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					CALVIN
          DI
  Marco        Costa
     02/5/97
     05/9/97




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Sono un gay intrappolato nel corpo di una donna.
Sono innamorata della solitudine.
Mi chiamo Calvin,niente cognome per adesso,nessun soprannome,solo Calvin e basta.
Sapere?Beh,è giusto,voi vorreste sapere di me,di quello che mi è successo,di quello che mi piace e di
quello che detesto,è giusto,d’accordo,cominciamo con qualcosa di personale,un accenno biografico per
esempio,due o tre cosine sulla mia infanzia,mio padre,mia madre,il nonno,la scrofa,la grande casa nella
prateria e roba del genere.Little big Horn,questa ridente cittadina della provincia Americana,vi dice
niente?Mettiamola così,nell’universo c’è un enorme pianeta azzurro o quasi,su questo pianeta c’è una
grossa zatterona chiamata America,in questa zatterone c’è un lembo di terra chiamato Montana,e nel
Montana,oltre alle vacche e agli indiani c’è un paesino che odora di tabacco,e in quel paesino c’è una
bambina,carnagione chiara e capelli biondi come il grano,la birra,l’alba.Quella bambina sono io,Calvin.
Permettetemi una divagazione storica;dalle mie parti corre una leggenda,se la tramandano i vecchi cow
boys con la pancia ,almeno credo,personalmente la sentii per la prima volta da mio nonno ( con tutto che
lui un cow boy non lo è mai stato ) che disse qualcosa del genere:<<Dormi piccola mia,dormi o gli spiriti
dei caduti ti porteranno con loro nella terra.>>Forse non diceva proprio così,non mi ricordo,ma lasciatemi
finire.Si tramanda che al crepuscolo,quando sulla vallata che vide la disfatta di Custer,planano come un
sudario le note del silenzio e viene ammainata la bandiera,gli spiriti dei caduti escano dalla terra in cui
perirono,che riprendano la posizione di battaglia e al fulgore incerto e spettrale della luna e delle stelle
rivivano nell’aria immota e carica di odori la passione concitata dell’antica battaglia.Quasi ogni
giorno,insieme a Guglielma,la
mia scrofa,andavo per quella vallata mentre il sole scendeva giù,e gli stormi di anatre selvagge salivano
su su nel cielo,talmente in alto che l’occhio non le distingueva fra le nuvole.Andavo da quelle parti
tremando come una foglia,con i pugni stretti nelle tasche dei pantaloni,con gli occhi lucidi di
pianto,volevo vedere,nonostante fossi terrorizzata da ogni minimo rumore,volevo vedere gli spiriti dei
caduti .Purtroppo questo non successe mai,così un bel giorno mi stufai di aspettare e lasciai andare la
questione,risentita e disillusa.A riscrivere di quei giorni provo una certa nostalgia,ma con ciò non voglio
dire che vorrei tornare bambina,no,quello che mi manca in realtà sono i colori,l’arancione del tramonto,le
nuvole viola,il ventre rosa sottilmente lanoso di Guglielma sul quale adagiavo la testa e mi godevo lo
spettacolo,e i rumori,il ritmato verso delle anatre,il sibilo quasi impercettibile del vento fra gli stepi
secchi,lo sciaquettio dei ruscelli sui ciottoli neri ,il grugnire screziato di Guglielma e il ciabattare di mio
nonno nella notte, quando di nascosto trafugava il whiskey dalla credenza e si versava un bicchierino...era
un adorabile ed inguaribile bugiardo lui,ne trovava sempre una nuova per spiegare il continuodiminuire
della bottiglia,a sentir lui potevano esser stati i topi o gli spiriti dei caduti oppure io,sì,arrivò persino ad
accusarmi.Ma le sue bugie non facevano mica male a nessuno,direi quasi che facessero parte di una
personale visione della vita,una filosofia,un’arte esatta con tanto di regole cui attenersi.Alla
mattina,durante il pranzo,la sera prima di coricarsi,non la smetteva mai di dire bugie,ogni occasione era
buona per raccontare di quando a Parigi aveva schiaffeggiato Picasso (mio nonno non era mai stato in
Europa)dello sbarco in Normandia (fu scartato dall’esercito per via dei piedi piatti e per un sospetto




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turbamento psichico)della notte d’amore che aveva passato con la Diethric,di quando era stato a pranzo
con il presidente Roosvelt,di quella volta che era andato a Città del Messico a piedi e compagnia
bella.Nessuno più gli prestava attenzione,nessuno si prendeva la briga di contraddirlo,di smascherare
quell menzogne così male articolate,nessuno tranne me.Quand’è morto,due anni fa,al suo funerale la
gente anzichè piangere,rideva,ricordando sottovoce le panzane più eclatanti del nonno.
Ammetto di non aver detto molto,forse avrei dovuto prepararmi una scaletta degli avvenimenti o qualcosa
del genere invece di saltare di qua e di là come un fottuto Pindaro,ma in questo modo avrei forse descritto
un periodo storico,avrei dato a voi lettori uno spaccato di vita provinciale americana e niente più,ma non è
questo che mi interessa,questo non dovrà essere un romanzo di genere con una lei che incontra un lui si
amano viaggiano e muoiono,per quella roba ci sono i rotocalchi rosa,se volete una storia di relazioni
impossibili con vendette e tradimenti chiudete pure questo libro e accendete la televisione.Se ho preso la
penna in mano è stato per vedere che cosa sarebbe successo,un po’ come quando andavo nella vallata ad
aspettare di scorgere gli spiriti dei caduti,avevo paura,ma volevo vedere,la curiosità è femmina,e nessuna
è più femmina di me.
Ci sono molti modi per chiamare una donna,ognuno con sfumature sottilmente differenti dal precedente
sinonimo:ragazza,pollastra,femmina,pupa,tipa,sgualdrina,moglie,madre,vecchia,figlia,zitella,sposa,bambo
la,bellezza,befana,gallina,coniglietta,Venere,vecchia ciabatta...... ma nessuno di questi termini è per
natura appropriato poichè ogni donna è,senza saperlo,per natura astuta e subdola,sempre sfuggevole,il
peggior nemico dell’uomo se vogliamo,la sua tortura preferita.Per me essere donna è essere
orgogliosa.Non ricordo neancheun momento della mia vita in cui abbuia desiderato essere un uomo.Ci
chiamano il gentil sesso,il sesso debole,ma non fatevi illusioni,per ogni donna che ride ci sono tre uomini
che piangono.
E’così che vorrei che la mia narrazione cominciasse,lasciamo stare la mancanza di nessi logici e
compagnia bella,e iniziamo a parlare di fatti,partendo per esempio da quando mi sono trasferita a New
York     per rincorrere il mio sogno di essere pittrice ed ho scoperto che la gente ti vuole bene
spassionatamente,come crediamo si possa amare solo nei film,se si hanno due tette alte e sode come le
mie.......




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Passare da un paesino che odora di tabacco come Little Big Horn ad un gigante febbricitante dai mille
profumi come New York per me fu scioccante,inquietante,come se un pesce rosso dopo aver vissuto per
ventun anni in una boccia di vetro venisse di colpo catapultato nell’oceano,quanto meno
spaesante.Sapevo già tutto della delinquenza,dei criminali,del Diavolo e tutto il resto,ma la vita è troppo
breve per avere paura,ero libera finalmente,solo questo m’importava,ero giovane dopotutto,solo
imprudente potevo essere.
Andavo a stare a Soho,in affitto da un critico cinematografico di nome Roman,sui ventitrè anni o giù di
lì,un tipo a posto,si era definito la prima volta che ci parlai al telefono,un po’ eccentrico ma a
posto.<<Anche Adolf Hitler era eccentrico!>>Mi aveva urlato mio nonno mentre preparavo i bagagli ,ma
in fondo rischiare mi piaceva,l’avevo fatto per tutta la mia bucolica esistenza,fin da bambina quando
andavo a raccogliere il miele nel più grande alveare selvatico del Montana,e le api mi ricoprivano tutto il
corpo,senza mai pungermi.Comunque,piombai a casa sua alla fine di Agosto,doveva essre l’ora di pranzo
o quasi,bussai ripetutamente ma Roman venne ad aprirmi soltanto dopo un minuto o due,un tempo troppo
lungo per non destare sospetti,con tutto che lo sentivo armeggiare per la casa provocando un baccano tipo
un Attila epilettico.Venne ad aprirmi infine,e la prima cosa che notai di lui,fu la prominente erezione mal
nascosta dai pantaloni del pigiama.
<<Salve,ciao...io sono Roman,tu...Calvin,vero,Calvin,è così che....>>
<<Indovinato,sono io,ma perchè mi guardi le tette?>>Sollevò bruscamente lo sguardo passando a fissarmi
la
cima dei capelli mentre sul viso si dipingeva una vergogna spudorata o roba del genere.<<Posso
entrare?>>
Alzò le spalle,spalancò bocca e occhi ed allargò le braccia.<<P-prego,entra.>>Pronunciò con voce da
eunuco,non che abbia mai sentito parlare un eunuco intendiamoci,ma quella fu l’impressione che mi
diede.
Mentre disfacevo i miei bagagli nella stanza di cui ero padrona assoluta(parole sue) gli domandai
ingenuamente di parlarmi di lui,mi sembrava un gesto carino tutto qui,un modo per toglierlo
dall’imbarazzo,per sfiaccare l’insistente erezione che mi sentivo puntata addosso come il dito dello zio
Sam.

Avevo agito con imprudenza credo,verso le sette di sera non aveva ancora smesso di parlare,continuava a
fumare sigarette,fece fuori qualcosa come due pacchetti e mezzo,a gesticolare come un
tarantolato,imitando il tono di voce di tutti i personaggi della sua dannata biografia,sembrava un folletto
allucinato,aveva un gran testone con un principio di calvizia,un mento prominente,bocca larga,e occhi
spiritati,disse di essere un esperto di b-movies,un grande ammiratore di Charles Bronson o come diavolo
si chiama lui,disse di preferire la Coca Cola all’acqua,il cinema al teatro,di amare il kitsch,il trash,i
dadaisti,la Pop Art e Pamela Anderson,mi assicurò di essere un eterosessuale convinto (ma questo l’avevo




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già intuito) di non avere abitudini particolarmente anormali tranne quella di dedicarsi alla masturbazione
almeno tre volte al giorno,quasi pianse confessandomi che da piccolo sognava di poter far parte dell’A-
team,per farlo tacere fui costretta ad invitarlo a cena,al ristorante cinese giù in strada la cui insegna mi
illuminava la stanza d’un tenue bagliore rosso.Non smise di parlare neppure quando andai al bagno,dal di
là della porta mi raccontò della rivalità esistente fra il proprietario del Cinese,da lui ribattezzato,il maestro
Miaghi,e Rocco,il proprietario del ristorante Italiano Il sole di Sicilia,suo dirimpettaio.In passato la loro
inimicizia si era trasformata in una vera e propria guerra fatta di lanci di merda sui camerieri del Cinese,e
di vetrine cosparse di salsa agrodolce.Non avevo niente di speciale di cui parlare,sicchè lo ascoltai senza
fiatare,mentre mi pettinavo i corti capelli biondi all’indietro.

Picasso diceva sempre:nessuno conta per me veramente.Gli altri sono come granelli di polvere che
danzano nel sole,un buon colpo di scopa ed ecco,sono svaniti.Senza un ben preciso motivo mi venne in
mente quella sera al ristorante,tra gli involtini e le alghe fritte,le sue parole schioccarono fra le mie tempie
come sull’attenti,così per un attimo m’arrestai di colpo a guardare Roman,che sorrideva da mezz’ora con
un pezzo d’alga fra gli incisivi.Forse quella era la paura di affezionarmi,anche se può sembrare ridicolo
ipotizzarlo visto che lo conoscevo da così poco tempo,ne ero stranamente convinta,qualcosa mi diceva
che il macrocefalo logorroico che avevo davanti un giorno sarebbe diventato qualcosa di indispensabile
nella mia vita.Tutto questo mi sorprendeva intendiamoci,ero a New York da nemmeno ventiquattrore e
già mi ero ingarbugliata con i sentimenti così non mi restava da fare che una sola cosa,ubriacarmi e via
discorrendo,secondo la regola d’oro dettatami da mio nonno:quando il cuore brucia,spegnilo con della
buona birra,se la fiamma è alta reggerà,altrimenti non ne valeva la pena.
<<Vorrei bere qualcosina,conosci un posto da queste parti?>>
<<Certamente,ne conosco a centinaia,insomma hai qualche preferenza,gusti particolari?>>
<<Beh,i bar che preferisco frequentare sono quelli dove la gente non va per divertirsi con gli amici,ma
per disperarsi,per nascondersi dietro ad un boccale di birra.>>Roman rimase di sasso,spiazzato,senza
parole.Naturalmente mentivo spudoratamente,dalle mie parti c’era soltanto un bar dove non era permesso
che una donna entrasse,una bettola frequentata dai residenti sconfitti e dai camionisti di passaggio.E va
bene,era una bugia,ma dovevo pur cominciare da qualche parte se volevo diventare una pittrice,un artista
del calibro di Picasso, per poter un giorno dire:gli altri non esistono,sono granelli di polvere e compagnia
bella....è la sconsideratezza una virtù che spesso si accompagna alla fortuna,ed io sono sconsideratamente
bugiarda,qualcosa di fenomenale,mai visto,dopotutto già sapete di mio nonno!Ma non perdiamoci in
piccolezze,lasciatemi dire del bar in cui ci muovemmo,più che un locale era una fratta,umida e
malfrequentata,nascosta in agguato,in un vicolo addormentato e stonato chissà dove nel quartiere,era lì e
sembrava che mi aspettasse,come un palcoscenico senza l’attrice principale,occupato dalle ombre e dai
cattivi pensieri di chi in quella taverna opprimente ma stranamente rassicurante aveva dimenticato,o
vissuto,come lui,il Pitone,perfettamente calato nel suo habitat naturale di birra,sfiducia nel prossimo e
sigarette spente fuori dai posaceneri sbeccati,come se per tutta la vita mi avesse atteso a quel tavolo tondo
ed inciso,alzò gli occhi su di me,per trasformarmi da entusiasta selvaggia contadinella del Montana
nell’orecchio mozzato di Van Gogh con quel che segue e via discorrendo.Era il mio primo giorno a New




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York e già ero un’altra persona,potevo finalmente essre,la possibilità di compiere errori non mi
spaventava più,tutto era possibile,non avevo più paura.Nello stesso tempo attratta e respinta dalla sua
figura repellente e dura di spacciatore mi dimenticai di Roman,non riuscivo a far altro che ronzargli
intorno come un avvoltoio sulla preda,confusa ma felice,ancora legata al passato,stretto nelle valigie
abbandonate nel buio della mia nuova stanza,ma ansiosa di spiccare un salto verso il futuro,verso il
Pitone,atroce e sublime spacciatore,angelo oscuro tutto d’un pezzo,corruttore di anime coperto di pelli
d’animali,rettili per l’esattezza,un criminale forse,dal viso squamato e gli occhi piccoli e ballerini che
scrutavano,scrutavano,la vita al rallentatore di quella fratta chiamata L’Urlo,senza mai fermarsi,come due
comete,voraci.Davanti al suo tavolino stava ritto un ragazzotto con le mani infilate nelle tasche che
tentava disperatamente di mostrarsi superiore dinanzi alla cupa presenza del suo spacciatore;da quel che
riuscii a carpire,Matt,questo il nome del ragazzotto s’era lamentato per una presunta dose mandata
male;prima della risposta del Pitone passarono due o tre minuti di nervoso silenzio:<<Credi nella chiesa
Matt?Ammiri i preti e le suore che spendono la loro vita per gli altri?Servivi messa quand’eri
piccino,nella parrocchia del tuo quartiere,forse è questo che vuoi farmi capire,volevi bene a tua
madre,volevi bene a tuo padre,hai la tua bella fotografia con il cielo sfumato alle spalle appiccicata sulla
patente,non manchi di rispetto alle donne e qualche volta vai anche a trovare la nonnina rinchiusa
nell’ospizio,non è così forse?Tu gli porti i cioccolatini,quelli che gli piacciono tanto ma che sai non può
mangiare per via del diabete,niente da obiettare su tutto questo,ma tu credi che avere una nonna
all’ospizio e qualche bella fotografia nel salotto ti dia il potere di accusarmi,tu credi che io ti stia
truffando,o che abbia truffato mai qualche tuo amico?Dì,l’ho mai fatto?L’ho fatto?No,dimmelo,l’ho
fatto,sono un cazzo di avido bidoniere eh?Ne ho forse l’aspetto?Tu mi conosci,mi conosci da
tempo,quanti anni sono che vieni da me,uno?Due?Fino ad ora non ti eri mai lamentato,sono sempre stato
preciso e puntuale,e lo sai perchè?No,te lo dico io perchè,alla luce di una possibile ecatombe
nucleare,tutto quello che ci resta è la lealtà.E quella Matt,non la compri e non la vendi.Ad Harlem sono
sleali,i Portoricani sono sleali,ti sembro un negro io?O un ispanico figlio di puttana?No,sono il Pitone,il
tuo spacciatore da due anni,questa io la chiamo lealtà,o fedeltà,o fiducia.Non credi in queste
cagate?Dovrai pur rispettare qualcosa.Ma guarda,tu guarda con che cazzo di occhi mi stai fissando,mi
credi un verme?Pensi che ti voglia raggirare?Beh,amico,sappi che ti sto parlando con l’innocenza d’una
madre che sciacqua le palle del suo pargoletto,le cose stanno così Matt,io non sono un missionario,e tu
non sei un mendicante,tu non mi stai facendo un favore ed io non ti sto regalando niente,questi sono
affari,e negli affari è giusto,devi andarci con i piedi di piombo,tu non sei sicuro dell’investimento,diciamo
che la mia azienda nonostante l’ottimo curriculum non ti offre abbastanza garanzie,fai bene.Forse tu hai
una numerosa famiglia da mantenere o una mamma malata che so io,un padre alcolizzato da
riabilitare,certo quando si hanno dei fardelli così pesanti da sostenere non è il caso di lanciarsi in acquisti
tanto spericolati,ma sì,investi questi tuoi venti ricchissimi e sudatissimi dollari in occasioni dal sicuro
rendimento,ecco... che ne diresti di pop corn e Coca Cola?>>E con insolenza sdegnata gettò i venti dollari
in faccia a Matt.
<<Pitone,mi dispiace se in qualche modo.... non volevo offenderti,parlavo per voce di altri,insomma mi
era stato chiesto di dirti così,vedio io,non le pensavo quelle cose che ho detto,hai ragione,tu,sei un tipo




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onesto,non vorrei che fra di noi si rovinasse qualcosa,per favore,dammi una venti,mi dispiace,sul serio mi
dispiace.>>Piagnucolò Matt,mortificato,a capo chino.
Il Pitone lo accontentò,sospirando come chi non ce la fa più ad alzarsi alla mattina cercando di
convincersi:oggi sarà un buon giorno.Aspettai ancora,prima di entrare nella sua vita,domandai a Roman
se lo conoscesse,se potesse presentarmelo,ma lui si incespicò,biascicò che forse era meglio se una ragazza
come me non.....e bla,bla,bla,un mucchio di stronzate.Mi misi in fila,fra i clienti,e quando giunse il mio
turno,anzichè tendere i soldi dall’altro capo del tavolo e sussurrare la dose sottovoce,mi sedetti di fronte a
lui e gli strinsi la mano dicendo:<<Mi chiamo Calvin,molto piacere.E tu?>>
Il Pitone si passò la lingua sui denti provocando uno stridulo rumore di risucchio,un evidente
provocazione.
<<Calvin e poi?>>
<<Calvin e basta.>>
<<Non hai un cognome?>>
<<Io no,mia madre ce l’ha,mio padre ce l’ha,ma sono loro non miei,io mi chiamo Calvin,e questo nome è
solo mio,mi segui?>>
<<Credo di sì.>>
<<E allora,il tuo nome?>>
<<Pitone.>>Soggiunse con fierezza.
<<Pitone e basta?>>
<<Credo di sì.>>
<<Vedi Pitone,già cominciamo ad andare d’accordo.>>
<<Se tenessi le gambe più larghe diventeremmo amici per la pelle.>>
Le sue provocazioni non m’intimidivano,me l’aspettavo.
<<Potrei farlo,se tu non fossi così rude.>>
<<Posso offriti qualcosa?>>
<<Per me un Southern Comfort e...>>Cercai Roman con gli occhi,e lo scovai appollaiato su di uno
sgabello.<<Roman tu che prendi?>>Gli domandai facendo cenno di avvicinarsi al tavolo.
<<E lui chi cazzo è?>>Gracchiò il Pitone,sbigottito e disilluso dal “terzo incomodo” che si avvicinava al
tavolo.Guardai i suoi occhi rientrare nelle fosse del cranio come una tartaruga nel suo
guscio.Probabilmente già mi vedeva sopra di lui a cavlcarlo con una frusta di cuoio ed un cappello cow
boy,a sbattermi facendo versi da rodeo e tutto questo soltanto per un paio di volgarità e sguardi alla
Humprey Bogart,beh no,era andato molto lontano dalla verità,ci voleva ben altro per calarsi oltre il mio
ombelico,per farsi quattro passi tra i miei fianchi.
<<P-piacere Roman Paulette.>>
<<Lui è Roman,è mio padre.>>
A questo punto ero già sicura che il leale Pitone sarebbe stato mio amico e spacciatore per sempre.
Poco prima delle due avevo la sua lingua in bocca,e le sue mani sui miei seni,Roman era di fronte a noi
impalato,inespressivo,come un catus in mezzo al deserto,forse era stato ferito dal mio atteggiamento,forse
avevo turbato il suo equilibrio sessuale,non me ne fregava un cazzo,lui viveva la sua vita da catus ed io




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mi creavo la mia nuova da donna,non da bambina,non da ragazza o da figlia dei pincopallino che hanno la
fattoria due miglia da noi,ho detto da donna.


Non ho mai fatto attività sportiva in vita mia.
Il mio sport è la vita.
La mia vita è ozio.
Il mio ozio è l’amore.


E quello era solo il mio primo giorno da quelle parti ,ma ad averlo saputo,per il resto poi non successe
gran che,le novità che all’inizio m’avevano gonfiato il petto d’entusiasmo ed euforia si tramutarono in
routine,non feci praticamente nulla,conobbi gente famosa,saltai i preliminari,lasciai che pagassero i
conti,che facessero l’amore con me e che mi abbandonassero dopo due settimane dicendomi che la mia
sicurezza morale li distruggeva come uomini,sì,praticamente niente.Per vivere esposi il mio corpo a
sguardi indiscreti,entrai in un agenzia di modelle e scatto dopo scatto costruii la mia solitudine,mi
procurai la possibilità di essere indipendente e stanca,giravo di qua e di là senza andare in nessun posto
in particolare,con i libri sotto braccio e le mani sporche di vernice,se mi ricordo bene non facevo altro che
parlare,con Roman,con il Pitone,con Dio-che mio nonno si era ostinato a farmi credere non esistesse-e
con i cani che zampettavano fra le pozzanghere per strada,volevo che anche loro sentissero quello che
avevo da dire,che era tanto ed era importante,così non mi risparmiavo per nulla al mondo,lungo le
strade,nei negozi,dentro casa,con gli uomini,bruciavo ed esageravo,consumando le suole delle scarpe e la
lingua,gli occhi,e l’anima,sbattuta per i crocevia a tarda notte sotto la luce timida della luna ostinata,e
quando pure mi stancavo,atterravo sulle panchine nei parchi,coperta dal silenzio della desolazione,sparuta
ma segretamente liberata nella trama senza via d’uscita della notte perchè sapevo quello che nessuno
sapeva,perchè non avevo nessuno che mi aspettava alzato fino a tarda notte,preoccupandosi per me,forse
proprio perchè non avevo nessuno,il nonno era morto,Guglielma era morta,e tutti gli altri erano un
problema che si poteva tenere lontano con una lettera di poche righe circostanziali ed un francobollo da
mezzo dollaro.La guerra non c’era,il mio water funzionava ancora ed avevo i soldi per bermi un Southern
tutte le sere,non potevo lamentarmi no?
Mi ricordo che pensavo:Questi,diavolo sì,questi sono gli anni più belli della mia vita.




E poi lo conobbi,fortuna,destino,sventura,questo non lo so,a cavallo di quei mesi gelidi d’un Inverno
spietato,in uno di quei giorni che minacciano,di notte,una luna da farti piangere,che ti rendono sicura di te
e spazzano via ogni residuo di modestia,così da farti devastare il mondo intero senza
rimorsi.Intendiamoci,potevo anche aspettarmi in una stagione così generosa un colpo di fulmine
autentico,in cui le tette alte e sode non c’entrano,in cui sin dal primo sguardo non vedi l’ora che i vostri




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corpi si uniscano e si giurino eterna fedeltà,ma ciò non significa che sarebbe dovuto accadere sul serio,e
con una violenza tale da farmi dimenticare anche solo per pochi minuti,il motivo della mia presenza sulla
terra,la pittura.Me ne andavo rovistando per negozi d’antiquariato a chiedere il prezzo di mobili che non
mi sarei mai potuta permettere,infilata in una sciatta maglietta con l’effige del Che,trovata a pochi
spiccioli sul banco dell’usato al mercato del martedì giù al Village,dove essere artista non è poi così
pretenzioso,dove potevi incontrare Ginsberg lavare i panni sporchi nei lavatoi a pagamento,con le mani
infilate nei jeans larghi.E successe una cosa strana,per la strada,non ricordo con esattezza quale,incrociai
un rasta con uno stereo sulle spalle che emetteva le tropicali note jamaicane del Marley,quello che è in
tutti noi,Redemption song,la poesia in musica che ci fa credere a tutti che aprire un bar sulla spiaggia
bianca di Negrille sia la risposta a tutti i problemi,comunque,ne fui attratta a tal punto che cambiai
direzione e lo seguii nei sotterranei della metropolitana,fin dentro il vagone,dove mi sedei tra indaffarati
lavoratori e depressi perditempo.Ispezionai le pubblicità appese sopra gli appositi sostegni,e tra reclame
che sponsorizzavano corsi di pranoterapia e viaggia organizzati in Terra Santa per la modica cifra di....
trovai l’invito a visitare la mostra di Andy Warhol.Guardai immediatamente l’orologio di Topolino che
avevo al polso come per autoconvincermi che avevo qualcosa di meglio da fare,un impegno
improrogabile magari,ma la mia attenzione corse subito all’agenda che avevo in borsa,un regalo di due
anni fa,ancora vuota;non avevo avuto neppure la fantasia di inventarmi qualcosa da fare,sicchè la
possibilità di non andarci era esclusa,l’invito era accettato e il destino segnato.
Tutto cominciò davanti alla serigrafia di Marilyn,in una sala deserta e silenziosa,almeno all’inizio,con la
mia esile fugura piegata in bizzarre posizioni per cogliere dalle più disparate angolazioni i colori e le
espressioni di un opera che erroneamente viene giudicata identica a se stessa se non per la varietà
cromatica sparsa da Warhol su quell’incantevole volto.Dapprima in piedi,centralmente,quindi
seduta,diagonalmente verso sinistra,e poi in punta dei piedi,vicinissima al dipinto,e in lontananza,con le
spalle appoggiate al muro opposto,e sdraiata a terra supina e a testa in giù,in verticale,posizione che durò
ben poco per via della precarietà,voi capite,e in ginocchio a dieci metri dal dipinto,e a sei metri,e a
cinque metri e a tre,a due,a uno,quando una mano morbida sfiorò la mia spalla,aprendo il sipario su una
storia d’amore incerta e brutale che nello stesso m’arricchì e fece vacillare,incerta sull’oggetto del mio
amore e del mio odio-e per un attimo quasi pensai di non voltarmi e lasciare le cose com’erano,poichè
sapevo che voltandomi sarei corsa giù per una scarpata ripida e nebbiosa che mi avrebbe portato a
dividere albe e tramonti con qualcuno che fino ad allora non avevo neppure saputo della mia esistenza,e
questa situazione mi sembrava ragionevolemte giusta ma allo stesso tempo incredibilmente ironica-ad
ogni modo lo feci,mi voltai e come se non bastasse,per aggravare le cose sorrisi allo sconosciuto.<<Sa
cosa mi piacerebbe?>>Gli domandai prima che l’attempato argenteo signor nessuno potesse
fiatare.<<Stare dall’altra parte.>>Soggiunsi tornando a fissare la Marilyn di Warhol che pareva avesse
gravato il suo sorriso di una compiaciuta scaltrezza,e mi rattristai,poichè sapevo che mi sarei innamorata
di quel signore troppo vecchio per me che mi avrebbe fatto attirare gli sguardi curiosi dei passanti per la
strada,ma nello stesso momento mi balenò in mente la verità:ci sono le donne,ci sono gli uomini e c’è la
morte che prima o poi ti trova.Capii che era inutile fuggire o sperare di diventare Sharon Stone,inseguire
l’utopia della rivoluzione continua o smettere di fumare,tanto valeva divertirsi e rischiare fra le braccia di




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quell’uomo.<<Se non sono troppo indiscreto,posso chiederle perchè faceva quelle strane mosse davanti al
quadro?>>
<<Non riuscivo a vedere bene.>>Risposi senza distogliere lo sguardo dalla Marilyn complice.
Il signore aggrottò le sopracciglia,passandosi una mano sul mento mentre ispezionava attentamente il
dipinto.
<<Chi?>>Domandò infine incuriosito.
<<Andy Warhol!>>
<<Andy Warhol,giusto...>>Ripetè sottovoce cercando invano di nascondere lo sbigottimento sotto i
lineamenti induriti e inaspriti dal tempo.
<<Vuole una gomma da masticare?>>
<<Soltanto se la smette di darmi del lei?>>
<<Cominci lei,mi fa sentire una vecchia.>>
Il signore si strinse nelle spalle come per schivare quella parola così tagliente.<<D’accordo,come ti
chiami?>>
<<La gomma...>>
<<Come?>>
<<La vuoi o no?>>
<<Oh,sì,cioè no,veramente saranno dieci anni che non ne mangio una.>>
<<Prendine una,sono alla cannella,non si attaccano ai denti ed hanno il gusto più lungo della media,sai è
difficile trovarne con tutti questi pregi.>>
<<Oh beh,in questo caso.... grazie.>>E ne prese una,infilandosela in bocca con movimenti così goffi ed
impacciati che me venn da ridere e non potei trattenermi.
Mi fissò inebetito,con la bocca semi aperta,la gomma ancora in evidenza,non ancora masticata.
Doveva esserne passato del tempo dall’ultima volta che qualcuno gli aveva riso in faccia.
<<Calvin.>>Dissi per toglierlo dall’imbarazzo di chi non capisce.
<<Cosa?>>Ma allora era un vizio!
<<E’ il mio nome stupido,Calvin.>>
<<Calvin eh?Credevo fosse un nome da uomo.>>
<<Mica male come riflessione,e ne hai delle altre?>>
<<Dio,non riesco a capirti,ma cosa.... che fai?>>
<<Sto sfiorando il quadro.>>Seguivo il contorno della Marilyn con la punta delle dita curiose.
<<Non puoi .....ma poi ,perchè?>>
<<Per sentire.>>Risposi sinceramente.
<<Che cosa?>>
<<Andy Warhol.>>
Il signore alzò entrambe le mani in segno di resa.
<<Un giorno qualcuno farà la stessa cosa su un mio dipinto.>>Dissi fissando un punto indefinito nella
tela.
<<Sei una pittrice?>>




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Annuii    compiaciuta,poichè      niente      poteva    farmi      felice    come     sentirmi     chiamare     a    quel
modo.Pittrice.Calvin,una     pittrice.Siete     tutti   invitati     alla    mostra    di     Calvin.Voi,lì,seduti     in
metropolitana,alzatevi,andate     a   vedere       la   mostra       di     Calvin,potreste      fare   degli   incontri
interessanti.Andiamo,muovetevi.
<<Winston Malinowsky,molto piacere.>>Mi tese la mano.
<<Malinowsky,come l’antropologo?>>
<<La tua cultura mi sbalordisce,e dimmi,sai qualcos’altro?>>Meglio così,non mi stavo innamorando di
un cretino.
<<Sei dirigente d’una compagnia d’assicurazioni?>>
<<Perchè?>>
<<Senza un perchè,così.>>
<<No,sono uno scrittore.>>
<<Credevo che non esistessero più,davvero,non se ne vedono molti in giro,sono tutti giornalisti o
sceneggiatori.>>
<<Hmm... sapessi invece come è facile trovarne.>>
<<E dove?>>
<<Nei libri,Calvin,nei libri.>>
E allora decisi di provarci,di vedere se sarebbe stato l’uomo dall’altra parte del letto,o un semplice nome
scritto nel Diario.
<<La vuoi una Coca?>>
Rullo di tamburi.
<<Sarebbe l’ideale.>>
Ed ecco ancora quella frase:ci sono gli uomini,ci sono le donne,e c’è la morte,che prima o poi ti trova.
<<Andiamo>>
Così la Marilyn mi vide allontanarmi dalla platea e salire su quel palcoscenico illuminato che è l’amore,e
il destino,sottobraccio ad un uomo troppo vecchio per me,tetro e scaltro,vestito di grigio con le orecchie
pronunciate in avanti,e la fronte rugosa,tra le cui pieghe si perdeva il tempo dello scrivere,il ritmato
ticchettio della penna sul foglio bianco,della macchina da scrivere,dei tasti del computer,e dove le parole
si urtavano e combattevano per venire fuori ,al mondo,aggrappate e strette dentro libri impolverati, in
biblioteche sconosciute,mute,che nessuno avrebbe mai letto,l’una con l’altra a rincuorarsi e farsi
forza,perchè leggere era importante,ed un giorno qualcuno se lo sarebbe ricordato;loro erano una
memoria che non poteva essere cancellata.


Comprammo due Coche dal distributore automatico all’entrata della mostra e scendemmo per la
strada,decisi a berle sul prato di Central Park.Filammo tra la folla,che era tutta un sorridere e
masticare,con la Coca stretta in pugno e l’imbarazzo che gonfiava e approfondiva i nostri respiri,nessuno
di noi due sapeva bene cosa dire così tacemmo finchè non fummo di fronte al laghetto nel parco dove
starnazzavano le anatre che un tempo avevano così colpito Holden Caulfield,uno dei beniamini della mia
primavera letteraria..Ci sedemmo sul prato.Winston,vinto dalla curiosità,tentò di farmi parlare,dov’ero




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nata,chi erano i miei genitori,qual’era il mio fiore preferito e roba del genere,ma non era questo che
volevo,così risposi succintamente alle sue domande:<<Little Big Horn,nel Montana.... un uomo e una
donna.... il girasole!>>Mi sembrava di aver ottemperato ai miei obblighi di interlocutrice,così voltai quel
genere di domande verso di lui ma con maggiore indiscrezione e puntigliosità.E quell’amorevole vecchia
ciabatta piena di storie si raggomitolò su di sè;era uno di quegli uomini che non sono abituati a parlare di
loro stessi,che temono nell’eccesso verbale di peccare di suepebia,ma che in tutti i casi non vogliono
rinunciare a dare un quadro esaustivo della propria persona,così ti buttano lì qualche informazione
laconica tipo:<<Mah,che vuoi che ti dica,non so,ho vinto il premio Nobel per la pace,ho scalato l’Everest
e fatto il giro del Mondo sette volte volte bendato e con un piede solo.>>Avete capito il
genere,comunque.Ed ecco sussurrate con falsa timidezza le sue imprese (culturali) in riva a quel lago
puzzolente,con gli occhi cinerei puntati sulle stringhe delle scarpe lucide,ancora incredulo di ciò che sta
accadendo,lui,Winston Malinowsky,ex militante dell’estrema destra,ex professore Universitario,ex
sindaco di Minneapolis (sua città natale),ex critico d’arte ed ex un sacco di altre cose,attuale responsabile
della pagina culturale del Daily News e scrittore militante,con il culo sull’erba macchiata dall’orina dei
cani nel Central park a parlare di sè con una femmina troppo carina per essere intelligente di quasi
quarant’anni più giovane di lui.
Di colpo interruppe la sua concisa narrazione biografica per soffocare un rutto,ma non c’è uomo al mondo
che non sappia che è impossibile farlo quando si beve Coca senza rischiare di sgasare l’anidride carbonica
dal naso,che poi fu proprio quello che successe.
Strizzò gli occhi piccoli e incavati per il fulmineo e lancinante dolore.
E fu allora che lo baciai.
Repentinamente,senza infondere troppa enfasi nel farlo.Non volevo perdermi la tempesta di smorfie e
sensazioni che si spande sul volto di legno di un quasi sessantenne quando viene baciato da una ragazza
che potrebbe essere sua nipote,e le mie aspettative non vennero deluse.
Dagli occhi rossi e lucidi cadde una lunga lacrima,forse per il rutto chi lo sa.
Si contrasse,spegnendosi per un istante o due,come se di colpo si fosse accorto di essere nudo in uno
stadio gremito di spettatori.
Con il chiaro intento di imprimere quel ricordo nella memoria allargai gli occhi sulle linee del Central
Park,mesto e indolente sul volgere di quelle ore di tardo pomeriggio che muiono nel fiammeggiare del
tramonto per rinascere sera;il cielo pareva essersi abbassato sulle nostre teste,era di un arancione
cangiante,come se qualcuno avesse spalmato della confettura di albicocca sulle nuvole aggrovigliate che
si specchiavano sul lago,di tanto in tanto increspato dal sollevar d’ali di quelle vecchie anatre acciaccate.
Si udì il suono lontano d’un clacson,lo stridere dei copertoni sull’asfalto,l’eco confuso di un
imprecazione.
Alzammo contemporaneamente le spalle e sorridemmo sottovoce,complici e più vicini che mai.
D’un tratto un’ anatra s’alzò dal lago e volò in cerchio sopra di noi.
M’infilai la felpa.
Winston inclinò la testa bianca su una spalla e mi prese la mano.
Nel diluvio del silenzio si mise a fischiettare.




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Ed io ero felice.
E lo era anche lui.
<<Sono completamente allucinato dalla tua persona,mi hai rovinato la vita!>>Mi avrebbe gridato contro
un giorno,ma adesso no,c’erano solo il lago,le anatre e questa matta e insensata storia d’amore che
nasceva in un tardo pomeriggio arancione,era ancora troppo presto.




Ebbi giornate massacranti,liste di appuntamenti ed impossibilità di spuntini lampo con ulcera da
stress,pomeriggi che sapevano di sale d’attesa e:<<Il Signor tal dei tali è in riunione,ma se vuole
accomodarsi di là...>> e ancora rotocalchi bugiardi d’intrattenimento snervante e corse in taxi per le vie
trafficate del centro con la mia cartellina dei disegni,lo zainetto colorato dietro le spalle e le mani sporche
di vernice.L’american way of life non accettava ritardi o giornate no,era inflessibile ed esigentissima,così
delle volte mandavo tutto al diavolo con una scrollata di spalle e me ne restavo sul mio letto a laccarmi le
unghie d’azzurro.Ma la sera era diverso,con la pioggia o con la neve,anche se fosse scoppiata la guerra
civile o la Bomba Atomica,io ero di fuori,per le strade incalzanti a rincorrere avventure pericolose,o nei
locali,ovunque ci fosse qualcuno di particolarmente inadatto alla Terra,con la matita in mano a
scarabocchiare sui fogli bianchi le mie impressioni figurative su tutta quella gente che affrontava la vita
con esclamazioni tipo:Hey!Wow! e compagnia bella.Li vedevo litigare,e ne ero affascinata,li vedevo
parlare del più e del meno,e ne ero affascinata,li vedevo persino tacere e ne ero affascinata,a dire il vero
tutto a quei tempi mi affascinava,ben poche cose mi infastidivano,tranne forse l’odore del latte andato a
male e quei ventenni che alla prima occasione di lavoro investivano tutto il ricavato in un fondo
pensione,per il resto,i palpeggiamenti screanzati del Pitone,gli sguardi indiscreti di Roman attraverso il
buco della serratura mentre mi facevo la doccia,l’odore di pollo alle mandorle che veniva fuori dal
ristorante di Miaghi,gli scippi e i furti in periferia,le cacche dei piccioni sui marciapiedi e i ripetuti no
degli onniscenti mercanti d’arte,facevano tutti parte della confusa sinfonia pop con tanto di




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ritornello:<<Nessuno conta per me veramente.Gli altri sono come granelli di polvere eccetera
eccetera.>>,che sognavo un giorno di poter ritrarre con le lacrime agli occhi su una enorme tela
adoperando i colori più chiassosi e le tecniche più istiganti.E non ho dimenticato Winston che solo alla
pagina scorsa abbiamo abbandonato in riva al lago con le anatre e la mia mano nella sua,che diventò il
mio uomo o roba del genere dopo un romantico e ottocentesco corteggiamento a base di vino Borgogna e
rose rosse lasciate di pomeriggio, mentre ero al lavoro,sul mio guanciale,sotto gli occhi increduli di
Roman che tra una recensione e l’altra trovava il tempo per dirmi:<<Tu...tu e Matusalemme?Insieme?Ma
sei matta?Magari ci vai anche a letto....>>
<<Ancora no.>>Lo rassicuravo io.
<<Lo spero per te,potrebbero denunciarti per tentato omicidio!>>
E chi poteva biasimarlo,si vedeva portar via l’archetipo delle sue elucubrazioni masturbatorie da un
attempato e taciturno scrittore probabilmente impotente!


<<Roaman,io vado.>>Dissi aprendo la porta.
Sospirò.<<Delle volte,sai,delle volte mi viene voglia... come di gridare,sai quella smania ossessiva di
rompere tutto,di calpestare i cocci che hai frantumato fino a farli diventare polvere,di correre di qua e di
là gridando:”Non potete farmi questo”,ma poi ci penso su e decido che è meglio farsi una
sega>>Biascicava fra i denti dandomi le spalle,sprofondato sul divano con il telecomando in mano.
Mi fece tenerezza.
Lo raggiunsi da dietro,reclinai la sua testa e lo baciai sulla bocca.
Una volta uscita di casa,non mi mossi prima di sentire le molle del divano cigolare.
Ebbene,un minuto dopo cigolarono.


Cenammo fuori mano,vestiti a festa e tutto il resto,ma stranamente separati dalla disagevole sensazione di
doverci nascondere,nessuno dei due lo fece notare ma entrambi lo sapevamo benissimo,quella infida
società che sembravamo non calcolare era invece spinta sulle nostre spalle,ci piegava e disturbava con il
suo fiato marcio sul collo e noi lì tesi e cogitabondi nei nostri abiti freschi di lavanderia a toccare le
stoviglie con patetico interesse soltanto per prendere tempo e nasconderci a vicenda il timore che:
<<Professor Malinowsky buonasera,>>E’ così che lo chiamò il giovane cameriere prodigandosi tutto in
sorrisi,strette di mano e leccate di culo,<<passato bene la settimana?La trovo in ottima forma!>>
<<Se sapesse...... una settimana da dimenticare.>>Mi sembrò che volesse tagliar corto il discorso.
<<Beh,delle volte capita,vuole che nel frattempo le porto il solito aperitivo della casa?>>
Winston annuì.
<<E per la sua bella figliola?>>Domandò rivolgendosi a me,rendendo reale il nostro timore.
Alzai lo sguardo su Winston d’un tratto cinereo e corrucciato,aggrappato ai braccioli della sedia con le
mani nervose pronto ad aggredire il cameriere ed a perdere la faccia con i proprietari di quel ristorante
che frequentava da quasi dieci anni.
<<Veramente sono sua nipote.>>Asserii caparbia cercando una scintilla di vita nei suoi occhi vuoti e neri
come due fori di proiettile sul cofano d’una macchina.




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L’inopportuno cameriere alzò una mano,scusandosi con brio e riformulando in maniera esatta la richiesta.
<<Anche per me l’aperitivo va benissimo.>>
Non appena se ne fu andato,Winston,stringendo il tovagliolo nella mano ringhiò fuori dai
denti:<<Stronzo!>>
<<Sai che ti dico,quest’anno gli Yankees stanno facendo un ottimo campionato.>>


<<Mi ero ripromessa di venire a New York,semplicemente per diventare una pittrice e invece mi sono
ritrovata a fare la lolita disoccupata nei bar frequentati dal vecchio Duoloz,ansiosa di provare tutto e
rispondere male a tutti,non è un ironia?Ma ti giuro che una volta ero un umile e timida contadina.>>Dissi
mentre passeggiavamo mano nella mano nella notte ubriaca di New York,con la lingua sciolta dal
vino,giù per la Terza Avenue.
<<Non lamentarti,sei la prima persona che incontro in vita mia cui è stato permesso inseguire il suo
sogno.>>
<<Credi che un giorno potresti scrivere di me?>>
<<Forse,se mi trovassi a corto di idee.>>
Mi fermai a dare degli spiccioli ad un barbone negro che ringraziò con le lacrime agli occhi di chi in
giovane età aveva sognato di diventare un campione di basket.
<<Potresti inventarti una favola,ed io potrei essere la protagonista,vediamo..... potresti metterci un
principe cattivo,un energumeno di duecento chili pieno di muscoli e di peli,sì,uno stronzo di principe che
mi tiene prigioniera nelle latrine di un favoloso castello medioevale e.... cos’altro?Un drago,forse un
bellissimo drago verde innamorato di me,un drago che scrive le poesie e parla francese.>>
<<Francese?>>
<<Sì>>Sorrisi,annuendo.<<Un drago che uccide il principe e mi si scopa sulla spiaggia.>>
<<Cosa?>>
<<Hai sentito zuccone.>>E sottolineai l’espressione colpendolo alla fronte con un debole schiaffetto.
<<E perchè dovrei scrivere una panzana del genere,tu e un drago verde che parla francese,che copulate
sulla spiaggia!E’ una storia orribile.>>
<<Non è orribile.>>
<<Ma non è neanche romantico.>>
<<Io preferirei “copulare” con un drago piuttosto che svegliarmi in mezzo al bosco con il bacio d’un
principe.>>
Winston s’infilò le mani nodose nel fondo delle tasche lente.<<Ma così sarebbe più romantico.>>
<<Forse,ma i principi non scrivono poesie.>>
<<Ah già.>>
<<E se poi gli puzzasse il fiato?Capita sai,i nobili in genere hanno sempre qualche magagna del
genere,sono sordi o hanno gli occhi storti,o gli puzza il fiato.>>
<<Non è vero,nei film sono sempre bellissimi,alti,occhi azzurri e capelli biondi.>>
<<Nei film certo,ma nella realtà hanno sempre qualche pecca,per via delle incrociazioni genetiche,hai
presente quelle strane combinazioni ,i matrimoni fra consanguinei,uno si sposa con la lontana cugina,i




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figli della sorella della cugina si sposano con le figlie della zia,e i figli dei loro figli se la fanno con i figli
degli altri figli,mi segui,tra nobili è raro che uno si sposi un estranea totale,qualcuno di un rango
inferiore,che ne so,la pescivendola o la farmacista,se la fanno tra di loro per paura che il sangue blu venga
contaminato da quello banalmente rosso di un bulletto di quartiere,e diavolo,questa storia va avanti da
secoli,voglio dire alla fine diventano per forza di cose tutti parenti ,e si sa cosa succede,uno se la fa con la
sorella ed esce fuori l’uomo lupo.>>Saltellai,accelerando il passo,distanziandolo d’alcuni metri.
<<E secondo questa logica....>>Mi voltai di scatto facendomi ironicamente seria.<<Uno che va con la
sorella diventa padre di un nobile principe dall’alito pesante?>>
Spalancai le braccia e feci un inchino reverenziale,come se stessi recitando una parte.<<Beh sì,ecco può
essere di sì,e può essere di no,vedi,non è così facile,>>Alzai il dito indice come una maestra che riprende
un alunno svogliato.<<può venire fuori con l’alito pesante,e può venir fuori con i peli sui palmi delle
mani,o con enormi caccoloni oblunghi che escono fuori dalle narici,chi sa dirlo quale meraviglioso
scherzo la natura ha in serbo per noi?>>
<<Dì...>>Iniziò gonfiandosi di coraggio,abbassando il tono della voce fino a renderla quasi un sussurro
confessionale.
<<Cosa?>>Mi avvicinai,spalla a spalla.
<<Io ti spavento?>>
<<Non hai l’alito pesante,vero?>>
<<Non scherzare,dico sul serio,io... ti spavento?Tu non mi conosci affatto e...>>
<<E appunto credi sia meglio andare a letto insieme.>>
<<Non volevo dire questo.>>
<<E perchè no?>>
<<Perchè,perchè....quanti perchè,non lo so,io,non so cosa risponderti,sembri così sicura di tutto quello
che fai,non... non riesco a capire perchè dovresti provare attrazione per me.>>
<<La conosci la storia dei porcospini?>>
<<Quali porcospini?>>
<<Quei due procospini che cercano calore nelle vicinanze dei loro corpi e finiscono col pungersi l’un
l’altro,ma nonostante ciò insistono ad avvicinarsi,a stringersi.Provano e riprovano,a volte ferendosi
gravemente,perchè l’istinto di accoppiarsi e di amarsi è superiore a qualsiasi dolore.>>
Incrociammo lungo il marciapiede una turba di filippini ubriachi che ridevano dei loro accendini con la
musichetta.<<Hai mai visto...>>Sospirò aggrottando le sopracciglia come un condor fa con le sue ali per
planare sull’erba.<<Un filippino senza quegli orrendi jeans scoloriti apposta?>>
Alzai un braccio all’improvviso per richiamare l’attenzione.<<Taxiii!>>
Un auto si fermò poco più avanti.
<<Dove andiamo?>>
<<A vedere che tipo di elettrodomestici usi!>>


Come mi sembrò dopo aver fatto l’amore?In quel letto straniero dalle gelide pesanti lezuola?Mi sembrò
giusto alzarmi,anche nuda nel mezzo del suo sonno,e passeggiare nel buio a me sconosciuto di quella




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enorme dimora selvaggiamente disordinata.Sfioravo con la mia ombra nuda i mobili e gli oggetti che su
di essi erano accatastati in pile sbilenche,mucchi,colonne;sembrava di muoversi in un antico continente
dimenticato,un luogo fuori dal tempo e dallo spazio,un sarcofago dei pensieri smarriti che taceva per non
infastidire il sonno del suo sovrano.Guardai fuori dalla finestra le mille luci di New York,ero al
diciassettesimo piano di un grattacielo che sapeva di moquette beuge e schede magnetiche per
entrarvi.Presi a caso un volume dalla medioevale libreria tarlata.Mi spinsi sotto la finestra,a leggere alla
luce della luna:<<Fu adunque in Toscana una badia et ancora è,posta sì come noi ne veggiam molte,in
luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco il quale in ogni cosa era
santissimo,fuor che nell’opere delle femmine..>>Diavolo!Ricacciai l’arcano volume nella sua nicchia
polverosa,tra i suoi simili.
Winston borbottò qualcosa nel sonno.
Sprofondai in una poltrona di velluto e fissai l’alto soffitto bianco.
D’un tratto mi tornò in mente una vecchia storia di mio nonno sul perchè nessuno dovrebbe mai
sposarsi.Parlava di un suo vecchio compagno di scuola che a causa del matrimonio era morto di noia a
soli quarant’anni,e fu trovato nel letto di morte con la vestaglia,le pantofole e la settimana enigmistica
ancora fra le mani.Dal canto mio,non volevo esser violentata ogni giorno,ma nemmeno aspettare la
menopausa in fila al mercato per comperare il rabarbaro.Esistevano delle accettabili alternative chi lo
nega.Personalmente avevo le idee chiare,volevo un uomo che mi accendesse il barbeceu alla domenica,e
volevo potermi alzare,nel cuore della notte per dipingere gusci d’uovo svuotati del contenuto.


Di giorno la casa faceva più paura.
Il romanticismo dei chiaroscuri sui mobili e la quiete che impregnava le pareti erano un vago ricordo.
Facendo colazione mi resi conto delle misure esagerate dell’appartamento-300/350 metri quadri-il sole
del mattino aveva svelato la maniacale sovrabbondanza di libri,riviste,blocchi per appunti,fascicoli e
vecchie fotografie in bianco e nero,sparpagliati in costruzioni pericolanti ,per terra,fra le colonne
d’acciaio che spuntavano qua e là e i mobili d’epoca sistemati senza criterio accanto ad un juke box rotto
o ad un totem Malinesiano in cartapesta.Le pareti ,là dove riuscivo a scorgerle, erano di colore azzurro
intenso ed erano state interamente occupate dalle stampe impossibili di M.C.Escher,quel simpatico
mattacchione che costruiva nei suoi quadri con matematica precisione un tutt’unico di figure che
s’intrecciavano,combaciando con esattezza,e creando un risultato omogeneo,seriale,angoscioso.Il primo
istinto che ebbi fu di farmi strada fra i castelli di libri cresciuti sul parquet e vedere se nella ghiacciaia
conservava arti mozzati di minorenni,ma quando il mio occhio saturo scorse,stipata in un angolo
lontano,la vecchia macchina distributrice di gomme colorate da un penny,addolcii il mio timore e tornai a
bere il caffè nella tazza gialla.
Winston appoggiò sul tavolo un mazzo di chiavi.
<<Mi piacerebbe ritrovarti qui,stasera quando torno.>>
Lo guardai mentre si faceva il nodo alla cravatta.Aveva sospesa sui tratti invecchiati del viso la tenerezza
di un bambino che si infila i vestiti del padre per giocare a fare il grande.
Raccolsi le chiavi senza dire nulla.




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<<Devi lavorare oggi?>>
Finii il caffè nella tazza.<<No.>>
<<Cosa pensi che farai?>>
<<Dipingo.>>
<<Io devo andare,resta pure quanto vuoi,e chiudi quando esci.>>Disse e mi baciò sulla fronte con il
coraggio e la ferma speranza di chi crede di aver finalmente vinto sul resto del mondo.
Lo vidi chiudersi la porta alle spalle,e restai sola con quell’esercito di libri incomprensibili.
Sentivo quelle pagine osservarmi,una sensazione fortissima e spossante nello stesso tempo.
In mattinata tornai nel mio appartamento.Roman calato sullo schermo del suo portatile scriveva un
articolo sull’icona del viso “duro” nella storia del cinema,da Humprey Bogart ad Harvey Keithel.Mi
salutò mentre superavo la soglia di casa con la tela e i colori sottobraccio con un verso indefinito da
ventriloquo.


<<Questi sono per te!>>Winston mi aveva sopreso alle spalle,mettendomi sotto al naso macchiato di
vernice un mazzo di rose gialle.
Lo ringraziai con un lungo bacio.
Passò qualche minuto prima che si abituasse alla presenza di un estranea fra i suoi appunti e le vecchie
inutili chincaglierie.Una volta superato il colpo si dedicò a studiare il mio quadro.
Era una veduta di Little Big Horn di notte,sotto una pioggia dirompente.Avevo lavorato tutto il giorno su
quelle gocce d’acqua piovana che,nelle mie intenzioni,avrebbero dovuto dare la sensazione di scolorire il
paesaggio,portarsi via,nel loro incessante scorrere e fluire,le tinte delle case,dello steccato,del piccolo
caffè all’angolo illuminato dalle candele per via del blackout causato dal temporale.
<<Che cos’è?>>Domandò infine a voce bassa,quasi per paura di offendermi.
<<Sono io.>>Ed eccomi lì,un’altra volta a sorprenderlo.
Indietreggiò di qualche passo,intimamente toccato dalle mie parole.
<<E’ bello.>>Fu tutto quello che si lasciò sfuggire dalla bocca,ma la verità era un’altra,e non me
l’avrebbe mai detta.
Si accese una sigaretta,e dopo un paio di boccate di sicurezza e impudenza tornò a dire:<<Hai qualche
galleria dove affiggerli?>>
Lo guardai incuriosita per vedere dove sarebbe andato a parare.
<<Voglio dire,hai qualche contatto?Conosci qualcuno?Hai intenzione di affiggerli?>>
<<C’è un locale sulla settima che mi paga cinquanta dollari per esporne sei.>>
<<Un locale?............Un bar?>>
<<Un pub,disco pub,per l’esattezza.>>
Winston si nasose dietro il silenzio e sgattaiolò in cucina a mangiare qualcosa.
<<Hai fame?>>Mi chiese poco dopo mentre armeggiava ai fornelli.
<<No,grazie.>>E calai il pennello in quel non luogo sulla tela.


Di questi tempi è politicamente corretto prendere delle decisioni.




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Io l’ho presa,ho deciso che non andrò mai più a quelle feste dove ti offrono salatini al posto delle
sacrosante patatine.I salatini saranno pure belli a vedersi,ma hanno il sapore di plastica squagliata sulla
lingua.
Fui trascinata da Winston per dozzine di party a fare il jolly tra pilastri di cultura che combattevano le
loro ancestrali rivalità a colpi di Ezra Pound e metafore su questo e quello,restando così prigioniera delle
strette di mano dei canuti poeti e professori Universitari di glottologia,in piedi vicino alla finestra con il
mio aperitivo in mano,a ripassare in mente le redention songs di Marley e le lacrime della Dickinson
gettate su quella terra Americana brulicante di cavolfiori e girasoli,senza mai lamentarmi del fatto che
Winston e compagni predivano la fine del mondo puntualmente ogni sera ciancicando teorie ermetiche
sulla futura supremazia dei personal computer e compagnia bella,mentre fuori la gente si ubriacava e
rincorreva la morte alla fine del lungo peregrinare per le stazioni di questa imprevedibile vita,che
inesorabile li avrebbe colti in un giorno imprecisato prima di Natale al lato di un binario nel profondo
bosco,con la terra nella bocca spalancata e l’erba umida negli occhi vitrei.E non vi dico poi di quella volta
che uno di loro,un editore ebreo paralitico,mi chiese che cosa ne pensassi della violenza che segnava le
personalità delle nuove genrazioni-aiutata da una smorfia sbarazzina dissi che la sola cosa che mi colpiva
era il fatto che un orologio,seppur fermo,avrebbe segnato per due volte al giorno l’ora esatta.Qualcuno
aveva sorriso,qualcun altro ironicamente aveva battuto le mani.Tutto qui,mi ero guadagnata l’esilio a vita
dai simposi su Walt Whitman e l’erotismo anale.


Incantata dalla figura riflessa nello specchio,di notte,mi scoprivo troppo bella per dormire,e così mentre
Winston commetteva i suoi sonni rivoluzionari io mi dileguavo e contorcevo e rincorrevo tra i tentacoli
febbricitanti di New York,al suono jungle di un ritmo stonato,tra i corpi dei diversi che alzano sempre
quelle scadenti bottiglie di vino al cielo e recitano Corso,a dimenticare chi ero e da dove venivo,capace di
dare del tu a chiunque,per la strada ,mi indicasse la sua via,senza fare ipotesi o congetture,lasciando che il
mio cuore battesse sopra tutti i luoghi comuni e il mio stomaco brontolasse la morte di Bukowsky,andavo
in quei luoghi oscuri del nostro corpo a cercare la saggezza e la virtù e l’arte di saper invecchiare,perchè
era la sola cosa possibile,un cielo stellato,sempre lo stesso,sui prati del Montana come sui parcheggi
abusivi di Soho dove si nascondevano i New Agers a meditare sul male e sullo smog,ed enormi TI AMO
che si confondevano sui muri con i graffiti di Samo e le rughe del tempo,nostro venerabile padre che fra
cent’anni di <<Domani vedremo.>>,ci avrebbe inghiottiti tutti,senza proroghe.Non ho mai pensato che mi
sarei comprata una villetta a schiera alla periferia di San Francisco,che avrei aspettato un aumento di
pensione seduta in poltrona a indovinare la frase misteriosa alla televisione con i talloni spaccati infilati in
pantofoline con il tacco,ho invece sempre sentito bruciare per me il CRASH BOOM BANG che delle
volte investe il vicinato il quale prontemente trasloca per cercare un erba meno verde della sua,perchè
avrei dovuto perdermi la gioia di vedere film dell’orrore in una casa vuota?Non faceva per me essere una
cicciona che sorseggia milk shake in un qualsiasi fottuto fast food che puzza di fritto,e ripete all’amica
frigida in continuazione:<<Ho ragione?Ho ragione o no?>>Un giorno avevano detto che il bene è
innaturale ma possibile,ma non per questo mi ero messa a studiare filosofia,la ragion pura o pratica la
lascio a chi non ha mai un appuntamento cui correre incontro,per me preferisco la vita dei maiali;si dice




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che essi si rigirino nel fango,o nella paglia sudicia quant’è maggiore il loro bisogno d’acqua.Cos’è per me
quell’acqua?
Oltre ogni ragionevole dubbio,la voglia di esserci.


In esilio dalla storia che oggi vi sto racontando,mi scopro a rimpiangere quel gusto salato di vergogna e
maleducazione sulla lingua,difficile da deglutire,al tempo di quelle prime ovulazioni e delle prime
risposte trovate senza chiedere,spiate dal buco della serratura o in quei silenzi disagevoli faccia a
faccia,tempi zeppi di manuali sull’educazione sessuale e pettegolezzi al telefono e sfacciataggine sopra
tutti i chiodi fissi degli adulti,ma arriva pure il momento triste e senza ragione di dire basta e cominciare
un nuovo capitolo acquistando maggior libertà ma smarrendo la follia di sussurrare Ti amo a chissà quale
bullo in un auto parcheggiata davanti casa,di cui oggi non ricordi più il nome.Ad ogni passo nel tempo ho
perso qualcuno.Il destino è di starmene per conto mio,ma non voglio dire che per tutti è
così:promesse,tradimenti,sofferte riconciliazioni,anzi vi imploro,non smettete mai di credere che tutto
vada come è scritto nella carta dei cioccolatini.Se potessi venderei dieci anni di questi eleganti saliscendi
per un giorno ancora della mia mitica infanzia folk a quattro zampe per la pianura,nascosta fra le erbacce
che graffiavano il volto rosso a spiare le abitudini degli ultimi indiani d’America accampati in ridicole
riserve ai margini del fiume!




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Tenere un pennello in mano,imbevuto di vernice,è come avere una bacchetta magica,pregna di vita.
Per me dipingere è avere sempre ragione,è rispondere a domande mai fatte ed è vincere-far scorrere le
morbide setole sulla ruvida tela bianca,seguendo con gli occhi la tua visione-è giocare con le proprie feci
secondo interpretazioni psicanalitiche,rinascere di volta in volta per me,nella luce,nel fuoco,in tutte quelle
tinte nette,tra le pieghe dei toni più accesi di giallo e di rosso,emettere il primo respiro di volta in volta ad
ogni tratto improvvisato e sofferto mentre sfuma l’arte nei colori come una farfalla che per la prima volta
vede il sole e muore, mentre vi vola incontro.
Iniziare un nuovo quadro,dava sempre uno strano effetto allucinatorio.
Quando sverginavo la tela immacolata con il primo schizzo di vernice,la mia attenzione svaniva,e con il
pensiero salivo sù sù nel cielo come la scintilla ardente di una brace e ricadevo violentemente in
Messico,come una stella cometa,a Coyoacàn,dove all’inizio del secolo aveva abitato Frida Kahlo,la più
straordinaria pittrice di tutti i tempi.
Quand’ero una bambina,ero solita starmene appollaiata come una gallina sulle ginocchia di mio nonno
per delle ore,pomeriggi interi a volte,durante i quali lui leggeva senza interruzione qualsiasi tipo di
rivista,da capo a fondo,dalle lettere al direttore fino alle ricette di cucina.Di tanto in tanto faceva
commenti,il più delle volte incomprensibili,ma un giorno,ricordo che disse:<<Ecco una donna
portentosa,bisognava difenderla e da lei difendersi.>>Quelle parole avevano attirato morbosamente la mia
attenzione così tirai a me il giornale che parlava di Frida e vidi per la prima volta quel suo autoritratto con
il vestito azzurro.
Non la si poteva definire obiettivamente bella,ma celava nei tratti magnetici del suo viso,un insolito
carisma sensuale,una riserva di repressa inquietudine selvatica.
Mi colpì il suo sguardo torvo,penetrante e superiore,sottolineato dalle folte sopracciglie brune unite al
centro come ali di rondine.Nella sua espressione                 divertita e sensuale c’era qualcosa di
grezzo,terreno,maschile,feroce.
Pregai mio nonno di leggermi l’articolo per intero.
Frida e suo marito,Diego Rivera,un celebre muralista,avevano vissuto in una tranquilla dimora nella zona
sud di Città del Messico,ribattezzata “la casa Azul”,e fra il Trenta ed il Quaranta avevano ospitato
numerose riunioni conviviali fatte di bevute,piccoli scandali,discussioni e litigi,nelle quali si parlava di
letteratura,pittura e rivoluzione con Neruda,Breton,Trotzkij,Ejzenstejn.Tutti uomini importanti,tutti suoi
amanti che erano rimasti preda della corvina primitiva bellezza centramericana di quella “donna a
metà”,come amava definirsi.
Dopo un terribile incidente in cui si spezzò la spina dorsale Frida aveva dovuto praticamente vivere
ingabbiata in un claustrofobico busto,ma nella sua pittura non v’era cenno del logorante
calvario,dell’asfissia delle sue estreme legate Primavere.
La sua ultima opera,prima di morire nel ‘54,ritraeva delle belle anguerie aperte.
Il titolo,quasi un testamento ideale, era:Viva la vita!




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<<Per quanto riguarda l’amicizia è lo stesso,vedi io...scelgo amici,del tipo che si levano dalle palle
quando riconoscono di essere di troppo,e questa non è cosa da tutti,mi segui?>>
<<Beh,sì, questa è una fortuna e mi rallegro con te,ma per quanto mi riguarda,ho un concetto molto più
restrittivo sull’amicizia,ora non vorrei sembrare lapalissiana dicendo..>>
<<Lapalissiana?>>Domandò Roman scosso dal fatto che io,esponente del sesso silenzioso,conoscessi
qualche parola in più di lui.
<<Non vorrei sembrare sbrigativa o scontata-va meglio così?-dicendo che gli amici in fin dei conti sono
tutti uguali,dicendo che le persone,secondo me,si dividono in due categorie,quelle a cui tocchi o non
tocchi il ginocchio con il tuo ginocchio.>>Roman aggrottò le sopracciglia e si sporse in avanti con aria
interrogativa e interessata.
<<Mi spiego,facciamo conto che tu stia in macchina con qualcuno che ti hanno appena presentato.Il posto
che c’è sui sedili posteriori non è abbastanza per stare comodi entrambi,eppure,ironia della sorte,tu capiti
dietro con lui.Dopo i primi dieci minuti di viaggio scopri che mentre eri sovrappensiero hai rilassato le
gambe e che il tuo ginocchio è arrivato a toccare quello dell’altro.Ora,lui non l’ha ritratto per
educazione,forse per timore di sembrare schizzinoso, snob o che ne so io,ma tu,anche se fingi il contrario
sai benissimo che quel contatto è,se vogliamo,un ammiccamento sessuale,o magari sessuale no ma è
comunque sintomo di un intimità che fra voi due ancora non c’è,ed è allora che fingendo un movimento
di assestamento sul sedile,del tutto inutile, ritrai il ginocchio perchè la sfrontatezza del contatto fra
ginocchia non ti è intimamente permessa nei confronti di chi hai appena conosciuto,risultato,lui è un
estraneo e diventerà amico solo quando le vostra ginocchia potranno restare attaccate a strofinarsi per
tutta la durata del viaggio senza che nessuno dei due si senta in imbarazzo o... eroticamente scosso o...
inconsciamente gravato da un amicizia che non si sente in grado di sviluppare,capisci la sottigliezza ?>>
<<Mi passi il vino?>>Intervenne Winston con tono seccato,probabilmente per il fatto che dall’inizio della
cena io e Roman non la smettevamo più di parlare delle piccole cose che ci davano fastidio,delle
pubblicità odiose che facevano alla televisione e delle migliori Playmate degli ultimi tre anni,in un
ristorante Francese sulla Settima dove ordinare una Coca era considerato un oltraggio al pudore.
L’idea di questa cena mi venne in testa sospinta dalle migliori intenzioni.Credevo che Winston avrebbe
potuto aiutare Roman a trovare un posto più qualificato di critico cinematografico in un giornale,ma
evidentemente mi sbagliavo.
<<Calvin mi ha detto che ti occupi di critica cinematografica.>>Apriti cielo,il vetusto guardiano della
scrittura aveva rivolto la sua nobile parola al nevrotico scribacchino!
<<Calvin è una cara ragazza’>>Cominciò Roman accarezzandomi lievemente il contorno del viso.<<Ma
a volte parla a vanvera.>>E ritrasse di colpo la mano,spostandosi verso Winston.<<Diciamo pure che la
critica cinematografica mi si addice come i calzini si addicono ai bermuda.Sono piuttosto un missionario
cinematografico,un poliedro saggista,sceneggiatore,autore,attore figlio di puttana,e la questione è poi che
voi non mi credete,dico bene?Voi mi prendete per un pazzo,un fanafarone,un cazzone che vuole fare bella
figura in un ristorante elegante come questo,non avete alcuna stima di me,ve lo si legge dagli
occhi..>>Solo allora mi resi conto che era ubriaco.<<E sapete perchè non mi stimate?Perchè ho le mani




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piene di calli e me la faccio con delle ragazzine stronze che stanno sempre a disegnare occhi su qualsiasi
superfice gli si pari davanti.E cazzo,che volete che ci faccia io,sembra che proprio non possono farne a
meno,le porti al bar e quelle ti chiedono carta e penna,e se non cè nè carta nè penna,tirano fuori la matita
del trucco e ti disegnano quel cazzo di occhio sul tuo pacchetto di sigarette,e quando gli chiedi
perchè,quelle alzano la loro stronzissima faccia dal disegno e ti guardano come se gli avessi chiesto chissà
cosa e masticando un chewin gum a bocca aperta ti dicono con aria da superiore:”Perchè gli occhi sono lo
specchio dell’anima”,e si rimettono a disegnare firmando con i loro diminutivi e la data tipo Carole 96 o
Loreley 96.....ma è qui che vi sbagliate,pensate che se io potessi,non me ne starei nella torretta di
Baywatch a fottermi Pamela Anderson giorno e notte scrivendo appoggiato con la schiena ad una palma
Aloha e Asta la vittoria,siempre?>>
<<Sei mai stato fidanzato Roman?>>Continuò il suo interrogatorio Winston.
<<Cazzo,anche troppe volte.>>
<<E’ andata male?>>
<<Se al tavolo siamo dispari questo significa che,sì,è andata male.>>
<<Non credo sia giusto rinunciare ai propri sogni accontentandosi di quello che la vita spontaneamente e
con pochi sacrifici ci offre.>>Detto questo Winston allineò le sue posate nel piatto.
<<Non sono io a rinunciarci,voglio dire , a volte la situazione è talmente insostenibile che non puoi farci
un cazzo,e non sto parlando per frasi fatte,sto parlando di quelle volte che mi sono innamorato e le madri
di quelle stronze mi hanno messo alla porta perchè non ero proprio simile a John John Kennedy,perchè
non giravo con le scarpe rigorosamente di vernice nera e non leggevo il Financial Times.>>
<<Quand’ero piccolo sognavo di fare lo scrittore,e sembrava che tutto fosse contro di me,la povertà,la
guerra,la lunga depressione,e oggi cosa sono?uno scrittore in piena regola,e non ho usato trucchi,tutto
quello che ho fatto, è stato scrivere.>>Confessò Winston scrutando il fondo del suo bicchiere.
<<Gradite il dessert?No?Forse un espresso?>>S’intromise un cameriere smilzo.
<<Io lo prendo.>>Disse Roman.
<<Anch’io.>>Feci eco.
<<Lo porti anche a me,prego.>>
Lo smilzo s’allontanò sulla scia dei nostri sorrisi.
<<Di cosa stavamo parlando?>>Domandò Roman.
<<Sogni.>>
<<Giusto.>>
<<Il mio,>>Presi la parola sistemandomi meglio sulla sedia come a voler sottolineare l’importanza della
mia affermazione,<<quand’ero molto piccola,tipo quattro o cinque anni,volevo lavorare nell’industria che
fabbrica i cartelli di divieto di caccia,non lo so,ero affascinata da tutti quei cartelli appesi in mezzo ai
boschi,così solitari e fieri di preservare la vita degli animali... boh.>>
<<Anch’io ne ho uno stupido..>>Disse Roman stropicciandosi le mani.
<<Il mio non è stupido.>>




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<<Sì vabbè,il mio sogno,è quello di essere sepolto nel reparto profumeria & cosmetici dei grandi
magazzini in centro,fra tutte quelle creme rassodanti,i balsami al cocco,i campioncini di profumo e gli
impacchi al cetriolo,sotto quelle luci soffuse che fanno scintillare le boccette di vetro lucido..>>
Arivò l’espresso.
<<Roman vuoi un passaggio fino a casa?>>
<<Eh?... Oh no,no grazie,>>Si era scottato la lingua con il caffè per l’improvvisa e inaspettata gentilezza
di Winston che in verità non vedeva l’ora di toglierselo dalle palle.<<V-veramente,io..non sto andando a
casa,ho un appuntamento da Peter fra una ventina di minuti.>>Disse dopo aver controllato l’orologio.
<<Peter?>>Winston s’accigliò,cercando di ricordare quel locale per non fare la figura del capitllo
corinzio.
<<Non è quello sulla Terza strada?>>
<<Hmm...>>Un’altra volta il caffè di traverso.<<nona,è sulla nona.>>
<<La Nona è lontana da qui,pensi di farcela in venti minuti?>>
<<Sono svelto a camminare.>>
<<Davvero non vuoi un passaggio,non mi costa niente,ho la macchina qui fuori.>>
<<Oh no,adoro essere violentato per le strade di notte.>>E la sua risata riecheggiò per l’intero ristorante
con grave disappunto di Winston.
<<Con chi è?>>Gli domandai silenziosamente intrigata dall’idea di Roman con una donna.
<<Cosa?>>
<<L’appuntamento,con chi è?>>
<<Con la commessa di un giocattolaio nel Village,l’ho conosciuta dieci giorni fa al Festival dei Manga
Giapponesi.>>
<<E dimmi,com’è fatta?>>La conversazione stava prendendo una brutta piega,almeno per Winston che
udite le mie prime domande si alzò in piedi e con voce ferma esclamò:<<Conto!>>


Sono arrivata alla convinzione che l’uomo è di per sè un essere sbagliato,debole e amorale.Certi di loro
sono circondati da quella aurea di potenza,sembrano imperatori secolari,amanti insaziabili,certi altri si
fingono sfuggevoli,come leopardi nella savana,consapevoli della loro bellezza e delle qualità fascinatorie
della loro corsa,ma di indole solitaria e autosufficiente,ebbene,in entrambi i casi,se una donna lo volesse
riuscirebbe a trovare le porte calde d’accesso al loro cuore,le quali,minute e celate in una landa di
ghiaccio,se spalancate,rivelano l’intima duttilità e la peccaminosa voglia di ogni uomo di essere
comandato.Questo preambolo potrà sembrarvi fuori luogo,ma in verità è un tentativo disperato di
descrivere ciò che in vita mia non ho mai sentito dire ad altri (forse perchè certi panni sporchi dell’indole
umana vanno tenuti nascosti?),e sto parlando della schiavitù maschile nei confronti del sesso.L’uomo
orgoglioso distorce la propria espressione e ammansisce i caratteri del suo comportamento quando
domanda con il corpo o con la voce ad una donna di fare l’amore.E la stessa posa da mendicante,da
viscido,bugiardo approfittatore,è propria dell’umile,del debole,del sofisticato,del nobile e del ribelle.
Sulla via del ritorno, a pochi metri dal suo appartamento disordinato mentre eravamo ancora seduti in
macchina a discutere animosamente sul fatto che Roman fosse o non fosse un nevrotico ossessivo,la




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didascalica durezza del suo tono mutò improvvisamente.La vicinanza del suo appartamento,ed il fatto che
ci stessimo andando in contro entrambi aveva fatto scattare in lui il processo di imbecillimento
sessuale.L’infastidita superiorità di chi non sopporta che al mondo ci sia gente che la pensa come
Roman,ostentata durante tutto il tragitto,si era ammansita e piegata verso quella ebete accondiscendenza e
palese sintonia di chi sa che tra poco ti chiederà di offrirgli i tuoi genitali e cerca,dunque, di tirar su il
morale alla truppa.Il suo continuo contraddirmi,gli scatti d’ira e la prepotenza intellettuale tipica della sua
indole fascista e schiavista erano svaniti all’improvviso.Era in atto,invece,un difficile tentativo di
convincermi,nelle ultime battute prima di trovarci di fronte al letto e con le brache calate,che io e lui,a
parte tutto,andavamo così d’accordo e ci capivamo senza parlare e che tutta la nostra vita era stata un
brancolare nel buio prima di trovarci e che i soldi non fanno la felicità e.. che ne so,le nostre anime sono
annodate,sono come ruscelli e compagnia bella,che quindi come dovuta conseguenza una scopata sarebbe
stata più che giustificata.
Le mie previsioni in parte furono smentite.
Gli ultimi tentativi li fece sulla porta di casa,quindi preferì il silenzio,credendo d’aver detto e fatto
abbastanza per convincermi.I primi passi mossi nella casa buia,mentre Winston cercava con la mano
l’interruttore,furono insostenibili,come se la nostra presenza non fosse bastata a riempire i vuoti scavati
dall’imbarazzante silenzio.
Chiusa la porta e accesa la luce,Roman mi cinse le spalle con un braccio e mi baciò.Un bacio più umido
del solito,un sottile messaggio del corpo,una metafora ben mirata.Aspettai che mi baciasse ancora un paio
di volte,baci eccellnti chi lo nega,intensi e movimentati e tutto il resto,ma come temevo,questi persero
tutta la loro intensità e passionalità quando le mani di Winston indugiarono finalmente sul mio seno
fremente.Mi sono sempre chiesta,ma un uomo non è capace di dare baci di buona qualità mentre scopa?
Finimmo in camera da letto,sospinti dai nostri respiri ansimanti,qualche altra tastata e poi quella mia
strana affermazione:<<Vado un attimo al bagno.>>Inopportuna e irriverente come lo squillo d’un
cellulare ad un funerale.E lo lasciai nella penombra della stanza da letto con il cazzo dritto e tutti i perchè
del mondo a cavallo della sua erezione.
Una volta chiusa lì dentro,senza una ragione ben precisa,cominciai a spogliarmi,interrompendomi di tanto
in tanto per controllare che la porta fosse serrata.Da dove venisse quella smania di restare sola e nuda
oggi ancora non lo so,fatto sta che una volta davanti allo specchio,senza vestiti e con la pelle d’oca provai
un misto di commozione e piccolezza nel vedere la mia stupida e bellissima immagine riflessa nello
specchio,mai così nitido come quella notte.Guardai l’orologio.
S’era fermato.
Segnava le nove ed un quarto.
Mi sedetti sul bordo della vasca,indecisa sul da fare.
Sapevo che da una parte non era giusto,sapevo che di là mi aspettava una rosea cappella raggrinzita pe il
poco fottere,sapevo che la mia dorata piuma stava per essere stropicciata e sapevo che domani avrei
giustificato la mia dissociazione e improvvisa pudicizia su una tela.I sanitari,così bianchi e freddi non mi
erano mai sembrati così belli,le mattonelle,per terra,simboleggiavano quella perfezione geometrica che
avevo sempre riffugito in vita,erano l’ordine e la coerenza ed erano inavvicinabili.Sopra di loro stavo




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io,con il mio bel corpo nudo tutto curve e piccoli rumori,tenuto insieme da speranze mascherate da
pensieri,e dall’amore di quell’uomo che al di là della porta si domandava perchè diavolo ci mettessi tanto.
E anch’io me lo chiedevo.
Cosa stavo aspettando se non il coraggio di tornare di là,sui binari della vita a fottere,parlare,fumare una
sigaretta,mangiare,dipingere e dormire e sognare e in punto di morte pregare?
La vita bussò alla mia porta.
<<Tutto bene di là?>>
Guardai i sanitari,la doccia,il rubinetto che perdeva,l’armadietto dei medicinali.
Nessuno di loro parlava.
Attoniti.
<<Calvin?>>
Fu così dolce il suono della mia voce che mi venne da piangere.
<<Calvin stai bene?>>
Non lo sapevo,sul serio,non ne avevo idea.
<<Calvin?>>Dillo ancora ti prego,pensavo,dì ancora una volta il mio nome così che io possa sentirlo e
rendermi conto,ancora una volta,una volta ti prego.
<<Calvin?>>
Aprii la porta e uscii,lasciandomi i dubbi dietro alle spalle,appoggiati sul bordo della vasca,dentro il
lavandino,tra i medicinali.
Prima di fare l’amore,mi tolsi l’orologio.
Notai che segnava l’una meno un quarto.
Funzionava benissimo.


Il telefono squillò verso le sette.
Winston,come se intimamente avesse presagito la cattiva notizia,si fiondò a rispondere.
Il professor Masaryk,suo strettissimo amico da trent’anni,illustre esponente della cultura Europea
trapiantata in America,aveva avuto qualcosa di simile ad una crisi cardiaca con le successive
complicazioni di cui sempre beneficiano le persone anziane anche quando prendono solo un raffreddore.
Nemmeno un’ora dopo eravamo in ospedale.
Accanto al letto del celebre professore si era riunita una piccola folla di parenti e amici che borbottavano
senza voce poco dietro al suo leggerissimo sonno,uno stato fisico in bilico tra la vita e la morte.
La monotonia triste di quella veglia aveva sfiancato tutti i presenti.
Se al loro arrivo era stata tutta una concitata corsa ad esaudire le poche deboli richieste del professore,più
luce,meno luce,un po’ d’acqua,un’altro cuscino,adesso la loro attenzione era rivolta verso qualunque cosa
non riguardasse quell’ospedale.
Notai che uno dei presenti,una mezza specie di compositore,si avvicinò a Winston e dopo avermi indicato
con un dimesso cenno del capo gli sussurrò qualcosa nell’orecchio.La risposta di Winston fu un
infastidita spallata all’amico.




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Il professore aprì gli occhi,occhi tristi,occhi disperati,occhi che ancora vorrebbero vedere,occhi che
vorrebbero ridere di gusto.Mosse a fatica la bocca ma non emise alcun suono.Per un attimo la schiera dei
presenti fu scossa e planò ai margini di quel gelido letto di ferro come uno sciame di avvoltoi.
Nessuno riuscì a capire cosa volesse dire.
Muoveva la bocca con una lentezza irreale,incurvava le labbra e gonfiava i polmoni per riuscire ad
articolare un suono,ma tutto ciò che si sentiva era solo il suo respiro sforzato.
Uno squillante vagito di neonato giunse fino a noi dai meandri del corridoio.
In breve tutti ci voltammo verso la fonte di quel suono così vivo e stranamente attraente.
Una madre con il suo bambino in braccio,seduta su di una sedia a rotelle e sospinta dal marito transitò
davanti alla porta aperta della nostra stanza.Qualcuno si avvicinò a parlare con i genitori,a fare boccacce
al nascituro,a scambiare commenti sui propri nipoti con chi seguiva la scena da lontano.
La cosa che più mi attrasse in quel bambino furono le mani.Piccole,esili e orgogliosamente tese verso il
cielo.
Fra i più entusiasti di quella scenetta da presepe riconobbi Winston,in piedi accanto al bambino,con gli
occhi lucidi ed un sorriso ebete dipinto sul vecchio faccione.Mi venne da ridere alla sola idea che lui
potesse volere un figlio da me.Sono sicura che in quel caso avrebbe trovato le motivazioni più alte per
convincermi.Ma come sarei mai potuta diventare madre e allevare dei figli e mandare avanti una casa,il
focolare e tutto il resto se non volevo sottomettermi neppure all’amore che provavo per quell’uomo?
Quando il nascituro scomparve in fondo al corridoio,l’aria nella stanza tornò stranamente secca.Pareva
che la mancanza del bambino avesse causato una subitanea carenza d’ossigeno,e fu come se anche la luce
del sole,filtrata dalle finestre opache avesse perso d’intensità.Qualcuno si avvicinò allo spiraglio aperto di
quest’ultima e si gonfiò il petto degli spifferi di aria sana,altri con la medesima vaghezza restarono sulla
soglia,con il volto teso in avanti,il collo irregolarmente sforzato,in attesa di un seppur minimo alito di
vento,di un accenno di corrente,che sferzasse i loro corpi e i loro vestiti,liberandoli da quella invisibile
polvere di morte.Nessuno tra di loro,nemmeno in privato,avrebbe mai ammesso qual’era la sotterranea
inquietudine che stringeva le narici e ritraeva le mani;era motivo di vergogna,chi lo nega,ma il timore di
venir contagiati dalla morte era più forte di qualsiasi legame affettivo.
Il fatto che l’illustre professore fosse diventato muto e immobile per un tempo troppo lungo non aveva
interessato nessuno.Mi sembrò che ci si sforzasse di evitare,anche solo con la vista,un contatto con il letto
dell’ammalato.Questa fu poi la grave ragione del perchè nessuno si fosse accorto di come il professore
fosse spirato fra agonia e solitudine dietro alle schiene degli amici e dei parenti,tutti voltati verso la luce
del nascituro,lontani dalle ombre infette del morente.
Nessuno al momento della tragica scoperta ebbe il coraggio di parlare.
La riverenza che seguì al trasporto del cadavere nella camera ardente pareva mirata più al concetto di
morte che alla mancanza dell’amico; passeggiavano a capo chino,meditabondi,le mani strette nel fondo
delle tasche,scambiandosi lunghe occhiate di comprensione.Qualcuno sbirciava di sfuggita l’orologio
come un ladro che controlla la merce rubata.Era chiaro che tutti loro non vedevano l’ora di andarsene.
Per il resto della giornata Winston rimase seduto davanti ad un foglio di carta bianco.




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Per una volta l’enigmatico linguaggio della morte aveva reso comprensibile il suo alfabeto ,ed era questo
che lui cercava di immortalare sulla carta,come un rito per esorcizzare l’oscura presenza,ma le parole
mancavano,non bastavano,per dire ciò che aveva sentito era necessaria soltanto una data,in chissà quale
futuro,vicino o lontano,con il suo nome scritto appresso.
E io questo non potevo sopportarlo,vedere quel suo viso imperscrutabile e maturo farsi molliccio,piagato
dai dubbi,aperto come una grande ferita sanguinante,era per me come moltiplicare il numero dei miei
anni,divenire d’un tratto un naufrago aggrappata ai bordi della vita,implorante.
Dopo aver visto tante teste bianche tremare di fronte alla possibilità di crepare,mi vestii come una tossica
del Village e sgattaiolai in strada,nei cassetti segreti del quartiere a cercare la sicurezza della povertà e il
vigore della sofferenza che il Pitone ostentava nei sotterranei della città.Mi bastò seguire le sue orme,un
paio di bar,qualche stazione della metropolitana ed una pompa di benzina,per poi trovarlo seduto su un
vaso di fiori rettangolare,vuoto,cioè pieno di terra rancida ma senza fiori o piante,con tutti i suoi modi di
fare e gli occhi persi nel vuoto e la mano che piano piano scendeva giù e lasciava una dose nella mano di
chi stava sotto ad aspettare e ringraziare per la sua misericordia.Non sembrò affatto sorpreso di
vedermi.Alzandosi si mise al mio fianco e cominciammo a passeggiare,lui con quell’aria da chi non
conosce nessuno e non vuole essere messo in mezzo,io con la malizia del rischio e del proibito eccitata
accanto a lui.Camminavo con la schiena lievemente incurvata in avanti come se sulle spalle portassi il
peso delle visioni di Winston,tutte quelle storie aggrovigliate e indistricabili,le sue forti parole e le prese
di posizione,me lo vedevo e rivedevo mentre alzava la voce perchè tutto sapeva lui e io che ero un
infedele l’avrei un giorno lasciato ma nonostante tutto mi amava e sopportava il resto degli esseri umani
perchè aveva in sè tutti i sogni del mondo e aveva visto l’Eternità già un paio di volte e peccato che non
poteva condividere la sua esperienza con nessuno perchè era stata davvero una gran cosa,da rimanerci
secchi,smettere di comprare il quotidiano e uccidere i propri genitori.
<<Ti ho visto,sai,con quel vecchio.>>
<<Quando?>>
<<Chi è?>>
<<Quando mi hai visto?>>
<<Ci vai a letto non è così?>>
<<Rispondi alla mia domanda,dove mi hai visto?>>
<<Al supermercato,tre o quattro giorni fa,non mi ricordo,e allora?>>
<<Secondo te?>>
<<Sì.>>
<<Esatto,me lo scopo.>>Mi stupii il fatto che non avesse accennato neppure per un attimo all’idea che
Winston sarebbe potuto essere mio padre,o mio nonno,aveva una strana certezza della nostra relazione.
<<Come hai fatto a capirlo?>>
<<Te l’ho detto,eravate al supermercato insieme.>>
<<Questo non vuol dire.>>
<<Sì che vuol dire,senti,lavoro in questo quartiere da cinque anni,ogni giorno mi faccio tutte le vie,gli
angoli le stazioni del metrò,i vicoli ciechi,i retro bottega,i parchi,conosco a memoria le facce di tutti quelli




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che lo abitano.Ora,il tuo vecchietto l’avevo notato già altre volte,già con altre donne,ma ascolta,l’ho visto
andare a fare la spesa con ognuna di loro,ma mai al supermercato,andava dal suo alimentari di fiducia
magari,ma al supermercato no.I supermercati sono il tempio delle famiglie o delle coppie.Se con una di
quelle donne avesse avuto una relazione più.... più intima ecco,le avrebbe di sicuro portate là.>>
<<Beh.. ora che ci penso,quella del suepermercato è stata un idea sua,anche il fatto che lo
accompagnassi,sembrava che ci tenesse molto..>>
<<E’ come ti ho detto io,ma di sicuro se tu glielo chiedessi lui negherebbe tutto.>>
<<E perchè?>>
<<Perchè è uno stronzo.>>
<<E perchè è uno stronzo?>>
<<Perchè una donna come te non la si porta al supermercato.>>
<<Perchè?>>Sottolineai con una voce in falsetto il mio ennesimo perchè.
Mi guardò per un attimo.<<Piantala.>>
<<Perchè?>>
<<Smettila,puttana,mi dai ai nervi.>>
<<Perchè?>>
Il pitone si bloccò di colpo e mi afferrò un braccio,tirandomi con violenza a sè.Le nostre bocche erano a
poca distanza l’una dall’altra.Riuscivo a sentire il suo alito che sapeva di tabacco,birra e tacos.
<<Fanculo,vuoi sapere il perchè?Te lo dico io,perchè se tu fossi la mia donna,ti metterei una benda sugli
occhi e ti incatenerei dentro casa.Non usciresti mai,ti dimenticheresti come è fatto il sole,sempre
sola,sempre in silenzio in attesa che io ti fotta.Questa storia di prendervi i vostri diritti,l’emancipazione e
tutte quelle altre puttanate per me non contano un cazzo.>>Gridò e subito mi lasciò andare,riprendendo il
lento cammino.
<<Pitone?>>Tornai seria perchè nei suoi occhi avevo letto la disperazione e la voglia di piangere sulla
spalla di qualcuno.
<<Per me le donne sono solo delle gallerie,dove gli uomini entrano con le loro macchine a gran
velocità,scaricano il seme,si godono quel poco di fresca oscurità e dopo se ne vanno per la loro strada
con la stessa celerità con cui erano entrati.>>
Smisi di camminare.
Il Pitone avanzò fino a scomparire dietro l’angolo,senza voltarsi indietro,neppure per sbaglio.
Mi sentii come se fossi rimasta bloccata in un ascensore strettissimo con un nano tempestato
dall’acne,con gli occhi a mezzaluna persi nel vuoto e con un grande cartello appeso al collo con su
scrito:<<Sono un epilettico.>>




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Vi capita mai di pensare,come dire,a chi è più sfortunato di voi e via dicendo?A me succede quando
faccio la spesa.Trovarmi circondata dai detersivi,dal cibo per cani,dai sughi già pronti,dalle fialette
concentrate di ginseng e compagnia bella mi fa venire in mente quelle immagini che si vedono nei
telegiornali,mentre guardo tra i prodotti dietetici avverto una remota sensazione di colpa che quasi mi
atterrisce,sento le voci,giuro,le voci degli affamati di tutto il mondo,come se fossero nascosti tra le
scatole colorate delle creme anticellulite.Esco sempre dal supermercato con lo sguardo di chi ha
commesso un atto deplorevole contro l’umanità intera, e mi vengono in mente quei missionari cattolici
che rischiano la loro vita per salvare quella dei bambini affamati con il pancione gonfio di niente mentre
appiccico i bollini sull’apposita scheda promozionale che una volta riempita mi farà avere in regalo una
splendida centrifuga a quattro tempi.Devo ammetterlo,delle volte ho la coscienza così pesante che il solo
accendere la televisione mi fa venire voglia di piangere e correre a confessarmi.Allora non l’accendo,ma
poi mi dico,uno,io non credo in Dio,quindi si esclude la possibilità di spifferare tutto ad un prete,e due,se
tutti la pensassero allo stesso modo,nessuno più guarderebbe la televisione,e tutti gli uomini che ci
lavorano dentro si ritroverebbero disoccupati,nessuno più acquisterebbe prodotti al supermercato,ed allo
stesso modo l’economia del paese ne risentirebbe gravemente ed in breve ci ritroveremmo senza soldi e
senza cibo,col pancione gonfio di niente e le mosche che ci ronzano negli occhi.In tal caso i missionari
dovrebbero soccorrerci,abbandonando i bisognosi del terzo mondo,il cui problema sicuramente non è
nuovo,così il mio non andare al supermercato e non accendere la TV non farebbe che nuocergli
ulteriormente,e allora cosa volete che vi dica,ben vengano i 3x2 e le offerte promozionali.
Comunque questo non era quello che volevo dire,bisogna allungare il passo se vogliamo arrivare alla fine
della storia prima di stasera,con tutto che adesso mi fa male la mano e ancora mi sembra di non aver detto
molto,e quel poco,di averlo detto male.Torniamo a noi,si dice che ci si innamora del proprio compagno
ogni giorno durante una relazione,è quando questo non succede che le cose cominciano ad andare a
rotoli.Gli uomini spesso danno per scontato che l’esser stati giovani e aitanti e romantici in passato,gli dia
la libertà di ingrassare e diventare impotenti e bisbetici e di scorreggiare e ruttare a tavola davanti al pollo
farcito che avete cucinato con tanta fatica.Personalemte mi successe di rinnamorarmi di Winston un




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mattino ombroso di Ottobre,quando al mio risvelio trovai i miei piccoli piedi nele sue mani ossute e
nervose.
Li sentivo così caldi e riposati che mi venne in testa l’idea che Winston una volta compreso
l’impossibilità di sedurre la mia mente,stesse cercando di far innamorare il mio corpo,lavorandoselo
pezzo per pezzo.Magari è una cosa scema ma mi venne in testa così.
Con tutto che lui mi disse che erano ore che li stava accarezzando.
Quando gli domandai il perchè lo stesse facendo,la sua risposta mi sorprese:<<Certe opere sono più
chiare a chi le legge che a chi le scrive.>>Era una frase che aveva già usato in precedenza per descrivere
alcuni suoi racconti,ma questo non aveva importanza perchè come dicevo,la mattina era cominciata nel
migliore dei modi,tutto quello che sarebbe seguito sarebbe stato un concerto di prime volte e grazie e di
niente ,amore.
Era questo che i sessuologhi di tutto il mondo additavano con l’espressione l’ammorbante di monotonia
della vita di coppia?Pettinarsi i capelli mentre lui si faceva la barba dividendosi lo specchio,vestirsi e
darsi dei consigli contemporaneamente sugli abiti da indossare,fare il nodo alla sua cravatta e farsi
chiudere la chiusura lampo sulla schiena,ascoltare le notizie alla televisione bevendo il caffè della qualità
che piace a entrambi,salutarsi sulla porta con un bacio pieno di promesse e pensare,pensare,a lui e a
voi,tutto il giorno?


<<Dovresti dare una pitturata a queste pareti,magari un giorno posso pensarci io.>>
Il pitone sollevò le spalle per niente colpito dalla mia proposta;secondo i suoi canoni,vivere in una stanza
angusta e soffocante come una serra d’estate con la vernice cadavere sui muri anneriti dal fumo e la
cenere sparsa per terra e tra le lenzuola del letto sfatto era una sistemazione più che dignitosa e magari il
tentativo di abbellirla sarebbe potuto sembrare un atto di superbia nei confronti del mondo,e degli acari e
dei topi che con lui convivevano.
<<Ce l’hai una sigaretta?>>Mi domandò passandosi la lingua tra i denti e il labbro per scrostare le pastoie
della notte annidatesi nella sua bocca.
Gliela porsi.Scoprendola troppo leggera il pitone strappò il filtro e se l’infilò fra le labbra ;teneva gli
occhi semichiusi perchè il fumo non vi ci entrasse e lasciava che la cenere cadesse tutt’intorno ai suoi
movimenti ciabattati.Detta così potrebbe sembrare che fossi piombata in camera sua alle prime luci
dell’alba,ma erano le cinque di pomeriggio. Avevo dipinto per tutto il giorno,e come ogni volta che
terminavo un quadro, una deleteria voglia di condividere la mia potenza con qualcuno mi assaliva .
<<Lo vuoi un caffè?te lo offro.>>La buttai là,senza speranza.
<<Non dovresti berla quella merda,buca lo stomaco.>>
Accettai senza discutere.Mentre egli era in bagno mi gettai sul letto ancora caldo.
La prima cosa che disse quando tornò dalla latrina fu:<<Porti sempre le mutandine azzurre?>>
Evidentemente aveva sbirciato con i suoi occhi semichiusi sotto la mia gonna.
<<Solo quando le porto.>>
<<Come va con i quadri?>>Mi domandò sputando fuori della finestra la cicca della sigaretta.
<<Sto aspettando la risposta da un gallerista a cui ho fatto vedere un paio di cose.>>




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Il pitone estrasse dalla tasca del suo giubbotto una pistola.
Cercai di nascondergli il subitaneo moto di terrore che aveva contratti i muscoli del mio viso.
<<Cosa ci fai con quella?>>Bofonchiai fra i denti.
<<Mah.... niente,mi difendo.C’è un sacco di brutta gente in giro per i parchi.>>La sua replica aveva un
chè di ironico.
<<Sei in procinto di uccidere qualcuno?>>
<<Che?>>
<<Devi uccidere qualcuno?>>
<<Non ancora,ma un giorno o l’altro.... tu non hai nessuno a cui vorresti sparare in bocca?>>
Ci pensai su;un paio di persone c’erano,ma senza motivo mentii.
E poi volli coglierlo di sorpresa:<<Vuoi fare l’amore con me?>>
Il pitone si avvicinò senza perdermi di vista.Arrivatomi di fronte ,tese il braccio e mi puntò la pistola in
mezzo agli occhi.La canna era fredda.Mi mancò il respiro per un brevissimo istante come se fossi stata
attravaersata da una scarica elettrica.Non capivo,non capivo quella sua faccia diventata tutt’a un tratto una
carcassa d’automobile dopo un incidente,rabbiosamente compiaciuta della sua fierezza.
<<.....vuoi farlo?>>Ancora oggi non so dire quale significato avessero quelle parole,implorate come una
preghiera o una confessione con un alito di vita sbattuto contro il gelo della morte.
Il Pitone scosse la testa e lasciò cadere la pistola per terra.Poi si stese sul mio corpo come fosse l’onda
alta che viene dall’oceano a schiantarsi sulle spiagge lunghe della costa.E fu mentre lui faceva il suo
compito in me che mi ricordai della mia prima volta,quando avevo dieci anni nel sole caldissimo di
Agosto,ed ero sola a giocherellare con le spighe di grano per le pianure adiacenti Little Big Horn,dove il
vento passa svelto per paura di restare imprigionato dalla noia e ingoiato dalla terra.
La rividi com’era allora quella vallata di grano e ronzii di api,riprovai l’estasi di poter gridare e non essere
ascoltata,di correre senza esser vista nel gracidare delle cicale,di graffiarmi le ginocchia sugli sterpi e i
piccoli sassi appuntiti,di essere in un non luogo mio e soltanto mio,almeno credevo,ma poi ci fu quel
giorno in cui versai il mio sangue sulla terra della madre America,in cui le parole furono soffocate in gola
dai sussulti,la prima volta che fui prigioniera e non volevo scappare.Quell’Indiano era apparso a
cavallo,lontano e smarrito sul sentiero polveroso che fiancheggiava il campo di grano,occhi di ferro
cacciati in un corpo di legno rosso senza età.Io mi ero alzata in piedi,con la mia gonna spiegazzata e la
spiga di grano fra i denti perchè volevo vedere cos’era un Indiano e domandargli se era vero tutto quello
che raccontavano di loro-che bevevano il sangue dei loro nemici,che mangiavano il cuore dei lupi,che con
un semplice ballo potevano invocare la pioggia,che le anime dei loro caduti ogni sera tornavano a
combattera per la vallata-e così fu come se l’avessi chiamato io;avanzò con il suo cavallo e i tratti delle
leggende sui vestiti e sulle rughe intarsiate nel volto immobile come la corteccia di un albero;venne lì di
fronte a me, senza fiatare ,come un feroce animale selvatico che sa di non aver bisogno di ruggire per
sottomettere la sua vittima.Strappai una lunga spina di grano e gliela porsi con occhi supplichevoli.
In un attimo l’Indiano era smontato da cavallo e le sue mani forti e indurite dalle cicatrici mi furono
addosso,sulle spalle,sulla bocca;sentivo che quei gesti che ora mi spingevano e domavano erano gli stessi
che aveva usato in passato per lottare contro gli orsi,per cacciare i bufali o difendersi dai lupi o uccidere




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un nemico.Ma non avevo paura.Ero schiacciata a terra sotto il suo peso,prigioniera della sua ombra, senza
fiato, la mia faccia spinta sotto la sua spalla.Una spalla che odorava di terra e sudore e cenere,una spalla
arsa dal sole che aveva portato su di lei tronchi d’albero,tronchi che sarebbro divenuti totem nel centro del
villaggio,un villaggio che questa bionda ninfetta spregiudicata avrebbe spiato,la stessa ninfetta cui allora
venivano strappate le mutandine,che sentiva dentro di sè l’eco lontano di uno strappo e aveva negli occhi
sbarrati e lucidi l’insostenibile luminosità del grande Sole .Non mi aveva toccato,neppure per un istante
quelle dure e nervose dita,simili a radici essiccate avevano sfiorato la mia pelle bianca puerile.A quei
tempi non sapevo niente di sesso.Non mi interessava come nascevano i bambini.Per lungo tempo ero stata
combattuta,volevo chiedere a mio nonno di cosa parlavano le ragazze più grandi quando si riunivano in
gruppetto e sghignazzavano come delle stupide oche,e anche dopo l’accaduto,avrei voluto racontargli
tutto e chiedergli il perchè,ma non lo feci.Perchè lui era un uomo.Come l’Indiano che mi aveva inchiodata
a terra,fra il grano appassito e i muschi,che andava e veniva dentro di me e mi faceva sentire come
pugnalata da quei sassi scalfiti e taglienti che adoperavano i selvaggi come armi.Da qualche parte,nel mio
corpo provavo un forte dolore,ma non so dir dove perchè era troppo lontano per sentirlo,era soffocato da
tutti i fiumi e i laghi e gli oceani del mondo sui quali viaggiavo e dentro cui mi immergevo senza
respirare per tempi lunghissimi,nuotando contro corrente verso il fondo,il manto nero inavvicinabile
dietro ai tenui bagliori come lame azzurre,fra le rovine coeperte dalle alghe di antichissime civiltà
ammutolite lì sotto,al buio,dove per la prima volta erano giunti gli occhi di una bambina,una preda in fuga
per la savana,tenera carne tra le fauci del diavolo,neanche il tempo di una preghiera che lui era già in
marcia dentro di me come un ardito speleologo che divarica il tuo corpo e s’infila nella tua anima che è
innocente e indifesa come un lenzuolo steso al sole sferzato dal vento.
E divenire imoprovvisamente il letto d’un fiume caldo!
Lui s’era ritirato,abbandonandomi,era stato più duro lasciarlo andare via che farlo entrare.
Lo sentii svanire per il sentiero.Avevo gli occhi chiusi.Rimasi immota,fasciata dal silenzio nella mia culla
pungente,nella stessa identica posizione che l’aveva accolto,le gambe divaricate,leggermente inarcate,la
gonna spinta sopra la pancia e quella porta divelta,sotto il cielo azzurro e la luce del sole tra le più alte
spighe di grano del Montana,centinaia di migliaia di fili d’oro puntati contro l’universo,le radici
aggrappate all’erba secca e lì sotto scarabocchiata dalle ombre filiformi quella bocca un giorno muta e
sconosciuta nascosta da biondi arabeschi rampicanti e virgole dorate, oggi spalancata e leggermente
sanguinante-poche gocce d’un liquido viscoso bevute dalla terra-quel pozzo,quel gorgo,quella gola
assetata intorno a cui tutto sentivo ruotare e spingere per entrare,perchè era da dove eravamo venuti e
dove tutti saremmi voluti tornare,una,mille,cento bocche diverse, tante smorfie,tante forme, tanti colori
differenti,che ingannano e che sfamano e danno vita per qualche ora ,che anch’io mi sarei portata dietro
negli anni una volta rotto il guscio e nella mia piccolezza inoltre avrei cercato di imprigionarvi dentro
tutte le carezze e i complimenti e i baci sulla pelle che mi avevano fatto crescere e spingere fino a quel
punto,a gambe divaricate di fronte all’America che lavora e che uccide,quell’America mai rivoluzionata
del tutto,puntata di fronte al mio nero occhio bucato e inumidito d’importanza perchè sa che è tutto un
chiaccherare e passeggiare nelle sue vicinanze e al momento giusto tuffarsi e provarci... quell’Indiano
senza nome che nell’irresponsabile età di dieci anni avevo amato per un secondo o un secolo con gesti




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felini aveva sciolto in me quel fiocco che ogni essere umano si porta dentro senza saperlo.D’ora in poi i
suoi lembi avrebbero svolazzato dinanzi ai sentimenti ai giuramenti ai tradimenti,a volte
toccandoli,sfiorandoli appena mentre la vecchiaia facendo il suo corso avrebbe devastato il mio viso e il
lavoro piagato le mie mani e arrruginito le ginocchia senza che me ne accorgessi,come se qualcuno ti
mettesse un po’ di veleno nel piatto giorno dopo giorno.L’Indiano senza nome m’aveva rapita dalla quiete
delle piante e scaraventata tra gli uomini che sudano che giocano al bingo che muoiono,senza un filo di
speranza,solo un impercettibile linea di sorriso,quasi disegnata nella sabbia da un bastoncino;alla fine
tutto il resto divenne niente.Era niente.
Alla fine restai solo io.


Una scarpa senza lacci.Una scatola di pollo fritto vuota.Una televisione senza antenna.Poche macchie di
sperma sulle pieghe delle lenzuola gialle.E il mio corpo nudo incurvato sulla finestra al vertice delle
diagonali disegnate dagli oggetti .Eccomi di nuovo insoddisfatta,davanti al Pitone,trasformatosi da pira
funeraria a brace scoppiettante imprecazioni e versi incomprensibili,a guardare di fuori gli uomini di
colore alla fermata,soli con le loro grandi labbra rosa e gli occhi bianchi come il marmo,schiavi della
povertà da cui erano scappati abbandonando le proprie famiglie su delle palafitte imputridite per
venire,ancora con la sabbia nelle scarpe a farsi insultare in una lingua diversa dalla loro-lontani dai
baobab,dagli elefanti,dagli idoli del fuoco,dell’acqua,lontani dai fratelli,dalle sorelle,dai tamburi e dalle
danze cerimoniose- a conoscere la discriminazione e la neve-che al loro paese non avevano mai visto-
avevo una gran voglia di correre di sotto e gridargli di non lasciarsi andare,di non dimenticare lo sguardo
dei leoni affamati,li avrei amati tutti nelle palafitte del loro paese se solo ne avessi avuto il tempo,ma
c’erano tante cose interessanti da dire nei bar del mio quartiere!Ripresi a vestirmi,senza dare
spiegazioni.Un altro giorno se ne stava andando,un altro capodanno che si avvicinava e un altra
fondamentale domanda cui dare risposta:<<Cosa faresti se la reincarnazione esistesse davvero e nella tua
promissa vita venissi reincarnata in ragazzino povero del Bangladesh costretto a vendersi un polmone per
sfamare la famiglia numersosa?>>Gettando là un eventuale data per il nostro prossimo incontro,che per
altro sarebbe stato tutta un attesa di vedermi senza mutande impegnata in una fellatio,uscii dalla sua
stanza e tornai dalle mie parti.
Alla porta venne ad aprirmi Roman,smascellato per l’emozione.
Due famosi collezionisti erano nel suo salotto,tra le puntate registrate di Baywatch e gli appunti su Sharon
Stone,mi aspettavano,mi disse.
Si presentarono,quasi contemporaneamente.
<<Phlip .... e Naomi.... La Mantia.>>
<<Calvin.>>
<<Vorremmo parlarle dei suoi quadri.>>Disse Philip rivolgendosi immediatamente verso la
moglie,Naomi, una calda orientale autoritaria dal fascino discreto d’un vaso di giada.
<<Cos’è che devo sapere?>>
<<Che ci piacciono!>>Asserì Phlip convinto da un occhiata di intima approvazione della moglie.




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Avevano intenzione d’esporli,questo capii di tutti quei loro discorsi armoniosi e intrecciati seppur senza
nodi,equilibrati come un nudo blu di Matisse,recitati per lo più dal marito sotto il morbido compiacimento
della mogliettina dai capelli di seta nera che accettava o rifiutava i pensieri dell’amante di troppi Natali
che erano preghiere alla sua esotica linda femminilità assaporata e acquistata da quei suoi capelli biondi a
caschetto quand’era giovane per i locali più costosi di Chicago con una birra europea nella mano e tanta
voglia di parlare per ore in macchina di arte-vita-morte-miracoli e magari di posare il palmo della mano
sulla conca umida di una sprovveduta,e poi ecco che gli capita una minuta pantera con due tatuaggi sulle
parti superiori delle braccia e gli capitano i miei quadri consigliati da un mercante di possibili miracoli e
a questo punto il salotto di chissà chi con sua moglie che pare incredibilmente padrona della situazione
anche se gli sfuggono i pensieri impuri del marito sulla emotività di quell’equilibrista della pittura,e lui
che ne ha viste tante può davvero dire che i suoi quadri meritano di più anche se ce la sta mettendo tutta
per non pentirsi d’aver sposato quell’orientale padrona di casa troppo presto,ma ve l’hanno mai detto che
la felicità non esiste,neppure tra pareti rosse al centro di Manhattan coperte da Lichtenstein,Cezanne e
Munch?La loro sfacciata consonanza aggroppante mi disturbava.Non ho mai permesso a nessuno di farmi
venire dei dubbi.
Eccoli nella mia testa,li rivedo come fosse oggi,non sono mai stata così contenta di stringere due mani,li
vedo assicurarmi un mucchio di cose e farsi belli e indissolubili come nessuno quando si avvicinano
all’ascensore che mettendoci troppo a salire ci fa piombare in un imbarazzante limbo di confronti fisici
con gli occhi quasi bassi,e poi finalemnte l’arrivederci e le grida di chi forse ce l’ha fatta e tanto lo sapeva
fin da bambina che era speciale e allora tutto gli si perdonava-mi sentivo come se Frida Kahlo mi avesse
invitato a cena e a giocare a minigolf-abrracciai Roman con forza perchè avevo paura che la mia anima
composta di sabbia,lava e vento si dissolvesse nella stanza come uno sciame di farfalle dipinte
d’oro.Ancora non sapevo perchè combattevo,e forse non l’avrei mai saputo,ma una battaglia era già vinta.


Questo pensiero mi venne in testa mentre facevo l’amore con Winston che tanto non era così ingegnoso
da impegnarmi anche la mente che allora galoppava sulle punte di spillo dei miei pensieri infrangendo
barriere e ricomponendosi in lastre di vetro che fluivano l’una nell’altra e tracciavano disegni e lucchetti
che si aprivano soltanto con i matrimoni e le gite in battello sul fiume bevendo thè freddo .Che la civiltà
moderna è l’incontro della donna che piange di Picasso e del volo di Icaro di Matisse,conosciutisi in una
strada vuota nel centro di Parigi in un giorno di pioggia di Settembre sulle foglie bagnate dei platani,tutto
il resto è storia dei nostri giorni,un rumoroso pugno di polvere sbiadito e malato,lanciato nel fondo dello
spazio affondato a naufragar tra le galassie senza motivo nè destinazione,solo la gioia della sua
presenza,con il mio senno a fargli da ancora.E come sempre tutt’intorno un concerto di edifici e
monumenti che sarebbero sopravvissuti anche alla mia morte:Il Metropolitan Museum of Art,Cleopatra’s
Needle nel Central Park,il Madison Square Garden con i suoi echi e il Rockfeller Center con i suoi
pattinatori imbacuccati e quella strana statua che sembra d’oro che si getta di schiena a schiacciar la stessa
mano che l’ha costruita.Dio,se c’è,non ha stile.Come me.


<<Devi prima far cuocere la cipolla,mettila nella padella con un po’ d’olio,falla rosolare.>>




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Winston era dietro il bancone della cucina davanti alla verdura senza saper bene cosa fare.
Mi avvicinai alla credenza.
<<Lascia,faccio io.>>Mormorò quasi risentito,togliendomi la bottiglia d’olio dalle mani.
Ne versò una gran quantità nella padella.
<<E’ troppo.>>
<<No,è giusto così.>>
<<Devi farle rosolare,non affogarle.>>
<<Oh... mi fai fare qualcosa?>>
<<Ok,ok non brontolare.>>
<<Non sto brontolando.>>
<<Sì che stai brontolando,come se t’avessi fatto qualcosa.>>
<<Non mi hai fatto niente e non sto brontolando senti,fai una bella cosa,mentre io cucino perchè non vai a
vestirti,così guadagniamo tempo?>>
Caddi dalle nuvole.<<Perchè?Dove andiamo?>>
<<Alla presntazione del libro di Craig,non ricordi?>>
<<No>>Risposi pensierosa.
<<C’è qualcosa che non va?>>
Alzai le spalle.
<<Che ti prende,cos’è quella faccia?E’ la presentazione d’un libro mica un funerale.>>
<<Con voi altri non c’è poi una gran differenza.>>L’olio che friggeva nlla padella coprì le mie parole.
<<Che hai detto?>>
<<Niente.>>
<<No,dimmi.>>
<<Con voi non c’è poi grande differenza tra la presentazione d’un libro ed un funerale.>>
All’improvviso Winston smise ti tagliare le carote a fettine.<<Che cazzo significa?>>S’era sforzato di
mantenere il tono della voce piatto e amorfo così da dare l’impressione di non essersela presa affatto,ma
la parola cazzo sfuggì al suo controllo e si caricò d’un rancore spigoloso che le mie orecchie nel recepirla
ne rimasero contuse.
Dovevo andare in bagno.Mi allontanai senza parlare.
<<Calvin,che significa?>>Aveva il tono di una importante interrogazione.
<<Significa che sei noioso tu e sono noiosi i tuoi amici filosofi che dicono che vogliono morire,vogliono
morire......>>Entrai in bagno chiudendomi Winston e la porta alle spalle.


Evidentemente non aveva superato l’affronto subito poichè nel taxi riprese la spinosa conversazione.
<<Grazie per essere venuta.>>Ironizzò.
<<Non devi ringraziarmi.>>Dissi accendendomi una sigaretta.
<<Se per te è una tale tortura sopportare i miei amici allora significa che stai facendo un sacrificio per
me,ed io questo l’apprezzo molto.>>




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<<Non lo faccio per te,capoccione,lo faccio per me;alle feste dei tuoi amici offrono sempre degli aperitivi
di gran qualità.>>
<<Perchè mi fai questo,eh?>>
<<Faccio cosa?>>
<<Vuoi irritarmi,cos’è che vuoi da me?Cosa vuoi?>>Disse così,ma sapeva intimamente che la verità era
un altra,era la gloria verso cui io correvo incontro e che invece a lui lo stava ricoprendo di quei
riconoscimenti alla carriera che sanno tanto di:”D’accordo,un giorno eri qualcuno,eri anche bravo,ma
adesso levati dalle palle perchè puzzi di naftalina e a dirla tutta non hai neanche un bell’aspetto”.
<<Sai una cosa Winston,è da tempo che me lo stavo chiedendo.>>
<<Dimmi....>>
<<Dove vanno gli spazzini dopo il lavoro?Voglio dire non ne ho mai visto uno in giro,neanche i miei
amici,è come se non esistessero,neanche per sentito dire.... guarda che è strano.>>
<<Vaffanculo.>>
Lo baciai sulla guancia.
<<Non prendertela,>>Gli sussurrai in un orecchio,<<sono la tua ragazza,è il mio compito quello di farti
incazzare.>>
Winston sospirò,scuotendo la testa.Sapevo che dicendogli,sono la tua ragazza,tutti i fantasmi che
s’addensavano fra le sue tempie e che premevano sul cuore sarebbero volati via immediatamente.Alla sua
età una smorfiosa squattrinata era quanto di meglio potesse desiderare.


Ma arriva un momento mentre sei innamorata in cui cogli la tragedia dell’esser giovane sul ciglio della
maturità e pensi di fuggire perchè dietro al tempo che si maschera in anni e compleanni sai che è in arrivo
il sonno e la stanchezza e la paura di essere rimpiazzata,le lunghe lettere che vi scrivevate si
arruginiscono e perdono post scriptum, parole,frasi intere,diventano cartoline riempite che nei giorni,nei
mesi si essiccano tramutandosi prima in aridi biglietti di saluti e infine sfioriscono in brevi telefonate
dalla linea disturbata ,come sassi in mezzo al deserto, in cui chiedere:<<Che tempo fa lì da voi?>>,le
sorprese che un giorno sbalordivano diventano regole da occasione suggerite da un amica comune perchè
mancano le idee e quei lunghi abbracci caldi inacidiscono in pizzicotti sulle guancie e baci asciutti a
mezza bocca,senza più voglia neppure di litigare,arriva un tempo,se non si fa attenzione,in cui si smette di
riscaldare i piedi del compagno quando entra fra le lenzuola fredde e ci si ritrova a russare uno contro la
schiena dell’altro.Ma quello che va smarrendosi non è l’amore come attrazione,o lo stile di una
convivenza durata troppo a lungo, è piuttosto la capacità di gioire insieme per il suono di un pianoforte o
per una sigaretta fumata dopo che si è fatto l’amore,è una sintonia, un atmosfera,un brivido,una
vibrazione...
Questo lo sapeva anche Winston,ma a volte gli errori sembrano dovuti e necessari.Non possiamo evitare
di compierli.Aspettiamo soltanto di vedere dove ci porteranno.Cosa vinceremo.E cosa perderemo.
Il suo cuore era ridotto ad un bicchiere di latta sforacchiato dai proiettili,e quel grande amore che esso
conteneva e che avrebbe dovuto conservare anche per sè,vi scorreva attraverso in fiotti e zampilli,colava




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fuori senza argini nè logica,sbrodolando         pozzanghere,inzaccherando chiunque lo avvicinasse.Mi
chiedevo,cosa succederà quando la sua riserva sarà finita?
Certi cupi pomeriggi senza lavoro lo vedevo nascondersi fra i suoi libri.Seduto in terra fra due colonne di
volumi,le ginocchia conserte coperte da giornali.Io,da qualche parte nella casa dipingevo.Di tanto in tanto
mentre impastavo il colore mi voltavo a guardarlo.Lo vedevo come un bambino che si tiene strette nella
mano le sue due o tre caramelle ma vuole far credere agli altri di averne le tasche piene.Diceva di
amarmi,ritirando verso di sè i fogli che lo accerchiavano,lo diceva digrignando i denti,spedendomi delle
occhiate come tagliole per volpi.Era inconsolabile perchè la gente lo considerava ormai alla stregua di un
antichissimo libro,con riverenza e cautela,interessandosi più a ciò che rappresentava che a ciò che
era,nessuno leggeva più il suo contenuto scritto in caratteri troppo antichi,era sorpassato,forse troppo
lento,di gran valore chi lo nega,era un onore averlo in salotto aperto ad una pagina qualsiasi,ma dentro di
lui sapeva,come solo gli scrittori possono,che nessuno lo avrebbe più seguito.


Durante la notte,all’incirca verso le cinque del mattino, mi alzai dal letto perchè una zanzara mi aveva
punto.
Accesi la luce nella stanza e impugnai il cuscino.Con due tentativi andati a vuoto,finalmente al
terzo,uccisi il noioso ospite.Intanto mi era venuta voglia di fare la cacca.
Arrancai nel buio con le braccia tese,procedendo a piccoli passi senza staccare mai i piedi dal
pavimento,come se vi fossero incollati.Urtai uno sgabello che si rovesciò.
<<Che succede?>>Proruppe dal sonno Roman,allarmato da dietro la porta della sua stanza.
<<Devo andare in bagno.>>
Vi entrai,accesi la luce e rimasi accecata.Con lentezza da malata mi accovacciai sulla tazza,quasi
addormentandomi.
<<Nooooo!>>La voce proveniva dal muro alle mie spalle.
<<Sta buono Max,per favore.>>Qualcuno stava gridando nell’altro appartamento.
<Merda...merda,merda,Elizabeth...>>Accostai l’orecchio per ascoltare più distintamente.
<<Non gridare che ti sentono.>>
<<Io l’ho ammazzato,lo capisci questo..era solo un bambino.>>
New York non la smetteva mai di stupirmi.
<<Perchè diavolo non hai frenato dico io?>>
<<Non lo so,non lo so,ho... ho avuto paura,tutto quel sangue,e le urla della madre...>>
<<Oddio.>>Immaginai Elizabeth sprofondare nella sedia.
<<La polizia sarà già a casa mia adesso.>>
<<E perchè dovrebbe esserci?>>La sua voce aveva perso sicurezza.
<<Era pieno di gento cazzo,qualcuno avrà preso la mia stramaledetta targa.>>Si lagnò l’uomo picchiando
presumibilmente i pugni sul tavolo.
<<Magari non è così.>>
<<E magari invece sì.>>
<<E allora,forse non è morto come dici.>>




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<<Sì che è morto.>>
<<Ma sei sicuro?>>
<<Nooo.>>
<<Ma come no,non lo sai scusa?>>Il tono si fece stridulo,quasi isterico.
<<Ma noo,era buio,non ho visto un cazzo,quello è venuto fuori da due macchine parcheggiate.>>
<<Devi andare alla Polizia,racconta com’è andata magari ti credono.>>
<<Avrà avuto cinque o sei anni.>>
<<Diglielo,è stato un incidente.>>
<<Quelli mi sbattono in galera e spezzano la chiave.>>
<<Senti...>>
<<Cosa?>>
<<E’ che,se ti beccano qui...>>
<<Che vuoi dire?>>
<<Oh cazzo se ti beccano qui ci finisco io in carcere,per favoreggiamento.>>
<<Bella amica del cazzo.>>
<<Non farmi la predica,non ero io quella che guidava ubriaca.>>
<<Non ero ubriaco.>>
<<L’hai detto tu che avevi bevuto.>>
<<E questo che c’entra,non ero ubriaco ok,non ero ubriaco.>>
<<Come vuoi,dì quello che ti pare.>>
L’uomo gracchiò qualcosa ma non riuscii a distinguere le sue parole.
<<Ma cosa posso fare?>>Rispose la donna in preda allo sfinimento.
<<E se me ne andassi in Messico?>>
<<Non dire stronzate,per favore,sii serio.>>
<<Sono serio cazzo,io in galera non ci vado.>>
<<E come potresti fare?>>
<<Ho dei soldi da parte.>>
<<Non lo so,è un rischio,dove andresti?>>
<<Potrei andare a trovare mio cugino Alfonso,a Puerto Vallarta.>>
<<Merda che situazione.>>
<<Non dirmi merda che situazione,dimmi se devo andare in Messico!>>
<<Non strillare,che ne so io,forse...>>
<<Devo chiamare Alfonso.>>
<<Io dico che stai correndo troppo,magari non è morto.>>
<<No.. no..>>
<<Che cazzo,può darsi che sia ferito,tutto qua.>>
<<Devo andarmene.>>
<<Questa sì che è una buona idea.>>
<<Mi presti la macchina?>>




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<<Come scusa?>>
<<Devi prestarmi la macchina,non posso usare la mia.>>
<<Neanche per sogno.>>
<<Ti prego cazzo,ne ho bisogno,prima di partire te la riporto,è l’unico modo.>>
<<Scordatelo,la macchina non te la do,e se poi ti beccano,allora sì che divento complice.>>
<<Dirò che l’ho rubata se mi beccano,ma non mi beccano.>>
<<Sì e le chiavi?>>
<<Non lo so,le chiavi le butto.>>
<<Troppo rischioso,non ci sto.>>
<<Elizabeth?>>
<<No,no e no.>>
<<Elizabeth?>>
<<Non insistere,niente macchina,cavatela in un altro modo.>>
<<Elizabeth,fanculo... addio.>>
Udii sbattere la porta del loro appartamento,adiacente al mio.
Andai a guardare fuori dalla finestra,avevo bisogno di riflettere.C’era ancora gente per le strade,in
macchina e a piedi.L’orologio in cucina segnava le cinque e venticinque.
<<Calvin?>>
<<Che c’è?>>Mormorai tra lo spigolo del mobile di cucina e il parapetto della finestra.
<<Domani dobbiamo pagare la bolletta del telefono.>>
<<Ci vado io.>>Collaborai.
Avevo voglia di canticchiare una canzone fra me e me,ma non mi venne in testa nulla.
Così cercai una comoda posizione e mi addormentai.
Ricordo,chissà poi perchè,che quella notte sognai una sconfinata piantagione di banane.


Versai il contenuto delle due uova nella padella.
I tuorli cadendo rimbalzarono contro i bordi rotondi e si urtarono al centro.
L’albume si mischiò velocemente all’olio bollente.Qualche secondo dopo cominciò a sfrigolare e a farsi
sottilmente bianco.I tuorli scivolavano sulla bruna e fine crosticina formatasi là dove l’albume toccava la
padella.Vi sparsi sopra un pizzico di sale.Una bolla d’aria gonfiatasi sul fondo deflagrò producendo un
rumore sordo.Scossi la padella sballottolando i due cerchi arancioni che mi fissavano come fossero stati
gli occhi di un bizzarro animale preistorico.Aprii il frigorifero e presi una sottiletta.Dopo averla scartata la
adagiai con leggerezza come fosse un lenzuolo sulle uova fritte.Il calore deformò la sua
piattezza,sciogliendola e avvolgendo i contorni dei tuorli inturgiditi dal fondo scottante della
padella.Abbassai la fiamma e ancora per qualche tempo lasciai il piatto assorbire la cottura.
<<Grave lutto per il mondo della cultura Americana,è morto ieri notte in ospedale per
una crisi cardiaca lo scrittore William Burroughs,aveva ottantatrè anni.>>Proclamò
all’improvviso la radio all’interno del giornale sera.




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Spensi la fiamma.Scrutai ansiosamente i fornelli inzaccherati d’olio come in cerca di una risposta o una
smentita,silenziosamente turbata per la notizia appena appresa.Guardai in profondità. Non vidi nulla.Solo
due simpatiche uova fritte che ammiccavano dal fondo di una padella ancora calda.
Il secolo stava finendo per davvero.


In seguito cercai di rintracciare Winston,ma sembrava sparito nel nulla.
Per due giorni non ebbi sue notizie.Neppure al giornale l’avevano veduto.Assenza ingiustificata,mi
dissero.
Era vecchio,ma aveva ancora un cuore.La morte di William Burroughs fu per lui un segnale,un
arrivederci ,un   ultimatum,scritto nel suo cielo con lettere di sangue,apriva sotto ai suoi piedi il
nulla,sfilacciava il sottilissimo filo che lo teneva legato,sospeso sopra l’abisso,era come se stessero
bussando alla porta i creditori di tutta una vita di rimandi,di lacune,di macchie e di splendori,si stava
nascondendo,lo sapevo benissimo,aveva una gran paura di dover essere il prossimo fortunato.




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Mi è rimasta una foto.Ora ricordo.
L’ho trovata nel fondo della borsa poco fa mentre cercavo le sigarette.
E’ bella,fatta bene dico,a colori.Sul retro c’è scritta una data :13 Febbraio 1997.
Ci siamo io e Winston,tra Philip e Naomi La Mantia,sorridiamo,sembriamo contenti.
Alle nostre spalle ci sono i sei quadri che i coniugi avevano esposto nella loro galleria Pankhurst dietro
giusto compenso.A dire il vero non tutti sorridiamo.Al centro della fotografia il ghigno di Winston è
debole,non regge,sembra uno di quei fili su cui si appendono i panni bagnati.I suoi occhi sembrano
risucchiati nel cranio,le gambe sono incurvate,la schiena piegata.Come un uomo che assiste ai preparativi
per il suo funerale.Qualcuno potrebbe accusarmi di non averlo aiutato,ma non pensiate che egli ne abbia
mai fatto parola con me,di tutto il suo patire e della gelosia che lo inghiottiva.Ai suoi occhi quello non
era più amore,era una sfida,l’ultima forse della sua intensa vita.Lo sentivo allora e lo si vede oggi,da
questa fotografia:l’aveva intuito,forse nel breve attimo dello scatto fotografico Winston aveva inteso la
sconfitta e fiutato l’abbandono,forse si vedeva già per le scale a rincorrermi,o seduto al suo tavolo
ingombro a fare colazione davanti ad una sedia vuota,in qualche modo sapeva già che quell’abbraccio
aveva il sapore di una separazione,il rumore di una catena spezzata,l’odore di una cena surgelata
consumata davanti alla televisione.Sopra di noi che sorridiamo stupidamente,sopra le tele appese alla
parete,tutti i nostri pomeriggi passati ad accarezzarci,le domeniche mattina allo zoo,i risvegli al suono
di:<<Alzati principessa.>>,i libri di poesia che ci regalavamo senza occasione,le cene Italiane al Sole di
Sicilia,le passeggiate in Autunno per il Central Park canticchiando le sigle dei programmi radiofonici,le
visite ai rigattieri,e i bagni fatti insieme nel cuore della notte,si erano librati in aria come uno stormo di
rondini che migrano alla fine dell’estate.Dalla fotografia appare chiaro,Winston è l’unico che non guarda
in camera,il suo sguardo è teso verso un punto imprecisato sopra l’obiettivo,forse verso quelle rondini che
si portavano via le sue ultime ragioni e lo lasciavano sulla terra triste e solo,come la scodella d’un cane
vuota,sparendo dietro alle grasse nuvole di zucchero.


Un suonatore di chitarra blu profetizzò il luogo dove l’avrei trovato,mi indicò il posto a fatica,un parco
non lontano da dove eravamo,e così lo rividi,per l’ultima volta prima che lo accoltellassero,sdraiato in
terra come un odalisca,circondato da compratori-angeli senza piume-gioielli preziosi-dosi da 20$ di
marijuana-e aiutanti-coltelli senza lama-a dirla tutta come la sapeva lui,si parlava di zecche quando
arrivai,lo sentii dire che ce ne erano di due tipi,grigie e rosse,ma queste ultime erano le peggiori,e che lui
una volta se ne era trovata una piantata nella gola,e tutti ci credevano e lo ammiravano e gli battevano una
canna,senza chiedere il permesso o dare giustificazioni, qualcuno al culmine della venerazione allungava
il sifilitico decrepito braccio da tossico per sfiorare la sua giacca di Pitone,appena i polpastrelli neri
toccavano il materiale squamoso la mano si ritraeva come scottata,il suo odore appesantiva e colorava
l’aria e i sudditi ghignanti,striscianti,sfasciati provavano a rubarla con ampie boccate e preghiere
stratificate sui denti gialli macchiati dal tabacco mentre tutt’intorno chissà dove si giocava alla vita,si




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lavorava,si facevano figli e si moriva,loro,bambini di trent’anni e più non pensavano alle bollette,alle
tasse da pagare,a fare la fila,si facevano a pezzi e scaldavano i loro cocci al fuoco che ardeva nella parole
del loro Re,il Pitone,equilibrista dell’inutile,scarafaggio nella spazzatura,scontroso presuntuoso petomane
unto,esorcista a capo tavola,bugiardo armato e pericoloso,che scarabocchiava i monumenti e raccoglieva
da terra le sigarette lasciate a metà e scopava senza preservativo e pisciava ai semafori in mezzo alla
gente che aspettava di attraversare,perfettamente in bilico tra i vivi e i morti giocava a mora cinese agli
angoli delle strade con boxer suonati e cantanti alcolizzati e senza voce pensando:<<E’ tutto qua?>>,una
sorella più grande condannata a trent’anni per aver affettato il marito violento con una sega arruginita,una
madre suicidatasi con l’idraulico liquido,un padre obeso che se la spassa in qualche ippodromo,e una
bionda ragazza di nome Calvin che scende dai piani alti per venirti a cercare e dirti:<<Voglio dipingerti la
stanza,andiamo!>>


Sulla parete cadente dalla vernice scrostata la vidi seduta su una sedia di paglia.
Indossava vestiti e gioielli che richiamavano alla memoria la cultura india.Teneva in grembo un piccolo
cane che accarezzava pigramente di quando in quando disperdendo lo sguardo malinconico oltre il
confine del suo giardino,per la strada chiassosa.Alle sue spalle stava in piedi un uomo tozzo,con i baffi,un
esule russo probabilmente.
La guardava in silenzio,ma non con la lussuria di chi è di fronte alla sua amante,bensì con la quiete
d’animo di chi si trova dinanzi ad uno sterminato,meraviglioso,barbarico paesaggio.Sapeva che in nessun
modo avrebbe obbligato quella donna esile,piccolina,ma fiera come un gorilla,a seguirlo nella stanza da
letto.Doveva attendere la sua volontà.


<<Cosa stai guardando?>>Mi interrogò il Pitone distogliendomi dai miei pensieri.
<<Niente.>>Risposi,riprendendo con passione a dipingere le pareti malate dal tempo.


Frida Kahlo,la più straordinaria pittrice di tutti i tempi,giaceva nuda ,aperta,sul grande letto bianco.
Diego non c’era,suo marito,Diego Rivera,era lontano,con un’altra donna,con un altro corpo.
Accanto a lei,il suo nuovo amante,una rivincita per tutte le donne abbandonate,tradite.Le sue mani
scivolavano sulla pelle scura di quel fisico amato e odiato.Sulla gamba destra,più magra dell’altra a causa
di una poliomelite giovanile.Sui seni rubicondi che parevano fatti di un legno scuro.Sul volto sibillino
come una maschera africana pietrificato in bilico fra l’ossessione della morte e il sogno di un abbraccio
universale.


L’amante la cinge,la trascina a sè,fiuta il forte odore che emanano le sue membra.Assomiglia all’odore di
un animale bagnato.E’ così fervido da rimanerne storditi.Frida questo lo sa,conosce bene il magnetismo
del suo sguardo,l’irresistibile fascino che trascina gli uomini fra le sue deboli braccia di pittrice,sulle sue
labbra rosse coperte da una sottilissima peluria nera.Lo sa,mentre monta l’amante temerario,agile e
ingorda come un cane randagio,mentre si arrampica sui suoi fianchi di rivoluzionario con il piccolo
bacino dalle ossa sporgenti.Si riempie del desiderio del suo amante,si spinge più in fondo,come una




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giumenta che galoppa oltre la frontiera,domina la sua smania inappagata con virili equilibrismi e
femminee furberie.
Tra le pareti coperte dalle sue tele esuberanti e complesse lo sente gemere,delirare.
Invocare senza voce il suo nome.


Il piccolo cane era accucciato ai piedi del letto.
Negli occhi l’immagine della sua padrona dal corpo scuro,tutto nervi,ombre,voluminosa,corpacciuta
peluria,reso lucido dal sudore sulla pelle.Fra le braccia di quell’uomo sfinito,appagato,prostrato,e
innamorato,che non è il padrone.
Il padrone è come tutti gli uomini,un traditore che abbandona,sembrava volergli dire Frida,chiamandolo a
sè,fra le lenzuola macchiate di peccato e superbia,rannodate dalla tauromachia bruciatasi fra le loro
gambe e le loro braccia,in un temporale di avventurosi sussulti e irresponsabili tenebrose discese negli
inferi dell’anima.
Frida baciò ancora il suo amante e poi volò via da quel letto come un aquila che stride sugli strpiombi
rocciosi,nuda,con il piccolo cane nella culla delle braccia.
Frida voleva restar sola.
Frida voleva.
Un giardino segreto in cui liberare le brulicanti formiche costrette dentro al suo cuore di rivoluzionaria.
Di indigena.
Di donna.


<<Ti piace?>>
<<Le pareti gialle?>>
<<Tutto,sei soddisfatto?>>
<<Sono soddisfatto.>>
<<Allora mi devi una cena.>>
<<Sono in debito.>>
<<Una cena ricordalo.>>
<<E’ bello..>>Si interruppe per avvicinarsi alle pareti appena dipinte.<<... avere un amica.>>


Finito di lavorare,diniegai un invito di Winston all’Opera per andare a bermi qualcosa al solito Urlo,e
osservare i presenti.
Dentro al locale c’era una coppia di frustrati che litigavano fra di loro per decidere a che tavolo
sedersi.Ordinai una birra,tirai fuori carta e matita e li disegnai;lui,un trentacinquenne con la pancetta,il
pizzetto e il marsupio,lei,un isterica con la messinpiega,pantaloni arancioni stretti sulla caviglia e i fianchi
larghi.
Squillò un telefonino.
Sette persone differenti in altrettanti tavoli si apprestarono a rispondere,ciascuno al proprio apparecchio.
La radio nel locale trasmetteva un nostalgico tango.




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Al tavolo di fianco al mio si festeggiava un compleanno:<<Auguri Elizabeth!>>Prorompevano di tanto in
tanto i presenti soffocandosi dalle risate.<<Questo è per te,auguri.>>Quel nome aveva un che di familiare
e sinistro.
<<Grazie,ti amo.>>Aveva sussurrato nell’orecchio del suo ragazzo,quasi commossa.
Le aveva regalato un phon per i capelli.
<<Jule,il bagno s’è intasato.>>Latrò un amico del barman uscendo dalla toilette,ancora con le mani sulla
chiusura lampo dei calzoni.
Un mediorientale,arabo presumibilmente,entrò nel locale,e tavolo per tavolo arrivò fino a me.Voleva
vendermi una rosa.
<<Ma sono da sola.>>Gli avevo risposto con garbo.
<<Compra,un dollaro,rosa,bella rosa.>>
<<Non posso regalarmi una rosa da sola,è deprimente.>>
<<Mezzo dollaro,dai,bella rosa.>>
<<Non è una questioni di s...>>
<<Cazzo!>>Risuonò alto l’eco del barman nella toilette,che cercava di riparare il water otturato.
<<Perchè è una brava ragazza,perchè è una brava ragazza...>>Cantava allegramente il tavolo del
compleanno.
<<Prendi rosa,io no soldi per mangiare.>>
<<Va da loro.>>Intimai scortesemente.
L’arabo si allontanò nelle sue scarpe di paglia e tela.
E in mezzo a tutti quei rumori,lo stantuffio ossessionante della ventosa sturacessi ,il battito ritmato delle
mani al tavolo del compleanno,il fastidioso frantumarsi delle unghie di un cliente sotto i denti,lo schiocco
dei baci,il sommesso deflagrare delle bollicine nella birra, il crepitio della suola di paglia dell’arabo,i rutti
e i singhiozzi degli ubriachi ,il brusio di sottofondo della radio malfunzionante,piombò come un meteorite
Roman.
<<Corri Calvin,corri,hanno ammazzato il Pitone.>>


Quando lo raggiunsi,al General Hospital,non era ancora morto.
Insistetti per vederlo.
Era steso,in sala rianimazione,con una grossa ferita sul torace soffocata da garze insanguinate.Nella
stanza c’era un nauseabondo odore di alcool e colla di cerotti.Presi la sua mano inerme.Notai che gli
avevano rasato un braccio per infilare l’eflebo.Faceva quasi ridere.
Mi avvicinai a lui,e fu allora che il Pitone,ancora per un attimo aprì gli occhi.
Assomigliavano al fondo d’un lago prosciugato.
<<E’ancora presto,>>piagnucolavo senza controllo<<è ancora presto.>>
<<La vernice tua>>S’era forzato di bisbigliare,scanzando la maschera d’ossigeno dalla bocca,<<sui
muri>>,sottraendosi alla morte che cercava di ghermirlo spingendola ancora un po’ indietro,<<s’è
scrostata.>>e le sue ultime parole,le più dolci di tutta la sua vita schifa,se ne andarono con lui,in quelle
prime buie ore della notte.




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Aspettai quasi venti minuti prima di chiamare l’infermiere assonnato di turno.
In tutto quel tempo,vidi una cosa,che la morte ci obbliga il volto in un oscena espressione di sgomento.Gli
occhi vitrei tesi verso l’orizzonte più estremo.Ma la cosa più invedibile è il disprezzo dell’abbandono che
l’anima sembra relegare al misero corpo quando lo lascia.Le membra,che un giorno nella vita avevano un
particolare modo di articolarsi,ricadono disordinatamente,cupe e afflitte e patetiche,prima di gonfiarsi e
irrigidirsi come pietra per sempre.
Dal canto suo il viso del Pitone pareva quello d’un uomo sfinito,alla fine di una lunga giornata di
lavoro,che finalmente si distende.Come una grande sala in cui è appena finito un ricevimento di nozze.
Anche lui se ne va,pensai,quanta gente se ne va.


Lo coprirono con un lenzuolo e lo portarono fuori dalla mia vita.
Domandai che mi fossero restituiti i suoi vestiti.Non fecero obiezioni,quell’uomo non aveva parenti o
amici,soltanto me.
Uscii dall’ospedale infilata nella sua giacca di Pitone.
In seguito,nonostante gli sforzi,le numerose chiamate,le disperate richieste,non seppi mai dove fu sepolto.
<<Signorina,non lo so,può essere ovunque.>>Mi rispondevano di continuo;sembrava che l’America
intera di comune accordo si fosse sbarazzata della sua carcassa gettandola chissà dove lontano dalle sue
sponde.
Come si fa con un figlio di cui,anche dopo la morte,ci si vergogna tanto.


Non bisogna avere paura di distruggere una casa,mi ripeteva mio nonno,se si ha intenzione di costruire
una villa,e non si deve indugiare dal distruggere una villa se si ha intenzione di costruire un bel palazzo.
Ma lui era uno che diceva un sacco di cose,per esempio quand’era arrabbiato gridava:mezzo mondo fa
schifo,e l’altra metà non sa di fare schifo.E potevi giurarci che la sera l’avresti sentito ciabattare fino alla
credenza.


Trovai un biglietto di Winston poggiato sul mio cuscino.
Lo aprii.C’erano due ballerine in tutù che si allacciavano le scarpette.
All’interno c’era scritto:Le giornate senza di te sono dei cadaveri giganti che sono costretto a mangiare
seduto in mezzo al deserto.
Mi sentivo come se per tutta la vita avessi parlato controvento,e nessuno m’avesse ascoltato.
Presi un asciugamano dall’armadio,lo cacciai a forza nella borsa e corsi giù al Central Park,senza curarmi
che fosse notte fonda,senza curarmi che non facesse poi un gran caldo,avevo deciso di farmi il bagno nel
laghetto.
Anche se era proibito.


Nuotando nella notte di quel lago gelato,su per giù nei miei venti e passa anni,superai il dolore che solo
l’abbandono può dare e accettai il futuro in un ristorante a chiedere un tavolo per uno,nuotando,nuotando
nella notte di quel lago infingardo riempito di lacrime colsi il silenzio ed il segreto e vidi la parola fine




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farsi strada fra i miei sogni stretti in quelle valigie che dalla assolata campagna di Little Big Horn mi
avevano accompagnato fino a lì,dovunque mi trovassi,senza paura,per la prima volta,di divenire retorica
o banale,poichè l’acqua gelata che fasciava il mio corpo nudo come un guanto era già tutto quanto avrei
potuto dire senza sbagliare come sto facendo adesso,e se ad ogni bracciata mi importava meno di cosa
avrei fatto fra dieci anni,non potete farmene una colpa,credo anzi faccia bene di quando in quando in
mezzo ai temporali della vita e al fango che ti rimane attaccato sotto le scarpe,prendersi una sdraio in
mezzo alla pianura e contare le nuvole e recitare haiku-gli alberi che pianteremo vederemo appassire,i
cani che con noi prenderemo vedremo morire,le macchine che useremo,un giorno,dovremo
cambiare,persino    gli    assorbenti   interni,così   igienicamente     immacolati,risoluti    nella   loro
nitidezza,santi,concilianti,forse sinceri,forse fedeli,forse felici,dovremo sostituire,e vedrete,faremo tutto
questo gravoso scempio senza travaglio nè rammarico,senza pensare di perdere niente e nessuno,quando
invece una piccola,invisibile parte di noi la smarriamo con ciò che gettiamo via-mi venne in testa il
Signor Bradburry,chi lo sa perchè,forse era il gran freddo a ricordarmi il becchino balbuziente del mio
paese,che nessuno voleva frequentare,o salutare o nominare o anche solo incrociarlo per la strada,e questo
perchè quasi tutti,nei giorni peggiori lo avevano visto alzare gli occhi piccoli da alcolizzato da sopra la
pala,da dentro la buca e spedire un arrivederci a tutta l’umanità-rifuggivano il suo metro consumato,il
dimesso abito grigio,le scarpe nere ben lustrate-al mio paese sembravano sapere tutti dove stavano
andando,di certo lontano,con le loro fortune,un bel corpo,una retta morale cattolica,infilati nella vecchia
Ford di famiglia,dove decenni prima anche la loro madre era stata una donna,sui sedili reclinati,a regalare
la verginità come si fa con i segreti delle torte di mele fra le anziane signore del paese,un dovuto atto di
follia valido ancora oggi che quell’uomo tanto amato e tanto in forma si allarga e si perde nel fondo della
sua poltrona,sommerso dalle briciole di pollo fritto,strozzato dal colesterolo,deformato dall’artrite,nel
salotto in cui i suoi figli hanno mosso i primi passi,e sogna di salire su una nave e fare una lunga,lunga
crociera intorno al mondo,arrivare fino in Vietnam dove uno dei suoi bambini ha smesso di
camminare,arrivare fino al Polo e vedere gli orsi polari,arrivare alle Hawaii per bere la pina colada e
ballare al tramonto sulla spiaggia con le collane di fiori al collo,anche se gli sembra già di vedere sua
moglie che apre la porta cigolante di casa al Signor Bradburry che srotola il suo metro su di lui e se ne
infischia del Viet nam,del Polo e delle Hawaii,che non vede l’ora di finire per tornare a casa e far
respirare la bottiglia di cognac-nuotando,nuotando,nel lago,di notte,come un granello di polvere fra
vecchie fotografie,come un biglietto da un dollaro,di mano in mano,di portafoglio in portafoglio,come
una lettera d’amore smarrita,come le ballerine che si allacciavano le scarpette per danzare lontano
dall’infanzia arancione,sulle punte fino all’altare per giurare fedeltà,per giurare che un giorno avrebbero
portato anche loro le fotografie dei figli nella borsa,che non si sarebbero mai pentite di aver abbandonato
il lago dei cigni,capii che navigare tra le rose è impossibile senza venir punti dalle spine e che le vere
fortune di cui il nostro cuore affranto deve esultare e dirompere e inorgoglirsi sono centinaia di
migliaia,tutte nascoste,quasi inafferrabili per noi che rincorriamo l’eternità tanto veloci da non goderci il
paesaggio-il profumo della carta di giornale appena stampata,gli affreschi disegnati col gesso sull’asfalto
rugoso,le matasse di neve sporca ai lati delle strade,i piccioni sui cornicioni dei palazzi in periferia,le
divise blu degli adolescenti alle uscite delle scuole e i loro appuntamenti dati alle quattro e mezza chissà




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dove per la città-è una purpurea linea di spiritualità che ci lega tutti,che fa combaciare i nostri destini più
disparati,che rende inutili le liti e le guerre e a volte gli innamoramenti folli e le discriminazioni,il mistero
millenario sempre sfuggente,sempre equo e sempre inavvicinabile della nostra nascita,è l’interrogativo
della creazione che ci stringe tutti assieme davanti alla feroce morte e ci porta a misurarci con quanto da
noi creato e voluto chissà da chi,ed ogni essere umano dovrebbe tenerlo a mente,che per quanto i suoi
piedi solchino la strada e le sue mani distruggano la natura,egli non sarà mai tanto più importante e
diverso dal tagliacarte di legno a forma d’anatra che vendevano nel negozio di chincaglierie nell’Upper
East Side per mezzo dollaro...




Benchè mi impiegassi con tutte le mie forze a decifrarne il recondito,labirintico contenuto rivelatorio,non
mi riusciva di capire perchè,da giorni,oramai tutte le le notti sognassi le hall degli alberghi.Me ne
venivano in sogno di già viste,motel di seconda categoria con i servizi al piano,intendiamoci,anche solo
piccole pensioncine umide,visitate di passaggio,ma anche di sconosciute,improbabili,d’un lusso
sfrenato,specchi e cristalli da per tutto,enormi zerbini marroni quasi nuovi,corridoi di moquette soffice in
cui i piedi stentavano a mantenere l’equilibrio.La scena da me immaginata si ripeteva ogni volta
esattamente identica a sè stessa (non fosse stato per lo sfondo).Scendevo da un taxi proprio di fronte
all’entrata ben illuminata,affidavo le mie due valigie ad un facchino di colore e filavo diritta alla reception
per controllare l’esattezza della mia prenotazione ed usufruirne.Il portiere controllava sul registro (o sul
computer,a seconda dei casi),e con garbo mi affidava le chiavi della suite.A quel punto chiamavo
l’ascensore e ne attendevo l’arrivo di fianco al facchino,tra le valigie.Una volta giunto,prima di entrarvi
sentivo il portiere chiamarmi.
<<Mi dica..>>Acconsentivo.
<<Lo sa che in Uganda hanno appena accordato il matrimonio fra parenti omosessuali?>>


Diventava sempre più difficile per me prendere i pennelli in mano e dipingere,sapendo di farlo per tentare
di dare qualcosa al mondo che assolutamente non voleva.Ma come succede a tanti quando si è inquietati
per qualcosa e si ha una voglia matta di parlarne per sfogarsi,mi mettevo a farlo ugualmente,dev’essere
capitato anche a voi,di voler discutere di ciò che è importante nella vostra vita,e di averlo fatto magari con
il cameriere del bar in cui ogni mattina consumate il caffè,di aver visto i suoi occhi sgranarsi e allibirsi,ed
essere contenti ugualmente di averlo fatto.


Frida ripensa spesso al 17 Settembre del ‘25.Questa data non l’ha più dimenticata,è scritta nella sua
storia,incisa nel suo bacino.Aveva allora poco meno di diciotto anni,ed era appena salita in uno di quei
nuovi autobus che solcavano le piazze della sua città.Pochi istanti dopo la vettura era stata investita di
striscio da un tram.Niente shock,niente dolore e niente lacrime,solo un improvvisa ondata di gelo dovuta
alla morte,che per un istante le ha sfiorato le ossa e aperto le braccia.Il gran colpo l’aveva scaraventata
contro un corrimano che le avrebbe portato via la verginità e la capacità di diventare madre,penetrandole




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da un fianco come fosse stato un coltello affilato,e uscendo dalla vagina.Tutto quello che avvenne in
seguito sono solo ricordi cristallizzati,aneddoti incredibili di un inaudita prolungata prigionia della
sofferenza che trasforma una colomba trasparente nella più difficile e complessa pittrice di tutti i tempi.Le
forme mitiche,a volte agghiaccianti,a volte incomprensibili e a volte teneramente commoventi che nei
suoi quadri prenderanno forma,saranno esoteriche formule di esorcismo,disperate,gridate vie di fuga dal
baratro irragiungibile di una forzata,intima,pelvica diversità,cui la vita l’ha destinata.


Winston mi telefonò,chiedendomi con impostata dolcezza di raggiungerlo,e di passare da lui la notte.
Accettai,dicendo che avevo sentito la sua mancanza,che l’amavo e un mucchio di altre cose che ci si dice
fra amanti ma di cui non puoi mai essere sicura fino in fondo.C’erano ragioni dentro di me che non
conoscevo.
Aspettando il taxi che mi avrebbe portata da lui,capii come certe bugie sono necessarie e magari anche
giuste,per colorare i grandi spazi vuoti del nostro mondo.Gli scrittori ne dicevano,i pittori ne dicevano,i
preti,gli attori,le puttane,gli innamorati,i genitori e gli amici ne dicevano,ma in buona fede,spinti dal
bisogno di migliorare e migliorarsi,di alleviare l’insolvibile nausea che ci stordisce e terrorizza,quando
carichi di mille speranze sbattiamo il muso contro un muro insormontabile,solido e stupido dietro cui non
c’è niente.Assolutamente niente.


Mi faceva sentire cattiva,come una strega e anche peggio poichè nessuno sapeva diventare di colpo
affettuoso e cedevole come lui,si muoveva con astuzia,concepiva forse l’amore e il corteggiamento come
un alchimia,da qualche parte ho sentito dire che in fondo l’attrazione fisica e la passione improvvisa e gli
scatti   d’ira    e   anche   la   gelosia,sono   tutti   fenomeni   fisici   che   possono   essere   spiegati
chimicamente,comunque il risultato era che non potevi far altro che scoprire d’essere ancora
innamorata.Anche se le sue mosse erano ormai conosciute come la procedura d’una messa,l’effetto non
mutava d’intensità.Il modo stesso in cui usava il mio corpo mentre facevamo l’amore era una tecnica
minuziosa studiata in precedenza,forse a tavolino,forse nelle notti insonni,era una ossessionante ricerca
del mio piacere e del suo orgoglio,mi chiudeva a chiave in una camera dei giochi e mi lasciava
fare,dandomi per qualche vago momento di sospensione,l’impressione di essere padrona del gioco.Ogni
volta mi accorgevo di averlo sottovalutato.Come fossi stata una sua poesia,mi ritoccava e accomodava
quando ne sentiva il bisogno;cercava di stordire il mio cervello con l’imponenza delle sue parole,mi
metteva di continuo sotto il naso i numerosi libri scritti in gioventù,me li faceva trovare ovunque,si
metteva a leggerli durante la notte,mi incatenava in promesse che non avrei mai potuto mantenere,mi
accusava e mi implorava ancora,in una girandola di attrazione e repulsione,di bugie e di verità,mi parlava
come si fa con una santa e mi toccava come si fa con una puttana.
<<Mi ami?>>Mi domandò a bruciapelo quella notte mentre guardavamo la televisione,e stavolta con la
ferma risolutezza di chi poggia sulla tua risposta in arrivo,il suo intero avvenire.
Potevo assicurarglielo,ed in gran parte avrei detto la verità,ma preferii attendere,prendere tempo.Mi
guardai dentro.




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Tutte le bandiere del mio paese erano a mezz’asta,sculacciate dal vento sotto un cielo tumido che smaltiva
i postumi di una grande abbuffata.
Avrei potuto dirgli che non l’amavo,lasciarlo su due piedi a domandarsi che senso aveva la vita,nel letto a
sgretolarsi di domande,ma anche così sarei stata ben lontana dalla verità.Amore poteva significare
scendere dal treno ad ogni stazione,spendere tutto quello che si aveva per comperare dei ricordini e
attendere,attendere senza un perchè di avere le valigie piene per tornare a casa,piangere e cacciare tutto
nel fondo dell’armadio.E poteva significare ammettere che il sentimento più assoluto e regale,in verità è
soltanto un accordo legale sottobanco,un compromesso fra l’affetto e la reciproca menzogna,un impegno
stagionale.In tutti i casi la risposta non è mai una sola.E non la trovi mai al momento giusto.
Tacqui.Neppure la pittura,l’idea di continuare a macchiare delle tele mi sollevava dal peso di essere
felice,e in un età carnevalesca come la nostra,a due passi dalle più gravi disgrazie del genere umano,la
menzogna,la malinconia e la profonda meditazione era un lusso che una cittadina del mondo come me
non poteva permettersi.La vera infelicità vi dico,viene dal fatto che nonostante il progresso,non riusciamo
ancora ad impedire che il nostro corpo cresca,che la nostra anima invecchi,e nella società moderna,è
parere di molti pazzi,non c’è posto che per dei bambini capricciosi.Ma quel che davvero rimpiango non è
la purezza,ma l’addormentarmi senza pensieri ripetendomi:<<Tutto andrà per il meglio,tutto
cambierà,cambierò tutto..>>
Mi sentivo obbligata a partecipare ad un torneo di tombola contro la mia volontà.


Dev’essere così.Quello che è impossibile ci attrae,quello che è possibile ci annoia,siamo soltanto degli
eleganti controsoffitti che quando prendono fiato tra un vizio ed un altro,si mettono a guardare il cielo e a
fare congetture sugli uomini che lo abitano,che popolano quelle stelle.
<<Non lo so che mi prende in queste serate.... ehm,mi manchi lo sai,averti dentro casa,tutto qua,nessuna
allusione vedi,la presenza di una femmina è come un talismano,come un cane,allontana le energie
negative.>>
<<Ehi,non starai pensando di dare la stanza a qualcun altro?>>Avevo risposto qualche sera prima a
Roman che mi aveva invitata in una fetida vineria per parlarmi.
<<Ma no no,quella stanza è la tua per sempre se la vuoi.>>
<<E allora che c’è?>>
<<Come va con Winston?>>
<<Beh,lui si sente come un paio di scarpe vecchie improvvisamente tornato di moda,è felice,ed è
terrorizzato,paranoico e dolcissimo,che ne so...>>
<<Ma tu?>>
<<Io,io mi sto facendo delle domande strane da troppo tempo,sono le convinzioni più classiche a
fregarmi,penso,è giusto dipingere un cavallo anzichè essere un cavallo?Oppure andare a vedere i film di
Indiana Jones anzichè essere Indiana Jones,mi segui?>>
<<Hai nostalgia di casa tua?>>
<<Questa è casa mia.>>
<<Little Big Horn.>>




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<<Vedi,è strano come fin da bambina io sia stata ossessionata da un incubo ricorrente,oddio non era
proprio un incubo,è più un idea fissa che ti metti a rimuginare a occhi aperti,anche prima di dormire,mi
capisci?>>
<<Sì.>>
<<Non so se ti è mai capitato comunque, mentre ero al caldo,a casa mia,fra le lenzuola,pensavo a cosa
avrei fatto se.. se all’improvviso fossi stata trasportata da chissà quale energia misteriosa in una città
straniera,in una qualsiasi piazza o strada,senza che mi fosse data alcuna ragione,in pigiama al freddo,in
mezzo a un mucchio di sconosciuti.Passavo ore e ore a pensare a che angoscia sarebbe stata riuscire a
ritornare a casa,a come avrei fatto poi a spiegarlo ai poliziotti,ai miei genitori.Mi vedevo a Mosca,a
Parigi,a Sarajevo,a Buenos Aires,in lacrime a balbettare nella mia lingua la più incredibile storia di tutti i
tempi,lo so che sembra una pazzia,ma da un certo punto di vista mia aiutava ad accontentarmi di quello
che avevo,ad essere felice,per quanto potevo,di ritrovarmi alla mattina ancora nel mio letto.>>
<<Eri felice?>>
<<Sì,>>Ridacchiai,<<lo ero.Dovremmo ringraziare il cielo che un infinità di cose spiacevoli non
accade.>>
<<Prendi un altro bicchiere vuoi?>>
<<Sì grazie.>>
<<Pensi mai a quando sarai vecchia?>>
<<Non lo sarò mai.>>Sentenziai.
<<Sarebbe bello.>>
<<E’ bello.>>
<<Sai che cosa ammiro in te?>>
<<Cosa?>>
<<Il modo in cui calpesti il mondo.>>
<<Ma che dici?Passami il vino.>>
<<Tu sei una di quelle che non sa cosa vuole,mettimene un po’ anche a me... così grazie,ma sa benissimo
come lo vuole.>>
<<Sai che c’è,non sopporto le persone tristi perchè mi fanno piangere e non resisto con quelle felici
perchè parlano di niente,così faccio un po’ di baccano fra tutte queste vie di mezzo,tutto qua,una noia
mortale.>>
<<Se fossi nata maschio avresti fatto il puggile.>>
<<Ti sbagli,avrei fatto il ginecologo.>>
Roman sorrise,e bevve un soso generoso.
<<Mi hai mai sognata?>>
<<Cosa?>>
<<E’ buono questo vino,non è vero?>>
<<Si,è dolce.>>
<<E allora?>>
<<Si,una volta.>>




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<<Solo una?>>
<<Insomma ma che importanza può avere?>>
<<Rispondi.>>
<<Beh,magari pure di più,ma me ne ricordo una soltanto,eravamo ad una fiera di paese e intorno a noi
c’erano dei...>>
<<Non ti ho chiesto che cosa hai sognato,non lo voglio sapere volevo sapere solo se lo avevi fatto.>>
<<Perchè?>>
<<Perchè sì.>>
<<E’ finito il vino,prendi,c’è un ultimo goccio.>>
<<Pensavo di andarmene.>>
<<Adesso?>>
<<Da New York.>>


Torniamo a casa di Winston.Mentre lui era in bagno avevo colto l’occasione per rovistare fra le sue carte
personali,e nel mucchio di cartacce e ricevute avevo trovato una lettera indirizzata a Wanda Hikmet non
ancora sigillata.Le poche volte in cui Winston aveva parlato di Wanda Hikmet,la sua voce era divenuta un
tappeto rosso su cui faceva scorrere con gloriosa riverenza le sue lodi;la considerava una madre ed una
sorella,aveva press’a poco la sua età,e negli anni poveri della sua giovinezza l’aveva spronato e sorretto e
sopportato fino a presentare lei stessa i suoi manoscritti agli editori.Erano quasi cinque anni che non si
vedevano più,ma anche abitando in città diverse e lontane,le loro anime erano sempre legate da un
oceanica corrispondenza,intima e sincera.Aprii la lettera perchè in fondo non era vero che non mi
importava niente di cosa Winston pensasse di me.Come ogni donna,la mia curiosità superava di gran
lunga la mia morale.
Iniziava così:
Cara amica,
le persone sono quasi tutte uguali,quasi tutte scontente,quasi tutte perdenti,quasi tutte credenti.Questo lo
sapevamo già,è scritto nei libri e sulle loro orrende facce,ma nonostante tutto continuiamo a non poterne
fare a meno,come il pesce dell’acqua poichè l’estrema solitudine,benchè ci affascini è troppo vasta e
dispersiva per reggere il confronto con le nostre stupide idee.Vorrei allora poterli compatire,ma non ne ho
la forza nè il diritto,come loro sono dipendente da ciò che penso possano darmi e che invece alla fine dei
conti,non ti offrono mai.Nelle mie vecchie lettere ti avevo parlato di un radioso e straordinario incontro,di
un occasione di nuova vita,ed ero sincero quando lo scrivevo poichè gli innamorati benchè si cibino del
nulla e parlino del niente,non hanno colpa delle straordinarie menzogne di cui si inebriano.Solo il tempo
apre loro gli occhi,ma quando questo avviene è quasi sempre troppo tardi,e si vorrebbe ricevere un buon
consiglio da chiunque,si vorrebbe trovare la forza anche solo di pensare a ricominciare,ma quale uomo
avrebbe il coraggio di allontanarsi da Calvin?
Lei non si ciba di illusioni,ma ne è attratta.Le mie parole possono eccitarla,ma non conquistarla.E’ come
un petalo di una rosa finito dentro il mio piatto sporco per caso,sospinta dal vento.Non ha provenienza e
non ha destinazione,vive dello sbigottimento degli altri,della sofferenza che suscita nelle loro viscere,si




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arrampica senza motivo sui loro sogni e li morde come un animale affamato.Sembra creata apposta per
farti sorridere,ma in sua presenza,credimi amica mia,si è trattenuti dal farlo con libertà per paura che lei
voglia strappartelo dalle labbra.
E l’altra notte poi li ho sentiti,i singhiozzi di cui mi parlavi,echeggiavano nella mia cassa toracica come la
triste sirena di una nave che affonda,li ho visti anche,ed al mattino li ho disegnati.Erano una dozzina di
conigli con il berretto da clown,seduti a capo chino sui loro errori.Provaci tu a capirmi,perchè io da tempo
non ci riesco più.
Con affetto,Winston Malinowsky


<<Amore sei al cesso?>>Lo interrogai con tono sarcastico,modulando la voce come se stessi recitando
una cantilena.
<<Che cosa vuoi?>>Credo che già allora avesse intuito.
<<Stai facendo la cacchina?>>
<<Calvin lasciami in pace.>>
<<Ce la fai?Hai bisogno di un aiuto?>>
<<Non tormentarmi Cristo,arriva al dunque o taci immediatamente.>>Le grida,anche se filtrate dalla
porta chiusa erano giunte altissime.
<<E’ che ho sentito dei singhiozzi e mi sono preoccupata.>>
Un attimo di silenzio e poi la sua voce piegata dalla collera,inaridita dalla vergogna,resa filiforme dalla
paura di soffrire.
<<Come ti sei permessa di toccare la mia roba?>>
<<Non l’ho toccata,l’ho letta.>>
<<Non dovevi farlo,Wanda è una mia amica,quello che le scrivo non è affar tuo.>>
<<I started a Joke...>>Canticchiai,adagiandomi con le spalle alla porta del bagno.
<<Ti piace questo gioco eh?Eh si tu parli,intimidisci,giudichi,sorprendi,fai notare,tu sei una persona
schietta vero?Una che non riesce a tenersi dentro niente,che fa soltanto quello che vuole e che non
permette di essere ripresa?Ma cosa ti ritrovi alla fine?Solo un mucchio di macerie e di insulti.>>
<<Dimmi Winston,quali sogni ti starei rosicchiando?>>
<<Se soltanto prendessi sul serio quello che hai!>>
<<Stai parlando della giovinezza vecchio babbione?>>
<<Parlo della tua pittura stupida troia,dovresti smetterla di tormentare il mondo e ripiegarti su quel dono
che per sbaglio ti è stato dato.>>
<<Ma come fai a parlare di arte,tu che scrivi con i polsi legati?>>
<<Di cosa parli?>>Si lamentò.
<<Voi scrittori non riuscite ad abbracciare che voi stessi,non vedete che a tre metri dal vostro naso.Quale
valore rivoluzionario può avere una letteratura che non si permette di allontanarsi dal              punto di
partenza,che è poi sempre lo stesso da duemila anni.Vi limitate a girare intorno ad una idea,sempre con la
stessa velocità,con lo stesso mezzo.>>




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<<A questo punto devo aspettarmi un elogio della pittura come unica forma artistica realmente
emancipata.Posso anche azzardarmi a pensare che nelle tue parole ci siano degli interessi e dei
collegamenti di tipo personale?>>
<<Alla pittura sono concesse la benevolenza,la comprensione,il dialogo.>>
<<E nell’amore è lo stesso?>>
<<Mio nonno diceva che l’amore è come il gioco del poker,vince chi non ha paura di perdere l’altro.>>
<<Tuo nonno era un cinico,come te.La tua famiglia t’ha rovinato Calvin,le cose che dici,quello che fai....
tu non conosci l’arte d’amare e questo ti fa rabbia.>>
<<Niente mi fa rabbia,cioè forse le tue prediche mi seccano ma tutto qua,le considero chiacchere da
lattante.>>
Non ricevendo risposta credetti d’aver vinto anche questa volta.Sentivo da dietro la porta l’accavallarsi
dei suoi pensieri,gli oscuri presagi che gli annebbiavano la vista,l’ansia mista all’ inquietudine che
rallentava i suoi movimenti.Stavo tornando a letto,quando passando accanto al suo studio,fui attratta
dall’enorme manoscritto posto di fianco alla macchina per scrivere.Sulla prima pagina era scritto:Corvi a
colazione,di Winston Malinowsky.E poco più sotto la data d’inizio:New York,Settembre 1983.Più di
dieci anni che lavorava a quel romanzo e il risultato era stato la più assoluta dipendenza dal personaggio
da lui creato.Winston non amava svelare i retroscena dei suoi libri,soprattutto adesso che non riusciva più
a terminarne neanche uno,così tutto quello che sapevo di Corvi a Colazione l’avevo appreso come una
ladra,infilandomi di nascosto tra le righe,scorrazzando di pagina in pagina con occhi affamati e
indiscreti.Durante le mie incursioni m’ero spesso imbattuta in un uomo pallido,alto,scuro di capelli,dal
portamento dignitoso e l’aria di chi fugge ogni giorno dalla sua casa in fiamme.Il suo nome era Milaus
Pacula, faceva lo scrittore,ed era destinato alla solitudine,ma benchè ne fosse lucidamente cosciente,ciò
non gli impediva di rincorrere la felicità con ardore.Una volta mi disse che era stato tutta la vita a perdersi
e ritrovarsi,che aveva nostalgia delle prime pagine scritte da Winston,quelle dedicate alla sua
giovinezza,la quale tutt’altro che serena e gioiosa era comunque stata una stagione magica .La sua storia
era già stata raccontata in lungo ed in largo per quasi ottocento pagine di dialoghi,riflessioni,colpi di
scena e lunghe,lunghissime digressioni che parlavano di morte e voglia di capire e di sapere,ma adesso
era il momento di chiudere lo spettacolo.Nonostante il pubblico se l’aspettasse,gli attori lo sapessero fin
dall’inizio,e gli addetti ai lavori non vedevano l’ora,il regista di quella smisurata compagnia stanca era
restio   a    concedere   la   parola   fine.Se   ne     stava   in   un   angolo,il   volto   cancellato   dal
buio,meditabondo.Chiudere quel romanzo era prosciugare le sue risorse di uomo e d’artista.Ma allora
cosa?Aspettare di trasformare il vino in aceto?Abbandonare sulla terra,con la propria dipartita,un
romanzo ancora aperto su cui chiunque avrebbe potuto mettere le mani sudicie e sotto il tacito accordo
degli altri,infilare le volgari dita nelle cavità letterarie che per più di dieci anni aveva curato,oliato e
preparato alla loro prima volta con il lettore sconosciuto?Qualsiasi cosa credo,pur di non doverlo
fare.Dire basta.Fine.Ho fatto,ecco a voi.Questo no.No.
<<Non lo toccare!>>Mi aveva urlato dalla porta dello studio intimandomi di lasciare il suo manoscritto
come se fossi stata una ladra,di pagine e di idee.Guardava a me con occhi indecisi,sospesi nella scelta di
salvare la sua vita o il suo amore.




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<<Devi finirlo.>>
<<Non dirmi cosa devo o non devo fare.>>
<<Guarda tu stesso,Milaus non ce la fa più,ottocento pagine sono troppe per chiunque,liberalo
Winston,liberalo.>>
<<Il libro non è finito!>>Gridò avanzando verso di me.
<<Lascialo andare Winston,chiudilo adesso.>>
<<Non è finito,non è finito!>>E intanto aumentava il passo,in breve sarebbe arrivato fino a me.
<<Liberalo.>>Intimai un ultima volta,quasi alle lacrime,e gli scagliai contro il pesante manoscritto,tutte le
ottocento pagine che imploravano d’andare.Il pavimento si ricoprì di fogli dattiloscritti.Un grande
silenzio,come dopo la prematura morte di qualcuno,si stese sugli oggetti nella stanza.


<<Puttana.>>Scappò fra i suoi denti.Poi mi colpì in pieno volto.Un colpo forte,esatto,pieno di oscuri
presagi,calibrato con risentimento.I suoi occhi sanguigni mi videro cadere a terra,debole per la prima
volta.
Non mi tese la mano,la serrò invece in un pugno fremente d’odio per risposte mai ottenute con la sincerità
dovuta.Lo fece un altra volta,appena mi risollevai.Qualcosa a metà fra un pugno,uno schiaffo,un urlo di
gioia e un vagito di dolore mi investì.Colpendomi Winston cercava di impaurire tanto me quanto la
vecchiaia che si stava portando via le sue cellule una ad una.Le sue offese non toccavano me,ma
sttraziavano la mia ingenua inconsapevole giovinezza,il vigore che lo rendeva così deciso nel volermi
annientare era quello di un disperato,,di un ladro che cerca di portarsi via i tuoi giorni migliori per unirli
ai suoi,a quelli che gli restano,rabecciati e accatastati sotto cumuli di polvere e idee
suicide.Picchiandomi,egli aveva pianto,consapevole di spezzare quel sottile legame di cristallo che ancora
lo legava al partito degli uomini che vivono per davvero e che si addormentano pensando al meraviglioso
giorno che li attende,alle braccia che li stringeranno,alle labbra che li sfioreranno.Eppure un uomo non
riesce a controllarsi quando si rende conto di aver subito un danno contro cui non può porre alcun
rimedio.
<<Che cosa hai fatto?>>Gemeva versando insieme alle lacrime gli ultimi tratti della sua identità,della sua
storia,del suo passato.Mentre le sue mani lottavano sul mio corpo,tutto ciò che riuscivo a vedere di lui,era
il sudore,trasparente,che gli imperlava il labbro superiore.E ancora una volta,forse per l’ultima
volta,sapevo.Quello che un giorno era stata la sua scrittura,la sua carriera,il suo nome,il suo sentire
interiore,era andato perduto nel fragore di quei colpi vibrati con cieca rabbia.Non avevo paura di lui,mi
sembrava anzi patetico come una gallina che cerca di volare.Superai le ingiurie,gli sbuffi e le
maledizioni,facendo sfrontate spallucce alla sicurezza di non poter essere lasciati ,senza rimorso,quasi
senza provare vergogna.Non fu una parola a separarci per sempre,nemmeno quei colpi così duri sulla mia
pelle ebbero il potere disgregante che quella mia smorfia di vanità,captata fra uno strattone ed una
spinta,dimostrò.
Nell’assurdità dei nostri corpi che lottavano sul pavimento,imbizzarriti in una battaglia a mani nude,si
ripeteva una storia che andava avanti da decenni,secoli,millenni,l’incapacità degli uomini di amarsi l’un




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l’altro senza poi distruggersi,di tenersi stretti,di appartenersi,e di sopportare l’insostenibile peso di
mantenere una promessa e vedersi invecchiare attraverso gli anniversari,i compleanni e i matrimoni.
Proprio mentre Winston perdeva energia e la porta del suo cuore veniva spalancata di colpo da una
ventata d’aria gelida,mi ricordai della morte di Guglielma.Quella notte aveva nevicato.Nel suo piccolo
recinto fangoso a dargli calore c’eravamo io e il nonno.Sapevamo di non poter far niente,<<E’ la
vecchiaia,>>,ci aveva detto il veterinario.Per lunghe ore avevo cercato nei suoi occhi vitrei un lampo,un
bagliore appena che mi desse conforto,che rendesse la sua morte più giusta o meno tangibile.Attendevo
un segno,non potevo sopportare che in una notte così fredda e apperentemente normale,la mia dolce
Guglielma,potesse andarsene,con la sola ragione della stupida vecchiaia.Pretendevo,nella più assoluta
convinzione, che la sua morte fosse più spettacolare,colorata,motivata.Non fu così.Me ne accorsi proprio
quando ci rendemmo conto che guardavamo fisso da almeno venti minuti il cadavere della nostra amata
scrofa.Nella mia fantasia esigevo che la morte si presentasse davanti ai miei occhi con abiti sfarzosi e
atteggiamento smargiasso,ma nella realtà era avvenuto l’esatto contrario.Non riuscii neppure a rendermi
conto dell’esatto istante della sua dipartita.Senza musica nè applausi nè standing ovation quell’animale
così inutile per molti,e così indispensabile per me,se n’era andato in punta dei piedi,mi aveva lasciato
senza un verso o una parola di conforto con tutto quel futuro ancora da scrivere e quelle persone ancora
da conoscere e quell’uomo di cui innamorarmi e tutto il resto.
E dopo aver pensato a questo,a Guglielma e alla mia e alla vostra stupidità,provai un fortissimo dolore
agli occhi.Come se qualcuno di nascosto mi avesse strappato le cataratte dalle pupille.Adesso c’era un
mare.Davanti a me lo sconfinato oceano.Le acque ancora smosse,infastidite,gorgolianti per il repentino
inabissamento di uno sconfinato transatlantico.Sullo specchio rugoso delle acque inquietate galleggiavano
le nostre colpe,le pagine di quel romanzo che non voleva smettere mai,le rose gialle,le richieste d’aiuto,le
lenzuola dei letti in cui toccammo l’amore e ci giurammo l’empatia,le bottiglie vuote di Borgona,le mie
mutandine azzurre,la Marylin di Warhol,le banane, le angurie aperte della Kahlo,i miei piedi rossi di
carezze,il cadavere del Pitone,i pennelli,le penne,il prato di Central Park,i menù e le nostre scelte,quei
piatti ordinati mentre sapevamo che avremmo sudato ancora insieme,che forse ci saremmo sopportati a
lungo.Ed eccoci qua,ridicoli e impossibili sull’orlo dell’indecenza,incatramati nel rancore di cose mai
dette e gesti mai compiuti,piegati nell’indecenza di abbracci che stritolavano e baci che strappavano la
carne.Mi sa che tutti fanno tutto senza un effettivo motivo,compiono un impiego ad occhi chiusi e
orecchie tappate;per loro questo automatismo lineare e consueto è il solo modo di vivere,ma se non si
fanno domande o non cercano una ragione al loro patire perdono il senso della realtà e diventano
prigionieri dei loro pregiudizi diventano come quelle monete da un quarto perdute in un tombino,che
vedono il mondo attraverso una griglia sporca e sperano sempre che qualcuno dall’alto si chini ad
insudiciarsi le mani per raccoglierle.
<<Ti avrei dato tutto se soltanto me lo avessi chiesto!Sarei morto!Una tua parola e sarei morto!>>
<<Volevo soltanto che mi insegnassi ad amare e non a riconoscere il marcio.>>
Gli diedi un calcio fra le gambe,aggirandolo come un vero matador fa con un toro moribondo,lo
punzecchiai,trascinandolo vicino alla finestra aperta.Approfittandomi delle sue deboli membra sfiancate




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lo scaraventai all’esterno,sulle scale anti incendio.Prima ancora che se ne rendesse conto,chiusi la finestra
dietro di lui.
<<Compassione,compassione,compassione.>>Piagnucolava colpendo con i pugni il vetro blindato.
Mi dimenticai di lui e assaporai fra le scapole il brivido caldo della vendetta.Mi denudai,scagliandi quegli
stracci fin troppo costosi e corrotti sul vetro della finestra dietro cui Winston osservava la sua crudele
umiliazione.Una volta nuda,il corpo lucido d’indecenza e turgido d’oscena perfidia,convinta di dover
continuare fino ai confini della realtà improvvisai una melanconica,esotica,sciamanica danza
dell’addio,sollevandomi come un equilibrista circense al di sopra dei suoi fogli dattiloscritti,di tutte le sue
parole che rabbrividivano,eruttavano sgarbatezza,supplicavano indulgenza e intanto si tendevano per
mordermi le caviglie.Disegnai irregolari scarabocchi nel cielo che sovrastava quella miseria letteraria,e
come un corvo invisibile e vorace planai su quei nessi logici e quei dialoghi,accovacciandomi e
spandendo        la   mia   trapezoidale   ombra   sul    pavimento.Lo     feci   con    estrema,inspiegabile
lentezza,vacillando,avvitandomi sui fianchi,fino a sfiorare con i miei glutei le pagine sporche di lettere.Di
fronte al suo grugno allibito e schiaffeggiato dalla mia carne impudica,giocai con dita roventi ed affilate
fra anche solide e spalancate al miglior offerente.Facendomi strada fra le sue oscure e arruffate richieste
di clemenza,aprii il sipario e pisciai su tutto quello che aveva di più caro nella vita.L’urina inzuppò i fogli
che si dibattevano per non affogare.
Esaurita la vendetta,ancora chinata sulle ossa del romanzo deceduto mi presi il tempo per guardare
Winston fracassare la vetrata con l’aiuto di una sbarra di metallo rimediata fra gli scalini e la
ringhiera.Una volta dentro casa non si gettò su di me,ma strisciò come un fantasma ammalato fino al
corpo di quel suo figlio umiliato,lamentandosi,biascicando inudibili preghiere.Mi rivestii senza indugio e
lo abbandonai cavalcando l’avverso,paradossale destino.


Si spoglia davanti allo specchio e studia la sua nudità surreale,cresciuta con zuppe di semi di zucca e
tortillas di mais.Dal di fuori,nonostante tutto è ancora piacente.Frida Kahlo,l’autrice di quadri che hanno
commosso persino Kandinsky.Frida Kahlo,la proprietaria di quelle straordinarie mani che sono state
fotografate sulla prima pagina del Times,si sfiora pudicamente i capezzoli scuri come fragole essiccate
che non hanno mai dato nè mai daranno un goccio di latte al bambino che porterà sempre dentro di sè.Più
sotto c’è la sua vagina,macedonia di frutti di bosco,passaggi,rimandi,speranze,deliri.E’ da lì che comincia
la sua personale battaglia.E’ lì che vorrebbe veder ritornare il suo Diego.Lontana da lui non conosce più
luce,tutto la terrorizza e la stanca allo stesso tempo.Frida è la sola a non temere quel gigante,quell’orco
divoratore di donne intorno a cui si stringevano a cerchio i compagni di studio mentre disegnava.Lei sola
sa come amarlo.Per questo risponde all’abbandono con il silenzio.Il cinque Ottobre 1910 i contadini si
sono alzati fra le zolle e al grido di Viva Zapata hanno brandito nelle mani indurite dalla terra
maceti,forconi e spranghe di legno.Fra gli antichi monumenti Maya e gli alberi più vecchi del mondo
senza badare alla loro pelle hanno fatto una rivoluzione.Adesso tocca a suo marito,in piedi su qualche
impalcatura non rendere vano il loro sacrificio.Tutti si aspettano di rivedere sulla grande parete l’eterno
ideale della libertà,l’onnipotenza della causa Messicana che mosse analfabeti d’ogni stirpe dai quattro
angoli del paese fin dentro le pagine di storia.Per tutta risposta Diego dipinge il Sogno di un pomeriggio




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domenicale al parco dell’Alameda in cui ripropone gli arcaici temi cari al suo popolo in una chiave del
tutto simbolica e personale.Immersi in una aperta vegetazione sta una folla,pietrificata in un onirica
immobilità.Fra di loro sono riconoscibili Diego,ritratto quasi fosse un bambino con i calzoni corti,e
Frida,abbracciata da tessuti folcloristici che porta in mano il simbolo del tao,l’eterna congruenza dello yin
e dello yang.Al centro del murales è dipinta la morte,uno scheletro ghignante abbellito da abiti
eleganti,quasi nascosta da un enorme cappello con i fiori.
Ad una prima occhiata l’atmosfera parrebbe festosa.


Calvin 1997.Fu l’ultima volta che presi un pennello in mano,per mettere la mia firma su quello smisurato
quadro a cui stavo lavorando da quasi quattro settimane.Una tela di cinque metri per due,che ritraeva una
sconfinata piantagione di banane,così come tempo prima l’avevo veduta in sogno.S’intitolava
semplicemente Le Banane .Non sapendo cosa fare altrimenti,accatastai tutte le mie opere invendute,una
ventina circa,e scrissi una lettera a Philip e Naomi La Mantia in cui lasciavo loro completa autonomia
sulle mie tele.Non lasciai alcun indirizzo nè feci menzione di eventuali ricavati in denaro.Mi stavo
chiudendo una ad una tutte le porte che conducevano al mio passato,ero pronta a volare alto come un
uccello,come una piuma,ma prima dovevo liberarmi di ciò che mi teneva legata alla terra.
<<Credi che ci rivedremo?>>Mi aveva domandato Roman mentre finivo di chiudere i miei bagagli.
<<Può darsi.>>
<<Mi telefonerai?>>
<<Ti scriverò.>>
<<Winston starà di merda quando saprà che te ne sei andata senza nemmeno avvertirlo.>>
<<Lui è uno scrittore,soffrire è il suo mestiere.>>
<<Beh forse il suo,ma non il mio.Mi mancherai.>>
<<Un giorno ti stancherai di essere triste e mi dimenticherai.>>
<<Questo non puoi dirlo.>>
<<Era solo un ipotesi.>>
<<Senti,so che magari non è il momento,che hai fretta,ma il fatto è che non te l’ho mai chiesto prima
perchè credevo che... non lo so,magari tu mi prendi per pazzo,per un maniaco,non voglio farti perdere
tempo ma devo chiederti una cosa,cavolo se è imbarazzante!>>
<<Spara.>>
<<Ecco,soltanto se ne hai voglia,se non ti sembra una richiesta assurda,mi farebbe piacere che..>>
<<Che?>>
<<Che...>>Roman si strinse nel suo accappatoio di Topolino sporgendo la mandibola in avanti.
<<Dimmi tutto scemo.>>
<<Vorrei ballare con te.>>E detto questo si sbrigò a poggiare il bicchiere di succo d’ananas sul tavolo del
salotto e a perdere lo sguardo sui graffi incisi nel pavimento.
<<Soltanto se ti levi quelle orribili pantofole arancioni.>>
<<Non ti sono mai piaciute vero?>>Disse ridacchiando mentre sfilava i piedi da quegli orribili prodotti
dell’industria thailandese comperati per quattro dollari in Canal Street.




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<<Mai.>>Confessai accarezzandogli la testona appena uscita dalla doccia.
<<Metto la musica.>>
<<Mettila.>>Roman si avvicinò allo scaffale dei dischi,ne trasse fuori uno in vinile e lo mise sul piatto.Si
trattava di Elvis Preasley,I can’t help falling in love.
Le prime note si diffusero nella stanza e furono subito premute dalla voce di Elvis,calda come un
maglione di lana in pieno Gennaio.Roman mi circondò come se le sue braccia fossero dei nastri colorati
ed io fossi un pacco regalo.Dondolammo nel salotto con gli occhi chiusi,estranei a noi stessi.Sentivo le
sue mani così forzatamente immobili sulla mia schiena che provai un enorme pena per lui.Le sue dita
tentavano disperatamente di convincermi che fra di loro sarei stata felice,che loro mai e poi mai mi
avrebbero fatto del male.Annusai il suo collo.Profumava di bagno schiuma al sandalo,ma a parte questo
non era un collo come gli altri.Aveva un suo portamento,una sua fierezza,un modo di stare diritto che
dimostrava un orgoglio estraneo al resto del suo corpo,guadagnato negli anni della sua infanzia,sotto tutti
quegli schiaffoni presi alla mensa o quand’era seduto nel suo banco da chiunque gli stesse alle spalle.Era
bianco e liscio come la porcellana,e sfiorarlo mi faceva quasi passare la voglia di andare via.Poco prima
che la canzone sfumasse nel cinereo silenzio,mi resi conto che quel collo autarchico e stirato dall’altrui
violenza mi sarebbe mancato.
Roman avrebbe voluto baciarmi,ma non lo fece.
Sbagliò.
Non ne avrebbe più avuto l’opportunità.


Quello che ora racconterò potrà sembrarvi ridicolo e privo d’importanza nel tragico contesto d’una storia
d’amore che si spreca in lacrime di cui nessuno sa niente tranne il padrone delle palpebre che l’han
versate, ma quando mi fu detta per la prima volta ho creduto di leggervi una verità altrimenti inaccessibile
ai nostri occhi addormentati,ho creduto di riconoscervi un apocalittica,rivelatoria profezia..Molte
versioni,anche contraddittorie sull’accaduto avevano trasformato lo spiacevole e imbarazzante caso,in una
chiacchera da circolo di cucito.Oggi io la racconto a voi con leggera sincerità così che possiate leggervi,a
vostro piacimentio,la reale incidennza del nefasto evento.Il pomeriggio che seguì la nostra lite o giù di
lì,Winston fu invitatato dall’accademia Bacunin quale eccelso rappresentantante della cultura Americana
a partecipare,intervenendo personalmente,ad un dibattito sulle “Molte strade del giornalismo
Americano”.Pare che nessuno si fosse accorto di nulla fino a che non venne il suo turno di parlare.Mi
dissero che era salito sulla pedana con entusiasmo e orgoglio,lusingato di poter spargere la sua voce fra
tutti quei giornalisti in erba.Aveva recitato il suo discorso con voce altisonante,staccando di tanto in tanto
gli occhi dai fogli sui quali era scritto per osservare la platea di auditori che fingevano grande
attenzione.Ma all’incirca verso la metà del suo intervento,tornando a guardare la platea s’era accorto
d’uno strano volgere e strabuzzare gli occhi nella sua direzione.Ignorò lo strano caso continuando a
snocciolare rimproveri ed elogi al mondo giornalistico,ma il fenomeno anzichè placarsi fu sottolineato da
un sommesso chiacchericcio divertito dalle prime file.Alcune delle più importanti personalità presenti si
scambiarono confessioni ridacchiando elegantemente gli uni negli orecchi degli altri.La loro
attenzione,considerò a quel punto Winston,era passata dalle sue parole,alla sua figura,fissata con




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insistente,curiosa continuità.Da sotto il pantalone grigio spuntava un lembo bianco d’un tessuto simile al
cotone.In molti,mi fu detto,pensarono dubito ad un fazzoletto caduto per sbaglio da una tasca bucata fino
alla caviglia,ormai sul dorso del piede.Quando Winston intuì prima degli altri quale fosse la provenienza
e la natura di quel lembo di cotone,la sua voce che fino a quel momento era parsa sicura e
professionale,s’incrinò,vacillando sugli accenti,ingarbugliandosi sulla punteggiatura.Provò a non
pensarci,a terminare il suo intervento dignitosamente,ma la platea con la sua irriverente e screziata
dissonanza glielo rese impossibile.Allora Winston tacque,e quasi nessuno se ne accorse,e cercò dentro di
sè la prontezza di riflessi necessaria per chinarsi e raccogliere il presunto fazzoletto provocando meno
scalpore possibile.Quando lo tirò a sè,ed avvertì l’elastica resistenza che esso opponeva,il suo
presupposto si rivelò in tutta la sua veridicità.Accelerò allora i bizzarri movimenti-sollevare il piede e
sfilare lo strano indumento-perdendo ogni grazia,provocando un generale sghignazzare fra gli spettatori
avidi.Nel breve istante che passò prima che lo stesso fosse cacciato nel fondo della tasca,chiunque dentro
l’auditorium si rese conto della patetica verità.Un paio di mutande,chissà come sulla sua caviglia,infilate
soltanto da una parte,ma un paio di mutande.Nel brusio della sala si udirono degli scatti fotografici.Poco
dopo,con voce colpevole,Winston concluse il suo intervento e filò via senza salutare nessuno.


Ero seduta ad un qualsiasi bar,in un tavolino appiccicoso vicino al bancone,a bere caffè ed a pensare,
mentre mi rigiravo fra le mani il biglietto del pulman per Cincinnati,pesante come un incudine,a come
siano invadenti e fuori luogo e fuori tempo i nodi,che arrivano spesso quando hai fretta e più cerchi di
sciogliere la situazione più loro si stringono come sassi d’omertà.
<<E’ buona questa,>>Disse il barman,grasso come un maiale e brutto come un cinghiale,ad un
cliente,presumibilmente amico,sicuramente calvo,<<è quella della pubblicità,che la puoi lanciare dal
terzo piano e ti rimbalza e non si rompe.>>La strana affermazione riguardava una bottiglia di succo
d’arancia dalla bizzarra forma che il barman stava porgendo all’amico.
<<Non è questa.>>Disse lui rigirandosela fra le mani.
<<E’ questa,è questa,senti la plastica.>>
<<Ma non è di gomma.>>Insistette lui.
<<Non è di gomma,è di plastica.>>
<<Ma se non è di gomma non rimbalza.>>
<<E’ di plastica,la plastica rimbalza.>>
<<Ma che.>>
<<Ti dico di plastica,è quella là.>>
<<Senti,che me lo fai un caffè?>>Tagliò corto l’amico.
<<Non ci credere...>>
L’amico si voltò dalla mia parte,ad osservare la strada oltre la vetrina.
<<C’è sole oggi eh?>>
<<Charlie Brown?>>Lo chiamò il barman dandogli le spalle mentre armeggiava alla macchina del caffè.
<<Dimmi.>>
<<Sei partito l’altro week end?>>




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<<Sono andato con mia moglie e mia suocera.>>
<<A fare funghi?>>
<<Te l’avevo detto no?>>
<<Hai trovato funghi?>>
<<Sì.>>
<<Li hai trovati?>>
<<Sì.>>
<<Non ci credo.>>
<<E che ti dico una bugia?>>
<<I porcini,li hai trovati?C’erano?>>
<<C’erano sì,erano due settimane che pioveva.>>
<<C’hai fatto il sugo?>>
<<Non sono ancora secchi,alcuni però li ho fatti al forno.>>
<<Con il pan grattato come Dickens?>>
<<Con il pan grattato,la cannella,l’aglio,il limone e le olive nere.>>
<<Ti tratti bene eh?>>
<<Allora non hai ancora capito chi è Charlie Brown!>>
<<Vuoi un bicchiere d’acqua?>>
<<Eh,dammela va.>>
<<Ti vedevo che allappavi.>>
<<‘Sto caffè mi ha lasciato un saporaccio.>>
<<Erano grossi?>>
<<I porcini?>>
Il barman annuì,asciugandosi le mani ad una pezza lurida.
<<Come dei porcospini senza spine.>>
<<Cazzo ci volevo venire.>>
<<Siamo anche passati da Mad Maxime a prendere il pollo fresco.>>
<<C’era sua moglie?>>
<<La signora Emanuela?Certo,ce l’ha strozzato lei il gallinaccio.>>
<<Era buono?>>
<<Saporito,si masticava bene.>>
<<Non ci posso credere dei porcini merda,ci volevo venire.>>
<<La prossima volta.>>
<<Tu chiamami.>>
<<Ti chiamo,ti chiamo.>>
<<Charlie Brown,me li porti a far vedere prima di mangiarteli?>>
<<Può darsi.>>Disse Charlie Brown stringendosi nelle spalle con la boria di uno scalatore.
<<A Cecilia piacciono?>>
<<Lei odia le verdure.>>Confessò quasi ferito nell’intimo.




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<<Eh ma i funghi non sono delle verdure come le altre.Il fungo è raro,li trovi solo quando ha piovuto
tanto e poi costano parecchio.>>
<<E questi non sono quelli delle serre che sanno di crackers integrali cazzo!>>
<<E no.>>
<<No vacca troia,ma la stronza non se li mangia,ci ho messo tanto per trovarli,un giorno intero a
camminare e lei mi dice che sono una verdura e le cazzo in culo di verdure lei non le mangia.>>
<<Le donne non c’hanno mai capito un cazzo.>>
<<No davvero.>>
E il dramma stava nel fatto che dovunque mi sarei seduta in mezzo al mondo avrei trovato gente che
avrebbe parlato nello stesso modo delle stesse cose o di altre,di tutto quello che gli restava per distrarsi
prima di finire sotto il metro del Signor Bradbury.


Poco prima di morire Frida riceve una lettera che vola come un caccia bombardiere sopra le sue angoscie
e sgancia dolci parole d’addio che restano impregnate nelle sue ossa per l’eternità.A parlare è Carlos
Pellicer,ma la sua voce ha il fragore di un coro in cui a Frida piace credere di sentire anche quella di
Diego.Suona all’incirca così:<<Una settimana prima che tu partissi,ti ricordi?Ero con te,seduto su una
sedia,vicinissimo a te,e ti raccontavo delle cose,ti leggevo quei sonetti che avevo scritto per te e che
amavi,e amch’io li amo perchè li amavi tu.L’infermiera ti ha fatto la puntura.Erano le dieci
,credo.Cominciavi ad addormentarti,e mi hai fatto segno di avvicinarvi.Ti ho abbracciata e ho preso la tua
mano destra fra le mie.Ti ricordi?Poi ho spento la luce.Ti sei addormentata e sono rimasto un istante per
vegliare sul tuo sonno.Fuori il cielo spazzato via,inondato,mi ha accolto misteriosamente come si deve.Mi
sei parsa allo stremo delle forze.Ti confesserò che in strada ho pianto,mentre andavo alla ricerca
dell’autobus per rientrare a casa.Ora che hai finalmente trovato la salvezza per sempre,vorrei
dirti,piuttosto ripeterti,ripeterti...Insomma,lo sai bene...Tu come un giardino calpestato da una notte senza
cielo...Tu,come una finestra frustata dalla tempesta,tu come un fazzoletto trascinato nel sangue;tu,come
una farfalla piena di lacrime,come un giorno schiacciato e rotto;come una lacrima su un mare di
lacrime;araucaria che canta,vittoriosa,raggio di luce sul cammino di tutto il mondo......>>
Il 13 Luglio 1954 nella casa blu di Coyoacan Frida Kahlo,l’amante Messicana,muore sotto gli occhi di
Diego Rivera,fra le sue bambole,i cani senza peli,le scimmiette che gli tenevano compagnia,circondata
dal respiro discreto dei suoi quadri,fra i quali ce n’è uno,un bel ritratto di Stalin,che resterà incompiuto.
Passerà un anno.La casa blu,per volontà di Diego diverrà un santuario eretto alla bellezza dell’amore.
Frida Kahlo entrerà nel mito,e il suo nome perderà la luce del giorno,diverrà quasi una formula magica
che evoca incantesimi e da forza.Ma anche se il Messico intero avrà dimenticato la vita di quella
straordinaria donna e si preoccuperà unicamente di mettere ordine e di trarre gloria dall’immensa eredità
pittorica da lei lasciata,un vecchio elefante il cui pene incancrenisce avrà ancora un fiato per la colomba
sparita.Sul suo ritratto a memoria,quell’elefante triste aggiungerà una dedica sincera come il sorriso di un
bambino:<<Per la pupilla dei miei occhi,Fridita,sempre mia,il 13 Luglio 1995.Diego.E’ un anno oggi.>>
Tre anni e quattro mesi dopo Frida,Diego Rivera,il 24 Novembre 1957,si unisce al buio della notte e si
incammina verso l’unica donna che sia riuscito intimamente ad amare.




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<<L’amore che provo per te.E’un milione di volte più grande di tutto il mondo che circonda queste
parole.>>




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I miei quadri erano lì a guardarmi,come dei bambini delle elementari che osservano la loro maestra
piangere e strapparsi i capelli.Forse mi avrebbero detto pure qualcosa se non mi fossi mossa per
prima,scuotendo la testa,baciando la fronte di Winston,in piedi poco oltre la porta di casa di Roman.Le
sue parole erano meravigliosamente in ritardo e splendidamente inutili.A ricordarmelo c’era quel biglietto
per Cincinnati,raggomitolato nella mia tasca.
<<Perdonami,stammi vicino.>>
<<Sto partendo.>>
<<Portami con te o non partire,fa qualsiasi cosa,ma falla in modo che possa entrarci anche io.>>
<<Amare non vuol dire sopportare,bisogna volerlo.>>
<<E tu non farlo,se vuoi saperlo,amare non significa niente,è una parola di cartone che nella bocca degli
amanti prende fuoco e si tramuta in tante scintille che volano verso il cielo,e una volta sparite fra le stelle
non hanno più importanza di quella che avevano prima.Ognuno si sceglie il termine che più gli aggrada,il
colore che preferisce,la sfumatura che più gli da importanza,ma nessuno è quello giusto perchè non c’è un
giusto,là dove alcuni notano la sommità altri intravedono l’abisso,non basarti sugli esempi,sugli altrui
errori per giudicare,poichè nessuno al mondo sa che l’amore,è in verità un attaccapanni,e ciò di cui ci
accorgiamo e parliamo e litighiamo sono soltanto gli abiti che vi abbiamo appeso sopra.Ma quelli
possono essere cambiati,basta volerlo.>>
<<Io non lo voglio un attaccapanni d’amore.>>
<<E allora lo forgerò con il calore del mio cuore e ne farò un trono e ti ci metterò sopra e ti porterò tanto
in alto che nessuno potrà più sfiorarti.>>
<<Non impedirmi d’essere felice,e non costringerti a soffrire ancora.>>
<<Andando via costruirai la tua presunta libertà sul mio cadavere.Mi odi a tal punto da farlo
ugualmente?>>
Potrete vederla in tutti i modi che vi pare,ma io feci la mia scelta,perseverai nell’errore se preferite,ma lo
feci ugualmente,lo umiliai con la mia determinatezza,avanzando verso la porta con la triste svogliatezza
di un uomo che imbuca una lettera che sicuramente si smarrirà poichè l’indirizzo che vi è scritto sopra,è
stato copiato male.
Winston si mosse in avanti,sbarrandomi l’uscita.
Provai a scanzarlo,ma con una spallata mi fece perdere l’equilibrio.
Aveva gli occhi spenti,o meglio sonnecchianti,come fossero due lampadine alimentate da una tensione
elettrica troppo bassa.
Balzai alla sua destra,ma non per fuggire,volevo invece colpirlo,offenderlo e vederlo piangere.
Le sue braccia costruirono un armatura,una gabbia arrugginita e cigolante,dalle dimensioni
eccessivamente ridotte.Mi divincolai ,spintonando le sue violente effusioni e schiaffeggiando quella sua
faccia da frigorifero malfunzionante ormai svuotato e destinato al rottamiere.Guadagnai la porta sui
gomiti,strisciando fra le sue prese,gli implori e le giuculatorie,smascellate a bocca aperta sul pavimento.
Tornai in piedi,controllai il biglietto nella tasca e girai la maniglia.
Per le scale mi fu dietro in un attiimo,le grida che lo avevano preceduto sulla mia schiena e
oltre,riecheggiarono per la tromba delle scale,facendo rigirare su se stesse tutte le serrature delle porte e i




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gozzi di chi vi abitava dietro.Cercando di afferrarmi,mi strappò la maglietta e graffiò una spalla.Con
occhi da sgualdrina lo fustigai,con modi scoordinati mi tirai indietro,scivolai per una rampa di
scale,accasciata di sbiego su un corrimano e piombai sul portone chiuso.Poco distante Winston si rialzava
e negli affanni e nel sudore trovava la forza di inseguirmi.Dato il mio vantaggio,se la porta si fosse aperta
immediatamente,avrei guadagnato un distacco tale da consertirmi di non dover rivedere quella sua brutta
faccia arrabbiata e accalorata che mi fece quel gran spavento e mi mise addosso un ombra di tristezza che
ancora adesso se ci penso mi passa la fame.Era un momento critico,riconosco,di spossante nervosezza-
perchè potresti riconoscere d’aver sbagliato un’altra volta e sentirti come quando sei al ristorante e subito
dopo il primo piatto,ne ordini un secondo e poi mentre aspetti,ti rendi conto che forse non hai proprio una
fame tale da dover necessariamente spendere quattordici dollari per una buona bistecca al sangue e allora
pensi,ora glielo dico,e poi non glielo dici e sai,ti giustifichi dicendoti che quello che hai ordinato è
davvero buono e ti viene l’acquolina in bocca solo a pensarci,ma sai pure che quest’abbaglio non
serve,che era buono lo sapevi anche prima di prenderla,va bene,prima avevi fame e adesso non ce l’hai
più,e allora che fai ,glielo dici?Non glielo dici?Ma sì glielo dici,con gentilezza ma glielo
dici:<<Scusi?L’avete già messa sulla griglia la carne?>>E quello ti risponde sconcertato:<<Sì
signorina,sta arrivando perchè?>>,e tu,:<<No,così,niente.>> - ma nonostante la sua presunzione nel
volermi amare,con un rapido gesto della mano spinsi l’interruttore e il gran portone serrato si
spalancò,mostrandomi in un parallelepipedo di apertura,un intera porzione del mondo.La luce mi accecò
per un istante.Una barriera d’odori e folate di vento simili a spifferi,dovute ai diversi modi di fare della
gente mi provocò un momentaneo capogiro.
<<Non andare!Non andare!>>Ed era ridicolo com’è ridicolo in tutti quei film.
Un momento prima che mi prendesse forse per sempre,iniziai a correre e non la smisi più.Perchè volevo
vedere dove i miei piedi mi avrebbro portato,e la mia testa mi avrebbe spinto,era al contempo una sfida ed
un addio.Il movimento mi parlava di liberazione,la corsa,mi pareva un apertura.I primi passi li avevo
mossi fra zoticoni con le unghie nere le mogli dei quali facevano sul giornale i test:sei pettgola?I miei
secondi passi,quelli che mi avrebbero portato indietro,cominciai a muoverli su quell’asfalto rugoso
puntellato di foglie morte,sul calare del pomeriggio in lenzuola trasparenti di sabbia gialla come la luce
del sole;mi pare di ricordare che avessi anche riso per qualche isolato.Mi allontanavo inserobailmente da
lui,e per un attimo dalla mia variegata matassa d’abitudini e sollazzi,eppure l’idea di fuggire non era mai
stata tanto distante dalle mie intenzioni,forse mi era soltanto impossibile crederlo,andare via di qua,per
arrivare di là,forse era successo mentre sbriciolavo le ultime frange di questa storia,forse in quell’esatto
momento mi era successo di crescere.Un adulta.Questa parola così difficire da avvicinare,così grande e
seria da non poter essere abbracciata,così austera e tirata da non poter prendere sottobraccio,adesso era
mia,circolava nel mio sangue,e pulsava nel mio cuore.In futuro avrebbe raddrizzato il corso dei miei
pensieri con solide responsabilità e magari l’avrei anche smessa di sprecare il mio tempo in attività
apparentemente prive di significato,di fare l’amore ogni volta come se fosse la prima.E allora eccovi
servito il perchè di questa mia impazienza nello scrivere queste povere ultime pagine,ho soltanto paura
che terminando la mia mutazione,da bambina in adulta,tutte le sottigliezze,le fandonie e le inutili panzane
che vi ho raccontato,mi vengano a noia,come si di colpo, mi rendessi conto che non è educato nè giusto




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far notare a qualcuno ,che mentre stava in ascensore con te ha fatto una scorreggia,il fatto che
difficilmente avresti creduto che il cattivo odore veniva da fuori.Anche se adesso credo ancora che dirvela
tutta possa farvi rinsavire,in canutà età mi chiederò:ma rinsavire da che?C’è forse qualcosa di sbagliato in
tutte le persone che hai descritto con ironia,e in quelle che gli vivono accanto,cosa c’è di offensivo o
doloroso nel vederli comperare il prato a zolle,nel vederli sbagliare numero e attaccare appena si
accorgono che non sei Phil,nel sentirli dre che vorrebbero andare in vacanza al Vaticano,avere una Ferrari
ed una moglie un po’ più carina e un po’ più mignotta?Esistono anche assicuratori orgogliosi,mi ripeterò
per convincermi.Tutto questo magari sarà un giorno,magari potrebbe non essere mai,mio nonno mi diceva
che nella vita tutto quello che bisogna guadagnarsi è il diritto ad avere dei nipoti,poichè tenere sulle
ginocchia dei mocciosi ancora latenti è un compito complesso e gravoso come quello di custodire le
chiavi d’accesso alla stanza dei missili nucleari;credere ai nostri genitori è impossibile perchè gli
vogliamo troppo bene per non supporre che dicano tutto sperando che non ci succeda niente,e fidarsi dei
suggerimenti d’un anziano bambino con la barba bianca è tutto quello che di più dolce può darci la
parabola incandescente della nostra gioventù..Questa è la vita Calvin,nè più nè meno che un cuore che
comincia a battere un giorno e che decide di smettere un’altro perchè si è rotto.Di che cosa ?non lo so
ancora.Nel mondo siamo così tanti,troppi,perchè le parole di una sola,anche se straziata dalla
insoddisfattezza e acuita dal dubbio,dovrebbero sovrastare il coro di singhiozzi degli altri
penitenti?D’altronde,non è forse vero che il linguaggio del dolore è universale?Che le lacrime,se versate
in Scandinavia o in America Latina,dal padrone di un autosalone o da un marito che ha dovuto far
prostituire sua moglie per sfamare i suoi dodici figli,hanno il medesimo peso rivelatorio:di sollevare
anche solo per qualche stretta di cuore,lo straccio che rabbuia quel brano del nostro spirito addetto alla
compassione e al perdono?
Le strade mi scorrevano sotto i piedi e mi spingevano i talloni a continuare,a non fermarmi,ad
infischiarmene di tutti loro così presi da qualcosa e dalle loro mogli che sognavano di essere prese da
dietro da uno sconosciuto,mentre ad una festa si erano chinate per raccogliere un quarto di
dollaro;qualcun’altro prima di me aveva issato quei lampioni e asfaltato quei marciapiedi e fumato quelle
sigarette e prodotto quel rossetto che vi era rimasto sopra a forma di cuore,le cose non si vivono tutte,nè
le si può provare o sapere comunque come si fa,bisogna fermarsi e aspettare come i cinesi,bisogna
perdere il vizio di giocare con le armi e stupirsi se una donna ha due strane labbra pelose davanti al
sedere,o le nostre bambine,che fino a qualche hanno fa si sporgevano in punta dei piedi verso la cassa per
comperare un litro di latte mentre la mamma le aspettava fuori in macchina,continueranno a rovinarsi i
palmi delle mani tenendovi grossi cazzi rossi che eiaculano risentimento.Tra tutti i passanti che
incontravo nel loro andare e venire ne incrociai un paio che avevano nel viso la fierezza di sapersi capaci
di emettere peti rumorosi come le frenate d’un tir.Pensai di fermarli,di richiamare la loro attenzione anche
solo per potergli dire che andavo a gettarmi fra le stelle,di non provare mai più a telefonarmi perchè non
avrei risposto.Volevo fargli sapere che la mia sedia sarebbe rimasta vuota per sempre.I cuscini e le
imbottiture ci stordiscono il sedere,la cui sola ragione di vita si trova nella tensione della vertigine che
viene dallo stare aggrappato su due gambe in movimento.Tutto tornava ad avere un significato e una
propria interiore ispirazione,gli oggetti più inutili e nascosti,persino i graffi,le macchie o i colori che




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appartenevano a questi oggetti,mi parlavano di poesia,mi facevano sentire creatrice;tutta una costellazione
di nuove possibilità si moltiplicava e frantumava e rigenerava ancora negli scatoloni di cartone vuoti,e in
ciò che prima li aveva riempiti e resi utili per la società ed i consumatori.Le pianure tali e quali a quelle
nei libri di geografia erano già lì,sempre dritto,fra le erbacce americane e gli spaventapasseri
americani,alcuni ettari di bosco,campi rigati con i pomodori,buchi di talpa e cartacce che non si sa da
dove vengano,magari mi aspettavano per aprirsi come le chiusure lampo dei pantaloni la prima volta che
si fa l’amore,e i movimenti sono troppo composti per avere efficacia e alla fine sei costretto a guardarlo in
faccia ed anche se sei in penombra e fai finta di tenere gli occhi chiusi rapita dalla passione,riesci
comunque a spaventarti delle sue pupille dilatate che gemono:<<Sì per favore,sì per favore.>>,e magari
avrei trovato quel punto imprecisato e nascosto,quella casetta immersa nella campagna in cui si dice abbia
abitato Emily Dickinson per quindici anni e più in isolamento completo scrivendo su pezzi di carta:Un
sepalo ed un petalo e una spina/in un comune mattino d’estate/un fiasco di rugiada/un’ Ape o due/una
brezza-un frullo in mezzo agli alberi/E io sono una rosa!
Una volta distanziato il mio quartiere,le facce e gli odori della gente cambiarono.Anche il cielo mi
sorprendeva nella sua diversità.Aveva perso le nuvole ed aveva perso i colori.Più nessun piccione vi
volava traverso,solo fili della luce,e fili del telefono e fili di un sacco d’altre cose.Altri nomi su altri
citofoni.Altre sigarette fumate da altre persone che facevano altri lavori.Prezzi diversi quasi,un accento
diverso per assurdo.Ero di colpo straniera nella mia città,perchè una donna che se ne vuole andare mette
paura,nessuno conosce la sua destinazione,ma è come se tutti sapessero quello che prova.
Se vogliamo potevo dire che avevo amato,che era stato bello e che ora era finita e la mia nave stava per
partire.Potevo dirlo senza piangere e nessuno avrebbe battuto ciglio,a chi non va di essere triste per
qualcun altro?Cosa vale davvero la pena?Le vostre collezioni?I vostri giardini segreti?I libri che ci siamo
messi sotto ai piedi per sembrare più alti?C’era un pullman che mi aspettava,un posto vuoto con le solite
brasche di sigaretta e i posaceneri pieni di gomme da masticare dure come sassi e piccoli intagli nella
plastica dello schienale avanti che valeva la pena di legger sempre,perchè se ti sforzavi anche un pochino
potevi vedere due giovani ragazzi su una panchina verde-donata a quel parco dalla famiglia
Backhouse,sulla quale era inchiodata una targhetta:In ricordo della nostra cara mamma,che spendeva
molte ore qui.Mary Backhouse,3 Gennaio 1994,74 anni-,lei sdraiata sulle gambe di lui che le accarezzava
i capelli e la fronte chiara e sincera come le cupole delle chiese e le promesse che vi si fanno sotto,e dalla
poco profonda fessura dell’intaglio,se tendevi l’orecchio,avresti udito filtrare la felicità che gonfiava i
loro giuramenti e avresti intuito la facilità con la quale la si poteva raggiungere.Ma New York mi aveva
già annoiato,e la bellezza dei suoi palazzi e dei grandi parchi e dei cani randagi e delle vetrine dei negozi
per il centro a Natale,niente valeva più la pena e tutto allo stesso tempo dimostrava una vitale
importanza.Mi    fermai    prima    di   salire   sul   pullman.Un    piede   sullo   scalino,l’altro   ancora
sull’asfalto.Guardai indietro la strada percorsa e fra i puntini all’orizzonte,nella confusione di ciò che era
troppo lontano per essere riconosciuto volli credere di aver visto Winston comperare un mazzo di
margherite azzurre e guardare insistentemente nella mia direzione.Non so dire con certezza se in quel
tardo pomeriggio Winston fosse stato o meno davanti a quel chiosco di fiori.Quello che so per certo è che
sopra le sue spalle troneggiavano emormi palazzoni a quindici piani,e che nei bagni delle case di quei




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palazzoni,sempre nuovi bambini tristi aspettavano la grande occasione e facevano l’amore ogni volta con
una donna diversa,ogni volta con una donna bellissima,e quando svuotati,avrebbero lievemente
ciondolato fino al letto sfatto e si sarebbero infilati fra le pesanti lenzuola con l’intensa sensazione che in
fin dei conti niente era poi così male.Ma allora avevo i soldi e non avevo fame,potevo permettermi di
rincorrere cose pulite e di aspettare a fidarmi di qualcuno.Non avevo anima,quest’è vero.Ma chi poteva
davvero dimostrare il contrario?Tutti aspettavano un aumento,ognuno guardava nella tazza del cesso dopo
aver fatto i bisogni.La musica non cambiava mai.Cambiavano le parole.Cambiavano gli accordi.Ma la
musica,quella no.
Si avvicinava l’ora di cena,ma non abbastanza per toglierli dalla strada,si avvicinava l’ora della
buonanotte e l’ora di sognare ma nessuno pareva darsene peso.Le pentole erano già tutte sui fornelli
accesi,guardate a vista,riscaldate a fuoco lento,mentre il tempo si coagulava ai bordi e per levarlo ci
sarebbe voluta una gran fatica condivisa soltanto con la cucina e le proprie braccia.
Il pullman si mise in moto.L’autista mi allungò una lunga occhiata interrogativa.Guardai verso di lui,poi
ancora nella strada,quindi ancora lui,senza sapere esattamente se sbattere i piedi per terra o tacere o
ripetere come Picasso:<<Nessuno conta per me veramente.Gli altri sono come granelli di polvere che
danzano nel sole,un buon colpo di scopa ed ecco,sono svaniti.>>Uno dei passeggeri si schiarì la voce.
L’autista sbuffò sotto i baffi brizzolati ed allungò la sua mano da marinaio verso la leva che apriva e
chiudeva la portiera.Un piccolo gatto grigio,inlanguidito sul parapetto di una finestra al terzo piano mi
guardava senza troppa attenzione.Salii e subito la portiera mi fu sbarrata alle spalle come per sottolineare
e sottoscrivere la scelta appena fatta.Non avevo portato nulla con me.Ma questo per adesso non era un
problema.Mi sedetti in fondo alla vetura,vicino ad un grosso finestrino opacizzato dalle manate.Le
tendine di pessima stoffa ai lati puzzavano di polvere e ricordi dimenticati su quei sedili consunti.Il
viaggio sarebbe stato lungo e non avevo niente da leggere,quindi mi aggrappai ai pensieri,come se
fossero stati tutto quello che mi restava di prezioso e me ne fossi resa conto soltanto allora che li avevo
trascurati e adoperati con insolenza e brutalizzati su argomenti insignificanti.Passeggiai nella selva delle
mie idee ancora giovani,simili a germogli su rami antichi e rugosi,e imparai a riflettere su tutto quel che
viene dopo che sorge il sole.Accarezzai i piccoli bulbi che si facevano strada nell’aria amara di un
pomeriggio autunnale e li sentii ridacchiare,spintonarsi,,inarcarsi verso l’alto,tendere le loro esili dita
come fili d’erba verso le promesse dei mendicanti arabi che si accasciavano sotto il mio albero.Salii su un
ramo e lasciai le gambe a penzoloni.
<<Posso raccontarle una barzelletta?>>
La testa di un bambino di dieci o undici anni che come me andava a Cincinnati chissà con chi e chissà
perchè,spuntò dal sedile di fronte al mio e mi guardò furtivamente.
Feci cenno di sì con la testa.
<<Allora,un uomo si alza alla mattina e appena apre gli occhi dice:diciotto.Si va a lavare la faccia e le
ascelle e dice sempre diciotto,diciotto,diciotto,in continuazione dice diciotto anche mentre si veste e fa
colazione    e   scende     a    prendere   la   macchina     e   guida    fino    in   ufficio,dice     sempre
diciotto,diciotto,diciotto.Lavora       tutto        il       giorno,borbottando         fra        sè        e
sè,diciotto,diciotto,diciotto,diciotto,diciotto.Quando esce dall’ufficio,si accorge che la sua macchina è




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stata portata via da un carrattrezzi perchè parcheggiata in sosta vietata,e allora strilla diciotto,guarda
l’orologio e si incammina verso la fermata degli autobus.Mentre aspetta che arrivi,si guarda
intorno,incrocia lo sguardo di chi attende come lui,e senza che niente fosse continua a
dire:diciotto,diciotto,diciotto,diciotto.L’autobus arriva,e lui sale continuando a ripetere diciotto,e trova un
posto a sedere e sempre mentre dice diciotto,diciotto,diciotto,si siede accanto ad un anziana donna che
sentendolo ripetere sempre diciotto,diciotto e diciotto,gli domanda perchè dice sempre diciotto.Allora lui
la     guarda       e      fa:eccone      un        altra    che      non       sia      fa     gli      affari
suoi.Diciannove,diciannove,diciannove,diciannove....>>
<<E’ carina:>>Dissi anche se non mi veniva da ridere.
<<E’ brutta,lo so,ma so solo questa.>>
Allora sorrisi.
Fuori faceva quasi buio.
<<Ciao.>>Mi disse il bambino,sparendo dietro al sedile alto.
<<Ciao.>>Gli risposi.
Appoggiai la testa al finestrino ma le vibrazioni mi diedero fastidio.La reclinai allora sul poggiatesta.
Chiusi gli occhi.Ma la luce del sole non spariva.
Non mi veniva niente di interessante da pensare tranne che un sacco di persone ci vogliono convincere
d’essere sessualmente di vedute aperte e poi non vanno di corpo se non hanno messo una pezza per
coprire il buco della serratura della porta del bagno,ma visto che era una riflessione stupida e senza
seguito mi grattai un avambraccio e mi addormentai.
E sognai le hall degli alberghi.




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<<Desidero      fortemente       che     alla     letteratura     venga      concessa      la
benevolenza,l’accondiscendenza,la comprensione,il dialogo e la libertà d’espressione di cui
gode ai nostri giorni la pittura.Desidero che ai tempi e ai modi verbali,alle preposizioni ed
al messaggio che in esse vi è contenuto,sia offertà l’opportunità di uscire dalla scontatezza
della regola e di poter vagare assorti ed impazziti per le infinite sfumature dell’arte
universale.>>
                                   MARCO COSTA




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   Questo libro è dedicato agli anni Ottanta,dentro cui ho trovato la fantasia,
la gioia di essere ricchi e i colori più belli.Fuori dai quali ho soltanto conosciuto
                  la verità,la vecchiaia,la solitudine e l’amore.




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