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Sciopero_ scontro Cgil-Brunetta

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Sciopero_ scontro Cgil-Brunetta Powered By Docstoc
					CORRIERE DELLA SERA, 4 NOVEMBRE 2008
Statali. Ieri la mobilitazione del sindacato di Epifani, che non ha firmato l’intesa sul nuovo contratto. Il
leader della confederazione: il governo non può pensare solo alle banche
Sciopero, scontro Cgil-Brunetta
Il governo: adesioni all’11,15%. Podda: si è fermato un dipendente su due
di Enrico Marro

Uno sciopero generale, quello di ieri del pubblico impiego, che assomiglia di più a una lotta fratricida tra sindacati che ad
altro. A scioperare è stata solo la Cgil, dopo che Cisl, Uil, Ugl e le sigle autonome hanno sottoscritto, giovedì scorso, l'intesa
col governo che prevede un aumento medio di 70 euro lordi per il biennio 2008-2009 e il recupero dei tagli accessori di
stipendio previsti dalla Finanziaria. La Cgil non ha firmato e ieri ha svolto la prima delle tre giornate di sciopero
inizialmente proclamate con Cisl e Uil: si sono fermati i lavoratori delle regioni del Centro mentre il 7 novembre toccherà a
quelli del Nord e il 15 a quelli del Sud. La polemica tra le confederazioni è stata aspra, come quella tra la Cgil e il ministro
della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.
Per il segretario della Fp-Cgil, Carlo Podda, ha incrociato le braccia un lavoratore su due e alle manifestazioni a Roma e in
altre città hanno partecipato 70 mila persone. Per Brunetta, invece, l'adesione media è stata dell'11,15%, pari cioè a meno
della metà degli iscritti alla stessa Cgil. Dati confermati anche dal segretario della Fp-Cisl, Rino Tarelli. Ma Podda lancia la
sfida ai colleghi: « Se Cisl e Uil sono convinte di aver firmato un buon accordo, perché non accettano di farlo votare dai
lavoratori? Io, se la maggioranza dovesse approvare il contratto, dichiaro fin da ora che la Cgil lo firmerebbe. Se invece
dovesse prevalere il no, Cisl e Uil ritirerebbero la loro firma?».
Dopo le tre giornate di fermo a novembre, Podda pensa già a un altro sciopero a dicembre mentre la Fiom-Cgil (me-
talmeccanici) ha già fissato il suo per il 12 dicembre. E ieri il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha detto: «Capisco che
molti chiedano lo sciopero generale. A tempo dovuto decideremo». «Non ci può essere - ha aggiunto - uno Stato che
interviene nel capitale delle banche, che aiuta le imprese e poi uno Stato che non si preoccupa di scuola, sanità e
ammortizzatori sociali». Ieri ha scioperato anche la Fpl-Uil (sanità ed enti locali), ma il segretario Carlo Fiordaliso, ha
accusando Podda di dire «menzogne quando sostiene che la Fpl è contro l'intesa col governo». Non è vero, dice Fiordaliso:
«Quel protocollo non riguarda noi, ma i contratti dello Stato e degli enti centrali. Fino a quando le nostre controparti, cioè
Regioni ed enti locali, non ci convocheranno, noi continueremo la lotta».


CORRIERE DELLA SERA, 4 NOVEMBRE 2008

Ma non è meglio un (sano) bipolarismo sindacale?
di Enrico Marro

Serve a poco stabilire se abbia ragione Bonanni quando accusa la Cgil di movimentismo o Epifani che incolpa 1a Cisl di dire
sempre di sì. Molto più utile sarebbe affrontare nel merito le cause di questa nuova spaccatura sindacale e le sue prospettive.
E forse si scoprirebbe che non necessariamente le conseguenze dello scontro tra i due maggiori sindacati debbano essere
negative. Anzi, potrebbe aprirsi una fase di competizione virtuosa. Tre confederazioni, caduto il muro di Berlino, non hanno
più senso. Ma ad un sindacato frutto dell'unione di Cgil, Cisl e Uil non si è arrivati e probabilmente, per le resistenze degli
apparati, non si arriverà mai. Così le tre sigle, come tanti doppioni, rischiano un lento declino. Possono invece scegliere una
strada diversa: abbandonare 1a retorica dell'unità e avere il coraggio di separare i loro destini, sfidandosi apertamente su due
modelli alternativi di sindacato, quello conflittuale e quello partecipativo.
Nessun dramma - come lucidamente ha spiegato 1o stesso ministro Brunetta - se la Cgil non firma i contratti pubblici:
liberissima di ritenere che 70 euro lordi siano pochi. Altrettanto comprensibile che Cisl, Uil, Ugl e gli autonomi valutino
invece che, nella situazione data, non si possa ottenere di più. Chi ha ragione? Lo diranno i lavoratori, che possono cambiare
tessera e premiare o punire una sigla al voto per le Rsu. Ecco, sarebbe molto più interessante se, a questo punto, la scelta per
un sindacato dipendesse non più da ragioni di bassa cucina (chi mi aiuterà a far carriera o a cambiare ufficio) ma come
conseguenza di una scelta tra due blocchi contrapposti, entrambi legittimi, e che possono, ognuno in modo diverso,
esercitare benefici effetti sull'economia. Un blocco che vada dai Cobas alla Cgil (magari non tutta, ma sicuramente con la
Fiom) e l'altro dagli autonomi alla Cisl, passando per la Uil e l'Ug1. Forse il gioco sarebbe più chiaro. La smetteremmo tutti
di inseguire, la chimera dell'unità sindacale. Ai lavoratori e all'economia non serve più (è troppo tardi ormai) un sindacato
unitario ma vecchio. Meglio un bipolarismo sindacale. E che vinca il migliore.




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LA REPUBBLICA, 4 NOVEMBRE 2008

In piazza gli statali della Cgil, ed Epifani attacca Cisl e Uil
«Mosche cocchiere del governo». Duello sui numeri dell’adesione
di Luisa Grion

In piazza da soli contro il protocollo per il rinnovo del contratto già firmato da Cisl e Uil. Ieri gli statali della Cgil
hanno ribadito con uno sciopero nelle regioni del Centro Italia il loro «no» al piano proposto dal ministro
Brunetta. La protesta - che continuerà i1 7 e il 14 novembre nel Nord e nel Sud - ha scatenato l'ormai solita
guerra di cifre fra manifestanti e governo, ma soprattutto ha scavato un altro crepaccio nella sempre più lontana
unità sindacale.
Nei fatti volano gli stracci: una sigla sta in piazza, parte di un altra l'affianca sul rinnovo dei contratti (la Fp-Uil
per i comparti della sanità e degli enti locali). La Cisl fa i conti alla Cgil avvertendo che a scioperare sono stati in
pochi e che quindi, sui numeri, ha ragione Brunetta. Epifani senza troppi giri di parole accusa gli «ex-alleati» di
fare da «mosche cocchiere del governo». «C'è qualcuno che vuole spingerci in un angolo, ma non ce la farà - ha
detto -. Mi ha molto stupito la cena a lume di candela di giovedì scorso di Cisl e Uil con Tremonti fatta nello
stesso giorno in cui avevano lanciato l'appello all'unità. In passato abbiamo avuto divisioni, ma Cisl e Uil hanno
difeso il loro punto di vista lealmente. Ora non è più così».
Tutto è iniziato, appunto, giovedì scorso quando Cgil, Cisl e Uil dopo essere stati insieme in piazza al mattino nel
megacorteo contro il decreto Gelmini, si sono divisi nel pomeriggio al tavolo della Funzione Pubblica. Bonanni e
Angeletti hanno firmato per l'aumento a regime dei 70 euro lordi in busta paga, la Cgil no. E ieri ha portato in
piazza i suoi. Uno sciopero super monitorato, visto che ci sono state ben tre diverse letture dei dati.
La Cgil parla di successo: adesioni al 50 per cento negli enti centrali, al 30 per cento nei locali e mezzo milione
di dipendenti pubblici a braccia incrociate.
Il ministero della Funzione Pubblica dopo diversi flash fornisce la cifra finale dell'11,15 per cento. Stima che fa
dire a Brunetta: «Il 90 per cento dei lavoratori dà ragione al protocollo».
Fra i due poli s'inserisce la Cisl, che dà ragione al ministero della Funzione Pubblica. Carlo Podda, segretario
generale del comparto per la Cgil, ricorda che «altre otto sigle sono con noi, non siamo isolati. Facciamo un
referendum e vediamo davvero da che parte stanno i lavoratori».
Quanto all'andamento dello sciopero: «Il puntiglio con il quale Brunetta insiste nel sminuirne la portata non
dissimula sufficientemente il fastidio che il reale andamento deve avergli procurato». Ora si aspetta lo sciopero
generale di tutti i comparti pubblici per dicembre.


LA REPUBBLICA, 4 NOVEMBRE 2008
La curiosità
Brunetta lancia gli “smile” per giudicare i servizi
Tre pulsanti, con le faccette "smile" stampate, per dare un giudizio sui servizi che la Pubblica amministrazione
offre ai cittadini. È l'idea lanciata dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che prende spunto dalla
tecnica adottata per le Olimpiadi in Cina.




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IL SOLE-24 ORE, 4 NOVEMBRE 2008
Funzione pubblica. Il ministero chiarisce la portata della nuova disciplina sulle assenze
Ricovero, salario contrattuale
La maggiore tutela si estende anche alla convalescenza
di Gianni Trovati

Il ricovero in ospedale fa scattare « il trattamento più favorevole previsto dai contratti nazionali», e quindi mette
all'angolo i tagli a tutte le componenti accessorie degli stipendi previsti - dall'articolo 71 della manovra d'estate
(legge 133/zoo8) - negli altri casi di assenza per malattia. E il trattamento «più favorevole» non è limitato ai
giorni del ricovero, ma si estende all'intero evento "collegato" al ricovero, abbracciando quindi anche i giorni di
convalescenza dopo l'uscita dall'ospedale.
Il chiarimento arriva dal ministero della Funzione pubblica, in un'interpretazione sulle norme anti-assenteismo
rivolta al ministero dell'Ambiente (parere 53/aoo8). L'apertura di Palazzo Vidoni ha conseguenze di carattere
economico, per cui l'ufficio guidato da Antonio Naddeo sollecita il ministero dell'Economia a far conoscere
tempestivamente eventuali idee in senso contrario.
Il via libera della Funzione pubblica si aggancia alle previsioni del comma 1 dell'articolo 71, che chiamano in
causa i contratti nazionali quando l'assenza è dovuta «a ricovero ospedaliero o in day hospital», oltre che per
quelle determinate da «patologie gravi che richiedano terapie salvavita». La norma nulla dice su che cosa accade
dopo l'uscita dall'ospedale, e alcune amministrazioni si erano orientate in senso restrittivo, prevedendo che la
convalescenza (naturalmente i primi dieci giorni) fosse soggetta al taglio previsto dall'articolo 71. L'ufficio per il
Personale della Pa interviene proprio su questa fase, chiarendo che il ricovero estende il trattamento di favore
anche ai giorni successivi.
Il beneficio, però, è solo «eventuale», e dipende dalle previsioni dei contratti collettivi sottoscritti dai vari
comparti del pubblico impiego. Nel caso dei ministeri, per esempio, la lettura di Palazzo Vidoni "salva"
l'indennità di amministrazione, prevista dall'articolo 6 del contratto nazionale integrativo del 16 maggio 2001
(che riprende, modificandola, la disciplina scritta all'articolo 21, comma 7 del contratto del 16 maggio 1995)
Importanti anche i benefici previsti per i dipendenti del comparto scuola: il loro contratto, infatti, all'articolo 17,
comma 8, salva «ogni trattamento economico accessorio a carattere fisso e continuativo» per i giorni del ricovero
e della successiva convalescenza, e «l'intera retribuzione» è prevista in caso di ricovero anche per i dipendenti del
comparto università. In molti settori, invece, i giorni di ricovero sono esclusi dal calcolo delle assenze per
malattia quando sono dovuti a patologie gravi che richiedano trattamenti salvavita.
Non si discostano dalla disciplina più generale le modalità di certificazione dell'assenza, che diventano un
problema se il ricovero avviene in una struttura privata. Anche in questo caso, come previsto dalla circolare
7/2008 della Funzione pubblica, la certificazione spetta al Ssn o a un medico convenzionato.

IL SOLE-24 ORE, 4 NOVEMBRE 2008
Ministero della Funzione pubblica, parere n. 53/2008
L’interpretazione
Il rinvio dinamico alla previsione dei contratti collettivi non riguarda in senso stretto soltanto i giorni di ricovero,
ma concerne il regime più favorevole previsto per le «assenze per malattia dovute (...) a ricovero ospedaliero»,
con ciò comprendendo l'eventuale regolamentazione più vantaggiosa inerente il post ricovero. Pertanto, ad avviso
dello scrivente, nel caso di ricovero ospedaliero e per il successivo periodo di convalescenza post ricovero, al
dipendente del comparto ministeri compete anche la corresponsione dell'indennità di amministrazione, come
previsto dal Ccnl(articolo21comma7 lettera a del Ccnl del 16 maggio 1995 come modificato dall'articolo
6delCcnl integrativo del 16 maggio 2001).




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IL SOLE-24 ORE, 4 NOVEMBRE 2008
Il caso. Il polo piemontese dell’automotive si interroga sull’iniziativa della Fiom-Cgil
Sciopero, i dubbi delle tute blu
Il disagio. Carbonato (Confindustria): «In questo momento più il fronte è spaccato e più
diventa difficile trovare soluzioni condivise»
di (A. Gr.)

Il 12 dicembre, a Roma, ci sarà solo la Fiom a guidare lo sciopero generale dei metalmeccanici. E il 21 di
novembre le 4 ore di sciopero generale a Torino indette dalla Cgil non sono state condivise dagli altri sindacati.
«Non abbiamo l'orgoglio della differenza - assicura Giorgio Airaudo (Fiom) - e nelle fabbriche i lavoratori sono
uniti, così come sono sostanzialmente unite le Rsu che stanno proclamando scioperi nelle imprese in crisi che
minacciano centinaia di licenziamenti».
A Roma e Torino la Fiom non protesta per l'integrativo in discussione in molte fabbriche, dove le piattaforme
sono unitarie, ma per ragioni di più ampio respiro. Contro il governo accusato di intervenire a favore delle banche
ma non dei lavoratori, contro la Confindustria per l'impianto del rinnovo contrattuale. Ma a pesare sopra ogni
cosa è la crisi generale. Per questo la manifestazione della Fiom punta a ottenere garanzie di cassa integrazione
per i lavoratori precari, e un aumento dell'indennità con il ritorno all'8o% del salario. Con la richiesta di interventi
del governo che siano ben altra cosa rispetto a una defiscalizzazione degli straordinari mentre le aziende sono alle
prese con cassa integrazione, procedure di mobilità, rischi di chiusura. Ma certo non con richieste di
straordinario. «In realtà - assicurano Mauro Raftacco e Saverio Fontana, rispettivamente amministratori delegati
della Frigostamp e della Sani che operano nel settore della componentistica auto - i lavoratori e i sindacati hanno
compreso perfettamente il problema. Se tutti i maggiori costruttori mondiali riducono drasticamente la
produzione, le conseguenze si ripercuotono sulle aziende della componentistica. Senza ordini, si fermano gli
impianti». Nessun timore, dunque, di particolari tensioni sindacali. Anche perché eventuali scioperi sarebbero un
aiuto per le imprese con eccedenze produttive.
Lo conferma Claudio Chiarle (Fim): «I lavoratori non chiedono scioperi, ma vogliono che dai sindacati arrivino
proposte». E, in effetti, sul territorio torinese le organizzazioni dei lavoratori stanno lavorando insieme per in-
dividuare, con imprenditori ed enti locali, delle soluzioni per affrontare e superare la crisi. «Pensiamo alle energie
rinnovabili -prosegue Chiarle - perché offrono possibilità di occupazione, basti pensare alla costruzione e alla
posa delle pale eoliche o dei pannelli solari, ma anche lavoro nella ricerca e nella progettazione. Senza
dimenticare che investire nella sicurezza delle fabbriche significa creare nuovi posti di lavoro». Fondamentali in
una fase in cui i settori tradizionali sono in grave difficoltà.
«Lo sciopero - sostiene Gianfranco Carbonato, presidente dell'Unione industriale di Torino - in questa fase è solo
una manifestazione di disagio. Ma sbaglia chi pensa che gli imprenditori non lo avvertano. Ce ne accorgiamo per
le nostre aziende e per i nostri dipendenti». E aggiunge di essere particolarmente preoccupato perché posizioni
sindacali divise rendono tutto più complicato e incerto: «Più il fronte è diviso e più diventa difficile individuare
una soluzione comune». Nanni Tosco (Fim) ammette che ormai i sindacati stanno marciando sempre più separati,
«ma siamo convinti che ai tavoli delle trattative potremo trovare posizioni comuni». A patto, precisa, che si entri
nel merito dei problemi e non ci si soffermi sui grandi temi dove le posizioni socio differenti, come nel caso delle
linee guida del nuovo contratto.
Carbonato ritiene invece indispensabile che la crisi venga affrontata da tutti con spirito aperto, di collaborazione.
Perché è una crisi mondiale, non dovuta a questioni interne. «L'Unione industriale - sottolinea il presidente - si è
già mossa con la Camera di Commercio e la Regione Piemonte per rafforzare i Confidi, per agevolare il credito
alle imprese. E lavoriamo sul fronte della ricerca e dell'internazionalizzazione. Tutte iniziative positive, come
quelle per le energie alternative e la sicurezza. Ma tutte importanti sul medio periodo. La crisi deve invece essere
superata in tempi brevissimi, con delle iniziative che abbiano successo nell'immediato».




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IL SOLE-24 ORE, 4 NOVEMBRE 2008
Hi-Tech. Il gruppo italiano ha acquisito V3 Controls
Gefran scommette sull’India
Investire per il futuro. Il numero uno Alfredo Sala: «L’Asia è in prospettiva uno dei mercati più
interessanti per noi». All’estero il 60% dei ricavi
di (G. Ve.)

Gefran sfida la crisi e realizza un'acquisizione in India. La società specializzata nell'hi-tech, con un portafoglio
prodotti che va dai sensori per misurazioni industriali fino ai sistemi elettronici per le catene di produzione, ha
acquisito V3 Controls Private Limited, azienda che distribuisce i suoi prodotti in India. «L'economia globale sta
vivendo un momento molto delicato - ha dichiarato Alfredo Sala amministratore delegato del gruppo -. Sappiamo
che l'andamento di breve termine è incerto, ma non vogliamo smettere di costruire il futuro: l'India rimane per noi
uno dei mercati più interessanti».
L'operazione, seppure di ridotte dimensioni (pari a circa 162 mila euro), è un piccolo passo per rafforzare la
presenza di Gefran in Asia, dove l'azienda realizza circa il 25% del suo fatturato. «Questo è in prospettiva uno dei
mercati del futuro» ha dichiarato l'a.d. del gruppo che ha ribadito la volontà di crescere all'estero dove la società
realizza già il 6o% dei ricavi.
La strategia di Gefran, («un'azienda agile che si adatta bene al mercato», secondo il suo a.d.) è quella di investire
in un nuovo mercato creando una partnership con un soggetto locale, e poi, in caso di prospettive positive,
rilevare l'azienda locale per assumere una presenza diretta. Un ulteriore stadio di crescita è quello di realizzare
stabilimenti produttivi in loco, una strategia che potrebbe essere attuata anche in India, anche se «ci riserviamo
tutto il 2009 per capire bene il mercato», ha dichiarato il manager.
Sala intanto annuncia l'allargamento della presenza di Gefran nel Far East: «Entro fine anno amplieremo lo
stabilimento di Shanghai, con un'unità produttiva che sarà tre volte quella attuale».
«La Cina - ha ribadito l'amministratore delegato - per noi è stato un grosso motore di crescita». Gefran infatti,
dopo aver beneficiato del business delle Olimpiadi prevede che la domanda in Cina continui ad essere sostenuta,
anche grazie a grandi eventi come l'Expo 2010 di Shanghai.
Nonostante la tenuta dei mercati asiatici, Gefran, che ieri in Borsa ha chiuso a -0,15%, ha scontato la crisi,
soprattutto per quanto riguarda il real estate: una delle business unit principali della società è infatti la produzione
di sensori per ascensori. «Abbiamo già rivisto i target per il futuro - ha dichiarato l'a.d. -. Il nostro obiettivo per il
2008 è la stabilità o una lieve crescita del fatturato accompagnata da un leggero incremento della redditività».
«Abbiamo una situazione finanziaria solida, non abbiamo problemi finanziari» ha ribadito Sala che ha
sottolineato: «La solidità ci fa guardare con ottimismo al futuro».


BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
Finanza. Potrebbe diventare presidente
Saviotti per la Tassara
Un banchiere di garanzia per la Tassara. Secondo indiscrezioni di stampa Pierfrancesco Saviotti sarebbe in
procinto di assumere la carica di vicepresidente del gruppo, ereditando da Romain Zaleski le deleghe operative,
finora condivise tra il finanziere e il direttore generale Mario Cocchi. L'obiettivo strategico sarebbe quello di
contenere, su pressione delle banche creditrici, le difficoltà gestionali del gruppo Tassara il cui valore dell'attivo
dopo le perdite in Borsa delle settimane scorse si sta avvicinando a quello dell'indebitamento lordo che si aggira
intorno ai 6,2 miliardi. Tra i principali asset in portafoglio le partecipazioni in Intesa Sanpaolo (5%), Generali
(2,2%) e Mediobanca (2,2%). Solo la prima è coperta da un derivato, il resto non è protetto. Saviotti, ex
amministratore delegato Comit e poi direttore generale di Intesa, è attualmente alla Merrill Lynch.




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BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
I dati di Tribunale e Inps. Sono 21 le aziende arrivate al capolinea il mese scorso in provincia: da
gennaio già 150 contro le 89 dei primi dieci mesi del 2007
I fallimenti accelerano, la Cig esplode
A ottobre autorizzate oltre 611mila ore: +108% su un anno prima. E nel 2008 la differenza
torna positiva
La crisi «morde» sempre più e trova conferma nei dati del Tribunale e della sede provinciale dell'Inps.
I fallimenti continuano a correre, anzi accelerano come emerge dal quadro aggiornato a ottobre: con le 21
procedure definite dai giudici della sezione specializzata di via Moretto, il totale delle aziende arrivate al
capolinea quest'anno sale a 150. Si allarga ulteriormente il divario considerate le 89 registrate alla fine del decimo
mese dell'anno scorso. L'andamento del 2008 è ancora lontano da quello del 2006 (a ottobre di due anni 218
fallimenti), tuttavia con il trend evidenziato finora sembra molto probabile che l'esercizio si chiuderà con un
numero di procedure non distante da quota 200.
La Cassa integrazione, invece, esplode. È pur vero che nei primi dieci mesi di quest'anno si registra solo un +1%
nelle ore autorizzate (oltre 4,6 milioni) rispetto allo stesso periodo del 2007, ma i dati di ottobre sono da allarme
rosso: l'ordinaria sale del 96% sull'anno prima, la straordinaria del 131%; insieme determinato una crescita, su
base annua, del 108% per un totale di oltre 611 mila ore autorizzate. La parte del leone - come emerso da alcuni
casi aziendali - la fanno le imprese metallurgiche e meccaniche: per l'Ordinaria mostrano anche impennate di
oltre il 200%. E l'abbigliamento sale del 1027%.


BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
Dentro le fabbriche
Meccanica, sale la Cassa integrazione. CF concorda le
fermate
Dalle piccole aziende a quelle più strutturate e inserite in grandi gruppi internazionali. In provincia di Brescia la
Cassa integrazione non risparmia le imprese del settore metalmeccanico.
Tra le fabbriche che in questi mesi hanno dovuto fare ricorso all'Ordinaria, oppure la stanno utilizzando proprio
in questi giorni, come emerge da alcuni dati forniti dalla Fim-Cisl di Brescia, ci sono anche la Flaem Nuova
(richiesta fino al 14 dicembre; coinvolti al massimo 37 dei 121 addetti), Metrocast (fino al 21/12 per max 35 di
53 lavoratori), Nova Frigo (fino al 31/12;15 su 30 addetti). Da ieri è scattata la Cig (fino a venerdì; sono previsti
altri 15 giorni entro fine anno) all'Iveco di via Volturno, mentre dalla settimana prossima ripartirà alla Lonati: in
totale 9 settimane per massimo 450 dei 500 dipendenti.
All'interno del gruppo ('ammortizzatore sociale è stato già utilizzato nell'anno anche alla Santoni; a breve
dovrebbe scattare anche per altre controllate, come la Dinema (dal 17 novembre). Cig fino al 23 dicembre -
sempre secondo i dati Fim - alla Gnutti Sebastiano di Lumezzane (105 addetti), mentre alla Industria Metalli di
Bedizzole è stata chiesta fino al 20 febbraio prossimo per 80 dei 90 lavoratori.
La crisi, in particolare quella che «morde» il settore auto, non incide solo sul comparto metalmeccanico. Ne
sanno qualcosa i 500 dipendenti circa della CF Gomma di Passirano. Nell'incontro con la direzione del 30 ottobre
scorso la Rsu ha concordato - a fronte di un impegno dell'azienda a confermare la centralità del sito
franciacortino all'interno del gruppo - quattro venerdì di fermata produttiva questo mese a partire dal prossimo;
definita, inoltre, la chiusura dal 19 dicembre al 6 gennaio del 2009.
Per far fronte a quanto definito saranno utilizzati gli istituti retributivi quali ferie, Rol ex festività e la Cassa
integrazione straordinaria. Esclusa quella Ordinaria che potrebbe essere utilizzata qualora la situazione dovesse
ulteriormente peggiorare nel nuovo esercizio.




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BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
Sale Marasino. Tre componenti di maggioranza della commissione Urbanistica lasciano l’incarico per
contestare l’intervento urbanistico nel centro del paese
Operazione Bredina: aria «tesa» in Comune
di Giuseppe Zani

La burrascosa assemblea pubblica sull'operazione immobiliare in progetto sull'area Bredina ha avuto effetti devastanti sulla
commissione Urbanistica di Sale Marasino. Tre componenti nominati dalla lista civica di maggioranza «Apert@mente» si
sono infatti dimessi per manifestare il proprio dissenso sul «programma integrato d'intervento» in programma nel cuore del
paese. I dimissionari sono l'architetto Giambattista Burlotti, presidente della commissione stessa, l'ingegner Mario Gaspari e
Fabrizio Zanni, docente del Politecnico di Milano. Si aggiungono a un quarto membro che aveva già gettato la spugna
qualche mese fa, anche lui di maggioranza, Giampietro Borghesi, i1 quale nell'assemblea summenzionata ha dichiarato: «Il
mio parere favorevole al progetto elaborato per la Bredina non è stato sufficientemente meditato, e me ne rammarico
tantissimo». Nella località in questione, Io ricordiamo, è ipotizzata la, costruzione (da parte dell'immobiliare Sale Marasino)
di 19 mila, metri cubi di alloggi, negozi e uffici. Tuttavia, a scomputo di quanto calcolato per gli oneri di urbanizzazione e
gli standard sia di norma sia aggiuntivi, la medesima immobiliare si è impegnata non solo a realizzare parcheggi pubblici e
verde attrezzato per 2,3 milioni di euro, ma anche a condonare i 421.894 euro che il Comune è stato condannato (dal Tar e
dalla Corte d'Appello di Brescia) a pagarle come risarcimento per due espropri effettuati alla Bredina dalle amministrazioni
precedenti. In commissione Urbanistica, avevano votato «sì» al programma integrato, sia pure a determinate condizioni,
anche Burlotti, Gaspari e Zanni. Quest'ultimo, tuttavia, durante l'incontro promosso da Legambiente Basso Sebino il 17
ottobre scorso, aveva raccontato i due principali nodi che nel corso della discussione i commissari si erano trovati a scio-
gliere. Il primo: perchè non sgombrare il campo della pianificazione dal debito di 421.894 euro, estinguendolo? «
L'amministrazione, ci è stato detto, ha scelto il condono», aveva ricordato Zanni. Il secondo: perchè non inserire il progetto
della Bredina nel redigendo Pgt? «I due strumenti, ha risposto l'esecutivo, hanno tempi troppo sfasati», aveva riferito Zanni.
Qualche giorno dopo, il 23, appunto, il sindaco Claudio Bonissoni e l'assessore all'Urbanistica Marco Mazzucchelli se la
sono presa per la partecipazione di alcuni commissari all'incontro di Legambiente, e per i supposti ripensamenti di Zanni. «Il
tentativo di screditare la commissione messo in atto nell'assemblea del 23 - spiega Burlotti - non consente di continuare con
la necessaria serenità il servizio svolto finora». Identiche le motivazioni di Gaspari e Zanni.


BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
Darfo Boario Terme. Ieri il taglio del nastro per la parte appena restaurata nell’edificio comunale
Ora nell’ex «Consolata» è di casa la formazione
di Luciano Ranzanici

La Provincia (che si è assunta l'onere maggiore, un milione e 600 mila euro), il Comune di Darfo e la Comunità montana
hanno appena finito di attuare un accordo di programma stipulato tre anni fa, e hanno cambiato volto e destinazione al
grande edificio darfense dell'ex Consolata, nel quale trova ora sede il Centro formativo provinciale «Giuseppe Zanardelli»
già ospitato da palazzo Zattini. In poco più di un anno e mezzo, e dopo l'acquisizione da parte del municipio, la casa dei
missionari abbandonata e seriamente danneggiata è stata, rimessa a nuovo diventando la casa di una realtà formativa
importante. Lo ha sottolineato ieri Franca Mazzoli, dirigente scolastico del Cfp darfense, che nel suo saluto durante
l'inaugurazione ha ricordato anche che «gli allievi di questa scuola non sono di serie B come a volte vengono considerati...».
Tante le autorità arrivate per l'occasione; a partire dal presidente della Provincia Alberto Cavalli, il quale ha parlato
dell'importanza di una struttura scolastica, «alla quale abbiamo fortemente creduto. Con l'apertura del Centro formativo
provinciale mettiamo a disposizione una ragione in più per una crescita forte dei giovani, affinché attorno a loro cresca tutta
la Valcamonica». Il sindaco di Darfo, Francesco Abondio, ha ricordato l'acquisto dell'immobile dall'Istituto missioni
Consolata, avvenuto già nel 1989, e ha ringraziato il Broletto per la rinascita di un fabbricato che era diventato anche un
problema di ordine pubblico. Ora, quel contenitore abbandonato ospita i corsi di 180 studenti, e in una seconda fase darà
spazio a un centro di alta formazione: una sorta di «incubatone» di talenti da avviare in collaborazione con le Terme.
C'è stato anche il commento di Giuseppe Colosio, responsabile dell'Ufficio scolastico provinciale, il quale ha affermato che
«la, Valcamonica è il simbolo della Provincia, non una periferia della città, perchè qui funzionano centri professionali che
arricchiscono il panorama complessivo. Ora dobbiamo riuscire a elaborare una metodologia didattica per offrire a coloro che
fanno delle scelte votate al lavoro la possibilità di percorrere una strada più attraente».
Le cifre dell'istituto? 180, dicevamo, gli studenti divari corsi: erano 140 lo scorso anno e 60 nel 2004. L'ex Consolata ha una,
superficie di oltre 6000 metri quadri, e la ristrutturazione ha interessato la parte Ovest, di circa 2120 metri.


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BRESCIAOGGI, 4 NOVEMBRE 2008
Edolo. La retrospettiva-omaggio dell’associazione «Le maschere»
I big del cinema: Newman in scena
Da giovedì un ciclo di tre proiezioni gratuite. Ci si incontrerà nell’oratorio “Don Bosco”
di Lino Febbrari

È stata fondata un anno fa per promuovere la cultura cinematografica e teatrale, e oggi l'associazione «Le
maschere» di Edolo ha deciso di organizzare un omaggio a un personaggio chiave del grande schermo. Così ha
allestito «Blue eyes»: una celebrazione di Paul Newman, il grande attore americano scomparso a 83 anni alla fine
dello scorso settembre. Si tratta di un ciclo di tre serate, la prima in calendario per questo giovedì alle 20,45, che
si terranno nella sala del cinema-teatro dell'oratorio «Don Bosco», e che prevedono la proiezione (gratuita) di
altrettante storiche pellicole che occupano di diritto un posto di rilievo nella storia del cinema: «Era mio padre»
(nella prima serata), «Butch Cassidy» (i113 novembre) e per finire « Lo spaccone» (il 20).
« Con questa iniziativa, riprendiamo l'attività dopo la pausa estiva- spiega il presidente del sodalizio Michele De
Toni -, e abbiamo colto l'occasione della recente scomparsa di Newman per riprendere la sua figura e
commentarla grazie al professor Carlo Susa dell'Università Cattolica di Brescia».
Una volta. archiviato questo breve ciclo, cosa c'è nell'immediato futuro dell'associazione? «Per il prossimo anno -
anticipa il presidente -, anche sull'onda del successo riscontrato con "Dante fra di noi", intendiamo puntare sulle
opere [di] Shakespeare proponendo alcuni spettacoli teatrali».


GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008

Edolo. Cineforum ricordando Paul Newmann
di Paolo Testini

Si intitola «Blue Eyes». la rassegna di cineforum organizzata a Edolo da «Le Maschere». Il ciclo di tre proiezioni
rappresenta un omaggio a Paul Newman, attore, regista e produttore cinematografico scomparso lo scorso 26
settembre, all'età di 83 anni. «Le Maschere» è un'associazione nata quasi un anno fa dall'iniziativa di un gruppo
di amici con la finalità di promuovere la cultura teatrale e cinematografica nel territorio edolese, con un occhio di
riguardo verso la realtà giovanile.
Sinora, le attività più significative proposte dal sodalizio sono state la rassegna «Dante fra di noi» - quattro
incontri e spettacoli incentrati sulla «Divina Commedia» - e un ciclo di laboratori teatrali.
«Blue Eyes», organizzato proprio sulla scorta del successo delle iniziative precedenti, avrà il seguente
programma. Primo appuntamento questo giovedì, 6 novembre, con la proiezione di «Era mio padre», pellicola
del 2002 di Sam Mendes dove Newman ricopre il ruolo di un anziano gangster di successo. Il titolo scelto per la
serata del 13 novembre è invece «Butch Cassie», film di G. Roy Hill del 1969 con Paul Newman e Robert
Redford ad interpretare due leggendari fuorilegge innamorati della stessa donna.
Ultimo appuntamento, infine, il 20 novembre con «Lo Spaccone», anno 1961, di Robert Rossen, pellicola che
vede l'indimenticato attore statunitense nel ruolo di un imbattibile campione di biliardo che però fallisce
puntualmente gli appuntamenti più importanti. Le tre proiezioni, che saranno commentate dal prof. Carlo Susa
dell'Università Cattolica di Brescia, andranno in scena presso il Cinema Teatro San Giovanni Bosco. Le serate
avranno inizio alle 20.45, con ingresso libero.




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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008

Breno. In arrivo un milione... di nuovi lavori
L’Amministrazione comunale ha presentato il Piano delle opere pubbliche: tra queste
l’ampliamento del cimitero
di Giuliana Mossoni

L'Amministrazione comunale brenese ha aperto la grande scatola delle opere pubbliche e, a uno a uno, ha estratto
i pezzi contenuti. Si tratta di mattoncini piccoli e grandi già posizionati o da posizionare nel capoluogo e nelle
frazioni di Pescarzo e Mezzarro. Alcuni si incastrano perfettamente e completano iniziative già intraprese, altri
aprono nuove vie.
Il contenitore è stato dischiuso recentemente dal sindaco Edoardo Mensi, dal suo vice Franco Angeloni e
dall'assessore Giacomo Giacomelli, che non hanno lesinato commenti per ciascuno dei pezzi «estratti». Ne sono
uscite storie che parlano del progetto esecutivo per la mensa studentesca e dell'ampliamento del cimitero,
dell'avvio dei lavori della rotonda all'ingresso nord del paese e della pavimentazione dei centri storici,
dell'abbellimento delle piazzette antistanti le chiese delle frazioni. Il tutto per un investimento di poco meno di un
milione di euro, tra interventi più corposi e altri di piccolo conto. Alcuni hanno avuto iter travagliati e si portano
dietro echi di grandi battaglie in aula consigliare, altri portano in dote destini più semplici, con finanziamenti
arrivati nel momento giusto.
Forse perché arriva nel periodo in cui i luoghi di culto sono più frequentati, il primo a essere illustrato è stato
l'ampliamento del cimitero brenese. In occasione della festività di Ognissanti, dopo la celebrazione della Messa,
l'Amministrazione comunale inaugurerà i nuovi spazi del cimitero, che garantiscono 420 nuovi posti e 10
cappelle di famiglia. L'iter di realizzazione è stato travagliato, non solo per problemi tecnici, ma anche per il
confronto serrato con la Sovrintendenza, necessario perché il camposanto brenese è considerato un cimitero
monumentale. Con i 180mila euro ricavati dalla vendita delle tombe di famiglia, sarà ora possibile mettere mano
alla sistemazione del primo piano, compreso l'ingresso, la pavimentazione e il deposito attrezzi. Un altro
intervento che ha avuto fortune alterne, ma che ora è in fase di avvio, è la rotonda all'ingresso dell'abitato.
Cittadini a automobilisti contavano su un intervento che andasse a risolvere l'attuale uscita della super a Breno
nord, spesso teatro d'incidenti e rallentamenti. Anas invece, con 360mila euro, realizzerà un crocevia appena
prima, nella zona d'accesso all'area industriale di Onera, dove c'è lo svincolo dismesso alla superstrada. Un'opera
che «sistemerà finalmente la bruttura rimasta dopo la dismissione del tratto e faciliterà l'immissione in Onera, ma
che non risolverà la pericolosità dello svincolo - ha detto il sindaco -. Il problema rimane, anche se qualcosa si
migliora, in attesa di un intervento radicale sul quale Anas si è impegnato a preparare un progetto». Sonni più
tranquilli sono quelli della nuova mensa scolastica che, dopo un solo anno dalla richiesta da parte dell'Asso-
ciazione genitori e del dirigente scolastico, è già arrivata nella fase di progettazione esecutiva. Nessuna fatica
anche per reperire i fondi, arrivati dai contributi per i Comuni confinanti col Trentino. Con 170mila euro, dopo la
chiusura dell'anno scolastico, saranno costruiti due locali idonei al consumo dei pasti, alzando il sottotetto nella
zona centrale dell'edificio che oggi ospita la scuola elementare e media.
Per quanto riguarda Mezzarro e Pescarzo, sono previste opere di sistemazione dei centri storici, per un
investimento complessivo di 60mila euro, e di adeguamento della scuola materna ed elementare. A Pescarzo sono
state rimaneggiate anche le vie Broli, Adamello e Castello, con 80mila euro. Infine è quasi pronta anche la
pavimentazione di via Garibaldi e dell'area antistante la Biblioteca, costata quasi 100mila euro.




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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008

Boario. Ex Consolata: taglio del nastro per la sede del Cfp
Inaugurato il nuovo stabile, il prossimo obiettivo è realizzare un vero e proprio Centro di alta
formazione in Valcamonica
di Giuliana Mossoni

Una ristrutturazione durata poco più di un anno. Che oggi permette ai 187 studenti del Centro di formazione
professionale (Cfp) di Darfo di usufruire di una sede bella, funzionale e moderna. Gli stabili dell'ex Consolata di
Boario sono rinati e dall'inizio del nuovo anno scolastico ospitano i corsi di estetista, acconciatore e addetto ai
servizi amministrativi d'impresa.
La «prima pietra» è stata posata nell'aprile del 2007, il taglio del nastro è avvenuto ieri, alla presenza delle
istituzioni coinvolte e di numerosi ragazzi e insegnanti. Per restituire l'edificio alla sua originale destinazione,
dopo anni di abbandono, ci sono voluti circa due milioni di euro, garantiti dalla Provincia (il 70% del totale),
dalla Comunità montana e dal Comune di Darfo (che hanno coperto il 15% ciascuno).

Verso un progetto più ampio
Ieri si è chiuso solo il primo passo di un accordo molto più ampio, che porterà alla realizzazione di un vero e
proprio Centro di alta formazione, unico esempio a livello regionale. Degli oltre seimila metri quadri di superficie
complessiva dello stabile, cui è annesso anche un parco, ne sono stati resi agibili per il Cfp «solo» 2.123,
distribuiti su tre piani fuori terra e su un interrato adibito a deposito. Gli altri, che saranno sistemati più avanti,
sono già destinati alla formazione continua e permanente e all'alta formazione. Gli studenti del Cfp hanno oggi a
disposizione 13 aule, un laboratorio di acconciature, uno di estetica e uno d'informatica con annessi spogliatoi,
sei uffici segreteria, un'aula professori e due depositi. L'edificio è stato eretto nel 1969 dai Padri della Consolata
come scuola e convitto, ma da tempo era stato abbandonato e fatto oggetto di atti vandalici.
L'accordo di programma tra la Provincia, la Comunità montana, il Comune e l'Azienda speciale Zanardelli è stato
siglato nel 2005, grazie al forte interessamento di due politici carmini, l'allora assessore al Bilancio Corrado
Ghirardelli e quello all'Istruzione Francesco Mazzoli. Ieri è toccato a Giampaolo Mantelli, attuale assessore
provinciale all'Istruzione, formazione professionale ed edilizia scolastica, affiancato dal presidente Alberto
Cavalli, fare gli onori di casa e presentare l'opera.

Sviluppo e formazione
«Non è scontato per un amministratore pubblico vedere tradotti i suoi progetti in atti concreti in così poco tempo
- ha detto Cavalli -. I giovani della Valle e le loro famiglie sono oggi sempre più interessati al percorso della
formazione professionale, che va coltivata quale ricerca di autonomia da parte dei ragazzi, perché giungano al più
presto a realizzare i loro progetti. Questa è indubbiamente una grande occasione per la Valcamonica per far
crescere il proprio capitale umano».
Giampaolo Mantelli ha riservato parole di ringraziamento per chi si è impegnato nell'intervento, che è stato
definito «un grande progetto di formazione professionale, destinato a dare risposte importanti a tutta la zona».
Mantelli ha così ricordato alcuni nuovi impegni per lo sviluppo dei centri professionali camuni, quali ad esempio
i corsi per gli operatori del termalismo e il Liceo sportivo del Cfp di Pontedilegno. «Le imprese - ha commentato
-, sempre più spesso ci chiedono ragazzi con competenze aggiuntive in grado di creare un plusvalore economico
che faccia vivere il territorio».
All'inaugurazione di ieri, oltre all'Amministrazione provinciale, erano presenti il sindaco di Darfo, il direttore
dell'Azienda speciale Zanardelli e il direttore dell'Ufficio scolastico provinciale. Anche grazie a questo nuovo
edificio, «i ragazzi del Cfp potranno aspirare a essere degli studenti di "serie A" e non di " serie B", come
erroneamente qualcuno li considera» ha precisato infine la responsabile del Centro.




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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008

Brevi
BIENNO. Frana un muro: chiusa la Sp 345
Disagi ieri pomeriggio in Valcamonica: lungo la Sp 345, nel tratto compreso tra Bienno e Prestine, il crollo di un muro a
secco, ha causato la chiusura del tratto stradale in questione. II crollo ha movimentato complessivamente 10 metri cubi di
materiale. Questa mattina i tecnici della Provincia si recheranno sul posto per effettuare un sopralluogo e decidere,
eventualmente, come intervenire.

BRENO. Comunità montana, ultimi giorni per il bando
C'è tempo fino al 6 novembre alle 12 per presentare la candidatura per la selezione per l'incarico di progettazione e
assistenza tecnica al sistema dei musei, degli ecomusei e del patrimonio immateriale della Valcamonica.
La domanda va presentata alla Comunità montana a Breno su apposita modulistica. Info www.cmvallecamonica.bs.it.

BOARIO. Si riunisce giovedì l'Osservatorio economico
È convocata per giovedi alle 15, nel Centro congressi di Boario, una riunione dell'Osservatorio permanente per l'economia e
l'occupazione. All'ordine del giorno la presentazione dell'avvio del progetto «Valle Camonica, Val Cavallina e Sebino
2008-2009» e la presa d'atto del primo bando regionale per la creazione dei Distretti del Commercio per la competitività e
l'innovazione.

BRENO. Il Pd parla di rifiuti e di raccolta differenziata
«Conoscere per agire. Rifiuti e raccolta differenziata» è il tema dell'incontro che il circolo di Breno del Partito Democratico
organizza per venerdì 21 novembre. Saranno presenti il sindaco di Malegno e l'assessore delegato di Bienno, che
racconteranno i loro rispettivi progetti. L'appuntamento è alle 20.30 nella sala «Mazzoli» della Comunità montana.

BRENO. Convegno al Bim su «Terra madre e...»
«Terra madre e...» è il titolo del convegno in programma sabato 8 novembre nella sala Bim a Breno. Dalle 9 alle 13
numerosi relatori discuteranno sul tema «agire da conquistatori o viaggiatori, dare più valore alla meta o al cammino».
Iniziativa organizzata dal Cai Cedegolo con la commissione Tam.

GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008
Oltre mille presenze fatte registrare nel 2008 dalla struttura del Consorzio forestale “Valle Allione”
Paisco Loveno. Il giardino botanico raddoppia
Oltre mille presenze fatte registrare nel 2008 dalla struttura del Consorzio forestale “Valle
Allione”
di Fulvia Scarduelli

Oltre mille presenze, quasi il doppio rispetto al 2007, si sono registrate quest'anno al giardino botanico alpino del Consorzio
forestale Valle Allione, primo esempio nella nostra provincia di giardino che riunisce specie autoctone delle Alpi Retiche.
A bocce ferme, in quanto la chiusura dell'orto botanico è avvenuta a fine ottobre, il bilancio mostra quanto sia stato proficuo
l'impegno nel colloquio col mondo dell'istruzione dell'associazione «Il rododendro», collegata al Consorzio forestale Valle
Allione, presieduto da Giovanni Verga e diretto da Christian Donati. Scuole materne, scuole primarie e superiori, tra cui
anche l'Istituto tecnico di Edolo, hanno partecipato alle attività di educazione ambientale e agli stages formativi organizzati
dal Consorzio e dall'associazione. «Il successo di pubblico si deve alle oltre 300 nuove specie floristiche aggiunte quest'anno
al giardino -spiegano i responsabili -, a cui si sommano la divulgazione della realtà consortile negli eventi fieristici camuni e
provinciali, il marketing ed infine la nuova aula didattica per le attività di laboratorio e la sistemazione dell'ingresso del
giardino botanico».
I dati positivi non sono l'unica novità del Consorzio: il giardino è stato dotato di un nuovo ingresso; nel corso dell'estate,
durante un week-end di iniziative culturali e ambientali per la «Strada verde delle Orobie», è stato inaugurato il nuovo punto
informativo e bivacco per turisti in località Forni di Loveno; nell'omonimo parco, immerso in 30.000 metri quadrati di bosco
di conifere, sono stati attrezzati sentieri e posizionate bacheche didattiche. Inoltre, è stato realizzato un castagneto didattico
di 20.000 metri quadrati alle porte di Paisco, lungo il sentiero «Natura dei castagni». «Dopo la pulizia del sottobosco, col
rifacimento dei muretti a secco e il taglio delle piante cedue, a metà novembre provvederemo alla potatura di 50 castagni
secolari - anticipa il direttore del Consorzio, Christian Donati - per il 2009 prevediamo una buona produzione di castagne da
avviare alla filiera per la produzione di farina, in collaborazione col Consorzio della castagna di Valle Camonica». È infine
in fase di ultimazione il nuovo sito web della Strada verde delle Orobie, ospitato sul portale camuno Voli.

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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008

Cassa integrazione, Brescia raddoppia
La crisi è qui: da gennaio il ricorso delle imprese alla cig ordinaria è aumentato del 112%
rispetto al 2007. In ottobre record negativo: triplicato l’utilizzo dell’ammortizzatore sociale. Il
sindacato: «Rivalutare gli importi»
di Guido Lombardi

Più che allarmanti, diciamo pure che i dati divulgati ieri dall'Inps di Brescia sono catastrofici. Il ricorso da parte
delle industrie bresciane alla cassa integrazione ordinaria, nei primi dieci mesi del 2008, è raddoppiato rispetto al
2007:1 milione e 827mila ore, contro le 861mila dell'anno precedente (+112%). Il mese di ottobre, inoltre,
sull'onda della crisi finanziaria ed economica, ha segnato un record negativo: si parla di 316mila ore di
integrazione salariale ordinaria autorizzata, contro le 108mila dello stesso mese del 2007 (+191%).
In controtendenza il dato della cassa straordinaria, in calo del 38% nel periodo gennaio-ottobre 2008 rispetto
all'anno precedente. Tuttavia, considerando il solo mese di ottobre, anche la cigs ha segnato un netto incremento:
+184% rispetto allo stesso mese del 2007. Il dato complessivo (cig più cigs), ottobre su ottobre, è eloquente:
+188%, con 557mila ore autorizzate di integrazione salariale.

Il settore metalmeccanico
Meccanica e metallurgia segnano entrambe un netto incremento della cassa integrazione. Le imprese
metallurgiche bresciane hanno utilizzato, nel 2008, 174mila ore di cig, contro le 82mila del periodo
gennaio-ottobre 2007 (+112%). La meccanica detiene il record di ore di cig: 823mila da inizio anno (+84%).
Ecco una panoramica delle principali industrie del comprensorio bresciano che stanno facendo ricorso alla cassa
ordinaria: Flaem Nuova di S. Martino (37 dipendenti interessati, fino a fine anno); Posalux Tech (15, fino al 6
dicembre); Metrocast di Gardone Valtrompia (35, fino al 21 dicembre); Nova Frigo (15, fino a fine anno); Lonati
(fino a un massimo di 450 lavoratori, per 9 settimane dal 10 novembre); Agfa Graphics (50 dipendenti, fino a
fine 2008); Ghidini Giuseppe Bosco (50, fino al 20 dicembre); Gnutti Cirillo (319, fino al 20 dicembre); Ferriera
Valsabbia (280, nel mese di novembre); Gnutti Sebastiano (105, fino al 23 dicembre); Santoni (per un massimo
di 530 dipendenti, fino ad inizio 2009). La cassa ordinaria coinvolge da ieri e per tutta la settimana anche l'Iveco
di Brescia. La produzione della principale industria bresciana si fermerà anche dal 24 al 30 novembre e dall'11
dicembre 2008 al 7 gennaio 2009.

Tessile, abbigliamento, chimica e gomma
Ma non è solo la metallurgia a soffrire. Anzi: il settore tessile bresciano (da tempo in crisi) ha segnato nel 2008
un incremento del 217% del ricorso alla cig ordinaria. Anche le industrie della moda e abbigliamento hanno
utilizzato di più 1'ammortizzatore sociale: +71%. Chimica e gommaplastica hanno aumentato nel 2008 il ricorso
alla cig del 9% rispetto ai primi dieci mesi del 2007.
Le principali aziende in difficoltà di questi settori sono Lineapiù di Adro (cassa ordinaria per, 160 addetti), NK di
Chiari (50 dipendenti interessati dalla cig), Tessitura Bresciana di Remedello (33), Elettroplastica di Travagliato,
Sirsa di Capriolo e Palazzolo, Ergom di Leno. A queste imprese dobbiamo aggiungere la cassa straordinaria di
Tessival (che ha chiuso in marzo i due stabilimenti di Ghedi e Ponte San Marco, per un totale di 200 addetti),
Caffaro di Brescia (per 33 addetti), Cf Gomma di Passirano e Airone di Offlaga (30 lavoratori in cigs su 80
dipendenti).

La crisi in Valcamonica
Primi, per ora timidi, segni di difficoltà nella meccanica camuna. Sta soffrendo la Sangrato di Malonno, azienda
dell’automotive, con Renault fra i principali clienti; la cig è stata definita per la metà dei cento addetti. E qualche
problema lo si avverte anche alla Selenia di Pian Camuno, anche qui meccanica con specializzazione
nell'automotive, con cassa integrazione per un terzo circa dei 90 addetti. Nulla da segnalare per la siderurgia:
Tassara e Gruppo Riva stanno però tamponando il calo degli ordini con ferie arretrate. Unica nota di rilievo la
Lucchini di Lovere che ha definito nei giorni scorsi l'assunzione di una trentina di addetti.
Nel complesso, si tratta di una crisi grave che porta il segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia,
Marco Fenaroli, a chiedere una «estensione degli ammortizzatori sociale e una rivalutazione degli importi». Il
problema si presenterà in tutta la sua gravità dopo le festività di Natale.

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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008
Lettere al direttore
Il concetto di centralità dell’uomo
di Cesare Trebeschi

Dopo il deciso intervento del vescovo Monaci a favore di un «bonus bebè» senza discriminazioni etniche, ecco la
proposta del sindaco Paroli a favore di un «bonus vecchietti», davvero suggestiva, specie per chi dagli ottanta si
va distanziando: due ipotesi frutto di una comune radice culturale, che afferma la centralità dell'uomo, dell'uomo
che viene alla luce, dell'uomo che dalla luce si allontana.
Frutto maturo anche in politica, o semplice miraggio, diranno i bilanci comunali, ma il quando e il quanto non
devono fuorviare o ridurre la lettura in termini pecuniari. Centralità dell'uomo è concetto astratto se non diciamo
al centro di cosa vogliamo immaginare e porre o conservare quest'uomo che nasce o che vegeta. Nell'Anno
paolino sia consentito rifarsi ad una parola, anche liricamente tra le più alte di tutte le letterature: «se pur
distribuissi tutte le mie sostanze per la fame dei poveri, senza amore resto quel niente che sono».
E l'amore cos'è se non considerare uomo simile a Dio, e far crescere e vivere al centro della famiglia, il bimbo
che non parla ancora, il vecchio che non parla più? Confesso un senso di fastidio per certe campagne contro
l'aborto che sembrano occuparsi soltanto di idealizzare l'embrione senza preoccuparsi del panico della donna - di
fronte alle doglie del parto o al non crescere del figlio - e comunque senza riconoscere piena dignità di uomo, di
ogni uomo senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali, dice la Costituzione.
Possiamo mettere anche l'odioso quoziente intellettuale tra le condizioni personali? Prima di promuovere i
«bonus», la Costituzione chiede di eliminare i «malus» (non torcano il naso i linguisti!) chiedendo di eliminare
gli ostacoli ché impediscono il pieno sviluppo della (cioè di ogni) persona umana. I nemici dell'aborto e i giudici
dell'eutanasia, sono disposti a riconoscere piena dignità di persona a bimbi e vegliardi, senza arretrare di fronte
alla sindrome di Down o di Alzheimer?
Con una parola delicata e terribile - «non sono più uomo» - l'ultima lettera di Giacomo Cappellini prima
dell'estremo supplizio accenna alle efferate sevizie dei nazifascisti. La giurisprudenza ed i daltonici Pansa-fans ci
hanno insegnato a centimetrare l'efferatezza: ma concettualmente, quando - trattandoli come fastidiosa appendice
della loro famiglia - non riconosciamo la «personale» dignità di bimbi e vecchi disabili, non riproponiamo in-
consapevolmente la categoria nazista dei subumani, degli uomini che non sono ancora o non sono più uomini?
Concetti astratti? Se idee - e parole - camminano e zoppicano sulle gambe degli uomini, passiamo ai disegni,
scendiamo agli esempi: una manifestazione culturale, una bella piazza con un pregevole monumento nobilitano
una città, ma il vecchio immobilizzato e forse demente non ne può godere; non può affettarsi sulla metropolitana,
non può far la coda alle Grandi Mostre, non può nemmeno partecipare al frenetico arrembaggio del Pil:
rinunciamo per questo a migliorare la città, a riqualificarne viabilità e comunicazioni? No certo, ma non
dobbiamo percentualizzarne i costi redistribuendoli ai vecchi, in servizi atti a render più dignitosa qualità della
vita? Un indiscriminato accesso all'Università, con tutti i suoi bonus per la mensa, per viaggi culturali, stages,
specializzazioni, tariffe ferrotranviarie agevolate, non è un dovere per un'Amministrazione che voglia offrire a
tutti i giovani, indiscriminatamente, senza umilianti differenziazioni la piattaforma comune per un pieno sviluppo
della personale dignità?
È ben vero, il nostro ordinamento, superando la dura formalità dei più antichi Romani ha previsto e disciplinato
in apposito titolo del Codice civile la solidarietà parentale: ma anzitutto soltanto in ordine agli alimenti, e
comunque e soprattutto in proporzione al bisogno dei destinatari ed alle condizioni economiche di chi è chiamato
a provvedere.
Se oggi l'Amministrazione pubblica - statale, regionale, comunale - è chiamata a provvedere a «bisogni» di
istruzione, di cultura, di servizi in misura felicemente maggiore che in passato (un secolo fa, l'istruzione anche
soltanto elementare non era privilegio generalizzato) si devono cioè percentualizzarne i costi dei servizi e delle
opportunità offerti a tutti i cittadini, e non fruibili dai disabili vecchi o giovani, evitando che chi è o si ritiene
cerebrodotato possa volare da una Facoltà all'altra con tutte le 'possibili agevolazioni, senza gravare sul bilancio
familiare mentre chi è - o si ritiene sia - provvisto di una dotazione cerebrale inferiore alla media, non possa
frequentare Istituti prescritti proprio dal misuratore ufficiale di quozienti, senza che l'Amministrazione centellini -
soltanto per loro! - la partecipazione al costo sulla base del reddito dell'intera famiglia, cognati, nipoti e pronipoti
compresi.


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GIORNALE DI BRESCIA, 4 NOVEMBRE 2008
Lettere al direttore
Scuola. Don Milani e la Gelmini
di Elena Scalvini

Ho «scoperto» Don Milani da alcuni mesi, «scoperto con il cuore» intendo, perché con la testa lo conoscevo già
da decenni; la scorsa primavera ho riletto «Lettera ad una professoressa» e «L'obbedienza non è più una virtù»,
ho rivisto con i miei alunni/e (ebbene sì, sono una maestra) il film su questo prete/educatore di razza interpretato
con maestria dall'attore Castellitto, in classe abbiamo letto, riflettuto soffermandoci su alcune frasi in particolare
e ora, in queste settimane di «tempesta scolastica» che ci coinvolgono tutti, le parole e la vita di quest'uomo
speciale mi «danzano dentro» (la mia gratitudine a Neera Fallaci per il suo libro «Dalla parte degli ultimi - Vita
del prete Don Milani» ed a Mario Lancisi per il più recente «Il segreto di Don Milani»: due lavori che mi
sostengono e mettono in crisi nello stesso tempo). La scuola è per tutti e dunque anche per gli ultimi dei quali con
tanto amore e determinazione Don Lorenzo ha preso le difese.
Sono insegnante, dicevo, e piuttosto attempata per giunta, ma ciò significa aver sperimentato in prima persona i
cambiamenti piccoli e grandi di questi anni: sono stata insegnante unica, quindi ho lavorato per classi parallele
(due insegnanti in due classi, metà discipline a testa per intenderci) e poi nel modulo con la pluralità di insegnanti
e, in seguito l'ingresso degli specialisti, questo sia nel tempo prolungato prima (sei mattine e due pomeriggi) che
nel tempo pieno poi (cinque giornate, mensa compresa).
Di ultimi ne ho incontrati e amati tanti: non mi attribuisco «aureole» intendiamoci! So benissimo che se Don
Lorenzo fosse qui in carne e ossa mi «bacchetterebbe» tanto sono comunque lungi da una scelta radicale e vera
quale la sua... però, nel mio piccolo, ritengo -di sapere qualcosa in fatto di scuola, - di avere un'idea reale (non
pretendo di definirla vera-giusta-oggettiva e via discorrendo) di cosa significhi, in termini umani e professionali,
accogliere in classe alunni stranieri più o meno catapultati da tutt'altra realtà, o alunni con handicap di varia
tipologia e/o gravità, o, ancora, alunni italiani doc con situazioni dolorose affettivamente parlando e, infine,
alunni sereni e normo o più che dotati, aventi diritto anch'essi né più né meno come gli altri, ad una buona scuola!
Come me molti altri insegnanti sono in grado di dire la loro sul tanto contestato decreto in quanto «operatori sul
campo»: perché non dar più voce e visibilità a questi rispetto a chi non ha mai insegnato o non ha mai
sperimentato ogni (mi passi il termine) modalità di insegnamento?
Io penso che lei, ministro, sia in buona fede e, come lei, tanti suoi collaboratori, ma i1 «dialogo» è tale se avviene
tra due parti e le chiusure e le definizioni offensive, da qualunque delle due parti arrivino - non costituiscono
certo un bell'esempio per i nostri bambini/ragazzi -, non sono d'aiuto a chi opera nella scuola, né alle famiglie che
hanno il diritto di essere correttamente informate allontanano la possibilità di soluzioni il più possibile condivise.
Un appello: giornalisti di carta stampata, radio e tivù, informatevi con scrupolo prima di informare! Avete un
ruolo importante che può essere realmente efficace; il potere della parola è enorme ed è dovere di tutti noi,
avendone coscienza, agire di conseguenza. Mi scuso per l'inelegante rima.
Per concludere mi lasci aggiungere che se sino ad ora non c'è stato cambiamento o stravolgimento in grado di
farmi venire la voglia di fuggire dalla scuola, «significa» che essa è un mondo speciale «dove la speranza e il
coraggio sono di casa», dove la rivendicazione di ciò che è ritenuto giusto (dall'applicazione della Costituzione
alla Carta dei diritti dell'infanzia e via discorrendo) è un diritto/dovere, «dove si può sbagliare, ma si può
rimediare nella piccole come nelle grandi questioni, «dove si può soffrire (e si soffre), si può masticar rabbia (e si
mastica), ma dove c'è tanta possibilità di amare, crescere, imparare...» e «dove si provano emozioni e gioie che
restano nel bagaglio della vita e da questo bagaglio niente e nessuno le può togliere o cancellare»! Buon lavoro a
lei e a tutti gli «addetti ai lavori».




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L’UNITÀ, 4 NOVEMBRE 2008
Parte la controffensiva dei capi d’istituto che applicano la legge alla lettera. Il governo ha frenato sulla
riforma dell’Università. Ma sul resto va avanti
I presidi chiamano i carabinieri. Veltroni: tolgano i tagli e
si discute
di Maristella Iervasi

I carabinieri li hanno chiamati i presidi e le forze dell'ordine sono arrivate sotto le scuole occupate, come indicato
dal ministro Roberto Maroni. Quattro gli studenti magistrali denunciati a Milano. A Roma la «visita» di un
agente in borghese al liceo Plinio Albertelli in agitazione, mentre il pm identificherà i ragazzi del Giulio Cesare
che diedero vita ad una occupazione e i carabinieri di Palermo sono al lavoro per capire chi ha riempito di colla i
lucchetti della saracinesca della media «Marconi». Anche l'Onda non molla la protesta. Domani gli universitari
della «Sapienza» faranno sentire la propria voce nell'assemblea nazionale dei delegati Cgil per sollecitare uno
sciopero generale di tutte le categorie del mondo della formazione e del lavoro. Ed oggi cercheranno visibilità nel
corso della festa delle Forze Armate in piazza Venezia.
Intanto, Walter Veltroni dopo lo slittamento della riforma universitaria da decreto a disegno di legge e i segnali di
apertura della maggioranza, ribadisce: «Bisogna togliere i tagli sia sulla scuola che sull'Università, solo a quel
punto si può iniziare a discutere. Le cose sono legate». E Pierluigi Bersani, ministro ombra dell'Economia, invita
il governo a «togliere il cappio al collo messo con la Finanziaria fatta in nove minuti».
Per un picchetto sotto scuola a Milano sono stati denunciati 4 studenti dell'Istituto magistrale «Gaetana Agnesi».
Per i carabinieri il blocco dell'ingresso era finalizzato ad una occupazione. «Né io né la vicepreside abbiamo
chiamato l'Arma», ha spiegato Giovanni Caglio, il preside. Mentre uno striscione: «Se non cambierà
bloccheremo la città» ha mandato in tilt il traffico milanese. Il cartello era «legato» da un guard rail all'altro con
una catena chiusa da un lucchetto e ha bloccato l'accesso del cavalcavia Bacula. Nell'Ateneo di Tor Vergata, a
Roma, è stato invece contestato Italo Bocchino, vice presidente dei deputati Pdl. Alcuni studenti gli hanno urlato
durante una lezione sulla comunicazione politica: «Noi non siamo facinorosi. Ecco Bocchino il modernizzatore».
Mentre un sit-in di studio ha tenuto sotto scacco il ministero dell'Istruzione. A fare i compiti sotto le finestre della
Gelmini i ragazzi di alcuni licei romani. Nell'Ateneo di Pisa durante una cerimonia di laurea una prof ha letto
stralci della rivista Nature contro Berlusconi. Cortei anche a Napoli e Catanzaro.


L’UNITÀ, 4 NOVEMBRE 2008

Formigoni finanzia la scuola di Cl con 4,5 milioni di euro
di Margaret Abeti

La scuola pubblica piange, la Regione Lombardia stanzia 4,5 milioni di euro per la costruzione di una sorta di
«cittadella dell'istruzione» di proprietà della Fondazione Charis, che fa capo a Cl, comprensiva di scuole
elementari, medie, superiori e di un centro sportivo. È quanto sta succedendo alla ex-cascina Valcarenga di
Crema. Il 17 aprile la Giunta ha approvato una delibera su interventi e finanziamenti per la ristrutturazione
dell'edilizia scolastica. Ma lo stanziamento di fondi per la costruzione di nuovi complessi è possibile soltanto se
la ristrutturazione di una scuola abbia costi più onerosi di una nuova edificazione. Bene, sui 22 milioni stanziati
per il 2008, metà di provenienza statale, 2,9 sono andati a cinque progetti non statali: uno per Milano, Como e
Varese, due per Crema. La scuola cremasca in questione, alla quale la Regione ha stanziato nel 2008 1 milione di
euro come prima tranche dei 4,5 totali, è l'unico dei progetti in favore di privati che non consiste in
ristrutturazione, ma in nuova costruzione. «Il progetto della scuola Cl - dice Gabriele Piazzoni di Rc - costa 14
milioni e la Regione ne paga il 33%. E non rientra nei parametri dei fondi regionali perché non è ristrutturazione,
ma nuova costruzione». Il Pirellone in tempi record ha dato l'ok ai fondi. «Per avere certe cose ci impieghiamo
anni - commenta il consigliere provinciale Pd, Pierluigi Tamagni -. Mentre per altre questioni la Regione trova le
strade più celeri». «Spieghino - aggiunge Maria Teresa Perin, Flc-Cgil - a cosa serve un istituto onnicomprensivo
se si ritiene che in Italia ci siano troppe scuole».


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L’UNITÀ, 4 NOVEMBRE 2008
Il conflitto del 15-18
4 novembre, patriottismo costituzionale
Quest’anno nelle scuole celebrazioni speciali. Si parlerà di vittoria, di valore militare e di
eroismo. Ma la Grande guerra fu ben altro
di Maria Ferretti1

Il Ministro La Russa ha deciso quest'anno di celebrare solennemente l'anniversario della vittoria nella prima
guerra mondiale, non solo con una serie di manifestazioni ufficiali, ma anche sguinzagliando per le scuole
generali e colonnelli a far lezione, per instillare nei ragazzi un po' di sano spirito patriottico.
Ben venga l'idea del Ministro di richiamare l’attenzione sulla grande guerra. Quel che però lascia perplessi è il
voler mettere al centro delle iniziative, soprattutto nelle scuole, proprio i temi della vittoria e dell'eroismo dei
combattenti, lasciando in disparte quello che invece fu il significato più profondo della guerra, cioè proprio
quello su cui bisognerebbe insegnare ai giovani a riflettere.
La prima guerra mondiale costituisce infatti l’atto di nascita del Novecento: ed è la matrice dei totalitarismi del
XX secolo, a cominciare dal fascismo. La guerra rappresenta infatti una cesura con l’universo, materiale e
mentale, di quell'Europa che, sul finire del XIX secolo, si era affacciata alla modernità liberale certa delle
magnifiche sorti e progressive dell'umanità.
Una frattura del tempo percepita con dolorosa consapevolezza dai contemporanei, uniti nella convinzione che
nulla avrebbe mai più potuto essere come prima. Quali elementi resero impossibile ogni ritorno indietro ed
ebbero un ruolo nella nascita dei regimi autoritarie totalitari sorti fra le due guerre?
Primo. Con la morte di massa, la vita umana perse il suo valore. Prima guerra totale della storia umana, la prima
guerra mondiale fu in effetti un conflitto di dimensioni fino ad allora mai viste: coinvolse milioni di persone,
militari e civili. E fu un'ecatombe senza precedenti, una carneficina di dimensioni inaudite. Su 70 milioni di
combattenti, una decina perirono sui campi di battaglia, fra cui 650.000 in Italia; i feriti furono fra 30 e 40
milioni. In soli quattro anni morirono più del doppio degli uomini che avevano perso la vita in Europa dalla
rivoluzione francese in poi. Non solo. Mandati spesso al massacro dall'insipienza degli alti comandi, gli uomini
morivano a centinaia di migliaia per conquistare qualche palmo di terra, senza poter capire perché. E, se si poteva
morire senza saper perché, tanto più legittimo era morire - e uccidere - con uno scopo, per un mondo migliore. La
rivoluzione russa, con la terribile guerra civile che ne seguì, non sono pensabili, per esempio, senza la prima
guerra mondiale.
Secondo. La guerra provocò l’assuefazione degli uomini alla violenza. La violenza fu, per milioni di uomini, il
pane quotidiano per quattro anni. La brutalizzazione della vita politica nel primo dopoguerra non è pensabile
senza questo accostumarsi alla violenza. E non solo perché la violenza squadrista divenne moneta corrente, ma
anche perché la guerra si annidò nel linguaggio della politica: fronte, assalto, nemico plasmarono il modo di
pensare, l’agire degli uomini.
Terzo. L'invisibilità del nemico, che la potenza delle nuove armi permetteva di uccidere a grande distanza, favorì
i processi di demonizzazione dell'avversario, alimentati dalla propaganda, invenzione, anche questa, della guerra.
Le dicerie sulle atrocità compiute dal nemico sono una componente fondamentale di quella disumanizzazione
dell'avversario che caratterizzerà gli scontri politici del dopoguerra.
Quarto. Con la guerra, vennero trasferite sul suolo del vecchio continente quelle pratiche di distruzione di massa
e di guerra ai civili che la civile Europa aveva messo a punto nelle guerre coloniali dell' imperialismo:
deportazioni di popolazioni, campi di concentramento, catture di ostaggi, rappresaglie. Pratiche, anche queste, di
cui si nutriranno i successivi totalitarismi.
Un ultimo punto. Non bisogna dimenticare che l’esito della guerra, per l’Italia, fu non solo, come oggi si
magnifica, il compimento del Risorgimento con l’annessione di Trento e Trieste, ma anche il ventennio fascista.
E credo che, almeno finché resterà in vigore la Costituzione della Prima Repubblica, sia questa la memoria della
prima guerra mondiale che vada trasmessa ai giovani. E non si dica che non è "patriottica". Perché anche questo è
"patriottismo": un patriottismo costituzionale.




1
    Storica.
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L’ECO DI BERGAMO, 4 NOVEMBRE 2008

Grande Guerra, la vittoria a sorpresa
Terminò il 4 novembre di novant’anni fa la battaglia di Vittorio Veneto: trionfò l’esercito
italiano. Dopo Caporetto la svolta: lo sfaldamento dell’impero austo-ungarico per l’insorgere
delle diverse nazionalità
di Sergio Caroli

Giungeva all'epilogo novant'anni fa, quando ormai segnate erano le sorti degli imperi centrali, la Grande guerra
sul fronte italiano: la battaglia di Vittorio Veneto fu l'atto conclusivo dell'immane carneficina costata la vita a
settecentomila nostri soldati. Non si comprendono origine, obiettivi ed esiti di quello scontro, senza por mente
agli storici eventi, militari e politici, intervenuti in Europa a partire dalla metà di luglio del 1918.
Sul fronte francese le armate del generale Foch costringevano l'esercito tedesco a continui arretramenti. A metà
settembre nella penisola balcanica, anche l'«Armata d'Oriente» sconfiggeva l'esercito della Bulgaria, che
chiedeva e otteneva la pace separata. Il 4 ottobre erano i tedeschi e gli austro-ungarici a chiedere agli americani
l'armistizio, dichiarandosi disposti ad accettare i 14 punti di Wilson.
Procedendo a valanga lo sfaldamento dell'impero austro-ungarico (il cui esercito era formato da austriaci,
ungheresi, croati, boemi, sloveni, polacchi, bosniaci e italiani) diverse nazionalità, proclamatesi indipendenti,
avevano ottenuto, il 16 ottobre, il riconoscimento degli Stati Uniti. Mentre gli ammutinamenti dissolvevano
l'esercito ungherese, rivolte consimili investivano le capitali danubiane, dove le popolazioni erano ormai alla
fame; le stesse divise dei soldati austriaci al fronte erano un composto di tessuto e carta. Se gli alleati avanzavano
da Salonicco, la marina croata, ammutinatasi, immobilizzava le navi nel porto di Fiume (il comandante
Miloscevic, incapace di riportare la disciplina, si sarebbe tolto la vita il 28 ottobre).
In tale contesto maturò la decisione del Comando Supremo italiano di preparare - su impellente istanza del
Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando e degli Alleati - una grande offensiva per assestare il colpo
definitivo all'Austria. In dieci giorni, dalle 3 di notte del 24 ottobre alle 3 del pomeriggio del 4 novembre 1918,
infuriò a Vittorio Veneto la lunga serie di terribili combattimenti che avrebbero costretto l'Austria alla resa di
Villa Giusti. Come vi si era giunti?
La disfatta di Caporetto, nell'ottobre-novembre 1917, aveva imposto la sostituzione di quel Cadorna che (plotoni
d'esecuzione a parte) aveva destituito - valga un esempio - ben 218 colonnelli: in un Paese dove i laureati e i
diplomati negli istituti tecnici - e quindi gli ufficiali di complemento - erano un'infima minoranza rispetto alla
popolazione, per metà murata nell'analfabetismo.
Diaz al comando supremo delle forze armate significò quella sagace riorganizzazione dell'esercito, improntata a
maggior umanità, che consentì di reggere sul Piave (dove determinante - lo ha di recente ricordato Sergio
Romano - fu l'apporto delle truppe inglesi, come sottolineò lo stesso Duca degli Abruzzi), e permise agli italiani e
agli alleati di resistere all'«Operazione Radetzki», l'attacco successivamente portato dagli austriaci.
Il 26 settembre Diaz approvò il piano d'attacco presentato dai generali Badoglio e Caviglia (ma in realtà
approntato in precedenza dal colonnello Ugo Cavallero, capo ufficio operazioni del Comando Supremo). Esso
prevedeva che, dopo lo sfondamento, le unità italiane puntassero su Feltre, accerchiando le truppe austriache
dislocate sul Grappa in corrispondenza della linea che collegava le loro due armate sul Piave: l'obiettivo era
separare le forze dell'area trentina da quelle schierate sulla riva sinistra del fiume, agendo lungo la Valsugana a
cavaliere della direttrice Conegliano - Vittorio Veneto - Belluno. Prevista per il 16, l'offensiva fu rinviata per
un'improvvisa piena del Piave al 24 ottobre, anniversario di Caporetto. Dell'imminente attacco ebbe notizia lo
Stato Maggiore austriaco, che organizzò tempestivamente linee di difesa al fronte e nelle retrovie. Diaz
disponeva di 57 divisioni di cui 6 alleate (3 inglesi, 2 francesi e 1 cecoslovacca), poteva inoltre contare su 7.750
pezzi di artiglieria contro 6.800 e su 650 aerei contro i 450 austriaci.
Sanguinosissimi combattimenti investirono l'intero fronte, specie sul Grappa, dove i soldati del maresciallo
Giuseppe Giardino portarono gli ultimi e risolutivi assalti. Un'abile mossa strategica aveva attirato su quelle
alture i rincalzi delle truppe austriache, favorendo l'avanzata italiana in pianura.
Piero Pieri, insigne storico della Grande Guerra, ha documentato che quando ancora le unità italiane
periclitavano, tra le truppe di riserva dell'esercito austro-ungarico proliferavano i casi d'insubordinazione: sul
Grappa alcuni reparti, che a gran voce chiedevano di tornare al proprio paese, «furono accontentati»; mentre sul
Piave parte delle truppe della VI Armata asburgica gettarono le armi.
L'obiettivo politico del sangue versato a Vittorio Veneto era conferire all'Italia un ruolo di notevole rilievo alla
futura conferenza di pace. Erano illusioni poi naufragate, dopo Versailles, nel mito della «vittoria mutilata».
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L’ECO DI BERGAMO, 4 NOVEMBRE 2008
Lo storico
Così le masse diventarono protagoniste
La Grande Guerra, il tornante tra la fine dello Stato liberale e l’era dei totalitarismi, a
cominciare dal fascismo
di Roberto Chiarini

Quando allo scadere del secolo scorso, siamo stati chiamati a stendere un bilancio del Novecento, su tutti i pur
tantissimi sconvolgimenti che l'hanno contrassegnato uno s'è imposto nella considerazione degli storici:
l’irrompere dei totalitarismi. Non c'è dubbio, infatti, che se tralasciamo le numerosissime conquiste scientifiche
ed economiche che in questi cent'anni hanno letteralmente fatto compiere un salto di qualità mai conosciuto
prima nella vita egli uomini e ci limitiamo ad una considerazione politica, il Novecento ci appare come il secolo
del dispotismo e della violenza di Stato: non solo un orrore assoluto in sé ma anche la smentita, o meglio il
letterale sovvertimento del disegno democratico e progressista che aveva animato l'Ottocento.
Non a caso, uno storico eminente come Hobsbawm ha fissato nell'insorgere delle condizioni che hanno propiziato
la fortuna del comunismo e del suo contrario - il totalitarismo prima fascista e poi nazista - ossia nella prima
guerra mondiale, il vero passaggio di secolo. Ma non è l'unico studioso che ha indicato nella Grande Guerra un
tornante decisivo nella storia dell'umanità. È opinione praticamente unanime presso gli storici indicare nel 1914
l'inizio della politica moderna. A parte il dato più clamoroso ed evidente rappresentato dalla carneficina di soldati
su scala di massa, quale non s'era mai conosciuta, è sul terreno dei cambiamenti di più lungo periodo che va
commisurata la portata del primo conflitto mondiale.
Giuliano Procacci, a suo tempo, colse nel segno definendolo «la prima esperienza collettiva» dei popoli europei,
e soprattutto di quello italiano. L'Ottocento aveva introdotto la democrazia ma, sino al secondo decennio del
Novecento, non solo la cittadinanza politica era stata riconosciuta pressoché esclusivamente ai maschi proprietari
e alfabeti (una stretta minoranza), mala stessa forma di partecipazione alla cosa pubblica era stato di tipo solo
individualistico. h la guerra che immette nell'agone politico masse anonime e sconvolge i modi di esercitare la
politica, introduce ideologie totalitarie, inaugura il dominio del partito-Stato.
Non c'è differenza, quanto agli sconvolgimenti apportati dalla guerra, tra Paesi vinti e Paesi vincitori. Cinque
anni di trincea, di sacrifici inimmaginabili, di milioni di morti e di mutilati, di orrori quotidiani prolungati oltre
l'umana sopportazione fanno insorgere anche nei più umili - anzi, proprio in questi - le domande ultime sul
significato del vivere collettivo, dell'essere nazioni, nonché sul ruolo e le responsabilità dello Stato e delle classi
dirigenti. Ne esce un verdetto liquidatorio del retaggio ottocentesco: del costituzionalismo formale come della
democrazia elettorale, nonché dell'eguaglianza solo giuridica.
Soprattutto l'esperienza prolungata della violenza fa della violenza la nuova risorsa della politica. Basta
regolazione procedurale del conflitto, ora il conflitto politico va consumato fino a estinguere materialmente
l'avversario che, a questo punto, si trasforma in nemico. Dalle maggioranze elettive si passa al dominio delle
minoranze estremiste e violente. È la nostra, tra le democrazie europee, la prima a farne esperienza e insieme le
spese con il trionfo del fascismo.
È evidente che, retrospettivamente, la guerra come madre di tutte le novità del ventennio successivo è diventata
epicentro di uno scontro che da politico, con il tempo, è diventato anche storiografico. La domanda che ancor
oggi rimbalza nei discorsi e nelle stesse proposte di commemorazione di quel conflitto, della sua conclusione e
delle sue conseguenze resta: fu una carneficina che aprì la strada a un'epoca di crisi, di violenze, di eclissi della
democrazia liberale, di stravolgimento autoritario dell'idea di nazione o fu soprattutto la saldatura nel dolore di un
popolo che sino allora era stato tale solo nelle cerimonie pubbliche ma non negli animi dei suoi cittadini?




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LA REPUBBLICA, 4 NOVEMBRE 2008
Novant’anni fa si concludeva la Grande guerra. Un conflitto che cambiò l’assetto del mondo
L’inutile massacro. Avvelenò l’inizio del ’900
Secondo Freud mai un evento storico era stato così dannoso per l’umanità. Sulle responsabilità
politici e storici hanno alimentato un dibattito veramente infinito
di Massimo Salvadori

A esprimere ciò che ha rappresentato la prima guerra mondiale, la quale ha insanguinato l'Europa come mai
avvenuto in precedenza, sono stati anzitutto quanti l'hanno vissuta: militari, politici, intellettuali, uomini e donne
di ogni ceto. Divisi tra loro nella valutazione del suo significato e nelle posizioni assunte a favore o contro gli
obiettivi dei rispettivi paesi, li ha però accomunati un unico responso: che essa determinò il crollo di un mondo.
Lo percepì fin dal 1915, con un senso di orrore e spavento, Sigmund Freud, il quale scriveva: «Ci pare che mai
un evento storico abbia distrutto in tal misura il così prezioso patrimonio comune dell'umanità, (...) inabissato
così profondamente tutto quanto vi è di elevato». Ma di chi la responsabilità?
La pubblicistica politica e la storiografia hanno alimentato in proposito un dibattito infinito. Merita in particolare
di essere ricordato, per la statura degli studiosi, lo scontro avvenuto negli anni ’60 tra Fritz Fischer, sostenitore
del ruolo primario avuto dalla Germania nello scatenamento e nel proseguimento della guerra, e Gerhard Ritter, il
quale tale tesi ha vigorosamente contestato. Su questa questione, pare a chi scrive che parole quanto mai
persuasive abbia scritto il grande storico russo Evegheni V. Tarle, pochi anni dopo la conclusione del conflitto,
quando osservò che «entrambi gli schieramenti delle potenze ostili avevano piani di conquista, entrambi erano
capaci di far divampare l'incendio al momento che fosse parso loro vantaggioso, aggrappandosi al pretesto che
apparisse il più idoneo», ma che nell'estate del 19141a decisione fu presa da Germania e Austria le quali si erano
convinte che fosse allora venuta l'occasione per esse più favorevole.
La «grande guerra», iniziata tra le fanfare e tripudi di folle osannanti nell'illusione di un conflitto di pochi mesi e
durata invece dall'agosto 1914 al novembre 1918, fu così detta perché mai nel passato ve ne era stata una eguale.
Fu una guerra mondiale perché, scatenata allorché il vecchio continente credeva di poter addirittura accrescere la
propria posizione di «centralità», ebbe come oggetto quale blocco di potenze europee dovesse tenere il maggior
dominio nel globo; e perché le sue conseguenze coinvolsero l'intera carta geopolitica del mondo. Fu al tempo
stesso una guerra europea, in quanto tutto venne giocato nei campi di battaglia europei, anche dopo l'intervento
americano nell'aprile del 1917, e quasi tutte le immani devastazioni materiali e la grandissima maggioranza dei
morti e feriti riguardarono l'Europa.
Fu una guerra che mobilitò come mai prima sotto il controllo crescente dello Stato le risorse economiche - e
anzitutto quelle industriali - preposte a fornire, in quantità gigantesche, agli eserciti di terra fucili, mitragliatrici,
artiglierie, mezzi di trasporto a motore, alle flotte navi moderne e sottomarini, armi nuove come gli aerei e i carri
armati, equipaggiamenti di ogni genere; e le risorse umane tese allo spasimo, segnando l'ingresso nella
produzione di fabbrica su una scala senza precedenti della mano d'opera femminile. E la vittoria andò al campo in
grado di fornire tali risorse nel maggior grado.
Fu una guerra che provocò un immenso massacro. Le cifre dei caduti furono di 1.800.000 tedeschi, tra i
1.700.000 e i 2.500.000 sudditi dell'impero zarista, 1.350.000 francesi, 1.300.000 appartenenti all'impero
austro-ungarico, 750.000 britannici e 190.000 appartenenti ai dominions, 600.000 italiani, 300-350.000 romeni,
300350.000 turchi, 300-350.000 serbi, 100.000 bulgari, 100.000 americani, 50.000 belgi.
Fu una guerra che maciullò i corpi e avvelenò gli spiriti degli europei. I corpi dei soldati furono martoriati nelle
grandi battaglie e negli scontri crudeli tra le opposte trincee e intossicati dai gas usati per la prima volta, come fu
narrato in maniera indimenticabile da scrittori come Eric Maria Remarque in “All'Ovest niente di nuovo” e da
Emilio Lussu in “Un anno sull'altipiano” e in chiave cinematografica da registi come Lewis Milestone nel film
tratto dal libro di Remarque e da Stanley Kubrick in “Orizzonti di gloria”, e documentato dalle cineprese dei
corrispondenti di guerra. Gli spiriti vennero avvelenati sia da schiere di propagandisti e giornalisti al servizio dei
governi e degli Stati Maggiori sia da intellettuali anche grandissimi i quali, con poche eccezioni tra cui Romain
Rolland che ne denunciò l'asservimento al potere e l'accecamento, esaltarono chi la Kultur, dei popoli germanici
e chi la Civilisation dei popoli liberali occidentali.
Vi furono poi i più aspri conflitti tra i militaristi imperialisti e i pacifisti di impronta umanistica e religiosa, tra i
socialisti rivoluzionari intesi a sovvertire l'intero ordine costituito e i loro vari oppositori e nemici.
Vi furono le chiese benedicenti gli eserciti, prima e dopo che Benedetto XV parlasse nel 1917 dell'«inutile
strage», e contadini, operai e soldati di tutti i fronti maledicenti.
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I tribunali militari lavorarono a pieno ritmo; soldati ribelli o troppo stanchi vennero decimati, fucilati,
imprigionati, mentre i futuristi italiani parlavano di «estetica della guerra» e si compiacevano della «bella guerra
virile e tecnologica».
Le classi dirigenti operarono per «nazionalizzare le masse» , per porle al totale servizio di una guerra in cui «la
morte di massa» - ha scritto Mosse - «fu innalzata nel regno del sacro».
Fu una guerra civile ideologica tra le potenze occidentali che - poco curanti di essere alleate con l'impero russo
autocratico e carcere di popoli - sventolavano la bandiera della democrazia e delle libere nazionalità e gli imperi
centrali, alleati della Turchia, che alzavano quella di un vero ordine fondato su gerarchie solidali e affidato alla
guida di monarchi, alti burocrati e militari.
Fu una guerra che lasciò un'eredità spaventosa. Il valore della vita umana risultò annullato, si diffusero uno
spirito di violenza e una disponibilità a ricorrere ad essa che avrebbero fatto sentire i loro effetti virulenti in
futuro e che toccarono i punti estremi nelle pratiche del bolscevismo, dei fascismi e del militarismo nipponico.
Fu una guerra che tradì la promessa tanto agitata di essere l'ultima, quella che avrebbe assicurato pace,
democrazia, benessere.
Provocò il crollo dell'impero germanico, dell'impero asburgico e dell'impero zarista; creò le condizioni per la
conquista del potere da parte dei bolscevichi in Russia e lo scatenamento di un'ondata di convulsioni politiche e
sociali destinate a durare un'intera epoca storica e a sconvolgere la società europea; fece nascere molti nuovi
fragili Stati; portò all'emergere della potenza di un'America che presto voltò le spalle alla «pazza» Europa e si
richiuse nell'isolazionismo.
Per l'Italia la guerra fu la «quarta guerra di indipendenza», ma essa mise in ginocchio il paese e vi attivò conflitti
distruttivi.
Come vide fin dal 1919 John Maynard Keynes, celebre autore de Le conseguenze economiche della pace, le
potenze vincitrici dettarono ai vinti una pace cartaginese «senza nobiltà, senza moralità, senza intelletto», la quale
seminò nuovo disordine, nuovi conflitti e nuove guerre.
In riferimento all'animo con cui agirono in particolare i governanti francesi e inglesi, che si imposero su un
Wilson forte nella retorica ma debole in concreto, Keynes osservava: «La vita futura dell'Europa non li
riguardava», la loro mente era tutta rivolta alle frontiere, agli equilibri di forza, agli ingrandimenti imperialistici,
«al futuro indebolimento di un nemico forte e pericoloso, alla vendetta e a riversare dalle spalle dei vincitori su
quelle dei vinti gli insostenibili pesi finanziari».
Così avvenne che si coltivassero i germi patogeni di un secondo e ancora più catastrofico 1914: il 1939.




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LA REPUBBLICA, 4 NOVEMBRE 2008
È una contestazione diversa dalle precedenti. Distante dai contenuti del Sessantotto. Oggi i ragazzi
chiedono cose poco ideologiche e molto concrete, legate al loro incerto futuro
Studenti: la rivolta dei ragazzi in cerca di futuro
L’unica pista interpretativa solida e utile è guardare ai ventenni di oggi come a persone che
intuiscono la condanna a una eterna e indesiderata gioventù. Il loro nemico non è il governo, il
loro nemico è il mancato investimento di un’intera società nei suoi figli, la sfiducia nella loro
capacità non di essere aiutati, ma di aiutare
di Michele Serra

Da qualche anno, come se si pronunciasse una qualunque tra le nozioni statistiche, si ripete che per la prima volta dal
Dopoguerra i figli hanno prospettive economiche peggiori dei padri. Il concetto, a ben vedere, è devastante. Lo è
socialmente, lo è psicologicamente. E valutandone meglio il significato, l'impatto sulla realtà, magari si sarebbe potuto
prevedere con qualche anticipo quanto sta accadendo nelle scuole e nelle università. Perché non sono più l'ordine e il sistema
di valori degli adulti, come quarant'anni fa, a essere passibili di contestazione. Non è la mentalità, non i costumi, non le idee
politiche. Non i capelli corti e la cravatta, non l'ipocrisia sessuale, non il conformismo religioso, che peraltro questi padri
(noi) non incarnano più da tempo - semmai ne rappresentano gli innocui cocci in qualche modo rappezzati.
È la struttura economica in sé la nuova rigidità contro la quale cozza e si spegne, per milioni di giovani, il desiderio di
futuro. È l'idea che il superamento dei padri (obiettivo fin qui, se non scontato, molto probabile) rischia di essere un'impresa
disperata, e che lo stato di dipendenza - anche psicologica - dalla propria famiglia, ancorché alleggerita da un rapporto
amicale o finto tale, possa trascinarsi fino ai primi capelli bianchi. Quando sentirsi "figli", se non è una nuova responsabilità
che si assume nei confronti dei genitori che invecchiano, è solamente un malinconico strascico.
Poiché è piuttosto protervo, e soprattutto inutile, provare a incasellare i nuovi studenti in lotta nelle categorie per noi più
familiari, e rassicuranti, mi sembra che l'unica pista interpretativa solida e utile sia proprio guardare ai ventenni di oggi come
a persone che presagiscono, o intuiscono, la condanna a una eterna e indesiderata gioventù. Precaria a oltranza, come è
precaria l'identità dell'adolescente, però quasi eternata da un mercato del lavoro che vede trentenni e quarantenni trattati da
apprendisti, sbalestrati tra mezzi mestieri e titoli di studio che valgono appena il peso della carta su cui sono stampati,
concorsi umilianti e fortemente sospetti, anticamere che schiudono le porte di altre anticamere.
Esclusi da quelle certezze professionali che fungono non solo da sostegno economico, ma anche da fondamento identitario.
Perché alla domanda "chi sono io" ciascuno di noi, fin qui, ha risposto anche con il proprio lavoro e la propria posizione
sociale, sapendo che non bastava, ma era già qualcosa. E se questo qualcosa ora sfugge a chi vive la propria gioventù come
uno smisurato parcheggio, e a migliaia (genitori e figli) scrivono ai giornali per descrivere il penoso limbo nel quale
ristagnano le loro ambizioni, forse la chiave per capire i cortei, le occupazioni, gli slogan, non è un colpo di mano bu-
rocratico come il decreto Gelmini (casus belli piccolo piccolo). La chiave è la messa in comune, la coscienza finalmente
collettiva (politica molto più della politica...) di una condizione di non-crescita che solo la distrazione degli adulti ha potuto
vedere, fin qui, appena come un ingombrante prolungamento dei doveri di genitore.
Visto dalla parte dei figli, questo prolungamento può anche essere un'umiliante, insopportabile negazione di quel naturale
sviluppo delle proprie facoltà, e della propria libertà, che conduce fuori casa e permette di pareggiare i conti, anche psichici,
con chi ti ha cresciuto e mantenuto.
La giovinezza come blocco e non più come movimento: non era mai accaduto. Si rimprovera ai ragazzi in lotta di
maneggiare con qualche approssimazione e troppa animosità cifre e tagli governativi, ma è dentro quella materia bruta -
soldi, finanziamenti, ossigeno per durare – che giustamente devono e vogliono farsi le ossa: è della loro debolezza sociale,
della loro poca voce politica, della loro ansia che quei tagli sono l'ennesimo artefice.
Il loro nemico non è il governo, il loro nemico è il mancato investimento di una intera società nei suoi figli, la sfiducia nella
loro capacità non di essere aiutati, ma di aiutare. Cortei e occupazioni sono la risposta (tradizionale, rituale, ma trovatene
un'altra) alla scarsa considerazione, sociale della quale, esattamente come i loro insegnanti, sono vittime. L'inedita alleanza
con gli insegnanti è rivelatrice: parla anche lei di una comune condizione, quella di precari o di precariamente pagati. In fin
dei conti molti insegnanti, e perfino molti ricercatori universitari, sono trattati da "ragazzi" anche se alle viste della pensione,
e il deprezzamento culturale, e lo sfregio greve di certi commenti politici ("è finita la ricreazione", "studenti somari",
"insegnanti inutili") non fa che confermarli nella loro malinconica rabbia. Chi non è considerato, chi non è ascoltato,
inevitabilmente finisce per darsi voce. Che poi sopra questo tessuto vitale, fortemente espressivo, gli adulti vogliano ancora
tessere le loro trame politiche, cavalcando la tigre oppure cercando di ingabbiarla, fa parte dello stesso copione che questi
ragazzi vogliono provare a riscrivere. La fatica è enorme, l'impresa durissima. Rispettarla non significa adularla, significa
coglierne gli elementi di verità (esistenziale e non solo politica) che questo movimento rappresenta. Di certo, oggi, c'è solo
una cosa: che nessun Ionesco potrà affacciarsi alla finestra - come dice l'aneddoto forse leggendario - dicendo beffardo ai
giovani in corteo, nel maggio francese, "diventerete tutti notai". Perché è già tanto se li assumono in un call-center con due
mesi di contratto. Notai? Magari fosse vero.

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IL PANE E LE ROSE , 4 NOVEMBRE 2008

Fermiamo fascismo e militarizzazione
Appello per una campagna di informazione e mobilitazione nelle scuole e nella società
Il capo del governo continua a dipingere coloro che manifestano contro la riforma Gelmini come pericolosi
estremisti e facinorosi. Siamo dunque un Paese da mandare in galera, visti i milioni di giovani e meno giovani
nelle piazze a opporsi ai tagli all’istruzione e all’occupazione nella scuola, università, ricerca e anche nei servizi a
domanda individuale gestiti dai Comuni!
È in corso un tentativo di criminalizzazione del movimento degli studenti e del dissenso. È la stessa logica del
decreto del ministro di polizia Maroni sulla cosiddetta “sicurezza”, che considera centri sociali e occupazioni di
case come espressioni di degrado urbano, che i sindaci di destra di Roma e Milano sono i capifila nel rimuovere.
Non è da meno La Russa, ministro della difesa, che ha affiancato i soldati alle forze di polizia nelle ronde di
Stato, come se le nostre città fossero diventate luoghi da pattugliare da parte di truppe d’occupazione. Tant’è vero
che il compito viene affidato alle truppe che si sono “addestrate” in guerra (in Iraq e in Afghanistan).
Così, di esaltazione in esaltazione, La Russa e Gelmini si sono trovati d’accordo per sguinzagliare in questi
giorni, in 200 licei, generali e loro aiutanti, a magnificare il 4 novembre 1918, cioè la “grande vittoria“ della
monarchia italiana sulle monarchie tedesca e austriaca. In attesa di arrivare all’8 e 9 novembre, quando 21 città
italiane saranno trasformate in una specie di piazze d’armi, con alza-bandiera e ammaina-bandiera, parate e
sfilate militari, concerti di bande e fanfare, lancio di paracadutisti, simulazioni di assalti militari.
Il 4 novembre del 1918 ebbe fine la prima guerra mondiale, che aveva visto i soldati italiani inviati 3 anni prima
ad ammazzare e a farsi ammazzare, perché la “patria” dei generali e dei potentati economici avesse più spazio in
cui dominare e fare i propri affari, allargandosi ai territori di confine con l’impero austro-ungarico (altri generali
e potentati economici), abitati da popolazioni di lingua e costumi diversi tra loro.
Contro la guerra e contro i responsabili della sua barbarie, in tutta Europa e in particolare in Italia la protesta
popolare fu enorme e le manifestazioni di piazza imponenti. Ve ne sono ancora ricordi commoventi in decine di
canzoni giunte fino a noi, nate spontaneamente dai settori sociali più colpiti, dai loro poeti e dai loro musicisti.
Ma non ci fu niente da fare.
Tempo addietro l’Italia aveva sferrato anche guerre coloniali di sterminio contro intere regioni africane.
Tra il 1915 e il 1918 la guerra ammazzò 650mila italiani; ancora più numerosi furono i feriti; decine di migliaia
rimasero invalidi permanenti; migliaia di soldati (che avevano disobbedito agli ufficiali o che avevano tentato di
lasciare il fronte per fuggire dalle infamie dei loro ordini) furono fucilati come traditori della “patria”; furono
terribili le sofferenze delle popolazioni, la miseria e la fame, la disoccupazione di massa.
Ma per il sistema di potere economico e politico italiano fu una grande vittoria: avevano reso più “grande” la loro
Italia! Così, ci riprovarono vent’anni dopo e fecero 40 milioni di morti nel mondo.
Non c’era da aspettarsi nient’altro da un ministro che, poco più di un mese fa, davanti al Capo dello Stato, non
esitò a ribadire la sua “fede” fascista, rivendicando l’ “amor di patria” per le milizie armate della cosiddetta
Repubblica di Salò, cioè l’ultimo governo fascista, quello che nel Centro-Nord dell’Italia, dall’autunno 1943 alla
primavera 1945 restò schierato coi nazisti, contro i partigiani, le popolazioni civili, i soldati italiani che avevano
deciso di restare in armi per combattere il fascismo e il nazismo.
Un ministro che fa parlare della prima guerra mondiale i generali al posto degli insegnanti di storia.
Come ai tempi del fascismo, questo ministro intende portare nelle scuole, oltre che nel resto della società, la
propaganda e la “cultura” militarista, finalizzandole alla diffusione di una mentalità disponibile a odiare e
perseguitare il “diverso”, a trasformarlo in nemico, a vedere nemici dappertutto. Una mentalità disponibile a farsi
reclutare e arruolare negli eserciti, già preparati per la “difesa della patria”, in realtà per portare la guerra
d’aggressione nel mondo, come in Iraq e in Afghanistan.
È tempo di reagire! Per questo proponiamo che nei luoghi di lavoro, nella scuola, nell’università e nelle città ci si
impegni perché da ora all’8-9 novembre si sviluppi una capillare opera di informazione e di mobilitazione
affinché sia respinta una lettura militarista e fascista della storia del Novecento per ripristinare la verità storica sul
passato e soprattutto agire nel presente contro teorie e pratiche xenofobe, militariste e fasciste.




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