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Giorgio Torelli

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					                                           Cattedrale di Parma
                                          giovedì 3 aprile 2003

                          Parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro

                                  Intervento di GIORGIO TORELLI
                                                scrittore

Eccellenza, con il suo permesso. A Lei che ha la cattedra in questa cattedrale: grazie di accogliere
un laico senz’altro indegno del pulpito; Montanelli, che mi è stato maestro di giornalismo, mi
accuserebbe senz’altro di abuso di pergamo.
Ringrazio anche Voi tutti che in una giornata così piovosa e fredda siete venuti, per mostrare anche
a noi stessi che i cristiani non sono dispersi, non sono soli, non sono insensibili, non sono lontani. In
questa cattedrale sono stato cresimato, come tanti, dal vescovo Evasio Colli, che vedevamo al
sommo della scalinata, autorevole, sovrano, la mitria con le gemme, i guanti del pontificale che
scintillavano; e lo abbiamo guardato sempre con rispetto, con venerazione, sentendoci quasi sudditi
di un uomo così imponente e così amorevole.
Cosi ogni volta che mi sia capitato di parlare in una Chiesa o anche in una Cattedrale, come può
capitare a un giornalista quando lo convocano e si fidano di quello che dirà, senza chiedergli prima
cosa dirà, io ho affermato e poi ho sempre aggiunto in cuor mio: se lo sapesse Evasio!.. perché
l’evento non era immaginabile. Dunque ancora grazie, per permettere a un laico di dire la sua.
Il ricco Epulone e il povero Lazzaro. Credo che ognuno di noi sia, di volta in volta, o ricco epulone
verso una parte del mondo, o povero Lazzaro verso un’altra parte della Terra.
Tutti e due i personaggi li vedo riassunti nelle nostre storie, nel nostro percorso di vita. E quanti
epuloni abbiamo conosciuto e quante figure di Lazzaro abbiamo incontrato.
Il vangelo ce li propone continuamente, la storia non smette mai, i poveri li avremo sempre con noi
e credo che avremo sempre con noi anche i ricchi epuloni, verso i quali, io non ho alcun rancore
particolare. Trovo anzi molto severa questa pagina del vangelo, perché in fondo, mi pare possibile
che, se il ricco epulone non ha mutato il suo cuore, qualche responsabilità ci sia anche, non dico nel
Lazzaro evangelico che è là coperto di piaghe con i cani che gliele leccano, ma in ciascuno di noi
che si ammantelli troppo nella sua condizione e non compia quanto è indispensabile che un
cattolico faccia, oggi e sempre.
Quando il Card. Martini venne a Milano, io gli domandai se avesse un piano che prevedesse
un’ipotesi di rafforzamento dei cristiani. E Lui rispose di non averlo assolutamente e che il numero
dei cattolici appariva del tutto sufficiente, essendo i cristiani chiamati ad essere luce, sale, lievito, e
dunque si trattava solo di mobilitarsi meglio.
Il ricco epulone e il povero Lazzaro richiamano quello che secondo me, oggi, può meglio far
comprendere cosa sia la carità cristiana a chi si attarda, a chi è lontano, a chi non si fida di noi, a chi
stabilisce che non gli piacciamo. La carità riesce a convincere senza aver bisogno di dire una parola.
In questa città (lo evochiamo qui perché mi pare giusto che lo si faccia subito), c’è stato un maestro
di carità: padre Lino. La storia di padre Lino non esclude che, come Lui, ce ne siano stati moltissimi
altri… Come il mondo scopre ogni tanto una madre Teresa, così Parma ha avuto la ventura di
scoprire Padre Lino. I suoi sandali sono là da vedere. Chi oggi opera nel bene può fruire di tante
opportunità, Padre Lino non ne ebbe nessuna, né telefonino, né motociclette, né biciclette; ma solo i
sandali che camminavano la città e che sono ancora là da meditare.
I frati dell’Annunciata mi dicono che la gente di Parma va a mettere i piedi nudi dentro quei sandali,
come per trarne incoraggiamento e forza.
Padre Lino in questa città ha visto dei poveri lazzaro, che forse non erano persino compresi nella
raffigurazione dell’evangelista, indipendentemente che ci fossero dei cani a leccare le ferite: questa
nostra città ha visto dei miserabili assoluti.
Ho fatto in tempo a vederli anch’io nella mia fanciullezza, tanto da restare accorato. Una volta, con

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il disegnatore Remo Gaibazzi, che ha disegnato tanti miseri di questa città e che forse era lontan o
dal credere (ma questo non importa, perché si è occupato dei poveri anche lui con la forza della
raffigurazione), avevamo pensato di fare un servizio sui «capannoni». Erano gli anni subito dopo la
guerra, gli anni 50. I «capannoni» erano così poveri da correre un rischio assoluto, un rischio che a
Parma si può correre, ed è quello di diventare personaggi nella povertà, al punto che chi vede un
povero pittoresco si sente assolto dall’intervenire. Un povero che sia drammaticamente povero, ma
che abbia anche qualche spunto di fierezza, a Parma è stato spesso visto non come «una
macchietta», parola che non mi piace, ma spesso è stato relegato in quella sua condizione tragica.
Alla fine Gaibazzi ed io rinunciammo a fare questo servizio giornalistico, anche se lui aveva
disegnato tante figure prosciugate e io avevo preso degli appunti. Avevamo capito che da parte
nostra sarebbe stato solo una delle tante denunce. La città, senza volerlo, si ergeva ad epulone e i
capannoni si ergevano (poveretti) a povero Lazzaro, con una fierezza bellissima. Non è che la
chiesa fosse lontana da questo, ma in realtà succedeva coi poveri come è successo con le barricate.
Per le barricate è stato detto, volendo stupire qualcuno: certo che con noi rossi, anarchici, socialisti,
comunisti, antifascisti c’era anche la chiesa. A questo punto, uno si stupiva perché sapeva che sì, tra
gl’insorti c’era stato qualcuno del partito popolare che poi era anche morto, ma la sovversione era
stata tutta rossa. Allora, aggiungevano i maliziosi cronisti che anche la chiesa era stata con i
sovversivi perché coi banchi tirati fuori dalle parrocchie avevano messo su barricata.
Questa è una cosa che ogni volta che l’ho sentita dire mi scotta, anche perché è ingiusta, anche
perché c’era Padre Lino che quando passava faceva fermare le due rivoluzioni, quella nera e quella
rossa, perché la sua rivoluzione personale era quella giusta, la più giusta in assoluto, quella appunto
della carità. Per i «capannoni» non è che la chiesa mancasse del tutto. Ricordo con grande tenerezza
un prete, che era stato partigiano. Si chiamava Lambertini, e i capannoni lo chiamavano non Don,
non Padre ma, per le brutte, Lambartén. Lambartén andava là per dire la Messa. La Messa più
importante era quella di Natale, Lui avrebbe rappresentato la città, tutti i Lazzaro che stavano di
qua, tutti gli epuloni che stavano di là.
Prendeva la vespa scassata. Indossava la pianeta, ricamata dalle mani caste delle contemplative
(come usava allora). E mentre tutti i vetri di quelle lunghe baracche, quasi da Lager, si
appannavano, perché i miserabili avevano finalmente racimolato qualche lira per fare il brodo di
carne, il prete passava al piccolo trotto, col motore che faceva po.. po.. po.. e raccomandava nel
gelo: “su ragas, che adésa a gh’è la Mèssa e dop’ a gh’ è al torón”.
Lo dico con commozione. L’ offerta di Dio avveniva con questa semplicità: dobbiamo spezzare il
pane e non ve lo sappiamo dire meglio di così; dopo ci sarà il torrone, venite! E venivano.
Un altro gesto povero di Don Lambertini era quello di far colare una sola goccia di vino nel calice e
lasciare il resto nell’ampolla, perché il chierichetto dei capannoni potesse scolarselo dietro l’altare.
La volta che andò a dir messa un altro prete pieno di riservatezza e, non conoscendo i trascorsi di
Lambertini, versò molto vino (quasi tutto) nel suo calice, appena restituì l’ampolla semivuota si
sentì dire dal chierichetto, che lo guardava controluce il vetro: «Maledètt ti e tò mädra!».
(tutti i presenti in cattedrale ridono)
Ecco, io volevo provocare questo vostro riso, per dire che il rischio è qui, il rischio che questa
battuta diverta, mentre invece questa battuta è tragica. Dico dei capannoni, ma per dire di tutte le
inadempienze che possiamo aver compiuto noi cristiani verso i poveri, verso gl’infiniti Lazzaro in
cui ci siamo imbattuti.
E adesso volto immediatamente la moneta e dico: meravigliose anche le cose che questa città, che i
nostri cattolici, che i miei cattolici (non importa per niente che io sia da 50 anni a Milano, mi sento
tra voi e con voi a credere nel Signore), hanno fatto e fanno ancora per i poveri perché il problema
dello sgomberare da noi, dalle nostre vite personali questa condizione inevitabile di epulone, è
trovare infine l’antidoto, attraverso una percezione continua dei doveri della carità.
Nel mio mestiere di giornalista, ovviamente ho viaggiato tanto e ogni volta che sono tornato
dall’Africa, dove sono stato tante volte proprio profondamente, ben dentro, mi sono sempre
sbalordito di poter avere in casa, a Milano, un interruttore che girava, come facciamo tutti con

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grande indifferenza, un coso che accendesse la luce. E mi sono sbalordito nel ruotare il rubinetto
dell’acqua e veder scendere acqua pulita. Venivo invece da paesi dove i poveri Lazzari sono folla,
massa, turba, popolo. I miserabili ci sono contemporanei, sono in mezzo a noi e non sono un altro
spicchio di mondo, perché il mondo è già così piccolo che ci comprende tutti. Nelle notti in Africa
ci sono magari 500 Km. di buio, un feltro nero, tessuto di misteri e spiriti. E questi poveri
accendevano un fuocherello di legna, raccolta dalla povera donna africana, la quale zappa, cucina,
fa figli. Finito il fuocherello si dilata solo il buio atroce. L’acqua era sporca. Ero sui monti della
Tanzania, a 800 km. dalla costa e mi chiedevo cosa avrei dovuto fare se mi fossi sentito male. Avrei
dovuto prendere una land-rover e scendere giù per piste fangose sempre a rischio di burroni, con i
fanali a fendere la notte, con gli occhi fosforescenti puntati addosso dagli animali, quelli rossi delle
fiere, quelli chiari degli erbivori. E giù, giù, per trovare che cosa? un presidio sanitario con trenta
specialità medicinali, mentre noi ne abbiamo nelle nostre farmacie 12.000. L’altro giorno ho trovato
al supermercato una ragazza che aveva dei bellissimi occhi azzurri. E siccome esercito qualche
impudenza, le ho detto che la ringraziavo perché quei suoi occhi azzurri rendevano più luminosa la
giornata. Era tutta lusingata e con le gote rosse (ci sono ancora ragazze che arrossiscono), ma io ho
precisato: «Attenzione, Lei deve restituire». E lei: «Restituire cosa?». Ed io: «Ci sono persone che
hanno occhietti insignificanti, brutti, Lei invece ha dei bellissimi occhi azzurri, per cui deve
restituire, con un gesto di solidarietà, il privilegio che ha avuto». Allora come è vero per il
rubinetto, è vero per il pane, è vero per la nostra abbondanza, è vero persino per i problemi, che
hanno, come fondamento, le palafitte del nostro benessere, su cui impostiamo la vita. Come si fa a
non rischiare di essere epuloni, dato che il nostro benessere ci rende tali, davanti a gran parte del
mondo? Quando c’è stato recentemente il digiuno per la pace, proposto dal Papa, tante persone lo
hanno fatto a pane e acqua. Alt! Pane fresco e acqua pulita! Anche in un digiuno, rischiamo di
rimanere impastoiati nel nostro benessere, perché un vero digiuno, nel mondo dei poveri Lazzaro,
sarebbe qualche briciola di pane e acqua limacciosa, raccolta in quegli acquedotti che marciscono.
Allora, qual è l’antidoto? L’antidoto è almeno quello che, se non si può cambiare la situazione del
mondo con le sole forze della nostra carità, forse noi abbiamo un altro privilegio: quello che la
Chiesa cattolica schiera in combattimento su tutte le frontiere del mondo «hic et nunc»,qui e ora. Se
avessimo un mappamondo da mostrare, vedremmo tantissime luci accese.Sono i cattolici che
rendono testimonianza nella carità dentro un punto qualunque del pianeta. Quindi non c’è che
affiancarsi a loro, prenderli sul serio, sostenerli, aiutarli, fare la catena che arrivi a noi, fino al nostro
compiacimento.Mio zio, quando faceva freddo, nevicava e c’era il desiderio di chiudere la casa alla
città e ai problemi di tutti i giorni, diceva: «Iv sarè bén?» Come dire chiudiamoci dentro. Non
bisogna farlo mai, perché non abbiamo che questa vita, un’altra vita di ricambio non c’è e saremo
giudicati sulla carità; è tragico, è drammatico: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo
sete e mi avete dato da bere». Se consideriamo le occasioni per il nostro esercizio della carità,qui,
adesso, sono più clamorose che mai. Conosco una famiglia veneta dove tenevano, anzi tengono, la
porta aperta per tutti i venditori ambulanti, che noi chiamiamo venditori di accendini (la loro figura
viene qui rimpicciolita, mentre non è così nella loro cultura, in Africa o in tante altre parti del
mondo, dove assume valore nel contesto tribale). Lasciavano la porta aperta, perché chiunque
potesse sedersi a tavola quando aveva fame. E allora si vedeva affacciarsi timidamente qualche
africano, qualche nero, qualche giallo, tutti quelli che si avventuravano per quelle strade di
campagna per fare i venditori ambulanti, e il posto per loro non era sul fondo, ma al principio di una
lunga tavola. Vorrei darvi un altro esempio concreto. Io ho scritto un libro su un missionario della
Tanzania, giusto perché a Montanelli venne in mente di mandarmi a vedere da vicino un
missionario. Mi invitò a nozze, perché io, di missionari, ne ho visti tanti. Sono vissuto qui a Parma
in mezzo ai missionari. Li ho visti partire e non tornare, li ho visti fare cose grandi. Naturalmente ce
n’è di grandi e di piccoli, non tutti eroi, ognuno interpreta la sua occasione cristiana come meglio
può. Io andai a vivere con questo missionario a 800 km dall’Oceano Indiano e 2000 m. d’altezza. A
darvi l’idea di cosa sia la fragranza cristiana, il mio missionario di Tanzania era ed è un uomo che
sembra Mosè, con la barba biblica, i pantaloni di fustagno, un montanaro della val di Non, che si

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gioca la vita così; dedica 30 anni della sua vita, 30 anni che sono il tempo di un ergastolo, a mutare
la sorte di due villaggi, ignoti alle mappe geografiche. Questo è allora l’antidoto che vi propongo:
associarvi senza riserve alle persone di prima linea. Il mio amico ha mutato la sorte di quei due
villaggi, facendo cose lentamente, al passo dell’Africa, per esempio costruire l’acquedotto, far
accendere la prima lampadina, dopo aver costruito una diga, senza i cosiddetti aiuti internazionali,
solo con aiuti privati, da popolo a popolo: un mese andavano a lavorare in missione gli idraulici, poi
i carpentieri, poi i contadini e i mugnai. Poiché questo missionario chiedeva collaborazione via
radio, è perfino accaduto che un generale di cavalleria decidesse di frequentare un corso da casaro
per aiutare gli africani a fare il formaggio. Attraverso l’ immissione di seme di toro padano nelle
vacche locali, in cinque generazioni si è passati dal produrre 2 litri di latte al giorno a 25 litri e
quindi si è potuto fare il formaggio.
Potrei stare qui ore, a raccontare cosa è successo in due villaggi estremi, per opera cadenzata della
carità cristiana, vedendo, in quei volti, gli stessi volti che così spesso non ci piacciono ai semafori.
E confesso che spesso non piacciono neanche a me. Il volto di Cristo con le spine.
Quanta gente si è associata a questo mio amico chiamato «Baba Camillo» (Baba» vuole dire padre)
che io ho portato anche a Parma a dare testimonianza nella chiesa della Steccata. Quest’uomo così
virile, bello, forte, che ha ammazzato 50 bufali. E’ il solo missionario a me noto che abbia
ammazzato 50 bufali, imparando poi dal manuale Hoepli, appena abbattuto il bufalo e mettendosi
seminudo come Tarzan, a sezionarlo, a riporlo in sacchetti e mandarlo alla missione, dove c’è un
freezer, costruito da lui coi rottami e funzionante coi gas della stalla.
Insomma una vera lotta corpo a corpo contro le avversità -insisto- per due villaggi che hanno solo
un nome in cielo.
E’ da poco uscito un libro scritto da un vescovo mio amico, libro che, confesso, se fossi un vescovo
non avrei mai firmato, anche se dentro il libro c’è la speranza. Nel titolo si parla di «declino della
chiesa cattolica». Declino della chiesa cattolica? Ma siamo matti? La chiesa cattolica è tuttora uno
scrigno pieno, pienissimo di testimonianze, di evidenze. Tutti i mali sono curati, tutte le solitudini
sono accolte, tutte le dedizioni sono incessanti. Ci sono qui tra noi tutte queste suore e io sono
sicuro che fanno esattamente le cose che ha fatto madre Teresa, tali e quali. E meno male che il
mondo, a un certo punto, si è accorto che ce n’era una di suore mirabili. Ho visto da vicino questa
vecchina che io chiamo «la castagnina» come quella che vedevamo qui a Parma, sul ponte di
mezzo, tutta rugosa, tutta infagottata, anche lei coi sandali, come quelli di padre Lino (perché la
storia dei sandali continua sempre). Niente di straordinario: solo che i Lino e le Terese marciano
sempre. E meno male che il mondo non può far finta d’ignorare che nella chiesa cattolica c’è
l’amore, ci sono i difetti, i limiti, le incongruenze, il su e giù. Ma quale forza dentro questa carità
fluviale. Noi ci meritiamo la severità del brano di vangelo che qui è stato così bene letto dal mio
amico Lallo Ilari. Perché in dialetto? Perché noi siamo questa tribù. Non siamo un’altra tribù. Ecco
allora, in virtù di questo vangelo nostrano, possiamo intendere meglio il ricco epulone. Io ho fatto
in tempo a vedere, in questa stessa città, degli sfrontati, con un lungo pelo sullo stomaco. Speriamo
che abbiano poi trovato qualcuno che abbia reso loro testimonianza e sia diventato il loro
evangelizzatore. Perché anche questo accade: cioè, se noi non utilizziamo l’antidoto della carità, qui
e altrove, involontariamente diventiamo complici dei ricchi epuloni. Mentre ci corre l’obbligo di
essere evangelizzatori, cioè portatori di buona notizia, portatori di un sogno di diversità, senza
bisogno di dire nulla, proprio come padre Lino. Lui non ha detto nulla, non si ricorda che abbia
detto nulla di particolarmente importante. Allora la nostra persona, la nostra figura sarà abbagliante,
perché la carità abbaglia, perché la carità ferisce gli occhi, perché la carità monda gli occhi.
Tutto questo io dico qui, nel modo più indegno, perché se uno credesse veramente le cose che io qui
sto dicendo, dovrebbe militare a vita nella legione straniera della carità cristiana. Nel mio lavoro di
giornalista mi è piaciuto descrivermi, se per caso ci fossi riuscito, come testimone dei testimoni,
perché di testimoni nella mia vita, ne ho visti di meravigliosi. Poteva essere epulone il dott.
Marcello Candia, su cui ho scritto un libro, che produceva anidride carbonica a Milano, aveva tre
lauree scientifiche, era nato col palco alla Scala, in una famiglia della borghesia milanese, da

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giovane aveva avuto macchine fuoriserie, era stato brillante ufficiale e lentamente, pianin pianino,
intese che il vangelo o lo prendi sul serio o non serve a nulla, perché così ,come lo sentiamo
pigramente, non vale granché. Capisco anche la carità di far declamare pubblicamente le Scritture a
persone che nella chiesa leggono volentieri, perché diventa per loro uno scopo, un proposito, ma
spesso, così, la Parola non vibra, ed è una Parola che una temperatura altissima.
Ricordo un altro medico che traducendo dall’arabo il Vangelo, snidava le frasi, e le parole
prendevano risalto, si gonfiavano. Proprio facendosi carico del Vangelo, questo dottor Candia, ad
un certo punto, ha venduto la sua azienda ed è andato a fare quello che si può fare: poco e
moltissimo. E’ volato sul Rio delle Amazzoni ad impiegare il suo stesso denaro (cosa che il giovane
ricco della parabola non si è sentito di fare), tutto il suo denaro per dei miserabili, che erano ben più
in là dei «capannoni» che io ho citato, i più tragici di tutti, davvero questi con le piaghe aperte. A
entrare in una di quelle capanne, trovavi il padre alcolizzato, la madre incinta e alla quindicesima
gravidanza, le figlie stuprate e già gravide, un solo letto in mezzo all’ ondeggiare di amache lerce e
sul letto la nonna lebbrosa, col viso raggrinzito, il naso mozzo, gli occhi cisposi; trovavi anche un
filo elettrico, attaccato abusivamente, non per la luce ma per poter vedere la partita di calcio. Una
situazione sconvolgente.
 E lì, esattamente lì, ho visto il mio amico Candia, che oggi ha in corso la causa di beatificazione,
entrare in capanne in cui, confesso, se mi avessero proposto di pernottare, non sarei stato capace di
rimanere, nemmeno per le ragioni della carità, che adesso io qui vado agitando. Sarei andato a
dormire fuori, sotto la luna, lungo il Rio delle amazzoni, rischiando la trafittura di centinaia di
zanzare piuttosto che adagiarmi lì dentro.
Il dottor Candia, quando non ebbe più soldi, avendo costruito un ospedale dove si curavano ogni
anno, a sue spese, 3000 persone, ha detto: «E adesso?» E allora si è voltato. E dietro c’eravamo noi,
c’era un enorme moltitudine di amici, abbagliati dal suo non aver mai proferito parola e aver fatto
solo l’esercizio della carità. Una moltitudine l’ha sostenuto. Lui è poi morto di cancro, perché il
mistero c’è sempre: come mai, una persona così bella Dio non la tiene da conto e non le risparmia
cinque infarti e la morte per cancro al fegato? Lui chinava il capo e diceva: « Il Signore vuole
questo da me, io accetto, io lodo il Signore!»
Ho parlato con un suo lebbroso che aveva le mani raggrinzite, quasi dei grumi, le gambe mozzate,
il naso perduto dopo 50 anni di lebbra. E’morto due anni fa. Questo lebbroso era stato sostenuto
dalla fraternità del dottor Candia, che nel lazzaretto aveva provveduto anche a sviluppare la
coltivazione dei campi e persino ad organizzare il carnevale e le partite di calcio realizzando una
riabilitazione completa e continua perché, purtroppo, i poveri lazzari, tra loro, da soli, si attaccano,
litigano pur di avere un beneficio in più.
Domandai al lebbroso, di cui divenni amico: « Ma tu chiederai conto al Signore del perché ti fa
vivere come un povero Lazzaro, a cui davvero i cani potrebbero leccare le piaghe della lebbra;
chiederai perché non ti ha lasciato che dei moncherini, tu che alzi al cielo le braccia, per gridare il
Padre Nostro?» Lui è rimasto sbalordito dalla mia domanda e mi ha risposto: « Io non chiederò
conto di nulla. Dirò: Signore grazie, mi sono sempre fidato». L’ esempio del dottor Candia,
mancato epulone, aveva convertito proprio il povero Lazzaro. Quando ho chiesto al lebbroso cosa
avesse pensato qil giorno che gli era caduto il naso (ormai eravamo diventati confidenziali) mi ha
risposto: «Ho pianto le mie lacrime davanti allo specchio. Poi, come mi ha insegnato il dottor
Marcéo (Marcello Candia in portoghese era “dottor Marceo” ), ho pensato che desiderare di
ricevere un naso poteva essere una vanità». Adalucio si chiamava il mio amico, lebbroso per quasi
tutta l’esistenza.
Dunque concludo dicendo una battuta, che in fondo nel mondo è una regola: se noi parliamo di
queste cose e voi con pazienza le ascoltate, vuol dire che abbiamo l’orecchio per il Bene, che queste
cose ci piacciono e che quindi possiamo fare tutti di più. Sì, potremo fare di più, potrei anch’io fare
di più, oltre che essere testimone dei testimoni; proprio come dicevano di me i miei professori del
liceo Romagnosi: «Potrebbe fare di più, se volesse».
Una volta una maestra (è storia vera) ha spiegato ai suoi allievi il gesto di S. Martino che divise il

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suo mantello con un povero; gesto di grande simbolicità (noi abbiamo ben altro che un solo
mantello da dividere!). La maestra ha chiesto di fare un riassunto della storia. E un bambino ha
scritto: «S. Martino, visto un povero che aveva freddo, scese da cavallo e lo tagliò in due». Così va
il mondo rispetto ai poveri. So che anche questo aneddoto suscita riso, ma è così. Allora, qual è la
controbattuta? La controbattuta è quella di Madre Teresa e dico veramente alle suore che sono qui:
mi permetto di citare madre Teresa, come vorrei citare ciascuna di voi e così come ciascun cristiano
che faccia la sua parte, per quello che dà alla società di grande, di immutabile, perché questo filo
d’acqua della carità nel giorno, nella notte, nelle feste, continua a scorrere. Un giorno madre Teresa,
quando una giornalista le chiese (ero presente anch’io): «Madre, lei chi è , cosa rappresenta?
Un’infermiera, una filantropa, una un po’ matta che va in giro a cercare di far morire bene degli
indiani, che sono vissuti male?». Ero presente, eravamo a Roma; lei è stata di una delicatezza
straordinaria, autentica, si è fatta tradurre in inglese e poi ha risposto: «Come mi dispiace di non
saper rispondere. Non ne sono in grado. Però posso dire una regola a cui mi attengo sempre, se la
volete far vostra, come cerco di adottarla io: Ieri è già passato. Domani deve ancora venire. Oggi un
mio simile, un mio povero Lazzaro mi chiede di fermarmi accanto a lui perché geme. E io mi fermo
». Qual è la cura per approdare a tutto questo? Una notte di vento e neve ero sull’altopiano di
Asiago, ero andato a far meditazione e star lì col parroco, un parroco alpino naturalmente.
Bevevamo la grappa fatta da lui e stavamo in allegria. Mi confidò che tra i suoi parrocchiani c’era
una certa abitudinarietà, un calo di fede. Chiedevano la benedizione delle case, ma come un gesto di
scaramanzia. Aveva provato a coinvolgerli in iniziative per il terzo mondo, ma con risultati modesti.
Allora ha avuto un’idea strabiliante: ha preteso che i genitori dei bambini che dovevano fare la
Prima Comunione, il padre soprattutto, prendessero posto in chiesa dietro ai figli. I bambini erano
stati disposti come questo uditorio, tutti a cerchia e i padri dietro ad ognuno. Al momento di
distribuire la particola ai bambini, tutti emozionati, il prete si fermò a mezz’aria con l’ostia
benedetta e rivolgendosi al primo dei padri schierati disse: «Senti, diglielo tu, a tuo figlio, che
questo è il corpo di Cristo! Prendilo! Dallo tu al tuo bambino, perché si ricordi che il giorno della
Prima Comunione è stato suo padre a dirgli che questa ostia è il corpo di Cristo e non è stato il
prete, che può sembrare un estraneo. Fagli vedere che è stato suo padre!». Quei padri, pallidi,
trepidi nel prendere la particola, e scandire «Questo è il corpo di Cristo» ai figli, non hanno più
potuto dimenticarsene. E da quella volta sono rimasti “incastrati” completamente, perché se tu hai
dichiarato a tuo figlio che «questo è il corpo di Cristo» allora ne discende tutto quello che qui
abbiamo provato a dirci. La ringrazio dell’ospitalità sul pulpito di cui è titolare, Eccellenza.




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