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Seconda rivoluzione industriale

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Seconda rivoluzione industriale Powered By Docstoc
					                    Tesina: La seconda rivoluzione industriale

Storia

La seconda rivoluzione industriale

La seconda rivoluzione industriale si verificò a partire dal 1870, in Europa e negli USA, e fu caratterizzata da
un intenso sviluppo delle comunicazioni. Nella navigazione, il motore sostituì definitivamente la vela, le
grandi linee ferroviarie collegarono interi continenti rendendo così gli spostamenti dell’uomo più facili ed
accessibili. Al vecchio gruppo di stati che avevano costituito il nucleo della prima rivoluzione industriale, si
aggiunsero nuove potenze industriali come l’Italia, il Giappone, la Russia, l’Olanda e i Paesi Scandinavi.
Insieme controllavano l’80% del mercato mondiale. Si susseguirono una serie di invenzioni : la celluloide,
che è una delle prime materie plastiche,il frigorifero, la macchina da scrivere, il ventilatore il motore a
scoppio. Queste invenzioni cambiarono le abitudini di intere generazioni; un esempio è l’acciaio,una lega di
ferro e carbone, che costituì l’ossatura dei paesi industrializzati in quanto veniva impiegato in tutti i settori
della produzione industriale. La produzione industriale, dovendo soddisfare le esigenze di un mercato di
dimensioni mondiali, fu affidata ad aziende sempre più grandi che diedero vita a nuove situazioni come i
monopoli che si verificano quando un intero settore produttivo è controllato da un unica azienda, i trusts che
avvengono quando le grandi aziende inglobano le più deboli e i cartelli che sono accordi di aziende dello
stesso ramo produttivo per arginare una concorrenza aggressiva. Al crescere delle imprese si accompagnò
la nascita della produzione di massa, con i prodotti standardizzati, ossia con caratteristiche identiche.
Questo nuovo principio meccani stico del lavoro fu chiamato “Taylorismo”, dal nome dell’ideatore americano
Taylor, e fu applicato con grande successo nella catena di montaggio per produrre automobili da Harry
Ford.Sul piano economico, lo squilibrio tra paesi ricchi e poveri si accentuò notevolmente. Inoltre episodi di
razzismo si fecero sempre più frequenti. L’umanità fu divisa in razze di cui i bianchi si ritenevano superiori
alle altre per intelligenza e quasi per natura biologica. Sul piano del commercio economico la Gran Bretagna
restava incontrastata, mentre nel settore della produzione industriale subì il sorpasso di USA e Germania.
Molti Stati, primi tra tutti Italia e Germania, adottarono la politica del protezionismo, basata sull’aumento delle
tariffe doganali e delle tasse sulle merci importate, al fine di salvaguardare le industrie nazionali dal
commercio estero. Molti contadini ed artigiani si trasferiscono in città per lavorare nelle industrie. Essere
proletari, ossia lavoratori che vendono la propria forza lavoro in cambio di salario, divenne una condizione
comune a milioni di persone che condividevano abitudini, stili di vita e a volte persino le abitazioni come
avveniva nei quartieri operai. I proletari lavoravano quattordici ore al giorno tutta la settimana, esclusa la
domenica, passando più tempo con i propri compagni di lavoro che con la propria famiglia. Gli operai si
autorappresentavano come un mondo a parte, opposta a quella borghese e si sostenevano a vicenda con le
società di mutuo soccorso. L’accesso alla politica di fasce sempre più ampie di cittadini portò alla nascita di
grandi partiti politici distribuiti sull’intero territorio nazionale e portatori di un'unica ideologia per il governo
della società. Nel 1890, i partiti socialisti si unirono tutti in un unica associazione mondiale l’Internazionale.
La classe dominante negli ultimi decenni dell’ottocento fu ancora la borghesia che comprendeva diverse
figure sociali: gli imprenditori, i professionisti , gli alti funzionari statali, i quali, come gli operai,condividevano
stili di vita, abitudini, quartieri residenziali, potendo però dedicarsi anche allo sport, svago a cui i proletari non
potevano attingere. Per la borghesia il nazionalismo fu ciò che il socialismo era per la classe operaia, un’
ideologia in cui riconoscersi collettivamente e alla base alla quale c’era la forte volontà di identificarsi con la
propria nazione. La civiltà industriale portò anche alla nascita di nuove forme di cultura e spettacoli di massa
come il cinema, che grazie al lavoro dei fratelli Lumière, ottenne un successo strepitoso. Ciò è giustificato
dal fatto che i film erano muti, con gli attori che si esprimevano a gesti, accompagnati soltanto da un
sottofondo musicale rendendo le proiezioni comprensibili a tutti. Accanto a queste forme di cultura popolare
continuò ad esistere la cultura d’avanguardia con l’affermazione del Futurismo e del Cubismo che è una
corrente artistica che si impose in Europa tra ottocento e novecento e che componeva e scomponeva la
figura umana in tante parti. Anche in campo scientifico, la seconda metà del XIX secolo fu un periodo ricco di
successi contro le malattie. Si diffuse una fiducia assoluta in un inarrestabile progresso e nella scienza che
caratterizzò la fine dell’Ottocento come un periodo di ottimismo.

Filosofia

Marx e il Capitalismo

Le condizioni di vita egualitarie si rivelarono favorevoli al diffondersi tra gli operai delle teorie socialiste
elaborate da Karl Marx. Il pensiero di Marx si forma a contatto ed in contrasto con la filosofia di Hegel, le
idee della sinistra hegeliana,le opere degli economisti classici e le teorie dei socialisti utopisti. Per Marx, la
filosofia di Hegel interpreta il mondo in maniera rovesciata. Così Marx sferra alcune accuse contro Hegel ;
1)quella di subordinare la società civile allo stato,2) quella di avere una concezione giustificazionista della
storia, 3)quella di invertire il soggetto e il predicato. Marx è critico della Sinistra hegeliana perché essa
trasformò l’idealismo in materialismo,perché i suoi membri combatterono contro le frasi e non contro il
mondo reale di cui quelle frasi sono il riflesso e anche perché essi separarono la teoria dalla prassi mentre
Marx le unisce. Marx deve molto agli economisti classici come Smith e Ricardo che gettarono le basi della
teoria secondo cui il valore deriva dal lavoro. Dallo studio degli economisti classici, Marx ricava che alla
massima produzione di ricchezza corrisponde l’impoverimento massimo dell’operaio. Tuttavia sono in errore
quando pensano che le leggi da essi messe in evidenza sono leggi eterne de immutabili di natura. Marx
spiega che la proprietà privata è un fatto che consegue dall’alienazione del lavoro umano. Marx distingue il
suo socialismo ss scientifico dagli altri tipi di socialismo, e in particolare da quello utopistico. I socialisti
utopisti hanno il merito di aver individuato antagonismo delle classi nella società, però non hanno nemmeno
trovato le condizioni materiali per l’emancipazione proletariato, scivolando così nell’utopismo. Essi criticano
la società capitalistica, la condannano e la maledicono; ma non sanno trovare una via d’uscita. A questo tipo
di socialismo Marx contrappone quello scientifico, che ha scoperto la legge dello sviluppo del capitalismo e
che può risolvere i suoi mali. Un filosofo le cui teorie vengono contestate da Marx, è Proudhon, il quale figura
come esempio tipico di socialista conservatore o borghese. Marx considera Proudhon come un moralista
utopista, incapace di capire il succedersi degli avvenimenti storici. Infatti Proudhon considerava le
contraddizioni delle diverse epoche storiche come semplici difetti eliminabili ad opera del buon senso,
mentre Marx afferma che esse sono condizioni necessarie per il passaggio da una forma di società ad
un’altra più matura. E quindi la soluzione al Capitalismo non sta nel dividere, come voleva Proudhon, le
proprietà tra i lavoratori , ma come afferma Marx, nel sopprimerla del tutto attraverso la rivoluzione vittoriosa
della classe operaia. Feuerbach, sosteneva che è l'uomo che crea la religione. Marx è d'accordo con lui,
però afferma che Feuerbach si è fermato davanti al problema principale che è quello di capire perchè l'uomo
crea la religione. Marx afferma che gli uomini alienano il loro essere proiettandolo in un Dio immaginario solo
quando la società proibisce la realizzazione della loro umanità. Esiste il mondo fantastico degli dei perchè
esiste il mondo irrazionale ed ingiusto degli uomini. La religione è ò'oppio del popolo, essa è l'opera di
un'umanità sofferente ed oppressa, costretta a cercare consolazione nel'universo immaginario della
religione. Il primo compito di una filosofia al servizio della storia è quello di smascherare l'autoalienazione
religiosa. E' questa la ragione per cui la critica del cielo si trasforma in critica della terra. Ma sulla terra, Marx
non trova un uomo che si realizza, ma un uomo alienato, ossia espropriato del suo valore umano e della sua
creatività ad opera dell'alienazione del lavoro, la quale distrugge il suo corpo e il suo spirito. Il lavoro non
viene svolto per necessità , ma per la pura sussistenza. Esso è un lavoro forzato, costrittivo, reso tale dalla
proprietà privata che è fondata sulla divisione del lavoro. L'operaio diventa tanto più povero quanto maggiore
è la ricchezza che produce. Dall'alienazione del lavoro, derivano tutte le altre forme di alienazione, come
quella politica e quella religiosa. Il superamento di questa situazione avviene, secondo Marx, attraverso la
lotta di classe che eliminerà la proprietà privata e il lavoro alienato. La teoria dell'alienazione del lavoro
introduce quella del materialismo storico, la quale afferma che non è la coscienza degli uomini che
determina il loro essere,ma è, al contrario, il loro essere che determina la loro coscienza. Ciò porta a
specificare che la struttura economica di un'epoca determina la sovrastruttura ideologica, cioè il complesso
delle idee religiose, morali, politiche, giuridiche di quel periodo. Ma il materialismo di Marx è anche dialettico
ed ha le sue radici nel sistema hegeliano. La dialettica permette a Marx di comprendere il susseguirsi reale
degli avvenimenti storici e anche la situazione della società a lui contemporanea, la quale deve
necessariamente estinguersi. Marx afferma che ogni momento storico genera delle condizioni. Secondo
Marx, la dialettica è la legge di sviluppo della storica, ed esprime l'inevitabilità del passaggio dalla società
capitalistica a quella comunista. Marx afferma che la storia di ogni società è fatta di lotta di classi. Oppressi
ed oppressori alla fine di ogni lotta sono arrivati ad una trasformazione di tutta la società o alla rovina delle
categorie sociali in contesa. La società era allora divisa in borghesia e proletariato. Per borghesia s'intende
la classe dei moderni capitalisti, proprietari dei mezzi di produzione e assuntori di salariati. Per proletariato
s'intende, invece, la classe dei moderni salariati, i quali, non avendo mezzi di produzione propri, sono ridotti
a vendere la loro forza-lavoro pere vivere. La borghesia sorge all'interno della società feudale, è la
negazione di questa e la supera. Con la crescita del mercato mondiale e con la seconda rivoluzione
industriale, il ceto medio fu rimpiazzato da quello borghese, il quale deteneva il dominio economico e politico
della società. La borghesia ha dato vita alla sua contraddizione interna, il proletariato, formato da operai
organizzati e coscienti della propria forza e missione, che porrano fine alla società capitalistica ed inizio a
quella comunista, priva di classi, della proprietà privata, dello Stato, della divisione e alienazione del lavoro.
Questo è il comunismo autentico, che Marx distingueva da quello rozzo, consistente nell'attribuzione della
proprietà privata allo Stato, che ridurrebbe tutti gli uomini a proletari e negherebbe la personalità dell'uomo.
Però il comunismo procede per gradi:il primo passo è la dittatura del proletariato, il quale accentrerà tutti gli
strumenti di produzione nelle mani dello Stato attraverso vari provvedimenti come l'abolizione del diritto di
successione, l'ugual obbligo di lavoro per tutti, l'istruzione pubblica gratuita ecc. Il passo successivo è il salto
nella libertà e quindi l'avvento del comunismo. Il Capitale è una delle opere più importanti di Marx e tratta
dell'analisi della merce, che ha valore d'uso che è si basa sulla qualità posseduta dalla merce in relazione
alla soddisfazione di qualche bisogno, ed un valore di scambio che è dato da tempo di lavoro sociale
necessario per produrla. Ma anche la forza-lavoro è una merce, che l'operaio vende sul mercato al
capitalista in cambio del salario. Però la forza-lavoro è una merce speciale,in quanto produce plusvalore. Se
ad esempio un operaio lavora dodici ore al giorno, di cui sei pagate so,o per la sua sussistenza, nelle
successive sei egli produce plusvalore, che il capitalista reinveste per non soccombere alla concorrenza,
acquistando nuovi macchinari produttivi. Cosi il capitale si concentrerà nelle mani di sempre meno persone,
causando l'aumento della povertà tra i lavoratori.

Storia dell'Arte:Giacomo Balla e il Futurismo
Giacomo Balla

Giacomo Balla (Torino, 18 luglio 1871 – Roma, 1 marzo 1958) è stato un pittore, scultore, scenografo e
autore di "paroliberi" italiano.

Fu fra i primi protagonisti del divisionismo italiano. La sua attività creativa fu molto intensa nei primi anni dieci
in termini di analisi sia del dinamismo sia della luce, giungendo nel 1915 ad una nuova fase di ricerca
pittorica fortemente sintetica. Divenne poi un esponente di spicco del Futurismo, firmando assieme a
Marinetti e gli altri futuristi, i manifesti che sancivano gli aspetti teorici del movimento.

Biografia

Già da adolescente Balla aveva dimostrato una predilezione per l'arte, avvicinandosi allo studio del violino,
passione che avrebbe poi abbandonato per accostarsi alla pittura e al disegno; nel frattempo il padre gli
trasmise la passione per la fotografia, iniziandolo ad una tecnica fondamentale per la sua formazione. Dopo
gli studi superiori, Giacomo decise di frequentare l'Accademia Albertina di Belle Arti dove conobbe Pellizza
da Volpedo, suo compagno di studi. Nei primi anni del novecento Balla cominciò quindi a dipingere quadri di
matrice Pointilliste, senza tuttavia seguire rigorosamente il programma scientifico di Seurat e Signac.

Nel 1895 Balla lasciò Torino per stabilirsi a Roma, dove avrebbe abitato per tutta la vita. Nella capitale egli fu
un avanguardista della nuova tecnica divisionista, trovando subito un buon seguito di allievi. Nel 1897 si
fidanzò con Elisa Marcucci, sorella di Alessandro, amico di Duilio Cambellotti.

Il 2 settembre del 1900 si recò a Parigi, dove rimase fino al marzo 1901 ospite dell'illustratore Serafino
Macchiati.

Nel 1903, tornato a Roma, conobbe alla Scuola libera del nudo Umberto Boccioni, Gino Severini e Mario
Sironi. Nacque così un legame tra Balla e Boccioni che li condusse verso strade diverse di ricerca sulla via
futurista. Nei primi anni romani Balla si interessò a soggetti imbevuti di socialismo umanitario con quadri
come: Il mendicante (1902), Fallimento (1902), La giornata dell'operaio (1904) ecc. Ne è testimonianza
l'amicizia con Giovanni Cena, assertore di un socialismo umanitario. Nel 1903 cominciò ad esporre alla
Biennale di Venezia; l'anno successivo sposò Elisa Marcucci.

Quando nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il primo Manifesto futurista, Balla, Boccioni, Carrà e
Russolo si presentarono dinnanzi all'autore per unirsi al movimento. Nel 1910 uscì il Manifesto dei pittori
futuristi con cui l'adesione era dichiarata. Fu questo un passo fondamentale per portare avanti quell'esigenza
di svecchiamento della cultura italiana, nonché per il mutamento pittorico di Balla. Da questa ricerca
nacquero le Compenetrazioni iridescenti del 1912 ma anche il famoso Dinamismo di un cane a guinzaglio,
che comunicava l'esigenza di un taglio netto col passato verso forme dinamiche di comunicazione, senza
trascurare tocchi di astrazione.

Nel 1909 espose al Salon d’Automne di Parigi sette dipinti, tra cui i quattro elementi del Polittico dei viventi.

L'11 aprile 1910 assieme a Boccioni, Carrà, Russolo e Severini firmò Il manifesto tecnico della pittura
futurista con cui dichiarava apertamente la propria adesione al movimento. Dipinse poi Villa Borghese,
polittico a quindici pannelli separati, come quadro per le esposizioni futuriste, che però sarebbe stato rifiutato
dai compagni.

Negli anni della guerra mondiale Balla perseguì l'idea di un'arte totale. E specie dopo la morte di Boccioni nel
1916 egli fu il protagonista indiscusso del movimento. Le sue idee sono esposte in queste parole: «Noi
futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l'universo rallegrandolo,
cioè ricreandolo integralmente.» Progettò infatti le scene per Feu d'artifice di Igor Stravinsky nel 1917,
balletto che andò in scena al Teatro Costanzi di Roma. Creò anche arredi, mobili, suppellettili e partecipò
anche alle sequenze del film Vita futurista presenziando assieme a Marinetti alle riprese.

Nell'ottobre del 1918 pubblicò il "Manifesto del colore", dove analizzò il ruolo del colore nella pittura
d'avanguardia.

Nell'ambito della sua adesione al futurismo, che Balla portò avanti senza sosta, si ricorda che nel 1926 egli
scolpì una statuetta con la scritta alla base "Sono venuto a dare un governo all'Italia". L'opera fu consegnata
direttamente a Mussolini, il quale gradì. Nel 1937 però Balla scrisse una lettera al giornale "Perseo" con la
quale si dichiarava estraneo alle attività futuriste. Da quel momento Balla fu accantonato dalla cultura
ufficiale, sino alla rivalutazione nel dopoguerra delle sue opere e di quelle futuriste in genere.

Futurismo

Il Futurismo è stata una corrente artistica italiana del XX secolo. Nello stesso periodo, movimenti artistici
influenzati dal futurismo si svilupparono in altri Paesi, soprattutto in Russia.

I futuristi esplorarono ogni forma artistica, dalla pittura alla scultura, in letteratura riguardo alla poesia e al
teatro, ma non trascurarono neppure la musica, l'architettura, la danza, la fotografia, il nascente cinema e
persino la gastronomia.

Anche se si possono osservare segnali di una imminente rivoluzione artistica nei primissimi anni del secolo -
tra cui nel 1907 il saggio Entwurf einer neuen Ästhetik der Tonkunst (Abbozzo di una nuova estetica della
musica) del compositore italiano Ferruccio Busoni - la nascita ufficiale del movimento, e la stessa nascita
della parola "futurismo", fu opera del poeta italiano Filippo Tommaso Marinetti che ne codificò la filosofia
pubblicando il Manifesto del futurismo (1909), rilasciato inizialmente a Milano e successivamente sul
quotidiano francese Le Figaro il 20 febbraio.

Il futurismo si colloca sull'onda della rivoluzione tecnologica dei primi anni del '900 (la Belle époque),
esaltandone la fiducia illimitata nel progresso e decretando violentemente la fine delle vecchie ideologie (il
passatismo). Per esempio, Marinetti esalta il dinamismo, la velocità, l'industria, perfino la guerra intesa come
"igiene del mondo", identificando nel Parsifal wagneriano (che proprio in quegli anni cominciava ad essere
rappresentato nei teatri d'Europa) il simbolo artistico del passatismo e della decadenza.

Pittura

Il Futurismo diede il meglio di sé nelle espressioni artistiche legate alla pittura e alla scultura, mentre le
opere letterarie e teatrali, ma anche architettoniche non ebbero la stessa capacità espressiva.

Le radici del fermento che porterà alla declinazione del futurismo nell'arte si possono riconoscere,
artisticamente parlando, già nella Scapigliatura (corrente tipicamente milanese e borghese della seconda
metà dell'ottocento) laddove il futurismo, anch'esso nato a Milano, distoglie con disprezzo l'attenzione dalla
raffinata borghesia per concentrarsi sulla rivoluzione industriale, sulle fabbriche. Dal punto di vista stilistico il
Futurismo (in particolare quello boccioniano) si basa sui concetti del divisionismo che però riesce ad
adattarlo per esprimere al meglio gli amati concetti di velocità e di simultaneità: è grazie ad artisti come
Giovanni Segantini e Pellizza da Volpedo che, pochi anni dopo, il futurista Umberto Boccioni potrà realizzare
dipinti come La città che sale.

Naturalmente dal punto di vista concettuale il futurismo non ignora i principi cubisti di scomposizione della
forma secondo piani visivi e rappresentazione di essi sulla tela. Cubista è senz'altro la tecnica che prevede
di suddividere la superficie pittorica in tanti tasselli che registrino ognuno una diversa prospettiva spaziale.
Tuttavia mentre per il cubismo la scomposizione rende possibile una visione del soggetto fermo lungo una
quarta dimensione esclusivamente spaziale (il pittore ruota intorno al soggetto fermo cogliendone ogni
aspetto), il futurismo utilizza la scomposizione per rendere la dimensione temporale, il movimento.

Altrettanto interessanti sono i rapporti stilistici tra il futurismo boccioniano e il Cubismo orfico di Delaunay.

Per quanto riguarda i movimenti italiani va valutato il rapporto del futurismo con la quasi contemporanea
pittura metafisica di Giorgio De Chirico. È stato teorizzato che esse siano espressione della stessa
inquietudine novecentesca per il movimento: il futurismo sceglie di rappresentarlo e concentrarsi interamente
su di esso; la metafisica lo esclude, creando angosciosi paesaggi in cui tutto è immobile.

Infine, equiparare la ricerca futurista dell'attimo con quella impressionista, come è stato fatto in passato, è
ormai considerato profondamente errato. Se è vero infatti che gli impressionisti fecero dell' "attualità" il
nucleo della loro ricerca, loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile. La ricerca
futurista si muove in senso quasi opposto: suo scopo è rappresentare sulla tela non un istante di movimento
ma il movimento stesso, nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale.

Come conseguenza dell'"estetica della velocità", nelle opere futuriste a prevalere è l'elemento dinamico, il
movimento coinvolge infatti l'oggetto e lo spazio in cui esso si muove. Il dinamismo dei treni, degli aeroplani,
delle masse multicolori e polifoniche e delle azioni quotidiane (del cane che scodinzola andando a spasso
con la padrona, della bimba che corre sul terrazzo, delle ballerine) è sottolineato da colori e pennellate che
mettano in evidenza le spinte propulsive delle forme. La costruzione può essere composta da linee
spezzate, spigolose e veloci, ma anche da pennellate lineari, intense e fluide se il moto è più armonioso.

Tra gli epigoni più interessanti del futurismo, l'avanguardia russa del raggismo e del costruttivismo. Tutte le
idee futuriste in fatto di pittura sono state riassunte nei due manifesti sulla pittura dei primi mesi del 1912.

Due esponenti del movimento pittorico sono Umberto Boccioni e Giacomo Balla, questi ultimi presenti anche
in scultura. La pittura di Boccioni è stata definita "simbolica": il dipinto La città che sale (1910), per esempio,
è una chiara metafora del progresso, dettato dal titolo e dalle scene di cantiere edile sullo sfondo,
esemplificate nella loro vorticosa crescita dalla potenza del cavallo imbizzarrito, un vortice di materia. Se
Boccioni è simbolico, Balla è fotografico e analitico. Ancora legato a principi cubisti, non è raro che realizzi
sequenze fotogrammetriche di una scena, per rendere il movimento, piuttosto che affidarsi a impetuosi
vortici di pittura: è il caso del posato Ragazza che corre al balcone (1912).

Scultura

Il futurista più attivo nel campo della scultura è Umberto Boccioni, la cui ricerca pittorica corre sempre
parallela a quella plastica. Nel 1912, lo stesso Boccioni pubblica il Manifesto tecnico della scultura futurista.
Anche nell’ambito della scultura le ricerche dei futuristi si incentrarono sulla rappresentazione di oggetti e
figure in movimento, o – con risultato sostanzialmente analogo – sulla resa della percezione dinamica di
corpi fermi. Punto di arrivo di questa ricerca può essere considerato Forme uniche nella continuità dello
spazio, del 1913, conservato nel Civico museo d’arte contemporanea di Milano: l'immagine, applicando le
dichiarazioni poetiche di Boccioni stesso, è tutt'uno con lo spazio circostante, dilatandosi, contraendosi,
frammentandosi e accogliendolo in sé stessa. Anche in L'Antigrazioso o La madre, immediatamente
precedente, sono presenti parametri scultorei simili a Forme uniche nella continuità dello spazio, ma con
ancora non risolti alcuni problemi di plasticità derivanti da influssi naturalistici.


Un’altra importante novità della scultura futurista fu il ricorso a materiali diversi in una singola opera: furono
autori di sculture polimateriche Giacomo Balla e Fortunato Depero, che aderì al futurismo nel 1915. Questi
due artisti crearono anche strutture mobili, anticipando certe soluzioni dell’arte cinetica (Complesso plastico
colorato motorumorista, di Depero, 1915, Rovereto, Museo Depero).

Architettura

Al centro dell'attenzione degli architetti futuristi c'è la città, vista come simbolo della dinamicità e della
modernità. All'inizio del 1914 Antonio Sant'Elia, il principale architetto, pubblica il Manifesto dell'architettura
futurista, nel quale espone i principi di questa corrente.

Tutti i progetti creati da questi si riferiscono a città del futuro, con particolare attenzione alle innovazioni. In
contrapposizione all'architettura classica, vista come statica e monumentale, le città idealizzate dagli
architetti futuristi hanno come caratteristica fondamentale il movimento e i trasporti.

I futuristi, infatti, compresero immediatamente il ruolo centrale che i trasporti avrebbero assunto
successivamente nella vita delle città. Nei progetti di questo periodo si cercano sviluppi e scopi di questa
novità. L'utopia futurista è una città in perenne mutamento, agile e mobile in ogni sua parte, un continuo
cantiere in costruzione, e la casa futurista allo stesso modo è impregnata di dinamicità.

Anche l'utilizzo di linee ellittiche e oblique simboleggia questo rifiuto della staticità per una maggior
dinamicità dei progetti futuristi, privi di una simmetria classicamente intesa. Il Futurismo anticipa i grandi temi
e le visioni dell'architettura e della città che saranno proprie del Movimento Moderno, anche se il
Razionalismo italiano si perderà un po' tra la diatriba del neoclassicismo semplificato di Marcello Piacentini e
la purezza di un Giuseppe Terragni e non riuscirà ad avere il medesimo slancio innovatore.

Fisica: L'elettromagnetismo
Già ai tempi del greco Talete era noto che un minerale di ferro,la magnetite, ha la proprietà di attrarre la
limatura di ferro. Questa proprietà può essere prodotta anche artificialmente, avvicinando un pezzo di
magnetite ad una sbarretta di ferro, che in tal modo acquista questa proprietà. Si dice che la sbarretta di
acciao si è magnetizzata ed è diventata un magnete artificiale o una calamita. I suoi estremi sono chiamati
poli. Non tutte le sostanza hanno la proprietà di magnetizzarsi. Quelle che appartengono a questa ristretta
categoria prendono il nome di sostanze magnetiche. Le calamite si distinguono in rettilinee, a ferreo di
cavallo e aghi magnetici. La calamita rettilinea genera nello spazio circostante un campo di forza, che
chiamiamo campo magnetico. L'ago subisce una forza perchè sente l'azione del campo magnetico generato
dalla calamita, e i poli della calamita si comportano come centri di forze magnetiche. Per riconoscere se in
una certa regione di spazio vi è un campo magnetico, basta vedere se su un magnete posto in quella
regione agisce una forza. Se avviciniamo una ago magnetico al polo di una calamita, esso esegue alcune
oscillazioni, fino a fermarsi in una certa direzione, che è chiamata direzione del campo magnetico. Il verso
del campo magnetico è quello verso cui si orienta ad esempio un piccolo ago magnetico isolato. Se lo si
sposta facendolo ruotare un pò, esso dopo qualche oscillazione, torna a disporsi in quella direzione. Ciò
dimostra che sul nostro pianeta esiste il campo magnetico terrestre, nel quale in qualsiasi suo punto, un ago
magnetico si orienta dirigendo sempre lo stesso estremo verso il Polo Nord geografico, e l'altro estremo
verso il Polo Sud geografico. In particolare si chiama poli Nord di un magnete l'estremo che si dirige verso il
polo Nord magnetico della Terra e polo Sud l'altro estremo. Generalmente, in un ago magnetico il polo Nord
è contraddistinto da un colore più scuro in modo da poter essere facilmente riconosciuto. Una volta definiti la
direzione e il verso di un campo magnetico, è possibile costruire le sue linee di campo, le quali forniscono
una rappresentazione intuitiva di qualsiasi campo vettoriale. Il campo magnetico assomiglia per diversi
aspetti al campo elettrico. Entrambi sono campi vettoriali e in quanto tali, possono essere rappresentati da
linee di campo. Il fatto che esistano due poli magnetici, che si respingono se hanno lo stesso e si attraggono
in caso contrario rappresenta un'altra analogia tra fenomeni magnetici ed elettrici. La somiglianza, però non
va oltre, oltre perchè trai i due campi esistono differenze sostanziali. Per esempio, mentre le cariche
elettriche positive possono essere separate da quelle negative, è impossibile isolare i poli magnetici.

Geografia Astronomica: L'effetto serra e le sue conseguenze
L'effetto serra e le sue conseguenze

L'effetto serra mantiene la temperatura della troposfera su valori relativamente alti, compatibile con
l'esistenza della vita sul nostro pianeta.
La superficie terrestre, infatti,non si limita a riflettere la luce solare che la colpisce, ma in parte l'assorbe e poi
la rimanda nello spazio sotto forma di radiazioni termiche.
Il vapore acqueo, il metano e soprattutto il diossido di carbonio (detti per questo gas serra), lasciano passare
indisturbate le radiazioni solari in entrata, ma respingono le
radiazioni termiche in uscita, riflettendole verso la superficie stessa. In età preindustriale la quantità di Co2
presente in atmosfera era di 280ppm (parti per milione),
mentre oggi è di 375ppm: ipotesi attendibili prevedono che, come conseguenza dell'uso massiccio di
combustibili fossili , attorno agli anni 2030-2050 la concentrazione
del gas raggiungerà 560ppm, se non si invertiranno le attuali tendenze. Una parte della Co2 si scioglie nelle
acque degli oceani o viene assorbita dalle piante, ma circa
il 50% rimane in atmosfera. Secondo molti ricercatori, il continuo aumento della percentuale di co2 nell'aria
produrrà un aumento della temperatura media del pianeta di circa 2°c
entro il 2010; questo rialzo non sarebbe però omogeneamente ripartito sulla superficie terrestre: le zone
polari e quelle della fascia temperata dovrebbero registrare
l'aumento più consistente. Le conseguenze dell'effetto serra potrebbero essere le seguenti:
1) Scioglimento delle calotte polari .Ciò provocherebbe un innalzamento del livello marino di più di 1 metro
nei prossimi 50-100 anni, con forti danni a tutte le città e le istallazioni costiere.
2) Alterazione dei regimi pluviometrici. In alcune regioni si verificherebbe un sensibile aumento delle
precipitazioni, in altre zone invece la piovosità diminuirebbe,
e con essa anche le rese agricole: i rifornimenti idrici diventerebbero più complessi (l'Italia sarebbe uno dei
paesi in cui si verificherebbe una diminuzione delle precipitazioni).
3)Temperature .Ondate di caldo si alternerebbero a freddi improvvisi che danneggerebbero le coltivazioni e
la vegetazione spontanea. Occorre però essere molto prudenti
nell'elaborazione dei modelli previsionali: il nostro pianeta basa la sua esistenza su equilibri così complessi
da rendere difficilmente prevedibili le risposte alla variazione anche
di un solo parametro ambientale. Si possono ipotizzare, infatti, meccanismi di risposta climatici positivi, che
accentuerebbero le conseguenze dell'effetto serra, e negativi,
che le limiterebbero .Una risposta positiva è l'intensificazione dei processi di evaporazione, conseguenza
quasi certa dell'aumento di Co2: una maggiore quantità di vapore acqueo
nell'atmosfera aumenterebbe la riflessione delle radiazioni termiche in uscita, con ulteriore aumento della
temperatura .Sono ipotizzabili però anche meccanismi di risposta tendenti a neutralizzare l’effetto serra .Uno
aumento globale della temperatura comporterebbe, ad esempio, una maggiore copertura si nubi(per via dell’
aumento dell’evaporazione );dato che le nubi aumentano l’albedo, esse provocherebbero una diminuzione
dell’energia solare dispensabile per riscaldare l’atmosfera .Stiamo preparando per le nuove generazioni un
pianeta più caldo, con una diversa distribuzione dei climi e la probabile fusione parziale delle calotte polari.

Il protocollo di Kyoto

Il protocollo di Kyoto è stato elaborato nel 1997 dalle Nazioni Unite nell’omonima città giapponese : in essa è
indicato l’impegno a ridurre, entro il 2012, le emissioni dei gas serra di almeno il 5% rispetto ai livelli del
1990.
In quell’occasione si stabilì inoltre che il protocollo diventasse vincolante solo quando avesse avuto la ratifica
di 55 Paesi che insieme producessero il 55% delle emissioni globali di gas serra. L’opposizione tenace di
USA(36%delle emissioni) Russia (17% delle emissioni) ha impedito per lungo tempo che il protocollo
divenisse operativo. Finalmente, nel novembre del 2004 la Russia ha aderito portando a 55 i Paesi firmatari:
il protocollo è quindi entrato in vigore nel febbraio 2005. Esso ha però un grave limite:nessun tipo di
limitazione è previsto per i Paesi in via di sviluppo, perché un tale vincolo rallenterebbe il loro cammino verso
il progresso. Poiché la crescita delle emissioni di gas serra nei Paesi in via di sviluppo (Cina in particolare)si
sta attualmente manifestando con ritmo che è circa triplo di quello dei Paesi sviluppati l’impegno ecologico
dei Paesi industrializzati rischia di venire vanificato. Per la riduzione delle e3missioni, il Protocollo di Kyoto
individua come prioritari alcuni ambiti di intervento :
Il settore energetico(Con la riduzione dell’uso dei combustibili fossili),
I processi industriali(industria chimica, metallurgica, ecc.),
Il trattamento dei rifiuti (discariche, impianti di incenerimento ecc.)
Poiché inoltre la quantità globale di C02 atmosferico non dipende solo dalle emissioni industriali ma anche
dall’assorbimento da parte dei vegetali (per la fotosintesi), sono previste opere di forestazione. Nel 1998
l’Unione Europea ha stabilito le percentuali di riduzione a carico dei diversi Paesi dell’unione. Per l’Italia, è
stata fissata una percentuale del 6,5% entro il 2008. Alcuni interventi atti a favorire la riduzione delle
emissioni di gas serra potrebbero essere:
1)L’aumento dell’efficienza del settore elettrico
2)La produzione di energia da fonti rinnovabili
3)La riduzione dei consumi energetici in tutti i settori
4)L’assorbimento delle emissioni di Co2 dalle foreste.
Le rilevazioni effettuate nel 2004, per quanto riguarda i gas serra hanno evidenziato in Italia un incremento
del 10-12% rispetto ai livelli del 1990, ponendoci a rischio di sanzioni.


Inglese: The Victorian Age e Charles Dickens(Coketown)

The Victorian Age

The Victorian Age took its name from Queen Victoria whose reign was the longest in the history of England.
During this reign there was an economical and territorial expansion. Moreover the old agricultural economy
was replaced by the modern urban economy of manufacturing and international trade. So, Britain became
the wealthiest and most powerful nation in the world. The unsettled masses of the urban poor were
perceived as a potential danger by the ruling classes which gradually tried to incorporate a part of the
working classes into society trough reforms and progressive policies. Britain turned politically conservative,
but both Conservative and Liberals were initially fearful about extending the right to vote to the masses.
Because of this rejection from policy, in 1832 rose the Chartist Movement, led by the working classes, which
was based on six points of demand, among which that of votes for all males. The movement failed and its
leaders were arrested, but five of the six demands became law. The right to vote for all males was granted
in 1918, while that of women in 1928 thanks to the suffragettes led by the Pankhurst sisters. The England’s
social conditions improved with the Liberal government of Asquith towards social reforms such as the Old
Age Pensions Act which granted pensions to people over 70 and the National Insurance Act which gave free
                                                     th
medical treatment to insured workers. The mid 19 century was a period of great technological innovations
such as steam powered machines and railways that revolutionized both industry and transport. The Great
Exhibition, the symbol of Britain’s industrial and imperial trading power, was held in a glass edifice called
Crystal Palace and showed 200.000 objects from all over the world. Communications were improved thanks
to a more efficient mail service, printing and the invention of the telephone. For these reasons the age was
characterized by a general feeling of optimism. During the Industrial Revolution Britain’s economy revolved
around the agricultural and textile industry. With the mechanisation the product’s prizes fell, but also the
workers’ wages fell. The cost of living was dramatically high because of the emanation of the Corn Laws
which taxed imported corn. Therefore there was widespread starvation among workers. A Tory prime
minister, Robert Pell, repealed the Corn Laws in 1846 under the pressure of severe famine in Ireland due to
failures in the potato crop, hence called potato famine, which cause the death of a million people and the
emigration to Britain and American of two million. To solve the problem of starvation, England’s government
emanated the Poor Laws, which declared the children destitute, who were sent to work in parish work-
houses, in return for which they received barely enough food to survive. This reflected the general Victorian
view that poverty was a moral problem, to be managed through repressive measures. It was only towards
                   th
the end of the 19 century that poverty was considered a social problem . Moreover in the industrial towns
the property owners occupied up to 50% of the available land, so that the poor were forced to live into
overcrowded slums whose appalling sanitation led to epidemics of cholera and other diseases.

Charles Dickens(Coketown)


Coketown is the classic city that reflects the period of the Industrial Revolution: it’s an imaginary town but it’s
possible to locate Preston-city, near Manchester.
In this passage we can distinguish the presence of many symbols that give us the idea of the existing
problems inside this particular place.
The town is depicted by different colours: the brick of "
unnatural red and black", "black canal", "the river that ran purple "and it’s evident the atmosphere of pollution
due to the tall chimneys and machinery that work continuously "for ever and ever".
The city appears monotonous not only in the colours but also in the sounds, in the noises, in the buildings ,in
the streets.
What’s about its inhabitants? As in a painting, the inhabitants’ expression communicate only the monotony
and sadness of life in this industrialized town.
People have lost their personality, their individuality: they are equally like one another and look like robots.

Coketown, expression of the capitalistic system, has got unnatural and artificial colours, like the strange red
that isn’t red of brick that is caused by the smoke and ashes; it is a town of unnatural red and black like the
painted face of a savage, this two colours dominates the description of Coketown, in particular black paint
even the channel and river’s water. From this water then come a terrible stink that is caused by industrial
refuses. This ideal town is full of machinery and chimneys noise, in the form of rattling and trembling
dominates. The metaphor of the head of an elephant in a sort of madness reproduces the movement of the
piston of a steam engine, mad is the machine, mad is the consequence of industrial revolution. Dickens
introduces an idea of alienation: man is identified with the product and even with the machine that produces
this; the machine causes a lack of identity. Dickens shows how the system determines the life of people and
criticizes the alienation caused by mass production: people go out and in at the same hours, they do the
same job and for them every day is the same as the previous and the next.

By the use of metaphors, we can clearly deduce the presence of two types of risk that coexist and cause not
only serious physical dangers (pollution) but even psychological problems.
The alienation due to the repetitive life in Coketown is a significant and worrying message of the existence of
a psychological risk that workers may suffer.
Italiano: Pirandello (l'annullamento dell'identità)
Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica, che è affine a quella della
filosofia di Henri Bergson, e che si basa sulla certezza che la realtà è vita, perpetuo movimento vitale, inteso
come eterno divenire. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si
irrigidisce e comincia, secondo Pirandello, a morire. Un esempio lampante è quello dell'identità personale
dell'uomo, perchè noi siamo parte indistinta nell'eterno fluire della vita, ma tendiamo a cristallizzarci in forme
individuali, in una personalità ben definita. In realtà questa personalità è un illusione e scaturisce solo dalla
nostra visione soggettiva del mondo. Non solo noi stessi però, ci fissiamo in una forma. Anche le persone
che ci circondano, ci attribuiscono determinate forme in base all'opinione che hanno di noi. Noi crediamo di
essere uno per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci
guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che
ci impone la società. Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della
personalità, ed era convinto che nell'uomo coesistessero più persone, ignote a lui stesso, che possono
emergere inaspettatamente. Pirandello condusse quindi una critica serrata al concetto d'identità personale
su cui era fondata una lunga tradizione filosofica. Nella civiltà novecentesca l'io si disgrega, e questa crisi
dell'identità risente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, che tende ad accentuarla in
maniera significativa attraverso eventi spersonalizzanti nella società, quali l'instaurarsi del capitalismo,
l'alienazione del lavoro, il formarsi delle grandi metropoli moderne, che annullano l'identità dell'uomo,
riducendolo alla sua pura funzione esteriore. Pirandello è uno degli interpreti più acuti di questi fenomeni, e li
riflette nelle sue teorie e nelle sue costruzioni letterarie. La presa di coscienza di questa inconsistenza dell'io
suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento e dolore. Queste forme di ogni uomo sono per Pirandello
come una sorta di trappola. La società gli appare come una costruzione fittizia, che isola l'uomo dalla vita, lo
impoverisce, lo conduce alla morte anche se egli apparentemente continua a vivere. Alla base di tutta l'opera
pirandelliana vi è quindi un rifiuto delle forme di vita sociale,dei ruoli che essa ci impone, e un bisogno
disperato di autenticità, di immediatezza e di spontaneità vitale. Nei romanzi la critica di Pirandello è diretta
contro la condizione piccolo borghese, mentre il teatro predilige ambienti alto borghesi. L'istituto in cui si
manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona l'uomo, separandolo dall'immediatezza della
vita, è la famiglia in cui si concentrano sentimenti contrastanti come gli odi, le ipocrisie, gli affetti, le tensioni
ecc. L'altra trappola è quella economica, costituita dalla condizione sociale e dal lavoro. Il pessimismo di
Pirandello è totale e non gli consente d'immaginare altre forme di società. Infatti i suoi eroi vivono in
condizioni misere e stentate e di lavori monotoni e frustranti. L'unica via di salvezza per i suoi eroi è la fuga
nell'irrazionale, nell'immaginazione che trasporta verso un altrove fantastico, come per l'impiegato Belluca di
"Il treno ha fischiato" che sogna paesi lontani e attraverso questa evasione può sopportare l'oppressione
del suo lavoro di contabile e della famiglia, oppure nella follia, che è per Pirandello lo strumento per
eccellenza di contestazione sociale. Il rifiuto della società dà luogo nell'opera pirandelliana ad una figura
ricorrente, il "forestiere della vita", l'eroe estraniato, colui che ha capito il giuoco, ha preso coscienza del
carattere fittizio della società e si esclude, si isola, guardando vivere gli altri dall'esterno, gli uomini
imprigionati dalla trappola verso cui ha un atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà. E' quella che
Pirandello definisce anche"filosofia del lontano":essa consiste nel contemplare la realtà come da un'infinita
distanza,in modo da vedere in una prospettiva straniata tutto ciò che l'abitudine ci fa considerare "normale" e
in modo quindi da coglierne l'inconsistenza e l'assurdità. In questa figura di eroe estraniato dalla realtà si
proietta la condizione stessa di Pirandello come intellettuale, che rifiuta il ruolo politico attivo perseguito dagli
altri intellettuali e nel suo pessimismo si riserva un ruolo contemplativo. Dal vitalismo pirandelliano
scaturiscono anche importanti conseguenze sul piano conoscitivo. Se la realtà è in perpetuo divenire, essa
non si può in schemi totalizzanti. Ogni immagine globale che intenda sistemarla organicamente non è che un
proiezione soggettiva. Il reale è multiforme e polivalente e le sue prospettive sono infinite. Quindi, la visione
pirandelliana è caratterizzata da un radicale relativismo conoscitivo. Non esiste una verità assoluta, ognuno
ha la sua verità che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Ne deriva un'inevitabile
incomunicabilità tra gli uomini: essi non possono intendersi, perchè ciascuno fa riferimento alla realtà com'è
per lui, e non sa come sia per gli altri. Questa incomunicabiltà accresce il senso di solitudine dell'individuo. Il
relativismo conoscitivo collega Pirandello a quel clima culturale europeo del primo Novecento, in cui si
verifica la crisi delle certezze positivistiche e della fiducia in una conoscenza oggettiva della realtà mediante
gli strumenti della razionalità scientifica. La posizione di Pirandello sia per quanto riguarda questa crisi
gnoseologica, sia per il suo vitalismo razionalistico, viene quindi fatta rientrare nell'ambito del Decadentismo.
Se però consideriamo il Decadentismo come una seconda fase del clima culturale romantico, allora per vari
aspetti Pirandello appare già al di fuori di essi. Per Pirandello, la realtà non è più una totalità organica, ma
una pluralità di frammenti che non hanno un senso complessivo. Questa crisi della totalità colloca Pirandello
già oltre il Decadentismo. Una situazione analoga è quella inerente alla crisi dell'io. Il Decadentismo, come il
Romanticismo, poneva l'io al centro del mondo, e quest'ultimo si identificava con l'io. Per Pirandello questa
assolutizzazione del soggetto è impossibile in quanto esso si frantuma in una serie di frammenti incoerenti.
Dalla visione complessiva del mondo scaturiscono anche la concezione dell'arte e la poetica di Pirandello,
che vengono trattate nel saggio più famoso "L'umorismo" del 1908. Il volume è composto da una parte
storica, in cui l'autore esamina varie manifestazioni dell'arte umoristica, e da una parte teorica, in cui viene
definito il concetto stesso di umorismo. L'opera d'arte, secondo Pirandello, nasce dal libero movimento della
vita interiore, la riflessione è una forma di sentimento, al contrario di quando avviene nell'opera umoristica,
dove la riflessione analizza e scompone il sentimento e permette di vedere la realtà da molteplici prospettive.
Nel saggio, Pirandello afferma che l'umorismo si trova nella letteratura di tutti i tempi e in particolare in quella
contemporanea. Si tratta dell'arte moderna per eccellenza perchè riflette la coscienza di un mondo non più
ordinato ma frantumato, un'arte in cui ogni pensiero genera sempre il suo opposto. Di qui nasce il
"sentimento del contrario", che è il tratto caratterizzante l'umorismo per Pirandello. La poetica pirandelliana è
basata sull'umorismo, le sue opere, le novelle, i romanzi, i drammi sono tutti testi umoristici, in cui tragico e
comico sono indissolubilmente mescolati e da cui emerge il senso di un mondo frantumato.

Latino: Lucrezio (De Rerum Natura) e Plinio il Vecchio
Lucrezio (De Rerum Natura)

Introduzione

Lucrezio Caro, Tito (98 ca. - 55 ca. a.C.), poeta latino. I pochi dati biografici sono tramandati da san
Gerolamo, al quale si deve anche la notizia della follia e del suicidio di Lucrezio, oggi perlopiù ritenuta
inattendibile.

Il “De rerum natura” (tradotto dal latino letteralmente è Sulla natura delle cose, ma va inteso in senso
traslato "sulla natura dell'universo" o più semplicemente "Sulla natura") è un poema epico didascalico (= a
scopo didattico, o istruttivo) di Tito Lucrezio Caro. L’opera fu scritta in esametri e si suddivide in sei libri,
comprese in tre parti: il primo e il secondo libro trattano la teoria degli atomi (argomenti fisici); il terzo e il
quarto l’anima e le modalità con cui avviene la conoscenza (argomenti antropologici); il quinto e il sesto
sviluppano la dottrina del mondo (argomenti cosmologici). Probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso,
manca di una revisione. Il poema di Lucrezio è dedicato a Gaio Memmio, che fu amico e patrono di Catullo e
Cinna. San Girolamo asserisce che il “De rerum natura” fu rivisto e pubblicato da Cicerone pochi anni dopo
la morte di Lucrezio.
La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58, anno in cui
fu pretore Memmio.

Struttura

Essendo un poema didascalico, ha come modello Esiodo e quindi anche Empedocle, che aveva preso il
modello esiodeo come massimo strumento per l'insegnamento della filosofia. Altri modelli potrebbero essere
i poeti ellenistici Arato di Sicione e Nicandro di Colofone, che usavano il poema didascalico come sfoggio di
erudizione letteraria.
Ciascun libro ha un suo proemio, variandosi in ciascuno di essi dalla lode dell’inventore, Epicuro, maestro
della umana saggezza, alla lode della filosofia, rasserenatrice della vita umana; il famoso inno a Venere,
forza genitrice della natura, a cui sorride e germina l’universo in mille vite, protettrice di Roma e della gente
di Memmio, al quale il poema è dedicato, posto all’inizio del primo libro, come introduzione generale
dell’opera, arricchisce di vividi lumi di poesia queste parti, nelle quali si ferma il travaglio del poeta, e in cui si
rispecchia l’altezza da lui già raggiunta e alla quale vuole guidare altri con la chiara esposizione della
dottrina.

Scopo dell'opera

Scopo del poeta è l'esposizione delle dottrine di Epicuro riguardo al mondo e all'uomo. Secondo la fisica
epicurea, che recupera le teorie atomistiche di Leucippo e Democrito, l'universo vive del moto incessante
degli atomi, che si aggregano e disgregano originando una serie infinita di mondi e di composti materiali;
l'anima non è un'entità incorporea, ma anch'essa una combinazione fortuita di atomi che cessa di vivere
insieme col corpo; il criterio di verità è determinato dall’esperienza sensibile, intesa come fondamento del
sapere e misura dell'attendibilità dei processi conoscitivi; la morte non deve causare turbamento perché 'non
è nulla per noi', ponendo fine alle sensazioni; tutti i fenomeni terreni hanno cause naturali e non conoscono
intervento divino: gli dei non si devono temere poiché non si preoccupano delle vicende umane. La paura del
soprannaturale non ha quindi alcun fondamento razionale. Questa esposizione delle dottrine epicuree non è
freddamente intesa come fine a se stessa e come solida struttura di un sistema interpretativo dei fenomeni
dell'universo, ma vera e poetica interpretazione di essa, contemplata nell'armonioso e fatale comporsi e
dissolversi delle cose e della posizione dell’individuo, parte di un tutto destinato a perire senza dispersione.
Questa è l’”essenza” della "poesia" lucreziana, che traspare ovunque, anche nel tessuto dei versi più duri,
trepida e commossa alla profondità dei misteri, che la sapienza del maestro rivela all’occhio stupito del
mortale; si allontanano le tenebre fitte, crollano le mura del mondo, lo sguardo del poeta arriva alla vista
degli dei e alle sedi tranquille, che non sono scosse né da venti né procellosi nembi aspergono di piogge né
gelida neve offende, ma sempre un aere puro e senza mutamento avvolge, sorridente, per largo spazio, di
diffusa luce; nulla più, in nessun tempo può attentare alla pace dell’animo che ha superato i misteri,
ugualmente paurosi, della vita e delta morte.

1. Le fonti del poema

Tutta l'opera è un omaggio a Epicuro, che con le sue verità razionali illuminò l'animo dissolvendo le
superstizioni e la paura della morte e degli dei, e aiutandolo a raggiungere l'atarassia, cioè l'imperturbabilità,
che è il presupposto essenziale della felicità: l'uomo felice è colui che riconosce come canone dell'esistenza
il piacere, inteso come soppressione del dolore, soddisfazione dei bisogni naturali e limitazione dei desideri.
Per questo il proemio del De rerum natura si apre con un'invocazione a Venere, simbolo dell'amore e del
piacere cui tendono naturalmente tutti gli esseri viventi. Oltre a quella di Epicuro, si avverte nell'opera di
Lucrezio l'influenza di altre fonti: di Ennio, padre dell'epica latina, di Empedocle, del teatro greco e di
Tucidide, modello primario per il grandioso affresco della peste di Atene con cui si chiude il sesto libro. In
tutto il poema Lucrezio si mostra interessato al problema del linguaggio e, cosciente della carenza di termini
filosofici nella lingua latina, si impegna costantemente a chiarire il significato delle parole, anche le più
comuni.

(Primo libro)

Il primo libro si apre con un lungo proemio che contiene l’Inno a Venere e l’Elogio di Epicuro, Il Sacrificio di
Ifigenia ed altri temi cari a Lucrezio. Non è facile spiegare perché l’autore nell’Inno a Venere, che pur intende
demolire la religione tradizionale, abbia sentito il bisogno di invocare una divinità tra le più tipiche del
patrimonio mitologico, la quale oltretutto, è simbolo di quell’amore che la filosofia epicurea condanna in
maniera inequivocabile. La spiegazione va cercata nell’ampio ventaglio di significati allegorici che essa si
prestava ad assumere in sé. Venere, infatti, può significare sia la potenza creatrice della natura, sia il
piacere in movimento che produce la ricomposizione degli atomi, sia il piacere in riposo, sia la forza
dell’amore che si contrappone a quella dell’odio, impersonata nel poema da Marte. Nell’Elogio di Epicuro,
Lucrezio critica la superstizione ed il timore per gli Dei perché vuole dimostrare che essa ha spinto gli uomini
a commettere in suo nome i delitti più nefandi. Nei passi successivi, Lucrezio si addentra nella dottrina
epicurea, descrivendo la teoria atomica attraverso la dimostrazione che nulla nasce dal nulla né si trasforma
in nulla. La realtà è eterna, le cose si formano senza intervento divino, ma mediante un processo di
aggregazione e disgregazione degli atomi della materia.

(Secondo libro)

Il secondo libro comincia dal determinare il processo di formazione e dissoluzione dei corpi; argomento
svolto in tutti i suoi particolari; movimento, forma degli atomi dimostrata nel senso che l'uomo ha delle cose:
ciò che accarezza i sensi ha una levigatezza primordiale, ciò che è aspro e molesto ha durezza di materia.
Molte, poi, sono le figure e infinite le somiglianze; nella terra sono gli atomi, onde si formano elementi e
mezzi di vita, idonei a conservare le diversità delle razze. I quali atomi non hanno colore per la loro stessa
immutabilità; ma rendono con la varietà delle forme varie impressioni; in conclusione, sono privi di colore,
come di odore, di succo, di temperatura. Resta al poeta da spiegare il nascere del sensibile dall'insensibile,
dimostrato questo dai vermi nascenti dallo stereo, dal passaggio di materia a formare altra materia e da altra
lunga serie di prove apparenti e sostenuto contro diverse teorie. Il libro si chiude con l'accenno all'infinità dei
mondi e come questi debbano formarsi nell'infinito universo atomico e formarsi per una forza loro: incrementi
e graduale deperimento del mondo nostro sono la visione ultima, piena di profondo vigore poetico.

(Terzo libro)

Il terzo libro si apre con una solenne celebrazione di Epicuro. Lucrezio tratta poi dell’anima e della sua
natura mortale: Scopo del poeta è liberare gli uomini dalla paura della morte, che stende un’ombra funesta
sulla loro vita. Lucrezio dimostra con una lunga serie di argomentazioni, tipiche della dottrina Epicurea, la
natura materiale e mortale sia dell’anima (principio vitale diffuso in tutto il corpo) sia dell’animus (la mente,
sede delle facoltà razionali): essi sono composti, come tutta la realtà, di atomi, destinati a disperdersi, come
quelli che compongono il corpo, al momento della morte. Nel momento in cui l’organismo umano si dissolve,
cessa ogni forma di coscienza e sensibilità e non ci può più essere per l’individuo sofferenza alcuna.

(Quarto libro)

Nel quarto libro, Lucrezio, svolge la teoria delle sensazioni, provocate, secondo l’Epicureismo, da
aggregazioni di atomi sottilissimi che si staccano dagli oggetti e dai corpi e che vanno a colpire i sensi.

(Quinto libro)

Il quinto libro dopo un nuovo elogio di Epicuro, tratta dell’universo, che non è eterno: esso, come l’uomo, ha
avuto un principio e avrà una fine; non è stato creato dagli dei, ma si è formato in seguito alla casuale
aggregazione degli atomi. Il poeta descrive poi la terra e il cielo, tratta dei movimenti dei corpi celesti e
descrive una sintesi grandiosa della storia dell’umanità.

(Sesto libro)

Anche l’ultimo libro si apre con un elogio: di Atene e di Epicuro. Sono descritti poi i fenomeni metereologici e
naturali come i terremoti, i vulcani, le piene del Nilo. L’ultima parte del libro è dedicata alle epidemie e alle
loro cause; e il poema si chiude con un’ampia e particolareggiata descrizione della terribile peste di Atene
del 430 a.C.

2. La fortuna

Molto amato in età romana, il testo non ebbe fortuna nel Medioevo cristiano; rivalutato dagli umanisti per le
sue qualità poetiche, entrò nel pensiero filosofico moderno con i filosofi naturalisti italiani del Cinquecento
come Giordano Bruno, con i materialisti francesi del Seicento, con Giambattista Vico e con il sensismo nel
Settecento, trovando infine nuova fortuna nel positivismo ottocentesco e nelle più recenti dottrine che si
richiamano al materialismo storico.

Plinio il Vecchio

Gaio Plinio Cecilio Secondo nacque a Como nel 23 d.c. Da giovane militò nell'esercito, in Germania, per due
lunghi periodi. Le campagne germaniche suggerirono a Plinio la composizione di un'opera storica molto
importante: i Bella Germaniae. Dopo la morte dell'imperatore Claudio, Plinio si ritira a vita privata, preferendo
astenersi da impegni e cariche pubbliche. Scrive di retorica e linguistica, un suo manuale il Dubius sermo, si
occupava dei problemi dell'uso linguistico ed ebbe un grande successo. Quando Vespasiano sale al trono,
Plinio torna alla ribalta con numerosi incarichi di rilievo, componendo anche un'altra opera storica, il libro A
fine Aufide Bassi, che non ci è conservata. Verso il 77-78 si conclude anche la colossale fatica della
Naturalis historia, unica opera di Plinio pervenutaci, e dedicata a Tito. Il 24 agosto del 79 entra in eruzione il
Vesuvio. Plinio è poco lontano, al comando della flotta di stanza a Miseno, e si dirige sul luogo della tragedia
per organizzare i soccorsi. Ma si spinge troppo vicino, e viene soffocato dai gas del vulcano. In tutia la
cultura romana della prima età imperiale, è evidente uno sforzo di sistemazione del sapere, e si esprime
soprattutto in opere di tipo manualistico. La Roma imperiale conosce una grande espansione dei ceti che noi
chiameremmo tecnici e professionali: medici, architetti, agronomi ed amministratori. Crescenti capacità
tecniche sono richieste anche ai politici. C'è, in tutti questi ceti, una crescente richiesta d'informazione e
divulgazione scientifica, la quale si afferma anche sotto forma d' intrattenimento e consumo. I cosidetti
"paradossografi", sono colto che hanno conseguito i maggiori successi, con le loro raccolte di paradossi e
mirabilia (cose stupefacenti). Essi si presentano come viaggiatori, e le loro opere contengono aneddoti,
favole e notizie antropologiche. Nei frammenti del più famoso trai i paradossografi, il generale Licino
Muciano,si parla di conchiglie, fontane prodigiose, elefanti ammaestrati e degli effetti che la luna ha sulle
scimmie. La gigantesca opera erudita di Plinio è la realizzazione più compiuta di queste tendenze della
cultura romana. Essa si configura come enciclopedia, come inventario del mondo La cultura romana aveva
già conosciuto grandi e piccole opere di sintesi, ma nessuno di questi autori trattò di tutto lo scibile,nè
esistevano opere greche in qualche modo paragonabili ad essa. Plinio leggeva di continuo, prendeva
appunti e sosteneva di non aver mai letto un libro privo di qualche utilità,offrendoci addirittura la registrazione
esatta del numero dei dati raccolti. Il risultato finale fu un'opera destinata ad organizzare tutte le conoscenze
acquisite dall'uomo: la Naturalis historia, formata da 37 libri. Plinio dice di averla composta al fine di giovare
l'umanità. La filantropia di Plinio ha radici stoiche, e la sua adesione a questa filosofia è più evidente nella
cosmologia, che è il secondo libro dell'opera, in cui la natura viene vista come un tutt'uno organico senza
discontinuità. Stilisticamente, Plinio è considerato da molti critici il peggior scrittore latino perchè la folle
ampiezza dell'opera non era compatibile con un processo di regolare elaborazione stilistica. Inoltre il più
grande enciclopedista romano Varrone , utilizza uno stile sciatto e inelegante. La Naturalis historia era
troppo lunga per essere letta difilato e per essere usata nelle scuole, anche se gli indici del primo libro
facilitano la consultazione. Per questo motivo l'opera ha subito delle manipolazione, come le riduzioni, che
trattano di singoli argomenti e le antologie in cui si accentuava il gusto per il curioso, che però non
impediranno la diffusione del testo originale . Essa continuò ad essere copiata tutto il Medioevo,
accrescendo sempre di più la fama di Plinio. Oggi Plinio rappresenta per noi una fonte inestimabile per la
storia dell'arte, del folclore, e in generale di tutte la "cultura materiale". Anche gli stessi difetti di Plinio,
diventano preziosi, come la sua tendenza a salvare tutto il conoscibile che garantisce un inventario confuso,
ma molto ampio della cultura antica.
ell'art e, del folclore , e in generale di tutte la "cultura materiale". Anche gli stessi difetti di Plinio,
diventano preziosi, come la sua tendenza a salvare tutto il conoscibile che garantisce un inventario confuso,
ma molto ampio della cultura antica.