2 marzo ore 15:03 ANALISTA: Perché ha pensato che lui potesse esserle d’aiuto? PAZIENTE: Non credo di averlo mai pensato. ANALISTA: Se lei non ha mai preso in considerazione tale ipotesi, ritiene che saremmo qui ora? PAZIENTE: Sì ma credo che sia stato un pensiero irrazionale. ANALISTA: Ha mai riflettuto sul fatto che quanto successo è stato totalmente irrazionale? PAZIENTE: Sì, certo, ma evidentemente… ANALISTA: Evidentemente? PAZIENTE: Voglio dire, sono sicura che mi servisse. ANALISTA: Che le servisse a fare cosa? PAZIENTE: A capire certi aspetti della vita che prima non riuscivo a comprendere. ANALISTA: E ora quindi mi sta dicendo che li capisce? PAZIENTE: Non lo so ancora. ANALISTA: Come fa a non saperlo? PAZIENTE: Ci sono ancora dentro con tutte le scarpe, non riesco a essere totalmente obiettiva nei giudizi.
1.
A ogni curva dei binari il treno dondolava a destra e a sinistra costringendola a tenere stretto tra le mani il sudicio bracciolo in finta pelle del sedile. Di fronte a lei era seduta una ragazza in jeans, i capelli biondi annodati stretti in due trecce che le ricadevano morbide sul seno compresso dalla maglia d’angora. Fissava fuori dal finestrino e teneva la borsa stretta in grembo con le mani. Quando Giulia guardava in direzione del paesaggio che correva all’esterno la vedeva riflessa e le sembrò più di una volta che lei la stesse guardando. Ma forse era solo un’impressione. Un uomo elegante si avvicinò a loro vacillando e appoggiò la valigetta sullo scomparto sovrastante, poi chiese alla ragazza bionda se poteva sedersi, piegando malamente la giacca e appoggiandola sul sedile di fianco a quello di Giulia. La bionda si strinse ancora di più nel suo posto con le ginocchia unite voltando completamente il viso verso il finestrino opaco tanto che, a ogni respiro, un alone caldo compariva sul vetro all’altezza del suo naso. Al di là del corridoio, solo un posto davanti a quello di Giulia, una coppia si scambiava effusioni sul sedile. Un uomo, chiuso fino al collo nel suo cappotto verde bottiglia, si voltò a guardarli sdegnato quando lei, in risposta a qualcosa che il ragazzo le aveva detto all’orecchio, rise scompostamente. Giulia si alzò, prese giacca e borsa e si avviò verso la fine del vagone. Anche se le porte si aprirono già qualche secondo prima, attese che il treno fosse completamente fermo prima di posare il piede sul gradino. Nel treno c’era un silenzio così ovattato che, una volta scesa, con tutto quel vociare e il viavai disordinato dei pendolari, le sembrò di approdare in un altro mondo.
Percorse l’atrio della stazione a passo svelto, ciondolando con naturalezza sui tacchi appena accennati delle scarpe lucide e fermandosi nella tabaccheria vicino l’entrata. Comprò delle caramelle e due pacchetti di sigarette, poi uscì e ne accese una, aspirando a lungo il primo tiro. Dei militari, fermi con le loro borse sul marciapiede forse in attesa di un taxi, la salutarono allegramente vociferando qualcosa che la ragazza non capì. Lei d’altronde non aveva mai dato peso a queste cose. Aveva sempre pensato che gli sguardi maliziosi che spesso le venivano rivolti facessero parte di quel gruppo di infelici approcci che gli uomini in branco erano soliti usare. Un uomo, fuori dalla comitiva, avrebbe optato per un metodo più delicato e sottile al posto di quei sorrisini e quelle gomitate in segno d’intesa. Sara continuava a dirle che comportandosi così avrebbe sempre recitato la parte della frigida e che avrebbe acquisito un’infelice etichetta che le avrebbe creato problemi nelle relazioni sociali a cui lei, da sempre, dava così tanta importanza. Avrebbe di sicuro, Sara, ricambiato quei sorrisi aspettandosi poi – e accettando forse – un invito più mirato. Ma Giulia non era come lei. A lei non importava niente di avventure amorose e flirt passeggeri. Si avviò verso la macchina facendo slalom tra le auto parcheggiate e rovistando nella borsa in cerca delle chiavi. «Ma dove cavolo sono finite?» «Serve aiuto?» Un uomo era fermo alle sue spalle. Sorrideva. Le mani sprofondate nelle tasche della pesante giacca blu scuro. Doveva avere sui cinquant’anni, o forse qualcuno meno. I capelli appena grigi sulle tempie, una leggera barba incolta di due giorni. Le labbra carnose e disegnate nettamente gli si piegarono subito in un sorriso. La ragazza lo guardò con una vaga e veloce occhiata per riaffondare ancora subito dopo il viso nella borsa. «No, no, grazie. Devo solo trovare le chiavi. Sono qui, da qualche parte», rispose continuando a frugare. «Lascia che ti aiuti. Svuotala o così non le troverai mai. Le borse da donna sono delle trappole micidiali. Se sparisci lì dentro c’è il rischio che non ti trovo più». Giulia non poté fare a meno di ridere. Iniziò poi a tirar fuori pacchetti di fazzoletti, cellulare, la custodia degli occhiali da sole di cui aveva da tempo perso gli occhiali, alcuni libri, un paio di guanti. Appoggiò tutto sul tettino della macchina. «Ti tengo questi», le disse lui prendendo alcuni libri.
«Eccole finalmente», quasi gridò lei sfilando le chiavi da una taschina laterale. «Che peccato, ti avrei accompagnato volentieri a casa», le disse l’uomo sorridendo. Notare un simile approccio da un uomo che aveva il doppio dei suoi anni le diede uno strano senso di smarrimento. Fingendo di non aver colto la malizia di quella frase prese una caramella dal pacchetto e arrotolò la carta per poi metterla in tasca. Sarà stato l’imbarazzo, o il freddo che le stava quasi congelando le dita, sta di fatto che la caramella le cadde dalle mani rotolando a terra, vicino ai suoi piedi. Giulia si piegò ritrovandosi le ginocchia dell’uomo davanti alla faccia. In quel momento si sentì infinitamente piccola nel guardarlo dal basso. Si rialzò ignorando quel suo sorrisetto ironico e, dopo aver soffiato sulla caramella distrattamente un paio di volte, se la mise in bocca. «Che fai?», le chiese lui mettendosi a ridere. «Ci soffio su». «E perché scusa?» «Perché è così che mi hanno insegnato. Per togliere i microbi e la polvere. E qualche altro fantasma di mia madre, credo», ma le venne da ridere al suono di quella frase. «Ti sei mai chiesta che sapore avrebbe, quella caramella caduta a terra, senza il tuo intervento riparatore?» Quella domanda amabilmente banale in risposta al suo concetto le sembrò, in quel momento, la più adatta che lui avesse potuto farle. «Non ho mai avuto abbastanza gusto per l’avventura da abbandonarmi al rischio. Preferisco restare entro i confini di ciò che conosco con sicurezza», rispose lei rimettendo in borsa tutto ciò che era sul tettino dell’auto. «Ma così ti perdi un sacco di cose divertenti. Alla tua età poi…» «Ci sono molti modi per divertirsi senza rischiare di bruciarsi la pelle». Ci fu qualche attimo di silenzio rotto solo dal fischio di un treno che stava arrivando. «Ora vado, la ringrazio per l’aiuto», disse Giulia aprendo la serratura dell’auto con il telecomando. «Sei sicura che l’auto parta? Il mio invito è sempre valido. O hai paura di scottarti?» L’uomo le sorrise. Giulia trattenne il respiro per un attimo, poi si voltò a guardarlo.
«Non penso che lei debba sentirsi in diritto di poter prendere in giro il mio buonsenso solo perché ha il doppio dei miei anni», disse con un tono di stizza nella voce. «Mi dispiace, volevo solo essere gentile e offrirti un passaggio, ma è comprensibile che tu abbia paura. In fondo sono solo uno sconosciuto che ti è arrivato alle spalle». «Non è paura. Invece di accompagnarmi, se vuole, può passare a prendermi, una di queste sere». Lo disse tutto d’un fiato, come se le parole fossero uscite da sole e senza controllo. L’uomo le sorrise, sfilò una penna argentata dal taschino, aprì poi il libro che aveva ancora tra le mani e scrisse un numero sul retro della copertina. «Facciamo stasera?», le chiese porgendole il libro dal finestrino. «Oh no, stasera ho da fare, tocca alla mia coinquilina cucinare e non posso perdermi il gusto di vederla impazzire tra i fornelli. E poi… dovrei studiare, domani ho un esame». «Facciamo che la cena la rimandi e che ti accompagnerò a casa abbastanza presto perché tu abbia il tempo che ti serve per ripassare. Come ti chiami?» «Giulia» «Allora siamo d’accordo, Giulia. Dove abiti?» La ragazza scrisse l’indirizzo su una pagina di quaderno e, sotto, il suo numero di telefono, poi strappò il foglio e glielo diede senza dire una parola. «A stasera», le disse lui infilando il biglietto in tasca e stringendosi nel collo della giacca mentre tornava sui suoi passi. Giulia rimase qualche minuto ferma nel parcheggio con il motore acceso, guardando dallo specchietto come ipnotizzata il fumo bianco che saliva dal retro della sua macchina. Ingranò poi la marcia in un colpo secco e guidò verso casa, per la statale malmessa, con una strana agitazione addosso. Arrivata a casa, ancora ferma sotto il portone, chiamò Sara. Erano quasi le sei e sperava di trovarla ancora in ufficio. «Sai, ti ho scaricato un intero cd oggi in ufficio», le disse l’amica appena rispose. «Invece di lavorare?», le chiese Giulia prima di sentirla ridere. «Ho messo dentro tutte le canzoni che ti piacciono di più, così potrai sentirle mentre fai la doccia, visto che canti in continuazione», continuò ridendo.
«Lo ascolteremo insieme stasera, quando torno», le rispose. «Perché? Dove vai?» Il suo entusiasmo si spense in un secondo. «Esco per cena, ti dispiace? Ho conosciuto un uomo» Intanto aveva schiacciato il pulsante per chiamare l’ascensore. «Dove l’hai conosciuto? Non ti sento più… ma dove sei?» «Nel parcheggio» «In quale parcheggio sei?» «Ma no, sono in ascensore. L’uomo con cui esco l’ho incontrato nel parcheggio. Nel parcheggio della stazione» Finalmente poi infilò le chiavi nella serratura ed entrò in casa. «Va bene, ho capito, mi spiegherai meglio stasera. Ora devo andare, ho il boss che mi gironzola davanti l’ufficio. Io fra un’oretta sono a casa, ti trovo?», disse in fretta. «Sì, sarò qui, a dopo» Giulia fece una doccia e scaricò un po’ la tensione di quel giorno. Nelle ore precedenti a ogni esame era sempre elettrica e, anche se aveva studiato senza sosta nell’ultimo periodo, aveva di continuo l’impressione di non essere riuscita a fare tutto quello che avrebbe dovuto. Spazzolò i lunghi capelli scuri e si meravigliò di quanto si fossero allungati nell’ultimo mese. Ora le arrivavano oltre le spalle e si disse che forse era il momento di andare dal parrucchiere. Rimandava sempre, con qualche sciocca scusa, la decisione di prendere un appuntamento, anche quando era Sara a chiederle di accompagnarla. In quei centri di bellezza c’era un’atmosfera che a Giulia infastidiva. Il chiacchiericcio delle donne, il rumore dei phon e i discorsi sempre troppo frivoli le trasformavano la necessità quasi in una specie di tortura. Asciugò i capelli davanti allo specchio e, per non perdere tempo con la piega, li racchiuse in uno chignon sulla nuca fermandoli con uno spillone. Aprì l’armadio e uno dopo l’altro guardò con attenzione tutti gli abiti appesi. La maggior parte erano pantaloni che aveva già da qualche anno, comodi e sportivi proprio come piacevano a lei. Aveva solo una gonna, bianca e lunga, acquistata qualche tempo prima per un battesimo e mai più messa. Con una smorfia chiuse l’armadio e sospirò buttandosi seduta sulle lenzuola ben tese del letto. «Per la scuola va anche bene, ma mica posso presentarmi da lui vestita da monaca di clausura…» Entrò nella camera di Sara e decise di prendere qualcosa in prestito dal suo armadio. «Mio dio…», sibilò non appena aprì la porta.
Sul pavimento c’era uno strato spesso di mutande e magliette sporche che quasi copriva per intero il colore della moquette. Un paio di calze scure pendevano dalla lampada da non si sa quanti giorni e quattro o cinque scarpe, nemmeno tutte uguali, erano ammucchiate in fondo al letto sfatto. Sembrava fosse appena passato un uragano che non aveva avuto pietà. «Ora capisco perché ho sempre evitato di entrare qui dentro…», mormorò Giulia tra sé. Cercando di calpestare meno roba possibile arrivò all’armadio e, dopo aver ammucchiato in un angolo ciò che c’era davanti, lo aprì. Sara aveva decine e decine di vestiti. Tutti bellissimi e appariscenti. E tutti minuscoli. Giulia prese una gonna a caso e se la appoggiò addosso. Quel fazzoletto le avrebbe coperto a malapena il sedere e, anche a tirarla giù, sarebbe diventata così a vita bassa che avrebbe dovuto non indossare le mutande. Scosse la testa in segno di rifiuto. Come una deformazione professionale però non resistette e, nel rimetterla a posto, la stirò un po’ con le mani e la appese all’unica stampella vuota. Odiava le pieghe sui vestiti. Alla fine trovò una gonna, nera e rossa, lunga fino a metà coscia e una camicia, rossa anch’essa, che metteva in risalto – senza risultare però troppo volgare – il seno prosperoso e alto che la sua età le concedeva. Prese il libro dalla borsa e cercò il numero. Proprio mentre si rendeva conto che di quell’uomo non conosceva neanche il nome, una voce profonda all’altro capo del telefono rispose. «Ciao, sono io» Non seppe dire altro. «Ciao Giulia, dimmi» «Volevo sapere… ecco, non ci siamo messi d’accordo sull’orario» «Sono lì verso le otto. Cosa vuoi fare dopo cena?» La voce ferma e bassa, il tono deciso. «Non lo so… lei cosa dice?» «Direi che prima di tutto puoi smetterla di darmi del lei, poi possiamo fare un giro in centro. Se farà troppo freddo possiamo fermarci da me, a bere qualcosa» «Va bene, come preferisci», rispose lei mentre tratteneva un sorriso. «Allora siamo d’accordo. Ora devo andare, a dopo», le disse riagganciando velocemente. Giulia si sentì leggera e si accorse di canticchiare come mai aveva fatto mentre si avviava scalza verso il bagno.
Passò morbida l’ombretto chiaro sulle palpebre. Il pennellino le sfuggì dalle mani e per poco non si sporcò il vestito. «Quando serve, Sara non c’è mai» Spruzzò un po’ di profumo sul collo sottile e sui polsi, poi infilò l’unico paio di stivali comprati dopo le numerose pressioni dell’amica durante i saldi di un grande magazzino. In quel momento Sara suonò al citofono. «Hai fatto tardi», le disse Giulia non appena l’amica entrò in casa. «Scusami, il traffico per poco non mi faceva perdere questo spettacolo», le rispose Sara affannata mentre la squadrava dal basso all’alto. «Spero non ti dispiaccia se ho preso qualcosa in prestito. Il mio armadio ha bisogno di una rimodernata…» «Basta che tu me lo dica e ti porto volentieri con me quando vuoi, non aspettavo altro», le disse Sara battendo le mani entusiasta come una bambina. «Forse è meglio che prima sistemi la tua stanza o nel tuo armadio non entrerà nemmeno un fazzoletto». «Sì, sì, certo. Comunque, stai benissimo…» «Ho esagerato?», le chiese Giulia riflettendosi nello specchio vicino all’entrata e alzando un po’ il ginocchio per vedere quanto si sarebbe sollevata la gonna. «Ma no, anzi» «E allora cos’è quella faccia?» «Stavo pensando solo che quest’uomo deve proprio piacerti un casino per farti uscire stasera. Non hai un esame domani?» «Sì certo, ma tornerò presto, non preoccuparti, così poi potrai farmi sentire il tuo cd». «Allora?» «Allora cosa?» «Chi è questo misterioso accompagnatore?» «Te l’ho detto. L’ho conosciuto oggi alla stazione» «E tu te ne vai a cena con uno sconosciuto? Tu? La malfidata per antonomasia? La donna che, di regola, la dà solo dopo il terzo appuntamento?» «Forse è arrivato il momento di smetterla di fare la bambina, non credi?», le disse Giulia infilando il cappotto e iniziando a chiudere i bottoni dal basso. «Sì, certo. Dicevo solo che è tanto che non esci con qualcuno. Diciamo da quando…»
«Lo so anch’io da quando, non c’è bisogno che lo ricordi. Finora non ho mai rischiato nulla e adesso ho deciso che è tempo di cambiamenti. Ora fammi andare, sarà già sotto che aspetta» «Va bene, vorrà dire che consumerò la mia cena sola soletta. Tanto lo sai che ti aspetterò sveglia e farò finta di dormire sul divano solo quando sentirò arrivare sul piano l’ascensore» «Buonanotte stella», disse Giulia baciandola sulla guancia prima di chiudersi la porta alle spalle.