DISPENSE DI ECONOMIA POLITICA

Document Sample
scope of work template
							    Università di Brescia
    Facoltà di Economia




   DISPENSE DI
ECONOMIA POLITICA




      Prof. Giulio PALERMO


         Tel 030 29 88 824
         Fax 030 29 88 837
      palermo@eco.unibs.it
  http://www.eco.unibs.it/~palermo




  ANNO ACCADEMICO 2008-09
                                        PREMESSA



       Un insegnante di economia che si rispetti dovrebbe innanzi tutto selezionare con la
massima cura gli argomenti degni di essere insegnati, dando spazio a quelli più utili alla
comprensione (e alla risoluzione) dei problemi economici, senza scendere a compromessi con
quanto insegnano i colleghi (soprattutto quelli per i quali non ha alcun rispetto scientifico). In
questo corso, invece, io scendo a compromessi e, siccome la cosa non mi piace, provo ad
offrire qualche giustificazione.
       Ai fini della comprensione delle dinamiche del capitalismo, la microeconomia, ad
esempio, non ha granché da insegnare. Non solo si tratta di una teoria incapace di risolvere le
questioni che essa stessa pone, ma proprio le questioni che pone hanno poco a che fare con
quelli che, secondo me, sono i problemi del mondo economico. In definitiva, questa teoria si
riduce ad un'apologia (peraltro contraddittoria) del capitalismo, nella sua versione
ultraliberista, e poco più. Eppure anch'io, come molti, la insegno.
       Il processo di omologazione degli insegnamenti economici, guidato dalle università
americane e dai loro think tank liberisti ha ormai prodotto un forte conformismo scientifico in
cui l'autonomia scientifica dell'insegnante si riduce alla scelta del manuale più accattivante sul
piano formale, essendo i contenuti per lo più standardizzati. E anche qui, come fan tutti, io
pure suggerisco il manuale di turno, scegliendolo tra quelli che vanno per la maggiore e
limitandomi giusto a minimizzare il danno.
       Il problema è infatti che, stando così le cose, uno studente che segua un percorso
“troppo” diverso dal cammino omologante ha più problemi che vantaggi. Nella misura in cui i
temi alternativi su cui ha riflettuto siano veramente utili alla comprensione del mondo, si
trova certo in posizione vantaggiosa rispetto ai suoi colleghi ben omologati. Ma, nel suo
percorso di studi incontrerà ostacoli maggiori, non avendo a disposizione quel corpo di
conoscenze che invece la maggior parte degli altri insegnanti assumeranno per noto.
       Se la mia difesa si fermasse qui non avrebbe avuto senso scrivere questa premessa.
Sono infatti ben cosciente del fatto che accettare un simile compromesso significa partecipare



                                               2
attivamente al processo di omologazione scientifica. Se dunque ho scelto di insegnare anch'io
molti degli argomenti tipici dei corsi di microeconomia e macroeconomia, è perché mi sono
riservato il diritto di evidenziarne i limiti, le contraddizioni, le falsità, le premesse ideologiche
e le implicazioni perverse, criticando il manuale, come si dovrebbe fare con ogni testo sacro.
La demistificazione della teoria economica aiuta infatti, secondo me, a riflettere, a scoprire
l'essenza che si cela dietro l'apparenza, a ricercare le proprie priorità scientifiche. Questa è la
sola ragione per me valida per insegnare la teoria dominante.
       Certo sottraggo spazio e tempo agli argomenti che, secondo me, sono più direttamente
utili a capire quelli che io considero i problemi economici più gravi. Ma, anche per una
questione di umiltà scientifica, non credo che il vero problema sia di far passare i miei
messaggi o quelli degli economisti che, secondo me, meglio centrano il problema. Credo
invece che esista una sola difesa, individuale e collettiva, contro i processi di omologazione e
indottrinamento, quale che ne sia l'ideologia fondante: lo studio critico.
       Per questo il programma che ho da offrire, anche se fatico ad ammetterlo, è frutto di
duri compromessi e, ciononostante, ne sono soddisfatto. Ma forse, senza tutte queste
giustificazioni, la verità è più semplice: come molti dei miei colleghi, anch'io non sono un
insegnante degno di rispetto. Sarà lo spirito critico dello studente a giudicare.




                                                3
                           PROGRAMMA DEL CORSO



       DESCRIZIONE DEL CORSO


       Le scuole di pensiero economico esistenti adottano definizioni diverse dell’economia
politica. In senso generale, l’economia politica studia i rapporti di produzione e distribuzione
del reddito e della ricchezza nella società. Secondo l’impostazione dominante, l’economia
politica si suddivide nella microeconomia e nella macroeconomia. Queste due discipline, in
realtà, hanno origini storiche diverse e sviluppano concezioni teoriche in gran parte
incompatibili tra loro.
       La microeconomia ha origine verso la fine del XIX secolo dal contributo di tre
economisti, Léon Walras, Stanley William Jevons e Carl Menger, oggi riconosciuti come i
fondatori della scuola neoclassica. Tale scuola, divenuta ormai egemonica a livello
accademico, sviluppa una concezione liberista dell’economia, secondo la quale lo stato deve
limitare al massimo il proprio intervento nell’economia, lasciando il massimo spazio alle
relazioni di mercato. Dal punto di vista teorico, la microeconomia si occupa del singolo
consumatore e della singola impresa. Attraverso il modello di equilibrio economico generale e
l’economia del benessere, essa offre un quadro normativo per valutare l’efficienza delle
diverse forme di organizzazione dei mercati.
       La macroeconomia prende invece ispirazione dall’opera dell’economista inglese John
Maynard Keynes, vissuto nel XX secolo. Essa sviluppa una concezione del sistema capitalista
come sistema instabile e si pone come obiettivo la sua regolazione attraverso interventi diretti
dello stato. Dal punto di vista teorico, la macroeconomia si concentra sulle relazioni tra le
variabili economiche aggregate, come la produzione, i consumi, gli investimenti e il reddito
nazionale. Essa offre un quadro interpretativo direttamente applicabile ai problemi di politica
economica.
       La nascita dell’economia politica è tuttavia antecedente sia alla microeconomia, sia
alla macroeconomia. Essa ha origine nel XVII secolo con il contributo degli economisti



                                               4
classici e riceve un nuovo impulso critico nel XIX secolo con l’opera di Karl Marx. Per dar
conto di questi diversi approcci, il corso si suddivide in tre parti: l'economia classica e
marxiana, la macroeconomia e la microeconomia.




       REQUISITI INDISPENSABILI


       Il corso non richiede alcuna propedeuticità.




       OBIETTIVI


       Il corso si propone di favorire la comprensione degli aspetti economici della società
capitalista e di mettere in luce sia gli interessi comuni, sia quelli contrapposti che si
intrecciano nei processi economici e politici. Particolare importanza è data alla critica teorica
come strumento attivo per sviluppare una propria interpretazione dei problemi economici.




       INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE


1. Giulio Palermo, Dispense di Economia politica (le stai leggendo)
2. Giulio Palermo, Il Mito del Mercato Globale, Manifestolibri [pp. 9-43, 64-118].
3. AA.VV., Letture di economia classica e marxiana


I testi indicati sono scaricabili dal sito http://www.eco.unibs.it/~palermo oppure possono
essere reperiti presso le librerie “la matricola” e “club”.


La dispensa al punto 1 raccoglie tutto il materiale discusso in aula. Essa sintetizza e
commenta i seguenti testi (cui si rimanda per chiarimenti ed approfondimenti):
   1. John Sloman, Elementi di economia, Il Mulino. [Esclusa la terza parte].
   2. Mario Cassetti, Concorrenza, valore e crescita: modelli di economia classica, Franco
       Angeli. [Esclusi i paragrafi contrassegnati con l’asterisco].
   3. Alessandro Roncaglia, Lineamenti di economia politica, Laterza [Solo i paragrafi 1-
       11].


                                                5
    4. Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino. [Solo appendici 2 e 3 e glossario].
Il testo al punto 2 è una sorta di contro-manuale critico della microeconomia.
La dispensa al punto 3 raccoglie varie letture, tra cui le parti dei libri di Cassetti e Roncaglia
che utilizziamo nel corso.
Il manuale di riferimento è il libro di Sloman.
Su richiesta saranno date indicazioni alternative in lingua inglese o francese per gli studenti
con problemi linguistici.




       METODO DIDATTICO


•   Lezioni in aula
•   Esercitazioni
•   Seminari
•   Assistenza individuale dopo le lezioni e nell’orario di ricevimento
•   NB: Tutti i servizi didattici sono aperti anche ai non iscritti al corso o alla facoltà.




       VALUTAZIONE


       La valutazione si basa su una prova finale scritta. L’eventuale uso di libri o appunti
durante l’esame sarà deciso all’inizio del corso di comune accordo con gli studenti. È
comunque facoltà di ogni studente richiedere una prova integrativa orale.




       SERVIZI IN LINGUA STRANIERA


•   Attività di assistenza studenti anche in lingua inglese e francese
•   Possibilità di sostenere l’esame in lingua inglese o francese.




                                                  6
                                         INDICE



     INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO
1.   Cenni di storia del pensiero economico
2.   Dal feudalesimo al capitalismo
3.   L’impostazione moderna allo studio dell’economia


     I. ECONOMIA CLASSICA E MARXIANA
1.   La concorrenza
2.   La concorrenza come meccanismo di armonia sociale in Adam Smith
3.   La concorrenza e il conflitto tra capitalisti e proprietari terrieri in David Ricardo
4.   Concorrenza, sfruttamento e alienazione in Karl Marx


     II. MACROECONOMIA
1.   Problematiche macroeconomiche
2.   La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale
3.   Moneta e politica monetaria
4.   Il modello IS-LM


     III. MICROECONOMIA
1.   Introduzione
2.   Domanda individuale e domanda di mercato
3.   Elasticità e aggiustamento dei mercati
4.   Offerta dell’impresa e offerta di mercato
5.   Forme di mercato




                                              7
            INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO



1.      Cenni di storia del pensiero economico


        [Bibliografia di riferimento: Roncaglia, paragrafi 1-7]


     LA NASCITA DELL’ECONOMIA POLITICA CLASSICA
•    Il termine “economia politica” viene dal greco: oîkos = casa, nómos = legge, pólis sono le
     città stato dell’antica Grecia.
•    La nascita dell’economia politica come scienza autonoma si deve, secondo alcuni storici
     del pensiero economico, a William Petty, nel XVII secolo: il suo obiettivo è di descrivere,
     non di giudicare, il funzionamento della società, misurando i fenomeni economici e
     individuando “leggi economiche”, cioè relazioni sistematiche tra i diversi aspetti della
     realtà economica che operano indipendentemente dalla volontà dei soggetti economici.
     Petty usa i termini di aritmetica politica o anatomia politica.
•    Molti storici individuano nello scozzese Adam Smith (XVIII secolo), più che in Petty, la
     nascita dell’economia politica classica. Nella rappresentazione di Smith, la società è
     divisa in tre classi sociali: capitalisti, proprietari terrieri e lavoratori. Il reddito nazionale,
     cioè il valore di quello che viene prodotto in un anno nell’economia, si distribuisce tra le
     tre classi sociali sotto forma di profitti, rendite e salari. Secondo Smith, i rapporti tra classi
     sociali non sono conflittuali, ma armonici. Il mercato è lo strumento che permette di
     conciliare il perseguimento dell’interesse personale con la desiderabilità sociale.
•    Secondo l’economista inglese David Ricardo (tra il XVIII e il XIX secolo) il compito
     principale dell’economia politica è lo studio delle leggi che regolano la distribuzione del
     reddito tra le classi sociali. A differenza di Smith, Ricardo considera i rapporti tra classi
     sociali come necessariamente conflittuali e, nello scontro capitalisti – proprietari terrieri,
     prende posizione in difesa dei capitalisti.




                                                   8
•   Marx (XIX secolo) sviluppa la visione conflittuale della società, schierandosi apertamente
    dal lato dei lavoratori. La sua critica riguarda non solo il capitalismo, ma anche la
    rappresentazione che ne fornisce l’economia politica borghese. Oltre a cercare di spiegare
    i meccanismi di funzionamento del sistema economico, Marx cerca di spiegare anche le
    ragioni per cui gli economisti tendono a rappresentarlo sposando il punto di vista delle
    classi dominanti.
•   In generale, secondo la definizione degli economisti classici, l’economia politica è una
    scienza sociale che studia le caratteristiche di un sistema sociale dal punto di vista della
    produzione, distribuzione e impiego del reddito.


    LA RIVOLUZIONE MARGINALISTA E LA MICROECONOMIA
    [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 5]
•   Nel 1870, compaiono tre testi di autori di diverse nazionalità, Léon Walras, Stanley
    William Jevons (fondatori della scuola neoclassica) e Carl Menger (fondatore della scuola
    austriaca) che diventano rapidamente i nuovi riferimenti teorici in materia economica,
    soppiantando gli approcci ricardiano e marxiano, allora assai diffusi.
•   Il cambiamento radicale a livello teorico e metodologico rispetto all’approccio classico e
    marxiano porta a definire questa svolta teorica come una rivoluzione scientifica: la
    “rivoluzione marginalista”.
•   Il termine “marginalista” fa riferimento all’uso del calcolo differenziale come metodo
    universale di analisi delle questioni economiche. Secondo un importante economista e
    storico del pensiero economico, Joseph Schumpeter, ciò che accomuna la scuola
    neoclassica e quella austriaca è il rifiuto dell’approccio classico e marxiano basato sulla
    teoria oggettiva del valore e la proposta di una teoria del valore di tipo soggettivo. L’uso
    del calcolo differenziale è invece sviluppato unicamente dalla scuola neoclassica, dato che
    la scuola austriaca mantiene una posizione critica nei confronti del formalismo
    matematico. Da questo punto di vista sarebbe più corretto parlare di “rivoluzione
    soggettivista”, piuttosto che “marginalista”.
•   L’approccio marginalista-soggettivista si basa su due aspetti fondamentali: (1) l’utilità
    soggettiva come fondamento della teoria del valore; (2) l’ipotesi che i soli soggetti
    economici rilevanti siano gli individui, il che significa che tutte le proposizioni
    economiche devono essere costruite a partire da postulati riguardanti le regole di




                                               9
    comportamento individuali (non c’è posto per soggetti aggregati quali le classi sociali,
    centrali nell’impostazione classica).
•   Rispetto all’impostazione classica, basata sul concetto di classi sociali (e, in particolare
    nelle teorie di Ricardo e di Marx in cui tale rapporto è di natura conflittuale), la scuola
    marginalista implica un cambiamento radicale di prospettiva in cui apparentemente non
    esiste alcun conflitto di interessi, ma un comune interesse allo scambio da parte di tutti gli
    individui. L’obiettivo economico per eccellenza diventa la soddisfazione del consumatore
    (dato il suo potere d’acquisto). L’individuo conta quindi innanzi tutto in quanto
    consumatore e non, come ad esempio nella teoria marxista, in quanto lavoratore. Secondo
    questa impostazione, un sistema economico che funziona bene è un sistema in cui gli
    individui che hanno soldi per comprare trovano sul mercato i beni che essi desiderano. Il
    fatto che altri individui possono non avere mezzi per esprimere sul mercato i propri
    bisogni non incide sulla valutazione del buon funzionamento del sistema.
•   Le ragioni dell’affermazione dell’approccio marginalista-soggettivista possono essere
    ricondotte, da una parte, ai problemi interni incontrati dalle teorie ricardiana e marxiana e,
    dall’altra, alle implicazioni politiche di queste teorie (in particolare di quella di Marx), le
    quali evidenziano gli aspetti conflittuali dei rapporti economici e politici del capitalismo
    con importanti implicazioni rivoluzionarie. Di fatto nel decennio 1870-80 diversi paesi
    europei (Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia) e gli Stati Uniti sono attraversati da
    moti rivoluzionari, seguiti da violente repressioni. In questo clima, gli ambienti
    accademici e borghesi accettano con favore la nuova impostazione basata su un rifiuto
    netto della teoria oggettiva del valore e i concetti ad essa legati di sfruttamento, e lotta di
    classe. Come nota Maurice Dobb, dei tre economisti protagonisti della “rivoluzione
    soggettivista”, solo Jevons è pienamente cosciente della portata politica del nuovo
    approccio.
•   Secondo una celebre definizione della scuola marginalista, l’economia è la scienza che
    studia la condotta umana come relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi
    alternativi (Lionel Robbins). Mentre i desideri umani sono illimitati, le risorse disponibili
    per soddisfare tali desideri sono limitate. Tutti i problemi economici sono problemi di
    scarsità. L’economia si occupa di stabilire il modo migliore per ottenere un certo scopo
    utilizzando le risorse scarse a disposizione.
•   Con questa definizione, l’economia perde il suo carattere di scienza essenzialmente storica
    (nel senso che le diverse forme di organizzazione economica nei diversi contesti storici



                                               10
    funzionano secondo principi e meccanismi diversi) per diventare, o almeno pretendere di
    diventare, una scienza universale valida, al pari delle scienze esatte quali la matematica o
    la fisica.
•   Un tipico esempio di questo approccio economico è il problema del consumatore che
    dispone di un certo reddito e deve decidere come impiegarlo per soddisfare al meglio i
    suoi bisogni e le sue preferenze. Un altro esempio è il problema del produttore che deve
    decidere cosa e quanto produrre, che tecnica produttiva utilizzare nella ricerca del
    massimo profitto, utilizzando un certo capitale iniziale.


    LA RIVOLUZIONE KEYNESIANA E LA MACROECONOMIA
•   Dal 1870 agli anni ’20, il dibattito economico è caratterizzato da una certa tranquillità che
    vede il consolidarsi della teoria neoclassica come scuola di pensiero dominante.
•   I problemi economici degli anni ’20 –la deflazione, la caduta salariale, la disoccupazione
    e la crisi economica, accentuatasi tra il 1929 e il 1932– producono forti polemiche
    teoriche che portano all’affermazione della teoria di John Maynard Keynes.
•   Dal punto di vista teorico, la rivoluzione keynesiana non può essere posta sullo stesso
    piano di quella marginalista. Essa infatti non si basa su un cambiamento profondo della
    struttura concettuale della teoria dominante, quanto piuttosto sulla proposta di un diverso
    modo di gestire i problemi economici del tempo. La teoria di Keynes non si oppone alla
    teoria del valore e della distribuzione allora in vigore (quella neoclassica-marginalista);
    anzi si muove al suo interno, contestandone tuttavia un aspetto fondamentale: l’assunto
    del pieno impiego delle risorse produttive (in particolare, del pieno impiego della forza
    lavoro disponibile). NB: nel linguaggio dell’economia ortodossa (non marxiana), la forza
    lavoro è l’offerta di lavoro, cioè la popolazione in età lavorativa occupata o in cerca di
    occupazione.
•   Sebbene la teoria neoclassica riconosca la possibilità di attriti che impediscano il
    raggiungimento dell’equilibrio di pieno impiego, si suppone comunque che il sistema
    tenda verso di esso. L’implicazione di politica economica è che periodi prolungati di
    disoccupazione non possono che dipendere da un livello troppo alto dei salari rispetto al
    livello d’equilibrio di piena occupazione.
•   Keynes contesta questa proposizione sostenendo che non esistono tendenze necessarie a
    muovere il sistema dei prezzi verso l’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio
    può invece fissarsi a qualsiasi livello di produzione e di occupazione.



                                                 11
•   Rispetto all’approccio neoclassico basato sull’analisi del comportamento dei singoli
    soggetti economici come premessa indispensabile per discutere tutti i fenomeni
    economici, Keynes sposta l’accento sull’analisi di variabili aggregate quali il consumo,
    l’occupazione e il reddito nazionale. In questo senso la teoria keynesiana costituisce il
    fondamento di quella che in termini moderni si chiama macroeconomia, contrapponendosi
    alla teoria neoclassica che mantiene un approccio di tipo microeconomico.
•   La teoria keynesiana si afferma soprattutto negli anni successivi alla seconda guerra
    mondiale, con politiche di forte intervento pubblico nella maggior parte dei paesi
    occidentali. Anche a livello accademico, si delinea così una separazione tra due filoni di
    ricerca: la microeconomia e la macroeconomia. In realtà la distinzione indica soprattutto
    che ci troviamo di fronte a due approcci diversi alla scienza economica, l’approccio
    marginalista e quello keynesiano. I moderni libri di testo li presentano come
    complementari, ma in realtà essi nascono e si sviluppano come antagonistici.


    LE “LEGGI ECONOMICHE” NELLE DIVERSE IMPOSTAZIONI METODOLOGICHE
•   Una fondamentale differenza tra l’approccio classico e quello marginalista riguarda il
    metodo d’analisi.
•   Secondo la scuola classica, la società si modifica nel tempo ed è perciò naturale studiare
    società diverse nello spazio e nel tempo secondo teorie diverse. Le leggi economiche che
    l’economia politica cerca cambiano infatti anch’esse nelle diverse forme sociali (o,
    secondo la terminologia di Marx, che è l’economista che più ha insistito sul carattere
    storico delle diverse forme di organizzazione della società, modi di produzione). Le leggi
    di funzionamento della società schiavistica sono diverse da quelle della società feudale, da
    quelle della società capitalista e da quelle della società socialista.
•   Secondo l’approccio marginalista invece, anche se le forme sociali cambiano nel tempo, il
    problema economico di fondo rimane sempre lo stesso in ogni società e in ogni epoca:
    come utilizzare nel migliore dei modi le risorse a propria disposizione. Si tratta
    evidentemente di domande diverse che vengono sollevate dai due approcci, ognuna delle
    quali porta ad assumere determinate ipotesi come punto di partenza dell’analisi. Come
    vedremo, nella teoria marginalista si insiste sul ruolo delle preferenze individuali, le quali
    determinano i criteri di scelta all’interno di un ventaglio di opzioni disponibili. Questo
    porta ad assumere sia le preferenze, sia il set di scelte a disposizione di ciascun soggetto
    come un dato da cui partire, non come fenomeni da spiegare.



                                                 12
•   Il fatto che i diversi approcci teorici si pongano domande diverse rende difficile parlare di
    progresso teorico come nelle altre scienze.


    IDEOLOGIA E TEORIA ECONOMICA
•   Parallelamente all’affermazione dell’approccio marginalista si sviluppa la convinzione
    che la teoria economica debba essere estranea ad ogni tipo di giudizio di valore. Questo
    porta alla distinzione netta tra “economia positiva” ed “economia normativa”: la prima
    produce analisi descrittive (di ciò che è), mentre la seconda produce analisi prescrittive (di
    ciò che dovrebbe essere secondo particolari posizioni etiche).
•   Secondo questa impostazione, solo a livello normativo è necessario introdurre giudizi di
    valore, mentre nell’analisi positiva la teoria non riflette altro che giudizi di fatto.
•   Questa distinzione ha dato luogo ad un lungo dibattito nel quale si è evidenziato come la
    stessa economia positiva, non possa considerarsi estranea alla visione ideologica e ai
    giudizi di valore dell’economista. Come sostiene l’economista svedese Gunnar Myrdal,
    premio Nobel nel 1974, l’oggettività nella ricerca sociale non può mai essere assoluta e
    universale poiché necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema da
    analizzare e nella scelta degli strumenti d’analisi (ma a volte anche nelle conclusioni
    teoriche), le convinzioni e i valori del teorico, i quali non possono considerarsi al di sopra
    delle parti.
•   Le categorie analitiche di qualsiasi teoria positiva riflettono necessariamente una
    particolare visione del mondo. Non è possibile immaginare una teoria economica che sia
    indipendente da una particolare visione del mondo poiché l’economista è egli stesso parte
    della società che studia e la posizione che egli ricopre nella società influisce
    necessariamente sul suo modo di vedere le cose, di individuare i problemi economici e di
    definire le priorità della ricerca teorica.
•   L’oggettività nella ricerca sociale non può mai essere assoluta e universale poiché
    necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema da analizzare e nella
    scelta degli strumenti d’analisi (ma a volte anche nelle conclusioni teoriche), le
    convinzioni e i valori del teorico, i quali, in un mondo fatto di interessi contrastanti, non
    possono in alcun modo considerarsi al di sopra delle parti.
•   Spesso, tuttavia, la visione (di parte) delle teorie economiche è presentata dai loro
    sostenitori come se fosse invece super partes, cioè come se si trattasse di un punto di vista
    neutrale, unanimemente condivisibile, ispirato al semplice perseguimento del bene



                                                  13
    comune. Il problema è che, il bene comune, ammesso che esista in una società fatta di
    interessi contrastanti quale è il capitalismo, non è facilmente identificabile.
•   Da un punto di vista marxista, la teoria economica borghese non è affatto neutrale ma
    riflette semplicemente la visione, le aspirazioni e le preoccupazioni della classe dominante
    del capitalismo: la borghesia. Il motivo per cui le proposizioni della teoria borghese
    appaiono neutrali sul piano dei valori è che implicitamente la teoria prende per dato il
    sistema capitalista e sposa il punto di vista della sua classe dominante.
•   Secondo Marx ed Engels la storia dei rapporti economici è storia di lotta di classe e, così
    come la società evolve secondo gli interessi contrastanti delle diverse classi sociali, la
    morale stessa è sempre una morale di classe. Chiaramente, secondo l’approccio marxista,
    è la classe dominante che ha interesse a presentare la propria morale come eterna e
    universale ed è sempre la classe dominante che ha interesse a rivendicare la neutralità
    della propria visione dei rapporti economici sostenendo che la (propria) teoria si fonda sul
    principio del bene comune.




                                                14
2.      Dal feudalesimo al capitalismo


        [Bibliografia di riferimento: Roncaglia, paragrafi 8-11]


•    Nel corso tratteremo spesso del mercato. Il mercato può essere definito come il luogo nel
     quale avvengono le transazioni economiche, gli scambi di merci contro denaro. Nella
     teoria economica, il termine non si riferisce necessariamente a particolari luoghi fisici,
     bensì indica una rete di relazioni tra operatori economici, anche distanti tra loro, che
     scambiano uno stesso tipo di bene.
•    Il mercato esiste da molto tempo ed è presente anche in società come la Grecia antica, o
     nell’epoca feudale. Ma rispetto a quell’epoca il ruolo del mercato nella società è
     profondamente cambiato. Nella società capitalista, che è l’oggetto principale del nostro
     studio, il mercato svolge un ruolo primario nei processi di produzione e distribuzione delle
     risorse. Rispetto alla forma sociale che ha preceduto il capitalismo –la società feudale– i
     rapporti di mercato hanno subito uno sviluppo enorme trasformando le relazioni sociali sia
     da un punto di vista quantitativo, sia qualitativo.
•    Per comprendere meglio il ruolo del mercato nelle diverse forme sociali, analizziamo,
     seppure in termini molto generali, l’organizzazione della società feudale e il ruolo che in
     essa svolgeva il mercato.
•    Tre classi sociali: nobiltà, clero e servi della gleba. I nobili detengono il potere politico. I
     servi della gleba sono obbligati a fornire le corvées, ossia devono dedicare parte del loro
     tempo di lavoro ai nobili, ai quali va tutto il prodotto delle terre padronali (fondi
     dominici). I servi della gleba pagano inoltre le decime al clero, che sono una forma di
     tassa pari a circa un decimo del prodotto. Quello che rimane è utilizzato dal servo della
     gleba e la sua famiglia per il sostentamento. L’attività economica è tutta organizzata
     attorno al nobile e il suo castello dal quale domina le terre circostanti. Le famiglie
     nobiliari costituiscono in gran parte unità produttive autosufficienti.
•    Il mercato riguarda solo una parte minima degli scambi che avvengono nella società e
     riguarda quasi esclusivamente scambi che non sono strettamente necessari alla
     sopravvivenza delle singole unità produttive e alla riproduzione del sistema. I servi della
     gleba consumano direttamente il prodotto delle terre servili e non hanno modo di entrare
     in possesso di denaro. Le decime sono pagate in natura. I nobili ottengono il prodotto
     delle terre padronali in natura e solo una parte di questo viene scambiato sul mercato per



                                                 15
    lo più in cambio di prodotti manufatti provenienti da artigiani che vivono nelle vicinanze
    del castello, nel dominio del nobile; un’altra parte viene invece da lontano (pietre
    preziose, spezie, tessuti).
•   La transizione al capitalismo è avvenuta con tempi diversi nei diversi paesi. Prima in
    Olanda e in Inghilterra intorno al XVII secolo, più lentamente in altri paesi.
•   Fattori che hanno inciso sul processo di transizione:
    1. Crescita degli scambi, crescita delle città (in cui si sviluppa l’artigianato e in cui si
        riversano i servi della gleba che fuggono dalle campagne).
    2. Sviluppo dei commerci a lunga distanza (che aumenta i desideri dei nobili, i beni
        oggetto di scambio sul mercato e lo sfruttamento dei servi della gleba, dando luogo a
        rivolte e fughe di massa dalle campagne).
    3. Nascita del putting out system (sistema di lavoro a domicilio in cui il mercante porta ai
        suoi lavoranti le materie prime e poi ritira il prodotto pagando in forma di denaro un
        salario al livello di sussistenza).
    4. Prima rivoluzione agricola (inizio XVIII secolo). Si diffonde l’allevamento del
        bestiame e del pascolo. Diminuisce il numero di lavoratori agricoli allontanando i
        servi della gleba dalle terre che fino ad allora avevano coltivato. Le terre vengono
        recintate permettendo ai nobili di ottenere maggiori redditi grazie alle nuove
        tecnologie agricole. Nasce così la proprietà privata della terra (il dominio politico del
        nobile sulla regione si trasforma in un diritto esclusivo allo sfruttamento economico
        della terra) e quello che Marx chiamerà l’esercito industriale di riserva (esercito di
        potenziali lavoratori disponibili per quei mercanti che decidono di sviluppare una
        propria attività manifatturiera). Si instaura così il rapporto di lavoro salariato e la
        separazione tra lavoratore e proprietà dei mezzi di produzione.
•   I cambiamenti non sono solo quantitativi, ma anche qualitativi: i fenomeni descritti
    modificano infatti le istituzioni stesse che regolano l’interazione sociale, portando alla
    scomparsa delle istituzioni feudali e all’instaurarsi di istituzioni capitalistiche.
•   Il capitalismo si regge sul rapporto di lavoro salariato. L’estendersi dei rapporti di mercato
    supera gradualmente gli scambi occasionali di particolari beni e il mercato tende a
    diventare la principale istituzione che regola i rapporti tra i cittadini. Al mercato non
    vanno più soltanto le eccedenze rispetto alle capacità di autoconsumo, come nel
    feudalesimo. La vendita sul mercato diventa invece l’obiettivo stesso della produzione. Il




                                                 16
    progressivo estendersi dei mercati tende ad abbracciare sempre nuovi aspetti dei rapporti
    sociali.
•   Ma il vero salto qualitativo si ha con l’emergere del mercato del lavoro, in cui è possibile
    comprare e vendere le prestazioni lavorative, e con l’affermarsi della compravendita della
    forza lavoro come principale forma di produzione delle merci. Questa trasformazione
    modifica sostanzialmente i rapporti sociali facendo dipendere l’esistenza di ampi strati
    della popolazione –i lavoratori– dai rapporti di mercato.
•   Il processo di emersione del mercato del lavoro è particolarmente violento ed è importante
    ricordare che tanto nella letteratura marxista, quanto in quella non marxista, gli storici
    hanno evidenziato la resistenza della società civile all’instaurazione dei rapporti di
    mercato. Affinché infatti potesse crearsi un mercato del lavoro, fu necessaria
    l’espropriazione dei lavoratori i quali, mentre si liberavano dei vincoli imposti dalle
    istituzioni feudali, si trovavano al tempo stesso privi di qualsiasi mezzo per sopravvivere e
    furono quindi costretti a vendere la propria forza lavoro al miglior offerente. Con la
    trasformazione della forza lavoro in merce da scambiarsi sul mercato, la vita stessa dei
    lavoratori diventa soggetta alle dinamiche imposte dalle leggi del mercato, le quali si
    affermano indipendentemente dalla volontà e dai desideri dei singoli soggetti economici.
    La separazione tra lavoro e mezzi di produzione è quindi la caratteristica fondamentale
    delle società capitaliste.
•   La divisione in classi sociali che viene a prevalere è in tre classi: capitalisti, lavoratori e
    proprietari terrieri. I capitalisti sono i proprietari dei mezzi di produzione, pagano un
    salario ai lavoratori e sono proprietari del prodotto del processo produttivo. La vendita sul
    mercato di tale prodotto, in condizioni normali, consente al capitalista di ottenere un
    profitto. I proprietari terrieri ottengono una rendita come remunerazione dell’affitto della
    terra. I lavoratori ottengono un salario in forma monetaria che spendono nell’acquisto di
    beni necessari alla sussistenza.
•   Questa divisione in classi ovviamente evolve nel tempo e assume configurazioni diverse
    nei diversi contesti: ad esempio diversi individui possono percepire redditi in parte da
    capitale e in parte da lavoro e le dimensioni delle tre classi possono essere assai diverse se
    si confrontano diversi periodi o diversi paesi. In particolare il ruolo dei proprietari terrieri
    è diminuito notevolmente nel corso della storia del capitalismo e la struttura interna della
    classe capitalista è diventata più articolata, con la separazione più o meno netta tra




                                                17
    capitale industriale e capitale finanziario. La divisione in classi sociali rimane comunque
    il tratto distintivo del modo di produzione capitalistico che è l’oggetto del nostro corso.
•   Fattori che hanno inciso sull’aumento di produttività nello sviluppo del capitalismo:
    1. Invenzione della macchina a vapore che costituisce l’aspetto principale della
       rivoluzione industriale basata sul sistema di fabbrica che consente una stretta
       sorveglianza del capitalista-imprenditore sui lavoratori (disciplina, orari rigidi, ritmi di
       lavoro controllati).
    2. Seconda rivoluzione agricola basata sull’introduzione delle macchine nel lavoro dei
       campi e sull’uso dei fertilizzanti artificiali ottenuti grazie ai progressi della chimica.
    3. Produzione su larga scala dell’energia elettrica e suo utilizzo in numerosi campi
       (illuminazione, forza motrice per i macchinari industriali).
    4. Più di recente: micreoelettronica e informatica che permettono lo sviluppo
       dell’automatizzazione e modificano i rapporti di lavoro nelle fabbriche e negli uffici.
    5. Trasporti: passaggio dalla diligenza al treno, dalle navi a vela a quelle a vapore,
       diffusione dell’automobile e del trasporto aereo.
    6. Comunicazioni: telegrafo e telefono, radio e televisione, fax e posta elettronica.




                                               18
    3. L’impostazione moderna allo studio dell’economia


       [Bibliografia di riferimento: Sloman, introduzione]


    IL “PROBLEMA ECONOMICO”
•   L’impostazione di fondo dei moderni manuali di economia è quella dell’approccio
    marginalista integrato con la teoria keynesiana. Nel menzionare i problemi economici si
    parla di moneta, produzione, consumo, ma non si parla invece di distribuzione del reddito,
    la quale, come abbiamo visto, è il grande tema degli economisti classici, né delle questioni
    di sfruttamento e alienazione, care a Marx.
•   Il problema economico fondamentale è la scarsità e tutte le questioni economiche sono
    presentate in termini di equilibrio tra domanda e offerta. Nella microeconomia i concetti
    di domanda e di offerta sono riferiti ai singoli individui, nella macroeconomia la domanda
    e l’offerta sono invece concetti aggregati, che si riferiscono cioè ad aggregati di individui.
•   Microeconomia. La microeconomia studia il comportamento dei singoli soggetti
    (consumatori, imprese) e da esso deriva le leggi di funzionamento della società nel suo
    complesso. Ogni società, implicitamente o esplicitamente, effettua tre tipi di scelte: quali
    beni produrre, come produrli, per chi produrli. La microeconomia risponde a queste
    domande prendendo come punto di partenza le scelte individuali e valutandole dal punto
    di vista individualistico.
•   Macroeconomia. La macroeconomia studia invece direttamente il comportamento di
    aggregati, come il reddito nazionale, gli investimenti, i consumi e i problemi che si
    affrontano    sono   quelli   dell’inflazione,   della   crescita   della   produzione,   della
    disoccupazione, dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti.


    LA FRONTIERA DELLE POSSIBILITÀ PRODUTTIVE
•   Consideriamo un sistema semplificato in cui esistono solo due beni x1 e x2. Se tutte le
    risorse produttive esistenti (lavoro, capitale, terra) fossero utilizzate per produrre x1,
    utilizzando le tecniche più efficiente, si otterrebbero 7 milioni di unità di x1.
    Alternativamente, se tutte le risorse fossero utilizzate per produrre x2, si otterrebbero
    ottenendo 8 milioni di unità di x2. esistono poi tutta una serie di casi intermedi in cui parte
    delle risorse è utilizzata per produrre x1 e parte è utilizzata per produrre x2. L’insieme delle
    combinazioni di x1 e x2 che possono essere realizzate efficientemente con le risorse



                                                19
    esistenti prende il nome di “frontiera delle possibilità produttive”. Tale insieme può essere
    rappresentato graficamente come una curva decrescente sul piano cartesiano (x1, x2).
•   Il concetto di frontiera delle possibilità produttive può essere utilizzato per esprimere
    alcuni concetti tipici della microeconomia e della macroeconomia.
•   In microeconomia, si parla di costo-opportunità. Come vedremo, secondo l’approccio
    microeconomico, ogni scelta comporta il sacrificio delle altre alternative possibili. La
    migliore alternativa tra quelle scartate costituisce il “costo-opportunità” della scelta. In
    questo caso il costo opportunità esprime il numero di unità di x1 cui si deve rinunciare per
    incrementare di un’unità la produzione di x2. Secondo un’ipotesi diffusa, la frontiera delle
    possibilità produttive è concava, il che significa che il costo-opportunità è crescente.
•   In macroeconomia, il concetto di frontiera delle possibilità produttive può essere utilizzato
    per evidenziare i problemi di un sottoutilizzo delle risorse produttive. In tal caso, il
    sistema non riesce a realizzare combinazioni produttive sulla frontiera e porta invece alla
    produzione di punti interni alla frontiera.


    LO SCAMBIO DI MERCATO COME FENOMENO NATURALE
•   Tutto questo apparato teorico, comprendente la macroeconomia e la microeconomia, si
    basa sull’ipotesi che gli individui abbiano una propensione naturale a scambiare e a
    perseguire il guadagno personale e che i rapporti di mercato emergano spontaneamente
    come risposta a tali propensioni naturali.
•   Questo modo di vedere le cose non è esente da critiche.
    1. Che la scarsità sia un problema universale caratteristico di tutte le società è un fatto
       contestato dagli storici economici i quali evidenziano invece come la scarsità sia un
       fenomeno tipico della società capitalista per due ragioni: primo, col balzo in avanti
       nella produzione della ricchezza realizzato con l’avvento del capitalismo si è avuto
       parallelamente un balzo in avanti nella produzione della povertà; secondo, la scarsità
       delle risorse è definita in relazione all’ipotesi di bisogni illimitati, i quali tuttavia nelle
       società precapitalistiche erano di fatto limitati e determinati da fattori legati alla
       tradizione.
    2. La stessa ipotesi fondamentale dell’economia ortodossa secondo cui la società di
       mercato nasca dalla propensione naturale dell’uomo allo scambio (come riteneva
       Smith e come ritengono gli economisti neoclassici) non trova alcun riscontro storico:
       come sostiene lo storico economico Karl Polanyi gli atti individuali di baratto erano



                                                  20
   del tutto eccezionali nelle società primitive e nei grandi imperi come l’antico Egitto,
   Roma, la Cina e l’Europa medievale, i quali si basavano invece su meccanismi sociali
   di distribuzione indipendenti dallo scambio diretto tra singoli soggetti.
3. La propensione allo scambio, che l’individuo della società capitalista percepisce come
   naturale, si sviluppa invece solo col procedere del capitalismo. Partire dallo scambio
   isolato come fondamento del mercato è dunque un falso storico.
4. Lo stesso commercio a lunga distanza non era affatto basato sul mercato e lo scambio
   di equivalenti, bensì sulla rapina, l’espropriazione violenta, il colonialismo. In altri
   casi, gli scambi avvenivano senza alcun meccanismo di “do ut des”, ma
   semplicemente in forma di dono.
5. L’ipotesi che il movente dell’attività economica sia il guadagno personale è anch’essa
   storicamente falsa e può essere considerata valida soltanto all’interno dell’interazione
   sociale di tipo capitalistico.




                                          21
                                                 I
                    ECONOMIA CLASSICA E MARXIANA



1.      La concorrenza


        [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 1]


•    Il concetto di concorrenza e la teoria economica.
•    Due fattori generali determinano la concorrenza:
     1. l’esistenza di un beneficio scarso, insufficiente a soddisfare tutti i partecipanti
        all’interazione sociale;
     2. un atteggiamento conflittuale, non solidale, tra soggetti interscambiabili tra loro.
•    I rapporti tra interesse personale e benessere sociale costituiscono l’interrogativo
     fondamentale della ricerca economica e le diverse teorie della concorrenza forniscono
     risposte diverse a tale interrogativo.
•    Non essendoci nessuna istituzione che coordina esplicitamente le decisioni individuali di
     produzione e di consumo, come mai il risultato empirico non è il caos? La risposta di
     Smith è che la concorrenza è un meccanismo che tende a rendere coerenti (ex post) le
     decisioni individuali ed è perciò grazie alla concorrenza se nel sistema di mercato le
     decisioni individuali si ricompongono in modo armonioso.
•    La risposta che daranno in modo in parte diverso Marx e Keynes è che il fatto che nel
     capitalismo non si generi il caos non è completamente vero, visto che tutti i sistemi
     capitalisti sono caratterizzati da ricorrenti crisi e difficoltà di impiegare tutte le risorse
     disponibili. Secondo Marx e Keynes, queste difficoltà dipendono dai limiti stessi della
     concorrenza come meccanismo dominante di coordinamento delle decisioni individuali.




                                                22
2.      La concorrenza come meccanismo di armonia sociale in Adam Smith


        [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 2]


•    Due opere principali: Teoria dei sentimenti morali e Indagine sulla natura e le cause della
     ricchezza delle nazioni (comunemente chiamato La ricchezza delle nazioni).
•    Il teorema della mano invisibile: l’interazione tra individui egoisti che perseguono il
     proprio interesse personale produce risultati economici socialmente desiderabili a patto
     che non ci siano barriere economiche o restrizioni istituzionali al perseguimento delle
     attività economiche e all’operare della concorrenza.
•    Il concetto di sovrappiù e la teoria del valore. Consideriamo un processo produttivo in cui
     si produce grano a mezzo di grano e lavoro:


                                                 a⊕l→b


     a = quantità di grano immessa nel processo produttivo;
     l = quantità di lavoro immessa nel processo produttivo;
     b = quantità di grano ottenuta dal processo produttivo.


     Indichiamo con w il salario per unità di lavoro espresso in termini di grano, o saggio di
     salario (reale) e assumiamo che esso sia un dato del problema e che sia fissato al livello di
     sussistenza del lavoratore.


                                              S = b – (a + wl)


     S é il sovrappiù, cioè la parte del prodotto che eccede la necessità di sussistenza dei
     lavoratori e la ricostituzione dei mezzi di produzione. Il sovrappiù può essere consumato
     dai capitalisti e dai proprietari terrieri o può essere reinvestito. In quest’ultimo caso si ha
     un sistema in espansione in cui la produzione aumenta di anno in anno (produzione su
     scala allargata).
•    La capacità di produrre un sovrappiù deriva dal lavoro, non dalla terra come ritenevano i
     fisiocrati. Il lavoro è la fonte della ricchezza.




                                                  23
•   L’estendersi della divisione del lavoro è la principale causa dell’aumento della
    produttività del lavoro.
•   Il sovrappiù si forma in tutti i settori e la sua dimensione dipende dal grado di sviluppo
    dalla divisione del lavoro. In un sistema in cui si producono beni di diversa natura si pone
    un problema nella misurazione del sovrappiù: i beni prodotti (output) e i beni utilizzati
    come mezzi di produzione (input) possono essere diversi il che rende problematico
    determinare il sovrappiù in termini fisici e rapportarlo ai mezzi di produzione per ottenere
    una misura del saggio di profitto. (NB: anche in presenza di input e output comprendenti
    lo stesso insieme di beni, è sufficiente che la composizione dell’output e quella dell’input
    siano diverse a impedire una misurazione del saggio di profitto in termini fisici).
•   Esprimendo i diversi input e output in termini di valore è possibile misurare il sovrappiù e
    calcolare il saggio di profitto.
•   Problema del valore: come si determina il valore delle merci? Valore d’uso e valore di
    scambio: il valore d’uso è la proprietà di un bene di soddisfare un dato bisogno; il valore
    di scambio è il rapporto con cui una quantità di un bene si scambia sul mercato con
    quantità di altri beni (prezzo relativo).
•   Lavoro contenuto. Smith: “In ogni tempo e luogo è caro ciò che costa molto lavoro, è a
    buon mercato ciò che si può avere con pochissimo lavoro”.
•   Consideriamo un modello grano standardizzato (in cui cioè i parametri siano definiti in
    modo tale che l’output sia pari ad un’unità):


                                                a⊕l→1


    a = quantità di grano immessa nel processo produttivo;
    l = quantità di lavoro immessa nel processo produttivo;
    b = 1 (si ottiene un’unità di grano dal processo produttivo).


•   Si può utilizzare anche la seguente notazione più compatta:


                                                [a, l] → 1


    con a < 1 come condizione affinché il processo sia vitale.
•   Introduciamo l’ipotesi di rendimenti di scala costanti:



                                                 24
                                [αa, αl] → α                    per ∀ α > 0.


•   Con queste ipotesi, determiniamo il lavoro contenuto in un’unità di grano:


                                                   [a, l] → 1
                                              [a2, al] → a
                                             [a3, a2l] → a2
                                                         …
                                            [an, an-1l] → an-1
                                                         …


    si tratta di una serie geometrica di ragione a, la quale è pari a l/(1 – a), se, come nel nostro
    caso, a < 1:


                           λ = l + al + a2l + a3l + … + an-1l + … = l/(1 – a)


    Come si vede il lavoro contenuto (λ) è maggiore del semplice lavoro diretto (l).
•   Secondo Smith il concetto di lavoro contenuto tiene conto solo dei redditi da lavoro, ma
    non tiene conto del profitto e della rendita, i quali sono centrali nel capitalismo. Se infatti
    tutto il valore prodotto dal lavoro andasse al lavoratore in forma di salario, non ci sarebbe
    spazio per il profitto e la rendita. Affinché possano esistere altre categorie di reddito
    accanto al salario, il prezzo del bene non può essere pari ai salari pagati per produrre il
    bene stesso. NB: nella teoria classica per profitto non si intende la remunerazione del
    capitalista per la sua attività di direzione e coordinamento del processo produttivo, bensì si
    intende la quota di reddito di cui il capitalista si appropria in virtù dell’aver anticipato il
    capitale. È per questo, come vedremo in un attimo, che nel definire il saggio di profitto si
    rapporta il profitto al capitale anticipato.
•   Lavoro comandato. Il valore di una merce è determinato dal lavoro che essa può
    acquistare (non dal lavoro che è occorso per produrla): λcom = p/w.
•   w è il saggio di salario monetario: quantità di moneta per unità di lavoro (w = wp).
•   Smith si riferisce allo scambio di merci contro lavoro, lo scambio capitalistico per
    eccellenza, quello tra capitalisti e lavoratori.


                                                    25
•   Che relazione esiste tra λ e λcom ? Vogliamo dimostrare che λ < λcom. Il lavoro che si può
    acquistare vendendo una merce è maggiore del lavoro occorso per produrla. La ragione è
    che il prezzo della merce può scomporsi in tre componenti: la parte che remunera il lavoro
    (salario), quella che remunera il capitale (profitto) e quella che remunera la terra (rendita).
    Solo nel caso in cui tutto il reddito ricavato dalla vendita del prodotto andasse interamente
    al lavoro, il lavoro comandato sarebbe uguale al lavoro contenuto. Qualora invece esistano
    parti del valore prodotto che sono attribuite al capitalista (il profitto) o al proprietario
    terriero (la rendita), il reddito del lavoratore (il salario) non può che diminuire. In questo
    modo, il capitalista che vende al prezzo p una merce che contiene λ ore di lavoro, riceve
    una quantità di denaro superiore rispetto a quella necessaria a remunerare il lavoro.
    Questo significa che la quantità di lavoro che il capitalista comanda (λcom) è superiore al
    lavoro contenuto nella merce (λ).
•   Consideriamo la relazione tra λ e λcom in termini analitici.
    Tralasciando per semplicità la rendita, il prezzo può essere espresso come somma dei costi
    sostenuti per produrre la merce, più un profitto di cui si appropria il capitalista (avendo
    egli anticipato i mezzi di produzione).


                                        Ricavi ≡ costi + profitti


    In termini unitari (dividendo per q):


                                   p ≡ costi unitari + profitti unitari.


    Per avere una misura del guadagno del capitalista, il profitto viene riferito alla quantità di
    capitale anticipato. Si definisce allora il saggio del profitto (r):


                              r = profitti / valore del capitale anticipato.


    Il prezzo può allora essere espresso così:


                                          p = (pa + wl)(1 + r)




                                                 26
    dove: (pa + wl) è il costo unitario e r(pa + wl) è il profitto unitario [NB: nel testo di
    Cassetti c’è un errore di battitura a pag. 22. Non è (pa + wλ) il costo unitario e r(pa + wλ)
    il profitto unitario].
    Per confrontare λ e λcom conviene riscrivere l’equazione del prezzo come segue:


                                               p = (pa + wl)(1 + r)
                                                 = pa(1 + r) + wl(1 + r)


    Consideriamo ora il lavoro comandato:


                                    λcom = p/w = (p/w)a(1 + r) + l(1 + r)
                                        (p/w) [1 – a(1 + r)] = l(1 + r)
                             (p/w) = l(1 + r) / [1 – a(1 + r)] = l / [1/(1 + r) – a]


    Ricordando che λ = l/(1 – a) e che 1/(1 + r) < 1, segue che:
    1. λcom ≥ λ
    2. λcom = λ solo se r = 0.
•   Si noti che il lavoro comandato può fare da misura del valore di scambio delle merci ma
    non può spiegare quest’ultimo poiché esso dipende da p e w che sono altri valori di
    scambio. Il lavoro comandato non può quindi risolvere il problema del valore inteso come
    problema di determinare gli elementi che fanno sì che una merce abbia un certo valore: se
    per determinare il valore di scambio di una merce (il prezzo) si deve già conoscere il suo
    prezzo, la teoria risulta contraddittoria e il ragionamento diventa circolare.
•   La questione è che il lavoro contenuto e il lavoro comandato rispondono a due
    interrogativi diversi: con il concetto di lavoro contenuto si tenta di spiegare il valore di
    scambio delle merci (i loro prezzi); con il concetto di lavoro comandato si fornisce invece
    semplicemente una misura alternativa (rispetto a quella monetaria) del valore di scambio
    delle merci.
•   Questa distinzione non è chiara in Smith, il quale invece propone di utilizzare il lavoro
    comandato anche come teoria del valore di scambio delle merci. A tale scopo Smith
    elabora una teoria additiva del valore secondo cui le tre componenti del prezzo (salario
    unitario, profitto unitario e rendita unitaria) gravitano attorno ai loro livelli naturali.




                                                    27
•   Il prezzo che consente di pagare i salari, i profitti e le rendite ai loro saggi naturali prende
    il nome di prezzo naturale, che si distingue dal prezzo di mercato il quale è il prezzo
    effettivo prevalente sul mercato. Il prezzo naturale forma l’oggetto dell’analisi di Smith
    poiché è verso di esso che il sistema gravita continuamente. Lo scopo è quindi quello di
    distillare le forze dominanti e persistenti che muovono il sistema economico, astraendo
    dai fattori secondari e contingenti che influiscono giorno per giorno sui prezzi di mercato.
•   Il salario naturale è determinato dal livello di sussistenza dei lavoratori. Quando il salario
    reale differisce dal salario naturale entrano in gioco due tipi di meccanismi: fattori
    istituzionali (diverse capacità di coalizzarsi e di condurre un conflitto da parte dei
    lavoratori e dei capitalisti) e fattori demografici (nel breve periodo i salari sono stimolati
    dalla domanda, il che fa aumentare la popolazione riportando il salario verso il livello di
    sussistenza). Il salario naturale è perciò quel livello del salario che consente alla domanda
    e all’offerta di lavoro di crescere allo stesso tasso. La teoria del salario di Smith, per molti
    versi, anticipa la teoria della popolazione di Malthus.
•   Per effetto della concorrenza tra i capitalisti, se esiste libertà nel trasferire i capitali da un
    ramo produttivo all’altro, il tasso di profitto tenderà ad uguagliarsi in tutti i settori. La
    concorrenza tra acquirenti e tra venditori assicura che il prezzo di mercato graviti attorno
    al prezzo naturale (breve periodo). La concorrenza tra i capitalisti assicura l’uniformità del
    saggio di profitto (lungo periodo). La possibilità che il prezzo effettivo si mantenga ad un
    livello superiore rispetto al prezzo naturale (e che i saggi di profitto non siano uniformi)
    dipende dall’esistenza di asimmetrie informative (segreti che impediscano ai capitalisti di
    conoscere i saggi di profitto in tutti i settori) e regolamentazioni dei mercati (che
    istituzionalizzino il monopolio o comunque restringano la concorrenza ad un numero
    limitato di partecipanti).
•   La libera circolazione del lavoro e del capitale spinge i salari e i profitti verso i loro saggi
    naturali e fa tendere il prezzo di mercato verso il prezzo naturale. Il mercato tende quindi
    ad autoregolarsi. La ricerca del guadagno personale è il fattore trainante del sistema.
•   Non esiste in Smith una vera e propria teoria del livello naturale della rendita.
•   In ogni caso, dal punto di vista della determinazione del valore di una merce, il problema
    della teoria dei prezzi naturali è che salario, profitto e rendita sono essi stessi dei valori.




                                                 28
3.      La concorrenza e il conflitto tra capitalisti e proprietari terrieri in David Ricardo


        [Bibliografia di riferimento: Cassetti, capitolo 3]


•    Approvazione delle leggi sul grano nel 1816: tariffe doganali che impediscono di fatto
     l’importazione di derrate alimentari più a buon mercato all’estero. Questo tiene alta la
     rendita a scapito dei profitti (essendo i salari già al livello di sussistenza).
•    Abolizione delle leggi sul grano nel 1846: egemonia politica della borghesia.
•    Per Ricardo il problema fondamentale dell’economia politica è la determinazione delle
     leggi che regolano la distribuzione del reddito tra le classi sociali.
•    Secondo Ricardo il saggio di profitto dell’intera economia dipende dal saggio di profitto
     del settore agricolo, nel quale si producono i beni di sussistenza che costituiscono il
     salario dei lavoratori.
•    Per determinare il saggio di profitto nel settore agricolo, si deve determinare innanzi tutto
     la rendita agricola.
•    MODELLO GRANO: esistono terre con diversi gradi di fertilità. La produttività in termini di
     grano si misura sulle ordinate, mentre sulle ascisse si misura la quantità di lavoro
     utilizzata su ciascuna terra.




                     MODELLO GRANO (SENZA RENDITA)
                    G




                            ΠA              ΠB              ΠC         ΠD


                    w

                            WA               WB             WC         WD

                            LA    L1          LB       L2   LC   L3     LD    L4   L
                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                      29
                            LA = L1 è il numero di lavoratori sulla terra A.
                            LB = L2 – L1 è il numero di lavoratori sulla terra B.
                                 …


                            LA ⋅ GA è la produzione complessiva sulla terra A.
                            LB ⋅ GB è la produzione complessiva sulla terra B.
                                 …


•   Il saggio di salario reale w sia dato e fissato al livello di sussistenza.
•   Monte salari (Wi): ammontare dei salari pagati ai lavoratori della terra i (i = A, B, C, D).
    Essendo dato il saggio di salario reale w, il monte salari è pari a:


                                              WA = LA ⋅ w
                                              WB = LB ⋅ w
                                                      …


•   Monte profitti (Πi): ammontare dei profitti ottenuti sulla terra i (i = A, B, C, D).
    Se non ci fossero rendite:


                                           ΠA = (GA – w) LA
                                           ΠB = (GB – w) LB
                                                      …


    ⇒ il saggio di profitto sarebbe più alto per le terre più fertili:


                                            rA > rB > rC > rD


    dove ri = Πi/Wi , i = A, B, C, D (Πi e Wi sono rispettivamente il profitto totale e il capitale
    anticipato sulla terra i).
    Tuttavia, la concorrenza tra capitalisti per ottenere le terre più fertili porterà questi ad
    offrire affitti più elevati, il che, nel lungo periodo, imporrà un saggio di profitto unico su
    tutte le terre (quello prevalente sulla terra meno fertile, chiamata anche terra marginale):


                                                 30
                                               rA = rB = rC = rD.


•   La rendita fondiaria sarà perciò maggiore sulle terre più fertili e poi via via minore, fino
    ad essere nulla sulla terra marginale.




                                     MODELLO GRANO
                   G




                          RA               RB             RC


                          ΠA              ΠB              ΠC         ΠD


                   w

                          WA               WB             WC         WD

                                L1                   L2        L3           L4   L
                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Grazie all’ipotesi che la produzione di grano richiede come input solo grano e lavoro (e
    non anche altre merci) è possibile calcolare il sovrappiù agricolo in termini fisici e,
    rapportandolo al grano usato come input, il saggio di profitto. Una volta determinato il
    saggio di profitto nel settore agricolo (in termini fisici, senza conoscere i prezzi delle
    merci), la concorrenza tra capitalisti porterà questo saggio di profitto ad estendersi anche
    all’industria, determinando il prezzo relativo tra grano e prodotti industriali. In altri
    termini il valore di scambio tra grano e prodotti industriali sarà fissato al livello che
    garantisce l’uniformità del saggio di profitto nei diversi settori.
•   Da un punto di vista dinamico, se si immagina che col procedere dello sviluppo
    economico vengano coltivate terre via via meno fertili, il saggio di profitto
    nell’agricoltura tenderà a diminuire progressivamente (poiché compresso tra un saggio di
    salario dato e una rendita unitaria crescente), facendo diminuire il saggio di profitto
    dell’intera economia. Inoltre il fatto che le rendite (che tendono ad aumentare col
    procedere dello sviluppo) siano destinate al consumo o all’investimento improduttivo


                                                    31
    sottrae risorse utilizzabili per l’accumulazione del capitale, il quale costituisce il motore
    dello sviluppo. In questo modo l’economia tende verso la stato stazionario (stato in cui il
    tasso di crescita dell’economia è pari a zero). Questa prospettiva può tuttavia essere
    allontanata dal progresso tecnico, al quale comunque Ricardo non assegna un’importanza
    particolare.




              TENDENZA VERSO LO STATO STAZIONARIO
                   G




                          RA               RB             RC          RD

                          ΠA               ΠB             ΠC          ΠD           ΠE
                   w

                          WA               WB             WC          WD           WE

                                L1                   L2         L3          L4          L5 L
                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Vediamo in termini formali come si determinano le variabili distributive e i prezzi.
    MODELLO GRANO:
    si abbiano tre tipi di terra (A, B, C) caratterizzati da livelli crescenti di produttività su cui
    si utilizzano tecnologie a rendimenti di scala costanti.


                                      [ai, li] → 1             i = A, B, C.


                                  Terra A: [aA = 0.3, lA = 0.10] → 1
                                     Terra B: [aB = 0.3, lB = 0.15] → 1
                                     Terra C: [aC = 0.3, lC = 0.20] → 1


•   In assenza di rendite, i prezzi sarebbero i seguenti:


                                p = (pai + wli)(1 + ri)              i = A, B, C


                                                     32
    e i saggi di profitto sarebbero:


                        ri = [p – (pai + wli)] / (pai + wli)          i = A, B, C.


    Il salario reale w sia pari a 2 unità di grano: w = 2.
    Ponendo p = 1 (⇒ w = w = 2):


                              rA = 100 %          rB = 66 %       rC = 43 %.


•   La concorrenza tuttavia impone l’uniformità dei saggi di profitto pari a quello sulla terra
    marginale (la terra C):


                                           rA = rB = rC = 43 %.


    La rendita sulle terre A e B sarà data perciò da:


                          ρi = p – (pai + wli)(1 + rBi)                i = A, B.


•   MODELLO    GRANO-FERRO.      Supponiamo ora che accanto al settore agricolo che produce
    grano esista un settore industriale che produce ferro. Supponiamo anche che il grano sia
    utilizzato come mezzo di produzione del ferro, mentre il ferro non sia utilizzato nella
    produzione del grano. Possiamo allora rappresentare il sistema economico con due
    espressioni relative al processo di produzione di grano (sulla terra marginale) e al
    processo di produzione di ferro:


                                       [a11, l1] → 1 unità di grano
                                       [a12, l2] → 1 unità di ferro


    dove a11 e a12 sono rispettivamente le quantità di grano necessarie a produrre un’unità di
    grano e un’unità di ferro.
    Il sistema dei prezzi è allora il seguente:




                                                  33
                                       p1 = (p1a11 + wl1)(1 + r)
                                       p2 = (p1a12 + wl2)(1 + r)


    Il sistema contiene tre incognite (p1, p2 e r, mentre w è dato). Fissiamo il prezzo del grano
    pari a 1.


                                        1 = (a11 + wl1)(1 + r)
                                        p2 = (a12 + wl2)(1 + r)


•   L’idea di Ricardo, ricordiamolo, è che il saggio di profitto dell’intero settore agricolo è
    quello determinato sulla terra marginale (dove può essere calcolato in termini fisici) e che
    esso, per effetto della concorrenza tra i capitalisti nei diversi settori produttivi, si estenda
    all’intera economia. In effetti, con le ipotesi introdotte è possibile determinare r dalla sola
    prima equazione e poi sostituirlo nella seconda equazione per determinare p2.


                                       r = [1 – (a11 + wl1)] / (a11 + wl1)
                                       p2 = (a12 + wl2) / (a11 + wl1)


•   Come si vede, con la coltivazione di terre meno fertili, scende il saggio di profitto nel
    settore agricolo (r) e, per l’ipotesi di uniformità del saggio di profitto nell’economia,
    scende il prezzo del ferro (p2).
•   MODELLO     DI   SRAFFA. Si tratta di una generalizzazione del modello di Ricardo in cui
    ambedue i settori utilizzano come mezzi di produzione merci prodotte in ambedue i settori
    (in realtà nel modello di Sraffa si considerano n merci). Questo fa cadere la possibilità di
    determinare il saggio di profitto in termini fisici (nel solo settore agricolo) prima della
    determinazione dei prezzi relativi poiché ora l’output (il grano) e gli input (il grano e il
    ferro) sono beni eterogenei.
•   Con le ipotesi di Sraffa, il sistema diventa:


                                   p1 = (p1a11 + p2a21 + wl1)(1 + r)
                                   p2 = (p1a12 + p2a22 + wl2)(1 + r)




                                                34
•   A questo punto il saggio di profitto (r) deve essere determinato simultaneamente ai prezzi
    relativi (p1 e p2). Sraffa, a differenza di Ricardo, non tratta il saggio di salario (w) come
    fissato al livello di sussistenza. Fissando p1 = 1, rimangono tre incognite e due equazioni.
    Si hanno allora due possibilità:
    1. Fissando w (come faceva Ricardo), si determinano p2 e r
    2. Fissando r, si determinano p2 e w.
•   In ogni caso, si dimostra che tra w e r esiste una relazione monotona inversa. Questo
    risultato generalizza il risultato di Ricardo che, ricordiamolo, era basato su un modello ad
    un solo bene (grano). La determinazione esatta delle due variabili distributive dipende
    però da fattori esterni al modello (quali la forza contrattuale delle parti sociali).
•   Questo risultato evidenzia la natura conflittuale dei rapporti tra classi sociali e si
    contrappone all’idea di Smith secondo cui la concorrenza è un processo di interazione
    armoniosa che conduce al bene comune.




                                                 35
4.      Concorrenza, sfruttamento e alienazione in Karl Marx


        [Bibliografia di riferimento: Napoleoni; Cassetti, capitolo 4]


     IL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTA
•    Secondo Marx, tutte le società divise in classi sono caratterizzate da rapporti di
     sfruttamento (della classe che si appropria dei frutti del lavoro sulla classe che lavora).
•    La specificità del capitalismo rispetto agli altri modi di produzione non sta nell’esistenza
     in esso della proprietà privata e del mercato, ma nell’estensione della proprietà privata e
     del mercato alla sfera produttiva: il modo di produzione capitalista si regge sul lavoro
     salariato, il quale presuppone la proprietà privata dei mezzi di produzione e la
     mercificazione della forza lavoro (la sua trasformazione in merce).
•    Il lavoro salariato si basa sulla concorrenza tra lavoratori “liberi”. Ma, come sottolinea
     Marx, si tratta di una doppia libertà, tutta particolare: i lavoratori sono (1) liberi di vendere
     la propria forza lavoro sul mercato e (2) liberi, nel senso di non avere più vincoli rispetto
     alla terra e ai mezzi produzione da cui, nel rapporto feudale, traevano sostentamento.
•    La libertà giuridica di disporre di se stessi si affianca così alla necessità economica di
     vendere se stessi. L’altra faccia della medaglia di questa libertà è l’obbligo di cercarsi un
     padrone a cui vendere liberamente la propria forza lavoro. Questi sono i due aspetti
     contraddittori della libertà economica dei rapporti capitalistici.
•    Nella concezione marxiana, la libertà personale e l’uguaglianza giuridica, in presenza di
     un’asimmetria economica (il monopolio di classe della proprietà dei mezzi di produzione)
     sono i presupposti stessi dello sfruttamento.
•    Anzi, storicamente, è proprio la condizione di libertà giuridica, associata alla privazione
     del lavoratore della proprietà dei mezzi di produzione, che consente (giuridicamente) e
     impone (economicamente) ai lavoratori di vendere la propria forza lavoro come
     condizione di sopravvivenza.


     IL CAPITALISMO COME SISTEMA MISTIFICATO
•    Nel capitalismo, l'uguaglianza nei rapporti giuridici offusca l'asimmetria di classe nei
     rapporti economici.




                                                 36
•   Scopo dell'indagine scientifica è allora spiegare le condizioni storiche di origine e di
    sviluppo del capitalismo e svelare l'essenza economica dei rapporti di sfruttamento, che si
    nascondono dietro l'apparenza del libero scambio.


    LA CRITICA DELL'ECONOMIA POLITICA
•   Invece di svelare l'essenza asimmetrica dei rapporti sociali, l'economia borghese presenta i
    rapporti capitalistici come rapporti naturali ed eterni.
•   Le condizioni capitalistiche sono così analizzate come se fossero universali, invece che
    come condizioni storiche transitorie.
•   L'economia politica finisce così per presentare il sistema esistente come espressione di
    rapporti necessari e immutabili.


    PRODUZIONE, CIRCOLAZIONE E SFRUTTAMENTO
•   Per quanto riguarda lo sfruttamento, la critica marxiana dell’economia politica borghese
    riguarda l’aver trascurato il processo produttivo, riducendo l’analisi economica allo studio
    del processo di circolazione. Questo impedisce di cogliere l’origine dello sfruttamento
    nella sfera produttiva e porta a ricercarne le cause nello scambio ineguale nella sfera della
    circolazione (monopolio, asimmetrie giuridiche, eccetera).
•   Lo sfruttamento, secondo Marx, nasce invece nella sfera della produzione, non in quella
    della circolazione.


    TEORIA DEL VALORE-LAVORO
•   Marx utilizza il concetto di lavoro contenuto come fondamento del valore di scambio.


    LAVORO E FORZA LAVORO
•   A differenza degli economisti che lo precedono, Marx distingue tra forza lavoro e lavoro.
    La forza lavoro è l’insieme di capacità fisiche ed intellettuali impiegate dai lavoratori nel
    processo produttivo, il quale si distingue dal lavoro effettivamente erogato.
•   Quello che il capitalista acquista dal lavoratore è la forza lavoro, non il lavoro. La forza
    lavoro è la sola merce da cui è possibile estrarre lavoro ed è perciò la sola merce che ha il
    potere di creare valore.




                                                37
•   Come per ogni altra merce utilizzata come input nella produzione, l’obiettivo del
    capitalista è quello di sfruttarne al meglio (in termini qualitativi) e al massimo (in termini
    quantitativi) il suo utilizzo nel processo produttivo.
•   L’estrazione della massima quantità di lavoro dalla forza lavoro è uno degli obiettivi del
    capitalista esattamente come è suo obiettivo estrarre la massima quantità di ferro da una
    miniera di ferro.


    LA COMPRAVENDITA DELLA FORZA LAVORO
•   Nel capitalismo, il processo di produzione è necessariamente preceduto da un momento
    importante nella sfera della circolazione: l’acquisto della forza lavoro da parte del
    capitalista. Questa compra-vendita, come la compra-vendita di qualsiasi altra merce,
    avviene ad un prezzo (il salario) esattamente equivalente al valore della forza lavoro (cioè
    al lavoro contenuto nei beni che il lavoratore deve consumare per conservarsi e
    mantenersi). Si tratta dunque di uno scambio di equivalenti.
•   Nel processo produttivo vero e proprio, il capitalista estrae poi dalla forza lavoro
    acquistata il lavoro che serve a valorizzare il capitale accumulato. Qui il capitalista entra
    in possesso di una quantità di lavoro maggiore di quella che ha pagato poiché la durata
    della giornata lavorativa è superiore al tempo di lavoro necessario a produrre i beni che
    formano il salario del lavoratore.
•   Quando si è completato il processo produttivo, il capitalista ha ottenuto dal lavoratore più
    lavoro di quello che gli ha anticipato in forma di salario: lo scambio è dunque tra entità
    disuguali.


    VALORE D'USO E VALORE DI SCAMBIO DELLA FORZA LAVORO
•   Il valore d’uso della forza lavoro, ossia il valore che si ottiene dall'uso della forza lavoro,
    è il lavoro incorporato nei beni prodotti dal lavoratore. Tuttavia il suo valore di scambio
    (il salario) è fissato, in base alla concorrenza tra i lavoratori, al livello di sussistenza.
•   La differenza tra il valore d’uso della forza lavoro e il suo valore di scambio definisce il
    plusvalore.




                                                  38
    PLUSVALORE E SFRUTTAMENTO
•   Il plusvalore si crea perché il lavoratore lavora per un numero di ore maggiore rispetto alle
    ore di lavoro necessarie a produrre i beni salario che riceve come remunerazione del suo
    lavoro. Tale lavoro addizionale prende il nome di pluslavoro.
•   L’esistenza di un pluslavoro descrive la condizione di sfruttamento del lavoratore.
•   Nella produzione capitalistica, il pluslavoro viene appropriato dal capitalista in forma di
    profitto. Mentre il pluslavoro è comune a tutte le società divise in classi, il plusvalore
    (cioè il pluslavoro trasformato in valore di scambio) è tipico della società capitalista.
•   Il valore aggiuntivo di cui si appropria il capitalista dipende dalla peculiarità della forza
    lavoro rispetto a tutte le altre merci: la forza lavoro è la sola merce capace di creare
    valore.


    LEGGE DEL VALORE E SFRUTTAMENTO
•   Lo sfruttamento capitalistico non è affatto una violazione della legge generale del valore
    (il valore-lavoro). All’operaio non è affatto pagato meno di quello che gli spetti secondo
    la teoria del valore. Al contrario, è proprio il fatto che il capitalista acquista la forza lavoro
    pagandola al suo valore che gli consente di ottenere un profitto, mettendola a lavoro per
    un periodo superiore a quello necessario a reintegrare i mezzi di sussistenza che formano
    il salario reale.


    IL VALORE DELLE MERCI


                                             M=C+l
                                           M = C + V+ S


•   C = capitale costante o lavoro morto (lavoro indiretto contenuto nel bene). Il capitale
    costante è dato dall’insieme dei mezzi di produzione prodotti in un tempo precedente a
    quello del processo produttivo in esame. Il suo valore è quindi quello che si incorpora in
    tali mezzi di produzione e viene trasferito nel valore della merce prodotta.
•   l = V + S = lavoro diretto o lavoro vivo. Il lavoro diretto si suddivide in lavoro necessario,
    o capitale variabile (V), e plusvalore (S).
•   Il capitale variabile (V) è dato dai beni salario che remunerano la forza lavoro del
    lavoratore. Il suo valore è quindi quello che si incorpora nei beni che il lavoratore riceve



                                                  39
    in forma di salario. Questa parte del capitale è chiamata “variabile” perché il valore che
    produce supera il proprio valore: tralasciando per un momento il capitale costante, C, il
    capitalista anticipa il capitale variabile V, il quale produce un valore pari a V + S). Questo
    accade perché il lavoratore lavora per un tempo superiore a quello strettamente necessario
    a riprodurre i beni che formano il suo salario.
•   Il plusvalore (S) è definito dalla differenza tra il valore prodotto dal lavoro diretto (l) e il
    lavoro necessario (V). Tale differenza (S = l – V) è l’espressione in valore del pluslavoro
    effettuato dal lavoratore.
•   Il rapporto tra plusvalore (S) e capitale variabile (V) definisce il saggio di plusvalore o
    saggio di sfruttamento:


                                             σ=S/V


•   Marx definisce inoltre la composizione organica del capitale come il rapporto tra capitale
    costante (valore dei mezzi di produzione) e capitale variabile (valore dei salari dei
    lavoratori):


                                             COC = C / V


•   Quando i capitali costante e variabile sono esaminati nei loro aspetti materiali (invece che
    in termini di valore) tale rapporto prende il nome di composizione tecnica del capitale.
•   Il saggio di profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo
    anticipato:


                                          r = S / (C + V)


•   Esempio. Consideriamo un processo produttivo in cui si produce 1 chilo di grano al
    giorno, con una giornata lavorativa di 8 ore (prendiamo la giornata lavorativa come unità
    temporale di riferimento). Un chilo di grano incorpora dunque 8 ore di lavoro diretto [l =
    8].
    In aggiunta a queste 8 ore di lavoro diretto, supponiamo che siano necessarie altre 4 ore di
    lavoro indiretto, incorporato nel grano utilizzato come semente, o capitale costante [C =
    4].



                                                40
    Il lavoro totale necessario alla produzione di 1 chilo di grano (M) è allora pari a 12 ore. In
    altri termini, 1 chilo di grano incorpora 12 ore di lavoro e quindi vale 12 ore di lavoro.
    Il salario reale giornaliero, per una giornata lavorativa di 8 ore, sia pari a 1/2 di chilo di
    grano.
    Allora, il lavoro necessario a riprodurre la giornata lavorativa del lavoratore (fatta di 8
    ore) è pari a 6 ore [V = 6].
    In altri termini, il mezzo chilo di grano che il lavoratore riceve come remunerazione della
    giornata lavorativa, o capitale variabile, incorpora (vale) 6 ore di lavoro.
    Il plusvalore (S) è dunque pari a due ore di lavoro, cioè alla differenza tra le 8 ore di
    lavoro della giornata lavorativa del lavoratore (l) e le 6 ore di capitale variabile [S = l – V
    = 8 – 6].
    Il saggio di sfruttamento (σ) risulta quindi pari a ¼ [S / V = 2/8].
    Con questi dati, l’equazione del valore (M = C + V + S) è la seguente: 12 = 4 + 6 + 2.


    PLUSVALORE, PROFITTO E SFRUTTAMENTO
•   Esaminiamo la relazione tra saggio di profitto e saggio di sfruttamento:


                                          r = S / (C + V)
                                     r = (S/V) / (C/V + V/V)
                                        r = σ / (COC + 1)


•   Dal confronto tra r e σ, Marx ricava tre proposizioni:
    1. r > 0 ⇔ σ > 0
    2. r ≤ σ ; r = σ solo se C = 0 (ossia se non esiste capitale costante)
    3. r cresce al crescere di σ.


    LA TRASFORMAZIONE DEI VALORI IN PREZZI
•   Se i beni si scambiassero secondo i loro valori contenuti, in presenza di processi produttivi
    a diversa composizione organica del capitale, ma con uno stesso valore del capitale
    anticipato (C + V), il plusvalore (S) risulterebbe differente nei diversi settori. Infatti, per
    l’ipotesi di concorrenza tra i lavoratori, il saggio di sfruttamento (σ) tende ad essere
    uniforme nei vari settori economici, il che significa che il plusvalore generato in ogni
    settore è proporzionale al capitale variabile anticipato (S = σV). Ma, allora, se è diverso il


                                                41
    plusvalore, è diverso anche il tasso di profitto (r) nei vari settori, visto che per ipotesi il
    capitale totale anticipato nei diversi settori è lo stesso.
•   La concorrenza tra capitalisti impone invece l’uniformità del saggio di profitto. Infatti il
    capitalista nel decidere i propri investimenti guarda al saggio di profitto, cioè al profitto
    per unità di capitale investito [S / (C + V)], e la concorrenza tra capitalisti tende a rendere
    tale saggio uniforme. Perciò, se i settori hanno diverse composizioni organiche del
    capitale (Ci / Vi ≠ Cj / Vj), affinché possa realizzarsi un saggio del profitto uniforme [Si /
    (Ci + Vi) = Sj / (Cj + Vj)] il rapporto di scambio tra i beni (pi / pj) non può riflettere il
    rapporto tra i lavori contenuti (Mi / Mj). In altre parole i prezzi pi e pj non possono
    coincidere semplicemente con i valori contenuti Mi e Mj, bensì devono divergere da essi,
    in modo tale da garantire l’uniformità del saggio di profitto (ri = rJ).
•   Il fatto che i prezzi relativi siano uguali ai valori relativi solo in una circostanza molto
    particolare (quella in cui la composizione organica del capitale sia la stessa nei due settori)
    significa che, in generale, le merci non possono scambiarsi secondo i loro lavori contenuti.
•   Lo stesso problema può essere posto affermando che, in ipotesi di composizioni organiche
    del capitale diverse nei due settori, se le merci si scambiassero secondo i loro lavori
    contenuti, non potrebbe realizzarsi l’uniformità del saggio del profitto. Nello schema
    marxiano, infatti, l’uniformità del saggio di profitto richiede che il prezzo del bene
    prodotto nel settore a più alta composizione organica del capitale sia maggiore del lavoro
    contenuto nel bene stesso e che, viceversa il prezzo del bene prodotto nel settore a più
    bassa composizione organica del capitale sia minore del lavoro contenuto nel bene stesso.


    LA SOLUZIONE MARXIANA
•   Marx ritiene che il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione possa
    essere risolto mantenendo la derivazione del sistema dei prezzi a partire dal sistema dei
    valori (operazione centrale nella metodologia marxiana) e analizzando il trasferimento di
    plusvalore dai settori a bassa composizione organica del capitale verso i settori a più alta
    composizione organica del capitale come condizione necessaria per il livellamento dei
    saggi di profitto settoriali.
•   Definendo C / V come la composizione media del capitale dell’intera economia, Marx
    raggiunge le seguenti conclusioni:
    1. se Ci / Vi > C / V ⇒ pi > Mi ; se Ci / Vi < C / V ⇒ pi < Mi.




                                                 42
    2. Trattandosi di una pura redistribuzione intersettoriale del plusvalore: i profitti totali
       sono uguali al plusvalore totale.
    3. Il valore complessivo delle merci rimane invariato se misurato in termini di lavoro
       incorporato o di prezzi di produzione.


    L’“ERRORE” DI MARX E LA SOLUZIONE “CORRETTA”
•   Nella letteratura marxista e non marxista, il problema della trasformazione dei valori in
    prezzi di produzione è oggetto di acceso dibattito. Secondo l’interpretazione standard di
    tale dibattito, le tre conclusioni di Marx sono errate a causa di un’incoerenza logica
    dovuta al fatto che nelle equazioni di Marx i prezzi di produzione vengono introdotti per
    valutare gli output del processo produttivo, ma non anche gli input (come se, in Marx, gli
    input venissero pagati ai valori invece che ai prezzi di produzione).
•   La soluzione corretta del problema passa dunque per l’applicazione dei prezzi di
    produzione anche agli input (il primo economista a proporre tale modifica è l’economista
    russo Dmitriev, la proposta è poi sviluppata da Von Bortkiewicz e da Sraffa).
•   Tuttavia, in tal caso, non c’è alcun bisogno di partire dai valori-lavoro: i prezzi possono
    essere applicati direttamente alle quantità fisiche delle merci, il che fa cadere la logica
    marxiana secondo cui i valori precedono logicamente i prezzi e ne sono la causa profonda.
    La teoria del valore-lavoro sarebbe in tal caso semplicemente sbagliata e inutile.


    IL PROBLEMA DELLA TRASFORMAZIONE NEL DIBATTITO TEORICO
•   Il dibattito sul problema della trasformazione svolge un ruolo cruciale nel confronto tra
    approccio marxista e approcci alternativi. Secondo i critici più radicali della teoria
    marxista, il problema della trasformazione è sufficiente a far cadere l’intero edificio
    teorico marxiano.
•   Una posizione meno radicale e più coerente consiste nel lasciar cadere le implicazioni
    dell’impianto marxiano basate sulla teoria del valore-lavoro conservando tutte le altri parti
    della teoria marxiana e marxista che non dipendono da tale teoria (alienazione, lotta di
    classe, crisi, contraddizioni del capitalismo, materialismo storico, imperialismo, …).
•   Una terza linea, quella della “trasformazione corretta”, consiste nel modificare l’analisi
    marxiana dello sfruttamento sulla base della trasformazione di Von Bortkievicz e di
    Sraffa, evidenziando comunque la contrapposizione di interessi tra la classe sociale dei
    lavoratori e quella dei capitalisti. Ricordiamo infatti che, se si segue quest’impostazione,



                                                43
    valgono i risultati di Sraffa secondo cui esiste una relazione inversa tra saggio di salario e
    saggio di profitto.
•   Contro queste posizioni, alcuni economisti marxisti difendono la trasformazione marxiana
    sostenendo che essa non incorpori alcuna incoerenza logica e che, al contrario, il vizio
    logico sta in chi critica la teoria marxiana senza capirne la logica. Questi economisti
    sostengono che la soluzione di Von Bortkievicz – Sraffa risponde in realtà ad una
    domanda diversa da quella posta da Marx e che, invece, rispetto alla problematica
    marxiana, la trasformazione può essere risolta in modo coerente mantenendo la centralità
    della teoria del valore-lavoro.


    ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA E CRISI
•   La teoria marxiana del salario è basata sull’esercito industriale di riserva. Nei periodi di
    espansione della domanda e della produzione, la concorrenza tra i capitalisti per
    accaparrarsi i lavoratori fa crescere i salari. L’aumento del prezzo della forza lavoro,
    facendo diminuire il tasso di profitto, rallenta l’accumulazione del capitale. Il ciclo si
    inverte e si ha la crisi, la quale non deriva da sproporzioni nella crescita dei diversi settori,
    ma dal fatto che la produzione realizzata non riesce ad essere venduta ai prezzi che i
    capitalisti si attendevano. Con la crisi, diminuisce la domanda di lavoro e si riforma
    l’esercito industriale di riserva, ponendo le basi per una nuova fase di accumulazione.
•   Nel corso di questi cicli si modificano i rapporti tra le classi sociali: la formazione di
    associazioni dei lavoratori e dei padroni modifica i rapporti di forza esistenti e può
    allontanare il salario dal livello di sussistenza; inoltre il progresso tecnico, in periodi di
    crescita salariale, tende a risparmiare lavoro.
•   La spiegazione marxiana della crisi, come crisi generale del sistema economico, è
    radicalmente diversa dalle spiegazioni ortodosse che si basano sul presupposto che tutto il
    reddito percepito dagli agenti del sistema economico sia speso. Secondo quest’ultima
    spiegazione, infatti, una caduta della domanda in un settore deve necessariamente
    accompagnarsi ad una crescita della domanda in altri settori (dato che si esclude la
    possibilità che il denaro possa essere tesaurizzato nel periodo corrente per essere speso in
    periodi futuri), cosicché la crisi non sarebbe mai generale, ma solo settoriale.




                                                44
    PRODUZIONE CAPITALISTICA E ALIENAZIONE
•   Nella critica del capitalismo, accanto al problema dello sfruttamento, Marx si sofferma
    sull'alienazione derivante dal processo di mercificazione.
•   Il processo produttivo ha due aspetti: processo lavorativo e processo di valorizzazione.
•   Nel processo lavorativo, il lavoratore utilizza i mezzi di produzione (materie prime,
    macchine, eccetera) per produrre valori d’uso, ossia beni utili a soddisfare determinati
    bisogni.
•   Nel processo di valorizzazione, lo scopo della produzione è la produzione di valori di
    scambio. Qui non è l’operaio che utilizza i mezzi di produzione, ma sono questi ultimi che
    utilizzano l’operaio.
•   Primo tipo di alienazione: i mezzi di produzione sono di proprietà altrui. Nel sistema
    capitalista, il lavoratore produce beni che non gli appartengono; la sua vita dipende così
    da fattori esterni, che il lavoratore non controlla e che, attraverso il meccanismo
    concorrenziale (che schiaccia il salario vero la sussistenza), si ritorcono contro il
    lavoratore stesso.
•   Secondo tipo di alienazione: il lavoro non usa gli strumenti per i propri fini, ma è esso
    stesso strumento di valorizzazione dei mezzi di produzione. La finalità ultima del sistema
    diventa la produzione di valori di scambio e la valorizzazione del capitale (la ricerca del
    profitto); il lavoro è solo il mezzo attraverso cui questo fine viene realizzato.




                                                45
                                               II
                                 MACROECONOMIA



    1. Problematiche macroeconomiche


       [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 7]


    OBIETTIVI MACROECONOMICI
•   La macroeconomia si occupa di quattro temi fondamentali: la crescita del prodotto,
    l’occupazione, l’inflazione e i rapporti internazionali. A ciascun tema corrisponde un
    obiettivo di politica economica: crescita continua e stabile, piena occupazione, stabilità
    dei prezzi, equilibrio della bilancia dei pagamenti. Val la pena di notare che rispetto alla
    problematica degli economisti classici e di Marx i problemi affrontati sono
    completamente diversi: non si parla più di distribuzione del reddito, di classi sociali, di
    sfruttamento, di alienazione del lavoratore.
•   Per analizzare questi quattro obiettivi macroeconomici, consideriamo le componenti della
    domanda aggregata. La domanda aggregata è data dalla spesa totale per l’acquisto di beni
    e servizi effettuata dall’economia in un dato periodo:


                                        Yd = C + I + G + X


    Yd: Domanda aggregata
    C: Consumo delle famiglie
    I: Investimenti delle imprese
    G: spesa pubblica
    X: Esportazioni




                                              46
•   Attraverso gli strumenti di politica economica a disposizione del governo e della banca
    centrale è possibile influenzare queste quattro variabili ed influire così sugli obiettivi di
    politica economica.


    IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO
•   Per evidenziare i legami tra le componenti della domanda aggregata consideriamo il flusso
    circolare del reddito.
•   I soggetti che vengono posti al centro dell’analisi sono le imprese e le famiglie. Tali
    soggetti sono in relazione tra loro attraverso rapporti di mercato.
    1. Imprese → famiglie: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese
        (i beni passano dalle imprese alle famiglie).
    2. Famiglie → imprese: la moneta passa dalle famiglie alle imprese.
    3. Famiglie → imprese: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle
        famiglie (i servizi dei fattori di produzione passano dalle famiglie alle imprese).
    4. Imprese → famiglie: la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari,
        rendite, dividendi e interessi.
•   Introduciamo ora il settore bancario, il settore pubblico e il settore estero.
•   Concentriamoci sui flussi di moneta. Riconsideriamo innanzi tutto il flusso diretto tra
    imprese e famiglie:
    1. Famiglie → Imprese: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle imprese
        (la moneta passa dalle famiglie alle imprese);
    2. Imprese → Famiglie: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle
        famiglie (la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite,
        dividendi e interessi).
•   Introduciamo ora i flussi indiretti tra famiglie e imprese mediati dal settore bancario (S, I),
    il settore pubblico (T, G) e il settore estero (M, X).
•   Rispetto ai redditi ricevuti dalle famiglie, solo una parte ritorna alle imprese (nazionali)
    sotto forma di spesa in consumi (C). Il resto esce dal flusso diretto secondo tre modalità di
    prelievo: risparmio (S), tassazione (T) e importazioni (M).
    4. Risparmio netto (S). Il risparmio delle famiglie viene depositato presso le banche.
        Esistono ovviamente anche flussi dalle banche verso le famiglie (prestiti alle
        famiglie). Per risparmio netto si intende il flusso netto dalle famiglie alle banche.




                                                 47
    5. Imposte nette (T). Le famiglie e le imprese pagano le imposte al governo. Esistono
        comunque anche flussi dallo stato alle famiglie e alle imprese: i trasferimenti. Per
        imposte nette si intende il flusso netto pagato dalle famiglie e dalle imprese.
    6. Importazioni (M). Parte dei beni di consumo acquistati proviene da imprese residenti
        all’estero. Inoltre parte dei beni prodotti all’interno contengono componenti importate.
•   D’altra parte, oltre ai consumi delle famiglie, la domanda che si rivolge ai beni prodotti
    dalle imprese nazionali deriva anche da fonti esterne al flusso ristretto del reddito. Le
    immissioni nel flusso ristretto sono di tre tipi:
    1. Investimenti (I). Gli investimenti delle imprese comprendono gli acquisti in
        macchinari e impianti e le scorte di prodotti finiti, fattori produttivi e semilavorati.
    2. Spesa pubblica (G). Lo stato oltre a effettuare trasferimenti alle famiglie e alle imprese
        (che rientrano nella voce imposte nette) acquista beni e servizi dalle imprese per
        costruire scuole, strade, ospedali, eccetera.
    3. Esportazioni (X). Parte della produzione delle imprese nazionali è acquistata da
        soggetti residenti all’estero.




                           IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO
                                                                  IMMISSIONI
                                                                                          X
                                                                                  G
                           IMPRESE
                                                                   I



                                        Consumo di beni
            Pagamento        FLUSSO     e servizi prodotti    Banche            Settore   Estero
             dei fattori   RISTRETTO      internamente         ecc.            pubblico



                                                                  S
                                                                                  T
                           FAMIGLIE
                                                                                              M
                                                                       PRELIEVI

                                       Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   L’equilibrio si ha quando i prelievi uguagliano le immissioni:


                                                  S+T+M=I+G+X


                                                             48
•   Questo non significa che debba essere anche:


                                 (S = I)    (T = G)         (M = X)


•   Le decisioni di investimento e di risparmio sono prese da soggetti diversi quindi non è
    detto che risparmio ed investimento debbano uguagliarsi ex ante, cioè come variabili
    programmate (S = I). Allo stesso modo, lo stato non deve necessariamente avere una
    politica di bilancio in pareggio (T = G), né la domanda programmata di beni di
    importazione deve necessariamente uguagliare quella di beni di esportazione (M = X).
•   Torniamo ai quattro obiettivi di politica economica. Se le immissioni ex ante risultano
    superiori ai prelievi ex ante si ha una domanda aggiuntiva (rispetto alla domanda di beni
    di consumo delle famiglie) che si rivolge alle imprese nazionali. Questo farà aumentare la
    produzione delle imprese e il reddito nazionale. Quindi si avrà:
    1. Crescita del prodotto.
    2. Aumento dell’occupazione (si ipotizza che esista una relazione diretta tra produzione e
       occupazione).
    3. Inflazione (si suppone che le imprese nel tentativo di espandere la produzione
       incontrino costi crescenti soprattutto quando sono vicine al pieno utilizzo della
       capacità produttiva).
    4. Peggioramento del saldo della bilancia dei pagamenti: se era in pareggio tenderà ad
       andare in deficit a causa della maggiore domanda di beni di importazione (si ipotizza
       che le importazioni aumentino all’aumentare del reddito mentre le esportazioni siano
       esogene e dipendenti dalla domanda mondiale; inoltre, se si è in regime di cambi fissi,
       l’inflazione interna rende i prodotti nazionali meno competitivi facendo diminuire le
       esportazioni).
•   Processo d’aggiustamento. Se le immissioni ex ante (I, G, X) superano i prelievi ex ante
    (S, T, M) si è in disequilibrio: questo porta ad un aumento del reddito nazionale, al quale si
    accompagna non solo un aumento della spesa in consumi (C) delle famiglie, ma anche un
    aumento dei risparmi (S), delle tasse (T) e delle importazioni (M), che tenderà a riportare
    in equilibrio l’economia.




                                               49
    CONTABILITÀ NAZIONALE
    [Bibliografia di riferimento: Blanchard, appendice 2]
•   Le variabili macroeconomiche considerate trovano una definizione precisa nella
    contabilità nazionale. In particolare, qui ci concentriamo sul concetto di reddito. Esistono
    diverse definizione e misure del reddito di un’economia.
•   Il prodotto interno lordo (PIL) è definito come il valore di mercato di tutti i beni e servizi
    finali prodotti dai fattori di produzione situati in un dato paese, in un dato periodo di
    tempo (un anno). NB: nel calcolare il PIL si devono sommare i valori dei soli beni e
    servizi finali, non anche di quelli intermedi (altrimenti si avrebbero problemi di doppio
    conteggio). Alternativamente il PIL può essere calcolato secondo il metodo del “valore
    aggiunto”: si considerano tutti i beni e servizi (finali e intermedi), ma per ciascun bene o
    servizio non si considera il suo valore totale, bensì solo il suo valore aggiunto (definito
    come differenza tra il suo prezzo di mercato e il valore dei beni occorsi alla sua
    produzione).
•   Se invece di far riferimento ai soggetti presenti, si considerano i soggetti residenti nel
    paese, si parla di prodotto nazionale lordo (PNL). Ad esempio i profitti di uno
    stabilimento di proprietà statunitense situato in Giappone non rientrano nel PIL
    statunitense, ma nel PNL. La relazione che lega PNL e PIL è la seguente:


    PNL = PIL + redditi dei fattori nazionali situati all’estero – redditi dei fattori esteri situati
                                               nel paese


•   Per passare dal prodotto lordo al prodotto netto (PIN o PNN), si deve sottrarre dal primo
    l’ammortamento del capitale (o consumo di capitale fisso). Ad esempio a partire dal PNL,
    si ottiene il PNN secondo la seguente relazione:


                             PNN = PNL – consumo di capitale fisso


•   Il reddito nazionale è definito come il reddito che origina dalla produzione di beni e
    servizi da parte dei residenti di un dato paese. Esso si ottiene sottraendo le imposte
    indirette dal PNN e aggiungendo i trasferimenti ricevuti dalle imprese. La relazione che
    lega reddito nazionale e PNN è la seguente:




                                                50
                    Reddito nazionale = PNN – imposte indirette + trasferimenti


•   Considerando il flusso circolare del reddito, il reddito nazionale corrisponde anche alla
    somma di tutti i redditi percepiti dai soggetti residenti in un dato paese: redditi da lavoro
    (in gran parte salari e stipendi), redditi da lavoro autonomo (redditi delle persone che
    svolgono un lavoro indipendente), profitti di impresa (differenza tra ricavi e costi),
    interessi pagati dalle imprese, e rendite (redditi da proprietà immobiliari).


               Reddito nazionale = redditi da lavoro + profitti + interessi + rendite


•   Il calcolo del PIL (e di tutti gli altri aggregati) può essere fatto a prezzi correnti (PIL
    nominale) o a prezzi costanti (PIL reale). Nel primo caso si applicano alle quantità
    prodotte i prezzi di mercato dell’anno corrente, nel secondo caso si considerano i prezzi
    esistenti in un anno base preso come riferimento. Nel confronto tra il PIL in due periodi
    diversi, il metodo a prezzi costanti consente di isolare le variazioni delle quantità prodotte,
    astraendo dalle variazioni dei prezzi.
•   Sempre in riferimento al flusso circolare del reddito, come abbiamo visto, il PIL può
    essere analizzato dal punto di vista della domanda: domanda di beni di consumo, di beni
    di investimento, spesa pubblica e domanda estera netta (esportazioni – importazioni).


                   PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica + esportazioni nette


    PRIMO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: CRESCITA
•   Crescita effettiva e potenziale. La crescita effettiva riguarda il prodotto interno lordo
    (valore dei beni e servizi prodotti in un anno nel territorio di un certo paese) o, secondo
    un’altra definizione, il prodotto nazionale lordo (valore dei beni e servizi prodotti in un
    anno da soggetti economici residenti in un certo paese). La crescita potenziale riguarda la
    capacità produttiva dell’economia (il prodotto potenziale).
•   Nel breve periodo la crescita dipende dalle variazioni della domanda aggregata. Nel lungo
    periodo, la crescita effettiva deve essere sostenuta anche da un’adeguata crescita del
    prodotto potenziale (altrimenti la crescita della domanda si scarica sui prezzi generando
    inflazione).




                                                51
•   Secondo una rappresentazione diffusa, l’andamento della produzione può essere
    scomposto in una componente ciclica e una componente di trend.
•   Il ciclo viene descritto come susseguirsi di ripresa, boom, rallentamento, recessione.
    Tuttavia la variabilità nella durata e nella dimensione delle fasi rende problematico
    individuare i cicli in concreto. Ex post, peraltro, anche un processo tipo random walk
    (cioè un processo in cui di periodo in periodo la crescita della produzione varia in modo
    completamente aleatorio) può essere descritto come susseguirsi di cicli di diversa durata
    ed ampiezza. Inoltre la teoria non spiega l’andamento ciclico ma si limita a descriverlo.
•   Il trend è determinato dalla crescita potenziale, la quale dipende dall’aumento delle risorse
    disponibili (capitale, lavoro, terra e materie prime) e dalla loro produttività.
•   Capitale. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta lo stock di capitale. Ipotizziamo che
    il rapporto capitale / prodotto (K / Y) sia costante e pari a k:


                                                k=K/Y


    Allora sarà costante e pari a k anche il suo rapporto incrementale (ΔK / ΔY):


                                             k = (ΔK / ΔY)


    Sia i la proporzione del reddito nazionale investita:


                                           i = I / Y = ΔK / Y


    Sia s la proporzione del reddito nazionale risparmiata:


                                                s=S/Y


    Ipotizziamo che tutto il risparmio sia investito:


                                                  S=I


    Il tasso di crescita del prodotto (g = ΔY / Y) è allora il seguente:




                                                 52
                g = ΔY / Y = (ΔY / ΔK)(ΔK / Y) = (ΔY / ΔK)(I / Y) = i / k = s / k


•   Lavoro. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta la popolazione attiva (o forza
    lavoro):


               popolazione attiva = occupati + persone in cerca di occupazione


La popolazione attiva aumenta (1) se aumenta il tasso di partecipazione e (2) se aumenta
la popolazione totale:


               tasso di partecipazione = popolazione attiva / popolazione totale


•   Terra e materie prime. Il prodotto potenziale aumenta se aumentano le risorse
    disponibili. Secondo Sloman la scoperta di materie prime, come ad esempio il
    petrolio, è una questione di fortuna.
•   Produttività dei fattori. Date le quantità dei fattori, il prodotto potenziale aumenta se
    aumentano le loro produttività. Secondo un’ipotesi diffusa, quando aumenta la
    disponibilità di un solo fattore produttivo mentre gli altri rimangono fissi, il prodotto
    aumenta ma a tassi decrescenti (produttività marginale decrescente). Questo fa
    diminuire il tasso di rendimento del fattore in questione. Quest’ipotesi prende il nome
    di “legge della produttività marginale decrescente”.
•   Politiche in favore della crescita. Le politiche di domanda influiscono sul livello e
    sulla composizione della domanda aggregata. Le politiche di offerta influiscono sul
    prodotto potenziale.


SECONDO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: OCCUPAZIONE
•   Si definiscono disoccupate le persone in età lavorativa che sono senza lavoro ma che
    vorrebbero lavorare alle condizioni di mercato esistenti (nelle definizioni statistiche
    più importanti si aggiunge anche la condizione che le persone siano alla ricerca attiva
    di un lavoro). Come abbiamo visto, si definisce forza lavoro l’insieme delle persone
    occupate e delle persone disoccupate. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra
    disoccupati e forza lavoro.
•   Misure della disoccupazione.



                                            53
    1. In Italia la definizione ufficiale di disoccupazione è quella dell’ISTAT (Istituto
       nazionale di statistica): è disoccupato chi ha più di 15 anni e dichiara di non aver
       lavorato neanche un’ora in un dato periodo, ma di essere comunque in cerca di lavoro
       e di essere disposto ad accettare un lavoro se gliene viene offerta la possibilità.
    2. Disoccupazione di diritto: numero di persone che ricevono sussidi di disoccupazione
       (nei paesi in cui esiste quest'istituto).
    3. Tasso di disoccupazione standardizzato. Indice statistico calcolato dall’ILO
       (International Labour Office) e dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo
       Sviluppo Economico). Si dice standardizzato perché applica la stessa definizione ai
       diversi paesi per i quali è calcolato.
•   Offerta di lavoro (SL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di lavoratori
    (l) disposti ad accettare un lavoro (curva crescente).
•   Domanda di lavoro (DL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di
    lavoratori (l) che le imprese sono disposte ad impiegare (curva decrescente).
•   Equilibrio: l’incontro tra le due curve determina il livello di occupazione (le) e il salario
    d’equilibrio (we).




                            IL MERCATO DEL LAVORO


          • Offerta di lavoro (SL)
                                                          Salario reale medio




                                                                                     SL
              numero di lavoratori disposti ad
              accettare un lavoro per un dato
              salario reale
                                                                                     EQUILIBRIO SUL
          • Domanda di lavoro (DL)                                                   MERCATO DEL
              numero di lavoratori che le                          we                LAVORO
              imprese sono disposte ad assumere
              a un dato salario reale                                                     DL

                                                                                le        N. di lavoratori



                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Disoccupazione di disequilibrio: quando l’offerta è superiore alla domanda e il salario è
    rigido (e rimane quindi ad un valore superiore a we). In tal caso si ha l < le (cioè
    disoccupazione).


                                                    54
1. Disoccupazione da salario reale. I sindacati, ammesso che siano uniti, col loro potere
   di mercato impongono un salario superiore a quello dell’equilibrio concorrenziale.
   Graficamente, il monopolio nell’offerta di lavoro permette al sindacato di scegliere un
   particolare punto della curva di domanda di lavoro: se il sindacato fissa w ad un livello
   superiore a we (sulla curva di domanda di lavoro) si ha disoccupazione (l < le).




               DISOCCUPAZIONE DA SALARIO REALE
                        TROPPO ALTO




                                                       Salario reale medio
                                                                             DISOCCUPAZIONE
                                                                             DI DISEQUILIBRIO
                                                                                            SL


     In corrispondenza del livello di salario
     reale w1 l’occupazione è pari a l1
                                                       w1
     l1 < le                                           we


                                                                                                 DL

                                                                                l1 le            N. di lavoratori


                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




   NB: simmetricamente, anche se nella maggior parte dei manuali (tra i quali lo Sloman)
   non si dice, si può avere disoccupazione anche se i salari sono troppo bassi a causa del
   potere di mercato delle associazioni padronali. Graficamente, il monopolio nella
   domanda di lavoro permette alle associazioni padronali di scegliere un particolare
   punto della curva di offerta di lavoro: se Confindustria fissa w ad un livello inferiore a
   we (sulla curva d’offerta di lavoro) si ha un livello di occupazione inferiore a quello
   d’equilibrio (l < le).




                                                55
                SOTTO-OCCUPAZIONE DA SALARIO REALE
                          TROPPO BASSO




                                                          Salario reale medio
                                                                                          SL

            In corrispondenza del livello di
            salario reale w1 le imprese assumono
            un numero di lavoratori pari a l1
            l1 < le                                             we

                                                              w1
                                                                                               DL

                                                                                l1   le        N. di lavoratori



                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    2. Disoccupazione da carenza di domanda. Nelle fasi recessive del ciclo economico le
       imprese riducono la produzione e l’occupazione.
    3. Disoccupazione da crescita dell’offerta di lavoro. Se aumenta l’offerta di lavoro, il
       salario d’equilibrio diminuisce. Se c’è rigidità verso il basso nei salari si ha
       disoccupazione.
•   Disoccupazione d’equilibrio: si introduce una terza curva rappresentante il numero di
    persone che cercano un lavoro ma che non per questo sono disposte ad accettare un lavoro
    esistente (N); la differenza tra N e SL indica il numero di persone che cercano un lavoro
    ma che non sono disposte ad accettare un lavoro esistente. La disoccupazione d’equilibrio
    viene chiamata anche disoccupazione naturale (cosa ci sia di “naturale” non è chiaro).
    1. Disoccupazione frizionale. Persone che perdono il lavoro e ne cercano uno nuovo ma
       preferiscono non accettare il primo impiego che gli viene offerto nella speranza di
       trovarne uno migliore (problema di informazione). Si tratta di disoccupazione
       d’equilibrio nel senso che gli individui che cercano lavoro, scelgono di non accettare
       un lavoro esistente.
    2. Disoccupazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale dell’economia si
       modifica la domanda di lavoro nei vari settori. A livello aggregato la domanda e
       l’offerta di lavoro possono anche rimanere invariate, ma viene comunque meno la
       corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro nei singoli settori. Questo può
       accadere a causa di variazioni nella composizione della domanda o nelle tecniche di


                                                  56
       produzione che tendono a sostituire lavoro con macchine (in questo caso si ha una
       diminuzione netta della domanda di lavoro e si parla di disoccupazione tecnologica).
       Quando la disoccupazione strutturale si manifesta in particolari aree territoriali si parla
       di disoccupazione regionale.
    3. Disoccupazione stagionale. In alcuni settori la domanda di lavoro è legata a fattori
       stagionali.




                      DISOCCUPAZIONE DI EQUILIBRIO


            Al salario d’equilibrio alcuni
                                                          Salario reale medio
            lavoratori non sono disposti a
                                                                                     SL     N
            lavorare e preferiscono attendere
            un posto migliore
                                                                                          DISOCCUPAZIONE
                                                                                          DI EQUILIBRIO
                                                                we


               La disoccupazione di equilibrio                                                  DL
               è pari alla differenza tra forza
               lavoro totale (N) e offerta di                                   le              N. di lavoratori
               lavoro
                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    TERZO OBIETTIVO DI POLITICA ECONOMICA: INFLAZIONE
•   Il tasso di inflazione misura l’aumento percentuale dei prezzi.
    1. Inflazione da domanda. La causa sono aumenti continui della domanda, ai quali le
       imprese rispondono aumentando in parte la produzione e in parte i prezzi (secondo
       l’inclinazione della curva d’offerta). Graficamente: spostamento verso destra della
       curva di domanda aggregata (per ogni livello del prezzo la quantità domandata è
       maggiore) e conseguente movimento lungo la curva d’offerta aggregata.




                                                    57
                       INFLAZIONE DA DOMANDA


                                                      p


                                                                                       Yo
       Quanto più è inclinata la curva
       d’offerta aggregata, tanto più                p2
       aumenti della domanda si riflettono           p1
       in aumenti dei prezzi, con un                                                         Yd2
       impatto modesto sulla produzione
                                                                                       Yd1

                                                                       Y1   Y2               Y




                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




2. Inflazione da costi. La causa sono aumenti continui dei costi di produzione, i quali si
   traducono in parte in aumenti dei prezzi e in parte in diminuzioni della quantità
   d’equilibrio (secondo l’inclinazione della curva di domanda). Graficamente:
   spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata (la stessa quantità deve ora
   essere venduta ad un prezzo più alto per recuperare i maggiori costi) e conseguente
   movimento lungo la curva di domanda aggregata.




                           INFLAZIONE DA COSTI


                                                      p
                                                                                 Yo2

                                                                                       Yo1
       Quanto più è inclinata la curva di
       domanda aggregata, tanto più gli
                                                     p2
       spostamenti della curva d’offerta si
                                                     p1
       scaricano sui prezzi, con un impatto
       modesto sulla produzione
                                                                                       Yd

                                                                   Y2 Y1                     Y




                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                58
    3. Inflazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale dell’economia (perché si
       modifica la struttura della domanda e/o quella dell’offerta) alcune industrie registrano
       eccessi di domanda e altre eccessi d’offerta. Nelle prime si registrerà un aumento dei
       prezzi (e della produzione) e nelle seconde una diminuzione dei prezzi (e della
       produzione). L’impatto relativo sui prezzi e sulla produzione dipende dall’elasticità
       delle curve d’offerta dei vari settori. A livello aggregato si possono quindi avere tanto
       aumenti quanto diminuzioni dell’indice aggregato dei prezzi.
    4. Aspettative di inflazione. L’inflazione corrente dipende inoltre dal tasso atteso di
       inflazione il quale viene incorporato nei contratti.
•   Il tasso di inflazione risulta importante nel determinare il tasso di interesse reale. Con un
    tasso di interesse (nominale) del 10%, dando a prestito un euro, se ne riceve dopo un anno
    1,1. Tuttavia, dal punto di vista dei beni che si possono acquistare, se anche i prezzi sono
    aumentati del 10%, in termini reali, non si è ottenuto alcun interesse (nel senso che il
    potere d’acquisto di 1,1 euro fra un anno è lo stesso di un euro oggi). La relazione che
    lega tasso di interesse reale (definito in termini dei beni che si possono acquistare), tasso
    di interesse nominale (definito in termini monetari) e tasso di inflazione è la seguente:


            tasso di interesse reale = tasso di interesse nominale – tasso di inflazione


    Considerando l’inflazione attesa invece di quella effettiva si ottiene l’equazione di Fisher:


      tasso di interesse reale atteso = tasso di interesse nominale – tasso atteso di inflazione




                                               59
2.      La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 8]


     LA SCUOLA KEYNESIANA E IL PROBLEMA DELLA DOMANDA AGGREGATA
•    La scuola keynesiana nasce negli anni trenta nel contesto della riflessione sulle cause della
     grande depressione. Keynes, in aperta polemica con la teoria allora (e tuttora) dominante
     secondo cui le cause della disoccupazione erano da individuarsi in un livello
     eccessivamente alto del salario reale, ritiene che le cause della depressione siano nella
     carenza della domanda aggregata.
•    Secondo Keynes, l’economia si era avvolta in un circolo vizioso: la domanda aggregata
     era bassa perché era basso il livello del reddito; il reddito era basso perché i salari e
     l’occupazione erano bassi; salari e occupazione erano bassi perché era basso il livello
     della produzione; la produzione era bassa perché erano bassi i consumi e la domanda in
     generale.
•    La soluzione proposta da Keynes consiste nell’interrompere tale circolo vizioso attraverso
     interventi volti ad aumentare la domanda aggregata ad esempio aumentando la spesa
     pubblica o riducendo le tasse (politiche fiscali espansive).


     LA LEGGE DI SAY E LA DOMANDA EFFETTIVA
•    I liberisti della scuola austriaca e neoclassica insistevano sulla validità della cosiddetta
     “legge di Say”.
•    La legge di Say afferma che l’offerta crea da sé la propria domanda. L’idea prende forma
     considerando un’economia di baratto. In un’economia di baratto, lo scambio del bene X
     avviene direttamente con il bene Y. Dire che ad un dato livello del prezzo relativo tra i due
     beni pX / pY vi è un eccesso di offerta per il bene X è lo stesso che dire che, a quel livello
     del prezzo, vi è un eccesso di domanda del bene Y (in altri termini, al prezzo corrente,
     pX / pY, ci sono più persone che hanno il bene X e che vorrebbero scambiarlo col bene Y di
     quante non siano le persone che hanno il bene Y e vorrebbero scambiarlo col bene X).
     L’eccesso di offerta di un bene è necessariamente un eccesso di domanda per un altro
     bene.
•    La legge di Say implica che non ci può essere disoccupazione involontaria poiché una
     carenza di domanda in un settore si accompagna sempre ad un’abbondanza di domanda in



                                                60
    un altro settore, di conseguenza, i lavoratori espulsi dal settore in contrazione possono
    essere occupati nel settore in espansione.
•   In un’economia monetaria, i beni non si scambiano direttamente tra loro, ma con moneta.
    In tal caso la legge di Say vale soltanto se gli individui che vendono il bene X spendono
    tutta la moneta che ricevono per acquistare il bene Y. Se viceversa la moneta viene
    risparmiata (in vista di spese future), l’eccesso di offerta del bene X può non comportare
    alcun eccesso di domanda per il bene Y (semplicemente perché quelli che hanno venduto
    il bene X, invece di comprare il bene Y, preferiscono tenersi i soldi in forma liquida). A
    livello aggregato viene quindi meno la condizione che garantisce che l’offerta aggregata e
    la domanda aggregata si uguaglino. La legge di Say vale dunque solo nel caso particolare
    in cui non c’è tesaurizzazione della moneta.
•   In un sistema in cui la moneta svolge un ruolo essenziale come riserva di valore, la tesi di
    Say non è valida ed è possibile che si verifichino crisi da insufficienza della domanda
    aggregata.
•   Say è un economista francese di fine Settecento fortemente criticato da Marx.
    Quest’ultimo evidenzia che, in un’economia monetaria, l’uguaglianza tra domanda
    aggregata e offerta aggregata non è affatto garantita proprio per via della possibilità di
    tesaurizzazione della moneta (teoria marxiana della crisi).
•   Keynes sviluppa la critica attraverso il principio della domanda effettiva. Secondo tale
    principio il livello del prodotto (e quindi dell’occupazione) dipende dal livello della
    domanda aggregata. Non è la domanda che si adegua all’offerta come sostenuto da Say,
    bensì l’offerta che si adegua alla domanda.
•   Le ipotesi di fondo su cui si basa il principio della domanda effettiva sono due:
    1. il mercato dei beni non è caratterizzato da concorrenza perfetta;
    2. le imprese tendono a tenere i prezzi fissi (adeguando piuttosto la produzione alle
       variazioni della domanda).
•   Con queste ipotesi la curva d’offerta risulta orizzontale (p = p) e variazioni della domanda
    aggregata (Yd) si scaricano interamente sulle quantità d’equilibrio della produzione (Yo) e
    non sui prezzi.




                                                 61
              IL PRINCIPIO DELLA DOMANDA EFFETTIVA


                                                                p




              La domanda aggregata determina                                                         Yo
              il livello di produzione di
              equilibrio dell’economia                                                     Yd1
                                                                                     Yd

                                                                                Y*        Y**    Yd, Yo




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Il meccanismo di aggiustamento che porta l’offerta ad adeguarsi alla domanda è il
    seguente: se la produzione è inferiore al livello d’equilibrio di produzione (Y < Y*) si ha un
    eccesso di domanda (Yd > Yo); le imprese utilizzano le scorte; nel periodo successivo esse
    vorranno ricostituire il livello di scorte desiderato e aumenteranno quindi la produzione
    finché (Y = Y*). Il punto è che tale processo d’aggiustamento assicura che la quantità
    offerta si adegui alla quantità domandata ma non che la domanda sia ad un livello
    sufficiente ad occupare tutte le risorse disponibili.


    LA FUNZIONE KEYNESIANA DEL CONSUMO
•   Secondo Keynes la principale variabile da cui dipende il livello di consumo (C) delle
    famiglie è il reddito corrente:


                                                  C = C(Yo)


    Assumiamo, per semplicità, una funzione lineare:


                                 C = a + bYo              a > 0; 0 < b < 1




                                                    62
                  FUNZIONE DEL CONSUMO LINEARE


                      C=a+bYo                         a>0, 0<b<1

                                                  C




                                                                 b
                                                  a




                                                                            Yo
           a: consumo di sussistenza
                             Sloman, al consumo
           b: propensione marginale Elementi di economia, Il Mulino, 2002




L’intercetta (a) indica il consumo di sussistenza. Il coefficiente angolare (b) è la
propensione marginale al consumo (PMGC):


                                       PMGC = dC / dYo = b


Definiamo inoltre la propensione media al consumo (PMEC):


                                     PMEC = C / Y = a / Y + b


Essendo il risparmio (S) la differenza tra il reddito e il consumo (S = Yo – C), la
definizione di una particolare funzione del consumo definisce anche una particolare
funzione del risparmio:

                          S = Yo – C = Yo – a – bYo = – a + (1 – b)Yo




                                                63
                      FUNZIONE DEL RISPARMIO LINEARE


               S=Yo–C= Yo– a–bYo=–a+(1–b)Yo                            a>0, 0<b<1

                                                     S




                                                                     (1–b)          Yo
                                                    –a



           –a: risparmio di sussistenza
           1–b: propensione marginale al risparmio
                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    L’intercetta (–a) indica il risparmio di sussistenza (negativo). Il coefficiente angolare (1 –
    b) è la propensione marginale al risparmio (PMGS):


                                       PMGS = dS / dYo = 1 – b


    La propensione media al risparmio (PMES) è:


                                   PMES = S / Y = –a / Y + (1 – b)


    IL MOLTIPLICATORE
•   Il modello del moltiplicatore, nella sua formulazione generale, si basa su tre principi
    teorici:


    1. Il principio della domanda effettiva (p = p; Yo = Yd = Y)
    2. L’equazione della domanda aggregata (Yd = C + I + G + X)
    3. La funzione del consumo (C = C(Yo)).


        Per semplicità facciamo le seguenti ipotesi:


    1. I = I (l’investimento è esogeno e pari al livello I)


                                                   64
2. G = G (la spesa pubblica è esogena e pari al livello G)
3. X = 0 (si tratta cioè di un’economia chiusa)
4. C = a + bYo (funzione del consumo lineare).


   Il modello del moltiplicatore è allora il seguente:


                                            Yo = Yd = Y
                                        Yd = C + I + G
                                            C = a + bYo

Sostituendo:


                                      Y = a + bY + I + G


Da cui si ricava il reddito d’equilibrio:


                                 Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G)


Indichiamo con m il moltiplicatore e con A e la domanda aggregata esogena:


                                        m = 1 / (1 – b)
                                            A=a+I+G


Il reddito d’equilibrio è allora dato dalla seguente equazione:


                                Y* = mA             1 < m < +∞


Il principio del moltiplicatore può essere enunciato come segue: un aumento esogeno della
domanda aggregata produce un aumento proporzionalmente maggiore nel reddito
d’equilibrio (m > 1).


                                             ΔY* = mΔA




                                              65
•   Dal punto di vista economico, si immagini un aumento della domanda esogena A pari a 1
    euro volto alla costruzione di un ponte (il discorso è lo stesso sia se la domanda aumenta a
    causa di un aumento esogeno della spesa pubblica G, sia se aumenta a causa di un
    aumento esogeno degli investimenti privati I): ΔA = 1. Quest’aumento della domanda di 1
    euro si traduce in un aumento del reddito dei lavoratori assunti per la costruzione del
    ponte e di tutti quanti vendano allo stato o all’impresa privata le risorse necessarie per la
    costruzione del ponte. Complessivamente, il reddito delle famiglie aumenta dunque
    anch’esso di 1 euro.
    Secondo la funzione del consumo, una parte di quest’aumento di reddito delle famiglie,
    pari a un euro, sarà consumata (b), mentre la restante parte sarà risparmiata (1 – b). La
    parte b spesa in consumo a sua volta produrrà un aumento della produzione di b euro (e
    ritornerà alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore
    aumento del reddito pari a b euro (essendo b < 1, questo nuovo aumento di reddito è
    inferiore ad un euro). E il processo continua.
    Una parte (b) di quest’ulteriore aumento di reddito delle famiglie, di b euro, sarà
    consumata (b2 euro), mentre la restante parte sarà risparmiata ((1 – b)b euro). I b2 euro
    spesi in consumo a loro volta produrranno un aumento della produzione di b2 euro (e
    ritorneranno alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore
    aumento del reddito pari a b2 euro (essendo b < 1, quest’ulteriore aumento di reddito è
    inferiore al precedente: b2 < b).
    Il processo continua producendo un aumento totale del reddito pari a:


                                 ΔY = 1 + b + b2 + b3 + … + bn + …


    Si tratta di una serie geometria di ragione b, la quale è pari a 1/(1 – b) se, come nel nostro
    caso, b < 1.


                           ΔY = 1 + b + b2 + b3 + … + bn + … = 1/(1 – b)


•   Dal punto di vista grafico, il modello del moltiplicatore può essere rappresentato
    riportando sugli assi cartesiani l’offerta (asse orizzontale) e la domanda (asse verticale)
    aggregate. La bisettrice del primo quadrante (retta a 45°) indica il luogo dei punti in cui
    vale l’equilibrio D = O. La funzione di domanda aggregata è rappresentata dalla retta di



                                               66
intercetta pari ad A e coefficiente angolare pari a b. L’intersezione tra la retta di domanda
aggregata e la retta a 45° determina il reddito d’equilibrio.




           DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO
                       (RETTA A 45°)


                            Yd
                                                          Yd=Yo


                                                                      Yd



                             A




                                                  Y*                   Yo

                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




Una variazione (verticale) della domanda esogena (A) produce una variazione
(orizzontale) più che proporzionale nel reddito d’equilibrio.




                  IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE
                                      (RETTA A 45°)
                                                     Yd

        Un aumento della domanda                                                  Yd1
        aggregata esogena (da A0 a A1)
                                                                                        Yd0
        determina un aumento
                                                     A1
        proporzionalmente maggiore del
        reddito (da Y* a Y**)                        A0

                                                            Yd=Yo
        ΔY* = mΔA        1 < m < +∞
                                                                      Y*    Y**    Yo




                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                67
•   Un modo alternativo di analizzare il modello del moltiplicatore si basa sulla funzione del
    risparmio (invece che sulla funzione del consumo). Riconsideriamo la condizione
    d’equilibrio e sostituiamo S al posto di Yo – C:


                                         Yo = Yd = C + I + G
                                            Yo – C = I + G
                                                S=I+G


    La condizione d’equilibrio è allora la seguente:


                                        –a + (1–b)Yo = I + G


•   Dal punto di vista grafico, questo diverso modo di guardare al moltiplicatore può essere
    rappresentato tramite la funzione del risparmio e le funzioni esogene degli investimenti e
    della spesa pubblica:




               DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO
                              (S=I)


                               S
                              I+G


                                                                          S


                                                                              I+G


                                –a                    Y*                      Yo




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                    68
                   IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE
                                  (S=I)

                               S
                             I+G


                                                                         S
                                                                          I1 + G1
                                                                          I0 + G0


                               –a                    Y*        Y**             Yo




                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    LA POLITICA FISCALE
•   Le politiche fiscali (variazioni esogene di G e/o di T) che fanno aumentare il reddito
    d’equilibrio costituiscono interventi espansivi, quelle che lo fanno diminuire, interventi
    restrittivi.
•   Un aumento della spesa pubblica (ΔG) produce una traslazione verso l’alto della retta di
    domanda aggregata e un conseguente aumento più che proporzionale del reddito
    d’equilibrio. NB: si suppone che l’aumento della spesa pubblica, ΔG, sia finanziato senza
    influire sulle variabili che compaiono esplicitamente nel modello. Ad esempio si può
    immaginare che la spesa pubblica aggiuntiva sia finanziata stampando moneta e che
    questo non abbia alcun impatto sul livello dei prezzi (i quali sono per ipotesi fissi nel
    modello), né sulle variabili finanziarie (come ad esempio il tasso d’interesse) le quali
    potrebbero avere effetti di ritorno sulle variabili contemplate esplicitamente nel modello.
•   Un aumento delle imposte (ΔT) fa diminuire il reddito d’equilibrio. In presenza di tasse, il
    consumo dipende dal reddito disponibile (Yd), cioè dal reddito al netto del prelievo fiscale.
    Il reddito disponibile si definisce come segue:


                                                 Yd = Y – T


    La funzione del consumo prende allora la seguente forma:


                                                   69
                                             C = a + bYd
                                           C = a + b(Y – T)


•   Esistono diverse forme di tassazione. La forma più semplice (dal punto di vista del
    modello teorico) è quella in somma fissa, secondo la quale si suppone il livello di
    tassazione (T) sia fissato esogenamente dallo stato in modo del tutto indipendente dalle
    altre variabili del modello (come ad esempio il reddito): T = T. Forme di tassazione più
    realistiche sono quella proporzionale e progressiva rispetto al reddito. Nel primo caso il
    livello della tassazione aumenta proporzionalmente al reddito: T = tY; nel secondo caso
    aumenta più che proporzionalmente: se t1, t2, …, tn sono le aliquote di imposta sui diversi
    scaglioni di reddito ordinati in senso crescente, la tassazione progressiva è tale che t1 < t2 <
    … < tn.
•   Nel nostro modello, per semplicità, assumiamo una tassazione in somma fissa (T = T). La
    funzione del consumo è allora:


                                           C = a + b(Y – T)


•   Introduciamo ora questa funzione del consumo, in cui abbiamo esplicitato le tasse T, nel
    modello del moltiplicatore:


                                       Y = a + b(Y – T) + I + G


       Il reddito d’equilibrio è ora il seguente:


                                  Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G – bT)


       L’impatto sul reddito d’equilibrio di una variazione della spesa pubblica [1 / (1 – b)] è
       maggiore dell’impatto di una variazione del prelievo fiscale [–b / (1 – b)].
       Consideriamo due interventi espansivi di uguale portata, uno aumentando la spesa
       pubblica, l’altro diminuendo le tasse.
       Sia ΔG = 1 (la spesa pubblica aumenta di 1 euro). Si ha allora un effetto diretto sulla
       domanda aggregata pari a 1 euro, cui seguono gli effetti moltiplicativi indiretti (b + b2



                                                70
       + b3 + …) causati dall’aumento del reddito delle famiglie (i quali, sommati all’effetto
       diretto, producono alla fine un aumento del reddito di 1 / (1 – b) euro).
       Sia ora ΔT = –1 (le tasse si riducono di 1 euro). Qui non si ha alcun effetto diretto sulla
       domanda aggregata; si hanno solo gli effetti indiretti (b + b2 + b3 + …) generati
       dall’aumento del reddito disponibile (producendo alla fine un aumento del reddito pari
       a b / (1 – b) euro). Rispetto al caso in cui aumenta la spesa pubblica, viene ora meno
       l’aumento diretto della domanda aggregata di 1 euro.
       L’effetto sul reddito di un aumento della spesa pubblica di 1 unità, 1 / (1 – b), è quindi
       superiore a quello della riduzione dell’imposizione fiscale di 1 unità, b / (1 – b):


                                         1 / (1 – b) > b / (1 – b)


       il primo effetto è superiore al secondo di 1 unità.


    IL BILANCIO DELLO STATO
•   Dal punto di vista del bilancio dello stato una politica espansiva (aumento della spesa
    pubblica e/o riduzione delle imposte) implica un peggioramento del saldo di bilancio (G –
    T). L’ammontare del disavanzo determina il fabbisogno finanziario del settore pubblico
    (cioè l’ammontare di risorse necessarie a finanziare il disavanzo). Per finanziare il
    disavanzo di bilancio lo stato deve emettere titoli del debito pubblico che possono essere
    acquistati dalla banca centrale (in questo caso, la banca centrale emette moneta) o dai
    privati. In questo secondo caso, lo stato negli anni successivi dovrà pagare gli interessi sul
    debito accumulato. Il saldo di bilancio può allora essere espresso dalla seguente relazione:


                                          BS = T – G – rB


    Dove r è il tasso di interesse sul debito, B è lo stock di titoli del debito pubblico in
    circolazione e (T – G) è l’avanzo primario.


    IL MOLTIPLICATORE DEL BILANCIO IN PAREGGIO
•   Consideriamo ora, come caso particolare del modello del moltiplicatore, l’ipotesi in cui il
    bilancio dello stato rimane in pareggio (G = T).
    Sostituendo nell’equazione della domanda aggregata (G = T):



                                               71
                                       Y = a + b(Y – G) + I + G


    Il reddito d’equilibrio è il seguente:


                                     Y* = [1 / (1 – b)](a + I) + G


    Il moltiplicatore risulta pari a 1: un aumento di 1 euro di spesa pubblica finanziato con un
    aumento di 1 euro di prelievo fiscale aumenta esattamente di 1 euro il reddito d’equilibrio
    (gli ulteriori effetti moltiplicativi sulla domanda sono annullati dall’aumento
    dell’imposizione fiscale).
    NB: Il reddito aumenta senza alcun impatto sul bilancio dello stato. Questo significa che
    la politica fiscale può aumentare il reddito e l’occupazione senza produrre alcun deficit di
    bilancio pubblico: se lo stato vuole aumentare il reddito di 100 euro, deve aumentare
    simultaneamente tasse e spesa pubblica di 100 euro. La diminuzione delle tasse, invece,
    perde i suoi effetti espansivi in un contesto in cui lo stato non possa andare in deficit: in
    tale contesto, la riduzione delle tasse dovrà infatti essere accompagnata da una riduzione
    anche della spesa pubblica, con un effetto complessivo restrittivo sul reddito e
    sull’occupazione.


    LE VARIAZIONI DEI PREZZI
•   Il modello del moltiplicatore considerato è a prezzi fissi. Si suppone cioè che le variazioni
    della domanda si traducano interamente in variazione della produzione. Quest’ipotesi è
    plausibile quando esistono molte risorse inutilizzate. Quando le imprese operano a livelli
    prossimi al pieno impiego della capacità produttiva (Ypo), gli aumenti della domanda
    tendono a scaricarsi in aumenti dei prezzi. Graficamente è come se assumessimo che i
    prezzi non varino finché la domanda è inferiore al reddito di pieno impiego (curva
    d’offerta orizzontale per 0 ≤ Y < Ypo) e che poi ogni ulteriore aumento di domanda si
    scarichi interamente sui prezzi, lasciando invariata la produzione (curva d’offerta verticale
    per Y = Ypo)




                                               72
                 LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA NEL
                        MODELLO KEYNESIANO


             •   Per livelli di produzione                    p
                 inferiori al reddito di piena
                 occupazione, i prezzi
                 rimangono fissi
             •   Dopodiché l’aumento della
                 domanda produce solo
                 aumenti dei prezzi
                                                                                  Ypo Y




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   In generale, piuttosto che ipotizzare una curva d’offerta ad angolo, si può supporre che
    questa sia inclinata positivamente (e che l’inclinazione aumenti all’aumentare della
    produzione) e che, quindi, le variazioni della domanda producano variazioni sia nella
    quantità prodotta, sia nei prezzi.




                    LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA



             •   Quando la produzione è
                 lontana dalla piena                          p
                 occupazione, incrementi di
                 domanda provocano forti
                 aumenti della produzione e
                 aumenti contenuti dei prezzi.
             •   Avvicinandosi al pieno
                 impiego i prezzi aumentano
                 sempre di più
                                                                                  Ypo Y




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                      73
•   In tal caso, il moltiplicatore è minore rispetto al modello a prezzi fissi poiché gli aumenti
    della domanda aggregata si traducono solo in parte in aumenti della produzione (l’altra
    parte si traduce in aumenti dei prezzi).




                        VARIAZIONI DELLA DOMANDA
                            E CURVE D’OFFERTA

                                                                  p
              p
                                                                                             Yo



                                              Yo


                             Yd         Yd1                                            Yd         Yd1

                                                                                  Y*   Y**          Yd, Yo
                        Y*        Y**     Yd, Yo




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    LA CURVA DI PHILLIPS
•   Relazione empirica (inversa) tra tasso di aumento dei salari e tasso di disoccupazione.
    Dato che nel periodo considerato da Phillips (1861–1957 per l’Inghilterra) il tasso di
    crescita dei salari rimase mediamente superiore di circa il 2% al tasso di crescita dei
    prezzi, è possibile individuare una relazione inversa anche tra tasso di inflazione e tasso di
    disoccupazione (rispetto alla curva con il tasso di aumento dei salari, la curva con il tasso
    d’inflazione sta più in basso).




                                                      74
                                LA CURVA DI PHILLIPS



             Curva di Phillips: relazione
             inversa tra tasso di crescita dei




                                                          Tasso di inflazione
             salari e tasso di disoccupazione
             Curva di Phillips (sui prezzi):
             Relazione inversa tra tasso di                                            Curva di Phillips (salari)
             inflazione e tasso di
             disoccupazione                                                            Curva di Phillips (prezzi)
                                                                                Disoccupazione




                                 Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   NB: la produttività del lavoro aumenta continuamente nel tempo per effetto del progresso
    tecnico, di conseguenza aumenti dei salari superiori agli aumenti dei prezzi non intaccano
    necessariamente la crescita dei profitti. Ad esempio, con una crescita annua della
    produttività del 10%, se i salari crescono del 7% e i prezzi del 5%, i profitti crescono
    dell’8%: i ricavi aumentano infatti del 15% (a parità di quantità di lavoro utilizzata,
    l’output cresce del 10%, e viene inoltre venduto ad un prezzo più alto del 5%) mentre i
    costi aumentano del 7%; quindi i profitti aumentano dell’8%. In generale, quindi, in
    presenza di progresso tecnico, affinché la distribuzione tra salari e profitti rimanga
    invariata, i salari devono crescere ad un tasso superiore al tasso d’inflazione, beneficiando
    così, assieme a profitti, degli aumenti di produttività.
•   Dal punto di vista dello schema domanda aggregata – offerta aggregata, la curva di
    Phillips può essere interpretata come la conseguenza di spostamenti della curva di
    domanda in presenza di una curva d’offerta crescente: quando aumenta la domanda,
    diminuisce la disoccupazione e aumenta l’inflazione; il contrario accade quando la
    domanda diminuisce (spostamenti lungo la curva di Phillips). Gli spostamenti della curva
    sarebbero invece legati ai fattori esogeni dello schema domanda aggregata – offerta
    aggregata: disoccupazione frizionale e strutturale, inflazione da costi da costi e strutturale,
    aspettative.
•   L’ipotesi che esistesse una curva di Phillips relativamente stabile nella realtà ha suggerito
    che esistesse un ventaglio di combinazioni inflazione – disoccupazione nell’ambito del


                                                     75
    quale i governi potessero scegliere, attraverso opportune politiche economiche, la
    combinazione ritenuta ideale. Tale ipotesi si è dimostrata infondata alla luce dell’aumento
    congiunto dei tassi d’inflazione e di disoccupazione nella maggior parte dei paesi
    capitalisti occidentali negli anni ’80 (l’aumento contemporaneo dell’inflazione e della
    disoccupazione prende il nome di “stagflazione”, dall’inglese “stagflation”). Una possibile
    spiegazione è che la curva di Phillips si sia spostata nel tempo.


    L’ACCELERATORE
•   Nella teoria del moltiplicatore le variazioni del reddito sono ricondotte a variazioni della
    domanda. In particolare le variazioni esogene degli investimenti (legate alle aspettative
    dei capitalisti) sono una delle principali cause dell’alternarsi di periodi di espansione e
    recessione.
•   Accanto alle variazioni della domanda è possibile introdurre anche i cambiamenti nelle
    condizioni dell’offerta per spiegare la dinamica della produzione. La teoria
    dell’acceleratore spiega il livello dei nuovi investimenti facendolo dipendere dal tasso di
    crescita della produzione: gli investimenti (lasciando da parte quelli necessari a
    rimpiazzare il capitale che diventa obsoleto) aumentano la capacità produttiva. A fronte di
    un aumento della domanda (che gli investitori considerano duraturo) si avrà dunque un
    aumento degli investimenti e della capacità produttiva.
•   Mentre il livello della produzione varia lentamente nel tempo, il suo tasso di crescita (da
    cui secondo questo modello dipendono le variazioni degli investimenti) varia in misura
    molto maggiore. Questo spiega l’alta volatilità degli investimenti. La teoria
    dell’acceleratore può allora essere enunciata affermando che le variazioni degli
    investimenti sono molto più accentuate di quelle del reddito nazionale.
•   Facendo interagire il principio del moltiplicatore e quello dell’acceleratore si producono
    effetti cumulati sul ciclo economico:
    1. Le variazioni del reddito producono effetti accentuati sugli investimenti (acceleratore);
    2. Le variazioni degli investimenti producono aumenti proporzionalmente maggiori nel
       reddito (moltiplicatore).
    3. Le risultanti variazioni del reddito si riflettono nuovamente sugli investimenti
       attraverso l’acceleratore, e così via.




                                                76
    IL CICLO ECONOMICO
•   Le scorte variano in senso anticiclico rispetto alla dinamica della produzione. Di fronte ad
    aumenti della domanda, le imprese rispondono innanzi tutto utilizzando le scorte di
    magazzino accumulate. Solo quando l’aumento di domanda dovesse confermarsi duraturo
    (cioè quando il livello delle scorte desiderato dovesse scendere troppo) esse saranno
    disposte ad aumentare la capacità produttiva.
•   NB: dal punto di vista contabile, le scorte sono considerate come una componente degli
    investimenti, per cui l’aumento delle scorte nelle fasi recessive del ciclo appare in
    contabilità come un investimento.
•   Fattori che incidono sul persistere delle fasi espansive e recessive:
    1. Il processo d’aggiustamento nel flusso circolare del reddito prende tempo;
    2. L’interazione tra moltiplicatore e acceleratore produce effetti cumulati.
•   Fattori che incidono sull’inversione del ciclo:
    1. Nelle fasi espansive, il raggiungimento del pieno utilizzo della capacità produttiva
       impedisce, nel breve periodo, ulteriori aumenti della produzione (è necessario
       investire per ampliare ulteriormente la capacità produttiva, il che richiede tempo).
    2. Nelle fasi recessive, il consumo di sussistenza delle famiglie garantisce un livello
       minimo di domanda al di sotto del quale il consumo non scende ulteriormente.
    3. Secondo il principio dell’acceleratore, gli aumenti degli investimenti devono essere
       sostenuti da una crescita sempre maggiore del consumo. Se la crescita del consumo
       rallenta, gli investimenti diminuiranno e il ciclo tenderà ad invertirsi.
    4. Nel corso del ciclo, la politica economica interviene spesso in senso anticlico
       comprimendo la domanda nelle fasi espansive (per impedire effetti inflazionistici) ed
       espandendola nelle fasi recessive (per impedire una caduta della domanda e un
       aumento della disoccupazione). Le politiche di stabilizzazione dell’andamento della
       produzione attorno al suo trend prendono il nome di politiche di “fine tuning”.
•   Accanto alle politiche di fine tuning, l’attenuazione del ciclo dipende dall’esistenza di
    “stabilizzatori automatici”:
    1. Una tassazione dipendente dal reddito (invece di quella completamente esogena
       ipotizzata nel nostro modello semplificato) implica un aumento del gettito fiscale nelle
       fasi espansive (poiché aumenta il reddito) e una diminuzione nelle fasi recessive.
       Questo riduce le variazione del reddito disponibile (da cui dipendono i consumi)
       rispetto alle variazioni del reddito e attenua gli effetti moltiplicativi.



                                                77
2. Un altro stabilizzatore automatico è costituito dai sussidi di disoccupazione i quali
   sostengono la domanda nelle fasi recessive del ciclo.




                                         78
3.      Moneta e politica monetaria


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 9]


     FUNZIONI DELLA MONETA
•    Mezzo di scambio: strumento accettato per convenzione o per forza legale come mezzo di
     pagamento.
•    Unità di conto: unità di misura dei prezzi di beni, servizi e attività finanziarie.
•    Riserva di valore: strumento per trasferire nel tempo potere d’acquisto.


     IL SISTEMA FINANZIARIO
•    Le banche
     1. Banche commerciali: si rivolgono ad un pubblico indistinto;
     2. Banche d’affari (o di investimento): forniscono linee di credito alle imprese.
•    Passività bancarie (debiti delle banche nei confronti di quanti abbiano depositato i propri
     risparmi).
     1. Depositi a vista: depositi che possono essere prelevati senza penale (per esempio
        depositi in conto corrente).
     2. Depositi vincolati: depositi che possono essere prelevati solo con un preavviso e/o
        pagando una penale (per esempio libretti di risparmio).
     3. Certificati di deposito: prodotti finanziari emessi e gestiti dalle banche sui quali esiste
        un mercato secondario nel quale possono essere scambiati.
     4. Pronti contro termine: contratto di compravendita di titoli con cui una parte vende (a
        pronti) un certo prodotto finanziario (per esempio titoli del debito pubblico) e lo
        ricompra ad una scadenza fissata (a termine).
•    Attività bancarie (crediti delle banche nei confronti di terzi).
     1. Circolante: contante tenuto per soddisfare le richieste quotidiane dei clienti.
     2. Conto corrente presso la banca centrale: conto utilizzato per le operazioni sul mercato
        interbancario.
     3. Prestiti a breve termine: prestiti monetari concessi principalmente ad altre istituzioni
        finanziarie; nel caso dei pronti contro termine, titoli acquisiti in cambio del prestito a
        pronti che saranno restituiti allo scadere del prestito (tali titoli sono denominati
        “repo”).



                                                 79
    4. Prestiti a lungo termine: prestiti alle famiglie e alle imprese a scadenza fissa, scoperti
        e mutui; titoli acquistati come investimento (ad esempio del debito pubblico).
•   Redditività e liquidità: La redditività misura la capacità di fare profitti (lucrando sul
    differenziale tra il tasso di interesse ricevuto sui prestiti e quello pagato sui depositi) e
    viene generalmente rapportata al denaro raccolto o al valore dell’attivo. La liquidità
    misura la facilità e i costi con cui un’attività può essere convertita in moneta; il tasso di
    liquidità è il rapporto tra attività liquide e attività totali. In genere le attività più redditizie
    sono anche le meno liquide.
•   La banca centrale
    1. Vigilanza sul sistema bancario: la banca centrale controlla che le banche e le
        istituzioni finanziarie operino in modo efficiente (con un adeguato tasso di liquidità) e
        nel rispetto della normativa bancaria. Inoltre ha compiti di ispezione e stabilisce la
        percentuale di riserve obbligatorie che le banche devono tenere come garanzia di
        liquidità. Infine svolge la funzione di prestatore di ultima istanza per garantire
        un’adeguata offerta di moneta da parte delle banche. Nel Sistema Europeo delle
        Banche Centrali (SEBC), tali compiti sono svolti dalle banche centrali dei singoli
        paesi.
    2. Offerta di moneta e politica monetaria. In molti paesi la banca centrale operava in
        stretta collaborazione col governo (il che permetteva un coordinamento stretto tra
        politica fiscale e monetaria); recentemente è venutosi affermandosi il principio
        dell’indipendenza della banca centrale (principio cui si ispira anche la Banca Centrale
        Europea), secondo il quale la politica monetaria è competenza solo della banca
        centrale (la quale non è sottoposta ad alcun controllo politico popolare). Come
        strumenti di attuazione della politica monetaria, la banca centrale ha il monopolio
        nell’emissione di banconote, agisce come banca per il governo (organizza le emissioni
        di titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro e decide in che misura finanziare i
        deficit pubblici emettendo moneta) e per le banche (le quali tengono dei conti per le
        compensazioni sul mercato interbancario). Attraverso il controllo dei tassi d’interesse
        ufficiali (il tasso di sconto innanzi tutto) e la gestione dell’emissione e dell’acquisto
        dei titoli del debito pubblico e di altri strumenti finanziari influisce sui tassi d’interesse
        di mercato e sulla quantità di moneta. Attraverso il controllo delle riserve valutarie
        influisce sui tassi di cambio.




                                                  80
    L’OFFERTA DI MONETA
•   Base monetaria (o moneta ad alto potenziale): circolante.
•   M3 (o moneta in senso ampio): circolante + depositi.
•   Moltiplicazione della moneta (o dei depositi). Supponiamo che le banche abbiano un tasso
    di liquidità desiderato pari a l (per ogni euro di depositi, una frazione l è tenuta come
    riserva e la frazione (1 – l) è data in prestito). Ipotizziamo ora che la spesa pubblica
    aumenti di 1 euro pagando con assegni emessi sul conto del Tesoro presso la banca
    centrale. I beneficiari di tali assegni li depositeranno presso una banca. La banca ha ora un
    eccesso di liquidità e cercherà quindi di prestare una frazione, pari a (1 – l), di tali depositi
    aggiuntivi. Quando le famiglie o le imprese spendono gli (1 – l) euro presi a prestito, i
    venditori depositeranno presso una banca gli (1 – l) euro ricevuti e la banca vorrà a questo
    punto darne in prestito una frazione pari a (1 – l): essa darà quindi a prestito una cifra pari
    a (1 – l)2 euro. Il processo continua producendo un aumento totale dei depositi pari a


                       1 + (1 – l) + (1 – l)2 + (1 – l)3 + …+ (1 – l)n + … = 1/l


    Si tratta di una serie geometria di ragione (1 – l), la quale è pari a 1/l se, come nel nostro
    caso, (1 – l) < 1. Il moltiplicatore dei depositi (1/l) è dunque pari all’inverso del tasso di
    liquidità (l).
    Le ipotesi su cui si basa tale calcolo sono (1) che il tasso di liquidità desiderato dalle
    banche rimanga invariato nel tempo, (2) che i clienti delle banche prendano a prestito tutto
    l’ammontare che le banche desiderano dare in prestito senza alcun impatto sul tasso
    d’interesse, (3) che tutti i fondi presi a prestito tornino al sistema bancario in forma di
    depositi.
•   Le determinanti dell’offerta di moneta.
    1. Tasso di liquidità delle banche: le riduzioni nel tempo del tasso di liquidità (a seguito
        dello sviluppo di pagamenti con assegni, bancomat, eccetera) aumentano il
        moltiplicatore della moneta.
    2. Flussi dall’estero: un surplus di bilancia dei pagamenti produce un afflusso di capitali
        che vanno ad aumentare l’offerta di moneta.
    3. Disavanzi del settore pubblico: quando lo stato registra un disavanzo deve finanziarsi
        emettendo titoli del debito pubblico. Se i titoli sono acquistati dalla banca centrale si
        ha un aumento nella quantità di moneta (la banca centrale apre un credito allo stato per



                                                81
   il valore dei titoli emessi; quando lo stato spende questa somma, si ha un aumento
   della moneta, il quale genera ulteriori aumenti attraverso il processo di moltiplicazione
   dei depositi). Se sono invece acquistati dal settore privato l’offerta di moneta non varia
   poiché l’aumento della moneta nelle mani del settore pubblico è compensata da una
   diminuzione di pari entità di quella nelle mani del settore privato.
4. Tasso d’interesse: nella misura in cui la banca centrale sia in grado di controllare
   completamente l’offerta di moneta, la curva d’offerta di moneta è verticale.




                      OFFERTA DI MONETA ESOGENA


                                                          Tasso di interesse



                                                                                        Mo
            L’offerta di moneta non
            dipende dal tasso di interesse



                                                                               Offerta di moneta




                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




Qualora invece le banche siano invogliate ad aumentare i prestiti (e quindi la quantità di
moneta) al crescere del tasso d’interesse, la banca centrale non ha un controllo pieno
sull’offerta di moneta. In tal caso, la curva d’offerta di moneta (Mo) é crescente rispetto al
tasso d’interesse.




                                                82
                        OFFERTA DI MONETA ENDOGENA




                                                              Tasso di interesse
                                                                                            Mo
             L’offerta di moneta cresce al
             crescere del tasso d’interesse




                                                                                   Offerta di moneta




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    Negli sviluppi futuri, tuttavia, per semplicità assumeremo che l’offerta di moneta sia
    completamente esogena e che non dipenda dal tasso d’interesse. Essa sarà quindi espressa
    dalla seguente funzione [cf. Sloman, cap. 10]:


                                                      Mo = M


    LA DOMANDA DI MONETA
•   Keynes distingue tre motivi che spingono a detenere moneta.
    1. Movente transazionale. Si detiene moneta per effettuare le transazioni ordinarie. La
       domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito.
    2. Movente precauzionale. Si detiene moneta per fronteggiare spese impreviste. La
       domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito. Gli scopi
       transazionale e precauzionale portano a domandare moneta per la sua funzione di
       mezzo di scambio. Tale domanda di moneta è nota come “saldo monetario attivo”.
    3. Movente speculativo. Si detiene moneta per poter cogliere le opportunità di guadagno
       acquistando titoli quando il loro prezzo è basso e vendendoli quando è alto. Per
       semplicità, d’ora in avanti supponiamo che l’unica alternativa al detenere moneta in
       forma liquida sia acquistare attività finanziarie (per esempio obbligazioni). Questo
       significa che l’equilibrio sul mercato della moneta implica l’equilibrio sul mercato
       delle obbligazioni e viceversa (nel senso che se la quantità di moneta detenuta è quella


                                                    83
       desiderata, anche la quantità di obbligazioni detenuta è necessariamente quella
       desiderata). Quanto maggiore è il guadagno che si può ottenere da un’obbligazione,
       tanto minore è la quantità di moneta che si vuole detenere a scopo speculativo. Perciò
       la domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (inversamente) dal tasso
       d’interesse: quando il tasso d’interesse è alto, gli individui preferiscono detenere titoli
       piuttosto che moneta (i titoli sono meno liquidi della moneta, ma pagano un interesse
       che invece la moneta non paga); quando invece il tasso d’interesse è basso, gli
       individui preferiscono tenere moneta piuttosto che titoli (poiché gli svantaggi della
       minore liquidità dei titoli rispetto alla moneta rimangono gli stessi, mentre i vantaggi
       della maggiore redditività diminuiscono). Tale domanda di moneta è nota come “saldo
       monetario inattivo”.
•   La domanda totale di moneta (Md) è data dalla somma delle domande di moneta per questi
    tre moventi. Essa dipende quindi inversamente dal tasso d’interesse e positivamente dal
    reddito. Mantenendo fisso il reddito, la domanda di moneta può essere rappresentata come
    una curva decrescente rispetto al tasso d’interesse. Tale curva prende il nome di
    “preferenza per la liquidità”. Un aumento del reddito produce uno spostamento verso
    destra della curva della preferenza per la liquidità.




                     LA PREFERENZA PER LA LIQUIDITÀ


                                                            r
               •   Decrescente rispetto a r
               •   Una variazione del tasso di
                                                                                Y1>Y0
                   interesse provoca un
                   movimento lungo la curva
               •   Una variazione del reddito
                                                                                              Md1
                   provoca uno spostamento
                   della curva                                                                Md0
                                                                          Domanda di moneta




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    Se, per semplicità, assumiamo una funzione lineare, la curva di domanda di moneta può
    essere espressa dalla seguente retta nel piano (r, Y) [cf. Sloman, cap. 10]:


                                                    84
                                     Md = fY – gr        f > 0, g > 0


•   Relazione tra prezzo di un titolo e tasso d’interesse [cf. Sloman, cap. 10]
    Nella teoria keynesiana il motivo per cui la domanda di moneta per scopi speculativi varia
    inversamente al variare del tasso d’interesse è leggermente diverso da quello visto sopra.
    Secondo Keynes, gli operatori dei mercati finanziari ritengono che esista un prezzo
    “normale” delle obbligazioni. Keynes assume dunque che essi comprino obbligazioni
    quando il prezzo di mercato è inferiore a tale prezzo e le vendano in caso contrario.
    D’altra parte, il prezzo di mercato di un’obbligazione, cioè la sua quotazione in borsa, q, è
    legata al tasso d’interesse da una relazione inversa.
    Infatti, consideriamo un’obbligazione che garantisce un rimborso di 100 euro dopo un
    anno. Supponiamo che il suo prezzo oggi sia paria a 95 euro. Se compriamo oggi
    l’obbligazione e la teniamo un anno, il tasso d’interesse, r, che ne ricaviamo sarà pari al
    5,26%:


                                     r = (100 – 95) / 95 = 0,0526


    In generale, indicando con VN il valore nominale dell’obbligazione (la somma di denaro
    che il soggetto che emette l’obbligazione si impegna a pagare alla scadenza), la relazione
    che esiste tra il prezzo di un titolo, q, e il tasso d’interesse che esso fornisce è la seguente:


                                            r = (VN – q) / q


    Questo significa che quanto maggiore è il prezzo del titolo, tanto minore è il tasso
    d’interesse effettivo pagato dal titolo stesso.
    Alla luce di questa relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso d’interesse, se gli
    operatori ritengono che esista un valore normale cui la quotazione dell’obbligazione
    tende, essi venderanno obbligazioni (cioè domanderanno moneta) quando il loro prezzo è
    alto (più alto del prezzo normale), e cioè quando il tasso d’interesse è basso (più basso del
    tasso d’interesse normale), e viceversa.




                                                 85
    L’EQUILIBRIO
•   L’equilibrio sul mercato della moneta si ha quando l’offerta uguaglia la domanda (Mo =
    Md) [cf. Sloman, cap. 10]:


                                                   M = fY – gr




                 L’EQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA




                             r
                                                       Mo




                             re

                                                                  Md
                                                 Me                    M




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Il processo d’aggiustamento. Se il tasso d’interesse fosse superiore a quello d’equilibrio, si
    avrebbe un eccesso di offerta di moneta e gli individui cercherebbero di acquistare titoli.
    Questo farebbe aumentare il prezzo dei titoli e scendere il loro tasso di rendimento (cioè il
    tasso d’interesse), riportando il sistema verso l’equilibrio.




                                                      86
                      IL PROCESSO D’AGGIUSTAMENTO



          r1>re: eccesso di offerta di moneta.           r
                                                                ECCESSO DI      Mo
          Gli individui acquistano obbligazioni                  OFFERTA



                                                         r1
          Il prezzo delle obbligazioni aumenta           re
          e il tasso di interesse diminuisce
                                                                                     Md

                                                                           Me             M




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Gli spostamenti delle curve di offerta e/o di domanda di moneta determinano nuove
    quantità di moneta e tassi d’interesse d’equilibrio.
•   Mercato delle valute. L’uguaglianza tra domanda e offerta di una valuta rispetto alle altre
    valute determina il tasso di cambio. Quando la domanda di una valuta supera la sua offerta
    si ha un apprezzamento del suo tasso di cambio e viceversa.
•   Relazione tra tasso d’interesse e tasso di cambio. Se a partire da una situazione
    d’equilibrio sul mercato delle valute, il tasso d’interesse interno sale [scende] rispetto a
    quello estero, i titoli interni diventano relativamente più [meno] profittevoli di quelli
    esteri; questo provoca un aumento di domanda per la valuta nazionale [estera], un afflusso
    [deflusso] di capitali e un apprezzamento [deprezzamento] del tasso di cambio.


    LA POLITICA MONETARIA
•   Gli obiettivi e le strategie della politica monetaria sono notevolmente cambiati nel corso
    del tempo. Nel periodo che va dal dopoguerra agli anni ’70 predominava l’impostazione
    keynesiana, secondo cui la politica fiscale era il principale strumento di politica
    economica, mentre la politica monetaria doveva accomodare le scelte di politica fiscale,
    mantenendo stabili i tassi di interesse. A partire dagli anni ’70 e, con maggior forza negli
    anni di Reagan e Thatcher negli Stati Uniti e in Gran Bretagna rispettivamente (anni ‘80),
    si afferma l’impostazione liberista, secondo la quale il contenimento dell’inflazione è
    l’obiettivo primario della politica monetaria. A livello istituzionale, tale principio trova la


                                                    87
    sua espressione più forte nel Trattato dell’Unione Europea, firmato a Maastricht nel 1992,
    che, tra le altre cose, istituisce la BCE, assegnandole come obiettivo prioritario la stabilità
    dei prezzi (definita come aumento dell’indice dei prezzi al consumo per l’area dell’euro
    inferiore al 2%); tutti gli altri obiettivi della BCE sono definiti in termini vaghi e possono
    essere perseguiti solo se compatibili con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.
•   Tre categorie di intervento attraverso cui la banca centrale determina la politica monetaria
    1. Controllo dell’offerta di moneta. La banca centrale può controllare la base monetaria
       agendo sul credito concesso alle banche. Questo può essere fatto attraverso tre canali
       principali. (1) Le “operazioni di mercato aperto” sono vendite o acquisti di titoli del
       debito pubblico da parte della banca centrale sul mercato: quando la banca centrale
       vende titoli, gli acquirenti pagano tali titoli con moneta riducendo così la quantità di
       moneta in circolazione nel sistema. Attraverso operazioni di mercato aperto, la banca
       centrale può anche cambiare la struttura dei titoli del debito pubblico detenuti (ad
       esempio vendendo quelli a breve e acquistando quelli a lunga), influendo così sul
       grado di liquidità dei titoli in circolazione presso il settore privato. (2) Il coefficiente
       di “riserva obbligatoria” è un deposito che le banche sono obbligate a tenere presso la
       banca centrale e che le banche non possono utilizzare senza il consenso della banca
       centrale (tale deposito è quindi illiquido): variando il coefficiente di riserva
       obbligatoria la banca centrale influisce sul moltiplicatore della moneta e sulla capacità
       delle banche di concedere prestiti. (3) La banca centrale può fornire prestiti alle
       banche commerciali a tassi di interesse inferiori a quelli di mercato: variando lo stock
       di moneta disponibile per tali prestiti la banca centrale può quindi modificare l’offerta
       di moneta.
    2. Controllo dei tassi d’interesse. Il controllo dei tassi d’interesse avviene (1) attraverso
       la definizione dei tassi di riferimento (il tasso di sconto o altri tassi di rifinanziamento
       delle banche presso la banca centrale) e (2) attraverso interventi diretti sul mercato
       monetario, in particolare mediante operazioni di pronti contro termine. Va notato che
       nella realtà esistono diversi tassi d’interesse a seconda della scadenza temporale (i
       quali producono effetti diversi sulle variabili macroeconomiche reali, in particolare
       sugli investimenti di breve e di lungo periodo). Quindi, attraverso operazioni di
       mercato aperto, la banca centrale può influire anche sulla struttura temporale dei tassi
       d’interesse: ad esempio, vendendo titoli a breve e acquistando titoli a lunga, la banca
       centrale può ridurre i tassi d’interesse a lungo termine facendo salire quelli a breve
       termine.


                                                88
    3. Razionamento del credito. La banca centrale può razionare il credito e influire così sul
       moltiplicatore della moneta (1) imponendo alle banche di limitare i prestiti (per
       esempio limitandoli a quelli meno rischiosi), (2) fissando un ammontare minimo dei
       depositi, o (3) fissando dei tempi massimi di restituzione dei prestiti. Nella realtà,
       spesso la banca centrale attua la propria politica nei confronti delle banche attraverso
       strumenti di pressione piuttosto che di coercizione.
•   L’efficacia della politica monetaria dipende (1) dagli strumenti di controllo sui tentativi
    delle banche di eludere (o evadere) eventuali forme di razionamento del credito, (2) dalla
    sensibilità della domanda di moneta alle variazioni dei tassi d’interesse, (3) dalle
    aspettative degli operatori (in particolare, di fronte ad aspettative pessimistiche degli
    investitori, la riduzione dei tassi potrebbe non essere sufficiente ad aumentare il livello
    degli investimenti).




                                              89
4.      Il modello IS-LM


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 10]


     LA LOGICA DEL MODELLO
•    Il modello IS-LM non è altro che un’analisi congiunta del mercato dei beni e del mercato
     della moneta.
•    Rispetto all’analisi dei due mercati considerati separatamente, dobbiamo innanzi tutto
     estendere l’analisi del mercato dei beni esplicitando le variabili da cui dipendono gli
     investimenti (per semplicità nel capitolo 8 avevamo supposto che essi fossero
     completamente esogeni). Dopodiché è possibile considerare congiuntamente i due mercati
     per determinare le condizioni dell’equilibrio macroeconomico.
•    In tutto il modello, per semplicità continueremo a supporre che i prezzi siano fissi
     (inflazione pari a zero).


     LA FUNZIONE DEGLI INVESTIMENTI
•    Si suppone che gli investimenti dipendano negativamente dal tasso d’interesse. Tale
     ipotesi è giustificata dal fatto che il tasso d’interesse è un costo per le imprese che
     prendono a prestito i fondi per finanziare gli investimenti (per le imprese che finanziano
     gli investimenti con fondi propri il tasso d’interesse rappresenta comunque un costo-
     opportunità). Una seconda determinate degli investimenti è data dalle aspettative degli
     investitori (gli animal spirits nel linguaggio di Keynes). Considerando la forma funzionale
     lineare, la funzione degli investimenti può allora essere espressa dalla seguente:


                                       I = I – dr          d>0


     L’EQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI: LA CURVA IS
•    La curva IS rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato dei beni è in
     equilibrio. Rispetto all’analisi svolta nel capitolo 8, dobbiamo ora completare l’analisi del
     mercato dei beni introducendo esplicitamente la funzione degli investimenti. Il modello è
     dunque il seguente:


                                             Yo = Yd = Y



                                                90
                                               Yd = C + I + G
                                                 C = a + bYo
                                                  I = I – dr


Sostituendo:


                                       Y = a + bY + I – dr + G


Da cui si ricava il reddito d’equilibrio:


                             Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G) – [d / (1 – b)]r


Come si vede, a differenza della formula ottenuta nel capitolo 3 (in cui non si teneva
conto del tasso d’interesse), il reddito d’equilibrio dipende ora anche dal tasso d’interesse:
per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce l’equilibrio sul mercato dei
beni.




               DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA IS
                       I, S                                              S
                                                       E1
                                                                              I1
                                          E2
                                                                              I2


                                                                     Y
                                                                                   Al tasso d’interesse r1
                                                                                   corrispondono gli
                         r                                                         investimenti I1 e il
                                                                                   reddito Y1
                                                 E2
                        r2
                                                                                   Al tasso d’interesse r2
                        r1                                      E1
                                                                                   (r2>r1) corrispondono gli
                                                                         IS
                                                                                   investimenti I2 (I2<I1) e il
                                                                                   reddito Y2 (Y2<Y1)
                                            Y2             Y1            Y
                                 Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono l’equilibrio sul
mercato dei beni possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di intercetta




                                                      91
    [a + I + G) / d] e coefficiente angolare [–(1 – b) / d]. Infatti, esplicitando il tasso
    d’interesse r si ottiene:


                                     r* = (a + I + G) / d – [(1 – b) / d]Y


    Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti:


                ponendo r = 0:                                Y = [1 / (1 – b)](a + I + G)
                ponendo Y = 0:                                r = (a + I + G) / d




                                               LA CURVA IS

                                 r


                   (a + I + G) / d

                                              IS



                                       –(1 – b) / d




                                                      [1 / (1 – b)](a + I + G)       Y
                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   L’inclinazione della IS. L’inclinazione negativa dipende dal fatto che un aumento del
    tasso d’interesse implica una diminuzione degli investimenti: per mantenere l’equilibrio,
    alla diminuzione della domanda si deve accompagnare una diminuzione dell’offerta e del
    reddito.
    La IS è tanto più piatta, quanto maggiori sono i parametri d e b.
    1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilità degli investimenti alle variazioni
        del tasso d’interesse (un valore di d elevato) significa che un aumento unitario del
        tasso d’interesse produce una forte caduta degli investimenti (cioè della domanda) e,
        quindi (per l’ipotesi d’equilibrio), dell’offerta e del reddito.




                                                      92
    2. Nel caso del parametro b, una forte sensibilità del consumo alle variazioni del reddito
        (un valore di b elevato) implica un forte effetto moltiplicativo. Un aumento unitario
        del tasso d’interesse produce una certa diminuzione degli investimenti (determinato
        dal parametro d) e, se l’effetto moltiplicativo è alto (se cioè il valore di b è elevato),
        l’impatto sulla domanda e sul reddito è forte.
•   Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva IS indicano combinazioni (Y, r) con valori di
    r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso d’interesse (più alto del livello d’equilibrio),
    la domanda di beni d’investimento è minore di quella che garantirebbe l’equilibrio sul
    mercato dei beni. Si ha dunque un eccesso d’offerta. Simmetricamente nei punti al di sotto
    della curva IS si ha un eccesso di domanda di beni.




                 DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI


             •   Punto W: per un dato valore di
                 Y, il tasso di interesse è troppo
                 basso → la domanda di
                 investimenti è dunque troppo                r
                 alta rispetto a quella che
                                                                                  K
                 garantisce l’equilibrio → c’è
                 eccesso di domanda di beni
                                                                                      ECCESSO DI
             •   Punto K: per un dato Y, il tasso                                     OFFERTA
                 di interesse è troppo alto → la
                 domanda di investimenti è                            W
                 troppo bassa rispetto a quella                     ECCESSO DI
                 d’equilibrio → c’è eccesso di                      DOMANDA
                 offerta di beni                                                                   Y



                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Spostamenti della curva IS. Se aumenta [diminuisce] una delle componenti esogene della
    domanda la curva IS si sposta verso destra [sinistra]: per ogni livello del tasso d’interesse,
    un aumento della componente esogena della domanda (ad esempio di G) produce un
    aumento del reddito d’equilibrio pari al moltiplicatore keynesiano:


                                              ΔY = 1/(1 – b) ΔΑ




                                                      93
                    GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA IS


             •   Un aumento della
                 componente esogena della                  r
                 domanda (ad esempio di G)
                 provoca uno spostamento
                 della curva IS verso destra
                                                                                ΔG>0
                 pari a [1/(1 – b)] ΔG

             •   Una diminuzione provoca                                               IS1
                 uno spostamento verso                         ΔG<0
                                                                        IS2       IS
                 sinistra dello stesso
                 ammontare                                                                   Y




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    L’EQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA: LA CURVA LM
•   Come abbiamo visto, se si suppone che l’unica alternativa al detenere moneta in forma
    liquida è acquistare obbligazioni, l’equilibrio sul mercato della moneta implica
    l’equilibrio sul mercato delle obbligazioni e viceversa. Questo risultato può essere visto
    come una conseguenza della “legge di Walras”, secondo la quale “in un sistema composto
    da n mercati, se n–1 mercati sono in equilibrio, è in equilibrio anche l’ennesimo mercato”.
    NB: nel testo (Sloman) la legge di Walras viene richiamata a sproposito, sostenendo che
    se due dei tre mercati (moneta, obbligazioni e beni) sono in equilibrio, lo è anche il terzo.
    Questo non è vero: se il mercato della moneta è in equilibrio, come si è detto, lo è anche il
    mercato delle obbligazioni; ma questo non significa che lo sia anche il mercato dei beni.
•   La curva LM rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato della moneta
    (e, quindi, quello delle obbligazioni) è in equilibrio. Come abbiamo visto nel capitolo 9, la
    condizione d’equilibrio sul mercato della moneta (e delle obbligazioni) è la seguente:


                                                 M = fY – gr


    Esplicitando Y, si ricava il reddito d’equilibrio:


                                            Y* = M / f + (g / f)r


                                                    94
Per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce l’equilibrio sul mercato
della moneta.




                    DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA LM



                                   Mo
                r                                            r
                            Md2                                                               LM

                                    E2
           r2        Md 1
                                                                                         E2
           r1
                              E1                                             E1



                                                      M                 Y1          Y2             Y



                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono l’equilibrio sul
mercato della moneta possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di
intercetta [–(M / g)] e coefficiente angolare [f / g]. Infatti, esplicitando il tasso d’interesse
r si ottiene:


                                           r* = –(M / g) + (f / g)Y


Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti:


            ponendo r = 0:                                    Y=M/f
            ponendo Y = 0:                                    r = –(M / g)




                                                     95
                                             LA CURVA LM


                               r

                                                                      LM

                                                                         f/g




                                              M/f                                   Y

                        – (M / g)
                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   L’inclinazione della LM. L’inclinazione positiva dipende dal fatto che un aumento del
    tasso d’interesse implica una diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo
    (perché aumenta la domanda di obbligazioni); dato che l’offerta di moneta è per ipotesi
    fissa (poiché esogena), per mantenere l’equilibrio sul mercato della moneta è necessario
    che aumenti la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale, cioè è
    necessario che aumenti il reddito d’equilibrio.
    La LM è tanto più piatta, quanto maggiore è il parametro g e quanto minore è il parametro
    f.
    1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilità della domanda di moneta alle
         variazioni del tasso d’interesse (un valore di g elevato) significa che un aumento
         unitario del tasso d’interesse produce una forte caduta della domanda di moneta a
         scopo speculativo, la quale per essere compensata da un aumento di pari entità della
         domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale richiede un forte aumento
         del reddito.
    2. Simmetricamente, una forte sensibilità della domanda di moneta (a scopo
         transazionale e precauzionale) alle variazioni del reddito (un valore di f elevato)
         significa che, di fronte ad un aumento unitario del tasso d’interesse (che produce una
         certa diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo), è sufficiente un
         piccolo aumento del reddito a compensare la diminuzione della domanda di moneta a
         scopo speculativo.


                                                        96
    Trappola della liquidità. Un caso particolare importante si ha quando la LM (o, un suo
    tratto) è orizzontale. In questo caso, le variazioni della quantità di moneta non producono
    alcuna variazione nel tasso d’interesse d’equilibrio: al tasso d’interesse d’equilibrio
    corrispondono infiniti livelli di reddito d’equilibrio.




                         LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITÀ



                                                              r
                     Il reddito è così basso che
                     tutti sono disponibili a
                     detenere una qualsiasi                                             LM
                     quantità di moneta offerta
                     in forma liquida                      rmin



                                                                                   Y0    Y




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva LM indicano combinazioni (Y, r) con valori di
    r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso d’interesse (più alto del livello d’equilibrio),
    la domanda di moneta è minore di quella che garantirebbe l’equilibrio sul mercato della
    moneta (perché la domanda di moneta a scopo speculativo è troppo bassa). Si ha dunque
    un eccesso d’offerta di moneta. Simmetricamente nei punti al di sotto della curva LM si ha
    un eccesso di domanda di moneta.




                                                    97
                   DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA
                               MONETA

              •   Punto W: per un dato valore di
                  Y, il tasso di interesse è troppo
                  basso → la domanda di moneta
                  con movente speculativo è                 r
                  troppo alta rispetto a quella che
                                                                                 K
                  garantisce l’equilibrio → c’è
                  eccesso di domanda di moneta
              •   Punto K: per un dato Y, il tasso                 ECCESSO DI
                  di interesse è troppo alto → la                  OFFERTA
                  domanda di moneta con                                                     W
                  movente speculativo è troppo                                       ECCESSO DI
                  bassa rispetto a quella di                                         DOMANDA
                  equilibrio → c’è eccesso di                                                     Y
                  offerta di moneta

                                 Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Spostamenti della curva LM. Se aumenta [diminuisce] l’offerta di moneta, M, (la sola
    variabile esogena nel mercato della moneta) la curva LM si sposta verso destra [sinistra]:
    per ogni livello del tasso d’interesse (cioè per ogni livello della domanda di moneta a
    scopo speculativo), un aumento di M, produce un eccesso di offerta di moneta, al livello
    del reddito corrente; affinché si ristabilisca l’equilibrio sul mercato della moneta si deve
    avere un aumento anche nella domanda di moneta (a scopo transazionale e precauzionale),
    il che significa che deve aumentare il reddito d’equilibrio.


                                               ΔY = (1/ f) ΔΜ




                                                      98
                       SPOSTAMENTI DELLA CURVA LM


                 •   Un aumento dell’offerta di             r
                     moneta provoca uno                                          LM2
                     spostamento della curva                                            LM
                     LM verso destra pari a
                                                                                         LM1
                     ΔY = (1/ f) ΔM
                                                                   ΔM<0
                 •   Una diminuzione provoca                                           ΔM>0
                     uno spostamento verso
                     sinistra dello stesso
                     ammontare                                                            Y




                                 Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    L’EQUILIBRIO MACROECONOMICO: L’INTERSEZIONE IS-LM
•   L’intersezione tra la curva IS e la curva LM determina il livello d’equilibrio del reddito
    (Y*) e del tasso d’interesse (r*). Dal punto di vista analitico, si tratta di risolvere il sistema
    composto dalle due equazioni che descrivono l’equilibrio del mercato dei beni (IS) e della
    moneta (LM).


                               IS:       Y = a + bY + I – dr + G
                               LM:       M = fY – gr


    Risolvendo il sistema rispetto a Y e r:


               Y* = {1 / [1 – b + (df / g)]}[A + (dM / g)]
               r* = {(f / g) / [1 – b + (df / g)]}A – {(1 – b) / [g(1 – b) + df]}M


    dove: A = a + I + G




                                                     99
                 DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO


                                                               r
                                                                                       LM
              L’equilibrio si trova in
              corrispondenza dell’intersezione
              tra le curve IS e LM.                                               E
              Nel punto E, sia il mercato dei             r*
              beni, sia quello della moneta sono                                       IS
              in equilibrio
                                                                                  Y*   Y




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Esistenza dell’equilibrio. L’esistenza di un punto di intersezione tra la IS e la LM è
    garantita dalle diverse inclinazioni delle due curve. L’esistenza di un punto d’equilibrio
    non implica tuttavia che esso si stabilisca ad un livello di reddito compatibile con la piena
    occupazione dei fattori produttivi.
•   Stabilità dell’equilibrio. Nei punti che non appartengono alle curve IS e LM si suppone
    che esistano dei meccanismi capaci di condurre il sistema verso l’equilibrio.
    1. Nei punti al di sopra della IS (in cui c’è eccesso d’offerta di beni), le scorte delle
       imprese tendono ad aumentare; l’aumento indesiderato delle scorte incentiva le
       imprese a ridurre la produzione, il che fa diminuire il reddito e riporta il sistema verso
       la IS. Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di beni, il reddito tende ad
       aumentare.
    2. Nei punti al di sopra della LM (in cui c’è eccesso d’offerta di moneta o, il che è lo
       stesso, eccesso di domanda di titoli), gli operatori accumulano titoli; questo fa salire il
       loro prezzo e fa scendere il tasso d’interesse, riportando il sistema verso la LM.
       Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di moneta, il tasso d’interesse tende
       ad aumentare.
    Spesso si suppone che l’aggiustamento sui mercati finanziari sia più rapido di quello sul
    mercato dei beni. In tal caso il sistema si porta dapprima sulla curva LM, per poi spostarsi
    lungo tale curva fino ll)intersezione con la curva IS.




                                                   100
                                 ST A B IL IT À D E L L’E Q U ILIB R IO


                    •   K : eccesso di offerta di beni e di
                        m oneta. r dim inuisce rapidam ente                      r
                                                                                                     K
                        → K ’ (equilibrio sul m ercato della                                                      LM
                        m oneta)
                    •   K ’: eccesso di dom anda di beni. Y                                              E
                        aum enta gradualm ente → E
                        (equilibrio anche sul m ercato dei                                  K'
                                                                                                             IS
                        beni)
                                                                                                                  Y


               N B : nel processo K ' → E , lungo la LM , r aum enta, com prim endo la dom anda di
                   m oneta a scopo speculativo e com pensando così l’aum ento di dom anda di m oneta
                   a scopo precauzionale e transazionale generato dall’aum ento di Y
                                        S lom an , E le m e nti d i eco nom ia, Il M ulino , 20 02




    POLITICHE FISCALI E MONETARIE
•   Gli effetti della politica fiscale e monetaria sul reddito e sul tasso d’interesse sono descritti
    dalle condizioni d’equilibrio del modello IS-LM. Riconsideriamo l’equazione del reddito
    d’equilibrio nella seguente forma:


               Y* = {1 / [1 – b + (df / g)]}A + {(d / g) / [1 – b + (df / g)]} M


•   La politica fiscale, ΔG, opera attraverso il moltiplicatore {1 / [1 – b + (df / g)]}: un
    aumento unitario della spesa esogena, A (la quale comprende la spesa pubblica G)
    aumenta il reddito di un ammontare pari a tale moltiplicatore. NB: in questa versione
    s\emplificata del modello IS-LM, non abbiamo esplicitato l’imposizione fiscale T.




                                                      101
                                   LA POLITICA FISCALE

                                                                  r
                                                                                                  LM

                                                                                        E3
                 •    Un aumento di G sposta la                   r3                         E2
                      IS verso destra: IS1 → IS2                  r1         E1

                 •    Y aumenta                                                                             IS2
                 •    r aumenta                                                                         IS1

                                                                                   Ye1 Ye3 Y2           Y




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   La politica monetaria, ΔM, opera attraverso il moltiplicatore {(d / g) / [1 – b + (df / g)]}:
    un aumento unitario dell’offerta di moneta aumenta il reddito di un ammontare pari a tale
    moltiplicatore.




                               LA POLITICA MONETARIA


                                                              r


                                                                                   LM1            LM2
             •       Un aumento di M sposta la
                                                                            E1
                     LM verso destra: LM1 → LM2              r1                    E2
             •       Y aumenta                               r2
             •       r si riduce
                                                                                                IS

                                                                              Ye1   Ye2           Y




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Politica fiscale e “spiazzamento”. Rispetto al modello del moltiplicatore considerato nel
    capitolo 8 (senza l’interazione del mercato della moneta), l’effetto di un aumento esogeno


                                                       102
della spesa pubblica, G, sul reddito (cioè il moltiplicatore della domanda esogena, A) è ora
inferiore.
Dal punto di vista matematico, il moltiplicatore è diminuito poiché il suo denominatore è
aumentato di una quantità positiva pari a df / g.
Dal punto di vista economico, questo dipende dal fatto che gli aumenti della spesa
pubblica o, più in generale, gli aumenti della domanda esogena (spostamenti della IS
verso destra), mentre fanno aumentare il reddito, provocano anche un aumento del tasso
d’interesse (lungo la LM). Questo avviene perché, al crescere del reddito, aumenta la
domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale; per ottenere questa maggiore
liquidità (dato che l’offerta di moneta è fissa) gli operatori vendono titoli, facendone
diminuire il prezzo e facendo aumentare il tasso d’interesse. Sul mercato dei beni,
l’aumento del tasso d’interesse comprime (“spiazza”) gli investimenti privati, riducendo
l’effetto espansivo sulla domanda.




                    POLITICA FISCALE E SPIAZZAMENTO
             •   A seguito di un aumento di G,
                 secondo il modello del                  r
                 moltiplicatore (in cui si ipotizza la                                  LM
                 costanza di r), Y dovrebbe                                   E3
                 aumentare da Ye1 a Y2                   r3
                                                                     E1            E2
             •   Sul mercato della moneta, però,         r1
                 l’aumento di Y fa aumentare r.                                                  IS2
                 Sul mercato dei beni, questo                                                IS1
                 comprime I e riduce in parte
                 l’effetto espansivo su Y. Il                              Ye1 Ye3 Y2        Y
                 sistema si porta in Ye3



                                              I
        L’aumento di G ha spiazzato in partedi economia, Il Mulino, 2002
                             Sloman, Elementi




Nei casi limite in cui la LM è verticale (la domanda di moneta a scopo speculativo non
varia al variare del tasso d’interesse [g = 0], oppure la domanda di moneta a scopo
transazionale e precauzionale è infinitamente sensibile alle variazioni del reddito [f = ∝],
caso quest’ultimo scarsamente significativo sul piano economico) o la IS è orizzontale (gli
investimenti sono infinitamente sensibili alle variazioni del tasso d’interesse [d = ∝],
oppure tutto il reddito è consumato [b = 1]), lo spiazzamento è totale: un aumento della


                                                  103
spesa pubblica riduce di un pari ammontare gli investimenti privati lasciando invariato il
reddito d’equilibrio.
In generale, l’effetto spiazzamento degli investimenti privati è forte quando maggiore è
l’inclinazione della LM è quanto minore è l’inclinazione della IS.




                 LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO
                      (L’INCLINAZIONE DELLA LM)

                                                               r
             r                                                                               LM


                                                                                        E2
                                                      LM
                                                                              E1
                                                                                                       IS2
                                                      IS2
                                                                                                      IS1
                                                IS1
                                                                                   Ye1Ye2                   Y
                                   Ye1   Ye2          Y




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                 LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO
                      (L’INCLINAZIONE DELLA IS)

                                                               r                                        LM
                                                                                              E2
             r
                                                LM


                              E2
                        E1                                                  E1

                                                       IS2
                                                                                                            IS2
                                                                                      IS1
                                                      IS1
                                                                              Ye1                 Ye2 Y£ Y
                        Ye1     Ye2            Y£     Y
                                                                                    [1/(1 – b)] Δ G
                             [1/(1 – b)] Δ G


                                                                                        – Δ I: Spiazzamento
                              – Δ I: Spiazzamento
                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                       104
•   Il coordinamento della politica monetaria e fiscale. Al fine di evitare (o, semplicemente,
    ridurre) l’effetto spiazzamento provocato da una politica fiscale espansiva (ΔG > 0), la
    banca centrale può attuare una politica monetaria anch’essa espansiva (ΔM > 0) volta ad
    impedire l’aumento dei tassi d’interesse da cui dipende lo spiazzamento degli investimenti
    privati. Dal punto di vista grafico, si ha uno spostamento sia della IS, sia della LM, con un
    forte impatto sul reddito e un impatto ridotto (o, se le politiche sono ben coordinate, nullo)
    sul tasso d’interesse. Dal punto di vista economico, nel momento in cui l’aumento del
    reddito provocato dalla politica fiscale espansiva fa salire la domanda di moneta, la banca
    centrale soddisfa tale incremento aumentando l’offerta di moneta e impedendo quindi che
    il tasso d’interesse aumenti (il fatto che la banca centrale adegui l’offerta di moneta alle
    variazioni della domanda di moneta porta a definire una simile politica monetaria
    “accomodante”).




                    COORDINAMENTO DELLA POLITICA
                        FISCALE E MONETARIA

              •   ΔG>0, ΔM>0                                  r
                  La politica fiscale espansiva
                  è accompagnata da una                                                       LM1
                  politica monetaria espansiva
                                                                                                LM2
                                                                           E1       E2
                                                             r1

             L’aumento del tasso di interesse                                     IS1         IS2
             viene neutralizzato dall’aumento
             dell’offerta di moneta                                         Ye1         Ye2         Y




             L’effetto spiazzamento è neutralizzato da una politica monetaria accomodante
                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Politica monetaria e “trappola della liquidità”. Nel caso limite in cui la LM è orizzontale
    (la domanda di moneta a scopo speculativo è infinitamente sensibile al tasso d’interesse [g
    = ∝], oppure la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale non varia al
    variare del reddito [f = 0], la politica monetaria risulta del tutto inefficace. Infatti, gli
    aumenti nell’offerta di moneta (ΔM > 0) spostano la LM verso destra; tuttavia, essendo la
    LM orizzontale, non si ha alcuna modificazione della configurazione d’equilibrio.


                                                    105
    Viceversa, in tal caso, l’efficacia della politica fiscale è massima poiché le variazioni della
    spesa pubblica non producono alcun impatto sul tasso d’interesse (spiazzamento nullo) e il
    moltiplicatore viene a coincidere con quello calcolato nel capitolo 8 (in cui non si teneva
    conto del mercato della moneta, cioè si ragionava “a parità di tasso d’interesse”).




               VISIONE KEYNESIANA E TRAPPOLA DELLA
                            LIQUIDITÀ


                                                        r

               Se la LM è orizzontale, la                                                         LM
               politica monetaria è
                                                                                                           LM1
               inefficace e l’unico
               strumento efficace è la                rmin
               politica fiscale                                                             IS1
                                                                                 IS
                                                                            Y*        Y*1              Y




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Le visioni keynesiana e monetarista. Il caso appena visto, di una LM orizzontale,
    corrisponde alla posizione keynesiana nel dibattito sullo stato dell’economia durante la
    crisi degli anni ’30. Il caso opposto, di una LM verticale, corrisponde invece alla posizione
    della scuola monetarista secondo cui le politiche fiscali espansive non producono alcun
    effetto di rilievo sul reddito e fanno soltanto aumentare il tasso d’interesse, spiazzando gli
    investimenti privati. Secondo i monetaristi dunque, la politica monetaria è lo strumento
    più efficace per incidere sul reddito d’equilibrio.




                                                    106
     LA VISIONE MONETARISTA


                                          r                LM
                                                                 LM1
Se la LM è verticale, la                 r*1
politica fiscale è                       r*
inefficace e l’unico                                                   IS1
                                         r*2
strumento efficace è la
                                                                  IS
politica monetaria

                                                      Y*        Y*1    Y




          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                              107
                                                 III
                                   MICROECONOMIA



1.      Introduzione


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, introduzione, capitolo 1, capitolo 2]


     RAZIONALITÀ E SCELTE ECONOMICHE
•    La microeconomia studia le scelte individuali in condizioni di scarsità: dati gli obiettivi
     del decisore, gli strumenti a sua disposizione sono limitati. Con questa concezione del
     problema economico, diventano importanti i seguenti concetti.
     1. Costo opportunità. In ogni problema decisionale, una scelta comporta il sacrificio
        delle altre alternative possibili. La migliore alternativa tra quelle scartate costituisce il
        “costo-opportunità” della scelta.
     2. Costi e benefici totali e razionalità ottimizzante. Ogni scelta comporta dei costi e dei
        benefici. Gli insiemi dei costi e dei benefici associati alla scelta costituiscono i costi e i
        benefici totali. Una scelta è razionale quando massimizza la differenza tra benefici
        totali e costi totali. Il criterio di razionalità è quindi un criterio di massimizzazione.
     3. Costi e benefici marginali. Nel caso di scelte di tipo quantitativo (quanta pasta
        mangiare, quante ore studiare), si definiscono costi e benefici marginali, i costi e i
        benefici aggiuntivi che si presentano quando si aumenta di una quantità infinitesimale
        un dato livello di scelta. Dal punto di vista matematico, si tratta delle derivate delle
        funzioni dei costi totali e dei benefici totali.
•    Razionalità e analisi marginale. Dal punto di vista matematico, nella maggior parte dei
     problemi che tratteremo, le funzioni dei costi e dei benefici totali saranno derivabili e
     soddisferanno opportune condizioni di convessità (cioè sulla derivata seconda). Con
     queste ipotesi, condizione necessaria e sufficiente per la massimizzazione della differenza
     tra i benefici e i costi totali è l’uguaglianza tra i benefici e i costi marginali. Per questo
     motivo l’analisi marginale svolge un ruolo di primaria importanza nei problemi di


                                                 108
    ottimizzazione (con il termine “ottimizzazione” si intende in senso generico sia la
    “massimizzazione” che la “minimizzazione”).
•   Dal punto di vista economico, questo significa che, dovendo decidere, ad esempio, quanto
    riso mangiare, il “consumatore razionale” confronta il beneficio che gli apporterebbe il
    consumo di un ulteriore chicco di riso (beneficio marginale) con il suo costo (costo
    marginale). Se il beneficio marginale è superiore al costo marginale, significa che è
    conveniente mangiare il chicco di riso aggiuntivo (il che significa che la quantità di riso
    che stava consumando in precedenza non era ottimale). Se invece il costo di un ulteriore
    chicco di riso è superiore al suo beneficio, allora non conviene aumentare il consumo di
    riso. Anzi, probabilmente vale la pena di verificare se non convenga ridurre la quantità da
    consumare. Operativamente: se, ad un dato livello di consumo, il beneficio marginale è
    superiore al costo marginale, conviene aumentare la quantità consumata; se invece il costo
    marginale è superiore al beneficio marginale, conviene diminuire la quantità consumata.
    Solo quando costo marginale e beneficio marginale sono uguali, si determina la quantità
    ottima da consumare.


    DOMANDA E OFFERTA
•   Il meccanismo dei prezzi: il prezzo (dei beni finali e dei fattori di produzione) tende ad
    aumentare quando, al prezzo corrente, la quantità domandata supera la quantità offerta, e
    diminuisce in caso contrario. Il meccanismo dei prezzi opera come sistema di segnali (un
    aumento del prezzo indica che si è verificato un aumento della domanda e/o una
    diminuzione dell’offerta) e di incentivi (gli aumenti del prezzo incentivano le imprese ad
    espandere la produzione e i consumatori a ridurre i consumi riportando il sistema verso
    l’equilibrio tra domanda e offerta).
•   Interdipendenza dei mercati dei beni e dei fattori: le variazioni della domanda di beni
    producono effetti sulla produzione e si riversano così sul mercato dei fattori di
    produzione.
•   Interdipendenza e interesse pubblico: la mano invisibile.
•   La concorrenza perfetta: nella definizione ortodossa si tratta semplicemente di una forma
    di mercato in cui le imprese devono prendere il prezzo per dato (se provassero ad alzare il
    prezzo perderebbero tutti i clienti). Si tratta di un’astrazione che non ha un riscontro reale
    e che viene presentata come modello ideale. Ma: ideale per chi? Perché si dà tanta
    importanza ad un modello irrealista? Vedremo che la risposta sta nelle implicazioni



                                               109
    normative che si cerca di trarre dalla concorrenza perfetta, le quali permettono di capire
    per chi è effettivamente ideale vivere in un mondo interamente regolato da mercati
    perfettamente concorrenziali.
•   La domanda: relazione tra quantità domandata e prezzo. Si rappresenta come una curva di
    domanda. La curva è costruita tenendo ferme le altre determinanti della domanda (gusti,
    beni sostituti e complementari, reddito e sua distribuzione, aspettative). Quando varia il
    prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un movimento lungo la curva. Quando
    varia una delle altre componenti si ha uno spostamento dell’intera curva.
•   L’offerta: relazione tra quantità offerta e prezzo. Si rappresenta come una curva di offerta.
    La curva è costruita tenendo ferme le altre determinanti dell’offerta (costi di produzione,
    redditività dei beni alternativi, redditività dei beni in produzione congiunta, aspettative).
    Quando varia il prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un movimento lungo la
    curva. Quando varia una delle altre componenti si ha uno spostamento dell’intera curva.
•   L’equilibrio: quantità e prezzo d’equilibrio come intersezione delle curve di domanda e di
    offerta (l’equilibrio è una situazione in cui nessuno ha incentivo a cambiare strategia).
•   Spostamento verso un nuovo equilibrio a seguito di uno spostamento della curva di
    domanda (ad esempio un aumento): al prezzo corrente si ha un eccesso di domanda, il
    prezzo tende ad aumentare (movimento lungo la curva d’offerta).
•   Se invece si sposta la curva d’offerta (ad esempio aumenta), al prezzo corrente si ha un
    eccesso d’offerta, il prezzo tende a diminuire (movimento lungo la curva di domanda).


    ECONOMIA DI MERCATO E ECONOMIA PIANIFICATA
•   Nell’economia di mercato, la produzione è affidata all’iniziativa privata. Le decisioni
    relative ai beni da produrre e in quali quantità e la scelta delle tecniche da utilizzare sono
    prese dalle imprese, le quali hanno per obiettivo la massimizzazione del profitto. La
    produzione non è quindi direttamente finalizzata alla soddisfazione dei bisogni della
    popolazione, bensì alla vendita sul mercato. La possibilità di soddisfare i propri bisogni
    rimane invece subordinata al potere d’acquisto di ciascuno sul mercato. In tale sistema, lo
    stato è tutt’altro che assente: infatti, senza lo stato che fissa le regole (e ne garantisce il
    rispetto) all’interno delle quali le parti sociali e i singoli individui stipulano i contratti, un
    sistema di mercato non potrebbe funzionare. Lo stato inoltre interviene in forme e gradi
    diversi nella produzione di particolari beni e servizi attraverso interventi diretti e di
    regolamentazione, incide sui prezzi relativi e sui redditi attraverso sussidi, trasferimenti e



                                                 110
    imposte, influisce sulla struttura dei consumi attraverso la legislazione, la sovvenzione o
    la fornitura diretta di alcuni beni e servizi, partecipa alla contrattazione tra le parti sociali e
    sorveglia la dinamica delle variabili macroeconomiche e finanziarie (inflazione,
    disoccupazione, saldo della bilancia dei pagamenti, tassi d’interesse, tassi di cambio). Per
    questo motivo, i sistemi di mercato con una forte presenza dello stato nell’economia sono
    anche detti “economie miste”.
•   Nell’economia pianificata, invece, tutte le decisioni di produzione e distribuzione sono
    prese dallo stato o, comunque da agenzie pubbliche. La centralizzazione nelle decisioni di
    produzione e distribuzione non va confusa con la privazione delle libertà economiche. La
    scelta dei beni da produrre e dei criteri per distribuirli tra la popolazione può essere il
    risultato di diverse procedure di aggregazione delle preferenze individuali. Tali procedure
    possono essere di tipo “dittatoriale” (un pianificatore con pieni poteri stabilisce le priorità
    nella produzione e i criteri di distribuzione del prodotto) o “democratico” (i cittadini,
    attraverso opportuni modelli di voto e di partecipazione politica, esprimono le loro
    preferenze, determinando così gli obiettivi economici della società). Quello che è
    centralizzato è invece il piano di produzione dell’intera economia (i beni da produrre, gli
    scambi tra imprese necessari alla realizzazione del piano, le tecniche di produzione più
    idonee), una volta stabiliti gli obiettivi della produzione.
•   Critiche degli economisti liberisti all’economia pianificata:
    1. Raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione.
    2. Uso inefficiente delle risorse in assenza di prezzi di mercato che segnalino la scarsità
        relativa di ciascuna risorsa.
    3. Carenza di incentivi per i lavoratori e per i dirigenti.
    4. Riduzione delle libertà individuali perché il lavoratore non può scegliere dove
        lavorare, i consumatori non possono scegliere cosa consumare.
    Questi problemi, secondo i critici della pianificazione, sarebbero la causa della crisi
    economica e del crollo politico dell’Unione Sovietica e dei paesi del blocco comunista.
•   Repliche dei sostenitori della pianificazione:
    1. Se il problema fosse la raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione,
        questo dovrebbe riguardare anche la pianificazione capitalista. Infatti, la
        centralizzazione dell’informazione e la pianificazione sono proprio gli strumenti delle
        imprese che operano sul mercato. Le più grandi multinazionali hanno bilanci superiori
        a quelli di interi paesi e realizzano profitti secondo quelli che sono considerati i più
        alti criteri di efficienza economica. I moderni sistemi capitalisti non sono basati su


                                                 111
   scambi tra agenti isolati, come i modelli della teoria neoclassica suppongono, bensì su
   imprese ad alta concentrazione del capitale che pianificano tutto: produzione, vendita,
   commercializzazione, trasporto, variabili finanziarie, assistenza alla clientela, carriere
   interne, rapporti con le altre imprese, rapporti con lo stato. Il confronto tra capitalismo
   e socialismo non ha niente a che vedere col confronto tra modello centralizzato e
   modello decentralizzato. Quello che differenzia i due sistemi è che le imprese
   capitalistiche (e i loro profitti) sono private mentre le imprese socialiste (i loro mezzi
   di produzione e i loro prodotti) sono pubbliche.
2. Le moderne tecniche di pianificazione forniscono un sistema di indicatori di scarsità
   (chiamati anche “prezzi ombra”) che possono essere utilizzati per risolvere i problemi
   di efficienza nell’uso delle risorse, fornendo la stessa informazione in merito alle
   scarsità delle varie risorse fornita dai prezzi di mercato nel sistema capitalista.
3. Se si sostiene che l’impresa socialista è meno produttiva di quella capitalista per via
   dei minori incentivi legati alla performance, questo equivale ad ammettere che
   l’impresa capitalista sfrutta maggiormente i lavoratori, ossia che i maggiori livelli di
   produttività sono ottenuti tramite maggiori sforzi da parte dei lavoratori, cioè tramite
   un aumento dell’input “lavoro”, il che non ha niente a che vedere con l’efficienza, la
   quale presuppone che il massimo dell’output sia ottenuto a parità di input.
4. Nel capitalismo, la vera asimmetria è tra capitalista e lavoratore: il capitalista sceglie
   se lavorare o meno, il lavoratore sceglie invece solo per chi lavorare, ma è comunque
   obbligato a trovarsi qualcuno per cui lavorare. Nel socialismo questa asimmetria non
   esiste. Per quanto riguarda la libertà di scelta nel consumo, non è affatto detto che nel
   sistema pianificato i consumatori non possano conservare dei gradi di libertà nella
   scelta dei beni da consumare. La priorità tuttavia è nella soddisfazione dei bisogni
   primari di tutta la popolazione (alimentazione, abitazione, salute) e poi di quelli via
   via superiori (istruzione, trasporti, cultura, sport, arte); solo, una volta assicurata la
   soddisfazione dei bisogni, si pone il problema delle preferenze individuali per i diversi
   beni di consumo. Nel capitalismo invece è il diverso potere d’acquisto dei cittadini che
   determina i gradi di libertà di ciascuno nelle scelte di consumo, senza alcuna garanzia
   che i bisogni di tutti siano effettivamente soddisfatti.
Le cause del crollo dei sistemi socialisti vanno ricercate nell’insostenibilità dei costi della
guerra fredda, nell’iperespansione dell’Unione Sovietica ben oltre i confini della propria
capacità economica e nelle specifiche strategie di sviluppo dell’Unione Sovietica e dei
suoi satelliti. Questi problemi devono essere analizzati in ottica storica e non possono


                                           112
    essere banalizzati nel confronto astratto tra modello centralizzato e modello
    decentralizzato.
•   NB: il linguaggio economico della teoria dominante è carico di valenze ideologiche e di
    mistificazioni. Parlare di “libere scelte individuali”, “libera economia di mercato” e
    “libero mercato” è privo di senso. Al contrario, (1) le scelte individuali non sono affatto
    libere, bensì vincolate: come abbiamo visto, nei problemi di scelta individuale, si suppone
    che, dati gli obiettivi del decisore, gli strumenti a sua disposizione siano limitati, il che
    significa che la scelta avviene necessariamente all’interno di una serie di vincoli e non è
    perciò mai libera (e, come vedremo, i vincoli economici dei diversi soggetti che
    interagiscono nel mercato sono molto diversi fra loro). (2) Associare l’economia di
    mercato alla libertà individuale è un falso storico: al contrario gli esempi passati e presenti
    di economie di mercato non democratiche o addirittura dittatoriali sono numerosi. (3)
    Cosa significhi, infine, l’espressione “libero mercato” è tutt’altro che chiaro: la libertà può
    essere delle persone, non delle istituzioni che regolano le loro interazioni e, come abbiamo
    visto, le scelte individuali non sono mai completamente libere. Se invece per “libero
    mercato” si intende il principio che il meccanismo di mercato è lasciato libero di operare,
    allora non si capisce che senso abbia farne una questione normativa, visto che esistono
    meccanismi che se lasciati liberi di operare non portano alla libertà individuale, bensì al
    suo opposto (il meccanismo nazista di relazioni razziali, se fosse stato lasciato libero di
    operare, avrebbe portato allo sterminio completo degli ebrei). In definitiva, l’associazione
    dell’idea di libertà all’interazione di mercato è solo il frutto dell’ideologia liberista da cui
    trae ispirazione la teoria neoclassica.
•   Vantaggi delle economie di mercato secondo gli economisti liberisti:
    1. Non c’è bisogno di tanta burocrazia.
    2. Se i mercati sono concorrenziali nessuno ha tanto potere di mercato.
    3. Le imprese più efficienti vengono meglio remunerate e permettono la migliore
       soddisfazione del consumatore.
•   Svantaggi delle economie di mercato secondo i critici del liberismo:
    1. La concorrenza è spesso limitata.
    2. La produzione che massimizza il profitto può avere effetti collaterali indesiderabili (ad
       esempio l’inquinamento o gli incidenti sul lavoro).
    3. Instabilità macroeconomica (con ricorrenti periodi di crisi) dovuta alla mancanza di un
       coordinamento centralizzato nella produzione.



                                                113
    4. Incoraggiando il perseguimento dell’interesse individuale, l’interazione di mercato
       incentiva comportamenti egoistici e sviluppa l’individualismo, il che, secondo alcuni,
       può essere condannato su un piano morale.


    TEORIA DELLE DECISIONI E MICROECONOMIA
•   L’ottica consequenzialista. Il comportamento individuale è rappresentato come un
    problema di scelta tra diverse azioni possibili, considerando unicamente le conseguenze
    economiche di ciascuna azione. Il primo passo nell’analisi della scelta è la definizione
    dell’insieme delle conseguenze economiche associate a ciascuna azione possibile
    (“insieme delle alternative economiche possibili”). Una volta determinato l’insieme delle
    alternative economiche possibili, la scelta di una particolare azione si basa sulla
    valutazione delle diverse alternative economiche secondo gli obiettivi che il decisore si
    prefigge.
•   Un’interpretazione di tipo positivo (o descrittivo) di questa teoria delle decisioni consiste
    nel supporre che gli agenti economici agiscano effettivamente secondo un criterio di
    razionalità ottimizzante.
•   Secondo un’interpretazione di tipo normativo (o prescrittivo), la teoria neoclassica delle
    decisioni fornisce i criteri che un decisore razionale dovrebbe seguire per massimizzare la
    realizzazione dei propri obiettivi.
•   La microeconomia si sviluppa secondo l’interpretazione positiva della teoria delle
    decisioni. Questo significa che la teoria assume un potere esplicativo della realtà solo
    nella misura in cui si possa verosimilmente ritenere che gli agenti si comportino secondo
    criteri di scelta ottimizzanti (o, almeno, secondo comportamenti che possano essere
    approssimati da criteri ottimizzanti). Viceversa, tutti gli sviluppi in senso descrittivo della
    teoria neoclassica cadono non appena si prendano in considerazione agenti con
    comportamenti ispirati a criteri di razionalità diversi dalla pura ottimizzazione.
•   Le due principali applicazioni microeconomiche della teoria ottimizzante delle decisioni si
    hanno nel campo della teoria del consumo e della teoria della produzione. Nei due casi, si
    tratta dunque di esplicitare l’insieme delle alternative economiche possibili e gli obiettivi
    del decisore.




                                               114
2.      Domanda individuale e domanda di mercato


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 2]


     L’INSIEME DELLE ALTERNATIVE POSSIBILI: LA RETTA DI BILANCIO
•    Per poter descrivere il comportamento del consumatore come risultato di scelte
     ottimizzanti si deve innanzi tutto determinare l’insieme delle alternative di consumo
     possibili. La definizione di tale insieme equivale alla determinazione dei vincoli
     all’interno dei quali il consumatore può operare la propria scelta.
•    Se non esistessero possibilità di scambio tra gli agenti economici, le alternative di
     consumo di ciascun individuo sarebbero determinate dalle sue dotazioni iniziali e dalla
     sua capacità di trasformare le risorse naturali in beni di consumo. Così, un individuo che
     disponesse di un paniere di beni A costituito di quattro libri e tre litri di latte (che può
     essere rappresentato con la notazione A = (4, 3)), potrebbe consumare al massimo quattro
     libri e tre litri di latte. Questo significa che il paniere A definirebbe il suo vincolo di
     consumo.
•    Dal punto di vista grafico, riportando sugli assi cartesiani le quantità dei due beni, i diversi
     panieri possono essere rappresentati come punti nel piano: se sull’asse orizzontale
     riportiamo il numero di libri e sull’asse verticale i litri di latte, il paniere A, costituito di
     quattro libri e tre litri di latte, è rappresentato dal punto di coordinate (4, 3).
•    Se invece esiste la possibilità di scambiare i beni sul mercato, le alternative di consumo
     aumentano poiché oltre al paniere A, il consumatore può ottenere panieri diversi,
     vendendo parte dei libri e del latte e acquistando altri beni. Ovviamente l’insieme delle
     alternative di consumo possibili dipende in tal caso, oltre che dalle dotazioni iniziali (i
     quattro libri e i tre litri di latte) dai prezzi di mercato. Per semplicità, nell’analisi dello
     scambio di mercato, i beni sono considerati come perfettamente divisibili (si suppone cioè
     che sia possibile acquistare e vendere anche frazioni infinitesime di libri).
•    In generale, i vincoli possono essere distinti in “vincoli fisici” e “vincoli economici”. I
     primi sono quei vincoli di consumo che non possono essere superati neanche attraverso
     l’interazione economica. I secondi sono invece quei vincoli di consumo che si
     determinano attraverso l’interazione economica. Nell’analisi della scelta del consumatore
     l’unico vincolo che prenderemo in esame è di natura economica ed è il vincolo di bilancio.




                                                   115
•   Vincolo di bilancio. Si tratta delle limitazioni al consumo imposte dal potere d’acquisto di
    un dato reddito monetario. Supponiamo che il prezzo di mercato di un libro sia di 1 € e
    quello del latte di 2 € al litro e supponiamo anche che il consumatore non possa influire in
    nessun modo su tali prezzi (il che, come vedremo, equivale a supporre che il mercato sia
    perfettamente concorrenziale dal lato della domanda). Con un reddito monetario di 10 €,
    se il consumatore volesse consumare solo libri, potrebbe consumarne al massimo 10, se
    volesse consumare solo latte, potrebbe consumarne 5 litri, altrimenti potrebbe consumare
    una combinazione di libri e latte. Indicando i due beni con x1 e x2, e i loro prezzi con p1 e
    p2, le diverse combinazioni dei due beni che il consumatore può acquistare con il reddito
    monetario m sono determinate dalla seguente disequazione:


                                             x1 p1 + x2 p2 ≤ m


    Se il consumatore decide di spendere interamente il suo reddito monetario m, le diverse
    quantità dei beni x1 e x2 che egli può acquistare sono determinate dalla seguente
    equazione:


                                             x1 p1 + x2 p2 = m


    Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (x2, x1), la cui equazione esplicita
    rispetto a x1 è la seguente:


                                        x1 = m / p1 – (p2 / p1) x2


    Tale retta prende il nome di retta di bilancio.
    L’intersezione con l’asse delle x2 è data da:


                              x 2 = m / p2        ottenuta ponendo x1 = 0


    L’intersezione con l’asse delle x1 è data da:


                              x 1 = m / p1        ottenuta ponendo x2 = 0




                                                 116
                                      RETTA DI BILANCIO

                                 x1


                             m / p1



                                        - p2 / p1



                                                                                 x2
                                                                    m / p2




                                              Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/9




    Considerando la disequazione invece dell’equazione, l’insieme delle alternative di
    consumo possibili è dato dalla regione triangolare compresa tra la retta di bilancio e gli
    assi cartesiani.




                         INSIEME DELLE SCELTE POSSIBILI

                                                               x1
                B: Se il consumatore spende tutto il
                   suo reddito (S = m), la sua scelta
                   si situa sulla retta di bilancio                                       C

                A: Se il consumatore non spende                                       B
                   tutto il suo reddito (S < m), la
                   sua scelta si situa all’interno del                       A
                   triangolo scuro
                C: Il consumatore ha un reddito
                   insufficiente ad acquistare punti                                                     x2
                   esterni al triangolo scuro (S > m)



                                              Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/9




•   Se aumenta il reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di bilancio si sposta verso
    l’alto.



                                                    117
                     VARIAZIONE DEL REDDITO NOMINALE

              x1
                                                        m2 < m0 < m1

             m1/p1
             m0/p1


             m2/p1




                               m2/p2   m0/p2    m1/p2                   x2



                                        Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/14




•   Se aumenta il prezzo p1, a parità di prezzo p2 e di reddito monetario m, la retta di bilancio
    ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse x2.




                                  VARIAZIONE DI p1

              x1
                                                p21 < p01 < p11

             m/p21
             m/p01


             m/p11




                                       m/p2                             x2



                                        Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/16




•   Se aumenta il prezzo p2, a parità di prezzo p1 e di reddito monetario m, la retta di bilancio
    ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse x1.



                                                118
                                      VARIAZIONE DI p2

               x1
                                                            p22 < p02 < p12


            m/p1




                                   m/p12   m/p02    m/p22                   x2



                                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/17




•   Economicamente, il fatto che la retta di bilancio ruota verso l’interno quando aumenta uno
    dei due prezzi significa che il vincolo di bilancio diventa più stringente: l’aumento di uno
    dei due prezzi riduce infatti le possibilità complessive d’acquisto del consumatore.


    LA FUNZIONE OBIETTIVO: L’UTILITÀ DEL CONSUMATORE
•   Una volta individuato l’insieme delle alternative possibili (determinato dal vincolo di
    bilancio) si devono specificare i criteri scelta all’interno di quest’insieme.
•   L’ipotesi di fondo è che il consumatore tragga un’utilità dal consumo dei beni. La
    funzione obiettivo del consumatore è dunque la sua funzione d’utilità, che egli cercherà di
    massimizzare compatibilmente con le proprie risorse monetarie. La scelta di consumo
    ottima all’interno dell’insieme delle scelte possibili è quella che massimizza la funzione
    d’utilità del consumatore.
•   La funzione d’utilità è una funzione che fa corrispondere ad ogni paniere di beni un
    numero reale indicante appunto l’utilità che il consumatore ricava dal consumo di quel
    particolare paniere di beni.
•   Dal punto di vista matematico, se i beni esistenti sono in numero di n, la funzione d’utilità
    è semplicemente una funzione di n variabili.


                                           U = U (x1, x2, … , xn)


                                                    119
•   Negli sviluppi analitici, per semplicità, restringeremo l’analisi a due soli beni di consumo.


                                              U = U (x1, x2)


    Su questa funzione d’utilità è possibile definire i concetti di utilità marginale (UMG) e di
    utilità media (UME) rispetto a ciascuno dei due beni. L’utilità marginale rispetto a x1 (o a
    x2) è la derivata parziale della funzione rispetto a x1 (o a x2); l’utilità media rispetto a x1 (o
    x2) è il rapporto tra l’utilità totale e la quantità consumata di x1 (o di x2)


                                            UMG1 = ∂U / ∂x1
                                            UMG2 = ∂U / ∂x2


                                             UME1 = U / x1
                                             UME2 = U / x2


•   Sulla funzione d’utilità è possibile imporre un certo numero di restrizioni. Ad esempio,
    come vedremo, si suppone in genere che tale funzione sia crescente rispetto a ciascuna
    variabile, il che significa assumere che, se il consumo di un qualsiasi bene aumenta,
    aumenta anche l’utilità totale del consumatore.
•   Ogni particolare specificazione matematica della funzione d’utilità implica particolari tipi
    di preferenze del consumatore per i diversi beni che compongono i panieri di consumo.
    Consideriamo due semplici esempi di funzioni d’utilità lineari:


                                              U = 7x1 + 2x2
                                              U = x1 + 10x2


    La prima funzione d’utilità implica che se il consumo del bene x1 aumenta di un’unità,
    l’utilità complessiva del consumatore aumenta di 7 punti, mentre un aumento del consumo
    di un’unità del bene x2 comporta un aumento dell’utilità complessiva di soli 2 punti;
    questo significa che il consumatore assegna un’importanza maggiore ad un’unità di x1
    rispetto ad un’unità di x2, ossia il consumatore preferisce un’unità di x1 rispetto x2. Nella
    seconda funzione d’utilità, invece, il consumatore preferisce x2 a x1: un aumento del



                                                  120
    consumo di un’unità del bene x1 comporta un aumento dell’utilità complessiva di 1 punto,
    mentre un aumento del consumo di un’unità del bene x2 comporta un aumento dell’utilità
    complessiva di 10 punti. In generale, con funzioni di utilità più complesse dal punto di
    vista matematico, la preferenza relativa per un bene o per l’altro non può essere stabilita in
    via assoluta, bensì dipende anche dalle quantità che si consumano dei due beni. In genere,
    assumiamo che l’utilità di un’unità del bene sia alta quando disponiamo di poche unità del
    bene stesso e vada diminuendo a mano a mano che la disponibilità del bene stesso
    aumenta: se disponiamo di tre mele e ce ne offrono una quarta, l’utilità aumenta
    notevolmente; se viceversa disponiamo di trenta chili di mele e ce ne offrono un’altra
    ancora l’utilità aumenta solo di poco.
•   Secondo un approccio largamente diffuso, piuttosto che sviluppare l’analisi a partire dalle
    proprietà della funzione d’utilità, è possibile analizzare il comportamento del consumatore
    a partire da particolari ipotesi sulle sue preferenze. Più precisamente, secondo l’approccio
    assiomatico alla teoria del consumatore, si definiscono una serie di assiomi sulla struttura
    delle preferenze del consumatore, i quali costituiscono i principi fondamentali che
    regolano le sue scelte di consumo.
•   Relazioni di preferenze. Ipotizziamo innanzi tutto che il consumatore sia in grado di
    ordinare le diverse alternative di consumo possibili (i diversi panieri cui può accedere).
    Dati due panieri A e B, se il consumatore preferisce strettamente A a B, scriviamo A > B;
    se il consumatore è indifferente tra A e B, scriviamo A ∼ B; infine, se il consumatore
    preferisce debolmente A a B (se cioè egli ritiene che A è almeno tanto buono quanto B),
    scriviamo A ≥ B.
•   Imponiamo inoltre i seguenti assiomi sulle preferenze del consumatore.
    1. Completezza. Assumiamo che il consumatore sia in grado di ordinare tutte le
       alternative a sua disposizione: presi due panieri qualsiasi, A e B, il consumatore è
       sempre in grado di stabilire (1) se A ≥ B, (2) se B ≥ A, o (3) se entrambe le precedenti
       condizioni sono vere, se cioè A ∼ B.
    2. Transitività. Assumiamo anche che se il consumatore preferisce debolmente il paniere
       A al paniere B (A ≥ B), e il paniere B al paniere C (B ≥ C), allora egli preferisce anche
       il paniere A al paniere C (A ≥ C).
    3. Monotonicità. Assumiamo che tra due panieri A e B identici tra loro in tutto meno che
       per il fatto che il paniere A contiene una quantità maggiore di uno o più beni rispetto al




                                               121
       paniere B, il consumatore preferisce A a B (A ≥ B). In altri termini il consumatore
       preferisce sempre avere a disposizione una maggiore quantità di ciascun bene.
    4. Convessità. Dati due panieri A e B indifferenti fra loro, assumiamo che tutti i panieri
       ottenuti come combinazione lineare dei due panieri A e B siano preferiti ai due panieri
       in questione. NB (definizione di combinazione lineare): un punto C è una
       combinazione lineare di A e B se può essere ottenuto come C = α A + (1 – α) B [con α
       ∈ (0, 1)]. Ad esempio se un consumatore è indifferente tra un piatto di riso e un piatto
       di pasta (e le sue preferenze rispettano l’assioma di convessità), piuttosto che un piatto
       intero dell’uno o dell’altro, egli dovrebbe preferire un piatto con un po’ dell’uno e un
       po’ dell’altro (ad esempio metà e metà, o un terzo di pasta e due terzi di riso). La
       logica di tale assioma è la seguente: quando il consumatore possiede x1 in abbondanza,
       egli è disposto ad accettare una grande riduzione del consumo di x1 pur di ottenere un
       aumento unitario del consumo di x2; viceversa, quando la disponibilità di x1 è scarsa
       (cioè quando x1 è relativamente prezioso per il consumatore), egli sarà disposto a
       cedere solo una piccola quantità di x1 in cambio di un’unità di x2.
    L’assioma di completezza e quello di transitività sono assolutamente necessari alla
    costruzione dell’intera teoria del consumatore. Gli assiomi di monotonicità e di convessità
    possono invece in alcuni casi essere attenuati senza che ciò comporti la caduta dell’intera
    costruzione analitica.
•   Gli assiomi introdotti hanno delle precise implicazioni grafiche. In particolare, gli assiomi
    di completezza, monotonicità e convessità sono di immediata interpretazione.
    1. Completezza. Presi due punti qualsiasi A e B del piano, il consumatore è in grado di
       confrontarli e stabilire se A ≥ B, B ≥ A, o A ∼ B.
    2. Monotonicità. Considerando il punto del piano A, il consumatore preferisce tutti i
       punti che si trovano a nord-est, mentre preferisce A a tutti i punti che si trovano a sud-
       ovest. La monotonicità implica infatti che il consumatore preferisce ad A tutti i panieri
       che contengono la stessa quantità di un bene e una quantità maggiore dell’altro bene,
       mentre preferisce A a tutti i panieri che contengono la stessa quantità di un bene e una
       quantità minore dell’altro bene.
    3. Convessità. Presi due punti A e B indifferenti tra loro, tutti i punti sul segmento che
       unisce A e B sono preferiti sia ad A che a B. NB: dal punto di vista grafico, tutte le
       combinazioni lineari di due punti qualsiasi sono rappresentate dal segmento che unisce
       i due punti.



                                               122
•   Curve di indifferenza. Una curva di indifferenza è definita come il luogo dei punti del
    piano cartesiano A, B, C, … rispetto ai quali il consumatore è indifferente (A ∼ B ∼ C …).
    In pratica, una curva di indifferenza si ottiene unendo tutti i punti (tutti i panieri di beni)
    che forniscono al consumatore uno stesso livello di utilità.




                            CURVA DI INDIFFERENZA


                                                        x1


                      Luogo dei panieri
                      indifferenti
                      secondo le
                      preferenze del
                      consumatore


                                                                                                  x2




                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/21




•   Ovviamente non esiste un’unica curva di indifferenza, ma ne esistono tante: una per ogni
    diverso livello di utilità del consumatore.




                                                  123
                            MAPPA DI INDIFFERENZA



                                 x1
                                                   I3
                                            I2


                                       I1




                                                                                            x2

                                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002        cap. 2/22




•   Gli assiomi sulle preferenze conferiscono alle curve d’indifferenza le seguenti proprietà.
    1. Completezza. Ciascun punto del piano appartiene ad una curva d’indifferenza.
    2. Monotonicità [in senso stretto]. Le curve di indifferenza sono decrescenti. Il fatto che,
       preso il punto A, il consumatore preferisce [in senso forte] tutti i punti che si trovano a
       nord-est impedisce che la curva di indifferenza passante per il punto A possa passare
       anche per punti a nord-est di A (cioè impedisce che sia crescente o, più precisamente,
       impedisce che sia non decrescente). Al contrario, se aumenta la disponibilità di un
       bene, affinché il consumatore rimanga indifferente, deve necessariamente diminuire la
       disponibilità dell’altro bene. Questo significa anche tutti i punti al di sopra di una
       curva di indifferenza sono preferiti ai punti della curva di indifferenza, mentre i punti
       sulla curva sono preferiti a quelli al di sotto della curva.




                                                    124
                 CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI
                        INDIFFERENZA (1)




     x1                  A>B>C

                                                              Per l’assioma di
                         A                                    monotonicità, i panieri sulle
                                                              curve di indifferenza più
                 B
                                                              lontane dall’origine sono
             C
                                                              preferiti a quelli più vicini
                                                              all’origine
                                          x2

                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/22




3. Transitività. Le curve d’indifferenza non si intersecano mai. Supponiamo per assurdo
   che per il punto A passino due curve di indifferenza distinte I1 e I2. Questo significa
   che il punto A dovrebbe essere indifferente sia ai punti sulla I1, sia ai punti sulla I2. Ma
   allora, per la transitività della relazione di indifferenza, anche gli altri punti sulla I1 e
   sulla I2 dovrebbero essere indifferenti tra loro, il che contraddice l’ipotesi che I1 e I2
   siano due curve di indifferenza distinte.




                 CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI
                        INDIFFERENZA (2)
            Due curve di
            indifferenza non si                      x1
            intersecano mai
                                                               A



          Per assurdo:
                                                          B           C
          se A ~ C
          eB~C
          => A ~ B (transitività)
          Il che contraddice A > B                                                               x2
          (monotonicità)

                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/23




                                               125
    4. Convessità. Le curve di indifferenza sono convesse.
•   Funzione d’utilità e curve di indifferenza. Dal punto di vista matematico, le curve di
    indifferenza si ricavano a partire dalla funzione d’utilità. Si consideri la funzione d’utilità
    U = U (x1, x2) e si fissi un certo livello di utilità U = U. L’equazione U = U (x1, x2)
    definisce il luogo di punti che forniscono l’utilità U. I valori di x1 e x2 che soddisfano
    l’equazione determinano quindi i punti della curva di indifferenza di livello U.
•   Saggio marginale di sostituzione. Se, a partire da un particolare paniere di coordinate (x2,
    x1), si aumenta di un’unità il consumo del bene x2, affinché l’utilità del consumatore
    rimanga invariata, è necessario ridurre di un certo ammontare il consumo del bene x1. Il
    “saggio marginale di sostituzione” (SMS) indica la quantità del bene x1 cui si deve
    rinunciare per compensare esattamente un aumento infinitesimale del consumo del bene x2
    (in modo tale cioè che l’utilità del consumatore resti invariata). Supponiamo, ad esempio,
    che le quantità x1 e x2 forniscano il livello di utilità U. Immaginiamo ora di aumentare di
    una quantità Δx1 la quantità del bene x1; questo comporterà un aumento del livello di
    utilità. Diminuendo di un’opportuna quantità il bene x2 sarà comunque possibile riportare
    l’utilità al livello iniziale U. Questo significa che il nuovo punto (x1 + Δx1, x2 – Δx2)
    appartiene alla stessa curva di indifferenza del punto (x1, x2) e il rapporto (– Δx2 / Δx1)
    misura la sostituzione tra i due beni che lascia invariato il livello di utilità.




                     SAGGIO MARGINALE DI SOSTITUZIONE

                x1

                                              Una riduzione di x1 riduce l’utilità del
                      Δx11                    consumatore. Per ritornare sulla curva di
                             Δx12             indifferenza originaria, si deve
                                              aumentare il consumo di x2

                                       Δx21

                                               Δx21



                                                                                      x2



                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002    cap. 2/25




                                                  126
•   In termini analitici, si tratta di calcolare il differenziale totale della funzione d’utilità (che
    indica la variazione totale dell’utilità quando x1 e x2 aumentano simultaneamente di
    quantità infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cioè che le variazioni di x1
    e x2 siano tali da compensarsi esattamente dal punto di vista dell’utilità). Il differenziale
    totale è dato dalla seguente espressione:


                   dU = (∂U / ∂x1) dx1 + (∂U / ∂x2) dx2 = UMG1 dx1 + UMG2 dx2


    Ponendo dU = 0, si impone che il livello di utilità rimanga costante e si determina così in
    che misura il consumo di un bene deve diminuire per compensare l’aumento del consumo
    dell’altro bene, muovendosi lungo una stessa curva di indifferenza:


                                   dU = UMG1 dx1 + UMG2 dx2 = 0
                                     dx1 / dx2 = – (UMG2 / UMG1)


    La misura (dx1 / dx2) prende il nome di saggio marginale di sostituzione.
    Matematicamente, esso è determinato dal rapporto tra le utilità marginali rispetto a x2 e x1
    cambiato di segno:


                                 SMS = dx1/ dx2 = – (UMG2 / UMG1)


    Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata della curva di indifferenza. Dal punto di
    vista grafico, esso è rappresentato dalla tangente alla curva di indifferenza.
    È opportuno notare che il saggio marginale di sostituzione è una misura puntuale della
    sostituibilità tra i beni. In generale infatti l’inclinazione della curva di indifferenza può
    variare lungo la curva stessa.
•   In generale, assumeremo che le curve di indifferenza siano convesse, il che significa che il
    saggio marginale di sostituzione varia al variare della disponibilità relativa dei due beni.
•   Consideriamo tuttavia due eccezioni.
    1. Beni sostituti. Se le curve di indifferenza sono lineari, i beni sono “perfettamente
        sostituti”. La quantità del bene x1 cui si deve rinunciare per compensare l’aumento del
        consumo del bene x2 è la stessa indipendentemente dal fatto che si disponga di una
        grande quantità o di una piccola quantità del bene x2.



                                                 127
   Il saggio marginale di sostituzione in tal caso è lo stesso in ogni punto della curva di
   indifferenza (si noti che non è rispettato l’assioma di convessità).
   Supponiamo, ad esempio, che io –che possiedo un chilo di fragole e una sola ciliegia–
   sia pronto a rinunciare a due fragole per ottenere una ciliegia aggiuntiva. Allora, se per
   me fragole e ciliegie sono perfette sostitute, io considererò due fragole come
   equivalenti a una ciliegia, anche quando possiedo due sole fragole e tre chili di
   ciliegie. Per molti consumatori, esempi di beni sostituti, anche se non perfetti, sono il
   caffè e il tè, la pasta e il riso, le fragole e le ciliegie. Da quanto detto, un consumatore
   che consideri due beni come perfettamente sostituti ha preferenze che non rispettano
   l’assioma di convessità.




                        BENI PERFETTI SOSTITUTI

                                                       x1



            curve di indifferenza lineari




                 Il SMS è costante

                                                                                                  x2




                                      Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/27




2. Beni complementi. Due beni sono “perfetti complementi” quando l’utilità del
   consumatore aumenta solo se la disponibilità dei due beni aumenta simultaneamente;
   se invece aumenta la disponibilità di uno solo dei due beni, l’utilità resta invariata. Un
   esempio di beni di questo tipo sono gli sci e gli attacchi: se, invece di avere un paio di
   sci e un paio di attacchi, si ha un paio di sci e due paia di attacchi, l’utilità non cambia
   (stiamo escludendo il fatto che, siccome gli attacchi possono rompersi, può essere
   comunque meglio averne un paio in più). L’utilità invece aumenta se aumentano
   simultaneamente sia gli sci che gli attacchi. In questo caso si ha una violazione
   dell’assioma di monotonicità stretta e le curve di indifferenza sono a forma di L (cioè


                                              128
       non sono decrescenti). Esempi di beni complementi, anche se non perfetti, possono
       essere il caffè e lo zucchero, il tabacco e le cartine.




                        BENI PERFETTI COMPLEMENTI

                                                          x1
             Curve di indifferenza con un punto
                          angoloso




            L’aumento di un solo bene non
            permette di spostarsi su una
            curva di indifferenza più lontana
            dall’origine. È necessario invece
                                                                                                     x2
            che aumentino entrambi in date
            proporzioni.


                                         Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/28




    L’OTTIMO DEL CONSUMATORE
•   La scelta ottima del consumatore si ottiene massimizzando il livello di utilità,
    compatibilmente con il vincolo di bilancio. Dal punto di vista grafico, questo problema di
    massimizzazione vincolata equivale alla scelta del punto all’interno dell’insieme delle
    alternative possibili (che rispetti cioè il vincolo di bilancio) che appartiene alla curva di
    indifferenza più a nord-est possibile (che fornisce cioè l’utilità massima).
•   Per l’ipotesi di monotonicità, il punto ottimo si troverà sulla retta di bilancio e non al di
    sotto di essa. Infatti tutti i panieri al di sotto della retta di bilancio contengono meno beni
    di quelli sulla retta e il loro consumo fornisce quindi un’utilità minore. Se è rispettato
    anche l’assioma di convessità (il quale tuttavia, come abbiamo visto, è piuttosto forte), la
    scelta ottima è determinata dal punto di tangenza tra la retta di bilancio e la curva di
    indifferenza più a nord-est possibile.




                                                  129
                         L’OTTIMO DEL CONSUMATORE

                                                         x1



             •   per l’assioma di
                 monotonicità l’ottimo sta
                 sulla retta di bilancio                      B
             •   l’ottimo sta sulla curva di                               A
                                                      x*1
                 indifferenza più lontana
                 dall’origine
                                                                                 C

                                                                     x*2                               x2



                                           Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/29




•   Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo è determinato dalla seguente condizione:


                                       SMS = dx1 / dx2 = – (p2 / p1)


    Tale condizione esprime appunto la tangenza tra la retta di bilancio di coefficiente
    angolare – (p2 / p1) e la curva di indifferenza di inclinazione dx1 / dx2.
•   Dal punto di vista economico questo significa che la valutazione soggettiva
    dell’importanza relativa dei beni espressa dal consumatore coincide con la valutazione
    oggettiva del mercato rappresentata dal rapporto dei prezzi. Ricordando che il SMS
    esprime il rapporto tra le utilità marginali col segno cambiato, la condizione di ottimo può
    infatti scriversi anche nel modo seguente:


                                         UMG2 / UMG1 = p2 / p1


    Per chiarire il significato di questa condizione, supponiamo che i due beni abbiano lo
    stesso prezzo (p2 = p1). Allora, se con un dato paniere di consumo, l’utilità che il
    consumatore trae da un’unità aggiuntiva del bene x2 fosse maggiore dell’utilità che egli
    trae da un’unità aggiuntiva del bene x1 (UMG2 > UMG1), egli potrebbe comprare un’unità
    del bene x2 e vendere un’unità del bene x1 aumentando così la propria utilità (continuando
    comunque a rispettare il proprio vincolo di bilancio, dato che i due beni hanno, per ipotesi,


                                                   130
    lo stesso prezzo). Se, viceversa, si avesse UMG2 < UMG1, allora il consumatore potrebbe
    aumentare la propria utilità vendendo x2 e comprando x1. Nel punto di ottimo si suppone
    che tutte le possibilità di aumentare l’utilità attraverso operazioni di questo tipo siano state
    sfruttate e che quindi debba essere UMG2 = UMG1.
•   La condizione di ottimo SMS = – (p2 / p1) può essere utilizzata nella maggior parte dei
    problemi di massimizzazione dell’utilità del consumatore. Esistono tuttavia diversi casi in
    cui la determinazione del paniere ottimo non può ottenersi sfruttando la suddetta
    condizione. Qui ne consideriamo due:
    1. Soluzioni d’angolo: se lungo tutte le curve di indifferenza il SMS è sempre maggiore o
       sempre minore del rapporto dei prezzi, la massimizzazione dell’utilità si ottiene
       consumando solo il bene x1 o solo il bene x2.




                             SOLUZIONI D’ANGOLO (1)

                                                       x1
                 Il saggio marginale di
                 sostituzione è sempre
                 maggiore del prezzo relativo




                  Il consumatore ha una
                  predilezione talmente forte
                  per il bene x1 che non è
                  disposto a scambiarlo al
                  prezzo di mercato esistente                                                        x2




                                         Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/35




                                                 131
                        SOLUZIONE D’ANGOLO (2)

                                                    x1
            Beni perfetti sostituti



           Il consumatore
           consuma solo il bene
           per cui è maggiore il
           rapporto tra prezzo e
           grado di soddisfazione

                                                                                                  x2




                                      Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/36




2. Curve di indifferenza non derivabili: se le curve di indifferenza non sono derivabili
   (come nel caso di beni perfetti sostituti), non è possibile calcolare il SMS per cui,
   ovviamente, la condizione di ottimo non può essere espressa in termini del SMS.




                         SOLUZIONI D’ANGOLO (3)

                                                    x1

         Beni perfetti complementi




         L’ottimo si ha nel punto
         angoloso della curva di
         indifferenza (dove non ci
         sono sprechi dei due
         beni)
                                                                                                  x2




                                      Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/37




NB: nei casi in cui la soluzione ottima non può essere calcolata sfruttando la condizione
SMS = – (p2 / p1), questo non significa che l’ottimo non esiste o che non può essere



                                              132
    determinato. La regola generale rimane quella della determinazione del punto sulla retta di
    bilancio che appartiene alla curva di indifferenza più a nord-est possibile.
•   Riassumendo, il problema di ottimo del consumatore si basa su due dati: la retta di
    bilancio e le preferenze. La retta di bilancio a sua volta dipende da due fattori: il reddito e
    i prezzi relativi. Le variazioni del reddito e dei prezzi relativi producono spostamenti della
    retta di bilancio e quindi, se le preferenze del consumatore si suppongono date, del paniere
    ottimo scelto dal consumatore.
•   Si noti che il problema di ottimo del consumatore può essere impostato anche in modo
    simmetrico rispetto al procedimento seguito. Si può cioè definire l’insieme delle
    alternative possibili come l’insieme di punti appartenente ad una certa curva di
    indifferenza e la funzione obiettivo come la retta di bilancio. In tal caso piuttosto che
    cercare di massimizzare l’utilità dato un vincolo di spesa, il problema del consumatore
    consiste nel minimizzare la spesa dato il vincolo di raggiungere un determinato livello di
    utilità. Questo secondo modo di analizzare la scelta ottima del consumatore prende il
    nome di “problema duale”, mentre il problema che abbiamo sviluppato è chiamato
    “problema primale”. Dal punto di vista grafico, invece di ricercare il punto di una data
    retta di bilancio che appartiene alla curva di indifferenza più a nord-est possibile
    (problema primale), si dovrà cercare il punto di una data curva di indifferenza che
    appartiene alla retta di bilancio più a sud-ovest possibile (problema duale). Le condizioni
    analitiche di ottimo rimangono le stesse. In caso di convessità, ad esempio, si verifica
    facilmente che l’ottimo è raggiunto nel punto di tangenza tra la retta di bilancio e la curva
    di indifferenza.


    GLI EFFETTI DELLE VARIAZIONI DI REDDITO
•   Come abbiamo visto, al variare del reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di
    bilancio si sposta mantenendo invariato il coefficiente angolare. Questo porta alla
    determinazione di un nuovo punto di ottimo del consumatore.




                                               133
              GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO
                           (BENI NORMALI)
                                                           x1




                 aumentano sia x*1 sia x*2




                                                                                                         x2




                                             Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/39




•   In generale, gli incrementi di reddito producono aumenti nel consumo di entrambi i beni.
    La misura in cui aumentano i due beni dipende dalla forma delle curve di indifferenza. In
    alcuni casi, tuttavia, con determinate curve di indifferenza, l’aumento del reddito può
    provocare un forte aumento del consumo di un bene e una diminuzione del consumo
    dell’altro. Ad esempio, al crescere del reddito i beni di bassa qualità vengono sostituiti da
    beni di qualità superiore, cosicché il loro consumo totale può diminuire invece che
    aumentare.
•   Quando il consumo di un bene diminuisce all’aumentare del reddito, il bene si dice
    “inferiore”. I beni il cui consumo aumenta all’aumentare del reddito si dicono invece
    “normali” o “superiori”.




                                                     134
              GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO
                          (BENI INFERIORI)
                                                        x1




              aumenta x*1
              diminuisce x*2 → il bene x2 è un
              bene inferiore



                                                                                                      x2




                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/40




•   Si noti che, in un sistema in cui sono presenti solo due beni, non è possibile che ambedue
    siano inferiori. Infatti la riduzione del consumo del bene inferiore si spiega soltanto
    ipotizzando che esso sia sostituito con altri beni, il che significa che il consumo dell’altro
    bene deve necessariamente aumentare (e in misura considerevole) all’aumentare del
    reddito. In generale se nel sistema ci sono n beni, al massimo n–1 di essi possono essere
    inferiori e almeno uno deve essere normale.
•   Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il reddito monetario m, si
    ottiene il “sentiero di espansione del reddito” (SER) [gli assi cartesiani riportano i due beni
    x1 e x2]. Il SER ha inclinazione positiva se i due beni sono entrambi normali. Se il bene x1
    è inferiore esso avrà un tratto a pendenza negativa. Se è il bene x2 ad essere inferiore, il
    SER avrà un tratto “in cui ritorna indietro”.




                                                  135
                SENTIERO DI ESPANSIONE DEL REDDITO
                               (SER)
                                                           x1          SER
               Luogo dei punti di ottimo al
               variare del reddito




               Indica come variano le
               quantità domandate dei due
               beni al variare del reddito
               del consumatore

                                                                                                       x2




                                           Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/41




•   La “curva di Engel” rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del reddito [gli
    assi cartesiani riportano il bene x1 e il reddito monetario m]. La curva di Engel è crescente
    per i beni normali e decrescente per i beni inferiori.




                                     CURVA DI ENGEL

                                                           m

               Relazione tra la quantità
               domandata di un bene e il livello
               del reddito del consumatore




                • crescente per i beni normali
                • decrescente per i beni inferiori
                                                                                                       x




                                           Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/42




                                                     136
    GLI EFFETTI DELLE VARIAZIONI DEI PREZZI
•   Come abbiamo visto, al variare del prezzo p1, rimanendo costante il prezzo p2 e il reddito
    monetario m, la retta di bilancio si sposta facendo perno sul punto di intersezione con
    l’asse x2. Questo porta alla determinazione di un nuovo punto di ottimo del consumatore
    con nuovi livelli di consumo di x1 e x2.
•   Effetto sostituzione e effetto reddito. L’effetto dell’aumento del prezzo p1 può essere
    scomposto in due componenti: (1) l’aumento del prezzo p1, a parità di reddito monetario,
    produce una riduzione del reddito reale, il che diminuisce le possibilità complessive di
    consumo (l’insieme delle alternative di consumo possibili si restringe) [“effetto reddito”];
    (2) l’aumento del prezzo p1, a parità del prezzo p2, fa aumentare il prezzo relativo p1/p2, il
    che rende il bene x2 più a buon mercato rispetto al bene x1 e porta a diminuire il consumo
    di x1 a vantaggio di quello di x2 [“effetto sostituzione”]. L’effetto reddito e l’effetto
    sostituzione possono essere quantificati secondo due criteri diversi. Sia E1 il punto di
    equilibrio prima della variazione del prezzo (ottenuto come tangenza della curva di
    indifferenza I1 e della retta di bilancio R1) e E2 il punto di equilibrio dopo la variazione del
    prezzo (ottenuto come tangenza della curva di indifferenza I2 e della retta di bilancio R2).
    1. Compensazione di Hicks. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa
       inclinazione della R2 e tangente alla I1. Si indichi con E3 tale punto di tangenza. La
       differenza tra il punto E3 e il punto E1 misura l’effetto sostituzione, cioè quella
       variazione del consumo di x1 (lungo la curva di indifferenza I1) dovuta al solo fatto
       che è cambiato il prezzo relativo (indipendente cioè dal fatto che la variazione del
       prezzo p1, facendo variare il reddito reale, permette in realtà di spostarsi su una nuova
       curva di indifferenza). La differenza tra il punto E2 e il punto E3 isola invece l’effetto
       reddito: dati i prezzi relativi (quelli vigenti dopo l’aumento di p1), la variazione del
       consumo di x1 dal punto E2 al punto E3 è imputabile solo ad una variazione del
       reddito.




                                                137
                       COMPENSAZIONE DI HICKS

                                                      x1




         Confronto a utilità costante                          E1        E2

                                                                    E3
                                                                                                         I2

                                                                                                    I1

                                                                         R1      R3                 R2    x2
                                                   EFFETTO DI              EFFETTO DI
                                                   SOSTITUZIONE            REDDITO


                                        Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/48




2. Compensazione di Slutsky. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa
   inclinazione della R2 e passante per il punto E1. Si indichi con E3 il punto teorico di
   ottimo che si avrebbe con questa nuova retta di bilancio R3 e si indichi con I3 la nuova
   curva di indifferenza tangente a tale retta. La differenza tra il punto E3 e il punto E1
   misura l’effetto sostituzione, cioè quella variazione del consumo di x1 (lungo la retta di
   bilancio teorica R3 che mantiene invariato il reddito reale che si aveva in E1) dovuta al
   solo fatto che è cambiato il prezzo relativo. La differenza tra il punto E2 e il punto E3
   isola invece l’effetto reddito: dati i prezzi relativi (quelli vigenti dopo l’aumento di p1),
   la variazione del consumo di x1 dal punto E2 al punto E3 è imputabile solo ad una
   variazione del reddito.




                                                138
                        COMPENSAZIONE DI SLUTSKY

                                                        x1




                    Confronto a potere                           E1         E2
                    d’acquisto costante
                                                                       E3

                                                                                                                I2
                                                                                                           I3
                                                                                                      I1
                                                                            R1          R3            R2         x2
                                                     EFFETTO DI               EFFETTO DI
                                                     SOSTITUZIONE             REDDITO


                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/49




    Nei due casi, la variazione del consumo di x1 causata da una variazione del prezzo p1 (E2 –
    E1) viene scomposta in due componenti: l’effetto reddito (E2 – E3) e l’effetto sostituzione
    (E3 – E1):


                                  (E2 – E1) = (E2 – E3) + (E3 – E1)


•   In generale, all’aumentare del prezzo p1, il consumo del bene x1 diminuisce. Infatti, (1)
    l’effetto sostituzione necessariamente implica una diminuzione del consumo di x1 a
    vantaggio di x2; (2) l’effetto reddito anche, in generale, tende a ridurre il consumo di x1.
    Tuttavia fa eccezione il caso in cui x1 sia un bene inferiore. In tal caso, infatti, la
    diminuzione del reddito fa aumentare il consumo di x1. Questo significa che, nel caso di
    un bene inferiore, se l’aumento del consumo causato dall’effetto reddito è maggiore della
    diminuzione del consumo causata dall’effetto sostituzione, il consumo complessivo di x1
    potrebbe anche aumentare all’aumentare del prezzo p1.
•   I beni il cui consumo varia nella stessa direzione delle variazioni del loro prezzo si dicono
    “beni di Giffen”.
•   Si noti, che affinché un bene sia di Giffen esso deve essere necessariamente un bene
    inferiore (altrimenti, l’effetto reddito rinforzerebbe l’effetto sostituzione). Tuttavia non
    tutti i beni inferiori sono anche beni di Giffen (infatti, non solo è necessario che l’effetto




                                                  139
    reddito vada in senso opposto rispetto all’effetto sostituzione, ma esso deve anche essere
    più forte del secondo).
•   Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il prezzo p1, si ottiene il
    “sentiero di espansione del prezzo p1” (SEP1) [gli assi cartesiani riportano i due beni x1 e
    x2]. Ripetendo lo stesso esercizio per il prezzo p2 si ottiene il “sentiero di espansione del
    prezzo p2” (SEP2).




                 SENTIERO DI ESPANSIONE DEL PREZZO
                                (SEP2)
                                                        x1


                                                                            SEP

                Luogo dei punti di ottimo
                al variare del prezzo di uno
                dei beni




                                                                                                      x2




                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/51




•   La “curva di domanda” rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del suo prezzo
    [gli assi cartesiani riportano il bene x1 e il prezzo p1]. La curva di domanda è crescente
    solo nel caso di beni di Giffen; altrimenti è decrescente. NB: la possibilità teorica di curve
    di domanda crescenti costituisce un serio problema (molto spesso sottovalutato) per la
    coerenza interna dell’intera teoria: come si è visto, affinché la teoria della domanda possa
    avere un potere esplicativo della realtà è necessario interpretarla in senso descrittivo. A
    questo riguardo, è la verifica empirica che stabilisce se effettivamente la teoria può essere
    considerata valida o meno. Se la teoria stabilisse inequivocabilmente che la curva di
    domanda deve essere decrescente, sarebbe possibile utilizzare le stime empiriche sulle
    curve di domanda reali per accettare o rigettare la teoria. Al contrario, visto che la teoria
    della domanda è compatibile anche con curve crescenti, viene meno la stessa possibilità di
    dimostrare che la teoria non è valida e la sua accettazione diventa un atto di fede.




                                                  140
                  FUNZIONE DI DOMANDA INDIVIDUALE

                                                        x1




                  Relazione tra la quantità
                  Domandata di un bene al
                  suo prezzo




                                                                                                      p1




                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/52




•   Finora abbiamo considerato solo variazioni del consumo di un bene prodotte da variazione
    del prezzo del bene stesso. È comunque possibile considerare anche gli effetti delle
    variazioni del prezzo di un bene sul consumo dell’altro bene. Si parla in tal caso di
    “effetto incrociato della variazione del prezzo”.


    DOMANDA DI MERCATO E SURPLUS DEI CONSUMATORI
•   La curva di domanda indica, per ogni livello del prezzo, la quantità del bene che un
    consumatore desidera consumare. Se, per ogni livello del prezzo, si sommano le quantità
    del bene che ciascun consumatore desidera consumare si ottiene la curva di domanda di
    mercato. Essa indica, per ogni livello del prezzo, la quantità totale del bene che i
    consumatori desiderano consumare. Dal punto di vista grafico, essa è la somma
    orizzontale delle curve di domanda individuali.
•   Dal punto di vista matematico, la curva di domanda è una funzione che mette in relazione
    prezzo e quantità. Più precisamente, per ogni prezzo, essa determina la quantità
    domandata. È allora possibile considerare la “funzione di domanda inversa” come
    relazione tra quantità e prezzo: per ogni quantità, essa determina il prezzo al quale il
    consumatore è disposto ad acquistare quella quantità. Dal punto di vista matematico, la
    funzione di domanda inversa si ottiene semplicemente esplicitando il prezzo in funzione
    delle quantità.




                                                  141
                     FUNZIONE DI DOMANDA INVERSA

                                                           p1

                 Inversa della funzione di
                         domanda
                                                         p’1



              fornisce una misura della
              disponibilità a pagare del
              consumatore per ottenere una
              determinata quantità del bene
                                                                       x’1                               x1




                                             Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/54




•   Surplus del consumatore. Consideriamo un bene che è possibile domandare solo in
    quantità discrete e ipotizziamo che ciascun consumatore possa solo scegliere, per ogni
    livello del prezzo, se domandare un’unità del bene o se non domandarlo affatto. Questo
    permette di determinare un “prezzo di riserva”, come prezzo massimo che il consumatore
    è disposto a pagare per avere un’unità del bene. Ipotizziamo inoltre che i consumatori
    abbiano diversi prezzi di riserva e ordiniamo i consumatori da quello con il prezzo di
    riserva più alto a quello con il prezzo di riserva più basso. Una volta che si determina un
    certo prezzo sul mercato, solo i consumatori con un prezzo di riserva almeno pari al
    prezzo di mercato acquisteranno il bene, mentre quelli con un prezzo di riserva più basso
    non lo acquisteranno. Tra i consumatori che acquistano il bene, ce ne saranno comunque
    alcuni con prezzi di riserva più alti del prezzo di mercato. La differenza tra il loro prezzo
    di riserva e il prezzo di mercato viene chiamata “surplus del consumatore”. Con le ipotesi
    introdotte il surplus totale dei consumatori è dato dall’area compresa tra la curva di
    domanda e il livello del prezzo di mercato.




                                                     142
                       IL SURPLUS DEL CONSUMATORE

                                                       p
              •   Per un consumatore:
                  differenza tra prezzo di
                  riserva e prezzo di
                  mercato (p)
                                                                                          p
              •   Per il mercato: somma del
                  surplus di tutti i
                  consumatori (area
                  compresa tra la funzione                                                           X
                  di domanda inversa e il
                  prezzo di mercato)




                                         Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 2/56




•   L’introduzione del concetto di surplus del consumatore serve a dare un contenuto
    normativo alla teoria (come vedremo infatti, il bene comune sarà definito come la
    massimizzazione del surplus totale e l’obiettivo della società sarà di massimizzare la
    soddisfazione del consumatore), contravvenendo all’interpretazione puramente positiva
    fin qui seguita.




                                                 143
3.      Elasticità e aggiustamento dei mercati


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 3]


     SIGNIFICATO MATEMATICO
•    Data una qualsiasi funzione Y = f (X), l’elasticità si definisce nel modo seguente:


                                         e = (dY / Y) / (dX / X)


•    Il valore di e misura di quanto varia in termini percentuali la variabile dipendente (la Y) a
     fronte di una variazione dell’uno per cento della variabile indipendente (la X).
•    In generale, l’elasticità non è la stessa in ogni punto della funzione, ma varia lungo la
     funzione. L’elasticità di una funzione in un particolare punto dipende da due fattori: (1)
     l’inclinazione della curva, (2) la posizione del punto nel piano cartesiano.


     SIGNIFICATO ECONOMICO
•    In campo economico, la variabile dipendente è la quantità (Q) e quella indipendente il
     prezzo (p). La definizione prende allora la seguente forma.


                                         e = (dQ / Q) / (dp / p)


•    Tale definizione si applica tanto alla funzione di domanda (nel qual caso la indichiamo
     con ε) quanto alla funzione d’offerta (e in questo caso la indichiamo con η). Nel caso
     della domanda, essendo la curva inclinata negativamente (a parte il caso di beni di
     Giffen), come convenzione, l’elasticità si definisce col segno invertito (in modo tale che il
     suo valore sia sempre positivo):


                        Elasticità della domanda:              ε = – (dQD / QD) / (dp / p)
                        Elasticità dell’offerta:               η = (dQS / QS) / (dp / p)


•    Sia per la domanda che per l’offerta, il valore dell’elasticità dipende dai seguenti fattori:
     1. pendenza bassa ⇒ e alta (in risposta ad una variazione data del prezzo si ha una forte
        variazione della quantità).



                                                   144
2. punto vicino all’asse p ⇒ e alta (sull’asse p: e = ∞).
3. punto vicino all’asse Q ⇒ e bassa (sull’asse Q: e = 0).




                      ELASTICITÀ DELLA DOMANDA
                      (INCLINAZIONE DELLA CURVA)

       p                                               p1 → p2 :
                                                       l’aumento della quantità è
                                                       maggiore sulla curva D2 (meno
                                                       inclinata e più elastica) che
                                                       sulla curva D1
       p1

       p2
                                                                      D2

                                                                      D1


                                                                           Q
                            Q1       Q2     Q3


                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/3




                        ELASTICITÀ DELL’OFFERTA
                      (INCLINAZIONE DELLA CURVA)

       p                                     S1
                                                           p1 → p2 :
                                                           La diminuzione delle
                                                  S2       quantità è maggiore sulla
                                                           curva S2 (meno inclinata e più
       p1                                                  elastica) che sulla curva S1

       p2




                                                                           Q
            Q2   Q3    Q1


                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/3




                                            145
                ELASTICITÀ DELLA DOMANDA E
           DELL’OFFERTA (INTERSEZIONI CON GLI ASSI)

                          p                                               S

                               ε=∞




                                                                               ε=0
                                   η=∞                                D


                                                                                            Q



                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/3




•   Una curva di dice elastica se e > 1 e anelastica se e < 1:
    1. e > 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
       percentuale della quantità è maggiore dell’uno per cento.
    2. e < 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
       percentuale della quantità è minore dell’uno per cento.
    3. e = 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
       percentuale della quantità è dell’uno per cento.
•   Nel caso della domanda, il punto in cui ε = 1 è particolarmente significativo dal punto di
    vista della spesa complessiva del consumatore. Considerando un bene x normale (non di
    Giffen), con una curva di domanda decrescente, spostandosi dal punto A al punto B, a
    destra di A, aumenta la quantità e diminuisce il prezzo. L’aumento della quantità
    domandata tende a far aumentare la spesa complessiva del consumatore per il bene x;
    tuttavia, la diminuzione del prezzo tende a far diminuire la spesa del consumatore. Dire
    che l’elasticità è alta (superiore a uno) significa dire che la variazione percentuale della
    quantità è forte (cioè è superiore alla variazione percentuale del prezzo), il che fa
    aumentare la spesa del consumatore di più di quanto non la faccia diminuire il fatto che il
    prezzo è diminuito:


       1. Effetto quantità: Q ↑       ⇒         Spesa del consumatore per il bene x ↑


                                                  146
       2. Effetto prezzo:      p ↓     ⇒       Spesa del consumatore per il bene x ↓


    Se ε >1, l’effetto quantità è maggiore dell’effetto prezzo ⇒ la spesa del consumatore
    aumenta quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda.
•   Lo stesso ragionamento può essere fatto considerando il punto di vista delle imprese che
    vendono il bene x. Infatti alla spesa dei consumatori per l’acquisto del bene x,
    corrispondono i ricavi delle imprese per la vendita del bene x. Quindi, dal punto di vista
    delle imprese, quando ci si sposta dal punto A al punto B, l’aumento della quantità
    venduta tende a far aumentare i ricavi complessivi; tuttavia, la diminuzione del prezzo
    tende a farli diminuire. Se l’elasticità è alta (superiore a uno) significa che la variazione
    percentuale della quantità è superiore alla variazione percentuale del prezzo e l’effetto
    netto è quindi un aumento dei ricavi delle imprese:


       1. Effetto quantità: Q ↑        ⇒       Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x ↑
       2. Effetto prezzo:      p ↓     ⇒       Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x ↓


    Se ε >1, l’effetto quantità è maggiore dell’effetto prezzo ⇒ i ricavi delle imprese
    aumentano quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda.




                       SPESA TOTALE DEI CONSUMATORI
                        E RICAVI TOTALI DELLE IMPRESE

                   La spesa totale per l’acquisto di un bene è data dal prezzo di acquisto
                   moltiplicato per la quantità acquistata. Dal punto di vista delle
                   imprese, la spesa totale dei consumatori corrisponde al ricavo totale


                                               p

                   S = pQ = RT
                        SPESA DEI
                        CONSUMATORI
                        RICAVI DELLE
                        IMPRESE

                                                                                             Q
                                            Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/8




                                                   147
                         CURVA DI DOMANDA ANELASTICA




                   Di fronte ad una variazione
                   di p la risposta di Q è                    p
                   meno che proporzionale




                  La spesa varia nella stessa
                  direzione del prezzo
                                                                                                 D

                                                                                                     Q
                                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/11




                          CURVA DI DOMANDA ELASTICA



                     Di fronte ad una
                     variazione di p la
                     risposta di Q è più che                  p
                     proporzionale




                 La spesa varia nella stessa
                 direzione delle quantità
                                                                                                     D


                                                                                                     Q
                                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/11




    ESEMPI
•   Funzione di domanda lineare: all’intersezione con l’asse p, ε = ∞ ; andando verso destra,
    l’elasticità decresce ed è pari a zero nel punto di intersezione con l’asse Q. Nel punto
    medio si ha ε = 1.
•   Funzione di domanda lineare perfettamente anelastica: retta verticale.
•   Funzione di domanda lineare perfettamente elastica: retta orizzontale.


                                                    148
•   Funzione di domanda ad elasticità unitaria in tutti i punti: iperbole equilatera.




                    CURVE DI DOMANDA PARTICOLARI
                                                                       p

              Domanda perfettamente elastica: |ε| = +∞

                                                                              Q1   Q2     Q

                                                                       p

             Domanda perfettamente anelastica: |ε| = 0

                                                                                          Q
                                                                       p


            Domanda ad elasticità unitaria: |ε| = 1

                                                                                          Q
                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/12




•   Funzione d’offerta lineare. Si hanno due casi a seconda che l’intercetta sia positiva o
    negativa (nel caso della domanda, l’intercetta è sempre positiva):
    1. Intercetta positiva. All’intersezione con l’asse p, η = ∞ ; andando verso destra,
       l’elasticità decresce e tende a 1 quando Q → ∞ (quindi η > 1 sempre)
    2. Intercetta negativa. All’intersezione con l’asse Q, η = 0; andando verso destra,
       l’elasticità cresce e tende a 1 quando Q → ∞ (quindi η < 1 sempre)




                                                  149
             CURVE DI DOMANDA E DI OFFERTA LINEARI

                        p                                                 S1

                               ε=∞                                                        S2



                                                    ε=1




                                   η=∞
                                                                               ε=0
                                                                      D
                                                    ε=0

                                                                                                 Q



                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002        cap. 3/3




    ALTRE ELASTICITÀ
•   Elasticità della domanda al reddito. Dal punto di vista matematico, si definisce come
    segue:


                                      εm = (dQD / QD) / (dm / m)


    Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda a fronte di una variazione
    dell’uno per cento del reddito monetario m.
•   Elasticità incrociata della domanda. Dal punto di vista matematico, si definisce come
    segue:


                                     εm = (dQD1 / QD1) / (dp2 / p2)


    Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda del bene x1 a fronte di una
    variazione dell’uno per cento del prezzo del bene x2.


    DETERMINANTI DELLE ELASTICITÀ
•   Elasticità della domanda al prezzo:
    1. Numero di beni sostituti e grado di sostituibilità.
    2. Porzione di reddito spesa nel bene.


                                                  150
    3. Orizzonte temporale. Quanto più è esteso il periodo considerato, tanto maggiore è la
       reazione in termini di quantità piuttosto che di prezzo (e quindi tanto maggiore è
       l’elasticità).
•   Elasticità dell’offerta al prezzo:
    1. Ampiezza dell’aumento dei costi in seguito all’aumento della produzione.
    2. Orizzonte temporale.
•   Elasticità della domanda al reddito:
    1. Grado di necessità del bene (beni normali, beni inferiori).
    2. Livello di reddito.
•   Elasticità incrociata della domanda:
    1. Grado di sostituibilità o di complementarità tra i due beni.


    SPECULAZIONE, RISCHIO E INCERTEZZA
•   In un contesto in cui i prezzi cambiano da un periodo all’altro, le decisioni di acquisto e di
    vendita nel periodo corrente si basano sulle aspettative riguardanti i prezzi futuri. I
    comportamenti basati sulle aspettative di prezzo volti a massimizzare il guadagno si
    dicono speculativi.
•   La speculazione è stabilizzante quando gli operatori credono che una variazione del
    prezzo sia solo temporanea (vendono quando i prezzi salgono e comprano quando
    scendono, attenuando le fluttuazioni del prezzo) ed è destabilizzante se credono invece
    che essa sarà seguita da ulteriori variazioni nello stesso senso (comprano quando i prezzi
    salgono e vendono quando scendono, amplificando le fluttuazioni del prezzo).
•   Si parla di situazioni di “rischio” quando la probabilità di un dato evento è nota (il lancio
    di un dado). Si parla invece di situazioni di “incertezza” quando la probabilità non è nota
    (passare l’esame di economia politica).
•   Dal punto di vista economico, le scorte sono in alcuni casi un utile strumento per far
    fronte all’incertezza. Si deve tuttavia tener conto che esse hanno anche un costo.


    PREZZI CONTROLLATI
•   Nei mercati perfettamente concorrenziali il prezzo che si determina è tale da uguagliare la
    quantità offerta e la quantità domandata. In alcuni casi, tuttavia, il governo può intervenire
    per modificare il prezzo fissando un prezzo superiore o inferiore a quello di mercato. Se il




                                               151
    prezzo viene fissato ad un livello superiore si determina un eccesso d’offerta. Se invece
    viene fissato ad un livello inferiore si determina un eccesso di domanda.




                                  PREZZI CONTROLLATI

                      PREZZO MINIMO                                 PREZZO MASSIMO

                 p                                             p
                             ECCESSO
                            DI OFFERTA
                                          S                                                    S
             pmin
                                                               pe
                 pe
                                                            pmax
                                                                                                   D
                                           D                                   ECCESSO
                                                                             DI DOMANDA

                       QD            QS       Q                            QS             QD       Q




                                          Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002   cap. 3/41




•   Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo minimo:
    1. Proteggere i redditi dei produttori.
    2. Creare un surplus.
    3. Impedire che i redditi dei lavoratori scendano al di sotto di un certo livello
•   Per mantenere il prezzo ad un livello superiore a quello di mercato, il governo ha diversi
    strumenti:
    1. Acquistare il surplus
    2. Ridurre l’offerta imponendo delle quote massime di produzione
    3. Aumentare la domanda attraverso trasferimenti e incentivi o imponendo tasse sui beni
       sostituti.
•   Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo massimo:
    1. Questioni di equità distributiva (permettere l’acquisto anche ai più poveri). Lo
       svantaggio, secondo Sloman, è che in tal caso vige il principio “chi prima arriva,
       meglio alloggia”. Il fatto, tuttavia, è che con i prezzi di mercato vale invece il
       principio “chi ha più soldi, meglio alloggia”. In presenza di scarsità, necessariamente
       si determina un razionamento dei beni. Il razionamento del mercato non è neutrale
       come non lo sono gli altri tipi di razionamento: in un caso alloggia meglio chi arriva


                                                  152
       per primo, nell’altro chi ha più soldi. Un secondo svantaggio, sempre secondo Sloman,
       è che tenderebbe a formarsi un mercato nero dove i consumatori più ricchi
       riuscirebbero comunque ad accaparrarsi i beni a danno dei più bisognosi. Non si
       capisce però perché questo sia uno svantaggio rispetto al mercato ordinario, visto che
       in quest’ultimo l’accaparramento dei beni da parte dei più ricchi (anche se meno
       bisognosi) avviene nella perfetta legalità ed è considerato addirittura la condizione di
       efficienza dell’intero sistema. La differenza è semmai che nel caso del mercato nero,
       si tratta di un illecito che può essere perseguito, mentre nel caso del mercato ordinario
       (senza controlli sui prezzi) esso è perfettamente legale.
•   Per mantenere il prezzo ad un livello inferiore a quello di mercato, il governo ha diversi
    strumenti:
    1. Incoraggiare l’offerta attraverso trasferimenti o sgravi fiscali
    2. Ridurre la domanda favorendo beni alternativi o controllando i redditi.




                                               153
4.      Offerta dell’impresa e offerta di mercato


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 4]


     COSTI, RICAVI E PROFITTI
•    Assumiamo che l’obiettivo dell’impresa sia la massimizzazione dei profitti. I profitti sono
     determinati dalla differenza tra i ricavi e i costi.
•    Al variare della quantità prodotta, q, variano sia i costi totali dell’impresa, sia i suoi ricavi
     totali. L’obiettivo dell’impresa è quindi di determinare la quantità ottima da produrre in
     modo tale da massimizzare i profitti totali.
•    Per quanto riguarda i ricavi, introduciamo un’ipotesi assai forte, secondo la quale
     l’impresa riesce a vendere qualsiasi livello di produzione essa realizzi. Dal punto di vista
     dei costi si pone invece un problema aggiuntivo: per ogni livello di produzione che
     l’impresa intende realizzare, si deve determinare il modo più economico di combinare gli
     input, così da minimizzare i costi di produzione. Si hanno quindi due problemi distinti:
     1. Determinare la combinazione ottima dei fattori di produzione per ogni possibile livello
         di produzione q (problema di minimizzazione dei costi).
     2. Determinare il livello ottimo di produzione q in modo tale da rendere massima la
         differenza tra ricavi e costi (problema di massimizzazione dei profitti).
     In altri termini, per poter massimizzare i profitti è necessario, non solo che l’impresa
     determini la quantità ottima da produrre ma anche che la produca al costo più basso
     possibile.
•    Dal punto di vista matematico, i costi totali, i ricavi totali e i profitti totali sono funzioni
     della quantità prodotta.


                             Costi totali:                  CT = CT(q)
                             Ricavi totali:                 RT = RT(q)
                             Profitti totali:               π = π(q) = RT(q) – CT(q)


•    A partire da queste funzioni, è possibile definire le rispettive funzioni medie e marginali.


                             Costi medi:                    CME = CT / q
                             Ricavi medi:                   RME = RT / q



                                                  154
                          Profitti medi:              πME = π / q


                          Costi marginali:            CMG = ∂CT / ∂q
                          Ricavi marginali:           RMG = ∂RT / ∂q
                          Profitti marginali:         πMG = ∂π / ∂q


    Costi, ricavi e profitti medi indicano rispettivamente il costo, il ricavo e il profitto per
    unità di prodotto che si ottengono quando si produce una quantità pari a q. Costi, ricavi e
    profitti marginali indicano invece l’aumento del costo, del ricavo e del profitto quando la
    quantità prodotta aumenta di un’unità (dal livello q passa al livello q+1).
    Matematicamente, si tratta della derivata delle funzioni del costo, del ricavo e del profitto
    totali.


    COSTI
•   Si suppone che esistano due soli input, lavoro (L) e capitale (K). I costi totali (CT) sono
    allora determinati dalla spesa che l’impresa sostiene per l’acquisto di questi due input.


                                           CT = wL + rK


    dove w e r sono i prezzi del lavoro e del capitale rispettivamente. Assumiamo che i
    mercati dei fattori di produzione (L e K) siano caratterizzati da concorrenza perfetta dal
    lato della domanda e che, quindi, l’impresa non possa in nessun modo influire sui prezzi w
    e r. Tale ipotesi, anche se poco realistica, non sarà abbandonata mai.
•   Per poter di analizzare come variano i costi dell’impresa al variare delle quantità prodotta,
    dobbiamo innanzi tutto determinare come varia la quantità prodotta al variare delle
    quantità di input utilizzate. A tale scopo definiamo il concetto di funzione di produzione.
•   Combinando opportunamente i due input si ottiene l’output (q), secondo la seguente
    funzione di produzione:


                                             q = q (L, K)


•   A partire dalla funzione di produzione, è possibile definire le produttività medie e
    marginali del lavoro e del capitale:



                                                155
               Produttività media del lavoro:                  PMEL = q / L
               Produttività media del capitale:                PMEK = q / K


               Produttività marginale del lavoro:              PMGL = ∂q / ∂L
               Produttività marginale del capitale:            PMGK = ∂q / ∂K


    La produttività media del lavoro (o del capitale) indica la quantità di prodotto per unità di
    lavoro (o di capitale). Le produttività marginali indicano di quanto aumenta il prodotto
    quando l’uso di uno dei due fattori viene aumentato di un’unità.
•   In generale, i fattori di produzione possono essere distinti in “fattori fissi” e “fattori
    variabili”. I primi sono quelli che non possono essere variati in un certo arco di tempo
    preso come riferimento (nel nostro caso semplificato a due soli fattori, il capitale); i
    secondi possono invece essere utilizzati in quantità variabili anche nell’arco di tempo
    considerato (il lavoro). Definiamo allora “breve periodo” l’arco di tempo in cui possono
    essere variati solo i fattori variabili e “lungo periodo” un arco di tempo sufficientemente
    lungo in cui può essere variata la quantità di tutti i fattori di produzione.


    COSTI DI BREVE PERIODO
•   La quantità di capitale impiegata, K, è data e l’output, q, può essere variato solo
    impiegando quantità diverse di lavoro, L. La funzione di produzione diventa in questo
    caso dipendente solo da L.


                                               q = q (L)


•   In questo caso il problema della minimizzazione dei costi è banale poiché l’impresa non
    ha alcun margine di manovra sul modo di ottenere un certo livello di produzione q. Come
    vedremo, tale problema è invece complesso nel lungo periodo poiché in quel caso uno
    stesso livello di produzione q può essere ottenuto con combinazioni diverse di L e K, il
    che solleva la questione di determinare la particolare combinazione (L, K) più economica
    per l’impresa.
•   Secondo un’ipotesi comunemente accettata, quando si combinano quantità crescenti di un
    fattore variabile con una quantità costante del fattore fisso, l’output cresce in misura



                                                156
    sempre minore. Tale ipotesi prende il nome di “legge della produttività marginale
    decrescente”.
•   Dal punto di vista grafico, questa ipotesi implica che la curva della produttività marginale
    del lavoro, PMGL, abbia un tratto decrescente. Più in particolare, supporremo che la
    PMGL sia prima crescente (per bassi livelli di output, incrementi nella quantità di L danno
    luogo ad incrementi crescenti di q poiché, ad esempio, dato un impianto di una certa
    dimensione, K, l’impiego di quantità molto piccole di L non permette di utilizzarlo al
    meglio) e poi decrescente (per la legge della produttività marginale decrescente).
•   In termini della funzione di produzione questo equivale a dire che essa sia prima convessa
    e poi concava (nella figura, il cambio di concavità si ha nel punto di flesso: A). In
    generale si suppone che la funzione di produzione sia sempre crescente, ossia che
    all’aumentare delle quantità di input l’output aumenti (seppure in misura via via
    decrescente). Sloman, tuttavia, ipotizza che oltre un certo limite (punto C), non solo dosi
    aggiuntive di un input smettono di avere effetti positivi sulla produzione, ma finiscono
    addirittura per diminuirla. In tal caso, la produttività marginale diventa negativa.
•   La curva della produttività media si suppone anch’essa prima crescente e poi decrescente.
    Graficamente, la produttività media è rappresentata dall’inclinazione del segmento che
    unisce l’origine ai vari punti della funzione di produzione. Tale inclinazione aumenta
    inizialmente, raggiunge un massimo in B e poi diminuisce.




                                  PRODUTTIVITÀ MEDIA

                                                                 q                   B




              •     PMEL: crescente fino a B
                    (punto in cui il rapporto q/L è
                    massimo); decrescente in                                                 L
                    seguito
                                                              PMEL




                                                                                         B

                                                                      PMEL
                                                                                             L
                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                       157
•   Dal punto di vista matematico, vale la seguente regola generale: se una curva media è
    prima crescente e poi decrescente (o, viceversa, prima decrescente e poi crescente), la
    corrispondente curva marginale è anch’essa prima crescente e poi decrescente (o,
    viceversa, prima decrescente e poi crescente). Inoltre la curva marginale interseca sempre
    la curva media nel punto di massimo (o di minimo) di quest’ultima.




                       FUNZIONE DI PRODUZIONE E
                    PRODUTTIVITÀ MEDIA E MARGINALE
                                                                                          C
                                                              q                   B

               •    PMGL: crescente fino ad A
                    (punto di flesso della
                    funzione di produzione);                                  A
                    decrescente in seguito;
                    negativa dopo C (punto di                                                    L
                    massimo della funzione di
                                                          PMEL
                    produzione)                           PMGL            A
               •    PMEL: crescente fino a B
                    (punto di maggiore
                    inclinazione del rapporto                                         B
                    q/L); poi decrescente
                                                                   PMEL
                                                                                      C          L
                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002           PMGL




•   Una volta determinata la quantità di L che deve essere utilizzata per ottenere una certa
    quantità di q (ricordiamo che nel breve periodo la quantità di K è data e non può essere
    modificata), è possibile analizzare come variano i costi totali al variare della quantità da
    produrre (q).
•   Abbiamo visto che il costo totale può essere espresso dalla seguente relazione:


                                               CT = wL + rK


    NB: il fatto che la quantità di K sia data nel breve periodo non toglie che essa deve essere
    comunque pagata al prezzo r.
•   Più in generale il costo totale (CT) è determinato dalla somma dei costi variabili (CV) e
    dei costi fissi (CF).


                                              CT = CV + CF


                                                    158
    NB: dato che tutti i tipi di costi variano in generale al variare della quantità prodotta,
    sarebbe più corretto scrivere CT(q), CV(q) e CF(q). Per brevità, d’ora in avanti, non
    esplicitiamo la variabile indipendente (che è sempre la q).
    NB: in base alle ipotesi semplificatrici introdotte secondo cui esistono due soli input,
    valgono le due seguenti relazioni:


                                               CV = wL
                                               CF = rK


•   Come per i costi totali, è possibile definire anche i costi variabili medi e i costi fissi medi.


                           Costi variabili medi:       CVME = CV / q
                           Costi fissi medi:           CFME = CF / q


•   Come per i costi totali, vale inoltre la seguente equazione:


                                       CME = CVME + CFME


•   Una volta noti CV e CF, le formule presentate consentono di ricavare tutti gli altri tipi di
    costi: CT, CME, CMG, CFME, CVME.
•   Le curve dei costi presentano diversi andamenti al variare di q.
    1. CF. Retta orizzontale.
    2. CV. Curva crescente, prima concava (si ipotizza che a livelli bassi di output il fattore
        fisso non possa essere utilizzato al meglio), poi convessa (per la legge della
        produttività marginale decrescente).
    3. CT. Curva con lo stesso andamento della CV, ma traslata verso l’alto di un ammontare
        pari a CF.
    4. CME. Andamento a U: a livelli bassi di output il fattore fisso non viene utilizzato al
        meglio ed è perciò possibile risparmiare sul costo unitario aumentando la produzione;
        oltre un certo livello di produzione entra tuttavia in gioco la legge della produttività
        marginale decrescente.




                                                159
    5. CMG. Andamento a U per gli stessi motivi della CME. Come abbiamo già visto, dal
       punto di vista matematico, si tratta di una legge generale: se una curva media ha
       andamento a U, la corrispondente curva marginale è anch’essa a U. Inoltre la curva
       marginale interseca sempre la curva media nel punto di minimo di quest’ultima.
    6. CFME. Curva decrescente perché i costi fissi vengono ripartiti su un numero crescente
       di prodotti.
    7. CVME. Andamento a U per gli stessi motivi della CME.




                      COSTO TOTALE, MEDIO E MARGINALE

                                                              CT
                                                                                            CT
                                                              CV
                                                                                A           CV
                                                              CF
               •   CMG: decrescente fino ad A                                   A
                   (punto di flesso della CT e                                               CF
                   della CV); crescente in
                   seguito. Interseca la CVME e                                             q
                   la CME nei loro punti di                  CME                                  CMG
                   minimo (punti B e C).                     CMG
               •   CFME: sempre decrescente                                                       CME
                                                                                        C         CVME

                                                                                    B
                                                                                A            CFME
                                                                                             q
                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    COSTI DI LUNGO PERIODO
•   Nel lungo periodo, per definizione, tutti i fattori sono variabili. La distinzione tra CF e CV
    dunque non si pone e ci concentriamo unicamente sul costo medio di lungo periodo
    (CMELP) e il costo marginale di lungo periodo (CMGLP). Come vedremo, secondo la
    teoria neoclassica, entrambe queste curve dei costi hanno un andamento a U. Prima di
    analizzare i costi, dobbiamo però discutere le ipotesi riguardanti la tecnologia.
•   A differenza del breve periodo la quantità q dipende ora sia dalla quantità di L sia da
    quella di K.


                                                q = q (L, K)




                                                   160
•   Ora che ambedue gli input possono essere variati, è probabile che al variare della quantità
    da produrre si renda conveniente variare le proporzioni di capitale e lavoro utilizzate.
•   Il procedimento che seguiamo per determinare la combinazione ottima di L e K è analogo
    a quello seguito nell’analisi della scelta del consumatore. Ricordiamo che il problema del
    consumatore poteva essere definito come consistente nel determinare la combinazione
    ottima di x1 e x2 che consentiva di massimizzare l’utilità, dato un certo vincolo di spesa. Il
    procedimento per la soluzione di tale problema portava a determinare la retta di bilancio e
    le curve di indifferenza. Nel caso del produttore, il problema consiste nel determinare la
    combinazione ottima di L e K che consente di minimizzare i costi per ottenere un certo
    livello di produzione. Tale procedimento porta a determinare la retta di isocosto e gli
    isoquanti.
•   NB: Ricordiamo che nell’analisi del problema del consumatore era possibile definire due
    impostazioni simmetriche: massimizzare l’utilità dato un vincolo di spesa (problema
    primale) oppure minimizzare la spesa per ottenere un certo livello di utilità (problema
    duale). Nell’analisi del problema del produttore sviluppiamo l’impostazione duale, cioè
    cerchiamo di minimizzare i costi dato il vincolo di ottenimento di un certo livello di
    produzione. Anche in questo caso è comunque possibile definire un problema simmetrico
    consistente nella massimizzazione del livello di produzione dato un vincolo di spesa per
    l’acquisto degli input. Come nel caso del consumatore, la soluzione ottima non cambia.


    L’INSIEME DELLE ALTERNATIVE POSSIBILI: GLI ISOQUANTI
•   Secondo un procedimento simile a quello introdotto nell’analisi delle scelte del
    consumatore, introduciamo una serie di ipotesi sulla funzione di produzione (nella teoria
    del consumatore le ipotesi riguardavano le relazioni di preferenze e la funzione d’utilità).
•   Assumiamo in particolare che uno stesso livello di produzione q possa essere ottenuto
    utilizzando quantità variabili dei fattori di produzione (ad esempio tanto K e poco L
    oppure tanto L e poco K).
•   Isoquanto. Un isoquanto è definito come il luogo dei punti nel piano (L, K) che danno
    luogo allo stesso livello di produzione. In pratica, un isoquanto si ottiene unendo tutti i
    punti (tutte le diverse combinazioni di L e K) che danno luogo ad uno stesso livello di
    produzione.




                                               161
                                          ISOQUANTI


                                                                K




              Luogo delle combinazioni (L, K)
              che consentono di ottenere uno
              stesso livello di produzione q0


                                                                                  L




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Ovviamente non esiste un unico isoquanto, ma ne esistono tanti: uno per ogni diverso
    livello di produzione.




                                MAPPA DI ISOQUANTI


                                                            K




                •   A isoquanti più lontani
                    dall’origine corrispondono                                        q2
                    livelli di produzione                                             q1
                    maggiori (q2>q1>q0)                                               q0

                                                                                      L




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Le ipotesi sulla funzione di produzione conferiscono agli isoquanti le seguenti proprietà:
    1. Completezza. A ciascun punto del piano appartiene un isoquanto.




                                                    162
    2. Monotonicità. Gli isoquanti sono decrescenti. L’ipotesi che la produzione aumenti
        quando aumenta la quantità di uno dei due input implica che per mantenere invariato il
        livello di produzione deve diminuire l’impiego dell’altro input. Questo significa anche
        tutti i punti al di sopra di un isoquanto danno luogo ad una produzione maggiore,
        mentre quelli sotto l’isoquanto danno luogo a livelli di produzione inferiori. In altri
        termini, agli isoquanti più lontani dall’origine corrispondono livelli crescenti di
        produzione.
    3. Definizione di funzione. Gli isoquanti non si intersecano mai. Supponiamo per assurdo
        che per il punto A passino due isoquanti distinti q1 e q2. Questo significa che il punto A
        dovrebbe dar luogo a due livelli di produzione distinti, il che contraddice l’ipotesi che
        la funzione di produzione sia ben definita, ossia che associ ad ogni punto del piano (K,
        L) un unico valore q.
    4. Convessità. Gli isoquanti sono convessi. Se vale la legge della produttività marginale
        decrescente, quando l’impresa utilizza tanto K e poco L, essa può ridurre di molto
        l’utilizzo di K (il che dà comunque luogo ad una caduta relativamente modesta della
        produzione), compensando tale caduta della produzione con un aumento anche piccolo
        di L (il quale, essendo utilizzato in quantità ancora scarsa, dà un grande contributo alla
        produzione).
•   Funzione di produzione e isoquanti. Dal punto di vista matematico, gli isoquanti si
    ricavano a partire dalla funzione di produzione esattamente con lo stesso procedimento
    con cui si ricavano le curve di indifferenza dalla funzione d’utilità. Si consideri la
    funzione di produzione q = q (L, K) e si fissi un certo livello di produzione q = q.
    L’equazione q = q (L, K) definisce il luogo di punti che forniscono la produzione q. I
    valori di L e K che soddisfano l’equazione determinano quindi i punti dell’isoquanto di
    livello q.
•   Saggio tecnico (marginale) di sostituzione. Se, a partire da un particolare punto di
    coordinate (L, K), si aumenta di un’unità l’impiego di L, affinché la produzione rimanga
    invariata, è necessario ridurre di un certo ammontare l’impiego di K. Il “saggio tecnico
    (marginale) di sostituzione” (STS) indica di quanto si deve diminuire la quantità del
    fattore K per compensare esattamente un aumento infinitesimale dell’impiego di L (in
    modo tale cioè che il livello di produzione resti invariato). In termini analitici, si tratta di
    calcolare il differenziale totale della funzione di produzione (che indica la variazione
    totale della produzione quando L e K aumentano simultaneamente di quantità
    infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cioè che le variazioni di L e K siano


                                                163
    tali da compensarsi esattamente dal punto di vista della produzione). Il differenziale totale
    è dato dalla seguente espressione:


                    dq = (∂q / ∂L) dL + (∂q / ∂K) dK = PMGL dL + PMGK dK


    Ponendo dq = 0, si impone che il livello di produzione rimanga costante e si determina
    così in che misura l’impiego di un fattore deve diminuire per compensare l’aumento
    dell’impiego dell’altro fattore, muovendosi lungo uno stesso isoquanto:


                                  dq = PMGL dL + PMGK dK = 0
                                   dK / dL = – (PMGL / PMGK)


    La misura (dK / dL) prende il nome di saggio tecnico (marginale) di sostituzione.
    Matematicamente, esso è determinato dal rapporto tra le produttività marginali dei due
    fattori cambiato di segno:


                                 STS = dK/ dL = – (PMGL / PMGK)


    Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata dell’isoquanto. Dal punto di vista
    grafico, esso è rappresentato dalla tangente all’isoquanto.
    Come per le curve di indifferenza, notiamo che il saggio tecnico (marginale) di
    sostituzione è una misura puntuale della sostituibilità tra i fattori. In generale infatti
    l’inclinazione dell’isoquanto varia lungo l’isoquanto stesso.


    LA FUNZIONE OBIETTIVO: LE RETTE DI ISOCOSTO
•   Riconsideriamo la funzione del costo totale:


                                           CT = wL + rK


    Per l’ipotesi di concorrenza perfetta sul mercato dei fattori di produzione, w e r sono dei
    parametri (dati sui quali l’impresa non ha alcun controllo). Fissato un certo livello del
    costo totale, CT, è allora possibile determinare tutte le diverse combinazioni di L e K che,
    acquistate ai prezzi (w, r), comportano un costo totale pari a CT. Tali combinazioni sono
    quelle che soddisfano la seguente equazione:


                                               164
                                            CT = wL + rK


Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (L, K), la cui equazione esplicita
rispetto a K è la seguente:


                                        K = – (w/r)L + CT/r


Tale retta prende il nome di retta di isocosto.
L’intersezione con l’asse L è data da:


                         L = CT / w               ottenuta ponendo K = 0


L’intersezione con l’asse K è data da:


                         K = CT / r                    ottenuta ponendo L = 0




                                         ISOCOSTI

                          K


                       CT0/r




                                    – w/r




                                                       CT0/w      L




                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                 165
                                 MAPPA DI ISOCOSTI

                      K




                                                        A rette di isocosto più lontane
                                                        dall’origine corrispondono livelli
                                                        di costo maggiore per l’impresa




                                                                              L


                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Se aumenta il costo totale CT, a prezzi dei fattori costanti, la retta di isocosto si sposta
    verso l’alto.
•   Se aumenta r (il prezzo del fattore K), a parità di w e di costo totale CT, la retta di isocosto
    ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse L.
•   Se aumenta w (il prezzo del fattore L), a parità di r e di costo totale CT, la retta di isocosto
    ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse K.


    LA MINIMIZZAZIONE DEI COSTI NEL LUNGO PERIODO
•   La scelta ottima del produttore si ottiene minimizzando i costi, compatibilmente con il
    vincolo di ottenere un certo livello di produzione.
•   Per l’ipotesi di convessità degli isoquanti, il punto di ottimo è determinata dalla
    condizione di tangenza tra l’isoquanto e la retta di isocosto più a sud-ovest possibile.




                                                    166
                LA COMBINAZIONE OTTIMA DEGLI INPUT

                Dato il livello di                          K
                produzione q*, la
                combinazione dei fattori
                più economica è (L*, K*),
                cui corrisponde un costo
                totale pari a CT*
                                                                               E
                                                           K*
                                                                                             q*
                Dato il costo totale CT*,                                          CT*
                il livello di produzione
                                                                          L*             L
                massimo che si può
                ottenere è q*


                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo è determinato dalla seguente condizione
    (che esprime appunto la tangenza tra l’isoquanto, di inclinazione dK / dL, e la retta di
    isocosto, di coefficiente angolare – (w / r)):


                                              STS = – (w / r)


    Ricordando la definizione del STS, tale condizione può scriversi anche nella seguente
    forma (uguaglianza delle produttività marginali ponderate):


                                       (PMGL / w) = (PMGK / r)


    LE CURVE DI COSTO DI LUNGO PERIODO
•   Una volta determinata la combinazione ottima di L e K per ogni livello di q è possibile
    determinare le curve del costo totale, medio e marginale in funzione di q. D’ora in avanti
    supponiamo quindi che ogni livello di produzione che l’impresa intenda produrre sia
    ottenuto avendo opportunamente risolto il problema di minimizzare i costi (ossia di
    determinare la combinazione (L, K) più economica) e ci concentriamo sull’andamento dei
    costi al variare della quantità che l’impresa intende produrre.




                                                    167
•   Si parla di “rendimenti di scala costanti”, “crescenti” o “decrescenti” quando
    raddoppiando gli input, l’output aumenta del doppio, di più del doppio o di meno del
    doppio.
•   A tali concetti si collegano quelli di “economie” e “diseconomie di scala”. Le prime si
    realizzano quando i costi medi (cioè i costi per unità di prodotto) diminuiscono
    all’aumentare della scala di produzione (la curva dei costi medi sarà quindi decrescente).
    Le seconde quando i costi per unità di prodotto aumentano all’aumentare della scala di
    produzione (curva dei costi medi crescente).
•   Mentre il concetto di rendimenti di scala si riferisce strettamente alla struttura tecnologica,
    il concetto di economie di scala coinvolge anche i costi degli input, i quali potrebbero
    variare anch’essi al variare della quantità prodotta. Ad esempio una grande impresa
    potrebbe riuscire ad approvvigionarsi a costi inferiori rispetto ad una piccola impresa e
    questo potrebbe essere sufficiente a ridurre i costi per unità di prodotto anche in presenza
    di una tecnologia a rendimenti di scala costanti (semplicemente la grande impresa paga di
    meno gli input).
•   Ragioni dell’insorgenza di economie di scala: specializzazione e divisione del lavoro,
    indivisibilità, “principio del contenitore”, maggiore efficienza dei macchinari grandi,
    prodotti congiunti, produzione a stadi successivi, economie di organizzazione, economie
    finanziarie.
•   Ragioni dell’insorgenza di diseconomie di scala: problemi di coordinamento, difficoltà di
    controllo dei lavoratori sul posto di lavoro, maggiori capacità dei lavoratori di
    organizzarsi in difesa dei propri diritti, aumento del conflitto nelle relazioni tra le parti
    sociali.
•   Accanto alle economie e diseconomie di scala, che riguardano la singola impresa, si parla
    di “economie” e “diseconomie esterne” quando i costi medi per le imprese che producono
    uno stesso bene all’interno di un certo settore (di un’industria) diminuiscono o aumentano
    al crescere delle dimensioni dell’industria.
•   Ragioni dell’insorgenza di economie esterne: maggiori disponibilità di lavoratori
    specializzati, crescita dei servizi (finanziari, di commercializzazione, eccetera) di supporto
    all’industria, infrastrutture.
•   Ragioni dell’insorgenza di diseconomie esterne: determinati fattori di produzione
    potrebbero diventare scarsi ed aumentare di prezzo.




                                               168
•   Le curve dei costi di lungo periodo presentano andamenti a U al variare di q. In
    particolare, si ipotizza che i prezzi dei fattori siano dati (cioè che il mercato dei fattori sia
    perfettamente concorrenziale), che lo stato della tecnologia sia anch’esso dato e che
    l’impresa scelga sempre la combinazione ottima dei fattori per ogni livello di produzione.
    1. CMELP. Si ipotizza che per bassi livelli di q prevalgano le economie di scala e che
        oltre un certo livello di produzione prevalgano le diseconomie di scala.




                      IL COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO


               •   Fino al livello di
                   produzione q1 prevalgono                 Costo
                   le economie di scala
               •   Nel tratto compreso tra q1 e
                   q2 si hanno costi medi
                   costanti                                  ECONOMIE                     DISECONOMIE
                                                             DI SCALA                     DI SCALA
               •   A partire dal livello di                                  COSTI
                   produzione q2 prevalgono                                  COSTANTI
                   le diseconomie di scala
                                                                           q1        q2         q




                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




        La CMELP può essere vista anche come l’inviluppo dell’insieme delle CME.




                                                    169
                    RELAZIONE TRA CURVE DI COSTO MEDIO DI
                          BREVE E DI LUNGO PERIODO


                   Nel lungo periodo l’impresa può
                   scegliere l’impianto più idoneo al                           CMEBP1
                   livello di produzione da realizzare
                   (ad ogni impianto corrisponde una                               CMEBP2            CMEBP3        CMEBP4




                                                                       Costi
                   CMEBP).
                   Per ogni livello di produzione,                                                         CMELP
                   l’impresa sceglie l’impianto migliore
                   e la sua intensità ottima di utilizzo
                                                                                                               q



                   La CMELP rappresenta l’inviluppo inferiore delle CMEBP

                                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    2. CMGLP. L’andamento a U dipende dall’ipotesi di andamento a U della CMELP.
       Inoltre, la CMGLP interseca la CMELP nel punto di minimo di quest’ultima.




                           COSTI MEDI E MARGINALI DI LUNGO
                                       PERIODO

                             La CMGLP sta sotto la CMELP quando questa è decrescente;
                             sta sopra quando è crescente



                                                                                                               CMGLP
                                       Costi
           Costi




                                                                        Costi




                                                                                CMGLP
                                                                                                   Costi




                                                 CMELP = CMGLP
                           CMELP
                                                                                                                   CMELP
                         CMGLP                                                      CMELP
                                   q                              q                            q                            q

                   Economie di                   Costi                          Diseconomie di              Forma a U
                   scala                         costanti                       scala
                                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    RICAVI
•   Il ricavo totale dell’impresa è determinato dal prodotto tra prezzo di vendita (p) e quantità
    venduta (q). Il prezzo di vendita dipende dalla forma del mercato in cui opera l’impresa.



                                                              170
    In generale, infatti, variando la quantità offerta, l’impresa potrebbe incidere sul prezzo di
    vendita. Il prezzo è quindi una funzione della quantità offerta.


                                            RT = p(q) q


•   La misura in cui un’impresa può incidere sul prezzo di vendita definisce il suo potere di
    mercato. Tale potere di mercato è determinato dall’elasticità della domanda che l’impresa
    ha di fronte.
•   NB: si potrebbe avere potere di mercato anche dal lato della domanda. Se, ad esempio, la
    domanda fosse caratterizzata da condizioni di monopsonio (un solo consumatore) questi,
    variando la quantità domandata, potrebbe incidere sul prezzo d’acquisto. In tutta l’analisi
    supporremmo tuttavia che la domanda sia caratterizzata da condizioni di concorrenza
    perfetta.
•   La curva di domanda dell’intero mercato si suppone sempre decrescente. Essa risulta
    dall’aggregazione delle domande individuali (cap. 2). NB: per ipotesi stiamo escludendo il
    caso di beni di Giffen.
•   La curva di domanda di mercato coincide con la curva di domanda della singola impresa
    solo nel caso di monopolio (caso in cui sul mercato opera una sola impresa e, quindi, tutta
    la domanda del mercato si rivolge alla sola impresa esistente). In generale, per conoscere
    la curva di domanda dell’impresa si deve conoscere la forma di mercato in cui l’impresa
    opera.
•   Una volta nota la curva di domanda che una singola impresa ha di fronte, è possibile
    conoscere le sue curve dei ricavi. La curva di domanda della singola impresa coincide
    infatti con i suoi ricavi medi: per ogni livello del prezzo, tutte le unità che i consumatori
    domandano all’impresa sono, dal punto di vista dell’impresa, unità vendute.


                                             D = RME


•   Quindi, una volta nota la curva di domanda dell’impresa, è nota anche la curva del suo
    ricavo medio e a partire da questa è possibile derivare anche il ricavo totale e il ricavo
    marginale.


                                            RT = RME q



                                               171
                                              RMG = ∂RT / ∂q


    PROFITTI
•   La massimizzazione dei profitti totali si ottiene producendo la quantità q* che massimizza
    la differenza tra ricavi totali e costi totali.


                                           π(q) = RT(q) – CT(q)


•   Per determinare il livello ottimo di produzione, q*, si possono utilizzare le curve dei ricavi
    e dei costi marginali. Dato un qualsiasi livello di produzione q’, se RMG(q’) > CMG(q’),
    allora conviene aumentare la quantità prodotta: il ricavo aggiuntivo che si ottiene
    producendo un’unità aggiuntiva è infatti maggiore del suo costo (il che significa che il
    livello di produzione q’ non è ottimale). Se, viceversa, RMG(q’) < CMG(q’), allora
    conviene ridurre la quantità prodotta: il ricavo aggiuntivo che si ottiene producendo
    un’unità aggiuntiva è minore del suo costo (il che significa, di nuovo, che il livello di
    produzione q’ non è ottimale). Il livello di produzione ottimo è perciò, il valore di q* tale
    che:


                                           RMG(q*) = CMG(q*)


•   I profitti totali corrispondenti al livello di produzione ottimo q* sono determinati dalla
    differenza tra il ricavo totale e il costo totale corrispondenti al valore q*:


                                         π(q*) = RT(q*) – CT(q*)


    Tale differenza può essere espressa anche in termini delle curve dei ricavi e dei costi
    medi:


                                       π(q*) = [p(q*) – CME(q*)]q


•   NB: in realtà, il profitto normale dell’impresa (inteso come il profitto che il capitalista
    potrebbe ottenere investendo il proprio capitale in un’altra attività, cioè il costo-
    opportunità dell’investimento) è incluso nella curva dei costi. Quello che fin qui abbiamo



                                                      172
chiamato profitto (il rettangolo appena determinato) è perciò in realtà un “extra-profitto”,
ossia un profitto aggiuntivo rispetto al profitto normale. Si deve anche notare che, nel
breve periodo, l’impresa può trovare conveniente produrre anche in perdita (cioè ad un
livello di produzione tale che RME < CME) a patto che sia in grado di recuperare almeno i
costi variabili (RME ≥ CVME): i costi fissi ormai sono stati sostenuti e producendo ad un
livello tale che il ricavo medio è superiore al costo variabile medio almeno si minimizzano
le perdite. Nel lungo periodo invece l’impresa esce dal mercato se non recupera
interamente i costi medi (RME ≥ CMELP).




                                          173
5.      Forme di mercato


        [Bibliografia di riferimento: Sloman, capitolo 5]


     GRADO DI CONCORRENZA
•    Sulla base (1) del numero di imprese presenti nel mercato, (2) delle barriere all’entrata e
     (3) della natura del prodotto è possibile distinguere quattro forme di mercato dal lato
     dell’offerta: concorrenza perfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio e monopolio. In
     tutto il capitolo supporremo invece che dal lato della domanda ci sia concorrenza perfetta
     tra i consumatori. Ricordiamo inoltre che, nel determinare i costi dell’impresa, abbiamo
     supposto che questa sia in concorrenza perfetta con le altre imprese nell’acquisto dei
     fattori di produzione e che non abbia perciò alcun potere di influire sui prezzi dei fattori.
•    Le quattro forme di mercato hanno implicazioni diverse in termini della curva di domanda
     cui fanno fronte le imprese, il che porta le imprese ad avere comportamenti diversi a
     seconda della struttura di mercato. A sua volta, la diversa condotta delle imprese produce
     diversi risultati economici, innanzi tutto in termini di profitti. La logica è quindi la
     seguente:


                                Struttura → Condotta → Performance


     CONCORRENZA PERFETTA
•    Definizione: mercato caratterizzato da un numero molto elevato di imprese, un identico
     prodotto, una conoscenza perfetta e la piena libertà di entrata e di uscita nel mercato.
     Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di fronte la singola impresa è
     orizzontale e l’impresa è price-taker (la quantità offerta dall’impresa è irrilevante rispetto
     all’offerta totale del mercato e il prezzo dunque non varia al variare della quantità
     prodotta). L’impresa non ha allora alcun potere di mercato e il prezzo è semplicemente un
     parametro che l’impresa prende per dato nelle sue decisioni di produzione.
•    La curva di domanda e la curva del ricavo medio sono due rette orizzontali al livello p.


                                             RME = D = p


•    Ricordando le relazioni tra le curve dei ricavi totali, medi e marginali:



                                                 174
                                             RT = RME q = pq
                                          RMG = ∂RT / ∂q = p


    Il ricavo totale è una retta crescente di coefficiente angolare p e intercetta nulla. Il ricavo
    marginale è una retta orizzontale al livello p coincidente con la retta del ricavo medio (e
    con la curva di domanda).
•   Ricordando che la condizione per la massimizzazione dei profitti è CMG = RMG,
    l’impresa massimizza il profitto producendo la quantità, q* tale che p = CMG.
•   Al livello di produzione ottimo, è possibile che l’impresa realizzi extraprofitti (se p >
    CME) o che sia in perdita (se CVME < p < CME). Tale situazione costituisce un equilibrio
    di breve periodo. Essa tuttavia non è sostenibile anche nel lungo periodo.




                      EQUILIBRIO DELL’IMPRESA
                  CONCORRENZIALE NEL BREVE PERIODO

                                                           p
              •    Curva di domanda
                                                                                CMG
                   dell’impresa orizzontale
                   al livello pe.
              •    Profitto massimo nel                                          CME
                   punto RMG = p = CMG                pe                               RME = RMG = pe
              •    In corrispondenza di qe
                   l’impresa consegue un
                   extra-profitto (area                                qe                 q
                   tratteggiata)




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   A livello dell’intera industria, il prezzo e la quantità d’equilibrio, p e Qe, si ottengono
    dall’intersezione delle curve di domanda e di offerta dell’industria (con inclinazione
    negativa la prima e positiva la seconda).




                                                    175
                       EQUILIBRIO CONCORRENZIALE
                    DELL’INDUSTRIA NEL BREVE PERIODO

                                                                   p
                                                                                           S

                    Il prezzo di equilibrio
                    (pe) è dato                                   pe
                    dall’intersezione tra le
                    curve di domanda e di                                              D
                    offerta del mercato
                                                                           Qe              Q




                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Nel breve periodo, la curva di offerta dell’impresa (cioè la relazione che esprime per ogni
    livello del prezzo, la quantità offerta dall’impresa) coincide con la curva del costo
    marginale nel tratto in cui questa giace al di sopra della curva del costo medio. Infatti, per
    ogni livello di p, la quantità ottima da produrre si ottiene proprio imponendo la condizione
    p = CMG.




                    CURVA D’OFFERTA DELL’IMPRESA NEL
                             BREVE PERIODO

                         La curva d’offerta dell’impresa,(s) coincide con il CMG
                         (nel tratto in cui questo è superiore al CVME)


                p                                                                          CMG
                                                    S                  p           s


               p3                                                                                CVME
               p2
               p1                                       D3
                                                    D2
                                               D1
                                                             Q                                    q


                                   Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                                 176
•   Nel lungo periodo, se l’impresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano nel mercato,
    la quantità totale prodotta aumenta, il prezzo si riduce e gli extraprofitti scompaiono.
    Simmetricamente, se le imprese sono in perdita, escono dal mercato, la quantità si riduce e
    il prezzo sale fino al livello sufficiente a coprire i costi medi. Nel lungo periodo quindi
    oltre alla condizione CMG = RMG, si stabilisce la condizione CME = RME la quale indica
    l’assenza di extraprofitti.




                    L’EQUILIBRIO DELL’IMPRESA
                CONCORRENZIALE NEL LUNGO PERIODO

           In presenza di extra-profitti (RME > CME), nuove imprese entrano nell’industria
           → aumenta l’offerta → diminuisce il prezzo → spariscono gli extraprofitti


                p                        S1
                                                               p
                                                   SL                                    CMELP

                                                                                            RME’
                p1
                pL                                                                          RME”
                                              D

                                                   Q                      qL                     q
                            Industria                                          Impresa
                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Inoltre, si ha anche RMG = RME (poiché entrambe sono uguali a p) e, quindi, CMG =
    CME. Allora, dato che una curva marginale interseca sempre la sua curva media nel punto
    di minimo di quest’ultima, l’uguaglianza CMG = CME implica che il livello di produzione
    ottimo di lungo periodo è quello per il quale il costo medio è minimo.
•   Le posizioni di equilibrio di breve e di lungo periodo sono dunque caratterizzate dalle
    seguenti eguaglianze:


               Breve periodo:             CMG = RMG = RME
               Lungo periodo:             CMELP = CME = CMG = RMG = RME


    POTERE DI MERCATO
•   In tutte le forme di mercato diverse dalla concorrenza perfetta, la singola impresa ha un
    certo potere di mercato. La curva di domanda che l’impresa ha di fronte è inclinata


                                                        177
    negativamente: riducendo la quantità offerta l’impresa può ottenere un prezzo più alto.
    Quanto più è inclinata la curva di domanda che ha di fronte l’impresa, tanto maggiore è il
    suo potere di mercato, ossia il potere di influire sul prezzo variando la quantità offerta.
•   A differenza del caso concorrenziale, in cui il ricavo medio dell’impresa non dipende
    dalla quantità prodotta, ora il ricavo medio (cioè la domanda che si rivolge all’impresa) è
    una funzione (decrescente) di q:


                                                RME = p(q)


•   Anche nella funzione del ricavo totale, quindi, il prezzo non è più un parametro, ma è
    funzione della quantità prodotta:


                                                RT = p(q) q


    La curva del ricavo totale è crescente nei tratti in cui l’elasticità della domanda è maggiore
    di uno. Se la curva di domanda che ha di fronte l’impresa ha un tratto in cui l’elasticità è
    minore di uno la RT diventa decrescente (all’aumentare della quantità, il ricavo
    diminuisce).




                   RICAVI TOTALI, MEDI E MARGINALI DI
                   UN’IMPRESA CON POTERE DI MERCATO

                                                               RME
                                                               RMG            ε>1
                   •   Ricavo medio: coincide con
                       il prezzo (curva di domanda)                    RMG          A (ε=1)
                                                                                         ε<1
                   •   Ricavo marginale: è positivo
                       se la domanda è elastica; è                                             p = RME
                       negativo se la domanda è
                       anelastica; è nullo se                                                      q
                       l’elasticità è pari a 1.
                                                                RT
                   •   Ricavo totale: crescente
                                                                                          RT
                       finché RMG>0; decrescente
                       quando RMG<0

                                                                                               q
                                    Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                   178
•   Matematicamente, la curva del ricavo marginale si ottiene derivando la funzione del
    ricavo totale:


                         RMG = ∂RT / ∂q = ∂[p(q) q] / ∂q = p + (∂p / ∂q)q


    Ricordando la formula dell’elasticità della domanda, ε = – (∂q / ∂ p)(p / q), la RMG può
    essere espressa in funzione dell’elasticità della domanda:


                                           RMG = p [1 – (1/ε)]


    Se assumiamo che la curva di domanda che l’impresa ha di fronte è lineare, la RMG è
    anch’essa lineare e si trova sotto la RME.
•   Una volta noti i ricavi e i costi, la massimizzazione dei profitti avviene individuando la
    quantità q* che massimizza la loro differenza. Dal punto di vista grafico, si tratta di
    determinare il valore di q*, che rende massima la distanza verticale tra la RT(q) e la
    CT(q).




                         MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI
                            (COSTI E RICAVI TOTALI)

                                                                π
                                                                RT
                       π = RT − CT                              CT
                                                                                     CT


                                                                                     RT



                 Il profitto è massimo dove
                 è massima la differenza tra                                 q*           q
                 ricavo e costo totale




                                     Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




    Sfruttando la condizione di ottimo RMG = CMG, la quantità ottima q* si ottiene come
    intersezione tra la RMG e la CMG.



                                                    179
                    MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI
                     (COSTI E RICAVI MARGINALI)

                                                  RMG
                                                  CMG

                                                                                 CMG


           q*: punto di massimo profitto:
           RMG = CMG


                                                                       q*               q
                                                                                 RMG




                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




Una volta trovata la quantità ottima da produrre, q*, l’ammontare totale dei profitti è dato
dall’area del rettangolo avente per base la quantità q* e per altezza il profitto medio (cioè
la differenza tra la RME e la CME).




                             PROFITTO MASSIMO
                            (COSTI E RICAVI MEDI)


           Quantità ottima da produrre:
                                                                               CMG
                                                       Ricavi, costi




           CMG = RMG => q*
                                                                                       CME




                                                                                     RME
           Profitto massimo (area del
                                                                                            q
           rettangolo tratteggiato):                                   q*
                                                                                 RMG
           [RME(q*) – CME(q*)]q*



                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                              180
    MONOPOLIO
•   Definizione: mercato in cui è presente una sola impresa grazie all’esistenza di barriere
    all’entrata. La curva di domanda dell’industria coincide allora con la curva di domanda
    dell’impresa monopolistica. Essa è quindi decrescente.
•   Le barriere all’entrata possono essere determinate da diversi fattori:
    1. Economie di scala (“monopolio naturale”). Le curve dei costi medi e marginali sono
       decrescenti.
    2. Differenziazione del prodotto e fedeltà al marchio.
    3. Superiorità tecnologica (che presuppone informazione imperfetta).
    4. Proprietà e controllo di importanti fattori di produzione o delle reti di vendita.
    5. Protezione legale.
•   Dato che la curva di domanda dell’industria coincide con quella dell’impresa, essa
    coincide anche con la curva dei ricavi medi dell’impresa (RME). Se assumiamo che la
    curva di domanda è lineare, la RMG è anch’essa lineare e sta sotto la RME.
•   Nel breve periodo, come nel lungo periodo, l’impresa massimizza il profitto producendo
    la quantità, q* tale che: CMG = RMG. A tale livello di produzione, l’impresa monopolista
    percepisce extraprofitti, i quali sono duraturi poiché esistono, per ipotesi, barriere
    all’entrata che impediscono alle altre imprese di espandere la produzione.




               EQUILIBRIO DI MONOPOLIO NEL BREVE E
                       NEL LUNGO PERIODO

                                                            p
                                                                                  CMG

                                                                                        CME

                                                           pm
               La curva di domanda
               dell’impresa coincide con la
               domanda di mercato Qm
                                                                                RMG
                                                                                         D = RME

                                                                        Qm                    Q




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                    181
•   Rispetto al caso concorrenziale, se i costi sono gli stessi, il prezzo si stabilisce ad un
    livello più alto e la quantità venduta è minore.




                     CONFRONTO TRA CONCORRENZA E
                      MONOPOLIO A PARITÀ DI COSTI

                                                             p
                1.   nel breve periodo, la
                                                                                       CMG
                     concorrenza perfetta
                     produce una quantità                                  M
                                                            pm
                     maggiore a un prezzo                   pc                   C
                     inferiore
                2.   nel lungo periodo, i prezzi
                                                                                 RMG
                     di concorrenza perfetta                                                 D
                     sono al livello minimo
                     possibile                                           Qm Qc                   Q




                                 Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di economie di scala, esso riesce a produrre
    a costi minori (il che potrebbe portare ad un prezzo più basso).
•   Quando i costi di entrata e di uscita da parte di potenziali rivali con la stessa tecnologia
    sono nulli, un mercato si dice “perfettamente contendibile”. Secondo la teoria dei mercati
    contendibili, un monopolista tende a comportarsi come se fosse in concorrenza perfetta,
    fissando il prezzo ad un livello sufficiente a coprire i costi medi, ma non tale da generare
    extraprofitti (in caso contrario, la concorrenza potenziale diventerebbe effettiva, con
    l’entrata di nuove imprese sul mercato). L’ipotesi di perfetta contendibilità, come quella di
    perfetta concorrenza è spesso poco plausibile.


    CONCORRENZA MONOPOLISTICA
•   Definizione: mercato in cui non ci sono barriere all’entrata, ma il prodotto delle imprese
    presenti è differenziato. Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di fronte
    la singola impresa è decrescente pur essendo piuttosto elastica (l’impresa ha un certo
    potere di mercato, ma se aumenta troppo il prezzo i propri clienti si rivolgono alle imprese
    concorrenti).




                                                     182
•   Nel breve periodo, come sempre, l’impresa massimizza il profitto producendo la quantità,
    q* tale che RMG = CMG. A tale livello di produzione, l’impresa può ottenere extraprofitti
    (se p > CME).




                   EQUILIBRIO DI CONCORRENZA
                 MONOPOLISTICA NEL BREVE PERIODO

                                                           p
                                                                                 CMG

               L’extra-profitto (area                                                  CME
               tratteggiata) è tanto più                  pB
               elevato quanto meno elastica
               è la domanda → la
               differenziazione del prodotto
                                                                               RMG
               aumenta gli extra-profitti                                                pB

                                                                       qB                     Q




                               Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Nel lungo periodo, tuttavia, se l’impresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano nel
    mercato, la curva di domanda della singola impresa si sposta verso sinistra e gli
    extraprofitti scompaiono. L’incentivo all’entrata di nuove imprese cessa quando la curva
    di domanda diventa tangente alla CMELP (il che implica assenza di extraprofitti). Nel
    lungo periodo si hanno dunque le seguenti eguaglianze:


                                               p = CMELP
                                            RMG = CMGLP




                                                   183
                   EQUILIBRIO DI CONCORRENZA
                MONOPOLISTICA NEL LUNGO PERIODO
                                                                                CMGLP

                                                          p                                CMELP
            Gli extra-profitti di breve
            periodo incoraggiano l’entrata
                                                          pB
            di nuove imprese nell’industria
            → la domanda delle imprese
            già operanti si riduce →                                                        pL
            spariscono gli extra-profitti
            (tangenza tra la domanda e il                                            RMG
            costo medio)
                                                                        QL                        Q




                             Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Rispetto alla concorrenza perfetta il prezzo di lungo periodo si stabilisce ad un livello più
    alto e la quantità venduta è minore. Inoltre la quantità prodotta non è tale da minimizzare
    il CMELP.



                     CONFRONTO TRA CONCORRENZA
                     MONOPOLISTICA E CONCORRENZA
                       PERFETTA A PARITÀ DI COSTI

                                                               p

                                                                                             CMELP
              1.   La concorrenza
                                                                        CM
                   monopolistica produce una                   p2
                                                                                C
                                                                                              pc L
                   quantità minore a un
                   prezzo superiore
              2.   non viene minimizzato il
                   CMELP                                                                   pcmL

                                                                        q2      q1                    Q




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   Rispetto al monopolio, se i costi sono gli stessi, il prezzo di lungo periodo è più basso e la
    quantità venduta maggiore. Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di economie di



                                                    184
    scala, esso riesce a produrre a costi minori (il che potrebbe portare ad un prezzo più
    basso).


    OLIGOPOLIO
•   Definizione: mercato in cui ci sono barriere all’entrata e in cui le imprese esistenti
    interagiscono in modo strategico. Esistono diversi tipi di oligopolio: le barriere all’entrata
    possono derivare da una superiorità tecnologica con un prodotto omogeneo (oligopolio
    concentrato), oppure possono derivare dalla differenziazione del prodotto (oligopolio
    differenziato).
•   Secondo la forma dell’interazione strategica tra le imprese è possibile distinguere
    comportamenti collusivi e comportamenti competitivi.
•   Un accordo formale di collusione prende il nome di “cartello”. Se tutte le imprese
    dell’industria aderiscono al cartello, quest’ultimo si comporta come se fosse un unico
    monopolista: fissa la quantità ottima secondo la condizione RMG = CMG e il prezzo
    corrispondente in base alla curva di domanda. Una volta fissata la quantità globale da
    produrre, la quota di produzione di ciascuna impresa è stabilita da accordi espliciti tra le
    imprese.




                 EQUILIBRIO DI OLIGOPOLIO COLLUSIVO


                                                           p


                                                                                      CMGcartello
               Le imprese del cartello
               determinano q* e p* come in                p*
               monopolio e poi si spartiscono
               il mercato tramite
                                                                           RMGindustria
               l’assegnazione di quote                                                    Dindustria
                                                                      q*                           q




                                Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




                                                    185
•   In alcuni casi, i cartelli sono vietati dalla normativa anti-trust. In tal caso sono possibili
    “collusioni tacite”. Un esempio diffuso è la leadership di prezzo dell’impresa dominante:
    l’impresa leader fissa il prezzo ad un livello tale da garantire extraprofitti e le altre
    imprese si adeguano (senza tentare di guadagnare quote di mercato attraverso politiche
    ribassiste che genererebbero ritorsioni e diminuzioni dei profitti di tutte le imprese del
    settore). Un altro esempio di collusione tacita è la prassi di fissare il prezzo sulla base del
    costo medio (più un certo margine di profitto) evitando così la concorrenza di prezzo. In
    generale, costituiscono una collusione tacita tutte le regole di comportamento implicite
    volte a proteggere gli interessi generali delle imprese del settore.
•   La stabilità di un accordo collusivo dipende dai vantaggi che possono avere le imprese a
    rompere l’accordo.
•   L’oligopolio non collusivo è spesso studiato attraverso la teoria dei giochi. Per ogni
    strategia di un giocatore (per ogni scelta possibile), il guadagno (o, nei termini della teoria
    dei giochi, il pay-off) dipende dalla strategia degli altri giocatori. La teoria dei giochi
    considera allora gli effetti di possibili strategie.
    1. Strategia del “maximin”. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore calcola
        il pay-off minimo (quello corrispondente all’ipotesi più pessimistica in merito alla
        risposta dell’altro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello più grande.
    2. Strategia del “maximax”. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore calcola
        il pay-off massimo (quello corrispondente all’ipotesi più ottimistica in merito alla
        risposta dell’altro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello più grande.
•   Si definisce strategia dominante una strategia che garantisce il pay-off massimo
    indipendentemente dalla strategia del rivale. Una situazione in cui ambedue i giocatori
    giocano una strategia dominante definisce un equilibrio di Nash. In altri termini un
    equilibrio di Nash è una situazione in cui a nessun giocatore conviene cambiare strategia
    unilateralmente.
•   Nel caso della curva di domanda a gomito, ciascun oligopolista utilizza la strategia del
    maximin: di fronte alla possibilità di abbassare il prezzo, l’oligopolista suppone che anche
    i rivali faranno lo stesso, il che implicherà un modesto aumento della quantità venduta
    (secondo l’inclinazione della curva di domanda dell’industria); nel caso invece di un
    aumento del prezzo, egli suppone che gli altri non lo seguiranno, il che implicherà una
    forte caduta della quantità venduta a vantaggio dei rivali. Secondo questa teoria, dunque, i
    prezzi tendono a rimanere stabili nei mercati oligopolistici.



                                                  186
                      CURVA DI DOMANDA A GOMITO IN
                        OLIGOPOLIO NON COLLUSIVO


               •   Se un oligopolista abbassa il               p
                   prezzo, i rivali lo seguono: le
                   quote di mercato restano
                   invariate (curva piatta)
                                                             p1
               •   Se invece alza il prezzo, i
                   rivali non lo seguono e perde
                   molti clienti (curva inclinata)                                D

                                                                             q1       q




                                  Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002




•   L’equilibrio di Nash non coincide necessariamente con la situazione ottimale per i due
    giocatori. In alcuni casi, infatti, se i giocatori potessero accordarsi e determinare una
    strategia comune (come negli accordi collusivi), essi potrebbero migliorare entrambi il
    proprio pay-off rispetto all’equilibrio di Nash. Un esempio di questo tipo sono le
    situazioni tipo “dilemma del prigioniero”.
•   Il prezzo di oligopolio è in generale più alto del prezzo di concorrenza e più basso del
    prezzo di monopolio.
•   Discriminazione di prezzo. Si ha discriminazione del prezzo quando l’impresa riesce a
    praticare prezzi diversi ai diversi consumatori. Ovviamente la possibilità di
    discriminazione del prezzo è un vantaggio per le imprese (infatti, alla peggio, l’impresa
    potrebbe sempre fissare un prezzo unico).
•   Si ha “discriminazione di primo grado” (discriminazione perfetta) quando l’impresa riesce
    a vendere ogni unità del bene al prezzo massimo che ciascun consumatore è disposto a
    pagare.
•   Si ha “discriminazione di secondo grado” quando l’impresa applica prezzi diversi ai
    clienti in base alla quantità acquistata da questi ultimi.
•   Si ha “discriminazione di terzo grado” quando i consumatori possono essere raggruppati
    in diversi segmenti (maschi e femmine, consumatori privati e imprese, giovani e anziani)
    a ciascuno dei quali viene praticato un prezzo diverso.


                                                      187
•   Il caso ideale (per l’impresa), è ovviamente quello di discriminazione di primo grado.
•   Nel caso di discriminazione del terzo grado, dal punto di vista dei consumatori, alcuni
    potrebbero trarne un vantaggio (quelli che hanno una bassa disponibilità a pagare e che,
    con il prezzo unico, rimarrebbero esclusi dal consumo); altri tuttavia saranno svantaggiati
    (quelli con un alta disponibilità a pagare, che finiscono per pagare un prezzo più alto di
    quello che prevarrebbe con il prezzo unico). A livello globale, quello che è certo è che si
    ha una diminuzione del surplus globale dei consumatori e un aumento dei profitti delle
    imprese.




                                              188

						
Related docs
Other docs by mor19741
Standards for Conducting Business-to-Business
Views: 0  |  Downloads: 0
NPR 2009 Business-to-Business
Views: 2  |  Downloads: 0
Economia Politica 2 - MICROECONOMIA
Views: 86  |  Downloads: 0
ECONOMIA POLITICA DEL SOCIALISMO
Views: 94  |  Downloads: 0
Economia politica I (N - DOC
Views: 171  |  Downloads: 0
Outdoor Porcelain Post HV SF6 Circuit Breaker
Views: 16  |  Downloads: 0
Economia Politica II
Views: 0  |  Downloads: 0