La figura di Carlo Carretto e il senso della

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La figura di Carlo Carretto e il senso della Powered By Docstoc
					La figura di Carlo Carretto e il senso della sua missione
Pietro Saffirio

Ho vissuto un lungo periodo a stretto contatto con fratel Gian Carlo ed anche con fratel Carlo Carretto a
Spello, li ho accompagnati in alcuni incontri o veglie di preghiere in Umbria ed in Veneto e con Carlo ho
vissuto un periodo a Beni-Abbès (Algeria).

Vengo dalle Langhe piemontesi che hanno dato i natali ai genitori di Carlo (di persona ho conosciuto solo
papa Luigi, concreto ed arguto era uno dei primi piemontesi da me conosciuti -avevo 21 anni - che riusciva
ad andare oltre ad una mentalità di grande rispetto, ma anche di autosufficienza tipica dei laboriosi e miti
langaroli).

Quanto esporrò trae origine per la maggior parte da una esperienza diretta, dai dialoghi personali o
comunitari e dalle sintesi personali maturate nella condivisione del quotidiano e nel succederei degli eventi
della nostra vita in comune. Per un approfondimento più particolareggiato invito ad una lettura all'introdu-
zione dell'autobiografia di Carlo Carretto curata da fratel Gian Carlo Sibilla (Innamorato di Dio, Cittadella
Editrice, Assisi 1991).

Guardare lontano non sempre basta, occorre anche vedere lontano. Quando questo sguardo, alla luce della
fede, è rivolto al cammino della persona, della società, della Chiesa, prende un nome, Intelletto, dono dello
Spirito Santo.

Fratel Carlo Carretto ebbe questo dono, insieme a tanti altri e lo mise a frutto in una lungimiranza a pieno
campo (non oso chiamarla profezia, sta ad altri dire se tale è stata).

La lungimiranza civica è nota a chi lo ha conosciuto nei suoi vari aspetti, da insegnante a capitano degli
alpini, da direttore didattico, a consigliere del Papa Pio XII. Forse non fu uno sguardo totalmente nitido ed
immediato, ma lo diventò in breve. Senza popolarismo e senza finta umiltà ci teneva che tutti capissero il
suo cammino al fianco di Gesù, un cammino umano nel discendere come il Cristo che asti, sunse carne
umana e sembianza d'uomo, un cammino grande ne! salire la montagna di Dio e conquistarsi il cuore dei
fratelli non più con I autorità, ma con la fraternità. Qualcosa che va oltre una parvenza di democrazia ed
educa alla solidarietà.

Fratel Carlo andava oltre i confini regionali; mi ricordo che veniva definito dai giovani campani che venivano
in ritiro a Spello «un piemontese con il cuore da napoletano». La fede piena e vera è sempre uno sprone
non indifferente all'universalità e Charles de Foucauld gli aveva ben fatto capire che la fraternità o è
universale o non è, non esiste.

Per chi ha avuto la fortuna di stargli vicino lunghi anni è chiaro che questa ampiezza di vedute è stata frutto
del percorso di fede. Sembra strano che ad alcuni la fede serva da freno, sono i paurosi, poco fiduciosi e
forse di poca fede («non temere piccolo gregge») e per altri invece fa da stimolo, sono quelli che mettono a
rischio se stessi e le certezze umane per la sequela di Gesù. Ci giocano la formazione, gli incontri, la
disponibilità mentale a mettersi in discussione, a lasciarsi scomodare. Forse proprio questo esempio del
Cristo che sta scomodo, che non ha una pietra sulla quale posare il capo, inchiodato ad una croce, fu per
Carlo uno sprone mentale e spirituale.

Così, quantunque inserito in un ambito dove la cultura anticomunista, neofascista e anche antiprotestante
sono fiorenti, ha il coraggio di diventare anche anticonformista. Siamo nel 1949 quando facendo una analisi
sui mali giovanili di quel tempo (cosa sempre di attualità a quanto pare), incomincia la contestazione alla cul-
tura benpensante ed intransigente ed inizia a stigmatizzare un cristianesimo di facciata, convenzionale, avul-
so dalla vita.

Questo senso critico lo porterà a veder con sempre maggior chiarezza il percorso della Repubblica italiana e
della Chiesa fino a cogliere (referendum sul divorzio) un tentativo sottile di due poteri che tentano di servirsi
uno dell'altro per dimostrare la forza di adesione di cui ancora godono (adesione già persa proprio perché
vogliono dimostrarla).

Il suo intervento, per chi sta addentro ai fatti e per gli esperti della storia contemporanea, non ha fatto altro
che «opporsi alle strumentalizzazioni politiche della fede. Carretto non cessa di sostenere che la coscienza
militante della cristianità va rinvigorita e portata in campo, certo, ma con mezzi eminentemente spirituali e
per fini di salvezza». Questa analisi apparentemente spinta è frutto di analisi documentate e di lettere; mi
limito a citare per tutti il vaticanista Giancarlo Zizola. Non intendeva ferire o distruggere nessuno, esigeva

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solo lealtà per risparmiare ai cittadini di essere strumentalizzati e per educarli con retta coscienza al futuro
diverso che ormai bussava alle porte; inutile perder tempo in pastoie che comunque sarebbero svanite da
sole ed avrebbero portato in breve la nostra società verso lidi nei quali il cristianesimo (orna ad essere
minoranza (anche se non lo è nelle strutture, lo è ormai nella mentalità comune).

Forte fu il suo turbamento o meglio la sua sofferenza in quel momento ed in altri analoghi; da una parte
l'intuizione chiara delle distorsioni di alcune situazioni e la coscienza del dovere di intervenire; dall'altra
avvertendo il dolore, la sofferenza, il disagio di tanti piccoli che in quel momento coglievano solo il fatto di un
principio religioso senza percepire gli altri valori chiamati in causa come il rispetto dei non cattolici, gli
schieramenti di alleanza Chiesa (parte strutturale) e Stato.

Non c'era mai il gusto della contestazione o della crìtica, fine a se sfessa, ma sempre una ricerca del meglio.
A Spello apriva la porta al carissimo amico senatore Emilio Colombo, come se fosse il fratello di sempre e
invitava a cena Ermanno Petrucci, il sindaco comunista, come se fosse il miglior vicino. Tanto all'uno come
all'altro capitava di sentirsi rivolgere un complimento, come una tiratina di orecchi; non gli importava il colore
del partito, gli importava il bene di tutti.

Anche l'accoglienza indiscriminata di uomini e donne, di giovani zelanti e dei primi tossicodipendenti gli attirò
non poche critiche ed anche una denuncia... gli importava il bene dell'uomo, non quello che si diceva di lui.

La lungimiranza di Carlo all'interno della Chiesa, favorita dal Concilio, ma già da lui portata nelle vene
all'inizio degli anni '50 è la più nota. Oso dire che ha saputo accompagnare l'opera dello Spirito Santo.
Quello Spirito che parla nel deserto e che fu suo unico compagno per mesi ed anni nel Sahara, sia nei
periodi di vero deserto, sia nei viaggi di lavoro per conto dell'Istituto Geografico Francese.

Nel Sahara, siamo nei mese di marzo del 70, ricordo una lezione di ecumenismo straordinaria. Dopo un
periodo sotto tenda in pieno deserto con l'allora vescovo di Foligno Siro Silvestri, sopravvissuti ad una
tempesta di sabbia durata quattro giorni (a noi sembrava un'eternità) ci porta a ristorarci in un piccolo villag-
gio a sud di Beni-Abbès. Ricordo ogni istante di quei giorni: accolti (eravamo in tre) come il Signore presso la
tenda di Abramo, siamo invitati a pranzo da un distinto signore, reputato da tutti gli abitanti del villaggio
discendente di Maometto, tenuto quindi in grande considerazione e onorato. Prima del pranzo fratel Carlo ci
dice «ora reciliamo il Padre Nostro»; lo guardiamo un po' attoniti, se ne accorge e ci (ranquillizza: «gliel'ho
già spiegato e mi ha detto che è una preghiera di tutti e possiamo farla insieme».

Ricordo la sua passione per i sacerdoti (quanti ne ha sostenuti), ma anche la sua passione per i laici;
insisteva sul valore della famiglia e diceva chiaramente a molti seminaristi che era meglio essere buoni padri
di famiglia piuttosto che preti per forza o per professione.

L'idea di laici obbedienti non poteva durare a lungo se non vi fossero stati laici credenti. Per essere credenti
occorre essere formati. Formali alla scuola della Parola, del servizio e del dono di sé. I valori che mutavano,
che cadevano o che si alternavano erano chiari a questo fratello che riceveva confessioni vere e proprie di
personalità ad alto impegno sociale od economico, e sfoghi, confidenze di semplici operai o disoccupati.
L'ascolto di Dio e l'ascolto dell'uomo lo rendeva così completo nelle prospettive.

Capì per tempo che la Chiesa necessitava più di cristiani convinti che di cristiani militanti. Capì che
bisognava rispondere a nuove domande, prima che i richiedenti si rivolgessero altrove. Vedeva lontano, nel
profondo della crisi sociale, morale e spirituale in atto. All'inizio degli anni '80 ci chiedevamo se fossimo giunti
a toccare il fondo della caduta dei valori. Rispose che il fondo lo avremmo toccato al momento in cui l'uomo
fosse giunto alla insensibilità di fronte al male, alla corruzione, alla cattiveria, al dramma della malattia o
della sofferenza morale e fisica. Non abbiamo forse, di tanto in tanto, la sensazione di camminare ancora in
questa direzione?

Forse qualcuno potrebbe chiedersi: Ma come può un uomo innamorato di Dio essere tanto immischiato nelle
vicende dei propri simili e a volte fino a provocare, pur involontariamente, sofferenze o disagi? E la stessa
peculiarità di Charles de Foucauld (che oggi sta per essere innalzato agli onori degli altari) a fargli da
maestro. Seguire Gesù nel suo discendere fra gli uomini, nel suo discendere a Nazareth equivale ad
incarnarsi a calarsi dentro all'umano.

Come gli antichi monaci che si inoltravano nel deserto venivano assediati da pellegrini in cerca di una
parola, di un consiglio, di un aiuto, così anche fratel Carlo si è trovato a parlarci dal deserto, a parlarci con il
deserto. Ha accompagnato nel deserto oltre le dune di Beni-Abbès tanti di noi affinchè imparassimo a stare


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con Dio, in un silenzio assoluto; ci lasciava nella minuscola oasi di Uarorout dalla quale era impossibile
fuggire a Dio, a se stessi, al deserto, alle bufere di sabbia.

Allo stesso modo ha accompagnato il cristiano del nostro tempo lontano dalle sue certezze di fede, di
economia, di potere, per lasciarlo abbandonato a Dio, in Dio. Chi sa stare al suo posto (davanti a Dio) saprà
stare in ogni posto, perché Dio è ovunque, onnipresente, «Tanto più il discendere sarà interiore, tanto più
sarà efficace» (questa lezione l'aveva imparata da Giorgio La Pira). A Carlo piaceva l'iniziativa,
l'organizzazione e nella sua gioventù fu un incontro con La Pira a farlo riflettere sul rischio dello svuotarsi in
un affannoso fare; forse in quel momento nasce l'albero del silenzio interiore che lo porterà alle grandi scelte
di abbandono di una posizione prestigiosa ed efficace al fianco di Papa Pacelli per sostare a lungo nel
deserto.

Siamo nel tempo quaresimale, iniziato nella prima domenica con Gesù tentato. Fratel Carlo ha vissuto e
perciò ha costretto, per amore, una certa Chiesa a rinunciare alla seduzione, sempre in agguato, del
pinnacolo del tempio e dei regni del mondo. Sempre tentazione anche se con lo scopo di asservirli a Cristo.
Ha parlato ai trecentomila in Piazza San Pietro nel '48, ma a quanti ha parlato in profondità a Spello,
attraverso i suoi libri, nei viaggi per il mondo intero? Non faceva differenza per lui ascoltarti o dirti di startene
in silenzio davanti al Santissimo esposto. E così ti insegnava a stare sempre alla presenza di Dio. Questa
unità ritrovata in se stessi, questa unità alla quale la comunità cristiana deve ricondursi ha un'unica radice, la
Scientia Crucis. Ricordo in sintesi la riflessione del cardinale Carlo Maria Martini, durante un pellegrinaggio
dei sacerdoti più giovani della arcidio-cesi di Milano sulla tomba di fratel Carlo (cito per sommi capi il
contenuto): «Se Paolo apostolo non avesse firmato con il proprio sangue le sue lettere sarebbe stato meno
credibile; fratel Carlo ha firmato con le sue sofferenze, prima di incomprensione e poi anche fisiche (nella
malattia) i suoi scritti, per questo lo riteniamo più credibile».

La passione, l'amore per la Chiesa lo hanno insieme sostenuto e logorato, ne hanno fatto un uomo donato.
Questo amore alla Chiesa non era empirico od onirico, ma era reale nel rapporto umile e filiale, ma schietto
e franco con il vescovo di Foligno, con il vescovo Pietro, suo fratello, con la Conferenza episcopale umbra,
con i vescovi, i sacerdoti che lo invitavano, con la Chiesa italiana.

Aveva promesso di essere ad essa consacrato e come ogni innamorato vero ed appassionato nulla
risparmiò a se stesso e nulla a questa Chiesa amata; anche noi suoi fratelli vicini qualche volta capivamo
poco il gridare la sua pazzìa d'amore alla Chiesa, all'Azione Cattolica, dalle colonne dei quotidiani come nel
caso della Lettera aperta a Pietro. Così discutendo in fraternità per questo colpo di testa, scoprimmo che in
un appassionato spirito conciliare Carlo non solo al Papa voleva parlare, voleva rivolgere un invito al laicato
a vigilare su quelle peculiarità che l'Azione Cattolica aveva intuito e che il Concilio spingeva a maturazione.

Voleva essere un ricordare a tutti il profondo senso ecclesiale di questo movimento, voleva essere un
incoraggiamento per chi veniva dal passato e un discernimento per chi si era appena aperto a questo
cammino; insomma voleva essere solo un contagio di bene. Quel giorno pensammo che Carlo fosse stato
un po' spregiudicato e concludemmo «molto gli sarà perdonato perché molto ha amato».

La lungimiranza nella vita dei gruppi, dei singoli. Era sempre entusiasta di tutto. Nel giro di
presentazione che si faceva la sera del lunedì per i nuovi ospiti, riusciva a far parlare i più timidi e a far
sentire a loro e a tutti la bellezza di ciò che facevano e portava a pregustare la gioia della conversione a
quelli che si sentivano indegni di parlare o dì star lì.

In una di quelle prime sere a Spello conobbi Gian Maria, un minatore di Bindua; era la prima volta che
vedevo un uomo segnato dalle rughe di un duro lavoro, sostare in silenzio nell'adorazione, cantare con noi
giovani, raccontare con essenzialità la sua vita vicino a intellettuali o sacerdoti e a noi un po' idealisti e in una
affannosa ricerca, non scevra di contestazioni (fu lui senza saperlo a darmi una spinta nel cammino che mi
ha portato fin qui). Come sapeva mettere a proprio agio giovani ed anziani, Carlo sapeva accogliere i nuovi
gruppi ecclesiali che stavano nascendo; era ottimista, li invitava a guardar l'essenziale e non se stessi.

Ora permettetemi, in chiusura, qualche piccola nota più personale.

Può qualcuno intuire meglio di te ciò che stai cercando, inconsciamente desiderando? Mi sono accorto, dopo
anni che le parole più semplici, i consigli che gli erano come sfuggiti di bocca erano stati, in effetti, fari per la
mia vita.

Gli bastavano poche parole delle tue e poche erano di risposta le sue quando erano in gioco le scelte della
vita. Un cenno, una strada indicata. «Vieni ad agosto», «Va a Bologna da Gian Carlo». Ecco le parole che

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hanno deciso il percorso della mia vita da trentacinque anni a questa parte. Lo posso dire oggi che era la
strada giusta, allora sapevo cosa volevo, ma non sapevo come e dove. Ma il più grande stupore era il
sentirlo vigile e presente oltre il suo gesto, oltre il suo segnale. Quanto ha appoggiato la nascente comunità
dei Piccoli fratelli di Jesus Cantasi Senza pretesa aveva dato occasione a dei fratelli di incontrarsi, senza
pretese li ha amati, li ha difesi ed incoraggiati.

Ci ha fatto crescere nel sen-sus Eccìesiae e avvertiamo quanto sia importante questa identità, questa
chiarezza. Amava distinguere la Chiesa dal personale della Chiesa. Se ora la nostra comunità ha come
spirito di fondo la totale donazione alla Chiesa e al suo servizio lo dobbiamo anche a lui. Di fronte alle forme
del nuovo sincretismo di tipo newage,
di fronte alle carenze di identità la convinta e profonda appartenenza alla Chiesa ci permette di entrare in
dialogo con tutti, senza proselitismo e senza paure. Il sapere chi sono e dove vado mi permetterà sempre di
affiancarmi ai pellegrini della mia storia o di sostare un attimo con loro senza turbamento.

Quante persone fratel Carlo ha incoraggiato e sostenuto, a quanti ha indicato una rotta, senza mezzi termini
e senza tentennamenti! Molti di voi, che sono qui, ritengo abbiano avuto questa fortuna, o meglio questa
provvidenza.

Mi balza alla mente un altro personaggio di questa terra che ho sempre sognato di visitare e che per la
prima volta sopporta i miei passi e le mie parole: Antonio di Senorbì. Un bottaro dal cuore grande e buono
che, quando seppe della malattia di fratel Carlo, malattia che avrebbe poi segnato il suo transito, parti per
fargli visita a Spello; trovai Antonio alla stazione con una botticella fatta con le sue mani e una tanica di
Canonau a tracolla - medicina antica del buon vino e medicina ancor nuova di un devozione e di un affetto
che Antonio nutriva dai tempi dell'Azione Cattolica.

Chi è stato, cosa ha rappresentato fratel Carlo per me, per voi? Amico? Direttore spirituale? Fratello? Servo
per amore? O forse solo un Innamorato di Dio come ha scritto fratel Gian Carlo Sibilia e un innamorato
dell'uomo come mi viene spontaneo concludere in questo momento?

Mai il panico o il dramma, sempre la fiduciosa attesa, la speranza, la gioia pura e semplice, inconsciamente
testimoniata dallo sgorgare, come fonte di montagna, del suo riso a singhiozzo, lo lo trovavo sempre
sorprendente in una semplicità che solo chi ha vissuto intensamente la fede può ritrovare. Mi sono chiesto
più volte quanto tempo impieghiamo per complicare la vita e quanto ne impieghiamo per renderla di nuovo
semplice. Agli inizi delle prime avvisaglie della malattia, quando ancora non ci eravamo resi conto di cosa
stesse succedendo, andavo di tanto in tanto all'eremo di Giacobbe dove si era ritirato da qualche anno, con
un numero più ridotto di ospiti. Una mattina busso alla sua camera e non sento la sua gioiosa voce che invita
ad entrare. Ritorno in cucina e mi confermano che è in camera, a letto. Quando busso la seconda volta una
voce pacata e dolce mi invita ad entrare e subito «Scusami, ma mi ero messo sotto le lenzuola con il cuore
vicino a Gesù... stavo facendo un'adorazione bellissima»; per un attimo fui tentato di pensare che si era
addormentato, ma era tanta la dolcezza che emanava che mi resi conto di essere io stesso accolto come se
fosse Gesù che lo visitava in un altro modo. Forse fu l'unica volta che ci rimasi un po' male nel timore di aver
guastato qualcosa di bello. Ma ora sono convinto che l'unità interiore era realizzata e che quell'insegnamento
«chi sa stare con Dio sa stare in ogni posto» aveva anche un'altra versione: «chi sa stare con Dio sa stare
con tutti».

Non mi dilungo oltre perché questa esperienza è nel cuore e nella mente di chiunque lo ha incontrato. Se
siamo qui, se sono qui, non possiamo dire altro che «Grazie, ancora una volta, Carlo! Grazie di essere con
noi».




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