Blaise Pascal by uwn15494

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									Blaise Pascal.            «Pensieri» geniali.

Genio straordinario, scienziato e filosofo, arrivò da solo alla 32a proposizione del 1° libro di
Euclide, realizzò per primo una macchina calcolatrice, ebbe esperienze di stampo mistico. Celebri i
suoi Pensieri. Progettò un'opera apologetica del cristianesimo. Subì pericolosi influssi giansenistici.
Morì confessato e comunicato, da cristiano e da cattolico.

"Mio fratello nacque a Clermont Ferrand, il 19 giugno dell'anno 1623. A tre anni rimase orfano di
madre… Da quando ebbe l'età di poter parlare... diede segni di una intelligenza del tutto
straordinaria... Questo inizio... non si smentì mai; infatti, via via che cresceva in età, egli cresceva
nella forza del ragionamento, di modo che era molto al di sopra della sua età": così comincia la
splendida biografia di Blaise Pascal scritta dalla sorella maggiore Gilberte; si tratta di parole che
non hanno perso niente della loro incisività e verità: ancora oggi. Pascal si presenta come uno dei
geni più folgoranti della storia del pensiero occidentale. Intelligenza acuta e poliedrica, matematico
e fisico eccelso, scrittore dallo stile cristallino, egli, nel volgere di un'esistenza breve (morì appena
trentanovenne nel 1662), è stato in grado di lasciare una traccia indelebile anche nel campo della
riflessione etico-religiosa, proponendo Pensieri (questo il celeberrimo titolo della sua opera
maggiore, che raccoglie materiali diversi che l'autore si riprometteva di organizzare più
compiutamente) sulla condizione umana e sulla fede cristiana, che non è esagerato definire un
grande tesoro di saggezza e di spiritualità profondamente impregnate di religiosità autentica.

A questo punto sembra utile affrontare un questione: come è noto, alcuni scritti pascaliani furono
messi all'Indice, e altrettanto nota è la sua adesione al giansenismo, una dottrina condannata
dall'autorità ecclesiastica, il cui iniziatore fu il teologo olandese Cornelis Jansen e che ebbe notevole
diffusione in Francia. In questa sede sembra dunque opportuno tralasciare tale aspetto della vicenda
pascaliana che richiederebbe la trattazione di problemi teologici assai complessi (il peccato, la
grazia, la predestinazione), intorno ai quali alcune tesi contenute negli scritti di Pascal non
collimano appieno con l'ortodossia cattolica; pur non dimenticando questo elemento sicuramente
rilevante, sebra preferibile sottolineare certune componenti del messaggio di Pascal particolarmente
attuali e adatte a sviluppare un discorso apologetico della fede cristiana (non bisogna dimenticare
che nelle intenzioni del pensatore francese vi era il progetto di redigere una grande apologia del
cristianesimo, idonea a convincere atei e miscredenti).

Al centro dell'indagine filosofica di Pascal sta l'uomo: un uomo non astrattamente inteso, ma che è
"cuore" oltre che ragione, è enigma a se stesso, è, nel medesimo tempo, grandezza e miseria. In
questa situazione, contrassegnata dall'incertezza sulla propria sorte, l'individuo preferisce spesso
rifugiarsi nel divertimento e nella distrazione, tentando inutilmente di dimenticare il dramma del
vivere; con particolare lucidità Pascal descrive lo stordimento a cui gli uomini si consegnano per
non pensare ai sofferti interrogativi e ai gravi problemi della vita, dedicando scioccamente le loro
migliori energie ad attività futili, quali, per esempio, le cacce, i tornei e le feste mondane.

L'uomo, al contrario, deve avere il coraggio di guardarsi dentro, attraverso uno sforzo di
introspezione per il quale non è sufficiente il sapere scientifico (che Pascal tenne comunque in
grande considerazione): così facendo, scoprirà la sua miseria, la sua debolezza, il suo limite; ma
proprio grazie a questo riconoscimento, che è frutto di ragione e di sentimento insieme (di quella
particolare facoltà intuitiva, cioè, che egli chiamò "spirito di finezza"), l'uomo potrà intraprendere la
strada della verità e della liberazione perchè avrà compreso di essere radicalmente bisognoso di una
salvezza che soltanto Dio gli può donare.

A questo punto, si tratta di fare un decisivo atto di fede, accettando di mettersi nelle mani del
Signore: è una fede, quella pascaliana, che non ammette mediazioni, una fede che si presenta come
una scelta radicale, una sorta di scommessa che consiglia all'uomo di puntare tutto su Dio,
riconoscendo in Gesù Cristo l'unico Salvatore. Nessuna certezza umana può esserci di aiuto; Dio si
nasconde e si rivela simultaneamente: bisogna credere in Lui, accettare il dono della sua grazia,
sottomettersi alla sua maestà. Una volta accolta, la fede cristiana getta piena luce sulla condizione
umana, soprattutto perchè, facendo perno sulla fondamentale verità del peccato originale, ricorda a
tutti che la natura dell'uomo è corrotta e pertanto incapace di quella salvezza che soltanto la
misericordia divina e l'opera redentrice di Gesù Cristo hanno realizzato.

Pascal visse in prima persona una suggestiva e appassionata esperienza religiosa: la sua fede, frutto
di due conversioni, la seconda delle quali caratterizzata da tonalità mistiche, lo portò a disprezzare
ogni umana vanità e a concentrare tutto se stesso intorno al mistero di Dio e della salvezza. La sua
religiosità, caratterizzata da un timbro aspro e rigoristico e venata pure di un certo pessimismo,
appare tuttavia profondamente sincera e nessuna traversia la potè scalfire. Di salute assai
cagionevole. Pascal scrisse un'accorata Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie e
chiese insistentemente che un povero potesse usufruire delle stesse cure che venivano somministrate
a lui, colpito dal tumore addominale che lo condusse alla morte. Sentendo avvicinarsi il momento
del trapasso, volle confessarsi e comunicarsi; le sue ultime parole furono: "II Signore non mi
abbandona mai".

Ricorda

"Gli uomini disprezzano la religione; la odiano, e hanno paura che sia vera. Per guarire da tutto
questo, bisogna incominciare a dimostrare che la religione non è affatto contraria alla ragione, che è
degna di venerazione, bisogna portare ad averne rispetto; poi, bisogna renderla amabile; fare
desiderare dai buoni che essa sia vera; e poi dimostrare che è vera".
(Blaise Pascal, Disegno e ordine dell' Apologia, in Pensieri. Opuscoli. Lettere, 2° ed., Rusconi,
Milano 1984, p. 399).


Questa dimensione umana paradossale costituisce un problema e rende la vita drammatica. Ma
vediamo più in dettaglio come Pascal descrive con termini netti ed incisivi la condizione umana, la
sua problematicità e l’apparente contraddizione:

“Descrizione dell’uomo: dipendenza, desiderio d’indipendenza, bisogno”.(fr. 126).

“Condizione dell’uomo: incostanza, noia, inquietudine”.(fr. 127).

Gli uomini non sopportano rimanere tranquilli, a riposo, perché sentirebbero emergere dal profondo
di se stessi quell’inquietudine e quel vuoto esistenziali che nascono dalla consapevolezza della
propria piccolezza e dell’incapacità di risolvere il bisogno più vero dell’anima.

“Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza
preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua
insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della
sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione.”
(fr. 131).

E’ nel riposo, dunque, che diventa sensibile il significato della nostra condizione, debole, mortale,
dipendente. Il nostro desiderio d’indipendenza crea il bisogno.

“Rendiamoci dunque conto delle nostre possibilità: noi siamo qualcosa, ma non siamo tutto; quel
tanto di essere che possediamo ci nasconde la vista dell’infinito. [...] Questa è la nostra vera
condizione, la quale ci rende incapaci di sapere con certezza e di ignorare assolutamente. Noi
navighiamo in un vasto mare, sempre incerti ed instabili, sballottati da un capo all’altro. Qualunque
scoglio a cui pensiamo di attaccarci e restare saldi, viene meno e ci abbandona e, se l’inseguiamo,
sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma.
Questa è la nostra naturale condizione, che tuttavia è la più contraria alla nostra inclinazione:
desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si
levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi.” (fr. 72).

Questa è la condizione umana: l’uomo non è un essere instabile ed incerto; “non è né angelo né
bestia”.(fr. 358). D’altra parte l’uomo non può essere definito dal suo limite, dalla sua
contraddizione, poiché egli stesso ha coscienza della propria miseria:

“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere
miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a
conoscere di essere miserabile.” (fr. 397).

La grandezza e la miseria dell’uomo sono, dunque, profondamente connesse l’una all’altra; non è
possibile slegarle, poiché ciò equivarrebbe ad una riduzione dell'io umano. Infatti è: “pericoloso
mostrare troppo all’uomo quanto è simile alla bestia, senza mostrargli la sua grandezza. Ed è ancora
pericoloso lasciargli ignorare l’una e l’altra. Ma è utilissimo prospettargli l’uno e l’altra.”(fr. 418).
Pascal vuol dirci che l’uomo non deve credere di essere una bestia, ma neppure deve avere la
presunzione di ritenersi un angelo. Proprio per questo:

“se si esalta, l’abbasso; se s’abbassa, lo esalto; lo contraddico sempre fino a che comprende che è
un mostro incomprensibile”.(fr. 420)

Pascal sa che gli uomini, basandosi solo sulle proprie forze, potranno solamente arrivare alla
consapevolezza della propria incomprensibilità, ma non a trovare il senso vero e ultimo dell’umana
esistenza.

L’uomo è, dunque, consapevole del suo stato e si riconosce infelice, ma questa sua infelicità è una
prova della sua grandezza; bisogna quindi ammettere che le sue miserie sono quelle di un gran
signore, “miserie di un re spodestato”. (fr. 398).

La grandezza dell’uomo è nel pensiero:

“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è
bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a
ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide,
perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa
niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E’ con questo che dobbiamo nobilitarci
e non già con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene:
questo è il principio della morale” (fr. 347).
E’ il pensiero a rendere l’essere umano diverso da tutte le altre creature che non sanno di esistere.

Tutto l’universo non può realizzare una sola azione dell’io umano, poiché qualsiasi atto posto
dall’io è di un ordine infinitamente superiore alla materia del cosmo. L’uomo è l’unico punto
nell’infinito che può pensare ed avere coscienza di sé e della realtà. Bisogna riconoscere come
acutamente Pascal colga, sia a livello intellettivo che esistenziale, il senso profondo del Mistero.

Il dramma che è la nostra vita può essere a) fuggito, o b) affrontato in modo parziale e riduttivo,
oppure può essere c) affrontato in modo adeguato.

a) la fuga dal dramma: il divertissement
Gli esseri umani cercano di sfuggire al dramma e al problema costituito dalla loro stessa esistenza,
dalla loro persona rifuggendolo, non pensandoci: si tuffano perciò nel divertimento
(divertissement), che non comprende solo lo svago e il gioco, ma qualsiasi attività l'uomo
intraprenda, lavoro incluso, che abbia come reale fine non l'interesse positivo che si prova in quella
occupazione, ma la distrazione dal pensiero circa il proprio dramma, il proprio destino.

“Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non
pensarci per rendersi felici”. (fr. 168).

Gli uomini cercano con affanno il piacere, il divertimento, perché non sanno “restare tranquilli in
una camera [ ...] e non si cercano le conversazioni e i divertimenti, se non perché non si può restare
in casa propria con piacere” (fr. 139).

Essi non cercano un godimento tranquillo e pacifico, ma il rumore e il trambusto, la distrazione che
distoglie dal pensare seriamente a se stessi.

“Noi non cerchiamo né il godimento tranquillo e pacifico che ci lascia pensare alla nostra infelice
condizione, né i pericoli della guerra né la preoccupazione delle cariche, ma cerchiamo proprio il
trambusto che ci distoglie dal pensarci e ci diverte” (fr. 139).

Anche un re non può sfuggire a questa misera condizione umana: se è lasciato senza divertimenti è
assalito dalle preoccupazione e dalle incertezze della vita. E proprio per poter essere felice, “il re è
circondato da gente che pensa soltanto a divertire il re e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché
se pensa, quantunque re, è un infelice” (fr. 139).

Gli uomini, dunque, non sanno stare soli con se stessi e ricercano il giuoco, la guerra non perché,
nel profondo del cuore, desiderano il denaro o la vittoria, ma perché l’occupazione li distrae e
impedisce loro di pensare: “questo è tutto quello che gli uomini hanno potuto inventare per
diventare felici.” (fr. 139).

I filosofi, i quali giudicano il mondo poco ragionevole quando passa tutto il giorno ad inseguire una
lepre, non conoscono la vera natura umana e non capiscono che gli uomini amano la caccia e non la
preda: “quella lepre non ci garantirebbe dalla visione della morte e delle miserie, ma la caccia, che
ce ne distoglie, ci garantisce” (fr. 139). Ma questi stessi uomini che possiedono l’istinto che li porta
a cercare il divertimento e l’occupazione, “hanno un altro istinto segreto che è un residuo della
grandezza della nostra primitiva natura, il quale fa loro conoscere che la felicità si trova
effettivamente nel riposo e non già nel tumulto” (fr. 139). E così sono portati al riposo mediante
l’agitazione e ad immaginarsi sempre la soddisfazione che non possiedono, che “arriverà una buona
volta”. (fr. 139)
D’altra parte nel divertimento non può essere la vera felicità perché esso è fondato sull’illusione.
Esso è la più grande delle nostre miserie perché è uno sfuggire il paradosso che è l’uomo reale, la
contraddizione che questi non sa risolvere; è fondamentalmente una fuga dalla consapevolezza
dell’umana miseria.

Se il divertimento aiuta a sfuggire alla noia, esso però ci allontana dalla nostra realtà e ci conduce,
senza che ce ne accorgiamo, alla perdizione di noi stessi.

“L’unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore
delle nostre miserie. Perché è esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi e ci porta
inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi saremmo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a
cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare
inavvertitamente alla morte”.(fr. 171).

Von Balthasar osserva che Pascal passa in rassegna le varie forme di divertimento, anche quelle che
più ci sembrano naturali poiché in esse viene riconosciuta “sempre la fuga dall’essere con se stessi,
cioè dal rientro in Dio, dal “redire ad cor”. Dallo sport alle varie forme di intrattenimenti sociali
fino al lavoro scientifico, Pascal vede tutto un sol traffico dell’uomo sotto la legge di questa segreta,
pazza, fuga. Vivere nel futuro o nel passato solo per sottrarsi al sì dell’ora presente” (Balthasar, p.
196).

“Non stiamo mai nei limiti del tempo presente. Anticipiamo l’avvenire come se fosse troppo lento
ad arrivare, quasi per affrettare il suo corso; oppure rievochiamo il passato per fermarlo; quasi
troppo precipitoso; siamo così imprudenti da scorazzare in tempi che non ci appartengono e da non
pensare all’unico tempo che ci appartiene; siamo così fatui da sognare i tempi che non esistono più
e da fuggire senza riflettervi, il solo che sussiste. Perché, di solito, il presente ci tormenta. […] Per
questo, non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre a essere felici, è
inevitabile che non lo diverremo giammai.” (fr. 172)

b) le false soluzioni
I più pensosi tra gli uomini però hanno affrontato in qualche modo il problema, ma chi si è fermato
alla sola filosofia ha comunque ridotto il problema, cercando di non vedere il paradosso e
limitandosi a considerare soltanto uno dei due lati dell'uomo: o la sola grandezza (è l'errore degli
stoici) o la sola miseria (è l'errore degli scettici).

Pascal evidenzia il vano tentativo degli stoici (e in particolare di Epitteto) di trovare una soluzione
al problema dell’uomo: “quei grandi sforzi interiori, a cui l’anima arriva talvolta, sono cose in cui
essa non dura; vi si slancia soltanto, non come sul trono, per sempre, ma per un momento solo”. (fr.
351)

Se la filosofia di Epitteto conduce quindi alla superbia, quella di Montaigne ne corregge gli eccessi
razionalistici, coinvolgendo “ogni cosa in un dubbio universale e così generale che questo dubbio
coinvolge se stesso, e cioè il fatto stesso che egli dubiti, e dubitando anche di quest’ultima
proposizione, la sua incertezza si avvolge su se stessa in un circolo perpetuo e senza soste.

In fondo Epitteto e Montaigne indicano due modi astratti di guardare alla condizione umana: l’uno
considerando la grandezza dell’uomo la identifica con l’autosufficienza, l’altro cogliendo la miseria
umana la chiude nei confini dell’insignificanza; l’uno fa dell’uomo un Dio, l’altro lo degrada a
livello delle bestie. Ecco cosa dicono gli stoici: “Alzate gli occhi al cielo [...] mirate colui al quale
rassomigliate e che vi ha creato perché lo adoriate. Voi potete rendervi simile a lui; la saggezza li
renderà uguali a lui se volete seguirla”. (fr. 431). E gli scettici: “Abbassate i vostri occhi verso la
terra, miserabili vermi che siete, e mirate le bestie di cui siete compagni” (fr. 431). Ma entrambi non
hanno trovato la via giusta.

Infatti

“Considerando gli uni la natura come incorrotta e gli altri come inguaribile, non hanno potuto
evitare l’orgoglio o la pigrizia, che sono le due sorgenti di tutti i vizi; poiché non possono fare altro
che o abbandonarvisi per viltà o uscirne per orgoglio. Infatti, se conoscevano l’eccellenza
dell’uomo, ne ignoravano la corruzione, cosicché evitavano bensì la pigrizia ma si perdevano nella
superbia; e se riconoscevano l’infermità della natura, ne ignoravano la dignità, di modo che
potevano evitare la vanità ma solo per precipitare nella disperazione”.(fr.435)

Così nello stoicismo e nello scetticismo del suo tempo Pascal incontra elementi stimolanti che lo
inducono a riflettere sul problema dell’uomo, ma non trova la soluzione. Anzi, più si riflette sulla
situazione della realtà umana e più ne aumenta la conoscenza, “a mano a mano che in noi cresce la
luce, scopriamo maggiore grandezza e maggiore bassezza nell’uomo.”(fr. 443).

Osserva Von Balthasar che “per Pascal la conclusione della via filosofica consiste nel lasciare al
loro posto Epitteto e Montaigne confrontati tra loro, l’uno che pretende la grandezza dall’uomo e
l’altro che dimostra la grandezza che non ha, e nel lasciarli precisamente come contrapposti che non
si integrano, per esempio, nell’immagine di una maestà armonica o tragico-eroica dell’uomo, nel
lasciarli cioè come contraddizioni i cui estremi si distruggono espressamente a vicenda invece di
integrarsi.” (Von Balthasar, Gloria, Stili laicali, tr. it. Jaca Book, p. 197).

c) la vera soluzione: la fede cristiana (peccato originale e vocazione all'Infinito)
Il Cristianesimo si presenta come qualcosa che supera la razionalità filosofica, ma che risulta essere
l'unica spiegazione della realtà, e dell'uomo, in grado di risolvere tutti i problemi che quella ha
posto, in particolare la condizione paradossale prima evidenziata, di intreccio tra grandezza e
miseria.

Perché? Perché con i suoi dogmi spiega l'uomo, non censurando nessun fattore della sua esperienza:
spiega il male e la miseria dell'esistenza umana con il dogma del peccato originale; e spiega la
grandezza dell'uomo con il suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio e redento da Cristo,
che lo chiama, per grazia e mediante il Suo sacrificio redentore, a partecipare alla vita di Dio.

Il peccato originale
L'uomo è proteso verso la verità, ma non riesce ad afferrarla: “Desideriamo la verità, e in noi non
troviamo che incertezza”, (fr. 437); aspira prepotentemente alla felicità, a trovare una risposta
esauriente al significato della vita, ma deve amaramente constatare che “siamo incapaci di non
desiderare la felicità e la verità e siamo incapaci della certezza e della felicità” (ivi 437).

Il conflitto tra i desideri dell’uomo e la sua realtà, fra la grandezza e la miseria, inducono a
riconoscere che la natura umana è una natura decaduta: “Questo desiderio ci viene lasciato sia in
punizione sia per farci sentire da che punto siamo caduti” (ivi fr. 437).

“L’uomo avverte nella sua condizione, in alcuni dei caratteri della sua esistenza, dei pesanti limiti,
la presenza di qualcosa che non dovrebbe esserci, o l’assenza di qualcosa che dovrebbe esserci; non
potrebbe riconoscere tutto questo, se non avesse in sé l’idea di un valore - o di un complesso, o di
un’unità di valori - e l’aspirazione ad esso ( o ad essi). La coscienza della miseria nasce cioè
nell’uomo insieme con l’idea di una grandezza oggi non attuale ma alla quale l’uomo tende.”
(Bausola, p. 46). Anche Von Balthasar mette in evidenza che: “L’uomo non è nel suo stato
congenito; è in una situazione esistenziale di estraneazione. Qui, in questo rapporto verticale
dell’esistenza superiore congenita e dell’attuale esistenza inferiore innaturale, sta il primo accesso
verso una leggibilità della sua figura.”. (Von Balthasar, p. 193).

“La grandezza dell’uomo è così evidente che si deduce dalla sua miseria. Infatti ciò che è natura
negli animali lo chiamiamo miseria nell’uomo; dal che deduciamo che essendo oggi la sua natura
simile a quella degli animali, egli è decaduto da una migliore natura che un tempo gli era proprio.”
(fr. 409)

A tal punto, continua Pascal, “questa duplicità dell’uomo è cosi evidente che alcuni hanno creduto
persino che abbiamo due anime.” (fr. 417)

“Umiliati, ragione, impotente; taci natura imbecille, impara che l’uomo sorpassa infinitamente
l’uomo, e impara dal tuo Signore la tua vera condizione che ignori. Ascolta Dio.” (fr. 434)

Noi non possiamo concepire lo stato glorioso di Adamo dall’istante stesso della sua creazione al
momento della sua caduta, né come il suo peccato possa trasmettersi in noi, ma ciò che ci è utile
sapere per uscire dalla contraddizione esistenziale è che “siamo miserabili, corrotti, separati da Dio,
ma riscattati da Gesù Cristo.” (fr. 560)

Se soltanto la primitiva caduta umana può spiegare la miseria dell’uomo, solo l’avvenimento della
Redenzione, può soddisfarne l’anelito alla felicità e alla verità, quei desideri naturali del suo cuore,
tracce indelebili dell’originale grandezza, “perché gli uomini sono nel medesimo tempo indegni di
Dio e capaci di Dio: indegni per la loro corruzione, capaci per la loro primitiva natura.” (fr. 557).

Il Cristianesimo
Non si potrebbe spiegare la grandezza dell'uomo se non ammettendo quello che dice il dogma
cristiano: l'uomo è stato creato per un Destino di gloria, per qualcosa di grande; nel suo cuore brucia
un anelito di felicità perfetta, che non si potrebbe spiegare in un semplice ammasso di materia, al
confine col nulla.

Certo, questa argomentazione non è una vera prova razionale della verità del Cristianesimo, ma
evidenzia come il Cristianesimo sia l'unica spiegazione che non trascuri nessun fattore della realtà, e
come, voltando le spalle ad esso, resta solo una alternativa: l'assurdo.

 “Le prove della nostra religione non sono tali da potersi dire assolutamente convincenti. Ma sono
tali che non si può affermare che il crederci significa mancare di ragione. C’è in essi evidenza e
oscurità per illuminare gli uni e confondere gli altri. Ma l’evidenza è tale che sorpassa, o almeno
uguaglia, l’evidenza del contrario; cosicché non è la ragione a determinarci a non seguirla, ma
soltanto la concupiscenza e la malizia del cuore. In questo modo c’è in essa abbastanza per
convincere: affinché sia chiaro che in quelli che la seguono è la grazia e non la ragione a spingerli a
seguirla, mentre in quelli che la fuggono è la concupiscenza e non la ragione a farla fuggire.” (fr.
564)

Dio
Pascal dedica, ovviamente, delle riflessioni alla questione della ragionevolezza dell'esistenza di Dio.
Da un lato egli non contesta il valore intrinseco, logico, delle prove tradizionali della Sua esistenza.
Tuttavia tali prove non hanno il potere di convincere esistenzialmente l'uomo. Convincono la testa,
l'intelligenza, ma non il cuore, non hanno la forza di cambiare la vita, con il suo urgere drammatico,
intessuto di contraddizioni e di limiti.
Le prove metafisiche di Dio sono tanto lontane dal modo di ragionare degli uomini e tanto
complicate, che colpiscono poco; e quando anche servissero per alcuni, servirebbero solo nel
momento che essi vedono la dimostrazione, ma un'ora dopo temerebbero d'essersi ingannati.

L'unica dimostrazione che Pascal propone è, se così la si può chiamare, l'argomento della
scommessa, il pari: nella incertezza se Dio esista o meno, è giusto puntare su ciò che più ci
conviene; ovvero ci conviene puntare sul fatto che Dio esista, in quanto se tale ipotesi si rivelasse
vera avremmo "vinto tutto", mentre se anche si rivelasse falsa non avremmo "perso niente" (dato
che la vita non sarebbe allora che un niente sospeso nel niente).

"Poiché scegliere bisogna, vediamo ciò che vi interessa di meno. Voi avete due cose da perdere: il
vero e il bene; e due cose da impegnare nel gioco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra
conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire: l'errore e la miseria.
(...)

Valutiamo questi due casi: se guadagnate, voi guadagnate tutto; se perdete, non perdete niente.
Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare." (si veda l'intera argomentazione)

Come si vede non si tratta di una vera prova, ma piuttosto di un argomento che evidenzia come
valga la pena cercare con tutte le proprie forze se Dio sia, dato che la alternativa a Lui è il vuoto, il
nulla.

Dio come Lo presenta Pascal è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, non il Dio freddo geometrico
dei filosofi: cioè è un Dio vivo, un Tu esistente, che interpella perciò tutta la nostra persona e non
può non com-muovere tutto il nostro essere, pensiero, cuore ed emozioni.


E' anche un Deus abscobnditus, un Dio nascosto: ma non, come spiega bene Guardini, perché sia
intrinsecamente oscuro, quanto piuttosto per via del peccato che è in noi, e che causa in noi un
appannamento, un diaframma nei confronti della Sua sfolgorante Luce.

Per questo per ammettere la Sua esistenza non occorre "aumentare il numero delle prove", ma
"diminuire" le "passioni" (fr. 233): lottare contro il male, il peccato (le "passioni") infatti è
rimuovere il fattore che si frappone come un diaframma tra noi e Dio. Se togliamo il motivo per cui
Lo neghiamo, ossia la nostra volontà ribelle e disobbediente (e perciò incline al male), avremo
rimosso il principale impedimento, affettivo piuttosto che conoscitivo, al riconoscimento del nostro
Creatore. Il tema è tipicamente agostiniano, o meglio, più generalmente, tradizionale: la vita
dell'intelligenza non è separabile dalla vita personale nella sua totalità, per cui essere nella verità è il
modo migliore per pensare nella verità.

I tre ordini
Non vi sono solo due livelli di realtà, come pensava, più o meno subdolamente, molto razionalismo
contemporaneo a Pascal (ad esempio Cartesio): non vi sono solo il livello corporeo, quello della res
extensa, e il livello spirituale, quello della res cogitans. Vi è un terzo livello, separato dal secondo
da un abisso più profondo di quello che lo divideva dal primo: è il livello della carità, ossia della
grazia, soprannaturale, con cui l'uomo è assimilato all'Infinito Mistero di Dio.

Servirebbe ben poco far vincere lo spirito sul corpo: servirebbe solo a insuperbire, cioè a dannarsi.
Il punto non è: essere spirituali, far vincere la ragione sull'istinto, la legge sulla carne. Fin lì
potrebbe arrivare anche un filosofo pagano o, diremmo oggi, un asceta orientale. Il punto è aprirsi a
una misura infinita, quella della carità appunto, per cui aderiamo all'Infinito e diventiamo capaci,
per sua grazia, di amare e perdonare senza limite.

La dottrina pascaliana dei tre ordini sottolinea appunto questa irriducibilità della carità allo spirito, o
a un'etica puramente naturale. Quello a cui Cristo chiama l'uomo è un compito che trascende le
capacità e i limiti della pura natura, e pur senza cancellarli dilata realmente l'uomo al "senza limiti".
Come i Santi testimoniano in modo più evidente, ma come ogni cristiano almeno un po' sperimenta
nella sua esperienza.

								
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