le città invisibili by Anelikas

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									Critica letteraria sulle Città Invisibili
Di Leone Germana http://appuntiesami.blogspot.com
Il disegno dell’opera Segno tangibile della centralità delle Città invisibili nelle Lezioni americane, sia anche il loro disporsi come spartiacque tra la trattazione del modello cosmologico di riferimento - ossia l’argomento che sornionamente è fatto passare per deviazione, clinamen, rumore - e le questioni strettamente attinenti il concetto di precisione del linguaggio, che dovevano costituire il tema della conferenza. Se si considera che Le città invisibili sono il libro della svolta, il libro dove per la prima volta il disegno strutturale entra come componente determinante non meno dei contenuti e che questo libro fa da piedistallo all’Esattezza, non era necessario dilungarsi nella definizione del «disegno dell’opera ben definito e ben calcolato».

Nell’economia delle Lezioni al cospetto di tutta la produzione calviniana bastava porre un’indicazione, una riga di comando, un rinvio a un’opera dall’orologeria tanto perfetta da svolgere virtualmente il tema. Il primo punto del concetto di esattezza è trattato dalle Città invisibili. Le Città invisibili aprono la subroutine «un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato», ossia il «modello formale». Certo, la struttura del meccanismo combinatorio delle Città invisibili è diventata di dominio pubblico dopo che Barenghi ha rovistato tra le carte di Calvino, ma non si può dire che la precisione del meccanismo non fosse avvertita sin da subito, né che non ci sia stato chi, come Claudio Milanini, si è avvicinato in modo sorprendente al raffinato congegno. In ogni caso Calvino ci fa capire che il libro in cui ha detto più cose ha ancora cose da dire.[1][23]

Cristallo e fiamma

Dunque è possibile una lettura delle Città invisibili come sistema formale, ma anche se si rifiutasse un affondo di questo genere, è innegabile nelle Città il leitmotiv dell’esattezza del linguaggio e come tali esse vengono cooptate dalle Lezioni. La necessità di un linguaggio scorporato da ogni resistenza materiale, quella componente mallarmeana di un linguaggio assoluto, sciolto dal babelico vincolo del comunicare immediato, ma procedente in virtù di una sua necessità interna come nel ragionamento matematico, è fortemente sentito dai corsivi di Marco Polo e Kublai Khan. Dall’intrico babelico di idiomi dei primi dialoghi, dal rumore delle pantomime di Marco che non si sa se sono per l’ordine o per il disordine, per la vita o per la morte si giunge alla precisione del linguaggio astratto, alla eliminazione d’ogni rumore dei linguaggi formali e del ragionamento deduttivo. Il ragionamento deduttivo è una progressione serpeggiante nelle Lezioni e forse anche per questo vi sono richiamate le Città.

Il ragionamento deduttivo è l’essenza dell’esattezza. Calvino ne aveva già dato prova superba con i racconti di Ti con zero. È il ragionamento matematico, il ragionamento dei linguaggi formali, che applica teoremi e assiomi, che procede quasi senza guardare ai contenuti ma alla concatenazione delle cose. È la ricerca «d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile» prodotta dalle cose in sé. È il «discorrere» di Galileo, «la rapidità, l’agilità» del suo ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia dei suoi esperimenti mentali, dei Gedanken Experimenten. È l’ideale estetico che Valéry vede nel linguaggio di Mallarmé dove «la struttura delle espressioni risulta più evidente e più interessante del loro significato o dei loro valori». È lo stesso ideale d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio che Calvino nella Molteplicità vedrà realizzato meglio di tutto nelle opere di Borges. Non a caso, come rileva Asor Rosa, gli ideali di Calvino non sono estetici ma categorie «fisiche». Perché Calvino vuole sottoporre alla verifica del ragionamento deduttivo i valori della letteratura, di solito affidati a categorie che affondano le radici nei campi extrascientifici delle consuetudini, delle tradizioni, degli ideali estetici, delle ideologie. Calvino vuole un ragionamento e un linguaggio ripuliti il più possibile da ambiguità e da rumori in cui le parole pur non perdendo il loro mordente poetico siano dense di significato. È un linguaggio quello dell’esattezza che esprime il suo modello di perfezione nel cristallo.

Ma anche la precisione, il rigore, l’esattezza del ragionamento deduttivo – come «ogni concetto e ogni valore» nelle Città invisibili - si rivela duplice, si dimostra ambivalente. La ricerca dell’esattezza, l’anelito del rigore formale non si esaurisce nel puro esercizio formale. L’astrazione è la condizione per aderire alla molteplice varietà delle cose, non è fine a se stessa. La perfezione del cristallo è la dorsale su cui prende forma la molteplicità delle cose. Sulle facce del cristallo si riflette la varietà delle esistenze. L’universalis è compensato dal singularis, il cristallo dalla fiamma. Cristallo e fiamma sono figura e sfondo di un disegno ricorsivo. «Cristallo e fiamma, due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo, di spesa della materia circostante, due simboli morali, due assoluti, due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti». Cristallo e fiamma interpretano le due diverse pulsioni conoscitive di Calvino ed assieme compongono l’emblema della città che le riassume giustapponendole come negli emblemi rinascimentali della Rapidità.[24] «Il mio libro in cui credo d’aver detto più cose resta Le città invisibili, perché ho potuto concentrare su un unico simbolo tutte le mie riflessioni, le mie esperienze, le mie congetture; e perché ho costruito una struttura sfaccettata in cui ogni breve testo sta vicino agli altri in una successione che non implica una consequenzialità o una gerarchia ma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate».[25] La colonna sonora

Chi crede che Calvino sia giunto alle scacchiere delle Città invisibili suggestionato dall’«attitudine ordinatrice dello strutturalismo»*2+*26+ d’oltralpe ha senz’altro ragione. Ma se credesse di ridurre allo strutturalismo la sostanza combinatoria delle Città invisibili sarebbe in difetto, per lo meno per due motivi. Se Calvino si fa gonfiare le vele da una moda non è per stare a galla ma per sciogliere un precedente nodo d’idee: «Uno continua il suo discorso; sta attento a quel che succede, questo sì, ma cerca di rimanere se stesso».[3][27] Secondariamente perché il tanto strombazzato approccio alle tecniche strutturalistiche è contestuale a una convergenza di interessi rispetto ai quali lo strutturalismo occupa una parte neanche di rilievo. È Cibernetica e fantasmi a svelarlo. La tesi della conferenza come lascia intuire il sottotitolo (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio) è la letteratura come processo combinatorio e per sostenerla Calvino lancia la stessa procedura dei Six memos ossia parte dalla tradizione letteraria più antica per chiedersi se anche nelle forme più complesse nella cultura un numero illimitato di trasformazioni sia riducibile a un numero finito di strutture, come nel mito e nella fiaba. E si appoggia alle analisi dei formalisti russi e di Barthes e agli scrittori del gruppo «Tel Quel» per concludere che la let teratura è riconducibile «a combinazioni tra un certo numero d’operazioni logico-linguistiche o meglio sintattico-retoriche, tali da poter essere schematizzate in formule tanto più generali quanto meno complesse». L’interesse di Calvino è l’operazione essenzialmente matematica sottesa al processo combinatorio della letteratura. Se guarda allo strutturalismo è perché questo applica alla letteratura quel procedimento con risultati convincenti, ma lo strutturalismo è uno strumento come altri, tant’è vero che Calvino apre alla teoria dell’informazione, come teoria inglobante. Non solo la letteratura, ma anche il pensiero, anzi, gli stessi processi biologici sono regolati dallo stesso procedimento matematico evidenziato dalla teoria dell’informazione che Calvino fa precedere dal contesto epistemologico che l’ha maturata. «Nel modo in cui la cultura d’oggi vede il mondo, c’è una tendenza che affiora contemporaneamente da varie parti: il mondo nei suoi vari aspetti viene visto sempre più come discreto e non come continuo. Impiego il termine «discreto» nel senso che ha in matematica: quantità «discreta» cioè che si compone di parti separate». È lo scenario epistemologico della fisica quantistica, che descrive una realtà fatta di vuoti intervallati a grandi distanze da frammenti di pieno, di una realtà non continua come una linea retta ma spezzata in tante brevi linee intervallate da lunghi tratti bianchi, rischiarata da una luce fatta di brevi intervalli d’energia separati da interminabili vuoti di buio e regolata non dal meccanismo rigorosamente scandito della fisica di Galileo e di Newton ma affidata alla aleatorietà di eventi possibili ma non necessari. Su questo sfondo di probabilità si muove il processo combinatorio di Calvino che è lo sfondo stesso dell’attività cerebrale. «Il pensiero, che fino a ieri ci appariva come qualcosa di fluido, evocava in noi immagini lineari come un fiume che scorre o un filo che si dipana, oppure immagini gassose, come una specie di nuvola, tant’è vero che veniva spesso chiamato «lo spirito», oggi tendiamo a vederlo come una serie di stati discontinui, di combinazioni di impulsi su un numero finito (un numero enorme ma finito) di organi sensori e di controllo. I cervelli elettronici, se sono ancora lungi dal produrre tutte le funzioni d’un cervello umano, sono però già in grado di fornirci un modello teorico convincente per i processi più complessi della nostra memoria, delle nostre associazioni mentali, della nostra immaginazione, della nostra coscienza. Shannon, Weiner [sic], von Neumann, Turing, hanno cambiato radicalmente l’immagine dei nostri processi mentali. Al posto di quella nuvola cangiante che portavamo nella testa fino a ieri e del cui addensarsi o disperdersi cercavamo di renderci conto descrivendo impalpabili stati psicologici, umbratili paesaggi dell’anima, - al posto di tutto questo oggi sentiamo il velocissimo passaggio di segnali sugli intricati circuiti che collegano i relé, i diodi, i transistor di cui la nostra

calotta cranica è stipata». C’è confusione ossia continuità tra materia sensazioni emozioni sentimenti pensiero: una serie di impulsi elettrochimici, partiti da una massa di neuroni sufficientemente grande, attiva un livello superiore di neuroni che, se stimolati in una massa sufficiente grande, interagendo con i precedenti, attivano a loro volta un livello più alto e così su su fino ai simboli e al pensiero (e ai paradossi). Nel cervello come su una scacchiera «in cui sono messi in gioco centinaia di miliardi di pezzi» sono possibili tante mosse che «neppure in una vita che durasse quanto l’universo s’arriverebbe» a giocarle tutte. Su questo sfondo, su uno sfondo digitale, si muove il processo combinatorio di Calvino non su quello dello strutturalismo. Certo lo strutturalismo gioca la sua parte, ma la sua parte la gioca anche Queneau che muove da premesse matematiche e la sua parte la gioca Santillana con l’immagine dei dadi e della scacchiera degli antichi e il tutto viene posto nel quadro epistemologico della seconda rivoluzione scientifica aprendosi agli sviluppi incontenibili della teoria dell’informazione. La scacchiera delle Città invisibili è già qui in Cibernetica e fantasmi, nel calcolo probabilistico della teoria dell’informazione, agganciato al mito svelato da Santillana. Quando dalle Lezioni Calvino invita a guardare alle Città invisibili invita a guardare anche al quadro mitologico che l’ha prodotto. In questo non c’è solo lo strutturalismo ma c’è la teoria dell’informazione che apre verso la continuità con la materia e da questa alle varie forme viventi fino all’uomo e alla storia. «La sterminata varietà delle forme vitali si può ridurre alla combinazione di certe quantità finite. Anche qui è la teoria dell’informazione che impone i suoi modelli». Fermarsi nel quadro mitologico delle Città invisibili alle sole scacchiere è per lo meno come cancellare la colonna sonora di un film. Nelle Città invisibili non c’è solo la trasparenza del cristallo, c’è anche il rumore della fiamma. E in Cibernetica e fantasmi c’erano già cristallo e fiamma, come c’erano già le complicanze dell’infinitesimo e dei paradossi. Il processo combinatorio di Calvino si muove sullo sfondo della logica, della matematica, delle scienze e con questo sfondo approda ai - ma sarebbe meglio dire - s’incontra coi processi combinatori di strutturalismo e semiotica. Anche per questo Calvino ha potuto conseguire risultati originali, come dimostra l’unicità del Castello dei destini incrociati, la sua opera più vicina alle suggestioni strutturalistiche d’oltralpe.*4+*28+

I pezzi tutti d’oro

Più sopra siamo inciampati nel nome di Giorgio de Santillana, la cui influenza è stata tale su Calvino da dedicargli l’Esattezza. È una procedura insolita quella di ritardare l’inizio di una Lezione, tanto più se le more sono imputabili a qualcosa che ha a che fare più che con l’essenzialità dell’esattezza, con ciò verso cui la conferenza affonda i suoi spilloni ossia la perdita di forma del linguaggio e della vita.[5][29+ Che cosa c’è di più scontato di una dedica?Ma non è questa l’unica atipicità dell’inizio dell’Esattezza. Mentre nelle occasioni in cui Calvino scuce la borsa del suo vissuto resta vago nella determinazione temporale («Quando ho iniziato la mia attività»; «Se in un’epoca della mia attività letteraria»*6+*30+), qui non solo è preciso ma si avventura a cuor leggero nella ridondanza.*7+*31+ Per ben due volte insiste nell’indicare date precise: il 1963, anno di Fato antico e fato moderno, la «conferenza [di Santillana+ che *…+ ebbe una profonda influenza su di me» e il 1960, quando Santillana gli fece da guida al tempo della sua prima visita negli Stati Uniti. A che cosa imputare questa insolita procedura? È che il saluto a Santillana è molto più di una dedica qual può apparire in superficie: è uno snodo imprescindibile del quadro mitologico delle Lezioni. Infatti la

simmetria Santillana-Maat («In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza col nome di Maat, dea della bilancia»[8][32]) che avvia la conferenza ha la funzione di stabilire una triangolazione al cui vertice Calvino pone se stesso, dato che «la Bilancia è il mio segno zodiacale».[9][33] È palese la chiamata personale, ridondata dalla dichiarazione della «profonda influenza esercitata su di me» dal pensiero di Santillana. Sul portale dell’Esattezza Calvino con Santillana-Maat scolpisce gli estremi epistemologici della conferenza. Dimostra che la sua idea di Esattezza si mouve nell’ottica di una continuità con il passato, quella stessa già dichiarata sin dalla Leggerezza con il mito di Perseo. Nello stesso modo in cui l’idea di leggerezza è già disegnata nella rappresentazione mitica, il concetto di esattezza che si accinge a definire, non è diverso dal concetto di esattezza già praticato dagli antichi nel nome di Maat, come svelato da Santillana. Il pensiero di Santillana viene cooptato tout court nell’universo delle Lezioni, per diventare la chiave di lettura del mito e dell’esattezza secondo Calvino. L’affettuoso ricordo dell’amico scomparso diventa codice di lettura delle Lezioni. Come «gli oscuri testi delle Piramidi [...] sono istruzioni di rotta per l’anima del re, morto in tali e tali situazioni astrali, perché possa trovare la sua via verso il luogo del cielo che gli sarà assegnato come eterno soggiorno», la maestosa incisione del nome di Maat sul portale dell’Esattezza suggerisce la mappa di quella saldatura, trasversale ai Six memos, tra mytos e logos, tra passato e presente e tra presente e la sua proiezione, che incontra nell’approccio esistenziale della Leggerezza, nelle operazioni sul tempo della Rapidità e nelle prospezioni razionali dell’Esattezza epifanie via via diverse.[10][34] Se le cose stanno così e se è vero che la conferenza percorre un climax che si scarica nelle Città invisibili, vien da sé congiungere i due estremi fino a confonderli, con la conseguenza di parificare la scacchiera-emblema del sistema formale Città invisibili con i «pezzi tutti d’oro del gioco di scacchi» che nei miti svelati da Santillana rappresentano le trasformazioni dell’universo. Le scacchiere delle Città invisibili se sono assimilabili al gioco combinatorio di marca francese hanno tuttavia il loro ascendente nei lontani miti raccolti dal Mulino di Amleto, scaturito da Fato antico e fato moderno, la conferenza del 1963 che ha esercitato «profonda influenza» «su di me». Sta nascosta qui la ragione della ridondanza di date. Con la dichiarazione puntuale delle coordinate temporali Calvino concentra l’attenzione su un aspetto poco noto e poco riconosciuto delle sue scacchiere ossia la presenza del caso definita con il fato di Santillana e lascia intuire che il percorso delle Città invisibili, il libro in cui il suo quadro mitologico generale (di cui è sostanza il fato) esce meglio compiuto, data da quegli anni. Non a caso Santillana e Le città invisibili aprono e chiudono gli estremi della trattazione del quadro mitologico dell’Esattezza come a marcare ulteriormente questo rapporto. Le scacchiere di Calvino non derivano soltanto dalla moda combinatoria dello strutturalismo. Calvino ha sempre piegato a suo modo i vari imperativi o le varie tendenze. Sulle sue scacchiere confluiscono il fatoe il caso, la saldatura tra passato e presente. Sulle sue scacchiere confluisce un atteggiamento mentale antico quanto l’uomo che è quello di conoscere e ordinare i segmenti della realtà, di attribuire loro un senso, di dare un senso al disordine e di riconoscere il limite delle possibilità umane.*11+*35+ Per questo le Città invisibili sono il «mio libro in cui credo d’aver detto più cose».

[12][1] I. Calvino, Lezioni americane, Garzanti, p. 57. [13][2] Ivi, p. p. 67. *14+*3+ Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, alla voce “Paradosso”.

[15][4] I. Calvino, Lezioni americane, cit., p. 118. [16][5] C. Garboli, Plutone nella rete, «L’Indice», V, 10, dicembre 1988, p. 13. [17][6] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, pp. 132 e ss. *18+*7+ Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, alla voce “Buchi neri”. [19][8] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, pp. 92-95. [20][9] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, pp. 502 e ss. [21][10] A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, p. 212. [22][11] I. Calvino, Lezioni americane, cit. p. 71-72. [23][12] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, p. 326. [24][13] I. Calvino, Lezioni americane, cit., , p. 72. [25][14] M. Corti, in A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, Prefazione, p. 17. [26][15] A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, p. 296. [27][16] I. Calvino, Le città invisibili, Romanzi e racconti, II, Milano 1992, p. 373. [28][17] Ivi, p. 374. *1+*18+ Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma alla voce “ libero arbitrio”. [29][19] I. Calvino, Le città invisibili, cit., p. 374. [30][20] I. Calvino, Lezioni americane, cit., p. 74. [1][21] I. Calvino, Le città invisibili, cit., p. 391. [1][22] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, pp. 286 e ss. [32][35] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 207.

Tra il cristallo e la fiamma

Tra il cristallo e la fiamma mi è scaturito di tra le mani nel predisporre l’introduzione a un ipertesto che avevo cominciato a tirare assieme durante la lettura delle Lezioni americane, intrapresa anni fa nei corsi integrativi delle magistrali. Un libro “difficile” in quanto «libro culmine di Calvino» (Corti) e in quanto messo assieme da conferenze che per loro natura non possono sciorinare l’accattivante plot del racconto d’invenzione. C’è voluto del tempo prima che i destinatari delle mie “lezioni” la smettessero di odiare me e

le Lezioni americane. C’è voluto il tempo necessario per constatare che il “difficile” scaturiva da un immaginario che non sapevano decodificare. Ma in seguito il testo “difficile”, senza virare improvvisamente nel facile, era diventato una scommessa. Gli alunni, per lo meno i migliori - ossia i più - se forniti degli opportuni mezzi magici possono, come nelle fiabe, affrontare e superare le prove più difficili. Ai giovani piace l’avventura, specialmente se apre le dimensioni del rischio e della sfida. La letteratura di Calvino è ciò che di meglio il panorama letterario può offrire in tale senso. A cominciare dalle Città invisibili. Tra il cristallo e la fiamma è ciò che di più completo il panorama librario può offrire fino ad ora su Calvino, («grandiosa summa» l’ha definito Maria Corti nella Prefazione) perché tratta Calvino dall’osservatorio delle Lezioni americane ossia dal suo «libro culmine», libro culmine non solo perché l’ultimo, ma perché offre una postazione dalla quale sia il primo, il Calvino del cristallo, sia il secondo, il Calvino della fiamma, il Calvino delle scienze della complessità diventano trasparenti. Dalle suggestioni evocate da Tra il cristallo e la fiamma - «Mai Italo Calvino avrebbe immaginato che dalle sue Lezioni americane sarebbero nate tante suggestioni e addirittura un vastissimo discorso teorico-critico definibile in termini medievali una summa» (Corti) - esce un Calvino inesplorato, aprico e complesso nel contempo, e specialmente ne viene messo a nudo il milieu scientifico e filosofico che l’ha nutrito. Un humus distillato non dal filosofo o dallo scienziato, ma dall’insegnante di lettere quotidianamente alle prese con la necessità di tradurre in immagini accessibili la complessità dei fenomeni del mondo in cui gli è capitato di vivere. Tra il cristallo e la fiamma non è certo un libro da dare in mano di brutto all’alunno, ma senz’altro se ne possono estrarre pagine che permettono di illuminare passaggi “difficili” di Calvino. In ogni caso è un efficace strumento per l’insegnante che volesse decodificare, con l’ultimo Calvino, il variegato immaginario delle scienze della complessità. Cibernetica, teoria dell’informazione, psicologia genetica, intelligenza artificiale, ordine dal rumore, strutture dissipative, biologia, linguaggio, apprendimento, clinamen, con le implicazione scientifiche e filosofiche che ne discendono e così via: basta scorrere le centinaia di voci dell’Indice analitico e vi si troverà un ricco carnet di riferimenti trattati dall’ottica che Calvino vi ha impresso nelle lezioni della Leggerezza, della Rapidità, dell’Esattezza, della Visibilità, della Molteplicità, ma anche della Consistenza, la lezione non scritta. Un’ottica quindi prettamente letteraria anche se sconfinante nella vita.

Provocazioni

Per non lasciare il ragionamento nel limbo dei buoni propositi di seguito propongo alcuni itinerari, le cui premesse metodologiche sono esposte alle voci “Spunti didattici estratti dalle Lezioni americane”, “La summa della modularità: Le Lezioni americane di Calvino”. 1. La letteratura come processo combinatorio: Il castello dei destini incrociati Il contesto Strutturalismo e semiotica partendo dall’inquadramento di esperienze raccolte in precedenza dagli alunni, come ad esempio le funzioni della fiaba di Propp e la narratologia, oppure il ruolo di Lévi-Strauss nel maturare un atteggiamento nuovo verso l’etnologia e gli “altri”, che ha portato a una rilettura del colonialismo e a una rivalutazione delle culture considerate primitive, attraverso l’individuazione di

strutture profonde che regolano mente e comportamenti. Continuità tra culture diverse nello spazio e nel tempo e superamento della concezione evoluzionista che vuole il mytos espressione del pensiero ingenuo rispetto alla razionalità del logos. Il calcolo combinatorio: dalla Characteristica universalis di Leibniz, al libro cinese delle mutazioni, alla cibernetica, alla teoria dell’informazione. La combinatoria di elementi semplici: dalla teoria atomistica di Lucrezio (clinamen) e dalle Metamorfosi di Ovidio alle strutture dissipative di Prigogine. La combinatoria nelle litografie di Escher. La combinatoria dell’alfabeto. Musica e dodecafonia. La combinatoria nei processi biologici. Gli arcani dei tarocchi come espressione dell’immaginario collettivo: astrologia, archetipi, Jung, personificazioni, emblemi e geroglifici. Il saggio Cibernetica e fantasmi di Calvino in cui convergono le problematiche suddette come presupposto teorico del Castello dei destini incrociati. Il Castello La struttura combinatoria del libro. I diversi registri linguistici interpreti degli scarti stilistici tra i tarocchi cinquecenteschi del Bembo e i tarocchi di Marsiglia. Il piacere di rileggere Astolfo sulla luna, un esempio di riscrittura (il post-moderno).

2. Conoscere è deformare: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana Il contesto Le scienze della complessità (fisica classica e fisica quantistica, l’immaginario dei quanti, il principio di indeterminazione di Heisenberg). Le strutture dissipative di Prigogine. Modello oggettuale, oggettività e soggettività. Le infinite relazioni tra le cose, riduzionismo ed olismo. Epistemologia e filosofia della scienza. L’epistemologia di Gadda: Leibniz, Bergson (e Piaget). L’intreccio Caso e concause. Dal labirinto al garbuglio conoscitivo. Pastiche, plurilinguismo, parola spastica, barocchismo: strumenti stilistici della caduta del modello oggettuale. Il piacere di leggere l’episodio del ritrovamento dei gioielli: le infinite relazioni tra le cose.

3. Un romanzo post-moderno: Il nome della rosa Il contesto Modernismo (i grandi récits) e post-modernismo. Falsificazionismo e decostruzionismo (la crisi dei fondamenti della matematica). Il pensiero debole. Villaggio globale, telematica, telecomunicazioni, Internet. Il tempo reale; il tempo reale nella battaglia di Maratona; invarianza di strutture. L’esibizione delle strutture: il Centre Pompidou di Parigi. Il post-moderno nella quotidianità: dai centri commerciali alla labilità dell’informazione. Una «continua e sublime ricapitolazione»: la riscrittura. La struttura La contaminazione dei generi letterari (il giallo, il romanzo poliziesco), il plurilinguismo. Scrittura e riscrittura. Potere e cultura: è la cultura scientifica dominante a «scegliere quale criterio esplicativo ci permette di comprendere “meglio” il mondo». Un paradigma indiziario: segni e semiologia. Il piacere di leggere: il ritrovamento di Brunello.

4. La continuità di tutte le forme: il mondo anti-antropocentrico delle Cosmicomiche Il contesto a. La continuità tra passato e presente: Storicismo e antistoricismo (la posizione strutturalista). Invarianza delle strutture mentali ( mytos e logos ); immaginario scientifico mimetizzato nel mito e trasfigurazione poetica; De rerum natura e Metamorfosi . b. «Tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose»: le scienze della complessità; la conferenza del 1943 di Schrödinger: “Ordine dall’ordine” e “ordine dal disordine”. c. La differenza che crea una differenza: dalla materia alla vita: i cristalli aperiodici; biologia molecolare e biologia evolutiva; Bateson: mente e natura; Cibernetica e intelligenza: gerarchie aggrovigliate (D. Hofstadter) e paradossi. Le cosmicomiche L’involucro immaginoso del plot. La sigla palindroma di Qfwfq. Il piacere di rileggere la più “surrealista” delle Cosmicomiche: La distanza della luna.

5. Un sistema formale: Le città invisibili Il contesto La riscrittura del Milione : gusto post-moderno? Strutturalismo e semiotica. I sistemi formali: alfabeto e regole d’inferenza. Il sistema formale come proiezione dei mondi possibili. I mondi possibili come proiezione della realtà: il sistema copernicano “mondo possibile” rispetto al tolemaico. Le città e il desiderio. Il desiderio, non è «una semplice risposta alla necessità, per cui un animale può avere bisogno di cibo e ottenerlo senza coltivare i campi, né è semplicemente la risposta alla mancanza o desiderio di qualcosa di particolare». Il desiderio è la «forza che guida la società umana a sviluppare la sua forma peculiare» e «trova nella letteratura le forme per proiettarsi al di là degli ostacoli incontrati sulla sua strada». Le città invisibili Il sistema formale delle Città invisibili. La scacchiera come sistema formale: «Le città che Marco Polo gli descrive con grande abbondanza di particolari, egli *Kublai Kan+ le rappresenta con una o con un’altra disposizione di torri, alfieri, cavalli, re, regine, pedine, sui quadrati bianchi e neri». La scacchiera, proiezione delle Città invisibili ossia dei mondi possibili: «Ormai Kublai Kan non aveva più bisogno di mandare Marco Polo in spedizioni lontane: lo tratteneva a giocare interminabili partite a scacchi. La conoscenza dell’impero era nascosta nel disegno tracciato dai salti spigolosi del cavallo, dai varchi diagonali che s’aprono alle incursioni dell’alfiere, dal passo strascicato e guardingo del re e dell’umile pedone, dalle alternative inesorabili d’ogni partita» I medaglioni delle 55 città come ricerca delle strutture invarianti di natura e cultura. «Il mio libro in cui credo d’aver detto più cose resta Le città invisibili» perché «mi ha dato le maggiori possibilità di esprimere la tensione tra razionalità geometrica e groviglio delle esistenze umane».

[1][23] A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 212. [2][24] A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 294-96. [2][25] I. Calvino, Lezioni americane, cit., p. 70. [2][26] I. Calvino, Saggi (1945-85), a cura di M. Barenghi, 2 voll., Milano 1995, vol. I, p. 183. [3][27] Ivi, p. 2768. [4][28] A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 322-23. [5][29] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, cit., p. 189. [6][30] I. Calvino, Lezioni americane, cit., p. 5 e p. 37. [7][31] Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, p. 207. [8][32] I. Calvino, Lezioni americane, cit., p. 57. [9][33] Ibidem. [10][34]Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, p. 193.


								
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