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La sempre piaccentuata presenza

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La sempre piaccentuata presenza Powered By Docstoc
					   In testa alle classifiche di vendita
   GIORNALISTI-SCRITTORI,
   E CHE C’E’ DA MERAVIGLIARSI?

   di Beppe Lopez

    La sempre più dilagante presenza dei giornalisti nei cataloghi editoriali e il fatto
che ancora in questi mesi, tra i primi cinque libri italiani più venduti in Italia, ben
quattro siano firmati da giornalisti (e sei fra i primi nove) non bastano a spiantare
dalle radici una certa snobistica, diffusa convinzione per cui, come si racconta che
ebbe a sanzionare una volta Eugenio Scalfari (noto giornalista e scrittore), il
giornalista è in definitiva “una sottospecie dello scrittore”.
    Forse si potrebbe subito dire che, se si volesse rispondere dall’altra parte della
barricata con altrettanto snobismo, si potrebbe affermare, dati alla mano, che lo
scrittore di successo è “una sottospecie del giornalista”. Infatti se, per esempio, si
vanno ad elencare quelle quattro firme baciate dalle scelte del pubblico nello
shopping di fine d’anno, e cioè Bruno Vespa, Corrado Augias, Piero Angela e
Antonella Clerici – per non parlare dell’unico scrittore puro della cinquina,
Alessandro Baricco, in odore presso una platea di disistimatori sempre più vasta di
narratore debole e modaiolo, e peraltro impegnato da tempo in una altezzosa attività
pubblicistica – se ne ricava che essi non solo provengono dall’attività giornalistica
ma che sono assurti a quei fasti editoriali, a prescindere dal loro differenziato valore
professionale di origine, in quanto firme o, meglio, facce televisive.
    Ma la verità è forse un’altra: che viviamo in un’epoca di sottospecie, almeno dal
punto di vista della visibilità, del successo e delle carriere. Sottospecie di scrittori,
sottospecie di giornalisti, sottospecie di giornalisti-scrittori, sottospecie di scrittori-
giornalisti, sottospecie di televisione, sottospecie di consumi culturali e sottospecie di
classifiche dei libri più venduti. Un’epoca, per vedere le cose un po’ più seriamente, a
monte (come si dice), in cui si intrecciano i fenomeni delle sottospecie e quello, più
generale, della mescolanza e dell’annullamanto dei generi, delle “specializzazioni” e
delle stesse differenze merceologiche. Risultato: ogni settore o ognuno dà il peggio di
se e tutti insieme fanno, appassionatamente, la viscida e maleodorante marmellata
mediatica che angustia e mortifica le attività comunicazionali e culturali di questo
inizio di terzo millennio nel sazio, cinico e decadente Occidente. Con qualche
eccezione, naturalmente: Augias, per esempio, che riesce a piazzarsi quarto nella
classifica generale delle vendite con un libro di gusto e ben scritto, così come si
ostina a fare della buona televisione…
    Del resto ci sono sempre stati – ma ad un livello decisamente più alto di quello
oggi praticato dai loro emuli – intellettuali che hanno prodotto, contemporaneamente,
articoli e libri, attraversando il guado chi in una direzione chi nella direzione opposta,
o addirittura fermandosi mirabilmente in mezzo al guado. Venivano dalle redazioni –
come Hemingway, Steinbeck e Capote - Buzzati, Vergani, vabbè anche Scarfoglio e
poi Montanelli, Zavoli, Del Buono, la Fallaci, sino ai Terzani, allo stesso Scalfari, per
non parlare dei Savergnini, degli Stella, dei Gomez-Travaglio e dei Buttafuoco (sono
questa coppia di anti-berlusconiani e questo fascista arcaico che sono riusciti a
piazzare i propri libri, senza affacci televisivi, all’ottavo e al nono posto delle
classifiche di fine d’anno). Venivano dalle lettere Parise, Arbasino, Pasolini e
Moravia. E poi ci sono gli splendidi anfibi tipo David Grossman, Citati e Arbasino (il
primo in Italia, si scoprì con sdegno e invidia all’esordio di “Repubblica” nel 1976,
ad essere pagato in base all’art.1 del contratto giornalistico senza avere nemmeno un
tavolo o un telefono in redazione).
    Onestamente, se i migliori scrittori non hanno aspettato l’abolizione della “terza
pagina” per dare il proprio contributo di scrittura e di lettura di qualità al giornalismo
(e oggi, più spesso, per assicurare a nervose e anonime pagine di cronaca omologata
una firma garantita dal prestigio editoriale), ai giornalisti che si prestano all’attività
editoriale si deve riconoscere complessivamente almeno il merito, tra furbate e
ribalderie, di avere svecchiato la scelta degli argomenti e soprattutto il taglio del
trattamento nelle collane saggistiche, e di essere riusciti a piazzare qualche buon
titolo nelle collane di narrativa. Basta leggere mensilmente su “Prima” il godibile
“Valium” di Scalise – toh, un altro giornalista-scrittore - per averne un’idea.
    Il fatto è che – se vogliamo dirla chiaramente, senza falsa retorica – la capacità di
scrittura e la voglia di capire e di farsi capire di un buon giornalista è una tecnica che
può essere applicata a più campi. La differenza la fanno la passione, la fantasia e le
cose da dire, se ci si applica alla narrativa; la passione, la razionalità e l’attitudine al
lavoro di ricerca se ci si applica invece alla saggistica, specie a quella di storica
(cronaca, ricostruzione e contestualizzazione di eventi e di vite) che non a caso è da
sempre il campo più praticato dai giornalisti. Perciò l’esito, semplicemente, ha spesso
il valore aggiunto tipico della prestazione dell’outsider: un racconto estraneo agli
schemi stereotipati e di maniera dell’ultima narrativa italiana o un saggio
spontaneamente privo di retorica e di pregiudiziali storiografiche.
    (dicembre 2005)

				
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posted:7/22/2010
language:Italian
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