Docstoc

Sciurpa

Document Sample
Sciurpa Powered By Docstoc
					Quale ragione per quale fede

        Nel dibattito ragione-fede è pregiudiziale accordarci non solo su cosa si intenda per fede, ma
anche, e, forse soprattutto, su che cosa si debba intendere per “ragione”.
        Se si riesce a chiarire quale senso dare alla “ragione”, forse oltre a comprendere meglio le
differenze con la fede, non conflittuali-incompatibili, se ne può intravedere la complementarietà1.

I – Fede

        Il termine fede copre un campo semantico abbastanza vasto2: 1) Fiducia, fedeltà (fides qua),
la fede come “atto” di chi si fida di “qualcuno”. 2) Credenza, conoscenza (fides quae), la fede come
“contenuto”, da “accogliere”. 3) Fede come vissuto della comunità cristiana, che annuncia (la
predicazione), celebra (il rito), opera (l’etica). 4) Altri usi: la “fede”, come “passione” assorbente
(politica, sportiva..), spesso inconscia nelle motivazioni ed irrazionale nelle espressioni.
        Lo scivolamento verso l'uno o l'altro dei significati può determinare distorsioni (sentimenta-
lismo, emotivismo, irrazionalimo, intellettualismo, fanatismo....). La “spiritualità” e la teologia
cristiana, di volta in volta, hanno accentuato uno o l’altro dei primi tre elementi, mentre il vissuto
storico può essersi macchiato di qualche deriva “passionale”. Nel Concilio Vaticano I, della fede si
è soprattutto affermato l’elemento cognitivo (le verità che Dio ha rivelato), nel Vaticano II,
l’elemento fiduciale, ossia l’atteggiamento per cui l’uomo si abbandona a Dio tutto intero,
liberamente.
        In negativo, in ogni modo, la fede non è credul ità, intesa magari come una qual-
che opinione, imperfetta maniera di affermare, né trattasi di mera convinzione sentimentale, o
peggio cieca fiducia. In positivo, la fede è "assenso illimitato ad un fatto che non riesce
immediatamente accessibile, ma che viene assunto sul fondamento dell'esperienza e del sapere di
un teste competente, del quale il credente potrà fidarsi dopo un vaglio approfondito”3. Sul piano
esistenziale e teologico si traduce in una decisione insuperabile ed ultima dell'uomo intero per Dio,
come fondamento della propria esistenza (la fede come fiducia-fedeltà). Dire "assenso",
significa porre un elemento di carattere volontario che coinvolge l'intero della persona ("fides
qua"): "credere non potest nisi volens", afferma S.Agostino (In Joh. Ev. tract. 26, 2). L'oggetto, il
che cosa si crede ("fides quae") non risulta evidente in se stesso, né accessibile direttamente
(esperito) o discorsivamente (argomentato). Il testimone è il "terzo", che media tra noi (fides
qua) e la verità (fides quae). Il "teste competente", deve essere tale, e, come tale, accertato con tutti
gli strumenti della critica storica, psicologica, culturale, ed altro di cui la ragione abbia bisogno e di
cui possa avvalersi, al fine di ottenere tutte le garanzie di credibilità. La credibilità resta pur sempre
a livello della certezza morale – la cosa riguarda il "testimone", scrittore o altro, di qualsiasi evento
-, nondimeno rende l'atto di fede intellettualmente pertinente, ragionevole.
        Ancora più a monte, oltre a saggiare la credibilità del testimone, alla ragione spetta il
compito, possiamo dire trascendentale, di mostrare i motivi che rendono verosimile la possibilità
della "rivelazione", quali, per es. l'esistenza di Dio, un Dio personale (praembula fidei – "intelligo ut
credam").




1
  Fede e ragione, le due ali dello spirito (F. R.), inserite in un orizzonte “agapico” (“metafisica della carità”), armonico.
2
  La fede è un atto di fiducia (fides qua) e di accoglienza (fides quae). Sul piano antropologico e gnoseologico
presuppone un atto di “umiltà” ontologica, ossia il riconoscimento di una “dipendenza” e di un “limite” ontologico, che
è nelle “cose”, nell’essere, non tanto giuridico, imposto dall’esterno. “Dipendenza” da un origine che ci trascende e che
nella sua istanza chiamiamo Dio; “limite” di una conoscenza sempre al di sotto del conoscibile. Sul piano storico la fede
presuppone una rivelazione.
3
  K. Lehmann, Fede, in a c. di H. Krings, H.M. Baumgartner, C. Wild, Concetti fondamentali di filosofia, ed. it. a c.
G. Penzo, Queriniana, Brescia 1981, vol 1, pag 749.
        Di non minor importanza è la funzione linguistica della ragione, che elabora strumenti
categoriali di esprimibilità e comunicabilità dei contenuti di fede4 (codificazione e decodificazione).
La distanza temporale tra il "teste competente" e l'oggi del credente, rende problematico il rapporto
di mediazione tra questo e quello, perché, in realtà, l'acceso ad esso non è immediato. Di fatto e di
diritto passa attraverso la comunità che ne ha trasmesso la "memoria", dapprima "orale" e poi
"scritta", sì che l'accertamento della competenza del teste va preceduto dall'accertamento
dell'autenticità del trasmettitore.
        Se, in ambito razionale, sia filosofico che scientifico, criterio di validità di un'affermazione
è la possibilità di controllo intersoggettivo, quale che sia la metodologia preferita,
nell'ambito della fede, mancando, per principio, la possibilità per ognuno di accedere al controllo
delle affermazioni, deve esserci comunque una garanzia intersoggettiva sul fatto che
quell'affermazione è stata posta e fin dall'inizio è documentabile (controllo delle fonti), che
l’autore delle fonti è degno di fiducia (controllo di credibilità), che la trasmissione si è mantenuta
costante nel tempo (controllo di continuità). La garanzia intersoggettiva è mediata d alla
"tradizione" - "traditio", come passaggio di mano in mano -, che attesta e conserva il "fatto". La
chiesa, intesa come comunità nel suo insieme, fedeli e pastori, è il "luogo" in cui si può
"verificare" la continuità.

        Ragione e fede
              Rispetto ai diversi campi semantici della fede quale compito esercita la ragione?
.
A - Il gioco linguistico della “fede”, inteso come “atto”: innanzitutto, l’atteggiamento di fiducia-
affidamento, a quale campo intenzionale va assegnato? A quello del sentimento immediato (non
razionale) (cfr. Schleirmacher), a quello della dimensione “pratica” dell’esistenza, la volontà
volente (cfr. Kant), a quello dell’intenzionalità cognitiva (cfr. Spinoza)? In realtà, anche a questo
piano semantico, è l’intero uomo5 ad essere coinvolto, nelle diverse operazioni - sentimento,
volontà, intelletto (concezione olistica.)
       Quale, dunque, ragione per la fede come “atto”? La ragione “desiderante”6 e la ragione
“sospettosa” sulle motivazioni.

B – Il gioco linguistico della fede come “contenuto”. La fede, intesa come contenuti “conoscitivi”,
frutto di una “rivelazione”, in che senso si avvale della ragione e in che senso provoca la ragione?
    a) Rispetto alla “rivelazione”: condizioni e credibilità (l’esame dei testimoni)
    b) Rispetto alla “tradizione”-trasmissione: origine e continuità
    c) Rispetto ai contenuti: comprensibilità e comunicazione
    d) I prolegomeni “metafisici” (non per la “razionalità” quanto per la “ragionevolezza” della
        fede: la fede come atto intellettualmente onesto ed umanamente sensato).
    e) Filosofare nella fede (la fede, per quanto “paradossali” ne siano i contenuti, non sopprime il
        pensiero, ma lo stimola a pensare di più ed altrimenti)

4
  Cfr. dibattito su ellenizzazione e deellenizzazione del Cristianesimo, in AAVV., Dio salvi la ragione, Cantagalli, Siena
2007: Benedetto XVI, Fede, ragione e università, pp 9-29, in particolare pp. 20-22. 25
5
  “Il comportamento religioso è il rapporto dell’uomo nella sua interezza con il fondamento assoluto dell’essere…
Significa l’interpretazione totale dell’esistenza umana… a partire dal quale la totalità dell’esistenza umana è.. in grado
di raggiungere il suo senso pieno ed incondizionato. Seppure in alcune forme della religione questo fondamento di
senso sia concepito come una potenza impersonale, esse non sono che modalità deficitarie della religiosità, la quale
raggiunge la sua essenza… solo se viene attuato il rapporto con un fondamento del senso assolutamente personale, con
un Dio personale” (Coreth, Antropologia filosofica, Morcelliana, Bs 1983, p. 181). “La stessa cosa viene confermata
dalla fede, intesa in senso religioso. Fede non significa soltanto conoscenza, altrimenti si tratterebbe ancora di un
sapere, sia pure relativo ai supremi contenuti.. di salvezza… questa conoscenza non è ancora fede: la fede richiede una
presa di posizione libera e personale, che investe l’uomo nella sua interezza… si realizza completamente solo
nell’attuazione pratica, nel ‘fare la verità’, nel ‘camminare nella verità’..” (ivi, pp.121-122).
6
  “La gioia del sì nella tristezza del finito” (P. Ricoeur).
C – Il gioco linguistico della fede come “vissuto” della comunità che rapporto ha con la dimensione
“fiduciale” (l’interiore con l’esteriore - fede e religione), e con la dimensione cognitiva “oggettiva”-
oggettivata (comunicazione informativa e\o performativa? Funzione solamente illocutoria e
perlocutoria, o anche locutoria: lex orandi=lex credendi7.
        Quale ragione per la fede come vissuto? Ragione analogica-simbolica e ragione demitiz-
zante, deidolatrante, ragione “secolarizzante” (cfr il “conflitto delle interpretazioni”, in Ricoeur). In
particolare quale rapporto tra la fede, sia come atto che come contenuto, con la dimensione etica del
vissuto? La ragione mediatrice tra motivazioni ed azioni.

II – Ragione

         Quale “ragione”? L’accezione “debolista” di ragione, una ragione che legittima solo una
verità mobile, provvisoria, limitata quanto a pretesa affermativa, a livello ontologico, e normativa, a
livello etico, di cui si possono comprendere e, in parte, condividere le motivazioni8 – rifiuto dei
dogmatismi, dei monismi totalitari, dei fanatismi e delle intolleranze; rifiuto del pensiero del
dominio categoriale e non dell’ascolto di tutte le risonanze dell’essere -, più che liberare dagli
assoluti rischia di consegnare il soggetto a nuovi assoluti, dal volto magari anonimo ma non meno
ferocemente intollerante di qualsiasi “differenza”.
         Il clima culturale odierno sconta una contraddizione spesso taciuta, addirittura negata: la
contraddizione tra una ragione “debole”, proclamata come antidoto ai pensieri “unici” e una non
dichiarata ragione “forte”, dalle diverse configurazioni - economica: le ragioni del mercato; politica:
l’efficienza pragmatista; tecnologica: l’onnipotenza della macchinizazzione della vita; mass-
mediologica: il “vero” trasformato in “favola”, per dirla in termini nicciani - che tende a reimporre
un pensiero “unico”, quello del “mercato”, quale che sia, di merci, di idee, di persone, in cui il
massimo di diffusione è pagato con il minimo di riconoscimento delle alterità (“morte di Dio” e
“morte dell’uomo”).
         La parabola della modernità, nata sotto il segno del dominio della ragione matematizzante,
scientifico-tecnologica9, quale è rappresentata dal pensiero religioso confessionale – penso al primo
Maritain e a tutte le resistenze antimoderne dello stesso magistero cattolico preVaticano II – e da un
certo pensiero post-moderno, sicuramente non rende giustizia alle sue indubbie conquiste, in tanti
campi, quale risultato di una ragione autonoma, critica, dinamica, ma sicuramente pongono seri
interrogativi alla ragione unidimensionale e autolimitantesi10, rilanciando la domanda su che cosa è
“ragione”, intesa nel senso più ampio possibile.
7
   Cfr. la paolina “λογικήι λατρεία (il “culto spirituale”), il culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra
ragione (Rom 12,1).
8
   Siamo nel tempo della crisi delle certezze assolute. Nel campo scientifico al modello positivista della scienza è
subentrato quello neopositivista, convenzionalista e probabilista, e quello razionalista critico, popperiano, falsificazio-
nista. Nel campo filosofico, il modello ermeneutico-storicista accantona l’immagine della ragione pura. Le vicende del
cosiddetto “secolo breve” hanno mostrato il volto terrifico degli assoluti.
9
   Il concetto moderno di ragione si basa sulla sintesi di platonismo (cartesianesimo) ed empirismo, confermata dal
successo tecnico: “Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua, per così dire, razionalità
intrinseca, che rende possibile comprenderla e usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per
così dire, l’elemento platonico nel concetto moderno di natura. Dall’altra parte, si tratta della utizzabilità funzionale
della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la
certezza decisiva… Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è
doveroso mettere in questione… Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli ‘dal dove’ e del ‘verso
dove’, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione
descritta dalla ‘scienza’ intesa in questo modo, e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo…. In questo
modo…perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale” (Benedetto
XVI, lectio magistralis nell’aula magna dell’università di Regensburg, 12 settembre 2006, in AA.VV. Dio salvi la
ragione, Cantagalli, Siena 2007, pp.22-24).
10
    Dal “caso” Galilei – l’equivoco della fede-rivelazione come spiegazione scientifica, a “Galilei” come caso –
l’equivoco della scienza come unica forma di conoscenza.
        Per riprendere Aristotele che affermava come l’essere si dica in molti modi, si dovrebbe
dire che anche la ragione si può dire in molti modi ed avere, perciò, il coraggio dell'ampiezza della
ragione (“Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua
grandezza….’Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio11’”,
Benedetto XVI, Lectio magistralis di Regensburg). Unità ed universalità della ragione.
        Non è possibile definire la ragione direttamente, se ne possono indicare le modalità di
esercizio: ragione analitica, dialettica, intuitiva12, argomentativa13, calcolante, riflettente, oggetti-
vante, accogliente, ermeneutica 14, sapienziale e pratica 15..
        In linea generale possiamo dire che la ragione pone le condizioni per le quali le asser-
zioni si possano riconoscere come vere, corrispondenti – almeno parzialmente - alla realtà16, in
modo tale da produrre un consenso intersoggettivamente controllabile 17. Dunque: accessibilità al
contenuto, accessibilità per tutti, libertà di discussione, riscontro intersoggettivo del consenso. La
possibilità del consenso libero presuppone l'accesso alle fonti di informazione, la loro controllabi-

11
   Citazione di Manuele II Paleologo.
12
   Ci si può richiamare anche alla distinzione pascaliana tra “ésprit de geometrie” ed “ésprit de finesse”. P. Florenskiy,
in Ai miei figli. Memorie di giorni passati, Mondadori, Milano 2003, p. 305, parla di terza intelligenza che scaturisce
dalla relazione di amore tra gli uomini, e sta alla base dell’etica e della religione, di un concetto di verità al di là di della
sola esattezza.
13
   Cfr C. Perelman, L. Olbrechtes, Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi 1996. Perelman
sostiene l’uso multivalente della ragione, in contrasto con il mito cartesiano della ragione matematizzante, che ha
confinato l’etica e i valori in genere nell’ambito delle passioni e delle forze irrazionali. Il dilemma o dimostrare o
spingere nel mondo dell’arbitrio è una “dicotomia, una distinzione delle facoltà umane, affatto artificiale e contraria ai
reali procedimenti del nostro pensiero” (Perelman). Lo è anche la contrapposizione tra credere e verificare, perché il
gioco linguistico della fiducia e della testimonianza – che ha una funzione decisiva nel linguaggio religioso, e non solo
– ha una sua logica che sfugge al credere per volontà di credere come al verificare scientificamente. Stesso discorso
vale per il linguaggio dei cosiddetti “sense-data”, quello della responsabilità, della certezza, della promessa, della
profezia.
“E’ indispensabile considerare con grande serietà ciò che la scienza ci dice, ma non dobbiamo però assegnarle
un’assoluta superiorità su altre forme di conoscenza, spesso trascurate o relegate al rango di una mera opinione.. Se
differenti discipline, come la scienza e la teologia, hanno entrambe delle prospettive da offrire intorno ad un problema
(per es,, circa la natura dell’uomo), allora ognuna deve venire ascoltata col rispetto che compete al livello che le è
proprio” (J. Polkinghorne, Scienza e fede, Mondatori, Milano 1987, p. 42).
14
   La ragione ermeneutica apre a diverse ed importanti possibilità come, per es., il recupero della stessa tradizione
classica (cfr. Gadamer)
15
   Cfr. Scuola di Francoforte. Una razionalità che torni a “pensare” nel “tempo della privazione” (Heidegger), ed attinga
alla grande riserva di senso dei testi religiosi e letterari (Ricoeur).
16
   Ma cosa si deve intendere per “realtà”? La ragione scientifica stessa esprime varie posizioni. 1. Neopositivista:
riguardo ad entità non direttamente accessibili all’esperienza, come, per es., i campi elettromagnetici, i quark, che sono
nozioni base della fisica, è da dire che sono modi di esprimersi utili esclusivamente al raggiungimento di un accordo
intersoggettivo, non rappresentano entità realmente esistenti. Le teorie sono solo utili riassunti di dati. 2. Idealista: cfr
Kant; cfr metafora della rete a maglie grandi in A. Eddington. In altri termini: la realtà ordinata che pensiamo di
percepire è il prodotto delle nostre procedure di osservazioni: “Sono pronto ad ammettere che la realtà cambia con il
progresso della scienza” (H. Margenan, fisico americano). 3. Realismo: l’obiettivo della attività scientifica è la
comprensione della struttura del mondo fisico, comprensione mai completa, sempre aperta ai miglioramenti, tuttavia i
termini della comprensione vengono determinati dalla natura delle cose. Realismo critico, non ingenuo, disposto a
riconoscere che in qualsiasi momento la verosimilitudine è tutto ciò che la scienza può raggiungere. Capace anche di
riconoscere che la nozione quotidiana di oggettività può dimostrarsi insufficiente quando ci si addentra in campi lontani
dall’esperienza comune (cfr teoria dei quanti), come a riconoscere il ruolo del giudizio nell’attività scientifica (gli
“occhiali dietro gli occhi”; la popperiana teoria che precede i fatti), senza dimenticare che se gli esperimenti sono
carichi di teoria, questa deve, nondimeno, fare i conti con i fatti. Il realista critico resta, in ogni modo, inquieto di fronte
alla considerazione che per ogni insieme finito di dati esiste sempre una varietà di teorie esplicative (il problema
“anatra\coniglio”).
17
   "La ragione, in tutte le sue imprese, si deve sottomettere alla critica, e non può mettere nessun divieto alla libertà
di questa, senza nuocere a se medesima ed attirare su di sé un sospetto pregiudizievole. Poiché niente è così importante
rispetto all'utile, niente così sacro, che si possa sottrarre a questo esame che scruta e squadra senza rispetto per
nessuno. Su questa libertà anzi riposa l'esistenza della ragione, che non ha autorità dittatoria, ma la cui
sentenza è sempre e non altro che l'accordo di liberi cittadini, ciascuno dei quali deve poter formulare i suoi dubbi, e
perfino il suo veto, senza impedimenti" (Kant).
lità-verificazione-falsificazione, ossia il "controllo critico". Il principio critico è proprio delle
scienze, naturali e sociali, nelle forme anche dell'accertamento esperenziale, ma è fatto valere
anche per il sapere filosofico, sia teoretico che pratico, nella forma dell’argomentazione logica.

III – Il paradosso della ragione, e la ragione del “paradosso” (la fede)

        1°. La ragione – in qualsiasi delle sue forme – quando tende a porsi come assoluto, non è più
semplice ragione ma “fede” (“forte” o “debole” che sia), fede nella sua esclusività autogiustifican-
tesi, in realtà autocontraddittoria, o comunque innescante un processo all’infinito. Chi è che giu-
stifica la ragione? La ragione stessa; e questa chi la giustifica? La ragione, e via di seguito. Il
teorema di Gödel insegna. La ragione, in quanto tale, è sempre “problematicità” e “criticità”, un
“domandare tutto che è un tutto domandare”. Questo significa capacità di “trascendenza”, che è un
trascendere tutto, dalla mera esperienza sensibile delle dimensioni spazio temporali alle teorie
scientifiche, da queste alle teorie riflessive universali, filosofiche e teologiche.

       2°. La fede assume funzione critica nei confronti della ragione, deassolutizzandola la
riconduce alla propria creaturalità e contingenza (finitudine), la libera da ogni parzialità e da ogni
pretesa di trasformare l’autonomia in autopoiesi. Al tempo stesso, l’apre ad un orizzonte di senso,
che da sola non riesce a darsi, se non, contraddittoriamente, divinizzando il fatto, lo storico, il
contingente.

        3°. La ragione critica, a sua volta, incalza la fede, perché questa non scada in fideismo-fon-
damentalismo, in sentimentalismo illusorio e mero pragmatismo dell’azione, come non si chiuda nel
dogmatismo che insieme al contenuto cristallizza anche le sue espressioni storiche18 (tradizionali-
smo), o scivoli nel biblicismo letterale che scambia il linguaggio con il messaggio. La “fede” se
vuol essere fede pienamente “umana”, ossia consapevole e libera, ha bisogno della “ragione” intera,
nelle sue molteplici funzioni. Si innesta su una “domanda umana”19, la domanda di senso20, che è
domanda “radicale”21 e “totale”, esigente una risposta “radicale” e “totale”, che, pur non potendo
esibire una verifica immediata e sperimentale, dovrà essere argomentata razionalmente, per
mostrarne la ragionevolezza.

        4°. Tanto la ragione, scientifica e filosofica, quanto la fede, in ultimo, hanno bisogno di
“sobrietà”, attenersi al proprio metodo, senza volontà di sconfinamenti, all’origine dei conflitti, e di
“umiltà”, percezione della vastità della realtà e della pochezza del nostro sapere (“dotta ignoranza”).
Consapevolezza dei propri limiti epistemologici, o comunque comprensione del gioco linguistico in
uso22, e coscienza della complessità dell’essere, rendono compatibili-componibili i diversi approc-
ci23.

18
   Cfr la connessione che Benedetto XVI pone tra messaggio cristiano e logos greco, in Lectio magistralis, op. cit., p.
25: “Il Nuovo Testamento… è stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco…
Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le
culture. Ma le decisioni di fondo, che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana,
fanno parte della fede stessa e ne son gli sviluppi, conformi alla sua natura”. Cfr. Fides et Ratio, n. 72.
19
   Cfr. il metodo dell’immanenza, in Blondel.
20
   Cfr. Fides et Ratio, Introduzione.
21
   Op. cit., n. 81.
22
   Insufficienza della scienza, in quanto tale, cioè come conoscenza sperimentale, di fronte alle domande metafisico-
etico-religiose; altro è la competenza dello scienziato, in quanto uomo, che ha prospettive metafisico-etico-religiose, i
cui presupposti epistemologici son però diversi da quelli della scienza. Non va dimenticato che la scienza, di per sé, non
è né atea, né teista, né non-credente, né credente. Lo scienziato è credente o non-credente, ma non lo è in nome della
scienza, anche se da essa può trarre motivi per orientarsi nell’uno o nell’altro senso. I motivi, tuttavia, non sono decisivi
in modo diretto, ma solo attraverso la mediazione di un ragionamento di tipo logico, non tanto scientifico-sperimentale.
Se si afferma che Dio non esiste, questo non è giustificato dal fatto che non lo si è incontrato esperienzalmente (giudizio
scientifico ovvio e, tutto sommato, banale), ma dal presupposto logico che è affermabile solo ciò che è verificabile, che
        5°. Quale ragione per quale fede? Una ragione “pensante”24, problematica, inquieta, interro-
gante, critica, consapevole del proprio limite storico e strutturale, dialetticamente aperto all’ul-
teriore25. Ragione “sapienzale”26, ma anche “esigente”, demitizzante27, deideologizzante – maestra
del sospetto – e, al tempo stesso, ri-simbolizzante, capace di leggere il messaggio velato dietro il
simbolo, affrancato dalla deriva “idolatrica”.
Fede “pensata”28, fede “motivata” e “motivante”, fede accogliente e non catturante il “mistero29”, il
quale si mostra e si nasconde (cfr. metafora del “Cantico dei cantici”); fede adorante e silente,
vissuta nella gratitudine “ri-conoscente”.

Fausto Sciurpa

Perugia 11 giugno 2008




potrebbe presupporre anche il giudizio metafisico che è reale solo ciò che è verificabile. Se si dice che Dio esiste, lo si
afferma non perché se ne ha un’esperienza diretta, ma perché si pone il principio logico che tutto ciò che è condizionato
presuppone un incondizionato, se non si vuol incorrere nel ragionamento all’infinito.
Attenzione alle filosofie implicite nelle affermazioni degli scienziati. Va evitato il riduzionismo, come la separazione,
utilizzando, al contrario, una prudente articolazione tra scienza e filosofia: scienza aperta alla filosofia; filosofia aperta
alla scienza. Distinguere per unire. Di fatto, pur nella distinzione epistemologica, non si dà una netta separazione tra
operare scientifico e presupposizioni filosofico-religiose (punto di vista fondazionale; vedi, anche, in fisica il sogno di
un principio unitario). L’esigenza di verità - concetto, per altro, molto discusso – è essa stessa elemento fondativo della
scienza – sostenere il contrario sarebbe comunque affermazione di verità (cfr. argomento dell'elenchos in Aristotele,
oggi detto argomento performativo). Viceversa, a partire da argomentazioni scientifiche si possono costruire percorsi
metafisici (cfr. teoria del big bang; teoria delle stringhe; teoria unificata, della totalità; teoria dello stato fisso - Bondi).
Dal punto di vista ermeneutico, la correlazione tra i diversi saperi con la filosofia della natura propone, quest’ultima,
come ricerca di senso, di intelligibilità ultima.
Non va dimenticato che la scienza, di per sé, non è né atea, né teista, né non-credente, né credente
23
   Cfr. “arco ermeneutico” e “conflitto delle interpretazioni” in Ricoeur. Cfr alcuni nodi problematici del rapporto fede-
ragione, oggi: evoluzionismo e creazionismo; relativismo (storista ed ermeneutica) e verità immutabili; pluralismo e
unicità della verità; la natura umana.
24
   Merita ricordare la distinzione fatta da Bobbio, che non opponeva non-credenti e credenti, ma, non-credenti-pensanti
o non-pensanti, e credenti-pensanti e non-pensanti. Cfr. Fides et Ratio, n. 79, citazione di S. Agostino: “Lo stesso
credere null’altro è che pensare assentendo… Chiunque crede pensa, e credendo pensa e pensando crede.. La fede se
non è pensata è nulla… Se si toglie l’assenso, si toglie la fede, perché senza assenso si crede affatto”.
25
   Cfr. dialettica kantiana limite-ulteriore.
26
   Cfr. Giovanni Paolo II, “Fides et ratio”, Introduzione.
27
   Cfr. Bultmann
28
   “Vivere la fede a livello dell’intelligenza” (P. Coda). “Bisogna comprendere per credere, ma bisogna credere per
comprendere” (P. Ricoeur).
29
   Cfr. l’opposizione pascaliana tra il Dio dei filosofi e il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.

				
DOCUMENT INFO