Ken Follett - Sulle Ali Delle Aquile by lucreziaabercorn

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									                            KEN FOLLETT
                       SULLE ALI DELLE AQUILE
                        (On Wings Of Eagles, 1982)

                                 PREMESSA

   Questa è la storia di un gruppo di persone che, accusate di crimini non
commessi, decisero di farsi giustizia da sé.
   Dopo la conclusione dell'avventura vi fu un processo ed essi furono pro-
sciolti da ogni accusa. Il processo non è narrato nel romanzo ma, poiché
accertò la loro innocenza, ho incluso in un'appendice alcuni dettagli della
motivazione della sentenza.
   Molti personaggi sono chiamati con pseudonimi o soprannomi, di solito
per proteggerli dalle rappresaglie del governo iraniano. I nomi falsi sono:
Mahjid, Fara, Abolhasan, il signor Fish, Gola Profonda, Rashid, il Motoci-
clista, Mehdi, Malek, Gholam, Seyyed e Charlie Brown. Tutti gli altri no-
mi sono veri.
   Inoltre, nel ricordare conversazioni che si svolsero tre o quattro anni
prima, è raro che una persona rammenti le parole esatte; e le conversa-
zioni, nella vita reale, con i gesti e le interruzioni e le frasi incompiute,
spesso non hanno molto senso quando vengono riportate per iscritto. Per-
ciò i dialoghi del libro sono ricostruiti, riveduti e corretti. Ma ogni conver-
sazione ricostruita è stata sottoposta ad almeno uno dei protagonisti degli
avvenimenti perché l'approvasse e la correggesse.
   A parte questi due dettagli, ritengo che sia vera ogni parola di ciò che
segue. Non è una "cronaca romanzata" o un "romanzo ispirato alla realtà".
Non ho inventato nulla. Ciò che state per leggere è accaduto veramente.

                                Ringraziamenti

  Molte persone mi hanno aiutato parlando per ore e ore, rispondendo alle
mie lettere e leggendo e correggendo le varie stesure del libro. Per la loro
pazienza, e per la loro franca e cortese collaborazione, desidero ringraziare
in particolare:
  Paul e Ruthie Chiapparone, Bill ed Emily Gaylord;
  Jay e Liz Coburn, Joe Poché, Pat e Mary Sculley, Ralph e Mary Boulwa-
re, Jim Schwebach, Ron Davis, Glenn Jackson;
  Bill Gayden, Keane Taylor, Rich e Cathy Gallagher, Paul Bucha, Bob
Young, John Howell, "Rashid", Lloyd Briggs, Toni Dvoranchik, Kathy
Marketos;
  T.J. Marquez, Tom Walter, Tom Luce;
  Merv Stauffer, l'infaticabile;
  Margot Perot, Bette Perot;
  John Carlen, Anita Melton;
  Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski, Ramsey Clark, Bob Strauss,
William Sullivan, Charles Naas, Lou Goelz, Henry Precht, John Stempel;
  il dottor Manuchehr Razmara;
  Stanley Simons, Bruce Simons, Harry Simons;
  il tenente colonnello Charles Krohn del Pentagono;
  il maggiore Dick Meadows, il maggior generale Robert McKinnon;
  il dottor Walter Stewart, il dottor Harold Kimmerling.
  Come al solito, sono stato aiutato da due instancabili ricercatori, Dan
Starer a New York, e Caren Meyer a Londra.
  Un aiuto prezioso l'ho avuto dallo straordinario personale del centralino
della sede dell'EDS di Dallas.
  Più di cento ore di interviste registrate sono state trascritte da Sally Wal-
ther, Claire Woodward, Linda Huff, Cheryl Hibbitts e Becky DeLuna.
  Ringrazio infine Ross Perot: senza la sua straordinaria energia e la sua
decisione non soltanto questo libro, ma anche l'avventura che ne costitui-
sce l'argomento, sarebbe stata impossibile.

                               I PERSONAGGI

    Ross Perot, presidente del consiglio d'amministrazione dell'Elec-
      tronic Data Systems Corporation, Dallas, Texas.
    Merv Stauffer, braccio destro di Perot.
    T.J. Marquez, vicepresidente dell'EDS.
    Tom Walter, dirigente finanziario dell'EDS.
    Mitch Hart, ex. presidente dell'EDS in buoni rapporti con il Parti-
      to Democratico.
    Tom Luce, fondatore dello studio legale Hughes & Hill di Dallas.
    Bill Gayden, presidente dell'EDS World, sussidiaria dell'EDS.
    Mort Meyerson, vicepresidente dell'EDS.

    Teheran
Paul Chiapparone, direttore nazionale dell'EDS Corporation Iran;
  Ruthie Chiapparone, sua moglie.
Bill Gaylord, vice di Paul; Emily Gaylord, moglie di Bill.
Lloyd Briggs, il n. 3 di Paul.
Rich Gallagher, assistente amministrativo di Paul; Cathy Galla-
  gher, moglie di Rich; Buffy, il barboncino di Cathy.
Paul Bucha, ex direttore nazionale dell'EDS Corporation Iran, poi
  trasferito a Parigi.
Bob Young, direttore nazionale dell'EDS in Kuwait.
John Howell, avvocato dello studio Hughes & Hill.
Keane Taylor, direttore del progetto della Banca Omran.

(LA SQUADRA DI SALVATAGGIO)
Colonnello Arthur D. "Bull" Simons
Jay Coburn
Ron Davis
Ralph Boulware
Joe Poché
Glenn Jackson
Pat Sculley
Jim Schwebach

(GLI IRANIANI)
Abolhasan, vice di Lloyd Briggs, il dipendente iraniano di grado
  più elevato.
Majid, assistente di Jay Coburn; Fara, figlia di Majid.
Rashid, Seyyed e "il Motociclista": ingegneri dei sistemi.
Gholam, funzionario addetto al personale e agli acquisti.
Hosain Dadgar, magistrato inquirente.

(ALL'AMBASCIATA DEGLI STATI UNITI)
William Sullivan, ambasciatore.
Charles Naas, vice di Sullivan.
Lou Goelz, console generale.
Bob Sorenson, funzionario dell'ambasciata.
Ali Jordan, dipendente iraniano dell'ambasciata.
Barry Rosen, addetto stampa
    Istanbul

    "Il signor Fish", agente di viaggi.
    Ilsman, agente del MIT, il servizio segreto turco.
    "Charlie Brown", interprete.

    Washington

    Zbigniew Brzezinski, Consigliere per la Sicurezza Nazionale
    Cyrus Vance, Segretario di Stato
    David Newsom, Sottosegretario al Dipartimento di Stato
    Henry Precht, Capo dell'ufficio Iran al Dipartimento di Stato
    Mark Ginsberg, collegamento Casa Bianca-Dipartimento di Stato
    Ammiraglio Tom Moorer, Primo presidente dei Capi di Stato
      Maggiore.

    "Io vi ho portati sulle ali delle aquile
    e vi ho condotti a me."
                                                           Esodo, 19, 4

                                        I

   Tutto incominciò il 3 dicembre 1978.
   Jay Coburn, direttore del personale dell'EDS Corporation, Iran, era nel
suo ufficio nel centro di Teheran e pensava a molte cose.
   L'ufficio si trovava in una costruzione di cemento a tre piani nota come
Bucarest, perché sorgeva in una strada nei pressi di via Bucarest. Era al
primo piano, in una stanza piuttosto grande secondo i criteri americani.
C'erano un pavimento a parquet, una bella scrivania dirigenziale e un ri-
tratto dello scià appeso alla parete. Jay Coburn voltava le spalle alla fine-
stra. Al di là della porta a vetri si scorgeva il grande stanzone dove i di-
pendenti erano seduti alle macchine da scrivere e ai telefoni. La porta a ve-
tri aveva le tende, ma Coburn non le chiudeva mai.
   Faceva freddo. Faceva sempre freddo: migliaia d'iraniani erano in scio-
pero, l'energia elettrica andava e veniva e il riscaldamento restava spento
per parecchie ore al giorno.
   Coburn era alto e robusto: un metro e ottanta e novanta chili. I capelli
rossicci erano corti e pettinati scrupolosamente, con la scriminatura. Seb-
bene avesse soltanto trentadue anni, sembrava più vicino alla quarantina.
Se lo si osservava meglio, ci si accorgeva che la sua gioventù traspariva
dal viso aperto e simpatico e dal sorriso facile; ma aveva un'aria matura,
l'aria dell'uomo cresciuto troppo in fretta.
   Si era addossato responsabilità per tutta la vita: da ragazzo, lavorando
nel negozio da fiorista del padre; a vent'anni, come pilota d'elicotteri nel
Vietnam; e poi come marito e padre; e adesso come direttore del personale
era responsabile della sicurezza dei 131 dipendenti americani e dei loro
220 familiari in una città dove la violenza della folla imperversava nelle
strade.
   Quel giorno, come sempre, Coburn faceva una telefonata dietro l'altra
per scoprire dove erano in corso gli scontri, dove sarebbero scoppiati pre-
sto altri disordini e quali erano le prospettive più immediate.
   Telefonava all'ambasciata degli Stati Uniti almeno una volta al giorno.
L'ambasciata aveva una sala informazioni che restava in attività ventiquat-
tro ore su ventiquattro. Gli americani telefonavano dai vari quartieri citta-
dini e segnalavano le dimostrazioni e i disordini, e l'ambasciata provvede-
va a diffondere la raccomandazione di evitare questa o quella zona. Ma per
quanto riguardava le previsioni e i consigli, per Coburn l'ambasciata era
pressoché inutile. Nel corso delle riunioni settimanali alle quali partecipa-
va doverosamente, si sentiva dire che gli americani dovevano stare il più
possibile in casa e tenersi lontani a tutti i costi dagli assembramenti, ma
che lo scià controllava la situazione e che per ora non era consigliabile e-
vacuare la città. Coburn si rendeva conto del problema - se l'ambasciata
americana avesse detto che lo scià vacillava, lo scià sarebbe sicuramente
caduto - ma quelli erano così prudenti che in pratica non fornivano infor-
mazioni.
   Delusa dalla scarsa collaborazione dell'ambasciata, la comunità ame-
ricana a Teheran aveva creato una sua rete d'informazione. La più grossa
azienda americana nella capitale era la Bell Helicopter; il direttore genera-
le per l'Iran era un maggior generale in pensione, Robert N. Mackinnon.
Mackinnon disponeva d'un servizio informazioni di prim'ordine e non na-
scondeva quel che veniva a sapere. E inoltre, Coburn conosceva un paio di
ufficiali del servizio segreto militare americano e si rivolgeva anche a loro.
   Quel giorno la città era relativamente tranquilla: non c'erano grosse di-
mostrazioni. Gli ultimi disordini gravi si erano avuti tre giorni prima, il 2
dicembre, il primo giorno dello sciopero generale quando settecento per-
sone erano morte negli scontri per le strade. Secondo le fonti di Coburn,
era prevedibile che la relativa tregua si protraesse fino al 10 dicembre, la
festività musulmana dell'Ashura.
   L'Ashura preoccupava Coburn. Quella festa invernale musulmana non
aveva nessuna rassomiglianza con il Natale cristiano. Era una giornata di
digiuno e di lutto per commemorare la morte di Husayn, il nipote del Pro-
feta, e lo spirito che l'ispirava era il rimorso. Per le strade ci sarebbero state
processioni affollatissime, durante le quali i credenti più devoti si sarebbe-
ro flagellati. In quell'atmosfera, era facile che esplodessero l'isteria e la
violenza.
   E Coburn temeva che quell'anno la violenza si sarebbe scatenata contro
gli americani.
   Tutta una serie di incidenti preoccupanti l'aveva convinto che i senti-
menti antiamericani si andassero diffondendo rapidamente. Qualcuno ave-
va infilato sotto la sua porta un biglietto che diceva: "Se ci tieni alla vita e
a tutto quello che hai, vattene dall'Iran". Molti suoi amici avevano ricevuto
biglietti minatori molto simili. Qualcuno aveva scritto con lo spray sul mu-
ro della sua casa "Qui ci stanno gli americani". L'autobus che portava i
suoi figli alla scuola americana di Teheran era stato circondato, una volta,
da una folla di dimostranti. Altri dipendenti dell'EDS erano stati insultati
per la strada e le loro macchine erano state danneggiate. Un pomeriggio,
gli iraniani avevano assalito il ministero della Sanità e della Previdenza
Sociale - il più grosso cliente dell'EDS - sfasciando le finestre e bruciando
i ritratti dello scià, mentre i dirìgenti dell'EDS che si trovavano nel palazzo
si barricavano in un ufficio in attesa che la folla se ne andasse.
   Sotto un certo aspetto, lo sviluppo più sinistro era il mutato atteggia-
mento del padrone di casa Coburn.
   Come moltissimi americani a Teheran, Coburn aveva preso in affitto la
metà d'una casa bifamiliare; lui, la moglie e i figli vivevano al piano di so-
pra, e la famiglia del proprietario al pianterreno. Quando erano arrivati i
Coburn, nel marzo di quell'anno, il padrone di casa li aveva presi sotto la
sua protezione. Le due famiglie avevano fatto amicizia. Coburn e il pro-
prietario parlavano di religione; l'iraniano gli aveva dato una traduzione
inglese del Corano, e la figlia del padrone di casa leggeva al padre brani
della Bibbia di Coburn. Durante i weekend facevano gite in campagna, tut-
ti insieme. Scott, il figlio di Coburn, un ragazzetto di sette anni, giocava al
calcio per la strada con i figli del padrone di casa. Una volta i Coburn ave-
vano avuto addirittura il raro privilegio di assistere a una cerimonia nuziale
musulmana. Era stato molto interessante. Gli uomini e le donne erano ri-
masti separati per tutto il giorno, e Coburn e il figlio erano andati con gli
uomini, sua moglie Liz e le tre figlie con le donne, e Coburn non aveva
neppure visto la sposa.
   Durante l'estate la situazione era gradualmente cambiata. Le gite erano
finite. Ai figli del padrone di casa era stato proibito di giocare con Scott
per la strada. Alla fine tutti i contatti fra le due famiglie erano cessati per-
sino all'interno della casa e del cortile, e i figli venivano rimproverati se
parlavano con i Coburn
   Il padrone di casa non aveva incominciato a odiare di colpo gli ameri-
cani. Una sera, anzi, aveva dimostrato d'essere ancora affezionato ai Co-
burn. C'era stata una sparatoria per la strada: uno dei figli era rimasto fuori
dopo il coprifuoco, e i soldati avevano sparato contro di lui mentre correva
a casa e scavalcava il muro del cortile. Coburn e Liz avevano assistito alla
scena dalla veranda, e Liz si era spaventata. Il padrone di casa era salito a
riferire quanto era successo e ad assicurare che era finito bene. Ma era
convinto che, nell'interesse della sua famiglia, non poteva farsi vedere in
rapporti amichevoli con gli americani: sapeva da che parte soffiava il ven-
to. Per Coburn era un altro brutto segno.
   Adesso, aveva sentito dire Coburn, nelle moschee e nei bazar si parlava
d'una guerra santa contro gli americani che sarebbe incomincia ta con l'A-
shura. Mancavano cinque giorni soltanto, eppure gli americani a Teheran
erano sorprendentemente calmi.
   Coburn ricordava quando era stato imposto il coprifuoco: non aveva
neppure impedito le rituali partite a poker che all'EDS si tenevano ogni
mese. Lui e gli altri si portavano dietro le mogli e i figli, dormivano sul
posto e restavano fino al mattino. Si erano abituati ai rumori delle sparato-
rie. Quasi tutti gli scontri più accaniti avvenivano nella parte meridionale
della città, dove c'era il bazar, e nella zona intorno all'Università: tutti, co-
munque, di tanto in tanto sentivano sparare. Dopo le prime volte avevano
acquisito una specie di strana indifferenza. Chi stava parlando s'interrom-
peva, e poi proseguiva quando gli spari cessavano, come avrebbe fatto ne-
gli Stati Uniti quando passava un aereo a reazione. Sembrava non riuscis-
sero a immaginare che qualcuno avrebbe potuto sparare anche a loro.
   Ma Coburn non era indifferente. Sebbene fosse ancora giovane, gli ave-
vano sparato contro molte volte. Nel Vietnam aveva pilotato elicotteri ar-
mati che appoggiavano le operazioni a terra, e altri che trasportavano trup-
pe e rifornimenti, atterrando e decollando dai campi di battaglia. Aveva
ucciso, e aveva visto morire molti uomini. A quell'epoca, veniva assegnata
una decoiazione, l'Air Medal, ogni venticinque ore di volo in combatti-
mento: Coburn era tornato a casa con trentanove di quelle medaglie. Era
stato insignito anche di due croci al Merito e d'una Stella d'Argento, e si
era buscato una pallottola in un polpaccio... la parte del corpo più vulnera-
bile per un pilota di elicotteri. Quell'anno aveva scoperto che sapeva com-
portarsi bene in azione, quando c'era tanto da fare e non aveva tempo di
aver paura; ma ogni volta che ritornava da una missione, quando tutto era
finito e ripensava a ciò che aveva fatto, si sentiva mancare le ginocchia.
   In un certo senso, considerava preziosa quell'esperienza. Lo aveva fatto
diventare adulto in fretta e gli aveva dato un vantaggio nei confronti dei
coetanei nel mondo degli affari. E gli aveva anche ispirato un salutare ri-
spetto per il rumore degli spari.
   Ma quasi tutti i suoi colleghi e le loro mogli la pensavano diversamente.
Ogni volta che si parlava dell'eventualità di sfollare, si opponevano. Ave-
vano investito tempo, lavoro e orgoglio nell'EDS Corporation Iran, e non
volevano saperne di andarsene. Le mogli avevano trasformato le case prese
in affitto in autentici focolari domestici, e stavano facendo i progetti per
Natale. I figli avevano le scuole, gli amici, le biciclette e gli animali dome-
stici. Pensavano che, senza dubbio, se fossero stati tranquilli senza dar nel-
l'occhio, la tempesta sarebbe passata.
   Coburn aveva cercato di convincere Liz a riportare i ragazzi negli Stati
Uniti, non soltanto per metterli al sicuro, ma perché forse sarebbe venuto il
momento in cui sarebbe stato costretto a far evacuare trecentocinquanta
persone, e avrebbe dovuto dedicare a quel compito tutto il suo impegno,
senza essere distratto dalle preoccupazioni per i suoi cari. Liz aveva rifiu-
tato di partire.
   Sospirò, pensando a lei. Era spiritosa e simpatica e tutti apprezzavano la
sua compagnia, ma non era la perfetta moglie del dirigente. Dai dirigenti,
l'EDS pretendeva parecchio: se c'era bisogno di lavorare tutta la notte per
sbrigare il lavoro, si lavorava tutta la notte. A Liz non andava. Negli Stati
Uniti, quando lavorava come reclutatore, spesso Coburn era rimasto lonta-
no da casa dal lunedì al venerdì, viaggiando un po' dovunque, e Liz non
sapeva rassegnarsi. A Teheran era contenta perché almeno lui tornava a
casa ogni sera. Se fosse rimasto, diceva, sarebbe rimasta anche lei. E anche
i ragazzi si trovavano bene. Era la prima volta che si trovavano a vivere
lontani dagli Stati Uniti, ed erano incuriositi e affascinati dalla lingua e
dalla cultura dell'Iran. Kim, che con i suoi undici anni era la maggiore, era
troppo fiduciosa per preoccuparsi. Kristi, otto anni, era un po' in ansia, ma
era la più emotiva di tutti, e tendeva a reagire in modo un po' esagerato.
Scott, sette anni, e Kelly, la più piccola che ne aveva quattro, erano ancora
troppo giovani per rendersi conto dei pericoli.
   Quindi erano rimasti, come tutti, e attendevano che la situazione miglio-
rasse... o peggiorasse.
   Coburn si strappò ai suoi pensieri quando sentì bussare alla porta. Entrò
Majid. Era un uomo basso e robusto, sulla cinquantina, con un paio di folti
baffi. Un tempo era stato ricco; la sua tribù aveva posseduto molte terre e
le aveva perdute a causa della riforma agraria degli anni Sessanta. Adesso
lavorava come assistente amministrativo di Coburn, e teneva i contatti con
la burocrazia iraniana. Parlava correntemente l'inglese ed era molto effi-
ciente. A Coburn era simpatico: Majid aveva fatto il possibile per rendersi
utile quando la famiglia era arrivata in Iran.
   «Avanti» disse Coburn. «Si sieda. Che cosa c'è?»
   «È per via di Fara.»
   Coburn annuì. Fara era la figlia di Majid, e lavorava con il padre: aveva
il compito di assicurarsi che tutti i dipendenti americani avessero sempre
visti e permessi di lavoro aggiornati. «È successo qualcosa?» chiese Co-
burn.
   «La polizia le ha chiesto di prelevare due passaporti americani dai nostri
archivi senza dirlo a nessuno.»
   Coburn aggrottò la fronte. «Hanno specificato quali passaporti dovevano
essere?»
   «Quelli di Paul Chiapparone e di Bill Gaylor.»
   Paul era il principale di Coburn, il capo dell'EDS Corporation Iran. Bill
era il vice, e si occupava dell'attività più importante, il contratto con il mi-
nistero della Sanità. «Ma che cosa diavolo sta succedendo?» disse Coburn.
   «Fara è in pericolo» disse Majid. «Le hanno ordinato di non parlarne
con nessuno. Mi ha chiesto consiglio. Ovviamente, dovevo riferirlo a lei,
ma temo che mia figlia si metterà in un grosso guaio.»
   «Aspetti un momento. Vediamo di chiarirci le idee» disse Coburn.
«Com'è andata?»
   «Questa mattina Fara ha ricevuto una telefonata dalla polizia, ufficio
permessi di soggiorno, sezione americana. Le hanno detto di presentarsi, e
hanno spiegato che si trattava di James Nyfeler. Lei ha pensato che fosse
ordinaria amministrazione. Si è presentata alle undici e mezzo al dirigente
della sezione americana. Per prima cosa le ha chiesto il passaporto e il
permesso di soggiorno del signor Nyfeler. Lei ha risposto che Nyfeler non
è più in Iran. Allora le ha chiesto del signor Paul Bucha. E mia figlia gli ha
spiegato che anche Bucha ha lasciato il paese.»
   «Gli ha detto così?»
   «Sì.»
   In realtà Bucha era in Iran, ma Fara non poteva saperlo, pensò Coburn.
Bucha aveva vissuto diverso tempo nel paese, era partito e poi era ritornato
per breve tempo. L'indomani avrebbe preso l'aereo per Parigi.
   Majid continuò: «Allora l'ufficiale ha detto: "Immagino che se ne siano
andati anche gli altri due". Fara ha visto che aveva quattro fascicoli sulla
scrivania, e ha chiesto chi erano gli "altri due". Quello ha risposto che si
trattava del signor Chiapparone e del signor Gaylord. E quando Fara ha
detto che proprio questa mattina aveva ritirato il permesso di soggiorno del
signor Gaylord, l'ufficiale le ha chiesto di prelevare i permessi e i passa-
porti di tutti e due e di portarglieli. In segreto, per non mettere in allarme
nessuno.»
   «E Fara cos'ha risposto?» chiese Coburn.
   «Che oggi non poteva portarli. Allora le ha detto di portarli domattina; le
ha ricordato che l'avrebbe ritenuta personalmente responsabile, e si è assi-
curato che ci fossero testimoni.»
   «Ma non ha senso» disse Coburn.
   «Se scoprono che Fara ha disobbedito...»
   «Troveremo il modo di proteggerla» disse Coburn. Si chiese se gli ame-
ricani erano obbligati a consegnare i loro passaporti su richiesta delle auto-
rità. Lui l'aveva fatto, dopo un incidente d'auto di poco conto, ma più tardi
gli avevano spiegato che non era affatto tenuto a farlo. «Non hanno detto
perché vogliono quei passaporti?»
   «No.»
   Bucha e Nyfeler erano i predecessori di Chiapparone e Gaylord. Era un
indizio? Coburn non lo sapeva.
   Si alzò. «Per prima cosa dobbiamo decidere cosa dirà Fara alla polizia,
domani mattina. Ne parlerò con Paul Chiapparone, e poi ci risentiremo.»

   Paul Chiapparone era nel suo ufficio al pianterreno. Anche lui aveva un
pavimento a parquet, una scrivania dirigenziale, un ritratto dello scià e
molte cose a cui pensare.
   Paul aveva trentanove anni, statura media e un peso un po' eccessivo,
soprattutto perché era amante della buona tavola. Aveva un'aria molto ita-
liana, con la carnagione olivastra e i folti capelli neri. Il suo compito era
creare un completo sistema di previdenza sociale moderno in un paese pri-
mitivo. Non era facile.
   All'inizio degli anni Settanta l'Iran aveva avuto un sistema previdenziale
molto rudimentale, inefficiente nella riscossione dei contributi e così facile
da truffare che chiunque poteva beneficiare parecchie volte dell'assistenza
per la stessa malattia. Quando lo scià aveva deciso di spendere una parte
dei venti miliardi di dollari annui incassati grazie al petrolio per creare u-
n'assistenza efficiente, l'EDS aveva ottenuto il contratto. L'EDS gestiva i
programmi Medicare e Medicaid per conto di diversi stati degli USA, ma
in Iran era stato costretto a partire da zero. Dovevano fornire una tessera
della previdenza sociale a ognuno dei trentadue milioni di abitanti dell'I-
ran, organizzare le trattenute sulle buste paga in modo che stipendiati e sa-
lariati pagassero i contributi, e sbrigare le pratiche per le richieste di pre-
stazioni assistenziali. L'intero sistema sarebbe stato gestito dai computer:
la specialità dell'EDS.
   Tra l'installare un sistema di data-processing negli Stati Uniti e il farlo
in Iran c'era, come aveva scoperto Paul, la stessa differenza che esisteva tra
preparare una torta servendosi di ingredienti preconfezionati e farne una
all'antica, con tutti gli ingredienti originali. Molto spesso era un lavoro fru-
strante. Gli iraniani non avevano l'attivismo dei dirigenti americani, e mol-
te volte sembravano decisi a creare problemi anziché risolverli. Alla sede
centrale dell'EDS a Dallas, nel Texas, ci si aspettava che i dipendenti fa-
cessero non soltanto l'impossibile, ma che lo facessero ieri. In Iran, invece,
era impossibile tutto, e comunque lo si sarebbe fatto "fardah"... che di soli-
to veniva tradotto "domani" ma in pratica indicava un futuro imprecisato.
   Paul aveva affrontato i problemi nell'unico modo che conosceva, con
impegno e decisione. Intellettualmente, non era un genio. Da bambino, an-
zi, la scuola gli era parsa faticosa e difficile; ma suo padre, un immigrato
italiano con la tipica fede nell'istruzione e nel "pezzo di carta", aveva insi-
stito perché studiasse, e Paul aveva ottenuto buoni voti. Da allora, la per-
severanza l'aveva sempre aiutato. Ricordava i primi tempi dell'EDS negli
Stati Uniti, durante gli anni Sessanta, quando ogni nuovo contratto poteva
portare l'affermazione o la rovina della società; e lui aveva contribuito a
farne una delle aziende più dinamiche e fiorenti del mondo. L'iniziativa i-
raniana sarebbe andata nello stesso modo; Paul ne aveva avuto la certezza,
soprattutto quando il programma di reclutamento e di addestramento orga-
nizzato da Jay Coburn aveva incominciato a produrre un maggior numero
di iraniani in grado di svolgere funzioni dirigenziali.
   Ma aveva sbagliato, e soltanto adesso incominciava a capire il perché.
   Quando era arrivato in Iran con la famiglia nel 1977, il boom dei petrol-
dollari era già finito. Il governo era a corto di fondi. Quell'anno il pro-
gramma anti-inflazione aveva aumentato il numero dei disoccupati proprio
quando i raccolti scarsi spingevano verso le città una marea crescente di
contadini ridotti alla fame. Il dominio tirannico dello scià era stato indebo-
lito dalla politica del presidente americano Jimmy Carter a sostegno dei di-
ritti umani. I tempi erano maturi perché si scatenassero le inquietudini po-
litiche.
   Per un po', Paul non aveva fatto molto caso alla politica locale. Sapeva
che c'erano proteste e malcontento, ma questo si poteva dire di tutti i paesi
del mondo, e sembrava che lo scià tenesse le redini del potere più salda-
mente che mai. Come il resto del mondo, Paul non aveva saputo interpreta-
re il significato degli avvenimenti della prima metà del 1978.
   Il 7 gennaio il quotidiano "Etelaat" aveva pubblicato un violento attacco
contro un religioso in esilio, l'ayatollah Khomeini, accusandolo tra l'altro
d'essere omosessuale. L'indomani nella città di Qom, il principale centro
d'istruzione religiosa del paese situato a 130 chilometri da Teheran, gli
studenti di teologia avevano inscenato una sdegnata manifestazione di pro-
testa che era stata sanguinosamente repressa dai militari e dalla polizia. Gli
scontri si erano aggravati, e nei due giorni successivi erano state uccise set-
tanta persone. Quaranta giorni dopo, secondo la tradizione islamica, il cle-
ro aveva organizzato una processione commemorativa in onore dei morti.
Durante la processione c'erano state altre violenze, e i caduti erano stati
commemorati con una seconda processione quaranta giorni più tardi...
Quelle processioni erano continuate, ed erano diventate sempre più impo-
nenti e violente nei primi sei mesi dell'anno.
   Adesso, ripensandoci, Paul si rendeva conto che l'idea di chiamare 'pro-
cessioni commemorative" quelle marce era stato un modo per aggirare gli
ordini dello scià che vietavano le manifestazioni politiche. Ma a quel tem-
po non aveva sospettato che si andasse formando un movimento politico di
massa. Nessuno l'aveva intuito.
   Nell'agosto di quell'anno Paul era andato in ferie negli Stati Uniti. (C'era
andato anche William Sullivan, l'ambasciatore americano a Teheran.) Paul
era appassionato di sport acquatici ed era andato a un torneo di pesca spor-
tiva a Ocean City, nel New Jersey, con il cugino Joe Porreca. Sua moglie
Ruthie, accompagnata dalle figlie Karen e Ann Marie, era andata a Chica-
go a trovare i genitori. Paul era un po' preoccupato perché il ministero del-
la Sanità non aveva ancora saldato il conto dell'EDS del mese di giugno;
ma non era la prima volta che un pagamento ritardava, e Paul aveva affida-
to il problema al suo vice, Bill Gaylord, ed era sicuro che Bill sarebbe riu-
scito a incassare il dovuto.
   Durante la sua permanenza negli Stati Uniti, le notizie che arrivavano
dall'Iran erano diventate sempre più allarmanti. Il 7 settembre era stata
proclamata la legge marziale, e l'indomani più di cento persone erano state
uccise dai militari durante una manifestazione in piazza Jaleh, nel centro di
Teheran.
   Quando i Chiapparone erano rientrati in Iran persino l'aria sembrava di-
versa. Per la prima volta Paul e Ruthie avevano sentito sparare di notte per
le strade. Erano preoccupati: adesso capivano che i guai per gli iraniani si-
gnificavano guai anche per loro. Era incominciata una serie di scioperi.
L'erogazione dell'energia elettrica veniva continuamente interrotta e quindi
cenavano a lume di candela e Paul era costretto a tenere il cappotto in uffi-
cio per scaldarsi. Era diventato sempre più difficile ottenere denaro dalle
banche, e Paul aveva creato in sede un servizio che provvedeva a cambiare
gli assegni dei dipendenti. Quando il gasolio per il riscaldamento era quasi
finito, Paul era stato costretto a girare per le strade fino a che aveva trovato
un'autocisterna, e con una lauta mancia aveva convinto l'autista a conse-
gnare il gasolio a casa sua.
   I problemi del lavoro erano anche più gravi. Il ministro della Sanità e
della Previdenza sociale, il dottor Sheikholeslamizadeh, era stato arrestato
ai sensi dell'articolo 5 della legge marziale, che autorizzava la magistratura
a incarcerare chiunque senza fornire spiegazioni. Era finito in carcere an-
che il viceministro Reza Neghabat, con il quale Paul aveva collaborato a
lungo. Il ministero non aveva ancora pagato i conti di giugno, né tanto me-
no quelli successivi, e ormai doveva all'EDS più di quattro milioni di dol-
lari.
   Per due mesi Paul s'era dato da fare per tentare di recuperare la somma
dovuta. I funzionari con i quali aveva trattato in precedenza erano tutti spa-
riti. I loro sostituti, di solito, non si degnavano di rispondere ai suoi solleci-
ti. A volte qualcuno prometteva di interessarsi al problema e di richiamar-
lo; dopo aver atteso per una settimana la chiamata che non arrivava, Paul
ritelefonava e si sentiva rispondere che la persona con la quale aveva par-
lato sette giorni prima non era più al ministero. Gli appuntamenti presi ve-
nivano disdetti. Il debito cresceva al ritmo di 1,4 milioni di dollari al mese.
   Il 14 novembre Paul aveva scritto al dottor Heidargholi Emrani, il vice-
ministro responsabile della Previdenza Sociale, comunicando uffi-
cialmente che se il ministero non avesse pagato entro un mese, l'EDS a-
vrebbe sospeso il lavoro. La minaccia era stata ripetuta il 4 dicembre dal
superiore di Paul, il presidente dell'EDS World, nel corso di un colloquio
con il dottor Emrani.
  Questo era avvenuto ieri.
  Se l'EDS avesse smesso di collaborare, l'intero sistema della previdenza
sociale iraniana sarebbe crollato. Eppure diventava sempre più evidente
che il paese era sull'orlo della bancarotta e non poteva pagare i conti. Che
cosa avrebbe fatto il dottor Emrani? si chiedeva Paul.
  Se lo stava ancora chiedendo quando entrò Jay Coburn, portando la ri-
sposta.

   In un primo momento, comunque, Paul non pensò che il tentativo di sot-
trargli il passaporto potesse avere lo scopo di trattenerlo in Iran, e di tratte-
nere anche l'EDS.
   Quando Coburn gli ebbe esposto la situazione disse: «E perché diavolo
l'hanno fatto?».
   «Non lo so. Majid non lo sa, e non lo sa neppure Fara.»
   Paul lo scrutò. In quell'ultimo mese la confidenza tra loro era cresciuta.
Di fronte agli altri dipendenti Paul assumeva una maschera d'ottimismo,
ma con Coburn poteva chiudere la porta e domandare: «Allora, sincera-
mente, che cosa ne pensi?».
   Coburn disse: «Il nostro primo problema è: cosa facciamo con Fara? Po-
trebbe andare incontro a grossi guai.»
   «Dovrà raccontare qualcosa alla polizia.»
   «Mostrarsi disposta a collaborare?»
   «Potrebbe andare a riferire che Nyfeler e Bucha non risiedono più in I-
ran...»
   «Lo ha già detto.»
   «Potrebbe portare come prova i loro visti d'uscita.»
   «Già» disse Coburn in tono dubbioso. «Ma adesso quelli s'interessano
soprattutto a te e Bill.»
   «Potrebbe dire che i passaporti non sono in ufficio.»
   «Forse sanno che non è vero... Può darsi che Fara abbia già portato loro i
passaporti, in passato.»
   «Ma i dirigenti non sono obbligati a tenere i passaporti in ufficio.»
   «Ecco, questo potrebbe andare.»
   «Dovrebbe dimostrare che si è trovata nell'impossibilità pratica di fare
quel che le hanno chiesto.»
   «Bene. Ne parlerò con lei e con Majid.» Coburn rifletté per un istante.
«Sai, Bucha ha una prenotazione per un volo che parte domani. Forse se ne
andrà.»
   «Dovrebbe andarsene... loro credono che non sia più qui.»
   «E tu potresti fare altrettanto.»
   Paul rifletté. Forse avrebbe dovuto andarsene davvero. E allora, che cosa
avrebbero fatto gli iraniani? Forse avrebbero cercato di trattenere qualcun
altro. «No» disse. «Se ce ne andremo, dovrò essere l'ultimo a partire.»
   «Stiamo per andarcene?»
   «Non lo so.» Erano settimane, ormai, che ogni giorno si scambiavano
quell'interrogativo. Coburn aveva preparato un piano d'evacuazione che
poteva venire messo in pratica in ogni momento. Paul aveva esitato, rilut-
tante a dare il via. Sapeva che il suo superiore, a Dallas, avrebbe voluto
che sfollasse... ma questo avrebbe significato abbandonare un progetto al
quale aveva lavorato con impegno negli ultimi sedici mesi. «Non lo so» ri-
peté. «Chiamerò Dallas.»

   Quella notte Coburn era a casa e stava dormendo accanto a Liz quando
squillò il telefono.
   Sollevò il ricevitore s'enza accendere la luce. «Pronto?»
   «Sono Paul.»
   «Ciao.» Coburn accese la lampada e guardò l'orologio. Erano le due.
   «Ce ne andiamo» disse Paul.
   «Allora è deciso.»
   Coburn posò il ricevitore e sedette sull'orlo del letto. In un certo senso
era un sollievo. Ci sarebbero stati due o tre giorni d'attività convulsa, ma
poi avrebbe avuto la certezza che le persone per la cui sicurezza stava in
pensiero da tanto tempo erano ritornate negli Stati Uniti, lontano dalle
sgrinfie di quei pazzi iraniani.
   Riconsiderò mentalmente i piani che aveva preparato in vista di quel
momento. Per prima cosa doveva informare centotrenta famiglie che a-
vrebbero dovuto lasciare il paese éntro quarantotto ore. Aveva diviso la
città in settori, e assegnato un capogruppo a ogni settore; li avrebbe chia-
mati, e loro avrebbero provveduto ad avvertire le famiglie. Aveva prepara-
to già i moduli che spiegavano agli sfollati dove dovevano andare e cosa
dovevano fare. Bastava che aggiungesse le date, gli orari e il numero dei
voli, e poi facesse distribuire i foglietti.
   Aveva scelto un giovane tecnico iraniano, energico e sveglio, e gli aveva
assegnato il compito di prendersi cura delle case, delle automobili e degli
animali domestici che gli americani avrebbero abbandonato; e più tardi a-
vrebbe dovuto provvedere a spedire negli Stati Uniti la loro roba. Aveva
organizzato un piccolo servizio logistico per provvedere ai biglietti e ai
mezzi per raggiungere l'aeroporto.
   E alla fine aveva fatto una prova generale dell'evacuazione, su scala ri-
dotta. Era andato tutto bene.
   Coburn si vestì e fece il caffè. Per un paio d'ore non avrebbe potuto far
nulla, ma era troppo ansioso e impaziente per tornare a dormire.
   Alle quattro chiamò i sei del servizio logistico e disse loro di presentarsi
da lui al "Bucarest" subito dopo lo scadere del coprifuoco.
   Il coprifuoco incominciava ogni sera alle nove e finiva alle cinque del
mattino. Per un'ora, Jay Coburn attese; fumò, bevve parecchi caffè e rie-
saminò gli appunti.
   Quando l'orologio a cucù nel corridoio annunciò le cinque, era già alla
porta di casa, pronto per uscire.
   Fuori c'era una nebbia fitta. Salì in macchina e si diresse verso il Buca-
rest, procedendo a non più di venticinque chilometri l'ora.
   A tre isolati di distanza da casa, cinque o sei soldati balzarono fuori dalla
nebbia, si piazzarono in semicerchio davanti alla macchina e puntarono i
fucili contro il parabrezza.
   «Oh, merda» disse Coburn.
   Uno dei soldati stava ancora caricando il fucile. Cercava di inserire il ca-
ricatore a rovescio, e naturalmente non ci riusciva. Lo lasciò cadere e s'in-
ginocchiò per cercarlo, a tentoni. Coburn avrebbe riso, se non fosse stato
così preoccupato.
   Un ufficiale gli gridò qualcosa. Coburn abbassò il vetro del finestrino,
mostrò l'orologio e disse: «Sono le cinque passate».
   I militari confabularono. L'ufficiale tornò e chiese a Coburn i documenti.
   Coburn attese, in preda all'ansia. Sarebbe stato il momento peggiore per
farsi arrestare. L'ufficiale avrebbe creduto che l'orologio di Coburn indi-
casse l'ora esatta e il suo no?
   Finalmente i soldati si scostarono e l'ufficiale fece segno di procedere.
   Coburn tirò un sospiro di sollievo e proseguì lentamente.
   L'Iran era così.
   Il gruppo logistico di Coburn si mise al lavoro, prenotando i posti sugli
aerei noleggiando gli autobus per portare i passeggeri all'aeroporto e foto-
copiando i volantini da distribuire. Alle dieci del mattino, Coburn radunò i
capigruppo al Bucarest e diede le disposizioni perché incominciassero le
telefonate.
   Aveva ottenuto le prenotazioni quasi per tutti su un volo della Pan Am
diretto a Istanbul venerdì 8 dicembre. Gli altri - inclusi Liz Coburn e i
quattro figli - avrebbero preso un volo della Lufthansa per Francoforte, in
partenza lo stesso giorno.
   Non appena le prenotazioni furono confermate, due dei massimi dirigen-
ti della sede centrale dell'EDS, Merv Stauffer e T. J. Marquez, lasciarono
Dallas diretti a Istanbul per andare a ricevere gli sfollati, sistemarli negli
alberghi e organizzare la tappa successiva del viaggio di ritorno in patria.
   Nel corso della giornata vi fu un piccolo cambiamento di programma.
Paul esitava ancora ad abbandonare il suo lavoro in Iran. Propose di far re-
stare uno staff ridotto al massimo - una decina di dirigenti - per tenere a-
perta la sede nella speranza che la situazione si appianasse e che l'EDS po-
tesse riprendere l'attività normale. Dallas acconsentì. Tra quelli che si of-
frirono di rimanere c'erano lo stesso Paul, il suo vice Bill Gaylord, Jay Co-
burn e quasi tutti quelli del gruppo logistico che stava organizzando l'eva-
cuazione. Due rimasero, senza molto entusiasmo: Carl e Vicki Commons.
Vicki era al nono mese di gravidanza e sarebbe partita dopo la nascita del
bambino.
   Il venerdì mattina i collaboratori di Coburn, con le tasche gonfie di ban-
conote da diecimila rial (circa 140 dollari) per "ungere le ruote", occupa-
rono virtualmente una parte dell'aeroporto di Mehrabad, nella zona occi-
dentale di Teheran. Alcuni preparavano i biglietti al banco della Pan Am,
altri erano al controllo dei passaporti, altri ancora erano nella sala d'aspetto
delle partenze, altri si occupavano dei bagagli. Le prenotazioni per l'aereo
erano più numerose dei posti disponibili; dispensando le banconote qua e
là fu possibile avere l'assicurazione che nessuno dell'EDS sarebbe rimasto
a terra.
   Ci furono due momenti di tensione. La moglie d'un impiegato dell'EDS,
che aveva il passaporto australiano, non aveva potuto procurarsi il visto
d'uscita perché gli uffici governativi iraniani che avrebbero dovuto rila-
sciarlo erano in sciopero. (Il marito e i figli avevano passaporti americani,
e quindi non avevano bisogno dei visti.) Quando il marito arrivò al banco
del controllo passaporti, consegnò il suo e quelli dei figli insieme ad altri
sei o sette. Mentre l'agente stava cercando di dividerli, altri dipendenti del-
l'EDS che erano in coda incominciarono a spingere e a far chiasso. Alcuni
uomini della squadra di Coburn si affollarono intorno al banco, facendo
domande ad alta voce e fingendo d'essere indignati per quelle lungaggini.
Nella confusione, la signora con il passaporto australiano poté attraversare
l'atrio delle partenze senza che nessuno la fermasse.
   Un altro dipendente aell'EDS aveva, insieme alla moglie, adottato un
bambino iraniano e non era ancora riuscito a fargli rilasciare il passaporto.
Il piccolo, che aveva soltanto pochi mesi, si era addormentato a faccia in
giù tra le braccia della madre adottiva. Un'altra signora, Kathy Marketos -
si diceva che fosse capace di tutto - prese in braccio il bimbo, lo nascose
con l'impermeabile e lo portò sull'aereo.
   Trascorsero comunque molte ore prima che qualcuno potesse salire su
un aereo. I due voli erano in ritardo. All'aeroporto non vendevano niente
da mangiare, e gli sfollati erano affamatissimi; poco prima del coprifuoco
alcuni dei collaboratori di Coburn settacciarono la città acquistando tutti i
viveri che riuscirono a trovare. Comprarono in blocco tutta la merce di vari
kuche - chioschetti che vendevano dolci, frutta e sigarette - e poi scovarono
una rosticceria e acquistarono l'intera scorta di panini. Quando tornarono
all'aeroporto e cominciarono a distribuire: viveri a quelli dell'EDS nell'atrio
delle partenze, rischiarono di venire sopraffatti dagli altri passeggeri affa-
mati che attendevano gli stessi voli. Poi, mentre ritornavano in città, due di
loro furono bloccati e arrestati perché circolavano dopo il coprifuoco... ma
il soldato che li aveva fermati fu distratto da un'altra macchina che cercava
di allontanarsi, e i due dell'EDS se ne andarono in fretta mentre quello spa-
rava nella direzione opposta.
   Il volo per Istanbul partì poco dopo mezzanotte. L'aereo per Franco forte
decollò il giorno dopo, con trentun ore di ritardo.
   Coburn e quasi tutti i suoi collaboratori passarono la notte al Bucarest. A
casa non c'era nessuno che li aspettasse.

  Mentre Coburn dirigeva l'evacuazione, Paul aveva cerca o di scoprire
chi voleva confiscargli il passaporto... e perché.
  Il suo assistente amministrativo, Rich Gallagher, era un giovane ameri-
cano abilissimo nel trattare con i burocrati iraniani. Era uno di quelli che si
erano offerti di restare a Teheran, ed era rimasta anche sua moglie Cathy,
che aveva un buon impiego presso il comando militare degli Stati Uniti a
Teheran. I Gallagher non volevano andarsene. E non avevano figli... sol-
tanto un barboncino che si chiamava Buffy.
   Il giorno in cui Fara avrebbe dovuto consegnare i passaporti, il 5 dicem-
bre, Gallagher andò all'ambasciata americana con uno degli uomini chia-
mati in causa dalla polizia iraniana in quella faccenda, Paul Bucha, che
non lavorava più in Iran, ma si trovava nella capitale per una breve visita.
   Parlarono con il console generale Lou Goelz. Goelz era un diplomatico
esperto sulla cinquantina, massiccio, quasi calvo, con una frangia di capelli
bianchi, e sarebbe stato un ottimo Papà Natale. Con lui c'era anche un ira-
niano dipendente del consolato. Ali Jordan.
   Goelz consigliò a Bucha di prendere l'aereo. Fara aveva detto in buona
fede alla polizia che Bucha non era in Iran, e a quanto pareva le avevano
creduto. Era molto probabile che Bucha potesse filarsela alla chetichella.
   Inoltre, Goelz si offrì di custodire i passaporti e i permessi di soggiorno
di Paul e Bill. Così, se la polizia avesse chiesto ufficialmente i documenti,
l'EDS avrebbe potuto rispondere che doveva rivolgersi all'ambasciata.
   Nel frattempo, Ali Jordan si sarebbe messo in contatto con la polizia e
avrebbe cercato di scoprire che cosa stava succedendo.
   Quel giorno stesso i passaporti e i permessi di soggiorno furono recapi-
tati all'ambasciata.
   L'indomani mattina Bucha prese il suo aereo e partì. Gallagher telefonò
all'ambasciata. Ali Jordan aveva parlato con il generale Biglari del coman-
do della polizia di Teheran. Biglari aveva detto che Paul e Bill non poteva-
no lasciare il paese; e se avessero tentato di farlo, sarebbero stati arrestati.
   Gallagher chiese il perché.
   Jordan riferì che venivano trattenuti come "testimoni" per una "inda-
gine".
   «Quale indagine?»
   Jordan non lo sapeva.
   Paul era ansioso, ma soprattutto sconcertato. Non era stato coinvolto in
incidenti stradali, non aveva assistito a nessun reato, non aveva legami con
la CIA... Su chi indagavano? O su che cosa? sull'EDS? Oppure l'indagine
era soltanto un pretesto per trattenere Paul e Bill in Iran perché continuas-
sero a far funzionare i computer della previdenza sociale?
   La polizia aveva fatto un'unica concessione. Ali Jordan aveva ribattuto
che avevano il diritto di ritirare i permessi di soggiorno, dato che erano sta-
ti rilasciati dal governo iraniano, ma non i passaporti, che erano proprietà
del governo degli Stati Uniti. Il generale Biglari lo aveva riconosciuto.
   L'indomani Gallagher e Ali Jordan si presentarono alla polizia per con-
segnare i documenti a Biglari. Durante il tragitto, Gallagher chiese ad Ali
Jordan se era probabile che Paul e Bill venissero accusati di qualcosa.
   «Ne dubito» rispose Jordan.
   Alla sede della polizia, il generale avvertì Jordan che l'ambasciata sareb-
be stata ritenuta responsabile se Paul e Bill avessero lasciato il paese con
qualunque mezzo... per esempio, con un aereo militare americano.
   Il giorno seguente - l'8 dicembre, la data dell'evacuazione - Lou Goelz
chiamò l'EDS. Tramite una "fonte" al ministero della Giustizia iraniano
aveva scoperto che l'indagine nella quale Paul e Bill dovevano essere te-
stimoni riguardava certe accuse di corruzione mosse all'ex ministro della
Sanità, il dottor Sheikholeslamizadeh, che era finito in carcere.
   Per Paul fu un sollievo sapere, finalmente, di che cosa si trattava. A-
vrebbe potuto dire la verità agli inquirenti: l'EDS non aveva corrotto nes-
suno. E dubitava che il ministro si fosse lasciato comprare. I burocrati ira-
niani erano corrotti, e tutti lo sapevano; ma il dottor Sheik - come lo chia-
mava Paul - sembrava di ben altra pasta. Era un chirurgo specializzato in
ortopedia, dotato di perspicacia e di una straordinaria capacità di attenzio-
ne per i particolari. Al ministero della Sanità si era circondato di un gruppo
di giovani tecnocrati progressisti che avevano trovato il modo di tagliar
corto con la burocrazia e di ottenere risultati pratici. Il lavoro dell'EDS fa-
ceva parte del suo ambizioso programma per portare l'assistenza medica e
sociale dell'Iran a livelli americani. Paul non credeva che il dottor Sheik
pensasse contemporaneamente anche a riempirsi le tasche.
   Paul non aveva nulla da temere... se la "fonte" di Goelz diceva la verità.
Ma era proprio così? Il dottor Sheik era stato arrestato tre mesi prima. Era
una coincidenza il fatto che gli iraniani avessero scoperto all'improvviso
che Paul e Bill erano testimoni importanti dopo l'avvertimento che l'EDS
avrebbe chiuso i battenti in Iran se il ministero non avesse saldato i conti?
   Dopo l'evacuazione, quelli dell'EDS che erano rimasti si trasferirono in
due case dove trascorsero, giocando a poker, il 10 e l'11 dicembre, i giorni
festivi dell'Ashura. In una delle due case le puntate erano alte, nell'altra e-
rano basse. Paul e Coburn erano entrambi nella casa dalle puntate alte. Per
maggiore protezione, invitarono i "fantasmi" di Coburn - i suoi due contat-
ti nel servizio segreto militare - che erano armati. Al tavolo da poker non
erano ammesse le armi, e quindi i "fantasmi" dovettero lasciare le pistole
in anticamera.
   Contrariamente alle aspettative, l'Ashura passò in una relativa calma: in
tutto il paese milioni di iraniani parteciparono a manifestazioni contro lo
scià, ma vi furono pochi episodi di violenza.
   Dopo l'Ashura, Paul e Bill ripresero in considerazione l'opportunità di
abbandonare il paese: ma li attendeva una brutta sorpresa. Chiesero a Lou
Goelz, all'ambasciata, di restituire i loro passaporti. Goelz rispose che se
l'avesse fatto sarebbe stato costretto a informarne il generale Biglari. E sa-
rebbe stato come avvertire la polizia che Paul e Bill stavano cercando di
andarsene.
   Goelz sostenne che, quando aveva preso in consegna i passaporti, aveva
detto che quello era il suo accordo con la polizia; ma doveva averlo detto
molto sottovoce perché nessuno se ne ricordava.
   Paul era furibondo. Perché Goelz aveva concluso quel patto con la poli-
zia? Non era affatto obbligato a informarla di ciò che faceva di un passa-
porto americano. Il suo compito non era certo quello di aiutare la polizia a
trattenere in Iran Paul e Bill, santo cielo! L'ambasciata esisteva per aiutare
gli americani... o no?
   Goelz non poteva rimangiarsi quello stupido impegno e restituire i pas-
saporti con discrezione, magari informando la polizia un paio di giorni do-
po, quando Paul e Bill fossero arrivati in patria sani e salvi? No, assoluta-
mente, rispose Goelz. Se avesse irritato la polizia, sarebbero stati guai per
tutti, e Goelz doveva pensare agli altri dodicimila americani che erano an-
cora in Iran. E poi, i nomi di Paul e Bill figuravano ormai negli elenchi
delle persone da bloccare, nelle mani della polizia dell'aeroporto: anche
con tutti i documenti in regola, non sarebbero mai riusciti a superare l'uffi-
cio controllo passaporti.
   Quando la notizia che Paul e Bill erano bloccati in Iran arrivò a Dallas,
l'EDS e i suoi legali si misero subito in moto. I rapporti con Washington
erano meno cordiali di quanto lo sarebbero stati con un'amministrazione
repubblicana, ma avevano ancora qualche amico. Parlarono con Bob
Strauss, un influente consigliere della Casa Bianca e per giunta texano; con
l'ammiraglio Tom Moorer, già presidente dei Joint Chiefs of Staff, il con-
siglio dei capi di stato maggiore, che conosceva molti generali del governo
militare iraniano; e con Richard Helms, che era stato direttore della CIA e
ambasciatore in Iran. In seguito alle pressioni esercitate sul Dipartimento
di Stato l'ambasciatore degli Stati Uniti a Teheran, William Sullivan, sol-
levò la questione di Paul e Bill in un incontro con il Primo ministro irania-
no, il generale Azhari.
   Ma fu tutto inutile.
   I trenta giorni che Paul aveva concesso agli iraniani per saldare i conti
trascorsero, e il 16 dicembre egli scrisse una lettera ufficiale al dottor Em-
rani, comunicando che il contratto era scaduto. Ma non si era ancora arre-
so. Chiese ad alcuni dirigenti evacuati di tornare a Teheran, per dimostrare
che l'EDS era disposta a cercare un accordo con il ministero. Alcuni dei di-
rigenti che ritornarono, incoraggiati dal fatto che l'Ashura era trascorsa in
relativa tranquillità, condussero con loro i familiari.
   L'ambasciata e i legali dell'EDS a Teheran non erano riusciti a scoprire
chi aveva dato l'ordine di trattenere Paul e Bill. Fu Majid, il padre di Fara,
che alla fine riuscì a saperlo dal generale Biglari. L'indagine era affidata a
un magistrato, Hosain Dadgar, il quale dirigeva una sezione della procura
incaricata di occuparsi dei reati commessi dai funzionari statali nell'eserci-
zio delle loro funzioni e dotata di vasti poteri. Dadgar stava indagando sul
conto del dottor Sheik, l'ex ministro della Sanità.
   Poiché l'ambasciata non riusciva a indurre gli iraniani a lasciar partire
Paul e Bill e rifiutava di riconsegnare di nascosto i loro passaporti, poteva
almeno fare in modo che Dadgar interrogasse Paul e Bill al più presto pos-
sibile, perché potessero tornare in patria per Natale? Natale non contava
molto per gli iraniani, ma il Capodanno era importante, disse Goelz: perciò
avrebbe cercato di combinare un incontro prima di quella data.
   Nella seconda metà di dicembre i disordini ricominciarono (e la prima
cosa che fecero i dirigenti rientrati a Teheran fu preparare i piani per una
seconda evacuazione). Lo sciopero generale continuò, e le esportazioni di
petrolio - la più importante fonte di reddito per il governo - rimasero bloc-
cate, riducendo a zero la possibilità che l'EDS riuscisse a incassare il dovu-
to. Gli iraniani che si presentavano al lavoro al ministero erano così pochi
che i dipendenti dell'EDS non avevano nulla da fare, e Paul ne rimandò pa-
recchi in patria per Natale.
   Paul fece i bagagli, chiuse la sua casa e si trasferì all'Hilton, tenendosi
pronto a partire per gli Stati Uniti alla prima occasione.
   Nella capitale circolavano molte voci. Jay Coburn veniva a saperle quasi
tutte, grazie alla sua rete d'informatori, e riferiva a Paul le più interessanti.
Una delle più inquietanti la segnalò Bunny Fleischhaker, una giovane ame-
ricana che aveva amicizie al ministero della Giustizia. Bunny aveva lavo-
rato per l'EDS negli Stati Uniti, e a Teheran aveva mantenuto i contatti.
Chiamò Coburn e gli disse che al ministero della Giustizia avevano inten-
zione di arrestare Paul e Bill.
   Paul ne discusse con Coburn. La notizia era in contraddizione con quello
che riferiva l'ambasciata americana. I consigli dell'ambasciata erano senza
dubbio migliori di quelli di Bunny Fleischhaker, conclusero. E decisero di
non prendere iniziative.
  Paul trascorse il giorno di Natale tranquillamente in compagnia di alcuni
colleghi, in casa di Pat Sculley, un giovane dirigente dell'EDS che si era
offerto di tornare a Teheran. Era tornata anche la moglie di Sculley, Mary,
e fu lei a preparare il pranzo natalizio. Paul sentiva molto la mancanza di
Ruthie e delle figlie.
  Due giorni dopo Natale l'ambasciata telefonò. Erano riusciti a combinare
un appuntamento per Paul e Bill con il magistrato inquirente Hosain Da-
dgar. L'incontro doveva avvenire l'indomani mattina, 28 dicembre, al mi-
nistero della Sanità, in viale Eisenhower.

   Bill Gaylord entrò nell'ufficio di Paul poco dopo le nove, portando una
tazza di caffè. Indossava un abito scuro, camicia bianca, una cravatta so-
bria e scarpe nere.
   Come Paul, Bill aveva trentanove anni, era di statura media e piuttosto
robusto. Ma le rassomiglianze finivano lì. Paul aveva il colorito scuro, le
sopracciglia folte, gli occhi profondamente incassati e il naso pronunciato:
spesso lo scambiavano per un iraniano fino a quando non apriva bocca e
incominciava a parlare inglese con l'accento di New York. Bill aveva il vi-
so tondo e piatto e la carnagione chiarissima: chiunque l'avrebbe ricono-
sciuto a prima vista per un anglosassone.
   Avevano molte cose in comune. Erano entrambi cattolici, sebbene Bill
fosse più osservante. Amavano la buona tavola. Entrambi avevano inco-
minciato come tecnici ed erano entrati nell'EDS verso la metà degli Anni
Sessanta, Bill nel 1965 e Paul nel 1966. Tutti e due avevano fatto carriera,
ma sebbene Paul fosse entrato nell'EDS un anno dopo, adesso era il supe-
riore di Bill. Bill conosceva alla perfezione i problemi previdenziali, ed era
un dirigente abilissimo; ma era meno dinamico e intraprendente di Paul.
Bill era un organizzatore meticoloso e un pensatore. Paul non doveva mai
preoccuparsi quando Bill presentava una relazione importante: Bill avreb-
be soppesato ogni parola.
   Collaboravano nel modo migliore. Quando Paul si mostrava precipitoso,
Bill lo induceva a riflettere. Quando Bill voleva pianificare metico-
losamente ogni passo, Paul gli diceva di non esagerare in prudenza e di
procedere.
   Si conoscevano già negli Stati Uniti, ma si erano conosciuti molto me-
glio in quegli ultimi nove mesi. Bill era arrivato a Teheran il marzo prece-
dente, ed era stato ospitato dai Chiapparone fino a quando l'avevano rag-
giunto la moglie Emily e i figli. Paul aveva verso di lui un atteggiamento
quasi protettivo: era un peccato che in Iran Bill non avesse altro che pro-
blemi.
   Bill era molto più preoccupato per i disordini e le sparatorie di quanto lo
fossero gli altri... forse perché non era a Teheran da molto tempo, forse
perché era più portato all'apprensione. Aveva preso più sul serio di Paul
anche il problema dei passaporti. A un certo momento aveva addirittura
proposto di prendere un treno per raggiungere il confine nord-orientale
dell'Iran e passare in Russia, affermando che nessuno si sarebbe aspettato
che due uomini d'affari americani scappassero attraverso l'Unione Sovieti-
ca.
   Inoltre, Bill soffriva molto per la mancanza di Emily e dei figli, e Paul si
sentiva un po' responsabile, perché era stato lui a chiamarlo in Iran.
   Comunque, ormai era quasi finita. Quel giorno avrebbero parlato con
Dadgar e avrebbero riavuto i passaporti. Bill aveva già prenotato un posto
su un aereo che partiva l'indomani. Emily stava preparando una festa in
suo onore per la vigilia di Capodanno. Presto quell'avventura sarebbe sem-
brata un brutto sogno.
   Paul accolse Bill con un sorriso. «Pronto?»
   «Quando vuoi, possiamo andare.»
   «Chiamiamo Abolhasan.» Paul prese il telefono. Abolhasan era il dipen-
dente iraniano di grado più elevato, ed era il consulente di Paul per quanto
riguardava le trattative d'affari con gli iraniani. Era figlio di un noto avvo-
cato, aveva sposato un'americana e parlava perfettamente l'inglese. Uno
dei suoi compiti era tradurre in Farsi i contratti dell'EDS. Quel giorno a-
vrebbe fatto da interprete a Paul e Bill nel colloquio con Dadgar.
   Si presentò subito nell'ufficio di Paul, e i tre uscirono insieme. Non si
fecero accompagnare da un avvocato. Secondo l'ambasciata, l'incontro sa-
rebbe stato ordinaria amministrazione, l'interrogatorio informale. Se aves-
sero portato con loro un avvocato, sarebbero riusciti soltanto a indisporre
Dadgar e a fargli sospettare che avessero qualcosa da nascondere. Paul a-
vrebbe voluto che andasse con loro un incaricato dell'ambasciata, ma Lou
Goelz aveva respinto l'idea; non era nelle procedure abituali dell'ambascia-
ta mandare un rappresentante a un colloquio di quel genere. Tuttavia, Go-
elz aveva consigliato a Paul e a Bill di portare una documentazione che
comprovasse quando erano arrivati in Iran, quali erano i loro incarichi uf-
ficiali e quali le loro responsabilità.
   Mentre la macchina procedeva nel solito, demenziale traffico di Tehe-
ran, Paul si sentiva depresso. Era contento di poter tornare a casa, ma dete-
stava l'idea di dichiararsi sconfitto. Era venuto in Iran per potenziare l'atti-
vità dell'EDS, e adesso si vedeva costretto a smantellarla. Comunque si
considerasse la faccenda, la prima iniziativa oltremare dell'azienda si era
risolta in un fiasco. Non era colpa di Paul se il governo iraniano era rima-
sto a corto di denaro.
   Percorsero viale Eisenhower, fiancheggiato d'alberi, ampio e rettilineo
come un'autostrada americana, ed entrarono nel cortile di un tozzo palazzo
a dieci piani sorvegliato da soldati armati di mitra. Era la sede della Previ-
denza Sociale del ministero della Sanità, e avrebbe dovuto diventare la
centrale del nuovo stato assistenziale iraniano; lì l'EDS e il governo aveva-
no collaborato per creare un nuovo sistema di sicurezza sociale. L'EDS oc-
cupava tutto il sesto piano: l'ufficio di Bill era lì.
   Paul, Bill e Abolhasan presentarono i lasciapassare ed entrarono. I corri-
doi erano sporchi e male arredati, e faceva molto freddo; il riscaldamento,
tanto per cambiare, non funzionava. Si fecero indicare l'ufficio dove li at-
tendeva Dadgar.
   Lo trovarono in una stanzetta dalle pareti luride, seduto a una vecchia
scrivania di metallo. Aveva davanti un taccuino e una penna. Dalla fine-
stra, Paul poteva vedere il nuovo centro dati che l'EDS stava facendo co-
struire lì accanto.
   Abolhasan fece le presentazioni. Su una sedia accanto alla scrivania di
Dadgar c'era un'iraniana, la signora Nourbash, che era l'interprete del ma-
gistrato.
   Sedettero tutti su malconce sedie metalliche. Fu portato il tè. Dadgar in-
cominciò a parlare in Farsi, con voce bassa ma profonda. Aveva un'espres-
sione impenetrabile. Paul lo studiò mentre attendeva la traduzione. Dadgar
era un uomo basso e tarchiato, oltre la cinquantina, scuro di carnagione e
con i capelli pettinati in avanti sulla fronte come per nascondere un'inci-
piente calvizie. Aveva baffi e occhiali e indossava un abito di linea sobria.
   Dadgar finì di parlare e Abolhasan tradusse: «Vi avverte che ha il potere
di farvi arrestare se non sarà soddisfatto delle vostre risposte. Nel caso che
non lo sapeste già, dice che potete rinviare il colloquio per dare ai vostri
avvocati il tempo di procurarsi la cauzione».
   Paul era molto sorpreso da quel nuovo sviluppo, ma lo valutò rapida-
mente, come se si trattasse di una normale decisione di affari. Sta bene,
pensò: il peggio che può capitare è che non creda a quello che gli diciamo
e ci faccia arrestare... ma non siamo assassini, in ventiquattr'ore otterremo
la libertà su cauzione. Poi, forse, ci confineranno in campagna e dovremo
incontrarci con i nostri avvocati per cercare di sbrogliare la faccenda... la
situazione non sarà molto diversa dall'attuale.
   Guardò Bill. «Cosa ne pensi?»
   Bill alzò le spalle. «Goelz dice che questo colloquio è ordinaria ammi-
nistrazione. L'avvertimento a proposito della cauzione mi sembra una for-
malità... come quando da noi, se si arresta qualcuno, gli si leggono quelli
che sono i suoi diritti.»
   Paul annuì. «E l'ultima cosa che vogliamo è un rinvio.»
   «Allora avanti, e facciamola finita.»
   Paul si rivolse alla signora Nourbash. «Dica per favore al signor Dadgar
che noi non abbiamo commesso nessun reato, e che non ci risulta che altri
l'abbiano commesso, quindi siamo sicuri che non verrà formulata nessuna
accusa contro di noi, e vorremmo finire entro oggi per poter tornare in pa-
tria.»
   La signora Nourbash tradusse.
   Dadgar disse che prima voleva interrogare Paul da solo. Bill doveva tor-
nare di lì a un'ora.

  Bill uscì.
  Bill salì al suo ufficio al sesto piano. Prese il telefono, chiamò il Buca-
rest e parlò con Lloyd Briggs. Briggs era il numero tre in ordine gerarchi-
co, dopo Paul e Bill.
  «Dadgar dice che ha il potere di arrestarci» disse Bill. «Forse dovremo
versare una cauzione. Chiama gli avvocati iraniani e scopri un po' che cosa
significa.»
  «Va bene» disse Briggs. «Dove sei?»
  «Nel mio ufficio, qui al ministero.»
  «Ti richiamo.»
  Bill riappese e aspettò. L'idea di venire arrestato era piuttosto ridicola...
nonostante la corruzione diffusa nell'Iran moderno, l'EDS non aveva mai
pagato tangenti per ottenere i contratti. Ma anche se l'avesse fatto, non sa-
rebbe stato Bill a pagare: il suo compito era adempiere i contratti, non as-
sicurarseli.
  Briggs richiamò dopo pochi minuti. «Non avete motivo di preoccuparvi»
disse. «Proprio la settimana scorsa un uomo imputato d'omicidio è stato li-
berato su una cauzione di un milione e mezzo di rial.»
  Bill fece un rapido calcolo: erano ventimila dollari, e molto probabil-
mente l'EDS avrebbe potuto versarli in contanti. Da qualche settimana te-
nevano in cassa grosse somme liquide, un po' perché le banche erano in
sciopero e un po' perché dovevano servire per l'evacuazione. «Quanto c'è
nella cassaforte dell'ufficio?»
  «Circa sette milioni di rial, più cinquantamila dollari.»
  Quindi, pensò Bill, anche se ci arrestano potremo versare immediata-
mente la cauzione. «Grazie» disse. «Mi sento più tranquillo.»

   Giù al primo piano, Dadgar aveva annotato nome e cognome di Paul,
luogo e data di nascita, le scuole frequentate, l'esperienza nel campo dei
computer e le qualifiche; e aveva attentamente esaminato il documento uf-
ficiale che nominava Paul direttore nazionale dell'Electronic Data Systems
Corporation Iran. Poi chiese a Paul di dirgli in che modo l'EDS aveva otte-
nuto il contratto dal ministero della Sanità.
   Paul trasse un profondo respiro. «Innanzi tutto vorrei farle notare che
non lavoravo in Iran nel periodo in cui l'accordo fu concluso e firmato, e
quindi non ne ho una conoscenza diretta. Comunque, le riferirò quello che
so della procedura.»
   La signora Nourbash tradusse e Dadgar annuì.
   Paul continuò, parlando lentamente per aiutare l'interprete. «Nel 1975 un
dirigente dell'EDS, Paul Bucha, venne a sapere che il ministero cercava
una società di data processing esperta nel campo della previdenza sociale e
assistenza malattie. Venne a Teheran, s'incontrò con vari funzionari del
ministero e accertò il carattere e la portata del lavoro in programma. Fu in-
formato che il ministero aveva già ricevuto offerte dalla Louis Berger &
Co., dalla Marsh & McClennan, dall'ISIRAN e dall'Univac, e che una
quinta offerta stava arrivando dalla Cap Gemini Sogeti. Disse che l'EDS
era la maggiore società di data processing negli Stati Uniti e che era ap-
punto specializzata in quel particolare tipo di attività. Offrì al ministero
uno studio preliminare gratuito. L'offerta fu accettata.»
   Quando s'interrompeva per lasciar parlare l'interprete, Paul notava che la
signora Nourbash sembrava dire meno di quello che aveva detto lui; e gli
appunti che annotava Dadgar erano ancora più concisi. Incominciò a parla-
re più lentamente e a fare pause più frequenti. «Il ministero evidentemente
apprezzò le proposte dell'EDS perché poi ci chiese di effettuare uno studio
dettagliato per duecentomila dollari. Nell'ottobre del 1975 furono presenta-
ti i risultati dello studio. Il ministero accettò la nostra proposta e incomin-
ciarono le trattative per il contratto. Nell'agosto 1976 fu concluso l'accor-
do.»
   «E fu fatto tutto alla luce del sole?» chiese Dadgar tramite la signora
Nourbash.
   «Assolutamente» disse Paul. «Ci vollero altri tre mesi per ottenere tutte
le approvazioni necessarie dei vari organi governativi, inclusa la corte del-
lo scià. Non fu omesso nessuno di questi passi. Il contratto divenne effetti-
vo alla fine dell'anno.»
   «I prezzi stabiliti dal contratto erano esorbitanti?»
   «Prevedeva un utile massimo del venti per cento, prima della deduzione
delle tasse, e questo è normale in contratti altrettanto consistenti, sia qui sia
negli altri paesi.»
   «E l'EDS ha mantenuto gli impegni contrattuali?»
   Di questo Paul aveva una conoscenza di prima mano. «Sì, li abbiamo
mantenuti.»
   «Può dimostrarlo?»
   «Certamente. Il contratto specifica che dovevo incontrarmi con vari fun-
zionari del ministero, a dati intervalli, per esaminare i progressi fatti; le
riunioni ci sono state e il ministero ha in archivio i verbali relativi. Il con-
tratto fissava una procedura per i reclami che il ministero avrebbe usato se
l'EDS fosse venuta meno ai suoi obblighi; e tale procedura non è mai stata
usata.»
   La signora Nourbash tradusse, ma Dadgar non prese appunti. Co-
munque, doveva sapere benissimo come stavano le cose, pensò Paul.
   Soggiunse: «Guardi dalla finestra. Ecco là il nostro centro dati. Vada a
visitarlo. Ci sono i computer. Li tocchi. Funzionano. Producono infor-
mazioni. Legga i printouts. Vengono usati».
   Dadgar scarabocchiò un breve appunto. Paul si chiese a che cosa voleva
arrivare.
   La domanda seguente fu: «Quali sono i vostri rapporti con il gruppo
Mahvi?».
   «Appena venimmo in Iran ci fu detto che avremmo dovuto avere soci i-
raniani, per poter lavorare. Il gruppo Mahvi è in società con noi. Comun-
que, il suo compito principale è procurarci personale iraniano. Ci incon-
triamo periodicamente con loro, ma hanno pochissimo a che fare con la
gestione della nostra attività.»
   Dadgar chiese perché sul libro paga dell'EDS figurava il dottor Towliati,
un funzionario del ministero. Non c'era incompatibilità?
  Finalmente una domanda che aveva senso. Paul si rendeva conto che il
ruolo di Towliati poteva sembrava incompatibile. Ma la spiegazione era
semplice. «Nel contratto ci siamo impegnati a fornire consulenti esperti
che aiutino il ministero a utilizzare nel modo migliore i nostri servizi. Il
dottor Towliati è un consulente. Ha esperienza in fatto di data processing e
conosce i metodi di lavoro iraniani e americani. È retribuito dall'EDS anzi-
ché dal ministero, perché gli stipendi statali sono troppo bassi per attirare
uno specialista del suo livello. Comunque il ministero è tenuto a rimbor-
sarci la sua retribuzione, come è stabilito dal contratto. Quindi, in realtà
non siamo noi a pagarlo.»
  Anche questa volta Dadgar scrisse pochissimo. Avrebbe potuto attingere
tutte quelle informazioni negli archivi, pensò Paul, e forse l'aveva fatto.
  Dadgar chiese: «Ma perché il dottor Towliati firma le fatture?».
  «È semplice» rispose Paul. «Non le firma e non le ha mai firmate. Il
massimo che fa è questo: comunica al ministro che è stato completato un
certo lavoro, quando si tratta di questioni troppo tecniche perché un profa-
no possa accertarlo.» Paul sorrise. «Prende molto sul serio le sue respon-
sabilità nei confronti del ministero... è il nostro critico più intransigente e
fa parecchie domande prima di dichiarare che il lavoro è stato ultimato.
Qualche volta vorrei averlo in tasca.»
  La signora Nourbash tradusse. Paul pensava: Dove vuole arrivare Da-
dgar? Prima chiede delle trattative per il contratto, che si sono svolte prima
che io venissi qui; poi del gruppo Mahvi e del dottor Towliati, come se
fossero importantissimi. Forse non sa neppure lui cosa sta cercando... forse
fa domande a caso, sperando di trovare le prove di qualche illecito.
  Per quanto può continuare ancora questa farsa?

   Bill era nel corridoio, e indossava il cappotto per difendersi dal freddo.
Qualcuno gli aveva portato un bicchiere di tè, e lo sorseggiava, scaldando-
si le mani. Il palazzo era al buio, oltre che al freddo.
   Dadgar gli era apparso subito diverso dall'iraniano tipo. Era freddo, bur-
bero e scostante. All'ambasciata avevano detto che era "ben disposto" ver-
so Bill e Paul, ma Bill aveva l'impressione che non lo fosse affatto.
   Bill si chiese a che gioco stava giocando Dadgar. Cercava solo di inti-
midirli, oppure pensava seriamente di arrestarli? In ogni caso, l'incontro
non stava andando come avevano previsto all'ambasciata. Il consiglio di
presentarsi senza essere accompagnati da avvocati o da rappresentanti del-
l'ambasciata stessa adesso appariva sbagliato: forse non volevano essere
coinvolti. Comunque, a questo punto Paul e Bill dovevano arrangiarsi da
soli. Non sarebbe stata una giornata piacevole, ma alla fine avrebbero po-
tuto tornare in patria.
  Mentre guardava dalla finestra, vide che in viale Eisenhower c'era un
certo scompiglio. I dissidenti fermavano le macchine e mettevano sui pa-
rabrezza manifesti di Khomeini. I militari di guardia al ministero fermava-
no a loro volta le macchine e strappavano i manifesti. A poco a poco i sol-
dati diventavano più bellicosi. Spaccarono i fari d'una macchina e poi il
parabrezza di un'altra, come per dare una lezione ai guidatori. Poi trascina-
rono fuori di peso un automobilista e lo presero a pugni.
  Poi se la presero con uno dei taxi arancione di Teheran. Passò senza
fermarsi; i militari si infuriarono e lo rincorsero sparando. Taxi e insegui-
tori sparirono alla vista di Bill.
  Poi i soldati ritornarono ai loro posti nel cortile cintato di fronte al mini-
stero. L'episodio, con quel bizzarro miscuglio di puerilità e di brutalità,
sembrava riassumere quello che stava succedendo in Iran. Il paese stava
andando a rotoli. Lo scià aveva perso il controllo della situazione e i rivol-
tosi erano decisi a scacciarlo o a ucciderlo. A Bill facevano pena gli auto-
mobilisti, vittime della situazione, che non potevano far nulla. Se gli ira-
niani non sono più al sicuro, pensò, per gli americani il pericolo deve esse-
re anche più grave. Dobbiamo lasciare il paese.
  Nel corridoio c'erano due iraniani che assistevano agli scontri di viale
Eisenhower. Sembravano allibiti quanto Bill.
  Venne il pomeriggio. Per pranzo, Bill si vide portare altro tè e un san-
dwich. Si chiedeva come stava andando l'interrogatorio. Non si stupiva che
lo facessero aspettare tanto. In Iran "un'ora" voleva dire semplicemente
"più tardi, forse". Ma via via che passava il tempo si sentiva sempre più
inquieto. Paul era nei guai?
  I due iraniani rimasero nel corridoio tutto il pomeriggio, senza far niente.
Bill si chiese vagamente chi erano. Non parlò con loro.
  Avrebbe voluto che il tempo passasse più in fretta. Aveva prenotato un
posto sull'aereo dell'indomani. Emily e i figli erano a Washington, dove
abitavano i genitori di Emily e quelli di Bill. Avevano deciso di organizza-
re una grande festa in suo onore alla vigilia di Capodanno. E lui non vede-
va l'ora di riabbracciarli tutti.
  Avrebbe dovuto lasciare l'Iran già da diverse settimane, quando avevano
incominciato a lanciare bombe incendiarie. Una delle persone la cui casa
era stata attaccata era una sua ex compagna di scuola, che aveva sposato
un diplomatico in servizio all'ambasciata americana. Bill aveva parlato con
loro dell'incidente. Marito e moglie erano rimasti illesi, fortunatamente, ma
era stato spaventoso. Avrei dovuto andarmene allora, pensò.
   Finalmente Abolhasan aprì la porta e chiamò: «Bill! Venga, per favore».
   Bill diede un'occhiata all'orologio. Erano le cinque. Entrò.
   «Fa freddo» disse sedendosi.
   «Ma questa sedia scotta» disse Paul con un sorriso forzato. Bill lo guar-
dò: sembrava molto a disagio.
   Dadgar bevve un tè e mangiò un sandwich prima d'incominciare a inter-
rogare Bill. Bill lo scrutò e si disse: Stai in guardia... questo è deciso a ten-
derci un trabocchetto per impedirci di lasciare il paese.
   Incominciò l'interrogatorio. Bill diede nome, cognome, luogo e data di
nascita, scuole, qualifiche e attività precedenti. Impassibile, Dadgar faceva
le domande e annotava le risposte: era come una macchina, pensò Bill.
   Incominciò a capire perché l'interrogatorio di Paul si era protratto così a
lungo. Ogni domanda veniva tradotta dal Farsi in inglese, e ogni risposta
dall'inglese in Farsi. La signora Nourbash faceva da interprete, e Abolha-
san l'interrompeva per correggere e chiarire.
   Dadgar l'interrogò sugli adempimenti del contratto ministeriale da parte
dell'EDS. Bill rispose dettagliatamente, sebbene fosse un argomento com-
plicato e molto tecnico e lui fosse sicuro che la signora Nourbash non po-
teva capire molto bene quel che stava dicendo. Comunque, nessuno poteva
sperare di rendersi conto di un intero programma tanto complesso facendo
qualche domanda di carattere generale. Che razza di assurdità è mai que-
sta? si chiese Bill. Perché Dadgar è deciso a starsene tutto il giorno in una
stanza gelata a fare domande stupide? Pensò che fosse una specie di rituale
persiano. Dadgar doveva fornire un'abbondante documentazione, dimostra-
re che aveva battuto tutte le strade, per proteggersi dalle eventuali critiche
quando li avrebbe lasciati andare. Nel peggiore dei casi, avrebbe potuto
trattenerli in Iran ancora per un po'. Era solo questione di tempo.
   Dadgar e la signora Nourbash sembravano ostili. Il colloquio cominciò
ad assumere un andamento da interrogatorio in tribunale. Dadgar disse che
i rapporti presentati dall'EDS al ministero sul progresso del lavoro erano
falsi, e che l'EDS se ne era servita per costringere il ministero a pagare per
cose che non erano state fatte. Bill ribatté che i vari funzionari ministeriali,
i quali dovevano saperlo, non avevano mai detto che i rapporti fossero ine-
satti. Se l'EDS non aveva fatto il lavoro che s'era impegnata a svolgere,
dove erano i reclami? Dadgar poteva controllare l'archivio del ministero.
   Dadgar chiese del dottor Towliati e quando Bill spiegò, la signora Nour-
bash, prima ancora che Dadgar aprisse bocca, ribatté che la spiegazione era
falsa.
   Vi furono parecchie domande senza relazione tra loro, compresa una
stranissima: L'EDS aveva dipendenti greci? Bill rispose di no, e si chiese
cosa diavolo c'entrava. Dadgar sembrava spazientito; forse aveva sperato
che le risposte di Bill contraddicessero quelle di Paul e adesso, deluso,
continuava più che altro pro forma. Le domande diventarono frettolose e
superflue; quando Bill rispondeva, lui non chiedeva chiarimenti. Dopo u-
n'ora, pose fine al colloquio.
   La signora Nourbash disse: «Ora, per favore, mettete la firma accanto a
ognuna delle domande e delle risposte annotate dal signor Dadgar».
   «Ma sono in Farsi... e noi non siamo in grado di leggere neppure una pa-
rola!» protestò Bill. È un trucco, pensò: ci faranno firmare una confessione
di omicidio o di sabotaggio o di qualche altro reato inventato da Dadgar.
   Abolhasan disse: «Leggerò io gli appunti, per controllarli».
   Paul e Bill attesero mentre Abolhasan leggeva. Sembrava un controllo
piuttosto sbrigativo. Posò il taccuino sulla scrivania. «Vi consiglio di fir-
mare.»
   Bill era sicuro che sarebbe stato meglio non farlo... ma non aveva scelta.
Doveva firmare, se voleva tornare in patria.
   Guardò Paul, e Paul alzò le spalle. «Tanto vale.»
   Firmarono a turno, a fianco degli incomprensibili scarabocchi in Farsi.
   Quando finirono, nella stanza c'era un'atmosfera di tensione. Adesso,
pensò Bill, dovrà dirci che possiamo andarcene.
   Dadgar riordinò meticolosamente le carte mentre parlava ad Abolhasan
in Farsi per vari minuti. Poi uscì. Abolhasan si rivolse a Paul e Bill, con a-
ria grave.
   «Siete in arresto» disse.
   Bill provò una stretta al cuore. Niente aereo, niente Washington, niente
festa per la vigilia di Capodanno...
   «La cauzione è stata fissata in novanta milioni di toman, sessanta per
Paul e trenta per Bill.»
   «Gesù!» disse Paul. «Novanta milioni di toman sono...»
   Abolhasan fece il conto su un pezzo di carta. «Un po' meno di tredici
milioni di dollari.»
   «Starà scherzando!» esclamò Bill. «Tredici milioni? La cauzione per un
omicida è ventimila.»
   Abolhasan disse: «Vuol sapere se siete pronti a pagare».
   Paul rise. «Gli risponda che al momento sono un po' a corto, dovrò ri-
volgermi alla banca.»
   Abolhasan non disse nulla.
   «Ma non può fare sul serio» disse Paul
   «Fa sul serio» disse Abolhasan.
   Bill s'infuriò... con Dadgar, con Lou Goelz, con il mondo intero. Era un
trabocchetto, e loro c'erano caduti. Erano venuti lì spontaneamente, a un
appuntamento fissato dall'ambasciata americana. Non avevano fatto nulla
di male e nessuno aveva un'ombra di prova a loro carico... ma li avrebbero
messi in carcere, e quel che era peggio, in un carcere iraniano!
   Abolhasan disse: «Ognuno di voi è autorizzato a fare una telefonata».
   Come nei telefilm polizieschi... una telefonata, e poi al fresco.
   Paul prese il telefono e chiamò. «Llyod Briggs, per favore. Sono Paul
Chiapparone... Lloyd? Non posso venire a cena, stasera. Mi sbattono den-
tro».
   Bill pensò: Paul non riesce ancora a crederlo.
   Paul ascoltò per un momento, poi disse: «Non sarebbe il caso di chiama-
re Bill Gayden, per cominciare?» Bill Gayden era il presidente dell'EDS
Worlde il diretto superiore di Paul. Appena la notizia arriverà a Dallas,
pensò Bill, questi buffoni d'iraniani vedranno cosa succede quando l'EDS
si mette in moto sul serio
   Paul riattaccò e Bill prese il suo posto all'apparecchio. Chiamò l'am-
basciata americana e chiese del console generale
   «Goelz? Sono Bill Gaylord. Ci hanno appena arrestati, e hanno fissato la
cauzione in tredici milioni di dollari.»
   «Oh, cielo, io...»
   «Al diavolo!» Bill era infuriato, nel sentire la voce calma e misurata di
Goelz. «È stato lei a combinare questo incontro, e ci aveva assicurato che
dopo avremmo potuto partire!»
   «Certo, se non avete fatto niente di male...»
   «Come, se?» gridò Bill.
   «Manderò qualcuno al carcere al più presto possibile» disse Goelz.
   Bill riattaccò.
   I due iraniani che per tutto il giorno avevano oziato nel corridoio entra-
rono in quel momento. Bill notò che erano grandi e grossi, e capì che erano
poliziotti in borghese.
   Abolhasan disse: «Dadgar ha deciso che non è necessario ammanet-
tarvi».
   «Oh, grazie!» disse Paul.
   Bill rammentò all'improvviso di aver sentito dire che nelle carceri dello
scià torturavano i prigionieri. Cercò di non pensarci.
   Abolhasan disse: «Volete dare a me le borse e i portafogli?».
   Glieli consegnarono. Paul tenne cento dollari.
   «Sa dov'è il carcere?» chiese Paul ad Abolhasan.
   «Vi porteranno nelle celle di sicurezza del ministero della Giustizia in
via Khayyam.»
   «Torni subito al Bucarest e riferisca tutti i particolari a Lloyd Briggs.»
   «Senz'altro.»
   Uno dei poliziotti in borghese aprì la porta. Bill guardò Paul. Paul alzò
le spalle.
   Uscirono.
   I poliziotti li condussero al pianterreno e li fecero salire su un'automo-
bile. «Credo che resteremo al fresco un paio d'ore» disse Paul. «Non ci
vorrà di più perché l'ambasciata e l'EDS mandino qualcuno a pagare la
cauzione.»
   «Forse saranno già là ad aspettarci» disse ottimisticamente Bill.
   Il più grosso dei due poliziotti si mise al volante, e l'altro sedette accanto
a lui. Uscirono dal cortile in viale Eisenhower, a tutta velocità. All'improv-
viso svoltarono in una stretta via a senso unico, nella direzione vietata. Bill
si aggrappò al sedile. Schivarono le macchine e gli autobus che arrivavano
dalla parte opposta, mentre gli altri guidatori strombettavano e agitavano i
pugni.
   La macchina si diresse verso sud-est. Bill cercò d'immaginare il loro ar-
rivo. Chissà se qualcuno dell'EDS o dell'ambasciata era già là per ottenere
una riduzione della cauzione, in modo che potessero tornare a casa anziché
finire in cella? Senza dubbio all'ambasciata si sarebbero indignati per il
modo d'agire di Dadgar. L'ambasciatore Sullivan sarebbe intervenuto per
farli rilasciare immediatamente. Dopotutto, era iniquo rinchiudere in un
carcere iraniano due americani che non avevano fatto niente e poi preten-
dere una cauzione di tredici milioni di dollari. Era una situazione addirittu-
ra ridicola.
   Ma intanto lui era lì, sul sedile posteriore di quella macchina, e si chie-
deva che cosa sarebbe accaduto.
   Mentre procedevano verso sud, quello che vide dal finestrino lo spaven-
tò ancora di più.
   Nella parte settentrionale della città, dove vivevano e lavoravano gli a-
mericani, i disordini e gli scontri erano ancora fenomeni occasionali, ma lì
- adesso Bill se ne rendeva conto - dovevano essere continui. Le carcasse
nere degli autobus incendiati fumavano ancora per le strade. Centinaia di
dimostranti correvano urlando e cantando, appiccavano incendi e innalza-
vano barricate. Ragazzi giovanissimi lanciavano bottiglie molotov contro
le macchine. Sceglievano i bersagli a caso. Potrebbe capitare anche a noi,
pensò Bill. Sentì sparare, ma era buio e non riuscì a vedere chi fosse. L'au-
tista non riduceva mai la velocità. Quasi tutte le strade erano bloccate da
un'orda o da una barricata o da un'auto in fiamme; l'autista svoltava di qua
e di là, ignorando la segnaletica, e correva a rotta di collo per le vie secon-
darie e i vicoli per aggirare gli ostacoli. Non arriveremo vivi, pensò Bill e
toccò il rosario che portava in tasca.
   Quella corsa sembrò durare in eterno... e poi, all'improvviso, la piccola
automobile svoltò in un cortile rotondo e si fermò. Senza una parola, l'auti-
sta scese ed entrò.
   Il ministero della Giustizia era un palazzone enorme che occupava un in-
tero isolato. Nell'oscurità - tutti i lampioni erano spenti - Bill riuscì a scor-
gere un edificio a cinque piani. L'autista uscì dopo dieci o quindici minuti.
Si rimise al volante, ripartì e girò intorno all'isolato. Bill immaginò che a-
vesse fatto registrare i suoi arrestati.
   Dietro il palazzo, la macchina salì sul marciapiedi e si fermò davanti a,
due battenti d'acciaio con un muro di mattoni. Sulla destra, dove finiva il
muro, c'era il contorno vago d'un giardino. L'autista scese. Si aprì uno
spioncino e vi fu un breve dialogo in Farsi. Poi la porta si aprì. L'autista
accennò a Paul e Bill di scendere.
   Entrarono.
   Bill si guardò intorno. Erano in un cortiletto. Videro dieci o quindici
guardie con armi automatiche piazzate qua e là. Davanti a loro c'era una
specie di parcheggio pieno di macchine e camion. A sinistra, contro il mu-
ro, c'era una costruzione a un solo piano. A destra c'era un'altra porta d'ac-
ciaio.
   L'autista si avvicinò a questa e bussò. Seguì un altro dialogo in Farsi at-
traverso lo spioncino. Poi la porta si aprì e Paul e Bill vennero fatti entrare.
   Erano in una piccola anticamera, con una scrivania e qualche sedia. Bill
si guardò intorno. Non c'erano avvocati, né rappresentanti dell'ambasciata,
né dirigenti dell'EDS accorsi per tirarli fuori. Siamo abbandonati a noi
stessi, pensò, e sarà pericoloso.
   Alla scrivania c'era un guardiano con una penna a sfera e un mucchio di
moduli. Chiese qualcosa in Farsi. Paul, indovinando, rispose: «Paul
Chiapparone» e dettò il nome lettera per lettera.
   Ci volle quasi un'ora per riempire i moduli. Dalla prigione venne portato
un detenuto che parlava inglese perché facesse da interprete. Paul e Bill
diedero gli indirizzi di Teheran, i numeri di telefono, le date di nascita, e
fecero l'elenco della roba che avevano con loro. Le guardie ritirarono il
denaro e consegnarono duemila rial a ognuno di loro, circa trenta dollari.
   Li condussero in una stanza adiacente e dissero loro di spogliarsi. Resta-
rono tutti e due in mutande. Le guardie li perquisirono, poi dissero a Paul
di rivestirsi, ma non a Bill. Faceva molto freddo: anche lì il riscaldamento
non funzionava. Nudo e tremante, Bill si domandava che cosa sarebbe
successo. Evidentemente erano gli unici americani in quella prigione. Che
cosa avrebbero fatto le guardie a lui e a Paul? Che cosa avrebbero fatto gli
altri detenuti? Senza dubbio, da un momento all'altro sarebbe arrivato
qualcuno per farli rilasciare.
   «Posso mettere la giacca?» chiese alla guardia.
   La guardia non capì.
   «Giacca» disse Bill, spiegandosi a gesti.
   La guardia gli porse la giacca.
   Poco dopo entrò un'altra guardia e disse loro di rivestirsi.
   Li condussero di nuovo in anticamera. Ancora una volta Bill si guardò
intorno speranzoso, cercando con gli occhi gli avvocati o qualche faccia
amica; ancora una volta rimase deluso.
   Li condussero via. Si aprì un'altra porta. Scesero una scala che portava
nel seminterrato.
   Era freddo, buio e sporco. C'erano parecchie celle piene di detenuti, tutti
iraniani. C'era un tale fetore d'urina che Bill chiuse la bocca e respirò dal
naso. La guardia aprì la porta della cella numero nove. Paul e Bill entraro-
no.
   Sedici facce ispide li guardarono con aria incuriosita. Paul e Bill le guar-
darono a loro volta, inorriditi.
   La porta si chiuse rumorosamente alle loro spalle.

                                       II

  Fino a quel momento, la vita era stata generosa con Ross Perot.
  Il mattino del 28 dicembre 1978 era seduto al tavolo della colazione nel-
la sua baita di montagna a Vail nel Colorado, e Holly, la cuoca, lo stava
servendo.
   Appollaiata sul fianco della montagna e seminascosta dall'abetaia, la
"baita" aveva sei stanze da letto, cinque bagni, un soggiorno di cento metri
quadrati e una "sala doposci" con una vasca Jacuzzi davanti al camino. Era
una casa per le vacanze.
   Ross Perot era ricco.
   Aveva fondato l'EDS con mille dollari e adesso le azioni della società -
lui ne possedeva personalmente più della metà - valevano parecchie centi-
naia di milioni di dollari. Era l'unico proprietario della Petrus Oil and Gas
Company che aveva riserve per un valore d'altre centinaia di milioni. E a-
veva anche grosse proprietà terriere a Dallas. Era difficile calcolare esat-
tamente quanto denaro possedeva - molto dipendeva dal modo di contarlo
- ma era certamente più di cinquecento milioni di dollari e probabilmente
meno d'un miliardo.
   Nei romanzi, i personaggi immensamente ricchi vengono presentati co-
me avidi, assetati di potere, nevrotici, odiati e infelici... sempre infelici. Pe-
rot non leggeva molti romanzi. Era felice.
   Non credeva che fosse il denaro a renderlo felice. Credeva negli affari,
nel denaro e nei profitti, perché era questo che mandava avanti l'America;
e apprezzava alcuni dei giocattoli che il denaro poteva comprare... il
cruiser, i motoscafi, l'elicottero. Ma non si era mai sognato di rotolarsi su
un tappeto di banconote da cento dollari. Aveva sognato di creare un'a-
zienda di successo che desse lavoro a migliaia di persone; ma il più grande
dei suoi sogni realizzati stava davanti ai suoi occhi. La sua famiglia. Gli
giravano intorno nei sottotuta termici e si preparavano ad andare a sciare.
C'era Ross Junior, vent'anni, e se esisteva un giovane più in gamba di lui
nello stato del Texas, Perot doveva ancora incontrarlo. C'erano quattro fi-
glie - Nancy, Suzanne, Carolyn e Katherine. Erano tutte sane, sveglie e
simpatiche. A volte, Perot aveva dichiarato agli intervistatori che avrebbe
misurato il suo successo nella vita in base a quello che sarebbero diventati
i suoi figli. Se fossero diventati buoni cittadini rispettosi degli altri, avreb-
be concluso che era valsa la pena di vivere. (Gli intervistatori dicevano:
«Diavolo, io le credo, ma se pubblico questa risposta nell'articolo i lettori
penseranno che mi ha comprato». E Perot ribatteva: «Non m'interessa. Io
le dico la verità... poi lei scriva quello che vuole».) E i figli erano diventati
esattamente come voleva Perot, almeno finora. Sebbene fossero cresciuti
tra le ricchezze e i privilegi, non erano viziati. Quasi un miracolo.
   La responsàbile del miracolo, Margot Perot, era lì, e rincorreva i figli
con i biglietti dello ski-lift, i calzettoni di lana e le lozioni solari. Era bella,
affettuosa, intelligente, ricca di classe, ed era un'ottima madre. Se avesse
voluto, avrebbe potuto sposare un John Kennedy, un Paul Newman, un
principe Ranieri o un Rockefeller. Invece s'era innamorata di Ross Perot di
Texarkana, Texas: alto un metro e settanta, con il naso rotto e niente in ta-
sca tranne le speranze. Perot era sempre stato convinto d'essere fortunato.
Adesso, a quarantotto anni, poteva ripensare al passato e rendersi conto
che la sua fortuna più grande era stata sposare Margot.
   Era un uomo felice con una famiglia felice, ma quel natale un'ombra era
scesa su di loro. La madre di Perot stava morendo di cancro alle ossa. La
vigilia di Natale era caduta in casa: non era stata una caduta grave, ma dato
che la malattia le aveva indebolito le ossa, si era fratturata il femore ed era
stata ricoverata d'urgenza al Baylor Hospital nel centro di Dallas.
   La sorella di Perot, Bette, aveva trascorso la notte con la madre e poi, il
giorno di Natale, Perot, Margot e i cinque figli avevano caricato i regali
sulla station wagon ed erano andati all'ospedale. La nonna era d'ottimo
umore, e avevano passato una giornata piacevole. Ma lei non voleva che
ritornassero a trovarla il giorno dopo: sapeva che avevano deciso di andare
a sciare, e aveva insistito perché partissero. Margot e i ragazzi erano andati
a Vail il 26 dicembre, ma Perot era rimasto.
   Poi c'era stato uno scontro tra volontà, come quelli che Perot aveva so-
stenuto con la madre da bambino. Lulu May Perot non arrivava a un metro
e sessanta ed era minuta, ma non era più fragile d'un sergente dei marines.
Gli disse che aveva lavorato troppo e che aveva bisogno di quella vacanza.
Lui rispose che non voleva lasciarla. Alla fine s'intromisero i medici, e
spiegarono che non le avrebbe fatto un favore se fosse rimasto contro la
sua volontà. Il giorno dopo Perot raggiunse la famiglia a Vail. Sua madre
aveva vinto, come era sempre successo quando lui era giovanissimo.
   Uno dei loro scontri era stato causato da una gita dei boy-scout. A Te-
xarkana c'era stata un'alluvione, e gli scout intendevano accamparsi per tre
giorni presso la zona disastrata e collaborare ai soccorsi. Ross Perot era
deciso ad andare, ma la madre sapeva che era troppo giovane, e sarebbe
stato un peso per l'accompagnatore. Lui aveva continuato a insistere, ma
lei si era limitata a sorridere dolcemente e a dire di no.
   Poi le aveva strappato una concessione, il permesso di andare ad aiutare
a montare le tende il primo giorno; ma la sera doveva tornare a casa. Non
era gran che, come compromesso. Ma Perot non era capace di sfidare sua
madre. Immaginava il momento in cui sarebbe tornato a casa, cercava di
pensare le parole che avrebbe usato per dirle che le aveva disobbedito... e
capiva che non poteva farlo.
   Sua madre non l'aveva mai preso a sculaccioni. Non aveva mai neppure
strillato. Non lo dominava con la paura. Con i suoi capelli biondi, gli occhi
azzurri e il carattere dolce, teneva Ross e la sorella, Bette, con i vincoli
dell'affetto. Ti guardava negli occhi e ti diceva cosa dovevi fare, e tu non te
la sentivi di darle un dispiacere.
   Ancora, quando Perot aveva ventitré anni e aveva già fatto il giro del
mondo, lei chiedeva: «Con chi esci stasera? Dove vai? A che ora torni?». E
quando lui rientrava, doveva andare a darle il bacio della buonanotte. Ma
ormai le loro battaglie erano diventate rare, perché i principi materni si e-
rano radicati così profondamente in lui da essere divenuti anche suoi. Ora
la madre governava la famiglia come un monarca costituzionale, portando
le insegne del potere e legittimando i vari autori delle decisioni.
   Perot aveva ereditato dalla madre non soltanto i principi, ma anche la
volontà di ferro. Anche lui guardava la gente negli occhi. Aveva sposato
una donna che somigliava a sua madre. Bionda e con gli occhi azzurri,
Margot aveva anche lo stesso carattere dolce di Lulu May. Ma Margot non
dominava Perot
   Tutte le madri muoiono, prima o poi, e ormai Lulu May viveva ottanta-
due anni, ma Perot non riusciva ad accettarlo con stoicismo. Lei era ancora
importante nella sua vita. Non gli dava più ordini, ma gli dava incoraggia-
mento. L'aveva incoraggiato a fondare l'EDS, e per i primi anni aveva te-
nuto la contabilità dell'azienda. Con lei poteva parlare dei suoi problemi.
L'aveva consultata nel dicembre 1969, al culmine della sua campagna per
far conoscere la situazione dei prigionieri di guerra americani nel Vietnam
del Nord. Aveva deciso di recarsi in volo aa Hanoi, e i suoi collaboratori
dell'EDS gli avevano fatto notare che st avesse rischiato la vita il valore
delle azioni della società avrebbe potuto precipitare. Perot si era trovato al-
le prese con un dilemma: aveva il diritto di mettere in difficoltà gli azioni-
sti, anche per la migliore delle cause? Aveva parlato della cosa alla madre,
e lei aveva risposto senza esitare: «Lascia che vendano le loro azioni». I
prigionieri stavano morendo, e questo era più importante del valore delle
azioni dell'EDS.
   Era la stessa conclusione alla quale Perot sarebbe pervenuto da solo.
Non aveva bisogno che fosse sua madre a dirglielo. Se non ci fosse stata
lei, sarebbe stato lo stesso uomo e avrebbe fatto le stesse cose. Gli sarebbe
mancata, ecco tutto. Gli sarebbe mancata tremendamente.
   Ma non era un tipo che amasse rimuginare. Quel giorno non poteva far
nulla per lei. Due anni prima, quando sua madre aveva avuto un colpo, a-
veva messo sottosopra Dallas una domenica pomeriggio per stanare il mi-
glior neurochirurgo e portarlo all'ospedale. In un momento di crisi, reagiva
agendo. Ma se non c'era nulla da fare, riusciva a escludere il problema dal-
la sua mente, dimenticava le brutte notizie e passava oltre. Non intendeva
rovinare la vacanza della sua famiglia andandosene in giro con la faccia te-
tra. Si sarebbe goduto la compagnia della moglie e dei figli, e avrebbe riso
e scherzato con loro.
   Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri. Andò in cucina a ri-
spondere.
   «Ross Perot» disse.
   «Ross, sono Bill Gayden.»
   «Salve, Bill.» Gayden era un veterano dell'EDS. Era entrato nella società
nel 1967. Sotto certi aspetti, era il tipico venditore: gioviale e amico di tut-
ti. Apprezzava uno scherzo, una sigaretta, un liquore, una mano di poker.
Ed era anche un mago della finanza, abilissimo per quanto riguardava le
fusioni, le acquisizioni e gli accordi, e per questo Perot l'aveva nominato
presidente dell'EDS World. Gayden aveva un forte senso dell'umorismo, e
riusciva a dire qualcosa di spiritoso anche nelle situazioni più serie... ma
questa volta sembrava addirittura cupo.
   «Ross, abbiamo un problema.»
   Era una tipica frase fatta dell'EDS: Abbiamo un problema. Voleva dire
che c'erano brutte notizie
   Gayden proseguì: «Si tratta di Paul e Bill».
   Perot capì immediatamente a chi si riferiva. Il modo in cui si era impedi-
to ai due massimi dirigenti in Iran di lasciare il paese era sinistro, e non
l'aveva dimenticato, anche se sua madre stava morendo. «Ma oggi dovreb-
bero partire.»
   «Li hanno arrestati.»
   La collera gli provocò una contrazione alla bocca dello stomaco. «Bill,
mi avevano assicurato che li avrebbero autorizzati a lasciare l'Iran al ter-
mine dell'incontro con il magistrato. Voglio sapere che cos'è successo.»
   «Li hanno sbattuti in prigione.»
   «Con quale accusa?»
   «Non hanno specificato le accuse.»
   «In base a quale legge li hanno arrestati?»
   «Non l'hanno detto.»
   «Cosa stiamo facendo per tirarli fuori?»
   «Ross, hanno fissato la cauzione in novanta milioni di toman. Sono do-
dici milioni e settecentoquarantamila dollari.»
   «Dodici milioni?»
   «Proprio così.»
   «E come diavolo è successo?»
   «Ross, sono stato per mezz'ora al telefono con Lloyd Briggs, cercando di
capire, e il fatto è che non ci capisce niente neppure Lloyd.»
   Perot tacque un istante. I dirigenti dell'EDS avevano il compito di tro-
vargli le soluzioni, non di porgli interrogativi. Gayden sapeva che non era
il caso di chiamarlo prima di essersi informato per quanto era possibile.
Perot non sarebbe riuscito a saperne di più, al momento: Gayden non di-
sponeva di altre informazioni.
   «Chiama Tom Luce» disse Perot. «Chiama il Dipartimento di Stato a
Washington. Questa faccenda ha la precedenza su tutto. Non voglio che re-
stino in carcere un minuto di più, maledizione!»

   Margot rizzò le orecchie quando lo senti dire "maledizione"; Ross non
aveva l'abitudine d'imprecare, soprattutto davanti ai figli. Lui uscì dalla cu-
cina, scuro in volto. I suoi occhi erano azzurri come l'oceano Artico, e al-
trettanto gelidi. Margot conosceva quell'espressione. Non era collera: Perot
non era il tipo che sprecava le sue energie nel malumore. Era un'espressio-
ne decisa, inflessibile. Voleva dire che aveva stabilito di fare qualcosa ed
era pronto a smuovere cielo e terra. Margot aveva visto quell'aria decisa
quando l'aveva conosciuto all'accademia navale di Annapolis... possibile
che fossero passati già venticinque anni? Era la qualità che lo distingueva
dalla massa, che lo rendeva diverso. Oh, aveva altre qualità - era intelligen-
te e spiritoso, e sapeva affascinare la gente - ma ciò che lo rendeva ecce-
zionale era la forza di volontà. Quando aveva quell'espressione negli occhi,
cercare di fermarlo sarebbe stato come tentare di fermare un treno in disce-
sa.
   «Gli iraniani hanno arrestato Paul e Bill» disse Perot.
   Margot pensò subito alle loro mogli. Le conosceva da anni. Ruthie
Chiapparone era piccola, placida, sorridente, con un ciuffo biondo e l'aria
vulnerabile. Avrebbe sofferto molto. Emily Gaylord era più dura, almeno
in apparenza. La bionda, sottile Emily era vivace ed energica: avrebbe vo-
luto saltare sul primo aereo per andare a tirar fuori Bill dal carcere. La dif-
ferenza tra le due donne appariva evidente nel loro modo di vestire. Ruthie
prediligeva le stoffe morbide e le tinte delicate, Emily il taglio deciso e i
colori vivaci. Emily avrebbe sofferto senza darlo a vedere.
   «Torno a Dallas» disse Ross.
   «C'è una tempesta di neve» disse Margot, guardando dalla finestra i
fiocchi che scendevano turbinando. Sapeva che era inutile parlare: la neve
e il ghiaccio non l'avrebbero fermato. Pensò che Ross non sarebbe stato
capace di restare a Dallas dietro una scrivania per molto tempo mentre due
suoi collaboratori erano in carcere a Teheran. Non va a Dallas, pensò: an-
drà in Iran.
   «Prenderò la fuoristrada» disse Perot. «Potrò trovare un aereo a Den-
ver.»
   Margot dominò i suoi timori e sorrise: «Sii prudente, ti prego» disse.

   Perot era al volante della GM Suburban e guidava con prudenza. La
strada era ghiacciata. La neve si ammucchiava alla base del parabrezza,
accorciando il percorso dei tergicristalli. Scrutava la strada. Denver era a
170 chilometri da Vail. Aveva tempo per riflettere.
   Era ancora furibondo.
   Non era soltanto perché Paul e Bill erano stati arrestati. Erano in carcere
perché erano andati in Iran, ed erano andati in Iran perché li aveva mandati
lui.
   Da mesi era preoccupato a causa dell'Iran. Un giorno, dopo una notte in-
sonne trascorsa a riflettere, era andato in ufficio e aveva detto: «Facciamoli
evacuare. Se sbagliamo, ci rimetteremo soltanto la spesa di tre o quattro-
cento biglietti d'aereo. Provvediamo oggi stesso».
   Era stata una delle rare occasioni in cui i suoi ordini non erano stati ese-
guiti. Tutti si erano impuntati, a Dallas e a Teheran. Non poteva dar loro
torto. Non si era mostrato abbastanza deciso. Se si fosse mostrato risoluto,
sarebbero sfollati quel giorno; ma non l'aveva fatto, e l'indomani i passa-
porti erano stati richiesti dalla polizia.
   Doveva molto a Paul e Bill. Si sentiva in debito con gli uomini che ave-
vano rischiato la carriera entrando nell'EDS quando era ancora agli inizi.
Molte volte aveva trovato l'uomo giusto, gli aveva parlato, l'aveva interes-
sato alla proposta e gli aveva offerto il posto, e più tardi, dopo aver parlato
con la famiglia, l'uomo aveva deciso che l'EDS era troppo piccola, troppo
nuova, troppo rischiosa.
   Paul e Bill non si erano accontentati di accettare il rischio: avevano lavo-
rato come pazzi. Bill aveva progettato il sistema dei computer per l'ammi-
nistrazione dei programmi Medicare e Medicaid che adesso erano stati a-
dottati in parecchi stati americani e costituivano la base dell'attività del-
l'EDS. A quei tempi aveva lavorato fino a ore impossibili, aveva passato
settimane lontano da casa e aveva trasferito di qua e di là la sua famiglia.
Paul si era impegnato non meno di lui quando la società aveva pochi di-
pendenti e pochissimo denaro, Paul aveva svolto il lavoro di tre ingegneri
dei sistemi. Perot ricordava il primo contratto della società a New York,
con la Pepsico; e Paul che arrivava a piedi da Manhattan attraverso il ponte
di Brooklyn sotto la neve, per superare i picchetti - la fabbrica era in scio-
pero - e andare a lavorare.
   Perot doveva tirar fuori Paul e Bill.
   Doveva fare in modo che il governo degli Stati Uniti facesse pressione
sugli iraniani con tutto il peso della sua influenza.
   Una volta l'America aveva chiesto l'aiuto di Perot, e lui aveva dedicato
tre anni della sua vita - e parecchio denaro - alla campagna in favore dei
prigionieri di guerra. Adesso sarebbe stato lui a chiedere aiuto all'America.
   Ripensò al 1969, quando la guerra nel Vietnam era al culmine. Alcuni
suoi compagni dell'accademia navale erano stati uccisi o catturati: Bill Lef-
twich, buono, forte, generoso, era stato ucciso in combattimento a trenta-
nove anni; Bill Lawrence era prigioniero dei nordvietnamiti. Per Perot era
duro vedere il suo paese, il più grande del mondo, perdere una guerra per
mancanza di volontà; ed era ancora più duro vedere milioni di americani
protestare, non senza qualche giustificazione, che la guerra era sbagliata e
che non doveva essere vinta. Poi, un giorno del 1969, aveva incontrato il
piccolo Billy Singleton, un ragazzo che non sapeva se aveva ancora un pa-
dre. Il padre di Billy era disperso in Vietnam, e non aveva mai visto suo
figlio; era impossibile sapere se era morto o prigioniero. Era stato strazian-
te.
   Per Ross Perot, il sentimentalismo non era un'emozione triste, ma uno
squillo di tromba che chiamava all'azione.
   Venne a sapere che la madre di Billy non era l'unica in quella situazione.
C'erano centinaia di mogli e di figli i quali non sapevano se i rispettivi ma-
riti e padri erano stati uccisi o semplicemente catturati. I vietnamiti rifiuta-
vano di rivelare i nomi dei prigionieri, con la scusa che non erano vincolati
dalla Convenzione di Ginevra perché gli Stati Uniti non avevano dichiara-
to guerra ufficialmente.
   E c'era di peggio: molti prigionieri stavano morendo per l'abbandono e i
maltrattamenti. Il presidente Nixon intendeva "vietnamizzare" il conflitto e
disimpegnare le forze americane entro tre anni; ma entro quel periodo, se-
condo i rapporti della CIA, metà dei prigionieri sarebbero morti. Anche se
il padre di Billy Singleton era vivo, forse non sarebbe sopravvissuto abba-
stanza a lungo per tornare a casa.
   Perot voleva fare qualcosa.
   L'EDS aveva buoni rapporti con la Casa Bianca. Perot andò a Washin-
gton e parlò con il consigliere per la politica estera, Henry Kissinger. E
Kissinger aveva un piano.
   I vietnamiti andavano sostenendo, almeno ai fini propagandistici, che
non avevano nulla contro il popolo americano... ce l'avevano solo con il
governo degli Stati Uniti. E si presentavano al mondo come Davide in lotta
contro Golia. Sembrava che ci tenessero molto alla loro immagine. Forse,
pensava Kissinger, sarebbe stato possibile metterli in imbarazzo al punto
di obbligarli a migliorare il trattamento dei prigionieri e a rivelare i loro
nomi, per mezzo di una campagna internazionale che portasse a conoscen-
za del pubblico le sofferenze dei prigionieri e dei loro familiari.
   La campagna doveva essere finanziata privatamente e non doveva figu-
rare collegata in qualche modo al governo, anche se in realtà sarebbe stata
seguita attentamente da incaricati della Casa Bianca e del Dipartimento di
Stato.
   Perot accettò la sfida. (Non sapeva resistere alle sfide. La sua insegnante
delle superiori, una certa signora Duck, l'aveva capito benissimo. «È un
peccato» aveva detto la signora, «che tu non sia in gamba come i tuoi ami-
ci.» Il giovane Perot aveva ribattuto che lui lo era. «E allora perché non
prendi voti migliori di loro?» Perché a loro la scuola interessava e a lui no,
aveva detto Perot. «È troppo facile raccontare di essere capace di fare
qualcosa» aveva risposto la signora Duck. «Ma diamo un'occhiata ai risul-
tati: i tuoi amici Ci riescono e tu no.» Perot s'era sentito punto sul vivo, e
aveva dichiarato che nelle sei settimane seguenti avrebbe preso il massimo
dei voti. E li aveva presi, non soltanto per sei settimane, ma per tutto il re-
sto degli studi alle superiori. L'acuta signora Duck aveva scoperto l'unico
modo di manovrare Perot: sfidarlo.)
   Accettando la sfida di Kissinger, Perot si rivolse alla J. Walter Thomp-
son, la più grande agenzia pubblicitaria del mondo, e spiegò quel che in-
tendeva fare. Loro proposero di presentargli un piano per la campagna en-
tro trenta-sessanta giorni e di mostrare qualche risultato entro un anno. Pe-
rot rifiutò: voleva incominciare quel giorno stesso e vedere i risultati l'in-
domani. Tornò a Dallas, radunò un piccolo gruppo di dirigenti dell'EDS
che incominciarono a telefonare ai direttori dei quotidiani e a far pubblica-
re annunci molto semplici, scritti da loro stessi.
   E arrivarono camionate di lettere.
   Per gli americani che erano favorevoli alla guerra, il trattamento inflitto
ai prigionieri confermava che i vietnamiti erano veramente carogne; e per
quelli che erano contrari alla guerra, la situazione dei prigionieri era una
ragione di più per abbandonare il Vietnam. Solo i contestatori più intransi-
genti si opponevano alla campagna. Nel 1970 l'FBI avvertì Perot che i vie-
tcong avevano dato alle Pantere Nere l'ordine di assassinarlo. (Alla fine
degli anni Sessanta una cosa simile non sembrava per nulla strana.) Perot
si circondò di guardie del corpo. Qualche settimana dopo, un gruppo di
uomini scavalcò la recinzione della sua proprietà a Dallas. Furono messi in
fuga dai cani. I familiari di Perot, inclusa l'indomabile madre, dissero che
non doveva rinunciare a concludere la campagna, neppure nell'interesse
della loro sicurezza.
   Il suo maggiore colpo pubblicitario lo fece nel dicembre 1969, quando
noleggiò due aerei e cercò di raggiungere Hanoi per portare pranzi natalizi
ai prigionieri di guerra. Naturalmente non gli permisero di atterrare: ma in
un periodo di fiacca per le notizie la cosa fece sensazione, e destò un gran-
de interesse internazionale per il problema. Perot spese due milioni di dol-
lari; ma calcolava che la pubblicità ottenuta ne valeva sessanta. E un son-
daggio Gallup, da lui commissionato poco dopo, dimostrò che i sentimenti
degli americani nei confronti dei nordvietnamiti erano, in maggioranza
schiacciante, negativi.
   Nel 1970 Perot usò metodi meno spettacolari. In tutti gli Stati Uniti, le
piccole comunità furono incoraggiate a lanciare campagne per i prigionieri
di guerra. Fecero collette per mandare rappresentanti a Parigi a insistere
presso la delegazione nordvietnamita. Organizzarono trasmissioni televisi-
ve e mostrarono ricostruzioni delle gabbie in cui vivevano alcuni prigio-
nieri. Mandarono tante lettere di protesta ad Hanoi che l'organizzazione
delle poste nordvietnamite crollò sotto la pressione. Perot girava per tutto
il paese e teneva discorsi dovunque l'invitassero a farlo. S'incontrò nel La-
os con i diplomatici nordvietnamiti, portando gli elenchi dei prigionieri te-
nuti nel sud, le loro lettere e i filmati che mostravano le condizioni in cui
vivevano. Condusse con sé un dirigente della Gallup, e insieme discussero
con i nordvietnamiti i risultati del sondaggio.
   Il sistema funzionò. Il trattamento dei prigionieri di guerra americani
migliorò, la posta e i pacchi incominciarono a essere consegnati, e i nor-
dvietnamiti iniziarono a comunicare qualche nome. E soprattutto, i prigio-
nieri vennero a sapere della campagna - da altri americani catturati di re-
cente - e quelle notizie innalzarono il loro morale.
   Ora, otto anni più tardi, mentre si dirigeva verso Denver sotto la neve,
Perot ricordava un'altra conseguenza della campagna: una conseguenza
che allora era apparsa fastidiosa, ma che adesso poteva essere importante e
preziosa. La pubblicità per i prigionieri di guerra era stata, inevitabilmente,
anche una pubblicità per Ross Perot. Aveva acquisito una notorietà nazio-
nale. Si ricordavano di lui negli ambienti del potere... soprattutto al Penta-
gono. La commissione di Washington che aveva seguito la sua campagna
aveva incluso l'ammiraglio Tom Moorer, allora presidente dei Capi di Sta-
to Maggiore; Alexander Haig, allora assistente di Kissinger ed ora coman-
dante delle forze NATO; William Sullivan, allora viceassistente del segre-
tario di Stato e adesso ambasciatore degli Stati Uniti a Teheran; e lo stesso
Kissinger.
   Questi personaggi avrebbero aiutato Perot nei contatti con il governo,
per scoprire che cosa stava succedendo e ottenere un rapido intervento.
Avrebbe chiamato Richard Helms, che in passato era stato direttore della
CIA e ambasciatore in Iran. Avrebbe chiamato Kermit Roosevelt, il figlio
del presidente Theodore, il quale aveva partecipato al colpo di mano con
cui la CIA aveva riportato sul trono lo scià nel 1953...
   Ma se tutto questo non fosse servito a niente? si chiese.
   Ross Perot aveva l'abitudine di considerare sempre tutte le eventualità.
   E se l'amministrazione Carter non avesse potuto o voluto aiutarlo?
   Allora, pensò, li tirerò fuori da quel carcere.
   Ma come ci riusciremo? Non abbiamo mai fatto una cosa simile. Come
incominceremmo? Chi potrebbe aiutarci?
   Pensò ai dirigenti dell'EDS Merv Stauffer e T. J. Marquez e alla sua se-
gretaria Sally Walther, che erano stati la chiave di volta dell'organizza-
zione della campagna per i prigionieri di guerra. Per loro, sbrigare le situa-
zioni più complicate da un capo all'altro del mondo era una cosa normale,
ma... organizzare un assalto a un carcere? E chi avrebbe preso parte alla
missione? Dopo il 1968 gli addetti alle assunzioni dell'EDS avevano dato
la preferenza ai reduci dal Vietnam - una politica che era iniziata per moti-
vi patriottici ed era continuata quando Perot aveva constatato che spesso
quei veterani diventavano uomini d'affari di prim'ordine - ma quelli che un
tempo erano stati militari snelli, efficienti e bene addestrati adesso erano
dirigenti ingrassati e fuori forma, che si trovavano a loro agio più con un
telefono che con un fucile. E chi avrebbe pianificato e diretto l'incursione?
   Trovare l'uomo più adatto per quel compito era la specialità di Perot.
Sebbene fosse uno dei self-made men più noti nella storia del capitalismo
americano, non era il più grande esperto di computer del mondo, né il mi-
glior venditore, e neppure il più grande amministratore. Sapeva però fare
una cosa in modo superbo: scegliere l'uomo giusto, mettergli a disposizio-
ne le risorse necessarie, motivarlo, e poi lasciarlo fare il suo lavoro.
   Ora, mentre si avvicinava a Denver, si domandava: Chi è il miglior spe-
cialista del mondo in salvataggi?
   E pensò a Bull Simons.
   Il colonnello Arthur D. Simons, detto "Bull" (il Toro), era una leggenda
per l'esercito americano. Aveva fatto scalpore nel novembre 1970 quando
con una squadra di commandos era piombato sul campo di prigionia di
Son Tay, a trentasette chilometri da Hanoi, nel tentativo di liberare i pri-
gionieri americani. Era stata un'operazione coraggiosa e ben organizzata,
ma le informazioni su cui si basavano i piani erano inesatte: i prigionieri
erano stati trasferiti e non si trovavano più a Son Tay. Il tentativo era stato
considerato in genere come un fiasco, ma per Ross Perot quello era un
giudizio ingiusto. Era stato invitato a incontrarsi con gli uomini di Son
Tay, per innalzare il loro morale dicendo che c'era almeno un cittadino
americano riconoscente per il coraggio che avevano dimostrato. Aveva tra-
scorso una giornata a Fort Bragg nella Carolina del Nofd... e aveva cono-
sciuto il colonnello Simons.
   Mentre scrutava la neve attraverso il parabrezza, Perot aveva l'im-
pressione di rivedere Simons: un uomo grande e grosso sul metro e ottan-
tacinque, e con le spalle possenti. I capelli corti erano bianchi, ma le so-
pracciglia folte erano ancora nere. Due rughe profonde erano incise agli
angoli della bocca e gli conferivano un'espressione perennemente aggres-
siva. Aveva la testa grossa, le orecchie grandi, il mento deciso e le mani
più poderose che Perot avesse mai visto. Sembrava scolpito in un blocco di
granito.
   Dopo aver trascorso una giornata con lui, Perot aveva pensato: In un
mondo popolato di imitazioni, lui è autentico.
   Quel giorno e poi negli anni seguenti Perot aveva appreso molte cose sul
conto di Simons. Quello che lo colpiva di più era l'atteggiamento dei suoi
uomini. A Perot ricordava un po' Vince Lombardi, il leggendario allenato-
re di Green Bay Packers: ispirava ai suoi uomini sentimenti che andavano
dalla paura al rispetto, all'ammirazione e all'affetto. Era un personaggio
imponente e un comandante aggressivo - imprecava parecchio ed era capa-
ce di gridare a un soldato «Fai quello che dico io o ti spacco la testa!» - ma
questo non bastava a spiegare l'ascendente che aveva su quei commandos
composti di individui scettici e induriti dalle battaglie. Sotto la dura scorza
esteriore c'era una personalità altrettanto dura.
   Quelli che avevano prestato servizio ai suoi ordini erano ben felici di
raccontare aneddoti sul suo conto. Sebbene avesse un fisico taurino, il so-
prannome non derivava da questo bensì, secondo la leggenda, da un gioco
in auge presso i rangers, chiamato Bull Pen, il recinto del toro. Si scavava
una fossa profonda poco meno di due metri, e un uomo vi entrava. L'obiet-
tivo del gioco consisteva nello scoprire quanti uomini ci volevano per but-
tare il primo fuori dalla fossa. Simons pensava che fosse un gioco molto
stupido, ma una volta l'avevano indotto a partecipare. C'erano voluti quin-
dici uomini per tirarlo fuori, e alcuni di loro erano finiti all'ospedale con
qualche dito fratturato o il naso rotto e morsicature piuttosto serie. Da
quella volta Simons era stato soprannominato "The Bull", il Toro.
   In seguito, Perot era venuto a sapere che quell'aneddoto era esagerato.
Simons aveva partecipato al gioco più di una volta; di solito ci volevano
quattro uomini per tirarlo fuori; e nessuno aveva mai subito fratture. Ma
Simons era quel tipo d'uomo intorno al quale fioriscono le leggende. Con-
quistava la devozione dei suoi uomini non con gesti temerari ma con le sue
doti di comandante. Faceva i piani con meticolosità e infinita pazienza; era
prudente... una delle sue frasi preferite era: «Questo è un rischio che non
dobbiamo correre». E il massimo motivo d'orgoglio, per lui, era portare in-
dietro vivi tutti i suoi uomini da una missione.
   Nel conflitto vietnamita Simons aveva diretto l'Operazione Stella Bian-
ca. Era andato nel Laos con 107 uomini e aveva organizzato dodici batta-
glioni di uomini delle tribù dei mao per combattere i vietnamiti. Uno di
questi battaglioni aveva disertato passando al nemico e portando via pri-
gionieri alcuni Berretti Verdi di Simons. Simons era partito con un elicot-
tero ed era atterrato nel recinto dove si trovava il battaglione dei disertori.
Quando vide Simons, il colonnello laotiano si fece avanti e lo salutò sul-
l'attenti. Simons gli disse di consegnargli immediatamente i prigionieri, al-
trimenti avrebbe ordinato un attacco aereo e avrebbe fatto annientare l'inte-
ro battaglione. Il colonnello consegnò i prigionieri. Simons se li portò via,
poi ordinò egualmente l'attacco aereo. Tre anni dopo, ripartì dal Laos con
tutti i suoi 107 uomini. Perot non aveva mai indagato per accertare se quel-
la leggenda era vera... gli piaceva così.
   Ross Perot aveva incontrato Simons per la seconda volta dopo la guerra.
Aveva virtualmente occupato un albergo a San Francisco e aveva organiz-
zato una festa nella quale gli ex prigionieri di guerra tornati in patria a-
vrebbero fatto conoscenza con gli uomini dell'incursione di Son Tay. A Pe-
rot era costata duecentocinquantamila dollari, ma era stata una festa gran-
diosa. Vi avevano partecipato Nancy Reagan, Clint Eastwood e John Wa-
yne. Perot non avrebbe mai dimenticato l'incontro tra John Wayne e Bull
Simons. Wayne aveva stretto la mano a Simons con le lacrime agli occhi e
aveva detto: «Lei è l'uomo che io interpreto nei film».
   Prima della sfilata, Perot invitò Simons a parlare ai suoi e a raccoman-
dare loro di non reagire contro i dimostranti. «A San Francisco ci sono sta-
te fin troppe dimostrazioni contro la guerra» aveva detto Perot. «E lei non
ha certo scelto i suoi uomini per le loro buone maniere. Se uno di quelli si
arrabbia troppo, è capace di torcere il collo a qualcuno.»
   Simons guardò Perot. Per Ross era stata la prima esperienza dell'oc-
chiata del Toro. Ti faceva sentire come se fossi il più grosso idiota della
storia; ti faceva pentire di avere aperto bocca. Avresti voluto sprofondare
sottoterra.»
   «Ho già parlato con loro» disse Simons. «Non creeranno problemi.»
   Durante quel weekend e in seguito, Perot aveva imparato a conoscere
meglio Simons e a scoprire altri aspetti della sua personalità. Simons,
quando voleva, sapeva essere accattivante. Margot Perot ne fu incantata, e
i figli di Perot lo giudicarono meraviglioso. Con i suoi uomini parlava da
soldato a soldato, e non risparmiava le imprecazioni, ma era eloquente e
forbito quando parlava a un banchetto o a una conferenza stampa. All'uni-
versità aveva seguito un corso di giornalismo. Alcuni dei suoi gusti erano
semplici - leggeva i western a carrettate e preferiva quella che i suoi figli
chiamavano "musica da supermarket" - ma leggeva anche moltissimi libri
di saggistica e s'interessava un po' a tutto. Sapeva parlare di storia o di an-
tiquariato come parlava di battaglie e di armi.
   Perot e Simons, che avevano due personalità volitive e dominanti, anda-
vano d'accordo, ma a una certa distanza. Non erano diventati amici intimi.
Perot non chiamava mai Simons per nome, Art, sebbene Margot lo facesse.
Come la maggioranza della gente, Perot non sapeva mai che cosa pensasse
Simons, a meno che glielo dicesse lui. Ricordava bene il loro primo incon-
tro a Fort Bragg. Prima di alzarsi per tenere il discorso, aveva chiesto a
Lucille, la moglie di Simons: «Com'è esattamente il colonnello Simons?».
E la signora aveva risposto: «Oh, è solo un orsacchiotto grande e grosso».
Perot aveva ripetuto quella battuta nel suo discorso e i reduci dell'incursio-
ne a Son Tay avevano riso da spanciarsi. Simons non aveva neppure sorri-
so.
   Perot non sapeva se quell'uomo impenetrabile avrebbe accettato di
strappare due dirigenti dell'EDS a un carcere persiano. Simons era grato
per la festa di San Francisco? Forse. Dopo quell'occasione, Perot aveva fi-
nanziato un viaggio del colonnello nel Laos, dove intendeva cercare i mili-
tari americani dispersi... quelli che non erano rientrati con gli ex prigionie-
ri. Quando era tornato dal Laos, Simons aveva confidato ad alcuni dirigen-
ti dell'EDS: «È molto difficile dire di no a Perot.»
   Mentre entrava nell'aeroporto di Denver, Perot si chiese se adesso, dopo
sei anni, Simons pensava ancora che fosse molto difficile dirgli di no.
   Ma quella era ancora un'eventualità remota. Prima, Perot avrebbe tentato
ogni altro mezzo.
   Prenotò un posto sul primo volo per Dallas e cercò un telefono. Chiamò
l'EDS e parlò con T.J. Marquez, uno dei dirigenti più anziani, che veniva
chiamato T.J. anziché Tom perché all'EDS i Tom erano numerosi. «Voglio
che mi trovi il mio passaporto» disse a T.J., «e mi procuri il visto per l'I-
ran.»
   «Credo che questa sia una pessima idea, Ross» obiettò T.J.
   A lasciarlo fare, T.J. avrebbe discusso fino a notte. «Non ho intenzione
di discuterne» rispose seccamente Perot. «Sono stato io a convincere Paul
e Bill ad andare là, e adesso li tirerò fuori.»
   Riattaccò e si avviò verso il cancello. Tutto sommato, era stato un gran
brutto Natale.

  T.J. era un po' offeso. Era un vecchio amico di Perot, e vicepresidente
dell'EDS, e non era abituato a sentirsi trattare come un fattorino. Era un di-
fetto abituale di Perot: quando ingranava le marce alte, pestava i piedi alla
gente e neppure se ne accorgeva. Era un uomo straordinario, ma non era un
santo.

  Anche Ruthie Chiapparone aveva passato un brutto Natale.
  Era ospite dei genitori, in una casa quasi centenaria nella parte sud-ovest
di Chicago. Nella fretta dell'evacuazione dall'Iran aveva abbandonato quasi
tutti i regali natalizi che aveva comprato per le figlie, Karen di undici anni
e Ann Marie di cinque; ma poco dopo l'arrivo a Chicago era andata per ne-
gozi con il fratello Bill e ne aveva acquistati altri. La sua famiglia aveva
fatto tutto il possibile per darle un lieto Natale. La sorella e i tre fratelli e-
rano venuti a trovarla, e avevano portato altri giocattoli per Karen e Ann
Marie: ma tutti chiedevano di Paul.
   Ruthie aveva bisogno di Paul, Era una donna dolce e fragile, di cinque
anni più giovane del marito, e lo amava anche perché sapeva di potersi
sentire sicura appoggiandosi a lui. Era sempre stata circondata da premure.
Da bambina, quando sua madre era fuori al lavoro - per integrare la paga
del padre camionista - Ruthie aveva avuto due fratelli maggiori e una so-
rella che si prendevano cura di lei.
   La prima volta che aveva incontrato Paul, lui non le aveva badato.
   Lei era la segretaria d'un colonnello; Paul lavorava come esperto di
computer per l'esercito, nello stesso palazzo. Ruthie scendeva spesso alla
mensa per prendere il caffè per il colonnello; alcune sue amiche conosce-
vano i giovani ufficiali, e lei si era seduta con loro. Paul era lì e non le a-
veva badato. Perciò Ruthie non aveva badato a lui, per qualche tempo, e
poi all'improvviso Paul le aveva chiesto un appuntamento. Erano usciti in-
sieme per un anno e mezzo e poi si erano sposati.
   Ruthie non avrebbe voluto saperne di andare in Iran. A differenza di
quasi tutte le "altre mogli dell'EDS" che avevano giudicato affascinante la
prospettiva di trasferirsi in un altro paese, Ruthie si era preoccupata. Non
aveva mai lasciato gli Stati Uniti - le Hawaii erano il posto più lontano che
avesse visitato - e il Medio Oriente le faceva paura. Paul l'aveva portata in
Iran per una settimana nel giugno 1977, sperando che le piacesse, ma lei
non si era tranquillizzata. Alla fine s'era rassegnata a partire, ma solo per-
ché quell'incarico era troppo importante per il marito.
   Alla fine, comunque, si era trovata bene. Gli iraniani s'erano comportati
con gentilezza, la comunità americana era molto unita e socievole, e il ca-
rattere sereno di Ruthie l'aveva aiutata ad affrontare con calma gli incon-
venienti quotidiani della vita in un paese primitivo, come la mancanza dei
supermercati e l'impossibilità di ottenere che una lavatrice venisse riparata
in meno di sei settimane.
   La partenza era stata stranissima. L'aeroporto era strapieno: c'era una
folla incredibile. Aveva riconosciuto molti degli americani, ma la maggio-
ranza era formata da iraniani che fuggivano dal loro paese. Aveva pensato:
"Non voglio andarmene così... perché ci costringete a partire? Che cosa fa-
te?". Aveva viaggiato con la moglie di Bill Gaylord, Emily. Erano passati
da Copenhagen, e vi avevano trascorso una notte al freddo in un albergo
dove le finestre non chiudevano bene: i bambini avevano dovuto dormire
vestiti. Quando era arrivata negli Stati Uniti, Ross Perot l'aveva chiamata e
aveva parlato del problema del passaporto, ma Ruthie non era riuscita a
rendersi conto esattamente di quello che stava succedendo.
   Durante quel deprimente Natale - era così assurdo passare il Natale con
le figlie e senza il marito - Paul aveva telefonato da Teheran. «Ho un rega-
lo per te» le aveva detto.
   «Il tuo biglietto per l'aereo?» aveva chiesto lei, piena di speranza.
   «No. Ti ho comprato un tappeto.»
   «Oh. Bello.»
   Paul le disse che aveva trascorso la giornata con Pat e Mary Sculley. Era
stata la moglie di un altro a preparargli il pranzo natalizio, e lui aveva
guardato i figli di qualcun altro aprire i pacchi dei regali.
   Due giorni dopo, Ruthie aveva saputo che Paul e Bill avevano un appun-
tamento per l'indomani con il magistrato che li costringeva a restare in I-
ran. Dopo quell'incontro li avrebbero lasciati partire.
   L'incontro era per oggi, 28 dicembre. A mezzogiorno, Ruthie cominciò a
chiedersi come mai nessuno l'avesse ancora chiamata da Dallas. Teheran
era otto ore e mezzo più avanti di Chicago: senza dubbio il colloquio si era
concluso. Ormai Paul doveva essere occupato a fare la valigia per tornare
in patria.
   Chiamò Dallas e parlò con Jim Nyfeler, il dirigente dell'EDS che aveva
lasciato Teheran nel giugno precedente. «Com'è andato l'incontro?» gli
chiese.
   «Non molto bene, Ruthie...»
   «Come sarebbe a dire, non è andato molto bene?»
   «Li hanno arrestati.»
   «Arrestati? Stai scherzando?»
   «Ruthie, Bill Gayden vuol parlare con te.»
   Ruthie rimase in linea. Paul arrestato? Perché? Per quale ragione? Da
chi?
   Gayden, presidente dell'EDS World e superiore diretto di Paul, venne al-
l'apparecchio. «Ciao, Ruthie.»
   «Bill, cos'è successo?»
   «Non riusciamo a capirlo» disse Gayden. «È stata la nostra ambasciata a
combinare l'incontro, e doveva essere una formalità, non erano accusati di
niente... Poi, verso le sei e mezzo locali, Paul ha telefonato a Lloyd Briggs
e gli ha detto che stavano per portarli in carcere.»
   «Paul è in carcere?»
   «Ruthie, cerca di non preoccuparti troppo. Abbiamo messo in moto gli
avvocati, stiamo interessando il Dipartimento di Stato e Ross è già in viag-
gio dal Colorado. Siamo sicuri che riusciremo a sbrogliare tutto in un paio
di giorni. È solo questione di giorni, davvero.»
   «Va bene» disse Ruthie. Era stordita. Non aveva senso. Com'era possibi-
le che suo marito fosse in carcere. Salutò Gayden e riattaccò.
   Che cosa stava succedendo?

   L'ultima volta che Emily Gaylord aveva visto suo marito Bill, gli aveva
tirato un piatto.
   Mentre, nella casa di sua sorella Dorothy a Washington, parlava con Do-
rothy e il cognato di quello che avrebbero potuto fare per contribuire a far
rilasciare Bill, non riusciva a dimenticare quel piatto.
   Era accaduto a casa loro, a Teheran. Una sera, all'inizio di dicembre, Bill
era rientrato e aveva detto che lei e i bambini dovevano partire il giorno
dopo per gli Stati Uniti.
   Bill ed Emily avevano quattro figli: Vicki, quattordici anni; Jackie, do-
dici; Jenny, nove; e Chris, sei. Emily riteneva che fosse giusto rimandarli
in patria, ma lei voleva restare. Forse non avrebbe potuto far nulla per aiu-
tare Bill, ma almeno lui avrebbe avuto qualcuno con cui parlare.
   Niente da fare, disse Bill. Doveva partire l'indomani. Ruthie Chiapparo-
ne sarebbe stata sullo stesso aereo. Tutti gli altri, mogli e figli dei dipen-
denti dell'EDS, sarebbero stati evacuati entro un giorno o due.
   Emily non voleva sentir parlare di quello che facevano le altre mogli.
Lei voleva restare con suo marito.
   Discussero. Emily si arrabbiò, e alla fine non trovò più le parole per e-
sprimere la sua frustrazione, e perciò prese un piatto e lo tirò a Bill.
   Lui non l'avrebbe mai dimenticato, ne era sicura; era stata l'unica volta
che era esplosa in quel modo, in diciotto anni di matrimonio. Era energica,
nervosa, eccitabile... ma non violenta.
   Povero Bill, così gentile e mite: era l'ultima cosa che meritava.
   Si erano conosciuti quando lei aveva dodici anni e lui quattordici, e l'a-
veva subito odiato. Bill era innamorato della migliore amica di Emily, Co-
okie, una ragazzina molto graziosa, e apriva bocca solo per chiedere con
chi usciva Cookie, e se Cookie avrebbe accettato di uscire con lui, e se
Cookie poteva fare questo o quello. Le sorelle e il fratello di Emily, inve-
ce, avevano simpatia per Bill. Lei non riusciva a evitarlo, perché le due
famiglie frequentavano lo stesso country club, e suo fratello giocava a golf
con Bill. Alla fine era stato suo fratello a convincere Bill a invitare fuori
Emily, molto tempo dopo che aveva dimenticato Cookie; e dopo anni di
reciproca indifferenza, si erano innamorati pazzamente.
   A quel tempo Bill andava all'università e studiava ingegneria aero-
nautica a Blacksburg, in Virginia, a 385 chilometri di distanza, e tornava a
casa solo per le vacanze e a volte per il fine settimana. Non sopportavano
quella lontananza e, sebbene Emily avesse soltanto vent'anni, avevano de-
ciso di sposarsi.
   Era stato un matrimonio felice. Provenivano dallo stesso ambiente, da
due ricche famiglie cattoliche di Washington, e la personalità calma, logi-
ca, sensibile di Bill s'integrava bene con la vivacità nervosa di Emily. Nei
diciotto anni successivi avevano dovuto soffrire molto. Avevano perso un
figlio per una lesione cerebrale, e per tre volte Emily aveva subito gravi in-
terventi chirurgici. Quelle traversie li avevano avvicinati ancora di più.
   E adesso c'era una nuova crisi: Bill era in carcere.
   Emily non l'aveva ancora detto alla madre. Il fratello della madre, lo zio
Gus, era morto quel giorno, e la signora era già sconvolta. Emily non pote-
va parlarle di Bill. Ma poteva parlarne con Dorothy e Tim.
   Il cognato, Tim Reardon, era procuratore al Dipartimento della Giustizia
e aveva molte amicizie influenti. Il padre di Tim era stato assistente del
presidente John F. Kennedy, e Tim aveva lavorato per Ted Kennedy; inol-
tre, conosceva personalmente il presidente della Camera dei Rappresentan-
ti, Thomas P. "Tip" O'Neill, e il senatore del Maryland Charles Mathias.
Era informato del problema del passaporto, perché Emily gliene aveva par-
lato non appena era arrivata a Washington da Teheran, e lui ne aveva di-
scusso con Ross Perot.
   «Potrei scrivere una lettera al presidente Carter e pregare Ted Kennedy
di consegnargliela personalmente» stava dicendo Tim.
   Emily annuì. Stentava a concentrarsi. Si domandava che cosa stava fa-
cendo Bill in quel momento.

  Paul e Bill erano nella cella numero 9, infreddoliti, allibiti, e ansiosi di
sapere che cosa sarebbe accaduto.
  Paul si sentiva molto vulnerabile: un americano che conosceva poche
parole di Farsi di fronte a un gruppo di detenuti che sembravano teppisti e
assassini. All'improvviso ricordò di aver letto che spesso nelle prigioni gli
uomini venivano violentati, e si chiese cupamente se poteva accadere an-
che a lui una cosa simile.
   Paul guardò Bill. Era sbiancato per la tensione.
   Uno dei detenuti disse qualcosa in Farsi. Paul disse: «C'è qualcuno qui
che parla inglese?».
   Da un'altra cella, dalla parte opposta del corridoio, una voce disse: «Io
parlo inglese».
   Ci fu una rapida conversazione urlata in Farsi, poi l'interprete gridò:
«Che cosa avete fatto?».
   «Non abbiamo fatto niente.»
   «Di che cosa vi hanno accusati?»
   «Di niente. Siamo soltanto uomini d'affari americani, con mogli e figli, e
non sappiamo neppure perché ci hanno arrestati.»
   La risposta venne tradotta. Ci fu un altro dialogo in Farsi, poi l'interprete
disse: «Quello che ha parlato con me è il capo della vostra cella, perché è
qui da più tempo».
   «Abbiamo capito» disse Paul.
   «Vi dirò dove dovrete dormire.»
   La tensione s'era un po' attenuata, mentre parlavano. Paul si guardò in-
torno. Le pareti di cemento erano state color arancio, un tempo, ma adesso
erano semplicemente sporche. Una specie di stuoia copriva il pavimento.
Intorno alla cella c'erano sei gruppi di brande a castello, tre una sopra l'al-
tra; la più bassa era poco più di un sottile materasso sul pavimento. C'era
un'unica lampadina molto fioca e una grata lasciava entrare l'aria gelida
della notte. La cella era affollata.
   Dopo un po' arrivò una guardia, aprì la porta e accennò a Paul e Bill di
uscire.
   È fatta, pensò Paul: ci rilasceranno. Grazie a Dio non dovrò passare una
notte in questo posto orrendo.
   Seguirono la guardia al piano di sopra, in una stanzetta. La guardia indi-
cò le loro scarpe.
   Dovevano toglierle.
   La guardia consegnò a ognuno di loro un paio di pantofole di plastica.
   Con profonda amarezza Paul comprese che non li avrebbero rilasciati e
che avrebbe dovuto passare una notte in cella. Pensò con rabbia a quelli
dell'ambasciata: loro avevano combinato l'incontro con Dadgar, loro ave-
vano sconsigliato di portare un avvocato, loro avevano detto che Dadgar
era "ben disposto". Ross Perot avreboe commentato: "Certa gente non sa
neppure organizzare un funerale con due macchine." Un commento che si
attagliava al personale dell'ambasciata. Erano incompetenti. Senza dubbio,
pensò Paul, dopo tutti gli errori che hanno commesso, dovrebbero precipi-
tarsi qui stanotte e cercare di farci uscire
   Misero le pantofole di plastica e la guardia li ricondusse nel seminter-
rato.
   Gli altri detenuti si accingevano a dormire, sdraiandosi sulle brande e
avvoltolandosi nelle leggere coperte di lana. Il capocella,? segni, mostrò a
Paul e Bill dove dovevano mettersi: Bill nella branda centrale d'un castello,
Paul sotto di lui, sul materasso sottile appoggiato al pavimento.
   Si sdraiarono. La luce restò accesa, ma era così fioca che non dava fasti-
dio. Dopo un po', Paul non badò più all'odore; ma non riusciva ad abituarsi
al freddo. Con il pavimento di cemento, la finestra aperta e senza riscal-
damento, era come dormire all'aperto. Che vita terribile, quella dei delin-
quenti, pensò Paul, se devono sopportare condizioni simili. Per fortuna non
sono un delinquente. Una notte così basta e avanza.

   Ross Perot prese un taxi all'aeroporto di Dallas-Fort Worth e si fece por-
tare alla sede centrale dell'EDS, al 7171 di Forest Lane. Al cancello abbas-
sò il vetro perché le guardie lo vedessero, poi si riassestò sul sedile mentre
il taxi procedeva lungo il viale che attraversava il parco. Un tempo, quella
era stata la sede di un country club, e il parco era stato il campo di golf.
Davanti a lui torreggiava la sede dell'EDS, una costruzione a sette piani, e
accanto sorgeva un bunker a prova di uragano che ospitava gli immensi
computer con le loro migliaia di chilometri di nastri magnetici.
   Perot pagò il taxista, entrò nel palazzo, salì in ascensore al quarto piano
ed entrò nell'ufficio d'angolo di Gayden.
   Gayden era alla scrivania. Gayden riusciva sempre ad avere l'aria disor-
dinata, a dispetto dei regolamenti dell'azienda. Si era tolto la giacca, aveva
allentato la cravatta e sbottonato il colletto. Era spettinato e una sigaretta
gli pendeva dall'angolo della bocca. Si alzò quando vide entrare Perot.
   «Ross, come sta tua madre?»
   «È su di morale, grazie.»
   «Oh, bene.»
   Perot sedette. «Come andiamo con Paul e Bill?»
   Gayden prese il telefono e disse: «Aspetta, chiamo T.J.». Fece il numero
di T.J. Marquez. «C'è qui Ross... Sì. Nel mio ufficio.» Riattaccò. «Viene
subito. Ho chiamato il Dipartimento di Stato. Il capo dell'Ufficio Iran è un
certo Henry Precht. In un primo momento non voleva neppure rispondere.
Ho detto alla segretaria: «"Se non mi richiama entro venti minuti, telefone-
rò alla CBS, all'ABC e all'NBS, ed entro un'ora Ross Perot terrà una confe-
renza stampa per annunciare che in Iran due americani sono nei guai e il
nostro paese non vuole aiutarli". Mi ha richiamato dopo cinque minuti.»
   «Che cos'ha detto?»
   Gayden sospirò. «Ross, loro pensano che se Paul e Bill sono stati arre-
stati, devono aver combinato qualcosa.»
   «Ma che cosa intendono fare?»
   «Mettersi in contatto con l'ambasciata, vedere come stanno le cose e bla-
bla-bla.»
   «Bene, dobbiamo mettere un razzo sotto la coda di Precht» disse rabbio-
samente Perot. «E l'uomo adatto è Tom Luce.» Luce, un avvocato giovane
e battagliero, era il fondatore dello studio legale Hughes e Hill, che si oc-
cupava di quasi tutte le pratiche dell'EDS. Perot lo aveva scelto come av-
vocato dell'EDS anni prima, soprattutto perché simpatizzava con un giova-
ne che, come lui, aveva abbandonato una grande azienda per mettersi in
proprio e lottava per pagare i conti. Lo studio Hughes e Hill, come l'EDS,
s'era affermato rapidamente e Perot non aveva mai dovuto pentirsi di aver
dato fiducia a Luce.
   Gayden disse: «Luce è già qui, da qualche parte».
   «E Tom Walter?»
   «È qui anche lui.»
   Walter, un alabamiano alto dalla voce morbida, era il dirigente finanzia-
rio dell'EDS e, da un punto di vista intellettuale, era forse l'uomo più in
gamba della società. Perot disse: «Voglio che Walter esamini la questione
della cauzione. Non vorrei pagarla, ma se sarà necessario lo farò. Walter
dovrebbe studiare il sistema del pagamento. C'è da scommettere che quelli
non accetteranno un pezzo di carta dell'American Express».
   «Sta bene» disse Gayden.
   «Salve, Ross» disse una voce.
   Perot si voltò e vide T.J. Marquez. «Salve, Tom.» T.J. era un uomo alto
e snello, sulla quarantina, di bell'aspetto e dall'aria molto spagnola: carna-
gione olivastra, capelli neri e ricci e un gran sorriso che metteva in mostra i
denti candidi. Era il primo dipendente che Perot aveva assunto, ed era la
prova vivente che lui aveva lo strano dono di saper scegliere uomini in
gamba. Adesso T.J. era uno dei vicepresidenti dell'EDS, e possedeva azio-
ni della società per svariati milioni di dollari. «Il signore è stato buono con
noi» diceva spesso. Perot sapeva che i genitori di T.J. s'erano addossati
gravi sacrifici per farlo studiare. Ma ne era valsa la pena. Una delle mag-
giori soddisfazioni che il successo dell'EDS dava a Perot era dividere il
trionfo con uomini come T.J.
   T.J. sedette e cominciò a riferire in fretta. «Ho chiamato Claude.»
   Perot annuì. Claude Chappelear era il capo dell'ufficio legale dell'EDS.
   «Claude è in buoni rapporti con Matthew Nimetz, l'avvocato del segreta-
rio di Stato, Vance. Ho pensato che Claude potesse convincere Nimetz a
parlare personalmente a Vance. Poco dopo Nimetz mi ha chiamato: è di-
sposto ad aiutarci. Manderà un cablo, a nome di Vance, all'ambasciata a
Teheran, per dire che si diano una mossa; e sottoporrà un appunto a Vance
a proposito di Paul e Bill.»
   «Bene.»
   «Abbiamo chiamato anche l'ammiraglio Moorer. Si darà da fare perché
l'avevamo già consultato per il problema dei passaporti. Moorer ne parlerà
con Ardeshir Zahedi. Ora, Zahedi non è soltanto l'ambasciatore iraniano a
Washington, ma è anche cognato dello scià, e adesso è tornato in Iran... a
tenere in pugno il paese, dicono alcuni. Moorer chiederà a Zahedi di garan-
tire per Paul e Bill. Stiamo preparando un cablo per Zahedi, da mandare al
ministero della Giustizia.»
   «Chi lo sta preparando?»
   «Tom Luce.»
   «Bene.» Perot fece un riepilogo. «Abbiamo interessato alla cosa il segre-
tario di Stato, il capo dell'ufficio Iran, l'ambasciata e l'ambasciatore dell'I-
ran. Molto bene. Adesso vediamo che altro possiamo fare.»
   T.J. disse: «Tom Luce e Tom Walter hanno preso un appuntamento con
l'ammiraglio Moorer a Washington, domani. Moorer ha consigliato di
chiamare anche Richard Helms - è stato ambasciatore in Iran, dopo aver
lasciato la CIA».
   «Chiamerò Helms» disse Perot. «E chiamerò Al Haig ed Henry Kissin-
ger. Voglio che voi due vi occupiate di portar fuori dall'Iran tutti i nostri.»
   Gayden disse: «Ross, non sono sicuro che sia necessario...».
   «Non intendo discutere, Bill» ribàtté Perot. «Diamoci da fare. Ora,
Lloyd Briggs deve restare là e occuparsi del problema, il capo è lui, dato
che Paul e Bill sono in prigione. Tutti gli altri devono rientrare.»
   «Non puoi costringerli, se non vogliono» disse Gayden.
   «E chi vorrà restare?»
   «Rich Gallagher. Sua moglie...»
   «Lo so. Sta bene, Briggs e Gallagher resteranno. Gli altri no.» Perot si
alzò. «Incomincerò a fare le telefonate.»
   Prese l'ascensore per il sesto piano e attraversò l'ufficio della segretaria.
Sally Walther era alla scrivania. Era con lui da anni, e aveva partecipato at-
tivamente alla campagna per i prigionieri di guerra e alla festa di San Fran-
cisco. (Era tornata da quel weekend con uno degli uomini di Son Tay, il
capitano Udo Walther, che adesso era suo marito.) Perot le disse: «Mi
chiami Henry Kissinger, Alexander Haig e Richard Helms».
   Andò nel suo ufficio e sedette alla scrivania. L'ufficio, con le pareti rive-
stite da pannelli di legno, il lussuoso tappeto e gii scaffali pieni di libri
d'antiquariato, sembrava piuttosto la biblioteca d'una ricca casa di cam-
pagna inglese. Lì era circondato da souvenirs e dalle sue opere d'arte predi-
lette. Margot acquistava quadri impressionisti, ma Perot preferiva l'arte
americana: originali di Norman Rockwell e bronzi western di Frederic
Remington. Dalla finestra vedeva i pendii del vecchio campo di golf.
   Perot non sapeva dove fosse andato Kissinger a passare le vacanze: forse
Sally avrebbe impiegato un po' a rintracciarlo. Aveva tempo di pensare a
quel che avrebbe dovuto dire. Kissinger non era un amico intimo. Avrebbe
dovuto usare tutta la sua abilità per ottenere l'attenzione dell'ex segretario
di Stato e, nel corso di una breve telefonata, conquistare la sua solidarietà.
   L'apparecchio sulla scrivania ronzò e Sally disse: «C'è in linea Henry
Kissinger».
   Perot prese la chiamata. «Ross Perot.»
   «Le passo Henry Kissinger.»
   Perot attese.
   Una volta, Kissinger era stato definito l'uomo più potente del mondo.
Conosceva personalmente lo scià. Ma era possibile che ricordasse Ross
Perot? La campagna in favore dei prigionieri di guerra era stata clamorosa,
ma i progetti di Kissinger erano stati ancora più grandi: la pace nel Medio
Oriente, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina, la fine del conflitto nel
Vietnam...
   «Qui Kissinger.» Era la voce profonda e riconoscibile, con un accento
che mescolava curiosamente le vocali americane e le consonanti tedesche.
   «Dottor Kissinger, sono Ross Perot. Sono un uomo d'affari di Dallas,
Texas, e...»
   «Diamine, Ross, so benissimo chi è» disse Kissinger.
   Il cuore di Perot fece un balzo. La voce di Kissinger era amichevole,
calda. Magnifico! Cominciò a parlargli di Paul e Bill; erano andati sponta-
neamente a parlare con Dadgar, e il Dipartimento di Stato li aveva abban-
donati alla loro sorte. Assicurò a Kissinger che erano innocenti, e fece no-
tare che non erano state formulate accuse, e che gli iraniani non avevano
fornito neppure una prova contro di loro.
  «Sono miei collaboratori, sono stato io a mandarli là, e devo trovare il
modo di liberarli.»
  «Vedrò che cosa posso fare» disse Kissinger.
  Perot era esultante. «Gliene sarei molto grato.»
  «Mi mandi un breve promemoria con tutti i particolari.»
  «Glielo faremo avere oggi stesso.»
  «La richiamerò, Ross.»
  «Grazie, dottor Kissinger.»
  Il telefono tacque.
  Perot si sentiva euforico. Kissinger si ricordava di lui e s'era impegnato
ad aiutarlo. Voleva un promemoria: l'EDS avrebbe potuto inviarlo quel
giorno stesso...
  Perot fu colpito da un pensiero. Non sapeva da dove l'avesse chiamato
Kissinger... poteva essere a Londra, a Montecarlo, in Messico...
  «Sally?»
  «Sì, signore?»
  «Ha scoperto dov'è Kissinger?»
  «Sì, signore.»

   Kissinger era a New York, nel suo appartamento del lussuoso complesso
della River House, sulla 52a Strada Est. Dalla finestra vedeva l'East River.
   Ricordava bene Ross Perot. Perot era un diamante grezzo. Si batteva per
le cause che Kissinger approvava, e che di solito riguardavano i prigionie-
ri. Durante il conflitto nel Vietnam, la campagna di Perot era stata corag-
giosa, anche se qualche volta aveva assillato Kissinger chiedendogli l'im-
possibile. E adesso erano prigionieri alcuni collaboratori di Perot.
   Kissinger non stentava a credere che fossero innocenti. L'Iran era sull'or-
lo della guerra civile: là, ormai, la giustizia e la regolarità dei processi non
avevano più significato. Si chiese se poteva rendersi utile. Voleva farlo:
era una causa giusta. Non era più il segretario di Stato, ma aveva ancora
molti amici. Avrebbe chiamato Ardeshir Zahedi, decise, non appena fosse
arrivato il promemoria da Dallas.

  Perot era soddisfatto della conversazione con Kissinger. Diamine, Ross,
so benissimo chi è. Questo valeva più di tutto l'oro del mondo. L'unico
vantaggio, quando si era famosi, era che a volte questo aiutava a ottenere
cose importanti.
  Entrò T.J. «Ho il tuo passaporto» disse. «Ha già il visto d'entrata per l'I-
ran ma, Ross, penso che non dovresti andare. Tutti noi, qui, possiamo darci
da fare, ma l'uomo chiave sei tu. Non ci mancherebbe altro che tu fossi
lontano - a Teheran o su un aereo - nel momento in cui dovessimo prende-
re una decisione cruciale.»
  Perot aveva dimenticato l'intenzione di andare a Teheran. Tutto ciò che
aveva sentito durante quell'ultima ora lo induceva a pensare che non sa-
rebbe stato necessario. «Forse hai ragione» disse a T.J. «Abbiamo tante
cose in ballo... basta che ne funzioni una sola. Non andrò a Teheran. Per il
momento.»

   Henry Precht era probabilmente l'uomo più indaffarato di Washington.
   Da molto tempo era funzionario del Dipartimento di Stato; amava l'arte
e la filosofia e aveva un senso dell'humor un po' pazzo. Aveva fatto lui la
politica americana in Iran, più o meno da solo, per gran parte del 1978
mentre i suoi superiori - incluso il presidente Carter - erano tutti presi dal-
l'accordo di Camp David tra l'Egitto e Israele.
   Dall'inizio di novembre, quando in Iran la situazione aveva incominciato
a diventare scottante, Precht lavorava sette giorni la settimana, dalle otto
del mattino alle nove di sera. E quei maledetti texani sembravano convinti
che non avesse nient'altro da fare che parlare al telefono con loro.
   Il guaio era che la crisi iraniana non era l'unica lotta per il potere di cui
Precht doveva preoccuparsi. Ce n'era un'altra in corso a Washington, tra il
segretario di Stato Cyrus Vance - il superiore di Precht - e Zbigniew Brze-
zinski, il consigliere presidenziale per la Sicurezza Nazionale.
   Vance riteneva, come il presidente Carter, che la politica estera degli
Stati Uniti dovesse rispecchiare la morale americana. Il popolo americano
credeva nella libertà, nella giustizia e nella democrazia, e non voleva so-
stenere i tiranni. Lo scià dell'Iran era un tiranno. Amnesty International a-
veva affermato che per quanto riguardava i diritti umani l'Iran era il diso-
nore del mondo, e i numerosi rapporti circa l'uso sistematico della tortura
da parte dello scià erano stati confermati dalla Commissione Internazionale
dei Giuristi. Dato che la CIA aveva riportato al potere lo scià e gli Stati
Uniti l'aiutavano a restarci, un presidente che parlava tanto dei diritti uma-
ni doveva fare qualcosa.
   Nel gennaio 1977 Carter aveva fatto capire che ai tiranni poteva venire
negato l'aiuto americano. Carter era indeciso - più tardi, quello stesso anno,
aveva visitato l'Iran colmando di elogi lo scià - ma Vance era un convinto
sostenitore dei diritti umani.
   Zbigniew Brzezinski non lo era. Il consigliere per la Sicurezza Nazio-
nale credeva nella forza. Lo scià era alleato degli Stati Uniti e quindi biso-
gnava appoggiarlo. Certo, si doveva indurlo a smettere di torturare la gen-
te... ma non adesso. Il suo regime era attaccato: non era quello il momento
di liberalizzarlo.
   E quando sarebbe venuto il momento? chiedeva la fazione di Vance. Lo
scià era stato forte per gran parte dei suoi venticinque anni di regno, ma
non aveva mai dimostrato inclinazioni verso un governo moderato. Brze-
zinski ribatteva: «E voi citatemi un solo governo moderato in quella parte
del mondo».
   Nell'amministrazione Carter alcuni erano convinti che se l'America non
sosteneva la libertà e la democrazia non aveva senso avere una politica e-
stera. Ma questa era una presa di posizione piuttosto estremista, e quindi
ripiegavano su un argomento più pratico: il popolo iraniano ne aveva ab-
bastanza dello scià e si sarebbe sbarazzato di lui qualunque cosa pensasse
Washington.
   Sciocchezze, diceva Brzezinski. Leggete la storia. Le rivoluzioni rie-
scono quando i regimi fanno concessioni, e falliscono quando il potere
schiaccia i ribelli con il pugno di ferro. L'esercito iraniano, forte di quat-
trocentomila uomini, poteva reprimere facilmente qualunque rivolta.
   La fazione di Vance - alla quale apparteneva anche Henry Precht - non
era d'accordo con la Teoria delle Rivoluzioni esposta da Brzezinski: i ti-
ranni minacciati fanno concessioni perché i ribelli sono forti, e non vice-
versa, dicevano. E soprattutto, non credevano che l'esercito iraniano dispo-
nesse di quattrocentomila uomini. Era difficile procurarsi dati precisi, ma i
soldati disertavano con un ritmo che fluttuava intorno all'otto per cento al
mese, e c'erano intere unità che sarebbero passate ai rivoluzionari in caso
di una guerra civile dichiarata.
   Le due fazioni di Washington ricevevano informazioni da fonti diverse.
Brzezinski ascoltava Ardeshir Zahedi, il cognato dello scià che era anche il
più potente dei sostenitori iraniani della monarchia. Vance dava ascolto al-
l'ambasciatore Sullivan. Non sempre i cablo di Sullivan avevano il rigore
coerente che sarebbe piaciuto a Washington - forse perché la situazione i-
raniana riusciva spesso a confondere le idee - ma a partire dal settembre di
quell'anno i suoi rapporti avevano indicato chiaramente che lo scià era
spacciato.
   Brzezinski affermava che Sullivan si lasciava suggestionare e che non
era il caso di credergli. I sostenitori di Vance ribattevano che Brzezinski
cercava di eliminare le brutte notizie sparando al messaggero.
   Il risultato era che gli Stati Uniti non facevano nulla di nulla. Una volta
il Dipartimento di Stato aveva preparato un cablo per l'ambasciatore Sulli-
van, dandogli istruzioni perché facesse pressioni sullo scià e lo convinces-
se a formare un governo di coalizione con una vasta partecipazione dei va-
ri schieramenti politici: e Brzezinski l'aveva bloccato. Un'altra volta Brze-
zinski aveva telefonato allo scià assicurandogli l'appoggio del presidente
Carter; lo scià aveva chiesto un cablo di conferma, e il Dipartimento di
Stato s'era ben guardato dal mandarlo. Esasperate e frustrate, le due fazioni
si confidavano spesso con la stampa, e di conseguenza il mondo intero sa-
peva che la politica di Washington nei confronti dell'Iran era paralizzata
dai dissidi interni.
   E mentre succedeva tutto questo, l'ultima cosa di cui Precht aveva biso-
gno era di essere assediato da una banda di texani convinti di essere gli u-
nici al mondo ad avere un problema.
   E per giunta credeva di sapere benissimo perché l'EDS era nei guai.
Quando aveva chiesto se l'EDS era rappresentata in Iran da un agente, gli
avevano risposto: Sì... il signor Abolfath Mahvi. Questo spiegava tutto.
Mahvi era un notissimo mediatore d'affari di Teheran, soprannominato "il
re del cinque per cento" per le sue intermediazioni nelle commesse milita-
ri. Nonostante le sue amicizie ad alto livello, lo scià l'aveva messo nella li-
sta nera delle persone cui era proibito di trattare affari in Iran. Per questo
l'EDS era sospettata di corruzione.
   Precht avrebbe fatto quello che poteva. Avrebbe chiesto all'ambasciata a
Teheran di interessarsi del caso, e forse l'ambasciatore Sullivan sarebbe
riuscito a indurre gli iraniani a rilasciare Chiapparone e Gaylord. Ma il go-
verno degli Stati Uniti non aveva nessuna intenzione di buttare sul fuoco
tutti gli altri problemi iraniani. Stava cercando di sostenere il regime attua-
le, e quello non era il momento di sbilanciarlo ancora di più minacciando
di rompere i rapporti diplomatici per l'arresto di due uomini d'affari, quan-
do nell'Iran c'erano altri dodicimila cittadini americani che il Dipartimento
di Stato aveva il dovere di proteggere. Era una sfortuna, ma Chiapparone e
Gaylord avrebbero dovuto arrangiarsi.

  Le intenzioni di Henry Precht erano buone. Ma nella prima fase, quando
era stato chiamato in causa nella faccenda di Paul e Bill, anche lui - come
Lou Goelz - aveva commesso un errore che aveva condizionato negativa-
mente la sua presa di posizione nei confronti del problema e in seguito lo
indusse a tenersi sulla difensiva in tutti i contatti con l'EDS. Precht agiva
come se l'indagine in cui Paul e Bill venivano considerati testimoni fosse
una normale e lecita inchiesta su un caso di sospetta corruzione, anziché
uno sfacciato ricatto. In base a quella premessa, Goelz aveva deciso di col-
laborare con il generale Biglari. Precht commise lo stesso errore e rifiutò
di considerare Paul e Bill come due americani criminosamente sequestrati
con un abuso di potere.
   Indipendentemente dal fatto che Abolfath Mahvi fosse corrotto o no, una
cosa era certa: il contratto tra l'EDS e il ministero non gli aveva reso un
centesimo. Anzi, nei primi tempi della sua attività in Iran, l'EDS aveva
passato i guai suoi per aver rifiutato di concedere a Mahvi una fetta della
torta.
   La faccenda era andata così. Mahvi aveva effettivamente aiutato l'EDS a
ottenere il primo, modesto contratto in Iran, la creazione di un sistema di
controllo dei documenti per conto della marina militare. L'EDS era stata
informata che, a norma di legge, doveva avere un socio iraniano, e quindi
s'era impegnata a versare a Mahvi un terzo degli utili. Quando il contratto
era stato portato a termine, due anni dopo, l'EDS aveva regolarmente paga-
to a Mahvi quattrocentomila dollari.
   Mentre erano in corso le trattative per il contratto con il ministero della
Sanità, Mahvi era finito sulla lista nera. Ma più tardi, proprio quando stava
per venire firmato l'accordo, Mahvi - che nel frattempo era stato di nuovo
tolto dalla lista nera - pretese che il contratto venisse assegnato a una so-
cietà mista, formata da lui e dall'EDS.
   L'EDS rifiutò. Mahvi si era guadagnato la sua parte di utili del contratto
con la marina militare, ma non aveva fatto assolutamente nulla per condur-
re in porto l'accordo con il ministero della Sanità.
   Mahvi sostenne che proprio i suoi legami con l'EDS avevano spianato la
strada al contratto con il ministero attraverso i ventiquattro organi governa-
tivi che dovevano approvarlo. Inoltre, dichiarò, lui aveva contribuito a ot-
tenere per l'EDS le condizioni fiscali favorevoli che figuravano nel contrat-
to: l'EDS le aveva spuntate solo perché Mahvi aveva trascorso una vacanza
a Montecarlo con il ministro delle Finanze.
   L'EDS non aveva chiesto la sua collaborazione, e non credeva neppure
che Mahvi l'avesse effettivamente data. E a Ross Perot non andavano affat-
to a genio le "collaborazioni" che avevano come teatro Montecarlo.
   Il legale iraniano dell'EDS era andato a lamentarsi con il Primo ministro
e Mahvi era stato ripreso per la sua avidità. Ma era tanto influente che il
ministero della Sanità non voleva saperne di firmare il contratto se l'EDS
non l'avesse accontentato.
   I dirigenti dell'EDS intavolarono con Mahvi una serie di trattative burra-
scose. All'inizio rifiutarono ancora di dividere gli utili con lui; alla fine ci
fu un compromesso che aveva lo scopo di salvare la faccia a tutti: una so-
cietà mista avrebbe avuto un subappalto dall'EDS con il compito di assu-
mere e impiegare tutto il personale iraniano della stessa EDS. In pratica la
società mista non guadagnò mai un soldo, ma questo risultò in seguito: al
momento Mahvi accettò il compromesso e il ministero firmò il contratto.
   Quindi l'EDS non aveva pagato bustarelle, e il governo iraniano lo sape-
va. Ma non lo sapevano Henry Precht e Lou Goelz. Perciò la loro presa di
posizione nei confronti di Paul e di Bill era viziata da un equivoco. En-
trambi si occuparono del caso, ma non ritennero che meritasse la prece-
denza. Quando Tom Luce, il battagliero legale dell'EDS, parlava con loro e
li trattava come se fossero pigri o stupidi, si indignavano e ribattevano che
avrebbero potuto concludere qualcosa di più se avesse smesso di assillarli.
   Precht e Goelz erano, rispettivamente a Washington e a Teheran, i fun-
zionari che dovevano occuparsi del caso in forma ufficiale. Non erano af-
fatto pigri né inefficienti. Ma entrambi avevano commesso errori, entrambi
finirono per diventare piuttosto ostili all'EDs: e in quei primi giorni decisi-
vi non aiutarono Paul e Bill.

                                       III

   Una guardia aprì la porta della cella, puntò l'indice verso Paul e Bill e li
chiamò con un cenno.
   Le speranze di Bill si riaccesero. Finalmente li avrebbero rilasciati.
   Si alzarono e seguirono la guardia al piano superiore. Era piacevole ri-
vedere la luce del giorno che entrava dalle finestre. Uscirono, attraver-
sarono il cortile dirigendosi verso la piccola costruzione a un piano a fian-
co dell'entrata. L'aria pura era paradisiaca.
   Era stata una notte terribile, Bill, sdraiato sul materasso sottile, aveva
dormito d'un sonno agitato, svegliandosi di colpo al minimo movimento
degli altri detenuti e guardandosi intorno ansiosamente nella luce fioca del-
la lampadina. Aveva capito che era mattina quando era entrata una guardia
a portare la colazione, bicchieri di tè e pezzi di pane. Ma lui non aveva fa-
me. Aveva recitato un rosario.
  E adesso sembrava che le sue preghiere venissero esaudite.
  Nella costruzione a un piano c'era un parlatorio con tavoli e sedie. Due
uomini li stavano aspettando. Bill ne riconobbe uno: era Ali Jordan, il col-
laboratore iraniano di Lou Goelz. Jordan strinse loro la mano e presentò il
collega Bob Sorenson.
  «Vi abbiamo portato un po' di roba» disse Jordan. «Un rasoio a pile -
dovrà servire per tutti e due - e qualche paio di calzoni di ricambio.»
  Bill guardò Paul. Paul fissava i due visitatori e sembrava sul punto di e-
splodere. «Non siete venuti per tirarci fuori?» chiese Paul.
  «Purtroppo non possiamo.»
  «Maledizione, ma siete stati voi a cacciarci in questo guaio!»
  Bill si lasciò cadere su una sedia. Era troppo depresso per infuriarsi.
  «Ci dispiace moltissimo che sia successo tutto questo» disse Jordan.
«Per noi è stata una sorpresa. Ci avevano detto che Dadgar era ben dispo-
sto verso di voi... L'ambasciata presenterà una vibrata protesta.»
  «Ma che cosa state facendo per tirarci fuori?»
  «Dobbiamo agire secondo le procedure legali in vigore in Iran. I vostri
avvocati...»
  «Gesù Cristo» disse Paul in tono disgustato.
  Jordan disse: «Abbiamo chiesto che vi trasferiscano in una parte miglio-
re del carcere».
  «Oh, grazie mille.»
  Sorenson domandò: «Vi occorre qualcos'altro?».
  «Non ho bisogno di niente» disse Paul. «Non ho intenzione di restare
qui ancora per molto.»
  Bill disse: «Potrei avere un flacone di collirio?».
  «Glielo farò avere» promise Sorenson.
  Jordan disse: «Mi pare che per il momento sia tutto...». Si girò verso la
guardia.
  Bill si alzò.
  Jordan parlò in Farsi alla guardia, che indicò a Paul e Bill di uscire.
  Riattraversarono il cortile. Jordan e Sorenson non erano funzionari di
rango elevato, all'ambasciata, pensò Bill. Perché non era venuto Goelz? A
quanto sembrava, all'ambasciata ritenevano che toccasse all'EDS toglierli
dai guai: l'invio di Jordan e Sorenson era un modo per informare gli ira-
niani che l'ambasciata s'interessava alla cosa, ma anche per far capire a
Paul e Bill che non potevano attendersi un grande aiuto dal governo degli
Stati Uniti. L'ambasciata preferisce ignorare il nostro problema, pensò rab-
biosamente Bill.
   Quando rientrarono nell'edificio principale, la guardia aprì un'altra porta
e li condusse in un corridoio. Sulla destra c'erano tre uffici, sulla sinistra
alcune finestre affacciate sul cortile. Arrivarono a una robusta porta d'ac-
ciaio. La guardia l'aprì e li fece entrare.
   La prima cosa che Bill vide fu un televisore.
   Si guardò intorno e si sentì un po' meglio. Quella parte del carcere era
molto più civile del seminterrato. Era relativamente pulita e luminosa, con
le pareti grige e il pavimento ricoperto di linoleum grigio. Le porte delle
celle erano aperte e i detenuti circolavano liberamente. Dalle finestre fil-
trava la luce del giorno.
   Proseguirono lungo un corridoio con due celle sulla destra e, sulla sini-
stra, un bagno. Bill pensò che avrebbe finalmente potuto pulirsi dopo la
notte trascorsa nel sotterraneo. Sbirciò attraverso l'ultima porta a destra e
vide scaffali pieni di libri. Poi la guardia svoltò a sinistra e li condusse in
fondo a un corridoio lungo e stretto, fino all'ultima cella.
   E lì trovarono qualcuno che conoscevano.
   Era Reza Neghabat, il viceministro responsabile della Previdenza Socia-
le al ministero della Sanità. Paul e Bill lo conoscevano bene: avevano la-
vorato con lui prima che venisse arrestato nel mese di settembre. Si scam-
biarono strette di mano. Per Bill era un sollievo vedere una faccia nota e
trovarsi con qualcuno che parlava inglese.
   Neghabat era sbalordito. «Come mai siete finiti qui?»
   Paul alzò le spalle. «Speravo che questo fosse in grado di spiegarcelo
lei.»
   «Ma di che cosa vi hanno accusati?»
   «Di niente» rispose Paul. «Ieri siamo stati interrogati da Dadgar, il ma-
gistrato che indaga sul suo ex ministro, il dottor Sheik. Ci ha arrestati.
Senza formulare uno straccio d'accusa. A quanto ci è stato detto, siamo
"testimoni".»
   Bill si guardò intorno. Su due lati della cella c'erano gruppi di brande a
castello, e altri erano accanto alla finestra: diciotto posti in tutto. Come
nella cella del sotterraneo, sulle brande c'erano sottili materassi di gomma-
piuma e coperte di lana grigia. Ma lì alcuni dei detenuti avevano anche le
lenzuola. La finestra, di fronte alla porta, guardava nel cortile. Bill vide
l'erba, i fiori e gli alberi e le macchine delle guardie parcheggiate. E vide
anche la piccola costruzione dove si erano incontrati con Jordan e Soren-
son.
   Neghabat presentò Paul e Bill agli altri detenuti, che sembravano educati
e molto meno temibili degli ospiti della cella nel sotterraneo. C'erano pa-
recchie brande libere, e Paul e Bill si sistemarono ai due lati della porta.
Bill prese la branda di mezzo, ma Paul ebbe di nuovo quella sul pavimen-
to.
   Neghabat fece loro da guida. Accanto alla cella c'era una piccola cucina
con tavoli e sedie, dove i detenuti potevano farsi il tè e il caffè e sedersi a
chiacchierare. Per qualche ragione inspiegata, veniva chiamata Chatanoo-
ga. Accanto c'era uno sportello, in fondo al corridoio: era lo spaccio, spie-
gò Neghabat, dove si potevano acquistare ogni tanto sapone, asciugamani
e sigarette.
   Ripercorsero il lungo corridoio, passarono davanti alla loro cella - era la
numero 5 - e ad altre due, prima di entrare nel corridoio più grande che si
estendeva verso destra. La stanza che Bill aveva adocchiato all'arrivo era
una via di mezzo tra un ufficio delle guardie e una biblioteca, e c'erano li-
bri in Farsi e persino in inglese. Accanto c'erano altre due celle, e di fronte
a queste il bagno, con lavabi, docce e gabinetti. I gabinetti erano alla per-
siana, anzi alla turca, come il piano d'una doccia con un buco al centro.
Bill scoprì che difficilmente avrebbe potuto lavarsi come aveva sperato: di
solito l'acqua calda non c'era. Oltre la porta d'acciaio, disse Neghabat, c'era
un piccolo ufficio dove riceveva il medico, che era anche dentista. La bi-
blioteca era sempre aperta, e il televisore restava acceso tutta la sera, anche
se ovviamente i programmi erano in Farsi. Due volte la settimana i detenu-
ti di quella sezione venivano condotti in cortile a passeggiare in cerchio
per mezz'ora. Era obbligatorio radersi: le guardie tolleravano i baffi ma
non le barbe.
   Nel corso di quella visita Paul e Bill incontrarono altri due uomini che
conoscevano. Uno era il dottor Towliati, il consulente ministeriale sul con-
to del quale Dadgar aveva fatto tante domande. L'altro era Hussein Pasha,
che era stato l'esperto finanziario di Neghabat nell'organizzazione della
Previdenza Sociale.
   Paul e Bill si fecero la barba con il rasoio elettrico portato da Sorenson e
Jordan. Poi arrivò mezzogiorno, l'ora di pranzo. Nel corridoio c'era una
nicchia chiusa da una tenda. Di lì, i detenuti tirarono fuori un rotolo di li-
noleum che stesero sul pavimento della cella, e alcune modeste stoviglie. Il
pasto consisteva di riso cotto a vapore con un po' di carne d'agnello, più
pane e yogurt; da bere c'erano tè e Pepsi-Cola. Per mangiare, sedettero sul
pavimento a gambe incrociate. Per Paul e Bill, entrambi buongustai, il pa-
sto era scadente. Ma Bill scoprì di avere un discreto appetito, forse perché
adesso si trovava in un ambiente più pulito.
   Dopo pranzo ebbero altre visite: i loro avvocati iraniani. Gli avvocati
non sapevano perché li avessero arrestati, non sapevano che cosa sarebbe
successo e non sapevano cosa potevano fare per aiutarli. Fu un incontro
deprimente. Paul e Bill, comunque, non avevano molta fiducia in loro, per-
ché erano stati proprio quegli avvocati ad assicurare a Llyod Briggs che la
cauzione non sarebbe stata superiore ai ventimila dollari. Al termine del
colloquio non ne sapevano di più e non erano affatto tranquillizzati.
   Trascorsero il resto del pomeriggio nella cucina chiamata Chattanooga,
parlando con Neghabat, Towliati e Pasha. Paul riferì dettagliatamente il
suo incontro con Dadgar. I tre iraniani mostravano un vivo interesse ogni
volta che Bill riferiva che era stato fatto uno dei loro nomi nel corso del-
l'interrogatorio. Paul spiegò al dottor Towliati com'era saltato fuori il suo
nome a proposito d'una presunta incompatibilità. Towliati raccontò che an-
che lui era stato interrogato da Dadgar nello stesso modo, prima di venire
arrestato. Paul ricordò che Dadgar aveva chiesto precisazioni a proposito
di un memorandum scritto da Pasha. Si era trattato di una normalissima ri-
chiesta di dati statistici, e nessuno riusciva a immaginare che cosa potesse
avere di tanto straordinario.
   Neghabat credeva di sapere perché li avevano gettati tutti in carcere. «Lo
scià ci sta usando come capri espiatori, per dimostrare alle masse che è de-
ciso a colpire risolutamente la corruzione... ma ha scelto un programma nel
quale non c'è stata corruzione. Non c'è proprio nulla da colpire, ma se ci ri-
lasciasse, sembrerebbe un gesto di debolezza. Se invece avesse messo gli
occhi sull'attività edilizia, allora sì che avrebbe trovato casi di corruzione,
e in quantità incredibile...»
   Era tutto molto vago. Neghabat stava semplicemente cercando di trovare
una spiegazione razionale. Paul e Bill volevano sapere qualcosa di più pre-
ciso: chi aveva ordinato di dare quel giro di vite, perché era stato scelto il
ministero della Sanità, di quale corruzione si parlava, e dove erano gli in-
formatori che avevano puntato l'indice contro le persone attualmente in
carcere? Neghabat non cercava affatto di eludere le domande, ma non co-
nosceva le risposte. Il suo fare vago era tipicamente iraniano: se si chiede a
un persiano che cosa ha mangiato a colazione, dopo dieci secondi quello
incomincia a spiegare la sua filosofia della vita.
   Alle sei ritornarono in cella per la cena. Era tutt'altro che appetitosa... gli
avanzi del pranzo ridotti a una specie di puré da spalmare sul pane, e altro
tè.
   Dopo cena guardarono la televisione. Neghabat tradusse le notizie. Lo
scià aveva dato a un leader dell'opposizione, Shahpur Bakhtiar, l'incarico
di formare un governo di civili in sostituzione dei generali che avevano
comandato in Iran fin dal novembre. Neghabat spiegò che Shahpur era il
capo della tribù Bakhtiar, e che aveva sempre rifiutato di avere a che fare
con il regime dello scià. Che poi il governo di Bakhtiar riuscisse o meno a
mettere fine ai disordini... ecco, tutto dipendeva dall'ayatollah Khomeini.
   Lo scià, inoltre, aveva smentito le voci di una sua imminente partenza
dall'Iran.
   Bill pensò che erano notizie incoraggianti. Ora che Bakhtiar era primo
ministro, lo scià sarebbe rimasto e avrebbe assicurato la stabilità, ma fi-
nalmente i ribelli avrebbero potuto far sentire la loro voce per quanto ri-
guardava il governo del loro paese.
   Alle dieci la televisione si spense e i detenuti rientrarono nelle celle. Gli
altri appesero asciugamani e pezzi di tela sopra le brande per attenuare la
luce; lì, come nel sotterraneo, la lampada restava accesa tutta la notte. Ne-
ghabat disse a Paul e Bill che potevano chiedere ai loro visitatori di portare
lenzuola e asciugamani.
   Bill si avvolse nella leggera coperta grigia, si sdraiò e cercò di dormire.
Dovremo restare qui per un po', pensò rassegnato. Tanto vale adattarci al-
l'idea. La nostra sorte è in mano ad altri.

   La loro sorte era nelle mani di Ross Perot, e nei due giorni successivi
tutte le sue grandi speranze finirono in niente.
   All'inizio le notizie erano state incoraggianti. Kissinger aveva richiamato
venerdì 29 dicembre, per riferire che Ardeshir Zahedi avrebbe provveduto
a far rilasciare Paul e Bill. Prima, però, i funzionari dell'ambasciata ameri-
cana a Teheran dovevano partecipare a due riunioni, una con i rappresen-
tanti del ministero della Giustizia, l'altra con gli incaricati della corte dello
scià.
   A Teheran il vice dell'ambasciatore americano, il ministro-consigliere
Charles Naas, stava preparando personalmente quegli incontri.
   A Washington, anche Henry Precht del Dipartimento di Stato aveva par-
lato con Ardeshir Zahedi. Il cognato di Emily Gaylord, Tim Reardon, s'era
rivolto al senatore Kennedy. L'ammiraglio Moorer aveva interessato i Suoi
conoscenti del governo militare iraniano. L'unica delusione era venuta da
Richard Helms, l'ex ambasciatore americano a Teheran: aveva dichiarato
apertamente che i suoi vecchi amici non avevano più nessuna influenza.
   L'EDS consultò tre avvocati, in Iran. Uno era americano, specializzato
nel rappresentare gli interessi delle società statunitensi a Teheran. Gli altri
due erano iraniani: uno era in buoni rapporti con gli ambienti dei sostenito-
ri dello scià, l'altro era vicino ai dissidenti. Tutti e tre affermavano concor-
demente che l'arresto di Paul e Bill era stato irregolare e che la cauzione
era astronomica. L'americano, John Westberg, disse che la cauzione più al-
ta mai fissata in Iran ammontava a centomila dollari. La deduzione eviden-
te era che il magistrato che aveva arrestato Paul e Bill si trovava in una po-
sizione molto debole.
   Lì a Dallas l'esperto finanziario dell'EDS, Tom Walter, era al lavoro per
scoprire in che modo - se fosse stato indispensabile - l'azienda avrebbe po-
tuto versare la cauzione di 12.750.000 dollari. Gli avvocati gli avevano
spiegato che la cauzione poteva essere pagata in tre modi: per contanti; con
una lettera di credito presso una banca iraniana; con una garanzia su pro-
prietà in Iran. L'EDS non aveva proprietà di quel valore a Teheran - i com-
puter appartenevano al ministero - e dato che le banche iraniane erano in
sciopero e il paese in subbuglio, non era possibile inviare tredici milioni di
dollari in contanti; perciò Walter si stava organizzando per preparare una
lettera di credito. T. J. Marquez, che aveva il compito di rappresentare
l'EDS presso gli azionisti, aveva avvertito Perot che probabilmente non sa-
rebbe stato regolare se una società per azioni avesse pagato una somma co-
sì enorme per qualcosa che equivaleva più o meno a un riscatto. Prontissi-
mo, Perot scavalcò il problema: avrebbe pagato di tasca sua.
   Perot aveva avuto la certezza che sarebbe riuscito a far rilasciare Paul e
Bill in uno dei tre modi possibili: esercitando pressioni legali, usando l'in-
fluenza politica, o pagando la cauzione.
   Poi incominciarono ad arrivare le brutte notizie.
   Gli avvocati iraniani cambiarono atteggiamento. Uno dopo l'altro, riferi-
rono che si trattava di "un caso politico", con "un forte contenuto politico",
ed era "una patata bollente di carattere politico". I soci iraniani avevano
invitato John Westberg, l'americano, a non occuparsene perché avrebbe
messo il loro studio legale in cattiva luce agli occhi dei potenti. Evidente-
mente il magistrato inquirente, Dadgar, non si trovava affatto in una posi-
zione debole.
   L'avvocato Tom Luce e il dirigente finanziario Tom Walter si erano re-
cati a Washington e, accompagnati dall'ammiraglio Moorer, erano andati
al Dipartimento di Stato. Avevano previsto che si sarebbero seduti a un ta-
volo con Henry Precht e avrebbero preparato un'energica campagna per ot-
tenere il rilascio di Paul e Bill. Ma Henry Precht era stato piuttosto freddo.
Aveva stretto loro la mano - non poteva farne a meno, dato che erano ac-
compagnati da un ex presidente dei Capi di Stato Maggiore - ma non si era
seduto a discutere con loro. Li aveva passati a un subordinato. Il subordi-
nato aveva riferito che tutti gli sforzi del Dipartimento di Stato erano stati
vani: Ardeshir Zahedi e Charlie Naas non erano riusciti a ottenere la libe-
razione di Paul e Bill.
   Tom Luce, che non aveva la pazienza di Giobbe, andò su tutte le furie. Il
Dipartimento di Stato, disse, aveva il preciso dovere di proteggere gli ame-
ricani all'estero, e finora non aveva fatto altro che far gettare in galera quei
due! Non era affatto vero, si sentì rispondere: quanto aveva fatto finora il
Dipartimento di Stato era molto più del suo dovere. Se gli americani all'e-
stero commettevano reati, erano soggetti alle leggi straniere; i doveri del
Dipartimento di Stato non includevano il compito di tirarli fuori dalla pri-
gione. Ma, ribatté Luce, Paul e Bill non avevano commesso nessun reato -
erano tenuti in ostaggio per tredici milioni di dollari! Era fiato sprecato.
Lui e Tom Walter tornarono a Dallas a mani vuote.
   Più tardi, quella sera stessa, Perot aveva chiamato l'ambasciata ameri-
cana a Teheran e aveva chiesto a Charles Naas perché non si era ancora in-
contrato con i funzionari di cui avevano parlato Kissinger e Zahedi. La ri-
sposta era molto semplice: i funzionari non si facevano trovare.
   Quel giorno Perot aveva telefonato di nuovo a Kissinger e gli aveva rife-
rito la situazione. Kissinger aveva risposto che gli dispiaceva, ma pensava
di non poter fare di più. Comunque, avrebbe chiamato di nuovo Zahedi e
avrebbe ritentato ancora una volta.
   Un'ultima brutta notizia venne a completare il quadro. Tom Walter ave-
va cercato di accertare, tramite gli avvocati iraniani, le condizioni alle qua-
li Paul e Bill potevano venire liberati su cauzione: per esempio, dovevano
impegnarsi a ritornare in Iran per altri eventuali interrogatori, oppure sa-
rebbe stato possibile che venissero interrogati per rogatoria? No, gli fu ri-
sposto: se fossero stati rilasciati non avrebbero potuto lasciare comunque
l'Iran.
   Ormai era l'ultimo dell'anno. Da tre giorni Perot viveva in ufficio: dor-
miva sul pavimento e si nutriva di sandwich al formaggio. A casa non c'era
nessuno - Margot e i ragazzi erano ancora a Vail - e data la differenza ora-
ria di nove ore e mezzo tra il Texas e l'Iran, le telefonate importanti avve-
nivano spesso nel cuore della notte. Perot lasciava l'ufficio solo per andare
a trovare la madre, che era stata dimessa dall'ospedale e si trovava nella
sua casa di Dallas. Anche con lei parlava di Paul e Bill; Lulu May Perot
era molto interessata agli sviluppi della situazione.
   Quella sera sentì il bisogno di mangiare qualcosa di caldo e decise di
sfidare il maltempo - Dallas era nella morsa del gelo - e di andare a un ri-
storante di specialità marinare lontano un paio di chilometri.
   Uscì dalla porta posteriore e si mise al volante della station wagon.
Margot aveva una Jaguar, ma Perot preferiva le macchine meno vistose.
   Si chiese quale influenza poteva avere adesso Kissinger, in Iran o altro-
ve. Forse Zahedi e gli altri contatti iraniani dell'ex segretario di Stato ormai
erano come gli amici di Richard Helms: tagliati fuori dal potere. Lo scià
sembrava arrivato agli sgoccioli.
   D'altra parte, era probabile che molto presto tutta quella gente avesse bi-
sogno di amici in america, e quindi sarebbe stata ben lieta di fare un favore
a Kissinger.
   Mentre stava mangiando, Perot sentì una mano robusta battergli sulla
spalla, e una voce profonda chiese: «Ross, cosa ci fai qui tutto solo l'ultimo
dell'anno?».
   Perot si voltò e vide Roger Staubach, quarterback della squadra dei Dal-
las Cowboys, ex allievo dell'accademia navale e suo vecchio amico. «Ciao,
Roger! Siediti.»
   «Sono qui con la famiglia» disse Staubach. «A casa mia il riscaldamento
non funziona a causa del gelo.»
   «Bene, portali tutti qui.»
   Staubach chiamò i suoi con un cenno, poi chiese: «Come sta Margot?».
   «Benone, grazie. È a sciare a Vail con i ragazzi. Io sono stato costretto a
rientrare... abbiamo un grosso problema.» E Perot raccontò alla famiglia di
Staubach la storia di Paul e Bill.
   Quando tornò in macchina all'ufficio, era un po' rincuorato. C'era ancora
tanta brava gente al mondo.
   Ripensò al colonnello Simons. Tra tutti i progetti per la liberazione di
Paul e Bill, l'evasione era quella che avrebbe richiesto più tempo: Simons
avrebbe avuto bisogno d'una squadra di uomini, un periodo di addestra-
mento, materiale... Eppure Perot non aveva ancora fatto nulla in proposito.
Gli era parsa una possibilità remota, un'ultima risorsa: finché i negoziati
erano parsi promettenti, l'aveva scacciata dalla mente. Non se la sentiva
ancora di chiamare Simons - avrebbe aspettato che Kissinger facesse un al-
tro tentativo con Zahedi - ma forse poteva incominciare qualche preparati-
vo.
   Alla sede dell'EDS chiamò Pat Sculley. Sculley aveva frequentato l'ac-
cademia di West Point ed era magro, irrequieto. Aveva ancora l'aria del ra-
gazzo, nonostante i suoi trentun anni. A Teheran era stato uno dei direttori
dei progetti ed era partito con l'evacuazione dell'8 dicembre. Era tornato
dopo l'Ashura, ma aveva lasciato di nuovo l'Iran quando erano stati arresta-
ti Paul e Bill. Al momento, il suo compito era assicurarsi che gli americani
rimasti a Teheran - Lloyd Briggs, Rich Gallagher e sua moglie, e gli stessi
Paul e Bill - avessero ogni giorno i posti prenotati su un aereo in partenza,
nell'eventualità che i due arrestati venissero rilasciati.
   Con Sculley c'era anche Jay Coburn, che aveva organizzato l'evacua-
zione e che poi, il 22 dicembre, era tornato a casa per trascorrere il Natale
con la famiglia. Coburn stava per ripartire per Teheran quando aveva sapu-
to che Paul e Bill erano stati arrestati; perciò era rimasto a Dallas per orga-
nizzare la seconda evacuazione. Coburn, placido e robusto, aveva trenta-
due anni ma ne dimostrava quaranta; Perot pensava che fosse perché aveva
vissuto otto anni in uno come pilota di elicotteri nel Vietnam. Nonostante
questo, Coburn sorrideva molto... un sorriso lento che incominciava con
uno scintillio negli occhi e spesso si concludeva in una risata scrosciante.
   Perot li apprezzava e li stimava entrambi. Appartenevano a quella che
lui chiamava la categoria delle aquile: erano tipi che sapevano agire di
propria iniziativa, si prodigavano e davano risultati, non giustificazioni. Il
motto dell'EDS era: «le aquile non stanno in branco - bisogna trovarle una
alla volta». Uno dei segreti del successo di Perot stava nel fatto che andava
in cerca di uomini di quel genere, anziché attendere che fossero loro a pre-
sentare domanda di assunzione.
   Perot disse a Sculley: «Ritiene che stiamo facendo tutto il necessario per
Paul e Bill?».
   Senza esitare, Sculley rispose: «No».
   Perot annuì. Quegli uomini non avevano mai paura di parlare franca-
mente: era una delle qualità delle aquile. «Cosa pensa che dovremmo fa-
re?»
   «Dovremmo liberarli con la forza» rispose Sculley. «Lo so che può
sembrare strano, ma sono convinto che se non lo faremo è molto probabile
che li ammazzino.»
   A Perot non sembrava affatto strano: quella paura lo assillava da tre
giorni. «Anch'io la penso così.» Notò l'espressione sorpresa di Sculley.
«Voglio che voi due prepariate un elenco di uomini dell'EDS che potreb-
bero collaborare. Ci servono uomini che conoscano Teheran, abbiano espe-
rienza militare, preferibilmente nelle azioni tipo Forze Speciali, e siano fi-
dati al cento per cento.»
   «Incominceremo subito» rispose Sculley in tono entusiasta.
   Squillò il telefono, e rispose Coburn. «Ciao, Keane! Dove sei?... Aspetta
un momento.»
   Coburn coprì il microfono con la mano e guardò Perot. «Keane Taylor è
a Francoforte. Se dobbiamo tentare un colpo del genere, anche lui dovreb-
be essere della partita.»
   Perot annuì. Taylor, ex sergente dei marines, era un'altra delle sue aqui-
le. Alto uno e novanta e sempre vestito con eleganza, Taylor era un tipo
piuttosto irritabile, e questo faceva di lui il bersaglio ideale per gli scherzi
degli amici. Perot disse: «Gli dica di tornare a Teheran. Ma non gli spieghi
il perché».
   Un sorriso illuminò il viso di Coburn. «Non gli piacerà molto.»
   Sculley tese la mano e fece scattare l'altoparlante perché tutti potessero
sentire le risposte di Taylor.
   Coburn disse: «Keane, Ross vuole che tu torni in Iran».
   «Che diavolo devo andare a fare?» chiese Taylor.
   Coburn guardò Perot e Perot scrollò la testa. Coburn disse: «Oh, ci sono
tante cose da sistemare, da un punto di vista amministrativo...».
   «Riferisci a Perot che là non ci torno, per altre fesserie amministrative!»
   Sculley scoppiò a ridere.
   Coburn disse: «Keane, qui c'è qualcun altro che vuol parlare con te».
   Perot disse: «Keane, sono Ross».
   «Oh! Salve Ross.»
   «La rimando a Teheran per una cosa molto importante.»
   «Oh.»
   «Capisce quello che voglio dire?»
   Vi fu un lungo silenzio, poi Taylor disse: «Sì, signore».
   «Bene.»
   «Parto immediatamente.»
   «Lì che ore sono?» chiese Perot.
   «Le sette del mattino.»
   Perot guardò l'orologio. Era mezzanotte.
   Il 1979 era incominciato.
   Taylor era seduto sul letto nella sua stanza, in un albergo di Francoforte,
e pensava a sua moglie.
   Mary era a Pittsburgh con i figli, Mike e Dawn, ospite del fratello di Ta-
ylor. Lui l'aveva chiamata da Teheran prima di partire e le aveva annuncia-
to che stava per tornare. Lei ne era stata felice. Avevano fatto progetti per
il futuro: sarebbero rientrati a Dallas, avrebbero iscritto i bambini a scuo-
la...
   E adesso doveva richiamarla e dirle che non andava più a casa.
   Mary si sarebbe preoccupata.
   Diavolo, anche lui era preoccupato.
   Ripensò a Teheran. Non aveva lavorato al programma del ministero del-
la Sanità; si era occupato di un contratto meno importante, computerizzare
gli antiquati sistemi contabili della Banca Omran. Un giorno, tre settimane
prima, una folla minacciosa aveva circondato la banca... l'Orman era la
banca dello scià. Taylor aveva rimandato a casa i suoi collaboratori. Lui e
Glenn Jackson erano stati gli ultimi a uscire; avevano chiuso tutto e si era-
no avviati a piedi verso nord. Mentre svoltavano l'angolo della strada prin-
cipale, erano incappati nella folla. In quel momento i militari avevano a-
perto il fuoco e s'erano avventati dalla carica.
   Taylor e Jackson si erano riparati sotto l'arco di una porta. Qualcuno a-
veva aperto la porta e aveva gridato loro di entrare. L'avevano fatto... ma
prima che il loro soccorritore potesse richiudere, quattro dimostranti erano
entrati con la forza, inseguiti da cinque soldati.
   Taylor e Jackson si erano addossati al muro mentre i militari percuote-
vano con i manganelli e il calcio dei fucili i quattro dimostranti. Uno di
questi aveva cercato di fuggire. Aveva due dita quasi tranciate, e il sangue
era schizzato sulla porta di vetro. Ce l'aveva fatta a uscire, ma sulla strada
era stramazzato. I soldati avevano trascinato fuori gli altri tre. Uno era tut-
to insanguinato, ma cosciente; gli altri due erano svenuti o forse morti.
   Taylor e Jackson erano rimasti al riparo fino a quando la strada era stata
sgomberata. L'iraniano che li aveva salvati continuava a ripetere: «Andate-
vene dal nostro paese finché potete!».
   E adesso, pensò Taylor, devo dire a Mary che ho appena accettato di
tornare in quella bolgia.
   Per fare qualcosa di molto importante.
   Senza dubbio si trattava di Paul e Bill; e se Perot non aveva potuto par-
larne al telefono, evidentemente doveva essere qualcosa di clandestino,
forse di illegale.
   In un certo senso Taylor era contento, nonostante la paura che gli ispira-
vano le folle inferocite. Quando era ancora a Teheran aveva parlato al tele-
fono con Emily Gaylord, e le aveva promesso che non sarebbe partito sen-
za Bill. L'ordine di Dallas, che aveva imposto a tutti di andarsene, eccet-
tuati Briggs e Gallagher, l'aveva costretto a venir meno alla parola data.
Ora gli ordini erano cambiati, e avrebbe potuto mantenere la promessa fat-
ta a Emily.
   Bene, pensò, non posso tornare certamente a piedi, quindi è meglio che
trovi un aereo. Riprese il telefono.

   Jay Coburn ricordava la prima volta che aveva visto in azione Ross Pe-
rot. Non l'avrebbe dimenticato neppure se fosse vissuto cent'anni.
   Era accaduto nel 1971. Coburn era all'EDS da meno di due anni. Era re-
clutatore e lavorava a New York. Scott era nato quell'anno in un piccolo
ospedale cattolico. Il parto era stato normale e, a prima vista, Scott sem-
brava un neonato perfettamente sano.
   Il giorno dopo, quando Coburn andò a trovarla, Liz gli disse che quella
mattina non le avevano portato Scott perché l'allattasse. Sul momento, Co-
burn non attribuì importanza alla cosa. Pochi minuti dopo entrò una donna
e disse: «Ecco le foto del vostro bambino».
   «Non ricordo che l'abbiano fotografato» disse Liz. La donna mostrò le
foto. «No, non è mio figlio.»
   La donna rimase confusa per un momento, poi disse: «Oh! È vero. Il suo
è quello che ha un problema.»
   Era la prima volta che Coburn e Liz sentivano parlare di un "problema".
   Coburn andò subito a vedere Scott. Fu un trauma tremendo. Il neonato
era sotto una tenda a ossigeno, ansimava ed era blu come un paio di jeans.
I medici erano in consulto intorno a lui.
   Liz era sull'orlo di una crisi isterica, e Coburn chiamò il medico di fami-
glia e lo pregò di venire subito all'ospedale. Poi attese.
   C'era qualcosa che non andava. Che razza di ospedale era, se lì non ti di-
cevano neppure che tuo figlio appena nato stava morendo? Coburn era fuo-
ri di sé.
   Chiamò Dallas e chiese del suo superiore, Gary Griggs. «Gary, non so
perché l'ho chiamata, ma non ho idea di quello che posso fare.» E gli spie-
gò la situazione.
   «Resti in linea» disse Griggs.
   Dopo un momento, Coburn sentì una voce sconosciuta che lo chiamava
per nome. «Jay?»
   «Sì.»
   «Sono Ross Perot.»
   Coburn aveva incontrato Perot due o tre volte, ma non aveva mai lavora-
to direttamente per lui. Si chiese se Perot ricordava che faccia avesse: a
quel tempo l'EDS aveva già più di mille dipendenti.
   «Salve, Ross.»
   «Jay, ho bisogno di qualche informazione.» Perot cominciò a fare do-
mande: Qual era l'indirizzo dell'ospedale? Come si chiamavano medici?
Qual era la diagnosi? E mentre rispondeva, Coburn si chiedeva, ma Perot
sa almeno chi sono?
   «Aspetti un momento, Jay.» Vi fu un breve silenzio. «La metto in co-
municazione con il dottor Urschel, un mio amico, uno dei migliori cardio-
chirurghi di Dallas.» Dopo un attimo Coburn si trovò a rispondere alle
domande del dottore.
   «Lei non faccia nulla» disse alla fine Urschel. «Parlerò io con i medici.
Resti accanto al telefono, ci metteremo di nuovo in contatto con lei.»
   «Sì, dottore» rispose Coburn, stordito.
   Perot riprese la linea. «Ha sentito? Come sta Liz?»
   Coburn pensò: Come diavolo fa a sapere il nome di mia moglie? «Non
troppo bene» rispose. «C'è qui il suo medico, le ha dato un sedativo...»
   Mentre Perot tranquillizzava Coburn, il dottor Urschel dava la sveglia ai
medici dell'ospedale. Li convinse a trasferire Scott al centro medico del-
l'Università di New York. Pochi minuti dopo Scott e Coburn erano a bordo
di un'ambulanza.
   Nel Midtown Tunnel rimasero bloccati da un ingorgò del traffico.
   Coburn scese dall'ambulanza, fece più di un chilometro e mezzo corren-
do come un disperato per raggiungere il casello del pedaggio, e convinse
un dirigente a bloccare tutte le corsie, tranne quella in cui si trovava l'am-
bulanza.
   Quando arrivarono al centro medico, c'erano dieci o quindici persone
che li stavano aspettando, incluso il più famoso cardiochirurgo della costa
orientale degli Stati Uniti: era arrivato in volo da Boston nel tempo che
l'ambulanza aveva impiegato per raggiungere Manhattan.
   Mentre il piccolo Scott veniva ricoverato d'urgenza Coburn consegnò la
busta delle radiografie che aveva portato dall'altro ospedale. Una dottores-
sa le esaminò. «E il resto dov'è?»
   «Sono tutte qui» rispose Coburn.
   «Non ne hanno fatte altre?»
   Le nuove radiografie rivelarono che, oltre ad avere un foro nel cuore,
Scott aveva la polmonite. Quando la polmonite fu debellata la malfor-
mazione cardiaca divenne controllabile
   E Scott sopravvisse. Diventò un bambino sano, che giocava al calcio, si
arrampicava sugli alberi, sguazzava nei ruscelli. E Coburn incominciò a
capire i sentimenti della gente nei confronti di Ross Perot.
   La dote che permetteva a Perot di concentrarsi su una cosa senza lasciar-
si distrarre fino a quando aveva ottenuto ciò che voleva aveva anche un a-
spetto spiacevole. Era capace di ferire la gente. Un giorno o due dopo l'ar-
resto di Paul e Bill, era entrato in un ufficio mentre Coburn parlava al tele-
fono con Lloyd Briggs, a Teheran. Perot aveva avuto l'impressione che
Coburn stesse impartendo istruzioni, e pensava che quelli della sede cen-
trale non dovevano assolutamente dare ordini ai colleghi che si trovavano
sul campo di battaglia e conoscevano meglio la situazione. Aveva fatto una
sfuriata a Coburn, di fronte a tutti.
   Perot aveva anche altri difetti. Quando Coburn si occupava del recluta-
mento, la società eleggeva il "Reclutatore dell'Anno". I nomi dei vincitori
venivano incisi su una targa. L'elenco era stato inaugurato anni prima, e
con l'andar del tempo alcuni dei vincitori avevano lasciato la società.
Quando questo accadeva, Perot voleva cancellare il loro nome dall'elenco.
A Coburn sembrava molto strano. Se un tale lasciava la società, che impor-
tanza aveva? Era stato comunque Reclutatore dell'Anno, un anno o l'altro,
quindi perché cercare di cambiare la storia? Si sarebbe detto che Perot
prendesse come un'offesa personale il fatto che qualcuno voleva andare a
lavorare altrove.
   I difetti di Perot corrispondevano ai suoi meriti. Lo strano atteggiamento
verso quelli che abbandonavano la società era l'esatto contrario della inten-
sa lealtà verso i suoi dipendenti. La durezza spietata che mostrava ogni
tanto faceva parte dell'energia incredibile e della forza di volontà senza le
quali non avrebbe potuto creare l'EDS. Per Coburn era facile perdonare i
difetti di Perot.
   Bastava che guardasse Scott.

  «Signor Perot?» chiamò Sally. «È Henry Kissinger.»
  Perot si sentì il cuore in gola. Kissinger e Zahedi ce l'avevano fatta in
quelle ultime ventiquattro ore? Oppure l'ex segretario di Stato chiamava
per dire che non c'era stato niente da fare?
   «Qui Ross Perot.»
   «Resti in linea, le passo Henry Kissinger.»
   Dopo un attimo, Perot sentì la ben nota voce gutturale. «Pronto, Ross?»
   «Sì.» Perot trattenne il respiro.
   «Mi è stato assicurato che i suoi collaboratori saranno rilasciati domat-
tina alle dieci, ora di Teheran.»
   Perot esalò un lungo respiro di sollievo. «Dottor Kissinger, è la più bella
notizia che abbia ricevuto non so da quanto tempo. Non so come ringra-
ziarla.»
   «Oggi i dettagli verranno sbrigati da funzionari della nostra ambasciata e
dal ministero degli Esteri iraniano, ma si tratta di una formalità: mi è stato
assicurato che i suoi collaboratori verranno rilasciati.»
   «È magnifico. Le siamo infinitamente grati del suo aiuto.»
   «Prego.»

   A Teheran erano le nove e mezzo, e a Dallas era mezzanotte. Perot era
nel suo ufficio e attendeva. Quasi tutti i suoi collaboratori erano andati a
casa, per dormire finalmente nei loro letti, felici al pensiero che prima del
loro risveglio Paul e Bill sarebbero stati liberati. Perot era rimasto in uffi-
cio per seguire gli sviluppi della situazione fino alla fine.
   A Teheran, Lloyd Briggs era nell'ufficio di via Bucarest, e uno dei di-
pendenti iraniani aspettava davanti al carcere. Non appena Paul e Bill fos-
sero usciti, l'iraniano avrebbe telefonato al Bucarest, e Briggs avrebbe
chiamato Perot.
   Adesso che la crisi stava per risolversi, Perot aveva il tempo di doman-
darsi in che cosa aveva sbagliato. Un errore gli apparve subito evidente.
Quando, il 4 dicembre, aveva deciso di far evacuare dall'Iran tutto il perso-
nale, non si era mostrato abbastanza risoluto, e aveva lasciato che gli altri
si impuntassero e sollevassero obiezioni fino a quando era stato troppo tar-
di.
   Ma l'errore più grave era stato quello di accettare di lavorare in Iran. Ora
se ne rendeva conto, con il senno del poi. A quei tempi, era stato d'accordo
con i suoi specialisti del marketing - e con molti altri uomini d'affari ame-
ricani - nel ritenere che l'Iran, ricco di petrolio, stabile e filooccidentale of-
friva eccellenti occasioni. Non aveva intuito le tensioni sotterranee, non
sapeva nulla dell'ayatollah Khomeini e non aveva previsto che un giorno ci
sarebbe stato un presidente tanto ingenuo da tentare di imporre principii e
criteri tipicamente americani a un paese del Medio Oriente.
   Diede un'occhiata all'orologio. Era mezzanotte passata. In quel mo-
mento, Paul e Bill dovevano uscire dal carcere.
   L'annuncio dato da Kissinger era stato confermato da una telefonata di
David Newson, il vice di Gyrus Vance al Dipartimento di Stato. E Paul e
Bill non sarebbero stati liberati un attimo troppo presto. Anche quel gior-
no, dall'Iran erano arrivate brutte notizie. Il nuovo primo ministro Bakhtiar
aveva incontrato un netto rifiuto da parte del Fronte Nazionale, il partito
che veniva considerato come l'opposizione moderata. Lo scià aveva an-
nunciato che forse si sarebbe preso una vacanza. William Sullivan, l'amba-
sciatore degli Stati Uniti, aveva consigliato ai familiari degli americani che
lavoravano in Iran di tornare in patria, e poco dopo avevano fatto altrettan-
to te ambasciate del Canada e della Gran Bretagna. Ma l'aeroporto era
chiuso per gli scioperi, e centinaia di donne e di bambini erano impossibi-
litati a partire. Paul e Bill, comunque, non sarebbero rimasti bloccati. Perot
contava molti buoni amici al Pentagono, dai tempi della campagna in favo-
re dei prigionieri di guerra: Paul e Bill sarebbero saliti su un jet delle forze
aeree degli Stati Uniti.
   Alla una Perot chiamò Teheran. Non c'era nessuna novità. Bene, pensò,
tutti dicono che gli iraniani non hanno il senso del tempo.
   L'aspetto più assurdo dell'intera faccenda stava nel fatto che l'EDS non
aveva mai pagato bustarelle, in Iran o altrove. L'idea della corruzione ispi-
rava ripugnanza a Perot. Il codice di comportamento dell'EDS era stabilito
da un opuscoletto di dodici pagine che veniva distribuito a tutti i dipenden-
ti nuovi. Era stato lo stesso Perot a scrivere il testo. «Ricordate che le leggi
federali e le leggi di quasi tutti gli stati vietano di dare qualunque cosa di
valore a un dipendente del governo allo scopo di influenzare una decisione
ufficiale... Poiché sarebbe difficile provare l'assenza di tale intenzione, non
si deva assolutamente dare denaro o oggetti di valore a dipendenti del go-
verno federale o statale o dei governi stranieri... La certezza che un paga-
mento o una consuetudine non sia vietato dalla legge non è conclusiva... È
sempre necessario approfondire gli aspetti etici... Potete fare affari, in pie-
na fiducia, con qualcuno che si comporta come voi? La risposta deve esse-
re SÌ.» L'ultima pagina dell'opuscolo era un modulo che il dipendente do-
veva firmare per comprovare che aveva ricevuto il Codice e l'aveva letto.
   Proprio quando l'EDS stava incominciando a svolgere la sua attività in
Iran, i principi puritani di Perot erano stati rafforzati dallo scandalo Lo-
ckheed. Daniel J. Haughton, presidente della Lockheed Aircraft Corpora-
tion, aveva ammesso di fronte a una commissione del Senato che la sua
società pagava abitualmente bustarelle per svariati milioni di dollari per
vendere i suoi aerei all'estero. Quell'imbarazzante testimonianza aveva su-
scitato l'indignazione di Perot: Haughton, agitandosi irrequieto sulla sedia,
aveva dichiarato alla commissione che i pagamenti erano serviti per "unge-
re le ruote". In seguito era stata varata un'apposita legge, in forza della
quale era considerato reato pagare bustarelle nei paesi stranieri.
   Perot aveva mandato a chiamare l'avvocato Tom Luce e gli aveva affida-
to la responsabilità di assicurarsi che l'EDS non "ungesse le ruote". Duran-
te le trattative per il contratto con il ministero della Sanità iraniano, Luce
aveva addirittura offeso non pochi dirigenti dell'EDS per la meticolosità e
l'insistenza con cui li interrogava per accertare la correttezza del loro com-
portamento nei negoziati.
   Perot non era a caccia di nuovi affari. Guadagnava già milioni. Non ave-
va bisogno di espandersi all'estero. Se là è necessario corrompere qualcuno
per concludere, aveva detto, allora rinunciamo in partenza.
   I suoi principi morali erano profondamente radicati. I suoi antenati erano
francesi che si erano trasferiti a New Orleans e avevano creato centri di
scambio lungo il fiume Rosso. Suo padre, Gabriel Ross Perot, era stato un
grossista di cotone. Era un'attività stagionale, e gli lasciava la possibilità di
trascorrere molto tempo con il figlio; e spesso gli parlava di affari. «È inu-
tile acquistare il cotone da un coltivatore una volta sola» diceva. «Devi
trattarlo onestamente, guadagnarti la sua fiducia, e stabilire un rapporto
con lui: così sarà ben contento di venderti ogni anno il suo cotone. Soltanto
così puoi concludere buoni affari.» Non c'era spazio per le bustarelle.
   Alla una e mezzo Perot chiamò di nuovo la sede dell'EDS a Teheran.
Ancora niente. «Telefonate al carcere, o mandate qualcuno» disse. «Sco-
prite quando li faranno uscire.»
   Cominciava a sentirsi inquieto.
   Cosa farò se non li libereranno? pensò. Se pago la cauzione, avrò speso
tredici milioni di dollari, ma Paul e Bill non potranno lasciare l'Iran co-
munque. Gli altri modi per tirarli fuori ricorrendo al sistema legale cozza-
no contro l'ostacolo di cui parlano gli avvocati iraniani... si tratta di un caso
politico e quindi il fatto che Paul e Bill siano innocenti non fa nessuna dif-
ferenza. Ma finora le pressioni politiche non sono servite a nulla; l'amba-
sciata a Teheran e il Dipartimento di Stato non hanno potuto darci un aiu-
to; e se fallisse anche Kissinger, sarebbe sicuramente la fine di ogni spe-
ranza. E allora, quale soluzione rimane?
   Il ricorso alla forza.
   Il telefono squillò. Perot sollevò precipitosamente il ricevitore. «Qui
Ross Perot.»
   «Sono Lloyd Briggs.»
   «Sono usciti?»
   «No.»
   Perot si sentì stringere il cuore. «Che cosa sta succedendo?»
   «Abbiamo parlato con le autorità del carcere. Non hanno ricevuto l'ordi-
ne di rilasciare Paul e Bill.»
   Perot chiuse gli occhi. Era accaduto il peggio. Neppure Kissinger ce l'a-
veva fatta.
   Sospirò. «Grazie, Lloyd.»
   «E adesso che cosa facciamo?»
   «Non lo so» disse Perot.
   Ma lo sapeva benissimo.
   Salutò Briggs e riattaccò.
   Non voleva rassegnarsi alla sconfitta. Un altro degli insegnamenti di suo
padre era: abbi cura di quelli che lavorano per te. Perot ricordava che la
domenica tutta la famiglia faceva una lunga corsa in macchina per andare a
trovare un vecchio negro che un tempo aveva falciato il prato di casa, e as-
sicurarsi che stesse bene e avesse abbastanza da mangiare. Il padre di Perot
era capace di assumere dipendenti di cui non aveva bisogno, solo perché
erano senza lavoro. Ogni anno l'auto della famiglia Perot andava alla fiera
della contea stracarica di dipendenti negri, a ognuno dei quali era stato
consegnato un po' di denaro da spendere e il biglietto da visita di Perot da
mostrare se qualcuno cercava di piantare grane. Perot ricordava che una
volta uno di loro era salito abusivamente su un treno merci per andare in
California; quando era stato arrestato per vagabondaggio, aveva mostrato il
biglietto da visita del padre di Ross. Lo sceriffo aveva ribattuto: «A noi
non importa un accidente, ti sbattiamo al fresco lo stesso». Ma aveva tele-
fonato al padre di Perot, che aveva inviato un vaglia telegrafico per pagare
all'uomo il biglietto di ritorno. «Sono stato in California e vorrei tornare a
lavorare» aveva detto il negro quando era arrivato a Texarkana; e il padre
di Perot gli aveva ridato il suo posto.
   Il padre di Perot non pensava ai diritti civili: pensava che quello fosse il
modo di trattare gli altri esseri umani. Solo quando era diventato adulto
Perot si era accorto che i suoi genitori erano tipi fuori dal comune.
   Suo padre non avrebbe lasciato in carcere i dipendenti. E non l'avrebbe
fatto neppure lui.
   Riprese il telefono. «Mi chiami T. J. Marquez.»
   Erano le due del mattino, ma T. J. non si sarebbe stupito: non era la pri-
ma volta che Perot lo svegliava nel cuore della notte, e non sarebbe stata
l'ultima.
   Una voce assonnata disse: «Pronto».
   «Tom, qui si mette male.»
   «Perché?»
   «Non li hanno rilasciati e le autorità del carcere dicono che non li rila-
sceranno.»
   «Ah, accidenti.»
   «E là la situazione sta peggiorando... hai visto il telegiornale?»
   «Sì.»
   «Credi che sia ora di rivolgerci a Simons?»
   «Sì, credo di sì.»
   «Hai il suo numero?»
   «No, ma posso procurarmelo.»
   «Chiamalo» disse Perot.

   Bull Simons stava ammattendo.
   Incominciava a pensare di dar fuoco alla casa. Era un vecchio bungalow
di legno, e sarebbe bruciato come un mucchio di fiammiferi, e tutto sareb-
be finito. Quel posto era un inferno per lui... ma era un inferno che non vo-
leva abbandonare, perché a renderlo infernale era il ricordo dolceamaro del
tempo in cui era stato un paradiso.
   Era stata Lucille a scegliere quella casa. Aveva visto la pubblicità in una
rivista, e avevano preso l'aereo a Fort Bragg, nella Carolina del Nord, per
andare a vederla. A Red Bay, in una zona povera della Florida, la casa
malconcia sorgeva in mezzo a dodici ettari di bosco. Ma c'era un laghetto
pieno di pesci persico.
   Lucille se ne era innamorata.
   Era il 1971, e per Simons era venuto il momento di andare in pensione.
Era colonnello da dieci anni, e se l'impresa di Son Tay non era bastata per
farlo diventare generale, niente al mondo avrebbe potuto assicurargli la
promozione. La verità era che non si inquadrava bene nell'ambiente dei
generali: era sempre stato un ufficiale di complemento, non aveva frequen-
tato una delle famose accademie militari come West Point, i suoi metodi
non erano sempre ortodossi, e non era il tipo che amava frequentare i co-
cktail di Washington e leccare le scarpe ai personaggi importanti. Sapeva
d'essere un buon soldato e se questo non bastava, pazienza. Perciò s'era
messo in pensione, e non se ne era pentito.
   Là a Red Bay aveva trascorso gli anni più felici della sua vita. Da quan-
do si erano sposati, lui e Lucille avevano dovuto sopportare lunghi periodi
di separazione e a volte erano rimasti un anno intero senza vedersi, quando
lui era in Vietnam, nel Laos e in Corea. Dal momento in cui era andato in
pensione erano rimasti insieme giorno e notte, da un anno all'altro. Simons
allevava maiali. Non s'intendeva d'agricoltura, ma aveva trovato nei libri le
informazioni che gli servivano e aveva costruito i recinti. Poi, dopo aver
avviato l'allevamento, aveva scoperto che non c'era altro da fare che dar da
mangiare ai maiali e stare a guardarli; perciò passava molto tempo con la
sua collezione di armi da fuoco - ne aveva 150 - e aveva finito per crearsi
un piccolo laboratorio d'armaiolo dove riparava le sue armi e quelle dei vi-
cini, e si preparava le munizioni. Molto spesso passeggiava con Lucille nel
bosco e scendeva al laghetto, a pescare. La sera dopo cena Lucille si ritira-
va in camera da letto come se si preparasse per un appuntamento, e più
tardi usciva, con una vestaglia sopra la camicia da notte e un nastro rosso
tra i capelli scuri, e gli si sedeva sulle ginocchia...
   Adesso quei ricordi gli straziavano il cuore.
   Anche i ragazzi erano cresciuti, finalmente, in quegli anni d'oro. Il più
giovane, Harry, un giorno era tornato a casa e aveva detto: «Papà, prendo
l'eroina e la cocaina e ho bisogno del tuo aiuto». Simons non sapeva molto
in fatto di droga. Aveva fumato la marijuana una volta sola, nello studio di
un medico a Panama, prima di tenere ai suoi uomini una conferenza sulla
droga, per poter dire che sapeva per esperienza diretta come stavano le co-
se; ma dell'eroina sapeva soltanto che uccideva. Comunque, era riuscito ad
aiutare Harry tenendolo occupato all'aperto, a costruire i recinti per i maia-
li. C'era voluto molto tempo. A volte Harry se ne andava in città a drogar-
si, ma tornava sempre a casa: e alla fine aveva smesso di andare in città.
   Quell'episodio aveva riavvicinato Simons ad Harry. Simons non era mai
stato molto vicino a Bruce, il primogenito; ma almeno aveva potuto smet-
tere di preoccuparsi per quel ragazzo. Ragazzo? Ormai aveva passato i
trent'anni ed era ostinato come... ecco, come suo padre. Bruce aveva sco-
perto Gesù e aveva deciso di condurre al Signore il mondo intero... inco-
minciando dal colonnello Simons. Simons lo aveva praticamente buttato
fuori di casa. Ma diversamente dalle altre infatuazioni giovanili di Bruce -
la droga, l'I Ching, le comuni agricole per il ritorno alla natura - Gesù non
era tramontato, e Bruce s'era messo tranquillo, come pastore di una minu-
scola chiesa nella gelida parte nord-occidentale del Canada.
   Comunque, Simons aveva smesso di preoccuparsi per i ragazzi. Li aveva
tirati su come meglio aveva potuto, e ormai erano uomini, e dovevano ba-
dare a se stessi. Lui pensava a Lucille.
   Lucille era una bella donna, alta e statuaria, con la passione per i grandi
cappelli, e appariva imponente al volante della loro Cadillac nera. Ma in
realtà, era tutt'altro che terribile. Era tenera, tollerante e gentile. Era figlia
di due insegnanti, e aveva sempre sentito il bisogno di avere accanto qual-
cuno che decidesse per lei, qualcuno nel quale potesse avere una cieca fi-
ducia: e l'aveva trovato in Art Simons. E lui le era devoto. Quando era an-
dato in pensione, erano sposati da trent'anni, e in tutto quel tempo non si
era mai interessato ad altre donne.. Solo il suo lavoro, con le lunghe mis-
sioni oltremare, s'era messo tra loro due; ma adesso era finita. Aveva detto
alla moglie: «I miei progetti per la mia vita di pensionato si possono rias-
sumere in una parola: tu».
   Erano stati sette anni meravigliosi.
   Lucille era morta di cancro il 16 marzo 1978.
   E Bull Simons era andato a pezzi.
   Dicono che ogni uomo ha il suo punto di rottura. Simons aveva creduto
che per lui quella regola non avesse valore. Ma adesso sapeva che non era
così: la morte di Lucille l'aveva distrutto. Aveva ucciso molte volte, aveva
visto morire molta gente, ma solo adesso comprendeva il significato della
morte. Erano stati insieme trentasette anni e ora, all'improvviso, lei non
c'era più.
   Senza di lei, gli sembrava che la vita non avesse più senso. Niente aveva
uno scopo. Aveva sessant'anni e non sapeva trovare una sola ragione vali-
da per vivere un altro giorno ancora. Aveva incominciato a trascurarsi.
Mangiava cibo in scatola senza preoccuparsi di scaldarlo, e s'era lasciato
crescere i capelli che aveva sempre portati cortissimi. Ogni giorno, pun-
tualmente, dava da mangiare ai maiali alle 3 e 45 del pomeriggio, sebbene
sapesse benissimo che l'orario del pasto non avesse importanza. Aveva in-
cominciato a raccogliere i cani randagi, e adesso ne aveva tredici che graf-
fiavano i mobili e sporcavano sul pavimento.
   Si rendeva conto di essere sul punto di perdere la ragione, e solo la di-
sciplina ferrea che da tanto tempo faceva parte del suo carattere gli permet-
teva di conservarla. La prima volta che aveva pensato di dar fuoco alla ca-
sa aveva compreso che era un'idea folle, e si era ripromesso di attendere un
anno prima di decidere.
   Sapeva che suo fratello, Stanley, era preoccupato per lui. Stan aveva
cercato di indurlo a scuotersi: gli aveva suggerito di tenere conferenze, a-
veva addirittura tentato di convincerlo a passare all'esercito israeliano. Si-
mons era d'origine ebraica, ma si considerava americano e non aveva nes-
suna intenzione di trasferirsi in Israele. Non riusciva a scuotersi. Il massi-
mo che poteva fare era continuare a vivere giorno per giorno.
   Non aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui... non ne a-
veva mai avuto bisogno. Al contrario, aveva bisogno di qualcuno di cui
prendersi cura. Non aveva mai fatto altro in tutta la sua vita, con Lucille,
con i suoi uomini. Nessuno poteva salvarlo dalla depressione, perché il suo
ruolo nella vita era salvare gli altri. Per questo si era riconciliato con Harry
ma non con Bruce: Harry si era rivolto a lui chiedendogli di aiutarlo a sal-
varsi dalla droga, ma Bruce aveva preteso di salvare Art Simons condu-
cendolo al Signore. Nelle operazioni militari, Simons si era sempre prefis-
so di riportare indietro sani e salvi tutti i suoi uomini. Il colpo di mano di
Son Tay avrebbe segnato il culmine ideale della sua carriera, se nel campo
ci fossero stati i prigionieri da liberare.
   Paradossalmente, l'unico modo per salvare Simons consisteva nel chie-
dergli di salvare qualcun altro.
   E questo accadde alle due del mattino del 2 gennaio 1979.
   Lo svegliò il telefono.
   «Bull Simons?» La voce era vagamente familiare.
   «Sì.»
   «Sono T. J. Marquez dell'EDS, Dallas.»
   Simons ricordava tutto: l'EDS, Ross Perot, la campagna in favore dei
prigionieri di guerra, la festa di San Francisco... «Salve, Tom.»
   «Bull, mi scusi se l'ho svegliata.»
   «Non importa. Cosa posso fare per lei?»
   «Ci sono due dei nostri in carcere in Iran, e sembra che non sia possibile
tirarli fuori con i sistemi normali. Sarebbe disposto ad aiutarci?»
   Se era disposto? «Sì, diavolo» rispose Simons. «Quando cominciamo?»

                                       IV

  Ross Perot lasciò l'EDS in macchina, svoltò a sinistra in Forest Lane e
poi a destra sulla Central Expressway. Era diretto all'Hilton Inn, all'incro-
cio di Central e Mockingbird. Andava a chiedere a sette uomini se erano
disposti a rischiare la vita.
   Sculley e Coburn avevano preparato l'elenco. I loro nomi erano i primi
due, e poi ne venivano altri cinque.
   Quanti dirigenti d'azienda americani del ventesimo secolo avevano chie-
sto a sette dipendenti di dare l'assalto a un carcere? Nessuno, probabilmen-
te.
   Durante la notte Coburn e Sculley avevano chiamato gli altri cinque, che
si trovavano in varie parti degli Stati Uniti presso amici e parenti, dopo la
precipitosa partenza da Teheran. A ognuno di loro era stato detto soltanto
che Perot voleva vederlo quel giorno a Dallas. Erano abituati alle telefona-
te nel cuore della notte e alle convocazioni improvvise - Perot lavorava
sempre così - e tutti avevano accettato l'invito.
   All'arrivo a Dallas erano stati tenuti lontani dalla sede dell'EDS e man-
dati a prendere alloggio all'Hilton Inn. Ormai dovevano essere là quasi tut-
ti, ad attendere Perot.
   E Perot si chiedeva come avrebbero reagito, quando avesse detto che vo-
leva che tornassero a Teheran per tirar fuori dal carcere Paul e Bill.
   Erano uomini in gamba, e gli erano devoti, ma normalmente la lealtà
verso il datore di lavoro non comportava l'obbligo di rischiare la vita. Al-
cuni di loro, probabilmente, avrebbero pensato che l'idea di un salvataggio
mediante il ricorso alla forza era pazzesca. Altri avrebbero pensato alle
mogli e ai figli, e avrebbero rifiutato... il che era comprensibile.
   Non ho il diritto di chiedere una cosa simile, si disse. Devo guardarmi
dal fare pressioni. Niente discorsi convincenti oggi, Perot: parla chiaro, e
basta. Devono capire che sono liberi di dire: No, grazie, capo, non conti su
di me.
   Quanti si sarebbero offerti?
   Uno su cinque, pensava Perot.
   In questo caso ci sarebbero voluti diversi giorni per mettere insieme una
squadra, e rischiava di doversi servire di uomini che non conoscevano Te-
heran.
   E se nessuno si fosse offerto volontario?
   Perot entrò nel parcheggio dell'Hilton Inn e spense il motore.

  Jay Coburn si guardò intorno. C'erano altri quattro uomini: Pat Sculley,
Glenn Jackson, Ralph Boulware e Joe Poché. Altri due erano in viaggio:
Jim Schwebach stava arrivando da Eau Claire nel Wisconsin e Ron Davis
da Columbus, nell'Ohio.
  Non erano "quella sporca dozzina".
  Negli abiti scuri, con le camicie bianche e le cravatte sobrie, i capelli ta-
gliati con cura e l'aria ben nutrita, sembravano esattamente ciò che erano:
normalissimi dirigenti d'azienda americani. Era difficile vederli come una
squadra di mercenari.
  Coburn e Sculley avevano compilato due elenchi separati, ma su entram-
bi figuravano i nomi di quei cinque. Tutti avevano lavorato a Teheran, e
quasi tutti avevano fatto parte del gruppo che aveva organizzato l'evacua-
zione. Tutti avevano esperienza militare o qualche specializzazione che
poteva tornare utile. E tutti godevano della piena fiducia di Coburn.
  Mentre Sculley li chiamava al telefono, durante le prime ore del mattino,
Coburn era andato all'archivio personale e aveva raccolto un fascicolo su
ognuno di loro, con età, statura, peso, stato civile e conoscenza di Teheran.
Quando erano arrivati a Dallas, ognuno aveva completato un questionario
precisando l'esperienza militare, le scuole militari frequentate, l'addestra-
mento con le armi e le altre specializzazioni. I fascicoli erano destinati al
colonnello Simons, che era già partito da Red Bay. Ma prima dell'arrivo di
Simons, Perot doveva chiedere se erano disposti a offrirsi volontari.
  Per la riunione con Perot, Coburn aveva preso tre stanze adiacenti. A-
vrebbero usato solo quella centrale: le altre due sarebbero rimaste vuote.
Le aveva prese al solo scopo di evitare il rischio che qualcuno origliasse.
  Tutto sommato, era una situazione piuttosto melodrammatica.
  Coburn osservava gli altri e si domandava che cosa pensavano. Non sa-
pevano ancora il motivo della convocazione, ma era probabile che l'aves-
sero intuito.
  Non poteva dire che cosa pensasse Joe Poché: nessuno ci riusciva mai.
Poché, un uomo basso di statura, taciturno, trentadue anni, teneva sempre
per sé le sue emozioni. La voce era sempre tranquilla, il viso impassibile.
Era stato sei anni nell'esercito e nel Vietman aveva comandato una batteria
di mitraglieri. Aveva imparato a sparare con quasi tutte le armi in dotazio-
ne all'esercito, e per ammazzare il tempo, nel Vietnam, si era esercitato
con una calibro quarantacinque. Era stato con l'EDS a Teheran per due an-
ni: prima aveva progettato il programma dei computer che elencava i nomi
degli aventi diritto all'assistenza medica, e più tardi era stato programmato-
re responsabile dell'archivio che costituiva la base dell'intero sistema assi-
stenziale. Coburn sapeva che era un tipo logico e riflessivo, un uomo che
non avrebbe mai dato il suo consenso a un'idea o a un piano se prima non
ne avesse esaminato tutti gli aspetti e non ne avesse calcolato con cura tut-
te le conseguenze. I suoi punti di forza non erano il senso dell'umorismo e
l'intuizione: erano l'intelligenza e la pazienza.
   Ralph Boulware era dodici centimetri più alto di Poché. Era uno dei due
neri inclusi nell'elenco: aveva un volto grassoccio e gli occhietti vivaci, e
parlava sempre in fretta. Per nove anni era stato un tecnico delle Forze Ae-
ree e si era occupato dei complessi sistemi dei computer e dei radar dei
bombardieri. Era rimasto a Teheran nove mesi soltanto; aveva cominciato
come direttore della preparazione dei dati ed era stato rapidamente pro-
mosso direttore del centro dati. Coburn lo conosceva bene e lo trovava
molto simpatico. A Teheran s'erano sbronzati spesso insieme; i loro figli
erano compagni di giochi, e le loro mogli erano diventate amiche. Boulwa-
re era affezionato alla sua famiglia, ai suoi amici, al suo lavoro e alla vita.
Amava la vita più di chiunque altro Coburn conoscesse, forse a eccezione
di Ross Perot. E Boulware era anche un tipo dalla mentalità molto indi-
pendente. Non esitava mai a dire quello che pensava. Come molti neri che
avevano fatto carriera era piuttosto suscettibile, e ci teneva a far capire che
non gli andava di subire imposizioni. A Teheran, durante l'Ashura, quando
era andato a giocare a poker con Coburn e Paul, tutti gli altri avevano
dormito in quella casa per sicurezza, secondo gli accordi presi in prece-
denza. Ma Boulware no. Non c'erano state discussioni né annunci sensa-
zionali: Boulware aveva preso su ed era tornato a casa sua. Qualche giorno
dopo aveva deciso che il lavoro che stava facendo a Teheran non valeva la
pena di rischiare la sua sicurezza personale, e quindi era tornato negli Stati
Uniti. Non era il tipo che si associava al branco solo perché era un branco:
se pensava che il branco stesse andando nella direzione sbagliata, lo pian-
tava e basta. Era il più scettico tra gli uomini riuniti all'Hilton Inn: se do-
veva esserci qualcuno che avrebbe trovato da ridire sull'idea dell'assalto al-
la prigione, sarebbe stato sicuramente Boulware.
   Glenn Jackson aveva anche meno degli altri l'aria del mercenario. Era un
uomo mite e occhialuto, e non aveva esperienze militari, ma era un caccia-
tore appassionato e un ottimo tiratore. Conosceva bene Teheran: vi aveva
lavorato sia per la Bell Helicopter sia per l'EDS. Era un tipo così franco e
retto, pensava Coburn, che era difficile immaginarlo coinvolto negli in-
ganni e nella violenza inevitabili in un tentativo di assalto a una prigione.
Per giunta, Jackson era battista - gli altri erano cattolici, eccettuato Poché
che non aveva mai confidato a nessuno la sua fede religiosa - e i battisti e-
rano famosi perché battevano i pugni sulla Bibbia, non sulle facce altrui.
Coburn si chiedeva come se la sarebbe cavata Jackson.
   Si chiedeva la stessa cosa anche sul conto di Pat Sculley. Sculley aveva
un ottimo stato di servizio militare - era stato cinque anni nell'esercito, ed
era diventato istruttore dei Rangers con il grado di capitano - ma non ave-
va esperienza in fatto di combattimenti. Aggressivo ed estroverso negli af-
fari, era uno dei migliori giovani dirigenti dell'EDS. Come Coburn, Scul-
ley era un ottimista inguaribile; ma mentre l'ottimismo di Coburn era stato
temperato dalla guerra, lui aveva conservato un'ingenuità giovanile. Se si
dovesse arrivare alla violenza, si domandava Coburn, Sculley sarà abba-
stanza duro da sapersi destreggiare?
   Dei due uomini che non erano ancora arrivati, uno era il più qualificato
per partecipare all'assalto a un carcere, e l'altro probabilmente era il meno
adatto.
   Jim Schwebach s'intendeva di combattimenti più di quanto s'intendesse
di computer. Era stato per undici anni nell'esercito, aveva prestato servizio
con il5° gruppo delle Forze Speciali nel Vietnam, e aveva svolto quel tipo
di attività di commando che era la specialità di Bull Simons, compiendo
operazioni clandestine dietro le linee nemiche. Aveva addirittura più deco-
razioni di Coburn. Poiché aveva passato tanti anni sotto le armi era ancora
un dirigente di basso livello, sebbene avesse trentacinque anni. Era andato
a Teheran come apprendista ingegnere dei sistemi, ma era maturo e fidato,
e Coburn gli aveva assegnato il compito di dirigere una squadra durante
l'evacuazione. Era alto meno d'un metro e settanta, e aveva il portamento
eretto di molti uomini di bassa statura, e l'indomabile spirito combattivo
che costituiva l'unica difesa del ragazzo più piccolo della classe. Qualun-
que fosse il punteggio della partita, anche quando mancava un minuto allo
scadere del tempo, Schwebach stringeva i denti, si rimboccava le maniche
e si dava da fare. Coburn l'ammirava perché, per spirito di patriottismo, si
era offerto di restare nel Vietnam anche quando sarebbe potuto tornare a
casa. In combattimento, pensava Coburn, Schwebach era l'ultimo uomo al
mondo che avresti voluto far prigioniero... era meglio ammazzarlo anziché
catturarlo, perché avrebbe dato troppo filo da torcere.
   Ma quell'aspetto del carattere di Schwebach non era evidente a prima vi-
sta. Sembrava un tipo molto normale. Anzi, quasi non lo si notava. A Te-
heran aveva abitato più a sud di tutti gli altri, in un quartiere dove non c'e-
rano altri americani, eppure spesso se ne era andato in giro per le strade, in
blue jeans, una vecchia giacca militare e un berretto di lana, e nessuno gli
aveva mai dato fastidio. Aveva il dono di non dare nell'occhio... un dono
che poteva essere utile in un assalto a una prigione.
   L'altro che doveva ancora arrivare era Ron Davis. Aveva trent'anni ed
era il più giovane dell'elenco. Era figlio di un assicuratore, e sebbene fosse
nero aveva fatto rapidamente carriera nel mondo dei bianchi. Erano pochi
quelli che potevano vantare progressi così rapidi. Perot era molto fiero di
lui. «La carriera di Ron è come un lancio sulla luna» diceva. Davis aveva
acquisito una buona conoscenza del Farsi in un anno e mezzo di lavoro a
Teheran alle dipendenze di Keane Taylor, che si occupava della compute-
rizzazione della Banca Omran, la banca dello scià. Davis era allegro, mor-
dace, spiritoso, una specie di versione più giovane del celebre comico ne-
gro Richard Pryor, anche se usava un linguaggio più castigato. Coburn
pensava che fosse il più sincero tra gli uomini che figuravano nell'elenco.
Davis non aveva difficoltà a confidarsi e a parlare dei suoi sentimenti e
della sua vita privata. Per questa ragione, Coburn lo riteneva vulnerabile.
D'altra parte, forse la capacità di aprirsi sinceramente con gli altri era un
segno di grande forza d'animo.
   Comunque stessero le cose per quanto riguardava l'aspetto emotivo di
Davis, fisicamente era solido e duro. Non aveva esperienza militare, ma
era cintura nera di karaté. Una volta, a Teheran, tre uomini l'avevano ag-
gredito per rapinarlo, e lui li aveva messi fuori combattimento in pochi se-
condi. Come la particolarità di Schwebach - non dare nell'occhio - anche
l'efficienza di karateka di Davis poteva essere utile.
   Come Coburn, tutti e sei erano fra i trenta e i quarant'anni.
   Tutti erano sposati.
   E tutti avevano figli.
   La porta si aprì ed entrò Ross Perot.
   Strinse le mani a tutti, li salutò cordialmente, accennò alle mogli e ai fi-
gli dei quali ricordava tutti i nomi. Ci sa fare con la gente, pensò Coburn.
   «Schwebach e Davis non sono ancora arrivati» disse Coburn.
   «Non importa» rispose Perot, sedendosi. «Parlerò con loro più tardi. Li
mandi nel mio ufficio appena arrivano.» S'interruppe per un attimo. «Dirò
loro esattamente quello che sto per dire a voi tutti.»
   S'interruppe di nuovo, come se riordinasse i pensieri. Poi aggrottò la
fronte e guardò gli altri con fermezza. «Cerco volontari per un'iniziativa
che potrebbe costare la vita a qualcuno. A questo punto non posso ancora
dirvi di cosa si tratta, anche se probabilmente l'avrete intuito. Voglio che ci
pensiate sopra per cinque minuti, o dieci, o anche più, e poi torniate a par-
lare con me uno alla volta. Pensateci bene. Se per qualunque ragione non
volete saperne, ditelo, e nessun altro lo saprà mai. Se decidete di offrirvi
volontari, vi dirò il resto. Adesso andate.»
  Gli altri si alzarono e uscirono, uno ad uno.

   Potrei rimetterci la pelle sulla Central Expressway, pensò Joe Poché.
   Sapeva benissimo qual era il piano pericoloso: avrebbero dovuto tirar
fuori dal carcere Paul e Bill.
   Lo aveva sospettato fin da quando, alle due e mezzo del mattino, era sta-
to svegliato in casa della suocera a San Antonio da una telefonata di Pat
Sculley. Sculley, che era un pessimo bugiardo, aveva detto: «Ross mi ha
detto di chiamarti. Vuole che tu venga a Dallas domattina per incominciare
a lavorare su uno studio in Europa».
   Poché aveva risposto: «Pat, perché diavolo mi chiami alle due e mezzo
del mattino per raccontarmi che Ross vuol farmi lavorare su uno studio in
Europa?».
   «È piuttosto importante. Dobbiamo sapere quando potrai essere qui.»
   E va bene, aveva pensato Poché, non puoi parlarne per telefono. «Il pri-
mo volo parte probabilmente verso le sei o le sette del mattino.»
   «D'accordo.»
   Poché aveva fatto la prenotazione, poi era tornato a letto. Aveva messo
la sveglia sulle cinque e aveva detto alla moglie: «Non so di cosa si tratta,
ma vorrei tanto che qualcuno parlasse chiaro, per una volta».
   Per la verità immaginava di che cosa si trattasse, e i suoi sospetti aveva-
no trovato conferma più tardi, quando Ralph Boulware era andato ad a-
spettarlo alla stazione di Coit Road e, anziché condurlo all'EDS, le aveva
accompagnato a quell'albergo e aveva rifiutato di parlare di quello che sta-
va succedendo.
   A Poché piaceva riflettere a fondo su ogni cosa, e aveva avuto tutto il
tempo di considerare l'idea di tirar fuori con la forza Paul e Bill dalla pri-
gione. La prospettiva lo entusiasmava. Gli ricordava i vecchi tempi, quan-
do l'EDS aveva in tutto tremila dipendenti appena, e loro parlavano della
Fede. Era la parola che usavano per indicare il modo in cui una società do-
veva trattare i dipendenti. In pratica si trattava di questo: l'EDS si prendeva
cura dei suoi. Purché lavorassero con il massimo impegno, era pronta a
star loro a fianco nelle difficoltà: quando si ammalavano, quando avevano
problemi personali o familiari, quando si mettevano in un guaio. Era un po'
come una grande famiglia. E questo a Poché faceva piacere, anche se non
ne parlava... non parlava molto dei suoi sentimenti.
   Da quei tempi l'EDS era cambiata. I dipendenti adesso erano diventati
diecimila, e l'atmosfera di famiglia non era più tanto intensa. Nessuno par-
lava più della Fede. Ma c'era ancora, e quella riunione lo dimostrava. E
sebbene il suo volto fosse impassibile come sempre, Joe Poché era conten-
to. Naturalmente sarebbero andati a tirar fuori dal carcere i loro amici. Po-
ché era felice di poter far parte della squadra.

   Contrariamente alle previsioni di Coburn, Ralph Boulware non trovò da
ridire sull'idea d'una spedizione di salvataggio. Lo scettico, indipendente
Boulware ne era entusiasta come tutti gli altri.
   Anche lui aveva intuito che cosa c'era in aria, aiutato - come Poché - dal
fatto che Sculley non sapeva mentire in modo convincente.
   Boulware e la sua famiglia erano ospiti di alcuni amici di Dallas. Il gior-
no di Capodanno Boulware non aveva niente da fare e sua moglie gli ave-
va chiesto perché non andava in ufficio. Le aveva risposto che non avrebbe
trovato niente da fare neppure là. Ma Mary Boulware non l'aveva bevuta.
Era l'unica persona al mondo che poteva permettersi di tiranneggiare
Ralph, e alla fine lui era andato in ufficio. E aveva trovato Sculley.
   «Che cosa succede?» aveva chiesto Boulware.
   «Oh, niente» aveva detto Sculley.
   «Cosa stai facendo?»
   «Prenoto posti sugli aerei.»
   Sculley sembrava di un umore strano. Boulware lo conosceva bene - a
Teheran avevano avuto l'abitudine di andare in ufficio insieme, con la
macchina, tutte le mattine - e l'istinto gli diceva che Pat Sculley nascon-
deva qualcosa.
   «Avanti, sentiamo» aveva detto. «Cosa c'è che non va?»
   «Niente, Ralph.»
   «Cosa stanno facendo per Paul e Bill?»
   «Stanno tentando tutti i canali per vedere di tirarli fuori. La cauzione è di
tredici milioni di dollari, e dobbiamo far arrivare il denaro in Iran...»
   «Non dire fesserie. Laggiù il governo e l'intero sistema giudiziario si so-
no sfasciati. Non è rimasto nessun canale. Che cosa avete intenzione di fa-
re?»
   «Senti, non devi preoccuparti...»
   «Non avrete intenzione di andare a tirarli fuori con la forza, per caso?»
   Sculley aveva taciuto.
   «Ehi, io ci sto» aveva detto Boulware.
   «Come sarebbe a dire, tu ci stai?»
   «È evidente che avete intenzione di tentare qualcosa.»
   «E cioè?»
   «Basta con questi giochetti. Io ci sto.»
   «D'accordo.»
   Per lui era una decisione semplice. Paul e Bill erano suoi amici, e avreb-
be potuto capitare a lui di finire in prigione, e in questo caso avrebbe volu-
to che i suoi amici venissero a liberarlo.
   C'era un altro fattore. Boulware era molto affezionato a Pat Sculley. E
provava per lui un istinto protettivo. Secondo Boulware, Sculley non capi-
va che il mondo era pieno di corruzione, di delinquenza e di peccato: ve-
deva solo quello che voleva vedere: un pollo in ogni pentola, una Chevro-
let davanti a ogni casa, un mondo tutto di mamme e di torte di mele. Se
Sculley stava per venire coinvolto in un assalto al carcere, avrebbe avuto
bisogno che Boulware gli desse una mano. Era un sentimento strano nei
confronti di un altro uomo che aveva all'incirca la sua età, ma le cose sta-
vano così.
   Questo Boulware l'aveva pensato il giorno di Capodanno, e lo pensava
anche adesso. Perciò rientrò nella stanza dell'albergo e disse a Perot quello
che aveva già detto a Sculley: «Io ci sto».

   Glenn Jackson non aveva paura di morire.
   Sapeva ciò che sarebbe venuto dopo la morte, e non aveva paura. Quan-
do il Signore avesse voluto chiamarlo a sé, lui sarebbe stato pronto.
   Ma era preoccupato per la sua famiglia. Erano appena sfollati dall'Iran, e
adesso erano ospiti di sua madre, nel Texas orientale. Lui non aveva anco-
ra avuto il tempo di cominciare a cercare una casa. Se avesse partecipato
alla spedizione, non avrebbe avuto la possibilità di occuparsi di quei pro-
blemi: avrebbe dovuto risolverli Carolyn. Avrebbe dovuto provvedere da
sola a ricostruire la vita della famiglia, lì negli Stati Uniti. Avrebbe dovuto
trovare una casa, iscrivere a scuola Cheryl, Cindy e Glenn Junior, acquista-
re o prendere in affitto il mobilio...
   Carolyn non era assolutamente un tipo indipendente. Per lei non sarebbe
stato facile.
   E poi era già in collera con lui. Quella mattina l'aveva accompagnato a
Dallas, ma Sculley gli aveva detto di rimandarla a casa. Non le aveva per-
messo di prendere alloggio all'Hilton Inn con suo marito. E lei si era arrab-
biata.
   Ma anche Paul e Bill avevano moglie e figli. "Ama il prossimo tuo come
te stesso." Era scritto nella Bibbia, due volte: nel Levitico, capitolo 19,
versetto 18; e nel Vangelo di Matteo, capitolo 19, versetto 19. Jackson
pensò: se io fossi chiuso in carcere a Teheran sarei ben felice che qualcuno
facesse qualcosa per me.
  Quindi si offrì volontario.

  Sculley aveva deciso già da diversi giorni.
  Aveva discusso quell'idea prima ancora che Perot incominciasse a parla-
re d'una spedizione di salvataggio. La prima volta era accaduto il giorno
dopo l'arresto di Paul e Bill, quando Sculley aveva lasciato Teheran in ae-
reo con Joe Poché e Jim Schwebach. Sculley era sconvolto all'idea di ab-
bandonare Paul e Bill, tanto più che negli ultimi giorni le violenze a Tehe-
ran si erano drammaticamente intensificate. Il giorno di Natale, due afgani
sorpresi a rubare nel bazar erano stati sommariamente impiccati da una fol-
la esasperata; e un taxista che aveva cercato di passare avanti nella coda
davanti a un distributore di benzina era stato ucciso da un soldato che gli
aveva sparato alla testa. Che cosa avrebbero fatto agli americani, quando
avessero incominciato? Era meglio non pensarci.
  Sull'aereo, Sculley era seduto accanto a Jim Schwebach. Si erano trovati
d'accordo nel ritenere che la vita di Paul e di Bill era in pericolo Schwe-
bach, che aveva esperienza in fatto di operazioni clandestine tipo com-
mando, aveva ammesso che doveva essere possibile, per un piccolo gruppo
di americani pronti a tutto, tirar fuori due uomini da un carcere iraniano.
  Quindi per Sculley era stata una lieta sorpresa quando, tre giorni dopo,
Perot aveva detto: «Anch'io ho pensato la stessa cosa».
  Sculley aveva segnato il proprio nome nell'elenco.
  Non aveva bisogno di tempo per pensarci.
  Si offrì volontario.

  Sculley aveva segnato nell'elenco anche il nome di Coburn... senza dir-
glielo.
  Fino a quel momento lo spensierato Coburn, che viveva alla giornata,
non aveva neppure pensato di poter far parte della squadra.
  Ma Sculley non si era sbagliato: Coburn ci teneva.
  Pensò: Liz non sarà contenta.
  E sospirò. C'erano molte cose che a sua moglie non andavano, da un po'
di tempo.
  Gli stava un po' troppo attaccata, pensò. Non le era piaciuto che lui an-
dasse in Vietnam, non le piaceva che avesse hobby che lo tenevano lonta-
no, e non le piaceva che lavorasse per un principale capace di chiamarlo a
tutte le ore del giorno e della notte per affidargli qualche incarico speciale.
  Coburn non aveva mai vissuto come sarebbe piaciuto a Liz, e proba-
bilmente ormai era troppo tardi per cominciare a farlo. Se fosse andato a
Teheran per liberare Paul e Bill, forse l'avrebbe odiato perché l'aveva fatto.
Ma se non fosse andato, probabilmente lui l'avrebbe odiata perché l'aveva
indotto a restare.
  Scusami, Liz, pensò: ecco che si ricomincia.

   Jim Schwebach arrivò più tardi, nel pomeriggio, ma Perot gli fece lo
stesso discorso.
   Schwebach aveva un fortissimo senso del dovere. (Un tempo aveva aspi-
rato a diventare prete, ma i due anni passati in un seminario cattolico l'ave-
vano mal disposto nei confronti della religione organizzata.) Era stato un-
dici anni nell'esercito, e si era offerto volontario per ripetuti turni di servi-
zio nel Vietnam, sempre per quel senso del dovere. In Asia aveva visto
molti che svolgevano male i loro compiti, e sapeva di aver svolto bene il
suo. Aveva pensato: Se io me ne vado, verrà qualcun altro a fare quel che
faccio io, ma lo farà male, e come conseguenza ci rimetterà un braccio o
una gamba o la vita. Sono addestrato per farlo, so farlo bene, e quindi devo
continuare.
   Pensava più o meno la stessa cosa anche a proposito del salvataggio di
Paul e Bill. Era l'unico della squadra che avesse già fatto qualcosa del ge-
nere. Avevano bisogno di lui.
   E poi, l'idea gli andava a genio. Era un combattente nato. Forse perché
era alto un metro e sessantasette. Combattere era il suo mestiere, in un cer-
to senso. Non esitò a offrirsi volontario.
   Non vedeva l'ora d'incominciare.

   Ron Davis, il secondo nero dell'elenco e il più giovane di tutti quanti, e-
sitava.
   Era arrivato a Dallas quella sera ed era stato subito accompagnato alla
sede centrale dell'EDS in Forest Lane. Non aveva mai conosciuto perso-
nalmente Perot, ma gli aveva parlato per telefono da Teheran durante l'e-
vacuazione. Per qualche giorno, in quel periodo, aveva tenuto in funzione
una linea telefonica tra Teheran e Dallas, ventiquattro ore su ventiquattro.
Qualcuno, a Teheran, doveva dormire con il telefono all'orecchio e spesso
quel compito era spettato a Davis. Una volta era stato Perot a chiamare.
  «Ron, so che là la situazione è brutta, e le siamo grati perché è rimasto.
Mi dica, c'è qualcosa che posso fare per lei?»
  Davis si era stupito. Stava facendo semplicemente ciò che facevano i
suoi amici e non si aspettava un ringraziamento speciale. Ma aveva una
preoccupazione. «Mia moglie è in stato interessante, e non la vedo da un
po' di tempo» aveva detto a Perot. «Se potesse incaricare qualcuno di tele-
fonarle per dire che sto bene e tornerò a casa al più presto possibile, le sa-
rei molto grato.»
  Più tardi Davis aveva saputo da Marva che Perot non aveva incaricato
nessuno di chiamarla... le aveva telefonato personalmente.
  Adesso, incontrando Perot per la prima volta, Davis era rimasto di nuo-
vo molto impressionato. Perot gli aveva stretto calorosamente la mano e
aveva detto: «Salve, Ron, come va?». Come se fossero amici da anni.
  Tuttavia, quando aveva sentito Perot parlare di "rischio della vita", Da-
vis aveva avuto qualche dubbio. Voleva sapere qualcosa di più dell'o-
perazione in programma. Sarebbe stato ben lieto di aiutare Paul e Bill, ma
voleva avere la certezza che il piano fosse organizzato a dovere, a livello
professionale.
  Perot gli parlò di Bull Simons, e bastò.

  Perot era fiero di loro.
  Tutti si erano offerti volontari.
  Era nel suo ufficio e fuori era buio. Stava attendendo l'arrivo di Simons.
  Il sorridente Jay Coburn; Pat Sculley con quella sua aria da ragazzo; Joe
Poché, l'uomo di ferro; Ralph Boulware, alto, nero e scettico; il mite Glenn
Jackson; Jim Schwebach, il "vecchio" soldato; Ron Davis, il pagliaccio.
  Tutti!
  Ed era profondamente grato, perché l'onere che si erano addossati era
più suo che loro.
  Era stata una giornata straordinaria, in un modo o nell'altro. Simons ave-
va immediatamente accettato di venire a dare una mano. Paul Walker, un
membro del servizio di sicurezza dell'EDS che tra l'altro aveva prestato
servizio con Simons nel Laos, era saltato su un aereo nel cuore della notte
ed era andato a Red Bay per occuparsi dei maiali e dei cani del colonnello.
E sette giovani dirigenti avevano abbandonato tutto quello che stavano fa-
cendo e avevano accettato di partire per Teheran per organizzare l'assalto a
una prigione.
   Adesso erano in fondo al corridoio, nella sala del consiglio d'ammini-
strazione dell'EDS, in attesa di Simons che aveva preso alloggio all'Hilton
Inn ed era andato a cena con T. J. Marquez e Merv Stauffer.
   Perot pensò a Stauffer. Quarant'anni, piuttosto tarchiato, occhialuto, lau-
reato in economia, Stauffer era il suo braccio destro. Ricordava chiaramen-
te il loro primo incontro, quando aveva intervistato Stauffer prima di as-
sumerlo. Merv, laureato in un'università del Kansas, sembrava arrivato di-
ritto diritto da una fattoria, con quella giacca modesta e quei calzoni. E
portava un paio di calzini bianchi.
   Durante il colloquio Perot aveva spiegato, con tutta la delicatezza possi-
bile, che i calzini bianchi non erano adatti a un incontro d'affari.
   Ma quei calzini bianchi erano stati l'unico errore di Stauffer. Aveva dato
a Perot l'impressione d'essere un tipo sveglio, solido, organizzato e abitua-
to a lavorare sul serio.
   Con il passare degli anni Perot aveva scoperto che Stauffer aveva altre
qualità, ancora più preziose. Aveva un occhio impareggiabile per i detta-
gli... che Perot non aveva. Era assolutamente imperturbabile. Ed era un
grande diplomatico. Quando l'EDS si assicurava un contratto, spesso ciò
significava trovarsi a lavorare con un servizio di data processing già esi-
stente, con il relativo personale. A volte la situazione era difficile: il perso-
nale era per forza di cose diffidente, suscettibile, a volte risentito. Merv
Stauffer - calmo, sorridente, premuroso, discreto, gentile e deciso - riusci-
va ad accattivarseli tutti.
   Fin dalla fine degli anni Sessanta lavorava direttamente con Perot. La
sua specialità consisteva nel prendere un'idea nebulosa scaturita dalla fer-
vida immaginazione di Perot, pensarci a fondo, mettere insieme i pezzi e
fare funzionare il tutto. Qualche rara volta concludeva che l'idea era irrea-
lizzabile... e quando Stauffer diceva così, Perot incominciava a pensare che
forse era irrealizzabile davvero.
   Era appassionatissimo al suo lavoro. Stauffer era eccezionale, persino tra
i "fanatici del lavoro" del sesto piano. Oltre a fare tutto ciò che il principale
aveva sognato la notte prima, dirigeva la società immobiliare di Perot e la
sua compagnia petrolifera, e gestiva e pianificava i suoi investimenti.
   Il modo migliore per aiutare Simons, aveva deciso Perot, era assegnargli
Merv Stauffer.
   Si chiedeva se Simons era cambiato. Erano passati anni da quando si e-
rano incontrati per l'ultima volta, in occasione di un banchetto. Simons gli
aveva raccontato un episodio della sua vita.
   Durante l'impresa di Son Tay, l'elicottero di Simons aveva sbagliato l'at-
terraggio. Era sceso in un recinto molto simile al campo di prigionia, ma
distante circa quattrocento metri; e c'erano capannoni pieni di soldati ne-
mici che dormivano. Svegliati dal chiasso e dai bengala, i soldati avevano
incominciato a uscire dai capannoni, seminudi e insonnoliti ma armati.
Simons stava fuori, davanti alla porta, con un sigaro acceso in bocca. Al
suo fianco c'era un sergente grande e grosso. Quando un soldato usciva,
vedeva il punto luminoso del sigaro di Simons ed esitava. Simons gli spa-
rava. Il sergente buttava da parte il corpo, e restavano ad attendere un altro
nemico.
   Perot non aveva saputo trattenersi dal fare una domanda: «Quanti uomi-
ni ha uccìso, quella volta?».
   «Dovevano essere settanta o ottanta» aveva risposto Simons senza
scomporsi.
   Simons era stato un soldato straordinario, ma adesso faceva l'allevatore
di maiali. Era ancora in forma? Aveva sessant'anni e già prima di Son Tay
aveva avuto un colpo. Aveva ancora la mente lucida? Era ancora un vero
capo?
   Avrebbe voluto il comando assoluto della spedizione, Perot ne era sicu-
ro. Il colonnello avrebbe condotto l'operazione a modo suo, o non avrebbe
voluto saperne. A Perot andava bene: lui aveva l'abitudine di assumere
l'uomo più adatto per un lavoro, e poi gli lasciava mano libera. Ma Simons
era ancora il massimo specialista in operazioni di salvataggio che esistesse
al mondo?
   Sentì un suono di voci nell'anticamera. Erano arrivati. Si alzò, e Simons
entrò accompagnato da T. J. Marquez e Merv Stauffer.
   «Colonnello Simons, come sta?» disse Perot. Non l'aveva mai chiamato
"Bull" perché non gli piaceva.
   «Salve, Ross» disse Simons, stringendogli la mano.
   La stretta di mano era energica. Simons era vestito senza pretese, con i
calzoni kaki, e il colletto della camicia sbottonato rivelava i muscoli del
collo taurino. Era invecchiato: altre rughe sul viso aggressivo, altro grigio
nei capelli che adesso erano più lunghi. Ma sembrava in ottima forma. A-
veva la stessa voce profonda e rauca da fumatore, con un leggero accento
newyorkese. Aveva portato le cartelle dei volontari che gli aveva conse-
gnato Coburn.
   «Si accomodi» disse Perot. «Avete già cenato tutti?»
   «Siamo andati da Dusty's» disse Stauffer.
   «Quand'è stata l'ultima volta che questo ufficio è stato spazzato per eli-
minare le "cimici"?»
   Perot sorrise. Simons era ancora lucido e sveglio: per prima cosa si era
preoccupato che non ci fossero microspie. Bene. «Non è mai stato spazza-
to, colonnello.»
   «D'ora in poi voglio che tutte le stanze che useremo vengano controllate
ogni giorno.»
   «Provvederò io» disse Stauffer.
   Perot disse: «Di qualunque cosa abbia bisogno, colonnello, basterà che
ne parli a Merv. E adesso veniamo all'aspetto pratico. Le siamo molto grati
d'essere venuto qui ad aiutarci, e vorremmo offrirle un compenso...»
   «Non ci pensi nemmeno» disse Simons in tono burbero.
   «Ma...»
   «Non voglio essere pagato per salvare due americani nei guai» disse il
colonnello. «Non ho mai avuto premi speciali per farlo, e non intendo in-
cominciare adesso.»
   Simons si era offeso. La stanza sembrava vibrare della sua irritazione.
Perot si affrettò a fare marcia indietro: Simons era una delle pochissime
persone che gli incutevano soggezione.
   Il vecchio guerriero non era cambiato, pensò.
   Benissimo.
   «La squadra la sta aspettando nella sala del consiglio d'amministrazione.
Vedo che ha le cartelle personali, ma so che vorrà valutare direttamente gli
uomini. Tutti conoscono Teheran, e tutti hanno esperienze militari o qual-
che specializzazione che può essere utile... ma spetta a lei decidere. Se per
qualche ragione questi non le andassero, ne troveremo altri. È lei che co-
manda.» Perot si augurava che Simons non scartasse nessuno, ma doveva
lasciargli la possibilità di scegliere.
   Simons si alzò. «Mettiamoci al lavoro.»
   Uscì con Stauffer. T. J. rimase. Disse a bassa voce: «Sua moglie è mor-
ta».
   «Lucille?» Perot non l'aveva ancora saputo. «Mi dispiace.»
   «Cancro.»
   «Hai un'idea di come lui l'abbia presa?»
   T. J. annuì. «Molto male.»
   Mentre anche T. J. usciva, entrò il figlio ventenne di Perot, Ross Junior.
I figli di Perot capitavano spesso in ufficio, ma questa volta, con una riu-
nione segreta in corso nella sala del consiglio d'amministrazione, Perot a-
vrebbe preferito che suo figlio avesse scelto un altro momento. Il ragazzo
aveva già incontrato il colonnello e sapeva benissimo chi era. Ormai, pen-
sò Perot, ha capito che Simons può essere aui con un unico scopo: orga-
nizzare una spedizione di salvataggio.
   Ross sedette. «Ciao, papà. Sono stato a trovare la nonna.»
   «Bene» disse Perot, guardando affettuosamente l'unico figlio maschio.
Ross Junior era alto e snello, con le spalle larghe, e molto più bello di suo
padre. Le ragazze gli ronzavano intorno come mosche: e il fatto che fosse
l'erede di un patrimonio colossale era solo uno dei motivi del suo fascino.
Lui si destreggiava come faceva con tutto: con modi irreprensibili e una
maturità superiore ai suoi anni.
   Perot disse: «Dobbiamo chiarire una cosa, io e te. Conto di campare fino
a cent'anni, ma se dovesse capitarmi qualcosa, voglio che abbandoni l'uni-
versità e torni a casa a prenderti cura di tua madre e delle tue sorelle».
   «Certo che lo farei» disse Ross. «Non preoccuparti.»
   «E se dovesse capitare qualcosa a tua madre, voglio che tu viva in casa e
ti occupi delle tue sorelle. So che sarebbe un peso, ma non voglio che affi-
di questo compito a gente stipendiata. Avrebbero bisogno di te, che sei del-
la famiglia. Ti chiedo di vivere in casa con loro e di provvedere a tutto...»
   «Papà, lo farei anche se non ne avessi parlato.»
   «Bene.»
   Il ragazzo si alzò per andarsene. Perot l'accompagnò alla porta.
   Ross passò il braccio intorno alle spalle del padre e disse: «Ti voglio be-
ne, papà».
   Perot ricambiò l'abbraccio.
   E si stupì nel vedere le lacrime negli occhi del figlio.
   Ross uscì.
   Perot tornò a sedersi. Quelle lacrime non avrebbero dovuto sorprenderlo.
La loro era una famiglia unita, e Ross era molto affettuoso.
   Perot non aveva fatto piani precisi per andare a Teheran, ma sapeva che
se i suoi uomini ci fossero andati a rischiare la vita, lui non poteva restare
indietro. Anche Ross Junior l'aveva capito.
   Tutta la sua famiglia l'avrebbe appoggiato, e Perot lo sapeva. Margot a-
vrebbe avuto il diritto di chiedergli: «Sta bene che rischi la vita per i tuoi
dipendenti, ma noi?». Però non l'avrebbe mai detto. Durante la campagna
in favore dei prigionieri di guerra, quando lui era andato nel Vietnam e nel
Laos, quando aveva cercato di recarsi ad Hanoi, e la sua famiglia era stata
costretta a circondarsi di guardie del corpo, nessuno si era lamentato, nes-
suno aveva detto: "E noi?" Anzi, l'avevano incoraggiato a fare ciò che con-
siderava il suo dovere.
  Mentre stava riflettendo, entrò Nancy, la figlia maggiore.
  «Papi!» disse. Era il nomignolo affettuoso con cui chiamava il padre.
  «Nan, piccola mia! Vieni!»
  Lei girò intorno alla scrivania e gli sedette sulle ginocchia.
  Perot adorava Nancy. Diciotto anni, bionda, minuta ma energica, gli ri-
cordava sua madre, Lulu May. Era decisa e ostinata come lui, e probabil-
mente aveva la stoffa del dirigente d'azienda non meno del fratello.
  «Sono venuta a salutarti... torno al Vanderbilt.»
  «Sei stata a trovare la nonna?»
  «Sì.»
  «Brava.»
  Nancy era d'ottimo umore, contenta di tornare a scuola, ignara della ten-
sione e dei discorsi di morte, lì al sesto piano.
  «Posso avere un po' di fondi?» chiese.
  Perot sorrise con indulgenza e tirò fuori il portafogli. Come al solito, non
sapeva rifiutarle nulla.
  Lei intascò il denaro, l'abbracciò, gli diede un bacio sulla guancia e corse
fuori senza un pensiero al mondo.
  Questa volta c'erano due lacrime negli occhi di Perot.

  Sembrava una rimpatriata, pensò Jay Coburn: i veterani di Teheran riu-
niti nella sala del consiglio d'amministrazione ad attendere Simons. Parla-
vano dell'Iran e dell'evacuazione. Ralph Boulware chiacchierava a tutto
spiano; Joe Poché rifletteva, e sembrava animato come un robot con il
broncio; Glenn Jackson stava dicendo qualcosa a proposito dei fucili; Jim
Schwebach sorrideva con quel suo sorriso sghembo, che ti faceva pensare
che sapesse qualcosa che tu non sapevi; e Pat Sculley ricordava particolari
dell'impresa di Son Tay. Sapevano tutti che stavano per incontrarsi con il
leggendario Bull Simons. Sculley, quando era istruttore dei Rangers, aveva
insegnato la famosa azione a sorpresa di Simons, e conosceva alla perfe-
zione la pianificazione meticolosa, le esercitazioni interminabili; e soprat-
tutto sapeva che Simons aveva riportato indietro vivi tutti i suoi cinquanta-
nove uomini.
  La porta si aprì e una voce disse: «Attenti».
  Tutti scostarono le sedie e si alzarono.
  Coburn si voltò verso l'entrata.
   Entrò Ron Davis, con un sorriso da un orecchio all'altro.
   «Accidenti a te, Davis!» esclamò Coburn, e tutti scoppiarono a ridere.
Davis fece il giro della sala, salutando allegramente tutti quanti.
   Davis il pagliaccio, come sempre.
   Coburn li scrutò e si chiese come sarebbero cambiati di fronte al perico-
lo. I combattimenti erano una cosa strana, non si poteva mai prevedere
come avrebbe reagito una persona. L'uomo che credevi più coraggioso
crollava, e quello che ti aspettavi di veder scappare restava incrollabile
come una roccia.
   Coburn non avrebbe mai dimenticato quello che era accaduto a lui.
   La crisi era venuta un paio di mesi dopo il suo arrivo nel Vietnam. Pilo-
tava mezzi aerei da rifornimento, chiamati "lisci" perché non erano armati.
Per sei volte, quel giorno, era tornato dalla zona dei combattimenti portan-
do carichi di truppe. Era andata bene: neppure un colpo era stato sparato
contro l'elicottero.
   La settima volta era andata in modo diverso.
   Una raffica di 12,75 aveva colpito l'apparecchio e aveva tranciato l'albe-
ro del rotore di coda.
   Quando gira il rotore principale di un elicottero, l'apparecchio tende na-
turalmente a girare nella stessa direzione. La funzione del rotore di coda è
controbilanciare questa tendenza. Se si ferma, l'elicottero incomincia a ro-
teare su se stesso.
   Subito dopo il decollo, quando l'apparecchio è a poca distanza dal suolo,
in casi del genere il pilota può atterrare prima che la rotazione diventi
troppo rapida. Più tardi, quando l'elicottero è in quota di crociera e a nor-
male velocità di volo, il flusso dell'aria sulla fusoliera è abbastanza forte
per impedire la rotazione. Ma Coburn era a una quota di 50 metri, la posi-
zione peggiore, troppo in alto per atterrare, ma a una velocità ancora trop-
po bassa perché il flusso del vento stabilizzasse la fusoliera.
   La procedura consueta, in questi casi, era il blocco simulato del motore.
Coburn l'aveva imparato al corso, e l'aveva provato e riprovato. Eseguì i-
stintivamente la manovra, ma fu inutile: l'apparecchio stava già ruotando
troppo in fretta.
   In pochi secondi fu assalito da una vertigine così forte che non sapeva
più dov'era. Non poté far nulla per attutire l'atterraggio violento. L'eli-
cottero scese, toccò con il pattino di destra (questo Coburn lo seppe più
tardi) e una delle pale del rotore si fletté per l'urto, sfondò la fusoliera e si
piantò nella testa del secondo pilota che morì sul colpo.
   Coburn sentì l'odore del carburante e si affrettò a slacciarsi la cintura di
sicurezza. Solo allora si accorse di essere capovolto, perché cadde battendo
la testa. Ma riuscì a trascinarsi fuori dall'apparecchio: aveva riportato sol-
tanto la compressione di un paio di vertebre del collo. Anche il suo capo
equipaggio se la cavò.
   Gli uomini dell'equipaggio erano legati con le cinture di sicurezza, ma i
sette militari che avevano a bordo no. L'elicottero non aveva portelli, e la
forza centrifuga della rotazione li aveva scagliati fuori a una quota superio-
re ai trenta metri. Erano morti tutti.
   A quel tempo Coburn aveva vent'anni.
   Qualche settimana dopo s'era buscato un proiettile nel polpaccio, la parte
più vulnerabile d'un pilota d'elicottero, che sta su un sedile blindato ma ha
le gambe esposte.
   Se prima era incollerito, adesso era addirittura furibondo. Ne aveva ab-
bastanza di fare da bersaglio. Andò dal comandante e chiese di essere as-
segnato ai mezzi armati, per poter uccidere qualcuno di quei bastardi lag-
giù che stavano cercando di uccidere lui.
   La domanda fu accolta.
   Da quel momento il sorridente Jay Coburn era diventato un militare pro-
fessionista, lucido e freddo. Non fece amicizie profonde nell'esercito. Se
qualcuno della sua unità veniva ferito, Coburn alzava le spalle e diceva: «È
per questo che lo pagano». Sospettava che i suoi compagni lo giudicassero
un po' maniaco. Ma non se ne curava. Era felice di pilotare mezzi armati.
Ogni volta che si allacciava la cintura di sicurezza sapeva che stava par-
tendo per uccidere o per essere ucciso. Quando spazzava una zona per
spianare la strada alla fanteria sapendo che ci sarebbero andati di mezzo
civili innocenti, donne e bambini, Coburn chiudeva la mente e apriva il
fuoco.
   Adesso, ripensandoci dopo undici anni, diceva a se stesso: Ero un ani-
male.
   Schwebach e Poché, i due uomini più taciturni tra i presenti, avrebbero
compreso: anche loro c'erano stati, anche loro sapevano come erano andate
le cose. Gli altri no: Sculley, Boulware, Jackson e Davis. Se la spedizione
di salvataggio si mettesse male, si chiese per l'ennesima volta, come se la
caveranno?
   La porta si aprì ed entrò Simons.
   Tutti tacquero mentre Simons si avvicinava al tavolo delle riunioni.
   È un gran figlio di puttana, pensò Coburn.
   T. J. Marquez e Merv Stauffer seguirono Simons e sedettero accanto alla
porta.
   Simons buttò in un angolo una valigia di plastica nera, si lasciò cadere
su una sedia e accese un sigaro.
   Era vestito molto sportivamente, camicia e calzoni, senza cravatta, e a-
veva i capelli un po' troppo lunghi per un colonnello. Sembrava più un a-
gricoltore che un militare, pensò Coburn.
   «Sono il colonnello Simons.»
   Coburn si aspettava che aggiungesse: Gli ordini li dò io, ascoltatemi e
fate quello che dico, il mio piano è questo.
   Invece cominciò a fare domande.
   Voleva sapere tutto di Teheran: il clima, il traffico, di che cos'erano fatti
gli edifici, quanta gente c'era per le strade, quanti erano i poliziotti e come
erano armati.
   S'interessava a tutti i dettagli. Gli dissero che i poliziotti erano armati,
tranne quelli che dirigevano il traffico. Come si distinguevano? Avevano i
berretti bianchi. Gli dissero che c'erano taxi blu e taxi color arancio. Che
differenza c'era? I taxi blu avevano tariffe e percorsi fissi. Quelli arancio
potevano andare dovunque, in teoria, ma di solito, quando si fermavano, a
bordo c'era già un passeggero e il taxista ti chiedeva da che parte volevi
andare. Se andavi nella sua direzione potevi salire e annotavi la cifra indi-
cata dal tassametro; quando scendevi pagavi la differenza, e quel sistema
era motivo di innumerevoli discussioni con i taxisti.
   Simons chiese dove sì trovava esattamente il carcere. Merv Stauffer an-
dò a prendere le carte topografiche di Teheran. Com'era l'edificio? Joe Po-
ché e Ron Davis ricordavano d'essere passati in macchina lì davanti. Poché
ne fece uno schizzo.
   Coburn stava seduto in silenzio e guardava Simons che lavorava. La ri-
chiesta d'informazioni era soltanto una metà di quello che stava facendo, e
Coburn lo capiva benissimo: per anni era stato reclutatore dell'EDS, e sa-
peva riconoscere un'abile tecnica d'interviste. Simons valutava ognuno di
loro, studiava le reazioni, le doti di buon senso. Come un reclutatore, face-
va molte domande che lasciava in sospeso, e subito dopo chiedeva «Per-
ché?» per dare agli interrogati la possibilità di rivelarsi, di vantarsi o di dar
segni d'ansia.
   Coburn si chiedeva se Simons avrebbe bocciato qualcuno.
   A un certo punto, il colonnello disse: «Chi è disposto a morire per riu-
scirci?».
   Nessuno fiatò.
   «Bene» commentò Simons. «Non accetterei uno che ha intenzione di
morire.»
   La discussione si protrasse per ore. Simons l'interruppe poco dopo mez-
zanotte. Ormai era evidente che non conoscevano abbastanza il carcere per
incominciare a preparare i piani. Coburn fu incaricato di scoprire qualcosa
di più durante la notte: avrebbe fatto qualche telefonata a Teheran.
   Il colonnello disse: «Può chiedere informazioni sul carcere senza far ca-
pire perché le interessano?».
   «Cercherò d'essere discreto» disse Coburn.
   Simons si rivolse a Merv Stauffer. «Abbiamo bisogno d'un posto sicuro
per riunirci. Un posto che non sia collegabile all'EDS.»
   «E l'albergo?»
   «Le pareti sono sottili.»
   Stauffer rifletté un momento. «Ross ha una casetta sul lago di Grapevi-
ne, dalle parti dell'aeroporto Dallas-Fort Worth. Con questo tempo, non ci
sarà nessuno a pescare o a fare il bagno.»
   Simons non sembrava molto convinto.
   Stauffer disse: «Vuole che l'accompagni là in macchina domattina a dare
un'occhiata?».
   «Sta bene.» Simons si alzò. «Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, a
questo punto.»
   Cominciarono a uscire.
   Mentre se ne andavano, Simons trattenne Davis per parlargli a quat-
tr'occhi.

  «Lei non è un tipo tanto duro, Davis.»
  Ron Davis fissò sorpreso il colonnello.
  «Cosa le fa credere d'essere un duro?»
  Per Davis fu come una mazzata. Per tutta la sera, Simons si era mostrato
cortese, ragionevole, tranquillo. Adesso sembrava avesse voglia di litigare.
Che cosa stava succedendo?
  Davis pensò alla sua conoscenza delle arti marziali e ai tre rapinatori che
aveva sistemato a Teheran, ma disse: «Non mi ritengo affatto un duro».
  Simons si comportò come se non l'avesse sentito. «Contro una pistola il
karaté non serve a niente.»
  «Credo proprio di no.»
  «La mia squadra non ha bisogno di bastardi neri con la voglia di menar
le mani.»
   Davis incominciò a capire. Stai calmo, si disse. «Non mi sono offerto
perché ho voglia di menar le mani, colonnello...»
   «Allora perché si è offerto?»
   «Perché conosco bene Paul e Bill e le loro mogli e i loro figli e voglio
rendermi utile.»
   Simons gli rivolse un cenno di saluto. «Ci vediamo domani.»
   Davis si chiese se questo significava che aveva superato la prova.

   Il pomeriggio dell'indomani, 3 gennaio 1979, s'incontrarono nella casa di
campagna di Perot sulle rive del lago di Grapevine.
   Le altre due o tre case vicine erano deserte, come aveva previsto Merv
Stauffer. Quella di Perot era circondata da vari ettari di fitti boschi, e i prati
scendevano fino all'acqua. Era una costruzione di tronchi, piccola e com-
patta: la rimessa per i motoscafi era più grande dell'abitazione.
   La porta era chiusa e nessuno di loro aveva pensato di chiedere le chiavi.
Schwebach scassinò la serratura d'una finestra e fece entrare gli altri.
   C'erano un soggiorno, un paio di stanze da letto, la cucina e un bagno.
Le tinte predominanti erano allegre, bianco e azzurro, e i mobili non erano
lussuosi.
   Sedettero in soggiorno con le carte topografiche e i blocchi da disegno, i
pennarelli fluorescenti e le sigarette. Coburn fece il suo rapporto. Durante
la notte aveva parlato con Majid e altri due o tre, a Teheran. Era stato diffi-
cile cercare di ottenere informazioni dettagliate sul carcere fingendo una
semplice curiosità, ma pensava d'esserci riuscito.
   Il carcere faceva parte del complesso del ministero della Giustizia che
occupava un isolato intero. L'ingresso della prigione era dalla parte poste-
riore. Accanto all'entrata c'era un cortile che soltanto una cancellata di fer-
ro alta tre metri e mezzo divideva dalla strada. In quel cortile prendevano
l'aria i detenuti. Evidentemente era anche il punto debole del carcere.
   Su questo Simons era d'accordo.
   Tutto ciò che dovevano fare, quindi, era attendere che i detenuti venisse-
ro portati all'aria, scavalcare la recinzione, prendere Paul e Bill, riscavalca-
re la cancellata e abbandonare l'Iran.
   Incominciarono a discutere i dettagli.
   Come avrebbero scavalcato la cancellata? Dovevano usare scale a pioli o
salire l'uno sulle spalle dell'altro?
   Sarebbero arrivati con un furgone, decisero, e sarebbero saliti sul tetto.
Usare un furgone anziché una macchina aveva un altro vantaggio: nessuno
avrebbe potuto vedere all'interno mentre andavano alla prigione, e soprat-
tutto mentre tornavano indietro.
   Avrebbe guidato Joe Poché, perché era quello che conosceva meglio le
vie di Teheran.
   Come si sarebbero comportati con le guardie? Non volevano uccidere
nessuno. Non ce l'avevano con la popolazione iraniana e neppure con le
guardie. Non era colpa loro se Paul e Bill erano stati arrestati ingiusta-
mente. Inoltre, se ci fosse scappato il morto, lo scandalo sarebbe stato più
grave, e la fuga dall'Iran sarebbe diventata più rischiosa.
   Ma le guardie del carcere non avrebbero certamente esitato a sparare a
loro.
   La protezione migliore, disse Simons, era una combinazione di sorpresa,
shock e rapidità.
   Avrebbero avuto il vantaggio della sorpresa. Per qualche secondo le
guardie della prigione non avrebbero capito che cosa stava succedendo.
   Poi i soccorritori avrebbero dovuto fare qualcosa per costringere le
guardie a mettersi al riparo. L'ideale era sparare con i fucili da caccia. Un
fucile da caccia produceva un gran bagliore e parecchio chiasso, soprattut-
to in una via cittadina; e questo avrebbe indotto le guardie a reagire per
mettersi al sicuro, anziché attaccare gli assalitori. Questo avrebbe permes-
so di guadagnare qualche altro secondo.
   E se avessero agito rapidamente, quei secondi potevano essere suffi-
cienti.
   Ma potevano non esserlo.
   Il soggiorno si riempì di fumo di tabacco, via via che il piano prendeva
forma. Simons fumava un sigaro dopo l'altro, ascoltava, faceva domande,
pilotava la discussione. È un esercito molto democratico, pensò Coburn.
Assorbiti dal piano, i suoi amici stavano dimenticando le mogli e i figli, i
mutui, le tosaerba e le station wagon; e dimenticavano anche quanto fosse
strana l'idea di far evadere con la forza due detenuti. Davis aveva smesso
di fare il pagliaccio, Sculley non aveva più l'aria scanzonata, era diventato
freddo e calcolatore. Poché voleva discutere tutto fin nei minimi particola-
ri, come al solito; e come al solito Boulware era scettico.
   Il pomeriggio passò e venne sera. Decisero che il furgone sarebbe salito
sul marciapiedi accanto alla cancellata. In Iran, quel modo di parcheggiare
non avrebbe dato nell'occhio, dissero a Simons. Il colonnello avrebbe pre-
so posto sul sedile anteriore, a fianco di Poché, con un fucile da caccia na-
scosto sotto la giacca. Sarebbe balzato fuori e si sarebbe messo davanti al
furgone. Lo sportello posteriore si sarebbe aperto e sarebbe sceso Ralph
Boulware, anche lui con un fucile da caccia sotto la giacca.
   Fino a quel momento, nessuno avrebbe notato qualcosa di fuori dell'or-
dinario.
   Quando Simons e Boulware fossero stati pronti a sparare per coprire gli
altri, Ron Davis sarebbe smontato, si sarebbe arrampicato sul tetto del fur-
gone, sarebbe passato alla sommità della cancellata e poi sarebbe saltato
nel cortile. Quel compito venne assegnato a Davis perché era il più giova-
ne e il più in forma e il salto era di tre metri e mezzo.
   Coburn l'avrebbe seguito oltre la recinzione. Lui non era in forma, ma la
sua faccia era familiare a Paul e Bill, e appena l'avessero visto i due avreb-
bero capito che erano venuti a liberarli.
   Poi Boulware avrebbe calato nel cortile una scala a pioli.
   Fin qui potevano agire di sorpresa, se fossero stati abbastanza svelti: ma
a questo punto le guardie avrebbero sicuramente reagito. Simons e Boul-
ware avrebbero sparato in aria con i fucili da caccia.
   Le guardie si sarebbero buttate a terra, i detenuti iraniani sarebbero corsi
di qua e di là, confusi e spaventati, e i salvatori avrebbero guadagnato
qualche altro secondo.
   E se qualcuno fosse intervenuto dall'estero del carcere? chiese Simons.
Poliziotti o militari per la strada, o dimostranti rivoluzionari o semplice-
mente passanti animati da spirito civico?
   Dovevano esserci due sentinelle, decisero, una a ogni estremità della via.
Sarebbero arrivati con una macchina pochi secondi prima del furgone, ar-
mati di pistole. Il loro compito era semplicemente fermare chiunque ten-
tasse di intervenire. Furono scelti Jim Schwebach e Pat Sculley. Coburn
era sicuro che Schwebach non avrebbe esitato a far fuoco, se fosse stato
necessario; e Sculley, sebbene non avesse mai sparato a nessuno in vita
sua, era diventato così sorprendentemente freddo e lucido durante la di-
scussione che Coburn non stentava a immaginare che si sarebbe mostrato
altrettanto implacabile.
   Glenn Jackson avrebbe guidato la macchina: non si sarebbe posto il pro-
blema di costringere il battista a sparare a qualcuno.
   Intanto, nella confusione scatenata nel cortile, Ron Davis avrebbe siste-
mato le guardie più vicine, mentre Coburn tirava fuori Paul e Bill dal bran-
co e li portava alla scala. Dall'alto della cancellata sarebbero saltati sul tet-
to del furgone e da lì a terra, e sarebbero saliti a bordo. Quindi Coburn e
Davis li avrebbero seguiti.
   «Ehi, ma io sono quello che rischia di più» disse Davis. «Diavolo, sarò il
primo a entrare e l'ultimo a uscire!»
   «Non dire fesserie» borbottò Boulware. «Andiamo avanti.»
   Simons sarebbe salito nella cabina del furgone, Boulware sarebbe saltato
dietro e avrebbe chiuso lo sportello, e Poché li avrebbe portati via a tutta
velocità.
   Jackson, con la macchina, avrebbe ripreso a bordo i due "pali" Schwe-
bach e Sculley, e avrebbe seguito il furgone.
   Durante la fuga, Boulware avrebbe potuto sparare dal finestrino poste-
riore, e Simons avrebbe eventualmente sgombrato la strada davanti. Scul-
ley e Schwebach, sulla macchina, avrebbero potuto tenere a bada gli inse-
guitori, se ce ne fossero stati.
   Arrivati a un punto prestabilito avrebbero abbandonato il furgone salen-
do su varie macchine, e si sarebbero diretti verso la base aerea di Doshen
Toppeh, alla periferia della città. Un jet dell'aeronautica militare li avrebbe
portati fuori dall'Iran: a prendere gli accordi necessari avrebbe provveduto
Perot.
   Alla fine della serata avevano abbozzato un piano.
   Prima che se ne andassero, Simons raccomandò di non parlare di quel
piano né con le loro mogli, né tra di loro. Ognuno doveva inventare un pre-
testo per spiegare perché avrebbe lasciato gli Stati Uniti tra una settimana
circa. Inoltre, soggiunse guardando i portacenere pieni e le pance promi-
nenti dei suoi uomini, ognuno doveva darsi da fare per tornare in forma.
   L'operazione di salvataggio non era più un'idea pazzesca di Ross Perot:
stava diventando una realtà.

  Jay Coburn fu l'unico a fare un serio tentativo d'ingannare la moglie.
  Tornò all'Hilton Inn e chiamò Liz. «Ciao, tesoro.»
  «Ciao, Jay! Dove sei?»
  «Sono a Parigi...»
  Anche Joe Poché chiamò la moglie dall'Hilton.
  «Dove sei?»
  «A Dallas.»
  «E cosa stai facendo?»
  «Lavoro all'EDS, naturalmente.»
  «Joe, l'EDS di Dallas ha chiamato me per chiedere dove sei!»
  Poché si rese conto che qualcuno, all'oscuro della spedizione, aveva cer-
cato di rintracciarlo. «Non sono in ufficio, sto lavorando direttamente con
Ross. Si sono dimenticati di avvertirli, ecco tutto.»
   «E che lavoro stai facendo?»
   «Riguarda certe cose che bisogna fare per Paul e Bill.»
   «Oh...»
   Quando Boulware tornò dagli amici che l'ospitavano con la famiglia, le
due figlie, Stacey Elaine e Kecia Nicole, dormivano. Sua moglie chiese:
«Cos'hai fatto di bello oggi?».
   I piani per assaltare un carcere, pensò Boulware. E rispose: «Oh, ordina-
ria amministrazione».
   Lei lo guardò in modo strano. «Allora, che cos'hai fatto?»
   «Niente di speciale.»
   «Per uno che non ha fatto niente di speciale, eri molto occupato. Ti ho
telefonato due o tre volte... mi hanno risposto che non riuscivano a trovar-
ti.»
   «Ero in giro. Ehi, posso avere una birra?»
   Mary Boulware era una donna franca e aperta e non era abituata agli in-
ganni. Era intelligente. Ma sapeva che Ralph aveva idee precise sui ruoli
del marito e della moglie. Forse erano idee antiquate, ma nel loro matri-
monio funzionavano. Se lui non voleva parlarle di certi aspetti del suo la-
voro, pazienza, non avrebbe insistito.
   «Arriva la birra...»
   Jim Schwebach non tentò neppure d'ingannare sua moglie Rachel. Lei
aveva già capito. Quando Schwebach aveva ricevuto la prima telefonata da
Pat Sculley, gli aveva chiesto: «Chi era?».
   «Pat Sculley. Chiamava da Dallas. Vogliono che vada là a lavorare su
uno studio in Europa.»
   Rachel conosceva Jim da vent'anni - avevano incominciato a frequen-
tarsi quando lui aveva sedici anni e lei diciotto - e sapeva leggergli nella
mente. Aveva ribattuto: «Hanno intenzione di tornare laggiù per tirar fuori
dal carcere quei due».
   Schwebach aveva replicato fiaccamente: «Rachel, non capisci ormai so-
no fuori da quel genere di attività».
   «Ma è quello che farai...»
   Pat Sculley non riusciva a mentire neppure con i colleghi e con la mo-
glie non ci si provò. Raccontò tutto a Mary.
   Ross Perot disse tutto a Margot.
   E persino Simons, che non aveva una moglie pronta ad assediarlo, venne
meno alle regole di sicurezza stabilite da lui stesso dicendolo a suo fratello
Stanley, nel New Jersev...
   Fu altrettanto impossibile nascondere il piano della spedizione agli altri
dirigenti dell'EDs. Il primo a capire tutto fu Keane Taylor, l'alto, elegante e
suscettibile ex marine che Perot aveva bloccato a Francoforte per rispedir-
lo a Teheran.
   Fino dal giorno di Capodanno, quando Perot aveva detto: «La rimando a
Teheran per una cosa molto importante» Taylor aveva avuto la certezza
che si stesse nreparando un'operazione segreta; e non ci aveva messo mol-
to a capire chi la stava pianificando.
   Un giorno, chiamando Dallas da Teheran, chiese di Ralph Boulware.
   «Boulware non c'è» gli risposero.
   «Quando tornerà?»
   «Non sappiamo.»
   Taylor, che non aveva mai sopportato gli stupidi, alzò la voce. «E allora,
dove è andato?»
   «Non siamo sicuri.»
   «Come, non siete sicuri?»
   «È in vacanza.»
   Taylor conosceva Boulware da anni. Era stato Taylor a dare a Boulware
i primi incarichi importanti. Erano compagni di bevute. Molte volte Ta-
ylor, mentre beveva con Ralph nelle ore piccole, si era guardato intorno e
si era accorto d'essere l'unico bianco in un bar pieno di negri. Quelle notti
si avviavano barcollando verso la casa di quello di loro che abitava più vi-
cino, e la moglie sfortunata che li accoglieva telefonava all'altra e diceva:
«Tutto bene. Sono qui».
   Sì, Taylor conosceva Boulware, e non riusciva a credere che fosse anda-
to in vacanza mentre Paul e Bill erano ancora in carcere.
   L'indomani chiese di Pat Sculley e ottenne le stesse risposte.
   Boulware e Sculley in vacanza mentre Paul e Bill erano in galera?
   Fesserie.
   Il giorno dopo chiese di Coburn.
   Stessa storia.
   La faccenda cominciava ad avere un senso. Coburn era in ufficio con Pe-
rot quando Perot aveva rispedito Taylor a Teheran. Coburn, il direttore del
personale, l'organizzatore dell'evacuazione, era la persona più qualificata
per organizzare anche un'operazione segreta.
   Taylor e Rich Gallagher, l'altro funzionario dell'EDS rimasto a Teheran,
cominciarono a compilare un elenco.
   Boulware, Sculley, Coburn Ron Davis, Jim Schwebach e Joe Poché era-
no tutti "in vacanza".
   Quegli uomini avevano varie cose in comune.
   Quando Paul Chiapparone era arrivato a Teheran si era accorto che l'at-
tività dell'EDS non era organizzata come piaceva a lui: era troppo disinvol-
ta e spensierata, troppo persiana. I tempi del contratto con il ministero non
venivano rispettati. Paul aveva fatto intervenire alcuni funzionari pratici e
duri, e tutti insieme avevano rimesso il lavoro sui binari giusti. Uno degli
uomini cui era ricorso Paul era stato lo stesso Taylor. E Bill Gaylord. E
Coburn, e Sculley, e Boulware, e tutti quelli che adesso erano "in vacanza"
   Avevano un'altra cosa in comune: erano tutti soci della cosiddetta Scuola
Domenicale di Poker Cattolico-Romana di Teheran. Come Paul e Bill,
come lo stesso Taylor, erano tutti cattolici, a eccezione di Joe Poché (e di
Glenn Jackson, l'unico componente della spedizione che Taylor non aveva
individuato). Ogni domenica si radunavano nella missione cattolica di Te-
heran. Dopo la messa andavano tutti a pranzo a casa dell'uno o dell'altro. E
mentre le mogli cucinavano e i figli giocavano, gli uomini facevano qual-
che partita a poker.
   Non c'era niente di meglio del poker per rivelare il vero carattere di un
uomo.
   Se, come ormai sospettavano Taylor e Gallagher, Perot aveva chiesto a
Coburn di mettere insieme una squadra di uomini completamente fidati,
era inevitabile che Coburn avesse scelto quelli della "scuola di poker".
   «Vacanze un accidenti» disse Taylor a Gallagher. «Questa è una spedi-
zione di salvataggio.»

   La squadra ritornò nella casa sul lago il mattino del 4 gennaio e riprese
la discussione del piano.
   Simons aveva una pazienza infinita per quanto riguardava i dettagli, ed
era deciso a prepararsi per ogni possibile evenienza. In questo era aiutato
da Joe Poché, le cui domande instancabili - per quanto a Coburn sembras-
sero noiose - erano sempre costruttive, e portavano a numerosi migliora-
menti del programma.
   Innanzi tutto, Simons non era soddisfatto del sistema ideato per proteg-
gere i fianchi della squadra di salvataggio. L'idea che Schwebach e Sculley
sparassero a chiunque cercasse d'intromettersi era inaccettabile. Sarebbe
stato meglio creare una diversione per distrarre i poliziotti e i militari che
si trovassero nei pressi. Schwebach propose di incendiare una macchina in
fondo alla strada del carcere. Il colonnello non era sicuro che sarebbe ba-
stato... lui voleva far saltare in aria un edificio intero. Comunque, a
Schwebach fu assegnato il compito di preparare una bomba a tempo.
   Idearono una piccola precauzione che avrebbe potuto far loro acquistare
un paio di secondi. Simons sarebbe sceso dal furgone a una certa distanza
dal carcere e si sarebbe avvicinato alla cancellata. Se c'era via libera, a-
vrebbe fatto cenno al furgone di avvicinarsi.
   Un altro punto debole del piano era il problema di scendere dal mezzo e
salire sul tetto. Tutti quei movimenti avrebbero richiesto secondi preziosi.
E chissà se Paul e Bill, dopo le settimane trascorse in prigione, sarebbero
stati in grado di arrampicarsi su una scala a pioli e di saltare sul tetto di un
camioncino.
   Furono prese in esame tutte le soluzioni possibili - un'altra scala a pioli,
un materasso per terra, maniglie fissate al tetto - ma alla fine optarono per
quella più semplice: avrebbero praticato un'apertura nel tetto del furgone e
sarebbero usciti ed entrati di lì. Un'altra piccola miglioria, per quelli che
avrebbero dovuto lanciarsi giù attraverso l'apertura, era un materasso sul
pavimento del furgone per attutire la caduta.
   Durante la fuga avrebbero avuto tempo di cambiare aspetto. A Teheran
avevano deciso di portare jeans e giubbotti, e stavano incominciando a far-
si crescere barba e baffi per dare meno nell'occhio; ma sul furgone avreb-
bero caricato abiti a doppio petto e rasoi a batteria, e prima di lasciarlo per
passare sulle macchine si sarebbero rasati e avrebbero cambiato vestiti.
   Ralph Boulware, indipendente come sempre, non voleva saperne dei je-
ans e del giubbotto. In doppiopetto, con camicia bianca e cravatta, si senti-
va a suo agio e capace di farsi valere, soprattutto a Teheran, dove l'abbi-
gliamento occidentale elegante indicava che un uomo apparteneva alle
classi dominanti. Simons acconsentì: l'importante, disse, era che ciascuno
si sentisse a suo agio e sicuro di sé nel corso dell'operazione.
   Alla base aerea di Doshen Toppeh, dove intendevano partire con un jet
dell'aeronautica militare, c'erano aerei e personale sia americani sia irania-
ni. Gli americani, naturalmente, sarebbero stati lì ad aspettarli: ma cosa sa-
rebbe successo se le sentinelle iraniane, ai cancelli, avessero fatto storie?
Decisero che si sarebbero tutti muniti di carte d'identità militari false. Al-
cune mogli dei dirigenti dell'EDS avevano lavorato presso il comando mi-
litare di Teheran e avevano ancora i documenti relativi: Merv Stauffer se
ne sarebbe fatto consegnare uno da usare come modello per i falsi.
    Durante queste discussioni, notò Coburn, Simons non aveva ancora in-
nestato le marce alte. Fumava un sigaro dopo l'altro - Boulware gli diceva
«Non si preoccupi di morire ammazzato, morirà di cancro» - e si limitava
quasi esclusivamente a fare domande. I piani venivano decisi da tutti, tutti
dicevano la loro, e le decisioni venivano prese di comune accordo. Eppure
il rispetto di Coburn per Simons cresceva. Quell'uomo era capace, intelli-
gente, meticoloso e ricco d'immaginazione. Ed era anche spiritoso.
    Coburn si accorgeva che anche gli altri cominciavano a farsi un'idea
precisa del colonnello. Se qualcuno faceva una domanda sciocca, Simons
rispondeva bruscamente. Perciò esitavano prima di chiedere qualcosa, e si
domandavano come avrebbe reagito. In questo modo li stava abituando a
pensare come lui.
    Il secondo giorno, nella casa del lago, videro Simons indignato. Com'era
prevedibile, il colpevole fu il giovane Ron Davis.
    Erano tutti allegri, e Davis era il più allegro di tutti. Coburn l'approvava:
l'ilarità contribuiva ad allentare la tensione, in un'operazione simile. So-
spettava che anche Simons la pensasse così. Ma quella volta Davis esage-
rò.
    Simons teneva un pacchetto di sigari sul pavimento accanto alla sedia, e
altri cinque in cucina. Davis, che lo trovava simpatico e non ne faceva mi-
stero, disse con sincera preoccupazione: «Colonnello, lei fuma troppo, le
fa male».
    Per tutta risposta Simons gli lanciò l'Occhiata del Toro, ma Davis non vi
fece caso.
    Pochi minuti dopo andò in cucina e nascose i cinque pacchetti di sigari
nella lavastoviglie.
    Quando Simons finì il primo pacchetto andò a cercare gli altri e non li
trovò. Senza tabacco non funzionava. Stava per salire in macchina per an-
dare a comprare altri sigari quando Davis aprì la lavastoviglie e disse: «Li
ho messi qui».
    «Se li tenga, maledizione» borbottò Simons, e uscì.
    Quando tornò con altri cinque pacchetti disse a Davis: «Questi sono
miei. Non si azzardi a toccarli».
    Davis si sentì come un bambino messo in castigo. Quello fu il primo e
l'ultimo scherzo che fece al colonnello Simons.
    Mentre la discussione continuava, Jim Schwebach, seduto sul pavi-
mento, stava cercando di fabbricare una bomba.
    Sarebbe stato troppo pericoloso cercare di far passare una bomba, o an-
che i pezzi per costruirla, dalla dogana iraniana. «È un rischio che non
dobbiamo correre» disse Simons; quindi Schwebach doveva ideare un or-
digno che si potesse preparare con ingredienti facilmente reperibili in Iran.
   L'idea di far saltare in aria un edificio fu scartata: era troppo ambiziosa e
soprattutto c'era il pericolo di uccidere qualche innocente. Per creare una
diversione avrebbero incendiato una macchina. Schwebach sapeva prepa-
rare il "napalm istantaneo" con benzina, sapone in scaglie e un po' di nafta.
I due problemi erano il timer e la miccia. Negli Stati Uniti avrebbero usato
un timer elettrico collegato a un motorino; ma a Teheran avrebbe dovuto
accontentarsi di mezzi più primitivi.
   Schwebach accettò allegramente la sfida. Era appassionato di mecca-
nica: il suo orgoglio era una bruttissima Oldsmobile Cutlass del '73, ridotta
al minimo indispensabile, che filava come una palla da cannone.
   Incominciò a fare esperimenti con un antiquato contaminuti da cucina a
orologeria, che batteva un martelletto su un campanello. Fissò un fiammi-
fero al fosforo al martelletto e mise un pezzo di carta vetrata al posto del
campanello, per accendere il fiammifero che, a sua volta, avrebbe acceso
una miccia meccanica.
   Era un sistema che non dava affidamento, e destava grande ilarità tra gli
altri, che ridevano e fischiavano ogni volta che il fiammifero non si accen-
deva.
   Alla fine, Schwebach optò per il congegno a tempo più antico: una can-
dela.
   Provò a far bruciare una candela per controllare quanto impiegava a con-
sumarsi di due centimetri e mezzo, e quindi ne tagliò un'altra in modo che
durasse quindici minuti.
   Poi sbriciolò le capocchie di parecchi fiammiferi al fosforo, ridusse in
polvere il materiale infiammabile, e lo avvolse in un pezzetto di foglio
d'alluminio per cucina. Infilò il cartoccio nella base della candela: quando
questa bruciò completamente, riscaldò l'alluminio e le capocchie esplosero.
Il foglio d'alluminio era più sottile nella parte inferiore, in modo che l'e-
splosione si sfogasse verso il basso.
   La candela, con questa miccia primitiva ma sicura, fu infilata nel collo di
un recipiente di plastica grande quanto una borraccia e pieno di benzina
gelificata.
   «Basta accendere la candela e poi andarsene» spiegò Schwebach. «E do-
po un quarto d'ora scoppia un bell'incendio.»
   E poliziotti, soldati, rivoluzionari e passanti - più probabilmente alcune
guardie del carcere - avrebbero dedicato la loro attenzione a un'automobile
che bruciava a trecento metri di distanza mentre Ron Davis e Jay Coburn
scavalcavano la cancellata e si lanciavano nel cortile.

   Quel giorno lasciarono l'Hilton Inn. Coburn dormì nella casa sul lago,
gli altri presero alloggio all'Airport Marina - che era più vicino al lago di
Grapevine - eccettuato Ralph Boulware, che insistette per tornare a casa
dalla sua famiglia.
   Durante i quattro giorni successivi fecero ginnastica, acquistarono il ma-
teriale necessario, si allenarono al tiro a segno, studiarono ripetutamente il
piano d'attacco e lo perfezionarono ancora.
   I fucili da caccia si potevano acquistare a Teheran, ma l'unico tipo di
munizioni autorizzato dallo scià era rappresentato dai pallini per sparare
alla selvaggina da penna. Ma Simons era un esperto in materia, e quindi
decisero di portare le cartucce in Iran di contrabbando.
   Il guaio, quando si mettevano i pallettoni nelle cartucce per i pallini, era
che in proporzione ce ne stavano molto meno: il colpo avrebbe avuto
grande forza di penetrazione, ma la rosa sarebbe stata ridotta. Decisero di
usare il tipo n. 2, che avrebbe dato una rosa abbastanza ampia per mettere
fuori uso più di un uomo alla volta, ma aveva una penetrazione sufficiente
per fracassare il parabrezza d'una macchina inseguitrice.
   Nell'eventualità che le cose si mettessero veramente male, ogni com-
ponente della squadra avrebbe portato anche una fondina con una Walther
PPK. Merv Stauffer incaricò Bob Snyder, capo del servizio di sicurezza
dell'EDS, un uomo che capiva quando era il caso di far domande, di acqui-
stare le PPK al Ray's Sporting Goods di Dallas.
   Stauffer s'informò per scoprire quali aeroporti degli Stati Uniti non effet-
tuavano il controllo fluoroscopico dei bagagli in partenza. Uno era il Ken-
nedy.
   Schwebach comprò due valigie di Vuitton, più profonde delle valigie
normali, rigide e con gli angoli rinforzati. Accompagnato da Coburn, Da-
vis e Jackson, andò nel laboratorio di falegnameria nella casa di Perot a
Dallas: e incominciarono a fare le prove per dotare le valigie di un doppio
fondo.
   Schwebach era felice all'idea di far passare delle pistole nascoste nel
doppio fondo d'una valigia sotto il naso di doganieri iraniani. «Basta sape-
re come lavorano quelli, per non correre il rischio di farsi fermare» disse. Il
suo ottimismo non era condiviso dagli altri. Se l'avessero fermato e avesse-
ro scoperto le pistole, c'era un piano di riserva. Avrebbe dichiarato che la
valigia non era la sua. Sarebbe ritornato al servizio consegna bagagli e là,
naturalmente, avrebbe trovato un'altra valigia di Vuitton identica alla pri-
ma, ma piena di effetti personali e senza pistole.
   Quando fossero arrivati a Teheran avrebbero dovuto tenersi in contatto
con Dallas per telefono. Coburn era sicurissimo che gli iraniani intercettas-
sero le comunicazioni, e quindi la squadra ideò un codice molto semplice.
   GR significava A, GS B, GT C, e così via fino a GZ che significava I;
poi HA significava J, HB K, fino ad HR che stava per 2. I numeri dall'uno
al nove erano IA-II, lo zero era IJ.
   Avrebbero usato l'alfabeto militare, nel quale A è Alpha, B è Bravo, C è
Charlie e così via.
   Per brevità, avrebbero usato il codice solo per le parole chiave. La frase:
"Lui è con l'EDS" sarebbe diventata "E con Golf Victor Golf Uniform Ho-
tel Kilo".
   Facero tre sole copie della chiave del codice. Simons ne consegnò una a
Merv Stauffer, che sarebbe stato il contatto della squadra a Dallas. Le altre
due le diede a Jay Coburn e Pat Sculley che, anche senza nomine ufficiali,
in pratica erano diventati i suoi luogotenenti.
   Il codice avrebbe evitato una scoperta accidentale tramite un controllo
casuale delle telefonate ma - e gli esperti dei computer lo sapevano meglio
di chiunque - un sistema tanto semplice poteva venire decifrato in pochi
minuti da un esperto. Per maggiore precauzione, quindi, certe parole co-
muni erano indicate da speciali gruppi di lettere in codice: Paul era AG,
Bill era AH, l'ambasciata americana era GC e Teheran era AU. Perot veni-
va sempre indicato come il presidente, le pistole erano nastri, il carcere era
il centro dati, Kuwait era Oil Town, Istanbul era Resort, e l'attacco al car-
cere era il Piano A. Tutti dovevano imparare a memoria questi codici spe-
ciali.
   Se qualcuno di loro fosse stato interrogato a proposito del codice, avreb-
be dovuto rispondere che era usato per abbreviare le comunicazioni per te-
lescrivente.
   Il nome in codice del piano di salvataggio era "Operazione Hotfoot". Era
un acronimo inventato da Ron Davis: Help Our Two Friends Out Of Tehe-
ran - Aiutiamo i nostri amici a lasciare Teheran. A Simons piacque. «Ho-
tfoot è stato usato molte volte per altre operazioni» disse. «Ma per la prima
volta è veramente appropriato.»
   Provarono e riprovarono almeno cento volte l'attacco al carcere.
   Nel parco della casa sul lago, Schwebach e Davis inchiodarono un'asse
fra due alberi all'altezza di tre metri e mezzo, per rappresentare la cancella-
ta. Merv Stauffer portò un furgone preso in prestito dal servizio sicurezza
dell'EDS.
   Ogni volta, Simons si avvicinava a piedi alla "recinzione" e faceva un
segnale con la mano; Poché accostava il furgone e lo fermava; Boulware
saltava giù dallo sportello posteriore; Davis montava sul tetto e scavalcava
la cancellata; Coburn lo seguiva; poi anche Boulware saliva sul tetto e ca-
lava la scala a pioli nel "cortile"; "Paul" e "Bill", interpretati da Schwebach
e Sculley, che non avevano bisogno di provare la parte dei pali, salivano la
scala e scavalcavano la recinzione seguiti da Coburn e Davis; tutti saltava-
no precipitosamente a bordo del furgone e Poché partiva a tutta velocità.
   A volte si scambiavano i ruoli, in modo che ognuno imparasse a svolge-
re il lavoro di tutti gli altri. Stabilirono un ordine di priorità: così, se uno di
loro fosse stato messo fuori causa perché era ferito o per qualche altra ra-
gione, si sarebbe saputo automaticamente chi avrebbe preso il suo posto.
Schwebach e Sculley, nei ruoli di "Paul" e "Bill", a volte simulavano di
star male e dovevano venire portati di peso su per la scala e al di là della
recinzione.
   Il vantaggio della buona forma fisica risultò evidente durante le prove.
Davis riusciva a scavalcare la cancellata in un secondo e mezzo, toccando
appena due volte la scala; nessuno degli altri si avvicinava a quel primato.
   Una volta Davis passò troppo svelto e cadde malamente sul terreno gela-
to, slogandosi una spalla. Non era una lesione grave, ma diede un'idea a
Simons. Decise che Davis sarebbe andato a Teheran con il braccio al collo,
portando un sacchetto di bilie per esercitare i muscoli. Il sacchetto sarebbe
stato riempito di pallettoni del n. 2.
   Simons cronometrava i tempi dell'operazione di salvataggio, dall'istante
in cui il furgone si fermava accanto alla cancellata a quello in cui ripartiva
con tutti a bordo. Alla fine, secondo il cronometro, riuscirono a farcela in
meno di trenta secondi.
   Si esercitavano a sparare con le Walther PPK al tiro a segno di Garland.
Raccontarono al direttore che erano uomini del servizio di sicurezza pro-
venienti da tutto il paese per seguire un corso a Dallas, e dovevano eserci-
tarsi. Il direttore non credette a una parola, soprattutto dopo che T. J. Mar-
quez comparve, come un capo mafioso d'un film, con la giacca nera e il
cappello nero, e tirò fuori dieci Walther PPK e cinquemila colpi dal porta-
bagagli della sua Lincoln nera.
   Dopo quelle esercitazioni, tutti riuscirono a sparare decentemente, tranne
Davis. Simons gli consigliò di provare a sparare ventre a terra, perché
quella era la posizione in cui si sarebbe trovato nel cortile; e Davis miglio-
rò sensibilmente la mira.
   All'aperto c'era un freddo tremendo, e si radunavano tutti in una baracca
per cercare di scaldarsi, quando non sparavano... tutti, cioè, eccettuato Si-
mons, che restava fuori tutto il giorno come se fosse di granito.
   Ma non era di granito: quando salì sulla macchina di Merv Stauffer, al
termine della giornata, disse: «Cristo, che freddo».
   Il colonnello aveva incominciato a punzecchiarli perché erano troppo
molli. Parlavano sempre del ristorante dove sarebbero andati a mangiare e
di quello che avrebbero ordinato, diceva. Quando lui aveva fame, apriva
una scatoletta. Rideva quando vedeva qualcuno centellinare un drink:
quando lui aveva sete, riempiva d'acqua un bicchiere e la beveva tutta d'un
fiato, poi diceva: «Non l'ho versata per contemplarla». Una volta mostrò
agli altri come sapeva sparare: tutti i proiettili finirono al centro del bersa-
glio. Una volta Coburn lo vide a torso nudo: il suo fisico sarebbe stato ec-
cezionale anche in un uomo più giovane di vent'anni.
   Interpretava la parte del duro, insomma. Ma la cosa più strana era che
nessuno ne rideva. Con Simons non era una parte recitata: era la realtà.

   Una sera, nella casa sul lago, mostrò il modo migliore per uccidere un
uomo rapidamente e senza far rumore.
   Aveva ordinato a Merv Stauffer di acquistare coltelli Gerber per tutti,
corti e con le sottili lame a doppio taglio.
   «È piuttosto piccolo» commentò Davis, guardando il suo. «È lungo ab-
bastanza?»
   «Lo è, a meno che voglia affilarlo quando spunta dall'altra parte.»
   Chiamò Glenn Jackson e indicò sulla sua schiena il punto esatto dove si
trovava il rene. «Basta un colpo solo, qui. È letale» disse.
   «E non urlerebbe?» chiese Davis.
   «Il dolore è così forte che non riesce a gridare.»
   Mentre Simons stava dando quella dimostrazione entrò Merv Stauffer,
che si fermò a bocca aperta sulla soglia, reggendo tra le braccia due grossi
sacchetti di carta. Simons lo notò e disse: «Guardate lui... non riesce a dire
una parola, eppure nessuno lo ha ancora accoltellato».
   Merv rise e incominciò a distribuire i viveri che aveva portato. «Sapete
che cosa mi ha detto la ragazza del McDonald, nel ristorante completa-
mente deserto, quando le ho chiesto trenta hamburger e trenta porzioni di
patatine?»
  «Che cosa?»
  «Quello che dicono sempre: "Li mangia qui o li porta via?"»

   Simons si trovava benissimo a lavorare per un'azienda privata.
   Uno dei suoi peggiori problemi nell'esercito era stato costituito dai rifor-
nimenti. Persino quando aveva pianificato l'incursione di Son Tay, un'ope-
razione alla quale s'interessava di persona il presidente degli Stati Uniti,
aveva dovuto compilare moduli in sei copie e ottenere l'approvazione di
dodici generali ogni volta che aveva bisogno di una matita. E poi, quando
tutte le pratiche burocratiche erano state sbrigate, scopriva che il materiale
richiesto era esaurito, o bisognava aspettare quattro mesi la consegna, op-
pure - peggio ancora - quando il materiale arrivava non andava bene. Il
ventidue per cento delle capsule detonanti che aveva ordinato non scop-
piava. Aveva cercato di ottenere mirini a infrarossi per i suoi uomini. Ave-
va saputo che l'esercito aveva impiegato diciassette anni cercando di rea-
lizzarli, ma nel 1970 esistevano soltanto sei prototipi fatti a mano. Poi ave-
va scoperto che l'Armalite Corporation vendeva mirini a infrarossi effi-
cientissimi di fabbricazione britannica a meno di cinquanta dollari l'uno; e
li aveva portati in Vietnam.
   All'EDS non c'erano moduli da riempire né permessi da chiedere, alme-
no per quanto riguardava Simons: diceva a Merv Stauffer che cosa gli oc-
correva e Stauffer glielo procurava, di solito in giornata. Chiese e ottenne
dieci Walther PPK e diecimila munizioni; una serie di fondine di tipi di-
versi, da portarsi a sinistra o a destra, in modo che gli uomini potessero
scegliere quello che andava meglio; munizioni per i fucili da caccia, del
12, del 16 e del 20; indumenti pesanti per la squadra, inclusi giacche, muf-
fole, camicie, calzettoni e berretti di lana. Un giorno chiese centomila dol-
lari in contanti: due ore dopo T. J. Marquez arrivò alla casa sul lago por-
tando una busta con il denaro.
   Era molto diverso dall'esercito anche sotto molti altri aspetti. I suoi uo-
mini non erano soldati che poteva intimidire a urlacci: erano tra i più bril-
lanti giovani dirigenti d'azienda degli Stati Uniti. Fin dal primo momento il
colonnello aveva capito che non poteva assumere il comando. Doveva gua-
dagnarsi la loro devozione.
   Quegli uomini avrebbero obbedito a un ordine, se lo ritenevano giusto.
In caso contrario, avrebbero discusso. E questo andava benissimo nella sa-
la d'un consiglio d'amministrazione, ma molto meno sul campo di batta-
glia.
   Erano anche pieni di scupoli. La prima volta che si era parlato d'incen-
diare una macchina per creare una diversione, qualcuno aveva obiettato
che poteva andarci di mezzo qualche passante innocente. Simons ribatté
che avevano una mentalità da boy-scout e avevano paura di rimetterci le
medaglie al merito, e disse che erano tanti "Jack Armstrong", come il per-
sonaggio della radio che andava in giro a risolvere i delitti misteriosi e ad
aiutare le vecchiette ad attraversare la strada.
   Inoltre, tendevano a dimenticare che quello che stavano facendo era una
cosa seria. Scherzavano parecchio, soprattutto il giovane Ron Davis. Un
po' di buonumore andava benissimo in una squadra impegnata in una mis-
sione pericolosa, ma qualche volta Simons era costretto a farli smettere e a
ricondurli alla realtà con un brusco commento.
   Lasciò a tutti la possibilità di uscirne quando volevano. Prese di nuovo
in disparte Ron Davis e gli disse: «Lei sarà il primo a superare quella can-
cellata... non ha qualche riserva?».
   «Sicuro.»
   «Bene, altrimenti non la porterei con me. Supponiamo che Paul e Bill
non la seguano immediatamente. Supponiamo che si convincano che se si
dirigono verso la cancellata gli spareranno. Lei resterà lì bloccato e le
guardie la vedranno. Si troverà in un brutto guaio.»
   «Sicuro.»
   «Io ho sessant'anni e la mia vita l'ho vissuta. Diavolo, non ho niente da
perdere. Ma lei è giovane... e Marva è in stato interessante, no?»
   «Sicuro.»
   «È certo di voler venire?»
   «Sicuro.»
   Lavorava su tutti. Era inutile che dicesse di saperne più di loro; doveva-
no arrivare da soli a quella conclusione. E il suo atteggiamento da duro a-
veva lo scopo di far capire che d'ora innanzi le cose come star caldi, man-
giare, bere e preoccuparsi per i passanti innocenti non avrebbero dovuto
occupare in prevalenza il loro tempo e la loro attenzione. Anche le eserci-
tazioni di tiro e la lezione con il coltello avevano uno scopo recondito: l'ul-
tima cosa che Simons voleva, in quell'operazione, era che ci scappasse
qualche morto, ma imparare a uccidere avrebbe ricordato agli uomini che
la missione poteva essere questione di vita o di morte.
   Il fattore fondamentale della sua campagna psicologica era rappresentato
dalle interminabili prove dell'attacco al carcere. Simons era sicurissimo
che il carcere non era esattamente come l'aveva descritto Coburn, e che sa-
rebbe stato necessario modificare il piano. Un'incursione non andava mai
esattamente secondo il programma... e lui lo sapeva forse meglio di chiun-
que altro.
   Le prove per l'incursione di Son Tay erano durate settimane. Era stata
costruita una copia del campo di prigionia, in legno e teloni, alla base aerea
di Eglin in Florida. Era necessario smontarla tutte le mattine prima dell'al-
ba e rimontarla a notte, perché un satellite da ricognizione russo, il Cosmos
355, passava sopra la Florida due volte ogni ventiquattro ore. Ma era un
lavoro perfetto: ogni albero e ogni fosso del campo di Son Tay erano stati
riprodotti nella simulazione. E poi, dopo tutte quelle prove, quando erano
piombati su quello vero, uno degli elicotteri - l'elicottero che portava Si-
mons - era atterrato nel posto sbagliato.
   Simons non avrebbe mai dimenticato il momento in cui si era accorto
dell'errore. Il suo elicottero stava già ripartendo, dopo aver scaricato gli
uomini. Una guardia vietnamita, stupitissima, era uscita da una buca, e
Simons aveva sparato, centrandola al petto. Era incominciata una spara-
toria, poi era stato lanciato un bengala, e Simons aveva visto che gli edifici
intorno a lui non erano quelli del campo di Son Tay. «Di' a quel fottuto eli-
cottero di tornare qui!» aveva urlato al suo operatore radio. E aveva ordi-
nato al sergente di accendere un faretto per indicare il punto dell'atterrag-
gio.
   Sapeva dov'erano: a quattrocento metri da Son Tay, in un posto che sulle
carte topografiche dei servizi segreti figurava come una scuola. Non era af-
fatto una scuola. C'erano soldati nemici dappertutto. Era una caserma, e
Simons si rese conto che l'errore del suo pilota era stato un colpo di fortu-
na, perché adesso poteva lanciare un attacco preliminare e spazzar via un
contingente di militari nemici che altrimenti avrebbe messo in pericolo
l'intera operazione.
   Era stata la notte che lui s'era piazzato davanti a una baracca e aveva
sparato a ottanta uomini in mutande.
   No, nessuna operazione andava mai esattamente secondo i piani. Ma
imparare a eseguire alla perfezione il programma, del resto, rappresentava
solo uno degli scopi di quelle prove. L'altro - e nel caso degli uomini del-
l'EDS era lo scopo più importante - consisteva nell'imparare a lavorare in
gruppo. Oh, erano già straordinari da un punto di vista intellettuale - basta-
va dare a ognuno di loro un ufficio, una segretaria e un telefono, e tra tutti
avrebbero computerizzato il mondo - ma lavorare fisicamente insieme era
tutta un'altra faccenda. Quando avevano incominciato il 3 gennaio avreb-
bero faticato a spingere in acqua una barca a remi, tutti insieme. Cinque
giorni dopo funzionavano come una macchina.
  E questo era tutto ciò che si poteva fare lì nel Texas.
  Adesso dovevano andare a dare un'occhiata al carcere vero.
  Era venuto il momento di partire per Teheran.
  Simons disse a Stauffer che voleva incontrarsi di nuovo con Perot.
  Mentre la squadra si stava allenando per la missione, il presidente Carter
ebbe l'ultima occasione per impedire che in Iran scoppiasse una rivoluzio-
ne sanguinosa.
  E se la lasciò sfuggire.
  Ecco come andarono le cose.

   L'ambasciatore William Sullivan andò a dormire soddisfatto la sera del 4
gennaio, nel suo appartamento situato nella grande, fresca residenza del-
l'ambasciata, all'angolo tra viale Roosevelt e viale Takht-e-Jamshid, a Te-
heran.
   Il superiore di Sullivan, il segretario di Stato Cyrus Vance, per tutto no-
vembre e dicembre era stato impegnato con i negoziati di Camp David, ma
finalmente era tornato a Washington e si occupava dell'Iran... e diavolo, si
vedeva. I tentennamenti e le indecisioni erano finiti. I cablo con le istru-
zioni per Sullivan erano diventati energici e decisi. E soprattutto, gli Stati
Uniti avevano scelto finalmente una strategia per affrontare la crisi: avreb-
bero parlato con l'ayatollah Khomeini.
   L'idea era partita da Sullivan. Ormai era sicuro che lo scià avrebbe ab-
bandonato l'Iran e che Khomeini avrebbe fatto un ritorno trionfale. Il suo
compito, pensava, era mantenere buone relazioni tra l'America e l'Iran an-
che dopo il cambiamento di governo in modo che, quando tutto fosse fini-
to, l'Iran continuasse a essere un baluardo dell'influenza americana nel
Medio Oriente. Per far questo, era necessario aiutare le forze armate ira-
niane a mantenersi intatte e continuare a fornire aiuti militari al nuovo re-
gime.
   Sullivan aveva chiamato Vance al telefono e glielo aveva detto. Gli Stati
Uniti dovevano inviare a Parigi un emissario per incontrarsi con Khomei-
ni, aveva insistito l'ambasciatore. Bisognava dire a Khomeini che agli Stati
Uniti stava a cuore soprattutto mantenere l'integrità territoriale dell'Iran e
scongiurare l'influenza sovietica; che gli americani non volevano uno
scontro tra l'esercito iraniano e i rivoluzionari islamici; e che, quando l'aya-
tollah avesse preso il potere, gli Stati Uniti gli avrebbero assicurato la stes-
sa assistenza militare e le stesse forniture d'armi che avevano dato allo
scià.
   Era un piano audace. Molti avrebbero accusato gli Stati Uniti di abban-
donare un amico. Ma Sullivan era sicuro che per gli americani fosse venu-
to il momento di sganciarsi dallo scià e di pensare all'avvenire.
   Con sua grande soddisfazione, Vance s'era dichiarato d'accordo.
   Si era detto d'accordo persino lo scià. Stanco, apatico, non più disposto a
restare al potere a prezzo di spargimenti di sangue, lo scià non si era nep-
pure mostrato riluttante.
   Come emissario per i contatti con l'ayatollah, Vance aveva scelto Theo-
dore H. Eliot, un diplomatico che era stato consigliere economico a Tehe-
ran e parlava correntemente il Farsi. Sullivan era stato lietissimo di quella
scelta.
   Ted Eliot doveva arrivare a Parigi di lì a due giorni, il 6 gennaio.
   In una delle stanze degli ospiti, nella residenza dell'ambasciata, anche il
generale dell'aeronautica militare Robert "Dutch" Huyser stava andando a
dormire. Sullivan non era entusiasta della Missione Huyser quanto lo era
della Missione Eliot. Dutch Huyser, vicecomandante (agli ordini di Haig)
delle forze statunitensi in Europa, era arrivato il giorno prima per convin-
cere i generali iraniani ad appoggiare il nuovo governo di Bakhtiar. Sulli-
van conosceva Huyser. Era un magnifico soldato, ma non un diplomatico.
Non parlava il Farsi e non conosceva l'Iran. Ma anche se avesse avuto tutte
le qualifiche ideali, il suo sarebbe stato un compito disperato. Il governo
Bakhtiar non era riuscito neppure a ottenere l'appoggio dei moderati, e
Shahpur Bakhtiar era stato addirittura espulso dal Fronte Nazionale centri-
sta perché aveva accettato l'incarico dallo scià. Intanto l'esercito che Hu-
yser stava cercando invano di indurre a schierarsi con Bakhtiar continuava
a indebolirsi, via via che migliaia di soldati disertavano e si univano alle
orde rivoluzionarie che imperversavano per le strade. Il massimo che Hu-
yser poteva sperare di ottenere era tenere insieme l'esercito ancora per un
po', mentre a Parigi Eliot organizzava il ritorno pacifico dell'ayatollah.
   Se fosse andato tutto bene, per Sullivan sarebbe stato un enorme succes-
so, qualcosa di cui qualunque diplomatico avrebbe avuto motivo di andar
fiero per il resto della sua esistenza: il piano avrebbe rafforzato il suo paese
e avrebbe salvato innumerevoli vite.
   Mentre stava per addormentarsi, c'era solo una preoccupazione che lo
assillava. La Missione Eliot, nella quale riponeva tante speranze, era un
piano del Dipartimento di Stato, e a Washington veniva identificata con il
segretario di Stato Vance. La Missione Huyser era un'idea di Zbigniew
Brzezinski, il consigliere per la Sicurezza Nazionale. L'inimicizia tra Van-
ce e Brzezinski era nota a tutti. E in quel momento Brzezinski, dopo il ver-
tice di Guadalupa, era a pesca nei Caraibi con il presidente Carter. E men-
tre navigavano sul limpido mare azzurro, che cosa bisbigliava Brzezinski
all'orecchio del presidente?

   Il telefono svegliò Sullivan nelle prime ore del mattino.
   Era il funzionario di turno che chiamava dalla sala sotterranea delle co-
municazioni, nell'ambasciata, a pochi metri da lui. Da Washington era ar-
rivato un cablo urgente. Forse l'ambasciatore voleva vederlo subito.
   Sullivan si alzò, attraversò il prato ed entrò nell'ambasciata, assillato da
spiacevoli presentimenti.
   Il cablo annunciava che la Missione Eliot era stata annullata.
   La decisione era stata presa dal presidente. Non venivano chiesti i com-
menti di Sullivan sul cambiamento. Aveva l'ordine di riferire allo scià che
il governo degli Stati Uniti non intendeva più mettersi in contatto con l'a-
yatollah Khomeini.
   Sullivan era disperato.
   Era la fine per l'influenza americana in Iran. E significava anche che
Sullivan, personalmente, aveva perso l'occasione di distinguersi scon-
giurando una sanguinosa guerra civile.
   Inviò a Vance un messaggio sdegnato, affermando che il presidente ave-
va commesso un grave errore e avrebbe fatto bene a ripensarci.
   Ritornò a letto ma non riuscì a riaddormentarsi.
   La mattina dopo un altro cablo lo informò che la decisione del presi-
dente restava immutata.
   Stanco e sfiduciato, Sullivan si recò alla reggia per riferire allo scià.
   Quella mattina lo scià appariva teso. Invitò Sullivan a sedersi e gli offrì
l'inevitabile tazza di tè. Poi Sullivan gli disse che il presidente Carter aveva
annullato la Missione Eliot.
   Lo scià ne fu stupito. «Ma perché l'hanno annullata?» chiese, in tono
agitato.
   «Non so» rispose Sullivan.
   «Ma come sperano di influenzarli se non vogliono neppure parlare con
loro?»
  «Non so.»
  «Allora che intende fare Washington?» chiese lo scià, allargando le mani
in un gesto di disperazione.
  «Non so» disse Sullivan.

   «Ross, è una pazzia» dichiarò a gran voce Tom Luce. «Rovinerai la so-
cietà e rovinerai te stesso.»
   Perot guardò l'avvocato. Erano nel suo ufficio, e la porta era chiusa.
   Luce non era il primo che lo diceva. Durante la settimana, via via che al
sesto piano si spargeva la notizia, molti dirigenti dell'EDS erano venuti a
dirgli che la missione di salvataggio era un'idea pazzesca e pericolosa, e
che avrebbe fatto meglio a rinunciare. «Non preoccupatevi» aveva risposto
Perot. «Pensate a quello che dovete fare voi.»
   Tom Luce era loquace come al solito. Con una smorfia severa e un'aria
tribunalizia, arringava come se ad ascoltarlo ci fosse una giuria.
   «Io posso soltanto darti consigli da un punto di vista legale, ma sono ve-
nuto a dirti che questa operazione di salvataggio può causare problemi più
grossi e più gravi di quelli che hai adesso. Diavolo, Ross, non saprei nep-
pure incominciare a fare un elenco di tutte le leggi che hai intenzione di
violare!»
   «Prova» disse Perot.
   «Avrai un esercito mercenario... che è vietato qui, in Iran e in tutti i pae-
si che la squadra dovrebbe attraversare. Dovunque vadano, potrebbero ve-
nire incriminati, e in questo caso avresti dieci uomini in carcere anziché
due.
   «Ma c'è di peggio. I tuoi uomini si troverebbero in una situazione molto
peggiore dei soldati in combattimento... il diritto internazionale e la Con-
venzione di Ginevra, che proteggono i militari in uniforme, non protegge-
rebbero la squadra di salvataggio.
   «Se li catturano in Iran... Ross, li fucilano. Se li prendono in un paese
che ha un trattato d'estradizione con l'Iran, li rispediscono là e li fucilano.
Anziché avere due collaboratori innocenti in prigione, potresti ritrovarti
con otto collaboratori colpevoli morti.
   «E se questo avvenisse i parenti dei morti potrebbero prendersela con
te... comprensibilmente, perché questa faccenda sembrerà stupida. Le ve-
dove pretenderanno dall'EDS risarcimenti enormi. Faranno fallire la socie-
tà. Pensa ai diecimila dipendenti che si troverebbero senza lavoro, se an-
dasse così. Pensa a te... Ross, potrebbero venire formulate imputazioni che
farebbero finire te in galera.»
  Calmissimo, Perot disse: «Ti ringrazio del consiglio, Tom».
  Luce lo fissò. «Non riesco a fartela capire, eh?»
  Perot sorrise. «Ho capito benissimo, invece. Ma se vivi preoccupandoti
di tutte le cose spiacevoli che possono accadere, finisci per convincerti che
è meglio non far niente.»

   La verità era che Perot sapeva qualcosa che Luce non sapeva.
   Ross Perot era fortunato.
   Era sempre stato fortunato.
   A dodici anni consegnava i giornali nel povero quartiere negro di Texar-
kana. A quel tempo la "Texarkana Gazette" costava venticinque cent la
settimana, e la domenica, quando incassava il denaro, Ross si ritrovava con
quaranta-cinquanta dollari in spiccioli nella borsa. E ogni domenica, lungo
il percorso, qualche poveraccio che la sera prima aveva speso al bar la pa-
ga della settimana cercava di sottrarre il denaro al piccolo Ross. Era per
questo che gli altri ragazzi non volevano vendere i giornali nel quartiere.
Ma Ross non aveva paura. Andava a cavallo; i tentativi non erano mai ve-
ramente decisi; e lui era fortunato. Non ci aveva mai rimesso il suo denaro.
   Aveva avuto fortuna anche quando aveva ottenuto l'ammissione al-
l'accademia navale di Annapolis. Gli aspiranti all'iscrizione dovevano esse-
re presentati da un senatore o da un deputato al Congresso, e naturalmente
la famiglia Perot non aveva amicizie di quel genere. Comunque, il giovane
Ross non aveva mai neppure visto il mare... il viaggio più lungo che aveva
fatto era stato a Dallas, a 290 chilometri di distanza. Ma a Texarkana c'era
un giovane, Josh Morriss Junior, che era stato ad Annapolis e ne aveva
parlato a Ross, e Ross s'era innamorato della marina senza aver mai visto
una nave. Perciò continuava a scrivere ai senatori per chiedere una presen-
tazione. Ci riuscì - come sarebbe riuscito tante altre volte nella vita - per-
ché era troppo ostinato per rendersi conto che era impossibile.
   Soltanto molti anni dopo venne a sapere com'era andata, Un giorno, nel
1949, il senatore W. Lee O'Daniel stava sgombrando la sua scrivania; era
al termine del suo mandato e non aveva intenzione di ripresentarsi candi-
dato. Un collaboratore gli disse: «Senatore, abbiamo un posto all'accade-
mia navale che non è stato assegnato».
   «C'è qualcuno che lo vuole?» aveva detto il senatore.
   «Ecco, ci sarebbe quel ragazzo di Texarkana che da anni sta cercando
di...»
   «Lo assegni a lui.»
   A quanto venne a sapere Perot, durante la conversazione non era stato
neppure pronunciato il suo nome.
   Era stato fortunato quando aveva creato l'EDS. Quando era venditore di
computer per conto dell'IBM, s'era accorto che non sempre i suoi clienti
sfruttavano nel modo migliore le macchine che vendeva. Il data
processing era una specializzazione nuova. Le banche conoscevano bene
la tecnica bancaria, le compagnie d'assicurazione conoscevano bene le tec-
niche assicurative, i fabbricanti sapevano produrre... e gli specialisti dei
computer s'intendevano di data processing. Il cliente non voleva la mac-
china: voleva le informazioni rapide e a buon prezzo che la macchina po-
teva fornire. Eppure, troppo spesso il cliente impiegava tanto tempo a crea-
re il suo servizio di data processing e a imparare a usare la macchina che il
suo computer gli causava nuove difficoltà e spese anziché ridurle. L'idea di
Perot era vendere un servizio data processing completo, con macchinario,
software e personale. Il cliente doveva soltanto dire, in termini molto sem-
plici, quali informazioni voleva, e l'EDS gliele dava. E allora poteva conti-
nuare a fare quello che sapeva fare bene... come banca, come assicurazione
o come fabbricante.
   L'IBM respinse l'idea di Perot. La concezione era buona, ma avrebbe re-
so troppo poco. Su ogni dollaro speso per il data processing, l'ottanta per
cento andava all'hardware, il macchinario, e solo il venti per cento al sof-
tware... che era ciò che Perot voleva vendere. L'IBM non voleva perdere
tempo a correr dietro agli spiccioli.
   Perciò Perot prelevò mille dollari dai suoi risparmi e si mise in proprio.
Nel decennio seguente le percentuali cambiarono, fino a quando il softwa-
re arrivò ad assorbire il settanta per cento delle spese per il data
processing e Perot divenne uno degli uomini più ricchi del mondo.
   Un giorno il presidente dell'IBM, Tom Watson, incontrò Perot in un ri-
storante e gli chiese: «Vorrei sapere una cosa, Ross. Aveva previsto che le
percentuali sarebbero cambiate?».
   «No» rispose Perot. «A me andava bene il venti per cento.»
   Sì, era fortunato: ma doveva lasciare alla fortuna lo spazio per operare.
Era inutile starsene seduto in un angolo e essere prudente. Non c'era la
possibilità di avere fortuna, se non si rischiava. Perot aveva rischiato per
tutta la vita.
   Quel rischio era semplicemente il più grosso di tutti.
   Merv Stauffer entrò nell'ufficio. «Pronto?» chiese.
   «Sì.»
   Perot si alzò e uscirono. Scesero con l'ascensore e presero la macchina di
Stauffer, una Lincoln Versailles quattro porte, nuova di zecca. Perot lesse
la targhetta sul cruscotto: «Merv e Helen Stauffer». L'interno della mac-
china era saturo dell'odore dei sigari di Merv.
   «Lui ti sta aspettando» disse Stauffer.
   «Bene.»
   La società petrolifera di Perot, la Petrus, aveva gli uffici nel palazzo ac-
canto, in Forest Lane. Stauffer vi aveva già accompagnato Simons, poi era
venuto a prendere Perot. Al termine dell'incontro avrebbe riportato Perot
all'EDS e quindi sarebbe tornato a recuperare Simons. Lo scopo di quella
manovra era mantenere il segreto: Perot e Simons dovevano farsi vedere
insieme il meno possibile.
   Negli ultimi sei giorni, mentre Simons e i suoi uomini erano al lavoro
sul lago di Grapevine, le prospettive di una soluzione legale del problema
di Paul e Bill erano svanite. Kissinger, dopo il fallimento del tentativo con
Ardeshir Zahedi, non poteva fare altro. L'avvocato Tom Luce aveva tele-
fonato a tutti i ventiquattro deputati texani, ai due senatori e a chiunque al-
tro, a Washington, fosse disposto ad ascoltarlo; ma quelli si limitavano a
chiamare il Dipartimento di Stato per scoprire come stavano le cose, e le
chiamate finivano tutte nell'ufficio di Henry Precht.
   Il dirigente finanziario dell'EDS, Tom Walter, non aveva ancora trovato
una banca disposta a fare una lettera di credito per 12.750.000 dollari. La
difficoltà, come aveva spiegato a Perot, era questa: secondo le leggi ameri-
cane una persona o una società poteva annullare una lettera di credito se
c'era la prova che era stata firmata in seguito a pressioni illegali, per esem-
pio un ricatto o un sequestro di persona. Le banche interpretavano l'arresto
di Paul e Bill come un caso di estorsione puro e semplice, e sapevano che
l'EDS avrebbe potuto sostenere, in un tribunale americano, che la lettera
non era valida e che il denaro non doveva venire versato. In teoria, la cosa
non aveva importanza, perché nel frattempo Paul e Bill sarebbero rientrati
in patria, e la banca americana avrebbe semplicemente - e in perfetta lega-
lità - rifiutato di onorare la lettera di credito quando il governo iraniano
l'avesse presentata per la riscossione. Tuttavia, quasi tutte le banche ameri-
cane erano esposte con l'Iran per somme enormi date in prestito, e temeva-
no che gli iraniani per rappresaglia deducessero i 12.750.000 dollari dai lo-
ro debiti. Walter stava ancora cercando una grande banca che non avesse
prestato denaro all'Iran.
   Quindi, purtroppo, l'Operazione Hotfoot era ancora la miglior speranza
di Perot.
   Perot lasciò Stauffer al parcheggio ed entrò nella sede della compagnia
petrolifera.
   Andò nel suo uffico e trovò Simons. Il colonnello mangiava noccioline e
ascoltava una radio portatile. Perot intuì che le noccioline erano il suo
pranzo e che la radio doveva servire a rintronare i congegni d'ascolto che
potevano essere nascosti nella stanza.
   Si strinsero la mano. Perot notò che Simons si stava facendo crescere la
barba. «Come vanno le cose?» domandò.
   «Bene» rispose Simons. «La squadra comincia a prendere forma.»
   «Lei si rende conto» disse Perot, «che può rifiutare gli uomini di cui non
è soddisfatto.» Un paio di giorni prima Perot aveva proposto di aggregare
alla squadra un uomo che conosceva Teheran e aveva un ragguardevole
passato militare, ma Simons l'aveva rifiutato dopo un breve colloquio di-
cendo: «Quello crede alle sue fesserie». Ora Perot si chiedeva se, durante
l'addestramento, il colonnello aveva trovato qualcosa che non andava in
qualcuno degli altri. Proseguì: «Lei è il responsabile della missione e...».
   «Non è necessario» disse Simons. «Non intendo rifiutare nessuno.» Rise
sottovoce. «Sono gli uomini più intelligenti con i quali abbia mai lavorato
e questo crea un problema, perché pensano che gli ordini devono essere di-
scussi, non obbediti. Ma stanno imparando a smettere di pensare con la lo-
ro testa, quando è necessario. Ho detto chiaro che a un certo momento del
gioco le discussioni finiscono e occorre un'obbedienza assoluta.»
   Perot sorrise. «Allora ha ottenuto più lei in sei giorni di quanto abbia ot-
tenuto io in sedici anni.»
   «Qui a Dallas non possiamo fare di più» disse Simons. «Ora dobbiamo
raggiungere Teheran.»
   Perot annuì. Quella poteva essere l'ultima occasione per annullare l'Ope-
razione Hotfoot. Quando la squadra avesse lasciato Dallas, sarebbe stata
lontana dai contatti e soprattutto dal suo controllo. Il dado era tratto.
   Ross, è pazzesco. Rovinerai la società e rovinerai te stesso.
   Diavolo, Ross, non saprei neppure incominciare a fare un elenco di tutte
le leggi che hai intenzione di violare!
   Anziché avere due collaboratori innocenti in prigione, potresti ritrovarti
con otto collaboratori colpevoli morti.
   Ecco, ci sarebbe quel ragazzo di Texarkana che da anni sta cercando
di...
  «Quando intende partire?» chiese Perot a Simons.
  «Domani.»
  «Buona fortuna» disse Perot.

                                        V

   Mentre Simons parlava con Perot a Dallas, Pat Sculley - il bugiardo me-
no convincente del mondo - era a Istanbul e stava cercando invano di but-
tare fumo negli occhi di un turco astutissimo.
   Il signor Fish era un agente di viaggi che era stato "scoperto" durante
l'evacuazione di dicembre da Merv Stauffer e T.J. Marquez. Si erano rivol-
ti a lui perché organizzasse la sosta degli evacuati a Istanbul, e aveva fatto
miracoli. Li aveva sistemati tutti allo Sheraton e aveva trovato gli autobus
per portarli dall'aeroporto all'albergo. Quando erano arrivati a destinazione,
avevano trovato un pasto che li aspettava. Avevano lasciato a lui l'incarico
di ritirare i bagagli e di farli passare dalla dogana, e i bagagli erano apparsi
come per magia davanti alle rispettive stanze. Il giorno dopo c'erano stati
telefilm per i bambini e gite turistiche per gli adulti, perché nessuno si an-
noiasse in attesa dei voli per New York. Il signor Fish era riuscito a realiz-
zare tutto questo mentre gran parte del personale dell'albergo era in sciope-
ro... più tardi T.J. aveva scoperto che era stata la signora Fish a rifare i let-
ti. Dopo la prenotazione dei voli per il proseguimento del viaggio, Merv
Stauffer aveva deciso di riprodurre un volantino con le istruzioni per tutti,
ma la fotocopiatrice dell'albergo era rotta: il signor Fish aveva trovato un
elettricista che l'aveva riparata alle cinque del mattino di domenica. Il si-
gnor Fish ci sapeva fare.
   Simons era ancora preoccupato per il problema di far entrare clande-
stinamente a Teheran le Walther PPK, e quando aveva saputo che il signor
Fish aveva prodigiosamente fatto passare attraverso la dogana turca i ba-
gagli degli sfollati, aveva proposto di affidare a lui la soluzione del pro-
blema delle pistole. Sculley era partito per Istanbul l'8 gennaio.
   Il giorno dopo s'incontrò con il signor Fish nel caffè dello Sheraton. Il
signor Fish era un uomo grasso sulla cinquantina, vestito modestamente.
Ma era furbo: Sculley non era in grado di tenergli testa.
   Sculley gli disse che l'EDS aveva bisogno di aiuto per sbrogliare due
problemi. «Innanzi tutto, ci serve un aereo che possa arrivare a Teheran e
ripartire. In secondo luogo, vogliamo far passare certi bagagli dalla dogana
senza che vengano ispezionati. Naturalmente, pagheremo qualunque som-
ma ragionevole in cambio di un aiuto.»
   Il signor Fish sembrava dubbioso. «Perché volete fare tutto questo?»
   «Ecco, abbiamo certi nastri magnetici per i sistemi dei computer di Te-
heran» disse Sculley. «Dobbiamo farli arrivare a destinazione e non pos-
siamo correre rischi. Non vogliamo che qualcuno li passi ai raggi X o fac-
cia altre cose che possano danneggiarli, e non possiamo permettere che
qualche doganiere li confischi.»
   «E per questo avete bisogno di noleggiare un aereo e di far passare i ba-
gagli attraverso la dogana senza che vengano aperti?»
   «Sì, infatti.» Sculley capiva benissimo che il signor Fish non credeva
neppure una parola.
   Il signor Fish scrollò la testa. «No, signor Sculley. È stato un piacere
aiutare i suoi amici, l'altra volta, ma sono un agente di viaggi, non un con-
trabbandiere. Questo non posso farlo.»
   «E l'aereo... può procurarci un aereo?»
   Anche questa volta il signor Fish scosse il capo. «Dovrete andare ad
Amman, in Giordania. Le Arab Wings hanno voli charter per Teheran. È il
consiglio migliore che posso darle.»
   Sculley alzò le spalle. «Sta bene.»
   Qualche minuto dopo lasciò il signor Fish, salì in camera sua e chiamò
Dallas.
   Il suo primo incarico come componente della squadra di salvataggio non
era andato bene.
   Quando Simons ne fu informato decise di lasciare a Dallas le Walther
PPK.
   Lo spiegò a Coburn: «Non possiamo mettere in pericolo l'intera missio-
ne proprio all'inizio, quando non siamo neppure certi che avremo bisogno
delle pistole. È un rischio che non dobbiamo correre, almeno per ora. En-
triamo in Iran e vediamo con che cosa abbiamo a che fare. Se e quando a-
vremo bisogno delle pistole, Schwebach tornerà a Dallas a prenderle».
   Le pistole vennero messe nel sotterraneo blindato dell'EDS, insieme a un
utensile che Simons aveva ordinato per limare i numeri di serie. (Poiché
era vietato, questo sarebbe stato fatto solo all'ultimo momento.)
   Tuttavia, avrebbero preso la valigia a doppio fondo, tanto per fare una
prova. Avrebbero portato anche i pallettoni n. 2 - li avrebbe portati Davis
nel sacchetto - e l'equipaggiamento che occorreva a Simons per sistemarli
nelle cartucce... questo l'avrebbe portato il colonnello.
   Era inutile passare da Istanbul, perciò Simons mandò Sculley a Parigi a
prenotare l'albergo e cercare di procurarsi i posti per la squadra su un volo
per Teheran.
   Il resto della squadra partì dall'aeroporto regionale di Dallas-Fort Worth
alle 11 e 05 del mattino del 10 gennaio con il volo 341 della Braniff per
Miami; lì cambiò aereo e prese il National 4 per Parigi.
   La mattina dopo, Sculley li attendeva all'aeroporto di Orly, nella galleria
tra il ristorante e il caffè.
   Coburn notò che Sculley era nervoso. A quanto pareva, erano tutti con-
tagiati dalla preoccupazione per la sicurezza che assillava Simons. Sebbe-
ne avessero viaggiato tutti sullo stesso aereo in arrivo dagli Stati Uniti, si
erano seduti in posti separati e avevano fatto finta di non conoscersi. A Pa-
rigi, Sculley era preoccupato per il personale dell'Hilton di Orly e sospet-
tava che qualcuno ascoltasse le sue telefonate; quindi Simons - che del re-
sto si sentiva sempre a disagio negli alberghi - aveva deciso di discutere
nella galleria.
   Sculley aveva fallito il secondo incarico: assicurare le prenotazioni per
la squadra da Parigi a Teheran. «Moltissime linee aeree non vanno più in
Iran per la situazione politica e lo sciopero all'aeroporto» disse. «I pochi
voli rimasti sono tutti prenotati da iraniani che cercano di tornare in patria.
L'unica cosa che ho saputo è che forse un aereo della Swissair partirà per
Teheran da Zurigo.»
   Si divisero in due gruppi. Simons, Coburn, Poché e Boulware sarebbero
andati a Zurigo e avrebbero cercato di prendere il volo della Swissair.
Sculley, Schwebach, Davis e Jackson sarebbero rimasti a Parigi.
   Il gruppo di Simons raggiunse Zurigo con un aereo della Swissair. Co-
burn sedeva a fianco del colonnello. Trascorsero tutto il tempo del volo
consumando un delizioso pranzo a base di gamberetti e bistecche. Simons
non finiva più di elogiarlo. Coburn rideva tra sé, ricordando che proprio lui
aveva detto: «Quando avete fame potete aprire una scatoletta».
   All'aeroporto di Zurigo il banco delle prenotazioni per il volo per Tehe-
ran era assediato dagli iraniani. Era disponibile un solo posto. Chi sarebbe
andato? Decisero per Coburn. Lui aveva i compiti logistici: come direttore
del personale e organizzatore dell'evacuazione conosceva meglio di chiun-
que altro le risorse dell'EDS a Teheran: 150 case e appartamenti vuoti, 60
macchine e jeep abbandonate, 200 dipendenti iraniani (fidati e no), e i vi-
veri, le bevande e il materiale lasciati dagli sfollati. Arrivando sul posto
per primo, Coburn poteva organizzare i trasporti, i rifornimenti e un na-
scondiglio adatto a ospitare il resto della squadra.
  Perciò Coburn si congedò dagli amici e salì su un aereo diretto verso il
caos, la violenza e la rivoluzione.
  Quello stesso giorno, all'insaputa di Simons e dell'intera squadra, Ross
Perot prese il volo 172 della British Airways da New York per Londra.
Anche lui era diretto a Teheran.

   Il volo da Zurigo a Teheran fu anche troppo breve.
   Coburn trascorse il tempo ansiosamente, riesaminando tra sé le cose che
doveva fare. Non poteva preparare un elenco: Simons non voleva che si
mettesse nulla per iscritto.
   Il suo primo compito era passare dalla dogana con la valigia a doppio
fondo. Non c'erano le pistole: se qualcuno l'avesse esaminata e avesse sco-
perto lo scomparto segreto, Coburn avrebbe dovuto dire che serviva per il
trasporto di delicati apparecchi fotografici.
   Poi doveva scegliere alcuni appartamenti e case abbandonati da proporre
a Simons come nascondigli. Quindi doveva trovare le macchine e assicu-
rarsi che ci fosse la benzina per farle marciare.
   A Keane Taylor, Rich Gallagher e ai dipendenti iraniani dell'EDS dove-
va raccontare che era venuto per organizzare la spedizione degli effetti
personali degli sfollati. Coburn aveva detto a Simons che sarebbe stato
meglio mettere Taylor a parte del segreto, dato che sarebbe stato prezioso
per la missione. Simons aveva replicato che avrebbe preso una decisione
dopo aver incontrato Taylor.
   Coburn si chiedeva come sarebbe riuscito a darla a bere all'ex sergente
dei marines. Se lo stava ancora chiedendo quando l'aereo atterrò.
   Nel terminal, tutto il personale indossava uniformi dell'esercito. Era così
che l'aeroporto veniva tenuto aperto nonostante lo sciopero, pensò Coburn:
erano i militari a farlo funzionare.
   Prese la valigia con il doppio fondo e passò dalla dogana. Nessuno lo
fermò.
   La sala degli arrivi era uno zoo. La folla in attesa era più indisciplinata
che mai. L'esercito non faceva affatto funzionare l'aeroporto con criteri mi-
litareschi.
   Si fece largo tra la ressa e raggiunse il posteggio dei taxi. Girò intorno a
due uomini che se ne stavano disputando uno e prese quello successivo.
   Entrando in città, Coburn notò una grande quantità di mezzi militari sul-
la strada, soprattutto nei pressi dell'aeroporto. I carri armati erano molto
più numerosi di quando era partito. Era segno che lo scià aveva ancora in
pugno la situazione? A sentire la stampa, lo scià parlava come se l'avesse;
ma altrettanto faceva Bakhtiar. E anche l'ayatollah, il quale aveva appena
annunciato la formazione del Consiglio della rivoluzione islamica con il
compito di governare, come se fosse già al potere a Teheran anziché in una
villa nei pressi di Parigi. Per la verità non comandava nessuno; e questo,
sebbene intralciasse le trattative per il rilascio di Paul e Bill, probabilmente
sarebbe stato utile alla squadra dei liberatori.
   Il taxi lo portò all'ufficio che chiamavano Bucarest; e lì trovò Keane Ta-
ylor. Adesso era Taylor che dirigeva la sede, perché Lloyd Briggs era an-
dato a New York per spiegare personalmente ai legali dell'EDS come sta-
vano le cose. Taylor era seduto alla scrivania di Chiapparone e portava un
immacolato abito con gilè, come se fosse a un milione di miglia dalla rivo-
luzione anziché proprio nel mezzo. Rimase di stucco quando vide Coburn.
   «Jay! Quando diavolo sei arrivato?»
   «Adesso» rispose Coburn.
   «E quella barba? Stai cercando di farti licenziare?»
   «Pensavo che qui servisse a farmi sembrare meno americano.»
   «Hai mai visto un iraniano con la barba rossiccia?»
   «No.» Coburn rise.
   «Cosa sei venuto a fare?»
   «Ecco, è evidente che non torneremo qui molto presto, quindi sono ve-
nuto per far spedire negli Stati Uniti la roba di tutti i nostri.»
   Taylor gli lanciò un'occhiata strana ma non fece commenti. «E dove al-
loggerai? Noi ci siamo trasferiti tutti all'Hyatt Crown Regency. È più sicu-
ro.»
   «Ti dispiacerebbe se prendessi la tua vecchia casa?»
   «Come vuoi.»
   «Ora vediamo un po'. Tu hai le buste che ti hanno lasciato tutti, con le
chiavi delle case e delle macchine e le istruzioni che riguardano i mobili e
il resto?»
   «Certo che le ho io... mi servono come guida. Sto vendendo tutto quello
che i nostri non vogliono farsi spedire a casa... lavatrici e frigoriferi e così
via. Ho in corso una specie di liquidazione di casalinghi.»
   «Posso avere le buste?»
   «Sicuro.»
   «Come stiamo a macchine?»
   «Le abbiamo rastrellate quasi tutte. Le ho fatte mettere in una scuola, e
ci sono alcuni iraniani che le custodiscono... se non le stanno vendendo.»
   «E la benzina?»
   «Rich si è fatto dare quattro bidoni da cinquantacinque galloni dall'ae-
ronautica e li abbiamo sistemati in cantina.»
   «M'era parso di sentire odore di benzina, infatti, quando sono arrivato.»
   «Non accendere un fiammifero là sotto, o salteremo in aria tutti quanti.»
   «Come fate per i rifornimenti?»
   «Usiamo come navi cisterna due macchine... una Buick e una Chevrolet,
che hanno i serbatoi molto grandi. Due dei nostri autisti passano le giorna-
te a fare la coda ai distributori. Quando hanno fatto il pieno tornano qui e
noi travasiamo la benzina nei bidoni, e poi rimandiamo le macchine a fare
la coda. Qualche volta si riesce a saltarla: ti rivolgi a qualcuno che ha ap-
pena fatto il pieno e gli offri di pagargli la benzina dieci volte di più di
quel che l'ha pagata lui. Intorno ai distributori è nato un intero sistema di
economia.»
   «E il Combustibile per le case? Per il riscaldamento?»
   «Abbiamo uno che ce lo procura, ma mi fa pagare dieci volte il vecchio
prezzo. Sto spendendo come un marinaio ubriaco.»
   «Avrò bisogno di dodici macchine.»
   «Dodici macchine, Jay?»
   «Esattamente.»
   «A casa mia avrai lo spazio per metterle... c'è un grande cortile cintato.
Senti... per caso... non vorresti poter fare il pieno senza che i dipendenti i-
raniani ti vedano?»
   «Certo.»
   «Allora porta una macchina a secco all'Hyatt e te ne darò in cambio una
con il serbatoio pieno.»
   «Quanti iraniani abbiamo ancora?»
   «Dieci dei migliori e quattro autisti.»
   «Vorrei un elenco dei loro nomi.»
   «Sapevi che sta per arrivare Ross?»
   «No, merda!» Coburn era sbalordito.
   «L'ho appena saputo. Sta portando qui Bob Young dal Kuwait, che mi
toglierà dalle spalle queste beghe amministrative, e John Howell perché si
occupi delle questioni legali. Vogliono che io collabori con John nelle trat-
tative per la cauzione e il resto.»
   «Davvero?» Coburn si chiese che cosa aveva in mente Perot. «Bene, al-
lora vado a casa tua.»
   «Jay, perché non mi dici cosa bolle in pentola?»
  «Non c'è niente che possa dirti.»
  «Vai al diavolo, Coburn. Voglio sapere cosa sta succedendo.»
  «Ti ho già detto tutto.»
  «Allora vai al diavolo di nuovo. Aspetta di vedere le macchine che ti da-
rò... sarai fortunato se avranno il volante.»
  «Scusami.»
  «Jay...»
  «Sì.»
  «La tua è la valigia più strana che abbia mai visto.»
  «Sì, è vero.»
  «Io so che cosa sei venuto a fare, Coburn.»
  Coburn sospirò. «Andiamo a fare due passi.»

   Uscirono e Coburn parlò a Taylor della squadra di salvataggio.
   L'indomani Coburn e Taylor incominciarono a scegliere i nascondigli.
   La casa di Taylor, al numero 2 di via Aftab, era l'ideale. Era vicina al-
l'Hyatt e quindi comoda per lo scambio delle macchine, e si trovava nel
quartiere armeno della città, dove gli americani avrebbero probabilmente
trovato meno ostilità se i disordini si fossero aggravati. Il telefono funzio-
nava e c'era una scorta di gasolio per il riscaldamento. Il cortile cintato era
abbastanza grande per parcheggiare sei macchine, e c'era un ingresso po-
steriore che avrebbe permesso di squagliarsela se la polizia si fosse presen-
tata alla porta principale. E il padrone di casa non abitava lì.
   Consultando la pianta topografica di Teheran appesa nell'ufficio di Co-
burn che, dal tempo dell'evacuazione, indicava la posizione di tutte le case
dei dipendenti dell'EDS, scelsero altre tre abitazioni vuote come nascondi-
gli alternativi.
   Durante il giorno, mentre Taylor provvedeva a fare il pieno alle macchi-
ne, Coburn le portò una ad una dal Bucarest alle case, parcheggiandone tre
davanti a ognuna delle quattro abitazioni.
   Consultò di nuovo la carta stradale e cercò di ricordare quali tra le mogli
dei dipendenti avevano lavorato per il comando americano, perché le fa-
miglie che facevano acquisti allo spaccio militare avevano sempre i viveri
migliori. Fece un elenco di otto nomi. L'indomani sarebbe andato a far vi-
sita a tutti e avrebbe chiesto viveri in scatola e bottiglie di bevande per i
nascondigli.
   Scelse un quinto appartamento ma non andò a vederlo. Doveva essere
una "casa sicura", come si dice nel gergo dello spionaggio, un nascondiglio
in caso di emergenza: nessuno vi sarebbe andato fino al momento in cui si
fosse reso necessario usarlo.
   Quella sera, mentre era solo nell'appartamento di Taylor, chiamò Dallas
e chiese di Merv Stauffer.
   Stauffer era gioviale come sempre. «Salve, Jay! Come va?»
   «Benone.»
   «Sono contento che mi abbia chiamato, perché ho un messaggio per lei.
Ha una matita?»
   «Sì.»
   «Bene. Onky Keith Goofball Zero Honky Dummy...»
   «Merv» l'interruppe Coburn.
   «Sì?»
   «Cosa diavolo sta dicendo, Merv?»
   «È il codice, Jay.»
   «Che cos'è Honky Keith Goofball?»
   «H è Honky, K è Keith...»
   «Merv, H è Hotel, K è Kilo...»
   «Oh» disse Stauffer, «non sapevo che fosse necessario usare certe parole
precise...»
   Coburn rise. «Senta» disse, «si faccia spiegare da qualcuno l'alfabeto mi-
litare, la prossima volta.»
   Anche Stauffer rideva. «Sicuro» disse. «Ma credo che per questa volta
dovremo arrangiarci con la mia versione.»
   «D'accordo. Proceda pure.»
   Coburn trascrisse il messaggio in codice e poi, sempre in codice, diede a
Stauffer l'indirizzo e il numero di telefono. Quando ebbe riattaccato, deci-
frò il messaggio ricevuto.
   Era una bella notizia. Simons e Joe Poché sarebbero arrivati a Teheran il
giorno dopo.

  L'11 gennaio - il giorno in cui Coburn arrivò a Teheran e Perot partì per
Londra - Paul e Bill erano in carcere esattamente da due settimane.
  Avevano fatto la doccia una volta sola. Quando le guardie vennero a sa-
pere che c'era l'acqua calda, assegnarono ai detenuti di ogni cella cinque
minuti nelle docce. Dimenticando il pudore, gli uomini si affollarono per
potersi pulire e scaldare almeno per un po'. E lavarono anche tutti i loro
indumenti.
  Dopo una settimana il carcere aveva esaurito le bombole del gas, e quin-
di il vitto, oltre a essere colloso e molto scarso di verdure, adesso era anche
freddo. Fortunatamente, erano autorizzati a integrarlo con le arance, le me-
le e le noci portate dai visitatori.
   Molte sere l'elettricità veniva a mancare per un'ora o due, e allora i dete-
nuti accendevano candele o lampade tascabili. Il carcere era pieno di vi-
ceministri, appaltatori del governo e uomini d'affari di Teheran. Con Paul e
Bill, nella cella numero 5, c'erano due funzionari della corte dell'imperatri-
ce. L'ultimo arrivato era il dottor Siazi, che aveva lavorato al ministero del-
la Sanità agli ordini del dottor Sheik come direttore del servizio Riabilita-
zione. Siazi era psichiatra, e si serviva della sua conoscenza della mente
umana per tenere alto il morale dei compagni di prigionia. Inventava di
continuo giochi e svaghi per ravvivare la tetra routine; istituì una specie di
rito serale che imponeva a tutti di raccontare una storiella divertente prima
di mangiare. Quando seppe l'ammontare della cauzione chiesta per Paul e
Bill disse loro che avrebbero ricevuto sicuramente la visita di Farrah Fa-
wcett Majors, il cui marito, Lee Majors, dopotutto, era soltanto l'Uomo da
Sei Milioni di Dollari nella famosa serie di telefilm.
   Paul fece amicizia con il "padre" della cella, l'uomo che era lì da più
tempo e, secondo la tradizione, era il capo. Era un ometto anziano, e face-
va quel che poteva per aiutare gli americani: li incoraggiava a mangiare e
pagava le guardie perché portassero loro qualcosa di più. Conosceva sol-
tanto una dozzina di parole d'inglese, e Paul parlava pochissimo il Farsi,
ma riuscivano a capirsi. Paul scoprì che l'uomo era stato un importante
uomo d'affari: era proprietario d'una società edilizia e di un albergo a Lon-
dra. Paul gli mostrò le foto di Karen e di Ann Marie che gli aveva portato
Taylor, e il vecchio imparò i loro nomi. Per quanto ne sapeva Paul, poteva
essere colpevole di tutti i reati che gli avevano attribuito: ma la premura e
il calore umano che dimostrava agli stranieri erano rincuoranti.
   Paul era commosso anche dal coraggio dei suoi colleghi dell'EDS rima-
sti a Teheran: Lloyd Briggs, che adesso era andato a New York; Rich Gal-
lagher, che non era mai partito; e Keane Taylor, che era tornato: tutti ri-
schiavano la vita ogni volta che attraversavano la città per venirli a trovare,
sfidando i disordini. E per ognuno di loro c'era anche il rischio che Dadgar
si mettesse in testa di prenderlo come nuovo ostaggio. Paul provò uno spe-
ciale senso di gratitudine per Bob Young, quando seppe che stava arrivan-
do; la moglie di Bob aveva appena avuto un bambino, e quello era il mo-
mento meno adatto perché lui si esponesse a pericoli.
   All'inizio, Paul aveva creduto che lo avrebbero rilasciato da un momento
all'altro. Adesso si diceva che sarebbe uscito da un giorno all'altro.
   Uno dei loro compagni di cella era stato rilasciato; Lucio Randone, un
italiano che lavorava per le Condotte d'Acqua. Randone era tornato a tro-
varli, aveva portato due enormi tavolette di cioccolato italiano, e aveva
detto a Paul e Bill che aveva parlato di loro al suo ambasciatore a Teheran.
L'ambasciatore italiano aveva promesso di incontrarsi con il collega ame-
ricano e di rivelargli il sistema segreto con il quale riusciva a tirar fuori la
gente dal carcere.
   Ma la fonte più importante dell'ottimismo di Paul era il dottor Ahmad
Houman, l'avvocato al quale Briggs s'era rivolto dopo che gli altri avevano
sbagliato tutto a proposito della cauzione. Houman era venuto a trovarli la
prima settimana. Si erano incontrati nell'ufficio matricola del carcere - non
nel parlatorio dall'altra parte del cortile - e Paul aveva temuto che questo
impedisse una franca discussione; ma Houman non si era lasciato intimidi-
re dalla presenza delle guardie. «Dadgar sta cercando di farsi un nome»
aveva detto.
   Era possibile che fosse così? Un magistrato troppo zelante che voleva far
colpo sui superiori - o forse sui rivoluzionari - prendendosela con gli ame-
ricani?
   «Dadgar è potente» continuò Houman. «Ma in questo caso non ha niente
in mano. Non aveva nessun motivo per arrestarvi, e la cauzione è esorbi-
tante.»
   Paul incominciò a sentirsi rassicurato. Houman aveva tutta l'aria di sape-
re il fatto suo. «Quindi che cosa farà?»
   «Intendo ottenere una riduzione della cauzione.»
   «Come?»
   «Prima parlerò con Dadgar. Spero di riuscire a fargli capire che la cau-
zione è pazzesca. Ma se resterà sulle sue posizioni d'intransigenza, mi ri-
volgerò ai suoi superiori al ministero della Giustizia e li persuaderò a ordi-
nargli di ridurre la somma.»
   «E quanto tempo pensa che ci vorrà?»
   «Forse una settimana.»
   Era trascorsa più d'una settimana, ma Houman aveva fatto progressi. Era
tornato al carcere per riferire che i superiori di Dadgar al ministero della
Giustizia si erano impegnati a ridurlo a più miti consigli e a fargli portare
la cauzione a una somma che l'EDS poteva pagare facilmente e pronta-
mente con i fondi di cui disponeva in Iran. Irradiando disprezzo per Da-
dgar e fiducia in se stesso, Houman annunciò trionfalmente che tutto si sa-
rebbe risolto l'11 gennaio, in un secondo incontro fra Paul, Bill e Dadgar.
   Infatti, il pomeriggio di quel giorno Dadgar venne al carcere. Volle ve-
dere prima Paul da solo, come l'altra volta. Paul era di ottimo umore quan-
do la guardia l'accompagnò attraverso il cortile. Dadgar era solo un magi-
strato troppo zelante, pensò, e adesso i suoi superiori l'avevano rimesso in
riga e ridotto all'umiltà.
   Dadgar l'aspettava con la stessa interprete dell'altra volta. Salutò secca-
mente con un cenno e Paul sedette pensando: Non mi sembra molto umile.
   Dadgar parlò in Farsi e la signora Nourbash tradusse: «Siamo qui per
parlare dell'ammontare della cauzione».
   «Bene» disse Paul.
   «Il signor Dadgar ha ricevuto in proposito una lettera del ministero della
Sanità e della Previdenza Sociale.»
   La signora Nourbash incominciò a tradurre la lettera.
   Il ministero chiedeva che la cauzione per i due americani venisse aumen-
tata a ventitré milioni di dollari - poco meno del doppio - per risarcire le
perdite che il ministero aveva subito da quando l'EDS aveva disattivato i
computer.
   Paul si rese conto che non sarebbe stato rilasciato quel giorno.
   La lettera era stata fatta apposta. Dadgar aveva manovrato con abilità per
evitare che il dottor Houman la spuntasse. Quell'incontro era una buffona-
ta.
   Paul andò su tutte le furie.
   È inutile essere educato con questo bastardo, pensò.
   Quando la signora Nourbash ebbe finito di leggere la lettera, le disse:
«Adesso ho qualcosa da dire, e voglio che traduca ogni parola. Chiaro?».
   «Certo» disse la signora Nourbash.
   Paul parlò lentamente, chiaramente: «Lei mi tiene in carcere ormai da
quattordici giorni. Non sono stato portato davanti a un tribunale. Non è sta-
ta formulata nessuna accusa a mio carico. Deve ancora produrre una sola
prova che mi coinvolga in un qualunque reato. Non ha neppure specificato
quale reato potrei aver commesso. Si sente molto fiero della giustizia ira-
niana?»
   Con una certa sorpresa di Paul, quella tirata ebbe il potere di addolcire
leggermente lo sguardo gelido di Dadgar. «Mi dispiace» disse il magi-
strato, «che debba andarci di mezzo lei per i torti della sua società.»
   «No, no, no» ribatté Paul. «Io sono la società. Io sono il responsabile. Se
la società ha fatto qualcosa di male, è giusto che ci vada di mezzo io. Ma
non abbiamo fatto niente. Anzi, abbiamo fatto molto di più di quanto era-
vamo tenuti a fare. L'EDS ha ottenuto questo contratto perché è l'unica so-
cietà al mondo in grado di fare questo lavoro... creare un sistema previden-
ziale completamente automatizzato in un paese sottosviluppato di trenta
milioni di contadini al limite della sussistenza. E ci siamo riusciti. Il nostro
sistema di data processing distribuisce le tessere assicurative. Tiene la re-
gistrazione dei depositi in banca sul conto del ministero. Ogni mattina pre-
senta un riepilogo delle richieste di prestazioni presentate il giorno prima.
Prepara le paghe dell'intero ministero della Sanità e della Previdenza So-
ciale. Fornisce relazioni finanziarie settimanali e mensili per il ministero.
Perché non va al ministero a vedere il materiale? No, aspetti un momento»
disse quando Dadgar fece per parlare. «Non ho ancora finito.»
   Dadgar alzò le spalle.
   Paul continuò: «Ci sono le prove che l'EDS ha ottemperato alle condi-
zioni del contratto. È altrettanto facile accertare che il ministero non lo ha
fatto: vale a dire, non ci ha pagato per sei mesi e attualmente ci deve più di
dieci milioni di dollari. Ora pensi per un momento al ministero. Perché non
ha pagato l'EDS? Perché non ha i fondi. Perché non li ha? Io e lei sappia-
mo che li ha spesi tutti durante i primi sette mesi di quest'anno e il governo
non è in grado di fornirgliene altri. Questa è una prova evidente d'incom-
petenza. E i funzionari che hanno speso più del previsto? Forse stanno cer-
cando una scusa, qualcuno da incolpare per i loro errori... un capro espiato-
rio. E non è un'ottima occasione il fatto che c'è l'EDS, una società ameri-
cana, una società capitalista, che lavora con loro? Nel clima politico attua-
le, la gente vuol sentirsi dire che gli americani sono malvagi ed è pronta a
credere che stiamo truffando l'Iran. Ma lei, signor Dadgar, è un magistrato.
Lei non può credere che la colpa sia degli americani, se non ci sono le pro-
ve. Lei è tenuto a scoprire la verità, se capisco esattamente il ruolo di un
magistrato inquirente. Non sarebbe ora che si chiedesse perché qualcuno
formula false accuse contro di me e la mia società? Non sarebbe ora che
incominciasse a indagare su quel maledetto ministero?»
   L'interprete tradusse l'ultima frase. Paul fissò Dadgar: aveva ripreso l'e-
spressione gelida. Disse qualcosa in Farsi.
   La signora Nourbash tradusse: «Ora parlerà con l'altro».
   Paul la fissò.
   Era stato fiato sprecato, e se ne rendeva conto. Era come se avesse reci-
tato una filastrocca. Dadgar era incrollabile.
   Paul era profondamente depresso. Era sdraiato sul materasso e guardava
le foto di Karen e di Ann Marie che aveva fissato alla parte inferiore della
branda di sopra. Le bambine gli mancavano terribilmente. Ora che non po-
teva vederle si rendeva conto che in passato aveva dato per scontato il fatto
di averle accanto. E anche Ruthie. Guardò l'orologio. In quel momento ne-
gli Stati Uniti era notte alta. Ruthie dormiva, sola nel grande letto. Come
sarebbe stato bello esserle vicino e tenerla tra le braccia. Scacciò quel pen-
siero: l'autocommiserazione non serviva a nulla. Non aveva motivo di pre-
occuparsi per loro. Erano lontane dall'Iran, lontane dal pericolo, e sapeva
che qualunque cosa accadesse Perot avrebbe provveduto a loro. Perot ave-
va questo di bello. Ti chiedeva parecchio - diamine, era il datore di lavoro
più esigente che si potesse avere - ma quando era necessario potevi contare
ciecamente su di lui.
   Paul accese una sigaretta. Aveva il raffreddore. In carcere era impos-
sibile scaldarsi. Era troppo depresso per fare qualcosa. Non voleva andare
nella cucina chiamata Chattanooga a bere il tè; non voleva guardare il tele-
giornale; non voleva giocare a scacchi con Bill. Non voleva andare in bi-
blioteca a prendere un altro libro. Aveva letto Uccelli di rovo di Collen
McCullough e gli era sembrato un libro molto emozionante. Parlava di set-
te generazioni e lo induceva a pensare alla sua famiglia. Il personaggio
principale era un prete e Paul, che era cattolico, aveva sentito una partico-
lare affinità per lui. Aveva riletto il libro tre volte. Aveva letto anche Ha-
waii di James Mitchener, Airport di Arthur Hailey, e il Guinness dei Pri-
mati. Gli era passata la voglia di leggere.
   A volte pensava a ciò che avrebbe fatto quando fosse uscito, e ricordava
i suoi passatempi preferiti, andare in barca e pescare. Ma era deprimente.
   Non ricordava un momento, in tutta la sua vita di adulto, in cui non a-
vesse saputo che cosa fare. Era sempre indaffarato. In ufficio aveva quasi
regolarmente tre giorni di lavoro arretrato da sbrigare. Mai, mai si era
sdraiato a fumare e a chiedersi cosa poteva fare per passare il tempo.
   Ma il peggio era quel senso di impotenza. Sebbene avesse sempre lavo-
rato alle dipendenze di un altro e fosse andato dove lo mandava il principa-
le e avesse fatto quello che gli veniva ordinato, aveva sempre saputo che in
qualunque momento avrebbe potuto saltare su un aereo e tornare a casa, o
abbandonare il lavoro, o dire "no" al principale. In ultima analisi, le deci-
sioni erano sempre spettate a lui. Adesso non poteva più decidere della
propria vita. Non poteva neppure far nulla per togliersi da quella situazio-
ne. Con tutti gli altri problemi, aveva sempre potuto fare qualcosa, tentare
soluzioni, affrontare la situazione, attaccare. Adesso non poteva far altro
che starsene lì a soffrire.
   Si rendeva conto che non aveva mai conosciuto il significato della liber-
tà fino a quando l'aveva perduta.

   La manifestazione era relativamente pacifica. C'erano parecchie mac-
chine incendiate, ma erano gli unici segni di violenza. I dimostranti mar-
ciavano avanti e indietro con i ritratti di Khomeini e mettevano fiori nelle
torrette dei carri armati. I soldati stavano a guardare, passivamente.
   Il traffico era bloccato.
   Era il 14 gennaio, e il giorno prima erano arrivati Simons e Poché.
Boulware era tornato a Parigi, e adesso lui e gli altri quattro stavano aspet-
tando un volo per Teheran. Simons, Coburn e Poché erano diretti in centro
per effettuare una ricognizione del carcere.
   Dopo qualche minuto Joe Poché spense il motore e rimase in silenzio,
impassibile come sempre.
   Ma Simons, che gli sedeva accanto, era animatissimo. «È la storia che si
sta compiendo sotto i nostri occhi!» diceva. «Pochissime persone al mondo
hanno modo di vedere una rivoluzione in atto.»
   Coburn sapeva che il colonnello era appassionato di storia, e le rivolu-
zioni erano la sua specialità. All'aeroporto, quando gli avevano chiesto
professione e scopo della visita, aveva risposto che era un agricoltore in
pensione e che quella era probabilmente l'unica possibilità, per lui, di ve-
dere una rivoluzione. E aveva detto la verità.
   Coburn non era entusiasta di trovarsi lì. Non era piacevole essere a bor-
do d'una piccola Renault 4, circondati da fanatici musulmani. Nonostante
la barba non sembrava affatto un iraniano. E neppure Poché. Ma Simons
sì: aveva i capelli più lunghi, la carnagione olivastra e il naso imponente, e
s'era lasciato crescere la barba bianca. Nessuno avrebbe sospettato che era
americano.
   Ma la folla si disinteressava degli americani, e alla fine Coburn si sentì
abbastanza sicuro per scendere dalla macchina ed entrare in una panetteria.
Comprò lunghe pagnotte piatte dalla crosta delicata che venivano sfornate
ogni giorno e costavano sette rial... dieci cent. Come il pane francese, era
delizioso ma induriva molto in fretta. Di solito lo si mangiava con burro o
formaggio. L'Iran andava avanti a pane e tè.
   Seduti in macchina, guardarono la dimostrazione masticando il pane fino
a quando il traffico si rimise in moto. Poché seguì il percorso che aveva
studiato la sera prima sulla carta topografica. Coburn si chiedeva che cosa
avrebbero trovato quando fossero arrivati al carcere. Per ordine di Simons,
fino a quel momento s'era tenuto lontano dal centro. Era troppo sperare che
il carcere fosse esattamente come l'aveva descritto undici giorni prima sul
lago di Grapevine: la squadra aveva pianificato un piano d'attacco molto
preciso basandosi su informazioni molto imprecise. Presto avrebbero sco-
perto fino a che punto arrivava l'imprecisione.
   Raggiunsero il ministero della Giustizia e svoltarono in via Khayyam,
raggiungendo il fianco dell'isolato in cui si trovava l'ingresso della pri-
gione.
   Poché passò davanti al carcere, lentamente ma non troppo.
   «Oh, merda» disse Simons.
   Coburn si sentì stringere il cuore.
   Il carcere era completamente diverso dall'immagine che se ne era fatta.
   La porta aveva due battenti d'acciaio alti quattro metri. Da una parte c'e-
ra una costruzione a un piano, con il filo spinato lungo il tetto; dall'altra un
edificio più alto, cinque piani, di pietra grigia.
   La cancellata di ferro non c'era. Non c'era il cortile.
   Simons disse: «Dove cavolo è il cortile?».
   Poché proseguì, svoltò e svoltò di nuovo, e tornò in via Khayyam nella
direzione opposta.
   Questa volta Coburn vide un cortiletto con erba e alberi, che una cancel-
lata di ferro alta tre metri e mezzo divideva dalla strada: ma evidentemente
non aveva niente a che fare con il carcere, che si trovava più avanti. Chissà
come, in quella conversazione telefonica con Majid, il cortile della prigio-
ne era stato confuso con quel piccolo giardino.
   Poché fece un altro giro dell'isolato.
   Simons stava già pensando alle modifiche del piano. «Possiamo entrare»
disse. «Ma dobbiamo sapere che cosa ci troveremo di fronte quando avre-
mo superato il muro. Qualcuno dovrà andare a fare una ricognizione.»
   «Chi?» chiese Coburn.
   «Lei» rispose Simons.

   Coburn si presentò all'ingresso del carcere con Rich Gallagher e Majid.
Majid suonò il campanello. Attesero.
   Coburn era diventato "l'agente esterno" della spedizione. Gli impiegati
iraniani l'avevano già rivisto al Bucarest, quindi non era possibile tenere
segreta la sua presenza a Teheran. Simons e Poché giravano il meno possi-
bile e si tenevano lontani dall'EDS: nessuno doveva sapere che erano lì.
Sarebbe stato Coburn ad andare all'Hyatt per vedere Taylor e scambiare le
macchine. E fu Coburn che entrò nel carcere.
   Mentre attendeva, ripassava mentalmente tutte le cose che Simons gli
aveva raccomandato di notare: la sorveglianza, il numero delle guardie, le
armi, le posizioni, gli eventuali ripari, i posti elevati... era un lungo elenco,
e Simons riusciva a fare in modo che nessuno dimenticasse alcun dettaglio
delle istruzioni.
   Si aprì uno spioncino. Majid disse qualcosa in Farsi.
   I tre furono fatti entrare.
   Coburn vide un cortile con un'aiuola rotonda e varie macchine par-
cheggiate in fondo. Dietro le macchine c'era un edificio a cinque piani. A
sinistra c'era la costruzione a un piano che aveva visto dalla strada, con il
filo spinato sul tetto. A destra c'era un'altra porta d'acciaio.
   Coburn portava un lungo giaccone imbottito - Taylor diceva che lo face-
va sembrare il pupazzo della pubblicità Michelin - sotto il quale avrebbe
potuto facilmente nascondere un fucile da caccia; ma la guardia all'ingres-
so non lo perquisì. Avrei potuto avere addosso sette o otto armi, pensò. Era
incoraggiante: la vigilanza lasciava a desiderare.
   Notò che la guardia alla porta aveva una piccola pistola.
   I tre visitatori furono condotti nella costruzione bassa sulla sinistra. Il
colonnello che dirigeva la prigione era in parlatorio con un altro iraniano.
Quest'ultimo, aveva detto Gallagher a Coburn, assisteva sempre ai colloqui
e parlava perfettamente l'inglese: con ogni probabilità era lì per ascoltare.
Coburn aveva detto a Majid che non voleva che nessuno lo sentisse mentre
parlava con Paul, e Majid si era impegnato ad attaccar discorso con l'intru-
so.
   Coburn fu presentato al colonnello. In un inglese stentato, quello disse
che gli dispiaceva per Paul e Bill e sperava che li rilasciassero presto.
Sembrava sincero. Coburn notò che il colonnello e l'altro non erano armati.
   La porta si aprì ed entrarono Paul e Bill.
   Entrambi fissarono stupiti Coburn... non erano stati avvertiti del suo ri-
torno, e la barba era una sorpresa in più.
   «Cosa diavolo ci fai qui?» chiese Bill sorridendo.
   Coburn strinse calorosamente le mani a entrambi. Paul disse: «Non rie-
sco a credere ai miei occhi».
   «Come sta mia moglie?» chiese Bill.
   «Emily sta bene, e anche Ruthie» disse Coburn.
   Majid incominciò a parlare a voce alta in Farsi al colonnello e all'altro.
Sembrava che raccontasse una storia molto complicata, gesticolando. Rich
Gallagher attaccò a parlare con Bill, e Coburn accennò a Paul di sedersi.
   Simons aveva deciso che Coburn doveva chiedere a Paul notizie della
routine del carcere, e parlargli apertamente del piano di salvataggio. Era
stato scelto Paul anziché Bill perché, secondo Coburn, era il più deciso dei
due.
   «Se non l'avessi già indovinato» cominciò Coburn, «siamo venuti per ti-
rarvi fuori di qui con la forza, se sarà necessario.»
   «L'avevo già intuito» disse Paul. «Non sono sicuro che sia una buona i-
dea.»
   «Come?»
   «Potrebbe andarci di mezzo qualcuno.»
   «Senti, Ross si è rivolto al miglior specialista del mondo per questo ge-
nere di operazioni, e abbiamo carta bianca...»
   «Non sono sicuro d'essere d'accordo.»
   «Non sto chiedendo il tuo permesso, Paul.»
   Paul sorrise. «Sta bene.»
   «Ora ho bisogno di informazioni. Dove andate a prendere un po' d'aria?»
   «Qui in cortile.»
   «Quando?»
   «Il giovedì.»
   Era lunedì. La prossima ora d'aria sarebbe stata il 18 gennaio. «Quanto
tempo state fuori?»
   «Circa un'ora.»
   «In che momento della giornata?»
   «Dipende.»
   «Merda.» Coburn si sforzava di apparire tranquillo, di non abbassare
troppo la voce e di non voltarsi indietro per scoprire se qualcuno stava a-
scoltando: doveva sembrare una visita normalissima. «Quante guardie ci
sono nel carcere?»
   «Una ventina.»
   «Tutte in uniforme e tutte armate?»
   «Tutte in uniforme. Qualcuna ha la pistola.»
   «Niente fucili?»
   «Ecco... nessuna delle guardie regolari ha il fucile, ma... Vedi, la nostra
cella è dall'altra parte del cortile e ha una finestra. La mattina c'è un gruppo
d'una ventina di guardie diverse, si potrebbe dire che sono un corpo scelto.
Hanno i fucili ed elmetti lucidi. Sono qui alla sveglia e poi non le vedo più
per il resto della giornata... non so dove vadano.»
   «Cerca di scoprirlo.»
   «Cercherò.»
   «Qual è la tua cella?»
   «Quando esci di qui, la finestra è più o meno di fronte. Contando dal-
l'angolo destro del cortile verso sinistra è la terza. Ma chiudono le imposte
quando vengono i visitatori... perché non vediamo le donne che entrano,
dicono.»
   Coburn annuì, sforzandosi di imprimersi tutto nella mente. «Dovrete fa-
re due cose» disse. «Uno: una descrizione dell'interno della prigione, con
le misure esatte il più possibile. Tornerò a farmi dare i dettagli, così prepa-
reremo un piano. Due: rimettetevi in forma. Fate ginnastica tutti i giorni.»
   «D'accordo.»
   «Adesso parlami della routine quotidiana»
   «Ci svegliamo alle sei» cominciò Paul.
   Coburn si concentrò, sapendo che avrebbe dovuto riferire tutto a Si-
mons. Ma un pensiero lo assillava: Se non sappiamo a che ora li portano
all'aria, come diavolo potremo sapere quando è il momento di scavalcare il
muro?

   «Bisogna agire durante una visita» disse Simons.
   «Come?» chiese Coburn.
   «È l'unica situazione in cui possiamo sapere che usciranno dal carcere
vero e proprio e saremo in grado di portarli via in un momento preciso.»
   Coburn annuì. Erano nel soggiorno della casa di Keane Taylor, una
grande stanza con un tappeto persiano. Avevano accostato tre poltrone a
un tavolino. Accanto alla poltrona di Simons si andava accumulando sul
tappeto una montagnola di cenere. Taylor si sarebbe infuriato.
   Coburn era esausto. Essere interrogato da Simons era ancora più sfibran-
te di quanto avesse previsto. Quando era convinto di aver detto tutto, il co-
lonnello tirava fuori altre domande. Quando non riusciva a ricordare esat-
tamente qualcosa, gli diceva di riflettere fino a che lo rammentava. Simons
riusciva a ottenere da lui informazioni che non aveva neppure registrato
consciamente, con le domande più adatte.
   «Il furgone e la scala a pioli... non se ne fa niente» disse Simons. «I loro
punto debole, adesso, è la scarsa vigilanza. Possiamo far entrare due uomi-
ni come visitatori, con i fucili o le Walther sotto i cappotti. Pau e Bill ver-
ranno portati in parlatorio. I nostri due uomini dovrebbero sopraffare il co-
lonnello e l'altro senza difficoltà... e senza allarmare nessun altro. Poi...»
   «Poi che cosa?»
   «Ecco il problema. I quattro dovrebbero uscire dal parlatorio, attra-
versare il cortile, raggiungere il portone, aprirlo o scavalcarlo, uscire in
strada e saltare in macchina...»
   «Mi sembra possibile» disse Coburn. «Alla porta c'è una guardia sola...»
   «Ci sono parecchie cose che mi preoccupano» disse Simons. «Una: le
finestre dell'edificio più alto che si affaccia sul cortile. Mentre i nostri at-
traversano, chiunque guardi da una di quelle finestre li vedrà. Due: le co-
siddette "guardie scelte" con gli elmetti lucidi e i fucili. Qualunque cosa
accada, i nostri dovranno rallentare alla porta. Se una di quelle guardie ar-
mate di fucile sta guardando da una delle finestre in alto, può farli fuori
tutti e quattro senza la minima difficoltà.»
   «Ma non sappiamo se le guardie sono in quell'edificio.»
   «Non sappiamo che non ci sono.»
   «Mi sembra un rischio modesto...»
   «Non dobbiamo correre nessun rischio, se possiamo evitarlo. Tre: il traf-
fico di questa maledetta città è uno schifo. Inutile pensare di saltare in
macchina e filarsela. Dopo cinquanta metri si potrebbe incappare in una
dimostrazione. No. Bisogna fare le cose con calma. Abbiamo bisogno di
tempo. Che tipo è il comandante del carcere?»
   «È stato molto gentile» disse Coburn. «Sembrava sinceramente di-
spiaciuto per Paul e Bill.»
   «Chissà se si può parlare con lui. Sappiamo qualcosa sul suo conto?»
   «No.»
   «Informiamoci.»
   «Darò l'incarico a Majid.»
   «Il colonnello potrebbe fare in modo che non ci fossero guardie in giro
al momento della visita. E noi potremmo farlo apparire come una vittima,
legandolo o magari dandogli una botta in testa... Se è possibile corromper-
lo, ce la faremo.»
   «Mi metto subito al lavoro» disse Coburn.

   Il 13 gennaio Ross Perot partì da Amman in Giordania a bordo di un re-
attore Lear delle Arab Wings, il servizio charter delle linee aeree giordane.
L'apparecchio era diretto a Teheran. Nel vano bagagli c'era una borsa di re-
te che conteneva mezza dozzina di videotapes professionali, del tipo usato
dalle troupes televisive: quella era la "copertura" di Perot.
   A un certo momento, il pilota britannico indicò il punto dove si con-
giungevano il Tigri e l'Eufrate. Pochi minuti dopo l'aereo incominciò ad
avere delle noie ai circuiti idraulici e fu costretto a tornare indietro.
   Era stato così per tutto il viaggio.
   A Londra Perot si era incontrato con l'avvocato John Howell e il dirigen-
te dell'EDS Bob Young, che da diversi giorni stavano cercando invano di
trovar posto su un volo diretto a Teheran. Alla fine Young aveva scoperto
che le Arab Wings ci andavano, e tutti e tre avevano raggiunto Amman.
Arrivarci nel cuore della notte era stata un'esperienza abbastanza unica nel
suo genere; Perot aveva avuto l'impressione che tutti i tipi meno racco-
mandabili della Giordania dormissero in quell'aeroporto. Avevano trovato
un taxi per andare in un albergo. La stanza di John Howell non aveva il
bagno: c'era un vaso da notte accanto al letto. Il gabinetto del bagno di Pe-
rot era sistemato in modo che lui era costretto a mettere i piedi dentro la
vasca quando si sedeva. E via di seguito...
   Bob Young aveva avuto l'idea di usare i videotapes come "copertura".
Le Arab Wings portavano regolarmente avanti e indietro da Teheran le re-
gistrazioni per i notiziari dell'NBC. A volte l'NBC mandava uno dei suoi a
portarle; altre volte le prendeva in carico il pilota. Quel giorno, nonostante
la NBC non lo sapesse Perot sarebbe stato il suo corriere. Indossava una
giacca sportiva, un cappello scozzese e non aveva cravatta. Se qualcuno
stava cercando Ross Perot, non avrebbe guardato due volte il corriere del-
l'NBC con la solita borsa di rete.
   Le Arab Wings avevano accettato la richiesta, e avevano confermato che
avrebbero potuto far uscire di nuovo Perot dall'Iran con lo stesso sistema.
   Ritornati ad Amman, Perot, Howell, Young e il pilota salirono su un al-
tro aereo e ripartirono. Mentre sorvolavano il deserto, Perot si chiese se era
l'uomo più pazzo del mondo o il più razionale.
   C'erano molte ottime ragioni che gli avrebbero sconsigliato di andare a
Teheran. Tanto per cominciare, le orde dei dimostranti avrebbero potuto
vedere in lui il simbolo vivente del capitalismo americano sfruttatore, e
linciarlo. Molto più probabilmente, Dadgar poteva venire a sapere che lui
era in città, e in questo caso avrebbe cercato di farlo arrestare. Perot non
sapeva che cosa avesse indotto Dadgar a gettare in carcere Paul e Bill, ma
per i suoi scopi misteriosi sarebbe stato ancora più utile spedire dietro le
sbarre Ross Perot. Avrebbe potuto chiedere una cauzione di cento milioni
di dollari e sentirsi sicuro di ottenerli, se era al denaro che mirava.
   Ma le trattative per il rilascio di Paul e Bill erano a un punto morto, e
Perot voleva andare a Teheran per un ultimo tentativo di trovare una solu-
zione ragionevole prima che Simons e gli altri rischiassero la vita assaltan-
do il carcere.
   C'erano stati momenti, negli affari, in cui l'EDS stava per darsi vinta, e
invece aveva tirato avanti e l'aveva spuntata perché Perot aveva insistito
per continuare: e quello era il vero significato della leadership.
   Perot si stava dicendo tutto questo, ed era vero: ma il viaggio aveva an-
che un'altra spiegazione. Non era capace di starsene al sicuro a Dallas,
mentre altri rischiavano la vita dietro suo ordine.
   Sapeva anche troppo bene che se l'avessero arrestato in Iran lui, i suoi
collaboratori e la sua società si sarebbero trovati in un guaio ancora più
grosso dell'attuale. Doveva dare ascolto alla prudenza e restare, si doman-
dava... o doveva seguire l'istinto di andare? Era un dilemma morale. Ne
aveva discusso con sua madre.
   Lei sapeva che stava per morire. E sapeva che, anche se Perot fosse tor-
nato sano e salvo dopo pochi giorni, forse non l'avrebbe più trovata. Il can-
cro stava distruggendo rapidamente il suo corpo, ma la sua mente era intat-
ta, e il suo senso morale era cristallino come sempre. «Non hai scelta,
Ross» aveva detto. «Sono tuoi collaboratori. Sei stato tu a mandarli là.
Non hanno fatto niente di male. Il nostro governo non vuole aiutarli. Tu sei
responsabile per loro. Tocca a te tirarli fuori. Devi andare.»
   E adesso lui era lì, convinto che quella fosse la cosa più giusta, anche se
era una grossa imprudenza.
   Il Lear superò il deserto e sorvolò le montagne dell'Iran occidentale. Di-
versamente da Simons, Coburn e Poché, Perot non aveva esperienza del
pericolo. Era stato troppo giovane per la Seconda guerra mondiale e troppo
vecchio per il Vietnam, e la guerra era finita in Corea proprio mentre il
guardiamarina Perot stava arrivando a bordo del caccia Sigourney. Una so-
la volta s'era trovato in mezzo a una sparatòria, durante la campagna per i
prigionieri di guerra, mentre atterrava in una giungla del Laos con un vec-
chio DC3: aveva sentito i sibili ma non si era accorto che l'aereo era stato
colpito fino a quando era atterrato. La sua esperienza più spaventosa - do-
po i tempi dei rapinatori di Texarkana che cercavano di rubare ai ragazzi il
denaro dei giornali - l'aveva vissuta a bordo di un altro aereo sul Laos,
quando si era staccato all'improvviso un portello accanto al suo sedile. Pe-
rot stava dormendo. Quando si era svegliato aveva cercato per qualche i-
stante una luce, prima di accorgersi che stava spenzolando nel vuoto. Per
fortuna era legato con la cintura di sicurezza.
   Quel giorno non era seduto accanto a un portello.
   Guardò dal finestrino e, in una conca tra le montagne, vide Teheran, una
distesa color fango punteggiata da grattacieli bianchi. L'aereo incominciò a
scendere.
   Bene, pensò, stiamo per atterrare. È ora che incominci a riflettere e a u-
sare il cervello, Perot.
   Mentre l'aereo atterrava, si sentiva teso, caricato, sotto l'effetto del-
l'adrenalina.
   Il Lear si fermò. Alcuni soldati con il mitra in spalla si aggiravano di-
strattamente sulla pista.
   Perot scese. Il pilota aprì il vano bagagli e gli porse la borsa di rete con i
videotapes.
   Perot e il pilota si avviarono. Howell e Young li seguirono, portando le
valigie.
   Perot era contento che il suo aspetto passasse inosservato. Ricordava un
amico norvegese, un bellissimo uomo alto e biondo che si lamentava di da-
re troppo nell'occhio. «Sei fortunato, Ross» gli diceva. «Quando entri in un
posto nessuno ti nota. Quando la gente vede me si aspetta sempre troppo...
e io non sono all'altezza.» Nessuno avrebbe mai scambiato il norvegese per
un corriere. Ma Perot, piccolo di statura, con la faccia comune e gli abiti
dozzinali, in quella parte poteva essere convincente.
   Entrarono nel terminal. Perot si disse che i militari che occupavano l'ae-
roporto e il ministero della Giustizia per il quale lavorava Dadgar erano
due diverse burocrazie governative; e se una sapeva quello che stava fa-
cendo l'altra, o che cosa stava cercando, quella sarebbe stata l'operazione
più efficiente nella storia del governo.
   Si accostò al banco e presentò il passaporto.
   Il passaporto venne timbrato e restituito.
   Perot passò oltre.
   Alla dogana non lo fermarono.
   Il pilota gli mostrò dove doveva lasciare la borsa dei videotapes. Perot la
posò e si congedò da lui.
   Si voltò e vide un amico: Keane Taylor. Perot era affezionato a Taylor.
   «Salve, Ross, com'è andata?» chiese Taylor.
   «Benone» disse Perot con un sorriso. «Non stavano cercando il "brutto
americano".»
   Uscirono dall'aeroporto. Perot disse: «È contento che non l'abbia riman-
dato qui per occuparsi di fesserie burocratiche?».
   «Sicuro» disse Taylor.
   Salirono sulla macchina di Taylor. Howel e Young presero posto sul se-
dile posteriore.
   Mentre si allontanavano, Taylor disse: «Dovrò fare un lungo giro per e-
vitare i disordini».
   Perot pensò che non era molto rassicurante.
   La strada era fiancheggiata da alti palazzoni di cemento incompiuti e da
gru. I lavori sembravano essere stati interrotti. Perot guardò più attenta-
mente e vide che c'era gente che viveva in quei gusci vuoti. Sembrava un
simbolo del modo in cui lo scià aveva tentato di modernizzare l'Iran troppo
in fretta.
   Taylor stava parlando delle macchine. Aveva parcheggiato tutte le auto
dell'EDS nel campo giochi d'una scuola e aveva assunto alcuni iraniani per
custodirle, ma aveva scoperto che gli iraniani s'erano dati da fare per ven-
derle.
   C'erano lunghe code davanti a tutti i distributori, notò Perot. Era un'iro-
nia, in un paese ricco di petrolio. In coda non c'erano soltanto automobili,
ma anche gente con le taniche. «Cosa fanno?» chiese Perot. «Se non hanno
ja macchina, perché hanno bisogno di benzina?»
   «La vendono al miglior offerente» spiegò Taylor. «Oppure fanno la coda
a pagamento per conto terzi.»
   Vennero fermati, per qualche istante, a un blocco stradale. Quando pro-
seguirono videro parecchie macchine incendiate. Intorno c'erano uomini in
borghese armati di mitra. Poi fu tutto tranquillo per due o tre chilometri;
quindi Perot vide altre auto che bruciavano, altri mitra, un altro blocco
stradale. Erano spettacoli che avrebbero dovuto incutere paura, ma non era
così. Perot aveva la sensazione che la gente si divertisse a scatenarsi, ades-
so che finalmente il pugno ferreo dello scià si stava allentando. Senza dub-
bio i militari non facevano nulla per mantenere l'ordine, a quanto poteva
vedere.
   È sempre una sensazione strana, vedere la violenza da turista. Ricordava
quando aveva sorvolato il Laos e aveva visto la gente che combatteva a
terra: s'era sentito tranquillo, distaccato. Pensava che anche le battaglie
fossero così: potevano essere tremende se ti ci trovavi in mezzo, ma a cin-
que minuti di distanza non succedeva nulla.
   Entrarono in un enorme spiazzo; al centro sorgeva un monumento che
sembrava un'astronave del futuro e torreggiava al di sopra del traffico su
quattro supporti giganteschi. «Che cos'è quello?» chiese Perot.
   «Un monumento, lo Shahyad» disse Taylor. «In alto c'è un museo.»
   Qualche minuto dopo si fermarono nel cortile dell'Hyatt Crown Re-
gency. «È un albergo nuovo» disse Taylor. «L'hanno appena inaugurato,
poveracci. Comunque, per noi è una fortuna... si mangia benissimo e si be-
ve meglio, la sera c'è musica al ristorante... Viviamo come re in una città in
sfacelo.»
   Nell'atrio presero l'ascensore. «Non è necessario che si faccia registrare»
disse Taylor a Perot. «Il suo appartamento è a nome mio. Non è opportuno
mettere il suo nome per iscritto.»
   «Giusto.»
   Uscirono al decimo piano. «Le nostre stanze sono tutte lungo questo cor-
ridoio» disse Taylor. Aprì una porta in fondo.
   Perot entrò, si guardò intorno e sorrise. «Vuol dare un'occhiata?» Il sa-
lotto era immenso. Accanto c'era una grande stanza da letto; e il bagno era
abbastanza vasto per organizzarci una festa da ballo.
   «Va tutto bene?» chiese Taylor.
   «Se avesse visto la stanza dove ho dormito stanotte ad Amman non si
prenderebbe il disturbo di chiedermelo.»
   Taylor lo lasciò solo.
   Perot andò alla finestra e guardò fuori. L'appartamento era nella parte
anteriore dell'albergo, affacciata sul cortile d'ingresso. Forse potrei accor-
germene in tempo, pensò, se un drappello di soldati o un'orda di rivoluzio-
nari venissero a cercarmi.
   Ma che cosa farei?
   Decise di studiare un percorso di fuga per i casi d'emergenza. Lasciò
l'appartamento e si avviò lungo il corridoio. C'erano diverse stanze vuote e
le porte non erano chiuse a chiave. Alle due estremità c'erano le scale. Sce-
se una delle scale, fino al piano di sotto. Trovò altre stanze vuote: alcune
non erano neppure arredate e rifinite. L'albergo era incompiuto, come tanti
altri edifici della città.
   Potrei scendere da qui, pensò; e se li sentissi salire potrei infilarmi in
uno dei corridoi e nascondermi in una stanza vuota. Così ce la farei ad ar-
rivare al pianterreno.
   Continuò a scendere ed esplorò il pianterreno. C'erano alcune sale per
banchetti che dovevano essere quasi sempre deserte. C'era il labirinto delle
cucine, con mille nascondigli possibili: notò in particolare alcuni recipienti
per i viveri, vuoti e abbastanza grandi perché un uomo non molto alto po-
tesse rifugiarvisi. Dal settore dei banchetti si arrivava all'health club sul re-
tro dell'albergo. Era piuttosto lussuoso, con la sauna e la piscina. Perot aprì
una porta e si trovò all'aperto, nel parcheggio. Lì avrebbe potuto prendere
una macchina dell'EDS e sparire, oppure raggiungere a piedi l'albergo più
vicino, l'Evin, o correre a nascondersi nella foresta dei grattacieli incom-
piuti che incominciava in fondo al parcheggio.
   Rientrò e prese l'ascensore. Mentre saliva, decise che a Teheran avrebbe
fatto meglio a vestire sempre molto sportivo. Aveva portato calzoni kaki e
camicie di flanella scozzese, e una tuta da jogging. Non poteva nascondere
il fatto che era americano, con la carnagione chiara, il viso rasato, gli occhi
azzurri e i capelli cortissimi; ma se fosse stato costretto a fuggire, almeno
poteva non avere l'aria di un americano importante, il multimilionario pa-
drone dell'EDS.
   Andò nella stanza di Taylor per farsi mettere al corrente della situazione.
Voleva andare all'ambasciata americana per parlare con l'ambasciatore
Sullivan; voleva andare al comando del MAAG, il Military Assistance and
Advisory Group, e incontrarsi con il generale Huyser e il generale Ghast;
voleva che Taylor e John Howell si dessero da fare per mettere una bomba
sotto la coda di Dadgar; voleva muoversi, andare, risolvere il problema, li-
berare Paul e Bill, in fretta.
   Bussò alla porta di Taylor ed entrò. «Bene, Keane» disse. «Mi ragguagli
in due minuti.»

                                        VI

  John Howell era nato al nono minuto della nona ora del nono giorno del
nono mese del 1946, come diceva spesso sua madre.
  Era piccolo di statura, minuto, e camminava con passo elastico. I capelli
castani si andavano stempiando prematuramente; era leggermente strabico
e aveva la voce un po' rauca, come se fosse sempre raffreddato. Parlava
molto lentamente e batteva di continuo le palpebre.
  A trentadue anni era socio dello studio legale di Tom Luce, a Dallas:
come tanti altri che circondavano Ross Perot, aveva raggiunto ancora gio-
vane un posto di responsabilità. Come avvocato, la sua dote più notevole
era l'energia... «John vince perché sfinisce gli avversari» diceva Luce.
Molte volte Howell passava il sabato o la domenica in ufficio per sistema-
re le pratiche, concludere cose che erano state interrotte da una telefonata,
preparare il lavoro per la settimana successiva. Si sentiva frustrato quando
gli impegni familiari lo privavano di quella sesta giornata lavorativa. Spes-
so sgobbava la sera fino a tardi e non tornava a casa per cena, e sua moglie
Angela se ne rattristava.
   Come Perot, Howell era nato a Texarkana. Come Perot, era basso di sta-
tura ma pieno di audacia. Però a mezzogiorno del 14 gennaio aveva paura.
Stava per incontrarsi con Dadgar.
   Il pomeriggio precedente, subito dopo l'arrivo a Teheran, Howell aveva
parlato con Ahmad Houman, il nuovo avvocato locale dell'EDS. Il dottor
Houman gli aveva consigliato di non incontrarsi con Dadgar, almeno per il
momento: era possibile che Dadgar intendesse arrestare tutti gli americani
dell'EDS che riusciva a scovare, inclusi i legali.
   A Howell, Houman era apparso imponente. Era un uomo oltre la sessan-
tina, alto e corpulento, ben vestito secondo i criteri iraniani: era stato pre-
sidente dell'Ordine degli avvocati dell'Iran. Sebbene non parlasse perfet-
tamente l'inglese - la sua seconda lingua era il francese - sembrava un tipo
capace e competente.
   Il consiglio di Houman era in armonia con l'istinto di Howell. Lui prefe-
riva sempre prepararsi con estrema meticolosità prima di ogni confronto.
Credeva nella vecchia massima degli avvocati: Non fare mai una domanda
se non conosci già la risposta.
   Il consiglio di Houman era confermato da Bunny Fleischhaker. La gio-
vane americana, che aveva amici iraniani al ministero della Giustizia, nel
dicembre precedente aveva avvertito Jay Coburn che Paul e Bill sarebbero
stati arrestati; ma allora nessuno le aveva creduto. I fatti le avevano dato
ragione, e quando aveva telefonato a casa di Rich Gallagher una sera alle
undici, all'inizio di gennaio, le sue parole erano state prese sul serio.
   La conversazione aveva ricordato a Gallagher le telefonate del film Tutti
gli uomini del presidente, le scene in cui gli informatori nervosissimi par-
lavano ai giornalisti in un codice improvvisato. Bunny aveva esordito: «Sa
chi sono?».
   «Credo di sì» aveva risposto Gallagher.
   «Le hanno parlato di me?»
   «Sì.»
   I telefoni dell'EDS erano sotto controllo e le conversazioni venivano re-
gistrate, spiegò Bunny. Lo aveva chiamato per avvertirlo che molto proba-
bilmente Dadgar avrebbe fatto arrestare altri dirigenti dell'EDS. Consiglia-
va loro di lasciare il paese, o almeno di trasferirsi in un albergo dove ci
fossero parecchi giornalisti. Lloyd Briggs, che era il vice di Paul e quindi
sembrava essere il bersaglio più probabile di Dadgar, aveva lasciato l'I-
ran... comunque, avrebbe dovuto ritornare negli Stati Uniti per riferire la
situazione ai legali dell'EDS. Gli altri, Gallagher e Keane Taylor, avevano
preso alloggio all'Hyatt.
   Dadgar non aveva fatto arrestare altri dirigenti dell'EDS... per ora.
   Howell non aveva bisogno di altra opera di convinzione. Intendeva stare
alla larga da Dadgar fino a quando non fosse stato ben sicuro delle regole
del gioco.
   Ma quella mattina alle otto e mezzo Dadgar era piombato al Bucarest.
   Si era presentato con una mezza dozzina di collaboratori e aveva preteso
di vedere la documentazione dell'EDS. Howell, rintanato in un ufficio a un
altro piano, aveva telefonato a Houman. Dopo una rapida discussione ave-
va consigliato al personale dell'EDS di collaborare con Dadgar.
   Dadgar aveva voluto vedere la documentazione di Paul Chiapparone. Lo
schedario nell'ufficio della segretaria di Paul era chiuso, e nessuno sapeva
dove fosse la chiave. Naturalmente, questo aveva stimolato ancora di più
la curiosità di Dadgar. Keane Taylor aveva risolto il problema in modo ti-
pico: aveva preso un piede di porco e aveva scassinato lo schedario.
   Howell, nel frattempo, usciva dal Bucarest. Dopo essersi incontrato con
il dottor Houman, era andato al ministero della Giustizia.
   Anche quella era stata un'avventura preoccupante, perché era stato co-
stretto ad aprirsi un varco in mezzo a una folla scatenata che aveva orga-
nizzato una dimostrazione davanti al ministero per chiedere la liberazione
dei detenuti politici.
   Howell e Houman avevano un appuntamento con il dottor Kian, il supe-
riore di Dadgar.
   Howell spiegò a Kian che l'EDS era una società seria e rispettabile, che
non aveva fatto niente di male ed era disposta a collaborare alle indagini,
ma voleva che i suoi dipendenti venissero rilasciati.
   Kian disse che aveva chiesto a uno dei suoi collaboratori di invitare Da-
dgar a riesaminare il caso.
   Howell ebbe la netta impressione che non sarebbe servito a niente.
   Disse a Kian che voleva discutere una riduzione della cauzione.
   Il colloquio si svolgeva in Farsi, e Houman fungeva da interprete. Hou-
man disse che Kian non era assolutamente contrario a una riduzione; se-
condo lui, si poteva sperare che venisse dimezzata.
   Kian consegnò a Howell una lettera che l'autorizzava a far visita a Paul e
Bill in carcere.
   L'incontro era stato più o meno inutile, pensò più tardi Howell; ma al-
meno Kian non l'aveva fatto arrestare.
   Quando era rientrato al Bucarest aveva scoperto che anche Dadgar non
aveva arrestato nessuno.
   L'istinto gli suggeriva di non incontrarsi con Dadgar; ma adesso l'istinto
era in lotta con un altro aspetto della sua personalità, l'impazienza. Certe
volte Howell ne aveva abbastanza delle ricerche, della preparazione, della
lungimiranza e della pianificazione... e allora voleva affrontare un proble-
ma anziché studiarlo. Gli piaceva prendere l'iniziativa, vedere come reagi-
va l'avversario. Quell'inclinazione era rafforzata dalla presenza di Ross Pe-
rot, che era sempre il primo ad alzarsi alla mattina e chieaeva a tutti che
cosa avevano realizzato il giorno prima e che cosa intendevano fare quel
giorno. Perciò l'impazienza ebbe la meglio sulla cautela, e Howell decise
di affrontare Dadgar.
   Per questo aveva paura.
   Se Howell era preoccupato, sua moglie lo era ancora di più.
   Angela Howell aveva visto pochissimo il marito, in quegli ultimi due
mesi. Lui aveva trascorso gran parte del novembre e del dicembre a Tehe-
ran, per cercare di convincere il ministero a pagare le fatture dell'EDS. Da
quando era tornato negli Stati Uniti era rimasto alla sede centrale dell'EDS
fino alle ore più impossibili per occuparsi del problema di Paul e Bill,
quando non correva a New York per incontrarsi con gli avvocati iraniani.
Il 31 dicembre Howell era tornato a casa all'ora di colazione dopo aver la-
vorato all'EDS tutta la notte, e aveva trovato Angela e il piccolo Michael,
nove mesi, raggomitolati davanti al fuoco nella casa fredda e buia; la tre-
menda gelata aveva causato l'interruzione della corrente. Li aveva portati
nell'appartamento della sorella ed era ripartito per New York.
   Angela non sopportava più quella situazione e quando Howell aveva an-
nunciato che stava per tornare a Teheran era rimasta sconvolta. «Tu sai co-
sa sta succedendo laggiù» aveva detto. «Perché devi tornarci?»
   Il guaio era che lui non sapeva cosa rispondere. Non sapeva esattamente
che cosa avrebbe fatto a Teheran. Doveva occuparsi del problema, ma non
sapeva come. Se avesse potuto dire: «Senti, c'è da fare questo e questo ed è
compito mio, e sono l'unico che può farlo» lei avrebbe capito.
   «John, noi siamo una famiglia e io ho bisogno del tuo aiuto per tutto
questo!» aveva ribattuto Angela, alludendo alle gelate, all'energia elettrica
che veniva meno e al bambino.
   «Mi dispiace. Fai quello che puoi; io cercherò di rimanere in contatto»
aveva detto Howell.
  Loro due non appartenevano alla categoria dei coniugi che esprimono i
loro stati d'animo strillando. Quando Howell lavorava fino a tardi e lascia-
va la moglie a mangiare tutta sola la cena che aveva preparato per lui, tra
loro si stabiliva al massimo una certa freddezza. Ma questo era ben peggio
che non tornare a casa per cena: significava abbandonare Angela e il bam-
bino proprio quando avevano bisogno di lui.
  Quella sera avevano parlato a lungo. Alla fine Angela non era molto più
soddisfatta, ma almeno era rassegnata.
  Howell le aveva telefonato parecchie volte, da Londra e da Teheran. Lei
aveva visto le scene dei disordini alla televisione, ed era in pensiero. Si sa-
rebbe preoccupata ancora di più se avesse saputo cosa stava per fare ades-
so.
  Howell accantonò quei pensieri in fondo alla mente e andò a cercare
Abolhasan.
  Abolhasan era il dipendente iraniano dell'EDS con il grado più alto.
Quando Lloyd Briggs era partito per New York, Abolhasan aveva assunto
la responsabilità. (Rich Gallagher, l'unico americano rimasto, non era un
direttore.) Poi era tornato Keane Taylor, che aveva preso a dirigere la sede,
e Abolhasan si era offeso. Taylor non era un diplomatico. (Bill Gayden, il
gioviale presidente dell'EDS World, aveva coniato per lui un'espressione
sarcastica: «Keane ha tutta la delicatezza di un vero marine».) C'era stato
un certo attrito. Ma Howell andava d'accordo con Abolhasan, il quale era
capace di tradurre non soltanto il Farsi ma anche i metodi e gli usi e co-
stumi persiani a beneficio della sua azienda americana.
  Dadgar conosceva il padre di Abolhasan, un noto avvocato, e aveva in-
contrato lo stesso Abolhasan nel corso dell'interrogatorio di Paul e Bill;
perciò quella mattina Abolhasan aveva ricevuto l'incarico di fungere da
collegamento con gli investigatori di Dadgar, con il compito di assicurarsi
che venisse dato loro tutto ciò che chiedevano.
  Howell disse ad Abolhasan: «Ho deciso che dovrei incontrarmi con Da-
dgar. Cosa ne pensa?».
  «Sicuro» rispose Abolhasan. Aveva sposato un'americana e parlava in-
glese con accento americano. «Non credo che ci saranno problemi.»
  «Sta bene. Andiamo.»
  Abolhasan condusse Howell nella sala riunioni di Paul Chiapparone.
Dadgar e i suoi collaboratori erano seduti intorno al grande tavolo ed esa-
minavano la documentazione finanziaria dell'EDS. Abolhasan pregò Da-
dgar di passare nella stanza accanto, l'ufficio di Paul, e gli presentò Ho-
well.
   Dadgar gli strinse la mano.
   Sedettero intorno al tavolo nell'angolo dell'ufficio. A Howell, Dadgar
non dava l'impressione di essere un mostro: era solo un uomo di mezza età,
dall'aria stanca e dai capelli radi.
   Howell incominciò a ripetergli ciò che aveva detto al dottor Kian:
«L'EDS è una società rispettabile, che non ha fatto niente di illecito, e sia-
mo disposti a collaborare alle indagini. Ma non possiamo tollerare che due
nostri dirigenti restino in carcere.»
   La risposta di Dadgar - tradotta da Abolhasan - lo sorprese: «Se non ave-
te fatto niente di illecito, perché non avete pagato la cauzione?».
   «Non esiste un nesso» ribatté Howell. «La cauzione serve a garantire
che qualcuno si presenterà al processo, non è una somma che viene inca-
merata se quel qualcuno è colpevole. La cauzione viene restituita non ap-
pena l'imputato compare in tribunale, indipendentemente dalla sentenza.»
Mentre Abolhasan traduceva, Howell si chiese se "cauzione" era un modo
esatto per rendere il termine usato da Dadgar per riferirsi ai 12.750.000
dollari da lui pretesi. Poi ricordò qualcosa d'altro che poteva essere signifi-
cativo. Il giorno in cui erano stati arrestati Paul e Bill, lui aveva parlato al
telefono con Abolhasan, il quale aveva accennato che i 12.750.000 dollari
erano, secondo Dadgar, la somma pagata fino a quella data all'EDs dal mi-
nistero della Sanità; e Dadgar aveva sostenuto che se il contratto era stato
ottenuto mediante la corruzione l'EDS non aveva diritto a quel denaro.
(Nel corso dell'interrogatorio, Abolhasan non aveva tradotto a Paul e Bill
questa frase.)
   Per la precisione, l'EDS aveva ricevuto pagamenti ben superiori a tredici
milioni di dollari, quindi l'affermazione non aveva molto senso, e Howell
non vi aveva fatto gran caso. Forse era stato un errore; forse Dadgar aveva
semplicemente sbagliato i conti.
   Abolhasan stava traducendo la risposta di Dadgar. «Se quei due sono in-
nocenti non avranno motivo di non presentarsi al processo, e voi non ri-
schierete nulla pagando la cauzione.»
   «Una società americana non può farlo» disse Howell. Non mentiva, ma
cercava volutamente di mettere fuori strada Dadgar. «L'EDS è una società
per azioni e secondo le disposizioni di legge americane può usare il pro-
prio denaro solo nell'interesse degli azionisti. Paul e Bill sono liberi citta-
dini; la società non può garantire che si presenteranno al processo. Quindi
non possiamo spendere in questo modo il denaro dell'EDS.»
   Quella era la posizione iniziale per la quale Howell aveva optato fin dal
primo momento; ma quando Abolhasan tradusse si rese conto che a Da-
dgar non faceva nessuna impressione.
   «Dovranno essere le famiglie a versare la cauzione» continuò. «In que-
sto momento stanno raccogliendo denaro negli Stati Uniti, ma tredici mi-
lioni di dollari sono troppi. Se la cauzione venisse ridotta a una cifra più
ragionevole, forse potrebbero pagarla.» Erano tutte menzogne, naturalmen-
te; la cauzione l'avrebbe pagata Ross Perot, se fosse stato necessario e se
Tom Walter fosse riuscito a trovare il modo di far pervenire il denaro in I-
ran.
   Questa volta toccò a Dadgar restare sorpreso. «È vero che non potete
obbligare i vostri dipendenti a presentarsi al processo?»
   «È verissimo» rispose Howell. «Cosa dovremmo fare, incatenarli? Non
siamo la polizia. E voi tenete in carcere due individui per i presunti reati di
una società.»
   La risposta di Dadgar fu: «No, sono in carcere per ciò che hanno fatto
personalmente».
   «E cioè?»
   «Si sono fatti pagare dal ministero della Sanità mediante falsi rapporti
sull'andamento del lavoro.»
   «Evidentemente questo non può riguardare Bill Gaylord, dato che il mi-
nistero non ha pagato una sola delle fatture presentate dopo il suo arrivo a
Teheran... quindi, di che cosa è accusato?»
   «Ha falsificato i rapporti, e non le permetto di interrogarmi, signor Ho-
well.»
   Di colpo, Howell ricordò che Dadgar poteva sbattere in prigione anche
lui.
   Dadgar continuò: «Sto svolgendo un'indagine. Quando sarà conclusa, ri-
lascerò i suoi clienti o li incriminerò».
   Howell disse: «Siamo disposti a collaborare con le sue indagini. Nel
frattempo, cosa possiamo fare per far rilasciare Paul e Bill?».
   «Pagate la cauzione.»
   «E se verranno rilasciati su cauzione, potranno ripartire dall'Iran?»
   «No.»

  Jay Coburn varcò la porta di vetro scorrevole ed entrò nell'atrio dello
Sheraton. Sulla destra c'era il lungo banco, sulla sinistra i negozi dell'al-
bergo. Al centro stava un divano.
   Secondo le istruzioni ricevute, andò all'edicola e acquistò la rivista "Ne-
wsweek". Sedette sul divano, rivolto verso la porta per poter tener d'occhio
chi entrava e finse di leggere.
   Gli sembrava di essere il protagonista d'un film di spionaggio.
   Per il momento il piano di salvataggio era stato sospeso, mentre Majid si
informava sul conto del colonnello che comandava il carcere. Nel frattem-
po" Coburn compiva una missione per Perot.
   Doveva incontrarsi con un uomo soprannominato Gola Profonda (come
il personaggio misterioso che forniva informazioni al giornalista Bob Wo-
odward in Tutti gli uomini del presidente). Era un consulente americano
che teneva seminari per i dirigenti delle società straniere, per insegnare
come bisognava trattare gli affari con gli iraniani. Prima dell'arresto di
Paul e Bill, Lloyd Briggs si era rivolto a Gola Profonda perché aiutasse
l'EDS a indurre il ministero a pagare i conti. Gola Profonda aveva detto a
Briggs che l'EDS era nei guai, ma che pagando due milioni e mezzo di dol-
lari avrebbe potuto tirarsene fuori. A quel tempo l'EDS non aveva preso
sul serio il consiglio: era il governo che doveva denaro alla società e non
viceversa; erano gli iraniani che dovevano mettersi in regola.
   L'arresto di Paul e Bill aveva confermato la credibilità di Gola Profonda
(come era avvenuto anche nel caso di Bunny Fleischhaker) e Briggs l'ave-
va contattato di nuovo. «Ecco, adesso sono infuriati con voi» aveva detto
quello. «Sarà ancora più difficile, ma vedrò che cosa posso fare.»
   Il giorno prima aveva telefonato. Poteva risolvere il problema, aveva
detto. Voleva incontrarsi personalmente con Ross Perot.
   Taylor, Howell, Young e Gallagher erano stati concordi nel concludere
che in nessun caso Perot doveva accettare... erano inorriditi già al pensiero
che Gola Profonda sapesse che Perot era nella capitale. Quindi Perot aveva
chiesto a Simons se poteva mandare Coburn al suo posto, e Simons aveva
acconsentito.
   Coburn aveva telefonato a Gola Profonda e aveva detto che lui avrebbe
rappresentato Perot.
   «No, no» aveva ribattuto l'altro. «Deve venire Ross Perot in persona.»
   «Allora niente da fare» era stata la risposta di Coburn.
   «D'accordo, d'accordo.» Gola Profonda aveva fatto marcia indietro e a-
veva dato le istruzioni a Coburn.
   Coburn doveva andare a una certa cabina telefonica nella zona di Vanak,
non lontano dalla casa di Keane Taylor, alle otto di sera.
   Alle otto precise il telefono era squillato. Gola Profonda aveva detto a
Coburn di andare allo Sheraton, che era lì vicino, e di sedersi nell'atrio
leggendo "Newsweek". Si sarebbero incontrati lì e si sarebbero riconosciu-
ti grazie a uno scambio di frasi convenzionali. Gola Profonda avrebbe det-
to: «Sa dov'è viale Pahlavi?». Era a un isolato di distanza, ma Coburn do-
veva rispondere: «No, non lo so, sono appena arrivato in città».
   E adesso gli sembrava di interpretare un film di spionaggio.
   Su consiglio di Simons aveva indossato il lungo, voluminoso giaccone
imbottito, quello che secondo Taylor lo faceva somigliare alla pubblicità
della Michelin. Lo scopo era scoprire se Gola Profonda avrebbe preteso di
perquisirlo. Se non l'avesse fatto, Coburn avrebbe potuto, negli eventuali
incontri successivi, portare un magnetofono sotto il giaccone e registrare il
colloquio.
   Coburn sfogliò "Newsweek".
   «Sa dov'è viale Pahlavi?»
   Coburn alzò gli occhi e vide un uomo più o meno della sua corporatura,
sulla quarantina, con i capelli scuri e lisci e gli occhiali. «No, non lo so,
sono appena arrivato in città.»
   Gola Profonda si guardò nervosamente intorno. «Andiamo» disse. «Là.»
   Coburn si alzò e lo seguì nella parte posteriore dell'albergo. Si ferma-
rono in un corridoio buio. «Devo perquisirla» disse Gola Profonda.
   Coburn alzò le braccia. «Di cos'ha paura?»
   Gola Profonda rise, sprezzante. «Non ci si può fidare di nessuno. Non
c'è più legge in questa città.» Completò la perquisizione.
   «Adesso torniamo nell'atrio?»
   «No. Può darsi che mi sorveglino... non posso correre il rischio di farmi
vedere con lei.»
   «Sta bene. Che cosa propone?»
   Gola Profonda rise di nuovo. «Siete nei guai» disse. «Avete già combi-
nato un pasticcio una volta, rifiutando di dare ascolto a chi conosce questo
paese.»
   «Che pasticcio abbiamo combinato?»
   «Voi credete che questo sia il Texas. Ma non lo è.»
   «Ma che cosa abbiamo fatto?»
   «Avreste potuto venirne fuori con due milioni e mezzo di dollari. Ora ve
ne costerà sei.»
   «Sentiamo.»
   «Un momento. L'ultima volta mi avete lasciato a terra. Questa è la vostra
ultima occasione. Stavolta non potrete tirarvi indietro all'ultimo momen-
to.»
   Coburn incominciava a detestare Gola Profonda. Era un tipo che si cre-
deva molto furbo. Sembrava dire: Siete tutti così stupidi e io ne so tanto
più di voi, per me è difficile abbassarmi al vostro livello.
   «A chi dobbiamo pagare?» chiese Coburn.
   «Un conto numerato in Svizzera.»
   «E come facciamo a sapere che otterremo ciò per cui paghiamo?»
   Gola Profonda rise. «Stia a sentire, considerando come vanno le cose in
questo paese, non si molla il denaro prima della consegna della merce. È
l'unico modo per ottenere qualcosa.»
   «Sta bene. Quali sono le condizioni?»
   «Lloyd Briggs s'incontrerà con me in Svizzera; apriremo un conto e fir-
meremo una lettera d'accordo che verrà depositata presso la banca. Il dena-
ro verrà sbloccato quando Chiapparone e Gaylord usciranno... cioè imme-
diatamente, se lasciate che me ne occupi io.»
   «Chi incasserà il denaro?»
   Gola Profonda si limitò a scrollare la testa con un gesto sprezzante.
   «Bene, come possiamo sapere che è in grado di fare ciò che dice?»
   «Senta, le sto passando informazioni avute da persone molto vicine a chi
vi sta causando il problema.»
   «Vuol dire Dadgar?»
   «Non imparerà mai, vero?»
   Oltre a scoprire qual era la proposta di Gola Profonda, Coburn aveva il
compito di valutare quell'uomo. Bene, adesso l'aveva valutato: Gola Pro-
fonda era uno stronzo.
   «Sta bene» disse. «Ci terremo in contatto.»

   Keane Taylor versò un po' di rum, aggiunse il ghiaccio e finì di riempire
il grosso bicchiere con la Coca-Cola. Era la sua bevanda preferita.
   Taylor era un pezzo d'uomo alto uno e novanta che pesava novanta-
cinque chili, con un torace enorme. Nei marines aveva giocato a footbal
americano. Curava molto l'abbigliamento e preferiva gli abiti con il gilé e
le camicie con i colletti fissati da bottoncini. Portava grossi occhiali dalla
montatura d'oro. Aveva trentanove anni e stava incominciando a perdere i
capelli.
   Da giovane Taylor era stato un tipo scatenato: non aveva finito gli studi,
nei marines aveva perso i gradi di sergente per mancanza di disciplina... e
ancora adesso detestava le supervisioni rigorose. Preferiva lavorare alle di-
pendenze della sftssidiaria mondiale dell'EDS perché la sede centrale era
tanto lontana.
   Ma adesso era sottoposto a una supervisione rigorosa. Dopo quattro
giorni passati a Teheran, Ross Perot era esasperato.
   A Taylor facevano un po' paura le riunioni con il principale. Dopo che
lui e Howell avevano passato la giornata correndo come pazzi per la città,
lottando con il traffico, le dimostrazioni e l'intransigenza dei burocrati ira-
niani, dovevano spiegare a Perot perché non avevano ottenuto niente.
   Per peggiorare le cose, Perot stava quasi sempre chiuso in albergo. Era
uscito due sole volte: prima per andare all'ambasciata e poi al quartier ge-
nerale delle forze armate degli Stati Uniti. Taylor aveva fatto in modo che
nessuno gli offrisse le chiavi d'una macchina o denaro locale, per evitare
che a Perot saltasse in testa di andarsene in giro. Ma il risultato era che Pe-
rot sembrava un orso in gabbia, e partecipare a una riunione con lui era
come entrare nella gabbia dell'orso.
   Ma almeno Taylor non era più costretto a fingere di non saper nulla della
squadra di salvataggio. Coburn l'aveva condotto a conoscere Simons, e a-
vevano parlato per tre ore... o meglio, Taylor aveva parlato: Simons s'era
limitato a fare domande. Si erano sistemati nel soggiorno della casa di Ta-
ylor, e Simons lasciava cadere la cenere dei sigari sul tappeto; e Taylor gli
aveva detto che l'Iran era come un animale con la testa mozza. La testa - i
ministri e gli alti funzionari - stavano ancora cercando di dare ordini, ma il
corpo - il popolo - faceva i suoi comodi. Di conseguenza le pressioni poli-
tiche non sarebbero servite a far rilasciare Paul e Bill: sarebbe stato neces-
sario pagare la cauzione o liberarli con la forza. Per tre ore Simons non a-
veva mai cambiato tono di voce, non aveva mai espresso un'opinione, non
si era neppure mosso dalla poltrona.
   Ma era più facile affrontare il ghiaccio di Simons che il fuoco di Perot.
Ogni mattina Perot bussava alla porta mentre Taylor si faceva la barba.
Ogni giorno Taylor si alzava un po' prima per farsi trovare pronto, ma ogni
giorno anche Perot arrivava prima; e alla fine Taylor cominciò a immagi-
nare che Perot stesse a origliare tutta la notte davanti alla porta per sor-
prenderlo mentre si radeva. Perot era pieno di idee che gli erano venute du-
rante la notte: nuovi argomenti a sostegno dell'innocenza di Paul e Bill,
nuovi progetti per convincere gli iraniani a rilasciarli. Taylor e John Ho-
well - il lungo e il corto, come Batman e Robin - dovevano prendere la
Batmobile e andare al ministero della Giustizia o al ministero della Sanità,
dove i funzionari demolivano in pochi secondi le idee di Perot. Perot aveva
ancora una mentalità legalitaria e razionale tipicamente americana, e se-
condo Taylor non si rendeva conto che gli iraniani non giocavano secondo
quelle regole.
  Taylor non aveva soltanto questo cui pensare. Sua moglie Mary e i figli,
Mike e Dawn, erano ospiti dei suoi genitori a Pittsburgh. La madre e il pa-
dre di Taylor erano ultraottantenni e malaticci. La madre era malata di cuo-
re. Mary doveva arrangiarsi da sola. Non si era lamentata, ma quando le
parlava al telefono, Taylor capiva che non era molto soddisfatta.
  Taylor sospirò, non poteva affrontare tutti i problemi del mondo con-
temporaneamente. Finì di riempire il bicchiere, lasciò la sua stanza e andò
nell'appartamento di Perot per il consueto massacro serale.

   Perot camminava avanti e indietro nel salotto dell'appartamento, in atte-
sa che si riunisse il gruppo dei negoziati. A Teheran le cose non gli anda-
vano molto bene e lo sapeva.
   All'ambasciata americana aveva ricevuto un'accoglienza gelida. Era stato
accompagnato nell'ufficio di Charles Naas, il vice dell'ambasciatore. Naas
era stato compito, ma anche lui aveva ripetuto che l'EDS doveva agire
tramite il sistema legale per ottenere che Paul e Bill venissero rilasciati.
Perot aveva insistito per vedere l'ambasciatore. Aveva fatto il giro di mez-
zo mondo per vedere Sullivan e non intendeva ripartire prima di avergli
parlato. Finalmente Sullivan era entrato, gli aveva stretto la mano e gli a-
veva detto che era stata una grossa imprudenza venire in Iran. Era chiaro
che Perot costituiva un problema e Sullivan non voleva altri problemi. Par-
lò per un po', ma non sedette neppure e se ne andò al più presto possibile.
Perot non era abituato a un simile trattamento. Dopotutto era un americano
importante e in circostanze normali un diplomatico come Sullivan sarebbe
stato almeno cerimonioso, se non deferente.
   Perot si era incontrato anche con Lou Goelz: sembrava sinceramente in-
teressato a Paul e Bill, ma non aveva offerto nessun aiuto concreto.
   Quando era uscito dall'ufficio di Naas aveva incontrato alcuni addetti
militari che l'avevano subito riconosciuto. Dopo la campagna per i prigio-
nieri di guerra, Perot aveva sempre potuto contare su un'accoglienza calo-
rosa negli ambienti militari americani. Aveva spiegato il suo problema agli
addetti, ma quelli gli avevano dichiarato apertamente che non potevano far
nulla. «Senta, dimentichi quello che legge sui giornali, dimentichi quello
che sostiene pubblicamente il Dipartimento di Stato» gli aveva detto uno
di loro. «Qui non abbiamo nessun potere... All'ambasciata sta perdendo
tempo.»
   Perot aveva perso tempo anche al quartier generale americano. Il supe-
riore di Cathy Gallagher, il colonnello Keith Barlow, capo del Comando
delle Attività di Sostegno in Iran, aveva mandato all'Hyatt una macchina
blindata. Perot c'era salito con Rich Gallagher. L'autista era iraniano, e Pe-
rot si era chiesto da che parte stava.
   Si erano incontrati con il generale dell'aeronautica Phillip Gast, capo del
MAAG (Military Assistance Advisory Group) in Iran, e con il generale
"Dutch" Huyser. Perot conosceva già Huyser, e lo ricordava come un uo-
mo forte e dinamico; ma adesso sembrava svuotato. Perot sapeva dai gior-
nali che Huyser era l'emissario del presidente Carter, e che era lì per indur-
re i militari iraniani ad appoggiare il vacillante governo di Bakhtiar; e Pe-
rot aveva la sensazione che Huyser non fosse entusiasta di quel compito.
   Huyser aveva detto sinceramente che sarebbe stato lieto di poter aiutare
Paul e Bill, ma che al momento non aveva nessun ascendente sugli irania-
ni: non aveva nulla da offrire in cambio. Anche se fossero usciti dal carce-
re, aveva soggiunto, sarebbero stati in pericolo. Perot aveva ribattuto che
aveva già pensato anche a quello: Bull Simons era lì per occuparsi di Paul
e Bill non appena fossero stati rilasciati. Huyser era scoppiato a ridere, e
dopo un attimo anche Gast aveva capito: sapevano chi era Simons, e sape-
vano che progettava ben di più che un incarico di babysitter.
   Gast si era offerto di fornire carburante a Simons, ma tutto finiva lì. Pa-
role calorose da parte dei militari, parole fredde da parte dell'ambasciata:
ma nessun aiuto da nessuna parte. E da Howell e Taylor non otteneva altro
che scuse.
   Chiuso tutto il giorno in una stanza d'albergo, Perot si sentiva ammattire.
Quel giorno Cathy Gallagher l'aveva pregato di badare al suo barboncino,
Buffy. L'aveva detto come se fosse un grande onore, un segno della stima
che aveva per lui... e Perot era rimasto tanto sorpreso che aveva accettato.
Mentre guardava la bestiola si era reso conto che era un'occupazione strana
per il capo di una grande azienda internazionale, e si domandava come
diavolo s'era lasciato convincere. Non aveva ricevuto molta comprensione
da Keane Taylor, che giudicava la cosa piuttosto divertente. Dopo qualche
ora Cathy era tornata dal parrucchiere, o dovunque fosse stata, e s'era ri-
portata via il cagnolino: ma Perot era rimasto di umore nero.
   Bussarono alla porta ed entrò Taylor, con il solito bicchiere in mano. Era
seguito da John Howell, Rich Gallagher e Bob Young. Tutti sedettero.
   «Dunque» chiese Perot, «gli avete detto che garantiamo che Paul e Bill
si presenteranno per gli interrogatori in qualunque località degli Stati Uniti
o dell'Europa, con un preavviso di trenta giorni, in qualunque momento en-
tro i prossimi due anni?»
   «La cosa non gli interessa» disse Howell.
   «Come sarebbe a dire, la cosa non gli interessa?»
   «Le sto semplicemente ripetendo quello che hanno detto loro...»
   «Ma se questa è un'inchiesta, e non un tentativo di ricatto, a loro basta
essere sicuri che Paul e Bill siano a disposizione per essere interrogati.»
   «Sono sicuri già adesso. Credo che non ritengano di dover cambiare.»
   Perot sedette. Era esasperante. Sembrava che non esistesse la possibilità
di ragionare con gli iraniani. «Ha proposto di far rilasciare Paul e Bill affi-
dandoli in custodia alla nostra ambasciata?»
   «Hanno rifiutato.»
   «Perché?»
   «Non l'hanno detto.»
   «Ma gliel'ha chiesto?»
   «Ross, non sono obbligati a dare spiegazioni. Sono loro che comandano
e lo sanno benissimo.»
   «Ma sono responsabili della sicurezza dei loro detenuti.»
   «A quanto pare è una responsabilità che non sentono molto.»
   Taylor disse: «Ross, quelli non giocano secondo le nostre regole. Per lo-
ro, sbattere in galera due uomini è una cosa da niente. La sicurezza di Paul
e Bill non conta molto...».
   «E allora, secondo quali regole stanno giocando? Siete in grado di dir-
melo?»
   Bussarono alla porta. Entrò Coburn, con il giaccone e il berretto di lana
nera. Perot si scosse: forse avrebbe avuto finalmente una buona notizia.
«Ha incontrato Gola Profonda?»
   «Sì» disse Coburn, togliendosi il giaccone.
   «Avanti, sentiamo.»
   «Dice che può far liberare Paul e Bill per sei milioni di dollari. Il denaro
dovrebbe essere versato su un conto corrente bloccato in Svizzera, e sbloc-
cato quando Paul e Bill lasceranno l'Iran.»
   «Diavolo, non è poi tanto male» commentò Perot. «Ce la caviamo con
uno sconto del cinquanta per cento. Secondo le leggi del nostro paese sa-
rebbe addirittura lecito... è un riscatto. Che tipo è Gola Profonda?»
   «Non mi fido di quel bastardo» disse Coburn.
   «Perché?»
   Coburn alzò le spalle. «Non lo so, Ross. È viscido, sfuggente... Presun-
tuoso... Non gli affiderei neppure sessanta cent per andare a prendermi un
pacchetto di sigarette al negozio all'angolo. Me lo sento nelle ossa.»
   «Ma d'altra parte, che cosa si aspettava?» disse Perot. «Questa è corru-
zione bella e buona... i pilastri della comunità non s'immischiano in storie
del genere.»
   Howell intervenne. «L'ha detto. Questa è corruzione.» La sua voce lenta
e gutturale aveva un insolito tono concitato. «È una faccenda che non mi
piace per niente.»
   «Non piace neppure a me» disse Perot. «Ma tutti voi continuate a ripe-
termi che gli iraniani non giocano secondo le nostre regole.»
   «Sì, ma ascolti» continuò Howell infervorandosi. «In tutta questa storia
mi sono aggrappato a una speranza... al fatto che noi non abbiamo fatto
niente di illecito e che un giorno, in un modo o nell'altro, qualcuno lo capi-
rà, e allora tutto si concluderà per il meglio... Non vorrei abbandonare que-
sta speranza.»
   «Finora non ci è servita a molto.»
   «Ross, sono convinto che con il tempo e la pazienza la spunteremo. Ma
se ci facciamo coinvolgere in un caso di corruzione non abbiamo più spe-
ranze.»
   Perot si rivolse a Coburn. «Come fa a sapere che Gola Profonda è d'ac-
cordo con Dadgar?»
   «Non lo sappiamo affatto» rispose Coburn. «Il suo argomento decisivo è
questo: non dobbiamo pagare prima di aver ottenuto il risultato, quindi co-
s'abbiamo da perdere?»
   «Tutto» disse Howell. «Non ha nessuna importanza il fatto che negli
Stati Uniti sarebbe lecito: in Iran potrebbe esserci fatale.»
   Taylor disse: «Per me, puzza. Tutta questa storia puzza».
   Perot era sorpreso dalle loro reazioni. Anche lui odiava l'idea di ricorrere
alla corruzione, ma era disposto a scendere a un compromesso con i suoi
principi pur di tirar fuori dal carcere Paul e Bill. Il buon nome dell'EDS gli
stava a cuore, e non gli sorrideva la prospettiva di macchiarlo, come non
andava a John Howell; ma Perot sapeva qualcosa che Howell non sapeva:
che il colonnello Simons e la sua squadra avrebbero dovuto affrontare ri-
schi ben più gravi.
   Perot disse: «Finora il nostro buon nome non è stato molto utile a Paul e
Bill».
  «Qui non si tratta soltanto del nostro buon nome» insistette Howell. «A
quest'ora Dadgar deve essere ormai sicuro che non abbiamo corrotto nes-
suno... ma se ci cogliesse in flagrante atto di corruzione salverebbe la fac-
cia.»
  Era verissimo, pensò Perot. «Potrebbe essere una trappola?»
  «Sì.»
  Certo, era logico. Dadgar, non riuscendo a trovare prove a carico di Paul
e Bill, fa capire a Gola Profonda che è disposto a lasciarsi corrompere e
poi, quando Perot abbocca all'amo, annuncia al mondo intero che l'EDS ri-
corre alla corruzione... Allora li avrebbe sbattuti in carcere tutti quanti con
Paul e Bill. E dato che erano colpevoli, ci sarebbero rimasti.
  «D'accordo» disse Perot, riluttante. «Chiami Gola Profonda e gli dica
che non se ne fa niente.»
  Coburn si alzò. «Bene.»
  Era stata un'altra giornata infruttuosa, pensò Perot. Gli iraniani l'avevano
in pugno. Ignoravano le pressioni politiche. La corruzione poteva peggio-
rare le cose. Se l'EDS avesse pagato la cauzione, Paul e Bill non avrebbero
potuto lasciare comunque l'Iran.
  La soluzione migliore sembrava ancora quella di dare il via a Simons.
  Ma non aveva intenzione di dirlo al suo gruppo di negoziatori.
  «Sta bene» disse. «Domani ritenteremo.»

   Keane Taylor, il lungo, e John Howell, il corto, come Batman e Robin,
ritentarono il 17 gennaio. Andarono al ministero della Sanità in viale Ein-
senhower, portarono con loro Abolhasan perché facesse da interprete e
s'incontrarono con Dadgar alle dieci del mattino. Con Dadgar c'erano alcu-
ni funzionari della Previdenza Sociale, il servizio del ministero che fun-
zionava grazie ai computer dell'EDS.
   Howell aveva deciso di abbandonare la posizione che aveva assunto al-
l'inizio delle trattative, e secondo la quale l'EDS non avrebbe pagato la
cauzione, in ossequio alle leggi americane sulle società per azioni. Era e-
gualmente inutile chiedere quali fossero le accuse e le prove a carico di
Paul e Bill: Dadgar poteva opporre un rifiuto con la scusa che stava ancora
indagando. Ma Howell non aveva una strategia nuova da sostituire alla
vecchia. Giocava a poker senza avere carte in mano. Forse quel giorno
Dadgar gliene avrebbe data qualcuna.
   Dadgar incominciò a spiegare che il personale della Previdenza Sociale
chiedeva che l'EDS passasse le consegne di quello che veniva chiamato
Centro Dati 125.
   Il piccolo computer, Howell lo ricordava, gestiva le paghe e le pensioni
del personale della Previdenza. Quelli, in realtà, volevano i loro stipendi,
proprio quando gli altri iraniani non ricevevano le prestazioni previdenziali
alle quali avrebbero avuto diritto.
   Keane Taylor obiettò: «Non è tanto semplice. La consegna sarebbe u-
n'operazione complessa, e richiederebbe l'intervento di personale specia-
lizzato. Naturalmente, sono rientrati tutti negli Stati Uniti».
   Dadgar replicò: «Allora fateli tornare qui».
   «Non sono tanto stupido» disse Taylor.
   La solita delicatezza dei marines, pensò Howell.
   Dadgar disse: «Se quello parla così, lo mando in galera».
   «Come ci manderebbe il personale se lo richiamassi in Iran» commentò
Taylor.
   Howell s'intromise. «Potrebbe garantirci che se il personale tornasse non
subirebbe arresti o fastidi?»
   «Non posso dare garanzie ufficiali» disse Dadgar. «Tuttavia, le darei la
mia parola d'onore.»
   Howell lanciò a Taylor un'occhiata ansiosa. Taylor non aprì bocca, ma la
sua espressione diceva chiaramente che non avrebbe dato un soldo per la
parola d'onore di Dadgar. «Potremmo esaminare i modi per effettuare il
passaggio» disse Howell. Finalmente Dadgar gli aveva dato un appiglio
per negoziare, anche se non.era molto. «Naturalmente, avremmo bisogno
di assicurazioni. Per esempio, dovreste dichiarare che il macchinario vi è
stato consegnato in buone condizioni... ma forse per questo potremmo ser-
virci di esperti indipendenti...» Howell stava sondando il terreno. Se dove-
vano consegnare il centro dati, l'avrebbero fatto a un prezzo: la liberazione
di Paul e Bill.
   Dadgar demolì immediatamente quella speranza. «Ogni giorno vengono
presentati ai miei inquirenti nuovi reclami contro la vostra società, reclami
che giustificherebbero un aumento della cauzione. Tuttavia, se collaborere-
te alla consegna del Centro Dati 125, in cambio potrei ignorare i reclami e
evitare di aumentare la cauzione.»
   Taylor disse: «Maledizione, non è altro che un ricatto!».
   Howell si rese conto che il Centro Dati 125 rappresentava una questione
secondaria. Dadgar aveva sollevato il problema, senza dubbio perché que-
gli alti funzionari gliel'avevano chiesto, ma non gli stava abbastanza a cuo-
re per indurlo a fare vere concessioni. Quindi, che cosa gli stava veramente
a cuore?
   Howell pensò a Lucio Randone, l'ex compagno di cella di Paul e Bill. La
sua offerta di collaborazione era stata accettata dal direttore dell'EDS Paul
Bucha, che era andato in Italia a parlare con la società per la quale lavora-
va Randone, la Condotte d'Acqua. Bucha aveva riferito che la società stava
costruendo complessi abitativi a Teheran quando i finanziatori iraniani e-
rano rimasti a corto di fondi. Naturalmente la società aveva interrotto i la-
vori, ma molti iraniani avevano già pagato gli appartamenti in costruzione.
Data l'atmosfera attuale, non era sorprendente che la colpa venisse attribui-
ta agli stranieri, e Randone era stato arrestato come capro espiatorio. La
società aveva trovato una nuova fonte di finanziamenti e aveva ripreso i
lavori; e contemporaneamente Randone era stato rilasciato, secondo un ac-
cordo negoziato da un avvocato iraniano, Ali Azmayesh. Bucha aveva rife-
rito ciò che gli avevano ripetuto gli italiani: «Non lo dimentichi, l'Iran sarà
sempre l'Iran. Non cambierà mai». Secondo la sua interpretazione, era u-
n'allusione al fatto che l'accordo aveva incluso il pagamento d'una somma
per "ungere le ruote". Inoltre, Howell sapeva che uno dei canali tradiziona-
li per versare una bustarella era l'onorario di un avvocato. L'avvocato, per
esempio, faceva un lavoro che avrebbe richiesto mille dollari di parcella,
pagava una bustarella di diecimila dollari, e metteva in conto undicimila
dollari al cliente. Quel genere di cose innervosiva Howell, ma nonostante
tutto era andato a parlare con Azmayesh, il quale aveva detto: «L'EDS non
ha un problema legale, ha un problema d'affari». Se l'EDS fosse pervenuta
a un accordo con il ministero della Sanità, Dadgar avrebbe ripiegato in
buon ordine. E Azmayesh non aveva affatto parlato di bustarelle.
   Era incominciato come un problema d'affari, pensò Howell: il cliente
non aveva pagato, l'azienda aveva rifiutato di continuare il lavoro. Era pos-
sibile arrivare a un compromesso grazie al quale l'EDS avrebbe consegnato
i computer e il ministero avrebbe pagato almeno una parte della somma
dovuta? Decise di chiederlo apertamente a Dadgar.
   «Potrebbe essere utile se l'EDS ridiscutesse il suo contratto con il mini-
stero della Sanità?»
   «Potrebbe essere utilissimo» rispose Dadgar. «Non sarebbe una solu-
zione legale del nostro problema, ma potrebbe essere una soluzione prati-
ca. Sarebbe un peccato sprecare tutto il lavoro che è stato fatto per compu-
terizzare il ministero.»
   Interessante, pensò Howell. Vogliono un sistema previdenziale mo-
derno. .. o la restituzione del denaro pagato. Mettere in galera Paul e Bill e
chiedere una cauzione di tredici milioni di dollari è il loro modo di dare al-
l'EDS la scelta tra quelle due alternative... quelle e nessun'altra. Finalmente
si comincia a parlar chiaro.
   Decise di essere franco. «Naturalmente, le trattative non potrebbero in-
cominciare finché Chiapparone e Gaylord non venissero rilasciati.»
   Dadgar rispose: «Ma se vi impegnate a trattare in buona fede, il ministe-
ro mi avvertirà; e le accuse potrebbero venire cambiate, la cauzione po-
trebbe venire ridotta e Chiapparone e Gaylord potrebbero addirittura essere
rilasciati sulla parola.»
   Chiarissimo, pensò Howell. L'EDS avrebbe fatto bene a rivolgersi al mi-
nistro della Sanità.
   Da quando il ministero aveva smesso di pagare le fatture c'erano stati
due cambiamenti di governo. Il dottor Sheikholeslamizadeh, che adesso
era in carcere, era stato sostituito da un generale; e poi, quando Bakhtiar
era stato nominato primo ministro, il generale era stato rimpiazzato a sua
volta da un nuovo ministro della Sanità. Chi era? si chiese Howell. E che
tipo era?

   «C'è al telefono il signor Young dell'EDS che vuol parlarle, signor mini-
stro» disse il segretario.
   Il dottor Razmara trasse un profondo respiro. «Gli dica che gli uomini
d'affari americani non possono più prendere il telefono e chiamare i mini-
stri del governo iraniano e pretendere di parlarci come se fossimo alle loro
dipendenze» disse. E alzò la voce. «Quei tempi sono finiti.»
   Poi chiese l'incartamento dell'EDS.
   Manuchehr Razmara era stato a Parigi per Natale. Era cardiologo, aveva
studiato in Francia e aveva sposato una francese. Considerava la Francia
come la sua seconda patria, e parlava il francese correntemente. Faceva
parte del Consiglio nazionale dei medici iraniani ed era amico di Shahpour
Bakhtiar, e quando Bakhtiar era stato nominato Primo ministro gli aveva
telefonato a Parigi e l'aveva invitato a tornare in patria per assumere il di-
castero della Sanità.
   L'incartamento dell'EDS gli fu portato dal dottor Emrani, il viceministro
responsabile della Previdenza Sociale. Emrani era sopravvissuto a due crisi
di governo: era già lì quando erano incominciate le grane.
   Razmara lesse la documentazione con sdegno crescente. Il progetto del-
l'EDS era pazzesco. Il prezzo stabilito dal contratto era quarantotto milioni
di dollari, con vari aumenti che potevano arrivare fino ai novanta milioni.
Razmara ricordava che l'Iran aveva in tutto dodicimila medici per una po-
polazione di trentadue milioni, e che c'erano sessantaquattromila villaggi
senza acqua corrente; e concluse che chi aveva firmato quel contratto con
l'EDS era un pazzo o un traditore, o l'uno e l'altro. Come potevano giustifi-
care il fatto di spendere milioni per i computer quando alla gente manca-
vano le condizioni igieniche più elementari, come l'acqua? Poteva esserci
un'unica spiegazione: si erano lasciati corrompere.
   Bene, l'avrebbero pagata. Emrani aveva preparato quella documenta-
zione per il tribunale speciale che si occupava dei casi di corruzione dei
pubblici dipendenti. Tre persone erano in carcere: l'ex ministro, il dottor
Sheikholeslamizadeh, e due dei suoi vecchi viceministri, Reza Neghabat e
Nili Arame. Era giusto. La responsabilità del guaio in cui si trovavano do-
veva ricadere principalmente sugli iraniani. Ma anche gli americani erano
colpevoli. Gli uomini d'affari americani e il loro governo avevano incorag-
giato i piani pazzeschi dello scià e ne avevano ricavato lauti profitti: ades-
so dovevano pagarla. Inoltre, secondo la documentazione, l'EDS si era di-
mostrata d'una incompetenza spettacolare: i computer, dopo due anni e
mezzo, non erano ancora in funzione, tuttavia il piano d'automazione ave-
va sovvertito a tal punto il servizio della Previdenza Sociale che non fun-
zionavano neppure i vecchi sistemi, e di conseguenza Emrani non poteva
controllare le spese del suo dipartimento. Era una delle cause principali
delle spese eccessive del ministero, affermava l'incartamento.
   Razmara notò che l'ambasciata americana protestava per l'arresto di
Chiapparone e Gaylord perché non c'erano prove contro di loro. Era tipico
degli americani. Naturalmente le prove non c'erano: le bustarelle non veni-
vano pagate in assegni. E l'ambasciata era preoccupata per la sicurezza dei
due detenuti. Per Razmara, quella era un'ironia. Lui era preoccupato per la
propria sicurezza. Ogni giorno, quando andava in ufficio, si domandava se
sarebbe tornato a casa vivo.
   Chiuse l'incartamento. L'EDS e i suoi dirigenti incarcerati non lo com-
muovevano affatto. Anche se avesse voluto farli rilasciare, non ne avrebbe
avuto la possibilità, pensò. L'umore antiamericano della popolazione era
giunto al culmine. Il governo di cui faceva parte Razmara, il governo Ba-
khtiar, era stato insediato dallo scià e quindi veniva sospettato di filoame-
ricanismo. Con il paese in subbuglio, un ministro che si fosse preso a cuo-
re la sorte di un paio di avidi lacché del capitalismo americano sarebbe sta-
to silurato se non addirittura linciato... giustamente. Razmara passò a oc-
cuparsi di cose più importanti.
   Il giorno dopo, il segretario gli disse: «Signor ministro, c'è qui il signor
Young dell'EDs che vuole vederla».
   L'arroganza degli americani era esasperante. Razmara disse: «Gli ripeta
quello che le ho detto ieri... e poi gli dia cinque minuti di tempo per spari-
re».
   Per Bill, il problema più grosso era il tempo.
   Era diverso da Paul. Per Paul - irrequieto, aggressivo, tenace e ambizio-
so - l'aspetto peggiore, nel fatto di essere in carcere, era l'inattività. Bill a-
veva un'indole più tranquilla: era rassegnato al fatto che non poteva far al-
tro che pregare, e perciò pregava. (Non ostentava la sua religiosità: prega-
va a notte alta, prima di addormentarsi, o al mattino presto prima che si
svegliassero gli altri.) Ciò che lo assillava era la lentezza tormentosa con
cui passava il tempo. Un giorno nel mondo reale - un giorno passato a ri-
solvere problemi, prendere decisioni, ricevere telefonate e partecipare alle
riunioni - volava via in un attimo; un giorno in carcere era eterno. Bill in-
ventò una formula per tradurre il tempo reale nel tempo carcerario.

                     Tempo reale         Tempo carcerario
                     1 secondo       =   1 minuto
                     1 minuto        =   1 ora
                     1 ora           =   1 giorno
                     1 giorno        =   1 settimana
                     1 settimana     =   1 mese
                     1 mese          =   1 anno

   Il tempo assunse per Bill questa dimensione nuova dopo due o tre setti-
mane di reclusione, quando si rese conto che il problema non sarebbe stato
risolto con molta rapidità. Diversamente dà un detenuto normale, non era
stato condannato a novanta giorni o a cinque anni, e quindi non poteva
cercare di consolarsi incidendo un calendario sul muro e contando i giorni
che lo separavano dalla libertà. I giorni che passavano non avevano impor-
tanza: il tempo che gli restava da trascorrere in carcere era indeterminato e
quindi infinito.
   I suoi compagni di cella persiani non sembravano pensarla così. Era un
contrasto culturale rivelatore: gli americani, abituati a ottenere risultati ra-
pidi, erano tormentati dalla suspense; gli iraniani si accontentavano di at-
tendere farda, domani, la settimana prossima, un futuro imprecisato... esat-
tamente come avevano fatto nel campo degli affari.
   Tuttavia, mentre il potere dello scià si affievoliva, Bill aveva l'impres-
sione di scorgere in alcuni di loro i segni della disperazione, e perciò diffi-
dava. Si guardava bene dal dire loro chi era arrivato a Teheran da Dallas e
quali erano i progressi nelle trattative per il suo rilascio; temeva che, attac-
candosi a ogni speranza, quelli cercassero di riferirlo alle guardie per in-
graziarsele.
   Si stava abituando alla prigionia. Aveva imparato a non badare alla
sporcizia e agli insetti, si era adattato al vitto freddo, colloso e sgradevole.
Aveva imparato a vivere entro un confine personale, limitato e nettamente
definito. E restava attivo.
   Trovava il modo di riempire giornate interminabili. Leggeva i libri, in-
segnava a Paul a giocare a scacchi, faceva ginnastica nel corridoio, parlava
con gli iraniani per sapere esattamente quali notizie erano state trasmesse
dalla radio e dalla televisione, e pregava. Aveva effettuato una meticolosa
ricognizione del carcere, misurando le celle e i corridoi e disegnando
schizzi e planimetrie. Teneva un diario, registrando tutti gli avvenimenti
della vita in carcere, tutto ciò che gli riferivano i visitatori e tutte le notizie.
Usava le iniziali in sostituzione dei nomi e a volte inseriva episodi inventa-
ti o versioni modificate di episodi veri, in modo che se il diario gli fosse
stato confiscato dalle autorità sarebbe servito a confonderle.
   Come tutti i prigionieri di questo mondo, attendeva le visite come un
bambino attende Papà Natale. I colleghi dell'EDS gli portavano generi a-
limentari decenti, indumenti pesanti, libri nuovi e lettere da casa. Un gior-
no Keane Taylor portò una foto del figlioletto di Bill, Christopher, sei an-
ni, davanti all'albero di Natale. Rivedere il figlio, anche in fotografia, gli
diede forza: gli ricordava la ragione per cui doveva continuare a sperare, e
rafforzava la sua decisione di non lasciarsi andare.
   Bill scriveva a Emily e consegnava le lettere a Keane, che gliele avrebbe
lette al telefono. Bill conosceva Keane da dieci anni, ed erano molto ami-
ci... dopo l'evacuazione avevano vissuto nella stessa casa. Bill sapeva che
Keane non era affatto insensibile come si diceva - era soprattutto una ma-
schera esteriore - ma gli sembrava imbarazzante scrivere "Ti amo" sapen-
do che Keane l'avrebbe letto. Bill superò l'imbarazzo, perché desiderava
dire a Emily e ai figli quanto li amava, nell'eventualità che non avesse più
potuto dirglielo personalmente. Le lettere erano simili a quelle scritte dai
piloti alla vigilia di una missione pericolosa.
   I doni più importanti recati dai visitatori erano le notizie. Quegli incontri
sempre troppo brevi che avvenivano nel parlatorio dall'altra parte del corti-
le erano dedicati alla discussione dei vari tentativi in atto per ottenere il ri-
lascio di Paul e Bill. Bill aveva l'impressione che il fattore chiave fosse il
tempo. Prima o poi, un sistema o l'altro doveva funzionare. Purtroppo,
mentre il tempo passava l'Iran andava a rotoli. Le forze rivoluzionarie
prendevano sempre più slancio. L'EDS sarebbe riuscita a tirarli fuori prima
che l'intero paese esplodesse?
   Per quelli dell'EDS diventava sempre più pericoloso venire nella zona
meridionale della città dove si trovava il carcere. Paul e Bill non sapevano
mai quando ci sarebbe stata la prossima visita, e neppure se ci sarebbe sta-
ta. Quando passavano quattro o cinque giorni, Bill si chiedeva se tutti gli
altri erano ritornati negli Stati Uniti abbandonando lui e Paul. Consi-
derando che la cauzione era troppo alta e le strade di Teheran troppo peri-
colose, avrebbero concluso che Paul e Bill rappresentavano una causa per-
sa? Forse sarebbero stati costretti ad andarsene per salvarsi. Bill ricordava
la ritirata americana in Vietnam, quando gli ultimi funzionari dell'amba-
sciata erano stati caricati sui tetti degli elicotteri: poteva immaginare che la
stessa scena si ripetesse nell'ambasciata a Teheran.
   Ogni tanto si sentiva tranquillizzato dalla visita di un funzionario del-
l'ambasciata. Anche loro correvano rischi venendo lì, ma non portavano
mai notizie precise circa gli sforzi del governo per aiutarli, e perciò Bill era
pervenuto alla conclusione che il Dipartimento di Stato non stava facendo
nulla di utile.
   Le visite del dottor Houman, l'avvocato iraniano, all'inizio erano state
incoraggianti: ma poi Bill aveva capito che Houman, secondo le abitudini
della sua gente, prometteva molto e realizzava poco. Il fallimento dell'in-
contro con Dadgar lo aveva depresso. Era stato agghiacciante vedere con
quanta facilità Dadgar aveva raggirato il tentativo di Houman, e con quan-
ta decisione si ostinava a tenerli in carcere. Quella notte Bill non aveva
dormito.
   Quando pensava alla cauzione, gli sembrava pazzesca. Nessuno al mon-
do aveva mai pagato un simile riscatto. Ricordava le notizie di certi uomini
d'affari americani sequestrati in Sudamerica per i quali erano stati chiesti
riscatti di uno o due milioni di dollari. (E di solito venivano uccisi.) Altri
sequestri di milionari, uomini politici e personaggi celebri avevano com-
portato riscatti di tre o quattro milioni... mai tredici. Nessuno avrebbe pa-
gato una simile somma per Paul e Bill.
   E inoltre, neppure quel denaro avrebbe assicurato loro il diritto di lascia-
re l'Iran. Probabilmente li avrebbero tenuti agli arresti domiciliari a Tehe-
ran... mentre le orde dei rivoluzionari prendevano il potere. Qualche volta
la cauzione gli sembrava più una trappola che un modo di uscire da quella
situazione. Era una specie di "comma 22".
   Quell'esperienza gli aveva insegnato una lezione in termine di valori.
Bill aveva scoperto che poteva fare a meno della sua bella casa, delle sue
macchine, dei cibi raffinati e degli abiti puliti. Non era tragico vivere in
una stanza sporca con gli insetti che passeggiavano sulle pareti. Tutto ciò
che aveva avuto dalla vita gli era stato tolto, e aveva scoperto che l'unica
cosa che gli stava a cuore era la sua famiglia. A pensarci bene, era la sola
cosa che contava: Emily, Vicki, Jackie, Jenny e Chris.
   La visita di Coburn l'aveva un po' rincuorato. Quando aveva visto Jay
con il giaccone imbottito e il berretto di lana e la barba rossa, Bill aveva
intuito che non era tornato a Teheran per agire per vie legali. Durante quel-
la visita, Coburn aveva parlato quasi esclusivamente con Paul; e se Paul
era venuto a conoscenza di qualcosa, a Bill non l'aveva detto. A Bill stava
bene così: l'avrebbe saputo quando fosse venuto il momento.
   Ma il giorno dopo la visita di Coburn arrivò una brutta notizia. Il 16
gennaio lo scià abbandonò l'Iran.
   Il televisore nel corridoio del carcere era acceso, eccezionalmente, seb-
bene fosse pomeriggio; e Paul e Bill, con gli altri detenuti, videro la picco-
la cerimonia nel padiglione imperiale all'aeroporto di Mehrabad. C'erano lo
scià con la moglie, tre dei quattro figli, la suocera e una folla di cortigiani.
Il primo ministro Shahpour Bakhtiar e parecchi generali erano venuti a sa-
lutarli. Bakhtiar baciò la mano allo scià, e la comitiva imperiale salì sull'a-
ereo.
   I detenuti che avevano avuto incarichi nei ministeri erano depressi; quasi
tutti erano stati in rapporti d'amicizia con la famiglia reale o con i fidi dello
scià. Adesso i loro protettori se ne erano andati: come minimo, questo si-
gnificava che dovevano rassegnarsi a una lunga detenzione. Bill pensò che
lo scià aveva portato con sé l'ultima possibilità di una svolta favorevole a-
gli americani. Adesso ci sarebbero stati caos e confusione ancora più gravi,
maggiori pericoli per gli americani a Teheran... e minori probabilità di una
rapida liberazione per Paul e Bill.
   Poco dopo che la televisione ebbe mostrato l'aereo dello scià che si al-
lontanava nel cielo, Bill incominciò a sentire un rumore sordo, come d'una
folla lontana all'esterno del carcere. Il rumore divenne un pandemonio di
grida, di applausi, di colpi di claxon. La televisione mostrò la causa di quel
chiasso: centinaia di migliaia di iraniani si riversavano per la strade urlan-
do: «Shah raft!». Lo scià se n'è andato! Paul disse che gli ricordava la sfi-
lata di Capodanno a Philadelphia. Tutte le macchine giravano con i fari ac-
cesi, strombazzando all'impazzata. Molti automobilisti avevano spinto in
avanti i tergicristalli, vi avevano fissato qualche straccetto e li tenevano in
moto, agitando quelle bandierine improvvisate. Camion carichi di giovani
trionfanti correvano per le strade, e in tutta la città gruppi di persone abbat-
tevano e fracassavano le statue dello scià. Bill si chiese che cosa avrebbero
fatto, adesso, quelle orde. E questo lo indusse a domandarsi che cosa a-
vrebbero fatto le guardie e gli altri prigionieri. Nell'esplosione isterica del-
le emozioni represse tanto a lungo, avrebbero scelto come bersagli gli a-
mericani?
   Per il resto della giornata Bill e Paul rimasero nella loro cella, cercando
di non farsi notare. Erano sdraiati sulle brande, e parlavano del più e del
meno. Paul fumava. Bill si sforzava di non pensare alle scene terrificanti
che aveva visto alla televisione, ma il ruggito di quella moltitudine scate-
nata, il grido collettivo del trionfo rivoluzionario, penetrava attraverso i
muri del carcere frastornava gli orecchi, come il rombo assordante di un
tuono vicino un attimo prima che cada il fulmine.

   Due giorni dopo, la mattina del 18 gennaio, una guardia entrò nella cella
numero 5 e disse qualcosa in Farsi a Reza Neghabat, l'ex viceministro. Ne-
ghabat tradusse per Paul e Bill: «Dovete prendere la vostra roba. Vi trasfe-
riscono».
   «Dove?»
   «In un altro carcere.»
   Nella mente di Bill squillò un campanello d'allarme. In quale specie di
carcere li avrebbero portati? In uno di quelli dove torturavano e uccide-
vano i detenuti? Avrebbero avvertito l'EDS del trasferimento, o loro due
sarebbero semplicemente spariti? Quella prigione non era meravigliosa,
ma almeno sapevano com'era.
   La guardia parlò di nuovo e Neghabat riferì: «Ha detto di non preoc-
cuparvi. È per il vostro bene».
   In pochi minuti raccolsero gli spazzolini da denti, il rasoio elettrico e i
pochi indumenti di ricambio. Poi sedettero e attesero... per tre ore.
   Era snervante. Bill si era abituato a quel carcere e - nonostante i rari so-
spetti paranoici - in sostanza si fidava dei suoi compagni di sventura. Te-
meva che il cambiamento sarebbe stato in peggio.
   Paul chiese a Neghabat di cercare di far avere notizie del trasferimento
all'EDS, magari corrompendo il colonnello che comandava la prigione.
   Il "padre" della cella, il vecchio che si era dato tanto da fare per loro, era
sconvolto. Restò a guardare tristemente mentre Paul staccava le foto di Ka-
ren e di Ann Marie. Con un gesto impulsivo, Paul diede le fotografie al
vecchio che lo ringraziò, visibilmente commosso.
   Finalmente li condussero nel cortile e li caricarono su un pulmino in
compagnia di un'altra mezza dozzina di detenuti provenienti da altre parti
del carcere. Bill li guardò, cercando di scoprire che cosa avevano in comu-
ne. C'era un francese. Forse tutti gli stranieri venivano portati in un carcere
speciale per proteggerli? Ma un altro era l'iraniano grande e grosso, il capo
della cella nel sotterraneo dove avevano trascorso la prima notte... un de-
linquente comune, probabilmente.
   Mentre il pulmino usciva dal cortile, Bill si rivolse al francese. «Sa dove
ci portano?»
   «Io verrò rilasciato» rispose il francese.
   Il cuore di Bill diede un balzo. Era una buona notizia: forse li avrebbero
rilasciati tutti.
   Incominciò a osservare le strade. Era la prima volta, dopo tre settimane,
che vedeva il mondo esterno. I palazzi governativi intorno al ministero del-
la Giustizia erano tutti danneggiati: le orde si erano veramente scatenate.
Dovunque si vedevano macchine bruciate e finestre sfondate. Le vie erano
piene di soldati e di carri armati, ma non facevano nulla, non mantenevano
l'ordine e non regolavano neppure il traffico. Bill pensò che sarebbe stata
solo questione di tempo prima che il debole governo di Bakhtiar veniste
rovesciato.
   Dov'erano finiti quelli dell'EDS... Taylor, Howell, Young, Gallagher e
Coburn? Non erano venuti a trovarli dopo la partenza dello scià. Erano sta-
ti costretti a fuggire per salvarsi? Bill era certo che fossero ancora nella ca-
pitale, che stessero ancora adoperandosi per far liberare lui e Paul. Inco-
minciò a sperare che fossero stati loro a ottenere quel trasferimento. Forse,
anziché portare i detenuti a un altro carcere, il minibus avrebbe fatto una
deviazione e li avrebbe condotti alla base aerea degli Stati Uniti. Più ci
pensava, e più si convinceva che era stato tutto organizzato per rilasciarli.
Senza dubbio l'ambasciata americana, dopo la partenza dello scià, aveva
capito che Paul e Bill correvano gravi pericoli, e aveva finalmente affron-
tato il caso con energia. Il trasferimento in pulmino era un'astuzia, una co-
pertura per portarli fuori dal carcere del ministero della Giustizia senza de-
stare i sospetti dei funzionari iraniani ostili come Dadgar.
   Il minibus correva verso nord. Attraversava quartieri che Bill conosceva;
e lui incominciava a sentirsi più sicuro, via via che si allontanava dalla tur-
bolenta parte meridionale della città.
   E anche la base aerea era a nord.
   Il pulmino entrò in una vasta piazza, dominata da un edificio enorme che
sembrava una fortezza. Bill lo guardò, incuriosito. I muri erano alti otto
metri e costellati di torrette di guardia e di postazioni di mitragliatrici. La
piazza era piena di donne iraniane avvolte nei chador, le tradizionali vesti
nere; facevano un chiasso tremendo. Era un palazzo, una moschea? O forse
una base militare?
   Il pulmino si avvicinò alla fortezza e rallentò.
   Oh, no.
   Al centro della facciata c'era un'enorme porta d'acciaio a due battenti.
Con orrore di Bill, il pulmino si avvicinò e si fermò, con il muso verso la
porta.
   Quel luogo terribile era il nuovo carcere, il nuovo incubo.
   La porta si aprì e il minibus entrò.
   Non stavano andando alla base aerea, l'EDS non aveva ottenuto nulla,
l'ambasciata non si era mossa, e loro non sarebbero stati rilasciati.
   Il pulmino si fermò di nuovo. I battenti d'acciaio si richiusero, e altri due
si aprirono davanti a loro. Il veicolo passò e si fermò in un complesso e-
norme, pieno di costruzioni. Una guardia disse qualcosa in Farsi e tutti i
prigionieri si alzarono per scendere.
   Bill si sentiva come un bambino deluso. La vita è uno schifo, pensò. Che
cos'ho fatto per meritarmi questo?
   Che cos'ho fatto?

  «Non corra» disse Simons.
  Joe Poché chiese: «Guido in modo imprudente?».
  «No. Non voglio che violi le leggi.»
  «Quali leggi?»
  «Sia molto cauto.»
  Coburn l'interruppe. «Siamo arrivati.»
  Poché fermò la macchina.
  Tutti guardarono al di sopra delle teste delle strane donne nerovestite e
videro l'immensa fortezza del carcere di Gasr.
  «Gesù Cristo» disse Simons. La voce rude e profonda era sfumata di
sgomento. «Guardatelo.»
  Tutti fissarono i muri altissimi, la porta enorme, le torri di guardia e le
postazioni delle mitragliatrici.
  Simons disse: «È peggio di Alamo».
  Coburn pensò che la loro squadra non avrebbe potuto attaccare quella
fortezza senza l'aiuto dell'intero esercito degli Stati Uniti. L'operazione di
salvataggio che avevano pianificato meticolosamente e provato e riprovato
tante volte non serviva più a nulla. Non ci sarebbero state modifiche e mi-
gliorie, niente di niente. Il piano era saltato.
  Restarono in macchina per un po', immersi nei loro pensieri.
  «Chi sono quelle donne?» chiese Coburn.
  «Parenti dei detenuti» spiegò Poché.
  Coburn sentiva un suono strano. «Ascoltate» disse. «Che cos'è?»
  «Le donne» disse Poché. «I lamenti delle donne.»

   Già una volta il colonnello Simons si era trovato di fronte a una fortezza
inespugnabile.
   A quel tempo era capitano, e i suoi amici lo chiamavano Art, non Bull.
   Era il mese d'ottobre del 1944. Art Simons, a ventisei anni, comandava
la Compagnia B del 6° Battaglione Fanteria dei Rangers. Gli americani
stavano vincendo la guerra nel Pacifico e si accingevano ad attaccare le Fi-
lippine. Il 6° Ranger era già sul posto, precedendo le forze d'invasione, e
compiva operazioni di sabotaggio e causava il caos dietro le linee nemiche.
   La Compagnia B era sbarcata su Homonhon nel golfo di Leyte e aveva
scoperto che sull'isola non c'erano giapponesi. Simons aveva innalzato la
bandiera americana su una palma da cocco davanti a duecento indigeni che
ovviamente non avevano fatto la minima resistenza.
   Quel giorno arrivò la notizia che la guarnigione giapponese, sulla vicina
isola di Suluan, stava massacrando gli abitanti. Simons chiese l'autorizza-
zione di prendere Suluan. L'autorizzazione venne negata. Qualche giorno
dopo la chiese di nuovo. Gli fu risposto che non c'erano navi per trasporta-
re la Compagnia B. Simons chiese il permesso di usare imbarcazioni indi-
gene. Questa volta ebbe una risposta affermativa.
   Simons requisì tre barche a vela e undici canoe e si autonominò ammi-
raglio della flotta. Partì alle due del mattino con ottanta uomini. Scoppiò
una tempesta, sette canoe si capovolsero e la flotta di Simons tornò a riva...
in gran parte a nuoto.
   Il giorno dopo ripartirono. Questa volta salparono di giorno e - dato che
gli aerei giapponesi avevano ancora la supremazia - gli uomini si spoglia-
rono e nascosero le uniformi e l'equipaggiamento sul fondo delle imbarca-
zioni, per sembrare pescatori locali. Il sistema funzionò, e la compagnia B
sbarcò sull'isola di Suluan. Simons fece una ricognizione immediata per
scoprire dov'era la guarnigione giapponese.
   E fu allora che vide una fortezza inespugnabile.
   I giapponesi si erano piazzati all'estremità meridionale dell'isola, in un
faro alla sommità d'una scogliera corallina alta cento metri.
   Sul lato ovest c'era un sentiero che conduceva fino a metà altezza della
scogliera, dove incominciava una ripida scalinata intagliata nel corallo.
Tutta la scala e gran parte del sentiero erano ben visibili dalla torre del fa-
ro, alta unaventina di metri, e dalle tre costruzioni che l'attorniavano, rivol-
te verso ovest. Era una posizione difensiva ideale: su quella scalinata sa-
rebbero bastati due uomini per tenerne a bada cinquecento.
   Ma c'era sempre un sistema per riuscire.
   Simons decise di attaccare da est, scalando la scogliera.
   L'assalto incominciò alla una del mattino del 2 novembre. Simons e
quattordici uomini si acquattarono ai piedi della scogliera, sotto la guarni-
gione. Si erano anneriti i visi e le mani; c'era la luna e il terreno offriva
meno ripari d'una prateria dell'Iowa. Per non far rumore, comunicavano a
segni e avevano infilato le calze sopra gli stivali.
   Simons diede il segnale, e incominciarono la scalata.
   Il corallo era tagliente e lacerava le dita e le palme delle mani. In certi
punti non c'erano appigli dove puntellarsi con i piedi ed erano costretti a
inerpicarsi sui rampicanti. Erano completamente vulnerabili: se una senti-
nella curiosa si fosse affacciata dalla parte est della scogliera li avrebbe vi-
sti immediatamente e avrebbe potuto ucciderli uno dopo l'altro: erano ber-
sagli troppo facili.
   Avevano compiuto metà della scalata quando il silenzio fu spezzato da
un rumore assordante. Qualcuno aveva urtato con il calcio del fucile contro
il corallo. Si fermarono tutti e restarono immobili, aggrappati alla scoglie-
ra. Simons trattenne il fiato e attese il primo colpo di fucile che avrebbe
dato inizio al massacro. Ma nessuno sparò.
   Dopo dieci minuti ripresero a salire.
   La scalata richiese un'ora.
   Simons fu il primo a raggiungere la cima. Si acquattò. Si sentiva nudo,
nel chiaro di luna. I giapponesi non si vedevano, ma udiva le voci che pro-
venivano da una delle costruzioni basse. Puntò il fucile verso il faro.
   Gli uomini incominciarono a raggiungerlo. L'attacco sarebbe inco-
minciato non appena avessero piazzato la mitragliatrice.
  Proprio nel momento in cui stavano portando le mitragliatrici oltre il ci-
glio dello strapiombo comparve un soldato giapponese insonnolito, diretto
verso la latrina. Simons diede il segnale a uno dei suoi uomini, che sparò al
giapponese. E il combattimento incominciò.
  Simons si buttò subito sulla mitragliatrice. Sostenne uno dei supporti e la
cassetta delle munizioni mentre il.mitragliere teneva l'altro supporto e spa-
rava. I giapponesi, frastornati, uscivano correndo dagli edifici e piombava-
no in quella gragnola mortale di proiettili.
  Venti minuti più tardi era tutto finito. Avevano ucciso quindici nemici.
Due degli uomini di Simons erano stati feriti, ma non gravemente. E la for-
tezza "inespugnabile" era stata conquistata.
  C'era sempre un modo per riuscirci.

                                      VII

  Il minibus Volkswagen dell'ambasciata procedeva per le vie cittadine,
diretto al carcere di Gasr. A bordo c'era Ross Perot. Era il 19 gennaio, il
giorno dopo che Paul e Bill erano stati trasferiti, e Perot andava a visitarli
nella nuova prigione.
  Era una pazzia.
  Tutti avevano fatto il possibile per tenere nascosto Perot, nel timore che
Dadgar - vedendo in lui un ostaggio molto più prezioso di Paul e Bill - lo
arrestasse e lo gettasse in carcere. Eppure adesso era lì, e stava andando al
carcere di sua volontà, con il passaporto in tasca per farsi riconoscere.
  Le sue speranze erano legate alla classica incapacità, tipica di tutti i go-
verni, di far sapere alla mano destra quello che stava facendo la sinistra.
Poteva darsi benissimo che il ministero della Giustizia volesse arrestarlo,
ma erano i militari che dirigevano le carceri, e i militari non s'interessava-
no a lui.
  Comunque intendeva prendere qualche precauzione. Sarebbe entrato in
compagnia di varie persone: con lui, sul minibus, c'erano Rich Gallagher e
Jay Coburn, e alcuni funzionari dell'ambasciata che andavano a parlare con
un'americana arrestata in quei giorni. Indossava abiti sportivi e portava uno
scatolone pieno di viveri, libri e abiti pesanti per Paul e Bill.
  Nel carcere nessuno conosceva la sua faccia. Avrebbe dovuto dare il suo
nome, per entrare: ma perché mai un impiegato o una guardia avrebbe do-
vuto riconoscerlo? Probabilmente il suo nome era su un elenco all'aeropor-
to, nelle stazioni di polizia e negli alberghi: però la prigione era l'ultimo
posto dove Dadgar poteva prevedere che andasse.
   Ma era deciso a correre quel rischio. Voleva tirare su di morale Paul e
Bill, e dimostrare che era pronto a esporsi per loro. Sarebbe stato l'unico
risultato del suo viaggio: gli sforzi per mandare avanti le trattative erano
stati inutili.
   Il minibus entrò in piazza Gasr e Perot vide per la prima volta il nuovo
carcere. Era spaventoso. Non riusciva a immaginare come Simons e la sua
piccola squadra di salvataggio avrebbero potuto farvi irruzione.
   Nella piazza c'erano decine e decine di persone, quasi tutte donne in
chador, che facevano un gran chiasso. Il pulmino si fermò davanti all'e-
norme porta d'acciaio. Perot pensò all'autista: era iraniano, e sapeva chi era
lui...
   Scesero tutti. Perot vide una telecamera accanto all'entrata del carcere.
   Il cuore gli si fermò per un attimo.
   Era una troupe americana.
   Cosa diavolo erano venuti a fare?
   Abbassò la testa mentre passava tra la folla reggendo la scatola di carto-
ne. Una guardia sbirciò da una finestrella accanto all'ingresso. La troupe
televisiva non lo notò. Dopo qualche istante si aprì una porticina in uno dei
grandi battenti d'acciaio e i visitatori entrarono.
   La porta si chiuse rumorosamente dietro di loro.
   Ormai Perot non poteva tornare indietro.
   Proseguì, varcò una seconda porta d'acciaio e si trovò nell'interno del
carcere. Era enorme, e tra un edificio e l'altro c'erano strade dove razzola-
vano liberamente polli e tacchini. Seguì gli altri ed entrò in un atrio.
   Presentò il passaporto. L'impiegato indicò un registro. Perot tirò fuori la
penna e firmò "H. R. Perot" in modo più o meno leggibile.
   L'impiegato gli restituì il passaporto e gli fece cenno di proseguire.
   Aveva avuto ragione. Lì nessuno aveva mai sentito parlare di Ross Pe-
rot.
   Entrò in un'anticamera... e si fermò di colpo.
   C'era qualcuno che stava parlando con un iraniano in divisa da genera-
le... qualcuno che conosceva benissimo Ross Perot.
   Era Ramsey Clark, l'avvocato di Dallas che era stato segretario della
Giustizia durante la presidenza di Lyndon B. Johnson. Perot l'aveva incon-
trato parecchie volte e conosceva bene anche sua sorella Mimi.
   Per un momento Perot rimase agghiacciato. Questo spiega la presenza
della troupe televisiva, pensò. Si chiese se sarebbe riuscito a non farsi ve-
dere da Clark. Da un momento all'altro, pensò, Ramsey mi vedrà e dirà al
generale: «Signore Iddio, ma quello è Ross Perot dell'EDS». E se io avrò
l'aria di volermi nascondere sarà anche peggio.
   Prese una decisione fulminea.
   Si avvicinò a Clark, gli tese la mano e disse: «Salve, Ramsey, che cosa
ci fa in prigione?».
   Clark abbassò lo sguardo - era alto più di un metro e novanta - e rise.
   Si strinsero la mano.
   «Come sta Mimi?» chiese Perot prima che Clark avesse il tempo di pre-
sentarlo.
   Il generale stava parlando in Farsi a un subordinato.
   «Mimi sta magnificamente» disse Clark.
   «Bene, è stato un piacere vederla» disse Perot, e passò oltre.
   Aveva la bocca inaridita quando uscì dall'anticamera in compagnia di
Gallagher, Coburn e i funzionari dell'ambasciata. C'era mancato poco. Un
iraniano in divisa da colonnello li raggiunse: Gallagher disse che era inca-
ricato di accompagnarli. Perot si chiese che cosa stava dicendo Clark al
generale in quel momento...

   Paul stava male. Il raffreddore che aveva preso nel primo carcere s'era
aggravato. Tossiva continuamente e aveva dolori al petto. Non riusciva a
scaldarsi, neppure in quella prigione: soffriva il freddo da tre settimane.
Aveva chiesto agli amici dell'EDS di procurargli un po' di biancheria pe-
sante, ma non gliel'avevano portata.
   Era molto depresso. Aveva sperato che Coburn e la squadra di salva-
taggio tendessero un'imboscata al pulmino che aveva portato lì lui e Bill
dal ministero della Giustizia, e quando erano entrati nell'inespugnabile car-
cere di Gasr era rimasto amaramente deluso.
   Il generale Mohari, che comandava la prigione, aveva spiegato a Paul e
Bill che era responsabile di tutte le carceri di Teheran, e che li aveva fatti
trasferire lì per sicurezza. Non era una grande consolazione: quel luogo era
meno vulnerabile dalle folle, ma per la squadra di salvataggio sarebbe stato
difficile attaccarlo, se non impossibile.
   Il carcere di Gasr faceva parte di un grande complesso militare. Nella
parte ovest c'era il vecchio palazzo di Gasr Ghazar, che era stato trasfor-
mato in un'accademia della polizia dal padre dello scià. La prigione si tro-
vava in quello che era stato un tempo il giardino del palazzo. A nord c'era
un ospedale militare; a est un accampamento dell'esercito, dove gli elicot-
teri decollavano e atterravano tutto il giorno.
   Il carcere vero e proprio era circondato da un muro interno alto otto o
dieci metri, e da un altro esterno alto tre metri e mezzo. C'erano quindici o
venti costruzioni separate, inclusi un forno, una moschea e sei blocchi di
celle, uno dei quali era riservato alle donne.
   Paul e Bill erano nel blocco numero 8. Era una costruzione a due piani,
in un cortile circondato da una cancellata di ferro rivestita di rete metallica.
Per essere un carcere, l'ambiente non era tremendo. C'era una fontana al
centro del cortile, rosai tutto intorno e una dozzina di pini. Durante il gior-
no i detenuti potevano uscire a giocare a pallavolo o a ping-pong nel corti-
le. Ma non potevano varcare il cancello, che era sorvegliato da una guar-
dia.
   Il piano terreno dell'edificio era un'infermeria dove erano ricoverati circa
venti detenuti, quasi tutti malati di mente che non facevano altro che urla-
re. Paul e Bill e altri erano al primo piano. Avevano una cella molto gran-
de, sei metri per nove, e la dividevano con un altro detenuto, un avvocato
iraniano oltre la cinquantina che parlava inglese e francese. Aveva mostra-
to loro le fotografie della sua villa in Francia. In cella c'era un televisore.
   I pasti venivano preparati da alcuni prigionieri - che venivano pagati da-
gli altri - e consumati in una specie di refettorio. Lì il vitto era migliore che
nel primo carcere. Pagando, si poteva ottenere qualche altro privilegio; e
uno dei detenuti, che a quanto pareva doveva essere ricchissimo, aveva una
stanza tutta per sé e si faceva portare i pasti da fuori. La routine era tutt'al-
tro che severa: non c'erano orari per alzarsi e per andare a letto.
   Nonostante tutto questo Paul era profondamente depresso. Qualche pic-
cola comodità in più non significava nulla. Lui voleva la libertà.
   Non si sentì molto rincuorato quando la mattina del 19 gennaio furono
informati che avevano visite.
   Al piano terreno del blocco numero 8 c'era un parlatorio; ma quel gior-
no, senza spiegazioni, furono condotti fuori, lungo la strada.
   Paul si accorse che erano diretti verso un edificio chiamato Circolo Uffi-
ciali, situato in un giardinetto tropicale con anitre e pavoni. Mentre si avvi-
cinavano, si guardò intorno e vide i visitatori che stavano arrivando dalla
direzione opposta.
   Non riusciva a credere ai suoi occhi.
   «Mio Dio!» mormorò, felice. «È Ross!»
   Dimenticò tutto e si voltò per correre incontro a Perot; la guardia lo trat-
tenne.
   «Riesci a crederlo?» disse Paul a Bill. «Perot è qui!»
   La guardia lo spinse attraverso il giardino. Paul continuava a voltarsi per
guardare Perot e si chiedeva se era uno scherzo della sua immaginazione.
Li condussero in una grande stanza rotonda, con tavoli disposti tutto intor-
no e le pareti rivestite da specchi triangolari; sembrava una piccola sala da
ballo. Dopo pochi istanti entrò Perot, con Gallagher, Coburn e altre perso-
ne.
   Perot sorrideva. Paul gli strinse la mano, poi l'abbracciò. Fu un momento
di commozione. Paul provava la stessa sensazione di quando ascoltava
l'inno nazionale: si sentiva scorrere un brivido lungo la schiena. Aveva a-
mici che gli volevano bene, che pensavano a lui e che non l'abbandonava-
no. Perot era arrivato dall'altro capo del mondo ed era piombato in mezzo a
una rivoluzione per venire a trovarlo.
   Perot e Bill si abbracciarono e si strinsero la mano. Bill chiese: «Ross,
cosa ci fa lei qui? È venuto per portarci a casa?».
   «Non proprio» rispose Perot. «Non ancora.»
   Le guardie si piazzarono dall'altra parte della sala per bere in tè. I fun-
zionari dell'ambasciata che erano arrivati con Perot sedettero a un altro ta-
volo per parlare con la donna arrestata.
   Perot mise sul tavolo lo scatolone. «Qui c'è un po' di biancheria pesante»
disse a Paul. «Non abbiamo potuto comprarla, e questa è la mia, quindi la
rivoglio indietro, chiaro?»
   «Sicuro» rispose sorridendo Paul.
   «Vi abbiamo portato anche qualche libro, e viveri... burro d'arachidi,
tonno, succhi di frutta e non so che altro.» Perot estrasse dalla tasca un
mucchietto di buste. «E la vostra posta.»
   Paul guardò la sua. C'era una lettera di Ruthie. Un'altra busta era indiriz-
zata a "Chapanoodle". Paul sorrise: doveva essere il suo amico David Be-
hne, il cui figlio Tommy, incapace di pronunciare "Chiapparone", aveva
soprannominato Paul "Chapanoodle". Mise in tasca le lettere per leggerle
più tardi e chiese: «Come sta Ruthie?».
   «Sta bene, le ho parlato al telefono» disse Perot. «Abbiamo incaricato
due dei nostri di tenersi a disposizione delle vostre mogli, per assicurarsi
che non manchi loro nulla. Ruthie è a Dallas, ospite di Jim e Cathy Nyfe-
ler. Sta acquistando una casa, e Tom Walter provvede a sbrigare le prati-
che.»
   Poi si rivolse a Bill. «Emily è andata da sua sorella Vickie nella Carolina
del Nord. Aveva bisogno di un po' di riposo. Si è data molto da fare, ha la-
vorato con Tim Reardon a Washington per far pressione sul Dipartimento
di Stato. Ha scritto a Rosalynn Carter, da donna a donna... ha tentato di tut-
to. Per la verità, tutti noi stiamo tentando di tutto...»

   Mentre Perot elencava tutte le personalità alle quali avevano chiesto aiu-
to - dai deputati texani su su fino a Henry Kissinger - Bill comprese che lo
scopo principale della sua visita era tirarli su di morale. In un certo senso
era deludente. Per un attimo, quando aveva visto Perot nel giardino con gli
altri, tutto sorridente, Bill aveva pensato: Ecco la squadra di salvataggio...
finalmente hanno risolto questa maledetta faccenda e Perot viene ad an-
nunciarlo di persona. Era deluso. Ma si rincuorò mentre ascoltava Perot.
Con le lettere da casa e lo scatolone pieno di roba, Perot era come Babbo
Natale; e la sua presenza e il suo sorriso rappresentavano una sfida per Da-
dgar, le folle di fanatici e tutto ciò che li minacciava.
   Adesso Bill era preoccupato per il morale di Emily. Sapeva istintiva-
mente cosa pensava sua moglie. Il fatto che fosse andata nella Carolina del
Nord indicava che aveva rinunciato a sperare. Non se la sentiva più di
mantenere una facciata di normalità di fronte ai figli, in casa dei genitori.
Sapeva che aveva ripreso a fumare. Il piccolo Chris sarebbe rimasto per-
plesso. Emily aveva smesso di fumare quando era andata in ospedale per
farsi asportare la cistifellea, e aveva detto a Chris che s'era fatta togliere il
vizio del fumo. Adesso Chris si sarebbe domandato come l'aveva ripreso.
   «Se tutto questo non servirà a niente» stava dicendo Perot, «abbiamo in
città un'altra squadra che vi tirerà fuori con altri sistemi. Riconoscerete tut-
ti i componenti tranne uno, il capo, un uomo più anziano.»
   Paul disse: «Vorrei sapere una cosa, Ross. Perché sono disposti a ri-
schiare tanto per noi due?».
   Bill si chiedeva che cosa si stava preparando. Sarebbe arrivato un elicot-
tero e li avrebbe presi a bordo? Oppure l'esercito americano avrebbe assal-
tato il carcere? Era difficile immaginarlo... ma con Perot ci si poteva aspet-
tare di tutto.
   Coburn disse a Paul: «Voglio che osservi e impari a memoria tutti i pos-
sibili dettagli per quanto riguarda il complesso del carcere e la routine,
come prima».
   Bill provava un po' d'imbarazzo per via dei baffi. Se li era fatti crescere
per assomigliare di più a un iraniano. I dirigenti dell'EDS non potevano
portare baffi e barba, ma lui non aveva previsto d'incontrarsi con Perot. Era
ridicolo, lo sapeva, ma si sentiva a disagio. «Chiedo scusa per questi» dis-
se, toccandosi il labbro superiore. «Cerco di non dare nell'occhio. Me li ta-
glierà appena uscirò di qui.»
   «Li tenga» disse Perot con un sorriso. «Deve farli vedere a Emily e ai
bambini. Comunque, cambieremo i regolamenti per quanto riguarda l'ab-
bigliamento. Abbiamo fatto un sondaggio tra i dipendenti, e probabilmente
autorizzeremo i baffi e le camicie colorate.»
   Bill guardò Coburn. «E le barbe?»
   «Niente barbe. Coburn ha una giustificazione speciale.»
   Due guardie vennero a interrompere la conversazione; la visita era ter-
minata.
   Perot disse: «Non sappiamo se vi tireremo fuori in fretta o no. Convin-
cetevi che lo faremo lentamente. Se ogni mattina vi svegliate dicendovi
"Oggi può essere il giorno buono", resterete delusi e vi demoralizzerete.
Preparatevi a un soggiorno prolungato, e forse avrete una piacevole sorpre-
sa. Ma ricordate sempre una cosa: vi tireremo fuori».
   Si strinsero la mano. Paul disse: «Non so come ringraziarla per essere
venuto, Ross».
   Perot sorrise: «Non se ne vada senza la mia biancheria».
   Uscirono. I visitatori dell'EDS si avviarono verso l'ingresso del carcere,
lasciando Paul, Bill e le guardie. Mentre i suoi amici si allontanavano, Bill
fu assalito dal rammarico di non poter andare con loro.
   Oggi no, si disse. Oggi no.

   Perot si chiedeva se l'avrebbero lasciato uscire.
   Ramsey Clark aveva avuto a disposizione un'ora intera per spifferare tut-
to. Che cosa aveva detto al generale? Ci sarebbe stato un plotone di guar-
die armate ad attenderlo nell'ufficio all'ingresso del carcere?
   Il cuore gli batté più forte quando entrò nella sala d'aspetto. Non c'era
traccia del generale o di Clark. Passò nell'atrio. Nessuno lo degnò di un'oc-
chiata.
   Seguito da Coburn e Gallagher, varcò la prima porta.
   Nessuno lo fermò.
   Ce l'avrebbe fatta.
   Attraversò il cortiletto e attese accanto al portone.
   La porticina venne aperta.
   Perot uscì dalla prigione.
   La troupe televisiva era ancora lì.
   Ci mancherebbe altro, pensò, che dopo avercela fatta finora, le reti tele-
visive americane trasmettessero la mia immagine...
   Passò tra la folla, raggiunse il pulmino e salì.
   Coburn e Gallagher salirono con lui, ma i funzionari dell'ambasciata non
si vedevano ancora.
   Perot sedette e guardò dal finestrino. La folla assiepata sulla piazza sem-
brava mal disposta e urlava. Perot non capiva una parola.
   Si augurò che quelli dell'ambasciata si sbrigassero.
   «Ma dove sono?» chiese, irritato.
   «Stanno arrivando» rispose Coburn.
   «Credevo che saremmo usciti tutti insieme e ce ne saremmo andati.»
   Dopo un minuto la porta del carcere si aprì di nuovo e uscirono i funzio-
nari dell'ambasciata. Salirono sul pulmino. L'autista accese il motore e si
avviò attraverso piazza Gasr.
   Perot si rilassò.

   Ma non aveva motivo di preoccuparsi. Ramsey Clark, che era venuto lì
su invito di alcune associazioni iraniane per i diritti civili, non aveva un'ot-
tima memoria. La faccia di Ross Perot gli era vagamente familiare: ma l'a-
veva scambiato per il colonnello Frank Borman, presidente delle Eastern
Airlines.
   Emily incominciò a ricamare. Stava preparando un nudo per Bill. Era
tornata nella casa dei genitori a Washington, e viveva un altro giorno nor-
male di silenziosa disperazione. Aveva accompagnato Vicki alle superiori,
poi era tornata a prendere Jackie, Jenny e Chris per condurli alle elementa-
ri. Si era fermata a casa della sorella, Dorothy, e aveva parlato un po' con
lei e con il marito Tim Reardon. Tim si stava ancora dando da fare tramite
il senatore Kennedy e il deputato Tip O'Reill per fare pressioni sul Dipar-
timento di Stato.
   Emily era ossessionata dal pensiero di Dadgar, l'uomo misterioso che
aveva il potere di tenere in carcere suo marito. Avrebbe voluto affrontarlo
personalmente e chiedergli perché le faceva una cosa simile. Aveva addi-
rittura chiesto a Tim di cercare di farle rilasciare un passaporto diplomatico
per poter andare in Iran a bussare alla porta di Dadgar. Tim aveva risposto
che era un'idea pazzesca, ed Emily capiva che aveva ragione: ma voleva
fare qualcosa, qualunque cosa, pur di riavere Bill.
   Ora stava attendendo la telefonata quotidiana da Dallas. Di solito erano
Ross, T. J. Marquez o Jim Nyfeler a chiamare. Poi andava a prendere i fi-
gli e li aiutava a fare i compiti. E poi non restava altro che una notte di so-
litudine.
   Solo da poco tempo aveva detto ai genitori di Bill che lui era stato arre-
stato. Bill, in una lettera che Keane Taylor le aveva letto al telefono, l'ave-
va pregata di non dirlo fino a quando non fosse stato assolutamente neces-
sario, perché il padre soffriva di cuore e lo shock poteva essere pericoloso.
Ma dopo tre settimane era diventato impossibile continuare a fingere, e
quindi aveva rivelato la verità. Il padre di Bill si era indignato perché era
stato lasciato all'oscuro così a lungo. Qualche volta era difficile capire che
cosa si doveva fare.
   Il telefono squillò ed Emily si affrettò a rispondere. «Pronto?»
   «Emily? Sono Jim Nyfeler.»
   «Salve, Jim, che novità ci sono?»
   «Li hanno trasferiti in un altro carcere.»
   Non sarebbe mai arrivata una buona notizia?
   «Non c'è da preoccuparsi» disse Jim. «Anzi, è meglio così. Il vecchio
carcere è nella parte meridionale della città, dove si svolgono gli scontri.
Questo è più a nord, e più sicuro... Là saranno più protetti.»
   Emily perse la calma. «Ma, Jim» gridò, «mi ha ripetuto per tre settimane
che in carcere erano al sicuro, e adesso mi dice che li hanno trasferiti in un
altro perché lì saranno protetti!»
   «Emily...»
   «Per favore, non mi racconti frottole.»
   «Emily...»
   «Avanti, mi dica come stanno le cose, e sia chiaro.»
   «Emily, non credo che finora abbiano corso pericoli, ma gli iraniani
hanno preso una precauzione ragionevole, mi creda.»
   Emily si vergognò della sfuriata. «Mi scusi, Jim.»
   «Di niente.»
   Parlarono ancora un po'; poi Emily riattaccò a riprese a ricamare. Sto
perdendo la testa, pensò. Vivo come in trance, porto i ragazzi a scuola, par-
lo con Dallas, vado a letto la sera e mi alzo la mattina...
   Andare a trovare sua sorella Dorothy per qualche giorno era stata una
buona idea, ma lei non aveva bisogno di cambiare ambiente... aveva biso-
gno di Bill.
   Era difficile non perdere la speranza. Incominciava a pensare come sa-
rebbe stata la vita senza Bill. Aveva una zia che lavorava nei grandi ma-
gazzini Woody's a Washington: forse avrebbe potuto trovarle un posto.
Oppure avrebbe potuto parlare con suo padre, per cercare lavoro come se-
gretaria. Si chiedeva persino se sarebbe mai riuscita a innamorarsi di un al-
tro, se Bill fosse morto a Teheran. Ma pensava che sarebbe stato impossi-
bile.
   Ricordava i primi tempi del loro matrimonio. Bill studiava ancora, e a-
vevano poco denaro. Ma avevano egualmente deciso di sposarsi perché
non sopportavano le lunghe separazioni. Più tardi, quando Bill aveva fatto
carriera, le cose erano andate meglio, e poco a poco avevano comprato
macchine più belle, case più grandi, abiti più eleganti... più cose. Ma quel-
le cose non valevano nulla, pensava adesso: non contava niente essere ric-
ca o povera. Voleva Bill, e non aveva bisogno d'altro. Bill sarebbe sempre
stato abbastanza, per lei, per renderla felice.
   Se fosse ritornato.

   Karen Chiapparone disse: «Mamma, perché papà non telefona? Telefona
sempre, quando è via».
   «Ha telefonato oggi» mentì Ruthie. «Sta bene.»
   «Perché ha chiamato quando ero a scuola? Vorrei tanto parlare con lui.»
   «Tesoro, è così difficile avere la comunicazione da Teheran, le linee so-
no sovraccariche. Deve chiamare quando può.»
   «Oh.»
   Karen andò a guardare la televisione e Ruthie sedette. Fuori si stava fa-
cendo buio. Per lei diventava sempre più difficile mentire a tutti sul conto
di Paul.
   Era per questo che aveva lasciato Chicago per venire a Dallas. Era dive-
nuto impossibile vivere con i genitori e nascondere la verità. Sua madre
chiedeva: «Perché Ross e gli altri dell'EDS continuano a telefonarti?».
   «Vogliono solo assicurarsi che stiamo tutti bene» rispondeva Ruthie con
un sorriso forzato.
   «Ross è molto gentile a telefonare.»
   Lì a Dallas, almeno, poteva parlare apertamente con gli altri dell'EDS. E
adesso che l'attività in Iran sarebbe sicuramente cessata, Paul avrebbe la-
vorato alla sede centrale dell'EDS, almeno per qualche tempo, e quindi a-
vrebbero abitato a Dallas: e Karen e Ann Marie dovevano andare a scuola.
   Erano ospiti di Jim e Cathy Nyfeler. Cathy capiva meglio di chiunque
altro, perché suo marito era uno dei quattro uomini dei quali Dadgar, all'i-
nizio, aveva chiesto i passaporti: se Jim si fosse trovato in Iran a quel tem-
po, adesso sarebbe stato in carcere con Paul e Bill. Resta con noi, aveva
detto Cathy: sarà soltanto per una settimana, poi Paul tornerà. Questo era
avvenuto all'inizio di gennaio. In seguito Ruthie aveva proposto di cercarsi
un appartamento, ma Cathy non aveva voluto sentirne parlare.
  Adesso Cathy era dal parrucchiere, le bambine guardavano la televisione
in un'altra stanza, e Jim non era ancora tornato dal lavoro. Rùthie era sola
con i suoi pensieri.
  Con l'aiuto di Cathy si dava da fare e cercava di farsi coraggio. Aveva
iscritto Karen a scuola e aveva trovato un asilo per Ann Marie. Usciva a
pranzo con Cathy e alcune delle altre mogli dei dirigenti dell'EDS: Mary
Boulware, Liz Coburn, Mary Sculley, Marva Davis e Toni Dvoranchik.
Scriveva a Paul lettere vivaci e ottimiste, e ascoltava le sue risposte ottimi-
ste e vivaci che le venivano lette al telefono da Teheran. Usciva a far spese
e accettava qualche invito a pranzo da parte di famiglie d'amici.
  Aveva dedicato parecchio tempo alla ricerca d'una casa. Non conosceva
bene Dallas, ma ricordava che Paul aveva detto che la Central Expressway
era un incubo, e perciò cercava casa molto lontano. Ne aveva vista una che
le piaceva e aveva deciso di acquistarla, in modo che quando Paul fosse
tornato avrebbe trovato una casa vera: ma c'erano problemi di carattere le-
gale perché lui non era lì per firmare i documenti. Tom Walter stava cer-
cando di sistemare tutto.
  Ruthie si sforzava di mostrarsi coraggiosa, ma si sentiva morire.
  Raramente riusciva a dormire più di un'ora per notte. Si svegliava di
continuo e si chiedeva se avrebbe rivisto Paul. Cercava di pensare che cosa
avrebbe fatto se non fosse tornato. Immaginava che sarebbe andata a Chi-
cago dai suoi genitori, per un po'; ma non intendeva vivere con loro per
sempre. Senza dubbio avrebbe potuto trovare un lavoro... Ma a turbarla
non era la prospettiva di vivere senza un uomo e di provvedere a se stessa:
era l'idea di stare senza Paul, per sempre. Non riusciva a immaginare cosa
sarebbe stata la vita senza di lui. Che cosa avrebbe fatto, che cosa avrebbe
voluto fare, che cosa avrebbe potuto renderla felice? Si rendeva conto di
dipendere completamente da lui. Senza di lui non avrebbe potuto vivere.
  Sentì una macchina che si fermava. Doveva essere Jim che tornava dal
lavoro. Forse avrebbe portato qualche notizia.
  Jim entrò dopo qualche istante. «Ciao, Ruthie. Cathy non c'è?»
  «È dal parrucchiere. Com'è andata oggi?»
  «Ecco...»
  Ruthie comprese che non aveva nulla di buono da dirle, e stava cercando
un modo incoraggiante per spiegarlo.
   «Ecco, avevano un appuntamento per discutere la cauzione, ma gli ira-
niani non si sono presentati. Domani...»
   «Ma perché?» Ruthie si sforzò di non perdere la calma. «Perché non si
presentano dopo aver fissato un incontro?»
   «Sai, a volte ci sono gli scioperi, e a volte è impossibile muoversi, in cit-
tà, a causa delle... a causa delle dimostrazioni e così via...»
   Ruthie aveva la sensazione di aver ascoltato per settimane frasi come
quelle. C'erano sempre ritardi, rinvii, frustrazioni. «Ma, Jim» disse. Poi in-
cominciò a piangere e non riuscì a trattenersi. «Jim...» Le si strinse la gola
e non poté più parlare. Pensò: Io voglio soltanto mio marito! Jim la guar-
dava, imbarazzato. Tutta l'infelicità che aveva dominato tanto a lungo dila-
gò all'improvviso, e Ruthie non riuscì più a trattenersi. Scoppiò in lacrime
e fuggì via. Corse in camera sua e si buttò sul letto, singhiozzando.

   Liz Coburn sorseggiava il suo drink. Di fronte a lei erano sedute Mary,
la moglie di Pat Sculley, e la moglie di un altro dirigente dell'EDS che era
stato evacuato da Teheran, Toni Dvoranchik. Le tre donne erano al Reci-
pes, un ristorante di Greenville Avenue a Dallas. Bevevano daiquiri alla
fragola.
   Il marito di Toni Dvoranchik era lì a Dallas. Liz Coburn sapeva che Pat
Sculley era scomparso, come Jay, diretto in Europa. Adesso Mary Sculley
stava parlando di Pat come se fosse andato non in Europa, ma in Iran.
   Liz disse: «Pat è a Teheran?».
   «Sono tutti a Teheran, credo» disse Mary.
   Liz Coburn era inorridita. «Jay a Teheran...» Avrebbe voluto piangere.
Jay le aveva detto che era a Parigi. Perché non poteva dire la verità? Pat
Sculley l'aveva detta a Mary. Ma Jay era diverso. Certi uomini giocavano a
poker per qualche ora, ma Jay doveva giocare tutta la notte e tutto il giorno
dopo. Certi uomini facevano nove o diciotto buche al golf; Jay ne faceva
trentasei. Molti uomini avevano lavori impegnativi, ma Jay doveva lavora-
re per l'EDS. Persino nell'esercito, quando erano tutti e due giovanissimi,
Jay aveva sentito il dovere di offrirsi volontario per uno dei ruoli più peri-
colosi, come pilota d'elicotteri. Adesso era andato a Teheran nel bel mezzo
d'una rivoluzione. È la solita storia, pensò: Se ne è andato, mi ha mentito
ed è in pericolo. All'improvviso si sentì agghiacciare. Non tornerà, pensò
stordita. Non ne uscirà vivo.

  Il buonumore di Perot scomparve presto. Era entrato nel carcere sfidan-
do Dadgar, e aveva rincuorato Paul e Bill; ma Dadgar aveva in mano tutte
le carte. Dopo sei giorni a Teheran capiva perché le pressioni politiche che
aveva esercitato su Washington non erano servite a nulla: il vecchio regi-
me iraniano lottava per sopravvivere e non aveva potere. Anche se avesse
pagato la cauzione - e prima di poterlo fare c'erano parecchi problemi da
risolvere - Paul e Bill sarebbero stati comunque trattenuti in Iran. E il pia-
no di salvataggio di Simons era inutile, rovinato dal trasferimento al nuovo
carcere. Sembrava che non vi fossero più speranze.
   Quella sera Perot andò a parlare con Simons.
   Per prudenza attese fino a quando fu buio. Indossava la tuta da jogging,
un paio di scarpe da tennis e un cappotto scuro. Keane Taylor lo accompa-
gnò con la macchina.
   La squadra di salvataggio aveva abbandonato la casa di Taylor. Taylor si
era incontrato con Dadgar, e il magistrato aveva incominciato a esaminare
la documentazione dell'EDS: era possibile, aveva pensato Simons, che Da-
dgar piombasse a casa di Taylor in cerca di materiale incriminante. Perciò
Simons, Coburn e Poché si erano trasferiti nella casa di Bill e Toni Dvo-
ranchik, che erano ritornati a Dallas. Altri due membri della squadra erano
riusciti ad arrivare a Teheran da Parigi, Pat Sculley e Jim Schwebach, i due
piccoletti pronti a tutto che avevano avuto il ruolo di pali nel piano iniziale
ormai inutile.
   Come avveniva spesso a Teheran, l'abitazione di Dvoranchik era al pia-
no terreno d'una casa a due piani, e il padrone viveva al piano di sopra.
Taylor e gli altri della squadra lasciarono soli Perot e Simons. Perot si
guardò intorno, infastidito. Forse la casa era stata in ordine quando ci abi-
tava Toni Dvoranchik, ma adesso che era diventata la base di cinque uo-
mini per nulla interessati ai lavori domestici, era sporca e malconcia, e
puzzava dei sigari di Simons.
   Simons era stravaccato su una poltrona. Aveva i baffi ispidi e i capelli
lunghi. Fumava un sigaro dietro l'altro, come al solito, aspirando con vo-
luttà.
   «Ha visto il nuovo carcere» disse Perot.
   «Sì» borbottò Simons.
   «Cosa ne pensa?»
   «Non è neppure il caso di sperare di compiere un attacco frontale come
quello che avevamo in programma.»
   «L'immaginavo.»
   «Resta un certo numero di possibilità.»
   Davvero? si chiese Perot.
   Simons continuò: «Uno. So che ci sono molte macchine parcheggiate
nel complesso del carcere. Possiamo trovare un modo di far uscire Paul e
Bill nel portabagagli di un'auto. Nel quadro di questo piano, o come alter-
nativa, dovremmo corrompere o ricattare il generale che comanda la pri-
gione».
   «Il generale Mohari.»
   «Appunto. Uno dei vostri dipendenti iraniani si sta informando sul suo
conto.»
   «Bene.»
   «Due. La squadra dei negoziatori. Se ottengono che Paul e Bill vengano
rilasciati e messi agli arresti domiciliari o qualcosa del genere, possiamo
portarli via tutti e due. Dica a Taylor e agli altri di insistere su questa pos-
sibilità. Accetti tutte le condizioni che porranno gli iraniani, ma li tiri fuori
da quel carcere. Lavorando in base all'ipotesi che vengano messi agli arre-
sti domiciliari e tenuti sotto sorveglianza, stiamo preparando un nuovo
piano di salvataggio.»
   Perot cominciò a sentirsi un po' meglio. Simons irradiava sicurezza. Po-
chi minuti prima Perot era quasi disperato: adesso il colonnello stava elen-
cando con calma nuove possibilità di risolvere il problema, come se il tra-
sferimento a un altro carcere, la questione della cauzione e lo sfacelo del
governo fossero soltanto piccoli intoppi anziché una catastrofe totale.
   «Tre» continuò Simons. «Qui c'è in corso una rivoluzione. Le rivolu-
zioni sono prevedibili. Ogni volta succedono le stesse cose. Non si può sa-
pere quando accadranno, ma accadranno sicuramente, prima o poi. E una
delle cose che succedono invariabilmente è che la folla assale le prigioni e
fa uscire tutti quanti.»
   Perot era sconcertato. «Davvero?»
   Simons annuì. «Ecco le tre possibilità. Naturalmente, a questo punto non
possiamo scegliere: dobbiamo prepararci a per ogni evenienza. Qualunque
delle tre si realizzi per prima, avremo bisogno di un piano per fare uscire
tutti da questo stramaledetto paese non appena Paul e Bill saranno nelle
nostre mani.»
   «Sì.» Perot era preoccupato per la sua partenza: quella di Paul e di Bill
sarebbe stata ancora più rischiosa. «Le autorità militari americane hanno
promesso di aiutarci...»
   «Sicuro» disse Simons. «Non voglio insinuare che non siano sinceri, ma
le ricordo che hanno cose più importanti cui pensare, e non me la sento di
fare molto conto sulle loro promesse.»
  «Sta bene.» Questo spettava a Simons giudicarlo, e Perot era disposto a
lasciarlo fare. Anzi, era disposto a lasciare tutto nelle mani di Simons.
Probabilmente il vecchio Toro era l'uomo più qualificato del mondo per
quell'operazione, e Perot aveva piena fiducia in lui. «Che cosa posso fa-
re?»
  «Torni negli Stati Uniti. Innanzi tutto, qui è in pericolo. In secondo luo-
go, ho bisogno che lei sia là. È molto probabile che, quando partiremo, non
saremo su un volo regolare. Forse non partiremo neppure in aereo. Lei do-
vrà venire a prenderci da qualche parte... forse in Iraq, nel Kuwait, in Tur-
chia o in Afghanistan... e questo richiederà una certa organizzazione.
Quindi torni a casa e si tenga pronto.»
  «D'accordo.» Perot si alzò. Simons si era comportato con lui come lui
faceva qualche volta con i suoi dipendenti: gli aveva trasmesso l'energia
necessaria per tirare ancora avanti quando tutto sembrava perduto. «Partirò
domani.»

   Perot prenotò un posto sul volo 200 della British Airways da Teheran a
Londra via Kuwait, che partiva alle 10 e 20 del mattino del 20 gennaio,
l'indomani.
   Chiamò Margot e la pregò di andargli incontro a Londra. Voleva passare
qualche giorno solo con lei: forse non ne avrebbero avuto più l'occasione,
quando il piano di salvataggio avesse incominciato a realizzarsi.
   A Londra si erano trovati bene, in passato. Avrebbero preso alloggio al
Savoy Hotel. (A Margot piaceva il Claridge's, ma a Perot no... il riscalda-
mento era troppo forte, e se apriva le finestre non riusciva a dormire per il
chiasso del traffico che continuava tutta la notte lungo Brook Street.) Sa-
rebbero andati a teatro e ai concerti, e al nightclub londinese preferito da
Margot, Annabel's. Per qualche giorno si sarebbero goduti la vita.
   Se lui fosse uscito dall'Iran.
   Per ridurre al minimo il tempo che avrebbe dovuto passare all'aeroporto,
restò in albergo fino all'ultimo minuto. Chiamò per accertarsi se il volo sa-
rebbe partito in orario, e ne ebbe la conferma.
   Si presentò pochi minuti prima delle dieci.
   Rich Gallagher, che l'aveva accompagnato, andò a informarsi se le auto-
rità avevano intenzione di piantare grane. Gallagher l'aveva già fatto altre
volte. Con un amico iraniano che lavorava per la Pan Am, passò dal con-
trollo portando il passaporto di Perot. L'iraniano spiegò che doveva partire
un VIP, e chiese che provvedessero a sbrigare subito le formalità. Il fun-
zionario consultò un fascicolo con l'elenco delle persone da fermare e disse
che non ci sarebbero stati problemi per il signor Perot. Gallagher tornò a
portare la buona notizia.
   Perot continuò a stare in pensiero. Se volevano bloccarlo, probabilmente
sarebbero stati abbastanza furbi da mentire a Gallagher.
   L'affabile Bill Gayden, il presidente dell'EDS World, stava arrivando per
assumere la direzione della squadra dei negoziatori. Gayden aveva lasciato
Dallas per Teheran già una volta, ma a Parigi era tornato indietro quando
Bunny Fleischhacker aveva avvertito che Dadgar intendeva ordinare altri
arresti. Adesso, come Perot, aveva deciso di rischiare. Per caso, il suo volo
arrivò mentre Perot attendeva di partire, ed ebbero la possibilità di parlare.
   Gayden aveva nella valigia otto passaporti americani appartenenti ad al-
trettanti dirigenti dell'EDS che somigliavano vagamente a Paul o a Bill.
   Perot disse: «Credevo che ci saremmo procurati passaporti falsi, per i
nostri due amici. Non potevate trovare un sistema?».
   «Sì, l'abbiamo trovato» disse Gayden. «Sei hai bisogno d'un passaporto
d'urgenza, puoi portare la documentazione necessaria al tribunale di Dal-
las. Loro mettono tutto in una busta e tu la porti a New Orleans, dove ti ri-
lasciano il passaporto. È una normalissima busta intestata del governo e
chiusa con il nastro adesivo, quindi puoi aprirla mentre vai a New Orleans,
togli le foto, le sostituisci con quelle dj Paul e di Bill - e le abbiamo - ri-
chiudi le buste e tac!, hai i passaporti sotto falsi nomi. Ma è illegale.»
   «E allora che cosa hai fatto?»
   «Ho detto a tutti gli evacuati che avevo bisogno dei passaporti per far
spedire da Teheran la loro roba. Mi hanno consegnato centodue passaporti
e ho scelto gli otto più adatti. Ho fabbricato una lettera in cui qualcuno,
dagli Stati Uniti, diceva a qualcuno qui a Teheran: "Ecco i passaporti che
hai chiesto di inviarti per le pratiche presso le autorità dell'immigrazione".
Tanto per avere un pezzo di carta da mostrare se mi domandassero perché
diavolo ho otto passaporti nella valigia.»
   «Se Paul e Bill useranno quei passaporti per varcare una frontiera, viole-
remo comunque la legge.»
   «Se arriveremo a tanto, la violeremo.»
   Perot annuì. «È giusto.»
   Chiamarono il suo volo. Salutò Gayden e Taylor, che l'avevano accom-
pagnato con la macchina all'aeroporto e adesso avrebbe portato Gayden al-
l'Hyatt. Poi andò a scoprire come stavano le cose con l'elenco dai passeg-
geri da bloccare.
   Prima superò un cancelletto dove controllarono la carta d'imbarco. Per-
corse un corridoio e arrivò a uno sportello dove pagò una piccola tassa.
Quindi, sulla destra, vide una serie di banchi per il controllo dei passaporti.
   Era lì che tenevano l'elenco dei passeggeri da bloccare.
   A uno dei banchi c'era una ragazza assorta nella lettura di un tascabile.
Perot si avvicinò. Consegnò il passaporto e un modulo di uscita giallo sul
quale c'era il suo nome.
   La ragazza prese il foglio giallo, aprì il passaporto, lo timbrò, Io restituì
senza guardare Perot, e s'immerse di nuovo nella lettura.
   Perot entrò nella sala d'aspetto delle partenze.
   Il volo era in ritardo.
   Sedette. Era sulle spine. Da un momento all'altro poteva darsi che la ra-
gazza finisse il libro o si stancasse di leggerlo e incominciasse a control-
lare i nomi sui moduli gialli. E allora, pensava, sarebbero venuti a cercarlo,
i poliziotti o i militari o gli investigatori di Dadgar, e lui sarebbe finito in
carcere e Margot si sarebbe trovata nella stessa situazione di Ruthie e di
Emily, senza sapere se avrebbe più rivisto il marito.
   Adocchiava continuamente il tabellone delle partenze: annunciava sol-
tanto In ritardo.
   Per la prima ora restò seduto sull'orlo della poltroncina.
   Poi incominciò a rassegnarsi. Se dovevano prenderlo l'avrebbero preso,
e non poteva farci niente. Incominciò a leggere una rivista. Poi, per un'altra
ora, lesse tutto quello che aveva nella borsa. Quindi attaccò discorso con
un uomo seduto accanto a lui. Venne a sapere che era un ingegnere inglese
e aveva lavorato in Iran per conto di una grande società britannica. Chiac-
chierarono per un po', poi si scambiarono le riviste.
   Tra poche ore, pensò Perot, sarò in un appartamento d'albergo con Mar-
got... o in un carcere iraniano. Scacciò quel pensiero.
   Passò l'ora di pranzo e incominciò il pomeriggio. Perot si convinse che
non sarebbero venuti ad arrestarlo.
   Il volo venne finalmente chiamato alle sei di sera.
   Perot si alzò. Se vengono adesso...
   Si accodò alla folla e si avvicinò al cancello. C'era un controllo di sicu-
rezza. Lo perquisirono sommariamente e gli accennarono di passare.
   Ce l'ho quasi fatta, pensò mentre saliva sull'aereo. Sedette tra due pas-
seggeri grassi in classe economica... era tutto classe economica. Credo di
avercela fatta.
   I portelli si chiusero e l'aereo incominciò a muoversi.
   Rullò sulla pista e accelerò.
   E si staccò dal suolo.
   Ce l'aveva fatta.
   Era sempre stato fortunato.
   Pensò a Margot. Affrontava quella crisi come aveva affrontato le avven-
ture del marito durante la campagna per i prigionieri di guerra: capiva il
suo senso del dovere e non si lamentava mai. Per questo lui poteva concen-
trarsi su ciò che doveva fare, e scacciare i pensieri negativi che avrebbero
giustificato l'inazione. Era fortunato ad avere una moglie come lei. Pensò a
tutte le fortune che aveva avuto: i genitori, l'ammissione all'accademia na-
vale, l'incontro con Margot, i suoi figli, la creazione dell'EDS, la possibili-
tà di trovare collaboratori efficienti, coraggiosi come i volontari che aveva
lasciato in Iran...
   Si chiese, con una punta di superstizione, se nella vita un individuo ave-
va a disposizione una certa quantità di fortuna, e soltanto quella. Immagi-
nava la sua fortuna come la sabbia d'una clessidra, che scorreva lentamente
ma irreparabilmente. Cosa accadrà, si chiese, quando si sarà esaurita?
   L'aereo scese verso il Kuwait. Era lontano dallo spazio aereo dell'Iran...
ce l'aveva fatta.
   Mentre l'aereo faceva rifornimento andò al portello aperto e restò lì a re-
spirare l'aria pura, senza prestare attenzione alla hostess che lo invitava a
tornare al suo posto. C'era una brezza piacevole che spirava sulla pista, ed
era un sollievo abbandonare per qualche istante i due grassoni seduti ac-
canto a lui. Alla fine l'hostess desistette e se ne andò. Perot guardò il sole
che tramontava. La mia fortuna, pensò: chissà quanta me ne è rimasta?

                                      VIII

   La squadra di salvataggio a Teheran, adesso, consisteva di Simons, Co-
burn, Poché, Sculley e Schwebach. Simons decise che Boulware, Davis e
Jackson non dovevano venire in Iran. L'idea di liberare Paul e Bill con un
attacco frontale era ormai sepolta, quindi non avevano bisogno d'un grup-
po numeroso. Mandò Jackson nel Kuwait, a studiare quel capolinea del
percorso sud per l'uscita dall'Iran. Boulware e Davis tornarono negli Stati
Uniti, ad attendere nuove disposizioni.
   Majid riferì a Coburn che il generale Mohari, il comandante del carcere
di Gasr, non era un tipo corruttibile; ma aveva due figlie che studiavano
negli Stati Uniti. Il gruppo discusse l'eventualità di sequestrare le ragazze
per costringere Mohari a collaborare all'evasione di Paul e Bill; ma accan-
tonarono l'idea. (E Perot andò su tutte le furie quando seppe che l'avevano
discussa.) Simons disse che erano tipi dal cuore tenero, ma si dichiarò
d'accordo con la decisione. La proposta di portar fuori clandestinamente
Paul e Bill nel portabagagli di una macchina venne accantonata per un po'.
   Per due o tre giorni studiarono ciò che avrebbero fatto se Paul e Bill fos-
sero stati rilasciati e messi agli arresti domiciliari. Andarono a ispezionare
le case dove i due erano vissuti prima dell'arresto. Sarebbe stato facile por-
tarli via, a meno che Dadgar li avesse fatti sorvegliare. La squadra avrebbe
usato due macchine, decisero. La prima avrebbe preso a bordo Paul e Bill.
La seconda l'avrebbe seguita a distanza, e avrebbe portato Sculley e
Schwebach, con il compito di eliminare chiunque avesse tentato di acco-
darsi alla prima. Ancora una volta il compito di sparare veniva affidato a
quei due.
   Le macchine si sarebbero tenute in contatto per mezzo di radio a onde
corte. Coburn chiamò Merv Stauffer a Dallas e ordinò il materiale. Boul-
ware portò le radio a Londra: Schwebach e Sculley andarono a ritirarle.
Mentre erano a Londra, i due dovevano cercare di procurarsi qualche carta
topografica dell'Iran, da usare durante la fuga se fossero stati costretti a la-
sciare il paese via terra. (A Teheran non si trovavano carte decenti dell'I-
ran, come aveva scoperto a suo tempo il Jeep Club: Gayden diceva che le
carte topografiche persiane erano al livello di "Svoltate a sinistra quando
incontrate un cavallo morto".)
   Simons intendeva prepararsi anche per la terza eventualità... che Paul è
Bill venissero liberati da una folla che assalisse il carcere. Cosa avrebbe
dovuto fare la squadra, in quel caso? Coburn seguiva attentamente la situa-
zione in città, telefonava ai suoi amici del servizio segreto militare ameri-
cano e a vari dipendenti iraniani fidati: se la prigione fosse stata assalita
l'avrebbe saputo molto in fretta. E poi? Qualcuno avrebbe dovuto cercare
Paul e Bill e condurli al sicuro. Ma un gruppo di americani che si avventu-
rasse in macchina nel mezzo dei disordini avrebbe cercato guai: per Paul e
Bill sarebbe stato meglio mimetizzarsi tra la folla dei detenuti in fuga. Si-
mons disse a Coburn di parlare a Paul di quella possibilità, la prima volta
che fosse andato a trovarlo in carcere, e di raccomandargli di dirigersi ver-
so l'Hyatt Hotel.
   Tuttavia, nulla vietava che un iraniano andasse a cercare Paul e Bill an-
che in mezzo ai disordini. Simons chiese a Coburn di fargli il nome di un
dipendente iraniano dell'EDS che conoscesse molto bene la topografia del-
la città.
   Coburn pensò subito a Rashid.
   Rashid aveva ventitré anni, la carnagione molto scura e un bell'aspetto, e
apparteneva a una famiglia benestante di Teheran. Aveva seguito il corso
di addestramento dell'EDS per gli ingegneri dei sistemi. Era intelligente ed
efficiente e aveva un modo di fare accattivante. Coburn ricordava l'ultima
volta che Rashid aveva dato prova delle sue doti di improvvisazione. I di-
pendenti del ministero della Sanità, che erano in sciopero parziale, aveva-
no rifiutato di battere i dati per preparare le paghe, ma Rashid aveva preso
tutto il materiale, l'aveva portato alla Banca Omran, aveva convinto qual-
cuno a battere i dati, e quindi aveva inserito il programma nel computer del
ministero. Il guaio, con Rashid, era che bisognava tenerlo d'occhio, perché
non si consultava mai con nessuno prima di mettere in atto le sue idee più
insolite. Il modo in cui aveva fatto battere i dati era una violazione del di-
ritto di sciopero e avrebbe potuto far passare grossi guai all'EDS... anzi,
quando Bill l'aveva saputo non era stato molto soddisfatto. Rashid era e-
motivo e impulsivo, e non parlava molto bene l'inglese, quindi aveva la
tendenza a fare quello che gli veniva in mente senza dirlo a nessuno... una
tendenza che innervosiva i suoi superiori. Ma riusciva sempre a cavarsela.
Aveva sempre la risposta pronta per trarsi d'impaccio. All'aeroporto, quan-
do andava a prendere o ad accompagnare qualcuno, riusciva invariabil-
mente a superare le barriere degli ingressi riservati ai passeggeri, anche se
non aveva mai un biglietto o un passaporto da mostrare. Coburn lo cono-
sceva bene, e lo trovava simpatico: lo aveva invitato a casa sua a cena pa-
recchie volte. E si fidava completamente di lui, soprattutto dopo lo sciope-
ro, quando Rashid era stato uno dei suoi informatori tra i dipendenti ira-
niani ostili.
   Ma Simons non era disposto a fidarsi di Rashid sulla parola di Coburn.
Come aveva insistito per incontrarsi con Keane Taylor prima di metterlo a
parte del segreto, adesso voleva parlare con Rashid.
   Coburn combinò l'appuntamento.

  Quando Rashid aveva otto anni, sognava di diventare presidente degli
Stati Uniti.
  A ventitré anni sapeva che non lo sarebbe diventato, ma voleva ancora
andare in America, e l'EDS sarebbe stata il suo biglietto d'ingresso. Sapeva
di avere la stoffa dell'uomo d'affari. Era uno studioso della psicologia u-
mana, e non aveva impiegato molto tempo per capire la mentalità di quelli
dell'EDS. Volevano risultati, non giustificazioni. Se ti assegnavano un
compito, era meglio fare sempre un po' più di ciò che si aspettavano da te.
Se per qualche ragione era un compito difficile o addirittura impossibile,
era opportuno non dirlo: a loro non piaceva sentire la gente che piagnuco-
lava sui problemi. Non dovevi mai dire: «Questo non posso farlo per-
ché...». Dicevi: «Questo è ciò che ho fatto finora, e questo è il problema al
quale sto lavorando adesso...». Era una mentalità che a Rashid andava be-
ne. Si era reso utile all'EDS, e sapeva che la società l'apprezzava.
   Il suo grande successo era stata l'installazione dei terminal dei computer
negli uffici dove il personale iraniano era sospettoso e ostile. La resistenza
era così forte che Pat Sculley non era riuscito a installarne più di due al
mese: Rashid aveva installato in due mesi gli altri diciotto. E aveva tutte le
intenzioni di sfruttare quel risultato. Aveva preparato una lettera per Ross
Perot, il capo supremo dell'EDS, chiedendo il permesso di completare
l'addestramento a Dallas. Aveva pensato di chiedere a tutti i dirigenti del-
l'EDS a Teheran di firmare la lettera; ma poi gli avvenimenti l'avevano tra-
volto, quasi tutti i dirigenti erano sfollati e la società, lì in Iran, stava an-
dando a pezzi. Rashid non aveva mai spedito la lettera. Quindi avrebbe e-
scogitato qualcos'altro.
   Riusciva sempre a trovare il sistema. Per Rashid niente era impossibile.
Era capace di tutto. Era persino riuscito a farsi congedare dall'esercito.
Mentre migliaia di giovani iraniani del ceto medio pagavano somme in-
genti per ungere le ruote e ottenere l'esenzione dal servizio militare, Ra-
shid, dopo qualche settimana in uniforme, aveva convinto i medici che lui
era affetto da tic incurabili. I camerati e gli ufficiali che lo conoscevano
sapevano che godeva d'una salute di ferro, ma ogni volta che vedeva il
medico era assalito da tic e fremiti irrefrenabili. Si era presentato alle
commissioni mediche e aveva fatto la scena per ore... una faticaccia tre-
menda, aveva scoperto. Alla fine, i medici avevano confermato che era
malato, e lui aveva ottenuto il congedo. Era pazzesco, ridicolo, impossibi-
le... ma a fare l'impossibile Rashid c'era abituato.
   Perciò sapeva che sarebbe andato in America. Non sapeva come, ma i
piani meticolosi e dettagliati non rientravano nel suo stile. Era un improv-
visatore, un opportunista. L'occasione sarebbe venuta e l'avrebbe afferrata
al volo.
   Il signor Simons gli sembrava un tipo interessante. Era diverso dagli altri
dirigenti dell'EDS. Quelli erano tutti fra i trenta e i cinquant'anni, ma Si-
mon era più vicino alla sessantina. Con quei capelli lunghi, i baffi bianchi
e il grosso naso sembrava più iraniano che americano. E infine, non diceva
chiaro quello che aveva in mente. I tipi come Sculley e Coburn dicevano:
«La situazione è questa, e questo è ciò che lei deve fare, e dovrà farlo entro
domattina...». Simons disse soltanto: «Andiamo a fare due passi».
   Si aggirarono per le vie di Teheran. Rashid si ritrovò a parlare della fa-
miglia, del suo lavoro all'EDS e delle sue idee sulla psicologia umana.
Sentivano sparare di continuo, e le strade brulicavano di gente che marcia-
va e cantava. Dovunque si vedevano i relitti delle battaglie passate, mac-
chine rovesciate ed edifici bruciati. «I marxisti distruggono le automobili
di lusso e i musulmani sfasciano i negozi di liquori» spiegò Rashid a Si-
mons.
   «E perché?» chiese Simons.
   «Per gli iraniani è venuto il momento di affermarsi, di realizzare le loro
idee e conquistare la libertà.»
   Arrivarono in piazza Gasr, davanti al carcere. Rashid disse: «In quelle
prigioni ci sono molti iraniani che chiedevano solo la libertà».
   Simons indicò la folla delle donne in chador. «Che cosa stanno fa-
cendo?»
   «I mariti e i figli sono stati imprigionati ingiustamente, e perciò loro si
radunano qui e piangono e gemono per chiedere alle guardie di lasciarli
andare.»
   Simons disse: «Ecco, anch'io provo per Paul e Bill, più o meno, ciò che
quelle donne provano per i loro uomini».
   «Sì. Anch'io sono molto preoccupato per Paul e Bill.»
   «Ma cosa sta facendo per loro?» chiese Simons.
   Rashid era sorpreso. «Faccio tutto il possibile per aiutare i miei amici
americani» disse. Pensò ai cani e ai gatti. Al momento, uno dei suoi com-
piti era prendersi cura degli animali domestici abbandonati da quelli del-
l'EDS... inclusi quattro cani è dodici gatti. Rashid non aveva mai avuto a-
nimali e non sapeva come comportarsi con i cani più grossi e aggressivi.
Ogni volta che entrava nell'appartamento dov'erano radunati i cani per dar
loro da mangiare, doveva ingaggiare per strada due o tre uomini perché lo
aiutassero a tenerli a bada. Per due volte li aveva portati nelle gabbie fino
all'aeroporto, quando aveva sentito dire che c'era in partenza un aereo che
li avrebbe accettati; ma entrambe le volte il volo era stato annullato. Pensò
di raccontarlo a Simons, ma capiva che Simons non ne sarebbe rimasto
molto impressionato.
  Simons aveva in mente qualcosa, si disse Rashid, e non si trattava d'una
questione di lavoro. Gli sembrava un uomo esperto... bastava guardarlo in
faccia per capirlo. Rashid non credeva nell'esperienza. Credeva nell'istru-
zione rapida; nella rivoluzione, non nell'evoluzione. Preferiva le scorcia-
toie, gli sviluppi accelerati, le soluzioni estemporanee. Simons era diverso.
Era un uomo paziente e Rashid - analizzando la sua psicologia - intuiva
che quella pazienza nasceva da una volontà molto forte. Quando sarà pron-
to, pensò Rashid, mi farà sapere che cosa vuole da me.
  «Conosce la rivoluzione francese?» chiese Simons.
  «Un po'.»
  «Questa fortezza mi ricorda la Bastiglia... un simbolo dell'oppressione.»
  Era un paragone calzante, pensò Rashid.
  Simons continuò: «I rivoluzionari francesi assalirono la Bastiglia e libe-
rarono tutti i prigionieri».
  «Immagino che anche qui accadrà lo stesso. O almeno è possibile.»
  Simons annuì. «Se dovesse accadere, dovrebbe esserci qualcuno per oc-
cuparsi di Paul e Bill.»
  «Sì.» Quel qualcuno sarò io, pensò Rashid.
  Si fermarono in piazza Gasr, guardando i muri altissimi e le porte enor-
mi e le donne gementi avvolte nelle vesti nere. Rashid rammentò il suo
principio: Fai sempre qualcosa di più di quello che ti chiede l'EDS. E se le
folle dei dimostranti avessero ignorato il carcere di Gasr? Forse doveva fa-
re in modo che non l'ignorassero. Le folle erano formate da gente come
lui... giovani iraniani scontenti che volevano cambiare la propria vita. Lui
avrebbe potuto non soltanto unirsi alla folla, ma guidarla. Avrebbe potuto
guidare un assalto alla prigione. Lui, Rashid, avrebbe potuto liberare Paul
e Bill.
  Non c'era nulla d'impossibile.

  A questo punto, Coburn non sapeva tutto ciò che passava per la mente di
Simons. Non aveva assistito agli incontri che Simons aveva avuto con Pe-
rot e Rashid, e il colonnello non gli aveva detto molto in proposito. A
quanto ne sapeva lui, le tre possibilità - l'evasione nel portabagagli d'una
macchina, la fuga nel caso degli arresti domiciliari e la presa della Basti-
glia - gli sembravano piuttosto vaghe. Inoltre, Simons non faceva nulla per
realizzarle; sembrava che si accontentasse di starsene tranquillo in casa
Dvoranchik a discutere piani sempre più particolareggiati. Ma tutto ciò
non preoccupava affatto Coburn. Era ottimista per natura; e anche lui, co-
me Ross Perot, si rendeva conto che era inutile cercare di leggere nel pen-
siero del maggior esperto del mondo in operazioni di salvataggio.
   Mentre le tre possibilità bollivano a fuoco lento, Simons si concentrava
sui percorsi per uscire dall'Iran, il problema che Coburn, tra sé, chiamava
semplicemente "squagliarsela".
   Coburn cercò i possibili modi per far uscire Paul e Bill dall'Iran in aereo.
Curiosò nei magazzini merci all'aeroporto, divertendosi con l'idea di spedi-
re Paul e Bill come merce. Parlò con gente di tutte le linee aeree, cercando
di stabilire contatti utili. Ebbe diversi incontri con il capo del servizio di
sicurezza della Pan Am, e gli disse tutto tranne i nomi di Paul e di Bill. Di-
scussero la possibilità di far partire i due evasi con un volo regolare, fa-
cendo indossare loro uniformi della Pan Am. Il capo del servizio di sicu-
rezza era disposto ad aiutare, ma alla fine la situazione delicata della linea
aerea si rivelò come un problema insuperabile. Poi Coburn prese in consi-
derazione il furto di un elicottero. Fece una ricognizione in una base a sud
della capitale, e concluse che il furto era possibile. Ma dato il caos che re-
gnava nelle forze armate iraniane, sospettava che gli apparecchi non venis-
sero sottoposti regolarmente a revisione e manutenzione, e sapeva che
scarseggiavano i pezzi di ricambio. E poteva darsi che qualcuno avesse nel
serbatoio carburante adulterato.
   Riferì tutto a Simons. Simons era già prevenuto nei confronti degli aero-
porti, e gli inconvenienti scoperti da Coburn rafforzarono i suoi pregiudizi.
Intorno agli aeroporti c'erano sempre poliziotti e militari; se qualcosa fosse
andato storto sarebbe stato impossibile fuggire... gli aeroporti erano studia-
ti apposta per impedire che la gente andasse dove non doveva; in un aero-
porto dovevi sempre metterti nelle mani di altri. Inoltre, in quella situazio-
ne, il peggior nemico poteva essere la persona che doveva fuggire: era ne-
cessario che fosse molto lucido e freddo. Coburn pensava che Paul e Bill
fossero all'altezza; ma era inutile dirlo a Simons. Il colonnello voleva sem-
pre valutare personalmente il carattere di un uomo e non aveva mai incon-
trato Paul e Bill.
   E così, alla fine, la squadra considerò la possibilità di una fuga via terra.
   C'erano sei percorsi possibili.
   A nord c'era l'Unione Sovietica, e non era un paese ospitale. A est c'era-
no l'Afghanistan, altrettanto inospitale, e il Pakistan, il cui confine era
troppo lontano... quasi milleseicento chilometri di deserto. A sud c'era il
golfo Persico, con un paese amico, il Kuwait, a duecentoquaranta chilome-
tri di distanza, al di là del mare. Questo sembrava promettente. A ovest c'e-
ra l'Iraq, ma era ostile; a nord-ovest un altro paese amico, la Turchia.
   Il Kuwait e la Turchia erano le destinazioni preferibili.
   Simons chiese a Coburn di incaricare un dipendente iraniano fidato di
andare in macchina a sud fino al Golfo Persico, per accertare se le strade
erano transitabili e il territorio tranquillo. Coburn si rivolse al Motociclista,
così chiamato perché sfrecciava come un fulmine per Teheran in sella a
una moto. Il Motociclista, che aveva seguito il corso di specializzazione
come Rashid, aveva venticinque anni, era basso e sapeva destreggiarsi alla
perfezione nel traffico. Aveva imparato l'inglese a scuola in California, e
sapeva parlarlo con qualunque accento regionale americano... meridionale,
portoricano e così via. L'EDS l'aveva assunto sebbene non avesse una lau-
rea perché aveva ottenuto un punteggio straordinariamente alto nei test at-
titudinali. Quando i dipendenti iraniani si erano associati allo sciopero ge-
nerale e Paul e Coburn avevano indetto una riunione per discuterne con lo-
ro, il Motociclista aveva sbalordito tutti scagliandosi con veemenza contro
i colleghi e schierandosi in favore della direzione. Non faceva mistero dei
suoi sentimenti filoamericani, tuttavia Coburn era certo che avesse rapporti
con i rivoluzionari. Un giorno, il Motociclista aveva chiesto una macchina
a Keane Taylor. Taylor gliel'aveva data. Il giorno dopo ne aveva chiesta
un'altra. Taylor l'aveva accontentato. Il Motociclista, comunque, usava
sempre la sua moto; Taylor e Coburn erano sicuri che quelle macchine fos-
sero per i rivoluzionari. A loro non interessava: era più importante che il
Motociclista si sentisse debitore nei loro confronti.
   Quindi, in cambio dei favori ricevuti, il Motociclista raggiunse in mac-
china il Golfo Persico.
   Ritornò qualche giorno dopo e riferì che tutto era possibile, se si aveva
abbastanza denaro. Si poteva arrivare al Golfo e si poteva acquistare o no-
leggiare un'imbarcazione.
   Però non sapeva che cosa poteva accadere quando si sbarcava nel Ku-
wait.
   La risposta a questo interrogativo la diede Glenn Jackson.

  Oltre a essere battista e cacciatore, Glenn Jackson era anche un Uomo
dei Razzi. La sua ottima conoscenza della matematica e la capacità di con-
servare la calma in situazioni di grande tensione avevano contribuito a far-
lo diventare controllore di volo al Centro Spaziale della NASA a Houston.
Jackson aveva avuto il compito di progettare e seguire i programmi dei
computer che calcolavano le traiettorie per le manovre nei voli di ritorno
alla Terra.
   L'imperturbabilità di Jackson era stata messa a dura prova il giorno di
Natale del 1968, durante l'ultima missione per la quale aveva lavorato, la
circumnavigazione della Luna. Quando la navicella spaziale era rispuntata
dietro la Luna, l'astronauta Jim Lovell aveva letto l'elenco dei numeri -
chiamati residui - che indicavano a Jackson il divario tra la rotta prestabili-
ta e quella effettiva. Jackson s'era preso uno spavento atroce: i numeri era-
no molto al di fuori dei margini d'errore ammissibili. Jackson aveva detto
al CAPCOM di chiedere all'astronauta di rileggerli ancora, per poter con-
trollare. Poi aveva detto al direttore del volo che se quei numeri erano esat-
ti i tre astronauti erano spacciati, perché non avevano carburante sufficien-
te per correggere un divario così considerevole.
   Jackson aveva fatto chiedere a Lovell di rileggere i numeri per la terza
volta, con attenzione estrema. Erano sempre gli stessi. Poi Lovell aveva
detto: «Oh, un momento, ho sbagliato a leggerli...».
   Quando erano arrivati i numeri esatti; era risultato che la manovra era
stata pressoché perfetta.
   Questo genere di attività era ben diverso dalla prospettiva di assaltare un
carcere.
   Comunque, a quanto sembrava, Jackson non avrebbe mai avuto l'occa-
sione di farlo veramente. Era a Parigi a non far nulla per una settimana
quando ricevette da Simons, via Dallas, l'ordine di andare nel Kuwait.
   Raggiunse il Kuwait in aereo e si stabilì in casa di Bob Young. Young
era andato a Teheran per collaborare con la squadra dei negoziatori, e la
moglie Kris e il bimbo nato da poco erano in vacanza negli Stati Uniti. Ja-
ckson raccontò a Malloy Jones, che fungeva da direttore nazionale durante
l'assenza di Young, d'essere venuto per collaborare a uno studio prelimina-
re affidato all'EDS dalla banca centrale del Kuwait. Lavorò un poco per
dare credibilità a quel pretesto e poi incominciò a guardarsi intorno.
   Trascorse diverso tempo all'aeroporto a osservare il comportamento dei
funzionari dell'immigrazione. Ben presto scoprì che erano inflessibili. Ar-
rivavano nel Kuwait centinaia di iraniani senza passaporto, e venivano
ammanettati e rimandati indietro con il primo volo. Jackson concluse Che
Paul e Bill non potevano arrivare nel Kuwait in aereo.
   E se fossero arrivati per mare, più tardi sarebbero stati autorizzati a la-
sciare il paese senza passaporto? Jackson andò a trovare il console ameri-
cano, disse che forse uno dei suoi figli aveva perso il passaporto, e chiese
qual era la procedura per sostituirlo. Durante una lunga discussione ricca
di divagazioni il console rivelò che prima di concedere il visto d'uscita i
funzionari del Kuwait si assicuravano che l'interessato fosse entrato nel
paese in modo regolare.
   Era un problema, ma forse non insolubile: arrivati nel Kuwait, Paul e
Bill sarebbero stati al sicuro da Dadgar, e senza dubbio l'ambasciata ame-
ricana avrebbe restituito i loro passaporti. L'interrogativo più importante
era un altro: ammettendo che gli evasi riuscissero a raggiungere la costa
meridionale dell'Iran e a salire su un'imbarcazione, avrebbero potuto sbar-
care inosservati nel Kuwait? Jackson batté scrupolosamente i cento chilo-
metri della costa, dal confine iracheno al nord fino a quello con l'Arabia
Saudita al sud. Trascorse ore ed ore sulla spiaggia, raccogliendo conchi-
glie. Normalmente, gli avevano detto, il servizio dei guardacoste non era
molto zelante. Ma l'esodo dall'Iran aveva cambiato tutto. C'erano migliaia
e migliaia d'iraniani che volevano lasciare il paese non meno di quanto lo
desiderassero Paul e Bill; e come aveva fatto Simons, quegli iraniani guar-
davano le carte geografiche e vedevano che a sud c'erano il Golfo Persico
e il Kuwait. La guardia costiera del Kuwait lo sapeva benissimo. Dovun-
que Jackson guardasse, scòrgeva al largo almeno una motovedetta di ron-
da: e a quanto pareva fermavano tutte le piccole imbarcazioni.
   La prognosi era infausta. Jackson chiamò Merv Stauffer a Dallas e riferì
che non c'era neppure da pensare di passare per il Kuwait,

   Restava la Turchia.
   Simons aveva sempre dato la preferenza alla Turchia. Oltre a tutto era
più vicina del Kuwait. Inoltre, lui conosceva la Turchia. Negli anni Cin-
quanta vi aveva prestato servizio nel quadro del programma degli aiuti mi-
litari americani, addestrando l'esercito turco. E parlava discretamente la
lingua.
   Mandò Ralph Boulware a Istanbul.

  Ralph Boulware era cresciuto nei bar. Suo padre, Benjamin Russel
Boulware, era un negro duro e indipendente, che aveva una serie di piccoli
commerci: una drogheria, alcune case, contrabbando e soprattutto bar. In
fatto di pedagogia, la teoria di Ben Boulware era che se lui sapeva dov'era-
no i figli sapeva anche quel che facevano, e perciò li teneva quasi sempre
sott'occhio, nel bar. Non era un'infanzia ideale, e Ralph aveva la sensazio-
ne di non essere mai stato bambino.
  S'era accorto d'essere diverso dagli altri ragazzi della sua età quando era
andato all'università e aveva visto i suoi coetanei eccitatissimi al pensiero
di giocare d'azzardo, bere e andare a donne. Lui sapeva già tutto sui gioca-
tori d'azzardo, sugli ubriachi e sulle prostitute. Ralph aveva abbandonato
gli studi ed era entrato nell'aeronautica militare.
   Nei nove anni trascorsi nell'aeronautica militare non era mai stato in a-
zione e, sebbene nel complesso la cosa non lo addolorasse affatto, si chie-
deva se aveva il fegato necessario per combattere. Aveva pensato che il
salvataggio di Paul e Bill poteva dargli il modo di scoprirlo, invece Simons
l'aveva rispedito da Parigi a Dallas. A quanto sembrava, era destinato a re-
stare a terra ancora una volta. Poi arrivarono i nuovi ordini.
   Arrivarono tramite Merv Stauffer, il braccio destro di Perot, che adesso
fungeva da ufficiale di collegamento tra Simons e i membri della squadra
di salvataggio sparsi qua e là per il mondo. Stauffer andò al Radio Shack e
acquistò sei ricetrasmittenti a cinque canali, una scorta di batterie e un tra-
sformatore per far funzionare le radio per mezzo degli accendini delle
macchine. Consegnò l'equipaggiamento a Boulware e gli disse di portarlo
a Sculley e Schwebach a Londra, prima di proseguire per Istanbul.
   Stauffer gli affidò anche quarantamila dollari in contanti per le spese e
per ungere le ruote.
   La sera prima della partenza di Boulware, sua moglie incominciò a pro-
testare per questioni di denaro. Ralph aveva prelevato mille dollari dalla
banca senza dirle nulla, per andare a Parigi, e lei aveva scoperto che sul
conto restava ben poco. Boulware non voleva spiegarle perché aveva pre-
levato quella somma e come l'aveva spesa; e Mary insisteva che aveva bi-
sogno di denaro. Boulware non era molto preoccupato: lei era ospite di una
famiglia di vecchi amici e non le sarebbe mancato nulla. Ma Mary non si
rassegnò e - come succedeva spesso quando si ostinava davvero - lui deci-
se di accontentarla. Andò in camera da letto dove aveva lasciato la scatola
con le sei radio e i quarantamila dollari e ne prese cinquecento. Mary entrò
mentre li stava contando e vide il contenuto della scatola.
   Boulware le diede i cinquecento dollari e chiese: «Ti bastano?».
   «Sì.» disse lei.
   Guardò la scatola e poi guardò il marito. «Non faccio domande» disse, e
uscì.
   L'indomani Boulware partì. A Londra s'incontrò con Schwebach e Scul-
ley, consegnò loro cinque ricetrasmittenti, ne tenne una e proseguì in volo
per Istanbul.
   Dall'aeroporto andò direttamente all'ufficio del signor Fish, l'agente di
viaggi.
   Il signor Fish lo ricevette in un grande ufficio dove c'erano altre tre o
quattro persone.
   «Sono Ralph Boulware e lavoro per l'EDS» esordì Boulware. «Credo
che lei conosca le mie figlie, Stacey Elaine e Kecia Nicole.» Le bambine
avevano giocato con le figlie del signor Fish durante il breve soggiorno
degli sfollati a Istanbul.
   Il signor Fish rimase piuttosto freddo.
   «Devo parlarle» continuò Boulware.
   «Benissimo, parli pure.»
   Boulware si guardò intorno. «Voglio parlarle a quattr'occhi.»
   «Perché?»
   «Lo capirà quando le parlerò.»
   «Questi sono i miei soci. Noi non abbiamo segreti.»
   Il signor Fish faceva il duro. Boulware credeva di sapere il perché. Le
ragioni erano due. Innanzi tutto, dopo che il signor Fish si era tanto prodi-
gato durante l'evacuazione, Don Norsworthy gli aveva dato una mancia di
150 dollari, una somma irrisoria, secondo Boulware. («Non sapevo cosa
fare» aveva detto Norsworthy. «Quello aveva presentato un conto di venti-
seimila dollari. Che cosa dovevo dargli... il dieci per cento?»)
   In secondo luogo, Pat Sculley si era rivolto al signor Fish raccontandogli
una frottola incredibile sulla necessità di far entrare di nascosto in Iran cer-
ti nastri per i computer. Il signor Fish non era né uno stupido né un delin-
quente, e ovviamente aveva rifiutato di occuparsi del piano di Sculley.
   E adesso il signor Fish pensava che quelli dell'EDS fossero: a) tirchi e b)
trasgressori delle leggi a un livello pericolosamente dilettantesco.
   Ma il signor Fish era un piccolo uomo d'affari. Boulware capiva molto
bene la mentalità dei piccoli uomini d'affari... lo era stato anche suo padre.
C'erano due lingue che capivano alla perfezione: i discorsi chiari e il dena-
ro contante. Il denaro contante avrebbe risolto il problema a), e i discorsi
chiari il problema b).
   «Bene, allora ricominciamo daccapo» disse Boulware. «Quando sono
stati qui quelli dell'EDS lei li ha aiutati, ha trattato bene i bambini e ha fat-
to tanto per noi. Alla partenza c'è stata un po' di confusione per quanto ri-
guardava il modo di dimostrarle la nostra gratitudine. Ci dispiace moltis-
simo, e sono venuto anche per regolare questa faccenda.»
   «Non ha importanza...»
   «Voglia scusarci» disse Boulware, e porse al signor Fish mille dollari in
biglietti da cento.
   Nell'ufficio scese un gran silenzio.
   «Bene, prenderò alloggio allo Sheraton» disse Boulware. «Forse più tar-
di potremo parlare.»
   «L'accompagno» disse il signor Fish.
   Accompagnò Boulware allo Sheraton, si assicurò che avesse un'ottima
stanza e poi promise di cenare con lui in albergo quella sera.
   Il signor Fish era un trafficone d'alta classe, pensò Boulware mentre a-
priva le valigie. Doveva essere abile, se aveva un'azienda molto prospera
in un paese poverissimo. L'esperienza degli sfollati dimostrava che era ca-
pace di fare ben altro che procurare biglietti d'aereo e prenotare stanze d'al-
bergo. Era ben ammanigliato con la burocrazia, come dimostrava il modo
in cui aveva fatto passare i bagagli di tutti quanti attraverso la dogana. E
aveva aiutato a risolvere il problema del piccolo iraniano adottato e privo
di passaporto. L'EDS aveva commesso l'errore di capire che era un traffi-
cone e di trascurare il fatto che era d'alta classe... probabilmente era un ab-
baglio dovuto al suo aspetto: era piuttosto grasso e vestiva in modo mode-
sto. Boulware, facendo tesoro degli errori passati, credeva di potersi de-
streggiare con il signor Fish.
   Quella sera a cena gli disse che voleva recarsi al confine turco-iraniano
ad attendere certe persone.
   Il signor Fish inorridì. «Ma non capisce?» disse. «È una zona terribile.
Là sono tutti curdi e azerbagiani... montanari selvaggi. Se ne infischiano
del governo. Sa di cosa vivono lassù? Di contrabbando, rapine e omicidi.
Personalmente, io non avrei il coraggio di andarci. Se ci va lei che è ame-
ricano, non tornerà vivo.»
   Boulware pensò che probabilmente esagerava. «Devo andarci, anche se
è pericoloso» rispose. «Senta, posso acquistare un piccolo aereo?»
   Il signor Fish scosse il capo. «In Turchia i privati non possono avere ae-
rei. È vietato.»
   «Un elicottero?»
   «È vietato.»
   «Posso almeno noleggiare un aereo?»
   «È possibile. Quando non ci sono voli regolari, può noleggiarlo.»
   «Ci sono voli regolari per la zona del confine?»
   «No.»
   «Benissimo.»
   «Ma noleggiare un aereo è un fatto tanto insolito che sicuramente attire-
rà l'attenzione delle autorità...»
   «Non intendiamo fare niente di illecito. Comunque preferiremmo non
avere fastidi. Quindi, prendiamo in considerazione l'eventualità del noleg-
gio. Si informi sui prezzi e sulle disponibilità, ma non faccia prenotazioni.
Nel frattempo, voglio saperne di più sulla possibilità di arrivare da quelle
parti per via terra. Se non se la sente di accompagnarmi, sta bene; ma forse
potrebbe trovare qualcuno disposto a farlo.»
   «Vedrò che cosa posso fare.»
   Nei giorni seguenti s'incontrarono molte altre volte. La freddezza inizia-
le del signor Fish s'era dileguata, e Boulware sentiva che stavano diven-
tando amici. Il signor Fish era sveglio ed efficiente. Sebbene non fosse un
criminale, sarebbe stato disposto a trasgredire la legge se i rischi e le ri-
compense erano proporzionati, pensava Boulware. E Boulware lo capiva
bene: anche lui avrebbe trasgredito la legge, se le circostanze l'avessero ri-
chiesto. Inoltre il signor Fish era molto abile nel far parlare la gente, e a
poco a poco Boulware gli raccontò tutta la storia. Ammise che Paul e Bill,
probabilmente, non avrebbero avuto i passaporti; ma quando fossero arri-
vati in Turchia se ne sarebbero fatti rilasciare altri nuovi dal consolato a-
mericano più vicino. Avrebbero potuto incontrare difficoltà nell'uscire dal-
l'Iran, disse, e voleva tenersi pronto ad attraversare il confine, magari con
un piccolo aereo, per portarli via. Tutto questo sgomentava il signor Fish
assai meno dell'idea di viaggiare in un territorio infestato dai banditi.
   Ma qualche giorno dopo presentò Boulware a un uomo imparentato con
alcuni banditi delle montagne. Il signor Fish bisbigliò che era un delin-
quente, e senza dubbio ne aveva tutta l'aria: aveva la faccia sfregiata da
una cicatrice e un paio d'occhietti porcini. Disse che poteva garantire a
Boulware di portarlo sano e salvo fino al confine e ritorno; e i suoi parenti
avrebbero potuto addirittura condurlo oltre la frontiera iraniana, se fosse
stato necessario.
   Boulware chiamò Dallas e riferì il piano a Merv Stauffer. Stauffer girò la
notizia a Coburn in codice; e Coburn lo disse a Simons. Simons mise il ve-
to. Se quell'uomo era un delinquente, osservò, non potevano fidarsi.
   Boulware era irritato. S'era dato da fare per combinare tutto... Simons
credeva che fosse facile pescare tipi simili? E se si vuole viaggiare in un
territorio infestato dai banditi, da chi ci si può far scortare, se non da un
bandito? Ma il capo era Simons, e Boulware non poté far altro che dire al
signor Fish di ricominciare dal principio.
   Nel frattempo, Sculley e Schwebach arrivarono a Istanbul.
   I due erano a bordo di un aereo che andava da Londra a Teheran via Co-
penhagen quando gli iraniani avevano chiuso di nuovo il loro aeroporto, e
perciò raggiunsero Boulware sul Bosforo. Chiusi in albergo in attesa che
succedesse qualcosa di nuovo, tutti e tre smaniavano. Schwebach recuperò
i suoi atteggiamenti da Berretto Verde e cercò di costringerli a tenersi in
forma salendo e scendendo di corsa le scale dell'albergo. Boulware lo fece
una volta sola, poi rinunciò. Incominciarono a spazientirsi con Simons,
Coburn e Poché, che sembrava stessero a Teheran a rigirarsi i pollici: per-
ché non facevano qualcosa? Poi Simons rispedì Sculley e Schwebach negli
Stati Uniti. Lasciarono a Boulware le radio.
   Al signor Fish venne un accidenti quando vide le ricetrasmittenti. Disse
a Boulware che in Turchia erano vietatissime. Persino le comuni radioline
a transistor dovevano venire registrate ufficialmente, per paura che i pezzi
potessero essere utilizzati per fabbricare ricetrasmittenti per i terroristi.
«Ma non capisce che dà nell'occhio?» disse a Boulware. «Fa telefonate per
un paio di migliaia di dollari la settimana, e paga in contanti. Non tratta af-
fari. Sicuramente le cameriere avranno visto le radio e ne avranno parlato.
A quest'ora, sono certo, è sotto sorveglianza. Non pensi ai suoi amici in I-
ran... sarà lei che finirà in galera.»
   Boulware accettò di sbarazzarsi delle radio. La pazienza apparentemente
inesauribile di Simons era un disastro: ogni ritardo causava nuovi proble-
mi. Sculley e Schwebach non potevano tornare in Iran, e nessuno aveva le
ricetrasmittenti. E Simons continuava a dire di no a tutto. Il signor Fish a-
veva detto che c'erano due posti di frontiera, tra l'Iran e la Turchia, uno a
Sero e l'altro a Barzagan. Simons aveva scelto Sero. Barzagan era una cit-
tadina più grande e più civile, aveva fatto notare il signor Fish: lì tutti sa-
rebbero stati più al sicuro. Simons disse di no.
   Fu scovata una nuova guida per accompagnare Boulware al confine. Il
signor Fish aveva un collega il cui cognato faceva parte del Milli Istihbarat
Teskilati, o MIT, l'equivalente turco della CIA. L'agente si chiamava Il-
sman. Le sue credenziali avrebbero assicurato a Boulware la protezione
dell'esercito nel territorio infestato dai banditi. Senza quelle credenziali,
disse il signor Fish, il comune cittadino correva pericoli non solo da parte
dei banditi, ma anche dell'esercito turco.
   Il signor Fish era agitatissimo. Quando condusse Boulware all'appun-
tamento con Ilsman prese tutte le precauzioni di rito tipiche del romanzo di
spionaggio - cambiando macchina e usando un autobus per una parte del
tragitto, come se dovessero liberarsi d'un pedinamento. Boulware non ne
capiva il motivo, se andavano veramente a trovare un onesto cittadino che
lavorava nei servizi segreti. Ma Boulware era straniero in terra straniera, e
non poteva far altro che affidarsi al signor Fish.
   Arrivarono a un grande caseggiato malconcio in un quartiere della città
che Boulware non conosceva. Mancava l'energia elettrica - come a Tehe-
ran! - e quindi il signor Fish impiegò un po' di tempo per trovare al buio
l'appartamento giusto. All'inizio nessuno rispose. A questo punto tutte le
precauzioni di segretezza andarono a rotoli, perché fu costretto a bussare
furiosamente alla porta molto a lungo, e gli altri inquilini del caseggiato
ebbero tutto il tempo di venire a vedere i visitatori. Boulware stava lì e si
sentiva come un bianco in piena Harlem. Finalmente una donna aprì la
porta ed entrarono.
   Era un appartamentino modesto, stipato di vecchi mobili e illuminato
fiocamente da un paio di candele. Ilsman era un uomo basso, della stessa
età di Boulware, trentacinque anni, e così grasso che probabilmente non
riusciva a vedersi i piedi ormai da parecchio tempo. A Boulware ricordava
il classico sergente della polizia dei film, grasso, con l'abito troppo stretto,
la camicia macchiata di sudore e la cravatta gualcita avvolta intorno a
quello che avrebbe dovuto essere il collo... se il collo ci fosse stato.
   Sedettero. La donna, che doveva essere la signora Ilsman, portò il tè...
proprio come a Teheran! Boulware spiegò il suo problema, e il signor Fish
tradusse. Usman era sospettoso. Fece molte domande a Boulware sul conto
dei due americani fuggiaschi. Come poteva essere certo che fossero inno-
centi? Perché non avevano il passaporto? Con che mezzo sarebbero entrati
in Turchia? Alla fine parve convincersi che Boulware era sincero, e si offrì
di far arrivare Paul e Bill dal confine a Istanbul per ottomila dollari tutto
compreso.
   Boulware si chiese se Ilsman era veramente ciò che sembrava. Far entra-
re clandestinamente due americani in Turchia sembrava un passatempo
piuttosto strano per un agente dei servizi segreti. E se Ilsman era davvero
del MIT, chi era mai la persona che, secondo il signor Fish, poteva aver
seguito lui e Boulware attraverso la città?
   Forse Ilsman era il tipo che ogni tanto faceva qualche lavoretto in pro-
prio. Ottomila dollari erano una grossa somma, in Turchia. Era addirittura
possibile che Ilsman raccontasse ai suoi superiori quello che aveva inten-
zione di fare. Dopotutto poteva pensare che, se quanto gli aveva raccontato
Boulware era vero, non ci sarebbe stato nulla di male a dare una mano; e
se Boulware mentiva, il sistema migliore per scoprire le sue vere intenzio-
ni era quello di accompagnarlo al confine.
   Comunque, a questo punto Ilsman sembrava quanto di meglio poteva
trovare Boulware. Boulware accettò il prezzo e Ilsman stappò una bottiglia
di scotch.

   Mentre gli altri componenti della squadra di salvataggio si davano da fa-
re in varie parti del mondo, Simons e Coburn stavano andando in macchi-
na da Teheran al confine con la Turchia.
   Per Simons una ricognizione era indispensabile, e voleva conoscere cen-
timetro per centimetro la via di fuga prima di percorrerla con Paul e Bill.
C'erano scontri in quella parte dell'Iran? La presenza della polizia era no-
tevole? Le strade erano transitabili durante l'inverno? I distributori di ben-
zina erano aperti?
   Per la precisione c'erano due percorsi per raggiungere Sero, il posto di
frontiera che aveva scelto. (Preferiva Sero perché era poco usato, in un mi-
nuscolo villaggio; quindi non c'era molta gente e il confine doveva essere
poco sorvegliato, mentre Barzagan - l'alternativa consigliata dal signor
Fish - sarebbe stata più affollata.) La città più vicina a Sero era Rezaiyeh.
Sul percorso da Teheran a Rezaiyeh si estendeva il lago di Rezaiyeh, lungo
centossessanta chilometri: era necessario costeggiarlo, a nord o a sud. Il
percorso a nord attraversava centri più grandi e doveva avere strade mi-
gliori. Perciò Simons avrebbe dato la preferenza al percorso a sud, purché
le strade fossero transitabili. Durante il viaggio di ricognizione, decise, a-
vrebbero esplorato entrambe le strade, quella a nord all'andata e quella a
sud al ritorno.
   Poi stabilì che la macchina ideale per quel viaggio sarebbe stata una
Range Rover, una via di mezzo tra una jeep e una familiare. A Teheran
non erano rimaste aperte né concessionarie né rivendite di macchine usate,
quindi Coburn diede al Motociclista l'incarico di procurare due Range Ro-
ver. La soluzione trovata dal Motociclista fu tipicamente ingegnosa. Fece
stampare un volantino con il suo numero di telefono e questo messaggio:
"Se volete vendere la vostra Range Rover, chiamatemi". Poi se ne andò in
giro con la sua moto, infilando un volantino sotto il tergicristallo di tutte le
Range Rover che vedeva parcheggiate per la strada.
   Trovò due Range Rover per 20.000 dollari l'una, e provvide anche ad
acquistare i ferri e i pezzi di ricambio per quasi tutte le eventuali riparazio-
ni.
   Simons e Coburn condussero con loro due iraniani: Majid e un suo cugi-
no, professore alla facoltà di agraria dell'università di Rezaiyeh. Il profes-
sore era venuto a Teheran per imbarcare la moglie americana e i figli su un
aereo in partenza per gli Stati Uniti: riaccompagnarlo a Rezaiyeh era la
scusa ufficiale del viaggio.
   Partirono da Teheran la mattina presto, portando a bordo uno dei bidoni
di benzina da duecento litri forniti da Keane Taylor. Per i primi centoses-
santa chilometri, fino a Qazvin, c'era un'autostrada moderna. Dopo Qazvin
diventava una comune strada asfaltata a due corsie. Le colline intorno era-
no ammantate di neve, ma la strada era sgombra. Se è tutta così fino al
confine, pensò Coburn, lo raggiungeremo in un giorno.
   Si fermarono a Zanjan, a trecentoventi chilometri da Teheran e alla stes-
sa distanza da Rezaiyeh, e parlarono con il capo della polizia che era pa-
rente del professore. (Coburn non riusciva a capire le complicate parentele
degli iraniani: sembrava che usassero il termine "cugino" con una certa lar-
ghezza.) Quella zona era tranquilla, disse il capo della polizia: gli eventuali
problemi avrebbero potuto trovarli dalle parti di Tabriz.
   Proseguirono nel pomeriggio, percorrendo strade di campagna strette ma
piuttosto buone. Dopo altri centossessanta chilometri entrarono in Tabriz.
C'era una dimostrazione, ma era ben diversa dagli scontri che erano abitua-
ti a vedere a Teheran, e si sentirono abbastanza sicuri per fare due passi nel
bazar.
   Lungo il tragitto Simons aveva parlato con Majid e il professore. Sem-
brava una conversazione casuale, ma ormai Coburn conosceva bene la tec-
nica del colonnello, e sapeva che stava sondando quei due per decidere se
poteva fidarsi di loro. Fino a quel momento la prognosi sembrava favore-
vole, perché Simons incominciò a lasciar cadere qualche accenno circa il
vero scopo del viaggio.
   Il professore disse che nelle campagne intorno a Tabriz gli abitanti erano
fedeli allo scià; e prima di proseguire Simons piazzò una foto dello scià sul
parabrezza.
   Il primo preannuncio di guai lo ebbero pochi chilometri a nord di Tabriz,
dove furono fermati da un posto di blocco. Era una faccenda molto dilet-
tantesca, due tronchi d'albero sistemati attraverso la strada in modo che le
macchine potessero passare ma fossero costrette a rallentare. Era sorve-
gliato da contadini armati di scuri e di bastoni.
   Majid e il professore parlarono con loro. Il professore mostrò la tessera
dell'università e disse che gli americani erano scienziati venuti per aiutarlo
in una ricerca. Era evidente, pensò Coburn, che la squadra di salvataggio
avrebbe dovuto portarsi dietro qualche iraniano quando avrebbe rifatto lo
stesso percorso con Paul e Bill, per risolvere eventuali situazioni del gene-
re.
   I contadini li lasciarono passare.
   Un po' più avanti, Majid si fermò e fermò una macchina che stava arri-
vando dalla direzione opposta. Il professore parlò per qualche minuto con
il guidatore, poi riferì che la prossima cittadina, Khoy, era ostile allo scià.
Simons tolse la foto dello scià dal parabrezza e la sostituì con quella del-
l'ayatollah Khomeini. Da quel momento, fermarono regolarmente le mac-
chine che venivano loro incontro e cambiarono le fotografie secondo gli
umori politici locali.
   Alla periferia di Khoy c'era un altro posto di blocco.
   Era improvvisato come il primo, e sorvegliato da civili; ma questa volta
gli uomini e i ragazzi cenciosi che stavano dietro i tronchi impugnavano
armi da fuoco.
   Majid fermò la Range Rover e tutti scesero.
   Con immenso orrore di Coburn, un ragazzo gli puntò contro una pistola.
   Coburn si sentì agghiacciare.
   Era una pistola Llama da 9 mm. Il ragazzo doveva avere sedici anni.
Probabilmente non aveva mai mangeggiato un'arma da fuoco prima di quel
giorno, pensò Coburn. E i dilettanti armati di pistola erano pericolosi. Il
ragazzo stringeva l'arma tanto convulsamente che aveva le nocche sbianca-
te.
   Coburn ebbe paura. Nel Vietnam gli avevano sparato contro parecchie
volte, ma adesso lo spaventava la possibilità di venire ucciso acci-
dentalmente.
   «Ruski» disse il ragazzo. «Ruski.»
   Crede che sia un russo, pensò Coburn.
   Forse a causa dell'ispida barba rossa e bel berretto di lana nera.
   «No, americano» disse.
   Il ragazzo continuò a tenerlo sotto tiro.
   Coburn fissò quelle nocche sbiancate e pensò: Spero solo che quel pic-
colo teppista non sternutisca.
   I contadini perquisirono Simons, Majid e il professore. Coburn, che non
riusciva a distogliere gli occhi dal ragazzo, sentì Majid dire: «Cercano le
armi». L'unica arma che avevano era un coltello che Coburn portava in un
fodero dietro la schiena, sotto la camicia.
   Un contadino incominciò a perquisire anche lui, e finalmente il ragazzo
abbassò la pistola.
   Coburn riprese a respirare.
   Poi si chiese cosa sarebbe successo quando avessero trovato il coltello.
   La perquisizione non fu meticolosa, e il coltello non venne scoperto.
   Alla fine credettero alla storia della ricerca scientifica. «Si scusano per
aver perquisito un vecchio» disse Majid. Il "vecchio" era Simons, che
sembrava davvero un anziano contadino iraniano. «Possiamo proseguire»
soggiunse Majid.
   Risalirono in macchina.
   Nelle immediate vicinanze di Khoy svoltarono verso sud, aggirando l'e-
stremità del lago, e proseguirono lungo la riva ovest fino a raggiungere la
periferia di Rezaiyeh.
   Il professore li fece entrare in città per strade secondarie, e non incontra-
rono posti di blocco. Il viaggio da Teheran era durato dodici ore, e adesso
si trovavano a un'ora di distanza dal posto di frontiera di Sero.
   Quella sera cenarono - chella kebab, il tradizionale piatto iraniano di riso
e agnello - con il padrone di casa del professore, che era un funzionario
della dogana. Majid lo sondò abilmente, e venne a sapere che a Sero c'era
sempre poco traffico.
   Passarono la notte in casa del professore, una villa a due piani alla peri-
feria della città.
   La mattina dopo, Majid e il professore andarono in macchina fino alla
frontiera e ritornarono. Riferirono che non c'erano posti di blocco e che la
strada era sicura. Poi Majid andò in città a cercare qualcuno che poteva
vendergli armi da fuoco, e Simons e Coburn andarono al confine.
   Trovarono un piccolo posto di frontiera con due sole guardie. C'era un
magazzino della dogana, una pesa per i camion e una guardiola. La strada
era sbarrata da una catena tesa tra un palo e il muro della guardiola; oltre la
catena si estendeva un tratto di terra di nessuno, per circa duecento metri, e
poi c'era un altro posto di frontiera ancora più piccolo dalla parte turca.
   Scesero dalla macchina per guardarsi intorno. L'aria era pura e fredda.
Simons indicò il fianco della collina. «Vede quelle tracce?»
   Coburn guardò. Sulla neve, dietro il posto di confine, c'erano tracce la-
sciate da una piccola carovana che era passata sfacciatamente in Turchia
sotto il naso delle guardie.
   Simons indicò in alto. «È facile isolarli.» Coburn alzò gli occhi e vide un
unico cavo del telefono che scendeva dalla guardiola verso valle. Un colpo
di tronchesine e le guardie sarebbero rimaste isolate.
   Scesero a piedi la collina e si avviarono lungo una strada secondaria, una
specie di sentiero che si addentrava tra i monti. Dopo un chilometro e
mezzo o poco più arrivarono a un piccolissimo villaggio, una dozzina di
case di legno o d'argilla. In turco stentato, Simons chiese del capo. Com-
parve un uomo di mezza età, con i calzoni ampi, il panciotto e una specie
di turbante. Coburn ascoltò il dialogo senza capire una parola. Finalmente
Simons strinse la mano al capo e se ne andarono.
   «Cosa gli ha detto?» chiese Coburn mentre si allontanavano.
   «Che volevo attraversare il confine a cavallo, di notte, con alcuni ami-
ci.»
   «E lui cos'ha risposto?»
   «Che può pensarci lui.»
   «Ma come sapeva che gli abitanti di quel villaggio sono contrabban-
dieri?»
   «Si guardi intorno» disse Simons.
   Coburn girò gli occhi sui pendii nudi e ammantati di neve.
   «Cosa vede?» chiese Simons.
   «Niente.»
   «Appunto. Qui non c'è né agricoltura né industria. Come crede che fac-
cia a vivere questa gente? Sono tutti contrabbandieri.»
   Ritornarono alla Range Rover e rientrarono a Rezaiyeh. Quella sera Si-
mons spiegò a Coburn il suo piano.
   Simons, Coburn, Poché, Paul e Bill sarebbero andati da Teheran a Re-
zaiyeh con le due Range Rover. Avrebbero condotto con loro Majid e il
professore perché facessero da interpreti. A Rezaiyeh si sarebbero fermati
nella villa del professore. Era il posto ideale; non ci abitava nessun altro,
era lontana dalle altre case, e di lì passavano strade deserte che portavano
lontano dalla città. Da Teheran a Rezaiyeh avrebbero viaggiato disarmati;
a giudicare da quello che era accaduto al posto di blocco, così avrebbero
evitato guai. Ma a Rezaiyeh avrebbero acquistato armi da fuoco. Majid co-
nosceva qualcuno, in città, che avrebbe venduto loro fucili da caccia
Browning calibro 12 per seimila dollari l'uno. E lo stesso individuo poteva
fornire anche pistole Llama.
   Coburn avrebbe varcato il confine apertamente e regolarmente con una
delle Range Rover e dalla parte turca si sarebbe incontrato con Boulware,
il quale avrebbe portato un'altra macchina. Simons, Poché, Paul e Bill sa-
rebbero passati a cavallo con i contrabbandieri. (Era per questo che aveva-
no bisogno delle armi: per non correre il rischio che i contrabbandieri de-
cidessero di "perderli" tra le montagne.) Oltre la frontiera avrebbero trova-
to Coburn e Boulware. Tutti insieme avrebbero raggiunto il consolato a-
mericano più vicino e si sarebbero procurati passaporti nuovi per Paul e
Bill. E poi avrebbero preso il volo per Dallas.
   Era un ottimo piano, pensò Coburn; ora capiva che Simons aveva ragio-
ne di preferire Sero a Barzagan, perché sarebbe stato difficile passare clan-
destinamente il confine in una zona più popolata e più civile.
   L'indomani ritornarono a Teheran. Partirono tardi e fecero gran parte del
viaggio di notte, per arrivare alla mattina dopo la fine del coprifuoco. Se-
guirono il percorso a sud, e attraversarono la cittadina di Mahabad. Ma
strada era una pista sterrata tra le montagne, e le condizioni meteo-
rologiche erano terribili: neve, ghiaccio, vento. Ma la strada era transita-
bile, e Simons decise di scegliere quella, anziché quella a nord, per la fuga
vera e propria.
   Se mai fosse venuto quel momento.

   Una sera Coburn andò all'Hyatt e disse a Keane Taylor che aveva biso-
gno di venticinquemila dollari in rial iraniani per la mattina seguente.
   Non spiegò il perché.
   Taylor si fece dare da Gayden venticinquemila dollari in biglietti da cen-
to poi telefonò a un commerciante di tappeti che conosceva e si accordò
per il cambio.
   L'autista di Taylor, Ali, non era entusiasta dell'idea di portarlo nella par-
te sud della città, soprattutto di sera, ma finì per rassegnarsi.
   Andarono al negozio. Taylor sedette e prese il tè con il mercante. Entra-
rono altri due iraniani: uno fu presentato come l'uomo che avrebbe cambia-
to i dollari di Taylor; l'altro era la sua guardia del corpo, e aveva l'aria del
delinquente.
   Dopo la telefonata di Taylor, spiegò il mercante di tappeti, il tasso di
scambio era mutato parecchio... a tutto favore del mercante.
   «È un insulto!» ribatté rabbiosamente Taylor. «Non voglio saperne!»
   «È il miglior cambio che riuscirà a ottenere» disse il mercante di tappeti.
   «Al diavolo!»
   «È molto pericoloso venire in questa zona della città con tanto denaro
addosso.»
   «Non sono solo» disse Taylor. «Fuori ci sono sei uomini che mi aspetta-
no.»
   Finì il tè e si alzò. Uscì a passo lento dal negozio e saltò in macchina.
«Ali, andiamocene in fretta.»
   Puntarono verso la parte nord della città. Taylor si fece portare da un al-
tro mercante di tappeti, un ebreo iraniano che aveva il negozio nei pressi
del palazzo imperiale. Il mercante stava per chiudere quando Taylor entrò.
   «Ho bisogno di cambiare in rial una certa quantità di dollari» disse Ta-
ylor.
   «Torni domani.»
   «No. Ne ho bisogno questa notte.»
   «Quanto?»
   «Venticinquemila dollari.»
   «Ma io non ho una somma simile!»
   «Mi serve assolutamente questa notte.»
   «Perché?»
   «Per via di Paul e Bill.»
   Il mercante annuì. Aveva fatto parecchi affari con quelli dell'EDS e sa-
peva che Paul e Bill erano in carcere. «Vedrò che cosa posso fare.»
   Chiamò il fratello che era nel retrobottega e lo mandò via. Poi aprì la
cassaforte e tirò fuori tutti i rial che aveva. Incominciarono a contare: il
mercante contava i dollari e Taylor i rial. Pochi minuti dopo arrivò un ra-
gazzo con le mani piene di rial e li rovesciò sul banco, quindi uscì senza
dire una parola. Taylor comprese che il mercante di tappeti aveva mandato
il fratello a procurare tutto il contante che poteva trovare.
   Arrivò un giovane in motoscooter, ed entrò con una borsa piena di rial.
Mentre era nel negozio, qualcuno rubò lo scooter parcheggiato davanti alla
porta. Il giovane mollò la borsa e rincorse il ladro urlando come un pazzo.
   Taylor continuò a contare.
   Era un'altra giornata normale nella Teheran rivoluzionaria.

  John Howell stava cambiando. Ogni giorno che passava era sempre me-
no un onesto avvocato americano e sempre più un insinuante negoziatore
persiano. In particolare, incominciava a vedere le bustarelle sotto una luce
diversa.
  Mehdi, un ragioniere iraniano che aveva lavorato varie volte per l'EDS,
gli aveva spiegato: «In Iran molte cose si ottengono per amicizia. Ci sono
molti modi per diventare amici di Dadgar. Io mi metterei seduto tutti i
giorni davanti a casa sua fino a quando si decidesse a rivolgermi la parola.
Un altro sistema per diventare suo amico sarebbe offrirgli duecentomila
dollari. Se vuole, posso provvedere io».
   Howell discusse la proposta con gli altri della squadra dei negoziatori.
Era evidente che Mehdi si offriva come intermediario, come aveva fatto
Gola Profonda. Ma questa volta Howell era meno deciso a rifiutare l'idea
di ricorrere alla corruzione per liberare Paul e Bill.
   Si accordarono per dare corda a Mehdi. Avrebbero potuto scoprire il
gioco e screditare Dadgar. Oppure avrebbero potuto concludere che l'ac-
cordo era valido e pagare. In ogni caso, volevano che Dadgar si sbilancias-
se e lasciasse capire che era corruttibile.
   Howell e Keane Taylor ebbero diversi incontri con Mehdi. Il ragioniere
era nervoso quanto lo era stato Gola Profonda, e non voleva che quelli del-
l'EDS andassero nel suo ufficio durante il normale orario di lavoro. Li in-
contrava sempre al mattino presto o alla sera tardi, in casa sua o in qualche
vicoletto. Howell cominciò a insistere per avere un segnale inequivocabile:
Dadgar doveva presentarsi a un incontro con i calzini spaiati o con la cra-
vatta a rovescio. Mehdi proponeva segnali più ambigui: per esempio, Da-
dgar si sarebbe comportato più duramente del solito con gli americani. Una
volta Dadgar lo fece, come aveva predetto Mehdi; ma forse sarebbe andata
così in ogni caso.
   Dadgar non era il solo che dava filo da torcere a Howell. Howell telefo-
nava ad Angela ogni quattro o cinque giorni, e lei voleva sapere quando
sarebbe tornato a casa. Lui non era in grado di dirlo. Paul e Bill, logica-
mente, insistevano per avere notizie precise, ma i suoi progressi erano così
lenti e indefinibili che non poteva dir loro nulla di sicuro. Era frustrante; e
quando Angela cominciava a fargli domande, stentava a dominare l'irrita-
zione.
   L'iniziativa di Mehdi andò a finire in niente. Mehdi presentò Howell a
un avvocato che affermava d'essere amico intimo di Dadgar. L'avvocato
non voleva bustarelle, ma solo il normale onorario. L'EDS gli affidò l'inca-
rico; ma durante l'incontro successivo Dadgar dichiarò: «Non c'è nessuno
che abbia rapporti speciali con me. Se qualcuno cerca di convincerla che le
cose stanno diversamente, non gli creda».
   Howell non sapeva cosa pensare. Non c'era mai stato niente da fare fin
dall'inizio? Oppure la prudenza dell'EDS aveva spaventato Dadgar, in-
ducendolo a rinunciare all'idea di chiedere una bustarella? Non sarebbe
mai riuscito a scoprirlo.
   Il 30 gennaio Dadgar disse a Howell che voleva saperne di più sul conto
di Abolfath Mahvi, il socio iraniano dell'EDS. Howell incominciò a prepa-
rare un dossier sui rapporti tra l'EDS e Mahvi.
   Howell non credeva che Paul e Bill fossero semplicemente ostaggi
commerciali. Era possibile che le indagini di Dadgar sulla corruzione fos-
sero autentiche e fondate; ma ormai sapeva che Paul e Bill erano innocenti,
e quindi se li teneva in carcere lo faceva per ordini dall'alto. All'inizio, gli
iraniani avevano mirato a ottenere il promesso sistema assistenziale com-
puterizzato o la restituzione del denaro. Dare loro il sistema significava ri-
negoziare il contratto... ma al nuovo governo non interessava affatto rine-
goziarlo, e comunque era improbabile che restasse al potere abbastanza a
lungo per tradurre in atto un eventuale accordo.
   Se non era possibile corrompere Dadgar, convincerlo dell'innocenza di
Paul e Bill, né fargli dare dai superiori l'ordine di rilasciarli in base a un
nuovo contratto tra l'EDS e il ministero, a Howell restava un'unica possibi-
lità: pagare la cauzione. Gli sforzi del dottor Houman per ottenere una ri-
duzione non erano serviti a nulla. Adesso Howell stava cercando il modo
di trasferire tredici milioni di dollari da Dallas a Teheran.
   Era venuto a sapere, a poco a poco, che a Teheran c'era una squadra di
salvataggio dell'EDS. Lo stupiva molto l'idea che il massimo dirigente di
una grande società americana avesse messo in moto un meccanismo di
quel genere. Ma si sentiva anche rassicurato perché, se lui fosse riuscito a
tirar fuori dal carcere Paul e Bill, ci sarebbe stato qualcuno pronto a portar-
li fuori dall'Iran.

  Liz Coburn era fuori di sé per la preoccupazione.
  Era in macchina con Toni Dvoranchik e il marito di Toni, Bill, e stavano
andando al ristorante Royal Tokyo. Si trovava in Greenville Avenue non
lontano dal Recipes, il locale dove Liz e Toni avevano bevuto un daiquiri
in compagnia di Mary Sculley e Mary aveva distrutto il mondo di Liz con
poche parole: «Credo che siano tutti a Teheran».
  Da quel momento Liz viveva nel terrore.
  Jay era tutto, per lei. Era Capitan America, era Superman, era tutta la sua
vita. Non sapeva come avrebbe fatto a vivere senza di lui. Il pensiero di
perderlo la spaventava a morte.
  Chiamava di continuo Teheran ma non riusciva mai a parlare con lui.
Ogni giorno telefonava a Merv Stauffer e chiedeva: «Quando tornerà Jay?
Sta bene? Ne uscirà vivo?». Merv cercava di tranquillizzarla, ma non vole-
va darle informazioni, e lei chiedeva di parlare con Ross Perot, e Merv ri-
spondeva che non era possibile. Allora Liz telefonava alla madre, scoppia-
va in lacrime e sfogava tutte le sue ansie e le paure e le frustrazioni.
  I Dvoranchik erano gentili e premurosi. Cercavano di distrarla dalle pre-
occupazioni.
  «Cos'hai fatto di bello oggi?» chiese Toni.
  «Sono stata a fare acquisti» rispose Liz.
  «Che cos'hai comprato?»
  «Oh.» Liz scoppiò in pianto. «Ho comprato un abito nero. Perché Jay
non tornerà più.»

   Durante quei giorni d'attesa, Jay Coburn imparò parecchie cose sul conto
di Simons.
   Un giorno Merv Stauffer telefonò da Dallas e riferì che il figlio del co-
lonnello, Harry, aveva chiamato allarmatissimo. Harry aveva telefonato a
casa del padre, e aveva parlato con Paul Walker che mandava avanti l'alle-
vamento. Walker aveva risposto che non sapeva dove fosse Simons, e ave-
va consigliato Harry di rivolgersi a Merv Stauffer all'EDS. Harry era logi-
camente preoccupato, disse Stauffer. Simons telefonò da Teheran al figlio
e lo tranquillizzò.
   Simons disse a Coburn che Harry aveva avuto qualche problema, ma che
in fondo era un buon ragazzo. Parlava del figlio in toni di affetto rassegna-
to. (Non nominava mai Bruce, e solo molto più tardi Coburn venne a sape-
re che il colonnello aveva due figli.)
   Simons parlava spesso della moglie morta, Lucille, e diceva che erano
stati felici dopo che lui s'era messo in pensione. Erano stati molto vicini in
quegli ultimi anni, e Simons sembrava rammaricarsi di aver lasciato tra-
scorrere tanto tempo prima di capire quanto l'amava. «Si tenga ben stretta
sua moglie» consigliava a Coburn. «È la persona più importante della sua
vita.»
   Paradossalmente, il consiglio di Simons aveva su Coburn l'effetto con-
trario. Invidiava il legame che era esistito tra Simons e Lucille, ma era così
sicuro che non sarebbe mai riuscito ad averlo con Liz che si domandava se
per caso la sua vera anima gemella non era un'altra.
   Una sera Simons scoppiò a ridere e disse: «Sa, questo non lo farei per
nessun altro».
   Era uno dei tipici commenti enigmatici di Simons. Qualche volta, come
Coburn aveva scoperto, arrivava una spiegazione, e qualche volta no. In
quell'occasione Coburn l'ebbe: Simons gli disse perché si sentiva in debito
verso Ross Perot.
   Dopo l'incursione di Son Tay, Simons aveva vissuto un'esperienza ama-
ra. Sebbene la spedizione non fosse riuscita a liberare i prigionieri ameri-
cani, era stata un tentativo coraggioso e Simons si aspettava che l'opinione
pubblica americana lo capisse. In un incontro con il segretario alla Difesa,
Melvin Laird, aveva anzi sostenuto che era opportuno darne notizia alla
stampa. «È una operazione assolutamente lecita» aveva detto a Laird. «So-
no prigionieri americani. E questo è quanto, per tradizione, gli americani
fanno per gli americani. Cristo, ma di che cosa abbiamo paura?»
   Ben presto l'aveva scoperto. La stampa e l'opinione pubblica conside-
ravano l'incursione come un fiasco, un altro pasticcio causato dai servizi
segreti. Il giorno dopo la "Washington Post" sbandierava in prima pagina
questo titolo: "Fallito un tentativo di liberare un gruppo di prigionieri".
Quando il senatore Robert Dole aveva presentato una risoluzione che elo-
giava l'impresa e affermava «Alcuni di quegli uomini languono in un cam-
po di prigionia da cinque anni» il senatore Kennedy aveva ribattuto: «E ci
restano ancora».
   Simons si era recato alla Casa Bianca per ricevere un'alta decorazione, la
Distinguished Service Cross, dalle mani del presidente Nixon. Gli altri par-
tecipanti all'incursione dovevano essere decorati dal segretario alla Difesa,
Laird. Simons si irritò quando seppe che più della metà dei suoi uomini
non avrebbe ricevuto altro che l'Army Commendation Ribbon, un nastrino
di scarso prestigio. Indignatissimo, prese il telefono e chiese del capo di
Stato Maggiore dell'Esercito, il generale Westmoreland. Gli passarono il
vice, il generale Palmer. Simons raccontò la faccenda e disse: «Generale,
non voglio causare seccature all'esercito, ma è molto probabile che uno dei
miei uomini cacci quella decorazione nel culo del signor Laird». La spun-
tò: Laird distribuì quattro DSC, cinquanta Stelle d'Argento e nessun nastri-
no.
   I prigionieri americani nel Vietnam si sentirono rincuorati dall'incur-
sione di Son Tay, della quale ebbero notizia da altri compagni catturati di
recente. Una conseguenza importante del tentativo fu che i campi di pri-
gionia - dove molti militari americani erano stati tenuti in isolamento per-
manente - vennero chiusi, e tutti furono trasferiti in due grandi prigioni
dove non c'era abbastanza spazio per tenerli separati. Tuttavia agli occhi
del mondo l'impresa era stata un fallimento, e Simons pensava che quel
giudizio fosse una grave ingiustizia nei confronti dei suoi uomini.
   Quell'ingiustizia lo aveva assillato per anni... fino a quando Ross Perot
non aveva organizzato una colossale festa a San Francisco, convincendo
l'esercito a stanare gli uomini di Son Tay che erano sparsi per tutto il mon-
do, e li aveva presentati agli ex prigionieri che loro avevano cercato di li-
berare. In quell'occasione, pensava Simons, i suoi uomini avevano final-
mente ricevuto il ringraziamento meritato. E lo doveva a Ross Perot.
  «È per questo che sono qui» disse a Coburn. «Sicuro come l'inferno, non
lo farei per nessun altro.»
  Coburn pensò a suo figlio Scott: capiva benissimo ciò che intendeva dire
Simons.

   Il 22 gennaio centinaia di homafar - giovani ufficiali dell'aeronautica - si
ammutinarono nelle basi di Dezful, Hamadan, Isfahan e Mashad, e giura-
rono fedeltà all'ayatollah Khomeini.
   Il significato di quell'avvenimento sfuggì al consigliere per la Sicurezza
Nazionale Zbigniew Brzezinski, il quale credeva ancora che i militari ira-
niani avrebbero schiacciato la rivoluzione islamica; sfuggì al primo mini-
stro Shahpour Bakhtiar, che parlava di reprimere la sfida dei rivoluzionari
con un minimo ricorso alla forza; e sfuggì anche allo scià, che anziché re-
carsi negli Stati Uniti indugiava in Egitto, in attesa di essere richiamato per
salvare il suo paese nell'ora del bisogno.
   Tra coloro che invece ne capirono il significato c'erano l'ambasciatore
americano William Sullivan e il generale Abbas Gharabaghi, il capo di
Stato Maggiore iraniano.
   Sullivan disse a Washington che l'idea di un contro-colpo di stato a favo-
re dello scià era un'illusione, che la rivoluzione avrebbe trionfato e che gli
Stati Uniti avrebbero fatto meglio a pensare a come sarebbero riusciti ad
accordarsi con il nuovo regime. Ricevette dalla Casa Bianca una brusca ri-
sposta, nella quale gli si faceva capire tra le righe che il suo comportamen-
to era sleale nei confronti del presidente. Decise di dare le dimissioni, ma
la moglie Io dissuase, facendogli notare che aveva una responsabilità nei
confronti delle migliaia di americani ancora in Iran, e che non poteva ab-
bandolarli in un momento simile.
   Anche il generale Gharabaghi stava pensando di dimettersi. Si trovava in
una situazione impossibile. Aveva giurato fedeltà non al parlamento o al
governo dell'Iran, bensì allo scià personalmente; e lo scià se ne era andato.
Per il momento Gharabaghi si aggrappava alla convinzione che i militari
dovevano fedeltà alla Costituzione del 1906; ma in pratica questo voleva
dire ben poco. In teoria i militari avrebbero dovuto sostenere il governo
Bakhtiar. Da qualche settimana Gharabaghi si chiedeva se poteva sperare
che i suoi soldati obbedissero agli ordini e si battessero per Bakhtiar contro
le forze rivoluzionarie. La rivolta degli homafar dimostrava che c'era poco
da sperare. Diversamente da Brzezinski, si rendeva conto che un esercito
non era una macchina da accendere e spegnere a volontà, ma una colletti-
vità di esseri umani che condividevano le aspirazioni, la rabbia e la religio-
sità fanatica del resto del paese. I soldati volevano la rivoluzione come la
volevano i civili. Gharabaghi concluse che non poteva più controllare le
sue truppe e si dimise.
   Il giorno in cui Gharabaghi annunciò la sua intenzione agli altri generali,
l'ambasciatore Alexander Sullivan fu convocato nell'ufficio del primo mi-
nistro Bakhtiar, alle sei di sera. Sullivan aveva saputo, dal generale
"Dutch" Huyser, che Gharabaghi aveva deciso di dimettersi, e pensava che
Bakhtiar volesse parlargli di questo.
   Bakhtiar gli indicò di accomodarsi e disse con un sorriso enigmatico:
"Nous serons trois". Saremo in tre. Bakhtiar parlava sempre in francese
con Sullivan.
   Qualche minuto dopo entrò il generale Gharabaghi. Bakhtiar espose le
difficoltà che sarebbero insorte se il generale si fosse dimesso. Gharabaghi
incominciò a rispodere in Farsi, ma Bakhtiar l'invitò a parlare in francese.
Mentre il generale parlava, giocherellava con qualcosa che sembrava una
busta e che teneva in tasca; Sullivan immaginò che fosse la lettera di di-
missioni.
   Mentre i due iraniani discutevano in francese, Bakhtiar si rivolgeva di
continuo all'ambasciatore americano per chiedere il suo appoggio. Sullivan
pensava che Gharabaghi avesse tutte le ragioni di dimettersi, ma la Casa
Bianca gli aveva ordinato di adoperarsi per convincere i militari a sostene-
re' Bakhtiar; quindi dichiarò energicamente, contro le proprie convinzioni,
che Gharabaghi non doveva dare le dimissioni. Dopo mezz'ora di discus-
sioni, il generale se ne andò senza consegnare la lettera. Bakhtiar si profu-
se a ringraziare Sullivan per l'aiuto, ma l'ambasciatore sapeva che non sa-
rebbe servito a nulla.
   Il 24 gennaio Bakhtiar chiuse l'aeroporto di Teheran per impedire a
Khomeini di entrare in Iran. Era come aprire un ombrello per arrestare una
mareggiata. Il 26 gennaio i soldati uccisero quindici dimostranti khomeini-
sti nel corso degli scontri per le vie di Teheran. Due giorni dopo Bakhtiar
si offrì di andare a Parigi per parlare con l'ayatollah. Da parte d'un primo
ministro in carica, offrirsi di andare a far visita a un ribelle in esilio era u-
n'incredibile ammissione di debolezza; e come tale l'interpretò Khomeini,
che rifiutò di incontrarlo se prima Bakhtiar non si fosse dimesso. Il 29
gennaio trentacinque persone morirono negli scontri a Teheran, e altre cin-
quanta nel resto del paese. Gharabaghi, scavalcando il primo ministro, in-
cominciò a trattare con i ribelli a Teheran, e diede il suo assenso al ritorno
dell'ayatollah. Il 30 gennaio Sullivan ordinò l'evacuazione di tutto il perso-
nale dell'ambasciata non assolutamente indispensabile e di tutti i familiari.
Il 1° febbraio Khomeini rientrò in patria.
   Il jumbo dell'Air France atterrò alle 9 e 15 del mattino. Ad accoglierlo
erano accorsi due milioni di iraniani. All'aeroporto l'ayatollah fece la prima
dichiarazione pubblica: «Prego Dio di tagliare le mani a tutti gli stranieri
malvagi e a tutti i loro collaborazionisti».
   Simons assistette alla scena trasmessa dalla televisione e disse a Coburn:
«È fatta. Adesso ci penserà il popolo. I dimostranti espugneranno il carce-
re».

                                      IX

   A mezzogiorno del 5 febbraio John Howell era sul punto di ottenere la
liberazione di Paul e Bill.
   Dadgar aveva detto che avrebbe accettato la cauzione in una di queste
tre forme: contanti, la garanzia di una banca o un'ipoteca su qualche pro-
prietà. Dei contanti non era neppure il caso di parlare. Innanzi tutto, se
qualcuno fosse atterrato in quei giorni a Teheran con 12.750.000 dollari in
una valigia non sarebbe arrivato vivo all'ufficio di Dadgar. (Tom Walter
aveva proposto di usare banconote false, ma nessuno sapeva dove trovar-
le.) In secondo luogo, Dadgar era capacissimo di incassare il denaro senza
mollare Paul e Bill, aumentando la cauzione o arrestandoli una seconda
volta con un nuovo pretesto. Doveva esserci un documento che trasferisse
il denaro a Dadgar e contemporaneamente desse la libertà a Paul e Bill. A
Dallas, Tom Walter aveva finalmente scovato una banca disposta a emette-
re una lettera di credito per la cauzione, ma Howeil e Taylor stentavano a
trovare una banca iraniana disposta ad accettarla e a fornire la garanzia ri-
chiesta da Dadgar. Nel contempo il principale di Howeil, Tom Luce, aveva
pensato alla terza possibilità, una ipoteca, e se ne era venuto fuori con u-
n'idea pazzesca che forse poteva funzionare: dare in pegno l'ambasciata
americana a Teheran come garanzia della cauzione per Paul e Bill.
   Il Dipartimento di Stato stava allentando le redini, ma non era disposto a
impegnare l'ambasciata a Teheran. Tuttavia, era pronto a dare la garanzia
del governo degli Stati Uniti. E questo era un fatto senza precedenti: gli
Stati Uniti che garantivano la cauzione per due arrestati!
   A Dallas, Tom Walter incaricò una banca di emettere una lettera di cre-
dito per 12.750.000 dollari in favore del Dipartimento di Stato. Dato che la
transazione aveva luogo interamente entro il territorio nazionale, fu risolta
in poche ore. Quando il Dipartimento di Stato a Washington avesse ricevu-
to la lettera, il consigliere ministeriale Charles Naas - il vice di William
Sullivan - avrebbe consegnato una nota diplomatica per affermare che Paul
e Bill, una volta rilasciati, sarebbero rimasti a disposizione di Dadgar per
gli interrogatori, altrimenti la cauzione sarebbe stata pagata dall'ambasciata
stessa.
   E adesso Dadgar era in riunione con Lou Goelz, console generale al-
l'ambasciata. Howell non era stato invitato ad assistere, ma per conto del-
l'EDS era presente Abolhasan.
   Howell aveva avuto un incontro preliminare con Goelz il giorno prima.
Avevano esaminato insieme le clausole della garanzia, che Goelz aveva
letto con quella sua voce tranquilla e meticolosa. Goelz era cambiato. Due
mesi prima Howell l'aveva giudicato un burocrate meticoloso, era stato
Goelz a rifiutare di rendere i passaporti a Paul e Bill senza informarne gli
iraniani. Adesso sembrava disposto a tentare metodi meno convenzionali.
Forse, vivendo in mezzo alla rivoluzione, era diventato un po' meno rigo-
roso.
   Goelz disse a Howell che la decisione di rilasciare Paul e Bill sarebbe
stata presa dal primo ministro Bakhtiar, ma che prima era necessario chia-
rire le cose con Dadgar. Howell si augurava che Dadgar non sollevasse al-
tre difficoltà, perché Goelz non era il tipo capace di battere i pugni sul ta-
volo e di costringere il magistrato a far marcia indietro.
   Bussarono alla porta. Entrò Abolhasan.
   A Howell bastò guardarlo in faccia per capire che portava brutte notizie.
   «Cos'è successo?»
   «Ha rifiutato» disse Abolhasan.
   «Ma perché?»
   «Non accetta la garanzia del governo degli Stati Uniti.»
   «Ha spiegato la ragione?»
   «La legge non stabilisce che può accettarla come cauzione. Vuole con-
tanti, la garanzia d'una banca...»
   «O un'ipoteca su una proprietà, lo so.» Howell era stordito. C'erano state
tante delusioni, tanti vicoli ciechi, che non aveva più l'energia di risentirsi
o infuriarsi. «Gli ha detto del Primo ministro?»
  «Sì. Goelz gli ha detto che avremmo sottoposto la proposta a Bakhtiar.»
  «E Dadgar cos'ha risposto?»
  «Che è tipico degli americani. Cercano di risolvere i problemi facendo
pressioni ad alto livello, senza curarsi di quello che succede ai livelli più
bassi. Ha aggiunto che se i suoi superiori non approvano il modo in cui si
occupa del caso, possono sollevarlo dall'incarico e che questo lo rende-
rebbe felice perché ne ha ormai abbastanza.»
  Howell aggrottò la fronte. Che cosa significava tutto questo? Aveva fini-
to per concludere che in realtà gli iraniani volevano il denaro. Adesso il
denaro veniva rifiutato seccamente. Questo avveniva perché la legge non
includeva la garanzia di un governo tra le forme accettabili di cauzione...
oppure era un pretesto? Forse era la verità. Il caso dell'EDS èra sempre sta-
to politicamente delicato, e adesso che era rientrato l'ayatollah forse Da-
dgar aveva il terrore di compiere un passo che poteva essere interpretato
come un favore agli americani. Accettando una forma di cauzione fuori
dall'ordinario poteva mettersi nei guai. Cosa sarebbe accaduto se Howell
fosse riuscito a versare la cauzione in modo regolamentare? Dadgar avreb-
be pensato d'essersi coperto le spalle e si sarebbe deciso a rilasciare Paul e
Bill? O avrebbe inventato un altro pretesto?
  C'era un unico sistema per scoprirlo.

   La settimana in cui l'ayatollah ritornò in Iran, Paul e Bill chiesero un
prete.
   Il raffreddore di Paul si era trasformato in bronchite. Aveva chiesto di
vedere il medico del carcere. Il dottore non parlava inglese, ma Paul non
faticò a spiegare che cosa aveva: tossì, e il dottore annuì.
   Paul ricevette alcune compresse cne dovevano essere penicillina, e una
bottiglia di sciroppo contro la tosse. Il sapore della medicina era familiare,
e Paul rivide chiaramente se stesso bambino, mentre sua madre versava da
una bottiglia lo sciroppo denso in un cucchiaio e glielo faceva inghiottire.
Era esattamente la stessa roba. Servì ad alleviare la tosse, ma ormai questa
aveva causato qualche lesione ai muscoli del torace, e Paul accusava un
dolore acuto ogni volta che respirava profondamente.
   Aveva ricevuto da Ruthie una lettera che non si stancava mai di rilegge-
re. Era una lettera normalissima. Karen andava in una scuola nuova e sten-
tava un po' ad abituarsi. Questo era normale; ogni volta che cambiava
scuola, Karen aveva mal di stomaco per i primi due o tre giorni. Ann Ma-
rie, la figlia minore, se la prendeva assai meno. Ruthie continuava ancora a
ripetere a sua madre che Paul sarebbe tornato a casa entro un paio di setti-
mane, ma ormai erano due mesi che lo sosteneva, e non era più molto cre-
dibile. Stava acquistando una casa, e Tom Walter l'aiutava a sbrigare le
pratiche legali. Ruthie non parlava della propria angoscia.
   Keane Taylor era quello che veniva più spesso a trovarli in carcere. Ogni
volta consegnava a Paul un pacchetto di sigarette nel quale aveva nascosto
un biglietto da cinquanta o da cento dollari. Paul e Bill si servivano del de-
naro per pagarsi privilegi speciali, ad esempio fare il bagno. Durante una
di quelle visite la guardia aveva lasciato per un momento il parlatorio, e
Taylor ne aveva approfittato per consegnare quattromila dollari.
   Durante un'altra visita, Taylor portò con sé padre Williams.
   Williams era un religioso della Missione cattolica dove, in tempi più fe-
lici, Paul e Bill si erano incontrati con i loro amici della Scuola Cattolica
Domenicale di Poker dell'EDS. Williams aveva ottant'anni, e i suoi supe-
riori l'avevano autorizzato a lasciare Teheran in considerazione dei perico-
li; ma aveva preferito restare al suo posto. Disse a Paul e Bill che per lui
quel genere di situazione non era una novità; era stato missionario in Cina
durante la Seconda guerra mondiale, quando i giapponesi avevano invaso
il paese, e più tardi anche durante la rivoluzione che aveva portato al pote-
re Mao Tse-tung. Lui stesso era stato imprigionato, e capiva benissimo ciò
che passavano Paul e Bill.
   Padre Williams li tirò su di morale quasi quanto aveva fatto Ross Perot.
Bill, che era più devoto di Paul, si sentì profondamente fortificato. Quella
visita gli diede il coraggio di affrontare il futuro ignoto. Prima di andarse-
ne, padre Williams li assolse dai loro peccati. Bill non sapeva se sarebbe
uscito vivo dal carcere, ma adesso era pronto ad affrontare la morte.

   La rivoluzione scoppiò in Iran venerdì 9 febbraio 1979.
   In poco più di una settimana Khomeini aveva distrutto quel po' che re-
stava del governo legittimo. Aveva ordinato ai militari di ammutinarsi e ai
membri del parlamento di dimettersi. Aveva nominato un "governo prov-
visorio", nonostante ufficialmente Bakhtiar fosse ancora Primo ministro. I
suoi seguaci, organizzati in comitati rivoluzionari, si erano assunti la re-
sponsabilità di far rispettare la legge e l'ordine e di raccogliere l'immondi-
zia, e avevano aperto a Teheran più di cento cooperative islamiche. L'8
febbraio un milione di persone o forse più marciò attraverso la città per da-
re il suo appoggio all'ayatollah. Per le strade continuavano gli scontri tra
unità sbandate di militari e gruppi di fedeli di Khomeini.
   Il 9 febbraio, in due basi aeree di Teheran - Doshen Toppeh e Farahabad
- formazioni di homafar e di cadetti resero omaggio a Khomeini. L'episo-
dio provocò l'indignazione della Brigata Javadan, che era stata la guardia
personale dello scià e che attaccò entrambe le basi. Gli homafar si barrica-
rono e respinsero le truppe legittimiste con l'aiuto delle orde dei rivoluzio-
nari armati che brulicavano dentro e fuori le basi stesse.
   Unità di fedayin marxisti e di mujahedin musulmani si precipitarono a
Doshen Toppeh: s'impadronirono dell'armeria e distribuirono indiscri-
minatamente le armi un po' a tutti, - soldati, guerriglieri, rivoluzionari, di-
mostranti e passanti.
   Quella sera alle undici la Brigata Javadan ritornò in forze. I militari che
simpatizzavano per Khomeini avvertirono i ribelli di Doshen Toppeh che
la Brigata stava arrivando, e i ribelli contrattaccarono. Parecchi ufficiali
superiori legittimisti furono uccisi nella fase iniziale dello scontro. Il com-
battimento continuò per tutta la notte, e dilagò in una vasta zona intorno al-
la base.
   Prima del mezzogiorno successivo, quasi tutta Teheran era un campo di
battaglia.

   Quel giorno John Howell e Keane Taylor si recarono a una riunione.
   Howell era convinto che sarebbero riusciti a far rilasciare Paul e Bill en-
tro poche ore. Erano pronti a pagare la cauzione.
   Tom Walter aveva trovato una banca texana disposta a emettere una let-
tera di credito per 12.750.000 dollari in favore della filiale newyorkese del-
la banca Melli. Secondo gli accordi presi, la sede della stessa banca Melli a
Teheran avrebbe fornito una garanzia al ministero della Giustizia, e Paul e
Bill sarebbero stati rilasciati. Ma le cose non erano andate esattamente co-
sì. Il vicedirettore della Melli, Sadr-Hashemi, aveva capito che Paul e Bill
erano tenuti in ostaggio e che, non appena fossero usciti dal carcere, l'EDS
avrebbe potuto sostenere davanti a qualunque tribunale americano che
quella somma era stata estorta e che quindi non doveva essere pagata. Se
questo fosse avvenuto, a New York la banca Melli non avrebbe potuto in-
cassare il denaro avvalendosi della lettera di credito, ma a Teheran sarebbe
stata costretta a effettuare il versamento al ministero della Giustizia irania-
no. Sadr-Hashemi aveva dichiarato che avrebbe cambiato idea solo se i
suoi legali di New York gli avessero assicurato che l'ED non avrebbe potu-
to assolutamente bloccare il pagamento in base alla lettera di credito. E
Howell sapeva che nessun avvocato americano onesto avrebbe fornito u-
n'assicurazione del genere.
   Poi Keane Taylor pensò alla banca Omran. L'EDS aveva un contratto
per installare un sistema di contabilità computerizzato per quella banca, e
il compito di Taylor a Teheran era stato appunto seguire gli adempimenti
dell'accordo; quindi conosceva bene i dirigenti dell'Omran. S'incontrò con
Farhad Bakthiar, uno dei personaggi di maggior rilievo, che oltre a tutto
era anche parente del primo ministro Shahpour Bakhtiar. Ormai era evi-
dente che il Primo ministro sarebbe caduto da un giorno all'altro, e Farhad
si preparava a lasciare il paese. Forse era per questo che si preoccupava as-
sai meno di Sadr-Hashemi dell'eventualità che i 12.750.000 dollari non ve-
nissero mai pagati. Comunque, quale che fosse la vera ragione, aveva ac-
cettato di collaborare.
   La banca Omran non aveva una filiale negli Stati Uniti. E allora come
avrebbe fatto l'EDS a versare la somma? Venne deciso che la banca di
Dallas avrebbe trasmesso la lettera alla filiale dell'Orman a Dubai median-
te un sistema chiamato Tested Telex. Dubai avrebbe chiamato telefonica-
mente Teheran per confermare che la lettera di credito era arrivata; e la se-
de dell'Orman nella capitale iraniana avrebbe dato la garanzia al ministero
della Giustizia.
   Vi furono vari ritardi. Era necessaria l'approvazione del consiglio d'am-
ministrazione della banca Omran, e dei suoi legali. Ognuno dei personaggi
che esaminava il documento suggeriva qualche piccola modifica nella
formulazione. I cambiamenti, in inglese e in Farsi, dovevano venire comu-
nicati a Dubai e a Dallas; poi un nuovo telex veniva inviato da Dallas a
Dubai, e doveva essere confermato e approvato telefonicamente da Tehe-
ran. Dato che in Iran il weekend includeva il giovedì e il venerdì, c'erano
tre soli giorni della settimana in cui erano aperte entrambe le banche; e da-
to che tra Teheran e Dallas c'era uno scarto di nove ore e mezzo, non c'era
un solo momento della giornata in cui gli orari di lavoro coincidessero. Per
giunta, le banche iraniane erano quasi sempre in sciopero. Quindi per poter
modificare due parole ci voleva addirittura una settimana.
   L'approvazione finale doveva essere concessa dalla banca centrale ira-
niana. Ottenere quell'approvazione era il compito che Howell e Taylor si
erano prefissi per sabato 10 febbraio.
   La capitale era relativamente tranquilla, alle 8 e 30, quando presero la
macchina per andare alla banca Omran. S'incontrarono con Farhad Ba-
khtiar; e questi, con loro grande sorpresa, riferì che la richiesta d'approva-
zione era già arrivata alla banca centrale. Howell ne fu soddisfatto: una
volta tanto, in Iran qualcosa succedeva in anticipo sul previsto! Lasciò a
Farhad alcuni documenti, inclusa una lettera d'intesa firmata; poi, sempre
accompagnato da Taylor, si recò alla banca centrale.
  La città si stava svegliando, il traffico era ancora più caotico del solito,
ma guidare pericolosamente era la specialità di Taylor, che sfrecciò per le
vie facendo sorpassi irregolari, invertendo il senso di marcia nel bel mezzo
delle superstrade e battendo i guidatori iraniani al loro stesso gioco d'indi-
sciplina.
  Alla banca centrale attesero a lungo d'essere ricevuti dal signor Farhang,
che doveva concedere l'approvazione. Finalmente questo personaggio si
affacciò dalla porta del suo ufficio e comunicò che l'accordo era già stato
approvato e l'approvazione era stata notificata alla banca Omran.
  Finalmente una buona notizia!
  Risalirono in macchina e tornarono alla banca Omran. Ma adesso c'era-
no gravi scontri in varie parti della città. Il crepitio delle sparatorie era in-
cessante, e pennacchi di fumo s'innalzavano dagli edifici incendiati. La
banca Omran era di fronte a un ospedale, e morti e feriti venivano portati
dalle zone degli scontri a bordo di macchine, camioncini e autobus, che
avevano uno straccio bianco legato all'antenna della radio per indicare l'e-
mergenza e strombazzavano senza smettere un minuto. La strada era piena
di gente: chi era venuto per donare il sangue, chi per visitare i malati, chi
per identificare i morti...
  Avevano risolto appena in tempo il problema della cauzione. Non sol-
tanto Paul e Bill, ma anche Howell, Taylor e tutti gli altri adesso erano in
grave pericolo. Dovevano lasciare l'Iran al più presto.
  Howell e Taylor entrarono nella banca e cercarono Farhad.
  «La banca centrale ha approvato l'accordo» gli disse Howell.
  «Lo so.»
  «La lettera d'impegno va bene?»
  «Benissimo.»
  «Allora, se vuole consegnarci la garanzia, possiamo portarla imme-
diatamente al ministero.»
  «Oggi no.»
  «Perché no?»
  «Il nostro legale, il dottor Emami, ha riesaminato il documento di credi-
to e desidera apportare qualche piccolo ritocco.»
  Taylor borbottò: «Gesù Cristo».
  Farhad disse: «Io devo andare a Ginevra per cinque giorni».
   Molto probabilmente ci sarebbe rimasto.
   «I miei colleghi si occuperanno del caso, e se avrete qualche problema,
telefonatemi in Svizzera.»
   Howell stentò a dominare la collera. Farhad sapeva benissimo che le co-
se non erano tanto semplici; dopo la sua partenza tutto si sarebbe compli-
cato. Ma era inutile fare una scenata, quindi Howell si limitò a chiedere:
«Quali sarebbero i ritocchi?».
   Farhad chiamò il dottor Emami.
   «Inoltre, ho bisogno delle firme di altri due membri del consiglio d'am-
ministrazione della banca» disse Farhad. «Potrò ottenerle alla riunione di
domani. E devo controllare le referenze della National Bank of Commerce
di Dallas.»
   «Quanto ci vorrà?»
   «Non molto. I miei collaboratori provvederanno durante la mia as-
senza.»
   Il dottor Emami mostrò a Howell i cambiamenti che intendeva apportare
nella formulazione della lettera di credito. Howell li giudicò ragionevoli;
ma la lettera modificata, adesso, doveva venire trasmessa da Dallas a Du-
bai per Tested Telex, e da Dubai a Teheran per telefono.
   «Senta» disse Howell, «cerchiamo di sbrigare tutto oggi stesso. Può con-
trollare subito le referenze della banca di Dallas. Potremmo scovare gli al-
tri due membri del consiglio d'amministrazione, dovunque siano, e ottene-
re le loro firme questo pomeriggio. Potremmo chiamare Dallas, comunica-
re le modifiche, e chiedere che mandino il telex immediatamente. Questo
pomeriggio Dubai può dare la conferma. Voi potrete emettere la garan-
zia...»
   «Oggi a Dubai è festa» disse Farhad.
   «Sta bene, Dubai potrà confermare domattina...»
   «Domani c'è sciopero. Non verrà a lavorare nessuno.»
   «Allora lunedì...»
   Il dialogo fu interrotto dall'ululato d'una sirena. Una segretaria si affac-
ciò nell'ufficio e disse qualcosa in Farsi. «È il coprifuoco anticipato» tra-
dusse Farhad. «Dobbiamo andarcene tutti.»
   Howell e Taylor si guardarono in faccia. Dopo due minuti erano rimasti
soli. Avevano fatto fiasco ancora una volta.

  Quella sera Simons disse a Coburn. «È per domani.»
  Coburn pensò che desse i numeri.
   La mattina di domenica 11 febbraio la squadra dei negoziatori si recò
come al solito nella sede dell'EDS, chiamata Bucarest. John Howell se ne
andò in compagnia di Abolhasan, per incontrarsi alle undici con Dadgar al
ministero della Sanità. Gli altri - Keane Taylor, Bill Gayden, Bob Young e
Rich Gallagher - salirono sul tetto a guardare la città che bruciava.
   Il Bucarest non era una costruzione molto alta, ma era situato sul pendio
di una delle colline nella parte settentrionale di Teheran, e dal tetto la città
si vedeva benissimo. A sud e a est, dove i grattacieli moderni svettavano
sopra le ville e le catapecchie, grandi nubi di fumo s'innalzavano nell'aria,
mentre gli elicotteri armati ronzavano intorno agli incendi come vespe a un
barbecue. Uno degli autisti iraniani dell'EDS portò sul tetto una radiolina a
transistor e la sintonizzò su una stazione che era stata occupata dai rivolu-
zionari. Con l'aiuto della trasmissione e delle traduzioni dell'autista cerca-
rono di identificare i palazzi che bruciavano.
   Keane Taylor, che aveva abbandonato gli eleganti abiti con gilè per i je-
ans e gli stivali da cowboy, scese per rispondere a una telefonata. Era il
Motociclista.
   «Dovete andarvene» disse il Motociclista. «Lasciate il paese al più pre-
sto possibile.»
   «Sa bene che non possiamo» ribatté Taylor. «Non possiamo andarcene
senza Paul e Bill.»
   «Per voi sarà molto pericoloso.»
   Taylor sentiva, attraverso il telefono, il chiasso di una tremenda batta-
glia. «Ma lei dove diavolo è?»
   «Vicino al bazar» rispose il Motociclista. «Sto preparando le bottiglie
molotov. Questa mattina hanno fatto intervenire gli elicotteri e abbiamo
appena trovato il modo di abbatterli. Abbiamo incendiato quattro carri ar-
mati...»
   La comunicazione s'interruppe.
   Incredibile, pensò Taylor mentre posava il ricevitore. In mezzo a una
battaglia, ha pensato ai suoi amici americani e ha telefonato per avvertirmi.
Gli iraniani non finiranno mai di stupirmi.
   Risalì sul tetto.
   «Guardi là» gli disse Bill Gayden. Anche il gioviale presidente dell'EDS
World era passato all'abbigliamento più sportivo: nessuno, ormai, fingeva
di occuparsi di affari. Indicò una colonna di fumo verso est. «Se quello
non è il carcere di Gasr che sta bruciando, è meledettamente vicino.»
  Taylor scrutò attentamente. A quella distanza era difficile capirlo.
  «Chiami l'ufficio di Dadgar al ministero della Sanità» disse Gayden a
Taylor. «Howell dovrebbe essere arrivato. Gli dica di chiedere a Dadgar di
affidare Paul e Bill alla custodia dell'ambasciata, per maggior sicurezza. Se
non li tiriamo fuori in fretta moriranno carbonizzati.»

   John Howell non si aspettava che Dadgar si facesse vedere. La capitale
era un campo di battaglia e un'indagine su un caso di corruzione avvenuto
ai tempi dello scià sembrava ormai un esercizio accademico. Ma Dadgar
era in ufficio e lo stava aspettando. Howell si chiese cosa diavolo motivas-
se quell'uomo. Il senso del dovere? L'odio per gli americani? La paura del
governo rivoluzionario che avrebbe preso inevitabilmente il potere? Con
ogni probabilità non l'avrebbe mai scoperto.
   Dadgar aveva chiesto a Howell quali erano stati i rapporti tra l'EDS e
Abolfath Mahvi, e Howell aveva promesso un dossier completo. Sembrava
che fossero informazioni importanti per i fini misteriosi del magistrato,
perché qualche giorno dopo aveva insistito per avere il dossier dicendo:
«Posso interrogare gli interessati qui e ottenere tutti i dettagli che mi ser-
vono». Howell l'aveva interpretata come una minaccia di fare arrestare al-
tri dirigenti dell'EDS.
   Howell aveva preparato un dossier di dodici cartelle in inglese, con una
lettera d'accompagnamento in Farsi. Dadgar lesse la lettera, poi parlò. A-
bolhasan tradusse: «La collaborazione della vostra società getta le basi per
un cambiamento nella mia posizione nei confronti di Chiapparone e Ga-
ylord. Il nostro codice prevede una particolare clemenza verso chi fornisce
informazioni».
   Era una buffonata. Poteva darsi che entro poche ore venissero uccisi tut-
ti, e Dadgar stava lì a parlare delle possibili applicazioni delle disposizioni
del codice.
   Abolhasan incominciò a tradurre in Farsi il dossier, a voce alta. Howell
sapeva che scegliere Mahvi come socio iraniano non era stata la cosa più
intelligente che avesse fatto l'EDS: Mahvi aveva procurato alla società il
primo, modesto contratto in Iran, ma in seguito era stato messo sulla lista
nera per ordine dello scià e aveva causato grane per il contratto con il mi-
nistero della Sanità. L'EDS, comunque, non aveva nulla da nascondere.
Anzi il principale di Howell, Tom Luce, ansioso di porre l'EDS al di sopra
di ogni sospetto, aveva documentato i dettagli dei rapporti tra la società e
Mahvi presso la Commissione di Scambio americana, e quasi tutto ciò che
figurava nel dossier era quindi di dominio pubblico.
   Lo squillo del telefono interruppe la traduzione. Dadgar prese il ricevito-
re e lo passò ad Abolhasan, che ascoltò per un momento e poi disse: «È
Keane Taylor».
   Dopo un minuto riattaccò e disse a Howell: «Keane è salito sul tetto del
Bucarest. Dice che ci sono incendi vicino al carcere di Gasr. Se la folla as-
salta la prigione, Paul e Bill potrebbero andarci di mezzo. Ci consiglia di
chiedere a Dadgar di affidarli all'ambasciata americana».
   «Sta bene» disse Howell. «Glielo chieda.»
   Attese mentre Abolhasan e Dadgar parlavano in Farsi.
   Finalmente Abolhasan riferì: «Secondo le nostre leggi, devono essere
detenuti in un carcere iraniano. Non può considerare come carcere iraniano
l'ambasciata americana».
   Sempre più pazzesco. Il paese stava andando a pezzi, e Dadgar si ostina-
va ad attenersi ai regolamenti. Howell disse: «Gli chieda come intende ga-
rantire la sicurezza di due cittadini americani che non sono stati accusati di
nessun reato».
   La risposta di Dadgar fu: «Non si preoccupi. Il peggio che possa capitare
è che la prigione venga occupata dagli insorti».
   «E se la folla decidesse di attaccare gli americani?»
   «Probabilmente Chiapparone non correrà pericoli... può passare per un
iraniano.»
   «Magnifico» disse Howell. «E Gaylord?»
   Dadgar alzò le spalle.

   Quella mattina Rashid uscì di casa presto.
   I suoi genitori, il fratello e la sorella avevano deciso di non muoversi per
tutto il giorno e gli avevano consigliato di fare altrettanto, ma Rashid non
li aveva ascoltati. Sapeva che uscire era pericoloso, ma non poteva na-
scondersi in casa mentre i suoi compatrioti cambiavano la storia. E non
aveva dimenticato il suo colloquio con Simons.
   Si lasciava guidare dall'impulso. Venerdì si era trovato alla base aerea di
Farahabad durante lo scontro tra gli homafar e la brigata Javadan. Senza
una ragione speciale, era entrato nell'armeria e aveva incominciato a di-
stribuire i fucili. Dopo mezz'ora si era stancato e se ne era andato.
   Quello stesso giorno aveva visto per la prima volta un morto. Era alla
moschea quando avevano portato un autista d'autobus ucciso dai soldati.
D'impulso, Rashid aveva scoperto il viso del morto. Una parte della testa
era sfracellata, un miscuglio di sangue e di materia cerebrale; era stata u-
n'esperienza nauseante. Quell'episodio sembrava un monito, ma Rashid
non era dell'umore più adatto per badare ai moniti. Per le strade stava suc-
cedendo di tutto, e lui doveva essere là.
   Quella mattina l'atmosfera era elettrica. C'era folla dovunque. Centinaia
di uomini e di ragazzi imbracciavano i fucili automatici. Rashid, che por-
tava un berretto all'inglese e una camicia dal collo aperto, si unì a loro,
contagiato dall'esaltazione generale. Quel giorno poteva accadere qualun-
que cosa.
   Si stava dirigendo verso il Bucarest, più o meno. Aveva ancora un lavo-
ro da fare: stava trattando con due spedizionieri per far trasportare negli
Stati Uniti le suppellettili degli sfollati dell'EDs; e doveva dar da mangiare
ai cani e ai gatti abbandonati. Le scene che vide per la strada gli fecero
cambiare idea. Si diceva che quella notte fosse stato assaltato il carcere di
Evin; quel giorno poteva toccare al carcere di Gasr, dove si trovavano Paul
e Bill.
   Rashid si rammaricava di non avere un fucile automatico come gli altri.
   Passò davanti a un palazzo dell'esercito che, a quanto sembrava, era sta-
to invaso dalla folla. Era un isolato a sei piani, che comprendeva un'arme-
ria e l'ufficio leva. Rashid aveva un amico che lavorava lì, Malek. Pensò
che Malek poteva essere nei guai. Se quella mattina era andato in ufficio,
avrebbe indossato l'uniforme... e questo sarebbe bastato per farsi ammaz-
zare. Potrei prestargli la mia camicia, pensò Rashid. Ed entrò impulsiva-
mente nel palazzo.
   Si fece largo tra la folla al pianterreno e raggiunse la scala. Il resto del-
l'edificio sembrava vuoto. Mentre saliva, si chiese se c'erano militari na-
scosti ai piani superiori; se c'erano, probabilmente avrebbero sparato a
chiunque tentasse di salire. Ma proseguì. Arrivò all'ultimo piano. Malek
non c'era; non c'era nessuno. L'esercito aveva abbandonato il palazzo ai
dimostranti.
   Rashid ridiscese al pianterreno. La folla s'era ammassata davanti all'en-
trata dell'armeria che si trovava nel seminterrato, ma nessuno si decideva a
entrare. Rashid si fece largo e chiese: «La porta è chiusa?».
   «Potrebbe essere minata» disse qualcuno.
   Rashid guardò la porta. Ormai non pensava più ad andare al Bucarest.
Voleva andare al carcere di Gasr, e voleva un fucile.
   «Non credo che l'armeria sia minata» disse, e aprì la porta.
   Scese la scala.
   Nel seminterrato c'erano due stanzoni divisi da un'arcata, fiocamente ri-
schiarati dalle strette finestre in alto, appena al di sopra del piano stradale.
Il pavimento era piastrellato di nero. Nella prima stanza c'erano cassette
aperte piene di caricatori. Nella seconda c'erano mitra G3.
   Dopo un minuto, la folla incominciò a seguirlo.
   Rashid arraffò tre mitra, un sacco di caricatori e se ne andò. Appena uscì
dal palazzo, la gente lo circondò chiedendo armi: cedette due mitra e un
po' di munizioni.
   Poi si avviò verso piazza Gasr.
   Una parte della folla lo seguì.
   Lungo il percorso dovevano passare davanti a una guarnigione militare.
Era in corso una scaramuccia. Una porta d'acciaio nel muro della guarni-
gione era sfondata, come se ci fosse passato un carro armato, e i mattoni ai
due lati dell'entrata erano divelti. Attraverso il varco c'era una macchina
che bruciava.
   Rashid girò intorno alla macchina ed entrò.
   Si trovò in un vasto complesso. Dal punto dove era Rashid, un gruppo
numeroso sparava a casaccio contro un edificio lontano circa duecento me-
tri. Rashid si riparò dietro un muro. Quelli che l'avevano seguito partecipa-
rono alla sparatoria, ma lui non li imitò. Nessuno si preoccupava di pren-
dere la mira: stavano semplicemente cercando di spaventare i soldati che si
trovavano nell'edificio. Era una battaglia stranissima. Rashid non aveva
mai immaginato che la rivoluzione fosse così: una folla disorganizzata,
armata di fucili che sapeva a malapena usare, e che si aggirava a caso una
domenica mattina sparando ai muri e incontrando una fiacca resistenza da
parte delle truppe invisibili.
   All'improvviso un uomo accanto a lui stramazzò, morto.
   Accadde così in fretta che Rashid non lo vide neppure cadere. Un attimo
prima era a poco più d'un metro da lui e sparava; adesso era a terra con la
testa sfracellata.
   Portarono fuori il cadavere. Qualcuno trovò una jeep. Caricarono il cor-
po e se ne andarono. Rashid ritornò sul luogo della scaramuccia.
   Dieci minuti più tardi, senza una ragione evidente, un pezzo di legno al
quale era legata una canottiera bianca sventolò da una delle finestre dell'e-
dificio contro il quale avevano sparato. I soldati si erano arresi.
   Così, semplicemente.
   Era una scena tutt'altro che sensazionale.
   Ecco la mia occasione, pensò Rashid.
   Era facile manovrare la gente, quando si comprendeva la psicologia de-
gli esseri umani. Bastava studiare gli altri, capire la loro situazione e intui-
re le loro aspirazioni. Costoro, pensò Rashid, vogliono emozioni, vogliono
l'avventura. Per la prima volta in vita loro si ritrovano con le armi in pu-
gno: hanno bisogno di un bersaglio, e qualunque cosa che simboleggi il
regime dello scià gli andrà bene.
   Adesso se ne stavano tutti lì, domandandosi dove andare.
   «Ascoltate!» gridò Rashid.
   Lo ascoltarono... non avevano niente di meglio da fare.
   «Io vado al carcere di Gasr!»
   Qualcuno applaudì.
   «Là dentro ci sono i prigionieri del regime... se siamo contro il regime,
dobbiamo liberarli!»
   Molti lanciarono grida di approvazione.
   Rashid si avviò.
   La folla lo seguì.
   Nello stato d'animo in cui si trovano, pensò, seguirebbero chiunque a-
vesse l'aria di sapere dove andare.
   All'inizio aveva intorno un gruppetto di dodici o quindici uomini e ra-
gazzi; ma lungo la strada le file si ingrossarono. Tutti quelli che non sape-
vano dove andare si accodavano automaticamente.
   Rashid era diventato un capo rivoluzionario.
   Non c'era niente d'impossibile.
   Si fermò poco prima di piazza Gasr e arringò il suo esercito. «Il popolo
deve impadronirsi delle carceri, come delle stazioni di polizia e delle guar-
nigioni: questo è il nostro compito. Nel carcere di Gasr sono detenuti molti
innocenti. Sono come noi... i nostri fratelli! Come noi, vogliono soltanto la
libertà. Ma sono stati più coraggiosi di noi, perché loro hanno chiesto la li-
bertà quando c'era ancora lo scià, e per questo sono stati imprigionati. Ora
li faremo uscire!»
   Tutti applaudirono.
   Rashid ricordò una frase che aveva detto Simons. «Il carcere di Gasr è la
nostra bastiglia!»
   Le acclamazioni crebbero d'intensità.
   Rashid si voltò e corse nella piazza.
   Si mise al riparo all'angolo della via di fronte all'enorme porta d'acciaio
del carcere. Sulla piazza c'era già una folla piuttosto numerosa, e proba-
bilmente la prigione sarebbe stata assaltata comunque, quel giorno, con o
senza il suo intervento. Ma l'importante era aiutare Paul e Bill.
   Alzò il fucile e sparò in aria.
   La folla sulla piazza si disperse, e incominciò la sparatoria.
   Anche in questo caso la resistenza fu fiacca. Alcune guàrdie spararono
dalle torrette sull'alto del muro e dalle finestre accanto al portone. A quan-
to poté vedere Rashid, nessuno venne colpito. E ancora una volta la batta-
glia terminò in modo tutt'altro che clamoroso: le guardie scomparvero dal-
le mura e gli spari cessarono.
   Rashid attese un paio di minuti per assicurarsi che i militari se ne fossero
andati veramente, poi attraversò correndo la piazza.
   La porta era chiusa.
   La folla si assiepò attorno a lui. Qualcuno sparò una raffica contro i bat-
tenti, sperando di far saltare le serrature. Rashid pensò: Quello ha visto
troppi film western. Un altro portò un piede di porco, ma era impossibile
scassinare la porta. Bisognerebbe trovare un po' di dinamite, pensò Rashid.
   Nel muro accanto all'ingresso c'era una finestrella sbarrata che per-
metteva alle guardie di vedere chi stava fuori. Rashid fracassò il vetro con
il mitra e incominciò ad attaccare i mattoni nei quali erano inserite le sbar-
re. L'uomo con il piede di porco l'aiutò, poi altri tre o quattro si affollaro-
no, tentando di smuovere le sbarre con le mani, le canne dei fucili e tutto
quello che trovavano. Finalmente le sbarre cedettero e caddero a terra.
   Rashid si insinuò nella finestra.
   Era entrato!
   Tutto era possibile.
   Si trovò in un piccolo corpo di guardia, ma le guardie non c'erano. Si af-
facciò dalla porta. Nessuno.
   Si chiese dove tenevano le chiavi dei blocchi delle celle.
   Uscì dall'ufficio e raggiunse un altro corpo di guardia, dalla parte oppo-
sta dell'entrata. E trovò un grosso mazzo di chiavi.
   Tornò al portone. In uno dei battenti c'era una porticina bloccata da un
catenaccio.
   Rashid rimosse il catenaccio e spalancò la porticina.
   La folla entrò.
   Rashid si scostò. Distribuì le chiavi a tutti, gridando: «Aprite tutte le cel-
le!... Fate uscire i prigionieri!».
   La folla gli passò davanti. La sua carriera di capo rivoluzionario era fini-
ta. Aveva raggiunto il suo obiettivo. Aveva guidato l'assalto al carcere di
Gasr!
  Ancora una volta, Rashid aveva realizzato l'impossibile.
  Ora doveva soltanto trovare Paul e Bill tra gli undicimila e ottocento de-
tenuti.

   Bill si svegliò alle sei. Era tutto tranquillo.
   Aveva dormito bene, notò con un certo stupore. Aveva previsto di non
dormire affatto. L'ultima cosa che ricordava era d'essersi sdraiato sulla
branda, ascoltando gli echi di una battaglia che si svolgeva all'esterno.
Quando si è molto stanchi, pensò, si riesce a dormire in qualunque situa-
zione. I soldati dormono nelle buche scavate in terra. Ci si abitua. Per
quanto si abbia paura, alla fine l'organismo ha la meglio e ci si addormen-
ta.
   Recitò il rosario.
   Si lavò, si pulì i denti, si fece la barba e si vestì, poi sedette a guardare
dalla finestra in attesa della colazione, chiedendosi che cosa avevano in
programma per oggi quelli dell'EDS.
   Paul si svegliò verso le sette. Guardò Bill e chiese: «Non sei riuscito a
dormire?».
   «Ho dormito» rispose Bill. «Sono sveglio da circa un'ora.»
   «Io non ho dormito bene. Hanno sparato quasi tutta la notte.» Paul si al-
zò e andò in bagno.
   Dopo qualche minuto arrivò la colazione: tè e pane. Bill aprì una lattina
di succo d'arancia che aveva portato Keane Taylor.
   La sparatoria ricominciò verso le otto.
   I detenuti si chiedevano cosa stava succedendo là fuori, ma nessuno sa-
peva nulla di preciso. Si vedevano solo gli elicotteri che sfrecciavano nel
cielo e che, evidentemente, sparavano contro gli insorti a terra. Ogni volta
che un elicottero sorvolava il carcere Bill si aspettava che una scaletta ca-
lasse dal cielo nel cortile del blocco n. 8. Era la sua fantasticheria abituale.
Spesso immaginava un gruppetto di uomini dell'EDS, guidati da Coburn e
da un altro più anziano, che scavalcavano il muro della prigione servendosi
di scale di corda; oppure un contingente cospicuo di militari americani che
arrivavano all'ultimo momento, come la cavalleria nei film western, e apri-
vano una grande breccia nel muro con la dinamite.
   Ma non si era accontentato di fantasticare. Con quel suo fare tranquillo e
quasi distratto, aveva ispezionato spanna a spanna il blocco e il cortile per
studiare la via d'uscita più rapida nelle varie circostanze possibili. Sapeva
quante guardie c'erano e quanti fucili avevano. Qualunque cosa accadesse,
era pronto.
   Incominciava a sembrare che quello dovesse essere il giorno buono.
   Le guardie non seguivano la routine abituale. In carcere si faceva tutto
secondo la routine: un detenuto, che non aveva altro da fare, osservava
l'andamento delle cose e si abituava in poco tempo. Quel giorno era tutto
diverso. Le guardie erano nervose, parlottavano negli angoli, si muoveva-
no in fretta. Il chiasso della battaglia esterna divenne più forte. Se stava
succedendo tutto questo, era possibile che oggi finisse come tutti gli altri
giorni? Potremmo evadere, pensò Bill, o potremmo venire uccisi: ma di
certo questa sera non spegneremo il televisore per sdraiarci sulle brande
come al solito.
   Verso le dieci e mezzo vide quasi tutti gli ufficiali che attraversavano il
complesso della prigione dirigendosi a nord, come se andassero a una riu-
nione. Mezz'ora dopo ritornarono, a passo svelto. Il maggiore che coman-
dava il blocco numero 8 tornò nel suo ufficio. Ne uscì dopo pochi minuti...
in borghese! Portò fuori un pacco... l'uniforme? Bill guardò dalla finestra:
lo vide mettere il pacco nel portabagagli della BMW parcheggiata oltre la
recinzione del cortile, salire in macchina e partire.
   Cosa significava? Tutti gli ufficiali stavano per andarsene? Sarebbe fini-
ta così... Paul e Bill avrebbero potuto uscire tranquillamente?
   Il pranzo arrivò un po' prima di mezzogiorno. Paul mangiò, ma Bill non
aveva fame. Le sparatorie sembravano vicinissime, e dalle strade giunge-
vano grida e canti.
   Tre guardie del blocco numero 8 comparvero all'improvviso in abiti bor-
ghesi.
   Doveva essere la fine.
   Paul e Bill scesero in cortile. I malati di mente ricoverati al pianterreno
urlavano. Adesso le guardie piazzate nelle torrette delle mitragliatrici sta-
vano sparando verso l'esterno: senza dubbio il carcere era assediato.
   Era un bene o un male? si chiese Bill. L'EDS sapeva che cosa stava suc-
cedendo? Poteva far parte dell'operazione di salvataggio organizzata da
Coburn? Da due giorni non ricevevano visite. Erano tutti tornati in patria?
Erano ancora vivi?
   La sentinella che di solito sorvegliava il cancello del cortile era sparita e
il cancello era aperto.
   Il cancello era aperto!
   Le guardie volevano che i detenuti se ne andassero?
   Anche gli altri blocchi dovevano essere aperti, perché adesso c'erano
prigionieri e guardie che correvano di qua e di là. I proiettili fischiavano
tra gli alberi e rimbalzavano contro i muri.
   Una pallottola si piantò in terra ai piedi di Paul.
   Entrambi la fissarono.
   Le guardie nelle torrette, adesso, sparavano all'interno.
   Paul e Bill rientrarono precipitosamente nel blocco numero 8.
   Si misero a una finestra, a osservare il caos crescente. Era un'ironia: per
settimane non avevano sognato altro che la libertà, e adesso che avrebbero
potuto uscire esitavano.
   «Cosa credi che dovremmo fare?» chiese Paul.
   «Non lo so. C'è più pericolo qui o là fuori?»
   Paul alzò le spalle.
   «Ehi, ecco il miliardario.» Videro il detenuto ricco del numero 8 - quello
che aveva una stanza tutta per sé e si faceva portare i pasti da fuori - attra-
versare il cortile accompagnato da due dei suoi fidi. Si era tagliato i folti
baffoni a manubrio. Anziché il cappotto di cammello foderato di visone,
indossava soltanto camicia e calzoni: s'era vestito in modo da potersi muo-
vere in fretta. Si dirigeva verso nord, lontano dalla porta del carcere: forse
c'era un'uscita secondaria?
   Le guardie del blocco numero 8, tutte in borghese, attraversarono il cor-
tiletto e varcarono il cancello.
   Se ne andavano tutti, ma Paul e Bill esitavano ancora.
   «Vedi quella moto?» chiese Paul.
   «La vedo.»
   «Potremmo prenderla. Io so andare in motocicletta.»
   «E come facciamo a portarla oltre il muro?»
   «Oh, già.» Paul rise della propria imprevidenza.
   Il loro compagno di cella aveva trovato due grosse borse e vi stava ripo-
nendo la sua roba. Bill sentiva la smania di muoversi, di andarsene, fosse o
non fosse quello il piano dell'EDS. La libertà era tanto vicina. Ma là fuori
fischiavano le pallòttole, e la folla che assediava il carcere poteva essere
ostile agli americani. D'altra parte, se le autorità avessero ripreso in pugno
la situazione, Paul e Bill avrebbero perduto l'ultima probabilità di evade-
re...
   «Chissà dov'è adesso Gayden, quel figlio d'un cane» disse Paul. «Sono
finito qui solo perché lui mi ha mandato in Iran.»
   Bill lanciò un'occhiata a Paul e si accorse che stava scherzando.
   I ricoverati dell'infermeria al pianterreno sciamarono nel cortile: qualcu-
no doveva aver aperto le porte. Bill sentì un chiasso tremendo che prove-
niva dal blocco delle detenute, dall'altra parte della stradetta. Nel comples-
so c'era sempre più gente, e tutti affluivano verso l'entrata del carcere. Bill
guardò in quella direzione, vide il fumo, e nello stesso istante lo vide an-
che Paul.
   Bill disse: «Se danno fuoco alla prigione...».
   «Meglio filarcela.»
   L'incendio aveva fatto inclinare il piatto della bilancia: ormai avevano
deciso.
   Bill si guardò intorno. Non avevano molte cose da portar via. Bill pensò
al diario che aveva tenuto scrupolosamente negli ultimi quarantatre giorni.
Paul aveva preparato gli elenchi di ciò che avrebbe fatto al ritorno negli
Stati Uniti e aveva calcolato, su un foglio, quanto sarebbe costata la nuova
casa che Ruthie stava acquistando. E tutti e due avevano le preziose lettere
da casa che avevano letto e riletto tante volte.
   Paul disse: «Forse è meglio non portar niente che indichi che siamo a-
mericani».
   Bill aveva preso il diario. Lo lasciò cadere. «Hai ragione» ammise con
riluttanza.
   Paul indossò l'impermeabile blu e Bill un cappotto con il collo di pellic-
cia.
   Avevano circa duemila dollari ciascuno, il denaro che aveva portato Ke-
ane Taylor. Paul aveva le sigarette. Non presero nient'altro.
   Uscirono, attraversarono il cortiletto; al cancello esitarono. La strada era
una marea di gente, tanta gente che sembrava stesse uscendo da uno stadio
e si dirigeva verso la porta del carcere.
   Paul tese la mano. «Ehi, buona fortuna, Bill.»
   Bill gliela strinse. «Buona fortuna anche a te.»
   Probabilmente sarebbero morti tutti e due entro pochi minuti, pensò Bill,
colpiti da qualche pallottola vagante. Non vedrò crescere le mie creature, si
disse tristemente. Il pensiero che Emily dovesse arrangiarsi da sola lo esa-
sperava.
   Ma, stranamente, non aveva paura.
   Varcarono il cancello, e non ebbero più tempo per riflettere.
   Furono trascinati dalla folla come fuscelli caduti in un torrente tumul-
tuoso. Bill si preoccupava soprattutto di star vicino a Paul e di rimanere in
piedi per non farsi calpestare. Si continuava a sparare. Una guardia era ri-
masta al suo posto e mitragliava la folla dalla torretta. Due o tre caddero -
e una era l'americana che conoscevano di vista - ma non si capiva se erano
stati colpiti e erano inciampati. Non voglio morire proprio ora, pensò Bill.
Ho tante cose che voglio fare con la mia famiglia e nella mia carriera; non
è il momento né il luogo per morire... che carte schifose mi sono capitate...
   Passarono davanti al circolo ufficiali dove si erano incontrati con Perot
tre settimane prima... sembrava che fosse passata un'eternità. Parecchi de-
tenuti stavano sfasciando il circolo e le macchine degli ufficiali, per ven-
detta. Che senso aveva? Per un momento quella scena gli sembrò irreale
come un sogno o un incubo.
   Il caos era ancora peggiore intorno all'ingresso principale del carcere.
Paul e Bill si fermarono, si staccarono dalla calca per non finire schiac-
ciati. Bill ricordava che alcuni detenuti erano lì da venticinque anni: e dopo
tanto tempo non era sorprendente che impazzissero nel sentire l'odore della
libertà.
   I battenti dell'entrata dovevano essere ancora chiusi, perché decine di
persone cercavano di scalare l'immenso muro. Alcuni erano saliti su mac-
chine e camion che erano stati spinti vicino. Altri si arrampicavano sugli
alberi e si aggrappavano pericolosamente ai rami sporgenti. Altri ancora
avevano appoggiato lunghe assi sul muro e tentavano di salire. Qualcuno
riuscì a raggiungere la sommità e calò lenzuoli e funi a quelli che stavano
sotto, ma le corde non erano abbastanza lunghe.
   Paul e Bill osservavano e si chiedevano cosa fare. Furono raggiunti da
altri stranieri detenuti nel blocco numero 8. Un neozelandese, accusato di
contrabbando di stupefacenti, sorrideva come se si divertisse un mondo.
C'era un'atmosfera d'euforia isterica, e anche Bill cominciò a sentirsene
contagiato. In un modo o nell'altro, pensò, ce la faremo a uscirne vivi.
   Si guardò intorno. A destra dell'ingresso, gli edifici bruciavano. Sulla si-
nistra, a una certa distanza, scorse un detenuto iraniano che agitava le
braccia come per indicare: Di qua! Qualche tempo prima erano incomin-
ciati i lavori di costruzione in quel tratto di muro, all'esterno, e c'era una
porta d'acciaio che vi dava accesso. Bill guardò meglio e vide che l'irania-
no aveva aperto la porta.
   «Ehi, guarda!» disse.
   «Andiamo» disse Paul.
   Corsero, e molti altri prigionieri li seguirono. Varcarono la porta... e si
trovarono bloccati in una specie di cella senza porte né finestre. C'era odo-
re di cemento fresco, e a terra erano abbandonati gli arnesi da muratore.
Qualcuno afferrò un piccone e colpì il muro. Il cemento fresco si sgretolò
rapidamente. Altri due o tre vennero a dare una mano. La breccia si allar-
gò: tutti gettarono via gli attrezzi e passarono nel varco, strisciando.
   Adesso si trovavano tra i due muri del carcere. Quello intorno, dietro di
loro, era il più alto... otto o dieci metri. L'esterno, che stava tra loro e la li-
bertà, non superava i tre metri e mezzo.
   Un detenuto più atletico degli altri riuscì a salire sulla sommità. Un altro
si fermò ai piedi del muro e fece un cenno. Un terzo prigioniero si fece a-
vanti: il secondo lo sollevò, il primo che stava in cima lo tirò su, e lo aiutò
a calarsi all'esterno.
   Poi tutto avvenne in fretta.
   Paul corse verso il muro.
   Bill lo seguì.
   Bill aveva la mente svuotata. Corse. Sentì una spinta che l'aiutava a sali-
re; poi le mani che l'afferravano; e poi fu sulla sommità del muro e saltò
giù.
   Atterrò sul marciapiedi.
   Si rialzò.
   Paul era accanto a lui.
   Siamo liberi! pensò Bill. Siamo liberi!
   Aveva voglia di ballare.

  Coburn posò il ricevitore e disse: «Era Majid. La folla ha espugnato il
carcere».
  «Bene» disse Simons. Quella mattina presto aveva chiesto a Coburn di
mandare Majid al carcere di Gasr.
  Simons era calmissimo, pensò Coburn. Ecco... era il gran giorno! Ora
potevano uscire dall'appartamento, darsi da fare, mettere in atto i piani per
"squagliarsela". Eppure Simons non sembrava affatto eccitato.
  «E adesso cosa facciamo?» chiese Coburn.
  «Niente. Là ci sono Majid e Rashid. Se loro due non possono badare a
Paul e Bill, sicuro come l'inferno che non potremo farlo noi. Se Paul e Bill
non compariranno prima di notte, faremo come abbiamo detto: lei uscirà in
moto con Majid a cercarli.»
  «E nel frattempo?»
  «Ci atteniamo al piano. Stiamo qui. Aspettiamo.»

  L'ambasciata degli Stati Uniti era alle prese con una crisi.
  L'ambasciatore William Sullivan aveva ricevuto un'urgente richiesta
d'aiuto dal generale Gast, capo del Military Assistance Advisory Group. Il
quartier generale del MAAG era circondato dalla folla. C'erano carri arma-
ti fermi davanti all'edificio e si sparava. Gast, i suoi ufficiali e quasi tutti i
membri dello Stato maggiore iraniano, erano in un bunker sotterraneo.
   Sullivan aveva dato ordine a tutti i suoi collaboratori di mettersi al tele-
fono, cercando di trovare i capi rivoluzionari che potevano avere l'autorità
di richiamare la folla. L'apparecchio sulla scrivania dell'ambasciatore
squillava incessantemente. In mezzo a quella crisi ricevette una telefonata
del sottosegretario Newsom, da Washington.
   Newsom chiamava dalla Situation Room della Casa Bianca, dove Zbi-
gniew Brzezinski presiedeva una riunione sull'Iran. Chiese a Sullivan un
giudizio sull'attuale situazione a Teheran. Sullivan glielo espose in poche
parole, e soggiunse che in quel momento stava cercando di salvare la vita
dell'ufficiale americano di grado più elevato che si trovasse in Iran.
   Qualche minuto dopo, Sullivan ricevette la chiamata di un funzionario
dell'ambasciata che era riuscito a mettersi in contatto con Ibrahim Yazdi,
un fedelissimo di Khomeini. Stava spiegando a Sullivan che forse Yazdi
sarebbe stato disposto ad aiutare quando la comunicazione fu interrotta e si
fece udire di nuovo la voce di Newsom.
   Il sottosegretario disse: «Il consigliere per la Sicurezza Nazionale chiede
la sua opinione sulla possibilità che i militari iraniani compiano un colpo
di stato per estromettere il governo Bakhtiar, che ormai sta vacillando.»
   Era una domanda tanto ridicola che Sullivan perse la calma. «Dica a
Brzezinski di andare a farsi fottere» rispose.
   «Non è un commento molto utile» osservò Newsom.
   «Vuole che lo traduca in polacco?» disse Sullivan, e riattaccò.

   Sul tetto del Bucarest, la squadra dei negoziatori guardava gli incendi
che dilagavano. Anche il frastuono delle sparatorie si andava avvicinando.
   John Howell e Abolhasan tornarono dall'incontro con Dadgar. «Allora?»
chiese Gayden a Howell. «Che cos'ha detto?»
   «Non vuole mollarli.»
   «Che carogna.»
   Dopo qualche minuto sentirono un suono inequivocabile, il sibilo di un
proiettile. Ancora pochi istanti e il suono si ripeté. Decisero di lasciare il
tetto.
   Scesero negli uffici e guardarono dalle finestre. Incominciarono a scor-
gere per la strada uomini e ragazzi armati di fucile. A quanto pareva, la
folla aveva saccheggiato un'armeria. Ormai erano troppo vicini; era venuto
il momento di abbandonare il Bucarest e di andare all'Hyatt, che si trovava
nella parte più alta della città.
   Uscirono, salirono su due macchine e si lanciarono a tutta velocità sulla
superstrada Shahanshahi. Le strade brulicavano di gente e c'era un'atmo-
sfera carnevalesca. Molti si affacciavano dalle finestre gridando «Allahar
Akbar!» Dio è grande! Quasi tutto il traffico era diretto verso la parte bassa
della città, dove si combatteva. Taylor tirò diritto a tre posti di blocco, ma
nessuno se la prese: stavano tutti danzando di gioia.
   Raggiunsero l'Hyatt e si riunirono nel salotto dell'appartamento d'angolo
al decimo piano, dove aveva alloggiato Perot e dove adesso stava Gayden.
Poco dopo furono raggiunti dalla moglie di Rich Gallagher, Cathy, e dal
suo barboncino bianco, Buffy.
   Gayden aveva rifornito l'appartamento con i liquori prelevati dalle case
abbandonate dai dipendenti, e ora aveva il miglior bar di Teheran; ma nes-
suno aveva voglia di bere.
   «E adesso cosa facciamo?» chiese Gayden.
   Nessuno lo sapeva.
   Gayden chiamò Dallas, dove erano le sei del mattino. Si mise in contatto
con Tom Walter e gli parlò degli incendi, degli scontri, dei ragazzetti che
circolavano per le strade armati di mitra.
   «Non ho altro da riferire» concluse.
   «A parte questo è una giornata tranquilla, eh?» disse Walter.
   Discussero ciò che avrebbero fatto se i telefoni avessero smesso di fun-
zionare. Gayden disse che avrebbe cercato di far pervenire i messaggi tra-
mite i militari americani; Cathy Gallagher lavorava per l'esercito e pensava
di poter ottenere quel favore.
   Keane Taylor andò a buttarsi sul letto. Pensò a sua moglie Mary. Era a
Pittsburgh, presso i genitori di Taylor, entrambi ultraottantenni e in condi-
zioni di salute precarie. Mary aveva telefonato per dirgli che la madre era
stata ricoverata d'urgenza all'ospedale: un attacco di cuore. Aveva pregato
il marito di tornare; e Taylor aveva telefonato a suo padre, il quale aveva
risposto ambiguamente: «Tu sai quel che devi fare». Era vero: Taylor sa-
peva che doveva restare lì. Ma non era facile, né per lui né per Mary.
   Si era assopito sul letto di Gayden quando squillò il telefono. Rispose.
«Pronto?»
   Una voce iraniana chiese ansimando: «Paul e Bill sono lì?».
   «Cosa?» disse Taylor. «Rashid... è lei?»
  «Paul e Bill sono lì?» ripeté Rashid.
  «No. Cosa vorrebbe dire?»
  «Va bene. Vengo subito.»
  Rashid riattaccò.
  Taylor si alzò e andò in salotto. «Ha chiamato Rashid» disse agli altri.
«Mi ha chiesto se Paul e Bill sono qui.»
  «Che cosa intendeva dire?» ribatté Gayden. «Da dove chiamava?»
  «Non sono riuscito a farlo parlare. Era molto eccitato, e sa che in questi
casi il suo inglese peggiora.»
  «Non ha detto altro?»
  «Ha detto "Vengo subito" e ha riattaccato.»
  «Merda.» Gayden si rivolse a Howell. «Mi passi il telefono.» Howell
stava seduto con il ricevitore all'orecchio, senza dir nulla: teneva la comu-
nicazione con Dallas. All'altro capo della linea un centralinista dell'EDS
era in ascolto, in attesa che qualcuno parlasse. Gayden disse: «Mi passi di
nuovo Tom Walter, per favore».
  Mentre Gayden riferiva a Walter la telefonata di Rashid, Taylor si chie-
deva che cosa significava. Perché Rashid pensava che Paul e Bill potessero
essere all'Hyatt? Erano in carcere... o no?
  Dopo pochi minuti Rashid si precipitò nella stanza, sporco, puzzolente
di fumo, con i caricatori che gli traboccavano dalle tasche, e cominciò a
parlare così in fretta che nessuno riuscì a capire una parola. Taylor riuscì a
calmarlo. Alla fine Rashid disse: «Abbiamo assaltato il carcere. Paul e Bill
se ne erano già andati».

  Paul e Bill erano ai piedi del muro del carcere e si guardavano intorno.
  La scena sulla strada ricordava a Paul una sfilata a New York. Nei ca-
seggiati di fronte alla prigione tutti erano affacciati alle finestre e gridava-
no e applaudivano la fuga dei detenuti. All'angolo della via c'era un chio-
schetto che vendeva frutta. Si sentiva sparare poco lontano, ma nelle im-
mediate vicinanze c'era una calma relativa. Poi, quasi per rammentare a
Paul e Bill che non erano ancora fuori pericolo, passò a tutta velocità una
macchina stracarica di rivoluzionari, con le canne dei mitra che spuntavano
dai finestrini.
  «Andiamocene» disse Paul.
  «Dove? Alla nostra ambasciata? A quella francese?»
  «All'Hyatt.»
  Paul s'incamminò verso nord. Bill lo seguì a qualche passo di distanza,
con il bavero del cappotto alzato e la testa china per nascondere il viso. Ar-
rivarono a un incrocio. Era deserto: non c'erano macchine né persone. Si
accinsero ad attraversare. Echeggiò uno sparo.
   Tornarono indietro correndo.
   Non sarebbe stato molto facile.
   «Come va?» chiese Paul.
   «Sono ancora vivo.»
   Passarono davanti al carcere. La scena non era cambiata: le autorità non
si erano riorganizzate e non avevano incominciato a rastrellare gli evasi.
   Paul si diresse verso sud e poi verso est, per compiere una deviazione e
poter ritornare verso nord più tardi. Dovunque c'erano ragazzi armati di
mitra... alcuni non avevano più di tredici o quattordici anni. A ogni angolo
c'erano mucchi di sacchetti di sabbia. Più avanti dovettero farsi largo in
mezzo a una folla che gridava e cantilenava istericamente; Paul evitava di
guardare negli occhi la gente, perché non voleva che qualcuno lo notasse e
gli rivolgesse la parola... se quelli avessero scoperto che tra loro c'erano
due americani, probabilmente si sarebbero inferociti.
   I disordini erano sparsi. Era come a New York, quando bastava svoltare
a un angolo per scoprire che l'atmosfera della zona cambia completamente.
Paul e Bill attraversarono poco meno di un chilometro tranquillo, e poi in-
capparono in una battaglia. Attraverso la strada c'era una barricata di au-
tomobili rovesciate, dalla quale un branco di giovani sparava verso un'in-
stallazione militare. Paul si affrettò a tornare indietro per timore di venir
colpito per sbaglio.
   Ogni volta che tentava di dirigersi verso nord si imbatteva in un nuovo
ostacolo. Ormai erano lontani dall'Hyatt più di quando erano usciti dal car-
cere. Si stavano portando verso sud, e al sud gli scontri erano sempre più
rabbiosi.
   Si fermarono davanti a una costruzione incompiuta. «Potremmo na-
sconderci qui fino a che sarà buio» disse Paul. «Allora nessuno si accorge-
rà che sei americano.»
   «Potrebbero spararci se ci trovano in giro dopo il coprifuoco.»
   «Credi che il coprifuoco sia ancora in vigore?»
   Bill alzò le spalle.
   «Finora ci è andata bene» disse Paul. «Proseguiamo ancora un po'.»
   Proseguirono.
   Passarono due ore - due ore di folle e di battaglie per le vie e di fucilate
dei cecchini - prima che potessero dirigersi finalmente verso nord. Poi la
scena cambiò. Le sparatorie si smorzarono in lontananza, e si trovarono in
un quartiere relativamente ricco, pieno di belle ville. Videro un bambino in
bicicletta, con una maglietta che diceva qualcosa a proposito della Califor-
nia.
   Paul era stanco. Era rimasto in carcere per quarantacinque giorni, ed era
stato malato; non aveva più l'energia per camminare ore ed ore. «Che ne
diresti di chiedere un passaggio?» disse a Bill.
   «Tentiamo.»
   Paul sostò sul bordo della strada e agitò la mano per fermare la prima
macchina che passava. (Ricordò di non alzare il pollice all'americana... in
Iran era un gesto osceno.) La macchina si fermò. A bordo c'erano due ira-
niani. Paul e Bill presero posto sul sedile posteriore.
   Paul decise di non fare il nome dell'albergo. «Andiamo a Tajrish» disse.
Era la zona del bazar, nella parte settentrionale della città.
   «Possiamo portarvi per un tratto» disse il guidatore.
   «Grazie.» Paul offrì sigarette ai due, poi si mise comodo e ne accese una
per sé.
   Gli iraniani li lasciarono a Kurosh-e-Kabir, diversi chilometri a sud di
Tajrish, non lontano dalla casa dove aveva abitato Paul. Erano in una
grande via, con molte macchine e moltissima gente. Decise che era meglio
non dare nell'occhio chiedendo un passaggio.
   «Potremmo rifugiarci nella Missione cattolica» propose Bill.
   Paul rifletté. Presumibilmente le autorità sapevano che padre Williams li
aveva visitati nel carcere di Gasr due giorni prima.
   «La Missione sarebbe il primo posto dove ci cercherebbero.»
   «Può darsi.»
   «Dobbiamo raggiungere l'Hyatt.»
   «Forse gli altri non ci sono più.»
   «Ma ci sono i telefoni, e la possibilità di procurarci biglietti d'aereo...»
   «E docce calde.»
   «Giusto.»
   Proseguirono.
   All'improvviso una voce gridò: «Signor Paul! Signor Bill!».
   Paul si sentì arrestare il cuore. Si voltò. Vide una macchina stracarica
che gli passava accanto lentamente. Riconobbe uno dei passeggeri: era una
guardia del carcere di Gasr.
   La guardia era in borghese e a quanto pareva aveva aderito alla rivolu-
zione. Il suo sorriso sembrava chiedere: Non dite chi sono e io non dirò chi
siete.
   La guardia salutò con la mano, poi la macchina accelerò e passò oltre.
   Paul e Bill risero, divertiti e tranquillizzati.
   Svoltarono in una via tranquilla, e Paul ricominciò a chiedere un passag-
gio. Si piazzò sulla strada agitando le braccia, mentre Bill restava sul mar-
ciapiedi, perché gli automobilisti credessero che si trattava di uno solo, un
iraniano.
   Si fermò una giovane coppia. Paul salì e Bill si affrettò a seguirlo.
   «Andiamo verso nord» disse Paul
   La donna guardò il compagno.
   L'uomo disse: «Possiamo portarvi a Palazzo Niavron».
   «Grazie.»
   La macchina ripartì.
   La scena per le vie cambiò ancora una volta. Si sentiva sparare più spes-
so, e il traffico era diventato più intenso e convulso; le macchine strom-
bazzavano incessantemente. Videro fotografi della stampa e squadre della
televisione che, dai tetti, riprendevano lo spettacolo. La folla stava appic-
cando fuoco alle stazioni di polizia nella zona dove aveva vissuto Bill. I
due iraniani sembravano innervositi, mentre la macchina procedeva lenta-
mente tra la calca: in quel clima, avere a bordo due americani poteva cau-
sare guai.
   Incominciò a farsi buio.
   Bill si sporse verso il sedile anteriore. «Com'è tardi» disse. «Sarebbe una
gran bella cosa se poteste portarci all'Hotel Hyatt. Vorremmo ringraziarvi
e darvi qualcosa per il disturbo.»
   «D'accordo» disse l'automobilista.
   Non chiese quanto gli offrivano.
   Passarono davanti a Palazzo Niavron, la residenza invernale dello scià.
Davanti c'erano carri armati, come sempre, ma adesso c'erano bandiere
bianche fissate alle antenne; si erano arresi alla rivoluzione.
   L'auto proseguì, tra edifici sventrati e incendiati; ogni tanto qualche bar-
ricata imponeva una deviazione.
   Finalmente scorsero l'Hyatt.
   «Oh, cielo» disse Paul, di slancio. «Un albergo americano.»
   Entrarono nel cortile.
   Paul era così contento che diede duecento dollari agli iraniani.
   La macchina ripartì. Paul e Bill salutarono con la mano ed entrarono.
   All'improvviso Paul si rammaricò di non avere il rituale doppio petto e
la camicia bianca, anziché un paio di vecchi calzoni e un impermeabile
sporco.
   Il magnifico atrio era deserto.
   Si avvicinarono al banco. Dopo un momento qualcuno uscì da un ufficio
accanto.
   Paul chiese il numero della stanza di Bill Gayden.
   L'impiegato controllò e rispose che lì non c'era nessun Bill Gayden.
   «Allora Bob Young.»
   «No.»
   «Rich Gallagher.»
   «No.»
   «Jay Coburn.»
   «No.»
   Ho capito male il nome dell'albergo, pensò Paul. Come ho potuto com-
mettere un simile errore?
   «E John Howell?» chiese, ricordando l'avvocato.
   «Sì» rispose finalmente l'impiegato, e diede il numero d'una stanza al
decimo piano.
   Salirono in ascensore.
   Trovarono la stanza di Howell e bussarono. Nessuno rispose.
   «Cosa pensi che dovremmo fare?» disse Bill.
   «Io mi fermo qui» disse Paul. «Sono stanco. Prendiamo una stanza.
Mangiamo qualcosa. Chiameremo gli Stati Uniti, diremo che siamo usciti,
e tutto si risolverà.»
   «D'accordo.»
   Tornarono all'ascensore.

  A poco a poco, Keane Taylor riuscì a farsi raccontare da Rashid com'e-
rano andate le cose.
  Era rimasto per circa un'ora appena all'interno della porta del carcere.
Era un caos; undicimila persone cercavano di passare da una porticina, e
nel panico generale molte donne e molti vecchi venivano travolti e calpe-
stati. Rashid aveva aspettato, pensando a ciò che avrebbe detto a Paul e
Bill quando li avesse visti. Dopo un'ora la marea di gente si diradò, e Ra-
shid concluse che ormai erano usciti quasi tutti. Incominciò a chiedere:
«Avete visto qualche americano?». Qualcuno gli rispose che tutti gli stra-
nieri erano stati assegnati al blocco numero 8. Ci andò e lo trovò deserto.
Esplorò tutte le costruzioni del complesso. Poi tornò all'Hyatt seguendo il
percorso che avrebbero probabilmente scelto Paul e Bill. Un po' a piedi e
un po' chiedendo passaggi, li cercò lungo tutta la strada. All'Hyatt non vo-
levano farlo entrare perché aveva ancora il mitra. Regalò l'arma al primo
ragazzo che trovò per la via ed entrò.
   Mentre stava raccontando l'accaduto sopraggiunse Coburn, che si accin-
geva ad andare in cerca di Paul e Bill con la moto di Majid. Portava un ca-
sco con la visiera, per nascondere la faccia.
   Rashid si offrì di prendere una macchina dell'EDS e di fare una corsa fi-
no al carcere prima che Coburn rischiasse la pelle in mezzo alle folle dei
rivoluzionari. Taylor gli diede le chiavi di un'auto.
   Gayden prese il telefono per riferire a Dallas le ultime notizie. Rashid e
Taylor uscirono nel corridoio.
   All'improvviso Rashid gridò: «Credevo che foste morti!» e si mise a cor-
rere.
   E Taylor vide Paul e Bill.
   Rashid li stava abbracciando entrambi e urlava: «Non ero riuscito a tro-
varvi! Non ero riuscito a trovarvi!».
   Anche Taylor corse ad abbracciare i due amici. «Dio sia lodato!» escla-
mò.
   Rashid rientrò precipitosamente nell'appartamento di Gayden. «Paul e
Bill sono qui! Sono qui!»
   Un attimo dopo Paul e Bill entrarono, e fu il finimondo.

                                      X

  Fu un momento indimenticabile.
  Tutti gridavano, nessuno ascoltava, e tutti volevano abbracciare Paul e
Bill.
  Gayden stava sbraitando al telefono: «Sono qui! Sono qui! Fantastico!
Sono appena arrivati! Fantastico!».
  Qualcuno gridò: «Li abbiamo fregati! Abbiamo fregato quei figli di put-
tana!».
  «Ce l'abbiamo fatta!»
  «Alla faccia tua, Dadgar!»
  Buffy abbaiava come un matto.
  Paul girò lo sguardo sui suoi amici, pensò che erano rimasti a Teheran in
mezzo a una rivoluzione per aiutarlo, e non riuscì a parlare.
  Gayden abbandonò il telefono e venne a stringergli la mano. Paul, con le
lacrime agli occhi, disse: «Gayden, le ho appena fatto risparmiare dodici
milioni e mezzo di dollari... credo che dovrebbe offrirmi da bere».
   Gayden gli versò uno scotch abbondante.
   Per la prima volta dopo sei settimane Paul assaggiò una bevanda alcoli-
ca.
   Gayden riprese il telefono: «C'è qui qualcuno che vuol parlare con te»
disse, e passò il ricevitore a Paul.
   «Pronto» disse Paul.
   Sentì la voce di Tom Walter. «Ehilà, vecchio mio!»
   «Dio onnipotente» mormorò Paul, sopraffatto dal sollievo e dallo sfini-
mento.
   «Ci stavamo chiedendo dov'eravate finiti voi due.»
   «Anch'io, in queste ultime tre ore.»
   «Come siete arrivati all'albergo, Paul?»
   Paul non aveva l'energia per raccontare tutto a Walter. «Per fortuna, un
giorno Taylor mi ha lasciato parecchio denaro.»
   «Fantastico. Bene, Paul! Come sta Bill?»
   «È un po' scosso, ma sta benone.»
   «Siamo tutti un po' scossi. Oh, cielo. Cielo, che gioia sentirla.»
   Poi si sentì un'altra voce. «Paul? Sono Mitch.» Mitch Hart era un ex pre-
sidente dell'EDS. «Prevedevo che il teppista italiano ce l'avrebbe fatta a
uscire.»
   «Come sta Ruthie?» chiese Paul.
   Fu Tom Walter a rispondere. Dovevano usare il circuito telefonico delle
conferenze, pensò Paul. «Paul, sta benissimo. Le ho parlato poco fa. Jean
la sta chiamando in questo momento, all'altro apparecchio.»
   «E le bambine?»
   «Stanno benissimo anche loro. Dio, come sarà contenta!»
   «Bene, le passo il mio compagno di sventura.» Paul porse il ricevitore a
Bill.
   Mentre stava parlando era entrato un dipendente iraniano, Gholam. Ave-
va saputo dell'assalto al carcere ed era andato a cercare Paul e Bill nelle
strade intorno a piazza Gasr.
   L'arrivo di Gholam aveva preoccupato Jay Coburn. Per qualche minuto
s'era lasciato sopraffare dalla gioia e non aveva pensato ad altro; ma adesso
ricordò il suo ruolo di luogotenente di Simons. Lasciò l'appartamento, tro-
vò una porta aperta, entrò e chiamò casa Dvoranchik.
   Rispose Simons.
   «Qui Jay. Sono arrivati.»
   «Bene.»
   «Tutte le precauzioni sono saltate. Usano i nomi veri al telefono, tutti
vanno e vengono, sono arrivati alcuni dipendenti iraniani...»
   «Si procuri due stanze lontano dagli altri. Veniamo subito.»
   «D'accordo.» Coburn riattaccò.
   Scese nell'atrio e chiese un appartamento con due camere da letto all'un-
dicesimo piano. Non ci furono problemi; l'albergo aveva centinaia di stan-
ze vuote. Diede un nome falso e nessuno gli chiese il passaporto.
   Tornò nell'appartamento di Gayden.
   Dopo pochi minuti Simons entrò e disse: «Riattaccate quel maledetto te-
lefono».
   Bob Young, che teneva aperta la linea con Dallas, posò il ricevitore.
   Joe Poché entrò a sua volta e incominciò a chiudere le tende.
   Era incredibile. Di colpo, Simons aveva preso il comando. Gayden, pre-
sidente dell'EDS World, era tra i presenti quello che aveva la carica più al-
ta; e un'ora prima aveva detto a Tom Walter che "i Ragazzi Raggio di So-
le" - Simons, Coburn e Poché - avevano l'aria di non combinare nulla; ma
adesso lasciò fare a Simons, senza esitare.
   «Dia un'occhiata in giro, Joe» disse Simons a Poché. Coburn sapeva che
cosa intendeva. La squadra aveva esplorato l'albergo e i dintorni durante le
settimane d'attesa, e adesso Poché doveva accertare se c'erano stati cam-
biamenti.
   Squillò il telefono. Rispose John Howell. «È Abolhasan» spiegò agli al-
tri. Ascoltò per un paio di minuti, poi disse: «Aspetti». Coprì con la mano
il microfono e si rivolse a Simons. «È un funzionario iraniano che mi fa da
interprete nei colloqui con Dadgar. Suo padre è amico del magistrato. A-
desso è a casa di suo padre e ha appena ricevuto una chiamata di Dadgar.»
   Nella stanza scese un gran silenzio.
   «Dadgar gli ha detto: "Sapeva che gli americani sono usciti dal carce-
re?". Abolhasan ha risposto che per lui era una novità. Dadgar ha aggiunto:
"Si metta in contatto con l'EDS e dica che se trovano Chiapparone e Ga-
ylord devono consegnarli, che adesso sono disposto a ridiscutere la cau-
zione, a ridurla a una somma molto più ragionevole".»
   Gayden disse: «Che vada a farsi fottere».
   «Sta bene» intervenne Simons. «Dica ad Abolhasan di riferire a Dadgar
che stiamo cercando Paul e Bill, ma che nel frattempo lo consideriamo
personalmente responsabile della loro sicurezza.»
   Howell sorrise, annuì, e cominciò a parlare ad Abolhasan.
   Simons si rivolse a Gayden. «Chiami l'ambasciata americana. Si faccia
sentire. Sono stati loro a far finire in galera Paul e Bill, adesso il carcere è
stato assaltato e noi non sappiamo dove sono quei due, ma riteniamo l'am-
basciata responsabile per la loro sicurezza. Cerchi d'essere convincente.
Devono esserci spie iraniane all'ambasciata... può scommeterci il collo che
entro pochi minuti Dadgar riceverà il testo del suo messaggio.»
   Gayden andò in cerca d'un telefono.
   Simons, Coburn e Poché si trasferirono con Paul e Bill nell'apparta-
mento che Coburn aveva appena preso al piano di sopra.
   Coburn ordinò la cena per Paul e Bill, e disse di mandarla nell'appar-
tamento di Gayden; non dovevano esserci andirivieni sospetti nelle nuove
stanze.
   Paul fece un bagno caldo. Lo sognava da un pezzo. Non faceva il bagno
da sei settimane. Si godette la stanza pulita, l'acqua caldissima, la saponet-
ta nuova... Non avrebbe più dato per scontate tutte quelle cose. Si tolse di
dosso il ricordo del carcere di Gasr. C'erano gli abiti puliti che l'aspettava-
no: qualcuno aveva recuperato la sua valigia all'Hilton dove aveva allog-
giato prima dell'arresto.
   Bill fece la doccia. L'euforia era svanita. Aveva immaginato che l'incubo
sarebbe finito quando fosse entrato nell'appartamento di Gayden, ma ades-
so si rendeva conto d'essere ancora in pericolo. Non c'era un jet dell'aero-
nautica militare degli Stati Uniti pronto a riportarlo a casa a una velocità
due volte superiore a quella del suono. Il messaggio di Dadgar trasmesso
da Abolhasan, l'apparizione di Simons e le nuove precauzioni - quell'ap-
partamento, Poché che chiudeva le tende, il trasferimento della cena - gli
ricordavano che la fuga era appena incominciata.
   Comunque, apprezzò molto la bistecca.
   Simons era ancora irrequieto. L'Hyatt era vicino all'Evin Hotel dove al-
loggiavano i militari americani, al carcere di Evin e a un'armeria, tre obiet-
tivi per i rivoluzionari. Anche la telefonata di Dadgar era preoccupante.
Moltissimi iraniani sapevano che quelli dell'EDS erano all'Hyatt; Dadgar
avrebbe potuto scoprirlo facilmente e mandare i suoi uomini a cercare Paul
e Bill.
   Mentre Simons, Coburn e Bill discutevano il problema nel salotto del-
l'appartamento, squillò il telefono.
   Simons lo fissò.
   Il telefono squillò di nuovo.
   «Chi diavolo sa che siamo qui?» chiese Simons.
   Coburn alzò le spalle.
   Simons sollevò il ricevitore e disse: «Pronto?».
   Silenzio.
   «Pronto?»
   Simons riattaccò. «Non c'era nessuno.»
   In quel momento entrò Paul, in pigiama. Simons disse: «Si cambi. Ce ne
andiamo».
   «Perché?» protestò Paul.
   Simons ripeté: «Si cambi. Ce ne andiamo».
   Paul scrollò le spalle e tornò in camera da letto.
   Bill non riusciva a crederlo. Di nuovo in fuga! Chissà come, Dadgar a-
veva conservato la sua autorità nonostante le violenze e il caos della rivo-
luzione. Ma chi lavorava per lui? Le guardie avevano abbandonato le car-
ceri, le stazioni di polizia erano state incendiate, l'esercito si era arreso...
chi restava per obbedire agli ordini di Dadgar?
   Il diavolo e tutte le sue orde, pensò Bill.
   Mentre Paul si vestiva, Simons scese nell'appartamento di Gayden.
Chiamò in un angolo Gayden e Taylor. «Mandate via tutti gli altri» disse
sottovoce. «Raccontate che Paul e Bill sono a letto. Verrete tutti da noi
domattina. Uscite alle sette, come se andaste in ufficio. Non prendete i ba-
gagli, non lasciate libere le stanze, non pagate il conto. Joe Poché vi aspet-
terà fuori, e avrà trovato un percorso sicuro per arrivare alla casa. Io porto
là Paul e Bill subito... ma non ditelo agli altri fino a domattina.»
   «D'accordo» disse Gayden.
   Simons risalì. Paul e Bill erano pronti. Coburn e Poché attendevano. Si
avviarono verso l'ascensore.
   Mentre scendevano, Simons disse: «Ora usciamo tranquillamente, come
se fosse la cosa più naturale del mondo».
   Arrivarono al pianterreno, attraversarono l'immenso atrio e uscirono nel
cortile dov'erano parcheggiate le due Range Rover.
   Mentre attraversavano il cortile arrivò una grossa macchina nera, e ne
scesero cinque uomini stracciati armati di mitra.
   «Oh, merda» mormorò Coburn.
   I cinque americani non si fermarono.
   I rivoluzionari corsero verso il portiere.
   Poché spalancò gli sportelli della prima Range Rover. Paul e Bill balza-
rono a bordo. Poché accese il motore e partì in fretta. Simons e Coburn sa-
lirono sulla seconda Range Rover e li seguirono.
   I rivoluzionari entrarono nell'albergo.
   Poché si avviò lungo via Vanak, che passava davanti all'Hyatt e all'Hil-
ton. In distanza si sentiva sparare incessantemente. Dopo un chilometro e
mezzo, all'incrocio con viale Pahlavi, presso l'Hilton, incapparono in un
posto di blocco.
   Poché si fermò. Bill si guardò intorno. Lui e Paul erano passati da quel-
l'incrocio poche ore prima, con la coppia iraniana che li aveva portati al-
l'Hyatt, e allora non aveva visto posti di blocchi, solo la carcassa d'una
macchina incendiata. Adesso c'erano parecchie auto che bruciavano, una
barricata, e una folla di rivoluzionari con un assortimento di armi da fuoco
sottratte ai militari.
   Uno si avvicinò alla Range Rover, e Joe Poché abbassò il vetro del fine-
strino.
   «Dove va?» chiese il rivoluzionario in ottimo inglese.
   «A casa di mia suocera in Abbas Abad» disse Poché.
   Bill pensò: Dio, che risposta idiota.
   Paul teneva la testa girata dall'altra parte e nascondeva il viso.
   Un altro rivoluzionario si avvicinò e parlò in Farsi. Il primo chiese: «Ha
sigarette?».
   «No, non fumo» disse Poché.
   «Bene, vada.»
   Poché proseguì sulla superstrada Shahanshahi.
   Coburn fermò la seconda Range Rover davanti ai rivoluzionari.
   «Siete con loro?» gli chiesero.
   «Sì.»
   «Ha qualche sigaretta?»
   «Sì.» Coburn tirò fuori un pacchetto dalla tasca e cercò di farne uscire
una sigaretta. Ma gli tremavano troppo le mani.
   Simons disse: «Jay».
   «Sì?»
   «Gli dia il pacchetto intero.»
   Coburn diede il pacchetto al rivoluzionario, che fece loro segno di pro-
seguire.

  Ruthie Chiapparone era a letto, sveglia, in casa dei Nyfeler a Dallas,
quando squillò il telefono.
  Sentì un passo nel corridoio. I trilli cessarono, e la voce di Jim Nyfeler
disse: «Pronto... ecco, sta dormendo».
  «Sono sveglia» gridò Ruthie. Scese dal letto, infilò una vestaglia e uscì
nel corridoio.
  «È la moglie di Tom Walter, Jean» disse Jim, porgendole il ricevitore.
  Ruthie disse: «Pronto, Jean».
  «Ruth, ho una bellissima notizia. Sono liberi. Sono usciti dal carcere.»
  «Oh, Dio sia ringraziato» disse Ruthie.
  Non aveva ancora incominciato a chiedersi come avrebbe fatto Paul a la-
sciare l'Iran.

  Quando Emily Gaylord tornò dalla chiesa, sua madre le disse: «Ha tele-
fonato Tom Walter da Dallas. Gli ho detto che l'avresti chiamato».
  Emily corse all'apparecchio, fece il numero dell'EDS e chiese di Walter.
  «Salve, Emily» disse Walter con quel suo accento strascicato. «Paul e
Bill sono fuori.»
  «Tom, è meraviglioso!»
  «Hanno assalito il carcere. Sono sani e salvi e in buone mani.»
  «Quando torneranno a casa?»
  «Non lo sappiamo ancora con certezza, ma la terremo informata.»
  «Grazie, Tom» disse Emily. «Grazie!»

   Ross Perot era a letto con Margot. Il telefono li svegliò entrambi. Perot
prese il ricevitore. «Sì.»
   «Ross, sono Tom Walter. Paul e Bill sono usciti dal carcere.»
   Perot si svegliò completamente e si mise a sedere sul letto. «È magni-
fico!»
   Insonnolita, Margot chiese: «Sono usciti?».
   «Sì.»
   Lei sorrise. «Oh, bene.»
   Tom Walter stava dicendo: «Il carcere è stato assalito dai rivoluzionari,
e Paul e Bill sono usciti con gli altri».
   La mente di Perot si mise immediatamente all'opera. «Adesso dove so-
no?»
   «In albergo.»
   «È pericoloso, Tom. Simons è con loro?»
   «Quando ho parlato con loro due non c'era.»
   «Gli dica che lo chiamino. Taylor sa il numero. E che lascino subito l'al-
bergo!»
   «Sì, signore.»
   «Chiami tutti in ufficio, immediatamente. Sarò lì tra pochi minuti.»
   «Sì, signore.»
   Perot riattaccò. Si alzò, si vestì alla meglio, baciò Margot e scese cor-
rendo le scale. Attraversò la cucina e uscì dalla porta posteriore. Un uomo
del servizio di sicurezza, stupito di vederlo così presto, disse: «Buongior-
no, signor Perot».
   «'giorno.» Perot decise di prendere la Jaguar di Margot. Salì in fretta e la
lanciò lungo il viale, verso il cancello.
   Da sei settimane aveva la sensazione di vivere dentro una macchina del
popcorn. Aveva tentato di tutto, ed era stato inutile; le brutte notizie erano
fioccate da ogni parte, e non aveva fatto progressi. Ora, finalmente, stava
succedendo qualcosa.
   Si lanciò lungo Forest Lane, infischiandosene dei semafori rossi e dei
limiti di velocità. Tirarli fuori dal carcere era stata la parte più facile, pen-
sò: adesso dobbiamo portarli fuori dall'Iran. Il peggio non era ancora in-
cominciato.
   In pochi minuti si radunarono tutti alla sede centrale dell'EDS in Forest
Lane: Tom Walter, T. J. Marquez, Merv Stauffer, la segretaria di Perot,
Sally Walther, l'avvocato Tom Luce e Mitch Hart che - sebbene non lavo-
rasse più all'EDS - aveva cercato di sfruttare le sue amicizie nel Partito
democratico per aiutare Paul e Bill.
   Fino a quel momento le comunicazioni con la squadra del negoziatori
erano state organizzate dall'ufficio di Bill Gayden al quarto piano, mentre
al sesto Merv Stauffer provvedeva ad appoggiare con discrezione la squa-
dra di salvataggio e manteneva i contatti telefonici usando il codice. Ora
tutti si rendevano conto che a Teheran il personaggio chiave era Simons, e
che ciò che sarebbe accaduto ora sarebbe stato probabilmente illegale; per-
ciò si trasferirono nell'ufficio di Merv, che era anche più isolato e tranquil-
lo.
   «Io parto subito per Washington» annunciò Perot. «La nostra migliore
speranza è ancora un jet dell'aeronautica che li porti via da Teheran.»
   Stauffer disse: «Non credo che ci siano voli per Washington in partenza
dal Dallas-Forth Worth la domenica...».
   «Noleggiami un jet» disse Perot.
   Stauffer prese il telefono.
   «Per i prossimi giorni, avremo bisogno che qui ci siano segretarie in ser-
vizio ventiquattro ore su ventiquattro» continuò Perot.
   «Provvederò io» disse T. J.
   «Dunque, i militari hanno promesso di aiutarci, ma non possiamo far
conto di su di loro... hanno gatte più grosse da pelare, immagino. L'alterna-
tiva più logica è che la squadra esca dall'Iran in macchina passando per la
Turchia. In tal caso, il nostro piano prevede che li attendiamo al confine, o
se è necessario andiamo in volo nella parte nord-occidentale dell'Iran per
tirarli fuori. Dobbiamo far radunare la squadra di salvataggio turca. Boul-
ware è già a Istanbul. Schwebach, Sculley e Davis sono negli Stati Uniti...
qualcuno provveda a chiamarli e dica che mi raggiungano a Washington.
Forse avremo bisogno anche di un pilota d'elicotteri e di un altro per un
piccolo aereo, nel caso che vogliamo entrare clandestinamente in Iran.
Sally, chiami Margot e le dica di prepararmi una valigia... mi servono abiti
sportivi, una torcia elettrica, stivali, biancheria pesante, un sacco a pelo e
una tenda.»
   «Subito, signor Perot.» Sally uscì.
   «Ross, non credo che sia una buona idea» disse T. J. «Margot potrebbe
spaventarsi.»
   Perot represse un sospiro: avrebbe dovuto prevedere che T. J. ci trovasse
da ridire. Ma aveva ragione. «D'accordo, andrò a casa e provvederò io
stesso. Vieni con me, così potremo parlare mentre faccio la valigia.»
   «Sicuro.»
   Stauffer posò il telefono e annunciò: «C'è un Lear che ti aspetta al cam-
po Love».
   «Bene.»
   Perot e T. J. scesero a prendere le macchine. Lasciarono l'EDS e svolta-
rono a destra su Forest Lane. Dopo pochi secondi, T. J. diede un'occhiata
al suo tachimetro e vide che andava a centrotrenta... e Perot, a bordo della
Jaguar di Margot, lo stava lasciando indietro.

  A Washington, al Page Terminal, Perot incontrò due vecchi amici: Bill
Clements, governatore del Texas ed ex vicesegretario alla Difesa, e la mo-
glie Rita.
  Clements disse: «Ciao, Ross! Cosa diavolo ci fai a Washington di do-
menica pomeriggio?».
  «Sono qui per affari» rispose Perot.
  «No, sentiamo la verità. Che cosa ci fai?» chiese Clements con un sorri-
so.
  «Hai un minuto?»
   Clements aveva un minuto. Sedettero tutti e tre, e Perot raccontò la sto-
ria di Paul e Bill.
   Quando ebbe finito, Clements disse: «C'è un tale con cui dovresti parla-
re. Ti scrivo il nome».
   «E come farò a trovarlo di domenica pomeriggio?»
   «Diavolo, te lo scovo io.»
   I due uomini andarono a una cabina telefonica. Clements chiamò il cen-
tralino del Pentagono e si fece riconoscere. Chiese che gli passassero la ca-
sa di uno degli ufficiali generali di grado più alto del paese. Poi disse: «C'è
qui con me Ross Perot, del Texas. È mio amico e buon amico dei militari,
e voglio che tu lo aiuti». Poi passò il microfono a Perot e si allontanò.
   Mezz'ora più tardi Perot era in una sala operativa nei sotterranei del Pen-
tagono, circondato dai terminal dei computer, e stava parlando con cinque
o sei generali.
   Non li aveva mai incontrati prima di quel giorno, ma si sentiva tra amici;
tutti sapevano della sua campagna in favore dei prigionieri di guerra ame-
ricani nel Vietnam del Nord.
   «Ho bisogno di portar via due uomini da Teheran» disse. «Potete farli
uscire con un aereo?».
   «No» rispose uno dei generali. «A Teheran siamo bloccati. La nostra ba-
se aerea di Doshen Toppeh, è in mano ai rivoluzionari. Il generale Gast è
nel bunker del comando del MAAG, circondato da una folla inferocita. E
non possiamo comunicare perché le linee telefoniche sono state tagliate.»
   «Sta bene» disse Perot. Aveva quasi previsto quella risposta. «Mi arran-
gerò da solo.»
   «È in capo al mondo, e c'è una rivoluzione» disse un altro generale.
«Non sarà facile.»
   Perot sorrise. «Laggiù ho Bull Simons.»
   I generali sorrisero. «Diamine, Perot» disse uno, «non lascia nessuna
possibilità agli iraniani!»
   «Appunto» disse Perot. «Forse dovrò andare là personalmente. Potete
fornirmi un elenco di tutti gli aeroporti che ci sono fra Teheran e il confine
turco?»
   «Certamente.»
   «Potreste accertare se qualcuno di quegli aeroporti è inagibile?»
   «Possiamo dare un'occhiata alle foto dei satelliti.»
   «E il radar? C'è la possibilità di entrare nel paese senza apparire sugli
schermi radar iraniani?»
  «Sicuro. Le procureremo una mappa dei radar a centocinquanta metri.»
  «Bene.»
  «Le occorre altro?»
  Diavolo, pensò Perot, è come se fossi entrato in un grande magazzino!
  «Per ora mi basta» rispose.
  I generali si misero all'opera.

  T. J. Marquez sollevò il ricevitore. Era Perot.
  «Ti ho trovato i piloti» disse T. J. «Ho chiamato Larry Joseph, che diri-
geva i Continental Air Services a Vientiane, nel Laos... ora è a Washin-
gton. Lui ha scovato i piloti: Dick Douglas e Julian Kanauch. Saranno a
Washington domani.»
  «Bene» disse Perot. «Sono stato al Pentagono e mi hanno detto che non
possono portare via in aereo i nostri amici... sono bloccati a Teheran. Ma
ho le mappe e le indicazioni, e possiamo arrangiarci da soli. Ecco quello
che mi occorre: un jet che possa attraversare l'Atlantico, con relativo equi-
paggio dotato di una radio come quella che avevamo nel Laos, per poter
fare le telefonate dall'aereo.»
  «Mi metto subito al lavoro» disse T. J.
  «Sono al Madison Hotel.»
  «D'accordo.»
  T. J. incominciò a chiamare. Si mise in contatto con due società texane
di noleggio, ma nessuna delle due disponeva di un jet transatlantico. La se-
conda, la Jet Fleet, gli suggerì di rivolgersi all'Executive Aircraft che ave-
va sede presso Columbus, nell'Ohio. Ma quelli non potevano far nulla e
non sapevano chi sarebbe stato in grado di aiutarli.
  T. J. pensò all'Europa. Chiamò Carl Nilsson, un dirigente dell'EDS che
aveva lavorato su una proposta per la Martinair. Nilsson ritelefonò e disse
che la Martinair non poteva andare in Iran, ma gli aveva dato il nome di
una società svizzera che l'avrebbe fatto. T. J. chiamò la Svizzera: la società
aveva sospeso proprio quel giorno il servizio con l'Iran.
  T. J. chiamò Harry McKillop, un vicepresidente della Braniff che abita-
va a Parigi. McKillopp era fuori.
  T. J. telefonò a Perot e confessò di aver fatto fiasco.
  Perot ebbe un'idea. Gli pareva di ricordare che Sol Rogers, presidente
della Texas State Optical Company di Beaumont, aveva un BAC 111 o un
Boeing 727. Ma non aveva il numero di telefono.
  T. J. chiamò il servizio informazioni. Il numero non figurava sugli elen-
chi. Telefonò a Margot. Lei aveva il numero. T. J. chiamò Rogers. Aveva
venduto l'aereo.
   Rogers sapeva che a Washington c'era una società, l'Omni International,
che affittava aerei. Diede a T. J.» numeri di casa del presidente e del vice-
presidente.
   T. J. chiamò il presidente. Non c'era.
   Chiamò il vicepresidente. C'era.
   «Avete un jet transatlantico?» chiese T. J.
   «Certo. Ne abbiamo due.»
   T. J. tirò un sospiro di sollievo.
   «Abbiamo un 707 e un 727» continuò il vicepresidente.
   «Dove sono?»
   «Il 707 è al campo Meachem a Fort Worth e...»
   «Ma è proprio qui!» esclamò T. J. «Mi dica, ha una radio a banda latera-
le singola?»
   «Certamente.»
   T. J. quasi non riusciva a credere di aver avuto tanta fortuna.
   «L'aereo è arredato in modo piuttosto lussuoso» disse il vicepresidente.
«L'aveva commissionato un principe del Kuwait che poi ha cambiato ide-
a.»
   A T. J. l'arredamento non interessava. Chiese il prezzo. Il vicepresidente
rispose che la decisione finale spettava al presidente. Non sarebbe rientrato
fino a notte, ma T. J. avrebbe potuto chiamarlo l'indomani.
   T. J. fece controllare l'aereo da Jeff Heller, un vicepresidente dell'EDS
che era stato pilota in Vietnam, e da due amici di Heller, un pilota delle
American Airlines e un ingegnere aeronautico. Heller riferì che sembrava
in buone condizioni, a quanto potevano dire senza averlo provato. L'arre-
damento era un po' strepitoso, spiegò sorridendo.
   Alle sette e mezzo dell'indomani T. J. chiamò il presidente dell'Omni co-
stringendolo a interrompere la doccia. Il presidente aveva già parlato con il
vicepresidente e pensava che si sarebbero messi d'accordo.
   «Bene» disse T. J. «Ora, per quanto riguarda l'equipaggio, l'assistenza a
terra, l'assicurazione...»
   «Noi non noleggiamo aerei» disse il presidente. «Li affittiamo.»
   «Che differenza c'è?»
   «La stessa differenza che c'è tra prendere un taxi e affittare una macchi-
na. I nostri aerei sono da affittare.»
   «Senta, noi ci occupiamo di computer e non sappiamo niente delle linee
aeree» disse T. J. «Anche se normalmente lei non lo fa, sarebbe disposto
ad accordarsi con noi per fornire tutto il resto, incluso l'equipaggio e così
via? Pagheremo tutto quel che c'è da pagare.»
  «Sarà una faccenda complicata. L'assicurazione...»
  «Ma lo farà?»
  «Sì, lo faremo.»
  Era veramente complicato, come T. J. ebbe modo di scoprire nel corso
della giornata. Quel tipo insolito di accordo non piaceva per nulla alle
compagnie d'assicurazione, che per giunta odiavano sentirsi mettere fretta.
Era difficile capire a quali disposizioni doveva ottemperare l'EDS, dato
che non era una linea aerea. L'Omni chiedeva un deposito di sessantamila
dollari presso una filiale straniera d'una banca americana. I problemi furo-
no risolti da un dirigente dell'EDS, Gary Fernandes, a Washington, e dal
capo dell'ufficio legale dell'EDS, Claude Chappelear, a Dallas: il contratto,
che fu registrato prima di sera, era un affitto di prova pre-vendita. L'Omni
scovò un equipaggio in California e lo mandò a Dallas a prendere l'aereo e
a portarlo a Washington.
  A mezzanotte di lunedì l'aereo, l'equipaggio, gli altri piloti e il resto della
squadra di salvataggio erano tutti a Washington con Ross Perot.
  T. J. aveva fatto un miracolo.
  Ed era per questo che ci aveva messo tanto tempo.

   La squadra dei negoziatori - Keane Taylor, Bill Gayden, John Howell,
Bob Young e Rich Gallagher, più Rashid, Cathy Gallagher e il barboncino
Buffy - passò la notte, di domenica 11 febbraio all'Hyatt. Dormirono po-
chissimo. Poco lontano, la folla stava assaltando un'armeria. Sembrava che
una parte dell'esercito avesse abbracciato la causa della rivoluzione, perché
all'attacco partecipavano anche i carri armati. Verso l'alba sfondarono un
muro ed entrarono. Dall'alba in poi, una fiumana di taxi arancione portò le
armi ai quartieri della capitale dove i combattimenti erano ancora accaniti.
   Per tutta la notte la squadra tenne aperta la linea con Dallas; John Ho-
well si sdraiò sul divano nel salotto di Gayden con il ricevitore accanto al-
l'orecchio.
   Al mattino Rashid se ne andò molto presto. Non gli era stato detto dove
sarebbero andati gli altri... nessun iraniano doveva sapere l'ubicazione del
nascondiglio.
   Gli altri fecero le valigie e le lasciarono nelle rispettive stanze, nell'e-
ventualità che più tardi ci fosse la possibilità di portarle via. Questo non
rientrava nelle istruzioni di Simons, che certamente avrebbe disapprovato,
perché le valigie pronte dimostravano che quelli dell'EDS non allog-
giavano più lì... ma quel mattino tutti pensavano che il colonnello esage-
rasse in fatto di precauzioni. Si radunarono nel salotto di Gayden pochi
minuti dopo le sette. I Gallagher avevano parecchie borse, e non avevano
affatto l'aria d'essere sul punto d'andare in ufficio.
   Nell'atrio incontrarono il direttore dell'albergo. «Ma dove andate?» chie-
se quello, incredulo.
   «In ufficio» rispose Gayden.
   «Ma non sa che c'è la guerra civile? Per tutta la notte le nostre cucine
hanno lavorato per dar da mangiare ai rivoluzionari. Ci hanno chiesto se
qui c'era qualche americano... ho risposto che non c'era nessuno, dovreste
tornare di sopra e non farvi vedere.»
   «La vita deve continuare» disse Gayden. E uscirono.
   Joe Poché attendeva a bordo d'una Range Rover, e bolliva in silenzio
perché erano in ritardo di un quarto d'ora e lui aveva ricevuto da Simons
l'ordine di essere di ritorno alle sette e quarantacinque, con loro o senza di
loro.
   Mentre si avvicinavano alle macchine, Keane Taylor vide un impiegato
dell'albergo che stava parcheggiando. Era appena arrivato. Andò a parlar-
gli. «Come sono le strade?»
   «Posti di blocco dappertutto» rispose l'impiegato. «Ce n'è uno proprio
qui, in fondo al viale d'accesso dell'albergo. Non dovreste uscire.»
   «Grazie» disse Taylor.
   Salirono tutti sulle macchine e seguirono la Range Rover di Poché. Le
sentinelle al cancello erano indaffaratissime nel tentativo di inserire in una
machine-pistol un caricatore che non andava bene, e non degnarono d'uno
sguardo le tre macchine.
   Fuori, la scena era spaventosa. Molte delle armi saccheggiate erano fini-
te nelle mani di adolescenti che probabilmente non sapevano come usarle,
e i ragazzi scendevano correndo la collina, gridavano e brandivano fucili e
mitra, saltavano a bordo di automobili di passaggio e sparavano in aria.
   Poché si diresse a nord lungo via Shahanshahi, facendo un percorso tor-
tuoso per evitare i posti di blocco. All'incrocio con viale Pahlavi c'erano i
rottami d'una barricata - macchine bruciate e tronchi d'albero attraverso la
strada - ma la gente che la sorvegliava stava festeggiando, tra canti e spari
in aria, e le tre macchine passarono senza difficoltà.
   Quando si avvicinarono al nascondiglio entrarono in una zona relati-
vamente tranquilla. Svoltarono in una via stretta e poi, dopo mezzo isolato,
varcarono il cancello di un giardino con la piscina vuota. L'appartamento
dei Dvoranchik era al piano terreno della casa; la padrona abitava al piano
di sopra. Entrarono tutti.
   Durante la giornata di lunedì, Dadgar continuò a cercare Paul e Bill.
   Bill Gayden chiamò il Bucarest, dove alcuni dipendenti iraniani fedeli
continuavano a badare ai telefoni. Gayden seppe che i subordinati di Da-
dgar avevano chiamato due volte, parlando con due segretarie, e avevano
chiesto dove potevano trovare il signor Chiapparone e il signor Gaylord.
La prima segretaria aveva risposto che non conosceva i nomi degli ameri-
cani... era una bugia coraggiosa, dato che lavorava per l'EDS da quattro
anni e conosceva tutti. La seconda aveva detto: «Deve parlare con il signor
Lloyd Briggs, che dirige la sede».
   «Dov'è?»
   «All'estero.»
   «Chi dirige la sede in sua assenza?»
   «Il signor Keane Taylor.»
   «Mi faccia parlare con lui.»
   «Al momento non c'è.»
   Le ragazze, benedette loro, avevano depistato gli uomini di Dadgar.
   Rich Gallagher si teneva in contatto con i suoi amici militari (Cathy era
segretaria d'un colonnello). Chiamò l'Evin Hotel, dove erano alloggiati
quasi tutti, e seppe che alcuni "rivoluzionari" si erano presentati tanto al-
l'Evin quanto allo Hyatt mostrando le foto di due americani che stavano
cercando.
   La tenacia di Dadgar era quasi incredibile.
   Simons decise che non potevano rimanere in casa Dvoranchik più di
quarantotto ore.
   Il piano di fuga era stato preparato per cinque uomini. Adesso c'erano
dieci uomini, una donna e un cagnolino.
   Avevano due sole Range Rover. Una macchina normale non ce l'avrebbe
fatta a viaggiare su quelle strade di montagna, soprattutto con la neve. A-
vevano bisogno di una terza Range Rover. Coburn chiamò Majid e gli
chiese di procurarne un'altra, se era possibile.
   Il cane preoccupava Simons. Rich Gallagher aveva intenzione di portare
Buffy dentro uno zaino. Se avessero dovuto attraversare il confine passan-
do tra i monti a piedi o a cavallo, sarebbe bastato un guaito per farli ucci-
dere tutti... e Buffy abbaiava per niente. Simons disse a Coburn e a Taylor:
«Voglio che voi due perdiate quel fottuto cane».
   «Sta bene» disse Coburn. «Mi offrirò di portarlo a spasso, e lo lascerò
andare.»
   «No» disse Simons. «Quando dico perderlo, voglio dire definitiva-
mente.»
   Il problema più grosso era Cathy. Quella sera si sentì male... «problemi
femminili» disse Rich. Sperava che un giorno di riposo a letto servisse a
renderle le forze, ma Simons era meno ottimista. Inveiva contro l'amba-
sciata. «Ci sono tanti sistemi che il Dipartimento di Stato potrebbe usare
per far uscire qualcuno del paese e proteggerlo, se volesse» disse. «Metter-
lo in una cassa, spedirlo come merce... se volessero, sarebbe uno scherzo.»
   Bill incominciava a sentirsi responsabile di tutte quelle difficoltà. «Per
me è pazzesco che nove persone rischino la vita per due» disse. «Se io e
Paul non fossimo qui, voi, non correreste pericolori... potreste attendere la
ripresa regolare dei voli. Forse io e Paul dovremmo metterci nelle mani
della nostra ambasciata.»
   Simons ribatté: «E se voi due ve ne andate e Dadgar decide di prendere
altri ostaggi?».
   Comunque, pensò Coburn, adesso Simons non perderà d'occhio quei due
neppure per un momento fino a quando saranno negli Stati Uniti.
   Suonò il campanello del portone, e tutti ammutolirono, agghiacciati.
   «Andate nelle stanze da letto e non fate chiasso» disse Simons.
   Coburn andò alla finestra. La padrona di casa credeva che lì abitassero in
due, Coburn e Poché - non aveva mai visto Simons - quindi né lei né altri
dovevano sapere che adesso c'erano undici persone.
   Mentre Coburn osservava, la padrona di casa attraversò il cortile e aprì il
portoncino. Si fermò per qualche minuto, parlando con qualcuno che Co-
burn non riusciva a vedere; poi richiuse e tornò indietro sola.
   Quando sentì la porta del suo appartamento che si chiudeva al piano di
sopra annunciò agli altri: «Falso allarme».
   Si erano preparati tutti per il viaggio rovistando la casa alla ricerca di in-
dumenti pesanti. Paul pensò: Toni Dvoranchik morirebbe d'imbarazzo se
sapesse che tutti questi uomini hanno frugato nei suoi cassetti. Avevano
messo insieme un bizzarro assortimento di cappelli, giacche e maglioni
troppo grandi o troppo piccoli.
   Poi non restò altro che aspettare: aspettare che Majid trovasse un'altra
Range Rover, aspettare che Cathy stesse meglio e aspettare che Perot or-
ganizzasse la squadra salvataggio turca.
   Guardarono alcuni vecchi incontri di football al videoregistratore. Paul
giocò a ramino con Gayden. Il cane dava sui nervi a tutti, ma Coburn deci-
se di non eliminarlo fino all'ultimo minuto, nell'eventualità che ci fosse un
cambiamento dei piani e che fosse possibile salvarlo. John Howell leggeva
Abissi di Peter Benchley; aveva visto una parte del film durante il volo che
l'aveva condotto a Teheran e non aveva assistito alla conclusione perché
l'aereo era atterrato prima che finisse, e non aveva mai capito chi fossero i
buoni e i cattivi. Simons disse: «Quelli che vogliono bere possono farlo,
ma se dovremo muoverci in fretta è meglio che non abbiamo alcol nello
stomaco». Nonostante l'avvertimento, Gayden e Gallagher aggiunsero di
nascosto un po' di Drambuie al loro caffè. Il campanello squillò di nuovo,
e la scena si ripeté, ma questa volta la visita era per la padrona di casa.
   Erano tutti straordinariamente calmi, considerando che erano in tanti,
stipati in un soggiorno e nelle tre stanze da letto. L'unico irritabile era, pre-
vedibilmente, Keane Taylor. Lui e Paul prepararono un'abbondante cena
per tutti, svuotando quasi completamente il frigo; ma quando Taylor arrivò
dalla cucina gli altri avevano spolverato tutto, e per lui non era rimasto
niente. Inveì energicamente e tutti risero, come facevano sempre quando si
arrabbiava.
   Quella notte si arrabbiò di nuovo. Dormiva sul pavimento accanto a Co-
burn, e Coburn russava. Faceva un tale chiasso che Taylor non riusciva a
dormire. Non riuscì neppure a svegliare Coburn per dirgli che russava, e si
arrabbiò ancora di più.
   Quella notte, a Washington nevicava. Ross Perot era stanco e teso.
   Aveva trascorso quasi tutta la giornata a tentare, con Mitch Hart, di con-
vincere il governo a far partire i suoi da Teheran con un aereo. Aveva par-
lato con il sottosegretario David Newsom al Dipartimento di Stato, con
Thomas V. Beard alla Casa Bianca e con Mark Ginsberg, un giovane assi-
stente di Carter che fungeva da collegamento tra la Casa Bianca e il Dipar-
timento di Stato. Stavano facendo tutto il possibile per far partire in aereo
gli altri mille americani rimasti a Teheran, e non intendevano organizzare
aerei speciali per Ross Perot.
   Rassegnato ad andare in Turchia, Perot si recò in un negozio di articoli
sportivi e acquistò indumenti pesanti. Il 707 preso in affitto arrivò da Dal-
las, e Pat Sculley chiamò dall'aeroporto Dulles per annunciare che durante
il volo erano emersi alcuni problemi meccanici: il radar secondario e il si-
stema di navigazione a inerzia non funzionavano a dovere, il motore nu-
mero uno consumava il doppio di olio del normale, non c'era ossigeno a
sufficienza per la cabina, mancavano le gomme di scorta, e le valvole del
serbatoio dell'acqua erano bloccate dal ghiaccio.
   Mentre i meccanici erano al lavoro, Perot era al Madison Hotel con Mort
Meyerson, un vicepresidente dell'EDS.
   All'EDS c'era un gruppo speciale di collaboratori di Perot, uomini come
T. J. Marquez e Merv Stauffer, ai quali si rivolgeva per le questioni che
non facevano parte dei problemi quotidiani del software dei computer:
piani come la campagna per i prigionieri di guerra, la guerra alla droga nel
Texas e il salvataggio di Paul e Bill. Sebbene Meyerson non fosse stato
coinvolto nei progetti speciali di Perot, tuttavia era stato informato del pia-
no di salvataggio: conosceva molto bene Paul e Bill, avendo lavorato con
loro nei primi anni come ingegnere dei sistemi. Tuttavia per quanto riguar-
dava gli affari era il miglior specialista di cui disponesse Perot; presto sa-
rebbe diventato presidente dell'EDS. (Perot avrebbe continuato ad essere
presidente del consiglio d'amministrazione.)
   Perot e Meyerson discussero d'affari, esaminando i vari progetti del-
l'EDS. Sebbene nessuno dei due lo dicesse, entrambi sapevano che la vera
ragione di quell'incontro era la possibilità che Perot non tornasse dalla
Turchia.
   Sotto alcuni punti di vista, erano due uomini diametralmente diversi. Il
nonno di Meyerson era stato un ebreo russo che aveva risparmiato accani-
tamente per due anni per pagarsi il biglietto del treno da New York al Te-
xas. Meyerson spaziava dall'atletica all'arte: giocava a palla a mano, era
legato all'orchestra sinfonica di Dallas e lui stesso era un buon pianista. Per
prendere in giro Perot e le sue "aquile", chiamava "i rospi di Meyerson" i
propri collaboratori più stretti. Ma sotto molti altri aspetti somigliava a Pe-
rot; era un uomo d'affari audace e costruttivo, le cui idee spaventavano
spesso i dirigenti più tradizionalisti dell'EDS. Perot aveva dato disposizioni
perché, se gli fosse capitato qualcosa durante le operazioni di salvataggio,
spettasse a Meyerson votare per il suo pacchetto azionario. L'EDS avrebbe
continuato a essere guidata da un capo, non da un burocrate.
   Mentre Perot discuteva d'affari, si preoccupava per l'aereo e si rodeva a
causa del Dipartimento di Stato, il suo pensiero, andava a sua madre. Lulu
May Perot peggiorava rapidamente, e lui avrebbe voluto starle accanto. Se
fosse morta mentre lui era in Turchia non l'avrebbe più rivista, e questo gli
avrebbe spezzato il cuore.
   Meyerson lo sapeva. Interruppe la discussione per chiedere: «Ross, non
sarebbe meglio che andassi io?».
   «Cosa vorresti dire?»
   «Perché non posso andare io in Turchia al tuo posto? Hai già fatto la tua
parte... sei stato in Iran. In Turchia non puoi far nulla che non possa fare
anch'io. Ed è giusto che resti accanto a tua madre.»
   Perot ne fu commosso. Mort non era obbligato a offrirsi, pensò. «Se sei
disposto...» La tentazione era forte. «Voglio pensarci bene. Lasciami il
tempo di riflettere.»
   Non era certo di avere il diritto di lasciare che Meyerson prendesse il suo
posto. «Vediamo cosa pensano gli altri.» Prese il telefono, chiamò Dallas e
si mise in contatto con T. J. Marquez. «Mort si è offerto di andare in Tur-
chia al posto mio» disse. «Cosa te ne pare?»
   «È la peggiore idea del mondo» rispose T. J. «Tu hai seguito il piano fin
dal primo momento, e in poche ore non ce la faresti a dire a Mort tutto ciò
che deve sapere. Tu conosci Simons, sai come ragiona... e Mort non lo sa.
Inoltre Simons non conosce Mort... e sai che non è pronto a fidarsi di chi
non conosce.»
   «Hai ragione» disse Perot. «Non è neppure il caso di parlarne.»
   Riattaccò. «Mort, ti ringrazio, ma andrò io in Turchia.»
   «Come vuoi.»
   Qualche minuto più tardi Meyerson se ne andò per tornare a Dallas con
il Lear preso a noleggio. Perot richiamò l'EDS e parlò con Merv Stauffer.
«Voglio che cominciate a lavorare a turni e a dormire un po'» disse. «Non
voglio avere a che fare con un branco di zombi.»
   «Sta bene.»
   Perot fece tesoro del proprio consiglio e andò a dormire per qualche ora.
   Il telefono lo svegliò alle due del mattino. Era Pat Sculley che chiamava
dall'aeroporto; i problemi meccanici dell'aereo erano stati risolti.
   Perot prese un taxi e raggiunse l'aeroporto Dulles. Fu una corsa alluci-
nante di cinquanta chilometri sulle strade ghiacciate.
   La squadra di salvataggio turca era finalmente al completo: Perot; Pat
Sculley e Jim Schwebach, il duo terribile; il giovane Ron Davis; l'equipag-
gio del 707; e i due piloti Dick Douglas e Julian "Scratch" Kanauch. Ma
l'aereo non era stato riparato alla perfezione. Occorreva un pezzo di ricam-
bio che a Washington non si trovava. Gary Fernandes - il dirigente del-
l'EDS che si era occupato del contratto d'affitto dell'apparecchio - aveva un
amico che era responsabile dell'assistenza a terra per una delle linee aeree
all'aeroporto La Guardia di New York; lo chiamò, e l'amico si alzò, trovò il
pezzo di ricambio e lo caricò su un aereo per Washington. Nel frattempo,
Perot si sdraiò su una panca nel terminal e dormì ancora un paio d'ore.
   Salirono a bordo alle sei del mattino. Perot si guardò intorno sbalordito.
Sull'aereo c'era una stanza da letto con un lettone enorme, tre bar, un lus-
suoso impianto hi-fi, il televisore e un ufficio con relativo telefono. C'era-
no folti tappeti, poltrone di nappa e tappezzerie di velluto. «Sembra un
bordello persiano» disse Perot, sebbene non avesse mai messo piede in un
bordello persiano.
   L'aereo decollò. Dick Douglas e Scratch Kanauch si raggomitolarono
immediatamente e si addormentarono. Perot tentò di imitarli: per sedici ore
non avrebbe avuto nulla da fare. Mentre l'aereo si avventurava sopra l'At-
lantico, si chiese ancora una volta se ciò che stava facendo era giusto.
   Dopotutto, avrebbe potuto lasciare che Paul e Bill si arrangiassero a Te-
heran. Nessuno lo avrebbe rimproverato: era compito del governo pensare
a loro. Anzi, ancora adesso l'ambasciata avrebbe potuto farli partire sani e
salvi dall'Iran.
   D'altra parte, Dadgar avrebbe potuto ricatturarli e sbatterli in galera per
vent'anni... e l'ambasciata, come aveva fatto finora, avrebbe continuato a
non proteggerli. E che cosa avrebbero fatto i rivoluzionari se avessero
messo loro le mani su Paul e Bill? Li avrebbero linciati?
   No. Perot non poteva permettere che i suoi collaboratori si arrangias-
sero... non era nelle sue abitudini. Era responsabile per Paul e Bill... non
c'era bisogno che fosse sua madre a dirglielo. Il guaio era che adesso stava
facendo correre rischi a un maggior numero di uomini. Anziché avere due
persone che si nascondevano a Teheran, si sarebbe trovato con undici di-
pendenti in fuga nei territori selvaggi dell'Iran nord-occidentale, e altri
quattro, più due piloti, che li cercavano. Se qualcosa fosse andato male...
se qualcuno fosse stato ucciso... il mondo avrebbe interpretato la cosa co-
me una pazzesca avventura tentata da un uomo che credeva di vivere anco-
ra ai tempi del West. Immaginava i titoli dei giornali: IL TENTATIVO DI
SALVATAGGIO IN IRAN DEL MILIONARIO TEXANO SI CON-
CLUDE TRAGICAMENTE...
   Se perdessimo Coburn? si chiese. Che cosa direi a sua moglie? Per Liz
sarebbe difficile capire perché ho rischiato la vita di diciassette uomini per
assicurare la libertà a due.
   Non aveva mai trasgredito la legge in tutta la sua vita, e adesso era coin-
volto in tante attività illecite che non riusciva neppure a contarle.
   Scacciò tutti quei pensieri. La decisione era presa. Se si vive pensando a
tutte le brutte cose che possono succedere, presto ci si convince che è me-
glio non far nulla. Bisogna pensare ai problemi che si possono risolvere.
Le puntate sono sul tavolo e la ruota sta girando. È incominciata l'ultima
partita.

  Il martedì l'ambasciata degli Stati Uniti annunciò che i voli per l'eva-
cuazione di tutti gli americani di Teheran sarebbero partiti il prossimo
weekend.
  Simons chiamò Coburn e Poché in una delle stanze da letto dell'appar-
tamento dei Dvoranchik e chiuse la porta. «Questo risolve una parte dei
nostri problemi» disse. «A questo punto, voglio che si dividano. Alcuni
potranno partire con i voli dell'ambasciata, e per il viaggio in macchina re-
sterà un gruppo meno numeroso.»
  Coburn e Poché erano d'accordo.
  «Ovviamente, Paul e Bill dovranno andare in macchina» continuò Si-
mons. «Due di noi tre dovranno accompagnarli: uno per scortarli attraver-
so le montagne, e l'altro per passare regolarmente il confine e incontrarsi
con Boulware. Abbiamo bisogno di due autisti iraniani per le Range Ro-
ver. Ci restano due posti liberi. Chi portiamo? Cathy no... è meglio che
parta con il volo dell'ambasciata.»
  «Rich vorrà andare con lei» disse Coburn.
  «E quel fottuto cane» soggiunse Simons.
  Buffy è salvo, pensò Coburn soddisfatto.
  Il colonnello continuò: «Ci sono Keane Taylor, John Howell, Bob
Young e Bill Gayden. Ecco il nostro problema: Dadgar potrebbe far arre-
stare qualcuno all'aeroporto, e ci ritroveremmo al punto di partenza... con
qualche dirigente dell'EDS in galera. Chi rischia di più?»
  «Gayden» disse Coburn. «È il presidente dell'EDS World. Come ostag-
gio sarebbe preferibile a Paul e Bill. Anzi, quando Dadgar fece arrestare
Bill Gaylord, ci chiedemmo se c'era un errore, se in realtà non voleva Bill
Gayden e si era confuso per la somiglianza tra i nomi.»
  «Allora Gayden verrà con Paul e Bill.»
  «John Howell non è neppure un dipendente dell'EDS. Ed è avvocato.
Dovrebbe correre pochissimi rischi.»
  «Howell partirà in aereo.»
  «Bob Young lavora per l'EDS nel Kuwait, non in Iran. Se Dadgar ha un
elenco dei nomi di quelli dell'EDS di qui, Young non vi figura.»
  «Anche Young andrà in aereo. Taylor sarà su una delle macchine. Ora,
uno di noi deve partire con il volo della squadra "pulita". Joe, tocca a lei.
Si è messo meno in vista di Jay. Lui ha girato per le strade, è stato alle riu-
nioni all'Hyatt... mentre nessuno sa che lei è qui.»
   «Va bene» disse Poché.
   «Dunque la Squadra Pulita è formata dai due Gallagher, Bob Young e
John Howell, guidati da Joe. La Squadra Sporca siamo io, Jay, Keane Ta-
ylor, Bill Gayden, Paul, Bill e due iraniani che guideranno. Andiamo a dir-
lo agli altri.»
   Entrarono in soggiorno e invitarono tutti a sedersi. Mentre Simons par-
lava, Coburn ammirava il modo in cui annunciava la decisione: dava a tutti
l'impressione di chiedere cosa ne pensavano, anziché impartire ordini pre-
cisi.
   Ci fu qualche discussione per l'assegnazione all'uno o all'altro gruppo -
John Howell e Bob Young avrebbero preferito far parte della squadra
Sporca, per timore che Dadgar li facesse arrestare - ma alla fine perven-
nero alla stessa decisione che era già stata presa da Simons.
   La Squadra Pulita poteva trasferirsi all'ambasciata al più presto possi-
bile, disse il colonnello. Gayden e Joe Poché andarono in cerca del console
generale Lou Goelz per parlargli.
   La Squadra Sporca sarebbe partita l'indomani mattina.
   Coburn doveva organizzare i guidatori iraniani. Avrebbero dovuto essere
Majid e suo cugino, il professore; ma il professore era a Rezayieh e non
poteva raggiungere Teheran, quindi Coburn doveva trovare un sostituto.
   Aveva già scelto Seyyed. Seyyed era un giovane ingegnere dei sistemi
come Rashid e il Motociclista, ma veniva da una famiglia molto più ricca;
vari parenti avevano occupato posti di rilievo nella politica e nell'esercito
ai tempi dello scià. Seyyed aveva studiato in Inghilterra e parlava con ac-
cento britannico. La sua dote più preziosa, dal punto di vista di Coburn, era
che veniva dall'Iran nord-occidentale, conosceva quel territorio e parlava
turco.
   Coburn chiamò Seyyed; s'incontrarono in casa del giovane iraniano. Co-
burn gli raccontò la versione che aveva preparato. «Devo raccogliere in-
formazioni sulle strade tra qui e Khoy» disse. «Ho bisogno di qualcuno
che guidi la macchina. È disposto?»
   «Certamente» disse Seyyed.
   «Vediamoci questa sera alle dieci e tre quarti in piazza Argentina.»
   Seyyed accettò.
   Era stato Simons a dare quelle istruzioni a Coburn. Coburn si fidava di
Seyyed, ma naturalmente il colonnello non si fidava affatto; quindi Seyyed
avrebbe ignorato dov'era la squadra fino al momento in cui fosse arrivato
sul posto, e non avrebbe saputo di Paul e Bill fino a quando non li avesse
visti; e da quell'istante Simons non l'avrebbe perduto d'occhio.
   Quando Coburn tornò a casa dei Dvoranchik, Gayden e Poché erano già
rientrati dall'incontro con Lou Goelz. Avevano detto al console generale
che alcuni funzionari dell'EDS sarebbero rimasti a Teheran per cercare
Paul e Bill, ma gli altri volevano partire con il primo volo disponibile, e
nel frattempo alloggiare all'ambasciata. Goelz aveva risposto che l'amba-
sciata era piena, ma che potevano stare in casa sua.
   Tutti pensarono che fosse un bel gesto da parte di Goelz. Negli ultimi
due mesi l'avevano criticato duramente, e non gli avevano nascosto che at-
tribuivano a lui e ai suoi colleghi la responsabilità dell'arresto di Paul e
Bill; era molto generoso, dopo tutto questo, a offrire loro la sua casa. Via
via che la situazione, a Teheran, si avviava allo sfascio, Goelz era sempre
meno burocrate e dimostrava di essere più umano.
   Quelli della Squadra Pulita e quelli della Squadra Sporca si scambiarono
strette di mano e auguri, senza sapere chi fosse ad avere più bisogno del-
l'aiuto della fortuna; poi la Squadra Pulita partì per raggiungere la casa di
Goelz.
   Ormai era sera. Coburn e Keane Taylor andarono a prendere Majid a ca-
sa sua: avrebbe passato la notte in casa Dvoranchik, come Seyyed. Inoltre,
dovevano prelevare un bidone da 200 litri di benzina che Majid custodiva
per loro.
   Quando arrivarono, Majid non c'era.
   Attesero, innervositi. Finalmente Majid rientrò. Li salutò, porse loro il
benvenuto, fece portare il tè. Coburn disse: «Partiamo domattina. Voglia-
mo che lei venga subito con noi».
   Majid pregò Coburn di passare con lui nella stanza accanto e gli disse:
«Non posso venire».
   «Perché?»
   «Devo uccidere Hoveyda.»
   «Cosa?» domandò sbalordito Coburn. «Chi?»
   «Amir Abbas Hoveyda, l'ex primo ministro.»
   «Perché deve ucciderlo?»
   «È una lunga storia. Lo scià varò una riforma agraria, e Hoveyda cercò
di togliere le terre alla mia famiglia. Ci ribellammo e Hoveyda mi fece ar-
restare... Da anni sto aspettando di vendicarmi.»
   «E deve ucciderlo proprio adesso?» chiese Coburn, ancora più scon-
certato.
   «Ho le armi e l'occasione. Tra due giorni tutto potrebbe cambiare.»
   Coburn era allibito. Non sapeva che cosa dire. Era chiaro che Majid non
si sarebbe lasciato dissuadere.
   Coburn e Taylor caricarono il fusto di carburante sulla Range Rover e si
congedarono. Majid augurò loro buona fortuna.
   Quando rientrarono a casa dei Dvoranchik, Coburn cominciò i tentativi
per mettersi in contatto con il Motociclista, sperando che accettasse di
prendere il posto di Majid. Il Motociclista era un tipo sfuggente quanto lo
stesso Coburn. Di solito lo si poteva trovare a un certo numero telefonico -
una specie di comando rivoluzionario, probabilmente - una volta al giorno.
L'ora in cui vi andava abitualmente era ormai passata - era sera tardi - ma
Coburn tentò. Il Motociclista non c'era. Lo cercò a qualche altro recapito
telefonico, ma fu inutile.
   Almeno avevano Seyyed.
   Alle dieci e mezzo Coburn andò all'appuntamento. Si avviò a piedi per
le strade buie verso piazza Argentina, a un chilometro e mezzo di distanza,
poi entrò in un cantiere e attese in un edificio deserto.
   Alle undici Seyyed non era ancora arrivato.
   Simons aveva detto a Coburn di attendere quindici minuti e non di più;
Coburn decise di concedere a Seyyed ancora un po' di tempo.
   Aspettò fino alle undici e mezzo.
   Seyyed non sarebbe venuto.
   Coburn cominciò a chiedersi che cosa era accaduto; data la posizione
della famiglia di Seyyed, era possibile che fosse caduto vittima dei rivolu-
zionari.
   Per la Squadra Sporca era un disastro. Non avevano nessun iraniano che
andasse con loro. Come diavolo faremo a passare dai posti di blocco? si
chiese Coburn. Che iella nera: il professore non viene, Majid rifiuta, il Mo-
tociclista non si trova e adesso Seyyed non si fa vedere. Merda.
   Lasciò il cantiere e si allontanò. All'improvviso sentì una macchina. Si
voltò e vide una jeep carica di rivoluzionari armati che girava sulla piazza.
Si nascose dietro un cespuglio. La jeep passò oltre.
   Coburn proseguì, allungando il passo e chiedendosi se quella notte era in
vigore il coprifuoco. Era quasi arrivato a casa quando la jeep tornò rom-
bando verso di lui.
   Mi hanno visto prima, pensò, e sono tornati indietro a prendermi.
   Era molto buio. Non era possibile che l'avessero ancora individuato. Co-
burn girò sui tacchi e tornò indietro di corsa. In quella strada non c'erano
ripari. Il rombo della jeep diventò più forte. Finalmente Coburn scorse al-
cuni cespugli e ci si buttò in mezzo. Si sdraiò a terra, con il cuore che gli
martellava in gola, mentre la jeep si avvicinava. Lo stavano cercando? A-
vevano catturato Seyyed e l'avevano torturato, costringendolo a confessare
che aveva un appuntamento con un porco capitalista americano in piazza
Argentina alle dieci e tre quarti...?
   La jeep passò senza fermarsi.
   Coburn si rialzò.
   Corse fino a quando arrivò a casa dei Dvoranchik.
   Riferì a Simons che non avevano autisti iraniani.
   Simons imprecò. «C'è qualcun altro che possiamo chiamare?»
   «Uno solo. Rashid.»
   Coburn sapeva che il colonnello non voleva servirsi di Rashid perché
aveva guidato l'assalto al carcere, e se qualcuno che ricordava di averlo vi-
sto in quell'occasione l'avesse sorpreso al volante di una macchina carica
di americani sarebbero stati guai. Ma Coburn non sapeva chi altri proporre.
   «Sta bene» disse Simons. «Lo chiami.»
   Coburn fece il numero di Rashid.
   Era a casa!
   «Sono Jay Coburn. Ho bisogno del suo aiuto.»
   «Sicuro.»
   Coburn non voleva dare per telefono l'indirizzo del nascondiglio, temen-
do un'intercettazione. Ricordò che Bill Dvoranchik era leggermente strabi-
co. Disse: «Ricorda quel tale con gli occhi strani?».
   «Con gli occhi strani? Oh, sì...»
   «Non dica il suo nome. Ricorda dove abitava?»
   «Sicuro...»
   «Non lo dica. Io sono là. Ho bisogno che mi raggiunga.»
   «Jay, io sto a parecchi chilometri di distanza, e non so come fare per at-
traversare la città...»
   «Provi» disse Coburn. Sapeva che Rashid aveva sempre mille risorse.
Bastava assegnargli un compito perché si desse da fare per portarlo a ter-
mine. «Ce la farà.»
   «Va bene.»
   «Grazie.» Coburn riattaccò.
   Era mezzanotte.
   Paul e Bill avevano scelto due passaporti tra quelli che Gayden aveva
portato dagli Stati Uniti, e Simons aveva ordinato loro di imparare a me-
moria i nomi, le date di nascita, i connotati, e tutti i visti e i timbri. La fo-
tografia del passaporto di Paul somigliava più o meno a lui, ma per Bill era
un problema. Nessuna delle foto andava bene, e alla fine aveva dovuto ac-
contentarsi del passaporto di Larry Humphreys, un tipo biondo piuttosto
nordico che non gli somigliava affatto.
   La tensione crebbe via via, mentre i sei uomini discutevano i dettagli del
viaggio che sarebbe incominciato tra poche ore. Secondo gli amici militari
di Rich Gallagher, a Tabriz c'erano scontri a fuoco; quindi si sarebbero at-
tenuti al piano di percorrere la strada bassa, a sud del lago di Rezaiyeh,
passando per Mahabad. Se li avessero interrogati, la loro risposta sarebbe
stata il più possibile vicina alla verità... come preferiva Simons quando do-
veva mentire. Avrebbero detto che erano uomini d'affari e che volevano
tornare a casa dalle loro famiglie; poiché l'aeroporto era chiuso, stavano
andando in Turchia in macchina.
   Per accreditare le loro affermazioni, non avrebbero portato armi. Era una
decisione difficile - avrebbero potuto pentirsene, se si fossero ritrovati i-
nermi in mezzo a una rivoluzione - ma Simons e Coburn avevano constata-
to durante il viaggio di ricognizione che i rivoluzionari cercavano sempre
le armi. L'istinto suggeriva a Simons che sarebbe stato meglio tentare di
trarsi d'impaccio con le parole anziché sparando.
   Decisero anche di abbandonare la scorta di carburante: avrebbe dato alla
squadra un'aria troppo professionale e organizzata per un gruppo di uomini
d'affari che se ne tornavano tranquillamente in patria.
   Ma avrebbero portato con loro parecchio denaro. Joe Poché e la Squadra
Pulita erano partiti con cinquantamila dollari, ma il gruppo di Simons ave-
va ancora all'incirca un quarto di milione, inclusi rial iraniani, marchi, ster-
line e oro. Misero cinquantamila dollari in sacchetti da cucina, appesanti-
rono i sacchetti con pallini da caccia e li misero in una tanica di benzina.
Una parte del denaro la nascosero in una scatola di fazzolettini di carta,
una parte in una lampada tascabile, nello spazio per la pila. Il resto lo divi-
sero tra loro, perché ognuno se lo nascondesse addosso.
   Alla una Rashid non era ancora arrivato. Simons mandò Coburn ad at-
tenderlo sulla porta di strada.
   Coburn rabbrividiva di freddo nell'oscurità e si augurava che Rashid
comparisse. L'indomani sarebbero partiti con lui o senza di lui; ma senza
di lui, probabilmente, non sarebbero andati lontano. Gli abitanti dei villag-
gi di campagna avrebbero deciso di fermare gli americani per una questio-
ne di principio. Rashid sarebbe stato la guida ideale, nonostante le preoc-
cupazioni di Simons: quel ragazzo aveva la parlantina sciolta.
   Coburn pensava a casa sua. Liz era infuriata con lui, lo sapeva. Assillava
Merv Stauffer, lo chiamava ogni giorno per chiedere dov'era suo marito e
che cosa faceva e quando sarebbe tornato a casa.
   Coburn capiva che avrebbe dovuto prendere qualche decisione, al ritor-
no in patria. Non era certo che avrebbe trascorso con Liz il resto della sua
vita; e dopo quell'episodio forse anche lei l'avrebbe pensata allo stesso
modo. Una volta ci amavamo, pensò. Ma dove sono finiti quei bei tempi?
   Sentì un passo. Un uomo piccolo, con la testa ricciuta, stava venendo
verso di lui, tenendo le spalle curve per ripararsi dal freddo.
   «Rashid!» sibilò Coburn.
   «Jay?»
   «Cristo, che gioia vederla!» Coburn lo prese per il braccio. «Entriamo.»
   Andarono in soggiorno. Rashid salutò tutti, sorridendo e sbattendo le
palpebre; le sbatteva spesso, soprattutto nei momenti di tensione, e aveva
una tosse nervosa. Simons lo fece sedere e gli spiegò il piano. Rashid sbat-
té le palpebre ancora più rapidamente.
   Quando comprese cosa gli chiedevano di fare, cominciò a sentirsi impor-
tante. «Vi aiuterò a una condizione» disse, e tossì. «Io conosco questo pae-
se, conosco questa società. Voi siete tutti personaggi importanti all'EDS,
ma questo non è l'EDS. Se vi conduco al confine, dovrete sempre fare
quello che vi dirò, senza discutere.»
   Coburn trattenne il respiro. Nessuno poteva permettersi di parlare così a
Simons.
   Ma Simons sorrise. «Come vuole, Rashid.»
   Qualche minuto dopo Coburn prese in disparte Simons e gli chiese sot-
tovoce: «Colonnello, ha detto sul serio? È Rashid che comanda?».
   «Sicuro» rispose Simons. «Comanda finché fa quello che voglio io.»
   Coburn sapeva meglio di Simons quanto fosse difficile tenere a freno
Rashid persino quando Rashid avrebbe dovuto obbedire agli ordini. D'altra
parte, Simons era il comandante più esperto per quel genere di operazioni.
Ma l'Iran era la terra di Rashid, e Simons non parlava il Farsi... L'ultima
cosa di cui avevano bisogno durante quel viaggio era una lotta per il potere
tra Simons e Rashid.
   Coburn chiamò Dallas al telefono e parlò con Merv Stauffer. Paul aveva
tradotto in codice una descrizione del percorso che la Squadra Sporca si
proponeva di seguire per raggiungere il confine, e Coburn riferì a Stauffer
il messaggio cifrato.
   Poi discussero i sistemi per tenersi in contatto lungo la strada. Con ogni
probabilità sarebbe stato impossibile chiamare Dallas dai telefoni a gettone
dei centri di campagna, perciò decisero che avrebbero inoltrato i messaggi
per mezzo di un dipendente dell'EDS a Teheran, Gholam. Gholam non do-
veva sapere come stavano le cose. Coburn lo avrebbe chiamato una volta
al giorno. Se andava tutto per il meglio, avrebbe detto: «Ho un messaggio
per Jim Nyfeler: stiamo bene». Quando la squadra avesse raggiunto Reza-
yieh, avrebbero aggiunto: «Siamo sul posto». Stauffer avrebbe semplice-
mente chiamato Gholam chiedendo se c'era qualche comunicazione. Quin-
di, se fosse andato tutto per il meglio, Gholam sarebbe rimasto all'oscuro.
Se le cose si fossero messe male, avrebbero abbandonato la finzione; Co-
burn avrebbe parlato apertamente con Gholam, gli avrebbe detto che diffi-
coltà c'erano e gli avrebbe chiesto di chiamare Dallas.
   Stauffer e Coburn avevano imparato il codice al punto che potevano di-
scutere al telefono usando in prevalenza parole normalissime mescolate ai
gruppi di lettere e alle parole chiave del codice; e se qualcuno ascoltava
abusivamente la conversazione, non sarebbe riuscito a capirne il significa-
to.
   Merv spiegò che Perot aveva intenzione di entrare in aereo nell'Iran
nord-occidentale, dalla Turchia, per prendere a bordo la Squadra Sporca,
se fosse stato necessario. Perot voleva che le Range Rover fossero facil-
mente identificabili dall'alto, e quindi proponeva di mettere sul tettuccio di
ognuna una grande X, dipinta o fatta di nastro adesivo nero. Se uno dei
veicoli doveva venire abbandonata - per un'avaria o per mancanza di car-
burante o per qualche altra ragione - la X doveva venire cambiata in A.
   Perot aveva inviato un altro messaggio. Aveva parlato con l'ammiraglio
Moorer, il quale l'aveva avvertito che la situazione stava peggiorando e che
la squadra doveva andarsene in fretta. Coburn lo riferì a Simons. Simons
rispose: «Dica all'ammiraglio Moorer che qui l'unica acqua è quella del ru-
binetto... guardo dalla finestra e non vedo neppure una nave». Coburn rise
e disse a Stauffer: «Abbiamo capito il messaggio».
   Erano quasi le cinque del mattino. Non c'era più tempo di parlare. Stauf-
fer disse: «Sia prudente, Jay». Sembrava commosso.
   «Sicuro.»
   «Buona fortuna.»
   «Arrivederci, Merv.»
   Coburn riattaccò.
   Allo spuntar dell'alba, Rashid prese una delle Range Rover per compiere
una ricognizione. Doveva trovare un percorso che permettesse di uscire
dalla città evitando i posti di blocco. Se ci fossero stati violenti combatti-
menti, la squadra avrebbe preso in considerazione l'eventualità di rinviare
di ventiquattr'ore la partenza.
   Coburn prese la seconda Range Rover per andare da Gholam. Gli conse-
gnò una somma in contanti per pagare gli stipendi al Bucarest, e non gli
disse che si sarebbe servito di lui per trasmettere messaggi a Dallas. Lo
scopo di quella mossa era di fornire una parvenza di normalità, in modo
che passasse qualche giorno prima che i dipendenti iraniani rimasti inco-
minciassero a sospettare che i dirigenti americani avevano lasciato la capi-
tale.
   Quando Coburn tornò a casa dei Dvoranchik, discussero come si sareb-
bero divisi a bordo delle due macchine. Rashid, ovviamente, avrebbe gui-
dato la prima e avrebbe portato Simons, Bill e Keane Taylor. Sulla secon-
da avrebbero viaggiato Coburn, Paul e Gayden.
   Simons disse: «Coburn, non perda di vista Paul per un istante fino a
quando non sarà a Dallas. Taylor, lei faccia altrettanto con Bill».
   Rashid rientrò e annunciò che le strade erano tranquille.
   «Bene» disse Simons. «Muoviamoci.»
   Keane Taylor e Bill andarono a riempire i serbatoi delle Range Rover
con il bidone da 200 litri. Bisognava travasare il carburante con un tubo, e
l'unico modo per far iniziare l'afflusso consisteva nell'aspirare la benzina;
Taylor ne inghiottì una sorsata e dovette tornare in casa a vomitare. Per
una volta, nessuno rise di lui.
   Secondo le istruzioni di Simons, Coburn aveva acquistato un tubetto di
stimolanti. Lui e Simons non dormivano da ventiquattro ore; e adesso pre-
sero una compressa per restare svegli.
   Paul rastrellò in cucina tutti i viveri non deperibili: cracker, creme con-
fezionate, budini in scatola e formaggi. Non erano molto nutrienti, ma do-
vevano bastare.
   Coburn mormorò a Paul: «Non dimenticare le cassette per noi, così po-
tremo ascoltare un po' di musica durante il viaggio».
   Bill caricò le coperte, le torce elettriche e gli apriscatola.
   Erano pronti.
   Uscirono tutti.
   Mentre stavano per salire sulle Range Rover, Rashid disse: «Paul, per
favore, guidi lei la seconda macchina. È abbastanza scuro di carnagione
per poter passare per iraniano, se non apre bocca».
  Paul lanciò un'occhiata a Simons. Simons annuì. Paul si mise al volante.
  Uscirono dal cortile.

                                       XI

   Mentre la Squadra Sporca lasciava la casa dei Dvoranchik, Ralph Boul-
ware era all'aeroporto di Istanbul e attendeva Ross Perot.
   Boulware non sapeva cosa pensare di Perot. Quando era entrato all'EDS,
Boulware non era altro che un tecnico. Adesso era un dirigente. Aveva una
bella casa in un quartiere bianco di Dallas, e un reddito che pochi negri
americani potevano sognare. Doveva tutto all'EDS e alla politica di Perot,
che promuoveva i meritevoli. Certo, tutto questo non lo davano per niente:
in cambio chiedevano intelligenza e impegno e buon fiuto per gli affari.
Ma quello che ti davano per niente era la possibilità di mostrare di che
stoffa eri fatto.
   D'altra parte, Boulware sospettava che Perot volesse disporre dei suoi
uomini corpo e anima. Per questa ragione gli ex militari si trovavano bene
all'EDS: erano abituati alla disciplina e a lavorare ventiquattr'ore su venti-
quattro. Boulware temeva che un giorno o l'altro sarebbe stato costretto a
decidere se apparteneva a se stesso o a Perot.
   Ammirava Perot perché era andato in Iran. Un uomo tanto ricco e ben
protetto che si era esposto così, in prima linea... ne aveva, di fegato. Pro-
babilmente non esisteva in America un altro presidente del consiglio
d'amministrazione d'una grande azienda che sarebbe stato capace di ideare
il piano di salvataggio, e tanto meno di parteciparvi personalmente.
   Eppure Boulware si chiedeva - come se lo sarebbe chiesto per tutta la vi-
ta - se avrebbe mai potuto fidarsi veramente di un bianco.
   Il 707 di Perot atterrò alle sei del mattino. Boulware salì a bordo. Diede
un'occhiata all'arredamento lussuoso e subito lo dimenticò: andava di fret-
ta.
   Si sedette per riferire a Perot. «Il mio aereo parte alle sei e mezzo, quindi
sarò breve» disse. «Qui non può comprare un elicottero né un piccolo ae-
roplano.»
   «Perché?»
   «È vietato. Può noleggiare un aereo, ma non può farsi portare dove vuo-
le... deve esserci una destinazione precisa.»
   «Chi lo dice?»
   «Le leggi locali. Per giunta, noleggiare un aereo è una cosa tanto insolita
che i burocrati governativi le salteranno addosso a tempestarla di doman-
de, e questo non le andrebbe. Ora...»
   «Un momento, Ralph, calma» disse Perot. Aveva negli occhi quella luce
che diceva "il-capo-sono-io". «E se prendiamo un elicottero in un altro pa-
ese e veniamo qui?»
   «Sono in Turchia da un mese e ho tentato tutte le strade, e le assicuro
che non può prendere a noleggio un elicottero e non può prendere a noleg-
gio neppure un aereo, e adesso devo partire per incontrarmi con Simons al
confine.»
   Perot fece marcia indietro. «Sta bene. Come ci arriverà?»
   «Il signor Fish ci ha procurato un autobus per arrivare alla frontiera. È
già in viaggio... dovevo esserci anch'io, ma ho dovuto fermarmi per riferire
a lei. Andrò in aereo ad Adana, circa a metà strada, e là raggiungerò l'au-
tobus. Ho con me Ilsman, l'agente segreto, e un altro che serve da interpre-
te. A che ora prevedono di arrivare al confine, i nostri amici?»
   «Domani pomeriggio alle due» disse Perot.
   «Non ci sarà tempo da perdere. Ci vediamo.»
   Boulware corse via per prendere il suo volo.
   Ilsman, il grasso agente segreto, e l'interprete - Boulware non conosceva
il suo nome e lo chiamava Charlie Brown - erano già a bordo. Decollarono
alle sei e trenta.
   Arrivarono ad Ankara, e dovettero attendere la coincidenza per diverse
ore. A mezzogiorno raggiunsero Adana, presso la città biblica di Tarso,
nella Turchia centro-meridionale.
   L'autobus non c'era.
   Aspettarono un'ora.
   Boulware concluse che l'autobus non sarebbe arrivato.
   Con Ilsman e Charlie Brown andò all'ufficio informazioni e chiese se
c'erano voli da Adana per Van, una città situata a circa centosessanta chi-
lometri dal confine.
   Non c'erano voli per Van. Gli aerei non ci arrivavano.
   «Chieda dove possiamo noleggiare un aereo» disse Boulware a Charlie
Brown.
   Charlie Brown lo chiese.
   «Qui non ci sono aerei da noleggio.»
   «Possiamo comprare una macchina?»
   «Le macchine sono molto rare in questa parte della Turchia.»
  «Non ci sono concessionari di automobili in città?»
  «Se anche ci sono, non avranno macchine da vendere.»
  «C'è qualche modo per andare da qui a Van?»
  «No.»
  Era come la storiella del turista che chiede al contadino le indicazioni
per andare a Londra, e il contadino risponde: «Se andassi a Londra, non
partirei certo da qui».
  Uscirono dall'aerostazione e si fermarono sul bordo della strada pol-
verosa. Non c'era neppure il marciapiedi. Boulware era esasperato. Finora
aveva avuto la vita più facile di quasi tutti gli altri della squadra di salva-
taggio... non era neppure stato a Teheran. Adesso che toccava a lui combi-
nare qualcosa, sembrava destinato a far fiasco. Boulware detestava l'idea di
un insuccesso.
  Vide avvicinarsi una macchina con scritte in turco sul fianco. «Ehi»
chiese, «è un taxi?»
  «Sì» disse Charlie.
  «Diavolo, prendiamolo!»
  Charlie fermò il taxi. Salirono. Boulware disse: «Gli spieghi che vo-
gliamo andare a Van».
  Charlie tradusse.
  Il taxista mise in moto la macchina.
  Dopo pochi secondi fece una domanda. Charlie tradusse: «Van, dove?».
  «Van in Turchia.»
  Il taxista si fermò.
  Charlie riferì: «Ha detto: "Sapete quant'è lontana?"».
  Boulware non lo sapeva con precisione, ma immaginava che fosse lon-
tanissima. «Gli dica di sì.»
  Dopo un altro breve conciliabolo, Charlie riferì: «Ha detto che non ci
porta a Van».
  «Conosce qualcuno disposto a farlo?»
  Il taxista rispose scrollando le spalle. Charlie disse: «Ci porterà alla fer-
mata dei taxi, così potremo chiedere.»
  «Bene.»
  Entrarono in città. La fermata dei taxi era un altro tratto di strada polve-
rosa. C'erano parcheggiate alcune macchine, e nessuna era nuova. Ilsman
andò a parlare con i taxisti. Boulware e Charlie scovarono una botteguccia
e comprarono un sacchetto di uova sode.
  Quando uscirono, Ilsman aveva trovato un taxista e s'era accordato sul
prezzo. Il taxista additò con orgoglio la sua macchina. Boulware la guardò,
sgomento. Era una Chevrolet che doveva avere venticinque anni, e proba-
bilmente le gomme non erano mai state cambiate.
   «Dice che avremo bisogno di provviste» spiegò Charlie.
   «Ho comprato le uova.»
   «Forse ci servirà qualcosa di più.»
   Boulware tornò nella botteguccia e comprò tre dozzine di arance.
   Salirono sulla Chevrolet e andarono a un distributore. Il taxista si fece
riempire anche una tanica e la mise nel portabagagli. «Dove stiamo andan-
do non ci sono distributori» spiegò Charlie.
   Boulware consultò una cartina. Dovevano percorrere circa ottocento chi-
lometri, tutti tra le montagne. «Senta» disse, «è impossibile che questa
macchina ci porti al confine entro le due del pomeriggio di domani.»
   «Lei non capisce» rispose Charlie. «Questo è un taxista turco.»
   «Oh, povero me» disse Boulware. Si assestò sul sedile e chiuse gli oc-
chi.
   Uscirono dalla città e si addentrarono tra i monti della Turchia centrale.
   La strada era terra e ghiaia, piena di buche enormi, e in certi tratti non
era molto più larga della macchina. Saliva serpeggiando sui fianchi delle
montagne, e da una parte c'erano strapiombi vertiginosi, senza guardrail o
muretti che impedissero a un automobilista imprudente di precipitare nel-
l'abisso. Ma il panorama era spettacoloso, con vedute magnifiche di valli
assolate, e Boulware decise che un giorno sarebbe tornato con Mary e
Stacy e Kecia, per rifare quel viaggio con calma.
   Un camion stava venendo verso di loro. Il taxista si fermò. Dal camion
scesero due uomini in uniforme. «Una pattuglia dell'esercito» disse Charlie
Brown.
   Il taxista abbassò il vetro. Ilsman parlò ai soldati. Boulware non capì una
parola, ma i soldati sembravano soddisfatti. Il taxista ripartì.
   Dopo circa un'ora furono fermati da un'altra pattuglia, e la scena si ripe-
té.
   All'imbrunire videro un ristorante sul bordo della strada e sostarono. Era
primitivo e lurido. «Hanno soltanto fagioli e riso» disse Charlie in tono di
scusa, mentre sedevano a tavola.
   Boulware sorrise: «Ho mangiato fagioli e riso per tutta la vita».
   Scrutò il taxista. Doveva avere sessant'anni, e sembrava stanco. «Sarà
meglio che per un po' guidi io» disse Boulware.
   Charlie tradusse, e il taxista protestò energicamente.
   «Dice che lei non sa guidare questa macchina» riferì Charlie. «È una
macchina americana con un cambio speciale.»
   «Senta, io sono americano» disse Boulware. «Gli spieghi che molti ame-
ricani sono neri. E so guidare una Chevrolet del sessantaquattro con il
cambio normale, Dio santo!»
   I tre turchi discussero durante il pasto e finalmente Charlie annunciò:
«Può guidare lei, purché s'impegni a pagare i danni se rovina la mac-
china».
   «D'accordo» disse Boulware e pensò: Bell'affare.
   Pagò il conto e tornarono alla macchina. Stava incominciando a piovere.
   Boulware si rese conto che era impossibile correre, ma la grossa mac-
china era stabile, e il motore potente affrontava le salite senza difficoltà.
Furono fermati per la terza volta da una pattuglia militare. Boulware mo-
strò il passaporto americano, e Ilsman diede spiegazioni soddisfacenti.
Questa volta i soldati avevano la barba lunga e indossavano uniformi piut-
tosto malconce.
   Mentre ripartivano, Ilsman disse qualcosa e Charlie tradusse: «Cerchi di
non fermarsi più, quando incontriamo una pattuglia».
   «Perché?»
   «Potrebbero rapinarci.»
   Magnifico, pensò Boulware.
   Presso la cittadina di Maras, a centocinquanta chilometri da Adana e a
seicentocinquanta da Van, la pioggia diventò torrenziale, e la strada di fan-
go e ghiaia divenne pericolosa; Boulware fu costretto a rallentare ancora di
più.
   Poco dopo Maras, il motore si spense.
   Tutti scesero e sollevarono il cofano. Boulware non vedeva niente di a-
normale. Il taxista parlò e Charlie tradusse: «Non riesce a capirlo... aveva
appena regolato il motore con le sue mani».
   «Forse non l'aveva regolato bene» disse Boulware. «Proviamo a con-
trollare.»
   Il taxista tirò fuori dal portabagagli i ferri e una torcia elettrica, e tutti e
quattro si diedero da fare intorno al motore, sotto la pioggia, cercando di
scoprire che cosa non andava.
   Alla fine si accorsero che le puntine erano regolate male. Boulware im-
maginò che la pioggia, o forse l'aria di montagna più rarefatta, avesse ag-
gravato il difetto. Ci volle un po' per sistemarle, ma finalmente il motore si
riaccese. Infreddoliti, bagnati e stanchi, i quattro risalirono e Boulware ri-
partì.
   Il territorio era sempre più desolato via via che si spingevano verso est:
non c'erano paesi, né case, né bestiame, niente di niente. La strada peggio-
rò ancora; a Boulware ricordava certe piste nei film western. La pioggia si
trasformò in neve, e la strada si coprì di ghiaccio. Boulware continuava a
sbirciare lo strapiombo. Se cadi, si diceva, qui non ti fai male... ti ammaz-
zi.
   Presso Mingol, all'incirca a metà percorso, si lasciarono alle spalle il
maltempo. Il cielo era sereno e la luna era fulgida. Boulware vide le nubi
gonfie di neve e i lampi nelle valli sottostanti. I fianchi delle montagne e-
rano bianchi di ghiaccio, e la strada sembrava una pista per bob.
   Boulware pensò: Cristo, creperò quassù, e nessuno lo saprà mai, perché
ignorano dove sono.
   All'improvviso il volante gli sobbalzò tra le mani e la macchina rallentò:
Boulware visse un momento di panico, temendo di aver perso il controllo,
poi capì che aveva una gomma a terra. Fermò dolcemente la macchina.
Scesero tutti e il taxista aprì il portabagagli. Tirò fuori la ruota di scorta.
Boulware si sentiva gelare; dovevano essere parecchi gradi sotto zero. Il
taxista rifiutò ogni aiuto e pretese di cambiare da solo la ruota. Boulware si
sfilò i guanti e glieli porse; l'uomo scrollò la testa. Questione d'orgoglio,
pensò Boulware.
   Prima che la sostituzione venisse ultimata erano le quattro del mattino.
Boulware disse: «Gli chieda se adesso vuol guidare lui... Io sono sfinito».
   Il taxista accettò.
   Boulware prese posto sul sedile posteriore. La macchina ripartì. Boul-
ware chiuse gli occhi e cercò di non badare ai sobbalzi e agli scossoni. Si
chiese se avrebbe raggiunto il confine in tempo. Merda, pensò, nessuno
potrà dire che non abbiamo fatto di tutto.
   Dopo pochi secondi si addormentò.

  La Squadra Sporca uscì tranquillamente da Teheran.
  La città sembrava un campo di battaglia dopo che tutti se ne erano andati
a casa. Le statue erano state abbattute, le macchine incendiate, gli alberi
tagliati per creare i posti di blocco; poi i posti di blocco erano stati sgom-
berati... le macchine spinte sui marciapiedi, le statue fatte a pezzi, gli alberi
bruciati. Alcuni di quegli alberi erano stati innaffiati a mano ogni giorno
per cinquant'anni.
  Ma non si combatteva. Videro poca gente e pochi mezzi. Forse la rivo-
luzione era finita. O forse i rivoluzionari stavano facendo una pausa per il
tè.
   Passarono davanti all'aeroporto e presero la superstrada per il nord, se-
guendo il percorso che Coburn e Simons avevano fatto durante la ricogni-
zione. Alcuni piani di Simons erano finiti in niente, ma questo no. Tutta-
via, Coburn era preoccupato. Che cosa li attendeva? C'erano ancora com-
battimenti nelle città e nei paesi? La rivoluzione era finita davvero? Forse
gli abitanti dei villaggi erano tornati alle pecore e agli aratri.
   Ben presto le due Range Rover presero a sfrecciare a centodieci orari ai
piedi di una catena montuosa. Sulla sinistra si estendeva una pianura; sulla
destra, verdi colline scoscese, sovrastate da picchi innevati, spiccavano
contro il cielo azzurro. Coburn guardò la macchina che lo precedeva e vide
Taylor che faceva fotografie con l'Instamatic attraverso il lunotto posterio-
re. «Guardate Taylor» disse.
   «Cosa crede che sia?» disse Gayden. «Una gita turistica?»
   Coburn incominciava a essere ottimista. Finora non c'erano stati intoppi;
forse tutto il paese si stava calmando. Comunque, perché gli iraniani a-
vrebbero dovuto piantare grane? Non c'era niente di male, se alcuni stra-
nieri volevano andarsene.
   Paul e Bill avevano passaporti falsi e le autorità li ricercavano, ecco cosa
c'era di male.
   A cinquanta chilometri da Teheran, nei pressi della cittadina di Karaj,
incontrarono il primo posto di blocco. Come al solito, era sorvegliato da
uomini e ragazzi laceri armati di mitra.
   La prima Range Rover si fermò e Rashid saltò giù, prima ancora che
Paul frenasse la seconda, per parlare con i rivoluzionari. Incominciò a di-
scorrere in Farsi, a voce alta, rapidissimamente e con molti gesti. Paul ab-
bassò il vetro. A quanto poteva capire, Rashid non stava raccontando la
versione che era stata decisa; stava parlando di giornalisti.
   Dopo un po', Rashid disse a tutti di scendere. «Vogliono perquisirci.
Cercano le armi.»
   Coburn, ricordando tutte le volte che l'avevano perquisito durante il
viaggio di ricognizione, aveva nascosto nella Range Rover il coltello Ger-
ber.
   Gli iraniani li perquisirono senza molto zelo, poi frugarono le macchine:
non trovarono il coltello di Coburn né il denaro.
   Qualche minuto dopo Rashid disse: «Possiamo andare».
   Cento metri più avanti c'era un distributore. Si fermarono: Simons vole-
va tenere i serbatoi pieni il più possibile.
   Mentre facevano il pieno, Taylor tirò fuori una bottiglia di cognac e tutti
bevvero un sorso, tranne Simons che non approvava e Rashid, al quale la
religione vietava gli alcolici. Simons era irritato con il giovane iraniano.
Anziché dire che erano un gruppo di uomini d'affari e stavano cercando di
tornare in patria, aveva raccontato che erano giornalisti e andavano a Ta-
briz per assistere agli scontri. «Si attenga a quello che è stato deciso» disse
Simons.
   «Sicuro» rispose Rashid.
   Coburn pensò che molto probabilmente Rashid avrebbe continuato a di-
re la prima cosa che gli passava per la testa al momento: era fatto così.
   Una piccola folla si raccolse intorno al distributore per guardare gli stra-
nieri. Coburn era innervosito. Non erano proprio ostili, ma c'era qualcosa
di indefinibilmente minaccioso nel modo in cui li osservavano.
   Rashid comprò una latta d'olio.
   Cosa intendeva fare?
   Prese la tanica che conteneva quasi tutto il denaro nei sacchetti di plasti-
ca appesantiti, e vi versò l'olio per nascondere il tesoro. Non era una catti-
va idea, pensò Coburn; ma io ne avrei parlato con Simons, prima di farlo.
   Tentò di leggere le espressioni delle facce intorno a loro. Erano soltanto
curiosi? Risentiti? Sospettosi? Mal disposti? Non riusciva a capirlo, ma
non vedeva l'ora di andarsene.
   Rashid pagò e le due macchine si allontanarono lentamente dal distri-
butore.
   Per altri centodieci chilometri non incontrarono ostacoli. La strada era
una statale nuova, in buone condizioni. Scorreva in una valle, a fianco di
una ferrovia a binario unico, e in alto torreggiavano le montagne ammanta-
te di neve. C'era il sole.
   Il secondo posto di blocco era alla periferia di Qazvin.
   Non era un posto di blocco ufficiale - le guardie non erano in uniforme -
ma era più grosso e meglio organizzato di quello precedente. C'erano due
posti di controllo, uno dietro l'altro, e una fila di macchine in attesa.
   Le due Range Rover si misero in coda.
   La macchina davanti a loro venne perquisita meticolosamente. Una
guardia aprì il portabagagli e tirò fuori qualcosa che sembrava un lenzuolo
arrotolato. Lo srotolò e trovò un fucile. Gridò qualcosa, agitando il fucile
in aria.
   Altre guardie sopraggiunsero correndo. Si radunò una piccola folla. Il
guidatore della macchina venne interrogato, e una delle guardie lo percosse
e lo buttò a terra.
   Rashid portò la sua macchina fuori dalla fila.
   Coburn disse a Paul di seguirlo.
   «Che cosa sta facendo?» chiese Gayden.
   Rashid avanzò lentamente in mezzo alla folla. La gente si scostava da-
vanti alle Range Rover... era interessata soprattutto all'uomo con il fucile.
Paul teneva la seconda Range Rover in coda alla prima. Superarono il pri-
mo posto di controllo.
   «Cosa cavolo sta facendo?» insistette Gayden.
   «Sta cercando guai» disse Coburn.
   Si avvicinarono al secondo posto di controllo. Senza fermarsi, Rashid
gridò qualcosa alla guardia. La guardia rispose. Rashid accelerò e Paul fe-
ce altrettanto.
   Coburn tirò un respiro di sollievo. Era tipico di Rashid: agiva d'impulso,
senza pensare alle conseguenze; e in un modo o nell'altro, se la cavava
sempre. Causava semplicemente qualche batticuore a quelli che erano con
lui.
   Alla prima fermata, Rashid spiegò che aveva detto alla guardia che le
due Range Rover erano già state autorizzate a proseguire al primo control-
lo.
   Quando incontrarono un nuovo posto di blocco, Rashid convinse le
guardie a scrivere una specie di lasciapassare sul parabrezza con un penna-
rello fluorescente; e ai tre posti di blocco successivi li lasciarono andare
senza perquisirli.
   Keane Taylor era al volante della macchina di testa quando, mentre sali-
vano i lunghi tornanti di una collina, videro due grossi camion che scende-
vano verso di loro, velocissimi e affiancati. Occupavano l'intera sede stra-
dale. Taylor sterzò e si fermò sobbalzando nel fossatello, e Paul lo imitò. I
due camion passarono oltre, sempre affiancati, e tutti commentarono che
Taylor era un pessimo guidatore.
   A mezzogiorno fecero una sosta. Parcheggiarono sul bordo della strada,
accanto a una sciovia, e mangiarono cracker e budini. Sebbene ci fosse la
neve sui fianchi delle montagne, il sole brillava e non faceva freddo. Ta-
ylor tirò fuori la bottiglia di cognac, ma era vuota: Coburn sospettava che
Simons avesse allentato di nascosto il tappo per far uscire il liquore. Bev-
vero acqua.
   Attraversarono la piccola, linda città di Zanjan, dove Coburn e Simons,
durante il viaggio di ricognizione, avevano parlato con il capo della poli-
zia.
   Appena oltre Zanjan la statale finiva... piuttosto bruscamente. A bordo
della seconda macchina, Coburn vide la Range Rover di Rashid scompari-
re all'improvviso. Paul schiacciò il freno, e scesero a guardare cos'era suc-
cesso.
   Nel punto dove finiva l'asfalto, Rashid era finito giù per un tratto in netta
pendenza per un paio di metri, e la macchina s'era piantata di muso nel
fango. Sulla destra, il percorso continuava, trasformato in una strada ster-
rata di montagna.
   Rashid avviò il motore, innestò la marcia indietro e le quattro ruote mo-
trici. Lentamente, centimetro per centimetro, risalì la banchina.
   La macchina era coperta di fango. Rashid mise in funzione i tergicri-
stallo e lavò il parabrezza. Quando sparirono gli schizzi di fanghiglia sparì
anche il lasciapassare scritto con il pennarello fluorescente. Rashid avreb-
be potuto riscriverlo, ma nessuno aveva un pennarello di quel tipo.
   Proseguirono verso ovest, dirigendosi verso l'estremità meridionale del
lago di Rezaiyeh. Le Range Rover, nonostante la strada dissestata, riusci-
vano ancora a filare a più di sessanta all'ora. Il percorso continuava a sali-
re, la temperatura si abbassava e la campagna era coperta di neve, ma la
strada era sgombra. Coburn si chiedeva se ce l'avrebbe fatta a raggiungere
il confine quella notte, anziché l'indomani come avevano previsto.
   Gayden, che stava sul sedile posteriore, si sporse e disse: «Nessuno cre-
derà che sia stato tanto facile. Faremo bene a inventare qualche episodio
emozionante da raccontare quando torneremo a casa».
   Aveva parlato troppo presto.
   All'imbrunire si avvicinarono a Mahabad. Alla periferia sorgevano alcu-
ne casupole sparse di legno e di mattoni d'argilla, lungo i bordi della strada
tortuosa. Le due Range Rover superarono una curva e si arrestarono di
colpo; la strada era bloccata da un camion fermo e da una folla numerosa e
disciplinata. Gli uomini portavano i tradizionali calzoni ampi, i panciotti
neri, i copricapi a quadretti bianchi e rossi e le bandoliere delle tribù curde.
   Rashid saltò dalla macchina e cominciò a recitare la solita scena.
   Coburn osservò le guardie, e vide che avevano armi automatiche, russe e
americane.
   «Scendete tutti» disse Rashid.
   Ormai era una cosa abituale. Li perquisirono uno a uno. Questa volta le
perquisizioni furono più meticolose; trovarono il piccolo coltello a serra-
manico di Keane Taylor, ma glielo lasciarono. Non trovarono il coltello di
Coburn né il denaro.
   Coburn attendeva che Rashid dicesse: «Possiamo andare». Questa volta
le cose andavano per le lunghe. Rashid discusse per qualche minuto con i
curdi, poi disse: «Dobbiamo andare a parlare con il capo del paese».
   Risalirono a bordo. Su ognuna delle macchine prese posto un curdo ar-
mato di fucile.
   Ricevettero l'ordine di fermarsi davanti a un piccolo edificio bianco. Una
delle guardie entrò, uscì un minuto dopo, e risalì in macchina senza dare
spiegazioni.
   Poi sostarono di fronte a quello che sembrava un ospedale. Lì presero a
bordo un altro passeggero, un giovane iraniano in doppiopetto.
   Coburn si chiese che cosa diavolo stava succedendo.
   Finalmente entrarono in un vicolo e parcheggiarono davanti a quella che
sembrava una piccola casa privata.
   Entrarono. Rashid disse agli altri di togliersi le scarpe.
   Gayden aveva nelle scarpe diverse migliaia di dollari in biglietti da cen-
to. Quando se li tolse, infilò convulsamente il denaro nelle punte dei calzi-
ni.
   Li accompagnarono in una grande stanza dove non c'era altro che un bel
tappeto persiano. Sottovoce, Simons disse a tutti dove dovevano sedersi.
Lasciò posto per gli iraniani, e fece sedere Rashid lì accanto. Vicino a Ra-
shid c'era Taylor, poi Coburn, quindi lo stesso Simons di fronte allo spazio
vuoto. A destra di Simons c'erano Paul e Bill, un po' più indietro rispetto al
cerchio, perché dessero meno nell'occhio. Gayden era alla destra di Bill.
   Quando Taylor sedette vide che uno dei calzini aveva un grosso buco in
punta, e che da quel buco sporgevano i biglietti da cento dollari. Imprecò
tra sé e si affrettò a spingere il denaro verso il calcagno.
   Il giovane in doppiopetto entrò. Sembrava istruito e parlava bene l'ingle-
se. «State per incontrare un uomo che è appena uscito dal carcere dopo
venticinque anni» disse.
   Per poco, Bill non ribatté: E con questo? Anch'io sono appena uscito dal
carcere! Ma si trattenne appena in tempo.
   «Sarete processati, e quell'uomo sarà il vostro giudice» continuò il gio-
vane iraniano.
   La parola "processati" fu per Paul come un pugno in faccia. Pensò: Ab-
biamo fatto tutta questa strada per niente.
   La Squadra Pulita trascorse la giornata di mercoledì in casa di Lou Go-
elz a Teheran.
   Al mattino presto Tom Walter chiamò da Dallas. La linea era disturbata,
ma Joe Poché riuscì a far sapere a Walter che lui e la Squadra Pulita erano
al sicuro, si sarebbero trasferiti all'ambasciata al più presto possibile e a-
vrebbero lasciato il paese non appena l'ambasciata avesse organizzato i vo-
li di evacuazione. Poché riferì anche che Cathy Gallagher non era miglio-
rata, e la sera prima era stata portata all'ospedale.
   John Howell chiamò Abolhasan, che aveva da riferire un altro mes-
saggio di Dadgar. Il magistrato era disposto a trattare per una cauzione più
ragionevole. Se l'EDS avesse rintracciato Paul e Bill, avrebbe dovuto con-
segnarli e pagare la cauzione ridotta. Gli americani dovevano capire che
per Paul e Bill sarebbe stato impossibile lasciare il paese in modo regolare,
e molto pericoloso cercare di farlo diversamente.
   Secondo Howell, questo voleva dire che Paul e Bill non sarebbero mai
stati autorizzati a partire con uno dei voli organizzati dall'ambasciata. An-
cora una volta si chiese se per caso la Squadra Pulita non correva maggiori
pericoli della Squadra Sporca. Bob Young la pensava come lui. Mentre ne
stavano parlando, sentirono sparare. Sembrava che gli spari provenissero
dalla direzione dell'ambasciata americana.

   La Voce Nazionale dell'Iran, la stazione radio che trasmetteva da Baku,
nell'Unione Sovietica, da parecchi giorni trasmetteva notiziari sui presunti
piani clandestini americani per organizzare la controrivoluzione. Mercole-
dì la Voce Nazionale annunciò che gli schedari della SAVAK, l'odiatissi-
ma polizia segreta dello scià, erano stati trasferiti all'ambasciata degli Stati
Uniti. Era una notizia quasi sicuramente inventata, ma sembrava plausibi-
le: era stata la CIA a creare la SAVAK e si era sempre tenuta in stretto
contatto, e tutti sapevano che le ambasciate americane all'estero - come tut-
te le ambasciate di tutti i paesi - brulicavano di spie camuffate da addetti
diplomatici. Comunque, alcuni rivoluzionari di Teheran credettero a quella
storia e, senza consultare i collaboratori dell'ayatollah, decisero di agire.
   Al mattino entrarono negli edifici che circondavano l'ambasciata e si
piazzarono in posizione con le armi automatiche. Alle dieci e mezzo apri-
rono il fuoco.

  L'ambasciatore William Sullivan era nell'anticamera del suo ufficio, e
stava rispondendo a una telefonata dalla scrivania della segretaria. Parlava
con il viceministro degli Esteri dell'ayatollah. Il presidente Carter aveva
deciso di riconoscere il nuovo governo rivoluzionario dell'Iran, e Sullivan
prendeva accordi per consegnare una nota diplomatica ufficiale.
   Quando posò il ricevitore, si voltò e vide che il suo addetto stampa,
Barry Rosen, era lì in compagnia di due giornalisti americani. Sullivan era
furioso, perché la Casa Bianca aveva dato l'ordine preciso che il ricono-
scimento del nuovo governo venisse annunciato a Washington e non a Te-
heran. Sullivan fece entrare Rosen nel suo studio e gli fece una sfuriata.
   Rosen gli disse che i due giornalisti erano venuti a prendere accordi per
portar via il corpo di Joe Alex Morris, il corrispondente del "Los Angeles
Times" che era stato ucciso durante gli scontri a Doshen Toppeh. Sullivan
si vergognò un po' della sfuriata, e pregò Rosen di chiedere ai giornalisti di
non rivelare ciò che avevano appreso ascoltando la telefonata.
   Rosen uscì. Squillò il telefono. Sullivan alzò il ricevitore. All'improvviso
sentì un crepitio tremendo, e una gragnola di proiettili sfondò le finestre
dell'ufficio.
   Sullivan si buttò sul pavimento.
   Strisciando, andò nell'ufficio accanto, e si trovò faccia a faccia con il suo
vice, Charles Naas, che aveva tenuto una riunione per pianificare i voli
d'evacuazione. Sullivan aveva due numeri telefonici che poteva usare in
caso d'emergenza per mettersi in contatto con i capi rivoluzionari. Disse a
Naas di chiamarne uno e all'addetto militare di chiamare l'altro. Restando
stesi sul pavimento, i due uomini presero gli apparecchi dalle scrivanie e
cominciarono a comporre i numeri.
   Sullivan tirò fuori il walkie-talkie e chiese alle unità dei marines in ser-
vizio all'ambasciata di riferirgli la situazione.
   L'attacco delle mitragliatrici aveva coperto una squadra di circa set-
tantacinque rivoluzionari, i quali avevano scavalcato il muro di cinta del-
l'ambasciata e adesso stavano avanzando verso la residenza ufficiale del-
l'ambasciatore. Per fortuna quasi tutto il personale si trovava con Sullivan
nell'edificio della cancelleria.
   Sullivan ordinò ai marines di ripiegare, di non usare i fucili, e di sparare
con le pistole solo per legittima difesa.
   Poi, sempre strisciando, uscì nel corridoio.
   Durante l'ora successiva, mentre gli assalitori occupavano la residenza e
la mensa, Sullivan radunò tutti i civili che si trovavano nella cancelleria e
ordinò loro di rifugiarsi nella sala blindata delle comunicazioni, al piano di
sopra. Quando sentì che gli aggressori stavano sfondando le porte d'acciaio
della cancelleria, ordinò ai marines di raggiungere i civili. Poi disse loro di
ammucchiare le armi in un angolo e di arrendersi.
   Alla fine, anche Sullivan andò nella stanza blindata, lasciando fuori l'ad-
detto militare e un interprete.
   Quando gli assalitori raggiunsero il primo piano, Sullivan aprì la porta
della camera blindata e uscì con le mani in alto.
   Gli altri - un centinaio di persone - lo seguirono.
   Li condussero tutti nell'anticamera dell'ufficio dell'ambasciatore e li per-
quisirono. Ci fu una disputa confusa tra due fazioni degli iraniani, e Sulli-
van capì che i fedeli dell'ayatollah avevano mandato una spedizione di
soccorso - presumibilmente in risposta alle telefonate di Charles Naas e
dell'addetto militare - e i salvatori erano arrivati al primo piano contempo-
raneamente agli assalitori.
   All'improvviso uno sparo arrivò dalla finestra.
   Tutti gli americani si buttarono sul pavimento. Uno degli iraniani dovet-
te credere che il colpo era stato sparato nella stanza, e puntò l'AK-47contro
i prigionieri; poi Barry Rosen, l'addetto stampa, gridò in Farsi: «Veniva da
fuori! Veniva da fuori!». In quel momento Sullivan si trovò a terra accanto
ai due giornalisti che aveva visto poco prima. «Spero che prenderete nota
di tutto questo» disse.
   Alla fine li condussero nel cortile, dove Ibrahim Yazdi, il nuovo vice
Primo ministro dell'ayatollah, presentò le scuse a Sullivan per quell'at-
tacco.
   Yazdi assegnò a Sullivan una scorta personale, un gruppo di studenti che
da quel momento sarebbero stati responsabili dell'incolumità del-
l'ambasciatore americano. Il comandante del gruppo spiegò a Sullivan che
erano qualificati per proteggerlo. Lo avevano studiato bene e conoscevano
tutte le sue abitudini, perché fino a pochissimo tempo prima il compito lo-
ro assegnato era stato assassinarlo.

  Quel pomeriggio, sul tardi, Cathy Gallagher telefonò dall'ospedale. Le
avevano dato qualche medicinale che aveva risolto il suo problema almeno
temporaneamente, e voleva raggiungere il marito e gli altri in casa di Lou
Goelz.
  Joe Poché non voleva che altri della Squadra Pulita lasciassero la casa,
ma non voleva neppure che gli iraniani venissero a sapere dov'erano; per-
ciò chiamò Gholam e gli chiese di andare a prendere Cathy all'ospedale e
di portarla all'angolo della strada, dove l'avrebbe attesa il marito.
   Cathy arrivò quella sera verso le sette e mezzo. Stava meglio, ma Gho-
lam le aveva riferito un episodio agghiacciante. «Ieri hanno sfasciato le
nostre stanze all'albergo» disse.
   Gholam era andato all'Hyatt per pagare il conto dell'EDS e ritirare le va-
ligie che vi avevano lasciato, spiegò Cathy. Le stanze erano state devasta-
te, dovunque c'erano i fori dei proiettili e il bagaglio era stato fatto a pezzi.
   «Solo le nostre stanze?» chiese Howell.
   «Sì.»
   «E Gholam ha saputo come è successo?»
   Quando Gholam era andato per pagare il conto, il direttore dell'albergo
gli aveva detto: «Ma chi diavolo erano, quelli... della CIA?». Il lunedì mat-
tina, poco dopo che tutto il gruppo dell'EDS aveva lasciato l'Hyatt, erano
arrivati i rivoluzionari. Se l'erano presa con tutti gli americani, avevano
preteso di vedere i passaporti e avevano mostrato le foto di due uomini che
stavano cercando. Il direttore e tutti gli altri non avevano riconosciuto quei
due.
   Howell si chiese che cosa avesse fatto infuriare i rivoluzionari al punto
di spingerli a sfasciare le stanze. Forse il bar ben fornito di Gayden aveva
offeso la loro fede musulmana. Inoltre, nell'appartamento di Gayden erano
rimasti un magnetofono usato per le dettature, alcuni microfoni a ventosa
per registrare le conversazioni telefoniche e una coppia di walkie-talkie.
Forse i rivoluzionari avevano creduto che fossero strumenti di spionaggio
della CIA.
   Durante tutto il giorno vaghe e allarmanti notizie di ciò che stava succe-
dendo all'ambasciata arrivarono a Howell e alla Squadra Pulita tramite il
cameriere di Goelz, che telefonava a vari amici. Ma Goelz ritornò mentre
gli altri stavano cenando e dopo un paio di robusti drink apparve indenne
dall'esperienza passata. Aveva trascorso parecchio tempo sdraiato bocconi
in un corridoio. Il giorno dopo si era rimesso alla scrivania, ed era venuto a
casa quella sera con buone notizie: i voli per l'evacuazione sarebbero in-
cominciati il sabato, e la Squadra Pulita sarebbe partita con il primo aereo.
   Howell pensò: Forse Dadgar ha un programma diverso.
   A Istanbul, Ross Perot aveva la spiacevole sensazione che l'intera opera-
zione gli sfuggisse di mano.
   Seppe, attraverso Dallas, che l'ambasciata americana a Teheran era stata
invasa dai rivoluzionari. E sapeva anche - dato che Tom Walter aveva par-
lato in precedenza con Joe Poché - che la Squadra Pulita aveva avuto in-
tenzione di trasferirsi all'ambasciata al più presto possibile. Ma dopo l'as-
salto quasi tutte le comunicazioni telefoniche con Teheran s'erano interrot-
te, e la Casa Bianca aveva monopolizzato le poche linee rimaste. Perciò
Perot non sapeva se la Squadra Pulita s'era trovata nell'ambasciata al mo-
mento dell'assalto, e non sapeva neppure quali pericoli corressero tutti
quanti, anche se si trovavano ancora in casa di Goelz.
   L'interruzione dei contatti telefonici significava inoltre che Merv Stauf-
fer non poteva chiamare Gholam per scoprire se la Squadra Sporca aveva
inviato "un messaggio per Jim Nyfeler" comunicando che tutto andava be-
ne o che c'erano guai. Tutto il personale del sesto piano, a Dallas, era all'o-
pera per ottenere una delle poche linee rimaste in funzione, in modo da po-
ter parlare con Gholam. Tom Walter si era rivolto all'A.T.&T. e aveva par-
lato con Ray Johnson, che si occupava della contabilità telefonica del-
l'EDS. Era una contabilità colossale - i computer dell'azienda situati nelle
varie parti degli Stati Uniti comunicavano tra loro attraverso le linee tele-
foniche - e Johnson ci teneva ad aiutare un cliente tanto importante. Aveva
chiesto se la comunicazione con Teheran era questione di vita o di morte.
Può ben dirlo, aveva risposto Tom Walter. Adesso Johnson stava cercando
di ottenere una linea. Nel contempo, T. J. Marquez era occupato a parlare
con una centralinista del servizio internazionale e cercava di convincerla a
fare uno strappo alle regole.
   Perot aveva perso i contatti anche con Ralph Boulware, che doveva at-
tendere la Squadra Sporca al confine turco-iraniano. L'ultima volta che
Boulware si era fatto vivo era stato da Adana, a ottocento chilometri dalla
destinazione prevista. Perot presumeva che fosse in viaggio per raggiun-
gerla, ma era impossibile sapere fin dove fosse arrivato e se avrebbe fatto
in tempo.
   Perot aveva trascorso gran parte della giornata tentando di procurarsi un
piccolo aereo o un elicottero che lo portasse in territorio iraniano. Il Bo-
eing 707 non sarebbe servito allo scopo, perché Perot aveva bisogno di te-
nersi a bassa quota, per cercare le Range Rover con la X o la A sul tettuc-
cio,e poi atterrare in un piccolo aeroporto in disuso o addirittura su una
strada o in un prato. Ma finora tutti i suoi sforzi erano serviti solo a con-
fermare ciò che gli aveva detto Boulware quella mattina alle sei: non c'era
niente da fare.
   Sull'orlo della disperazione, Perot aveva chiamato un suo amico alla
DEA, la Drug Enforcement Agency, e aveva chiesto il numero telefonico
del rappresentante ufficiale in Turchia, pensando che gli specialisti della
lotta contro il traffico della droga sapessero come procurarsi un aereo leg-
gero. L'uomo della DEA era venuto allo Sheraton in compagnia di un altro
che, a quanto aveva capito Perot, era della CIA; ma se anche sapevano do-
ve procurarsi un aereo non l'avevano detto.
   A Dallas, Merv Stauffer stava telefonando in tutta Europa, alla ricerca di
un aereo adatto da acquistare o noleggiare immediatamente per mandarlo
in Turchia; ma finora anche lui non aveva ottenuto nessun risultato.
   Nel tardo pomeriggio, Perot aveva detto a Pat Sculley: «Voglio parlare
con l'americano di grado più elevato che ci sia a Istanbul».
   Sculley era andato a piantare una grana al consolato americano e adesso,
alle dieci e mezzo di sera, il console era nell'appartamento di Perot allo
Sheraton.
   Perot gli parlò francamente: «I miei uomini non sono delinquenti» disse.
«Sono dirigenti che hanno mogli e figli in pensiero per loro. Gli iraniani li
hanno tenuti in carcere sei settimane senza formulare un'accusa o trovare
una sola prova a loro carico. Ora sono liberi e stanno cercando di lasciare il
paese. Se li prendono, può immaginare quante probabilità ci sono che ot-
tengano giustizia: neppure una. Con la situazione che c'è in Iran, può darsi
che i miei non riescano neppure a raggiungere il confine. Io voglio andare
a prenderli, e per questo ho bisogno del suo aiuto. Devo farmi prestare, no-
leggiare o vendere un piccolo aereo. Può darmi una mano?»
   «No» rispose il console. «In Turchia i privati non possono avere aerei. E
poiché è vietato, non esistono aerei neppure per quelli che sono disposti a
trasgredire la legge.»
   «Ma voi dovete avere qualche aereo.»
   «Il Dipartimento di Stato non ha aerei.»
   Perot era disperato. Doveva starsene lì senza poter far niente per aiutare
la Squadra Sporca?
   Il console disse: «Signor Perot, noi siamo qui per aiutare i cittadini ame-
ricani, e quindi cercherò di procurarle un aereo. Userò tutta l'influenza di
cui dispongo. Ma devo avvertirla che le probabilità di riuscita sono quasi
inesistenti».
   «Le sarò grato comunque.»
   Il console si alzò per andarsene.
   Perot disse: «È molto importante che la mia presenza in Turchia resti un
segreto. In questo momento le autorità iraniane non immaginano dove so-
no i miei uomini. Se scoprissero che io sono qui, farebbero presto a capire
in che modo cercheranno di lasciare il paese, e sarebbe una catastrofe. Per-
ciò la prego di usare la massima discrezione».
  «Capisco.»
  Il console se ne andò.
  Dopo qualche minuto squillò il telefono. Era T. J. Marquez che chiama-
va da Dallas.
  «Perot, oggi sei sulla prima pagina del giornale.»
  Perot si sentì stringere il cuore: il segreto era saltato.
  T. J. disse: «Il governatore ti ha nominato presidente della commissione
antidroga».
  Perot tirò il fiato. «Marquez, mi avevi fatto paura.»
  T. J. rise.
  «Non dovresti fare scherzi del genere a un vecchio» disse Perot. «Crib-
bio, per poco non mi è venuto un colpo.»
  «Aspetta un momento, c'è Margot sull'altra linea» disse T. J. «Vuole so-
lo farti gli auguri per san Valentino.»
  Perot ricordò che era il 14 febbraio. Disse: «Riferiscile che sono sano e
salvo, affidato alle cure premurose di due bionde».
  «Aspetta un attimo, glielo dico.» Dopo un minuto T. J. si fece sentire di
nuovo, ridendo. «Ha risposto che è interessante il fatto che hai bisogno di
due bionde per rimpiazzarla.»
  Perot ridacchiò. Se l'era cercata; avrebbe dovuto saperlo che era inutile
averla vinta con Margot in fatto di battute di spirito. «Allora, sei riuscito a
parlare con Teheran?»
  «Sì. La centralinista del servizio internazionale ci ha trovato una linea, e
abbiamo sprecato l'occasione sbagliando numero. Poi l'A. T. & T. ci ha
procurato un'altra linea e abbiamo parlato con Gholam.»
  «E allora?»
  «Niente. Non hanno dato notizie.»
  Perot si rabbuiò. «Cosa gli avete chiesto?»
  «Abbiamo detto soltanto: "C'è qualche messaggio" E lui ha risposto di
no.»
  «Maledizione.» Perot avrebbe quasi preferito che la Squadra Sporca a-
vesse chiamato per dire che era nei guai, perché almeno avrebbe saputo
dov'era.
  Salutò T. J. e si preparò per andare a letto. Aveva perso i contatti con la
Squadra Pulita, con Boulware, e adesso anche con la Squadra Sporca. Non
era riuscito a procurarsi un aereo per andare a cercare i fuggiaschi. L'intera
operazione stava andando a rotoli... e lui non poteva far nulla per rimedia-
re.
   La suspense gli logorava i nervi. Non aveva mai vissuto una simile ten-
sione. Aveva visto molti uomini crollare, ma non era riuscito a capire ve-
ramente le loro sofferenze, perché a lui non era mai accaduto. Nor-
malmente la tensione non lo sconvolgeva... al contrario, gli dava energia.
Ma questa volta era diverso.
   Venne meno alla regola che aveva imposto lui stesso, e cominciò a pen-
sare a tutte le cose disastrose che potevano accadere. Era in gioco la sua li-
bertà, perché se l'operazione di salvataggio fosse andata male sarebbe fini-
to in carcere. Aveva già radunato un gruppo di mercenari, partecipato al-
l'uso illegale di passaporti americani, disposto la falsificazione di docu-
menti d'identità militari e organizzato uno sconfinamento clandestino. Si
augurava di finire in carcere negli Stati Uniti anziché in Turchia. La cosa
peggiore sarebbe stata che i turchi lo consegnassero agli iraniani perché lo
processassero.
   Rimase sveglio, pensando alla Squadra Pulita, alla Squadra Sporca, a
Boulware e a se stesso. Non poteva far altro che tirare avanti. In futuro sa-
rebbe stato più comprensivo verso gli uomini che lui metteva sotto tensio-
ne. Se avesse avuto un futuro.

  Coburn osservava ansiosamente Simons.
  Erano seduti in cerchio sul tappeto persiano e attendevano il "giudice".
Prima della partenza da Teheran, Simons aveva detto a Coburn: «Tenga gli
occhi su di me». Finora il colonnello si era comportato passivamente, adat-
tandosi alle situazioni, lasciando che fosse Rashid a parlare, e non aveva
reagito all'arresto della squadra. Ma forse sarebbe venuto il momento in
cui avrebbe cambiato idea. Se avesse deciso di reagire, l'avrebbe fatto ca-
pire a Coburn un attimo prima d'incominciare.
  Arrivò il giudice.
  Era un uomo sulla cinquantina e portava una giacca blu sopra un ma-
glione nocciola e una camicia con il colletto aperto. Aveva l'aria del pro-
fessionista: sembrava un medico o un avvocato. Aveva una pistola calibro
45 infilata nella cintura.
  Rashid lo riconobbe. Si chiamava Habib Bolourian, ed era un comunista
piuttosto importante.
  Bolourian sedette nello spazio che Simons gli aveva riservato.
  Disse qualcosa in Farsi e il giovane in doppio petto, che evidentemente
aveva il compito di fare da interprete, chiese a tutti i passaporti.
  Ci siamo, pensò Coburn. Adesso siamo nei guai. Guarderà il passaporto
di Bill e capirà che è di un altro.
   I passaporti furono ammucchiati sul tappeto davanti a Bolourian, che
guardò il primo. L'interprete incominciò a prendere appunti. Ci fu una cer-
ta confusione tra nomi e cognomi: spesso gli iraniani li scambiavano. Ra-
shid porgeva i passaporti a Bolourian, e Gayden indicava questo e quel
particolare; e Coburn si accorse che fra tutti e due stavano aggravando la
confusione. Rashid passava più volte a Bolourian lo stesso passaporto e
Gayden, quando si tendeva per indicare i dati, nascondeva le fotografie.
Coburn ammirava la loro prontezza di spirito. Finalmente i documenti
vennero restituiti, e Coburn ebbe l'impressione che quello di Bill non fosse
stato neppure aperto.
   Bolourian incominciò a interrogare Rashid in Farsi. Rashid, a quanto
sembrava, gli stava raccontando la versione preconcordata: erano uomini
d'affari americani che cercavano di tornare in patria. Di suo, il giovane ag-
giungeva qualche abbellimento a proposito di parenti stretti che erano in
punto di morte negli Stati Uniti.
   Poi l'interprete disse in inglese: «Volete dirci esattamente che cosa fate
qui?».
   Rashid disse: «Ecco, vede...». A questo punto una guardia che stava die-
tro di lui infilò un caricatore nel mitra e gli puntò la canna contro la nuca.
Rashid ammutolì. Evidentemente l'interprete voleva sentire cosa avevano
da dire gli americani, per accertare se concordava con le affermazioni di
Rashid; il gesto della guardia ricordava, in modo brutale, che erano nelle
mani dei rivoluzionari.
   Gayden, che era il dirigente dell'EDS di grado più alto, rispose all'inter-
prete. «Lavoriamo tutti per una società di data processing che si chiama
PARS Data Systems, o PDS» disse. Per la precisione, la PDS era la società
iraniana dell'EDS e di Abolfatah Mahvi. Gayden non nominò l'EDS per-
ché, come aveva fatto notare Simons prima della partenza da Teheran, era
possibile che Dadgar avesse diramato l'ordine di arrestare chiunque lavo-
rasse per l'EDS. «Avevamo un contratto con la banca Omran» continuò
Gayden. Diceva la verità, ma non tutta la verità. «Ma non ci pagavano, la
gente tirava i sassi contro le nostre finestre, eravamo senza denaro, aveva-
mo nostalgia delle nostre famiglie e volevamo tornare a casa. L'aeroporto
era chiuso, così abbiamo deciso di andarcene in macchina.»
   «Questo è vero» osservò l'interprete. «È successo anche a me... volevo
partire per l'Europa, ma l'aeroporto era chiuso.»
   Forse abbiamo un alleato, pensò Coburn.
   Bolourian chiese, tramite l'interprete: «Avevate un contratto con l'ISI-
RAN?».
   Coburn restò di sasso. Per uno che aveva passato venticinque anni in
carcere, Bolourian era molto ben informato. L'ISIRAN - Information
Systems Iran - era una società di data processing di proprietà di Abolfatah
Mahvi, acquistata in seguito dal governo. Si riteneva che avesse stretti le-
gami con la polizia segreta, la SAVAK. E c'era di peggio: l'EDS aveva ef-
fettivamente un contratto con l'ISIRAN: le due società avevano creato
congiuntamente un sistema di controllo dei documenti per conto della ma-
rina militare iraniana, nel 1977.
   «Non abbiamo assolutamente niente a che fare con l'ISIRAN» mentì
Gayden.
   «Potete dimostrare per chi lavorate?»
   Era un problema. Prima di lasciare Teheran avevano distrutto per ordine
di Simons tutti i documenti connessi con l'EDS. Si frugarono nelle tasche
alla ricerca di qualcosa che potevano aver dimenticato.
   Keane Taylor trovò la sua tessera dell'assicurazione malattie, con la dici-
tura "Electronic Data Systems Corp." La porse all'interprete, spiegando:
«L'Electronic Data Systems è la società madre della PDS».
   Bolourian si alzò e uscì dalla stanza.
   L'interprete, i curdi armati e gli uomini dell'EDS attesero in silenzio.
Coburn si chiese: E adesso?
   Era possibile che Bolourian sapesse che l'EDS aveva avuto, una volta,
un contratto con l'ISIRAN? E sarebbe balzato alla conclusione che gli uo-
mini dell'EDS avevano legami con la SAVAK? O la sua domanda a propo-
sito dell'ISIRAN era stato un colpo alla cieca? In questo caso, aveva credu-
to che fossero comuni dirigenti in viaggio verso casa?
   Bill, seduto di fronte a Coburn, si sentiva stranamente sereno. Aveva su-
perato la paura durante l'interrogatorio, e adesso non riusciva più a preoc-
cuparsi. Abbiamo fatto di tutto per cavarcela, pensava; e se adesso ci met-
tono al muro e ci sparano, pazienza.
   Bolourian rientrò, caricando un fucile.
   Coburn lanciò uno sguardo a Simons; gli occhi del colonnello erano fissi
sull'arma.
   Era una vecchia carabina M1, e aveva l'aria di risalire al tempo della Se-
conda guerra mondiale.
   Non può sparare a tutti noi con quella, pensò Coburn.
   Bolourian passò l'arma all'interprete e disse qualcosa in Farsi.
   Coburn si tese, pronto a scattare. Se avessero aperto il fuoco...
   L'interprete prese la carabina e disse: «Ora sarete nostri ospiti per il tè».
   Bolourian scrisse qualcosa su un foglio e lo consegnò all'interprete. Co-
burn intuì che doveva trattarsi del permesso per portare l'arma. «Cristo,
credevo che volesse spararci» mormorò.
   Simons era sempre impassibile.
   Fu servito il tè.
   Fuori era ormai buio. Rashid chiese se c'era un posto dove gli americani
potevano passare la notte. «Sarete nostri ospiti» disse l'interprete. «Mi oc-
cuperò personalmente di voi.» Coburn pensò: È per questo che ha bisogno
d'una carabina? L'interprete continuò: «Domattina, il nostro mullah scrive-
rà una lettera per il mullah di Rezaiyeh, con la richiesta di lasciarvi passa-
re».
   Coburn mormorò a Simons: «Cosa ne pensa? Dobbiamo restar qui que-
sta notte o proseguire?».
   «Non credo che abbiamo scelta» rispose Simons. «Quando ha detto "o-
spiti" l'ha detto per pura cortesia.»
   Bevvero il tè, e l'interprete disse: «Andiamo a cena».
   Si alzarono e rimisero le scarpe. Mentre uscivano per tornare alle mac-
chine, Coburn si accorse che Gayden zoppicava. «Che cos'è successo?» gli
chiese.
   «Abbassi la voce» sibilò Gayden. «Ho tutto il denaro infilato nei calzini
e mi fanno male i piedi.»
   Coburn rise.
   Risalirono sulle Range Rover e si allontanarono, sempre accompagnati
dai curdi e dall'interprete. Senza farsi notare, Gayden si sfilò le scarpe e si-
stemò meglio il denaro. Si fermarono a un distributore. Gayden mormorò:
«Se non avessero intenzione di lasciarci andare, non ci porterebbero a fare
il pieno, vero?».
   Coburn scrollò le spalle.
   Raggiunsero un ristorante. Quelli dell'EDS sedettero, e le guardie prese-
ro posto nei tavoli intorno, formando una specie di cerchio per isolarli da-
gli altri clienti.
   C'era un televisore acceso, e l'ayatollah stava facendo un discorso. Paul
pensò: Gesù, costui doveva prendere il potere proprio adesso, quando noi
siamo nei guai. Poi l'interprete spiegò che Khomeini stava dicendo che i
rivoluzionari non dovevano molestare gli americani, e dovevano lasciarli
partire senza far loro alcun male, e Paul si sentì un po' più tranquillo.
   Venne servito il kebab di agnello e riso. Le guardie mangiarono di buon
appetito, con i fucili sui tavoli accanto ai piatti.
   Keane Taylor mangiò un po' di riso, poi posò il cucchiaio. Aveva un for-
te mal di testa; aveva dato il cambio a Rashid al volante, e si sentiva come
se avesse avuto il sole negli occhi tutto il giorno. Ed era preoccupato per-
ché pensava che durante la notte Bolourian avrebbe potuto chiamare Tehe-
ran e informarsi sul conto dell'EDS. Le guardie continuavano a fargli cenni
per invitarlo a mangiare, ma Taylor non riuscì a far altro che centellinare
una Coca-Cola.
   Anche Coburn non aveva fame. Aveva ricordato che avrebbe dovuto te-
lefonare a Gholam. Era tardi; a Dallas sarebbero stati in pensiero. Ma cosa
doveva dire a Gholam... che andava tutto bene o che erano nei guai?
   Al termine del pasto ci fu una discussione per decidere chi doveva paga-
re. Rashid disse che volevano pagare le guardie. Gli americani non inten-
devano offenderle, dato che loro erano stati invitati come ospiti, ma nello
stesso tempo ci tenevano a ingraziarsi quella gente. Alla fine Keane Taylor
pagò per tutti.
   Mentre uscivano, Coburn disse all'interprete: «Vorrei telefonare a Tehe-
ran, per informare i nostri colleghi che è tutto a posto».
   «Sta bene» rispose il giovane.
   Andarono all'ufficio postale. Coburn e l'interprete entrarono. C'era una
folla che faceva la fila davanti alle tre o quattro cabine. L'interprete parlò
con un impiegato, poi disse a Coburn: «Tutte le linee con Teheran sono
sovraccariche... è molto difficile mettersi in comunicazione».
   «Potremmo tornare più tardi?»
   «D'accordo.»
   Uscirono dalla cittadina, nell'oscurità. Dopo qualche minuto si ferma-
rono davanti a un cancello. Il chiaro di luna rivelava in lontananza qualco-
sa che poteva essere una diga.
   Vi fu una lunga attesa mentre venivano cercate le chiavi del cancello, e
finalmente entrarono. Erano in un piccolo parco che circondava un lussuo-
so edificio moderno a due piani, di granito bianco. «È una delle residenze
dello scià» spiegò l'interprete. «Ci venne una volta sola, per inaugurare la
centrale elettrica. Questa notte ci staremo noi.»
   Entrarono. C'era un calduccio delizioso. L'interprete esclamò, indignato:
«Il riscaldamento è rimasto acceso per tre anni, nell'eventualità che lo scià
decidesse di venire qui».
   Salirono e diedero un'occhiata in giro. C'era un lussuoso appartamento
reale con un bagno enorme, e lungo il corridoio si aprivano stanze più pic-
cole, ognuna con due letti e il bagno annesso, presumibilmente per le
guardie del corpo dello scià. Sotto ogni letto c'era un paio di pantofole.
   Gli americani si installarono nelle stanze delle guardie e i rivoluzionari
curdi occuparono l'appartamento imperiale. Uno decise di fare il bagno: gli
americani lo sentirono sguazzare e gridare allegramente. Dopo un po' uscì.
Era il più imponente di tutti, e aveva indossato uno dei sontuosi accappatoi
dello scià. Passeggiò affettatamente per il corridoio, mentre i suoi colleghi
sghignazzavano. Si avvicinò a Gayden e disse, in inglese stentato: «Perfet-
to gentiluomo». Gayden scoppiò a ridere.
   Coburn chiese a Simons: «Qual è il programma per domani?».
   «Vogliono scortarci a Rezaiyeh e consegnarci al capo locale» disse il co-
lonnello. «Sarà utile averli con noi, se incontreremo altri posti di blocco.
Ma quando arriveremo a Rezaiyeh, forse riusciremo a convincerli a portar-
ci dal professore anziché dal capo.»
   Coburn annuì. «Sta bene.»
   Rashid appariva preoccupato. «Sono carogne» bisbigliò. «Non fidatevi.
Dobbiamo andarcene.»
   Coburn non sapeva se era il caso di fidarsi dei curdi, ma era sicuro che
se avessero cercato di andarsene adesso sarebbero stati guai.
   Notò che una delle guardie aveva un fucile G3. «Ehi, è un'ottima arma»
disse.
   La guardia sorrise, come se avesse capito.
   «Non ne avevo mai viste» continuò Coburn. «Come si carica?»
   «Carica... così...» disse la guardia, e glielo mostrò.
   Sedettero, e la guardia spiegò come funzionava il fucile. Parlava un po'
l'inglese, e riusciva a farsi capire con l'aiuto dei gesti.
   Dopo un po' Coburn si accorse che adesso era lui ad avere in mano il fu-
cile.
   E si sentì un po' più tranquillo.
   Gli altri avrebbero voluto fare la doccia, ma Gayden andò per primo e
consumò tutta l'acqua calda. Paul fece una doccia fredda: negli ultimi tem-
pi si era abituato.
   Vennero a sapere qualcosa sul conto dell'interprete. Studiava in Europa
ed era a casa in vacanza quando la rivoluzione gli aveva impedito di ripar-
tire; era così che aveva saputo della chiusura dell'aeroporto.
   A mezzanotte Coburn gli chiese: «Possiamo andare a telefonare, ades-
so?».
  «Va bene.»
  Una delle guardie scortò Coburn in città. Andarono all'ufficio postale,
che era ancora aperto. Ma era impossibile parlare con Teheran.
  Coburn attese fino alle due del mattino, poi rinunciò.
  Quando rientrò nel palazzo accanto alla diga, tutti dormivano.
  Andò a letto. Almeno erano ancora vivi. Era già molto. Nessuno sapeva
che còsa li aspettava, tra quel posto e il confine. Decise che se ne sarebbe
preoccupato l'indomani.

                                     XII

   «Si svegli, Coburn. Muoviamoci. Andiamo!»
   La voce rauca di Simons strappò Coburn al sonno. Aprì gli occhi e si
chiese: Dove sono?
   Nel palazzo dello scià a Mahabad.
   Oh, merda.
   Si alzò.
   Simons stava radunando la Squadra Sporca per la partenza, ma le guar-
die non si vedevano: a quanto pareva dormivano ancora. Gli americani fe-
cero più chiasso che potevano, e finalmente i curdi uscirono dall'apparta-
mento reale.
   Simons disse a Rashid: «Gli spieghi che dobbiamo partire, che abbiamo
fretta e che i nostri amici ci stanno aspettando alla frontiera».
   Rashid riferì, poi disse: «Dobbiamo aspettare».
   Simons si allarmò. «Perché?»
   «Tutti quanti vogliono fare la doccia.»
   Keane Taylor osservò: «Non mi pare che ci sia tanta urgenza... quasi tut-
ti non si sono lavati da un anno o due, potrebbero aspettare ancora un gior-
no».
   Simons frenò l'impazienza per mezz'ora, poi disse a Rashid di ricordare
alle guardie che loro dovevano andare.
   «Dobbiamo vedere il bagno dello scià» disse Rashid.
   «Maledizione, l'abbiamo già visto» ribatté il colonnello. «Che bisogno
c'è?»
   Tutti sfilarono nell'appartamento reale e commentarono doverosamente
che quel lusso era vergognoso; ma le guardie non si decidevano a muover-
si.
   Coburn si chiese cosa stava succedendo. Avevano cambiato idea? Non
intendevano più scortare gli americani fino alla prossima città? Bolourian
si era informato sul conto dell'EDS durante la notte? Simons non intendeva
restare bloccato ancora a lungo...
   Finalmente comparve il giovane interprete, e risultò evidente che le
guardie stavano aspettando proprio lui. Il piano era immutato: un gruppo di
curdi avrebbe scortato gli americani durante la prossina tappa.
   Simons disse: «A Rezaiyeh ci sono alcuni nostri amici... vorremmo an-
dare a casa loro, anziché parlare con il capo della città».
   «È pericoloso» disse l'interprete. «Più a nord si combatte ancora... la cit-
tà di Tabriz è sempre nelle mani dei sostenitori dello scià. Devo conse-
gnarvi a chi è in grado di proteggervi.»
   «Sta bene, ma possiamo partire subito?»
   «Certamente.»
   Partirono.
   Entrarono in città e ricevettero l'ordine di fermarsi davanti a una casa.
L'interprete entrò. Attesero. Qualcuno portò pane e formaggio fresco per la
colazione. Coburn scese dalla sua macchina e salì su quella di Simons. «E
adesso cosa sta succedendo?»
   «Questa è la casa del mullah» spiegò Rashid. «Sta scrivendo una lettera
per il mullah di Rezaiyeh.»
   Passò quasi un'ora prima che l'interprete tornasse con la lettera.
   Poi andarono alla stazione di polizia, e lì videro il veicolo che doveva
scortarli: una grossa ambulanza bianca con la luce rossa sul tetto, i fine-
strini sfondati, e una scritta in Farsi scarabocchiata sulla fiancata con un
pennarello rosso, presumibilmente "Comitato Rivoluzionario di Mahabad"
o qualcosa di simile. Era carica di curdi armati.
   Era il sistema migliore per viaggiare senza dare nell'occhio.
   Finalmente si avviarono, preceduti dall'ambulanza.
   Simons era preoccupato a causa di Dadgar. Evidentemente, a Mahabad
nessuno aveva ricevuto l'ordine di cercare Paul e Bill; ma Rezaiyeh era una
città molto più grande. Simons non sapeva se l'autorità di Dadgar si esten-
deva anche nelle province; sapeva solo che finora il magistrato aveva sor-
preso tutti con la sua intransigenza e la sua capacità di restare in carica no-
nostante i cambiamenti di governo. Simons avrebbe preferito che la squa-
dra non venisse condotta davanti alle autorità di Rezaiyeh.
   «Abbiamo alcuni buoni amici a Rezaiyeh» disse al giovane interprete.
«Se poteste condurci a casa loro, saremmo al sicuro.»
   «Oh, no» rispose l'interprete. «Se disobbedissi agli ordini e vi succe-
desse qualcosa, la pagherei cara.»
   Simons desistette. Era chiaro che erano più prigionieri che ospiti dei
curdi. A Mahabad la rivoluzione era caratterizzata dalla disciplina co-
munista anziché dall'anarchia islamica, e l'unico modo per liberarsi della
scorta sarebbe stato ricorrere alla violenza. Simons non era ancora pronto a
farlo.
   Appena fuori città, l'ambulanza lasciò la strada e si fermò davanti a un
piccolo caffè.
   «Perché ci siamo fermati?» chiese Simons.
   «Colazione» disse l'interprete.
   «Non abbiamo bisogno di far colazione» disse energicamente il colon-
nello.
   «Ma...»
   «Non abbiamo bisogno di far colazione!»
   L'interprete scrollò le spalle e gridò qualcosa ai curdi che stavano scen-
dendo dall'ambulanza. Quelli risalirono e il convoglio proseguì.
   Raggiunsero la periferia di Rezaiyeh nella tarda mattinata.
   La strada era sbarrata dall'inevitabile posto di blocco. Questo era una co-
sa seria, con veicoli parcheggiati, sacchetti di sabbia e filo spinato. Il con-
voglio rallentò e una guardia armata indicò di entrare nel cortile di un di-
stributore che era stato trasformato in un comando provvisorio. La strada
d'accesso era sotto il tiro delle mitragliatrici.
   L'ambulanza non riuscì a fermarsi in tempo e andò a sbattere in pieno
contro il filo spinato.
   Le due Range Rover parcheggiarono in perfetto ordine.
   L'ambulanza fu subito circondata dalle guardie, e incominciò una di-
scussione. Rashid e l'interprete andarono a prendervi parte. I rivoluzionari
di Rezaiyeh non erano del tutto convinti che i rivoluzionari di Mahabad
fossero dalla loro parte. Quelli di Rezaiyeh erano azerbagiani e non curdi,
e la discussione si svolgeva in un miscuglio di turco e di Farsi.
   I curdi avevano ricevuto l'ordine di consegnare le armi, a quanto pareva,
e rifiutavano sdegnosamente. L'interprete sbandierava la lettera del mullah
di Mahabad. Nessuno badava a Rashid.
   Finalmente l'interprete e Rashid tornarono alle macchine. «Vi accom-
pagneremo in un albergo» disse l'interprete. «Poi io andrò dal mullah.»
   L'ambulanza si era incastrata nel filo spinato, e prima di poter ripartire
fu necessario liberarla. Alcune guardie del posto di blocco li scortarono in
città.
   Era una grossa città di provincia. C'erano parecchi edifici di cemento e
di pietra e alcune strade lastricate. Il convoglio si fermò in una delle vie
principali. Si sentiva gridare in distanza. Rashid e l'interprete entrarono in
un edificio - presumibilmente un albergo - e gli altri attesero.
   Coburn era ottimista. Non c'era l'abitudine di alloggiare i prigionieri in
un albergo prima di fucilarli. Era solo una bega amministrativa.
   Le grida lontane divennero più forti, e una folla apparve in fondo alla
via.
   Coburn, sulla seconda macchina, disse: «Cosa diavolo succede?».
   I curdi saltarono giù dall'ambulanza e circondarono le due Range Rover,
formando un cuneo davanti alla prima. Uno indicò la portiera di Coburn e
fece il gesto di girare una chiave. «Bloccate le portiere» disse Coburn agli
altri.
   La folla si avvicinò. Era una specie di corteo. Alla testa della proces-
sione c'erano parecchi ufficiali dell'esercito con le uniformi stracciate. Uno
piangeva. «Sapete cosa credo?» disse Coburn. «L'esercito si è appena arre-
so, e stanno facendo sfilare gli ufficiali per la strada principale.»
   La folla girò intorno ai veicoli, urtando i curdi e lanciando occhiate ostili
attraverso i finestrini. I curdi non si mossero e cercarono di allontanare la
gente a spintoni. Sembrava che da un momento all'altro stesse per scoppia-
re una rissa. «Si mette male» disse Gayden. Coburn teneva d'occhio la
macchina davanti, e si chiedeva che cosa avrebbe fatto Simons.
   Coburn vide la canna di un fucile puntata contro il finestrino, dalla parte
del guidatore. «Paul, non guardare, ma qualcuno ti sta puntando un fucile
alla testa.»
   «Gesù...»
   Coburn immaginava cosa sarebbe accaduto: la folla avrebbe incomin-
ciato a spintonare le macchine, a farle dondolare, e poi le avrebbe rove-
sciate...
   Di colpo, tutto finì. I militari sconfitti erano l'attrazione principale, e
quando passarono oltre la folla li seguì. Coburn si rilassò. Paul disse: «Per
un momento ho temuto...».
   Rashid e l'interprete uscirono dall'albergo. Rashid riferì: «Non vogliono
saperne di un gruppo di americani... non vogliono rischiare». Coburn cre-
deva di sapere cosa significava: in città gli umori erano tali che la folla sa-
rebbe stata capace di incendiare l'albergo se avesse ospitato gli stranieri.
«Dobbiamo andare al comando rivoluzionario.»
   Ripartirono. Per le strade c'era un'attività febbrile; innumerevoli camion-
cini di tutti i tipi venivano caricati di armi e vettovaglie, probabilmente de-
stinate ai rivoluzionari che stavano ancora combattendo a Tabriz. Il convo-
glio si fermò di fronte a una costruzione che sembrava una scuola. Davanti
al cortile c'era una folla enorme e chiassosa che evidentemente attendeva
di entrare. Dopo una discussione, i curdi convinsero la sentinella a lasciar
passare l'ambulanza e le due Range Rover. La folla reagì rabbiosamente
quando gli stranieri entrarono. Coburn tirò un respiro di sollievo quando il
cancello del cortile si chiuse dietro di lui.
   Scesero. Il cortile era pieno di automobili crivellate da proiettili. Un
mullah, in piedi su un mucchio di casse di fucili, stava presiedendo una ce-
rimonia davanti a una folla di uomini. Rashid disse: «È il giuramento delle
nuove reclute che devono partire per Tabriz a combattere in nome della ri-
voluzione».
   Le guardie condussero gli americani verso l'edificio su un lato del corti-
le. Un uomo scese la scalinata e cominciò a urlare rabbiosamente, indican-
do i curdi. «Non devono entrare armati» tradusse Rashid.
   Coburn si accorse che i curdi erano innervositi; si trovavano di colpo in
un territorio ostile. Mostrarono la lettera del mullah di Mahabad. Seguì u-
n'altra discussione.
   Finalmente Rashid disse: «Voi aspettate qui. Io entro a parlare con il ca-
po del comitato rivoluzionario». Salì i gradini e sparì.
   Paul e Gayden accesero le sigarette. Paul era impaurito e depresso. Pen-
sava che quelli avrebbero chiamato Teheran e avrebbero scoperto chi era.
Ritornare in carcere, adesso, forse sarebbe stato il male minore. Disse a
Gayden: «Le sono veramente grato per tutto quel che ha fatto per me, ma
temo che sia finita».
   Coburn si preoccupava di più per la folla davanti al cancello. Lì dentro,
almeno, qualcuno cercava di mantenere l'ordine. Là fuori c'era un branco
di lupi. E se avessero convinto una sentinella ad aprire? Sarebbe stato un
massacro. A Teheran un uomo - un iraniano - che aveva irritato la folla era
stato letteralmente fatto a pezzi da quell'orda impazzita.
   Le guardie puntarono le armi, indicando agli americani di spostarsi su un
lato del cortile, contro il muro. Obbedirono. Si sentivano molto vulnerabili.
Coburn guardò il muro. Era sforacchiato dai proiettili. Anche Paul l'aveva
visto ed era pallido. «Mio Dio» disse. «Credo che ci siamo.»

   Rashid si chiese: Quale può essere la psicologia del capo del comitato
rivoluzionario?
   Ha un milione di cose da fare, si disse. Ha appena preso il comando di
questa città, e non aveva mai avuto il potere prima d'ora. Deve occuparsi
degli ufficiali dell'esercito sconfitto, rastrellare i presunti agenti della SA-
VAK e interrogarli, deve riportare la normalità, guardarsi da una controri-
voluzione e mandare uomini a combattere a Tabriz.
   Tutto ciò che desidera fare, concluse Rashid, è sbrigare più cose che può
e liberarsi dai fastidi.
   Non ha tempo né comprensione per gli americani in fuga. Se deve pren-
dere una decisione, ci butterà semplicemente in carcere per il momento, e
si occuperà di noi più tardi, con tutto comodo. Quindi devo fare in modo
che non decida.
   Rashid fu fatto entrare in un'aula scolastica. Il capo era seduto sul "pa-
vimento. Era un uomo alto e forte, con l'euforia della vittoria dipinta in
faccia: ma sembrava esausto, confuso e irrequieto.
   L'uomo che aveva accompagnato Rashid disse, in Farsi: «Viene da Ma-
habad con una lettera del mullah... ha con lui sei americani».
   Rashid ricordò un film nel quale un uomo entrava in un edificio sorve-
gliatissimo esibendo fulmineamente la patente di guida anziché il lascia-
passare. Se ti mostravi abbastanza sicuro, potevi fugare i sospetti.
   «No, vengo da parte del Comitato Rivoluzionario di Teheran» disse Ra-
shid. «Nella capitale ci sono cinque o seimila americani, e abbiamo deciso
di rimandarli in patria. L'aeroporto è chiuso, quindi adesso li faremo passa-
re tutti da questa parte. Dobbiamo prendere accordi e stabilire le procedure
per occuparci di tanta gente. Sono qui per questo. Ma lei ha già tanti pro-
blemi... forse è meglio che ne parli con i suoi subalterni.»
   «Sì» disse il capo, e li congedò con un cenno.
   Era la tecnica della Grossa Menzogna, e aveva funzionato.
   «Io sono il vice-capo» disse l'accompagnatore di Rashid, quando usciro-
no dall'aula. Entrarono in un'altra stanza dove c'erano cinque o sei uomini
che bevevano il tè. Rashid parlò con il vice-capo, a voce abbastanza alta
perché gli altri sentissero. «Questi americani vogliono solo tornare a casa
dalle famiglie. Noi siamo ben felici di sbarazzarcene, e intendiamo trattarli
bene perché non abbiano motivi di risentimento contro il nuovo regime.»
   «Perché ha portato con sé quei sei americani?» chiese il vice-capo.
   «Per fare una prova. In questo modo, vede, possiamo accertare quali so-
no i problemi.»
   «Ma non dovete lasciare che passino la frontiera.»
   «Oh, sì, invece. Sono uomini onesti, non hanno fatto niente di male nel
nostro paese, e in patria hanno mogli e figli... uno ha un bambino che sta
morendo in ospedale. Quindi il Comitato Rivoluzionario di Teheran mi ha
dato l'ordine di accompagnarlo oltre il confine...»
   Rashid continuò a parlare. Ogni tanto il vice-capo l'interrompeva per fa-
re qualche domanda: Per chi lavoravano gli americani? Cosa avevano con
loro? Come faceva Rashid a sapere che non erano agenti della SAVAK
che spiavano per i controrivoluzionari di Tabriz? Rashid aveva una lunga
risposta pronta per ogni domanda. Finché parlava, sapeva essere convin-
cente; mentre se stava zitto gli altri avrebbero avuto il tempo di pensare a
qualche obiezione da opporgli. C'era gente che andava e veniva di conti-
nuo. Il vice-capo uscì tre o quattro volte.
   Finalmente tornò e disse: «Devo chiarire la faccenda con Teheran».
   Rashid si sentì stringere il cuore. Naturalmente, nessuno a Teheran a-
vrebbe confermato quella frottola. Ma per avere la comunicazione ci sa-
rebbe voluta un'eternità. «A Teheran è già stato chiarito tutto, e non c'è bi-
sogno di farlo ancora» disse. «Ma se insiste, porterò gli americani ad a-
spettare in albergo.» Poi soggiùnse: «È meglio che mandi con noi qualche
guardia». Il vice-capo avrebbe mandato le guardie in ogni caso: chiederle
sarebbe servito ad attenuare i sospetti.
   «Ecco, non so» disse il vice-capo.
   «Non può tenerli qui» disse Rashid. «Potrebbe succedere qualcosa.»
Trattenne il respiro. Lì erano in trappola. In albergo, avrebbero avuto al-
meno la possibilità di tentare di raggiungere il confine...
   «Sta bene» disse il vice-capo.
   Rashid dissimulò il suo sollievo.

   Paul fu ben contento di vedere Rashid che scendeva la scalinata della
scuola. Era stata una lunga attesa. Nessuno aveva puntato i fucili contro di
loro, ma erano stati il bersaglio di molte occhiate ostili.
   «Possiamo andare all'albergo» disse Rashid.
   I curdi arrivati da Mahabad strinsero la mano a tutti e ripartirono con
l'ambulanza. Pochi minuti dopo gli americani se ne andarono con le Range
Rover, seguiti da quattro o cinque guardie armate a bordo di un'altra mac-
china. Andarono all'albergo. Questa volta entrarono tutti. Ci fu una discus-
sione tra il portiere e le guardie, ma le guardie la spuntarono, e gli ameri-
cani ebbero quattro stanze al secondo piano, sul retro, e l'ingiunzione di te-
nere chiuse le tende e di tenersi lontani dalle finestre, nell'eventualità che
qualche cecchino li considerasse obiettivi appetibili.
   Si radunarono in una delle stanze. Si sentiva sparare in lontananza. Ra-
shid organizzò il pranzo e mangiò con loro: pollo alla griglia, riso, pane e
Coca-Cola. Poi uscì per andare alla scuola.
   Le guardie entravano e uscivano di continuo, senza mollare i fucili. Ce
n'era uno che a Coburn dava l'impressione d'essere una carogna. Era gio-
vane, basso e muscoloso, con i capelli neri e gli occhi da serpente. Via via
che il tempo passava, sembrava sempre più annoiato.
   A un certo punto entrò e disse: «Carter no buono».
   Si guardò intorno, in attesa d'una reazione.
   «CIA no buona» disse. «America no buona.»
   Nessuno gli rispose. Uscì.
   «Quello sta cercando di provocarci» disse con calma Simons. «Che nes-
suno abbocchi.»
   Un po' più tardi, la guardia ci riprovò. «Io molto forte» disse. «Lottatore.
Io campione di lotta. Io stato in Russia.»
   Nessuno parlò.
   L'uomo sedette e maneggiò il fucile, come se non sapesse caricarlo. Si
rivolse a Coburn. «Conosce fucili?»
   Coburn scrollò la testa.
   L'uomo guardò gli altri. «Chi conosce fucili?»
   L'arma era un M1, e tutti la conoscevano; ma nessuno aprì bocca.
   «Volere scambio?» disse la guardia. «Fucile per zaino?»
   Coburn disse: «Non abbiamo uno zaino e non vogliamo un fucile».
   La guardia desistette e tornò nel corridoio.
   Simons disse: «Dove diavolo è Rashid?».

  La macchina trovò una buca, e il sobbalzo svegliò Ralph Boulware. Era
stanco e intontito dopo il breve sonno irrequieto. Guardò dai finestrini. Era
mattina presto. Vide la riva di un lago immenso, così grande che non si
scorgeva la sponda opposta.
  «Dove siamo?» chiese.
  «Quello è il lago di Van» rispose Charlie Brown, l'interprete.
  C'erano case e paesetti e automobili: erano usciti dalle montagne selvag-
ge ed erano tornati a quella che passava per civiltà in quella parte del mon-
do. Boulware studiò la cartina. Erano a circa centosessanta chilometri dal
confine.
  «Ehi, benone!» disse.
  Vide un distributore. Erano tornati veramente alla civiltà. «Fermiamoci a
far benzina» disse.
   Alla stazione di servizio presero pane e caffè. Il caffè lo svegliò quasi
meglio d'una doccia. Disse a Charlie: «Dica al vecchio che voglio guidare
io».
   Il taxista aveva marciato a cinquanta o sessanta chilometri orari, ma
Boulware spinse la vecchia Chevrolet fino a centodieci. Sembrava che a-
vesse una possibilità di arrivare al confine in tempo per l'appuntamento
con Simons.
   Mentre correva lungo la strada intorno al lago, Boulware sentì uno scop-
pio smorzato, seguito da uno stridore lacerante; poi la macchina cominciò
a sobbalzare e a impennarsi, e vi fu lo scricchiolio del metallo contro la
pietra: era scoppiata una gomma.
   Frenò bruscamente, imprecando.
   Scesero tutti a guardare la ruota: Boulware, il vecchio taxista, Charlie
Brown e Ilsman, il grassone. Il copertone era brandelli e il cerchione s'era
deformato. E avevano usato la ruota di ricambio durante la notte, quando
c'era stata la prima foratura.
   Boulware guardò più attentamente. I dadi erano incastrati: anche se fos-
sero riusciti a trovare un'altra gomma di ricambio, non ce l'avrebbero fatta
a rimuovere quella danneggiata.
   Boulware si guardò intorno. C'era una casa a una certa distanza. «An-
diamo là» disse. «Possiamo telefonare.»
   Charlie Brown scrollò la testa. «Qui non ci sono telefoni.»
   Boulware non intendeva rassegnarsi, dopo tutto quello che aveva passa-
to: era troppo vicino alla meta. «Sta bene» disse a Charlie. «Si faccia dare
un passaggio per tornare all'ultima cittadina e ci procuri un altro taxi.»
   Charlie s'incamminò. Due macchine lo superarono senza rallentare, poi
si fermò un camion. Era carico di fieno e di bambini. Charlie saltò a bordo
e il camion sparì in lontananza.
   Boulware, Ilsman e il taxista sedettero a guardare il lago e a mangiare
arance.
   Un'ora dopo una piccola familiare europea arrivò sfrecciando e si fermò
con un grande stridore di freni.
   Boulware diede cinquecento dollari al taxista che li aveva portati fin lì
da Adana, quindi salì sul nuovo taxi con Ilsman e Charlie e se ne andò, la-
sciando la Chevrolet sulla riva del lago come una balena arenata.
   Il nuovo taxista filava come il vento, e a mezzogiorno arrivarono a Van,
sulla sponda orientale del lago. Van era una piccola città, con costruzioni
di mattoni in centro e casupole di argilla nei sobborghi. Ilsman diede istru-
zioni al taxista per raggiungere la casa di un cugino del signor Fish.
   Pagarono il taxista ed entrarono. Islam attaccò una lunga discussione
con il cugino del signor Fish. Boulware sedette nel soggiorno, e ascoltò
senza capire una parola, impaziente di procedere. Dopo un'ora disse a
Charlie: «Senta, cerchiamo un altro taxi. Non abbiamo bisogno del cugi-
no».
   «È una zona molto pericolosa, da qui al confine» rispose Charlie. «Sia-
mo forestieri, dobbiamo assicurarci una protezione.»
   Boulware s'impose di pazientare.
   Finalmente Ilsman strinse la mano al cugino del signor Fish e Charlie
disse: «I suoi figli ci condurranno alla frontiera».
   C'erano due figli e due macchine.
   Si addentrarono fra i monti. Boulware non vide neppure l'ombra dei pe-
ricolosi banditi dai quali doveva essere protetto: c'erano solo campi inne-
vati, capre magrissime, e poca gente lacera che viveva in catapecchie.
   La polizia li fermò nel villaggio di Yuksekova, a pochi chilometri dal
confine, e li fece entrare nel piccolo comando imbiancato a calce. Ilsman
mostrò le sue credenziali, e vennero prontamente lasciati andare. Boulware
era molto colpito: forse Ilsman faceva davvero parte dell'equivalente turco
della CIA.
   Raggiunsero il confine alle quattro di giovedì pomeriggio, dopo venti-
quattro ore di viaggio ininterrotto.
   Il posto di frontiera era in mezzo alla desolazione. C'erano due costru-
zioni di legno. C'era anche un ufficio postale, e Boulware si chiese chi dia-
volo se ne serviva. Forse i camionisti. Duecento metri più avanti, dalla par-
te iraniana, c'era un gruppo di edifici più grandi.
   Della Squadra Sporca non c'era traccia.
   Boulware era irritato. Aveva rischiato di rompersi il collo per arrivare
più o meno puntuale: dove diavolo era Simons?
   Da una delle baracche uscì una guardia e gli chiese: «Sta cercando gli
americani?».
   Boulware restò di sasso. Ma non doveva essere una faccenda segretis-
sima? A quanto pareva, la segretezza era andata a rotoli. «Sì» disse. «Sto
cercando gli americani.»
   «C'è una telefonata per lei.»
   Boulware era ancora più sorpreso. «Accidenti!» Che tempismo feno-
menale. Chi diavolo poteva sapere che lui era lì?
   Seguì la guardia nella baracca e andò all'apparecchio. «Sì?»
   «Qui è il consolato americano» disse una voce. «Lei come si chiama?»
   «Ehi, cos'è questa storia?» chiese Boulware, diffidente.
   «Senta, vuol dirmi che cosa ci fa lì?»
   «Non so chi sia lei e non ho intenzione di dirle quello che sto facendo.»
   «E va bene, allora ascolti. Io so chi è lei, e so cosa sta facendo. Se ha
qualche difficoltà, mi chiami. Ha una matita?»
   Boulware annotò il numero, ringraziò il suo interlocutore e riattaccò,
perplesso. Un'ora fa non sapevo che sarei arrivato qui, pensò, quindi come
poteva saperlo qualcun altro? E soprattutto il consolato americano. Poi
pensò a Ilsman. Forse Ilsman si teneva in contatto con i suoi superiori del
MIT, i quali erano in contatto con la CIA, e la CIA era in contatto con il
consolato. Poteva darsi che Ilsman avesse chiesto a qualcuno di fare una
telefonata a nome suo, a Van, o magari alla stazione di polizia di Yukse-
kova.
   Si chiese se era un bene o un male che il consolato sapesse quel che sta-
va succedendo. Ricordava l'"aiuto" che Paul e Bill avevano avuto dall'am-
basciata degli Stati Uniti a Teheran: se avevi amici al Dipartimento di Sta-
to non avevi bisogno di nemici.
   Poi non pensò più al consolato. Il problema importante era un altro: do-
v'era la Squadra Sporca?
   Uscì di nuovo e guardò al di là della terra di nessuno. Decise di attraver-
sarla per andare a parlare con gli iraniani. Chiamò Ilsman e Charlie Brown
perché l'accompagnassero.
   Quando si avvicinò, vide che le guardie di frontiera iraniane non erano
in uniforme. Molto probabilmente erano rivoluzionari che si erano insedia-
ti dopo la caduta del governo.
   Disse a Charlie: «Chieda se hanno saputo qualcosa d'un gruppo di uomi-
ni d'affari americani che avrebbero dovuto passare di qui con due jeep».
   Non fu necessario che Charlie traducesse la risposta; gli iraniani scrolla-
rono energicamente la testa.
   Si avvicinò un uomo d'una tribù locale, con una fascia lacera intorno alla
fronte e un fucile vecchissimo. Seguì un dialogo piuttosto lungo, poi Char-
lie spiegò: «Quest'uomo dice che sa dove sono gli americani, e l'accompa-
gnerà da loro se è disposto a pagare».
   Boulware chiese quanto voleva, ma Ilsman gli raccomandò di non accet-
tare la proposta, a nessun prezzo. Il grassone parlò in tono deciso a Char-
lie, e Charlie tradusse. «Lei ha una giacca di pelle, guanti di pelle, e un
magnifico orologio.»
   Boulware, che amava molto gli orologi, ne portava uno che gli aveva re-
galato Mary quando s'erano sposati. «E allora?»
   «Dato che è vestito così, credono che sia della SAVAK. E là odiano la
SAVAK.»
   «Mi cambierò. In macchina ho un'altra giacca.»
   «No» disse Charlie. «Cerchi di capire. Vogliono soltanto che lei passi il
confine per farle saltare le cervella.»
   «E va bene» disse Boulware.
   Ritornarono dalla parte turca. Dato che c'era un ufficio postale, Boulwa-
re decise di chiamare Istanbul per riferire a Ross Perot. Andò nell'ufficio.
Dovette firmare un registro. L'impiegato gli disse che ci sarebbe voluto un
po' di tempo per avere la comunicazione.
   Boulware uscì di nuovo. Le guardie turche, gli disse Charlie, comin-
ciavano a innervosirsi. Alcuni iraniani li avevano accompagnati attraverso
la terra di nessuno, e quelle irregolarità alle guardie non piacevano affatto.
   Boulware pensò: Tanto, qui non concludo niente...
   Chiese: «Ci chiameranno, se il gruppo passa il confine mentre noi siamo
a Yuksekova?».
   Charlie s'informò. Le guardie promisero. Dissero che nel villaggio c'era
un albergo: avrebbero telefonato lì.
   Boulware, Ilsman, Charlie e i due figli del cugino del signor Fish risali-
rono sulle macchine e tornarono a Yuksekova.
   Presero alloggio in quella che doveva essere la peggior locanda del
mondo. I pavimenti erano di terra battuta. Il gabinetto era un buco per ter-
ra, sotto la scala. Tutti i letti erano in un unico stanzone. Charlie Brown
ordinò da mangiare, e glielo portarono avvolto in pezzi di giornale.
   Boulware non sapeva se aveva fatto bene ad abbandonare il posto di
frontiera. C'erano tante cose che potevano andar male; poteva darsi che le
guardie non telefonassero come avevano promesso. Decise di accettare
l'offerta d'aiuto del consolato americano, facendolo intervenire per ottener-
gli l'autorizzazione di attendere al confine. Andò all'unico telefono della
locanda, un vecchissimo apparecchio a manovella, e chiamò il numero che
gli avevano dato. Ebbe la comunicazione, ma la linea era disturbata e non
si capiva quasi niente. Alla fine il suo interlocutore disse che avrebbe ri-
chiamato, e riattaccò.
   Boulware attese accanto al fuoco. Era sulle spine. Dopo un po' perse la
pazienza e decise di tornare alla frontiera anche senza il permesso.
  Lungo il tragitto forarono una gomma.
  Si fermarono tutti in mezzo alla strada mentre i figli del cugino sostitui-
vano la ruota. Ilsman sembrava nervoso. Charlie spiegò: «Dice che è un
posto pericolosissimo, qui sono tutti assassini e banditi».
  Boulware non era molto convinto. Ilsman aveva accettato di fare il lavo-
ro per ottomila dollari, e adesso Boulware sospettava che il grassone cer-
casse di alzare il prezzo. «Gli chieda quante persone sono state uccise il
mese scorso su questa strada» disse a Charlie.
  Guardò attentamente la faccia di Ilsman mentre rispondeva. Charlie tra-
dusse: «Trentanove».
  Ilsman aveva l'aria assolutamente seria. Boulware pensò: Merda, dice la
verità. Si guardò intorno. Montagne, neve... Rabbrividì.

   A Rezaiyeh, Rashid prese una delle Range Rover e tornò alla scuola do-
ve aveva sede il comando rivoluzionario.
   Si chiedeva se il vice-capo aveva telefonato a Teheran. Coburn non era
riuscito a ottenere la comunicazione, quella notte: i dirigenti rivoluzionari
avevano lo stesso problema? Rashid pensava di sì. Ora, se il vicecapo non
aveva potuto parlare, che cosa avrebbe fatto? Aveva due sole possibilità:
trattenere gli americani o lasciarli andare senza controllare. Forse non era
disposto a lasciarli andare così: forse non voleva mostrare a Rashid che lì
non erano organizzati a dovere. Rashid decise di comportarsi come se fos-
se certo che la telefonata era stata fatta e che era arrivata la conferma.
   Entrò nel cortile. Il vice-capo era lì, appoggiato a una Mercedes. Rashid
incominciò a esporgli il problema di far passare attraverso la città seimila
americani da accompagnare al confine. Quanti se ne potevano alloggiare a
Rezaiyeh, per una notte? Al posto di frontiera di Sero era possibile sbriga-
re le formalità in fretta? Ricordò che l'ayatollah Khomeini aveva ordinato
di trattare bene gli americani che lasciavano l'Iran, perché il nuovo gover-
no non voleva beghe con gli Stati Uniti. Poi cominciò a parlare della do-
cumentazione: forse il comitato di Rezaiyeh avrebbe dovuto distribuire la-
sciapassare che autorizzavano gli americani a lasciare il paese a Sero. Lui,
Rashid, avrebbe avuto bisogno di un lasciapassare, quel giorno, per portare
in Turchia i sei americani. Propose al vice-capo di entrare nella scuola per
preparare il documento.
   Il vice-capo acconsentì.
   Entrarono nella biblioteca.
   Rashid scovò carta e penna e le diede al vice-capo.
   «Che cosa scriviamo?» disse poi. «Forse dovremmo scrivere: Il latore
della presente è autorizzato a condurre sei americani oltre il posto di fron-
tiera di Sero. No, diciamo Barzagan o Sero, nell'eventualità che Sero sia
chiuso.»
   Il vice-capo scrisse.
   «Forse potremmo dire: Si invitano tutte le guardie a fornire collabora-
zione e assistenza per identificare gli americani e scortarli se necessario.»
   Il vice-capo scrisse anche quello.
   Poi firmò.
   Rashid disse: «Magari sarebbe opportuno aggiungere: Comitato della
Rivoluzione Islamica».
   Il vice-capo aggiunse la dicitura.
   Rashid guardò il documento. Sembrava improvvisato, inadeguato. Ave-
va bisogno di qualcosa che gli conferisse un'aria ufficiale. Trovò un timbro
di gomma e un tampone, e timbrò la lettera. Poi lesse il timbro: «Bibliote-
ca della Scuola di Religione, Rezaiyeh. Fondata nel 1344».
   Rashid intascò il foglio.
   «Dovremmo farne stampare seimila, in modo che basti aggiungere la
firma» disse.
   Il vice-capo annuì.
   «Comunque, ne riparleremo domani» continuò Rashid. «Ora vorrei pro-
seguire per Sero, per discutere il problema con le guardie del confine.»
   «Sta bene.»
   Rashid se ne andò.
   Non c'era niente d'impossibile, al mondo.
   Salì sulla Range Rover. L'idea di andare al confine era buona, pensò; a-
vrebbe potuto scoprire come stavano le cose prima di fare il tragitto in
compagnia degli americani.
   Alla periferia di Rezaiyeh c'era un posto di blocco sorvegliato da un
branco di ragazzini armati di fucili. Non fecero difficoltà, ma Rashid si
chiedeva come avrebbero reagito vedendo sei americani: quei ragazzi
smaniavano dalla voglia di usare le loro armi.
   Poi trovò la strada sgombra. Era sterrata ma abbastanza buona, e Rashid
mantenne una velocità piuttosto sostenuta. Prese a bordo un autostoppista
e gli chiese se era possibile passare il confine a cavallo. Era facilissimo, ri-
spose l'autostoppista. Si dava il caso che suo fratello avesse i cavalli...
   Rashid percorse quei sessantacinque chilometri in poco più di un'ora.
Fermò la Range Rover davanti al posto di frontiera. Le guardie lo guarda-
rono con aria sospettosa. Mostrò il lasciapassare rilasciato dal vice-capo.
Le guardie chiamarono Rezaiyeh e - dissero - parlarono con il vice-capo, il
quale garantì per Rashid.
   Incominciò a guardare la Turchia. Era una vista molto piacevole. Ne a-
vevano passate di tutti i colori per arrivarci. Per Paul e Bill avrebbe signi-
ficato la libertà, il ritorno in patria e in famiglia. Per tutti gli altri dell'EDS
sarebbe stata la fine di un incubo. Per Rashid significava un'altra cosa:
l'America.
   Capiva la psicologia dei dirigenti dell'EDS. Sentivano molto i loro ob-
blighi. Se li aiutavi, ci tenevano a dimostrare la loro gratitudine. Sapeva
che non avrebbe dovuto far altro che chiedere perché lo conducessero con
loro nella terra dei suoi sogni.
   Il posto di frontiera dipendeva dal villaggio di Sero, che si trovava a me-
no d'un chilometro, in fondo a un sentiero di montagna. Rashid decise di
andare a parlare con il capo del villaggio per intavolare rapporti amichevo-
li e spianare la strada per ogni eventualità.
   Stava per avviarsi, quando dalla parte turca si fermarono due macchine.
Un negro alto, in giacca di pelle, scese dalla prima e si avvicinò alla catena
che delimitava la terra di nessuno.
   Rashid si sentì balzare il cuore in gola. Lui conosceva quell'uomo! Agitò
le braccia e gridò: «Ralph! Ralph Boulware! Ehi, Ralph!».

   Il giovedì mattina Glenn Jackson - battista, cacciatore e Uomo dei Razzi
- era nel cielo di Teheran a bordo di un jet preso a nolo.
   Jackson si era fermato nel Kuwait dopo aver riferito sulla possibilità che
Paul e Bill lasciassero l'Iran passando di là. La domenica, il giorno in cui
Paul e Bill erano usciti dal carcere, Simons aveva inviato a Jackson, trami-
te Merv Stauffer, l'ordine di recarsi ad Amman in Giordania e di cercare di
prendere a nolo un aereo per andare in Iran.
   Jackson era arrivato ad Amman il lunedì e si era messo subito all'opera.
Sapeva che Perot era andato a Teheran da Amman con un jet delle Arab
Wings. E sapeva anche che il presidente delle Arab Wings, Akel Biltaji,
aveva permesso a Perot di spacciarsi per il corriere dei videotapes del-
l'NBC. Jackson si mise in contatto con Biltaji e chiese di nuovo il suo aiu-
to.
   Disse a Biltaji che l'EDS doveva far uscire dall'Iran due dirigenti. Inven-
tò nomi falsi per Paul e Bill. Sebbene l'aeroporto di Teheran fosse chiuso,
disse, voleva andarci con un aereo e cercare di atterrare. Biltaji si dichiarò
d'accordo.
   Ma il mercoledì mattina Stauffer - secondo le istruzioni ricevute da Si-
mons - cambiò gli ordini per Jackson. Adesso il suo compito era occuparsi
della Squadra Pulita. La Squadra Sporca aveva lasciato Teheran, a quanto
risultava a Dallas.
   Il giovedì Jackson decollò da Amman e puntò verso est.
   Mentre scendevano verso la conca tra le montagne dov'era annidata Te-
heran, dalla capitale si levarono in volo due aerei.
   Gli aerei si avvicinarono, e Jackson vide che erano caccia a reazione del-
l'Aeronautica militare iraniana.
   Si chiese che cosa sarebbe accaduto.
   Dalla radio del pilota uscì una scarica crepitante. Mentre i caccia vola-
vano in cerchio, il pilota parlava; Jackson non capiva una parola, ma si ral-
legrava perché gli iraniani parlavano anziché sparare.
   La discussione continuò. Il pilota insistette. Alla fine si girò verso Ja-
ckson e disse: «Dobbiamo tornare indietro. Non ci lasciano atterrare».
   «E se atterrassimo comunque, cosa farebbero?»
   «Sparerebbero.»
   «Sta bene» disse Jackson. «Ritenteremo questo pomeriggio.»

   A Istanbul, il giovedì mattina, un giornale in lingua inglese fu conse-
gnato all'appartamento di Perot allo Sheraton.
   Perot lo prese e lesse ansiosamente la corrispondenza in prima pagina
che parlava dell'attacco contro l'ambasciata americana a Teheran, avvenuto
il giorno prima. Notò con sollievo che non era nominato neppure uno della
Squadra Pulita. C'era stato un unico ferito, un sergente dei marines, Ken-
neth Krause. Ma secondo il giornale Krause non riceveva le cure mediche
di cui aveva bisogno.
   Perot chiamò John Carlen, il comandante del Boeing 707, e gli chiese di
raggiungerlo. Gli mostrò il giornale e disse: «Se la sentirebbe di andare a
Teheran questa notte a prendere il marine ferito?».
   Carlen, un californiano abbronzato dai capelli brizzolati, non si scom-
pose: «Possiamo farlo» disse.
   Perot si stupì nel vedere che non aveva esitato. Avrebbe dovuto volare
tra le montagne di notte, senza l'aiuto del controllo del traffico aereo, e at-
terrare in un aeroporto chiuso. «Non vuol parlarne con il resto dell'e-
quipaggio?» chiese Perot.
   «No, saranno tutti d'accordo. I proprietari dell'aereo daranno fuori da
matti.»
   «Allora non glielo dica. Mi assumo tutte le responsabilità.»
   «Devo sapere esattamente dove si trova il marine» continuò Carlen.
«L'ambasciata dovrà provvedere a condurlo all'aeroporto. Conosco parec-
chia gente in quell'aeroporto e potrò convincerli a fare uno strappo alle re-
gole per lasciarmi atterrare: poi, o mi lasceranno ripartire o decollerò co-
munque.»
   Perot pensò: E quelli della Squadra Pulita porteranno la barella.
   Chiamò la sua segretaria Sally Walther, a Dallas, e si fece mettere in
comunicazione con il generale Wilson del Corpo dei marines. Wilson era
un vecchio amico.
   Il generale rispose.
   «Sono in Turchia per affari» gli disse Perot. «Ho appena letto del ser-
gente Krause. Ho qui un aereo. Se l'ambasciata può far portare Krause al-
l'aeroporto, questa notte andremo a prenderlo con un aereo, in modo che
possa ricevere le cure necessarie.»
   «Sta bene» disse Wilson. «Se è grave, mandalo pure a prendere. Se no,
non voglio che tu faccia correre rischi al tuo equipaggio. Ti richiamo.»
   Perot parlò di nuovo con Sally. Altre brutte notizie. Un addetto stampa
dell'Iran Task Force del Dipartimento di Stato aveva parlato con Robert
Dudney, corrispondente da Washington del "Dallas Times Herald", e gli
aveva rivelato che Paul e Bill erano in viaggio per uscire dall'Iran.
   Perot imprecò per l'ennesima volta contro il Dipartimento di Stato. Se
Dudney avesse pubblicato la notizia e se a Teheran si fosse risaputo, Da-
dgar avrebbe ordinato sicuramente di raddoppiare la vigilanza al confine.
   L'equipe del sesto piano, a Dallas, pensava che fosse tutta colpa di Perot.
Aveva parlato troppo apertamente con il console che era andato a trovarlo
la sera prima, e con ogni probabilità era stato il console a lasciar trapelare
il segreto. Adesso stavano tutti cercando disperatamente di far insabbiare
la notizia; ma il giornale non prometteva niente.
   Il generale Wilson richiamò. Il sergente Krause non era grave, e l'aiuto
di Perot non era necessario.
   Perot non pensò più a Krause e si concentrò sui suoi problemi.
   Gli telefonò il console. Aveva fatto del suo meglio, ma non poteva aiu-
tarlo ad acquistare o ad affittare un piccolo aereo. Era possibile prenderne
uno a noleggio per andare da un aeroporto all'altro entro i confini della
Turchia, ma questo era tutto.
   Perot non gli parlò delle indiscrezioni che erano filtrate alla stampa.
  Convocò Dick Douglas e Julian "Scratch" Kanauch, i due piloti che ave-
va condotto con sé perché portassero in Iran due piccoli apparecchi, e disse
che quei due apparecchi non era riuscito a trovarli.
  «Non si preoccupi» disse Douglas. «Scoveremo un aereo.»
  «Come?»
  «Non lo chieda.»
  «No, voglio saperlo.»
  «Io ho lavorato nella Turchia orientale. So dove ci sono gli aerei. Se ne
ha bisogno, li ruberemo.»
  «Ci avete pensato bene?» domandò Perot.
  «E perché?» rispose Douglas. «Se ci abbattono sull'Iran, che differenza
fa che abbiamo o no rubato l'aereo? Se non ci abbattono, possiamo riporta-
re gli aerei dove li abbiamo presi. E anche se saranno un po' sforacchiati,
ce ne andremo prima che qualcuno se ne accorga. Che altro c'è da pensa-
re?»
  «Sta bene» disse Perot. «Andiamo.»
  Mandò John Carlen e Ron Davis all'aeroporto a registrare un piano di
volo per Van, l'aeroporto più vicino al confine.
  Davis telefonò per dire che il 707 non poteva atterrare a Van: era un ae-
roporto dove si parlava soltanto turco, e quindi nessun aereo straniero era
autorizzato ad atterrare, eccettuati gli aerei militari americani che portava-
no un interprete a bordo.
  Perot telefonò al signor Fish e gli chiese di organizzarsi per far arrivare
in volo la squadra a Van. Pochi minuti dopo il signor Fish richiamò per
comunicare che era tutto sistemato. Sarebbe andato con la squadra per
fungere da guida. Perot era sorpreso: fino a quel momento il signor Fish
aveva sostenuto incrollabilmente che non voleva saperne di andare nella
Turchia orientale. Forse era stato contagiato dallo spirito d'avventura.
  Ma Perot avrebbe dovuto restare a Istanbul. Lui era il mozzo della ruota;
doveva tenersi in contatto telefonico con il resto del mondo, ricevere i rap-
porti di Boulware, di Dallas, della Squadra Pulita e della Squadra Sporca.
Se il 707 avesse potuto atterrare a Van, Perot sarebbe andato, perché la ra-
dio di bordo gli avrebbe permesso di chiamare telefonicamente tutto il
mondo; ma senza quella radio sarebbe stato tagliato fuori da ogni contatto,
nella Turchia orientale, e non ci sarebbero stati collegamenti tra i fuggitivi
in Iran e coloro che andavano a riceverli.
  Quindi mandò a Van Pat Sculley, Jim Schwebach, Ron Davis, il signor
Fish e i piloti Dick Douglas e Julian Kanauch, e nominò Pat Sculley co-
mandante della Squadra di Salvataggio Turca.
   Quando quelli se ne andarono, ricominciò a smaniare. Un altro gruppo
dei suoi uomini era partito per un'impresa pericolosa in una zona pericolo-
sa. E lui poteva soltanto star lì ad aspettare.
   Pensò a John Carlen e all'equipaggio del Boeing 707. Li conosceva da
pochi giorni soltanto ed erano persone normalissime. Eppure sarebbero
stati disposti a rischiare la vita per andare a Teheran e portar via un marine
ferito. Simons avrebbe detto: È quello che gli americani fanno per gli altri
americani. Nonostante tutto, quel pensiero era consolante.
   Il telefono squillò.
   Rispose. «Ross Perot.»
   «Sono Ralph Boulware.»
   «Salve, Ralph. Dov'è?»
   «Al confine.»
   «Bene!»
   «Ho appena visto Rashid.»
   Il cuore di Perot diede un tuffo. «Magnifico! Che cos'ha detto?»
   «Sono sani e salvi.»
   «Dio sia lodato!»
   «Sono in un albergo a cinquanta o sessanta chilometri dalla frontiera.
Rashid è venuto in avanscoperta. Adesso è tornato da loro. Dice che pro-
babilmente passeranno domani, ma è solo una sua idea, perché Simons po-
trebbe decidere diversamente. Se sono tanto vicini, non credo che Simons
sia disposto ad attendere fino a domattina.»
   «Giusto. Dunque, Pat Sculley, il signor Fish e gli altri stanno venendo da
lei. Arriveranno a Van in aereo, poi noleggeranno un autobus. Dove pos-
sono trovarla?»
   «Sono in un villaggio che si chiama Yuksekova, il posto più vicino alla
frontiera. In una specie di albergo. È l'unico della zona.»
   «Lo dirò a Sculley.»
   «Benissimo.»
   Perot riattaccò. Oh, cribbio, pensò: finalmente le cose incominciano ad
andar bene!

  Pat Sculley aveva ricevuto da Perot l'ordine di raggiungere il confine,
assicurarsi che la Squadra Sporca entrasse in Turchia senza difficoltà, e
portare tutti a Istanbul. Se non avessero raggiunto la frontiera, avrebbe do-
vuto entrare in Iran per cercarli, preferibilmente con un aereo rubato da
Dick Douglas, o eventualmente in macchina.
   Sculley e la Squadra di Salvataggio Turca presero un volo regolare da I-
stanbul per Ankara, dove li stava aspettando un jet preso a nolo. (L'aereo
noleggiato li avrebbe condotti a Van e ritorno; non sarebbe andato altrove.
L'unico modo per indurre il pilota a portarli in Iran sarebbe stato costrin-
gerlo a dirottare.)
   L'arrivo di un jet a Van sembrava un avvenimento eccezionale. Quando
scesero a terra furono accolti da un contingente di poliziotti che sembrava-
no decisi a dar loro filo da torcere. Ma il signor Fish andò a confabulare
con il capo della polizia e tornò indietro sorridendo.
   «State a sentire» disse. «Prenderemo alloggio nel miglior albergo della
città, ma vi avverto: non è lo Sheraton, quindi non lamentatevi.»
   Salirono su due taxi.
   L'albergo aveva un grande atrio centrale, sul quale si affacciavano le
stanze che erano allineate su tre piani di ballatoi; dal basso si vedevano tut-
te le porte. Quando gli americani entrarono, l'atrio era pieno di turchi che
bevevano birra e seguivano una partita di calcio trasmessa da un televisore
in bianco e nero, tra grida e applausi. Quando i turchi videro gli stranieri
ammutolirono di colpo.
   Si fecero dare le stanze. Ogni camera da letto aveva due brande e un bu-
co nell'angolo, separato da una tenda, che fungeva da gabinetto. I pavimen-
ti erano di legno, le pareti imbiancate, e non c'erano finestre. Le stanze e-
rano infestate da scarafaggi, e c'era un unico bagno per piano.
   Sculley e il signor Fish andarono a noleggiare un autobus che li portasse
tutti al confine. Una Mercedes li prese a bordo davanti all'albergo e li con-
dusse a un negozio di elettrodomestici con qualche televisore antiquato in
vetrina. Era chiuso - ormai era sera - ma il signor Fish bussò sulla saraci-
nesca, e finalmente uscì qualcuno.
   Andarono nel retro e sedettero intorno a un tavolo, sotto l'unica lampa-
dina. Sculley non capì la conversazione, ma alla fine il signor Fish ottenne
l'autobus e il relativo autista. Tornarono all'albergo con l'autobus.
   Gli altri erano radunati nella stanza di Sculley. Nessuno se la sentiva di
sedere su quei letti, e tanto meno di dormirci. Tutti volevano partire imme-
diatamente per il confine, ma il signor Fish esitava. «Sono le due del mat-
tino» disse. «E la polizia tiene d'occhio l'albergo.»
   «Che importa?» ribatté Sculley.
   «Ci saranno altre domande, altre seccature.»
   «Proviamo.»
   Scesero tutti. Arrivò il direttore, molto ansioso, e cominciò a interrogare
il signor Fish. Poi entrarono due poliziotti che parteciparono alla discus-
sione.
   Il signor Fish si rivolse a Sculley. «Non vogliono che partiamo.»
   «Perché?»
   «Si rende conto che abbiamo un'aria molto sospetta?»
   «Senta, c'è una legge che ci impedisce di andare?»
   «No, ma...»
   «Allora andiamo. Glielo dica.»
   Ci fu un'altra discussione in turco, ma alla fine i poliziotti e il direttore
dell'albergo cedettero, e il gruppo salì sull'autobus.
   Lasciarono la città. La temperatura si abbassò rapidamente quando si
addentrarono tra i monti coperti di neve. Tutti portavano indumenti pesanti
e avevano coperte negli zaini. Per fortuna.
   Il signor Fish, che era seduto accanto a Sculley, disse: «Ora la situazione
si fa seria. Con la polizia posso arrangiarmi, sono in buoni rapporti. Ma
sono preoccupato per i banditi e i militari... con loro non sono ammaniglia-
to».
   «Cosa conta di fare?»
   «Credo che riuscirò a convincerli a lasciarci passare, purché nessuno di
voi abbia armi da fuoco.»
   Sculley rifletté. Solo Davis era armato; e Simons aveva sempre pensato
che le armi potevano essere più dannose che utili: le Walther PPK non e-
rano mai partite da Dallas. «Sta bene» disse.
   Ron Davis abbassò il vetro del finestrino e buttò sulla neve la sua calibro
38.
   Un po' più avanti la luce dei fari rivelò un soldato in uniforme che agita-
va le braccia in mezzo alla strada. L'autista tirò avanti come se volesse tra-
volgerlo, ma il signor Fish gli gridò di fermarsi.
   Sculley guardò dal finestrino, vide sul fianco della montagna un plotone
di soldati armati di fucili potentissimi e pensò: Se non ci fossimo fermati,
ci avrebbero falciati.
   Un sergente e un caporale salirono sull'autobus. Controllarono tutti i
passaporti. Il signor Fish offrì loro il pacchetto di sigarette. Gli parlarono
per qualche minuto, poi salutarono con un cenno e scesero.
   Dopo qualche chilometro l'autobus fu fermato di nuovo e la scena si ri-
peté.
   La terza volta, gli uomini che salirono a bordo non erano in uniforme. Il
signor Fish era nervosissimo. «Fate finta di niente» sibilò agli americani.
«Leggete, fate qualcosa, ma non guardateli.» Parlamentò con i turchi per
circa mezz'ora, e quando finalmente l'autobus fu autorizzato a ripartire, due
di loro rimasero a bordo. «Protezione» disse enigmaticamente il signor
Fish, e alzò le spalle.
   Ufficialmente, Sculley aveva il comando, ma non poteva far altro che at-
tenersi alle istruzioni del signor Fish. Non conosceva quel territorio e non
parlava il turco; molto spesso non aveva idea di quel che succedeva. Era
difficile comandare, in circostanze del genere. Il meglio che poteva fare,
pensò, era tenere il signor Fish nella direzione giusta e dargli una scrollati-
na quando incominciava a scoraggiarsi.
   Alle quattro del mattino arrivarono a Yuksekova, il villaggio più vicino
al posto di frontiera. Lì, secondo quanto aveva detto a Van il cugino del si-
gnor Fish, avrebbero trovato Ralph Boulware.
   Sculley e il signor Fish entrarono nella locanda. Era buia come una stalla
e puzzava come la latrina d'uno stadio. Gridarono e chiamarono e final-
mente comparve un ragazzino con una candela. Il signor Fish parlò con lui
in turco poi disse: «Boulware non c'è. È partito da qualche ora. Non sanno
dove sia andato».

                                      XIII

   Nell'albergo di Rezaiyeh, Jay Coburn era assalito ancora una volta da un
senso d'impotenza, lo stesso che aveva provato a Mahabad e poi nel cortile
della scuola: non poteva decidere del proprio destino, la sua sorte era nelle
mani di un altro... in questo caso, nelle mani di Rashid.
   Dove diavolo era Rashid?
   Coburn chiese alle guardie se poteva telefonare. Lo condussero nell'a-
trio. Chiamò la casa del professore, il cugino di Majid che abitava a Rezai-
yeh, ma nessuno rispose.
   Senza molte speranze, fece il numero di Gholam a Teheran. Con sua
grande sorpresa, riuscì a mettersi in comunicazione.
   «Ho un messaggio per Jim Nyfeler» disse. «Siamo sul posto.»
   «Ma dove siete?» chiese Gholam.
   «A Teheran» mentì Coburn.
   «Ho bisogno di vederla.»
   Coburn doveva mantenere la finzione. «D'accordo, ci vediamo do-
mattina.»
  «Dove?»
  «Al Bucarest.»
  «Sta bene.»
  Coburn tornò di sopra. Simons chiamò lui e Taylor in una delle stanze.
«Se per le nove Rashid non è tornato, ce ne andremo» disse il colonnello.
  Coburn si sentì meglio.
  Simons continuò: «Le guardie si annoiano, stanno diventando disattente.
Ce la squalglieremo di nascosto, o le sistemeremo nell'altro modo».
  «Abbiamo una macchina sola» disse Coburn.
  «E dovremo lasciarla qui, per confonderli. Raggiungeremo il confine a
piedi. Diavolo, sono soltanto cinquanta o sessanta chilometri. Possiamo ta-
gliare attraverso i campi: tenendoci lontani dalle strade eviteremo i posti di
blocco.»
  Coburn annuì. Così andava bene. Finalmente riprendevano l'iniziativa.
  «Prendiamo il denaro» disse Simons a Taylor. «Chieda alle guardie di
accompagnarla alla macchina. Porti qui la scatola dei fazzoletti di carta e la
lampada tascabile, e tiri fuori il denaro.»
  Taylor uscì.
  «Prima mangiamo» disse Simons. «Sarà una passeggiata molto lunga.»

  Taylor andò in una stanza vuota e rovesciò sul pavimento il denaro con-
tenuto nella scatola dei fazzoletti e nella torcia elettrica.
  All'improvviso la porta si spalancò.
  Taylor si sentì arrestare il cuore.
  Alzò gli occhi e vide Gayden con un sorriso che gli andava da un orec-
chio all'altro. «Cuccù!» disse Gayden.
  Taylor era furibondo. «Carogna» disse. «Mi hai fatto prendere un acci-
dente.»
  Gayden rise come un pazzo.

  Le guardie li accompagnarono in sala da pranzo. Gli americani sedettero
a un grande tavolo rotondo, e le guardie presero posto a un altro. Vennero
serviti tè e agnello con riso. Non fu un pasto allegro: tutti si chiedevano
che cos'era successo a Rashid e come se la sarebbero cavata senza di lui.
  C'era un televisore acceso e Paul non riusciva a staccare gli occhi dallo
schermo. Si aspettava da un momento all'altro di veder apparire la sua fac-
cia in una foto segnaletica.
  Dove diavolo era Rashid?
   Erano a un'ora di macchina dal confine, ma erano in trappola, sorvegliati
dalle guardie, e c'era ancora il pericolo che li rispedissero a Teheran, in
carcere.
   Qualcuno disse: «Ehi, guardate chi c'è!».
   Entrò Rashid.
   Si avvicinò al tavolo con aria d'importanza. «Signori» annunciò, «questo
è il vostro ultimo pasto.»
   Tutti lo fissarono inorriditi.
   «In Iran, voglio dire» soggiunse lui. «Possiamo andarcene.»
   Tutti applaudirono.
   «Ho una lettera del comitato rivoluzionario» spiegò Rashid. «Sono anda-
to in ricognizione al confine. Lungo la strada ci sono due posti di blocco,
ma ho sistemato tutto. So dove possiamo procurarci i cavalli per attraver-
sare le montagne... comunque non credo che ne avremo bisogno. Al posto
di frontiera non c'è nessuno che rappresenti il governo... è nelle mani degli
abitanti del villaggio. Ho incontrato il capo del villaggio, e ci autorizza a
passare. E là c'è Ralph Boulware. Ho parlato con lui.»
   Simons si alzò. «Andiamo» disse. «Subito.»
   Lasciarono il pasto a metà. Rashid parlò con le guardie e mostrò la lette-
ra del vice-capo del comitato. Keane Taylor pagò il conto dell'albergo. Ra-
shid aveva acquistato un fascio di manifesti di Khomeini, e li diede a Bill
perché li attaccasse alle macchine.
   Uscirono dopo pochi minuti.
   Bill aveva fatto un ottimo lavoro con i manifesti. Le fattezze severe del-
l'ayatollah tappezzavano le Range Rover.
   Partirono. Rashid era al volante della prima macchina.
   Mentre stavano per uscire dalla città, Rashid frenò di colpo, si sporse dal
finestrino e fece segnali convulsi a un taxi che si avvicinava.
   Simons ringhiò: «Rashid, cosa cavolo sta combinando?».
   Senza rispondere, Rashid saltò a terra e corse verso il taxi.
   «Cristo» disse Simons.
   Rashid parlò per un minuto con il taxista, e poi il taxi si rimise in moto.
Rashid spiegò: «Gli ho chiesto di indicarci il modo per uscire dalla città
passando per le strade secondarie. C'è un posto di blocco che voglio evita-
re perché è sorvegliato da ragazzi armati di fucili, e non so come potrebbe-
ro reagire. Il taxista aveva già un cliente, ma tornerà. Aspettiamo.»
   «Non possiamo aspettare troppo» disse il colonnello.
   Il taxi tornò dopo dieci minuti. Lo seguirono per le vie buie e sterrate,
fino a quando arrivarono a una strada piuttosto ampia. Il taxista svoltò a
destra. Rashid lo seguì a tutta velocrtà. Sulla sinistra, a p