Paradise-Judith McNaught ITA by IonutEugenDragomir

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									                                                  PARADISE
                                                 Judith MacNaught

            1

            Dicembre 1973

         Stesa sul letto a baldacchino, Meredith prese un'altra volta il suo album con ritagli
giornalistici, già aperto vicino a lei. Questa volta separò delicatamente dallo stesso una foto del
Chicago Tribune. Nella didascalia si leggeva: «Figli dell’alta società di Chicago, travestiti da folletti,
parteciparono alla festa di Natale che si celebrò con fini benefici nel Memorial Hospital di
Oakland». Continuava con l’elenco dei nomi. La foto era abbastanza grande e si vedevano i folletti:
cinque ragazzini e sei ragazzine, una delle quali era Meredith, che distribuivano doni ai bimbi
ricoverati nell’ospedale. A sinistra della foto si vedeva un aitante adolescente di circa diciotto anni
e la didascalia diceva: «Parker Reynolds III, figlio dei signori Reynolds di Kenilworth».
          Meredith si paragonò il più oggettivamente che poté con le altre ragazzine vestite da
folletti. Si domandò come facevano a fingere che avevano belle gambe e generose curve, mentre
lei…
            -Grassottella? – pronunciò la parola con un certo disgusto-. Sembro uno gnomo, altro che
folletto.
          Non era giusto che le altre ragazze, che avevano quattordici anni, avessero un aspetto così
meraviglioso, mentre lei era uno gnomo con il petto piano e l’apparecchio per i denti. Osservò la
foto e ancora una volta deprecò l’eccesso di vanità che l’aveva spinta a togliersi gli occhiali, poiché
senza essi le si notava un leggero strabismo. “Dovrei usare lentine a contatto”, si disse. Concentrò
il suo sguardo nella figura di Parker. Un sorriso sognatore si disegnò nel suo viso, mentre stringeva
il ritaglio contro il suo petto piano. Era proprio vero che non aveva seni. Ancora no. E di questo
passo, non li avrebbe avuti mai.
         La porta della sua stanza si aprì e Meredith si precipitò a nascondere la foto. Nell’uscio
c’era la signora Ellis, la robusta governante di sessanta quattro anni. Era andata a prendere il
vassoio della cena.
            -Non hai mangiato il dessert –disse la donna.
          -Sono grassa, signora Ellis –rispose la ragazza. Per dimostrarlo, saltò dal vecchio letto e si
diresse allo specchio-. Mi guardi –disse, indicando con un dito accusatore la sua immagine
riflessa-. Non ho vita!
            -Ancora non sei donna, ecco tutto.
        -Non ho neanche fianchi. Sembro un bastone con gambe. Con quest’aspetto, come farò ad
avere amici?
            La signora Ellis, che lavorava lì da meno di un anno, la guardò con stupore e le domandò:
            -Non hai amici? Perché no?
            Meredith aveva bisogno di qualcuno con cui confidarsi.
       -Ho fatto finta che a scuola tutto va bene, ma la verità è che va terribilmente male. Sono
un’emarginata. Lo sono sempre stata.
        -Che assurdità! Qualcosa non va nei tuoi compagni di collegio…
         -No. Il problema non è loro, bensì mio. Ma cambierò. Farò una dieta e qualcosa con questi
capelli orrendi.
          -Non sono orrendi! –replicò la signora Ellis, guardando prima la lunga capigliatura bionda
della ragazza, che le copriva le spalle, e dopo i suoi occhi color turchese-. I tuoi occhi sono preziosi
e i tuoi capelli gradevoli. Gradevoli e abbondanti…
        -Scoloriti.
        -Biondi.
         Meredith si guardò ostinatamente allo specchio, mentre la sua mente esagerava i difetti
reali del suo viso e del suo corpo.
        -Sono alta un metro e sessanta cinque. Per fortuna smisi di crescere prima di diventare un
gigante. Pero non sono così orribile, me ne resi conto sabato.
        La signora Ellis la guardò confusa:
        -Cosa è successo sabato per farti cambiare idea sul tuo fisico?
         -Nessun cataclisma –rispose Meredith e pensò: «Un cataclisma… Parker mi sorrise nella
festa di Natale. Mi portò una bibita senza che io gliela chiedesse. Mi disse di non dimenticare di
riservarle un ballo sabato, nella festa degli Eppingham».
        Erano settanta cinque anni che la famiglia di Parker aveva fondato la grande banca di
Chicago dove erano depositati i fondi della Bancroft & Company. L’amicizia tra le due famiglie,
Bancroft e Reynolds, aveva attraversato le generazioni.
        -Da adesso in poi, cambierà tutto e non solo il mio aspetto –disse Meredith al tempo che si
allontanava dallo specchio-. Avrò una amica! C’è una ragazza nuova a scuola e ancora non sa che
tutti mi detestano. E’ intelligente come me e ieri sera mi chiamò per chiedermi qualcosa sui
compiti. Mi telefonò! E siamo state a parlare di diverse cose.
        -Me ne ero accorta che non portavi a casa compagni di scuola –commentò la signora Ellis,
ritorcendosi le mani dispiaciuta-. Ma ho pensato che era perché stai molto lontano.
        -No, no è per questo.
        Meredith si buttò sul letto e si guardò le comode scarpette che portava, che sembravano
piccole copie di quelle che usava suo padre. Nonostante la ricchezza, lui aveva un profondo
rispetto per il denaro, e gli abiti della figlia erano sì di ottima fattura, ma acquistati soltanto
quando erano realmente necessari.
        -Io non vado bene.
         -Quando io ero ragazza –disse l’anziana con uno sguardo comprensivo-, non ci fidavamo
di quelli che avevano buoni voti.
        -Non si tratta nemmeno di questo –rispose Meredith con un sorriso forzato-. Non ha
niente a che vedere né con il mio aspetto né con i miei voti. E’… è tutto questo. –Fece un gesto con
la mano come per abbracciare la enorme e austera stanza da letto, incluso il mobilio. Una stanza
molto simile alle altre quaranta cinque che componevano la villa dei Bancroft-. Tutti mi guardano
come un insetto raro perché pretende che sia Fenwick ad accompagnarmi a scuola con l’auto.
        -Posso sapere cosa c’è di male in ciò?
        -Gli altri allievi vanno a piedi o con l’autobus.
        -Ebbene?
         -Beh, non si presentano con autista e Rolls Royce! –con certa tristezza aggiunse-: I loro
genitori sono idraulici e ragionieri. Uno di loro lavora nei nostri grandi magazzini.
      La signora Ellis non poté ribattere la logica di quel ragionamento, ma neanche era disposta
ad ammettere la sua correttezza.
        -E a quella nuova allieva… non le sembra strano che Fenwick ti accompagni a scuola?
       -No –rispose Meredith, sorridendo maliziosamente-. Semplicemente crede che Fenwick è
mio padre. Le raccontai che lavora per dei ricconi, proprietari di grandi magazzini.
        -Non avrai fatto una simile cosa!
        -Sì che l’ho fatto, e sa una cosa? Non me ne pento, avrei dovuto farlo anni fa, dal primo
giorno di scuola. Ma non volevo mentire.
       -E adesso non t’importa più mentire? –le domandò la signora Ellis con uno sguardo di
rimprovero.
        -Non è una bugia. Beh, diciamo che lo è soltanto a metà –si difese Meredith con tono
implorante-. Papà me lo spiegò tempo fa. Bancroft & Company è una società per azioni, e una
società per azioni ha per proprietari gli azionisti. Così, essendo il presidente, tecnicamente papà è
impiegato degli azionisti, ha capito?
        -Credo di no – rispose la donna francamente-. Di chi sono le azioni?
        -Nostre, almeno la maggior parte –rispose sentendosi colpevole.
         I famosi magazzini Bancroft & Company erano situati nel centro di Chicago, e alla
governante tutto quel discorso sui proprietari risultava sconcertante. Molto spesso, Meredith
dimostrava una misteriosa comprensione degli affari e ciò non sorprendeva la signora Ellis,
tenendo in conto che il padre non dimostrava nessun interesse per la figlia, eccetto quando le dava
lezioni sugli affari familiari, comportamento che svegliava l’ira della governante. Di fatto, lei
pensava che Philip Bancroft era sicuramente il colpevole della mancata popolarità della ragazza tra
i suoi coetanei. Il padre la trattava come a un’adulta e insisteva che parlasse e si comportasse come
tale in ogni situazione. Nelle poche occasioni che Meredith invitava un ragazzo si comportava
come la sua anfitrione. Il risultato era che lei si sentiva comoda tra adulti e completamente persa
tra i coetanei.
        -In una cosa lei ha ragione –aggiunse Meredith -. Non posso continuare ad ingannare la
mia amica Lisa Pontini. Ho pensato che dandole l’opportunità di conoscermi, dopo, quando le
confessassi che Fenwick non è mio padre ma soltanto il mio autista, a lei non le importerebbe.
Ancora non l’ha scoperto perché non conosce a nessuno a scuola e quando finiscono le lezioni,
deve tornare di corsa a casa sua. Ha sette fratelli e da una mano nelle faccende domestiche.
        La signora Ellis allungò una mano e diede a Meredith alcuni colpetti d’incoraggiamento
nel braccio. Cercò alcune parole di conforto.
         -Di mattina le cose sembrano meno tetre –le assicurò. Prese il vassoio e si diresse verso la
porta. Già nell’uscio si fermò e aggiunse alzando la voce come per dare una lezione magistrale-: E
ricorda: ad ogni cane arriva la propria ora.
        Meredith non seppe se ridere o piangere.
        -Grazie, signora Ellis. Molto incoraggiante.
        Osservò in silenzio come la porta si chiudeva dietro la governante, dopo prese di nuovo
l’album di ritagli. Quando rimise la foto al suo posto, rimase a guardarla lungamente. Passò
soavemente un dito sulla bocca sorridente di Parker. L’idea di ballare con lui la fece tremare in un
miscuglio i terrore e speranza. Era giovedì e il ballo era sabato. Le sembrava di dover aspettare
ancora anni.
        Con un sospiro, guardò le pagine dell’album, cominciando dall’ultima. Nelle prime vi
erano ritagli molto antichi, già giallastre, con i bordi e i colori sbiaditi. L’album era appartenuto a
sua madre ed era l’unica prova tangibile in tutta la villa dell’esistenza di Caroline Edwards
Bancroft. Tutto il resto era stato rimosso per ordine di Philip.
         Caroline Edwards Bancroft era stata un’attrice. Ad onore del vero, e secondo la critica, non
molto brava, ma senza dubbio appariscente. Meredith posò lo sguardo sulle foto devastate dal
tempo, ma non lesse le recensioni perché le conosceva a memoria. Sapeva che Cary Grant aveva
accompagnato a sua madre alla cerimonia della consegna dei premi dell’Accademia nel 1955; e
anche che David Niven aveva dichiarato che la era la donna più bella che avesse mai visto in tutta
la sua vita. E che David Selznick volle farle un contratto per uno dei suoi film. Tra i dati in possesso
di Meredith ne figurava un altro: sua madre aveva partecipato a tre spettacoli a Broadway e che in
quella occasione la stampa criticò la sua interpretazione e notò le sue belle gambe. La cronaca rosa
insinuò che Caroline aveva vissuto avventure romantiche con quasi tutti i suoi partner di lavoro.
Aveva alcuni ritagli di sa madre: avvolta in pellicce, in una festa a Roma; con un vestito nero di
sera mentre giocava con la roulette a Montecarlo. In una delle foto era sulla spiaggia a Monaco con
soltanto un minuscolo bikini; in un'altra sciava a Gstaad con un campione olimpico svizzero. A
Meredith risultava ovvio che sua madre fosse sempre attorniata di uomini stupendi.
         L’ultimo ritaglio di sua madre era datato sei mesi dopo di quello con lo sciatore. Indossava
un magnifico abito da sposa, bianco, e la macchina fotografica la immortalò mentre scendeva
sorridente i gradini della cattedrale, dal braccio di Philip Bancroft e sotto una pioggia di riso. I
cronisti avevano superato se stessi con le più esagerate descrizioni delle nozze. Il ricevimento fu
tenuto nell’hotel Palmer House e la stampa fu esclusa, ma i reporter fecero lo stesso l’elenco degli
invitati più famosi, dai Vanderbilt e i Whitney fino a un giudice della Corte Suprema e quattro
senatori degli Stati Uniti.
         Il matrimonio durò due anni, tempo sufficiente perché Caroline rimanesse incinta e
partorisse, avesse una sordida avventura con un domatore di cavalli e dopo scappasse in Europa
con un falso principe italiano che era stato invitato alle sue nozze. Oltre ciò, Meredith non sapeva
niente altro, tranne che sua madre non si era mai disturbata a mandarle due righe o una cartolina.
Philip, geloso guardiano della dignità e degli antichi valori, sosteneva che sua moglie era una
cagna egoista senza la minima nozione di cosa fossero la fedeltà coniugale e le responsabilità
materne. Quando Meredith aveva un anno, Philip chiese il divorzio e la custodia della figlioletta.
Fece uso di tutte le influenze sociali e politiche che i Bancroft avevano a disposizione per ottenere
la vittoria in tribunale, ma Caroline neanche si presentò all’udienza e tanto meno si oppose al
marito.
         Quando gli concessero la custodia di Meredith, Philip mise subito le mani all’opera.
Doveva assicurarsi che Meredith non seguisse i passi della madre. No, Meredith sarebbe stata un
altro anello nella lunga catena di degne donne Bancroft. Come le sue predecessore, avrebbe avuto
una vita esemplare, dedicata alle opere di beneficenza concordi al suo rango. Donne sulle quali
mai si era insinuato il più lieve sospetto.
         Quando Meredith raggiunse l’età scolare, a suo padre sorsero dei dubbi. Aveva scoperto
con rabbia che le regole di condotta sociale si erano rilassate, anche tra i componenti della propria
classe. Molti dei suoi conoscenti cominciavano ad adottare attitudini più liberali nei confronti del
comportamento infantile; di conseguenza, mandavano i figli a scuole progressiste, come Bently e
Ridgeview. Visitando queste scuole, udì frasi come classi senza strutture e concetti come auto
espressione. Subito arrivò alla conclusione che il supposto progressismo di quelle scuole non
significavo altro che indisciplina, con il susseguente sprofondamento dei livelli accademici e di
condotta. Rifiutò quindi entrambi collegi e portò Meredith a conoscere Saint Stephen, una scuola
privata di suore benedettine dove erano andate sua zia e la sua stessa madre.
         Visitarono la scuola e a Philip piacque ciò che vide. Ventiquattro bimbe vestite con
semplici divise senza maniche di un basto tessuto grigio e azzurro e dieci bimbi con camicia bianca
e cravatta blu si alzarono in piedi con sommo rispetto, come spinti da una molla, quando la suora
mostrò a Philip l’aula. Erano alunni di prima elementare. Quelle trenta quattro vocine intonarono
all’unisono un «buon giorno, sorella». Inoltre, in Saint Stephen ancora insegnavano secondo i
vecchi e ottimi canoni; non come in Bentley, dove Philip aveva visto bimbi dipingere con le dita,
mentre altri, che sceglievano imparare, si dedicavano alla matematica. E qui Meredith avrebbe
ricevuto una severa educazione morale.
          Philip era conscio che il quartiere dove si trovava Saint Stephen era deteriorato, pero era
ossessionato dall’idea che la figlia fosse educata allo stesso modo in cui lo erano state tre
generazioni di degne e rette donne Bancroft. Risolse il problema del quartiere in un baleno:
l’autista di famiglia l’avrebbe accompagnato sia all’andata sia all’uscita della scuola.
         Nonostante tutto, a Philip sfuggì un dettaglio. Contrariamente a ciò che vide quel giorno
della sua prima visita, gli allievi del Saint Stephen non erano una collezione di giovani virtuosi.
Erano ragazzi come tanti altri, di estrazione sociale per nulla brillante. Predominavano quelli di
classe media bassa e qualcuno di famiglie povere. Giocavano assieme e assieme andavano a scuola
e come un solo essere condividevano la stessa diffidenza nei confronti di chi proveniva da una
classe sociale diversa e molto più prospera.
        Meredith non sapeva nulla di ciò quando arrivò al Saint Stephen. Vestita come gli altri e
portando il pranzo con un portavivande nuovo, si era sentita presa dal nervosismo proprio di una
bimba di sei anni che per la prima volta si siede in una aula piena di sconosciuti, ma non di vera e
propria paura. Dopo aver passato la sua breve vita in relativa solitudine, con l’unica compagnia
del padre e della servitù, era contenta di poter contare finalmente con amici della sua stessa età.
       Il primo giorno trascorse perfettamente, ma alla fine delle lezioni le cose cambiarono
quando gli alunni si precipitarono nello spiazzo che fungeva anche da parcheggio. Lì l’aspettava
Fenwick, accanto alla Rolls Royce con indosso la sua nera uniforme di autista. I ragazzi più si
fermarono a contemplare lo spettacolo e, poco dopo, avevano identificato Meredith. Era una
bambina ricca, di conseguenza «diversa».
         Questa circostanza li mantenne a distanza da lei. Lontani e sospettosi al principio, alla fine
della settimana avevano scoperto nuovi particolari della «bambina ricca» ed il baratro si ingrandì.
Meredith si esprimeva più come un adulto che come una bimba, non sapeva niente di giochi e
all’ora della ricreazione tentò unirsi agli altri, la sua goffaggine era evidente. E ancora peggio:
bastarono pochi giorni e divenne la preferita delle suore perché era intelligente.
         Dopo un mese, Meredith era stata giudicata da tutti gli alunni della Saint Stephen un
intrusa, un essere di un altro mondo e la condannarono all’ostracismo. Se fosse stata abbastanza
graziosa da provocare una certa ammirazione, forse col tempo la sua situazione sarebbe
migliorata, ma non lo era. A nove anni si presentò con gli occhiali; a dodici con l’apparecchio
ortodontico; a tredici era la ragazza più alta della classe.
        Tutto era cambiato una settimana prima, dopo anni di frustrazione e sconforto durante i
quali pensò di non trovare un amico. Lisa Pontini si era iscritta all’ottavo anno. Era circa tre
centimetri più alta della stessa Meredith e camminava come una modella. E risolveva anche
complessi problemi di algebra con tutta l’aria di un accademico annoiato. Lo stesso giorno del suo
arrivo, all’ora della colazione, Meredith si sedette in un basso muretto di pietra e mentre mangiava,
com’era sua abitudine, leggeva un libro tenendolo appoggiato nel grembo. All’inizio
quell’abitudine era stata come uno stupefacente contro la sensazione di isolamento. Quando era in
quinta, la droga era diventata una vera dipendenza . Meredith era una lettrice avida.
         Stava per voltare pagina quando vide un paio di pantaloni lisi. Davanti a lei si ergeva Lisa
Pontini. Con il suo aspetto vitale e l’abbondante capigliatura castana, era il polo opposto a
Meredith, alla quale in quel momento guardava con curiosità. Lisa irradiava una indefinibile aria
di ardita fiducia. Simile vigore e sicurezza nella sua figura era ciò che la rivista Seventeen definiva
avere personalità. Invece di vestire il maglione grigio della scuola, portato malamente sulle spalle
come faceva Meredith, Lisa aveva fatto un nodo con le maniche sul petto.
        -Dio, che tugurio! –esclamò Lisa, sedendosi accanto a Meredith e stendendo la vista sugli
spazzi aperti della scuola-. Mai in vita mia avevo visto tanti ragazzi bassi. Sicuro che mettono
qualcosa nell’acqua per fermare la crescita. Qual è la tua media?
        In Saint Stephen i voti si esprimevano in medie esatte, con i corrispondenti decimali.
        -Novantasette virgola otto –rispose Meredith, un tantino confusa per le rapide
osservazioni e l’affabilità di Lisa.
        -Il mio è 98,1.
         Meredith notò i buchetti nei lobi delle orecchie di Lisa. Gli orecchini e il rossetto erano
proibiti nella scuola. Osservando a Meredith, Lisa domandò a bruciapelo:
        -La solitudine è una tua scelta o sei una specie di emarginata?
        -Non ci avevo mai pensato –mentì Meredith.
        -Quanto tempo ancora dovrai portare l’apparecchio dentale?
        -Ancora un anno.
        Meredith pensò che Lisa non le piaceva per niente. Chiuse il libro e si alzò, sollevata
perché la campana stava per suonare.
         Quel pomeriggio, come tutti gli ultimi venerdì del mese, gli allievi si misero in coda per
confessarsi con i preti della chiesa Saint Stephen. Sentendosi come da sua abitudine e cioè una
sciagurata peccatrice, Meredith si inginocchiò e confessò tutte le sue malvagità a padre Vickers. Tra
i suoi peccati si annoveravano la sua antipatia per suor Mary Lawrence e l’eccessivo tempo che
passava pensando al suo aspetto. Quando finì sostenne la porta per far entrare al seguente
peccatore e dopo si inginocchiò in un banco per recitare le preghiere imposte come penitenza.
        Dopo la confessione, era premesso ai ragazzi di tornare a casa e Meredith uscì allo spiazzo
ad aspettare a Fenwick. Minuti dopo apparse Lisa, mettendosi la giacca mentre scendeva i gradini
della chiesa. Ancora alterata dai commenti della ragazza, Meredith la osservò con cautela. Lisa,
dopo aver guardato intorno, si avvicinò a lei lentamente.
         -Ci puoi credere? –proruppe Lisa-. Vickers mi ha imposto recitare un intero rosario stasera
e solo perché sono stata un po’ affettuosa con un ragazzo. Quale sarebbe la penitenza per baciarsi
alla francese? Mi fa rabbia pensarlo. –con un amplio e impudente sorriso, si sedette accanto a
Meredith.
      Meredith ignorava che la nazionalità determinasse la maniera di baciare, ma per il
commento di Lisa, dedusse che ad ogni modo, ai preti di Saint Stephen non piacevano quel tipo di
baci.
           -Per baciare così, padre Vickers ti fa pulire la chiesa come penitenza.
           Lisa accennò un sorriso e guardò Meredith con curiosità.
           -Anche il tuo ragazzo ha l’apparecchio in bocca?
           Meredith pensò a Parker e negò con la testa.
        -Meno male –disse Lisa e sorrise ancora-. Mi sono chiesta sempre come si possono baciare
due con l’apparecchio senza rimanere aggrovigliati. Il mio ragazzo si chiama Mario Campano. E’
alto, moro e attraente. Come si chiamo il tuo? E com’è?
          Meredith si voltò a guardare la strada, con la speranza che Fenwick dimenticasse che era
l’ultimo del mese e che le lezioni finivano prima. Si sentiva scomoda parlando di quelle cose, ma
Lisa l’affascinava. E poi, aveva la sensazione che per qualche motivi, desiderava essere amica sua.
           -Ha diciotto anni –rispose con sincerità-. Somiglia a Robert Redford e il suo nome è Parker.
           -Quello è il cognome.
           -No, è il nome. Il cognome è Reynolds.
           -Parker Reynolds –bisbigliò Lisa-. Suona a snob dell’alta società. Lo fa bene?
           -Fare cosa?
           -Baciare, certamente.
           -Ah, sì, certo. E’ fantastico.
           Lisa le dedicò un sorriso burlone.
           -Non ti ha mai baciato. Arrossisci quando menti.
           Meredith si alzò in piedi bruscamente.
           -Senti –iniziò a dire, arrabbiata-, io non ti ho chiesto di avvicinarti e …
        -Hey, non ti scaldare. Dopo tutto baciarsi non è una grande cosa. Mi riferisco alla prima
volta che Mario mi baciò, fu il momento più scomodo della mia vita.
           Adesso che Lisa iniziava a fidarsi di lei, Meredith sentì che la sua rabbia scemava. Tornò a
sedersi.
           -Fu scomodo perché ti baciò?
         -No. Vedi, io ero appoggiata alla porta di casa quando successe. Suonai il campanello con
la spalla senza accorgermi , mio padre aprì e finì tra le sue braccia, cadendo con Mario ancora
avvinghiato a me. Passarono secoli prima che tutti e tre, caduti a terra, riuscissimo a separarci.
           Meredith scoppiò in una risata, che interruppe quando vide la Rolls girare l’angolo.
           -Lì c’è la macchina- disse recuperando il contegno.
           -Gesù! Quella è una Rolls?
           Meredith annuì a disagio. Raccolse i libri e fece spallucce.
           -Vivo lontano da qui e mio padre non vuole che prenda l’autobus.
           -Ah, tuo padre è autista –disse Lisa e si prestò ad accompagnare Meredith fino alla
macchina-. Deve essere meraviglioso girare con un auto come quello, fingendo di essere ricchi. –
senza aspettare risposta, aggiunse-: Mio padre è idraulico in un cantiere navale. Il suo sindacato
adesso è in sciopero e per questo ci siamo trasferiti qui, dove gli affitti sono più economici. Già sai
come sono quelle cose.
         Meredith non aveva idea di come erano «quelle cose». Quanto meno non aveva esperienza
personale sul fatto, anche se conosceva, tramite le furibonde proteste del padre, l’effetto che i
sindacati e gli scioperi avevano sui proprietari di negozi, come i Bancroft. Nonostante annuì con
solidarietà quando Lisa emise un triste sospiro.
         -Dev’essere molto duro. Vuoi che ti accompagni a casa? –disse impulsivamente.
        -Certo! Ma no, aspetta. Non possiamo fare la prossima settimana? Ho sette fratelli e mia
madre ha mille compiti per me. Preferisco rimanere un po’ qui e dopo tornare a casa al solito
orario.
        Trascorse una settimana da quel giorno e ciò che all’inizio sembrava una amicizia incerta,
invece era fiorita e cresciuta, alimentata da uno scambio di confidenze e birichine confessioni
reciproche. Adesso, seduta mentre guardava la foto di Parker nell’album e pensando al ballo di
sabato sera, Meredith decise che il giorno dopo avrebbe chiesto consigli a Lisa. Lei sapeva molto di
pettinature e quelle cose, e forse poteva consigliarle qualcosa per farla più attrattiva agli occhi di
Parker.
         Il giorno dopo, mentre pranzavano sedute al solito posto, Meredith chiese all’amica:
         -Che ne pensi? Siccome la chirurgia plastica è scartata, c’è qualcosa che si possa fare per
modificare il mio aspetto in un modo realmente notabile? Qualcosa che mi faccia sembrare più
bella e più adulta agli occhi di Parker?
         Prima di rispondere, Lisa la guardò attentamente e disse:
        -Gli occhiali e l’apparecchio dentale non aiutano ad accendere passioni, penso tu lo sappia.
–parlava giocosamente-. Togliti gli occhiali e alzati in piedi.
        Meredith ubbidì e aspettò con divertita contrarietà, mentre Lisa l’attorniava lentamente,
ispezionandola.
        -Beh, non ci sono dubbi che ti sei sforzata molto per sembrare poca cosa –concluse Lisa-. I
tuoi occhi e i tuoi capelli sono preziosi. Se ti truccassi un po’, ti togliessi gli occhiali e ti pettinassi in
modo diverso, è probabile che il vecchio Parker ti noti domani sera.
         -Credi davvero? –le chiese Meredith, con lo sguardo acceso al pensiero di Parker.
       -Ho detto solo che è probabile –le rispose Lisa con la sincerità più cruda-. Lui è abbastanza
più grande di te e ciò è un fattore negativo. Che soluzione hai dato all’ultimo problema di
matematica di oggi?
        Erano amiche da una settimana e Meredith si era già abituata al modo volubile che aveva
Lisa di parlare, cambiando argomento costantemente. Possedeva un’intelligenza così viva che
sembrava non permetterle di concentrarsi in un solo tema. Meredith le disse la sua soluzione al
problema.
         -La stessa che diedi io –rispose Lisa-. Con due cervelli come quelli nostri –scherzò-, non ci
sono dubbi che questa è la soluzione corretta. Sai che in questa scuola di merda tutti credono che la
Rolls è di tuo padre?
         -Non ho mai detto a nessuno che non lo fosse –affermò Meredith sinceramente.
        Lisa mangiucchiò una mela e annuì.
        -Per quale motivo avresti dovuto mentire? Se sono così sciocchi da pensare che una
ragazza ricca frequenterebbe una scuola come questa… Al posto tuo credo che io farei lo stesso.
        Quel pomeriggio, dopo le lezioni, Lisa si mostrò disponibile a che il «padre» di Meredith
l’accompagnassi a casa, cosa che Fenwick, no senza riserve, accettò di fare. Quando la Rolls si
fermò davanti alla porta del bungalow di mattoni rossi nel quale abitava la famiglia Pontini,
Meredith osservò l’abituale caos di bambini e giocattoli nel patio. La madre di Lisa era in piedi nel
soggiorno, sfoggiando il solito grembiule.
         -Lisa! –chiamò con un forte accento italiano-. Mario è al telefono e ti vuole parlare. Eh,
Meredith –aggiunse salutando la ragazza con la mano-, rimani a cenare con noi uno di questi
giorni. Rimani a dormire qui e così tuo padre non è costretto a venirti a prendere tardi.
        -Grazie, signora Pontini –disse Meredith, salutandola anche lei con la mano-. Lo farò. –era
ciò che Meredith tanto desiderava: avere un’amica ed essere invitata a pernottare da lei. Si sentì
sopraffare dall’allegria.
        Lisa chiese lo sportello dell’auto e si appoggiò al finestrino.
        -Tua madre ti disse che c’è Mario al telefono –le ricordò Meredith.
        -E’ bene fare aspettare a un ragazzo un po’, così s’inquieta e si fa domande. Non
dimenticare telefonarmi domenica per raccontarmi tutto di domani sera. Mi piacerebbe poterti
pettinare per il ballo.
       -E a me piacerebbe che lo facessi –rispose Meredith, anche sapendo che in quel caso, la sua
amica avrebbe scoperto che Fenwick non era suo padre.
        Non c’era giorno in cui Meredith non tentasse di confessare la verità, ma quando si
disponeva a farlo, le mancavano le forze e si buttava in dietro. Si diceva che quanto più reggesse la
bugia, Lisa avrebbe avuto più tempo per conoscerla meglio e, di conseguenza, non le sarebbe
importato avere per amica una riccona.
        Con aria pensosa, disse:
        -Se domani verrai a casa mia potrai passare la notte da me. Mentre io sono al ballo tu fai i
compiti e al ritorno ti racconto tutto.
        -Non posso. Domani sera ho un appuntamento con Mario –le ricordò Lisa.
        A Meredith sorprendeva che i genitori di Lisa la lasciassero uscire con ragazzi a
quattordici anni, e quando glielo disse, Lisa si mise a ridere. Dopo le spiegò che Mario si
comportava bene poiché era conscio del fatto che se non lo faceva, doveva dar conto e ragione a
suo padre e ai suoi zii.
        Allontanandosi dall’auto, Lisa le diede un ultimo consiglio.
       -Ricordi ciò che ti ho detto, vero? Amoreggia con Parker e guardalo negli occhi. E pettinati
con uno chignon alto, così sembrerai più sofisticata.
         Durante la strada di ritorno a casa, tentò di vedersi amoreggiando con Parker, il cui
compleanno era tra due giorni, come sapeva da un anno, quando si rese conto di essersi
innamorata di lui. La settimana prima aveva passato un’ora in una cartolibreria cercando un
biglietto di congratulazioni, ma quelli che esprimevano ciò che lei sentiva erano troppo antiquati.
Ingenua com’era, pensava che a Parker non sarebbe piaciuto un biglietto che dicesse: «Al mio unico
amore…». Cosicché si rassegnò a scegliere uno che diceva: «Buon compleanno ad un amico
speciale».
       Appoggiando la testa nella spalliera del sedile, Meredith chiuse gli occhi sorridendo,
mentre s’immaginava con l’aspetto di una splendida modella e dicendo frasi intelligenti ed
ingegnose. Parker, ovviamente, non perdeva una sua sola parola.


        2


         Scoraggiata, Meredith si guardò di nuovo allo specchio mentre la signora Ellis, dietro di
lei, annuiva con approvazione. Quando entrambe erano uscite a fare shopping la settimana scorsa,
a Meredith il vestito di velluto le era sembrato raggiante. Questa sera, invece, vedeva il velluto
marrone spento; e le scarpe, a tono, sembravano più idonee ad una vecchia matrona, con i loro
tacchi bassi e i. Meredith sapeva che i gusti della signora Ellis erano quelli propri di una donna
matura; inoltre, avevano dovuto fare i conti con le istruzioni del padre, chi lasciò ben in chiaro che
il vestito doveva essere «adeguato ad una giovinetta dell’età e dell’educazione ricevuta da
Meredith». Avevano portato a casa tre vestiti per ricevere il beneplacito di Philip e quello fu
l’unico che, secondo lui, non era troppo «audace» o «leggero».
         Guardandosi allo specchio, Meredith si sentiva soddisfatta soltanto della sua pettinatura.
Era suo solito sciogliersi i capelli che le coprivano le spalle, si faceva una riga di lato e si metteva
una forcina accanto ad ogni orecchio. Le osservazioni di Lisa l’avevano convinta di aver bisogno di
uno stile nuovo e più sofisticato. Quella sera aveva conseguito che la signora Ellis le raccogliesse i
capelli in uno chignon alto, con graziosi ricci sulle orecchie. Meredith pensava che quella
pettinatura le stava molto bene.
        Philip entrò nella stanza con alcuni biglietti per l’opera.
         -Parker Reynolds aveva bisogno di due biglietti per il Rigoletto e gli ho detto che poteva
usare i nostri. Glieli vuoi dare stasera quando…? –alzò lo sguardo, osservò a sua figlia e si accigliò
-. Che cosa hai fatto ai tuoi capelli? –domandò.
        -Ho deciso cambiarli un po’ questa sera.
         -Meredith, li preferisco come li porti sempre. –posò uno sguardo d’intenso rimprovero alla
signora Ellis-. Quando l’ho assunta –cominciò-, credo che abbiamo specificato quali sarebbero state
le sue mansioni. Oltre ai compiti di amministrazione della casa, lei doveva consigliare mia figlia
nelle faccende femminili. Per caso quest’acconciatura è un’idea sua…?
       -Padre, io chiesi alla signora Ellis di pettinarmi così –intervenne Meredith. La signora Ellis
era impallidita e tremava.
        -In questo caso avresti dovuto chiederle un consiglio.
        -Sì, certo –bisbigliò Meredith. Detestava deludere o fare arrabbiare suo padre poiché lui la
faceva sentire particolarmente responsabile del successo o il fallimento della giornata se lei lo
metteva di umore cattivo.
         -Allora, non è successo niente –concesse Philip, vedendo che Meredith era sinceramente
pentita-. La signora Ellis ti può aggiustare i capelli prima di uscire. Ti ho portato una cosa, cara.
Una collana. –da una tasca della giacca estrasse una scatoletta di velluto verde oscuro-. Te lo puoi
mettere stasera, starà bene con il vestito. –Meredith aspettò mentre suo padre apriva la scatoletta.
Sarebbe un medaglione d’oro o…?-. Sono le perle di tua nonna Bancroft –annunciò Philip, e sua
figlia dovette sforzarsi per nascondere la sua desolazione mentre lui estraeva la lunga collana di
perle-. Girati, così l’indossi.
        Venti minuti dopo, Meredith si trovava di nuovo di fronte allo specchio e, guardandosi,
cercava di convincersi con coraggio che era bella. La sua pettinatura era la solita, ma l’aggiunta
delle perle era la goccia che faceva traboccare il vaso. La nonna le aveva indossate quasi tutti i
giorni della sua vita; incluso morì con loro appese al collo. Adesso Meredith le sentiva come
frammenti di piombo sullo scarso petto.
         -Mi scusi, signorina.
         La voce del maggiordomo la fece girare.
         -Nell’atrio c’è una certa signorina Pontini che dice essere una sua compagna di scuola e
amica.
        Meredith, intrappolata, affondò nel letto, intentando febbrilmente di trovare un modo di
uscire dall’impiccio. Ma non c’era e lo sapeva.
         -La faccia entrare, per favore.
       Era trascorso appena un minuto quando Lisa entrò nella stanza. Guardava dappertutto
come se all’improvviso si trovasse in un altro pianeta.
        -Cercai di chiamarti –si scusò-, ma il tuo telefono era sempre occupato e dopo un’ora
decise rischiare e son venuta. –fece una pausa e si girò, scrutando tutto-. Chi è il proprietario di
questo mucchio di pietre?
         In qualunque altro momento quell’irreverente descrizione di casa sua l’avrebbe fatta
ridere, ma adesso Meredith poté soltanto rispondere con un teso bisbiglio:
         -Mio padre.
         Il viso di Lisa s’indurì.
        -Lo immaginai quando il tizio che mi aprì la porta si riferì a te come «la signorina
Meredith» con lo stesso tono di voce che usa padre Vickers quando dice «la santa Vergine Maria».
–girò sui tacchi e si diresse verso la porta.
         -Lisa, aspetta! –implorò Meredith.
          -Già mi hai preso abbastanza in giro. Davvero questo è stato un grande giorno –aggiunse
sarcasticamente, girandosi-. Prima Mario mi porta a passeggio in macchina e cerca di togliermi i
vestiti. E quando vado a casa della mia «amica», scopro che ha riso di me.
       -No, non è vero! –esclamò Meredith-. Ti ho fatto credere che Fenwick, nostro autista, era
mio padre solo per paura che la verità si interponesse tra di noi.
        -Oh, certo –replicò Lisa con sarcastica incredulità-. Povera bimba ricca, desiderava
disperatamente l’amicizia di una insignificante ragazza povera che sarei io. Scommetto che tu e i
tuoi ricchi amici avrete riso perché mia madre ti ha chiesto di venire a condividere i nostri
spaghetti e…
        -Zitta! –la interruppe Meredith-. Non capisci niente! Mi piacciono i tuoi genitori, volevo
essere davvero la tua amica. Tu hai fratelli e sorelle, zii e zie, e tutto ciò che io ho desiderato di
avere. Credi che perché vivo in questa stupida casa tutto è meraviglioso? Guarda come ti ha
cambiata! Uno solo sguardo e già non vuoi sapere più niente di me, e così è stato sempre a scuola
dal primo giorno. E per tua informazione –concluse-, ti dirò che adoro gli spaghetti. Adoro le case
come la tua, dove la gente ride e grida…!
        Si interruppe quando vide che l’ira dava spazio al sarcasmo nel viso di Lisa.
        -Ti piace il rumore, non è così?
        -Suppongo di sì –rispose Meredith, sorridendo stancamente.
        -E cosa c’è con i tuoi amici ricchi?
        -In realtà, non ne ho nemmeno uno. Voglio dire che conosco gente della mia età alla quale
vedo ogni tanto, ma loro vanno nelle stesse scuole e sono amici tra di loro da sempre. Per loro sono
un’intrusa. Una rarità.
        -Perché tuo padre ti manda al Saint Stephen?
        -Crede che lì te formano il carattere. Sua sorella e mia nonna ci sono andate.
        -Tuo padre sembra un tipo strano.
        -Immagino che lo sia. Ma le sue intenzioni sono buone.
        Lisa fece spallucce e commentò con tono affabile:
        -In questo caso, s somiglia alla maggioranza dei padri.
        Era una piccola concessione, un sottile suggerimento che entrambe avevano qualcosa in
comune. Dopo si produsse un silenzio. Separate dal letto con baldacchino stile Luigi XIV e da un
profondo baratro sociale, due intelligentissime adolescenti riconoscevano che le molteplici
differenze che le separavano, si guardavano con un misto di speranza e cautela.
        -Suppongo che è meglio andare –disse Lisa.
        Meredith guardò con desolazione la borsa di nylon nella quale Lisa aveva portato le sue
cose. Era ovvio che era venuta preparata per pernottare lì. Meredith alzò la mano in un muto gesto
di supplica, la lasciò cadere, conscia che era inutile.
        -Anch’io devo uscire tra poco –disse.
        -Divertiti.
        -Fenwick ti può accompagnare dopo avermi lasciata nel hotel.
        -Prenderò l’autobus –cominciò a dire Lisa, ma allora scrutò l’abbigliamento di Meredith ed
un’espressione di orrore si dipinse nel suo viso.
        -Chi ti sceglie i vestiti? Hellen Keller? Suppongo che non uscirai conciata così stasera,
vero?
        -Non ti piace?
        -Vuoi saperlo davvero?
        -No, credo di no.
        -Dimmi, come descriveresti questo vestito?
        Meredith fece spallucce e la guardò mesta.
        -La parola antiquato ti dice qualcosa?
        Lisa si morse un labbro per poter contenere le risate.
        -Se sapevi che era brutto, perché l’hai comprato?
        -Piacque a mio padre.
        -Tuo padre ha un gusto schifoso.
        -Non dovresti parlare così. Schifoso… -Meredith pronunciò la parola in un sussurro,
conscia da parte sua, che Lisa aveva ragione in ciò che si riferiva al vestito-. Quelle parole ti fanno
sembrare dura e forte, ma non lo sei… realmente. Io non so vestirmi, non no pettinarmi, ma so
come si deve parlare.
         Perplessa, Lisa rimase a guardarla e in quel momento iniziò a crearsi un fenomeno:
l’unione di due spiriti diversi che all’improvviso si rendono conto che entrambi hanno molto da
offrirsi reciprocamente. Lisa sorrise, mosse la testa e scrutò con aria pensierosa il vestito di
Meredith.
        -Abbassa un po’ le spalle, vediamo se così stai meglio.
        Meredith sorrise pure e ubbidì a Lisa.
         -I tuoi capelli sono orrendi. Schif… No, terribili –si corresse subito. Dopo si guardò intorno
e i suoi occhi si illuminarono vedendo un mazzo di fiori di seta sulla specchiera.
        -Un fiore tra i capelli o nel reggiseno ti potrebbe stare bene.
         Con il fiuto dei Bancroft, Meredith sentì che la vittoria era alla portata della sua mano e
che era il momento di agire.
      -Resterai qui stasera? Tornerò attorno le dodici e potremmo restare alzate finché vogliamo.
Nessuno ci disturberà.
        Lisa tentennò, ma dopo un istante sorrise e disse:
        -Va bene. –sembrò dimenticare il discorso e si concentrò di nuovo sull’aspetto della sua
amica-. Perché ti compri scarpe con tacchi così larghi?
        -Così non sembro troppo alta.
        -Essere alte è di moda, idiota! E’ proprio necessario portare quelle perle?
        -Me l’ha chiesto papà.
        -Le puoi togliere in macchina, o no?
        -A lui dispiacerà se lo sapesse.
         -Non sarò io a dirglielo. Ti presterò il mio rossetto –aggiunse mentre cercava nella sua
borsa-. E gli occhiali? E’ proprio necessario per te portarli?
        -Soltanto se voglio vedere.
        Meredith uscì tre quarti d’ora dopo. Una volta Lisa si era vantata di avere talento per
decorare qualunque cosa (si trattasse di persone o ambienti), e adesso Meredith le credeva. Il fiore
di seta che portava nei capelli, dietro l’orecchio, la faceva sentire più elegante e meno sciatta. Il
soave tocco di fard nelle guance le dava più vita ed il rossetto, anche se Lisa opinava che era di un
tono troppo vivido per lei, le aggiungeva età e sofisticazione. Piena di una sicurezza finora
sconosciuta per lei, Meredith si fermò nell’uscio della porta della sua stanza e si girò per salutare
con un gesto Lisa e la signora Ellis. Dopo bisbigliò all’amica, con un sorriso:
        -Se vuoi arredare la mia stanza mentre sono fuori, accomodati pure.
        Lisa alzò i pollici con aria leggera.
        -Non fare aspettare a Parker.
        3


        Dicembre 1973


         Il suono di campane che Matt Farrell sentiva nella sua testa fu superato dal ritmo
accelerato del suo cuore. Sprofondava nel corpo ansioso ed esigente di Laura, che voleva di più e
con i fianchi lo obbligava a penetrarla. Sembrava impazzita, vicinissima all’estasi… Le campane
cominciarono a suonare ritmicamente, ma non con i melodiosi rintocchi della chiesa posta al centro
del paese e neanche con quelli risonanti della caserma dei pompieri all’altro lato della strada.
        -Eh, Farrell. Sei lì dentro? –Campane.
       Senza dubbio era «dentro». Di fatto, molto vicino al momento culmine, ma le campane
continuavano lì.
         -Che tu sia dannato, Farrell… Dove diavolo sei? –allora il suono penetrò nella sua mente:
fuori, accanto agli erogatori della stazione di servizio, qualcuno suonava il campanello e gridava il
suo nome.
        Laura s’irrigidì ed emise un piccolo urlo.
        -Oh, Dio, lì fuori c’è qualcuno! –troppo tardi.
         Lui ormai non si poteva fermare e neanche voleva. Non aveva desiderato farlo lì, ma lei
aveva insistito, lo convinse e adesso il suo corpo si mostrava insensibile alla minaccia di intrusione.
Si afferrò alle natiche rotondette di Laura, la montò con forza e raggiunse l’orgasmo. Dopo un
attimo di riposo, si staccò del corpo della ragazza, soavemente ma anche con fretta e si sedette. Lei
si abbassò e lisciò la gonna e si aggiustò la maglia. Allora Matt la fece nascondere dietro una pila di
pneumatici e si mise di fronte alla porta, esattamente nell’istante in cui questa si apriva. Owen
Keenan entrò, diffidente e accigliato.
        -Che diamine succede qui, Matt? Quasi quasi butto giù questo posto a forza di urlare.
        -Stavo facendo una pausa –replicò Matt, lisciandosi i capelli, logicamente spettinato-. Cosa
vuoi?
        -Tuo padre è ubriaco, da Maxine. Lo sceriffo ci sta andando. Se non vuoi che gli faccia
passare la notte in prigione, sarà meglio che tu arrivi prima.
        Quando Owen se ne andò, Matt raccolse il cappotto di Laura, sul quale avevano fatto
l’amore, lo scosse per togliere la polvere e aiutò la ragazza ad indossarlo. Matt sapeva che l’aveva
portata un’amica, quindi doveva riaccompagnarla lui.
        -Dove hai lasciato la tua macchina?
        Laura glielo disse e lui annuì.
        -Ti accompagno lì prima di andare a riscattare a mio padre.
        Le luci natalizie pendevano ad ogni angolo della strada principale. I loro colori si
sbiadivano a causa della neve che cadeva. Nell’estremo nord del paese una ghirlanda di plastica
rossa era appesa sul cartello che annunciava: «Benvenuti a Edmunton, Indiana. Popolazione:
38.124». Da un altoparlante gentilmente fornito dal club Elks sgorgavano le note di Silent Night,
mentre quelle di Jingle Bells emergevano da una slitta di plastica posto sul tetto del negozio di
ferramenta di Horton. Quella neve morbida operava miracoli. Effettivamente alla cruda luce del
giorno, Edmunton era una piccola cittadina provinciale arroccata nel pendio di una valle poco
profonda. Dalle sue acciaierie si alzavano ammucchiate ciminiere che disperdevano
incessantemente nubi di fumo e di vapore. Il buoi era un manto nero che copriva l’ombroso
spettacolo; nascondeva l’estremo sud della cittadina, dove le case buone davano passo alle
baracche, le taverne e i monti di pietà. Più in là, la terra da coltivare, nuda in inverno.
        Matt fermò il furgoncino di lavoro in un angolo buoi del posteggio accanto al negozio di
Jackson, dove Laura aveva lasciato la sua macchina. La ragazza si accostò a lui.
         -Non ti dimenticare –le bisbigliò buttandogli le braccia attorno al collo-; vieni a prendermi
alle sette, ai piedi del pendio. Finiremo ciò che abbiamo iniziato poco fa. Pero, Matt, non ti
affacciare. Mio padre vide qui il furgoncino l’ultima volta e cominciò a fare domande.
         Matt la guardò e all’improvviso sentì schifo. Schifo di se stesso, per l’attrazione sessuale
che la ragazza esercitava su di lui. Laura era bella, ricca, viziata ed egoista. E lui era conscio di
tutto ciò.
        Si era lasciato manipolare da Laura, le aveva consentito usarlo come oggetto sessuale,
vedendosi strascinare ad incontri clandestini, tentativi furtivi, permettendole di farlo aspettare ai
piedi del pendio e non di fronte a casa sua, come facevano i suoi amici socialmente accettabili.
        Oltre l’attrazione sessuale, lui e Laura non avevano niente in comune. Il padre di Laura
Frederickson era il cittadino più ricco di Edmunton e sua figlia faceva il primo anno in una costosa
università dell’est. Matt lavorava in una fabbrica di acciaio di giorno, frequentava le lezioni
notturne della delegazione locale dell’Università Statale dell’Indiana e i fini settimana si
guadagnava alcuni dollari come meccanico.
         Matt aprì la portiera per far scendere Laura e le diede il suo ultimatum con voce dura e
inflessibile.
        -Stasera ti passo a prendere davanti la tua porta o fai altri piani, ma senza di me.
        -Ma, cosa dirò a mio padre appena veda il tuo furgoncino davanti casa?
        Insensibile allo sguardo atterrito della ragazza, Matt rispose con voce sardonica:
        -Digli che la mia limousine è guasta.




        4


        Dicembre 1973


       La lunga fila di limousine scivolava lentamente verso l’entrata principale dell’hotel
Chicago Drake. Man mano arrivavano, i giovani occupante scendevano.
         I portieri andavano da un lato all’altro, scortando dal veicolo fino all’atrio ogni gruppo di
partecipanti al ballo. I giovani ospiti, sfoggiando abiti da cerimonia e lunghi vestiti di festa, non
erano ragazzi comuni che assistevano ad un ballo di gala o ad un matrimonio. Non sembravano
sorpresi del lusso che li circondava. Erano figli delle migliori famiglie di Chicago, e ciò si rifletteva
nel loro portamento e nella fiducia e la sicurezza con le quali si muovevano. Se vi era qualcosa che
rivelava la loro età era forse l’entusiasmo, l’effervescenza della prospettiva della serata che avevano
davanti a loro.
         Verso la fine della fila di macchine con autista, Meredith osservava dalla sua come
arrivavano gli altri. Erano lì per assistere alla cena con ballo che organizzava ogni anno la signorina
Eppingham. Stasera i suoi allievi, le cui età andavano dai dodici ai quattordici anni, dovevano
dimostrare che il corso di comportamento sociale che lei aveva impartito loro durante sei mesi non
era stato buttato alle ortiche. Erano abilità che sarebbero state necessarie nelle loro vite da adulti
per muoversi con sicurezza nel raffinato strato sociale al quale appartenevano. Per queste ragioni,
quella sera i cinquanta allievi sarebbero passati in fila dalla reception, occuperebbero il proprio
posto a tavola, in un lussuoso banchetto con dodici portate e dopo sarebbero protagonisti del gran
ballo.
        Meredith osservava dal finestrino della sua auto tutti quei visi allegri e fiduciosi che si
riunivano nella hall. Era, tra tutti gli invitati, l’unica che arrivava da sola, come ebbe modo di
costatare; le altre uscivano dalle macchine in gruppo o accompagnate da una «scorta», che
frequentemente era composta da fratelli o cugini maggiori, già diplomati nel corso della signorina
Eppingham. Con il cuore desolato, Meredith osservava i preziosi vestiti delle altre, le splendide
pettinature con i riccioli legati con nastri di velluto o sostenute con brillanti diademi.
         La signorina Eppingham aveva prenotato per questa occasione il Grande Salone da Ballo,
nel quale Meredith entrò con lo stomaco e le ginocchia tremanti dal nervosismo. Sentiva una
grande apprensione. Si fermò in una anticamera e dopo si diresse direttamente alla toilette per le
signore. Dentro, si mise davanti allo specchio con la speranza di tranquillizzarsi per il suo aspetto.
In realtà, nonostante le scarse risorse con le quali aveva contato Lisa, non era così male. Meredith
decise che quel fiore di seta le dava una misteriosa aria mondana.
        Aprì la borsetta ed estrasse il rossetto colore albicocca di Lisa. Si rintoccò le labbra.
Soddisfatta, si sganciò la collana di perle e la conservò, facendo lo stesso con gli occhiali. Adesso va
meglio, si disse con il morale più alto. Se lo strabismo non faceva capricci e il salone fosse tenuto in
penombra, c’era la speranza che Parker la considerasse graziosa.
        Fuori dal salone da ballo, tutti gli invitati si salutavano con la mano e si riunivano in
gruppi. Ma nessuno la chiamò o le disse «spero che ci sediamo accanto». Non era colpa loro,
Meredith lo sapeva. In primo luogo, la maggior parte dei presenti si conoscevano tra loro, erano
amici dagli anni dell’infanzia, e anche i loro genitori. Tutti celebravano assieme i rispettivi
compleanni. L’alta società di Chicago costituiva un grande circolo chiuso, gli adulti si occupavano
che conservasse quella caratteristica e che i loro rampolli, ovviamente, vi fossero ammessi. L’unica
voce discordante era quella del padre di Meredith. Con un atteggiamento alquanto
contraddittorio, Philip desiderava che sua figlia figurasse tra l’elite, ma contemporaneamente non
voleva vederla frequentare persone della sua età e della sua classe poiché li considerava cattive
compagnie a causa dell’estrema permissività dei genitori.
         Meredith si diresse ai tavoli predisposti per il banchetto. Ogni posto era assegnato e
furtivamente prese gli occhiali dalla borsetta per cercare il suo nome. Quando lo trovò nel terzo
tavolo, scoprì che l’avevano messa con Kimberly Gerrold e Stacy Fitzhug, due delle ragazzine che
erano state «folletti» con lei nella festa di natale.
        -Ciao, Meredith –la salutarono in coro, guardandola con quella specie di burlona
condiscendenza che la faceva sentire sempre timida e goffa.
         Senza aggiungere niente altro, continuarono a parlare con i ragazzi seduti tra loro. La terza
ragazza era Rosemary, la sorella minore di Parker, la quale salutò a Meredith con un vago gesto di
indifferenza. Dopo bisbigliò qualcosa all’orecchio del ragazzo che era la suo fianco e questi si mise
a ridere, mentre trafiggeva Meredith con lo sguardo.
        Represse con forza la scomoda convinzione che Rosemary la stesse sparlando e si guardò
intorno, fingendosi affascinata dagli esagerati addobbi natali. La sedia alla sua destra rimase vuota
poiché il giovane che doveva occuparla era rimasto a letto a causa di un raffreddore. Quando
Meredith lo seppe, si sentì ancora più a disagio perché sarebbe stata l’unica a non avere un
compagno a tavola.
        Portata dopo portata, la cena andava avanti. Meredith sceglieva d’istinto la posata adatta
tra le undici disposte attorno ai piatti. A casa era solito seguire quelle abitudini così come
succedeva in casa degli altri studenti della signorina Eppingham. Così, neanche una minima
indecisione distraeva Meredith dall’isolamento nel quale si trovava mentre ascoltava gli altri
compagni di tavolo commentare gli ultimi film.
        -L’hai visto, Meredith? -le chiese Steven Mormont, ricordando tardivamente una delle
regole della signorina Eppingham che recitava che nessuno a tavola doveva rimanere escluso dalla
conversazione.
         -No, mi dispiace. –si salvò da dover aggiungere altro perché in quel momento l’orchestra
iniziò a suonare e si aprì il sipario che li separava dalla pista da ballo. Era la fine delle chiacchiere e
dovevano dirigersi compitamente verso il salone.
          Parker aveva promesso di presentarsi all’ora del ballo e Meredith era sicura che avrebbe
mantenuto la promessa, soprattutto considerando che vi partecipava la sorella. Inoltre, il club degli
studenti della sua università celebrava una festa in un altro salone dello stesso hotel. Meredith si
alzò, si lisciò i capelli, mise in dentro la pancia e si diresse verso la pista.
         Durante le seguenti due ore, la signorina Eppingham fece mostra della sua maestria come
anfitrione, circolando tra i suoi ospiti ed assicurandosi che tutti e ciascuno avesse con chi parlare e
ballare. Più volte, Meredith si accorse che la signorina le mandava dei ragazzi renitenti con l’ordine
di farla ballare.
         Verso le undici, tutti si erano divisi in gruppetti e la pista da ballo era quasi deserta poiché
la musica dell’orchestra era un tantino antiquata, soltanto quattro coppie ballavano ancora e una di
esse erano Meredith e Stuart Whitmore, il quale le illustrava animatamente che l’obiettivo della sua
vita era unirsi allo studio di avvocati che presiedeva il padre. Come Meredith era serio ed
intelligente. Per questo lo preferiva e perché le aveva chiesto spontaneamente di ballare. Lei lo
ascoltava, però il suo sguardo non si allontanava dall’ingresso del salone, finché comparve Parker
con tre suoi amici e colleghi dell’università. Il cuore le batté con forza. Accanto a Parker, incluso i
suoi colleghi, tutti gli altri sembravano esseri insignificanti.
        Avvertendo che Meredith si era irrigidita, Stuart interruppe i suoi discorsi sui requisiti per
entrare nella facoltà di diritto e guardò verso la porta.
        -Oh, lì c’è il fratello di Rosemary –disse.
        -Sì, lo so –bisbigliò Meredith con aria sognatrice.
        Stuart notò la sua reazione e fece una smorfia.
         -Che ha Parker Reynolds che lascia senza fiato tutte le ragazze? –chiese con ironia-. Perché
ti piace? Perché è più alto, perché è più grande e gradevole di me?
        -Non ti sottovalutare –rispose Meredith con sincerità ma distratta. Osservava a Parker che
attraversava il salone per andare a ballare con la sorella-. Sei molto intelligente e gradevole.
        -Anche tu.
        -Sarai un brillante avvocato come tuo padre.
        -Ti piacerebbe uscire con me sabato sera?
       -Cosa? –lei sospirò e fissò Stuart-. Beh.. –aggiunse frettolosamente-, è molto carino da parte
tua, ma mio padre non mi consente di uscire con ragazzi. Non me lo permetterà finché non
compierò sedici anni.
        -Grazie per rifiutarmi con tanta gentilezza.
        -Non ti ho rifiutato! –replicò lei, ma dimenticò tutto quando vide che uno degli amici di
Rosemary la strappò dal fratello e questi si girò e si diresse verso la porta-. Scusami, Stuart –disse
disperata-, ma gli devo dare qualcosa a Parker.
        Senza accorgersi di attirare buona parte degli sguardi, corse per la pista e lo raggiunse
giusto quando stava per uscire con i suoi amici. Questi le dedicarono uno sguardo curioso, come se
fosse un insetto ficcanaso , ma il sorriso di Parker era autentico e caldo.
        -Ciao, Meredith, ti stai divertendo?
         Meredith annuì con la speranza che lui si ricordasse di averle promesso un ballo. Dopo
sentì che l’anima le arrivava ai piedi al rendersi conto che il ragazzo stava soltanto aspettando che
gli dicesse cosa voleva.
        -Ho... ho qualcosa per te - farfugliò con voce tremante, mentre cercava nella borsetta-.
Beh... mio padre vuole che ti dia questo. –prese la busta con i biglietti dell’opera e quello di auguri,
ma ebbe la sfortuna che la collana di perle scivolò dalla borsetta e cadde a terra. Si abbassò per
prenderla immediatamente, allo stesso tempo che lo faceva anche Parker e le loro fronti urtarono
con forza. Meredith si scusò ed alzandosi, pure il rossetto di Lisa cadde a terra.
        Jonathan Sommers, uno degli amici di Parker, si abbassò a raccoglierlo.
       -Senti, perché no svuoti tutta la borsetta e così raccogliamo tutto assieme? –scherzò
Jonathan. L’alito gli puzzava di alcool.
        Meredith avvertì con orrore le risatine dissimulate degli alunni della signorina
Eppingham. In pratica gli lanciò la busta a Parker e conservò velocemente le perle e il rossetto nella
borsetta. Dopo si girò, cercando di nascondere le lacrime e con il proposito di battere in ritirata.
Allora Parker si ricordò della promessa.
        -Ed il ballo che mi avevi promesso? –domandò con gentilezza.
        Meredith si girò con lo sguardo acceso.
        -Oh, avevo... l’ho avevo dimenticato. Davvero vuoi ballare?
        -E’ la migliore offerta che mi hanno fatto in tutta la serata –assicurò il ragazzo
cavallerescamente.
         In quel momento l’orchestra iniziava a suonare Bewitched, Botbered and Bewildered. Meredith
si lasciò trasportare da Parker e sentì che il suo sogno si stava realizzando. Nei polpastrelli sentiva
la morbidezza del tessuto del suo smoking e la solidità della sua spalla. Lui usava una colonia
meravigliosa. E ballava divinamente! Lei si sentiva talmente frastornata che espresse i suoi pensieri
a voce alta:
        -Sei un meraviglioso ballerino.
        -Grazie.
        -E lo smoking ti sta molto bene.
         Parker accennò un lieve sorriso e Meredith buttò la testa indietro.
         -Anche tu sei molto carina – sussurrò il ragazzo.
        Meredith divenne paonazza e fissò lo sguardo nella spalla di Parker. Con tutto ciò che era
successo con la borsetta, lo spillo che tratteneva il fiore di seta si era allentato, il fiore era scivolato e
pendeva scioccamente dallo stelo di filo aggrovigliato nei capelli. Meredith non si accorse di nulla;
la sua mente era occupata cercando qualcosa di sofisticato ed ingegnoso da dire. Finalmente,
inclinando indietro la testa, fece una domanda molto interessante.
         -Come stai passando le vacanze natalizie?
         -Molto bene –rispose lui guardando il fiore scivolato-. E tu?
         -Anch’io molto bene –rispose goffamente.
         Parker la lasciò non appena finì il pezzo e la salutò con un sorriso. Conscia che non doveva
rimanere lì guardandolo andare via, si girò rapidamente e allora si vide riflessa in uno specchio. Il
fiore di seta pendeva stupidamente dai suoi capelli, lo strappò con la speranza che fosse rimasto a
posto mentre ballavano.
        Nella fila verso il guardaroba, fissò il fiore che portava ancora in mano. E se durante il
pezzo ballato con Parker il fiore era stato tutto il tempo oscillando tra i capelli? Guardò la ragazza
che era accanto a lei e come se questa le stesse leggendo il pensiero, annuì.
         -Sì. Il fiore ti pendeva mentre ballavi con lui.
         -Non poteva essere altrimenti.
       La ragazza le sorrise con simpatia e ricordò il suo nome: Brooke Morrison. Era stata
sempre carina con lei.
         -Dove andrai l’anno prossimo? –le chiese Brooke.
         -Bensonhurst, Vermont –rispose Meredith.
        -Bensonhurst? - ripeté Brooke, corrucciando il naso-. Ma si trova a metà strada di nessun
posto, con dei regolamenti propri di un carcere. Ci andò mia nonna.
         -Anche la mia –replicò Meredith con un triste sospiro, anelando che suo padre non
insistesse tanto in mandarla lì.


         Al suo ritorno, Meredith trovò Lisa e la signora Ellis che la aspettavano nella sua stanza.
         -Ebbene? –chiese Lisa saltando dal letto-. Come è andata?
        -Meravigliosamente bene–rispose Meredith e fece una smorfia -. Se eccettuiamo che mi è
caduto tutto ciò che c’era nella borsetta quando diedi il biglietto di auguri a Parker. Oppure
quando gli dissi quanto era attraente e che ballava molto bene. –si lasciò cadere su una sedia e in
quel momento si rese conto che aveva cambiato posto. In realtà, tutti i mobili della stanza erano
disposti in modo diverso da prima.
        -Beh, cosa ti sembra? –domandò Lisa con un sorriso birichino, mentre Meredith si
guardava attorno lentamente e nel viso le compariva un’espressione di allegra sorpresa. Non solo
aveva spostato i mobili, ma Lisa aveva appeso fiori di seta nelle colonne del letto, e non contenta
con ciò, aveva fatto incetta di piante da altri ambienti della casa dando all’austera stanza un’aria
femminile.
        -Lisa, sei sorprendente!
        -Certamente –rispose l’amica-. La signora Ellis mi aiutò –aggiunse con ironia.
        -Io mi limitai a portare le piante. Il resto è opera di Lisa. Solo spero che tuo padre non
abbia nulla da obiettare –concluse la donna mentre si avviava verso la porta.
        Quando rimasero da sole, Lisa disse:
       -Avevo la speranza che tuo padre mettesse il naso qui dentro e vedesse ciò che stavo
facendo; avevo preparato un bel discorsetto, lo vuoi sentire?
         Meredith annuì e Lisa, adottando i modi più fini e la dizione più impeccabile, iniziò il suo
discorso:
         -Buona sera, signor Bancroft. Sono amica di Meredith e mi chiamo Lisa Pontini. Voglio fare
l’arredatrice d’interni e mi stavo esercitando qui. Spero che non le dispiaccia troppo, signor
Bancroft.
        Meredith rise e dopo commentò:
        -Non sapevo che volessi fare l’arredatrice.
        Lisa la guardò sarcasticamente.
        -Sarò fortunata se finisco le scuole superiori. Andare all’università per studiare disegno...
Pura utopia! Siamo poveri. –Si interruppe un momento e aggiunse con stupore-: La signora Ellis
mi disse che tuo padre è il Bancroft di Bancroft & Company. E’ partito?
         -No, andò a cena con quelli del consiglio amministrativo –rispose Meredith. Dopo, dando
per assodato che Lisa sarebbe rimasta affascinata dal funzionamento interno di un’impresa come
lo era lei, continuò-: L’ordine del giorno è davvero eccitante. Due del consiglio pensano che
Bancroft dovrebbe espandersi ad altre città. Invece il ragioniere generale sostiene che sarebbe
fiscalmente irresponsabile, ma gli altri insistono che l’aumento delle vendite prodotto
dall’espansione compenserebbe abbondantemente lo sborso fiscale extra e, di conseguenza, i
benefici dell’impresa aumenterebbero.
         -Per me, tutto ciò e cinese –disse Lisa, più attenta ad uno dei mobili. Lo spostò un po’ in
avanti e l’effetto fu sorprendente.
        -In quale scuola superiore andrai? –le domandò l’amica, ammirandola e pensando che non
era giusto che non potesse andare all’università e potenziare così il suo talento.
        -Kemmerling.
        Meredith sbatté le palpebre. Per andare a Saint Stephen passava davanti alla Kemmerling.
Che differenza! Saint Stephen era un edificio vecchiotto, ma tenuto bene e molto pulito.
Kemmerling invece, era un’enorme scuola pubblica, brutta, con studenti di aspetto duro e sciatto.
Suo padre ripeteva sempre che una buona istruzione si otteneva in un buon collegio. Meredith
rimase sveglia parecchio tempo dopo che Lisa si addormentò, ideando una strategia che richiedeva
più attenzione di nessun’altra, eccetto i suoi appuntamenti immaginari con Parker.


        5


       L’indomani mattino presto, Fenwick portò Lisa di ritorno a casa sua, mentre Meredith
scendeva a fare colazione con suo padre. Lo trovò che leggeva il giornale. In altre circostanze, lei
gli avrebbe chiesto i risultati delle riunione della sera precedente, però quel giorno la sua mente
era occupata da altro. Salutò a Philip, prese posto a tavola ed immediatamente mise in pratica il
suo piano, senza importarle che lui era ancora immerso nella lettura.
        -Non hai detto sempre che una buona formazione è vitale? –cominciò Meredith. Il padre
annuì senza prestarle molta attenzione-. E non hai detto anche che ci sono scuole pubbliche con
insegnanti e mezzi insufficienti?
        -Sì –rispose Philip ancora distratto.
        -E non mi hai detto che i Bancroft hanno patrocinato Bensonhurst durante decadi?
        -Humm... –mormorò lui mentre girava pagina.
         -Bene –concluse Meredith, cercando di trattenere l’eccitazione-, in Saint Stephen c’è una
studente... Una ragazza stupenda, appartenente ad una famiglia molto devota. È molto
intelligente, con tanto talento. Le piacerebbe diventare arredatrice di interni, ma deve andare a
Kemmerling perché i suoi genitori non si possono permettere il lusso di inviarla ad una scuola
migliore. Non è triste?
         -Humm –tornò a mormorare Philip, leggendo un articolo su Richard Daley: i democratici
non gli erano simpatici.
        -Non ti sembra tragico sprecare tanto talento, intelligenza e ambizione?
        Finalmente suo padre alzò lo sguardo dal giornale e contemplò la figlia con repentino
interesse. A 42 anni Philip era un uomo attraente ed elegante, di portamento brusco, penetranti
occhi azzurri e capelli castani.
        -Cosa suggerisci, Meredith?
        -Una borsa di studio. Se Bensonhurst non ne offre nessuna, potresti chiedere che usino
parte del denaro della donazione.
         -E potrei anche specificare a chi deve essere assegnata, non è così? Scommetto che la vuoi
per quella ragazza della quale parlavi. –Parlava con un tono compassato per far capire a Meredith
che la sua proposta era immorale, ma la figlia sapeva troppo bene che il padre credeva nell’uso del
potere e delle influenze per i propri propositi. In realtà, il potere serviva proprio a questo.
        Lei annuì lentamente sorridendo.
        -Sì.
        -Vedo.
       -Non troverai mai nessuno che meriti più di lei –insistette Meredith e aggiunse-: se non
facciamo niente per Lisa, è probabile che un giorno finisca vivendo di beneficenza.
         La beneficenza era qualcosa che svegliava l’indignazione di Philip. Meredith desiderava
disperatamente continuare a parlare di Lisa; desiderava dirgli quanto le importava la sua amicizia,
ma un sesto senso le indicò di non farlo. Philip era stato un protettore molto geloso della figlia,
fino al punto che nessun bambino o bambina della sua età gli sembravano abbastanza buoni come
compagni. Era più verosimile convincerlo che Lisa meritava la borsa di studio per se stessa e non
solo perché era amica di sua figlia.
       -Mi ricordi tua nonna Bancroft –disse Philip poco dopo-. Frequentemente si interessava di
persone meritevoli ma poco fortunate.
        Meredith si sentì colpevole, poiché il suo interesse per Lisa, per averla accanto a
Bensonhurst, aveva tanto di egoista come di nobile. Nonostante ciò, le parole del padre le fecero
dimenticare questi scrupoli.
       -Chiama la mia segretaria domani stesso. Dalle tutti i dati di questa ragazzina e dille di
chiamare Bensonhurst.
         Durante le seguenti tre settimane, Meredith visse un’agonia, aspettando notizie da suo
padre. Temeva parlare a Lisa del suo piano per paura che fallisse e la sua amica soffrisse una
delusione; ma dall’altra parte, non poteva credere che Bensonhurst rifiutasse la petizione di Philip.
La maggior parte delle ragazze americane adesso venivano inviate in Svizzera o Francia e no a
Vermont, e ancor meno a Bensonhurst, con le sue correnti d’aria nelle stanze con pareti di pietra, la
rigida reputazione e i suoi regolamenti. Ovviamente come nel passato, al college non mancavano i
posti liberi ed era difficile che rischiassero di dispiacere a suo padre.
       Un giorno della quarta settimana arrivò una lettera de Bensonhurst e Meredith girava
nervosamente attorno la sedia del padre mentre lui apriva la busta e leggeva il contenuto.
       -Qui dice che offrono l’unica borsa di studio alla signorina Pontini, in base ai suoi
magnifici voti e alla raccomandazione della famiglia Bancroft.
        Meredith sbuffò d’allegria e meritò uno sguardo di disapprovazione da parte di Philip e
lui proseguì.
       -La borsa di studio copre l’immatricolazione, vitto e alloggio. Lei dovrà pagarsi il
passaggio a Vermont e le spese personali.
        Meredith si morse un labbro. Non aveva pensato in tutto ciò, ma si disse che ci avrebbe
pensato in seguito. Forse poteva convincere il padre a fare il viaggio in macchina e Lisa avrebbe
potuto accompagnarli.
        Il giorno dopo Meredith si portò a scuola il depliant e la lettera di Bensonhurst. La
giornata fu interminabile, ma finalmente si sedette alla tavola dei Pontini. La madre di Lisa non
smetteva un attimo di uscire ed entrare dalla cucina, offrendole dolcetti italiani leggeri come l’aria
e cannoli fatti in casa.
        -Sei troppo magra, come Lisa –disse la signora Pontini e acquiescente, Meredith morse un
dolcetto e prese il depliant e la lettera dalla sua borsetta.
        Era un po’ goffa nel ruolo di filantropa. Si eccitò parlando di Bensonhurst e Vermont, del
piacere di viaggiare... Dopo dichiarò che avevano offerto una borsa di studio a Lisa. Vi fu un
silenzio totale, mentre la signora Pontini e Lisa assimilavano le ultime parole di Meredith.
All’improvviso, Lisa si alzò.
          -Cosa sono io? –esclamò furibonda-. La tua ultima opera di carità? Chi diavolo credi di
essere?
          Uscì correndo dalla porta di servizio e Meredith la seguì.
          -Lisa, io volevo soltanto aiutare.
         -Aiutare? Cosa ti fa pensare che mi piacerebbe andare in un collegio con un mucchio di
ricchi snob come te, che mi guarderebbero come un caso di carità? Posso immaginarlo... una scuola
piena di cagne viziate che si lamentano di non poter vivere con i mille dollari mensili che i genitori
mandano loro...
       -Nessuno saprà che hai una borsa di studio, tranne se lo dirai tu stessa... –cominciò
Meredith, ma si fermò a sua volta ferita e irritata-. Non sapevo che mi considerassi una «ricca
snob» o una «cagna viziata».
         -Quel che mi tocca sentire. Non puoi neanche pronunciare la parola cagna senza strozzarti.
Sei così schifosamente spocchiosa, così superiore...
        -Lisa, guarda che la snob sei tu, non io –interruppe Meredith con voce stanca e serena-.
Vedi tutto attraverso i soldi. Non devi temere di non ambientarti a Bensonhurst. Sono io e non te,
la che non sembra ambientarsi in nessun posto. –pronunciò quelle parole con tale dignità che suo
padre si sarebbe compiaciuto.
          Dopo si girò e se ne andò.
        Fenwick l’aspettava davanti casa Pontini e Meredith sprofondò nel sedile posteriore della
macchina. Si disse che c’era qualcosa di strano in lei e tutti se ne accorgevano, per questo non
andava d’accordo né con quelli della sua classe sociale né con gli altri. Mai avrebbe pensato che il
problema era loro, non suo; che in realtà la sua finezza e la sua sensibilità provocavano il rifiuto o
lo scherno di tutti. Lisa sì che ci aveva pensato, mentre osservava come la Rolls Royce si
allontanava. Odiava Meredith Bancroft perché voleva giocare alla fatina adolescente e si
disprezzava a se stessa per la bruttura e l’ingiustizia dei suoi sentimenti.
        All’indomani Meredith si trovava seduta nel suo solito posto, imbacuccata nel suo
cappotto, mangiando una mela e leggendo un libro. Con la coda dell’occhio vide che Lisa si
avvicinava e tentò di concentrarsi ancor di più nella lettura.
          -Meredith –disse-. Mi dispiace per ieri.
          -Va bene –mormorò senza alzare gli occhi dal libro-. Dimentica tutto.
       -Non è facile dimenticare che mi sono comportata malissimo con la persona più dolce e
amabile che ho conosciuto nella mia vita.
          Meredith la guardò e dopo tornò a fissare il libro.
          -Adesso non ha più importanza- disse con tono affabile, ma facendole capire che era tutto
finito.
          Lontano dall’arrendersi, Lisa si sedette accanto a lei e aggiunse testarda:
        -Ieri mi sono comportata come un’arpia per un sacco di ragioni stupide ed egoiste. Ebbi
compassione di me stessa perché mi stavi offrendo quella magnifica opportunità di andare in un
collegio speciale, di sentirmi un essere speciale e sapere di non potere mai accettare. Voglio dire
che mia madre ha bisogno di aiuto a casa perché siamo in tanti. E anche se così non fosse, avrei
bisogno di soldi per il viaggio e le altre spese.
        Meredith non aveva riflettuto sul fatto che la madre di Lisa non avrebbe voluto o potuto
prescindere dal suo aiuto; era terribile che la signora Pontini, per il fatto di aver avuto otto figli,
volesse trattenerla al suo fianco, facendo diventare la sua primogenita in una sorta di madre
parziale.
          -Non ho pensato che i tuoi genitori non ti avessero lasciato andare –ammise guardando
Lisa in viso per la prima volta-. Io pensavo che i genitori volessero sempre il meglio per i propri
figli, dar loro la migliore istruzione possibile.
        -Hai ragione a metà –concordò Lisa e a Meredith sembrò che l’amica avesse qualcos’altro
da dire-. Mia madre vuole. Quando te ne sei andata, si mise a discutere con mio padre. Secondo
lui, una ragazza non ha bisogno di andare in buoni collegi per dopo sposarsi e avere bambini.
Allora lei lo minacciò con il cucchiaio di legno e dopo i fatti precipitarono. La mamma chiamò alla
nonna, la nonna ai miei zii e zie e tutti vennero a casa mia e si misero a raccogliere soldi per me. Si
tratta di un prestito. Immagino che se studio tantissimo a Bensonhurst, dopo ci sarà un’università
che mi dia una borsa di studio. E quando prenderò la laurea, troverò un buon impiego e potrò
restituire i soldi a tutti.
         Gli occhi le brillavano quando, impulsivamente, le prese una mano a Meredith e gliela
strinse con forza.
      -Come si ci sente quando si è responsabile di aver cambiato la vita a un’altra persona?-
domandò con dolcezza-. I miei sogni si stanno realizzando e pure per mia madre e le mie zie...
        All’improvviso Meredith sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime.
        -Ci si sente... molto bene.
        -Pensi che potremmo condividere la stessa stanza?
        Meredith annuì ed il viso le si illuminò d’allegria.
        Vicino a loro, un gruppetto di ragazze mangiavano assieme. Videro con stupore uno
spettacolo insolito: Lisa Pontini, la nuova allieva, e Meredith Bancroft, quella strana, piangevano e
ridevano allo stesso tempo e saltellavano abbracciate.


        6




        Giugno 1978




         La stanza che Meredith aveva condiviso con Lisa durante quattro anni era piena zeppa di
scatoloni e valige da finire di riempire. Dall’armadio pendevano i berretti blu e le toghe che la sera
prima avevano indossato per la cerimonia di consegna dei diplomi, così come le nappe dorate che
significavano che si erano diplomate con il massimo dei voti. Lisa conservava dei maglioni in un
cassetto dentro l’armadio. Al di là della porta aperta, il corridoi brulicava e si udivano voci
maschili, cosa per nulla abituale a Bensonhurst. erano i padri, fratelli e fidanzati delle ragazze che,
come Meredith e Lisa, avevano conclusi gli studi lì. Prendevano le valige e gli scatoloni e li
portavano giù. Philip aveva trascorso la notte in un motel vicino e sarebbe arrivato in un’ora, ma
sua figlia aveva perso la nozione del tempo. Oppressa dalla nostalgia, prese un mucchio di foto
dalla scrivania e le guardò. Sorrideva spesso, poiché a ciascuna foto era associato un ricordo,
generalmente grato.
         Effettivamente gli anni trascorsi nel Vermont erano stati meravigliosi sia per Meredith sia
per Lisa. Sebbene questa all’inizio temette di essere emarginata, successe tutto l’opposto:
prontamente si convertì in un personaggio popolare. Le altre studentesse la consideravano audace,
unica. Nel primo anno fu Lisa quella che organizzò e condusse una trionfale incursione contro i
ragazzi di Litchfield Prep, come rappresaglia per aver tentato di rubare le gonne delle allieve di
Bensonhurst. Nel secondo anno Lisa disegnò uno scenario per la rappresentazione teatrale che
ogni anno si teneva ed ebbe un così grande successo, che la foto dello scenario comparve nei
giornali di diverse città. Nel terzo anno Lisa fu la prescelta di Bill Fletcher per il ballo di primavera.
Oltre ad essere il capitano della squadra di futbol del suo college, Bill era molto attraente e
intelligente. Il giorno prima del ballo, aveva fatto due gol sul campo da gioco e il terzo in un motel
vicino, dove Lisa gli concesse la sua verginità. Dopo il trascendente fatto, ritornò nella stanza che
condivideva con Meredith e allegramente diffuse la notizia alle quattro ragazze che si erano riunite
lì. Si stravaccò sul letto, sorrise maliziosamente e fece l’annuncio.
       -Non sono più vergine. Da adesso in poi avete piena libertà di chiedermi consigli ed
informazione.
       Le altre ragazze interpretarono la notizia come un’altra prova della sua intrepida
indipendenza e sofisticazione, poiché risero ed applaudirono. Tutte, eccetto Meredith che si mostrò
preoccupata e un tantino scandalizzata. Quella sera, quando rimasero da sole, per la prima le due
amiche volta litigarono sul serio.
         -Non posso credere che tu l’abbia fatto! –scoppiò Meredith-. E si rimani incinta? E se le
altre ragazze spargono la voce? E se i tuoi genitori lo scoprono?
         -Non sei il mio guardiano e smettila di parlare come mia madre –replicò Lisa anche lei
arrabbiata-. Se vuoi aspettare che Parker Reynolds o qualunque altro cavaliere medievale metta il
tappeto rosso per portarti a letto, accomodati pure, ma non ti aspettare che le altre facciano lo
stesso. Non pretendere che le altre siano come te. Io non digerii tutta quella immondizia della
purezza che predicavano le suore a Saint Stephen. –Lanciando la giacca nell’armadio, Lisa proseguì
il suo veemente discorso-. Se sei stata così stupida da cascarci, rimani vergine per sempre, ma non
ti aspettare che lo sia anch’io. E non sono così sbadata da rischiare rimanere incinta. Bill usò il
preservativo. E inoltre, le altre non diranno nulla perché nemmeno loro sono vergini. L’unica
verginella traumatizzata sei tu.
        -Basta! –gridò Meredith con voce dura e con lo sguardo fisso nella scrivania. Anche se
sembrava calma, si sentì invasa da sentimenti di colpa e vergogna, perché era lei la responsabile
che Lisa si trovasse lì. Dall’altro canto, Meredith sapeva che era moralmente antiquata e che non
aveva nessun diritto di imporre ad un’altra ciò che era stato imposto a lei-. Non era mia intenzione
giudicarti, Lisa, ero soltanto preoccupata per te, nient’altro.
        Dopo un istante di teso silenzio, Lisa si girò verso Meredith e chiese scusa.
        -Mer, mi dispiace.
        -Dimentica –bisbigliò Meredith-. Hai ragione.
        -No, non ce l’ho –ammise Lisa, gettandole uno sguardo implorante e disperato-. Quel che
succede è che non sono come te e non posso esserlo. Non è che non ci abbia provato ogni tanto...
        Quelle parole provocarono in Meredith una risata triste.
        -Perché vorresti essere come me?
       -Perché –rispose Lisa con un sorriso forzato e dopo imitò Humphrey Bogart- hai classe,
dolcezza. Autentica classe.
        La prima litigata finì con una tregua, dichiarata quella stessa sera nella gelateria di Paulson
davanti due enormi frullati di latte.
        Meredith la ricordò mentre rimirava le foto finché Lynn McLauglin non affacciò la testa
dalla porta.
        -Nick Tierney chiamò stamattina nel telefono pubblico del corridoio. Disse che quello di
questa stanza già è scollegato e lasciò detto che tra poco sarà qui.
        -A chi delle due chiamò?- domandò Lisa e Lynn rispose che a Meredith.
        Lisa se le situò davanti e finse essere arrabbiata.
          -Lo sapevo! Ieri sera non ti staccò gli occhi di dosso nonostante io facessi di tutto per
attirare la sua attenzione. Non avrei mai dovuti insegnarti a truccare e a comprarti da sola i vestiti.
        -Già iniziamo- replicò con un sorriso-. Ora andrà a finire che la scarsa popolarità che ho tra
i ragazzi è dovuta soltanto a te.
       Nick Tierney frequentava Yale e la sera precedente si era presentato ad assistere alla
consegna del diploma di sua sorella. Tutte le ragazze erano rimaste fulminate davanti al bel Nick,
ma quando vide a Meredith il fulminato risultò lui e non lo nascose.
        -Scarsa popolarità –sbuffò Lisa che anche spettinata aveva uno splendido aspetto-. Si fossi
uscita con la metà dei ragazzi che ti hanno invitata negli ultimi due anni, avresti battuto il mio
record. E non è necessario ribadire che a me piace molto uscire...
        In quel momento la sorella di Nick Tierney bussò discretamente alla porta aperta.
         -Meredith –disse con sorridendo con aria d’impotenza-. Di sotto c’è Nick con un paio di
amici che sono arrivati stamattina da New Haven, Nick dichiara che è deciso ad aiutarti a fare le
valigie, a chiedere la tua mano o a farti l’amore, quel che tu preferisci.
        -Mandaci a quell’ammalato d’amore e i suoi amici –disse Lisa, sorridendo.
         Quando Trish Tierney se ne andò, Lisa e Meredith si guardarono con complicità. Opposte
in tutto, completamente d’accordo in tutto...
        Durante i quattro anni passati a Bensonhurst, entrambe avevano sperimentato dei grandi
cambiamenti, soprattutto Meredith. Lisa aveva attirato sempre l’attenzione e non aveva affrontato
né l’obesità infantile né l’uso degli occhiali. Meredith, invece, due anni prima si era sbarazzata
della maledizione degli occhiali cominciando ad usare lentine a contatto, acquistate grazie alle
economie fatte con le mensilità che il padre le inviava. Adesso Meredith abbagliava con la bellezza
dei suoi occhi. La natura ed il tempo avevano fatto il resto, accentuando i suoi delicati tratti,
ispessendo i capelli biondi e perfezionando la sua siluette.
         Lisa con i suoi fiammeggianti capelli ricci ed il suo atteggiamento incantevole, a 18 anni
era mondana e attraente, mentre Meredith aveva un temperamento sereno in sintonia con la sua
bellezza. La vivacità di Lisa attraeva gli uomini; la sorridente discrezione di Meredith li sfidava.
Ogni volta che uscivano assieme, gli uomini si voltavano a guardarle e ciò entusiasmava Lisa. Gli
appuntamenti la eccitavano e ogni nuovo idillio era un piacere. Invece, Meredith accolse la sua
popolarità tra gli uomini con una curiosità piuttosto fredda. Le piaceva stare con giovani che la
portavano a sciare, a ballare o a feste, ma passata l’euforia del successo, uscire con qualcuno per il
quale sentiva amicizia era gradevole, ma per nulla eccitante come aveva immaginato. Sentiva lo
stesso rispetto ai baci. Lisa lo attribuiva al fatto che Meredith aveva idealizzato troppo Parker, con
il quale confrontava irrimediabilmente ogni ragazzo che conosceva. Senza dubbio era nel giusto,
ma la mancanza di entusiasmo di Meredith era dovuta anche ad un altro fatto: era cresciuta in una
casa di adulti e, ancora peggio, dominata da un uomo d’affari dinamico ed energico. E anche se i
ragazzi dalla Litchfield erano simpatici e passava con loro dei momenti piacevoli, Meredith si
sentiva senza ombra di dubbio molto più matura.
        Dall’infanzia desiderava un titolo universitario e occupare un giorno il posto che le
corrispondeva nella Bancroft & Company. Gli allievi della Litchfield e anche i loro fratelli maggiori
non sembravano avere altri interessi ed obbiettivi oltre il sesso, lo sport e le bevute. L’idea di
consegnare la sua verginità a qualsiasi giovane il cui maggiore desiderio era quello di aggiungere
un nome nell’elenco di ragazze di Bensonhurst deflorate da ragazzi della Litchfield –un elenco che
si diceva era appeso in Grown Hall, Litchfield-, le risultava non solo sballata, ma anche sordida ed
umiliante.
        Quando sarebbe entrata in intimità con qualcuno, questo qualcuno doveva essere una
persona alla quale ammirasse, nella quale avesse fiducia. Meredith anelava un rapporto pregno di
tenerezza e comprensione. Ogni qualvolta pensava in una relazione sessuale, questa non era niente
più di un elemento, il principale forse, di un vasto scenario: quattro passi nella spiaggia,
conversazioni, mani allacciate, lunghe notti davanti un camino contemplando le fiamme e
parlando. Dopo anni di tentativi inutili di comunicare con suo padre, Meredith aveva deciso quel il
suo futuro amante dovesse essere qualcuno con cui parlare e condividere i propri pensieri. E ogni
qualvolta che immaginava quest’amante, appariva Parker.
         Durante gli anni trascorsi Bensonhurst era riuscita a vedere lo stesso a Parker, con una
certa frequenza, quando tornava a casa per le vacanze. L’impegno per incontrare l’uomo dei suoi
sogni non era difficile perché entrambe famiglie appartenevano al club Glenmoor. Era una
tradizione che i soci vi si riunissero nelle occasioni importanti, come balli ed eventi sportivi. Finché
non compì diciotto anni a Meredith era stato precluso l’accesso alle riunioni per adulti, e
nonostante ciò aveva approfittato delle altre opportunità che Glenmoor offriva. Ogni estate lei
aveva invitato Parker ad essere il suo partner negli incontri di tennis tra studenti del terzo e quarto
corso. Lui accettava sempre carinamente, anche se le partite finivano sempre in clamorose
sconfitte, a causa del nervosismo della ragazza di trovarsi vicino a lui. Meredith aveva usato anche
altri trucchi, come convincere suo padre ad offrire tutte le estati cene, una delle quali includeva
invariabilmente la famiglia di Parker. Poiché questa era proprietaria della banca dov’erano
depositati i fondi della Bancroft & Company e Parker vi lavorava, era praticamente obbligato ad
assistere per motivi di affari e per essere compagno da tavola della ragazza.
       Quando Parker e la sua famiglia facevano la loro visita per Natale a casa Bancroft,
Meredith faceva in modo di fermarsi sotto l’ibisco appeso nell’atrio. E accompagnava sempre a suo
padre quando ricambiavano la visita.
         Frutto di ciò, durante il primo anno a Bensonhurst, Parker diede a Meredith il primo bacio
della sua vita. Quel ricordo la nutrì fino al seguente Natale; sognava in ciò che aveva sentito lui,
con il suo aroma e con il suo modo di sorridere prima di baciarla.
        Sempre che Parker cenava a casa dei Bancroft, Meredith si estasiava ascoltandolo parlare
del suo lavoro in banca, ma le piacevano di più le passeggiate dopo cena, quando gli adulti
rimanevano a conversare e a bere cognac. Durante la passeggiata dell’ultima estate, Meredith
scoprì con orrore che Parker aveva sempre saputo ciò che sentiva per lui. Il giovane iniziò la
conversazione domandandole come se l’era passata sciando nel Vermont nell’inverno precedente e
Meredith gli raccontò un aneddoto divertente sul capitano della squadra di sci di Litchfield. Questi
dovette sfrecciare a tutta velocità nella caccia degli sci di Meredith. Quando Parker smise di ridere,
sussurrò con un sorriso solenne:
        -Sei sempre più bella. Suppongo di aver sempre saputo che prima o poi qualcuno mi
avrebbe soppiantato nel tuo cuore, ma non immaginai mai che l’usurpatore sarebbe stato un tizio
accorso a recuperare i tuoi sci. In realtà -aggiunse scherzando-, mi stavo abituando ad essere il tuo
eroe romantico favorito.
         L’orgoglio e il buon senso impedirono che Meredith replicasse che si era sbagliato, che
nessuno lo aveva soppiantato, fingendo addirittura che lui non aveva mai avuto un posticino nel
suo cuore. E poi, siccome Parker non sembrava troppo dispiaciuto per il suo immaginario
abbandono, Meredith fece l’unica cosa che poteva fare: salvare l’amicizia e contemporaneamente
trattare i suoi sentimenti come se anche lei li considerasse una divertente storiella giovanile.
           -Conoscevi i miei sentimenti? –riuscì a chiedergli e anche a sorridere.
        -Sì –ammise lui ricambiando il sorriso-. Mi domandavo che sarebbe successo se tuo padre
lo scopriva, mi avrebbe puntato con una pistola? Ti protegge molto.
           -Sì, me ne sono accorta –rispose lei cercando di scherzare, ma la cosa era seria.
           Parker si mise a ridere e tornò all’argomento precedente.
        -Anche se il tuo cuore appartiene allo sciatore, spero che non impedisca che continuino le
nostre passeggiate, le nostre cene e le nostre partite a tennis. Le ho godute sempre, lo dico
seriamente.
        Finirono parlando dei progetti universitari di Meredith e delle sue intenzioni di proseguire
i passi dei suoi predecessori, fino ad arrivare alla presidenza della Bancroft & Company in un
giorno molto lontano. Soltanto Parker sembrava capirla. E poi, credeva sinceramente che Meredith
avrebbe raggiunto i suoi obbiettivi se si sforzava.
         Adesso, seduta nella stanza di Bensonhurst, pensando che l’avrebbe rivisto dopo un intero
anno, si preparava alla possibilità che forse Parker non sarebbe mai stato niente di più di un amico.
Era una prospettiva scoraggiante, ma almeno era sicura della sua amicizia e per lei significava
tanto.
        Dietro di Meredith, Lisa estrasse dall’armadio l’ultimo carico di vestiti e li lanciò sul letto,
accanto ad una valigia aperta.
        -Stai pensando a Parker –disse sorridendo-. Ogni volta fai una faccia sognatrice...- si
interruppe all’arrivo di Nick Tierney, che si era fermato alla porta, seguito dai suoi due amici.
        -Ho detto a questi –annunciò Nick indicò con la testa gli amici interponendosi tra loro e le
ragazze poiché con il suo corpo occupava quasi tutto l’uscio- che stanno per vedere in questa sola
stanza più bellezza che in tutto lo stato del Connecticut, ma siccome io sono arrivato prima, quindi
sono in vantaggio e scelgo Meredith. –Facendo l’occhiolino a Lisa si mise a un lato-. Prodi cavalieri,
permettetemi che vi presenti la mia seconda opzione. –Gli altri entrarono con aria annoiata e
superba, come se appartenessero alla Ivy League, l’insieme delle università più antiche e
prestigiose del paese. Nonostante, appena videro Lisa, rimasero pietrificati.
           Il biondo muscoloso che era davanti, fu il primo a recuperare il fiato.
         -Tu devi essere Meredith –le disse a Lisa, con un’espressione ironica che implicava che
Nick si era tenuto la miglior parte-. Io sono Craig Huxford e questo è Chase Vauthier. –indicò
l’atro, un giovane bruno di una ventina d’anni che guardava Lisa come se avesse trovato
finalmente la perfezione.
           Lisa incrociò le braccia e osservò i giovani divertita.
           -Non sono Meredith.
           I giovani voltarono la testa all’unisono verso il lato opposto della stanza, dove Meredith si
trovava.
           -Dio... –sussurrò Craig attonito.
           -Dio... –ripetè Chase. Entrambi guardavano alternativamente ora una ragazza, ora un’altra.
        Meredith si morse un labbro per non scoppiare a ridere davanti ad una reazione così
assurda. Lisa arcuò le sopraciglia e parlò con voce ferma.
           -Beh, ragazzi, quando avrete finito le vostre preghiere, vi offriremo una bibita di
ringraziamento per il vostro aiuto. Queste scatole devono essere pronte per quando arrivino quelli
dei traslochi.
        Avanzarono sorridendo. Ma in quell’istante arrivò Philip Bancroft con mezz’ora di
anticipo. Divenne paonazzo di rabbia vedendo lì i tre ragazzi.
        -Che diavolo succede qui?
         I cinque giovani rimasero perplessi finché Meredith intervenne tentando di ammorbidire
la situazione. Presentò rapidamente i tre ragazzi, ma Philip la ignorò e segnalò la porta con un
gesto imperioso della testa.
         -Fuori! –appena i ragazzi uscirono, si girò verso la figlia-. Credevo che le regole del
collegio impedissero l’accesso agli uomini che siano i genitori delle alunne.
          Mentiva. Una volta, due anni addietro si era presentato all’improvviso a Bensonhurst una
domenica alle quattro del pomeriggio e quando arrivò nei dormitori, vide nella sala annessa
all’atrio dei ragazzi seduti. Fino ad allora la direzione aveva permesso la presenza di ragazzi in
quella sala nei fine settimana. Da quel giorno si proibì il loro ingresso in modo terminante. Philip,
più che l’istigatore, era stato l’autore materiale del cambio delle regole. Era entrato come una furia
nell’ufficio della capo dell’amministrazione e l’accusò di commettere una grave negligenza e di
fomentare la delinquenza giovanile... Le disse di tutto e di più e non solo la minacciò di ritirare le
donazioni della famiglia Bancroft, ma anche di scrivere ai genitori di tutte le allieve di Bensonhurst
per informarli dell’accaduto.
        Meredith cercò di reprimere l’ira e l’umiliazione per il comportamento del padre nei
confronti dei tre ragazzi che non si meritavano simile trattamento.
        -In primo luogo –disse- l’anno scolastico finì ieri e di conseguenza oggi le regole non
hanno valore. Secondo, quei ragazzi non stavano facendo altro che aiutarci a portare giù gli
scatoloni...
        -Avevo l’impressione –la interruppe Philip- che ero io l’incaricato di farlo stamane. Mi
sembra che è per questo che mi sono alzato dal letto alle... –la voce dell’amministratrice interruppe
la sua paternale.
        -Mi scusi, signor Bancroft. C’è una telefonata urgente per lei.
        Quando suo padre uscì, Meredith sprofondò nel letto e Lisa sbatté una bottiglia nella
scrivania.
         -Non riesco a capire quell’uomo! È davvero impossibile! –esclamò furibonda-. Non ti lascia
uscire con nessuno che non conosca dalla nascita e a tutti gli altri li allontana a calci. Ti regalò un
auto quando hai compiuto 16 anni, ma non ti permette usarlo. Maledizione, ho quattro fratelli
italiani e tutti insieme non mi proteggono così insopportabilmente come fa tuo padre con te. –
senza accorgersi che stava attizzando il fuoco della furiosa frustrazione dell’amica, proseguì-: Mer,
devi fare qualcosa o quest’estate sarà peggiore di quelle passate. Io starò lontana la metà dell’estate
e quindi neanche avrai me come appoggio.
        Effettivamente la direzione di Bensonhurst avvalorava così tanto non solo i voti di Lisa, ma
anche il suo talento artistico, che le aveva concesso una borsa di studio per un corso intensivo
d’interni, da fare in qualsiasi città europea di sua elezione e lei decise per Roma.
        -Non mi preoccupa tanto l’estate come settembre.
       Lisa era al corrente della disputa intavolata tra padre e figlia a causa dell’università che
Meredith aveva scelto. Di fatto Lisa aveva accettato la borsa di studio completa che le aveva offerto
l’Università del Nordovest, rifiutando tutte le altre per stare con Meredith. Pero Philip insisteva
che la figlia s’immatricolasse nel Maryville College, che era appena qualcosa in più di una scuola
privata di educazione sociale per signorine dell’elite, situata in un lussuoso quartiere residenziale
di Chicago. Meredith accettò di fare domanda in tutti e due i centri ed in entrambi era stata
ammessa. Adesso, padre e figlia mantenevano le proprie posizioni.
        -Credi che potrai convincerlo a non mandarti a Maryville?
        -Non ci andrò!
        -Entrambe sappiamo chi è che ti pagherà la retta.
        Meredith esalò un profondo sospiro.
         -Cederà. So che mi protegge fino estremi assurdi, ma vuole il meglio per me, davvero, e
nell’Università del Nordovest hanno una magnifica facoltà di amministrazione d’imprese. Invece,
un titolo della Maryville non vale neanche la carta nel quale sta scritto.
        Lisa passò dall’ira allo sconcerto pensando in Philip Bancroft, un uomo che conosceva,
però che era incapace di capire.
         -Lo so che vuole il meglio per te e ammetto che non è come la maggior parte dei genitori
che mandano qui le figlie. Almeno gli importi. Ti chiama tutte le settimane ed è sempre venuto ad
ogni evento scolastico. –a Lisa la scandalizzava il fatto che la maggioranza dei genitori delle allieve
di Bensonhurst sembrava che vivevano completamente estraniati dalle figlie. Sostituivano le loro
visite, le telefonate e le lettere con regali lussuosi mandati per posta-. Forse potrei parlagli
personalmente per convincerlo a mandarti alla Nordovest.
        Meredith la guardò ironicamente e le chiese:
        -Cosa pensi di ottenere?
        Lisa si abbassò, diede uno strattone al suo calzino e si legò di nuovo la scarpa.
         -La stessa cosa dell’ultima volta che lo affrontai per difenderti... Cominciò a pensare che
esercito una perniciosa influenza su di te.
         Da allora in poi, per evitarlo, Lisa trattava Philip Bancroft come a un caro e rispettato
benefattore che le aveva dato l’opportunità di andare a Bensonhurst. Quando lui era presente, Lisa
era la personificazione della deferenza e del decoro femminile, aspetti così lontani dal suo carattere
franco e diretto che le risultava davvero difficile assumere quel ruolo e Meredith si divertiva.
         Al principio, Philip aveva considerato Lisa una specie di orfana che aveva patrocinato ed
era gradevolmente sorpreso di come si difendeva bene in Bensonhurst. Con il passare del tempo e
con il suo modo rigido e riservato, le aveva fatto capire che era orgoglioso di lei e che incluso le
voleva un po’ di bene. I genitori di Lisa non si potevano permettere il lusso di andare a
Bensonhurst ad assistere agli eventi scolastici e lui li sostituiva portandola a mangiare fuori
assieme a Meredith e dimostrando interesse per le sue attività accademiche. Durante il primo
anno, Philip incluso ordinò alla sua segretaria di chiamare ai Pontini per chiedere alla madre di
Lisa se voleva che lui le portasse personalmente qualcosa a sua figlia in occasione della «settimana
dei genitori». La signora Pontini accettò l’offerta e concertò un appuntamento all’aeroporto. Lì gli
consegnò una scatola di panetteria piena di cannoli e altri pasticcini italiani, oltre una sacchetto di
carta pieno di salsicciotti. Philip si irritò davanti la prospettiva di viaggiare in aereo come un
maledetto vagabondo nella linea di autobus Greyhound con il pranzo in mano. Così lo espresse a
Meredith e nonostante ciò, consegnò i pacchi a Lisa e continuò a fare il padre sostituto.
        La sera prima, per il diploma, Philip regalò a Meredith un topazio rosa con una grossa
collana d’oro, acquistato da Tiffany. A Lisa fece un dono molto meno caro, ma altrettanto
magnifico: un bracciale d’oro con le iniziali della ragazza e la data del diploma, artisticamente
incise tra gli arabeschi della superficie, anch’esso comprato da Tiffany.
         All’inizio, Lisa nutriva dei dubbi su come comportarsi con Philip, perché anche se lei era
sempre cortese, lui si manteneva distante e riservato, esattamente come faceva con sua figlia. Più
tardi, dopo aver soppesato le sue azioni e di analizzare le sue reazioni, Lisa disse a Meredith che
suo padre era in realtà un orsacchiotto di peluche con un buon cuore. Qualcuno che abbaiava, ma
non mordeva. Fu quella conclusione completamente erronea che la indusse a intercedere per
Meredith l’estate dopo il secondo anno di scuola. In quell’occasione Lisa commentò a Philip, con
molto garbo e il più dolce dei sorrisi, che doveva dare più libertà a sua figlia durante l’estate. La
reazione di Philip a ciò che lui definì «ingratitudine» e «intromissione» fu iraconda e se la ragazza
non si fosse affrettata a chiedergli scusa, la sua amicizia con Meredith e la borsa di studio a
Bensonhurst potevano andarsi a farsi benedire; la borsa di studio, sottolineò Philip, sarebbe andata
a qualcuno più meritevole. Lo scontro lasciò Lisa perplessa e non soltanto per la reazione del suo
benefattore, ma perché dedusse che Philip, non solo aveva suggerito il suo nome per
l’assegnazione della borsa di studio, ma aveva disposto che i soldi provenissero dei fondi delle
donazioni effettuate dalla famiglia Bancroft. Questa scoperta fece che Lisa si sentisse un’ingrata,
anche se il comportamento di Philip la lasciò in uno stato di furibonda frustrazione.
         In quel momento Lisa sentiva la stessa rabbia impotente e lo stesso sconcerto davanti alle
rigide restrizioni che Philip imponeva a Meredith.
        -Credi seriamente che il motivo per cui si comporta come il tuo cane guardiano è dovuto a
che tua madre gli fu infedele?
        -Non gli fu infedele una sola volta, ma andava a letto con tutti, da domatori di cavalli a
camionisti. intenzionalmente fece diventare a mio padre nello zimbello del mondo, mantenendo
allo scoperto le sue relazioni con tipi sordidi. Quando l’anno scorso chiesi a Parker cosa sapeva di
mia madre, mi raccontò tutta la storia.
       -Sì, me lo hai raccontato. Pero quello che non capisco –proseguì Lisa –è la ragione per cui
tuo padre si comporti così come se la carenza di morale fosse una tara genetica che hai ereditato da
tua madre.
        -Si comporta così perché realmente crede che c’è del vero in questo della mia eredità
genetica.
        Entrambe alzarono le teste con aria colpevole quando Philip entrò nella stanza. Bastò
vedere le ombre nel suo viso perché Meredith dimenticasse i suoi guai.
        -Che succede?
       -Tuo nonno è morto stamattina –rispose lui con voce brusca-. Un infarto. Vado al motel a
prendere le mie cose e prenderemo il volo che parte tra un’ora. –si girò verso Lisa-. Ti lascio la
macchina, riportala a casa.
        -Naturale, signor Bancroft –se affrettò a dire Lisa-. Mi dispiace molto per suo padre.
        Quando se ne andò lasciandole sole, Lisa osservò a Meredith, che aveva lo sguardo fisso
nella porta.
        -Mer? Stai bene?
        -Suppongo di sì –rispose Meredith con una strana voce.
        -Tuo nonno non è quello che si sposò con la sua segretaria anni fa?
        Meredith annuì.
         -Mio nonno e mio padre non andavano molto d’accordo. Al nonno non l’ho più visto da
quando avevo undici anni. Ma chiamava a mio padre per gli affari della Bancroft. E anche a me.
Era... era... mi piaceva. –guardò Lisa con occhi tristi-. Oltre mio padre, era il mio unico parente
intimo. Degli altri, ho una mezza dozzina di cugini che neanche conosco.


        7


         Nell’atrio di casa Bancroft, Jonathan Sommers vacillava a disagio, cercando tra la
moltitudine che, come lui, si era congregata per fare le condoglianze il giorno del funerale di Cyril
Bancroft. Sommers fermò un cameriere che passava con un vassoio di bibite e prese due coppe
destinate ad altri ospiti. Mescolò la vodka con acqua tonica e lasciò il bicchiere vuoto in un gran
vaso con una felce; dopo bevve un sorso di whisky dall’altro bicchiere e fece spallucce perché non
era Chivas Regal. La vodka, più il gin che aveva bevuto fuori, in macchina, lo fece sentire capace di
sopportare le formalità del funerale. Vicino a lui, un’anziana che si appoggiava ad un bastone, lo
guardava con curiosità. Siccome le buone maniere dettavano che lui parlasse, tentò di trovare una
frase cordiale, adatta alla situazione.
        -Non mi piacciono i funerali. E a lei?
        -Mi affascinano –rispose lei affabile-. Alla mia età un funerale è un trionfo perché non sono
la protagonista.
         Jon represse la risata fosse solo perché sarebbe stata una grave mancanza di etichetta, gli
avevano insegnato a mantenere le forme. Scusandosi, lasciò il bicchiere in un tavolino e andò alla
ricerca di un whisky migliore. Dietro di lui, l’anziana l’assaggiò. Fece una smorfia di disgusto.
        -Whisky economico –disse lasciando anche lei il bicchiere sul tavolino.
         Minuti più tardi, Jon vide Parker Reynolds, in piedi in una stanza attigua al salone. Con lui
c’erano due ragazze e un altro uomo. Sommers si fermò nel mobile bar per fare rifornimento di
alcool e dopo si unì al suo amico.
        -Bella festa, eh? –chiese con un sorriso sarcastico.
         -Credevo che detestassi i funerali e che non ci andassi mai –commentò Parker quando finì
il giro dei saluti.
        -Li odio –confermò Sommers-. Non sono venuto per fare le condoglianze per la dipartita di
Cyril Bancroft, ma per proteggere la mia eredità. –Bevve un sorso, come volendo dissipare la
rabbia contenute nelle sue prossime parole-. Mio padre minaccia di nuovo di diseredarmi e mi sa
che questa volta, il vecchio bastardo parla sul serio.
        Leigh Ackerman, una ragazza con i capelli castani e bella presenza, lo guardò tra divertita
e incredula.
        -Tuo padre va a diseredarti perché non assisti ai funerali?
         -No, cara. Mio padre lo farà se non metto la testa a posto e non faccio qualcosa d’utile nella
vita. In questo caso significa che devo assistere ai funerali dei vecchi amici di famiglia, come
questo, e partecipare al più recente affare familiare. Sennò, addio al mio patrimonio.
         -Sembra serio –disse Parker, ma il suo sorriso non era per nulla solidale-. Di quale nuovo
affare si tratta?
       -Pozzi di petrolio. Ancora pozzi di petrolio. Stavolta il vecchio ha stretto un accordo con il
governo venezuelano per indagini petrolifere.
       Shelly Filmore si guardò in uno specchio dalla cornice dorata sopra la spalla di Jon e si
passò un dito alle labbra per correggere il contorno del rossetto.
        -Non mi dire che ti vuole mandare in Sudamerica.
        -Ancora non è arrivato a tanto –replicò Jon con amaro sarcasmo-. Mio padre mi ha fatto
diventare in un glorificato intervistatore di aspiranti. Io recluto le squadre che si devono trasferire
in Venezuela. Voglio dire, reclutavo... Sapete che ha fatto il vecchio cretino?
        Gli amici erano abituati sia alle lamentele di Jon nei confronti del padre sia alle sue
ubriacature, in ogni modo lo lasciarono concludere per così scoprire l’ultima notizia.
        -Che ha fatto? –gli domandò Doug Chalfont.
         -Mi spiò. Mi esaminò, per meglio dire. Quando io già avevo scelto i primi quindici uomini,
sani e con esperienza, si presentò il vecchio e insiste per vederli lui di persona, cioè, volle valutare
la mia capacità di scegliere. Rifiutò la metà di quelli scelti da me e l’unico candidato che realmente
lo impressionò fu un tale chiamato Farrell, che lavora in una fabbrica di acciaio e al quale avrei
dato il benservito. Il più vicino a un pozzo che questo Farrell è stato fu due anni fa, in un campo di
mais nell’Indiana, dove ci sono dei pozzi molto piccoli. Non ha mai visto un grande pozzo come
quelli che perforeremo in Venezuela. E come se non bastasse, a Farrell importano un fico secco i
maledetti pozzi petroliferi. A lui interessa soltanto la ricompensa di 150.000 dollari che avrà se
rimane due anni in Venezuela. E le glielo in faccia a mio padre.
        -Perché il tuo vecchio lo assunse?
         -Gli piacque lo stile di Farrell –rispose Jonathan sardonico e finì il bicchiere con un solo
sorso-. Gli piacquero anche i progetti che ha fatto Farrell con la ricompensa. Merda, ho avuto paura
che il vecchio cambiasse idea e desse a lui il mio posto, invece di mandarlo in Sudamerica. Pero no.
Il mese prossimo devo portare Farrell a Chicago per farlo «familiarizzare con il nostro modo di
operare e per presentargli gente».
        -Jon –disse Leigh con calma-, o ti stai ubriacando o stai aumentando il volume della voce.
        -Mi dispiace –si scusò Sommers-, ma ho dovuto sopportare due intere giornate a mio
padre che tesseva le lodi di quel tipo. Vi assicuro che Farrell è un arrogante e ambizioso figlio di
puttana. Non ha classe, non ha soldi, non ha niente.
        -Suona divino –scherzò Leigh.
        Siccome gli altri rimassero in silenzio, Jon si mise alla difensiva.
         -Si credete che esagero, lo porterò al Club per il ballo del 4 luglio. Vedrete con i vostri stessi
occhi la razza di uomo che mio padre desidera per figlio.
       -Non fare l’idiota –lo trafisse Shelly-. A tuo padre forse piaccia quell’uomo come
impiegato, ma ti castrerà se ti presenti a Glenmoor con un tipo così.
        -Lo so –convenne Jon con un sorriso forzato-. Però ne sarà valsa la pena.
        -Non ci mortificherai con lui se lo porti –lo avvertì lei dopo aver scambiato uno sguardo
d’intesa con Leigh-. Non passeremo la serata intrattenendo un operaio solo perché tu vuoi
stuzzicare tuo padre.
        -Non ci saranno problemi. Lascerò Farrell che se la sbrighi da solo, che faccia una
figuraccia davanti mio padre, che starà osservando come si dibatte in un mare di dubbi su quale
forchetta usare. Dopo tutto, fu lui che mi chiese di «presentarlo» e «badarci» durante la sua
permanenza a Chicago.
        Parker sorrise all’espressione feroce di Sommers.
        -Ci deve essere un modo più semplice per risolvere il tuo problema.
          -C’è –rispose Jon-. Posso cercare una donna ricca che si faccia carico delle spese del mio
stile di vita e allora dirò a mio padre che se ne vada all’inferno. –Guardò di lato e fece segni a una
bella cameriera che distribuiva bibite. La ragazza si avvicinò premurosa e Jon le sorrise.
       -Non sei soltanto bella –disse al tempo che depositava il bicchiere vuoto nel vassoio e ne
prendeva un altro pieno-. Ma sei anche una salvatrice.
         La ragazza sorrise nervosa e arrossì. Tutti, incluso Jon, avvertirono che non era insensibile
al suo corpo muscoloso e ai suoi tratti attraenti. Inclinandosi verso lei, Sommers le sussurrò:
       -Non è che stai lavorando qui per farci uno scherzo e risulta che tuo padre è proprietario di
una banca quotata in borsa, no?
        -Cosa? Voglio dire, no – farfugliò lei incantevolmente nervosa.
        Jon sorrise maliziosamente.
        -Niente quotazioni in borsa? E che mi dici di fabbriche o pozzi petroliferi?
        -È... è idraulico – rispose lei.
        Jon smise di sorridere e respirò profondamente.
        -Allora il matrimonio è da escludere. La candidata che otterrà la mia mano dovrà
possedere certi requisiti sociali ed economici. Nonostante, potremo avere un’avventura. Perché non
mi aspetti nella mia macchina tra mezz’ora, eh? È la Ferrari rossa posteggiata vicino la porta
principale.
        La ragazza si allontanò con un’espressione offesa e contemporaneamente intrigata.
        -Sei proprio uno stronzo –gli disse Shelly.
        Doug gli diede una gomitata di complicità e soffocò un sorrisino.
        -Scommetto 50 dollari che la ragazza si fa trovare ad aspettarti in macchina.
          Jon si disponeva a rispondergli quando una splendida bionda, che sfoggiava un attillato
vestito nero, con il collo alto e le maniche corte, attirò la sua attenzione. La giovane scendeva le
scale che portava alla sala principale. Rimase a guardarla con la bocca aperta, mentre lei si fermava
per scambiare qualche parola con una coppia di anziani. Un gruppo di persone gli impedì vederla
e lui s’inclinò per continuare a contemplarla.
        -A chi guardi? –gli chiese Doug, seguendo il suo sguardo.
        -Non so chi è, ma mi piacerebbe saperlo.
        -Dov’è? –volle sapere Shelly e poi tutti guardarono nello stesso punto.
       -Lì! –esclamò Jon, segnalando con il braccio nel momento in cui il gruppo si dispersava e si
vedeva di nuovo la giovane bionda.
        Parker la riconobbe e sorrise.
        -Sono anni che tutti la conoscete, anche se è da molto che non la vedete.
        Quattro visi perplessi si voltarono verso di lui. Il suo sorriso si fece più ampio.
        -Quella signorina, amici miei, è Meredith Bancroft.
        -Sei pazzo! –esclamò Jon.
          Inchiodò lo sguardo nella ragazza, ma in lei non vide nulla che gli ricordasse la semplice e
trascurata adolescente che era stata Meredith. Dopo la pubertà erano scomparsi gli occhiali,
l’apparecchio dentale, il diadema che sosteneva i capelli lisci. Adesso, quella capigliatura dorata
era raccolta in uno chignon semplice, con dei ciuffi che incorniciavano u n viso sublime. La
giovane alzò lo sguardo, vide a qualcuno alla destra del gruppo di Jon e salutò cortesemente con la
testa. allora Sommers poté scorgere i suoi occhi. Dalla distanza che lo separava da lei, vide quegli
enormi occhi verdi e all’improvviso li ricordò.
         Stranamente esausta, Meredith rimaneva in piedi, con discrezione, ascoltando la gente che
le parlava, ricambiando i sorrisi, ma incapace di assimilare il fatto che suo nonno era morto e per
ciò c’era quella ressa di persone. Anche se non era particolarmente addolorata perché lo aveva
frequentato molto poco, notava una forte oppressione nel petto.
        Aveva visto Parker al funerale e sapeva che forse si trovava da qualche parte in casa, ma
trattandosi di una occasione triste, sarebbe stato un errore ed una mancanza di rispetto mettersi a
cercarlo con la speranza di realizzare il romantico idillio che tanto desiderava. Inoltre, si stava
stancando di prendere sempre l’iniziativa; adesso era il turno di Parker. All’improvviso, come se il
solo pensiero di lui avesse invocato la sua presenza, Meredith udì una voce maschile
dolorosamente familiare sussurrandole all’orecchio.
         -Qui c’è un tizio che ha minacciato di uccidermi se non ti porto da lui perché possa
salutarti.
         Con un sorriso sulle labbra, Meredith si girò e appoggiò le mani nei palmi stesi di Parker.
Sentì sciogliersi le ginocchia quando il giovane la attrasse verso sé e la baciò nella guancia.
        -Sei molto bella –bisbigliò-. E sembri stanca. Quando tutto questo finisca, facciamo una
delle nostre passeggiate?
        -Va bene –concesse lei, sorpresa e sollevata davanti la voce ferma di Parker.
         Meredith si trovò nella ridicola situazione di essere presentata a quattro persone che già
conosceva; quattro persone che l’avevano quasi ignorato anni addietro quando la videro la prima
volta e che adesso sembravano desiderose di fare amicizia con lei e di includerla nelle attività del
gruppo. Shelly la invitò ad una festa che avrebbe luogo giorni dopo e Leigh insistette che si unisse
a loro a Glenmoor, in occasione del ballo del 4 luglio.
        Deliberatamente, Parker gliela presentò a Jon per ultimo.
        -Non posso credere che sia tu –disse Sommers con la lingua un po’ pastosa per l’alcool-.
Signorina Bancroft -borbottò con un sorriso provocante-, stavo dicendo ai miei amici che necessito
urgentemente una sposa ricca e bella. Mi sposeresti la prossima settimana?
        Il padre di Meredith le aveva raccontato delle frequenti dispute di Jonathan con la famiglia
e pensò che l’urgenza del giovane era dovuta a una di quelle liti. Ma tutto in Jon le sembrò strano.
         -Il fine settimana va benissimo –rispose con un amplio sorriso-. Mio padre mi escluderà
dal testamento per sposarmi prima di laurearmi, ma potremmo abitare con i tuoi genitori.
        -No, Santo Dio, no! –esclamò Sommers e tutti si misero a ridere, incluso lui stesso.
        Toccando il gomito di Meredith, Parker la soccorse.
        -Meredith ha bisogno di un po’ di aria fresca. Andiamo a fare una passeggiata.
            Già fuori, camminarono sul prato e nel viale di entrata.
            -Come sopporti tutto questo?
        -Sto bene, davvero. Sono soltanto un po’ stanca –Nel silenzio che seguì, Meredith cercò
come sempre di dire qualcosa di brillante, ma optò per la semplicità-: Quest’ultimo anno ti saranno
successe un sacco di cose.
            Parker annuì e le sue seguenti parole smontarono il castello di carte di Meredith.
       -Sarai dei primi a congratularti con me. Sposerò Sarah Ross. Nella festa di sabato faremo
pubblico il fidanzamento ufficiale.
         A Meredith girò la testa. Sarah Ross! La conosceva e non le piaceva. Pur essendo molto
bella e vivace, a lei era sempre sembrata vuota e vanitosa.
            -Spero che tu sia molto felice –gli disse, nascondo la delusione e i dubbi.
            -Anch’io lo spero.
       Passeggiarono circa una mezz’ora. Prima parlarono dei progetti per il futuro di Parker,
dopo di quelli di Meredith. Questa pensava, con un pungente sentimento di perdita, che era
meraviglioso conversare con lui, sempre comprensivo e incoraggiante. Il giovane si mostrò
completamente d’accordo che lei volesse andare all’Università del Nordovest.
        Si dirigevano verso la porta principale quando di fronte a loro si fermò una limousine,
dalla quale uscì un’appariscente donna con i capelli castani, con a fianco due giovani di poco più di
una ventina d’anni.
        -Sembra che la vedova inconsolabile si sia degnata di fare la sua apparizione –commentò
Parker con inusuale sarcasmo, guardando a Charlotte Bancroft. Questa sfoggiava dei pendenti di
diamanti e nonostante il semplice vestito grigio che portava, risultava molto attraente-. Hai visto
che non ha versato una sola lacrima nel cimitero? Quella donna ha qualcosa che mi ricorda
Lucrezia Borgia.
            In certo modo, Meredith era d’accordo con quel paragone.
       -Non è venuta per ricevere le condoglianze. Vuole che il testamento venga letto non
appena se ne saranno andati gli ospiti, in modo di poter tornare a Palm Beach questa sera stessa.
         -Parlando di andar via –disse Parker guardando l’orologio-. Ho un appuntamento tra
un’ora. –Si inclinò e la baciò fraternamente sulla guancia-. Salutami tuo padre.
        Meredith lo osservò allontanarsi, portandosi via tutti i romantici sogni della sua
adolescenza. La brezza estiva faceva ondulare i suoi capelli e i suoi passi erano lunghi e fermi.
Parker aprì la portiera della sua macchina, si tolse la giacca nera e la depositò sul sedile. Poi alzò lo
sguardo e la salutò con la mano.
        Lottando in contro della sensazione di perdita, Meredith si obbligò ad avvicinarsi per
salutare Charlotte. Durante la cerimonia funebre non rivolse una sola parola a lei o a suo padre. Si
mantenne in piedi, affiancata dai figli, lo sguardo perso.
            -Come ti senti? –le chiese Meredith con cortesia.
            -Impaziente di tornare a casa – le rispose la donna con freddezza-. Quando parleremo
d’affari?
        -Ancora c’è molta gente in casa –sottolineò la ragazza, disprezzando l’attitudine di
Charlotte-. Dovrai chiedere a mio padre quel che si riferisce al testamento.
        Charlotte si rivolse a Meredith con il viso glaciale.
         -Non ho parlato con tuo padre da quel giorno a Palm Beach. La prossima volta che lo farò
sarà quando io abbia tutti gli assi in mano e lui venga da me implorando. Fino a quel giorno, tu
farai da messaggera.
        Poi entrò in casa seguita dai due figli che fungevano da guardia d’onore.
        Meredith la guardò fino a perderla di vista dietro la porta. Sentì dei brividi per tanto odio.
Conservava il ricordo di quel giorno a Palm Beach al quale si riferiva Charlotte. Erano passati già
sette anni. Lei e suo padre volarono in Florida su invito del nonno, che si era trasferito lì dopo il
primo infarto. Quando Philip e Meredith arrivarono, scoprirono che non erano stati invitati a
trascorrere le vacanze di pasqua, ma per assistere a un matrimonio: quella di Cyril Bancroft con
Charlotte, la sua segretaria da vent’anni. Lei ne aveva trentotto, Cyril trenta in più. Charlotte portò
come dote due figli adolescenti, pochi anni più grandi di Meredith.
        La ragazza non sapeva perché suo padre e Charlotte si odiavano reciprocamente, ma dal
poco che udì dalla discussione tra il padre e il nonno quel giorno a Palm Beach, l’animosità tra
Philip e Charlotte era già esistente quando Cyril viveva ancora a Chicago. Philip, alzando la voce
di proposito per assicurarsi che la segretaria del nonno la sentisse, chiamò Charlotte cagna
ambiziosa. Al nonno nemmeno vennero risparmiati gli insulti: il figlio gli disse che era un vecchio
rimbambito indotto a un matrimonio per interesse, del quale non si sarebbe beneficiata soltanto la
donna, ma anche i suoi figli.
          Quella fu l’ultima volta che Meredith vide suo nonno. Da Palm Beach, Cyril continuò a
controllare i suoi investimenti, ma lasciò completamente nelle mani di Philip la Bancroft &
Company. In realtà la aveva mollata quando si era trasferito in Florida. I grandi magazzini
costituivano soltanto la quarta parte della fortuna dei Bancroft, ma la sua natura accaparrava tutta
la capacità lavorativa di Philip. E a differenza del resto dei vasti possedimenti della famiglia, la
Bancroft & Company era qualcosa in più di un grande pacchetto di azioni con buoni guadagni: era
il fulcro della ricchezza della famiglia e una fonte di orgoglio per tutti loro.




        Meredith e Philip presero posto nella biblioteca di casa, assieme a Charlotte e i suoi figli.
L’avvocato del defunto Bancroft iniziò la lettura.
        -«Questa è l’ultima volontà di Cyril Bancroft...»
        I primi lasciti, costituiti da grandi somme, erano destinati a diverse istituzioni di carità. I
serventi del defunto ricevettero 15 mila dollari ciascuno.
       L’avvocato insistette ad avere la presenza di Meredith e questa pensò che il nonno le
avesse lasciato qualche cosina; nonostante ciò, quasi diede un salto quando Wilson Riley
pronunciò il suo nome.
        -«A mia nipote, Meredith Bancroft, lascio la somma di quattro milioni di dollari»
        Meredith non poteva credere alle sue orecchie. Una somma così grande! Dovette sforzarsi
per concentrare la sua attenzione nelle seguenti parole di Riley.
        -«Anche se la distanza ed altre circostanze mi hanno impedito di conoscere bene a
Meredith, l’ultima volta che la vide mi risultò evidente che è una ragazza intelligente e calda, che
userà il suo denaro con saggezza. Per essere sicuro di ciò, stipulo che questo denaro con i
corrispondenti dividendi, interessi, ecc, rimanga in una fideiussione fino che Meredith raggiunga i
trent’anni di età. Nomino mio figlio, Philip Edward Bancroft, fideiussore. Lui sarà l’unico
guardiano della cifra sopra citata».
       Facendo una pausa per schiarirsi la gola, Riley posò lo sguardo su Philip e Charlotte e
dopo sui figli di questa, Jason e Joel. Dopo proseguì con la lettura del testamento.
         -«Per amore di equità, nella misura del possibile, ho diviso il resto dei miei beni in parti
uguali. I destinatari sono il resto dei miei eredi. A mio figlio, Philip Edward Bancroft, lascio tutte le
mie azioni ed interessi della Bancroft & Company, i grandi magazzini che costituiscono
pressappoco una quarta parte della mia fortuna.»
         Meredith non capiva ciò che aveva sentito. Per amore di equità, il nonno aveva lasciato al
suo unico figlio, quanto? La quarta parte della sua fortuna? Se il nonno voleva essere equitativo,
avrebbe dovuto dividere tra sua moglie e suo figlio in parti uguali. A quanto pareva, non aveva
fatto così e Charlotte si prendeva tre quarti. Assorta in questa idea udì la voce dell’avvocato come
se venisse da molto lontano.
        -«A mia moglie e ai miei legalmente adottati figli Jason e Joel lascio in parti uguali il resto
dei miei beni. stipulo, inoltre, che Charlotte Bancroft sia il fideiussore dell’eredità di Jason e Joel
fino che questi compiano trent’anni.»
        Le parole legalmente adottati trafissero il cuore di Meredith perché vide nel viso del padre la
consapevolezza di essere stato tradito. Philip girò lentamente la testa e inchiodò lo sguardo su
Charlotte, ma lei ricambiava impavida. Un sorriso malizioso e trionfante illuminò il suo viso.
         -Cagna intrigante –borbottò Philip tra i denti-. Dicesti che glieli avresti fatto adottare e ci
sei riuscita.
         -Ti ho avvertito anni fa. E adesso ti avverto che non è stata firmata la pace. –Godendo con
l’ira di Philip, il suo sorriso si ingrandì-. Pensaci, Philip. Passa le notti con gli occhi ben aperti
domandandoti quale sarà il mio prossimo colpo e cosa ti toglierò. Stai sveglio, torturandoti e
preoccupandoti come tenesti sveglia me 18 anni fa.
         Philip serrò la mandibola, mettendo in rilievo i muscoli della faccia. Stava facendo un
grande sforzo per dare a quella donna la risposta che si meritava. Meredith appartò lo sguardo di
loro due e lo diresse verso i figli di Charlotte. Il viso di Jason era una replica di quella della madre,
trionfale e malizioso. Joel, invece, aveva lo sguardo fisso nelle sue scarpe, con le sopracciglia
aggrottate. «Joel è debole –le aveva detto Philip anni addietro-. Charlotte e Jason son come
barracuda ingordi, ma almeno uno sa cosa aspettarsi da loro. Ma quel Joel mi fa venire la pelle
d’oca. C’è qualcosa di molto strano in lui ».
        Intuendo che Meredith lo stava osservando, Joel alzò il capo. L’espressione del viso era
accuratamente neutra. Meredith non score in lui nulla di strano o minaccioso. Di fatto, l’ultima
volta che lo vide in occasione delle nozze, Joel si era sforzato di essere amabile con lei. Ricordò di
aver sentito compassione per lui perché Charlotte dimostrava chiaramente di preferire Jason, che a
sua volta, due anni più grande, non nascondeva il disprezzo che gli ispirava.
         All’improvviso, Meredith non sopportò più l’atmosfera di quella stanza.
         -Se mi permette –si rivolse all’avvocato che sistemava alcune carte sul tavolo-, aspetterò
fuori.
         -Deve firmare dei documenti, signorina Bancroft.
         -Li firmerò prima che lei se ne vada e dopo che mio padre li abbia letti.
         Invece di ritirarsi nella sua stanza, Meredith uscì di casa. Iniziava a fare buio. Scese i
gradini dell’entrata e la brezza del crepuscolo le rinfrescò il viso. Alle sue spalle sentì aprirsi la
porta e pensando che si trattasse dell’avvocato che voleva la sua firma, si girò e vide Joel, anche lui
sorpreso per quell’incontro. Joel era indeciso, voleva rimanere ma non era sicuro di essere ben
ricevuto.
        A Meredith avevano ripetuto fino alla nausea che doveva essere amabile con gli ospiti e
tentò un sorriso.
        -Si sta bene fuori, vero?
       Joel annuì con il capo, accettando il tacito invito di Meredith. Scese i gradini che li
separavano. A ventitré anni il giovane era alcuni centimetri più basso di suo fratello maggiore e
meno attraente. Si fermò davanti la ragazza, senza sapere cosa dire.
        -Sei cambiata –bisbigliò finalmente.
        -Immagino di sì. Avevo soltanto undici anni quando ci siamo visti l’ultima volta.
        -Dopo quel che è successo stasera, vorrai non averci conosciuto mai.
         Ancora frastornata per il testamento di suo nonno e incapace di assimilare per il momento
di ciò che significava per il futuro, Meredith fece spallucce.
        -Forse dopo sentirò quel che tu dici, ma per adesso mi sento semplicemente stonata.
         -Voglio che tu sappia –disse Joel tentennante-, che non ho fatto nulla per togliere a tuo
padre l’affetto o i soldi di tuo nonno.
         Meredith si sentiva incapace di odiarlo e anche di perdonargli l’ingiusta sottrazione
dell’eredità paterna. Sospirò e guardò il cielo.
        -Cosa volle dire tua madre all’affermare che mio padre ha ancora dei debiti nei suoi
confronti?
       -Tutto ciò che so è che si odiano da quando ho memoria. Non ho la più pallida idea di
come cominciò tutto, ma sono sicuro che mia madre non si fermerà finché non si sarà vendicata.
        -Dio, che guaio!
        -Signora –replicò Joel con voce ferma-, questo non è che l’inizio.
        Meredith sentì dei brividi sentendo quella profezia. Fissò Joel, il quale si limitò ad arcuare
le sopraciglia e non dette nessun’altra spiegazione.


        8


         Meredith prese un vestito dall’armadio, lo stese sul letto e si tolse l’accappatoio. Era il
vestito che aveva scelto per il ballo del 4 luglio.
        L’estate iniziata con un funerale, era degenerata in una battaglia, che durava già da cinque
settimane, a causa dell’università dove sarebbe andata Meredith. In realtà non poteva più parlarsi
di battaglia, ma di guerra totale. In passato, Meredith aveva sempre ceduto ai desideri del padre
per compiacerlo. Se lui si dimostrava esageratamente rigido, lei si convinceva che quella condotta
nasceva dall’affetto e la preoccupazione che sentiva per lei. Se si comportava con bruschezza, era
dovuto alla fatica causata dalle molteplici responsabilità. Lei aveva sempre trovato pretesti per
discolpare suo padre. Ma adesso era diverso. Non era disposta a rinunciare ai suoi sogni solo per
tranquillizzare a un padre che si ancorava ad un atteggiamento assurdo. Troppo tardi aveva
scoperto che i progetti di Philip divergevano dai suoi. Nonostante, si trattava della sua vita, non di
quella del padre.
         Dall’adolescente aveva dato per scontato che un giorno avrebbe avuto l’opportunità di
seguire i passi dei suoi ascendenti ed occupare il posto che le corrispondeva nella Bancroft &
Company. Tutti gli uomini Bancroft erano arrivati con orgoglio e passo dopo passo, da gerarchia a
gerarchia, alla cuspide della ditta. Prima direttore di dipartimento e da lì, gradino a gradino, fino
alla vicepresidenza, per poi raggiungere finalmente la presidenza e il posto di capo dell’esecutivo.
Dopo rimaneva un destino: lasciare gli altri incarichi ai figli e diventare presidente del direttorio.
In quasi un secolo di esistenza della Bancroft neanche una volta un membro della famiglia era
rimasto fuori da questo percorso e mai un Bancroft fu ridicolizzato dalla stampa o dagli impiegati
dei grandi magazzini per la sua incompetenza o per non meritare i carichi ostentati. Meredith
pensava, o meglio ancora, sapeva che se le davano quell’opportunità, avrebbe compiuto il suo
dovere con onore. Tutto ciò che desiderava o aspettava era quell’opportunità e l’unico motivo per
cui suo padre non gliela concedeva era perché non era il figlio maschio desiderato.
         Sentendosi frustrata e quasi con voglia di mettersi a piangere, s’infilò il vestito. Mentre si
girava verso lo specchio si andava chiudendo la cerniera del vestito. Si osservò con assoluta
mancanza d’interesse. Era un vestito di sera, senza bretelle che aveva comprato settimane prima
per quell’occasione. Era aperto ai lati e s’incrociava nel petto, in multicolore arcobaleno di voile di
seta pastello chiaro, stringendosi nella vita per cadere dopo graziosamente fino le ginocchia. Se
spazzolò i capelli, lo raccolse in uno chignon semplice, lasciando alcuni ciuffi sciolti per
ammorbidire l’effetto. Il pendente di topazio sarebbe stato il perfetto complemento per quel
vestito, ma quella sera anche suo padre avrebbe assistito a Glenmoor e lei non voleva dargli il
piacere di vederla con il suo regalo di diploma. Al suo posto si mise degli orecchini di oro con
pietre rosa incastonate e brillanti. Aveva il collo e le spalle allo scoperto. La pettinatura le dava un
aspetto più sofisticato e l’abbronzatura contrastava meravigliosamente con il vestito, e anche se
così non fosse stato, a lei non importava né si sarebbe vestita in un altro modo. Il suo aspetto le era
indifferente e andava al ballo soltanto perché non sopportava l’idea di rimanere a casa a
rimuginare i suoi problemi e la sua frustrazione. E inoltre, aveva promesso a Shelly Filmore e al
resto degli amici di Jonathan che sarebbe stata presente.
        Seduta in uno sgabello indossò delle calze rosa di seta che aveva comperato in
abbinamento con il vestito. Alzando la testa, il suo sguardo s’incontrò con un esemplare
incorniciato del Business Week appeso nella parete. Nella copertina della rivista compariva una
fotografia del maestoso edificio della Bancroft & Company in centro. Davanti il portone principale
vi erano dei portieri in uniforme. L’edificio, di 14 piani, era una pietra miliare dell’ architettura di
Chicago e i portieri costituivano un simbolo storico del permanente accento che i magazzini
mettevano nella qualità e nel servizio alla clientela.
         Nelle pagine interne c’era un lungo ed entusiasta articolo sulla ditta. Tra le altre cose,
assicurava che un prodotto che portasse l’etichetta Bancroft era simbolo di categoria e che la
stilizzata B del sacchetto era l’emblema del cliente che sapeva scegliere. L’articolo si occupava
anche di lodare la notabile capacità degli eredi del fondatore di dirigere la ditta. A quanto pareva,
il fondatore della dinastia, James D. Bancroft, aveva trasmesso i suoi geni ai suoi successori, poiché
tutti loro dimostrarono il suo talento e amore per la vendita al dettaglio.
         L’autore dell’articolo aveva intervistato il nonno di Meredith e gli chiese se quello era vero.
Cyril rise e poi affermò che era possibile. Aggiunse che James aveva iniziato una tradizione che
passava da padre a figlio e che consisteva nel preparare ed allenare l’erede da quando lasciava la
nursery e mangiava con i genitori. A tavola si parlava al bambino di tutto ciò che succedeva nei
grandi magazzini. Per il piccolo, quei ritagli diari d’informazione costituiva l’equivalente dei
racconti per dormire. Tutto ciò generava eccitazione e curiosità, mentre le nozioni gli erano
sottilmente inculcate... e assimilate. Passato del tempo, al già adolescente gli si presentavano dei
problemi semplici e gli si chiedeva di risolverli. Il ragazzo raramente azzeccava, ma neanche si
pretendeva che lo facesse. L’obbiettivo era insegnare, stimolare, incoraggiare.
         Alla fine dell’articolo, parlando dei suoi successori, Cyril diceva (e a Meredith le si formò
un nodo alla gola al ricordarlo) che suo figlio già si era fatto carico della presidenza, e aggiungeva:
«Ha una figlia e io ho tutta la fede del mondo che quando Meredith prenderà le redini della
Bancroft lo farà in modo mirabile. Come mi piacerebbe vivere abbastanza per vederlo!». Meredith
sapeva che se suo padre riusciva nel suo intento, lei non sarebbe mai arrivata alla presidenza della
Bancroft. Anche se Philip le aveva sempre parlato degli affari, anche se le aveva insegnato con la
stessa enfasi con la quale era cresciuto lui, si opponeva inflessibilmente a che lei andasse a lavorare
nella ditta. Meredith lo scoprì poco dopo la morte del nonno, una sera a cena. In passato, lei aveva
menzionato molte volte le sue intenzioni di seguire i passi della famiglia ed occupare il suo posto
alla Bancroft, ma Philip aveva fatto orecchie di mercante o non le aveva creduto. Quella sera la
prese in serio. Con brutale franchezza le disse che non si aspettava che lo succedesse mai perché lui
non lo desiderava. Quello era un privilegio riservato a un futuro nipote. Dopo la mise al corrente –
con grande freddezza-di un’altra tradizione alla quale lui sarebbe stato fedele: le donne Bancroft
non lavoravano nella ditta e da nessuna altra parte. I loro doveri consistevano in essere madri e
moglie esemplari e dedicare le qualità possedute in impegni di carattere civico e caritatevole.
        La ragazza non era disposta ad accettare il ruolo limitato che il padre pretendeva
assegnarle. Non poteva: era troppo tardi. Molto prima di innamorarsi di Parker –o di credere di
esserne innamorata- i grandi magazzini erano stati l’oggetto del suo amore. A sei anni chiamava
per nome tutti i portieri e le guardie di sicurezza della Bancroft. A dodici conosceva il nome dei
vicepresidenti e sapeva che funzione aveva ciascuno. A tredici aveva chiesto a suo padre che la
portasse con sé a New York, dove aveva passato un pomeriggio a Bloomingdale.
L’accompagnarono a fare un giro del posto mentre Philip partecipava ad una riunione
nell’auditorium. Quando tornarono a Chicago, più o meno lei aveva un’opinione su perché la
Bancroft era superiore a Bloomie.
          Adesso, a diciotto, possedeva una conoscenza generale di aspetti come i problemi degli
stipendi, i margini di guadagno, le tecniche di mercato e le tendenze dei prodotti. Queste cose
l’affascinavano e voleva studiarle all’università. Non intendeva sprecare i seguenti quattro anni
della sua vita studiando lingue romaniche e l’arte rinascimentale.
       Quando glielo disse al padre, questi sbatté il pugno con tale forza sul tavolo che i piatti
volarono per aria.
         -Andrai al Maryville, come fecero le tue nonne. E continuerai a vivere in casa. In casa! –
gridò-. È chiaro? Argomento chiuso. –Si alzò e se ne andò.
          Da bambina, Meredith l’aveva sempre assecondato. Con i voti, il comportamento. Era stata
una figlia modello. Pero adesso si rendeva conto che il prezzo a pagare per soddisfare il padre e
mantenere la pace in famiglia era troppo alto. Esigeva soffocare la sua individualità e rinunciare a
tutti i suoi sogni. Ed anche il sacrificio della sua vita sociale.
          In questi momenti il maggiore problema di Meredith non era l’assurdo atteggiamento di
suo padre rispetto ai suoi appuntamenti o a quali feste partecipava, nonostante le stesse rovinando
l’estate ed era causa di grandi attriti. Se aveva un appuntamento, Philip dava la sua approvazione
dopo aver sottoposto ad un approfondito interrogatorio il pretendente, al quale trattava con
insultante disprezzo, con l’ovvia intenzione di intimidirlo perché non ci provasse più. L’orario
imposto era ridicolo: a mezzanotte doveva essere di ritorno a casa. Si voleva pernottare in casa di
Lisa, lui inventava un pretesto per telefonare e così assicurarsi che era davvero lì. Se di sera voleva
passeggiare in auto, Philip pretendeva di conoscere l’itinerario e, al ritorno, le chiedeva tutti i
dettagli possibili ed immaginabili. Dopo tanti anni in collegi privati dove imperavano le regole più
strette, Meredith desiderava scoprire cosa significasse godere di una libertà completa. Se l’era
guadagnato, se lo meritava. L’idea di vivere in casa altri quattro anni, sotto lo sguardo ogni volta
più implacabile di suo padre, le risultava insopportabile e le sembrava anche del tutto superfluo.
         Fino ad allora non si era mai ribellata apertamente perché ciò incendiava l’ira paterna.
Philip odiava che gli si opponessero, chiunque fosse, e quando si esasperava, rimaneva
freddamente furioso durante settimane. Ma non era soltanto la paura ciò che l’aveva indotto a non
protestare. In realtà, anelava ad ottenere l’approvazione del padre. Per altro canto, comprendeva
l’umiliazione che aveva subito a causa della condotta della moglie e dello scandalo provocato.
Quando Parker le parlò di quei fatti, disse che supponeva che il comportamento di Philip,
quell’eccessivo manto di protezione che dispiegava sulla figlia, forse era dovuto alla paura di
perderla, poiché era tutto ciò che aveva; e in parte poteva essere anche timore che lei facesse
qualcosa che riaccendesse di nuovo i pettegolezzi creati dalle avventure della madre. Anche se
quest’ultima ipotesi non le piacque per nulla, Meredith l’accettò. E così aveva passato cinque
settimane tentando di ragionare con Philip. Quando il ragionamento non diede risultati, passò alle
discussioni. Ma il giorno prima le ostilità erano arrivate ad un punto algido e tra padre e figlia si
scatenò una lite furiosa. L’Università del Nordovest aveva mandato il conto dell’iscrizione e
Meredith gliela presentò a Philip. Parlò con lui con voce serena.
         -Non andrò a Maryville. Andrò alla Nordovest, dove otterrò un titolo che serva a qualcosa.
         Philip mise da parte il conto e guardò sua figlia in modo che le fece tremare lo stomaco.
         -Davvero? –si burlò lui-. E come pensi di pagare l’iscrizione? Ti ho già detto che non lo
farò e non puoi toccare un centesimo della tua eredità fino al compimento dei trenta anni. Ormai è
troppo tardi per chiedere una borsa di studio e mai, data la tua posizione sociale, ti faranno un
prestito per studenti. Vivrai in questa casa e andrai a Maryville. Hai capito, Meredith?
         Tutto il risentimento accumulato durante anni di terribile oppressione affiorò e perse i
nervi.
         -Sei un essere totalmente irrazionale! –esclamò-. Perché non puoi capire...?
         Philip si mise in piedi lentamente, osservando sua figlia con brutale disprezzo.
         -Capisco molto bene – disse con voce gelida-. Capisco che in quell’università ci sono cose
che vuoi fare e gente con la quale farle. Cose che sai perfettamente che non hanno la mia
approvazione. Per questo vuoi andare ad un’università grande e vivere nel campus. Che cosa ti
attira di più, Meredith? Sarà l’opportunità di dormire negli alloggi misti, con i corridoi pieni di
ragazzi che ti trascineranno nel loro letto? O forse...?
         -Sei malato!
         -E tu sei come tua madre! Hai avuto tutto ciò che si può desiderare e non vuoi altro che
l’occasione di infilarti nel letto di chiunque te lo chieda!
       -Che tu sia maledetto! – lei stessa si stupì della forza della sua ira-. Non ti perdonerò
questo mai! Mai! –si girò e se ne andò.
         Dietro lei, la voce di Philip suonò come un tuono.
         -Dove diavolo te ne vai?
        -Fuori. E un’altra cosa: non arriverò a casa a mezzanotte. Sono stufa di orari.
        -Ritorna! –le ordinò lui.
         Meredith non lo ascoltò ed uscì di casa. Quando si vide seduta nella Porsche bianca che le
aveva regalato per il suo sedicesimo compleanno, la sua rabbia aumentò. Suo padre era impazzito.
Era un demente! Meredith passò la serata con Lisa e deliberatamente non ritornò finché non si
fecero le tre del mattino. Trovò a Philip che la aspettava, che si aggirava come un leone ingabbiato.
Appena la vide arrivare lasciò andare la sua ira a briglia sciolte, la insultò, ma stavolta Meredith
non si lasciò intimidire. Resistette allo sleale attacco verbale ed ogni insulto sortiva in lei l’effetto
opposto a quello che suo padre pretendeva; rinforzava la decisione di sfidarlo e di mantenersi nelle
sue idee.


        Protetto dagli intrusi e turisti da uno steccato di ferro alto ed un guardiano nella porta
principale, il club campestre Glenmoor si estendeva per diversi ettari di maestoso prato, con
schizzi di arbusti in fiore. Il lungo e tortuoso accesso al club era fiancheggiato da lampade a gas,
l’ombra di poderosi aceri e querce che arrivavano fino all’ingresso.
         L’edificio del club era una struttura irregolare a tre piani, di mattoni bianchi, con grandi
pilastri che si ergevano nella facciata. Era attorniato da due campi di golf regolamentari e da
diverse piste da tennis. Dietro l’edificio enormi porte portavano ad ampie terrazze piene di tavoli
con ombrelloni e alberi in grandi vasi. Una scalinata scendeva dalla terrazza inferiore fino alle due
piscine olimpiche che c’erano più sotto. Quella sera era proibita farsi il bagno, ma le amache erano
disposte con i grossi cuscini per coloro che desiderassero vedere i fuochi d’artificio coricati o per
chi volesse riposare tra ballo e ballo, quando l’orchestra fosse uscita dopo i fuochi.
         Iniziava a fare buio quando Meredith arrivò al club. Parcheggiò tra la Rolls di un
ricchissimo imprenditore tessile e la vecchia Sedan Chevrolet di un altro più ricco del primo. Si
sentiva depressa e preoccupata. A parte i vestiti non aveva niente da vendere per raccogliere i soldi
per l’iscrizione. Anche la Porsche era a nome di suo padre e inoltre, lui avrebbe avuto il controllo
della sua eredità per altri dodici anni. Disponeva soltanto di settecento dollari. E mentre cercava il
modo di pagarsi l’università, si incamminò verso il club.
         In serate particolari come quella le guardie del club fungevano da posteggiatori. Uno di
loro si affrettò ad aprirle la porta.
        -Buona sera, signorina Bancroft –disse il giovane sorridendole maliziosamente. Era un
ragazzo attraente e muscoloso, studente di medicina all’Università dell’Illinois. Meredith lo sapeva
perché lui stesso glielo aveva detto la settimana precedente mentre lei prendeva il sole.
        -Ciao, Chris –lo salutò lei con aria assente.
        Oltre ad esser il giorno dell’indipendenza, il 4 luglio era anche l’anniversario della
fondazione di Glenmoor. Per tanto, il club era animatissimo. I soci erano accorsi in massa,
circolavano per i corridoi e andavano di stanza in stanza con i cocktail in mano, chiacchierando e
ridendo.
        L’interno del club era meno imponente ed elegante di alcuni di quelli nuovi eretti
ultimamente. I tappeti orientali stavano perdendo luminosità e l’antico e robusto mobilio creava
più un atmosfera di pomposa compiacenza che di incanto. Ma il suo prestigio e il suo potere di
attrazione non erano dovuti al mobilio né alle istallazioni, ma alla posizione sociale. E la ricchezza
non bastava per accedere alla condizione di socio. I soldi dovevano essere accompagnati da una
grande importanza sociale. Nelle rare occasioni in cui un candidato aveva entrambi i requisiti
doveva pure superare la prova di fuoco dell’approvazione unanime dei 14 membri che formavano
la commissione d’ammissione. Negli ultimi anni erano stati rifiutati nuovi ricchi, medici, deputati,
alcuni giocatori famosi dei White Sox e i Bears e un membro della corte suprema dell’Illinois.
         A Meredith non impressionava l’elitismo del club né quello dei suoi soci. Per lei erano
semplicemente visi familiari, alcuni ben conosciuti, altri meno. Per i corridoi, salutava e sorrideva
istintivamente i conoscenti, mentre passava di stanza in stanza cercando le persone aveva
appuntamento. Una delle sale era stata allestita per quella serata come casinò; nelle altre due c’era
un generoso buffet. Le tre erano piene al massimo. Nella parte bassa un’orchestra si preparava per
suonare nella sala dei banchetti. Guardò nella sala da gioco. Suo padre era un accanito giocatore di
carte, come la maggior parte dei presenti lì; ma Philip non c’era e nemmeno Jon e il suo gruppo.
Dopo si diresse al salone principale.
         Nonostante le enormi dimensioni il suo arredamento era pensato per creare un atmosfera
intima e comoda. Divani confortevoli e poltrone posti attorno a tavolini per il tè e nelle pareti i
candelabri di bronzo erano sempre a mezza luce, gettando un caldo riflesso sui lisci rivestimenti di
quercia.
         Anche quel salone era strapieno e Meredith stava per tornare al piano terra, ma vide Shelly
Filmore e Leigh Ackerman, le quali le avevano telefonato per ricordarle la promessa di assistere
alla festa con loro. Erano in piedi all’estremità del bar, con alcuni degli amici di Jonathan e una
coppia anziana che Meredith riconobbe. Erano gli zii di Jonathan: Russell Sommers e sua moglie.
Meredith si stampò un sorriso in faccia e si diresse verso loro. All’improvviso s’irrigidì: giusto alla
sinistra della coppia, Philip formava parte di un altro gruppetto.
       -Meredith –disse la signora Sommers dopo i saluti-, mi piace il tuo vestito, dove l’hai
comprato?
        La ragazza dovette guardarsi per ricordare cosa aveva indossato.
        -Dalla Bancroft –rispose.
        -Sicuro? –scherzò Leigh.
         I Sommers si allontanarono per parlare con altri amici. Meredith non smetteva di osservare
a suo padre, con la speranza che si mantenesse lontano da lei. Rimase un attimo immobile, nervosa
per la vicinanza di Philip, quando si rese conto che le stava rovinando la serata. Ciò la fece
arrabbiare e la stimolò. Gli avrebbe dimostrato che non ci sarebbe riuscito e lei non si sarebbe data
per vinta. Si girò e chiese ad un cameriere un cocktail di champagne, dopo diresse un luminoso
sorriso a Doug Chalfont, fingendo di essere affascinata dalla sua conversazione.
         Fuori, la penombra dava passo al buio completo. Nel club il tono delle chiacchiere
aumentava in modo direttamente proporzionale alla quantità di alcool ingerito. Meredith era
arrivata al secondo cocktail e si domandava se era il caso di cercarsi un lavoro per dare a suo padre
una prova più contundente che la sua intenzione di ottenere una laurea utile era molto ferma.
Guardò lo specchio sulla barra del bar e notò lo sguardo di suo padre fisso su di lei. Aveva gli occhi
socchiusi, con espressione di freddo disgusto. Oziosamente si domandò cos’era la cosa che in quel
momento gli provocava più repulsione. Forse il vestito senza bretelle o più probabilmente
l’attenzione che Doug le prodigava. Quel che sicuramente non molestava a Philip era il calice di
champagne; era stata educata non solo a parlare come un adulto appena imparò a formulare delle
frasi, ma anche a comportarsi come tale. A dodici anni suo padre le permetteva rimanere a tavola
quando vi erano ospiti. A sedici imparò a fare da anfitrione e beveva vino con gli invitati, ma con
moderazione.
        Al suo fianco, Shelly annunciò che era ora di andare a mangiare, altrimenti correvano il
rischio di non trovare posto a sedere. Meredith tentò di dimenticare i suoi problemi, ricordandosi
che si era preposta divertirsi.
       -Jonathan disse che sarebbe venuto prima di cominciare la cena. Qualcuno lo ha visto? –
girando la testa cercandolo, all’improvviso esclamò-: Dio mio! Chi è quello? Che uomo! –Parlò in
un tono più alto del dovuto suscitando l’interesse non solo nel suo gruppo, ma da parte di altre
persone vicine. Alcuni si girarono seguendo lo sguardo di Shelly.
       -A chi ti riferisci? –le chiese Leigh. Meredith era di fronte alla porta ed alzando il capo,
vide immediatamente l’oggetto dell’entusiasmo di Shelly.
          In piedi nell’uscio, con la mano destra occulta nella tasca del pantalone, c’era un uomo
molto alto, con i capelli quasi neri. Aveva le gambe lunghe e le spalle larghe. Gli occhi erano chiari,
i tratti del viso abbronzato sembravano essere cesellati da un artista che cercava la forza bruta, la
virilità, ma non la bellezza maschile. Il mento fermo, il naso retto e la mandibola energica, erano
espressione di una volontà ferrea. No, quell’uomo fermo nella porta che sembrava guardare
l’elegante ressa distrattamente, non poteva essere descritto come bello o splendido, pensò Meredith.
Chissà orgoglioso, arrogante, duro... E poi, a lei non erano mai piaciuti gli uomini bruni con
aspetto così apertamente maschile.
       -Guardate che spalle! –bisbigliò Shelly incantata-. E che viso! –girandosi verso Chalfont-:
Doug, quello è autentico sex-appeal.
        Doug lo guardò e fece spallucce, sorridendo.
        -A me non fa nessun effetto –Dirigendosi ad un altro giovane del gruppo, che Meredith
aveva conosciuto quella sera stessa, gli chiese-: Hey, Rick? A te produce fa qualche impressione?
        -Non lo saprò finché non veda le gambe –scherzò Rick-. Sono fissato con le gambe, ragion
per cui Meredith sì che mi impressiona.
         In quel momento apparse Jonathan nell’uscio della porta, movendosi con una certa
goffaggine. Passò un braccio sulle spalle del giovane sconosciuto e si guardò in torno. Meredith
notò che Sommers, già abbastanza ubriaco, aveva un sorriso trionfale. Immediatamente Leigh e
Shelly si misero a ridere e ciò la confuse.
        -Oh, no! –esclamò Leigh, guardando a Shelly e a Meredith con una comica smorfia di
disincanto-. Per favore, non mi dire che quello splendido esemplare di maschio è l’operaio
reclutato da Jonathan per i pozzi petroliferi.
          La risata di Doug soffocò la maggior parte delle parole di Leigh e Meredith s’inclinò verso
lei e chiese:
        -Scusa, cosa hai detto?
        Leigh rispose velocemente, poiché Jonathan e lo sconosciuto si avvicinavano a loro.
        -Quell’uomo in realtà è un operaio in una fonderia dell’Indiana. Il padre di Jon l’ha
obbligato ad assumerlo per i pozzi di petrolio che i Sommers hanno in Venezuela.
        Sconcertata dalle risate del gruppo e per le spiegazioni di Leigh, Meredith volle sapere di
più.
        -Perché l’ha portato qui?
        -È uno scherzo, Meredith! Jon è furioso con suo padre per averlo obbligato a contrattare a
quest’uomo e dopo averglielo messo come esempio. Come rappresaglia, Jon porta qui al giovane
modello per ridicolizzarlo davanti agli occhi del padre. E sai la cosa più divertente? La zia di Jon ci
ha detto che i genitori di questo non vengono perché hanno deciso di passare il finesettimana nella
loro casa di villeggiatura...
       Jonathan li chiamò con voce talmente alta e torbida che incluso gli zii e il padre di
Meredith, che erano in gruppi separati, girarono il capo.
          -Ciao a tutti! –vociferò, agitando un braccio in semicircolo-. Ciao, zia Harriet! Ciao, zio
Russell! –Aspettò aver captato l’attenzione di tutti-. Vorrei presentarvi al mio camerata Matt
Terrell... voglio dire, F-Farrell –borbottò singhiozzando-. Zia Harriet, zio Russell, salutate a Matt. È
il più recente esempio di mio padre! Esempio di come dovrei essere io quando cresca.
        -Come sta? –gli chiese la zia di Jon a Matt. La donna aveva sviato lo sguardo dal nipote
ebbro e tentava di essere gentile con lui-. Da dove viene, signor Farrell?
        -Indiana.- la sua voce suonò tranquilla e fiduciosa.
        -Indianapolis? –chiese l’anziana-. Non ricordo di conoscere nessun Farrell di Indianapolis.
        -Non sono di lì. E inoltre, sono sicuro che lei non conosce la mia famiglia.
       -Di dov’è lei esattamente? –intervenne Philip, sempre disposto ad interrogare ed intimorire
qualunque uomo si avvicinasse a sua figlia.
         Matt Farrell si girò e Meredith scoprì con ammirazione che il giovane sosteneva impavido
il fulminante sguardo di Philip Bancroft.
        -Edmunton. A sud di Gary.
        -A cosa si dedica? -gli chiese Philip rude.
        -Sono operaio in una fonderia –si limitò a rispondere. Il suo atteggiamento e le sue parole
erano tanto fredde come quelli di Philip.
         Si produsse un silenzio pieno di stupore. Alcune coppie di mezza età, che aspettavano agli
zii di Jonathan, scambiarono sguardi scomodi e si allontanarono. La signora Sommers decise anche
lei di andare.
        -Che passi una gradevole serate, signor Farrell –disse con voce rigida e prendendo il
braccio del marito, si diresse verso la sala dei banchetti.
        All’improvviso, tutti si misero in movimento.
         -Bene –disse Leigh vivamente, guardando a quelli del suo gruppo tranne che a Matt
Farrell, che si era appartato un poco-. Andiamo a mangiare! –prese il braccio di Jon e lo fece girare
verso la porta della sala dei banchetti-. Ho riservato un tavolo per nove –aggiunse sarcasticamente.
        Meredith contò i presenti: c’erano nove persone nel gruppo, eccettuando Matt Farrell.
Nauseata, rimase immobile un istante. Philip la vide vicino a Farrell e abbandonò gli amici che si
allontanavano. Toccò il gomito di Meredith.
        -Liberati di lui! –le ordinò abbastanza forte da farsi sentire da Farrell. Dopo seguì gli amici.
         Meredith lo osservò allontanarsi mentre l’assaliva un’onda di furiosa ribellione. Dopo
guardò Farrell, senza sapere cosa fare. Il giovane si era fermato di fronte alle finestre e osservava la
gente della terrazza con la distante indifferenza di chi si sa essere un intruso indesiderato e, per
tanto, intento a fingere che preferiva così.
         Anche se non avesse confessato essere un operaio dell’Indiana, Meredith non avrebbe
tardato a capire che non apparteneva all’ambiente di Glenmoor. Da una parte, lo smoking gli stava
stretto nelle spalle, era evidente che non era fatto a misura e quindi era affittato. Nemmeno parlava
con la sicurezza innata di un membro dell’alta società, di qualcuno che si aspetta di essere
ammirato e benvenuto ovunque andasse. E poi, le sue maniere esibivano un’indefinibile mancanza
di raffinatezza, una rozzezza ed una asprezza che attraevano e ripugnavano a Meredith a lo stesso
tempo.
       Per ciò rimase attonita quando capì che quell’uomo le ricordava... se stessa. Lo guardò,
completamente solo, come se non gli importasse il suo ostracismo e si vide a se stessa in Saint
Stephen, passando la ricreazione con la sola compagnia di un libro, intentando fingere che non le
importasse che la lasciassero da sola.
        -Signor Farrell –chiese con tutta la naturalezza della quale fu capace-, vuol bere qualcosa?
        Si girò sorpreso, tentennò un attimo e dopo annuì.
        -Whisky con acqua.
        Meredith fece un cenno ad un cameriere e questo accorse.
        -Jimmy, il signor Farrell desidera un whisky con acqua.
       Quando si girò verso Farrell scoprì che la stava studiando. Le percorse il corpo con lo
sguardo, leggermente accigliato. Senza dubbio si stava chiedendo perché lei si disturbava ad essere
amabile con lui.
        -Chi è l’uomo che le ha detto di liberarsi di me? –le chiese bruscamente.
        -Mio padre –confessò Meredith e lamentò agitarlo con la verità.
        -Le mie più sentite condoglianze.
         Meredith si mise a ridere. Nessuno aveva mai osato criticare a suo padre, nemmeno
indirettamente. Ebbe il presentimento che Matt Farrell era un ribelle, esattamente ciò che aveva
deciso essere lei. Lo faceva diventare un suo spirito gemello, così, invece d’impietosirsi o sentirsi
rifiutata, lo vedeva come un coraggioso bastardino in mezzo ad un gruppo di cani di pura razza.
Decise di riscattarlo.
        -Le piacerebbe ballare? –gli domandò come se fosse un vecchio amico.
        Lui la guardò divertito.
        -Cosa le fa presumere, principessa, che un operaio di Edmunton, Indiana, sappia ballare?
        -Sa?
        -Suppongo che me la sbrigo.
        Ballarono nel terrazzo al lento ritmo dato dall’orchestra, e Meredith comprovò subito che
Farrell era molto modesto perché ballava bene, anche se era un po’ teso e il suo stile era
conservatore.
        -Come lo faccio?
         -Fino adesso, tutto ciò che posso dire è che il suo ritmo è buono e si muove bene –rispose
lei senza accorgersi che le sue parole potevano essere mal interpretate-. In fin dei conti, è ciò che
conta. –sorrise fissandolo negli occhi per rassicurarlo che non voleva criticarlo con le seguenti
parole-. Tutto ciò che necessita, è un po’ di pratica.
        -Quanta pratica mi raccomanda?
        -Non molta. Una sera basterebbe per imparare alcuni nuovi passi.
        -Non sapevo che ci fossero nuovi passi.
        -Ci sono –replicò lei-. Ma prima deve imparare a rilassarsi.
        -Prima? -ripeté Farrell-. Ho sempre creduto che uno si rilassa dopo.
        Meredith finalmente si accorse del doppio senso della conversazione. Guardò il giovane
con franchezza.
        -Stiamo parlando di ballo, signor Farrell?
         Farrell captò l’acredine nelle sue parole. Osservò un attimo la ragazza con rinnovato
interesse. Stava riesaminando l’opinione che si era fatta di lei. Gli occhi di Farrell non erano
azzurri, come lei pensò al principio, ma di un grigio metallico. In quanto ai capelli, erano castano
scuro e non neri. Quando parlò non solo le sue parole, ma anche il suo tono le chiedeva scusa.
       -Adesso sì –rispose. Tardivamente spiegò a Meredith la rigidità che lei aveva avvertito nei
suoi movimenti-: poche settimane fa mi sono rotto un legamento della gamba destra.
        -Mi dispiace –disse lei, scusandosi per averlo fatto ballare-. Le fa male?
        Un meraviglioso sorriso illuminò il viso di Matt Farrell.
        -Solo quando ballo.
        Meredith rise dallo scherzo e cominciò a sentire che i suoi problemi personali passavano in
secondo piano. Tornarono a ballare, parlando di trivialità, come la cattiva musica dell’orchestra o il
buon clima. Di ritorno al salone. Jimmy portò loro delle bibite.
        Assalita da un sentimento di disprezzo nei confronti di Jonathan, Meredith disse:
         -Jimmy, metta queste bibite sul conto del signor Jonathan Sommers. –guardando a Matt,
vide la sua sorpresa.
        -Lei non è socia del club?
        -Sì –ammise lei con un sorriso triste-. Si tratta di una meschina vendetta personale.
        -Vendetta di cosa?
         -Beh... –si accorse che se gli diceva la verità, lo avrebbe mortificato. Così, fece spallucce e
disse-: Diciamo che Jonathan Sommers non mi entusiasma molto.
        Farrell la guardò curioso e dopo bevve tutto d’un sorso.
        -Deve avere fame. La lascerò perché si riunisca con i suoi amici.
        Era un gesto di cortesia con il quale l’assolveva dalla sua fuga, ma la verità era che non
voleva fuggire da lui, e non solo perché la compagnia di Jonathan e il suo gruppo non era la più
entusiasmante del mondo. Farrell le interessava. Inoltre, se lo lasciava solo, nessuno lo avrebbe
avvicinato e la gente che ancora c’era nel salone, in realtà li guardava di sottecchi.
         -La verità è che il mangiare del club non è niente dall’altro mondo.
        Farrell diede un’occhiata agli occupanti del salone, dopo posò il bicchiere su un tavolo
indicando la sua intenzione di andarsene.
        -Nemmeno questa gente.
        -Non lo evitano per villania o arroganza –gli assicurò lei-. Non realmente.
        -Allora, perché lo fanno? –chiese lui con fare dubitativo.
        Meredith vide alcune coppie di mezz’età, amici di suo padre. Erano tutte brave persone.
       -Vedrà, da un lato si vergognano del comportamento di Jonathan. E anche per ciò che
sanno di lei, cioè, di dove viene e come si guadagna da vivere. Mi riferisco che semplicemente
credono che non hanno nulla in comune con lei.
        Farrell dovette pensare che lei si stava facendo la superiore perché sorrise e disse:
        -Devo andare via.
        All’improvviso l’idea che Farrell se ne andasse umiliato e conservasse un ricordo
totalmente negativo di quella serata, riempì Meredith di tristezza. Di fatto, non era proprio
necessario che succedesse ciò. Era impensabile!
        -Non è ancora tempo di andare –dichiarò sorridendo determinata.
        Farrell la fissò.
        -Perché no?
        -Perché... portare un bicchiere in mano aiuta a farlo –replicò lei con una certa malizia.
        -A fare cosa?
        -Mescolarsi. Andiamo a mescolarci.
        -Assolutamente no! –Matt le prese il polso per staccarsi, ma era troppo tardi.
        Meredith aveva deciso che quella moltitudine si doveva ingoiare la presenza di Matt.
        -Per favore, mi faccia contenta –bisbigliò lei lanciandogli uno sguardo implorante.
        Matt accennò un sorriso di cauta resa.
        -Lei ha gli occhi più sorprendenti...
         -In realtà sono corta di vista –scherzò lei sorridendo-. Me hanno visto sbattere contro le
pareti. Perché non mi offre il braccio così evito di fare ruzzoloni?
        Farrell non era insensibile all’humour e al sorriso della ragazza.
        -Ed e anche risoluta –aggiunse Matt. Anche se tentennante, le offrì il braccio.
        Si incontrarono con una coppia di anziani conoscente di Meredith.
       -Buona sera, signor e signora Foster –li salutò allegramente mentre gli anziani le
passavano accanto senza vederla. La coppia si fermò.
       -Oh, come va, Meredith? –disse la signora Foster. Poi sia lei sia il marito sorrisero a Matt,
senza dubbio aspettando ricevere informazioni su di lui.
         -Mi piacerebbe presentarvi un amico di mio padre –annunciò Meredith, trattenendo una
risata vedendo il viso incredulo di Matt-. Matt Farrell, dell’Indiana. È nell’affare dell’acciaio.
       -Piacere –disse il signor Foster, stringendo la mano che Matt gli aveva offerto-. So che né
Meredith né suo padre giocano a golf, ma spero che lo abbiano informato che qui a Glenmoor
abbiamo due campi regolamentari. Starà abbastanza tra di noi per fare qualche partita?
        -Non sono nemmeno sicuro di rimanere il tempo sufficiente per finire questo cocktail –
rispose Matt, pensando che lo avrebbero buttato fuori appena il padre di Meredith scoprisse che lo
stava spacciando per amico suo.
        Il signor Foster inclinò il capo, disorientato.
        -Gli affari sembrano sempre interporsi nel sentiero del piacere. Almeno stasera vedrà i
fuochi artificiali. È il miglior spettacolo della città.
        -Lei sì che li vedrà – profetizzò Matt, lanciando uno sguardo eloquente a Meredith, che a
sua volta sembrava la pura incarnazione dell’innocenza.
       Il signor Foster riprese di nuovo il suo argomento di conversazione preferito, cioè il golf,
mentre Meredith manteneva con grande sforzo una faccia seria.
         -Qual è il suo handicap, signor Farrell? –chiese il signor Foster.
       -L’handicap di Matt sono io –intervenne Meredith-. Almeno stasera. –e guardò Farrell
provocatoriamente.
         -Cosa? -batté le palpebre il signor Foster.
         Matt non rispose e neanche Meredith avrebbe potuto farlo poiché lui aveva lo sguardo
fisso nelle sue labbra e quando lo alzò per contemplare i suoi occhi, scoprì in loro una espressione
diversa.
       -Andiamocene, cara –disse il signor Foster guardando entrambi i giovani-. Questi ragazzi
non vogliono passare la serata parlando di golf.
        Meredith recuperò troppo tardi la compostezza e si disse con severità che aveva bevuto
troppo champagne. toccò il gomito di Matt.
       -Venga con me –disse, cominciando a scendere i gradini che conducevano al salone dei
banchetti, dove suonava l’orchestra.
        Durante quasi un’ora, lo condusse da un gruppo ad un altro, entrambi allegri mentre lei
raccontava con grande aplomb mezze verità su chi era Matt e come si guadagnava da vivere. Lui
non interveniva nella farsa, ma osservava divertito l’ingegno della ragazza.
        -Ha visto? –chiese lei quando finalmente lasciarono dietro il rumore e la musica ed
uscirono a passeggiare nel parco-. Quel che conta non è ciò che si dice, ma ciò che non si dice.
         -Una teoria interessante –scherzò lui-. Ne ha delle altre?
         Meredith negò con il capo, e diede voce ad una idea che la perseguitava da tutta la sera.
         -Il suo modo di parlare non sembra quello di un operaio di fonderia.
         -Quanti ne conosce?
         -Solo uno.
         Matt le chiese con voce sommessa:
         -Viene qui spesso?
         Avevano passato la prima parte della serata giocando a una specie di farsa stupida, ma
Meredith capì che lui si era già stufato. Di fatto, anche lei lo era e ciò conferì una sfumatura diversa
al clima creato tra i due. Passeggiando tra rose e arbusti in fiore, Matt cominciò a farle domande.
Meredith gli disse che aveva studiato in un internato e che si era diplomata. Quando Matt
s’interessò dei suoi progetti futuri, lei capì che lui credeva che fosse già laureata. Meredith preferì
lasciarglielo credere, altrimenti Matt avrebbe scoperto che aveva diciotto e non ventidue e la
reazione era imprevedibile. Così, si affrettò a ribaltare le domande:
         -E lei, cosa farà?
       Matt le raccontò che tra sei settimane sarebbe partito per il Venezuela e le spiegò i dettagli
del nuovo lavoro. Dopo la conversazione si fece fluida e parlarono su vari argomenti, fino che
finalmente si fermarono sul prato, sotto un olmo centenario. Meredith ascoltava a Farrell come
sotto un incantesimo, ignorando il contatto della ruvida corteccia dell’albero contro le sue spalle
nude. Aveva scoperto che Matt aveva ventisei anni e che oltre ad essere ingegnoso ed esprimersi
con eloquenza, sapeva ascoltare con tanta di quell’attenzione che sembrava che in tutto il mondo
nulla fosse più importante delle parole della sua interlocutrice. Le risultava sconcertante e allo
stesso tempo, lusinghiero. Creava una falsa atmosfera d’intimità ed isolamento.
        Finiva di ridere per una delle battute di Matt quando un insetto passò volando accanto al
suo viso e ronzò vicino al suo orecchio. Meredith fece un salto, facendo smorfie e cercando di
localizzare l’insetto.
           -È tra i miei capelli? –gli chiese angosciata, abbassando il capo per farsi controllare.
           Lui le mise le mani sulle spalle.
           -No –la tranquillizzò-. Era soltanto un piccolo scarafaggio.
        -Gli scarafaggi sono schifosi e questo era grande come un colibrì. –Matt si mise a ridere e
lei accennò un sorriso di deliberata soddisfazione-. Non riderai tra sei settimane, quando non
potrai uscire dal tuo alloggio senza pestare serpenti –scherzò lei, passando al tu.
         -Credi? –mormorò lui, fissando la bocca della ragazza. Dopo le mani scivolarono per il
collo fino ad incorniciarle teneramente il viso.
           -Cosa fai? –bisbigliò Meredith quando lui cominciò a sfiorarle il labbro inferiore con il
pollice.
           -Cerco di decidere se voglio godermi i fuochi d’artificio.
           -Cominceranno tra mezz’ora –replicò lei tremando; sapeva che l’avrebbe baciata.
           -Penso –bisbigliò il giovane inclinando la testa lentamente- che cominceranno proprio
adesso.
          E così fu. Matt baciò le labbra di Meredith e lei sussultò. Al principio fu un bacio tenero; la
bocca di Matt sfiorò quella di Meredith, esplorandone delicatamente i contorni. Non era la prima
volta che la baciavano, ma sempre erano stati baci inesperti ed avidi. Nessuno l’aveva baciato con
la dolcezza di Matt Farrell. Scivolò una mano per le spalle di Meredith, attirandola verso sé e con
l’altra la prese dalla nuca. Aprì molto piano la bocca su quella di lei. perduta nel bacio, lei infilò le
mani sotto la giacca dello smoking fino raggiungere le larghe spalle. Dopo passò le braccia attorno
il collo di Matt.
         Lei lo abbracciò e si strinse a lui. La lingua di Matt percosse ardentemente le labbra che gli
si offrivano, esigendo che lei li aprisse. Quando lo fece, tornò a baciarla appassionatamente. Le
carezzò un seno con la mano, dopo la fece scorrere fino alle natiche della ragazza, la quale notò la
firme eccitazione del giovane. Per un attimo rimase un po’ rigida, ma dopo, inspiegabilmente,
Meredith affondò le dita nei capelli di Matt e anche lei lo baciò.
         Sembrava essere passata un’eternità quando finalmente Matt ritirò la bocca. Il cuore di
Meredith batteva con forza e abbracciata a lui, appoggiò la fronte nel suo petto, cercando di
mettere ordine in quel cumulo di sensazioni. Nella sua confusa mente cominciò a prendere corpo
l’idea che Matt potesse pensare che la sua condotta era strana, perché in realtà non si era trattato di
nulla di più di un bacio. Si obbligò ad alzare il viso. Era sicura che si sarebbe incontrata con uno
sguardo di divertito stupore, ma si sbagliò. I forti tratti dell’uomo non riflettevano la minima
espressione di scherno, bensì tutto in lui sembrava ardere di passione. Le braccia di Matt la
stringevano, rifiutandosi a lasciarla andare. Meredith si sentì orgogliosa avvertendo che Matt
condivideva le sue emozioni. Senza pensare in ciò che faceva, fissò le sue labbra. Nella loro
fermezza c’era una forte sensualità anche se i baci erano stati squisitamente dolci. Desiderosa di
sentire di nuovo il contatto di quelle labbra, Meredith lo supplicò con lo sguardo che tornasse a
baciarla.
        Matt lo capì e con una specie di gemito, rispose rocamente con un sì, stringendola ancora
di più e impossessandosi della sua bocca con un bacio accattivante. Meredith, con il fiato corto,
pensò di impazzire di piacere.
         Poco dopo si udirono risate e Meredith si separò goffamente di Matt, girandosi in torno,
allarmata. Decine di persone uscivano dal club per vedere i fuochi d’artificio... e, alla testa di tutti,
c’era Philip. Anche a distanza, Meredith avvertì che era furioso; avanzava a grandi passi.
        -Oh, Dio mio –bisbigliò la ragazza-. Matt, devi andartene. Vattene, adesso!
        -No.
         -Per favore! –supplicò lei, quasi piangendo-. Non mi succederà niente. Aspetterà ad essere
da soli per dirmi qualcosa, ma non so cosa farà a te- dopo un istante, Meredith seppe la risposta.
         -Stanno venendo degli uomini per buttarlo fuori di qui, Farrell! –annunciò Philip con voce
sibilante, il viso congestionato dal furore. Si girò verso Meredith e la prese da un braccio-. Tu vieni
con me!
       Due dei camerieri del club si avvicinavano dal viale d’accesso. Philip tirò il braccio di
Meredith, la quale disse a Matt:
        -Per favore, vattene. Non fare una scenata.
        Suo padre tornò a tirarla e Meredith capì che non aveva scelta: o camminava o la
trascinava. Allora vide con sollievo che i camerieri rallentavano il passo e finalmente si fermavano.
A quanto pareva, Matt aveva raggiunto l’autostrada. Philip arrivò alla stessa conclusione poiché i
camerieri lo guardavano in attesa d’istruzioni.
         -Lasciate che quel bastardo se ne vada, ma avvisate nella porta principale perché stiano
attenti e non gli permettano di tornare ad entrare.
        Quando li vide allontanare, Philip si girò verso Meredith. Aveva il viso pallido.
         -Tua madre fu lo zimbello di questo club e non permetterò che tu ripeta la storia, mi senti?
–le lasciò il braccio violentemente, come se toccare sua figlia lo nauseasse. Nonostante parlò con
voce sommessa perché un Bancroft, per quanto grande potesse essere la provocazione, non
ventilava mai in pubblico i problemi familiari-. Torna a casa e rimani lì. Ci vogliono venti minuti
per arrivare ed io tra venticinque telefonerò. Che Dio ti protegga se non ci sei!
        Girò sui talloni e si diresse verso l’edificio. Meredith lo vide allontanarsi, sentendosi
umiliata. Dopo entrò nel club e recuperò la borsetta. Di strada verso il parcheggio vide diverse
coppie che si baciavano sotto gli alberi.
         Guidò con gli occhi pieni di lacrime e solo dopo essere passata accanto ad una figura
solitaria si rese conto che era Matt, che camminava con la giacca dello smoking buttata sulla spalla.
Meredith fermò la macchina e lo aspettò. Si sentiva così colpevole per l’umiliazione che gli aveva
causato che non osava guardarlo negli occhi.
        Matt mise la testa nel finestrino e le chiese:
        -Stai bene?
        -Sì, sì. –prese forze dalla debolezza e lo guardò-. Mio padre è un Bancroft e i Bancroft non
discutono mai in pubblico.
        Lui notò gli occhi pieni di Meredith. Sfiorò con la punta delle dita la setosa guancia della
ragazza.
           -E neanche piangono davanti la gente, non è così?
        -È così –ammise Meredith, tentando di assimilare la meravigliosa indifferenza che a Matt
ispirava Philip Bancroft-. Me ne vado... a casa. Ti posso lasciare da qualche parte?
           Lo sguardo di Matt passò dal viso di Meredith alla mano che afferrava nervosamente il
volante.
        -Sì, ma soltanto se mi lasci guidare questo catorcio. –lo disse come chi desidera guidare
una macchina lussuosa, ma le seguenti parole allontanarono l’equivoco-. Perché non ti porto io a
casa tua e da li prendo un taxi? –a Matt preoccupava che nello stato in cui si trovava, Meredith
potesse soffrire un incidente.
       -Va bene –concesse la ragazza, disposta a salvare dal naufragio il poco orgoglio che le
rimaneva. Uscì dall’auto e fece il giro, si sedette accanto a Matt, che si era messo al posto di guida.
         Entrambi guardavano silenzio, mentre la brezza penetrava dai finestrini. Nella lontananza
scoppiarono i fuochi artificiali che finirono in una spettacolare cascata di rosso, bianco e blu.
Meredith osservò le scintille che illuminavano il cielo e che poco a poco morivano precipitando a
terra. Ricordando il suo comportamento, si rivolse a Matt.
           -Ti voglio chiedere perdono per stasera... Mi riferisco a mio padre.
          -È lui chi deve scusarsi. Ferì il mio orgoglio ordinando a quei due debolucci di buttarmi
fuori. Il minimo che poteva fare per salvaguardare il mio ego, era mandarmene quattro.
        Meredith lo guardò, sorpresa che non si sentisse intimorito dall’ira di Philip Bancroft; poi,
la giovane sorrise, pensando che era meraviglioso incontrare qualcuno che non avesse paura di suo
padre. Lanciando uno sguardo disinvolto alle larghe spalle di Matt, disse:
       -Si realmente avesse voluto buttarti di lì in contra della tua volontà, avrebbe dovuto
chiamare sei uomini.
        -Il mio ego ed io ti ringraziamo per queste parole –rispose lui con un sorriso pigro.
Meredith, che pochi minuti prima aveva giurato che non avrebbe sorriso mai più, lasciò scappare
una risata-. Hai una risata meravigliosa.
           -Grazie –gli rispose, compiaciuta esageratamente del complimento.
         Con la pallida luce del cruscotto, la ragazza studiò il profilo di Matt Farrell. Osservò come
il vento ondulava i suoi capelli e si domandò cosa avesse lui per conseguire che alcune parole
semplici e serene potessero sembrare una carezza fisica. Ricordò quel che aveva detto Shelly
Filmore ed ammise che forse quella era la risposta: «autentico sex-appeal». Ore prima, quando lo
vide la prima volta, a Meredith non le era sembrato un uomo particolarmente attraente. Adesso sì
che lo credeva. Di fatto, era sicura che le donne perdessero la testa per lui. E senza dubbi, loro era il
motivo per cui Matt baciasse così bene. Possedeva sex-appeal... e molta esperienza baciando.
           -Gira di qua –disse lei. Il viaggio era durato quindici minuti.
        Si trovarono davanti ad un enorme portone di ferro. Meredith premette un bottone nel
cruscotto e si aprì.
        9


        -Questa è casa mia –disse Meredith quando l’auto si fermò davanti l’entrata.
       Matt contemplò l’imponente struttura in pietra con le finestre di cristallo piombate, mentre
Meredith apriva la porta principale.
        -Sembra un museo.
        -Almeno non hai detto che sembra un mausoleo –scherzò lei.
        -Ma l’ho pensato.
         Meredith sorrideva ancora quando arrivarono nella biblioteca avvolta nella penombra,
situata nella parte posteriore dell’edificio. Accese una luce e quando vide che Matt si dirigeva
direttamente al telefono sulla scrivania, si sentì afflitta. Voleva che rimanesse, voleva parlargli,
voleva fare qualunque cosa per contrapporsi alla disperazione che la avrebbe soffocato appena
fosse rimasta da sola.
        -Non è necessario che te ne vada così presto. Mio padre rimarrà a giocare a carte finché
non chiuda il club, alle due del mattino.
        Matt si voltò, avvertendo il tono disperato nella sua voce.
        -Meredith, a me tuo padre non me ne importa niente, ma tu devi vivere con lui. Se viene e
mi trova qui...
         -Non verrà –lo rassicurò Meredith-. Neanche la morte potrebbe interrompere la sua partita
a carte, è un giocatore ossessivo.
        -Ed è pure maledettamente ossessionato con te –commentò lui e Meredith trattenne il
respiro al vederlo tentennare con l’apparecchio in mano. Finalmente Matt lo posò. Forse quella
sarebbe stata l’ultima serata gradevole in mesi ed era decisa a godersela.
        -Vuoi un cognac? Temo non poterti offrire nulla da mangiare perché la servitù è a letto.
        -Va bene il cognac.
        Meredith si diresse al mobile bar e prese la bottiglia. Dietro a lei sentì la voce di Matt.
        -Non mi dire che la servitù chiude a chiave il frigorifero quando va a dormire?
        Lei si fermò con la coppa di cognac in mano.
        -Qualcosa del genere.
         Matt non si lasciò ingannare. Lei lo capì quando gli portò la coppa fino al sofà e vide il
brillo divertito nei suoi occhi.
        -Non sai cucinare, eh, principessa?
        -Sono sicura che potrei –scherzò lei-, se qualcuno si prendesse la briga di indicarmi dov’è
la cucina e mi mostrasse il forno e il frigorifero.
        Matt strinse le labbra. Poi si inclinò e posò la coppa sul tavolo. Lei sapeva esattamente cosa
stava per fare, incluso prima che la prendesse dai polsi e la attirasse con fermezza verso di sé.
        -So che cucini bene –disse alzandole il mento.
          -Cosa ti fa essere così sicuro?
          -Il fatto –bisbigliò lui- che nemmeno un’ora fa mi hai fatto prendere fuoco.
          La sua bocca era quasi a contatto a quella della ragazza quando il forte suono del telefono
li interruppi. Meredith si staccò dalle sue braccia e rispose. Era Philip.
        -Sono contento che tu abbia avuto il buon senso di ubbidirmi –disse con voce gelida-. E
voglio che sappia che ero sul punto di farti iscrivere all’Università del Nordovest, ma dopo quel
che è successo, dimenticalo. La condotta che hai tenuto stasera è una prova irrefutabile che non mi
posso fidare di te.
          Chiuse la telefonata senza attendere la risposta di sua figlia.
       Con mano tremante, Meredith posò l’apparecchio. Il tremore si estese al resto del corpo,
provocato da un crescente sentimento di ira e futilità. Dovette appoggiare le mani sulla scrivania
per mantenersi relativamente ferma.
          Matt le si avvicinò da dietro e le mise le mani sulle spalle.
          -Meredith? –chiese con autentica preoccupazione-. Chi era? Succede qualcosa di male?
          -Era mio padre – borbottò-. Volle assicurarsi che sono a casa, come mi ordinò.
          Matt rimase un istante in silenzio, dopo parlò con voce soave:
          -Cosa hai fatto perché sia così sfiduciato?
          La velata accusa di Matt le arrivò al cuore, distruggendo lo scarso controllo che aveva di se
stessa.
          -Cosa ho fatto? –ripetè istericamente-. Che cosa ho fatto?
          -Devi aver fatto qualcosa per fargli pensare che ti deve vigilare fino a questo punto.
        L’enorme risentimento che si agitava dentro Meredith affiorò in un’esplosione di furia.
Aveva gli occhi pieni di lacrime e il suo viso rifletteva una certa determinazione. All’improvviso si
lanciò su Matt ed incominciò ad accarezzargli il torace.
         -Mia madre era molto promiscua. Non poteva vivere senza un maschio. Mio padre mi
vigila perché sa che sono come lei.
          Quando la ragazza gli buttò le braccia al collo, lui le chiese, con gli occhi socchiusi:
          -Cosa diavolo stai facendo?
         -Già sai cosa faccio –sussurrò lei e senza dargli tempo di rispondere, si strinse contro lui e
gli dette un bacio interminabile.
        Lui la desiderava. Meredith lo capì non appena la strinse, avvicinandola di più a se. Notò
la sua eccitazione. La stava baciando appassionatamente e lei faceva il possibile perché non si
fermasse, perché non cambiasse idea e perché non lo facesse nemmeno lei. Tirò la camicia di Matt,
aprendogliela con mani tremanti. Accarezzò il torace muscoloso, abbronzato e coperto da una
peluria nera. A un certo punto, Meredith chiuse gli occhi, trovò la cerniera del suo vestito e
cominciò ad abbassarla. Lo desiderava e si disse con rabbia che se l’era guadagnato.
          -Meredith?
        La voce calma di Matt la portò alla realtà per un istante. Alzò il viso, ma non ebbe il
coraggio di guardarlo negli occhi.
          -Sono molto lusingato, ma debbo confessare che non ho mai visto una donna strapparsi i
vestiti in un accesso di passione e tanto meno dopo soltanto un bacio.
        Sconfitta senza neanche iniziare il combattimento, Meredith appoggiò la fronte contro il
petto di Matt. Lui le mise una mano sulla spalla, dopo la portò fino alla nuca e la lasciò lì,
accarezzandola con il pollice. Posò l’altra mano nella vita, esercitando una morbida pressione per
indicarle il suo desiderio di averla vicina. Dopo un momento, le sue dita scivolarono per la schiena
nuda e, arrivando nella cerniera, finì di aprire il vestito.
        Inghiottendo con forza, lei alzò le braccia per coprirsi. Tentennò.
        -Non lo faccio molto bene...
        Matt percorse il corpo della ragazza con lo sguardo e finalmente si fermò nei seni.
        -No? –disse con voce roca ed abbassò la testa.
        Meredith desiderava godere dell’amore. Tornò a baciare a Matt. Accarezzando gli
armoniosi muscoli della sua schiena, lo baciò posseduta da una necessità cieca. Assaporò il
contatto della sua lingua quando questa s’introdusse in bocca. Lui ansimò e strinse con più forza
Meredith, che perse completamente il controllo e si lasciò andare alle sensazioni. Sentì una
corrente di aria fredda che percorreva il suo corpo nudo. Matt liberò i suoi capelli, che si sparsero
come una cascata sulle sue spalle. La stanza sembrò ruzzolare quando lui la fece sdraiare sul
divano e si mise accanto a lei, anche lui nudo.
        Ma all’improvviso tutto finì, eccetto le carezze delle mani di Matt sul suo corpo. Lei
riemerse lievemente dall’estasi e vide che Matt, appoggiato in un avambraccio, la osservava sotto la
tenue luce della lampada della scrivania.
        -Che fai? –bisbigliò Meredith.
        -Guardarti.
         In effetti, Matt osservava il suo corpo. Imbarazzata, Meredith volle impedirglielo ed
inclinò il capo per baciargli il petto. Allora il giovane affondò le dita nei capelli della nuca ed
esercitando una tenue pressione, le fece alzare il viso. E quando Meredith lo guardò negli occhi, la
baciò come mai nessuno aveva fatto. Immediatamente lei sentì un’ondata di passione. Lui continuò
a baciarla finché la ragazza non emesse un lieve gemito. All’improvviso, la sua bocca si posò su un
seno, dopo nell’altro, mentre le dita le esploravano il corpo. Lei arcuò la schiena per il piacere. Matt
le se mise sopra, muovendo il bacino senza posa, mentre le labbra, rudi e tenere allo stesso tempo,
le baciavano il collo e dopo di nuovo la bocca. Senza smettere di baciarsi, Matt le separò le gambe,
ma all’improvviso si fermò.
        Le prese il viso tra le mani e bisbigliò:
        -Guardami!
         Senza sapere come, Meredith conseguì uscire dal suo incanto sensuale. Compiendo un
grande sforzo, aprì gli occhi ed osservò quelli di Matt. E in quel momento lui la penetrò con tale
forza che dalla gola della ragazza uscì un grido spento, mentre il suo corpo si torceva come un
arco. Immediatamente Matt avverti che le aveva strappato la verginità e la sua reazione fu più
violenta di quella di lei. Si fermò, chiudendo gli occhi con forza. Rimase dentro di lei, pero le spalle
e le braccia erano tese.
        -Perché? –esigette in un rude sussurro.
        Lei non capì bene la domanda e si limitò a rispondere:
        -Perché non lo avevo fatto prima.
       Quando Matt aprì gli occhi, lei non vi trovò né delusione né rabbia, ma tenerezza e
pentimento.
        -Perché    non     me     lo    hai      detto?   Avrei   potuto   farlo   più   facile   per
te.


        Meredith gli mise una mano nella guancia e gli sorrise per tranquillizzarlo.
        -Lo hai fatto facile. Alla perfezione.
        Quelle parole gli fecero un effetto inaspettato. Gemendo, la baciò in bocca e con infinità
soavità cominciò a muoversi, ogni volta più velocemente finché la ragazza sembrò impazzire di
piacere. Gli affondò le unghia nella schiena, nel bacino, afferrandosi a lui disperatamente, e
finalmente la passione che la bruciava scoppiò in lunghi spasmi di piacere. Matt la abbracciò, la
baciò con forza senza smettere di muoversi. Quel profondo e famelico bacio, quel fiume di
passione versato dentro di lei, fecero che Meredith si afferrasse ancor di più a lui e gemesse,
godendo di tale squisita sensazione.
        Con il cuore battendole con forza, si mise di fianco, trascinandolo con lei. Rimasero
abbracciati.
        -Hai idea di quanto sei eccitante e recettiva? –le chiese Matt con voce roca e tremante,
sfiorandole una guancia con le labbra.
        Lei non rispose perché la realtà di ciò che aveva appena fatto cominciava ad infiltrarsi nella
sua coscienza e voleva rifiutarla. Ancora no. Nulla doveva rovinare quel momento. Chiuse gli
occhi ed ascoltò le dolci parole che Matt le bisbigliava, mentre le sfiorava il viso con un dito.
        Ed allora lui fece una domanda che esigeva risposta.
        -Perché? –chiese con voce soave-. Perché adesso? Perché con me?
       Meredith s’irrigidì davanti quelle domande. Sospirò con un sentimento di perdita ed
stendendo un braccio, prese la coperta di lana che c’era in una estremità del divano e si avvolse.
Aveva conosciuto l’intimità fisica del sesso, ma nessuno la aveva avvisata dello strano e scomodo
sentimento che arrivava dopo. Si sentiva emotivamente nuda, allo scoperto, indifesa, goffa.
      -Credo sarà meglio che ci vestiamo –disse nervosamente-. Dopo risponderò alle tue
domande. Torno subito.
        Nella sua stanza, Meredith si mise una vestaglia blu e bianca e la chiuse con una cintura.
Scese le scale, ancora scalza. Nel corridoio guardò l’orologio. Suo padre sarebbe arrivato in circa
un’ora.
        Trovò a Matt parlando al telefono nello studio, completamente vestito, tranne che per la
cravatta.
         -Qual è l’indirizzo di qua? –le chiese e lei rispose; Matt informò il servizio di taxi-. Ho
detto loro di venire tra mezz’ora. –si diresse al tavolino del tè e prese la coppa di cognac.
        -Ti posso servire qualcos’altro? –chiese Meredith.
         -Mi piacerebbe che rispondessi alla mia domanda –disse lui-. Voglio sapere cosa ti spinse a
fare ciò che hai fatto stasera.
         Meredith pensò avvertire certa tensione nella sua voce anche se il viso non rifletteva
alcuna emozione. La giovane sospirò, scansò lo sguardo e fissò timidamente negli intarsi del legno
della scrivania.
          -Durante anni mio padre mi ha trattato come si fossi una ninfomane e mai avevo fatto
nulla per meritarlo. Quando stasera hai insistito che ci doveva pur essere una ragione perché lui mi
vigilasse, dentro di me si accese una luce. Credo di essere arrivata alla conclusione che se in ogni
modo mi avrebbe trattato come una prostituta, tanto valeva sapere com’era stare con un uomo.
Allo stesso tempo avevo la pazza idea di castigare te... e lui. Volevo dimostrarvi che vi eravate
sbagliati entrambi.
        Un pesante silenzio seguì queste parole. Finalmente, Matt lo interruppe bruscamente.
        -Bastava che mi dicessi che tuo padre è un cretino tirannico e sospettoso. Ti avrei creduto.
         Meredith sapeva che lui aveva ragione. Gli diresse uno sguardo inquieto, domandandosi
se la frustrazione e l’ira la avevano indotto a coricarsi con lui o se in realtà le erano servite come
pretesto per fare ciò che aveva desiderato dal momento che lo conobbe e cadde vittima del suo
magnetismo sessuale. Lo aveva usato. Sì, in uno strano modo aveva usato una persona per la quale
sentiva una grande simpatia per castigare suo padre.
        Si produsse un altro silenzio, più prolungato, durante il quale Matt sembrava considerare
le sue parole e anche ciò che non aveva detto. Qualunque fossero le conclusioni alle quali arrivò,
non dovevano essere molto gradevoli, perché lasciò il bicchiere nel tavolo repentinamente e si
guardò l’orologio. Dopo disse:
        -Non è necessario che mi accompagni.
        -Ti mostrerò la strada.
        Frasi cordiali tra due estranei che poco meno di un’ora prima si erano lasciato trasportare
dalla passione. Meredith si mise in piedi pensando in ciò. In quel momento, Matt si accorse dei
suoi piedi scalzi, dopo le guardò il viso e la fluente capigliatura. Vestita con una semplice vestaglia,
Meredith non era la stessa giovane del club, con il suo vestito senza bretelle e l’accurata
pettinatura. Prima che lui aprisse bocca, Meredith seppe cosa le avrebbe chiesto.
        -Quanti anni hai?
        -Non tanti... come credi.
        -Quanti?
        -Diciotto.
         Meredith si aspettava una reazione più o meno temibile, ma lui rimase a guardarla
durante un lungo istante e dopo fece qualcosa che a lei sembrò assurda. S’inclinò sulla scrivania e
scrisse qualcosa su un pezzo di carta.
          -È il mio numero di telefono di Edmunton –disse con calma, dandole il foglietto-. Starò lì
altre sei settimane. Dopo Sommers saprà come mettersi in contatto con me.
        Quando Matt se ne andò, Meredith rimase pensierosa. Quel numero di telefono... Se
dandoglielo voleva suggerire di chiamarlo qualche volta, era un’azione rozza, oscena e
assolutamente odiosa. E anche umiliante.
        Durante quasi tutta la settimana seguente, Meredith si agitava ogni volta che suonava il
telefono, timorosa che fosse Matt. Il ricordo di ciò che avevano fatto le causava grande vergogna e
voleva dimenticarlo e dimentica anche quel uomo.
        Ma passò un'altra settimana e si rese conto che in realtà non voleva dimenticare Matt.
Dopo essersi liberata del senso di colpa e la paura di essere scoperta, si trovò pensando
costantemente in lui e rivivendo quei momenti che giorni prima voleva dimenticare. Di notte,
sdraiata sul letto con la faccia stretta contro il cuscino, sentiva il sapore delle labbra di Matt sul viso
e nel collo, e ricordava ogni parola che lui le aveva sussurrato con un leggero tremore nella voce.
Ricordò anche altre cose, come il piacere che sentì passeggiando nel parco di Glenmoor e il modo
in cui aveva riso degli aneddoti che lei gli raccontò. Meredith si domandava se anche lui la
pensava, e se lo faceva, perché non la chiamava.
         Dopo un'altra settimana senza che Matt desse segni di vita, Meredith concluse che lei
doveva essere prescindibile e che senza dubbio, non gli sembrava abbastanza eccitante o ricettiva.
Tentò di ricordare ogni parole che lei gli aveva detto. Forse lo aveva offeso inconsciamente? Per
esempio, quando gli raccontò perché si era coricata con lui, lo aveva ferito nel suo orgoglio?
Risultava difficile da credere. Matt Farrell non dubitava della sua virilità e dell’attrazione che
esercitava sulle donne. Le aveva retto il gioco soltanto minuti dopo averla conosciuto, non appena
iniziarono a ballare. Così, la ragione più probabile perché non la chiamasse era la sua età. Meredith
era troppo giovane perche Matt si disturbasse per lei.
         La settimana seguente, Meredith decise di dimenticarlo. Aveva un ritardo nel suo ciclo di
due settimane e la ragazza desiderava con tutto il cuore non averlo conosciuto. Con il passare dei
giorni, non poteva pensare in altro che non fosse la possibilità di una gravidanza. Una possibilità
terrificante. Lisa era in Europa e non aveva nessuno a cui chiedere appoggio. Aspettò e pregò,
promettendo ferventemente a Dio che se non era incinta non avrebbe fatto più l’amore finché non
si fosse sposata.
       Ma o Dio non ascoltava le sue preghiere o non si faceva corrompere. Di fatto, l’unica
persona che avvertiva che si dibatteva in una silenziosa agonia era suo padre.
        -Che ti succede, Meredith? –le chiese più volte.
        -Non mi succede niente.
        Fino a poco tempo addietro, il maggiore problema della sua vita era a quale università
andare. Adesso non aveva nessuna importanza e lei era troppo preoccupata per discutere con
Philip su ciò che era successo con Matt in Glenmoor, troppo assente per continuare a lottare,
dominata com’era da quella terribile angoscia.
        Erano trascorse sei settimane e aveva due mancanze nel suo ciclo. Meredith era terrificata.
Tentava di darsi coraggio pensando che non si sentiva male le mattine né in altri momenti della
giornata, ma in ogni caso, prese un appuntamento con il medico.
       Finiva di farlo quando suo padre bussò alla porta della sua stanza. Entrò mostrando una
grande busta che consegnò a sua figlia. Il mittente era l’Università del Nordovest.
        -Hai vinto –disse Philip senza retorica-. Non posso sopportare di vederti così. Se vuoi
andare a quell’università, ci andrai, ma i finesettimana li passerai qui e ciò non è negoziabile.
        Lei aprì la busta dove le comunicavano che era stata ammessa per il semestre autunnale.
La ragazza fece uno sforzo per sorridere.


        Meredith non andò al proprio medico, perché era un vecchio amico di suo padre. Aveva
preso l’appuntamento in un quartiere molto lontano da casa sua, sia come distanza sia come
ambiente. In una sordida clinica per la pianificazione familiare, l’indaffarato medico che la visitò
confermò i suoi peggiori sospetti: era incinta.
        Meredith ascoltò la diagnosi con mortale tranquillità, ma durante il viaggio di ritorno a
casa, cominciò a sentirsi stordita e già arrivata nella sua stanza, era presa dal panico. Non poteva
affrontare l’idea dell’aborto, né era disposta a consegnare suo figlio in adozione. E neanche si
sentiva capace di dire a suo padre che sarebbe diventata una madre nubile e, di conseguenza, nel
nuovo scandalo della famiglia Bancroft. Le rimaneva soltanto un’alternativa. Chiamò il numero che
le diede Matt. Non ottenendo risposta, telefonò a Jonathan Sommers con il pretesto che Matt aveva
dimenticato un oggetto personale, gli chiese l’indirizzo. Sommers glieli comunicò e, inoltre, le
disse che Farrell ancora non era partito per il Venezuela.
        Philip non era in città quel giorno e Meredith approfittò quella circostanza. Mise lo stretto
necessario in una valigetta, lasciò una nota informando che stava andando da amici e si mise al
volante diretta all’Indiana.
         Nel suo disperato stato mentale, Edmunton le sembrò una città ombrosa: un cumulo di
ciminiere, fabbriche ed acciaierie. L’indirizzo di Matt la portò ad una zona rurale che le produsse la
stessa triste impressione della città. Dopo mezz’ora di viaggiare su una strada rurale e dopo per
un'altra, Meredith rinunciò a trovare l’indirizzo da sé e si fermò a chiedere in una rovinosa
stazione di servizio.
       Un meccanico obeso e di mezz’età, rimase prima a guardare la Porsche e dopo a lei, in un
modo che le fece venire i brividi. Le indicò l’indirizzo e allora l’uomo si girò e gridò:
        -Eh, Matt. Questa non è la strada dove stai?
         Meredith aprì gli occhi quando l’uomo che stava riparando un vecchio camioncino uscì la
testa dal cofano. Era Matt. Aveva le mani sporche di olio, indossava dei jeans vecchi e lisi e aveva
l’aspetto del meccanico di un paesino remoto e semi abbandonato. Meredith rimase molto stordita
ed era così spaventata a causa della gravidanza, che fu incapace di nascondere i suoi sentimenti
mentre si dirigeva verso lui. Matt si rese conto e smise di sorridere. I suoi tratti s’indurirono e
quando parlò, le sue parole mancavano di qualunque emozione.
        -Meredith –disse con un breve gesto di assenso-. Cosa ti porta qui?
         Non la guardò, ma si concentrò in pulirsi le mani con uno straccio che prese dalla tasca
posteriore del suo jeans. Lei ebbe la sensazione che lui sapesse il perché della sua presenza lì e ciò
spiegava la repentina freddezza della sua accoglienza. Desiderò morire, con la stessa convinzione
che desiderò non essere andata in quel luogo. Senza dubbio, qualunque aiuto che Matt le avrebbe
dato, sarebbe stato forzato.
        -In realtà... niente –mentì lei, accompagnando le parole ad un sorriso vuoto. Tornò alla
macchina e aveva già una mano sul cambio quando aggiunse-: Sono uscita a passeggiare e senza
accorgermi sono arrivata qua. Suppongo che è meglio che me ne vada e...
         Matt alzò lo sguardo e lei s’interruppe. Quello sguardo sembrava conoscere tutti i segreti
del suo cuore. Lui aprì la portiera.
        -Guido io –disse e Meredith ubbidì d’immediato. Scese per cedergli il posto guida e,
girando attorno al veicolo, si sedette accanto a lui. Matt si rivolse al tipo che rimase accanto alla
Porsche, osservando la scena con la repulsiva fascinazione di una persona mal educata-. Torno tra
un’ora.
         -Diamine, Matt, sono già le tre e mezzo –gli ricordò l’uomo e sorridendo lasciò allo
scoperto una dentatura tutt’altro che integra-. Prenditi il resto del giorno. Una donna con tanta
classe come quella merita passare più di un’ora con te.
         Meredith si sentì totalmente umiliata e come se fosse poco, dal modo in cui fece partire
l’auto, Matt sembrava furioso e guidò a tutta velocità per la tortuosa strada rurale alzando una
grande nube di polvere.
        -Potresti andare più piano? –supplicò lei con voce tremante. Per sua sorpresa e sollievo,
Matt ubbidì. Cercando di rompere il ghiaccio, prese l’iniziativa -. Credevo che lavorassi in una
fonderia.
        -Ed è così. Ma i fine settimana guadagno qualche dollaro come meccanico.
        -Oh! –bisbigliò lei imbarazzata.
        Poco dopo presero una curva e Matt diresse la macchina verso la radura di un piccolo
bosco. C’era un vecchio tavolo per i picnic, accanto ad una cadente griglia di mattoni.
         Matt spense il motore e, nel silenzio che seguì, Meredith guardò in avanti, sentendo i
frenetici battiti del suo cuore. Intentava adattarsi al fatto che quell’estraneo che stava seduto
accanto a lei era la stessa persona con la quale aveva riso e fatto l’amore appena sei settimane
addietro. Il dilemma che l’aveva portata fin lì adesso pendeva sulla sua testa come una spada di
Damocle e si sentiva preda dell’indecisione. Cercava di reprimere il pianto. Lui fece un movimento
e lei si preoccupò. Matt scese dall’auto, si avvicinò alla portiera di Meredith e l’aprì per farla
scendere. La ragazza si guardò attorno con falso interesse.
        -Bel paesaggio –disse con voce tesa-. Ma davvero devo tornare a casa, si è fatto tardi.
         Matt si appoggiò nel tavolo da picnic e arcuò le sopraciglia, come chi aspetta qualcos’altro.
Meredith pensò che desiderava una spiegazione verosimile della sua visita. Ad ogni modo, lo
scomodo silenzio di Matt e il suo sguardo fisso minacciavano con distruggere il precario controllo
che lei si sforzava di mantenere. I pensieri che durante quel giorno l’avevano torturata la
mortificavano nel modo più acuto. Era incinta e sul punto di diventare madre nubile; suo padre
sarebbe impazzito di furia e di dolore. Era incinta! E il responsabile della sua angoscia era seduto
davanti a lei. La osservava ritorcersi come se non gli importasse, con l’indifferenza dello scienziato
che guarda con il microscopio i frenetici movimenti di un insetto. Subitamente infuriata, Meredith
si girò verso il suo torturatore e gli chiese:
        -Sei arrabbiato per qualcosa o con il tuo silenzio pretendi dimostrare la tua perversità?
        -In realtà –rispose con voce serena-, sto aspettando che tu incominci.
        -Già. –L’accesso di ira di Meredith diede passo ad un sentimento di tristezza e incertezza.
         Osservò a Matt, che continuava apparentemente molto tranquillo. Contro ciò che aveva
pensato un attimo prima, decise di chiedergli consiglio. Aveva bisogno di parlare con qualcuno!
S’incrociò le braccia sul petto, come per proteggersi dalla reazione di Matt e buttò la testa
all’indietro, inghiottendo con forza.
        -In realtà, sono venuta per un motivo concreto.
        -Lo immaginavo.
         Lei lo guardò cercando di indovinare se aveva dato per scontato anche altre cose, però il
viso di Matt rimaneva impassibile. Meredith alzò di nuovo lo sguardo e gli le si riempirono di
lacrime.
        -Sono qui perché... –s’interruppe, incapace di pronunciare l’indecorosa parola.
        -Perché sei incinta –concluse lui con voce sommessa.
        -Come l’hai indovinato? –chiese lei amaramente.
        -Soltanto due cose ti potevano portare qui. Questa notizia era una di loro.
        Soffocando nel suo dolore, Meredith fece una domanda logica.
        -E qual’è l’altra?
        -Le mie abilità di ballerino?
         Scherzava e per la ragazza fu così inatteso che non poté evitare di mettersi a piangere. Si
coprì il viso e singhiozzò amaramente. All’improvviso notò le mani di Matt che si posavano sulle
sue spalle e si lasciò stringere in un forte abbraccio.
        -Come puoi scherzare in una situazione come questa? –borbottò lei, con la testa
appoggiata nel suo petto, sentendosi un po’ riconfortata con l’abbraccio. Il giovane le mise un
fazzoletto in mano e, tremante, lei cercò disperatamente di recuperare il controllo-. Avanti, dillo! –
quasi gli gridò asciugandosi gli occhi-. Sono stata una stupida al permettere che succedesse una
cosa del genere.
        -Su questo non penso contraddirti.
       -Grazie –rispose sarcasticamente. Si soffiò il naso-. Adesso mi sento meglio. –Pensò che lui
manteneva una calma ammirevole, mentre non faceva altro che peggiorare le cose.
        -Sei sicura di essere incinta?
        Meredith annuì.
      -Stamattina sono andata ad una clinica e mi dissero che è di sei settimane. E se me lo
domandi, posso assicurarti che il bambino è tuo.
         -Non ne dubito –rispose lui sardonicamente. I piangenti occhi verdi di Meredith lo
guardarono offesi. C’era un malinteso e Matt aggiunse per chiarire il fatto-: Non è la cortesia ciò
che mi ha impedito chiederti, ma una conoscenza elementare della biologia. Non ho nessun dubbio
di essere il padre.
         Lei si era aspettata recriminazioni, parole di disgusto e rabbia. Il fatto che Matt avesse
reagito con tanta calma, con una logica così fredda, le risultava incredibilmente tranquillizzante e
allo stesso tempo sconcertante. Fissò lo sguardo nel bottone della camicia blu di Matt e lo sentì fare
la terribile domanda che lei si era fatta dal principio.
        -Cosa vuoi fare?
        -Uccidermi! –rispose lei disperata.
        -E qual è la seconda alternativa?
         Lei negò con la testa al notare nella sua voce un barlume di ironia. Arcuò le sopraciglia, lo
guardò e ancora una volta si sorprese della forza indomabile riflessa in quel viso energico,
consolandosi di percepire una sorprendente comprensione in lui. Meredith diede un passo indietro
e sentì un punto di delusione quando lui abbassò le braccia. Ma anche così, l’aveva contagiata con
la sua serena accettazione dei fatti e si sentiva più padrona di se stessa.
        -Tutte le mie opzioni sono orribili. Quelli della clinica mi consigliarono di abortire... –
Aspettò un istante, pensando che Matt avrebbe appoggiato la proposta senza preamboli.
Nonostante, avvertì che lui stringeva i denti in modo quasi impercettibile. Lei non sapeva cosa
pensare. Sviò lo sguardo e aggiunse con voce tremula-: Non credo di poter affrontare l’aborto e
ancora meno, da sola. E anche se potesse, dopo la mia coscienza non mi lascerebbe vivere. –
inghiottì e intentò dare più forza alla sua voce-. Potrei tenere il bambino e darlo in adozione, pero...
Dio mio, quello non risolverebbe nulla! Non per me. In ogni modo, dovrei raccontare a mio padre
che sono una madre nubile e ciò gli spezzerebbe il cuore. Non me lo perdonerei mai, lo so. E poi...
non smetto di pensare in ciò che sentirebbe mio figlio, domandandosi perché l’ho abbandonato. So
che passerei il resto della mia vita guardando i bambini, domandandomi qual è il mio e se lui vaga
per il mondo cercando sua madre nei visi di tutte le donne. – si asciugò un’altra lacrima-. Non sarei
capace di vivere con il dubbio e la colpa. –Guardò il viso imperscrutabile di Matt-. Non dici niente?
         -Solo quando ascolti qualcosa in cui non sono d’accordo –dichiarò lui con tono autoritario-.
Allora t’interromperò.
        Delusa per la voce, ma confortata dalle parole, Meredith esclamò:
         -Dio mio! –si sfregò nervosamente le mani contro il pantalone castano e proseguì-: mio
padre divorziò da mia madre perché si coricava con tutti. Se adesso gli dico che sono incinta, mi
butterà in mezzo alla strada. Non ho soldi, anche se erediterò qualcosa quando compirò trenta
anni. Fino ad allora, posso tentare di andare avanti con mio figlio...
        -Nostro figlio –l’interruppe Matt con fermezza.
        Meredith annuì tremando, sollevata per la precisazione di Matt.
        -L’ultima possibilità sarebbe... Beh, non ti piacerà. Neanche a me. È oscena... –le si spezzò
la voce a causa dell’angoscia e l’umiliazione; dopo si fece coraggio e aggiunse-: Matt, se saresti
disposto ad aiutarmi a convincere a mio padre che ci siamo innamorati e abbiamo deciso di
sposarci... Dopo alcune settimane gli diremo che sono incinta. Naturalmente, quando nascerà il
bambino, ci divorzieremo. Saresti d’accordo con questa soluzione?
        -Con grandi riserve –rispose lui, dopo una lunga pausa.
       Umiliata per il tentennamento di Matt e la sua insultante conformità, Meredith sviò lo
sguardo.
         -Grazie per la tua galanteria –ironizzò-. Sono disposta a mettere per iscritto che non ti
chiederò niente per il bambino e che ti prometto il divorzio. Ho una penna nella borsa. – si diresse
verso l’auto con l’idea di scrivere il documento lì stesso.
        Quando passò davanti Matt, questi la prese dal braccio, obbligandola a fermarsi.
        -Come diavolo vuoi che reagisca? –chiese aspramente-. Non credi che è molto poco
romantico da parte tua dire che trovi oscena l’idea di sposarci? E di cominciare a parlare di
divorzio appena menzioni il matrimonio?
         -Poco romantico? -ripeté Meredith guardando i duri tratti, senza sapere se mettersi a
ridere per la sua mancanza di tatto o lasciarsi prendere dall’ira. Ma allora risuonarono nella sua
mente le parole di Matt e si sentì come una bimba capricciosa-. Mi dispiace –si scusò fissando
quegli enigmatici occhi grigi-. Mi spiace davvero. Non volevo dire che è osceno sposarci. Mi
riferivo al fatto di farlo perché sono incinta. Si presuppone che il matrimonio è... per persone che si
vogliono bene.
        Alleggerita, vide che l’espressione di Matt si dolcificava.
        -Si arriviamo al tribunale prima delle cinque –disse Matt, sollevandosi con decisione-,
faremo la licenza oggi stesso e sabato ci sposiamo.


         Ottenere la licenza matrimoniale a Meredith sembrò un atto sorprendentemente semplice
e carente di senso. In piedi accanto a Matt, mostrò i documenti necessari per dimostrare la sua età e
la sua identità. Matt stampò la sua firma e lei fece altrettanto sotto. Dopo uscirono dal vecchio
edificio situato nel centro della città e dietro loro un usciere si apprestò a chiudere le porte. Un
compromesso matrimoniale. Così semplice, carente di ogni emozione.
        -Siamo arrivati all’ultimo minuto –commentò lei con un allegro e fragile sorriso, ma
sentendo un nodo nello stomaco-. Dove andiamo adesso? –domandò già in macchina, lasciando
che guidasse lui senza nessuna obiezione.
        -Ti porterò a casa.
         -A casa? –ripetè lei avvertendo che Matt non sembrava più felice di lei per ciò che avevano
fatto-. Posso andare a casa dopo sposata.
         -Non mi riferivo alla tua fortezza di Chicago –scherzò lui, sedendosi al volante-. Mi
riferivo a casa mia.
       Stanca e perplessa, la descrizione che le fece Matt di casa sua la fece sorridere un po’,
perché cominciava a capire che a Matthew Farrell non lo intimoriva niente e nessuno. In quel
momento Matt mise un braccio nella spalliera del sedile di Meredith e il sorriso della giovane
scomparse appena lui iniziò a parlare.
        -Ho acceduto a richiedere la licenza, ma prima di dare il passo finale dobbiamo arrivare ad
un accordo su certe cose.
        -Quali cose?
        -Ancora non lo so. Parleremo appena arrivati.
         Quasi un’ora dopo, Matt prese una strada secondaria fiancheggiata da rigogliosi campi di
granoturco e poco dopo una stradina ancora più stretta piena di buche. L’auto si scosse
attraversando un ponticello di travi che abbracciava un torrente; dopo girò una curva e Meredith
scorse per la prima volta il luogo che Matt chiamava casa. En marcato contrasto con i curati campi
che si vedevano a distanza, la pittoresca casa rurale, di legno, sembrava deserta. Senza dubbio
aveva bisogno di una mano di pittura. Nel giardino le erbacce stavano vincendo la battaglia contro
il prato; e nel fienile, situato a sinistra della casa, una porta pendeva precariamente da un solo
cardine. Nonostante tutto, si notava che in passato qualcuno aveva amato e curato quel luogo. Le
rose fiorivano in un reticolato, in un lato del porticato e una vecchia altalena di legno pendeva dal
ramo di una gigantesca quercia che si ergeva nel patio.
         Durante il tragitto, Matt raccontò a Meredith che sua madre era morta sette anni prima
dopo una estenuante lotta contro il cancro, e che adesso viveva con suo padre e sua sorella di
sedici anni. Oppressa dai nervi davanti l’idea di conoscere la famiglia di Matt, Meredith girò la
testa verso la destra e guardò un contadino che lavorava con il trattore.
        -È tuo padre?
        Matt si abbassò per aprirle la porta, dopo seguì il suo sguardo e rispose:
          -È un contadino. Abbiamo venduto quasi tutta la terra anni fa e quella rimasta l’abbiamo
affittata a lui. Dopo la morte di mia madre, mio padre perse l’interesse per la terra, che neanche era
molta.
        Salendo i gradini che conducevano al porticato, Matt osservò che Meredith era molto tesa.
Le mise una mano nel braccio.
        -Succede qualcosa di male?
        -Sono morta di paura. La tua famiglia...
        -Non c’è nulla da temere. Mia sorella penserà che sei eccitante e sofisticata perché vieni
dalla grande città. –Dopo una pausa tentennante, aggiunse-: Mio padre beve, Meredith. Cominciò
quando seppe che la malattia di mia madre era incurabile. Adesso ha un lavoro fisso e non abusa
dell’alcool. Te lo dico perché tu lo capisca e, se necessario, ignori alcuni dettagli. Sono un paio di
mesi che non si ubriaca, pero ciò può cambiare in qualsiasi momento. –Matt non chiedeva scusa,
solo esponeva un fatto, e lo faceva con voce tranquilla e imparziale.
        -Capisco –mentì Meredith, che non aveva mai conosciuto nessun alcolista.
        Non ebbe bisogno di continuare a preoccuparsi perché in quel momento si aprì la porta di
tela metallica e uscì frettolosamente una ragazza longilinea, con gli stessi capelli neri e identici
occhi grigi di Matt. La ragazza fissò lo sguardo sulla Porsche di Meredith.
         -Eh, Matt, è una Porsche! –portava i capelli corti quasi come quelli del fratello, e ciò dava
risalto ai bei tratti. Si girò verso Meredith e la guardò con riverente sorpresa-. E tua?
         Meredith annuì, sorpresa per l’immediata simpatia che le ispirò quella adolescente che
tanto si somigliava a Matt, anche se il carattere era totalmente all’opposto: tutto ciò che era
riservatezza in lui, era estroversione in lei.
        -Devi essere molto ricca –proseguì la ragazza-. Mi riferisco a che Laura Frederickson è
molto ricca, ma non ha mai avuto una Porsche.
       Meredith rimase perplessa sentendo il riferimento al denaro. Sentì anche curiosità. Chi era
Laura Frederickson? Matt sembrava molto arrabbiato per le parole della sorella.
        -Basta, Julie! –l’avvertì.
         -Oh, mi dispiace –si scusò lei, sorridendo e si girò verso Meredith-. Ciao! Sono
l’incredibilmente maleducata sorella di Matt. Mi chiamo Julie. Non entri? –aprì la porta-. Papà è
salito poco fa –disse a Matt-. Questa settimana fa il turno delle undici, così ceneremo alle sette e
mezza. Ti va bene?
        -Sì, certo –rispose lui e mettendo una mano nella schiena di Meredith, la invitò ad entrare.
La giovane si guardò in torno mentre il cuore le batteva all’impazzata, aspettando l’inevitabile
arrivo del padre. L’interno della casa era simile all’esterno, con evidenti segni di decadenza
dappertutto, eclissando l’incanto dell’antico stile. I pavimenti in legno era deteriorati; i tappeti, lisi.
Di fronte al camino in mattoni con mensole a muro, c’erano un paio di poltrone verdi accanto ad
un divano tappezzato con un tessuto stampato con disegni, che tempo addietro dovevano
sembrare foglie d’autunno. Dopo il salone c’era la stanza da pranzo, con mobili d’acero e più in là
una porta aperta lasciava intravedere la cucina. A destra, una scala conduceva dalla stanza da
pranzo al piano superiore.
         Meredith vide scendere un uomo molto alto e magro, con i capelli già grigi e il viso
invecchiato. In una mano portava un giornale piegato; nell’altra, un bicchiere che conteneva un
liquido ambra scuro. Per sfortuna, Meredith vide l’uomo all’ultimo momento, e l’inquietudine che
la opprimeva mentre guardava la casa ancora si rifletteva nel suo viso e fissò il bicchiere che aveva
il padre di Matt.
        -Che succede qui? –chiese l’uomo entrando nel salone.
         Prima guardò Meredith e a Matt e finalmente a Julie, che gironzolava vicino al camino,
ammirando di sottecchi i pantaloni di Meredith, i sandali italiani e la camicia sahariana ocra. Matt
fece le presentazioni.
          -Meredith ed io ci siamo conosciuti durante la mia visita a Chicago il mese scorso –informò
lui-. Ci sposeremo sabato.
        -Cosa...? –esclamò il padre.
        -Fantastico! –gridò Julie, attirando l’attenzione di tutti-. Ho sempre voluto avere una
sorella maggiore, ma non ho mai immaginato che si presentasse con la sua propria Porsche.
        -La sua propria cosa? –chiese Patrick Farrell alla sua incontenibile figlia.
       -Porsche –ripetè Julie staticamente e dirigendosi verso la finestra, scorse la tenda perché
suo padre vedesse ciò di cosa parlava.
          L’auto di Meredith brillava sotto il sole, bianco, elegante e lussuoso, fuori posto
esattamente come la proprietaria. Così dovette pensarlo Patrick perché quando il suo sguardo
lasciò l’auto e si fissò in Meredith, corrugò talmente le sue popolose sopraciglia che le rughe tra i
suoi slavati occhi azzurri si convertirono in profondo solchi.
        -Chicago? –borbottò -. Ma se ci sei stati pochi giorni.
        -Colpo di fulmine! –dichiarò Julie, interrompendo il teso silenzio-. Che romantico!
         Patrick Farrell aveva notato l’inquietudine di Meredith quando questa guardava la casa
istanti prima e l’attribuì allo sdegno che le ispirava non solo la casa, ma anche lui stesso.
Nonostante, nel viso della ragazza non si rifletteva niente di più che la paura che le ispirava il suo
stesso e incerto futuro.
        Patrick Farrell guardò Meredith direttamente negli occhi.
        -Colpo di fulmine –disse studiando la ragazza con evidente sfiducia-. E quel che è
successo?
        -Certo -intervenne Matt, disposto a cambiare argomento.
        Senza aspettare risposta, riscattò a Meredith chiedendole se voleva riposare prima della
cena. Lei si sarebbe afferrata anche ad un chiodo al rosso vivo pur di uscire da quella situazione.
Mai aveva sofferto un’umiliazione maggiore, tranne che quando confessò la gravidanza a Matt.
Annuì e Julie le suggerì di andare alla sua stessa stanza. Matt uscì e prese dall’auto la valigia di
Meredith.
         Già nella stanza, la giovane si lasciò cadere sul letto a quattro colonne di Julie. Matt posò la
valigia su una sedia.
        -Il peggio è passato –sussurrò lui.
        Senza guardarlo, Meredith negò con il capo e si ritorse le mani.
        -Non credo. Questo è soltanto il principio. –scelse il minore dei problemi che intravedeva
nel suo orizzonte-: Tuo padre mi ha odiato appena mi ha visto.
        -Non sarebbe successo si non avessi guardato il bicchiere di tè che aveva in mano come se
fosse un serpente aggrovigliato –ironizzò lui.
        Buttata nel letto, diresse lo sguardo al tetto e inghiottì, imbarazzata e sconcertata.
        -È quel che ho fatto? –chiese con voce roca, chiudendo gli occhi per cancellare l’immagine.
          Matt rimase a contemplare quella desolata bellezza buttata sul letto come un fiore
avvizzito. La ricordò sei settimane addietro, nel club campestre, ridendo maliziosamente e facendo
tutto il possibile per distrarlo. Notò i cambiamenti prodotti nella ragazza e un sentimento strano e
sconosciuto gli attraversò il cuore. Pensò nell’assurda situazione di entrambi: due perfetti
sconosciuti che si conoscevano intimamente.
        In confronto con qualunque donna con la quale aveva avuto rapporti sessuali, Meredith
era di un’innocenza evidente. E, nonostante, era incinta di suo figlio. Inoltre, li separava un
immenso abisso sociale. Un abisso che salterebbero con il matrimonio per dopo ampliarlo con il
divorzio.
        Non avevano niente in comune, eccetto una sorprendente notte d’amore. Amore dolce e
caldo, quando la seduttrice ragazza si era trasformata nelle sue braccia in una vergine spaventata e
dopo in un lacerante piacere. Una notte d’amore indimenticabile che da allora lo aveva
perseguitato, una notte in cui fu vittima della seduzione di Meredith, per dopo diventare
persistente seduttore, disperato come non mai per creare un clima da non dimenticare.
         E senza dubbi vi era riuscito. Frutto di tutto ciò era diventato padre.
        Una moglie e un figlio non formavano parte dei progetti di vita che Matt si era prefissato,
ma doveva adattarsi alle circostanze. La responsabilità verso Meredith e il bambino arrivava in un
momento assai inopportuno, ma lui era abituato a caricarsi di grandi responsabilità. No, quel peso
non gli disturbava come altre cose, come l’assenza di speranza e allegria nel viso di Meredith
Bancroft. La possibilità che a causa di ciò che era successo sei settimane fa mai più si illuminasse
quel viso affascinante era qualcosa che a Matt faceva più male di quanto avesse creduto. Con
questo sentimento, si inclinò verso lei e, prendendola per le spalle, le sussurrò alcune parole che
più che una battuta, suonarono come un ordine.
         -Animo, bell’addormentata!
         Meredith aprì gli occhi e vide il sorriso di Matt. Si sentiva miserabilmente confusa.
       -Non posso –bisbigliò con voce roca-. Stiamo per commettere una follia. Sposandoci
peggioreremo soltanto le cose, per noi e per il bambino.
         -Perché lo dici?
         -Perché? –replicò lei, arrossendo per l’umiliazione-. Come puoi chiedermi il perché? Dio
mio, da quella sera non hai voluto sapere più niente di me! Neanche mi hai telefonato. Come
puoi...?
         -Pensavo chiamarti –interruppe lui. Meredith aprì gli occhi al sentire quelle incredibili
parole.- al mio ritorno dal Venezuela tra un paio di anni –proseguì lui. Se non si fosse sentita così
male, si sarebbe messa a ridere, ma ciò che sentì a continuazione la riempì di stupore-. Se avessi
avuto la più remota speranza che volevi vedermi, ti avrei chiamata molto prima.
        Divisa tra l’incredulità e una dolorosa speranza, Meredith chiuse gli occhi, cercando
inutilmente di affrontare la sua situazione emozionale. Era eccessiva in tutti i sensi: troppa
disperazione, troppo sollievo, troppa speranza e troppa gioia.
         -Animo! –insistette Matt, subitamente felice capendo che lei aveva desiderato vederlo di
nuovo.
        Dopo quella notte, Matt aveva dato per scontato, tra le altre cose, che alla dura luce del
giorno, Meredith avrebbe visto le cose con più chiarezza e la realtà si sarebbe imposta. Lui non
aveva soldi né apparteneva all’alta società, entrambe cose ostacoli insormontabili. A quanto
sembrava, aveva sbagliato.
        Meredith respirò profondamente, con certa difficoltà e finché non la sentì parlare, Matt no
si rese conto che intentava valorosamente seguire il suo consiglio: animarsi. Con un sorriso
tremulo, la ragazza mormorò:
         -Sarai un marito che protesta sempre?
         -Suppongo che il mio ruolo è l’opposto.
        -Davvero?
        -Beh, sono le mogli quelle che protestano.
        -Cosa fanno i mariti?
        Matt le lanciò un finto sguardo di superiorità e rispose:
        -I mariti comandano.
        In contrasto con le sue parole, il sorriso e la voce di Meredith furono di una dolcezza
angelica:
        -Cosa vuoi scommettere?
          Matt sviò lo sguardo dalle labbra della ragazza e lo fissò nei suoi occhi, brillanti come
gioielli. Ipnotizzato, rispose con onestà:
        -Niente.
        E allora successe qualcosa inatteso per Matt. Invece di rallegrarsi, Meredith si mise a
piangere. Immediatamente lui si sentì colpevole, ma lei gli buttò le braccia al collo e lo attrasse
verso sé, rifugiandosi nel suo abbraccio e invitandolo a stendersi accanto nel letto. Tremante e fra
singhiozzi, quando finalmente parlò le sue parole era quasi inintelligibili.
        -Dimmi, la fidanzata di un fattore deve preparare conserve di frutta e verdure?
        Matt represse le risa e le carezzò l’esuberante capigliatura.
        -No.
        -Meno male: non so farle.
        -Non sono fattore –la tranquillizzò -. Già lo sapevi.
        La vera causa della tristezza di Meredith si tradusse in un profondo sospiro.
        -Dovevo iniziare i miei studi universitari il mese prossimo. Devo andare all’università. La
mia intenzione è arrivare alla presidenza, Matt.
        Attonito, Matt inclinò il capo per osservare il suo viso.
        -È una meta ambiziosa –commentò-. Presidente degli Stati Uniti...
        Sentendolo, l’imprevedibile Meredith scoppiò in una sonora risata.
         -No degli Stati Uniti, ma dei grandi magazzini! –dopo aver chiarito l’equivoco, alzò i
bellissimi occhi verso di lui. Le lacrime che adesso l’inondavano erano di risa, non di disperazione.
         -Grazie a Dio! –scherzò lui, così concentrato in compiacerla che non prestò attenzione
all’implicazione delle sue parole-. Spero di diventare un uomo ragionevolmente ricco tra qualche
anno, ma incluso allora comperarti la presidenza degli Stati Uniti può essere troppo al di sopra
delle mie possibilità.
        -Grazie –mormorò lei.
        -Perché?
       -Per avermi fatto ridere. Non ridevo tanto da quando era bambina. Adesso mi sembra che
non posso smettere.
        -Spero che tu non abbia riso della mia allusione alla mia futura ricchezza.
        Nonostante la comica situazione, Meredith presentì che Matt palava sul serio. Soffocò le
risa. Avvertì ancora una volta la forte volontà che irradiava il giovane, riflessa nel suo mento e
negli intelligenti occhi grigi. La vita non era stata generosa con lui, non gli aveva proporzionato i
vantaggi dei quali godevano i giovani della privilegiata posizione sociale alla quale apparteneva
lei. Nonostante, Matt Farrell possedeva una rara specie di forza combinata con una volontà
indomabile di avere successo. Meredith intuiva qualcos’altro rispetto all’uomo che l’aveva messa
incinta. Nonostante il comportamento arbitrario e il lieve cinismo, nel fondo del suo cuore
abitavano la sensibilità e la dolcezza, come dimostra la sua reazione davanti ai fatti. Era lei che sei
settimane addietro l’aveva sedotto, e la gravidanza e la proposta di matrimonio supponevano un
disastro per entrambi. Eppure Matt non le aveva rinfacciato né la sua stupidità né il suo disguido,
e contrariamente a quanto si era aspettata, nemmeno l’aveva mandata all’inferno quando gli chiese
di sposarla.
        Matt notò che lei lo osservava e pensò aver indovinato in suoi pensieri. Sicuramente stava
pensando che le era impossibile accettarlo. La sera del loro incontro, lui sembrava un uomo di
successo, ma adesso lei conosceva da dove proveniva, lo aveva visto oliare il motore di un camion,
muoversi nel suo ambiente... Matt ricordò con amarezza lo sguardo traumatizzato e incluso quella
nauseata che Meredith gli lanciò vedendolo emergere dal cofano del camion. adesso,
contemplando quel bel viso, si aspettava che ridesse burlandosi delle sue pretensioni... No, si disse,
non avrebbe riso, era troppo ben educata per farlo. Avrebbe pronunciato alcune parole
condiscendenti e lui avrebbe capito subito, perché quegli occhi sinceri la avrebbero tradita.
        Meredith ruppe il silenzio. Sorridente, sussurrò con voce pensierosa:
        -Stai pensando di incendiare il mondo, vero?
        -Con una torcia –confermò lui.
        Perplesso, vide che lei alzò una mano e gli carezzò timidamente una guancia. Poi sorrise e
anche gli occhi le brillarono di allegria. Soavemente, ma con assoluta convinzione, bisbigliò:
        -Son sicura che ce la farai, Matt.
        Il giovane aprì la bocca per dire qualcosa, ma non disse nulla. Il contatto delle dita di
Meredith, la vicinanza del suo corpo, lo sguardo e il suo atteggiamento deciso, lo turbarono. Sei
settimane addietro si era sentito irresistibilmente attratto da lei, all’improvviso quella latente
attrazione scoppiò con tale forza che l’obbligò ad inclinarsi e a baciarla in bocca. Divorò la sua
dolcezza, sorpreso della sua urgenza, anche se istintivamente sapeva che almeno in parte, lei
sentiva lo stesso che sentiva lui. E quando Meredith ricambiò il bacio, un senso di trionfo
s’impossessò di lui. Alieno al senso comune, Matt le si mise sopra, pazzo di desiderio e quasi
gemette quando, momenti dopo, lei lo fece tornare alla realtà, appartando la bocca e mettendo le
mani tra i loro corpi.
        -La tua famiglia... –ansimò la ragazza-. Sono di sotto.
         Matt si obbligò a ritirare la mano dal seno nudo della ragazza. La sua famiglia. Se ne era
completamente dimenticato. Di sotto suo padre sarebbe arrivato alla giusta conclusione rispetto ad
un matrimonio così affrettato, ma senza dubbio anche a conclusioni totalmente erronee rispetto a
Meredith. Doveva scendere e chiarire le cose, prima che suo padre s’intestardisse con l’idea che la
ragazza era una ricca puttana, poiché suo figlio era chiuso con lei in una stanza in quello stesso
istante. Matt si stupì di averlo dimenticato, con Meredith non poteva evitare di perdere il controllo.
Desiderava prenderla in quello stesso momento; mai gli era successa una cosa simile.
        Inclinando la testa all’indietro, sospirò e saltò dal letto, rifiutando la tentazione. Con una
spalla appoggiata nella testiera del letto, osservò che anche lei si mise a sedere. Lei lo guardò con
inquietudine, mentre si lisciava gli abiti e si copriva il seno che lui aveva baciato e carezzato attimi
prima.
        -Forse può sembrare impulsivo –disse lui-, ma sto cominciando a pensare che un
matrimonio solo di nome per noi è un’idea molto poco pratica. È ovvio che ci unisce una forte
attrazione sessuale... e abbiamo concepito un bambino. Forse dovremmo considerare la possibilità
di vivere come un vero matrimonio. Chi lo sa! Potrebbe piacerci.
         Meredith pensò che non si sarebbe sentita più sorpresa se in quel momento Matt si fosse
messo a volare per la stanza. Ma dopo avvertì che lui si era limitato a lanciare l’idea come una
possibilità, senza fare nessuna suggerimento concreto. Indecisa tra il risentimento per
l’indifferenza del suo tono e uno strano senso di piacere e gratitudine per il fatto di averlo pensato
e averlo espresso, non lo seppe dire.
        -Non c’è fretta –proseguì lui con un sorriso malizioso-. Abbiamo qualche giorno per
pensarci.
         Quando lui uscì, Meredith rimase a guardare la porta chiusa, incredula e stanca, preda del
turbamento che le provocava la personalità di quel uomo. Matt arrivava a conclusioni, dava ordini,
cambiava atteggiamento, tutta ad una velocità vertiginosa. Matt Farrell era un individuo
complesso, con molteplici sfaccettature e Meredith non sapeva mai chi era realmente. La sera in cui
si sono conosciuti, Meredith aveva notato in lui una grande freddezza e, allo stesso tempo, Matt
rise dei suoi scherzi, parlò di se stesso, la baciò e le fece l’amore con passione e anche con squisita
tenerezza. Anche così, lei intuiva che la dolcezza con la quale la trattava non corrispondeva
necessariamente con il suo modo di essere, per ciò sarebbe sbagliato sottovalutarlo. Pensava che
qualunque cosa Matt decidesse di fare nella sua vita, un giorno sarebbe diventato una forza da
tener in conto. Meredith si addormentò pensando che, di fatto, già Matt era una forza da tener in
conto.


          Quando Meredith scese a cenare, notò che la conversazione che Matt aveva mantenuto con
suo padre, aveva sorto effetto, perché Patrick Farrell sembrava accettare senza più obiezioni che si
sposassero. Nonostante, furono le chiacchiere incessanti di Julie quelle che impedirono che la cena
divenisse un tormento per Meredith. Matt rimase pensieroso e in silenzio la maggior parte del
tempo, e anche così, la sua presenza dominava l’ambiente ed incluso la conversazione. Dove c’era
lui, si trovava in centro, indipendentemente dal suo atteggiamento.
        Patrick Farrell, normalmente il capo famiglia, aveva abdicato in favore di suo figlio. Era un
uomo magro, nel cui viso si leggevano i segni indelebili della tragedia e del alcool. Quando
sorgeva una questione familiare, per piccola che fosse, Patrick la lasciava nella mani di suo foglio.
Meredith sentì allo stesso tempo pena e paura di quel uomo; e poi, notava che nemmeno lei
godeva delle sue simpatie.
         Julie, che apparentemente aveva accettato la sua funzione di massaia e cuoca, era come un
razzo del 4 luglio; parlava con grande entusiasmo. Aveva una vera devozione per il fratello e non
le importava dimostrarlo. Si precipitava in cucina per portargli il caffè, gli chiedeva consiglio e
stava sempre attenta alle sue parole come se fossero dello stesso Dio. Meredith, che si sforzava di
evadere ai propri problemi, si domandava come faceva Julie a mantenere vivi l’entusiasmo e
l’ottimismo, come una ragazza apparentemente tanto intelligente poteva rinunciare per volontà
propria ad una carriera per rimanere nel paese badando al padre. Meredith dava per scontato che
era questo il destino di Julie. Immersa nei propri pensieri, non si rese conto subito che Julie le stava
parlando.
         -A Chicago vi sono dei magazzini che si chiamano Bancroft –diceva Julie-. A volte vedo gli
annunci in Seventeen, ma soprattutto in Vogue. Hanno delle cose meravigliose. Una volta Matt andò
a Chicago e mi portò da lì una sciarpa di seta. Fai le compere in Bancroft?
        Sorridendo, Meredith annuì e sentì certo orgoglio con la sola menzione dei magazzini, ma
non fu più esplicita. Non aveva avuto tempo di parlare con Matt della sua relazione con Bancroft, e
in quanto a Patrick, che aveva reagito tanto negativamente vedendo la Porsche, era meglio
ovviarlo. Per sfortuna, Julie continuò ad insistere.
        -Quei Bancroft sono parenti tuoi? Mi riferisco ai proprietari dei grandi magazzini.
        -Sì.
        -Parenti intimi?
         -Molto intimi –confessò Meredith, divertita dall’eccitazione che notò nei grandi occhi grigi
della ragazza.
       -Fino a che punto? –chiese Julie, lasciando la forchetta sul tavolo e fissando lo sguardo su
Meredith.
         Matt, che si disponeva a portarsi la tazza di caffè alle labbra, interruppe il movimento e la
guardò pure. Accigliato, Patrick la osservò reclinandosi nella sedia. Con un lieve sospiro di
sconfitta, Meredith rivelò:
        -Il mio bisnonno fu il fondatore.
        -È incredibile! Sai cosa faceva mio bisnonno?
        -No, cosa? –chiese Meredith, che davanti l’entusiasmo di Julie, dimenticò osservare la
reazione di Matt.
        -Emigrò dall’Irlanda e fondò un ranch di cavalli –rispose Julie, alzandosi dal tavolo per
raccogliere i piatti.
        Meredith sorrise e si alzò per aiutarla. Poi disse:
         -Il mio fu un ladro di cavalli! –dietro loro, gli uomini si diressero al salone portandosi le
tazze di caffè.
        -Davvero fu un ladro di cavalli? –le chiese Julie mentre riempiva il lavello di acqua e
sapone-. Sei sicura?
       -Molto sicura –affermò Meredith, evitarsi di voltarsi per vedere come si allontanava Matt-.
Lo impiccarono per questo.
        Dopo un po’, Julie commentò:
       -Papà farà il turno doppio durante i prossimi giorni. Io passerò la notte in casa di un’amica,
studiando.
        Interessata per gli studi di Julie, Meredith non si accorse che la stava informando che
sarebbe rimasta per la notte da sola con Matt.
        -Studiando? Ma non sei in vacanza?
       -Vado a scuola nell’estate. Così prenderò il diploma a dicembre, esattamente due giorni
prima di fare 17 anni.
        -Sei molto giovane per diplomarti.
        -Matt si diplomò a sedici.
       -Caspita! –esclamò Meredith dubitando della qualità del sistema educativo rurale che
permetteva a tutti di ottenere il diploma a quell’età-. Cosa pensi di fare dopo il diploma?
        -Andrò all’università e mi specializzerò in scienze, anche se ancora non ho deciso in quale.
Probabilmente in biologia.
        -Davvero?
        Julie annuì e continuò a parlare, piena di orgoglio.
        -Ho una borsa di studio completa. Matt ha aspettato fino adesso prima di andarsene
perché voleva essere sicuro che io potessi difendermi da sola. Ma ne è valsa la pena, perché così lui
poté ottenere il suo master in amministrazione di impresa mentre io crescevo. Inoltre, doveva
rimanere a lavorare ad Edmunton in ogni modo, per pagare le spese mediche della mamma.
        Meredith si voltò e guardò Julie con stupore.
        -Che hai detto che ottenne?
        -Il suo master in amministrazione di impresa. Un titolo di specializzazione dopo la laurea
–le spiegò Julie-. Vedi, Matt prese una laurea con doppia specializzazione: economia e finanza.
Nella nostra famiglia abbonda la massa encefalica. –si interruppe vedendo la faccia piena di
stupore di Meredith e, dopo un attimo di tentennamento, aggiunse-: No sai quasi nulla di Matt,
vero?
        “Soltanto so come bacia e fa l’amore”, pensò imbarazzata.
        -Non molto –ammise con un filo di voce.
         -Beh, non ti preoccupare. Quasi tutti pensano che non è facile conoscere Matt e voi sono
soltanto un paio di giorni che vi conoscete. –a Meredith quelle parole sembrarono così sordide che
girò il viso, incapace di guardare a Julie-. Meredith, non c’è niente di cui ti debba vergognare...
voglio dire che... non importa se sei incinta.
        -Te l’ha detto Matt? –borbottò-. O l’hai capito da sola?
        -Matt glielo disse in gran segreto a papà, ma io avevo l’orecchio appiccicato al muro. Non
mi sorprese perché lo immaginavo.
        -Stupendo –disse Meredith con umiliata ironia.
        -A me piacque saperlo. Mi riferisco a che cominciavo a credere di essere l’unica vergine
con più di 16 anni.
        Meredith chiuse gli occhi, la testa le girava. Troppe emozione e troppo intense; inoltre,
detestava che Matt gli avesse raccontato tutto a suo padre.
        -Avete avuto un bel giro di pettegolezzi, eh! –disse con amarezza.
         -Ti sbagli! Matt raccontò a papà il tipo di persona che sei. –Meredith si sentì molto meglio
e al notarlo, Julie proseguì-: Delle duecento ragazze della scuola secondaria, trentotto sono incinte.
In realtà –disse con un po’ di sconforto-, io non ho mai dovuto preocupparmi di questo. Quasi tutti
i ragazzi hanno paura di darmi un semplice bacio.
        -Perché?
         -Per Matt. Tutti a Edmunton sanno che sono sua sorella e sanno anche cosa farebbe lui se
qualcuno si volesse prendere delle libertà con me. In ciò che si riferisce alla preservazione della
virtù di una donna –aggiunse con un sospiro di scherno-, avere Matt accanto è la stessa cosa che
portare una cintura di castità.
        -La mia esperienza personale mi dice che questo non è esattamente vero.
        Entrambe si misero a ridere.
        Poco dopo si unirono agli uomini nel salone. Meredith era disposta a passare un paio d’ore
davanti al televisore, ma Julie prese ancora una volta le redini della situazione.
         -Che facciamo? –chiese guardando a Matt e Meredith-. Giochiamo a qualcosa? Carte? No,
aspettate. Facciamo qualche gioco sciocco.- si diresse alla libreria e con un dito percorse vari
giochi-. Monopoly!
        -Non contare con me –disse Patrick-. Preferisco vedere il film.
         Matt non aveva voglia di giocare e per poco non chiese a Meredith di uscire a passeggiare.
Ma all’improvviso si rese conto che la ragazza aveva bisogno di una tregua. Una conversazione tra
loro sarebbe stata, come sempre, intensa, e Meredith era già satura di emozioni. E poi, sembrava
andare d’accordo con Julie. Così, fingendo che l’idea del gioco gli piaceva, accettò di giocare. Ma
guardando Meredith, avvertì che lei non aveva più entusiasmo di lui per la partita e nonostante,
sorrise e accettò.
        Due ore dopo, Matt dovette ammettere che la partita era stata un totale successo, fino al
punto che anche lui si divertì. Con Julie come istigatrice, la partita presto si convertì in una farsa
dove le ragazze intentarono di tutto per vincere e, non riuscendoci, fecero ricorso agli imbrogli.
Due volte Matt sorprese Julie togliendogli i soldi che aveva vinto, e adesso era Meredith che
avanzava degli oltraggiosi pretesti per no pagargli i debiti contratti con lui.
         -Stavolta non ci sono scuse che valgono –avvertì a Meredith quando la sua pedina andò a
finire in un terreno di sua proprietà-. Sono mille e quattrocento.
        -Non ti devo niente –rispose lei con un sorriso di soddisfazione. Con un dito segnalò gli
hotel che Matt aveva costruito e ne buttò uno-. Questo hotel invade le mie proprietà. Hai costruito
su terreni miei, quindi sei tu il debitore.
        -Invaderò le tue proprietà –la minacciò sorridendo-, se non mi paghi.
        Ridendo, Meredith si voltò verso Julie.
        -Ho soltanto mille dollari, mi presti qualcosa?
       -Certo –accettò Julie che aveva perso tutto. Allungò un braccio, prese alcuni biglietti da 500
dal mucchio di Matt e glieli consegnò a Meredith.
        Poco dopo, Meredith si dichiarò in bancarotta. Julie andò a prendere i suoi libri e Patrick si
alzò.
         -È ora di andarmene –disse lui a Matt-. Hai lasciato il furgone nel garage? –Matt annuì e
disse che sarebbe andato a prenderlo l’indomani mattino. Allora Patrick si voltò verso Meredith.
Durante la rumorosa partita, lei aveva sentito lo sguardo fisso dell’uomo. Allora lui sorrise, con
tristezza e incertezza-: Buona sera, Meredith.
        Anche Matt si mise in piedi e le chiese se voleva fare una passeggiata.
        -Buona idea –rispose lei.
          Fuori, l’aria della sera era confortante e la luna disegnava un ampio cammino nel patio.
Erano nel porticato quando Julie li raggiunse, con un maglione che le copriva le spalle e alcuni libri
sotto il braccio.
        -Vi vedrò domattina. Joelle passerà a prendermi. Vado a studiare a casa sua.
        -Alle dieci di sera? –chiese Matt accigliato.
        -Matt! –esclamò esasperata per l’atteggiamento ottuso del fratello.
        -Saluta Joelle da parte mia.
         Julie se ne andò correndo non appena vide le luci di un’auto che lampeggiavano nel fondo
della strada. Allora Matt chiese a Meredith qualcosa che lo aveva sconcertato.
        -Come sai tanto su invasione di terreni altrui, violazione di zona e cose simili?
        Meredith contemplò la preziosa luna piena cha pendeva dal cielo come un grande disco
argentato.
         -Mio padre mi ha sempre parlato d’affari. Abbiamo avuto alcuni problemi simili quando
costruimmo una succursale dei magazzini in una zona residenziale. Ad esempio, un costruttore
asfaltò una zona di parcheggio sulla quale avevamo dei diritti.
        Giacché Matt aveva chiesto prima, lei si decise a presentare una questione che la stava
consumando da ore; prima si fermò, staccò la foglia di un ramo e si obbligò a parlare senza un tono
accusatore.
        -Julie mi disse che hai un master in amministrazione d’impresa. Perché mi hai fatto credere
di essere un comune operaio sul punto di partire in Venezuela per provare fortuna con i pozzi di
petrolio?
        -E cosa ti fa pensare che un operaio è un uomo comune e un economista un uomo
speciale?
         Meredith captò la leggera censura in quelle parole e si sentì turbata. Appoggiò la schiena
al tronco di un albero e guardò al giovane.
        -Ti sembro una snob?
        -Lo sei? –rispose lui, mettendosi le mani in tasca e osservando la ragazza attentamente.
       -Io... –tentennò, guardò a sua volta a Matt e sentì la strana tentazione di dire ciò che lui
avrebbe voluto sentire. Nonostante, finalmente ammise-: Probabilmente lo sono.
        Non captò il tono ombroso della sua stessa voce, pero Matt sì. Un sorriso affascinante
illuminò il viso del giovane e a Meredith batté più forte il cuore.
        -Ne dubito –rispose lui e le sue parole causarono in Meredith un piacere irrazionale.
        -Perché?
         -Perché dubito che gli snob si preoccupino di sembrarlo o no. Nonostante, e rispondendo
alla tua domanda, se non ti menzionai il mio master perché, in parte, non significa niente mentre
non abbia un’utilità pratica. In questo momento non ho altro che un pugno di idee e progetti che
potrebbero non essere vincenti.
        Julie le aveva detto che non era facile conoscere a fondo Matt, e a lei non risultava difficile
crederle, anche se vi erano delle occasioni in cui si sentiva in completa armonia con lui fino al
punto che quasi poteva leggergli i pensieri.
        -D’accordo, già so perché non me lo hai detto. Credo, inoltre, che volevi sapere se il fatto di
crederti un operaio mi importava o no. Mi hai messo alla prova. Mi sbaglio? –chiese con voce
serena.
        -Suppongo di no –rispose lui, sorridendo-. Dall’altra parte, è probabile che sia condannato
a rimanere un operaio per tutta la vita.
        -E allora sei passato dalle fonderie ai pozzi di petrolio –scherzò lei- perché volevi un lavoro
più prestigioso, non è così?
         Matt dovette sforzarsi per contenere il desiderio di stringerla tra le braccia e baciarla.
Meredith era giovane, viziata e lui stava per intraprendere un viaggio ad un paese straniero dove
le necessità più elementari erano lussi. Quella pazza voglia di portarsela non era null’altro che
quello: una pazzia. E dall’altra parte, Meredith era coraggiosa quanto dolce. E portava suo figlio in
grembo. Suo figlio! Il figlio di entrambi. Forse l’idea non era poi così pazza. Diresse lo sguardo al
cielo, cercando di liberarsi da quel pensiero e allora suggerì qualcosa che la aiutasse a prendere
una decisione.
        -Meredith, quasi tutte le coppie si prendono alcuni mesi per conoscersi prima di arrivare al
matrimonio. Noi abbiamo un paio di giorni prima di sposarci e meno di una settimana prima di
separarci perché devo andare in Venezuela. Credi che potremmo condensare alcuni mesi in pochi
giorni?
        -Suppongo che sì –rispose lei, sconcertata dall’intensità della voce di Matt.
        -Va bene –disse lui sorpreso dell’inaspettata risposta-. Cosa vuoi sapere di me?
         Trattenendo una risata, Meredith lo guardò perplessa. Si chiese se lui si riferiva a questioni
di tipo genetico poiché era il padre del suo bambino. Tentennante, rispose con un'altra domanda.
       -Suggerisci che dovrei interrogarti se ci sono malati mentali nella tua famiglia o se sei
schedato dalla polizia?
        Allora fu Matt che represse un accesso di risate e parlò con finta serietà.
        -La risposta ad entrambe domande è no. E nel tuo caso?
        Lei negò con la testa con solennità.
        -Non sono schedata dalla polizia e non ci sono malattie mentali.
        Matt notò l’ilarità riflessa negli occhi di lei e di nuovo sentì il forte impulso di abbracciarla.
        -È il tuo turno –continuò Meredith con voce allegra-. Cosa vuoi sapere?
       -Una cosa –disse con franchezza e appoggiò un braccio nell’albero, sopra la testa della
ragazza-. Sei così dolce come sembri?
        -Forse no.
        Il giovane si eresse sorridente perché era sicura che lei si sbagliasse.
        -Camminiamo, prima che dimentichi ciò che in teoria siamo venuti a fare. Nel nome
dell’onestà –aggiunse all’improvviso-, mi sono appena ricordato che sono schedato dalla polizia. –
Meredith si fermò e lui la guardò di fronte-. Mi portarono due volte nel commissariato quando
avevo diciannove anni.
        -A cosa ti dedicavi allora?
         -Liti. Attaccavo brighe, per essere più esatti. Prima della morte di mia madre ero convinto
che se lei fosse stata curata dai migliori medici e nei migliori ospedali, non sarebbe morta. Mio
padre ed io abbiamo trovato il meglio. Quando l’assicurazione smise di pagare, vendemmo gli
attrezzi agricoli e tutto ciò che avevamo per pagare le spese mediche. Ma lei morì lo stesso. –Matt
cercava di parlare con voce neutra-. Mio padre si diede all’alcolismo e io alla strada in cerca di
qualcosa con cui distrarmi. Durante mesi mi sono messo nei guai e siccome non potevo mettere le
mani su quel Dio che mia madre tanto amava, mi accontentai con qualche mortale che non mi
girasse la schiena. In Edmunton non è difficile litigare –aggiunse con un sorriso ironico e in quel
momento si rese conto che stava confidando a una ragazza di 18 anni delle cose che non aveva
raccontato a nessuno, neanche a se stesso. E la giovane lo guardava con una silenziosa
comprensione che contraddiceva completamente la sua età-. La polizia intervenne in due occasioni
–concluse Matt- e ci portarono a tutti nel commissariato. Poca cosa. Eccetto in Edmunton, questi
episodi non figurano negli archivi.
       Commossa per la fiducia che Matt aveva depositato in lei, Meredith cominciò con
dolcezza:
        -Devi averla amato molto. –conscia che si trovava in terreno scivoloso, aggiunse-: Non
conobbi a mia madre. Dopo il divorzio se ne andò in Italia. Suppongo di aver avuto fortuna,
perché così non ho pianto la sua assenza nella mia adolescenza.
        Matt si rese conto dell’intenzione di quelle parole e non rise degli sforzi di Meredith.
         -Molto gentile –disse con voce sommessa, e per scuotersi dalla tristezza, aggiunse con
ironia-: Ho un sorprendente buon gusto con le donne.
        Meredith rise. Sussultò quando la mano di Matt, scivolando dalla sua spalla, si posò nella
sua vita e la attrasse verso di lui mentre camminavano. Avevano fatto alcuni passi quando lei gli
chiese spontaneamente:
        -Sei stato sposato qualche volta? Cioè, prima.
        -No. E tu? –chiese scherzando.
        -Sai molto bene che non... non avevo mai... –s’interruppe imbarazzata per l’argomento.
        -Sì, lo so. Quel che non capisco è come una ragazza con il tuo viso e la tua figura possa
essere arrivata a diciotto anni senza aver perso la verginità, senza averla donata a qualche riccone
dell’università.
        -Non mi piace quel tipo di ragazzi –replicò lei e guardò a Matt, perplessa-. La verità è che
fino ad adesso non me ne ero resa conto.
         Matt si sentì compiaciuto perché sicuramente lei non si sarebbe mai sposata con uno di
quelli. Aspettò che lei continuasse a parlare e vedendo che non lo faceva, chiese:
        -Questo è tutto? Non hai più niente da dire?
        -Non è tutto. La verità è che fino ai sedici anni appena uscivo da casa e i ragazzi mi
evitavano. Quando iniziai ad uscire, ero talmente furiosa con loro per avermi ignorata per anni che
in generale meritavano una povera opinione da parte mia.
        Matt contemplò quel bel viso, la bocca tentatrice, gli occhi radiosi. Sorrise.
        -Ti piaceva davvero rimanere in casa?
        -Diciamo di sì –rispose e aggiunse-: Se abbiamo una figlia, sarà meglio che da giovane
somigli a te.
         Le risate di Matt ruppero il tranquillo silenzio della notte. L’abbracciò e, ancora ridendo,
sprofondò la testa nei capelli della giovane, sorpreso dei sentimenti di tenerezza che gli svegliava
perché era stata un’adolescente casalinga; commosso perché glielo aveva confessato e sollevato
perché... non volle indagare la questione. Tutto ciò che gli importava era che anche lei rideva e lo
stringeva con le braccia attorno alla cintura. Sorridendo le sussurrò all’orecchio:
        -Ho un gusto squisito con le donne.
        -Un paio d’anni fa non l’avresti pensato.
        -Sono un uomo lungimirante. L’avrei indovinato già allora.
        Un’ora dopo erano seduti nei gradini del porticato, faccia a faccia, ciascuno con la schiena
appoggiata nelle ringhiere opposte. Matt si situò nel gradino superiore per poter stirare le gambe,
mentre Meredith rimase con le braccia incrociate sulle ginocchia, cerca del petto. Già non si
sforzavano di conoscersi davanti l’imminenza delle nozze. In quel momento erano una coppia
come un’altra, godendo del fresco della sera estiva e della mutua compagnia.
         Appoggiando la testa all’indietro e con gli occhi semi chiusi, Meredith ascoltò il canto di
un grillo.
        -In cosa pensi? –le chiese con soavità.
         -Che presto sarà autunno –rispose lei guardandolo-. È la mia stagione preferita. La
primavera è sopravvalutata, perché in realtà è umida e gli alberi conservano ancora la nudità
dell’inverno, che mi sembra interminabile. L’estate va bene, ma è monotona. L’autunno è diverso.
C’è un profumo nel mondo che si può comparare a quello delle foglie bruciate? –gli chiese con un
sorriso accattivante. Matt pensò che lei profumava molto meglio delle foglie bruciate, ma la lasciò
continuare-. L’autunno è eccitante. Le cose cambiano, è come il buio...
        -Il buio?
         -Sì, il crepuscolo, quando appaiono le ombre. Per me è il miglior momento del giorno,
perché è mutevole. Da bambina mi piaceva sedermi nel viale di accesso di casa mia e osservare le
macchine che passavano con i fari accesi. I viaggiatori avevano qualcosa da fare, un luogo dove
andare. Cominciava la sera... –fece una pausa e aggiunse, imbarazzata-: Devo sembrarti una
sciocca.
        -Mi sembra che eri terribilmente sola.
        -Non era esattamente così. Sognavo durante il giorno. So che l’impressione che ti fece mio
padre a Glenmoor fu terribile, ma non è l’orco che immagini. Mi vuole bene e ha dedicato la sua
vita a proteggermi e a darmi il meglio.- all’improvviso il buon umore di Meredith sparì, dando
passo alla cruda realtà che minacciava con schiacciarla-. E come ringraziamento per tutto quanto,
torno a casa incinta.
        -Abbiamo stabilito di non parlare di questo stasera –le ricordò Matt.
         Meredith annuì e tentò di sorridere, ma era evidente che non poteva controllare i suoi
pensieri con la facilità con la quale lui controllava i propri. All’improvviso, la giovane immaginò
suo figlio, in piedi, solo, avvicinarsi ad una porta qualsiasi di Chicago, guardando il passaggio
delle macchine. Senza fratelli o sorelle, senza padre. Senza famiglia. soltanto lei. Meredith non era
sicura di essere abbastanza per suo figlio.
         -Se l’autunno è la tua stagione favorita, cos’ è che ti piace meno? –le chiese tentando di
distrarla.
         -I mucchi di alberi di Natale il giorno dopo. C’è qualcosa di molto triste in quei bellissimi
alberi che nessuno si portò a casa. Sono come orfani rifiutati dal mondo. –si fermò, conscia di ciò
che stava dicendo e sviò lo sguardo.
       -È già mezzanotte –osservò lui alzandosi pensando che Meredith si trovava in uno stato
d’animo irredimibile-. Perché non andiamo a letto?
        Sembrava dare per scontato che avrebbero dormito assieme e ciò fece sussultare Meredith.
Era incinta e Matt l’avrebbe sposata perché era il suo dovere. La situazione era così sordida che si
sentì umiliata come una donnaccia.
         In silenzio, spensero le luci del salone e salirono al primo piano. La stanza di Matt era a
sinistra della scala, nel pianerottolo; quella di Julie, alla fine del corridoio. Tra le due stanze c’era il
bagno. Arrivando davanti la porta di Matt, Meredith prese l’iniziativa.
        -Buona notte, Matt –disse con voce tremante.
         Passò accanto a lui e lo guardò. Lui rimase immobile nell’uscio della sua porta, lei si sentì
sollevata e allo stesso tempo dispiaciuta. Apparentemente, si disse entrando nella stanza di Julie, le
donne incinte non sono attraenti neanche per l’uomo che poche settimane prima era impazzito nel
loro letto.
        Aveva appena attraversato l’uscio della porta quando la voce di Matt la fermò.
        -Meredith?
         Lei si voltò e lo vide ancora in piedi nell’uscio della sua stanza, appoggiato nella porta e le
braccia incrociate sul petto.
        -Sai qual è la cosa che meno mi piace?
         Quella voce, all’improvviso implacabile, diede ad intendere che la domanda non era
retorica. Negò con il capo, aspettando con sospetto che Matt si spiegasse. Questi non la tenne
molto tempo nel dubbio.
       -Dormire solo quando alla fine del corridoio c’è qualcuno che so molto bene che dovrebbe
dormire con me.
        Matt avrebbe voluto che le sue parole suonassero più come un invito che come un’energica
osservazione, e la sua mancanza di tatto lo sorprese. Nel viso di Meredith si riflessero diverse
emozioni: vergogna, incertezza, dubbio, malessere, la ragazza sosteneva una lotta interna.
Finalmente, tentennante, accennò un sorriso e disse con fermezza:
        -Buona notte.
        Matt la vide entrare nella stanza di Julie e chiudere la porta. Rimase lì durante un po’,
conscio che se la seguiva e intentava persuaderla con tenerezza, era molto probabile che riuscisse a
convincerla. Ma per qualche motivo, l’idea non gli piacque. Ma non avrebbe fatto niente del
genere. Entrò nella propria stanza. Nonostante, lasciò la porta aperta, pensando che se lei voleva
stare con lui, sarebbe andata quando era pronta per infilarsi nel letto.
         Vestito con soltanto il pantalone di un pigiama che dovette cercare nei cassetti, si appoggiò
nel davanzale della finestra e rimase immobile, teso, ascoltando. Ma i passi suonarono sempre più
attenuati, e si chiuse una porta. Meredith aveva preso una decisione che lo sorprese, infuriandolo e
deludendolo contemporaneamente. Quei sentimenti non avevano nulla a che fare con il desiderio
non corrisposto, ma con qualcosa più generale e profondo. Aveva desiderato che lei dimostrassi di
essere preparata per un rapporto sessuale, ma ovviamente non era disposto a far nulla per
persuaderla. Doveva essere una decisione di Meredith, presa liberamente, senza coazioni. E la
decisione che aveva preso era di dormire sola. Se la giovane aveva albergato dei dubbi su ciò che
lui voleva che facesse, Matt glieli aveva cancellato dicendole che dovevano coricarsi assieme.
       Frustrato, si allontanò dalla finestra, sospirò e affrontò il fatto che forse si aspettava troppo
da una ragazza di 18 anni. La questione era che era difficile ricordare costantemente l’età di
Meredith.
         Appartò il lenzuolo e si mise a letto, guardando il tetto con le mani incrociate sotto la nuca.
quella stessa sera, Meredith gli aveva parlato di Lisa Pontini e di come si erano fatte amiche. Matt
dedusse che la futura madre di suo figlio non solo si trovava a proprio agio in club e ville
principesche, ma anche in dimore umili come la casa dei Pontini. Meredith era una ragazza
normale e corrente, ma aveva anche una in equivoca distinzione, un’eleganza ereditata che a lui
risultava attraente come il suo viso affascinante e i suoi occhi irresistibili. Finalmente stanco, chiuse
gli occhi. Per sfortuna, nessuna di quelle qualità la avrebbero spinto a viaggiare con lui in
Venezuela. Non avrebbero contribuito per nulla all’idea che tale avventura le risultasse attraente. A
meno che, naturalmente, Meredith sentisse qualcosa per lui. Ma non era così, altrimenti starebbe lì,
accanto a lui. Lo prospettiva di persuadere una ragazza viziata e tentennante –una giovane di 18
anni-, ad indurla ad accompagnarlo tenendo in conto che a lei mancava il coraggio o il
convincimento per avvicinarsi dall’altro capo del corridoio, non solo era ripugnante, ma anche
inutile.
          Meredith rimaneva accanto al letto di Julie, con la testa inclinata, divisa tra ansie e sospetti
che non sembrava capace di dominare o predire. La gravidanza ancora non si vedeva, ma le stava
spezzando il cuore. Un’ora prima non voleva coricarsi con Matt, ma adesso lo desiderava. Il buon
senso le diceva che il suo futuro era già paurosamente incerto e che arrendersi alla crescente
attrazione che sentiva per Matt non farebbe che complicare ulteriormente la già difficile situazione.
A ventisei anni, Matt era molto più grande di lei e più esperto in tutte le dimensioni della vita, di
una vita che a lei era completamente estranea. Sei settimane addietro, quando lo conobbe vestito
con lo smoking e in un ambiente familiare a lei, Matt le era sembrato simile agli altri uomini con i
quali aveva amicizia. Però qui, vestito con jeans e camicia, esibiva una certa rudezza che a lei
risultava allo stesso tempo attraente e allarmante. Matt voleva condividere il letto con lei. In ciò che
si riferiva a donne e sesso, era talmente sicuro di sé che poté dirle senza pudore quel si aspettava
da lei, quasi esigendoselo, senza chiedere o tentare di persuaderla. Senza dubbio in Edmunton
doveva avere fama di zoticone; ma la sera che lo conobbe, Matt la fece vibrare di passione,
nonostante lei era morta di paura. Lui sapeva come e dove toccarla, sapeva come muoversi e farla
impazzire di desiderio e tutto ciò non lo aveva imparato nei libri. Sicuramente aveva fatto l’amore
centinaia di volte con centinaia di donne.
        Eppure si ribellava all’idea che l’unico interesse che Matt aveva per lei fosse sessuale. È
vero che non tornò a chiamarla dopo quella notte, ma era pure vero che lei era tanto frastornata
che non poté neanche pensare che desiderava vederlo di nuovo. Matt le aveva detto che era sua
intenzione chiamarla al ritorno dal Venezuela, e ciò era suonato ridicolo. Ma adesso, nel silenzio
della notte, dopo averlo sentito parlare dei suoi progetti per il futuro, intuiva che Matt voleva
essere qualcuno quando tornasse a vederla.
         Pensò in tutto ciò che le raccontò sulla morte della madre; senza dubbio quel ragazzo che
tanto aveva sofferto e si era infuriato per la scomparsa di un essere amato, non poteva essersi
trasformato in un uomo vuoto o irresponsabile il cui unico interesse rispetto alle donne era... No,
Matt non era un irresponsabile. Neanche una volta, da quando si presentò davanti a lui, aveva
tentato di evitare le sue responsabilità. E inoltre, basandosi su ciò che aveva detto Matt e in alcuni
commenti di Julie, sapeva che durante anni lui aveva sopportato sulle sue spalle la maggior parte
del carico che supponeva portare avanti la famiglia.
        Se quella notte lui pensò soltanto al sesso, perché non aveva tentato di convincerla, se era
ciò che voleva? Ricordava il tenero sguardo dei suoi occhi quando le chiese se era così come
sembrava. Perché non tentò portarsela a letto?
       All’improvviso, Meredith trovò la risposta che le provocò un intenso sollievo, ma anche
una paura strana. Matt voleva qualcosa di più del suo corpo quella notte, non soltanto fare l’amore.
Senza saper come, era sicura di ciò. O forse si sentiva accecata dalle emozioni, il suo stato naturale
negli ultimi giorni.
         Tremò d’incertezza e inconsciamente si portò la mano sul ventre ancora piatto. Era
spaventata, confusa e pazzamente attratta da un uomo che non conosceva né sembrava capace di
comprendere. Spinse in silenzio la porta della stanza di Julie; sentiva soltanto i battiti del suo cuore
galoppante. Matt aveva lasciato la porta aperta, se ne accorse quando uscì dalla doccia. Se dormiva
già, sarebbe tornata al suo letto. Avrebbe deciso il destino.
        Dormiva. Meredith si rese conto dall’uscio poiché la luce della luna filtrava dalle tende
quasi trasparenti, illuminando il suo viso. Il polso della ragazza si normalizzò. Non si ritirò subito.
La forza dei suoi sentimenti l’aveva condotto fin lì... Era sorprendente. Finalmente, conscia che
stava in piedi nella porta della stanza di Matt, contemplandolo mentre dormiva, si voltò per
ritornare al suo letto.
        Matt non sapeva cosa l’aveva svegliato o quanto tempo Meredith era lì, ma quando aprì gli
occhi vide che la ragazza se ne andava. Cercò di fermarla con le prime parole frastornate che gli
vennero in mente.
        -No, Meredith!
         Lei si voltò con un movimento così brusco che i capelli si slacciarono e coprirono una
spalla. Domandandosi cosa aveva voluto dire lui, cercò inutilmente di guardargli il viso e quindi si
avvicinò decisa al letto.
         Matt la vide avvicinarsi e notò che portava soltanto una corta camiciola di seta, che appena
le copriva la parte superiore delle cosce. Le fece posto sul letto e appartò le lenzuola. Lei tentennò e
finalmente si sedette nel bordo, ma abbastanza vicino da sfiorarsi lievemente. Quando i loro
sguardi s’incontrarono, negli occhi di Meredith si leggeva il più grande degli sconcerti. Fu lei a
rompere il silenzio.
        -Non so perché, ma stavolta sono più spaventata della prima –sussurrò con voce tremula.
        Matt sorrise. Le sue dita sfiorarono la guancia di Meredith e dopo la nuca.
        -Io pure.
        Si produsse un lungo silenzio, entrambi rimasero immobili, eccetto che per la lenta carezza
delle dita di Matt nella nuca di Meredith. Avevano il presentimento che stessero sul punto di
intraprendere una strada verso l’ignoto, ma nel caso di Matt era tutto chiaro. Aveva desiderato
Meredith dal primo istante e adesso lei era seduta nel suo letto in mezzo della notte.
        -Credo che debba dirti –sussurrò lui mentre l’attirava verso sé- che il rischio che stiamo per
correre è maggiore di sei settimane fa. –Meredith fissò lo sguardo in quegli occhi ardenti e pensò di
capire il significato di quelle parole. Matt sembrava avvertirla: «Potresti innamorarti di me»-.
Deciditi –proseguì in un roco sussurro.
        Meredith tentennò, ma poi il suo sguardo si posò negli occhi di Matt e dopo nella sua
bocca. Pensò che il cuore le si fermava e, irrigidendosi, si allontanò.
        -Io... –bisbigliò movendo la testa e alzandosi, ma non poté proseguire. Emettendo un
gemito soffocato, si buttò su Matt e lo baciò. Lui l’abbracciò con forza e la gettò sul letto, dopo le fu
sopra senza smettere di baciarla.
        Come la prima volta sei settimane prima, si scatenò la magia, ma stavolta molto più
ardente e con molta più consapevolezza.
         Quando tutto finì, Meredith si voltò di lato, il corpo flaccido e bagnato, sazio. Sentiva il
contatto delle gambe e delle cosce di Matt contro le sue. Aveva sonno, mentre notava il tocco di
una mano che le carezzava dolcemente un braccio per posarsi finalmente su un seno, in un gesto di
tenerezza e possesso. L’ultimo pensiero di Meredith prima di addormentarsi fu che lui desiderava
sentire la sua presenza, che chiedeva un diritto che lei non gli aveva dato. Era proprio da lui agire
così. Meredith si addormentò con un sorriso sulle labbra.


        -Hai dormito bene? –chiese Julie il mattino dopo, mentre spalmava il burro sui toast.
        -Molto bene –le rispose Meredith, cercando di mascherare che aveva passato buona parte
della notte facendo l’amore con il fratello della ragazza-. Posso aiutarti a preparare la colazione?
         -Oh, no. Papà fa doppi turni questa settimana. Dalle tre del pomeriggio fino alle sette del
mattino. Quando arriva a casa, vuole mangiare subito e andarsi a coricare. La sua colazione è già
pronta. Matt non prende niente, eccetto caffè. Glielo vuoi portare tu? Solitamente glielo porto io,
giusto prima che suoni la sveglia, esattamente alle... –guardò l’orologio della cucina a forma di
teiera-. Dentro dieci minuti.
        Felice con l’idea di fare qualcosa di tanto domestico come svegliare Matt portandogli il
caffè, Meredith riempì un tazzone e guardò indecisa la zuccheriera.
        -Lo prende senza latte e senza zucchero –l’informò Julie, sorridendo davanti il
tentennamento di Meredith-. Vedi che di mattina è un orso brontolone, non ti aspettare una
conversazione molto allegra.
        -Davvero?
        -Beh, non è che si comporti male. Semplicemente non parla.
         Julie aveva ragione, ma solo in parte. Quando Meredith entrò nella stanza dopo aver
bussato, Matt si girò nel letto, aprì gli occhi e sembrò sprofondare nello sconcerto. Come unico
saluto, accennò a un sorrisino di ringraziamento, mentre si sedeva. La giovane rimase lì, indecisa,
vedendolo prendere il caffè con avidità. Quando Meredith si voltò per andarsene, sentendo che la
sua presenza non era necessaria, Matt allungò il braccio e la prese dal polso, obbligandola a sedersi
sul bordo del letto.
        -Perché sono l’unico esausto stamattina? –chiese con la voce ancora roca dal sonno.
        -Sono molto mattiniera –rispose lei-. Forse di pomeriggio caschi dalla stanchezza.
       Matt osservò l’abbigliamento della ragazza. Indossava una camicia a quadri di Julie,
annodata alla vita e pantaloncini corti bianchi, pure di Julie.
        -Sembri una modella –le disse.
         Era il primo complimento che le faceva, eccettuando le dolci parole che le bisbigliava a
letto. Più del fatto in sé, Meredith cercò di ricordarlo per la tenerezza con la quale l’aveva fatto.
        Patrick arrivò dal lavoro, mangiò e andò a dormire. Julie se ne andò alle otto e mezzo,
dopo aver salutato allegramente e annunciare che dopo le lezioni sarebbe andata a casa della sua
amica e avrebbe passato di nuovo la notte lì. Alle nove e mezzo Meredith si decise a chiamare a
casa sua. Avrebbe risposto il maggiordomo e lei gli darebbe un messaggio per Philip. Ma fu Albert
che rispose e le diede un messaggio del padre. Doveva ritornare immediatamente e le conveniva
spiegare la sua scomparsa in modo convincente. Meredith gli disse ad Albert che aveva un motivo
meraviglioso per non essere in casa e che sarebbe tornata domenica.
        Dopo il tempo sembrò fermarsi. Stanno attenta per non svegliare Patrick, entrò nel salone
cercando qualcosa da leggere. La biblioteca offriva alcune alternative, ma lei era troppo inquieta
per concentrarsi in un romanzo. Nella mensola superiore, tra diversi esemplari di riviste e giornali,
trovò un vecchio foglietto che descriveva diversi modi di fare uncinetto. Lo lesse con grande
interesse, mentre nella sua mente apparivano immaginative forme di scarpine per bebè.
         Non avendo null’altro da fare, decise intentare l’uncinetto. Prese l’auto e si diresse in città
per acquistare il materiale necessario. Nel negozio di Jackson Sack comprò una rivista d’uncinetto,
mezza dozzina di matasse di lana e un grosso ago di legno che, secondo il venditore, era più
idoneo per i principianti. Si disponeva a salire sulla macchina, quando pensò che forse si poteva
fare carico della cena di quella sera. Tornò ad attraversare la strada ed entrò nel supermercato.
Deambulò tra i corridoi durante lunghi minuti, presa d’assalto dai dubbi (giustificati) sulle sue
abilità culinarie. Nel frigo della carne rimosse molti pacchi, mordendosi il labbro. La sera prima
Julie aveva preparato uno stupendo pasticcio di carne trita; lei doveva fare qualcosa di più
semplice. Passeggiò lo sguardo tra i pacchetti di bistecche, di trinche di maiale, di fegato d’agnello;
finalmente vide wurstel ed ebbe un’ispirazione. Con un po’ di fortuna, la cena di quella sera
sarebbe una nostalgica avventura invece di una catastrofe culinaria. Sorridente, comprò i wurstel e
un sacchettino di marshmallows.
        Al ritorno a casa, Meredith si sedette con l’uncinetto e la rivista, che includeva istruzioni
disegnate. Mise mani all’opera con diligenza. Siccome l’uncinetto e la lana erano molto grossi, le
uscivano punti grandi più di un centimetro.
        Il mattino dava spazio al pomeriggio quando le sorsero latenti preoccupazioni. Si dedicò
con furia all’uncinetto, tentando di dimenticarle. Non voleva pensare in pediatri, nelle doglie, se
Matt esigerebbe diritti di visita, l’asilo, in ciò che Matt voleva dire parlando di matrimonio vero...
        Alle due del pomeriggio la gravidanza, che fino ad allora non aveva dato segni di vita, si
manifestò con una intensa sensazione di sonno e stanchezza. Meredith lasciò l’uncinetto e si coricò
nel divano, al tempo che guardava l’orologio. Aveva tempo di dormire un poco e dopo nascondere
l’uncinetto e prepararsi per il ritorno di Matt... L’idea che tornassi da lei dopo una dura giornata di
lavoro la riempiva di gioia. All’improvviso ricordò come Matt le aveva fatto l’amore e dopo un
attimo dovette pensare ad altro perché sentiva che il corpo s’infiammava di desiderio. Si rese conto
che correva il serio pericolo di innamorarsi del padre del suo bebè. Sarebbe pericoloso? Sorrise.
Poteva esserci qualcosa di più meraviglioso? Sempre che il suo amore fosse corrisposto. E
sospettava che era così.
        Il suono delle ruote di una macchina entrò da una finestra aperta, svegliando Meredith,
che guardò l’ora ansiosamente. Erano le quattro e mezzo. Si alzò e si lisciò i capelli. Era sul punto
di raccogliere la lana e l’uncinetto per nasconderli quando si aprì la porta e comparve Matt. Il
cuore della ragazza batté con allegria.
        -Ciao –lo salutò affabilmente e facendolo, immaginò molti giorni come quello in cui Matt
ritornava dopo il lavoro. Si domandò se avesse pensato in lei e si rimproverò per una domanda
così sciocca. Era lei che aveva avuto tempo di pensare, poiché Matt aveva passato il giorno
lavorando-. Come ti è andata?
         Meredith era in piedi accanto al sofà e Matt rimase a guardarla. Per la sua mente sfilarono
scene come quella durante anni, nelle quali lui tornava dalla sua principessa dai capelli dorati, che
gli sorrideva in quel modo da farlo sentire onnipotente: avrebbe ucciso solo lui il drago, avrebbe
curato il raffreddore comune e troverebbe la soluzione politica al problema della pace universale.
        -Mi è andata bene –rispose lui sorridendo-. Che hai fatto?
       Lei aveva passato mezza giornata preoccupandosi e l’altra pensando e sognando di lui.
Siccome non poteva diglielo, rispose:
        -Ho deciso imparare l’uncinetto –esibì una delle matasse per dimostrare che non mentiva.
        -Molto domestico –scherzò lui e percosse con lo sguardo la lunga opera di Meredith, che
arrivava fino sotto il tavolino del tè. Sorpreso, aprì gli occhi e chiese-: Cosa ti proponi fare?
        -Indovina –disse lei con la speranza che lui pensasse in qualcosa.
        Matt si inclinò, prese un estremo della lana e retrocesse finché lo stirò circa quattro metri,
fino ad un angolo della stanza.
        -Un tappeto? –speculò gravemente.
        Lei si sforzò di non ridere e finse di essere offesa.
        -Certo che no.
        Si avvicinò piano a lei e il suo viso acquisì un’espressione adusta.
        -Dammi una pista –disse soavemente.
         -Non ti dovrebbe servire una pista perché ciò che sto facendo salta alla vista. –represse le
risa e dopo annunciò-: Farò altri punti perché sia più largo. Dopo l’inamiderò e invaderò il tuo
terreno, come nel Monopoly.
        Matt si mise a ridere e la cerchiò con le braccia.
         -Ho comprato qualcosa per cenare –bisbigliò lei, ritirando la testa senza lasciare le sue
braccia. Matt aveva intenzioni di portarla ad un ristorante. Sorrise, sorpreso.
        -Credevo che avessi detto che non sai cucinare.
        -Lo capirai appena vedi ciò che ho comprato -affermò lei, portandoselo in cucina.
        Meredith prese i wurstel ed il pane.
        -Che scaltra! –esclamò lui senza smettere di sorridere-. Hai trovato il modo di farmi
cucinare.
        -Credimi, è più sicuro così.
         Erano appena dieci minuti che era a casa ed era la seconda volta che lui sentiva come se la
sua vita s’illuminasse con un’ondata di luci ed allegria.
         Meredith prese una coperta e il mangiare, e lui preparò il fuoco. Passarono il pomeriggio
fuori, divorando gli hot dog troppo cotti. Parlarono di tante cose, dalla questione di Sudamerica
fino all’insolita mancanza di sintomi della gravidanza di Meredith, passando dall’appropriato
grado di cottura dei wurstel. Finirono di mangiare al crepuscolo. Meredith raccolse i piatti ed entrò
in cucina per lavarli. Durante la sua assenza, Matt raccolse un mucchio di foglie e le gettò sul
fuoco.
         Quando Meredith tornò ad uscire, percepì l’odore delle foglie bruciate: era l’aroma
dell’autunno, la sua stagione preferita. Lui era seduto sulla coperta, imperterrito, come se non ci
fosse niente di strano che agosto profumasse di ottobre. La giovane si sedette di fronte a lui, con gli
occhi brillanti.
        -Grazie, Matt –disse con semplicità.
        -Non c’è di che –replicò lui e la voce gli suonò roca anche alle sue orecchie.
         Tese una mano e dovette reprimere il suo desiderio quando lei, anziché sedersi accanto, lo
fece tra le sue gambe e appoggiò la testa nel suo petto. Il desiderio diede passo ad una sensazione
di gioia quando la giovane sussurrò, emozionata:
        -È stato il miglior pomeriggio della mia vita.
         Lui la strinse dalla vita e le sue dita accarezzarono con gesto protettore quel ventre liscio
nel quale cominciava a crescere il figlio di entrambi. Cercò di non commuoversi. Con l’altra mano
le accarezzò i capelli e, appartandoli dalla nuca, la baciò con tenerezza.
        -E che mi dici di ieri notte?
        Lei voltò il viso perché la baciasse e aggiunse:
        -La seconda miglior notte della mia vita.
          Matt sorrise con le labbra contro la pelle di Meredith e le pizzicò un orecchio. Tutto il
corpo era acceso di passione, una passione che correva nelle sue vene con un fuoco incontenibile.
Posò la bocca su quella di lei e si mostrò ricettiva. Al principio lo baciò teneramente, ma dopo prese
l’iniziativa. Matt perse il controllo. La mano gli scivolò sotto la camicia di lei e prese un seno
palpitante. Meredith gemette di piacere. Soavemente la fece sdraiare, la coperse in parte col suo
corpo, le alzò la testa e tornò a baciarla. Si sentiva in totale armonia con lei. Per un momento lui
rimase immobile, perplesso davanti all’intensità del proprio desiderio. Forse per questo non
avvertì che il fugace tentennamento di Meredith era dovuto alla sua inesperienza e l’incertezza,
poiché non era sicura di se stessa e di come restituire le sue carezze. Dall’altra parte, Matt pensò
che non gli importava, nulla poteva frenare la passione che sentiva per lei. Le tolse i vestiti
lentamente, con mani tremanti e la baciò finché lei si ritorse mentre carezzava con frenesia la sua
pelle ardente. Le carezze e i gemiti di Meredith lo fecero impazzire ancora di più, che le proferiva
torride parole di piacere. Lei fece altrettanto finché non gridò e il suo corpo non si arcuò al
raggiungimento dell’orgasmo.
        Dopo Matt l’abbracciò sotto la coperta e osservò il cielo tempestato di stelle, aspirando la
nostalgica fragranza di un autunno anticipato. In passato, il sesso era stato per lui un semplice
scambio di piacere. Con Meredith era un atto d’irruente bellezza, squisita e torturante, magica
bellezza. Per la prima volta si sentiva pienamente soddisfatto e in pace con se stesso e con il
mondo. Il suo futuro si presentava più complicato che mai e nonostante, non si era mai sentito più
sicuro di riuscire a modellarlo a gusto di entrambi, il suo e di Meredith. Cioè, se lei gli dava
l’opportunità... e il tempo.
         Aveva bisogno di più tempo per irrobustire ciò che era ancora un vincolo fragile che,
dall’altra parte, si faceva più forte ad ogni ora che passavano assieme. Se la convinceva di
accompagnarlo in Venezuela, allora sì avrebbe tempo di fortificare il legame e il matrimonio
sarebbe duraturo. Il giorno dopo avrebbe chiamato a Jonathan Sommers e cercherebbe di capire le
condizioni di vita della zona dove doveva lavorare, soprattutto in ciò che si riferiva alla casa e alle
cure mediche. Non si preoccupava per lui, ma Meredith e il bambino erano un’altra cosa.
         Se poteva portarsela... Era quello il problema. Non poteva rinunciare al lavoro in
Venezuela. Aveva già firmato un contratto e poi, aveva bisogno dei 150 mila dollari per poter
capitalizzare il suo prossimo investimento. Come i pilastri di un palazzo, quella somma era la base
del grande progetto per il suo futuro. Non era tanto come avrebbe desiderato, però sarebbe stato
sufficiente.
        Coricato accanto a Meredith, pensò di dimenticare il Venezuela e rimanere con lei, ma era
impossibile. La giovane era abituata a tutto il meglio. Aveva diritto ad averlo e lui non desiderava
privarla di ciò. E l’unica speranza che lui potesse darglielo un giorno era che andasse in Venezuela.
        L’idea di lasciarla e dopo perderla perché si fosse stancata di aspettare o smettesse di avere
fiducia nel suo successo, in altre circostanze l’avrebbe fatto impazzire. Ma aveva a suo favore una
carta: Meredith portava in grembo il figlio di entrambi. Il bambino le darebbe una forte
motivazione per avere fiducia nel padre ed aspettarlo.
        La gravidanza che per Meredith aveva supposto una calamità, a Matt gli sembrava un
dono inaspettato del destino. Quando la lasciò a Chicago pensò che sarebbero passati almeno due
anni prima del suo ritorno... sempre che nel frattempo non se la fosse presa un altro. Meredith era
una ragazza bella e accattivante, e ciò significava che mentre lui era assente, centinaia di giovani
avrebbero aspirato a lei. E forse qualcuno l’avrebbe conseguito. Matt era stato molto conscio di
questo durante quella prima notte d’amore.
        Ma il destino era intervenuto in suo favore e gli aveva consegnato il mondo. Il fatto che la
fortuna non si fosse mai alleata alla famiglia Farrell era qualcosa non avrebbe fatto sprofondare a
Matt nello sconforto. In quel momento era disposto a credere in Dio, nel destino e nella bontà
universale, grazie a Meredith e al bambino.
         L’unica cosa che ancora non poteva credere era che quella giovane e sofisticata ereditiera
che aveva conosciuto in un club campestre esclusivo, quella affascinante bionda che beveva
cocktail di champagne e si conduceva con tanta eleganza, fosse lì distesa accanto a lui,
addormentata tra le sue braccia e con un figlio suo, di Matt Farrell, nel rifugio del suo seno. Sì, lì
c’era suo figlio.
        Matt passò le dita per l’addome di Meredith e sorrise, pensando che lei non aveva idea dei
sentimenti che a lui ispiravano la sua gravidanza e il futuro figlio. Neanche sapeva come si sentiva
verso di lei perché non si era sbarazzata né del figlio né del padre. Quando la giovane si era
presentata a Edmunton, tra le alternative che con grande ripugnanza gli aveva enumerato a Matt,
figurava l’aborto. Lui si era sentito nauseato con la sola menzione della parola.
        Voleva parlarle del bambino, dirle ciò che sentiva rispetto a tutto il fatto, ma per una parte
si vedeva come un egoista per essere tanto felice a causa di qualcosa che a lei faceva tanto
disperata; e per l’altra, Meredith viveva nel timone dell’incontro con suo padre, qualunque
menzione al suo stato le portava il ricordo di ciò che l’aspettava...
         L’incontro con suo padre... Il sorriso di Matt svanì. Si disse che Philip era un figlio di
puttana che, nonostante tutto, aveva concepito una figlia sorprendente. In questo senso Matt gli era
immensamente riconoscente, fino al punto che era disposto ad accompagnare Meredith a Chicago
e fare tutto il possibile perché l’incontro tre padre e figlia sia più facile. Matt doveva ricordare in
ogni momento che Meredith era l’unica discendente di Philip Bancroft e che per ragioni che
soltanto la ragazza sapeva, quel cretino arrogante contava con l’amore di sua figlia.




        10


        -Dov’è Meredith? –chiese Matt a sua sorella il giorno dopo, al ritorno del lavoro.
        Julie era seduta nella stanza da pranzo, facendo i compiti. Alzò la testa.
          -È uscita a fare una passeggiata a cavallo. Pensava ritornare prima di te, pero sei arrivato
due ore prima del solito –disse e aggiunse con un sorriso malizioso-: Mi domando che cos’è che
l’attira tanto qua.
        -Mocciosa – rispose lui e si diresse verso la porta posteriore. Passando accanto a lei e le
spettinò i capelli.
        Meredith gli aveva commentato che le piaceva molto l’equitazione. Quella stessa mattina
Matt chiamò al vicino, Dale, che accettò che Meredith montasse uno dei suoi cavalli.
          Fuori, Matt attraversò il patio e l’antico orto di sua madre, adesso invaso dalle erbacce.
Guardò in lontananza, cercando Meredith. A metà strada del recinto la vide e si spaventò. Il cavallo
non andava neanche al trotto e Meredith era molto inclinata sul collo dell’animale, avanzando
verso lo steccato. Avvicinandosi, Matt si rese conto che la giovane aveva l’intenzione di fare il giro
e dirigersi verso il granaio. Matt vi si diresse e si tranquillizzò. Meredith Bancroft cavalcava come
l’aristocratica che era: leggera, sicura ed elegante, con assoluto controllo del cavallo.
        -Ciao! –esclamò vedendolo. Aveva il viso arrossato e brillante di sudore. Fermò il cavallo
nel patio del granaio, vicino ad un mucchio di fieno putrefatto-. Devo calmarlo -commentò,
mentre Matt prendeva le redini, ma per sfortuna il giovane pestò i denti di un vecchio rastrello nel
preciso istante che Meredith smontava. Il manico del rastrello si eresse con forza e colpì il muso
dell’animale che, spaventato, nitrì e si alzò sulle zampe posteriori. Matt mollò le redini tentando
inutilmente di prendere a Meredith, che cadde sul mucchio di fieno, attenuando l’impatto.
           -Maledizione! –esclamò lui, abbassandosi e prendendola dalle spalle-. Sei ferita?
        -Che se sono ferita? –ripetè con un comico sguardo di stordimento mentre si alzava-. Il mio
orgoglio è più che ferito, è finito...
           -E il bambino? –chiese preoccupato.
         Meredith si stava togliendo il fieno e la polvere dei pantaloni, dei jeans di Julie, e al
sentirlo, quasi si metteva a ridere.
        -Matt –lo informò con aria di superiorità e portandosi le mani nel didietro, dove aveva
ricevuto il colpo-, qua non c’è il bambino.
           Sollevato, Matt finse perplessità e chiese:
           -Ah, non è lì?
           Durante alcuni minuti, Meredith rimase seduta, osservando come Matt tranquillizzava il
cavallo.
           -Oggi ho finito il tuo maglione.
           Il giovane sviò l’attenzione dal cavallo e fissò uno sguardo dubitativo su di lei.
           -Non mi dire che hai trasformato quella specie di corda in un maglione. Un maglione per
me?
        -Quello che hai visto –disse lei tentando di non ridere-, erano le prove. Il maglione l’ho
fatto oggi. Vuoi vederlo?
        Lui accettò , ma sembrava così imbarazzato che lei dovette mordersi un labbro per non
ridere. Quando momenti più tardi uscì da casa, portava un voluminoso maglione beige, con
l’uncinetto ancora attaccato e una matassa di lana dello stesso colore.
           Matt usciva dal granaio e si incontrarono nel mucchio di fieno.
           -Ecco –disse Meredith con aria trionfale, esibendo il maglione-. Come ti sembra?
        Matt contemplò le mani di Meredith senza nascondere i suoi timori, dopo alzò lo sguardo
un istante e osservò il suo viso innocente. Era sorpreso. Non si aspettava qualcosa del genere da
Meredith e la fece sentire a disagio.
        -È ammirevole –ammise lui-. Credi che mi starà bene?
      Meredith era sicura. Aveva preso le misure di altri maglioni di Matt per assicurarsi.
Quando ritornò a casa dal negozio, non dimenticare di rimuovere fino all’ultima etichetta.
        -Credo di sì.
        -Lo proverò.
        -Qua stesso? –chiese lei, e quando lui annuì, la giovane tolse l’uncinetto, sentendosi
colpevole.
        Con molta cura, Matt si mise il maglione sulla camicia a righe, lo lisciò e aggiustò il collo.
        -Come sto? –chiese portandosi le mani ai fianchi e separando un po’ le gambe.
        Aveva un aspetto splendido: spalle larghe, fianchi stretti, la dura bellezza dei suoi tratti.
        -Mi piace molto, soprattutto perché lo hai fatto per me.
        -Matt –bisbigliò lei, imbarazzata e disposta a confessare.
        -Sì...?
        -Riguardo al maglione...
         -No, cara –la interruppe Matt-. Non ti scusare perché non hai potuto farmene degli altri.
Già lo farai domani.
          Meredith si compiacque al sentirsi chiamare cara. All’improvviso vide lo sguardo divertito
dei suoi occhi brillanti. Con finto gesto minacciante, prese un bastone da terra e si diresse verso di
lei, che retrocesse ridendo a crepapelle.
        -Non osare! –esclamò mentre correva tra i fasci di fieno verso il granaio. Inciampò contro il
muro del granaio e barcollò in avanti, ma lui la prese dai polsi e attirandola verso sé, l’abbracciò
con forza.
       -Adesso che mi hai preso, cosa farai di me? –gli chiese con le guance accese e gli occhi
luminosi di gioia.
         -Ecco il dilemma –rispose lui con la voce roca, inclinò la testa e le diede un bacio lento e
sensuale. Meredith dimenticò che potevano vederli dalla casa e che si trovavano in piena luce del
giorno. Gli mise la mano nella nuca, si strinse contro lui e rispose alle sue carezze. Quando
finalmente Matt alzò il capo, entrambi respiravano agitatamente, Meredith sentiva la firme
eccitazione di lui.
        Matt respirò profondamente e si disse che era il momento adeguato per suggerirle di
accompagnarlo in Venezuela. Dubitò sul modo di abbordare la questione, e siccome temeva che lei
non volesse accompagnarlo, decise di ricorrere a una forma di coazione.
         -Credo che è arrivato il momento di parlare –disse alzandosi e guardandola direttamente-.
Quando accettai sposarmi con te, dichiarai che forse avrei messo delle condizioni. Non ero sicuro
di quali sarebbero state, ma adesso lo so.
        -Ebbene?
        -Voglio che tu venga con me in Venezuela –annunciò aspettando la risposta anelante.
        Perplessa, Meredith si sentì felice e allo stesso tempo esasperata per il tono dittatoriale di
Matt.
        -Vorrei sapere una cosa: mi stai dicendo che non mi sposerai se non accetto questa
condizione?
        -Preferirei che tu rispondessi prima.
       Meredith tardò alcuni secondi in capire che Matt, dopo averla pressata con l’implicita
minaccia di non sposarla, tentava di scoprire se lei fosse d’accordo senza il bisogno di obbligarla.
Pensando che si trattava di un modo arbitrario di raggiungere il suo obbiettivo, Meredith finse di
meditare. Dopo chiese:
        -Tu vuoi che venga con te?
        -Oggi ho parlato con Sommers. Mi ha informato che la casa e i servizi medici sono
accettabili. Nonostante, per maggiore sicurezza voglio vederlo con i miei stessi occhi. Se davvero
sono accettabili, voglio che tu mi raggiunga lì.
        -Non credo che l’offerta sia molto giusta –rispose lei con insolita serietà.
        Il giovane rimase un tantino rigido.
        -Al momento è la migliore che ti posso fare.
         -Non lo stai facendo molto bene –rispose lei, dirigendosi verso la casa per occultare il suo
sorriso-. Io ottengo un marito, un figlio, una casa propria, più l’eccitazione di andare in
Sudamerica. In cambio, tu ricevi una sposa che probabilmente cucinerà le tue camicie, inamiderà il
tuo mangiare, metterà male i tuoi...
        Meredith gridò di sorpresa quando Matt appoggiò una mano nella sua schiena e,
girandosi, sbatté con il corpo del giovane. Matt non rideva. La guardava con espressione
indecifrabile, attirandola contro sé.


        Dalla finestra della cucina, Julie vide come Matt baciava Meredith. Quando lei si allontanò,
lui rimase dov’era, con le mani sui fianchi, guardandola e sorridendo.
        -Papà –disse Julie, sorridendo per la sorpresa e la gioia-, Matt si sta innamorando.
        -Che Dio l’aiuti se è così.
        Sorpresa, Julie si voltò e chiese:
        -Non ti piace Meredith?
        -Ricordo come guardava questa casa la prima volta che entrò qui. La casa e i suoi abitanti.
        -Quel giorno era spaventata.
         -Chi dovrebbe essere spaventato è Matt. Se non arriverà lontano come aspira, quella
ragazza finirà col lasciarlo per un riccone e lui rimarrà senza niente, incluso senza il diritto di
visitare suo figlio, mio nipote.
        -Non ci credo.
         -Non ha una possibilità su un milione di essere felice con lei –sentenziò Patrick con voce
fredda-. Sai che significa per un uomo essere sposato con una donna che ama e alla quale vuole
dare tutto il meglio, o quanto meno migliorare ciò che lei aveva prima delle nozze, e non riuscirci?
Sai come ci si sente guardarsi allo specchio la mattina e vedere la faccia di chi sta fallendo, di che è
un fallito?
        -Stai pensando a mamma –disse Julie, inchiodando lo sguardo nel viso macilento di suo
padre-. Mamma non pensò mai che eri un fallito. A Matt e me ci disse centinaia di volte che volte
che l’avevi fatta molto felice.
         -Avrei preferito farla meno felice, ma averla ancora con me –replicò lui con amarezza e si
voltò disposto ad uscire. A Julie non passò inavvertita la falsità del suo ragionamento e neanche gli
indizi di depressione. Il doppio turno di quella settimana stava minando suo padre. Julie lo sapeva
così come sapeva che presto, forse il giorno dopo, avrebbe bevuto fino rimanere incosciente.
       -Mamma visse cinque anni più di quanto avevano pronosticato i medici –gli ricordò-. E se
Matt vuole che Meredith rimanga accanto a lui, troverà il modo. È come la mamma: è un lottatore.
          Patrick Farrell si voltò verso la figlia con un triste sorriso nelle labbra.
          -Cerchi di ricordarmi che non devo cadere in tentazione?
         -No –gli rispose Julie-. È il mio modo di supplicarti di smettere di incolparti per non aver
potuto fare di più. Mamma lottò coraggiosamente, e anche tu e Matt. E finalmente quest’estate
avete finito di pagare le fatture dei medici. Non credi sinceramente che è arrivato il momento di
dimenticare?
          Patrick si avvicinò e alzò il mento di sua figlia, obbligandola a guardarlo.
         -Ci sono persone che sentono amore nei loro cuori, Julie. E ad alcuni ci arriva fino al
profondo dell’anima: siamo coloro che non possiamo dimenticare. –appartò la mano, guardò dalla
finestra e gli si adombrò il viso-. Spero con tutto il cuore che Matt non sia uno di essi. Ha grandi
progetti per il futuro e ciò implica sacrifici, grandi sacrifici. E non credo che quella ragazza abbia
mai fatto un sacrificio in vita sua. Non avrà il coraggio di rimanere accanto a mio figlio e lo lascerà
non appena le cose si mettano male.
        Eretta nell’uscio, Meredith era rimasta paralizzata sentendo le parole di Patrick, quando
lui si girò, si trovarono di fronte e l’uomo non poté non sentirsi un tantino vergognato.
Nonostante, si mantenne fermo.
          -Mi dispiace, Meredith. Ma ho detto soltanto quel che penso.
         Patrick avvertì la furia di Meredith, che nonostante lo guardò direttamente. Quando parlò,
lo fece con serena dignità.
        -Spero, signor Farrell, che quando arrivi il giorno, lei ammetta il suo errore con la stessa
rapidità con la quale adesso si è affrettato a condannarmi.
        Senza aggiungere altro, si diresse verso la scala. In silenzio e sorpreso, Patrick la seguì con
lo sguardo.
        -L’hai spaventata a morte, papà. Capisco quel che vuoi dire quando affermi che Meredith
non è coraggiosa.
         Patrick le fece occhiolino, ma quando si disponeva ad uscire di casa si fermò e diresse lo
sguardo verso la scala. In quel momento, Meredith scendeva, con un maglione in mano. La
giovane tentennò e sembrò volere tornare indietro. Senza albergare speranze che lei lo facesse,
Patrick le disse:
          -Meredith, se un giorno mi dimostrerai che mi sono sbagliato, farai di me un uomo molto
felice.
          Le stava offendo una tregua e lei così lo percepì e annuì.
        -Porti il mio nipote nel tuo ventre –aggiunse lui-. Mi piacerebbe vederlo crescere accanto ai
suoi genitori. Di due genitori che siano ancora sposati quando lui finisca i suoi studi universitari.
        -Anche a me piacerebbe, signor Farrell.
        Le parole di Meredith quasi strapparono un sorriso al triste padre di Matt e Julie.


        11


          Meredith osservava come i raggi del sole si riflettevano sull’anello d’oro che Matt le aveva
messo nel dito durante la semplice cerimonia nuziale, officiata da un giudice della località e in cui
Julie e Patrick Farrell furono gli unici testimoni. In confronto alle lussuose nozze religiose alle quali
Meredith era abituata ad assistere, la sua era stata, non solo breve, ma anche molto somigliante ad
una transazione commerciale. Invece, la luna di miele che celebrarono nel letto di Matt fu tutto,
meno una transazione. Con la casa soltanto per loro due, suo marito la mantenne sveglia fino
all’alba, facendole ripetutamente l’amore. Meredith sospettava che Matt aveva superato se stesso
per farle dimenticare che non poteva offrirle una luna di miele convenzionale.
         Pensava in ciò mentre frizionava oziosamente l’anello contro il tessuto del vestito che Julie
le aveva prestato. A letto Matt non sembrava avere bisogno che lei gli restituisse tutte le carezze. A
volte, mentre lui le faceva l’amore, lei sospirava per corrispondergli il piacere che riceveva, ma non
si decideva a prendere l’iniziativa e aspettava che suo marito le mostrasse quel che desiderava che
facesse. A Meredith disturbava l’idea di ricevere più di quel che dava. Nonostante, quando lui la
possedeva, si dimenticava di quel dettaglio. In realtà si dimenticava del mondo intero.
        Quel mattino, ancora mezzo addormentato, lui lasciò il vassoio della colazione sul
comodino e si sedette accanto a lei. Meredith sapeva che durante il resto della sua vita avrebbe
ricordato il giovanile fascino del sorriso di Matt all’abbassarsi verso lei e mormorarle all’orecchio:
        -Sveglia, bella addormentata, e dai un bacio a questo rospo.
         Guardandolo, non vide tratti infantili in quella mandibola quadrata e ferma. Nonostante,
in altre occasioni, quando rideva o quando dormiva con i capelli neri arricciati, le linee del suo
viso, più che dure, erano tenere. E le sue ciglia! Il mattino precedente se ne era accorta mentre lui
dormiva. Lei sentì l’assurdo impulso di coprirlo perché sembrava un bambino addormentato. Matt
la sorprese in pieno esame e scherzò:
        -Ho dimenticato farmi la barba?
        Lei rise comprovando quanto lontano era suo marito da quel che pensava realmente.
        -Stavo pensando che hai delle palpebre per le quali qualunque ragazza sospirerebbe.
       -Stai attenta –l’avvertì Matt con finto tono minacciante-. Ad un ragazzino della scuola
elementare gli diede delle bastonate per dirmi che avevo ciglia di donna.
         Meredith tornò a ridere. Nonostante, man mano che si avvicinavano a casa sua, cioè man
mano che si avvicina il confronto con suo padre, cominciò a scomparire lo stato d’animo allegro
che entrambi avevano tentato di mantenere. Matt sarebbe partito due giorni dopo per il Venezuela
e per ciò presto si sarebbero lasciato. E anche se il giovane aveva accettato di non parlare a Philip
della gravidanza, personalmente si opponeva a quel silenzio.
        Nemmeno a lei piaceva il fatto di nasconderla. Si sentiva ancora più colpevole per il fatto
di essere una sposina incinta. Voleva imparare a cucinare mentre aspettava che Matt la chiamasse
accanto a sé in Venezuela. Negli ultimi giorni, l’idea di essere una vera moglie, con un marito e una
casa propria, l’aveva entusiasmato, a prescindere dalla scoraggiante descrizione che Matt le fece di
quella che probabilmente sarebbe stata la loro casa.
        -Siamo arrivati – annunciò Meredith poco dopo e si internarono nel viale d’ingresso-. Casa,
dolce casa.
        -Se tuo padre ti vuole bene tanto come credi –commentò Matt per infonderle coraggio
mentre l’aiutava a scendere dalla macchina-, una volta che abbia assimilato il trauma tenterà di
aggiustare le cose nel miglior modo possibile. –Meredith pregò che suo marito avesse ragione
perché altrimenti avrebbe dovuto abitare con i Farrell mentre aspettava la chiamata di Matt. E
certamente la cosa non la entusiasmava considerato l’ostilità di Patrick.
        -Andiamo –disse la giovane, esalando un profondo sospiro mentre salivano i gradini della
porta principale.
         Aveva chiamato quella stessa mattina comunicando ad Albert che sarebbe arrivata nelle
prime ore del pomeriggio e supponeva che suo padre la stesse aspettando. Non si sbagliò. Appena
aprì la porta, Philip uscì dal salone con l’aspetto di chi non ha dormito in tutta una settimana.
        -Dove diavolo sei stata? –vociferò, disposto ad afferrarla dalle spalle. Senza avvertire la
presenza di Matt, che rimase alcuni passi indietro, proseguì con voce furibonda-: Stai cercando di
farmi impazzire, Meredith?
        -Calmati un attimo e ti spiegherò tutto –lo supplicò Meredith ed indicò a Matt con la
mano.
        Allora Philip vide l’uomo che accompagnava sua figlia.
        -Figlio di puttana!
        -Non è quello che pensi – singhiozzò Meredith-. Siamo sposati.
        -Siete cosa?
        -Sposati –ripetè Matt serenamente.
        A Philip bastarono tre secondi per dedurre l’unico motivo perché sua figlia potesse essersi
sposata così precipitosamente con uno sconosciuto: era incinta.
        -Oh Dio!
        Lo sguardo abbattuto e l’ira pregna di angoscia nella voce ferirono Meredith più di
qualsiasi cosa lui potesse dire. Ma all’improvviso lei avvertì che quello non era che l’inizio. La
rabbia s’impose nel viso di Philip Bancroft. Né angoscia né pena, soltanto furore. Girò sui tacchi al
tempo che ordinava loro di entrare con lui nello studio. Quando lo fecero, chiuse la porta con tanta
di quella forza che le pareti tremarono.
        Ignorando a Meredith, cominciò a passeggiare per la stanza come un leone ingabbiato,
lanciandole di tanto in tanto uno sguardo di odio intenso a Matt. Dopo un lungo ed angosciante
momento, cominciò a parlare, accusando al giovane di aggressione, stupro e altre atrocità. Siccome
Matt lo ascoltava in silenzio, la collera di Philip aumentava.
         Matt e Meredith erano seduti assieme, sullo stesso divano dove avevano fatto l’amore.
Tremante e imbarazzata, lei si sentiva talmente tesa ed esausta, che non si rese subito conto che suo
padre non era indignato tanto dal fatto che fosse incinta, ma che il responsabile di ciò fosse un
individuo «ambizioso, un degenerato di bassa lega», che pretendeva accedere col matrimonio nel
circolo degli eletti.
        Quando finalmente finì di parlare, si lasciò cadere pesantemente nella sedia dietro la
scrivania. Si produsse un silenzio carico di brutti presagi. Philip aveva lo sguardo inchiodato su
Matt e con il tagliacarte, dava colpetti sul tavolo.
          Meredith, con la gola bruciante per le lacrime che non aveva pianto, comprese che Matt si
era sbagliato. Philip non si sarebbe adeguato alla situazione e neanche l’avrebbe accettato. Senza
dubbio avrebbe fatto con lei come fece con sua madre: l’avrebbe esiliato della sua vita. Nonostante
tutti i disaccordi esistenti tra entrambi, quell’idea struggeva Meredith. Matt era ancora un estraneo
e da adesso in avanti, anche suo padre lo sarebbe stato. Era inutile tentare di difendere Matt,
perché quando lei cercava di parlare, suo padre faceva finta di non sentirla o si infuriava ancora di
più. Meredith si alzò e con tutta la dignità di cui fu capace, disse a suo padre:
      -La mia intenzione era rimanere qui fino al giorno del mio viaggio in Venezuela.
Ovviamente ciò non è possibile. Vado sopra a prendere alcune cose.
        Si voltò verso Matt per suggerirgli di aspettarla in macchina, ma suo padre disse con voce
molto tesa:
        -Meredith, questa è casa tua e di qui non esci. E poi, Farrell ed io dobbiamo parlare da soli.
        A Meredith non piacque l’idea, pero Matt le fece un gesto perché si ritirasse.
         Quando la porta si chiuse dietro di lei, il giovane si dispose a ricevere un’altra valanga di
rimproveri che non si produsse. Philip Bancroft sembrava aver vinto la lotta contro il suo sistema
nervoso. Seduto, appoggiandosi sulla scrivania con le dita rigide e lo sguardo freddo, si mantenne
in silenzio osservando a Matt. Questi si accorse che il padre di Meredith cercava le parole più
efficaci per lasciarlo fuori combattimento. Non poteva immaginare che Philip avrebbe colpito il
suo punto più sensibile, in realtà il suo unico punto sensibile in ciò che si riferiva a Meredith: il
senso di colpa. Inoltre, Bancroft parlò con un’eloquenza inaspettata che sconcertò Matt.
         -Complimenti, Farrell –cominciò Philip con amarezza-. Ha messo incinta una ragazza
innocente di diciotto anni, una ragazza che aveva tutta una vita davanti a sé. E che vita!
L’università, viaggi, il meglio di tutto. Lei sa perché esistono club come il Glenmoor? Esistono per
proteggere le nostre famiglie, le nostre figlie da immondizie come lei. –Bancroft sembrò intuire di
aver fatto centro e continuò a parlare-: Meredith ha diciotto anni e lei le ha rubato la gioventù
mettendola incinta e sposandola. Adesso vuole trascinarla, farla rotolare giù per la china come lei.
Pretende di portarsela in Venezuela e che viva la vita di un operaio. Ci sono stato lì e conosco a
Bradley Sommers. Conosco con esattezza i sondaggi che ha previsto, come e dove. Lei dovrà aprire
strade in mezzo alla giungla per andare da ciò che lì chiamano civiltà fino al campo petrolifero. Un
temporale e addio strada. Gli approvvigionamenti avvengono con l’elicottero; e non c’è telefono né
aria condizionata. E si vuole portare mia figlia in un simile buco umido.
        Quando accettò l’offerta, Matt era conscio che non gli avrebbero dato, oltre allo stipendio,
una gratifica finale di 150 mila dollari soltanto per la sua simpatia. Doveva soffrire molte
privazioni. Ma era ragionevolmente sicuro che poteva sistemare le cose in modo che Meredith non
la passasse troppo male. Adesso, nonostante il disprezzo che gli ispirava Philip Bancroft, sapeva
che quell’uomo aveva diritto a certe spiegazioni rispetto al futuro benessere della figlia. Per la
prima volta dal suo arrivo, il giovane Farrell aprì la bocca:
        -C’è una paese molto grande a 90 km di distanza –disse con voce ferma e decisa.
         -Fandonie! Novanta km sono otto ore in jeep sempre che l’ultima strada aperta non sia
stata inghiottita dalla giungla. È in un paese così che si propone seppellire mia figlia durante un
anno e mezzo? Quando andrà a visitarla? Lei farà turni di dodici ore, secondo ho capito.
        -Ci sono delle casette nel campo –aggiunse Matt, anche se sospettava e così glielo aveva
detto a Meredith, che non riunivano il minimo livello di abitabilità, a prescindere di quello che
diceva Sommers.
        Inoltre, Matt sapeva che Bancroft diceva il vero in riferimento al posto e ai suoi
inconvenienti, aveva soltanto la speranza che a Meredith piacesse il Venezuela, che vivesse quel
periodo della loro vita con spirito d’avventura.
         -Che meravigliosa vita le offre a Meredith! –ironizzò Philip-. Una capanna nel campo
petrolifero o un buco in un villaggio dimenticato da Dio nel mezzo del nulla –Bruscamente cambiò
l’angolo della seguente pugnalata-: Lei ha palle, Farrell. L’ammetto. Si prese tutto ciò che io potessi
darle senza tentennare. Mi domando se ha coscienza. Lei ha venduto i suoi sogni a mia figlia in
cambio della sua vita intera. Beh, anche lei aveva sogni, cretino! Voleva andare all’università.
Dall’infanzia è stata innamorata dello stesso uomo, il figlio di un banchiere, qualcuno che le
avrebbe dato il mondo intero. Meredith non sa che io lo so, ma è così. E lei, Farrell?
        Matt strinse i denti e continuò in silenzio.
         -Mi dica una cosa. Da dove ha preso mia figlia i vestiti che indossa? –Senza aspettare,
Bancroft proseguì con tono burlone-: Ha passato con lei pochi giorni, soltanto pochi giorni e già
non sembra la stessa. Sembra vestita da K. Matt. Ebbene –continuò e il suo tono divenne quella di
uomo d’affari-, questo ci porta alla seguente questione, vitale per lei, immagino: il denaro. Le
assicuro che non vedrà un solo cent del denaro di Meredith. È chiaro? –disse piegandosi sul
tavolo-. Già le ha rubato la sua giovinezza e i suoi sogni, ma i suoi dollari non li toccherà. Ho il
controllo della sua fortuna durante i prossimi dodici anni. Se allora la sfortuna vuole che Meredith
continui accanto a lei, prima di consegnarle la sua eredità la investirò in cose che lei non potrà
vendere né commerciare prima che passino altri venticinque anni.
        Siccome Matt persisteva nel suo freddo silenzio, Philip continuò:
         -Se crede che sentirò pena di vederla vivere come vivrà con lei, e per tanto, che invierò
denaro, non mi conosce per niente. Lei si crede un duro, Farrell, ma ancora non ha idea di che cos’è
essere duro. Pur di liberare Meredith dalle sue grinfie non mi fermerò davanti a nulla, e se ciò
significa permettere che vada vestita con stracci, scalza e incinta, così sia. Ho parlato chiaro? –
chiese perdendo un po’ il controllo davanti l’impassibilità di Matt.
        -Perfettamente –rispose il giovane-. Adesso mi permetta di ricordarle una cosa. –La sua
dura espressione smentiva il duro colpo che Bancroft gli aveva propinato rimuovendo i suoi sensi
di colpa-. Qui c’è di mezzo un bambino. Meredith è incinta, di modo che tutto quel che ha detto già
non ha importanza.
         -Doveva andare all’università! –replicò Philip-. Tutti quanti lo sanno. La manderò lontano
e avrà il suo bambino. Ancora siamo in tempo di considerare un'altra alternativa...
        Gli occhi di Matt si accesero di furia.
        -Non succederà nulla al bambino! –minacciò con voce bassa.
        -Va bene. Se vuole il bambino, che se lo tenga.
         Durante la turbolenta settimana precedente, né Meredith né Matt avevano pensato in
quell’alternativa. Non era stato necessario dato lo sviluppo delle cose tra loro. Con molta più
convinzione di quella che in realtà sentiva, Matt disse:
        -Neanche a parlarne. Meredith vuole stare con me.
       -Certamente che vuole! –borbottò Philip-. Per Meredith il sesso è una novità. –
Guardandolo sarcasticamente, aggiunse-: Ma non per lei, vero, Farrell? Quando lei se ne andrà,
quando il sesso smetta di essere parte del suo attrattivo, Meredith penserà con più lucidità. Vorrà
conseguire i propri sogni, non i suoi. Vorrà andare all’università, uscire con gli amici. E per ciò le
chiedo una concessione per la quale sono disposto a pagarlo generosamente. Se Meredith è come
sua madre, la gravidanza non si noterà fino ai sei mesi. Così avrà il tempo di riflettere. E per
averlo, le chiedo di mantenere segreto questo ripugnante matrimonio e il fatto che mia figlia è
incinta. E le chiedo di convincerla nello stesso senso.
         Per non permettere a Philip di credere di aver conseguito la sua approvazione, Matt chiarì:
         -Meredith ha già deciso di aspettare prima di raggiungermi in Venezuela.
         Il piacere riflesso nel viso di Philip sentendo queste parole, fece sì che Matt stringesse i
denti.
          -Bene. Se nessuno sa del matrimonio tutto sarà più chiaro e più pulito all’ora del divorzio.
Farrell, le faccio quest’offerta: in cambio della libertà di mia figlia, contribuirò in modo consistente
a quello stupido progetto che secondo lei ha per quando ritorni dal Venezuela.
        Matt osservò come Philip Bancroft prese un libretto degli assegni, spinto da un sentimento
di vendetta. Il giovane lasciò che riempisse un assegno, con l’intenzione di rifiutaglielo dopo.
Sarebbe una piccola rivincita per l’amarezza che quell’uomo gli stava facendo inghiottire.
        Quando finì, Philip gettò la penna sulla scrivania e dopo si alzò, cominciando a camminare
da un estremo all’altro della stanza. Matt si alzò lentamente.
         -Cinque minuti dopo che lasci questa stanza, ordinerò alla mia banca di non pagare questo
assegno –l’avvertì Philip-. Appena lei convinca a Meredith che rinunci a questa parodia di
matrimonio e consegni il bambino, darò istruzioni alla banca perché lo paghi. Questa cifra, cento
cinquanta mila dollari, è la ricompensa che riceverà per non distruggere la vita di una ragazza di
diciotto anni. –Prese l’assegno, lo porse a Matt e con tono imperativo, esclamò-: Lo prenda!
         Matt ignorò sia il gesto sia le parole.
         -Prenda quest’assegno perché è l’unico denaro della mia fortuna che toccherà mai!
         -Non m’interessa il suo maledetto denaro!
         -L’avverto, Farrell –borbottò Philip col viso acceso di furia-: Prenda l’assegno.
         Matt rispose con calma glaciale.
         -Se lo infili nel...
        Philip gli lanciò un pugno con inusitato vigore, ma Matt lo scansò, afferrò il braccio
dell’uomo e glielo ritorse fino alla schiena.
       -Mi ascolti con attenzione, Bancroft. Tra alcuni anni avrò denaro sufficiente per comprarlo
e venderlo, ma se lei si intromette nel mio matrimonio lo seppellirò, capito?
         -Figlio di puttana, mi lasci il braccio!
         Matt lo spinse e si diresse verso la porta. Bancroft si riprese quasi all’istante.
        -Le domeniche mangiamo alle tre. Preferirei che non disturbasse Meredith raccontandole
quel che è successo qua dentro. Come ha ben sottolineato, è incinta.
         Con la mano nella maniglia della porta, Matt si voltò e annuì. Ma Bancroft non aveva
finito. Sorprendentemente, dava l’impressione che si arrendeva all’evidenza e accettava il
matrimonio.
         -Non voglio perdere a mia figlia, Farrell –disse glaciale-. È ovvio che lei ed io non andremo
mai d’accordo, ma per il bene di Meredith dovremmo tentare di fare finta.
        Matt fissò il viso furioso e frustrato di Philip, ma non vide ipocrisia. Inoltre, quello che gli
suggeriva il padre di Meredith era logico e sensato, la cosa migliore sia per lui sia per sua figlia.
Passato un lungo momento, Matt fece un gesto di assenso, accettando l’offerta di tregua.
          -Possiamo provarci.
        Philip lo seguì con lo sguardo e quando la porta si chiuse dietro Matt, strappò l’assegno
con un sorriso vendicativo e con tono di burla, disse:
          -Farrell, hai commesso due errori: uno, non accettare l’assegno e due, sottovalutare il tuo
nemico.


        Distesa accanto a Matt, Meredith fissò lo sguardo nel baldacchino del suo letto, allarmata
dal cambiamento che notava in lui dalla sua conversazione con Philip. Quando gli chiese cosa era
successo con suo padre, le aveva risposto vagamente.
          -Intentò convincermi di scomparire dalla tua vita.
         Siccome entrambi uomini si erano comportati educatamente dalla loro conversazione
privata, Meredith diede per scontato che avevano accordato una tregua. Scherzando, chiese a suo
marito:
          -Ti convinse?
        Matt le rispose di no e lei gli credette, ma quella sera le aveva fatto l’amore con una
ombrosa determinazione che non si accordava col suo carattere. Come se volesse marcarla nel
corpo, come accomiatandosi.
        Meredith lo scrutò. Era sveglio, con la mandibola stretta, immerso nei suoi pensieri. Era
arrabbiato, triste o soltanto preoccupato?, si domandò lei. Non poteva saperlo. Erano sei giorni che
si conoscevano e adesso si accorgeva che ciò costituiva una muraglia enorme perché non arrivava a
comprendere lo stato d’animo di suo marito.
          -Cosa pensi? –chiese lui bruscamente.
          Sorpresa dalla sua repentina disposizione a parlare, Meredith si affrettò a rispondere:
          -Stavo pensando che sono soltanto sei giorni che ci conosciamo.
          La bella bocca di Matt si torse in un sorriso burlone, come se aspettasse quella risposta.
          -Ottima ragione per rinunciare all’idea di continuare col nostro matrimonio, mi sbaglio?
        L’inquietudine di Meredith divenne panico sentendo queste parole. All’improvviso capì il
motivo del suo terrore: era pazzamente innamorata di Matt e si sentiva molto, molto vulnerabile.
Con apparente indifferenza, si mise a pancia in giù sul letto, appoggiando la testa sulle braccia
piegate. Decise di indagare a cosa si riferiva Matt. Evitò accuratamente lo sguardo di suo marito e
raccogliendo tutto il suo coraggio, cominciò a parlare:
          -Mi stavi chiedendo un’opinione o stavi semplicemente esprimendo la tua?
          -Ti stavo chiedendo se era quello che stavi pensando.
          Meredith sentì un grande sollievo.
         -Stavo pensando che siccome è da così poco che ci conosciamo, mi risulta difficile capirti
stasera. –Non ottenendo risposta, lo guardò e vide che continuava triste e preoccupato-. È il tuo
turno –aggiunse la ragazza sorridendo, decisa ma nervosa-. In cosa stai pensando?
         Il silenzio di Matt l’aveva inquietato, adesso le sue parole la delusero.
        -Stavo pensando che la ragione del nostro matrimonio è stato il tuo desiderio di legittimare
il bambino e di no rivelare a tuo padre la gravidanza. Ebbene, il bambino è già legittimo e tuo
padre sa che sei incinta. Invece di tentare che questo matrimonio funzioni, esiste un'altra soluzione
che non abbiamo considerato: io potrei farmi carico del bambino.
        Meredith aveva preso la firme decisione di comportarsi con maturità, ma quelle parole la
squilibrarono completamente, arrivando ad una conclusione che a lei sembrò ovvia.
        -Questo ti lascerebbe libero dal fardello di una moglie non desiderata, non è così?
        -Non l’ho detto per questo.
        -No? –ironizzò lei.
        -No. –Matt si avvicinò a lei, le prese un braccio e cominciò ad accarezzarla.
         -Non cercare di farmi l’amore di nuovo! –disse lei separandosi-. Sono molto giovane, ma
ho diritto di sapere che succede ed a non essere usata tutta la notte come... come un corpo senza
cervello. Se vuoi rompere, dillo!
         -Maledizione! Io non voglio rompere niente –si scusò Matt, anche lui furioso-. Meredith,
non sopporto questo senso di colpa. Colpa, non vigliaccheria. Ti lasciai incinta, sei venuta a me
spaventata e ti sposai. Come disse con tanta eloquenza tuo padre, ti ho «rubato la giovinezza». –
pronunciò queste parole con amaro disprezzo di se stesso-. Ti ho rubato la giovinezza e i tuoi sogni
e ti ho venduto i miei.
        Pazza di gioia perché ciò che disturbava a Matt non era il pentimento, ma un senso di
colpa, Meredith esalò un profondo sospiro e si dispose a parlare, ma suo marito era impegnato a
dimostrare che realmente era colpevole di averla derubata della giovinezza e incluso delle sue
speranze per il futuro.
         -Hai detto che non volevi stare ad Edmunton mentre aspettavi la mia chiamata –continuò
il giovane-. Hai pensato che la casa di mio padre è molto meglio del posto dove andrai a vivere in
Venezuela? O forse ti illudi come un bambino pensando che vivrai in Venezuela come fai qui? E
non solo questo. Che tipo di vita credi che avrai al nostro ritorno? Se pensi così, ti aspetta la
delusione più grande della tua vita. Incluso se tutto mi riesce come penso, passeranno anni prima
che ti possa mantenere come sei abituata. Caspita, è possibile che non mi possa mai permettere una
casa come questa...
        -Una casa come questa? –lo interruppe Meredith guardandolo inorridita e col viso contro il
cuscino, il suo corpo tremò dalle risate.
        La voce di Matt, piena di tensione, rifletteva sconcerto.
        -Tutto questo non mi sembra da ridere!
        -È quel che dici tu –obiettò lei, incapace di contenere le risate-. Questa casa è orrenda! Non
mi è mai piaciuta. Non ha nulla d’accogliente. –siccome lui non rispose, lei cercò di rasserenarsi-.
Vuoi sapere un'altra cosa? –scherzò pensando al presunto furto della sua gioventù.
        Deciso a farle capire i sacrifici che avrebbe dovuto affrontare per colpa sua, Matt represse
l’impulso di accarezzarle i capelli, ma non poté evitare di sorridere quando le chiese con tenerezza:
        -Cosa?
        Le spalle di Meredith tremarono con un'altra ondata di gioia.
        -La mia gioventù... Nemmeno mi piaceva la mia gioventù!
        Se aspettava che le sue parole l’avrebbero compiaciuto, si sbagliava. Lui la baciò in bocca,
lasciandola senza fiato e senza capacità di pensare. Ancora si stava riprendendo quando lui disse:
         -Meredith, mi devi promettere una cosa: se durante la mia assenza cambi idea in ciò che si
riferisca a noi, promettimi che non ti libererai del bambino. Niente aborti. Io me la sbrigherò per
allevarlo.
        -Non cambierò...
        -Promettimi che non abortirai! –insistette lui.
        Conscia che discutere non aveva senso, Meredith annuì e rimase a guardare gli occhi grigi
di suo marito.
        -Lo prometto –bisbigliò con un dolce sorriso.
        Come ricompensa, Meredith ottenne un'altra ora d’amore, ma stavolta era l’amore
dell’uomo che conosceva.


        Nel viale di accesso, Meredith si accommiatò di Matt con un forte bacio per la terza volta
in quel mattino. Il giorno non era cominciato molto bene. Durante la colazione, Philip chiese se
qualcun altro era al corrente del matrimonio e ciò fece ricordare a Meredith che aveva telefonato a
Jonathan Sommers la settimana prima, quando in casa di Matt ad Edmunton non aveva risposto
nessuno. Per salvare la dignità si era inventata la scusa che aveva trovato una carta di credito di
Matt nella sua macchina, dopo averla accompagnata da Glenmoor. Jonathan le aveva detto che
Matt era ancora ad Edmunton. Come aveva sottolineato Philip, l’idea di annunciare le nozze dopo
due giorni della telefonata a Sommers, era ridicola. Suggerì che Meredith andasse in Venezuela e
facesse credere che si erano sposati lì. Meredith sapeva che il suggerimento era giusto, ma era
incapace di mentire ed era furiosa per aver creato inconsciamente la necessità do ordire altre bugie.
        Adesso la lontananza de Matt pendeva sulla sua testa come un nero nuvolone.
        -Ti chiamerò dall’aeroporto –le promise Matt-. Quando arrivo là e veda le condizioni, ti
chiamerò, ma non per telefono. Avremo comunicazioni per radio con una stazione centrale. La
connessione non sarà molto buona, e inoltre, non potrò utilizzarla che per casi di emergenza. Per
questa volta li convincerò che chiamarti per dirti che sono arrivato senza problemi è un’emergenza.
Ma sarà la prima e l’ultima volta che me lo permettano.
        -Scrivimi –lo supplicò lei, cercando di sorridere.
        -Lo farò. Probabilmente il servizio postale sarà un disastro, così non ti sorprendere che
passino giorni e giorni senza ricevere una sola lettera e dopo te ne portano un mucchio tutte
assieme.
        Meredith rimase un lungo tempo vedendolo allontanarsi, dopo ritornò lentamente verso
casa, pensando, per consolarsi, che con un po’ di fortuna tra poche settimane sarebbero tornati
insieme.
        Philip era in piedi nell’atrio. Ricevette sua figlia con uno sguardo compassionevole.
        -Farrell è il tipo di uomo che ha bisogno di nuove donne, nuovi posti, nuove sfide. Sempre
sarà così. Se ti fidi di lui , ti spezzerà il cuore.
         -Non è vero –rispose Meredith, senza permettere che le parole del padre la ferissero-. Ti
sbagli e un giorno te ne accorgerai.


         Matt mantenne la sua promessa e la chiamò dall’aeroporto. Meredith passò i seguenti due
giorni occupandosi in qualunque cosa, mentre aspettava la chiamata dal Venezuela. Questa arrivò
il terzo giorno, ma lei era andata dal ginecologo, spaventata e temendo che i sintomi fossero di un
aborto.
        -Durante i primi tre mesi le perdite non sono insolite –la informò il dottore Arledge dopo
averla esaminata-. Possono non significare nulla. Nonostante, è vero che la maggioranza degli
aborti si producono durante questo periodo della gestazione. –lo disse come aspettando una
reazione di sollievo. Il medico e Philip erano vecchi amici e la giovane diede per scontato che
Arledge non dubitava che il matrimonio precipitato era dovuto alla gravidanza-. In questo
momento non c’è ragione per supporre che tu corra il pericolo di perderlo.
           Meredith gli chiese un consiglio in quanto al suo viaggio in Venezuela. Il medico si accigliò
e disse:
        -Non posso consigliartelo a meno che tu abbia la certezza assoluta che i servizi medici
siano buoni.
        Meredith aveva passato quasi un mese con la speranza che se era incinta, avrebbe avuto
un aborto spontaneo. Invece adesso era sollevata quando seppe che non avrebbe perso il bambino
di Matt... il bambino di entrambi.
           Durante la strada di ritorno a casa, non aveva smesso di sorridere.
        -Ha chiamato Farrell –le comunicò suo padre con il solito sdegno che usava sempre che si
parlava di Matt-. Disse che tornerà a chiamare stasera.
       Meredith era seduta accanto al telefono quando squillò. Immediatamente si rese conto che
Matt non aveva esagerato quando parlava delle deficienze nelle comunicazioni.
        -L’idea che Sommers ha di una casa decente è uno scherzo –sentì con difficoltà Matt-. Non
c’è modo che tu possa venire qui, per il momento. Non ci sono altro che baracche. La buona notizia
è che una delle poche casette disponibili rimarrà vuota tra alcuni mesi.
         -Va bene –gli rispose Meredith, tentando di parlare in tono allegro perché non voleva
rivelare al marito il motivo della sua visita al ginecologo.
           -Non sembri molto delusa.
       -Sono delusa! –esclamò lei con fermezza-. Ma il medico dice che quasi tutti gli aborti si
producono nei primi tre mesi, così forse è meglio che io rimanga qui fino ad allora.
        -Esiste qualche motivo che ti faccia pensare che sei in pericolo di avere un aborto? –chiese
lui quando cessarono per un attimo e interferenze.
         Meredith lo rassicurò che stava bene. Quando Matt disse che poteva chiamarla solo in
quella prima occasione, lei si sentì defraudata, ma dovuto alle interferenze e alle voci che
attorniavano Matt, la conversazione era tutt’altro che facile e quasi non valeva la pena parlare. Le
lettere sarebbero state un buon sostituto, decise Meredith.


       Erano passate due settimane dalla partenza di Matt quando Lisa tornò dall’Europa.
Meredith le raccontò la sua storia, giurandole che non si pentiva assolutamente di nulla. Lisa era
scandalizzata e gioiosa allo stesso tempo.
        -Non ci posso credere –ripeteva una e un’altra volta senza staccare lo sguardo da Meredith,
che era seduta sul letto-. Qui c’è qualcosa che non mi convince. Io il diavolo in gonnella e tu la
Mary Poppins di Bensonhurst, oltre che la persona più cauta e prudente del mondo... Se una di noi
doveva innamorarsi a prima vista, rimanere incinta e sposarsi di corsa, quella ero io.
        Meredith sorrise davanti alla contagiosa allegria dell’amica.
        -Beh, era ora che io fossi la prima in qualcosa.
        Lisa riprese in parte il sangue freddo.
       -È un uomo meraviglioso, Mer? voglio dire che se non è meraviglioso, assolutamente
meraviglioso, allora non è abbastanza buono per te.
        Parlare di Matt e dei suoi sentimenti verso di lui era un’esperienza nuova per Meredith.
Nuova e innanzitutto complicata, specialmente perché era conscia che poteva risultare strano
affermare di essersi innamorata dopo solo sei giorni di convivenza con un uomo. Così, preferì
eludere quell’aspetto.
        -È un uomo molto speciale –disse con voce sommessa e sorrise pensando in suo marito.
All’improvviso sentì la necessità di parlare di lui-. Lisa, hai mai conosciuto qualcuno e saputo
subito che era un essere unico, qualcuno il cui equivalente non troverai mai più nella tua vita?
        -Beh, è esattamente ciò che sento per tutti i ragazzi la prima volta che esco con loro... Sto
scherzando! – aggiunse ridendo quando Meredith le lanciò un cuscino.
        -Matt è speciale, lo dico sul serio. Una persona brillante. È molto forte e, a volte, un po’
tirannico, ma c’è qualcosa dentro di lui, qualcosa di fragile e delicato e...
         -Disponiamo di una foto di questo esemplare unico? –l’interruppe Lisa fascinata
dall’espressione statica e dalle parole di Meredith. Questa l’accontentò subito.
         -La trovai in un album familiare che mi mostrò sua sorella. Julie mi disse che me la potevo
tenere; fu fatta un anno fa e anche se è soltanto un’istantanea e non molto buona, mi ricorda
qualcosa in più di Matt. Si riflette un po’ anche la sua personalità.
         Diede la foto a Lisa. Matt appariva con gli occhi socchiusi per il sole, aveva le mani messe
nelle tasche posteriori dei jeans e sorrideva a Julie, cha faceva la fotografia.
       -Oh, Dio mio! –esclamò Lisa con gli occhi spiritati-. Che mi parlino di magnetismo
animale. Che mi parlino di carisma maschile, di sex appeal...
        Meredith rise e le tolse la foto.
        -Eh, eh! Guarda che stai sbavando per mio marito.
        -Ma se ti sono piaciuti sempre i tipi biondi e forti.
         -In realtà, quando lo vidi la prima volta non mi sembrò particolarmente attraente. Ma da
allora i miei gusti sono molto migliorati. È ovvio.
        -Mer, credi che sei innamorata di lui? –le chiese Lisa seriamente.
        -Adoro stare accanto a lui.
        -E non è lo stesso?
        Meredith rise e dopo rispose:
        -Sì, ma suona meno stupido che dire che una è innamorata di un uomo con il quale ha
convissuto pochi giorni.
          Soddisfatta, Lisa si alzò.
          -Usciamo a celebrare. Tu inviti.
          -D’accordo, pago io la cena –disse Meredith, preparandosi a vestire.


          Il servizio postale venezuelano era peggiore di quanto aveva pronosticato Matt. Durante i
seguenti due mesi, Meredith gli scrisse tre o quattro lettere settimanali, ma da lui ne ricevette
soltanto cinque. Un fatto al quale Philip si riferiva con più serietà che soddisfazione. Meredith gli
faceva notare che le lettere di Matt erano molto più lunghe di quelle che scriveva lei, dieci o dodici
pagine. Inoltre, Matt lavorava arduamente dodici ore al giorni. Non si poteva aspettare che
scrivesse tanto come lei. Nonostante, non menzionò il fatto che le ultime due lettere di suo marito
erano molto più impersonali delle prime tre. In queste, Matt le parlava dei suoi sentimenti e i suoi
progetti; nelle due seguenti, del campo petrolifero e del paesaggio venezuelano. Meredith si disse
che se si riferiva ad aspetti meno personali non era per mancanza d’interesse, ma perché cercava di
istillare quello di lei per il luogo dove sarebbe andata a vivere per un periodo.
         Tentando di mantenersi occupata perché i giorni passassero più velocemente, Meredith
leggeva libri per donne incinte e sull’educazione infantile, e comprava cose per il bambino. Non
smetteva di sognare e pianificare. La gravidanza, che al principio non era sembrata reale, adesso
faceva notare la sua presenza. Aveva nausee, fatica ed intensi mal di testa che la obbligavano a
coricarsi al buio. Ma resisteva tutto con buon umore e con l’assoluta certezza che quella era una
esperienza molto speciale. Con il passare dei giorni, prese l’abitudine di parlare al suo bebè, come
se mettendosi una mano sul ventre quel progetto di creatura potesse sentirla. «Spero che te la passi
bene lì dentro –scherzò un giorno, distesa sul letto dopo una violenta emicrania-. Sì, perché io sto
molto male, ragazzina». Altre volte diceva «ragazzino». In realtà a lei non importava il sesso del
bebè. Verso la fine di ottobre, incinta già di quattro mesi, il girovita le si era un po’ arrotondato.
Dall’altra parte, i costanti commenti di Philip cominciavano a non sembrarle così assurdi; suo
padre insisteva che era ovvio che Farrell voleva rompere il matrimonio.
       -Per fortuna, soltanto Lisa sa che sei sposata –dichiarò Philip giorni prima di Halloween-.
Non dimenticare, Meredith, che ancora hai delle alternative –aggiunse con insolita soavità-.
Quando inizi a notarsi il tuo stato, diremo a tutti che te ne sei andata all’università per il semestre
autunnale.
          -Smettila di parlare così, maledizione! –rispose Meredith andandosene nella sua stanza.
         Aveva deciso di scrivere con meno frequenza a Matt per dargli una lezione. E poi era
stanca di sentirsi come una stupida amante morta d’amore, che passava i giorni scrivendo mentre
lui non si disturbava neanche a mandarle una cartolina postale.
          Lisa arrivò nel tardo pomeriggio. Se ne accorse subito che Meredith era nervosa e capì il
motivo.
       -Nessuna lettera di Matt, vero? E immagino che tuo padre continui con le sue
convinzioni...
          -Sì. Sono già due settimane che arrivò la quinta e ultima lettera.
      -Usciamo –propose Lisa-. Truccate e ben vestite, ciò ti ha fatto sempre sentire meglio.
Andiamo in un bel posto.
          -Perché no al Glenmoor? –suggerì Meredith-. Forse vediamo Jonathan Sommers, di solito è
lì. Tu gli chiedi tutto ciò che ti venga in mente sui pozzi petroliferi, forse esce fuori il nome di Matt.
        -Va bene –accettò Lisa, ma Meredith sapeva che l’opinione della sua amica su Matt era
andata degradandosi a causa della riprovevole condotta del giovane.
         Jonathan era nel salone con un gruppo di amici, chiacchierando e bevendo. Quando
arrivarono le due giovani vi fu una commozione e non risultò loro per nulla difficile farsi invitare
ad unirsi al gruppo. Durante un’ora, Meredith rimase seduta nello stesso posto dove era stata con
Matt vicino al bar. Lisa carpiva a Sommers tutto ciò che sapeva sulla perforazione di pozzi
petroliferi, e fingeva così bene che lui pensò che la ragazza aveva deciso studiare geologia e
specializzarsi nello sfruttamento delle risorse petrolifere. La rappresentazione di Lisa fu degna di
un Oscar. In quanto a Meredith, apprese tutto sui pozzi di petrolio e nulla su Matt.


         Due settimane più tardi, il medico di Meredith non sorrideva più né si mostrava fiducioso
quando parlò con lei. Aveva molte perdite. La giovane tornò a casa con l’ordine di fare riposo.
Aveva bisogno più che mai della presenza di Matt. Era già un mese che non sapeva nulla di lui.
Nella sua ultima lettera aveva scritto che era molto occupato e che la sera era esausto. Anche se era
comprensibile, Meredith non capiva come Matt aveva tempo di scrivere alla sua famiglia e a lei no.
Si portò una mano protettrice al ventre e pensò: Tuo padre riceverà una lettera molta severa per ciò
che ci sta facendo.
        Poco dopo, diede per scontato che ebbe successo perché Matt guidò otto ore per accedere
ad un telefono. Lei si sentì felice, ma presto avvertì che la voce di Matt era fredda e tagliente.
       -La casetta ancora non è disponibile. Ma ho trovato un altro posto in un villaggio.
Nonostante, ti potrei visitare soltanto i finesettimana.
         Meredith non poteva viaggiare poiché il medico doveva visitarla tutte le settimane e
appena poteva fare altro che camminare un po’. Ma non voleva spaventare Matt dicendogli che
secondo il medico, correva un grande pericolo di perdere il bambino; e dall’altra parte era talmente
infuriata con lui e timorosa per il bambino, che decise d’informarlo.
        -Non posso venire. Il medico vuole che rimanga in casa e che non mi muova molto.
        -Che strano –replicò Matt-. Sommers è stato qui la settimana scorsa e mi disse che tu e Lisa
eravate andate al Glenmoor abbagliando tutti gli uomini.
        -È stato prima che il ginecologo mi ordinasse di stare a casa.
        -Capisco.
        -Cosa vuoi da me? –chiese lei sarcastica-. Che passi tutto il giorno seduta aspettando le tue
sporadiche lettere?
        -Potresti provarci. E poi, non è che sei una grande scrittrice.
         Meredith interpretò che suo marito si riferisse allo stile letterario e non al numero di
lettere. Ciò la fece infuriare tanto che per poco non gli chiuse il telefono in faccia.
        -Devo supporre che non hai più nulla da dire?
        -Non molto.
         Quando chiusero, Matt si appoggiò contro la parete e chiuse gli occhi, tentando di
dimenticare quella telefonata e la sua lunga agonia. Erano passati soltanto tre mesi e Meredith non
voleva più raggiungerlo. Erano settimane che non gli scriveva e stava riallacciando la sua antica
vita sociale. E inoltre, gli mentiva dicendogli che stava facendo riposo. Ricordò che sua moglie era
una ragazzina di 18 anni e questo pensiero gli produsse amarezza. «Merda», sussurrò davanti alla
futilità delle sue intenzioni. Ma superò lo sgomento e si disse che tra pochi mesi il campo sarebbe
entrato in funzione a pieno ritmo e sotto controllo. Allora insisterebbe in ottenere quattro giorni di
permesso per andare a Chicago e vedere sua moglie. Meredith lo amava, desiderava stare con lui,
essere sposata a lui. Non importava che scrivesse appena, non gli importava ciò che facesse, lei lo
amava. Sarebbe andato a Chicago e la avrebbe convinta a stare con lui in Venezuela.
       Meredith posò l’apparecchio e si buttò sul letto. Pianse fino all’estenuazione. Pensò che
quando Matt si riferì alla casa che aveva trovato lo fece con indifferenza. Non sembrava
importargli molto se lei ci andava o no.
        Meredith gli scrisse una lunga lettera di scuse per il suo cattivo stile. Si scusò per essersi
arrabbiata e mettendo da parte il suo orgoglio, gli disse quanto aveva bisogno delle sue lettere.
Finalmente gli spiegò con dettagli tutto ciò che le aveva detto il ginecologo.
         Scese e lasciò la lettera ad Albert perché la imbucasse. Lei si era stancata di uscire ad
aspettare il postino, dato che mai portava lettere di Matt. Albert, che a sua volta era maggiordomo,
autista e incaricato delle manutenzioni, prese in consegna la lettera. La signora Ellis si era presa per
la prima volta in tanti anni, tre mesi di vacanze, ed Albert, con riserve, la sostituiva in quello che
poteva.
        -Imbucherà presto questa lettera, Albert?
        -Sì, certo, signorina.
        Quando lei se ne andò, Albert si diresse allo studio del signor Bancroft, aprì una antica
scrivania e vi buttò la lettera, assieme a molte altre, la metà delle quali avevano il timbro postale
del Venezuela.
        Meredith ritornava alla sua stanza quando cominciò l’emorragia.
       Passò due giorni nell’ala Bancroft dell’ospedale Cedar Hills. Quella sezione portava il
nome della sua famiglia in ringraziamento alle sostanziose donazioni.
        Meredith non faceva altro che implorare il cielo che non si ripetesse l’emorragia e che Matt
tornasse accanto a lei, che miracolosamente decidesse ritornare. Voleva il suo bambino, voleva suo
marito e aveva il terribile presagio che stava per perderli entrambi.
        Quando il dottore Arledge la dimise, lo fece con l’ordine perentorio di rimanere a letto
durante il resto della gravidanza. Appena ritornò a casa, Meredith scrisse a Matt per informarlo di
ciò che era successo, menzionando sottilmente, la possibilità che anche la sua vita era in pericolo.
Era disposta a fare qualunque cosa purché lui non la dimenticasse.
         Il riposo assoluto sembrò scongiurare il pericolo dell’aborto, ma, senza nulla da fare,
eccetto leggere, vedere televisione e preoccuparsi, Meredith ebbe molto tempo per riflettere su una
dolente realtà: Matt aveva trovata in lei una buona compagna di letto e adesso che era lontana, era
diventata prescindibile. Finalmente cominciò a pensare nel miglior modo di allevare suo figlio
senza la presenza del padre.
         Quest’ultimo problema si risolse da solo. A fine del quinto mese, in mezzo della notte
Meredith ebbe una emorragia. Questa volta tutti i miracoli della scienza medica servirono a ben
poco. Meredith abortì una bambina, che chiamò Elizabeth in memoria della madre di Matt. Lei
stessa scappò per un pelo dalla morte per cui lottò tre giorni.
        Passato il pericolo, rimase un'altra settimana in ospedale, col corpo pieno di tubi.
Ascoltava ansiosamente per sentire i passi lunghi e agili di Matt nel corridoio. Suo padre aveva
tentato chiamarlo, ma non riuscendoci, gli inviò un telegramma.
        Matt non andò. Matt non chiamò.
         Ma durante la seconda settimana in ospedale, ricevette un telegramma con sette parole
brutali: «Il divorzio è un’eccellente idea. Divorziati».
        Desolata, Meredith si negava a credere che le avesse scritto Matt, soprattutto tenendo in
conto che era ancora molto malata.
        -Lisa –disse alla sua amica piangendo sconsolatamente-, deve odiarmi per mandarmi un
telegramma così. Ma io non ho fatto niente per farmi odiare! Lui non mandò quel telegramma.
Non lo fece! Non è possibile!
        A richiesta di Meredith, Lisa fece un'altra rappresentazione teatrale nell’ufficio della
Western Union col fine di sapere chi aveva mandato il telegramma. La compagnia cedette e Lisa
scoprì che Matthew Farrell aveva mandata il messaggio dal Venezuela, accreditando l’importo
nella sua carta di credito.
       Un freddo giorno di dicembre, Meredith lasciò l’ospedale fiancheggiata da Lisa e Philip.
Guardò il cielo blu e le sembrò alieno a lei. Il mondo intero le sembrava alieno.
        Seguendo la volontà del padre, si iscrisse all’Università del Nordovest per il semestre
autunnale. Condivideva la stanza con Lisa. Acconsentì a tutto perché loro volevano così, ma col
tempo ricordò ciò che l’università aveva significato per lei. Ricordò anche altre cose: come
sorridere e come ridere. Il ginecologo l’aveva avvertita che, se rimaneva di nuovo incinta, il
bambino e lei stessa avrebbero corso un pericolo ancora maggiore che nel passato. La possibilità di
non avere figli le risultava dolorosa, ma in qualche modo, riuscì a superare anche questo.
        La vita le aveva propinato dei colpi crudeli, ma riuscì a sopravvivere, trovando dentro di
sé una forza della quale non aveva avuto coscienza fino ad allora.
         Suo padre contrattò un avvocato per il divorzio. Non seppe più nulla di Matt, ma arrivò
un momento nel quale fu capace di pensare a lui senza dolore né animosità. Era ovvio che si era
sposato con lei perché era incinta e perché era ambizioso. Quando scoprì che Philip aveva la chiave
della fortuna, fece marcia indietro. Col tempo, Meredith gli perdonò anche questo. Lei pure aveva
avuto delle ragioni egoistiche per sposarsi. Incinta, non se l’era sentita di affrontare da sola la
situazione. E anche se credette di amarlo, Matt non la aveva mai ingannata dicendole che l’amava.
Entrambi si erano sposati per motivi sbagliati e l’unione era stata condannata fin dal principio.
        Durante il terzo anno universitario vide a Jonathan nel Glenmoor. Sommers le raccontò
che suo padre si era talmente interessato ad una idea di Matt che formò una società limitata con
lui, apportando una parte del capitale.
        Quell’impresa guadagnò. Di fatto, durante gli undici anni che seguirono, molte delle
imprese di Matt resero benefici. In riviste e giornali apparivano con frequenza articoli su di lui.
Meredith li ignorava, poiché era molto occupata con la propria carriera e, inoltre, già non le
interessava ciò che lui faceva. Nonostante, alla stampa sì interessavano le avventure di Matt, che
col tempo divennero in una ossessione per i mezzi di comunicazione. Raccoglievano i suoi
clamorosi successi finanziari e le sue non meno conosciute conquiste amorose, tra le quali si
contavano alcune stelle dello schermo. Per l’uomo della strada, Matt rappresentava il sogno
americano di un giovane povero che raggiunge il trionfo. Per Meredith, non era più che un
estraneo col quale un tempo aveva avuto rapporti intimi. Siccome mai usò il suo nome e soltanto
suo padre e Lisa sapevano che erano stati sposati, le avventure amorose del nuovo astro della
scena sociale americana non condizionarono mai la reputazione di Meredith.
        12


        Novembre 1989


         Il vento si portava via i berretti dei cameraman verso la spiaggia, alcuni metri più giù.
Barbara Walters e Matt Farrell passeggiavano davanti la scogliera mentre la telecamera li seguiva
col suo grande occhio nero, incorniciandoli: alla sinistra della coppia, il turbolento oceano Pacifico;
a destra e anche come sottofondo, il lussureggiante Carmel, la proprietà di Matt in California.
         La bruma ondeggiante, un manto grigio che avanzava dal mare spinta dal vento, rovinava
la pettinatura di Barbara Walters e lanciava sabbia nella lente della telecamera. La giornalista si
fermò nel luogo accordato in anticipo, diede la schiena al mare e cominciò a formulare un'altra
domanda a Farrell. Girò anche la lente della telecamera, che captava soltanto come sottofondo
della coppia, una cortina di bruma grigia. Il vento arricciava i capelli di Barbara, che cercava di
toglierseli dal viso.
         -Tagliate! –gridò irritata, tentando di spiccicarsi alcune ciocche dalle labbra. Si voltò verso
l’incaricata del trucco-. Tracy, hai qualcosa per assoggettare i capelli con questo vento?
         -Qualcosa come la colla Attack? –scherzò Tracy e si diresse al furgoncino parcheggiato
sotto i cipressi, in un grande prato della proprietà di Farrell. Walters seguì la sua compagna di
lavoro.
         -Odio la nebbia! –barbottò un cameraman, contemplando con evidente irritazione la spessa
coltre grigia che avvolgeva la costa della baia di Half Moon, eletta come cornice dell’intervista-.
Odio la nebbia! Odio il fottuto vento!
         Come risposta alle sue imprecazioni, un turbine di sabbia si sollevò da terra e gli andò a
finire sul viso e sul petto. L’ausiliare rise.
         -È ovvio che neanche Dio ti vuole molto bene –commentò l’altro, mentre l’uomo si puliva il
viso-. Caffè?
         -Odio pure il caffè! –mormorò, ma non rifiutò la tazza di caffè offerta.
         L’ausiliario segnalò con un gesto l’alta figura che si ergeva a poca distanza da loro, con la
vista fissa nel mare.
         -Perché non chiedi a Farrell che fermi i venti e trascini via la nebbia? Per quel che ho
sentito dire, Dio è soltanto un suo mediatore.
         -Secondo me –intervenne Alice Champion-, vi dirò che Matthew Farrell è Dio. –entrambi
uomini diressero uno sguardo ironico alla segretaria di ripresa, ma non risposero. Alice intuì, che
nonostante tutto, i suoi compagni erano impressionati dal grand’uomo d’affari e conquistatore.
         Bevendo il caffè, Alice contemplò Farrell; a quel solitario e un po’ enigmatico dirigente di
un impero finanziario chiamato Intercop, creato coi propri sudore e audacia. Uscito dalle fonderie
dell’Indiana, quel alto e amabile monarca si era liberato dalle caratteristiche che potevano averlo
identificato con le sue modeste origini. Non vi era nulla in lui che rivelasse la sua bassa estrazione
sociale.
         Adesso, in piedi sulla scogliera, aspettando la continuazione dell’intervista, Alice avvertì
che quel uomo era la viva immagine del successo, della fiducia in se stessi e della virilità, ma anche
del potere, soprattutto del potere, puro e duro. Con la pelle abbronzata, aveva un aspetto placido,
vestiva impeccabilmente, però vi era qualcosa in lui che né gli abiti fatti su misura né il cortese
sorriso poteva nascondere. Dalla sua figura traspariva una sensazione di pericolo e inflessibilità,
qualcosa che spingeva a chiunque cercare di fargli simpatia anziché farlo arrabbiare. «Non
attraversare la mia strada» era il messaggio che irradiava quell’uomo.
         -Signor Farrell? –lo chiamò Barbara Walters, uscendo dal furgoncino tenendosi i capelli
con le mani-. Con questo tempo è impossibile fare l’intervista qui fuori, dovremmo farla in casa.
Sarà questione di mezz’ora, possiamo?
         -Certo –rispose Matt e dietro il fugace sorriso nascose la contrarietà per il ritardo.
         Non gli piacevano i giornalisti né i mass media. Aveva acconsentito all’intervista con la
Walters soltanto per motivi pragmatici. Negli ultimi tempi si era parlato e scritto molto sul sua vita
privata e le sue avventure galanti, ed era arrivata il momento che il mondo vedesse al presidente
dell’Intercop nel suo ruolo finanziario ed imprenditoriale. Per Intercop Matt avrebbe fatto
qualunque sacrificio. Nove anni addietro, al suo ritorno del Venezuela, investì i soldi ottenuto più
quello fornito da Sommers nell’acquisto di una piccola fabbrica di accessori per l’industria
dell’automobile che si trovava quasi nel baratro. Un anno dopo, la vendette il doppio di ciò che
aveva, la vendette il doppio di quanto l’aveva pagato. Con i guadagni e i soldi che gli prestarono
banche ed investitori privati, fondò Intercop, e durante gli anni seguenti si dedicò all’acquisto di
imprese sul bordo della bancarotta (per mancanza di capitali), le ristrutturava economicamente e
rivendeva con grandi guadagni.
         Dopo tempo, invece di vendere le imprese, iniziò un curato programma di acquisizioni. Il
risultato fu che in dieci anni l’Intercop divenne l’impero finanziario che aveva sognato durante i
suoi tristi tempi di operaio in una fonderia di Edmunton prima e di un campo petrolifero dopo.
Attualmente Intercop era un grande agglomerato con sede a Los Angeles, con affari molto diversi,
da ricerche farmaceutiche a fabbriche tessili.
         Fino poco tempo, per Matt era stato fondamentale l’acquisizione di compagnie selezionate
e che erano già in vendita. Ma pochi mesi addietro aveva negoziato l’acquisto di un’impresa
elettronica, con sede a Chicago. La compagnia si era rivolta a Intercop, chiedendo di essere
assorbita.
         A Matt piacque l’idea, ma dopo molti mesi di spese e trattative, il quadro dirigente della
Haskell Electronics si era buttato in dietro, rifiutando gli accordi iniziali. Furioso per la perdita di
tempo e denaro che tutto ciò significava per l’Intercop, decise di acquisire l’impresa con o senza il
beneplacito dei suoi azionisti. Il risultato fu una feroce –e molto commentata- battaglia, dalla quale
i proprietari della Haskell rimasero malconci. Così, l’Intercop s’incorporò una redditizia impresa di
elettronica. Matt uscì vittorioso dal confronto, ma anche con la reputazione di uno squalo degli
affari, cosa che non lo disturbava affatto (non di più della fama di seduttore che la stampa gli
aveva tessuto addosso). La pubblicità avversa e la perdita di privacy erano il prezzo del successo, e
lo accettava con la stessa indifferenza che gli ispirava la servile ipocrisia sociale e il tradimento dei
suoi rivali nel mondo negli affari. Con il successo sorgevano i calunniatori e i nemici, e il contatto
con gli uni e con gli altri aveva fatto di Matt un uomo estremamente cinico e cauto.
         Nulla di tutto questo lo disturbava tanto come il fatto che i successi incominciavano ad
annoiarlo. La gioia che sentiva al principio, quando affrontava una difficile transazione, era
svanita, forse perché i trionfi erano diventati una routine. Già non aveva sfide davanti a sé; o non le
aveva avute finché decise di conquistare il controllo della Haskell. adesso, per la prima volta da
anni, aveva sentito parte dell’eccitazione iniziale. La Haskell supponeva una grande sfida, poiché
l’enorme impresa doveva essere ristrutturata dalla stessa base. Troppi amministratori, istallazioni
antiquate, strategie di mercato già superate. Tutto ciò doveva essere modificato se voleva che
l’impresa cominciasse a rendere a pieno ritmo e Matt era ansioso di andare a Chicago e mettere
mani all’opera immediatamente. In passato, quando acquisiva una compagnia, mandava
un’avanguardia di sei uomini che la rivista Business Week aveva definito «l’equipe dell’Opa», che
valutava e faceva suggerimenti. Erano già due settimane che l’equipe si trovava a Chicago,
lavorando nel palazzo di sei piani della Haskell e aspettando che Matt arrivasse. Siccome aveva
previsto viaggiare spesso a Chicago, durante il prossimi uno o due anni, Matt comprò un
appartamento in città. Era tutto pronto e lui non vedeva l’ora di andare.
         Era ritornato dalla Grecia la sera prima, dopo quattro frustranti settimane –invece delle
due previste- negoziando l’acquisizione di una flotta di cargo. Adesso lo frenava soltanto quella
dannata intervista. Imprecando in silenzio, si diresse verso la casa. Nell’enorme prato della
proprietà, lo aspettava il suo elicottero, che doveva portarlo all’aeroporto. Lì, il Lear che aveva
comprato, era già pronto per volare a Chicago.
         Attraversò il terrazzo ed entrò in casa dalle porte scorrevoli che conducevano al suo studio
privato. Stava per prendere il telefono per chiamare il suo ufficio di Los Angeles quando la porta si
aprì.
         -Eh, Matt -Joe O’Hara affacciò la testa.
         La sua voce roca e incolta, l’aspetto sciatto, supponevano un forte contrasto con lo
splendore di quella stanza col pavimento in marmo, lo spesso tappeto color crema e la scrivania
coperta di cristallo. Ufficialmente, O'Hara era l’autista di Matt; ufficiosamente, il suo guarda del
corpo. Per questa funzione era più appropriato poiché al volante era un pericolo pubblico; guidava
come se disputasse il Grand Prix.
         -Quando andiamo?
         -Non appena mi libero dai giornalisti.
         -Bene. Ho chiamato e la limousine ci starà aspettando nella pista di Midway. Ma non sono
venuto a parlarti di questo –proseguì O'Hara. Si diresse alla finestra e scorse le tende. Il suo viso
vissuto si dolcificò guardando fuori. Fece un gesto a Matt perché si avvicinasse e dopo indicò il
sentiero che serpeggiava tra i cipressi davanti la villa-. Guarda che bocconcino c’è lì! Che eleganza!
–bisbigliò maliziosamente.
         Matt si avvicinò alla finestra, senza aspettarsi di vedere una bella donna, ma ciò che c’era
realmente: un’auto. Dalla morte della moglie, l’unico vero amore di O'Hara erano le macchine.
         -È di uno dei cameraman della squadra di Barbara Walters.
         Si riferiva ad una Cadillac rossa, modello 1959, decappottabile, splendidamente
conservata.
         -Guarda che fari! –aggiunse O'Hara, con lo stesso tono e lo stesso atteggiamento lascivo
con i quali un adolescente vede la foto di una donna nuda-. E quelle curve! Elegante, Matt, molto
elegante. Viene voglia di accarezzarla. –diede una gomitata all’uomo silenzioso che aveva accanto-.
Hai visto mai una cosa più bella?
         L’arrivo della segretaria di ripresa risparmiò a Matt di dare una risposta. Alice annunciò
cortesemente che la nuova scena era già disposta.

         L’intervista andava già avanti da quasi un’ora quando la porta si aprì e comparve una
giovane, che avanzò mostrando un ampio sorriso.
         -Matt, caro, sei tornato...
         Tutte le teste si voltarono all’unisono e la ripresa rimase momentaneamente dimenticata.
La nuova arrivata era Meryl Saunders, una star del grande schermo. Indossava un completino da
letto rosso, così trasparente che avrebbe fatto arrossire qualunque venditore di biancheria intima di
Frederick, a Hollywood.
         Il team dell’ABC era rimasto senza parole non solo davanti al suo corpo, ma anche davanti
al viso di Meryl, che aveva illuminato innumerevoli schermi di cinema e televisione in tutto il
mondo. Meryl dichiarava apertamente le sue credenze mormone. Questa sincerità e l’aspetto da
adolescente, l’avevano fatto divenire la preferita d’America. Ai ragazzi piaceva perché era carina e
giovane; ai genitori perché offriva ai figli un’immagine salutare; ai produttori perché era una
grande attrice e ad ogni film che lei partecipava, aveva il successo garantito, con guadagni
milionari. Nonostante Meryl avesse ventitré anni e un forte appetito sessuale, durante l’istante di
sorpreso silenzio che ricevette il suo arrivo, Matt si sentì come se lo avessero sorpreso seducendo
un moschettiere, un moschettiere mormone.
         Come il coraggioso soldatino che era in scena, Meryl sorrise a tutti i presenti, si scusò con
Matt per averlo interrotto e, voltandosi, uscì dalla stanza con la modesta dignità di una studentessa
di un collegio di suore, anche se sapeva che il suo scandaloso abbigliamento lasciava ben visibili gli
incanti del suo corpo.
         Tutta un’esibizione delle sue doti di attrice.
         Barbara Walters era confusa. Era ovvio che non sapeva cosa fare. Matt si preparò ad una
raffica di domande su Meryl, molesto per il fatto che la sua immagine pubblica, tanto
accuratamente costruita, fosse ora distrutta. Ma la giornalista si limitò a chiedergli se Meryl
Saunders era un’ospite abituale. Matt rispose che, effettivamente all’attrice piaceva rimanere lì
quando la casa era vuota, cosa che succedeva spesso. Per sua sorpresa, la Walters accettò la vaga
risposta e tornò sul tema in cui erano concentrati prima dell’arrivo di Meryl.
         -Cosa pensa del crescente numero di acquisti ostili d’imprese che si stanno verificando nel
paese?
         -Secondo me, è una tendenza che continuerà finché il governo non stabilisca delle norme
per controllarle.
         -Intercop progetta divorare altre compagnie?
         -Intercop ha sempre interesse di assorbire buone imprese, in beneficio di entrambe le parti
–rispose Matt.
         -Anche quando la compagnia non vuole essere assorbita?
         -È un rischio che corriamo tutti, Intercop inclusa.
         -Ma sarebbe necessario un gigante grande quanto o di più l’Intercop per assorbirla. C’è
qualcuno immune ad una fusione forzata con il suo impero? Voglio dire, incluso amici e...
Parliamo chiaro, è possibile che il nostro proprio network possa diventare la sua prossima preda?
         -L’oggetto di un tentativo d’acquisto si chiama bersaglio –sottolineò Matt asciuttamente-.
Non si chiama preda. Nonostante –scherzò-, se ciò la tranquillizza, posso assicurarle che in questo
momento l’Intercop non ha sotto mira l’ABC.
         Barbara Walters rise e dopo gli dedicò il suo miglior sorriso professionale.
         -Vorrebbe parlare un po’ della sua vita personale? Soltanto qualche domanda.
         -Potrei impedirlo? –disse lui nascondendo la sua irritazione dietro un sorriso cortese.
         Anche la giornalista sorrise. Andò dritta al suo obbiettivo.
         -Sembra che durante gli ultimi anni lei ha vissuto torride avventure con diverse star del
cinema, con una principessa e, più recentemente, con una giovane greca, ereditiera di una grande
flotta mercante. Il suo nome è Maria Calvaris. Tutti questi amori, diffusi ampiamente sui media,
sono realtà o soltanto invenzioni di giornalisti pettegoli?
         -Sì –rispose Matt con deliberata ambiguità.
         La Walters rise davanti l’astuzia dell’intervistato. Si riprese e chiese:
         -E cosa mi dice del suo matrimonio? Ne possiamo parlare?
         Quella domanda lo prese talmente alla sprovvista che rimase senza parole per un attimo.
         -Il mio cosa? –borbottò.
         Non poteva crederci. Non voleva crederci. Nessuno aveva scoperto il suo breve e mal
concepito matrimonio con Meredith Bancroft. Erano passati undici anni. Undici anni...
         -Lei non si è mai sposato –aggiunse la giornalista-, e mi domandavo se ha intenzioni di
farlo un giorno...
        Matt si rilassò sentendo quelle parole.
        -Non escludo il matrimonio –dichiarò concisamente.




        13



        Novembre 1989



          Una moltitudine deambulava per Michigan Avenue. Camminavano lentamente, non solo
per il tepore di quel giorno di novembre, ma anche per la grande quantità di persone attestate
davanti alle vetrine dei grandi magazzini Bancroft & Company, spettacolarmente addobbate per le
prossime feste natalizie.
          Dall’inaugurazione nel 1891, Bancroft era passato da un pittoresco edificio di due piani ad
una struttura di quattordici piani di marmo e cristallo che occupava tutto un isolato. Un dettaglio
era rimasto inalterato: i due portieri in uniforme che facevano la guardia ai lati della porta
principale. Questo piccolo dettaglio di lussuosa eleganza costituiva il simbolo visibile
dell’insistenza di Bancroft di offrire dignità e grazia ai suoi clienti.
          I due anziani portieri, fieri nella loro competenza che a stento si erano parlati nei 30 anni
che lavoravano assieme, osservarono l’arrivo di una BMW nera. Entrambi desideravano che
l’autista si fermasse nella rispettiva zona.
          L’auto sembrò fermarsi nella curva, davanti Leon, che trattenne il fiato; ma quando il BMW
scivolò fino all’altro estremo dell’entrata, il vecchio portiere lanciò un sospiro di irritazione. Il suo
avversario vinceva la partita. «Vecchio miserabile», si disse Leon.
          -Buon giorno, signorina Bancroft –salutò Ernest, aprendo la portiera dell’auto con una
riverenza.
          Venticinque anni addietro aveva aperto la macchina di Philip Bancroft, aveva visto la
giovane per la prima volta e le aveva detto esattamente le stesse parole e fatto la stessa riverenza.
          -Buon giorno, Ernest –rispose Meredith con un sorriso. Uscendo dall’auto, porse le chiavi
al portiere-. Può chiedere a Carl che posteggi l’auto? Oggi avevo molte cose da prendere e non ce la
poteva fare a portarle dal parcheggio.
          Quello era un altro servizio che Bancroft offriva alla sua distinta clientela.
          -Certamente, signorina Bancroft.
          -Mi saluti ad Amelia –aggiunse la giovane, riferendosi alla moglie del portiere.
          Meredith conosceva bene a molti degli antichi impiegati, che erano come di famiglia per
lei.
          In piedi nell’entrata, Meredith contemplava la ressa davanti le vetrine. Nel suo viso
comparve un sorriso e il cuore le s’inondò di calore. Era un sentimento che le sgorgava ogni
qualvolta che guardava l’elegante facciata di Bancroft; un sentimento di orgoglio, di entusiasmo e
furiosa protezione. Ma oggi la sua felicità era più grande, illimitata, poiché la sera precedente
Parker l’aveva presa tra le braccia e le aveva detto con tenera solennità che l’amava e voleva
sposarsi con lei. Dopo le fece scivolare l’anello di fidanzamento sul dito.
          -Quest’anno le vetrine sono più belle che mai –commentò Ernest, ammirando fra la
moltitudine i sorprendenti risultati del talento e la destrezza di Lisa.
          Grazie al suo lavoro nella Bancroft, Lisa Pontini era già conosciuta e acclamata nella sua
professione. Era previsto che entro un anno il capo del dipartimento di disegno andasse in
pensione e Lisa prendesse il suo posto.
         Ansiosa per trovare Lisa e raccontarle del suo fidanzamento, Meredith aprì la portiera
posteriore della macchina, prese due valigie e diversi mucchi di carpette piene di documenti. Dopo
si diresse all’interno dell’edificio. Appena attraversò la porta, una guardia di sicurezza venne ad
aiutarla.
         -Posso, signorina Bancroft?
         Meredith si dispose a rifiutare l’offerta, ma già le dolevano le braccia. E poi aveva il vivo
desiderio di passeggiare un poco nei magazzini prima di andare a vedere Lisa e godere di quello
che apparentemente sarebbe stato il giorno il cui volume d’affari avrebbe segnato un record, visto
la moltitudine di clienti che si accalcava nei corridoi e nei banconi.
         -Grazie, Dan –accettò mentre gli dava il suo carico.
         Mentre si dirigeva verso gli ascensori, si lisciò istintivamente la sciarpa di seta che si
incrociava sui risvolti del suo cappotto bianco, si mise le mani nelle tasche e passò dal reparto
cosmetici. Sentì gli spintoni della clientela che si dirigeva cercando gli ascensori. Ma la confusione
e i rumori la compiacevano.
         Inclinò la testa e guardò i bianchi alberi di Natale, alti dieci metri. Erano decorati con
brillanti luci rosse, grandi fiocchi di velluti ed enormi addobbi di cristalli dello stesso colore.
Allegre ghirlande decorate con slitte e campane pendevano dai pilastri con specchi che
sostenevano le navate e il sistema di megafonia trasmetteva le note di Deck the Halles. Una donna,
in piedi davanti una vetrina con delle borse, vide Meredith e propinò una gomitata alla sua
accompagnante.
         -Non è Meredith Bancroft? –le bisbigliò.
         L’altra donna guardò a sua volta verso dove indicava e confermò:
         -Sì, il giornalista che disse che somigliava a Grace Kelly aveva ragione.
         Meredith le sentì, ma le ascoltò appena. Negli ultimi anni si era abituato ad essere il centro
dell’attenzione della gente e dei mezzi di comunicazione. La rivista Women’s Wear Daily l’aveva
definita come la «personificazione dell’eleganza serena» e Cosmopolitan come «totalmente chic». Il
Wall Street Journal si riferiva a lei come «la principessa regnante di Bancroft». Invece i membri del
consiglio d’amministrazione la chiamavano «il mal di denti».
         Quest’ultima opinione era l’unica che importava a Meredith. Ciò che riviste e giornali
dicessero di lei le risultava indifferente, a meno che avesse a che fare con i magazzini. Ma ciò che
pensassero i membri del direttorio era farina di un altro sacco poiché potevano sbarrarle la strada e
tagliare le ali al suo sogno: la continua espansione di Bancroft in altre città. In quanto al presidente,
cioè suo padre, non la trattava con maggior entusiasmo o affetto che i direttori.
         Ma quel giorno, neanche la battaglia con suo padre e il resto del quadro dirigente poteva
adombrare la sua gioia. Era così felice che a stento riusciva a trattenersi dal canticchiare il
motivetto natalizio che usciva dagli altoparlanti. Invece, fece una birichinata che le piaceva fare da
bambina: si avvicinò a una delle colonne con specchi e guardandosi, finse rimettersi una ciocca di
capelli dietro un orecchio, dopo sorrise e fece una smorfia all’agente di sicurezza che c’era dentro,
di guardia ai ladruncoli.
         Si voltò e andò verso le scale mobili. Lisa aveva avuto l’idea di decorare ogni piano con un
colore diverso e di armonizzare le tonalità in base ai generi in vendita. Nell’opinione di Meredith
era un’idea molto efficiente, come comprovò arrivando al secondo piano, dov’erano la pelletteria e
i modelli esclusivi. Lì tutti gli alberi di Natale erano ornati con un malva soave e luccicanti lacci
d’oro. Di fronte alle scale, seduto davanti alla riproduzione della sua casa, c’era un Babbo Natale
vestito in bianco e oro. Aveva un manichino sul ginocchio: una bellissima donna avvolta in una
magnifica camicia da notte francese, che con un dito puntava una pelliccia d’ermellino con fodera
malva, il cui prezzo era 25 mila dollari. Meredith sorrise ammirando il lusso traboccante, una
provocazione per i compratori che si avventuravano in quel reparto. A giudicare dal gran numero
di uomini che guardavano le pellicce e delle donne che si provavano i vestiti di grandi stilisti, il
richiamo era azzeccato. In quel reparto, ogni stilista che lavorasse per l’impresa aveva il proprio
salone per mostrare le sue collezioni. Meredith percorse il corridoio principale salutando qui e là
con un’inclinazione della testa agli impiegati che conosceva. Nel salone di Geoffrey Beene due
robuste donne con pellicce d’ermellino, ammiravano un aderente vestito blu. L’etichetta del prezzo
segnava sette mila dollari.
         -Con quel vestito sembrerai un sacco con patate, Margaret –le diceva una all’altra.
         Facendo orecchi da mercante, la donna si voltò verso la commessa e chiese:
         -Immagino che non avrà la taglia venti di questo vestito, vero?
         Nel seguente salone, una signora instava la figlia, un’adolescente di diciotto anni, a
provare un vestito di velluto di Valentino, mentre la commessa rimaneva discretamente attenta
alcuni passi in dietro, aspettando di essere utile.
         -Se ti piace –protestò la ragazza lasciandosi cadere su un sofà-, mettilo tu.
         Meredith guardò il suo orologio e vedendo che era l’una, si diresse agli ascensori, ansiosa
di incontrare Lisa e darle la buona notizia. Aveva passato la mattinata nello studio dell’architetto
riesaminando i progetti dell’edificio di Houston. E l’aspettava un pomeriggio molto impegnativo.
         La stanza di disegno era, in realtà, un grande magazzino situato nello scantinato. Il posto
era attestato di tavoli da disegno, manichini smembrati, giganteschi pezzi di tela e accessori di ogni
tipo utilizzati nelle vetrine.
         Meredith si aprì strada in quel caos che le risultava molto familiare. Come parte del suo
noviziato aveva lavorato in tutti i settori dei magazzini.
         -Lisa –chiamò e una dozzina di aiutanti alzarono la testa-. Lisa?
         -Qui! –rispose una voce smorzata. Uno dei tavoli si mosse e da sotto spuntò la testa di
Lisa-. Che succede adesso? –domandò irritata, fissando le gambe di Meredith-. Come si può
lavorare con tante interruzioni?
         -È quel che dico io –convenne Meredith mentre si sedeva sul tavolo e sorrideva davanti il
sorpreso viso della sua amica-. Non ho mai capito come fai a trovare le cose qui e meno ancora
come sei capace di crearle.
         -Ciao! –salutò Lisa alzandosi-. Cercavo di mettere alcuni fili qui sotto per preparare la
rappresentazione della cena di Natale che faremo nel reparto mobili. Come ti è andata ieri sera con
Parker?
         -Oh, bene. Pressappoco come sempre –mentì e con la mano sinistra iniziò a giocherellare
con il risvolto del cappotto, muovendola ostensibilmente. Aveva l’anello di fidanzamento, uno
zaffiro.
         Il giorno precedente aveva detto a Lisa che aveva il presentimento che Parker si sarebbe
dichiarato. Lisa si mise le mani sui fianchi.
         -Come sempre...? Per Dio, Mer, divorziò due anni fa e sono nove mesi che esci con lui.
Passi con le sue figlie lo stesso tempo che passi con lui. Sei bella ed intelligente, gli uomini si
innamorano di te appena ti vedono, ma Parker ti ha frequentato molto tempo e da molto vicino. Mi
sembra che perdi il tuo tempo con lui. Se quell’idiota ti volesse sposare, te l’avrebbe già chiesto.
         -Me l’ha chiesto –confermò Meredith con un sorriso trionfale, ma Lisa aveva iniziato le sue
abituali critiche.
         -Ad ogni modo, non è il tuo tipo. Quel che tu hai bisogno è di un uomo che ti tolga quella
corteccia conservatrice nella quale vivi chiusa. Qualcuno che ti obblighi a fare cose impulsive,
pazzie, come votare per un democrata o andare all’opera i venerdì anziché i sabati. Parker ti
somiglia troppo, è troppo metodico, troppo stabile, troppo prudente, troppo... Scherzi? Si è
dichiarato?
         Meredith annuì e finalmente Lisa vide l’anello.
         -È il tuo anello di fidanzamento? –chiese prendendole la mano ed esaminando l’anello
smise di sorridere e si accigliò-. Che cos’è?
         -È uno zaffiro –rispose Meredith, impassibile davanti la mancanza di entusiasmo della sua
amica. In primo luogo perché sempre le era piaciuta la franchezza di Lisa e poi perché nemmeno
lei, che amava Parker, era convinta che quell’anello fosse esattamente bello. Era una carina reliquia
familiare, nulla di più.
         -Ho capito che è uno zaffiro, ma, cosa sono quelle pietre più piccole? Non brillano come i
diamanti buoni.
         -Hanno un taglio antico, senza molte sfaccettature. Anche l’anello è antico, è appartenuto
alla sua bisnonna.
         -Non si poteva permettere uno nuovo, eh? –scherzò Lisa e aggiunse-: Sai, Meredith? Finché
non ti ho conosciuta, credevo che i ricchi comperavano cose magnifiche senza guardare il prezzo.
         -Questo è quel che fanno i nuovi ricchi –puntualizzò Meredith-. Il denaro antico è denaro
tranquillo.
         -Beh, allora il denaro antico dovrebbe imparare qualcosa da quello nuovo. Voi conservate
le cose finché si rompono. Se qualche volta mi fidanzo e il tizio tenta donarmi il vecchio anello
della sua bisnonna, lo mando all’inferno. Di cosa è fatta l’incastonatura? Non è molto rilucente –
concluse con voce scandalizzata.
         -È platino –rispose Meredith, soffocando le risate.
         -Lo sapevo. Suppongo che quel materiale non si rovina e per questo qualcuno lo ordinò in
platino un paio di secoli fa.
         -È così –finalmente si mise a ridere.
         -Davvero, Mer –aggiunse Lisa ridendo con l’amica-, se non fosse perché ti senti obbligata
ad essere la pubblicità vivente della Bancroft, indosseresti ancora i vestiti dell’università.
         -Soltanto se fossero molto resistenti.
         Senza più finzioni, Lisa abbracciò Meredith.
         -Non ti arriva alle suole delle scarpe. Nessuno ti arriva alle suole delle scarpe.
         -È perfetto per me –la rassicurò Meredith-. Domani sera c’è il ballo a beneficio dell’opera.
Ti darò due biglietti, uno per te e l’altro per Phil –si riferiva al fotografo pubblicitario che usciva
con Lisa-. Dopo ci sarà una festa e lì annunceremo il nostro fidanzamento.
         -Phil è a New York, ma io verrò lo stesso. Dopo tutto, se Parker va a formar parte de nostra
famiglia, dovrò imparare a volergli bene. Anche se sorrida alle vedove...
         -Lisa –disse Meredith con un tono più serio-, a Parker non gli piacciono le tue battute sui
banchieri e lo sai. Adesso che siamo fidanzati, mi faresti il piacere di smettere di provocarlo?
         -Ci proverò –promise Lisa-. Non più litigi né barzellette sui banchieri.
         -Smetterai di chiamarlo Signor Drysdale?
         -Smetterò di vedere le repliche di Beverly Hillbillies[1].
         -Grazie –rispose Meredith e si alzò.
         Lisa si staccò all’improvviso, molto preoccupata per le pieghe su un gran pezzo di velluto
rosso.
          -Succede qualcosa?
          -Che se succede qualcosa? –replicò Lisa voltandosi verso di lei, con un sorriso fin troppo
ampio-. Che può succedere? La mia migliore amica si è fidanzata con l’uomo dei suoi sogni. Cosa
ti metterai per domani sera? –cambiò tema.
          -Ancora non lo so. Domani passerò dal secondo piano e sceglierò qualcosa d’impattante.
Ne approfitterò per guardare anche gli abiti da sposa. Parker vuole un matrimonio importante, per
il fatto che già lui l’ha avuta non vuole privare a me di averla pure.
          -Sa del tuo altro...? Mi riferisco al tuo primo matrimonio.
          -Lo sa –rispose Meredith con voce piuttosto cupo-. Si mostrò molto amabile e
comprensivo... –si interruppe quando dal sistema di megafonia scaturirono alcune scampanellate. I
clienti erano abituati e non ci facevano caso, ma i capi di dipartimento sapevano che si trattava di
un codice e si fermavano ad ascoltare se era il proprio, nel cui caso si precipitavano a rispondere-.
È il mio codice –disse sospirando-. Devo andare subito. Tra un’ora c’è una riunione e ancora devo
leggere alcuni appunti.
         -Non facilitare loro nulla! –disse Lisa, mentre si inclinava per infilarsi di nuovo sotto il
tavolo.
         Meredith si diresse ad un telefono a parete, vicino alla porta e chiamò la centralinista.
         -Meredith Bancroft. Ha suonato il mio codice.
         -Sì, signorina Bancroft –confermò l’operatrice-. Il signor Braden, del dipartimento di
sicurezza, vuole sapere se lei può andare al suo ufficio con urgenza. Si tratta di qualcosa
d’importante.




        14



         Gli uffici della sicurezza erano situati nel sesto piano, discretamente nascosti dietro una
falsa parete. Come vicepresidente di operazioni, il dipartimento di sicurezza era sotto la
giurisdizione di Meredith.
         Attorniata di treni elettrici e vittoriane case di bambole, Meredith si aprì passo tra la
moltitudine, pensando in chi avevano preso stavolta. Se richiedevano la sua presenza, doveva
trattarsi di qualcuno importante, poiché per un semplice ladruncolo non l’avrebbero chiamata.
Forse si trattava di un impiegato. Tutti, dai dirigenti ai commessi erano sottoposti ad una stretta
vigilanza. Anche se i ladruncoli commettevano l’ottanta per cento dei furti, i maggiori danni
economici erano causati dall’altro venti per cento. A differenza di quelli, che potevano rubare
soltanto ciò che riuscivano a nascondere, gli impiegati avevano molte opportunità e metodi per
saccheggiare giornalmente i vari reparti. Il mese precedente avevano preso un commesso che
aveva esteso crediti falsi ad amici per inesistenti restituzioni di merci. E due mesi addietro un
compratore di gioielli fu licenziato perché accettava bustarelle di dieci mila dollari per acquistare
articoli di qualità inferiore, in connivenza con tre fornitori.
         Molto tesa, si fermò davanti la porta con la scritta: Mark Braden, Direttore della Sicurezza
e Prevenzione delle Perdite. Entrò nella sala d’attesa annessa all’ufficio di Mark. Due donne erano
sedute nelle sedie di vinile e alluminio. Una era giovane, di poco più di vent’anni; l’altra,
un’anziana di più di settanta. Entrambe erano sotto custodia da un guardia di sicurezza in
uniforme. La giovane era accucciata nella sedia, con le braccia incrociate sul petto e tracce di
lacrime sulle guance. Sembrava povera e spaventata, una rovina umana. In un acuto contrasto,
l’anziana era il vivo ritratto dell’allegria e l’eleganza: un’antica bambola di porcellana, indossava un
vestito di Chanel rosso e nero. Era seduta molto eretta, con la borsetta molto stretta alle ginocchia.
         -Buon giorno, cara –salutò appena vide a Meredith-. Come stai oggi?
         -Molto bene, signora Fiorenza –rispose lei, soffocando il senso di frustrazione quando
riconobbe la dama. Il marito di Agnes Fiorenza non solo era un rispettato pilastro della comunità,
padre di un senatore dello stato, ma anche membro del quadro dirigente della Bancroft. E
quest’ultimo faceva che la situazione fosse molto delicata, ecco il perché della convocazione di
Meredith da parte del capo della sicurezza-. Come sta?
         -Molto infelice. È da mezz’ora che mi tengono qui, anche se ho detto al signor Braden che
sono in ritardo. Tra mezz’ora devo assistere al pranzo che si terrà in onore del senatore Fiorenza,
che si sentirà molto contrariato se non mi vede. Dopo devo parlare davanti la Junior League. Credi
che puoi intercedere per me con il signor Braden?
          -Vedrò cosa posso fare –rispose Meredith, ma nel suo viso si rifletteva nient’altro che
indifferenza quando aprì la porta dell’ufficio di Mark. Lo trovò bevendo caffè e parlando con
l’agente che aveva sorpresa la giovane ladruncola.
          Mark Braden era un uomo attraente di quarantacinque anni, capelli rossicci e occhi castani.
Era stato specialista di sicurezza nell’aeronautica e adesso, nei grandi magazzini Bancroft,
prendeva sul serio il suo lavoro come aveva fatto nel precedente. Meredith lo rispettava e si fidava
di lui, a parte che le risultava simpatico.
          -Ho visto Agnes Fiorenza nella sala d’attesa. Vuole che ti dica che per colpa tua arriverà
tardi ad un pranzo molto importante –commentò ironicamente.
          Braden alzò una mano con gesto di disgusto; dopo la lasciò cadere e disse:
          -Le mie istruzioni sono che sia tu a sbrigartela con quel pipistrello.
          -Cosa ha rubato stavolta?
          -Una cinta Lieber, una borsa Givenchy e questo.- le mostrò un paio di enormi pendenti di
cristallo blu che sarebbero risultati ridicoli nelle orecchie della minuta e anziana donna.
          -Quanto credito le rimane? –domandò Meredith, riferendosi al conto che il rassegnato
marito della dama teneva aperto nei grandi magazzini per coprire i furti della moglie.
          -Quattrocento dollari. Non bastano.
          -Parlerò con lei, ma prima preferirei che mi offrissi una tazza di caffè. –Meredith era stufa
di sorvolare sulle malefatte dell’anziana, mentre che altri, come la giovane seduta accanto, sentiva
sulle spalle tutto il peso della legge-. Dirò ai portieri che non facciano entrare più la signora
Fiorenza –decise Meredith conscia che poteva risvegliare la furia del marito della donna-. E la
ragazza cosa prese?
          -Una tuta di sci per bambino e un paio di maglioni. Nega tutto –aggiunse facendo
spallucce al tempo che dava a Meredith il caffè-. È tutto sul video. Il valore totale è di duecento
dollari.
          Meredith annuì e bevve un sorso di caffè. Le sarebbe piaciuto che la povera donna avesse
confessato. Negando il furto, obbligava a Bancroft a provarlo e a portarla al tribunale. Altrimenti
l’impresa correva il rischio di affrontare una querela per detenzione ingiusta.
          -Ha precedenti penali?
          -Secondo il mio contatto in polizia, no.
          -La lasceresti andare se firma una confessione?
          -Perché?
          -Portarla davanti al giudice risulta caro e, inoltre, non ha precedenti. Dall’altra parte, mi
sembra sgradevole chela signora Fiorenza se ne vada un’altra volta con una semplice reprimenda
per rubare articoli di lusso che si può permettere di pagare, mentre che una povera donna viene
denunciata per rubare vestiti per suo figlio.
          -Ti proponga un accordo. Tu esili a Fiorenza e io lascio andare l’altra in cambio della
confessione, ci stai?
          -Benissimo –accettò Meredith.
          -Fate entrare l’anziana –ordinò Braden all’agente.
          La signora fece il suo ingresso avvolta in una nuvola di profumo Joy, sorridendo, ma con
un leggero turbamento.
          -Dio mio, quanto mi ha fatto aspettare, signor Braden.
          -Signora Fiorenza –disse Meredith, prendendo le redini della situazione-, sono già molte le
volte che lei ci mette in difficoltà a causa della sua insistenza di portarsi via le cose senza pagare.
          -Oh, Meredith, so che posso essere fastidiosa, ma ciò non giustifica il tuo tono di censura.
          -Signora Fiorenza! –esclamò Meredith irritata vedendo che la donna le parlava come a un
bambino mal educato-. C’è gente che passa anni in prigione per rubare cose con minor valore di
queste. –indicò la cintura, la borsa e i pendenti-. Lì c’è una giovane che ha rubato capi per un
bambino e corre il pericolo di andare in prigione. Invece lei... lei ruba sciocchezze di cui non ha
bisogno...
         -Per l’amor di Dio, Meredith –l’interruppe l’anziana sorpresa-. Non andrai a pensare che
ho preso quei pendenti per il mio uso personale. Non sono così egoista, lo sai bene. Faccio opere di
carità.
         -Insinua che dona le cose che ruba? Cose così come quei pendenti? –domandò Meredith
confusa.
         -Che spiritosa! –replicò la donna alzando il suo viso di bambola cinese con fare
scandalizzato-. Che carità sarebbe? Questi pendenti sono orrendi. Li ho presi per darli alla mia
cameriera. Ha un gusto detestabile e la faranno felice. Ma secondo me, dovresti parlare con chi li
ha comprati per Bancroft che articoli così non favoriscono per niente l’immagine del negozio.
Vanno bene per Goldblatt, ma...
         -Signora Fiorenza –la interruppe Meredith senza fare caso alle assurde parole
dell’anziana-, il mese scorso l’ho avvertita che se tornavamo a sorprenderla portandosi via
qualcosa, non avremmo avuto altro rimedio che proibirle l’ingresso.
         -Non parli sul serio.
         -Molto sul serio.
         -Vai a proibirmi l’ingresso?
         -Sì.
         -È un oltraggio!
         -Mi dispiace.
         -Mio marito lo saprà –dichiarò, con voce piuttosto timida e patetica.
         -Lo saprà soltanto se lei glielo dice –puntualizzò Meredith intuendo che l’anziana aveva
più paura che ira.
         La donna alzò la testa e parlò, ma il tono smentiva lo sdegno delle parole.
         -Non ho più voglia di fare compere qui. Da adesso in poi le farò a I. Magnin. Lì non
mostrerebbero dei pendenti così orribili come questi.
         Prese la borsa, s’aggiustò i morbidi e bianchi capelli con le mani e uscì con aria superiore.
Appoggiata al muro, Meredith guardò i due impiegati della sicurezza e bevve un altro sorso di
caffè. Si sentiva triste e imbarazzata come se avesse schiaffeggiato l’anziana. Dopo tutto, il marito
della donna rimborsava il valore di quel che prendeva la moglie. Di conseguenza, Bancroft non
perdeva denaro... eccetto quando la ladra scappava impunemente.
         -Non ti sembrava che avesse un aspetto... patetico? –chiese Meredith a Mark.
         -No.
         -È per il suo stesso bene, immagino –proseguì lei al tempo che scrutava lo strano sguardo
del capo di sicurezza-. Forse castigandola invece di sorvolare le abbiamo dato una lezione, non
credi?
         Braden sorrise lentamente, come se si stesse divertendo. Dopo, senza rispondere a
Meredith, prese il telefono.
         -Dan –disse a uno degli agenti nel pianterreno-, la signora Fiorenza sta uscendo. Fermala
ed insisti che ti consegni la cintura Lieber che ha nella borsetta. Esatto –proseguì sorridendo
davanti la sorpresa espressione di Meredith-, la stessa cintura per il cui furto l’hai fermata prima.
Se l’è appena preso dalla mia scrivania.
         Quando posò il telefono, Meredith si era scrollata dalla sorpresa. Guardò l’orologio.
         -Ti vedrò più tardi nella riunione. È pronto il tuo rapporto?
         -Sì. Il mio dipartimento va molto bene. Abbiamo ridotto le perdite dell’otto per cento
rispetto all’ anno scorso.
         -Questo è meraviglioso –commentò Meredith con sincerità.
         Adesso più che mai, lei voleva che la sua divisione luccicasse. Il cardiologo di suo padre
insisteva che doveva ritirarsi dagli affari o, quanto meno, di prendersi sei mesi di vacanze. Philip
aveva scelto quest’ultima opzione e, il giorno prima, si era consultato con il direttorio per discutere
chi l’avrebbe sostituito nella presidenza mentre lui era assente. Al di là di questo, Meredith soltanto
sapeva che aspirava ardentemente essere lei il presidente interino. Almeno quattro degli altri
vicepresidenti avrebbero votato per lei. Aveva lavorato duro, più di tutti e anche se non durante
tanto tempo come altri due vicepresidenti, l’aveva fatto con una diligenza feroce e con un successo
che nessuno poteva negare. inoltre, la presidenza della compagnia era stata sempre ostentata da un
Bancroft e, se non fosse stata lei una donna, senza dubbio avrebbe sostituito il padre col
beneplacito di tutti. Suo nonno era più giovane di lei quando si fece carico della presidenza, ma
non aveva dovuto lottare contro il pregiudizio paterno secondo il quale le donne andavano
scartate né contro un consiglio d’amministrazione onnipotente. Il potere del consiglio era, in parte,
prodotto della politica della stessa Meredith che, ardui sforzi, conseguì il suo obbiettivo di
espandersi. Era stato necessario molto capitale per fondare succursali in altre città e tanto denaro si
ottenne quotizzando l’impresa in borsa. Fu necessario vendere azioni del pacchetto Bancroft e
adesso chiunque poteva avere una partecipazione, equivalente ad un voto. Come risultato, i
membri del consiglio venivano eletti dagli azionisti –ai quali dovevano rendere conto della
gestione-, invece di essere fantocci eletti e scelti da Philip Bancroft. La cosa peggiore per Meredith
era che tutti i membri del consiglio possedevano grandi pacchetti di azioni e ciò offriva loro
maggior potere di voto. Nonostante, vi era un aspetto positivo: molti di loro avevano formato parte
dei dodici membri dell’antico consiglio; erano vecchi amici o conoscenti del mondo degli affari del
padre e del nonno di Meredith. Costoro tendevano ancora ad agire secondo le indicazioni di Philip
Bancroft.
         Meredith aveva bisogno della presidenza interina per dimostrare a suo padre e al consiglio
che quando lui sarebbe andato in pensione, lei poteva sostituirlo con grande scioltezza.
         Se suo padre la raccomandava, senza dubbio i membri della giunta l’accetterebbero. Ma
Philip non si era mostrato entusiasta davanti l’idea che Meredith lo sostituisse. In realtà non aveva
detto niente né in un senso né in un altro e ciò risultava indignante a sua figlia. Dalla riunione di
Philip con il consiglio non era uscito nulla, neanche la data della nomina del presidente interino.
         Meredith lasciò la tazza di caffè sulla scrivania di Mark e osservò la tutina invernale rubato
dalla giovane che era seduta nella sala d’attesa. Il capo le ricordò che mai sarebbe diventata madre
e sentì la solita tristezza che le provocava questo pensiero. Nonostante, era da molto tempo che
aveva imparato a nascondere le sue emozioni al lavoro. Sorrise con normalità e dirigendosi alla
porta, disse:
         -Parlerò con la donna. Come si chiama?
         Mark le diede il nome e Meredith uscì dal ufficio.
         -Sono Meredith Bancroft, signora Jordan.
         La ladra, una giovane madre molto pallida, si mise in piedi.
         -Ho visto la sua foto nei giornali. So chi è lei. Che c’è?
         -Se li continua a negare di aver commesso questi furti, l’impresa non avrà altra alternativa
che accusarla giudizialmente.
         L’atteggiamento della signora Jordan era così ostile che se Meredith non avesse saputo
cos’aveva rubato e non avesse avvertito il brillo di lacrima nei suoi occhi, avrebbe rinunciato ad
aiutarla.
         -Mi ascolti con attenzione, signora Jordan, perché la voglio aiutare. Se non segue il mio
consiglio dovrà piangere le conseguenze. Supponiamo che lei insiste a negare il furto e che noi la
lasciamo andare senza denunciarla e senza dimostrare la sua colpevolezza. In tal caso, lei ci
potrebbe accusare di detenzione illegale. L’impresa non può rischiare di essere oggetto di una
querela giudiziale di quest’indole, per cui se lei insiste nel suo atteggiamento, ci obbligherà a
passare per tutto il processo giuridico perché la abbiamo fermata. Mi sono spiegata bene? C’è un
video dove la si vede rubando capi per bambino. È stato filmato da una delle telecamere di
sicurezza. Lo faremo vedere al tribunale e non solo per dimostrare che lei è colpevole, ma
soprattutto per provare che noi siamo innocenti del reato di accusarla ingiustamente. Ha capito?
         Meredith fece una pausa e fissò il viso rigido della giovane, incapace di indovinare se si
rendeva conto che le stava dando una ciambella di salvataggio.
         -Devo credere che per voi rilasciare i ladri di negozi basta che ammettano la loro
colpevolezza? –chiese tra incredula e sdegnante.
         -È lei una ladra, signora Jordan? Una volgare ladra? –prima che la donna rispondesse,
aggiunse-: Le ladre della sua età solitamente si portano vestiti per loro, o gioielli o profumi. Lei
rubato capi per bambino. Preferisco pensare che è una madre disperata che agisce per la necessità
che suo figlio non passi freddo.
         La giovane, più abituata ad affrontare un mondo crudele che uno amabile, crollò davanti a
Meredith. Le lacrime scorrevano liberamente per le sue guance.
         -Ho visto in TV che non si deve mai ammettere nulla senza la presenza di un avvocato.
         -Ha un avvocato?
         -No.
         -Se non ammette il furto ne avrà bisogno di uno.
         Sandra Jordan inghiottì e disse:
         -Prima di confessare, lei firmerebbe uno scritto... una carta legale rinunciando ad
accusarmi alla polizia?
         Quella proposta era nuova per Meredith. Senza consultare gli avvocati dell’impresa non
poteva essere sicura che una così incosueta procedura non potesse portare delle complicanze
giuridiche come ad esempio corruzione o qualcosa del genere. Negò con la testa.
         -Signora Jordan, lei sta complicando le cose inutilmente.
         La giovane madre tremò di paura e dubbio. Esalò un profondo e tremante sospiro e dopo
chiese:
         -Se confesso aver rubato quelle cose, mi da lei la sua parola che dopo non butterà addosso
i poliziotti?
         -Accetterebbe la mia parola?
         La signora Jordan contemplò un istante il viso di Meredith.
         -Dovrei farlo? –chiese tremante.
         -Sì –disse Meredith con una dolce espressione nel viso.
         Tentennò un attimo, tornò a sospirare e finalmente bisbigliò.
         -Sì. Io... rubai quelle cose.
         Mark Braden era uscito dall’ufficio.
         -La signora Jordan ammette i fatti.
         -Va bene –disse Mark con tono incolore. Aveva in mano un modulo che offrì alla donna
assieme a una penna.
         -Lei non menzionò che dovevo firmare una confessione.
         -Quando l’avrà firmato, potrà andarsene –chiarì Meredith con voce amabile e la donna
tornò a fissarla. Dopo, con mano tremante, firmò e diede il foglio a Braden.
         -Può andare, signora Jordan –disse Mark. La giovane si appoggiò alla spalliera della sedia,
sul punto di svenire dal sollievo.
         -Grazie, signorina Bancroft.
         -Di nulla.
         Meredith camminava già per il corridoio e stava per arrivare alla sezione giocattoli quando
Sandra Jordan la raggiunse.
         -Signorina Bancroft? –Meredith si girò e la giovane continuò a parlare-. L’ho vista... nelle
notizie in TV, in posti lussuosi, vestita con pellicce e abiti su misura. Beh, volevo dirle che di
persona è ancora più bella.
         -Grazie –rispose Meredith con certa timidezza.
         -E... voglio che sappia che fino ad oggi... non avevo mai rubato nulla –gli occhi la
supplicavano di essere creduta-. Guardi –disse prendendo un portafoglio dalla borsa e
mostrandole una foto. Era il viso di un bebè con enormi occhi azzurri e un fascinante sorriso
sdentato-. È mia figlia Jenny –disse Sandra cupa e tenera -. Si ammalò gravemente la settimana
scorsa. Secondo il medico, aveva bisogno di più calore, ma non posso pagare l’elettricità. Pensai
che si avesse più capi da vestire... –le si riempirono gli occhi di lacrime-. Quando rimasi incinta il
padre mi abbandonò, ma non importa perché Jenny ed io siamo assieme ed è tutto ciò di cui
abbiamo bisogno. Ma se perdessi Jenny... non potrei resistire-. Aprì la bocca come per aggiungere
altro, ma si mise a correre tra le centinaia di orsacchiotti di peluche.
         Meredith la seguì con la vista, ma nella sua mente c’era posto soltanto per la bambina della
foto, col suo fiocchetto rosa e il sorriso da cherubino.
         Poco dopo un agente di sicurezza fermava a Sandra Jordan quando stava per uscire dallo
stabile.
         -Signora Jordan, aspetti un attimo al signor Braden –le ordinò l’agente.
         Sandra si mise a tremare comprendendo che le avevano teso una trappola quando firmò la
confessione. Senza dubbio la polizia l’avrebbe arrestata. Vide arrivare Braden con un sacchetto
trasparente di Bancroft in mano. Sandra fissò lo sguardo nella tutina, nei maglioni, in tutto ciò che
aveva rubato. Come se non bastasse, avevano aggiunto un orsacchiotto di peluche, oggetto che lei
non aveva provato a portarsi.
         -Mi hanno mentito! –esclamò quando Braden le porse il sacchetto.
         -Queste cose sono per lei, signora Jordan –l’informò il capo della sicurezza con un sorriso
impersonale, col tono di chi sta facendo un discorso e compiendo ordini. Immersa in una bruma di
gratitudine e incredulità, Sandra prese il sacchetto e se lo strinse con fare protettivo al petto-. Felice
Natale da parte di Bancroft –aggiunse con tono sommesso.
         Ma Sandra sapeva che quei regali non provenivano né da lui né dall’impresa. Alzò lo
sguardo al tetto e con gli occhi pieni di lacrime cercò la bellissima giovane che aveva contemplato
la foto di Jenny con un sorriso tanto affettuoso. Credette vederla in piedi, col suo cappotto bianco,
là sopra, sorridendole. Credette vederla, ma non era sicura perché l’emozione l’accecava.
         -Le dica –bisbigliò con la voce soffocata- che Jenny ed io la ringraziamo.




        15



          Gli uffici dei dirigenti erano situati nel 14° piano, ad entrambi i lati dell’ampio corridoio,
che si apriva a ventaglio in varie direzioni nello spazio circolare nella zona della reception.
          Nelle pareti di questa zona c’erano le foto di tutti i presidenti della Bancroft. Le cornici
dorate, brillavano. Confortevole sedie e sofà offrivano al visitante un comodo riposo durante
l’attesa. A sinistra del bancone dell’incarica della reception c’era lo studio e la sala di riunioni
private, che tradizionalmente venivano occupati dal presidente. A destra c’erano gli uffici dei
dirigenti.
          Meredith uscì dall’ascensore e istintivamente voltò lo sguardo verso la foto di James
Bancroft, il fondatore di Bancroft & Company, il suo bisnonno. «Buon pomeriggio, bisnonno», si
disse, come faceva da sempre. Sapeva che era una sciocchezza, ma l’uomo della foto, con la sua
abbondante barba e capelli biondi e il collo inamidato aveva qualcosa che lei spirava affetto. Erano
gli occhi. Nonostante la postura di estrema dignità, da quei vivi occhi azzurri sgorgava uno
sguardo allo stesso tempo audace e birichino.
          Senza dubbio era stato un uomo audace. Nel 1891 James Bancroft decise di rompere una
tradizione: successivamente avrebbe preteso gli stessi prezzi a tutti i clienti indistintamente. Fino
ad allora, i compratori locali pagavano meno dei forestieri, sia a Bancroft che in tutti gli altri
empori.
          James Bancroft mise un discreto cartello nel suo stabilimento, alla vista dei passanti: «Un
prezzo per tutti». Poco dopo, James Cash Pinney, un altro osato commerciante de Wyoming, fece
altrettanto e dopo un decennio passò lui per essere l’introduttore della novità. Ma Meredith
sapeva, per averlo letto in vecchio giornale, che fu Bancroft e non Pinney chi unificò i prezzi per
una clientela eterogenea.
          Ai ritratti dei suoi altri antenati di solito Meredith appena dedicava uno sguardo di sbieco,
quel giorno nessuno. Tutta la sua attenzione era centrata nella riunione del giorno.
          Quando Meredith entrò nella sala di conferenze, avvertì uno strano silenzio. La atmosfera
era tesa. Tutti albergavano la speranza che Philip Bancroft offrisse in giornata una chiave per capire
chi l’avrebbe sostituito temporale. Meredith si sedette ad un estremo del lungo tavolo e salutò con
un gesto del capo ai nove uomini e all’unica donna che, come lei, ostentavano il rango di
vicepresidenti e costituivano il quadro dirigente di Bancroft. Nell’impresa la gerarchia era
efficiente ed era formata in un modo molto semplice. Oltre il revisore dei conti che era responsabile
della divisione finanziaria, e dell’assessore giuridico in capo, che dirigeva il dipartimento giuridico,
vi erano altri cinque vicepresidenti che contemporaneamente erano dirigenti di diverse sezioni.
Tutti s’incaricavano degli acquisti non solo della sede centrale di Bancroft, a Chicago, ma anche
delle succursali. Separatamente, ciascuno di loro era responsabile di un determinato gruppo di
articoli. Avevano gerenti propri, i quali rendevano loro conto e questi a loro volta, avevano altri
impiegati sotto la loro subordinazione. In ultima istanza, erano i vicepresidenti che avevano la
responsabilità dei successi o dei fallimenti dei rispettivi dipartimenti.
          La posizione di Meredith come vicepresidente di operazioni era speciale. Su di lei
ricadevano la responsabilità del resto delle facce di Bancroft. Dalla sicurezza al personale fino
all’espansione e la pianificazione, tutto girava attorno alla sua orbita. Ma lei aveva trovato il suo
spazio in quest’area, dove il segno della giovane era già visibile nella comunità dei commercianti.
Effettivamente, oltre i cinque nuovi grandi magazzini inaugurati sotto il suo mandato, c’erano
terreni per altri cinque edifici e di fatto due erano già in costruzione.
          L’altra donna presente era l’incaricata della commercializzazione creativa. La sua missione
consisteva fondamentalmente in predire le nuove rotte della moda, e di conseguenza, fare
raccomandazioni ai cinque vicepresidenti incaricati degli acquisti generali. Theresa Bishop era il
suo nome. Seduta di fronte a Meredith, parlava sottovoce con il revisore dei conti.
          -Buon giorno.
          La voce di Philip Bancroft suonò forte e viva. Con passo energico si diresse alla testa del
tavolo e occupò il suo posto. Le sue seguenti parole misero in tensione tutti i presenti.
          -Se vi domandate se ho già preso una decisione in quanto al presidente interino, la risposta
è no. Quando lo farò, saranno dovutamente informati. Propongo di accantonare quest’argomento e
di andare dritti a quel che conta, e cioè, gli affari –si voltò verso Ted Rothman, il vicepresidente
incaricato degli acquisti nei settori cosmetici, biancheria intima, scarpe e cappotti-. Ted, secondo i
rapporti avuti ieri, in tutte le nostre succursali le vendite di cappotti sono scese dell’undici per
cento rispetto alla stessa settimana dell’anno scorso. Che spiegazioni ci dai?
          -La mia spiegazione –rispose Rothman con un sorriso – è che l’inverno è in ritardo e i
clienti hanno posticipato l’acquisto dei capi più pesanti –si alzò e si diresse verso uno schermo di
computer incastrato in un armadio a muro e cominciò a pigiare i tasti. Era da tempo che il sistema
informatico dei grandi magazzini era stato aggiornato, ad un alto costo, da Meredith. In questo
modo, le cifre di qualunque dipartimento, di qualunque periodo, erano sempre disponibili per
poter fare paragoni immediatamente-. Le vendite di cappotti a Boston, dove le temperature sono
scese questo fine settimana... –fece una pausa osservando il monitor- sono salite del dieci per cento
rispetto la scorsa settimana.
         -Non mi interessa la scorsa settimana! Voglio sapere perché le vendite son inferiori rispetto
l’anno scorso.
         Meredith aveva parlato telefonicamente con un contatto nella rivista Women’s Wear Daily.
Guardò a suo padre che si stava agitando.
         -Secondo il WWD –intervenne-, le vendite dei capotti sono scese in tutte le catene, non solo
nella nostra. Nell’edizione della prossima settimana vi sarà un articolo sull’argomento.
         -Non voglio scuse, ma spiegazioni –replicò suo padre mordacemente.
         Meredith sussultò. Da quando lo aveva obbligato ad ammettere il suo valore come
esecutivo di Bancroft, Philip si era sforzato di dimostrare, a lei e a tutti gli altri, che per il fatto di
essere sua figlia non avrebbe ricevuto un trattamento preferenziale. Tutto al contrario.
         -La spiegazione –disse Meredith con voce serena – sta nelle giacche. Le vendite di giacche
pesanti sono salite del dodici per cento in tutto il paese. Compensano la discesa della vendita di
cappotti.
         Philip si limitò ad annuire. Dopo si voltò verso Rothman e gli chiese:
         -Cosa faremo con i cappotti invenduti?
         -Abbiamo ridotto gli acquisti, Philip –lo informò Rothman, mantenendo la calma-.
Pensiamo che non avremo eccedenze.
         Vedendo che non aggiungeva che Theresa Bishop gli aveva raccomandato di acquistare
più giacche che cappotti, Gordon Mitchell, il vicepresidente incaricato degli acquisti di vestiti,
accessori e capi infantili, non perse l’opportunità di denunciare l’omissione di questo dato.
         -Se non ricordo male, abbiamo comprato più giacche che cappotti perché Theresa ci
informò che la tendenza delle donne a portare gonne più corte avrebbe indotto a comprare giacche
e non cappotti.
         Meredith sapeva che se Mitchell aveva parlato a favore della Bishop non era per innalzarla,
ma per impedire che Rothman si annotasse quel punto. Mitchell non perdeva mai l’occasione di
ridicolizzare gli altri vicepresidenti di acquisti. Era un uomo meschino e malizioso, che le aveva
ispirato repulsione dal primo incontro, nonostante l’attrattivo.
         -Sono sicuro che tutti siamo consci della chiaroveggenza di Theresa rispetto alle tendenze
della moda –commentò Philip ironicamente. Non gli piaceva che le donne fossero vicepresidenti e
tutti quanti lo sapevano.
         Theresa sospirò ma non guardò Meredith in cerca di complicità e simpatia, poiché in quel
caso entrambe avrebbero dato indizi di mutua dipendenza e quindi, di debolezza. Entrambe
sapevano che non si potevano permettere il lusso di sembrare vulnerabili davanti gli occhi del
formidabile presidente.
         Philip controllò i suoi appunti e dopo parlò di nuovo a Rothman.
         -Che novità ci sono su quel profumo pubblicizzato da quella star del rock?
         -Carisma –chiarì Rothman-. Si chiama Cerril Alderly. Oltre che star della musica, è un
simbolo sessuale che...
         -So chi è – lo interruppe Philip-. Saremo noi ad ottenere l’esclusività?
         -Ancora non lo sappiamo –replicò Rothman, imbarazzato.
         I profumi erano uno dei prodotti che più guadagni generavano. Avere l’esclusività
dell’esordio di una nuova essenza in una grande città era tutto un colpo, che implicava pubblicità
gratis da parte del fabbricante e della star che andava nei grandi magazzini ad effettuare la
promozione. Come conseguenza, un grande flusso di acquirenti vorticavano davanti i banconi per
provare l’ultimo prodotto e comprarlo.
         -Cosa vuoi dire che ancora non lo sappiamo? Hai detto che virtualmente era cosa fatta.
         -Alderly sta ostacolando tutto –ammise Rothman, sempre più nervoso-. Da quel che ho
capito, vuol buttare via la sua immagine di stella del rock e acquisirne quella di buona attrice, ma...
         Philip lasciò cadere la penna sul tavolo: era disgustato.
         -Per Dio! M’importano un tubo i progetti personali di quella signora. L’unica cosa che
voglio sapere è se sarà Bancroft a presentare il profumo, e se non è così, perché no.
         -Philip, sto cercando di spiegartelo. Alderly vuole presentare il suo nuovo profumo in uno
stabilimento con classe, che appoggi la sua nuova immagine.
         -E quale altro ha più classe di Bancroft? –replicò Philip, accigliato-. Sai se ha contattato
altri?
         -Sì. Marshal Field.
         -Uno svergognato. Field non si avvicina neanche remotamente a noi. Non può fare per lei
quel che faremo noi.
         -In questo momento, il problema sembra essere precisamente la nostra «classe». –Ted
Rothman alzò la mano con fare conciliante quando vide che il viso di Philip arrossiva di rabbia-.
Ascolta. Quando iniziammo a negoziare con Alderly, lei desiderava dare un’immagine di classe,
ma adesso il suo agente e i suoi consiglieri cercano di convincerla che seppellire la sua immagine
di rockettara e di sex symbol è un errore. Per questo hanno contattato Field. Sarebbe una specie di
compromesso, un termine di mezzo tra entrambe immagini.
         -Voglio l’esclusiva, Ted –dichiarò Philip -. Lo dico sul serio. Offri loro una percentuale
maggiore dei benefici, se è necessario. O dì loro che collaboreremo con le loro spese di pubblicità a
Chicago. Non offrire più di quanto necessario.
         -Farò tutto quel che posso.
         -Non è quello che hai fatto dal principio? –lo sfidò Philip e senza attendere risposta, si
diresse al vicepresidente che era seduto accanto a Rothman e poi via via tutti gli altri, uno per uno.
         Tutti furono sottoposti allo stesso interrogatorio. Le vendite erano eccellenti e i suoi
uomini, persone molto capaci, cosa che Philip sapeva benissimo. Nonostante, il suo umore era
peggiorato in proporzione diretta al suo stato d’animo.
         Gordon Mitchell fu l’ultimo a soffrire le laceranti critiche del suo presidente.
         -I vestiti Dominic Avanti sono infernali. Sembrano avanzi di serie dell’anno scorso e non si
vendono.
         -Uno dei motivi per lo scarso successo –proruppe Mitchell con tono amaro e accusatore,
inchiodando lo sguardo nel capo di Lisa- è che la sua gente fece tutto ciò che poteva perché gli
articoli Avanti sembrassero ridicoli. Che idea è quella di mettere ai manichini cappelli e guanti con
lustrini?
         Il capo di Lisa, Neil Nordstrom guardò con aria di sfida al furioso vicepresidente; era uno
sguardo placido e ironico.
         -Quanto meno Lisa Pontini e il suo team fecero sì che sembrasse interessante qualcosa che
non lo è affatto.
         -Basta, signori! –intervenne Philip stanco-. Sam? Cosa c’è della querela di quella donna...?
QQqqqqqEjjjQuella che disse che è caduta nella sezione mobili e si fece male la spalla.
         Sam Green era il principale consigliere giuridico della firma.
         -Una frode. La nostra assicurazione scoprì che questa è la quinta querela che la signora
presenta contro commercianti e sempre per la stessa ragione. Non faremo nessun accordo con lei e
se ci porta davanti al giudice, perderà.
         Philip annuì e il suo freddo sguardo si posò su Meredith.
         -Cosa c’è dei contratti di beni immobili a Houston? Ti stai impegnando a comprare.
         -Sam ed io stiamo stilando gli ultimi dettagli. Il venditore acconsente a dividere la sua
proprietà e noi siamo disposti a fare il contratto.
         Philip le rispose con un breve movimento della testa. Fece girare la sua poltrona e guardò
il revisore dei conti, seduto alla sua destra.
          -E tu, Allen. Di cosa ci devi informare?
          Il revisore in capo aveva lo sguardo fisso nel suo strattonato bloc notes giallo. Come
incaricato principale delle finanze della Bancroft Corporation, Allen Stanley era al comando di
tutte le questione economiche, incluso il dipartimento di credito della firma. Secondo Meredith, il
fatto che Stanley fosse mezzo calvo e apparentasse dieci anni in più dei 55 che aveva, era dovuto,
con ogni probabilità, ai venti anni di intensi litigi dialettici con Philip Bancroft. I revisori e i loro
team non producevano guadagni, così come le divisioni giuridiche e del personale. Per Philip
queste tre divisioni dovevano essere tollerate come un male necessario, ma le considerava poco più
che parassitarie. Inoltre, a Philip lo faceva infuriare che i capi di queste divisioni gli dicessero
sempre perché non potevano fare questo o quell’altro, invece di spiegargli come farlo e apportare
soluzioni. Ad Allen Stanley mancavano cinque anni per ritirarsi e a volte Meredith si domandava
se sarebbe sopravissuto per vedere la pensione.
          Quando Allen parlò, lo fece con la voce accuratamente precisa, ma anche, un tantino
tentennante.
          -Il mese scorso abbiamo avuto un numero senza precedenti di richieste di carte di credito.
Quasi otto mila.
          -Quante ne hai approvato?
          -Attorno al 65 per cento.
          -Come diavolo giustifichi il rifiuto di tre mila richieste su otto mila? –replicò Philip furioso,
sottolineando ogni parola con un colpo della sua Waterman sul tavolo-. Stiamo tentando di
aumentare i clienti con carta di credito e tu li rifiuti con la stessa rapidità con la quale loro vengono
da noi! Non mi pare necessario che ti dica che quelle carte di credito ci apportano interessi
succulenti. E tutto ciò senza contare gli acquisti che tre mila clienti potenziali non faranno a
Bancroft perché non si è concessa loro la carta di credito.
          Come se al improvviso si ricordasse del suo debole cuore, Philip fece uno sforzo per
calmarsi che non passò inavvertito per Meredith.
          -Le richieste rifiutate erano di gente che non merita credito, Philip. Imbroglioni che non
pagano né gli acquisti né gli interessi delle carte. Puoi pensare che abbiamo perso denaro
rifiutando quelle petizioni, ma secondo me abbiamo fatto risparmiare a Bancroft una fortuna in
recupero crediti. Ho stabilito dei requisiti base, senza i quali non si da la carta e quelle tre mila
persone non adempivano tali requisiti.
          -Perché sono troppo severi –intervenne Gordon Mitchell.
          -Cosa ti fa pensare questo? –gli chiese Philip, sempre pronto a trovare falle nell’operato del
revisore.
          -Lo dico –replicò Mitchell con maligna soddisfazione- perché mia nipote mi ha raccontato
che Bancroft ha appena rifiutato la sua richiesta per una carta.
          -Allora non merita credito –replicò il revisore dei conti.
          -Davvero? Sarà per questo che Field e Macy le hanno rinnovato le carte? Secondo la mia
nipote, che è studentessa universitaria al terzo anno, nella negativa dicevi che non aveva uno
storico di credito adeguato. Suppongo che ciò significa che non hai potuto trovare nessun dato su
di lei, né positivo né negativo.
          Il revisore annuì, il viso pallido.
          -È ovvio che se la lettera diceva questo, allora sarà quel che è successo.
          -E che mi dici di Field e Macy? –pretese di sapere Philip-. A quanto pare hanno accesso a
più informazione che tu e la tua gente.
          -Ti sbagli. Tutti otteniamo le informazioni dalla stessa fonte, lo stesso ufficio di credito. È
evidente che le esigenze di quei negozi non sono ristrette come le mie.
          -Non sono tue, maledizione! Questa firma non è tua...
          Meredith intercedette, conscia che il revisore avrebbe difeso i suoi atti con veemenza, ma
non avrebbe osato attaccare Philip ricordandogli le proprie deficienze, incluso questa. Mossa dal
generoso desiderio di far uscire Stanley dal fossato ed evitare una prolungata diatriba che tutti
avrebbero dovuto subirsi, interruppe il discorso di suo padre.
          -L’ultima volta che abbiamo affrontato quest’argomento –disse a Philip con voce cortese
ma ferma- dicevi che i fatti dimostrano che gli studenti universitari molto spesso sono cattivi
pagatori. Tu stesso hai ordinato a Allen di negar loro la carta di credito, salvo in rare eccezioni.
          Si produsse un grave silenzio nella sala riunioni, il silenzio timoroso e spettante che
sorgeva sempre che Meredith si opponeva al padre. Ma oggi la tensione era più evidente che mai,
perché tutti si aspettavano un segno di indulgenza da parte di Philip nei confronti di sua figlia...
nel caso lei fosse l’eletta per succedergli nella presidenza interina. In realtà, Philip Bancroft non era
più esigente dei suoi colleghi di Saks o Macy o qualunque altro centro commerciale al dettaglio.
Meredith lo sapeva. Ciò che la disturbava non erano le sue pretese, ma i suoi modi bruschi e il suo
stile autocratico. I dirigenti riuniti attorno a quel tavolo erano persone che avevano scelto quella
professione sapendo anticipatamente che esigeva un lavoro frenetico. La giornata di sessanta ore
settimanali non era l’eccezione, ma la regola, se uno voleva arrivare in alto. Meredith, come gli
altri, lo sapeva, così come sapeva che nel suo caso concreto sarebbe peggiore. Doveva librare una
battaglia più dura e lunga degli altri, se voleva conquistare la presidenza che le sarebbe stata
offerta con minore sforzo se non fosse nata donna.
          Aveva deciso intervenire nel dibattito sapendo che, se da un lato poteva guadagnarsi il
rispetto di suo padre, dall’altra soffrirebbe il suo sproporzionato risentimento. Philip le dedicò uno
sguardo pieno di sdegno.
          -Cosa suggeriresti tu, Meredith? –le chiese, senza smentire ne confermare che,
effettivamente, era lui che si era mostrato contrario alla concessione di credito agli studenti.
          -La stessa cosa che suggerii l’ultima volta. Agli studenti senza precedenti negativi
dovremmo concedere la carta di credito con un tetto massimo di... diciamo 500 dollari. Alla fine
dell’anno, se la gente di Allen è soddisfatta con i pagamenti, si può ampliare il credito.
          Philip la guardò un attimo, dopo proseguì con l’ordine del giorno, come se non avesse
udito le parole della figlia. Un’ora dopo, chiuse la sua cartella di cuoio con gli appunti della
riunione e si diresse ai presenti.
          -Oggi ho l’agenda molto piena. Signori... e signore –aggiunse con un tono condiscendente
che a Meredith metteva voglia di dargli un calcio negli stinchi-, non ci possiamo soffermare a
passare rivista ai migliori venditori della settimana. Aggiorniamo la riunione. –dopo con tono
indifferente, si rivolse a Stanley-. Concedi carte agli studenti che non abbiano brutti precedenti. Per
adesso metteremo loro un tetto di 500 dollari.
          Questo fu tutto. Non si congratulò con Meredith per l’idea, non le disse una sola parola di
riconoscenza. Si comportò come faceva quasi sempre che sua figlia dimostrava avere buon criterio:
finiva per accettare i suoi suggerimenti, ma con riserve e senza una parola di lode. Nonostante,
tutti sapeva che i suggerimenti di Meredith era molto preziosi. Incluso Philip Bancroft.
          Meredith raccolse i suoi appunti e uscì dalla sala riunioni accanto a Gordon Mitchell che,
oltre se stessa, era il candidato alla presidenza interina con più probabilità. Entrambi lo sapevano.
Gordon aveva trentasette anni e più esperienza di Meredith nel commercio al dettaglio, e ciò gli
conferiva un leggero vantaggio; ma, in cambio, lavorava a Bancroft da soltanto tre anni, contro i
sette di lei. E, ancora più importante, Meredith era stata la promotrice dell’espansione di Bancroft
in tutto il paese. Per conseguirlo dovette discutere con suo padre e dopo convincere i banchieri
dell’impresa, dubbiosi di concedere prestiti di tale importanza. Lei stessa aveva scelto l’ubicazione
di ogni nuova succursale e aveva avuto un ruolo base durante il periodo di costruzione e di
approvvigionamento dopo, includendo un’infinità di dettagli che simile impresa comportava. Per
tutto ciò e per la sua più amplia esperienza di lavoro nelle diverse divisioni di Bancroft, era una
candidata molto più versatile di Mitchell. La sua visione globale della ditta era più amplia.
         Meredith rimirò al suo concorrente e si rese conto che lui la guardava con fare calcolatore.
         -Philip mi ha detto che quando se ne andrà farà una crociera, seguendo le indicazioni del
suo medico –cominciò a dire mentre camminavano per il corridoio fiancheggiato dai tavoli delle
segretari dei vicepresidenti-. Dove pensa...? –s’interruppe quando vide che la sua segretaria si
metteva in piedi e, alzando un po’ la voce, lo informava di una telefonata.
         -Il signor Bender è sulla linea privata. Secondo la sua segretaria, è urgente.
         -Le ho detto di non rispondere le chiamate della mia linea privata, signorina Debbie –
replicò Gordon acremente. Si scusò con Meredith ed entrò nel suo ufficio, chiudendo la porta
dietro di sé.
         Fuori, Debbie Novotny si morse un labbro e osservò come si allontanava Meredith
Bancroft. Ogni volta che chiamava la «segretaria del signor Bender», Gordon diventava teso, si
agitava chiaramente; e, ovviamente, chiudeva sempre la porta perché non si sentisse il colloquio
telefonico. Era già quasi un anno che le prometteva matrimonio a Debbie, non appena divorziasse
da sua moglie. Ma adesso Debbie aveva il sospetto che «la segretaria del signor Bender» fosse, in
realtà, un’altra amante di Gordon. Dopo tutto, il capo le aveva fatto altre promesse fino al
momento incompiute, come promuoverla venditrice e concederle un aumento di stipendio. Le
stava forse facendo perdere tempo con la sua promessa di matrimonio? Col cuore in un pugno,
Debbie alzò cautamente il telefono. La voce di Gordon era un sussurro. Un sussurro di allarme.
         -Ti ho detto di non chiamare in ufficio.
         -Calmati, sarò breve –replicò Bender-. Ancora ho un carico di quelle maglie di seta di
merda che mi hai comprato, così come una montagna di bigiotteria. Ti darò il doppio della
commissione se mi toglie quell’immondizia.
         Era una voce di uomo e Debbie si sentì così sollevata che stava per posare il ricevitore
quando si rese conto che ciò che aveva appena sentito suonava tanto a corruzione.
         -Non posso –disse Gordon-. Ho visto l’ultimo lotto di maglie e cianfrusaglie e si tratta di
materiale realmente molto mediocre. Fino adesso i nostri affari avevano funzionato perché
mandavi articoli di una certa qualità. Ma quest’ultimo lotto... Se qualcuno lo vede, vorrà sapere chi
l’ha comprato e perché. Quando indagheranno, i miei capi di vendita mi punteranno col dito
dicendo che ordinai io di acquistare quelle cose nel tuo magazzino.
         -Se ciò ti preoccupa, licenziali tutti e due e così non potranno accusarti.
         -Dovrò farlo, però questo non cambierà nulla. Ascolta, Bender –aggiunse Gordon con
fredda risolutezza-, il nostro rapporto è stato proficuo per entrambi, ma adesso è finito. È troppo
rischioso. Inoltre, credo che mi offriranno la presidenza interina e, in quel caso, non farò più gli
acquisti.
         La voce di Bender salì di volume e divenne minacciosa.
         -Ascoltami bene, cretino, perché te lo dirò soltanto una volta. Tu ed io abbiamo un buon
affare e le tue ambizioni personali non m’interessano. L’anno scorso ti ho pagato cento mila...
         -Ti ripeto che abbiamo concluso.
         -No finché te lo dica io e passerà molto tempo prima che lo faccia. Attraversa la mia strada
e farò una telefonata al vecchio Bancroft...
         -Per dirgli cosa –lo schernì Gordon-. Che ho rifiutato i tuoi soldi perché non voglio
comprare l’immondizia che mi offri?
         -No. Per comunicargli che sono un onesto uomo d’affari e che mi hai depredato,
commissione dopo commissione, in cambio di permettere che la tua gente acquistasse della buona
merce. E questo non è corruzione, è estorsione –fece una pausa per far assimilare a Gordon le sue
parole e quindi proseguì-: E dovrai preoccuparti anche dell’opinione dell’ufficio federale delle
imposte. Se ricevono una telefonata anonima e ti fanno un’ispezione, scommetto che sapranno che
non hai dichiarato i cento mila. Caro amico, l’evasione fiscale è una frode. Sì, estorsione e frode...
         Nonostante il crescendo di panico gli obnubilasse i sensi, Gordon percepì un suono
metallico come del cassetto di un archivio chiudendosi.
         -Aspetta un minuto –disse a Bender-. Devo prendere qualcosa dal mio portafogli.
         Invece andò verso la porta e lì aprì discretamente. Vide la sua segretaria con il ricevitore
all’orecchio e coprendo il microfono con la mano. Nel suo telefono c’era soltanto una linea aperta.
Gordon chiuse la porta molto piano.
         -Dobbiamo finire il discorso stasera, chiamami a casa –disse a Bender.
         -Ti avverto...
         -Va bene. Chiamami. Qualcosa ci verrà in mente.
         Bender, un po’ placato, si mostrò conciliante.
         -Così va meglio, sono un tipo ragionevole. Siccome dovrai rifiutare l’incarico, ti aumenterò
la commissione.
         Gordon chiuse la chiamata e pigiò un tasto dell’interfono.
         -Debbie, entra, per favore .-lasciò il tasto e bisbigliò-: Stupida puttanella impicciona.
         Debbie aprì la porta. Sentiva un nodo nello stomaco e le sue illusioni rispetto a Gordon
erano distrutte. Inoltre, sapeva che sarebbe incapace di fingere. La colpa le si sarebbe riflessa nel
viso...
         -Chiudi a chiave –pronunciò le parole con finta sensualità e mentre andava verso il sofà,
aggiunse-: Vieni qui.
         Confusa per il contrasto tra la voce e la freddezza dello sguardo, Debbie si avvicino con
cautela. Soffocò un urlo di sorpresa quando Gordon la strattonò prendendola tra le braccia.
         -So che hai ascoltato –bisbigliò lui, reprimendo l’impulso di strangolarla-. Lo faccio per noi
due. Quando mia moglie mi finisca con il divorzio, rimarrò senza un centesimo. Avrò bisogno di
denaro... per darti ciò che meriti. Lo capisci. Vero, amore mio?
         Debbie guardò quel viso attraente, vide la supplica nei suoi occhi e capì. Credette in lui.
Gordon le abbassò la cerniera del vestito, denudandola. Lei lo abbracciò, offrendogli il suo corpo, il
suo amore, il suo silenzio.



          Meredith si disponeva a parlare per telefono quando la sua segretaria entrò nell’ufficio.
Phyllis Tilsher era una giovane di 27 anni, intelligente e intuitiva, sensata in tutto tranne una cosa:
l’irresistibile attrazione che sentiva per gli uomini più irresponsabili e meno degni di fiducia. Era
una debolezza che aveva eviscerato tra le risate con Meredith durante gli anni che avevano
lavorato assieme. Con la sua abituale efficienza, la informò di tutte le chiamate
          -Ti ha chiamato Jerry Keaton, del personale. Dice che c’è la possibilità che uno degli
impiegati presenti querela per discriminazione.
          -Ha parlato col nostro ufficio legale?
          -Sì, ma vuole parlare pure con te.
          -Devo tornare all’ufficio dell’architetto per dare l’ultima occhiata ai progetti della futura
succursale di Houston. Di a Jerry che non potrò vederlo fino a lunedì mattino.
          -Va bene. Ha chiamato pure il signor Savage... –s’interruppe quando Sam Green bussò
discretamente alla porta.
          -Scusate –disse entrando-. Meredith, mi puoi concedere alcuni minuti?
          -Che succede?
          -Ho finito di parlare al telefono con Ivan Thorp –dichiarò Sam avvicinandosi alla
scrivania-. Possono sorgere ostacoli a Houston.
          Meredith aveva passato più di un mese a Houston cercando una buona ubicazione, non
solo per una nuova succursale di Bancroft, ma per tutto un centro commerciale. Finalmente aveva
trovato alcuni terreni siti molto vicino a The Galleria. Un posto ideale. Durante mesi aveva
negoziato con i proprietari, Thorp Development.
         -Che razza di ostacoli?
         -Quando gli dissi che eravamo disposti a formalizzare un contratto se n’è uscito che forse
ha un compratore per tutte le sue proprietà, incluso i terreni che ci interessano.
         Thorp Development era una holding di Houston, proprietaria di diversi edifici per uffici,
centri commerciali e terre. Non era nessun segreto che i fratelli Thorp volevano vendere tutto, il
Wall Street Journal aveva dato la notizia.
         -Davvero credi che abbiano un compratore? O ci vogliono strappare un’offerta più alta?
         -Probabilmente si tratta della seconda ipotesi, ma ti volevo avvisare che forse abbiamo
concorrenza imprevista.
         -Aggiusteremo tutto, Sam. Voglio che la nostra nuova succursale venga costruita lì. Sarà il
gioiello della corona. Le succursali precedenti non m’importavano tanto, ma questa sì.
L’ubicazione è perfetta, Houston si sta riprendendo da una crisi economica, ma i prezzi di
costruzione sono ancora accessibili. Per quando apriremo le porte, l’economia sarà in pieno auge.
         Meredith guardò l’ora e si mise in piedi. Erano le tre del pomeriggio di un venerdì e ciò
significava che il traffico iniziava a peggiorare.
         -Devo correre –si scusò con un cortese sorriso-. Vedi se il tuo amico di Houston riesce a
sapere cosa c’è di vero nel presunto compratore di Thorp.
         -L’ho chiamato: ci sta già lavorando.



        16

         La limousine di Matt si apriva passo tra il denso traffico di un venerdì pomeriggio nel
centro di Chicago. Dal sedile posteriore, Matt alzò lo sguardo dalla relazione che stava leggendo
quando Joe O'Hara sorpassò audacemente un taxi, passò col semaforo rosso, suonò il claxon con
insistenza e obbligò un gruppo d’intrepidi pedoni a scansarsi velocemente dal suo cammino. A
meno di tre metri del posteggio sotterraneo della Haskell Electronics, Joe frenò e s’infilò
nell’ingresso dopo un brusco tragitto.
         -Mi dispiace, Matt –disse sorridendo. Col retrovisore vide che Matt era accigliato.
         -Uno di questi giorni –replicò Matt esasperato- voglio che mi spieghi che bisogno c’è di
convertire i pedoni in ornamenti del cofano. –la voce rimase soffocata quando il muso della
macchina si inclinò verso il basso e le ruote fecero un forte stridio.
         Scesero per una labirintica rampa fino al parcheggio riservato ai dirigenti della compagnia.
La rampa era piuttosto stretta e la limousine quasi sfiorava la parete. A Joe O'Hara importava un
fico secco che classe di macchina avesse tra le mani, guidava sempre come un adolescente alieno al
pericolo, come se portasse una bionda sulle ginocchia e una confezione di sei lattine di birra nel
sedile. Se i riflessi non fossero pure quelli di un giovane, era da molto tempo che avrebbe perso la
patente e probabilmente la propria vita.
         Joe O'Hara era altrettanto leale come audace. Grazie ad entrambe le cose, dieci anni prima
aveva salvato la vita di Matt in Sudamerica, rischiando la propria. Il camion che Matt guidava
rimase senza freni, precipitando in un terrapieno e incendiandosi. Joe riscattò Matt tra le fiamme e
le lamiere e come ricompensa, ricevette una cassa di whisky e l’eterna gratitudine di quel giovane
che adesso era il proprietario di un grande impero economico.
         Sotto la giacca, appesa dalla spalla, Joe portava un’automatica, la stessa che aveva
comprato anni addietro, quando Matt dovette passare con la macchina tra i picchetti dei camionisti
scioperanti di una compagnia di trasporti che l’Intercop aveva appena acquisito. Matt pensava che
la pistola non era necessaria. Anche se Joe non misurava più di un metro e settanta, aveva una
massa corporea di centro chili di muscoli solidi come la roccia, un viso bellicoso per nulla
aggraziato e un cipiglio francamente minaccioso. L’impiego di guardia del corpo gli veniva meglio
di quello di autista, poiché aveva l’aspetto di un pugile e guidava come un ossesso.
         -Siamo arrivati –l’informò Joe, fermandosi soavemente davanti l’ascensore privato-. Casa,
dolce casa.
         -Soltanto per un anno –puntualizzò Matt chiudendo la ventiquattr’ore.
         Quando Matt Farrell acquisiva una compagnia, era solito rimanere un paio di mesi nella
sede, tempo sufficiente per consultarsi con i propri uomini sulla valutazione presentata dai
dirigenti dell’impresa in questione. Ma fino ad ora aveva acquisito soltanto compagnie
fondamentalmente sane, che si trovavano in difficoltà solo per mancanza di capitali. Matt si
limitava ad introdurre cambi minori, con il fine di adattare le operazioni dell’impresa agli schemi
dell’Intercop. Con Haskell il problema era molto diverso. Avrebbe dovuto dissotterrare antichi
metodi e procedure, ridefinire i benefici, aggiustare i salari, alterare lealtà. Avrebbe dovuto
costruire un piano industriale nella zona suburbana Southville, dove Matt aveva già acquistato dei
terreni. Tra la flotta mercante che aveva appena comprato e Haskell, aveva davanti a sé un periodo
di attività frenetico, di lunghe giornate che le avrebbero impegnato il giorno e spesso parte della
notte. Ma era ciò che aveva fatto durante anni. Al principio, spinto per l’ansia disperata di trionfo,
per provarsi e dimostrarsi che poteva farcela; e adesso, quando il suo successo aveva superato i
suoi più ambiziosi sogni, seguiva a lavorare con lo stesso entusiasmo, ma non più per amore al
lavoro o al successo, ma per inerzia. E perché non vedeva un’alternativa più piacevole. Quando si
divertiva, lo faceva con la stessa intensità che quando lavorava, anche se nessuna delle due attività
davano troppo senso alla sua esistenza.
         Nonostante, la sfida di Haskell sembrava aver svegliato in lui certa eccitazione, perché la
sfida era grande. introducendo la chiave nell’ascensore diretto, pensava che forse in quel punto si
era sbagliato. Aveva creato un conglomerato enorme acquisendo compagnie ben amministrate,
alettanti, che avevano bisogno dell’appoggio finanziario di Intercop. Forse avrebbe dovuto altre
che necessitassero capitali e alcuni semplici ritocchi. La sua squadra di acquisti aveva trascorso due
settimane a Haskell, valutando. Erano riuniti adesso, aspettandolo e lui era ansioso di cominciare.
         Nel sedicesimo piano l’addetta alla reception rispose al telefono e ascoltò l’informazione
che le dava il guardiano in divisa del pianterreno. Quando posò il ricevitore, Valerie si voltò verso
il tavolo di una segretaria.
         -Peter Duncan dice che una limousine argentata è appena entrata nel parcheggio. Pensa sia
Farrell.
         -L’argento deve essere il suo colore preferito –ironizzò Joanna, guardando la placca di
argento, di due metri quadrati, con il logo dell’Intercop, che pendeva al muro dietro la sua
scrivania.
         Due settimane dopo del trionfo definito dell’acquisto ostile da parte dell’Intercop, era
arrivata una legione di carpentieri con al comando un uomo che si identificò come direttore di
arredi d’interni della compagnia. Quando se ne andò due settimane dopo, tutta la zona della
reception del pianterreno, così come la sala riunioni e il futuro ufficio di Matt Farrell erano stati
ridecorati. Dove prima vi erano tappeti orientali lisi e mobili di legno scuro con le soavi tracce
dell’età, adesso si vedevano tappeti color argento che coprivano fino l’ultimo millimetro del
pavimento e moderni divani in pelle, con piccoli tavolino per il caffè davanti e ai lati. Quei
cambiamenti ubbidivano ad una caratteristica molto conosciuta di Matt Farrell: ogni nuova
acquisizione dell’Intercop soffriva d’immediato una metamorfosi fisica, per presentare lo stesso
aspetto di tutte le altre compagnie della società.
         Valerie, Joanna e un'altra segretaria dello stesso piano erano già familiarizzate non solo
con la fama e le stranezze di Matt Farrell, ma anche con la sua mancanza di tatto. Dopo pochi
giorni dell’acquisto di Haskell, il presidente della compagnia, Vern Haskell era stato obbligato ad
andare in pensione prematuramente. E anche due dei vicepresidenti, uno di loro era il proprio
figlio di Vern, e l’altro il genero; un altro vicepresidente si rifiutò di ritirarsi e fu licenziato. Gli
uffici di questi uomini, situati nello stesso piano, ma dall’altro lato dell’edificio, adesso era occupati
da tre boia di Farrell. Altrettanti occupavano uffici in altre zone dell’edificio. Secondo la vox populi
spiavano a tutti, facevano strane domande e componevano elenchi, senza dubbio delle prossime
vittime.
          Come se non bastasse, i licenziamenti non si limitavano alle alte cariche. La segretaria
dello stesso signor Haskell dovette scegliere tra andarsene o lavorare per un dirigente di minor
rango. Il signor Farrell portò la propria segretaria dalla California e ciò aveva provocato un’ondata
di risentimento tra le segretarie dei dirigenti che ancora mantenevano i loro posti. Eleanor Stern
era una donna con i capelli bianchi, eretta ed molto magra; una tiranna impicciona che le osservava
a tutte come un falco, e che ancora usava parole come «impertinenza» e «proprietà». Arrivava in
ufficio prima di tutti ed era l’ultima in andar via. Quando la porta del suo ufficio era aperta, poteva
sentire anche la più sommessa risata femminile o qualunque mormorio. Allora si metteva
nell’uscio come un sergente furioso finché si estingueva ogni suono che nulla avesse a che fare con
il lavoro. Per questo Valerie trattenne l’impulso di chiamare alle segretarie per dire loro che Farrell
era arrivato e poter dare un’occhiata all’orco.
          Le riviste e i giornali sensazionalisti lo presentavano come un uomo attraente e sofisticato,
che usciva con star del cinema e signorine delle monarchie europee. Il Wall Street Journal assicurava
che era «un genio delle finanze col tocco del re Mida». Il signor Vern Haskell, invece, ebbe parole
molto meno amabili per Matt il giorno che abbandonò il suo ufficio di presidente: «È un cretino
arrogante e inumano con gli istinti di uno squalo e la morale di un lupo famelico». Valerie e
Joanna, mentre aspettavano che comparisse per vederlo, avevano l’animo predisposto contro di lui.
Pensavano che lo avrebbero disprezzato appena lo vedessero. E così fu.
          Il sommesso tintinnio della campana dell’ascensore suonò nella reception come un colpo
di martello a un gong. Matt Farrell uscì e l’aria sembrò estinguersi davanti l’energia della sua
presenza. Atletico e molto abbronzato, camminava verso le impiegate leggendo una relazione e
portando una valigetta e un cappotto beige di cachemir appeso dal braccio. Valerie si mise in piedi,
tentennante.
          -Buon pomeriggio, signor Farrell.
          Come risposta alla sua cortesia, ricevette lo sguardo penetrante di un paio di occhi grigi e
una lieve inclinazione della testa. Passò accanto a lei come il vento: poderoso, inquietante e
indifferente ai mortali come Valerie e Joanna.
          Matt era stato lì una volta, per assistere a una riunione all’ultima ora del pomeriggio. Si
diresse con passo fermo verso gli uffici prima appartenuti a Haskell e alla sua segretaria. Finché
non chiuse la porta dietro di sé non alzò lo sguardo dalla relazione e quando lo fece, fu per
guardare la propria segretaria, la signorina Stern, che lavorava con lui da nove anni. Non si
salutarono né si misero a parlare di cose non trascendenti: non lo facevano mai.
          -Come va tutto?
          -Abbastanza bene –rispose lei.
          -L’ordine del giorno della riunione è pronto? –chiese lui dirigendosi verso la doppia porta
di palissandro del suo ufficio privato.
          -Naturalmente –rispose lei con la stessa fermezza del suo capo.
          Dal primo giorno, avevano formato una coppia di lavoro ideale. Eleanor si presentò
all’ufficio assieme ad altre venti candidate al posto di segretaria. Quasi tutte loro erano giovani e
graziose, e tutte erano state inviate dall’ufficio di collocamento. Quello stesso giorno, Matt aveva
visto una foto di Meredith sul Town and Country. Qualcuno aveva dimenticato o abbandonato un
esemplare della rivista nella caffetteria dove lui faceva colazione. Meredith era distesa sulla sabbia
di una spiaggia della Giamaica con un giovane giocatore di polo. Nell’articolo si diceva che la
ragazza era di vacanza con amici dell’università. Quella foto colmò Matt di amarezza e gli diede
ancora più voglia di trionfare. E con questo stato d’animo cominciò ad intervistare le candidate. La
maggioranza gli sembrarono stupide, alcune addirittura civettarono. Era l’ultima cosa che cercava.
Voleva, aveva bisogno di qualcuno intelligente e di fiducia, qualcuno che potesse seguire il ritmo
che a lui ispirava il suo rinnovato impulso di arrivare molto in alto. Aveva buttato nel cestino il
curriculum dell’ultima candidata quando alzò la vista e vide Eleanor Stern, che con passo fermo, si
dirigeva verso lui. La donna portava scarpe col tacco basso, un semplice vestito nero e i grigi
capelli raccolti. Consegnò a Matt il suo curriculum con fare brusco e aspettò imperterrita che lui lo
leggesse. Il documento diceva che Eleanor Stern aveva cinquant’anni ed era nubile; che scriveva a
macchina a cento venti battute al minuto e che era anche stenografa, con cento sessanta parole.
Matt si disponeva a farle altre domande, ma lei lo anticipò. Con voce fredda e alla difensiva, disse:
         -So che sono molto più anziana delle altre candidate e, ovviamente, sono
incomparabilmente meno attraente. Siccome non sono mai stata bella, ho dovuto potenziare al
massimo le mie altre qualità.
         -E quali sono quelle qualità? –chiese Matt sorpreso.
         -La mia mente, le mie abilità. Oltre ad essere dattilografa e stenografa, sono esperta
contabile e me ne intendo di leggi. Inoltre, posso fare una cosa che la maggioranza dei giovani già
non sa fare.
         -E sarebbe...?
         -Scrivere senza errori ortografici!
         Quest’osservazione, impregnata da un senso di superiorità e di sdegno verso tutto ciò che
non era perfetto, sedusse a Matt. C’era nella donna un certo orgoglio distante che il giovane
ammirò subito. Inoltre, ebbe il presentimento che lei possedeva la stessa rigida determinazione che
aveva lui. Basandosi nel credo istintivo che aveva trovato la persona idonea per il posto, Matt
l’avvertì:
         -La giornata è lunga e lo stipendio basso, per adesso. Sto iniziando. Se salgo, lei sale con
me. Il suo stipendio aumenterà in proporzione al suo rendimento.
         -D’accordo.
         -Io devo viaggiare molto. Passato un tempo, forse ci saranno occasioni in cui dovrà
accompagnarmi.
         Con sorpresa di Matt, i pallidi occhi della donna divennero due fessure:
         -Forse dovrebbe essere più concreto in ciò che concerne i miei obblighi, signor Farrell.
Sono sicura che le donne lo trovano attraente, ma...
         Sorpreso che la donna credesse che lui pretendeva qualcosa in più del suo lavoro e offeso
per la sua critica e indifferenza con rispetto al suo aspetto personale, Matt le rispose con un tono
ancora più freddo che il suo:
         -I suoi obblighi saranno puramente lavorativi. Non sono interessato nelle avventure né in
civetterie; non voglio regali di compleanno, né adulazioni, né la sua opinione sui affari personali
che interessano soltanto me. Di lei ho bisogno soltanto il suo tempo e le sue abilità.
         L’inusuale durezza del suo tono era dovuto più al ricordo della foto di Meredith che
all’atteggiamento della signorina Stern. Ma a Eleanor non sembrò importarle. In realtà le piacevano
le condizioni.
         -Mi sembra del tutto accettabile –dichiarò.
         -Quando potrà cominciare?
         -Adesso.
         Non lamentò mai quella decisione. Trascorsa una settimana si era reso conto che Eleanor
Stern era capace di affrontare interminabili giornate ad un ritmo frenetico, senza mai mostrarsi
stanca. E quanto più grande era la responsabilità che lui delegava sulle sue spalle, più lei
diligentemente compiva. Nonostante, mai si chiuse l’abisso che si era aperto tra tutti e due a causa
di quel malinteso iniziale. Al principio erano troppo concentrati nei rispettivi lavori per pensarci.
Dopo non sembrò importare più. Erano immersi in una routine che piaceva ad entrambi. Matt era
salito e la signorina Stern lavorò con lui spalla a spalla, giorno e notte, senza emettere mai un
lamento. Di fatto, quella donna divenne il bagaglio poco meno che imprescindibile per l’attività
imprenditoriale e finanziaria di Matt, che, fedele alla sua parola, la pagava generosamente. La sua
segretaria aveva un salario annuo di 65 mila dollari, cioè, più alto che quello di molti dirigenti
medi dell’Intercop.
          Adesso lo seguì nel suo ufficio e aspettò che lui posasse la valigetta sulla scrivania di
palissandro appena acquistata. Generalmente, Matt le consegnava almeno una microcassetta piena
di istruzioni e dettati per la trascrizione.
          -Non ho dettato niente –la informò lui mentre apriva la valigetta e usciva un mucchio di
carpette con documenti per la signorina Stern-. Nemmeno ho avuto tempo di studiare il contratto
di Simpson nell’aereo. Il Lear aveva un problema meccanico e sono arrivato qui con un volo
commerciale. Il neonato del sedile davanti soffriva con l’orecchio e non smise di muggire durante
tutto il viaggio.
          Siccome lui aveva iniziato una conversazione, lei si sentì obbligata a seguirla.
          -Qualcuno avrebbe dovuto aiutare.
          -L’uomo che era seduto accanto a me si offrì, pensando che poteva calmare la creatura, ma
la madre non si mostrò più recettiva a questa soluzione cha a quella che le avevo offerto io.
          -E cioè?
          -Un sorso di vodka. E dopo uno di cognac –chiuse la valigetta-. Come sono gli impiegati?
          -Alcuni sono zelanti. Ma Joanna Simmons, davanti la quale lei passò venendo qui, non vale
molto. Si dice che era qualcosa in più di una segretaria per il signor Morrisey, cosa che non mi
sembra difficile. Poiché le sue abilità sono nulle, è ovvio che giustificasse lo stipendio con altro tipo
di destrezze.
          Matt avvertì il gesto di disapprovazione della signorina Stern. Segnalò con la testa la sala
riunioni.
          -C’è qualcuno lì dentro?
          -Certamente.
          -Tutti hanno una copia dell’ordine del giorno?
          -Certamente.
          -Aspetto una chiamata da Bruxelles tra un’ora –disse Matt, dirigendosi alla sala-. Me la
passi, ma le altre no.
          Il centro della sala era occupato da un gran tavolo di marmo e cristallo. Fiancheggiandola,
c’erano due grandi divani in pelle nei quali era seduti sei dei più brillanti vicepresidenti di
Intercop. Si alzarono tutti quando Matt entrò e gli strinsero le mani. Gli studiavano il viso,
cercando di indovinare se il viaggio in Grecia era stato un successo.
          -È bello averti con noi, Matt –disse Tom Anderson, l’ultimo al quale strinse la mano-. Beh,
non ci tenere sulle spine, come ti è andata ad Atene?
          -È stato ameno –rispose Matt mentre tutti si situavano davanti il tavolo-. Adesso Intercop è
proprietaria di una flotta di petroliere.
          Un’aria trionfale percorse la sala riunioni. Tutti parlavano e cominciavano a discutere
sull’utilizzo del più recente ramo della famiglia Intercop.
          Appoggiandosi nella spalliera della sua poltrona, Matt osservò ai suoi sei potenti dirigenti,
uomini dinamici e applicati, i migliori nei loro rispettivi campi. Cinque di loro provenivano da
università prestigiose: Harvard, Yale, Princeton, Berkeley e il Mitchell, e possedevano titoli che
andavano da banca internazionale a marketing. Cinque di loro indossavano abiti di ottocento
dollari, fatti su misura, tipici degli uomini d’affari. Portavano camicie di cotone egiziano e cravatte
di seta scelte con somma cura. In contrasto con loro, il sesto uomo era una figura discordante. Tom
Anderson aveva una giacca verde e marrone a quadri, pantaloni verdi e cravatta di cachemir. La
passione di Anderson per i colori vivi era oggetto di pettegolezzo tra gli altri membri della
squadra, sempre impeccabilmente agghindati, ma raramente glielo facevano vedere. Tanto per
cominciare, era controproducente per la salute provocare un individuo di un metro e 87 e con
cento venti chili di peso.
          Anderson aveva soltanto il diploma di scuola media, ed era aggressivamente orgoglioso di
ciò. «La mia scuola è stata la vita», diceva solitamente. Quel che non diceva era che possedeva un
misterioso talento che nessun centro scolastico poteva insegnare: un prodigioso istinto, un fiuto
che gli faceva scoprire tutte le tonalità della natura umana. Gli bastavano pochi minuti di
conversazione con una persona per sapere cosa lo motivava: la vanità, l’avarizia, l’ambizione o
qualcos’altro.
          Superficialmente, Tom era un uomo semplice, un enorme orso che amava lavorare in
maniche di camicia. Sotto quell’apparenza rude, brillavano le sue qualità. Era il migliore
negoziatore e possedeva un’estrema facilità per arrivare al punto algido dei problemi. Questi tratti
non avevano prezzo, soprattutto all’ora di affrontare i sindacati a difesa dell’Intercop.
          Nonostante, la qualità che più avvalorava Matt in quell’uomo era la sua indistruttibile
lealtà. In realtà, era l’unico uomo in quella sala il cui talento non era in vendita al migliore
offerente. Aveva lavorato per la prima compagnia acquisita da Matt. Quando lui la vendette,
tentarono di portarsi Tom, offrendogli un’eccellente posizione e uno stipendio più alto di quello
che allora poteva dargli Farrell. Ma lui preferì rimanere.
          Matt pagava agli altri membri della squadra abbastanza perché non si sentissero tentati di
andare in un’impresa rivale. A Anderson lo pagava di più perché si dedicava appieno a lui e
all’Intercop. Matt non si lamentava mai di quanto gli costassero quegli uomini perché formavano
una squadra insuperabile; ma era lui che incanalava le energie di ciascuno nella direzione
adeguata. Sua era la strategia generale di crescita dell’Intercop ed era lui che la cambiava quando
così lo riteneva opportuno.
          -Signori –disse, interrompendo il discorsi sulle petroliere-. Parleremo di navi un'altra volta.
Adesso dobbiamo trattare i problemi di Haskell.
          I metodi di Matt, dopo un’acquisizione, erano unici ed efficaci. Invece di sprecare mesi
classificando i problemi della nuova compagnia, cercando le cause e le soluzioni e licenziare i
dirigenti il cui rendimento non era all’altezza di quella richiesta dall’Intercop, Matt faceva un'altra
cosa diversa. Inviava il gruppo di uomini che era lì riunito perché iniziassero a lavorare assieme ai
dirigenti della compagnia appena acquisita. Ognuno di quei sei uomini era un esperto in una
determinata area e in questione di settimane si familiarizzava completamente, valutava la
competenza del dirigente in carica e localizzava i punti deboli e forti della sezione.
          -Elliot –disse Matt interpellando a Elliot Jamison-. Cominciamo da te. Nell’assieme, com’è
la divisione di marketing di Haskell?
          -Né buona né cattiva. Troppi direttori e pochi venditori sul campo. I clienti fissi sono
oggetto de grandi attenzioni, ma i rappresentanti non hanno tempo per aumentare la clientela. Se
teniamo in conto l’alta qualità dei prodotti Haskell, il numero dei clienti dovrebbe tre o quattro
volte a quello attuale. Oggi suggerirei, come prova, di assumere cinquanta rappresentanti. Quando
l’impianto di Southville sarà operativo, suggerisco di assumerne altri cinquanta.
          Matt fece un’annotazione sul suo bloc notes e rivolse lo sguardo di nuovo su Jamison.
          -Cos’altro?
          -Paul Cranshaw, il vicepresidente di marketing, dev’essere licenziato, Matt. È qui da
venticinque anni e la sua idea di marketing è antiquata e stupida. Inoltre, è un uomo inflessibile e
rigido, al quale non c’è modo di farlo cambiare.
          -Quanti anni ha?
          -Cinquanta sei.
          -Accetterà il pensionamento anticipato se glielo offriamo?
          -Forse. Quel che ti posso assicurare è che non se ne andrà se non lo obblighiamo. È un
arrogante figlio di puttana, apertamente ostile all’Intercop.
          Tom Anderson, che sembrava stare ad ammirare la sua cravatta, alzò la testa e commentò:
          -Non è per nulla strano: è un lontano cugino del vecchio Haskell.
          Elliot lo guardò sorpreso.
          -Davvero? Questo dato non risulta dalla sua scheda personal. Come la hai saputo?
          -Ho mantenuto una deliziosa chiacchiera con una ragazza della sezione archivi. È
l’impiegata più antica dell’impresa ed è un diario vivente.
          -Non è strano che Cranshaw si sia mostrato così aggressivo. Dovrà andarsene, tra le altre
cose costituisce un problema morale. Matt, queste cose sono molto generiche, la settimana
prossima dobbiamo parlare dei dettagli.
          Matt si voltò verso John Lambert, l’esperto in informazione finanziaria. Questi consultò un
quaderno.
          -I benefici sono buoni, cosa che già sapevamo; ma ancora c’è molto margine di manovra
nella riduzione dei costi. Inoltre, in riferimento agli incassi, si opera molto male. La metà della
clientela paga dopo sei mesi, dovuto al fatto che Haskell non ha portato avanti una politica
d’incassi più aggressiva.
          -Dobbiamo sostituire il revisore dei conti?
          Lambert tentennò.
          -Difficile decisione. Il revisore afferma che era lo stesso Haskell che insisteva ad non
affrettare il cliente. Secondo lui ha cercato durante anni di mettere in pratica una politica più
rigida, ma il vecchio Haskell non ne voleva sapere. A parte gli incassi, la divisione è ben
disciplinata, con la morale molto alta. E personalmente lui sa delegare funzioni. Ha il numero
sufficiente di supervisori, che fanno bene il loro lavoro; e poi, non è sopraccarico di personale.
          -Come reagì alla tua invasione? Sembrò disposto ad adattarsi al cambio?
          -È un gregario, non un leader, ma un gregario zelante. Digli cosa deve fare e lo farà bene.
Dall’altra, si gli chiedi innovazioni e procedure contabili più aggressive, non è difficile che sappia
pianificarle da sé.
          -Raddrizzalo e mettilo sulla buona strada –ordinò Matt, dopo un momento di riflessione-.
Quando nomineremo un presidente, lo incaricheremo di vigilarlo. La parte contabile e molto
grande e sembra essere in buona forma. Se la morale è alta, mi piacerebbe lasciarla così.
          -Sono d’accordo. Tra un mese sarò in grado di presentarti un nuovo preventivo.
          -Molto bene –Matt centrò la sua attenzione su un uomo biondo e basso, specialista in
politica del personale-. David, cosa mi dici del dipartimento di risorse umane?
          -Non è male. La percentuale di impiegati di gruppi minoritari è un po’ basso, ma non
abbastanza perché i giornali ci dedichi titoli o il governo ci tartassi. Risorse umane ha fatto un
buon lavoro in ciò che si riferisce alla contrattazione del personale, agli ascensori e cose simili.
Lloyd Waldrup, il vicepresidente della sezione, è un uomo acuto e possiede buone credenziali per
il carico.
          -È un reazionario anche se lo nasconde –intervenne Anderson, inclinandosi per servirsi
una tazza di caffè.
          -È un’accusa ridicola –obbiettò David Talbot, irritato -. Lloyd Waldrup mi consegnò lo
schedario dove figura il numero di donne e impiegati dei diversi gruppi etnici che prestano
servizio in tutti i dipartimenti e nelle diverse categorie. Il numero di persone di questi gruppi che
ostentano la carica di direttore è giusto.
          -No credo in questa relazione.
          -Dio, che ti succede, Tom? –replicò David, rivoltandosi nella sedia e affrontando indignato
Anderson, i cui tratti facciali non si alterarono minimamente-. Ogni volta che acquisiamo una
compagnia, ti scontri con gli incaricati delle risorse umane. Per quale motivo li disprezzi quasi
sempre?
         -Immagino perché sono quasi sempre leccapiedi famelici di potere.
         -Incluso Waldrup?
         -Specialmente Waldrup.
         -E quale, tra i tuoi acclamati istinti, t’induce a pensare così di quell’uomo?
         -Ponderò il mio abbigliamento durante due giorni di seguito. Non mi fido di chi elogia i
miei vestiti, soprattutto se chi lo fa porta sempre il classico abito grigio.
         Risatine soffocate ruppero la tensione sorta nella sala. Lo stesso David si rilassò.
         -A parte quest’intuizione, c’è qualche altro motivo che ti fa pensare che Waldrup menta
rispetto alle sue pratiche di contrattazione e ascesa nella carriera?
         -Sì, c’è –rispose Tom, stando attento a che la manica della sua giacca non toccasse il caffè,
mentre allungava la mano per prendere la zuccheriera-. Sono un paio di settimane che passeggio
per il suo ufficio mentre tu ti occupavi del tuo lavoro in risorse umane. –fece una pausa per
mischiare lo zucchero, cosa che imbestialì i presenti, tranne a Matt cha continuava a guardarlo con
tranquillo interesse. Finalmente, Tom si appoggiò nel sedile, prese la tazza e incrociò le gambe.
         -Tom! –esclamò David di cattivo umore-. Risponderai una volta per tutte così potremmo
proseguire con la riunione? Cosa hai notato mentre passeggiavi negli uffici?
         Imperturbabile, Tom arcuò le cespugliose sopraciglia e rispose:
         -Ho visto uomini in uffici privati.
         -E quindi?
         -Non ho visto donne, eccetto in contabilità, dove ci sono sempre state. E soltanto due di
quelle donne con ufficio avevano segretarie. Ciò fa chi io mi chieda se il tuo amico Waldrup sta
improvvisando alcune cariche altisonanti perché fare contente le signore... e perché lui stesso dia
una buona immagine nei suoi schedari di impiego. Se quelle donne hanno realmente cariche
direttive, dove sono le loro segretarie? Dove sono i loro uffici?
         -Lo comproverò- assicurò David ed esalò un sospiro d’irritazione-. Prima o poi l’avrei
scoperto, ma è meglio saperlo adesso. –si voltò verso Matt e proseguì-: Un giorno dovremo situare
la politica di salari e vacanze di Haskell in linea con quelli dell’Intercop. Haskell dava ai suoi
impiegati tre settimane di vacanze dopo tre anni nell’impresa, e quattro settimane dopo otto anni.
Questa politica sta costando alla compagnia una fortuna in tempo perso e la costante necessità di
contrattare supplenti.
         -Come sono questi stipendi?
         -Inferiore a quelli nostri. La filosofia di Haskell era dare più tempo libero e meno denaro.
Dopo ti darò più dettagli. Metterò giù le cifre e ti farò sapere.
         Durante altre due ore, Matt ascoltò i rapporti del resto della squadra e discusse soluzioni.
Quando finirono di parlare di Haskell, Matt li mise al corrente dei fatti di altre divisioni
dell’Intercop che potevano essere oggetto di preoccupazione immediata o futura. Da una minaccia
di sciopero in un cotonificio in Georgia fino al progetto e la capacità del nuovo impianto della
Haskell nell’ampio terreno che avevano appena acquistato a Southville.
         Durante tutta la riunione, un uomo, Peter Vanderbilt, era rimasto in silenzio e attento come
un brillante e un po’ sorpreso diplomato che conoscesse gli elementi basici, ma che stesse
imparando le sottigliezze dalla bocca di un gruppo di esperti. Con i suoi ventotto anni, Peter era
un’«antica» promessa di Harvard, con il coefficiente intellettuale di un genio. Si specializzava
nell’esame delle compagnie, presumibili acquisizioni dell’Intercop, analizzando il loro potenziale
di benefici per dopo fare a Matt le opportune raccomandazioni. Haskell Electronics era stata una
delle scelte di Peter e stava per diventare il suo terzo successo consecutivo. Matt lo aveva mandato
a Chicago con la squadra perché acquisisse esperienza di prima mano di ciò che sarebbe successo
dopo l’acquisto. Il capo voleva che quel giovane talento osservasse quel che non poteva essere visto
nei dati finanziari sui quali si appoggiava quando faceva le sue raccomandazioni a favore o in
contro di una nuova acquisizione; come ad esempio, revisori dei conti morbidi all’ora di incassare
gli introiti o direttori di risorse umane reazionari.
          Matt l’aveva portato perché osservasse e fosse osservato. Nonostante l’indiscutibile
successo di Peter fino al momento, Matt sapeva che il giovane aveva ancora bisogno di essere
guidato. Inoltre, secondo le circostanze, era presuntuoso e ipersensibile, insolente o timido. Doveva
cambiare. Peter Vanderbilt possedeva un enorme talento bruto: doveva essere canalizzato.
          -Peter? –chiese Matt-. Qualcosa nella tua giurisdizione di cui dobbiamo discutere?
          -Ho alcune compagnie che sarebbero buone acquisizioni. No dell’importanza di Haskell,
per redditizie. Una di loro fabbrica software a Silicon Valley.
          -Non voglio compagnie di software- l’interruppe Matt.
          -Pero JHL è...
          -Non voglio compagnie di software, Peter. Sono un maledetto rischio in questo momento –
avvertì che Peter arrossiva. Ricordando che la sua missione era canalizzare il talento del giovane e
non schiacciarlo, Matt frenò la sua impazienza-. Non te lo prendere come un giudizio nei tuoi
confronti, Peter. Cos’altro mi vuoi raccomandare?
          -Lei menzionò che desiderava ampliare la nostra divisione commerciale di beni
immobiliari –disse Peter tentennante-. C’è una compagnia ad Atlanta, un'altra qui a Chicago e la
terza è a Houston. Tutte e tre cercano un compratore. Le prime due possiedono edifici medi e
grandi per uffici. La terza, cioè quella di Houston, possiede soprattutto terreni. Si tratta di una
compagnia familiare e i due proprietari, i fratelli Thorp, sono in cattivi rapporti tra di loro dalla
morte del padre. –ancora intimidito per l’immediato rifiuto della prima raccomandazione, Peter si
affrettò a mettere in evidenza gli inconvenienti che presentava quest’ultima raccomandazione-.
Houston è stata sommersa in una prolungata crisi economica ed immagino che non vi sono ragioni
per credere che la recente ripresa sarà duratura. Dall’altra parte, siccome i fratelli Thorp non
sembrano essere d’accordo su nulla, è probabile che i negoziati ci causino più problemi che l’affare
meriti...
          -Fammi capire. Mi stai dicendo che dobbiamo comprare oppure no? –gli chiese Matt,
sorridendo cercando di alleviare il suo precedente atteggiamento brusco-. Tu limitati a scegliere le
tue opzioni, basandoti sul tuo migliore giudizio, ed il resto lascialo a me. Si tratta del mio lavoro e
se oltre il tuo, vuoi fare anche il mio, mi sentirò inutile.
          Alcuni dei presenti si misero a ridere. Peter si alzò e consegnò a Matt una carpetta con
l’etichetta «Acquisizioni raccomandate. Compagnie di beni immobiliari commerciali». Lì dentro
c’erano i dati sulle tre compagnie più un'altra dozzina d’imprese di minore interesse. Più rilassato,
Peter tornò a sedersi.
          Matt aprì la carpetta. I dossier erano voluminosi e le analisi di Peter –bastò dare
un’occhiata- di un’estrema complessità. Per non trattenere i suoi uomini più del necessario, parlò
loro:
          -Signori, Peter è stato molto minuzioso come sempre e mi ci vorrà molto tempo esaminare
la documentazione. Credo che momentaneamente abbiamo affrontato i punti più urgenti. La
settimana prossima mi riunirò con ciascuno di voi- si voltò verso Peter-. Andiamo al mio ufficio e
guarderemo i tuoi documenti.
          Finiva di sedersi quando la signorina Stern gli annunciò la telefonata di Bruxelles. Col
ricevitore appoggiato nella spalla, Matt aspettava udire la voce dall’altro lato dell’Atlantico mentre
leggeva la prima relazione di Peter.
          -Matt! –gridò Josef Hendrik per farsi sentire sopra le interferenze-. Il collegamento è
scarso, ma le mie buone notizie non possono aspettare. La mia gente qui è d’accordo con l’idea
della società limitata che ti proposi il mese scorso. Non si oppongono a nessuna delle tue clausole.
          -Magnifico, Josef! –esclamò Matt, ma la sua voce suonava un tantino spenta per il sonno
che gli provocava lo sfasamento orario del viaggio in aereo e si rese conto anche che era più tardi
di quanto pensava.
          Al di là delle ampie vetrate del suo ufficio, le luci ammiccavano nei grattacieli mentre il
firmamento veniva avvolto nelle tenebre. Sotto, in Michigan Avenue, suonavano i claxon. Era il
quotidiano ingorgo dell’ora di punta, quando tutto il mondo tornava a casa. Matt accese la
lampada della sua scrivania e Peter, rispondendo ad uno sguardo, si alzò e accese pure quella del
soffitto.
          -È tardi –disse Matt-. E ancora devo fare alcune telefonate. Mi porterò a casa la tua carpetta
e la studierò il fine settimana. Parleremo lunedì mattino, alle dieci.




        17



         La sauna e la doccia lo fecero sentire come nuovo. Si avvolse un asciugamani nel bacino e
tese la mano verso l’orologio da polso che aveva lasciato sulla barra di marmo nero che attorniava
il bagno di forma circolare. Suonò il telefono.
         -Sei nudo? –gli chiese Alicia Avery con voce sensuale e insinuante.
         -A quale numero chiama? –finse lui di essere confuso.
         -Al tuo, caro. Sei nudo?
         -Quasi –disse lui-. È tardi.
         -Mi allegro moltissimo che tu sia finalmente a Chicago. Quando sei arrivato?
         -Ieri.
         -Allora sei nelle mie grinfie! –disse con una risata seduttrice, contagiosa-. Non immagini i
pensieri erotici che ho avuto per stasera, quando ritorneremo dal ballo in beneficio dell’opera. Mi
sei mancato.
         -Ci vedremo tra un’ora –le promise Matt-. Cioè, se mi lasci vestire.
         -Va bene. In realtà, è papà che ha chiamato. Temeva che tu dimenticassi l’appuntamento
per stasera. Desidera vederti quasi tanto come me... anche se per ragioni diverse, certamente.
         -Certamente.
         -Sarà meglio che ti avverta che mio padre pensa di proporti come socio del club Glenmoor.
Il ballo è il luogo perfetto per presentarti ad alcuni degli altri soci e guadagnarti il loro voto. Certo
che non sarà poi tanto necessario. –e prima di passargli il telefono al padre, le venne un'altra idea-:
Ah, la stampa sarà presente questa sera, così preparati ad essere strattonato. Che umiliazione,
signor Farrell! –scherzò- sapere che il mio accompagnante farà più clamore di me...
         La menzione di Glenmoor, dove tanto tempo prima aveva conosciuto Meredith, causò un
tale impatto che Matt a stento seguì il resto delle parole di Alicia. Già era socio di due club
campestri, entrambi di elite, come il Glenmoor. Ma raramente frequentava quei luoghi. Se si faceva
socio di un club a Chicago e non ne era completamente interessato, non sarebbe stato il Glenmoor.
         -Di a tuo padre che lo ringrazio, ma che non si disturbi.
         -Matt –suonò la voce franca e cordiale di Stanton Avery-. Non avrai dimenticato la festa di
stasera a beneficio dell’opera.
         -Non l’ho dimenticato, Stanton.
         -Oh, bene. Pensai che potremmo passare a prenderti alle nove, fermarci a bere qualcosa
nello Yacht Club e dopo andare al hotel. Così non dovremmo sorbirci La Traviata prima che
incominci sul serio la festa. O forse ti piace l’opera?
         -Odio l’opera –scherzò Matt e Stanton rispose con un sorrisino di complicità-. Alle nove va
bene.
         Nonostante l’opera lo annoiasse e che l’idea di essere preso di mira dalla stampa non gli
risultava gradevole, Matt voleva andare alla festa, come scoprì mentre si radeva. Aveva conosciuto
Stanton Avery quattro anni prima in California, e sempre che veniva a Chicago o Stanton andava a
Los Angeles, entrambi facevano il possibile per vedersi. A differenza di altri membri pedanti
dell’alta società che Matt conosceva, Stanton era un uomo d’affari lottatore e onesto, con i piedi per
terra. Per queste qualità, a Matt risultava simpatico. De poter scegliere un suocero, Stanton Avery
sarebbe senza dubbio il suo ideale. Dall’altra parte, Alicia si somigliava molto a suo padre; era
sofisticata e raffinata, ma quando voleva raggiungere un obbiettivo andava dritta al suo scopo.
Entrambi, padre e figlia, avevano voluto che quella sera Matt li accompagnasse al ballo di
beneficienza, e si negavano a ricevere un no come risposta. Matt non solo aveva accettato, ma
aveva anche contribuito con cinque mila dollari.
         Quando due mesi addietro Alicia lo aveva raggiunto in California e suo padre insinuò che
lei e Matt dovevano sposarsi, lui sentì l’impulso di accettare, ma gli durò poco. Gli piaceva Alicia, a
letto e fuori dal letto, e gli piaceva anche il suo stile. Però Matt si trascinava la triste esperienza di
un’unione disastrosa con una ricca e viziata figlia dell’alta società di Chicago e non voleva ripetere
l’episodio. Aveva rifuggito ad ogni possibilità di un nuovo matrimonio, perché mai più tornò a
sentire lo stesso che sentì per Meredith (quella passione incontenibile, il bisogno morboso di
vederla, di toccarla, di sentire la sua risata; quel sentimento che lo convertiva in uno schiavo e che
mai lo saziava). Nessuna altra donna lo aveva guardato e lo aveva fatto sentire poderoso e umile
allo stesso tempo, nessuna gli aveva ispirato il furioso desiderio di essere di più e migliore di quel
che era. Sposarsi che qualcuna che non svegliasse in lui gli stessi sentimenti era accontentarsi col
secondo premio, con un surrogato. E ovviamente, in nessuna dimensione della vita lui era uno che
si accontentava con meno. Nonostante, neanche aveva desiderio di passare ancora per quelle
turbolente e mortificanti emozioni. Erano state sia dolorose sia piacevoli, e dopo la rottura del
matrimonio, il ricordo della moglie traditrice lo aveva perseguitato dolorosamente per anni,
convertendo la sua vita in un vero inferno.
         La verità era che se Alicia avesse scalfito in profondità il suo cuore come Meredith, Matt
sarebbe scappato il più presto possibile. Non era disposto a permettere che niente e nessuno lo
convertisse un'altra volta in un essere vulnerabile. Mai più. Sapeva che adesso che si trovava a
Chicago, Alicia l’avrebbe pressato. Se lo faceva, non avrebbe avuto più rimedio che chiarirle che il
matrimonio non rientrava nei suoi piani, o doveva mettere fine a quei deliziosi rapporti.
         Matt uscì dal bagno con la giacca dello smoking già indossata. Fece spallucce. Ancora
mancavano quindici minuti per l’arrivo di Alicia e suo padre, così si diresse verso l’altro estremo
dell’appartamento e salì sul soppalco dove c’era il bar e alcuni sofà. Era uno spazio ideale per
improvvisare riunioni. Aveva scelto quell’edificio e quell’appartamento perché le pareti esterne
erano una successione di finestre di vetro curvato, che offrivano una vista impressionante di Lake
Shore Drive e del profilo della città. Rimase a guardare per un attimo il panorama, dopo si voltò
con l’intenzione di servirsi un cognac. Facendolo, con il gomito spinse involontariamente un
giornale piegato che la donna delle pulizie aveva lasciato su un tavolino. Il giornale cadde e si aprì.
Matt vide Meredith.
         La foto di chi era stata sua moglie lo contemplava dall’ultima pagina della prima sezione.
Come sempre, aveva un sorriso perfetto, i capelli perfetti, uno sguardo perfetto. Tipico di
Meredith, pensò lui mentre raccoglieva il giornale e guardava con rabbia il viso prima adorato.
Meredith era stata un’adolescente preziosa, ma il fotografo aveva conseguito il suo proposito
perché la bella creatura somigliasse a Grace Kelly da giovane.
         Lo sguardo di Matt passò dalla foto al testo dell’articolo. Si sorprese. Secondo la
giornalista, Sally Mansfield, Meredith si era fidanzata con «l’amore della sua infanzia», Parker
Reynolds III; e Bancroft & Company avrebbe celebrato le nozze –a febbraio- con grandi sconti a
Chicago e in tutte le succursali del paese.
         Matt gettò il giornale e si diresse alle finestre. Nelle sue labbra comparve un sorriso
ironico. Era stato sposato con quella piccola volpe, perfida e traditrice, e non aveva mai saputo che
lei aveva un vecchio amore, un amore di gioventù. Dovette ammettere che lui e sua moglie non
erano arrivati a conoscersi bene. Nonostante, ciò che adesso sapeva di lei, gli risultava spregevole.
         Pensando in tutto ciò, si rese conto che le sue idee non combaciavano con i suoi sentimenti.
Era evidente che reagiva così per abitudine, poiché in realtà non disprezzava più Meredith. Sentiva
per lei soltanto un freddo disgusto. Il passato comune era storia, una storia così lontana che il
tempo aveva eroso ogni intensa emozione, incluso il disprezzo. Nel vuoto non vi era nulla... nulla,
eccetto fastidio e pena. Meredith era stata troppo pusillanime per essere perversa; pusillanime e
completamente plagiata dal padre. Incinta di sei mesi abortì e dopo gli mandò un telegramma per
informarlo di ciò che aveva fatto, dandogli notizia del divorzio. E nonostante tutto, lui era talmente
pazzo d’amore che prese un aereo per vederla e persuaderla di non chiedere il divorzio. Quando
arrivò all’ospedale, nell’atrio dell’ala Bancroft lo fermarono e non lasciarono passare, per ordine di
Meredith. Pensando che fosse cosa di Philip, era tornato il giorno dopo, ma allora si scontrò con un
poliziotto che gli sventolò in faccia un mandato giudiziale che gli proibiva avvicinarsi a Meredith.
Durante anni, Matt aveva tentato di allontanare quei ricordi e l’angoscia che aveva sentito per il
bambino. Seppellì tutto nel più profondo della sua coscienza perché gli provocava un dolore
indicibile.
         Adesso, guardando le sfavillanti luci dei fari laggiù, in Lake Shore Drive, si rese conto che
non aveva più bisogno di ricorrere a nessun espediente per non soffrire. Meredith aveva smesso di
esistere per lui.
         Quando prese la decisione di passare un anno a Chicago, lo fece con piena consapevolezza
che prima o poi si sarebbe incontrato con Meredith, ma non permise che quest’idea lo sviasse della
sua traiettoria e perturbasse i suoi piani. Adesso era conscio che neanche necessitava molestarsi a
pensare a lei, perché già non gli importava. Entrambi erano adulti, e il passato, passato era.
Meredith poteva essere qualunque cosa, ma non era scortese. Quando si sarebbero incontrato, si
sarebbero salutati con i buoni modi propri di persone adulte.

          Matt salì sulla Mercedes di Stanton e gli tese la mano all’amico. Dopo guardò Alicia, che
indossava un abito nero che le arrivava alle caviglie. Il colore dell’abito si abbinava con la brillante
capigliatura della giovane. Lei gli tese una mano e lo guardò negli occhi, sorridente. Uno sguardo e
un sorriso diretti, seduttori, attraenti.
          -Quanto tempo! –esclamò lei con voce sensuale e soave.
          -Troppo –replicò Matt senza mentire.
          -Cinque mesi –gli ricordò lei-. Vai a stringermi la mano o mi darai un bacio come si deve?
          Matt lanciò uno sguardo tra indifeso e divertito al padre della giovane: una dichiarazione
di intenti. Stanton rispose con un sorriso paterno ed indulgente. Allora Matt tirò la mano di Alicia
e l’aiutò a sedersi sul suo grembo.
          -Come ti devo baciare? –le chiese.
          Lei sorrise e disse:
          -Ti farò vedere.
          Soltanto Alicia avrebbe baciato così un uomo in presenza del proprio padre. Stanton
sorrise e si voltò, mentre sua figlia baciava a Matt in modo sensuale, col proposito di eccitarlo. E lo
conseguì. Entrambi lo sapevano.
          -Credo che ti sono mancata –disse lei.
          -Ed io credo –commentò Matt- che uno di noi dovrebbe avere il buon gusto di arrossire.
          -Questo è molto provinciale, caro –scherzò la giovane sorridendo, al tempo che,
svogliatamente, gli toglieva le mani dalle spalle-. Molto di classe media.
          -Ci fu un tempo –le ricordò Matt mordacemente- in cui per me appartenere alla classe
media avrebbe significato un grande passo avanti.
         -Sei orgoglioso di ciò, non è vero?
         -Immagino di sì.
         Lei si sedette accanto a Matt ed incrociò le lunghe gambe. Le si aprì la pelliccia e lasciò allo
scoperto un lungo spacco nel suo aderente vestito, che quasi le arrivava fino alla coscia.
         -Cosa pensi? –chiese a Matt.
         -Più tardi ti dirà quel che pensa –intervenne Stanton, impaziente di parlare col suo amico-.
Matt, cosa sai di quei rumori che dicono che Edmund Mining farà una fusione con Ryerson
Consolidated? Ma prima di rispondermi, dimmi come sta tuo padre, ancora insiste a vivere in
campagna?
         -Mio padre sta bene –rispose Matt. Era vero: Patrick Farrell non si era ubriacato neanche
una volta in undici anni-. Finalmente sono riuscito convincerlo che doveva vendere la casa e venire
a stare in città. Passerà alcune settimane con me e dopo andrà a visitare mia sorella. A fine mese
andrò a prendere alcune cose in casa: a mio padre manca il coraggio per farlo personalmente.

          La grande sala da ballo dell’hotel, con le sue imponenti colonne di marmo, i luccicanti
candelabri di metallo e il magnifico tetto a volta, era sempre splendido, ma in opinione di
Meredith mai tanto come quella sera.
          Quella sera, l’abituale lusso era aumentato dalle sete e dai velluti. Tutti i patrocinanti
dell’opera erano presenti e facevano una pausa nelle loro allegri conversazioni per posare per i
fotografi o passeggiare per l’enorme sala, salutando agli amici. Meredith era con Parker, quasi nel
centro della sala. Lui le aveva passato un braccio per la cintura ed entrambi accettavano le
congratulazioni di amici e conoscente che avevano saputo del loro fidanzamento tramite la stampa.
Meredith voltò lo sguardo verso Parker, sorridente.
          -Cos’è che ti sembra tanto divertente? –le chiese con tenerezza.
          -La canzone che stanno suonando. È la stessa che abbiamo ballato quando io avevo tredici
anni –siccome Parker sembrava sconcertato, lei aggiunse:- Nella festa della signorina Eppingham,
nell’hotel Drake.
          Parker si ricordò e sorrise con nostalgia.
          -Ah! L’obbligatoria serata fastidiosa con la signorina Eppingham.
          -È stato peggiore –puntualizzò lei-. Mi cadde la borsetta, le nostre teste si scontrarono ed io
ti pestai i piedi tutto il tempo.
          -Ti cadde la borsa e le nostre teste si scontrarono –la corresse lui con la gentile sensibilità
che lei tanto amava-, ma non mi hai pestato durante il ballo. eri adorabile. Di fatto, quella fu la
prima volta che mi resi conto di quanto erano belli i tuoi occhi. Mi guardavi con il più strano e
intenso degli sguardi...
          Meredith rise, dopo commentò:
          -Forse stavo pensando nel miglior modo di dichiararmi.
          Parker sorrise e la strinse con più forza.
          -Davvero?
          -Mi devi credere –all’improvviso il sorriso scomparve dal viso di Meredith. Una
giornalista della sezione gossip era i n agguato-. Parker –musitò la giovane affrettatamente-, vado
alla toilette per signore e tornerò tra alcuni minuti. Sally Mansfield si sta avvicinando e non voglio
parlare con lei fino lunedì, quando scopra chi le disse quella cretinata degli sconti in Bancroft il
giorno delle nostre nozze.
          -Va bene.
          -Chi gliel’ha detto dovrà ritrattare pubblicamente. Tra gli altri motivi perché non ci
saranno sconti. Guarda se arriva Lisa –si diresse verso la scalinata-. Sarebbe dovuta arrivare da un
bel po’.
          -Abbiamo calcolato bene i tempi –osservò Stanton mentre Matt aiutava Alicia a togliersi la
pelliccia. Dopo lo consegnò all’impiegata del guardaroba nell’ingresso del salone. Ascoltò le parole
dell’amico, ma la verità era che la sua attenzione era centrata nell’osata scollatura del vestito della
giovane.
          -Minuto vestitino! –esclamò Matt divertito.
          Lei gli sostenne lo sguardo, inclinò la testa e accennò un sorriso di complicità.
          -Sei l’unico uomo –mormorò- capace di convertire quella frase in un irresistibile invito a
infilarsi in un letto per una intera settimana.
          Matt soffocò un sorrisino mentre si avviavano verso il centro della sala. Ad una certa
distanza vide due fotografo in azione e una troupe televisiva che gironzolava tra la moltitudine. Si
preparò all’inevitabile assillo della stampa.
          -Era quello? –gli chiese Alicia appena suo padre si fermò a parlare con degli amici.
          -Cosa? –chiese Matt, al tempo che prendeva due coppe di champagne dal vassoio di un
cameriere che passava.
          -Un invito ad una settimana di glorioso sesso come quella che abbiamo trascorso due mesi
fa.
          -Alicia –sussurrò Matt con soave tono di reprimenda, salutando allo stesso tempo con la
testa a due conoscente-. Comportati bene!
          Avrebbe continuato a camminare, ma lei rimase immobile, osservandolo intensamente.
          -Perché non ti sei mai sposato?
          -Ne discuteremo in un'altra occasione.
          -L’ho intentato le ultime due volte che siamo stati assieme, ma sei sempre scappato dalla
tangente.
          Infuriato per la sua testardaggine, per l’argomento e per l’importunità del momento, Matt
la prese per un braccio e la portò ad un angolo.
          -Immagino che vuoi discuterlo qui e adesso.
          -Sì –ammise lei, fissandolo orgogliosamente.
          -In cosa stai pensando?
          -In sposarmi.
          Alicia vide un repentino gelo negli occhi dell’uomo e le sue parole furono ancora più
taglienti dello sguardo:
          -Con chi?
          Sentendosi insultata e furiosa per la propria goffaggine volendo forzare la situazione,
Alicia lo guardò durante un lungo momento. Matt non ammorbidì la sua espressione.
          -Suppongo che me lo sono meritata –disse finalmente lei.
          -No –replicò Matt arrabbiato con se stesso per la sua mancanza di tatto-. Non te lo
meritavi.
          Alicia lo guardò, confusa e cauta. Dopo sorrise e commentò:
          -Almeno sappiamo dove siamo... per adesso.
          Ottenne come risposta un sorriso breve e freddo, senza dubbio molto poco incoraggiante;
lei sospirò e gli mise una mano nel braccio.
          -Sei –gli disse mentre lui cominciava a camminare- l’uomo più duro e difficile che ho
conosciuto nella mia vita.
          Lisa era arrivata in quel momento. Si fermò nell’ingresso il tempo necessario per lasciare il
cappotto e osservare la moltitudine, cercando a Parker o a Meredith. Appena lo vide, vicino
l’orchestra, si diresse lì. Sfiorò Alicia Avery che camminava molto lentamente accanto ad un uomo
molto alto, capelli neri e ampie spalle, il cui profilo le risultò vagamente familiare. Lei continuò ad
andare verso l’orchestra, avvertendo che gli uomini si voltavano per guardarla. Di fatto, anche le
donne la guardavano perché Lisa portava un modellino molto originale. Vestiva ondulanti
pantaloni di satin rosso e una giacca di velluto nero. In testa, avvolgendo anche la fronte, aveva un
nastro nero. Senza dubbio era un abbinamento incongruente, del tutto inappropriato per quel
luogo e per quell’occasione, ma in qualche su Lisa stava bene. Ma a Parker non sembrò così.
         -Ciao –lo salutò lei mentre lui si serviva un calice di champagne.
         Parker alzò lo sguardo e vedendo l’abbigliamento di Lisa , fece una smorfia di
disapprovazione. Davanti quella muta critica, la giovane s’indignò.
         -Oh, no! –esclamò con la voce contraffatta, guardandolo con finta allarma-. Non mi dire
che le azioni sono tornate a salire.
         Arrabbiato, Parker osservò la scollatura della giacca di Lisa e dopo il viso provocante.
         -Perché non ti vesti come le altre? –le chiese acremente.
         -Non lo so –si limitò a rispondere e con un ampio sorriso, aggiunse-: Probabilmente per la
stessa classe di perversità che ti fa spremere le vedove e gli orfani. Dov’è Meredith?
         -Nella toilette.
         Dopo questo scambio di parole, abituale fra loro da anni –anche andando in contra
dell’amena personalità di entrambi-, evitarono guardarsi e concentrarono la loro attenzione nella
gente che li attorniava. Allora si produsse una commozione e i due guardarono verso la destra. I
ragazzi della stampa e la televisione si misero in marcia in cerca di una storia. Lisa stirò il collo e
arrivò a vedere la «vittima» dei giornalisti. Era l’accompagnante di Alicia Avery. Lo puntavano le
telecamere, i flash e una nuvola di reporter gli chiudevano il passo, blandendo microfoni.
         -Chi è? –chiese Lisa a Parker.
         -Non lo vedo... –cominciò a dire Parker, osservando il vespaio senza molto interesse. Ma
finalmente distinse il viso di Matt-. È Farrell –bisbigliò.
         Il nome e il viso abbronzato di Matt furono dati sufficienti per rivelare a Lisa che
quell’uomo era lo sleale e spietato ex marito della sua amica Meredith. La giovane sentì una
mareggiata di ostilità che si impossessava di lei. Ricordò la sofferenza di Meredith ed ebbe
l’impulso di aprirsi strada a gomitate, fermarsi davanti quel tipo ed insultarlo davanti tutto il
mondo. Ma sapeva che a Meredith non sarebbe piaciuto: odiava le scenate. Inoltre, soltanto Lisa e
Parker conoscevano quell’episodio della sua vita. Entrambi pensarono a Meredith
immediatamente.
         -Meredith sapeva che Farrell sarebbe venuto? –gli chiese Lisa. Senza rispondere, Parker la
prese dal braccio e, preoccupato per la sua fidanzata, la supplicò:
         -Trovala e avvertila che Farrell è qua.
         Lisa si lanciò verso la scalinata. Nel frattempo, il nome di Matt Farrell correva di bocca in
bocca. Lui si era liberato dalla stampa, eccetto di Sally Mansfield, in piedi dietro a lui e conversava
con Stanton Avery vicino le scale. Lisa lo vide e corse per arrivare in tempo. Avanzava in mezzo
alla gente, guardando a Farrell y cercando di localizzare Meredith allo stesso tempo. E
all’improvviso comparve. Lisa si fermò sconvolta. Troppo tardi.
         Siccome tutto era inutile, Lisa contemplò la sua amica, che già scendeva le scale. Almeno,
pensò Lisa, Meredith era tutto uno spettacolo. Era più bella che mai. Sì, adesso che quel cretino del
suo ex marito tornava a vederla dopo undici anni. Sfidando la moda provocante del momento,
Meredith portava un vestito senza bretelle, lungo fino ai piedi. Era di satin bianco, spruzzato di
lustrini e minuscoli strass. Nel collo aveva un collier di rubini e diamanti, che forse le aveva
regalato Parker, cosa che Lisa dubitava, o un prestito della sezione gioielli di Bancroft, cosa più
verosimile.
         A metà scala, Meredith si fermò a parlare con una coppia di anziani. Lisa trattenne il fiato.
Parker, che l’aveva seguita, era accanto a lei e i loro sguardi andavano da Farrell e Sally Mansfield a
Meredith. Nei loro occhi si rifletteva l’inquietudine.
         Senza smettere di prestare attenzione a Stanton, Matt si guardò attorno cercando Alicia che
era andata alla toilette. Qualcuno lo chiamò per nome e voltandosi, Matt Farrell rimase perplesso.
Il calice di champagne che aveva in mano non arrivò alle sue labbra. La donna della scala era stata
una ragazza e sua moglie l’ultima volta che la vide. Immediatamente comprese perché i media la
comparavano con Grace Kelly da giovane. Coi capelli raccolti in un elegante chignon sulla nuca,
intrecciato con piccole rose bianche, Meredith Bancroft era la viva immagine della distinzione,
della serenità. Un’immagine che toglieva il fiato. Col passare del tempo, aveva perfezionato la sua
figura, e il viso, delicato e bello, aveva acquisito uno splendore che semplicemente ipnotizzava.
          Impressionato, Matt si riprese subito. Si portò il calice alle labbra e annuì a quel che
Stanton stava dicendo. Ma non poté smettere di guardare la sua ex moglie, anche se adesso lo
faceva con l’imparziale interesse di un esperto che esamina un’opera d’arte i cui difetti già conosce.
          Ma non poteva ingannarsi. Era incapace di immunizzarsi completamente contro quella
figura che parlava con una coppia di anziani a metà scala. Matt ricordò che Meredith si trovava a
gusto con persone molto più grandi di lei. Pensò nella sera che lei lo aveva preso sotto la sua ala
protettrice a Glenmoor e il suo cuore si ammorbidì ancor di più. cercò in lei segnali della
personalità del dirigente, ma ciò che vide fu un sorriso smagliante, degli occhi brillanti di color
verde e un’aura inaspettata di... Cercò la parola nella sua mente e ne trovò soltanto una:
immacolata. Forse si trattava del bianco virgineo del suo vestito, o il fatto che altre donne
indossassero vestiti provocanti, mentre lei, mostrando soltanto le spalle, risultava ancora più
incitante delle altre. Provocante, regale, irraggiungibile.
          Matt cercò di calmarsi. Quando lo conseguì, svanirono le ultime vestigia di amarezza. Più
che la bellezza, vedeva in Meredith una dolcezza che aveva dimenticato, e che dovette essere
schiacciata da una grande paura perché lei accedesse all’aborto. Pensò che Meredith era troppo
giovane quando si vide costretta a sposarsi con lui, un estraneo. Senza dubbio quella ragazza si
vide vivendo in una piccola e sporca città come Edmunton, sposata con un ubriacone –come lo era
il padre di Matt- e intentando allevare suo figlio. Philip si era sicuramente incaricato di convincerla
che era quello che sarebbe successo. Quell’uomo non si sarebbe fermato davanti a nulla per
rompere l’unione di sua figlia con un signor nessuno, incluso l’aborto. Matt si rese conto di ciò
poco dopo il divorzio. A differenza del padre, Meredith non era mai stata una snob; ben allevata ed
educata, questo sì, ma mai una snob capace di agire così con lui e col figlio di entrambi. La sua
giovinezza, la paura e la terribile pressione paterna erano state le cause di tutto. Matt lo comprese
all’improvviso. Dopo undici anni, aveva dovuto vederla per scoprire la verità di quel che era
successo allora, di ciò che Meredith era stata... e di ciò che ancora era.
          -Bella, vero? –gli chiese Stanton dandogli una gomitata.
          -Molto bella.
          -Vieni, te la presenterò. A lei e al suo fidanzato. Devo parlare con lui ad ogni modo. Inoltre,
ti conviene conoscere Parker, controlla una delle maggiori banche di Chicago.
          Matt tentennò e dopo accettò. Meredith e lui si sarebbero incontrati molte volte in riunioni
sociali come quelle. Quanto prima superassero il primo incontro, meglio. Almeno stavolta, quando
le avrebbero presentato Meredith, lui non si sarebbe sentito un lebbroso.
          Cercando a Parker tra la gente, Meredith finì di scendere le scale e dopo si fermò sentendo
la voce allegra e cordiale di Stanton Avery, giusto accanto a sé.
          -Voglio presentarti qualcuno.
          Meredith sorrideva e tese la mano quando il suo sguardo coincise col viso di Matthew
Farrell. Ebbe un senso di vertigine. Sentì, come se precedesse da un tunnel, la voce lontana di
Stanton Avery.
          -Il mio amico Matt Farrell.
          Vide l’uomo che l’aveva lasciata sola in ospedale quando lei perse il bebè, lo stesso che le
aveva inviato un telegramma per chiederle di ottenere il divorzio. Adesso accennava lo stesso
sorriso intimo, indimenticabile, incantatore e... spregevole che lei ricordava, mentre le tendeva la
mano. All’improvviso, qualcosa scoppiò nel cuore di Meredith. Non gli strinse la mano. Guardò
Matt con acredine e, voltandosi verso Stanton Avery, gli parlò con la freddezza di un essere
superiore che era stato offeso.
        -Dovrebbe selezionare meglio le sue amicizie, signor Avery. Adesso, se mi scusa.
        Voltò la schiena ad entrambi uomini e si allontanò da loro.
        Sally Mansfield rimase senza parole, affascinata, mentre Stanton Avery era ancora
sorpreso. Da parte sua, Matt Farrell appena riusciva a contenere l’ira.

         Erano le tre del mattino quando se ne andò l’ultimo ospite di Meredith e Parker.
Nell’appartamento rimasero soltanto loro due e Philip.
         -Non dovresti essere alzato fino a quest’ora –gli disse Meredith a suo padre, lasciandosi
cadere in una poltrona.
         Incluso ore dopo dal suo incontro con Matt Farrell, continuava a tremare. Nonostante,
aveva rivolto la sua ira su se stessa. E la perseguiva anche il furioso sguardo di Matt, quando lei lo
mise in ridicolo davanti il mondo.
         -Sai molto bene perché non me ne sono andato ancora –bisbigliò Philip, servendosi uno
sherry. Parker gli aveva dato la notizia dell’incontro tra Matt e Meredith quando ancora c’erano
ospiti in casa e adesso voleva sapere i dettagli.
         -Non bere questo. I medici te l’hanno proibito.
         -Al diavolo coi medici. Voglio sapere che ti ha detto Farrell. Secondo Parker, l’hai lasciato
di pietra.
         -Non ebbe occasione di parlarmi –disse Meredith.
         E gli raccontò tutto. Quando finì, osservò con frustrazione come Philip trangugiò il suo
sherry. Era una figura patetica: un uomo invecchiato, di capelli bianchi e viso stanco, imbottito nel
suo smoking fatto a misura. Aveva dominato sua figlia, l’aveva manipolato durante gran parte
della sua vita, finché lei trovò il coraggio e la forza necessari per opporsi a quel carattere irascibile.
Ma nonostante tutto, lei gli voleva bene e si preoccupava per la sua salute. Era tutta la famiglia che
aveva e le risultava penoso vederlo affaticato dalla malattia e la stanchezza. Avrebbe fatto una
lunga crociera non appena risolvesse il problema della sua assenza. Il medico gli aveva fatto
promettere che durante le sua vacanze non avrebbe pensato a Bancroft, né alla politica mondiale,
né in niente. Sarebbero sei settimane nel mare, senza televisione, senza giornali, senza nulla che
non fosse completamente frivolo e rilassante.
         -Avrei preferito che non gli avessi detto niente di quel che è successo stasera. Non era
necessario.
         Parker si appoggiò nello schienale della poltrona esalando un sospiro e raccontò a
Meredith qualcosa che lei ignorava.
         -Meredith, Sally Mansfield vide la scena ed è molto probabile che sentisse le tue parole.
Avremo fortuna se domani non è la notizia del giorno nella sua sezione di gossip. Lo sapranno
tutti.
         -Spero che lo pubblichi –intervenne Philip.
         -Io preferirei di no –replicò Parker, sostenendo il furioso sguardo del futuro suocero con la
calma che da sempre lo caratterizzava-. Non voglio che la gente si domandi il motivo dell’astio di
Meredith.
         Buttando la testa all’indietro, Meredith sospirò e chiuse gli occhi.
         -Se avesse avuto tempo per pensare non mi sarei comportata come l’ho fatto. Gli avrei
fatto notare a quell’uomo il mio disgusto in un modo meno evidente agli altri.
         -Alcuni dei nostri amici già si facevano domande –aggiunse Parker-. Dobbiamo pensare in
qualcosa, una spiegazione...
         -Per favore –lo interruppe Meredith con la voce stanca-. Adesso no. Non ne posso più e
voglio andare a letto.
       -Hai ragione –annuì Parker mettendosi in piedi. Philip non ebbe più rimedio che
andarsene con lui.




        18

          Era quasi mezzogiorno quando Meredith finì di farsi la doccia. Si mise un maglione di
jersey e un paio di pantaloni di lana e si raccolse i capelli in una coda.
          Nel salone tornò a dare un’occhiata al Tribune della domenica, e di nuovo si sentì giù di
morale. La prima cosa che Sally Mansfield menzionava nella sua sezione era la bravata della sera
precedente nel ballo:
          «Donne di tutto il mondo cascano ai piedi di Matthew Farrell, si arrendono al suo leggendario
fascino. Ma la nostra Meredith Bancroft è immune all’attrazione di quest’uomo. Ieri sera, nel ballo a
beneficio dell’opera, gli fece ciò che in altri tempi avremmo chiamato uno sgarbo. La nostra adorabile
Meredith, così gentile con tutti, com’è risaputo, si negò a stringere la mano di Farrell. Mi vien da
chiedermi... »
          Troppo nervosa per mettersi a lavorare e troppo stanca per uscire, Meredith si fermò nel
centro del salone, indecisa. Contemplò quei tavoli e quelle poltrone –pezzi d’antiquariato, ma le
risultarono così strani come la tempesta che si agitava nella sua anima. Il tappeto persiano sotto i
suoi piedi era stampato con disegni rosa e verde pallido, su uno sfondo crema. Tutto
nell’appartamento era come lei lo desiderava, dalle tende fino all’intarsiata scrivania francese che
aveva comprato in un’asta a New York. Quell’appartamento, con vista sulla città, era stato il suo
unico lusso, oltre la BMW che aveva acquistato cinque anni addietro. Oggi, la stanza le sembrava
disordinata e aliena come i suoi stessi pensieri. Abbandonando l’idea di lavorare un po’, si diresse
verso la cucina e si servì una tazza di caffè. Non voleva pensare in quel che era successo la sera
prima finché non si sentisse più tranquilla. Il cielo era grigio, come lei. Il caffè appena fatto, caldo,
contribuiva a dissipare i nuvoloni del suo spirito. Quando si sentì in piena possessione delle sue
facoltà, appena poté sopportare la furiosa vergogna che le provocava il suo comportamento della
sera precedente. A differenza di suo padre e dello stesso Parker, non lamentava quel che era
successo per timore alle ripercussioni della rubrica di Sally Mansfield. L’idea che le martellava in
testa era che aveva perso il controllo. Ancora di più: aveva perso il lume della ragione. Anni prima
si era imposta l’obbligo di non censurare più Matt Farrell, e non per lui, ma per lei stessa; perché il
dolore e la rabbia che aveva sentito come vittima del tradimento di quell’uomo furono più grandi
di ciò che era capace di sopportare. Un anno dopo l’aborto, si propose pensarci di nuovo, ma
stavolta, con totale imparzialità. Lottò per ottenere l’obbiettività e, quando la raggiunse, si afferrò a
lei finché divenne parte di se stessa. O almeno, l’aveva creduto.
          Più di uno degli psicologi che aveva consultato durante i suoi tempi di studentessa
universitaria, l’aveva aiutata a comprendere che quel che era successo tra lei e Matt era inevitabile.
Le circostanze li obbligarono a sposarsi, ma eccetto il bambino che avevano concepito, non
avevano una sola ragione per continuare ad essere sposati. Niente li univa e niente li avrebbe mai
unito. Non avevano nulla in comune.
          Matt si era mostrato insensibile all’ignorare le sue suppliche di andarla a trovare quando
soffrì l’aborto, e più insensibile ancora chiedendole il divorzio. Ma sotto il suo fascino superficiale,
lui sempre era stato un essere invulnerabile e per nulla disposto a compromettersi. Aveva
compiuto col suo dovere sposandola, forse anche mosso per l’avarizia, almeno in parte. Presto si
rese conto che Meredith non possedeva denaro proprio. E quando perse il bambino, non gli restò
motivo di rimanere sposato. Non condividevano un sistema di valori, e se continuavano assieme,
lui l’avrebbe distrutta. Meredith lo comprese con il passare del tempo; o almeno credette che era
così. Nonostante tutto, la sera prima, per un tremendo istante e turbolento, perse la sua
obbiettività. Non sarebbe dovuto succedere, non sarebbe successo se avesse saputo qualche minuto
prima che l’avrebbe incontrato. O se Matt non avesse accennato quel sorriso caldo, intimo,
familiare. Il suo sorriso...
        Meredith aveva detto a Stanton quel che sentiva realmente; la perturbavano i sentimenti
incontrollabili che l’avevano spinto a comportarsi in quel modo. Inoltre, temeva che sarebbe
successo di nuovo. Immediatamente si disse che non poteva permetterlo. A parte il suo
risentimento perché Matt era più attraente che mai e il suo fascino fosse aumentato più di quanto
meritava qualunque uomo con simile mancanza di scrupoli, cercò di convincersi che lei non
sentiva più nulla. Era ovvio che la sera precedente fosse stata l’ultima e debole eruzione di un
vulcano spento.
        Dopo aver pensato questo, Meredith si sentì molto meglio. Si servì un'altra tazza di caffè,
se la portò allo studio e si sedette dietro la sua scrivania. Il suo bell’appartamento le sembrava di
nuovo familiare, e tornava ad essere ordinato e in calma. Come la sua mente. Guardò il telefono e
per un attimo ebbe l’assurdo impulso di chiamare a Matt e fare ciò che le dettava la buona
educazione: chiedergli scusa per la scenata. Ma fece spallucce e cominciò a prendere dalla valigetta
i documenti concernenti Houston. A Matt Farrell non gli aveva importato in assoluto quel che lei
pensasse o facesse quando erano stati sposati. Forse gli sarebbe importato quel che era successo la
sera prima? Certo che no, e ancora meno tenendo in conto il suo egoismo e la sua insensibilità.




        19

         Lunedì, alle dieci in punto, Peter Vanderbilt si presentò davanti la signorina Stern, alla
quale aveva affibbiato il soprannome di Sfinge. Aspettò, ma la donna finse di non accorgersi della
sua presenza finché non finì quel che stava facendo. Finalmente gli lanciò uno sguardo di pietra e
commentò:
         -Il signor Farrell è in riunione. Lo riceverà tra quindici minuti.
         -Crede che lo debba aspettare?
         -Soltanto se lei non ha da fare nei prossimi quindici minuti –repplicò gelidamente lei.
         Mandato via come uno scolaro ribelle, Peter si diresse verso l’ascensore. Preferiva
andarsene prima di farle vedere che, effettivamente, non aveva nulla da fare durante i seguenti
quindici minuti.
         Alle dieci e un quarto in punto, la signorina Stern introdusse Peter nel sancta sanctorum di
Farrell, dal quale in quel momento uscivano tre vicepresidenti della Haskell.
         Peter si apprestava a parlare quando suonò il telefono.
         -Siediti, Peter –gli disse il capo-. Sarà cosa di un attimo.
         Con il ricevitore attaccato all’orecchio, Farrell aprì la carpetta di documenti che Peter gli
aveva consegnato la settimana precedente. Alcune delle scelte di Peter piacevano a Matt, che era
impressionato per lo straordinario lavoro d’indagine e un po’ sorpreso per alcune delle sue
raccomandazioni. Quando posò il ricevitore, si mise più comodo nella poltrona e osservò Peter
attentamente.
         -Cosa ti attira particolarmente nella compagnia di Atlanta?
         -Alcune cose –rispose Peter, sorpreso per la brusca domanda del capo-. Le sue proprietà
sono, in maggioranza, nuovi edifici commerciali, di grandezza media, con un’alta percentuale di
locali affittati, quasi tutti gli inquilini sono ditte ben avviate, con contratti d’affitto a lunga durata.
Dall’altra parte, tutti gli edifici sono ben mantenuti e amministrati. Li ho visto io stesso quando
andai ad Atlanta.
         -E la compagnia di Chicago?
         -Possiede edifici residenziali con affitti alti in zone lussuose. I guadagni della compagnia
sono importanti.
         -Da quel che vedo –disse fissando il giovane-, molto dei tuoi edifici hanno più di
trent’anni. Tra sette - otto anni il costo delle riparazioni e rinnovamenti si mangerà quei guadagni.
         -Nella mia predizione di guadagni già è incluso questo fattore. Inoltre, la terra sulla quale
posano, varrà sempre una fortuna.
         Soddisfatto, Matt annuì e aprì un altro dossier. Questo conteneva qualcosa che lo spingeva
a chiedersi se il giovane genio era soltanto un presunto genio. L’intelligenza e il senso comune di
Vanderbilt forse erano sopravvalutati. Accigliato, Matt gli domandò:
         -Cosa ti spinse a considerare la compagnia di Houston?
         -Se Houston continua a ricuperare economicamente, il prezzo degli immobili...
         -Questo già lo so –disse Matt con impazienza-. Ciò che voglio sapere è perché mi consigli
l’acquisto della Thorp Development. Qualunque lettore del Wall Street Journal sa che quella
compagnia è da due anni in vendita e si conosce anche il motivo per cui non trova compratore.
Chiedono una cifra ridicolamente alta e, inoltre, l’amministrazione è davvero pessima.
         Peter sentì come se la sedia dov’era seduto fosse la sedia elettrica. Nonostante, si fece forza
e proseguì la difesa delle sue scelte.
         -Ha ragione, ma se mi ascolta è possibile che cambi opinione. Thorp Development è
proprietà di due fratelli che ereditarono alla morte del padre, dieci anni fa. Durante questa decade
si sono imbarcati in investimenti rovinosi e per ciò hanno ipotecato la maggior parte delle
proprietà acquistate dal padre durante tutta una vita. Come risultato, sono indebitati fino le
orecchie con la Continental City Trust di Houston. I fratelli non si sopportano e sono incapaci
d’intendersi in una sola cosa. Da due anni, uno di loro pretende vendere in blocco tutte le
proprietà, mentre l’altro è propenso a dividerle e venderle una ad una. In questo momento,
quest’ultima opzione è l’unica fattibile, perché la Continental Trust si dispone ad ipotecare.
         -Come sai tutte queste cose?
         -Ad ottobre sono stato a Houston, da mia sorella. Decisi di dare un’occhiata a Thorp ed
esaminare alcune delle sue proprietà. Scoprì il nome del banchiere dell’impresa, Charles Collins.
Me lo disse Max Thorp. Al mio ritorno, chiamai a Collins, che si mostrò disperatamente disposto
ad aiutare Thorp a trovare un compratore. Nel corso della conversazione ebbi il sospetto che il
motivo di tanto interesse era il recupero dei prestito che la sua banca aveva fatto ai Thorp. Collins
mi chiamò lo scorso martedì per comunicarmi che Thorp aveva molte voglie di arrivare ad un
accordo con noi e che venderebbe a buon prezzo. Ciò mi portò a fare un’offerta. Se ci sbrighiamo,
credo che potremmo ottenere alcune delle proprietà per il valore delle ipoteche e non per il valore
reale, giacché Collins è sul punto d’ipotecare e i Thorp lo sanno.
         -Cosa ti fa pensare che Collins farà questo passo?
         Peter sorrise.
         -Chiamai un banchiere di Dallas, un amico mio, e gli chiesi se conosceva Collins. Mi disse
di sì e lo chiamò con l’evidente desiderio di lamentarsi per la situazione della banca in Texas.
Allora Collins gli raccontò che i magistrati fiscali lo stanno pressando per ipotecare ed incamerare
diversi crediti scaduti. Thorp è uno di questi. –Peter fece una pausa aspettando qualche elogio dal
suo inespressivo capo; ma lui rimase impassibile-. Le interessa conoscere alcune delle proprietà di
Thorp? Un paio sono terreni di primissima classe che potrebbero essere venduti per una fortuna.
         -Ti ascolto –disse Matt, anche se era più interessato a comprare edifici e non terreni.
         -La migliore proprietà è un terreno di sei ettari sito a due isolati di The Galleria, un centro
commerciale enorme e lussuoso che possiede alberghi propri. Vicino si trovano Saks Fith Avenue e
numerose boutique molto care con articoli firmati. Neiman – Marcus è nel complesso di The
Galleria. L’autostrada si trova ad un tiro di schioppo. Il terreno di Thorp si trova tra entrambi centri
commerciale ed è il luogo perfetto per altri grandi negozi di ottima qualità e un bel passeggio.
          -Ho visto la zona. Sono stato lì per affari.
          -Allora dovrà ammettere che per venti milioni di dollari il terreno di Thorp è un affare.
Potremmo urbanizzarlo noi stessi o aspettare che torni a valere i quaranta milioni che era stato
valutato cinque anni fa, prima della crisi. Presto raggiungerà quel prezzo, se l’economia della città
continua la sua marcia ascendente.
          Matt prendeva appunti nella carpetta di Thorp e aspettava che Peter finisse per dirgli che
preferiva investire su edifici commerciali, quando il giovane aggiunse:
          -Se è interessato dobbiamo agire rapidamente, perché Thorp e Collins mi dissero che
aspettano un’offerta da un momento all’altro. Pensavo fosse un bluff, ma dissero i nomi. È ovvio
che Bancroft & Company di Chicago, vuole pure comprare, non c’è posto migliore di quello in
tutta Houston. Caspita! Potremmo comprarlo subito a venti milioni e venderlo dopo a Bancroft per
venticinque o trenta, che è il valore reale. – la voce di Peter si spezzò perché Matt aveva alzato
vivamente la testa e lo guardava in modo strano.
          -Cos’hai detto?
          -Ho detto che Bancroft vuole comprare quel terreno –rispose con cautela davanti allo
sguardo freddo e calcolatore del capo. Credendo che Matt voleva più informazione, aggiunse
affrettatamente-: Bancroft è come Bloomindale o Neiman – Marcus. Lo sa, no? Negozi antichi,
distinti, con una clientela in cui predomina la classe media alta. Sono immersi in un processo di
espansione...
          -Sono familiarizzato con Bancroft –l’interruppe Matt.
          Fissò gli occhi sul dossier di Thorp e studiò con rinnovato interesse il valore del terreno di
Houston. Ripassando le cifre si rese conto che si trattava realmente di un affare con un gran
potenziale di guadagno. Nonostante, già non pensava al denaro, ma nell’umiliazione subita il
sabato sera. Sentì che l’ira s’impossessava di lui.
          -Compra quel terreno –disse con voce sommessa.
          -Non vuole informazioni sulle altre proprietà?
          -Adesso non m’interessa niente salvo il terreno che vuole Bancroft. Di a quelli dell’ufficio
legale che stendano un’offerta, controllata con l’accordo del nostro estimatore e di quello di Thorp.
Portala domani a Houston e lì tu stesso la presenti a Thorp.
          -Un’offerta? –bisbigliò Peter-. Per quanto?
          -Offri quindici milioni e da loro ventiquattro ore di tempo per pensarci. Altrimenti, non c’è
accordo. Ti risponderanno con una controfferta di venticinque milioni. Offri venti e comunica loro
che la proprietà dev’essere nelle nostre mani al massimo in tre settimane o annulliamo l’offerta.
          -Veramente, non credo che...
          -Un'altra condizione. Se Thorp accetta, la transazione sarà strettamente confidenziale.
Nessuno saprà nulla dell’acquisizione finché non sarà conclusa. Comunica ai nostri avvocati che
includano queste condizioni nel contratto, oltre a quelle abituali.
          All’improvviso, Peter si sentì inquieto. Quando Farrell investiva in una compagnia o
l’aveva acquistata, non lo faceva mai basandosi soltanto sul suo consiglio. Matt sempre realizzava
un approfondito studio proprio e prendeva delle precauzioni. Ma questa volta, se qualcosa finiva
male, la responsabilità sarebbe ricaduta su Peter.
          -Signor Farrell, non penso che...
          -Peter –l’interruppe Matt con tono soave, ma deciso-. Compra quel maledetto terreno.
          Annuendo, Peter si mise in piedi. La sua inquietudine continuava a crescere.
          -Chiama a Art Simpson, del nostro ufficio legale di California. Comunicagli le nostre
intenzioni e fargli sapere che voglio avere qui i contratti domani stesso. Quando arrivano,
portameli immediatamente e discuteremo i passi a seguire.
          Quando Peter se ne andò, Matt fece girare la sua poltrona verso la finestra. Era ovvio che
Meredith ancora lo considerava un essere di uno strato inferiore, degno soltanto di disprezzo.
Bene, aveva il diritto di pensarla come volesse. E pure di dichiarare le sue opinioni alla stampa di
Chicago, come aveva fatto. Ma l’esercizio di tali diritti le sarebbe costato dieci milioni di dollari, il
prezzo addizionale che doveva pagare a Intercop per il terreno di Houston.



        20

         -Il signor Farrell mi disse di portare questi contratti appena fossero arrivati –informò Peter
alla signorina Stern il pomeriggio del giorno seguente.
         -In questo caso –replicò la segretaria arcuando le sue poco popolate sopraciglia-, le
suggerisco che lo faccia.
         Un'altra battaglia persa contro la signorina Stern. Irritato, Peter girò sui suoi talloni e bussò
soavemente alla porta dell’ufficio di Matt. Senza aspettare risposta, l’aprì. Esasperato per il bisogno
di persuadere Matt di non precipitarsi nell’acquisto del terreno di Houston, non avvertì la presenza
di Tom Anderson, che era di schiena in un angolo dell’ampio ufficio, studiando un quadro appena
appeso alla parete.
         -Signor Farrell –cominciò Peter-, devo dire che mi sento troppo inquieto rispetto all’affare
Thorp.
         -Hai portato i contratti?
         -Sì –contrariato, gli passò la carpetta-. Però, ascolterà almeno quel che ho da dire?
         Farrell gli indicò con un gesto una delle poltrone disposte a semicerchio di fronte la sua
scrivania.
         -Siediti mentre guardo i documenti. Poi potrai fare tutte le osservazioni che vuoi.
         Nervoso e in silenzio, Peter osservò come il suo capo controllava i lunghi e complessi
documenti che significavano per l’Intercop un esborso di diversi milioni di dollari. Nel suo viso
non si rifletteva la minima emozione. All’improvviso, Peter si domandò se quell’uomo sarebbe
qualche volta preda di debolezze umane come il dubbio, la paura, il pentimento o qualunque altro
sentimento.
         Era da un anno che Peter lavorava per Intercop, tempo più che sufficiente per osservare a
Matt Farrell in azione. Quando questi decideva lanciarsi in pieno in un’impresa, in questione di un
paio di settimane sbrogliava una matassa con la quale la sua squadra al completo lottava senza
successo. Se Matt era motivato, era un ciclone devastante capace di radere al suolo tutto ciò che gli
si parava davanti: persone, imprese, qualunque cosa. Le emozioni, se ne aveva, passavano
inavvertite. Gli altri membri della squadra nascondevano meglio di Peter i sentimenti che
ispiravano loro il capo –ammirazione, incertezza-, ma il giovane sospettava che erano identici ai
suoi.
         Le speculazioni di Peter cessarono dopo che Matt introdusse due cambiamenti nei
contratti, firmasse e dopo glieli passò al giovane Vanderbilt.
         -Con questi postilli adesso va meglio –commentò-. Che problemi hai con quest’affare?
         -Ce ne sono un paio. In primo luogo, ho l’impressione che lei va avanti con quest’affare
perché l’ho indotto a credere che possiamo guadagnare soldi velocemente rivendendo il terreno a
Bancroft & Company. Ieri pensavo che era cosa fatta, ma mi sono messo ad indagare i conti
dell’operazione. Ho chiamato anche ad alcuni amici a Wall Street. finalmente, ho parlato con
qualcuno che conosce personalmente a Philip e a Meredith Bancroft...
         -Ebbene? –chiese Matt impassibile.
         -Beh, non sono sicuro che Bancroft si possa permettere il lusso che presuppone lo sborso
addizionale per quel terreno di Houston. Basandomi sui miei dati, credo che si stanno mettendo in
un grande guaio.
          -Che classe di guaio?
          -È lungo da spiegare e in realtà non sono altro che speculazioni basate su dati che non
sono completi e... in una specie di intuizione molto personale.
          Invece di riprenderlo per non andare subito al succo della questione, come Peter
s’aspettava, Farrell lo spronò:
          -Avanti.
          Questa parola d’incoraggiamento finì con l’incertezza e il nervosismo di Peter, che
all’improvviso sembrò ridiventare il giovane cervello degli investimenti del quale avevano parlato
le riviste d’economia quando ancora era studente ad Harvard.
          -Va bene, le darò una visione globale. Fino a pochi anni fa, Bancroft possedeva un paio di
grandi magazzini nella zona metropolitana di Chicago. Per lo più, la compagnia si era stagnata. Le
sue tecniche di marketing erano antiquate, il quadro dirigente si appoggiava troppo sul prestigio
del nome. Così, come i dinosauri, erano sul punto di estinguersi. Philip Bancroft, che è ancora il
presidente, dirigeva gli affari con gli stessi metodi ereditati da suo padre, come una famiglia
dinastica che non si lascia influire dalle tendenze economiche del momento. Ma allora fece la sua
comparsa Meredith Bancroft, la figlia di Philip. Invece di studiare in una scuola privata di
educazione sociale per signorine dell’alta società e dedicarsi ad apparire nelle pagine della cronaca
rosa, decide di occupare il suo posto nella gerarchia della Bancroft & Company. Va all’università,
studia commercio, ottiene il titolo con la summa cum laude e dopo fa anche un master. Al padre le
gesta accademiche della figlia non lo entusiasmano, e cerca d’impedire che faccia carriera a
Bancroft. Per ciò, la mette come commessa nella sezione di biancheria intima. –Peter fece una
pausa, dopo aggiunse-: Le sto dando tutti questi dati perché sappia chi dirige davvero i grandi
magazzini.
          -Continua –gli disse Farrell con apparente indifferenza, prese un dossier e cominciò a
leggerlo.
          -Durante i seguenti anni, Meredith va scalando posizioni e acquisisce una piena
conoscenza della compagnia. Si familiarizza con tutti i dipartimenti. Quando arriva al
dipartimento commerciale, comincia a pressare perché Bancroft abbia delle proprie marche. Fu un
passo molto redditizio che avrebbe dovuto farsi molto prima. Allora il padre la manda alla sezione
dei mobili, che perdeva denaro. Ma Meredith non affonda ed esce dalla manica una nuova idea. Si
tratta di una sezione che è, in realtà, un «museo d’antichità», che ottiene prestate dai musei. La
notizia appare nei giornali e la gente accorre, avida di contemplare quegli oggetti. Com’è naturale,
una volta dentro dirigono la sua attenzione verso i mobili che vendono nello stabilimento e molti
diventano clienti. Invece di comprare nei negozi vicino dove abitano, li comprano da Bancroft.
Allora papà la fa direttrice delle pubbliche relazioni, un posto poco importante, salvo che per
ottenere l’approvazione di qualche donazione per delle opere di carità. La festa natalizia che si
celebra all’auditorio era un altro dei suoi scarsi obblighi. Ma la signorina Bancroft ha sempre nuove
idee. Inventa eventi speciali con lo scopo da far accorrere la gente. Non si accontenta con
organizzare sfilate di moda. Utilizza le conoscenze familiari per attrarre l’orchestra sinfonica,
l’opera, il museo d’arte, etc. Ad esempio, il Museo d’arte di Chicago traslocò una delle sue
esposizioni a Bancroft; e durante il periodo natalizio, il balletto rappresentò Lo Schiaccianoci.
Ovviamente, tutte queste iniziative ebbero un’ampia ripercussione. Giornali, riviste ed emittenti di
radio parlarono di loro. Bancroft acquisì con questo un’immagine di distinzione nella città. Sarebbe
più giusto dire che l’immagine di qualità e prestigio dei grandi magazzini si rafforzò
ulteriormente. E la clientela aumentò in modo esponenziale.
          »Dopo il padre la trasferì di nuovo, stavolta nel reparto alta moda. Il trionfo fu spettacolare
e fu dovuto, in parte, all’aspetto personale della giovane, anche pure ai suoi talenti. Ho visto ritagli
di giornali dell’epoca e le posso assicurare che Meredith ha molta classe ed è bellissima. Lo
pensarono così anche alcuni stilisti europei, quando lei andò in Europa per convincerli che la
Bancroft era il posto più adeguato per le loro creazioni. Uno di loro, che fino ad allora aveva
lavorato soltanto per Bergford Goodman, fece un accordo con lei. In cambio dell’esclusività, lei
doveva indossare i suoi vestiti. Meredith dovette accettare e lo stilista creò per lei una collezione
completa. Con questi abiti si fece vedere in molte riunioni dell’alta società e la sua foto apparve
ripetutamente. I mezzi di comunicazione ed il pubblico impazzirono. Le donne accorrevano a
flotte nella sezione di alta moda e di articoli affini. I guadagni degli stilisti europei andarono alle
stelle e, ovviamente, anche quelli della Bancroft. Allora altri stilisti salirono sullo stesso treno,
ritirando le loro collezioni da altri stabilimenti per darle a Bancroft.
         Farrell alzò gli occhi dal dossier che fingeva leggere.
         -Che cos’ha a che vedere tutto questo?
         -Sto arrivando al succo della questione. La signorina Bancroft, così come i suoi
predecessori, è una commerciante nata. Nonostante, il suo talento brilla specialmente nell’area
espansione e pianificazione anticipata. Ed è in questo che sta lavorando adesso. In qualche modo
conseguì convincere suo padre e al consiglio d’amministrazione che iniziassero un vasto
programma di espansione per portare i grandi magazzini in altre città del paese. Ma per finanziare
simile programma avevano bisogno di centinaia di milioni di dollari. Prima ottennero dalla loro
banca tutti i soldi che volle o poté dar loro. Dopo la compagnia entrò nella borsa, vendendo azioni.
         -E questo fa che le cose siano diverse in alcun modo?
         -Non lo sarebbero se non esistessero due fattori, signor Farrell. Il primo è che Bancroft ha
steso i suoi tentacoli con tale rapidità che sono impegnati fino al collo. La maggior parte dei
guadagni degli ultimi anni è stata destinata alla costruzione di nuove succursali. Di conseguenza,
non dispone di molto capitale contante e sonante per superare qualunque temporale economico
possa minacciarlo. A dire il vero, non vedo come pagherà il terreno di Houston. In secondo luogo,
ultimamente si sono prodotte una serie di acquisti ostili tra grandi magazzini. Una catena ne
divora un altra. Se qualcuna volesse inghiottire Bancroft, non ho idea di cosa succederebbe. O
meglio, ce l’ho, e non credo che Bancroft sia nelle condizioni di lottare ed impedire un acquisto
ostile. Sono maturi. E inoltre –aggiunse Peter con voce profonda, per risaltare l’importanza di ciò
che stava per dire-, credo che qualcuno se ne sia già accorto.
         Farrell non sembrò preoccupato sentendo la notizia. Di fatto, Peter osservò una strana
espressione nel viso del suo capo, ma non seppe se era di soddisfazione o di gioia.
         -Sul serio?
         Peter fece un gesto di assenso, sconcertato davanti alla reazione di Matt, poiché pensava
che quelle erano notizie allarmanti.
         -Io direi che qualcuno ha cominciato ad acquisire in segreto tutte le azioni della Bancroft
che escono in vendita. E le compra a piccoli pacchetti, per non destare sospetti né in Bancroft, né in
Wall Street e neanche alla Commissione di controllo su azioni e valori. Ancora no. –indicò i tre
monitor che c’erano dietro la scrivania di Matt-. Posso?
         Farrell annuì e Peter si avvicinò ai computer. Due di loro riflettevano dati delle divisioni
d’informazione di Intercop, nei quali stava lavorando Matt prima dell’arrivo del giovane
Vanderbilt. Il terzo monitor era in bianco e Peter pigiò i codici e le domande che lui aveva
utilizzato nel suo ufficio. Immediatamente apparve l’indice Dow Jones. Peter lo cancellò e al suo
posto, fece comparire i seguenti titoli: Bancroft & Company, codice B & C, NYSE.
         -Guardi qua- disse Peter segnalando le colonne di dati apparse nello schermo-. Fino sei
mesi fa le azioni Bancroft sembravano stabili, con piccoli alti e bassi sulla quotazione degli ultimi
anni, e cioè, dieci dollari. Fino ad allora, il numero di azioni che cambiavano mani erano centomila
circa alla settimana. Ma adesso, guardi –spostò il dito fino la cifra inferiore della colonna a
sinistra-. Negli ultimi sei mesi le azioni sono arrivate fino ai dodici dollari. E più o meno ogni
mese, il numero di azioni in circolazione ha battuto il proprio record. È un presentimento, ma
credo che qualcuno, un’entità sta cercando di assumere il controllo della compagnia.
         Matt si alzò, mettendo subito fine alla riunione.
         -Può anche darsi che gli investitori pensano che Bancroft & Company sia una buona
inversione a lunga data. Continueremo con l’affare del terreno di Houston.
         Comprendendo che il capo dava per conclusa la riunione, a Peter non restò altro rimedio
che prendere il contratto già firmato ed obbedire a Matt.
         -Signor Farrell –disse con voce tentennante-, mi sono chiesto perché mi manda a Houston.
Precisamente a me. Questo tipo di negoziazioni non sono esattamente il mio campo...
         -Non ti risultarà difficile siglare l’accordo –lo rassicurò Matt-. Amplierà la tua esperienza.
Ricordo che una delle ragioni che hai dato per unirti a noi fu il desiderio di acquisire un’esperienza
globale degli affari.
         -Sì, signor, fu una delle ragioni. –si sentiva orgoglioso della fiducia che il suo capo stava
depositando in lui, ma quando si disponeva ad uscire, le ultime parole di Matt lo raggelarono.
         -Non fare un pastrocchio, Peter.
         -Non lo farò –disse il giovane, ma la seria avvertenza del capo lo fece trasalire.
         Tom Anderson era rimasto tutto il tempo in piedi, accanto le finestre, adesso si avvicinò a
Matt, soffocando un risolino. Si sedette nella poltrona lasciata vuota da Peter Vanderbilt.
         -Matt, gli hai dato uno spavento di morte a quel ragazzo.
         -Quel ragazzo –rispose Matt imperturbabile- ha reso a Intercop diversi milioni di dollari.
Sta risultando un ottimo investimento.
         -E lo è anche il terreno di Houston?
         -Credo di sì.
         -Bene –replicò Tom ed stirò le gambe-. Perché non mi piacerebbe pensare che vai ad
investire una fortuna soltanto come rappresaglia contro una dama dell’alta società che t’insultò in
presenza di una giornalista.
         -Cosa ti fa arrivare a simile conclusione?
         -Non lo so. Domenica lessi in un giornale che una ragazza chiamata Bancroft ti ridicolizzò
la sera prima, durante un ballo a beneficio dell’opera. E questa sera firmi un contratto d’acquisto
per un terreno che lei vuole comprare. Dimmi una cosa: quanto costerà quel terreno all’Intercop?
         -Venti milioni, forse.
         -E quanto costerà alla signorina Bancroft comprarlo da noi?
         -Molto di più.
         -Matt –disse Tom parlando parsimoniosamente e con indifferenza-, ricordi quella notte,
otto anni fa, quando si consumò il mio divorzio da Marilyn?
         A Matt sorprese la domanda e ovviamente ricordava molto bene quella notte. Mesi dopo
che Tom entrasse a formar parte d’Intercop, sua moglie gli annunciò all’improvviso che aveva un
amante e che voleva il divorzio. Troppo orgoglioso per supplicare e troppo ferito per presentare
battaglia, Tom se ne andò di casa sua, portando via le sue cose. Ma aveva creduto che lei avrebbe
cambiato idea. Fino al giorno fatidico. Tom Anderson non si presentò al lavoro. Alle sei del
pomeriggio Matt seppe perché. Il suo amico lo chiamò dal commissariato, dov’era in stato di
arresto per ubriachezza e disordine pubblico.
         -Non ricordo i dettagli- ammise Matt-. Quel che ricordo è che ci siamo ubriacati insieme.
         -Io già ero ubriaco –disse Tom con ironia-. Allora tu mi facesti uscire dalla prigione e dopo
siamo andati a bere. –osservò Matt e proseguì-: Credo ricordare vagamente che quella sera ti sei
fatto solidale al mio dolore facendomi partecipe del tuo. Hai spellato viva a certa dama chiamata
Meredith, che anni addietro ti lasciò buttato o qualcosa del genere. Certo, tu non la chiamasti
dama, ma cagna viziata. Ad un certo punto, prima che io perdessi i sensi, entrambi convenimmo
che tutte le donne il cui nome inizi con la «m» non è buona per nessuno.
         -Non c’è dubbio che la tua memoria è migliore della mia –commentò Matt evasivamente,
però Tom avvertì che l’altro stringeva i denti con la sola menzione della ragazza. Bastò quel
dettaglio perché Tom arrivasse alla giusta conclusione.
         -Allora –disse con un sorriso ironico-, adesso che si è chiarito che la Meredith di quella
notte è in realtà Meredith Bancroft, mi potresti raccontare che successe tra di voi perché ancora vi
odiate?
         -No –disse Matt-. Non te lo posso raccontare.
         Si alzò e andò verso il tavolo sul quale vi erano spiegati i progetti per l’impianto di
Southville.
         -Ultimiamo i dettagli di Southville- propose.



        21

         Il traffico era bloccato in diverse strade, partendo da Bancroft. Moltitudine di compratori,
imbacuccati nei loro cappotti, attraversavano frettolosamente, facendo poco caso al semaforo rosso.
Inclinavano la testa per evitare il vento freddo che, proveniente dal lago Michigan, fischiava e
formava mulinelli nelle strade del centro di Chicago. Gli automobilisti urlavano, facevano suonare
i claxon e maledicevano i pedoni che li obbligavano a fermarsi quando la luce era verde. Nella sua
BMW nera, Meredith osservava i clienti che, dopo aver guardato le vetrine, entravano a Bancroft. E
nonostante tutto, la mente di Meredith non era lì.
         Venti minuti dopo c’era una riunione del direttorio di Bancroft per discutere l’acquisto del
terreno di Houston. Il progetto era approvato, ma solo preventivamente. Quella mattina dovevano
dare il sì o il no definitivo.
         Quattro donne erano riunite attorno al tavolo della segretaria di Meredith quando questa
uscì dall’ascensore. Si fermò accanto alla scrivania di Phyllis e guardò da sopra la spalla delle
giovani impiegate, aspettandosi di vedere un altro esemplare di Playboy simile a quello del mese
precedente.
         -Che succede? Un altro nudo maschile a doppia pagina?
         -No, non si tratta di questo- rispose Phyllis, mentre le altre si allontanarono. La giovane
seguì Meredith fino l’ufficio. Divertita, spiegò-: Pam chiese un'altra predizione astrologica per il
mese prossimo. La profezia le assicura che troverà il vero amore, assieme alla fortuna e alla fama.
         -Credo che l’ultimo oroscopo le dicesse esattamente le stesse cose.
         -Sì. Le ho detto a Pam che per quindici dollari il prossimo glielo faccio io.
         Le due donne si guardarono sorridendo, dopo si disposero a lavorare.
         -Tra cinque minuti hai la riunione –le ricordò Phyllis.
         Meredith annuì e prese la carpetta con i suoi appunti.
         -Il plastico è in sala?
         -Sì. E anche il proiettore per le diapositive.
         -Sei un tesoro –disse Meredith con sincerità. Si diresse verso la porta e prima di aprire si
voltò e aggiunse-: Chiama a Sam Green e digli che sia disponibile per incontrarsi con me non
appena finisca la riunione. Digli che mi piacerebbe ripassare con lui il contratto preliminare di
acquisto che ha redatto per il terreno di Houston. Voglio che alla fine della settimana sia nelle mani
di Thorp Development. Con un po’ di fortuna, questo pomeriggio otterrò l’approvazione.
         Phyllis prese il telefono della scrivania di Meredith per chiamare il capo dell’ufficio legale.
Con l’altra mano fece a Meredith il segno della vittoria.
         -Buona fortuna!
         La sala riunioni aveva lo stesso aspetto di mezzo secolo prima, soltanto che adesso,
nell’epoca del cromo e del cristallo, quel salone aveva un nostalgico grandeur, con suoi tappeti
orientali, gli scuri pannelli nelle pareti e i paesaggi inglesi appesi in cornici barocche. Nel centro
c’era un tavolo enorme di mogano intarsiato. Aveva una decina di metri di lunghezza e attorno,
separate da spazi precisi, c’erano venti sedie tappezzate in velluto scarlatto.
         Quel salone, con i suoi mobili imponenti, possedeva l’atmosfera di una sala reale. Meredith
sospettava che era esattamente quella l’impressione che aveva voluto dare suo nonno quando
incaricò l’arredo e la decorazione, già cinquant’anni prima. C’erano momenti che lei non sapeva
dire se quel posto era impressionante o brutto, ma in ogni caso, ogni volta che vi entrava, aveva
l’impressione di addentrarsi nella storia. In questa giornata, però, i suoi pensieri erano centrati
soltanto in fare storia. E così sarebbe, se la lasciavano inaugurare la succursale di Houston.
         -Buon giorno, signori... –disse sorridendo ai dodici uomini che, vestiti con abiti classici,
erano seduti attorno al tavolo. I dodici uomini che avevano il potere di approvare o rifiutare il suo
progetto d’espansione a Houston.
         Con l’eccezione di Parker, il cui sorriso era caldo, e dell’anziano Cyrus Fortell, col suo
sorriso lascivo, c’era un’evidente reticenza in quel «buon giorno» che, all’unisono, le restituirono.
Meredith sapeva che, in parte, le reticenze di quegli uomini erano dovute alla coscienza che
avevano del loro potere e responsabilità. Però c’era qualcosa in più. Meredith li aveva forzato
ripetutamente a investire i guadagni della Bancroft nei suoi piani d’espansione, invece di dividere i
proventi degli azionisti, tra cui si contavano loro stessi. E, soprattutto, si mostravano cauti e
sempre allerta perché costituiva un enigma e non sapevano ben come trattarla. Meredith era una
vicepresidente e non apparteneva al direttorio.. in questo senso loro occupavano una posizione
superiore. Ma dall’altro lato, lei era una Bancroft, discendente diretta del fondatore, per cui aveva
diritto, magari soltanto morale, ad essere trattata con certo rispetto. Nonostante, suo stesso padre,
a sua volta un Bancroft e membro del direttorio, la trattava con fredda tolleranza e nulla più. Non
era nessun segreto che Philip non aveva mai voluto che sua figlia lavorasse in Bancroft; come
neanche lo era il fatto che Meredith fosse uscita vittoriosa in tutti gli incarichi affidatele e che il suo
contributo alla compagnia era importante. Come risultato di tutto ciò i membri del direttorio,
trionfatori pieni di fiducia in se stessi, si trovavano in una situazione che li faceva diventare vittime
di un’insolita e violenta incertezza. Inoltre, siccome Meredith era la causa più o meno diretta di
tutto, solevano reagire davanti a lei con un atteggiamento negativo mai provocato.
         Conscia di ciò, Meredith non permetteva che quei visi scoraggianti scemassero la fiducia
che aveva in se stessa. Si collocò all’estremo del tavolo, accanto al proiettore e aspettò che suo
padre le accordasse il permesso per cominciare.
         -Poiché Meredith è già qui –disse Philip , insinuando che sua figlia era arrivata tardi e li
aveva fatto aspettare-, credo che è ora di cominciare.
         Meredith si armò di pazienza per sopportare l’interminabile lettura dei verbali dell’ultima
riunione, anche se la sua attenzione era tutta concentrata nel plastico dell’edificio di Houston che
Phyllis aveva collocato lì molto presto. L’architetto aveva disegnato un magnifico complesso, non
soltanto l’edificio dei grandi magazzini. Nel centro c’era spazio per altri negozi nel patio chiuso.
Guardando il plastico, Meredith sentiva crescere la sua fiducia ed affermarsi il suo proposito.
Houston era il posto perfetto. La prossimità a The Galleria prometteva il successo dal primo
giorno.
         Quando i verbali furono letti e accettati senza emendamenti, Nolan Wilder, presidente del
direttorio, dichiarò formalmente che Meredith voleva presentare le ultime e definitive cifre, così
come i progetti per la loro approvazione.
         -Signori –cominciò-, suppongo che hanno avuto occasione di esaminare il plastico del
nostro architetto.
         Dieci dei membri annuirono con la testa, suo padre voltò lo sguardo verso il plastico e
Parker osservò la sua fidanzata con calma e le sorrise con ammirazione e un certo sconcerto. Il
sorriso che sempre aveva quando la vedeva al lavoro. Era come se Parker non potesse immaginare
come e perché lei insisteva a farlo, e contemporaneamente era orgoglioso perché lo faceva bene.
         La posizione di Parker –il banchiere di Bancroft- gli offriva una sedia tra i direttivi, ma
Meredith sapeva che non sempre poteva contare con il suo appoggio. Parker aveva le proprie idee
e Meredith lo aveva capito da tutto principio, rispettando le sue posizioni.
         -In riunioni passate abbiamo discusso già quasi tutte le cifre –segnalò Meredith, pigiando
l’interruttore della luce per spegnere-. Così, passeremo queste diapositive il più presto possibile. –
premette un bottone del telecomando del proiettore e nello schermo comparve la prima
diapositiva, dove si leggevano i costi preventivati per Houston-. Secondo il nostro accordo d’inizio
anno, i grandi magazzini di Houston occuperanno una superficie di cento mila metri quadrati.
Abbiamo preventivato trentadue milioni di dollari, che serviranno per la costruzione dell’edificio,
accessori, parcheggio, illuminazione esterna, tutto. Il terreno che vogliamo comprare a Thorp
Development costerà tra venti e ventitré milioni, i negoziati sono ancora in corso. A queste cifre
dobbiamo aggiungere altri venti milioni per l’approvvigionamento delle merci...
         -Tutte queste cose fanno un massimo di settantacinque milioni –l’interruppe uno dei
consiglieri-, ma lei ci chiede di approvare un esborso di settantasette.
         -Gli altri due milioni sono destinati per le spese dell’inaugurazione: pubblicità, una festa...
         Premette un altro tasto e comparve la seguente dispositiva, dove si leggevano cifre ben più
alte.
         -Questa diapositiva –informò Meredith- mostra il preventivo del complesso nella sua
totalità. Secondo me non dovremmo andare per parti costruendo adesso soltanto l’edificio e
lasciando per dopo lo sviluppo dell’insieme del complesso. Ciò significa sborsare inizialmente altri
cinquantadue milioni, ma sarà denaro recuperato affittando spazi nel complesso ad altri
commercianti.
         -Recuperato, sì –obbiettò Philip-, ma non subito. Prosegue.
         -Alcuni di voi credete che dovremmo limitarci a costruire per adesso i nostri magazzini e
ritardare lo sviluppo del complesso nel sua totalità. Dal mio punto di vista, esistono tre poderose
ragione per farlo tutto assieme.
         -E quali sono? –chiese uno dei consiglieri al tempo che si serviva un bicchiere d’acqua con
ghiaccio.
         -In primo luogo, il terreno dobbiamo pagarlo tutto e subito, tanto se lo usiamo come se no.
Se andiamo avanti e costruiamo tutto il complesso, risparmieremo alcuni milioni in spese di
costruzione perché, come già sapete, il prezzo a metro quadrato è minore quanto più si costruisce.
In secondo luogo, i costi di costruzione aumenteranno a Houston nella misura che l’economia della
città continui il suo attuale ciclo d’espansione. Finalmente, se abbiamo degli inquilini ben scelti nel
complesso, attireranno più clienti per noi. Qualche altra domanda? –chiese, siccome nessuno
intervenne, Meredith continuò a proiettare diapositive-. Come vedete da questi grafici, la nostra
squadra di ricerca nella zona ha fatto un’accurata valutazione del posto. E ha assegnato il voto più
alto. La demografia dell’area principale di commercio è perfetta, non ci sono barriere geografiche
e...
         La sua spiegazione venne interrotta da Cyrus Fortell, un anziano discolo di 80 anni, che
apparteneva al direttorio dai tempi di suo nonno, e cioè da più di mezzo secolo. Le sue idee era
antiquate esattamente come il gilet di broccato che indossava e il bastone di avorio che portava
sempre.
         -Signorina, questo linguaggio è incompressibile! –esclamò con voce acuta e offesa-.
«Demografia», «area principale di commercio», «barriere geografiche»... Cosa diavolo significa
tutto questo?
         Cyrus ispirava in Meredith un miscuglio di esasperazione e affetto. Lo conosceva da tutta
la vita. Gli altri consiglieri pensavano che Cyrus cominciava ad essere senile e volevano che
andasse in pensione.
         -Significa, Cyrus, che un team di specialisti nello studio delle migliori zone di ubicazione
per il commercio al dettaglio è andato a Houston per esaminare il posto. Secondo il loro rapporto,
la demografia...
         -Demo cosa? –si burlò l’anziano-. Quando io inauguravo magazzini per tutto il paese,
quella parola neanche esisteva. Che significa?
         -Nel senso in cui la uso io significa le caratteristiche della popolazione che abita nella zona
circostante i nostri grandi magazzini: l’età media, gli stipendi medi...
         -Nei vecchi tempi tutto ciò m’importava un corno –insistette Cyrus irritato, al tempo che
passeggiava lo sguardo tra i visi impazienti seduti nel tavolo-. M’importava un corno –
s’intestardì-. Quando voleva aprire un negozio, mandavo gente a costruire l’edificio, lo riempivo di
merce e già eravamo in marcia.
         -Oggi è un tantino diverso, Cyrus –intervenne Ben Houghton-. Ascolta a Meredith e dopo
potrai votare sì o no alle sue proposte.
         -Non posso votare se non capisco di che si tratta, se non so cosa sto votando –rispose e alzò
il volume nel suo apparecchio auditivo. Guardò a Meredith-. Continua, cara. Adesso ho capito che
hai inviato degli esperti a Houston, i quali hanno scoperto che nella zona dei nostri magazzini vive
gente con l’età necessaria per andarci a piedi o con la macchina e che ha abbastanza denaro in tasca
da condividere con noi. È questo che volevi dire?
         Meredith soffocò un risolino così come altri consiglieri.
         -È esattamente quel che volevo dire –ammise la giovane.
         -Allora perché non l’hai detto così? Mi sconcertano i giovani quando complicano
qualunque fesseria inventando parole altisonanti che conseguono soltanto confonderci. Adesso
dimmi, cosa sono le barriere geografiche?
         -Bene –cominciò Meredith-, una barriera geografica è qualunque cosa che impedisca ad un
cliente potenziale a venire ad acquistare nei nostri mgazzini. Ad esempio, si quel cliente deve
attraversare in macchina una zona industriale o un quartiere ad alto tasso di criminalità. Queste
sono barriere geografiche.
         -Esiste qualcosa del genere nella nostra futura succursale di Houston?
         -No, non esiste.
         -Allora voto a favore –disse Cyrus e Meredith represse una risata.
         -Meredith –intervenne Philip, interrompendo l’anziano consigliere-. C’è qualcos’altro da
aggiungere prima di votare?
         Meredith osservò per un attimo i visi inscrutabili dei consiglieri del direttorio e negò con la
testa.
         -Avendo discusso profondamente in precedenti riunioni i dettagli del nuovo progetto, non
ho nient’altro da aggiungere. Ma vorrei reiterare la mia convinzione che soltanto espandendoci
possiamo competere con successo con le altre catene di grandi magazzini. Sono sicura che non
abbia bisogno di ricordare a questo direttorio che tutte e ciascuna delle nuove succursali stanno
ottenendo guadagni uguali o superiori ai calcoli iniziali. Io credo che gran parte di questo successo
sia dovuta alla cura con la quale abbiamo scelto le rispettive ubicazioni.
         -La cura con la quale tu hai scelto quelle ubicazioni –corresse Philip.
         Sembrava così freddo e severo che passò un lungo momento prima che Meredith si
rendesse conto che suo padre le aveva fatto un complimento. Non era la prima volta che
succedeva, anche se gli omaggi verbali di Philip erano pronunciati come chi compie un dovere per
forza. Nonostante, il complimento di oggi, alla presenza del direttorio. Poteva avere un altro
significato. Forse suo padre non avrebbe soltanto appoggiato il progetto di Houston, ma pure
sottomesso al consiglio la candidatura di sua figlia come presidente interino in sua assenza.
         -Grazie –rispose Meredith e si sedette.
         Philip si voltò verso Parker.
         -Suppongo che la tua banca sia disposta a fare il finanziamento del progetto, se viene
approvato dal direttorio.
         -Sì, Philip. Me con le condizioni che ho esposto in precedenza.
         Erano settimane che Meredith conosceva quelle condizioni, ma anche così, sentì panico
con solo sentirle menzionare. La banca di Parker –o meglio, il suo proprio consiglio
d’amministrazione- aveva esaminato le enormi quantità di denaro prestato a Bancroft negli ultimi
anni e il nervosismo la fece da padrone. Erano cifre astronomiche. I prestiti per Phoenix, e adesso
quelli destinati a Houston, dovevano essere concessi con contratti diversi a quelli dei precedenti.
La banca pretendeva concretamente che Philip e Meredith avallassero con beni personali, oltre
depositare una garanzia sussidiaria personale, che includevano i rispettivi pacchetti azionari di
Bancroft. Meredith si stava giocando il proprio denaro e ciò la spaventava. A parte il suo pacchetto
azionario e il suo stipendio, non possedeva altro che l’eredità del nonno, che era ciò che avrebbe
apportato come garanzia ulteriore.
         Philip cominciò a parlare e sua figlia avvertì ciò che era ovvio e, cioè, che era ancora
furioso per le esigenze della banca, che considerava eccessive.
         -Tu sai come fanno infuriare quelle condizioni speciali, Parker. Considerando il fatto che la
Reynolds Mercantile è stata l’unica banca di Bancroft durante più di ottant’anni, questa repentina
esigenza di garanzie personali e sussidiarie non solo è fuori luogo, ma è anche insultante.
         -Comprendo ciò che senti –rispose Parker con calma-. Incluso sono d’accordo con te e lo
sai. Stamattina mi sono riunito di nuovo con il mio direttorio e ho tentato di convincerli a
rinunziare a queste insolite condizioni o quanto meno ad ammorbidirle. È stato inutile. Nonostante
l’insistenza del mio consiglio d’amministrazione a non concedere i prestiti in altri termini non
significa sfiducia né è il riflesso di un atteggiamento negativo nei confronti di Bancroft, al quale
continuiamo a considerare un grande cliente.
         -A me suona a sfiducia –dichiarò Cyrus-. Ho l’impressione che Reynolds Mercantile pensa
che qui a Bancroft siamo dei transfughi.
         -Niente di questo. Il fatto è che nell’ultimo anno è cambiato il clima economico delle catene
di grandi magazzini. È meno salutare di prima. Due catene sono state richiamate per evitare che i
creditori le chiudano mentre cercano di riorganizzarsi. Questo è uno dei fattori che pesò nella
nostra decisione, però tanto o più importante è che dalla grande depressione non si erano prodotti
tanti fallimenti di bancari. Per questo gli istituti sono molto più cauti quando si tratta di prestare
grandi somme ad un solo cliente. Inoltre, dobbiamo dare piena soddisfazione ai revisori dei conti,
che in questi momenti sottomettono i nostri prestiti a uno scrutinio più severo che mai. I requisiti
per ottenere un prestito si sono molto ristretti.
         -A me sembra che dovremmo andare da un'altra banca –suggerì Cyrus guardando gli altri
membri del direttorio cercando segni di approvazione-. È quello che farei. Digli a Parker che se ne
vada al diavolo e che già troveremo i soldi in un'altra parte.
         -Potremmo cercare un'altra forma di finanziamento –intervenne Meredith, cercando di
separare i suoi sentimenti personali e pensare con l’obbiettività che imponevano gli affari-. Ma la
banca di Parker ci offre degli interessi che non troveremmo in nessun altro posto. Naturalmente
lui...
         -Non c’è niente di naturale in ciò –l’interruppe Cyrus, lanciandole uno sguardo poco meno
che lascivo. Dopo si voltò verso Parker e aggiunse:- Se io dovessi sposare questa stupenda giovane,
la cosa più naturale sarebbe darle tutto ciò che desidera. Invece, tu preferisci legarla mani e piedi,
immobilizzando i suoi beni personali.
         -Cyrus –disse Meredith con fermezza domandandosi com’era possibile che un uomo così
anziano potesse comportarsi come un adolescente-, gli affari sono affari.
         -Le donne non dovrebbero stare negli affari, a meno che non fossero brutte e non abbiano
un uomo che si curi di loro. Ai miei tempi, una bellissima giovane come te starebbe in casa facendo
cose naturali, come allevare bambini e...
         -Questi non sono i tuoi tempi, Cyrus –intervenne Parker-. Continua, Meredith. Che stavi
per dire?
          -Stavo per dire –aggiunse Meredith, imbarazzata dagli sguardi maliziosi che si
scambiavano i direttori –che le condizioni speciali della tua banca non sono preoccupanti, poiché
Bancroft & Company pagherà secondo i tempi fissati.
          -Questo è vero –convenne Philip, rassegnato e impaziente allo stesso tempo-. A meno che
qualcuno non abbia qualcosa da aggiungere, direi di chiudere con le chiacchiere e votiamo.
          Meredith raccolse le sue carte, ringraziò formalmente al direttorio per l’attenzione
accordata e uscì dalla sala.
          -Ebbene? –domandò Phyllis, seguendo Meredith fino al suo ufficio-. Com’è andata? Ci sarà
una succursale Bancroft a Houston?
          -Stanno votando- rispose Meredith, dando un’occhiata alla posta del mattino che Phyllis le
aveva lasciato sulla scrivania.
          -Prego perché votino a favore.
          Commossa per la dedizione che lei e l’impresa erano oggetto da parte della sua segretaria,
Meredith accennò un sorriso tranquillizzante.
          -Lo faranno –predisse Meredith. Suo padre approvava il progetto anche se con riserve, così
che da quella parte lei non aveva nulla da temere-. L’incognita è se il consiglio accetterà costruire
tutto il complesso o no. Chiami Sam Green perché mi porti i contratti con la Thorp?
          Quando minuti più tardi posò il telefono, Sam Green era nell’uscio della porta. Era un
uomo di bassa statura e capelli ricci. Nonostante, irradiava autorevolezza e sapienza e tutti lo
vedevano, soprattutto i suoi oppositori. Un caso giuridico nelle mani di Sam Green era una
garanzia di successo. Dietro i suoi occhiali con montura metallica, i suoi occhi azzurri
lampeggiavano con un brillo d’intelligenza. In quel momento erano inchiodati spettanti, sul viso di
Meredith.
          -Phyllis mi ha detto che sei pronta per portare avanti il progetto di Houston –commentò
mentre entrava-. Significa che contiamo con l’approvazione del direttorio?
          -Do per scontato che l’avremo tra pochi minuti. Che offerta iniziale credi che dovremmo
fare a Thorp?
          -Chiedono trenta milioni –rispose Sam con aria pensosa mentre si sedeva davanti a
Meredith-. Che ti sembra se offriamo diciotto per rimanere, poi, diciamo con venti? Il terreno è
ipotecato e i fratelli hanno bisogno di denaro liquido con urgenza. Potrebbero accontentarsi con
venti milioni.
          -Davvero lo credi?
          -Probabilmente no –rispose lui e rise.
          -Se è necessario, arriveremo a venticinque. Il terreno vale al massimo trenta, ma, fino ad
adesso, non hanno potuto venderlo a quel prezzo... –squillò il telefono e Meredith rispose senza
finire la frase: sentì la voce ferma del padre.
          -Andremo avanti con il progetto di Houston, Meredith, ma lasceremo per dopo la
costruzione di tutto il complesso, finché la succursale dia guadagni.
          -Credo che è un errore –disse lei, nascondendo la sua delusione.
          -Fu una decisione del direttorio.
          -Avresti potuto convincerli –replicò lei con audacia.
          -Va bene, allora fu una mia decisione.
          -Ed è stato un errore.
          -Quando sarai tu al comando, le prenderai tu le decisioni...
          Il cuore di Meredith diede un salto con queste parole.
          -Quando... cosa? Quando sarò al comando?
          -Fino ad allora sarò io a prendere le decisioni –rispose Philip, evitando una risposta
diretta-. Adesso vado a casa perché non mi sento bene. Di fatto, avrei rimandato questa riunione se
tu non ti fossi mostrata così inflessibile.
         Meredith pensò che non era affatto strano che usasse la malattia come pretesto. Sospirò e
disse:
         -Riguardati. Ti vedrò giovedì all’ora di cena.
         Posò il ricevitore e per un momento si lamentò del suo relativo fallimento.
Immediatamente fece quello che aveva imparato a fare dopo il suo sfortunato matrimonio:
affrontare la realtà e trovarvi uno scopo da raggiungere. Sorrise a Sam e lo informò con tono
trionfale:
         -Abbiamo l’approvazione del direttorio per il progetto di Houston.
         -Tutto il complesso o soltanto i grandi magazzini?
         -Soltanto i grandi magazzini.
         -Penso che sia un errore.
         Ovviamente Sam aveva ascoltato la conversazione con Philip, però Meredith non fece
commenti. Per lei era una questione di principio riservare per se stessa, sempre nella via del
possibile, l’opinione che meritava la politica aziendale di suo padre. Lasciando da parte questo,
chiese:
         -Quando potrai avere pronto un contratto per portarlo a Thorp Development?
         -Domani sera, ma se vuoi che negozi personalmente io con loro, dovrai aspettare due
settimane, prima non posso viaggiare a Houston. Ancora stiamo preparando la causa con Giocattoli
Wilson.
         -Preferirei che fossi tu a negoziare –confermò Meredith, conscia che nessuno sarebbe più
capace di lui di raggiungere le migliori condizioni. Certamente avrebbe preferito che fosse
disponibile più presto-. Suppongo che tra due settimane andrà bene. Già allora la Reynolds
Mercantile potrebbe essersi compromessa per iscritto e così non sarà necessario che i contratti
siano assoggettati al suo finanziamento.
         -Quel terreno è stato in vendita per anni –commentò Sam con un sorriso-. Sarà ancora lì tra
due settimane. E poi, quanto più tempo aspettiamo, più soffocati si sentiranno i Thorp e saranno
più disponibili ad accettare la nostra offerta –vedendola ancora preoccupata, lui aggiunse:- Farò in
modo che la mia gente si sbrighi con il caso Wilson. Andrò a Houston non appena sarà a posto.
         Poco dopo le sei del pomeriggio Meredith alzò la vista dai contratti che stava leggendo e
vide che Phyllis si avvicinava a lei con il cappotto indossato e il giornale pomeridiano in mano.
         -Mi dispiace per Houston, cioè, che non abbiano approvato la costruzione di tutto il
complesso.
         Meredith si appoggiò nella spalliera della poltrona e sorrise stancamente.
         -Grazie, Phyllis.
         -Per dispiacermi?
         -No –rispose prendendo il giornale-. Per preoccuparti. Suppongo che nell’insieme è stata
una buona giornata.
         Phyllis indicò il giornale che Meredith si disponeva a guardare.
         -Spero che quello non ti faccia cambiare idea.
         Sconcertata, Meredith aprì il giornale e nella seconda pagina vide una foto di Matt Farrell
assieme ad una ragazza, aspirante stella dello schermo, che aveva viaggiato a Chicago nell’aereo
privato dell’uomo d’affari per assistere con lui alla festa di un suo amico la sera precedente. Nella
mente di Meredith si avvicendarono ricordi di ritagli di giornale mentre guardava l’entusiasta
articolo sul più recente scapolo d’oro di Chicago. E nonostante ciò, quando alzò la testa, il suo viso
non rivelava nessuna emozione.
         -Perché questo mi dovrebbe alterare?
         -Dai un’occhiata alla sezione di economia- le consigliò la segretaria.
         Meredith fu sul punto di dirle che si stava prendendo troppa confidenza, ma si trattenne.
Quella giovane era stata la sua prima ed unica segretaria, nello stesso modo che lei era stata il suo
unico capo. Aveva lavorato fianco a fianco durante sei anni, molte volte fino a notte fonda e nei
week end.
         Nella prima pagina della sezione economia c’era un'altra foto di Matt, accompagnata da un
articolo elogiativo, in questo caso riferito alla sua attività in Intercop e anche il suo proposito
d’installare un favoloso impianto industriale a Southville. Non mancava una nota più privata: Matt
Farrell aveva comprato un attico nelle Berkeley Towers; era un lussuoso appartamento che lui
stesso aveva fatto arredare.
         Assieme alla foto di Matt, un po’ più sotto, c’era un'altra di Meredith con una didascalia
che parlava dei suoi progetti di espansione per Bancroft.
         -Gli hanno dato la preferenza –commentò Phyllis, appoggiando il fianco nel bordo della
scrivania di Meredith senza smettere di guardare il giornale-. Non sono neanche due settimane che
è arrivato a Chicago e la stampa locale non la smette di parlare di lui.
         -Nei giornali abbondano anche le notizie sui ladri e gli stupratori –le ricordò Meredith.
         Detestava tutti quegli elogi alla leadership di Matt ed era arrabbiata con se stessa perché,
per qualche strano motivo, le tremavano le mani guardando la sua foto. Senza dubbio quella
reazione era dovuta al fatto che Matt si trovasse a Chicago e no a mille kilometri di distanza, che
era dove doveva stare.
         -È davvero attraente come appare nelle foto?
         -Attraente? –sussurrò Meredith con studiata indifferenza, mentre si alzava e si dirigeva
all’armadio per prendere la sua pelliccia-. A me non sembra.
         -È un tipo pedante, vero? –chiese Phyllis con un sorriso appena trattenuto.
         Meredith sorrise pure e chiuse il cassetto della scrivania a chiave.
         -Né più né meno?
         -Ho letto la rubrica di Sally Mansfield –rispose Phyllis-. Quando seppi che gli avevi fatto
fronte davanti a tutti, pensai che quel tipo doveva essere un autentico pedante. Meredith, ti ho
visto trattare con uomini che ti risultavano intollerabili eppure l’hai fatto sempre con cortesia e con
un sorriso.
         -In realtà, Sally Mansfield interpretato male quel che è successo. Appena conosco
quell’uomo. –cambiò argomento-. Ancora hai la macchina in officina? Ti posso accompagnare a
casa.
         -No, Meredith, molte grazie. Vado a cenare da mia sorella, che abita nella direzione
opposta a quella tua.
         -Ti porterei ad ogni modo, ma già si è fatto tardi e oggi è mercoledì...
         -E tutti i mercoledì Parker e tu cenate a casa tua.
         -È così.
         -È una fortuna che ti piaccia la routine, Meredith. A me farebbe impazzire pensare che
l’uomo della mia vita ripeta sempre le stesse cose gli stessi giorni alle stesse ore. E così una
settimana dopo l’altra, anno dopo anno...
         Meredith si mise a ridere. Dopo disse:
         -Smettila già. Stai cercando di deprimermi. Mi piace la routine, l’ordine...
         -Invece a me no. Mi piace la spontaneità.
         -Per questo i ragazzi con i quali esci raramente si presentano la sera indicata e non
parliamo dell’ora indicata –scherzò Meredith.
         -È vero.

        22

        Meredith avrebbe desiderato dimenticare Matt Farrell, però Parker arrivò a casa sua con il
giornale in mano.
         -Hai visto l’articolo su Farrell? –le chiese dopo averle dato un bacio.
         -Sì. Vuoi qualcosa da bere?
         -Grazie.
         -Cosa ti va? –domandò lei avviandosi verso il vecchio armadio diventato mobile bar.
         -Il solito.
         Lei stava per prendere un bicchiere quando si paralizzò. Ricordò le parole di Lisa e quelle
appena pronunciate da Phyllis. Entrambe avevano detto pressappoco le stesse cose: «Qualcuno che
ti obblighi a fare cose impulsive, pazzie, come votare per un democrata...». «A me farebbe
impazzire pensare che l’uomo della mia vita ripeta sempre le stesse cose gli stessi giorni alle stesse
ore...»
         -Sei sicuro che non ti piacerebbe bere qualcosa di diverso del solito? –gli chiese
tentennante, guardando Parker da sopra la spalla-: Un gin tonic, ad esempio.
         -Non fare la scema. Bevo sempre whisky con acqua, tesoro. E tu vino bianco. È quel che si
dice un’abitudine.
         -Parker –borbottò lei-, Phyllis mi ha detto una cosa, e anche Lisa una settimana fa... Una
cosa che mi obbliga a chiedermi se noi... –le si spezzò la voce e allora decise di prendere un gin
tonic al posto del vino.
         -Ti obbliga a chiederti? –chiese Parker, avvertendo lo scoraggiamento della giovane e
situandosi dietro a lei.
         -Mi domando se saremmo caduti nella routine.
         Parker la strinse dalla vita con le braccia.
         -Mi piace la routine –bisbigliò e la baciò nella tempia-. Mi piace la prevedibilità. E anche a
te.
         -Già lo so che anche a me. Ma mi domando se col passare degli anni tanta routine finirà
con annoiarci e annoierà anche agli altri. Non credi che un po’ di eccitazione potrebbe essere pure
gradevole?
         -Non molto –replicò lui. La fece voltare e aggiunse con amabile fermezza-: Meredith, se sei
arrabbiata con me per aver chiesto quelle condizioni speciali per il prestito di Houston, allora
dimmelo. Se sei delusa, dimmelo. Ma non scappare dalla tangente con motivi che nulla hanno a
che vedere.
         -Non sto facendo questo –l’assicurò lei con sincerità-. Di fatto, ho preso dalla cassa forte i
certificati delle mie azioni per consegnarteli. Sono lì, in quella busta grande sulla scrivania.
         Parker ignorò la busta e fissò lo sguardo su di lei. Meredith aggiunse:
         -Ammetto che mi spaventa consegnare tutto ciò che possiedo, ma ti credo quando dici che
l’assemblea della tua banca non ha voluto concedere il prestito con condizioni più favorevoli.
         -Sei sicura? –le chiese serio e preoccupato.
         -Completamente –affermò lei con un sorriso. Si girò per preparargli da bere-. Perché non
dai un’occhiata ai certificati e ti assicuri se sono in ordine? Nel frattempo andrò a vedere cosa ci ha
preparato la signora Ellis e metto a tavola.
         La signora Ellis non lavorava più per Philip, ma tutti i mercoledì puliva l’appartamento
della giovane, faceva la spesa per la settimana e lasciava pronto il mangiare della giornata.
         Parker si diresse verso la scrivania mentre Meredith metteva la tovaglia di filo sulla tavola.
         -Sono qui dentro? –le chiese Parker, alzando una grossa busta.
         Meredith lo guardò da sopra la spalla.
         -No. Lì ci sono il mio passaporto, l’estratto di nascita e altri documenti. I certificati delle
azioni sono in una busta più grande.
         Parker prese un'altra busta, lesse il mittente e s’accigliò, confuso.
         -È questo?
          -No. Lì ci sono i documenti del mio divorzio.
          -Non è stato aperto, non hai mai letto il contenuto?
          Lei fece spallucce mentre prendeva i tovaglioli di tela da un cassetto.
          -Da quando li ho firmati non li ho più guardati. Ma ricordo il contenuto. C’è scritto che in
cambio di dieci mila dollari Matt Farrell mi concede il divorzio e rinuncia ad ogni diritto sulla mia
persona e le mie proprietà.
          -Sicuramente quel che c’è scritto non somiglia molto a quel che hai detto. Ti dispiace se li
leggo?
          -No, ma non vedo perché vuoi farlo.
          Parker sorrise ironicamente.
          -Curiosità professionale. Sono avvocato, ricordi? Oltre il noioso e iracondo banchiere che la
tua amica Lisa crede che sono. Non smette di darmi fastidio, come avrai visto.
          Non era la prima volta che Parker faceva un’osservazione che rivelava che gli scherzi di
Lisa gli risultavano pesanti. Meredith cercò di ricordarlo; avrebbe detto alla sua amica, stavolta sul
serio, di smetterla di sfotterlo. Se alla fin fine lui aveva motivi per essere orgoglioso di quel che
faceva, non era proprio necessario ferirlo.
          -Leggi tutto quello che vuoi, anche se ti ricordo che sei specializzato in leggi fiscali, non
civili –replicò lei e lo baciò sulla guancia-. Mi piacerebbe che non fossi costretto ad andare in
Svizzera: mi mancherai.
          -Sono due settimane, potresti accompagnarmi.
          Doveva dare una conferenza davanti al Consiglio Mondiale della Banca e a Meredith
sarebbe piaciuto assistere, ma non era possibile.
          -Sai che mi piacerebbe, ma questo periodo è...
          -Il periodo che più lavori nell’anno –concluse lui, senza risentimenti-. Lo so.
          La signora Ellis aveva lasciato nel frigo pollo marinato e insalata di cuori di palma. Come
al solito, Meredith non doveva far altro che aprire la bottiglia di vino bianco e portare il mangiare a
tavola. Ad ogni modo le sue abilità culinarie non andavano oltre. Aveva cercato di imparare a
cucinare più di una volta, ma senza successo. Siccome era un’attività che non la divertiva, preferiva
lavorare e lasciare le faccende domestiche alla signora Ellis. Se il mangiare non poteva andare a
posarsi a tavola direttamente dal forno o dal microonde, Meredith non sentiva il minimo desiderio
di disturbarsi per lui.
          -Il mangiare è servito –disse avvicinandosi a Parker.
          Per un attimo, lui non sembrò averla sentita. Dopo. Accigliandosi, alzò la vista dai
documenti che scorreva.
          -Succede qualcosa?
          -Non sono sicuro –rispose lui-. Chi si fu incaricato del tuo divorzio?
          Senza preoccuparsi troppo, Meredith si sedette sul bracciolo della poltrona che Parker
occupava. Guardò con fastidio le carte che erano intestate «Sentenza di divorzio» e poi, nel
secondo rigo: «Meredith Alexandra Bancroft contro Matthew Allan Farrell».
          -Mio padre si fece carico di tutto. Perché lo chiedi?
          -Perché dal punto di vista giuridico questi documenti sono molto irregolari.
          -In che senso? –chiese lei notando che l’avvocato aveva scritto male il secondo nome di
Matt, che era Allen e non Allan.
          -In ogni senso –sentenziò Parker, mentre rileggeva, preda da una vera agitazione.
          Anche lei nervosa e siccome non voleva pensare né in Matt né nel divorzio, Meredith cercò
di tranquillizzare Parker (e a se stessa) dicendogli che qualunque cosa lo preoccupasse non aveva
importanza, anche se in realtà, non aveva la minima idea di cosa inquietava così tanto il suo
fidanzato.
          -Sono sicura che tutto fu fatto in modo legale e corretto. Mio padre s’incaricò di tutto e sai
bene che è molto permaloso in queste cose.
         -Lo sarà lui, ma il suo avvocato, quel Stanislaus Spyhalski, non si preoccupò affatto dei
dettagli. Guarda –disse indicando la lettera aggiunta diretta a Philip-. In questa lettera afferma che
gli ha inviato la pratica e che il tribunale ha decretato il segreto del giudizio, secondo i desideri di
tuo padre.
         -Cosa c’è di male in ciò?
         -Quel che c’è di male è che in «tutta la pratica» non appare nessuna conferma che a Farrell
sia stata presentata una petizione di divorzio, né che mai si sia presentato davanti un giudice o
declinasse il suo diritto a comparirvi. E questa è solo una parte di quel che mi inquieta.
         Agitata, Meredith si oppose fermamente a continuare a parlare dell’argomento.
         -A questo punto, che importa? Siamo divorziati ed è l’unica cosa che conta.
         Invece di rispondere, Parker rilesse molto lentamente la prima pagina della sentenza.
Mentre più avanzava nella lettura, più si accigliava. Quando fu incapace di sopportare la tensione,
Meredith si alzò.
         -Cosa ti angustia tanto?
         -Tutto –replicò bruscamente-. Le sentenze di divorzio sono redatte da un avvocato e
firmate da un giudice. Ma questa sentenza è scritta in modo insolito, che nulla ha a che vedere con
quelle che ho visto finora. Un avvocato mediamente bravo, non scriverebbe così. Guarda! –segnalò
col dito l’ultimo paragrafo della pagina e lesse in voce alta-: «In cambio di dieci mila dollari pagati
a Matthew A. Farrell, Matthew A. Farrell rinuncia ad ogni diritto sulle proprietà o possedimenti
presenti e futuri di Meredith Bancroft Farrell. Inoltre, questo tribunale concede, in aggiunta, una
sentenza di divorzio a Meredith Bancroft Farrell»
         Anche adesso, il ricordo di quel che aveva sentito undici anni addietro, quando seppe che
Matt aveva accettato denaro da suo padre, fece rimescolare tutta Meredith. Quando si sposarono,
quel maledetto bugiardo e ipocrita le aveva giurato che giammai avrebbe toccato un solo
centesimo dei suoi soldi.
         -Non ci posso credere! Che testo! –la voce furiosa di Parker la richiamò dalla sue
riflessioni-. Sembra il contratto di compravendita di un immobile: « In cambio di dieci mila dollari
pagati...» -ripetè-. Ma chi diavolo è quest’individuo? Guarda l’indirizzo! Perché tuo padre prese
contatto con un avvocato di South Side, praticamente in periferia?
         -Perché si stesse zitto –rispose lei, soddisfatta di avere qualche risposta-. Mio padre mi
disse che l’aveva fatto a posta: un avvocato che non sapesse chi fosse io o mio padre. Era molto
agitato, già te l’ho detto... Che fai?
         -Chiamo tuo padre –rispose Parker. Dopo sorrise -. Non ti preoccupare. Non sono sicuro
che ci siano motivi di allarma.
         Fedele alla sua parola, Parker iniziò la conversazione con Philip con alcune trivialità, per
poi menzionare che aveva guardato i documenti del divorzio di Meredith. Scherzando perche
aveva scelto un avvocato dei bassi fondi, gli chiese chi gli aveva raccomandato al signor Stanislaus
Spyzhalski. Rise sentendo la risposta di Philip, ma quando posò il ricevitore, non c’era traccia
d’ilarità nel suo sguardo.
         -Che ti ha detto?
         -Prese il nome dalle pagine gialle.
         -E con questo? –replicò lei tentando disperatamente di non lasciarsi prendere dal panico.
Si sentiva come lanciata ad una terra oscura e pericolosa, minacciata da qualcosa di vago, non
identificabile-. A chi stai chiamando adesso?- chiese vedendo a Parker consultare una rubrica.
         -A Howard Turnbill.
         Divisa tra l’angoscia e la rabbia causata dalla riserva di Parker, Meredith gli domandò:
         -Perché a lui?
         -Perché abbiamo studiato assieme a Princeton –si limitò a rispondere lui.
         -Parker, se vuoi farmi arrabbiare, sei sul punto di riuscirci –l’avvertì lei mentre lui faceva il
numero-. Perché stai chiamando il tuo collega dell’università?
         Inspiegabilmente, lui sorrise e disse:
         -Adoro il tono della tua voce quando ti arrabbi. Mi ricorda la mia maestra dell’asilo
infantile. Ero innamorato di lei .-prima che lei lo strangolasse, lui s’affrettò ad aggiungere-: Chiamo
a Howard perché è il presidente del Collegio degli Avvocati dell’Illinois. E... –s’interruppe quando
sentì una voce all’altro capo della linea-. Howard, ciao, sono Parker Reynolds –cominciò a dire, e
dopo fece una pausa, aspettando che il suo interlocutore finisse di parlare-. È vero, ti sono debitore
della rivincita a squash. Chiamami domani in ufficio e fissiamola data dell’incontro –rise per la
risposta di Howard e dopo continuò-: Hai a portata di mano una lista dei membri del Collegio di
Avvocati dell’Illinois? Non sono a casa in questo momento e sono curioso di sapere se certo
individuo è membro del collegio. Me lo puoi dire? –apparentemente Howard gli rispose di sì,
poiché Parker aggiunse-: Va bene. Il nome è Stanislaus Spyzhalski. S-p-y-z-h-a-l-s-k-i. Aspetto.
         Coprendo il ricevitore con la mano, Parker tornò a sorridere a Meredith per
tranquillizzarla.
         -È probabile che la mia preoccupazione sia senza fondamento. Per il solo fatto che il tipo
sia poco professionale non vuol dire che non sia avvocato.
         Ma dopo un momento, il sorriso scomparve dal viso di Parker.
         -Che non c’è nell’elenco? Sei sicuro? –Parker dubitò un attimo e dopo tornò a parlare-. Puoi
consultare l’elenco nazionale? Forse trovi il nome lì –ascoltò attentamente a Howard e aggiunse
con forzata giovialità-: No, non è un’emergenza. Posso aspettare fino a domani. Chiamami in
ufficio e già che ci siamo, fissiamo la data per la partita. Grazie, Howard, saluta tua moglie da
parte mia.
         Pensoso, Parker posò il ricevitore.
         -Non capisco cosa ti preoccupa –disse Meredith.
         -Credo che ho bisogno di un altro bicchierino –commentò lui e si diresse verso il mobile
bar.
         -Parker –insistette Meredith fermamente-, dato che il fatto mi concerne, mi pare d’aver
diritto a sapere cosa stai pensando.
         -Ricordo diversi casi d’individui che si fecero passare per avvocati, generalmente in
quartieri poveri, e che accettarono denaro da clienti creduloni. Uno di questi casi era quello di un
tizio che era veramente avvocato, ma che incassava i costi relativi ai tribunali e dopo concedeva ai
suoi clienti sentenze di divorzio. Era molto semplice: le firmava lui stesso.
         -Come poteva fare questo?
         -Sono gli avvocati che scrivono le petizioni di divorzio, i giudici si limitano a firmarle.
Quell’individuo le firmava al posto del giudice.
         -Impunemente? Sembra incredibile.
         -Non tanto, se si pensa che firmava soltanto i divorzi inconclusi.
         Inconsciamente, Meredith bevve la metà del contenuto del suo bicchiere, poi sembrò più
animata.
         -Ma sicuramente che in questi casi, quando le due parti agiscono in buona fede, i tribunali
danno per valide le sentenze di divorzio anche se non sono mai andate a finire negli archivi legali.
         -Mai!
         -Non mi piace il tono di questa conversazione –rispose Meredith, girandole un po’ la testa
a causa dell’alcool-. Cosa fece il tribunale con quelli che erano convinti di essere divorziati?
         -Beh, se si erano risposati, li assolse dal reato di bigamia. Ma non è tutto. In quei casi il
secondo matrimonio si dichiara nullo e il primo dev’essere sciolto per le vie normali.
         -Oh, Dio mio! –esclamò Meredith praticamente collassando sulla sedia. Non ci poteva
credere. Era incapace di accettare le implicazione che quella storia comportava. Nel fondo del
cuore sapeva che il suo divorzio era perfettamente legale e valido. E lo sapeva semplicemente
perche l’alternativa le risultava impensabile.
         Parker non si accorse subito che mere era alterata. Quando l’avvertì, tese una mano e le
toccò i capelli con dolcezza.
         -Anche se quell’uomo non appartenga a nessun collegio d’avvocati, anche se non ha mai
frequentato la facoltà di diritto, il tuo divorzio ancora potrebbe essere considerato legittimo... se
presentò al giudice quell’assurda petizione e in qualche modo conseguì fargliela firmare –Meredith
lo guardò implorante. Parker cercò di tranquillizzarla-: Domani manderò qualcuno al tribunale
perché cerchi d’indagare se il divorzio fu presentato e archiviato. Se così è stato, non c’è di che
preoccuparsi.



        23

         -Hai passato una brutta nottata? –le chiese Phyllis il mattino dopo, quando Meredith entrò
in ufficio con aria assente e si limitò a salutarla inclinando la testa.
         -Non è stata la migliore della mia vita. Cosa c’è in agenda per questa mattina?
         -Alle dieci una riunione con il dipartimento di pubblicità. Si tratta di discutere
l’inaugurazione della succursale di New Orleans. Inoltre, Jerry Keaton, del personale, vuole
vederti per parlare di certi aumenti di stipendio che necessitano la tua approvazione. Gli ho detto
alle undici, ti va bene?
         -Sì.
         -Alle undici e mezzo Ellen Perkvale, del dipartimento giuridico, sarà qui per parlarti di
una causa che stanno intentando contro di noi. Si tratta di una signora che dice essersi rotta un
dente nella sala Clarendon.
         Meredith alzò gli occhi al cielo in segno di astio.
         -Ci denuncia per essersi rotta un dente mentre mangiava nel nostro ristorante?
         -Non esattamente. Ci denuncia perché le si è rotto con un frammento di buccia di noce che
c’era nella sua trota.
         -Santo Cielo! –esclamò Meredith mentre apriva la sua scrivania. Pensava nella possibilità
di raggiungere un accordo-. Questo cambia le cose.
         -Certo. Va bene la riunione alle undici e mezzo?
         -Sì, sì –rispose e in quel momento il suo telefono squillò.
         -Risponderò io –disse Phyllis.
         Cominciava un nuovo giorno di frenetico lavoro nei grandi magazzini, un lavoro che a
Meredith a volte risultava stancante, ma sempre stimolante. Ogni tanto godeva di una piccola
pausa, come successe quel giorno. Guardò ansiosa il telefono poiché aspettava che Parker la
chiamasse per comunicarle che c’era nessun problema relativo al suo divorzio.

         Erano quasi le cinque quando Phyllis le annunciò la telefonata di Parker. Schiacciata da
una repentina tensione, Meredith rispose.
         -Che hai saputo?
         -Ancora niente di concludente –rispose Parker, stranamente teso-. Quell’individuo non
appartiene a nessun collegio d’avvocati in tutta la nazione. Aspetto una telefonata dal tribunale
della contea di Cook. Tra poche ore sapremo che terreno stiamo calpestando. Sarai a casa tua
stasera?
         -No –bisbigliò lei -. A casa di mio padre. Una piccola festa di compleanno per il senatore
Davies. Chiamami lì.
         -Lo farò.
      -Appena sai qualcosa?
      -Te lo prometto.
      -La festa finirà presto perché il senatore parte per Washington con un volo a mezzanotte.
Chiamami a casa se non sono da mio padre.
      -Ti troverò, non ti preoccupare.



        24

           Man mano che trascorreva la serata, i suoi sforzi per calmarsi si facevano ogni volta più
difficili. Era semi convinta che non c’era nulla da cui preoccuparsi, ma altresì incapace di mettere
freni al suo crescente nervosismo, Meredith se la sbrigò ad ogni modo per condursi con
ragionevole scioltezza tra gli invitati di suo padre. Era da più di un’ora che avevano finito di
mangiare e Parker ancora non aveva chiamato.
           Qualcuno accese la televisione e alcuni uomini ascoltavano le notizie.
           -Che riunione carina! –esclamò la moglie del senatore rivolta a Meredith. La donna
continuò a parlare, ma lei non l’ascoltava, attenta alla voce del conduttore.
           «Un altro cittadino di Chicago ha fatto notizia oggi. Si tratta di Matthew Farrell, che questo
pomeriggio è stato intervistato per la televisione da Barbara Walters. Tra le altre cose, Farrell ha
parlato della recente ondata di acquisti ostili d’imprese. Vi presento un estratto dell’intervista...»
           Gli ospiti, che avevano letto l’articolo di Sally Mansfield, diedero per scontato che a
Meredith sarebbe interessato ascoltare le parole di Farrell. Dopo averla guardata con curiosità,
fissarono la vista sullo schermo dove appariva Matt.
           «-Cosa pensa del crescente numero di acquisti ostili d’imprese che si stanno verificando
nel paese?»
           «-Secondo me, è una tendenza che continuerà finché il governo non stabilisca delle norme
per controllarle».
           «-C’è qualcuno immune ad una fusione forzata con il suo impero? Voglio dire, incluso
amici e... Parliamo chiaro, è possibile che il nostro proprio network possa diventare la sua
prossima preda?»
           «-L’oggetto di un tentativo d’acquisto si chiama bersaglio –sottolineò Matt asciuttamente-.
Non si chiama preda. Nonostante –scherzò-, se ciò la tranquillizza, posso assicurarle che in questo
momento l’Intercop non ha sotto mira l’ABC».
           Tutti i presenti si misero a ridere per la risposta data da Matt. Meredith non permise che si
alterassero i tratti del suo viso.
           «-Vorrebbe parlare un po’ della sua vita personale? Sembra che durante gli ultimi anni lei
ha vissuto torride avventure con diverse star del cinema, con una principessa e, più recentemente,
con una giovane greca, ereditiera di una grande flotta mercante. Il suo nome è Maria Calvaris. Tutti
questi amori, diffusi ampiamente sui media, sono realtà o soltanto invenzioni di giornalisti
pettegoli?»
           «-Sì».
           Meredith tornò a sentire le risate d’ammirazione degli ospiti di suo padre, senza dubbio
affascinati dal sangue freddo di Matt. Gli occhi della giovane si riempirono di risentimento davanti
la prova che il suo ex marito si guadagnava facilmente la simpatia di tutti quanti.
           «-Lei non si è mai sposato –aggiunse la giornalista-, e mi domandavo se ha intenzioni di
farlo un giorno...»
           «-Non escludo il matrimonio».
           Il fugace sorriso mise a nudo l’impertinenza della domanda e Meredith strinse i denti
ricordando quel sorriso che un giorno aveva accelerato i battiti del suo cuore.
          Repentinamente Matt scomparve dallo schermo, che tornò ad occupare l’annunciatore
locale. Ma il sollievo sperimentato da Meredith si dissipò per colpa del senatore, che si voltò verso
di lei con amichevole curiosità.
          -Suppongo che tutti i qui presenti abbiamo letto la rubrica della Mansfield, Meredith. Ti
dispiacerebbe spiegarci perché Farrell ti sta antipatico?
          Meredith cercò di imitare il sorriso indifferente di Matt.
          -Sì.
          Tutti risero, ma lei avvertì che i loro visi erano illuminati dalla curiosità. Scappò
dall’ostacolo fingendo interesse nella sistemazione dei cuscini del divano, mentre il senatore si
voltò verso Philip.
          -Stanton Avery ha chiesto l’ammissione di Matt Farrell nel club.
          Maledicendo Matt per essere venuto a Chicago, Meredith lanciò uno sguardo
d’avvertimento a suo padre, il cui brutto carattere si era imposto al suo buon senso.
          -Sono sicuro che tutti noi abbiamo sufficiente influenza per impedire l’ingresso di Farrell a
Glenmoor, anche nel caso che il resto dei soci si mostri favorevole al suo ingresso.
          Il giudice Northrup l’ascoltò e interruppe la sua conversazione con un altro invitato.
          -È quel che vuoi che facciamo, Philip? Impedire la sua ammissione?
          -Esattamente.
          -Se sei convinto che è un indesiderabile, a me tanto basta –dichiarò il giudice e guardò a
tutti gli altri.
          Lentamente, ma con enfasi, gli amici di Philip annuirono con la testa. Meredith si disse che
le possibilità di Matt erano ridotte a zero.
          -Farrell ha comprato un enorme terreno urbanizzabile a Southville –commentò il giudice a
Philip-. Vuole riqualificarla per costruire un grande complesso industriale di tecnologia avanzata.
          -Davvero? –chiese Philip e Meredith seppe che, se poteva, suo padre avrebbe impedito
anche quel progetto-. A chi abbiamo nella commissione di qualificazione di terreni a Southville?
          -Ad alcuni. A Paulson, a...
          -Per l’amore di Dio! –interruppe Meredith, con un sorriso forzato e dirigendo uno sguardo
supplicante a suo padre-. Non c’è necessità di spiegare l’artiglieria pesante soltanto perché a me
non piace Matt Farrell.
          -Sono sicuro che tuo padre e tu avete eccellenti ragioni per sentire quel che sentite verso
quell’uomo.
          -Hai tutta la...
          -Assolutamente! –esclamò Meredith cercando di mettere fine alla vendetta che si stava
forgiando. Con un falso sorriso, parlò a tutti-: La verità è che Matt Farrell cercò di conquistarmi
anni fa, quando io ne avevo diciotto. Mio padre non l’ha mai perdonato.
          -Adesso so dove conobbi a Farrell! –intervenne la signora Foster, guardando suo marito.
Dopo si voltò verso Meredith e aggiunse-: Successe anni fa a Glenmoor! Ricordo di aver pensato
quant’era attraente quel giovanotto... E sei stata tu stessa a presentarcelo.
          Chissà fu opera del destino o una casualità, ma il senatore risparmiò a Meredith il dover
dare una risposta.
          -Bene, mi dispiace interrompere la mia stessa festa di compleanno, ma devo prendere
l’aereo per Washington.
          Mezz’ora più se ne andavano gli ultimi ospiti e Meredith li stava salutando assieme a suo
padre quando videro un’auto che arrivava nel viale d’ingresso.
          -Chi diavolo può essere? –domandò Philip accigliandosi quando i fari illuminarono ad
entrambi.
          -È Parker! –disse Meredith riconoscendo la Mercedes blu pallido.
          -Alle undici di sera?
         Meredith ebbe un brutto presentimento, che s’incrementò quando vide alla luce della
galleria il viso teso e ombroso del suo fidanzato.
         -Pensavo che la festa fosse già finita. Devo parlare con entrambi –annunciò Parker.
         -Parker, non dimenticare che mio padre è stato ammalato...
         -Non intendo inquietarlo senza necessità –promise il banchiere, quasi spingendoli verso
l’interno della casa-. Ma deve essere messo al corrente dei fatti finché possiamo affrontarli nel
modo appropriato.
         -Smettila di parlare come se io non fossi presente! –s’agitò Philip mentre entravano nella
biblioteca-. Di cosa parli? Cosa diavolo sta succedendo?
         Parker si fermò per chiuderla porta. Dopo si rivolse ad entrambi:
         -Credo che sia meglio se vi sedete.
         -Maledizione, Parker, nulla mi altera di più di tenermi sulle spine...!
         -Molto bene, Philip. Ieri sera ebbi occasione di leggere la sentenza di divorzio di Meredith
e ho visto che contiene diverse irregolarità. Ricordi che otto anni fa apparve la notizia di un
avvocato di Chicago che accettava parcelle dei clienti senza portare avanti le pratiche?
         -Sì, e con questo?
         -E circa cinque anni fa vi furono altre storie attorno ad un presunto avvocato di South Side,
un certo Joseph Grandola, reo di più di cinquanta casi usurpazione di funzione. Quest’uomo si
faceva passare per avvocato, incassava le parcelle e i suoi casi non arrivavano mai ai tribunali di
giustizia.- Parker aspettò qualche commento, però Philip era rigido e rimase in silenzio-. Grandola
studiò un anno diritto prima di essere espulso dall’università. Anni dopo aprì uno studio in un
quartiere povero, nel quale quasi tutti i suoi clienti erano persone poco meno che analfabete.
Durante più di dieci anni andò avanti con la sua immondizia perché accettava soltanto casi nei
quali la causa era inutile e che raramente richiedesse la presenza di un avvocato della parte
opposta: divorzi incontestati, testamenti da stilare e cose così.
         Meredith sprofondò nel divano, sentendo che le si formava un nodo nello stomaco.
Accettava l’evidenza di ciò che Parker stava per dire a Philip, anche se il suo cuore negava la
veracità della storia. Sentiva la voce di Parker come se venisse da molto lontano:
         -Acquisì alcune nozioni durante il suo breve passaggio nella facoltà di diritto e conosceva
abbastanza il gergo legale come per farlo sembrare proprio di un allegato giudiziale. Quando si
presentava un cliente chiedendo un divorzio, prima si assicurava che l’altra parte fosse
completamente d’accordo o... se l’era data a gambe. Dopo chiedeva tutti i soldi che poteva
all’incauto cliente e stilava la petizione. Conscio che non poteva farsi passare per un vero avvocato
il tempo sufficiente perché un giudice gliela firmasse, la firmava lui stesso.
         -Stai insinuando che quell’avvocato i cui servigi contrattai undici anni fa non era un
avvocato? –borbottò Philip con una voce appena riconoscibile.
         -Ho paura di sì.
         -Non ci credo! –scoppiò Philip, come se la sua rabbia potesse spaventare la realtà dei fatti.
         -Non c’è bisogno di rischiare che ti venga un altro infarto, perché tanto non cambierà le
cose.
         Meredith si sentì sollevata vedendo che suo padre tentava di dominare le proprie
emozioni.
         -Oggi, dopo aver constatato che Spyzhalski non è membro del collegio, mandai un
investigatore ai tribunali. È un uomo molto discreto che lavora per noi in questioni della banca –
disse Parker per tranquillizzare Philip, che si era afferrato alla spalliera di una sedia-. Passò tutto il
giorno e parte della serata verificando più e più volte la presunta esistenza dell’atto di divorzio di
Meredith. E negli archivi non c’è.
         -Ucciderò quel bastardo!
         -Se ti riferisci a Spyzhalski, prima dovrai scoprire dove si trova: è scomparso. Se ti riferisci
a Farrell –proseguì Parker rassegnato-, suggerisco veementemente di riconsiderare il tuo
atteggiamento.
          -Una merda! Meredith può risolvere il problema andandosene a Reno o in un altro posto e
ottenere lì un divorzio rapido e discreto.
          -Ci ho pensato, ma non serve. –Parker alzò una mano per silenziare la furiosa reazione di
Philip-. Ascoltami, stasera ho avuto tempo per pensare profondamente. Anche se Meredith agisse
come suggerisci, ciò non risolverebbe il problema giuridico dei diritti di proprietà. Quest’ultimo
aspetto del divorzio dovrebbe passare necessariamente dai tribunali dell’Illinois.
          -Meredith non deve per forza informare Farrell che c’è tale problema.
          -Eticamente sarebbe riprovevole, però non basta, perché è pure impraticabile. –Parker
esalò un sospiro di frustrazione-: Il Collegio degli Avvocati degli Stati Uniti ha già ricevuto due
denunce contro quel impostore ed è tutto nelle mani delle autorità. Se Meredith facesse come dici
tu e il falso avvocato venisse arrestato e confessasse... Lo capisci? Le autorità comunicherebbero a
Farrell che il suo divorzio non è legale, ma è anche possibile che lo scopra prima tramite la stampa.
Hai idea la classe di querela che lui potrebbe intavolare contro di voi? Farrell, in buona fede, lasciò
nelle tue mani la responsabilità di ottenere il divorzio. Tu hai peccato di negligenza. Inoltre,
durante tutti questi anni ha corso il rischio di bigamia per colpa tua e...
          -Sembra che tu abbia tutto molto chiaro –l’interruppe Philip-. Cosa suggerisci di fare?
          -Qualunque cosa sia necessario per addormentare la bestia e cercare che accetti un
divorzio rapido e senza complicazioni –replicò Parker con calma inflessibile. Dopo si voltò verso
Meredith-: Ho paura che dovrai essere tu a fare il lavoretto.
          Durante la discussione, lei si era mantenuta al margine. Le parole di Parker la fecero uscire
dal suo stupore.
          -Perché bisogna calmare quell’uomo?
          -Perché le implicazioni economiche sono enormi. Ti piaccia o no, Farrell è legalmente tuo
marito. Un matrimonio che dura da ben undici anni. Sei una giovane milionaria, Meredith, e
Farrell, come tuo marito, potrebbe voler mettere mano sulla tua fortuna...
          -Smettila di chiamarlo mio marito!
          -Lo è-insistette Parker, ma con più soavità-. Farrell potrebbe negarsi a collaborare nella
questione del divorzio. Potrebbe anche portarti in tribunale per negligenza...
          -Dio mio! –esclamò Meredith, alzandosi e mettendosi a camminare per la stanza-. Non
posso credere a quel che sta succedendo! Sicuramente stiamo esagerando. –si sforzò di pensare con
logica e d’inquadrare il problema come se fosse uno dei tanti che sorgevano nel suo lavoro -. Se
quel che ho letto è vero, Matt è molto più ricco di noi.
          -È così –convenne Parker sorridendo per dimostrarle che apprezzava la sua capacità di
pensare con calma-. Nel cui caso, avrebbe più da perdere, se si arriva ad una lotta per i diritti di
proprietà.
          -Allora non c’è di che preoccuparsi –concluse Meredith-. Matt vorrà liquidare la questione
tanto o più di noi e sarà contento di sapere che non voglio nulla da lui. In realtà abbiamo il coltello
dal lato del manico...
          -Non esattamente –negò Parker-. Come ho finito di spiegare, tu e tuo padre vi siete assunti
la responsabilità di ottenere il divorzio, siccome non lo avete fatto, probabilmente gli avvocati di
Farrell convinceranno il tribunale che la colpa è vostra. In tal caso, il giudice potrebbe addirittura
concedergli un indennizzo. Dall’altra parte, per te sarebbe troppo difficile ottenere un solo dollaro
da lui, poiché avresti dovuto divorziare in quel momento. Suppongo che i suoi avvocati
potrebbero ipotizzare che l’hai fatto a proposito, con premeditazione, per poter poi spremergli
denaro.
          -Arderà all’inferno prima di estorcerci un altro centesimo –intervenne Philip -. Già gli
pagai dieci mila dollari a quel bastardo perché scomparisse dalle nostre vite e rinunciasse ai soldi
di Meredith e al mio.
          -Come l’hai pagato?
          -Io... –Philip divenne pallido-. Feci quel che m’indicò Spyzhalski, nulla fuori dal solito:
riempii un assegno unico, per Farrell e per lui.
          -Spyzhalki è un imbroglione –rispose Parker ironico-. Credi onestamente che ha avuto il
minimo scrupolo di falsificare la firma di Farrell e tenersi tutto il denaro per se?
          -Avrei dovuto ammazzare Farrell lo stesso giorno che Meredith lo portò qui.
          -Taci! –supplicò Meredith-. O soffrirai un altro infarto. Semplicemente il nostro avvocato si
metterà in contatto con l’avvocato di Matt...
          -Ne dubito –l’interruppe Parker-. Se vuoi che quell’uomo cooperi e che la questione non
trascenda pubblicamente, che per me è la cosa più importante, allora sarà meglio che aggiusti la
situazione direttamente con Farrell.
          -Che situazione? –domandò Meredith, esaltata.
          -Suggerisco che il tuo primo passo sia di scusarti personalmente per la tua osservazione
che apparve nella rubrica di Sally Mansfield...
          Meredith ricordò l’incidente del ballo di beneficenza e si sedette nella poltrona che c’era
davanti il camino, fissando le fiamme.
          -Non ci posso credere –mormorò.
          -Sto cominciando a dubitare di te, Parker. Che classe di uomo sei per suggerire a Meredith
di scusarsi con quel cretino? Me la vedrò io con lui! –urlò Philip.
          -Sono un uomo pragmatico e civilizzato –replicò Parker avvicinandosi a Meredith e
posandole una mano nella spalla -. E tu sei un uomo infiammabile, perciò sei il meno indicato per
trattare con Farrell. Inoltre, ho fiducia in Meredith. Ascolta, lei mi ha raccontato la sua storia con
Farrell. Lui si sposò con tua figlia perché era incinta. Quel che fece quando Meredith perse la
bambina fu crudele, ma anche pratico e forse più positivo che trascinare un matrimonio
condannato da tutto principio...
          -Positivo! –sputò Philip la parola-. Lui aveva ventisei anni ed era un cacciatore di dote che
sedusse un’ereditiera di diciotto, la mise incinta e dopo, positivamente, acconsentì a sposarla...
          -Non continuare! –lo pregò Meredith-. Parker ha ragione. E sai perfettamente che Matt non
mi sedusse. Ti raccontai quel che è successo e il motivo perché succedesse. –con grande difficoltà
ricuperò il controllo-. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la questione che stiamo
affrontando. Parlerò con Matt quando abbia deciso il miglior modo di farlo.
          -Questa è la mia ragazza! –disse Parker, guardò a Philip e ignorò il suo gesto di rabbia-.
Meredith deve semplicemente incontrarsi con lui, spiegargli civilmente il problema e suggerirgli di
divorziare senza pretese economiche né dall’una né dall’altra parte. –con un sorriso ironico, studiò
il viso di Meredith-. Hai affrontato problemi più difficili di questo e con tipi più duri di Farrell.
Non è vero, cara?
          Meredith vide l’orgoglio riflesso nel viso di Parker, vide il suo gesto d’incoraggiamento e
gli lanciò uno sguardo d’irrimediabile costernazione.
          -No.
          -Certo che sì! -insistette Parker-. Domani sera tutto questo guaio sarà soltanto un ricordo se
riesci a farti ricevere subito...
          -Che mi riceva? – esplose Meredith-. Perché non posso semplicemente parlarli per
telefono?
          -Cercheresti di risolvere per telefono una situazione difficile e di vitale importanza per gli
interessi di Bancroft & Company?
          -Certo che no –rispose Meredith.

        Parker se ne andò minuti dopo e Meredith rimase nella biblioteca con suo padre. Entrambi
guardavano il vuoto, in silenzio. Finalmente, Philip disse:
         -Suppongo che m’incolpi...
         Scrollandosi di dosso l’autocommiserazione che sentiva, Meredith fissò suo padre: era
pallido e aveva tutto l’aspetto di un uomo sconfitto.
         -Certo che no –gli rispose placidamente-. Volevi soltanto proteggermi, e per questo hai
contattato un avvocato che non ci conosceva.
         -Io stesso chiamerò Farrell domani mattina.
         -No, questo no –replicò lei senza perdere la compostezza-. In questo Parker ha ragione. La
sola menzione del nome di Matt ti fa arrabbiare e mettere alla difensiva. Se cercassi di parlare con
lui perderesti la pazienza in meno di dieci secondi e finiresti per avere un altro infarto. Sarà meglio
andare a letto e cerchi di dormire un po’. –Meredith si alzò, disposta ad andarsene-. Ti vedrò
domani al lavoro. Vedrai che di giorno tutto questo guaio ci sembrerà... Beh... meno minacciante.
Inoltre –aggiunse accennando un sorriso brioso-, non ho più diciotto anni né mi fa paura l’idea
d’affrontare Matt Farrell. In realtà –mentì-, mi eccita l’idea di vincergli la partita.
         Philip sembrava stare pensando disperatamente in una soluzione alternativa e non
trovandola, s’innervosiva.
         Lei gli dedicò un allegro gesto di commiato e scese frettolosamente i gradini della porta
principale. Aveva l’auto posteggiata nel viale. Entrò nel freddo veicolo e chiuse lo sportello. Dopo
appoggiò la testa nel volante e chiuse gli occhi.
         -Dio mio –bisbigliò, spaventata davanti l’idea di affrontare quel demonio risorto dal suo
passato.

        25

         -Buon giorno –disse Phyllis allegramente, seguendo Meredith fin dentro il suo ufficio.
         -Potrei mettere un mucchio d’aggettivi a questo giorno -replicò Meredith mentre
appendeva la pelliccia nell’armadio-, ma non quello di buono. –cercando di posticipare il momento
della sua telefonata a Matt, aggiunse-: Ci sono messaggi telefonici?
         -Il signor Sanborn, del personale, ha chiamato per chiederti di ritornargli il formulario
della tua polizza assicurativa aggiornato. Dice che gli serve urgentemente. –le diede il documento e
aspettò.
         Sospirando, Meredith si sedette dietro la scrivania, prese la penna e, dopo aver scritto
nome ed indirizzo, si sentì confusa nella seguente questione del formulario: «Stato civile: nubile,
sposata, vedova (fare un segno nella casella corrispondente)». Presa d’isterismo, era sul punto di
mettersi a ridere fissando la seconda scelta: era sposata. Era sposata da ben undici anni con Matt
Farrell.
         -Ti senti bene? –le chiese Phyllis con sollecitudine, osservando la sua giovane capo e amica
appoggiare la fronte su una mano e fissava il formulario come ipnotizzata.
         -A cosa si va incontro se uno mente nel formulario della polizza sulla vita?
         -Immagino che in caso di morte, potrebbero negarsi a pagare il tuo erede legale.
         -Va bene –disse Meredith con sarcasmo, pensando che in quel momento il suo erede era
Matt, segnò la casella «nubile». Ignorando la smorfia di preoccupazione di Phyllis, finì di
compilare il formulario e glielo consegnò.
         -Per favore, chiudi la porta uscendo e durante alcuni minuti non mi passare chiamate.
         Quando la segretaria la lasciò sola, Meredith prese l’elenco telefonico, cercò il numero di
Haskell Electronics e lo scarabocchiò in un bloc notes. Posò l’elenco e fissò il telefono. Sapeva che il
momento tanto temuto durante tutta la notte, era arrivato. Chiuse gli occhi un attimo per
concentrarsi. In realtà ripassò il suo piano un'altra volta. Se Matt era infuriato per ciò che lei aveva
detto la sera del ballo – e sicuramente lo era-, gli avrebbe chiesto scusa con semplice dignità. Subito
dopo gli avrebbe chiesto di vedersi per un affare importante e urgente. Tutto qui il suo piano.
Lentamente tese una mano tremante verso il telefono...
         Per la terza volta suonò l’interfono della scrivania di Matt, interrompendo un dibattito
molto focoso tra i suoi dirigenti. Contrariato da tante interruzioni, Matt guardò i suoi uomini e,
premendo un tasto, spiegò:
         -La sorella della signorina Stern si è ammalata e lei è dovuta viaggiare alla costa.
Continuate a parlare. –per l’interfono gridò alla segretaria che sostituiva la Stern-: Le ho detto di
non passarmi chiamate!
         -Sì, signore, lo so, ma... –s’udì la voce di Joanna Simmons-, la signorina Bancroft dice che si
tratta di una cosa di somma importanza e insistette che io interrompesse...
         -Riceva lei il messaggio –replicò Matt. Si disponeva a continuare la riunione quando chiese
bruscamente-: Chi ha detto che mi chiama?
         -Meredith Bancroft –rispose la segretaria, pronunciando il nome con certo enfasi.
         Dal tono era evidente che anche lei aveva letto la rubrica di Sally Mansfield. E non era
l’unica. Attorno a Matt si produsse un silenzio sepolcrale.
         -Sono a metà di una riunione –rispose Matt tagliente-. Le dica che torni a chiamare tra
quindici minuti. –era conscio che le regole della cortesia gli imponevano di chiamare lui a
Meredith, ma non gli importò. Non avevano niente da dirsi. Sforzandosi di concentrarsi nel lavoro,
guardò Tom Anderson e proseguì la discussione interrotta dalla chiamata di Meredith-. Non ci
sarà nessun problema a Southville. Abbiamo un contatto nella commissione e ci ha assicurato che
la contea e la città sono ansiose perché istalliamo una fabbrica nel posto annunciato. Avremo
l’approvazione definitiva mercoledì, che è quando si riuniscono per votare...
         Dieci minuti dopo, Matt fece uscire i suoi dirigenti e tornò a sedersi dietro la sua scrivania.
Dopo mezz’ora Meredith continuava senza chiamare. Matt si appoggiò nella spalliera della
poltrona in pelle e lanciò uno sguardo furioso al telefono. La sua ostilità aumentava ad ogni istante
che passava. Molto proprio di Meredith, pensò; lo chiamava dopo più di dieci anni di silenzio,
insisteva che la sua segretaria lo interrompesse in una riunione e, siccome non le aveva risposto
d’immediato, adesso lo faceva aspettare. Quella donna era nata con un senso esagerato della
propria importanza ed era stata educata nel credo che era migliore di qualunque altro essere
umano...
         Sbattendo ritmicamente le dita sulla scrivania, Meredith osservò con ira l’orologio,
aspettando deliberatamente che trascorressero quarantacinque minuti prima di chiamare di nuovo.
Molto proprio di quel cretino arrogante farsi richiamare da lei!, pensò arrabbiata. Era ovvio che nel
caso di Matt Farrell la ricchezza non era stata accompagnata dalla buona educazione, perché
altrimenti avrebbe dovuto chiamare lui, considerando che era stata lei a prendere l’iniziativa.
Naturalmente, il galateo non significava nulla per quell’uomo. Bastava raschiare un poco nella
personalità di Matt per scoprire un tipo rozzo e ambizioso... Meredith cercò di reprimere il suo
risentimento, conscia che non farebbe altro che ostacolare l’intesa di entrambi. Inoltre, si ricordò di
nuovo che era ingiusto addossargli tutta la colpa di ciò che era successo anni addietro. La notte in
cui si conobbero, lei non era stata una spettatrice passiva del loro incontro amoroso a letto.
Dall’altra parte non aveva fatto niente per evitare la possibilità di una gravidanza. E quando questa
fu confermata, Matt si offrì onestamente di sposarla. Più tardi, lei si convinse che era innamorato,
ma la verità era che lui non glielo aveva mai detto. In realtà non l’aveva mai ingannata. Risultava
stupido ed infantile censurarlo per non essersi mostrato all’altezza di ciò che lei, nella sua
ingenuità, si aspettava. Era così assurdo e inutile come il suo attacco nel ballo dell’opera. Molto più
calma, inghiottì il suo orgoglio e si promise di mantenere la compostezza. L’orologio segnava le
dieci e quarantacinque e allora prese il telefono.
         Matt si scosse quando sentì l’’interfono.
         -Lo chiama la signorina Bancroft –l’informò Joanna.
         Lui si apprestò a rispondere.
         -Meredith? –disse con impazienza-. Che sorpresa inattesa!
         Lei notò che non disse «inatteso piacere». E notò anche che la sua voce era più profonda e
grave di quel che ricordava.
         -Meredith? –il tono irritato di Matt la destò dalle sue riflessioni-. Se mi hai chiamato per
soffiarmi nell’orecchio, mi sento lusingato, ma un tantino confuso. Cosa ti aspetti che faccia
adesso?
         -Vedo che ancora sei presuntuoso e maleducato come...
         -Ah! Mi hai chiamato per criticarmi –concluse Matt.
         Meredith si ricordò con severità che il suo obbiettivo era placarlo e non al contrario.
Contenendo la sua rabbia, disse con sincerità:
         -In realtà ti chiamo perché vorrei... sotterrare l’ascia.
         -In quale parte del mio corpo?
         Il commento era così vicino alla verità che Meredith non poté contenere una risata.
Sentendola, Matt ricordò quanto gli erano piaciuti in passato quella risata e quel senso
dell’umorismo. Strinse i denti e disse acremente:
         -Cosa vuoi da me, Meredith?
         -Vedrai, ho bisogno di parlare con te personalmente.
         -La settimana scorsa mi hai voltato le spalle davanti cinquecento persone –le ricordò
gelidamente-. Come mai hai cambiato improvvisamente atteggiamento?
         -È successo qualcosa e dobbiamo parlare con calma e come persone mature –rispose lei
cercando di non dare dettagli per telefono-. Si tratta... di noi...
         -Non c’è un «noi» -l’interruppe lui implacabile -. E per quanto successe nella festa, deduco
che parlare con calma va aldilà delle tue capacità.
         Meredith era sul punto di rovinarlo tutto con una risposta furiosa, ma finalmente conseguì
controllarsi. Non voleva la guerra ma la pace. Era una donna d’affari e aveva imparato a trattare
vittoriosamente uomini caparbi. Matt si dimostrava difficile e, per tanto, doveva condurlo in altro
modo e non ci sarebbe riuscita se litigava con lui.
         -Non avevo idea che Sally Mansfield era nelle vicinanze quando mi comportai con te come
lo feci –gli spiegò con tatto-. Ti chiedo scuse per ciò che ho detto e, soprattutto, per averlo fatto
davanti a lei.
         -Sono impressionato –replicò lui con scherno-. È ovvio che hai studiato diplomazia.
         Meredith fece una smorfia al ricevitore, ma si astenne di alzare la voce.
         -Matt, cerco di stabilire una tregua, non puoi collaborare un po’ con me?
         Lui si agitò sentendo il suo nome nelle labbra di Meredith e tentennò alcuni secondi. Poi
rispose bruscamente:
         -Tra un’ora parto per New York. Non ritornerò fino a lunedì notte.
         Meredith accennò un sorriso trionfale.
         -Il giovedì è il giorno del Ringraziamento. Potremmo vederci prima, ad esempio martedì?
O quel giorno è impossibile per te?
         Matt consultò la sua agenda e vide che quella settimana era piena di riunioni e
appuntamenti: era terribilmente occupato e, nonostante, disse:
         -Martedì va bene. Perché non passi dal mio ufficio alle dodici meno un quarto?
         -Perfetto –accettò lei subito, più sollevata che delusa per i cinque giorni d’attesa.
         -A proposito, tuo padre sa che ci vedremo?
         Il tono corrosivo delle sue parole fece capire a Meredith che l’ostilità di Matt nei confronti
di Philip non era diminuita.
         -Lo sa.
         -Allora mi sorprende che non ti abbia chiuso sotto chiave e non ti abbia incatenato per
impedire il nostro incontro. Forse si sta ammorbidendo.
         -Non è che si sia ammorbidito, ma è invecchiato ed è stato molto ammalato. –sapeva che
l’animosità di Matt verso suo padre sarebbe aumentata appena scoprisse che Philip aveva assunto,
anche se involontariamente, i servigi di un falso avvocato, e che la dissoluzione del matrimonio
non era legale. Meredith cercò di attenuare in anticipo l’ira di Matt-. Può morire in qualunque
momento –aggiunse.
         -Quando lo faccia –replicò Matt con sarcasmo-, spero per l’amore di Dio che qualcuno
abbia la presenza d’animo necessaria per inchiodargli un palo nel cuore.
         Meredith soffocò un risolino di orrore per la battuta di Matt e lo salutò cortesemente. Ma
quando posò il telefono, smise di ridere. Si appoggiò nella spalliera e meditò. Matt aveva insinuato
che suo padre era un vampiro e vi fu un tempo in cui lei pensò che lui realmente le consumasse la
vita. Nel migliore dei casi, suo padre le aveva strappato gran parte della gioia della sua giovinezza.



        26

           Il martedì della seguente settimana, giorno dell’appuntamento, Meredith si era auto
convinta che tra lei e Matt poteva prodursi un incontro cortese e impersonale, nel quale l’avrebbe
persuaso che un divorzio rapido e senza complicazioni era la miglior cosa per entrambi.
           Si guardò allo specchio del bagno privato adiacente al suo ufficio. Si ritoccò le labbra e si
slacciò i lunghi capelli, che le coprirono le spalle. Dopo diede un passo indietro per studiare
l’effetto del maglione di lana nero col collo alto e la gonna dello stesso colore. Un risplendente
girocollo d’oro distaccava sull’abbigliamento nero. Nel polso portava un braccialetto che si
abbinava.
           L’orgoglio e il buon senso le esigevano la massima eleganza. Matt usciva con stelle del
cinema e con attraenti ed incantevoli modelle. Pensava di poterlo manipolare meglio se irradiava
fiducia. Soddisfatta del suo aspetto, conservò nella borsetta i suoi trucchi, indossò la pelliccia e i
guanti e uscendo decise di prendere un taxi per andare all’ufficio di Matt, per risparmiarsi la lotta
nel traffico e il problema del posteggio, tenendo conto che pioveva a dirotto.
           Una volta nel taxi, guardò dal finestrino e osservò i pedoni attraversare frettolosamente
Michigan Avenue, alcuni coprendosi con l’ombrello, altri con giornali. La pioggia martellava il
tettuccio della macchina e lei si annidò tra le pieghe della lussuosa pelliccia che suo padre le aveva
regalato per il suo venticinquesimo compleanno. Meredith aveva passato cinque giorni praticando
ciò che doveva dire a Matt e come dirglielo; gli avrebbe parlato con tatto, professionalmente. Non
si sarebbe ribassata a criticarlo per le azioni passate. Da un lato, lui non aveva coscienza; dall’altra,
lei si rifiutava di dargli la soddisfazione di fargli sapere quanto male si era sentita a causa del suo
tradimento. Si ricordò che non doveva fargli nessuna recriminazione. Tatto, professionalità... E non
avrebbe affrontato il problema che la portava lì subito: gliel’ha avrebbe detto poco a poco. Sentì
che le tremavano le mani e le infilò nelle tasche della pelliccia.
           La voce del tassista la fece uscire dai suoi pensieri.
           -Siamo arrivati, signorina.
           Meredith pagò e sotto l’acquazzone si precipitò verso la protezione dell’edificio di vetro e
acciaio che era la sede della più recente acquisizione di Matt Farrell.
           Quando uscì dall’ascensore, si trovò in un’ampia reception. Si diresse verso l’impiegata,
una ragazza molto elegante seduta dietro un tavolo rotondo. La giovane la guardò con mal celato
fascino.
           -Il signor Farrell la sta aspettando, signorina Bancroft –disse, riconoscendo Meredith dalle
foto nei media-. In questo momento è in riunione, ma sarà libero in pochi minuti. Per favore, si
sieda.
         Arrabbiata perché Matt la faceva aspettare come un contadino che avesse sollecitato
un’udienza al re, Meredith guardò con sarcasmo l’orologio della parete: era arrivata con dieci
minuti d’anticipo.
         La sua ira scomparve con la stessa rapidità con la quale era arrivata e si sedette in una
sedia in pelle. Quando prese una rivista e l’aprì, un uomo uscì velocemente dall’ufficio dell’angolo,
lasciando la porta semi aperta. Da sopra la rivista, Meredith vide chiaramente all’uomo che era
stato suo marito e rimase a guardarlo affascinata.
         Matt era seduto con aria meditabonda. Si appoggiò allo schienale, ascoltando gli uomini
seduti di fronte a lui. Nonostante la pose rilassata, i suoi tratti riflettevano autorità e fiducia. Anche
in maniche di camicia, sprigionava un’aura di potere che Meredith trovò un tantino sorprendente e
perturbante. La sera dell’opera lei era stata troppo nervosa per osservarlo con dettaglio. Ma adesso
avvertì che i suoi tratti erano molto simili a quelli che lei ricordava... e, nonostante, aveva
sperimentato un cambio sottile. A 37 anni aveva perso l’insolenza della gioventù, e al suo posto si
apprezzava una forza tenace che lo faceva ancora più attraente di prima e più inflessibile. I capelli
erano più scuri ci come li ricordava, gli occhi più chiari, ma la bocca conservava la stessa
sensualità. Uno degli uomini disse qualcosa di divertente e la repentina risata di Matt aggiunse un
incanto che scosse Meredith. Sforzandosi di reprimere quella reazione inspiegabile, la giovane
concentrò la sua attenzione su quel che dicevano nell’ufficio. Apparentemente Matt progettava di
unire due divisioni di Intercop. Il proposito della riunione era quello di trovare il metodo più
semplice di farlo.
          Con grande interesse professionale, Meredith si rese conto che i metodi di Matt e il suo
atteggiamento verso i propri dirigenti differivano molto di quelli di Philip. Suo padre convocava
riunioni soltanto per dare ordini e si sentiva oltraggiato se qualcuno osava contraddirlo. Invece,
Matt preferiva la libera espressione di differenti punti di vista e di suggerimenti. Ascoltava,
soppesava in silenzio il valore di ogni idea, di ogni obbiezione. Invece di sottomettere e umiliare la
sua squadra, come faceva suo padre, Matt utilizzava i pregi di ciascuno, beneficiandosi
dell’esperienza di ognuno in un campo determinato. A Meredith sembrò un metodo molto più
produttivo e sensato di quello di Philip.
         Mentre spiava, dentro di lei cresceva una piccola gemma d’ammirazione. Lasciò la rivista
al suo posto e, come se quel movimento avesse chiamato l’attenzione di Matt, questi voltò la testa e
il suo sguardo incontrò quello di lei.
         Meredith rimase rigida, sentendo lo sguardo di quegli occhi penetranti. Lui smise si
osservarla e disse agli uomini seduti attorno alla sua scrivania:
         -È più tardi di quel che pensavo. Dopo pranzo continueremo con la riunione.
         Quando cominciarono ad uscire dell’ufficio, Meredith notò che le si asciugava la gola
vedendo avvicinare Matt. Tranquillità, tatto, comportamento professionale, recitò mentalmente la
nenia mentre alzava la vista per guardare Matt. Senza recriminazioni. Affronta il problema con
calma, non glielo dire subito.
         Matt la osservò alzarsi e quando parlò lo fece in modo impersonale, come impersonali
erano i sentimenti che la giovane gli ispirava.
         -Quanto tempo –commentò, preferendo dimenticare il loro breve e tormentato incontro nel
ballo.
         Lei si era scusata per telefono e il solo fatto di presentarsi lì dimostrava che voleva una
tregua; lui era disposto ad accettare. Dopo tutto, erano anni che l’aveva dimenticato ed era assurdo
conservare rancore per qualcuno che già aveva smesso di importargli.
         Incoraggiata per la sua mancanza di ostilità, Meredith gli tese la mano inguantata mentre
lottava per nascondere il suo nervosismo e riuscire ad esprimersi con la voce più naturale del
mondo.
         -Ciao, Matt –lo salutò senza mostrare il suo stato d’animo.
           La sua stretta fu rapida e breve, come negli affari.
           -Entra un attimo nel mio ufficio. Devo fare una telefonata prima di uscire.
           -Uscire? –domandò lei, mentre si avvicinava alle finestre dalle quali si vedeva lo skyline di
Chicago-. A cosa ti riferisci?
           Matt prese il telefono.
           -È appena arrivato un lotto di opere d’arte nel mio ufficio e devono appendere i quadri tra
alcuni minuti. Inoltre, ho pensato che fosse meglio parlare mentre pranziamo.
           -Mentre pranziamo? –ripetè Meredith, pensando freneticamente come eludere l’ostacolo.
           -Non mi dire che già hai mangiato perché non ci credo –replicò lui, mentre faceva il
numero-. Pensavi che non era civilizzato pranzare prima delle due.
           Meredith ricordò aver fatto un commento del genere durante i giorni che passò con lui e la
sua famiglia. Che presuntuosa e idiota era ai 18 anni!, pensò. Oggi giorno pranzava in ufficio, cioè,
se aveva tempo e quando l’aveva, che poteva essere a qualunque orario. In realtà, pranzare in un
ristorante non era una cattiva idea, perché lì lui non poteva maledirla in voce alta né gridare
quando sapesse la notizia.
           Poiché non le sembrò giusto rimanere accanto al telefono, Meredith si avvicinò ad una
parete dove c’erano dei quadri d’arte moderna. In un estremo dell’ufficio osservò e identificò
l’unico quadro che le piaceva: un grande Calder. Nell’altra parete c’era un quadro enorme, con
macchie gialle, blu e marroni. Meredith retrocesse un passo per contemplarlo meglio, cercando di
vedere cosa vedevano quando guardavano quella presunta opera d’arte. Poi un altro che sembrava
un passeggio newyorchese... Meredith girò la testa per studiarlo con attenzione. Non era un
passeggio, forse un monastero. Neanche. Forse erano montagne al contrario, un villaggio e un
torrente d’acqua che attraversava il quadro in diagonale. E secchi d’immondizia...
           In piedi dietro la scrivania, Matt la osservava mentre aspettava la chiamata. La studiava
con un interesse imparziale. Avvolta nella sua pelliccia di visone, il suo aspetto era elegante e
lussuoso, un’impressione che non coincideva con la purezza virginale del profilo, come Matt notò
quando lei alzò la vista verso un quadro. Sotto le luci del soffitto, i capelli di Meredith brillavano
intensamente. A quasi trent’anni, ancora irradiava la stessa aura convincente di sofisticazione e
attrazione naturale. Senza dubbio questa qualità ebbe un ruolo fondamentale quando mi sedusse,
pensò lui sarcasticamente. Quella bellezza paralizzante combinata con un superficiale ma
convincente distanziamento e un tocco d’inesistente dolcezza e bontà. Incluso adesso, una decade
più vecchio e più saggio, la avrebbe trovata squisitamente seduttrice se non sapesse quanto fredda
ed egoista era in realtà.
           Quando posò il telefono si diresse verso Meredith, che stava studiando il quadro e aspettò
i suoi commenti.
           -Credo... che è magnifico –mentì lei.
           -Davvero? Cosa ti piace di lui?
           -Oh, tutto. I colori... l’eccitazione che produce, l’originalità...
           -Originalità –ripetè lui incredulo-. Cosa vedi concretamente guardando il quadro?
           -Beh, vedo che potrebbero essere montagne, o guglie gotiche al contrario, o... –la sua voce
si spense, presa da un subito malessere-. Cosa ci vedi tu?
           -Vedo un investimento di un quarto di milione di dollari che adesso è diventato mezzo
milione –le rispose acremente.
           -Mezzo milione per questo? –non poté nascondere lei il suo stupore.
           -Per questo –rispose lui e lei credette di vedere uno scintillio di umore nei suoi occhi.
           -Non ho voluto descriverlo come sembrò –si scusò lei, ricordando il suo piano: tranquillità,
tatto... -. In realtà, non so un gran che di arte moderna.
           Matt fece spallucce con indifferenza e suggerì:
           -Andiamo?
         Quando lui andò a prendere il soprabito nell’armadio, Meredith notò sulla scrivania la foto
di una giovane molto bella, seduta in un tronco caduto e con una gamba piegata in modo che il
ginocchio le arrivava fino al petto. Aveva i capelli al vento e il suo sorriso era abbagliante. Meredith
decise che quella ragazza era una modella professionista o, a giudicare dal sorriso, qualcuna che
era innamorata del fotografo.
         -Chi fece quella foto?
         -Io. Perché?
         -Per niente –quella ragazza non era nessuna delle famose stelle o donne dell’alta società
con le quali Matt era stato immortalato. Nella ragazza si osservava una bellezza fresca e virginale-.
Non la riconosco.
         -Perché non si muove nei tuoi circoli –ironizzò lui-. È soltanto una ragazza che lavora come
ricercatrice in un laboratorio di chimica, nell’Indiana.
         -Ed è innamorata di te –concluse Meredith, avvertendo il sarcasmo nella sua voce.
         Matt contemplò la foto di sua sorella.
         -Ed è innamorata di me.
         Meredith si disse che quella ragazza rea importante per Matt Farrell. Se era vero, se stava
considerando la possibilità di sposarsi o l’aveva già deciso... allora sarebbe stato disposto come lei
ad ottenere un divorzio rapido e senza complicanze di nessun tipo e ciò avrebbe facilitato le cose.
         Passando dall’ufficio della segretaria, Matt si fermò a parlare con la donna con i capelli
grigi.
         -Tom Anderson è nell’udienza della commissione qualificatrice di Southville –la informò-.
Se ritorna prima di me, gli dia il numero del ristorante e gli dica di chiamarmi lì.



        27

          Una fiammante limousine li aspettava accanto al marciapiedi. Appoggiato nella parte
posteriore del veicolo c’era un robusto autista, col naso schiacciato e un fisico imponente. L’uomo
sostenne la portiera aperta per far entrare Meredith. A lei piaceva viaggiare in limousine, ma
appena partirono, la giovane si afferrò al bracciolo del sedile, sorpresa. Nascose l’allarma
nonostante la macchina prendesse gli angoli di strada con stupefacente temerarietà. Quando
sorpassò un autobus e passò un semaforo rosso, guardò Matt, molto nervosa.
          -Joe non ha rinunciato al suo sogno di correre ad Indianapolis.
          -Ma questo non è Indianapolis –sottolineò Meredith senza mollare il sedile poiché in quel
momento Joe girò bruscamente.
          -Ma nemmeno è l’autista.
          -Davvero? Cos’è allora?
          -Il mio guarda del corpo.
          Meredith sentì un vuoto nello stomaco costatando che Matt aveva motivi di temere che
altri lo odiassero a morte e volessero danneggiarlo fisicamente. A lei mai l’aveva attratto il pericolo.
Le piacevano la pace e la sicurezza. L’idea di un guarda del corpo le risultava un tantino selvaggia.
          Non parlarono più finché Joe non fermò il veicolo davanti al Landry, uno dei ristoranti più
eleganti ed esclusivi di Chicago. Il maitre, che era anche comproprietario del ristorante, si trovava,
come al solito, vicino la porta principale. Meredith conosceva John da molti anni, dai suoi giorni
d’internato, quando suo padre la portava lì e il maitre le serviva qualche soave bibita come se fosse
un’esotica bibita alcolica.
          -Buon pomeriggio, signor Farrell –lo salutò John formalmente, ma quando vide Meredith,
aggiunse un ampio sorriso-: Signorina Bancroft, è sempre un piacere vederla.
          Meredith guardò fugacemente a Matt, il cui viso era impenetrabile. Lei si domandò come
aveva preso avere la prova che conoscevano più lei che lui nel ristorante. Ma lo dimenticò subito,
quando furono accompagnati al loro tavolo e vide alcuni visi noti. A giudicare dagli sguardi di
stupore, avevano riconosciuto Matt e senza dubbio si chiedevano come mai Meredith
accompagnava un uomo che aveva insultato in pubblico. Sherry Withers, una delle maggiori
pettegole del circolo di conoscenze di Meredith, fissava Matt, arcuando le sopraciglia. Stava
speculando e divertendosi.
          Un cameriere li condusse fra file di rami di fiori appena recisi, fino un tavolo abbastanza
vicino al piano per sentire la musica e abbastanza lontano per non impedire loro una
conversazione. Se non si era cliente abituale di Landry, era impossibile prenotare un tavolo con
meno di due settimane di anticipo e, ovviamente, trovare un tavolo come quello, era un’impresa.
Meredith si domandò come lo trovò Matt.
         -Un aperitivo? –domandò lui quando si sedettero.
         La mente di Meredith abbandonò ogni congettura sul tavolo per affrontare la terribile
situazione che si avvicinava.
         -No, grazie. Soltanto acqua con ghiaccio –dopo si corresse-. Sì, prenderò un aperitivo.
         -Cosa ti piacerebbe?
         -Essere in Brasile –mormorò lei con un sospiro.
         -Scusa?
         -Qualcosa di forte –rispose lei-. Un Manhattan –ma di immediato fece un gesto di
negazione: una cosa era calmarsi e un’altra molto diversa indursi a dire o a fare qualcosa di
improprio. Era troppo nervosa e voleva prendere qualcosa che scemasse la tensione. Qualcosa da
bere lentamente e che nel frattempo operasse il piccolo miracolo: qualcosa che non le piaceva-. Un
martini –decise finalmente.
         -Tutto quanto? –chiese lui con apparente serietà-. Un bicchiere d’acqua, un Manhattan e un
martini?
         -No... soltanto il martini –chiarì lei con un sorriso tentennante e uno sguardo di frustrata
desolazione.
         Per un istante, Matt si sentì intrigato davanti quella combinazione di contrasti che
Meredith offriva. Col suo aspetto elegante, combinato al leggero rossore delle guance, l’inevitabile
attrazione dei suoi occhi inebrianti e la sua confusione da adolescente, facevano di lei un essere
quasi irresistibile. Poiché era stata lei a chiedere l’incontro, Matt decise di comportarsi come aveva
pensato la sera del ballo, e cioè, che il passato, passato era.
         -Ti lancerò in un altro mare di confusione se ti chiedo con cosa vuoi prendere il martini?
         -Gin –rispose lei-. No, vodka –si corresse e aggiunse di nuovo-: No, gin. Un martini con
gin.
         Nervosa, arrossì e non avvertì lo sguardo burlone degli occhi di Matt quando lui continuò
a chiedere con voce solenne:
         -Dolce o secco?
         -Secco.
         -Beefeater, Tanqueray o Bombay?
         -Beefeater.
         -Oliva o cipolla?
         -Oliva.
         –Una o due?
         –Due.
         –Valium o aspirine? –chiese con lo stesso tono, accennando un sorriso.
         Meredith si rese conto che aveva scherzato tutto il tempo. Si sentì sollevata e gli restituì il
sorriso.
         -Mi dispiace. Sono... un po’ nervosa.
         Quando il cameriere si allontanò con l’ordinazione, Matt pensò nella confessione di
Meredith rispetto allo stato dei suoi nervi. Si guardò in torno. In quel lussuoso ristorante un
pranzo costava quanto lui guadagnava in una giornata di duro lavoro ad Edmunton. Quasi senza
volerlo, fece anche lui una confessione.
         -Solevo sognare di portarti a mangiare in un posto come questo.
         Distratta, pensando come affrontare la questione che l’aveva portata lì, Meredith passeggiò
lo sguardo e vide lo stupendo dispiegamento di fiori in enormi vasi d’argento.
         -Un posto come quale?
         Matt rise.
         -Non sei cambiata per niente, Meredith. Il lusso più traboccante per te è ancora la cosa più
naturale del mondo.
         Disposta a mantenere il buon clima istaurato mentre discutevano su cosa voleva bere lei,
Meredith disse:
         -Non puoi sapere se sono cambiata o no: abbiamo passato assieme soltanto sei giorni.
         -Con le rispettive notti –segnalò Matt intenzionalmente per farla arrossire un'altra volta.
Desiderava che la sua sicurezza vacillasse di nuovo, voleva ricuperare la ragazza insicura, incapace
di decidere quale aperitivo prendere.
         Meredith ignorò l’allusione di Matt, ma non si allontanò completamente dell’argomento.
         -È difficile credere che una volta siamo stati sposati.
         -Non è per nulla sorprendente poiché non hai mai usato il mio cognome.
         -Sono sicura –commentò lei, intentando di usare un tono di serena indifferenza- che ci
sono dozzine di donne con più diritti di quelli che ho mai avuto io di utilizzare il tuo cognome.
         -Parli come se fossi gelosa.
         Meredith era sul punto di perdere la pazienza, ma si controllò.
         -Se ti sembro gelosa, allora hai problemi di udito.
         -Avevo dimenticato quel tono da collegio che hai quando sei arrabbiata –disse con un
sorrisino.
         -Che succede? –replicò la giovane con voce acuta-. Vuoi litigare?
         -In realtà –rispose lui – le mie ultime parole volevano essere un complimento.
         -Oh –bisbigliò lei.
         Sorpresa e un po’ nervosa, guardò il cameriere che stava servendo gli aperitivi.
Ordinarono il pranzo e Meredith decise di aspettare che Matt bevesse una parte del suo aperitivo
con la speranza che l’alcol lo ammorbidisse un po’. Allora gli darebbe la notizia che il loro divorzio
non esisteva. Lasciò che fosse lui a scegliere il prossimo argomento.
         Matt alzò il suo bicchiere, irritato con se stesso per aver provocato Meredith.
         -Secondo la stampa, ti occupi di mezza dozzina d’iniziative benefiche, dall’orchestra
sinfonica, all’opera e al balletto. Cos’altro fai col tuo tempo?
         -Lavoro cinquanta ore settimanali in Bancroft –rispose lei, vagamente delusa che
apparentemente lui non avesse notizia delle sue conquiste come dirigente esecutiva.
         Ovviamente Matt era al corrente di quelle conquiste, ma aveva curiosità per sapere fino a
che punto lei era una buona professionista. Era sicuro che l’avrebbe scoperto soltanto sentendola
parlare di ciò. Cominciò a farle domande.
         Meredith rispose a tutte. Al principio tentennante, ma poi con maggiore fiducia, per un
lato perché così evitava toccare la questione del divorzio e dall’altra perché il lavoro era il suo
argomento preferito di conversazione. Le domande di Matt era mirate e sembrava davvero
interessato in ciò che sentiva e non passò molto tempo perché Meredith gli raccontasse
dettagliatamente le sue conquiste, i suoi obbiettivi, i suoi successi e le sue disfatte. Sì, Matt sapeva
ascoltare e col suo atteggiamento stimolava il suo interlocutore, che finiva con fargli tutti i tipi di
confidenze. Prima di rendersi conto, Meredith gli aveva spiegato incluso il problema al quale si
misurava in quel momento: le accuse di nepotismo. Le risultava difficile affrontare quella accusa
quasi tanto come al sciovinismo che il padre fomentava tra gli esecutivi con il proprio
atteggiamento.
         Quando il cameriere ritirò i coperti, Meredith aveva risposto tutte le domande di Matt e
aveva bevuto quasi mezza bottiglia di Bordeaux, chiesta da lui. Adesso che era arrivato il momento
di abbordare la questione del divorzio, si sentiva molto più rilassata che all’inizio del pranzo. Si
guardarono in amichevole silenzio.
         -Tuo padre è fortunato di averti in Bancroft –disse Matt sinceramente. Non aveva nessun
dubbio che Meredith fosse una dirigente eccellente, molto dotata. Mentre parlava aveva
manifestato il suo stile professionale, così come la sua dedizione, intelligenza, entusiasmo e,
soprattutto, il suo coraggio ed il suo ingegno.
         -Sono io quella fortunata. Bancroft è tutto per me, la cosa più importante della mia vita.
         Matt si appoggiò alla spalliera della sedia, pensando nella dimensione di vita di Meredith.
Si accigliò e contemplò il bicchiere di vino che aveva in mano, domandandosi perché diavolo la
giovane parlava dei grandi magazzini come di una persona cara. Perché nella sua vita non c’era
nulla di più importante della sua carriera? Perché non lo era Parker Reynolds, o qualunque altro
membro importante dell’alta società? Immediatamente Matt trovò le risposte: la chiave era suo
padre. Philip Bancroft aveva ottenuto ciò che voleva: dominare sua figlia in maniera così brutale ed
effettiva che alla fine, a lei non importavano gli uomini. Qualunque fosse la ragione che aveva per
sposarsi con Reynolds, era ovvio che non era per amore. Basandosi in ciò cha aveva detto Meredith
e nell’espressione del suo viso mentre parlava di Bancroft, era fidanzata ed innamorata dei grandi
magazzini.
         Matt la guardava e sentiva pietà e tenerezza. Erano le stesse emozioni che aveva sentito la
sera in cui la conobbe, assieme all’incontrollabile desiderio di possederla, un desiderio che annullò
il suo buon senso. Entrò in quel club, vide il sorriso vivace di Meredith, i suoi occhi brillanti e perse
il senso. In quel momento il suo cuore si addolcì ricordando che lo aveva presentato ai soci di
Glenmoor come un grande affarista dell’acciaio dell’Indiana. Che meravigliosa! Così piena di risa e
di vita, così innocentemente ardente nelle sue braccia. Lui aveva cercato di allontanarla dal padre,
carezzarla, viziarla, proteggerla.
         Se avessero continuato ad essere sposati, lui sarebbe incredibilmente orgoglioso della sua
donna. In realtà, in un modo impersonale, era orgoglioso di ciò che Meredith era arrivata ad
essere.
         Viziarla e proteggerla? Matt comprese l’implicazione dei suoi pensieri e strinse i denti,
disgustato con se stesso. Meredith non aveva di nessuno che la proteggesse. In realtà, era mortifera
come il veleno di una vedova nera. Le importava soltanto una persona: suo padre, e per placarlo
aveva assassinato il figlio che portava in seno. Era una donna senza carattere e senza cuore; una
bambola bella e vuota da mettere in un angolo, vestita con gli abiti più cari. Serviva soltanto per
questo. E se lui l’aveva dimenticato era precisamente a causa del suo aspetto, dei suoi occhi
accattivanti, della sua bocca dolce e generosa, il suono musicale della sua voce, il sorriso
contagioso e il suo modo di essere. Dio! Mi sono sempre comportato come un idiota con questa
donna, pensò Matt, e la sua ostilità scomparve quando capì che non aveva senso continuare
odiandola. Al margine di ciò che lei aveva fatto, non doveva dimenticare che allora era molto
giovane ed era spaventata. Inoltre, tutto era successo molto tempo fa. Così, guardò Meredith e le
fece un complimento imparziale e un tantino indifferente:
         -Sentendoti, è facile capire che sei diventata una grande dirigente. Se fossi ancora sposata a
me, è probabile che io tentassi di attrarti nella mia impresa.
         Senza saperlo, aveva dato modo a Meredith di affrontare la questione che l’aveva portata
lì. La giovane non lasciò passare l’opportunità. Tentando di iniettare un goccio di umorismo al
temibile momento, disse con una risata soffocata e nervosa:
         -Allora comincia ad attrarmi.
         Gli occhi di Matt si socchiusero.
         -Che significa questo?
         Incapace di mantener più tempo il suo più che tentennante sorriso, Meredith si inclinò
verso di lui, incrociò le braccia sul tavolo e lasciò andare un profondo sospiro.
         -Ho qualcosa... da dirti, Matt. Cerca di non perdere la calma.
         Lui fece spallucce con indifferenza e si portò il bicchiere di vino alle labbra.
         -Non sentiamo niente l’uno per l’altra, Meredith. Per tanto, nulla di quel che dici mi farà
perdere la calma...
         -Siamo ancora sposati –annunciò la giovane.
         -Nulla eccetto questo! –esclamò lui.
         -Il nostro divorzio non è legale –proseguì lei sotto lo sguardo ombroso dell’ex marito-.
L’avvocato... l’avvocato che ebbe l’incarico del nostro divorzio era un imbroglione che adesso è
indagato dalla giustizia. Nessun giudice firmò la sentenza di divorzio. Nessun giudice l’ha mai
vista!
         Fuori di se, Matt posò il bicchiere sul tavolo, si inclinò verso di lei e disse furibondo:
         -O menti o sei una stupida! Undici anni fa mi hai invitato a dormire con te senza pensare
nelle conseguenze. Quando sei rimasta incinta sei venuta a me correndo e mi hai addossato il
problema. E adesso mi dici che non hai avuto l’intelligenza di contrattare i servigi di un avvocato
che portasse a termine il divorzio e che quindi, siamo ancora sposati. Come diavolo puoi dirigere
una sezione dei grandi magazzini ed essere allo stesso tempo così stupida?
         Ogni parola di Matt le feriva l’orgoglio come una fustigata, ma Meredith si era aspettata
qualcosa del genere e pensò che se lo meritava. L’impatto della rivelazione lasciò muto a Matt per
un istante e lei ne approfittò per parlare:
         -Matt, capisco come ti senti...
         Lui voleva credere che Meredith se lo meritava e che quello non era nient’altro che il pazzo
intento di estorcergli denaro. Voleva crederlo, ma in fondo pensava che dicesse la verità.
         -Se io fossi al posto tuo, mi sentirei allo stesso modo.
         -Quando l’hai saputo?
         -La sera prima che ho chiamato per concertare questo incontro.
         -Supponendo che mi stai dicendo la verità, e cioè che siamo ancora sposati, cosa pretendi
di me?
         -Un divorzio. Civile e tranquillo, senza complicazioni, ed immediato.
         -Senza alimenti? –la schernì lui e osservò come un furioso rossore coprì le guance di
Meredith-. Senza diritti di proprietà né nulla del genere?
         -Esatto.
         -Va bene, perché sicuramente non avresti ottenuto niente di me.
         Furiosa per quel modo di ricordarle che adesso lui era molto più ricco di lei, Meredith lo
guardò con sufficienza.
         -Hai sempre pensato nel denaro e soltanto nel denaro, null’altro ti ha mai interessato.
Ebbene, non ho mai voluto sposarti né voglio i tuoi soldi. Preferirei morire di fame prima che
qualcuno sappia che siamo stati sposati.
         Il maitre scelse proprio quel momento per chiedere loro si avevano gradito il pranzo e se
desideravano qualcos’altro.
         -Sì- rispose Matt acremente -. Un whisky doppio con ghiaccio per me e un altro martini
per mia moglie – godette enfatizzando la parola.
         Meredith, che generalmente non abituava a mostrare i suoi sentimenti in pubblico, si voltò
verso il suo vecchio amico ed esclamò:
         -Ti darò mille dollari se avveleni la sua bibita!
         Inchinandosi brevemente, John sorrise e disse con grave cortesia:
         -Sicuro, signora Farrell –volgendosi verso Matt, chiese divertito-: Arsenico o preferisce
qualcosa di più esotico, signor Farrell?
         -Non osare chiamarmi con quel nome! –avvertì Meredith a John-. Non mi chiamo così.
         Il viso del maitre tornò serio. Fece un altro inchino e bisbigliò:
         -Chiedo scuse sinceramente per essermi preso delle libertà che non mi corrispondono,
signorina Bancroft. La sua bibita è un omaggio della casa.
         Meredith si sentì un’arpia per aver scaricato la sua ira su John. Rimase a guardarlo mentre
si ritirava, orgoglioso. Dopo guardò Matt. Aspettò un attimo che si calmassero gli animi, poi
sospirò e disse:
         -Matt, è controproducente per noi litigare. Non possiamo tentare di trattarci almeno con
cortesia? Così sarà più facile affrontare la situazione...
         Lui sapeva che Meredith aveva ragione. Dopo un momento di riflessione, suggerì:
         -Suppongo che possiamo tentarlo. Come pensi che dobbiamo affrontare questa situazione?
         -In silenzio! –rispose lei, sorridendo sollevata-. E rapidamente. La necessità di discrezione
e rapidità è molto maggiore di quello che forse credi.
         Matt annuì. A quanto sembrava, tornava a pensare con calma.
         -Parlami del tuo fidanzato. Secondo la stampa, pensi sposarlo a febbraio.
         -Beh, questo è parte della questione –ammise lei-. Parker sa cosa successe tra di noi. Lui
scoprì che l’avvocato che doveva presentare la sentenza del divorzio era un imbroglione. Ma c’è
un'altra cosa, che è di vitale importanza per me e che potrebbe pregiudicarmi se si espande la
notizia che siamo sposati.
         -E cos’è?
         -Ho bisogno di un divorzio discreto, preferibilmente segreto, per evitare pubblicità e
pettegolezzi. Vedi, mio padre si prenderà delle vacanze per motivi di salute e io desidero
l’opportunità di sostituirlo come presidente interino. Necessito l’occasione di dimostrare al
consiglio degli azionisti che posso farmi carico della presidenza quando lui si ritiri
definitivamente. Il consiglio tentenna perché lo compone gente conservatrice che dubita della mia
doppia condizione di giovane e donna. A questi due fattori in contro si sommano il fatto che la
stampa non mi ha aiutato dando di me l’immagine di una frivola dell’alta società, cioè, quello che il
consiglio vorrebbe credere che sono. Se la stampa scopre di noi, convertiranno il fatto in un
carnevale. Io ho annunciato il mio fidanzamento con un banchiere molto serio e importante,
mentre che da parte tua, si suppone che sposerai mezza dozzina di stelle. Ma siamo qui, uniti in
matrimonio. La bigamia non è una condizione che contribuisca significativamente ad accedere alla
presidenza di Bancroft. Ti assicuro che se si scopre tutto sarà la fine delle mie ambizioni.
         -Non dubito che la pensi così, ma non sono sicuro che ti facesse tutto questo danno che
dici.
         -No? –mormorò con amarezza-. Come hai reagito quando ti dissi che l’avvocato incaricato
del nostro divorzio era un falso avvocato? Immediatamente sei arrivato alla conclusione che sono
un’imbecille inetta, incapace di condurre la mia vita, figurati quella di un altro o dei grandi
magazzini. I membri del consiglio degli azionisti non mi guardano di buon occhio e reagirebbero
esattamente come te.
         -Tuo padre non può lasciar in chiaro che vuole che sia tu ad occupare il suo posto durante
la sua assenza?
         -Sì, ma secondo lo statuto dell’impresa, il consiglio d’amministrazione deve votare ad
unanimità nelle elezioni per la presidenza. Anche se mio padre li controllasse, non sono sicura che
interceda a mio favore.
         Matt non rispose perché in quel momento si avvicinava un cameriere con le bibite ed un
altro trascinando un carrellino con un telefono senza fili.
         -C’è una chiamata per lei, signor Farrell –annunciò il cameriere.
         Conscio che si trattava di Tom Anderson, Matt si scusò con Meredith e rispose al telefono:
         -Com’è andata con la commissione per Southville?
         -Male –rispose Anderson-. Ci hanno rifiutato.
         -Com’è possibile che rifiutassero una petizione di riqualificazione che beneficia tutta la
comunità? –scoppiò Matt più sorpreso che furioso.
         -Secondo il mio contatto nella commissione, qualcuno molto influente fece pressioni ai
membri perché votassero in contro della riqualificazione.
         -Qualche idea di chi si tratta?
         -Sì. Un tipo chiamato Paulson. Disse ad alcuni membri della commissione, tra loro al mio
contatto, che il senatore Davies avrebbe considerato un favore personale che la nostra richiesta
fosse rifiutata.
         -Che strano –rispose Matt, accigliandosi e cercando di ricordare se aveva finanziato la
campagna del senatore Davies o quella del suo oppositore. Nonostante, prima di trovare una
risposta, senti la voce sarcastica di Tom.
         -Hai letto niente sulla festa di compleanno in onore del buon senatore Davies?
         -No. Perché?
         -La festa fu offerta dal signor Philip A. Bancroft. Esiste qualche connessione tra lui e la
Meredith della quale abbiamo parlato la settimana scorsa?
         L’ira scoppiò nel petto di Matt. Fissò lo sguardo su Meredith e notò che era impallidita,
sicuramente a causa della menzione di Southville. Rispose ad Anderson con voce soave e gelida:
         -Certo che c’è una connessione. Sei in ufficio? –Anderson rispose affermativamente-.
Rimani lì. Sarò di ritorno alle tre e programmeremo una strategia.
         Lentamente, Matt posò il telefono e guardò Meredith che, con crescente nervosismo,
lisciava delle pieghe inesistenti sulla tovaglia. Nel suo viso si rifletteva la colpa, e in quel momento
Matt la odiò con una virulenza appena contenibile. Lei gli aveva chiesto quell’incontro con lo
scopo di «sotterrare l’ascia». Che ipocrita! L’unica cosa che voleva era approfittarsi di lui per
potersi sposare col suo prezioso banchiere, arrivare alla presidenza di Bancroft e conseguire un
divorzio rapido e discreto. Molto bene. Era contento che volesse tutte quelle cose perché non le
avrebbe concesso nemmeno una. In cambio, ciò che lei e suo padre avrebbero ottenuto era una
guerra senza esclusione di colpi, una guerra che avrebbero perso... e con lei tutto ciò che
possedevano. Fece cenno al cameriere perché gli portasse il conto. Meredith sentì che il tremore
che l’aveva scosso davanti alla menzione della commissione di riqualificazione diventava adesso
panico. Ancora non erano arrivati a nessun accordo e già lui si disponeva a dare per concluso il
loro incontro. Il cameriere arrivò col conto, Matt posò un biglietto di cento dollari senza neanche
guardare l’importo e si alzò.
         -Andiamo –disse e senza aspettare risposta, girò attorno al tavolo e ritirò la sedia di
Meredith.
         -Ma ancora non siamo arrivati a nessun accordo –obbiettò lei disperata. Matt la prese con
fermezza dal gomito e la obbligò ad avanzare verso la strada.
         -Finiremo la discussione in macchina.
         Pioveva a dirotto e il portiere in divisa, che aspettava sul marciapiedi, aprì l’ombrello e
coprì le teste dei due clienti mentre salivano nella limousine.
         Matt ordinò a Joe di portare Meredith ai grandi magazzini Bancroft. Dopo si voltò verso
lei.
         -Bene, cosa vuoi che facciamo?
         Il tono della voce suggeriva che era disposto a cooperare, e Meredith sentì un miscuglio di
sollievo e vergogna. Vergogna perché sapeva che la commissione aveva rifiutato la richiesta di
Matt e neanche sarebbe ammesso a Glenmoor. Giurò che avrebbe forzato la volontà paterna –anche
se non sapeva come- per rimediare ad entrambi danni, sussurrò:
         -Voglio un divorzio rapido e discreto, preferibilmente fuori dallo stato o dal paese. E
voglio che non si sappia che siamo stati sposati.
         Matt assentì come se considerasse la questione da un’ottica favorevole.
         -E se mi nego, come ti vendicheresti? Immagino –speculò con sarcasmo – che continuerai
ad umiliarmi nelle noiose riunioni di società e che tuo padre metterà il veto al mio ingresso in tutti
i club di Chicago.
         -Mi dispiace per Glenmoor. Mi dispiace davvero.
         Lui rise della sua serietà e replicò:
         -Mi importa un corno il tuo prezioso club. Qualcuno mi propose senza il mio consenso.
         Lei non poteva credere che quel fatto gli risultasse indifferente. Non sarebbe umano se non
si fosse sentito umiliato per la negativa. Il senso di colpa e la vergogna per la meschinità di suo
padre la obbligarono a sviare lo sguardo. Aveva goduto con la compagnia di Matt durante il
pranzo e anche lui era sembrato contento con la sua e il poter conversare come se non fosse esistito
un passato sgradevole tra entrambi. Non voleva essere la sua nemica; ciò che era successo anni
addietro non era stato tutto colpa di Matt. E adesso entrambi avevano nuove vite da vivere.
Meredith si sentiva orgogliosa dei suoi successi e pensava che lui aveva tutto il diritto del mondo
ad essere orgoglioso dei propri. L’avambraccio di Matt riposava nella spalliera del sedile e
Meredith vide l’elegante orologio d’oro nel suo polso. Dopo guardò la mano del suo ex marito, e
pensò che le sue mani erano meravigliose e virili. Molto tempo prima erano state piene di calli e
adesso erano immacolate...
         Meredith ebbe l’assurdo impulso di prendergliene una e dirgli: «Mi dispiace. Lamento
tutto ciò che abbiamo fatto per ferirci a vicenda. Mi dispiace che non fossimo fatti l’uno per l’altra».
         -Che succede? Vuoi vedere se ancora ho dell’unto sotto le unghie?
         -No! –esclamò lei, guardandolo direttamente negli occhi. Con serena dignità, aggiunse-:
Desideravo che le cose tra noi fossero finite in modo diverso... in un modo che ci permettesse di
essere amici, anche se non altro.
         -Amici? –ripetè lui con ironia-. L’ultima volte che ti sono stato amico mi costò il nome e
molte altre cose...
         Ti ha costato più di quello che credi, pensò Meredith, sentendosi colpevole. Ti ha costato il
progetto industriale che volevi costruire a Southville, anche se in qualche modo aggiusterò questo
guaio; obbligherò a mio padre a riparare il danno che ti ha causato e gli farò promettere che mai
più farà niente contro di te.
         -Matt, ascoltami –supplicò la giovane, ansiosa di aggiustare la situazione tra i due-. Sono
disposta a dimenticare il passato e...
         -Molto generoso da parte tua –la schernì lui.
         Meredith si irrigidì, sentendosi tentata a dirgli che era lei la parte offesa, la sposa
abbandonata, ma soffocò l’impulso e aggiunse caparbiamente:
         -Dissi di essere disposta a dimenticare il lavoro e lo sono. Se accetti un divorzio discreto e
rapido, farò in modo che tu non abbia problemi qui a Chicago.
         -E come pensi di conseguirlo, principessa? –domandò lui con evidente sarcasmo.
         -Non mi chiamare principessa! Non cerco di mostrarmi condiscendente, ma giusta.
         Matt la guardò negli occhi.
         -Chiedo perdono per la mia rozzezza, Meredith. Cosa vuoi fare a mio favore?
         Sollevata per ciò che interpretò come un cambio di atteggiamento, la giovane si affrettò a
rispondere:
         -Innanzitutto, mi assicurerò che non ti trattino come a un emarginato. So che mio padre
mise il veto al tuo ingresso a Glenmoor, ma cercherò di fargli cambiare idea...
         -Dimentichiamoci di me –suggerì lui soavemente, detestando l’ipocrisia che credeva di
vedere in Meredith. Senza dubbio gli piaceva di più quando lo metteva a suo posto come aveva
fatto la sera dell’opera, e lo insultava. Invece, adesso lei aveva bisogno di lui e ciò lo rendeva felice
perché non avrebbe ceduto un apice-. Tu vuoi un divorzio amichevole e veloce perché ti vuoi
sposare col tuo adorabile banchiere e arrivare alla presidenza di Bancroft, non è così? –lei annuì e
Matt continuò-: E la presidenza di Bancroft è molto importante per te, vero?
          -La desidero come non ho mai desiderato niente in vita mia –rispose lei anelante-. Mi
aiuterai... non è così?
          Studiò il viso inscrutabile di Matt. In quel momento la macchina si fermò davanti a
Bancroft.
          -No –rispose lui cortesemente.
          -No? –ripetè lei incredula-. Ma il divorzio è...
          -Dimenticalo!
          -Dimenticarlo? Tutto ciò che voglio dipende da questo!
          -Ma che maledetto peccato.
          -Allora otterrò il divorzio senza il tuo consenso –minacciò lei.
          -Fallo e creerò uno scandalo che non potrai dimenticare durante il resto della tua vita. Per
cominciare, denuncerò il tuo stupido banchiere per alienazione di affetto.
          -Alienazione di... –troppo perplessa per mostrarsi cauta, Meredith fece una risata-: Hai
perso la ragione? Se fai questo, sembrerai un marito cornuto e bastonato.
          -E tu una donna adultera.
          La rabbia si impadronì di Meredith.
          -Che tu sia maledetto! Se oserai vergognare pubblicamente a Parker, ti ucciderò con le mie
stesse mani. Non gli arrivi neanche alle suole delle scarpe. Lui è dieci volte più uomo di te, un
uomo che non ha bisogno nè cerca di coricarsi con ogni donna che gli passa davanti. Ha dei
principi, è un galantuomo, ma questo tu non puoi capirlo, perché sotto quell’abito su misura che
porti, non sei nient’altro che un sudicio fonditore di un sudicio paesetto e con un sudicio padre
ubriacone.
          -E tu –replicò lui selvaggiamente – continui ad essere una cagna malvagia e presuntuosa.
          Meredith cercò di schiaffeggiarlo, ma lui lo evitò prendendola dal polso. Dopo la attrasse
verso se finché entrambi i visi furono quasi a contatto. Allora Matt lanciò un’avvertenza con voce
fredda e soave.
          -Se la commissione di riqualificazione dei terreni di Southville non annulla la sua
decisione rispetto a Intercop, dimentica di parlare con me del divorzio. E se mi decido a dartelo,
sarò io a mettere le condizioni e tu e tuo padre dovrete accettarle senza fiatare. –aumentò la
pressione della sua mano, obbligando a Meredith ad inclinarsi ancora di più-. Lo capisci,
Meredith? Non avete potere su di me. Incrocia ancora una volta la mia strada e desidererai non
essere mai nata.
          Meredith si liberò dalle sue mani.
          -Sei un mostro!
          Prese la borsetta e i guanti e uscì dalla macchina. Joe tenne la portiera aperta e lei gli lanciò
uno sguardo altero. Ma il terribile guardiano di Matt osservava l’alterco con l’entusiasta intensità di
un rabbioso tifoso di tennis.
          Ernest corse verso la signorina Bancroft non appena la vide uscire dal veicolo. Era disposto
a difenderla da qualunque nemico l’assediasse.
          -Hai visto l’uomo della macchina? –gli chiese Meredith.
          -Sì, signorina Bancroft.
          -Bene. Se qualche volta si avvicina, chiama la polizia.
        28

         Joe O'Hara fermò la limousine davanti l’edificio dell’Intercop. Matt scese prima che il
veicolo fosse fermo.
         -Dica a Tom Anderson che salga –ordinò alla signorina Stern quando passava accanto a lei
strada facendo verso il suo ufficio-. E mi porti un paio di aspirine.
         Due minuti dopo, la segretaria arrivò con in bicchiere d’acqua fredda e le aspirine.
         -Il signor Anderson sta venendo –informò il capo e fissò lo sguardo sul suo viso mentre lui
ingoiava le pillole-. Ha un’agenda molto piena. Spero che non sia influenza. Il signor Hursch è a
letto, così come due vicepresidenti, oltre mezzo dipartimento di ricerche dati. L’influenza comincia
con mal di testa.
         Siccome la signorina Stern non aveva mai dimostrato un aperto interesse per il benessere
fisico del suo capo, questi pensò che ciò che preoccupava la sua segretaria era la paralisi del lavoro.
         -Non sono ammalato –assicurò lui acremente-. Non mi ammalo mai. –si passò una mano
nel collo, massaggiandosi distrattamente i muscoli indolenziti. L’emicrania, che in mattinata era
stata soltanto una piccola molestia, stava cominciando ad infastidirlo davvero.
         -Se è influenza può durare settimane, e incluso divenire polmonite. È ciò che successe alla
signora Morris, del dipartimento pubblicità, e alla signora Lathrup, del personale. Entrambe sono
ricoverate. Forse dovrebbe pensare in riposarsi, anziché andare nell’Indiana la prossima settimana.
Dall’altra parte, la sua agenda...
         -Non ho l’influenza –l’interruppe lui-. È soltanto un raffreddore normale e corrente.
         Percependo il tono di voce, la signorina Stern si irrigidì, girò sui suoi talloni ed uscendo
quasi si scontrò con Tom Anderson, che in quel momento entrava in ufficio.
         -Qualche problema con la Stern? –chiese Tom a Matt, guardando la segretaria che già era
uscita.
         -Ha paura di dover riorganizzare la mia agenda –disse Matt impaziente-. Parliamo sulla
commissione.
         -Va bene. Dimmi cosa vuoi che faccia.
         -Per cominciare, chiedi il posticipo di qualunque disposizione.
         -E poi?
         Come risposta, Matt prese il telefono e fece il numero di Vanderbilt.
         -A quanto vendono le azioni della Bancroft? –chiese a Peter-. Bene, inizia a comprare. Usa
la stessa tecnica che abbiamo usato per Haskell. Mantieni in segreto tutto.- posò il telefono e
guardò a Tom-. Voglio sapere chi sono i membri del consiglio d’amministrazione di Bancroft. Uno
di loro potrebbe essere disposto a vendersi. Indaga chi è e quale è il suo prezzo.
         In tutti gli anni che avevano lavorato assieme, durante tante battaglie finanziare intavolate
e vinte, Matt non aveva mai usato a qualcosa di così basso come la corruzione.
         -Matt, mi stai parlando di corruzione...
         -Ti sto parlando di lottare contro Bancroft con le loro stesse armi. Lui sta utilizzando la sua
influenza per intralciarci a Southville. Noi useremo i soldi per comprare i voti nel suo consiglio.
Cambia soltanto la moneta di scambio. Quando finirò con quel vecchio bastardo vendicativo,
dovrà ubbidirmi nel mio proprio feudo.
         -Va bene –disse Tom dopo aver tentennato un attimo-. Ma tutto questo dovrà farsi con la
massima discrezione.
         -C’è qualcos’altro –aggiunse Matt, andando verso la sala di conferenze annessa al suo
ufficio. Premette un tasto nella parete e il pannello con specchio che copriva il bar si aprì. Matt
prese una bottiglia di whisky, si servì un bicchiere e bevve un grande sorso-. Voglio sapere tutto ciò
che c’è da sapere sul modus operandi di Bancroft. Lavora con vanderbilt. Tra due giorni voglio
conoscere lo stato delle sue finanze e tutti i dati sui suoi esecutivi. Voglio conoscere il fianco più
vulnerabile di Bancroft.
         -Immagino che vuoi acquisire il controllo dell’impresa.
         Matt bevve un altro grande sorso di alcol.
         -Lo deciderò in seguito. Adesso ho bisogno di un numero di azioni sufficienti per
controllarla.
         -E Southville? Abbiamo investito una fortuna in quel pezzo di terreno.
         Le labbra di Matt si torsero in un sorriso vuoto.
         -Ho chiamato a Pearson e Levinson dalla macchina –disse, riferendosi allo studio di
avvocati di Chicago che aveva contrattato-. Ho dato loro delle istruzioni opportune. Otterranno
per noi la riqualificazione e contemporaneamente guadagneremo un bel po’ di denaro con
Bancroft.
         -Come?
         -C’è la questione del terreno di Houston, che tanto desiderano.
         -E quindi?
         -Adesso è nostro.
         Anderson annuì, avanzò verso la porta, si fermò e si voltò verso Matt. Poi disse:
         -Sarò in prima fila con te in questa battaglia contro Bancroft. Credo che sia giusto che
m’informi un po’ dei fatti. Almeno sapere come cominciò tutto.
         Se qualunque altro dei suoi dirigenti gli avesse fatto una domanda del genere, Matt
l’avrebbe mandato al diavolo. La confidenza era un lusso che nessun uomo nella sua posizione
poteva permettersi. Aveva imparato che era pericoloso, molto pericoloso, fidarsi troppo di
qualcuno. Nella maggior parte dei casi i subordinati utilizzavano l’informazione per ottenere
favori da terzi, anche se c’erano alcuni che soltanto la usavano per vantarsi di essere i veri
confidenti dell’uomo famoso e di successo.
         Di tutte le persone che conosceva, Matt si fidava ciecamente soltanto di quattro: suo padre,
sua sorella, Tom Anderson e Joe O'Hara. Tom era stato con lui dal principio, quando cominciò a
farsi avanti a forza di audacia, costruendo un impero con pochi soldi e molta intuizione e coraggio.
Si fidava di Anderson e di O'Hara perché gli avevano dimostrato la loro lealtà, ma anche perché,
come lui stesso, non provenivano da uno strato sociale elevato né avevano frequentato pompose
scuole.
         -Undici anni fa –spiegò Matt, secondi dopo- feci qualcosa che contrariò Bancroft.
         -Dio mio! Dev’essere stato qualcosa da molto grave dal suo punto di vista per non averlo
dimenticato. Cosa?
         -Osai alzarmi troppo ed intromettermi nel suo mondo elitario.
         -Come?
         Matt bevve un altro sorso, come per cancellare l’amarezza delle parole, del ricordo.
         -Mi sposai con sua figlia.
         -Ti sposasti con... Meredith Bancroft? Sua figlia?
         -È così –rispose Matt ombrosamente.
         Perplesso, Anderson rimase a guardarlo.
         -C’è dell’altro che voglio che tu sappia. Oggi Meredith mi ha raccontato che il divorzio di
undici anni fa non è legale. L’avvocato era un impostore e non presentò mai la documentazione al
giudice. Ho detto a Levinson di indagare, ma ho il presentimento che sia tutto vero.
         Uscendo dal suo stupore, la mente agile di Tom cominciò a funzionare.
         -E adesso ti chiede un modo di saldare la questione, non è così?
         -No, non è così: vuole soltanto il divorzio. Certamente che lei e suo padre mi vorrebbero
anche rovinare, ma aldilà di questo non hanno altre pretese.
         Tom reagì con furiosa lealtà e con una risata amara e sarcastica.
         -Quando avremo finito con loro, desidereranno con tutta l’anima non aver iniziato questa
guerra –promise e si diresse alla porta.
         Quando rimase solo, Matt guardò dalle finestre e vide che il giorno era grigio e triste come
la sua anima in quei momenti. Anderson forse avrebbe azzeccato la sua predizione, ma il
sentimento trionfale di Matt stava già scomparendo. Si sentiva... vuoto. Contemplando la pioggia,
le parole di Meredith riecheggiarono nella sua mente: «Non gli arrivi neanche alle suole delle
scarpe... Sotto quell’abito su misura che porti, non sei nient’altro che un sudicio fonditore di un
sudicio paesetto e con un sudicio padre ubriacone». Cercò di dimenticare, ma era inutile. Le sue
parole gli gettavano in faccia la sua stupidità, ricordandogli che in ciò che si riferiva a Meredith,
era uno sciocco. Perché incluso anni dopo di aver creduto di essere divorziati, non era stato capace
di smettere di pensare a lei. Aveva lavorato fino al punto di mettere in pericolo la sua salute per
costruire un impero... e lo fece mosso dall’idea, dalla stupida idea di tornare un giorno per
impressionare Meredith con i suoi successi e con tutto ciò che era diventato.
         Torse la bocca in un gesto amaro di scherno verso se stesso. Oggi aveva avuto l’occasione
di impressionarla. Matt Farrell costituiva un grande successo economico, vestiva un abito più caro
del furgoncino che guidava quando conobbe Meredith. L’aveva portata ad un bellissimo ristorante
in una limousine con autista... e nonostante tutto continuava ad essere « un sudicio fonditore».
Generalmente si sentiva orgoglioso delle sue origini, però le parole di colei che era ancora sua
moglie lo avevano fatto sentire un rettile ripugnante sorto dal fondo di acque stantie; un animale
schifoso che aveva sostituito la pelle con delle squame.
         Uscì da Haskell quasi alle sette di sera. Joe aprì la portiera della macchina e salì. Era molto
stanco e gli faceva male la nuca, che appoggiò nella spalliera del sedile. Cercò di ignorare l’aroma
del profumo di Meredith che ancora aleggiava nell’abitacolo. Pensò nel pranzo e in come lei aveva
sorriso mentre gli parlava dei grandi magazzini. Con l’arroganza tipica dei Bancroft gli sorrise e gli
chiese un favore –un divorzio discreto e amichevole-, allo stesso tempo che lo umiliava in pubblico
mentre in privato collaborava col padre nel tentativo di rovinarlo. Matt era disposto a concederle il
divorzio ma non ancora.
         L’auto girò bruscamente e la strada si riempì di colpi di claxon. Matt aprì gli occhi e notò
che Joe lo guardava attraverso lo specchietto retrovisore.
         -Ti è mai venuto in mente di guidare guardando la strada ogni tanto? Il tragitto sarebbe
meno eccitante, però più sicuro.
         -No. Se guardo troppo la strada, il traffico m’ipnotizza. –dopo un momento, Joe affrontò
l’argomento che lo inquietava dopo aver sentito la discussione tra Matt e Meredith-. Così che è tua
moglie, eh, Matt? –guardò la strada e poi di nuovo lo specchietto-. Mi riferisco a che ti sei mostrato
contrario al divorzio, così dev’essere tua moglie, no?
         -Lo è.
         -Bel caratterino –aggiunse Joe con un risolino soffocato, ignorando lo sguardo di
riprovazione di Matt-. Sembra che le piaci molto. O mi sbaglio?
         -Non ti sbagli.
         -Cos’ha contro i fabbri?
         Le ultime parole di Meredith risuonarono nella mente di Matt: «Non sei nient’altro che un
sudicio fonditore...»
         -Il sudiciume. Non le piace il sudiciume.
         Poiché capì che il capo non gradiva continuare al parlare di quello, Joe cambiò argomento.
         -Avrai bisogno di me la prossima settimana quando andrai in Indiana? Perché se non hai
bisogno di me, tuo padre ed io ci daremo alla pazza gioia giocando a dama due giorni.
         -Rimani con lui. –anche se Patrick non si ubriacava da più di dieci anni, la vendita della
casa dove aveva vissuto con moglie e figli, lo faceva soffrire. Nonostante era stato lui chi aveva
deciso di staccarsi da quel ricordo del passato. Per ciò a Matt lo preoccupava lasciarlo solo.
         -E stasera? Esci stasera?
         Matt aveva un appuntamento con Alicia.
         -Userò la Rolls –disse-. Prenditi la serata libera.
         -Se hai bisogno di me...
         -Maledizione! Ti ho detto che prenderò la Rolls.
         -Matt.
         -Cosa?
         -Tua moglie toglie il singhiozzo –commentò Joe malizioso-. Peccato che ti faccia diventare
così scorbutico.
         Matt allungò una mano e chiuse il vetro di comunicazione.

         Parker attorniava le spalle di Meredith con un braccio, offrendole un silenzioso appoggio e
conforto, mentre lei fissava il fuoco del camino. Non poteva smettere di pensare nel fallito incontro
con Matt. All’inizio lui si era mostrato amabile, scherzando perché sembrava incapace di decidere
quale aperitivo prendere. Dopo l’aveva ascoltata attentamente, mentre lei gli raccontava i dettagli
del suo lavoro.
         La chiamata ricevuta sulla commissione di riqualificazione di Southville aveva rovinato
tutto. Meredith era sicura di ciò, soprattutto adesso che aveva avuto tempo per pensare. Però
ancora c’erano cose che non capiva e che la imbarazzavano, poiché non sembravano aver senso.
Anche prima di ricevere la telefonata lei aveva captato in Matt un velato risentimento o incluso
disprezzo. E nonostante ciò che aveva fatto undici anni addietro, lui non si era messo alla difensiva
neanche una sola volta durante il pranzo. Al contrario. In realtà, si era comportato come se fosse lei
chi doveva sentirsi colpevole. Matt desiderava il divorzio, lei era la parte offesa e, nonostante,
l’aveva insultata.
         Arrabbiata, Meredith tentò di staccarsi da quelle idee. Non poteva continuare così. Era
ripugnante cercare motivi per giustificare gli atti di un essere come Matt Farrell. Dal giorno in cui
lo conobbe, Meredith non aveva fatto altro che farlo diventarlo in un cavaliere con la fiammante
armatura. Lui l’aveva abbagliata con la sua forza tenace e i lineamenti duri. Incluso adesso si
rendeva conto che stava facendo lo stesso, e tutto perché durante la conversazione Matt le aveva
ipnotizzato i sensi, come undici anni fa.
         Parker guardò l’ora nel suo orologio.
         -Le sette –disse-. Sarà meglio che me ne vada.
         Sospirando, Meredith si alzò e lo accompagnò alla porta. Philip era stato tutto il
pomeriggio in ospedale, facendo un check up e insistette per passare dopo a casa della figlia per
conoscere i dettagli del suo incontro con Matt. Ciò che lei doveva dirgli l’avrebbe fatto infuriare, e
anche se era abituata alle sue sfuriate, non voleva che Parker fosse presente.
         -In qualche modo –commentò lei- devo convincerlo che cambi atteggiamento in
riferimento a Southville, altrimenti non ho la minima possibilità che Matt mi conceda il divorzio.
         -Ce la farai –disse Parker prendendola dalla vita e dandole un bacio di incoraggiamento-.
Tuo padre non ha un'altra scelta. Lo capirà.
         Meredith stava per chiudere la porta quando sentì che Parker salutava Philip nel fondo del
corridoio. La giovane respirò profondamente e si preparò allo scontro che l’aspettava.
         -Ebbene? –chiese Philip immediatamente entrando nell’appartamento-. Che successe con
Farrell?
         Meredith ignorò momentaneamente la domanda.
         -Cosa ti hanno detto all’ospedale? Cosa ne pensa il tuo medico dello stato del tuo cuore?
         -Il mio cuore si trova al suo posto –replicò il padre sarcasticamente, mentre si toglieva il
soprabito e lo gettava su una sedia.
         Odiava i medici in generale e al suo in particolare. Effettivamente il dottor Shaeffer non si
lasciava intimidire né corrompere: non aveva accettato un assegno in bianco perché gli
diagnosticasse che aveva il cuore di un toro.
          -Che importa! Voglio esattamente cosa ti disse Farrell. –andò verso il tavolo e si servì un
bicchierino di jerez.
          -Non ti metterai a bere, suppongo! –l’avvertì sua figlia, stupefatta vedendo che Philip
prendeva un sigaro dalla tasca interna della giacca-. Cosa vuoi fare? Suicidarti? Conserva quel
sigaro immediatamente!
          -Meredith –replicò lui gelidamente-, se non rispondi alla mia domanda causerai più stress
al mio cuore che questo goccio di liquore e questo sigaro. Per favore, ricorda che il padre sono io e
la figlia sei tu.
          Dopo una giornataccia piena di frustrazione, quelle parole ingiuste provocarono l’ira della
giovane. Suo padre aveva miglior aspetto rispetto alla settimana precedente e significava che i
risultati delle analisi cliniche erano incoraggianti, tenendo in conto che il paziente era disposto ad
affrontare i rischi dell’alcol e il tabacco.
          -Molto bene! –replicò Meredith, felice che suo padre si sentiva meglio perché si sentiva
incapace di intentare ammorbidire il suo incontro con Matt. Se voleva sapere tutti i dettagli, non
gliene avrebbe risparmiato nessuno.
          Sorprendentemente quando finì di raccontargli tutto, Philip sembrò quasi sollevato.
          -È tutto? Farrell non disse nient’altro? Niente che potesse suonare...? –guardò il sigaro,
come cercando la parola esatta-. Non disse niente di strano?
          -Ti ho raccontato tutto ciò che ci siamo detti –insistette Meredith-. Adesso vorrei delle
risposte: perché hai messo il veto al suo ingresso a Glenmoor? Perché hai fatto che gli negassero la
riqualificazione del terreno di Southville? Perchè, dopo tanti anni, vuoi continuare con questa
pazza vendetta? Perché?
          Nonostante la sua rabbia, Philip sembrava imbarazzato.
          -Non l’ho voluto al club per proteggerti della sua presenza lì. In quanto a Southville...
voglio che Farrell se ne vada di Chicago per non vederlo mai più. E poi, ormai questo non
interessa: quel che è fatto...
          -Quel che è fatto dovrà essere disfatto –disse lei con decisione.
          Philip finse non aver sentito.
          -Non voglio che parli ancora con lui. Oggi ti ho permesso di farlo soltanto perché mi lasciai
convincere da Parker. Il tuo fidanzato avrebbe dovuto accompagnarti. Francamente, comincio a
pensare che Parker è un uomo debole e non mi piacciono gli uomini deboli.
          Meredith soffocò una risata.
          -In primo luogo, Parker non ha niente di debole, e fu abbastanza intelligente per capire che
la sua presenza non avrebbe fatto altro che complicare ancor di più una situazione già difficile. In
secondo luogo, se ti incontrassi con qualcuno forte come te, lo odieresti.
          Philip stava prendendo il suo cappotto e sentendo le parole della figlia, la fissò furioso:
          -Perché dici questo?
          -Perché –bisbigliò lei- l’unico uomo che ho conosciuto con lo stesso coraggio e la stessa
forza che hai tu è Matthew Farrell. È la verità e lo sai. Sai che in certo modo, lui è come te: astuto,
invulnerabile e capace di tutto pur di ottenere quel che vuole. All’inizio lìhai odiato perché era uno
spiantato e perché osò portarmi a letto. Ma dopo l’hai odiato ancora di più perché non hai potuto
farlo arretrare, né quella sera al club, da dove hai ordinato di espellerlo, né più tardi, quando ci
sposammo e lo portai a casa. –sorrise tristemente, senza rabbia e concluse-: Disprezzi Matt perché è
l’unico uomo indomabile come te.
          Fingendo indifferenza, Philip osservò:
          -Non ti piaccio, vero, Meredith?
          Meredith considerò le parole di suo padre con affetto e cautela. Philip le aveva dato la vita
e dopo aveva cercato di controllarla fino ai minimi dettagli. Nessuno poteva accusarlo di averla
abbandonato, di trascurarla, poiché la sua ombra si era calata su i lei fin da quando era bambina.
Così facendo, aveva rovinato molte cose, anche se guidato da un affetto mal concepito, da un
amore possessivo ed asfissiante.
         -Ti voglio bene –rispose Meredith con un sorriso affettuoso-. Ma non mi piacciono molte
delle cose che fai. Ad esempio, che ferisci le persone senza sentire rimorsi. Esattamente come Matt.
         -Faccio ciò che credo si debba fare –replicò Philip indossando il soprabito.
         -E ciò che devi fare adesso –gli ricordò Meredith alzandosi per accompagnarlo fino la
porta- è riparare immediatamente il danno che hai causato: Glenmoor e la commissione per
Southville. Quando lìavrai fatto, mi metterò in contatto con Matt e aggiusterò le cose.
         -E credi che quell’uomo si accontenterà col divorzio che gli offri? Che accetterà le
condizioni che vorrai imporgli? –la voce di Philip era impregnata di sarcastica incredulità.
         -Sì, ci credo. Vedrai, ho un vantaggio: Matt Farrell non vuole rimanere sposato a me più di
quanto io voglia rimanere sposata a lui. In questi momenti desidera vendicarsi, ma non è così
pazzo da complicarsi la propria vita per prendere delle rappresaglie contro di noi. Almeno spero.
Adesso voglio che tu mi dia la tua parola che riuscirai che la commissione rettifichi la sua decisione
rispetto alla Intercop.
         Philip fissò lo sguardo sulla figlia, sentendo che la sua volontà strideva contro le necessità
di lei.
         -Mi occuperò della questione.
         -Non è sufficiente.
         -Non andrò oltre...
         Meredith seppe che avrebbe fatto tutto il possibile. Sollevata, lo baciò sulla guancia.
Quando lui se ne andò, lei si sedette nel sofà e contemplò le fiamme morenti del camino.
All’improvviso ricordò che Parker le aveva detto che il consiglio si sarebbe riunito all’indomani per
la nomina del presidente interino della Bancroft. Lui non aveva intenzioni di votare perché era il
fidanzato della figlia del presidente.
         Meredith si sentiva talmente esausta, che l’idea dell’imminente riunione non la eccitava
particolarmente. Dopo tutto, nemmeno era sicuro che da quella riunione spuntasse un presidente
interino.
         Prese il telecomando e ricordò l’intervista televisiva di Matt con la giornalista Barbara
Walters. Avevano parlato dei successi finanziari di Matt e delle sue numerose avventure con donne
famose. Si domandò com’era possibile che una volta avesse creduto che lei e Matt potessero essere
felici assieme. Con Parker si capiva alla perfezione. Provenivano dalla stessa classe sociale, una
classe di gente che sovvenzionava ospedali e donava tempo alla carità e alle opere di benessere
sociale. Persone che non parlavano delle proprie ricchezze per televisione né menzionavano i loro
flirt.
         Pensò con amarezza che non importava il denaro che Matt guadagnasse o che si coricasse
con centinaia di donne. Sarebbe stato sempre lo stesso: un essere arrogante, spietato e malvagio; un
tipo ingordo, senza scrupoli e... Si accigliò confusa. Matt era tutto questo e durante quello stesso
giorno, durante il pranzo, lei ebbe l’impressione che il suo ex marito avesse dei Bancroft,
includendola, la stessa povera opinione. Ricordando che lo aveva chiamato «sudicio fonditore»,
non si sentì orgogliosa. Era stato un colpo basso, quando in realtà lei sentiva ammirazione per la
gente che aveva avuto abbastanza forza per realizzare un duro lavoro fisico. Se lei aveva attaccato
le origini di Matt e la sua vita precedente era soltanto perché erano gli unici punti vulnerabili di
quell’uomo di acciaio.
         Squillò il telefono e uscendo dalla sue riflessioni, rispose. Udì la voce di Lisa, un tantino
nervosa.
         -Meredith, cosa successe oggi con Farrell? Mi avevi promesso di chiamare dopo l’incontro.
         -E l’ho fatto, dall’ufficio, ma non mi hai risposto.
          -Sono stata fuori dell’edificio durante alcuni minuti. Beh, che successe?
          Meredith aveva già raccontato la storia due volte ed si sentiva troppo stanca per farlo
ancora.
         -Non fu un successo. Ti posso raccontare i dettagli domani?
         -Capisco. Ceniamo assieme?
         -Va bene: ma cucino io.
         -Ah, no –scherzò Lisa-. Ancora ho l’indigestione dell’ultima volta: compro mangiare cinese
strada facendo.
         -Va bene, ma pago io.
         -D’accordo. Porto qualcos’altro?
         -Se vuoi tutti i dettagli della storia, porta una confezione di kleenex –disse Meredith
sarcasticamente.
         -È andata così male?
         -Sì.
         -Allora forse porterò una pistola: potremmo sempre uscire a cacciarlo dopo cena.
         -Non mi tentare –replicò Meredith e si mise a ridere.

          29

         All’una e mezza del pomeriggio del giorno dopo, Meredith uscì dal dipartimento di
pubblicità e si diresse verso il suo ufficio. Durante tutta la giornata, ovunque andasse, la gente si
voltava per guardarla e lei non aveva nessun dubbio sul motivi di tanto interesse. Premette il
bottone dell’ascensore pensando nell’indegno articolo di Sally Mansfield sul Tribune:
         Amici di Meredith Bancroft, che ebbero l’occasione di sorprendersi due settimane fa nel ballo a
beneficio dell’opera, quando lei fece uno sgarbo pubblico allo scapolo più ambito di Chicago, Matt Farrell,
hanno adesso un buon motivo per sorprendersi ancora. La coppia pranzò in uno dei tavoli più intimi di
Landry. Il nostro più recente scapolo è, certamente, un uomo molto occupato. In serata accompagnò
all’incantevole Alicia Avery al debutto de “La bisbetica domata” al Little Theater.

         Già in ufficio, Meredith aprì il cassetto della scrivania furiosamente, meravigliandosi
ancora una volta del meschino spirito vendicativo della giornalista, amica intima dell’ex moglie di
Parker. Il fatto di menzionare il pranzo con Matt non era nient’altro che uno stratagemma perché
Parker apparisse come uno stupido in pericolo imminente di diventare vittima di un’infedeltà.
         -Meredith –disse Phyllis nervosamente-. Ti ha chiamato la segretaria del signor Bancroft.
Sembra che il presidente ti voglia vedere urgentemente nel suo ufficio.
         Le convocazioni improvvise erano un’eccezione nel caso di Philip, che preferiva visionare
le attività dei suoi dirigenti nella cornice di riunioni settimanali regolarmente programmate. Il
resto lo faceva per telefono.
         Le due donne si guardarono un istante, pensando la stessa cosa: la chiamata di Philip
doveva essere in relazione con la presidenza interina.
         Il sospetto fu confermato quando Meredith arrivò nella zona reception dell’ufficio di suo
padre e vide lì riuniti il resto dei vicepresidenti, incluso Allen Stanley, che la settimana scorsa era
stato in vacanze.
         -Signorina Bancroft –disse la segretaria di Philip, indicando a Meredith di avvicinarsi-, il
signor Bancroft desidera vederla immediatamente.
         Il cuore di Meredith batté con forza. Poiché era la prima alla quale si comunicava la
decisione del consiglio, era logico pensare che fosse stata scelta. Come suo padre e suo nonno e gli
altri Bancroft che li precedettero, Meredith era sul punto di ottenere ciò che le apparteneva per
diritto proprio. In realtà sarebbe stata sottomessa ad una dura prova per vedere si aveva la capacità
adeguata per ostentare la carica.
         Prossima al pianto, chiamò soavemente alla porta dell’ufficio del padre e dopo entrò.
Nessuno al di fuori di un Bancroft aveva occupato quell’ufficio o si era seduto a quella scrivania.
Come Philip avrebbe potuto rompere una tradizione del genere?
         Philip si trovava in piedi vicino alle finestre, con le mani allacciate alla schiena.
         -Buon giorno –salutò lei entrando.
         -Buon giorno, Meredith –rispose lui girandosi.
         Il tono della voce e l’espressione del viso erano stranamente amabili. Si sedette nel sua
poltrona osservando come lei avanzava. Anche se in un angolo della stanza c’erano un sofà e un
tavolino, Philip non vi si sedeva mai e neanche invitava nessuno a farlo. Aveva l’abitudine di
occupare la sua poltrona girevole dietro la scrivania, che costituiva una specie di barriera. Così le
conversazioni risultavano più formali. Meredith non sapeva se suo padre lo faceva inconsciamente
o perché desiderava intimorire il suo interlocutore. Ad ogni caso, il rituale innervosiva a tutti; a
volte, alla stessa Meredith. Attraversare il sontuoso ufficio per sedersi davanti a quel re che dal suo
trono contemplava come si avvicinava il suo suddito...
         -Mi piace il vestito che hai oggi –commentò lui posando gli occhi sul vestito di cachemire
beige.
         -Grazie –rispose lei sorpresa.
         -Detesto vederti con quei tailleur che indossi tutti i giorni. Le donne dovrebbero mettere
sempre vestiti.
         Senza darle l’opportunità di ribattere, fece un gesto con la testa per indicarle una delle
sedie situate davanti la scrivania e Meredith si sedette, intentando nascondere il suo nervosismo.
         -Ho convocato i dirigenti perché devo fare un annuncio. Però prima di farlo, voglio parlare
con te. Il consiglio degli azionisti ha deciso il nome del presidente interino. –fece una pausa e
Meredith si inclinò in avanti, tesa-. Allen Stanley è stato eletto.
         -Cosa? –bisbigliò lei con un miscuglio di stupore, ira e incredulità.
         -Ho detto che hanno eletto Allen Stanley. Non ti mentirò. Lo fecero seguendo la mia
indicazione.
         -Allen Stanley –ripetè Meredith mentre si alzava e parlando con un tono che rifletteva la
sorpresa e la rabbia- è stato sul bordo del collasso nervoso da quando è morta sua moglie. Inoltre,
non ha le conoscenze né le esperienza necessarie per dirigere quest’impresa.
         -Sono più di vent’anni che è il revisore dei conti della compagnia –replicò Philip, ma
Meredith non si lasciò intimidire.
         Oltraggiata per averla privata dell’opportunità che meritava e lamentando la sfortunata
scelta del consiglio, aggiunse con le mani fermamente appoggiate sul tavolo:
         -Allen Stanley non è nient’altro che un contabile! Non c’è peggiore scelta e tu lo sai molto
bene. Qualunque altro vicepresidente sarebbe stato migliore opzione... –all’improvviso Meredith
capì e rimase perplessa-. Ah, certo! Per questo hai raccomandato Stanley! Perché non sarà capace di
dirigere l’impresa bene come te. Metti in pericolo questa compagnia solo per preservare il tuo
ego...
         -Non tollero che mi parli così!
         -E tu non tentare di esercitare qui e adesso la tua autorità paterna! –l’avvertì lei
furiosamente-. Mi hai detto mille volte che in Bancroft il nostro vincolo familiare non esiste! Non
sono una bambina e non ti sto parlando come figlia. Sono vicepresidente di questa compagnia e
uno dei suoi maggiori azionisti.
         -Se qualunque altro vicepresidente mi parlasse così, lo licenzierei immediatamente.
         -Allora licenziami! Anzi, non ti darò questa soddisfazione: me ne andrò io. Rinuncio. Tra
un quarto d’ora avrai la mia lettera sul tavolo.
         Prima che si voltasse verso la porta, Philip sprofondò nella poltrona.
          -Siediti! –ordinò a sua figlia-. Poiché è ciò che vuoi, nel momento meno opportuno,
mettiamo le carte in tavola.
          -Sarebbe un cambio molto salutare –rispose lei, sedendosi di nuovo.
          -Ebbene –cominciò lui con amaro sarcasmo-, tu non sei arrabbiata perché ho scelto Stanley,
ma perché non ho scelto te.
          -Sono furiosa per tutte e due le cose!
          -Ad ogni modo, ho dei buoni motivi per non averti scelta, Meredith. Da una parte, non hai
l’età né l’esperienza necessarie per prendere le redini dei grandi magazzini.
          -Davvero? Come sei arrivato a questa conclusione? Tu eri appena un anno più grande di
me quando il nonno ti consegnò la presidenza.
          -Era diverso.
          -Certo che lo era –ricalcò lei sarcastica e tremando di rabbia-. Che curriculum il tuo
quando ti misero al comando della compagnia! Certamente molto inferiore al mio. In realtà, l’unica
cosa che avevi fatto, il tuo unico grande merito, era arrivare puntuale al lavoro. –vide che Philip si
portava una mano al petto, come se gli facesse male. Con ciò il padre non fece altro che far
aumentare la furia della figlia-. Non osare fingere un infarto perché non riuscirai a farmi smettere
di dire ciò che avrei dovuto dire anni fa. –Philip appoggiò la mano altrove. Con il viso molto
pallido, fissò lo sguardo su Meredith, che proseguì-: Sei un fanatico. E l’unica ragione che hai per
non volermi qui è che sono donna.
          -Non ti sbagli molto –ammise lui e strinse i denti per reprimere un accesso di rabbia
intenso quasi come quello di lei-. Lì fuori, nella reception, ci sono cinque uomini con decadi di
lavoro in questo posto. Non alcuni anni, ma decadi.
          -Davvero? –replicò lei sarcasticamente-. Quanti di loro hanno investito quattro milioni del
proprio denaro nell’impresa? Inoltre, non solo stai fantasticando, ma stai anche mentendo. Due di
quegli uomini iniziarono a lavorare quando l’ho fatto io e, certamente, con stipendi più alti di
quello mio.
          Philip strinse i pugni sul tavolo.
          -Questa discussione non ha senso.
          -Certo che non ce l’ha –annuì lei, disposta ad andarsene-. Mantengo le dimissioni.
          -Sì? E cosa farai? Quale sarà il tuo seguente passo?
          Meredith comprese il senso delle parole di suo padre. Senza dubbio avrebbe trovato un
impiego come l’attuale.
          -In qualunque catena di grandi magazzini mi daranno lavoro subito –rispose lei, troppo
furiosa per fermarsi a pensare nell’angoscia che le causerebbe dare simile passo. Bancroft era la sua
storia, la sua vita-. Marshall Field mi aprirà le porte nello stesso istante in cui io lo chieda. E May
Company e Neumans...
          -Adesso sei quella che fantastica –la interruppe Philip.
          -Stai a vedere! –l’avvertì Meredith, odiando la prospettiva di lavorare per la concorrenza e
sfinita dai sentimenti contrastanti che scoppiettavano dentro di se. Stancamente, chiese-: Per una
volta nella tua vita, potresti essere completamente onesto con me?
          Philip sprofondò nella poltrona in un silenzio di pietra.
          -Non hai mai pensato di offrirmi la presidenza di Bancroft. Mi sbaglio? Né adesso né in
futuro, per duro ed efficace che fosse il mio lavoro.
          -Hai ragione –confermò Philip.
          Nel fondo del cuore Meredith aveva sempre saputo la verità, ma sentirla in bocca del
padre, la lasciò perplessa.
          -Perché sono una donna.
          -È un motivo. Quegli uomini lì fuori non lavorerebbero sotto gli ordini di una donna.
          -È assurdo! –esclamò Meredith ancora stupefatta-. Direttamente o indirettamente decine di
uomini rispondono a me nei dipartimenti che dirigo. È il tuo fanatismo egoista che ti fa supporre
che io non debba dirigere quest’impresa.
         -In parte forse si tratta di questo –rispose suo padre-. Ma forse si tratta pure del fatto che
mi rifiuto a collaborare, ad essere complice della tua cieca decisione di fare che la tua vita intera
giri intorno a questi grandi magazzini. Di fatto, farò tutto il possibile per impedire che la tua vita
giri attorno ad una professione, una carriera. Queste sono le ragioni che mi spingono a chiuderti il
passo verso la presidenza, Meredith. E ti piacciano o no, almeno sai quali sono. Invece, tu neanche
sai a cosa ubbidisce la tua determinazione a diventare presidente di Bancroft.
         -Cosa? –esclamò lei piena di ira-. Vediamo quali sono queste ragioni che ti spingono.
         -Bene, te le dirò. Undici anni fa hai sposato un figlio di puttana, un cacciatore di doti che ti
mise incinta. Perdesti il bambino e scopristi che non potevi avere altri figli. E all’improvviso –
concluse con voce trionfale-, ti prese un fervente amore per Bancroft & Company, assieme
all’ambizione di diventare la madre dell’impresa.
         Meredith fissò lo sguardo in lui. Era conscia di quanto fosse capzioso il ragionamento del
padre e ciò le produsse un nodo di emozione nella gola. Si dispose a rifiutarlo e fece uno sforzo
perché non le tremasse la voce.
         -Ho amato questo posto da quando ero bambina. Lo amavo ancor prima di conoscere Matt
Farrell e continuai ad amarlo quando lui scomparve dalla mia vita. Di fatto, ti posso dire
esattamente in quale momento decisi di lavorare qui e divenire un giorno presidente. Avevo sei
anni quando mi portasti qui perché ti aspettassi mentre eri in riunione con il direttorio. E mi dicesti
–aggiunse con voce un tanto discordante- che potevo sedermi lì, nella tua poltrona, durante la tua
assenza. Lo feci. Toccai le tue matite, chiamai la tua segretaria dall’interfono, venne e si fece dettare
una lettera. Era diretta a te. –vide impallidire suo padre e comprese che ricordava quella lettera-.
Nella mia missiva dicevo... –fece una pausa per respirare profondamente e reprimere un conato di
pianto. Non voleva che suo padre la vedesse piangere-. diceva: «Caro padre, studierò e lavorerò
moltissimo perché un giorno tu sia tanto orgoglioso da lasciarmi lavorare qui come avete lavorato
tu e il nonno. Se lo faccio, mi farai sedere nella tua poltrona di nuovo?». Hai letto la lettera e mi hai
risposto: «Naturalmente». –guardandolo con orgoglio, aggiunse-: Io ho mantenuto la mia parola.
Tu non hai mai avuto l’intenzione di mantenere la tua. Le altre bambine giocavano con le bambole,
ma io no. Io giocavo ai grandi magazzini! –alzò il mento e proseguì-: Credevo che mi volessi bene.
Sapevo che avresti preferito avere un figlio maschio, però non mi ero mai resa conto che io non ti
importassi perché ero semplicemente una ragazza. Durante tutta la vita mi hai portato a
disprezzare mia madre per averci abbandonato, ma adesso mi chiedo se ci abbandonò o l’hai
spinta a fuggire, come fai adesso con me. Domani mattino avrai sul tavolo le mie dimissioni. –
avvertì la soddisfazione che produsse a Philip il posticipare delle sue dimissioni e alzò ancor di più
il mento-. Ho delle riunioni programmate, non potrei scrivere la lettera oggi.
         -Se non sei qui quando darò la notizia agli altri –l’avvertì Philip vedendo che lei si dirigeva
verso la porta laterale dell’ufficio che conduceva alla sala conferenze-, sospetteranno che sei uscita
di qui piangendo, incapace di sopportare non essere stata eletta.
         Meredith si fermò il tempo necessario per lanciargli uno sguardo carico di disprezzo.
         -Non ti ingannare, papà. Anche se mi tratti come a un disturbo, nessuno crede realmente
che sei così spietato con me, che ti ispiro tanta indifferenza come sembra e molto di più.
Penseranno che giorni fa hai raccontato a tua figlia chi era il candidato designato.
         -Cambieranno opinione appena ti dimetterai –insistette lui e per un attimo la sua sembrò
tentennare.
         -Saranno troppo occupati aiutando a Stanley ad uscire dalla melma per pensare in
nient’altro.
         -Io comanderò Allen Stanley.
         Meredith, con la mano nel pomello della porta, si fermò, guardò a suo padre e rise.
         -Lo so. Credi che sono così arrogante da pensare che potrei dirigere Bancroft da me, senza
la tua guida? O forse avevi paura che lo intentassi? –senza aspettare risposta, aprì la porta ed uscì
al corridoio dalla sala di conferenze.
         La delusione di vedersi privata dell’occasione di dimostrarsi e dimostrare agli altri che era
capace di dirigere gli affari, si vide eclissata dal dolore che le produsse scoprire quanto poco lei
significasse per suo padre. Durante anni si era detta che lui l’amasse, che non sapeva dimostrare i
sentimenti. Adesso, mentre aspettava l’ascensore, Meredith si sentiva come se una mano avesse
troncato il suo mondo, mettendolo sotto sopra. Si aprirono le porte, entrò nell’ascensore, osservò la
tastiera e scoprì che non sapeva dove andare. Tentennò prima di premere un numero e pensò che
nemmeno sapeva chi era lei realmente. Durante tutta la vita era stata la figlia di Philip Bancroft.
Quello era il suo passato. Il suo futuro era stato sempre lì, nei grandi magazzini. In cambio
adesso... Il suo passato era una bugia e il suo futuro un vuoto. Udì voci maschili che si
avvicinavano nel corridoio e si affrettò a premere il tasto del piano ammezzato, pregando che si
chiudessero le porte prima che qualcuno la vedesse.
         L’ammezzato era in realtà una specie di balconata dalla quale si vedeva il pianterreno del
negozio. Quando Meredith si appoggiò nella balaustra, si rese conto che inconsciamente i suoi
passi l’avevano portato lì, nel suo posto favorito. Con le mani afferrate alla fredda ringhiera,
contemplò il caos del pianterreno. Si sentì sola, isolata in un luogo strapieno di acquirenti della
vigilia di Natale, mentre dagli altoparlanti si sentivano le note di “White Christmas”. Meredith
sentiva le voci, la musica, il rumore dei registratori di cassa che producevano gli scontrini... Però
non sentì niente. Si sentì il suono di una chiamata: due scampanellate brevi, una pausa, un'altra
scampanellata. Era il suo codice di chiamata: lei rimase immobile.
         La chiamarono di nuovo e continuò senza muoversi, ignorando se si stava accomiatando
di Bancroft, dei suoi sogni, o semplicemente torturandosi a se stessa.
         Quando la chiamarono per la terza volta, recalcitrante, si diresse al bancone più vicino e
fece il numero della centralinista principale dello stabile.
         -Meredith Bancroft. Mi ha chiamato?
         -Sì, signorina Bancroft. La sua segretaria vuole che chiami al suo ufficio urgentemente.
         Quando posò il ricevitore, Meredith guardò l’ora. Aveva due riunioni programmate per il
pomeriggio, sempre che fosse capace di concentrarsi come se non fosse successo niente. Ma anche
riuscendoci, che senso aveva? Finalmente chiese comunicazione con Phyllis.
         -Sono io. Mi hai chiamato?
         -Sì, Meredith. Mi dispiace disturbarti –cominciò Phyllis e dal tono di voce triste e spento,
capì che Philip avesse concluso la riunione con i vicepresidenti e già si sapeva chi sarebbe stato il
suo sostituto-. Si tratta del signor Reynolds. Ha chiamato due volte durante l’ultima mezz’ora. Dice
che ti deve parlare e sembra molto nervoso.
         Meredith comprese che Parker già era al corrente di tutto.
         -Se torna a chiamare, digli per favore che aspetti la mia telefonata.
         Non se la sentiva di sopportare la compassione del fidanzato. Le sarebbe venuto un
collasso nervoso. E se lui cercava di dirle che alla lunga il fatto sarebbe stato positivo o qualcosa del
genere... Sarebbe ancora più insopportabile.
         -Va bene –rispose Phyllis-. Hai una riunione con il direttore di pubblicità tra trenta minuti,
vuoi cancellarla?
         Meredith tentennò. Passeggiò lo sguardo per quell’attività frenetica. Uno sguardo
amorevole. Non poteva sopportare l’idea di allontanarsi così, lasciando in aria il progetto di
Houston e gli altri che avevano richiamato la sua attenzione. Se lavorava durante le seguenti due
settimane, poteva completare gran parte di quel lavoro e lasciare il resto preparato per passarlo
nelle mani del suo successore. Invece andandosene con tutto a metà, trascurando alcuni dei suoi
progetti, non avrebbe beneficiato la compagnia. Fare del male a Bancroft era come farselo a se
stessa. Ovunque fosse andata, qualunque cosa facesse, quel luogo sarebbe sempre stato parte del
suo essere.
         -Non cancellare niente. Salirò tra poco.
         -Meredith –disse Phyllis, vacillante-. Se ti serve di consolazione, quasi tutti pensavamo che
dovevi essere tu.
         Lei soffocò una risata mordace.
         -Grazie –rispose e chiuse.
         Le parole della sua segretaria e amica erano dolci e amabili, ma in quei momenti non
servivano per sollevare il suo malandato umore.



        30

         Parker guardò il telefono, che squillava di nuovo. Dopo guardò lei, in piedi accanto la
finestra, pallida e silenziosa.
         -Probabilmente è tuo padre un'altra volta.
         -Lascia che la segreteria telefonica registri il messaggio –replicò Meredith, facendo
spallucce.
         Aveva lasciato l’ufficio alle cinque del pomeriggio e già aveva rifiutato due telefonate di
Philip e diverse della stampa. I giornalisti volevano sapere come si sentiva dopo essere stata messa
da parte, almeno per il momento.
         Si sentì la voce furiosa di Philip quando si concluse il messaggio registrato di Meredith.
         -Meredith, so che sei lì, maledizione! Rispondi! Ti devo parlare!
         Parker le passò una mano per il fianco e l’attrasse verso se.
         -So che non vuoi parlare con lui –disse solidale-, ma è la quarta volta che telefona
nell’ultima ora. Perché non gli rispondi e finisci una volta per tutte con questo?
         Parker aveva insistito in vederla per prestarle il suo appoggio morale, ma lei voleva
rimanere da sola.
         -In questo momento non voglio parlare con nessuno, e meno con lui. Per favore, cerca di
capirmi. Davvero, vorrei... restarmene da sola.
         -Lo so –disse lui con un sospiro, ma rimase lì, offrendole la sua silenziosa simpatia mentre
lei osservava il paesaggio, ormai oscuro dalla finestra-. Vieni qui al sofà –sussurrò e le baciò la
tempia-. Ti preparerò un bicchierino.
         Lei negò con il capo, ma si sedette nel divano, lasciandosi avvolgere dalle braccia del
fidanzato.
         -Sicuro che starai bene se me ne vado? –le chiese lui un’ora più tardi-. Domani parto e
ancora ho cose da preparare, ma mi duole lasciarti in questo stato così abbattuto. Domani è il
giorno del Ringraziamento e non vorrai passarlo con tuo padre, come avevi pensato. Ho un’idea –
esclamò prendendo una decisione-: cancellerò il mio volo a Ginevra. Qualcun altro pronunciare al
posto mio il discorso inaugurale della convention bancaria. Diamine... neanche se ne
accorgeranno...
         -No! –lo interruppe Meredith, cercando di mostrarsi ferma. Si alzò in piedi. Con tutto quel
che era successo aveva dimenticato che Parker doveva viaggiare in Europa, dove sarebbe rimasto
tre settimane con i suoi colleghi europei e avrebbe pronunciato il discorso di apertura della
Conferenza Mondiale delle Banche-. Non mi butterò dalla finestra –promise, accennando un
sorriso lievemente ironico e prendendolo dal collo per dargli un bacio di commiato-. Domani
mangerò dalla famiglia di Lisa. Quando ritornerai, avrò il mio futuro organizzato e la vita in
ordine. Finirò di fare i preparativi delle nostre nozze.
         -Cosa pensi di fare con Farrell?
         Meredith chiuse gli occhi, pensando com’era possibile lottare contro tante avversità allo
stesso tempo. Così tante complicazioni, tante delusioni, tante contrarietà. Per colpa delle devastanti
rivelazioni di quella giornata aveva dimenticato completamente che ancora era sposata a quello
spregevole...
         -Mio padre dovrà cambiare radicalmente atteggiamento in relazione ai terreni di Matt. Me
lo deve –dichiarò con amarezza-. Quando lo farà, il mio avvocato si metterà in contatto con lui per
presentargli il terreno come offerta di pace da parte mia.
         -Credi che potrai occuparti dei preparativi del matrimonio in mezzo ad una situazione
come questa?
         -Posso e lo farò –lo rassicurò lei fingendo entusiasmo-. Ci sposeremo a febbraio, come
stabilito.
         -Un'altra cosa: promettimi che non cercherai un altro impiego durante la mia assenza.
         -Perché no?
         Parker respirò profondamente e finalmente disse con estrema cautela:
         -Ho sempre compreso le tue ragioni per lavorare in Bancroft, ma giacché, non potrai più
farlo vorrei che almeno riflettessi sulla possibilità di fare una professione del fatto di essere mia
moglie. Avresti molto lavoro. Oltre dirigere la nostra casa e la nostra vita sociale, ci sono le
occupazioni civiche, le opere di beneficenza...
         Annebbiata da una disperazione come non aveva sentito da molti anni, Meredith si
dispose a protestare, pero subito dopo vi rinunciò.
         -Buon viaggio –disse, e gli dette un bacio nella guancia.
         Si avviavano verso la porta quando qualcuno suonò il citofono, con un ritmo vivace che a
lei sembrò familiare.
         -È Lisa –annunciò sentendosi colpevole per aver dimenticato la cena con l’amica e anche
frustrata perché non poteva rimanere da sola come desiderava.
         Premette il bottone che apriva il portone d’ingresso e trascorse appena un minuto prima
che Lisa entrasse nell’appartamento con un allegro sorriso. Portava dei contenitori di cartoni con il
mangiare cinese.
         -Ho saputo –disse a Meredith mentre che le dava un breve e forte abbraccio-. Immaginai
che avevi dimenticato la nostra cena e che ad ogni modo non avresti potuto mangiare un boccone.
–mentre parlava, posò i contenitori sul tavolo della stanza da pranzo e si tolse il soprabito-. Ma non
sopportavo l’idea di lasciarti da sola in casa tutta la sera, così sono qua, ti piaccia oppure no. –fece
una pausa, si guardò attorno e vide a Parker-. Mi dispiace, Parker, non sapevo che eri qui.
Suppongo che il mangiare basterà per tre.
         -Parker se ne stava andando –intervenne Meredith, sperando che entrambi rinunciassero
per una volta di litigare-. Domani deve prendere un aereo per l’Europa, dove parteciperà alla
Conferenza Mondiale delle Banche.
         -Che divertente! –esclamò Lisa-. Potresti confrontare le tecniche per fare ipoteche alle
vedove con banchieri di tutto il mondo.
         Meredith vide l’espressione contrariata di Parker, gli occhi pieni di furia. Non lasciò di
sorprendersi dell’effetto che gli causavano le parole della sua amica. Nonostante, per il momento i
propri problemi non le permettevano di pensare ad altro.
         -Per favore –li avvertì vedendo che si disponevano a litigare come sempre-. Oggi no. Per
favore, non questa sera. Lisa, mi sento incapace di inghiottire un solo boccone...
         -Devi mangiare per mantenerti in forze.
         -Inoltre –proseguì Meredith con decisione-, preferirei stare sola... Davvero.
         -Impossibile: tuo padre veniva verso qua quando sono entrata.
         A conferma delle sue parole, il citofono tornò a suonare.
         -Per me potete passare tutta la notte chiamando –disse Meredith, aprendo la porta a
Parker.
           Già nell’uscio, lui si voltò precipitosamente.
           -Per l’amor di Dio, non posso lasciarlo lì sotto tutta la notte! Si aspetterà che io lo faccia
entrare.
         -Non lo fare –insistette Meredith, lottando per controllare le sue emozioni.
         -Cosa diavolo vuoi che gli dica?
         -Permettimi un suggerimento, Parker –intervenne Lisa con voce dolce, prendendolo dal
gomito e portandolo verso la porta ancora aperta-. Perché non lo tratti come a qualunque altro
povero diavolo con una dozzina di figli da mantenere che ha bisogno di un prestito da te? È molto
semplice: gli dici «no».
         -Lisa –disse lui stringendo i denti e staccandosi da lei-, credo che potrei realmente odiarti –
voltandosi verso mere, suggerì-: Sii ragionevole, quell’uomo è tuo padre e pure il tuo socio.
         Lisa sorrise maliziosamente e chiese:
         -Parker, dov’è il tuo ingegno, il tuo carattere, il tuo coraggio?
         -Fatti i maledetti affari tuoi e non ti immischiare in quelli degli altri! Se avessi un minimo
di classe, ti saresti accorta che questo non ti interessa e te ne andresti ad aspettare in cucina.
         Per una volta, l’attacco di Parker sortì un effetto sorprendente in Lisa. Generalmente,
sopportava con fermezza i suoi sgarbi, ma questa volta arrossì con un vivo sentimento di
umiliazione.
         -Figlio di puttana! –bisbigliò e girando i tacchi, si diresse verso la cucina. Passando accanto
a Meredith, le mormorò-: Sono venuta a consolarti, non a perturbarti ancora di più. Aspetterò lì
dentro.
         In cucina, Lisa si asciugò le lacrime che le riempivano gli occhi e dopo accese la radio.
         -Avanti, Parker! Puoi gridare! –esclamò mentre aumentava il volume della musica-. Non
sentirò nemmeno una parola. –la radio trasmetteva Madame Butterfly. Un soprano piangeva
sconsolatamente mentre cantava la sua aria.
         Nel salone si udì di nuovo il citofono e lo strepito si unì a quello della soprano con i suoi
gemiti. Parker respirò profondamente, indeciso tra rompere la radio o strangolare Lisa Pontini.
Guardò a Meredith, in piedi accanto a lui, ma la giovane era talmente concentrata nei suoi
problemi che appena percepiva quel rumore infernale. Il cuore di Parker si addolcì.
         -Meredith –bisbigliò teneramente quando il citofono smise di squillare-. Davvero vuoi che
non gli permetta di salire?
         Lei lo guardò, inghiottì saliva e annuì con la testa.
         -Allora lo farò.
         -Grazie –sussurrò Meredith.
         Entrambi si girarono, sorpresi sentendo la voce di Philip, che entrava in casa.
         -Maledizione! –esclamò furioso-. È il colmo che debba entrare approfittando l’arrivo di un
altro. C’è una festa? –proseguì alzando ancora di più la voce per sovrastare il volume della radio-.
Ho lasciato due messaggi nella tua segreteria, Meredith. E altri quattro alla tua segreteria
telefonica.
         L’ira causata da questa nuova invasione cancellò la stanchezza di Meredith.
         -Non abbiamo niente da dirci.
         Philip lanciò il cappello sul sofà e prese un sigaro dalla tasca. Meredith osservò come lo
accendeva e mantenne un atteggiamento stoico, senza fare nessun commento.
         -Abbiamo molto da dirci –replicò suo padre col sigaro tra i denti e fissandola-. Stanley ha
rifiutato la presidenza. Disse che non si considera capace di assumersi tale incarico.
         Troppo addolorata, Meredith udì con indifferenza le parole di Philip.
         -E hai deciso di darlo a me? –domandò con voce gelida.
         -No. Gliel’ho offerto al mio... al candidato che era la seconda opzione del consiglio:
Gordon Mitchell.
         La notizia sarebbe stata dolorosa in altre circostanze, ma adesso Meredith si limitò a fare
spallucce.
         -Allora cosa fai qui adesso?
         -Anche Mitchell declinò.
         Parker reagì con lo stesso stupore di Meredith.
         -Mitchell è tutto ambizione. Avrei giurato che era capace di qualunque cosa pur di ottenere
l’incarico.
         -Anch’io. Ma nella sua opinione può contribuire meglio all’andamento della compagnia
dalla sua attuale posizione; sembrerebbe che per lui l’impresa è più importante della gloria
personale –aggiunse dirigendo uno sguardo mordace a sua figlia: ovviamente la stava accusando
di pensare più a se stessa che a Bancroft-. Tu sei la terza opzione e sono qui per questo- concluse
bruscamente.
         -E ti aspetti che salti di contentezza –ironizzò lei, ancora angosciata dalla discussione della
mattina.
         -Ciò che mi aspetto –obbiettò lui paonazzo di rabbia- è che ti comporti come la dirigenti
che credi di essere e ciò significa posteggiare momentaneamente le nostre differenze personali e
approfittare dell’opportunità che hai.
         -Ci sono opportunità anche altrove.
         -Non fare la stupida! Mai più avrai una come questa per dimostrarci quel che sei capace di
fare.
         -È questo che mi offri? L’opportunità di provare me stessa?
         -Sì.
         -E se ci riesco, cosa?
         -Chi lo sa!
         -Con quelle condizioni non mi interessa la tua offerta: trovatene un altro.
         -Maledizione! Nessuno è più qualificato di te e lo sai.
         Le sue parole erano piene di risentimento e frustrazione. Nonostante tutto, per Meredith
quella confessione fu molto più dolce di qualunque complimento. Infinitamente più dolce.
L’eccitazione che prima si era negata ad affiorare, adesso cominciò a materializzarsi nel fondo di se
stessa, ma cercò di mostrarsi indifferente.
         -In questo caso, accetto.
         -Bene, discuteremo le condizioni domani, durante la cena. Abbiamo due giorni per
esaminare i progetti più urgenti. Dopo di che me ne andrò. –fece il gesto di prendere il cappello,
disposto ad andarsene.
         -Non così presto –disse Meredith, ricuperando la calma-. In primo luogo, anche se non è la
cosa più importante, c’è la questione del mio aumento salariale.
         -Cento cinquanta mila dollari l’anno, effettivo un mese dopo di farti carico della
presidenza.
         -Cento settanta cinque mila effettivi immediatamente –replicò lei.
         -Bene, ma resta sottinteso –accettò Philip furibondo- che il tuo stipendio tornerà ad essere
quello attuale quando io ritorni ad occupare la presidenza.
         -D’accordo.
         -Allora non c’è nient’altro da dire.
         -Aspetta. La mia intenzione è di sommergermi nel lavoro, ma c’è un paio di cose personali
che devo rislvere.
         -Quali?
         -Un divorzio e un matrimonio: senza il primo non c’è il secondo. –Philip rimase spettante e
lei continuò-: Secondo me, Matt accederà al divorzio che gli offro qualcosa in cambio. Mi riferisco
all’approvazione della riqualificazione del suo terreno a Southville. Oltre la garanzia che da parte
nostra non ci sarà nessuna interferenza nella sua vita personale. Di fatto, sono quasi sicura che se si
compiono questi requisiti, accetterà il divorzio.
         Suo padre la fissò e nella sua bocca si disegnò un sorriso triste e chiese:
         -Davvero ci credi?
         -Sì. Ma sembra che tu no. Perché?
         -Perché non ci credo? –sembrò divertirsi-. Te lo dirò: hai detto che Farrell mi somiglia. Beh,
se io fossi al posto suo, non mi accontenterei di così poco. Non ora... Non più. Se io fossi lui, farei
che il mio opponente lamentasse il giorno che tentò di umiliarmi, e dopo raggiungerei ad un
accordo, però mettendo io le condizioni... Delle condizioni che strangolerebbero il mio rivale.
         Meredith si scosse e insistette:
         -Nonostante tutto, prima di accettare la presidenza voglio che mi dia la tua parola che la
sua richiesta sarà approvata non appena la ripresenta.
         Philip vacillò e finalmente annuì:
         -Mi occuperò di questo.
         -Prometti pure che non interferirai nella sua vita se lui mi concede un divorzio rapido e
discreto?
         -Concesso. –si inclinò per prendere il cappello-. Buon viaggio, Parker.
         Quando se ne andò, Meredith guardò Parker che sorrise udendo le parole della sua
fidanzata:
         -Mio padre è incapace di scusarsi o di ammettere di essersi sbagliato, ma accettando le mie
condizioni implicitamente ha riconosciuto il suo errore, non sei d’accordo?
         -Forse –rispose lui senza molta convinzione.
         Meredith non notò i dubbi del suo fidanzato. In un eccesso di esuberante allegria, gli buttò
le braccia al collo.
         -Ce la farò: la presidenza, il divorzio, i preparativi delle nozze. Vedrai.
         -Sono sicuro che sì –rispose lui e prendendole le mani da dietro la schiena, l’attrasse verso
se.
         Seduta sul tavolo della cucina, con i piedi su una sedia, Lisa era arrivata alla conclusione
che l’opera di Puccini non solo era noiosa, ma anche intollerabile. Fu allora quando, alzando lo
sguardo, vide a Meredith nell’uscio della porta.
         -Se ne sono andati? –domandò mentre spegneva la radio-. Santo Cielo, che seratina! –
aggiunse quando Meredith annuì con la testa.
         -Ma risulta che è una serata fantastica, meravigliosa, splendida –dichiarò Meredith con un
sorriso splendente.
         -Qualcuno ti ha mai fatto notare i tuoi preoccupanti cambiamenti di umore? –le chiese Lisa
con stupore: poco prima aveva sentito la voce alterata di Philip.
         -Per favore, parlami con più rispetto.
         -Cosa?
         -Cosa ti sembra signora presidente?
         -Scherzi? –esclamò Lisa fascinata.
         -Solo in riferimento al modo di dirigerti verso di me. Apriamo una bottiglia di champagne,
ho voglia di festeggiare.
         -Certo che sì –disse Lisa abbracciandola- e dopo mi racconterai cosa che è successo ieri tra
te e Farrell.
         -È stato terribile –dichiarò Meredith allegramente e prendendo una bottiglia del frigo
cominciò ad aprirla.
        31

         Durante la seguente settimana, Meredith si sommerse nel suo ruolo di presidente interino.
Prese decisioni con prudenza e cognizione di causa; si riunì con il consiglio di azionisti, dove
ascoltò tutte le opinioni ed espose le proprie idee. Poco tempo dopo tutti cominciarono a reagire
con fiducia ed entusiasmo davanti la direzione di Meredith.
         Dopo diversi giorni nella sua funzione di presidente e vicepresidente, Meredith imparò a
razionalizzare il suo lavoro, a sfruttare il più possibile il suo tempo, fino al punto che la stanchezza
fisica diede passo all’euforia. Se la cavò incluso per prestare un poco di attenzione ai preparativi
delle sue nozze; chiese un catalogo di partecipazioni al dipartimento di cancelleria di Bancroft e
quando la sezione di abiti da sposa la chiamò per comunicarle l’arrivo di nuovi modelli, andò a
vederli. Uno era un glorioso abito blu di seta, con perle intrecciate e un lungo e profondo spacco
nella schiena. Era esattamente ciò che Meredith aveva tanto cercato senza averlo trovato.
         Con il disegno del vestito in una mano e un campione della partecipazione nell’altra, era
seduta nella scrivania che era appartenuta a suo padre e a suo nonno. Le vendite battevano record
su record in tutte le succursali; non c’era fatto che arrivasse nel suo ufficio, per quanto complicato,
che significasse un ostacolo insormontabile; e come se non bastasse, si sarebbe sposata con il più
buono e il migliore degli uomini: lo stesso che aveva amato da bambina.
         Mentre trascorrevano i giorni, Meredith continuava a sentirsi felice e assorta nella sfida che
rappresentava il suo lavoro. Il successo le sorrideva in ogni cosa, tranne in una: Matt Farrell. Prima
del suo viaggio, Philip aveva dato i passi necessari perché la commissione su Southville
approvasse la richiesta di Matt, ma non c’era modo di comunicare con lui telefonicamente per
dargli la buona nuova.
         Meredith chiamava l’ufficio di Matt, ma non lo rintracciava mai. La segretaria le diceva che
non c’era in ufficio e a volte neanche in città. Il giovedì pomeriggio e poiché lui non le restituiva
mai le telefonate, Meredith tentò di nuovo. Questa volta, la segretaria del suo ex marito le trasmise
un suo messaggio:
         -Il signor Farrell –annunciò una voce fredda e tagliente- mi ha ordinato di dirle che se
vuole qualcosa da lui, di mettersi in contatto con lo studio di avvocati Pearson e Levinson.
Signorina Bancroft, il signor Farrell non risponderà alle sue telefonate né adesso né in futuro, e se
insiste in chiamarlo, le farà causa per molestie. –dopo la donna chiuse.
         Meredith rimase a fissare il telefono, incapace di uscire dal suo stupore. Pensò nella
possibilità di presentarsi personalmente ed insistere in vederlo. Ma no. Nel suo stato d’animo
attuale era possibile che i suoi agenti di sicurezza la scortassero per forza fino la strada. Capendo
che era assolutamente necessario mantenere la calma, ripassò le alternative che aveva, come se si
trattasse di una questione d’affari. Senza dubbio sarebbe inutile chiamare gli avvocati di Matt,
perché loro cercherebbero di intimorirla anche soltanto per divertirsi. Inoltre, sapeva già dal
principio che un giorno o l’altro avrebbe dovuto contrattare i servigi di un avvocato perché
redigesse i documenti del divorzio, non appena Matt avesse ceduto. Era ovvio che aveva bisogno
di un avvocato prima del previsto, perché comunicasse allo studio Pearson e Levinson la sua
offerta di pace e che loro la trasmettessero a Matt.
         Ma lei non poteva scegliere semplicemente un buon avvocato giacché Matt era
rappresentato da uno studio tanto potente e prestigioso come Pearson e Levinson. Quello di
Meredith doveva avere la stessa influenza politica e la stessa abilità di loro perché altrimenti
l’avrebbero distrutta. Erano abili nei trucchi e negli stratagemmi che tanto piacevano agli avvocati.
Chiunque fosse quello scelto doveva essere persona di grande fiducia, che tenesse all’intimità della
sua cliente tanto come ai suoi interessi giuridici. Qualcuno, in definitiva, che non parlasse del caso
con gli amici davanti un bicchierino nel club degli avvocati: una tomba.
         Parker aveva suggerito uno dei suoi amici, ma Meredith preferiva qualcuno che conosceva
personalmente e che le piacesse. Siccome non voleva mischiare gli affari con i fatti personali, Sam
Green era escluso. Distrattamente cominciò a scarabocchiare i nomi di avvocati che aveva
conosciuto in riunioni sociali, ma li cancellò tutti. Erano, senza eccezioni, professionisti di successo
e anche soci di Glenmoor. Giocavano assieme a golf e forse scambiavano pettegolezzi.
          C’era soltanto una persona che riuniva le condizioni che Meredith cercava, anche se a lei
non piaceva l’idea di confidarle tutto. Stuart, si disse, sospirando con un miscuglio di riluttanza e
affetto. Stuart Whitmore era stato l’unico ragazzo cui era stata simpatica durante l’adolescenza.
L’unico che por la propria volontà la fece ballare nella festa della signorina Eppingham.
Attualmente, con i suoi trentatré anni, Stuart continuava ad essere un uomo poco attraente, di
spalle strette e scarsi capelli castani. Ma era anche un brillante avvocato, discendente da una stirpe
di brillanti avvocati, oltre un conversatore affascinante e, soprattutto, era un amico. Due anni
addietro aveva fatto il suo ultimo e più deciso tentativo di portarsela a letto, e lo fece a modo suo,
tutto peculiare. Come facendo un’arringa davanti ai giurati, declamò a Meredith tutti i motivi per i
quali lei doveva coricarsi con lui, essendo l’ultima, ma non la meno importante, la possibilità di un
futuro matrimonio.
          Sorpresa, e commossa dal fatto che Stuart avesse pensato sposarla, Meredith la rifiutò
gentilmente, intentando fargli capire che la sua amicizia era molto importante. Vedendosi rifiutato,
Stuart le chiese:
          -Considererai almeno la possibilità che ti rappresenti in qualche azione giuridica? Così
potrei dirmi che l’etica e non la mancanza di reciprocità di sentimenti, ci proibisce di andare a letto
assieme.
          Meredith ancora stava intentando decifrare quella frase quando avvertì con ritardo il suo
umorismo ironico.
          -Lo farò! Ruberò una scatola di aspirine in farmacia domani e tu mi farai uscire da
prigione- rispose piena di gratitudine e affetto.
          Stuart sorrise e si alzò per allontanarsi, ma il suo commiato fu caldo e ameno.
Consegnandole il suo biglietto da visita, le disse:
          -Affidati al quinto emendamento fino al mio arrivo.
          Meredith ancora sorrideva ricordando quando premette il pulsante dell’interfono:
          -Phyllis, mettimi in contatto con Stuart Whitmore, di Whitmore e Northridge.
          Mentre aspettava la comunicazione, cercò di studiare alcune carte, ma la tensione nervosa
si era impossessata di lei: le tremavano le mani. Durante l’ultimo anno non aveva visto Stuart più
di un paio di volte. E se non accettava? E se non voleva vedersi invischiato nei suoi problemi
personali? E se non era in città?
          -Il signor Whitmore sulla linea uno, Meredith.
          Lei respirò profondamente e prese il telefono.
          -Stuart, ti ringrazio di avermi risposto subito.
          -Ero sul punto di andare via quando udì la mia segretaria rispondere alla tua telefonata –
disse lui cortese.
          -Ho un piccolo guaio giuridico –dichiarò lei-. Beh, non è piccolo, ma molto grande. In
realtà, è enorme.
          -Ti ascolto –rispose lui notando la titubanza dell’amica.
          -Vuoi che te lo racconti adesso? Per telefono e in fretta?
          -Non necessariamente. Ma dammi un indizio... per svegliare il mio appetito legale.
          Meredith captò l’acuto senso dell’umorismo di Stuart e sospirò alleviata.
          -Per essere breve, ho bisogno del tuo consiglio sul mio... divorzio.
          -In questo caso –replicò Stuart immediatamente-, il mio consiglio è che ti sposi prima con
Parker. Così raggiungeremo un accordo migliore.
          -Non è uno scherzo, Stuart –l’avvertì lei, ma qualcosa in lui ispirava tanta fiducia che la
giovane sorrise e aggiunse-: Sono immersa nel più sorprendente imbroglio legale che tu possa
immaginare. Devo uscire da questo guaio.
         -Generalmente mi piace allungare le cose perché così s’ingrandisce la mia parcella –
commentò lui con ironia-. Ma per un’amica come te posso fare un’eccezione e sacrificare il denaro
alla pietà. Sei libera per cenare con me stasera?
         -Sei un angelo!
         -Davvero? Ieri l’avvocato dell’altra parte in causa mi chiamò manipolatore figlio di
puttana.
         -Non lo sei! –protestò Meredith con lealtà. Stuart rise e disse:
         -Ti assicuro che lo sono, amore mio.



        32

         Lontano da comportarsi come un giudice severo o di scandalizzarsi per la sua condotta ai
diciotto anni, Stuart ascoltò la storia di Meredith senza il minimo segno di emozione sul viso.
Neanche sembrò sorpreso quando lei gli disse il nome del padre della sua bambina. Era così
sconcertante l’inespressività del viso dell’avvocato, così persistente nel suo silenzio, che quando
Meredith arrivò alla fine del suo resoconto, gli chiese tentennante:
         -Stuart, è tutto chiaro?
         -Perfettamente chiaro –rispose lui e come per dimostrarlo, diede la sua versione di parte
dei fatti-. L’ultimo che mi hai detto è che tuo padre adesso si mostra disposto ad utilizzare la sua
influenza perché Farrell ottenga la riqualificazione del suo terreno. E lo fa con lo stesso assoluto
disprezzo per la legge che mostrò prima, quando per mezzo del senatore bloccò la richiesta di
Matt.
         -Credo... che sia così –confermò Meredith un po’ nervosa per la velata condanna di Stuart a
suo padre.
         -Pearson e Levinson rappresentano a Farrell, vero?
         -Sì.
         -Bene, allora avanti tutta! –dichiarò Stuart facendo segni ad un cameriere-. Domattina
chiamerò Bill Pearson e gli dirò che il suo cliente sta pressando in modo ingiusto la mia,
causandole un’angoscia non necessaria.
         -E dopo, cosa farai?
         -Dopo chiederò che il suo cliente firmi dei documenti che io scriverò e gli invierò.
         Meredith sorrise tra speranzosa ed incerta.
         -Questo è tutto?
         -Forse.

         Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, finalmente Stuart le telefonò.
         -Hai parlato con Pearson? –gli chiese Meredith con un nodo nello stomaco.
         -Abbiamo chiuso un minuto fa.
         -Ebbene? –chiese lei anelante, intuendo in lui un certo tentennamento-. Gli hai parlato
dell’offerta di mio padre? Cosa gli sembrò?
         -Mi ha detto che tutto questo tra te e Farrell è molto personale, che il suo cliente vuole
considerarlo prima da questo punto di vista e dopo, quando lui sarà disposto, detterà le condizioni
sotto le quali ti concederà il divorzio.
         -Dio mio! –mormorò lei, respirando profondamente-. Che cosa significa? Non capisco.
         -Te lo spiegherò con franchezza e oltrepassando il gergo giuridico: Pearson mi disse di
andarmene alla merda.
         Le parolacce non formavano parte del linguaggio corrente di Stuart, e ciò indicò a
Meredith che era molto più arrabbiato di quel che sembrava; si sentì tanto allarmata come incapace
di capire l’atteggiamento di Pearson.
         -Non capisco –disse lei, inclinandosi nella poltrona-. Matt si mostrò molto conciliatore il
giorno che abbiamo pranzato assieme... cioè, finché non ricevette la telefonata relativa alla
riqualificazione del suo terreno. Ma adesso che gli offro l’approvazione della sua richiesta, non
vuole nemmeno ascoltarmi.
         -Meredith –disse Stuart con fermezza-, quando mi hai parlato della tua relazione con
Farrell, mi hai nascosto qualche dettaglio?
         -No, nessuno. Perché me lo chiedi?
         -Perché –le rispose Stuart- da tutto che ho letto e sentito di lui, sembra un uomo
ragionevole ed intelligente: freddamente irrazionale, quasi inumano, secondo alcune persone. Ma
gli uomini razionali e contemporaneamente molto occupati non si fermano a vendicarsi di piccole e
meschine offese. Ciò rappresenta una perdita di tempo, e nel caso di Farrell il tempo è oro. Ma
ogni essere umano ha una capacità di assorbire insulti presunti o reali, passato quel limite, tutti
reagiamo. Beh, se Farrell è stato spinto aldilà dei suoi limiti, starà desiderando intavolare una lotta.
Secondo me, è quanto è successo. E ciò mi inquieta moltissimo.
         Meredith si sentì ancora più inquieta di lui.
         -Perché vorrebbe lottare?
         -Per il piacere della rivincita.
         -Rivincita? –chiese lei allarmata-. Perché dici questo?
         -Per una cosa che disse Pearson. Mi avvertì che qualunque intento da parte tua di portare il
caso al tribunale senza prima ottenere l’approvazione completa del suo cliente porterà come
conseguenza certe sorprese sgradevoli...
         -Ancora sorprese sgradevoli? –ripetè lei con stupore-. Perché adesso? Quando abbiamo
pranzato assieme la settimana scorsa tentò di mostrarsi amabile. Davvero. Incluso scherzò con me,
nonostante mi disprezza...
         -Perché? –l’interruppe lui-. Perché ti disprezza? Cosa te lo fa pensare?
         -Non lo so. È un’intuizione –senza rivelare altri dettagli, proseguì-. È comprensibilmente
furioso per Southville; e dopo il pranzo, nella sua macchina, gli dissi delle cose che senza dubbio
l’hanno offeso. Sarà questo ciò che lo spinse «aldilà dei suoi limiti»?
         -È possibile –rispose Stuart senza molta convinzione.
         -Che facciamo adesso?
         -Rifletterò durante il fine settimana. Tra un’ora parto verso Palm Beach per riunirmi con
Teddy e Liz Jonkings nel loro yacht. Quando ritorno, prepareremo la nostra strategia. Cerca di non
preoccuparti troppo.
         -Cercherò –promise lei.
         Da sola nel suo ufficio, si sforzò per smettere di pensare a Matt Farrell. Per ciò, si
sommerse nel lavoro. Due ore più tardi, si presentò Sam Green. D’accordo con quanto promesso, la
sua squadra aveva lavorato con rapidità per completare il progetto che lo tratteneva a Chicago.
Erano tre giorni che aveva chiamato a Houston con la speranza di concertare un incontro, ma
Thorp gli disse che non valeva la pena viaggiare fino laggiù e che aspettassi la prossima settimana.
         Meredith gli sorrise mentre l’avvocato si avvicinava a lei.
         -Pronto per la partenza a Houston?
         -Thorp ha telefonato proprio adesso: ha cancellato la riunione. –Sam sprofondò nella sedia
di fronte a lei. sembrava furioso e in gabbia-. Apparentemente, i fratelli Thorp hanno accettato
un’offerta di venti milioni. Il compratore esigeva che l’operazione fosse mantenuta in segreto fino
adesso, e per questo Ivan Thorp la tirò per le lunghe. Il terreno adesso è proprietà della divisione
di beni immobili di una grande holding.
         Delusa ma disposta a non accettare la sconfitta, Meredith gli ordinò:
         -Mettiti in contatto con i nuovi proprietari e informati se sono disposti a vendere.
         -Lo già fatto ed effettivamente sono disposti a vendere- rispose lui sarcastico.
         -Allora non perdiamo altro tempo e cominciamo le negoziazioni.
         -Ho tentato: chiedono trenta milioni e questa cifra non è negoziabile.
         -Trenta milioni? È ridicolo! –esclamò Meredith alzandosi-. È una pazzia! Quel terreno non
vale più di ventisette milioni. Loro l’hanno comprato per venti!
         -È quello che ho fatto notare al direttore della divisione, ma ribadì che la richiesta non è
negoziabile.
         Meredith si avvicinò alle finestre. Si sentiva troppo inquieta. Il terreno di Houston, vicino
The Galleria, era ubicato in una zona perfetta per una succursale Bancroft. Voleva edificare lì e non
voleva darsi per vinta.
         -Progettano edificare loro stessi? –gli chiese mentre tornava alla sua scrivania e si
appoggiava nel bordo, con le braccia incrociate sul petto.
         -No.
         -Hai detto che si tratta di una holding. Quale?
         Sam Green, come quasi tutti in Bancroft, sapeva molto bene che il nome di Meredith era
stato associato con quello di Matt Farrell nella rubrica di pettegolezzi del Tribune. Tentennò alcuni
secondi prima di rispondere.
         -Intercop.
         Perplessa e furibonda, Meredith si eresse come spinta da una molla. Fissò lo sguardo su
Sam.
         -Scherzi!
         Sam si accigliò ironicamente.
         -Ho l’aspetto di qualcuno che scherza?
         Conscia che il tentennamento di Sam prima di menzionare il nome della holding era un
segnale evidente che era al corrente dei pettegolezzi, Meredith scoppiò senza ritegno:
         -Ucciderò Matt Farrell per questo!
         -Considererò questa minaccia come informazione privilegiata tra avvocato e cliente, così
non dovrò testimoniare contro di te se lo ammazzi davvero.
         Meredith si dibatteva in un mare di emozioni. Guardò Sam, rabbiosa e incredula, e pensò
che l’ipotesi di Stuart sulla sete di vendetta di Matt eliminava ogni dubbio che l’acquisto del
terreno di Houston da parte di Intercop fosse una coincidenza. Ovviamente si riferiva a questo
l’avvocato di Matt parlando di «sorprese sgradevoli».
         -Quale sarà il tuo primo passo?
         -Dopo averlo ucciso? Lo butterò agli squali... –si interruppe e cercò di mantenere la calma-.
Devo riflettere. Ne ridiscuteremo lunedì, Sam.
         Quando l’avvocato se ne andò, Meredith cominciò a rimuginare, mentre passeggiava da un
estremo all’altro dell’ufficio. Finalmente conseguì rasserenarsi. Perché lo fa?, si domandò. Una cosa
era che Matt facesse diventare un inferno la vita personale della sua ex moglie –l’avrebbe affrontato
mediante Stuart-, e un’altra molto diversa era che attaccasse Bancroft & Company. A lei qualunque
intromissione nella compagnia produceva più panico che gli attacchi contro la sua propria
persona. Doveva fermarlo. Soltanto Dio sapeva cosa stava macchinando, o peggio ancora, che
intrighi aveva già messo in marcia.
         Si grattò la nuca con nervosismo e continuò a camminare per l’ufficio. La prima domanda
che voleva chiarire era innanzitutto il movente. Perché Matt Farrell la perseguiva così. Eppure
aveva la risposta: Matt si stava vendicando del gioco sporco di Philip. Si era mostrato molto gentile
durante il pranzo della settimana scorsa, finché non ricevette quella maledetta telefonata su
Southville. La causa di quella battaglia era, finalmente, chiara: l’interferenza di Philip Bancroft
nella vita e negli affari di Matt Farrell.
          Ed era tutto così futile! In qualche modo doveva riuscire a farsi ricevere ed ascoltare.
Doveva fargli capire che lui aveva vinto la battaglia e che Philip aveva fatto marcia indietro. Tutto
quel che doveva fare Matt era ripresentare la sua richiesta! Siccome non c’era Stuart per
convincerla di mantenere la calma, Meredith prese l’unica strada che le restava: chiamare Matt nel
suo ufficio.
          Quando rispose la segretaria, Meredith cambiò il tono di voce per non farsi riconoscere.
          -Sono... Phyllis Tisher –mentì, impersonando la propria segretaria-. C’è il signor Farrell?
          -Il signor Farrell se n’è andato a casa sua e non tornerà fino a lunedì pomeriggio.
          Meredith guardò il suo orologio e si sorprese di scoprire che erano già le cinque.
          -Non me ne ero accorta che fosse così tardi. Adesso non dispongo del numero telefonico di
casa sua. Potrebbe darmelo, per favore?
          -Ho istruzioni di non dare il suo numero di casa. A nessuno, senza eccezioni.
          Meredith posò il ricevitore. Non poteva aspettare fino al lunedì per riprovarci e
richiamarlo in ufficio era, in ogni caso, una perdita di tempo. Anche dando un nome falso, la
segretaria insisterebbe in sapere che cosa voleva trattare col suo capo prima di passarglielo.
Rimaneva l’alternativa di presentarsi in ufficio, ma nello strano umore in cui si trovava Matt era
probabile che non solo si rifiutasse di riceverla, ma che la facesse uscire dall’edificio scortata. Bene,
se lui non voleva vederla in ufficio e lei non voleva aspettare fino lunedì per saperlo, allora le
rimaneva soltanto un’opzione.
          -Casa sua! –si disse Meredith. Lì non ci sarebbe una segretaria con istruzioni per bloccarle
il passo. Con la remota speranza che il numero di Matt figurasse nell’elenco telefonico, la giovane
chiamò l’ufficio informazioni.
          L’operatrice sentiva comunicarle che il numero di Matthew Farrell non era a disposizione
di nessuno.
          Delusa ma non sconfitta, Meredith posò il telefono. Non era disposta a rinunciare nel suo
proposito. Quando aveva un piano fattibile e vedeva l’occasione di metterlo in pratica, si armava di
una fredda risoluzione, in assoluto contrasto con la sua fragile apparenza e la dolcezza della voce.
chiuse gli occhi e si concentrò di trovare qualche conoscente che avesse il telefono di Matt. Lui
aveva accompagnato Alicia Avery all’opera e Stanton aveva avallato il suo ingresso a Glenmoor.
Sorridendo, Meredith cercò il numero di Avery nella sua agenda.
          Il maggiordomo degli Avery la informò che padre e figlia avevano deciso di passare alcuni
giorni nella loro residenza di Saint Croix e non si aspettava che ritornassero prima di una
settimana. Fu tentata di chiedere il numero di Saint Croix, ma dopo lo pensò meglio. Era probabile
che Stanton non le desse facilmente il numero di Matt poiché lei era la donna che aveva offeso il
suo amico in pubblico e il cui padre gli aveva vietato l’ingresso a Glenmoor. Allora decise di
chiamare al club per parlare col direttore. Questi poteva darle il numero di Matt con solo
controllare la domanda d’ingresso. Però Timmy Martin se n’era anche lui andato a casa e gli uffici
del club erano già chiusi.
          Mordendosi un labbro, accettò il fatto che l’unica alternativa che le restava era recarsi
personalmente all’appartamento di Matt. La prospettiva era agghiacciante, soprattutto tenendo in
considerazione che lui era furibondo. Appoggiando la testa nella spalliera della poltrona, chiuse gli
occhi, mentre dentro di lei il rimorso si mescolava con il timore e l’ira. Se suo padre si non si fosse
intromesso nella questione di Southville, se non avesse umiliato Matt intralciando il suo ingresso
come socio di Glenmoor... Se lei non si fosse lasciata trascinare per la collera nella macchina...
allora il pranzo si sarebbe concluso con la stessa serenità con la quale era iniziato, e nulla di tutto il
resto sarebbe successo.
          I rimorsi non avrebbero risolto il problema che aveva. Meredith aprì gli occhi e seppe quel
che doveva fare. Non sapeva il numero telefonico di Matt, ma sapeva come chiunque leggesse il
Chicago Tribune, dove abitava. Nel supplemento del mese precedente era comparso un articolo di
quattro pagine a colori degli interni del lussuoso attico comprato e decorato dal più recente e ricco
imprenditore di Chicago. Si trovava nelle torri Berkeley, in Lake Shore Drive.



        33

         In Lake Shore Drive il traffico avanzava lentamente. Nervosa, Meredith desiderò che lo
stato del tempo, ogni momento peggiore, non fosse un cattivo presagio. Mentre usciva con la sua
macchina dal parcheggio, cadeva neve con pioggia e le raffiche di vento colpivano il veicolo,
ululando come l’augurio di un’imminente catastrofe.
         Dentro la macchina riscaldata, Meredith cercò di concentrarsi in cosa avrebbe detto a Matt
appena lo vedesse; doveva essere un commento diplomatico che placcasse la sua ira e permettesse
una conversazione poi. Doveva parare il primo colpo del suo formidabile avversario, che senza
dubbio sarebbe voltarle la schiena e rifiutarsi di parlare con lei. Ultimamente il suo senso
dell’umorismo era sceso di molte tacche, e nonostante tutto, fece atto di presenza: si vide
chiamando alla porta di Matt sventolando un fazzoletto bianco davanti ai suoi occhi, chiedendo
una tregua.
         Era un’immagine così ridicola che la giovane sorrise, finché all’improvviso pensò in
qualcosa che inspiegabilmente non aveva pensato prima. Il sorriso svanì del suo viso, adesso
accigliato dalla preoccupazione. Prima di arrivare alla porta di Matt doveva passare dalla
portineria e sottomettersi all’interrogatorio del portiere. Tutti i palazzi lussuosi proteggevano così i
loro abitanti: se il suo nome non compariva nella lista di visitanti graditi, non sarebbe arrivata
all’ascensore.
         Afferrò freneticamente il volante, cominciava a sentirsi sopraffatta dal panico e dalla
frustrazione, e si obbligò a respirare profondamente diverse volte con l’intenzione di calmarsi. Il
traffico si fece più fluente e accelerò. Doveva esserci un modo per oltrepassare l’ostacolo
dell’entrata alle torri Berkeley. Che cosa poteva fare? Non c’era altra alternativa che quella di
ingannare in qualche modo ai portieri e presentarsi alla porta di Matt senza che lui potesse saperlo
prima.
         Venti minuti dopo, quando fermò la macchina di fronte all’edificio, ancora non era sicura
di quel che doveva fare. Un portiere uscì a riceverla con un ombrello per proteggerla dalla pioggia
e Meredith gli diede le chiavi della macchina e dopo prese dalla sua valigetta ventiquattro ore una
grande busta che conteneva corrispondenza per suo padre.
         Dal momento che mise piede nel lussuoso atrio e si diresse alla reception, tutto fu
esattamente come lei aveva previsto e temuto. L’agente di sicurezza le chiese il nome, controllò
l’elenco e non trovandolo, le indicò a Meredith il telefono che c’era sul tavolo.
         -Mi sembra che il suo nome non compaia nella lista di stasera, signorina Bancroft. Se vuole
usare il telefono, può chiamare il signor Farrell. Mi serve il suo permesso per farla salire. Mi
dispiace per il contrattempo.
         Meredith osservò che l’agente era un giovane di poco più di vent’anni. Pensò che cadrebbe
nella teatrale trappola che aveva ideato con più facilità di un altro uomo più maturo e più esperto.
Sorrise maliziosamente e disse:
         -Non deve chiedere scusa –guardò il nome scritto nell’etichetta cucita sulla tasca
dell’uniforme-. Lo capisco perfettamente Craig. Ho il numero nella mia agenda.
         Conscia che il ragazzo la guardava con ammirazione, Meredith rivoltò la sua borsa come
se cercasse quella benedetta agenda. Dopo un attimo, sorridendo ancora una volta, si palpò le
tasche della pelliccia e finalmente rimase a guardare la busta.
         -Oh, no! –esclamò desolata-. La mia agenda! Non l’ho portata. Craig, il signor Farrell
aspetta questi documenti con urgenza. –gli mostrò la busta-. Mi deve far salire.
         -Lo so –mormorò Craig, contemplando il bellissimo viso abbattuto. Ma si riprese in
tempo-. Voglio dire, non posso permetterlo: va contro le regole.
         -Davvero devo salire –lo implorò e dopo, spinta dalla disperazione, fece qualcosa di
assolutamente insolito per lei, che sempre aveva cercato di preservare la sua intimità e disprezzava
coloro che si vantavano di essere famosi. Ma questa volta guardò il giovane direttamente negli
occhi e gli disse, sorridendo ancora-: Non l’ho visto da qualche parte? Sì, certamente. Nel centro
commerciale!
         -Quale... quale centro commerciale?
         -Bancroft & Company. Sono Meredith Bancroft –annunciò, vergognandosi del velato
entusiasmo che conferì alla sua voce. Pedante, schifosamente pedante, pensò.
         Craig esclamò:
         -Lo sapevo! Sapevo che la conoscevo. L’ho vista nei telegiornali e nei giornali. Sono un suo
ammiratore, signorina Bancroft.
         Meredith sorrise davanti all’ingenua ed esagerata reazione del ragazzo, che lo spinse a
comportarsi come se lei fosse stata una stella del cinema.
         -Beh, adesso che è sicuro che non sono una criminale, farà un’eccezione per me?
         -No. –quando la giovane si disponeva a discutere la sua decisione, Craig le spiegò-: Ad
ogni modo non le servirebbe a niente. Nel piano dell’attico le porte dell’ascensore si aprono
soltanto se si ha una chiave o se uno ha annunciato il proprio arrivo.
         -Capisco –bisbigliò Meredith demoralizzata e le seguenti parole del ragazzo la agitarono
ancor di più.
         -Le dirò cosa farò –dichiarò Craig, prendendo il telefono e pigiando diversi tasti-. Il signor
Farrell ci ordinò di non chiamarlo se arrivava qualcuno all’improvviso, però io lo avviserò che lei è
qui.
         -No! –esclamò lei, immaginando cosa direbbe Matt al ragazzo-. Voglio dire che le regole
son regole e vanno rispettate, forse lei non dovrebbe infrangerle.
         -Per lei sì –rispose il ragazzo con un sorriso. Dopo parlò al telefono-. Sono l’agente di
sicurezza della portineria, signor Farrell. La signorina Meredith Bancroft è qui e desidera vederla.
Sì, signore, la signorina Bancroft... No, non Banker, signore... Bancroft. Come i grandi magazzini.
         Incapace di guardare il ragazzo quando Matt gli intimasse di buttarla fuori, Meredith
chiuse la borsa e si dispose a battersi in un’ignominiosa ritirata.
         -Sì, signor Farrell –annuiva Craig-. Sì, signore, lo farò –si voltò verso lei-. Signorina
Bancroft, dice il signor...
         -Immagino perfettamente ciò che ha detto –disse lei inghiottendo a vuoto.
         Craig uscì dalla sua tasca le chiavi dell’ascensore.
         -Il signor Farrell ha detto che può salire.
         Le aprì la porta dell’appartamento un uomo che già conosceva. Era l’autista e guardia del
corpo di Matt. Joe indossava un paio di sgualciti pantaloni neri e una camicia bianca con le
maniche arrotolate fino al gomito, lasciando scoperti i poderosi avambracci.
         -Di qua, signora –l’invitò con un accento del Bronx che sembrava uscito da un film di
gangster degli anni ’30.
         Tremando a causa della tensione, ma anche con ferma determinazione, Meredith seguì
l’uomo aldilà dell’ingresso, attraverso eleganti pilastri bianchi e dopo scese un paio di gradini fino
il centro di un enorme salone col pavimento di marmo. Si fermarono davanti dei sofà che
attorniavano un grande tavolo di cristallo.
         Lo sguardo di Meredith si posò su una scacchiera di dama sul tavolo, dopo notò la figura
di un uomo con i capelli bianchi seduti in uno dei sofà e finalmente tornò a guardare Joe, che
apparentemente era l’altro giocatore.
         Quest’ipotesi venne confermata quando il robusto autista attorniò il tavolo e si sedette nel
divano situato di fronte all’uomo dei capelli bianchi. Joe stiracchiò le braccia, appoggiò la schiena e
rimase a guardare Meredith con un ghigno divertito e fascinato. Confusa e inquieta, Meredith
avvertì che l’uomo anziano la fissava con freddezza.
         -Son venuta a vedere... il signor Farrell- disse lei.
         -Apri gli occhi, ragazza –replicò l’uomo mentre si alzava-. Sono qui.
         Meredith lo guardò confusa. Davanti a sé c’era un uomo snello, apparentemente in buono
stato di salute, con capelli ondulati e bianchi, baffi ben tagliati e penetranti occhi azzurri.
         -Ci deve essere un errore, perché sono venuta a vedere il signor Farrell...
         -È chiaro che hai un problema con i nomi, ragazza –l’interruppe Patrick con disprezzo-. Il
mio nome è Farrell e il tuo non è Bancroft, ma è ancora Farrell.
         All’improvviso Meredith lo riconobbe. La sorpresa, assieme al timore dell’ostilità del
suocero, fecero che il suo cuore battesse con forza.
         -Non l’avevo riconosciuto, signor Farrell –disse alla fine, tartagliando-. Sono venuta a
parlare con Matt.
         -Perché? –volle sapere Patrick-. Cosa diavolo vuoi da lui?
         -Voglio... vedere Matt –insistette lei, quasi incapace di credere che quell’uomo alto e
robusto fosse lo stesso relitto umano che aveva conosciuto anni fa in casa di Matt.
         -Non è qui.
         Meredith aveva sofferto abbastanza quel giorno e non era disposta a farsi umiliare da
nessun’altra persona.
         -Allora –replicò- aspetterò che torni.
         -Sarà una lunga attesa –commentò Patrick sarcasticamente-. È a Edmunton.
         Meredith pensò che stava mentendo.
         -La sua segretaria mi disse che era a casa.
         -Quella è casa sua! –rispose Patrick avvicinandosi a lei-. La ricordi, non è così, ragazza?
Passeggiaste lì con la tua aria dispregiativa.
         Meredith si intimorì comprovando la furia che bolliva sotto quei tratti rigidi. Retrocesse
quando vide Patrick dare un altro passo verso di lei.
         -Ho cambiato idea: parlerò con lui un altro giorno.
         Girò sui suoi tacchi per uscire, però Patrick la afferrò da un braccio e lei non ebbe altra
scelta che affrontarlo. Quel viso aggressivo, a soltanto pochi centimetri dal suo, le provocò paura.
         -Allontanati da Matt. L’hai quasi ucciso una volta, non tornerai a intrometterti nella sua
vita a distruggerlo di nuovo. Mi hai sentito?
         Meredith tentò inutilmente di liberarsi e sentì che la rabbia si impossessava di lei.
         -Non voglio a suo figlio! –gli disse con disprezzo-. Voglio un divorzio, è tutto quanto, ma
lui non collabora.
         -In primo luogo, non so perché volle sposarti, e neanche so perché diavolo vorrebbe
desiderare continuare ad essere sposato con te –rispose lui e la lasciò andare-. Hai ucciso il suo
bambino perché non volevi portare in seno un plebeo Farrell.
         Il dolore e la rabbia scossero Meredith.
         -Come osa dire una cosa simile? Ho avuto un aborto spontaneo!
         -Non è vero! –gridò Patrick-. Hai abortito di sei mesi perché hai voluto e dopo gli mandasti
un telegramma a Matt. Un maledetto telegramma quando già avevi consumato il crimine!
         Meredith strinse i denti, cercando di contenere il dolore tanto tempo soffocato. Ma non ci
riuscì ed esplose di fronte al padre dell’uomo causante di tanta sofferenza.
         -Certo che gli inviai un telegramma. Un telegramma nel quale gli comunicavo che avevo
avuto un aborto e il suo adorabile Matt neanche si disturbò in rispondermi. –con orrore si accorse
di avere gli occhi pieni di lacrime.
         -Ti avverto, ragazza... a me non mentire! –la voce di Patrick suonava terribile-. So che Matt
andò a vederti e so cosa diceva il telegramma perché lo vidi, come lo vide mio figlio.
         Meredith non diede importanza alle parole di Patrick riferite al telegramma.
         -Matt... venne a vedermi? –un sentimento di incredulità e dolcezza fiorì nel suo cuore, ma
scomparve immediatamente-. Non è vero. Non so perché tornò, ma non fu per vedermi, perché
non lo fece.
         -No, non ti vide! –rispose Patrick con sarcasmo-. E sai molto bene perché. Eri nell’ala
Bancroft dell’ospedale e hai dato ordini di non farlo entrare. –come se tutta la sua collera si fosse
dissipata, incurvò le spalle e la guardò con disperazione e rabbia-. Giuro per Dio che non so come
hai potuto fare una cosa simile. Quando hai ucciso il suo bambino, Matt divenne pazzo di dolore,
ma quando non hai permesso di vederti, quasi gli costò la vita. Tornò a casa nostra e rimase lì.
Disse che non voleva tornare in Venezuela. Durante settimane contemplai come sprofondava
nell’alcool, come faceva lo stesso che feci io durante anni. Ma alla fine riuscì a salvarlo e lo mandai
di nuovo in Venezuela per far sì che ti dimenticassi.
         Meredith appena ascoltò le ultime parole. Nella sua mente suonavano campanelli
d’allarme. L’ala Bancroft dell’ospedale portava il nome di suo padre perché aveva donato il denaro
necessario per costruirla. L’infermiera che l’assistette era stata impiegata di Philip; il medico era un
suo vecchio amico... In quell’ospedale non aveva visto o parlato con persona che non rispondesse
davanti suo padre, che disprezzava Matt. Per questo Philip poté... Una penetrante felicità invase la
sua mente, rompendo la fredda corteccia che aveva avvolto il suo cuore durante undici anni.
Timorosa di credere al padre di Matt ma anche di non credergli, guardò il viso dell’anziano con
occhi pieni di lacrime.
         -Signor Farrell –bisbigliò con voce tremante-. Veramente Matt venne in ospedale a
vedermi?
         -Sai molto bene che è così! –rispose lui e vedendo il viso addolorato della giovane, non
vide cattiveria, ma confusione. All’improvviso capì che si era sbagliato e che non ne sapeva niente
di tutto quello che era successo.
         -E lei vide... il telegramma che si suppone io mandai? Che diceva?
         -Diceva... –lui tentennò, scrutando lo sguardo di Meredith, diviso tra il dubbio e la colpa-.
Diceva che avevi abortito e che volevi il divorzio.
         Meredith impallidì e la stanza cominciò a girare. Si appoggiò al divano per non cadere a
terra. Nella sua mente si scatenò un terribile sentimento di ira contro suo padre e il suo corpo
tremò, traumatizzato dalle rivelazioni che aveva appena udito. Sentì un intenso dispiacere
ricordando quei mesi angosciosi e solitari che seguirono la perdita di sua figlia; dispiacere per il
dolore represso durante anni per il presunto abbandono di Matt. Ma soprattutto sentiva tristezza.
Una tristezza profonda e dolorosa, per la sua piccina e per le vittime delle manipolazioni di suo
padre. L’afflizione straziava il suo cuore, obbligandola a piangere sconsolatamente.
         -Io non abortii né mandai quel telegramma... –le si spezzò la voce mentre guardava Patrick
attraverso una nube di lacrime-. Giuro che non l’ho fatto!
         -Allora, chi lo mandò?
         -Mio padre –rispose lei con un singhiozzo. Inclinò la testa e pianse-. Fu mio padre.
         Patrick fissò lo sguardo in quella giovane sconsolata che suo figlio aveva amato
pazzamente. Il tormento, la tristezza e l’ira si riflettevano nei tratti del viso della povera Meredith:
Patrick tentennò, lacerato per quel che vedeva, e dopo alcuni istanti lanciò una maledizione e
strinse tra le sue braccia sua nuora.
         -Forse sarà uno stupido... ma ti credo –mormorò furibondo.
         Invece di rifiutare il suo abbraccio, come Patrick aveva supposto, Meredith gli cinse il collo
con le braccia e si appoggiò a lui, mentre i singhiozzi sconquassavano il suo corpo.
         -Mi dispiace –singhiozzò-. Mi dispiace tanto...
         -Eh, eh –sussurrò Patrick più e più volte, stringendola con affetto. Attraverso gli occhi
umidi, Patrick vide che Joe si alzava e si dirigeva verso la cucina. Strinse più forte Meredith-.
Piangi, piccola, piangi –le bisbigliò, sforzandosi per contenere l’ira che sentiva nei confronti del
padre della ragazza-. Piangi fino a sfogarti completamente. –senza smettere di tenerla abbracciata,
Patrick guardò il vuoto, intentando di pensare con chiarezza. Quando finalmente Meredith si
calmò, lui sapeva cosa fare, anche se non era sicuro di come farlo-. Ti senti meglio adesso? –le
chiese, alzandole il mento. Lei annuì e accettò il fazzoletto che le offrì il suocero-. Bene. Asciugati
gli occhi e ti preparerò qualcosa da bere. Dopo parleremo di quel che faremo.
         -Io so esattamente quale sarà la prima cosa che farò –disse Meredith mentre si asciugava il
naso e gli occhi-: Uccidere mio padre.
         -Non lo farai se io arrivo prima –obbiettò lui con la voce roca.
         La portò fino al divano, la fece sedere e andò in cucina, da dove tornò pochi minuti dopo
con una fumante tazza di cioccolato. A Meredith questo gesto sembrò adorabile. Lo ringraziò con
un caldo sorriso. Patrick si sedette accanto a lei e aspettò che finisse di berlo.
         -Bene –disse allora-. Parleremo di ciò che racconterai a Matt.
         -La verità.
         Patrick annuì enfaticamente, cercando di nascondere senza successo la sua soddisfazione.
         -È quanto dovresti fare. Dopo tutto, sei ancora sua moglie e lui ha il diritto di sapere
quanto successo. Ed essendo tuo marito, ha l’obbligo di ascoltarti e credere in te. Entrambi avete un
altro dovere: perdonare e dimenticare, consolarvi reciprocamente... e onorare i voti nuziali.
         Meredith capì a cosa si riferiva e, allarmata, lasciò in aria la tazza che stava per posare sul
tavolo. Patrick Farrell era figlio di emigranti irlandesi e, senza dubbio, fedele alla tradizione del
suo popolo, aveva profonde convinzioni rispetto ad argomenti come la fedeltà e l’amore eterni tra
due persone. Adesso che sapeva la verità su sua nipote, confidava nel fatto che i genitori si
riconciliassero.
         -Signor Farrell, io...
         -Chiamami papà. –vedendola nel dubbio, l’affetto scomparve dal suo sguardo-. Non
importa. Non avrei dovuto aspettarmi che qualcuno come te volesse...
         -Non si tratta di questo! –lo interruppe Meredith, arrossendo di vergogna ricordando il
disprezzo che lui le aveva ispirato-. Semplicemente credo che non dovrebbe albergare troppe
speranze rispetto a Matt e a me. –doveva fargli capire che era troppo tardi per salvare il
matrimonio, ma dopo il dolore che gli aveva inflitto non poteva resistere all’idea di ferirlo ancor di
più confessandogli che non amava suo figlio. Meredith voleva solo un’opportunità per spiegare a
Matt ciò che era successo con l’aborto e chiedergli comprensione e perdono, sentimenti che
dovevano essere reciproci-. Signor Farrell... papà –si corresse quando lo vide accigliarsi-, capisco
ciò che lei vuole, ma non è possibile. Matt ed io appena siamo stati assieme alcuni giorni, e non c’è
stato tempo sufficiente per...
         -Per sapere se si ama qualcuno? –concluse Patrick vedendo che lei era incapace di
terminare la frase. Arcuò le spesse sopraciglia bianche con gesto burlone-. Quando vide per la
prima volta mia moglie, seppi che lei era la donna della mia vita.
         -Ma io non sono così impulsiva –rispose lei e sentì che il pavimento si apriva sotto i suoi
piedi a causa dell’espressione divertita che vide negli occhi del suocero.
         -Ho l’impressione che lo sei stata undici anni fa –le ricordò significativamente-. Matt è
stato a Chicago con te soltanto una notte e sei rimasta incinta. E mi disse che non avevi mai avuto
rapporti intimi con altri, che eri vergine. Credo che decidesti rapidamente che era lui l’uomo della
tua vita.
         -Per favore, la smetta –sussurrò lei con la voce tremante, alzando una mano come per
difendersi dalle parole di Patrick-. Lei non capisce come mi sento... come mi sono sentita tutto
questo tempo a causa di Matt. Ultimamente tra lui e me sono successe alcune cose. È tutto così
complicato...
         -Non c’è niente di complicato. È molto semplice: hai amato mio figlio e lui amò te, avete
concepito una creatura e siete sposati. Soltanto avete bisogno di passare del tempo assieme per
ritrovare i sentimenti che vi hanno unito. E lo farete. È semplice.
         Meredith quasi si mise a ridere davanti tanta semplificazione dei fatti. Resosi conto che le
sue parole avevano sorto quell’effetto su di lei, Patrick aggiunse:
         -Sarà meglio che ti decida presto quel che vuoi fare perché c’è chi lo vuole e le nozze non
sono scartate.
         Meredith immaginò che Patrick si riferisse alla ragazza della foto che aveva visto
nell’ufficio di Matt. Stranamente il suo cuore mancò un battito. Alzandosi disposta ad andarsene,
chiese:
         -La ragazza dell’Indiana?
         Patrick annuì con la testa. Meredith prese la sua borsa e accennò un sorriso.
         -Matt ha rifiutato le mie telefonate. Ho bisogno di parlare con lui prima possibile –disse
implorante, apellandose all’intercessione di Patrick.
         -Si trova nel posto perfetto per parlargli –assicurò Patrick sorridendole e alzandosi anche
lui-. Durante il viaggio avrai molto tempo per pensare nel miglior modo di raccontargli tutto. Ti
ascolterà. Sarai lì in un paio d’ore.
         -Cosa? No, davvero. Vederci lì da soli non è una buona idea.
         -Per caso hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te? –le domandò lui, incredulo.
         -No –rispose Meredith-. Credo che abbiamo bisogno di un mediatore. Avevo la speranza
che lei potesse farlo e che tutti e tre facessimo qui una riunione quando Matt ritorni.
         Patrick le mise le mani su le spalle e le chiese:
         -Meredith, va’ a Edmunton. Lì potrai raccontargli tutto ciò che vuoi. Non avrai mai
un’opportunità migliore di questa –vedendola titubare, insistette-: La casa è venduta, Matt è
andato a prendere i nostri oggetti personali. Il telefono è staccato e così nessuno vi interromperà.
Inoltre, lui neanche può prendere la macchina e andarsene perché si è guastata strada facendo e si
trova in officina. Joe non andrà a prenderlo prima di lunedì mattino. –avvertì che lei cominciava a
convincersi e, felice, aggiunse-: Undici anni di dolore e odio che potrebbero finire questa stessa
sera. Questa sera! Non è ciò che vuoi? So come ti sarai sentita credendo che a Matt non
interessavate né tu né il bambino. Ma pensa in ciò che ha sentito lui durante tutti questi anni! Alle
nove di stasera tutta questa storia di angoscia potrebbe essere lasciata indietro. Potreste essere
amici, come lo siete stati prima. –Meredith sembrava sul punto di cedere, però ancora resisteva e
Patrick capì il motivo-. Quando finite di parlare, potrai andare al motel di Edmunton e passare lì la
notte.
         Sorrise a Meredith con tanta tenerezza che la giovane si commosse.
         -Fai che mi senta orgoglioso di te, Meredith –mormorò lui e lei si disse che affrontare Matt
non sarebbe stato così facile come il padre credeva.
         -Suppongo che è meglio andare –decise finalmente e baciò la guancia irta del suocero.
Allora lui la abbracciò con affetto e Meredith si sentì addirittura felice: non ricordava l’ultima volta
che il suo proprio padre l’aveva abbracciata.
         -Joe ti porterà –suggerì Patrick emozionato-. Ha iniziato a nevicare e le strade presto
saranno in cattive condizioni.
         Meredith diede un passo indietro e fece un movimento di negazione con il capo.
         -Preferisco andare con la mia macchina. Sono abituata a guidare con la neve.
         -Starei più tranquillo se ti portasse lui –insistette Patrick.
         -Andrà tutto bene.
         Si voltò per andare via e allora ricordò che aveva un appuntamento per cenare con Lisa e
andare dopo alla galleria d’arte dove teneva una mostra il fidanzato dell’amica.
         -Posso usare il telefono? –chiese a Patrick.
         Lisa si sentì delusa e le chiese spiegazioni. Quando Meredith le disse dove stava andando e
perché, Lisa si infuriò... con Philip Bancroft.
         -Dio mio, Mer, tutti questi anni tu e Matt vi incolpavate l’un all’altra... E tutto a causa del
cretino di tuo padre... –le si spezzò la voce-. buona fortuna per stasera –concluse ombrosamente.
         Quando Meredith se ne andò, Patrick rimase lungo tempo pensieroso, dopo guardò a Joe,
che aveva ascoltato tutto dalla porta della cucina.
         -Beh, che ne pensi della mia figlia politica? –chiese sorridendo.
         Joe si staccò dall’uscio e si avvicinò al sofà.
         -Credo che sarebbe stato meglio se la portavo io, Patrick. Così non potrebbe andarsene
perché nemmeno lei avrebbe un veicolo.
         -Meredith ha pensato lo stesso: per questo non ha voluto che la portassi tu.
         -Matt non sarà felice vedendola. È infuriato con lei. No, peggio ancora: non l’ho mai visto
così. Ieri menzionai il nome di sua moglie e mi lanciò uno sguardo che mi lasciò perplesso. Per
alcune telefonate che ho sentito in macchina, ho capito che Matt vuole ottenere il controllo dei
grandi magazzini Bancroft. È la prima volta che vedo che qualcuno gli importa tanto come quella
ragazza.
         -Lo so. E so anche che è l’unica donna che è esistita nella vita di mio figlio.
         Joe studiò il sembiante fiducioso di Patrick e si accigliò.
         -Sei sicuro che quando lei racconti a Matt ciò che fece suo padre e Matt si calmi, non la
lascerà andar via della casa, vero?
         -Certamente.
         -Cinque dollari che ti sbagli.
         Patrick lo guardò perplesso e gli chiese:
         -Scommetti contro?
         -In altre circostanze non lo farei; scommetterei non cinque ma dieci dollari che Matt
guarderebbe quel viso d’angelo, la vedrebbe piangere e dopo se la porterebbe a letto per
consolarla.
         -E cosa ti fa pensare che non sarà così?
         -Matt è ammalato.
         Patrick sembrò tranquillizzarsi con quella risposta e sorrise soddisfatto.
         -Non così tanto.
         -Sta male come un cane! –insistette Joe caparbiamente-. Ha avuto l’influenza durante tutta
la settimana, anche quando andò a New York. Quando sono andato a prenderlo all’aeroporto, tossì
in macchina e mi vennero i brividi sentendolo.
         -Sali la scommessa a dieci dollari?
         -Va bene.
          Si sedettero per continuare la partita a dama, ma Joe tentennò.
         -Patrick, ritiro la scommessa, non è giusto che ti prenda dieci dollari. Appena hai visto a
Matt quest’ultima settimana. Ti assicuro che sta troppo male e imbufalito perché la trattenga in
casa.
         -Forse sarà imbufalito, ma non ammalato.
         -Perché sei così sicuro?
         -Semplicemente perché lo sono –replicò Patrick fingendosi assorto nella sua prossima
mossa-. So che Matt andò dal medico prima di partire per l’Indiana e si portò le medicine. Mi
chiamò dalla macchina strada facendo e mi disse che si sentiva meglio.
         -Mi stai ingannando, i tuoi occhi ti tradiscono.
         -Sali la scommessa?
        34

         Quando Meredith uscì da casa sua con la sua borsa da viaggio, stava nevicando.
Arrivando al confine con l’Indiana la tormenta stava diventando nevicata. I mezzi spazzaneve e i
camion con sabbia si prendevano cura di mantenere aperta l’autostrada. Le loro luci gialle giravano
come fari. Un camion di traslochi sorpassò la sua BMW, schizzandole il parabrezza con neve
sporca; tre o quattro kilometri più avanti, Meredith lo vide in una cunetta: il conduttore parlava
con un altro camionista che si era fermato per aiutare il collega. Secondo la radio, la temperatura
era di quattro gradi e continuava a scendere, prevedendo un accumulo di neve fino quasi mezzo
metro di neve.
         Meredith non era cosciente che andare a Edmunton con quel tempo comportava dei rischi.
La giovane pensava soltanto nel passato e nel bisogno di affrontare Matt per spiegargli ciò che era
successo realmente. Quando Patrick insistette perché andasse a Edmunton era ancora stupefatta
per ciò che aveva scoperto. Però passata la sorpresa iniziale, Meredith sentiva l’impellente bisogno
di riparare nella misura del possibile il danno causato, di dare spiegazioni a Matt.
         Incluso adesso, pensando in come doveva essersi sentito Matt ricevendo quel telegramma,
si formò un nodo nel suo stomaco. E nonostante il telegramma, lui era partito dal Venezuela e
corse in ospedale, soltanto per scoprire che gli vietavano l’entrata come se fosse un mendicante
senza nessun diritto.
         Matt non aveva mai abbandonato sua figlia e neanche la moglie. Questa scoperta riempiva
Meredith di una gioia indescrivibile e di un desiderio ardente di fargli sapere che undici anni
addietro lei non lo aveva esiliato dalla sua vita e non si era disfatta della figlia di entrambi.
         I fari illuminavano la strada e lei premette l’acceleratore. Poco dopo contenne il fiato
quando l’auto passò su una lastra di ghiaccio e slittò in avanti, fuori controllo. Per fortuna le
gomme aderirono di nuovo sull’asfalto coperto di neve. Tornò a pensare a Matt. Adesso capiva il
motivo della sua velata animosità. Capiva incluso il suo furioso commento quando la lasciò di
fronte a Bancroft dopo il pranzo: «Incrocia ancora una volta la mia strada e desidererai non essere
mai nata». Considerando le incredibili ingiustizie che aveva subìto, era comprensibile che volesse
vendicarsi. E il suo atteggiamento conciliante sia nel ballo dell’opera e dopo, in quel pranzo, era
sorprendente. Al suo posto, Meredith era sicura che non sarebbe stata capace di mostrare il
minimo civismo.
         Pensò nella possibilità che Matt si fosse mandato il telegramma a se stesso per giustificarsi
davanti a suo padre per aver abbandonato moglie e figlio, ma rifiutò immediatamente quell’idea.
Matt Farrell faceva quel che gli pareva, senza scusarsi con nessuno. L’aveva ingravidata, la sposò e
affrontò impavido la possibilità dell’ira paterna. Aveva cimentato un impero finanziario basato
sull’audacia e la forza di volontà. Quell’uomo non si sarebbe intimorito davanti suo padre né si
sarebbe scudato inviandosi un telegramma a se stesso. In quanto a quello che aveva ricevuto lei,
incoraggiandola ad ottenere il divorzio, era stato senza dubbio l’amara risposta a quello che aveva
ricevuto lui. E anche così, prima di mandare quel telegramma, Matt era venuto dal Venezuela per
vederla...
         Aveva gli occhi pieni di lacrime ed inconsciamente accelerò. Doveva parlare con lui prima
possibile. Aveva bisogno del suo perdono come Matt aveva bisogno del suo, e non pensò che
quell’urgenza mettesse in pericolo il suo futuro con Parker, nonostante sentisse una dolorosa
tenerezza per Matt. Con gli occhi della mente vide come poteva essere il futuro dopo la
riconciliazione. La prossima volta, quando Matt le tendesse la mano come lo fece nell’opera, e
quando le sorridesse dicendole «ciao, Meredith», lei gli ricambierebbe il sorriso e stringerebbe
quella mano. E quest’amicizia non doveva perché limitarsi a sporadici incontri sociali. Potevano
essere amici anche negli affari. Matt era un negoziatore nato e uno stratega di prim’ordine; nel
futuro, decise Meredith animata, forse lei avrebbe potuto chiamarlo per chiedergli consigli.
Andrebbero a mangiare assieme e sorriderebbero. Lei gli racconterebbe i suoi problemi e lui le
darebbe consigli. Così erano i vecchi amici.
         Le strade rurali erano traditrici, però Meredith appena se ne accorgeva. I gradevole
pensieri avevano dato spazio ad una terribile preoccupazione: non aveva la minima prova di ciò
che avrebbe raccontato a Matt era la verità. Per parte sua, lui sapeva molto bene che lei desiderava
un divorzio rapido e discreto. Se entrava in casa e gli raccontava dell’aborto, Matt crederebbe che
stava mentendo per rabbonirlo e conseguire il divorzio senza difficoltà. Peggio ancora, Matt aveva
comprato il terreno di Houston per venti milioni e aveva messo Bancroft nei guai chiedendone
trenta. Senza dubbio Matt penserebbe che la storia dell’aborto non fosse nient’altro che un trucco
disperato e canaglia. Per tanto, la miglior cosa sarebbe non parlare subito del passato e cominciare
dicendogli che l’approvazione del progetto per Southville era cosa fatta. Quando lui capisse che
Philip non si sarebbe più intromesso nei suoi affari, allora si sarebbe comportato con la stessa
ragionevolezza che ebbe durante il pranzo... prima di ricevere quella telefonata. Allora e soltanto
allora –quando sapesse che lei non aveva già nulla da guadagnarci- gli spiegherebbe ciò che
successe undici anni fa. finalmente Matt le crederebbe perché non ci sarebbero motivi per dubitare
delle sue parole.

          Il ponte di legno che attraversava il torrente delle terre di Matt era ricoperto da uno spesso
strato di neve. Meredith premette l’acceleratore per non rimanere intrappolata e trattenne il fiato.
La BMW avanzò, slittò da dietro, dopo proseguì fino fermarsi nello spiazzo davanti la casa. La
luna si rifletteva sui campi ammantati di neve e nello spiazzo gli alberi nudi erano come caricature
distorte di ciò che erano stati quella lontana estate, gettando ombre storte contro la bianca facciata
della casa, come se l’avvertissero di allontanarsi da lì. La giovane sentì un brivido mentre spegneva
i fari e il motore dell’auto. Nel primo piano una debole luce si filtrava attraverso la tenda di una
finestra. Matt era lì e ancora non si era coricato. Senza dubbio si sarebbe arrabbiato appena la
vedesse.
          Appoggiò il capo nel poggiatesta e chiuse gli occhi. Intentava raccogliere il coraggio
necessario per affrontare quel che si avvicinava. E in quel momento, da sola in macchina, con un
difficile compito davanti a sé, un compito disperatamente importante cui doveva far fronte,
Meredith chiese aiuto per la prima volta in undici anni:
          -Per favore –sussurrò pensando in Dio-, fa’ che mi creda.
          Aprì gli occhi, prese le chiavi e la borsetta e uscì dalla macchina.
          Undici anni fa, le sue preghiere perché Matt andasse a trovarla in ospedale erano state
ascoltate, anche se lei non lo seppe mai. Da allora aveva smesso di pregare.
          All’improvviso si accese la luce della galleria e Meredith si irrigidì. Il cuore le batteva con
forza. Vide come si apriva la porta della casa.
          Preoccupata e agitata, perse l’equilibrio, affondò nella neve e si afferrò ai parafanghi per
non cadere. Facendolo le caddero le chiavi della macchina, che finirono accanto alla gomma destra.
Si inclinò per raccoglierle ma allora ricordò di avere delle copie nella borsetta e pensò che non era
necessario scavare nella neve, precisamente nel momento che doveva affrontare la maggiore sfida
della sua vita.
          La luce della galleria inondò lo spiazzo, e lì c’era Matt, nell’uscio, guardando incredulo la
sconcertante scena che aveva davanti ai suoi occhi. Una donna scendeva da una macchina, una
donna assurdamente somigliante a Meredith. All’improvviso si era abbassata ed era scomparsa.
Dopo tornò a vederla attorniare l’auto nel bel mezzo di una tormenta di neve. Matt si afferrò
all’uscio della porta, intentando contenere la forte vertigine e l’estrema debolezza che l’influenza
gli causava. Fissò la strana figura, convinto che la febbre gli stava provocando allucinazioni.
Nonostante, quando la donna si scosse la neve dei capelli sulla fronte, il gesto gli risultò così
dolorosamente familiare che il suo cuore si contrasse fino provocargli una pungente fitta.
          Lei salì i gradini della galleria e alzò il viso, fissando lo sguardo su di lui.
          -Ciao, Matt.
          Credeva di stare delirando. O forse stava sognando. Forse era la morte che si presentava
nel suo letto, nella propria dimora. Ad ogni modo, i brividi adesso erano più intensi che stano
dentro casa. Davanti a lui, la visione accennò un sorriso indeciso, dolcemente indeciso.
          -Posso entrare? –domandò Meredith.
          Sembra una visione angelicale di Meredith, pensò Matt.
          Una raffica di vento polare si abbatté sul viso dell’uomo e lo fece uscire dal suo
stordimento. Quella non era una visione, era Meredith, e ciò gli fece ardere il sangue. Si sentiva
troppo debole per scortarla alla macchina o per rimanere davanti la porta, litigando e
congelandosi. Girò sui talloni ed entrò in casa, permettendo che lei lo seguisse. Il salone era
sommerso nella penombra.
          -Devi avere gli istinti di un segugio per perseguitarmi fin qua. –la sua propria voce gli
suonò roca, estranea. Accese la luce.
          Meredith si era preparata per un’accoglienza molto peggiore.
          -Ho ricevuto aiuto –rispose la giovane, osservando il viso provato di Matt. Desiderava
scusarsi, ma momentaneamente doveva rassegnarsi. Si tolse il soprabito e lo diede a Matt.
          -È la serata libera del maggiordomo –borbottò lui, ignorando il gesto di Meredith-.
Appendilo tu stessa.
          Se aspettava una replica da parte di Meredith, si sbagliò, poiché lei si limitò a gettare il
soprabito su una sedia. Matt. Socchiuse gli occhi, con un miscuglio di ira e confusione comparando
l’insolita umiltà di adesso con ciò che successe nel loro ultimo incontro.
          -Ti ascolto. Che cosa vuoi?
          Per sua sorpresa, Meredith si mise a ridere.
          -Credo che di volere un bicchierino. Sì, è ciò che voglio.
          -Non ci rimane Dom Pérignon –la informò Matt-. Dovrai accontentarti di whisky o vodka:
prendere o lasciare.
          -Vodka –disse lei semplicemente.
          Mentre andava verso la cucina, Matt sentiva le ginocchia piegarsi. Mise vodka in un
bicchiere e tornò al salone.
          Meredith prese il bicchiere e dopo si guardò attorno.
          -Sembra... strano vederti qui, in questo posto, dopo tanti anni... –cominciò a parlare
tentennante.
          -Cosa dici? Già sai che questa è casa mia, e il posto che ancora credi che mi corrisponde.
Non sono altro che un sudicio fonditore, ricordi?
          Per sorpresa di Matt, lei arrossì e cominciò a scusarsi.
          -Mi dispiace tanto averti detto quello. Volevo ferirti e sapevo che con quelle parole ci sarei
riuscita. Ma non riflettono ciò che sento perché non è un crimine essere un fonditore.
          -Cosa diavolo vuoi? –scoppiò lui, ma in quel momento perse di vista il mondo e dovette
appoggiarsi contro la parete per non cadere.
          -Che ti succede? Stai male?
          Matt ebbe il presentimento che sarebbe caduto da un momento all’altro o avrebbe
vomitato davanti Meredith.
          -Vattene, Meredith. –gli faceva male la testa e gli bruciava lo stomaco. Girò sui suoi talloni
e si diresse verso la scala-. Mi vado a coricare.
          -Stai male! –esclamò lei e corse verso di lui quando lo vide afferrarsi alla ringhiera e
tentennare appena mise un piedi nel secondo gradino. Volle prendergli il braccio e Matt la rifiutò,
però lei aveva già sentito l’ardente contatto-. Dio mio, hai molta febbre!
          -Vattene!
         -Stai zitto e appoggiati a me! –gli ordinò lei obbligandolo a passarle il braccio per le spalle.
Matt non aveva forza per rifiutarsi.
         Meredith lo portò sopra e lui si lasciò cadere pesantemente sul letto, con gli occhi chiusi,
immobile come... un morto. Terrorizzata, lei gli prese un braccio e cercò il polso senza trovarlo
perché il panico glielo impediva.
         -Matt! –gridò scuotendolo-. Matt, non morire! –supplicò-. Sono arrivata fin qui per
raccontarti cose che devi sapere, per chiederti perdono e...
         Le sue urla e gli scossoni finalmente svegliarono i sensi di Matt, che non sentiva capace di
iniziare nessuna discussione. Tutto ciò che importava era la sua presenza e il fatto che lui era
terribilmente ammalato.
         -Smettila di muovermi così, dannazione! –mormorò.
         Meredith ritirò le mani e quasi piansi di sollievo. Dopo cercò di recuperare la calma e
pensare in cosa potesse fare per lui. L’ultima volta che aveva visto qualcuno così male, la vittima
era stata suo padre, che fu sul punto di morire. Però Matt era giovane e forte. Aveva la febbre ma il
suo cuore era sano. Senza sapere cosa fare, Meredith si guardò intorno e vide due bottigliette di
pillole sul comodino. In entrambe c’era scritto: «Una pillola ogni tre ore».
         -Matt –disse lei premiante-. Quando hai preso queste medicine?
         Matt la sentì e tentò di aprire gli occhi, però prima di riuscirci lei gli prese una mano e si
inclinò sussurrando:
         -Matt, mi puoi sentire?
         -Non sono sordo –replicò lui con la voce roca-. E non sto morendo. Ho l’influenza e una
bronchiti, questo è tutto. Ho appena preso la medicina.
         Matt notò che il letto sprofondava quando lei si sedette accanto a lui. Gli sembrò che
Meredith gli ritirava i capelli dalla fronte con cura. Si domandò se stava davvero delirando.
         -Sei sicuro che è tutto quanto? Influenza e bronchiti? –chiese lei.
         La bocca di Matt si torse con un sorriso debole.
         -Vorresti che stessi peggio?
         -Credo che chiamerò un medico.
         -Ho bisogno del tatto di una donna.
         -Ti basto io? –domandò lei sorridendo con nervosismo.
         -Molto spiritosa.
         La giovane sussultò perché le parole di Matt suonarono come se lei fosse più che
sufficiente.
         -Ti lascerò solo per farti riposare.
         -Grazie –mormorò lui, già mezzo addormentato.
         Meredith lo coprì bene e notò che era scalzo. Si era addormentato con i vestiti che aveva
addosso quando la fece entrare e lei immaginò che così sarebbe stato più che con un pigiama.
Prima di uscire e spegnere la luce, Meredith si voltò e guardò il malato. Osservò come il suo petto
si agitava col ritmo fermo e costante del sonno. Aveva il respiro superficiale, ma incluso malato e
addormentato sembrava un avversario formidabile.
         -Perché ogni volta che mi avvicino a te nulla prende il sentiero che dovrebbe prendere? –
domandò con tristezza.
         Il suo sorriso svanì e spense la luce.
         Si fermò a prendere il soprabito, uscì e prese la sua borsa da viaggio dalla macchina. Di
nuovo in casa, si avviava a salire al primo piano quando si fermò a contemplare la stanza con un
miscuglio di nostalgia e di vaga tristezza. Tutto era uguale. Il vecchio sofà e un paio di poltrone di
fronte al camino; i libri nella biblioteca, le lampade... Tutto era uguale, però più piccolo e triste, con
gli scatoloni da trasloco aperti sul pavimento, alcuni già pieni di libri. E avvolti nella carta dei
giornali, oggetti di scarso valore materiale ma con tutto il valore dei ricordi.
        35

          Il mattino dopo ancora nevicava quando Meredith entrò nella stanza di Matt per vedere
come stava. Aveva ancora un po’ di febbre, ma non troppo alta.
          Sotto la grigia luce del giorno, dopo un sonno riposante e una doccia calda, l’inaspettato
ricevimento che aveva avuto in casa la sera prima sembrava più comico che perturbante.
          Indossò dei pantaloni blu e un maglione dello stesso colore abbinato ad un giallo brillante.
Davanti lo specchio si pettinò e sorrise. Non poteva evitarlo, quanto più pensava alla vigilia, più
divertente le sembrava. Dopo tanto nervosismo, un viaggio atroce in mezzo ad una tempesta di
neve, si erano detti mezza dozzina di frasi prima che Matt praticamente collassasse ai suoi piedi. E
poi avevano dormito ognuno nel proprio letto! La giovane represse un sorrisino.
          In certo modo, il fatto che lui fosse stato troppo ammalato (e forse continuasse a starlo) per
buttarla fuori era stato una benedizione. Anche se lei non poté raccontargli tutto, sperava che nel
pomeriggio Matt già si trovasse abbastanza bene per parlare in modo razionale, ma che non avesse
abbastanza forze per rifiutarsi di ascoltarla. Se si sbagliava e lui insisteva che doveva andarsene,
avrebbe guadagnato tempo dicendogli delle mezze verità: che aveva perso le chiavi della macchina
nella neve e quindi non poteva andare via.
          Decise di fare qualcosa di utile per Matt, come cercare termometro e aspirine. Andò in
bagno. Si domandò cosa fare con un paziente con influenza e bronchiti contemporaneamente.
L’influenza aveva fatto molte vittime tra gli impiegati di Bancroft, e Meredith cercò di ricordare la
descrizione che Phyllis le aveva fatto dei propri sintomi (mal di testa, nausee, dolori muscolari...).
In quanto la bronchiti era un'altra storia, sapeva che causava tosse e congestione delle vie
respiratorie. Nell’armadietto trovò il termometro e una confezione di aspirine, le uniche cose che le
risultavano familiari. Dopo prese un barattolo a caso: mercurocromo, e lo posò poiché non le
serviva. Perplessa, continuò a cercare. Quelle medicine erano talmente antiche che non conosceva i
nomi delle marche. C’era una bottiglia marrone la cui etichetta annunciava che si trattava di «Olio
di castoro Smith». Si scosse dalle risate: Matt se lo meritava. Ignorava che proprietà curative avesse
l’olio di castoro ma aveva un terribile odore. Aggiunse la bottiglia al suo arsenale e pensò di fargli
uno scherzo e mettergliela nel vassoio della colazione.
          All’improvviso si rese conto che era troppo allegra e con il morale troppo alto per una
donna che, come lei, si trovava intrappolata in una casa di campagna con un uomo ammalato che la
odiava. Attribuiva il suo stato d’animo al fatto di sperare di mettere fine all’odio di Matt. Inoltre,
desiderava aiutarlo a riprendersi di salute. Se lo meritava, dopo tutto quanto aveva sofferto per
causa sua. Un altro fattore coadiuvava al buon umore di Meredith: la nostalgia. Quel luogo le
ricordava la sua adolescenza, era come se avesse di nuovo diciotto anni.
          Vide un barattolino blu scuro e riconobbe l’etichetta: era un prodotto per la bronchiti e
anche se non odorava molto bene, poteva essere utile per liberare le vie aeree di Matt. Lo aggiunse
a ciò che già aveva e guardò l’insieme delle medicine. Sapeva che le aspirine gli avrebbero alleviato
il mal di testa, ma potevano anche causargli malesseri stomacali. Aveva bisogno di un'altra cosa.
Ghiaccio si disse. Una borsa di ghiaccio sarebbe meglio per l’emicrania di Matt.
          Scese in cucina con le medicine, aprì il frigo e comprovò sollevata che c’era molto ghiaccio
disponibile. Dopo aver messo sottosopra armadietti e cassetti, ma non trovò nulla che potesse
servire da recipiente. Allora si ricordò della borsa di gomma rossa che aveva visto nel bagno, sotto
il lavabo mentre cercava degli asciugamani. Salì e la trovò. Ma la borsa non aveva tappo. Si
inginocchiò e lo cercò alla cieca. Incluso infilò la testa nell’armadio. Allora lo vide dietro un flacone
di detersivo e lo prese: era inutile. Il tappo era attaccato ad un tubo di gomma di quasi un metro di
lunghezza, aveva un morsetto metallico. Alzandosi, esaminò il curioso artefatto. Dopo tentò di
separare il tappo dal tubo, ma per una ragione che non comprendeva, il fabbricante aveva unito i
due pezzi in uno solo. Non vide un'altra alternativa: provò il morsetto, fece uno stretto nodo nel
tubo e se lo portò in cucina per riempirlo di acqua e ghiaccio.
        Quando finì, le rimaneva soltanto di preparare la colazione e non c’era molto da scegliere.
Doveva essere leggero e facile di digerire, e ciò escludeva quasi tutto il contenuto degli armadi
della cucina, sebbene sul tavolo c’era del pane ancora fresco. Nel frigo trovò pancetta, lardo e uova,
oltre due bistecche. Evidentemente a Matt il colesterolo non lo preoccupava. Uscì il lardo e mise
due fette di pane nel tostapane. Mentre si facevano i toast, cercò degli armadi qualcosa di adeguato
per il pranzo. Trovò soltanto alcune lattine di brodo, poiché tutte le altre contenevano spezie o
alimenti troppo pesanti per lo stomaco di un malato: piatti già pronti, tonno e una lattina di latte
concentrato. Latte!
        Sollevata, prese un bicchiere e vi versò un po’ di latte. Aveva una consistenza troppo
densa; lesse le istruzioni e scoprì che il prodotto poteva essere consumato così stesso o diluito con
acqua. Non sapendo come lo preferiva Matt, lo assaggiò e sussultò per lo schifo. Diluire quel latte
non avrebbe migliorato molto il suo sapore. Dopo aver ritirato i toast dal tostapane, Meredith si
diresse verso il salone e prese il coperchio di un tavolino per la TV; l’avrebbe usato come vassoio e
così avrebbe potuto portare tutto: le medicine, la borsa col ghiaccio e la colazione.

         Il mal di testa strappò a Matt da un sonno profondo. Ancora mezzo addormentato pensò
che già era di giorno. Aprì gli occhi con difficoltà e rimase momentaneamente confuso vedendo
una vecchia sveglia di plastica bianca, con le lancette nere che indicavano le otto e mezzo. Quella
non aveva niente a che vedere con l’orologio digitale collegato alla radio che lo svegliava tutti i
giorni nella sua stanza. Nella sua mente con lentezza entrò la luce. Si trovava in Indiana ed era
stato male. In realtà, considerando l’enorme sforzo che dovette compiere per scivolare sul letto fino
raggiungere le bottigliette delle medicine che vedeva accanto alla sveglia, stava ancora male. Tentò
di scrollarsi la testa per chiarirsi le idee e batté le palpebre diverse volte a causa dei colpi di
martello che lo colpivano nelle tempie. Notò però che la febbre era scesa perché aveva la camicia
inzuppata di sudore. Mentre prendeva il bicchiere d’acqua dal comodino e inghiottiva le pillole,
pensò nella possibilità di alzarsi, farsi una doccia e vestirsi, ma si sentiva così esausto che decise
dormire un’altra ora e intentarlo dopo. In una delle bottigliette l’etichetta avvertiva: «Attenzione:
questa medicina causa sonnolenza». Si domandò se era quella la ragione di non potersi liberare da
quel sopore. Appoggiò di nuovo la testa sul cuscino e chiuse gli occhi, ma un ricordo nebbioso
apparse nella sua mente. Meredith. Aveva avuto un sogno strano, nel quale lei appariva in mezzo
una tormenta di neve e lo aiutava a mettersi a letto. Si domandò com’era possibile che il subconscio
gli avesse fatto affiorare un’immagine assurda come quella. Meredith poteva aiutarlo a gettarsi da
un ponte o un precipizio, poteva spingerlo alla bancarotta se lo credeva possibile, ma era ridicolo
aspettarsi che potesse fare qualcosa di meno distruttivo di tutto ciò.
         Quando stava per riaddormentarsi, udì passi cauti nella scricchiolante scala. E ciò lo fece
svegliare all’improvviso. Sorpreso, cercò di alzarsi e il repentino cambio di postura gli provocò
delle violente vertigini. Mentre si copriva con le coperte, l’intruso bussò alla porta.
         -Matt? –era una voce soave, unica, musicale. La voce di Meredith.
         Rimase rigido, osservando la porta. Per un attimo si sentì perso, totalmente disorientato.
         -Matt, sto per entrare... –vide girare il pomello e tornò alla realtà. Non era stato un incubo:
Meredith era lì.
         Lei aprì la porta spingendola con una spalla ed entrò di schiena, col vassoio nelle mani.
Avanzò lentamente, per dargli tempo di coprirsi se fosse stato alzato. Con un falso sentimento di
sicurezza per il ragionevole ricevimento che lui le aveva dispensato la sera precedente, quasi fece
cadere il vassoio quando lo sentì ruggire dal letto:
         -Cosa fai qui?
         -Ti ho portato la colazione –rispose lei, girandosi e dirigendosi verso il letto, sorpresa.
Quando finalmente lo sguardo di Matt si posò sulla borsa di gomma, nel suo viso apparve un
ghigno minacciante.
         -Cosa diavolo intendi fare con quello? –scoppiò.
         Disposta a non farsi intimidire, Meredith alzò il mento e replicò con calma:
         -È per la tua testa.
         -È questa l’idea che hai di uno scherzo pesante? –le lanciò uno sguardo assassino.
         Sommersa nel più profondo sconcerto, Meredith posò il vassoio nel letto, accanto al bacino
di Matt. Con serenità disse:
         -Ho messo del ghiaccio per il tuo...
         -Non mi stranizza –l’interruppe lui sarcasticamente-. Ti do cinque secondi, nemmeno uno
in più, per uscire da questa stanza e un minuto per lasciare questa casa senza che io ti butti fuori –
aggiunse furioso. Si mosse e Meredith si rese conto che era disposto a scuotere le coperte per
buttare a terra il vassoio.
         -No! –esclamò lei, ma più che una protesta, era una supplica-. È inutile che mi minacci
perché non posso andarmene; ho perduto le chiavi della macchina nella neve. Ma anche se non le
avessi perse, non me ne andrei senza che prima tu ascolti ciò che son venuta a dirti.
         -Non m’interessa –replicò lui, intenzionato a gettare per terra l’improvvisato vassoio.
Dovette fermarsi vittima da una nuova vertigine, e si infuriò ancora di più.
         -Ieri sera non ti sei comportato così –disse lei, quasi prendendo al volo il vassoio-. Non
pensai che ti disturbassi così tanto che ti preparassi una borsa di ghiaccio per il tuo mal di testa.
         Ascoltando queste parole, Matt si fermò e il suo viso rifletté un indescrivibile stupore.
         -Cosa hai fatto? –chiese in un bisbiglio quasi soffocato.
         -Ho finito di dirtelo: una borsa di ghiaccio per il tuo mal di testa.
         Meredith si allarmò vedendo che lui si copriva il viso con le mani e lasciava cadere la testa
sul cuscino, mentre gli tremavano le spalle. Il suo corpo iniziò a scuotersi sempre di più. Si ritorse
con tale violenza che la testa scivolò fuori dal cuscino e la testiera del letto scricchiolò. Meredith
pensò che si trattava da un attacco apoplettico o che si stesse soffocando.
         -Che succede? –chiese terrorizzata ma la sua domanda sembrò aumentare i sintomi del
moribondo-. Chiamerò un ‘ambulanza! –gridò lei, lasciando il vassoio a terra e dirigendosi verso la
porta-. C’è un telefono nella mia macchina...
         Mentre scendeva le scale udì la risata di Matt, apparentemente incontrollabile. Si fermò, si
girò e ascoltò attentamente. Capì che ciò che aveva preso per un’apoplessia era in realtà un attacco
incontenibile di risa. Inquieta, pensò nelle cause. Forse era dovuto al lungo tubo di gomma... A lei
disgustò al principio ma se lo aveva usato era perché non aveva avuto altra scelta. Arrivando nella
porta della stanza di Matt si fermò, indecisa. Sentiva una dolorosa timidezza. Pensò che la sua
inquietudine aveva un lato positivo: dopo tutto, grazie all’attacco d’ilarità, Matt ancora non l’aveva
buttato fuori casa. Incluso malato e a letto, Matt Farrell era il più formidabile nemico con il quale si
era misurata. E quand’era furioso, era semplicemente terrificante. Nonostante, non importava cosa
dicesse o facesse, non importava quanto irrazionale si mostrasse, era arrivata l’ora ci cercare di
firmare la pace.
         Con decisione, Meredith si mise le mani in tasca, entrò nella stanza e avanzò con
un’espressione confusa.
         Quando la vide, Matt dovette reprimere un altro attacco di risa. Ma all’improvviso Matt
smise di sorridere pensando che Meredith sicuramente aveva saputo che Intercop aveva acquistato
il terreno di Houston tanto ambito da lei. Senza dubbio, sapeva anche che se lo voleva le sarebbe
costato dieci milioni di dollari in più di quanto aveva pensato. Per ciò era lì, cercando di
ammorbidirlo e fare qualunque cosa fosse necessaria per strappargli la proprietà del terreno con lo
stesso prezzo che lui aveva pagato. Era disposta a fare tutto, fino preparargli e servirgli la
colazione. Schifato dal goffo intento di manipolazione, aspettò che lei parlasse e siccome non lo
fece, le chiese con tono imperioso:
          -Come hai saputo che ero qui?
          Meredith notò subito il preoccupante cambio nel tono di Matt.
          -Ieri sera sono andata al tuo appartamento –spiegò-. In quanto al vassoio...
          -Dimenticalo –la interruppe impaziente-. Ti ho chiesto come mi hai trovato.
          -Tuo padre era nell’appartamento e abbiamo avuto una conversazione. Mi disse lui che eri
qui.
          -Ti sarai mostrata molto convincente per ingannare mio padre e convincerlo che meriti il
suo aiuto –replicò lui con evidente disprezzo-. Mio padre non ti darebbe un minuto...
          Meredith desiderava tanto che lui la ascoltasse e le credesse che senza accorgersi di ciò che
faceva, si sedette accanto a lui nel letto e lo interruppe.
          -Tuo padre ed io abbiamo parlato e gli spiegai alcune cose. Mi ha creduto, Matt. Dopo di...
averci spiegato, mi disse dov’eri perché potessi venire e spiegarle anche a te.
          -Allora inizia –la incoraggiò lui, appoggiando la testa sul cuscino-. Ma sii breve.
          Matt era stupefatto dal fatto che Meredith fosse stata capace di guadagnarsi un nemico
naturale come suo padre. Era curioso di osservarla rappresentando magistralmente la sua farsa.
          Meredith contemplò quel viso freddo e temibile e respirò profondamente, obbligandosi a
guardarlo negli occhi, gli stessi che momenti prima erano sembrati caldi.
          -Parlerai o rimarrai lì seduta guardandomi?
          Lei si sentì intimidita, ma non scostò lo sguardo.
          -Parlerò. La spiegazione è un po’ complicata...
          -E anche convincente, spero –replicò lui con burla.
          Invece di rispondergli con l’ira che aveva usato contro di lui in passato, annuì e bisbigliò:
          -Lo spero anch’io.
          -Allora comincia, ma non entrare in dettagli, soltanto i punti più importanti, cioè, cosa
vuoi che io mi creda, cosa mi offri e cosa pretendi in cambio. In realtà, quest’ultima parte potresti
risparmiartela poiché so cosa vuoi da me. Ma m’incuriosisce sapere come pensi ottenerlo.
          Le parole di Matt erano come frustrate nella lacerata coscienza di Meredith, ma continuò a
guardarlo e cominciò a parlare con sincerità:
          -Voglio che tu creda ciò che ti racconterò perché è la verità. Ti offro la pace che è ciò che
volevo ieri sera quando sono andata a casa tua. E ciò che pretendo in cambio –proseguì scartando
la sua intenzione iniziale di saltare quella parte- è una tregua, un intendimento tra noi. Lo desidero
davvero.
          Sentendo le ultime parole, le labbra di Matt si torsero con un sorriso ironico.
          -È ciò che vuoi? Una tregua, un intendimento? –l’ironia della sua voce suggerì a Meredith
l’inquietante idea che lui si stava riferendo al terreno di Houston-. Ti ascolto –aggiunse lui
vedendola tentennare-. Adesso che capisco le tue ragioni puramente altruistiche, sentiamo cosa
offri in cambio.
          Le sue parole erano piene di sfiducia, dubitando incluso che lei potesse offrire qualcosa
che non fosse sordido o insignificante. In vista di ciò, Meredith decise presentargli la sua più
importante concessione, quella che era per lui di vitale importanza.
          -Ti offro la riqualificazione del tuo terreno di Southville –disse e si rese conto della
momentanea sorpresa di Matt davanti alla franca ammissione che lei era al corrente di quel fatto-.
So che mio padre bloccò la tua richiesta e voglio che tu sappia che non sono mai stata d’accordo
con quello. Ho litigato con lui per questo molto prima che io e te pranzassimo assieme.
          -All’improvviso hai acquisito un grande senso della giustizia.
          Meredith sorrise.
          -Sapevo che avresti reagito così. Lo capisco. Io al posto tuo farei lo stesso. Nonostante, devi
credermi perché posso provare ciò che ti dico. Appena tornerai a presentare la tua petizione, sarà
approvata. Mio padre mi ha dato la sua parola che non solo non s’immischierà, ma che intercederà
a favore tuo. In quanto a me, ti do la mia parola che lui mantendrà la sua.
          Matt lasciò andare una risata breve e sgradevole.
          -Cosa ti fa pensare che io mi fido della tua parola in questo o in qualunque altro affare? Ti
propongo un tratto –aggiunse con tono velatamente minaccioso-. Se da qui alle cinque del
pomeriggio del martedì la mia petizione viene approvata senza bisogno di ripresentarla,
sospenderò le querele giudiziarie che i miei avvocati presenteranno mercoledì contro tuo padre e il
senatore Davies. Un querela per tentata influenza illegale nell’azione di funzionari pubblici e un
altra contro i migliori interessi per la comunità.
          A Meredith tremò lo stomaco. Matt non solo aveva pianificato ciò che diceva, ma lo aveva
anche fatto con rapidità inusitata. Aveva messo in pratica in modo fulminante la strategia della sua
vendetta. Ricordò ciò che la rivista Business Week aveva detto di lui: «Un uomo che rappresenta un
ritorno nei giorni in cui occhio per occhio era considerata giustizia e non vendetta crudele e
inumana».
          Reprimendo un brivido di timore, Meredith che nonostante tutto ciò che si era scritto su
Matt, nonostante avesse tutte le ragioni del mondo per disprezzarla, aveva cercato di trattarla con
cordialità nel ballo dell’opera, e anche il giorno che avevano pranzato assieme. Solo quando si vide
spinto aldilà di ogni limite, dispose l’artiglieria pesante contro duo padre e contro di lei. Questa
riflessione armò di coraggio Meredith, che all’improvviso sentì una grande tenerezza per
quell’uomo dinamico e furibondo che aveva dimostrato essere misurato.
          -Cos’altro? –domandò Matt con impazienza, e si sorprese della dolcezza che si rifletteva
nel viso di Meredith.
          -Non ci saranno più atti di vendetta por parte di mio padre.
          -E ciò significa che potrò essere membro di quel piccolo ed elitario club campestre? –la
schernì lui.
          Arrossendo, la giovane fece un gesto di assenso.
          -Non m’interessa. Non mi ha mai interessato. Cos’altro hai da offrirmi? –vedendola
tentennare e ritorcendosi le dita, Matt perse la pazienza-. Non mi dire che è tutto qua. Non mi offri
nient’altro? E adesso speri che dimentichi, perdoni e ti dia ciò che realmente desideri?
          -Che cos’è che realmente desidero?
          -Houston! –chiarì lui con voce gelida-. Tra i generosi motivi della tua visita hai dimenticato
quello dei trenta milioni che ieri sera ti fece correre fino alla mia casa di Chicago. O sto giudicando
ingiustamente la purezza delle tue azioni, Meredith?
          Lei tornò a sorprenderlo annuendo e ammettendo serenamente:
          -Ieri scoprì che avevi comprato quel terreno e sei nel vero, è stato ciò che mi impulsò ad
andare a casa tua.
          -E dopo qui, a tutta velocità –aggiunse lui con sarcasmo-. E adesso sei disposta a fare o dire
qualunque cosa purché io acceda a venderti il terreno allo stesso prezzo che l’ho comprato. Fino
dove pensi arrivare?
          -Non ti capisco.
          -Le tue povere concessioni non saranno il meglio che mi puoi offrire.
          Lei si disponeva a replicare, ma lui era stufo di quella farsa.
          -Ti risparmierò la risposta –disse acremente-. Nulla di ciò che farai o mi dirai, adesso o in
futuro, cambierà un apice il mio atteggiamento. Puoi passeggiarti attorno al mio letto, offrirti a
infilarti dentro, ma il terreno di Houston seguirà a costarti trenta milioni se lo vuoi. È abbastanza
chiaro?
          La reazione di Meredith lo lasciò attonito. La aveva colpita con ognuna delle sue frasi,
minacciandola con querele giudiziarie di dominio pubblico e il conseguente scandalo sociale,
insultandola; l’aveva sottoposta allo stesso attacco che faceva sudare o infuriare i suoi avversari del
mondo delle finanze, ma non aveva conseguito farle perdere il controllo. Di fatto, Meredith lo
guardava in un modo che, se non avesse saputo che era impossibile in lei, gli sarebbe sembrato
quasi tenero e contrito.
         -È molto chiaro –rispose la giovane, alzandosi lentamente.
         -Do per scontato che te ne vai.
         Lei negò col capo e sorrise con timidezza.
         -Scoprirò il piatto della tua colazione e passeggerò attorno al tuo letto.
         -Per l’amore di Dio! –scoppiò Matt, temendo perdere il controllo della situazione-. Ma non
hai capito ciò che ti ho appena detto? Niente mi farà cambiare idea rispetto al terreno di Houston.
         Il viso di Meredith riprese la solita espressione, anche se gli occhi non smisero di riflettere
tenerezza.
         -Ti credo –bisbigliò.
         -Ebbene? –chiese lui imperioso.
         La sua rabbia aveva dato passo allo sconcerto totale, che attribuì all’effetto delle medicine;
tanto sopore faceva difficile concentrarsi.
         -Accetto la tua decisione come una specie di... penitenza per sgarbi trascorsi. –fece una
pausa e aggiunse-: non potevi trovare un castigo più duro, Matt –ammise senza rancore-.
Desiderava con tutta l’anima quel terreno e mi farà male vederlo in mano ad altri. Non ci possiamo
permettere il lusso di pagare trenta milioni. –Matt la guardò invaso da un sentimento d’incredulità
e lei continuò a parlare con un sorriso triste-: mi hai tolto qualcosa che desideravo con vera
disperazione. Beh, adesso che l’hai fatto, possiamo dire che stiamo in pace e concederci una tregua
definitiva?
         Il primo impulso di Matt fu di mandarla al diavolo, ma lui non si lasciava trasportare per
gli impulsi quando c’era un tratto nel mezzo. In realtà, da tempo aveva imparato a posticipare le
sue emozioni in favore della ragione e la logica. Questo gli ricordò che lui stesso aveva desiderato
mantenere con Meredith una specie di accordo civilizzato e che, di fatto, l’aveva cercato nei suoi
ultimi due incontri. Adesso glielo offriva lei, ammettendo contemporaneamente la sua disfatta. Sì,
Meredith gli concedeva la vittoria e lo faceva con un’eleganza sorprendente, quasi irresistibile. In
piedi davanti a lei, aspettando le sue parole, con i bellissimi capelli coprendole le spalle e le mani
nelle tasche dei pantaloni, Meredith Bancroft sembrava più una collegiale imbarazzata nell’ufficio
del preside che un’alta dirigente. Allo stesso tempo, era sempre presente in lei l’aspetto della
giovane orgogliosa appartenente all’alta società com’era.
         Guardandola, Matt comprese l’ossessione che aveva sentito per lei. Meredith Bancroft era
la quintessenza della femminilità: incostante e imprevedibile, dolce e superba, seria e spiritosa,
serena e volubile, incredibilmente corretta... e provocante.
         Matt si domandò che senso aveva continuare quella guerra con lei. Se accettava a siglare la
pace, entrambi potevano proseguire i propri sentieri senza nulla da cui pentirsi o lamentarsi, il
passato doveva essere stato seppellito anni addietro; perciò, senza dubbio, era arrivata l’ora di
seppellirlo adesso. Lui aveva consumato la sua vendetta, dieci milioni di dollari, perché era sicuro
che Bancroft avrebbe acquistato: avrebbero trovato i trenta milioni. Mentre pensava in ciò,
all’improvviso ricordò il vassoio che gli aveva portato Meredith e dovette soffocare l’impulso di
ridere. Lei notò il cambiò nell’atteggiamento di Matt e l’interpretò come un segno di capitolazione.
La tensione nelle spalle della giovane si allentò un poco e nei suoi occhi apparve una luce di
sollievo. Il fatto che lei potesse indovinare ciò che sentiva disturbò Matt, che decise di prolungare il
mistero.
         Incrociò le braccia sul petto.
         -Non faccio accordi a letto.
         Non la ingannò.
           -Forse la colazione ti può far cambiare idea? –gli chiese con un sorriso.
           -Ne dubito –replicò lui, però il sorriso della giovane era così contagiosa che anche lui
sorrise.
         -Anch’io –scherzò Meredith, allungando la mano-. Tregua?
         Matt reagì istintivamente e allungò la mano, ma prima di stringerle, Meredith ritirò la sua
e con un sorriso seduttore, disse:
         -Prima di metterci d’accordo voglio avvertirti una cosa.
         -Cosa?
         -Stavo pensando di presentare una querela giudiziale contro di te rispetto al terreno di
Houston –commentò quasi scherzando-. Non voglio che ciò che ti ho detto prima ti faccia credere
che accetto la perdita del terreno come una penitenza volontaria. Mi riferivo a che se il tribunale
non ti obbliga a vendere al prezzo di mercato non solo accetterò il verdetto, ma inoltre non ti
guarderò nessun rancore. Spero che tu capisca che sia quale sia l’esito, si tratta di affari e non di
qualcosa di personale.
         Gli occhi di Matt brillarono con un’espressione divertita.
         -Ammiro la tua onestà e la tua tenacità –disse sinceramente-. Nonostante, ti suggerisco di
riconsiderare la tua decisione di portarmi al tribunale: ti costerà una fortuna intavolare una causa
per frode o quello che vuoi, e inoltre perderai.
         Meredith sapeva che probabilmente aveva ragione, ma in quel momento la perdita del
terreno di Houston non le interessava molto. Era felice perché aveva vinto qualcosa di più
importante di una lite giudiziaria. In qualche modo, aveva conseguito che la furia di quell’uomo
orgoglioso si trasformasse in risate, strappandogli una tregua.
         Entrambi sorrisero, e in quel momento di calore e comprensione, la muraglia di odio che li
aveva separati cominciò a sgretolarsi. Lentamente Meredith alzò la mano e l’allungò verso Matt in
un gesto di amicizia conciliante. Annebbiata dall’intensità del momento, osservò come anche lui
allungava la mano e dopo sentì il contatto delle dita.
         -Grazie –sussurrò lei, cercando il suo sguardo.
         -Di niente –disse lui, prolungando il contatto. Poi le mani si allontanarono. E scomparve il
passato.
         -Non sapevo come ti saresti sentito stamane. Immaginai che non avessi molto appetito, ma
ad ogni modo decisi di prepararti la colazione.
         -Ha un buon aspetto –mentì lui con lo sguardo fisso nel vassoio-. L’olio di castoro è una
delle mie pietanze preferite. Come aperitivo, certamente. E il naso mi dice che la colla del barattolo
blu è la portata principale.
         Meredith rise a crepapelle e prese un piatto sul quale c’era una scodella.
         -Ti do la mia parola che l’olio di castoro era uno scherzo.
         Adesso che la battaglia dei sentimenti ostili era conclusa, Matt avvertì che era sul punto di
perdere un'altra battaglia: quella del sonno. Lo invadevano ondate di sonnolenza e le palpebre
erano pesanti. Non si sentiva più male, ma esausto. Era ovvio che, almeno in parte, le maledette
pillole fossero responsabili di quello stato.
         -Apprezzo il gesto, ma non ho fame –si scusò.
         -L’immaginavo –rispose lei, guardandolo con la stessa tenerezza con la quale l’aveva fatto
durante tutta la mattina-. Però nonostante, devi mangiare.
         -Perché? –chiese lui con malumore, e pensò che undici anni addietro, la stessa Meredith
che gli aveva preparato la colazione non sapesse né accendere il forno e non aveva la minima
intenzione di impararlo. Commosso per la sua sollecitudine, cercò di alzarsi, non senza difficoltà,
disposto a divorare qualunque cosa lei avesse preparato.
         Meredith si sedette nel letto, accanto a lui.
         -Devi mangiare per riprendere le forze –commentò, e gli consegnò il bicchiere che
conteneva un liquido bianco.
         Matt lo prese e lo guardò con cautela.
         -Cos’è?
         -Trovai una lattina nella dispensa: è latte caldo.
         Matt fece un gesto, ma si portò con ubbidienza il bicchiere alle labbra e bevve un sorso.
         -Con crema –precisò lei vedendolo soffocare.
         Matt le restituì il bicchiere, appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.
         -Perché con crema? –mormorò con la voce roca.
         -Non lo so. Forse perché la mia bambinaia mi dava il latte così quando stavo male.
         Matt aprì gli occhi e nel suo sguardo grigio apparve un luccichio di umorismo.
         -E pensare che da piccolo invidiavo i bambini ricchi...
         Meredith rise e cominciò a togliere il coperchio del piatto della colazione.
         -Che c’è lì? –chiese lui, ormai presa del panico.
         Meredith scoprì due toast freddi e lui sospirò con un miscuglio di sollievo e stanchezza.
Pensò che poteva mantenersi sveglio il tempo necessario per masticarli.
         -Li mangerò più tardi, lo prometto –disse tentando di tenere gli occhi aperti-. Adesso
voglio dormire.
         Sembrava così sfinito che Meredith accettò.
         -Va bene, ma almeno prendi un paio di aspirine. Se le inghiotti col latte, è meno probabile
che ti danneggino lo stomaco. –gli diede le aspirine e il bicchiere di latte con crema. Matt fece una
smorfia e ubbidì.
         Soddisfatta, Meredith si alzò in piedi e gli chiese:
         -Hai bisogno di qualcos’altro?
         Matt tremò convulsivamente.
         -Un prete –disse quasi senza fiato.
         Lei rise. Il suono musicale della sua risata rimase fluttuando nella stanza, mentre Matt,
ormai solo, sprofondava in sonno soporifero.

        36

          A mezzogiorno gli effetti delle medicine si erano dissipati e Matt stava meglio, sebbene
sorpreso di sentirsi tanto debole. Farsi la doccia e mettersi un paio di jeans furono uno sforzo
faticoso. Il letto era una tentazione. Di sotto, Meredith sembrava concentrata nel suo compio di
preparare il pranzo, poiché la sentiva andare e venire in cucina. Matt prese dalla sua valigia il
rasoio elettrico che aveva comprato in Germania e lo collegò al trasformatore di corrente.
Radendosi davanti lo specchio, pensò in Meredith, pensò che era di sotto.
         Impossibile. Però era la verità. Adesso che era sveglio e allerta, le motivazioni di Meredith
per trovarsi lì e la sua rassegnazione della perdita del terreno di Houston erano cose che, nei
migliori dei casi, sembravano improbabili. Matt lo sapeva, però momentaneamente decise che era
meglio non ossessionarsi troppo, non pensare nei motivi della sua ex moglie. Stava nevicando di
nuovo e faceva molto freddo. Ma lì era la temperatura era gradevole e aveva una compagna
inaspettata. Inoltre, non si sentiva capace di continuare ad imballare cose e neanche stava così male
per buttarsi sul letto o nel sofà e rimanere tutto il giorno guardando il tetto. La presenza di
Meredith, anche se non era confortante, era meglio che la solitudine.
         In cucina Meredith lo sentì e sorrise mentre metteva in una scodella la lattina di zuppa che
aveva preparato. Dopo mise in un piatto il sandwich di carne.
         Dal momento in cui Matt le strinse la mano per siglare la pace, uno strano sentimento di
calma la inondò. Si rese conto che non aveva mai conosciuto Matt Farrell e si chiese se qualcuno lo
conosceva a fondo. Secondo quanto aveva letto e sentito, gli avversari nel mondo degli affari lo
odiavano e lo temevano; i suoi dirigenti lo ammiravano ed erano affascinati da lui. I banchieri lo
lodavano e la Commissione di Controllo di Azioni e Valori, che presiedeva la Borsa, lo considerava
un falco.
        Con poche eccezioni, incluso gli ammiratori di Matt sembravano vedere in lui un
predatore al quale bisognava trattare con attenzione, senza dargli occasione di offenderlo.
Meredith arrivò a quella conclusione ripassando nella memoria tutto ciò che sapeva su Matt.
        E nonostante, prostrato a letto, la ascoltò e accettò fare la pace con lei, anche se credeva di
essere stato abbandonato anni fa... assassinando il loro figlio. Meredith sorrise pensando in ciò.
Anni fa Matt si era sentito umiliato, come un accattone insignificante. Adesso era disposto a
perdonarla. Il ricordo di quella stretta di mano, la dolcezza dello stesso, le risultava
profondamente commovente.
        Concluse che coloro che parlavano di Matt con timore non lo conoscevano assolutamente,
perché altrimenti avrebbero capito che era un essere comprensivo e pieno di pietà.
        Prese il vassoio e si diresse al piano superiore. Di sera o forse il giorno dopo di mattina, gli
avrebbe raccontato ciò che successe realmente undici anni addietro. Così, il divorzio sarebbe stato
uno in più fra tanti atti di amicizia.
        Anche se desiderava ardentemente confessargli tutto, aveva paura di farlo. Era vero che
Matt si era mostrato disposto a dimenticare tutto ma come avrebbe reagito scoprendo fino a che
punto Philip era ipocrita e traditore?
        Per il momento, Meredith si accontentava di lasciare a Matt nella sua benedetta ignoranza.
Così anche lei si concederebbe un riposo perché le ultime ventiquattro ore erano state estenuanti.
All’improvviso si rese conto che l’idea di trascorrere una serata in pace con Matt le risultava molto
gradevole. Si disse che ciò non doveva preoccuparla. Non significava nulla. Dopo tutto Matt e lei
erano, in certo modo, vecchi amici che meritavano l’occasione di recuperare la loro amicizia. Si
fermò davanti la porta della stanza di Matt e bussò con vari colpetti.
        -Sei presentabile?
        Con divertito terrore, Matt ebbe il presagio che lei portava un altro vassoio.
        -Sì. Entra.
        Meredith aprì la porta e lo vide in piedi di fronte allo specchio, senza camicia, radendosi.
Immediatamente la assalì il ricordo della loro breve ma intensa relazione di undici anni fa. La
schiena forte, i muscoli... Deviò lo sguardo e a Matt non sfuggì il particolare.
        -Niente che tu non abbia visto prima –commentò asciutto.
        Lamentando essersi comportata come una stupida inesperta, Meredith cercò di dire
qualcosa di osato:
        -È vero, ma adesso sono fidanzata.
        La mano di Matt si fermò.
        -Hai un problema –disse dopo una brevissima pausa-. Un marito e un fidanzato.
        -Da ragazza appena uscivo da casa –scherzò lei mentre posava il vassoio sul comodino-. E
adesso, per compensare, colleziono uomini. –si girò verso di lui e moderando il tono di voce,
proseguì-: E considerando quanto mi disse tuo padre, sembra che non sono l’unica che ha questo
problema. Credo che vuoi sposare la ragazza della foto del tuo ufficio.
        Matt finse indifferenza e aplomb e muovendo la testa, passò il rasoio dal collo alla
mandibola.
        -Mio padre ti disse questo?
        -Sì. È vero?
        -Ti importa?
        Meredith tentennò, stranamente felice per il giro che stava prendendo la conversazione.
Nonostante rispose con sincerità.
        -No.
          Matt staccò il rasoio dalla presa. Si sentiva debole e in quel momento non aveva voglia di
parlare del futuro.
          -Ti posso chiedere un favore?
          -Certo.
          -Queste ultime due settimane sono state faticose. Mi attirava l’idea di venire qui e riposare
un po’...
          Meredith ebbe l’impressione di essere stata schiaffeggiata.
          -Mi spiace avere interrotto la tua pace.
          Nelle labbra di Matt apparve un sorriso caldo e divertito.
          -Me l’hai rubata sempre, Meredith. Ogni volta che ci incontriamo il cielo sembra caderci
addosso. Non volevo dire che mi dispiaccia la tua presenza, bensì che mi piacerebbe passare una
serata amena e tranquilla con te, senza dover parlare di nulla di serio.
          -In realtà, è quanto desidero anch’io.
          Completamente d’accordo, si guardarono reciprocamente durante un lungo momento.
Dopo Meredith prese un pesante accappatoio blu mare, etichetta Neiman-Marcus, che lui aveva
lasciato nella spalliera di una sedia.
          -Adesso puoi indossare questo e cominciare a mangiare.
          Matt accetto il suggerimento. Si annodò l’accappatoio e si sedette disposto ad affrontare il
mangiare preparato da Meredith. Questa si accorse dell’inquieto sguardo che lui riservò ai piatti.
          -Cosa c’è in quella scodella? –domandò sospettoso.
          -Una corona di aglio –mentì lei con finta serietà-. Per appendertela nel collo. –Matt ancora
rideva quando lei scoprì il recipiente-. Anch’io riesco a scaldare una lattina di zuppa e mettere un
po’ di carne tra due fette di pane.
          -Grazie –sussurrò lui sinceramente-. Sei molto gentile.
          Quando lui finì di mangiare, entrambi scesero al pianterreno e sedettero davanti al fuoco
che lui insistette in accendere. Durante un momento parlarono placidamente di argomenti triviali,
come il tempo, il libro che lui stava leggendo; e anche di Julie. Era ovvio che Matt aveva una
grande forza fisica che gli permetteva di recuperarsi rapidamente, pensò Meredith, anche se
doveva essere stanco.
          -Non ti vuoi coricare un poco? –gli chiese.
          -No, preferisco stare qui –rispose lui, ma si stiracchiò nel divano e appoggiò la testa in un
cuscino dello stesso.
          Quando si svegliò un’ora dopo, pensò la stessa cosa che aveva pensato di mattina: aveva
sognato che Meredith si trovava lì con lui. Voltò la testa e vide la giovane seduta nella stessa sedia
che occupava già da prima. Non era stato un sogno: Meredith continuava ad essere lì e in quel
momento prendeva appunti in un bloc notes giallo che aveva posato sul grembo. Aveva le gambe
piegate sulla sedia. Matt rimase ad osservarla, pensando che sembrava una collegiale facendo i
compiti invece che la presidente interina di una grande catena nazionale di negozi. In realtà, più la
osservava e più incredibile sembrava.
          -Cosa fai? –domandò.
          Invece di rispondere qualcosa come algebra o geometria, la donna della sedia sorrise e gli
diede spiegazioni.
          -Scrivo un resoconto delle tendenze di mercato per presentarlo nella prossima riunione.
Spero che mi permettano di aumentare la merce col nostro proprio marchio. I grandi magazzini –
aggiunse avvertendo in lui un autentico interesse-, in particolare quelli come Bancroft, conseguono
guadagni commercializzando i propri marchi, ma non stiamo sfruttando al massimo questo dato
di fatto, a differenza di Neiman, Bloomingdale e altri.
          Esattamente come la settimana scorsa, Matt si sentì intrigato di questa dimensione di
Meredith, la donna d’affari. Era un lato completamente opposto a ciò che sapeva di lei.
         -Perché Bancroft non l’ha sfruttato a dovere questa possibilità?
         Dopo alcune ore, Meredith glielo aveva spiegato tutto: dal sistema di commercializzazione
di Bancroft alle sue operazioni finanziarie, i problemi derivanti dall’affidabilità dei prodotti, i suoi
piani di espansione... Matt non si sentiva soltanto intrigato, ma anche impressionato per la capacità
di Meredith. In certo modo, anche se sapeva che era ridicolo, si sentiva molto fiero di lei.
         Seduta di fronte a lui, Meredith aveva la vaga coscienza di aver superato l’esame, ma era
così immersa nella conversazione, così impressionata perché Matt captava immediatamente i
concetti più complicati, che aveva perso la cognizione del tempo. La pagina del suo bloc notes era
piena di appunti apportati dai suggerimenti del brillante asso delle finanze. Doveva meditare su
quei punti, tranne che per l’ultimo perché era fuori luogo.
         -Non ce la faremo mai –gli spiegò quando lui le consigliò di acquistare le proprie fabbriche
in Taiwan o Corea.
         -Perché no? Se foste proprietari delle fabbriche i vostri problemi di controllo sulla qualità e
la perdita di fiducia dei consumatori sarebbero finiti.
         -Certamente, ma non credo di potermelo permettere. Né adesso né in un futuro prossimo.
         Matt si accigliò davanti a ciò che credette una mancanza di lungimiranza.
         -Non ti sto suggerendo di utilizzare il tuo proprio denaro! Chiedi un prestito bancario. Per
questo esistono. I banchieri ti prestano il tuo proprio denaro quando sono sicuri che andrai ad
impiegarlo in qualcosa di produttivo, dopo ti mettono gli interessi per farlo e quando restituisci
loro il prestito, si congratulano con te per la fortuna cha hai avuti di poter contare con loro, che
rischiarono facendoti il prestito. Beh, immagino che lo sai perfettamente.
         Meredith si mise a ridere.
         -Mi ricordi la mia amica Lisa, alla quale non entusiasma la professione del mio fidanzato.
Secondo lei, Parker dovrebbe darmi il denaro ogniqualvolta mi serve, senza chiedere garanzie
sussidiarie.
         Il sorriso di Matt scomparve ricordando che c’era un fidanzato nel mezzo. Poco dopo
sembrò sorpreso sentendo ciò che lei aveva detto.
         -Credimi, sto diventando un’esperta in prestiti commerciali. Bancroft deve tutto, e anch’io.
         -Che significa questo «anch’io»?
         -Siamo cresciuti troppo rapidamente. Se ci mettiamo in un complesso commerciale che
un'altra ditta sta portando avanti, i costi sono più bassi, ma anche i guadagni. Per questo di solito
costruiamo noi stessi il complesso e dopo affittiamo una parte ad altri commercianti. Costa una
fortuna farlo e per tanto dobbiamo ricorrere ai prestiti bancari.
         -Capisco. Ciò che non capisco è cosa ha che vedere questo personalmente con te.
         -Per darti credito sono necessarie garanzie sussidiarie –gli ricordò lei-. Bancroft &
Company già ha utilizzato tutte quelle disponibili, oltre le sedi stesse. Quando abbiamo costruito a
Phoenix abbiamo esaurito la nostra capacità do offrire garanzie sussidiarie. E siccome io
desideravo costruire a New Orleans e Houston, ho consegnato come garanzia le mie proprie azioni
e la mia eredità personale, della quale disporrò tra poco, quando compirò trent’anni. –Meredith
vide che Matt si accigliò e si affrettò ad aggiungere-: non c’è motivo di preoccuparsi. I magazzini di
New Orleans hanno pagato in tempo e facilmente tutte le scadenze del loro debito, come io avevo
previsto. Quindi, mentre una nuova succursale può far fronte ai pagamenti, posso vivere
tranquilla.
         Matt era pieno di stupore.
         -No mi starai dicendo che oltre a mettere i tuoi beni come garanzia sussidiaria, hai
garantito personalmente il credito per i magazzini di New Orleans.
         -Ho dovuto farlo –confermò lei serenamente.
         Matt tentò di non parlare come un professore che cerca di inculcare qualcosa ai suoi
sciagurati studenti.
         -Non farlo mai più –la avvertì-. Mai più devi compromettere i tuoi soldi in un affare. Già ti
ho detto che per questo ci sono le banche. E la banca ha il diritto di chiederti di garantire
personalmente un prestito o consegnare una garanzia sussidiaria soltanto quando sei per loro
un’incognita, senza precedenti di essere stata puntuale con le scadenze. –lei aprì la bocca per fare
un’obiezione, ma lui alzò la mano e aggiunse-: So che cercheranno di farti firmare personalmente.
Se potessero avere cinquanta condebitori per la semplice ipoteca di una casa, lo farebbero, perché
così eliminerebbero ogni rischio. Se le banche guadagnano denaro con gli interessi, che si
assumano dei rischi. Se qualcosa andasse male a New Orleans e Bancroft non potrebbe far fronte
alle scadenze, dovresti rispondere tu e ti lascerebbero in mezzo alla strada.
         -Non c’era altra soluzione.
         -Non farti mai più responsabile di un prestito di Bancroft. Credi che ai dirigenti della
General Motors chiedono di firmare crediti corporativi in favore dell’impresa?
         -No, certamente. Ma il nostro caso è diverso.
         -È quanto le banche ti dicono sempre. A proposito, che diavolo è il banchiere di Bancroft?
         -Il mio fidanzato... cioè, la Reynolds Mercantile Trust –chiarì lei e notò il disgusto che la
notizia causò a Matt.
         -Bel modo di fare affari con la sua fidanzata! –commentò sarcasticamente.
         Meredith si domandò se l’osservazione aveva qualcosa a che vedere con la rivalità tra
uomini.
         -Devi essere più ragionevole –dichiarò lei senza alterarsi-. Dimentichi una cosa: esistono i
revisori dei conti e loro analizzano i crediti bancari. In questi tempi li analizzano con la lente di
ingrandimento, perché vi sono molte banche fallite. Si accigliano se uno di loro concede grandi
prestiti a una sola persona o impresa, e noi dobbiamo centinai di milioni di dollari alla Reynolds
Mercantile. Parker non potrebbe continuare a prestarci soldi senza che gli si buttassero addosso, e
meno ancora che adesso lui ed io siamo fidanzati. Cioè, a meno che noi non consegnassimo
garanzie sussidiarie.
         -Deve esserci un'altra classe di garanzia da offrire. Cosa c’è del tuo pacchetto di azioni
della Bancroft?
         Lei rise. Dopo commentò:
         -Ho già usato quella risorsa. E anche mio padre. C’è soltanto una grande azionsta in
famiglia col suo pacchetto integro.
         -Chi?
         Meredith desiderava portare la conversazione su un altro terreno e ne approfittò
l’occasione.
         -Mia madre.
         -Tua madre?
         -Anch’io ne ho una, sai? –scherzò lei-. Mia madre ricevette un bel pacchetto azionario in
cambio del divorzio.
         -Perché non collabora adesso? Non ci sarebbe nulla di strano, poiché otterrebbe dei
benefici. Le azioni della Bancroft salgono come la schiuma, e state crescendo e prosperando.
         Meredith mise da parte il bloc notes e guardò Matt negli occhi.
         -Non l’ha fatto perché non le è stato chiesto di farlo.
         -Ti darebbe fastidio spiegarmi perché? –domandò lui confidando che lei non lo
considerasse un ficcanaso.
         -Non glielo abbiamo chiesto perché vive in qualche parte dell’Italia, e né mio padre né io
abbiamo avuto contatto alcuno con lei da quando io avevo un anno di età. –notando che Matt non
mostrava reazione alcuna, Meredith decise di raccontargli una cosa che normalmente preferiva
nascondere-. Mia madre è... Caroline Edwards.
         Lui arcuò le sopracciglia, confuso, e Meredith cercò di aiutarlo a ricordare.
         -Pensa in un vecchio film di Cary Grant. È ambientato nella Riviera e lì l’eroe persegue la
principessa di un mitico regno...
         Dal sorriso di Matt, indovinò il momento che lui ricordò il film e la sua protagonista
femminile. Lui si reclinò nel sofà, sorridendo sorpreso.
         -La principessa del film è tua madre?
         Meredith annuì.
         In silenzio, Matt confrontò l’elegante perfezione dei lineamenti di Meredith con il ricordo
che aveva dell’attrice. La madre di Meredith era stata una donna molto bella, ma sua figlia lo era
ancor di più. Possedeva un’eleganza naturale, non acquisita in una scuola per attori. Il suo naso
delicato, gli zigomi squisiti e una bocca che invitava al bacio, sembravano avvertire a qualunque
intrepido che tenesse le distanze...
         Incluso se l’intrepido era il proprio marito...
         Matt abbandonò immediatamente quel pensiero. Erano sposati solo sulla carta, a causa di
un tecnicismo; in realtà erano due estranei. Anche così, dovette sforzarsi per non guardare la
scollatura di Meredith. Di fatto, non aveva bisogno di farlo: una volta aveva esplorato ogni
centimetro di quei seni che adesso riempivano il maglione. Ricordava perfettamente i seni di
Meredith nelle sue mani, la morbidezza della pelle, la rigidità dei capezzoli, l’aroma... Furioso per
la lussuria dei suoi pensieri, tentò di convincersi che si trattava soltanto della reazione naturale di
qualunque uomo davanti una donna seduttrice ed innocente allo stesso tempo, anche se vestita con
un paio di jeans e un maglione. Resosi conto di essere rimasto a guardarla estasiato e muto, Matt
commentò:
         -Mi sono sempre chiesto da dove avevi preso quel bel viso. Il Signore sa benissimo che non
è stato da tuo padre.
         Sorpresa per il complimento, così inusuale in lui, e compiaciuta che la considerasse bella
incluso adesso che era sul punto di compiere trent’anni, Meredith lo ringraziò con un sorriso e un
leggero scrollamento di spalle, perché in realtà non trovava le parole.
         -Come mai non ho saputo finora chi era tua madre?
         -Non abbiamo avuto molto tempo per parlare.
         Perché eravamo troppo occupati facendo l’amore, pensò Matt, ricordando quelle notti
interminabili, con lei tra le braccia, intentando saziare la necessità di soddisfarla e stare accanto a
lei.
         Fidandosi pienamente di lui, Meredith gli raccontò un'altra storia.
         -Ti suona il nome Industrie Consolidate Seabord?
         Matt ripassò mentalmente una serie di nomi e fatti incoerenti che aveva accumulato nella
memoria durante il trascorrere degli anni.
         -Da qualche parte del sudest esistono delle Industrie Consolidate Seabord. In Florida, sì. È
una società che all’inizio era composta da un paio di grandi imprese chimiche e che dopo si
diversificò occupandosi di miniere, industria aerospaziale, manifattura di componenti elettronici e
una catena di farmacie.
         -Di supermercati –lo corresse lei con quel suo sorriso che gli faceva svegliare il desiderio di
abbracciarla e baciarla-. Seabord è stata fondata da mio nonno.
         -E allora è tua? –le chiese Matt, ricordando all’improvviso che il presidente di quella ditta
era una donna.
         -No. È della vedova di mio nonno e dei suoi due figli. Sette anni prima di morire, mio
nonno si sposò con la sua segretaria, e poco dopo adottò i suoi figli. Alla sua morte, lasciò loro
Seabord.
         Matt rimase impressionato.
         -Dev’essere una grande donna d’affari, poiché ha fatto della Seabord una holding enorme e
redditizia.
         L’antipatia che Meredith sentiva per quella donna la spinse a negare le sue supposte doti
imprenditoriali. facendolo, disse di più di ciò che pretendeva al principio.
         -Charlotte ha fatto crescere l’impresa, ma quando Seabord cadde nelle sue mani, già si era
diversificata. In realtà, possedeva tutto ciò che la famiglia Bancroft aveva accumulato in
generazioni. Bancroft & Company, cioè i grandi magazzini, costituivano un po’ meno della quarta
parte del valore totale del nostro patrimonio. Lei non ha fatto Seabord dal nulla.
         Meredith osservò l’espressione sorpresa di Matt e capì che stava pensando che il nonno
non era stato equanime nella redazione del testamento.
         In altre circostanze Meredith non avrebbe svelato tante intimità familiari, ma quel giorno
era molto speciale. In primo luogo, il piacere di sedersi di fronte a Matt dopo tanti anni e di farlo in
modo così amichevole; dopo la soddisfazione di riallacciare una relazione che non avrebbe mai
dovuto finire male. A tutto quanto doveva aggiungere che Matt sembrava ascoltarla con sincero
interesse. Senza dimenticare l’ambiente: fuori, la neve si accumulava nelle finestre, mentre dentro
loro erano seduti di fronte al fuoco di un camino: era un’atmosfera propizia per le confidenze.
         Matt si astenne cortesemente di fare altre domande, per non sembrare troppo curioso,
Meredith proseguì:
         -Charlotte e mio padre si detestavano e quando mio nonno se la sposò, si produsse una
rottura così profonda tra padre e figlio che non tornò mai più a saldarsi. Più tardi, e forse in
rappresaglia per l’atteggiamento superbo di mio padre, il nonno adottò i due figli di Charlotte.
Non lo abbiamo scoperto finché non fu letto il testamento. Mio nonno divise la sua fortuna in
quattro parti uguali, delle quali una andò a finire a mio padre e le tre rimanenti a Charlotte e ai
suoi figli. Ovviamente lei controlla le tre parti.
         -Mi sbaglio o c’è certo cinismo ogni volta che menzioni quella donna?
         -È probabile.
         -Perché mise le grinfie su tre quarti della fortuna di tuo nonno, anziché della metà, come
sarebbe stato logico.
         Meredith guardò l’orologio e notando che si faceva tardi per la cena, disse:
         -Non è questa la ragione. Charlotte è la donna più fredda e dura che ho conosciuto nella
mia vita. Credo che ingrandisse a proposito l’abisso che esisteva tra mio padre e mio nonno, cosa
che non le risultò molto difficile .- abbozzò un amaro sorriso-. Poiché erano molto testardi e con un
gran caratteraccio, si somigliavano troppo perché andassero d’accordo. Una volta li udì discutere
per il modo in cui mio padre dirigeva Bancroft e mio nonno gli gridò che l’unica cosa intelligente
che aveva fatto nella sua vita era aver sposato Caroline e che incluso quello aveva rovinato così
come gli affari. –Meredith guardò l’orologio scusandosi-. Si è fatto tardi e devi avere fame:
preparerò qualcosa da mangiare.
         Matt si rese conto che effettivamente aveva appetito e si alzò pure lui.
         -E tuo padre stava rovinando davvero gli affari? –chiese seguendola fino alla cucina.
         Meredith rise e negò con il capo.
         -No, sono sicura di no. Mio nonno aveva un debole per le belle donne. Era pazzo di
Caroline e si infuriò con mio padre quando divorziò da lei. Fu lui chi diede a Caroline il pacchetto
azionario della Bancroft. Disse che così suo figlio riceveva quanto meritava, perché sapesse che per
ogni dollaro guadagnato dai grandi magazzini una parte andava a finire nelle mani di mia madre.
         -Sembra un gran tipo –commentò Matt sarcasticamente.
         La mente di Meredith era già concentrata nella cena. Aprì l’armadietto della cucina
cercando qualcosa che Matt potesse digerire. Questi risolse il problema aprendo il frigo e
prendendo delle bistecche.
         -Che pensi di questo?
         -Vuoi mangiare qualcosa di così pesante?
         -Credo di sì. Sono giorni che non mangio come la gente normale.
         Nonostante il suo interesse per la cena, Matt si sentiva stranamente incline a non finire
quella conversazione, forse perché una chiacchierata tranquilla tra loro era una novità. Una novità,
sì, anche non così incredibile come avere lì a Meredith svolgendo i compiti della moglie devota e
attenta al marito convalescente. Mentre toglieva la carta d’alluminio alla carne, guardò a Meredith
di sottecchi. Lei si stava annodando una tovaglia alla cintura a modo di grembiule. Con la speranza
che continuasse a parlare, Matt scherzò su una delle cose che lei gli aveva confidato.
         -Tuo padre ti dice che stai rovinando i grandi magazzini?
         Meredith mise il pane sul tavolo e sorrise con gesto amaro.
         -Soltanto quand’è di buon umore, che non è molto frequente.
         La giovane notò la compassione riflessa negli occhi di Matt e immediatamente volle
tranquillizzarlo, convincendolo che la cosa non era così terribile.
         -È imbarazzante che mi urli nelle riunioni, ma gli altri dirigenti sono già abituati a quelle
scene. Inoltre, tutti passano la stessa scena a turno, anche se non con la stessa frequenza. I dirigenti
sanno che mio padre è il tipo d’uomo che detesta che un altro gli dimostri la sua capacità di are
qualcosa senza il suo consiglio e senza le sue intromissioni. Mio padre assume professionisti
competenti e con buone idee, dopo li obbliga a sottomettersi alle sue. Se un’idea funziona, il merito
è suo; se fallisce, ha un capro espiatorio. Chi lo sfida e non cedono ottengono incarichi più alti e
aumenti di stipendio ma nessun gesto di riconoscenza, neanche grazie. E quando di nuovo
pretendono introdurre delle innovazioni, devono prepararsi alla stessa lotta di sempre.
         -E tu? –si interessò Matt, appoggiandosi alla parete-. Come fai le cose adesso che hai le
redini in mano?
         Meredith si fermò dal suo compito di prendere le posate dal cassetto e fissò lo sguardo su
Matt, ricordando la riunione di questi con i suoi dirigenti e dalla quale si era fatta un’idea il giorno
che era andata a visitarlo nel suo ufficio. All’improvviso notò il petto nudo di Matt tra le pieghe
dell’accappatoio. I forti muscoli, la pelle abbronzata, con abbondante vello nero, le causarono un
effetto inatteso e perturbante. Esalò una specie di sospiro e dopo gli sguardi di entrambi si
incontrarono.
         -Le faccio come te –disse senza importarle che lui avesse notato il suo turbamento.
         Matt arcuò le sopracciglia.
         -Come sai come tratto i miei dirigenti?
         -Ti osservai il giorno che andai al tuo ufficio. Ho sempre saputo che c’è un modo migliore
di trattare i subalterni di quello che usa mio padre. Nonostante, non ero sicura, temevo sembrare
debole, femminile, se studiavo un dialogo più aperto con la squadra il giorno che mi facessi carico
della presidenza.
         -E quindi? –la spinse Matt, sorridendo.
         -Era quello che stavi facendo con la tua squadra il giorno che ti visitai: nessuno ti
accuserebbe di essere debole o effeminato. Così –concluse frettolosamente- decisi che sarei stata
come te quando crescessi.
         In cucina si produsse un silenzio molto rivelatore. Meredith si sentiva inquietamente
timida; Matt molto più compiaciuto di quanto volesse ammettere.
         -È molto soddisfacente –disse quasi riverentemente-. Grazie.
         -Di nulla. Adesso siediti mentre preparo la cena.

         Quando finirono di mangiare, tornarono al salone e Meredith si diresse alla libreria e si
mise a guardare libri e giochi. Era stato un giorno bello e indimenticabile, e ciò la faceva sentire
colpevole nei confronti di Parker e vagamente inquieta per... qualcosa che non sapeva descrivere.
In realtà si confessò con franchezza che sapeva descr