenne un grido furioso di protesta. Fece
resistenza con i fianchi sotto la sua mano e lui rise sommessamente, facendo
scivolare le dita più in profondità dentro di lei, così che lo cavalcasse. Lei si
fermò bruscamente, tendendo ogni muscolo del corpo per resistere a ciò che
le stava facendo, e, in silenzio, Zack costrinse il suo corpo sleale a tradirla,
tenendo d’occhio il suo viso con lo sguardo per tutto il tempo.
«Stai morendo dalla voglia», disse lui, e neppure la calcolata crudeltà di ciò
che stava facendo riuscì a reprimere le rapide e acute fitte di desiderio che già
cominciavano a scuoterla. «Mi desideri, Julie?» Lei lo voleva dentro di sé,
voleva così disperatamente l’orgasmo che sapeva che lui poteva darle da
sentirsi quasi morire. «Vai all’inferno!» disse ansimante.
«Sono all’inferno», sussurrò lui, spostando il corpo su quello di lei, e per la
prima volta la baciò, costringendola a schiudere le labbra. Bruscamente,
addolcì il bacio, muovendo le labbra su quelle di Julie con struggente
desiderio, mentre agitava lentamente i fianchi, costringendola alla vibrante
coscienza della sua rigida erezione. «Dimmi che mi vuoi», la blandì lui.
Intrappolata sotto la squisita promessa del suo corpo eccitato e dalla
incalzante insistenza della sua bocca, il corpo di Julie cominciò a tremare di
incontrollabile desiderio e le parole le sfuggirono rapide in un singhiozzo
tormentato. «Ti voglio...» Nell’istante in cui lei capitolò, lui la penetrò
immediatamente, roteando i fianchi con forza, portandola a un orgasmo
dirompente nel giro di pochi istanti... Zack si staccò mentre il corpo di Julie
era ancora in preda ai brividi, e si sollevò da lei, liberandosi con una scrollata
di spalle dal suo abbraccio. «Tre minuti, è tutto ciò che ha richiesto», le disse.
La porta sbatté dietro di lui con la definitività di un rintocco funebre.
Julie rimase sdraiata lì, fisicamente scoperta e raggelata dallo choc, incapace
di assorbire la prova che fosse davvero abbastanza ignobile da dimostrare il
suo punto di vista in quel modo. Emotivamente stremata, si trascinò verso la
testata del letto, tolse la trapunta dal pavimento e chiuse gli occhi, ma non
pianse, non avrebbe versato un’altra lacrima per lui. Mai più. Seduto al buio
accanto al camino, nella sua camera da letto, Zack si chinò in avanti e si
prese il capo tra le mani, tentando di non pensare o provare nulla. Aveva fatto
ciò che aveva avuto intenzione di fare e, inoltre, aveva provato a se stesso e a
Julie di non aver bisogno di lei, neppure sessualmente. E le aveva provato di
non meritare che se la prendesse o si preoccupasse per lui, dopo essersene
andata di lì, il mattino seguente.
Aveva raggiunto il suo obiettivo in modo brillante, eloquente e indelebile.
Non si era mai sentito più desolato, né aveva mai provato più vergogna.
Julie non avrebbe immaginato di essere innamorata di lui, dopo quella sera.
L’avrebbe totalmente detestato. Ma non quanto lui detestava se stesso. Si
disprezzava per ciò che le aveva fatto e per la debolezza senza precedenti che
lo faceva anelare di andare da lei a chiederle perdono. Raddrizzandosi sulla
poltrona, guardò il letto dall’altra parte della stanza che avevano condiviso,
ma sapeva che non sarebbe riuscito a dormirci dentro, non quando lei era
sdraiata nella stanza accanto, detestandolo.

  CAPITOLO 38.
LE chiavi della Blazer si trovavano sul cassettone, quando Julie si alzò dal
letto all’alba, il mattino dopo, e la casa era lugubremente silenziosa. L’agonia
della sera prima si era ridotta a un fiacco torpore e Julie indossò gli abiti
senza una coscienza particolare di ciò che stava facendo. Tutto ciò che voleva
era uscire di lì e non guardarsi più alle spalle, né pensare più al passato.
Dimenticare tutto. Tutta la sua attenzione era concentrata su quello,
dimenticare di averlo mai conosciuto e di essere stata abbastanza sciocca da
amarlo. Non voleva amare mai più nessuno, se questo significava essere così
vulnerabile. Tirò fuori la sua sacca da viaggio di nylon dall’armadio, vi gettò
dentro i suoi oggetti per la toeletta, chiuse la cerniera e la prese su.
Alla porta della camera da letto si fermò, dando un’occhiata alla stanza per
assicurarsi di non aver lasciato niente dietro di sé, poi spense le luci.
Silenziosamente, girò il pomello della porta e uscì nel soggiorno buio, poi si
fermò di colpo, il cuore che le batteva con violenza per lo choc e la paura.
Nella luce grigio pallido del primo mattino, poteva vedere Zack che si
stagliava contro la finestra dall’altra parte della stanza, la schiena rivolta
verso di lei, la mano sinistra infilata nella tasca dei pantaloni. Distogliendo di
scatto lo sguardo, Julie si voltò, avviandosi silenziosamente lungo il
corridoio, ma prima che facesse il secondo passo, lui le disse senza voltarsi:
«L’elenco di tutte le persone che erano sul set il giorno dell’omicidio è sul
tavolino».
Ignorando l’improvviso nodo al petto alla consapevolezza che, dopotutto, si
era dato per vinto, si costrinse ad avanzare lungo il corridoio, oltre il
guardaroba.
«Non andare», le disse lui con voce rauca. «Ti prego.» Il cuore di Julie si
contrasse all’aspra disperazione nella sua voce, ma il suo orgoglio distrutto
gridava che solo una sciocca senza orgoglio o buon senso gli avrebbe
permesso di andarle vicino, dopo la sera prima, e continuò a camminare.
Allungò una mano verso il pomello della porta di servizio e la sua voce le
giunse da un punto più vicino a lei, rauca per l’emozione. «Julie... ti prego,
non andartene!» La mano di Julie si rifiutò di girare il pomello e le spalle
cominciarono a tremarle dai singhiozzi silenziosi, e lei appoggiò la fronte
contro la porta, le lacrime che le scorrevano lungo le guance, mentre la borsa
da viaggio le sfuggiva di mano. Piangeva di vergogna per la sua mancanza di
volontà e per paura di un amore che non riusciva a controllare. E proprio
mentre piangeva per se stessa, gli permise di girarla tra le sue braccia e di
attirarla contro il suo petto.
«Mi dispiace», sussurrò Zack in tono feroce, tentando confusamente di
consolarla, muovendo ansioso le mani sulle sue spalle e sulla schiena,
stringendola forte a sé. «Ti prego, perdonami. Ti prego.» «Come hai potuto
farmi quello, ieri notte?» singhiozzava lei.
«Come hai potuto?»
Deglutendo, Zack le girò il viso umido all’insù, perché gli sembrava di non
meritare la protezione dell’anonimato mentre ammetteva: «L’ho fatto perché
mi hai chiamato assassino e vigliacco, e non riuscivo a sopportarlo - non da
te. E l’ho fatto perché sono un bastardo senza cuore, proprio come hai detto
tu».
«E’ vero, lo sei!» disse lei con voce soffocata, «e la cosa più terribile di tutte
è che ti amo comunque!» Zack l’attirò di nuovo tra le braccia, trattenendo le
parole che sapeva che Julie voleva sentire, le parole che lui pensava. Invece,
la strinse con forza a sé, baciandole la fronte e le guance, poi appoggiò la
mascella sui suoi capelli profumati, lasciando che le parole di lei lo
inondassero con la loro dolcezza. A trentacinque anni, aveva finalmente
scoperto che cosa si provava a essere amato per nessun’altra ragione che per
se stesso... essere amato quando non aveva né ricchezze, né fama, e neppure
rispettabilità, da offrire come attrattiva... essere amato senza riserve da una
donna di straordinario coraggio e lealtà. Ora lo sapeva, con la stessa sicurezza
con cui sapeva che se le avesse detto che cosa provava per lei, quelle stesse
qualità avrebbero fatto sì che lei lo aspettasse per anni, dopo che lui fosse
scomparso. Anche così, non poteva lasciar passare senza commenti la sua
dolce ammissione, e così sfregò la guancia contro i suoi capelli e disse con
tenerezza un’altra verità: «Non lo merito, tesoro».
«Lo so che non lo meriti», scherzò con voce lacrimosa Julie, rifiutando di
sentirsi annientata per il fatto che non avesse detto di amarla anche lui. Aveva
appena sentito la profonda emozione nella sua voce e il tormento quando
pensava che lei se ne stesse andando. Aveva sentito le sue braccia stringersi
di riflesso e il battito accelerato del suo cuore contro il proprio viso, quando
glielo aveva detto. Le bastava. Doveva bastarle. Chiuse gli occhi mentre la
mano di Zack le scivolava sotto i capelli sulla nuca e le sue lunghe dita
l’accarezzavano sensualmente, ma quando parlò, sembrava incredibilmente
stanco. «Prenderesti in considerazione di tornare a letto con me per qualche
ora e dì rimandare la nostra discussione a proposito dell’omicidio, finché non
avrò riposato un po’? Sono stato sveglio tutta la notte.» Julie annuì ed entrò
con lui nella stanza che non si sarebbe mai più aspettata di vedere.
Zack si addormentò con le braccia avvolte intorno a lei e la guancia contro il
suo petto.
Incapace di riaddormentarsi, Julie gli osservò il viso, mentre con le dita
giocherellava con i soffici capelli sulla sua tempia. Il sonno non addolciva
affatto i suoi lineamenti rudi, notò, probabilmente perché non trovava
neppure allora una vera pace. Aveva le sopracciglia scure e folte, e così pure
le ciglia, osservò all’improvviso - ciglia appuntite così scure da sembrare
nere. Julie si spostò leggermente per cercare di metterlo più comodo, ma le
sue braccia si strinsero all’istante - senza dubbio, per impedirle di andarsene.
Il gesto inconsciamente possessivo la fece sorridere, perché era così inutile.
Non aveva intenzione di andarsene furtivamente.
Anni prima, si era imbattuta in una citazione tratta da Shakespeare, che
diceva che la vita era un palcoscenico su cui ogni essere umano recitava la
sua parte. Da quando sì era diplomata al college, aveva avuto la sensazione di
trovarsi appena fuori del palcoscenico dove la sua vita avrebbe dovuto
svolgersi, aspettando tra le quinte, aspettando qualcuno che le desse il
segnale che era ora di entrare su quel palcoscenico a fare qualunque cosa
dovesse fare. Julie trasse un debole respiro, sorridendo un po’ tristemente,
perché finalmente aveva ricevuto la sua battuta d’entrata. Ora sapeva che
cosa aveva aspettato per tutti quegli anni, perché era stata creata e a chi era
stata destinata. Nonostante tutti i suoi sforzi accurati per trasformare se stessa
in un modello di correttezza, quando le era accaduto di innamorarsi era
tornata al suo stile originario e si era innamorata di un uomo che era un
rinnegato, una pecora nera; un audace, cinico, duro reietto sociale che in
qualche modo le ricordava i ragazzi che aveva conosciuto per le strade di
Chicago. Lo amava con una protettività feroce che la faceva sentire più forte,
saggia e materna; lo amava con una disperazione che la faceva sentire
indifesa e fragile, e sotto il suo controllo.
E le amava tutte, ogni singola esasperata sensazione.
Il futuro era un sentiero inesplorato pieno di pericoli e di riprovazione. Julie
si sentiva completamente in pace e in perfetta armonia con l’intero universo.
Posandogli una mano sul viso, lo cullò protettivamente vicino al proprio
cuore, sfiorandogli con le labbra i capelli scuri. «Ti amo», sussurrò.
  CAPITOLO 39.
SEDUTA sul pavimento accanto al tavolino, con le gambe ripiegate sotto di
sé, una matita in mano e un piccolo mucchio di cartelle di schedario che
aveva trovato in una scrivania a portata di mano, Julie studiava l’elenco
compilato da Zack di tutte le persone che si erano trovate sul set di Destino, il
giorno in cui sua moglie era stata uccisa. Accanto al nome di ogni persona,
Zack aveva indicato il suo compito nella troupe del film e lei stava segnando
ogni nome, e il lavoro della persona, su una scheda separata, in modo da
poter buttar giù appunti sull’individuo, quando Zack avrebbe cominciato a
parlare.
Zack sedeva sul divano accanto a lei, osservandola e trattenendo
prudentemente un sorriso all’idea assurda che Julie potesse riuscire dove la
sua squadra di costosi penalisti e investigatori di professione avevano fallito.
Con indosso dei pantaloni di lana color ciliegia e un grosso maglione fatto a
mano intonato, con i lunghi capelli raccolti sulla nuca e legati con
un’elegante sciarpa rossa e gialla, sembrava più un’incantevole liceale che
un’insegnante e non aveva assolutamente alcuna somiglianza con un
detective, reale o immaginario. La luce del sole si riversava nella stanza
attraverso la finestra alle sue spalle, striando i suoi splendidi capelli di
rossastro e d’oro, mettendo in evidenza la sua pelle luminosa e il suo colorito
vivace. Lei interruppe la piacevole contemplazione del suo profilo alzando
gli occhi color zaffiro nei suoi e dicendo con voce perplessa: «Ho visto
Destino, anche se hanno rifatto il finale con delle controfigure. Per qualche
ragione, pensavo che ci dovessero essere molte più persone coinvolte nella
realizzazione di un film come quello».
«Ce n’erano dozzine di più, ma non erano a Dallas». disse Zack, rivolgendo
riluttante la sua attenzione al compito imminente. «Li avevo già mandati a
casa, perché il film aveva superato lo stanziamento previsto e stavo tentando
di ridurre le spese. Avevamo quasi finito le riprese, non prevedevo la
necessità di personale extra, così avevo tenuto con me solo i componenti
fondamentali della troupe. Avevamo lavorato insieme in diversi film e
sapevo di poter contare su di loro.» La fronte liscia di Julie si corrugò in
un’espressione perplessa. «Che cosa c’è che non va?» «Mi stavo solo
chiedendo perché qualcuno con cui avevi lavorato in passato, si sarebbe
deciso all’improvviso a incastrarti per omicidio.» «Non sembra molto
probabile», convenne Zack. un po’ sorpreso - e impressionato - che lei fosse
arrivata alla stessa conclusione dei suoi avvocati e degli investigatori
professionisti con tale rapida facilità.
«E’ possibile che tu abbia fatto, o detto, qualcosa poco prima dell’omicidio,
da spingere qualcuno a odiarti così tanto da fargli desiderare di vendicarsi?»
«Che cosa si deve fare esattamente, per giustificare una vendetta come
quella?» ribatté Zack pungente.
«Hai ragione», disse lei con un rapido cenno del capo. «Tieni anche a mente
che il bersaglio non ero veramente io, era o Austin o Rachel. Io sono stato
semplicemente il gonzo che è andato in prigione a causa sua.» Julie trasse un
lungo respiro e disse con voce tranquilla: «Dimmi esattamente che cosa
accadde quel giorno. No. comincia con il giorno in cui hai scoperto...» Esitò e
riformulò la domanda:
«Dimmi tutto ciò che riesci a ricordare e procedi lentamente, in modo che
possa prendere appunti».
Basandosi sulla sua passata esperienza, Zack si aspettava che la discussione
che sarebbe seguita fosse difficile, nel caso migliore umiliante e in quello
peggiore esasperante, ma in passato era sempre stato interrogato da persone
che lo facevano perché dubitavano di lui, o per curiosità. Raccontare i
particolari dell’omicidio di Rachel a Julie, che credeva completamente in lui
e a ciò che diceva, fu un’esperienza nuova e anche catartica e quando ebbe
finito, si sentì stranamente alleggerito.
«Non è possibile che sia stato un singolare incidente, un errore?» chiese Julie,
quando lui le ebbe finalmente detto tutto. «Voglio dire, e se l’uomo che
doveva caricare dei proiettili a salve nella pistola - Andy Stemple - avesse
messo dei proiettili esplosivi per errore e fosse stato troppo vigliacco per
ammetterlo?» Zack appoggiò i gomiti sulle ginocchia e scosse il capo.
«Stemple non ha fatto errori, era uno specialista di armi da fuoco. Aveva
controllato la pistola e messo lui stesso dei proiettili a salve nel caricatore,
quella mattina. Inoltre, i proiettili esplosivi non sono finiti là dentro per caso.
La pistola era stata ripulita da tutte le impronte digitali prima di venire messa
sul tavolo», le ricordò Zack. «Quel piccolo dettaglio è una delle cose che mi
hanno mandato in prigione.» «Ma se tu avessi pulito la pistola, non saresti
stato così stupido da lasciarvi sopra un’impronta digitale.» «Non era
un’impronta completa, era una sbavatura del mio dito indice proprio in fondo
al calcio della pistola. Il pubblico ministero convinse la giuria che avevo
trascurato quella parte della pistola, quando l’avevo pulita.» «Ma», rifletté
Julie, «in realtà l’impronta digitale è finita lì quando hai spinto la pistola un
po’ in avanti sul tavolo, così che non fosse visibile dalla cinepresa.» Non era
una domanda, stava semplicemente riaffermando ciò che lui le aveva detto
come se fosse vangelo, e Zack l’adorò per la sua fiducia. «Non avrebbe avuto
importanza se la pistola non fosse stata pulita, o se non vi fossero state
trovate sopra le mie impronte. Avrebbero detto che portavo dei guanti. Se
non avessi cambiato idea durante quell’ultima scena e fosse stato colpito
Austin, invece di Rachel, avrebbero detto ugualmente che ero stato io. Perché
il fatto era, ed è, che io ero l’unico ad avere un motivo abbastanza valido per
uccidere Austin o Rachel.» Zack la guardò lottare per impedire ai suoi
lineamenti espressivi di mostrare la sua simpatia e la sua ira e tentò di
sorriderle rassicurante, dicendole: «Ne hai abbastanza di frustrazioni, per
oggi? Possiamo smettere adesso e goderci ciò che resta della giornata?
Sono le cinque passate».
«Lo so», disse Julie con voce preoccupata. Aveva sparso gli schedari sul
tavolino, ma erano i quattro cartellini nell’ultima fila, più vicina a lei, che
identificavano le persone alle quali era ancora interessata - o di cui
sospettava. «Solo qualche minuto ancora?» gli chiese, e quando lui aprì la
bocca per obiettare, Julie disse in tono disperato: «Zack, uno dei cartellini su
questo tavolo identifica chiunque abbia commesso l’omicidio e poi è stato lì a
guardare quando tu sei andato in prigione a causa sua!» Zack era ben
cosciente di quel fatto, ma non aveva il coraggio di smentirla, così fece tacere
la propria frustrazione e attese pazientemente che lei finisse.
«Penso che ci sia qualcosa che non va in Diana Copeland», cominciò Julie,
fissando alle spalle di Zack, persa nei propri pensieri.
«Credo che fosse innamorata di te.»
«Che cosa ti ha dato questa idea?» replicò lui, diviso tra il divertimento e
l’esasperazione.
«E’ piuttosto ovvio.» Appoggiando il gomito sul tavolo e il mento sulla
mano, Julie spiegò: «Hai detto che avrebbe dovuto partire per Los Angeles la
mattina dell’omicidio, ma è rimasta a Dallas, invece, e si è presentata sul set.
Ti disse lei stessa che era rimasta perché aveva sentito che cosa era successo
nella stanza dell’albergo la sera prima e che voleva essere presente nel caso
tu avessi avuto bisogno di sostegno morale. Penso che fosse innamorata di te,
e quindi abbia deciso di uccidere Rachel». «E lasciare che l’uomo che
apparentemente amava, venisse condannato per l’omicidio? Non credo», la
schernì lui. «Inoltre, non esiste di fatto la possibilità che Diana sapesse che
avevo intenzione di far sparare quel colpo a Tony, invece che a Rachel.
Per di più», disse, «hai un’idea assurdamente ingenua dell’amore
e dei rapporti di Hollywood. La realtà è che le attrici hanno disperatamente
bisogno della continua rassicurazione di essere
amate da tutti. Loro non si innamorano e non rinunciano a tutto
per un uomo, per non parlare di commettere un Omicidio per
lui. Sono interessate a ciò che un rapporto può dar loro. Sono
emotivamente bisognose, sfrenatamente ambiziose e del tutto
egocentriche.»
«Devono essere delle eccezioni.»
«Non le conosco per esperienza personale», disse lui conciso. «Doveva
essere un mondo fantastico, quello in cui vivevi», replicò Julie. «se ti ha
trasformato in un simile cinico riguardo alla gente, e in particolare, riguardo
alle donne.» «Non sono cinico», ribatté Zack, irragionevolmente offeso dalla
sua evidente disapprovazione. «Sono realistico! Tu, al contrario, sei
assurdamente ingenua riguardo ai rapporti tra i sessi.» Invece di adirarsi con
lui, Julie lo studiò con occhi simili a cristalli blu intenso. «Lo sono
veramente, Zack?» gli chiese con voce sommessa.
Ogni volta che pronunciava il suo nome il cuore sembrava balzargli contro le
costole e, ad accentuare la sua sconfitta, stava scoprendo che la ragazza
assurdamente ingenua seduta ai suoi piedi poteva farlo pentire o ritrattare
semplicemente alzando gli occhi a guardarlo attraverso le ciglia, come faceva
in quel momento. «Uno di noi lo è», disse lui, in tono irritato, e quando lei
continuò a guardarlo, si addolcì ancora di più. «Probabilmente, ero già un
cinico prima di girare il mio primo film.» Con un sorriso esasperato per la
sua incapacità di resistere alla dolce, silenziosa pressione che stava
esercitando su di lui, aggiunse: «Adesso, smettila di guardarmi come se ti
aspettassi che ammetta di aver parlato come un asino prima e fammi la
prossima domanda.
Chi è il tuo secondo sospettato?»
Il contagioso sorriso di Julie fu la sua ricompensa, poi lei accondiscese
obbediente al suo ordine di proseguire: «Tommy Newton», disse lei, dopo
aver lanciato un’occhiata ai cartellini.
«Perché diavolo Tommy avrebbe dovuto voler uccidere Rachel
o Austin?»
«Forse, voleva liberarsi definitivamente di te e quello era solo
un mezzo per giungere allo scopo. Tu stesso hai detto che aveva
lavorato con te come aiuto-regista in diversi film. Forse era stanco
di avere una parte di secondaria importanza e di venire sempre
oscurato dal grande Zachary Benedict.»
«Julie», disse Zack, in tono paziente, «in primo luogo, Tommy
aveva una brillante carriera come regista davanti a sé. e lui lo
sapeva a quel tempo. E anch’io. Era ansioso) di continuare a lavorare
con me in Destino.»
«Ma...»
«In secondo luogo», terminò Zack. in tono secco, «era anche
innamorato della vittima potenziale di quel colpo di pistola,
quindi non avrebbe scambiato i proiettili nella pistola.»
«Ma questo potrebbe cambiare le cose! Non mi avevi detto
che era innamorato di Radici...»
«Non lo era.»
«Ma hai appena detto...»
«Era innamorato di Austin.»
«Scusa?»
«Tommy è un omosessuale.»
Lei lo guardò un momento a bocca aperta, poi intenzionalmente prese il
cartellino appartenente al suo terzo sospetto, senza fare commenti. «Emily
McDaniels. Hai detto che si sentiva profondamente in debito con te per aver
ravvivato la sua carriera e, più tardi, per averle affidato un ruolo in Destino.
Ti conosceva da anni e hai detto che voi due trascorrevate molto tempo
insieme, ogni volta che lavoravate in un film. I bambini - specialmente le
adolescenti - possono essere ferocemente devote a una figura maschile
autoritaria. E’ possibile che abbia anche immaginato di essere innamorata di
te. Forse, ha pensato che se fosse riuscita a sbarazzarsi di Rachel, tu avresti
contraccambiato i suoi sentimenti.» Zack fece uno sbuffo di derisione, ma la
sua voce si addolcì parlando della ragazza. «Emily aveva sedici anni ed era
un tesoro. Dopo di te, è stata il membro del tuo sesso più piacevole e più
sano che abbia mai conosciuto. Non esiste una possibilità al mondo che
quella bambina abbia fatto qualcosa per causarmi dei guai. Ma diciamo che
tu abbia ragione - che lei avesse una cotta per me e che fosse gelosa di
Rachel. Se fosse stato così, allora non avrebbe avuto bisogno di incomodarsi
a uccidere Rachel. perché era di dominio pubblico che Rachel aveva
presentato la richiesta di divorzio e che stava per sposare Austin.» «Ma,
supponi che odiasse così tanto Rachel per averti umiliato la sera prima con
Tony Austin, da sentirsi obbligata a saldare i conti con Rachel nel tuo
interesse.» «La teoria non funziona. Per ciò che ne sapeva Emily, Rachel
avrebbe sparato per prima con la pistola, come era scritto sul copione.»
«Allora, perché non supponiamo che Tony Austin fosse la vittima designata
dell’assassino e non lavoriamo partendo da lì?» «Non possiamo fare questa
supposizione perché, come ti ho accennato prima, avevo preso degli appunti
sul mio copione riguardo al cambiamento della sequenza dei colpi di pistola e
un certo numero di persone può aver visto il mio copione lasciato aperto e
aver letto ciò che avevo scritto. I miei avvocati hanno ascoltato le deposizioni
dell’intero cast di attori e della troupe prima del processo e tutti hanno negato
di sapere che avevo in mente di apportare un cambiamento a quella scena.»
«Ma supponiamo che Tony Austin fosse veramente la vittima designata. Se
fosse così, allora è ancora possibile che Emily sia l’assassina. Voglio dire, e
se lei fosse stata così ossessionata da te da disprezzare Tony Austin per il
fatto di avere una relazione con tua moglie e di averti umiliato...» «Emily
McDaniels», la interruppe Zack con assoluta definitività, «non ha ucciso
nessuno. Punto. Non avrebbe potuto. Non più di quanto avresti potuto farlo
tu». Realizzando tardivamente che i cartellini nell’ultima fila erano i
principali sospettati di Julie, Zack chinò il capo verso l’ultimo cartellino e
sorrise con sollievo per il fatto che la discussione fosse quasi alla fine. «Di
chi è il nome su quell’ultimo cartellino, nell’ultima fila?» Julie gli lanciò uno
sguardo indulgente, e disse in tono riluttante:
«Tony Austin».
L’espressione divertita svanì dal volto di Zack e lui si sfregò le mani sul viso
come se potesse cancellare, in qualche modo, il violento odio che gli
esplodeva dentro ogni volta che si permetteva di pensare ad Austin come
all’assassino. «Penso che sia stato Austin». Alzò gli occhi a guardarla,
immerso nei propri pensieri. «No, io so che è stato quel bastardo, e che poi,
deliberatamente, ha lasciato che finissi sulla forca per l’omicidio. Un giorno,
se vivrò abbastanza a lungo...» Julie indietreggiò per il tono crudele nella sua
voce. «Ma tu hai detto che Austin non aveva un centesimo», lo interruppe
frettolosamente. «Uccidendo Rachel, che stava per ottenere un mucchio di
denaro da te con il divorzio, avrebbe perso l’occasione di mettere le mani sul
tuo denaro, quando l’avesse sposata.» «Era un tossicomane. Chi lo sa che
cosa passa nella mente di un tossicomane?» «Hai detto che aveva una costosa
dipendenza dalla droga. Non credi che mettere le mani sul tuo denaro per
pagare il suo vizio, sarebbe stata la sua prima preoccupazione?» «Ne ho
avuto più che abbastanza di questo», disse in tono pungente. «Dico sul
serio!» Vide il volto di Julie impallidire e immediatamente rimpianse la sua
esplosione d’ira. Addolcendo il tono, si alzò in piedi e le tese la mano per
aiutarla. «Mettiamo da parte tutto e decidiamo che cosa fare per il resto della
nostra serata.» Julie trattenne la sua reazione istintiva allo scatto rabbioso di
Zack, e ricordò a se stessa con forza che ciò che era accaduto la sera prima
non si sarebbe mai, mai più ripetuto.
  CAPITOLO 40.
DIECI minuti più tardi Julie era seduta su uno sgabello accanto al bancone
della cucina, completamente rilassata, e rideva perché non riuscivano a
decidere che cosa fare della loro serata. «Farò un elenco», lo canzonò lei,
tirando più vicino a sé un blocchetto per gli appunti e una matita. «Finora, hai
suggerito di fare l’amore». Lo annotò, mentre Zack si chinava su di lei a
osservare con un sogghigno, la mano appoggiata sulla sua spalla. «E fare
l’amore. E fare l’amore.» «L’ho proposto solo tre volte?» scherzò Zack,
quando lei ebbe finito di scrivere.
«Sì, e io ho acconsentito tutte e tre le volte, ma si supponeva che pensassimo
a qualche idea per la prima parte della serata.» Lo colpì allora ciò che aveva
notato prima, quando lei scriveva sugli schedari, e le fece i complimenti per
questo: «La tua calligrafia è così precisa, che sembra che le parole siano state
scritte a macchina».
«Il che non è sorprendente», rispose lei con un sorriso sopra le spalle, «dal
momento che ho passato anni a lavorarci sopra.
Mentre le altre tredicenni cominciavano a sbavare per te nei tuoi
primi film, io restavo a casa a perfezionare la mia calligrafia.»
Lui sembrò ammutolito per un simile spreco di sforzo. «Perché?»
Girandosi lentamente sullo sgabello, Julie alzò gli occhi a
guardarlo. «Perché», disse, «sono stata completamente analfabeta
fino quasi a dodici anni. Non sapevo leggere più di qualche
parola e non sapevo scrivere niente altro che il mio nome e in
modo non molto leggibile.»
«Eri dislessica, o qualcosa del genere?»
«No. solo analfabeta per mancanza di istruzione. Quando ti ho raccontato
della mia infanzia, ho tralasciato questa parte.» «Di proposito?» chiese Zack,
quando lei si alzò, girando intorno al bancone a prendere un bicchiere
d’acqua.
«Può essere stato voluto, benché non abbia coscientemente deciso di
nascondertelo. Buffo, vero, che sia riuscita ad ammettere con facilità di
essere stata una piccola ladra, ma che la mia mente sia rifuggita dal dire che
sono stata un’analfabeta?» «Non capisco come questo sia potuto accadere,
non a una persona intelligente come te.» Lei gli diede un’occhiata di
disinvolta superiorità che gli fece desiderare di afferrarla tra le braccia e di
baciare le sue labbra morbide, mentre lei diceva in tono sdegnoso: «Per tua
informazione, può accadere a chiunque, signor Benedict, e il fatto di essere
intelligente non ha niente a che fare con questo. Una donna su cinque, in
questo paese, è ufficialmente analfabeta. Hanno perso la scuola quando erano
piccole, perché erano necessarie a casa per aiutare i fratelli, o perché le loro
famiglie si spostavano in continuazione, o per dozzine di altre ragioni.
Quando non riescono a mettersi alla pari, decidono di essere stupide e
smettono di tentare. Qualunque sia la ragione, il risultato è sempre lo stesso:
sono condannate a una vita di lavori umili e di scarso benessere; si mettono
con degli uomini che abusano di loro perché si sentono indifese e indegne di
qualcosa di meglio. Non puoi immaginare come sia vivere in un mondo pieno
di informazioni che sono al di là della tua capacità di comprensione, ma io
ricordo bene com’era. Vivi in uno stato di paura e di vergogna. La vergogna è
insopportabile ed è perciò che le donne lo tengono nascosto». «Te ne
vergognavi, giovane com’eri?» chiese Zack, scosso da quella nuova presa di
coscienza della sua infanzia. Lei annuì, trangugiando un po’ d’acqua, poi
mise il bicchiere da parte. «Avevo l’abitudine di sedermi in prima fila,
quando andavo a scuola, così non dovevo vedere le facce degli altri bambini,
quando ridevano di me. Avevo convinto gli insegnanti di non vederci bene.»
Zack non sapeva quasi come far fronte alle emozioni che infuriavano dentro
di lui, al pensiero di lei da bambina, che tentava di farsi strada bluffando nella
vita, in una città cresciuta disordinatamente e sporca, dove nessuno si curava
di lei. Schiarendosi la gola, disse: «Hai detto che la mancanza di istruzione è
stata la causa iniziale del tuo problema. Perché non ti mandavano a scuola?»
«Ero una bambina delicata, così persi gran parte della prima e della seconda
elementare, ma gli insegnanti avevano simpatia per me, così mi promossero
comunque alla classe successiva. I genitori adottivi con cui stavo erano
occupatissimi con gli altri bambini e non lo capirono finché non venni
scovata a marinare la scuola. A quell’epoca, ero in quarta elementare e
irreparabilmente indietro.» «Così decidesti di specializzarti nel rubare
macchine e nel borseggiare persone, finché i Mathison non ti hanno
raddrizzata?» Lei gli rivolse un sorriso imbarazzato e annuì, avviandosi di
nuovo allo sgabello che aveva lasciato vuoto. «Qualche mese fa, per caso, ho
scoperto che la moglie del bidello non sapeva leggere. Ho cominciato a
insegnarle e ben presto lei mi ha portato un’altra donna, e questa un’altra, e
adesso sono sette, e siamo state costrette a trasferirci in un’aula normale.
Quando all’inizio sono venute alle lezioni, non credevano veramente che
potessi aiutarle.» Con una risatina sommessa, aggiunse: «Sono stata costretta
a scommettere con Peggy Listrom che le avrei fatto da baby-sitter per un
mese intero, se non fosse stata in grado di leggere tutti i segnali stradali e le
insegne dei negozi di Keaton, per la primavera».
Zack attese finché lei non gli fu di fianco, poi nascose la sua crescente
tenerezza dietro a una battuta. «Mi sembra rischioso.» «Non rischioso quanto
lasciarle affrontare la vita nelle condizioni in cui è. Inoltre, ho già
praticamente vinto la scommessa.» «Legge le segnalazioni stradali?» Julie
annuì e Zack vide i suoi occhi illuminarsi per l’eccitazione.
«Oh, Zack, non puoi proprio immaginare la sensazione che
si prova a vederle cominciare a imparare! Continuano imperterrite
a credere di essere stupide, finché, all’improvviso - un giorno
 pronunciano tutte le parole di una breve frase e alzano gli occhi a
   guardarmi con un tale... un tale stupore nello sguardo!» Tese la mano, a
   palma in su. «Essere in grado di insegnar loro... è come fare un miracolo
   con le tue stesse mani.» Zack deglutì contro la strana contrazione che sentì
   alla gola e si costrinse a mettere una nota di allegria nella sua voce. «Tu
   sei un miracolo, signorina Mathison.» Lei rise. «No, non lo sono, ma ho il
  presentimento che Debby Sue Cassidy lo sarà.» Dal momento che lui
  sembrava interessato, Julie aggiunse: «Ha trent’anni e sembra la
  quintessenza della bibliotecaria - capelli lisci castani, lineamenti da
  studiosa, ma lavora come donna di servizio per la signora Neilson da
  quando aveva sedici anni. E’ sveglia e intelligente, molto sensibile, e piena
  di fantasia. Prima o poi, vuole scrivere un libro. E’ perciò che ero ad
  Amarillo, il giorno in cui ci siamo incontrati», concluse Julie,
  appollaiandosi sullo sgabello e rivolgendo la propria attenzione al
  blocchetto degli appunti. «Stavo raccogliendo del denaro per comperare
  del materiale speciale di insegnamento. A dire il vero, è piuttosto
  economico, ma le cose si sommano.»
«Hai raccolto il denaro?»
Lei annuì, sollevando la matita e sorridendogli sopra le spalle. Incapace di
trattenersi dal toccarla, Zack le appoggiò una mano sulla spalla e
scherzosamente le morsicò l’orecchio. Lei rise, poi chinò il capo di lato e
sfregò leggermente la morbida guancia sul dorso della sua mano.
Quel semplice gesto affettuoso fece precipitare bruscamente lo spirito di
Zack, perché lo costrinse a ricordare che dopo quella sera non ci sarebbero
più stati gesti di nessun tipo. Avrebbe dovuto lasciarla andare quella mattina,
ma non aveva potuto, non quando lei lo avrebbe odiato per sempre, e più a
lungo la teneva con sé, più difficile sarebbe stato lasciarla andare del tutto.
Mandarla via il giorno dopo, quando esisteva la possibilità che lei cadesse
sotto interrogatorio, significava che lui avrebbe dovuto anticipare la sua
partenza dagli Stati Uniti di oltre una settimana, ma il fatto di sapere che lei
sarebbe stata al sicuro da ogni ulteriore invasione di elicotteri che, la
prossima volta, avrebbe potuto non essere falsa, valeva la pena di correre
quel rischio in più.
Tentando di scacciare l’umore tetro che stava calando su di lui, disse:
«Qualunque cosa faremo questa sera, rendiamola speciale. Festosa». Gli
occorse ogni oncia dell’abilità di attore che possedeva per mantenere il viso
sorridente, in modo che lei non si rendesse conto che l’avrebbe mandata via il
mattino seguente. Julie rifletté un momento, poi di colpo sorrise. «Che cosa
ne dici di una cena a lume di candela, seguita dal ballo - un finto
appuntamento, solo che avverrà qui? Io mi metterò in ghingheri», aggiunse
per convincerlo, prima di realizzare che non aveva assolutamente bisogno di
essere convinto: stava annuendo con un piacere sollevato che Julie pensò
fosse sorprendentemente eccessivo, per la sua modesta idea.
«Fantastico», acconsentì immediatamente. Lanciò un’occhiata
al suo orologio, «io userò il bagno in camera tua, e passerò a
prenderti tra un’ora e mezza. Ti è sufficiente, come tempo?»
Julie rise. «Penso che un’ora e mezza sia un tempo più che sufficiente
per qualunque trasformazione sarò in grado di fare.»
   CAPITOLO 41.
AVENDO suggerito l’idea, Julie era improvvisamente decisa ad abbagliarlo
con il massimo fascino possibile, e passò più di un’ora a prepararsi. I capelli
erano un pregio che possedeva in abbondanza e poiché Zack evidentemente
vi prestava particolare attenzione li lavò e li asciugò, poi acconciò la pesante
massa di capelli in modo che le incorniciassero il volto, ricadendo in onde e
riccioli casuali da una parte e sulla schiena. Soddisfatta di aver fatto del suo
meglio con quello, si tolse la vestaglia e si infilò un abito morbido di maglia
di un vibrante blu cobalto. Non fu che quando Julie allungò le mani sulla
schiena per chiuderlo che si rese conto che non aveva nessuna cerniera.
Benché l’abito avesse un ampio collo drappeggiato sul davanti, questo le
ricadeva sulle spalle lasciando un profondo ovale di pelle nuda scoperta sulla
schiena. L’ingannevole semplicità del modello, combinato con il davanti
modesto e le spalle sensazionali, era irresistibilmente bello, e la faceva
sentire bella, ma Julie indietreggiò dallo specchio, esitante a indossare un
abito così elegante - indubbiamente costoso - che si dava anche il caso che
appartenesse a qualcun’altra.
D’altra parte, sapeva di non avere molte alternative. Le occorreva qualcosa di
lungo da indossare, perché non aveva calze, e si rifiutava di prendere in
prestito la biancheria intima di un’altra donna. Morsicandosi il labbro, decise
di indossare il magnifico abito blu e chiese silenziosamente scusa alla donna
sconosciuta con quel guardaroba sfarzoso.
Una seconda incursione nel guardaroba le fruttò un paio di ballerine blu
intonate che le erano di mezzo numero più grandi, ma perfettamente comode.
Soddisfatta di aver fatto assolutamente del suo meglio con ciò che aveva a
disposizione, si arruffò i capelli e diede un’ultima occhiata allo specchio.
Aveva impiegato più tempo a prepararsi per il suo appuntamento di quella
sera, di quanto avesse impiegato per il suo ruolo di damigella d’onore al
matrimonio di Carl e Sara, ma era stato tempo ben speso, decise.
Le candele erano già accese sul tavolino, quando Julie entrò nel soggiorno, il
fuoco ardeva vivace sulla grata e Zack era in piedi accanto al bancone ad
aprire una bottiglia di champagne. Julie trattenne il fiato vedendo quanto
fosse attraente nel suo abito blu preso in prestito che gli aderiva alle spalle
larghe e contrastava magnificamente con la camicia bianco candido e la
cravatta intonata. Stava per dire qualcosa, quando all’improvviso ricordò di
averlo visto vestito da cerimonia un’altra volta, in passato - solo, con abiti
suoi - e provò un’acuta fitta di rammarico per ciò che lui aveva perso.
Quell’altra volta, l’aveva visto alla televisione durante la cerimonia della
premiazione degli Oscar, una volta in cui ne aveva consegnato uno e poi era
salito di nuovo a lunghi passi sul palcoscenico ad accettare il proprio, come
miglior attore.
Il fatto che ora fosse costretto a nascondersi come un animale braccato e a
indossare degli abiti presi in prestito le faceva venir voglia di piangere.
Proprio mentre lo pensava, realizzò che lui non si lamentava mai e che non
avrebbe gradito né la sua compassione, né la sua pietà. Dal momento che
quella doveva essere una serata festosa e allegra, Julie decise di assicurarsi
che lo fosse. Sentendosi un po’ intimidita e imbarazzata, infilò le mani nelle
tasche nascoste nelle cuciture laterali dell’abito, e fece un passo avanti.
«Ciao», disse con un sorriso smagliante.
Zack alzò lo sguardo, fissando gli occhi su di lei, e lo champagne che stava
versando cominciò a traboccare dal bordo del bicchiere. «Mio Dio», disse in
un rauco sussurro di soggezione, mentre il suo sguardo si spostava
lentamente dal suo volto, ai suoi capelli, in giù sul suo corpo. «Com’è mai
possibile che tu sia gelosa di Glenn dose?» Non fu che in quel momento che
Julie capì che era esattamente per quello che aveva voluto mettersi in
ghingheri, truccarsi e sistemarsi i capelli. Aveva tentato di competere con le
donne affascinanti che lui aveva conosciuto, su un terreno più equo. «Stai
facendo traboccare lo champagne», gli disse con dolcezza, talmente
compiaciuta da non saper quasi come comportarsi. Lui imprecò sottovoce,
raddrizzò di scatto la bottiglia e allungò una mano a prendere uno
strofinaccio per asciugare.
«Zack?»
«Cosa?» disse lui, in tono dispiaciuto, sopra le spalle, prendendo i bicchieri.
«Com’è mai possibile che tu sia stato geloso di Patrick Swayze?» Il fascino
del suo improvviso, candido sorriso rese chiaro che era compiaciuto del suo
complimento, quanto lei lo era del suo. «Quali cantanti hai scelto?» lo
stuzzicò Julie dopo la loro cena a lume di candela, mentre Zack inseriva dei
CD nel giradischi.
«Perché se hai scelto Topolino, non ballerò con te.»
«Sì, lo farai.»
«Che cosa ti rende così sicuro?»
«Ti piace ballare con me.»
Nonostante lo scherzoso scambio di battute, Julie era ben cosciente che il suo
umore si era incrinato durante la cena. Benché lui le avesse chiesto
espressamente di considerare la serata come un’occasione festosa, c’era
un’indefinibile tensione e un’aria torva sui suoi lineamenti che stavano
diventando più pronunciati mentre la serata trascorreva lentamente. Julie si
disse che era stata la loro discussione sull’omicidio ad aver causato il suo
strano umore, perché l’unica altra spiegazione che le veniva in mente era che
stesse pensando di mandarla via, e quello non poteva sopportare di prenderlo
in considerazione.
Dietro di lei, sullo stereo, la voce di Barbra Streisand si levò senza sforzo
nelle prime battute di una canzone intensamente romantica e Julie tentò di
nuovo di liberarsi del suo presentimento, mentre Zack apriva le braccia verso
di lei. «Questa, certamente non è la voce di Topolino», le fece notare lui. «Ti
va bene?» Julie annuì, sorridendo con soddisfazione. «La Streisand è in
assoluto la mia cantante preferita.» «Anche la mia». Zack fece scivolare le
braccia intorno alla sua vita, attirandola più vicina a sé.
«Se avessi una voce così», disse Julie, parlando per tenere a bada la sua
inquietudine, «canterei solo per sentire me stessa.» Improvvisamente, Julie si
rese conto che la mano di Zack stava lentamente vagando su per la sua
schiena nuda; vide il fuoco nascosto nei suoi occhi avvampare lentamente, e
in profondità dentro di sé avvertì la risposta eccitante del desiderio
cominciare di nuovo - desiderio per la torturante dolcezza del suo tocco, per
appassionata insistenza del suo bacio e per la gioia dirompente del corpo di
lui che possedeva il suo. Com’era elettrizzante sapere che avrebbe avuto tutto
quello prima che la notte finisse ed essere capace di assaporare e prolungare
quel momento, proprio come avvertiva che anche Zack desiderava fare. Ma
avrebbe avuto tutto quello la sera dopo e la sera dopo ancora? si chiese,
lottando per tenere a freno il panico riguardo a ciò che l’intuito le diceva che
stava dietro al suo umore tetro.
Julie ascoltava le toccanti parole della canzone, chiedendosi se anche lui le
notasse, oppure se, come la maggior parte degli uomini, ascoltasse
semplicemente la musica, ignorando il testo. «Bella canzone», disse, perché
desiderava disperatamente che Zack sentisse le parole come se venissero da
lei. «Magnifico testo», convenne lui, tentando di ritrovare l’equilibrio,
dicendosi che ciò che provava sarebbe presto svanito, quando fosse stato
lontano da lei. Fissò il viso di Julie e le parole della canzone della Streisand
sembrarono trafiggergli il cuore:
Risveglierò ciò che dorme nei tuoi occhi -
Quel domani in attesa nelle loro profondità -
Nell’universo d’amore che serbi in essi -
Forse ci vorrà un bacio, o due.
Per tutta la mia vita...
Estate, inverno, primavera, e autunno della mia vita... Tutto ciò che sempre
ricorderò della mia vita, è tutta la mia vita.
Con te.
Zack si sentì veramente sollevato quando la voce della Streisand si dissolse
poco a poco e cominciò a suonare un duetto tra Whitney Houston e Jermaine
Jackson. Ma Julie scelse quel momento per sollevare la guancia dal suo petto
a guardarlo e quando Zack guardò nei suoi occhi e udì le parole della
canzone, si sentì stringere il petto.
Come una candela che brucia luminosa -
L’amore brilla nei tuoi occhi.
Una fiamma per illuminare il nostro cammino
che arde ogni giorno più splendente.
Ero parole senza melodia,
Una canzone mai cantata.
Una poesia senza rima, una ballerina fuori tempo...
Ma ora ci sei tu.
E nessuno mi ama come fai tu.
Quando la canzone giunse al termine, Julie trasse un debole respiro e Zack si
rese conto che stava tentando di sottrarsi all’incantesimo della musica
riprendendo la conversazione sulle loro reciproche preferenze. «Qual è il tuo
sport preferito?» Lui le inclinò il mento all’insù. «Il mio sport preferito»,
disse con una voce dolente e rauca, che Zack quasi non riconobbe come la
propria, «è fare l’amore con te.» Gli occhi di Julie si offuscarono per un
amore che non tentava più di nascondergli. «Qual è il tuo cibo favorito?»
chiese con voce tremante.
In risposta, Zack chinò il capo a sfiorarle le labbra in un bacio delicato. «Sei
tu.» E in quel momento si rese conto che mandarla fuori dalla sua vita il
giorno dopo sarebbe stato più difficile di quanto fosse stato sentire i cancelli
della prigione richiudersi con fragore dietro di lui, cinque anni prima. Senza
rendersi conto di che cosa stava facendo, strinse le braccia intorno a lei,
affondò il viso nei suoi capelli e strinse con forza gli occhi.
La mano di Julie gli sfiorò il viso, allargando le dita sulla sua
mascella rigida, e la sua voce era distrutta. «Stai pensando di
mandarmi a casa domani, non è vero?»
«Sì.»
Julie sentì l’assoluta definitività di quella parola ed era così in sintonia con
lui da sapere che sarebbe stato inutile discutere, ma lo fece comunque. «Non
voglio andarmene!» Zack sollevò il capo, e anche se la sua voce era ancora
dolce, era più ferma e più risoluta. «Non renderlo più difficile di quanto già
non sia.» Julie si chiese desolatamente com’era possibile che fosse più
difficile, ma trattenne quell’inutile protesta e fece come le chiedeva, per il
momento. Andò a letto con lui, quando glielo chiese e tentò di sorridere
quando glielo chiese. Dopo aver portato entrambi a un orgasmo dirompente,
Julie si girò tra le sue braccia e sussurrò: «Ti amo. Ti...» La punta delle sue
dita le coprirono le labbra, soffocando le parole quando lei tentò di
pronunciarle ancora. «Non dirlo.» Julie distolse lentamente lo sguardo dal
suo e chinò il capo, fissandogli il petto. Avrebbe voluto che anche lui glielo
dicesse, anche se non lo pensava. Voleva sentire quelle parole da lui, ma non
glielo chiese perché sapeva che si sarebbe rifiutato.
  CAPITOLO 42.
IL motore della Blazer stava girando al minimo e il fumo di scarico saliva
denso a spirale dal tubo di scappamento nell’aria gelida dell’alba, mentre loro
stavano fermi accanto alla macchina. «Non c’è neve nelle previsioni del
tempo», disse Zack, alzando lo sguardo verso il debole rosa dell’alba che
striava il cielo, mentre allungava una mano dall’altra parte del volante ad
appoggiare un termos pieno di caffè sul sedile passeggeri accanto a esso.
Abbassò lo sguardo su Julie, con espressione calma. «Dovresti
avere le strade sgombre fino in Texas.»
Julie capiva le regole di quella partenza, perché lui le aveva
chiarite quella mattina - niente lacrime, niente rimpianti - e stava
tentando disperatamente di apparire serena. «Starò attenta.»
«Non andare veloce», disse Zack. Mentre parlava, allungò
una mano a tirarle più su la cerniera della giacca, poi le sistemò
il colletto più vicino al mento. Quel semplice gesto la fece quasi
piangere. «Guidi dannatamente troppo veloce.»
«Non andrò veloce.»
«Cerca di arrivare il più possibile lontano di qui, senza essere riconosciuta»,
le ricordò di nuovo Zack. prendendo gli occhiali da sole dalla sua mano e
facendoglieli scivolare sul naso. «Una volta che sarai riuscita a superare il
confine dell’Oklahoma, fermati al primo autogrill che incontri e lascia la
macchina lì davanti. Resta nascosta per quindici minuti, poi vai direttamente
ai telefoni a pagamento e chiama la tua famiglia. Gli agenti dell’FBi staranno
ascoltando la conversazione, quindi cerca di sembrare il più nervosa e
confusa possibile. Di’ loro che ti ho lasciata all’autogrill sul pavimento del
sedile posteriore con gli occhi bendati, poi sono scomparso, e tu sei riuscita a
liberarti. Di’ loro che stai andando a casa. Una volta che sarai là, attieniti
strettamente alla verità.» Zack aveva già preso una sciarpa dalla casa,
annodata come se fosse stata legata dietro al capo, e l’aveva gettata in
macchina quella mattina. Julie deglutì e annuì, perché non restava nulla da
fare o da dire - almeno, niente che lui volesse sentire. «Qualche domanda?»
chiese Zack.
Julie scosse il capo.
«Bene. Adesso, dammi un bacio d’addio.»
Julie si sollevò sulla punta dei piedi a baciarlo e rimase sorpresa quando le
sue braccia si chiusero intorno a lei con sorprendente forza, ma il suo bacio
fu breve, poi la staccò da lui. «E’ ora», disse in tono piatto.
Lei annuì, ma le sembrava di non riuscire a muoversi e la sua
decisione di non fare nessun genere di scena spiacevole si incrinò
leggermente. «Mi scriverai, vero?»
«No.»
«Ma potresti farmi sapere come stai», disse lei. in tono disperato, «anche se
non potrai dirmi dove sei. Devo sapere che sei in salvo! Tu stesso hai detto
che non controlleranno a lungo la mia posta.» «Se verrò preso, lo verrai a
sapere dai notiziari nel giro di poche ore. In caso contrario, saprai che sono in
salvo.» «Ma perché non puoi scrivermi?» proruppe lei, e subito lo rimpianse
quando il suo viso divenne rigido e distaccato. «Niente lettere. Julie! Sarà
finita, quando te ne andrai di qui, oggi. Sarà finita tra noi.» Quelle parole la
sferzarono come una frusta, anche se non c’era asprezza nel suo tono.
«Domani mattina, dovrai riprendere la tua vecchia vita dove l’hai lasciata.
Fai finta che niente di tutto questo sia accaduto e lo dimenticherai nel giro di
poche settimane.» «Forse tu sarai capace di farlo, ma io no», disse lei,
detestando il tono di supplica e le lacrime, nella sua voce. Scosse il capo
come per annullare le proprie parole e si voltò verso la macchina, passandosi
rabbiosamente la spalla contro gli occhi umidi. «Me ne vado, prima di
rendermi ancora più ridicola», disse con voce soffocata.
«Non farlo», mormorò Zack, brusco, afferrandola per il braccio per impedirle
di andarsene. «Non così.» Julie alzò lo sguardo nei suoi occhi impenetrabili e
per la prima volta non fu così sicura che stesse affrontando il commiato di
quella mattina così facilmente come lei aveva creduto. Appoggiandole la
mano di fianco al viso, le tirò indietro i capelli e disse solennemente:
«L’unica cosa sciocca che hai fatto nell’ultima settimana è stata di
prendertela troppo per me. Tutto il resto che hai detto e fatto è stato... giusto.
E’ stato perfetto».
Chiudendo gli occhi e cacciando indietro le lacrime, Julie girò il viso nella
sua mano e gli baciò il palmo, come lui aveva baciato il suo, una volta, e
sussurrò contro di esso: «Ti amo così tanto». Zack ritrasse di scatto la mano
e la sua voce assunse un tono accondiscendente e divertito. «Tu non mi ami,
Julie. Sei ingenua e inesperta e non conosci la differenza tra il buon sesso e il
vero amore. Adesso, fai la brava bambina, vai a casa dov’è il tuo posto e
dimenticati di me. Questo è esattamente ciò che desidero che tu faccia.» Lei
si sentì come se l’avesse schiaffeggiata, ma l’orgoglio ferito le fece sollevare
il mento. «Hai ragione», disse con tranquilla dignità, salendo in macchina.
«E’ ora di tornare alla realtà.» Zack rimase a guardare scomparire la
macchina dietro alla prima curva e svanire dalla vista in mezzo a torreggianti
cumuli di neve. Rimase fermo lì per molto tempo dopo che lei se ne fu
andata, finché il vento gelido lo costrinse a ricordarsi che stava all’aperto con
una giacca leggera. L’aveva ferita perché «doveva» farlo, ricordò di nuovo a
se stesso, mentre si girava verso la casa. Non poteva permetterle di sciupare
dell’altro tempo prezioso della sua vita amandolo, o sentendo la sua
mancanza, o aspettandolo. Aveva fatto la cosa giusta, mettendo in ridicolo il
suo amore.
Entrò in cucina, afferrò distrattamente la caffettiera e allungò una mano a
prendere una tazza dalla credenza, poi vide quella nella quale Julie aveva
bevuto quella mattina, appoggiata sul ripiano del bancone. La prese
lentamente, poi la premette contro la guancia.
  CAPITOLO 43.
DUE ore dopo aver lasciato la casa di montagna, Julie accostò la macchina al
margine di un tratto deserto di strada e prese il termos sul sedile accanto a lei.
La gola e gli occhi le dolevano per le lacrime che si rifiutava ostinatamente di
versare e aveva la mente stordita nell’inutile sforzo di cancellare il doloroso
ricordo delle sue parole d’addio: «Tu non mi ami, Julie. Sei ingenua e
inesperta e non conosci la differenza tra il buon sesso e il vero amore».
Le mani le tremavano per il dolore atroce mentre versava il caffè nel
coperchio del termos. Com’era stato inutilmente crudele da parte sua metterla
in ridicolo in quel modo, particolarmente sapendo che lei avrebbe dovuto
affrontare la polizia e la stampa, non appena fosse tornata a casa. Perché non
avrebbe potuto o ignorare le sue parole, o mentire, e dire che anche lui
l’amava, così che lei avesse qualcosa cui aggrapparsi durante la prova che
aveva davanti a sé? Sarebbe stato tanto più facile per lei affrontarla, se solo
Zack le avesse detto di amarla.
«Tu non mi ami, Julie... Adesso, fai la brava bambina, vai a casa dov’è il tuo
posto e dimenticati di me...» Julie tentò di deglutire il caffè, ma le si fermò
nella gola contratta mentre un’altra dolorosa constatazione la colpiva,
lasciandola ancora più desolata e confusa di prima: nonostante il fatto che
avesse deriso i suoi sentimenti, Zack doveva aver capito dannatamente bene
che lei lo amava davvero. Infatti, ne era così sicuro da aver supposto di
poterla trattare in quel modo, e che tuttavia sarebbe tornata a casa e non
l’avrebbe tradito con le autorità. E Julie sapeva anche che aveva ragione. Lo
amava troppo per volergli fare del male e la fiducia nella sua innocenza e il
desiderio di proteggerlo, cosa abbastanza strana, ora erano in tutto e per tutto
forti quanto lo erano stati il giorno prima. Un camioncino le sfrecciò
accanto, schizzandole la fanghiglia contro il fianco della macchina, e Julie
ricordò il suo avvertimento di arrivare il più lontano possibile senza attirare
l’attenzione. Stancamente, si mise seduta con la schiena eretta e ingranò la
marcia, guardandosi alle spalle per assicurarsi che non fosse pericoloso
staccarsi dal bordo della strada, ma regolò il pedale dell’acceleratore sulle
sessantacinque miglia all’ora. Perché Zack le aveva detto di non andare
veloce. E perché venire fermata per eccesso di velocità ricadeva sotto la
categoria di «attirare l’attenzione». Julie riuscì a raggiungere il confine tra il
Colorado e l’Oklahoma in molto meno tempo di quanto era occorso a
percorrere la stessa distanza sotto la bufera di neve. Seguendo le istruzioni di
Zack, si fermò al primo autogrill dalla parte dell’Oklahoma e fece la sua
telefonata.
Suo padre rispose al primo squillo. «Papà», disse lei, «sono Julie. Sono
libera. Sto tornando a casa.» «Grazie a Dio!» esplose lui. «Oh, grazie a Dio!»
In tutti quegli anni non le era mai capitato di sentire suo padre così sconvolto
e provò rimorso per ciò che gli aveva fatto passare. Prima che uno dei due
potesse parlare di nuovo, tuttavia, si intromise una voce sconosciuta: «Sono
l’agente Ingram dell’FBi, signorina Mathison, dove si trova?» «Sono
nell’Oklahoma. a un autogrill. Sono libera. Lui... mi ha lasciata nella
macchina con le chiavi, bendata. Ma se n’è andato.
Sono sicura che se n’è andato. Non so dove.»
«Ascolti attentamente», disse la voce. «Ritorni in macchina, chiuda le porte,
e se ne vada di lì immediatamente. Non resti nelle vicinanze dove l’ha visto
l’ultima volta. Si diriga nella zona popolata più vicina e ci richiami da lì. Noi
avviseremo le autorità locali e loro la raggiungeranno. Adesso, se ne vada da
lì, signorina Mathison!» «Voglio venire a casa!» lo avvertì Julie, con sincera
disperazione. «Voglio vedere la mia famiglia. Non voglio restare ad
aspettare in Oklahoma. Non posso! Volevo solo che qualcuno sapesse che sto
tornando a casa.» Riattaccò il telefono e si diresse alla macchina, ma non
chiamò da una zona più frequentata. Due ore più tardi un elicottero che
evidentemente stava cercando l’ostaggio sconvolto di ritorno a casa, la
individuò sull’interstatale buia e le volteggiò sopra. Qualche minuto dopo che
Julie l’ebbe notato, delle auto della polizia con le luci rosse e blu che
roteavano cominciarono a immettersi sull’interstatale a tutta velocità dalle
rampe d’accesso, prendendo posizione davanti e dietro di lei, formando un
corteo, per scortarla a casa. O, più probabilmente, pensò Julie nervosa, per
impedire alla presunta complice di Zack Benedict di cambiare idea e di
tentare di fuggire prima di essere interrogata.
Era orribile rendersi conto della vera portata della caccia che era stata avviata
contro loro due e Julie si risentì profondamente della sua scorta ufficiale -
finché non arrivarono a Keaton e non si avvicinarono alla casa dei suoi
genitori. Benché fossero le due del mattino, i giornalisti brulicavano
dappertutto nel giardino e nella strada, e i flash delle macchine fotografiche
lampeggiarono verso di lei quando scese dalla macchina. Ci vollero tre
poliziotti del Texas e i suoi due fratelli per farla passare in mezzo alla calca
di giornalisti che le gridavano domande, e salire sotto il portico.
Due agenti dell’FBi stavano aspettando dentro casa, ma i suoi genitori si
precipitarono ad avvolgerla nel calore delle loro braccia e del loro amore,
«Julie», continuava a dire sua madre, stringendola, piangendo e sorridendo.
«Mia Julie, mia piccola Julie.» Suo padre la chiuse in un forte abbraccio,
continuando a ripetere:
«Grazie a Dio, grazie a Dio», e Julie sentì le lacrime offuscarle gli occhi
perché non aveva mai capito quanto l’amassero. Ted e Carl l’abbracciarono,
tentando di scherzare sulla sua avventura, ma entrambi avevano chiaramente
un’aria stanca, e le lacrime contro cui lottava da oltre ventiquattro ore le
scivolarono lungo le guance. Negli ultimi dieci anni, non aveva versato che
poche lacrime - ed erano state per dei film tristi - ma nell’ultima settimana le
sembrava di averne versate un oceano. Ciò, decise furiosa Julie, doveva finire
immediatamente e definitivamente. La riunione di famiglia venne interrotta
dall’agente dell’FBi dai capelli biondi, che fece un passo in avanti e disse con
voce calma e autoritaria: «Mi dispiace intromettermi, signorina Mathison, ma
il tempo è essenziale in questo momento e abbiamo delle domande cui
occorrono risposte. Sono David Ingram, abbiamo parlato per telefono».
Indicò con un gesto l’agente alto, con i capelli scuri, accanto a lui e disse:
«Questo è l’agente Paul Richardson, che è incaricato del caso Benedict».
La signora Mathison parlò a voce alta. «Andiamo in soggiorno c’è posto per
tutti al tavolo.» Poi tirò in ballo il suo vecchio toccasana per qualunque
malanno infantile di Julie: «Preparerò del latte, dei biscotti, e anche del
caffè», aggiunse. «No, mi dispiace, signora Mathison», disse con fermezza
Paul Richardson. «Penso che questa conversazione sia meglio condurla in
privato. Sua figlia potrà metterla al corrente domani mattina.» Julie si era
avviata verso il soggiorno in mezzo a Carl e Ted, ma si fermò, voltandosi a
quelle parole. Ricordando a se stessa che quegli uomini non erano veramente
nemici e che stavano solo tentando di fare il loro lavoro, disse con tranquilla
fermezza:
«Signor Richardson, capisco quanto sia ansioso di fare le sue domande, ma la
mia famiglia è altrettanto ansiosa di sentire le mie risposte, e ne hanno anche
più diritto di voi. Vorrei che loro fossero presenti, questa notte, se non vi
dispiace». «E se mi dispiacesse?» La sua altezza e le sue sembianze le
ricordavano acutamente Zack e dopo il viaggio snervante tutte le sue difese
erano abbassate. Come risultato, lo stanco sorriso che gli rivolse fu
involontariamente personale. «La prego, cerchi di non dispiacersene. Sono
esausta e non desidero sinceramente discutere con lei.» «Immagino che la sua
famiglia potrà essere presente», cedette lui, poi lanciò al suo compagno
accigliato uno strano sguardo acquietante. Julie non si accorse di quello
scambio di occhiate, ma Ted lo vide e anche Carl.
«Molto bene, signorina Mathison». disse bruscamente l’agente Ingram,
assumendo il controllo del discorso non appena furono seduti. «Cominciamo
dal principio.» Julie provò un piccolo tremito di paura quando Richardson
infilò una mano in tasca, ne prese un registratore e lo mise sul tavolo davanti
a lei, ma ricordò a se stessa ciò che Zack le aveva detto di aspettarsi. «Da
dove vuole che cominci?» chiese, sorridendo con gratitudine a sua madre
quando lei le porse un bicchiere di latte. «Sappiamo già che,
apparentemente, lei è andata ad Amarillo per incontrare il nonno di uno dei
suoi allievi», cominciò Richardson. Julie girò di scatto il capo. «Che cosa
vuol dire con apparentemente?» «Non occorre che si metta sulla difensiva»,
si intromise Ingram precipitosamente, con voce calmante. «Ci dica ciò che è
successo. Cominciamo da quando ha incontrato per la prima volta Zachary
Benedict.» Julie incrociò le braccia sul tavolo e tentò di non provare nessuna
emozione. «Mi sono fermata a prendere un caffè in un ristorante
sull’interstatale. Non ricordo il nome di quel posto, ma lo riconoscerei se lo
vedessi. Quando sono uscita, stava nevicando e un uomo alto con i capelli
scuri era accovacciato accanto alla mia ruota. Era sgonfia. Lui si è offerto di
sistemarla...» «In quel momento, ha notato se era armato?» «Se avessi notato
che aveva una pistola, certamente non gli avrei offerto un passaggio.» «Che
cosa indossava?» Dopodiché, le domande le arrivarono a raffica, senza sosta,
ora dopo ora...
«Signorina Mathison. dev’essere in grado di ricordare qualcosa di più circa
l’ubicazione della casa che lui ha usato come nascondiglio!» Quello era Paul
Richardson, che la stava osservando come se fosse un insetto sotto il suo
microscopio e usava con lei un tono di voce autoritario che le ricordava un
po’ Zack, quando era irritato. Nel suo stato esausto, lei lo trovò più affettuoso
che irritante.
«Gliel’ho detto, ero bendata. E la prego, mi chiami Julie - è più breve e
richiede meno tempo di signorina Mathison.» «In qualche occasione, durante
il suo soggiorno con Benedict, è riuscita a scoprire la sua destinazione?» Julie
scosse il capo. Avevano già discusso una volta tutto quello. «Mi ha detto che
meno sapevo, più lui sarebbe stato al sicuro.» «Ha mai tentato di scoprire la
sua destinazione?» Lei scosse il capo. Quella, era una domanda nuova. «La
prego, risponda a voce alta per il registratore.» «D’accordo!» disse lei.
decidendo improvvisamente che non somigliava per nulla a Zack - era più
giovane, più amabile e addirittura più bello, ma non possedeva il calore di
Zack. «Non gli ho chiesto dove andasse, perché lui mi aveva già detto che
meno sapevo, più lui sarebbe stato al sicuro.» «E lei vuole che lui sia al
sicuro, non è vero?» disse lui, cogliendo al volo la sua risposta. «Non vuole
che lui venga arrestato, vero?» Il momento della resa dei conti era giunto.
Richardson attese, battendo la punta della sua penna a sfera sul tavolo, e Julie
lanciò un’occhiata fuori dalla finestra del soggiorno ai giornalisti che si
accalcavano nel giardino e riempivano la strada, mentre la stanchezza le
crollava addosso in ondate. «Gliel’ho già detto, lui ha tentato di salvarmi la
vita.» «Non riesco a capire perché questo dovrebbe annullare il fatto che lui
sia un condannato per omicidio e che l’abbia presa in ostaggio.»
Appoggiandosi all’indietro sulla sedia, Julie lo fissò con un misto di
disprezzo e di frustrazione. «Non credo neppure per un attimo che Benedict
abbia ucciso qualcuno. Ora, lasci che le chieda una cosa, signor Richardson.»
Ignorando la stretta di avvertimento di Ted al ginocchio per il suo tono
battagliero, disse: «Si metta al mio posto e supponiamo per amore di retorica
che io l’abbia presa in ostaggio e che lei sia riuscito a sfuggirmi. Si nasconde
da me, ma io credo che lei sia caduto in un torrente profondo e gelido. Dal
suo nascondiglio, mi vede correre giù al torrente e tuffarmi nell’acqua
glaciale. Dopo aver capito che ho tentato di salvarle la vita e che ho
desiderato morire quando ho pensato di aver fallito, lei cercherebbe di
ottenere con le lusinghe delle informazioni da me, così da potermi far
catturare e, probabilmente uccidere, nel corso dell’operazione?» «Mi sentirei
costretto», ribatté Richardson, «a fare il mio dovere e aiutare a provvedere
che sia fatta giustizia di un condannato per omicidio, che ora è anche un
rapitore.» Julie lo guardò per un lungo momento e disse con calma: «In
questo caso, posso solo sperare che lei trovi un donatore di cuore, perché
evidentemente non ne possiede uno».
«Penso che basti, per oggi», intervenne l’agente Ingram, con una voce
piacevole quanto il suo sorriso. «Siamo tutti alzati dalla notte scorsa, quando
lei ha chiamato.» La famiglia Mathison si alzò in piedi in preda a diversi
stadi di torpore insonne. «Julie». disse la signora Mathison, soffocando uno
sbadiglio imbarazzato, «tu dormirai qui. nella tua vecchia stanza. Anche voi.
Carl e Ted», aggiunse. «E’ inutile tentare di passare di nuovo in mezzo a tutti
quei giornalisti e inoltre Julie potrebbe aver bisogno di voi, più tardi.» Gli
agenti Ingram e Richardson, vivevano nello stesso complesso condominiale a
Dallas ed erano non solo colleghi ma anche amici. Immersi nei loro pensieri
raggiunsero in silenzio il motel fuori città dove stavano da un’intera
settimana. Fu quando David Ingram fermò la berlina davanti alle loro stanze
che finalmente azzardò un’opinione. Lo fece nello stesso tono disarmante che
aveva indotto Julie a pensare che credesse a ciò che diceva.
«Sta nascondendo qualcosa, Paul.»
Paul Richardson guardò accigliato il numero bianco staccato sulla porta della
sua stanza, poi scosse il capo: «No. E’ onesta. Non credo che nasconda
niente».
«Allora, forse», disse in tono sarcastico Ingram, «è meglio che cominci a
pensare con il cervello invece che con il tuo membro che ha assunto il
comando non appena lei ti ha guardato con quei suoi grandi occhi azzurri.»
Lui voltò di scatto il capo. «Che diavolo vorresti dire?» «Voglio dire»,
rispose con disgusto Ingram, «che hai sviluppato un’ossessione per quella
donna da quando siamo arrivati qui e stai indagando su di lei con gli abitanti
del posto.» «Sciocchezze.» «Davvero? Allora, supponi di dirmi perché
cercavi così disperatamente di scoprire se era andata a letto con Benedict. Lei
ti ha detto due volte che non l’ha violentata o costretta in alcun modo ad
avere rapporti sessuali con lui, ma questo non ti è bastato. Perché non hai
finito con il chiederle se lei non gli aveva permesso di fotterla? Paul, usa la
testa. Julie Mathison non è un angelo, ha un arresto giovanile messo a
verbale...» «Questo non l’avremmo saputo, se non ne avessero lasciato una
copia negli schedari dell’istituto per le adozioni dell’Illinois, invece di essere
distrutta anni fa, come avrebbe dovuto avvenire», lo interruppe Paul. «Sii
onesto, Dave», disse mentre risalivano fianco a fianco il vialetto che portava
alle loro stanze comunicanti. «Hai mai visto in vita tua due occhi come
quelli di Julie Mathison?» «Sì», disse lui con uno sbuffo di derisione. «Quelli
di Bambi.» «Bambi era un cerbiatto. E i suoi occhi erano castani. Quelli di
Julie Mathison sono blu - come dei cristalli trasparenti blu scuro. La bambina
di mia sorella una volta aveva una bambola con degli occhi così.» «Non
posso credere a questa conversazione», esplose Ingram a bassa voce.
«Ascoltati, per l’amor di Dio!» «Rilassati», disse Paul con un sospiro,
passandosi le dita tra i capelli. «Hai ragione - se ha aiutato Benedict nella sua
fuga iniziale, o se ci darà motivo di credere che stia nascondendo delle
informazioni su di lui, adesso - sarò il primo a leggerle i suoi diritti, e lo sai.»
«Lo so», disse Ingram, infilando la chiave nella serratura e aprendo la porta,
mentre Richardson faceva lo stesso con la sua.
«Ma, Paul?»
Paul si chinò all’indietro dalla propria porta. «Sì?» «Che cosa hai intenzione
di fare se l’unica cosa di cui lei fosse colpevole è di essere andata a letto con
Benedict?» «Di trovare quel bastardo e di sparargli per averla sedotta.» «E se
fosse innocente di questo, come pure di collusione con lui, allora che cosa
farai?» Un lento sorriso increspò le labbra di Paul. «In questo caso, sarà
meglio che mi trovi un cuore che lei approvi e mi faccia fare un trapianto.
Hai visto come mi guardava, questa notte, Dave? Era quasi come se mi
conoscesse, in qualche modo, come se ci conoscessimo l’un l’altro. E ci
piacessimo.» «Ci sono donne in tutta Dallas che ti conoscono nel senso
biblico della parola e a tutte piace il tuo grosso...» «Sei solo geloso perché
quella magnifica bionda che un tempo era sposata a suo fratello, non ti degna
di una seconda occhiata, quando viene a casa», lo interruppe Paul Richardson
con un sogghigno.
«Per una piccola cittadina», ammise riluttante Ingram, «ci
sono delle donne davvero eccezionali. Peccato che non abbiano
un motel decente.»
  CAPITOLO 44.
«NON posso credere che dobbiamo affrontare questo solo per avere un po’ di
pace e di intimità!» gridò Julie con impotente disperazione quel tardo
pomeriggio, quando Ted accese con uno scatto le luci roteanti e la sirena
della sua macchina della polizia e schiacciò a fondo l’acceleratore,
allontanandosi a tutta velocità dalla casa dei suoi genitori sotto lo striscione
teso attraverso la Main Street con scritto BENTORNATA A CASA, JULIE,
con i giornalisti che li inseguivano da presso. «Come farò mai a insegnare
alle mie classi, quando tornerò al lavoro lunedì?» «Sei tornata da oltre dodici
ore, senza rilasciare dichiarazioni», le disse Ted, tenendo d’occhio le
macchine che li stavano pedinando, nello specchietto retrovisore.
Dodici ore, pensò Julie. Dodici ore senza un momento per pensare a Zack,
per riandare ai ricordi dolceamari. per recuperare le forze, per tentare di
mettere una sembianza di ordine nella sua mente. Aveva dormito male e
quando si era alzata dal letto gli agenti dell’FBi erano già ad aspettare nel
soggiorno per interrogarla e non avevano finito che due ore prima. Katherine
aveva telefonato suggerendo che Julie andasse da lei e ora erano sulla strada
verso casa sua. ma lei aveva la sgradevole sensazione che Ted e Carl
avessero intenzione di farle delle domande a casa di Katherine, che non
avevano voluto porre davanti ai loro genitori, «Non puoi liberarli di loro?»
chiese contrariata. «Devono essercene un centinaio e stanno sicuramente
violando qualche ordinanza cittadina.» «Il sindaco Addleson dice che stanno
arrivando a branchi al palazzo di giustizia, ora che si è sparsa la voce che sei
tornata. e che pretendono una dichiarazione da te. Stanno approfittando
abbondantemente della loro libertà sotto il primo emendamento, ma non
infrangono nessuna ordinanza cittadina, che io sappia.» «Non so come
riuscirò a non perdere la ragione, se la gente non mi lascerà stare per un po’,
in modo da poter riflettere e riposare», disse Julie.
«Se passerai la notte a casa di Katherine», disse Ted, dando uno sguardo allo
specchietto retrovisore, «avrai un mucchio di tempo per dormire, dopo che
Carl e io avremo sentito ciò che hai da dire.» «Se ciò che tu e Carl avete in
mente è di farmi un altro interrogatorio», disse lei con voce malferma, «vi
avverto che non me la sento proprio.» «Ci sei dentro fino al collo, signorina!»
disse lui, in un tono brusco che non aveva mai usato prima con lei. «Io lo so e
anche Ted. E, probabilmente, lo sanno anche Ingram e Richardson. Ho
deciso di tenere la nostra conversazione a casa di Katherine, oggi, perché si
da il caso che lei viva nell’unica casa di Keaton con cancelli elettrici e un’alta
staccionata che tengano fuori i nostri amici là dietro.» Mentre parlava,
presero una curva sulla strada e lui schiacciò il freno, poi girò su quella
privata dei Cahill, lanciandosi a tutta velocità tra gli alberi verso i cancelli
che si stavano già aprendo davanti a loro, controllati dalla casa dove si
trovava una telecamera. Dietro di loro, le macchine cariche di giornalisti
superarono di slancio la strada secondaria, ma Julie era troppo innervosita
dall’atteggiamento di Ted per sentirsi sollevata. La Blazer di Carl era già
parcheggiata sul viale circolare davanti alla grande villa in mattoni dei Cahill,
ma quando Julie fece per scendere, Ted la fermò con una mano sul braccio.
«Penso che sia meglio tenere una parte della nostra conversazione
adesso, in privato.» Si girò verso di lei. allungando un braccio
sullo schienale. «Come tuo avvocato, non posso essere obbligato
a ripetere niente di ciò che mi dirai. Carl non ha questa immunità
e di sicuro non l’ha Katherine.»
«Avvocato. Hai superato i tuoi esami?»
«Non l’ho ancora saputo», disse conciso lui. «Per il momento,
supponiamo semplicemente di sì e consideriamo l’assenza della
notifica come un dettaglio tecnico.»
Julie avvertì un brivido che non aveva niente a che fare con il
fatto che lui avesse spento il motore. «Non mi occorre un avvocato.»
«Ne avrai bisogno.»
«Perché?»
«Perché non hai detto tutta la verità, la notte scorsa. Sei una pessima
bugiarda, Julie, senza dubbio a causa della tua inesperienza con le bugie.
Smettila di guardarmi di traverso. Sto cercando di aiutarti.» Julie infilò le
mani nude nelle maniche della sua giacca foderata di pelo per riscaldarle e
studiò una briciola di lanugine sul suo grembo.
«Sentiamo ora», le ordinò Ted, «la parte che non hai raccontato all’FBi».
Julie gli voleva un gran bene da così tanto tempo che temeva di vedere la
disapprovazione sul suo volto per la prima volta in tutti quegli anni, ma
sollevò il mento e incrociò il suo sguardo.
«Mi dai la tua parola d’onore di non raccontare mai a nessuno
ciò che ti dirò?»
La sua insistenza su quel punto fece appoggiare il capo all’indietro
a Ted e lo fece imprecare sottovoce. «Ci sei dentro anche
più di quanto pensavo, non è vero?»
«Non so che cosa pensavi. Ted. Ho la tua parola, oppure no?»
«Naturale, che hai la mia parola!» disse lui furibondo. «Attraverserei
l’inferno per te. Julie, e lo sai! E anche Carl.»
Tentando di controllare la violenta stretta al cuore alle sue parole,
Julie ricordò a se stessa il giuramento fatto di non versare
altre lacrime e trasse un rauco respiro. «Grazie.»
«Non ringraziarmi, semplicemente parla con me! Quali bugie
hai detto all’FBI, la notte scorsa?»
«Non ero bendata. So come trovare la casa nel Colorado.»
Julie vide quale sforzo richiedesse a Ted impedire al suo viso
di tradire qualunque reazione a quella notizia. «Cos’altro?»
«E’ tutto.»
«E cosa?»
«Questo è l’unico punto su cui ho veramente mentito.»
«Allora, su che cosa hai mentito per omissione? Che cosa hai
tralasciato?»
«Niente che riguardi altri che me stessa.»
«Non fare giochetti con il tuo avvocato! Che cosa hai tralasciato? Devo
saperlo in modo da essere in grado di proteggerti o da trovare un avvocato
esperto che lo faccia, se è troppo difficile.» «Stai cercando di scoprire se sono
andata a letto con lui?» rispose Julie in tono brusco, mentre la sua
spossatezza e la sua tensione erompevano improvvisamente in rabbia.
«Perché se è così, allora non fare gli stessi giochetti evasi vi che Richardson
usa con me. Semplicemente, chiedimelo!» «Non criticare Richardson»,
ribatté a bruciapelo Ted. «Lui è l’unica ragione per cui Ingram non ti ha
ancora letto i tuoi diritti.
Lui sa che stai nascondendo qualcosa - forse, parecchie cose -
ma Richardson è così abbagliato da te da lasciarsi rigirare come
tu vuoi.»
«Richardson è sgarbato!»
«E tu sei ignara dell’effetto che hai sugli uomini. Richardson è frustrato»,
sottolineò Ted con assoluta definitività, «e profondamente infatuato. Povero
diavolo.» «Grazie», disse lei, in tono seccato.
«Hai intenzione di continuare questo litigio infantile, oppure vuoi dirmi che
cos’altro hai tenuto nascosto all’FBi?» «Ti è capitato di pensare che potrei
aver diritto a una certa riservatezza e dignità...» «Se vuoi dignità, non
convivere con dei detenuti evasi.» Julie si sentì come se l’avesse colpita allo
stomaco. Senza una parola, scese dall’auto e sbatté la porta. Stava allungando
una mano a suonare il campanello, quando Ted le allontanò di scatto il
braccio. «Che cosa diavolo pensi di fare?» «Ti ho già detto l’unica cosa su
cui ho mentito, che potrebbe procurarmi dei problemi legali se si venisse a
sapere», disse Julie, colpendo il campanello. «Adesso dirò a te e a Carl
insieme ciò che evidentemente morite dalla voglia di sapere. Dopodiché non
c’è altro da dire.» Carl rispose al campanello e Julie marciò nell’atrio in
ardesia passandogli accanto e si girò di scatto. Ignara di Katherine che era già
a metà dello scalone ricurvo, guardò torva un Carl sbalordito e disse in tono
amaro: «Ted mi ha detto che voi due avete pensato che stia mentendo su
tutto. Mi ha detto che se voglio dignità e riservatezza, non dovrei convivere
con detenuti evasi, e sono sicura che ha ragione! Quindi, eccola, tutta la
verità: ho detto all’FBI che Zack non ha abusato in alcun modo di me
fisicamente, e non l’ha fatto! Ha rischiato la sua vita nel tentativo di salvare
la mia, e neppure voi due. che evidentemente lo disprezzate qualunque cosa
io dica, potete distorcere questo fatto in abuso fisico. Non mi ha fatto del
male. Non mi ha violentata. Io sono andata a letto con lui. Ho dormito con lui
e avrei continuato a farlo per il resto della mia vita, se lui l’avesse voluto!
Siete soddisfatti, adesso? Vi basta? Spero di sì, perché è tutto ciò che mi
restava da dirvi! Non so dove sia Zack! Non so dove stia andando!
Dio volesse che lo sapessi...»
Carl l’attirò tra le braccia e guardò torvo Ted. «Come hai potuto sconvolgerla
in questo modo?» Ted era così sbalordito che guardò addirittura la sua ex
moglie alla ricerca di aiuto, ma Katherine scosse solo il capo e disse:
«Ted è molto bravo nel far piangere le donne che lo amano. Non ne ha
l’intenzione, ma non riesce proprio a perdonarci quando infrangiamo le sue
regole. E’ per questo che è un poliziotto ed è perciò che diventerà un
avvocato. Gli piacciono le regole. Le ama! Julie», disse, prendendola per il
braccio, «vieni in biblioteca con me. Sei esausta, cosa di cui nessuno dei tuoi
due fratelli sembra accorgersi».
Seguendole alle spalle, Ted guardò cupo Carl e disse: «Non intendevo
sconvolgerla, le ho detto semplicemente di non nascondermi niente!»
«Avresti potuto tentare di farlo usando un po’ di tatto, invece di pretendere
delle risposte e farla sentire una sgualdrina!» disse pungente Carl, entrando a
grandi passi nella biblioteca con Ted accanto.
Julie si lasciò cadere su una poltrona e restò a bocca aperta colpevolmente
sorpresa mentre una disputa familiare senza precedenti scoppiava con
violenza, con Katherine in testa: «Voi due avete un bel coraggio a spiare
nella vita privata di Julie e a giudicarla», li informò rabbiosamente,
marciando verso la vetrina dei liquori in mogano e versando del vino in
quattro bicchieri. «Che monumentale ipocrisia! Lei può pensare che siate
entrambi dei santi, perché vi siete già assicurati che lo pensi, ma io so come
stanno le cose». Prese il bicchiere di Julie e il proprio, lasciando gli altri due
appoggiati sul mobiletto. «Ted, tu mi hai tolto gli abiti in questa stessa stanza,
prima che avessimo il nostro primo appuntamento ufficiale, e avevo solo
diciannove anni!» «Ricordo!» scattò Ted, avviandosi a grandi passi alla
vetrina dei liquori a prendere gli altri due bicchieri di vino. Ne cacciò uno in
mano a Carl e disse: «A meno che mi sbagli, ne avrai bisogno nel giro di
dieci secondi», proprio mentre Katherine confermava la sua predizione, e
attaccava improvvisamente il suo sventurato fratello maggiore: «E tu, Carl,
sei ben lontano dall’essere un santo! Prima di sposarti, sei andato a letto
con...» «Lascia fuori mia moglie da questo», l’avvertì lui, in tono teso. «Non
stavo per nominare Sara», disse Katherine con fredda derisione. «Pensavo a
Ellen Richter e a Lisa Bartlesman, quando eri all’ultimo anno del liceo, e poi
c’è stata Kaye Sommerfeld, quando avevi diciannove anni, e...» La supplica
inorridita e divertita di Julie li fece girare tutti verso di lei. «Smettetela! Vi
prego», disse lei, presa tra lo spasso e l’esaurimento delle forze, «smettetela.
Abbiamo rovinato abbastanza illusioni l’uno sull’altro, per questa sera.» Ted
si voltò verso Katherine e sollevò il bicchiere in un ironico brindisi. «Come al
solito, Katherine, sei riuscita a criticare e a mettere in imbarazzo tutti gli altri,
lasciando te stessa al di sopra di ogni biasimo.» L’antagonismo sembrò
abbandonarla lentamente. «A dire il vero, sono quella che ha più di che
vergognarsi.» «Perché ti sei abbassata a venire a letto con me, presumo»,
disse lui, con annoiata indifferenza.
«No», disse lei, con calma.
«Allora, perché?» chiese lui.
«Tu conosci la risposta a questa domanda.» .
«Di certo non perché il nostro matrimonio è fallito», la schernì Ted.
«No, perché io ho fatto fallire quel matrimonio.»
La mascella di Ted si contrasse, mentre rifiutava quell’ammissione -
sorprendente - detta con dolcezza. «Perché diavolo ti trattieni ancora a
Keaton, a ogni buon conto?» disse invece bruscamente. Katherine si voltò
verso il vassoio delle bevande e inserì un cavatappi in una seconda bottiglia
di chardonnay. «Spencer ha detto che avevo un bisogno inconscio di tornare
qui prima di sposarlo, per poter affrontare tutto il biasimo locale da cui sono
fuggita, quando il nostro matrimonio è naufragato. Ha detto che è il solo
modo per riguadagnare la mia dignità.» «Spencer», disse lui con un’occhiata
di disprezzo, «mi sembra uno stupido.» Con suo stupore, la sua fiera ex
moglie uscì in una risata contagiosa mentre si girava, sollevando il bicchiere
verso di lui in un brindisi.
«Che cosa c’è di così divertente?» chiese lui.
«Spencer», spiegò Katherine titubante, «mi ha sempre ricordato
te...»
Julie mise da parte il suo bicchiere di vino intatto e si alzò in
piedi. «Dovrete discutere senza di me qui come arbitro. Vado a
letto. Devo dormire un po’.»
   CAPITOLO 45.
INDOSSANDO una vestaglia che Katherine le aveva prestato, Julie scese
silenziosa dabbasso e trovò Katherine nella biblioteca a guardare il notiziario
delle dieci.
«Non mi aspettavo di vederti quaggiù fino a domani mattina», disse
Katherine con un sorriso sorpreso, alzandosi in piedi. «Tuttavia, ho preparato
un vassoio con la cena per te, nel caso fossi scesa. Vado a prenderlo.» «C’era
qualcosa di importante nel notiziario?» chiese Julie, incapace di nascondere
l’apprensione nella sua voce.
«Niente riguardo a Zachary Benedict», le assicurò Katherine. Tu però eri
l’argomento principale delle notizie dello stato e nazionali, voglio dire il tuo
ritorno a casa dalla prigionia, apparentemente sana e salva.» Quando Julie
cercò di accantonare quell’argomento con un’alzata di spalle, Katherine
appoggiò le mani sui fianchi e la canzonò:
«Hai idea di quanto tu sia diventata famosa?» «Tristemente nota, vuoi dire»,
scherzò Julie, ricadendo nel loro abituale tono spiritoso e sentendosi
enormemente meglio di quanto si fosse sentita negli ultimi due giorni.
Facendo un cenno con il capo verso una pila di giornali e di riviste sul
tavolino accanto alla poltrona di Julie, Katherine disse:
«Li ho conservati per te, nel caso li volessi per un album di ritagli di giornale,
o qualcosa del genere. Dagli un’occhiata mentre vado a prendere il tuo
vassoio, o li hai già visti?» «Non vedo un giornale o una rivista da una
settimana», disse Julie, allungando la mano verso la rivista in cima al
mucchio e girandola dalla parte della copertina. «Oh, buon Dio!» esplose,
divisa tra la rabbia e il divertimento, mentre guardava il proprio viso sulla
copertina di Newsweek sotto un titolo scandaloso che diceva, «Julie
Mathison - complice o ostaggio?» Lei lo gettò da parte e diede una scorsa al
resto del mucchio, sorpresa di vedere immagini di se stessa che tappezzavano
le prime pagine di dozzine di riviste e giornali nazionali.
Katherine tornò portando un vassoio e lo mise sul tavolo davanti a lei.
«L’intera città si è stretta intorno a te», disse Katherine, con una breve
occhiata alla copertina di Newsweek. «Il sindaco Addleson ha scritto un
editoriale per il Keuton Crier ricordando a tutti che qualunque cosa dica di te
la stampa delle grandi città, noi qui ti conosciamo e sappiamo che tu non
faresti mai comunella con un criminale come Zachary Benedict. Penso che
queste fossero le sue esatte parole.» Il sorriso di Julie vacillò un attimo,
mentre metteva da parte il giornale. «Ma tu sai come stanno le cose. E mi hai
sentita dire a Carl e a Ted che ho fatto comunella con lui.» «In quel momento
il sindaco Addleson stava confutando l’affermazione di quel camionista,
secondo il quale sembrava che tu collaborassi volontariamente alla fuga di
Benedict, divertendoti sulla neve e tutto il resto. Julie», disse esitante, «vuoi
parlarmene - parlarmi di lui?» Guardando la sua amica, Julie ricordò le
confidenze che si erano scambiate negli anni. Avevano la stessa età ed erano
diventate amiche intime quasi dall’istante in cui Ted le aveva presentate l’una
all’altra. Quell’amicizia speciale era in qualche modo sopravvissuta al tempo
e alla separazione ed era viva e naturale come era sempre stata. «Penso di
aver bisogno di parlare di lui», ammise Julie, dopo una pausa. «Forse, allora,
riuscirò a scacciarlo dalla mia mente e sarò in grado di cominciare a pensare
di nuovo al mio futuro.» Dopo aver detto ciò, alzò le mani con il palmo in su
e disse impotente: «Non so neppure come cominciare». Katherine si
raggomitolò sul divano come se avesse tutto il tempo del mondo e suggerì un
punto d’avvio: «Com’è Zachary Benedict nella vita reale?» «Com’è?» rifletté
Julie, tirandosi una coperta afgana fatta a maglia sul grembo. Per un
momento fissò alle spalle di Katherine, tentando di pensare al modo di
descrivere Zack, poi disse:
«E’ difficile, Katherine. Molto difficile. Ma è anche dolce. Qualche volta, ho
addirittura provato dolore dentro di me per la dolcezza delle cose che faceva
e diceva...» Tre ore dopo Julie terminò, dopo aver detto a Katherine quasi
tutto, eccetto dei momenti intimi, cosa che non tentò di nascondere, ma
neppure descrisse nei particolari.
«Che storia!» disse Katherine, quando lei ebbe finito. «Se fosse chiunque
altro diverso da te a raccontarmela, non crederei una sola parola. Ti ho mai
detto che un tempo avevo una grossa cotta per Zachary Benedict? Più tardi,
ho semplicemente pensato a lui come a un assassino. Ma adesso...» Si
interruppe come se fosse incapace di tradurre in parole i propri pensieri, e poi
concluse: «Non c’è da meravigliarsi che tu non riesca a smettere di pensare a
lui. Voglio dire, questa storia non ha un finale, resta come in sospeso a quel
punto, incompiuta. Se lui è innocente, allora la storia dovrebbe avere un lieto
fine, con il vero colpevole che va in prigione. Non si suppone che il buono
passi il resto della propria vita vivendo come un animale braccato».
«Purtroppo», disse Julie, cupamente, «questa è la vita reale, non un film, e
questo è il modo in cui la storia finirà.» «E’ comunque un pessimo finale»,
insistette Katherine. «E questo è tutto?» Ripetendo l’ultima cosa che Julie le
aveva detto, Katherine ricapitolò: «Ieri all’alba, voi due vi siete alzati, siete
usciti e poi tu te ne sei andata? Così, semplicemente?» «Vorrei che fosse
stato così, semplicemente!» ammise infelice Julie. «Era così che Zack voleva
che fosse e io lo sapevo. Sfortunatamente», aggiunse, tentando di mantenere
ferma la voce, «non solo mi sono umiliata dicendogli che lo amavo, ma lui...
lui...» Julie si interruppe, vergognandosi.
«Che cosa ha fatto?» le chiese Katherine gentilmente. Sforzandosi di
guardare la sua amica e di mantenere la voce priva di emozione, Julie disse:
«Lui ha sorriso come fa un adulto con una bambina sciocca e mi ha informata
che non l’amavo, che lo credevo solo perché non conoscevo la differenza tra
l’amore e il sesso. Poi mi ha detto di andare a casa dov’era il mio posto e di
dimenticarmi di lui. Il che è esattamente ciò che intendo fare».
Lo stupore e lo sconcerto fecero corrugare la fronte di Katherine. «Che modo
strano e sgradevole di comportarsi», disse brusca, «dato il tipo di uomo che
hai descritto essere fino a quel momento.» «Anch’io l’ho pensato», disse
Julie miseramente, «in particolare, quando ero quasi certa che gli importasse
di me. A volte, aveva un’espressione negli occhi, come se lui...» Si interruppe
disgustata per la propria dabbenaggine e disse arrabbiata: «Se potessi tornare
indietro a ieri mattina e rifare tutto daccapo, fingerei di essere assolutamente
felice di andarmene. Lo ringrazierei per la fantastica avventura, poi mi
allontanerei in macchina lasciandolo fermo lì! E’ questo che avrei dovuto...»
La sua voce si affievolì, figurandosi mentalmente la scena, poi molto
lentamente scosse il capo, colpita da un pensiero che la fece sentire molto
meglio. «Questa, sarebbe stata una cosa incredibilmente stupida da fare»,
disse a voce alta.
«Perché? Avresti almeno salvato il tuo orgoglio», le fece notare Katherine.
«Sì, ma alla fine», concluse Julie con calma, «avrei detestato me stessa per
non avergli detto di nuovo che lo amavo, per non aver neppure tentato di
cambiare il modo in cui è finita la nostra storia. Il sapere che Zack non mi
amava neppure un po’ è duro, e fa male, ma nell’altro modo avrebbe fatto
molto più male e per molto, molto più tempo.» Katherine la fissò, ammutolita
dallo stupore. «Julie. tu mi sorprendi. Hai ragione su tutto ciò che hai appena
detto, ma se fossi al tuo posto, mi ci vorrebbero degli anni per essere
obiettiva come sei tu ora. Voglio dire, considerando ciò che ha fatto
quell’uomo - ti ha rapita, sedotta, poi quando hai detto di amarlo, ti ha dato
una risposta arrogante e insolente e ti ha mandata a casa ad affrontare gli
agenti dell’FBi e i mezzi di comunicazione di tutto il mondo da sola. Che
crudele, grossolano...» «Ti prego, non approfondiamo tutto questo», disse
Julie con una mezza risata, sollevando le mani, «altrimenti mi arrabbierò di
nuovo e dimenticherò quanto sono obiettiva. Inoltre», aggiunse, «lui non mi
ha sedotta.» «Dalla storia che mi hai appena raccontato, mi sembra ovvio che
ti abbia sedotta con il suo fascino a ventiquattro carati.» Julie spostò lo
sguardo sul camino vuoto e scosse il capo. «Volevo essere sedotta. Lo
desideravo così tanto.» Dopo un momento, Katherine disse: «Se lui avesse
detto di amarti, avresti davvero voltato le spalle alla tua famiglia, al tuo
lavoro e a tutto ciò in cui credevi, dandoti alla macchia con lui, se te lo avesse
chiesto?» In risposta, Julie alzò lo sguardo in quello di Katherine. «Sì.» «Ma
diventeresti una complice, o comunque la chiamino una persona che
collabora con un criminale.» «Non credo che una moglie possa essere
perseguita per aver aiutato suo marito.» «Mio Dio, Julie!» disse senza fiato
Katherine. «Stai dicendo proprio sul serio! Lo avresti davvero sposato!» «Tra
tutti, tu non dovresti trovarlo così difficile da credere», disse Julie, pungente.
«Che cosa vuoi dire?»
Julie la guardò con un sorriso triste e accorto. «Lo sai che cosa
voglio dire, Katherine. Adesso tocca a te confessarti.»
«A proposito di che?»
«A proposito di Ted», chiarì Julie, «Mi dici da un anno che
desideri farti ascoltare da Ted, perché ci sono delle cose che hai
bisogno di fargli capire. Eppure, questa sera, hai accettato sottomessa
ogni osservazione sgradevole e ingiusta che lui ti ha fatto,
senza una parola di obiezione. Perché?»
  CAPITOLO 46.
KATHERINE cambiò posizione a disagio sotto lo sguardo fermo di Julie,
allungò nervosamente una mano a prendere la teiera sul vassoio davanti a lei
e versò del tè tiepido nella sua tazza. Quando la portò alle labbra, c’era un
lieve tremito nella sua mano e Julie lo vide. «Ho accettato il modo in cui mi
ha trattata, perché non è più di quanto meriti, dopo il modo in cui mi sono
comportata durante il nostro matrimonio.» «Non era così che la pensavi tre
anni fa, quando hai presentato la richiesta di divorzio», le ricordò Julie. «Mi
dicesti che divorziavi da lui perché era egoista, senza cuore, esigente,
prepotente e un mucchio di altre cose.» «Tre anni fa», affermò Katherine
tristemente, «ero una mocciosa viziata, sposata a un uomo il cui unico vero
crimine era aspettarsi che io fossi una vera moglie, non una bambina
irragionevole.» «Katherine», la interruppe dolcemente Julie, «sei ancora
innamorata di lui, vero?» Tutto il corpo di Katherine si tese a quelle parole,
poi abbassò gli occhi sull’enorme diamante a goccia che le scintillava sulla
mano sinistra e lo rigirò tra le dita, evitando di guardarlo. Con una risata
soffocata, disse: «Una settimana fa, prima che la tua scomparsa obbligasse
Ted a cominciare a parlarmi, avrei risposto di no a questa domanda».
«Come risponderesti, adesso?»
Katherine trasse un lungo respiro e alzò gli occhi a guardarla. «Come tu ti sei
così eloquentemente espressa a proposito di Zachary Benedict, questa sera»,
disse, «dormirei con tuo fratello per il resto della mia vita, se solo lui me lo
chiedesse di nuovo.» «Se la pensi così», le chiese Julie con calma, lo sguardo
che scrutava il viso di Katherine, «come puoi giustificare il fatto che porti
ancora l’anello di fidanzamento di un altro uomo?» «Veramente, l’anello
adesso lo tengo solo in prestito.» «Che cosa?» «Ho rotto il nostro
fidanzamento, ieri, ma Spencer mi ha chiesto di non renderlo ufficiale per
qualche settimana. Pensa che stia semplicemente reagendo in modo eccessivo
a vecchi ricordi sentimentali, che sono riaffiorati quando ho rivisto Ted.»
Dominando l’impulso di rallegrarsi alla notizia del fidanzamento rotto, Julie
sorrise e disse: «Come intendi riconquistare Ted?» Il suo sorriso sbiadì
leggermente, mentre aggiungeva:
«Non sarà facile. Lui è cambiato dall’epoca del divorzio ed è diventato
distante... come se ci fosse un muro intorno a lui e non volesse lasciar passare
nessuno, neppure Carl o me. L’unica cosa di cui sembra importargli
veramente, ora, è di superare i suoi esami di avvocato e di cominciare a
esercitare la professione». Fece una pausa, tentando di pensare a un modo
gentile di dirlo, poi optò per la semplice verità: «Non gli piaci, Katherine. A
volte, è come se ti odiasse veramente».
«Anche tu l’hai notato?» tentò di scherzare Katherine, ma la voce le tremava
leggermente. Facendosi seria, disse: «Ha delle buone ragioni per odiarmi».
«Non ci credo. Talvolta due persone meravigliose, semplicemente non
riescono a far funzionare il loro matrimonio, e non è colpa di nessuno.
Succede in continuazione.» «Non coprire le mie colpe, quando finalmente
trovo il coraggio di raccontarti la sgradevole verità», disse lei debolmente.
«La verità è che il divorzio è stato tutto causa mia. Amavo Ted quando l’ho
sposato, ma ero così viziata e immatura da non riuscire a capire che amare
qualcuno significa fare qualche sacrificio per lui. Sembra strano, ma pensavo
veramente di avere il diritto di legare Ted a me con il matrimonio e poi
passare i due anni successivi a essere indipendente e libera da
preoccupazioni, finché io non fossi stata pronta a sistemarmi con lui. Per farti
un esempio», perseverò lei. la voce che risuonava di autodisgusto, «un mese
dopo il nostro matrimonio, mi resi conto che tutte le mie amiche sarebbero
tornate al college per il semestre autunnale e io no. All’improvviso, mi sentii
martorizzata perché avevo solo vent’anni ed ero già legata e perdevo la vita
del college. Nonostante ciò», disse Katherine, «lui non ha mai smesso di
sperare che crescessi presto e che cominciassi a comportarmi come una
donna, invece che come una mocciosa. Si sentiva colpevole, capisci»,
aggiunse, guardando dritta in volto Julie, «per avermi sposata quando ero
così giovane e non avevo avuto veramente l’occasione di vivere. Comunque,
l’unico dovere di moglie che ho assolto per il resto del nostro primo anno di
matrimonio è stato fare l’amore, il che», aggiunse con un debole sorriso,
«non era decisamente un compito sgradevole con tuo fratello.» Katherine
cadde in un silenzio così lungo, che Julie non era sicura che volesse
proseguire, poi lei trasse un respiro tremante e continuò: «Dopo qualche
tempo, a papà venne l’idea che se avessi avuto una casa favolosa in cui
vivere, sarei stata una moglie più felice, ma era preoccupato che Ted fosse
davvero inflessibile sulla sua decisione di non accettare alcun aiuto
finanziario da lui. Io, d’altro canto, credevo stupidamente che se avessimo
presentato a Ted il fatto compiuto, lui non avrebbe avuto altra scelta che
acconsentire. Così papà comprò il terreno sul crinale Wilson e lui e io ci
incontrammo segretamente con un architetto e facemmo stendere il progetto
per la mia casa. Amavo ogni millimetro di quella casa, ne studiai ogni
dettaglio, ogni ripostiglio, ogni armadietto», disse Katherine, alzando gli
occhi a guardare Julie. «Cominciai addirittura a cucinare i pasti per Ted e a
fare il bucato, e lui pensò che avessi deciso di essere una moglie, dopotutto.
Era così soddisfatto perché io ero felice, anche se non ne capiva la ragione.
Credeva che i miei genitori stessero costruendo la casa sul crinale Wilson per
se stessi. In effetti, era ciò che credevano tutti a Keaton.» Questa volta, Julie
non riuscì a nascondere la sua sorpresa, perché c’era una casa enorme sul
crinale Wilson ed era magnifica, completa di piscina e campo da tennis.
«Esattamente», disse Katherine, osservando il suo viso. «La casa dove
vivono il dottor Delorik e sua moglie, avrebbe dovuto essere la mia casa.»
«Che cosa accadde?» chiese Julie, perché non sapeva che cos’altro dire.
«Ciò che accadde fu che quando la casa era quasi terminata, papà e io
portammo Ted lassù e papà porse a Ted le chiavi.» Con un lieve brivido,
Katherine disse: «Come puoi immaginare, Ted si infuriò. Era furioso per la
segretezza, per l’inganno e perché non avevo mantenuto la parola data prima
di sposarci che avrei vissuto con qualunque entrata lui fosse stato in grado di
provvedere. Disse educatamente a mio padre di trovare qualcuno che potesse
permettersi di vivere lì, e mantenere quel posto, e ci lasciò su due piedi nella
casa».
Dal momento che quello doveva essere successo solo qualche mese prima
della richiesta del divorzio, naturalmente Julie immaginò che il rifiuto di Ted
di accettare la casa, avesse dato il colpo di grazia al loro matrimonio. «E
quello ha portato ad altri litigi che hanno finito con il distruggere il vostro
matrimonio», concluse lei.
«No. Quello mi ha portata a scacciare Ted dal nostro letto, ma
era già troppo tardi.»
«Che cosa vuoi dire?»
Katherine si morsicò il labbro e abbassò gli occhi. La sua voce tremava
leggermente mentre diceva: «Qualche giorno più tardi - poco prima che Ted e
io ci separassimo - feci una brutta caduta da uno dei cavalli di mio padre,
ricordi?» «Certo, che ricordo», disse Julie. «Ti rompesti un braccio.» «Feci a
pezzi anche il mio matrimonio, quel giorno, insieme al cuore di mio marito.»
Trasse un lungo respiro, sollevò lo sguardo in quello di Julie e i suoi occhi
erano lucidi di lacrime. «Ero incinta di due mesi ed ero furiosa perché Ted
aveva rifiutato la casa che aveva un’incantevole nursery, ma ero ancora più
furiosa perché lui stava per avere qualcosa che desiderava pazzamente: un
bambino. Andai a cavalcare il giorno dopo, anche se Ted mi aveva detto
tassativamente di non farlo, e non presi quel cavallo per andare al piccolo
trotto. Lo stavo lanciando al galoppo lungo il torrente, facendogli saltare le
siepi, quando mi gettò a terra.» Quando sembrò non riuscire più a continuare,
Julie finì quietamente la frase per lei: «E perdesti il bambino».
Katherine annuì. «Ted non ne fu solo affranto, era... furioso, pensò che avessi
deliberatamente tentato di abortire, il che non è sorprendente considerando il
modo in cui mi sono comportata quando ho scoperto di essere incinta. E la
cosa buffa è», disse, con la voce piena di lacrime che stava tentando di
trattenere, «è che era l’unica cosa sgradevole del nostro matrimonio di cui
non fossi veramente colpevole. Il giorno in cui portai fuori Tuono, non ho
pensato per un attimo di rischiare un aborto. Lo facevo saltare sopra quegli
stessi ostacoli da anni e non avevo mai avuto il minimo problema con lui.
L’unica differenza era che, a mia insaputa, il veterinario lo stava curando per
una storta e non era ancora guarito.» La sua voce era piena di vergogna e di
lacrime, quando terminò: «Non ho deciso io di divorziare da Ted, Julie.
Quando tornai a casa dall’ospedale, lui aveva già preparato le sue valigie.
Ma», aggiunse con un sorriso triste, «è stato galante fino alla fine, anche
quando era affranto, furioso e completamente disilluso: ha lasciato che io
divorziassi da lui. E non ha mai detto a nessuno del bambino che ancora
crede che abbia deliberatamente perso».
Julie si alzò, attraversò rapida l’atrio e tornò con una manciata di fazzoletti di
carta presi nella stanza da bagno. «Pensavo», disse Katherine con voce
soffocata, allungando una mano a prendere un fazzoletto e portandolo agli
occhi grondanti, «che fossi salita di sopra a preparare le tue valigie, così da
poter lasciare la mia rivoltante presenza.» Stringendola in un forte abbraccio,
Julie mormorò: «Sei sempre la mia migliore amica». Poi la lasciò andare e si
spostò al lato opposto del divano, soffiandosi il naso.
Dopo qualche minuto, le due ragazze si guardarono l’un l’altra con un sorriso
imbarazzato sul viso, asciugandosi le ultime lacrime che indugiavano nei loro
occhi. «Che pasticcio!» disse Julie. Katherine si soffiò il naso. «Che
minimizzazione!» Con un sorriso incerto, aggiunse: «Penso che ciò che
occorre a entrambe siano due settimane a casa dei miei genitori a St. Barts.
Che cosa ne dici?» Tirando su le ginocchia contro il petto, Julie vi avvolse
intorno le braccia, posandovi sopra il mento. «Dico», decretò, «che faresti
meglio a restare proprio qui, se hai intenzione di riconquistare Ted prima che
sia troppo tardi. Vede spesso Grace Halvers, lo sapevi?» Katherine annuì,
all’accenno alla bella ragazza dai capelli rossi. «L’ho scoperto dal signor
Kealing, quando gli ho portato della biancheria da lavare la scorsa settimana,
perché la lavatrice dei miei genitori era rotta. Riesci a immaginare che cosa
mi ha detto quando mi ha vista? Mi ha guardata come se fossi una bambina
incapace e ha detto: ‘Quanti mariti hai intenzione di avere, prima di capire
finalmente come usare una lavatrice?’ Poi», aggiunse Katherine, «mi ha
detto: ‘Scommetto che Grace Halvers non farà fare il bucato, la spesa e la
cucina a Ted Mathison, se sarà fortunata abbastanza da pigliarselo.» Julie
corrugò la fronte assorta, poi scosse il capo. «A dispetto di ciò che ti ho detto
di Ted e di Grace un minuto fa, non credo che Ted intenda risposarsi mai.»
Invece di essere rassicurata, Katherine sembrò struggersi per il senso di
colpa. «Ted dovrebbe essere sposato a qualcuna, anche se non sono io. E’ il
genere di marito sexy e tenero che la maggior parte delle donne può solo
sognare di avere come proprio. Sarebbe un delitto se non si risposasse mai
più.» Una nota di incredulità si insinuò nella sua voce mentre alzava lo
sguardo in quello di Julie e concludeva: «Possiamo essere stati terribilmente
mal assortiti sotto molti punti di vista, ma ci siamo innamorati l’uno dell’altra
nel giro di poche ore, quando ci siamo conosciuti. E’ stato come... come una
combustione spontanea». «Voi due l’avete ancora questo», la canzonò Julie,
tentando di rallegrare la sua amica. «Dopo avervi osservati entrambi questa
sera, penso che si possa dire con sicurezza che siete ancora una combinazione
altamente infiammabile. Perché Ted reagisca in modo così forte verso di te,
anche se in negativo, deve ancora provare qualcosa per te.» «Lo prova. E’
disprezzo», le suggerì Katherine. In tono triste. aggiunse: «Se Ted non vorrà
darmi nient’altro prima che io mi arrenda e torni a Dallas, devo trovare un
modo per ottenere il suo perdono. Non so come riuscirò a farlo. Tanto per
cominciare, lui mi evita come la peste».
Julie le lanciò un sorriso mentre si alzava e cominciava ad ammucchiare i
loro piatti sopra il vassoio. «Penso di poterti essere di aiuto, in questo. Che
cosa ne diresti di darmi una mano con il nostro programma sportivo per
handicappati?» «Non è esattamente in linea con la mia laurea in materie
umanistiche, ma mi sembra meraviglioso», scherzò Katherine, prendendo
uno dei vassoi e avviandosi con Julie verso la cucina, «e accetto l’offerta.
Ora, qual è l’idea che hai per impedire a Ted di evitarmi?» «Era quella. Ted
lavora con i ragazzi due giorni la settimana - talvolta, più spesso. E io potrei
davvero usare il tuo aiuto per insegnare a leggere alle mie ragazze. Non puoi
immaginare che soddisfazione si ottenga da questo.» Nell’enorme cucina,
Julie appoggiò il vassoio sul ripiano in acciaio inossidabile, poi si voltò a
dare un’occhiata ai piani di cottura e ai forni enormi incassati che venivano
usati per i famosi ricevimenti dei genitori Cahill. Assorta, non si accorse che
Katherine le stava accanto alle spalle finché non le disse dolcemente:
«Julie?» Quando si voltò, si trovò chiusa in un forte abbraccio. «Mi sei
mancata così tanto!» mormorò Katherine con impeto, stringendola più forte.
«Grazie per aver tenuto viva la nostra amicizia con le tue lettere, le telefonate
e le visite che mi hai fatto a Dallas. Desideravo disperatamente raccontarti la
verità sul mio matrimonio con Ted, ma temevo sempre che mi avresti odiata,
se lo avessi saputo.» «Non potrei mai odiarti», disse Julie, abbracciandola.
«Sei la persona più gentile e più dolce che io abbia mai conosciuto.» Julie si
tirò indietro e strabuzzò gli occhi: «Esatto», disse canzonandola.
«Lo sei», insistette Katherine. «Un tempo, volevo essere esattamente
come te.»
«Sei fortunata a non esserci riuscita», disse Julie, il viso che si
faceva serio mentre pensava a Zack. «Se tu fossi come me, avresti
inondato Ted di effusioni questa sera, dicendogli quanto lo
ami, e poi lui ti avrebbe calpestato il cuore, mandandoti a casa.»
Katherine fece per dire qualcosa di affettuoso, ma Julie che era
improvvisamente, e pericolosamente, prossima alle lacrime,
scosse il capo per interromperla. «Starò bene nel giro di pochi
giorni. Adesso sono stanca e le mie difese sono abbassate, ma
dimenticherò tutto di lui e starò proprio bene, vedrai. Lasciamo
Perdere per questa sera.»
  CAPITOLO 47.
KATHERINE fece scivolare una padella di biscotti al lievito naturale
nel forno e alzò gli occhi sorpresa quando il citofono del cancello
d’ingresso si mise a ronzare insistentemente sulla parete
della cucina. Pulendosi le mani su uno strofinaccio, premette il
pulsante. «Sì?»
«E’ la signorina Cahill?»
Ignorando intenzionalmente quella domanda, lei disse: «Chi è?» «Paul
Richardson», rispose impaziente la voce. «Julie Mathison è con lei?» «Signor
Richardson», disse Katherine, in tono cupo, «sono le sette e mezza del
mattino! Julie e io siamo ancora in vestaglia. Se ne vada e torni a un’ora
civile, facciamo alle undici. Direi che l’FBI dovrebbe insegnare ai suoi agenti
a comportarsi meglio», aggiunse, poi rimase a bocca aperta ascoltando
l’interlocutore al citofono, perché le sembrò proprio che avesse ridacchiato al
suo rimprovero.
«Incivile o no, devo insistere per vedere Jul... la signorina Mathison.» «E se
rifiutassi di aprire il cancello?» insistette testarda Katherine. «In questo
caso», disse lui in tono scherzoso, «temo che sarei costretto a farne saltare la
serratura con la mia fedele pistola di servizio.» «Se lo farà», disse Katherine,
premendo irritata l’interruttore per aprire il cancello, «sarà meglio che tenga
carica quella sua fedele pistola, perché due dei fucili da caccia di mio padre
saranno puntati direttamente su di lei, quando arriverà qui.» Interrompendo
ogni possibile risposta, rilasciò il pulsante del citofono e si avviò in fretta
lungo il corridoio verso la biblioteca, dove trovò Julie rannicchiata su una
poltrona a guardare il notiziario del mattino. Sullo schermo c’era
un’immagine di Zack Benedict e l’espressione di palese tenerezza e di
nostalgia sul viso di Julie, mentre gli sorrideva, fece stringere il cuore di
Katherine. «Sta bene?» chiese.
«Non hanno la minima idea di dove sia», annunciò Julie con evidente
piacere. E in tono sarcastico aggiunse: «E non hanno neppure idea se sono
ancora, o meno, una complice sospetta. Fanno sembrare che il mio silenzio e
quello dell’FBi sull’argomento sia praticamente un’ammissione di
colpevolezza. Sei pronta perché ti dia una mano con le omelette?» «Sì», disse
Katherine allegramente, «tuttavia, abbiamo un ospite inatteso, che
probabilmente si unirà a noi a colazione. Una inciviltà come la sua non
merita che ci pettiniamo i capelli, o che ci cambiamo, indossando degli
abiti», disse quando Julie guardò di traverso il suo accappatoio lungo giallo.
«Chi è?»
«Paul Richardson. Pensa a te come Julie, per inciso. Se lo è lasciato sfuggire
al citofono e ha tentato di nasconderlo.» La lunga conversazione che avevano
avuto la sera prima, combinata con il lungo sonno fatto, avevano
enormemente ristorato le forze e lo spirito di Julie. «Almeno non pensa a me
con un numero sul petto», scherzò lei, quando il campanello della porta si
mise a suonare con forza. «Rispondo io», disse, stringendo la cintura
dell’accappatoio.
Senza cerimonie, Julie spalancò di colpo la porta d’ingresso, poi fece un
passo indietro per lo choc quando Paul Richardson sollevò le braccia,
supplicando con voce buffa. «Non mi spari, la prego.» «Che idea deliziosa»,
rispose Julie, ma stava trattenendo un sorriso al suo umorismo. «Posso
prendere in prestito la sua pistola?» Lui fece un largo sorriso, lo sguardo che
vagava sui capelli castani lucenti che le ricadevano arruffati sulle spalle,
spostandolo poi sui suoi occhi splendenti e sul suo dolce sorriso. «Una notte
di pace e di tranquillità sembra averle fatto un mondo di bene», osservò, poi
corrugò la fronte e disse severamente: «Ma non mi faccia un altro tiro come
questo, di scomparire. Le ho già detto che voglio sapere dove si trova in ogni
momento!» Incoraggiata dalla notizia appresa alla televisione che Zack era
ancora al sicuro, Julie accettò il rimprovero senza protestare. «E’ venuto a
farmi la paternale o ad arrestarmi?» gli chiese allegramente, sapendo per
istinto che era la prima cosa, mentre si voltava avviandosi con lui lungo il
corridoio verso la cucina. «Ha infranto qualche legge?» ribatté lui.
«Ha in mente di restare per la colazione?» disse lei evasiva, dirigendosi verso
il tagliere al centro della cucina.
Paul Richardson spostò lo sguardo da Katherine a Julie. Entrambe le ragazze
erano prive di trucco, con indosso accappatoi e pigiama, con i capelli ancora
arruffati dal sonno. Avevano un’aria incantevole, innocente e assolutamente
affascinante. «Sono invitato?» chiese a Julie, sorridendo.
Julie alzò lo sguardo su di lui, gli occhi blu scuro che gli scrutavano
il viso come se stessero tentando di vedere al di là della superficie,
nella sua anima, e all’improvviso lui desiderò che ci fossero
più gentilezza e bontà perché lei le vedesse. «Desidera essere
invitato?»
«Sì.»
Allora lei sorrise, il primo sorriso schietto e spontaneo che gli rivolgesse, e
aveva una radiosità che gli fece accelerare il cuore. «In questo caso», disse
Julie, «si segga al tavolo, mentre noi prepariamo una delle nostre omelette
speciali. Non le facciamo da un anno, quindi non si aspetti troppo.» Paul si
tolse la giacca e la cravatta, allentò il primo bottone del colletto della camicia
e si sistemò al tavolo, mentre Julie gli portava una tazza di caffè, tornando
poi al suo compito al tagliere. Lui le osservò in silenzio, ascoltando il loro
modo scherzoso di parlare, con la sensazione di essere stato in qualche modo
ammesso in un pacifico regno governato da splendide fate. Katherine Cahill
era di una bellezza sensazionale, decise, mentre Julie Mathison era
semplicemente graziosa, ma era lei ad attirare il suo sguardo e a trattenerlo
come un magnete. Guardò il sole che splendeva attraverso la finestra,
riflettendosi sui suoi capelli, e studiò il fascino contagioso del suo sorriso, la
levigatezza della sua pelle, la straordinaria sontuosità delle sue ciglia ricurve.
«Signor Richardson?» disse Julie, con voce calma, senza alzare gli occhi
dalla piccola cosa bianca che stava tritando in minuscoli pezzi.
«Mi chiami Paul.»
«Paul», si corresse lei.
Decisamente, gli piaceva il suono del suo nome sulle labbra di
lei. «Sì?»
«Perché mi fissa così?»
Paul sobbalzò con aria colpevole e disse la prima cosa che gli venne in
mente. «Mi stavo chiedendo che cosa fosse quella cosa che sta tritando.»
Vide un lungo dito affusolato indicare ciò che ora capiva essere un normale
spicchio d’aglio. «Vuol dire, questo?» chiese lei, ma sollevò il capo e gli
lanciò uno sguardo divertito che lo fece sentire uno scolaretto goffo sorpreso
in pieno a mentire. «Sì», bluffò lui. «Quello. Che cos’è?» Paul guardò le sue
labbra formulare sorridendo le parole e la sentì pronunciarle con molta
gentilezza: «Questa è cicuta».
«Grazie a Dio, temevo che fosse aglio.»
La sua risata sorpresa risuonò improvvisamente come musica e quando
terminò stavano entrambi sorridendosi. «Ha uno splendido sorriso, Julie»,
disse lui con semplicità, mentre lei tornava al proprio compito.
Lei gli diede un’occhiata da sotto le ciglia e scherzò: «Proprio la cosa che mi
mette in evidenza sul libro dei sospetti dell’FBi, non crede?» Il sorriso di
Paul svanì bruscamente. «Benedict si è messo in contatto con lei? E’ perciò
che se n’è andata ieri senza dirmi una parola ed è venuta quassù? E’ perciò
che ha fatto riferimento due volte questa mattina al fatto di essere arrestata?»
Lei lo guardò stralunando gli occhi e rise: «Ha un’immaginazione troppo
fervida.» «Dannazione!» disse Paul, alzandosi in piedi e avviandosi verso di
lei prima di rendersi conto di che cosa stesse facendo. «Non faccia giochetti
con me, Julie! Quando le faccio una domanda, voglio una risposta diretta.»
Lanciò un’occhiata sopra le sue spalle a Katherine. «Le dispiacerebbe
lasciarci soli?» le disse bruscamente.
«Sì, in verità, mi dispiace. Crede sul serio che Julie abbia collaborato alla
fuga di quell’uomo?» chiese sdegnosamente. «No», rispose pungente lui,
«non finché lei non mi da motivo di cambiare idea. Tuttavia, non sono del
tutto certo che non proteggerebbe Benedict da noi, se potesse.» «Non può
arrestarla per una cosa che non ha ancora fatto», gli fece notare logicamente
Katherine.
«Non ho nessuna intenzione di arrestarla! In effetti, ho fatto del mio meglio
per assicurarmi che neppure qualcun altro decida di farlo.» La voce sorpresa
di Julie gli fece girare il capo. «Ha davvero fatto questo?» gli chiese lei, la
voce piena di gratitudine e di sorpresa. Paul esitò, sentendo che la sua rabbia
veniva disarmata e disinnescata dall’espressione in quegli occhi, poi annuì.
«Sì.» Per un momento, il sorriso di Julie si soffermò su di lui e Paul si
crogiolò in esso, poi lei trasferì il sorriso su Katherine e disse scherzando:
«Annulla la cicuta», cosa che lo fece ridere. La colazione era stata
un’esperienza assolutamente deliziosa, pensò Paul con aria soddisfatta,
alzandosi a riempire la sua tazza di caffè, mentre Julie e Katherine caricavano
i piatti nella lavastoviglie. Un momento straordinariamente piacevole - e ne
conosceva esattamente il motivo. Come aveva appena scoperto con suo totale
incanto, quando Julie Mathison finalmente decideva che le piaceva qualcuno,
le piaceva con tutto il cuore e senza riserve. Dal momento in cui le aveva
detto di aver tentato di assicurarsi che lei non venisse arrestata, lo aveva
trattato con spontaneo calore. Stava pensando a quello, quando si rese conto
che lei gli stava chiedendo il suo parere, cosa che trovò pure profondamente
gratificante: «Ieri», spiegò lei, asciugando la padella delle omelette, «ho
parlato con il signor Duncan. il preside della nostra scuola, e lui ha convenuto
che potrei tornare al lavoro domani, ma solo se i giornalisti non
interromperanno le lezioni, nel tentativo di arrivare a me. Katherine ritiene
che l’unico modo per impedire loro di farlo e di liberarmene completamente
sia di convocarli tutti insieme e di rilasciare una dichiarazione ufficiale
dettagliata su ciò che è successo, e poi di rispondere a tutte le altre domande
che avranno da farmi. Che cosa ne pensa?» «Penso che sia assolutamente
giusto. In effetti, questa era una delle cose che avevo intenzione di suggerirle,
quando sono venuto quassù, questa mattina.» Julie esitò, poi sospirò:
«D’accordo, lo farò, ma preferirei affrontare un plotone d’esecuzione».
«Le farebbe piacere se fossi presente a sostenerla?» «Farebbe veramente
questo per me?» Se avrebbe fatto veramente quello per lei? pensò ironico
Paul. Per lei non avrebbe fatto solo quello, ma probabilmente avrebbe ucciso
un drago... affrontato un leone... spostato una montagna. Per Dio... avrebbe
addirittura asciugato una padella per friggere! «Poiché la presenza dell’FBI
qui, è in parte il motivo per cui la stampa la sta perseguitando», disse,
avvicinandosi all’acquaio a prendere lo strofinaccio per i piatti che Katherine
aveva messo da parte, quando era andata a rispondere al telefono, «è il meno
che possa fare.» «Io... io non so come ringraziarla», disse lei semplicemente,
tentando di non notare quanto più le ricordasse Zack. quando si comportava
in modo incantevole.
«Che cosa ne direbbe di uscire a cena con me, mercoledì?» «Mercoledì?»
esclamò lei, sgomenta. «Sarà ancora qui, mercoledì?» Il drago che Paul aveva
intenzione di uccidere per lei, si impennò e affondò i denti nel suo sedere, il
leone ruggì divertito per la sua follia e la montagna si levò davanti a lui,
gigantesca e impassibile. «Cerchi di non sembrare così entusiasta», disse.
«Non intendevo questo», disse Julie, appoggiando la mano sulla sua manica e
con l’aria di chiedergli umilmente scusa. «Davvero. E’ solo che io... detesto
essere spiata e interrogata, anche da lei.» «Le è passato per la mente che
Benedict potrebbe decidere di inseguirla qui o che la sua vita potrebbe essere
in pericolo?» disse Paul, leggermente addolcito dalla sincerità delle sue scuse
e molto di più dal suo gesto inconscio.
Per ragioni che non riusciva a spiegarsi o a capire, ogni istinto che Paul
possedeva gli gridava che Benedict sarebbe venuto a cercarla. O che avrebbe
tentato di mettersi in contatto con lei. «Che cosa ne dice della cena,
mercoledì sera?» insistette, allungando una mano per prendere le spatole e
mettendosi ad asciugarle.
«Non posso», disse Julie. «Tengo un corso di lettura per adulti,
il mercoledì e il venerdì sera.»
«D’accordo, che cosa ne dice di giovedì sera?»
«Mi sembra che vada bene», disse Julie, nascondendo il suo
sgomento per il fatto che l’FBI intendesse tenerla sotto sorveglianza
così a lungo. «Le farebbe piacere se invitassi Katherine a
unirsi a noi?»
«Perché diavolo dovrei volere che lo facesse?»
«Comincio a sentirmi», osservò Katherine in tono allegro dalla porta,
«davvero orribilmente indesiderata, qui in giro.» Al suono della sua voce,
Paul chinò il capo all’indietro, chiuse gli occhi e frettolosamente inventò una
scusa per la sua mancanza di tatto: «Di solito, non sono così disgustoso o così
rozzo. So che Dave Ingram insisterà per fare il quarto, se lei verrà con noi,
Katherine, e non desidero particolarmente passare un’altra sera con lui, ed è
perciò che ho detto ciò che ho detto a proposito di invitarla». Aprì gli occhi e
si trovò oggetto di una commiserazione divertita da parte delle due donne,
che si stavano evidentemente gustando la sua situazione.
«Penso che dovremmo perdonarlo», disse Katherine.
«Anch’io», ribatté Julie.
Paul stava mormorando una breve preghiera di gratitudine per la loro comune
credulità, quando Katherine aggiunse con calma:
«Naturalmente, sta mentendo».
Julie gli rivolse un sorriso furbo. «Naturalmente», convenne. «Per quanto
riguarda la conferenza stampa», disse Katherine, facendosi seria e guardando
Paul per chiedergli consiglio, «dove si dovrà tenere, a che ora vuole che si
svolga e chi dobbiamo avvertire?» «Qual è l’edificio qui intorno che può
contenere la folla più numerosa?» chiese Paul, la mente rivolta al compito
imminente. «L’auditorio del liceo», disse Julie.
Dopo una breve discussione, venne deciso che la conferenza stampa avrebbe
avuto luogo alle tre. Katherine si offrì di telefonare al preside del liceo, che
avrebbe aperto la scuola, e di chiamare il sindaco, che poi si sarebbe
occupato della stampa e di ogni altro preparativo. «Telefoni al fratello di
Julie, Ted», aggiunse Paul indossando la giacca. «Gli chieda di avvertire il
resto dell’ufficio dello sceriffo, in modo da poter essere presente per impedire
ai giornalisti di accalcarsi intorno a Julie, se non riuscirò a tenerli lontani da
solo.» A Julie, disse: «Perché non si veste, poi l’accompagnerò a casa, così
avrà tutto il tempo per qualunque appunto le occorra, prima di affrontare la
gente via satellite e la carta stampata».
«Che modo spaventoso di esprimersi», lo rimproverò Katherine. «Non è per
nulla spaventoso», sorprese tutti Julie, inclusa se stessa, nel dirlo. «E’
pazzesco, e anche assurdo, ma non è spaventoso. Mi rifiuto di lasciarmi
spaventare, o intimidire.» Il sorriso di Paul era pieno di approvazione, ma
tutto ciò che disse fu: «Scalderò la macchina, mentre lei si veste. Katherine»,
aggiunse con un pigro sorriso, «grazie per la piacevole mattinata e’per
l’eccellente colazione. Ci vedremo alla conferenza».
Quando la porta d’ingresso si richiuse dietro di lui, Katherine
si voltò verso Julie e disse in tono schietto: «Nel caso non l’avessi
notato, quello è un uomo molto speciale. Ed è anche pazzo di te,
Julie. Questo è evidente a chiunque guardi attentamente». Le
strizzò l’occhio e aggiunse: «Si da anche il caso che sia alto, bruno,
attraente ed estremamente sexy...»
«Non dirlo», la interruppe Julie. «Non voglio sentire tutto
questo.»
«Perché no?»
«Perché mi ricorda Zack», disse lei semplicemente. «Me lo ha sempre
ricordato.» Si tolse il grembiule e si diresse all’ingresso. «Ci sono alcune
grosse differenze tra i due uomini», le fece notare Katherine, seguendola
sulla scala. «Paul Richardson non è un criminale, non è un detenuto evaso, e
invece di tentare di spezzarti il cuore, sta facendo di tutto per proteggerti e
aiutarti.» «Lo so», sospirò Julie. «Hai ragione su tutto ciò che hai detto,
tranne su una cosa: Zack non è un criminale. E prima di togliermelo
completamente dalla mente, domani, intendo occuparmi di una cosa via
satellite e carta stampata, oggi.» «Di che cosa si tratta?» chiese Katherine
preoccupata, seguendo Julie nella stanza degli ospiti in cui lei aveva dormito
la sera prima.
«Intendo assicurarmi che il resto del mondo sappia che io non credo che
abbia ucciso qualcuno. Forse, se farò un lavoro abbastanza buono alla
conferenza stampa, la pubblica opinione potrebbe costringere le autorità a
riaprire il caso!» Katherine la guardò togliersi l’accappatoio. «Faresti ancora
Questo per lui, anche se ti ha maltrattata e offesa così malamente come ha
fatto?» Julie le rivolse un allegro sorriso e annuì con calore. Girandosi,
Katherine fece per andarsene, poi si voltò indietro e disse con un sospiro: «Se
sei decisa a trasformarti nella portavoce di Zachary Benedict, oggi, il mio
consiglio è di apparire il più bella possibile. E’ una grossa ingiustizia, ma un
mucchio di gente viene più influenzata dall’aspetto di una donna di quanto
non ammetta».
«Grazie», disse Julie, così concentrata sul suo obiettivo ora da non provare
assolutamente nervosismo e rivedendo già mentalmente il proprio guardaroba
alla ricerca dell’abito migliore da indossare. «Hai altri consigli?» Katherine
scosse il capo. «Sarai meravigliosa, perché sei sincera e perché ci tieni e
questo trapelerà da tutto ciò che dirai, oggi.
Avviene sempre.»
Julie la sentiva appena; stava cercando una strategia per raggiungere il suo
scopo. Un resoconto serio e formale dell’incidente, durante il quale avrebbe
tentato di ammorbidire la loro opinione nei riguardi di Zack, sarebbe stata la
cosa migliore, decise, seguito da un atteggiamento rilassato e sorridente
quando sarebbero cominciate ad arrivarle le domande.
Sorridente. Allegra. Rilassata.
Zack era l’attore, non lei. e non sapeva come avrebbe portato a termine quel
compito, ma in qualche modo ci sarebbe senz’altro riuscita.
  CAPITOLO 48.
IN un attico di Chicago che dominava il lago Shore Drive, il vecchio vicino
di casa e testimone di nozze di Zack, Matthew Farrell, alzò gli occhi mentre
la sua giovane figlia entrava di corsa nella stanza, seguita dalla madre, e si
lasciava cadere sul suo grembo. Con i capelli biondi lucenti e gli occhi
azzurri la somiglianza di Marissa con sua madre, Meredith, era così
impressionante che Matt fece un largo sorriso guardando le sue due ragazze.
«Pensavo che fosse ora del sonnellino», disse alla figlia. Lei guardò il lucido
prospetto azionario che Matt stava leggendo ed evidentemente lo scambiò per
uno dei suoi libri di fiabe.
«Storia, papà. Prima. Per piacere.»
Prima di rispondere, lui guardò con aria interrogativa Meredith, che era
presidente della Bancroft & Company, una grossa catena di grandi magazzini
esclusivi fondata dai suoi antenati, e lei gli fece un sorriso impotente. «E’
domenica», disse lei. «Le domeniche sono piuttosto speciali. Immagino che i
sonnellini possano aspettare qualche minuto.» «La mamma dice che va
bene», disse Matt, sistemando la figlia sul grembo pensando a una storia.
Meredith vide il divertimento scintillargli negli occhi, mentre si
raggomitolava su una poltrona di fronte a loro due e ne capì il motivo nel
momento in cui Matt cominciò la sua storia:
«C’era una volta», cominciò lui. con voce molto seria, «una bellissima
principessa che sedeva su un trono della Bancroft & Company.» «La
mamma?» cinguettò Marissa.
«La mamma», affermò lui. «Ora, oltre a essere bellissima e meravigliosa,
questa principessa era anche molto intelligente. Ma un giorno», disse molto
seriamente, «si lasciò convincere da un cattivo, cattivo banchiere a investire
del denaro in una compagnia. Ora, accadde che il marito della principessa,
che guarda caso si intendeva molto di investimenti, avvertì la principessa di
non dare ascolto al cattivo banchiere, ma lei era così sicura di avere ragione
da scommettere con suo marito che il mercato azionario sarebbe salito, ma
non è stato così. Ha chiuso con due punti di ribasso, venerdì. E sai che cosa
succede ora che la principessa ha perso la scommessa con suo marito?» Lei
scosse il capo, sorridendo perché lui sorrideva. Rivolgendo uno sguardo
eloquente alla moglie, Matt concluse in modo significativo. «Lei deve
pagare. Questo significa che la principessa deve fare un lungo, lungo
sonnellino con suo marito, oggi.» «Mamma deve fare un sonnellino!»
ridacchiò Marissa, battendo le mani.
«E’ esattamente come mi sento io al riguardo», disse Matt. Alzandosi in
piedi, Meredith allungò la mano a prendere quella di Marissa, ma il suo caldo
sorriso era per Matt. «Una donna saggia», disse alla figlia, «fa solo
scommesse che sia bello perdere». L’atmosfera intima venne interrotta
dall’arrivo di Joe O’Hara, la guardia del corpo-autista dei Farrell, che si
considerava un membro della famiglia - e veniva considerato come tale.
«Matt», disse Joe, con aria inquieta, «ho appena visto alla televisione nella
mia stanza che Julie Mathison. la donna che Zack ha preso come ostaggio, sta
per tenere una conferenza stampa.
Sta cominciando proprio in questo momento.»
Meredith non aveva mai incontrato Zachary Benedict, era già stato messo in
prigione quando Matt e lei si erano messi insieme ma sapeva che i due
uomini erano stati amici intimi. Ora diede un’occhiata all’espressione torva
di Matt mentre accendeva la televisione e disse in fretta: «Joe, vuoi portare
Marissa nella sua stanza per il suo sonnellino?» «Certo. Andiamo, tesoro»,
disse lui, e i due si allontanarono mano nella mano, un gigante di uomo e una
bambina che lo considerava il suo orsacchiotto di pezza personale.
Troppo teso per sedersi, Matt infilò le mani nelle tasche dei pantaloni e
rimase a guardare in nervoso silenzio, mentre una giovane donna saliva verso
la fila di microfoni, con indosso un semplice abito in lana bianca con bottoni
dorati al collo e ai polsi, i lunghi capelli scuri chiusi sulla nuca in un fiocco.
«Che Dio lo aiuti», disse Matt, riferendosi a Zack. «Sembra Biancaneve, cosa
che farà chiedere a gran voce al mondo intero il suo sangue, per averla
rapita.» Ma quando Julie Mathison cominciò a spiegare che cosa le era
accaduto nelle mani del suo rapitore, l’espressione corrucciata di Matt
cominciò a dissolversi e poi, lentamente, lasciò il posto a un sorriso
stupefatto. Contrariamente a quanto si era aspettato, la prigioniera di Zack
stava riuscendo, in qualche modo, a descrivere la settimana con lui come se
fosse stata un’avventura che aveva vissuto, per cortese concessione di un
uomo che lei descrisse come estremamente gentile, invece di un terribile
traversia nelle mani di un omicida evaso.
Al termine della sua dichiarazione, la sala esplose di domande gridate dalla
stampa e Matt si tese per la forte acredine che tutte avevano:
«Signorina Mathison». gridò un giornalista della CBS, «in qualche
circostanza, Zachary Benedict l’ha minacciata con una pistola?»
«So che aveva una pistola, perché l’ho vista», rispose lei. con
sorridente padronanza di sé, «ed è bastato a convincermi - almeno
all’inizio - che probabilmente non avrei dovuto attaccar lite
con lui, o criticare i suoi vecchi film.»
Le risate esplosero nella stanza, punteggiate da altre domande
gridate. «Signorina Mathison! L’ha violentata?»
Lei stralunò gli occhi con incredulità divertita. «No, davvero
Vi ho appena dato un resoconto particolareggiato di ciò che è
accaduto nell’intera settimana e ho specificato che non ha mai
abusato di me in alcuna circostanza. Di certo, non avrei potuto
dire questo, se avesse anche solo tentato di commettere un atto
così spregevole.»
«L’ha maltrattata verbalmente?»
Lei annuì solennemente, ma gli occhi le scintillavano divertiti
mentre diceva: «Sì, veramente sì...»
«Ci descriverebbe l’occasione’?»
«Certo», disse lei. «Si è profondamente offeso una sera, quando
deliberatamente ho tralasciato il suo nome dall’elenco dei miei attori
preferiti.» Delle sghignazzate esplosero nell’auditorio.
«In qualche occasione ha avuto paura di lui, signorina Mathison?» «Ho avuto
paura della sua pistola il primo giorno», disse lei prudente, «ma quando non
mi ha sparato dopo il mio tentativo di passare un biglietto all’impiegata di un
ristorante fast-food e neppure dopo i miei due successivi tentativi di fuga, ho
capito che non mi avrebbe mai fatto del male, per quanto io lo provocassi.»
Più volte, Matt la osservò sviare le loro domande e fare in modo di farli
passare dall’animosità all’empatia verso il suo sequestratore. Dopo circa
trenta minuti di implacabili domande, il passo cominciò a rallentare. Un
cronista della CNN gridò: «Signorina Mathison, vuole vedere catturato
Zachary Benedict?» Lei girò il viso in direzione del cronista e disse: «Com’è
possibile che qualcuno voglia vedere tornare in prigione un uomo che e stato
ingiustamente incarcerato? Non capisco come una giuria abbia potuto
condannarlo per omicidio, ma so che non è capace di questo più di me. Se lo
fosse, non starei qui ora, perché come ho spiegato a tutti voi pochi minuti fa,
ho tentato ripetutamente di intralciare la sua fuga. Ciò che vorrei veder
accadere è che questa caccia all’uomo venisse fermata mentre qualcuno
riesamina il suo caso». Con tono fermo e cortese concluse: «Se non avete
altre domande, signore e signori, possiamo mettere fine a Questa intervista, e
voi potete tornare alle vostre case. Come ha spiegato il sindaco Addleson, la
città di Keaton desidera tornare alla normalità, e anch’io, perciò non
concederò ulteriori interviste, né risponderò ad altre domande».
«Ho un’altra domanda!» gridò in tono imperioso un cronista del Los Angeles
Times. «E’ innamorata di Zachary Benedict?» Lei lo guardò, inarcò con
grazia le sopracciglia e rispose in tono sdegnoso: «Mi aspettavo una domanda
simile dal National Enquirer, ma non dal Los Angeles Times». Il suo
tentativo di eludere la domanda le ottenne delle risate, ma non ebbe successo
questa volta, perché un cronista dell’Enquirer gridò: «D’accordo, signorina
Mathison. faremo noi la domanda. «E’ innamorata di Zachary Benedict?» Fu
l’unica volta che Matt la vide esitare e la simpatia gli gonfiò il cuore mentre
l’osservava lottare per mantenere il sorriso al suo posto e un’espressione non
impegnativa sul viso, ma gli occhi la tradirono - quei grandi occhi color
zaffiro dalle ciglia lunghe si fecero scuri e solenni per un’emozione che
somigliava decisamente alla tenerezza. E proprio quando la simpatia di Matt
per la sua situazione era al massimo, proprio quando si rendeva conto che i
giornalisti l’avevano finalmente intrappolata, lei cambiò tattica ed entrò
volontariamente nella loro trappola in un modo che gli fece trattenere il fiato
per il suo coraggio:
«In un’occasione o in un’altra», disse lei. «la maggior parte della popolazione
femminile di questo paese, probabilmente, ha immaginato di essere
innamorata di Zachary Benedict. Ora che l’ho conosciuto», aggiunse con una
leggera incrinatura nella voce, «penso che abbia dimostrato un eccellente
giudizio. Lui...» esitò, evidentemente alla ricerca delle parole giuste, poi
disse semplicemente, «lui è un uomo molto facile da amare, per qualsiasi
donna.» Senza un’altra parola, girò le spalle alla fila di microfoni e venne
rapidamente circondata da due uomini che Matt immaginò fossero agenti
dell’FBi, e da diversi vice-sceriffo in uniforme che l’accompagnarono in
salvo fuori dal palcoscenico. Matt premette il pulsante per spegnere il
televisore, proprio mentre il giornalista della CNN cominciava a riassumere
l’intervista, poi guardò sua moglie. «Che cosa ne pensi?» «Penso», disse
Meredith con calma, «che la ragazza è stata incredibile.» «Ma ha cambiato
minimamente la tua opinione su Zack? Io sono influenzato a suo favore, tu
invece non l’hai mai conosciuto, quindi dovresti, probabilmente, reagire alla
sua intervista pressapoco come tutti gli altri.» «Dubito di non essere così
influenzata come dici. Tu sei un giudice di carattere molto severo e hai detto
chiaramente di credere alla sua innocenza. Se lo credi tu, allora anch’io sono
incline a crederlo.» «Grazie per l’omaggio al mio giudizio», disse lui
teneramente, premendole un bacio sulla fronte.
«Ora ho una domanda da farti», aggiunse lei, e Matt avvertì istintivamente
ciò che stava per chiedergli. «Julie Mathison ha detto di essere stata tenuta in
una casa isolata, da qualche parte sulle montagne del Colorado. Era la nostra
casa?» «Non lo so», disse lui con sincerità, sogghignando quando lei gli
rivolse uno sguardo scettico. «Ma immagino di sì», aggiunse, per amore di
onestà. «Gli ho offerto più volte di usare quella casa. Naturalmente,
dev’essersi sentito libero di farlo, ora, finché non mi coinvolgeva
direttamente...» «Ma tu sei coinvolto!» proruppe Meredith con voce un po’
disperata.
«Tu...»
«Non sono coinvolto con Zack in nessun modo che possa mettere in pericolo
te o me.» Quando lei non sembrò ancora persuasa, ripeté con calma:
«Quando è andato in prigione, Zack mi ha dato la sua procura in modo che
potessi amministrare i suoi investimenti e occuparmi delle sue finanze, cosa
che continuo a fare tuttora. Questo non è illegale, né è un segreto per le
autorità. Finché non è fuggito di prigione, Zack era in regolare contatto con
me».
«Ma che cosa succederà ora che è fuggito, Matt?» chiese lei,
gli occhi che gli scrutavano il volto. «Che cosa accadrà, se tenterà
di mettersi in contatto con te, ora?»
«In questo caso», disse lui con un’indifferente alzata di spalle
che la preoccupò di più e non di meno, «farò ciò che qualunque
cittadino rispettoso della legge farebbe, e ciò che Zack si aspetterebbe
che facessi: lo comunicherei alle autorità.»
«Con quanta prontezza?»
Lui rise alla sua perspicacia e le mise il braccio intorno alle spalle mentre la
guidava verso la camera da letto. «Abbastanza Prontamente da impedire alle
autorità di accusarmi di collusione», le promise. E non un attimo prima,
aggiunse silenziosamente. Lei annuì, ma gli appoggiò la mano sul braccio.
«Se ti chiedessi di non avere niente a che fare con ciò che riguarda Zachary
Benedict...» cominciò, ma lui scosse il capo per zittirla. «Farei qualunque
cosa al mondo per te, e lo sai», disse con la voce rauca per l’emozione. «Ma
ti prego di non chiedermi questo, Meredith. Devo vivere con me stesso, e lo
troverei molto difficile se facessi questo a Zack.» Meredith esitò, nuovamente
stupita dalla lealtà che Matt provava per quell’unico uomo. Generalmente
considerato un uomo d’affari brillante, ma duro, Matt aveva centinaia di
conoscenze, ma Zachary Benedict era l’unico che avesse mai veramente
considerato un amico intimo e fidato. «Dev’essere un uomo notevole, perché
tu sia così leale con lui.» «Ti piacerà», le promise lui, dandole un buffetto
sotto il mento.
«Che cosa ti rende così sicuro?» lo stuzzicò lei, tentando di adeguarsi al suo
atteggiamento allegro.
«Ne sono certo», disse Matt, con uno sguardo deliberatamente compiaciuto,
«perché si da il caso che tu sia pazza di me.» «Non puoi voler dire che voi
due vi somigliate, vero?» «Un mucchio di persone lo pensano, e non
necessariamente in modo lusinghiero. tuttavia», aggiunse, facendosi serio, «il
fatto è che sono tutto ciò che Zack ha. Sono l’unico di cui si fidi.
Quando è stato arrestato, tutti i parassiti e i rivali che aveva avuto
intorno ad adularlo ignobilmente per anni lo hanno abbandonato
come se avesse la peste bubbonica e hanno goduto della sua
rovina. C’erano altre persone che gli erano rimaste fedeli anche
dopo che era andato in prigione, ma Zack le ha allontanate rifiutandosi
anche di rispondere alle loro lettere.»
«Probabilmente, si vergognava.»
«Ne sono certo.»
«Hai torto su una cosa», disse Meredith dolcemente. «Lui ha
un altro alleato oltre a te.»
«Chi?»
«Julie Mathison. E’ innamorata di lui. Pensi che Zack l’abbia vista o sentita,
questa sera?» Matt scosse il capo. «Ne dubito. Dovunque sia, è da qualche
parte molto lontano e non in questo paese. Sarebbe uno stupido a restare negli
Stati Uniti, e Zack non lo è.» «Vorrei che avesse potuto sentirla», disse
Meredith, provando un’improvvisa simpatia per Zack nonostante i timori per
la sicurezza di suo marito. «Forse è stato fortunato e sa che cosa lei stia
tentando di fare.» «Zack non è mai stato fortunato nella sua vita privata.»
«Pensi che si sia innamorato di lei, mentre stavano insieme?» «No», disse lui,
con assoluta definitività. «Oltre al fatto che deve aver avuto delle cose molto
più pressanti per la mente, Zack è... quasi immune alle donne. Le apprezza
sessualmente, ma non ha grande rispetto per loro, il che non è sorprendente
dato il tipo di donne che ha conosciuto. In effetti, l’unica vera tenerezza che
gli abbia mai visto mostrare è per i bambini, e questa è stata la ragione
principale per cui ha sposato Rachel. Lei gli aveva promesso dei bambini, ma
evidentemente si è rimangiata la parola su questo, oltre che sulle sue
promesse matrimoniali.» Scuotendo il capo per dare enfasi alle sue parole,
concluse:
«Zack non si innamorerebbe mai di una graziosa giovane insegnante di una
piccola città - non in pochi giorni e neppure nel giro di qualche mese».
  CAPITOLO 49.
STAGLIANDOSI contro il sole al tramonto, l’uomo alto si avviò lungo la
strada polverosa che portava dal villaggio ai moli affaccendati, con in mano
un giornale e diverse riviste. Mentre si dirigeva lungo il pontile, non parlò a
nessuno dei pescatori che stavano scaricando la pesca del giorno o
accomodando le reti e nessuno di loro gli parlò, ma diverse paia d’occhi
curiosi seguirono lo straniero verso la sua imbarcazione, un Halteras di dodici
metri con il nome JULIE scritto con vernice fresca blu sulla poppa. Oltre al
nome della barca, non c’era niente da notare sull’imbarcazione e lo stesso si
poteva dire del suo proprietario, mentre camminava a grandi passi lungo il
pontile. Aveva il volto abbronzato sotto una barba scura di quattro giorni,
benché, se qualcuno avesse guardato con attenzione, avrebbe notato che la
sua carnagione non era affatto segnata dagli elementi come quella degli altri
pescatori e che la sua barca era in realtà meglio equipaggiata per la crociera,
che non per la pesca. Ma quello era un porto isolano indaffarato e
competitivo e la JULIE era solo una delle centinaia di imbarcazioni che vi
facevano scalo - imbarcazioni che spesso trasportavano carichi che non erano
commestibili o legali.
Dall’altra parte del pontile due pescatori a bordo del DIARIO alzarono gli
occhi mentre il proprietario della JULIE saliva sulla sua imbarcazione.
Qualche momento dopo il generatore della barca si avviò con un ronzio
sommesso e le luci della cabina si accesero sottocoperta.
«Spreca del carburante, facendo girare quel generatore per metà della notte»,
osservò un pescatore. «Che cosa farà, per aver bisogno di quel motore?» «A
volte vedo la sua ombra al tavolo, attraverso le tende.
Penso che stia seduto a leggere.»
L’altro pescatore guardò significativamente le cinque antenne che si levavano
appuntite sopra il timone principale della Julie.
«Ha ogni genere di equipaggiamento, incluso un radar, a bordo
di quella barca», osservò in tono eloquente, «eppure non va mai
a pesca e non cerca dei noleggiatori.»
Il primo pescatore sbuffò con disgusto. «Perché non è un pescatore
e neppure il capitano di una nave da noleggio.»
«Dunque, è un altro trafficante di droga?»
«Cos’altro?» convenne il suo compagno con un’alzata di spalle indifferente.
Ignaro che la sua presenza stesse provocando dei commenti lungo i moli
affollati, Zack studiava le mappe che aveva steso sul tavolo, tracciando
accuratamente i vari percorsi che avrebbe potuto seguire la settimana
successiva. Erano le tre del mattino, quando finalmente arrotolò le mappe, ma
sapeva che non sarebbe riuscito a dormire anche se era esausto. Il sonno era
una cosa che lo aveva eluso quasi completamente negli ultimi sette giorni,
anche se la sua fuga dagli Stati Uniti era filata senza intoppi - grazie ai
contatti di Enrico Sandini e a mezzo milione di dollari del denaro di Zack. In
Colorado, il piccolo elicottero preso a noleggio era apparso a prenderlo, come
si era aspettato, in una radura a duecento metri dalla casa. Zack era salito a
bordo ed era stato portato a un alberghetto di montagna, a un’ora di distanza.
Il pilota non aveva fatto domande, né mostrato alcuna sorpresa per ciò che
era, Zack lo sapeva, un mezzo di trasporto del tutto normale usato dagli
sciatori danarosi che preferivano possedere le proprie montagne e sciare su
quelle di qualcun’altro. Una macchina a noleggio lo aveva aspettato nel
parcheggio dell’alberghetto di montagna e da lì si era diretto a sud a un
piccolo campo d’atterraggio dove, come stabilito, un aereo privato era in
attesa su una pista libera.
Subito dopo aver lasciato lo spazio aereo degli Stati Uniti, Zack si era
addormentato, svegliandosi solo quando erano atterrati a rifornirsi di
carburante lungo la strada, ma da quando erano atterrati fino a quel momento,
era riuscito a sonnecchiare solo un paio d’ore alla volta.
Alzandosi, scese nella cambusa a versarsi del brandy in un bicchiere,
sperando che l’aiutasse a dormire e sapendo che non ci sarebbe riuscito, poi
lo portò di sopra nel piccolo salone che serviva da soggiorno e da sala da
pranzo, nella sua casa d’alto mare. Spense le luci principali della cabina, ma
lasciò accesa la piccola lampada d’ottone sul tavolino accanto al divano,
perché illuminasse la fotografia di Julie che aveva ritagliato dalla prima
pagina di un giornale vecchio di una settimana e messo in una piccola cornice
presa dalla parete di una cuccetta di prua. Julie portava delle perle intorno al
collo e un abito color pesca con una modesta scollatura, ma ciò che gli
piaceva di più di quella fotografia era che portava i capelli acconciati
pressapoco come li aveva avuti la sera in cui si erano messi in ghingheri per
il loro appuntamento. Cosciente del fatto che si stava torturando, e tuttavia
incapace di trattenersi, allungò una mano a prendere la cornice, poi appoggiò
una caviglia sul ginocchio opposto e appoggiò la fotografia contro la gamba.
Lentamente, passò il pollice sulle sue labbra sorridenti, chiedendosi se
sorrideva di nuovo ora che era tornata a casa. Si augurava di sì, ma mentre
fissava la sua fotografia, ciò che vedeva era l’ultima immagine che aveva
avuto di lei - l’espressione straziante sul suo viso quando lui l’aveva schernita
Per avergli detto di amarlo. Quel ricordo lo ossessionava. C’erano così tante
cose che desiderava dirle, così tante cose che aveva disperatamente bisogno
di dirle. Trangugiò il resto del brandy, lottando contro l’impulso di scriverle
un’altra lettera, Ogni giorno le scriveva delle lettere, benché sapesse
benissimo di non potergliele mandare. Doveva smettere di scrivere quelle
lettere, si ammonì Zack.
Doveva togliersela dalla mente, prima di impazzire...
E doveva riposare un po’...
E proprio mentre pensava questo, allungò una mano a prendere una penna e il
blocco di carta per scrivere.
Talvolta le diceva dove si trovava e che cosa stava facendo, talvolta le
descriveva nei minimi particolari cose che pensava potessero interessarla,
come le isole all’orizzonte, o le abitudini dei pescatori locali, ma quella sera
era in uno stato d’animo molto diverso. Quella sera la stanchezza e il brandy
fecero volare a nuove vette i suoi rimpianti e le sue ansie smaniose. Stando al
giornale americano che aveva comperato quella mattina al villaggio, Julie era
definitivamente sospettata di essere sua complice. Improvvisamente, gli
venne in mente che lei avrebbe dovuto rivolgersi a un avvocato per impedire
alla polizia e all’FBi di tormentarla o, peggio, di accusarla di collusione, solo
per convincerla, terrorizzandola, ad ammettere cose che non erano vere. Le
sarebbe occorso del denaro per assumere un simile avvocato. Un nuovo
senso di urgenza scacciò la disperazione frustrante che gli aveva offuscato le
idee da quando lei se n’era andata e la sua mente si mise a lavorare
furiosamente, trovando nuovi problemi e improvvise soluzioni.
Era l’alba quando si appoggiò all’indietro sulla sedia, incredibilmente stanco
e completamente sconfitto. Sconfitto, perché sapeva che le avrebbe spedito
quella lettera. Doveva mandargliela, in parte a causa delle soluzioni che
aveva trovato, ma anche perché voleva disperatamente che Julie sapesse la
verità su ciò che lui provava. Adesso era sicuro che la verità non poteva
ferirla più di quanto aveva fatto una bugia. Quello sarebbe stato il loro ultimo
contatto, ma almeno avrebbe corretto lo sgradevole finale ai giorni e alle notti
più squisitamente meravigliosi della sua vita.
La luce del sole stava facendo capolino attraverso le tende nel salone e Zack
diede un’occhiata all’orologio. La posta su quell’isola veniva raccolta solo
una volta alla settimana, il lunedì mattina presto, il che significava che non
poteva perdere tempo a scrivere la sua lettera sconnessa e incoerente, non
quando doveva ancora scriverne un’altra a Matt per spiegargli che cosa
voleva che facesse.
  CAPITOLO 50.
«QUELLA laggiù, sulla destra dell’ala, è Keaton, signor Farrell», disse il
pilota, mentre il lucente jet Leer scivolava fuori dallo schermo di nubi e
iniziava l’avvicinamento finale. Matt allungò la mano a premere il pulsante
dell’interfono. «Bene, Steve», disse in tono assente, studiando i lineamenti
preoccupati di sua moglie. «Che cosa c’è che non va?» chiese con calma a
Meredith. «Pensavo di averti completamente rassicurata sul fatto che non c’è
nulla di illegale nel consegnare una lettera indirizzata a Julie Mathison,
affidata alla mia custodia. Le autorità sono ben consapevoli del fatto che ho
la procura di Zack per occuparmi dei suoi affari finanziari. Ho già consegnato
la busta in cui sono arrivate le sue istruzioni, in modo che possano tentare di
rintracciarlo. Non che quella possa aiutarli», aggiunse con una risatina. «Ha il
timbro postale di Dallas, dove evidentemente Zack sta pagando qualcuno
affinché riceva la Posta destinata a me, la tolga dalla busta originale e poi me
la inoltri.» Sapendo con quanta forza sentisse ciò che stava facendo, Meredith
fece del suo meglio per nascondere la propria preoccupazione e chiese:
«Perché lo fa, se si fida di te ciecamente?» «Lo fa, in modo che io possa
liberamente consegnare alle autorità qualunque busta riceva da lui, senza
svelare dove si trova. Sta Proteggendo tutti e due. Così, vedi, finora ho
aderito nel modo più rigoroso alla legge.» Meredith appoggiò il capo
all’indietro sul divano semicircolare in Pelle bianca che dominava la cabina
dell’aereo e disse con un sospiro divertito. «No, non l’hai fatto. Non hai detto
all’FBi che Zack ha incluso una lettera per Julie Mathison alla lettera
indirizzata a te e non hai detto loro che l’avresti consegnata tu.» «La lettera
diretta a lei è in una busta chiusa senza indirizzo», ribatté allegramente lui.
«Non ho alcun modo di sapere se è stato Zack a scriverla. Per quel che ne so,
potrebbe contenere delle ricette. Inoltre, amore mio, non esiste una legge che
mi ordini di avvertire le autorità ogni volta che Zack mi contatta.» Allarmata
e involontariamente divertita dalla sua baldanzosa disinvoltura, Meredith
abbassò il mento e guardò l’uomo attraente di cui si era innamorata e che
aveva perduto, quando lei era una sciocca debuttante diciottenne e lui un
operaio metallurgico di venticinque anni. In un breve decennio, Matt aveva
lasciato la fabbrica dietro di sé e aveva costruito il proprio impero finanziario
sulla base dell’audacia, dell’intelligenza e della decisione. E poi l’aveva
reclamata. Tuttavia, nonostante l’apparenza di tranquilla raffinatezza, gli abiti
fatti su misura, gli yacht e gli aerei privati, Matt era, e sarebbe sempre stato,
in cuor proprio un uomo che si era fatto da sé. E lei lo amava per questo.
Amava quella vena spericolata ed energica, anche se sapeva che era la
ragione per cui ora stava ignorando le possibili conseguenze legali delle sue
azioni. Credeva nell’innocenza di Zachary Benedict e quella era l’unica
giustificazione che gli occorreva per ciò che aveva scelto di fare. Punto e
basta.
«Perché sorridi così?» le chiese Matt.
«Perché ti amo», ammise lei ironica. «Adesso, perché sorridi tu?» «Perché tu
mi ami», mormorò lui con tenerezza, mettendole il braccio intorno alle spalle
e premendole il viso sul collo. «E», ammise, «per questa.» Dal taschino della
giacca, prese la lettera che Zack gli aveva scritto.
«Hai detto che è solo una lista di istruzioni riguardo a Julie Mathison. Che
cosa c’è di divertente in una lista di istruzioni?» «Il fatto che sia una lista di
istruzioni. Quando Zack andò in prigione aveva una fortuna in investimenti
sparsi in tutto il mondo.
Sai quante istruzioni mi ha dato, quando mi ha conferito la
procura perché mi occupassi di tutto?»
«No. Quante?»
«Una sola», disse lui con un largo sorriso, sollevando il dito indice. «Disse:
‘Cerca di non mandarmi in rovina’.» Meredith rise, e Matt gettò uno sguardo
fuori dal finestrino mentre l’aereo si abbassava, avviandosi a tutta velocità
verso la pista, il sole al tramonto che si rifletteva sulle ali. «Joe è qui. con la
macchina», disse, riferendosi al loro autista che aveva raggiunto Dallas su un
volo di linea quella mattina e preso a noleggio una macchina incolore,
guidandola lì per incontrarli. Matt voleva arrivare e partire senza che nessuno
sapesse che era stato lì. «Nessun problema. Joe?» chiese, mentre scivolavano
sul sedile posteriore della macchina.
«No», rispose lui allegramente, schiacciando il pedale dell’acceleratore e
lanciando la macchina a tutta velocità lungo la pista nel suo stile abituale da
gara automobilistica. «Sono arrivato qui un’ora fa e ho individuato la casa di
Julie Mathison. C’erano un mucchio di biciclette di ragazzi, nel giardino di
fronte.» Meredith afferrò il braccio di Matt per tenersi in equilibrio, e
stralunò gli occhi con divertita rassegnazione alla guida temeraria di Joe. Per
distrarsi dalla ghiaia che schizzava da sotto le ruote della macchina che
giravano vorticosamente, mentre uscivano sfrecciando sulla strada principale,
riprese la conversazione iniziata sull’aereo: «Che tipo di istruzioni ti ha dato
Zack, a proposito di Julie Mathison?» Prendendo la lettera ripiegata dalla
tasca del cappotto, Matt gettò uno sguardo alle prime righe e disse ironico:
«Tra le altre cose, devo fare ben attenzione all’aspetto che ha e accertarmi se
sembra aver perso peso, o sonno».
L’insolita preoccupazione di Zack per il suo ex ostaggio venne registrata
immediatamente da Meredith e ammorbidì la sua opinione su di lui. «Come
puoi capirlo, guardandola? Tu non sai che aspetto avesse prima di passare
una settimana con lui.» «Posso solo presumere che lo stress cui Zack è stato
sottoposto, alla fine, lo abbia fiaccato». Sforzandosi di non mostrare quanto
fosse preoccupato per ciò, Matt proseguì allegramente:
«Ti piacerà la voce successiva di questa lista. Ho anche il dovere di scoprire
se è incinta, oppure no».
«Solamente guardandola?» esclamò Meredith, mentre Joe rallentava la corsa
svoltando in una strada residenziale fiancheggiata da alberi.
«No di certo, penso di doverglielo chiedere ed è perciò che sono così felice
che tu ti sia offerta di venire con me. Se lei dovesse negare di essere incinta,
devo far sapere a Zack se le credo, oppure no.» «A meno che lei abbia usato
un test precoce di gravidanza, non può saperlo neppure lei. Sono passate solo
tre settimane, da quando ha lasciato il Colorado». Meredith infilò i guanti,
mentre Joe fermava la macchina con uno stridìo di gomme davanti a una
bella casa a un piano stile ranch, dove dei ragazzini stavano salendo sulle loro
biciclette e si allontanavano pedalando. «Per essere così preoccupato, deve
provare un sentimento profondo per lei, Matt».
«Ciò che prova, è un senso di colpa», pronosticò Matt in tono reciso,
scendendo dalla macchina, «e di responsabilità. Zack si è sempre preso le
proprie responsabilità in modo molto serio.» Mentre si avviavano lungo il
marciapiede, due ragazzini su delle sedie a rotelle sfrecciarono fuori dalla
porta sul retro, scendendo lungo una rampa sul viale d’accesso e ridendo a
più non posso, con una giovane donna graziosa che li inseguiva da presso.
«Johnny!» gridava ridendo anch’essa, correndo dietro al bambino,
«ridammelo!» Il ragazzino di nome Johnny eseguì un’eccezionale impennata
sul marciapiede, agitando in aria un taccuino a spirale, tenendolo appena
fuori dalla sua portata, mentre il suo compagno usava in modo fantastico la
propria sedia a rotelle per creare un’interferenza a suo favore.
«D’accordo», disse Julie, appoggiando saldamente i pugni sui fianchi, ignara
dei suoi visitatori adulti, «hai vinto, mostro! Niente interrogazione domani.
Adesso, ridammi il registro.» Con un grido di trionfo Johnny le porse il
registro. «Grazie», disse Julie prendendolo e tirandogli affettuosamente giù
sulle orecchie e sugli occhi il berretto lavorato ai ferri, mentre lui rideva e lo
sollevava con uno strattone.
«Stai diventando terribilmente bravo con quelle manovre di
bloccaggio, Tim» disse Julie all’altro ragazzino. «Non dimenticarle
durante la partita, sabato prossimo, d’accordo?»
«D’accordo, signorina Mathison.»
Julie si voltò a guardarli allontanarsi lungo il vialetto d’accesso e fu allora
che vide la coppia elegantemente vestita ferma accanto al bordo del
marciapiede di fronte a casa sua. Loro si fecero avanti e Julie si avvolse le
braccia intorno al corpo nel vento gelido, sorridendo educatamente mentre li
aspettava, pensando che entrambi le sembravano vagamente familiari, nel
crepuscolo che andava infittendosi.
«Signorina Mathison», disse l’uomo, ricambiando il sorriso di Julie con uno
dei suoi. «Mi chiamo Matt Farrell, e questa è mia moglie, Meredith.» Vista
da vicino, Meredith Farrell era bella quanto suo marito era attraente, bionda
di capelli quanto lui era scuro e il suo sorriso era caldo quanto quello di lui.
«E’ sola?» le chiese lui, lanciando un’occhiata verso la casa. Julie si irrigidì,
allarmata. «Siete dei giornalisti? Perché se lo siete, ho...» «Sono un amico di
Zack», la interruppe lui con calma. Il cuore di Julie si scagliò contro le sue
costole. «Prego», disse in fretta, presa dalle vertigini per lo choc e
l’eccitazione, «entrate pure.» Li fece entrare dalla porta sul retro e passare
attraverso la cucina dove pentole e padelle in rame pendevano dai ganci sulla
parete, introducendoli nel soggiorno.
«E’ molto graziosa», disse Meredith, liberandosi del cappotto e dando
un’occhiata in giro alla stanza vivace con i mobili in vimini bianco, i cuscini
scozzesi a riquadri verdi e blu brillanti, con alberelli e rigogliose piante in
vaso negli angoli.
Julie tentò di sorridere, ma mentre prendeva il cappotto di
Matt sbottò in tono disperato: «Zack sta bene?»
«Per ciò che ne so, sta bene.»
Lei si rilassò leggermente, ma era difficile essere un’ospite educata quando
tutto ciò che voleva sapere era perché fossero venuti, e allo stesso tempo
desiderava disperatamente prolungare la loro visita, perché Matt Farrell era
un amico di Zack e, in un certo senso, questo glielo portava direttamente lì, in
casa sua. «Gradireste un bicchiere di vino, o del caffè?» chiese sopra le
spalle, mentre appendeva i loro cappotti nell’armadio dell’ingresso e loro si
sedevano sul divano.
«Del caffè andrebbe bene», disse la donna e suo marito annuì. Julie preparò
il caffè a tempo di record, mise le tazze e i piattini su un vassoio e tornò nel
soggiorno così rapidamente che i suoi due ospiti le sorrisero, come se
capissero e apprezzassero il suo dilemma. «Per qualche ragione, sono
terribilmente nervosa», ammise lei con una risata soffocata, appoggiando il
vassoio sul tavolo davanti a loro e sfregandosi il palmo delle mani sulle
cosce. «Ma sono... sono molto contenta che siate venuti. Vi andrò a prendere
il caffè non appena sarà pronto.» «Non era per nulla nervosa», osservò con
ammirazione Matt Farrell, «quando ha affrontato la gente alla televisione e ha
tentato, con grande successo, credo, di influenzarli a favore di Zack.» La
simpatia nei suoi occhi e nella sua voce la fecero sentire come se avesse fatto
qualcosa di meraviglioso e di coraggioso. «Spero che tutti gli amici di Zack
la pensino così.» «Zack non ha più molti amici», disse lui. in tono secco.
«D’altra parte», aggiunse con un lieve sorriso, «con un campione come lei
alle spalle, non gli occorrono molti amici.» «Da quanto tempo lo conoscete?»
chiese Julie. sedendosi su una poltrona ad angolo retto con il divano.
«Meredith non lo ha mai incontrato, ma io lo conosco da otto anni. Eravamo
vicini di casa in California. a Carmel.» Matt la vide sporgersi leggermente in
avanti, l’attenzione concentrata su di lui. e avvertì il suo desiderio di sapere
tutto il possibile da lui, e aggiunse: «Eravamo anche soci in diverse imprese
d’affari. Quando finì in prigione, Zack mi affidò la sua procura, il che mi
dava il diritto e la responsabilità di occuparmi di tutti i suoi affari finanziari».
«E’ meraviglioso da parte sua assumersi tutta questa responsabilità», disse
lei. con grazia, e Matt intravide per la prima volta il calore raro e spontaneo
che doveva aver mostrato a Zack, quando lui ne aveva più bisogno, in
Colorado. «Deve avere molta simpatia e rispetto per lei, per fidarsi così
completamente.» «Abbiamo la stessa opinione l’uno dell’altro», rispose lui,
impacciato, desiderando che esistesse qualche modo per affrontare più
facilmente lo scopo della sua visita.
«Ed è perciò che siete venuti qui dalla California...» suggerì lei. andandogli
in aiuto.
Matt scosse il capo, cercando di guadagnare tempo divagando su dettagli di
secondaria importanza. «Adesso, andiamo solo in vacanza a Carmel», spiegò.
«La nostra abitazione stabile è a Chicago, perché Meredith è presidente della
Bancroft & Company che ha lì il suo quartier generale.» «La Bancroft!»
esclamò Julie, impressionata dall’accenno alla catena di grandi magazzini
esclusivi, e sorridendo a Meredith. «Sono stata al vostro negozio di Dallas ed
è meraviglioso», disse, trattenendosi dal dire che era anche troppo costoso
per lei. Alzandosi in piedi, disse: «Vado a prendere il caffè, dovrebbe essere
pronto, ormai».
Quando se ne andò, Meredith sfiorò il braccio di suo marito e disse con voce
sommessa: «Ha già intuito che sei venuto qui per uno scopo, e più rimandi,
più la renderai nervosa». «Non sono esattamente ansioso di dedicarmi agli
affari», ammise Matt. «Suggeriscimi un modo delicato di dire: ‘Signorina
Mathison, le ho portato un assegno di duecentocinquantamila dollari, perché
Zack teme che lei sia incinta, e se ne sente colpevole, e perché vuole che lei
paghi un avvocato per tenere alla larga la stampa e le autorità legali’.» Lei
stava per suggerirgli un modo più ovvio e più riguardoso per affrontare
quell’argomento, ma prima che potesse parlare, Julie tornò con una
caffettiera di porcellana, e cominciò a riempire le tazze.
Matt si schiarì la gola, e cominciò con voce brusca e impacciata:
«Signorina Mathison...»
«La prego, mi chiami Julie», lo interruppe lei raddrizzandosi, e tendendo
automaticamente al suo tono.
«Julie». acconsentì lui con un lieve e triste sorriso, «veramente, non sono
venuto qui a causa della sua conferenza stampa. Sono qui perché Zack mi ha
chiesto di venirla a trovare.» Il viso di Julie si illuminò come un sole che
sbuchi improvviso dalle nubi. «Lui... glielo ha chiesto? Le ha detto perché?»
«Vuole che scopra se lei è incinta.» Julie sapeva di non esserlo ed era così
sorpresa e imbarazzata dall’argomento inaspettato che cominciò a scuotere il
capo in segno di diniego, prima che Meredith andasse in suo soccorso. «Matt
ha una lettera da darle, che probabilmente riuscirà a spiegarle tutto questo
molto meglio di quanto non stia facendo il mio agitato marito», disse
gentilmente.
Julie lo guardò infilare una mano nel taschino interno della giacca sportiva e
prenderne una busta. Con la sensazione che il mondo stesse cominciando a
girare vorticosamente, rovesciandosi, intorno a lei, la prese dalla sua mano
tesa e disse con voce tremante: «Vi dispiace se leggo questa lettera, subito...
in privato?» «Per nulla. Ci godremo il suo caffè, mentre lo fa.» Julie annuì e
si voltò. Aprì rapidamente la busta con il pollice, si avviò fuori dal soggiorno
con l’intenzione di andare nella sua stanza, ma la sala da pranzo era più
vicina, così andò lì senza curarsi, né rendersi conto, di essere ancora
parzialmente in vista dei suoi ospiti. Quando spiegò le pagine e cominciò a
leggere, la tenerezza e la gioia che le esplosero nel cuore guarirono tutte le
sue ferite. Il mondo svanì e tutto ciò che esistette per lei furono le parole
incredibili che stava leggendo e l’uomo incredibile che gliele aveva scritte,
senza neppure aver intenzione che lei le vedesse... Mia cara Julie, so che non
vedrai mai questa lettera, ma scriverti ogni giorno mi aiuta. Ti tiene vicina a
me. Dio, mi manchi così tanto. Il pensiero di te mi perseguita ogni ora della
mia vita.
Continuo a chiedermi se sei felice. Voglio che tu lo sia. Voglio che tu abbia
una vita splendida. E’ perciò che non ho potuto dirti le cose che sapevo che
volevi sentire, quando eravamo insieme. Temevo, facendolo, che mi avresti
aspettato per anni. Sapevo che volevi che ti dicessi che ti amavo. Non dirtelo,
è stata l’unica cosa altruistica che ho fatto in Colorado, e adesso rimpiango
anche quella.
Ti amo, Julie. Cristo, ti amo così tanto.
Rinuncerei a tutta la mia vita, per avere un anno con te. Sei mesi. Tre.
Qualunque cosa.
Non rimpiango più la perdita della mia libertà, né sono infuriato per
l’ingiustizia degli anni trascorsi in prigione. Adesso, Punico mio rimpianto è
di non poterti avere. Sei giovane e so che ti dimenticherai presto di me e che
continuerai la tua vita. E’ esattamente ciò che dovresti fare. E’ ciò che devi
fare. Voglio che tu lo faccia, Julie.
Questa è davvero un’ignobile bugia. Ciò che voglio veramente, è rivederti,
stringerti tra le braccia, fare l’amore con te mille volte, fino a riempirti così
completamente da non lasciar spazio dentro di te per nessun altro tranne me,
per sempre. A volte mi metto a sudare freddo, perché temo di averti messa
incinta. So che avrei dovuto dirti di abortire il mio bambino, se ti avessi
messa incinta. Lo sapevo, in Colorado, ma non volevo che lo facessi, Julie.
So di non avere alcun diritto di chiederti di avere mio figlio, ma c’è un modo
per risolvere questo problema, se solo lo vorrai. Potresti prenderti un
permesso, e andar via - io provvederò che tu abbia denaro in abbondanza per
compensare ciò che perderai del tuo lavoro e per pagare tutte le spese. Poi,
quando il bambino sarà nato, vorrei che lo portassi a mia nonna. Se sei
incinta e sei disposta a fare questo per me, le scriverò in anticipo e le
spiegherò tutto. Nonostante tutti i suoi difetti, quella donna non si è mai
sottratta a una responsabilità in vita sua e provvederà affinché nostro figlio
venga allevato in modo appropriato.
Avevi ragione quando dicevi che non avrei dovuto chiudere la porta alla mia
famiglia, bruciandomi i ponti alle spalle. C’erano cose che avrei potuto dire a
mia nonna, anche dopo essermene andato di casa, che avrebbero neutralizzato
il suo odio. Avevi ragione quando dicevi che l’amavo e che l’ammiravo,
quando ero ragazzo. Avevi ragione su tutto, e se ora potessi cambiare le cose,
lo farei.
Ho deciso di mandarti questa lettera, dopotutto. E’ un errore. So che lo è, ma
non riesco a impedirmelo. Ti devo dire che cosa fare, se sei incinta. Non
posso sopportare il pensiero che tu non sappia che esiste un’alternativa
all’aborto. Forse stanno tenendo d’occhio la tua posta, così ti farò portare
questa lettera, invece di usare l’ufficio postale. L’uomo che te la consegnerà è
un amico. Fidati di Matt completamente, come ti fideresti di me. Digli se sei
incinta e che cosa vuoi fare, in modo che possa comunicarmelo. Un’altra
cosa, prima di affrettarmi a portare questa lettera al villaggio in tempo per la
raccolta settimanale - voglio che tu abbia del denaro per qualunque cosa ti
occorra. Il denaro che Matt ti darà è mio, quindi è inutile discutere con lui a
proposito di prenderlo o meno. Ho denaro in abbondanza per le mie
necessità. Non ti manderò più nessuna lettera, quindi non tenere d’occhio la
posta. Le lettere ci farebbero entrambi sperare e sognare e se non smetterò di
farlo, morirò dal desiderio di te. Ti amo, Julie. Ti amavo in Colorado. Ti amo
qui, dove mi trovo. Ti amerò per sempre. Dovunque. Per sempre. Julie
avrebbe riletto la lettera, ma non riusciva a mettere a fuoco la vista attraverso
il torrente di lacrime che le sgorgavano dagli occhi, e le pagine le scivolarono
dalle dita. Coprendosi il viso con le mani, si voltò verso il muro e pianse.
Pianse per la gioia, per la nostalgia dolceamara, e per la tremenda inutilità;
pianse per l’ingiustizia che lo trasformava in un fuggitivo e per la propria
stupidità di averlo lasciato in Colorado.
Nel soggiorno, Meredith rivolse a Matt una domanda sommessa, ma il suo
sguardo deviò verso la porta della sala da pranzo e i suoi occhi si fissarono
allarmati sulla schiena di una donna in lacrime. «Matt, guarda!» disse
rapidamente, alzandosi già in piedi e affrettandosi davanti a lui.
«Julie...» disse dolcemente, quando raggiunse la sala da pranzo. Trasalendo
ai singhiozzi strazianti strappati a un’altra donna, le appoggiò una mano sulle
spalle tremanti e mormorò: «Posso fare qualcosa per aiutarla?» «Sì!» disse
Julie, con voce rotta. «Può leggermi quella lettera e dirmi come si può mai
credere che quest’uomo abbia ucciso qualcuno?» Incerta, Meredith allungò
una mano a prendere le pagine che giacevano sul pavimento e lanciò
un’occhiata a suo marito che si era fermato sulla porta. «Matt, perché non ci
versi un po’ di quel vino che Julie ci ha offerto prima?» Matt impiegò diversi
minuti a trovare il vino e stava prendendo dei bicchieri dalla credenza,
quando sentì Meredith entrare in cucina. Si guardò sopra le spalle, ma
l’espressione sconvolta sul suo viso lo fece girare del tutto, dimenticando i
bicchieri. «Che cosa c’è che non va?» le chiese con voce inquieta, scrutando i
suoi lineamenti pallidi e belli.
«La sua lettera...» mormorò lei, gli occhi appannati di lacrime. «Dio! Matt...
non riuscirai a credere a questa lettera!» Irrazionalmente irritato con Zack per
aver sconvolto sua moglie, Matt le fece scivolare un braccio intorno alle
spalle, attirandola vicino a sé mentre le prendeva la lettera di mano, e
cominciò a leggere con occhi socchiusi. Lentamente, la sua irritazione lasciò
il posto allo choc, poi all’incredulità e poi ancora al dolore. Aveva appena
finito di leggere l’ultima riga, quando Julie apparve sulla porta della cucina.
Meredith la sentì e rapidamente si voltò a guardarla prendendo il fazzoletto
che Matt le porgeva, mentre Julie tentava di sorridere e si asciugava le
lacrime con la punta delle dita.
«Questa», disse Matt con la voce carica di rammarico e di simpatia, «si è
rivelata una serata sorprendente. Io... mi dispiace, Julie», terminò
debolmente, studiando lo strano sguardo nei suoi occhi umidi. «So che Zack
non intendeva renderla infelice.» Per un’ultima volta, Julie considerò
rapidamente tutto ciò che si sarebbe lasciata alle spalle, se avesse messo in
atto il suo progetto rapidamente concepito, ma la sua decisione era già stata
presa nella sala da pranzo. Lottando per mantenere ferma la voce, disse:
«Quando Zack la contatterà, vorrà gentilmente ricordargli che sono stata
abbandonata da mia madre e lo informi che non metterò al mondo un
bambino per fargli sapere che gli ho fatto la stessa cosa». Con un sorriso
triste aggiunse: «La prego anche di dirgli che, se vuole veramente che abbia
suo figlio, cosa che desidero moltissimo, allora tutto ciò che deve fare è
permettermi di raggiungerlo nel suo esilio».
L’ultima frase cadde come una bomba nella stanza e nel silenzio che seguì
allo choc. Julie vide l’espressione di Matt Farrell passare dallo stupore
all’ammirazione, ma le sue parole erano accuratamente destinate a smorzare
il suo entusiasmo: «Non so quando, o se, Zack mi contatterà di nuovo».
Julie rise un po’ istericamente. «Oh, si, lo farà... e molto presto!» disse con
assoluta certezza, sapendo ora che il suo istinto a Proposito di Zack aveva
sempre avuto ragione e che se solo gli avesse dato retta, probabilmente,
sarebbe riuscita a convincerlo a permetterle di lasciare il Colorado con lui.
«Si metterà subito in contatto con lei, perché non potrà sopportare di non
sapere che cosa le ho detto.» Matt si rese conto che probabilmente aveva
ragione e trattenne un sorriso. «C’è altro che desidera che gli dica, quando si
metterà in contatto con me?» Julie annuì con enfasi. «Sì. Gli dica che ha al
massimo... quattro settimane per farmi arrivare là, prima che io prenda altre
iniziative. Gli dica che anch’io muoio senza di lui. E... e gli dica che se non
mi permetterà di raggiungerlo, sperpererò tutto il suo denaro in
venticinquemila cassette di film con Kevin Costner e poi sbaverò per
quell’uomo per il resto della mia vita!» «Penso», disse Meredith con una
risata soffocata, «che questo lo convincerà ad acconsentire all’istante.» E
rivolta a Matt, disse:
«Riuscirai a ricordarti tutto il discorso parola per parola, oppure devo
prendere appunti?» Matt lanciò un’occhiata sorpresa a sua moglie, che ora
sembrava tanto determinata a coinvolgerlo nella vita ingarbugliata di Zack,
quanto lo era stata a tenervelo fuori due ore prima, poi si voltò a versare il
vino nei bicchieri. «Penso che questo richieda una specie di brindisi»,
annunciò, distribuendo i bicchieri. «Purtroppo mi trovo a corto di parole in
questo momento.» «Io no», disse Meredith. Sollevando il bicchiere, guardò
Julie e disse con un dolce sorriso: «A ogni donna che ama profondamente
come noi», poi alzò il viso verso suo marito e aggiunse con semplicità, «e
agli uomini che amiamo».
Julie vide Matt sorriderle con tenerezza e orgoglio privo di imbarazzo e in
quel momento si innamorò di entrambi. «Vi prego, ditemi che resterete per
cena. Non sono una grande cuoca, ma potremmo non incontrarci mai più e
muoio dalla voglia di saperne di più su... su tutto.» Entrambi annuirono
immediatamente e Matt disse serio: «Su tutto? Bene, allora immagino di
poter cominciare con un’analisi dettagliata dei mercati finanziari mondiali...»
Poi rise alla sua espressione sgomenta e disse: «Oppure, immagino che
potremmo parlare di Zack».
«Che idea fantastica», lo canzonò sua moglie. «Puoi raccontare a tutte e due
dell’epoca in cui eravate vicini di casa.» «Lasciatemi cominciare a preparare
per la cena», disse Julie, pensando freneticamente a che cosa fare che non le
sottraesse troppo tempo alla conversazione.
«No», disse Meredith, «mandiamo, invece, Joe a prendere delle pizze.» «Chi
è Joe?», chiese Julie, allungando già la mano a prendere il telefono per
ordinare le pizze.
«Ufficialmente, è il nostro autista. Ufficiosamente, è un membro della
famiglia.» Mezz’ora più tardi, il terzetto era comodamente sistemato nel
soggiorno e Matt stava facendo del suo meglio per soddisfare la curiosità
delle due donne con una versione accuratamente censurata dei suoi giorni da
scapolo come vicino di casa di Zack, quando il campanello della porta suonò.
Aspettandosi di vedere un autista distinto, altero e in uniforme, Julie aprì la
porta e si trovò a guardare, invece, un gigante di uomo con una faccia
sinistramente brutta, un sorriso truffaldino e una scatola di pizza su ciascuna
delle mani tese. «Entri e si unisca a noi», gli disse, in tono divertito,
prendendo una pizza e facendolo entrare. «In primo luogo, non doveva
restare fuori in macchina.» «E’ quello che pensavo anch’io», scherzò Joe, ma
lanciò un’occhiata a Matt per vedere se desiderava la sua presenza. Quando
lui annuì, Joe entrò e si tolse il cappotto.
«Mangiamo qui, dove c’è più spazio», disse loro Julie ad alta voce sopra le
spalle, disponendo i piatti sul tavolo della sala da pranzo.
«Prendo il vino», disse Matt, alzandosi in piedi.
Joe O’Hara entrò a passo lento nella sala da pranzo e si infilò le mani in tasca
studiando la giovane donna coraggiosa che aveva parlato in favore di Zack
alla televisione. Non somigliava minimamente alle donne pretenziose tutto
sesso che erano state attaccate a Zack, e quello gli piacque. Rivolse uno
sguardo interrogativo a Matt, che gli stava accanto a guardarla con un mezzo
sorriso affettuoso. In risposta alla sua silenziosa domanda, il suo datore di
lavoro annuì lentamente e Joe trasse l’ovvia, soddisfacente conclusione.
«Così», disse Joe ad alta voce, «lei è la donna di Zack.» Lei si fermò nell’atto
di mettere i tovaglioli accanto ai piatti, e alzò gli occhi del colore e della
dolcezza delle violette blu, nei suoi. «Questo», gli disse, «è il più bel
complimento che abbia mai ricevuto.» Con sorpresa di Julie, il grosso uomo
arrossì intorno al collo. «Anche lei conosce Zack?»gli chiese lei per metterlo
a suo agio e perché era ansiosa di sapere tutto il possibile. «Può
scommetterci che lo conosco», disse lui con un sogghigno, mentre lui e i
Farrell si sedevano. «Potrei raccontarle delle storie su di lui che nessuno
conosce, neppure Matt.» «Me ne racconti una», disse Julie, con entusiasmo.
O’Hara prese una fetta di pizza, rifletté un momento, poi disse:
«D’accordo, ne ho una. Una sera Matt ebbe un ospite inatteso e mi mandò a
casa di Zack, perché eravamo senza Stolivodka», spiegò. Julie fece cenno di
aver capito e lui mangiò un altro boccone di pizza, prima di continuare con
entusiasmo. «Era circa mezzanotte e le luci erano accese in casa di Zack, ma
nessuno rispose alla porta. Tuttavia, potevo sentire la sua voce e quella di
donne, che venivano dal retro della casa, così mi avviai in quella direzione e
trovai Zack fermo accanto alla piscina, con ancora indosso lo smoking che
aveva portato a un ricevimento a cui era stato. Era furibondo, e posso dirle
una cosa che forse non sa - sotto quell’apparenza fredda e calma. Zack ha un
temperamento a cui non crederebbe! Quando quelle donne non vollero uscire
dalla piscina come lui aveva ordinato di fare, mi disse di prenderle quando lui
le avrebbe gettate fuori, e fu esattamente ciò che fece. Entrò deciso nella
piscina con tutti gli abiti addosso, e la cosa successiva di cui mi resi conto fu
che una donna di circa vent’anni rotolava fuori dalla piscina atterrando ai
miei piedi, completamente nuda. Poi Zack uscì sguazzando dalla piscina con
una ragazza sotto a ciascun braccio.» Julie tentò di non apparire
minimamente scioccata dalla storia.
«Che cosa ne fece di loro?»
«Esattamente ciò che Zack disse di fare. Era così dannatamente furioso che
non volle lasciarle vestire. Le trascinammo che strillavano e protestavano,
supplicando che dessimo loro gli abiti, lungo il viale d’accesso fin dove
avevano lasciato la loro macchina, poi Zack cacciò le sue due sul sedile
posteriore, mentre io scaricavo la mia su quello anteriore. Poi lui spalancò la
porta davanti, girò la chiave d’accensione, e ingranò bruscamente la marcia.
«O guidate, o andate a schiantarvi», disse loro, «ma andate fuori dai piedi e
non tornate mai più!» «Non me l’avevi mai raccontato, questo», disse Matt,
aggrottando le ciglia perplesso.
«Diavolo, ho tentato di farlo, ma la donna che stava intrattenendo quella sera,
tentava di toglierle gli abiti di dosso, così ho lasciato lo Stoli sul bar e me ne
sono andato a letto.» Julie concentrò delicatamente lo sguardo divertito sulla
pizza. Meredith appoggiò il mento sulla mano piegata e fissò suo marito con
gli occhi divertiti, e Matt rivolse un’occhiata raggelante al suo autista
colpevole, che alzò le mani e disse in tono di difesa:
«Meredith sta sorridendo, Matt. Si rende conto che non avevi idea di essere
sposato con lei, a quel tempo!» Julie si soffocò con il vino.
«Potresti anche spiegare questa osservazione», disse Matt in tono irritato,
scambiando un’occhiata con sua moglie, «prima che Julie decida che Zack ha
affidato il suo futuro a un completo imbecille.» «Pensavo che tutti
conoscessero questa storia - era su tutti i giornali», disse Joe. ma quando Julie
rimase interdetta, disse:
«Vede. Matt e Meredith si erano sposati e avevano divorziato, quando
Meredith aveva ancora diciotto anni, solo che nessuno lo sapeva, neppure io.
Poi, dodici anni più tardi, Meredith scoprì che avevano avuto un avvocato
divorzista falso e che non erano divorziati, in realtà, così lei lo invitò a
pranzo, parlarono per la prima volta in tutti quegli anni e gli comunicò la
notizia. Gesù, com’era furioso Matt! Meredith era già fidanzata a qualcun
altro e loro tre dovettero tenere una conferenza stampa e apparire
amichevoli.» «Conosco la storia», disse Julie, mentre all’improvviso tutto
andava a posto. «E’ perciò che mi siete sembrati familiari, quando vi ho visti
la prima volta, questa sera! Ho visto quella conferenza stampa.» Spostò lo
sguardo stupito su Matt Farrell e aggiunse:
«Ricordo che lei e il fidanzato di Meredith scherzaste su tutto quel pasticcio e
che sembravate piuttosto amici. Poi... qualche giorno più tardi, lei... lei lo ha
picchiato! Non è così? C’era una fotografia della zuffa sui giornali».
«Tuttavia, adesso siamo tutti buoni amici», disse Matt, sogghignando
leggermente alla sua espressione pensierosa.
Erano passate le undici, quando la riunione si sciolse riluttante-Julie si scusò
per andare a prendere qualcosa in camera sua. Quando tornò con il maglione
e i pantaloni verdi che aveva indossato tornando a casa dal Colorado, Joe
O’Hara era già uscito a scaldare la macchina e Matt e Meredith stavano
aspettando accanto alla porta.
In accordo con la richiesta fatta sottovoce da sua moglie, di parlare a Julie in
privato, Matt le sorrise, la salutò e aggiunse «lo aspetterò in macchina con
Joe, mentre tu e Meredith vi salutate». Lei si alzò sulla punta dei piedi a
baciarlo e Matt l’abbracciò stretta, sorpreso per la fredda paura che provava
per lei e Zack. «Se questo può farti sentire un po’ meglio», le disse contro
ogni buon senso, «la mia società possiede un’agenzia internazionale di
investigazione e nelle ultime tre settimane, ho fatto fare un controllo accurato
su tutte le persone che si trovavano a Dallas, a lavorare al film di Zack.»
Invece di rallegrarsi, Julie disse: «Ma perché non l’hai fatto prima?»
Rendendosi conto in ritardo di ciò che aveva detto, si scusò: «Mi dispiace... è
stata una cosa incredibilmente scortese e ingrata da dire».
Matt le sorrise e scosse il capo, ammirando la sua devozione a Zack. «E’
sembrata disperata e preoccupata, non scortese. E la risposta è che Zack ha
pagato un’agenzia con una reputazione buona quanto la nostra, per fare la
stessa cosa prima dell’inizio del suo processo, e che non sono riusciti a
scoprire niente di significativo. Inoltre, lui mi disse di non volere, e di non
aver bisogno, del mio aiuto, oltre a ciò che stavo facendo per lui. Dal
momento che il suo orgoglio era già a pezzi a causa della pubblicità fatta
prima del processo, ho acconsentito alla sua richiesta e ho lasciato che si
occupasse lui del suo caso.» «I tuoi investigatori...» disse Julie in tono
ansioso, appigliandosi a un’indefinibile sfumatura di incoraggiamento che le
sembrò di sentire nella sua voce, «hanno scoperto qualcosa di nuovo, vero?»
Dopo un’esitazione riluttante, Matt decise che probabilmente non poteva
farle alcun male dirglielo, non quando lei aveva già deciso di condividere
l’esilio di Zack.
«Abbiamo scoperto che, apparentemente, Austin ha mentito al banco dei
testimoni. Durante il processo aveva affermato che la sua relazione con
Rachel Evans andava avanti da mesi e che loro erano pazzamente innamorati
l’uno dell’altra. La verità è che era anche coinvolto con un’altra donna.» «Chi
era?» chiese Julie, senza fiato. «Avrebbe potuto mettere lei i proiettili veri
nella pistola, perché era gelosa di Tony e di Rachel.» «Non sappiamo chi
fosse. Tutto ciò che sappiamo è che due settimane prima dell’assassinio un
ragazzo dell’albergo sentì la voce di una donna nell’appartamento di Austin a
tarda sera, quando portò su dello champagne. Lo stesso ragazzo aveva appena
consegnato un tardo spuntino nell’appartamento di Zack, e Rachel gli aveva
aperto la porta, quindi chiunque fosse nella camera da letto di Austin, non era
lei. In ogni caso, non credo che sia stata una donna a sostituire quei proiettili.
Credo che sia stato Austin».
«Ma perché lo credi?»
«Forse perché Zack ha sempre insistito che Austin fosse coinvolto e ora
l’idea sembra essersi trasferita a me», ammise Matt con un violento sospiro.
«Il fatto è che Rachel non avrebbe potuto mantenere se stessa e Austin
lussuosamente, a meno che non continuasse a lavorare e ottenesse un ricco
assegno di divorzio da parte di Zack attraverso il tribunale della California.
Tuttavia, non era mai stata una beniamina del pubblico, a meno che non la
dirigesse Zack. e dal momento che era stata sorpresa a tradirlo, la sua
popolarità nel cinema era sul punto di precipitare.
«Ora che sappiamo che Austin aveva una relazione con qualcun’altra,
mentre ne aveva una con Rachel, questo ci lascia con
la possibilità che il suo principale interesse per Rachel fosse finanziario,
e che quando lei ha mandato al diavolo il proprio futuro
facendosi sorprendere con lui nell’appartamento di Zack,
abbia deciso di liberarsi di lei. Inoltre, Austin era l’unico che
avesse un controllo fisico su quella pistola durante la scena che
stavano girando. Anche se Zack non avesse modificato il copione
così che lui, e non Rachel, sparasse il primo colpo, Austin era
abbastanza forte per assicurarsi che la pistola fosse puntata contro
di lei, e non contro di lui, quando fece fuoco.»
Julie rabbrividì per la macabra conversazione e per le sue reali
implicazioni. «Zack sa questo?»
«Sì. E c’è un’altra complicazione», aggiunse. «Abbiamo anche
scoperto delle informazioni di minore importanza su altre persone
che erano sul set a Dallas, che potrebbero indicare loro, invece
di Austin.»
«Che genere di informazioni?»
«Tanto per cominciare, Diana Copeland aveva avuto una relazione con
Austin anni prima, cosa che apparentemente era finita. Tuttavia, lei era
ancora abbastanza gelosa di Rachel da dire alla gente, dopo che il furore per
il processo si fu placato, di essere contenta che Rachel fosse morta. Forse, era
abbastanza gelosa da averlo fatto accadere. Poi, c’è Emily McDaniels. che ha
dovuto assumere ogni tipo di medicinale per un anno dopo l’omicidio, il che
sembra una reazione eccessiva per una persona che apparentemente è stata
una semplice spettatrice. Anche Tommy Newton, l’assistente alla regia del
film, non è riuscito a riprendersi per molto tempo dopo l’omicidio, benché
non fosse un segreto ciò che provava per Austin. Quindi, ecco», concluse
cupamente Matt, «nuove prove che indicano contemporaneamente tutti, e
sono del tutto inutili a causa di questo.» «Oh, ma dev’essere così. Voglio
dire, la polizia, o il procuratore distrettuale, o chiunque sia incaricato di
questo, potrebbe essere costretto a controllare le nuove prove.» «Le autorità
legali», la contraddisse lui in tono sprezzante, «hanno deciso che Zack era
colpevole e l’hanno arrestato e perseguito ai termini di legge. Detesto
distruggere le tue illusioni, ma loro sono le ultime persone che vorrebbero
riaprire il caso e apparire degli stupidi rivelando di essersi sbagliati. Se
scoprissimo delle prove inconfutabili che Austin, o qualcun altro, era il
colpevole, le porterei agli avvocati di Zack e ai mezzi di informazione, prima
di passarle alle autorità in modo che possano tentare di seppellirle. Il
problema è che non abbiamo grandi speranze di scoprire molto di più di ciò
che abbiamo. Abbiamo già esaurito tutte le strade tentando di scoprire chi
fosse la donna con Austin. Lui ha negato che esistesse una simile donna. Ha
detto che il ragazzo dell’albergo si era sbagliato e che qualunque voce avesse
sentito doveva essere stato un programma televisivo.» Matt addolcì il suo
tono, come se facendolo potesse in qualche modo addolcire il colpo che stava
per assestarle: «Zack capisce tutto questo, ed è importante che lo capisca
anche tu, Julie. Ti ho detto ciò che abbiamo appreso solo perché sei decisa ad
andare da lui e ho pensato che potesse aiutarti, nel caso dovessi mai
cominciare a dubitare della sua innocenza». Julie rifiutò la sua logica
fatalistica con tutto il cuore. «Non smetterò mai di sperare. Pregherò, spererò
e tormenterò Dio perché le tue indagini portino alla luce la prova che ti
occorre.» Sembrava pronta a sfidare il mondo intero per Zack e Matt
impulsivamente l’attirò a sé per un breve abbraccio. «Zack è stato fortunato
quando ti ha incontrata», le disse con tenerezza. «Vai avanti, e prega»,
aggiunse, lasciandola andare. «Può servirci tutto l’aiuto che riusciremo a
ottenere.» Infilando una mano in tasca, ne prese una penna e un biglietto da
visita, poi scrisse due numeri di telefono e un indirizzo sul retro del biglietto.
«Questi sono i nostri numeri di telefono privati di Chicago e di Carmel. Se
non riuscissi a raggiungerci in nessuno dei due posti, chiama la mia segretaria
al numero sul davanti del biglietto, e io le darò istruzioni riguardo a dove
siamo e come raggiungerci, qualunque possa essere il posto. L’indirizzo sul
retro del biglietto è quello di casa nostra a Chicago. Dovevo anche darti
questo assegno da parte di Zack.» Julie scosse il capo. «Mi ha detto nella sua
lettera a che cosa serviva. Non ne avrò bisogno.» «Mi dispiace», disse Matt
gentilmente, «non c’è niente altro che possa fare. Mi dispiace davvero per te
e Zack.» Julie scosse il capo. «Sei stato meraviglioso. Grazie per avermi
detto ciò che hai fatto.» Quando lui se ne andò ad aspettare in macchina con
Joe O’-Hara, Julie tese gli abiti che aveva indossato tornando a casa dal
Colorado a Meredith. «Ho notato che Matt è della stessa altezza e corporatura
di Zack e io sono circa due centimetri più bassa di te. Per questo e per
qualche altra cosa che ho appreso stasera, ho la sensazione che potresti
riconoscere questi.» Quando Meredith annuì, Julie glieli tese nuovamente e
disse: «Ho dovuto indossarli per venire a casa, ma li ho fatti lavare a secco.
Avevo intenzione di rispedirli per posta alla casa, ma non ho mai scoperto
l’indirizzo».
«Tienili», disse Meredith con dolcezza, «per i ricordi che hanno.» Julie li
strinse inconsciamente in modo protettivo al petto.
«Grazie.»
Deglutendo il nodo di emozione in gola che provò al gesto rivelatore,
Meredith disse: «Sono d’accordo con te che Zack si metterà molto presto in
contatto con Matt, ma sei assolutamente certa di voler andare fino in fondo?
Di certo, infrangerai qualche legge e loro daranno la caccia a entrambi. Se
sarete fortunati passerete il resto della vostra vita a nascondervi». «Dimmi
una cosa», disse Julie, incrociando il suo sguardo risoluta. «Se tosse Matt a
essere da qualche parte là fuori, tutto solo ad amarti - se fosse stato Matt a
scriverti la lettera che hai letto questa sera, che cosa faresti? Sinceramente»,
aggiunse, intuendo che la sua nuova amica avrebbe potuto tentare di
dissimulare la verità.
Meredith emise un sospiro rauco. «Salirei sul primo aereo nave, macchina, o
camion, che mi portasse da lui.» Chiudendo Julie in uno stretto abbraccio,
mormorò: «Mentirei anche, e gli direi di essere incinta, così mi lascerebbe
andare da lui». Julie si irrigidì allarmata. «Che cosa ti fa pensare che non sia
incinta?» «L’espressione sul tuo viso, quando Matt ti ha chiesto la prima
volta se lo eri, e il fatto che hai cominciato a scuotere il capo in segno di
diniego, prima di riuscire a trattenerti.» «Non lo dirai a Matt, vero?» «Non
posso dirglielo», disse lei con un sospiro. «Non gli he nascosto nulla durante
il nostro matrimonio, ma se gli dicessi questo, lui lo racconterebbe a Zack. Lo
farebbe per proteggervi entrambi, perché anche se lo nasconde, è spaventato
a morte per ciò che vuoi fare e per ciò che potrebbe causare. E anch’io.»
«Allora, perché mi aiuti a farlo?» «Perché», rispose con semplicità Meredith,
«non credo chi nessuno di voi due avrebbe una vita senza l’altro. E perché»,
aggiunse, riuscendo a fare un vero sorriso, «penso che tu faresti la stessa cosa
per me, se le nostre posizioni fossero invertite.» Julie agitò la mano a salutarli
dal portico d’ingresso, poi rientrò in casa e prese la lettera di Zack. Sedendosi
su una poltrona, la rilesse, lasciando che le parole la riscaldassero, la
facessero fremere e rinsaldassero il suo coraggio.
Ripensò alle sue ultime parole in Colorado, alla sua divertita condiscendenza
quando lei gli aveva detto di amarlo, poi le confrontò con la verità nella sua
lettera: «Ti amo, Julie. Ti amavo in Colorado. Ti amo qui, dove sono. Ti
amerò sempre. Dovunque. Per sempre».
Julie si alzò e spense le luci del soggiorno, ma portò la lettera con sé in
camera da letto in modo da poterla rileggere. «Telefona.
Zack», gli ordinò nel suo cuore, «e toglici entrambi da
questa infelicità. Chiamami presto, tesoro.»
Nella casa accanto, anche le gemelle Eldridge erano in piedi
insolitamente tardi. «Ha detto di chiamarlo», fece notare Ada
Eldridge alla sua recalcitrante sorella. «Il signor Richardson ha
detto di chiamarlo a Dallas, qualunque ora fosse, se avessimo
notato degli sconosciuti o qualcosa di insolito intorno alla casa di
Julie Mathison. Adesso, dammi il numero di targa di quella macchina
che è stata parcheggiata là fuori per metà della sera, così
che possa leggerglielo.»
«Oh, ma Ada», protestò Flossie, tenendo il pezzo di carta con
il numero di targa scritto sopra, dietro la schiena. «Non credo
che dovremmo spiare Julie, neppure per l’FBI.»
«Non stiamo spiando!» disse Ada, marciandole alle spalle e strappandole di
mano il pezzo di carta. «Lo stiamo aiutando a proteggerla da quel... quel
mostro selvaggio che l’ha rapita. Lui e i suoi disgustosi film osceni!»
aggiunse, sollevando il telefono.
«Non sono osceni! Sono dei bei film, e penso che Zachary Benedict
sia innocente. E anche Julie. Me lo ha detto la settimana
scorsa e lo ha detto alla televisione. Ha anche detto che non ha
mai tentato di farle del male, quindi non vedo perché dovrebbe
tentare di farlo adesso. Credo», confidò Flossie, «che Julie sia
innamorata di lui.»
Ada si interruppe nell’atto di battere i numeri per la chiamata
a carico del destinatario a Dallas. «Bene, se lo è», dichiarò Ada
con disgusto, «è una grossa sciocca romantica come te, e finirà
struggendosi per quell’attore buono a nulla, proprio come hai
fatto tu per quell’inutile Herman Henkleman, che non merita
un’ora del tuo tempo, e non lo ha mai meritato!»
   CAPITOLO 51.
LA telefonata che Julie aspettava, e per cui pregava, giunse quattro giorni
dopo, nell’ultimo posto in cui si sarebbe aspettata di riceverla. «Oh, Julie», le
disse ad alta voce la segretaria del preside, quando lei entrò nell’ufficio a
consegnare il registro delle presenze, al termine della giornata. «Un certo
signor Stanhope ti ha chiamata, questo pomeriggio.» Julie alzò gli occhi una
frazione di secondo prima che il nome la colpisse, e quando lo fece, raggelò.
«Che cosa ha detto?» chiese, allarmata per la disperazione ansimante nella
propria voce.
«Ha detto che voleva iscrivere suo figlio al corso di educazione
fisica per handicappati. Gli ho risposto che siamo al completo.»
«Perché mai, in nome del cielo, gli hai detto questo?»
«Perché ho sentito il signor Duncan dire qualcosa a proposito
del fatto che siamo sovraffollati. Comunque, il signor Stanhope
ha detto che si trattava di un’emergenza e che ti avrebbe richiamata
alle sette. Gli ho detto che era inutile, perché i nostri insegnanti
non lavorano qui fino a quell’ora.»
In un lampo, Julie capì che Zack diffidava di chiamarla a casa
perché temeva che il suo telefono fosse sotto controllo, che non
era riuscito a mettersi in comunicazione con lei quando aveva
tentato di farlo, lì, e che avrebbe potuto non tentare di nuovo,
ed era tutto ciò che poteva fare per impedire alla sua frustrazione
e alla sua rabbia di farla inveire contro la pigra e curiosa segretaria
del preside. «Se ha detto che si trattava di un’emergenza»,
ribatté brusca Julie con insolita furia, «perché non mi hai
chiamata all’altoparlante in classe?»
«Gli insegnanti non devono ricevere telefonate personali durante
le ore di scuola. Questo è un ordine del signor Duncan. Un
ordine molto preciso.»
«Chiaramente, non era una telefonata personale», disse Julie.
le unghie affondate nel palmo delle mani. «Ha detto se intendeva
chiamarmi qui, o a casa, questa sera?»
«No.»
Alle sei e quarantacinque, Julie era seduta da sola nell’ufficio
dell’amministrazione della scuola, a fissare il telefono sulla scrivania dove la
luce della linea principale avrebbe dovuto accendersi se fosse arrivata una
chiamata. Se aveva sbagliato nell’indovinare, se Zack intendeva telefonarle a
casa quella sera, invece che lì a scuola, era terrorizzata che potesse pensare
che lei avesse cambiato idea a proposito di raggiungerlo, e che quindi potesse
non richiamare. Al di là della vetrata che circondava l’ufficio
dell’amministrazione i corridoi erano bui e lugubri, e quando il bidello cacciò
la testa nella porta, Julie sobbalzò con aria colpevole. «Sta facendo
terribilmente tardi, questa sera», le disse Henry Rueheart con un largo
sorriso.
«Sì», disse Julie, tirando rapidamente un blocchetto di carta bianco davanti a
sé e prendendo una penna. «Ho dei... dei rapporti speciali da scrivere.» Il
telefono squillò stridulo accanto a Julie e lei allungò una mano ad afferrarlo,
schiacciando il pulsante che si era acceso.
«Pronto?»
«Ciao, sorella», disse Carl. «Ho continuato a chiamarti a casa, e ho deciso di
fare un tentativo nel caso fossi ancora a scuola, quando non sono riuscito a
raggiungerti in nessun altro posto.
Hai già cenato?»
Julie si passò una mano tra i capelli, tentando di ricordare se Zack avrebbe
trovato un segnale di occupato, o se le linee si trasferissero automaticamente.
«Ho un mucchio di lavoro da finire», disse, gettando uno sguardo infastidito
a Henry, che aveva deciso di infilarsi nell’ufficio a vuotare i cestini dei rifiuti
invece di finire di spazzare i corridoi. «Sto tentando di scrivere dei rapporti e
non sto facendo grandi progressi.» «Va tutto bene?» insistette lui. «Ho visto
Katherine in città, pochi minuti fa, e lei ha detto che hai voluto restare a casa
da sola tutte le sere, questa settimana.» «Va tutto benissimo! In modo
fantastico! Mi sto gettando nel mio lavoro, proprio come mi hai suggerito di
fare, ricordi?» «No, non ricordo.» «Oh, beh, dev’essere stato qualcun altro.
Pensavo che fossi tu. Devo riattaccare, adesso. Grazie per avermi chiamata.
Ti abbraccio», disse e riattaccò il telefono. «Henry», sbottò infastidita, «non
puoi pulire l’ufficio per ultimo? Non riesco a pensare con chiarezza, se
continui a girare per la stanza a sbattere i cestini dei rifiuti», aggiunse,
descrivendo un po’ ingiustamente il leggero rumore che stava facendo.
La sua faccia si allungò. «Mi dispiace, signorina Julie. Allora finirò di
spazzare l’atrio. Va bene?» «Sì. Mi dispiace, Henry. Sono un po’... stanca»,
terminò con un sorriso eccessivamente smagliante che sembrava tutto tranne
che assonnato. Lo guardò trascinarsi fuori dall’ufficio e lungo il corridoio e
vide accendersi le luci in fondo a esso. Doveva restare calma, si ammonì
combattiva, e non fare o dire cose che erano insolite per lei e che potessero
sollevare sospetti. Esattamente alle sette, il telefono squillò di nuovo e lei lo
strappò dalla forcella e rispose.
La voce di Zack sembrava ancora più profonda al telefono ma era fredda,
concisa e sbrigativa: «Sei sola Julie?» «Sì.» «C’è qualcosa al mondo che
posso dire per dissuaderti dalla tua insana idea di raggiungermi?» Non era ciò
che lei desiderava sentire, non era il modo in cui voleva che le parlasse, ma
Julie si concentrò sulle parole che aveva scritto nella sua lettera, rifiutando di
permettergli di ingannarla e di intimidirla con la sua voce. «Sì, c’è», rispose
dolcemente.
«Puoi dirmi che le cose che hai scritto nella tua lettera
erano bugie.»
«Bene», disse lui. «Erano tutte bugie.»
Julie strinse con forza il telefono nella mano e chiuse gli occhi.
«Adesso, dimmi che non mi ami, tesoro.»
Lo sentì trarre un respiro rauco e la sua voce si abbassò in una supplica
straziante. «Non farmi dire questo. Ti prego.» «Ti amo così tanto», mormorò
Julie con ardore.
«Non farmi questo, Julie...»
Le sue dita si allentarono sul telefono e Julie sorrise perché intuì
improvvisamente che stava per vincere. «Non posso smettere»,
disse con tenerezza. «Non posso smettere di amarti. C’è solo
una soluzione che sono disposta ad accettare, e te l’ho offerta.»
«Cristo, questa non...»
«Risparmia le tue preghiere per dopo, tesoro», sussurrò lei in
tono canzonatorio. «Sta di fatto che ti consumerai le ginocchia
quando arriverò lì, pregando che impari a cucinare meglio, pregando
che ti lasci dormire un po’ di notte, tanto per cambiare,
pregando che io smetta di darti bambini...»
«Oh, Julie... no, Dio, non farlo.»
«Non fare che cosa?»
Zack trasse un lungo, penoso respiro e rimase in silenzio così
a lungo che lei pensò che non avrebbe risposto, e quando finalmente
lo fece, sembrava che le parole gli venissero strappate dal
petto. «Non... smettere mai di amarmi.»
«Ti prometterò di non farlo davanti a un prete, a un pastore, o
a un monaco buddista.»
Quello gli strappò una risata riluttante, e il ricordo del suo
sorriso abbagliante le fece aumentare i battiti del cuore, mentre
lui diceva: «Stiamo parlando di matrimonio?»
«Io, sì.»
«Avrei dovuto aspettarmi che anche tu avresti insistito su questo.» Il suo
tentativo di apparire scontento fallì completamente, ma Julie andò avanti con
il gioco, ansiosa di alleggerire il suo umore.
«Non vuoi sposarmi?»
Lui dichiarò finito il gioco con una parola solenne: «Disperatamente». «In
questo caso, dimmi come raggiungerti e che misura di anello porti.» Ci fu
un’altra pausa tormentosa che le tese i nervi al limite della sopportazione, poi
cominciò a parlare e lei dimenticò tutto, tranne le sue parole e l’incredibile
senso di esaltazione che la percorse tutta mentre lui parlava. «D’accordo, Ci
incontreremo all’aeroporto di Mexico City tra otto giorni, martedì sera.
Martedì mattina, sali in macchina e vai a Dallas. Lì, prendi una macchina a
noleggio a tuo nome e dirigiti a San Antonio, ma non riconsegnarla. Lasciala
nel parcheggio delle macchine a noleggio dell’aeroporto, dove alla fine la
troveranno. Con un po’ di fortuna, le autorità penseranno che stai andando in
macchina da qualche parte a incontrarmi, invece che in aereo, e non
metteranno in allarme gli aeroporti tanto rapidamente. Tutto considerato, il
viaggio in macchina dovrebbe richiedere un paio d’ore. Ci sarà un biglietto
aereo per il volo delle quattro per Mexico City alla biglietteria, a nome di
Susan Arland. Nessuna domanda fin qui?» Julie sorrise capendo che lui si era
aspettato che la telefonata finisse in quel modo, quando l’aveva fatta, perché
evidentemente aveva già studiato tutte le soluzioni logistiche.
«Una domanda. Perché non possiamo incontrarci prima?» «Perché prima ho
alcuni dettagli da ultimare.» Julie sembrò accettare quella spiegazione e lui
proseguì: «Quando te ne andrai di casa, martedì mattina, non portare niente
con te. Non preparare nessuna valigia, non fare niente che dia l’impressione a
qualcuno che stai per partire. Tieni gli occhi sullo specchietto retrovisore e
assicurati di non essere seguita. Se lo sei, fai qualche commissione o altro,
poi torna a casa e aspetta di ricevere altre notizie da me. Fino a quel
momento, tieni d’occhio attentamente la cassetta della posta. Apri tutto,
anche i dépliant pubblicitari. Se ci saranno dei cambiamenti nei piani,
qualcuno si metterà in contatto con te o in quel modo o di persona. Non
possiamo usare il telefono di casa, perché scommetto la testa che è sotto
controllo».
«Chi si metterà in contatto con me?»
«Non ne ho la più pallida idea, e quando lo farà, non chiedergli
di identificarsi.»
«D’accordo», disse Julie, finendo di prendere nota delle sue
istruzioni. «Non credo di essere sorvegliata. Paul Richardson e
David Ingram - i due agenti dell’FBi che erano qui - si sono arresi
e sono tornati a Dallas la scorsa settimana.»
«Come ti senti?»
«Meravigliosamente.»
«Niente nausee mattutine o altro?»
La sua coscienza le diede una stilettata, ma lei tentò di placarla
non mentendogli del tutto. «Sono una donna sana. Penso che
il mio corpo sia stato fatto per la maternità. E di sicuro è stato
fatto per te.»
Lui deglutì in modo udibile all’allusione sessuale. «Stuzzicami
adesso e pagherai più tardi.»
«Promesso?»
Allora lui rise, una risata gutturale che la riscaldò, ma non quanto le sue
parole rauche: «Mi manchi. Dio, come mi manchi». Come se temesse di
permettere a entrambi di rilassarsi troppo, disse: «Ti rendi conto che non
potrai dire addio alla tua famiglia? Puoi lasciar loro una lettera da qualche
parte, dove non la troveranno che diversi giorni dopo che te ne sarai andata.
Dopodiché non potrai mai più metterti in contatto con loro».
Lei chiuse gli occhi con forza. «Lo so, Zack.»
«E sei pronta a farlo?»
«Sì.»
«Un modo orribile per cominciare una vita insieme», disse lui, con voce tesa,
«fare a pezzi la tua famiglia e troncare tutti i loro rapporti con te. E’ come
invitare una maledizione.» «Non dire queste cose!» disse Julie, reprimendo
un brivido. «Glielo farò capire nella mia lettera, quando dirò loro addio.
Inoltre, lasciarli per venire con te è praticamente... biblico!» Per distrarre
entrambi dall’umore cupo che era sceso furtivo sulla conversazione, disse:
«Che cosa stai facendo, in questo momento?
Sei in piedi, o seduto?»
«Sono in una stanza d’albergo, seduto sul letto, a parlare con
te.»
«Stai in un albergo?»
«No. Ho preso una stanza in modo da poter usare il telefono
in privato e avere una comunicazione decente con gli Stati
Uniti.»
«Voglio andare a dormire questa sera, vedendo ciò che vedrai
tu sdraiato sul letto. Descrivimi la tua stanza e io ti dirò com’è la
mia, così lo saprai.»
«Julie», disse lui, burbero, «stai cercando di portarmi a nuove
vette di desiderio sessuale frustrato?»
Lei non aveva mai avuto una simile intenzione, ma l’idea era
gratificante. «Posso fare questo?»
«Sai di poterlo fare.»
«Semplicemente parlandoti di camere da letto?» «Semplicemente parlandomi
di qualsiasi cosa.» Allora, lei rise con la stessa facilità e naturalezza con cui
era riuscita a ridere con lui fin dall’inizio.
«Di che misura è?» chiese lui con un sorriso nella voce.
«La mia camera da letto?»
«Il tuo dito anulare.»
Lei trasse un sospiro tremante. «Cinque e mezzo, credo. Qual
è la tua?»
«Non lo so. Grande, immagino.»
«E di che colore è?»
«Il mio dito?»
«No», disse lei con una risatina, «la tua camera da letto.» «Spiritosa!»
borbottò lui, ma rispose e la sua voce si fece profonda.
«Si trova su una barca, in questo momento - pareti ir
lek, una lampada di ottone, un piccolo cassettone e una tua fotografia
ritagliata da un giornale appesa alla parete.»
«E’ questo che vedi quando ti addormenti?»
«Non dormo, Julie. Penso solo a te. Ti piacciono le barche?»
Julie trasse un altro respiro scosso, tentando di memorizzare
ogni singola cosa tenera che diceva. «Adoro le barche.»
«Com’è la tua camera da letto?»
«Piena di fronzoli. Delle gale bianche sul copriletto, baldacchino
e una toeletta dall’altra parte della stanza. Una tua fotografia
sul mio comodino. Zack», disse, tentando di non lasciar
trapelare il panico dalla sua voce, «il bidello sta ciondolando
fuori dalla vetrata. Non credo che possa sentirmi, ma di solito
non sta a bighellonare in giro in questo modo.»
«Riattaccherò, ora. Continua a parlare al telefono, dopo che
l’avrò fatto. Cerca di sviarlo con una conversazione innocua, se
puoi.»
«D’accordo. Aspetta, si sta allontanando. Deve aver avuto bisogno
di prendere qualcosa dal carrello.»
«E’ meglio che riattacchiamo, comunque.»
Lei annuì, ammutolita dal dispiacere, al pensiero di lasciarlo andare.
«C’è un’altra cosa che devo dirti», aggiunse Zack, in tono sommesso.
«Che cos’è?»
«Pensavo davvero ogni parola che ho scritto su quella lettera.
«Lo so.» Julie intuì che lui voleva riagganciare, e aggiunse
frettolosamente. «Prima di riattaccare, dimmi, che cosa ne pensi
di ciò che Matt ha scoperto su Tony Austin?»
«Stai fuori da questa faccenda», l’avvertì Zack, mentre la sua
voce diventava gelida. «E lascia Austin a me. Ci sono altri modi
per occuparmi di lui, senza coinvolgere Matt.»
«Che genere di modi?»
«Non chiedermelo. Se hai dei problemi con i piani che sto facendo per te, non
cercare aiuto da Matt. Ciò che stiamo facendo è illegale e non posso
permettere che lui venga coinvolto più di quanto lo sia già stato.» Julie
soppresse un brivido al suo tono minaccioso. «Dimmi qualcosa di dolce,
prima di riattaccare, ti prego.» «Qualcosa di dolce», ripeté lui, mentre la sua
voce si ammorbidiva, poi con un sorriso nella voce rauca, disse: «Andrò a
letto esattamente fra tre ore. Sii lì con me. E quando chiuderai gli occhi, le
mie braccia saranno intorno a te».
La voce di Julie si abbassò in un sussurro tremante. «Adoro
questa idea.»
«Lo sono state ogni notte, da quando ci siamo separati. Buonanotte,
amore mio.»
«Buonanotte.»
Zack riattaccò, e all’ultimo minuto Julie si ricordò delle sue istruzioni a
proposito di continuare un’animata conversazione. Piuttosto che una falsa
telefonata, cosa che non pensava sarebbe stata altrettanto convincente,
chiamò Katherine e riuscì a parlare con lei per trenta minuti del più e del
meno. Poi riattaccò e strappò il foglio con scritte sopra le istruzioni di Zack.
«Buonasera, Henry», disse allegramente a voce alta. «Buonasera, signorina
Julie», disse lui, allontanandosi lungo il corridoio strascicando i piedi.
Julie se ne andò dalla porta laterale. Henry se ne andò dalla stessa porta tre
ore più tardi, dopo aver fatto una telefonata a carico del destinatario a un
numero di Dallas.
  CAPITOLO 52.
JULIE buttò una ventiquattr’ore nel bagagliaio della sua macchina, diede
un’occhiata all’orologio per assicurarsi di avere ancora tempo per arrivare a
prendere il volo di mezzogiorno e rientrò in casa. Mentre caricava i piatti
della colazione nella lavastoviglie, il telefono sulla parete squillò e lei lo
prese. «Ciao, bella.» La voce di Paul Richardson era calda e tonificante, una
strana combinazione, pensò Julie. «Lo so che il preavviso è breve, ma mi
Piacerebbe molto vederti questo fine settimana. Potrei venire in volo da
Dallas e portarti fuori a cena per il giorno di San Valentino.
O, meglio ancora, perché non vieni tu qui e io cucinerò?»
Julie aveva già deciso che se era veramente sorvegliata, un
viaggio innocente come quello in programma per quel fine settimana,
avrebbe potuto davvero indurre le sue spie ad abbassare
la guardia. «Non posso, Paul. Sto per andare all’aeroporto nel
giro di mezz’ora.»
«Dove vai?»
«E’ una domanda ufficiale?» chiese Julie, appoggiando il telefono tra la
spalla e il mento e risciacquando un bicchiere.
«Se fosse ufficiale, non te la farei di persona?»
La sua simpatia e l’istintiva fiducia in lui lottarono contro la diffidenza che
Zack le faceva provare, ma finché non fosse veramente salita sulla sua
macchina per lasciare Keaton per l’ultima volta, le sembrava più saggio e più
facile attenersi completamente alla verità. «Non lo so se lo faresti, oppure
no», ammise.
«Julie, che cosa posso fare perché tu ti fidi di me?»
«Lasciare il tuo lavoro?»
«Ci dev’essere un modo più semplice.»
«Ho ancora delle cose da fare, prima di partire. Parliamone
quando tornerò.»
«Da dove, e quando?»
«Sto andando a trovare la nonna di un amico, in una piccola città della
Pennsylvania - Ridgemont, per essere esatti. Tornerò a casa domani sul
tardi.» Lui sospirò. «D’accordo, allora, Ti chiamerò la prossima settimana e
fisseremo un appuntamento, va bene?» «Mmm... Bene», disse lei, in tono
distratto, versando il detersivo nella lavastoviglie e chiudendo il portello.
Paul Richardson riattaccò il telefono nel suo ufficio, fece una seconda
telefonata e attese la risposta, tamburellando le dita sulla scrivania. Afferrò il
telefono al primo squillo e la voce di una donna disse: «Signor Richardson,
Julie Mathison ha una prenotazione su un volo in partenza da Dallas con
scalo a Filadelfia dove fa coincidenza per Ridgemont, Pennsylvania, su un
volo charter. Le occorrono altre informazioni?» «No», disse lui, con un
sospiro di sollievo. Si alzò in piedi, andò alla finestra e guardò con la fronte
corrugata il traffico limitato del fine settimana che si muoveva lungo il Dallas
Boulevard. «Ebbene?» disse Dave Ingram, entrando dall’ufficio
comunicante.
«Che cosa ti ha detto a proposito della valigetta che ha
messo in macchina?»
«La verità, dannazione! Mi ha detto la verità, perché non ha
niente da nascondere.»
«Fesserie. Ti stai comodamente dimenticando della telefonata
dal Sudamerica che ha aspettato a scuola, l’altra sera.»
Paul si girò. «Sudamerica? Dunque, l’avete rintracciata?»
«Già, cinque minuti fa. La chiamata che ha ricevuto, arrivava
attraverso il centralino di un albergo di Santa Lucia del Mar.»
«Benedict!» disse Paul, stringendo le mascelle. «Sotto quale
nome è registrato?»
«José Feliciano». disse Ingram. «Quell’arrogante figlio di puttana,
si è davvero registrato come José Feliciano.»
Paul lo fissò incredulo. «Sta usando un passaporto con questo
nome?»
«L’impiegata al banco non gli ha chiesto un passaporto. Pensava
che fosse uno del luogo. Perché no, è scuro, aveva un nome
spagnolo e parla spagnolo - senza dubbio utile, quando uno vive
in California. A proposito, adesso ha la barba.»
«Suppongo che se ne sia già andato.»
«Naturalmente. Ha pagato in anticipo per una notte e il mattino
successivo era scomparso. Il letto nella sua stanza non era
stato usato.»
«Può ritornarci per usare il telefono. Metti sotto sorveglianza
l’albergo.»
«Ci siamo già preoccupati di farlo.»
Paul ritornò dietro alla sua scrivania e si lasciò cadere sulla poltrona.
«Gli ha parlato per dieci minuti», aggiunse Ingram. «Abbastanza a lungo per
fare dei piani.» «Abbastanza a lungo, anche, per parlare a qualcuno per cui si
sente dispiaciuta e per rassicurarsi che stesse bene. Ha il cuore tenero e crede
che quel bastardo sia vittima di crudeli circostanze. Non dimenticarlo. Se
avesse voluto unirsi a Benedict, avrebbe lasciato il Colorado con lui.» «Forse
lui non era d’accordo di portarla con sé.» «Giusto», disse Paul, sarcastico.
«Ma ora, dopo settimane senza vederla, improvvisamente è talmente pazzo di
lei da aver intenzione di uscire allo scoperto, e correrle dietro.» «Merda»,
disse in tono pungente Ingram, «tu lo faresti. Stai già rischiando il sedere con
l’uomo al piano di sopra, per la tua continua difesa di quella donna e
combatti ancora per lei. Ha mentito sfacciatamente a proposito di ciò che è
successo in Colorado. Avremmo dovuto leggerle i suoi diritti e trascinarla
in...» Paul ricordò a se stesso con forza che Ingram era suo amico e che la sua
rabbia derivava principalmente dalla preoccupazione per lui. «Bisogna avere
almeno un motivo per dubitare di lei», ricordò a Dave, in tono teso. «Noi non
l’abbiamo, per non parlare di prove.» «L’abbiamo da cinque minuti, quando
abbiamo ricevuto il rapporto su quella telefonata!» «Se hai ragione su tutto,
lei ci guiderà direttamente da Benedict. Se ti sbagli, non avremo perso
assolutamente niente.» «Ho ordinato di metterla sotto costante sorveglianza,
prima di entrare qui dentro, Paul.» Stringendo insieme le mascelle, Paul
trattenne una protesta irragionevole e ingiusta per l’azione di Dave, ma disse
tra i denti:
«Vorrei ricordarti che sono io l’incaricato di questo caso, finché non ne verrò
rimosso. Prima di fare un’altra dannata cosa, chiariscila con me. Capito?»
disse bruscamente.
«Capito!» ribatté Dave, altrettanto irritato. «Hai scoperto qualcos’altro a
proposito della macchina parcheggiata davanti a casa sua. la scorsa
settimana?» Spingendo verso di lui un rapporto sulla scrivania, Paul disse:
«E’ stata presa a noleggio alla Hertz di Dallas da Joseph O’Hara. Indirizzo di
Chicago. Nessun procedimento penale. E’ assolutamente pulito. Impiegato
come autista-guardia del corpo della Collier Trust».
«E’ una banca?»
«C’è una Banca e Fiduciaria Collier a Houston, con succursali sparse per il
paese.» «Quando l’hai chiamata, poco fa, ti è capitato di chiedere alla piccola
Miss Muffet dei suoi visitatori da Chicago?» «E di avvertirla che è
sorvegliata, così da potermi accusare di nuovo di favoritismo?» Ingram emise
un forte sospiro e ributtò il rapporto su O’Hara sulla scrivania di Paul.
«Ascolta, mi dispiace, Paul. Solo, non voglio vederti distruggere la tua
carriera per una donna con grandi occhi azzurri e gambe fantastiche.»
Rilassandosi all’indietro sulla poltrona, Paul lo guardò con un sorriso torvo
«Dovrai chiederle perdono in ginocchio, prima o poi altrimenti non ti
lasceremo far da padrino al nostro primo figlio.» Con un rauco sospiro,
Ingram disse: «Spero che venga il giorno in cui dovrò farlo, Paul.
Sinceramente, lo spero». «Bene. Allora tieni i tuoi dannati occhi lontani
dalle sue gambe». julie finì di riordinare la cucina, prese il cappotto dal
guardaroba ed era pronta a partire per il viaggio in Pennsylvania, quando
sentì bussare alla porta d’ingresso. Con il cappotto sul braccio andò ad aprire
e sgranò gli occhi sorpresa alla vista di Ted e Katherine fianco a fianco. «E’
passato molto tempo», disse con un largo sorriso felice, «da quando vi ho
visto insieme sul portico di una casa.» .
«Katherine mi dice che stai per partire per la Pennsylvania a fare la parte
dell’ambasciatrice zelante, o qualcosa del genere, per Zack Benedict. Che
idea hai in mente, Julie?» le chiese, entrando in casa passandole accanto,
seguito alle spalle da una Katherine dall’aria colpevole.
Julie scostò il cappotto e guardò il suo orologio. «Ho meno di cinque minuti
per spiegartelo, anche se pensavo di averlo già fatto con Katherine, ieri sera.»
Normalmente, Julie si sarebbe risentita seriamente per la loro interferenza
nella sua vita, ma la consapevolezza che li avrebbe lasciati entrambi per
sempre, nel giro di pochi giorni, scacciò qualunque risentimento provasse.
Senza rancore, disse: «Benché adori vedervi insieme di nuovo, vorrei che
trovaste un’altra causa comune per farlo che non fosse coalizzarvi contro di
me».
«E’ colpa mia», disse Katherine. «Ho visto Ted in città, questa mattina e lui
mi ha chiesto di te. Tu non mi avevi detto che il tuo viaggio era un segreto...»
terminò, mentre la voce le veniva meno.
«Non è un segreto.»
«Allora, spiegami perché ci vai», insistette Ted, il viso teso Per la
preoccupazione e la frustrazione.
Chiudendo la porta, Julie si tolse i folti capelli dalla fronte con
aria assente, tentando di pensare a cosa dir loro. Non poteva
spiegare di essere turbata in modo superstizioso dal commento
di Zack, a proposito del fatto che il loro matrimonio fosse maledetto
fin dall’inizio a causa del dolore che avrebbe causato. D’altra
parte voleva dir loro abbastanza della verità in modo che lo
ricordassero e questo li aiutasse a capire tutto e a perdonarla più
in fretta, dopo. Spostò lo sguardo dal volto preoccupato di Katherine
a quello seccato di Ted e disse in tono esitante: «Credete
nel detto che le cose continuano come sono iniziate?». Katherine
e Ted si scambiarono un’occhiata interdetta e Julie spiegò: «Credete
nell’idea che quando le cose cominciano male, tendono a finire
male?»
«Sì», disse Katherine stupita. «Penso di sì.»
«Io, no», disse Ted in tono secco, e ciò che disse fece credere a Julie che
stesse pensando al suo matrimonio con Katherine. «Alcune cose che iniziano
in modo meraviglioso hanno dei finali pessimi.» «Dal momento che siete
decisi a immischiarvi nella mia vita», disse Julie, divertita, «allora penso di
avere il diritto di farvi notare che, se state riferendovi al vostro matrimonio, il
vero problema è che non è mai finito. Katherine lo sa questo, anche se tu ti
rifiuti di affrontare la verità, Ted. Adesso, per finire di rispondere alla vostra
domanda sul mio viaggio in Pennsylvania nel minuto che mi resta prima di
partire: Zack è stato allevato da questa nonna e si è separato da lei in
circostanze molto sgradevoli. Da allora, niente nella sua vita personale è
andato bene. Adesso è in pericolo, ed è solo, ma sta per cominciare una fase
del tutto nuova della sua vita. Vorrei che avesse fortuna e pace, in questa
nuova vita, e ho la sensazione - chiamatela superstizione, se preferite - che,
forse, se riparassi i ponti che si è bruciato alle spalle molto tempo fa,
finalmente potrebbe averle.» Nel silenzio interdetto che seguì il suo
annuncio, li vide lottare entrambi per trovare un argomento per contraddirla e
fallire, così allungò una mano verso la porta. «Ricordatevi di questo tutti e
due, volete?» aggiunse, lottando per trattenere l’emozione della voce e
mascherare l’importanza della sua successiva richiesta. «Per essere
veramente felici, è di grande aiuto sapere che la tua famiglia ti augura ogni
bene... anche se non fai le cose che loro vorrebbero che tu facessi. Quando la
tua famiglia ti odia, è come una maledizione.» Quando la porta si chiuse
dietro di lei, Ted guardò irritato Katherine. «Che cosa diavolo intendeva dire
con quello?» «Pensavo che la logica fosse piuttosto chiara», disse Katherine
ma il suo volto mostrava preoccupazione per la strana tensione udita nella
voce di Julie. «Mio padre è un po’ superstizioso e anch’io. Tuttavia, la parola
maledizione, mi sembra un po’ troppo forte.» «Non sto parlando di questo.
Che cosa voleva dire, quando ha affermato che il nostro matrimonio non è
finito e che tu lo sai?» Nelle ultime settimane, Katherine era riuscita a
imporsi alla presenza di Ted una dozzina di volte, mentre entrambi
allenavano ai giochi atletici gli studenti di Julie, ma nel trattare con lui aveva
accuratamente nascosto i suoi sentimenti più profondi e tentato solo di
superare la sua ostilità. Adesso, mentre guardava l’uomo che amava, affrontò
il fatto che era stato il timore di venire ferita, di essere costretta a sentirsi una
stupida e di veder fatte a pezzi una volta per tutte le sue speranze, ad aver
dettato tutte le sue azioni. Sapeva che lui vedeva regolarmente un’altra donna
e che la incontrava ancora più spesso da quando lei era tornata a Keaton, e le
appariva tardivamente ovvio, ora, che tutto ciò che aveva raggiunto con lui
era una specie di tregua armata. Katherine temeva di non avere più tempo, di
perdere il coraggio se non glielo avesse detto subito e di star per fare un
grave errore, perché era così disperata e così nervosa, da essere sul punto di
scaricargli tutto addosso, di colpo.
«Stai pensando alla tua risposta, oppure studiando la forma del mio naso?» le
chiese lui in tono irritato.
Con suo orrore, Katherine sentì cominciare a tremarle le gambe e sudare il
palmo delle mani, ma alzò gli occhi nei suoi, freddi e azzurri, e disse
coraggiosamente: «Julie pensa che il nostro matrimonio non sia finito, perché
io sono ancora innamorata di te». «Da dove ha preso un’idea stupida come
questa?» «Da me», disse Katherine con voce tremante. «Gliel’ho detto io.»
Le ciglia di Ted si aggrottarono di scatto e lui la scrutò con un’occhiata
sprezzante che la fece indietreggiare. «Le hai detto di essere ancora
innamorata di me?» «Sì. Le ho raccontato tutto, persino che misera moglie
fossi e come... come ho perso il bambino.» Anche ora, anni più tardi,
l’accenno al bambino che lei aveva deliberatamente ucciso rese Ted così
furioso che dovette lottare contro l’impulso di schiaffeggiarla e il proprio
furore represso lo fece esitare. «Non accennare mai più al bambino con me e
con nessun altro, altrimenti, che Dio mi aiuti, io...» «Tu, cosa?» gridò con
voce rotta Katherine. «Mi odierai? Non puoi odiarmi più di quanto io odi me
stessa per ciò che è accaduto. Divorzierai da me? L’hai già fatto. Rifiuterai
di credere che è stato un incidente?» continuò in tono isterico. «Bene, è stato
un incidente! Il cavallo che stavo cavalcando si è azzoppato...» «Dannazione
a te, taci!» disse Ted, afferrandole il braccio in una stretta da lasciarle i lividi,
facendo il gesto di spingerla da parte per andarsene, ma Katherine ignorò il
dolore della sua presa e si appiattì contro la porta in modo da impedirglielo.
«Non posso!» gridò. «Devo fartelo capire. Ho passato tre anni a tentare di
dimenticare ciò che ho fatto a noi due, tre anni a cercare un modo per espiare
tutte le cose che sono stata e che non voglio essere.» «Non voglio sentire
un’altra parola!» Ted cercò di tirarla in avanti con uno strattone e di toglierla
di mezzo, ma lei si strinse contro la porta, ignorando il morso delle sue dita
nella sua carne.
«Che cosa diavolo vuoi da me?» le chiese, non potendo spostarla senza far
ricorso seriamente alla forza bruta.
«Voglio che tu mi creda, quando ti dico che è stato un incidente.» Ted lottò
per ignorare l’impatto delle sue parole e l’effetto che aveva su di lui il suo bel
viso rigato di lacrime, ma da quando la conosceva, non l’aveva mai vista
ridotta in lacrime. Contro la sua volontà, le sue mani allentarono la stretta sul
braccio di Katherine e lei premette il viso sul suo petto e all’improvviso le
sue braccia la circondarono stringendola a sé mentre lei piangeva e il dolce
dolore che provò ad avere il suo corpo stretto di nuovo al proprio fu quasi la
sua rovina. Lottando per mantenere la voce piatta e priva di emozione,
l’avvertì: «E’ finita, Katherine. E’ finita tra noi».
«Allora lascia che ti dica le cose per cui sono tornata a Keaton, così da
poterla far finita da amici e non da nemici.» La mano di Ted smise di
muoversi lungo la sua schiena e Katherine trattenne il fiato quasi aspettandosi
che lui rifiutasse, ma quando rimase in silenzio, alzò lo sguardo nel suo e
cominciò: «Non riesci proprio a riconoscere nel tuo cuore che esiste almeno
un cinquanta per cento di possibilità che io non abbia volutamente tentato di
perdere il nostro bambino?» Prima che lui potesse dire di no, Katherine disse
con penosa sincerità: «Se ci ripensi, ti renderai conto che non avrei mai avuto
il coraggio di rischiare la mia vita per qualcosa. Ero una tale codarda, avevo
paura del sangue, dei ragni, dei serpenti...» Ora anche Ted era più vecchio e
più saggio; improvvisamente, riconobbe la logica convincente della sua
affermazione, ma più di questo, vide la sincerità nei suoi occhi, e la furia e il
disgusto che aveva nutrito in tutti quegli anni cominciarono a disintegrarsi,
lasciandolo con una sensazione di incredibile sollievo. «Avevi anche paura
delle falene.» Katherine annuì, vedendo l’animosità svanire finalmente dal
suo viso per la prima volta, da anni. «Sono più addolorata di quanto non
potrei mai dire per la stupidità incurante ed egoista che ci ha fatto perdere il
nostro bambino. Mi dispiace per il pasticcio che ho fatto del nostro
matrimonio, per l’incubo in cui ho trasformato la tua vita per tutto il tempo in
cui abbiamo vissuto insieme...» «Non è stato proprio così male», disse lui,
riluttante, «almeno, non per tutto il tempo.» «Non fingere per amor mio.
Ormai sono del tutto cresciuta, ho imparato a guardare in faccia la realtà e ad
affrontarla. E la verità è che ero una moglie da burla. Inoltre, comportandomi
come una moglie-bambina viziata, irragionevole ed esigente ero
completamente inutile. Non cucinavo, non pulivo la casa e quando non volevi
darmela vinta, non venivo a letto con te. Per anni, ho sentito il bisogno di
ammettere queste cose con te e di dirti la verità il nostro matrimonio non è
fallito, tu non hai fallito - io ho fallito.» Con suo stupore, Ted scosse il capo e
sospirò: «Eri sempre così dura con te stessa. Questo non è cambiato». «Dura
con me stessa?» ripeté Katherine con una risata soffocata. «Devi scherzare,
altrimenti hai avuto due mogli-bambina!» Ted tentò di spiegarle ancora una
volta ciò che non era riuscito a farle capire quando aveva vent’anni. «Un
tempo, durante la tua giovane vita come bella e intelligente figlia dei Dillon
Cahill, ti è venuta l’idea pazza di dover fare tutto esattamente secondo le
regole, e di farlo meglio di chiunque altro. Quando non riuscivi a eccellere in
qualcosa, ti arrabbiavi e te ne vergognavi così tanto che non c’era modo di
ragionare con te. Kathy», disse quietamente, e il suono del nomignolo con cui
lui solo aveva mai osato chiamarla, fu quasi sconvolgente per Katherine,
quanto il modo distratto con cui le toglieva dalle spalle i capelli con il polso,
«tu volevi andare al college appena dopo il matrimonio, non perché fossi
superficiale o viziata, ma perché avevi l’idea strampalata di aver sconvolto il
giusto ordine delle cose sposando me prima, invece che dopo aver ricevuto la
tua educazione a quella scuola di lusso sulla costa orientale. E quando hai
voluto quella dannata villa che tuo padre fece costruire per noi. non era
perché volevi spadroneggiare su tutti in città, era perché da qualche parte
dentro di te eri veramente convinta che saremo stati felici, lì, perché... perché
rientrava nella tua idea di ordine naturale delle cose per Katherine Cahill.»
Chiudendo gli occhi, Katherine appoggiò il capo all’indietro sulla porta e
sospirò con un misto di frustrazione e di divertimento.
«Quando sono tornata al college, dopo il divorzio, ho
passato un anno intero andando da un terapeuta una volta alla
settimana, tentando di capire perché fossi un tale pasticcio.»
«Che cosa hai scoperto?»
«Neppure quanto tu mi hai appena detto in due minuti.»
Per un momento si sorrisero l’un l’altra, poi Katherine disse
con dolcezza: «Vorresti baciarmi, per favore?»
Lui si raddrizzò bruscamente, scostandosi dalla porta. «Neppure
per sogno.»
«Hai paura?»
«Smettila, dannazione! Hai già fatto questo numero della seduzione con me,
anni fa, ormai è roba vecchia. Non funzionerà più.» Ignorando il colpo al suo
orgoglio, Katherine incrociò le braccia sul petto e gli sorrise. «Per essere il
figlio di un pastore, imprechi molto.» «Così mi hai detto anni fa. E come ti ho
detto allora, io non sono un pastore, mio padre lo è. Inoltre», aggiunse con un
deliberato tentativo di allontanarla, «mentre eri innegabilmente attraente per
me quando eri più giovane, di questi tempi preferisco fare da me le mie
seduzioni.» L’orgoglio ferito di Katherine le uscì in un mormorio sommesso
e minaccioso, mentre si scostava dalla porta e allungava la mano a prendere il
cappotto che aveva buttato su una sedia.
«Davvero, lo fai, adesso?»
«Puoi esserne certa, che lo faccio. E adesso, se vuoi ascoltare qualche buon
consiglio, torna indietro di corsa a Dallas da Hayward Spencer, o Spencer
Hayward. o comunque si chiami, e lascia che consoli la tua sensibilità ferita
con una collana di diamanti da cinquanta carati, che si intoni a quell’anello
incredibilmente volgare che porti.» Invece di attaccarlo violentemente come
avrebbe fatto anni prima, lei gli rivolse uno sguardo indecifrabile e disse:
«Non mi occorrono più i tuoi consigli. Può sorprenderti sentire questo, ma la
gente, incluso Spencer, di questi tempi mi chiede addirittura consiglio».
«Su che cosa?» la schernì lui. «Come fare delle dichiarazioni sulla moda
nella cronaca mondana?» «Adesso, basta», esplose Katherine. ributtando il
cappotto sulla sedia. «Ti permetto di ferirmi quando lo merito, ma che sia
dannata se ti permetterò di nascondere la tua incertezza sessuale dietro a un
attacco nei miei confronti.» «La mia cosa?» esplose lui.
«Sei stato assolutamente gradevole e perfettamente a tuo agio, finché non ti
ho chiesto di baciarmi, poi hai cominciato Questo assurdo attacco personale.
Ora, o mi chiedi scusa, o mi baci, o ammetti di avere paura,» «Ti chiedo
scusa», disse brusco lui. così in fretta e così del tutto impenitente, che
Katherine si mise a ridere.
«Grazie», disse dolcemente, allungando una mano a prendere il cappotto.
«Accetto le tue scuse.» In passato, un simile battibecco sarebbe finito in un
violento litigio e Ted era completamente colto alla sprovvista dalla sua nuova
serenità, talmente alla sprovvista da rendersi conto che era davvero cambiata.
«Katherine», disse concisamente, «ti chiedo scusa per averti attaccata.
Davvero. Mi dispiace.» Lei annuì, ma nascose accuratamente gli occhi ai suoi
in modo che non la tradissero. «Lo so. Probabilmente, hai frainteso il tipo di
bacio che ti stavo chiedendo. Lo consideravo solo un modo di sancire la
nostra tregua e renderla durevole.» Katherine alzò gli occhi nei suoi e
avrebbe potuto giurare che ci fosse divertimento e consapevolezza nel suo
sguardo, ma con sua sorpresa accondiscese. Piegandole il mento all’insù, Ted
mormorò: «D’accordo. Baciami, ma fai in fretta». Ed era perciò che
Katherine stava ridendo e Ted stava sorridendo, quando le loro labbra si
toccarono per la prima volta in tre anni. «Smettila di ridere», l’avvertì lui con
una risatina soffocata. «Smettila di sorridere», ribatté lei. ma i loro respiri
stavano confondendosi e bastò quello a infiammare la passione che avevano
condiviso anni prima. Le mani di Ted le scivolarono sulla vita, attirandola più
vicina, poi si strinsero improvvisamente quando lei si appiattì contro il suo
corpo, scivolandole rapidamente sulla schiena e tirandola stretta a sé con uno
strattone.
  CAPITOLO 53.
SEGUENDO le indicazioni che le aveva dato l’uomo all’ufficio
dell’autonoleggio al piccolo aeroporto di Ridgemont, Julie non ebbe problemi
a trovare la casa dell’infanzia di Zack. Situata in cima a una collina che
dominava la piccola vallata pittoresca, la villa in stile Tudor dove Margaret
Stanhope viveva ancora era stando all’uomo dell’ufficio dell’autonoleggio,
praticamente un punto di riferimento del luogo. Cercando le elaborate
colonne in mattoni che, secondo quanto le aveva detto, contrassegnavano il
viale d’accesso, Julie le vide sulla sinistra e deviò dalla strada principale.
Mentre proseguiva per il suo cammino risalendo lungo il largo viale che si
arrampicava in mezzo agli alberi verso la cima della collina, ricordò ciò che
Zack le aveva detto a proposito del giorno in cui aveva lasciato quel posto.
«Ero diseredato per sempre, da quel momento. Le consegnai le chiavi della
mia macchina e discesi il viale d’accesso e la collina, fino alla strada
principale.» Aveva fatto una camminata molto lunga, osservò Julie con una
fitta di triste nostalgia, guardandosi intorno, tentando di immaginare che cosa
avesse provato e visto lui quel giorno.
In cima alla collina, quando lei affrontò l’ultima curva, il viale si allargava e
girava in un ampio arco in mezzo a prati regolari e alberi giganteschi, ora,
d’inverno, spogli. C’era una severa austerità nella grande casa in pietra che la
fece sentire stranamente a disagio, mentre si fermava sul passaggio
ammattonato di fronte alla scalinata. Non aveva avvisato in anticipo, perché
non aveva voluto spiegare lo scopo della sua visita per telefono, né aveva
voluto dare alla nonna di Zack una facile opportunità per rifiutare di
incontrarla. Raccogliendo la borsa e i guanti, scese dalla macchina e si fermò,
dando un’occhiata alla casa e alla sua cornice, rimandando il momento della
resa dei conti. Zack era cresciuto lassù e le sembrava che quel posto avesse
lasciato il segno sulla sua personalità; in un certo senso, era come lui: duro,
orgoglioso, solido, impressionante.
Ciò la fece sentire meglio, più coraggiosa, mentre saliva la scalinata verso la
grande porta ad arco. Soffocando con fermezza l’inspiegabile presentimento
di rovina che stava tentando di calare furtivo su di lei, ricordò a se stessa di
essere venuta per una «missione di pace» che avrebbe dovuto essere stata
fatta molto tempo prima e sollevò il pesante battente in ottone della porta.
Un anziano maggiordomo dalle spalle ricurve, con indosso un abito scuro e
una cravatta a farfalla, aprì la porta. «Mi chiamo Julie Mathison», gli disse.
«Vorrei vedere la signora Stanhope, se è in casa.» Le sue ispide sopracciglia
si inarcarono di scatto sopra gli occhi castani spalancati, quando Julie fece il
suo nome, ma l’uomo riacquistò la propria compostezza e indietreggiò in un
atrio enorme e buio, con un pavimento in ardesia verde. «Vedrò se la signora
Stanhope vorrà riceverla. Può aspettare qui», aggiunse, indicando con un
gesto una poltrona antica dallo schienale dritto e dall’aria scomoda, collocata
accanto a un tavolino rotondo sulla sinistra dell’atrio. Julie si sedette, la borsa
sulle ginocchia, sentendosi un po’ come una supplicante nella soffocante e
sgradevole formalità dell’atrio, ed ebbe il sospetto che gli ospiti inattesi
fossero destinati a sentirsi così. Concentrandosi su ciò che doveva dire, fissò
il paesaggio tedesco che pendeva in una elaborata cornice scura sulla parete
opposta, poi si voltò nervosamente quando il maggiordomo entrò trascinando
i piedi nell’atrio. «La signora le concederà esattamente cinque minuti»,
annunciò.
Rifiutando di lasciarsi intimidire da quell’inizio poco promettente, Julie lo
seguì lungo un ampio corridoio e poi gli passò davanti quando lui aprì una
porta e le fece cenno di entrare in una grande stanza con un fuoco acceso in
un imponente camino in pietra e un tappeto orientale steso su un pavimento
lucido in legno scuro. Un paio di poltrone dallo schienale dritto ricoperte da
una tappezzeria sbiadita erano collocate di fronte al camino, e dal momento
che nessuno era seduto sul divano e su nessun’altra sedia della stanza, Julie
dedusse erroneamente di essere sola. Si avvicinò lentamente a un tavolo
ricoperto di fotografie in cornici d’argento, con l’intenzione di studiare i volti
di quelli che immaginava fossero i parenti e gli antenati di Zack. poi vide che
la parete sulla sinistra era ricoperta di grandi ritratti. Con un sorriso
affascinato, si avviò verso di essi, notando che Zack non aveva esagerato:
c’era una sorprendente somiglianza tra lui e molti degli Stanhope maschi.
Dietro di lei, una voce disse bruscamente:
«Ha appena sprecato uno dei suoi cinque minuti, signorina Mathison».
Voltandosi sorpresa, Julie cercò la fonte di quella voce minacciosa e girò sul
davanti delle poltrone. Lì ebbe il secondo sussulto, perché la donna che si
stava alzando in piedi, appoggiandosi al bastone in ebano dall’impugnatura
d’argento, non era la minuscola donna anziana che Julie si era, in qualche
modo, aspettata somigliasse al maggiordomo, in altezza e contegno. Invece,
era più alta di lei di diversi centimetri e, una volta in piedi, la sua posa era
rigidamente eretta quanto l’espressione sul suo volto senza rughe era dura e
scostante. «Signorina Mathison!» disse in tono brusco la donna: «Si segga,
oppure resti in piedi, ma si decida a parlare. Perché è venuta qui?» «Mi
dispiace molto», disse in fretta Julie, indietreggiando rapida a sedersi sulla
poltrona dallo schienale alto di fronte a quella della nonna di Zack. Si sedette
in modo che la donna non si sentisse obbligata a restare in piedi. «Signora
Stanhope, sono un’amica di...» «So chi è, l’ho vista alla televisione», la
interruppe freddamente la donna, sedendosi. «L’ha presa in ostaggio, e poi
l’ha trasformata nella sua portavoce con i mezzi di comunicazione.» «Non
esattamente», disse Julie, notando che la donna si asteneva persino dall’usare
il nome di Zack.
«Le ho chiesto perché è venuta qui!»
Invece di lasciarsi irritare o intimidire dalla donna più anziana, Julie sorrise e
disse con calma: «Sono qui, signora Stanhope, perché mentre ero con suo
nipote in Colorado...» «Ho solo un nipote», disse l’altra donna in tono
pungente, «e vive qui, a Ridgemont.» «Signora Stanhope», disse Julie, con
tono tranquillo, «mi ha concesso solo cinque minuti. La prego, non me li
faccia sprecare cavillando su dei dettagli tecnici, perché temo che finirò con
l’andarmene di qui senza aver spiegato che cosa sono venuta a dirle, e penso
che lei vorrà sentirlo.» Le ciglia bianche della donna si inarcarono al tono di
Julie e la sua bocca si fece sottile, ma Julie proseguì coraggiosamente. «Sono
al corrente che lei non riconosce Zack come suo nipote, proprio come sono al
corrente che lei aveva anche un altro nipote che è morto tragicamente.
Sono anche al corrente che la rottura tra lei e Zack è durata tutti
questi anni a causa della cocciutaggine di Zack.»
Il volto della donna si contorse per la derisione. «E’ stato lui a
dirle questo?»
Julie annuì, tentando di ignorare l’inatteso sarcasmo dell’altra
donna. «Mi ha detto molte cose in Colorado, signora Stanhope,
cose che non aveva mai detto a nessuno prima.» Attese, sperando
in qualche segno di curiosità, ma quando la signora Stanhope
continuò a guardarla gelida, Julie non ebbe altra scelta che continuare
senza incoraggiamento. «Tra le altre cose, mi ha detto
che se avesse potuto ricominciare da capo la sua vita, si sarebbe
conciliato con lei molto tempo fa. L’ammirava moltissimo e le
Voleva bene...»
«Se ne vada!»
Julie si alzò automaticamente in piedi, ma il suo temperamento stava
rapidamente prendendo fuoco e lei lo trattenne con tutta la sua forza. «Zack
ha ammesso che voi due eravate molto simili e, quanto a cocciutaggine,
diceva chiaramente la verità. Sto tentando di dirle che suo nipote è
dispiaciuto della rottura tra di voi e che le vuole bene».
«Le ho detto di andarsene! Non avrebbe mai dovuto venire qui!»
«Apparentemente, no», convenne Julie. allungando una mano a prendere la
borsa che aveva lasciato accanto alla poltrona. «Non avevo idea che una
donna adulta, alla fine della sua vita, potesse ancora nutrire un rancore
assurdo verso il sangue del proprio sangue, per qualcosa che ha fatto quando
era ancora ragazzo. Come può esser stato così terribile, da non riuscire a
perdonarlo?» La risata della signora Stanhope fu amara. «Povera sciocca!
Ha ingannato anche lei, vero?»
«Cosa?»
«Le ha veramente chiesto lui di venire qui?» chiese. «No, vero? Non avrebbe
mai osato!» Intuendo che una risposta negativa avrebbe, in qualche modo,
fatto esattamente il gioco della donna, indurendola ancora di più verso Zack,
Julie gettò via tutto il suo orgoglio e giocò tutto su quell’ultima occasione di
raggiungere il cuore della donna. «Non mi ha chiesto di venire qui a dirle ciò
che provava per lei, signora Stanhope. Ha fatto una cosa che rivela ancora più
chiaramente il rispetto e l’amore che ancora prova per lei.» Traendo un
respiro per farsi forza, Julie ignorò l’espressione gelida della donna e disse:
«Non ho più avuto sue notizie, finché non ho ricevuto questa lettera, una
settimana e mezza fa. Mi ha scritto perché temeva che fossi incinta e, nella
sua lettera, mi implorava di non abortire nel caso lo fossi stata. Mi chiedeva
invece di portarle il suo bambino da allevare, perché diceva che lei non si era
mai sottratta a una responsabilità in vita sua, e che non l’avrebbe fatto con
questa. Diceva che le avrebbe scritto una lettera, prima, per spiegarle...» «Se
è incinta di lui e ha qualche conoscenza di genetica», la interruppe in modo
furioso la nonna di Zack. «abortirebbe! Indipendentemente da ciò che lei
farà, non vorrei avere il suo marmocchio illegittimo in casa mia.» Julie
indietreggiò di fronte alla malvagità di quei commenti.
«Che mostro è lei, dunque?»
«Lui è un mostro, signorina Mathison, e lei è la sua credulona. Due persone
che lo amavano sono già morte di morte violenta per mano sua. E’ fortunata a
non essere stata la terza!» «Lui non ha ucciso sua moglie, e non so di che
cosa parla, quando dice che due persone...» «Sto parlando di suo fratello!
Com’è sicuro che Caino ha ucciso Abele, così quel mostro demente ha ucciso
Justin. Gli ha sparato alla testa dopo una discussione!» Messa di fronte a una
bugia così perversa. Julie perse il controllo. Tremando per la furia e per lo
choc, disse: «Sta mentendo!
So esattamente com’è morto Justin! Se dice queste cose di
Zack perché sta tentando di giustificare il fatto di voltare le spalle
al suo bambino, sta sprecando il fiato! Non sono incinta e se lo
fossi non la lascerei nella stessa stanza con il mio bambino! Non
c’è da meravigliarsi che il suo stesso marito non sia riuscito a
continuare ad amarla e che si sia messo con altre donne. Oh. sì,
so tutto di questo!» scoppiò, quando lo choc incrinò momentaneamente
lo sguardo sprezzante della signora Stanhope. «Zack
mi ha detto tutto. Mi ha raccontato che suo nonno diceva che lei
era l’unica donna al mondo che avesse mai amato, ma che non
era riuscito a soddisfare i suoi alti principi, e alla fine aveva
smesso di tentare di farlo, poco dopo il vostro matrimonio. Ciò
che non riesco a capire», concluse Julie con disprezzo, «è perché
suo marito l’amasse, o perché Zack l’ammirasse! Lei non ha
principi - ciò che ha è del ghiaccio, al posto del cuore! Non c’è
da meravigliarsi che il povero Justin non potesse dirle di essere
omosessuale! Non è Zack il mostro, è lei!»
«E lei», ribatté la signora Stanhope, «è la pedina del mostro!»
Come se la perdita di controllo di Julie fosse contagiosa, la rigidità
abbandonò il viso della donna più anziana e la sua voce dispotica
assunse un’improvvisa sfumatura di stanchezza. «Si segga,
signorina Mathison!»
«No, me ne vado.»
«Se lo fa», la sfidò lei, «allora ha paura della verità. Ho acconsentito a
vederla perché l’ho vista perorare la sua causa in televisione e volevo sentire
che cosa poteva portarla qui. Pensavo che potesse essere una specie di
opportunista. Ora, mi è chiaro che lei è una giovane donna di considerevole
coraggio e di forti convinzioni, e che è il suo f