ATTO COSTITUTIVO DEL COORDINAMENTO PERMANENTE IL MONDO E' LA

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ATTO COSTITUTIVO DEL COORDINAMENTO PERMANENTE IL MONDO E' LA Powered By Docstoc
					                     ATTO COSTITUTIVO DEL
      COORDINAMENTO PERMANENTE “IL MONDO E’ LA MIA CASA”
         A SOSTEGNO DEGLI ABITANTI DEL CAMPO PROFUGHI
            DI TREBBO DI RENO – CASTEL MAGGIORE (BO)
Preambolo:

…Un po’ di storia:

DA EX PROFUGHI A NUOVI CITTADINI: BREVE CRONISTORIA DI LEGGI E PERSONE;
            LA GESTIONE “MODELLO” DI CASALECCHIO DI RENO

A partire dal 1990, e soprattutto nel 1991, anno dell’inizio della guerra nei Balcani, numerosi cittadini
della ex Jugoslavia, perlopiù di etnia rom, si insediarono abusivamente lungo le sponde del fiume
Reno, a Bologna. Provenivano dalla Serbia, dal Kossovo e, in misura minore, da Bosnia Erzegovina,
Macedonia, Montenegro e Croazia. Nel loro Paese d’origine abitavano in case in muratura situate in
villaggi rurali, effettuando per lo più lavori di bassa manovalanza in condizioni di precarietà
economica: la vita nomade, e le sue relative tradizioni, erano quasi totalmente scomparse da più di
mezzo secolo a causa della politica adottata nei loro confronti da Tito. Negli accampamenti del
Lungoreno queste persone si adattarono a vivere in capanne fatiscenti e in condizioni ad alto rischio
sanitario; non avendo i requisiti per l’ottenimento del permesso di soggiorno non avevano accesso al
lavoro regolare, all’assistenza socio-sanitaria e, molto spesso, all’inserimento scolastico dei minori. La
principale fonte di sostentamento divenne l’accattonaggio.
Nel luglio 1992 il Governo italiano emanò una legge, la n. 390/92, che sanciva il diritto al
riconoscimento dello status di “sfollato di guerra”, con relativi diritti all’assistenza, ai cittadini della ex
Jugoslavia che risultassero arrivati in Italia dopo la data del 30/6/1991, cioè dopo l’inizio della guerra
nei Balcani.
Nel 1993, su interessamento del Prefetto Enzo Mosino, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, organo del
Ministero dell’Interno, effettuò il primo censimento degli slavi presenti nella provincia di Bologna allo
scopo di individuare gli aventi diritto allo status previsto dalla legge 390. Degli 882 censiti, 560
risultarono “sfollati di guerra” ai sensi di legge.
Il piano operativo successivo al censimento, definito da Prefettura, Provincia e Comune di Bologna,
permise la concessione di permessi di soggiorno straordinari per gli aventi diritto e la ricerca di
amministrazioni comunali della provincia disponibili ad ospitare famiglie censite.
L’erogazione ai Comuni dei fondi statali previsti dalla legge 390 fu attribuita alla Provincia sulla base
di un’apposita convenzione con la Prefettura. La Provincia a sua volta attivò sottoscrizioni formali con
i Comuni gestori delle strutture d’accoglienza allo scopo di trasferire a livello comunale i finanziamenti
statali, quantificati in un massimo delle vecchie £. 35.000 giornaliere per profugo ospitato ed
utilizzabili per spese d’accoglienza ed erogazioni assistenziali necessarie.
Nel febbraio 1994 il Comune di Casalecchio di Reno attivava la prima struttura di accoglienza per 12
famiglie di profughi della ex Jugoslavia (per un totale di 56 persone): si trattava dei locali ristrutturati
della ex fabbrica Giordani, concessa in comodato gratuito al Comune dalla Coop Costruzioni. Ogni
nucleo ospitato occupava una stanza dell’ex fabbrica: i servizi e la cucina erano in comune.




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Nello stesso anno, e in strutture di varia tipologia, si attivarono anche i Centri d’accoglienza dei
Comuni di Bazzano, Malalbergo, Bologna, Sasso Marconi e Trebbo di Reno.
A fine ottobre 1995 risultavano attivate 19 strutture di accoglienza per una o più famiglie sfollate
dalla ex Jugoslavia, per un totale di 447 persone ospitate. Le restanti 106 censite aventi diritto
risultavano irreperibili, presumibilmente perché trasferite in altre città italiane o tornate nella ex
Jugoslavia. Il Consiglio Italiano per i Rifugiati effettuò allora un secondo censimento tra cittadini
della ex Jugoslavia arrivati dopo il dicembre 1993 allo scopo di sistemare in altre Province gli
aventi diritto al riconoscimento dello status.
A partire dall’inizio del 1995, la Provincia di Bologna effettuò il coordinamento degli interventi e
degli orientamenti gestionali dei vari comuni ospitanti attraverso un Gruppo Tecnico di
Coordinamento ed un Comitato Tecnico-Scientifico. Il primo organo era composto da referenti dei
Comuni e dei Centri di accoglienza ed aveva lo scopo di analizzare e valutare congiuntamente
tematiche trasversali di carattere operativo e socio-educativo.
Il Comitato Tecnico-Scientifico, composto da docenti dell’Università di Bologna e di Milano ed
esperti del settore, aveva l’obiettivo di stimolare e supportare la progettazione di percorsi di
integrazione sociale che si realizzavano nei vari Centri d’accoglienza.

Si programmò un’attività d’intervento dei Centri ospitanti articolata in quattro fasi progressive:

        1. dell’accoglienza: si offrono servizi e supporti “primari” e si inizia un percorso socio-
educativo che porti i profughi all’autonomo e positivo inserimento nel contesto ospitante;
        2. delle “borse lavoro”: si facilita la socializzazione o risocializzazione degli adulti a
dimensioni lavorative basate su regole di produttività ed impegno. Le amministrazioni comunali
ricercano opportunità di lavoro presso l’ente o presso aziende private, ed erogano la retribuzione ai
profughi diminuendo altre forme di assistenza economica.
        3. dall’assistenza alla contribuzione: il profugo viene supportato nella ricerca occupazionale
e, diventando titolare di regolare contratto di lavoro, passa da una condizione di assistenza ad una
situazione di contribuzione alle spese del Centro ospitante.
        4. dell’inserimento lavorativo ed abitativo: i nuclei familiari di profughi lavoratori si
inseriscono in abitazioni proprie nel territorio ed escono dal circuito assistenziale, mantenendo
rapporti solo occasionali con i Servizi Sociali dei Comuni in cui risiedono.

Nel dicembre 1995 vengono sanciti a Dayton e a Parigi gli accordi di pace nell’area balcanica.
Conseguentemente, nel giugno 1996 viene emanato in Italia un decreto legge che precisa la
necessità di perseguire in quanto auspicato già dalla legge 390/’92, e cioè favorire il graduale
rientro in patria degli sfollati della ex Jugoslavia.

Gli sfollati, tuttavia, non hanno manifestato alcuna intenzione di rientrare nei loro luoghi di origine:
oltre alla guerra intendono lasciarsi alle spalle una situazione di instabilità economica,
penalizzazione razziale e mancanza di prospettive che permane ancora oggi nei loro luoghi di
origine.
Il Ministero dell’Interno, dal settembre 1997, dichiara definitivamente decaduti tanto lo status di
“sfollato della ex Jugoslavia” e quanto gli interventi statali a sostegno di tali assistiti.
A Casalecchio di Reno, dal maggio 1997 è stato smantellato il Centro di accoglienza dell’ex
fabbrica Giordani e reso attivo il “Villaggio Ruza”: si trattava di un insediamento di 13 casette
indipendenti prefabbricate su un terreno privato concesso in comodato all’amministrazione
comunale. I costi per le strutture e le opere di urbanizzazione sono stati sostenute grazie alle
economie di spesa dell’anno precedente sui finanziamenti statali concessi. Il “Villaggio Ruza”
rappresentava una sistemazione transitoria, migliorativa rispetto le stanze dell’ex fabbrica Giordani,
da smantellare nel giro di sei anni.


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Nel luglio 1997 il Sindaco di Casalecchio di Reno comunicò ufficialmente agli abitanti del
Villaggio Ruza la decadenza del loro status di “sfollati della ex Jugoslavia” e delle erogazioni
economiche ad essi destinati. Confermò comunque l’intenzione dell’amministrazione comunale di
continuare a sostenerli nel loro percorso di inserimento definitivo nel contesto casalecchiese.
A partire dal 1999 , gradualmente, le famiglie del “Villaggio Ruza” traslocarono in appartamenti,
alcuni di proprietà privata (ad affitto concordato tramite la mediazione comunale) ma soprattutto
appartamenti ex IACP (assegnati dietro normale partecipazione a bando).
I dodici alloggi prefabbricati del Villaggio Ruza sono stati smantellati definitivamente all’inizio del
2002, ed il terreno sul quale sorgevano è stato restituito al proprietario privato.
Il prefabbricato utilizzato come saletta comune e adiacente a Villa Magri ospita temporaneamente,
dalla primavera 2002, una famiglia di rifugiati del Kossovo che l’Amministrazione Comunale si è
resa disponibile ad inserire nel contesto casalecchiese dietro sollecitazione della Prefettura, in
seguito allo sgombero dell’insediamento abusivo di Villa Magistrini a Castel Maggiore.

(Fonte: http://www.stranieriacasalecchio.com/pag_or.asp?cnt=4)


                    LA SITUAZIONE DEL CAMPO DI TREBBO DI RENO


Il centro di prima accoglienza di Trebbo di Reno è stato aperto nel 1994. La sua finalità era di
ospitare i profughi di guerra dell’ex Jugoslavia per un periodo provvisorio di sei mesi, dopo i quali
sarebbero stati aiutati a ritornare nel proprio paese di origine o ad integrarsi attraverso una
soluzione abitativa idonea. Nonostante i propositi iniziali il campo nel 2007 è ancora aperto. Alcune
famiglie sono riuscite ad andarsene, ma sono state quasi sempre rimpiazzate da altre, anch’esse in
fuga dal collasso sociale provocato dalla guerra.
Alla fine del 2006 al campo profughi sono presenti dodici famiglie, di etnia rom serba e albanese.
L’ 80%circa sono donne e bambini.
Il Centro è situato in una zona isolata situata fra Trebbo e Castel Maggiore, a fianco al Canile
Comunale di Bologna. La più vicina fermata d’autobus è a circa tre km e la si raggiunge
percorrendo una buia strada di campagna.
La gestione del campo si è rivelata fin da subito complessa ed appare “viziata” da un’incertezza
territoriale che si è velocemente trasformata in confusione amministrativa: nonostante infatti il
terreno su cui sorge il campo si trovi nel territorio che compete al Comune di Castel Maggiore, è il
Comune di Bologna che in questi anni ha riscosso l’affitto e le bollette delle famiglie ivi residenti,
mentre è molto spesso toccato ad un comune di dimensioni e possibilità molto minori come quello
di Castel Maggiore occuparsi delle politiche di intervento socio-abitativo-sanitario più gravose.
Nonostante queste difficoltà “strutturali”, è necessario rilevare come l’Amministrazione comunale
di Castel Maggiore abbia sempre operato nel massimo delle sue possibilità e mettendo in campo
uno sforzo economico e logistico ingente nel tentare di sanare la situazione del campo.
Il centro di prima accoglienza di Trebbo di Reno è una spianata di asfalto in cui l’unica struttura in
muratura è situata al centro: i bagni in comune per tutte le famiglie.
La situazione igienico-sanitaria è alquanto precaria: ciò dovuto in parte all’inadeguatezza della
struttura e in parte alla non organizzazione per il mantenimento della pulizia all’interno del campo.
L’acqua calda scarseggia o è spesse volte addirittura assente, con tutte le conseguenze del caso.
I container nei quali le famiglie alloggiano dal 1994 hanno assunto un aspetto fatiscente a causa del
deterioramento provocato dal trascorrere del tempo e dalla conseguente presenza di ratti che
proliferano all’interno della struttura.
Il Comune di Bologna, in quanto proprietario e gestore dell’intera area, richiede alle famiglie un
affitto pari a 130 euro, quattro volte tanto rispetto al contributo richiesto per gli alloggi popolari. A
questi si aggiungono poi i costi delle bollette per le utenze, molto elevati soprattutto nei mesi

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invernali a causa della mancanza di impianti di riscaldamento e di cucine attrezzate.
Da settembre del 2005 l’appalto del Comune di Bologna è stato vinto dalla cooperativa sociale
“Pianeta ALOUCS”, il cui incarico consiste in un’articolata azione di accompagnamento sociale di
inserimento abitativo e di front-office, oltre al lavoro di portineria e la gestione amministrativa del
centro.

La condizione di indigenza nella quale versa la maggior parte dei nuclei famigliari fa sì che essi
vengano a trovarsi di frequente in condizione di morosità nei confronti del Comune di Bologna,
rifiutandosi di versare l’affitto o per mancanza di reddito o per scelta, considerando inaccettabile la
situazione disastrosa e precaria cui sono esposti da 12 anni a questa parte.

Nel momento in cui scriviamo, cinque famiglie sono minacciate di sgombero se non regolarizzano
la propria situazione di soggetti morosi nei confronti del Comune di Bologna, mentre sull’intero
campo è avviato un progetto di chiusura, in tempi ancora da definirsi precisamente, senza che sia
stato chiarito quale passaggio verrà compiuto per le persone che lo abitano e quali scenari si
prospetteranno per le medesime.


                     FINALITA’ E OBIETTIVI DEL COORDINAMENTO


Tutto questo premesso, noi sottoscritti cittadini, associazioni e partiti abbiamo deciso di costituirci
in un Coordinamento permanente denominato “Il mondo è la mia casa” e di raccoglierci attorno ai
seguenti obiettivi e finalità:

   •   Il nostro scopo principale è arrivare in tempi ragionevoli -entro e non oltre la fine del
       mandato amministrativo in corso, vale a dire ponendoci come obiettivo ultimo l’anno 2009-
       ad una chiusura dignitosa e accompagnata del campo profughi di Trebbo di Reno. Per
       dignitosa intendiamo la garanzia che questa chiusura sia eseguita senza ricorrere a soluzioni
       meramente di ordine pubblico, evitando sgomberi forzosi che lascerebbero le famiglie
       interessate prive di tutele e abbandonate a loro stesse; al contrario, noi chiediamo che le
       famiglie ancora presenti all’interno del campo possano trovare soluzioni abitative e
       lavorative tali da garantire loro un inserimento reale all’interno delle nostre comunità.
   •   Per perseguire questo obiettivo siamo convinti che la nostra azione debba muovere su due
       piani paralleli: alle necessità immediate di concreta solidarietà nei confronti delle famiglie
       che vengono a trovarsi in situazioni difficili, dobbiamo e vogliamo affiancare una
       progettualità di medio termine che accompagni la fuoriuscita delle ultime famiglie dal
       campo. Pensiamo a progetti di formazione scolastica per bambini e ragazzi, a proposte per
       l’inserimento lavorativo -uscendo dalla logica precaria e non risolutiva delle borse lavoro-, a
       interventi di sostegno sanitario a favore dei tanti anziani malati e sofferenti che abitano il
       campo. Teniamo a precisare che l’indigenza derivata dalle oggettive difficoltà di
       inserimento lavorativo è nella maggior parte dei casi principale causa della morosità degli
       abitanti del campo, e che questa condizione molto probabilmente si ripresenterebbe nel caso
       in cui le famiglie fossero collocate in alloggi ma continuassero ad essere prive di ogni fonte
       di sostentamento economico. Non vogliamo soluzioni improvvisate, chiediamo anzi
       l’applicazione di politiche durature e stabili, mirate al risanamento di una situazione che
       riteniamo invivibile ed intollerabile.
   •   Riteniamo iniquo ed esageratamente elevato il canone d’affitto richiesto dal Comune di
       Bologna per container ormai fatiscenti come quelli di Trebbo di Reno. Ci impegneremo
       quindi affinché uno dei primi obiettivi del nostro Coordinamento sia proprio l’impegno da
       parte dei nostri interlocutori istituzionali ad una congrua riduzione del canone in questione.

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   •   E’ inoltre necessario vigilare sul rigoroso rispetto della convenzione stipulata tra il Comune
       di Bologna e la cooperativa “Pianeta ALOUCS” per la gestione del campo e verificare
       l’effettiva attuazione delle attività previste; nel frattempo bisogna operare per assicurare una
       condizione di vita dignitosa alle persone che ancora vivono quotidianamente il campo in
       attesa della sua chiusura.
   •   Per ottenere questi obiettivi, il Coordinamento “Il mondo è la mia casa” intende porsi come
       interlocutore nei confronti in primis delle amministrazioni comunali di Bologna e di Castel
       Maggiore ed in secondo luogo verso tutti i soggetti attivi ed interessati all’argomento e che
       condividono le finalità illustrate nel presente documento. Per fare questo ci adopereremo per
       creare il maggior numero di momenti di confronto e di riflessione sui temi in oggetto,
       ricorrendo di volta in volta alle formule organizzative che riterremo più adeguate (tavoli
       istituzionali, incontri, assemblee pubbliche ecc.), vagliandole e considerandole in modo tale
       da non dare adito ad eventuali strumentalizzazioni e provocazioni politiche che finirebbero
       unicamente per nuocere alla causa che sosteniamo.
   •   Aspirando ad essere un vero e proprio “gruppo di pressione” vogliamo svolgere anche
       funzione di costante monitoraggio rispetto agli impegni che saremo in grado di far assumere
       ai nostri interlocutori, al fine di garantirne l’effettiva messa in pratica nei tempi e nelle
       modalità concordate.
   •   Altro obiettivo sul quale vogliamo connotarci è il fare informazione presso i cittadini della
       nostra comunità riguardo la situazione del campo di Trebbo di Reno, a pochi chilometri da
       noi ma sconosciuta ai più. Siamo convinti che solo la conoscenza reciproca, la
       comprensione e lo scambio interculturale possano aiutare a superare barriere e steccati che il
       nostro modello di società escludente spesso crea o impone.
   •   Tutti gli obiettivi che ci poniamo rientrano all’interno dell’idea più generale di un vero e
       proprio patto di solidarietà e cittadinanza che leghi amministrazioni comunali, comunità
       autoctone e abitanti del campo: un patto che vincoli da un lato le amministrazioni ad
       impegnarsi a dare piena cittadinanza e pieni diritti a queste persone, garantendo assistenza ai
       soggetti più deboli e contribuendo a far sì che tutti coloro che oggi vivono il campo di
       Trebbo escano dallo status di invisibilità nel quale versano e possano avviarsi verso la
       completa integrazione; un patto che al tempo stesso impegni gli abitanti del campo ad
       attivarsi in prima persona per costruire percorsi di inserimento al di fuori del campo nella
       piena condivisione dei principi fondamentali che regolano la convivenza civile. Quello che
       vogliamo è quindi una totale condivisione di progetti e percorsi da parte delle
       amministrazioni e degli abitanti del campo, qualcosa che permetta di uscire dalla logica del
       mero assistenzialismo e che permetta un’assunzione di piena responsabilità da parte di tutti i
       soggetti coinvolti.


Convivendo le premesse, le motivazioni e le finalità illustrate nel presente documento, noi
sottoscritti decretiamo allora formalmente costituito il Coordinamento permanente “Il mondo è la
mia casa”.




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Castel Maggiore, lì   Firma




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