La figura di Salvatore Ottolenghi by opt11785

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									            RICERCHE

      Salvatore BUZZANCA




La figura di Salvatore Ottolenghi
RICERCHE



         Salvatore Ottolenghi, fondatore e primo direttore della Scuola Supe-
riore di Polizia, nacque ad Asti nel 1861 e nel 1884, a soli ventitré anni,
conseguì la laurea in medicina e chirurgia.
         Appassionato di oculistica, si dedicò assiduamente a tale branca
della medicina nella quale iniziò ad esercitare professionalmente appena
laureato intraprendendo, nel contempo, approfonditi studi specialistici.
         Vivamente apprezzato per la serietà dell’impegno scientifico e per
l’altissima professionalità, fu invitato espressamente dal grande Cesare
Lombroso a dedicarsi all’antropologia ed alla psichiatria e nominato, già
nel 1885, assistente a quella cattedra presso l’ateneo torinese.
         Dal 1885 al 1893 Ottolenghi collaborò strettamente con Cesare
Lombroso nell’approfondimento degli studi avviati da fisionomisti con
G.B. Della Porta e J.K. Lavater, frenologi guidati da F.J. Gall e G.
Spurzheim, degenerazionisti dei quali fu caposcuola B.A. Morel ed alienisti
con J.C. Prichard e H. Maudsley, tutti interessati a ricercare possibili cor-
rispondenze morfologiche quali espressione del carattere o di quadri clini-
ci alterati.
         Tutti questi studi sono comunemente intesi dai profani come diret-
ti a ricercare, individuare e localizzare stigmate criminali mentre in effetti
le semplificazioni così operate denotano solo superficialità e scarsa cono-
scenza della reale portata scientifica delle concezioni che si pretende di cri-
ticare.
         Non sembra pertanto inopportuno, a questo punto, chiarire la por-
tata di questi studi precisandone, sia pure sinteticamente, contenuti e limi-
ti per sgombrare il campo da pregiudizi tanto infondati quanto duri a
morire.
         Così, ad esempio, è interessante osservare che la fisiognomica, già
iniziata con Aristotele, e coltivata fra gli altri da Galeno e Seneca, aveva
continuato ad essere praticata nel Medioevo con frequenti sconfinamenti
nel settore dell’astrologia e di scienze occulte quali la chiromanzia o datti-
lomanzia, la pedomanzia, la metoscopia e l’umbilicomanzia che pretende-
vano di cogliere i dati del carattere e perfino predire il destino delle perso-



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ne attraverso un asserito influsso dei pianeti, mediante l’esame delle linee
papillari delle mani e dei piedi o dalle caratteristiche della fronte o del-
l’ombelico.
        In tempi più recenti, nel 1586, Giambattista Della Porta (Vico
Equense 1535, Napoli 1615), sconfessate le pratiche divinatorie astrologi-
che, ritenne che si potessero prevedere le diverse manifestazioni del carat-
tere dell’uomo attraverso lo studio delle linee del suo volto.
        Le teorie del Della Porta furono riprese e sviluppate da Johann
Kaspar Lavater (Zurigo 1741–1801 ) che nella sua opera principale “Fram-
menti di Fisiognomica” si sforzò di dimostrare come sia possibile, dall’esa-
me dei tratti del volto, non solo interpretare gli aspetti caratterologici del
soggetto esaminato, ma anche, indipendentemente dal suo aspetto, sco-
prirne le qualità positive per le connessioni che esisterebbero tra caratteri
fisici esterni ed atteggiamenti spirituali.
        I frenologi, con Gall1 ritennero che sarebbe stato possibile ricono-
scere le facoltà psichiche individuali dall’osservazione delle protuberanze
craniche in quanto determinate da un presupposto maggior sviluppo delle
zone cerebrali sottostanti.
        Gli stessi anticiparono l’osservazione che il cervello è l’organo depu-
tato alle facoltà intellettuali, morali ed affettive, facendo giustizia delle teo-
rie che ancora ponevano nel cuore la sede di alcuni sentimenti ed indivi-
duarono nei lobi frontali le funzioni psichiche superiori dando origine ed
influenzando profondamente gli studi morfologici ed anatomo-psicologici
sul cervello che sono alla base dell’antropologia patologica criminale pre-
correndo, così, le dottrine della Scuola lombrosiana.
        Le teorie frenologiche furono molto divulgate da Johann Caspar
Spurzheim (Langwich, Germania, 1776 – Boston 1832), in manuali e
mappe con l’indicazione di ben 38 localizzazioni sulla scatola cranica sedi

1
  Franz Joseph Gall, medico e fondatore della frenologia (Tiefenbrunn Baden 1758, Parigi
1828) nacque da una famiglia di origine italiana. Suo nonno paterno, infatti, aveva cambia-
to in Gall l’originario cognome “Gallo” perché riteneva che un nome che suonasse come tede-
sco garantisse un più agevole inserimento nella società.




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di facoltà morali, intellettuali e di istinti (violenza, cupidigia, furto ecc.).
        Le pubblicazioni citate seppur fecero conoscere al grosso pubblico le
concezioni frenologiche, che conobbero anche un grande successo sotto il
profilo strettamente scientifico, nel tempo le svilirono in quanto i manua-
li e le mappe finirono per diventare prontuari per discussioni “da salotto”
volte a scoprire le pretese disposizioni innate degli astanti, a tutto scapito
delle intuizioni ed anticipazioni di sicuro fondamento scientifico.
        Un’illustre vittima della superficialità e delle facili generalizzazioni fu
anche Bénédict Augustin Morel (Vienna 1809 – Saint Yon, Francia, 1873),
insigne psichiatra e sostenitore, tra l’altro, di riforme dirette al ripudio di
mezzi coercitivi nei confronti dei malati di mente ricoverati negli ospedali
psichiatrici ed alle più sollecite dimissioni dei pazienti cui, in ogni caso, si
sarebbe dovuto assicurare un’efficace assistenza medica domiciliare.
        Morel introdusse per primo il concetto di demenza precoce e studiò
i disturbi dell’intelligenza inserendo e sistemando i conseguenti fenomeni
di destrutturazione della personalità nell’ambito della più generale teoria
della degenerazione progressiva ereditaria.
        Sotto tale profilo, in un’epoca in cui le leggi del Mendel non erano state
ancora enunciate ed il costituzionalismo biologico era di là da venire, Morel
intuì come l’ereditarietà giocasse un ruolo importante nella definizione delle
caratteristiche umane tra le quali indicava la tendenza a contrarre malattie ed
il cretinismo in quanto espressione di degenerazione fisica e mentale.
        L’aspetto più grave era che le degenerazioni, che egli acutamente
riteneva potessero essere influenzate negativamente da cattive abitudini
contratte: alcoolismo, uso di stupefacenti, cattive condizioni di vita, inos-
servanza di norme igieniche, ecc. potessero essere trasmesse alla prole con
aggravamento del quadro clinico.
        Indubbiamente la mancanza di conoscenze genetiche e di mezzi
d’indagine oggi comuni indusse Morel ed i degenerazionisti a studiare e
valutare segni esteriori ed anomalie fisiche di dubbio significato quali la
cutis verticis gyrata,un ispessimento del cuoio capelluto che determina la
formazione di pieghe che ricordano nell’aspetto le circonvoluzioni cerebra-



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li, le asimmetrie, ecc., in seguito facile bersaglio di critiche, ma non si può
negare che anche al giorno d’oggi la moderna psichiatria accanto ai più
avanzati reperti clinici (elettroencefalografia, angiografia, ecc.) raccomanda
l’osservazione dei caratteri fisici che in molte malattie (mongolismo, creti-
nismo, ecc.) hanno un valore prognostico rilevante.2
        Gli alienisti, infine, dei quali sono da considerare capiscuola James
Cowles Prichard (Ross 1786 – Londra 1848) e Henry Maudsley (Rome,
Yorkshire, 1835 – Bushley Heath, Londra, 1918), svilupparono la teoria
della follia morale e dei suoi rapporti con i comportamenti criminali soste-
nendo, tra l’altro, che le facoltà morali potevano essere alterate senza che lo
fosse la ragione come nel caso della cleptomania e della piromania, apren-
do così, per la psichiatria, un nuovo campo d’indagine ricco di implicazio-
ni giuridiche per quanto attiene alla responsabilità personale.
        Com’è facile rilevare, il denominatore che accomuna le ricerche degli
scienziati fin qui citati è il rifiuto del principio di autorità e del metodo
intuitivo-empirico sostituiti da quello scientifico galileiano che verrà da
Lombroso, per la prima volta, applicato allo studio del delinquente e da
Ottolenghi trasferito alle indagini di polizia.
        Per completezza di esposizione sembra opportuno a questo punto
sottolineare che la stessa superficialità di giudizio e la prevenzione che
hanno, nel tempo, colpito le concezioni espresse da fisionomisti, frenologi,
degenerazionisti ed alienisti, semplicemente liquidati con l’affermazione,
indimostrata ed indimostrabile, di meri ricercatori di corrispondenze tra
aspetto fisico e manifestazioni criminali sono state riservate a Cesare Lom-
broso le cui opere, peraltro, sono almeno misconosciute.
        Uno dei motivi, forse non molto noto, di tale atteggiamento menta-
le è senz’altro da individuare nel fatto che la teoria di fondo lombrosiana
dei rapporti fra anomalie fisiche e criminalità divenne di dominio pubbli-

2
  Cfr. Hans Joerg Weithbrecht, Compendio di Psichiatria, Piccin ed., Padova, 17°, pagg. 210 e
segg; W. Mayer-Gross, E. Slater, M. Roth, Psichiatria Clinica, Sansoni ed; scient. 1963, pagg.
95 - 116; H. Ey, P. Bernard, Ch. Brisset, Psichiatria, Utet Masson, 1972, Torino, pagg. 564 -
602.




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co ancor prima che l’Autore potesse verificarla e modificarla come Egli, in
effetti, fece.
        È noto che Lombroso ebbe l’intuizione della natura atavica del delit-
to, nel 1871, allorché eseguì l’ormai famosa autopsia sul cranio del brigan-
te calabrese Vilella rilevando la presenza di una fossetta occipitale, tipica
delle scimmie antropomorfe.3
        Il reperto fu interpretato in base alla “legge della ricapitolazione” di
Haeckel, secondo la quale “l’ontogenesi riassume la filogenesi”, ed alle tesi
sostenute da Virchow e Darwin per le quali l’evoluzione dagli animali
all’uomo potrebbe anche comportare un cammino inverso e, quindi, una
regressione verso tipi primitivi.
        La scoperta e l’interpretazione di Lombroso, divenute ben presto di
dominio pubblico, sono, come si è detto, del 1871 ma la prima edizione
della sua opera fondamentale “L’Uomo delinquente” è del 1876 e venne
continuamente modificata fino al 1900 e, dopo la morte dello scienziato,
nel 1909, ancora rivista dalla figlia Gina per l’edizione del 1924.
        Ne deriva che tutto il lavoro di revisione ed aggiornamento svolto da
Lombroso è pressoché ignorato ed egli, per molti disinformati, resta solo
l’Autore che pretende di stabilire se un soggetto sia un delinquente o meno
soltanto in base ad alcune stigmate fisiche pur se la sua proposizione fon-
damentale, per quanto concerne l’eziologia del delitto, è espressa dalle
parole che “non vi è crimine che non abbia radici in molteplici cause che
vanno ricercate caso per caso.”
        Sotto tale punto di vista è anzi corretto affermare che l’asserzione
lombrosiana anticipa di quasi un secolo la moderna corrente della crimi-
nologia clinica o individualistica.
        La ricerca scientifica ed i progressi nelle scienze biologiche, crimina-
li e mediche hanno rivalutato l’importanza dello studio morfologico del
3
 Così si espresse allora lo scienziato: improvvisamente, una mattina, in un nuvoloso giorno di
dicembre, nel teschio di un brigante, trovai una lunga serie di anomalie ataviche…. analoghe
a quelle che si riscontrano negli invertebrati inferiori. Di fronte a queste strane anomalie,
come avviene quando una grande pianura è rischiarata da un orizzonte illuminato, mi sono
reso conto che il problema della natura e dell’origine dei criminali era per me risolto.




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delinquente propugnato da Lombroso ed oggi non vi è più chi metta in
dubbio la necessità, nello studio della persona umana, dell’esame anche
morfologico dato che la forma si rivela sempre più come l’espressione pla-
stica della funzione.4
       Lombroso fu anche il primo a sostenere la necessità di considerare la
personalità del delinquente tanto ai fini dell’individuazione della pena che
del conseguente trattamento rieducativo.
       A tal fine, nel suo trattato “L’uomo delinquente”, egli sprona gli stu-
diosi - ed in particolare i giuristi - a lasciare “per qualche tempo il tavolo
e le biblioteche per entrare nel carcere senza prevenzione per conoscerlo
non nel muto contenuto ma nel contenuto vivo che vi sta dentro”, per ren-
dersi così conto “che tutte le loro pretese riforme, ideate ed applicate senza
il controllo della pratica, non sono che pericolose illusioni”.
       Lombroso inoltre, come sottolinea il Quaranta: “tentò un’originale
utilizzazione dei risultati della fisiologia, psicologia, patologia e della teoria
dell’evoluzione per dare la spiegazione di un fenomeno assai diffuso nell’I-
talia post-unitaria: la delinquenza ... ebbe anche intuizioni assai vicine a
quelle di Freud ... ed ebbe vivissimo il senso dell’irresponsabilità dell’indi-
viduo anormale e di una terapia ... che può precorrere certe forme della psi-
coanalisi postfreudiana”5.
       La digressione compiuta e le teorie cui si è fatto cenno dimostrano
quanto sia stato fecondo di studi, verifiche ed approfondimenti scientifici
il periodo trascorso presso l’Istituto diretto da Cesare Lombroso dal giova-
ne Ottolenghi il quale, contemporaneamente, si dedicò anche con passio-
ne a studi di medicina legale, materia nella quale conseguì, nel 1888, la
libera docenza nell’ateneo torinese e nel 1893, per concorso, la cattedra
presso l’Università di Siena.
       Se già Lombroso aveva intuito le possibilità di una Polizia moderna
4
  Cfr. DI TULLIO Benigno: Principi di criminologia generale e clinica e psicopatologia sociale,
Roma, Istituto Italiano di Medicina Sociale editore, 1971, pag. 26.
5
  QUARANTA Mario: “Positivismo ed Hegelismo in Italia” in Storia del pensiero filosofico e
scientifico, a cura di Ludovico Geymonat, vol. VI, cap. VIII, Garzanti ed. Milano, 1977,
pagg. 209 e segg.




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che, basata sulla conoscenza dell’uomo, introducesse ed applicasse il con-
cetto della prevenzione accanto a quello della repressione, Ottolenghi andò
oltre applicando la metodologia scientifica induttiva, basata cioè sull’osser-
vazione, alle indagini di polizia giudiziaria.
       Nasce così quello che Ottolenghi chiamò Programma di Polizia
Scientifica nel quale le conquiste della psicologia, della medicina legale,
dell’antropologia e della psichiatria trovavano applicazione concreta nel
settore delle investigazioni fino a quel momento lasciate “ai vecchi meto-
di empirici ed all’intuito del funzionario di polizia”.
       Nel “Programma” inoltre, in ben meditata simbiosi, venivano accol-
te le più moderne acquisizioni tecniche nel campo della fotografia, del
segnalamento descrittivo applicato alle persone ed agli ambienti, della
microscopia, delle analisi biologiche, chimiche e fisiche in un complesso
organico talmente innovativo che non poteva non destare perplessità, riser-
ve ed osservazioni anche malevoli.
       Di tutto ciò si rendeva perfettamente conto Salvatore Ottolenghi il
quale ebbe a dire che il misoneismo e la diffidenza che lo circondavano
costituivano il maggiore incitamento a perseverare.
       Contemporaneamente egli, sempre aperto alle innovazioni ed al
progresso scientifico, si dedicò allo studio della dattiloscopia che in quegli
anni cominciava ad imporsi all’attenzione dei criminalisti, accanto al Ber-
tillonage6 dopo la pubblicazione delle opere fondamentali di F. Galton
“Fingerprints” del 1892 e “ Fingerprints directories” del 1895.
       Convinto assertore della necessità di coniugare scienza ed investiga-
zione giudiziaria, già nel 1895 organizzava a Siena, presso la sua cattedra di
medicina legale, il primo corso di Polizia Scientifica per gli studenti di

6
  Bertillonage: il termine, coniato dal giornalista francese Pierre Brullard nel 1888, si riferisce al
complesso procedimento per l’identificazione antropometrica dei criminali messo a punto nel
1883 da Alphonse Bertillon (Parigi, 1853 – 1914) pioniere della criminalistica. Basato sulla misu-
razione accurata di undici parti del corpo umano, il Bertillonage, che si diffuse in tutto il mondo,
fu il primo metodo di identificazione personale scientifica nella storia della criminalistica la cui
validità sia stata ampiamente dimostrata dai risultati ottenuti. Ben presto superato per efficien-
za, semplicità e praticità dai sistemi d’identificazione dattiloscopici fu ufficialmente abbandona-
to con il Congresso internazionale di Polizia Scientifica tenutosi a Monaco nel 1914.




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quell’Università, mentre nel 1896 in collaborazione con il Questore di
Palermo, Alongi, iniziava la pubblicazione di una Rivista di Polizia Scien-
tifica.
        Nel 1902, ritenendo che ormai per troppo tempo, come aveva scrit-
to Lombroso, si fosse operato in Polizia “così come si faceva la guerra nei
tempi eroici, tutta a casaccio, ad empirismo, dove il merito individuale di
alcuni pochi in astuzia ed in forza muscolare decideva solo della vittoria” e
che mancasse personale veramente qualificato che si servisse “per le sue
indagini delle risorse scientifiche offerte dagli studi di statistica, di antro-
pologia criminale, che moltiplicasse, insomma, il proprio impegno con le
forze enormi, e quel che è più, esattamente governabili della scienza”7,
Ottolenghi, spinto dalla fede nel suo “Programma di Polizia Scientifica” la
cui bontà era stata ampiamente dimostrata dai risultati ottenuti in quel
primo corso tenuto a Siena, convinto che la crisi in cui versavano le Ammi-
nistrazioni di Polizia dei Paesi più evoluti fosse dovuta alla mancanza asso-
luta di speculazione teorico-scientifica nel settore organizzativo e ad una
più generale crisi di sistema seguita all’affermarsi delle nuove concezioni
giuridiche e sociali basate sul più assoluto rispetto della libertà e della
dignità umana, si recò a Roma, al Ministero dell’Interno, ove chiese di esse-
re ricevuto dal senatore Francesco Leonardi, Direttore Generale della P.S.
al quale sottopose il suo progetto, tanto a lungo vagheggiato, di tenere corsi
di polizia scientifica per i funzionari dell’Amministrazione della Pubblica
Sicurezza.
        Leonardi si entusiasmò per l’iniziativa, se ne fece interprete presso il
ministro pro-tempore on. Giolitti ed autorizzò Ottolenghi ad organizzare
un corso per funzionari e delegati di P.S. che venne tenuto presso le carceri
di “Regina Coeli” in locali messi a disposizione dalla Direzione Generale
degli Istituti di Pena, allora alle dipendenze del Ministero dell’Interno.
        Quel primo corso durò tre mesi e fu seguito da 35 funzionari, nove
dei quali commissari, nove vice commissari e 17 delegati di P.S.; il corso fu
7
 LOMBROSO Cesare: L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed
alla psichiatria, ed. Bocca, Torino, vol III, pag. 321.




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tenuto nella cosiddetta “sala dei riconoscimenti” delle carceri di Regina
Coeli dove, prima che venissero applicate all’identificazione personale le
metodologie scientifiche dell’antropometria e, successivamente, della dat-
tiloscopia, gli investigatori facevano sfilare i detenuti (c.d. metodo della
parata o della passatella) per “riconoscere” eventuali recidivi: nasceva così
la Scuola di Polizia Scientifica alla cui direzione venne preposto lo stesso
Ottolenghi nel frattempo trasferitosi a Roma in quanto vincitore per con-
corso della cattedra di medicina legale presso l’Ateneo della Capitale.
        Nei primi mesi del 1903 fu tenuto un secondo corso e, sempre nello
stesso anno, il 25 ottobre, il ministro dell’Interno on. Zanardelli decretò
che il corso di polizia scientifica fosse reso obbligatorio e dovesse far parte
“del tirocinio necessario agli alunni funzionari di P.S. per ottenere la nomi-
na ad effettivo”.
        L’obbligo così sancito venne confermato nei successivi RR.DD. del
30 aprile 1905, n. 216 e del 31 agosto 1907, n. 725, in riconoscimento
della validità scientifica dell’operato della neo Scuola.
        Pienamente votato alla realizzazione del suo “Programma”, Ottolen-
ghi avviò un complesso di realizzazioni che, a distanza di tanti anni, costi-
tuiscono ancora un vanto della Polizia italiana e tra le quali sono da citare:
la metodologia da seguire per l’effettuazione del sopralluogo e l’adozione di
una precisa terminologia, l’istituzione, già nel 1903, del cartellino segnale-
tico nel quale sono compendiati in efficacissima sintesi i rilievi descrittivi
fotografici e dattiloscopici del soggetto sottoposto a rilievi, la creazione
presso le Questure dei Gabinetti di Polizia Scientifica, la “classifica deca-
dattiloscopica Gasti” dal nome di uno dei più prestigiosi collaboratori di
Ottolenghi, l’allora commissario Giovanni Gasti, sollecitato a studiare,
sotto la sua guida, i sistemi dattiloscopici allora in uso: Henry, Vucetich,
Roscher, Daae ecc., allo scopo di coglierne gli aspetti positivi ed elaborare
un sistema semplice e funzionale.
        Il compito, non certamente facile, fu assolto nel migliore dei modi
da Gasti per cui Ottolenghi, dopo una breve fase sperimentale, l’approvò
ed introdusse ufficialmente, fin dal 1905, istituendo, nel contempo, il Ser-



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vizio di Segnalamento ed Identificazione con il Casellario Centrale d’Iden-
tità, presso il quale sono custoditi i cartellini delle persone segnalate dagli
organi di Polizia italiani e quelli pervenuti da organi di polizia stranieri.
        Accanto al Servizio citato Ottolenghi ne costituì due ulteriori
rispettivamente per le Indagini tecniche di Polizia Giudiziaria e per l’Iden-
tificazione Antropologico-Biografica dei soggetti attraverso l’anamnesi dei
dati personali, ivi compresi i precedenti fisiologici e patologici, personali ed
ereditari delle persone segnalate.
        Nel 1907, allo scopo di favorirne la divulgazione ma principalmen-
te per convincere misoneisti e detrattori della Scuola, prima realizzazione
del genere sul piano mondiale, della validità della sua azione, portata avan-
ti pur tra mille difficoltà ed incomprensioni, pubblicò i “Quadri sinottici
di Polizia Scientifica” che costituiscono una vera miniera di informazioni
per chi voglia conoscere il pensiero e l’opera di Ottolenghi, il suo “Pro-
gramma”, la storia di quanto era stato fino ad allora compiuta e le pro-
spettive future.8
        Nello stesso anno, avviò l’impegnativa e lungimirante impresa di
dotare le Questure di Gabinetti di Polizia Scientifica le cui funzioni, dap-
prima limitate al segnalamento dattiloscopico ed alla compilazione dei car-
tellini segnaletici, vennero successivamente estese all’assolvimento dei
compiti previsti dal Servizio Indagini tecniche di Polizia Giudiziaria e da
quello per l’Identificazione Antropologico–Biografica.
        Per fare il punto della situazione è però da rilevare che la Scuola, pur
proseguendo “de facto” nelle sue attività, per il continuo impegno e lo spi-
rito d’iniziativa di Ottolenghi, non aveva ancora ricevuto un riconosci-
mento formale per la mancata emanazione di un apposito Decreto Istitu-
tivo.
        Tale stato di fatto angustiava i collaboratori di Ottolenghi e, tra que-
sti, Falco e Gasti erano i più rammaricati, tanto più che il tipo di inse-


8
  OTTOLENGHI Salvatore: Polizia Scientifica – Quadri sinottici, Società Poligrafica Edi-
toriale, Roma, 1907.




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gnamento impartito nella Scuola, per il suo straordinario spirito innovati-
vo, era stato ripreso ed apprezzato in tutto il mondo e che ad imitazione
del modello italiano erano sorte Scuole di Polizia Scientifica in Francia,
Germania, Belgio e Brasile.
        A tali osservazioni, con la serena e fiduciosa pacatezza di chi è con-
scio del valore dell’opera intrapresa, il Maestro era solito rispondere:
“occorre farle le cose, occorre perfezionarle ed affermarle al lume dell’espe-
rimento. È tanto più bello che le leggi, più che istituire, sanzionino quello
che già è fatto, perfezionato ed affermato; andiamo avanti per la nostra
strada ed il decreto che istituisce la Scuola sarà una necessità logica e sarà
fatto”.
        Nel 1909, un ulteriore riconoscimento all’alto valore scientifico
della Scuola venne tributato dal R.D. n. 666 del 20 agosto, contenente il
Regolamento speciale per gli ufficiali ed impiegati di Pubblica Sicurezza,
con il quale si stabiliva espressamente, all’art. 23, l’obbligatorietà della fre-
quenza di un corso “… non minore di sei mesi, dei quali almeno i primi
tre presso la Scuola di Polizia Scientifica in Roma e gli altri in uffici di Pub-
blica Sicurezza.”
        Nello stesso decreto si prevedeva altresì, all’art. 24, che al termine del
corso i partecipanti dovessero sostenere un esame teorico-pratico per il cui
superamento era richiesta una media di almeno sette decimi.
        Nel 1910, conscio della “diffidenza verso la nuova istituzione”, arta-
tamente fomentata da invidiosi e malevoli, Ottolenghi iniziò la pubblica-
zione del “Bollettino della Scuola di Polizia Scientifica e dei Servizi di
Segnalamento” alla scopo precipuo, come Egli stesso ebbe a scrivere nel-
l’indirizzo ai lettori nel primo numero della rivista: “di far conoscere ai fun-
zionari di P.S., all’Autorità Giudiziaria ed agli studiosi di Polizia Giudizia-
ria, la funzione di questa Scuola di Polizia Scientifica e l’opera del Servizio
d’identificazione giudiziaria…”.
        Sempre nel 1910 l’opera indefessa, puntigliosa, costante, di Salvato-
re Ottolenghi ebbe un prestigioso riconoscimento con l’emanazione della
famosa circolare Fani, relativa “all’accertamento dei reati” e diretta ai Pro-



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curatori Generali delle Corti d’Appello nella quale, come disposto espres-
samente, venivano “invitati i signori giudici istruttori a valersi dell’opera di
quei funzionari di P.S. che in queste ricerche siano convenientemente pre-
parati avendo frequentati i corsi di Polizia Scientifica e specialmente dei
funzionari addetti all’Istituto di Polizia Scientifica di Roma, presso la Dire-
zione Generale di P.S., ed ai Gabinetti di segnalazione … i quali posseggo-
no tutto il materiale necessario per tali rilievi e per le più necessarie prime
indagini.”
       La poliedrica attività di Salvatore Ottolenghi non ignorò il lavoro
che in quegli anni veniva svolgendo la Commissione per la modifica del
Codice di Procedura Penale del 1865, istituita dal Guardasigilli dell’epo-
ca, Camillo Finocchiaro Aprile, perché l’occasione era quanto mai oppor-
tuna per introdurre nel nuovo Codice il riconoscimento delle innovazioni
apportate dalla criminalistica nel settore delle investigazioni.
       Egli pertanto s’impegnò con il consueto ardore nella nuova impresa,
nella duplice veste di Direttore della Scuola di Polizia Scientifica e di Pre-
sidente della Società Italiana di Medicina Legale, da lui stesso fondata, e la
sua opera venne coronata dall’introduzione nel codice del 1913, all’art.
166, di una norma che così recitava: “gli ufficiali di Polizia Giudizia-
ria…nelle loro operazioni possono procedere, se sia il caso, anche a rilievi
tecnici e fotografici”.
       Com’è facile osservare la previsione esprime più che un ordine cate-
gorico, come a suo tempo rilevato dal Giri, funzionario di altissima pro-
fessionalità della Scuola, una facoltà circondata da cautela; tuttavia Otto-
lenghi si dichiarò moderatamente soddisfatto facendo notare che si era “ai
primi passi dell’applicazione dei mezzi tecnici nelle investigazioni giudizia-
rie e che si era ottenuto a fatica che si accennasse a queste nelle disposi-
zioni di legge… Il Codice di Procedura Penale, in ogni caso, era venuto nel
suo testo definitivo a coronare l’opera e l’iniziativa della Scuola dando la
sanzione legislativa a tutte quelle nuove funzioni che la Polizia Scientifica
aveva indicate ed avviate”.
       È interessante rilevare che non appena fu resa nota la bozza del testo



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RICERCHE



dell’art. 166, la Società Italiana di Medicina Legale, il 30 maggio 1912,
approvò un ordine del giorno nel quale, dopo essersi rimarcato che il Pro-
getto Finocchiaro Aprile era improntato a straordinaria diffidenza verso
l’opera del funzionario di Polizia, venivano espressi voti che il testo defini-
tivo del Codice includesse “disposizioni procedurali corrispondenti alle esi-
genze scientifiche dell’oggi e fosse orientato a quelle nuove riforme che,
imposte dalle conquiste ormai assodate della scienza italiana, erano state accol-
te nei recenti Progetti dei Codici tedesco, austriaco e svizzero”.
        Nel 1916 Ottolenghi ottenne che presso ogni Istituto di pena venis-
se costituito un Gabinetto di Polizia Scientifica per il segnalamento dei
detenuti e che sul Registro Matricola delle carceri, all’atto della dimissione,
venissero apposte le impronte digitali e palmari della mano destra della
persona scarcerata.
        L’iniziativa ha un’importanza basilare ancora oggi in quanto accade
spesso che una persona arrestata e tradotta direttamente in carcere declini
false generalità e che queste corrispondano ad una persona innocente: in tal
caso, un semplice confronto dattiloscopico tutela l’innocente il quale,
diversamente, dovrebbe fornire prove concrete della sua estraneità al reato
ascrittogli.
        Nel 1919, su iniziativa del Direttore Generale della P.S. Quaranta,
con il R.D. del 7 dicembre 1919 n. 2504, veniva istituita in Roma … “alle
dipendenze del Ministero dell’Interno, la Scuola di Polizia Scientifica per
l’istruzione e la preparazione dei funzionari e degli agenti di Pubblica Sicu-
rezza”; a tale provvedimento seguì il D.M. del 17 luglio 1920 contenente
il “Regolamento speciale per la Scuola di Polizia Scientifica”.
        L’assetto giuridico dato alla sua Scuola coronava l’opera che nei set-
tori didattico e scientifico Ottolenghi andava svolgendo da oltre trent’an-
ni ma, come egli soleva ripetere ai suoi collaboratori, costituiva, nello stes-
so tempo uno sprone ad un impegno maggiore nel superiore interesse del-
l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza.
        L’azione del Maestro, così, divenne, se possibile, ancora più intensa
e ricca di soddisfazioni per la Scuola il cui prestigio, come già peraltro anti-



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cipato, aveva da tempo valicato i confini del Paese per dettare modalità e
tempi della moderna formazione del funzionario di Polizia.
       Anche l’attività internazionale della Scuola, già espletata ad altissimo
livello nei convegni di Colonia e Rochester nel 1911, Parigi nel 1912,
Copenaghen nel 1913 e Monaco nel 1914, con relazioni, proposte e costi-
tuzione di gruppi di lavoro interdisciplinari con la partecipazione dei più
prestigiosi esperti mondiali, conobbe ulteriori sviluppi che si sostanziaro-
no, oltre che in una presenza attiva nei più qualificati fori internazionali,
in proposte di miglioramento e rilancio della cooperazione di Polizia sospe-
sa per la dolorosa parentesi bellica costituita dalla Prima Guerra Mondiale.
       Tra le iniziative di maggior rilievo sono da segnalare, oltre che lo
scambio continuo di informazioni sui progressi nei settori delle analisi di
laboratorio, balistico e della documentazione fotografica, la proposta del-
l’adozione di un Codice telegrafico internazionale di Polizia, l’elaborazione
di un Dizionario internazionale tecnico-criminale, la realizzazione di carte
d’identità uniformi per il servizio di identificazione, l’istituzione di un
Repertorio internazionale dei delinquenti “con l’indicazione dei dati di
coloro i quali per le pene espiate e per la loro condotta potessero essere con-
siderati delinquenti di professione”.
       Un ulteriore successo colse Ottolenghi nel settore degli accerta-
menti di Polizia Giudiziaria con la messa a punto del “metodo grafono-
mico basato sull’applicazione dei principi del segnalamento descrittivo alle
indagini grafiche”9 in quanto, come egli stesso scrive10 “ogni processo di
identificazione è in fondo un’operazione di confronto, di paragone. Esso
consiste in quattro operazioni…osservazione, rilievo o segnalazione dei
caratteri, confronto dei caratteri stessi, giudizio di identità”.
        Le affermazioni scientifiche e tecniche della Scuola sul piano nazio-
nale e, più ancora, su quello internazionale suggerirono un mutamento

9
   BUZZANCA Salvatore: L’indagine grafica in Lezioni di Criminalistica, Roma, Tipografia
della Scuola Superiore di Polizia, 1978, pagg. 142 e segg.
10
   OTTOLENGHI Salvatore: La perizia di scrittura e l’identificazione grafica, Roma, Tipogra-
fia delle Mantellate, 1924, pag.13.




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RICERCHE



della sua denominazione ritenendosi riduttiva, per l’importanza assunta
dall’Istituzione, la sia pur gloriosa indicazione di Scuola di Polizia Scienti-
fica.
        Fu così che con il R.D. del 5 aprile 1925, n. 441, la Scuola assunse
il nome di Scuola Superiore di Polizia, a sottolineare il suo magistero didat-
tico.
        Nello stesso anno, Ottolenghi riportava un enorme successo rice-
vendo unanimi consensi, oltre che per l’esposizione dei principi informa-
tori del suo Programma e per una relazione sulle funzioni della Scuola
Superiore di Polizia, al Congresso mondiale delle Polizie a New York, per
aver sostenuto la necessità che le organizzazioni moderne di Polizia doves-
sero considerare la personalità del delinquente e l’ambiente sociale in cui
egli era vissuto o con il quale era venuto a contatto per realizzare una mira-
ta politica di prevenzione.
        Gli anni che seguirono furono ricchi di successi e riconoscimenti per
Ottolenghi e per la Scuola, la cui storia era sempre più intrecciata con quel-
la del suo Fondatore; furono anche anni di studio e di lavoro in quanto
Ottolenghi curò la riedizione del suo Trattato di Polizia Scientifica in due
volumi, dette impulso alla pubblicazione del Bollettino della Scuola Supe-
riore di Polizia costantemente aggiornato sulle innovazioni tecniche e
scientifiche nel settore delle indagini di polizia, partecipò attivamente ai
convegni internazionali, curò la crescita della Società Italiana di Medicina
Legale, fondò, unitamente al Primo Presidente della Corte di Cassazione
Mariano D’Amelio ed al prof. Sante De Sanctis, ordinario di psichiatria e
psicologia nell’Università di Roma, nel 1933, la Società Italiana di Antro-
pologia e Psicologia criminale con lo scopo di approfondire e favorire gli
studi e le ricerche sulla personalità del delinquente e di spostare, per quan-
to possibile, la lotta alla criminalità sul piano della prevenzione attraverso
mirati interventi sociali e di politica criminale.
        La parentesi terrestre di Salvatore Ottolenghi era però ormai prossi-
ma alla conclusione ma, per quanto affaticato e sofferente di cuore, non
volle mancare all’appuntamento con i suoi studenti universitari, il 2 giu-



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gno 1934, per la lezione conclusiva dell’anno accademico 1933-1934.
        Fu l’ultima lezione della sua vita e l’applauso caloroso, spontaneo,
affettuoso, tributatogli dall’aula gli causò una profonda emozione cui non
resse il suo cuore debilitato.
        Costretto ad un riposo cui non era certo abituato venne stroncato in
pochi giorni da una polmonite sopravvenuta.
        Rendendosi subito conto della fine imminente volle accanto a sé i
suoi collaboratori Falco, Di Tullio, Giri e Sorrentino che invitò a prosegui-
re nel lavoro con le parole “tanto è stato fatto e tanto resta ancora da fare”.
        Gli successe quale Direttore della Scuola Superiore di Polizia il prof.
Giuseppe Falco, Ordinario di medicina legale nell'Università di Napoli già
suo collaboratore, fino al gennaio del 1927, quale funzionario della Scuo-
la, che lo ricordò in un’affettuosa commemorazione, il 23 ottobre 1934,
nella prima riunione di quell’anno della Società Italiana di Antropologia e
Psicologia Criminale, fortemente voluta dal Maestro scomparso.




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