DIRETTIVA NITRATI COSTI DI GESTIONE E DI INVESTIMENTO PER by oms78596

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									                                 BIT SpA




                  DIRETTIVA NITRATI

COSTI DI GESTIONE E DI INVESTIMENTO PER
       GLI ALLEVAMENTI INTENSIVI
    (Decreto Ministero delle politiche agricole forestali del 7 aprile 2006)




                              Kees de Roest
                            Corradini Eugenio
                            Montanari Claudio

              Centro Ricerche Produzioni Animali SpA
                           Reggio Emilia
1 – PARTE: Dimensione territoriale ed economica della zootecnia
nelle provincie dell’area di studio
Il valore delle produzioni zootecniche nelle provincie di Brescia, Cremona,
Mantova, Parma e Reggio Emilia
Le attività zootecniche nelle province che comprendono i comuni dell’area di studio rivestono un peso di
primo rilievo non solo rispetto all’economia dei rispettivi territori, ma anche considerando il loro contributo
al valore della produzione agricola nazionale.

Le produzioni degli allevamenti calcolate ai prezzi di base nelle cinque province sommano infatti un totale
di 3,127 miliardi di euro, pari al 23% dell’intero valore prodotto dal comparto zootecnico italiano. Brescia,
Mantova e Cremona sono nell’ordine le prime in Italia per dimensione economica della zootecnia, mentre
Reggio Emilia e Parma si posizionano tra le prime otto.

       Produzione ai prezzi di base della zootecnia nelle province italiane – Anno 2005 (migliaia di euro)
                                                                       Altre prod.             Totale
       Province             Carni          %        Latte      %                      %                      %
                                                                      Zootecniche            zootecnia
Brescia                    531.176          6,3    350.106      8,1       42.503       4,9     923.784        6,8
Mantova                    473.025          5,6    261.079      6,1        9.885       1,2     743.989        5,5
Cremona                    362.599          4,3    295.509      6,9        3.221       0,4     661.330        4,9
Cuneo                      521.443          6,2    122.003      2,8       16.698       1,9     660.145        4,9
Verona                     477.010          5,7     82.716      1,9       27.003       3,1     586.729        4,3
Reggio nell'Emilia         213.995          2,5    212.163      4,9        7.535       0,9     433.693        3,2
Torino                     254.938          3,0    113.936      2,6       20.197       2,4     389.072        2,9
Parma                      164.057          1,9    183.443      4,3       17.096       2,0     364.596        2,7
Bergamo                    182.540          2,2    118.923      2,8        9.758       1,1     311.222        2,3
Modena                     198.064          2,3    107.331      2,5        5.821       0,7     311.215        2,3
Vicenza                    189.520          2,2    105.666      2,5       15.231       1,8     310.418        2,3
Lodi                       154.164          1,8    148.067      3,4        5.805       0,7     308.037        2,3
Treviso                    174.052          2,1     57.689      1,3       46.509       5,4     278.250        2,0
Padova                     171.702          2,0     69.854      1,6       12.755       1,5     254.311        1,9
Altre province           4.366.232         51,8   2.083.276    48,3     618.765       72,1    7.068.268      52,0
ITALIA                   8.434.517        100,0   4.311.761   100,0     858.782      100,0   13.605.059   100,00
Fonte: Elaborazione su dati INEA, 2006.


Le cinque provincie, che sono oggetto di analisi in questo rapporto, costituiscono inoltre
complessivamente ben il 30% del valore della produzione italiana di latte, figurando come i territori dove
in assoluto risultano più sviluppate le economie legate alle filiere lattiero-casearie locali.
I comuni dell’area di studio: carichi zootecnici e compatibilità con la
normativa vigente
I carichi massimi consentiti dalla normativa sull’utilizzazione degli effluenti di
allevamento.
L’applicazione in Italia della Direttiva CE 676/91 relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento da
nitrati di origine agricola è stata recentemente perfezionata con l’emanazione del decreto MIPAF del 7
Aprile 2006 che fissa criteri generali in materia di utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento. Il
nuovo impianto normativo armonizza a livello nazionale una materia che in precedenza era stata
disciplinata in modo assai disomogeneo dalle singole amministrazioni regionali, creando situazioni di
notevole disparità tra Regioni più pronte a introdurre norme di salvaguardia ambientale e quelle al
contrario largamente inadempienti.

Il decreto stabilisce gli adempimenti amministrativi a carico degli allevatori, differenziandoli in base alla
dimensione dell’allevamento, ed elenca i divieti di utilizzazione e le norme tecniche di gestione delle
deiezioni, fissando altresì le dosi massime di letame e liquame spandibili sui terreni agricoli. Queste
prescrizioni riguardano l’utilizzo degli effluenti sia nelle zone designate dalle Regioni come vulnerabili
all’inquinamento provocato dagli allevamenti, sia in quelle che non rientrano nel regime speciale di
protezione e per le quali sono previsti vincoli meno restrittivi.

Le dosi di liquame e letame che possono essere applicate alle colture sono espresse in termini di
contenuto di azoto e sono fissate in 170kg /ha/anno per le zone vulnerabili e in 340 kg /ha/anno nelle
zone ordinarie. Al fine di fornire un riferimento per il calcolo dell’azoto prodotto dagli allevamenti, il
decreto Ministeriale riporta per le principali categorie di animali da reddito i valori stimati di azoto al
campo (azoto spandile al netto delle perdite per volatilizzazione) prodotto per capo o per tonnellata di
peso vivo mediamente presente in un posto stalla. Considerando le dosi massime di azoto spandibile su
un ettaro di SAU, è possibile risalire al carico massimo di bestiame consentito nelle zone vulnerabili e in
quelle ordinarie.

  Azoto prodotto da animali di interesse zootecnico e carichi massimi consentiti dalla normativa vigente
                                                                       Azoto prodotto               Capi/ha SAU
                                      Peso vivo per posto
                                          stalla (kg)                              Kg/ton       Zona          Zona
                                                                Kg/capo/anno
                                                                                  p.v/anno   vulnerabile    ordinaria
    Vacche da latte                             600                   83,0          138           2,0              4,1
    Rimonta vacche da latte                     300                   36,0          120           4,7              9,4
    Bovini da ingrasso                          400                   33,6              84        5,1             10,1
    Scrofe con suinetti                             -                 26,4          101           6,4             12,9
    Suini ad ingrasso                               -                  9,8          110         17,3              34,7
    Galline ovaiole                                2                  0,46          230        369,6          739,2
    Pollastre                                    0,7                  0.23          328        739,1         1478,2
    Broilers                                       1                  0,25          250        680,0        1.360,0
    Tacchini maschi                                9                  1,49          165        114.1          228,2
   Fonte: Decreto MIPAF del 7 Aprile 2006, Allegato I tab. 2.




La delimitazione delle zone vulnerabili nell’area di studio
Per l’individuazione dei comuni dell’area di studio compresi in zone vulnerabili all’inquinamento da nitrati
si è fatto riferimento alle ultime designazioni approvate dalla Regione Emilia-Romagna e dalla Regione
Lombardia attraverso, rispettivamente, la determinazione n. 9162 del 20/07/2003 e la deliberazione della
Giunta della Regione Lombardia del 26 ottobre 2006 n. 8/3297.

La figura riportata di seguito fornisce la rappresentazione cartografica dell’area di studio e dei comuni
compresi nelle zone vulnerabili. Poiché i confini delle aree vulnerabili non necessariamente coincidono
con i limiti amministrativi dei comuni interessati, nella cartografia sono indicati come parzialmente
vulnerabile quei comuni il cui territorio non ricade interamente al loro interno.
                  Area di studio. Localizzazione dei comuni compresi in aree vulnerabili da nitrati




Fonte: Elaborazione CRPA.


Con l’ultima designazione della Regione Lombardia le aree vulnerabili sono state estese all’intera pianura
della provincia di Brescia ed a gran parte del territorio di Mantova, per cui tutti i comuni dell’area di studio
localizzate nelle due provincie sono interessate dalle particolari restrizioni allo spandimento degli effluenti
di allevamento. Fanno eccezione i soli comuni di Gussago, Cellatica, Bovezzo e Nave localizzati nella
fascia pedemontana della provincia di Brescia ed interamente compresi in area ordinaria. Per quanto
riguarda Cremona le zone vulnerabili sono concentrate nel versante occidentale della provincia oltre che
nei comuni rivieraschi confinanti con la regione Emilia Romagna, e in quelli ad essi limitrofi, tra i quali
rientrano parte dei comuni dell’area di studio.

La localizzazione delle zone vulnerabili delle provincie di Parma e Reggio Emilia crea una discontinuità
territoriale rispetto alla zonizzazione operata nelle tre provincie lombarde. Qui infatti l’area di vulnerabilità
attraversa la fascia dei comuni di alta pianura dove per le caratteristiche idrogeologiche dei terreni si
concentrano le falde freatiche a più elevato rischio di inquinamento. Sono esclusi quindi i comuni della
bassa pianura situati a nord dei rispettivi capoluoghi di provincia.
            Elenco dei comuni dell’area di studio compresi in zone vulnerabili e zone ordinarie
Province                                            Comuni in zona ordinaria                                             n.

Brescia      Bovezzo; Cellatica; Gussago; Nave                                                                                 4

             Ca' d'Andrea; Cappella de' Picenardi; Casteldidone; Castelverde; Cella Dati; Cicognolo; Cingia de' Botti;
Cremona      Derovere; Gadesco-Pieve Delmona; Grontardo; Persico Dosimo; Pescarolo ed Uniti; San Giovanni in                  17
             Croce; San Martino del Lago; Sesto ed Uniti; Torre de' Picenardi; Voltido
Parma        Colorno; Roccabianca; San Secondo Parmense; Sissa; Sorbolo; Torrile; Trecasali                                   7

Reggio E.    Brescello; Poviglio                                                                                               2
Totale                                                                                                                        30
Province                               Comuni parzialmente compresi in zona vulnerabili                                  n

Brescia      Collebeato; Concesio; Roncadelle                                                                                  3

             Casalmaggiore; Gussola; Martignana di Po; Motta Baluffi; Scandolara Ravara; Scandolara Ripa d'Oglio:
Cremona                                                                                                                        7
             Torricella del Pizzo
Parma        Collecchio; Fontanellato; Langhirano; Parma                                                                      3

Reggio E.    Campegine; Gattatico; Sant’Ilario d’Enza                                                                          3
Totale                                                                                                                        16
Province                               Comuni interamente compresi in zona vulnerabile                                   n

             Alfianello; Azzano Mella; Bagnolo Mella; Bassano Bresciano; Borgosatollo; Botticino; Brescia; Calvisano;
             Capriano del Colle; Castel Mella; Castenedolo; Cigole; Dello; Fiesse; Flero; Gambara; Ghedi; Gottolengo;
Brescia                                                                                                                       34
             Isorella; Leno; Manerbio; Milzano; Montirone; Offlaga; Pavone del Mella; Poncarale; Pralboino;
             Remedello; Rezzato; San Gervasio Bresciano; San Zeno Naviglio; Seniga; Verolanuova; Visano
             Bonemerse; Cremona; Drizzona; Gabbioneta-Binanuova; Gerre de' Caprioli; Isola Dovarese; Malagnino;
Cremona      Ostiano; Pessina Cremonese; Pieve San Giacomo; San Daniele Po; Sospiro; Spinadesco; Stagno                       16
             Lombardo; Vescovato; Volongo
             Asola; Castellucchio; Cavriana; Ceresara; Gazoldo degli Ippoliti; Goito; Guidizzolo; Marcaria; Marmirolo;
Mantova                                                                                                                       14
             Piubega; Porto Mantovano; Redondesco; Rodigo; Volta Mantovana
Parma        Felino; Fontevivo; Lesignano de’ Bagni; Montechiarugolo; Noceto; Sala Baganza; Traversetolo                      7

Totale                                                                                                                        71


La distribuzione della superficie agricola e delle consistenze zootecniche
nell’area di studio
I dati dell’ultimo censimento ISTAT indicano un’estensione della SAU all’interno dell’area di studio di 232
mila ettari, corrispondenti a poco meno di un terzo della superficie agricola delle cinque province (729
mila ettari in totale). Il 74% di questa, pari a 171 mila ettari, insiste all’interno di comuni totalmente o
parzialmente compresi in zona vulnerabile.

Considerando ancora la sola area di studio, la quota di SAU vulnerabile nelle provincie di Brescia e
Mantova è prossima al 100% del totale, mentre si aggira intorno al 60% per la parte compresa
rispettivamente nei territori di Reggio Emilia e Cremona. I comuni della provincia di Parma presentano
infine la più elevata disponibilità di SAU, distribuita per circa il 50% in comuni totalmente o parzialmente
compresi in aree vulnerabili.
                                                    Distribuzione della SAU nell’area di studio
                            Comuni in zone ordinaria                       Comuni in zone vulnerabili                      Totale
Province
                       n.          SAU (Ha)                 %         n.        SAU (Ha)               %    n.         SAU (Ha)             %
Brescia                 4               1.196              2,3        37              51.396       97,7     41           52.592           100,0
Cremona                17             22.954             40,1         23              34.251       59,9     40           57.205           100,0
Mantova                 0                       0          0,0        14              46.312      100,0     14           46.312           100,0
Parma                   7             32.899             47,0         11              37.106       53,0     18           70.005           100,0
Reggio E.               2               3.904            40,6          3               5.714       59,4      5            9.618           100,0
Totale                 30             60.953             73,7         88          175.079          73,7    118          236.032           100,0
Fonte: Elaborazioni su dati ISTATe Servizi veterinari locali.


Per la distribuzione dei capi da allevamento nell’area di studio si è fatto riferimento ai dati aggiornati al
2006 forniti dai servizi veterinari dei distretti sanitari locali che rilevano le consistenze al dicembre 2006 di
suini, bovini ed avicoli nei rispettivi territori di competenza. Complessivamente l’area concentra 1,55
milioni di suini e poco più di mezzo milione di bovini, che corrispondono rispettivamente al 43% ed al 36%
dei patrimonio complessivo delle cinque provincie. A questi si aggiungono oltre 13 milioni di avicoli su un
totale di 27 milioni di capi.

Per quanto riguarda la concentrazione del patrimonio suinicolo, nei soli comuni di interesse della
provincia di Brescia insistono circa 745 mila capi che corrispondono a più della metà delle consistenze
dell’intera provincia. A fronte di una SAU disponibile che - quasi completamente compresa in area
vulnerabile - rappresenta il 29% del totale provinciale, il carico medio di suini supera i 14 capi per ettaro di
superficie, risultando in assoluto il più elevato rispetto alle altre province dell’area di studio. Una
concentrazione superiore alla media dell’area di studio e pari a 8,7 capi/ettaro, è rilevabile anche nei
comuni di Mantova dove all’allevamento del 52% delle consistenze provinciali corrisponde solo il 28% del
totale della SAU, interamente designata come vulnerabile all’inquinamento da nitrati.

                                        Distribuzione e densità dei capi suini nell’area di studio
                                  Comuni in zone ordinarie                 Comuni in zone vulnerabili                  Totale
       Province
                                   n. capi               Capi/ha            n. capi            Capi/ha       n. capi            Capi/ha
       Brescia                          339                     0,3         745.386             14,5        745.725               14,2
       Cremona                     105.102                      4,6         146.721              4,3        251.823                 4,4
       Mantova                              0                   0,0         402.995              8,7        402.995                 8,7
       Parma                        35.512                      1,1          99.072              2,7        134.584                 1,9
       Reggio E.                        571                     0,1          25.709              4,5         26.280                 2,7
       Totale                      141.524                      2,3        1.419.883             8,1       1.556.407                6,7
       Fonte: Elaborazioni su dati Servizi veterinari locali.


Osservando la distribuzione dei bovini, i comuni bresciani – che concentrano 217 mila capi pari al 46%
dei bovini presenti in provincia - si confermano quelli potenzialmente più toccati dai vincoli relativi ai
carichi massimi consentiti. La densità media nell’area vulnerabile è di 4,2 capi bovini per ha rispetto alla
media di 2,4 capi/ha dei 14 comuni di Mantova. Nei comuni di Parma che sono compresi in area
vulnerabile il carico medio di bovini sale a 2 capi per ettaro, rispetto a 0,7 capi/ha delle altre zone
dell’area di studio. A Cremona esso si mantiene al contrario a 1,5 capi/ha in entrambe le aree.
                              Distribuzione e densità dei capi bovini nell’area di studio - 2006
                               Comuni in zone ordinarie             Comuni in zone vulnerabili                Totale
     Province
                                n. capi               Capi/ha         n. capi         Capi/ha       n. capi            Capi/ha
     Brescia                       2.595                     2,2     214.772             4,2       217.367               4,1
     Cremona                     33.631                      1,5      50.375             1,5        84.006               1,5
     Mantova                             0                   0,0     109.497             2,4       109.497               2,4
     Parma                       23.008                      0,7      71.079             1,0        94.087               1,3
     Reggio E.                     4.076                     1,0      10.764             1,9        14.840               1,5
     Totale                      63.310                      1,0     456.487             2,6       519.797               2,2
    Fonte: Elaborazioni su dati Servizi veterinari locali.


Una condizione molto simile a quella della suinicoltura e bovinicoltura, emerge considerando la
concentrazione di avicoli. A Brescia e Mantova la densità si attesta infatti a 147,2 e 64,6 capi/ha
rispettivamente, in confronto a 36,7 capi di Cremona. Anche in questo caso nel cremonese non risultano
significative differenze tra il carico medio nei comuni compresi in aree vulnerabili e quello dei comuni che
ricadono in zone ordinarie. Per quanto riguarda Parma e Reggio Emilia la densità di avicoli si posiziona
su valori notevolmente inferiori.

                                Distribuzione e densità degli avicoli nell’area di studio - 2006
                              Comuni in zone vulnerabili            Comuni in zone ordinarie                  Totale
     Province
                                n. capi               Capi/ha         n. capi         Capi/ha       n. capi            Capi/ha
     Brescia                           11                    0,0    7.743.409         150,7       7.743.420            147,2
     Cremona                    905.909                 39,5        1.195.076           34,9      2.100.985             36,7
     Mantova                             0                   0,0    2.991.325           64,6      2.991.325             64,6
     Parma                       79.324                      2,4      78.674             2,4       157.998               2,4
     Reggio E.                   62.800                 16,1          22.320             3,9        85.120               8,9
     Totale                  1.048.044                  17,2       12.030.804           70,3     13.078.848             56,4
    Fonte: Elaborazioni su dati Servizi veterinari locali.




Il carico zootecnico nei comuni dell’area di studio
Per il calcolo del carico zootecnico in ambito comunale, misurato in termini di capi per ettaro di SAU, si
sono utilizzate le fonti statistiche servite allo stesso tipo di analisi condotta a livello provinciale.

Gli indici ricavati sono utilizzabili per un primo confronto tra le realtà produttive dei singoli comuni. In
particolare le rappresentazioni cartografiche che seguono, costruite sulla base della carta dei confini
amministrativi comunali, forniscono una visualizzazione più dettagliata dei trend spaziali relativi alla
distribuzione e alla densità delle produzioni zootecniche nelle cinque provincie di interesse e all’interno
dell’area di studio.
                 Densità di suini nei comuni di Brescia; Cremona; Mantova; Reggio Emilia e Parma




Fonte: Elaborazione CRPA su dati ISTAT e Servizi veterinari locali.


Ad una prima lettura risulta evidente come i più elevati carichi di suini siano concentrati nelle aree della
pianura bresciana ed in parte di quella di Cremona e Mantova. Nel bresciano la situazione è
particolarmente critica nella striscia di territorio a Sud del capoluogo dove la maggior parte dei comuni
supera la soglia dei 10 capi per ettaro. A Parma e Reggio Emilia al contrario i comuni si collocano
prevalentemente all’interno della classe di densità più bassa. Sul totale dei ventidue comuni dell’area di
studio delle due provincie, sono infatti solo cinque quelli che superano i 2,5 capi/ha. Tra questi solo nel
caso del comune di Campegine il carico sale ad oltre 10 capi per ettaro.

La rappresentazione spaziale dei carichi bovini non è molto dissimile a quella relativa alla distribuzione
della suinicoltura intensiva. Brescia presenta il maggior numero di comuni interessati dai carichi di
bestiame più elevati (fino a più di 20 capi per ettaro), seguita da Mantova e Cremona.

A Reggio Emilia la bovinicoltura è presente su larga parte del territorio ma non raggiunge i livelli di
intensificazione così diffusi nelle province lombarde. Solo nei comuni di alta pianura si rileva un aumento
dei carichi di bestiame che rimangono comunque compresi tra i 2 ed i 3 bovini per ettaro. Su tutto il
territorio di Parma, con la sola eccezione di Montechiarugolo, il carico di bovini è invece inferiore ai 2 capi
per ettaro.

                Densità di bovini nei comuni di Brescia, Cremona, Mantova, Reggio Emilia e Parma




Fonte: Elaborazione CRPA su dati ISTAT e servizi veterinari locali.


Dal confronto tra la carta provinciale e quella relativa ai soli comuni di interesse, emerge che a Brescia
l’area di studio comprende la parte del territorio provinciale a più alta densità di bovini. Anche a Mantova
molti comuni dell’area di indagine rientrano tra quelli interessati dai carichi di bestiame più elevati, che nel
resto del territorio si concentrano a Sud del capoluogo, ed in particolare nei comuni di Gonzaga, Moglia,
Suzzara e Pegognaga.
A Cremona i carichi di bovini più elevati si distribuiscono prevalentemente al di fuori dell’area di studio,
nella parte occidentale della provincia che confina a nord con il territorio di Bergamo e a Sud con quello di
Lodi. Sul totale dei 40 comuni che rientrano nell’area di indagine, solo cinque si pongono al di sopra della
soglia dei 3 bovini per ettaro.

Dal confronto con la delimitazione delle aree vulnerabili si può notare infine come le produzioni
zootecniche intensive siano comprese all’interno delle aree designate, le quali coprono una vasta parte
del territorio delle tre provincie lombarde con l’esclusione della sola zona montana del bresciano.




La sostenibilità degli spandimenti dei reflui di allevamento nei comuni dell’area di
studio
Il confronto tra carico zootecnico e delimitazione delle aree vulnerabili fornisce indicazioni sulla
sostenibilità ambientale di tipo empirico e qualitativo. Per poter valutare l’effettiva compatibilità tra la
realtà territoriale e quella produttiva occorre invece individuare un indice quantitativo che metta in
relazione il carico effettivo e quello massimo stabilito dalla normativa sugli spandimenti.

Poiché l’unità di misura della produzione e dello spandimento degli effluenti zootecnici è espressa in
termini di azoto, si è scelto di calcolare per ciascun comune dell’area di studio il rapporto tra l’azoto
prodotto e l’azoto spandibile che permette di individuare situazioni particolarmente critiche od
eccedentarie.

Le quantità di azoto prodotte - al netto delle perdite in atmosfera - sono state calcolate applicando
specifici parametri di conversione al numero dei bovini, suini ed avicoli censiti nel 2006 dai servizi
veterinari di competenza. Poiché i censimenti veterinari classificano il patrimonio zootecnico solo per
specie e non per categoria di animali, si sono prese a riferimento le produzioni medie di azoto per capo
relative alle singole specie ricavate dall’inventario nazionale delle emissioni curato dall’APAT (Agenzia
per la Protezione dell’Ambiente). Nel caso dei bovini, il numero di vacche da latte è stato calcolato
applicando al dato complessivo proveniente dai servizi veterinari la medesima ripartizione tra vacche da
latte e altri bovini riportata dal Censimento nazionale dell’Agricoltura del 2000. Il numero di vacche così
stimato è stato moltiplicato per la produzione di azoto per capo/anno stabilito dal Decreto MIPAF del 7
Aprile 2006. Per la rimanente parte di azoto prodotta da capi bovini si è invece considerato l’indice di
emissione medio indicato dall’APAT per la categoria residuale “altri bovini”.

    Produzioni di azoto al campo per capo considerata per la stima delle produzioni di azoto in ambito
                                              comunale
                                                            Kg/capo/anno
                                    Vacche da latte              83,00
                                    Altri bovini                 35,28
                                    Suini                         9,93
                                    Avicoli                       0,34
                                  Fonte: APAT.


I valori calcolati non tengono conto degli eventuali abbattimenti del tenore di azoto derivanti da trattamenti
nelle fasi di stoccaggio (separazione solido liquido).
Il quantitativo massimo di azoto spandibile per ambito comunale è stato invece calcolato moltiplicando la
superficie agricola nelle aree vulnerabili e non vulnerabili per il corrispondente massimale consentito dalla
normativa, pari rispettivamente a 170 e 340 kg/ha. Nel caso dei comuni compresi parzialmente in area
vulnerabili si è comunque applicato il limite più restrittivo all’intera estensione della superficie agricola
comunale. Bisogna inoltre considerare che i valori ottenuti non tengono conto dei divieti di spandimento
sui terreni in pendenza ed in prossimità di corsi d’acqua, arenili, strade e centri abitati per i quali sono
previsti specifiche fasce di rispetto (si veda Allegato XIX, tab 3 del Decreto MIPAF 7 Aprile 2006). Questi
limiti spaziali implicano una riduzione della superficie utile allo spandimento ed una conseguente
sovrastima del calcolo dell’azoto spandibile.

Il rapporto tra il quantitativo di azoto prodotto ed il quantitativo di azoto potenzialmente spandibile
definisce l’indice di sostenibilità dello spandimento. Valori superiori al 100% indicano situazioni
eccedentarie, ovvero situazioni in cui l’azoto disponibile supera a livello di bilancio comunale, il
quantitativo massimo di azoto spandibile. Associando i valori ottenuti ai comuni delle provincie e dell’area
di studio è possibile cartografare la distribuzione dell’indice di sostenibilità degli spandimenti ed
evidenziarne le tendenze di carattere territoriale. Situazioni di eccedenza della produzione di azoto in un
singolo comune non configura necessariamente una condizione di insostenibilità della produzione
zootecnica, in quanto l’azoto in eccesso può essere smaltito trasportando gli effluenti in comuni limitrofi
aventi terreni disponibili allo spandimento. Essa comunque sottolinea una condizione di criticità tanto più
se il surplus interessa diversi comuni tra loro contigui. In questo caso è più elevata la probabilità che il
problema dello spandimento debba essere risolto investendo in impianti di trattamento dei liquami.

Rapporto tra azoto prodotto e azoto spandibile nei comuni di Brescia; Cremona; Mantova; Reggio Emilia
                                                                 cartografia e Parma
Fonte: Elaborazione CRPA su dati ISTAT e servizi veterinari locali.


Analizzando la cartografia dell’intero territorio delle cinque province emerge che nella quasi totalità della
pianura di Brescia la superficie disponibile è insufficiente a smaltire le deiezioni prodotte dagli allevamenti
locali. La situazione della sostenibilità della zootecnia è particolarmente critica anche nella parte
occidentale delle provincia di Cremona dove nella gran parte dei comuni la produzione dell’azoto è
eccedentaria rispetto ai limiti consentiti. Una condizione analoga è rilevabile anche a Mantova, con l’unica
eccezione rappresentata dai comuni localizzati nella punta sud-orientale della provincia. Al contrario a
Parma e Reggio Emilia il problema dell’eccedenza di azoto è circoscritto ad un limitato numero di comuni
di alta pianura che ricadono all’interno delle aree vulnerabili.
2 - PARTE: I casi di studio e la redditività degli allevamenti

Il costo di adeguamento degli allevamenti alle nuove normative
L’introduzione del decreto del Ministero delle Politiche Agricole Forestali del 7 aprile 2006 e
l’individuazione da parte delle Regioni delle aree “vulnerabili” per molti allevatori dell’area di studio hanno
cambiato il contesto normativo, con la conseguenza che si trovano nella necessità di adeguarsi ai vincoli
della normativa.
Per conoscere l’entità degli investimenti necessari sono stati analizzati quattro casi di studio : due
allevamenti di suini e due allevamenti di bovini, che vedendo modificata la classificazione della zona in
cui operano, da “Zone Ordinarie” a “Zone Vulnerabili ai Nitrati”.
A fronte della nuova situazione che si è determinata, si sono ipotizzate due strategie: la prima, più
semplice, consiste nell’aumento della superficie su cui spandere i liquami; la seconda, più complessa,
prevede la riduzione del contenuto di azoto nei liquami con il conseguente minore necessità di terreni su
cui spandere i liquami.

La scelta dei casi di studio

I casi di studio scelti presentano le seguenti caratteristiche: un allevamento di suini a ciclo chiuso con 300
scrofe, ed un allevamento di suini a ciclo aperto (ingrasso) con la presenza media di 1.500 capi, infine
entrambi gli allevamenti producono un suino pesante di kg 160.

Per quanto riguarda gli allevamenti bovini si è scelto un allevamento da latte con la presenza media di
100 vacche in produzione, ed un allevamento con 350 vacche in produzione. Entrambi gli allevamenti
presi in esame sono allevamenti da latte in stabulazione libera a cuccette.



Metodologia

La metodologia seguita prevede il solo calcolo del costo sostenuto per la gestione dei reflui e la sua
incidenza sul kg carne prodotto nel caso degli allevamenti suini e sul kg latte prodotto per gli allevamenti
bovini da latte.
I calcoli effettuati partono tutti da una situazione di partenza (attualità) ipotizzando che l’allevamento si
trova ad operare in “zona ordinaria” nel rispetto delle norme antecedenti al decreto ministeriale del 2006
attraverso l’utilizzazione agronomica di tutti i reflui prodotti. Il costo calcolato serve da testimone per
valutare i maggiori costi derivanti dall’applicazione del decreto ministeriale citato oltre che valutare
In alternativa allo spandimento dei liquami in zona ordinaria distante dai 15 ai 30 chilometri, l’allevatore
può investire in tecnologie capaci di abbattere il contenuto di azoto nei liquami.


Investimenti e incidenza sui costi di produzione

A seguito dei calcoli fatti si è giunti ai seguenti risultati:

Relativamente agli allevamenti suinicoli si nota il forte incremento della superficie di terreno necessario
allo spandimento, oppure alla necessità di ricorrere a forti investimenti per ridurre il contenuto di azoto nei
liquami. Ciò nonostante i costi di gestione dei liquami e di conseguenza il costo totale di produzione della
carne suina incrementa dal 9,8 al 11,7%.


CONFRONTI FRA LO STATO ATTUALE E LE SOLUZIONI PROSPETTATE - Suini
                                        Allevamento a ciclo chiuso 300          Allevamento ingrasso 1.500 capi
                                                    scrofe
                                    Stato        Incremento Riduzione        Stato       Incremento   Riduzione
                                    attuale      superficie    azoto         attuale     superficie   azoto
Terreno necessario           ha          136          271          155             44          88           70
Investimenti da effettuare €              -        137.000       455.000            -       48.000       97.000
Costo su carne prodotta      €/kg       0,047        0,199        0,178          0,050       0,200        0,199
Incremento del costo totale di
produzione della carne suina %           -         + 11,7%       + 10,1%            -       + 9,9%       + 9,8%

L’elevato costo del metodo agronomico è dovuto al costo per ottenere la concessione allo spandimento
oltre all’elevato costo del trasporto determinato dalle forti distanze che si debbono percorrere per
giungere in zone ordinarie.

Relativamente agli allevamenti da latte le indicazioni sono simili, infatti o si deve fare fronte ad un forte
incremento della superficie di terreno a disposizione per lo spandimento, oppure alla necessità di
ricorrere a forti investimenti per ridurre il contenuto di azoto nei liquami. Ciò nonostante i costi di gestione
dei liquami e di conseguenza il costo totale di produzione del latte incrementa dal 6,7 al 10,1%.



CONFRONTI FRA LO STATO ATTUALE E LE SOLUZIONI PROSPETTATE - Vacche da latte
                                    Allevamento di 350 vacche da latte       Allevamento di 100 vacche da latte
                                    Stato       Incremento Riduzione         Stato       Incremento Riduzione
                                    attuale     superficie   azoto           attuale     superficie   azoto
Terreno necessario           ha           81         230         131               23          66           58
Investimenti da effettuare €               -       52.000      226.000              -       10.000       32.000
Costo su latte prodotto    €/kg         0,005       0,030       0,020            0,009       0,036        0,035
Incremento del costo totale di
produzione del latte                               + 10,1%        + 6,7%            -       + 8,7%       + 8,4%

Anche in questo caso l’elevato costo derivante dallo spandimento agronomico sono da ricercare nel costo
delle concessioni allo spandimento oltre all’elevato costo del trasporto dei liquami determinato dalle forti
distanze che si debbono percorrere.

Dai casi di studio riportati è possibile trarre queste significative indicazioni:

a) gli allevamenti di minore dimensione incontreranno maggiori difficoltà, infatti non potendo ipotizzare
   investimenti tecnici in grado di ridurre drasticamente il contenuto di azoto nei reflui per l’onerosità
   dell’investimento , saranno costretti a ricercare nuovo terreno in un momento che molti altri allevatori
   dovranno compiere la medesima richiesta. Una soluzione possibile del problema potrebbe essere la
   nascita di attività consortili che prendendo in carico la gestione dei reflui e che potrebbero risolvere il
   problema del contenuto di azoto dei reflui stessi
b) gli allevamenti di maggiore dimensione, contrariamente, essendo in grado di effettuare
   autonomamente investimenti anche onerosi, potranno in parte risolvere il problema al loro interno con
   drastici abbattimenti dell’azoto nei liquami. Questo permette un minore ricorso all’utilizzo di nuovi
   terreni per il loro spandimento.
L’incidenza della direttiva nitrati sul reddito degli allevamenti
Gli allevamenti operanti nella pianura padana rivestono un peso di primo rilievo non solo rispetto
all’economia dei rispettivi territori, ma anche considerando il loro contributo al valore della produzione
agricola nazionale. La redditività degli allevamenti suini e bovini non è sempre positiva alternando anni a
reddito positivo ad anni con reddito negativo.


La redditività della produzione di carne suina
Una analisi degli ultimi tre anni evidenzia la forte variabilità dei risultati economici degli allevamenti
suinicoli italiani. Anni segnati da una redditività discreta vengono alternati con anni di crisi, che mettono a
rischio la sopravvivenza degli allevamenti. In parte tale andamento altalenante viene spiegato dalla
variabilità dei costi di produzione, ma in parte maggiore dalla variabilità dei prezzi dei suini pesanti. Oltre
90% degli allevamenti di suini in Italia è specializzato nella produzione di un suino di 160 kg idoneo per la
produzione dei prosciutti tipici come il Parma e il San Daniele.

Il costo di produzione del suino pesante viene calcolato annualmente dal CRPA ed è basato su
allevamenti ubicati nella Pianura Padana. Nel 2006 si osserva che il costo di produzione negli allevamenti
a ciclo chiuso si è ridotto dell’1% rispetto a quello sostenuto dai suinicoltori nel 2005, portandosi a circa
206 euro/capo.
Costo di produzione del suino pesante (160-170 kg p.v.) in allevamenti a ciclo chiuso (2004-2006)

                                                                                     2004                                        2005                      2006
         Voci di costo
                                                                €/capo                  €/kg          %           €/capo          €/kg     %      €/capo    €/kg    %
Alimentazione                                                    126,40                 0,79         56,8         113,80          0,71    54,7    109,79    0,69    53,2
Lavoro                                                             33,93                0,21         15,1           33,99         0,21    16,3     34,76    0,22    16,8
Altri costi                                                        41,60                0,26         18,7           40,12         0,25    19,3     40,68    0,25    19,7
Totale costi espliciti                                           201,94                 1,26         90,6         187,90          1,17    90,3    185,23    1,16    89,7
Interessi e ammortamenti                                           21,09                0,13           9,4          21,09         0,13      9,7    21,18    0,13    10,3
Costo totale                                                     223,02                 1,39        100,0         208,12          1,30   100,0    206,41    1,29   100,0


                                                                                     Redditività del suino pesante (2004-2006)


                               1 ,8 0


                               1 ,6 0                                       P rezzo

                                            C o s ti to ta li
                               1 ,4 0
                                                                       C o s ti e sp lic iti
                               1 ,2 0
              €/kg peso vivo




                               1 ,0 0
                                                 Alim e n ta zio n e
                               0 ,8 0


                               0 ,6 0


                               0 ,4 0


                               0 ,2 0


                               0 ,0 0   1




                                                                                                                                         2006
                                                                2004                                     2 0 05
La ripresa dei prezzi del suino pesante nel 2006 ha consentito agli allevatori di migliorare i propri bilanci
aziendali, gravemente compromessi dai ribassi dell’anno precedente. Grazie al contenimento dei costi di
allevamento, i ricavi degli allevatori hanno così conosciuto un netto miglioramento. Infatti, dopo la
progressiva erosione subita nel triennio 2003-2005, i margini sui costi espliciti (alimentazione, lavoro, altri
costi di gestione) garantiti dal prezzo di vendita (comprensivo di IVA) sono cresciuti sensibilmente.
Redditività del suino pesante (2003-2006)


Il costo di produzione nel rispetto della direttiva nitrati - prospettive
Dalle analisi riportate è emerso che l’applicazione della direttiva nitrati negli allevamenti suinicoli ubicati
nella zona di massima concentrazione può portare ad un incremento dei costi di produzione pari al
10,1%, elevando il costo per chilogrammo di carne ad € 1,42/kg. Si ritiene che un tale livello dei costi è
insostenibile per la continuare l’allevamento suinicolo, perché i prezzi medi annuali degli ultimi anni del
suino pesante non consentono nemmeno di coprire i costi espliciti dell’allevamento decretando di fatto la
chiusura degli allevamenti, se non intervengano elementi a migliorare la gestione tecnica
dell’allevamento.

La prima osservazione che è doveroso fare è che il costo di produzione presentata in precedenza
esprime la media di allevamenti ad elevata efficienza e allevamenti di basso o minore efficienza. E’
sufficiente considerare la produttività delle scrofe per comprendere questo elemento: se il valore medio
del campione degli allevamenti pari a 20,6 suinetti svezzati per scrofa/anno dovesse elevarsi a 23 suinetti
per scrofa/anno il costo di produzione scenderebbe da €/kg 1,29 ad €/kg 1,19, valore in grado di
sopportare l’incremento di costo derivante dall’applicazione della Direttiva Nitrati. Per mantenere la
continuità della produzione di carne suina nell’area di studio sarà pertanto necessario elevare innanzitutto
e in modo significativo le prestazioni tecniche degli allevamenti. Un basso livello di efficienza tecnica
determina alti costi di produzione, che in una situazione critica determinata dall’applicazione della
Direttiva Nitrati può diventare una condizione insostenibile. Per molti allevamenti sarà pertanto opportuno
agire sull’efficienza tecnica della riproduzione per garantire un reddito futuro e per poter assorbire i costi
di trattamento di liquami.

A breve termine l’applicazione della Direttiva Nitrati può comportare nelle aree di maggiore
concentrazione di animali la chiusura di alcuni allevamenti. Questo consentirà agli allevamenti rimanenti
di potere utilizzare terreni più vicini idonei allo spandimento dei reflui a costi ridotti rispetto all’utilizzo di
terreni lontani.

CONFRONTI FRA LO STATO ATTUALE E LE SOLUZIONI PROSPETTATE - Suini
                                       Allevamento a ciclo chiuso 300      Allevamento ingrasso 1.500 capi
                                                   scrofe
                                   Stato        Incremento Riduzione    Stato       Incremento Riduzione
                                   attuale      superficie    azoto     attuale     superficie  azoto
                                                     TERRENI RIPERIBILI A DISTANZA DI km 30
Costo di produzione         €/kg       1,243        1,243        1,243      1,460       1,460       1,460
Costo gestione reflui       €/kg       0,047        0,199        0,178      0,050       0,200       0,199
 nuovi terreni a km 30
COSTO TOTALE                €/kg       1,29         1,442      1,421        1,510      1,660                 1,659
                                                     TERRENI RIPERIBILI A DISTANZA DI km 15
Costo di produzione         €/kg       1,243        1,243      1,243        1,460      1,460                 1,460
Costo gestione reflui       €/kg       0,047        0,132      0,176        0,050      0,134                 0,149
 nuovi terreni a km 15
COSTO TOTALE                €/kg       1,29         1,375         1,419         1,510         1,594          1,609
Nella tabella riportata si evince che riducendo la distanza media da 30 km a 15 km l’incremento dei costi
totali di produzione è più contenuto e pari a 6,6% In questa prima soluzione non si prevedono interventi di
riduzione dell’azoto.

I piccoli allevamenti, normalmente a ciclo aperto, dovranno ricercare terreni vicini oppure si ravvisa la
necessità che la strada da percorrere sia inevitabilmente il ricorso ad impianti consortili in grado di
abbattere il contenuto di azoto in modo significativo.

Per ultimo, ma non ultima, un sensibile aiuto alla risoluzione del problema posto dalla direttiva nitrati
deriva dall’utilizzo di razioni alimentari tendenti a ridurre l’azoto escreto. Infatti il ricorso alla così detta
“proteina ideale” che prevede un rapporto ottimale fra i diversi aminoacidi essenziali può comportare forti
riduzioni dell’azoto escreto che da un limitato 17% può raggiungere in situazioni ottimali anche il 30%.



Allevamenti bovini da latte

Nell’area di studio gli allevamenti da latte possono essere distinti i due categorie. Gli allevamenti
appartenenti alla prima categoria destinano il latte alla produzione del Parmigiano-Reggiano e sono tutti
ubicati nelle provincie di Parma e di Reggio Emilia. Nella seconda categoria ricadono gli allevamenti
lombardi che consegnano il latte a caseifici che producono il Grana Padano o il Provolone Valpadano
oppure vendono il loro latte a industrie private e centrali del latte.
Ogni anni il CRPA calcola la redditività di questi allevamenti nell’ambito di studi finanziati dall’ISMEA. La
variabilità dei risultati economici degli allevamenti da latte per Parmigiano-Reggiano è particolarmente
pronunciata e dovuta alle forti oscillazioni del prezzo del formaggio.
La redditività degli allevamenti lombardi è soggetto a minore variabilità grazie alla compensazione dei
prezzi dei prodotti finali che producono un prezzo del latte alla stalla più stabile nel tempo. Il prezzo del
latte degli allevamenti lombardi viene influenzato dalla dinamica del mercato europea del latte, perché le
industrie italiane sfruttano l’opportunità di importare latte liquido dalla Germania, dalla Francia e dai paesi
dell’Est per gli usi al di fuori dei circuiti dei formaggi DOP.


La redditività della produzione del latte

Nel 2005 per produrre 100 kg di latte per Parmigiano-Reggiano in un’azienda ubicata in pianura con una
media di circa 83 bovine da latte sono stati necessari 44,20 €. Nelle aziende che producono latte
alimentare in pianura, con una consistenza media di bovine in stalla pari a 133 capi, il costo netto di
produzione si è attestato a 35,74 €. Il costo totale per produrre latte e carne (vitelli e vacche di scarto) è
lievemente aumentato rispetto al 2005 (1,1%), ma grazie alla maggiore entità dei contributi PAC e ai
maggior ricavi della carne il costo netto del latte nelle stalle da latte per Parmigiano-Reggiano è diminuito
del 2,4%.
Il divario di costo di produzione tra latte per Parmigiano-Reggiano e Grana Padano/latte alimentare è
stato pari al 19,1%. La maggior parte delle differenze nei costi di produzione è da attribuire in primo luogo
ai costi più elevati legati all’alimentazione e in secondo luogo al lavoro, legati al rispetto dei vincoli del
disciplinare di produzione. Nonostante il calo del prezzo del latte i contributi percepiti dagli allevatori
dall’OCM latte ha permesso di migliorare la remunerazione oraria del lavoro impiegato in azienda che è
stata di 7,51 €/h per i produttori di Parmigiano Reggiano in pianura contro i 14,00 € negli allevamenti che
producono latte per Grana Padano e latte alimentare.
Costo di produzione del latte destinato a Parmigiano-Reggiano e a Grana Padano o latte alimentare

                                                              Parmigiano-Reggiano                            Grana Padano / latte alimentare
                                                          2004                       2005                         2004                     2005
                                                 €/100kg           %         €/100kg         %        €/100kg             %      €/100kg               %
Alimentazione                                         16,04      33,38           14,23       29,30         13,31         32,33     11,10           26,18
Lavoro                                                11,47      23,86           11,98       24,67         10,74         26,08     10,69           25,22
Altri costi                                           12,79      26,61           13,84       28,49         11,08         26,90     13,38           31,57
Totale costi espliciti                                40,30      83,85           40,05       82,46         35,13         85,31     35,17           82,97
Interessi e ammortamenti                               7,76      16,15            8,52       17,54         6,05          14,69       7,22          17,03
Costo totale lordo                                    48,06      100,00          48,57    100,00           41,18        100,00     42,39          100,00
Utile lordo carne + contributi                         2,72       5,67            4,37        9,00         4,80          11,68       6.65          15,69
Costo netto                                           45,34      94,33           44,20       91,00         36,38         88,32     35,74           84,31
Fonte: elaborazioni CRPA.



Dall’analisi dei costi del biennio a campioni costanti si nota una riduzione in termini di costo netto di
produzione per entrambe le tipologie esaminate.
Nel caso del latte assume particolare importanza la dimensione. Nel grafico riportato si evidenzia che

                                       70




                                       60




                                       50
                       Euro/quintale




                                       40
                                                                                                                                 Parmigiano Reggiano
                                                                                                                                 Latte alimentare
                                       30




                                       20




                                       10




                                       0
                                            20   50      80       110      140      170      200     230          260     290

                                                                          Numero di vacche

passando dalle 50 alle 200 vacche il costo di produzione si riduce di circa € 10 per 100 chilogrammi di
latte prodotto.
Passando ad esaminare i prezzi si nota che a causa della crisi continuata del mercato del formaggio, il
prezzo del latte destinato a Parmigiano–Reggiano non varia di molto rispetto al livello toccato nel 2004.
Per il latte utilizzato per la produzione di Grana Padano si rileva un ulteriore lieve calo dello 0,9%, mentre
rimane pressoché invariato il prezzo del latte per altri usi.
Il costo di produzione nel rispetto della direttiva nitrati - prospettive
Il costo di produzione del latte a seguito dell’applicazione della direttiva nitrati subirà un incremento del
8,4% negli allevamenti con 100 vacche e del 6,7% in quelli di maggiore dimensione, elevando il costo per
cento chilogrammo di latte da € 35,74 per 100 kg ad € 38,42 per 100 kg negli allevamenti della
Lombardia con100 vacche da latte. Relativamente agli allevamenti che producono latte per Parmigiano–
Reggiano l’incremento è minore, perché si trovano ad operare in zone ove il carico degli animali è
notevolmente inferiore con la possibilità di effettuare lo spandimento agronomico su terreni ubicati a
distanze ridotte rispetto a quelli lombardi.

CONFRONTI FRA LO STATO ATTUALE E LE SOLUZIONI PROSPETTATE - Vacche da latte
                                 Allevamento di 350 vacche da latte  Allevamento di 100 vacche da latte
                                 Stato       Incremento Riduzione    Stato       Incremento Riduzione
                                 attuale     superficie   azoto      attuale     superficie   azoto
                                                  TERRENI RIPERIBILI A DISTANZA DI km 30
Costo latte               €/kg       0,295       0,295       0,295       0,348       0,348       0,348
Costo su latte prodotto   €/kg       0,005       0,030       0,020       0,009       0,036       0,035
Costo gestione reflui     €/kg       0,300       0,325       0,315       0,357       0,384       0,383
 nuovi terreni a km 30
                                                   TERRENI RIPERIBILI A DISTANZA DI km 15
Costo latte               €/kg       0,295        0,295      0,295        0,348      0,348             0,348
Costo su latte prodotto   €/kg       0,005        0,020      0,020        0,009      0,024             0,027
Costo gestione reflui     €/kg       0,300        0,315      0,315        0,357      0,372             0,375
 nuovi terreni a km 15

Dalla tabella emerge come la distanza dei terreni sia determinante nella scelta delle strategie da adottare.
Infatti con terreni a distanze minori (15 km invece di 30 km) l’incremento del costo totale di produzione del
latte è più contenuto e pari a 6,8 %.

A breve termine l’applicazione della Direttiva Nitrati può comportare nelle aree di maggiore
concentrazione di animali la chiusura degli allevamenti bovini di minore efficienza o di minore
dimensione. Questo consentirà agli allevamenti rimanenti di potere utilizzare terreni vicini idonei allo
spandimento dei reflui a costi ridotti rispetto all’utilizzo di terreni lontani. Certamente la produzione di
letame faciliterà questi allevamenti nella collocazione dei loro reflui in confronto alle difficoltà che
incontrano gli allevatori di suini.



Il biogas
Una ultima soluzione per il momento ancora poco diffusa è l’inserimento di un impianto di biogas nella
linea di trattamento del liquame. Il CRPA è interessato a queste problematiche e sta seguendo in
campagna interessanti esperienze applicative, che sono più diffuse in altri paesi europei.

L’introduzione di un impianti di biogas non risolve il problema dei nitrati, perché non è in grado di
abbattere l’azoto nel liquame, ma può fornire energia in grande quantità che consente la gestione di
impianti di ossidazione biologica seguita da denitrificazione (nitro-denitro) che possono ridurre l’azoto
nell’ordine del 70–90%.

Questa linea di trattamento di liquame non ha mai avuto una grande diffusione a causa degli elevati costi
energetici che richiede per la loro gestione. Con gli impianti di biogas e la conseguente produzione di
energia elettrica abbinata alle entrate cospicue legate ai “certificati verdi” questo metodo di trattamento
può diventare economicamente conveniente per gli allevatori e portare a incrementi dei costi più limitati.

								
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