La vergogna al potere

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La vergogna al potere Powered By Docstoc
					LA REPUBBLICA, 13 NOVEMBRE 2009

La vergogna al potere
di Curzio Maltese

La caccia alle guardie organizzata dai ladri della politica sembra concludersi, dopo quindici anni, con la diciannovesima
legge ad personam, forse la peggiore. Solito nome accattivante, «processo breve». Solita traduzione: «Impunità per
Berlusconi». Un colpo di spugna definitivo sui due processi in corso del premier, la corruzione dell'avvocato Mills e
l'evasione fiscale sui diritti televisivi. Berlusconi con tutta evidenza mentiva quando ha giurato, dopo la bocciatura del Lodo
Alfano, che si sarebbe difeso «come un leone» in tribunale smontando le tesi accusatorie. Al coraggio del leone, preferisce
sempre la strategia del caimano.
Oltre all'impunità del premier, la legge garantisce quella di migliaia di altri nei processi in corso, dai crac Parmalat e Cirio
allo scandalo dei rifiuti a Napoli. Anche qui, i soliti effetti collaterali della guerra di Berlusconi ai magistrati.
Decine di migliaia di cittadini, compresi i risparmiatori truffati da Tanzi e Cragnotti, vedono svanire le residue speranze di
ottenere giustizia.
La maggioranza aveva promesso un testo in grado di «mettere d'accordo destra e sinistra» e in un certo senso ha mantenuto.
La legge è giudicata «imbarazzante» dal giurista Antonio Baldassarre, vicino al centrodestra, e «indecente» dal capogruppo
democratico Anna Finocchiaro, che l'ha sbattuta contro il muro. Dalle prime reazioni pare compatto anche il fronte
dell'opinione pubblica internazionale, senza tante distinzioni fra conservatori e socialisti, Europa e America, Est e Ovest, nel
considerare l'ultima trovata salvaladri del premier l'ennesima buffonesca manifestazione di un regimetto che sputtana l'Italia
nel mondo.
Poiché si tratta per l'appunto della diciannovesima legge ad personam in materia di giustizia, tocca ripetersi. La prima
osservazione è che il testo, come i precedenti, è incostituzionale. In presenza di una costituzione democratica (ma per quanto
ancora?) e più in generale della logica, è arduo far passare la corruzione come reato meno grave dello scippo. Oppure so-
stenere che un incensurato accusato di reati gravissimi si debba privilegiare rispetto a un cittadino già condannato, magari
per un furto di motorino. È assai probabile che la Consulta boccerà anche questa legge. Ma nel frattempo il presidente del
Consiglio più furbo degli ultimi 150 anni l'avrà scampata ancora una volta. Almeno per i processi incorso. Per quelli a
venire, si sta provvedendo con la riesumazione dell'immunità parlamentare. «I tempi sono maturi» annunciano festanti gli
azzeccagarbugli in Parlamento. Sono infatti trascorsi tre lustri e più da Mani Pulite. È vero che restiamo gloriosamente in
cima alla classifica delle nazioni più corrotte. Ma ormai la gente si è abituata e il tanfo di mazzette, tangenti sulla sanità,
appalti truccati, è diventato un profumo di buon governo.
Che fare? Se Berlusconi e i suoi servi si ripetono, bisogna almeno sperare che l'opposizione non ricalchi il copione dei
precedenti, piuttosto inutili. L'opposizione tutta, in Parlamento con le sue varie sigle, e nella società. Si può e si deve sperare
che il Pd di Pier Luigi Bersani riesca ad affrontare questa sfida senza se e senza ma, con la decisione necessaria. Si può
sperare che i moderati di Pier Ferdinando Casini e il neo convertito Francesco Rutelli, capiscano che questa battaglia non
c'entra con la destra o la sinistra o il centro, ma con la difesa dello stato di diritto tout court. Si deve sperare che Antonio Di
Pietro non ricominci gli appostamenti alle mura del Quirinale. Perché qui non si tratta soltanto di discutere una firma, ma di
raccoglierne milioni. Non è questione di riempire una piazzetta di lazzi, ma di convocare nelle strade della protesta milioni
di cittadini. Soltanto con una grande rivolta dell'Italia onesta si potrà mettere fine a una vergogna che dura da quindici anni,
alla mortificazione del diritto da parte di una classe dirigente con troppi scheletri nell'armadio. Soltanto così si potrà salvare
la faccia del Paese nel mondo, anche la faccia di chi è abituato a voltarla sempre da un'altra parte.

LA REPUBBLICA, 13 NOVEMBRE 2009

L’amaca
di Michele Serra

Comunque la si pensi, è pazzesco lo spettacolo di un intero paese costretto, da anni, a parlare quasi solamente di codice
civile e penale, sentenze, lodi, codici, articoli di legge e leggi disarticolate. Una materia soprattutto tecnica, riguardo alla
quale i famosi sondaggi indiretta meriterebbero (a parte si sia giuristi o avvocati o magistrati) solo la risposta «non lo so, non
ci capisco niente», è diventata surrogato dell'intera politica, una specie di olimpiade monomaniaca che assorbe palinsesti e
monopolizza agende politiche, timoni dei giornali, discussioni parlamentari. Non so se ci rendiamo conto di quanto sia
ridicola, per esempio, la presenza alle Camere di intere coorti di avvocati: hanno il ruolo che fu dei centurioni nella Roma
imperiale. Ignoro se esistano precedenti storici di una comunità così vasta - e in fondo con qualche qualità, qualche merito -
inchiodata a un caso giudiziario che si è fatto premier, e annichilita dall'astio causidico che è montato e monterà ancora
attorno all'eterno Processo Berlusconi. Il sogno di occuparsi presto d'altro prescinde, ne sono certo, dalle opinioni personali e
perfino dalle simpatie politiche. La noia mortale alla quale il signor B e i suoi avvocati ci condannano non è, tra i capi di
imputazione, il più lieve.

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CORRIERE DELLA SERA, 13 NOVEMBRE 2009
Effetti collaterali
Da Mills alla malasanità: ecco i processi a rischio
Prescrivibili anche le cause per evasione fiscale
di Luigi Ferrarella

Una legge piena di contraddizioni e iniqui effetti collaterali. Stabilisce priorità che sono l'esatto contrario di quelle dettate da
un'altra legge appena un anno fa. Strangola in culla i processi per gli omicidi colposi in ospedale, ma garantisce tutto il
tempo per giudicare un borseggio sull'autobus. E chissà se i pazienti vittime del chirurgo della clinica milanese Santa Rita
apprezzeranno la «tutela» promessa loro dal disegno di legge «misure per la tutela del cittadino contro la durata
indeterminata dei processi». Questa «tutela»: la spugna, tra pochi mesi; su tutte le 89 imputazioni di lesioni volontarie ai
pazienti e truffa milionaria allo Stato. Effetto che si determinerebbe invece subito nel caso di Berlusconi con il disegno di
legge che, alla già esistente prescrizione dei reati, intende ora affiancare anche la prescrizione dei processi agli incensurati se
la sentenza di primo grado non arriva entro i 2 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio per reati con pene inferiori ai io anni
nel massimo: appena dovesse entrare in vigore, infatti, sopprimerebbe immediatamente le imputazioni mosse a Berlusconi
per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset e per corruzione di testimone nel processo Mills, dibattimenti entrambi
già ben oltre i 2 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio. Ma quel genere di «tutela», come effetto collaterale tra le migliaia di
processi di primo grado non ancora a sentenza a distanza di 2 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, spegnerebbe subito ad
esempio anche quello all'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio e al senatore Luigi Grillo per l'aggiotaggio Antonveneta
(reato che nel 2oo5 era punito con meno di io anni). Chiuderebbe il primo grado in corso alle grandi banche internazionali
imputate dell'aggiotaggio Parmalat a Milano (non il processo per il crac a Parma, visto che la legge "salva" le bancarotte
fraudolente). Stroncherebbe dibattimenti su maxicorruzioni, come le tangenti delle inchieste Enipower-Enelpower. Sarebbe
implacabile con chi truffa un "gratta e sosta" da pochi euro, ma sterilizzerebbe corpose truffe allo Stato, come il processo
alla clinica milanese San Carlo per i falsi rimborsi spillati al servizio sanitario.
Tutti processi già finiti un minuto dopo l'entrata in vigore della legge, che invece darebbe la mazzata finale nel prossimo
maggio anche al processo che imputa al presidente Mediaset Fedele Confalonieri e al deputato pdl Alfredo Messina un
favoreggiamento nel processo Hdc. La clessidra del ddl fermerebbe già a luglio prossimo il processo Santa Rita al chirurgo
Brega Massone, nella più che probabile mancanza per allora di una sentenza di primo grado pur in un processo-lampo che
più lampo non si può (giudizio immediato e quindi niente udienza preliminare, tre udienze alla settimana, da mattina a sera).
E il processo per i dossieraggi della Security Telecom-Pirelli, che oggi è appena all'inizio dell'udienza preliminare, tra un
anno sarà appena avviato in primo grado, e dunque sarà già prescritto per quattro quinti delle imputazioni. Nella lotteria, chi
ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato: Tavaroli ha appena chiesto di patteggiare la pena sui dossier Telecom? Peggio per
lui, buon per i coimputati che invece potranno avvalersi della legge. Tanzi è da poco stato condannato in primo grado a 10
anni per aggiotaggio Parmalat nel processo alle persone fisiche? Che sfortuna, quella sentenza è arrivata a tre anni dalla ri-
chiesta di rinvio a giudizio, con le nuove norme Tanzi si sarebbe salvato. Paradossi. E contraddizioni a iosa Non un secolo
fa, ma appena un anno fa, il legislatore aveva imposto ai presidenti di Tribunale criteri di priorità in base ai quali fissare i
processi, e tra essi ad esempio un binario privilegiato per i processi ai recidivi: adesso, invece, lo stesso legislatore fa l'esatto
contrario, cioè scrive una legge che costringerà i Tribunali a rallentare i processi ai recidivi per dare priorità a quelli agli
incensurati, che altrimenti si prescriverebbero in appena due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio. E se un anno fa in
un'altra legge, uno dei tanti pacchetti sicurezza, il legislatore aveva svilito la qualità di incensurato ai fini della concessione
delle attenuanti generiche, adesso invece la esalta al punto tale da farne scaturire addirittura l'estinzione del processo in
mancanza di una sentenza di primo grado nei fatali 2 anni. Questo anche per tutti i reati tributari degli evasori fiscali, per gli
omicidi colposi dei medici, per le truffe di ogni genere. Salvo però escludere dalla tagliola tempistica della nuova legge una
contravvenzione, quale il reato degli immigrati clandestini. Beffa in vista, poi, per lo Stato che dovrà restituire agli imputati,
i cui processi vengano prescritti, i , soldi che in quei procedimenti erano stati sequestrati. Ma beffa soprattutto per quei
coimputati di un medesimo reato che, allo scoccare dei 2 anni, vedranno l'imputato incensurato farla franca con la
prescrizione del processo, e l'imputato non incensurato continuare invece a essere giudicato e magari condannato.

CORRIERE DELLA SERA, 13 NOVEMBRE 2009
Il costituzionalista Enzo Cheli
«Così sugli immigrati viene violato il diritto alla difesa»
di Virginia Piccolillo

«Non si può giocare con i reati per opportunità politica. Quelli che generano allarme sociale sono i reati gravi. Non
l'immigrazione clandestina». Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale ed ex Garante delle Comunicazioni, Enzo
Cheli scuote la testa. Non lo convince proprio l'idea di escludere dal processo breve reati che non siano di «gravità

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eccezionale per cui l'avvenuta prescrizione rischia di lasciare gli autori impuniti». Men che meno quello di clandestinità: «Le
forze politiche possono decidere che l'immigrazione clandestina genera allarme sociale. Ma si può parlare di gravità a partire
da pene superiori ai 10 anni, come il terrorismo e la criminalità organizzata. Non per fattispecie ai limiti della sanzione
amministrativa come la clandestinità. A definire gravi i reati con pene lievi si rischia una disparità di trattamento che
sconfina nella irragionevolezza». Per l'ex vicepresidente della Consulta «ci si richiama al giusto processo ma se ne costruisce
uno ingiusto. Perché «si possono differenziare pene, aggravanti, attenuanti, ma il processo deve essere uguale per tutti. Salvo
le eccezioni punite con pene più gravi o che comportino la non prescrittibilità prevista anche nei trattati internazionali.
Altrimenti si viola il principio del giusto processo che comporta, con la ragionevole durata, un'eguaglianza di trattamento
processuale di imputati e reati». «Quindi - conclude - è giusto ridurre i tempi, come ci chiede l'Europa. Ma ciò non deve
condurre a una disparità di trattamento nell'uso del processo per i diversi reati, né tantomeno alla distinzione tra imputati
incensurati o recidivi».


L’ECO DI BERGAMO, 13 NOVEMBRE 2009
Tenaris Dalmine. Sacerdoti e diocesi di Brescia scrivono ai vertici per difendere Costa Volpino
I parroci: rivedete i piani, i lavoratori lo meritano
di Giuseppe Arrighetti

Anche i parroci e la diocesi di Brescia, a cui fanno capo le comunità di Costa Volpino, Lovere, Rogno e Bossico,
scendono in campo per difendere lo stabilimento TenarisDalmine di Costa Volpino chiedendo ai vertici
dell'azienda di modificare il piano industriale che prevede per l'impianto produttivo dell'Alto Sebino una
riduzione del personale di quasi il 50%: rischiano il posto di lavoro 119 dipendenti, operai e impiegati, su 247
lavoratori. Con questo obiettivo, lunedì i parroci del vicariato di zona hanno inviato a Paolo Rocca, Vincenzo
Crapanzano e Gianfelice Rocca, rispettivamente amministratore delegato di Tenaris, amministratore delegato di
TenarisDalmine e presidente della holding Techint, una lettera che è stata preparata in collaborazione con
l'Ufficio pastorale sociale della diocesi di Brescia e con la commissione per la pastorale sociale ecclesiale della
Vallecamonica e dell'Alto Sebino. I sacerdoti si dicono «fortemente preoccupati» per la ricaduta sull'occupazione
locale del piano industriale presentato alla fine di settembre alle organizzazioni sindacali. Se in tutta Italia si
prevedono 1.024 esuberi, pari circa al 30% degli occupati, per Costa Volpino il dato è ancora più consistente
perché l'eccedenza prevista sfiora il 50% degli attuali dipendenti.
Scrivono ancora i sacerdoti: «È assente un programma di investimenti che dia garanzia di futuro industriale per
una fabbrica storica del territorio dell'Alto Sebino e della Vallecamonica. L'insediamento della Dalmine a Costa
Volpino fu una scelta delle partecipazioni statali, sollecitate dalla comunità per rispondere alla domanda sociale
di un'area territoriale marginale nello sviluppo industriale e occupazionale. La Dalmine di Costa Volpino e la
Sidermeccanica Lucchini di Lovere rimangono due realtà industriali significative, riferimento e volano
dell'economia. Le condizioni sociali presenti sul territorio non permettono in modo assoluto scelte
di ridimensionamento». Proprio perché le alternative occupazionali in zona non sono numerose «è fondamentale
- si legge ancora nella lettera - che anche la TenarisDalmine di Costa Volpino attui piani industriali con relativi
nuovi investimenti finalizzati alla crescita, allo sviluppo e alla salvaguardia dei livelli occupazionali».
I parroci del vicariato e della commissione pastorale sociale camuno sebina si rivolgono quindi direttamente ai
vertici dell'azienda «perché prendiate in considerazione la necessità di modificare il piano industriale presentato,
si scongiurino chiusure, si salvaguardi l'occupazione attraverso un processo di aperto dialogo e confronto con le
organizzazioni sindacali che in tutti questi anni hanno agito in sintonia con gli obiettivi aziendali e con senso di
responsabilità». «Lo meritano i lavoratori - conclude la lettera - che hanno sempre dato la loro disponibilità e
impegno alla crescita dell'azienda; lo meritano le forze sociali che per migliorare la competitività dei prodotti e
dare prospettive future all’azienda hanno contribuito, a partire dagli anni '80, a diffondere la cultura delle
relazioni industriali partecipative; lo merita l'insieme della comunità che vede in queste due realtà la stabilità per
le famiglie ed il futuro occupazionale per i propri figli».
L'appello ai vertici Tenaris è dunque chiaro e diretto: all'azienda si chiede di rivedere il piano industriale
puntando soprattutto a dare nuove prospettive per il futuro dell'impianto di Costa Volpino. Qui si sono prodotti
per diversi anni i componenti degli air bag e altri manufatti di nicchia, raggiungendo sempre risultati positivi. I
lavoratori hanno insomma dimostrato di saper fare il proprio dovere: all'azienda, insieme ai loro parroci,
chiedono soltanto di essere messi nelle condizioni di poter continuare a farlo.



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IL SOLE 24 ORE, 13 NOVEMBRE 2009

Raffaele Bonanni: «Unità d’azione con le imprese»
di Giorgio Pogliotti

«La crisi ci impone di lavorare insieme, sindacati e imprese, per presentare al governo una proposta sull'abbattimento del
fisco a lavoratori, pensionati ed aziende». Raffaele Bonanni, rilancia l'avviso comune con il mondo imprenditoriale lasciando
la porta aperta alla Cgil «purché sia chiaro che occorre abbandonare tentazioni populiste e trovare un terreno di incontro con
soggetti portatori di istanze diverse dalle nostre». Il leader della Cisl il 27 novembre avvierà in tutte le città italiane una
campagna per sollecitare un cambio di marcia del governo, giudica «un primo segnale positivo» il taglio dell'acconto
dell'Irpef deciso ieri dal consiglio dei ministri «a condizione che vi sia anche un intervento esteso a tutti i lavoratori
dipendenti e pensionati. Altrimenti sarebbe solo una beffa».
Segretario voi manifesterete il 27 novembre, domani sarà la Cgil a scendere in piazza a Roma. Non le sembra un'ano-
malia questa divisione tra i sindacati, soprattutto in una fase di crisi come l'attuale? Le manifestazioni separate sono
una conseguenza della vicenda della riforma contrattuale e della scelta della Cgil di abbandonare il convoglio unitario.
Tuttavia stanno arrivando segnali incoraggianti, siamo già al terzo contratto che è stato siglato unitariamente, a fronte di uno
firmato senza la Cgil. Se si dovesse continuare su questa strada, nei fatti lo strappo iniziale verrebbe ricucito e sarà
inevitabile ricostruire l'unità d'azione. Da parte nostra lavoriamo a una prospettiva unitaria, la crisi ha bisogno di un
sindacato più forte, purché la Cgil non ponga veti e rispetti il pluralismo.
Ritiene che il governo abbia fatto abbastanza per contrastare la crisi e incentivare la domanda? Sono mancate finora
quelle misure che invece si stanno attuando negli altri Paesi, come la Germania, la Francia e gli Stati Uniti, dove i governi
puntano anzitutto allo stimolo dei mercati interni. Noi siamo come la Germania, per il peso di beni e servizi sul nostro Pil,
eppure per il 2011 il cancelliere Angela Merkel ha promesso nuove riduzioni d'imposte per 24 miliardi, nonostante (elevato
indebitamento. Senza un intervento deciso rischiamo di deprimere la nostra economia.
Ma abbiamo un debito pubblico che pesa come un macigno e che nel 2011 è stimato al 117,8% dalla commissione Ue.
Sono consapevole del problema, ma l’elevato debito pubblico non può essere una scusa per non intervenire rimuovendo un
problema di ingiustizia che grava su lavoratori e pensionati. Siamo contrari all'immobilismo, serve una politica fiscale che
favorisca un riequilibrio.
Nel concreto cosa propone? Proponiamo di ridurre le aliquote per aiutare le famiglie, vanno premiati i ceti meno abbienti e
chi ha la ritenuta alla fonte, in modo da stimolare la ripresa dei consumi. Senza questo intervento la nostra economia dif-
ficilmente può ripartire. Nell'avviso comune dobbiamo anche spiegare che l'abbassamento delle tasse va fatto a fronte del
recupero di inefficienze e sprechi, della lotta all'evasione fiscale con il ripristino della tracciabilità, o in alternativa con l'ado-
zione di un sistema di detrazioni sul modello americano. Tra le ipotesi che prendiamo in considerazione c'è anche quella di
compensare l'abbattimento delle aliquote alle famiglie con la tassazione sui consumi.
La limitatezza di risorse potrebbe suggerire al sindacato di chiedere una riduzione solo per lavoratori e pensionati.
Per quale motivo voi credete in un'azione comune con le imprese? Il 27 novembre vogliamo lanciare un'iniziativa di
lungo respiro su fisco, salari, pensioni e Mezzogiorno, bisogna costruire un'alleanza basata sulla condivisione e la
consapevolezza dei problemi.
Crediamo all'intesa con le imprese piccole e grandi anche perchè i carichi fiscali così alti rischiano di produrre uno
svantaggio competitivo per il nostro sistema economico, con conseguenze negative sui posti di lavoro. Nei Paesi dell'Est e
nei paesi Baltici il livello di tassazione è circa la metà del nostro. Tra un paio di anni saranno in una situazione ideale perché
potranno contare sui sostegni comunitari e sulla tassazione più bassa per attirare investitori e imprese che delocalizzano.
Bisogna intervenire subito perché anche i lavoratori hanno benefici se le nostre aziende vanno bene.


IL SOLE 24 ORE, 13 NOVEMBRE 2009

Lavoro. Apprendisti con tutele graduali
di Enzo De Fusco

L'apprendistato è un contratto di lavoro a tutele progressive: un ordinario contratto a tempo indeterminato con l'aggiunta di
un periodo di formazione alla fine del quale è consentito il recesso legittimo da parte del datore di lavoro. È questa la
posizione del ministero del Lavoro sulla natura del contratto di apprestato espressa con l'interpello 79/2009 diffuso ieri. Il
Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro ha chiesto il parere del ministero del Lavoro su una questione che da tempo è
oggetto di confronto in dottrina. Vale a dire, se il particolare rapporto di apprendistato sia o meno un contratto a tempo
indeterminato.

Natura del contratto. L'interpello spiega che il legislatore ha conferito al rapporto una peculiare struttura; la natura
giuridica si caratterizza da un lato, per un ordinario rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dalla reciprocità tra la
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prestazione lavorativa e la retribuzione, e dall'altro, per un periodo di "tirocinio" finalizzato a fare acquisire all'apprendista le
capacità e le conoscenze necessarie affinché questi consegua una qualifica professionale. In questa ottica, anche sulla scorta
della sentenza della Corte costituzionale 169/1973, secondo il ministero anche durante il periodo di apprendimento trova
piena applicazione la disciplina limitativa dei licenziamenti individuali come ogni altro rapporto di lavoro subordinato.

Motivi per recedere. Pertanto, il datore di lavoro - anche prima della scadenza del termine per il compimento
dell'addestramento - può recedere solo per giusta causa o giustificato motivo, senza incorrere negli obblighi risarcitori
caratteristici del recesso prima del termine, previsti per il contratto a tempo determinato.
Questa valutazione giuridica trova conferma già con la legge 25/1955 e prescinde dalle modifiche apportate dal decreto
legislativo 276/2003 che si limitano solo a confermare tale previsione.
Infatti, la norma contenuta nell'articolo 2, comma i della legge del 1955 stabilisce che «l'apprendistato è uno speciale
rapporto di lavoro in forza del quale l'imprenditore è obbligato a impartire o a far impartire, nella sua impresa, all'apprendista
assunto alle sue dipendenze, l'insegnamento necessario perché possa conseguire la capacità tecnica per diventare lavoratore
qualificato, utilizzandone l'opera nell'impresa medesima». Secondo il ministero del Lavoro, peraltro, anche con la riforma
del contratto a tempo determinato disposta con il decreto legislativo 368/2001 è stato stabilito che l'apprendistato è un
rapporto espressamente escluso dalla disciplina del termine (articolo io, comma i); e ciò per rafforzare il principio della legge
25 che attribuiva all'apprendistato natura di contratto a tempo indeterminato.

I benefici fiscali. In base al chiarimento fornito dal ministero del Lavoro si pone la questione di coordinamento con l'ambito
fiscale laddove l'agenzia delle Entrate consente la fruizione di determinati benefici per gli apprendisti solo dopo la
"trasformazione" del contratto a tempo indeterminato. Questo è il caso, ad esempio, delle norme emanate in passato sul
riconoscimento del credito di imposta per i nuovi assunti a tempo indeterminato, oppure relativamente alle deduzioni dalla
base imponibile Irap per incrementi occupazionali a tempo indeterminato previsti dall'articolo 11 del decreto legislativo
446/1997. Alla luce del chiarimento contenuto nell'interpello 79/2009 si deve desumere che il concetto di "trasformazione"
espresso nelle circolari dell'agenzia delle Entrate (da ultimo si veda la circolare 26/2006 in tema di Irap) vada letto in senso
atecnico. Ciò vuol dire che per il contratto di apprendistato a tempo indeterminato i relativi benefici fiscali spettano solo
dopo che sia trascorso il periodo di "tirocinio" senza che il datore di lavoro abbia esercitato il diritto di recesso ad nutum.

IL SOLE 24 ORE, 13 NOVEMBRE 2009

La risposta
Ministero del lavoro, interpello n. 79/2009. «Alla luce di quanto sopra esposto, appare possibile ritenere l'apprendistato quale
contratto di lavoro a tempo indeterminato, dal quale il datore di lavoro può recedere solo per giusta causa o giustificato
motivo, anche anteriormente alla scadenza del termine per il compimento dell'addestramento, senza incorrere negli obblighi
risarcitori caratteristici del recesso ante tempus previsti per il contratto a tempo determinato.
Non costituisce, tuttavia, legittima causa di licenziamento il mancato superamento della cosiddetta prova d'arte, prima della
scadenza del termine previsto per l'apprendistato, dovendo proseguire il rapporto, sotto il profilo causale dell'addestramento
teorico-pratico, fino al termine stabilito».


IL SOLE 24 ORE, 13 NOVEMBRE 2009

Sul contratto unico un dibattito fuorviante
di Michele Tiraboschi

Nel dibattito sulle riforme del lavoro e sulle azioni di contrasto alla precarietà riscuote un discreto successo la proposta,
presentata come innovativa, del contratto unico in tre tempi: prova lunga, inserimento su base temporanea, stabilità ope legis
al termine di un triennio.
Eppure, come ricorda ora il ministero del Lavoro, una siffatta modalità di inserimento nel mercato del lavoro già esiste anche
se poco e male utilizzata in questa prospettiva e nelle sue enormi potenzialità. È l'apprendistato della legge Biagi: un con-
tratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e a fasi successive. La prima, durante l'inserimento in azienda, è fina-
lizzata alla acquisizione di un titolo di studio o una qualificazione professionale entro un preciso arco temporale e si sviluppa
in un regime di stabilità obbligatoria previsto dalla legge 604/1966. La seconda, al termine del periodo di apprendimento,
apre la possibilità per il datore di lavoro di sciogliere il vincolo contrattuale in regime di libera recedibilità, senza cioè la
tutela dell'articolo 18, ovvero, come risulta nella normalità dei casi e come confermano le rilevazioni statistiche, di procedere
nel rapporto di lavoro su basi stabili e senza soluzione di continuità.
Questa impostazione, riconducibile a un risalente indirizzo interpretativo della Corte costituzionale, è stata confermata dalla
legge Biagi, là dove dispone che il contratto di apprendistato è caratterizzato dalla possibilità per il datore di lavoro di

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recedere dal rapporto di lavoro alla fine del periodo di apprendistato, in base a quanto disposto dall'articolo an8 del Codice
civile, e dal divieto per il datore di lavoro di recedere dal contratto di lavoro nella fase di apprendimento in assenza di una
giusta causa o di un giustificato motivo.
Vero è peraltro che, a differenza del contratto unico in tre fasi, che di fatto si sostanzia in un mero rapporto di lavoro a tempo
determinato di tipo soggettivo e a libera recedibilità al termine del triennio, il contratto di apprendistato si caratterizza per
una maggiore qualità e un più corretto equilibrio tra tutela del lavoratore ed esigenze dell'impresa. Con questa tipologia di
lavoro, infatti, la stabilità al termine dell'inserimento temporaneo non è frutto del caso e tanto meno deriva da rigide
imposizioni legislative, peraltro facilmente aggirabili portando a termine in rapporto prima del triennio.
Nell'apprendistato la stabilizzazione è piuttosto costruita su una logica di convenienze reciproche. L'inserimento iniziale in
azienda è sostenuto, per un verso, da rilevanti incentivi economici e normativi che compensano lo sforzo del datore di lavoro
di insegnare un mestiere a un giovane alle prime esperienze di lavoro.
La formazione e le competenze acquisite nel percorso di apprendistato diventano, per altro verso, valore aggiunto non solo
per l'apprendista, che acquisisce un titolo di studio, anche universitario, o una qualifica professionale, ma per la stessa
impresa che investe in capitale umano accrescendo così la produttività e la qualità della forza lavoro di cui si avvale. È ben
vero, come confermano da anni i preziosi rapporti di monitoraggio dell'Isfol, che solo una ridotta percentuale dei 65òmila
apprendisti accede alla formazione pubblica offerta dalle regioni. Ci attestiamo sul i7,r;% su base nazionale.
Ma perché allora avventurarci in dibattiti astratti, reclamando l'ennesima epocale riforma del lavoro, quando esistono già
oggi strumenti dall'enorme potenzialità che aspettano solo di essere messi a regime?


IL SOLE 24 ORE, 13 NOVEMBRE 2009
Il chiarimento. Per le aziende fino a 15 dipendenti
Il patto di solidarietà d’intesa con i sindacati
di Maria Rosa Gheido

Aumenta il numero dei soggetti che, esclusi dal campo di applicazione della cassa integrazione guadagni straordinaria,
possono stipulare contratti di solidarietà per evitare riduzioni di personale.
Il comma 9, lettera d dell'articolo 7-ter della legge 33/2009 di conversione con modifiche del decreto legge 5/2009, ha in tal
senso cambiato l'articolo 5, comma 5 della legge 236/1993 che, nella stesura originaria, consentiva alle aziende escluse
dall'ambito della Cigs di stipulare contratti cosiddetti "difensivi" esclusivamente per evitare licenziamenti nel corso di una
procedure di mobilità. La disposizione si rendeva così applicabile solo alle imprese con più di quindici dipendenti.
In seguito alla modifica introdotta dalla legge 33/2009, le imprese che non rientrano nel campo di applicazione della Cigs
possono ricorrere al contratto di solidarietà sia per evitare o ridurre le eccedenze di personale nel corso della procedura di
mobilità, sia per evitare licenziamenti plurimi individuali per giustificato motivo oggettivo, nel caso per riduzione di
personale. Con il contratto di solidarietà viene ridotto l'orario di lavoro dei dipendenti in forza, in modo da assorbire il
mancato risparmio derivante dai licenziamenti evitati.
Davanti a questa riduzione d'orario, lo stato riconosce un contributo pari al 5o% della retribuzione persa a seguito del minor
orario prestato, diviso in misura uguale fra lavoratore e datore di lavoro. In ogni caso per arrivare al contratto di solidarietà è
necessario l'accordo sindacale sottoscritto dalle associazioni maggiormente rappresentative. Con la nota protocollo 22114 del
3 novembre, il ministero del Lavoro chiarisce che per aziende fino a 15 dipendenti, questo accordo deve precisare che il
ricorso alla solidarietà è volto a evitare licenziamenti plurimi individuali. Resta fermo, invece, l'obbligo per le imprese con
più di 15 dipendenti di avviare la procedura di mobilità nelle modalità previste dalla legge 223/1991.




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BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009
È iniziato davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia il dibattimento per
l’infortunio mortale del 27 giugno 2005
L’ora della verità per il crollo dello svincolo
Sei sotto accusa: i responsabili del collaudo e del cantiere di Capodiponte dove morì un
camionista di Piancamuno. Parti civili i familiari e gli altri feriti. Nessun risarcimento
di Wilma Petenzi

Il 27 giugno di quattro anni fa Gianfranco Bariselli Maffignoli, camionista di 55 anni di Solato di Piancamuno,
morì durante il collaudo del cavalcavia a Tese di Capodiponte. Morì sul posto di lavoro, mentre svolgeva il. suo
compito, altri colleghi rimasero feriti.
Ieri, davanti al giudici della seconda sezione penale del tribunale di Brescia, presidente Francesco Maddalo, ha
preso il via il processo a sei imputati accusati di disastro e omicidio colposo e lesioni colpose. In aula, davanti ai
giudici, a rispondere delle accuse gli imputati Pietro Corona, amministratore unico dello studio cui 1'Anas affidò
il progetto del cavalcavia, l'elaborazione e le prove di carico del viadotto; Nicola De Riso Carpinone, presidente
della commissione di collaudo dell'Anas; Roberto Licietti e Filippo Rubino, membri della commissione; Fabrizio
Cardone, direttore dei lavori nominato dall'Anas per il completamento della ss42 e Ivan Collino, coordinatore
delle operazioni di collaudo. Il settimo imputato è già andato a giudizio. In abbreviato, lo scorso aprile, è stato
assolto dalle accuse Giuseppe Graffi, il progettista del viadotto: per il gup Maria Paola Borio il progettista non
ebbe alcuna responsabilità nel crollo.
In aula sono state affrontate le questioni preliminari e la costituzione di parte offese. Si sono costituiti parte civili
i tre figli e la vedova del camionista (assistiti dall'avvocato Carla Doti), e i feriti. I familiari della vittima non
hanno raggiunto alcun accordo extragiudiziale e non hanno ancora ottenuto alcun risarcimento, nemmeno una
provvisionale. Nel processo sono citati come responsabili civili l'Anas e lo studio Corona. Dopo la costituzione di
parte civile il presidente ha aggiornato il processo all'8 e al 18 febbraio, per il dibattimento vero e proprio. In aula
verranno sentiti i tecnici, e le persone che sono sopravvissute a quel pomeriggio di orrore. Un pomeriggio che
doveva essere una giornata storica per la Valcamonica perchè il collaudo del cavalcavia avrebbe consentito di
accelerare i tribulati lavori della superstrada, un'opera attesa per anni dai residenti costretti a vere e proprie
giornate di passione nei viaggi verso la città. Ma il pomeriggio si tinse di sangue.
Per sollecitare i trenta metri di calcestruzzo che collegano la sopraelevata con il piano campagna vennero
preparati sei mezzi, cinque grossi camion e una betoniera per un peso complessivo di un migliaio di quintali. Il
collaudo consisteva nel far passare i camion sullo svincolo, facendoli marciare su tutto il piano asfaltato, per
verificare la stabilita dell'opera in tutte le sue parti. Le prime due prove non crearono problemi, i mezzi percor-
sero il tratto e poi si riposizionarono sulla sopraelevata. Pareva che tutto dovesse filare liscio, non c'era
apprensione, né preoccupazione, ma quando i camionisti affrontarono il terzo test, posizionandosi sulla parte più
interna della corsia dello svincolo la situazione precipitò di colpo.
La bretella si inclinò di lato, come fosse burro, e i sei camion caddero. I camionisti erano a piedi sullo svincolo e
riuscirono di corsa a conquistare la sopraelevata e la salvezza. Tutti, tranne Gianfranco Bariselli Maffignoli. «Via
che qui crolla tutto» sono state le sue ultime parole. Un allarme che ha salvato la vita ai colleghi. Ma lui non ha
avuto la stessa fortuna. E ora i suoi familiari chiedono giustizia.


BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009
Lo scavo di un tunnel da sei chilometri sotto l’abitato ha messo in allarme gli abitanti
Sellero, crepe nei muri delle case. Colpa dei cantieri della
Statale?
Crepe in alcune abitazioni di Sellero: c'entrano i lavori per la galleria della superstrada? A sollevare il dubbio
sono alcuni abitanti della zona preoccupati per la comparsa di lesioni nei muri delle case. Se il fatto potrebbe
essere normale per il cedimento strutturale di vecchi stabili nel centro storico a far riflettere è la circostanza che le
crepe e le fessure sono comparse anche nelle abitazioni di recente costruzione. Secondo quanto affermato dai

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cittadini i danni sarebbero comparsi con la ripresa dei lavori di costruzione della galleria del IV, V e VI lotto
della strada statale 42 da Capodiponte a Berzo Demo. Otto chilometri e 400 metri di strada, 6,9 dei quali in
galleria. Per scavare il tunnel le ditte esecutrici dei lavori starebbero utilizzando mine e martelli pneumatici e
questo secondo gli abitanti della zona potrebbe essere la causa del problema.
«Gli scoppi sono sempre più forti - dicono - e noi siamo preoccupati». I residenti hanno già segnalato la
questione al comune e all'Anas. L'amministrazione ha fatto eseguire alcuni sopralluoghi dai propri tecnici.
Verifiche sono state eseguite anche dagli ingegneri della ditta che sta eseguendo i lavori ma i dubbi restano.
«Le preoccupazione dei nostri cittadini - osserva il sindaco Giampiero Bressanelli - sono legittime, ma non
bisogna assolutamente esagerare i danni ed esasperare una vicenda che stiamo controllando giorno per giorno.
Dopo le prime lamentele ricevute sui rumori notturni che impedivano il sonno, ci siamo attivati emanando
un'ordinanza che vieta l'utilizzo del martellone per rifilare la roccia dalle 23 alle 7. Inoltre abbiamo concordato
con l'impresa che lo scavo della galleria sotto l'abitato avvenga solo impiegando micro cariche.
Quanto alle crepe che si sarebbero manifestate in alcuni vecchi edifici proprio in coincidenza dei lavori, il
Comune ha invitato i proprietari a stendere una dettagliata relazione, corredata da fotografie e, possibilmente,
accompagnata da una perizia tecnica che certifichi chele fessurazioni sono da imputare agli scoppi e non
risalgano invece a tempi antecedenti l'avvio dei cantieri. Noi ci impegniamo a fare da tramite tra cittadini, Anas e
imprese per l'eventuale rifusione dei danni».


BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009

Cimbergo. Incidente sul lavoro. Ferito un operaio della
“De Marie”
di Luciano Ranzanici

Ha vissuto davvero una brutta avventura l'operaio di Capodiponte rimasto ferito nella giornata di ieri mentre
lavorava nella segheria De Marie di Cimbergo. E in un primo tempo le condizioni di Franco Ruggeri, 57 anni,
sembravano piuttosto serie, tanto che è stato soccorso dall'elicottero inviato dal «118».
Erano circa le 9.30 quando l'uomo stava lavorando all'esterno dell'impresa in località Figna: l'operaio era alle
prese con un tronco, probabilmente bagnato, che gli è sfuggito di mano. A quel punto deve aver perso l'equilibrio,
ed è scivolato finendo a testa in giù su una catasta di legname.
L'allarme è stato lanciato immediatamente, e sul luogo dell'infortunio sono rapidamente arrivate sia un'autolettiga
sia, dicevamo, l'eliambulanza decollata dal capoluogo. Alla fine il ferito è stato portato a Brescia, e orasi trova
ricoverato in osservazione nella Poliambulanza per effetto di alcune fratture.


BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009
Politica. Una decisa presa di posizione
Alleanze anomale: i giovani padani sono con Maisetti
Alzo zero contro i leghisti coinvolti che non lasciano i relativi incarichi
di Luciano Ranzanici

Questa sera darà vita a un nuovo appuntamento con la formazione politica, dei militanti, ma intanto, il gruppo
camuno del Movimento giovani padani interviene per sottolineare il totale appoggio alla posizione della
segreteria valligiana in merito alle nuova maggioranze degli enti comprensoriali; una posizione manifestata
recentemente dal segretario Mario Maisetti durante il congresso di Capodiponte.
Severino Damiolini e Luca Salvetti, i responsabili del gruppo, affiancano Maisetti sostenendo che «la sua fer-
mezza è un atto dovuto nei confronti degli elettori che ripongono la fiducia nella Lega nord, e ci vedono come
l'unica. forza politica, che ha veramente a cuore i bisogni della sua gente e il vero cambiamento». Poi ricordano il
presidio effettuato tre anni fa in Comunità montana per denunciare la spartizione delle cariche e gli interessi
personali dei governanti di allora, e aggiungono: «Trentasei mesi dopo la situazione è rimasta immutata; gli stessi


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enti ora sono amministrati da una accozzaglia formata da quegli stessi partiti che a Roma si fronteggiano come
nemici, mentre in Valcamonica. passeggiano o pasteggiano insieme, in barba alla volontà popolare».
In linea col segretario, i giovani padani chiedono cuna profonda riorganizzazione di tutti gli enti sovraccomunali
presenti sul territorio: È incredibile che un partito come il nostro, che si accredita il 35-40% dei voti dei camuni,
possa essere al potere con un suo sindaco solo ad Angolo Terme (ancora sub judice per il ricorso al Tar), mentre
diversi iscritti sono presenti in maggioranze con il centrosinistra e con il Pdl e, minacciati di espulsione da
Maisetti, stanno magari pensando di non lasciare il loro incarico e invece di lasciare proprio la Lega».
Intanto, dicevamo, il movimento continua a promuovere incontri aperti a giovani che vogliono approfondire i
temi dell'autonomismo e del federalismo: il prossimo quest'oggi nella sede del partito a Breno.


BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009
Comuni on line. Dopo l’esperienza di Piancogno con la Tar su la rete informatica si allarga
Berzo Demo e Piancamuno: ora l’Ici si paga via computer
Il supporto per le operazioni l’ha offerto la rete camuna “Voli” e la presidenza del Bim si
augura che si aggreghino altri municipi
di Luciano Ranzanici

Lo scorso aprile, avvalendosi grazie al consorzio Bim della tecnologia e delle competenze della cooperativa
«Csc», il Comune di Piancogno aveva avviato con buoni risultati un importante servizio per i cittadini: il
pagamento via computer della tassa per i rifiuti solidi urbani (Tarsu). È ieri l'informatizzazione camuna dei tributi
ha fatto un altro passo in avanti, con la presentazione di un'altra opportunità, stavolta relativa all'Ici, l'imposta
comunale sugli immobili.
Le amministrazioni comunali di Berzo Demo e Piancamuno,infatti, appoggiandosi sempre a «Voli», la rete
civica, del Bim, offrono oggi l'opportunità ai rispettivi residenti, privati cittadini o titolari di attività, di accedere
via web al pagamento dell'imposta. I due sindaci, Corrado Scolari e Renato Pe, il presidente del Bim Franco Gelfi
e Donatella Policardo, dello staff operativo della cooperativa Csa, hanno presentato un servizio attivo 24 ore su
24 e le modalità d'accesso dal computer di casa.
I pagamenti dell'Ici avvengono in modalità sicura utilizzando il sistema della Banca popolare di Sondrio che cura
la tesoreria dei due comuni pilota «in attesa che se ne aggiungano altri», come ha auspicato il presidente del Bim.
E il sindaco di Pian Camuno, Renato Pè, è andato anche oltre, dicendosi quasi certo che in futuro il pagamento
via web potrà ampliarsi, magari a partire dagli oneri di urbanizzazione: «E necessario che la modernizzazione
proceda, anche per evitare le rituali code agli sportelli».
Il suo collega di Berzo Demo ha invece ricordato le innovazioni già avviati dal suo Comune, che avvicina i
cittadini all'amministrazione attraverso gli avvisi via sms e posta elettronica, e utilizza telefonia e informatica
anche per comunicare l'apertura di bandi e concorsi.




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BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009

Strage, Fra’ Giordano: «Costretto a mentire»
di Wilma Petenzi

«Nella prima istruttoria sulla strage di piazza della Loggia non ho detto la verità, ma ho detto quello che i
magistrati volevano sentirsi dire. Ho accusato persone che nemmeno conoscevo. È questa la verità». Difficile non
credere a Cosimo Damiano Giordano, 55 anni, imputato nel primo processo e assolto dall'accusa di concorso in
strage, anche solo per l'abito che indossa. Cosimo Damiano Giordano è un frate, ha scelto di vivere in convento,
da anni sta dedicando la sua vita agli altri: l'ex muratore amico di Angelino Papa, con la passione per il ballo e il
Blue Note, ora è il supervisore dell'Oasi dell'anziano a Vasto.
Ieri Giordano si è presentato davanti ai giudici della corte d'assise chiamati a processare cinque imputati per
l'attentato del 28 maggio 1974 avvolto nel suo saio marrone, lo sguardo sereno, l'anima in pace, turbata solo a
livello superficiale da ricordi che fanno fatica a sfumare. «L'esperienza carceraria mi ha maturato - è stato il suo
esordio con i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni per mettere in chiaro la sua condizione - mi ha fatto
capire che dovevo fidarmi di Dio perché la verità sarebbe venuta fuori. Sono stato per sei mesi in isolamento in
una cella piena d'acqua, con un bastone per tenere lontani i topi. Dormivo vestito, avevo solamente vent'anni, ero
terrorizzato, venivo interrogato per 5-6-7 ore di fila al giorno. Ero sentito come teste, poi scoprii leggendo i
giornali che ero coinvolto come imputato». E a quel punto, dopo giorni e giorni di isolamento, interrogatori in
notturna infiniti, fra’ Cosimo Damiano Giordano ha capito che non poteva continuare così. « Ho capito che il mio
Dio non mi permetteva di accusare persone che nemmeno conoscevo. I magistrati volevano farmi dire cose che
non conoscevo solo perchè ero amico di Angelo Papa, perchè avevo visto due volte Ombretta Giacomazzi e un
paio di volte anche Ermanno Buzzi. L'ho detto ai magistrati che non volevo più parlare e da quel momento non li
ho più visti. Non ho mai avuto rancore per nessuno, ma riaprire di nuovo le stesse ferite fa male».
Ma anche se con sofferenza Fra’ Cosimo si è sottoposto con pazienza alle domande delle parti. Tanti i verbali a
cui hanno fatto riferimento i magistrati per far riaffiorare i ricorsi di Cosimo Damiano Giordano. Tanti sforzi, a
volte inutili. «I miei ricordi arrivano nitidi fino alla telefonata per scherzo che Raffaele Papa fece al Blu Note».
Cosimo ha ricordato la serata (era quella del 18 maggio, la sera prima della morte di Silvio Ferrari in piazza del
Mercato) della chiamata al Blu Note per annunciare un finto attentato: «Mi pare di ricordare che l'idea fu di Buz-
zi, voleva seminare il panico nella discoteca». La telefonata. come ricordato dal testimone e come ricordato anche
qualche udienza fa da Angelino Papa, venne fatta da Raffaele in base a un testo scritto da Buzzi. La chiamata
venne fatta in stazione, da una cabina telefonica, poi Cosimo Giordano, Buzzi, Angelino e Raffaele Papa,
andarono in via Milano per vedere l'effetto della chiamata. «C'erano le forze dell'ordine - ha ricordato il frate -.
Sono andato io a vedere perchè essendo un frequentatore della discoteca non avrei dato nell'occhio e anche
perchè dovevo ritirare un paio di pantaloni».
Facendo uno sforzo di memoria e basandosi sui verbali del '75 Cosimo Giordano ha ricostruito anche le ore
successive: la telefonata è delle 22.30, poi siamo andati al locale, ci siamo allontanati per un'altra mezz'ora e
siamo ritornati verso mezzanotte. Poi Cosimo Giordano è tornato a casa dei Papa, dove si è fermato a dormire.
«Lo scherzo della telefonata è l'unica cosa vera - ha ricordato frate Giordano - ed è l'ultima cosa che ricordo.
Tutto quello che viene dopo, gli altri ricordi che sono stati messi a verbale sono frutto di ore e ore di
interrogatori». In sostanza Cosimo Damiano Giordano, così come è stato per Angelino Papa e per Ombretta
Giacomazzi, pure loro coinvolti nella prima istruttoria (il primo per concorso in strage, la seconda per reticenza)
davanti ai giudici della corte d'assise ha ribadito che ci furono pressioni molto fort sui giovani finiti in carcere.
«Venivo interrogato per ore (un verbale è di un interrogatorio iniziato a mezzogiorno e conclusosi il giorno dopo
alle dieci di mattina) - ha ricordato Giordano - Erano fortissime le pressioni del pm Francesco Trovato e del
giudice istruttore Domenico Vino e anche dell'avvocato che avevo allora. Anche il nome di Nando Ferrari l'ho
fatto solo perchè l'avevo letto sul giornale. Ho fatto il nome di persone che non avevo mai visto, solo per le
pressioni del pm e del giudice. Anche il tatuaggio di Buzzi? Ho detto che aveva il tatuaggio sulla mano solo
perchè mi dissero di dirlo». In sostanza frate Cosimo Damiano Giordano ha precisato di non sapere e di non aver
saputo nulla sulla strage di Brescia, di non sapere nulla sulla morte di Silvio Ferrari che neppure conosceva. Per
Cosimo Giordano la prima istruttoria resta quanto definito nella lettera che scrisse il 3 maggio 1975 al giudice
Vino perchè voleva essere sentito per ritrattare le accuse che aveva mosso. «Cerchiamo di finirla con questa
pagliacciata» scrisse al giudice. Una pagliacciata che ha lasciato ferite ancora aperte.



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BRESCIAOGGI, 13 NOVEMBRE 2009
La testimonianza della Giacomazzi
«Giudici? In buona fede. Delfino? Il burattinaio»
di (Ma. Ro.)

Magistrati ignari delle macchinazioni tramate dietro le quinte da altri inquirenti. Suggestioni che diventano ricatti
a seconda di chi afferra le redini delle deposizioni per indurre allo spergiuro. A portare di nuovo in aula la teoria
degli apparati statali deviati, tanto cara all'accusa, è Ombretta Giacomazzi, teste chiave della prima inchiesta sulla
strage di piazza Loggia, già sentita per due intere udienze e ieri a disposizione delle difese. Una in particolare,
quella dell'allora capitano Francesco Delfino, coimputato per l'attentato del 28 maggio 1974, rappresentata dagli
avvocati Stefano Forzani e Paolo Sandrini. Perché è contro Delfino che Giacomazzi punta il dito definitivamente
nel 1995, dopo anni di reticenza, ritrattazioni e contro-ritrattazioni: sarebbe stato lui a ricattarla affinché
confermasse la pista bresciana dell'indagine in corso, incastrando Ermanno Buzzi, i fratelli Papa, Silvio e Nando
Ferrari, e, con loro, Andrea Arcai, figlio del giudice che per primo indagò sui movimenti neri di quegli anni.
Nomi che i difensori chiamano in causa, di nuovo, per portare Giacomazzi alle pressioni subite: circuizioni
esplicite durante i lunghi interrogatori, ma chesecondo la teste-coinvolgevano anche giudici e magistrati,
risucchiati nel vortice del plagio. «Ho sempre pensato che Delfino fosse una figura a sé stante, a volte avevo
l'impressione che comparisse solo per interrogare me - ripete la teste -, per ricordarmi che dovevo assecondare i
pubblici ministeri: dalle loro domande avrei capito quali nomi pronunciare». Ma fino a che punto erano complici
nel «gioco sporco» il giudice Domenico Vino, o il pm Francesco Trovato? «Loro non mi hanno mai minacciato:
sapevo però che volevano il mio appoggio alle loro tesi». In linea con le deposizioni rese dieci anni fa al pm
Francesco Piantoni, Giacomazzi ribadisce che «Vino e Trovato non sono stati teneri, eppure mi sembrava che a
condurre il gioco non fossero loro, ma un'altra persona, che stava nella stanza accanto». E il riferimento va al
capitano Delfino. È sostanzialmente una presunzione di buona fede quindi, quella che Giacomazzi attribuisce agli
inquirenti di 30 anni fa. Ponendo però un dubbio, già manifestato a verbale nel 1999. «Gli stessi magistrati mi
hanno sempre detto di sapere già tutto sui responsabili della strage, ma non posso affermare con certezza che loro
fossero in mala fede, anzi: lo dedussi dal loro stupore davanti alle mie deposizioni, quando dichiarai il falso
accusando Buzzi e gli altri». Insoddisfacenti le risposte, per la difesa Delfino, sui rapporti di Giacomazzi con
Silvio Ferrari, il neo fascista saltato in aria con la Vespa la notte tra il 18 e il 19 maggio. I difensori hanno
insistito sulla natura dei rapporti tra Giacomazzi e Ferrari, basandosi anche sulle confidenze di Ombretta affidate
a un diario. Ma Giacomazzi ha negato che tra lei e Silvio Ferrari ci fosse del tenero.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

«Io, vittima di una pagliacciata»
Al processo per la strage di piazza Loggia parla Cosimo Giordano, uno dei giovani arrestati
nella prima istruttoria. Oggi è un frate: «Mi ribellai al ricatto dei giudici»
di Pierpaolo Prati

Ombretta Giacomazzi disse che lui, secondo quanto appreso da Ermanno Buzzi, era il «palo». La pedina della
banda, poi assolta in via definitiva, che si doveva limitare ad avvisare qualora qualcuno si fosse affacciato in
piazza Loggia e avesse intralciato le operazioni di quella sera: ovvero il deposito della bomba che il 28 maggio
del 1974 uccise otto persone e ne ferì più di cento. Lui Cosimo Damiano Giordano, all'epoca ventenne muratore
di origini pugliesi, amico di Angelino Papa e conoscente di Ermanno Buzzi, finì in carcere in custodia preventiva,
poi a processo con l'accusa di aver detenuto l'ordigno che uccise Silvio Ferrari e appunto di concorso in strage.
Fu assolto a quattro anni di distanza, con una sentenza poi passata in giudicato. Irrevocabile.

«Sei mesi contro i topi». Oggi Cosimo Damiano Giordano è un frate, responsabile di una dimora per anziani a
Vasto. Piccolo e grande nel suo saio, davanti alla Corte d'assise, è tornato a quei giorni terribili. Sollecitato dal
sostituto procuratore Francesco Piantoni ha rivissuto la paura di una prospettiva di carcere infinita, la tentazione
di farla finita, il coraggio di prendere in mano la sua vita e ribellarsi al «giochino», al «ricatto», a quella che oggi,
non senza il pudore che gli impongono la «divisa» e la sua nuova vita, definisce «pagliacciata».
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«Ho passato sei mesi in isolamento, in una cella piena d'acqua, nella quale dormivo vestito ed avevo un bastone
per tenere lontano dei topi enormi. In questa condizione ho iniziato a credere in Dio a sapere che solo attraverso
l'amore per Lui la verità sarebbe venuta a galla. Così è stato».
Giordano ha ripercorso le modalità con le quali è stato interrogato. Come si è stratificata una non verità che
«piaceva ai magistrati e faceva il gioco loro». «Ero sottoposto ad interrogatori lunghissimi (la gran parte dei quali
in piena notte, ndr) - ha detto ieri alla Corte - i magistrati e il mio primo avvocato mi dicevano quello che
dicevano gli altri coindagati. Così ogni volta se ne aggiungeva un pezzo. Tutte falsità alle quali sono stato indotto
per salvarmi, per levarmi dai guai e dall'idea di passare la mia vita in carcere. Allora ero un ragazzo di vent'anni,
con tutte le debolezze e le paure del caso. Ero uno incapace di fare del male, di reagire».

«So solo di una telefonata». La verità di Cosimo Giordano era un'altra. Lo stesso sacerdote l'ha spiegata e
ripetuta più volte ieri. Il ragazzo di allora si era trovato con la compagnia «sbagliata» nel momento «sbagliato».
Alla vigilia della morte di Silvio Ferrari, lui, Buzzi e i Papa erano alla pizzeria Ariston di Ombretta Giacomazzi.
Decisero uno scherzo al Blue Note, alla loro stessa discoteca. Pianificarono una telefonata che minacciava la
presenza di una bomba per farla evacuare. «Andammo in stazione, Raffaele e Buzzi telefonarono da una cabina.
Poi andammo a vedere al locale. Queste sono le uniche cose che so. Tutto il resto sono invenzioni. Aggiunte
successive sotto la pressione del pm Trovato e del giudice Vino». Al quale Cosimo Giordano scrisse una lettera
con l'intenzione di ritrattare. «Da quel momento in poi - ha spiegato il testimone - venni lasciato solo. Nessuno
più volle interrogarmi. Avevano capito che non volevo più partecipane alla loro pagliacciata. Piuttosto di
incolpare innocenti il carcere a vita».


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Ombretta Giacomazzi chiude il capitolo
di Pierpaolo Prati

Capitolo chiuso. Ombretta Giacomazzi, non parlerà mai più della strage di piazza Loggia. Almeno davanti ad un
giudice. Con le risposte ai difensori degli imputati per la testimone che, appena diciassettenne finì in carcere in
due occasioni con l'accusa di falsa testimonianza e - a suo dire e a dire della Procura - fu costretta ad affermare il
falso per salvarsi dalla prospettiva della galera e di un'incriminazione per concorso in strage, il processo si
chiude. Con alcune conferme.
Anche ieri Ombretta Giacomazzi ha alternato ricordi precisi, a vuoti di memoria. Davanti alla sollecitazione
dell'avvocato Paolo Sandrini, che le ha sottoposto un verbale nel quale Cosimo Giordano sosteneva che la
ragazza di allora aveva paura del pm Trovato, la donna di oggi ha risposto. «La minaccia più grande era quella di
Delfino. "Se non fai quello che devi fare, mi diceva, resti in carcere". E siccome stavano scadendo i termini di
custodia per la falsa testimonianza, temevo una incriminazione per concorso in strage».
Ombretta Giacomazzi, richiesta della sua appartenenza politica dell'epoca, ha riferito dell'esistenza di «una
mansarda nella quale andavano i ragazzi» senza riuscire però a precisare nomi e cognomi delle persone che lo
frequentavano. La testimone, inoltre, ha escluso che Silvio e Ferdinando Ferrari abbiano conosciuto Ermanno
Buzzi, ma anche che quest'ultimo - negando così un riscontro alle dichiarazioni di Maurizio Tramonte - avesse
mai posseduto una Porsche nera a bordo della quale si sarebbe incontrato con un fedelissimo di Carlo Maria
Maggi sul lago di Garda.
Tornando all'inchiesta dell'epoca Ombretta Giacomazzi ha ribadito infine che «il giudice e il pm di allora
sembravano in buona fede. Avevo la sensazione che il gioco lo reggesse qualcun altro, in un'altra stanza».




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GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Operazione luce nelle 90 gallerie del Bresciano
Progetto di manutenzione: quasi due milioni solo per la sicurezza della Trentapassi a Pisogne
La più lunga è la «Ronco Graziolo» sulla 510 Sebina Orientale, la più breve, poco più di un «buco» è la «Fora 5» di soli 13
metri sulla spettacolare provinciale 38, la Tremosine-Tignale, set mozzafiato dell'ultimo movimentato film di James Bond.
Nel bel mezzo ce ne sono altre 61 di lunghezza variabile fra poche decine di metri ed i 2 chilometri. Parliamo delle gallerie
disseminate lungo i 2mila chilometri della rete viabilistica bresciana. Sono in tutto 62 i tunnel che gli automobilisti
attraversano nei loro spostamenti, nelle valli soprattutto ma anche in pianura e collina. Diventeranno a gennaio 66 con la
presa in carico da Anas della variante di Vobarno. Servono ad abbreviare i percorsi, a renderli più sicuri ad agevolare gli
spostamenti di persone e merci superando ostacoli naturali.
Inoltre, sul nostro territorio sono presenti numerose gallerie sulla strade statali ancora gestite ad Anas. Il gruppo più
consistente, in tutto 23, si trova sulla gardesana far Salò, Limone ed il confine col Trentino. Le altre sono collocate sulla 45
Bis fra Rezzato, Villanuova, Roè Volciano, poi sulla statale 42 della Valcamonica. Infine una breve galleria si trova a Edolo.
Su questi tratti è l'Anas che ha in atto un progetto autonomo di manutenzione.
Un progetto da 6,2 milioni di euro. Negli ultimi anni è notevolmente cresciuta l'attenzione verso queste strutture. Non solo
per accorciare i percorsi ma soprattutto per rendere più sicuro il transito. Non a caso la Provincia di Brescia ha investito dal
2006 ad oggi includendo anche gli interventi di imminente attuazione, ben 6,2 milioni di euro ricorrendo anche a progetti
innovativi che passano dall'illuminazione al telecontrollo della situazione. «Sono numerose, lunghe e impegnative le gallerie
bresciane. Le abbiamo in larga parte ereditate da Anas - spiega l'assessore ai Lavori pubblici della Provincia di Brescia ing.
Mauro Parolini -. Gli interventi che abbiamo programmato e realizzato sommati quelli progettati e che partiranno a breve,
riguardano il miglioramento progressivo della sicurezza. Per intenderci l'attenzione si è concentrata non tanto sulle strutture
quanto sull'illuminazione nelle ore del giorno limitando i fenomeni di abbagliamento o di accecamento, sulla tinteggiatura
delle pareti, sulla segnaletica anche luminosa, sull'intercettazione e l'eliminazione delle infiltrazioni d'acqua, sulla
ventilazione dell'aria e dunque la sua trasparenza».
Strategie e tecnica di illuminazione. «Abbiamo posizionato sul soffitto due file di luci continue, una per senso di marcia
che indicano al conducente la direzione, cosa che è stata fatta anche sulle corsie attraverso segna margini luminosi a catari-
frangenti. Per la trasparenza dell'aria - continua Parolini - sono stati installati impianti di ventilazione. In alcuni tunnel, è il
caso della galleria Ronco e Ronco Graziolo sulla Sebina Orientale, sono state installate telecamere intelligenti che leggono i
parametri ambientali, segnalano l'eccessiva presenza di fumo indice di un incendio o il mancato funzionamento dell'illu-
minazione, svolgono anche la funzione di monitoraggio del traffico e inviano segnalazioni automatiche di situazioni pericolo
attivando anche i soccorsi. Sono assolutamente convinto che la situazione complessiva sia nettamente migliorata».
L'impegno sul tratto più pericoloso. Il progetto più importante sul tappeto riguarda la famosa galleria «Trentapassi»,
tunnel stradale lungo 1.698 metri, carreggiata da 9 metri con una curva all'interno, privo di piazzali di sosta e di ventilazione
con un impianto d'illuminazione ereditato da Anas inefficace. Si tratta di uno dei punti della viabilità più tristemente famosi
per l'elevato numero di incidenti qui riscontrati. «I primi rimedi risalgono a 4 anni fa - aggiunge l'assessore Parolini - ed
hanno interessato la divisione delle due corsie con catarifrangenti e occhi di gatto luminosi. Abbiamo disegnato sull'asfalto i
limiti di velocità, rivestito la volta eliminando i gocciolamenti d'acqua. Ora completiamo le opere con una spesa di ben 1,6
milioni di euro». Il progetto di messa in sicurezza ormai già definito dai tecnici dell'Assessorato prevede la collocazione di
un nuovo impianto d'illuminazione a soffitto a due vie continue, una per senso di marcia, comprese le luci d'emergenza. Agli
imbocchi saranno collocate 4 lanterne semaforiche, 2 sul lato verso Pisogne e 2 verso Marone. Verrà messo in funzione
anche l’impianto di video sorveglianza.

GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Tecnologia e arte per la sicurezza dei punti bui
Pannelli nanotech con biossido di titanio e studio dei colori per migliorare l’impatto
ambientale e visivo
Tecnologia e arte in galleria. Tutto è concentrato in semplici pannelli modulari. Capaci di abbattere i rumori, ridurre lo
smog, rendere meglio visibile l'accesso agli automobilisti e più pulita l'aria. Ma anche di avere il pregio di essere un'opera
d'arte firmata da un artista austriaco famoso: Jorrit Tornquist. Riunisce in un'unica serie di semplici pannelli tutte queste
qualità il rivestimento che dal 2008 ha cambiato volto all'imbocco della galleria ovest dello svincolo in località Perla di
Desenzano laddove si intersecano la nuova tangenziale Brescia-lago di Garda-Sirmione e la provinciale Desenzano-
Castiglione. Molti automobilisti hanno notato quel rivestimento colorato collocato all'imbocco. Ma sono in pochi a sapere
che quei pannelli costituiscono il primo esperimento attuato in provincia di Brescia di utilizzo congiunto di nanotecnologie
capaci di concentrare più funzioni pratiche in un unico materiale ed allo stesso tempo essere un'opera d'arte. «L'iniziativa che
abbiamo sperimentato per la prima volta in una delle numerose gallerie presenti sui quasi 2.000 chilometri di strade

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provinciali a Desenzano, punta a raggiungere più obbiettivi in un sol colpo - spiega l'assessore ai lavori pubblici ing. Mauro
Parolini. Sono: abbattere i rumori, purificare l'aria, rendere meglio visibile l'accesso oltre ad essere esteticamente gradevole.
L'esperienza è stata recentemente estesa alle gallerie della tangenziale ovest e sud di Brescia con l'utilizzo di analoghe
vernici e colori diversificati per ciascuna direzione scelti proprio dallo stesso artista».
Il sistema di rivestimento impiegato dalla Set di Brescia coniuga le opportunità offerte dalla nanotecnologia a base di
biossido di titanio con la salvaguardia dell'ambiente.
Concretamente il progetto ha interessato sia le pareti di imbocco che i primi metri interni alla galleria di Desenzano con
pannelli speciali, colorati, poi trattati con biossido di titanio. In questo modo si sono unite le notevoli proprietà fo-
noassorbenti dei citati pannelli con la capacità del biossido di titanio di attaccare e decomporre tutte le molecole costituenti
lo smog attivate dalla luce, sia essa solare o dei fari delle auto.
Per consentire una maggiore omogeneizzazione tra l'opera d'arte ed il contesto circostante è stato anche realizzato uno studio
cromatico, condotto puntualmente, pannello per pannello, come se si trattasse delle tessere di un mosaico. Operazione
concretizzata dall'artista per eccellenza del colore delle città Jorrit Tornquist, sessantanovenne austriaco originario di Gratz,
la cui mano è indubbiamente riconoscibile nelle tonalità impiegate che vanno dall'azzurro all'indaco. L'artista è già noto ai
bresciani per essersi occupato dell'aspetto estetico del camino del termovalorizzatore Asm di Brescia. Come abbiamo detto il
ricorso a vernici particolari capaci di depurare l'aria ma anche a differenti colori è stato attuato anche negli interventi di
riqualificazione e ampliamento dei manufatti in cemento della tangenziale sud oltre che ai tunnel dell'intersezione con la
ovest. Sul tappeto ci sono ulteriori progetti relativi ad esempio alla galleria di Capovalle. Altri sono appena stati ultimati non
solo nella zona del lago d'Iseo ma anche effettuando lavori di pulizia, installando rilevatori di velocità. Non tutte le
problematiche sono state risolte perché i mezzi finanziari sono limitati e si procede secondo priorità, ma l'attenzione sulle
gallerie stradali del bresciano c'è e si vede. Una raffica di interventi, grandi e piccoli, per rendere meglio percorribili le
gallerie bresciane. Il bilancio delle opere realizzate nel corso degli anni e negli ultimi tempi è sostanzioso. Grande attenzione
è stata riservata alla zona Sebina. A cominciare dal 2006 quando è stata realizzata (illuminazione delle gallerie Santa Barbara
e San Carlo. L'anno successivo sono decollati i lavori di illuminazione della galleria Castagneti lungo la provinciale 294
della Val di Scalve. Lo scorso anno si è messo mano anche al progetto di messa in sicurezza delle gallerie Ronchi e Ronco
Graziolo lungo la 510 Sebina orientale.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Lavori sotto terra, malumori a Sellero
La terra trema. Nelle gallerie stanno sparando le mine. Di giorno e di notte. È «ordinaria» amministrazione, negli ultimi
mesi, a Sellero, dove si sta costruendo il tunnel della nuova Ss 42. Un disagio annunciato: Comune e cittadini ne erano a
conoscenza, ma forse il limite è stato spostato un po' troppo in là. Non sono solo problemi di stabilità, a preoccupare, ma
anche il rumore, perché durante la notte, gli operai impiegano il martello demolitore per refilare le pareti. Per questo motivo
il Comune, dieci giorni fa, ha emesso un'ordinanza che lo vieta nelle ore notturne: lo si può usare solo dalle 7 alle 12 e dalle
14 alle 22. Negli ultimi mesi, però, sono spuntate le crepe. Lunghi solchi hanno graffiato alcune case, in particolare in centro
storico. L'allarme è arrivato in Municipio e anche ad Anas e all'impresa. I tecnici sono usciti, hanno fatto i sopralluoghi e
installato dei sistemi di controllo nelle abitazioni segnalate. «I lavori delle gallerie - dice il sindaco di Sellero Giampiero
Bressanelli - sono stati eseguiti molti anni fa, oggi stanno solo facendo le nicchie di salvataggio: ne serve una ogni 300 me-
tri. In conferenza dei servizi, abbiamo chiesto d'usare le micro cariche e ci hanno assicurato d'impiegarle. Il problema c'è, è
chiaro, altrimenti non avremmo posto il problema. L'impresa ci ha assicurato che, terminati i lavori, i danni saranno
risarciti». Ma la pazienza di alcuni cittadini di Sellero pare essere terminata.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Capodiponte. Crollo del viadotto, processo al via
di Pierpaolo Prati

È iniziato con la trattazione delle questioni preliminari e la costituzione delle parti civili, alle quali non è stato liquidato il
danno, il processo per il crollo del viadotto Anas di Capo di Ponte che, il 27 giugno del 2005, causò la morte di Gianfranco
Bariselli Maffignoli e il ferimento di quattro suoi colleghi che quel giorno stavano transitando sul ponte con camion carichi
di sabbia per effettuare la prova statica della struttura tanto attesa e non ancora aperta al traffico. La seconda sezione del
Tribunale, presieduta da Francesco Maddalo, dovrà stabilire se quel pomeriggio di tragedia sia da imputare a Pietro Corona,
titolare dello studio di progettazione e responsabile dell'elaborazione e dell'esecuzione delle prove di carico; a Nicola De
Riso Carpinone, presidente della commissione di collaudo dell'Anas; a Filippo Rubino e Roberto Lucietti, componenti della
stessa commissione; a Fabrizio Cardone, direttore dei lavori dell'Anas per il completamento della Ss42 e a Ivan Collino,

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coordinatore delle operazioni di collaudo. Secondo la Procura che li ha chiamati a rispondere di omicidio, disastro e lesioni
colpose, se quel pomeriggio si fossero prese le opportune cautele il ponte non si sarebbe flesso al punto da scrollarsi di dosso
i mezzi che stavano testando la sua tenuta. Il pubblico ministero ritiene che non siano stati approntati adeguati coefficienti di
sicurezza, ma che nemmeno il programma di ingresso dei mezzi pesanti sia stato rispettato. Prevedendo la disposizione dei
sei camion sulla corsia di sinistra, invece si determinarono le condizioni di assoluta instabilità, quella che causò il crollo e il
volo agghiacciante nel vuoto delle cabine e dei loro occupanti. Una scena che i superstiti Bortolo Regazzoli, Gianpietro
Formentelli, Gianmario Lanzetti, Protasio Duglia e Walter Mora difficilmente dimenticheranno.
A determinare l'esito fatale, secondo gli inquirenti, anche la difformità tra le condizioni del viadotto, fermo ormai da anni
all'atto del collaudo, e quelle cristallizzate dal progetto. Il processo, dopo le questioni preliminari, tornerà in aula 1'8 e il 18
febbraio. Saranno sentiti i tecnici e le persone che quel giorno, che avrebbe dovuto dare il via ad un'opera attesa davvero a
lungo, si salvarono per questione di centimetri.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Bienno. Un bando per gli edifici storici
di Giuliana Mossoni

Bienno fa sul serio per la tutela del suo territorio e, in particolare, del suo centro storico. E lo fa anche per conservare quel
titolo di uno tra «I borghi più belli d'Italia» e la «Bandiera arancione» attribuita da Legambiente.
Alcune settimane fa, il Consiglio comunale ha adottato il «Piano preliminare del colore per il centro storico» e, in questi
giorni, è uscito anche il bando che favorisce la riqualificazione degli edifici storici, dando priorità a quelli che comprendono
il tinteggio delle facciate.
L'iniziativa, messa in atto dall'Agenzia per il centro storico, prevede un finanziamento peri cittadini che effettueranno degli
interventi su edifici del borgo antico biennese, cose come definito nel Piano regolatore, che parteciperanno tutti a una sorta
di graduatoria a punteggio. Chi otterrà i risultati più alti, riceverà un bonus di 500 euro a parziale rimborso dei lavori
effettuati. I criteri sono definiti con estrema precisione: innanzitutto, a chi ritinteggerà la facciata (impiegando un codice
colore conforme al «Piano del colore» stesso) otterrà 25 punti; per il rifacimento degli intonaci della facciata ci saranno
cinque punti e altrettanti per il rifacimento degli elementi di facciata (come serramenti e soglie, in conformità al manuale di
indirizzo degli interventi in centro storico).
Se il proprietario risiede proprio nello stabile oggetto dell'intervento, gli verranno attribuiti dieci punti, mentre cinque
andranno per l'eliminazione di almeno un elemento in contrasto. Infine se verrà rifatto il manto di copertura con coppi nuovi
ci saranno 5 punti e dieci per l'impiego di coppi usati.
Gli interessati possono presentare domanda all'Ufficio tecnico comunale entro il 30 novembre, per interventi già realizzati
nel corso del 2009 (ma conformi al «Piano del colore»), in corso di realizzazione o in progettazione (da completare però
entro il 2010). La graduatoria dei beneficiari dei fondi sarà resa nota entro il 15 dicembre.
Il finanziamento, fino a esaurimento fondi, sarà concesso a lavori ultimati e in seguito ad un sopralluogo congiunto del
personale dell'Ufficio tecnico e dell'Agenzia per la riabilitazione del centro storico, che verificheranno la coerenza delle
opere al progetto e alla norme vigenti. «Questo è un altro segnale che Bienno dà al suo territorio - sottolinea con
soddisfazione il sindaco Aldo Pini parlando del progetto promosso dal Comune -: la strada è quella di continuare nella
conservazione e valorizzazione delle nostre ricchezze storiche e artistiche, stando attenti ai dettagli».


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Berzo Demo e Piancamuno: l’Ici si pagherà via web
di Giuliana Mossoni

L'Ici si versa online. Niente più code o tempo perso agli sportelli: da oggi parte in via sperimentale in due Comuni della
Valcamonica il servizio per il pagamento via web dell'Imposta comunale sugli immobili. Le Amministrazioni comunali di
Berzo Demo e Piancamuno aprono la porta all'innovazione e mettono a disposizione dei loro cittadini una nuova modalità
per il versamento della tassa, che si affianca ai metodi tradizionali. Il servizio è così attivo 24 ore su 24, dal lunedì alla
domenica, e il pagamento avviene in modo sicuro attraverso il sistema bancario.
A presentare ieri la novità sono stati il presidente del Bim Franco Gelfi e i sindaci Corrado Scolari e Renato Pe: «la finalità
del servizio web - hanno spiegato - è quella di facilitare il pagamento da parte dei cittadini e delle imprese, di comunicare un
nuovo modello di relazione tra gli enti e la gente, semplificando la fruizione da parte degli utenti. II servizio consente,
mediante un percorso guidato, il pagamento dell'Ici direttamente dal proprio computer in modo semplice, rapido e sicuro,
senza costi di commissione aggiuntivi, attraverso l'utilizzo delle principali carte di credito».

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Dopo il Comune di Piancogno, che nel 2009 ha attivato il pagamento online della Tarsu (Tassa rifiuti solidi urbani), con ol-
tre 120 cittadini che hanno aderito all'iniziativa, anche Berzo Demo e Piancamuno si portano al passo coi tempi. Il servizio è
messo a disposizione gratuitamente dal Bim, all'interno del progetto Voli, e dispone anche di un servizio di assistenza,
prossimità e contatto.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Breno. I “Giovani Padani” e gli enti sovraccomunali
Anche il movimento dei «Giovani Padani» di Valcamonica è al fianco dalla segreteria provinciale camuna e del suo leader,
Mario Maisetti, nello spalleggiare la decisione presa sabato scorso durante il congresso provinciale della Lega Nord. Anche i
più giovani, quindi, chiedono «una profonda riorganizzazione di tutti gli enti sovraccomunali». Per i responsabili provinciali
del movimento, Severino Damiolini e Luca Salvetti, si tratta di «una questione di coerenza, un atto dovuto nei confronti
degli elettori che ripongono nella Lega la loro fiducia. Gli enti comprensoriali - scrivono in una nota - ora sono amministrati
da un'accozzaglia formata da Pd, Pdl, Udc e affini. Come movimento, già nel novembre 2006 avevamo organizzato un
presidio in Comunità montana per denunciare lo sperpero di denaro, la paralisi e l'inutilità degli enti comprensoriali: dopo tre
anni nulla è cambiato, anzi, la situazione è peggiorata». Per affrontare questo, ma anche altri temi, i «Giovani Padani»
organizzano un incontro per questa sera, a partire dalle 20.30, all'interno della sede della Lega Nord di Breno.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009
[Lettera al direttore]
Iseo. Studiare sodo per fare le minoranze
di Gruppo consiliare di maggioranza “Progetto Iseo”

L'edizione dell'11 novembre del suo giornale riporta il resoconto della conferenza stampa delle minoranze consiliari di Iseo.
Nulla da eccepire sul contenuto del servizio, ma alcune dichiarazioni rilasciate in quell'occasione sono talmente infondate da
richiedere una replica.
Premessa fondamentale: conosciamole regole del gioco e non ci stupiamo degli attacchi, talvolta anche scomposti, nei
confronti della Giunta che amministra Iseo. Inoltre la ferita di una sconfitta ancora fresca e del tutto inaspettata sanguina
ancora e quindi anche i toni sopra le righe possono essere compresi. Dunque le minoranze fanno il loro mestiere. Quello che
dispiace è che a fini di polemica politica vengano usate informazioni prive di fondamento che falsano le regole del gioco. Sia
consentita dunque una replica.
1 - Viene minacciata la diserzione dei lavori del Consiglio in assenza di una convocazione immediata dei capigruppo. In
realtà i capigruppo avevano già in tasca da qualche giorno la convocazione per lunedì 16 novembre.
2 - Il progetto presentato dal Consorzio dei laghi per un nuovo pontile ai Giardini Garibaldi è stato giudicato dalla Giunta
inidoneo rispetto al recupero del Lido dei Platani che giace ormai da anni in condizioni pietose. Il rappresentante del
Comune in seno a tale organismo ha avuto modo di manifestare al sindaco sia prima che dopo tale decisione il proprio punto
di vista che è stato tenuto in debito conto. Con il Consorzio, inoltre, sono in corso incontri per trovare una soluzione
alternativa.
3 - L'uscita del Comune di Cortefranca dall'Arsenale è precedente all'insediamento di questa Giunta. La nuova
Amministrazione non ha potuto che prenderne atto, unitamente al disimpegno del Comune di Provaglio, e nei prossimi
Consigli comunali verrà proposta una soluzione.
4 - Il Comune di Iseo non è affatto isolato all'interno della zona. Anzi rivestirà nei prossimi mesi un ruolo guida come mai è
accaduto in passato. Un ruolo che consentirà di riportare ad Iseo servizi che negli ultimi anni sono stati persi. Siamo inoltre a
pieno titolo all'interno della Comunità montana, nella quale intendiamo svolgere un ruolo attivo, per nulla pregiudicato dal
fatto che Iseo non intende aderire, per il momento, alla gestione associata di alcuni servizi (ufficio tecnico, anagrafe)
preferendo continuare autonomamente. Questa Amministrazione non ha mai avanzato richieste di posti in seno alla
Comunità montana: né di assessore e men che meno di presidente. Altri forse pensavano di farlo ma i cittadini hanno deciso
diversamente con il loro voto.
5 - Quanto si sostiene a proposito del progetto di massima su Montecolino è assolutamente incredibile: questa
Amministrazione ha tirato fuori dal cassetto un progetto presentato dalla Fondazione Bettoni e sottoposto, come prescrive la
norma, alla Commissione per il paesaggio, della quale fa parte anche un componente della minoranza. Tale Commissione ha
espresso un parere negativo in totale autonomia. Non si capisce dunque il ruolo che avrebbe avuto la Giunta in questa
vicenda se non quello di sbloccare un progetto incagliato da mesi. Inoltre vale la pena di sottolineare che dal momento
dell'insediamento la Giunta ha avuto decine di incontri con la Fondazione Bettoni per giungere alla realizzazione di un
progetto che attende invano di essere compiuto da oltre vent'anni!
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6 - Sull'aumento di capitale della Società sviluppo turistico Lago d'Iseo deciso dalla precedente Amministrazione si stanno
facendo approfondimenti anche alla luce della fattibilità di progetti presentati alla precedente Amministrazione.
7 - Quanto si sostiene a proposito di una presunta esclusione delle minoranze dalle nomine (che peraltro la legge prevede
siano fatte con decreto del sindaco) della Fondazione Guerini è semplicemente falso: è stato chiesto ai capigruppo di indicare
dei nomi ma nulla è pervenuto.
Alla presidenza della Fondazione è stato nominato un ex consigliere comunale che la precedente amministrazione aveva
incaricato di seguire la fusione fra i due istituti. È parso logico e adeguato avvalersi di tale esperienza nella fase più delicata
dell'operazione. Quanto agli altri consiglieri indicati si tratta di persone indipendenti, competenti e nominate fuori da logiche
strettamente partitiche.
Infine una considerazione: abbiamo totale rispetto e considerazione del ruolo delle minoranze con le quali auspichiamo di
instaurare un rapporto di correttezza istituzionale ed un confronto quotidiano improntato alla fattiva collaborazione
nell'interesse della Comunità.
Amministrare un Comune è un compito davvero arduo. Ma è altrettanto importante ed impegnativo il compito della
minoranza: bisogna studiare sodo, e i colleghi ad Iseo sembra che non si applichino. Ma lo dovranno fare, perché per cinque
anni quello sarà il loro, importantissimo, ruolo.


GIORNALE DI BRESCIA, 13 NOVEMBRE 2009

Pontedilegno. Un marinaio da premio
di Anna Veclani

Definirlo «l'uomo del mare» non è azzardato. Forse può apparire strano dal momento che, da decenni, ha scelto la montagna
come luogo in cui mettere le radici, ricoprendo addirittura il ruolo di sindaco di Ponte di Legno. Ma Paolo Costa (medico
dalignese in pensione da una manciata di anni) il mare ce l'ha nel cuore. Le sue origini parlano chiaro: è nato il 4 giugno
1950 a Iglesias, in provincia di Cagliari. Uomo sardo, dunque, oltre che di mare.

Il fascino delle spiagge bianche
Fin da ragazzino ha fatto proprie quelle spiagge bianche incantevoli che si affacciano su specchi blu cobalto, interrotte qua e
là da grotte da esplorare che improvvisamente paiono ritirarsi per lasciare spazio a fondali dove la bellezza della natura
regala emozioni indimenticabili. Ed è stato proprio da qui, da questa terra di Sardegna che ad ogni inizio di bella stagione
funge da richiamo come un cemento che riporta alla genesi, che Paolo Costa ha iniziato a coltivare quella passione per
l'attività subacquea, valsagli lo scorso settembre il premio «Tridente d'oro». Riconoscimento consegnato a Ustica, dove ha
sede l'Accademia internazionale di scienze e tecniche subacquee, per «aver realizzato oltre 60 documentari per la Rai
dedicati alla natura, sopra e sotto i mari di tutto il mondo, all'esplorazione, all'uomo con approfondite ricerche anche
mediche a beneficio di popolazioni tagliate fuori dalla civiltà». Primo professionista del Nord Italia a ricevere il premio, ora
il medico dalignese fa parte a pieno titolo dell'Accademia. «Ogni sua opera documenta un'impresa personale unica ed
irripetibile - si legge ancora nella motivazione -. Il senso dell'avventura e della scoperta e il gusto per il racconto televisivo si
uniscono alla sensibilità del medico portato ad aiutare il prossimo».

Un lupo di mare camuno
L'uomo di mare «trapiantato» in Alta Valcamonica il giro intorno al mondo lo ha compiuto 35 volte. Sempre con la sua
fedele attrezzatura in spalla, pronto a scoprire i segreti di luoghi e popolazioni, per poi creare documentari da trasmettere
sulle frequenze della Rai e di Mediaset. Nel suo curriculum brillano le spedizioni nella grotta subacquea più lunga del
mondo, Noh-nach chic, nello Yucatan. È stato il primo europeo ad esplorarla, insieme allo speleosub statunitense Mike
Madden. Poi le lagune andine, a 4.000 metri, tra Cile e Bolivia. E ancora il Parco nazionale Noel Kempf in Bolivia.
impossibile citare tutti i traguardi di Paolo Costa, anche se non si possono dimenticare i filmati prodotti per la Regione
Lombardia sulla Valcamonica e l'esplorazione subacquea dei laghi alpini del Parco Nazionale dello Stelvio e del Parco
dell'Adamello.
Viaggi, camminate, immersioni nel cuore della notte per intrappolare nella telecamera i Pirana dell'Amazzonia o il
coccodrillo di mare dell'Australia. Là sotto, sommerso da un'incalcolabile quantità di acqua, giace un altro mondo. Ed è li
che bisogna far ritorno; è li che Costa lascia mente, cuore e occhi ogni qual volta termina un'esplorazione e rientra in terra
camuna. «Si può essere vicini al mare anche se si è lontani» ha spesse volte dichiarato. Non serve aggiungere altro. Qui c'è
tutta l'essenza del suo girovagare.




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