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DIVERSITA DEL POPOLAMENTO DI ARTROPODI PREDATORI IN TRE DIVERSI Aesculus Hippocastanum

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DIVERSITA DEL POPOLAMENTO DI ARTROPODI PREDATORI IN TRE DIVERSI  Aesculus Hippocastanum Powered By Docstoc
					         VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
          “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”




             Settore
Arboreo e Forestale




    Libro dei Riassunti - Settore Arboreo e Forestale
     VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
      “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”




Libro dei Riassunti - Settore Arboreo e Forestale
      VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
       “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”




Presentazione
              Orale




 Libro dei Riassunti - Settore Arboreo e Forestale
     VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
      “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”




Libro dei Riassunti - Settore Arboreo e Forestale
                               VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
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                                                                                        [SA – PO – 01]

VARIABILITÀ DEI CARATTERI VEGETATIVI DI IMPORTANZA
ORNAMENTALE IN GENOTIPI SPONTANEI DI MYRTUS COMMUNIS L.
(*)

Cervelli C., Ruffoni B., Castello S., Savona M.

Istituto Sperimentale per la Floricoltura
Corso Inglesi 508
18038 Sanremo
Tel. 0184 667251
Fax 0184 695072
E.mail: istflori@sistel.it


    Negli anni 1998-2000 è stato intrapresa dall‟Istituto Sperimentale per la Floricoltura una azione di
reperimento di germoplasma spontaneo di Myrtus communis L. volta a saggiare la variabilità naturale
presente in questa specie per caratteri importanti dal punto di vista ornamentale. In questo lavoro
vengono analizzate le caratteristiche vegetative di 38 cloni reperiti in territorio nazionale durante il
primo anno di attività; vengono anche riportati alcuni dati relativi a materiale raccolto
successivamente (cloni e piante da seme di provenienza nazionale ed estera).
    I caratteri esaminati sono stati la lunghezza e la larghezza della foglia, la sua forma, la lunghezza
degli internodi, il numero di ramificazioni delle branche, l‟altezza della pianta, il diametro del fusto.
Rilievi hanno riguardato anche l‟habitus della pianta, il colore del fogliame e dei rami, la disposizione
delle foglie attorno al fusto. L‟analisi dei risultati ha evidenziato una notevole variabilità per molti dei
caratteri osservati. Rilievi sulla dimensione e forma delle foglie, sulla lunghezza degli internodi, sul
colore del fogliame, sia dei cloni sia delle piante da seme introdotte negli anni seguenti in collezione
hanno evidenziato la presenza di una ancora maggiore variabilità per tali caratteri.
    Dall‟esame complessivo dei risultati emerge la possibilità di sfruttare la biodiversità naturale di
questa specie al fine di una selezione per molti caratteri di interesse ornamentale; nell‟ambito della
collezione instaurata, alcuni genotipi presentano caratteristiche peculiari (es. nanismo accentuato,
elevata vigoria dei rami, habitus insolito) per cui si ritiene possano essere adatti tal quali a differenti
utilizzi (piante in vaso, o fronda recisa, o per giardino) senza interventi in sede colturale atti a
modificarne la morfologia e lo sviluppo.


   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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[SA – PO – 02]

CARATTERISTICHE QUALITATIVE E TIPICITÀ DEL PROFILO
AROMATICO DI MELE ANNURCA (MALUS DOMESTICA BORKH. CV
ANNURCA).

Roberto Lo Scalzo, Armando Testoni

IVTPA, Via Venezian 26 - 20133 MILANO
tel: 02-239557211/210, fax: 02-2365377 e-mail: testoni.ivtpa@interbusiness.it

     La mela Annurca (Malus domestica Borkh. cv Annurca), già conosciuta ai tempi degli antichi
Romani, è presente nel panorama varietale italiano in una bassa percentuale. Essa, tuttavia, nella realtà
agro-alimentare campana, occupa una parte non trascurabile e ben consolidata dal punto di vista
commerciale, tanto da essere considerata per l'IGP (Indicazione Geografica Protetta) dall'Unione
Europea nell'ambito della valorizzazione e protezione di prodotti agroalimentari caratteristici.
     Tale cv di mela dà un riscontro della elevata biodiversità caratteristica del territorio italiano
presentando, rispetto ad altre cv di melo, delle caratteristiche organolettiche ben definite, in particolare
l'aroma. Inoltre, la mela Annurca si distingue per il particolarissimo trattamento post-raccolta che
consiste nel fare arrossare i frutti a terra, protetti solo da uno strato di paglia.
     Tali caratteristiche evidenziano la tipicità di questa cv e sono state la spinta per uno studio
approfondito dei marcatori biochimici che si riflettono sui parametri qualitativi comunemente
esaminati per altre cv di melo.
     I frutti (4 cloni), raccolti a maturità commerciale presso il campo sperimentale dell'Istituto per la
Frutticoltura di Ciampino (Roma), sono stati divisi in due aliquote, una direttamente trasportata
all'IVTPA di Milano, l'altra sottoposta ad arrossamento tradizionale per circa 30 giorni. Subito dopo
l'arrossamento anche questi frutti sono stati trasportati all'IVTPA. All'IVTPA di Milano i frutti,
arrossati e non, sono stati ulteriormente separati in altre due tesi: una analizzata subito, l'altra
sottoposta a conservazione in aria ad 1°C per 6 mesi ed analizzata dopo tale trattamento.
     Le analisi effettuate sono state:
     - peso dei frutti;
     - colore;
     - percentuale di rosso;
     - residuo rifrattometrico;
     - acidità titolabile;
     - consistenza della polpa;
     - emissione di etilene e di aromi a 20°C dopo 2, 5, 7, 9 giorni dalla raccolta, dalla fine
dell'arrossamento e dal termine della conservazione.
     La valutazione delle sostanze volatili responsabili dell'aroma è stata effettuata mediante gas-
cromatografia accoppiata alla estrazione dei volatili con spazio di testa dinamico su frutti integri.
     I frutti di mela Annurca, dopo le drastiche condizioni di arrossamento, hanno mostrato comunque
un alto residuo, acidità e consistenza, ed inoltre un incremento della produzione di etilene e di aromi.
     L'arrossamento, contrariamente alle aspettative, porta anche ad un incremento del rapporto
esteri/alcoli. Tale fenomeno influenza positivamente la qualità dell'aroma, in quanto gli esteri sono i
composti solitamente responsabili dell'aroma fruttato, mentre gli alcoli presentano generalmente degli
odori che richiamano una nota di fermentato e senescente.Andando ad analizzare in modo più
particolareggiato il profilo delle sostanze volatili estratte dai frutti di mela Annurca, allo scopo di
determinare i composti responsabili della tipicità del suo profumo, si può notare:
     - la presenza quasi esclusiva di esteri a catena lineare;
     - assenza pressochè totale di esteri a catena ramificata, caratteristici delle cv di melo più diffuse in
Italia al giorno d'oggi;
     - un composto mai trovato precedentemente nell'aroma di mele, il         -ottalattone;
     - una quantità rilevante di un composto terpenico ancora non ben identificato assimilabile al         -
damascenone, già ritrovato nelle mele.




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ASPETTI QUALITATIVI E COMMERCIALI DI ALCUNE CULTIVAR DI
PERO DEL GERMOPLASMA AUTOCTONO A MATUTAZIONE ESTIVA

S. D‟Aquino, M. Agabbio

Istituto per la Fisiologia della Maturazione e della Conservazione del Frutto delle Specie
Arboree Mediterranee –CNR . Via dei Mille, 48, 07100 Sassari


    Il pero è tra le specie frutticole più ampiamente diffusa in Sardegna, e per questo ricco di biotipi
differenziatisi naturalmente e di cultivar vecchie di secoli. La ricchezza della variabilità genetica è
testimoniata oltre che dalle differenze morfologiche, chimiche e gustative anche dalla presenza
costante di cultivar che portano a maturazione i frutti a partire da giugno sino a tutto dicembre, senza
soluzione di continuità. In questa nota vengono descritte le caratteristiche chimiche, organolettiche e
morfologiche di alcune cultivar di pero del germoplasma autoctono in collezione presso l‟azienda
sperimentale del IMFPP.CNR di Sassari, che maturazione nei mesi di luglio ed agosto. Inoltre,
vengono riportati i risultati di un‟analisi gustativa eseguita da un panel test composto da 20
assaggiatori. Diverse sono risultate le cultivar di pregio che racchiudono oltre alle buone
caratteristiche bio-agronomiche eccellenti attributi chimici, organolettici e gustativi (Bau, Buttiu, S.
Andrea, S. Maria, Cauli, E‟ S‟Assunta), comparabili con quelli della pera Coscia, che è stata utilizzata
come cultivar di confronto.




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[SA – PO – 04]

INCIDENZA DI ALCUNE AVVERSITÀ SU 14 CULTIVAR DI CILIEGIO
DOLCE DA INDUSTRIA IN REGIME DI PRODUZIONE INTEGRATA.

A.Roversi, A. Monteforte


    Nel corso degli ultimi 3 anni è stata rilevata l'incidenza di alcune avversità su 14 cultivar di
ciliegio dolce da industria presenti in un ceraseto della provincia di Bari attualmente condotto in
regime di produzione integrata, che dovrebbe evolversi verso quella biologica.
    Le piante di tale ceraseto , innestate su franco, con forma di allevamento adatta alla raccolta
meccanica, avevano 8 anni di età all'inizio delle osservazioni che hanno riguardato la presenza di
Monosteira unicostata , Archips rosanus, Tetranychus spp. e Cylindrosporium padi . L'intensità degli
attacchi è stata valutata globalmente con una scala compresa tra 0 (assenza) e 5 (elevata) . La stessa è
stata anche utilizzata per valutare una particolare filloptosi estiva causata da tali avversità che,
ovviamente, non sono oggetto di specifici interventi fitoiatrici.
    I risultati di queste osservazioni empiriche evidenziano sensibili differenze di suscettibilità tra le
cultivar e una particolare dipendenza dall'annata per Cylindrosporium, Monosteira e Tetranychus.
    Per la sola cultivar Montagnola è stato, inoltre, possibile valutare il possibile effetto del
portinnesto (Colt, Mazzard e franco) sulle condizioni fitosanitarie, ma non si è riscontrata nessuna
evidente relazione.
    In conclusione, anche se questi stress biotici hanno provocato filloptosi in agosto, la loro presenza
appare accettabile nell'ambito del programma di produzione integrata.




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ASPETTI MOLECOLARI, ELETTROFISIOLOGICI E MORFOLOGICI
INDIVIDUANO DIVERSITÀ GENICHE IN PORTINNESTI DI PESCO.

Muleo R1,2, Mancuso S3, Iacona C2, Maggi E2. Intrieri MC14, Loreti F2 & Buiatti M4
1
  Dipartimento Produzione Vegetale, Tuscia University, Via S. Camillo De Lellis Viterbo.
2
  Dipartimento di Coltivazione e Difesa delle Specie Legnose, Pisa University.
3
  Dipartimento Ortoflorofrutticoltura, Florence University.
4
  Dipartimento Biologia Animale Genetica, Florence University.


    Analisi molecolari, elettrofisiologiche e morfologiche hanno permesso di individuare tre differenti
genotipi di pesco che, impiegati come portinnesti, inducono un differente livello di sviluppo della
chioma delle cultivar innestate. La formazione di radici avventizie da talee legnose dei tre genotipi,
P.S. A5, P.S. A6 e P.S. B2, differisce sia per la percentuale di radicazione sia per il di numero di
radici neoformate. Differenze istologiche sono evidenti nell‟apice delle radici sia avventizie sia
seminali dei tre genotipi. La capacità di estrusione di H + delle radici è superiore nel genotipo P.S. B2
rispetto a quella di P.S.A5. Le indagini molecolari hanno riguardato una regione T-D del DNA del
cloroplasto (Hot-Spot), una regione del gene NADH mitocondriale ed il genoma totale con la tecnica
degli ISSR. Le analisi di sequenza della regione mitocondriale non hanno rilevato differenze, mentre,
quelle cloroplastiche hanno rilevato delle mutazioni puntiformi in grado di separare tra loro i tre
genotipi. Le analisi ISSR hanno rilevato del polimorfismo tra i tre genotipi e tra questi e la cultivar
Armiking. Su di un totale di 76 frammenti 15 sono risultati polimorfi. Due frammenti polimorfi sono
stati clonati e sequenziati, ed una sequenza è risultata omologa a quella di un gene codificante per una
denaturasi. Attualmente sono in corso analisi molecolari sulle progenie autoimpollinate dei tre
genotipi. Il flusso di ossigeno assorbito a livello dell‟apice radicale (5 mm) sia per le radici avventizie
sia per quelle seminali, dei tre genotipi, ha mostrato la stessa organizzazione spaziale, denotata da due
picchi, uno nella zona di divisione (0,5-0,7 mm dall'apice) ed uno nella zona di allungamento (2-2,5
mm). Il tasso di influsso dell'ossigeno nei genotipi PSB2 e PSA6 è di 55,6 pmol cm -2 s-1 nella zona di
allungamento e di 30,2 pmol cm-2 s-1 nella zona di divisione; mentre quella del genotipo PSA5 è di
31.3 pmol cm-2 s-1 nella zona di allungamento e di 18.1 pmol cm-2 s-1 nella zona di divisione. Studi dei
flussi effettuati sul lungo periodo hanno evidenziato un regime di ritmicità caratterizzati con periodi
specifici di oscillazioni regolari, 8.1 min per P.S. A6 e P.S B2 e 9.2 min per P.S A5. I genotipi P.S. B2
e P.S. A6 sono simili tra loro e differenti da P.S. A5, indipendentemente dai parametri valutati. Infine,
per la prima volta è evidenziato un bio-periodo sull‟influsso dell‟ossigeno, indipendente dalla
condizioni ambientali e relazionato ad una diversità genetica e morfologica.




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[SA – PO – 06]

CARATTERIZZAZIONE DI TRE GENOTIPI DI OLIVO A LIMITATA
DIFFUSIONE INDIVIDUATI NEL LAZIO:  SALVIA, SALVIANA E
MARINA.

M.V. Parlati*, S. Pandolfi*, S. De Angelis**

*Istituto Sperimentale per la Olivicoltura – SOP di Spoleto (PG)
**Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l‟Innovazione dell‟Agricoltura nel Lazio – ARSIAL
- Roma


Introduzione
    L‟indagine conoscitiva si è sviluppata sulla popolazione olivicola laziale. Tra le selezioni
individuate, particolare attenzione è stata rivolta al recupero delle varietà locali, assai numerose e
presenti in tutti gli areali olivicoli della nostra penisola. Ciò allo scopo, non solo di potenziare e
conservare il patrimonio genetico, ma anche perché alcuni di questi ecotipi, che hanno col tempo
acquisito caratteri di adattabilità e resistenza all‟ambiente, potrebbero contribuire in maniera
determinante al miglioramento qualitativo, in particolare, ad imprimere un marchio di tipicità all‟olio,
oggi così ricercato. A questo fine alcune istituzioni laziali, umbre, marchigiane, toscane, calabresi e
friulane, hanno dato vita ad un programma di ricerche, già reso pubblico ed ampiamente illustrato in
note sperimentali apparse su diverse riviste specializzate. In questa sede vogliamo riferire su risultati
più ampi del programma, riportando la descrizione di tre ecotipi, afferenti alle cultivar di olivo da
tempo remoto presenti in alcuni principali areali olivicoli ristretti laziali.

Materiali e metodi
     Sui tre ecotipi (Salvia, Salviana e Marina), oggetto del presente lavoro, sono state effettuate
approfondite indagini di natura agronomica, carpologica e compositiva degli oli. Per ogni clone
selezionato, sono state rilevate le principali caratteristiche vegetative e produttive, quali: vigore e
portamento della pianta, fioritura, allegagione, cascola fisiologica, accrescimento e maturazione del
frutto, quantità e costanza di produzione, resistenza ai diversi fattori ambientali di origine vegetale ed
animale. Inoltre, periodicamente, durante il processo di maturazione, sugli oli estratti dalle olive delle
tre selezioni, sono state determinate le caratteristiche sensoriali e compositive degli oli: acidità, n° di
perossidi, polifenoli (totali e ortodifenolici), composizione acidica, sterolica e fenolica (alifatici e
triterpenici). Sui frutti, infine, su campioni prelevati ogni quindici giorni, dal mese di settembre al
mese di dicembre, periodo in cui è stata effettuata la raccolta, sono stati rilevati il peso unitario, ed il
contenuto in acqua, olio e sanza, la pigmentazione e il rapporto polpa/nocciolo. Infine tutti i dati sono
stati elaborati per approntare apposite schede elaiografiche.

Risultati e conclusioni
    Marina: varietà da olio, selezionata in provincia di Frosinone (loc. Valcomino), importante per le
caratteristiche organolettiche e compositive del prodotto; presenta olio fruttato intenso di colore verde.
La zona di evoluzione della cultivar la rende idonea ad aree pedemontane con clima freddo. Le drupe
non invaiano mai completamente, segno di una maturazione tipicamente tardiva che permette di avere
olio fruttato ricco in polifenoli. Presenta uno sviluppo spaziale tale da consentire sesti d‟impianto 5x5.
    Salvia: varietà da olio, selezionata nella Sabina romana (loc. Montelibretti), il prodotto di
pregevole qualità è di tipo fruttato leggero, di colore giallo paglierino con riflessi verdi. Le drupe sono
medio-piccole, epoca di maturazione media. Il vigore medio la rende idonea ad essere impiantata a
5x5.
    Salviana: varietà da olio, selezionata in provincia di Roma (loc. Montelibretti), caratterizzata da
ottima qualità del prodotto, olio fruttato leggero (dolce), di colore giallo intenso, buona produttività.
Le drupe di grandezza media-piccola presentano una resa in olio pari al 22.10 %. Il clone è dotato di




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buona resistenza alle avversità biotiche ed abiotiche. Presenta un elevato grado di vigoria per cui il
sesto minimo d‟impianto è 6x6.

   Gli studi condotti, in appositi campi comparativi di confronto varietale, hanno evidenziato la
possibilità di utilizzo di queste varietà anche fuori degli areali di origine, sia per quanto riguarda la
qualità ottima dell‟olio (tipico), la resa, che la produttività (elevata e costante). Le piante capostipiti
sono state inserite nel sistema di certificazione volontaria nazionale nell‟ambito della categoria virus –
esente.




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[SA – PO – 07]

L‟USO DI MARCATORI MOLECOLARI PER LA CARATTERIZZAZIONE
DI GERMOPLASMA PIEMONTESE DI SUSINO

Radicati L.°, Ruffa E.°, Valentini N.°, Nassi O.*, Lepori G.*

° Dipartimento di Colture Arboree – Università di Torino, Via Leonardo da Vinci, 44 10095
Grugliasco,
e-mail: radicati@agraria.unito.it
*Di.Va.P.R.A. sez. Genetica Agraria - Università di Torino, Via Leonardo da Vinci, 44
10095 Grugliasco,
e-mail: nassi@agraria.unito.it


    In Piemonte è diffusamente coltivato nelle zone collinari e subcollinari un gruppo varietale di
susino (Prunus spp.) denominato localmente “ Ramassin” o “Dalmassin”.
    Si tratta di genotipi che destano particolare interesse per le elevate caratteristiche organolettiche
del frutto, per l‟epoca di maturazione precoce, per la rusticità e per la possibilità di effettuare la
raccolta direttamente da terra. Presentano peraltro un certo grado di eterogeneità con differenze
riguardanti sia i caratteri del frutto che l‟ epoca di maturazione; anche le denominazioni locali sono
spesso assai diversificate. Da ciò deriva l‟opportunità di valorizzare e conservare tale germoplasma.
    Allo scopo di caratterizzare geneticamente tale materiale ed evidenziare eventuali casi di
sinonimia ed omonimia, sono stati presi in esame 23 genotipi appartenenti al gruppo varietale dei
“Ramassin” provenienti da aree piemontesi diverse quali la Collina torinese, il Saluzzese, l‟Astigiano,
e il Monregalese. Al fine di giungere all‟identificazione varietale e consentire l‟inquadramento
sistematico dei „Ramassin‟, sono state inoltre inserite quattro varietà commerciali di P. domestica ed
una di P. insititia. Dalle foglie di ciascun genotipo in esame è stato estratto ed analizzato il DNA con
la tecnica PCR-RAPDs utilizzando più serie di primers decamerici.
    Sui medesimi individui sono stati inoltre eseguiti rilievi sulla fenologia e su alcuni caratteri delle
piante e dei frutti.
    La maggior parte dei primers utilizzati ha evidenziato un buon polimorfismo, e l‟elaborazione dei
dati mediante un programma di Cluster analysis ha permesso di evidenziare interessanti relazioni a
livello genomico tra le entità considerate. Risulta inoltre particolarmente interessante il confronto tra i
dati analitico-molecolari ed i rilievi agronomici.




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VALORIZZAZIONE DI VITIGNI AUTOCTONI: PRIMI RISULTATI
OTTENUTI SU ALCUNI VITIGNI AD UVA NERA IN LUNIGIANA

Scalabrelli G.(1), D‟Onofrio C. (1), Ferroni C. (1), Bucelli P. (2)
(1)
      Dipartimento di Coltivazione e Difesa delle Specie Legnose - Università di Pisa
(2)
      Istituto Sperimentale per l‟Enologia, Sezione Operativa di Gaiole in Chianti - Siena


    Il lavoro per il recupero dei vitigni autoctoni della Lunigiana, del quale sono stati resi noti i primi
risultati (Bucelli et al., 1998; Scalabrelli e Dodi, 1998, Scalabrelli et al., 1999), ha permesso
l‟individuazione di oltre cento accessioni; tra queste le più interessanti sono state raccolte in appositi
campi di collezione e sottoposte a test sanitari (Lagomarsini e Scalabrelli 1998; Scalabrelli, et al,
1998). Il proseguimento di tale attività ha avuto lo scopo di valutare alcuni vitigni nello stesso
ambiente di coltivazione, cioè nel vigneto sperimentale realizzato in Lunigiana (Pontremoli – MS). Su
alcuni vitigni ad uva nera di maggiore interesse sono state condotte osservazioni fenologiche,
ampelografiche, agronomiche e tecnologiche nel corso del biennio 1999-2000.
    In questo lavoro vengono descritti i primi risultati relativi alla maturazione tecnologica e alla
valutazione chimica e sensoriale dei vini ottenuti dalla microvinificazione delle uve di alcuni vitigni
autoctoni ad uva nera: “Nera Bai”, “Pollera R”, “Pollera P”, “Aleatico” e “Marinello”.
    Del mosto delle suddette uve vengono riportati il contenuto in zuccheri, il pH e l‟acidità totale,
oltre che al peso medio del grappolo, al fine di fare alcune correlazioni con la produttività delle stesse.
    Per quanto riguarda le caratteristiche del vino ottenuto dalle prime microvinificazioni, sono state
determinate, a circa sei mesi dalla vinificazione, le principali caratteristiche fisico-chimiche (alcool,
estratto netto, ceneri, alcalinità delle ceneri, pH, acidità totale e glicerina) ed il contenuto in polifenoli
e in antociani. I vini sono stati anche sottoposti all‟analisi sensoriale, da parte di un panel
appositamente addestrato, valutando il colore, gli aromi, il gusto e la gradevolezza complessiva.
    Il contenuto zuccherino del mosto si è rilevato soddisfacente in tutti i vitigni analizzati, in
particolare “Marinello”, “Pollera R” e “Pollera P” hanno presentato un contenuto zuccherino intorno o
superiore a 22 Brix. In contrapposizione, questi hanno mostrato di avere una bassa acidità, eccetto la
“Pollera P” che ha presentato un‟acidità più elevata, superiore anche a quella dei due vitigni a minor
contenuto zuccherino (“Aleatico” e “Nera Bai”).
    Per quanto riguarda le caratteristiche dei vini, anche se ottenuti da vinificazioni condotte su piccola
scala, e quindi di difficile controllo, si sono rilevate interessanti per le gradazioni alcoliche, l‟estratto
netto e i contenuti di glicerina. Anche per quanto riguarda il patrimonio polifenolico la maggior parte
dei vitigni raggiunge livelli elevati, soprattutto nell‟ “Aleatico”, nella “Pollera P” e nel “Marinello”.
    All‟analisi sensoriale, l‟ “Aleatico” e il “Marinello” hanno presentato un colore più intenso e note
aromatiche persistenti, inoltre, sono stati più graditi anche dell‟uvaggio ottenuto dai vitigni
internazionali “Cabernet+Sirah”. In particolare sono risultate molto pronunciate nell‟ “Aleatico” e nel
“Marinello” le note di fruttato (amarena). Nell‟ “Aleatico” è stata più intensa la nota speziata, mentre
nel “Marinello” è emersa anche una nota di miele che ha dato al patrimonio aromatico maggiore
complessità. I vitigni considerati presentano una buona ricchezza ed una elevata potenzialità a fornire
vini dotati di personalità non inferiore a quelli che si potrebbero ottenere con vitigni alloctoni.
    Bucelli P., Giannetti F., Dodi S. Scalabrelli G (1998).- Risultati preliminari sulla dotazione
antocianica e polifenolica di una serie di vitigni ad uva nera reperiti in Lunigiana. Atti del Convegno
“Il patrimonio vitivinicolo della Lunigiana”, Aulla 1996, pp. 131-145.
    Lagomarsini G., Scalabrelli G. (1998). Recupero e valorizzazione del patrimonio viticolo della
Lunigiana. Atti Convegno “Il patrimonio vitivinicolo della Lunigiana”, Aulla, 1996: 9-35.
    Scalabrelli G., Dodi S. (1998).- Caratteristiche ampelografiche di alcuni vitigni ad uva nera
reperiti in Lunigiana. Atti del Convegno “Il patrimonio vitivinicolo della Lunigiana”, Aulla 1996, pp.
37-76.




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                               VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
                                “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”



    Scalabrelli G., Bucelli P., Borgo M. (1998) - Prospettive di valorizzazione di alcuni vitigni reperiti
in Lunigiana. Italus Hortus, 6 (4): 9.
    Scalabrelli G., Dodi S. Luchini M., Mattei G., D‟Onofrio C. (1999) Il germoplasma della vite
(Vitis vinifera L.) Lunigiana. V Conv. Naz. Biodiversità. Caserta 9-10/9/99:375-382




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L‟INTERAZIONE VITIGNO-AMBIENTE                                   NEL       CASO         DELLA         CV.
REFOSCO DAL PEDUNCOLO ROSSO.

G. Colugnati, G. Crespan, R. Miletti, F. Bregant

ERSA, Centro Pilota per la Vitivinicoltura, Gorizia, Via III Armata, 69 - 34170 Gorizia
Tel: 0481 386578 Fax: 0481 386590 E-mail: centro.pilota@ersa.fvg.it


    Nel confronto competitivo tra la viticoltura un po‟ obsoleta dell‟Europa e quella emergente del
Nuovo Mondo, le possibilità dei nostri vini sui mercati mondiali sono sempre più legate alla
valorizzazione del germosplasma antico, coltivato in ambiti territoriali definiti e ben evidenziati sulle
bottiglie.
    Contrariamente al passato, però, questi due aspetti fondamentali della qualità del vino non sono in
contrapposizione, ma si integrano perfettamente.
    L‟utilizzo di varietà autoctone di pregio risulta, senz‟altro, l‟arma più efficace per ottenere prodotti
che non debbano necessariamente confrontarsi con le varietà internazionali, ma che grazie alle loro
peculiarità ed all‟interazione vitigno – ambiente, fattore questo non esportabile, possano affrontare
con serenità il maggior livello di competizione internazionale.
    Per individuare le varietà e le combinazioni vitigno – ambiente in grado di rispondere
concretamente alle aspettative dei vitivinicoltori della regione Friuli – Venezia Giulia, negli anni 1999
e 2000 sono stati scelti e quindi posti sotto osservazione alcuni vigneti investiti con una delle più
interessanti varietà autoctone a bacca rossa e cioè il Refosco dal peduncolo rosso.
    Oltre ai classici parametri viticoli e di maturità tecnologica sono state investigate le cinetiche
relative alla maturità fenolica e cellulare, in modo da ottenere un quadro completo del comportamento
di questa varietà.
    Le diverse combinazioni vitigno – ambiente hanno da un lato evidenziato l‟importanza
dell‟adozione di un modello viticolo consono, in base agli obbiettivi enologici dell‟azienda, ma,
d‟altro canto, hanno palesato i limiti e le esigenze ambientali di questa varietà.
    In sintesi il Refosco dal peduncolo rosso denota un contenuto in sostanze coloranti ed in
particolare antocianine pari o anche superiore al Cabernet sauvignon allevato in condizioni analoghe;
come quest‟ultimo necessita però, per esprimere appieno le proprie potenzialità, di un ambiente
favorevole al raggiungimento di una maturazione ottimale.




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[SA – PO – 10]

IL GERMOPLASMA DEI VITIGNI CAMPANI MINORI: SIMILARITÀ
AMPELOGRAFICHE IN UN GRUPPO DI 21 ACCESSIONI”

Pasquarella C., Scaglione G., Marra F.

Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale
Università degli Studi di Napoli “Federico II”


    La vite (Vitis vinifera L.) ha trovato in Campania sin da epoca remota (1,2,3,4) condizioni
ecologiche diversificate tali da differenziare un ricco e eterogeneo patrimonio ampelografico. Secondo
recenti stime (Scaglione, 2001, dati non pubblicati) il numero di “accessioni” che si sarebbero
originate nella regione risulta essere dell'ordine di 70-75 unità. Ad oggi, purtroppo sono pochi i vitigni
descritti seguendo criteri internazionalmente riconosciuti; tale attività, quando condotta, ha avuto per
oggetto accessioni largamente coltivate, mentre sono stati pressocché completamente ignorati i
“vitigni minori” relegati negli orti familiari per una viticoltura di tipo amatoriale. In tale contesto, ai
fini della salvaguardia e della valorizzazione del germoplasma viticolo autòctono, in via preliminare
s‟è ritenuto utile intraprendere il lavoro necessario a individuare, descrivere, caratterizzare i vitigni
minori. Nel presente contributo si riferisce di una indagine condotta mediante Analisi Statistica
Multivariata per studiare le “similarità ampelografiche”, mediante l‟utilizzo di metodologie di
tassonomia numerica, tra ventuno accessioni autoctone Campane. Nell‟ambito del patrimonio
varietale indagato e limitatamente ai caratteri presi in considerazione lo studio ha consentito di
escludere l‟esistenza di casi di sinonimia e/o di omonimia, ha evidenziato la grande eterogeneità del
patrimonio viticolo Campano, contribuendo a confermare la validità del lavoro fino ad oggi svolto
nella individuazione e caratterizzazione dei vitigni campani sulla scorta dei soli tratti ampelografici.




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BIOTECNOLOGIE PER LA CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITÀ
DELLE SPECIE ARBOREE
Lambardi M., Benelli C. e De Carlo A.

 Istituto sulla Propagazione delle Specie Legnose, CNR, via Ponte di Formicola 76, 50018 Scandicci
(Firenze), Italy. E-mail: lambardi@fi.cnr.it

Obiettivi
    In frutticoltura, il ricorso nei nuovi impianti ad un ristretto numero di cultivar selezionate sta
determinando l‟erosione genetica del germoplasma naturale delle specie, con gravi conseguenze
dovute alla perdita di biodiversità. D‟altra parte, la gestione delle collezioni clonali (metodo
tradizionale di conservazione del germoplasma di specie a propagazione vegetativa) richiede elevati
costi di manutenzione e non è scevra dai rischi connessi col diffondersi di gravi fitopatie. Per quanto
riguarda, inoltre, le piante a prevalente propagazione gamica (quali le forestali), il maggiore ostacolo
alla preservazione della biodiversità risiede nella difficoltà di conservazione delle specie caratterizzate
da seme non ortodosso. Una valida alternativa potrebbe provenire dalle tecnologie di conservazione in
vitro, posto che un ulteriore impulso sia dato allo sviluppo ed al perfezionamento di procedure
semplici, affidabili e di larga applicazione. In tal senso, questo studio esplora le potenzialità offerte sia
dalla conservazione in condizioni di crescita rallentata (2-4°C), sia da nuove tecnologie di
crioconservazione (-196°C).

Conservazione in condizioni di crescita rallentata (Slow Growth Storage)
    Sebbene la temperatura sia il fattore che più incide sul rallentamento del metabolismo cellulare, il
tempo massimo di stoccaggio al quale si può pervenire con questa tecnica, senza compromettere le
caratteristiche di ricrescita delle colture, è influenzato da altri parametri di conservazione, quali la
qualità delle colture stock, il fotoperiodo e l‟intensità luminosa, il tipo di contenitori, i substrati di
mantenimento e di ricrescita dei germogli. Qui si riportano i risultati ottenuti presso l‟Istituto sulla
propagazione delle Specie Legnose (IPSL) del CNR di Scandicci riguardo a prove di conservazione in
condizioni di crescita rallentata di olivo (Olea europaea), castagno (Castanea sativa) e vite (Vitis
vinifera). In olivo è stato riscontrato, ad esempio, che lo stoccaggio a 4°C in condizioni di totale
oscurità permette di protrarre i tempi di conservazione delle cvs „Frantoio‟ e „Leccino‟ fino ad 8 mesi,
con elevate percentuali di sopravvivenza (100% e 90%, rispettivamente) e con un veloce recupero
dell‟attività proliferativa dei germogli. Al contrario, in condizioni di fotoperiodo breve (8h, con 30
µmol m-2 s-1 di intensità luminosa) i tempi di conservazione si dimezzano.

Crioconservazione (-196°C)
    La crioconservazione, consistente nello stoccaggio di organi e tessuti a temperatura ultra-bassa (in
genere quella dell‟azoto in fase liquida), non ha trovato fino ad oggi applicazione su vasta scala per
l‟elevato costo dei refrigeratori a decremento controllato della temperatura, con il quale si previene la
formazione dei cristalli di ghiaccio intracellulari. Nuove metodologie permettono oggi di operare la
diretta immersione in azoto liquido degli espianti, con un‟estrema semplificazione delle procedure e
delle attrezzature richieste. Presso l‟IPSL sono da tempo in corso prove sperimentali che si avvalgono
di tecnologie criogene avanzate, quali l‟uso di soluzioni vitrificanti e l‟incapsulazione-disidratazione,
applicate a tipologie diverse di organi e tessuti da coltura in vitro (apici gemmari, callo embriogenico,
embrioni somatici). Risultati di notevole rilievo sono stati già ottenuti con la crioconservazione di
apici gemmari di pioppo (Populus spp.) e susino (Prunus domestica), nonché di tessuto embriogenico
di olivo, ippocastano (Aesculus hippocastanum) e frassino (Fraxinus angustifolia). Inoltre sono in
corso prove di crioconservazione del germoplasma di castagno e di pero (Pyrus communis).




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[SA – PO – 12]

DIVERSITÀ GENETICA IN NOCE (JUGLANS REGIA L.) VALUTATA
ATTRAVERSO L'USO DI MARCATORI MOLECOLARI AFLP E SSR .

Andreakis N*, Piccirillo P,** Woeste K,*** Monti LM.* & Rao R*

* Dipartimento di Scienze Agronomiche e Genetica Vegetale Università di Napoli Portici,
** Istituto Sperimentale per la Frutticoltura of Caserta ,
***Hardwood Tree Improvement and Regeneration Center, Purdue University, Indiana,
USA
 E-mail: Andreakis N. andreaki@unina.it,


    Il genere Juglans della famiglia Juglandaceae contiene circa venti specie monoiche che producono
tutte noci eduli. Tra questi, il noce inglese o persiano (Juglans regia L.) è la specie più diffusamente
coltivata in Italia fin dall‟antichità. Le varietà e gli ecotipi coltivati nel sud Italia, nonostante siano
economicamente importanti per la produzione dei frutti e del legno, sono spesso di origine dubbia
generalmente propagati da seme e scarsamente caratterizzati geneticamente. Questo è il caso di
“Sorrento” che nel corso degli anni è stato riprodotto sia per via vegetativa che sessuale, dando origine
a una popolazione di cloni non sempre distinguibili attraverso l‟uso di marcatori morfologici.
    In questo lavoro è riportato il fingerprinting molecolare ottenuto attraverso l‟uso di marcatori
AFLP e SSR di varietà e di accessioni di Juglans regia L. Numerose piante di noce “Sorrento”,
originate sia da seme sia per propagazione vegetativa sono state analizzate in confronto con differenti
varietà . Il polimorfismo evidenziato è stato usato per stabilire le distanze genetiche tra i genotipi e per
identificare specifici patterns varietali.

Parole chiave: Distanza genetica, identificazione varietale.




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VARIABILITA' GENETICA DI POPOLAZIONI DI FAGGIO DELL'ITALIA
PENINSULARE (*)

Vettori C., Paffetti D., Anzidei M., Pastorelli R., Vendramin G.G., Giannini R.

Istituto Miglioramento Genetico delle Piante Forestali - CNR, via Atto Vannucci 13, 50134
Firenze


Obbiettivo
   Distribuzione della diversità genetica inter ed intrapopolazione in popolamenti di faggio del
centro-sud dell'Italia

Metodologie
    Questo studio è stato condotto su 45 popolazioni del centro-sud Italia (5 individui per popolazione)
distribuite lungo l‟areale naturale italiano del faggio per un totale di 225 individui.
    Sono state analizzate due regioni del cpDNA (DT e OA) (Demesure et al., 1995; Petit 1999,
comunicazione personale) con tecniche molecolari che fanno uso di PCR ed RFLP. Queste due zone
sono state amplificate con primer specifici ed il prodotto di amplificazione è stato sottoposto a
digestione enzimatica rispettivamente con gli enzimi di restrizione HaeIII e HinfI. Oltre all'analisi
PCR/RFLP sono stati analizzati sei marcatori microsatellite del genoma plastidiale.

Risultati
    Tra tutte le popolazioni analizzate sono stati individuati 7 aplotipi ottenuti dalla combinazione dei
frammenti polimorfici DT2 e OA2, rispettivamente delle regioni DT ed OA del cpDNA. Gli aplotipi
più più rari (Apl 1 e Apl 2) sono stati individuati nella popolazione dell‟Annunziata (CT) e di Bosco
di Stilo (CZ). Altri aplotipi rari sono il 6 della popolazione di Monte Caruso (PZ), il 7 ed il 4 ritrovati
in un solo individuo, rispettivamente, delle popolazioni di Fago del Soldato (CS) e di Laghi di
Monticchio (PZ). L‟aplotipo 3 si ritrova lungo la dorsale appenninica a partire dalla Sicilia (Monte
Soro, Nebrodi, ME) all' Abruzzo (Prati di Tivo, Gran Sasso), mentre l‟aplotipo 5 è stato identificato
solamente in alcune popolazioni della Calabria. L‟analisi di varianza molecolare (AMOVA) ha messo
in evidenza che 85% della variabilità genetica è dovuto all'effetto relativo alle popolazioni, mentre
solo il 15% è dovuto agli individui nelle popolazioni. Risultati simili in termini di distribuzione degli
aplotipi e ripartizione delle diversità aplotipica tra ed entro popolazioni sono stati ottenuti con i
microsatelliti plastidiali. Comps e collaboratori (1990) analizzando 240 popolazioni di faggio (di cui
10 italiane) tramite analisi di marcatori nucleari allozimici hanno stimato un coefficiente di diversità
genetica pari al 5,4% quindi assai più basso rispetto a quanto indicato sopra. Tale differenza è
comunque ascrivibile alle diverse modalità di trasmissione dei due differenti genomi presi in
considerazione. Difatti il genoma del cloroplasto è ereditato per via materna nelle Fagaceae (Dumolin
et al., 1995) e non è soggetto a fenomeni di ricombinazione (Petit et al., 1993; McCauley 1994). La
distribuzione degli aplotipi tra ed entro popolazioni italiane viene discussa in relazione agli eventi
manifestatisi durante l'ultima glaciazione e nel periodo post-glaciale.

   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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[SA – PO – 14]

BIODIVERSITÀ DEL CIPRESSO E                                 DELL‟OLMO             E     DEI     LORO
PRINCIPALI AGENTI PATOGENI (*)

Paolo Raddi, Roberto Danti e Alberto Santini


Da oltre 25 anni l‟IPAF-CNR si occupa del miglioramento genetico del cipresso per la
resistenza al cancro corticale da Seiridium cardinale e dell‟olmo per la resistenza alla
grafiosi da Ophiostoma novo-ulmi.

Obiettivi
        Conservare una larga base genetica di cipresso e di olmo in situ ed ex situ ed una vasta
collezione di isolati dei due patogeni;
        utilizzare tale base genetica nel lavoro di miglioramento genetico per la resistenza;
        fornire materiale certificato a istituzioni private e pubbliche.

Materiali e metodi
    Le specie di cipresso in collezione sono 18, quelle di olmo 14, per la maggior parte derivanti da
seme da noi raccolto secondo le norme IUFRO nelle loro rispettive aree naturali. Per il Cupressus
sempervirens sono presenti in archivi-collezione: 3500 piante madri (almeno 10 piante per clone in 3
località) selezionate in focolai della malattia tra gli esemplari a chioma stretta; migliaia di semenzali
half-sib derivati da seme prelevato da singole piante madri (oltre 30 per popolamento) in aree naturali
greche e turche; circa 50000 esemplari da incroci controllati F1, S1, F2 e S2; diverse migliaia di ibridi
interspecifici da incroci controllati che sono attualmente in corso di valutazione con test di paternità
tramite marcatori genetici.
          Per quanto concerne l‟olmo, oltre alle 14 specie, fanno parte della collezione: 500 individui
clonati delle specie Ulmus minor, U. glabra, U. pumila raccolte in Italia; 82 ibridi interspecifici e
selezioni ottenute dall‟IPAF.
          Le collezioni dei patogeni sono costituite da: 80 isolati di S. cardinale, 15 di S. cupressi, 15
di S. unicorne; 70 isolati di O. ulmi e O. novo-ulmi nelle loro diverse razze.

Risultati
    I risultati sono espressi nelle numerose pubblicazioni effettuate su riviste internazionali e
nazionali.
    Oltre alla produzione di piante resistenti (è stato ottenuto il brevetto per 4 cloni di cipresso
resistenti al cancro e 2 cloni di olmo resistenti alla grafiosi, attualmente in commercio), l‟ingente
materiale in collezione permette ai ricercatori dell‟IPAF e a studiosi di altre istituzioni nazionali ed
internazionali di effettuare studi sulla correlazione ospite-patogeno-ambiente, di selezionare piante di
cipresso caratterizzate da inizio della fioritura in età tardiva e di cloni con una produzione di polline
ridotta e concentrata in un breve periodo di fioritura (problema della pollinosi), di produrre polline di
cipresso in purezza da diverse specie e da cloni per le industrie farmaceutiche (è in atto una
convenzione con due ditte farmaceutiche italiane). Recentemente le progenie F1 sono state impiegate
per studi di genetica (mappe genetiche, relazione carattere-gene/i, etc.)
          Infine l‟IPAF mantiene attivi scambi con istituti di ricerca francesi, spagnoli, portoghesi,
inglesi ed olandesi.

   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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Presentazione
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IL RECUPERO E LA CARATTERIZZAZIONE DEL GERMOPLASMA
VITICOLO VENETO

Severina Cancellier, Angelo Costacurta

Istituto Sperimentale per la Viticoltura - Conegliano (TV)
Sezione di Ampelografia e Miglioramento genetico
Via Casoni, 13/A
31058 SUSEGANA (TV)


     Nel Veneto, terra di antica viticoltura, si sono differenziati nel corso dei secoli un gran numero di
vitigni, diversi per le differenti aree viticole.
     A partire dagli anni '70, si è iniziata un lavoro di ricerca bibiliografica e di recupero dei vitigni
ancora esistenti nel territorio.
     Questo lavoro che è ancora in corso, è stato condotto dalla Sezione Ampelografia e miglioramento
Genetico dell'Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano , in collaborazione con
l'Ispettorato Regionale per la viticoltura, per le province di Verona, Vicenza e Belluno, a cui si
aggiunge il contributo della Camera di Commercio in provincia di Vicenza e con l'opera del dr.
Giuseppe Tocchetti (Fedit) per l'area dei Colli Euganei.
     Più recentemente tutto il lavoro è confluito in un programma Regionale di mantenimento del
germoplasma viticolo, nell'ambito di un progetto relativo alla Flavescenza dorata.

   Dalla bibliografia riportata dai Registri ampelografici di fine '800, risultavano coltivati nelle
diverse province venete diverse centinaia di vitigni.
   Il nostro lavoro ha finora permesso di reperire 76 varietà.
   Queste varietà sono state raccolte in due campi di conservazione: uno (Spresiano (TV), di
proprietà dell'Istituto Sperimentale ed uno a Ceregnano (RO), di proprietà di Veneto Agricoltrura.

   Tutte le varietà individuate vengono caratterizzate dal punto di vista ampelografico,
ampelometrico, ed isoenzimatico. Su alcune si approfondiscono le conoscenze, con analisi dei profili
antocianici, polifenolici ed aromatici.

    Nel caso di sospette sinonimie od omonimie, l'indagine viene approfondita anche con l'ausilio
dell'analisi del DNA.

   I primi risultati ottenuti sono stati incoraggianti, avendo individuato, tra i vitigni a bacca rossa,
genotipi con corredi fenolici e con profili antocianici particolari, e tali da costituire un punto di
partenza per la tipicizzazione delle produzioni vinicole locali.

    Alcune di queste varietà sono già state iscritte al Registro Nazionale delle varietà di vite, ed alcune
di esse rientrano già nella composizione di alcune DOC.




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[SA – PP – 02]

CONTENUTO IN RESVERATROLO NELLE BACCHE DI UVE DI
DIFFERENTI CULTIVAR

L. Leo*, A. Leone*, C. Gerardi*, G. Russo**, G. Zacheo*

* Istituto di Ricerca sulle Biotecnologie Agroalimentari, Via Prov.le Lecce-Monteroni,
73100 Lecce
** Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali, Via Amendola, 165/A, 70121 BARI


    Il resveratrolo (trans-3,5,4‟-triidrossistilbene) è un polifenolo naturale presente nell‟uva ed in varie
piante medicinali, con la funzione di fitoalessina contro l‟attacco da infezioni fungine (1). Grazie alla
sua elevata concentrazione nella buccia delle bacche di uva esso viene ritrovato in quantità
significative anche nel vino (2,3) e sembra sia responsabile della riduzione del rischio di malattie
cardiovascolari in caso di un moderato consumo di vino rosso (4-7). Inoltre sembra che esso svolga
attività anticancerogena (8).
    In questo lavoro viene riportata l‟analisi del contenuto in resveratrolo in bacche mature di diverse
cultivar di uva provenienti da una collezione di vitigni coltivati presso l‟Azienda Sperimentale della
Facoltà di Agraria di Bari (Valenzano). Il contenuto in resveratrolo è stato valutato mediante un
sistema di HPLC con rivelatore diode-array e fluorimetrico. Sono state effettuate analisi per accertare
la presenza di resveratrolo nella forma glicosilata mediante digestione degli estratti con    -glucosidasi.
La forma agliconica del resveratrolo così ottenuta è stata analizzata mediante HPLC come prima
descritto. Per un‟ulteriore caratterizzazione, gli estratti purificati sono stati analizzati mediante
spettrometria di massa
    Dalle analisi effettuate è risultato che il contenuto di resveratrolo varia fra le diverse cultivar e
risulta maggiore nelle uve colorate rispetto a quelle bianche.

Bibliografia

    1) R. Hain, B. Bieseler, H. Kindl, G. Schroder, R. Stocker, Plant. Mol. Biol,. 15 (1990) 325-335
    2) E.H. Siemann, L. Creasy, Am. J. Enol. Vitic., 43 (1992) 49
    3) 3) D.M. Goldberg, A. Karumanchiri, J. Yan, G.Soleas, E. Ng, A.L. Waterhouse, E.P.
    Diamandis Am. J. Enol. Vitic., 46 (1995) 159-165
    4) E.N. Frankel, A.L. Waterhouse, J.E. Kinsella, Lancet, 341 (1993) 1103-1104
    5) A.A. Bertelli, L. Giovanini, D. Giannessi, M. Migliori, W. Bernini, M. Fregoni, A. Bertelli,
    Int. J. Tissue React., 17 (1995) 1-3
    6) C.R. Pace-Asciak, S. Hahn, E.P. Diamandis, G. Soleas, D.M. Goldberg, Clin. Chim. Acta,
    235 (1995) 207-219
    7) D.M. Goldberg, S.E. Hahn, J.G. Parkes, Clin. Chim. Acta, 237 (1995) 155-187
    8) M. Jang, L. Cai, G.O. Udeani, K.V Slowing, C.F. Thomas, C.W. Beecher, H.H. Fong, N.R.
    Farnsworth, A.D. Kinghorn , R.G. Mehta, R.C. Moon, J.M. Pezzuto, Science, 275 (1997) 218-220




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                               VI Convegno Nazionale sulla Biodiversità
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RECUPERO E CARATTERIZZAZIONE DEL GERMOPLASMA VITICOLO
LAZIALE

G. Casadei*, P. Minischetti*, A. Costacurta°, M. Borgo°, M. Niero°, N. Milani°, M.
Crespan°

*Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l‟Innovazione dell‟Agricoltura del Lazio), via
R. Lanciani, 38 - 00162 Roma
° Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano Veneto via Casoni, 13/A - 310158
Susegana (TV)


    Nel 1996 è iniziato, con la supervisione scientifica e la collaborazione dell‟Istituto Sperimentale
per la Viticoltura di Conegliano, un programma di recupero e selezione genetica e sanitaria del
germoplasma laziale.
    Le aree oggetto di indagine sono state quelle delle produzioni enologiche tipiche:
    - Zona dei Castelli Romani
    - Alto viterbese (Est Est Est e Aleatico di Gradoli)
    - Zona Cesanese
    - Basso Frusinate
    - Sabina Romana
    Nel corso delle prime due annate sono state scandagliate le diverse zone e sono stati individuati
circa 620 biotipi di circa 35 vitigni rossi e 48 vitigni bianchi.
    Su tutto il materiale sono stati effettuati i tests ELISA per verificarne lo stato sanitario e
successivamente si sono determinati i pattern isoenzimatici per gli isoenzimi GPI e PGM per dare
inizio alla loro identificazione.
    Dopo questi primi controlli 142 biotipi, 17 vitigni rossi e 30 vitigni bianchi sono risultati esenti da
virus, sono stati propagati su Kober 5BB e Rupestris du Lot e con le piantine ottenute si sono costituiti
nel 1999 e 2000 alcuni campi di conservazione e confronto presso:
    1. l‟Azienda sperimentale di Spresiano (TV) dell‟Istituto Sperimentale per la Viticoltura;
    2. l‟Azienda sperimentale di Tormancina (Roma) dell‟Istituto Sperimentale per la Viticoltura;
    3. la Riserva naturale Selva del Lamone a Farnese (VT);
    4. l‟Azienda sperimentale di Velletri (Roma) dell‟Istituto Sperimentale per l‟Enologia.
    Attualmente i vigneti sono in fase di allevamento e dalla prossima annata inizieranno tutte le
analisi (ampelografiche, ampelometriche, chimiche e biochimiche) indispensabili per una corretta
identificazione e caratterizzazione dei biotipi raccolti.




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[SA – PP – 04]

AUMENTO DELLA BIODIVERSITÀ IN VITIS VINIFERA L. TRAMITE
INCROCIO INTRASPECIFICO: L'ESEMPIO DELLE CULTIVAR
'ALBAROSSA', 'BUSSANELLO' E 'CORNAREA' (*)

F. Mannini1, M. Gobetto1, L. Rolle 2, M. Rabino3
1
 Centro di Studio per il Miglioramento Genetico e la Biologia della Vite, CNR - Grugliasco
(TO)
2
 DI.VA.P.R.A. Sez. di Microbiologia e Industrie Agrarie, Università di Torino - Grugliasco
(TO)
3
 Azienda Sperimentale Regionale Tenuta Cannona - Carpeneto (AL)


     Il Centro di Studio per il Miglioramento Genetico e la Biologia della Vite al momento della sua
istituzione negli anni '70 acquisì alcune vecchie collezioni in cui erano conservate numerose cultivar
ad uva da vino e da tavola ottenute per incrocio intraspecifico dal prof. Giovanni Dalmasso, figura tra
le più eminenti della viticoltura del '900.
     Queste collezioni vennero rinnovate e sui vitigni più promettenti furono condotte accurate
descrizioni ampelografiche che ne consentirono l'iscrizione al Catalogo Nazionale delle Varietà di Viti
nel 1977 (Eynard e Bovio, 1990).
     Secondo la normativa comunitaria e nazionale, tuttavia, non è possibile coltivare nuovi vitigni ad
uva da vino senza una apposita autorizzazione da parte del Ministero competente e il loro inserimento
in apposite liste provinciali. Tale autorizzazione viene concessa solo nel caso che almeno un
quinquennio di valutazioni agronomiche ed enologiche nell'area interessata ne garantiscano le idonee
attitudini produttive e tecnologiche.
     Grazie agli studi pluriennali condotti a cura del Centro, il Ministero per le Politiche Agricole ha
autorizzato nell'aprile 2001 la coltura degli incroci 'Albarossa' e 'Bussanello' nelle province di
Alessandria, Asti e Cuneo (quelle in cui il settore vitivinicolo è ai vertici dell'economia agricola). Per
un terzo incrocio, la 'Cornarea', la stesura della richiesta di autorizzazione alla coltura è prossima alla
conclusione.
     L''Albarossa' (Nebbiolo x Barbera) e la 'Cornarea' (Barbera x Nebbiolo) sono entrambi a bacca
nera, mentre il 'Bussanello' (Riesling italico x Furmint) è a bacca bianca. Dei tre incroci in questione
vengono fornite la descrizione ampelografica, le attitudini agronomiche e quelle enologiche, tra cui la
caratterizzazione sensoriale dei vini.
     I tre nuovi vitigni vanno ad arricchire la base varietale della viticoltura del Piemonte, regione
altamente vocata alla produzione di vini di qualità, consentendo di ampliare e diversificare l'offerta
enologica con prodotti originali e radicati al territorio di produzione.


    (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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CARATTERIZZAZIONE BIOAGRONOMICA DI VITIGNI RARI DEL
GERMOPLASMA     PIEMONTESE AI   FINI  DELLA    LORO
VALORIZZAZIONE.

M. Gobetto1, A. Schneider 1, F. Mannini1, R. Vallania1, M. L. Miaja, V. Gerbi2

1: Centro di Studio per il Miglioramento Genetico e la Biologia della Vite, Via Leonardo da
Vinci, 44 - 10095 Grugliasco (TO)
Tel.: 0116708745 Fax: 0116708658
2: DI.VA.P.R.A. Sezione Microbiologia ed Industrie Agrarie, Via Leonardo da Vinci, 44 -
10095 Grugliasco (TO)
Tel.: 0116708551 Fax: 0116708549


Obiettivi
    Il lavoro si collega ad un progetto ad ampio respiro di recupero e salvaguardia della biodiversità
viticola piemontese attraverso la conservazione e lo studio di varietà minori, rare, rarissime ed in via
di estinzione reperite sul territorio grazie all‟impegno e alla dedizione di istituzioni, tecnici, vivaisti e
viticoltori.
    Il recupero delle „vecchie‟ varietà, giustamente rivalutate grazie ad una più moderna tecnica
viticola ed enologica, ha consentito la promozione di produzioni di nicchia fortemente legate al
territorio permettendo inoltre una diversificazione della produzione vitivinicola che qualifica
ulteriormente e rende unica una realtà già di per sé di primissimo piano.

Metodologia
    Il lavoro di caratterizzazione bioagronomica e di valorizzazione di vitigni rari del germoplasma
viticolo piemontese (Malvasia nera lunga, Nascetta, Liseiret, Rossese bianco di Roddino e Gamba di
pernice) è stato attuato predisponendo diversi campi di confronto varietale, secondo quanto dettato
dalla legislazione vigente in materia di selezione di nuovi vitigni, nei quali è stata condotta una serie
di indagini ampelografiche, agronomiche ed enologiche atte a raggiungere lo scopo prefissato.
    La caratterizzazione ampelografica è stata effettuata rilevando le caratteristiche ampelografiche
delle piante utilizzando le schede proposte dall‟OIV nel 1983 (con alcuni caratteri modificati secondo
quanto suggerito dall‟EU-project GENRES 081 nel 1999).
    Le caratteristiche agronomiche sono state studiate eseguendo una serie di rilievi riguardanti la
misura della fertilità reale, del vigore vegetativo, della produttività nonché di parametri del mosto
quali contenuto in zuccheri, il pH, l‟acidità titolabile e il contenuto in acido tartarico e malico.
    I vitigni in studio sono stati anche oggetto di una sperimentazione di tipo enologico svolta
attraverso la realizzazione di microvinificazioni seguite da analisi chimico-fisiche e sensoriali dei vini
ottenuti.
    Inoltre è stata effettuata una caratterizzazione di tipo genetico utilizzando i marcatori isoenzimatici
PGM e GPI mediante elettroforesi su gel d‟amido, utilizzando per l‟analisi campioni di foglie ottenuti
da talee fatte sviluppare in serra. Tali isoenzimi, che catalizzano reazioni nel ciclo dei glucidi, sono
considerati stabili, ripetitivi e polimorfici nella vite.

Risultati
   Le indagini pluriennali svolte su questi vitigni componenti il germoplasma viticolo piemontese
hanno permesso di ottenere una precisa caratterizzazione delle cultivar oggetto di studio che potrà
essere utilizzata in futuro per istituire le pratiche necessarie per la domanda di iscrizione al Registro
Nazionale delle Varietà di Vite. Si segnala ad esempio la recente iscrizione della cultivar Nascetta.




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[SA – PP – 06]

IANESE: PROMETTENTE VITIGNO CAMPANO MINORE

Pasquarella C., Scaglione G.

Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale
Università degli Studi di Napoli “Federico II”


    Nell‟ambito di un programma da tempo intrapreso dal Dipartimento di Arboricoltura
dell‟Università di Napoli Federico II , teso a individuare e caratterizzare il germoplasma autoctono
della Campania sono state ad oggi individuate circa 75 accessioni delle quali 20 sono state descritte
sulla scorta dei soli tratti ampelografici.
    Nel contesto dinanzi indicato si colloca la descrizione del vitigno minore “Ianese” effettuata, come
nel caso della quasi totalità delle descrizioni già effettuate, utilizzando la scheda ufficiale OIV
comprendente oltre 250 caratteri. Il lavoro ha aggiunto un altro tassello al grande mosaico del
germoplasma autoctono campano contribuendo alla sua caratterizzazione.




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GERMOPLASMA                  VITICOLO             MINORE            DELLA          CAMPANIA:
GINESTRELLO

Pasquarella C., Scaglione G.

Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale
Università degli Studi di Napoli “Federico II”


    La conservazione, tutela, salvaguardia del germoplasma viticolo autoctono campano costituisce
l‟obiettivo di un programma da qualche tempo in corso presso il Dipartimento di Arboricoltura
dell‟Università di Napoli. Nel contesto delineato si colloca il contributo relativo al vitigno minore
“Ginestrello”, facente parte del ricco e diversificato patrimonio dei vitigni minori campani. La
descrizione ampelografica è stata effettuata utilizzando la scheda ufficiale proposta dall‟OIV
comprendente oltre 250 caratteri.




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[SA – PP – 08]

RECUPERO E SALVAGUARDIA DI VITIGNI IN VIA DI ABBANDONO
NEL TORTONESE (PIEMONTE SUD-ORIENTALE) (*)

Raimondi S., Schneider A., Gribaudo I.

Centro di Studio per il Miglioramento genetico e la Biologia della Vite, CNR – Grugliasco
(TO)


Introduzione e obiettivi
     La diversità genetica rappresentata dalle numerose varietà coltivate localmente, nel caso della Vitis
vinifera L. come per molte altre specie, ha subìto nel volgere di alcuni decenni una enorme erosione.
Alle cause che hanno portato all‟impoverimento di germoplasma locale, che si inquadrano in
problematiche comuni ad altre colture, va aggiunta nel caso della vite l‟introduzione dal Nuovo
Mondo di parassiti devastanti ed il conseguente reimpianto di gran parte della superficie viticola
italiana tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900.
     Le aree più ricche del germoplasma rappresentato dai “vecchi vitigni” sono oggi quelle rimaste ai
margini dello sviluppo del mercato e della viticoltura specializzata. I Colli Tortonesi, nel Piemonte
Sud-Orientale, sono aree viticole marginali, ancora poco esplorate per il recupero di biodiversità.
Pertanto tra il 1999 e il 2000 vi si è svolta un‟attività di reperimento e di salvaguardia di vitigni locali
in via di abbandono, particolarmente urgente in quanto proprio nella parte Sud-Orientale del Piemonte
è in atto una grave epidemia di flavescenza dorata, che ha portato all‟estirpo di gran parte dei vigneti
locali e il conseguente reimpianto con cultivar più affermate.

Metodologia
    In primo luogo è stata condotta una ricerca bibliografica ed archivistica che ha permesso di
conoscere quali cultivar di vite fossero coltivate nella zona oggetto dello studio nei decenni e nei
secoli passati. A quest‟opera si è affiancata la ricerca sul territorio delle varietà rare, spesso ancora
coltivate in un numero esiguo di piante; è stato così possibile reperire, mediante l‟uso di avvisi
stampati ed il colloquio con i viticoltori, vitigni in via di abbandono, rari o rarissimi, dei quali si è
operata la descrizione ampelografica, integrata da documentazione fotografica del germoglio, della
foglia adulta, del grappolo a maturità.
    Particolare attenzione è stata rivolta all‟identificazione delle cultivar recuperate, utilizzando
metodi ampelografici descrittivi e metodi fillometrici (misura di parametri caratteristici della
morfologia della foglia, rilevati con sistemi computerizzati), accompagnati dall‟analisi statistica dei
risultati.

Risultati
    22 cultivar in via di abbandono, rare o rarissime sono state recuperate, descritte e catalogate. Nel
corso dei sopralluoghi si è evidenziato come alcune di esse fossero probabilmente sinonimi di altri
vitigni, sia iscritti al Catalogo nazionale delle varietà (cultivar note), sia appartenenti al patrimonio
varietale minore o raro di altre zone viticole limitrofe; l‟analisi statistica dei valori fillometrici ha
portato a confermare oggettivamente alcune sinonimie, contribuendo all‟identificazione dei vitigni
individuati.
    A causa della epidemia di flavescenza dorata, l‟esigenza di conservare le cultivar recuperate prima
che venga attuato l‟estirpo delle piante infette, secondo quanto previsto dal decreto di lotta
obbligatoria, ha portato all‟impiego di tecniche di propagazione in vitro e della termoterapia del
materiale legnoso, in modo da evitare l‟introduzione di materiale infetto nel vigneto di collezione che
raccoglie gran parte del germoplasma piemontese.


   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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CARATTERIZZAZIONE MOLECOLARE PER LA VALORIZZAZIONE DI
VITIGNI AUTOCTONI NELLE REGIONI DELLE ALPI OCCIDENTALI (*)

Schneider A.(1), Carra A.(1), Akkak A.(2), Boccacci P. (2), Botta R. (2)

(1)     Centro di Studio per il Miglioramento Genetico e la Biologia della Vite, CNR – Via
L. da Vinci 44 – 10095 Grugliasco (TO)
(2)     Dipartimento di Colture Arboree, Università di Torino - Via L. da Vinci 44 – 10095
Grugliasco (TO)


Introduzione e obiettivi
    La coltura della vite (Vitis vinifera L.) è profondamente legata alla storia delle popolazioni
dell‟area mediterranea. Il numero davvero rilevante di cultivar esistenti (si stima alcune migliaia),
selezionate nel corso del tempo nei vari ambienti colturali, testimonia l‟importanza di questa specie
divenuta in molte aree parte della cultura locale. Ciò ha portato da un lato alla diffusione della
viticoltura e dei vitigni in nuove aree secondo gli spostamenti e le migrazioni umane, dall‟altro all‟uso
di nomi locali, diversi da zona a zona (sinonimie). L‟uso diffuso di termini diversi per designare la
medesima cultivar e la perdita della memoria storica della sua origine, pone problemi
nell‟identificazione di numerosi vitigni.
    Dopo aver ipotizzato alcune sinonimie sulla base di riferimenti bibliografici, parametri
ampelografici descrittivi od osservazione diretta delle caratteristiche morfologiche delle piante, queste
sono state sottoposte all‟analisi con marcatori molecolari RAPD (Random Amplified Polymorphic
DNA) e SSR (Simple Sequence Repeats = microsatelliti) allo scopo di confermare o confutare le
ipotesi formulate.

Metodologia
    Sono stati esaminati tre gruppi di vitigni. In primo luogo cultivar di vite proprie dell‟area alpina
(Alpi Occidentali), verificando ipotesi di sinonimia tra varietà coltivate in Piemonte e nei limitrofi
territori d‟oltralpe (Francia). In secondo luogo è stata confrontata una Malvasia ad uva bianca
aromatica piemontese, oggi vitigno molto raro, con una Malvasia bianca di ignota origine presente in
California (USA), dove è attualmente oggetto di attenzione commerciale. Infine sono stati esaminati
due vitigni piemontesi presunti sinonimi, il Ruché e la Moscatellina.
    Per le analisi RAPD si sono stati utilizzati gli 8 primer decametri OPA-2 OPA-7, OPA-10, OPA-
11, OPO-2, OPO-5, OPO-7 e OPO-19 (Operon technologies, Alameda, California) mentre lo studio
del polimorfismo del DNA microsatellite è stato condotto su 6 loci analizzati mediante gel di
sequenza impiegando la chemioluminescenza come tecnica di rivelazione.

Risultati
    Nell‟ambito dei vitigni coltivati in Piemonte e nei limitrofi territori francesi le conferme di
sinonimia più significative hanno riguardato cultivar potenzialmente interessanti dal punto di vista
enologico, raccomandate in Francia e non ancora autorizzate alla coltura nelle province piemontesi.
Tra queste sono comprese le sinonimie tra Chatus (Francia), Neiret (Piemonte) e Nebbiolo di Dronero
(Piemonte), quella tra Verdesse (Francia e Svizzera) e Bian ver (Piemonte) e quella tra Persan
(Francia) e Becouet (Piemonte).
    I risultati del confronto tra la Malvasia ad uva bianca aromatica piemontese, e la Malvasia bianca
presente in California, hanno evidenziato che i due vitigni presentano identici profili di DNA, ma sono
diversi dalla Malvasia di Candia aromatica coltivata nell‟Oltrepò pavese.
    Una ipotesi di sinonimia confermata tra vitigni esclusivamente piemontesi è quella tra il Ruchè,
raccomandato in provincia di Asti e base dell‟omonimo vino DOC, e la Moscatellina, cultivar
dell‟Alessandrino oggi quasi scomparsa, ma di potenziale interesse per le aree viticole del Casalese.




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                                “Opportunità di Sviluppo Sostenibile”



    La scoperta di sinonimie tra varietà coltivate in aree differenti può permettere da un lato lo
scambio di materiale di propagazione selezionato e di informazioni sulle caratteristiche e le
potenzialità produttive ed enologiche dei vitigni, dall‟altro la classificazione (che implica la possibilità
di coltivazione) in zone limitrofe, secondo quanto stabilito dalla normativa UE che regolamenta la
coltura e l‟utilizzo delle cultivar di vite per area geografica. Questi aspetti sono rilevanti al fine della
valorizzazione delle produzioni vitivinicole locali.

   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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                                                                                      [SA – PP – 10]

ECOTIPO    DI      “NEGROAMARO”:                                           CARATTERISTICHE
AMPELOGRAFICHE ED ENOLOGICHE

Liuzzi Vitantonio**, Russo Girolamo*, Faccia Michele**

* Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali - Facoltà Agraria - Università di Bari
** Dipartimento di Produzione Animale - Facoltà Agraria - Università di Bari



    In Puglia è molto noto il “Negroamaro”, un vitigno che partecipa alla realizzazione di vini a DOC,
sia in purezza che in uvaggi, è diffuso prevalentemente sul territorio Jonico-Adriatico delle provincie
di Lecce, Brindisi e Taranto.
Nel presente lavoro sono riportati i risultati chimico analitici ed ampelografici di alcuni cloni, in
selezione e non, in particolare della componente polifenolica e di quella antocianica della materia
prima e del prodotto vino nel corso della elaborazione. E' stata verificata la possibilità di uno studio
multidisciplinare con competenze specifiche: ampelografiche, ampelometriche e tecnologiche. Lo
studio ha evidenziato che la composizione polifenolica ha un ruolo decisivo sulle caratteristiche
chimico analitiche ed organolettiche del prodotto finito.




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[SA – PP – 11]

ECOTIPI DI “PRIMITIVO”: CARATTERISTICHE AMPELOGRAFICHE
ED ENOLOGICHE

Russo Girolamo*, Liuzzi Vitantonio**, Faccia Michele**

* Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali - Facoltà Agraria - Università di Bari
** Dipartimento di Produzione Animale - Facoltà Agraria - Università di Bari


    Il “Primitivo” vitigno autoctone pugliese è diffuso prevalentemente sul territorio dell'arco Jonico e
sull'alta Murgia fra le provincie di Taranto e Bari; dà origine a vini a DOC, conosciuti ed apprezzati
anche all'estero, ottenuti sia da solo uve di "Primitivo" che da uvaggi.
    Nel presente lavoro sono riportati i risultati chimico analitici ed ampelografici di uno studio
eseguito per verificare se i vitigni coltivati sul territorio pugliese sono ecotipi affini a quello classico
descritto nel Registro dei Vitigni Nazionali del Ministero.
    Lo studio multidisciplinare applicativo riguarda l'ampelografia, l'ampelometria e le tecnologie
appropriate. I dati ottenuti evidenziano che le differenze morfologiche sono legate all'ecotipo, mentre
le caratteristiche enologiche della materia prima e del prodotto finito sono in stretta correlazione con
le tecniche colturali e quelle di vinificazione.




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PRIMI RISULTATI SULLA COMPOSIZIONE DELLE OLIVE E
DELL‟OLIO DI GENOTIPI DI OLIVO A LIMITATA DIFFUSIONE IN
UMBRIA
1
 Pannelli G., 2Famiani F., 2Hassoun G., 3Servili M., 4Taticchi A., 5Munari C.
1
  Istituto Sperimentale per la Olivicoltura, sezione di Spoleto; 2 Dipartimento di Arboricoltura
e Protezione delle Piante, Università di Perugia; 3Dipartimento di Scienze e Tecnologie
Agro-Alimentari, Ambientali e Microbiologiche, Università del Molise, Campobasso;
4
  Dipartimento di Scienze Alimentari, sezione di Industrie Agrarie, Università di Perugia;
5
  Erborista e Vivaista Olivicolo, Città di Castello (PG).

    Lo studio del patrimonio genetico dell‟olivo può portare a maggiori conoscenze sul valore
agronomico e commerciale delle varietà locali e, quindi, sulle loro potenzialità e prospettive di
sviluppo. Inoltre, una loro completa conoscenza potrà consentire la predisposizione della migliore
tecnica colturale mentre eventuali peculiarità compositive degli oli potrebbero consentire una loro
ulteriore valorizzazione commerciale.
    In diverse zone della regione Umbria è stato osservato il comportamento produttivo di genotipi di
olivo a limitata diffusione non ancora descritti nel recente volume „Varietà di Olivo in Umbria‟.
Alcuni di loro fanno riferimento a segnalazioni reperite in bibliografia, comunque incomplete e/o
insufficienti per la descrizione e per la valutazione agronomica. Altri genotipi, sebbene conosciuti ed
identificati nella zona di diffusione, non sono ancora studiati; altri, infine, sono stati osservati a
seguito di segnalazioni e/indagini volte alla identificazione di germoplasma olivicolo locale. Questi
ultimi sono generalmente rappresentati da un numero limitato di alberi e, non possedendo alcun nome,
sono stati provvisoriamente classificati come accessioni ed identificati con appellativi coniati con
riferimento alla località in cui sono diffusi e/o ad una loro peculiarità. In particolare sono state
effettuate indagini sulle varietà Bianchella del Trasimeno, Limona o Cimignolo, Corniolo, Gentile di
Anghiari, Gnagolo o Gnegolo, Rastellina o Rastrellina, Rosciola del Lazio, Rosciola del Trasimeno,
Rosciolo o Rosciola dell‟Umbria, Sierola o Sierole e Vera, unitamente alle accessioni Castello di
Zocco, Lunga di Zocco, Gentile di Montone, Maschio, Monte del Lago, Nera di Zocco, Dura di
Zocco, Tonda Nera, e Verde di Zocco. Tutti i genotipi sono stati posti a confronto con la cultivar
Moraiolo, maggiormente diffusa nelle zone in cui si è principalmente operato (Lago Trasimeno, alta
Valtiberina e Spoletino). In epoca iniziale ed avanzata di maturazione (corrispondenti,
rispettivamente, a inizio novembre e inizio dicembre) durante il biennio 1999-2000, sono stati
prelevati campioni di olive ed estratti campioni di olio. Sui frutti sono stati rilevati il peso unitario, il
contenuto in acqua, olio e sansa, la pigmentazione e la consistenza della polpa. Sugli oli sono stati
rilevati l‟acidità, i perossidi, le costanti UV, i contenuti in polifenoli totali, orto-difenoli, clorofille,
acidi grassi, steroli ed alcoli (alifatici e triterpenici) e, infine, è stata effettuata la valutazione
sensoriale. Le determinazioni delle caratteristiche degli oli di alcuni dei genotipi in esame sono ancora
in corso di elaborazione, pertanto nel presente lavoro sono riportati solamente i risultati di quelli di cui
la disponibilità è completa. Per consentire una facile lettura dei risultati ed una rapida valutazione dei
genotipi, i dati sono riportati come media  Errore Standard.
    Il peso unitario, il contenuto di olio e gli indici di maturazione dei frutti della cv di riferimento
Moraiolo sono risultati differenti nelle diverse zone, con valori decrescenti per Trasimeno, Spoletino
ed alta Valtiberina, nell‟ordine. Numerosi genotipi hanno prodotto frutti di peso  a quelli della cv di
riferimento; la pigmentazione è stata meno intensa in Rosciola dell‟Umbria, Dura di Zocco, Monte del
Lago e Vera; la consistenza della polpa dei frutti è stata  in Dura di Zocco, Bianchella del Trasimeno,
Vera e Gentile di Montone. Rese in olio espresse sulla sostanza secca  a quelle del Moraiolo
coltivato nel Trasimeno sono state rilevate in Nera di Zocco, Monte del Lago, Lunga di Zocco, Vera,
Rosciola del Trasimeno, Rosciola dell‟Umbria, Corniolo e Dura di Zocco; le migliori rese in olio sulla




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sostanza fresca sono state osservate sulle precedenti varietà, ma anche su Gentile di Anghiari, Limona
e Rastellina.
    Le analisi merceologiche degli oli (acidità, perossidi e costanti UV) sono state sempre ottimali, Il
rapporto tra acidi grassi insaturi e saturi è risultato elevato (tra 6 e 7), in Gentile di Anghiari, Gentile
di Montone, Monte del Lago, Nera di Zocco e Bianchella del Trasimeno. Il contenuto in steroli ed
alcoli totali è risultato sempre entro i limiti fissati dalla legge, mentre modesti valori del rapporto tra
-Sitosterolo e 5-Avenasterolo e di quello tra alcoli alifatici e triterpenici (cui si associa
generalmente una maturazione poco avanzata), sono stati osservati in modo ripetitivo solo in Monte
del Lago ed in modo occasionale in Corniolo, Gentile di Anghiari, Gentile di Montone e Nera di
Zocco. Elevati contenuti in composti fenolici totali ( 300 mg/kg) ed orto-difenoli ( 100 mg/kg),
sono stati rilevati in Castello di Zocco, Corniolo, Gentile di Montone, Monte del Lago, Moraiolo,
Rastellina, Sierola e Nera di Zocco. Alcuni oli appaiono di notevole interesse organolettico, essendo
caratterizzati dalla nota di fruttato erbaceo come la Rosciola del Lazio, Monte del Lago, Gentile di
Montone e Corniolo. Altri, accanto a questa importante sensazione uniscono anche la nota di pungente
e di amaro legata notoriamente al contenuto in polifenoli (Sierola, Monte del Lago, Moraiolo e
Corniolo).
    I risultati evidenziano caratteri di pregio in alcuni dei genotipi considerati, sia con riferimento alle
caratteristiche dei frutti, sia in relazione alla qualità dell‟olio, indicando possibilità per un loro
maggiore utilizzo. Trattandosi di risultati preliminari, ovviamente, è necessario proseguire l‟indagine
per una definitiva valutazione dei genotipi considerati, con riferimento anche al comportamento
agronomico ed agli aspetti vegetativi.




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MARCATORI AFLP PER LA VALUTAZIONE DELLA VARIABILITÀ
GENETICA INTRA-INTERVARIETALE IN CULTIVAR DI OLIVO (OLEA
EUROPAEA L.)

Ambrosino O., Rao R.

Dip. di Scienze Agronomiche e Genetica Vegetale, Portici.


     La Campania occupa una posizione non trascurabile nella graduatoria delle regioni olivicole
italiane sia in termini di superficie e di produzione. L‟olivicoltura Campana assume maggiore rilievo
nella provincia di Salerno, concentrata soprattutto nel Cilento, una zona fortemente vocata alla
coltivazione dell‟olivo e con un patrimonio varietale particolarmente ricco. Le numerose cultivar
spesso con caratteristiche morfologiche simili, i frequenti casi di sinonimie ed omonimie hanno reso
difficile il lavoro di classificazione ed identificazione varietale. Per tale motivo, le analisi
morfologiche dovrebbero essere integrate con quelle molecolari al fine sia di ottenere una
certificazione a livello vivaistico che per la conservazione del germoplasma;
     In questo studio è stata valutata la variabilità genetica intra ed inter-varietale tra cultivar di olivo
confrontando i profili AFLP ottenuti da sette piante della cultivar Pisciottana con quelli ottenuti da
singole piante delle cultivar Salella, Rotondella, Sanginara e Cammarotana.
     Il DNA estratto da giovani foglie è stato quantificato e sottoposto ad analisi AFLP. I profili
elettroforetici sono stati analizzati manualemnte e la presenza (1) o l‟assenza (0) dei frammenti è stata
utilizzata per stimare la similarità genetica esistente tra i campioni. Il dendrogramma ottenuto mostra
che tutte le piante di Pisciottana sono strettamente correlate con l‟eccezione della pianta
contrassegnata come P1, la cui appartenenza alla cultivar è discussa. In accordo con la letteratura la
pianta P1dovrebbe essere considerata una cultivar diversa da Pisciottana
     I pattern AFLP sono stati utilizzati per l‟identificazione varietale. Una delle otto coppie di primer
(Eaac/Mcct) utilizzate ha prodotto un profilo elettroforetico idoneo per ciascuna delle cinque varietà
analizzate. Le sei piante di Pisciottana (con l‟eccezione di P 1) presentano nella zona compresa tra 400-
300 coppie di basi sei frammenti conferendo un tipico profilo che differenzia questa cultivar dalle
altre. Nello stesso intervallo le cultivar Salella, Rotondella e Sanginara presentano quattro frammenti
mentre Cammarotana ne presenta otto. La pianta P 1 nella zona indicata ha due bande in più a
conferma del coinvolgimento di differenti pedigree




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[SA – PP – 14]

STABILITA‟   IN CAMPO DI DIVERSI HABITUS VEGETATIVI IN
INDIVIDUI DI Olea europaea L. (cv FRANGIVENTO) DERIVATI DA
EMBRIOGENESI SOMATICA

Leva Ar.1, Muleo R.,2 Petruccelli R.1
1
  Istituto sulla Propagazione delle Specie Legnose, CNR, Scandicci (FI), Italia.
Leva@ipsl.fi.cnr.it
2
  Dipartimento di Produzione Vegetale, Università della Tuscia, Viterbo, Italia
muleo@unitus.it


    L‟embriogenesi somatica è stata definita la più promettente biotecnologia della propagazione; la
stabilità genetica delle piante prodotte, rispetto alla pianta donatrice, è comunque un prerequisito per
la propagazione clonale ma ancora non è sufficientemente chiaro se il processo embriogenetico può
indurre variazioni somaclonali ed in relazione a quali fattori.
    Nel 1988 (Rugini et al.) e successivamente nel 1993 e ‟95 (Leva et al.) è stato dimostrato che
l‟embriogenesi somatica è possibile in diverse cultivar di olivo, progressi sono stati fatti per lo
sviluppo della tecnica mentre ancora limitate sono le informazioni sulla caratterizzazione del
materiale rigenerato.
    Attualmente è allo studio una popolazione di somacloni di olivo cv Frangivento ottenuti da
embrioni somatici rigenerati nel 1989 in un unico esperimento (1993 e ‟95 l.c.) ed acclimatati in vivo
nel 1993. Nella popolazione sono stati individuati ed analizzati due gruppi estremi: a crescita ridotta
(SGO, slow growth olive) ed a crescita elevata (FGO, fast growth olive). Le piante prodotte sono
state allevate in contenitore ed analizzate dal 1994 al 1997 ( Leva et al 2000). Nella primavera 1998 i
somacloni sono stati trasferiti in un campo sperimentale situato in provincia di Firenze.
    Il presente lavoro riporta i risultati delle analisi relative al comportamento vegetativo dei due
fenotipi (SGO, FGO) allevati, in condizioni standard di coltivazione.
    Nel 1999 in pieno campo, sono stati rilevati i seguenti parametri morfologici: la crescita dell‟asse
principale, il diametro del tronco, l‟altezza della prima ramificazione dal suolo, la lunghezza dei rami
primari e secondari ed i rispettivi internodi, la percentuale di gemme schiuse sul ramo primario, l‟area
fogliare e la relativa percentuale di sostanza secca.
    I risultati dimostrano che le piante SGO e FGO mantengono, dopo due anni di dimora in pieno
campo, gli habitus di crescita rilevati durante l‟allevamento in contenitore.
    I due fenotipi mostrano uno sviluppo armonico presentando comunque, differenze statisticamente
significative nella crescita dell‟asse principale e nello sviluppo del tronco. La struttura delle piante, in
modo particolare in riferimento al primo palco di ramificazione, non ha subito in campo modificazioni
dovute allo sviluppo di gemme avventizie. I fenotipi SGO presentano, rispetto agli FGO, una
vegetazione più compatta, rami primari ed internodi più corti, una maggiore percentuale di schiusura
delle gemme sul ramo primario; sui rami secondari si ripete lo stesso modello. Le foglie degli SGO
presentano un‟area inferiore rispetto agli FGO.
    L‟analisi molecolare conferma i risultati che erano stati osservati sulle stesse piante in vaso,
indicando che le variazioni osservate a livello molecolare sono stabili.




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CARATTERISTICHE BIOMETRICHE DI 18 BIOTIPI DI OLIVO DEL
GERMOPLASMA CALABRESE

Motisi A., Marra F.P., Zappia R., Mafrica R.

Dipartimento di Agrochimica e Agrobiologia, Università degli Studi di Reggio Calabria
P.zza S. Francesco di Sales, 4 – 89061 Gallina (RC)

    Con lo scopo di acquisire specifiche e più aggiornate conoscenze sul germoplasma di olivo
presente in provincia di Reggio Calabria e verificare la presenza di eventuali sinonimie si è condotta
un‟indagine su tutto il territorio provinciale. Ad una prima fase che ha riguardato un‟attenta e
minuziosa ricognizione sul territorio per l‟individuazione di tutto il patrimonio autoctono di olivo
presente ha fatto seguito una fase successiva in cui si è effettuata una descrizione oggettiva delle entità
rinvenute. A tale scopo è stata adottata la scheda dell‟U.P.O.V. modificata sulla base di indicazioni di
altri Autori (Barranco e Rallo, 1984; Cimato et al., 1993). In essa venivano presi in considerazione i
caratteri di pianta, foglia, infiorescenza, frutto ed endocarpo. L‟elaborazione dei dati è stata condotta
mediante analisi statistica multivariata.
    I risultati hanno evidenziato che la provincia di Reggio Calabria presenta un patrimonio autoctono
di olivo molto ricco, infatti dall‟indagine si è pervenuti alla identificazione di 18 cultivar e/o biotipi.
Accanto a delle varietà già conosciute e molto diffuse su tutto il territorio provinciale (Sinopolese,
Ottobratica, Carolea, Grossa di Gerace) sono state individuate altre che sebbene abbastanza diffuse
non erano state mai descritte (Imperiale e Galatrisu). Nel complesso il versante jonico della provincia
ha presentato una biodiversità maggiore rispetto a quello tirrenico. Le entità individuate hanno
evidenziato caratteristiche morfologiche alquanto diversificate. Relativamente alle caratteristiche dei
frutti, il peso medio della drupa è risultato compreso tra un minimo di 1,1 grammi (Oliva ianca) ed un
massimo di 6,3 grammi (Imperiale). Quattro cultivar pari a circa il 20 % sono risultate a frutto grosso
o molto grosso, otto (44 %) a frutto medio e le rimanenti sei a frutto piccolo (oltre il 30%). Per quanto
riguarda la forma della drupa, quella di tipo ellissoidale è stata di gran lunga la più prevalente (72,2
%) seguita dalla ovoidale (22,2 %) e dalla sferoidale (5,6 %). Per quanto concerne il nocciolo, la
forma ellissoidale (44,5 %) e la superficie liscia (61,1 %) si è riscontrata nella maggior parte delle
accessioni. Il profilo è risultato in prevalenza leggermente asimmetrico (44,4 %) e asimmetrico (38,9
%) mentre solo in tre entità (Olivo a rappu, Tonda e Tondina) era simmetrico. I pesi sono risultati
invece compresi tra un minimo di 0,27 grammi (Ghiastrina) ed un massimo di 0,79 grammi
(Imperiale). Relativamente alle caratteristiche delle foglie il tipo prevalente è stato quello corta e
stretta e quello corta e larga presente rispettivamente nel 44,5 % e nel 33,3 % delle entità.




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[SA – PP – 16]

UNA BANCA DI GENI MEDIANTE LA CRIOCONSERVAZIONE DEL
POLLINE. UN CASO DI STUDIO: LE VARIETÀ DI     OLIVO
DELL‟AREALE LUCANO (*)

E.Alba, M.Galante, R.Pirrone.

Dipartimento di Biologia, Difesa e Biotecnologie A/F:
Università degli Studi della Basilicata


    Il quadro delle conoscenze sulla consistenza e sulla relativa perdita della biodiversità vegetale in
Italia, risulta, ad oggi, frammentario e non consente una valutazione complessiva del fenomeno.
L‟Italia, insieme ad altri paesi mediterranei quali Grecia, ex Yugoslavia e Spagna, è il paese europeo
più ricco di specie fiorenti, nonché di felci e gimnosperme per un totale di specie vegetali pari a 5.820
con un numero di endemismi particolarmente elevato di circa il 13%. Purtroppo non è ipotizzabile che
queste perdite possano ricostituirsi o reintegrarsi spontaneamente; non è possibile, infatti, aspettarsi
che fenomeni di speciazione possano tamponare l‟erosione della biodiversità; man mano infatti che le
specie vengono eliminate, e con esse le caratteristiche originarie degli ambienti in cui vivevano,
diminuiscono le possibilità di rigenerazione genetica naturale. E non ci si può aspettare una soluzione
del problema che sfrutti l‟introduzione nell‟ambiente di specie create artificialmente poiché queste
potrebbero difficilmente competere con i rispettivi parenti selvatici. Ciò premesso, è evidente che il
problema della conservazione della biodiversità vegetale non deve essere confinato solo alle poche
specie che interessano l‟uomo per il loro apporto visibile. Tutte le specie meritano la dovuta
attenzione per il loro contributo nel determinare gli ecosistemi che caratterizzano il pianeta terra e
l‟esistenza dello stesso uomo. Oggi è noto che gli studi sul polline attraverso le moderne tecniche
biomolecolari consentono di identificare sequenze geniche specificatamente trascritte nel gametofito
maschile, di studiare gli effetti dei tessuti stilari nel modulare la funzionalità del polline a seconda
della relazione genetica tra polline e stili e, per i caratteri a base genetica complessa, come la
tolleranza a stress abiotici, la selezione gametofitica può rappresentare un valido supporto ai sistemi
tradizionali di breeding. Allo scopo, insieme alle iniziative già in atto occorre individuare nuovi
metodi alternativi e/o complementari per conservare la biodiversità vegetale a favore delle future
generazioni che con l‟apporto di tecnologie oggi inimmaginabili potranno dare il giusto valore a ciò
che la natura offre. Tra i metodi proposti, quello della crioconservazione del polline può essere degno
di considerazione per motivi strategici e di utilizzazione nel breeding e nella produzione sementiera.
In questo lavoro sono riportati i risultati di una ricerca sulla crioconservazione del polline di varietà di
olivo diffuse in Basilicata.



   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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INDIVIDUAZIONE DI GERMOPLASMA SPONTANEO DI OLIVO
“NELL‟AREALE DELLA NOCELLARA DEL BELICE” PER SCOPI
ORMAMENTALI

De Vita M., Lauro P.

Istituto Sperimentale per la Floricoltura – Sezione Operativa di Palermo


    L‟olivo (Olea europea L.) è uno degli elementi caratterizzanti la flora ed il paesaggio agricolo dei
paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. La sua importanza agraria, ma soprattutto quella
ornamentale, è legata, limitatamente all‟aspetto, alle differenze fra individui “spontanei” (oleastri), fra
quelli nati da seme di cultivars e non innestati (olivastri) e di quelli coltivati. In seno al progetto sui
prodotti e tecnologie innovative su piante ornamentali, con particolare riguardo alle aree del meridione
e più specificatamente alla coltivazione di nuove specie da fronda recisa e da vaso fogliato, è stato
inserito il reperimento di germoplasma di olivo a fini ornamentali per fronda recisa verde con frutti e
per vaso ornamentale. Da ricerche condotte nell‟areale della Nocellara del Belice (Comuni di
Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna, ecc.), dopo una selezione di circa 30 piante, sono
stati individuati sette genotipi di oleastri con caratteristiche diverse tra loro, quali periodo di fioritura
ed invaiatura, dimensione delle drupe, conformazione delle foglie, e architettura.
    Per le piante madri, oltre al corredo fotografico, è stata allestita una scheda dei caratteri
morfologici e dei vari suoi organi (caratteri della foglia, dell‟infiorescenza, del frutto e
dell‟endocarpo).
    Inoltre, è stata messa a punto la propagazione per talea. Per ottenere qualche variabilità
interessante, per uno di questi individui è stata effettuata anche la propagazione da seme, trattandosi,
probabilmente, di una “Olea chrysophylla” (sottospecie Laperrini) di origine africana. Per tutti è stata
effettuata la prova di resistenza in acqua per fronda verde.
    La radicazione delle talee è stata effettuata nel mese di settembre, dopo il riposo estivo, con
l‟ausilio di ormoni di radicazione (IBA) a 5000 e 7000 p.p.m. .
    Il reperimento e il recupero di questi germoplasma, per le caratteristiche riscontrate (habitus
vegetativo, fioritura e fruttificazione ), potranno trovare utilizzazione come piante ornamentali .




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[SA – PP – 18]

ESAME DEI CASI DI SINONIMIA E OMONIMIA IN VARIETÀ DI OLIVO
MARCHIGIANE MEDIANTE ANALISI AFLP (*)

Baldoni L.*, Alfei B., Santinelli A., Angiolillo A. **, Pannelli G.

* Istituto di Ricerca del Miglioramento Genetico Piante Foraggere CNR - Perugia
**Dipartimento SAVA – Università del Molise


   Il patrimonio olivicolo delle Marche è caratterizzato da un notevole numero di varietà autoctone che
concorrono a definire la tipicità dell'olio prodotto.
Tali varietà sono state già ampiamente descritte dal punto di vista morfologico e agronomico. Con
l'analisi molecolare si è inteso affrontare il problema della presenza di numerosi casi di sinonimia ed
omonimia che hanno determinato confusione sull'identità e sulla originalità di alcuni ecotipi locali.

  Sono stati presi in esame 42 genotipi reperiti nel territorio regionale. Di questi, 19 sono varietà
autoctone, rappresentate da esemplari secolari e 3 varietà diffuse anche in altre regioni e
tradizionalmente coltivate nelle Marche. I rimanenti genotipi corrispondono ai presunti sinonimi ed
omonimi delle varietà autoctone. Tutti i genotipi marchigiani sono stati inoltre messi a confronto con
alcune cultivar diffuse in altre regioni limitrofe.
L'analisi AFLP (Amplified Fragment Length Polymorphism) è stata eseguita secondo la procedura
precedentemente descritta per l'olivo su DNA genomico estratto da foglie fresche. Sono state
impiegate 5 diverse combinazioni di primers; i dati sono stati quindi elaborati applicando il metodo
UPGMA sulla matrice di similarità genetica.

  Dal dendrogramma ottenuto è stato possibile stabilire le relazioni genetiche fra i diversi genotipi.
Alcune varietà autoctone sono risultate identiche o molto simili a cultivar diffuse in altre regioni quali
il Frantoio, il Moraiolo, la Marchigiana e l‟Oliva Grossa dell‟Emilia Romagna. Si è osservata inoltre
la presenza di numerosi sinonimi per alcune della varietà marchigiane quali ad esempio Mignola,
Piantone di Mogliano e Lea. Casi di omonimia sono stati rilevati invece in Rosciola, Raggiola,
Sargano, Corallina, Ascolana Tenera.



   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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CULTIVAR DI OLIVO DELLA PUGLIA: CARATTERISTICHE CHIMICO-
FISICHE ED ORGANOLETTICHE DEGLI OLI

E. Perri1, E. Urso1, C. Benincasa1, M. Belcastro1, M. Pellegrino1, N. Paparella2, N. Panaro2,
C. Cavallo3, A. Putignano4, F. Prudentino4
1
   Istituto Sperimentale per l‟Olivicoltura, C.da Li Rocchi, 87036 Rende (CS) Italy
eperri@libero.it
2
  Consorzio Italiano per il Biologico, (Bari)
3
  Regione Puglia - I.P.A. Brindisi
4
  Istituto Tecnico Agrario, Ostuni (Brindisi)


    Nell‟ambito del Progetto POM B07 “Caratterizzazione degli oli di oliva da agricoltura biologica”
sono state studiate le principali caratteristiche chimico-fisiche, nutrizionali ed organolettiche di
numerosi oli di oliva monovarietali prodotti da olivicoltura biologica, integrata e convenzionale
provenienti da quattro regioni olivicole meridionali: Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia. In Puglia, in
particolare, nelle annate 1999/00 e 2000/01, sono stati esaminati numerosi campioni di olio
monovarietale delle principali varietà di olivo della regione: Coratina, Ogliarola salentina, Peranzana,
Cellina di Nardò, Ogliarola Barese, Nociara, Lezze e Toscanina. Su tali oli sono stati determinati,
secondo i metodi ufficiali, i seguenti principali indici di qualità: acidità libera, numero di perossidi,
estinzioni specifiche nell‟UV, acidi grassi, fenoli totali, steroli, esame organolettico (panel test). La
variabilità delle caratteristiche qualitative degli oli è stata esaminata mediante l‟Analisi dei
Componenti Principali (PCA) e l‟Analisi di Cluster (CA). L‟applicazione di tali tecniche ha
dimostrano che è possibile classificare e diversificare, per via chemiometrica, gli oli monovarietali e le
varietà di olivo corrispondenti.

Ringraziamenti
La ricerca è stat finanziata dalla Unione Europea e dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali
nell‟ambito dei Programmi Operativi Multiregionali (misura 2), progetto POM B0




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[SA – PP – 20]

ANTICHI ALBERI DI OLIVO                            NELLE PROVINCE DI PARMA E
PIACENZA

V. Ughini, E. Melegari


    Nell'ambito di ricerche sul vecchio germoplasma frutticolo di Parma e Piacenza, specialmente
nella fascia collinare compresa tra i 200 ed i 500 m s.l.m., sono stati individuati alcuni alberi secolari
di olivo ancora produttivi. Generalmente si tratta di alberi isolati e sparsi sul territorio e, solo in un
caso, appare chiaramente la disposizione in filari quale traccia di un'antica coltivazione.
    I rinvenimenti sembrano di particolare interesse poiché tali olivi hanno superato inverni piuttosto
rigidi (es. nel '29 e nell'85) e molti di essi, inoltre, appaiono produrre anche in assenza di
impollinatori.
    Sono in corso indagini per l'identificazione di tali genotipi per i quali i primi rilievi carpologici
hanno evidenziato variabilità fra le accessioni riscontrate. Queste ultime sono già in propagazione un
vista di una loro valorizzazione quale germoplasma olivicolo resistente al freddo ed adatto per
ambienti marginali.




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APPLICAZIONI DEI MARCATORI MOLECOLARI PER LO STUDIO DI
OMONIMIE E SINONIMIE IN GERMOPLASMA DI MELO.

Serena Venturi, Franco Donati

Dipartimento di Colture Arboree
Via Filippo Re n°6, Bologna


Obiettivi
    Il Dipartimento di Colture Arboree dell‟università degli Studi di Bologna da tempo si occupa di
studi molecolari riguardanti il melo.
    Nel corso degli anni sono stati svolti diversi lavori alla ricerca di marcatoridel melo:
         Studio relativo all‟individuazione di marcatori molecolari associati al gene Vf, legato alla
resistenza alla ticchiolatura (Venturia inaequalis) (Tartarini 1996)
         Studio molecolare del carattere colonnare (Pancaldi et al, 1998)
         Indagine sulla variabilità e sul controllo genetico dell‟habitus spur (Costa et al 2000)
         Marcatori molecolari come supporto al breeding (Pancaldi et al., 1998).
    Prendendo spunto dai lavori condotti in precedenza, si è verificata l‟alta potenzialità dei marcatori
molecolari ai fini della determinazione di varietà molto simili all‟interno del germoplasma di melo.
    A questo scopo si è deciso di ricorrere agli SSR e agli AFLP per studiare sinonimie ed omonimie
della collezione, istituita dal Dipartimento di Colture Arboree di Bologna, sin dagli anni 1968/69.
    I principali “case studies” da noi analizzati sono stati:
    1) Sinonimia:
    Runsè - Grenoble
    2) Omonimia:
    Durello - Durello (FE) - Durello (FO)
    3) Possibili varianti clonali:
    Gelata – Zitella - Zitello

Metodologie
  Estrazione di DNA mediante metodo CTAB.
  Analisi dei campioni con primer SSR e AFLP.
  Corsa dei campioni in gel di poliacrilamide con colorazione silver-staining.

Risultati
    Sono stati testati alcune decine di primer sia SSR che AFLP, alcuni in corso di utilizzo all‟interno
del progetto europeo D.A.R.E. (Lespinasse et al.,1999).




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[SA – PP – 22]

RECUPERO E VALORIZZAZIONE DI GERMOPLASMA LOCALE DI
MELO DELLA VALLE DI SUSA (TO)

Valentini N.°, Miaja M.L.°, Me G.°, Parisio M.*

° Dipartimento di Colture Arboree – Università di Torino, Via Leonardo da Vinci, 44 10095
Grugliasco (TO),
e-mail: valentin@agraria.unito.it
*Comunità Montana Bassa Val di Susa e Val Cenischia, Via Trattenero, 15 10053
Bussoleno (TO)


    In un campo collezione situato nel comune di Bruzolo (TO) sono state raccolte 17 varietà di melo
originarie della Valle di Susa; l‟obiettivo duplice è quello di conservare le varietà come germoplasma
a rischio di estinzione e di condurre osservazioni sul comportamento vegetativo e produttivo, nonchè
sulla qualità dei frutti, al fine di trarre indicazioni per la scelta delle varietà migliori da valorizzare e
consigliare per un‟espansione della coltura nelle zone pedemontane della bassa Valle di Susa.
    Nell‟impianto, eseguito nel 1993 dalla Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia,
ciascuna varietà è rappresentata da 3 piante innestate su M111 con sesto d'impianto di 5 m tra le file e
4 m sulla fila. Come varietà di riferimento è stata inserita la Golden Delicious. Come forma di
allevamento è stata utilizzata la palmetta irregolare.
    Le osservazioni sono state condotte per tre anni a partire dall‟entrata in produzione delle piante ed
hanno riguardato aspetti fenologici (epoca di fioritura e maturazione), vegetativi (vigoria ed habitus
vegetativo) e produttivi delle piante (entità delle produzioni, tendenza all‟alternanza ed efficienza
produttiva) e caratteristiche fisico-chimiche e gustative dei frutti.
    Benchè sia prematuro dare indicazioni sulla produttività, trattandosi di piante nei primi anni di
produzione, è stato possibile osservare la precocità di messa a frutto e la tendenza all‟alternanza di
produzione.
    Tenendo conto dell‟epoca di maturazione, degli aspetti colturali e di qualità dei frutti, si sono
selezionate alcune varietà che sono attualmente in corso di propagazione e che saranno distribuite
nell‟autunno per la realizzazione alcuni impianti nel territorio della bassa Valle di Susa.




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OSSERVAZIONI MORFOLOGICHE E FENOLOGICHE SU 12 BIOTIPI DI
PERO DEL GERMOPLASMA CALABRESE

Motisi A., Marra F.P., Zappia R., Mafrica R.

Dipartimento di Agrochimica e Agrobiologia
Università degli Studi di Reggio Calabria
P.zza S. Francesco di Sales, 4 – 89061 Gallina (RC)


    Tra gli alberi da frutto caratteristici delle campagne calabresi il pero è senz‟altro tra le specie più
diffuse, segno questo che fin da tempi antichi la coltivazione di questo fruttifero doveva essere
abbastanza diffusa ed importante per le popolazioni rurali. Si tratta ormai di vecchi alberi in forte stato
di abbandono consociati con le specie più disparate o spesso come unica essenza arborea presente nei
pascoli degradati. E‟ evidente che in queste condizioni la variabilità genetica, rappresentata da un
numero elevato di cultivar, accumulata nei secoli rischia gradualmente di scomparire. Nell‟impegno
della salvaguardia delle risorse genetiche delle principali specie arboree da frutto, notoriamente
soggette, nel tempo, ad inevitabile erosione il Dipartimento di Agrochimica ed Agrobiologia ha da
tempo avviato specifiche attività che hanno portato all‟individuazione e descrizione di oltre 40 biotipi
di pero, dei quali una notevole rappresentanza è in collezione. In base all‟elevata variabilità genetica
riscontrata nel territorio, evidenziata peraltro in un precedente lavoro (Continella et al., 1997), si è
ritenuto interessante eseguire un‟indagine in un vasto comprensorio a cavallo tra le provincie di
Reggio Calabria e Catanzaro al fine di individuare, descrivere e successivamente conservare le entità
di pero ancora esistenti. Di 12 dei biotipi individuati, si riportano nel presente lavoro i risultati delle
osservazioni eseguite sui principali caratteri fenologici, morfologici e biometrici.
    Nella quasi totalità delle entità rinvenute la fioritura è avvenuta nel mese di aprile, sebbene con
una diversa durata e una certa scalarità. Il numero di fiori per corimbo, è variato da un minimo di 5 ad
un massimo di 9, tuttavia la maggior parte delle accessioni presentavano infiorescenze di 7 o 8 fiori.
La corolla era del tipo medio nel 58,3 % dei casi, grande nel rimanente 41,7 %. L‟epoca di raccolta,
tranne che per una cultivar, che matura a fine settembre, nella maggior parte dei casi è avvenuta tra
luglio e agosto. I biotipi individuati avevano in prevalenza frutti di piccole dimensioni. Il peso medio
di essi nel 70 % dei casi non superava i 50 g, mentre il rimanente 30 % aveva un peso compreso tra i
50 e 100 g. Un accentuato polimorfismo ha caratterizzato i frutti dei diversi biotipi, riconducili nella
maggior parte dei casi alla forma sferoidale e alla turbinata nelle sue varie specificazioni. Riguardo
alle caratteristiche qualitative della polpa, il 50 % dei biotipi aveva frutti a tessitura fine, granulosa
invece nell‟altro rimanente 50 %. La maggior parte delle accessioni presentava frutti aromatici (58,3
%) con una succosità media (50 %). Le colorazioni dell‟epicarpo più frequenti erano verde giallastro e
giallo con sovracolore rosso.




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[SA – PP – 24]

IL FRUTTO DEI PATRIARCHI:       CARATTERIZZAZIONE                                                        E
VALORIZZAZIONE   DELLA   VARIETÀ    „PERA  VARIETÀ                                                      DI
MONTELEONE‟ NEL TERRITORIO DI ORVIETO (TR)

Cherubini M., Dalla Ragione I*., Maccaglia E.

Libero Professionista,
*Associazione Archeologia Arborea, Città di Castello (PG).


    L‟Associazione privata “Archeologia Arborea”, impegnata nella ricerca, nella caratterizzazione e
nella valorizzazione di vecchie varietà ed ecotipi di varie specie da frutto ha individuato nel pero
(Pyrus communis L.) var. locale “di Monteleone” un ottimo esempio di coltura da recuperare e
promuovere per la valorizzazione del suo territorio di produzione, in collaborazione con la Comunità
Montana locale, il Comune della Città di Orvieto e gli operatori agricoli.
    L‟area di ricerca si è estesa nel comprensorio dell‟orvietano, a confine tra la parte sud occidentale
dell‟Umbria e la Tuscia (alto Lazio), territorio a spiccata vocazione agricola e turistica.
    Il pero var. locale “di Monteleone” è tradizionalmente coltivato nel comprensorio di indagine in
frutteti e/ o orto- frutteti familiari ed è molto presente nei seminativi arborati con esemplari maestosi
(di oltre cinquanta anni) sparsi ed isolati. I frutti di tale varietà sono a maturazione invernale (raccolti
in ottobre), tradizionalmente conservati nel fruttaio, appesi in lunghe corone, e consumati freschi o
preferibilmente cotti (spesso insieme alle castagne, altro frutto molto diffuso).
    Il lavoro di ricerca è stato avviato con l‟individuazione ed il campionamento degli esemplari di
pero ritenuti più importanti e significativi per età, dimensione e posizione nel territorio. Da essi è stato
prelevato il materiale vegetativo necessario alla loro moltiplicazione, mediante innesto su franco, ed
alla realizzazione di campi per la prima valutazione e collezione.
    Obiettivi futuri del lavoro saranno la caratterizzazione di tale varietà mediante l‟uso di marcatori
morfo- fenologici e la valutazione dei caratteri organolettici dei frutti oltreché la descrizione del
profilo genetico varietale (grado di similarità genetica con altre varietà coltivate, ecc.) mediante le
analisi con marcatori molecolari (Isoenzimi, RAPDs, Microsatelliti, ecc.).
    Lo scopo è quello di recuperare una coltura ancora viva e presente nel territorio e tra i suoi
abitanti. Sono stati ritenuti prioritari il recupero dei vecchi esemplari, mediante interventi
dendrometrici, e la promozione della coltivazione con tecniche tradizionali. Saranno così valorizzati
gli usi locali e la cultura di un territorio riscoprendo e riproponendo le vecchie metodologie di
conservazione e le ricette locali.




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RECUPERO, SALVAGUARDIA E CONSERVAZIONE IN VITRO DI
MATERIALE FRUTTICOLO AUTOCTONO DEL VENETO

Previati.A*.,DaRe.F*., Schiavon.L**

* Centro Sperimentale Ortofloricolo "Po di Tramontana"-Veneto Agricoltura -Rosolina (Ro)
** Frutteto Sperimentale-Azienda Sasse-Rami-Veneto Agricoltura -Ceregnano (Ro)


    II progetto di recupero, salvaguardia e conservazione del materiale frutticolo autoctono del Veneto
persegue l'obiettivo di evitare la scomparsa di vecchie varietà di melo e pero diffuse in passato nel
territorio regionale. Tutto questo attraverso l'individuazione e la raccolta dei diversi biotipi, in modo
da valutarne le possibilità DI VALORIZZAZIONE, anche a livello di nicchia, attraverso la LORO
introduzione e UTILIZZAZIONE ai fini di una frutticoltura industriale altri obiettivi molto
interessanti sono quelli di individuarne caratteri genetici positivi, utilizzabili in programmi di
miglioramento genetico e di attivare un programma sperimentale di propagazione in vitro delle varietà
ritenute fra le più interessanti. Infine il progetto si propone di esplorare le possibilità di preservazione
di questo prezioso germoplasma attraverso l'applicazione e lo sviluppo di tecnologie di conservazione
in azoto liquido (crioconservazione) di recente introduzione (vitrificazione, incapsulazione-
disidratazione).




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[SA – PP – 26]

PROMETTENTI CVS DI LIMONE E ARANCIO DOLCE NELLA SICILIA
OCCIDENTALE (*)

Abbate L., V. Marino, S. Fatta Del Bosco

Istituto di Ricerca per la Genetica degli Agrumi (IRGA) - C.N.R.. Viale delle Scienze.
Palermo


    Il patrimonio agrumicolo nazionale ha subito negli ultimi due decenni una drastica contrazione
causata da fattori di diversa natura – orientamento monovarietale delle produzioni, crisi commerciale
del settore, mancata competitività qualitativa, inesistente programmazione – che mettono in serio
dubbio la sopravvivenza stessa del pool genico autoctono. L‟individuazione di nuove entità e la
salvaguardia di genotipi negletti e in estinzione rappresentano ormai priorità assolute per la protezione
della “diversità biologica” in agrumicoltura.
    In quest‟ottica, sono state individuate e sono attualmente in fase di valutazione alcune entità di
interesse per tratti specifici (es. tolleranza a fitopatie) e per caratteristiche agronomiche di pregio.
    Limone (Citrus limon L.Burm f.) selezione di cv Femminello
    Il reperimento di cloni di Femminello tolleranti il malsecco rimane l‟obiettivo principale nel
miglioramento della specie. E‟ stato individuato un esemplare che manifesta adeguata tolleranza alla
fitopatia in un contesto caratterizzato da massiccia presenza naturale dell‟infezione da Phoma
tracheiphila. L‟entità è stata propagata presso il campo sperimentale dell‟IRGA a Lascari all‟interno
di un blocco di valutazione specifico per la resistenza al malsecco. La suscettibilità alla fitopatia viene
valutata attraverso l‟uso di una scala empirica di rilevamento dell‟entità del danno, che prevede 5
livelli: 0=assenza di sintomi; 1=sintomi leggeri; 2=sintomi consistenti; 3= più di metà della pianta
infetta; 4=pianta morta. Ad oggi, tutte le piante manifestano sintomatologia pari a 0, tranne una con
sintomatologia pari ad 1. Prove effettuate presso il Dipartimento di Difesa delle Piante dalle Malattie
dell‟Università di Bari hanno dimostrato che questa entità manifesta un comportamento di tolleranza
all‟inoculo artificiale di malsecco non dissimile da quello del limone Monachello (dati non
pubblicati). Le osservazioni in situ sulle caratteristiche produttive sono riportate in tabella. E‟,
ovviamente, ancora presto per effettuare valutazioni definitive sul valore di questa entità, ma sia i dati
vegetativi e carpometrici che i rilievi in campo sulla tolleranza al malsecco inducono a ben sperare.

    Arancio dolce (C. sinensis L. Osb.) cv Vaniglia pigmentato
    Pur possedendo una diffusione limitata a causa delle caratteristiche intrinseche del frutto non
sempre apprezzate (assenza di acidità, elevato numero di semi, ruvidezza e spessore della buccia), il
Vaniglia presenta aspetti che ne rendono importante la coltivazione: elevato contenuto zuccherino,
alta percentuale di succo, crescente impiego nell‟industria di trasformazione. L‟entità individuata,
oltre a presentare i tratti tipici del patrimonio genetico della varietà, si caratterizza per possedere la
polpa uniformemente pigmentata, produttività elevata e costante, attacco peduncolare molto forte con
frutti che persistono fino a giugno inoltrato e che mantengono una percentuale di succo superiore al
50% anche in epoca molto tardiva. La tabella ne riassume i tratti principali.


   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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RUOLO DELLE AUXINE NELL‟EMBRIOGENESI DI PESCO

C. Sorce, F. Paolicchi, N. Ceccarelli, R. Lorenzi

Dipartimento di Biologia delle Piante Agrarie, Università di Pisa, via Mariscoglio, 34, 56124
Pisa


    Le ricerche sulla coltivazione di embrioni zigotici in vitro hanno recentemente dimostrato che
questa tecnica è attuabile per alcune specie, rendendo così possibile lo studio dei meccanismi
fisiologici fondamentali che controllano la formazione dell‟embrione maturo, nonché lo sviluppo di
tecniche alternative per la preservazione del germoplasma. L‟obbiettivo del lavoro è lo studio dei
livelli endogeni di acido indolacetico (IAA) nei semi in sviluppo e l‟influenza di questo ormone sulla
differenziazione morfologica dell‟embrione. L‟influenza dell‟auxina sulla differenziazione è stata
studiata in via preliminare in embrioni di Phaseolus coccineus, un sistema sperimentale ben
collaudato che ha fornito le prime risposte necessarie per estendere il lavoro al pesco. I risultati
ottenuti in Phaseolus dimostrano l‟importanza del sospensore per la sopravvivenza dell‟embrione
immaturo coltivato in vitro. Precedenti ricerche avevano dimostrato la presenza di diverse classi di
ormoni nei sospensori di questa specie, perciò è stato analizzato il contenuto auxinico dei sospensori e
degli embrioni in tre successivi stadi di maturazione (iniziale cuoriforme, cuoriforme e cotiledonare).
Negli embrioni la concentrazione di IAA libero diminuiva rapidamente con il procedere dello
sviluppo: ciò è in accordo con le ipotesi pubblicate in letteratura, secondo le quali durante il
cambiamento di simmetria embrionale la concentrazione di IAA libero deve diminuire per dar luogo
ad un trasporto preferenziale dell‟ormone verso le zone di accrescimento dei cotiledoni. Nel
sospensore i livelli di IAA libero erano inizialmente più bassi di quelli dell‟embrione e decrescevano
lentamente negli stadi successivi di sviluppo embrionale. Inoltre, mentre negli embrioni la maggior
parte dell‟IAA era in forma coniugata, nei sospensori prevaleva l‟ormone libero: ciò suggerisce che
l‟embrione sia in grado di regolare i livelli di IAA mediante il processo di coniugazione, mentre nei
sospensori l‟ormone potrebbe essere scarsamente metabolizzato, per essere invece traslocato verso
l‟embrione. Le analisi sul pesco sono state effettuate su tre diversi tessuti del seme: tegumenti,
endospermi e cotiledoni. Sono stati dapprima confrontati i semi di tre cloni (B2, A5 e A6), estratti dai
frutti raccolti allo stesso stadio di sviluppo (scamiciatura). Le analisi prevedevano, fra l‟altro, due
purificazioni mediante HPLC e l‟identificazione e quantificazione dell‟IAA mediante GC-MS, con
l‟ausilio uno standard interno costituito da IAA marcato isotopicamente. I tre cloni mostravano livelli
di auxina nettamente diversi nelle varie parti del seme, con i tegumenti e gli endospermi che
prevalevano sui cotiledoni. Anche la distribuzione dell‟IAA libero nei diversi tessuti del seme variava
da un clone all‟altro. Le concentrazioni di IAA coniugato risultavano sempre inferiori a quelle
dell‟ormone libero, in contrasto con la nota ipotesi secondo la quale molti tipi di coniugati
rappresentano forme di riserva dell‟IAA, in equilibrio con l‟ormone libero. E‟ stato poi effettuato uno
studio sulle variazioni della concentrazione dell‟IAA nel tempo, nei tessuti del seme. Il lavoro ha
interessato il clone A5, campionato ripetutamente fra 44 e 90 giorni dopo il raggiungimento del 50 %
della fioritura. I livelli più alti di IAA libero si rilevavano nei tegumenti (circa 2.500 ngg-1 p.f.),
seguiti da endospermi (fra 500 e 600 ngg-1 p.f.) e cotiledoni. Nei tegumenti e negli endospermi si
notavano variazioni perfettamente parallele, con un picco massimo che nei tegumenti raggiungeva un
valore particolarmente elevato. I cotiledoni si sviluppano più tardi degli altri tessuti, quindi
l‟andamento dei livelli di IAA non coincide con quelli dei tegumenti e degli endospermi, i cui
campionamenti erano iniziati un mese prima di quelli dei cotiledoni. Anche nei cotiledoni, però, il
primo campionamento mostrava livelli piuttosto alti di IAA libero (fra 300 e 400 ngg-1 p.f.) e al
secondo prelievo si registrava un forte calo della concentrazione dell‟ormone, esattamente come si
verificava al primo e secondo campionamento negli altri tessuti. Inoltre, tale picco precedeva un
periodo di forte sviluppo dei cotiledoni, che nell‟arco di 20 giorni passavano da dimensioni di 2-3 mm
a 12-15 mm, e coincideva con i picchi massimi di IAA libero rilevati in endospermi e tegumenti. Di




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conseguenza si potrebbe ipotizzare che si verifichi una traslocazione dell‟ormone dall‟endosperma (e
dai tegumenti) verso l‟embrione. I tegumenti, inoltre, potrebbero anche mediare il trasporto o lo
scambio di segnali ormonali fra l‟embrione e i tessuti di origine materna. L‟IAA, infatti, è considerato
un importante segnale nel coordinamento dello sviluppo: esso appare fondamentale nella
differenziazione delle strutture dell‟embrione, oltre ad essere positivamente correlato con le fasi di
maggiore crescita del seme. Sarebbe quindi interessante prolungare il periodo dei campionamenti per
verificare se anche nei cotiledoni le variazioni dell‟IAA nel tempo seguono lo stesso andamento
riscontrato negli altri tessuti e soprattutto per accertare se questi organi acquisiscono una propria
capacità biosintetica. A tal fine sono in corso analisi per la determinazione delle concentrazioni di
IAA libero nei tessuti del seme di pesco in un arco di tempo che si sovrappone parzialmente a quello
della precedente sperimentazione e soprattutto lo estende fino ad abbracciare anche le fasi più
avanzate dello sviluppo dei cotiledoni. Inoltre, per verificare se esiste un‟attività di biosintesi dell‟IAA
in situ, è iniziato anche lo studio in vivo della biosintesi dell‟ormone attraverso la somministrazione
dei precursori marcati isotopicamente ad embrioni isolati. Saranno studiate entrambe le vie
biosintetiche conosciute, cioè la triptofanica e la indolica.
    I risultati fin qui ottenuti evidenziano una correlazione diretta fra i livelli dell‟ormone libero e
l‟accrescimento dei cotiledoni. La possibilità di conoscere i siti, i tempi e i livelli di biosintesi
dell‟IAA consentirebbe, in prospettiva, di studiare le eventuali correlazioni fra la capacità di biosintesi
di questo ormone da parte dell‟embrione e la sua sopravvivenza in assenza di endosperma, condizione
che si verifica quando l‟embrione viene espiantato dal seme e coltivato in vitro.




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ANALISI DELLA DIVERSITÀ GENETICA IN GENOTIPI DI PESCO
(PRUNUS PERSICA L.) (*)

T. Giordani, P. Maestrini, L. Natali, A. Cavallini

Dip. di Biologia delle Piante Agrarie, Università di Pisa, Via Matteotti 1/B, 56124 Pisa, Italia


    La variabilità genetica fra cultivar di pesco (Prunus persica L.) è stata studiata mediante analisi
RFLP utilizzando come sonde tre sequenze di DNA di pesco precedentemente isolate nel nostro
laboratorio. La prioma sonda è una sequenza nucleare presumibilmente codificante una deidrina. Le
deidrine sono proteine ubiquitarie nelle piante, coinvolte nella difesa delle strutture cellulari nei
confronti di diversi tipi di stress da carenza idrica, in particolare dal freddo (Close 1997).
    La seconda sonda è un frammento di DNA che mostra elevata similarità con la porzione
codificante la trascrittasi inversa di un retrotrasposone di tipo Ty1/copia, ubiquitario nelle piante
(Kumar and Bennetzen 1999). La terza sequenza di DNA usata come sonda mostra una alta similarità
con una porzione del gene cloroplastico codificante un componente del complesso citocromo b 6/F, che
fa parte della catena di trasporto degli elettroni nella fotosintesi delle piante superiori.
    Sono stati saggiati 13 genotipi di pesco, sia portainnesti che innesti, di origine e morfologia
diverse fra loro. Le analisi RFLP sono state condotte mediante isolamento di DNA genomico,
digestione con enzimi di restrizione, elettroforesi su gel di agarosio, Southern blot e ibridazione con le
sonde precedentemente descritte. I risultati indicano uniformità nei diversi genotipi per quanto
riguarda la sonda nucleare codificante la deidrina e la sonda cloroplastica codificante il citocromo
b6/F, mentre alcune differenze sono state rilevate utilizzando la sequenza retrotrasposone-simile.
    E‟ noto che la variabilità genetica fra le cultivar di pesco è molto limitata (Warburton e Bliss 1996,
Badenes et al. 1998). L‟uso dei marcatori molecolari per valutare la variabilità ha dato risultati
contrastanti: notevole uniformità quando si studiano gli isoenzimi (Byrne 1990), maggiore variabilità
quando si sono utilizzati marcatori RAPD e microsatelliti (Warburton e Bliss 1996, Testolin et al.
2000). I nostri dati sembrano confermare che se le cultivar di pesco mostrano una certa diversità
«genomica», rilevabile mediante PCR con microsatelliti od oligonucleotidi casuali, tale variabilità è
invece molto ridotta quando si analizzano sequenze specifiche appartenenti alla parte codificante del
genoma.
    I diversi risultati ottenibili con i vari tipi di marcatori molecolari suggeriscono che, se nella analisi
filogenetica e nella identificazione varietale l‟uso dei RAPD o dei microsatelliti può dare ottimi
risultati, nella scelta di genotipi da utilizzare in incroci per il miglioramento genetico sia preferibile
studiare la diversità genetica anche con marcatori «specifici» che evidenzino tale diversità a livello di
geni.

   (*) Lavoro svolto con il contributo del CNR nell‟ambito del Progetto Strategico “Biodiversità”




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[SA – PP – 29]

LE “PESCHE D‟ORO” DI PAPIGNO (TR): POSSIBILITÀ DI RIPRISTINO
AMBIENTALE ATTRAVERSO IL RECUPERO DI UNA VECCHIA
VARIETÀ LOCALE.

Dalla Ragione I*., Maccaglia E.

Libero Professionista
*Associazione Archeologia Arborea, Città di Castello (PG).


    La varietà di pesco (Prunus persica (L.) Stok.) indagata come “Gialla di Papigno”, era molto
rinomata e presente nel territorio fino agli anni trenta. L‟area di ricerca è situata nel Comune della
Città di Terni in località Papigno (TR), all‟ingresso della Valnerina. Questa zona fino alla metà
dell‟ottocento era caratterizzata da un paesaggio e da un clima molto favorevoli. La vicinanza con la
Cascata delle Marmore ne faceva una metà di visite e luogo di sosta rinomato in tutta Europa per la
sua bellezza ed il pregio dei suoi prodotti agricoli, tra i quali la Pesca di Papigno. Lo sviluppo
industriale del XIX e XX secolo ha completamente cambiato l‟assetto economico, sociale ed
ambientale di tutto il territorio, facendo scomparire dalla coltivazione tutte le varietà locali.
    La nostra ricerca ha seguito tutte le tracce sulla varietà di pesco e la sua coltivazione indagando
tutte le possibili fonti bibliografiche ed archivistiche, pubbliche e private. Nel territorio in oggetto
sono stati ricercati gli ultimi esemplari della coltura per assicurarne la conservazione e
successivamente l‟inserimento in più ampio programma di caratterizzazione varietale. In previsione di
un riassetto territoriale, necessario visto il fallimento dell‟attività industriale, in collaborazione con la
Provincia di Terni e gli agricoltori disponibili, si vuole recuperare e valorizzare questa pregiata varietà
di pesco legando la produzione al grande flusso turistico che la zona è tornata a vivere.




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                                                                                        [SA – PP – 30]

VALUTAZIONE BIOAGRONOMICA DI CULTIVAR DI MANDORLO DI
PROVENIENZA    ESTERA  E    CONFRONTO   CON  LE  PIÙ
RAPPRESENTATIVE    DI ORIGINE PUGLIESE ( 8 ANNI   DI
OSSERVAZIONI).

De Giorgio D., et. al.

(Istituto Sperimentale Agronomico di Bari, via C. Ulpiani, 5 - 70125 Bari. Tel. 080 5475015;
fax 080 5475023; e-mail: donato.degiorgio@tin.it)


      Lo sviluppo sostenibile di un territorio non può prescindere da un'attenta valutazione e
conservazione della biodiversità locale. L'evolversi della tecnologia e l'esigenza di un mercato sempre
più mirato al massimo profitto, ha causato l'abbandono di specie vegetali già in equilibrio con
l'ambiente, sostituendole con altre ritenute di più alto reddito. Questo fenomeno ha interessato vaste
arre del nostro territorio e in particolare dell'Italia meridionale dove le ben note carenze di
precipitazioni piovose nel periodo primaverile-estivo, aveva consentito una selezione naturale di
specie e cultivar che ben si adattavano a queste condizioni, soprattutto arboree tra cui il mandorlo
ampiamente diffuso in Puglia. Al decadimento mandorlicoltura italiana, in particolare di quella
pugliese, hanno contribuito le sfavorevole condizioni di mercato e la convinzione di dover introdurre
cultivar estere, ritenute di più alta produttività.
      L'Istituto Sperimentale Agronomico di Bari, percependo il grave rischio a cui si andava incontro,
nel 1968 ha raccolto e allevato in un campo di conservazione del germoplasma del mandorlo le
numerose varietà locali e non, ponendole a confronto con diverse cultivar di origine estera e con le
nuove costituzioni realizzate dallo stesso Istituto, con un programma di miglioramento genetico.
      La collezione varietale comprende 205 cultivar e su ognuna, annualmente, vengono effettuati
rilievi produttivi e carpologici per caratterizzarne la loro capacità di adattamento in condizioni di
aridocoltura. Sul campo è ubicata una stazione meteorologica che consente un monitoraggio continuo
dei principali parametri climatici. In questa nota si riportano i risultati di 8 anni di osservazioni (1993-
2000) sulla capacità di adattamento e sui principali parametri bioagronomici (produzione, resa, peso
della mandorla e del seme, mandorle abortite, ecc) di 43 cultivar di diversa provenienza estera
(Bulgaria, ex URSS, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, USA) a confronto con quelle più
rappresentative di origine autoctona. Le varietà introdotte da ambienti diversi hanno mostrato una
scarsa capacità di adattamento, con rese inferiori alla gran parte di quelle di origine autoctona.




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[SA – PP – 31]

INDAGINE SULLA QUALITA' DI OLII DI MANDORLA DI VARIETA'
PUGLIESI.

Ferri D., De Giorgio D., Convertini G.

(Istituto Sperimentale Agronomico di Bari, via C. Ulpiani, 5 - 70125 Bari. Tel. 080 5475012;
fax 080 5475023; e-mail: donato.degiorgio@tin.it)


    Vengono riportati alcuni risultati ottenuti su varietà pugliesi di mandorlo coltivate nel campo di
"germoplasma" dell'Istituto Sperimentale Agronomico di Bari ( MiPAF) in agro di Bitetto (BA) e in
regime asciutto.
    Sulle varietà prescelte per questa indagine sono stati effettuati i principali rilievi
 bioagronomici e si è proceduto ad una valutazione sistematica della "qualità" dell'olio estratto dai
semi allo scopo di confrontare la composizione chimica dell'olio estratto dalle varietà locali
    I caratteri qualitativi presi in considerazione sono stati i contenuti percentuali in olio, l'acidità
 dell'olio, il numero di saponificazione, il numero di iodio, il grado rifrattometrico, la composizione
in acidi grassi e steroli dell'olio.
    Nel periodo di prova esaminato si è accertato che le caratteristiche qualitative e biochimiche dei
frutti delle cultivar di mandorlo di origine autoctona sono migliori rispetto a quelle di diversa
provvenienza. Sono state inoltre osservate delle variazioni di queste caratteristiche qualitative e
 biochimiche per effetto delle cultivar, dell'età delle piante e dell'andamento climatico. E' stato
osservato infine che in regime asciutto le cultivar di mandorlo locali con una buona produttività,
sono anche caratterizzate da olii piuttosto pregiati e commercialmente validi. Naturalmente le
possibilità attuali e future per queste cultivar sono connesse alle tecnologie di trasformazione e alle
 esigenze del mercato (uso industriale, dolciario, farmaceutico dell'olio).




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GERMOPLASMA DI FICO: CARATTERIZZAZIONE DI 30 CULTIVAR
PER LA PRODUZIONE DI FIORONI

Enrico Ferrara, Giovanni Papa.

Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali, Via Amendola, 165/A 70019 Bari
E-mail: enrico.ferrara@agr.uniba.it


    Sono state svolte osservazioni di caratterizzazione morfologica di 30 cultivar di fico con
prevalente attitudine alla produzione di fioroni presenti nel Centro Didattico-Sperimentale “P.
Martucci” dell‟Università degli Studi di Bari, ove, è stato raccolto, a partire dal 1981, un germoplasma
di 130 presunte cultivar di varia provenienza regionale.
    Per ciascuna cultivar sono stati determinati valori percentuali della forma del lembo fogliare
(Intera, Trilobata, Pentalobata, Eptalobata) e di alcuni caratteri merceologici del frutto .
    Per quanto riguarda il lembo fogliare è scaturita notevole variabilità di forma tra le cultivar e
nell‟ambito delle cultivar. In particolare sette cultivar (Sel. 7T, Sel.10T, Sel. 22M, Sel, 34M, Nero di
ari, Papa bianco e Troiano) hanno mostrato valori superiori al 70% di foglie “Pentalobate”; quattro
cultivar (Petrelli, Sel. A. Sel. 24 e Zingarello) valori superiori al 70% di foglie “Trilobate”; due
cultivar (Sel. 9M e Sel. 18M) valori superiori al 60% di foglie “Intere” e due cultivar (Sel. 6T e 21T)
valori superiori al 60% di foglie “Eptalobate”.
    L‟analisi dei caratteri morfologici del frutto ha evidenziato che la forma a “trottola” è dominante
per circa il 50%, seguita da quelle “sferica” ed “ovoidale” con valori all‟incirca uguali; il peso medio
del frutto è variato da un massimo di 142.0g della cv Gentile bianco ad un minino di 47.0g della cv
Nero di Ari; il colore della buccia è stato per circa il 53 % fra il verde e il verde paglierino e per il
restante 47% violaceo; il colore della polpa è risultato per il 66% tra il rosa granato e il rosa intenso e
per il restante 34% tra il rosso granato e il rosso vivo; il grado °Brix più elevato è stato mostrato dalla
cv Sel. 18M (21.3) e il valore più basso dalla cv Fico nero (14.2).




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[SA – PP – 33]

ALLEGAGIONE E PRODUZIONE IN DIECI CULTIVAR DI NESPOLO
DEL GIAPPONE

Insero O., De Luca A., Rega P.

Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma – Sezione di Caserta
e-mail: insero.isfce@libero.it


Obiettivi
    Per meglio definire le potenzialità produttive del Nespolo del Giappone in Campania, nella
Sezione di Caserta dell‟Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma è stato effettuato uno studio
sulla allegazione e produzione di dieci cultivar di Nespolo del Giappone, cinque scelte tra le le
principali di origine italiana e cinque tra quelle di origine estera: Ferdinando, Nespolone di Ficarazzi,
Nespolone di Trabia, Sel.2 e Vainiglia; tra quelle estere Algerie, Golden Nugget, Magdal, Peluche e
Tanaka.

Metodologie
    L‟indagine, iniziata nel 1999, è proseguita per due anni; su due piante per ogni cultivar sono state
campionate cinque infiorescenze sulle quali sono stati rilevati, durante la stagione vegetativa: numero
di fiori; numero di frutti allegati, numero di frutti raccolti, data di maturazione, peso medio rapporto
polpa/semi in peso.

Risultati
   Tra le cultivar straniere Algerie ha presentato le infiorescenze con più alto numero di fiori medio
per infiorescenza (181,6) con una media di 7,1 di frutti raccolti pari al 3,7%; Tanaka il più basso
numero di fiori (85,2) con 5,6 frutti per infiorescenza pari alla percentuale di frutti maturati più alta
6,6%; tutte le altre hanno fornito valori intermedi.
   Tra le cultivar italiane il numero di fiori più alto è stato in Vainiglia (181,6) con 4,1 frutti pari al
2,3% che resta il valore più basso; il numero di fiori più basso è stato fornito dalla Sel.2 con 3,4 frutti
pari al 4,3%; le altre hanno dato valori intermedi.
   La prima cultivar straniera a maturare è stata la Golden Nugget (10 maggio), l‟ultima la Tanaka (1
giugno); tra le italiane la prima Ferdinando (10 maggio), l‟ultima Nespolone di Trabia (26 maggio).
   Tra le straniere la pezzatura più elevata è stata quella di Peluche (gr 75), la più bassa Golden
Nugget (gr 40); tra le italiane la più elevata Nespolone di Ficarazzi (gr 54), la più bassa Sel. 2 PA (gr
44). Il lavoro riporta anche i dati relativi agli altri parametri rilevati.
    In conclusione, le cultivar che presentano una fruttificazione più elevata sono nell‟ordine
decrescente Nespolone di Ficarazzi, Algerie, Magdal Tanaka e Nespolone di Trabia. Quelle che
mostrano la minor percentuale di cascola totale sono: Magdal, Tanaka, Nespolone di Ficarazzi e
Nespolone di Trabia.




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VALORIZZAZIONE DELLE ACCESSIONI DI NOCCIOLO PRESENTI
NELLA COLLEZIONE DI VICO MATRINO PER IL RINNOVAMENTO
DELLA COLTURA NEL RISPETTO DELL‟AMBIENTE

S. Bizzarri*, P. Minischetti*, F.R. De Salvador°, M. Scortichini°

* ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l‟Innovazione dell‟Agricoltura del Lazio),
via R. Lanciani, 38 - 00162 Roma
° Istituto Sperimentale per la Frutticoltura, via di Fioranello, 52 - 00143 Roma


    La collezione di nocciolo di Vico Matrino è stata costituita nel 1980 in collaborazione tra l‟Istituto
Sperimentale per la Frutticoltura di Roma e ARSIAL - Azienda Dimostrativa di Caprarola allo scopo
di raccogliere, in un ambiente tipico della corilicoltura laziale, informazioni sperimentali di tipo
fenologico, produttivo ed agronomico su cultivar e selezioni di provenienza italiana ed estera.
    Attualmente raccoglie circa 60 accessioni che oltre ad essere mantenute con finalità “conservative”
sono utilizzate da alcuni anni per programmi di miglioramento genetico aventi lo scopo di migliorare
le caratteristiche della Tonda Gentile Romana dal punto di vista agronomico (vigoria più ridotta,
limitata produzione di polloni, precocità e contemporaneità di maturazione) della qualità della
nocciola (dimensioni medio-piccole, elevata resa in sgusciato, forma rotondeggiante, alta consistenza
e pelabilità del seme) e/o costituire nuove cultivar.
    Una importanza notevole rivestono alcune cultivar che in qualche misura sono resistenti o
tolleranti verso alcuni patogeni e/o insetti e costituiscono quindi una risorsa genetica di notevole
importanza per contrastare in modo naturale tale avversità biotiche.
    In particolare Apolda, Longue d‟Espagne, Hall‟s Giant, Negret, S. Giovanni, risultano poco
suscettibili all‟eriofide (Phitoptus avellanae), mentre Tonda Bianca, Tonda Rossa, Jeans, risultano
molto tolleranti alla batteriosi responsabile della “moria del nocciolo” attribuita a Pseudomonas
avellanae.
    Ai fini del miglioramento qualitativo del nocciolo finalizzato sia all‟uso industriale, sia dal punto
di vista nutrizionale di notevole interesse sono alcune cultivar italiane quali Tonda di Giffoni e
Mortarella, ma anche altre di più recente costituzione e provenienti dagli USA quali Lewis e Clark.
    Il germoplasma presente nella collezione è quindi risorsa di notevole importanza per il
rinnovamento di una specie che a livello nazionale non è eccedentaria e la cui coltivazione, anche
grazie al miglioramento genetico, può essere mantenuta convenientemente entro limiti di
ecocompatibilità più che accettabili.




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[SA – PP – 35]

“CARIADOGGIA”, UN   PROBABILE                                CLONE           DI     LIMUNINCA
ALTAMENTE PRODUTTIVO

S. D‟Aquino, M. Agabbio, M. Domenico, M. Delogu

Istituto per la Fisiologia della Maturazione e della Conservazione del Frutto delle Specie
Arboree Mediterranee –CNR . Via dei Mille, 48, 07100 Sassari


    La limuninca è una cultivar-popolazione di susino ampiamente diffusa nel nord Sardegna. I frutti
sono particolarmente apprezzati a livello locale per l‟alto contenuto in zuccheri, la consistenza e la
leggera astringenza che caratterizza la polpa. La limuninca spesso non produce in maniera
soddisfacente, e presenta una certa alternanza. Nel Sassarese è stata individuata una cultivar
localmente denominata “Cariadoggia” che pur presentando a livello morfologico e chimico frutti
simili a quelli della Limoninca produce costantemente ed abbondantemente. In questa nota vengono
riportati i dati relativi alle caratteristiche chimiche e produttive della Cultivar “Limoninca” e della
“Cariadoggia” messe a confronto in un campo collezione presso l‟azienda sperimentale dell‟Istituto.




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OSSERVAZIONI E RILIEVI SU GERMOPLASMA DI CILIEGIO ACIDO
DEL PIACENTINO ( POSTER).

A.Roversi, V. Ughini


    Nel corso di indagini pluriennali sul germoplasma frutticolo della provincia di Piacenza, oltre che
di ciliegio dolce ci si è occupati anche di quello acido.
    In particolare, è stata individuata una quarantina di accessioni afferenti alle 3 classiche entità
tassonomiche di questa specie, ossia amarena, marasca e visciola.
    Numerosi rilievi carpologici hanno evidenziato particolari differenziazioni tanto tra i 3 succitati
gruppi, quanto nel loro ambito. Talune delle differenze sono alla base della denominazione
vernacolare delle accessioni e riguardano, soprattutto, colore e dimensione del frutto, lunghezza del
peduncolo ed epoca di maturazione.
    Molte delle accessioni studiate sono presenti contemporaneamente nella stessa azienda e
costituiscono un'integrazione al reddito principale, fornito dal ciliegio dolce.
    Alcuni di questi genotipi appaiono attualmente di un qualche interesse per una frutticoltura
biologica che, così come da sempre avviene in zona per gli alberi di ciliegio acido, non richiede
particolari interventi di difesa.
    Le pregevoli caratteristiche organolettiche dei frutti di alcune accessioni ne evidenziano l'interesse
per un eventuale rilancio della cerasicoltura locale in vista dell'espansione della domanda di frutta
biologica.




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[SA – PP – 37]

 CARATTERIZZAZIONE DI CULTIVAR DI FRAGOLINE DI BOSCO
(FRAGARIA VESCA)

Parillo R., Attanasio G. (*), Cossia O.(*), Del Vaglio M.(*), Di Matteo M. (*)

Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma, Sezione Operativa Periferica di Caserta-
via Torrino 2, 81100 Caserta
(*)
   Dipartimento di Ingegneria Chimica ed Alimentare, Università degli Studi di Salerno- Via
Ponte don Melillo 84084 Fisciano (SA)


    Da sempre la fragolina di bosco (Fragaria vesca) è apprezzata per le sue caratteristiche sensoriali.
Nonostante queste sue peculiarità, mentre le caratteristiche chimico-fisiche e sensoriali sono state a
lungo studiate nella fragola a frutto grosso (Fragaria x ananassa), l‟argomento è stato finora poco
approfondito nella fragolina di bosco. In questo lavoro si riportano i risultati ottenuti dallo studio delle
principali caratteristiche di 10 cultivar coltivate in Campania.




                         Libro dei Riassunti - Settore Arboreo e Forestale
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                                                                                     [SA – PP – 38]

PROVE DI CONSERVAZIONE                            DELLA         FRAGOLINA             DI     BOSCO
(FRAGARIA VESCA)

Parillo R., Cossia O.(*), Del Vaglio M.(*), Di Matteo M. (*)

Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma, Sezione Operativa Periferica di Caserta –
via Torrino, 2 81100 Caserta
(*)
   Dipartimento di Ingegneria Chimica ed Alimentare, Università degli Studi di Salerno – via
Ponte don Melillo 84084 Fisciano (Sa)


    La fragolina di bosco (Fragaria vesca), in questi ultimi anni è al centro di un rinnovato interesse
del mercato per la forte richiesta dell‟industria dolciaria in ogni periodo dell‟anno. Purtroppo la
coltura è molto sensibile ai processi degradativi, che portano la shelf-life ad un periodo non superiore
a 2-3 giorni. La possibilità di aumentare il periodo di conservazione della fragolina può portare ad una
maggiore commercializzazione del prodotto con rese economiche adeguate all‟impegno del
coltivatore.
    Nostro obiettivo è stato sia l‟individuazione di cultivar meno deperibili che l‟ allungamento della
shelf-life della fragolina di bosco.
    Le prove sono state condotte su tre cultivar di fragolina coltivate in Campania, utilizzando una
temperatura di conservazione di 5° C ed imballaggi attivi che ci hanno permesso di ottenere una
conservabilità ottimale del prodotto per 7 giorni. Il mantenimento delle caratteristiche di qualità del
prodotto è stato monitorato mediante l‟analisi dei principali indici di qualità come pH, acidità,
zuccheri, colore e consistenza.




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[SA – PP – 39]

LA CULTIVAR DI MIRTO „MARIA RITA‟: UNA SELEZIONE DAL
GERMOPLASMA SPONTANEO PER LA COLTIVAZIONE INTENSIVA.

Mulas M., Perinu B., Francesconi A.H.D., Nieddu M.A.

Dipartimento di Economia e Sistemi Arborei dell‟Università degli Studi di Sassari


    La richiesta di prodotti derivati dai frutti e dalle foglie del mirto (Mirtus communis L.) è sempre
più in aumento, come nel caso dell‟industria del liquore di mirto, e ha promosso una serie di studi e
ricerche finalizzate alla selezione di varietà per la coltivazione intensiva di questa pianta. Sino ad
oggi, infatti, il materiale di base per le trasformazioni viene raccolto da piante spontanee, con crescenti
problemi di costanza qualitativa e quantitativa nei rifornimenti.
    Nell‟ambito di questo programma di selezione varietale, negli anni compresi tra il 1995 e il 1999,
sono state individuate e catalogate, dalla flora spontanea di tutto il territorio della Sardegna, oltre 130
piante madri di mirto. Una volta sottoposte a propagazione agamica, da queste sono state
ulteriormente selezionate 40 linee varietali, attualmente coltivate in un campo di confronto, situato a
Fenosu (OR) nell‟Azienda Agraria dell‟Università di Sassari. Qui le accessioni vengono sottoposte a
osservazioni fenologiche e analisi morfologiche, prendendo in considerazione i diversi caratteri
descrittivi. Nell‟ambito di tale caratterizzazione, alcune cultivar possono già essere considerate
promettenti e proponibili per la coltivazione. Tra queste, la cultivar „Maria Rita‟, che viene qui
presentata.
    „Maria Rita‟ è stata selezionata a Capoterra (CA), in zona M. Arcosu, su terreno di origine
granitica. Le piante di questa cultivar presentano medio vigore e un habitus vegetativo tendente al
compatto, elevata produttività, tanto che i rami sotto il peso dei frutti possono mostrare un portamento
pendulo. I germogli primaverili sono di medie dimensioni con internodi raccorciati e foglie strette e
allungate. L‟epoca di fioritura è intermedia (giugno), con scarsi fenomeni di rifiorenza. La
maturazione dei frutti avviene in epoca medio-precoce (novembre) e questi possono permanere sulla
pianta sino a febbraio dell‟anno successivo.
    Il frutto è di colore blu scuro, di medie dimensioni e di forma particolare rispetto alla forma
classica tondeggiante, infatti risulta piriforme-alungata. Ha un numero di semi medio di 4,5 e un
elevato rapporto polpa/semi (6,2). Presenta un‟elevata attitudine alla propagazione per talea.




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                                                                                           [SA – PP – 40]

VARIABILITÀ DELLA QUALITÀ DI FRUTTI DI MIRTO (MYRTUS COMMUNIS
L.) PROVENIENTI DA GENOTIPI DIVERSI

Mulas M., Perinu B., Francesconi A.H.D., Peana I.

Dipartimento di Economia e Sistemi Arborei dell‟Università degli Studi di Sassari


    Il mirto (Myrtus communis L.) è una pianta aromatica che cresce spontaneamente nelle zone
costiere del Mediterraneo. Le foglie e le bacche di mirto sono utilizzate per la produzione industriale
di tipici prodotti alimentari come il caratteristico liquore. La crescente richiesta di mercato che in
questi ultimi anni ha interessato questa industria liquoristica, ha determinato la necessità di
promuovere la coltivazione intensiva del mirto. Questo al fine di garantire sicurezza negli
approvviggionamenti e permettere di standardizzare la qualità dei prodotti con maggiori garanzie di
tipicità e genuinità per i consumatori. La prospettiva di utilizzare materia prima proveniente da
coltivazioni pone diversi problemi di tipo qualitativo, tra cui la necessità di riprodurre il più possibile
le caratteristiche del prodotto derivante da frutti e biomassa di piante spontanee. Per questo motivo è
stata realizzata una ricerca, finalizzata alla individuazione della variabilità qualitativa dei frutti
provenienti da diversi genotipi spontanei e alle possibili differenze indotte da una eventuale
coltivazione. Lo studio è stato condotto su frutti, raccolti in corrispondenza dell‟epoca di maturazione,
provenienti da 15 ecotipi spontanei, situati tutti in località Rumanedda (SS) e 11 cultivar recentemente
selezionate e allevate presso i campi collezione di Fenosu (OR).
    Le analisi morfo-biometriche eseguite in laboratorio sul prodotto fresco hanno riguardato in
particolare il peso fresco e secco dei frutti, il peso fresco e secco dei semi di un frutto e il rapporto
polpa/semi, mentre le analisi chimiche hanno permesso di misurare il pH e l‟acidità titolabile della
polpa, la percentuale di zuccheri riduttori e totali, il contenuto di antociani, tannini e polifenoli totali.
Gli ecotipi spontanei hanno mostrato valori di peso fresco del frutto compresi tra 0,16 e 0,40 g, con
una variabilità all‟interno della popolazione superiore a quella riscontrata per le piante coltivate, che
hanno fatto registrare valori massimi nella cultivar 'Erika' con 0,38 g. Il peso fresco dei semi di un
frutto ha fatto rilevare valori tra 0,02 g e 0,03 g nelle piante spontanee e tra 0,08 e 0,15 g in quelle
coltivate. L‟acidità non ha superato lo 0,35% in acido malonico nelle piante spontanee e lo 0,28% in
quelle coltivate, mentre il contenuto di zuccheri riduttori e totali è risultato avere una elevata
variabilità in entrambe le popolazioni. Anche per quanto riguarda il contenuto di antociani, tannini e
polifenoli totali nei frutti da piante spontanee è stata osservata una maggiore variabilità all'interno
della popolazione e, in genere, valori medi superiori rispetto alle coltivate. Infatti, il contenuto
massimo di antociani è stato riscontrato nell'ecotipo 8 con 1291,73 mg di malvidina/100g di peso
fresco dei frutti rispetto a 619,04 mg7100 g della cv 'Marta'. Infine di particolare importanza è
l'ecotipo 14 che fatto registrare alla maturazione i contenuti massimi di tannini e polifenoli totali.




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[SA – PP – 41]

APPLICAZIONI BIOTECNOLOGICHE DEI FRUTTI DEL CARRUBO
(CERATONIA SILIQUA L.) NELL‟INDUSTRIA ALIMENTARE.

Antonella De Leonardis, Antonietta Di Rocco, Vincenzo Macciola

Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari, Ambientali e Microbiologiche,
Università degli Studi del Molise, Via De Sanctis - 86100 CAMPOBASSO, E-mail:
antomac@unimol.it Tel. 0874.404641 – Fax. 0874.404652


    Il carrubo (Ceratonia Siliqua L.) merita di essere considerato una "pianta biotecnologica" in
quanto i suoi frutti e i semi vengono impiegati nell'industria alimentare come succedanei o come
additivi naturali ad azione polivalente. A causa delle forti oscillazioni del prezzo delle carrube, da
alcuni decenni la carrubicoltura è in crisi. La concorrenza di colture più redditizie ha causato la
marginalizzazione e la rarefazione di questa specie in molte aree del bacino mediterraneo, soprattutto
nelle regioni del Sud Italia. La ripresa della coltivazione è strettamente legata alla valorizzazione
industriale dei frutti e pertanto, allo scopo di risvegliare l'interesse per questa specie arborea così
importante nell'area mediterranea, in questa nota vengono esposti gli impieghi agro-industriali più
diffusi delle carrube. Inoltre, alla luce delle più recenti acquisizioni scientifiche vengono riferite nuove
possibili forme di impiego ed in particolare i risultati di una ricerca degli autori, ancora in corso, sulle
proprietà antiossidanti degli estratti fenolici della polpa.




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CARATTERIZZAZIONE POMOLOGICA E COMPOSITIVE DI VARIETA'
DI SORBO DOMESTICO DELLE PENDICI VESUVIANE

Bignami C.(1), Bertazza G.(2), Petricca C: (1), Scossa A. (1)
1
  Dipartimento di Produzione Vegetale, Università della Tuscia, Via S. Camillo de' Lellis,
01100 Viterbo, Italy
2
  Istituto di Ecofisiologia delle Piante Arboree da Frutto, Consiglio Nazionale delle Ricerche,
Via Gobetti 101, 40129 Bologna, Italy


     Il sorbo domestico è presente in tutto il territorio italiano. Come pianta da frutto era coltivato nei
secoli passati, ma attualmente si va rarefacendo e mancano informazioni sulla diffusione e sulle
condizioni dei vecchi esemplari.
     Nel 1999 è stata quindi avviata un'attività esplorativa nelle pendici vesuviane, per acquisire
informazioni sulla sopravvivenza delle tradizionali coltivazioni di sorbo e sullo stato di conservazione
delle piante.
     Campioni di frutti freschi e liofilizzati sono stati sottoposti a caratterizzazione pomologica e
compositiva. Sono stati determinati il contenuto in acidi e zuccheri, mediante analisi
gascromatografica, e in polifenoli totali, mediante metodo Folin Ciocalteu.
     Nell'inverno 2000 si è proceduto al prelievo di marze ed all'innesto su franco; gli astoni sono stati
messi a dimora presso l'Azienda agraria dell'Università della Tuscia a fine inverno 2001, per la
costituzione di una collezione.
     Le indagini effettuate nel territorio campano hanno messo in evidenza come la variabilità
reperibile per il sorbo domestico da frutto, le condizioni di conservazione e il livello attuale di
valorizzazione siano assai diverse da quello di altre aree italiane. L'attività di selezione effettuata in
passato dall'uomo ha fissato in poche varietà alcuni caratteri pomologici interessanti e ben
distinguibili ed un calendario di maturazione piuttosto ampio. Esiste tuttavia una certa variabilità tra
piante, la cui origine (ambientale, o determinata da occasionali casi di propagazione per seme o
all'insorgenza di mutazioni) è incerta, ma che induce a considerare le varietà vesuviane come cultivar-
popolazioni e rende interessante un'opera di caratterizzazione e valutazione.
     La caratterizzazione dei frutti ha evidenziato l‟esistenza di una buona variabilità per i caratteri
pomologici e compositivi. I frutti sono generalmente di grosse dimensioni, come risultato della
selezione effettuata in passato su questa specie, nonchè per l'applicazione di cure colturali. L'elevato
contenuto di zuccheri, l'alta percentuale di fruttosio e la persistenza di discreti livelli di polifenoli nei
frutti ammezziti rappresentano aspetti suscettibili di valorizzazione, per la destinazione al consumo
fresco o alla trasformazione (marmellate, liquori, distillati).




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[SA – PP – 43]

CRIOCONSERVAZIONE DI LINEE EMBRIOGENICHE DI FRAXINUS
ANGUSTIFOLIA WHAL.

Tonon G.1, Lambardi M. 2, De Carlo A.2 e Rossi C.1
1
 Dipartimento di Colture Arboree, Università degli Studi, via F. Re, 6 40126 Bologna, Italy.
2
 Istituto sulla Propagazione delle Specie Legnose, CNR, via Ponte di Formicola 76, 50018
Scandicci (Firenze), Italy. E-mail: lambardi@fi.cnr.it


Obiettivi
    Il Fraxinus angustifolia (Whal.) (Fam. Oleraceae) è annoverato tra le latifoglie nobili, da
impiegare nell‟arboricoltura da legno di qualità in virtù delle pregevoli caratteristiche del legno e del
buon accrescimento di cui è capace nelle stazioni conformi alle esigenze ecologiche della specie. La
costituzione di linee embriogeniche geneticamente uniformi, a partire da cloni selezionati, rappresenta
un valido strumento per il miglioramento genetico della specie, posto che si rendano disponibili
tecnologie affidabili per la conservazione a lungo termine di questo prezioso materiale, in modo da
prevenire i rischi di contaminazione e di insorgenza di variabilità somaclonale connessi con le
frequenti subcolture. In tal senso, la crioconservazione (conservazione in azoto liquido a
-196°C) rappresenta una tecnologia con straordinarie potenzialità per la conservazione a lungo
termine del gerrmoplasma di specie legnose. Nel presente lavoro si riportano i risultati ottenuti con le
tecniche di incapsulazione-disidratazione e di incapsulazione-vitrificazione applicate alla
conservazione di tessuto embriogenico e di embrioni somatici isolati di frassino. Le prove sono state
condotte impiegando una linea embriogenica ad elevata potenzialità rigenerativa.

Metodologia
    Gli embrioni somatici utilizzati nella procedura di incapsulazione-disidratazione sono stati
incapsulati in alginato di calcio e sottoposti ad un trattamento osmotico con elevate concentrazioni di
saccarosio (0.5, 0.75 e 1 M). La disidratazione in silica gel è stata condotta per 1, 3 o 5 h, dopodichè le
capsule contenti gli embrioni somatici sono state immerse direttamente in azoto liquido, ove hanno
stazionato per almeno un‟ora. Dopo lo scongelamento in bagno termostatato a 40°C, le capsule sono
state piastrate su substrato di proliferazione MS, ridotto a ½ (macro e microelementi) e addizionato
con 1 mg/l di BA e 0.1 mg/l di 2,4-D. Le capsule sono quindi state poste in cella climatica a 23°C e in
condizioni di oscurità per 2 giorni e successivamente trasferite a fotoperiodo 16h. La tecnica di
incapsulazione-vitrificazione è stata applicata a tessuto embriogenico pre-condizionato a 4°C per 2
giorni. Porzioni di tessuto embriogenico sono state incapsulate in alginato e le capsule così ottenute
sono state poste in criovials (2 ml), trattate per 30‟ con una soluzione crioprotettiva (2M di glicerolo e
0.4 M di saccarosio). Le capsule sono state poi incubate a 0°C nella soluzione vitrificante (PVS2,
costituita da 30% di glicerolo, 15% di etilen glicole, 15% di DMSO in MS liquido con 0.4 M di
saccarosio) per tempi diversi (30, 60 o 90‟) e quindi direttamente immerse e mantenute in azoto
liquido. Dopo scongelamento a 40°C, le capsule sono state piastrate su substrato di proliferazione per
valutare la ricrescita del tessuto embriogenico.

Risultati
    La più elevata pecentuale di sopravvivenza degli embrioni somatici (31%) è stata ottenuta con
materiale precoltivato in saccarosio 0.5 M e disidratato in silica gel per un‟ora. Per quanto riguarda la
procedura di incapsulazione-vitrificazione, dopo 45 giorni di coltura si è iniziato ad osservare un
recupero dell‟attività proliferativa da parte di alcuni campioni di tessuto embriogenico, testimoniato
dalla fuoriuscita dello stesso dalle capsule di alginato che lo contenevano. In tal senso, il trattamento
con PVS2 per 90‟ è risultato quello più efficace in termini di percentuale di sopravvivenza (20%).
Questi risultati, sebbene preliminari, aprono importanti prospettive alla crioconservazione di linee
embriogeniche di Fraxinus angustifolia.




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CARATTERIZZAZIONE MORFOLOGICA E BIOLOGICA DI TIPI
DIVERSI DI OLEANDRO ISOLATI DALLE POPOLAZIONI SICILIANE.

Curatolo G. Sarno M. Castelli A. Accardo Palumbo S.

Dipartimento A.C.E.P. sez. Orticoltura e Floricoltura
Facoltà di Agraria Università di Palermo.


    L‟interesse sempre crescente per il vaso fiorito di oleandro comporta la necessità di selezionare
linee che abbiano caratteristiche di rifiorenza, portamento, colore, forma e diametro del fiore capaci di
soddisfare un mercato sempre più attento e sofisticato.
    L‟altro aspetto interessante riguarda il sistema di coltivazione che è passato dalla coltura in
pien‟aria a quella in serra. Oggi infatti oltre il 90% delle coltivazioni per il vaso fiorito avviene in
strutture protette, non riscaldate, rappresentate prevalentemente da tunnel- serra di medie e grandi
dimensioni.
    L‟architettura della pianta più diffusa riguarda il tipo a bouquet. La tecnica di coltivazione prevede
di porre dopo la radicazione un numero di 3 - 5 o più talee in vasi da 16 cm di diametro e trattarle con
un brachizzante radicale intervenendo quindi con 2 o 3 cimature al fine di stimolare la pianta alla
emissione di nuovi germogli. .Raggiunta l‟architettura voluta si procede ad orientare le piante verso la
fioritura primaverile che risulta la più interessante dal punto di vista commerciale.
    In Sicilia l‟oleandro oltre a risultare spontaneo lungo le fiumare, viene largamente utilizzato per la
costituzione di siepi spartitraffico, per l‟addobbo di aiuole dove le cure colturali non possono essere
razionalmente eseguite, sfruttando la rusticità della specie e soprattutto la sua elevata resistenza agli
stress idrici.
    Negli anni passati sono stati isolati otto tipi di oleandro diversi che si differenziavano per la
colorazione dei fiori per il portamento , forma del fiore etc. con l‟obiettivo principale di definirne i
parametri biometrici e le caratteristiche biologiche . I risultati di questo studio costituiscono oggetto
del presente lavoro.




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[SA – PP – 45]

STUDIO DELLE CULTIVAR DI CILIEGIO AUTOCTONE DELLA
CAMPANIA

Pennone F, Abbate V.

Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma – Sezione di Caserta
pennone.isfce@libero.it


Obiettivi
    La Campania vanta un patrimonio ciliegicolo che, per numero di varietà, è tra i più ricchi d‟Italia:
l‟Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Roma con la Sezione di Caserta tramite il dr. Pennone è
dal 1977 impegnato al reperimento continuo del germoplasma autoctono.
     Lo scopo era ed è quello di conoscere meglio il patrimonio ciliegicolo campano che come
ricordato è uno dei più interessanti per numerosità e variabilità, quindi ricco di biodiversità da poter
utilizzare ai fini di molteplici obiettivi.

Metodologia
    Dal 1977 ad oggi, nelle cinque province campane, nelle principali aree di coltivazione del ciliegio
è stata avviata una sistematica indagine, volta a reperire le diverse varietà presenti in coltivazione:
sono state raccolte cosi circa 80 diverse accessioni di ciliegio dolce.
    Le diverse cultivar raccolte sono state poste in un‟unica collezione presso l‟azienda sperimentale
della Sezione di Caserta e qui sono state rilevate le principali caratteristiche fenologiche, pomologiche
ed agronomiche. In seguito ai rilievi descritti, 20 cultivar sono state eliminate perché oggetto di
omonimia, sinonimia o risultate di altra origine, ma presenti sul territorio campano con denominazioni
locali.

Risultati
    All‟interno della notevole variabilità delle caratteristiche espresse dalle diverse cultivar, alcuni
caratteri sono pregevoli e ciò può essere utile per le Istituzioni che si occupano di miglioramento
genetico della specie. Inoltre la tipicità di alcune produzioni può essere utilizzata dai frutticoltori
locali che intendono utilizzare marchi particolari, quali I.G.P. Delle circa 60 varietà censite, almeno
otto sono in possesso di caratteristiche organolettiche o di mercato pari o superiori a quelle
provenienti da altre zone di origine, che in molti casi le hanno sostituite. Non mancano poi caratteri
peculiari che potrebbero essere oggetto di usi particolari: e questo il caso di un clone di Corvina,
presente in provincia di Caserta, che per il suo alto contenuto in pigmenti coloranti potrebbe essere
impiegata vantaggiosamente nell‟industria alimentare ( gelati, yogurt e altro) quindi sostituire i
coloranti artificiali. Anche l‟Imperiale, cultivar attualmente in abbandono, molto utilizzata per
sciroppati e canditi, ha mostrato una tenuta in pianta e una produttività senza pari . Ambedue queste
cultivar sono in stato di declino, la prima perché poca conosciuta dall‟industria e comunque risultata
poco produttiva in ambienti diversi da quelli di origine, in quanto probabilmente non essendo
autofertile , per un suo eventuale utilizzo industriale su larga scala necessita di studi per individuare i
migliori impollinatori. La seconda per motivi soprattutto commerciali, per la presenza sul mercato di
partite provenienti da alcune aree (Europa dell‟Est) che hanno prezzi più competitivi.




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BIODIVERSITA‟ PER PRODUZIONE DI VINI TIPICI DI QUALITA‟

*Lovino R., **La Notte E.

*Istituto Sperimentale per l‟Enologia – Via Vittorio Veneto,26 – 70051 Barletta – Italia
**Istituto di Produzioni e Preparazioni Alimentari – Università degli Studi di Foggia. Via
Napoli,25. 71100 - Foggia


    Per andare incontro alle esigenze dell‟attuale consumatore, che in virtù di una sua cultura
enologica è in grado di distinguere un vino buono da uno mediocre, è stata avvertita l‟esigenza da
parte del produttore di elaborare vini caratteristici e tipici, così come lo sono quelli commercializzati
attualmente dai paesi neo-produttori : California, Nuova Zelanda, Argentina, Cile, Australia. In
questi Paesi vengono prodotti vini strutturati in base alla tipologia cui appartengono e caratterizzati da
aromi primari varietali, utilizzando prevalentemente uve di vitigni di origine francese. In questo
modo i vini vengono resi facilmente riconoscibili all‟attento consumatore. Per questo sono state
studiate nelle regioni dell‟Italia meridionale, le uve di quei vitigni autoctoni che , opportunamente
vinificate, consentono di produrre vini che potrebbero fare tendenza ed incontrare, così, i gusti
dell‟attuale consumatore.
    In questa nota sono riportati i risultati della composizione polifenolica (polifenoli totali, antociani
totali, proantocianidine, catechine, antocianine, acidi idrossicinnamici) delle varie parti degli acini
d‟uva (buccia, polpa e semi), di importanti vitigni autoctoni dell‟Italia meridionale (Primitivo,
Negroamaro, Uva di Troia, Aglianico, Gaglioppo, Nero d’Avola, Carignano e Tintillia) in confronto
con un vitigno (Cabernet sauvignon) “internazionale”, utilizzato come miglioratore in diverse realtà
enologiche per caratterizzarli in base al contenuto ponderale o percentuale di marcatori molecolari,
che consentono di differenziarli ed eventualmente esaltarne la biodiversità. Essa risulta di notevole
importanza tecnologica quando è di natura genetica, poiché consente di programmare su basi
scientifiche e non più su quelle meramente empiriche, la o le tipologie di vino che possono essere
prodotte con le uve di certi vitigni e, qualora la composizione della materia prima uva fosse carente di
certi costituenti chimici, programmare già con un congruo anticipo l‟utilizzo di appropriati “uvaggi”,
che possono completarne la composizione.
    Con questa ricerca è stata riscontrata una biodiversità, a volte notevole, esistente fra i vitigni
autoctoni studiati. Il tecnologo, perciò, con i presenti risultati, ha la possibilità di utilizzare uve che si
possono definire complete per composizione chimica, poichè da sole possono produrre vini
“armonici” monovarietali o che unite ad altre, consentono di produrre vini ben equilibrati che riescono
a soddisfare anche i consumatori più esigenti e più competenti. Inoltre, con la caratterizzazione
varietale si ha l‟opportunità di identificare, entro certi limiti, l‟ origine di un vino prodotto con uve di
un determinato vitigno, aspetto che, allo stato attuale, riveste grande importanza per quei vini che
vengono commercializzati con la denominazione di vitigno.

   Ricerca condotta con i Fondi del POM misura 2 – Progetto B 35




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