Articolo 300 (ex articolo 228) by qfc10548

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									                                              ARTICOLO 300 TCE




1. Quando le disposizioni del presente trattato prevedano la conclusione di accordi tra la Comunità e uno o più Stati
ovvero un'organizzazione internazionale,la Commissione sottopone raccomandazioni al Consiglio,che la autorizza ad
avviare i necessari negoziati. I negoziati sono condotti dalla Commissione,in consultazione con i comitati speciali
designati dal Consiglio per assisterla in questo compito e nel quadro delle direttive che il Consiglio può impartirle.
Nell'esercizio delle competenze attribuitegli dal presente paragrafo,il Consiglio delibera a maggioranza
qualificata,salvo nei casi in cui il primo comma del paragrafo 2 richiede l'unanimità.
2. Fatte salve le competenze riconosciute alla Commissione in questo settore,la firma,eventualmente accompagnata da
una decisione riguardante l'applicazione provvisoria prima dell'entrata in vigore, e la conclusione degli accordi sono
decise dal Consiglio,che delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione.Il Consiglio delibera
all'unanimità quando l'accordo riguarda un settore per il quale è richiesta l'unanimità sul piano interno,nonché per gli
accordi di cui all'articolo 310.
In deroga alle norme previste dal paragrafo 3,si applicano le stesse procedure alle decisioni volte a sospendere
l'applicazione di un accordo e allo scopo di stabilire le posizioni da adottare a nome della Comunità in un organismo
istituito da un accordo,se tale organismo deve adottare decisioni che hanno effetti giuridici,fatta eccezione per le
decisioni che integrano o modificano il quadro istituzionale dell'accordo.
Il Parlamento europeo è immediatamente e pienamente informato di qualsiasi decisione,adottata a norma del presente
paragrafo,relativa all'applicazione provvisoria o alla sospensione di accordi,ovvero alla definizione della posizione
della Comunità nell'ambito di un organismo istituito da un accordo.
3. Il Consiglio conclude gli accordi previa consultazione del Parlamento europeo,salvo per gli accordi di cui
all'articolo 133,paragrafo 3,inclusi i casi in cui l'accordo riguarda un settore per il quale è richiesta sul piano interno
la procedura di cui all'articolo 251 o quella di cui all'articolo 252.Il Parlamento europeo formula il suo parere nel
termine che il Consiglio può fissare in funzione dell'urgenza.In mancanza di parere entro detto termine il Consiglio
può deliberare.
In deroga al comma precedente,gli accordi di cui all'articolo 310,nonché gli altri accordi che creano un quadro
istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione,gli accordi che hanno ripercussioni finanziarie
considerevoli per la Comunità e gli accordi che implicano la modifica di un atto adottato secondo la procedura di cui
all'articolo 251 sono conclusi previo parere conforme del Parlamento europeo.
In caso d'urgenza,il Consiglio e il Parlamento europeo possono concordare un termine per il parere conforme.
4. All'atto della conclusione di un accordo,il Consiglio,in deroga al paragrafo 2,può abilitare la Commissione ad
approvare a nome della Comunità gli adattamenti di cui l'accordo in questione prevede l'adozione con una procedura
semplificata o da parte di un organo istituito dall'accordo stesso,corredando eventualmente questa abilitazione di
condizioni specifiche.
5. Quando il Consiglio prevede di concludere accordi che implicano emendamenti del presente trattato,questi ultimi
devono essere precedentemente adottati secondo la procedura prevista nell'articolo 48 del trattato sull'Unione
europea.
6. Il Parlamento europeo,il Consiglio,la Commissione o uno Stato membro possono domandare il parere della Corte
di giustizia circa la compatibilità di un accordo previsto con le disposizioni del presente trattato.Quando la Corte di
giustizia abbia espresso parere negativo,l'accordo può entrare in vigore soltanto alle condizioni stabilite dall'articolo
48 del trattato sull'Unione europea.
7. Gli accordi conclusi alle condizioni indicate nel presente articolo sono vincolanti per le istituzioni della Comunità e
per gli Stati membri.
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SOMMARIO: I. Introduzione. II. Conclusione, applicazione provvisoria e sospensione degli accordi - III. Il
ruolo del Parlamento europeo - IV. Il ruolo della Corte di giustizia - V. Efficacia vincolante degli accordi -
VI. Accordi misti

I Introduzione. 1. L’art.300 regola in via generale la procedura per la conclusione di accordi
internazionali da parte della Comunità, ad eccezione degli accordi conclusi nel quadro della
politica monetaria e della politica commerciale comune, le cui discipline sono dettate
rispettivamente dall’art.111 e dall’art.133 (v., in gene-rale, C. KADDOUS, Le droit des relations
extérieures dans la jurisprudence de la Cour de justice des Communautés européennes,
Bale/Bruxelles, 1998; K.J. KUILWIJK, The European Court of Justice and the GATT Dilemma.
Public Interest versus Individual Rights?, Beuningen, 1996; P. PESCATORE, L application judiciaire
des traites internationaux dans la Communauté européenne et dans ses Etats membres, in Etudes
de droit des Communautés européennes - Mélanges offerts a Pierre Teitgen, Paris, 1984, 355 ss.; E.
STEIN, External Relations of the European Community: Structure and Process, in Collected Cour-
ses of the Academy of European Law, vol. 1-1, Dordrecht, 1990, 115 ss.).
2. Per quanto concerne la sfera di competenza comunitaria a concludere accordi, bisogna tener
presente che l’art.5 del Trattato stabilisce che la Comunità agisce “nei limiti delle competenze che
le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati” da specifiche norme del TCE. # Una
competenza comunitaria a concludere accordi internazionali, espressamente prevista dal Trattato
CE, deriva, oltre che dai citati artt.111 e 133, dall’art.170 concernente la politica di ricerca e
sviluppo tecnologico, dall’art.174, par.4, in materia di politica dell'ambiente, dall’art.310 in
materia di accordi di associazione, dall’art.181 nel settore della cooperazione allo sviluppo e
dall’art.181 a) nel settore della cooperazione economica, finanziaria e tecnica con i paesi terzi. Il
Trattato contiene, inoltre, altre norme dalle quali si desume la possibilità per la Comunità di
stipulare accordi internazionali che "favoriscono la cooperazione con i paesi terzi e con le
organizzazioni internazionali" in materia di istruzione (art.149, par.3), di formazione professionale
(art.150, par.3), di cultura (art.151, par.3), di sanità pubblica (art.152, par.3) e di reti transeuropee
(art.155, par.3), o servano ad assicurare “ogni utile collegamento” con le Nazioni Unite e le altre
organizzazioni internazionali (art.302), o, ancora, ad attuare forme di cooperazione con il
Consiglio d’Europa (art.303) e l’OCSE (art.304).
3. Il treaty making power della Comunità si è progressivamente esteso con l’elaborazione, in via
giurisprudenziale, del principio delle competenze parallele, affermato per la prima volta dalla
Corte di giustizia nella sentenza AETS (CGCE 31 marzo 1971, 22/70, Commissione c. Consiglio,
Racc. p. 263). In quell’occasione, la Corte ha dichiarato che “la Comunità può stabilire dei
rapporti contrattuali con gli Stati terzi per l’intera gamma degli scopi enunciati nel Trattato... In
particolare tutte le volte che, per la realizzazione di una politica comune prevista dal Trattato, la
Comunità ha adottato delle disposizioni contenenti, sotto qualsiasi forma, norme comuni, gli Stati
membri non hanno più il potere, né individualmente, né collettivamente, di contrarre con gli stati
terzi obbligazioni che incidono su dette norme o ne alterino la portata”. In tali circostanze, gli Stati
membri non possono assumere impegni internazionali in materie disciplinate da norme comuni
neppure per eliminare eventuali contrasti tra tali norme e accordi da essi conclusi prima
dell’adozione delle stesse; questa esigenza dovrà essere in principio soddisfatta dalla stessa
Comunità, divenuta titolare di una competenza esclusiva nella materia dopo l’adozione delle norme
comuni. Solo qualora la Comunità non fosse in grado, per ragioni interne o esterne, di concludere
direttamente simili accordi, s’imporrebbe una collaborazione tra le istituzioni comunitarie e gli
Stati membri al fine di permettere a questi ultimi di modificare gli accordi esistenti in coerenza e
nel rispetto dell’interesse comunitario (Conclusioni dell’Avvocato Generale A. Tizzano presentate
il 31 gennaio 2002, C-466/98, C-467/98, C-468/98, C-469/98, C-471/98, C-472/98, C-475/98 e
C-476/98, paragrafi 73-74). # Successivamente, la Corte non solo ha ribadito il principio elaborato
nella sentenza AETS, ma ha precisato che la Comunità, anche in assenza dell’attribuzione di una
specifica competenza a stipulare, può concludere un accordo in una materia che ricada nel campo
degli obiettivi comunitari pur se, in relazione a tale materia, non siano state poste in essere norme
comuni (CGCE 14 luglio 1976, 3 - 4 - 6/76, Kramer, Racc. p. 1279) e che la competenza a stipulare
accordi sussiste anche qualora i provvedimenti comunitari di carattere interno vengano adottati
solo in occasione della stipulazione e dell'attuazione dell'accordo internazionale, nella misura in
cui la partecipazione della Comunità all'accordo internazionale sia “necessaria” alla realizzazione
di uno degli obiettivi della Comunità stessa (CGCE 26 aprile 1977, parere 1/76, Racc. p. 741). In
quest’ultima ipotesi, finché la “necessità” di un accordo non sia stata debitamente e concretamente
riconosciuta dalle istituzioni competenti e nelle forme prescritte, non può sussistere una
competenza esclusiva della Comunità; di conseguenza, gli Stati membri restano liberi di assumere
impegni internazionali nella relativa materia, sia pure nel rispetto dell’obbligo di leale
cooperazione con le istituzioni comunitarie di cui all’art.10 CE (Conclusioni dell’Avvocato
Generale A. Tizzano presentate il 31 gennaio 2002, C-466/98, C-467/98, C-468/98, C-469/98,
C-471/98, C-472/98, C-475/98 e C-476/98, paragrafo 54).
4. La Corte ha inoltre escluso che l'art.308 (ex art.235), anche se consente alla Comunità di ovviare
all'insufficienza dei poteri conferitile, espressamente o implicitamente, per la realizzazione dei suoi
obiettivi, possa creare di per sé una competenza esclusiva della Comunità sul piano internazionale.
Infatti, eccetto il caso in cui può essere esercitata utilmente solo contemporaneamente alla
competenza esterna per realizzare obiettivi del Trattato che non possono essere raggiunti con la
sola emanazione di norme autonome, una competenza interna, e a maggior ragione quella derivante
dall'art.308 (ex art.235), può generare una competenza esterna esclusiva soltanto se viene esercitata
(pareri 1/94 del 15 novembre 1994, Racc. p. I-5276 e 2/92 del 24 marzo 1995, Racc. p. I-525).
5. Nel parere 2/94 del 28 marzo 1996 (Racc. p. I-1763), argomentando in base all'assenza nel
Trattato di norme espresse od implicite attributive di competenza ad emanare disposizioni in
materia di diritti umani, la Corte ha escluso la competenza comunitaria ad aderire alla
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali del 4-11-50, salvo espressa
modifica del Trattato CE (G. GAJA, Opinion 2/94, “Accession by the Community to the European
Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, given on 28 March
1996”, in CMLR, 1996, p. 973 ss.).
II Conclusione, applicazione provvisoria e sospensione degli accordi. 1. Il paragrafo 2
dell’articolo 300, disciplina il procedimento solenne per la conclusione di un accordo
internazionale da parte della Comunità.
2. La procedura è avviata da una proposta della Commissione (sotto forma di raccomandazione)
con cui viene chiesta al Consiglio l’autorizzazione ad aprire i negoziati. Nel momento in cui
l’autorizzazione perviene è la Commissione a condurre i negoziati, in consultazione con i comitati
tecnici designati dal Consiglio per assisterla (si ricordi che un comitato speciale per gli accordi in
materia di politica commerciale è specificamente previsto dall’art.133, par.3, 2° c., del Trattato) e
nel quadro delle direttive che il Consiglio stesso reputa necessario impartire. La Commissione, a
conclusione dei negoziati, appone la parafatura al testo dell'accordo e lo trasmette al Consiglio.
3. La firma dell’accordo e la sua conclusione sono “decise” dal Consiglio, su proposta della
Commissione. Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, è invalsa la prassi da parte del
Consiglio di utilizzare sempre più la decisione quale atto tipico in cui manifestare la propria
volontà, laddove in passato era più frequente l’utilizzo di un regolamento (S. FURLAN, La scelta
dell’atto nella conclusione degli accordi della C.E., in DUE, 2000, p. 267 ss.). Il ricorso alla
decisione sarebbe tra l’altro giustificato per evitare che l’utilizzazione di un regolamento possa
indurre i giudici nazionali a considerare direttamente applicabile l’accordo nell’ordinamento
comunitario (G. GAJA, Introduzione al diritto comunitario, Bari, 1999, a p. 153). Le decisioni
adottate presentano, tuttavia, caratteristiche particolari, in quanto esse non designano destinatari e
la loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee non è condizione di
applicabilità; nella prassi, è l’atto ad indicare la data a partire dalla quale lo stesso espleterà i suoi
effetti. Un effetto riconnesso alla pubblicazione è il decorso del termine per l’impugnazione
dell’atto (CGCE 10 marzo 1998, C-122/95, Germania c. Consiglio, Racc. p. I-973).
Come, di recente, affermato dalla Corte di giustizia, “l’atto che autorizza la firma dell’accordo
internazionale e quello che ne pronuncia la stipulazione costituiscono due atti giuridici distinti che
comportano obblighi essenzialmente distinti per le parti interessate, in quanto il secondo non
costituisce assolutamente la conferma del primo”; ne consegue che la mancata proposizione di un
ricorso di annullamento avverso il primo atto non impedisce che un analogo ricorso venga proposto
nei confronti del secondo (C.G.C.E. 6 dicembre 2001, parere 2/00, Racc. p. I-9713).
4. Contestualmente alla firma, il Consiglio può decidere l’applicazione provvisoria di un
accordo; potere che il Consiglio ha usato nella prassi, non solo per il futuro, in attesa che l’accordo
entri in vigore, ma anche per il passato, evidentemente al fine di coprire il periodo di tempo più o
meno lungo in cui si è continuato ad operare dopo l’estinzione di un precedente accordo o
comunque senza una base normativa che lo consentisse (si vedano, ad esempio, la dec. CE n.
98/79/CE del Consiglio del 18 dicembre 1997, in G.U.C.E. L 11, sull’applicazione provvisoria di
un protocollo in materia di pesca con la Repubblica della Guinea equatoriale e la dec. CE n.
98/102/CE del Consiglio del 20 gennaio 1998, in G.U.C.E. L 25, riguardante l’applicazione
provvisoria di un protocollo in materia di pesca con la Repubblica della Costa d’Avorio).
5. Il criterio di voto in seno al Consiglio è quello della maggioranza qualificata, fatto salva
l’unanimità per quegli accordi riguardanti un settore per il quale sul piano interno è richiesta
l’unanimità e per gli accordi di associazione. Qualora, invece, il Consiglio prevedesse di
concludere un accordo che implichi modifiche al Trattato CE, queste modifiche devono essere
precedentemente adottate secondo la procedura di modifica dei trattati comunitari prevista
dall’art.48 TUE (art.300, par.5).
6. Nel caso di accordi multilaterali, pur in assenza di una specifica norma contenuta nel Trattato
CE, per ciò che concerne l’apposizione di riserve, o l’obbiezione a riserve apposte da Stati terzi,
tale facoltà spetta al Consiglio in sede di conclusione dell’accordo o anche in una fase successiva,
secondo le stesse procedure di voto su menzionate.
7. In alcuni casi il potere di concludere accordi spetta alla Commissione, come si desume
dall’inciso “fatte salve le competenze riconosciute alla Commissione in questo settore”. #
Un'ipotesi è configurata nello stesso art.300, che prevede l'eventualità di una delega da parte del
Consiglio per l'approvazione a nome della Comunità degli adattamenti tecnici di cui l'accordo da
concludere prevede l'adozione con una procedura semplificata o da parte di un organo istituito
dall'accordo stesso. Il Consiglio potrà corredare la delega con specifiche condizioni; la dec. n.
99/468/CE (in G.U.C.E. L 184) ha precisato che le forme di controllo istituibili dal Consiglio sono
analoghe a quelle utilizzate per controllare l'esercizio da parte della Commissione dei poteri
legislativi ad essa delegati sul piano interno. # Un'altra ipotesi è data dall'art.7 del Protocollo sui
privilegi e sulle immunità delle Comunità europee dell'8 aprile 1958, il quale stabilisce che la
Commissione può concludere accordi per far riconoscere i lasciapassare dati ai membri ed agli
agenti delle istituzioni come titoli di viaggio validi sul territorio di Stati terzi; o, ancora, in via
consuetudinaria, accordi stipulati con Stati terzi in tema di privilegi ed immunità di missioni
diplomatiche (SAUVIGNON, Les Communautés européennes et le droit de légation actif, in RMC,
1978, p. 176 ss.). # Un'ultima ipotesi è desumibile dal compito assegnato alla Commissione di
attuare collegamenti fra la Comunità, da una parte, e dall'altra, l'ONU, i relativi istituti specializzati
e qualsiasi altra organizzazione internazionale (art.302), di realizzare ogni utile forma di
cooperazione col Consiglio d'Europa (art.303) e una stretta collaborazione con l'Organizzazione
per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (art.304). # Tuttavia, la Commissione ha cercato di
estendere nella prassi i propri poteri, configurando una categoria di “accordi amministrativi”, alla
cui conclusione avrebbe potuto provvedere da sola in tutti quei casi in cui fosse esistito un potere
parallelo della stessa Commissione di adottare atti normativi interni. L’accordo più importante che
la Commissione ha concluso è certamente quello del 23 settembre 1991 con gli Stati Uniti in
materia di antitrust (E. CANNIZZARO, Sulla competenza della Commissione C.E.E. a concludere
accordi internazionali, in RD INT, 1992, p. 657 ss.). Ma, su ricorso della Francia, la Corte di
giustizia ha annullato l’accordo in questione affermando che “una semplice prassi non può
prevalere sulle norme del Trattato” e dichiarando che “la competenza interna non è tale da
modificare la ripartizione delle competenze tra le istituzioni comunitarie in materia di conclusione
di accordi internazionali, ripartizione che è fissata dall’art.228 [ora art.300]” (CGCE 9 agosto
1994, C-327/91, Francia c. Commissione, Racc. p. I-3641).
8. Il par. 2 dell’art.300, disciplina anche la procedura che il Consiglio deve seguire per la
sospensione di un accordo, che, in deroga alle norme previste dal successivo paragrafo 3 relativo
al ruolo del Parlamento europeo, avviene secondo gli stessi meccanismi di voto richiesti per la
firma, la conclusione e l'applicazione provvisoria di un accordo. La Comunità nel decidere la
sospensione di un accordo, il quale potrebbe intervenire, ad esempio, per un mutamento
fondamentale delle circostanze, è vincolata al rispetto delle norme del diritto consuetudinario
internazionale relative alla sospensione delle relazioni convenzionali, in quanto costituiscono parte
integrante del diritto comunitario; quanto al controllo giurisdizionale della Corte, esso “deve
necessariamente limitarsi, in particolare nell’ambito di un rinvio pregiudiziale in materia di validità
di un atto, a determinare se il Consiglio, adottando il regolamento di sospensione, abbia commesso
manifesti errori di valutazione quanto alle condizioni per l’applicazione di tali norme” (CGCE 16
giugno 1998, C-162/96, Racke, Racc. p. I-3655). # A tal proposito, sembra utile rilevare che
qualora la sospensione di un accordo riguardi una delle ipotesi disciplinate dalla Convenzione di
Vienna sul diritto dei trattati, ovvero dal diritto internazionale generale, la procedura adottata è
quella dell’art.300, par.2; a titolo di esempio, si veda, per la sospensione di un accordo per
consenso delle parti, la dec. n. 2000/778/CE del Consiglio del 20 novembre 2000 (in G.U.C.E. L
309, p. 29), relativa alla conclusione di uno scambio di lettere tra la Comunità europea e l’ex
Repubblica iugoslava di Macedonia concernente la sospensione del titolo II sugli scambi e sulle
questioni connesse dell’accordo di cooperazione tra la Comunità e l’ex Repubblica iugoslava di
Macedonia; e per la sospensione parziale di un accordo come conseguenza di una violazione
sostanziale di una delle sue clausole la dec. n. 2001/131/CE del Consiglio del 29 gennaio 2001 (in
G.U.C.E. L 48, p. 31), p.31, recante conclusione della procedura di consultazione con Haiti ai sensi
dell’articolo 96 dell’accordo di partenariato ACP-CE, il quale peraltro è un accordo misto. #
Qualora, invece, la sospensione di un accordo internazionale dovesse configurarsi come
applicazione di una sanzione economica imposta su raccomandazione o decisione del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite al fine del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale
o come misura unilaterale adottata in risposta alla violazione di un obbligo erga omnes, la
procedura da seguire sarebbe quella dettata dall’art.301CE, ovvero un atto del Consiglio, adottato a
maggioranza qualificata, in esecuzione di una posizione comune o di un’azione comune adottata in
ambito PESC (E. PAASIVIRTA & A. ROSAS, Sanctions, Countermeasures and Related Actions
in the External Relations of the European Union: a Search for Legal Frameworks, in E.
CANNIZZARO (ed.), The European Union as an Actor in International Relations, The Hague,
2002, p. 207 ss.). # A conferma di quanto detto, si può citare l’unico caso della prassi verificatosi,
anche se precedentemente all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht che ha introdotto l’art.
228A (oggi art. 301), in cui la sospensione di un accordo a titolo sanzionatorio è stata decisa
mediante atto del Consiglio, preceduto da una delibera adottata nell’ambito della Cooperazione
Politica Europea [si vedano le Dichiarazioni comuni sulla Iugoslavia del 5 e del 6 ottobre 1991
della Comunità e dei suoi Stati membri riuniti nel quadro della CPE (in Bollettino CE, n.10, 1991,
pp. 85 e 86), a cui fece seguito in ambito comunitario, tra gli altri, il reg. CEE n. 3300/91 del
Consiglio dell’11 novembre 1991, recante sospensione delle concessioni commerciali previste
dall’accordo di cooperazione tra la Comunità economica europea e la Repubblica socialista
federativa di Iugoslavia, in G.U.C.E. L 315, p. 1].
9. La procedura di voto in seno al Consiglio esaminata per la sospensione degli accordi è la stessa
richiesta per la formazione della posizione comunitaria nell’ambito di un organismo istituito da un
accordo, che sia competente ad adottare atti produttivi di effetti giuridici, fatta eccezione per le
decisioni che integrano o modificano il quadro istituzionale dell’accordo stesso. In questa ultima
ipotesi analizzata, il Trattato di Nizza ha apportato una significativa modifica, in quanto nei commi
2 e 3 del paragrafo 2 è stato soppresso il riferimento all’art.310, estendendosi la procedura
esaminata per la formazione della posizione comunitaria nell’ambito di organi istituiti da accordi, a
tutti i tipi di accordi e non solo a quelli di associazione.
III Il ruolo del PE 1. A norma del paragrafo 3 dell’art.300, allorché i negoziati sono conclusi, ma
prima della firma di un accordo da parte della Comunità, il Parlamento europeo deve essere
consultato, inclusi i casi in cui l’accordo riguarda un settore per il quale è richiesta sul piano interno
la procedura di codecisione (ex art.251) o quella di cooperazione (ex art.252), con l’unica
eccezione prevista per gli accordi nel settore della politica commerciale comune (art.133, par.3).
In casi d’urgenza, tale parere deve essere espresso dal Parlamento nel termine fissato dal Consiglio;
qualora non venisse espresso il parere, il Consiglio può comunque procedere alla conclusione
dell’accordo.
2. In alcuni casi, espressamente previsti, peraltro, la consultazione del PE deve con-cretizzarsi
in un parere conforme. Tali casi concernono: gli accordi di associazione di cui all’art.310; gli
accordi che creano un quadro istituzionale specifico organizzando procedure di cooperazione; gli
accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli per la Comunità e gli accordi che
implicano la modifica di un atto interno adottato con la procedura di codecisione ex art.251. In
questi casi tassativi, il parere del Parlamento è condizione necessaria perché si proceda alla
conclusione dell’accordo; in casi di urgenza, il Consiglio e il Parlamento possono concordare un
termine entro il quale il parere conforme deve essere rilasciato. # Non è pertanto stata accolta la
proposta avanzata dal Parlamento, in sede di negoziato del Trattato di Maastricht, di far
corrispondere la procedura di negoziazione di un accordo a quella richiesta sul piano interno per
l’adozione di un atto nella stessa materia; questo al fine di evitare complicazioni e lungaggini
difficilmente compatibili con le esigenze connesse alla conclusione di un accordo internazionale (J.
CLOOS, G. REINESCH, D. VIGNES & J. WEYLAND, Le Traité de Maastricht. Genèse, analyse,
commentaires, Bruxelles, 1993, p. 358).
3. Il PE esprime il suo parere o il suo parere conforme sulla conclusione, il rinnovo o la modifica di
un accordo internazionale a maggioranza dei voti espressi (art. 97, paragrafo 7, Regolamento
interno). # La non chiara formulazione delle condizioni dell’art.300, par.3, 2° c., in merito alla
necessità della procedura di parere conforme del Parlamento per gli accordi che hanno
ripercussioni finanziarie considerevoli per la Comunità ha dato luogo ad interpretazioni
contrastanti da parte del Consiglio, incline ad un’interpretazione restrittiva della norma, e del
Parlamento, propenso a considerare il parere conforme necessario in tutti i casi in cui l’accordo
presenta un’incidenza sul bilancio comunitario, tale da istituire un parallelismo fra competenze in
materia di bilancio e competenze esterne sulla base di quanto avviene negli ordinamenti
costituzionali degli Stati membri. La Corte di giustizia, chiamata a pronunciarsi sulla questione,
escludendo che si possano trarre elementi di interpretazione delle norme comunitarie dagli
ordinamenti costituzionali nazionali, ha accolto un’interpretazione letterale della disposizione,
limitandosi a determinare, sulla base di elementi di fatto, l’importanza degli impegni finanziari
assunti dalla Comunità (CGCE 8 luglio 1999, C-189/97, Parlamento c. Consiglio, Racc. p. I-4741).
4. Nel tentativo di ampliare le sue competenze, il Parlamento, in base all’art.97 del proprio
regolamento interno, ha previsto una procedura di fitta collaborazione con il Consiglio e la
Commissione in merito alla conclusione di accordi internazionali: “il Parlamento, su proposta della
commissione [parlamentare] competente, di un gruppo politico o di almeno trentadue deputati, può
chiedere al Consiglio di non autorizzare l’apertura dei negoziati fintantoché il Parlamento non si sia
pronunciato sulla proposta di mandato a negoziare, in base ad una relazione della commissione
competente”; inoltre, “in ogni fase dei negoziati il Parlamento… può adottare raccomandazioni e
chiedere che siano prese in considerazione prima della conclusione dell’accordo internazionale in
questione”. Il Parlamento ha ulteriormente consolidato la sua collaborazione con la Commissione,
nella fase della negoziazione degli accordi internazionali, mediante l’Accordo quadro sui
rapporti tra parlamento e Consiglio del 5 luglio 2000, Allegato II, (in G.U.C.E. C 121 del 24
aprile 2001, p. 128 ss.).
5. Il Parlamento non è, invece, consultato per quanto riguarda l’applicazione provvisoria e la
sospensione degli accordi e nel caso della formazione della posizione comunitaria nell’ambito di
organismi istituiti da un accordo; tuttavia, il Consiglio deve “immediatamente” e “pienamente”
informarlo (art.300, par.2, 3° c.). In base all’art.98 del proprio regolamento interno, il Parlamento,
una volta informato, laddove lo ritiene opportuno, può formulare delle raccomandazioni.
IV Il ruolo della Corte di giustizia. 1. Ai sensi del paragrafo 6 dell’articolo 300, il Parlamento
europeo, la Commissione, il Consiglio o uno Stato membro sono abilitati a chiedere un “parere”
alla Corte di giustizia circa la compatibilità di un accordo internazionale con le norme del Trattato.
2. La Corte ha affermato che il proprio parere preventivo circa la compatibilità con il Trattato di un
accordo internazionale, di cui è prevista la stipulazione, può vertere su tutti i problemi che possono
venir sottoposti all’esame della Corte stessa, ed eventualmente dei giudici nazionali, qualora detti
problemi facciano sorgere incertezze sulla validità formale o sostanziale dell’accordo in relazione
al Trattato (CGCE 11 novembre 1975, parere 1/75, Racc. p. 1355; CGCE 26 aprile 1977, parere
1/76, Racc. p. 741) e sottolineando che il parere può vertere in particolare su questioni che
riguardano la ripartizione delle competenze fra la Comunità e gli Stati membri per stipulare con
paesi terzi un accordo determinato (CGCE 15 novembre 1994, parere 1/94, Racc. p. I-5276). La
Corte ha altresì dichiarato ammissibile la richiesta di un parere circa la conclusione di un accordo
non da parte della Comunità, bensì dei suoi Stati membri, agenti collettivamente nell’interesse
della stessa (CGCE 19 marzo 1993, parere 2/91, Racc. p. I-1061).
3. La domanda del parere può essere presentata anche nel momento in cui sussistono ancora
alternative o divergenze sul contenuto di determinate clausole dell’accordo e addirittura prima che
siano iniziate le trattative, purché sia noto l’oggetto dell’accordo e la Corte disponga di sufficienti
elementi di informazione circa la questione sollevata (CGCE 4 ottobre 1979, parere 1/78, Racc. p.
2871; CGCE 28 marzo 1996, parere 2/94, Racc. p. 1763); comunque, il parere può essere richiesto
in qualsiasi momento prima che il consenso della Comunità ad essere vincolata dall’accordo sia
definitivamente espresso; infatti, finché non vi è questo consenso, l’accordo rimane, anche dopo la
sua firma, un accordo previsto (CGCE 15 novembre 1994, parere 1/94, cit.). Tuttavia, qualora uno
Stato membro o un’istituzione legittima a presentare osservazioni abbiano formulato obiezioni
contro la ricevibilità della domanda di parere, la Corte è tenuta ad esaminare la ricevibilità di tale
domanda (CGCE 24 marzo 1995, parere 2/92, Racc. p. I-525). Tale questione si è prospettata, in
concreto, nel caso di una domanda di parere alla Corte intervenuta dopo la stipulazione
dell’accordo; la Corte ha rigettato la domanda di parere sottolineando che sarebbe in contrasto con
la logica interna dell’art.300, par.6, pronunciare un parere che, qualora fosse negativo, sarebbe
privo dell’effetto giuridico contemplato da detta disposizione (CGCE 13 dicembre 1995, parere
3/94, Racc. p. I-4579). # E’ da ritenere che l’eventuale decisione del Consiglio di concludere
l’accordo prima che la Corte esprima il proprio parere è illegittima e quindi impugnabile.
4. Il giudizio sulla compatibilità di un accordo col Trattato può dipendere non solo dalle
disposizioni di diritto sostanziale, ma anche da quelle che riguardano la competenza, la procedura o
l’organizzazione istituzionale della Comunità (CGCE 4 ottobre 1979, parere 1/78, Racc. p. 2871).
5. A seconda del momento in cui il parere negativo interviene, esso produce effetti differenti: prima
dell’apertura dei negoziati, esso impedisce che i negoziati stessi abbiano luogo; durante i negoziati,
esso li blocca; dopo, esso impedisce la conclusione dell’accordo (R. KOVAR, La compétence
consultive de la Cour de justice et la conclusion des accords internationaux par la CEE, Mélange
P. Reuter, Paris, 1981, p. 370).
6. Il parere negativo della Corte circa un accordo può essere superato soltanto alle condizioni
stabilite dall’art.48 TUE, ma, nella prassi, la Comunità procede a negoziare le opportune modifiche
del testo con la controparte o le controparti (ciò è accaduto in seguito al parere negativo della Corte
sulla prima versione dell’accordo istitutivo SEE, parere 1/91 del 14 dicembre 1991) o, in caso
estremo, a rinunciare a concludere l’accordo (si veda il parere 2/94 del 28 marzo 1996).
7. Il testo del Trattato, al contrario, non definisce gli effetti del parere positivo della Corte,
lasciando irrisolto il problema dell’ammissibilità di ulteriori contestazioni dell’accordo innanzi alla
Corte, per un controllo a posteriori. In dottrina, si era prospettata l’ipotesi che un tale controllo da
parte della Corte si sarebbe potuto effettuare solo se la nuova contestazione fosse intervenuta su di
un punto differente da quello che la Corte stessa aveva dovuto esaminare nella fase della
negoziazione dell’accordo (J. RIDEAU, Les accords internationaux dans la jurisprudence de la
Cour de justice des Communautés européennes: Réflexions sur les relations entre les ordres
juridiques international, communautaire et nationaux, in RGDIP, 1990, p. 289 ss., a p. 305). Una
soluzione si è tuttavia affermata in via giurisprudenziale. La Corte di giustizia già nel parere 1/75
(CGCE 11 novembre 1975, cit.) lasciò intendere che era ammissibile un controllo a posteriori,
affermando che la si poteva interpellare sia in forza degli artt. 226 e 230 del Trattato, sia in via
pregiudiziale, al fine di verificare se la stipulazione di un accordo rientri nella sfera di competenza
della Comunità e se, eventualmente, tale competenza sia stata esercitata conformemente alle
disposizioni del Trattato; ma, ogni dubbio sembra essere stato dissolto da una successiva pronuncia
della Corte che ha stabilito che “talune questioni sollevate da una domanda di parere possono
essere affrontate nell’ambito di procedimenti di altra natura, e in particolare in un ricorso di
annullamento ex art. [230] del Trattato” (CGCE 24 marzo 1995, parere 2/92, cit.).
V Efficacia vincolante degli accordi. 1. In virtù del principio generale di diritto internazionale
pacta sut servanda, la Comunità è vincolata all'accordo concluso con uno o più Stati terzi o
un'organizzazione internazionale. Tale accordo deve essere adempiuto in buona fede dalle parti e
ciascuna delle parti contraenti è responsabile dell'adempimento integrale degli impegni che ha
sottoscritto; pertanto è compito di ciascuna parte stabilire i mezzi giuridici idonei a raggiungere tale
scopo nel rispettivo ordinamento giuridico, a meno che, interpretato alla luce del suo oggetto e del
suo scopo, non sia l'accordo stesso a determinare questi mezzi (CGCE 26 ottobre 1982, 104/81,
Hauptzollamt Mainz, Racc. p. 3641).
2. Per ciò che concerne lo status degli accordi nell'ordinamento comunitario, la Corte di
giustizia ha più volte affermato, partendo dalla sentenza Haegeman (CGCE 30 aprile 1974, 181/73,
Racc. p. 449), che le disposizioni di un accordo internazionale formano, dal momento della sua
entrata in vigore, parte integrante dell'ordinamento comunitario. # Il carattere comunitario delle
norme convenzionali impone che "i loro effetti nella Comunità non possono variare a seconda che
la loro applicazione incomba, in pratica, alle istituzioni comunitarie o agli Stati membri e, in
quest'ultimo caso, a seconda degli effetti che il diritto di ciascuno degli Stati membri attribuisce
nell'ordinamento interno agli accordi internazionali da essi stessi concludi"; spetta, pertanto, alla
Corte, nell'ambito della sua competenza ad interpretare le disposizioni degli accordi, il garantire la
loro applicazione uniforme nell'intera Comunità (CGCE 26 ottobre 1982, 104/81, Hauptzollamt
Mainz, cit.). Inoltre, dato che un accordo costituisce "un atto compiuto da una delle istituzioni della
Comunità (cfr. Consiglio)" ai sensi dell'art.234, la Corte è, anche, competente a pronunciarsi in via
pregiudiziale sulla sua interpretazione (CGCE 30 aprile 1974, 181/73, Haegeman, cit.; CGCE 16
giugno 1998, C-53/96, Hermès International, Racc. p. I-3603).
3. Per ciò che concerne l'obbligatorietà dell'accordo per gli Stati membri, essa non discende da
un vincolo assunto dagli Stati stessi sul piano internazionale, ma dal loro obbligo nei confronti
della Comunità "che si è assunta la responsabilità del corretto adempimento dell'accordo" (CGCE
26 ottobre 1982, 104/81, Hauptzollamt Mainz, cit.).
4. Altro è il problema degli obblighi derivanti dall'accordo per i privati, siano essi persone
fisiche o giuridiche, in quanto essi saranno sottoposti alle norme convenzionali solo nella misura in
cui esse siano idonee a disciplinare direttamente situazioni giuridiche soggettive. Al riguardo, la
Corte di giustizia ha riconosciuto efficacia diretta ad una disposizione contenuta in un accordo solo
qualora, tenuto conto della lettera nonché dell'oggetto e della natura dell'accordo stesso, essa
implichi "un obbligo chiaro e preciso, non subordinato, per l'adempimento o per l'efficacia,
all'adozione di un altro atto" (CGCE 30 settembre 1987, 12/86, Demirel, Racc. p. 3719).
5. Al contrario, la Corte non ha riconosciuto effetti diretti alle norme dell’accordo GATT, fondato,
ai sensi del suo preambolo, sul principio di negoziati avviati su “una base di reciprocità e di
vantaggi mutui”, e caratterizzato dalla grande flessibilità delle sue disposizioni, in specie di quelle
relative alla possibilità di deroghe, ai provvedimenti ammessi in caso di difficoltà eccezionali ed
alla composizione delle controversie fra i contraenti (CGCE 12 dicembre 1992, 21-24/72,
International Fruit Company, Racc. p. 1219). # Nella sentenza 5 ottobre 1994, Germania c.
Consiglio (C-280/93, Racc. p. I-4973), la Corte ha fatto un’enunciazione più ampia, dichiarando
che “le norme dell’Accordo generale sono sprovviste di carattere incondizionato e che l’obbligo di
riconoscere loro il valore di norme di diritto internazionale direttamente applicabili negli
ordinamenti giuridici interni dei contraenti non può essere fondato sullo spirito, sulla struttura e
sulla lettera dell’Accordo”, aggiungendo che è per tale motivo che le norme del GATT non
possono essere prese in considerazione per valutare la legittimità di un regolamento nell’ambito di
un ricorso proposto da uno Stato membro ai sensi dell’art.230, par.1, CE; “solo nell’ipotesi in cui la
Comunità abbia inteso dare esecuzione ad un obbligo particolare assunto nell’ambito del GATT o
in quella in cui l’atto comunitario rinvii espressamente a precise disposizioni dell’Accordo
generale la Corte è tenuta a controllare la legittimità dell’atto comunitario di cui alla luce delle
norme del GATT” (si vedano sul punto anche le precedenti sentenze CGCE 22 giugno 1989, 70/87,
Fediol, Racc. p. 1781, e CGCE 7 maggio 1991, C-69/89, Nakajima, Racc. p. I-2069; nonché, G.
SCHUSTER, Le droit des Etats membres de se prévaloir en justice d’un accord liant la
Communauté, in RGDIP, 1995, p. 367 ss., e G. TESAURO, Rapporti tra la Comunità Europea e
l’OMC, in RDE, 1997, p. 369 ss.).
6. Tale posizione è stata ribadita dalla Corte anche alla luce delle norme dell’accordo OMC e dei
suoi allegati (CGCE 23 novembre 1999, C-149/96, Portogallo c. Consiglio, Racc. I-8395, e CGCE
14 dicembre 2000, C-300/98 e C-392/98, Parfums Christian Dior; si vedano, inoltre, F. BERROD,
La Cour de justice refuse l’invocabilité des accords OMC: essai de régulation de la
mondialisation, in RTDE, 2000, p. 419 ss., e B.I. BONAFE’, Principio di reciprocità ed effetti
diretti degli accordi internazionali della C.E.: in margine alla sentenza Portogallo c. Consiglio, in
DUE, 2000, p. 601 ss.). # La sentenza Dior ha inoltre affermato che “in un settore al quale si
applica l’accordo TRIP e nel quale la Comunità ha già legiferato, le autorità giudiziarie degli Stati
membri sono tenute, ai sensi del diritto comunitario, quando sono chiamate ad applicare le loro
norme nazionali per disporre misure provvisorie a tutela dei diritti rientranti in tale settore, a farlo
nei limiti del possibile alla luce del testo e delle finalità dell’art.50 dell’accordo TRIP”; al contrario,
“in un settore nel quale la Comunità non ha ancora legiferato e che pertanto rientra nella
competenza degli Stati membri, la tutela dei diritti di proprietà intellettuale e le misure adottate a tal
fine dalle autorità giudiziarie non ricadono sotto il diritto comunitario. Il diritto comunitario
pertanto non impone né esclude che l’ordinamento giuridico di uno Stato membro riconosca ai
singoli il diritto di invocare direttamente la norma prevista dall’art.50, n. 6, dell’accordo TRIP o
prescriva al giudice l’obbligo di applicarla d’ufficio”.
VI Accordi misti. 1. Nell’ordinamento comunitario si è affermata la prassi di concludere accordi
in forma mista, cioè stipulati sia dalla CE che dai suoi Stati membri, qualora l’accordo verte su
una materia nella quale, accanto alla competenza comunitaria, permane una competenza degli Stati
membri o anche, talvolta, per motivi di opportunità politica, in materie di esclusiva competenza
comunitaria; tali accordi hanno ricevuto un riconoscimento ufficiale con il Trattato di Nizza che,
all’art.133, par.6, 2° c., prevede gli accordi nei settori degli scambi di servizi audiovisivi e culturali,
didattici, sociali e relativi alla salute umana, rientrando nella competenza ripartita tra CE e Stati
membri, siano conclusi congiuntamente dalla Comunità e dagli Stati membri (F. POCAR, The
Decision-Making Processes of the European Community in the External Relations, in
CANNIZZARO (ed.), The European Union as an Actor in International Relations, The Hague,
2002, p. 3 ss.; E. CANNIZZARO, Le Relazioni esterne della Comunità dopo il Trattato di Nizza, in
DUE, in corso di pubblicazione).
2. Gli accordi misti sono conclusi dal Consiglio, a nome della Comunità, e ratificati dagli Stati
membri, secondo le loro procedure costituzionali; per ciò che è di sua competenza, la Comunità,
può decidere l’applicazione provvisoria della parte “comunitaria” dell’accordo misto, in attesa che
l’intero accordo entri in vigore dopo che siano intervenute tutte le ratifiche degli Stati membri.
3. La Corte di giustizia, nel parere 1/76 del 26 aprile 1977 (Racc. p. 741) ha ritenuto compatibile
con il Trattato la conclusione di quegli accordi misti giustificati dall’esistenza di determinate
convenzioni internazionali anteriori al Trattato stesso, giustificandoli in base all’art.370, 2°
comma, CE, non essendo pertanto possibile configurarli come un’usurpazione della competenza
esterna della Comunità. Nel parere 1/78 del 4 ottobre 1978 (Racc. p. 2871), la Corte ha precisato
che la competenza della Comunità per negoziare e concludere un accordo può dipendere anche dal
regime finanziario dell’accordo stesso; infatti, se gli oneri del finanziamento gravano sul bilancio
della Comunità, la competenza spetta a questa, se, al contrario, gli oneri finanziari sono imputati
direttamente ai bilanci degli Stati membri, è necessaria la loro partecipazione alla conclusione
dell’accordo, congiuntamente a quella della Comunità.
4. Da ultimo, la Corte ha fissato le linee guida per la conclusione di un accordo internazionale che
verta su una materia che rientri in parte nella competenza della Comunità e in parte in quella degli
Stati membri; in questi casi, “occorre garantire una stretta cooperazione fra questi ultimi e le
istituzioni comunitarie tanto nel processo di negoziazione e di stipulazione quanto
nell’adempimento degli obblighi assunti”, tale obbligo discendendo dalla necessità di un’unità di
rappresentanza internazionale della Comunità (CGCE 19 marzo 1993, parere 2/91, Racc. p. 1061; e
CGCE 15 novembre 1994, parere 1/94, Racc. p. 5267).
5. Alla conclusione di un accordo multilaterale in forma mista può accompagnarsi l’adozione di
clausole di competenza, aventi la funzione di definire il rispettivo ambito di competenza della
Comunità e degli Stati membri in relazione ai diritti e obblighi previsti dall’accordo (dec. n.
88/540/CEE del Consiglio del 14 ottobre 1988, in G.U.C.E. L297, p. 8, relativa alla conclusione
della convenzione di Vienna per la protezione dello strato di ozono e del protocollo di Montreal
relativo a sostanze che riducono lo strato di ozono; dec. n. 98/392/CE del Consiglio del 23 marzo
1998, in G.U.C.E. L 179, p. 1, concernente la conclusione, da parte della Comunità europea, della
convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982 e dell’accordo del 28
luglio 1994 relativo all’attuazione dell’art.XI della convenzione; dec. 98/4114/CE del Consiglio
dell'8 giugno 1998 relativa alla ratifica, da parte della Comunità europea, dell'Accordo ai fini
dell'applicazione delle disposizioni della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del
10 dicembre 1982 relative alla conservazione e alla gestione degli stock ittici transzonali e degli
stock ittici altamente migratori, in G.U.C.E. L 189, p. 17); qualora ciò non si verificasse, è difficile
presumere da parte degli Stati terzi la conoscenza dei principi comunitari che regolano
l’attribuzione di competenza sul piano esterno, per cui tali Stati potrebbero essere indotti ad
imputare gli obblighi contenuti in un accordo misto indifferentemente alla Comunità o ai suoi Stati
membri.
6. Circa l’interpretazione degli accordi misti, le sentenze Haegeman (CGCE 30 aprile 1974,
181/73, Racc. p. 449) e Bresciani (CGCE 5 febbraio 1976, 87/75, Racc. p. 129) hanno dimostrato
che la forma di siffatti accordi non costituisce un ostacolo all’interpretazione in via pregiudiziale,
ex art.234 CE, delle disposizioni che rientrano nella competenza comunitaria. Nella successiva
giurisprudenza (CGCE 30 settembre 1987, 12/86, Demirel, cit., e CGCE 16 giugno 1998, C-53/96,
Hermès, Racc. p. I-3603), la Corte, affermando che “nel garantire il rispetto degli impegni derivanti
da un accordo concluso dalle istituzioni comunitarie, gli Stati membri adempiono,
nell’ordinamento comunitario, un obbligo nei confronti della Comunità, che ha assunto la
responsabilità del corretto adempimento dell’accordo”, sembra che propenda anche a voler
interpretare quelle norme dell’accordo misto che apparentemente rientrano nella competenza degli
Stati membri. La dottrina, sottolineando che con la sentenza Demirel la Corte non ha affatto
affermato che tutte le materie regolate in accordi di associazione o altri accordi misti diventino
materia di competenza comunitaria, rileva che la competenza della Corte non può estendersi a
norme di accordi misti il cui oggetto sia estraneo al diritto comunitario; un’eccezione potrebbe
immaginarsi solo rispetto ad un “procedimento di infrazione promosso nei confronti di uno Stato
membro il cui comportamento di violazione dei propri obblighi derivanti dall’accordo misto
comporti conseguenze negative per la Comunità” (G. GAJA, Sull’interpretazione degli accordi
misti da parte della Corte di giustizia, in RD INT, 1988, pp. 605-606).
7. Tra le molteplici problematiche sollevate dalla conclusione di accordi misti alla luce del diritto
internazionale generale dei trattati, una specifica attenzione va data alla questione relativa
all’apposizione di riserve o di obbiezione a riserve poste da Stati terzi. L’apposizione di una riserva
da parte della Comunità può essere formulata solo rispetto alla parte del trattato di competenza
comunitaria; al contrario, la Comunità può obbiettare alla riserva di uno Stato terzo anche se
quest’ultima interessa la parte “nazionale” dell’accordo, almeno qualora la riserva si dovesse
configurare come incompatibile con lo scopo e l’oggetto del trattato, e quindi incidere sull’intero
regime del trattato stesso. Ancor più stringente è la posizione degli Stati membri che dovessero
decidere di apporre una riserva, o obbiettare ad una riserva, per la parte “nazionale” del trattato;
questo perché una tale scelta potrebbe costituire una violazione del dovere di cooperazione e del
principio di unità della rappresentanza internazionale della Comunità, come formulato dalla Corte
di giustizia (A. ROSAS, The European Union and Mixed Agreements, in A. DASHWOOD & C.
HILLION (eds.), The General Law of E.C. External Relations, London, 2000, p. 200 ss.). La
questione della procedura da seguire per coordinare l’apposizione di una riserva, o l’obbiezione ad
una riserva, nel caso di accordi misti, è stato oggetto di un uno studio della Commissione
(Commission Staff Working Paper, Reservations and objections to reservations with regard to
mixed agreements, SEC (1998) 2249 of December 23, 1998), che, tuttavia, ad oggi, non ha prodotto
alcuna normativa in materia.

                                                                         ANDREA CALIGIURI

								
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