Donne, lavoro e tecnologie IC Prospettive femministedi

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Donne, lavoro e tecnologie IC Prospettive femministedi Powered By Docstoc
					               Iniziativa Comunitaria Equal – progetto Portico
  Rif PA 1715/RER – 02, approvato con delibera RER n. 4147 del 15/05/2002




          Donne, lavoro e tecnologie IC
  Prospettive femministe/di genere sul lavoro
nella società in rete del capitalismo post-fordista




                         Alessandra Allegrini
                         Associazione “Orlando”

                              Marzo 2004
INDICE


0.      Introduzione


I.      Una società del lavoro in cambiamento: uno sguardo teorico-concettuale
1. La società globale dell’informazione e della comunicazione
2. La flessibilità del lavoro nella società della tecnologia IC: dal “fordismo” al “post-fordismo”


II.     Prospettive femministe/gender-oriented sul lavoro nella società in rete del capitalismo post-
        fordista
3. Le donne nel mercato del lavoro flessibile
4. Femminilizzazione del mercato del lavoro (e del lavoro)
5.Le interviste: prospettive femministe/”gender oriented” sul lavoro in epoca post-fordista
        Deregulation, precarizzazione e “femminilizzazione del mercato del lavoro”
        L’Italia in Europa: quale post-fordismo?
        La flessibilità che le donne vogliono?
        Il doppio volto della flessibilità
        Generazioni a confronto: oltre la “doppia presenza” o interiorizzazione del conflitto?
        “Femminilizzazione del lavoro” nella società delle tecnologie IC: una società dell’informazione o
        una società dei servizi?
        Il femminismo, il lavoro e le condizioni materiali delle donne


III.    Donne al lavoro nella società in rete post-fordista
6.Le interviste: obiettivi, categorie di indagine e loro lettura
        Il piacere per il lavoro, il piacere della comunicazione
        Una pluralità di attività
        Le tecnologie IC
        Carriera, ruoli e potere
        Libertà e autonomia
        Precarietà
        Tempi di lavoro, tempi di vita
        Figli e maternità


        Bibliografia
0. Introduzione
La ricerca di “Orlando” nel progetto Equal “Portico” ha delineato una riflessione di contesto storico-
concettuale sul cambiamento del lavoro delle donne in rapporto alla rapida diffusione delle tecnologie
                                        IC), oggi pervasive a molteplici livelli sia della realtà economic a,
dell'informazione e della comunicazione (
sociale e lavorativa che dell'immaginario simbolico e culturale in cui viviamo. In questo ampio contesto di
riferimento che, detto con altre parole, affronta il cambiamento del lavoro in epoca post-fordista e
informazionale 1 da un punto di vista di genere/femminista, si collocano le due ricerche del Dipartimento di
Discipline della Comunicazione (Cristina Demaria, Barbara Fenati, Nora Rizza) e la ricerca condotta dal
Dipartimento di Scienze Statistiche (Alessandra Giovagnoli e Valeria Ardito), Università degli studi di
Bologna.
La nostra riflessione di contesto è stata affrontata da tre punti di vista principali che articolano le tre parti del
lavoro di ricerca. Il primo punto di vista è uno sguardo teorico-concettuale ai termini di un dibattito di vasta
portata internazionale che descrive e caratterizza il cambiamento in senso post-fordista del lavoro in rapporto
alle tecnologie IC attraverso alcune parole chiave ricorrenti: “società dell'informazione e della
comunicazione”, “società post-fordista”, “flessibilizzazione del mercato del lavoro”, “precarizzazione e
atipicità delle forme del lavoro”, “femminilizzazione del mercato del lavoro”. La letteratura disponibile è
vastissima e non sarà certo mia intenzione rendere conto di tutte le parole spese da intellettuali, uomini e
donne non solo accademici, sull'argomento. Un argomento, peraltro, trattato da una molteplicità di
prospettive disciplinari che tra loro si incrociano e si sovrappongono, dall'economia al diritto, dalla filosofia
alla sociologia, e tuttora difficilmente oggettivabile perché in fieri e ben lontano da una sua conclusione. Quel
che appare importante ai fini della nostra riflessione è segnalare che non sono molti gli autori e le autrici che
si propongono una lettura di genere o femminista di questo tema, indagando, in particolare, su quale
configurazione assume oggi, in epoca tardo-capitalista, la storica divisione tra lavoro economico-produttivo
“maschile” e lavoro domestico-riproduttivo “femminile”. Ne' molti sono gli autori che solo attribuiscono
importanza centrale nelle loro analisi del cambiamento alle implicazioni della presenza e dell'assenza delle
donne nel mercato del lavoro salariato e, più recentemente, del lavoro autonomo e atipico.
E' stato possibile colmare, almeno molto parzia lmente, questo vuoto di riflessione attraverso alcune interviste
semistrutturate rivolte a un gruppo di intellettuali che in Italia hanno scritto, teorizzato, o solo riflettuto, sul
cambiamento del lavoro nella società post-fordista dell'informazione e della comunicazione da un punto di
vista di genere/femminista. Nella seconda parte, a partire da uno sguardo “femminista” o “di genere” al
cambiamento in atto, Antonella Picchio, Rossana Trifiletti, Donata Gottardi, Adriana Nannicini, Rossella
Lama, Tindara Addabbo, Marzia Vaccari, Leda Guidi2 , intervengono da diversi punti di vista, a partire da
differenti percorsi di vita professionale, suggerendo questioni e interrogativi che dovrebbero a nostro avviso
acquisire spessore centrale nelle riflessioni su questo tema. Accanto a queste interlocutrici, molte altre


1
    Il significato di questi termini sarà chiarito nei paragrafi che seguono
2
    Vorrei precisare che le interviste a Marzia Vaccari e Leda Guidi si collocano nel gruppo delle interviste che sono state
        impiegate e analizzate nella terza parte del lavoro, che guarda alle esperienze di un campione di donne al lavoro nella
        società in rete/post-fordista. D'altra parte, il loro sguardo concettuale a partire da una lunga esperienza, pratica e
        teorica, in relazione alle tecnologie IC è sicuramente da valorizzare anche in questa seconda parte del testo.
studiose, economiste, giuriste, storiche, sociologhe e filosofe, dentro e fuori le accademie, affrontano da
tempo questo tema, non solo in Italia. La scelta di intervistare solo alcune di loro è semplicemente dovuta a
questioni di tempo e di spazio di questa ricerca.
Nella terza parte del testo, si cercherà di conferire spessore materiale a un tema che è tutt'altro che teorico e
concettuale, ma che si nutre dell'osservazione empirica, guardando direttamente alle esperienze e alle
riflessioni di alcune donne al lavoro nella società post-fordista e soffermandosi a considerare gli aspetti critici
più interessanti emersi da una quindicina di interviste semistrutturate rivolte a diverse testimoni, donne al
lavoro nella società in rete, di differenti fasce di età e collocazione professionale.
                                                        I
                              Una società del lavoro in cambiamento:
                                   uno sguardo teorico-concettuale



1.La società globale dell'informazione e della comunicazione
Come in epoca moderna le tecnologie meccaniche e la rivoluzione industriale, così in epoca contemporanea
le tecnologie elettroniche dell'informazione e della comunicazione hanno iniziato da un quindicennio a
                                                                                   i
ridisegnare la base materiale della società riflettendo, ed essendone il riflesso, d un nuovo rapporto tra
economia-stato-società. La rivoluzione della tecnologia IC è il punto di partenza per l'analisi della
complessità globale della nuova economia, società e cultura in fase avanzata di costituzione negli studi di
diversi intellettuali che alimentano un dibattito teorico di portata internazionale. Nella vasta letteratura
disponibile, l'opera di Manuel Castells, La nascita della società in rete, è un punto di riferimento noto e
condiviso anche in Italia. Per Castells, il paradigma della tecnologia dell'informazione che informa a livello
materiale e simbolico la società della “Network Economy” in cui viviamo è rivoluzionario per alcune
caratteristiche fondamentali. Prima di tutto, sua caratteristica essenziale è la sua configurazione su scala
globale .
Il termine “globalizzazione”, che dagli anni '90 fa parte del nostro linguaggio comune, non ha significato
univoco e non c'è consenso su una sua definizione. Si tratta infatti, come suggerisce per esempio Christian
Marazzi, di un “concetto polisemico” che, da una parte, si caratterizza per una grande ricchezza interpretativa
e disciplinare, dall'altra, mette in luce una certa ambiguità politica. Nonostante questa polivalenza di
significati e questa intrinseca ambiguità politica, c'è un certo consenso nel caratterizzare questo termine come
un processo di “liberalizzazione del commercio e deregolamentazione dei movimenti del capitale su scala
mondiale al fine di universalizzare il modello di crescita economica e di società occidentale”. Un processo,
dunque, di “occidentalizzazione” del pianeta che privilegia la razionalità tecno-scientifica dei paesi sviluppati
attraverso la diffusione globale della logica delle imprese transnazionali e del capitale finanziario ad opera di
alcuni “global players”, organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale,
l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). E' quanto Ignacio Ramonet, direttore di “Le Monde
Diplomatique”, intende descrivere da quando ha coniato l'espressione “pensiero unico” (Marazzi,
“Globalizzazione”, 2001).
Altra caratteristica centrale di questo paradigma tecnologico che va imponendosi su scala planetaria è il fatto
che l'informazione è materia prima del sistema produttivo della nuova società. Che l'informazione e i
saperi, generici e specifici, connessi alle tecnologie siano all'origine di un determinato modo di produzione
non è una novità nella storia dei modelli di sviluppo umano e sociale. Ciò che differenzia la rivoluzione
                               ivoluzioni tecnologiche passate, come la rivoluzione meccanico-industriale, è
tecnologica oggi in atto dalle r
il fatto che le tecnologie in epoca contemporanea servono per agire direttamente sull'informazione e non solo
per permettere all'informazione di agire sulla tecnologia. L'elemento distintivo della rivoluzione
informazionale, talvolta anche descritta come la rivoluzione della “società del sapere”, è dunque il fatto che
informazioni e saperi connessi alle tecnologie diventano fonti primarie e, allo stesso tempo, prodotto ultimo
dei modi di produzione in epoca tardo-capitalistica. La natura spiccatamente informazionale e comunicativa
quale tratto distintivo dei diversi processi lavorativi è stata sottolineata, tra altri, da Adelino Zanini e Ubaldo
Fadini che l'hanno descritta come “una fatica linguistica preponderante in tutti i sistemi produttivi, materiali e
immateriali che siano” (Zanini, Fadini, Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione, 2001).
Analogamente Christian Marazzi sottolinea “l'entrata della comunicazione nella sfera produttiva” e descrive
come “il lavoro sia sempre più descrivibile come un insieme di atti comunicativi e, di conseguenza,
relazionali”. Questo divenire del lavoro comunicativo è direttamente connesso alla rivoluzione delle
tecnologie dell'informazione che “hanno reso possibile tramutare in necessità ideative le prerogative delle
funzioni esecutive” (Marazzi, “Il lavoro autonomo nella cooperazione comunicativa”, 1997).
La tipologia predominante di sviluppo sociale ha dunque un motore primo: il fatto che la conoscenza,
accumulandosi, induce nuova conoscenza la quale, a sua volta, diventa fonte primaria di produttività e di
mutamento sociale. E' quanto, con parole diverse, sottolinea un altro autore, Franco Berardi (Bifo), quando
proclama l'avvento quasi apocalittico della “terza era del capitale” che segue “la prima classica delle ferriere
e del vapore, e la seconda, moderna del fordismo e la linea di montaggio”. Anche per Bifo, territorio di
espansione di questa nuova fase storica della società umana è “l'infosfera, il luogo dove segni-merce
circolano, flussi virtuali che attraversano la mente collettiva”, ridisegnando un mercato economico che si
sviluppa dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e a questo si finalizza (Berardi (Bifo), La
fabbrica dell'infelicità. New Economy e movimento del cognitariato, 2001).
Materia prima e prodotto ultimo, le elaborazioni e i flussi informativi interagiscono in modo sempre più
interdipendente, secondo una logica interconnessionistica: le tecnologie dell'IC hanno infatti un ruolo
essenziale nello stabilire relazioni sempre più strette tra cultura sociale, conoscenza scientifica, sviluppo di
fattori produttivi. La fonte materiale di produttività risiede direttamente in questa connessione così che il
“capitale culturale” - inteso come la capacità collettiva di rielaborazione simbolica di generare e manipolare
informazioni e sapere - è elemento costitutivo della struttura economica. In tutte le loro fasi, di distribuzione,
consumo e gestione, i processi di produzione crescono parallelamente all'aumento della capacità di scambio,
di relazione, di interconnessione tra flussi informativi. Ed è questa un'altra caratteristica fondamentale del
nuovo paradigma informazionale: la logica a rete quale elemento che contraddistingue i sistemi organizzativi
e l'insieme delle relazioni, adatta alla complessità dei processi di produzione che sono decentralizzati a livello
economico globale. La morfologia a rete riesce a strutturare ciò che appare destrutturato interconnettendo tra
loro organizzazioni, imprese, individui, unità sparse su scala planetaria. Una morfologia connessionistica che
si riavvisa anche in un'altra peculiarità distintiva del cambiamento di paradigma tecnologico in atto: la
crescente convergenza di tecnologie specifiche in un sistema altamente integrato: microelettronica,
telecomunicazioni, optoelettronica, “computer science” sono parti diverse di uno stesso sistema produttivo-
informativo. Questa convergenza tecnologica è particolarmente visibile nel legame sempre più stretto tra
microelettronica e biologia cellulare (genetica), una e l'altra sempre più accomunate dalla logica di
causazione e generazione delle informazioni3 .
Questo cambiamento avviato dalle tecnologie del XXI secolo informa e modific a i modi di produzione e i
modelli organizzativi (le grandi aziende e le multinazionali in primo luogo) secondo un nuovo dictat che ogni
giorno penetra la nostra cultura quotidiana e il modo in cui è descritta l'economia mondiale: altra
caratteristica fondamentale che distingue la nuova struttura socio-economica è la flessibilità che il paradigma
tecnologico delle IC mette in atto nel continuo processo di restrutturazione e riconfigurazione di una società
in costante cambiamento.


2. La flessibilità del lavoro nella società della tecnologia IC: dal “fordismo” al “post-fordismo”
L'espressione, come sottolinea Luciano Gallino (Gallino, Il costo umano della flessibilità, 2001) , è ormai
diffusa da almeno una decina d'anni: “flessibilità” viene utilizzata in varie fonti, dall'Ocse al “Sole 24 Ore”,
come naturale sviluppo dell'economia mondiale e quale attributo fondamentale del cambiamento oggi in atto
verso un modello sociale -economico di tipo “post-fordista”.
“Post-fordismo”, parola attualmente impiegata in diversi ambiti della ricerca, nella sociologia, nell'economia,
nella politologia, nell'urbanistica e nel diritto commerciale internazionale (Amin, Post-fordism, 1994), è
termine ancora provvisorio privo di significato univoco. Andrea Fumagalli afferma che con questa
espressione “si intende un costrutto teorico che in vario modo descrive il nuovo assetto tecnico-istituzionale
che governa lo sviluppo capitalistico contemporaneo” (Fumagalli, Aspetti della accumulazione flessibile in
Italia, 1997). Nonostante la sua provvisorietà, c'è un certo consenso nel dibattito intellettuale italiano e
internazionale a caratterizzare questa espressione in riferimento a un “modello sociale il cui modo di
produzione non è più dominato da forme di accumulazione verticalmente integrate e di distribuzione della
ricchezza contratte tra rappresentanze collettive e supervisionate dallo stato, bensì da forme di accumulazione
flessibili”, (Harvey, La crisi della modernità,1993) capaci cioè di “integrare, mettere in rete, modi, tempi e
luoghi della produzione tra loro molto diversi: dalla fabbrica robotizzata alla cascina Hi Tech, dal distretto
industriale alle maquilladoras messicane, ai templi della finanza globale” (Zanini, Fadini, op.cit, 2001).
La distinzione tra lavoro salariato e lavoro autonomo diventa caratteristica saliente che informa l'alternativa
concettuale e storica tra paradigma socio-economico fordista e paradigma post-fordista. Mentre il primo è
incentrato sul lavoro salariato, standardizzato e sindacalizzato in fabbrica, il secondo è associato innanzitutto
alla proliferazione di micro-imprese flessibili nel mercato, ma anche alla larga diffusione di una pluralità di
forme e contratti di lavoro che comprendono sia i contratti a tempo determinato, part-time, formazione


3
    Sarebbe interessante, ma non ce n'è il tempo, aprire una parentesi sul dibattito teorico femminista sulla
      scienza/tecnologia che da tempo ha sottolineato le connessioni tra differenti ambiti disciplinari della ricerca
      scientifica non solo secondo una medesima convergenza tecnologica, ma anche secondo una stessa logica
      riduzionistica. Biologhe come Evelyn Fox Keller, Anne Fausto Sterling, Ruth Hubbard, per esempio, lo hanno
      sottolineato a proposito del Progetto Genoma Umano, che rappresenta il picco del prestigio sociale, politico ed
      economico attribuito oggi alla biologia molecolare. Un prestigio dovuto soprattutto all'afflusso di fisici nella biologia
      e al trasferimento nella biologia molecolare di molti principi provenienti dalla fisica (l'enfasi sulla semplicità, la
      riduzione in unità sempre più piccole -da ultimo il gene-). In questo processo, lo sviluppo tecnologico connesso alla
      “computer science” ha spinto la biologia in certe direzioni e non in altre. Parte della storia disciplinare della biologia
      è, dunque, non solo la convergenza tecnologica (la genetica non si sarebbe sviluppata senza l'elevato sviluppo delle
      tecnologie informatiche), ma la stessa convergenza concettuale (la genetica non si sarebbe sviluppata senza l'elevato
      sviluppo di modelli matematici-fisici importati nella biologia)
lavoro, apprendistato, telelavoro, job-sharing, nell'ambito del lavoro dipendente, sia la gamma di
contratti/lavori autonomi o semi-autonomi individualizzati che vanno dal lavoro autonomo delle partite Iva
alla più recente generazione dei lavori “atipici” 4 delle collaborazioni coordinate continuative e occasionali,
delle prestazioni d'opera, del lavoro interinale e a chiamata. Tutti questi contratti e forme di lavoro sono
eccedenti rispetto alle norme istituzionali che regolano il lavoro salariato delle assunzioni a tempo pieno e
indeterminato, ma non sono nemmeno riconducibili al lavoro autonomo tradizionale delle libere professioni.
E' in questo contesto di mutamento verso un paradigma post-fordista, come già abbiamo visto nel paragrafo
precedente, che acquista centralità quel “lavorare comunicando” direttamente connesso all'“entrata della
comunicazione nella sfera produttiva”, a sua volta connessa alla pervasività delle tecnologie IC. Mentre per le
nuove organizzazioni aziendali questa “cooperazione a mezzo di comunicazione” informa orizzontalmente il
lavoro collettivo nel reparto, i circoli di qualità, le squadre autonome responsabili della realizzazione degli
obiettivi dell'impresa o dei gruppi multiprofessionali, superando in questo senso il paradigma della
“separazione” delle funzioni e delle mansioni del lavoro taylorista-fordista (Marazzi, op.cit., 1997), per gli
individui con partita Iva e per una buona parte dei lavoratori atipici la comunicazione e le relazioni sociali
divengono parte integrante di ogni attività autonoma o semi-autonoma. In quest'ultimi casi, come sottolinea
Sergio Bologna, “il contenuto di operazioni relazionali e comunicative” che il lavoro richiede, è un “plus di
lavoro richiesto alla prestazione, moltiplicato per il numero di soggetti che lo espleta” che è finito “da un lato
per costruire un nuovo mercato (sottoforma di espansione del preesistente mercato della comunicazione o
sottoforma di nuovi soggetti/mercato della comunicazione) e dall'altro per costituire la base di una civiltà del
lavoro relazionale , le cui caratteristiche non sono mai state analizzate” (Bologna, “Dieci tesi per la
definizione di uno statuto di lavoro autonomo”, 1997).
Quello che spesso non è sufficientemente sottolineato, se non del tutto occultato, è l'importante precisazione
che la società post-fordista della flessibilità del mercato del lavoro significa per le imprese (medie e
piccole) un costate assottigliamento del confine tra “successo e povertà”, e per i singoli individui significa
maggiore diffusione di lavori flessibili, cosa che in entrambi i casi vuol dire precarizzazione del lavoro. Nel
primo caso, il proliferarsi di sistemi distrettuali di produzione flessibile che in Italia nel Veneto, in Emilia -
Romagna, in Toscana e nelle Marche hanno dato il via nella seconda metà degli anni '70 a un “post-fordismo
all'italiana”5 è stato all'origine di un nuovo ceto di imprenditori, in particolare concentrati nel settore
manufatturiero, di cui ancora oggi si esaltano le qualità creative, lo spirito di iniziativa, la rapidità di
interiorizzare le nuove tecnologie, il coraggioso inserimento nei mercati esteri e, ancor più, la fantasia


4
  Adele Pesce commenta l'utilità, anche se provvisoria, di impiegare il termine “atipico”: “La definizione di atipico,
    ricavata per differenza e per sottrazione, è certo inadeguata. In alcune ricerche e studi si preferisce usare il termine
    'nuovi lavori', ma anche questa definizione può essere fuorviante dal momento che la novità riguarda spesso più i
    rapporti di lavoro che non i caratteri del lavoro stesso. Tuttavia, in una situazione di forme e di rapporti di lavoro
    caratterizzati da una vistosa eterogeneità, in cui solo da poco incominciano a prodursi elementi di conoscenza di tipo
    qualitativo, quello di lavoro atipico ci sembra un contenitore utile”, Pesce, A., in Adina Sgrignuoli (a cura di), A
    come Atipico D come Donna. Genere e professionalità nelle tre principali aree del lavoro atipico, Enaip, Emilia
    Romagna, volume I, 2003
5
  Vedremo in seguito, nella seconda parte del testo, le caratteristiche di questo “post-fordismo all'italiana”. Da un punto
    di vista di genere/femminista, le sostanziali differenze tra l'Italia e altri paesi europei saranno importanti da
    sottolineare nel collocare in questo passaggio, da fordismo a post-fordismo, il lavoro (pagato e non pagato) delle
    donne.
organizzativa nella creazione di sistemi a rete. Ma in questa rappresentazione della micro-imprenditorialità è
prevalsa, come sottolinea Bologna, l'immagine del successo, “cancellando dalla fisionomia del
microimprenditore i tratti del lavoratore” (Bologna, op.cit., 1997). E' stato cioè nascosto, come accennavo,
quel confine sottile tra “successo e povertà”, quella “latenza del disagio” e quella precarietà che è propria
dell'ambiguità del lavoro autonomo come nelle piccole imprese così tra i singoli lavoratori autonomi e atipici.
In quest'ultimo caso, l'assenza di vincoli verso l'alto che caratterizza i diversi lavori autonomi e atipici,
ovvero l'assenza di un rapporto di stretta dipendenza dal datore di lavoro, potrebbe comportare, almeno
teoricamente, una maggiore autonomia e qualificazione individuale. Dall'altra parte, l'assenza di vincoli verso
il basso (norme di tutela e previdenza) è causa nella realtà di maggiore precarietà e minore qualificazione.
Nei paragrafi che seguono, guarderemo da vicino questa tensione tra maggiore autonomia e maggiore
precarietà, le due facce della flessibilità dell'attuale mercato del lavoro, e nella terza parte del testo vedremo
che l'ambiguità tra “libertà, autonomia e successo” e “disagio, precarietà e incertezza del futuro” saranno
termini ricorrenti nelle parole delle donne che ho intervistato, sia nel caso delle imprenditrici che nel caso
delle lavoratrici autonome e atipiche. Termini, dunque, che acquisteranno spessore maggiore nel contesto di
un'esperienza femminile delle attuali condizioni di lavoro.
Generalmente, suggerisce Luciano Gallino (Gallino, op.cit., 2001), l'auspicata maggiore flessibilità del
mercato del lavoro (ovvero dei lavori) è considerata necessaria in base a un argomento: una maggiore
flessibilità servirebbe alle imprese per poter proteggere la competizione internazionale, attraverso la
possibilità di far variare i costi diretti e indiretti del lavoro in relazione stretta con l'andamento dei loro
mercati. In base a questo presupposto, le aziende si assumono il diritto di impiegare quella quantità di forza
lavoro necessaria e sufficiente per la produzione di merci e servizi in un dato arco di tempo. L'origine del
proliferarsi delle nuove forme di lavoro precarie in quanto regolate da contratti di lavoro subordinato a tempo
determinato e contratti di prestazioni parasubordinate continuative e occasionali, che oggi è andata ben oltre
le sole strutture aziendali, è connessa a questo un nuovo modo di produzione flessibile nel tempo
originariamente economico-aziendale.
Guardando a questo processo di precarizzazione delle forme del lavoro su un piano mondiale, il sociologo
tedesco Ulrich Beck suggerisce che “la conseguenza involontaria dell'utopia neoliberista del libero mercato è
la brasilianizzazione dell'Occidente”. Per il sociologo, l'elemento più significativo che caratterizza
l'evoluzione del lavoro nella società mondiale non è ne' l'elevato livello di disoccupazione nei paesi europei,
ne' il cosiddetto “miracolo occupazionale statunitense”, ma nemmeno il passaggio “dalla società del lavoro
alla società del sapere”. La novità consiste piuttosto nell'analogia oggi visibile tra Primo e Terzo mondo per
quanto riguarda le tendenze di sviluppo del lavoro salariato: “l'irruzione della precarietà, della flessibilità,
dell'informalità all'interno dei bastioni occidentali della società della piena occupazione”. In altre parole, “la
varietà, la confusione e l'insicurezza delle forme lavorative, biografiche e esistenziali del Sud, si espande nel
cuore dell'Occidente” (Beck, Il lavoro nell'epoca della fine del lavoro, 1999).
La flessibilità non è solo relativa ai nuovi confini temporali imposti dai mutati modi di produzione. Il nuovo
ordine spaziale è l'altro principio guida della flessibilità del mercato, direttamente connesso a quello
temporale. L'economia globale si fonda oggi sulla capacità di sopprimere le distanze e di organizzare in
tempo reale un processo di lavoro frammentato e disperso a livello planetario. Grazie alle tecnologie dell'IC,
siamo tutti potenzialmente in grado di concorrere con tutti i luoghi del mondo nella corsa agli investimenti di
capitali e, contemporaneamente, verso l'accesso a forza lavoro a basso costo disponibile nei diversi posti. Per
le grandi imprese multinazionali, il luogo di investimento, il luogo di produzione e il luogo di residenza sono
scelti e svincolati l'uno dall'altro. Non sono poche le imprese che approfittano del basso livello di pressione
fiscale dei paesi poveri e beneficiano allo stesso tempo dell'alta qualità di vita dei paesi ricchi (Beck, op.cit,
1999).
In questo spostamento e rafforzamento delle relazioni di potere del lavoro e del capitale nella struttura
spazio-temporale, in cui la logica dei flussi del capitale assume una configurazione globale, l'esperienza dei
singoli lavoratori rimane un'esperienza localizzata. Di nuovo, la controparte di un'economia globale che
sopprime le distanze temporali e spaziali, è la flessibilità fisica dei lavoratori che si esprime nel tempo di una
sola vita nella frammentarietà delle esperienze e dei contratti di lavoro, e nello spazio plurale degli spazi
possibili nei movimenti dei flussi migratori su scala internazionale e nella mobilità dei lavoratori su scala
nazionale. L'ideale lavoratore flessibile è colui o colei che si trasferisce laddove sono i posti di lavoro: che
questo significhi rottura delle relazioni, per donne e uomini, è un dettaglio trascurato nelle argomentazioni a
favore della flessibilità del mercato.
                                                                                  l
Ma c'è un altro argomento che avvalla la necessità della flessibilità del lavoro: a flessibilità del lavoro
favorirebbe l'aumento dell'occupazione. Questa affermazione, afferma di nuovo Luciano Gallino, si fonda su
incerte basi empiriche che hanno a che fare principalmente con i limiti delle misurazioni, una complicata
somma di grandezze incerte (Gallino, op.cit, 2001).
In conclusione, diciamo che dietro la flessibilità del mercato del lavoro c'è la precarietà dei lavoratori in carne
e ossa, e, cosa ancora più importante, alla base di un'economia flessibile che non prevede forme di tutela e
previdenza ai lavoratori flessibili, c'è nei loro confronti un attacco al diritto di cittadinanza, che oggi è
garantito ai lavoratori salariati. Sergio Bologna sottolinea la grave assenza di rappresentanza politica del
lavoro autonomo e del lavoro semi autonomo e atipico nella scena democratica di oggi, osservandola sulla
base dell'impossibilità per questi lavoratori di ricorrere allo strumento storico del conflitto di lavoro, ovvero
l'impraticabilità dello sciopero. “Dispersi sul territorio, i lavoratori autonomi non sembrano avere un luogo
socio-tecnico in grado di contenere l'agire collettivo. Mancando di una controparte collettiva e di qualunque
possibilità di ritorsione diretta nei confronti del committente, essi di fatto sono usciti dalla storia secolare dei
conflitti di lavoro e dal sistema dei diritti, che sul riconoscimento della legittimità di quei conflitti era stato
costruito” (Bologna, op.cit, 1997). In altre parole, gran parte del lavoro nell'epoca del post-fordismo è uscito
dai meccanismi della democrazia moderna, quel meccanismo che ancora nel fordismo assicurava visibilità e
rappresentanza al soggetto debole.
“Probabilmente, la nostra struttura socialpsichica non percepisce appieno quale enorme perdita di spazi di
azione della società civile abbia comportato il post-fordismo, quale mutilazione abbia subito la democrazia”
(Bologna, op.cit., 1997). Una mutilazione che, come vedremo nella prossima parte del testo, riguarda
innanzitutto le donne.
                                                        II
                     Prospettive femministe/gender-oriented sul lavoro
                      nella società in rete del capitalismo post-fordista



3. La donne nel mercato del lavoro flessibile
Questa fluidità dei modi di produzione, dei modelli di organizzazione e delle forme di lavoro si rende
necessaria quale struttura permanente dello spazio e del tempo di una società che va perdendo i propri confini
territoriali di stato-nazione e il cui nuovo ordine politico-economico si situa nella dialettica tra locale e
globale, su scala planetaria.
La transizione economica a cui assistiamo non è distinguibile dalla transizione politica che si configura su
scala globale e si declina per ogni umano vivente nei contesti politici locali. La forza e il dinamismo delle
innovazioni tecnico-economiche annunciate e liberate dal neoliberismo nel capitalismo globale ha infatti un
suo riflesso fondamentale nel poderoso cambiamento in atto delle sue basi sociali. Flessibilità nella gestione,
decentralizzazione e interconnessione delle aziende, insieme alla progressiva diffusione del “lavoro
autonomo di seconda generazione”, sono tratti distintivi di un capitalismo in fase avanzata in cui il capitale si
rafforza rispetto al lavoro e in cui, allo stesso tempo, l'influenza dei sistemi sindacali declina parallelamente a
una crescente individualizzazione e diversificazione dei rapporti lavorativi, da un lato, e a un progressivo
restringimento del welfare state, dall'altro. Da una “prima modernità” chiusa nel sistema dello Stato-nazione
siamo passati a una “seconda modernità” aperta e impegnata a liberarsi delle catene dello Stato nazione e
dello Stato sociale (Beck, op.cit, 1999). Il patrimonio ideale della prima modernità, se pur con radici ben più
lontane, si è di fatto realizzato nell'Europa industriale dopo la Seconda guerra mondiale e si è basato su alcuni
principi di base: l'organizzazione nazionale -statale delle economie dei singoli paesi; le gerarchie di classe tra
borghesi e proletari e di quelle tra esperti e profani in base a monopoli di sapere prodotti e controllati
professionalmente; il legame territoriale “naturale” tra produzione, cooperazione e impresa.
Tra questi principi, centrale è stato per molto tempo quello, altrettanto “naturale”, che ha regolato e
controllato l'esclusione delle donne dalle sfere pubbliche della politica e dell'economia, attraverso la divisione
del lavoro produttivo maschile e il lavoro riproduttivo-domestico femminile, e che ha definito le famiglie
nucleari come ambiti di riproduzione della forza lavoro salariata, merce maschile, impiegando il sapere bio-
medico scientifico quale garante dei fondamenti naturali dell'ordine sociale, politico e economico “maschile e
femminile”. La massiccia entrata delle donne negli spazi pubblici delle professioni (dalla politica al mercato
del lavoro) è dunque fattore fondamentale all'origine della transizione alla “seconda modernità” (e così alla
“società dell'informazione” e alla società “post-fordista”) in cui principi a lungo considerati naturali si
logorano e le condizioni sociali di base a lungo definite come universalmente e naturalmente date si
cancellano. Senza volere forzatamente stabilire un ordine di importanza ai diversi fattori che sono intervenuti
nel cambiamento, non c'è dubbio, d'altra parte, che il femminismo e i movimenti delle donne, che dagli anni
'70 in occidente sono stati all'origine del dissolvimento della struttura gerarchica tra i sessi, siano elemento
centrale alla base nuovo ordine sociale della “seconda modernità”.
Non sono molti gli autori che nelle loro analisi sul cambiamento della struttura socio-economica sottolineano
la centralità di questo fattore, la trasformazione della relazione tra i generi avviata dal femminismo,
quale tratto distintivo della transizione. Dal nostro punto di vista, vogliamo invece sottolinearlo: le
trasformazioni del mercato del lavoro nel contesto di una società in rete hanno inizio negli anni '70 e
                                              resenza, visibile e ufficiale, delle donne nel mercato del
coincidono, non casualmente, con la crescente p
lavoro nei paesi occidentali. Negli stessi anni l'intreccio tra trasformazioni del lavoro e accesso delle donne al
mercato del lavoro è talmente centrale nel cambiamento in atto che frequentemente queste trasformazioni
sono descritte nei termini di un progressivo processo di femminilizzazione del mercato del lavoro e del
lavoro stesso.
Questa categoria (“femminilizzazione del mercato del lavoro” e del lavoro) oggi ampiamente utilizzata da
diversi pensatori e pensatrici, ma forse troppo poco problematizzata, non intende solo indicare, su un piano
strettamente quantitativo, il crescente aumento numerico delle donne nei luoghi pubblici del lavoro, ma
anche, un cambiamento in senso qualitativo e culturale, contenutistico e formale ad un tempo, secondo una
diversa accezione dello stesso termine. “Femminilizzazione” sta anche a significare un cambiamento di
valori connessi allo spazio pubblico lavorativo. Secondo questa accezione, sono valori culturalmente
“femminili” quelli che tratteggiano le modalità di organizzazione e produzione insieme alle tipologie
professionali emergenti che si diffondono nella società a partire dalla rapida diffusione delle tecnologie IC:
cooperazione, relazioni, interconnessioni, saperi in rete, esperienze in comune, linguaggio, comunicazione
intersoggettiva sono parole tradizionalmente connesse nella storia alla sfera privata (femminile) dell'esistenza
umana che oggi filtrano nella sfera del pubblico-produttivo (maschile) fino a strutturarla e riorganizzarla.
Non solo. Quelli citati sono anche termini che tradizionalmente appartengono agli ambiti di formazione
umanistica, prevalentemente femminili e comunemente etichettati come “scienze deboli” in quanto
                         i
contrapposti agli ambiti d formazione tecno-scientifica di dominio maschile, definiti come “scienze dure”.
Come suggerisce Adele Pesce, una vasta gamma di opportunità professionali si aprono oggi per le giovani
donne grazie alle innovazioni tecnologiche in atto. “Contrariamente a quanto è avvenuto in passato, ad
esempio con la diffusione delle tecnologie meccaniche e elettroniche, le nuove tecnologie della ICT non
richiedono soltanto saperi e competenze di tipo tecnico ma hanno profondamente bisogno, nelle loro diverse
e molteplici applicazioni, di tutta una serie di saperi e competenze di tipo umanistico, comunicativo, sociale:
proprio quelle competenze che, presenti nei percorsi scolastici prevalentemente femminili, hanno portato a
ridefinire quei percorsi “deboli”, da abbandonare rapidamente per indirizzarsi verso percorsi esclusivamente
di tipo tecnico, quelli tradizionalmente maschili appunto” (Pesce, Le pagine gialle delle nuove professioni
per le ragazze (e anche per i ragazzi), 2000). Per Adele Pesce, le opportunità professionali oggi a favore
delle ragazze non deriverebbero solo dalla centralità che, nella nuova economia della tecnologia IC, acquista
l'intreccio tra saperi umanistici (tradizionalmente femminili) con i saperi tecno-scientifici (tradizionalmente
maschili), ma anche dallo stesso “carattere della ICT molto diverso da quello della tecnologia meccanica e
elettronica”. Nonostante la studiosa riconosca la necessità di un cambiamento culturale del mondo del lavoro
e del mondo della formazione a favore dell'integrazione compiuta delle donne nel mondo delle professioni
connesse alle nuove tecnologie, pure il “paradigma cognitivo connessionistico” che informa le tecnologie IC
sarebbe a favore di uno “stile cognitivo” femminile, più vicino cioè al modo in cui le donne costruiscono
socialmente la loro identità. Nel dibattito teorico femminista da tempo sono noti i problemi che derivano dal
parlare di “esperienza delle donne”, “vissuto delle donne” (per esempio nelle teorie femministe “standpoint”)
                           elle donne” (nell'ambito, per esempio, delle teorie delle “relazioni oggettuali”).
oppure di “stile cognitivo d
Quando non supportate da una solida coscienza femminista, oppure non orientate da un “essenzialismo
strategico” (si veda Luce Irigaray e Rosi Braidotti), queste categorie concettuali possono essere politicamente
rischiose nel suggerire possibili cause scientifico-biologiche alle differenze tra un modo di conoscere
femminile e un modo di conoscere maschile, differenze che derivano piuttosto da influenze di tipo psico-
socio-ambientale. Oltre a questo, l'unitarietà e la monoliticità di simili categorie concettuali si frammenta di
fronte alle molteplici differenze di carattere storico-culturale (non solo di genere, ma anche di etnia, classe,
età ecc.) presenti tra le donne come tra gli uomini6 .
Quello che mi sembra importante sottolineare è invece un altro aspetto della questione, che qui mi limito ad
individuare e accennare ma che sarebbe interessante approfondire in altra sede: queste parole, oltre che
descrivere in termini tradizionali la sfera privata-relazionale dell'esistenza (tradizionalmente femminile) e ad
ambiti di formazione umanistica (prevalentemente femminile) sono anche termini ricorrenti nel complesso
corpus di pratiche e saperi prodotti dal femminismo negli ultimi trent'anni. In altre parole, la nuova
economia informazionale che si nutre dello scambio, dell'interconnessione e della gestione di persone e saperi
va strutturandosi sulla base di competenze, capacità, linguaggi, parole, modalità e pratiche prima confinati
nella sfera privata (e umanistica) del lavoro relazionale sulle quali la teoria femminista ha da tempo costruito
un sapere condiviso in forza di un'affermazione radicale a partire dagli anni '70: quella per cui l'esistenza
personale è politica.
In un mondo in cui non solo sempre più visibilmente “il politico è personale”, ma anche “l'economico”
diventa sempre più “personale”, le donne portatrici di saperi altri e di linguaggi fino a poco tempo fa estranei
alla sfera economico-produttiva ne sono immedia tamente espropriate e lo slogan femminista che prima
assegnava valenza politica, oggi economica, all'esistenza privata/personale subisce un curioso ribaltamento.
In questa complessiva ridefinizione di ciò che è produttivo, c'è allora da chiedersi con forza in che modo
l'entrata delle donne nella sfera dei diritti pubblici abbia contato e in che modo, allo stesso tempo, le donne ne
siano in gran parte ancora espropriate.


4. Femminilizzazione del mercato del lavoro (e del lavoro)
Problematizzando questo processo in atto, appunto descritto secondo la categoria “femminilizzazione del
mercato del lavoro” e dello stesso lavoro, a partire dal punto di vista delle donne, la storia che finora ho
raccontato da un punto di vista neutrale (maschile) può allora assumere accenti diversi, stimolare nuovi
interrogativi, suggerire altre riflessioni, far intravedere altri scenari. Come vedremo nei paragrafi che
seguono, nelle interviste che hanno visto come interlocutrici alcune teoriche femministe o attente esploratrici


6
    L’argomento qui accennato necessiterebbe di maggior approfondimento. Si veda anche quanto Cristina Demaria scrive
      nella sua ricerca in questo volume.
alla questione del lavoro delle donne, questo duplice registro di un termine, spesso impiegato in diverse fonti
a senso unico come aumento numerico delle donne in diversi settori professionali, è emerso ed è stato
interrogato da diversi punti di vista.
Quello che è stato messo in luce con decisione è che questa presunta “femminilizzazione del mercato del
lavoro” che ha a che fare, da una parte, con l'essere presenti delle donne al mondo pubblico, in cui il lavoro,
accanto alla politica, è elemento costitutivo di una società pienamente democratica, e dall'altra con un
“divenire relazionali-private”, dunque “femminili” delle qualità connesse alla razionalità organizzativa,
gestionale e produttiva del lavoro oggi7 , potrebbe anche essere un processo positivo non privo però di limiti e
ambiguità.
Se, infatti, l'accesso delle donne alle sfere pubbliche lavorative e il diffondersi di connotazioni “altre” e
“femminili” del lavoro non solo hanno reso labili i confini di ciò che è tradizionalmente considerato
“produttivo”, innescando l'inizio della sovversione di una centenaria divisione del lavoro produttivo degli
uomini e lavoro riproduttivo delle donne, ma anche dei confini tra cioè che pubblico/economico/politico e ciò
che è privato/personale/relazionale, allo stesso tempo questo processo si è verificato solo parzialmente, solo
formalmente e, soprattutto, piuttosto ambiguamente. E' quanto emerge se osserviamo innanzitutto le
numerose discriminazioni e segregazioni che ancora ostacolano l'accesso delle donne nel mercato del
lavoro e le loro carriere professionali. Non solo le disparità di accesso alla carriera ma anche le
discriminazioni orizzontali, verticali e salariali in cui sono noti fenomeni come “il soffitto di cristallo” o la
“forbice delle carriere” (Palomba, Figlie di Minerva. Primo rapporto sulle carriere femminili negli enti
pubblici di ricerca italiani, 1999; Bombelli, Soffitto di vetro e dintorni. Il management al femminile, 2000).
Ma è quanto emerge anche se osserviamo che il processo di femminilizzazione in atto è parallelo
all'aumento di flessibilità del mercato del lavoro e alla diffusione di precarizzazione delle forme di lavoro.
E questa precarizzazione, come rivelano diverse fonti italiane e internazionali, riguarda in modo particolare le
donne. Come gli ultimi dati europei del 2003 (Employment in Europe) evidenziano che le donne sono sovra-
rappresentate nei lavori atipici, anche i dati del Rapporto annuale 2002 dell'Istat, nel rilevare la grande
diffusione del lavoro atipico, mostrano come le donne ne siano particolarmente coinvolte. Il trend in crescita
dell'occupazione tra il 1997 e il 2000 (+ 4,3%) solo per l'1% è stato determinato dall'occupazione standard.
L'aumento di occupazione è stato al 35,5% un aumento di occupazione temporanea, in cui i collaboratori
coordinati continuativi (Co.Co.Co.) hanno raggiunto una quota pari a 2.392.527. Tra essi le donne, che della
totalità degli occupati sono il 37,7 %, sono la componente più dinamica visto che tra i lavoratori
parasubordinati esse rappresentano il 46,2% degli iscritti al fondo Inps e tra i lavoratori a tempo determinato


7
    In questa ridefinizione e ristrutturazione dei confini della sfera pubblica/produttiva il mercato del lavoro e il lavoro
       inglobano e rendono produttivo tutto ciò che fino a poco tempo fa era considerato ad esso esterno ed era confinato
       nella sfera privata/femminile dell'esistenza e della società: la sfera relazionale e della comunicazione intersoggettiva.
       Come sintetizzano efficaciemente Tindara Addabbo e Vando Borghi, in questa progressiva ridefinizione di ciò che è
       produttivo si è passati “da un modello nel quale l'efficienza esprimeva la produttività in un mondo di operazioni e
       progetti” a “modelli in cui l'efficienza esprime soprattutto la capacità di expertise e di messa in ordine (spazio-
       temporale) di un mondo di eventi, capacità legata direttamente al grado di sviluppo della comunicazione
       intersoggettiva”. (Addabbo, Borghi, Lavoro in movimento. Collaborazioni coordinate e continuative: riflessioni da
       una ricerca sul campo). Questa “capacità legata direttamente al grado di sviluppo della comunicazione” è
       culturalmente e tradizionalmente iscritta tra le prerogative femminili.
sono il 49,7%. Allo stesso tempo, i dati INPS al 31 dicembre 2003 mostrano che su un totale di 2.837.314 di
iscritti al fondo Imps 14% in Italia, i maschi sono 1.510.276 e le femmine sono 1.327.011. I maschi superano
le femmine in ogni tipologia di iscrizione prevista dall'Imps. Questo significa, da una parte, che le donne
continuano a essere meno presenti degli uomini nel mercato del lavoro, come in quello standard anche in
quello atipico, e, allo stesso tempo, che i lavori atipici coinvolgono gli uomini quanto le donne 8 .
Per commentare questi dati con le parole di Ulrich Beck, “femminilizzazione precaria del lavoro” non
significa oggi “l'integrazione delle donne nel lavoro regola mentato”, ma “l'integrazione degli uomini nel
lavoro non regolamentato delle donne” (Beck, op.cit., 1999). Le diverse forme di “lavoro autonomo di
seconda generazione” (Bologna, Fumagalli, op.cit, 1997), che, soprattutto tra le generazioni più giovani, si
pongono in modo ambiguo tra libertà individuale e grave perdita di diritti di cittadinanza attraverso il lavoro,
riguardano in modo rilevante le donne.
Inoltre, se la flessibilità e la precarietà del lavoro sono elemento di novità e di cambiamento nella scena
sociale e lavorativa nel suo complesso, è bene non solo, come fa per esempio Rossana Trifiletti, “dare un
genere all'uomo flessibile” (Trifiletti, “Dare un genere all'uomo flessibile”, 2002) e svelare dunque la
sessuazione femminile di questo processo, ma anche ricordare che le donne hanno sempre lavorato
duramente ma in modo flessibile, frammentario e invisibile assumendo inoltre su se' stesse un duplice
carico di lavoro: quello domestico, riproduttivo e non pagato, ma anche quello produttivo, a tempo
determinato, precario, in nero e a domicilio eppure pagato. Nel contesto socio-economico capitalista il lavoro
salariato maschile non è mai stata una risorsa sufficiente in relazione alle condizioni di vita familiare e il
lavoro femminile, come in molti casi quello dei bambini, è sempre stato necessario per permettere una
dignitosa qualità di vita familiare. Per le donne, allora, gli elementi di novità e di rottura si dissolvono in gran
parte negli elementi di forte continuità nella storia lenta e sempre arrestata del riconoscimento dei loro pieni
diritti di accesso alla sfera pubblica (dalla politica al lavoro) e in una storia di prestazioni lavorative da
sempre flessibili, limitate, frammentate, precarie. Ma non solo: questa stessa storia di cambiamenti e
trasformazioni non sembra riflettere altrettanti cambiamenti e trasformazioni se la guardiamo da un punto di
vista di femminista. Infatti, se anche oggi la sfera del produttivo comincia a perdere i suoi confini tradizionali
e se anche il lavoro si femminilizza diffondendo flessibilità e precarietà dalle donne anche agli uomini,
questo non significa che nella nuova organizzazione socio-economica sia venuta meno la distinzione tra
produttivo-economico e riproduttivo-domestico che riconosce solo il primo dei due termini come socialmente
necessario e funzionale al sistema economico attuale.
Vedremo, qui di seguito, quanto sottolineano le teoriche intervistate su questo argomento tra cui, in
particolare, Antonella Picchio che più che sugli elementi di novità, si concentra sugli elementi di continuità
rispetto alla prima modernità e alla società del lavoro fordista sottolineandoli con decisione 9 . Come nel


8
  Tra le intervistate, Rossella Lama riporta questi dati della rilevazione INPS al 31 dicembre 2003 proprio per
    sottolineare che tra i lavoratori atipici gli uomini superano le donne e commenta: “Riporto questi dati perchè molte
    persone affermano, per dimostrare la debolezza delle donne nel mercato del lavoro, che le donne sono presenti in
    numero maggiore nel fondo Inps 14%. Trovo che questo non sia vero, perchè i dati lo smentiscono, e che sia un
    autogol”.
9
   Da anni Antonella Picchio lavora sulle teoria economica da un punto di vista femminista, ovvero sull’intreccio tra
    lavoro pagato (produttivo) e lavoro non pagato (sociale-riproduttivo) nell’economia. La sua pubblicazione più
passato recente il lavoro salariato maschile non bastava sia in termini di reddito in relazione alle condizioni di
vita (le donne lavoravano per guadagnare e il loro lavoro non era riconosciuto) sia in termini della sua
sostenibilità attraverso il lavoro domestico (alle donne spettavano le responsabilità di lavoro domestico,
familiare e di cura, necessario a sostenere quello maschile -produttivo), ancora oggi, il doppio carico di lavoro
(femminile) è presente perché la struttura economica attuale è ancora basata sulla stessa divisione tra
produttivo e riproduttivo che assegna prevalentemente alle donne una doppia presenza in termini di doveri
ma non in termini di diritti alla cittadinanza e alla propria autosostenibilità esistenziale. Solo nel momento in
cui questo aspetto centrale, l'intreccio tra produttivo e riproduttivo, fosse strutturalmente riconosciuto ci
sarebbero davvero le premesse per un cambiamento, ma ancora oggi, in una società post-fordista, questa
trasformazione è ben lontana dalla sua realizzazione. Peraltro, apparirà chiaro, come sottolineano per
esempio Rossana Trifiletti, Rossella Lama e Donata Gottardi, come l'Italia rappresenti un caso peculiare
rispetto a altri stati europei in cui è più appropriato parlare di transizione a un modello socio-economico post-
fordista.
Anche guardando all'accezione qualitativa della categoria correntemente in uso, “femminilizzazione del
lavoro”, i limiti e le ambiguità emergono considerando che le connotazioni assegnate a un lavoro che diventa
“femminile” si inscrivono, su un piano simbolico nella nostra cultura, a valori, rappresentazioni, segni di
debolezza e inferiorità nella scala gerarchica che organizza i termini “maschile” e “femminile”. Come
osserva la teorica femminista Rosi Braidotti, per quanto il termine, “femminilizzazione”, “esprima la crisi
della mascolinità e del dominio maschile, esso rimanda anche a un livello normativo di “valori morbidi”,
quali flessibilità, emotività, sollecitudine o attenzione” (Braidotti, In Metamorfosi. Verso una teoria
materialista del divenire, 2003). Tra le nostre intervistate, vedremo come per Antonella Picchio
“femminilizzazione” indica un cambiamento di rapporti di forza verso insicurezza e debolezza, oppure come
Adriana Nannicini non consideri la prerogativa storica femminile della cura dei contesti e delle relazioni
come un aspetto necessariamente positivo del rapporto tra donne e lavoro, perchè contribuisce a rafforzare la
dicotomia tra “contenuto del lavoro” e “condizioni del lavoro”. Inoltre, analogamente alla divisione tra “hard-
maschile” e “soft-femminile”, la distinzione tra attribuiti “femminili” e “maschili” al la voro non solo è
problematica perchè rimanda a un discorso socio-culturale essenzialistico che banalizza le molteplici altre
differenze che frammentano uomini e donne, ma anche poco strategica fin tanto che la differenza
“maschile”/“femminile” nella cultura simbolica non acquisisce un significato positivo e fin tanto che la
distinzione tra “produttivo” e “riproduttivo” continua ad essere gerarchicamente regolata. E fin tanto che la
maggioranza di coloro che enfatizzano la positività di questo processo di femminilizzazione sono, come
annota Rosi Braidotti, “proprio i pensatori che abitano al centro degli imperi passati e presenti (...)
attivamente decostruendo il potere del centro”, non solo la distanza tra “femminilizzazione” e le donne in
carne ed ossa si rafforza, ma la categoria impiegata in termini neutrali-maschili tende oltre tutto a fagocitare
soggetti “altri” prima che questi siano diventati soggetti. Come dicono le filosofe femministe e come
ribadisce Rosi Braidotti, “come possiamo distruggere una soggettività che storicamente non ci è ancora stata


   recente è Unpaid work and the Economy, 2003. Si veda anche Social reproduction: the political economy and the
   labour market, 1992
riconosciuta?” (Braidotti, op.cit., 2003).


5. Le interviste: prospettive femministe/ “gender-oriented” sul lavoro in epoca post-fordista
Nei paragrafi che seguono Antonella Picchio, Rossana Trifiletti, Donata Gottardi, Adriana Nannicini,
Rossella Lama, Tindara Addabbo, Marzia Vaccari, Leda Guidi10 , intervengono da diversi punti di vista, a
partire da differenti percorsi di vita professionale, suggerendo questioni e interrogativi che dovrebbero a
nostro avviso acquisire spessore centrale nelle riflessioni sul tema che stiamo affrontando, generalmente
trattato da una prospettiva maschile -neutrale. Nelle interviste raccolte sono stati discussi alcuni aspetti critici
relativi al “divenire femminile” del mercato del lavoro nella sua declinazione post-fordista. Tra essi, di
particolare rilievo sono state alcune questioni affrontate da un'ottica di genere/femminista: la flessibilità e il
modo ambiguo in cui questa si pone per le donne oggi, tra precarietà e libertà; il confronto generazionale
rispetto alla “doppia presenza” che le donne hanno storicamente dovuto praticare; il rapporto tra femminismo
storico, il lavoro e le condizioni materiali delle donne che in alcuni casi è stato caratterizzato in termini di
omissione, perdita di autonomia e vuoto di pratiche/riflessioni; le connotazioni problematiche del post-
fordismo italiano nel contesto europeo, da una parte, e nel contesto di welfare italiano, dall'altra, e le sue
implicazioni sul lavoro delle donne oggi; il rapporto tra società dell'informazione/comunicazione e società dei
servizi e, in esso, la collocazione, le opportunità, le professionalità delle donne.


Deregulation, precarizzazione e “femminilizzazione del mercato del lavoro”
Nel passaggio da un modello socio-economico fordista a un modello post-fordista, già descritto nei paragrafi
precedenti, in una generale tendenza alla deregolamentazione e alla precarizzazione del lavoro che accomuna
uomini e donne, si assiste paradossalmente a un aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro.
Questo trend in crescita, descritto come un processo di “femminilizzazione del mercato del lavoro”, indica
anche un cambiamento dell'organizzazione e dei contenuti del lavoro: l'aumento di quota relazionale e di
comunicazione intersoggettiva, aspetti essenziali dei modelli di produttività e efficienza, connota un
“divenire femminile” del lavoro che necessita in misura sempre maggiore di competenze, qualità, specificità
tradizionalmente connesse alla sfera femminile dell'esistenza (in particolare la capacità gestionale,
comunicativa e relazionale).
Rispetto all'attuale dibattitto su questi temi, nella sua intervista Antonella Picchio sostiene che “la vera
                                                                ei
femminilizzazione sta nella perdita di potere, nel cambiamento d rapporti di forza in atto rispetto al salario
diretto e sociale e rispetto a orari, precarietà, insicurezza”. E le donne, dice Antonella Picchio, “da una parità
nella debolezza non hanno niente da guadagnare”.
In altre parole, si potrebbe dire, quando il lavoro si indebolisce diventa “femminile”. Essere “femminile” è un
segno, ed è segno soprattutto della sua precarizzazione. Infatti, da una parte, l'apparenza positiva di questo


10
     Torno qui a precisare che le interviste a Marzia Vaccari e Leda Guidi si collocano nel gruppo delle interviste che sono
      state impiegate e analizzate nella terza parte del lavoro, che guarda ai percorsi di vita professionale di un campione
      di donne al lavoro nella società in rete/post-fordista. D'altra parte, il loro sguardo concettuale a partire da una lunga
      esperienza, pratica e teorica, in relazione alle tecnologie IC è sicuramente da valorizzare anche in questa parte del
      testo.
processo trova i suoi limiti, come ho già detto, nell'osservare la forti disparità nell'accesso al lavoro e alla
carriera tra uomini e donne, le discriminazioni orizzontali, verticali e salariali in diversi settori lavorativi in
cui sono noti fenomeni come “il soffitto di cristallo” o la “forbice delle carriere”. Dall'altra parte, la
proliferazione di forme/contratti di lavoro atipici in cui le donne sono sovra-rappresentate è segno che
precarizzazione, deregolamentazione e femminilizzazione sono termini pressoché intercambiabili. Diverse
ricerche, nazionali e locali, mostrano infatti che non appena si diffondono massicciamente le nuove forme di
deregulation anche in Italia, il lavoro femminile aumenta in modo decisivo (Isfol, Il lavoro in Italia, profili,
percorsi, politiche, 1998; Ires, Le nuove forme di lavoro: opportunità, caratteristiche e problemi regolativi
del lavoro coordinato e continuativo, 1998; Altieri e Carrieri, Il popolo del 10%, 2000; Marelli e Porro, Il
lavoro tra flessibilità e innovazione. Le tendenze del mercato del lavoro in Lombardia, 2000; Sameck
Ludovici e Semenza, Le forme del lavoro. L'occupazione non standard: Italia e Lombardia nel contesto
europeo, 2001; D'Imperio e Rizza, Lavoro atipico e politiche del lavoro a livello locale: un'indagine
empirica in Emilia Romagna, 2000).
Rossana Trifiletti, suggerisce che “talvolta l'unica spiegazione ipotizzata di questa femminilizzazione dei
nuovi lavori, oltretutto spesso formulata in modo tacito, sembra essere una qualche (naturale?) maggiore
adattabilità delle donne ai lavori atipici: sia che si tratti di una loro più radicata abitudine a gestire intrecci di
tempi complessi e contemporaneamente appuntamenti rigidi nel tempo, sia che si ipotizzi una loro migliore
                                                                                                      ete,
capacità di porsi rapidamente in sintonia con gli altri (clienti, membri della squadra, persone della r
destinatari di un servizio)” (Trifiletti, op.cit. 2002).
Nella sua intervista Rossella Lama fa notare che spesso l'associazione tra donne e lavori atipici viene
sottolineata con uno scopo preciso: quello di “dimostrare la debolezza delle donne nel mercato del lavoro (...)
perché vuole rafforzare una generalizzata visione di debolezza delle donne”. Inoltre, aggiunge Rossella
Lama: “questa operazione intende confermare la visione dei contratti non standard come contratti di serie B
rispetto al lavoro a tempo indeterminato”. “Non essendo in grado di fare a tutti coloro che lo vogliono un
contratto a tempo indeterminato, e non si è in grado, allora a mio parere è tempo di smettere di discriminare
                                                            iù
questi contratti atipici, magari dicendo che riguardano di p le donne e definendoli proprio “atipici”, perché
la verità è che il fenomeno è tanto maschile quanto femminile, ed è tempo di iniziare a costruire per i
collaboratori e per tutti i lavoratori nuove garanzie e tutele”. L'implicita distinzione tra “lavoro standard” e
“lavoro atipico” alla base del processo di femminilizzazione del lavoro arriva a segmentare pericolosamente
la popolazione: “e' un'operazione scorretta e difensiva mirante a escludere dai diritti alcune persone che
pagano in termini di previdenza e tassazione. Fare una simile operazione che distingue tra lavoro standard e
lavoro flessibile serve a salvaguardare una serie di persone che quei diritti li ha”.
In questo processo appare allarmante l'attacco che si nasconde dietro al dictat della fle ssibilità del mercato del
lavoro: la precarizzazione del lavoro come risposta alla flessibilità costituisce un attacco al diritto di piena
cittadinanza che oggi è garantito in termini di diritti previdenziali e diritti di tutela solo ai lavoratori
dipendenti e salariati e non include i lavoratori atipici. E se “precarizzazione” e “femminilizzazione” sono
termini pressoché intercambiabili, questo attacco acquista un certo rilievo nei confronti delle donne. Se
dunque la flessibilità sembra offrire nuove possibilità di entrata nel mercato del lavoro, questo non solo
avviene in situazioni di progressivo deterioramento dal punto di vista occupazionale, economico e sociale,
ma avviene soprattutto nel contesto di una legislazione concepita per una società del lavoro con contratti
tradizionali.
Nelle interviste sono state espresse diverse opinioni sulla legge italiana (la legge Biagi) volta a regolamentare
la diffusione delle nuove forme di lavoro e ne sono stati indicati i limiti e gli aspetti critici nell'assenza di
chiarezza del testo in alcune sue parti, nella carenza di dibattito e confronto sull'impatto di queste scelte
legislative e, soprattutto, nella mancanza di interventi sociali a livello dell'organizzazione del lavoro tali che
possano rendere effettivamente applicabile la legge. Mentre per Rossana Trifiletti è ancora in dubbio “se
molti contratti funzioneranno”, così che rischiano di rimanere “etichette vuote”, Rossella Lama afferma: “uno
dei rischi è che questa legge, o meglio i decreti attuativi, producano un discreto tasso di confusione. Il che
non giova ne' al lavoratore ne' all'impresa. All'economia sommersa invece si. Alcuni giuslavoristi non ne
condividono (gran) parte dell'impianto, in quanto non è chiaro quali istituti precedenti siano abrogati da quelli
attuali (...) Non sono un giuslavorista, ma comprendo bene che riformare il mercato del lavoro senza
riformare le politiche dei redditi, la fiscalità, la previdenza, le politiche sociali, i criteri di accesso ai servizi
pubblici etc va solo a danno di chi “cade” in quell'unica riforma. E sono milioni di lavoratori e lavoratrici, la
maggior parte giovani”.
Tindara Addabbo sottolinea la difficoltà di esprimere un giudizio complessivo, poiché ci troviamo in una fase
iniziale e sono da poco usciti i decreti attuativi. Anche se ci sono aspetti positivi e negativi da considerare –
tra questi ultimi, per esempio, quelli che riguardano le forme di lavoro a chiamata - sarebbe un bene “se
questa legge portasse a maggiore trasparenza e chiarezza”. Per Tindara Addabbo “il vero problema
dell'attuale politica di governo è la mancanza di un adeguato sistema di amortizzatori sociali che interessano
particolarmente le donne, laddove il loro lavoro è più discontinuo e laddove sono più rappresentate tra le
disoccupate e le inattive”. Ricorda inoltre Tindara Addabbo “che alcune posizioni contrattuali non hanno
sufficienti tutele di maternità e garanzie di reintegro”.
Infine, Donata Gottardi, giuslavorista, afferma di avere “una visione molto pessimista” e ne spiega le ragioni:
“(la legge) è stata scritta tecnicamente malissimo per cui adesso stanno cercando di recuperarla per la via
delle disposizioni (...) ed è sbagliata nel metodo. Con questa legge, gli imprenditori, quando superano la fase
dell'accettazione ideologico-politica, si rendono contro che forse potrebbe andare bene per ridurre il lavoro
nero. D'altra parte, io non credo questo accadrà perché il lavoro nero resta talmente conveniente..”. Quel che
Donata Gottardi sottolinea è l'assenza di un ragionamento di contesto e un disegno strategico alla base di
questa legge che sembra essere stata scritta senza avere chiarezza sui suoi destinatari e sulla sua utilità.
Queste le sue parole: “(...) è come se (la legge) intervenisse su alcuni pezzi ma senza poi mai domandarsi a
chi serve. Oppure è come se avesse delle spinte, degli imput minimali, ma senza pensare a un disegno, a una
strategia (....) Si dovrebbe pensare: ma a chi serve questa legge? La introduco perché c'è in altri paesi europei,
ma cosa vuol dire? Collocala nel tuo paese e vedi se serve e a cosa”.


L'Italia in Europa: quale post-fordismo?
Un altro fattore, emerso dalle interviste, che indica quanto l'attuale precarizzazione del lavoro connessa alla
flessibilità economica colpisca maggiormente le donne deriva da alcune considerazioni sulla peculiarità
italiana rispetto ad altri paesi europei. Come si descrive in diversi studi, la struttura del welfare italiano è
egemonizzata dal ruolo della famiglia che nel tempo si è posta in rapporto di sussidiarietà nei confronti
dell'intervento statale e nei confronti del mercato. (Esping Andersen, Le fondamenta sociali dell'economia
post-industriale, 2000; Ferrera, Le trappole del welfare, 1998; Mingione, Sociologia della vita economica,
1997). La configurazione italiana del welfare state si è dunque strutturata sulla base delle esigenze del
lavoratore maschio adulto capofamiglia e sulla rete di protezione sociale volta al suo sostentamento,
trascurando le donne il cui ruolo di riproduttrici sociali nella famiglia nucleare le ha escluse dalle occupazioni
standard riservando loro forme di lavoro marginali, flessibili e prive di tutele. Inoltre, i bassi livelli di spesa
sociale dello stato sociale italiano, lo scarso sviluppo delle politiche attive del lavoro insieme ai programmi di
assistenza residuali sono altri fattori peculiari del contesto italiano. Al posto di politiche attive del lavoro in
Italia sono state prevalentemente sviluppate politiche passive dell'occupazione – prepensionamenti, sussidi,
cassa integrazione - unicamente finalizzate a sostenere il reddito del capofamiglia, lavoratore maschio adulto,
cioè il male bredwinner dei paesi anglosassoni, unico soggetto privilegiato e beneficiario del sistema di
protezione sociale e, allo stesso tempo, veicolo di accesso ai diritti sociali per tutti i membri della sua
famiglia (Ferrera, op.cit., 1998; Saraceno, Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, 1998).
Come nel suo saggio (Trifiletti, op.cit, 2002) così nel corso dell'intervista, Rossana Trifiletti si sofferma a
precisare che il passaggio da un modello socio-ecnomico fordista a un modello post-fordista, la cui
caratteristica essenziale è la flessibilizzazione del mercato del lavoro contemporaneamente al dissolvimento
del welfare state, non descrive in modo appropriato il contesto italiano, quanto piuttosto altri paesi europei, in
particolare quello anglosassone. Dice Rossana Trifiletti: “ho l'idea che l'Italia non sia stata pienamente
fordista. L'Italia ha un percorso abbastanza atipico da questo punto di vista. Anche tutti i discorsi sul “male
breadwinner”, che tendiamo a importare dai paesi anglosassoni, non si adattano pienamente al contesto
italiano: non è vero che la nostra politica sociale funzionava così. Non bisogna confondere quello che è
persistenza tradizionale di certi modi di pensare, o anche la presenza importante della chiesa e di molte
persone che ci credono, con una cosa che è molto più precisa e specifica, che si è verificata in molti paesi
europei negli anni '50. In molti paesi, in quegli anni, con il boom e la fordizzazione, lo stato sociale ha preso
una forma determinata in cui nella famiglia i ruoli tradizionali erano pensati come divisi. In Italia questo non
è mai esistito perché noi non abbiamo mai avuto l'idea, per esempio, del “family wage”, del salario garantito
al lavoratore. In Inghilterra forse. In Italia le donne non hanno mai avuto la possibilità di accedere alla
pensione attraverso lo status di madre. L'Italia è un paese in cui la mamma è sacra ma niente si fa per le madri
ed è dunque molto diversa da questo punto di vista rispetto al modello europeo che è in fase di superamento
del “male breadwinner”. Questo modello, appunto prevalentemente diffuso nei paesi anglosassoni, riflette la
forma di una famiglia nucleare in cui la donna, quando madre, accudisce i figli, mentre l'uomo padre lavora
per il mantenimento della famiglia. D'altra parte, suggerisce Trfiletti, in questi paesi, le donne
temporaneamente uscite dal mercato del lavoro al primo o al secondo figlio potevano rientrare in un
momento successivo. Il superamento di questo modello sta oggi andando verso un modello di “un salario e
mezzo” (non due) nel quale un partner ha un lavoro principale e l'altro un lavoro part-time segregato. In Italia
non si è mai realizzato questo modello perché tutte le sue preesistenze storiche sono diverse. “L'ingresso”,
afferma Trifiletti, “da noi è avvenuto attraverso selezione di manodopera femminile molto buona, molto
qualificata che si poteva “truccare da maschio”. Entrano nel mercato del lavoro ufficiale solo le donne che si
possono “truccare da maschi” e ci rimangono fino a tanto che fanno i maschi. Quando smettono, nel
momento in cui fanno un figlio, quando possono lasciare passare avanti la malattia del figlio rispetto
               a
all'impegno di l voro, addio... Abbiamo dunque una storia della presenza delle donne nel mercato del lavoro
che è ad altissima qualificazione, grandissima fatica e per vite di lavoro brevi, visto che fare tutto quanto da
sole è molto duro. Ecco che allora quanto avviene oggi (la globalizzazione, la frammentazione del lavoro, la
sua flessibilizzazione) arriva in Italia stratificandosi su questa realtà precedente. Non arriva sulla realtà del
lavoro femminile in qualche modo già più istituzionalizzata di altri paesi”.
Nel caso italiano, dunque, la rapida trasformazione e deregolamentazione del mercato del lavoro si
sovrappone a un mercato precedentemente molto rigido e, soprattutto, si situa in un contesto di politiche
sociali che, come ho già sottolineato, sono iniziali, separate e contraddittorie (Saraceno, op.cit., 1998) rispetto
alla sostenibilità di tempi di lavoro (produttivo) e tempi di lavoro di cura. Inoltre, se è ormai assodato, come
ho più volte sottolineato, che l'aumento del tasso di attività femminile tende a aumentare con la tendenza alla
globalizzazione economica che trasforma le caratteristiche “maschili” del lavoro salariato in caratteristiche
“femminili” di un lavoro precario, flessibile, instabile e a tempo determinato, c'è da chiedersi, come fa
Trifiletti, se questo processo semplicemente non renda oggi più visibili i lavori delle donne, da sempre più
fragili, marginali, frammentari, flessibili. I dati confermerebbero questa ipotesi: quasi ovunque, non solo in
Italia, il principale o unico fattore di crescita dell'occupazione è dato dal trend in crescita di presenza
femminile sostenuta dai lavori atipici (Trifiletti, op.cit., 2002). Se in Italia questo processo si è verificato in
anni più recenti, probabilmente dopo il pacchetto Treu, con lo sviluppo di lavoro a termine, di quello
interinale e la rapida emersione delle collaborazioni coordinate e continuative (Bologna, Fumagalli, op.cit.,
1997; Accornero, “Introduzione”, 2000), in altri paesi europei è stata soprattutto l'introduzione e la diffusione
del lavoro part-time ad aver supportato già da tempo questo processo. Dagli anni '90, come per esempio
rivelano i dati Istat del rapporto annuale del 2000, questo trend in crescita dell'occupazione femminile è
cominciato a diminuire. Questo tendenza alla diminuzione si è verificata, come fa notare Trifiletti, non solo
in Italia, ma anche in Svezia e in Danimarca. La ragione, suggerisce la studiosa, è da individuare nell'assenza,
negli ultimi anni, di uno sviluppo del part-time in concomitanza, invece, di una rapida diffusione delle forme
di lavoro meno protette 11 . Nell'intervista, Rossana Trifiletti commenta l'assenza in Italia del “volano del part-
time” con queste parole: “Non è che il part-time sia di alta qualità negli altri paesi, però è visibile ed è lavoro.
Da noi non è tanto un vero lavoro. E' un modo per stare molto precariamente nel mercato del lavoro e per

11
     Riporto qui alcuni dati relativi al part time in Italia nel quadro europeo che Elena Maggio raccoglie e commenta nella
      sua tesi di Master in Studi di Genere e politica di Pari Opportunità (Università di Bologna) dal titolo Donne e lavoro:
      una nuova flessibilità?: “In Italia, caso quasi unico rispetto agli altri paesi europei, l'occupazione femminile è
      aumentata in modo considerevole senza un parallelo incremento del part-time (...) Lo sviluppo del part-time
      nell'ultimo periodo (...) spiega solo in parte la crescita totale dell'occupazione nel corso degli anni '90: e infatti
      l'incidenza di questa tipologia contrattuale sull'occupazione, in cui il 75% interessa le donne, è tuttora notevolmente
      al di sotto della media europea (8,6% contro la percentuale del 17,9% (...) Il part time raggiunge punte del 71,3% tra
      le occupate olandesi e tra i paesi più simili all'Italia si può citare il caso tedesco in cui il part-time rappresenta il 39,2
      % dell'occupazione femminile e quello francese dove rappresenta il 30,4%.
segnalare programmaticamente uno scarso impegno. Il part-time in Italia va in controtendenza rispetto
all'ingresso normale delle donne nel mercato del lavoro”.
Analoghe osservazioni sul part-time nel contesto italiano sono emerse da altre interviste. Donata Gottardi
confronta il caso italiano con il caso olandese dicendo: “(...) In altri paesi, come l'Olanda, il part-time è quasi
totale e questa è una differenza fortissima rispetto all'Italia. Di fatto in Olanda c'è almeno uno dei due della
coppia che lavora part-time, quasi sempre la donna. Allo stesso tempo però in Olanda, diversamente che in
Italia, è stata cambiata l'organizzazione del lavoro ed è stata basata sul part-time. Qui da noi manca la base
del ragionamento. In Italia si è diffusa l'idea che le donne siano entrate e che stanno entrando massicciamente
nel mercato del lavoro, ma non si cambia nulla: non si interviene cioè nella società con dei servizi che a
questo punto ovviamente diventano necessari. Così cambia la tipologia organizzativa, come il part-time, ma
senza pensare di riorganizzare il lavoro. Le posizioni precarie e part-time sono considerate piccoli fenomeni,
marginali, di persone che hanno problemi ma che non intaccano l'organizzazione del lavoro”. Riferendosi
nello specifico alla riforma del lavoro oggi in atto poi aggiunge: “in una riforma fatta così, io posso anche
modificare il sistema delle convenienze (...) ma non è lì che si deve andare a incidere. Si deve andare a
incidere fuori dalla tipologia contrattuale, a livello dell'organizzazione del lavoro se si vuole far decollare il
part-time. Al di là della discussione se davvero vogliamo che tutte le donne lavorino a part-time -e neanche
questa è una buona prospettiva – se non cambia l'organizzazione del lavoro il part-time rimarrà comunque
uno strumento residuale. Un conto è lavorare part-time come emarginata, un conto è lavorare part-time dentro
un'organizzazione del lavoro che prevede esattamente i posti di lavoro part-time”.
Come Donata Gottardi, anche Tindara Addabbo sottolinea la necessità di un cambiamento strutturale delle
organizzazioni aziendali a favore del part-time. In riferimento alla legge Biagi a questo proposito commenta:
“Certamente politiche volte a aumentare l'utilizzo del part time sono importanti. C'è una anche un'offerta di
lavoro potenziale di part-time insoddisfatta. Forse bisogna fare ancora di più per incentivare le imprese a
utilizzare il part-time, occorre inoltre incentivare il part-time per per vari livelli e non solo per quelli bassi,
evitando che il part-time sia limitato a lavori privi di prospettive di carriera. Inoltre, occorre assicurarsi che la
sua durata sia anche legata alle esigenze del lavoratore (che possa per esempio essere scelto anche solo per
certe fasi del ciclo di vita) e favorirne la riconversione”.


La flessibilità che le donne vogliono?
Un part-time strutturalmente riconosciuto dall'organizzazione del lavoro a tutti i livelli professionali è dunque
la premessa necessaria per una sostenibilità effettiva di tempi di lavoro e tempi di cura. D'altra parte, il fatto
che questa forma di lavoro sia di destinazione più spesso femminile che maschile non è in ogni caso “una
buona prospettiva per le donne”. Questa allusione di Donata Gottardi è ovviamente un nodo cruciale che
solleva quanto ho più volte sottolineato: ancora oggi il sistema economico in cui viviamo è strutturato in base
alla divisione sociale del lavoro tra uomini e donne in cui il lavoro sociale -riproduttivo è culturalmente
iscritto tra le responsabilità femminili.
Nella sua intervista Antonella Picchio precisa che quanto appartiene alla sfera “riproduttiva” non è tanto e
solo la necessità biologica umana di generare figli, ma nemmeno solo la necessità sociale umana di prendersi
cura di bambini e anziani. Nella sfera del riproduttivo, oltre al “riproduttivo di altri” c'è anche “il riproduttivo
di sé stessi e di sè stesse”, ovvero lo spazio e il tempo della “complessità del vivere”, delle relazioni che
hanno corpo e emozioni, dei cicli di vita che hanno sviluppi naturali e relazionali.
In altre parole, il modello economico capitalista “maschile” si garantisce produttività sulla base del
sostenimento “femminile” del “riproduttivo di altri e di sé”. Come economista, la relazione che Antonella
Picchio vuole mettere in luce è quella tra mercato del lavoro e condizioni di vita e, in particolare, tra salario e
condizioni di vita. “Nel fordismo, i maschi adulti negoziavano in parte un salario legato ai consumi familiari
e lo negoziavano in genere per l'intero ciclo di vita (lavoro stabile, pensioni, salute, sussidi di piena
occupazione, ecc.). Tuttavia anche per i lavoratori fordisti “forti” la negoziazione era insufficiente e le
condizioni di vita della famiglia (e dei maschi adulti) richiedevano redditi monetari accessori di donne e
bambini e soprattutto una grande massa di lavoro domestico non pagato. Questo lavoro viene attualmente
misurato statisticamente e risulta maggiore del totale del lavoro pagato di uomini e donne”.
E com'era nel fordismo, questo è vero anche oggi, visto che le forme di lavoro flessibile o non standard non
permettono in realtà di conciliare, ne' per gli uomini, ne' per le donne, tempi di vita e tempi di lavoro come
presumono di fare, e la loro scelta è spesso indotta e non volontaria. Nel caso delle donne, il grado di
involontarietà è spesso connesso alle necessità del lavoro domestico o di cura ancora oggi maggiormente
sulle loro spalle o comunque ancora iscritto tra le loro prerogative socio-culturali.
C'è chi, nelle interviste, ha sottolineato il grado di involontarietà nella scelta delle forme di lavoro a tempo
determinato. Non è solo il caso del part-time, ma anche delle diverse forme di lavori atipici nel “lavoro
autonomo di seconda generazione”. Tindara Addabbo, per esempio, afferma: “se prendiamo il lavoro
temporaneo, nella maggioranza dei casi scopriamo che non è un lavoro scelto, ne' da uomini, ne' da donne.
Inoltre, i dati sulla probabilità di inserimento successiva e di stabilizzazione mostrano che nel caso delle
donne questa stabilizzazione è più difficile anche nella nostra regione. Per quanto concerne il peso del lavoro
non pagato nelle nuove posizioni di lavoro è difficile rispondere a questa domanda. In alcuni casi è
sicuramente una motivazione che spinge alla ricerca di forme di lavoro con tempi più compatibili con i tempi
propri di vita familiare e responsabilità che restano molto forti: per esempio, troviamo una maggiore presenza
di part-time per le donne che è anche voluto per motivi familiari. Ma il desiderio di lavorare part-time non è
molto spesso fine a se’ stesso. E' più spesso una scelta indotta da una distribuzione dei tempi di lavoro totali
che vedono le donne maggiormente impegnate degli uomini sul fronte domestico però complessivamente più
impegnate degli uomini in termini di lavoro totale. Quindi questo può muovere verso la ricerca di modalità
lavorative più compatibili. Poi la ricerca empirica ha mostrato che in realtà non tutte queste forme possono
essere così compatibili. Così anche all'interno dei part-time i dati europei ci dicono che ci sono percentuali
significative di part-time involontario in Italia”. Tindara Addabbo fa riferimento a diverse fonti a conferma
delle sue affermazioni. L'Employment in Europe dell'Unione europea, per esempio, è tra le fonti più recenti
(2003) ed offre dati interessanti sulle percentuali di lavoro involontario, di cui l'esempio tipico è il lavoro
temporaneo.
Appare dunque davvero frettolosa la conclusione che le donne impegnate in queste forme di lavoro abbiano
scelto di essere meno coinvolte in un lavoro di carriera. Non solo per il part-time, ma per la pluralità di forme
di lavoro atipico, è chiaro che il sottointeso nesso causale che spesso sta alla base della relazione tra
“conciliazione e lavori flessibili” è infondato. Come scrive Rossana Trifiletti, “se anche in Italia le donne
hanno probabilmente accettato di essere grateful slaves, non è mai stato perché abbiano preferito forme
limitate e strumentali di presenza condizionale nel mercato del lavoro (...) ma, proprio al contrario, perché era
spesso proprio una condizione per entrare (e restare) nel mercato del lavoro quella di rinunciare a far valere i
propri diritti sociali pieni, specie quelli alla tutela della maternità, e/o rendersi disponibili a contrattarne col
proprio datore di lavoro un aggiustamento limitativo 'privato'” (Trifiletti, op.cit., 2002). Per questo motivo le
donne sono più massicciamente presenti nel mercato del lavoro dipendente in ambiti segregati e con limitata
possibilità di avanzamento di carriera dipendente, come la scuola, oppure in quei settori pubblici a bassa
motivazione e ad alto tasso esecutivo. In tutti gli altri casi il loro impiego, in particolare nel privato e nelle
imprese, è prevalentemente e necessariamente un impiego flessibile in cui la possibilità di conciliare oneri di
cura e di lavoro viene concessa in via informale e in condizioni di disparità di potere. Con parole diverse
anche Rossella Lama nella sua intervista sottolinea questo aspetto dell'involontarietà a proposito delle varie
forme di lavoro flessibili da parte delle donne, indotte a scegliere queste modalità contrattuali per riuscire a
farsi carico di un doppio lavoro che ancora oggi pesa maggiormente sulle loro spalle.
Un'idea peraltro – quella che un lavoro flessibile meglio soddisferebbe il desiderio di conciliazione delle
donne – che si smentisce non solo nel grado di involontarietà di questa scelta, ma soprattutto nel fatto che in
realtà questa scelta non va nella direzione di una migliore sostenibilità dei tempi, bensì nella direzione
opposta. Dice Rossella Lama: “(...) non è vero che c'è una flessibilità che le donne vogliono. In tutta questa
                                                     n
complessa questione del lavoro flessibile emerge che i realtà poche persone con contratti e condizioni di
lavoro non standard, con posizioni più flessibili e autonome, riescono a lavorare il numero di ore che
vorrebbero e che permetterebbero una conciliazione. E' proprio vero il contrario. Perché legare queste forme
di lavoro flessibili alle donne? Per la conciliazione? Il numero di ore di lavoro per un atipico è altissimo e ha
sicuramente conseguenze sulla percezione di sé e della propria vita”. I tempi di lavoro connessi a queste
posizioni contrattuali individualmente negoziate e non tutelate arrivano a eccedere quelle normalmente
previste in un contratto di lavoro standard. E' quanto emerge da diversi studi che segnalano l'intensificazione
dei tempi lavorativi per i lavoratori autonomi e apici per i quali 'lassenza di norme che tradizionalmente
hanno definito il tempo di lavoro regolamentato lo trasforma in un lavoro privo di limiti. Dalla rivoluzione
industriale in poi, si può osservare, la storia della regolazione del tempo di lavoro ha un unico filo conduttore:
quello della fissazione di limiti al tempo del lavoro salariato. Non a caso il primo maggio, festa dei lavoratori,
ricorda ancora oggi il sacrificio di operai che lottavano per la fissazione del limite giornaliero delle otto ore
lavorative. Eppure, osserva, tra altri, Sergio Bologna “il prolungamento della giornata lavorativa non solo
sembra essere passato inosservato, ma avviene il contrario e cioè che illustri sociologi e saggisti, i quali
amano esercitarsi in analisi del capitalismo contemporaneo, vanno scrivendo proprio il contrario e cioè che il
tempo di lavoro si è accorciato” (Bologna, op.cit., 1997). In realtà, il mercato del lavoro flessibile provoca un
progressivo assottigliamento del confine tra tempi di vita e tempi di lavoro dovuto, oltre che all'assenza di
norme e limiti dell'orario di lavoro, ad alcuni fattori specifici. Innanzitutto il fatto che gran parte di questi
lavoratori sono retribuiti non tanto sulla base di unità di tempo elementari impiegate a svolgere un'attività
(l'ora, il mese) quanto sulla base del prodotto consegnato nel termine di consegna, un termine di consegna
generalmente definito dal committente e contrattato individualmente. Nel caso in cui si verifichi un “taglio
dei tempi” nel corso della collaborazione questo non solo rimane invisibile nella prestazione di lavoro, ma
soprattutto ricade sulla giornata lavorativa. Un altro fattore che determina questa dilatazione dei tempi di
lavoro è dato dall'aumento di quota relazionale e non retribuita in questi lavori. Relazioni, scambi di
informazioni, comunicazione, sono diventate parti integranti delle attività di lavoro in diversi settori
professionali. Le tecnologie IC che ne favoriscono l'intensificazione e la velocità, concorrono ad aumentare
un carico di lavoro non retribuito nel caso del lavoratore autonomo e atipico. Infine, anche il tempo dedicato
allo studio, alla formazione e all'aggiornamento, indispensabile per la propria spendibilità sul mercato del
lavoro e il cui costo è a carico del singolo lavoratore, aumenta la quantità complessiva di tempo di lavoro.
Ma il problema non è solo relativo ai tempi che tendono a dilatarsi fino a sopprimere i confini tra tempi di
lavoro e tempi di non lavoro all'interno di una stessa prestazione professionale. La questione riguarda anche
l'intero arco di tempo di vita lavorativa che investe in modo totalizzante le condizioni esistenziali degli
individui. Nel processo che trasforma la flessibilità in precarietà e potenziale sfruttamento, i lavoratori atipici
vivono infatti in condizioni di permanente passaggio da una condizione all'altra: passano in tempi brevissimi
dal riposo e all'inoccupazione, dalla sottoccupazione scelta a quella imposta, dalla necessità di formazione
alla ricerca di lavori diversi per contenuti e condizioni contrattuali. Una pluralità di condizioni, queste, spesso
caratterizzate dalla carenza di negoziazioni contrattuali iniziali e quotidiane e dall'esistenza di una sorta di
“contratto psicologico” 12 nel quale gli accordi oltre che essere individualizzati sono spesso iscritti nell'area
del verbale se non del non detto. E' stato spesso sottolineato che queste condizioni di vita/lavoro alimentano
la percezione di una vulnerabilità, di un'incertezza e di un rischio esistenziali connessi al presente e al futuro
(Beck, op.cit., 1997; Bologna, op.cit., 1997), nelle quali il singolo individuo, non essendo in grado di pensare
e pianificare il futuro in base al lavoro e ai suoi cicli di vita, subisce uno schiacciamento sul presente
all'interno di un processo di “metamorfosi del rapporto di lavoro verso l'individualizzazione e la
privatizzazione del rischio” (Addabbo, Borghi, op.cit).
Insieme ai tempi di lavoro che perdono i loro confini dilatandosi, anche gli spazi di lavoro non sono più
delimitati: come il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita va assottigliandosi, anche quello tra casa e
luogo di lavoro si modifica in concomitanza con la diffusione del telelavoro supportato dalle tecnologie IC.
Per le donne, che nella storia sono state confinitate nel luogo domestico-riproduttivo, questa perdita di
confine ha un significato centrale, visto che per loro può significare un ritorno del lavoro a domicilio. Scrive
Adriana Nannicini: “Che ne è oggi del confine tra regno casalingo della necessità e la polis come sfera della
libertà? (...) Con l'epoca industriale il confine è diventato attraversabile, siamo state ammesse, sempre
parzialmente e sempre in libertà vigilata, dapprima solo nelle file delle masse proletarie, poi anche altrove
(...) Siamo entrate in città, ed è stato il lavoro ad aprire le sue porte, quello dello sfruttamento nelle fabbriche
di Manchester, quello di animal laborans, serializzato” (Adriana Nannicini, Le parole per farlo. Donne al
lavoro nel postfordismo, 2002). Come osserva Sergio Bologna, così anche Adriana Nannicini e con lei
Dominique Meda: “i diritti della cittadinanza si conquistano con il lavoro, quello che si fa in pubblico, che è

12
     “Contratto psicologico” è termine riportato da Elena Maggio nella sua tesi di Master, op.cit.
visibile e pagato (...) Adesso rischiamo di tornare a lavorare in casa, tra quattro mura, cioè dentro un confine
che, però, non distingue, ne' separa più” (Nannicini, op.cit., 2002, Meda, Società senza lavoro, 1997).
In questa perdita di confine tra tempi di lavoro e tempi di vita, tra sfera pubblica e sfera domestica,
“femminilizzazione del lavoro vuol dire che non è così pubblica la sfera pubblica, che la sfera pubblica ha
una dimensione privata” in una situazione in cui le condizioni di vita/lavoro diventano sempre più difficili da
sostenere per tutti gli individui, ma soprattutto per le donne per le quali agli oneri di un lavoro flessibile
ancora oggi si aggiungono gli oneri del lavoro domestico e di cura.
Adriana Nannicini nella sua intervista mette in luce quanto divengano pesanti “le condizioni di lavoro”: il
continuo sforzo individuale a tutelare condizioni di la voro non riconosciute contrattualmente, che spesso
derivano dal fatto che vengono “scaricati pesi e responsabilità sulle spalle degli individui, pesi che le
organizzazioni imprenditoriali non vogliono più sostenere”, diventa fonte di fatica, stress, insicurezza e
motivo di timore e paura del rischio per il futuro, persino a danno del contenuto del lavoro stesso. Adriana
Nannicini chiarisce quelle che considera le “condizioni di lavoro” definendole con “un tempo per lavorare
che sia riconoscibile; un tempo di lavoro che sia pagato; un pagamento per il proprio lavoro che sia
quantificabile, percepibile; un luogo per lavorare; delle condizioni di continuità e durata”. Queste condizioni
sono oggi mutate e sono ancora difficilmente descrivibili: richiedono “di essere di nuovo descritte, di nuovo
conosciute, per le implicazioni che hanno sulle vite individuali e collettive”.


Il doppio volto della flessibilità
Come ho più volte sottolineato, dietro il nesso che lega la flessibilità su scala globale del mercato del lavoro
alla precarietà localizzata di lavoratori e lavoratrici che, nel processo descritto come “femminilizzazione del
lavoro”, riguarda in modo rilevante le donne, si cela una profondo attacco ai diritti di cittadinanza piena di
quegli individui che, svicolati da norme di previdenza e tutela nel loro percorso lavorativo, vivono una
permanente minaccia esistenziale nel divenire del lavoro individualizzato e del rischio privatizzato. In questo
processo, anche la perdita di confini visibili tra spazi pubblici del lavoro e spazi privati della casa
contribuisce alla perdita di visibilità, e dunque alla perdita di partecipazione, a ciò che fino ad oggi è stata
costruita come sfera pubblica, politica e democratica.
Nel corso dell'intervista, Rossella Lama, in riferimento alle ricerche di Tindara Addabbo e Vando Borghi, ha
incluso nella categoria dell'atipico “una molteplicità di tipologie contrattuali e di condizioni giuslavoristiche”,
dal lavoro dipendente a tempo determinato fino al lavoro nero, accomunate da questo aspetto: quello di essere
“un lavoro senza strumenti di governo”. Dice Rossella Lama: “se leggiamo il contratto come la struttura di
governo che regola lo scambio tra soggetto e impresa, lì non c'è struttura (...) Società post-fordista più che
uno scenario, disegna forse un transito, nel quale sempre più persone rischiano di sentirsi senza diritti di
cittadinanza e senza tutele”. In questo processo di destrutturazione dei rapporti istituzionalizzati tra datori di
lavoro e lavoratori, le donne, già provenienti da percorsi di lavoro flessibile e frammentario, oggi sono
particolarmente coinvolte in queste forme contrattuali soprattutto perché la flessibilità lavorativa non è a
favore di una maggiore sostenibilità del lavoro di cura ancora oggi maggiormente a carico delle donne.
Eppure, questa connotazione profondamente negativa della diffusione dei lavori autonomi e atipici, “lavori
senza strumenti di governo”, che non solo contribuisce alla crescita di disparità di potere e di potenziale
sfruttamento in una molteplicità di situazioni, ma che costringe le donne a una scelta indotta da situazioni
esistenziali insostenibili, sembra perdere questi tratti di radicale negatività alla luce di altre osservazioni
emerse dalle interviste e provenienti da diversi studi sul campo. Osservazioni che, come vedremo nella terza
parte del testo, confermano quanto è emerso dalla nostra ricerca. Come afferma Tindara Addabbo nella sua
intervista, “ci sono alcune tipologie di lavoratori a cui se noi chiediamo se vogliono andare verso il lavoro
dipendente, rifiutano (...) Non credo sia possibile un ritorno al passato”. Così Rossella Lama sottolinea che
“le persone, qualsiasi sia il loro livello di scolarizzazione, sono molto attratte dall'idea di svolgere un lavoro
che è anche una passione ed a volte affermano che per poter avere questa opportunità accetterebbero anche
salari o redditi bassi. Questo desiderio di “lavorare con piacere” lo capisco, ma quando poi accade che, col
passare degli anni i redditi restano sulla soglia di povertà, quali opportunità di libertà e sviluppo quel lavoro
può fornire alle donne che lo hanno desiderato, anche fortemente?”
Un “ritorno al passato”, ovvero un ritorno al lavoro dipendente, a tempo pieno e indeterminato, non sembra
dunque essere una soluzione auspicabile per molti lavoratori automi e atipici, tra essi soprattutto le donne,
che quando descrivono la loro condizione lavorativa, oltre a caratterizzarla da un'alta percezione della
precarietà connessa al presente e al futuro, ne descrivono anche un'alta percezione della potenziale libertà
connessa a forme di lavoro connotate, oltre che dall'assenza di vincoli verso il basso, anche dalla carenza di
vincoli verso l'alto. Vedremo che anche tra le nostre intervistate con queste condizioni contrattuali le parole
che rivelano paura, timore del futuro, incertezza del proprio progetto di vita/professione non sono mai
disgiunte da altre parole che denotano l'amore per la propria libertà di autogestione quotidiana, il desiderio di
situarsi fuori dai vincoli del lavoro dipendente, l'orgoglio di costruire il proprio, personale e soggettivo,
percorso lavorativo sulla base di specifiche capacità e competenze.
Nell'intervista, Rossana Trifiletti si chiede se questi lavori nuovi “sono un'apertura di sfruttamento o
un'apertura di libertà” e a questa domanda risponde che “sono le due cose insieme, ma lo sono nella misura in
cui le donne in Italia sono veramente capaci, e ne abbiano i mezzi culturali e la formazione, di avere questo
lavoro flessibile, come accade altrove in Europa, nei termini dell'alta professionalizzazione, dell'orgoglio di
essere professioniste di sé stesse, capaci di gestire la propria vita lavorativa. E' chiaro che in alcuni casi
                                                             'è,
questo avviene per le donne. Oltre alla mancanza di diritti c infatti, l'orgoglio delle proprie scelte, delle
proprie capacità di progettare la propria vita”.
In alcuni casi, dunque, in particolare per le donne più privilegiate culturalmente e economicamente, questa
condizione può essere percepita come uno spazio di libertà, autogestione, autonomia e autoaffermazione
professionale. In questi casi la scelta di un lavoro flessibile può essere stimolata dal desiderio di seguire le
                                                                                     e
proprie passioni e i propri desideri individuali. Come sottolineano diverse autrici, l nuove forme di lavoro
atipico potrebbero tramutarsi in uno spazio di libertà, “trasformando la discontinuità in autonomia”, e
acquisire quei tratti, piuttosto idealizzati, che alcuni studiosi hanno descritto in termini di lavori più creativi,
scelti, in grado di riqualificarsi continuamente diminuendo la subordinazione (Accornero, Era il secolo del
lavoro1997; Bettio e Villa, Strutture familiari e mercati del lavoro nei paesi sviluppati. L'emergere di un
percorso mediterraneo per l'integrazione delle donne nel mercato del lavoro, 1993)13 .
Perché questa divenga una effettiva alternativa al potenziale sfruttamento e dipendenza dall'incertezza
connessi alla flessibilità, non solo è necessaria una profonda ristrutturazione e riorganizzazione del mercato
del lavoro nella direzione dell'estensione dei diritti di tutela, previdenza e maternità ai lavoratori atipici, ma
anche un cambiamento culturale della mentalità connessa al lavoro e al rapporto tra lavoro e vita/cura.
D'altra parte, per la grande maggioranza delle donne, quella di un lavoro temporaneo non è una scelta fine a
sé stessa. Ho già sottolineato nel paragrafo precedente l'alto grado di involontarietà connesso alla scelta di un
lavoro flessibile o temporaneo. In questi casi, non si tratta di una scelta di libertà quanto di una costrizione a
una vita lavorativa di emarginazione e sfruttamento, “l'esatto equivalente di lavorare in nero”. In altre parole,
questa situazione lavorativa deriva più spesso dalla scelta dicotomica cui sono poste innanzi le lavoratrici:
quella tra un lavoro regolarizzato, pertanto definito in base “alle condizioni maschili del datore di lavoro”, e
un lavoro irregolare, “senza tutela di diritti, con minore impegno temporale, motivazione, progetto di lunga
durata e ricchezza di risorse identitarie che ne derivano.. ma forse anche con una maggiore possibilità di
negoziazione personalistica, non priva di utilità strumentali” (Trifiletti, op.cit., 2002).
E' chiara l'ambiguità connessa a questa situazione, sospesa tra l'assenza di diritti e la possibilità, o forse solo
l'illusione inconsapevole, di apertura di libertà. C'è chi, come Paola Masi, si è interrogata sul concetto di
libertà connesso al tema della flessibilità suggerendo che “il pensiero delle donne è uscito dalla retorica e
dalla dialettica speculativa del maschile sulla libertà (la libertà “di” - il famoso pregiudizio borghese –
contrapposta alla libertà “da”) quando ha posto un'altra domanda, basata sulla propria esperienza: libertà per
chi? E con chi?” (Masi, “Flessibilità”, 2003). La libertà che si connette al lavoro flessibile oscilla tra i due
termini di questa “dialettica speculativa del maschile” diventando spesso una libertà essenzialmente declinata
al negativo/positivo nei termini di “assenza di dipendenza/presenza di dipendenza” e non nei termini positivi,
affermativi e creativi di una libertà a favore di qualcosa/qualcuno e con qualcosa/qualcuno. In questi percorsi
di vita si apre lo spazio di libertà di non avere una relazione affettiva stabile e non fare figli, lavorando, o di
avere una relazione stabile e fare figli rinunciando all'affermazione delle proprie passioni, di scegliere un
lavoro rigidamente organizzato in termini maschili o di non scegliere un percorso professionale precario e
frammentario. Come osserva Adriana Nannicini, “nelle organizzazioni dette “postfordiste aperte” serve, più


13
     Le caratteristiche potenzialmente positive della flessibilità sono state sottolineate da diversi studiosi che hanno
      raccontato la storia del mutamento del mercato del lavoro in termini neutrali/maschili, facendo cioè riferimento al
      cambiamento del contesto di lavoro per un unico soggetto, maschio adulto capofamiglia. In questi studi, come per
      esempio nel libro di Richard Sennet, L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale,
      1998, appare visibile la retorica intergenerazionale tra padri e figli in rapporto alla perdita del lavoro fordista quale
      risorsa di identità. I benefici derivanti da questa perdita in termini di autonomia e creatività aumentano
      proporzionalmente alla crescita delle preoccupazioni (maschili) verso la famiglia. E' con questa stessa ottica che si
      possono leggere le apologie della “fine del lavoro”, della “perdita del lavoro” (per esempio nel libro di Gorz, Miseria
      del presente, ricchezza del possibile, 1997 e nel libro di Rifkin, La fine del lavoro, 1996) che mettono in luce la
      preoccupazione (maschile) crescente rispetto alla perdita di una storia coerente e unitaria della propria vita
      lavorativa. In altre parole, se la perdita del lavoro salariato e stabile quale risorsa di affermazione identitaria per gli
      uomini, con le preoccupazioni e le insicurezze derivanti, può essere una novità, non lo è per le donne. Le donne
      infatti, come suggerisce Rossanna Trifiletti “hanno sempre ricucito le narrazioni usando un materiale molto più
      sfilacciato ed episodico, che seguiva le storie frammentate e divergenti dei bisogni degli altri” e “si son date – ed
      hanno rispettato – appuntamenti simbolici con i propri figli, la cui ritualità e la cui continuità riportasse ad un centro
      gli intrecci dei percorsi individuali divergenti, fosse in grado di ri-compattarli in un'ottica accettabile e ricca di
      senso” (Trifiletti, op.cit., 2002)
di ogni altra cosa, disponibilità: di tempo, di spostamento geografico, di investimento affettivo nell'impresa.
Il valore con cui è misurata l'affidabilità è connesso alla possibilità/volontà/necessità di non staccare mai: il
valore è dedizione, 24 ore al giorno. Quelle che dieci anni fa erano considerate condizioni per fare carriera
nelle aziende innovative sembrano diventare oggi semplicemente condizioni necessarie a conservare il
lavoro: non sono ammesse intrusioni della vita privata nella vita professionale” (Adriana Nannicini, Le
parole per farlo. Donne al lavoro nel postfordismo, 2002). Eppure, nota Adriana Nannicini, le reazioni alla
voracità di questa situazione non ci sono e non è chiaro se si tratti di complicità, adesione, subordinazione
oppure della “continua manovra di aggiramento di un conflitto inconciliabile, intrattabile”. Il fatto è “che
nella confusione e nell'illeggibilità delle reazioni a questa condizione a volte emerge una netta difficoltà di
prendere le distanze dal quadro dato, un quadro che ha voluto presentarsi come il migliore dei mondi
possibili ma che in realtà, lungi dal regalare autonomia, carica le vite di attese. E l'attesa più grande, quella di
entrare finalmente in uno spazio pubblico nel quale il lavoro sia il luogo di un conflitto limpido e esplicito, in
opposizione alla famiglia e alla casa dove il conflitto è segreto e negato, viene frustrata un giorno dopo l'altro.
                           ue
E tra i due ambiti, tra i d conflitti, si instaura una confusione, un'assenza di confini. La storia del lavoro
come storia dei conflitti si interrompe” (Nannicini, op.cit., 2002).
Per Paola Masi, il connotarsi positivo della flessibilità nei termini di libertà acquisisce una precisa funzione
regolatrice: “la costruzione positiva del concetto di flessibilità serve a lenire la paura della morte e ad
abbassare la soglia del dolore dell'assenza di certezze, del terribile, del “globale imperiale” con cui si apre il
millennio; e serve anche a cancellare il disgusto sensoriale e morale nei confronti del cittadino consumatore,
cui ogni singola persona sembra essere ridotta dall'economia contemporanea. In questo senso la retorica della
flessibilità sembra trovare un suo ruolo “umano”, nel dare conforto, nell'alleviare una sofferenza. Non ha
però in sé gli elementi per insegnare o aiutare a capire quel dolore, ne' ovviamente per trasformarlo in
pensiero proprio” (Masi, op.cit., 2003)14 .
Un'analoga funzione regolatrice della flessibilità è stata sottolineata da Antonella Picchio, quando nella sua
intervista fa riferimento a “una sicurezza”, quella diffusa dal sistema fordista insieme a un alto grado di
“universalizzazione”, che è diventata “intollerabile”, non per scarsità di risorse, ma perché quel sistema aveva
diffuso un “livello di sicurezza considerato intollerabile per il mercato del lavoro”. Antonella Picchio
sottolinea che “il controllo sul mercato del lavoro è sempre visto nell'insicurezza. Deve essere interiorizzato e
quindi deve esserci una profonda insicurezza (...) sono politiche di “stop and go” (...) ricorrenti nella storia
del pensiero”.
In questo contesto, l'ambiguità connessa all'apparenza positiva e libertaria della flessibilità acquista
tangibilità in un'immagine ormai molto diffusa in diversi settori professionali, sociali e politici, ma anche nel
nostro linguaggio quotidiano: quella dell'“imprenditrice di se' stessa”. E' quanto osserva Adriana Nannicini:

14
     Con altre parole, ma secondo la stessa accezione, Richard Sennet scrive della flessibilità relativa al sistema
      capitalistico: “Nell'ultimo secolo sono state create molte perifrasi per aggirare le implicazioni negative
      dell'espressione “sistema capitalistico”, e si è quindi cominciato a parlare di “sistema della libera impresa” o di
      “iniziativa privata”. Oggi il termine “flessibilità” viene usato allo stesso modo per aggirare le connotazioni negative
      del concetto di capitalismo . Si sostiene (...) che la flessibilità consenta agli individui un maggior controllo sulla
      propria vita. Ma in effetti il nuovo regime sostituisce nuove forme di controllo alle vecchie (...) e queste nuove forme
      di controllo sono spesso ancora più difficili da riconoscere” (Sennet, L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo
      capitalismo sulla vita personale, 1998)
“L'immagine si è presentata come un invito carico di seduttività e di lusinghe, un'alternativa secca al ritrarsi
dalla gara, al subire le frustrazioni. L'autonomia, grazie a questa immagine, si è trasformata in autarchia e in
sollecitazione a un'onnipotenza quasi infantile: faccio tutto da me. Così abbacinante è stata l'immagine da
indurre a presumere che la flessibilità fosse uno scenario costruito per le esigenze specifiche delle donne, e
che queste avrebbero potuto essere, o diventare, il soggetto che ne gestiva i tempi e i modi. L'adattamento alla
precarietà si spinge fino a illudersi di essere autonome nella gestione della mobilità” (Nannicini, op.cit.,
2002)
Come nel libro, così nell'intervista Adriana Nannicini sottolinea quest’illusione di autonomia insita
nell'immagine “imprenditrice di se' stessa”. Quella dell' “imprenditrice di se stessa”, afferma Adriana
Nannicini, “rientra nell'ordine della sudditanza teorico-politica di cui accennavo sulla conciliazione. Mi
sembra che sia diffusa un'esigenza generale di coltivare un'immagine vincente delle donne al lavoro, che
forse risponde a delle necessità storiche di un capitalismo arretrato come quello italiano. Allo stesso tempo
quest'immagine risponde a esigenze storiche più ampie, nel sostenere attacchi alle possibilità delle donne di
lavorare. Mi piacerebbe si potesse aprire un dialogo su quanto noi donne abbiamo subito e continuiamo a
subire a partire dalle rappresentazioni metaforiche e simboliche: sono paradigmi che ci vengono dal
capitalismo. Nel parlare di “imprenditrice di se' stessa”, quanto questo significa che ti vengono consegnati
pesi e responsabilità scaricati sulle spalle degli individui, pesi che le organizzazioni imprenditoriali non
vogliono più sostenere? (...) Quando poi passo in un ambito politico vedo che permane un immaginario
vecchio di dieci anni in cui non si considera questo fatto: che sull'imprenditrice di sé stessa viene scaricato un
peso dell'organizzazione. Ci si illude di credere che sia una rappresentazione tutta positiva. Non ho materiale
ben documentato, ma mi pare che anche nelle rappresentazioni teoriche femministe ci sia una consistente
accettazione, una necessità non sufficientemente interrogata e non rivisitata nel sottolineare le dimensioni
positive della presenza delle donne nel lavoro. (...) Se noi donne operiamo per prime questa dicotomizzazione
cadiamo noi per prime in una trappola teorica e pratica che ci porta a non capire che oggi c'è la necessità di
elaborare strategie di resistenza e forme di organizzazione sul lavoro”.
Queste “strategie di resistenza e forme di organizzazione sul lavoro” non possono essere quelle sindacali
tradizionalmente connesse a un sistema di lavoro fordista che, come è segnalato da diversi autori, sono oggi
incapaci di far fronte alla crescente frammentazione e individualizzazione dei rapporti e delle forme di
lavoro. Ricordo qui quanto ho già sottolineato nella prima parte del testo, citando le parole di Sergio
Bologna: “dispersi sul territorio, i lavoratori autonomi non sembrano avere un luogo socio-tecnico in grado di
contenere l'agire collettivo. Mancando di una controparte collettiva e di qualunque possibilità di ritorsione
diretta nei confronti del committente, essi di fatto sono usciti dalla storia secolare dei conflitti di lavoro e dal
sistema dei diritti, che sul riconoscimento della legittimità di quei conflitti era stato costruito”. Ci sarebbe da
chiedersi se in questa assenza di una controparte collettiva non ci sia anche la complicità di una scarsa
consapevolezza di questi lavoratori rispetto ai loro diritti di cittadinanza, oppure se questa progressiva
individualizzazione del lavoro renda a tal punto frammentarie le forme di lavoro e isoli a tal punto tra loro i
singoli individui che semplicemente per questi diventa davvero impraticabile un agire collettivo. A questo
                              on
proposito, Adriana Nannicini n solo suggerisce “la netta difficoltà di prendere le distanze dal quadro dato,
un quadro che ha voluto presentarsi come il migliore dei mondi possibili”, ma commenta anche la necessità
di praticare strategie di resistenza a tutela delle nuove forme di la voro differenti da quelle connesse alle
organizzazioni sindacali perchè a suo avviso la dimensione sindacale non sembra essere più praticabile dalle
stesse lavoratrici flessibili a causa della fatica esistenziale relativa alle loro condizioni di lavoro. “(...) Capita
anche agli uomini oggi: il lavoro che facciamo ha una quota così alta di costruzione di relazioni e di
condizioni che non ce la fai a immettere anche un'altra dimensione sulla costruzione di relazioni, come per
esempio la dimensione sindacale. E' tutto così labile che più meta-livelli costruisci, più temi di allontanarti
dal processo e dal prodotto di lavoro”.
Oltre all'azione delle stesse strutture sindacali, che è certamente da valorizzare, come quella degli uffici Nidil
della Cgil, ci sono altri segnali di resistenza alla perdita di diritti di queste lavoratrici: forme di autogestione e
auto-organizzazione del lavoro a partire dalle stesse lavoratrici atipiche. Tindara Addabbo nella sua intervista
commenta la perdita del luogo di lavoro quale fattore primario dell'inserimento o dell'inclusione sociale e del
potenziale ritorno al lavoro a domicilio per le donne con queste parole: “riflettere sulla centralità del luogo
del lavoro è importante: trovare per esempio luoghi di lavoro che non siano la casa, e quindi non fare un
lavoro a domicilio sarebbe importante. Vedo molto positivamente per esempio quanto questi bandi regionali
hanno mostrato: donne collaboratrici coordinate continuative che si uniscono in uno studio associato o che
formano una cooperativa”.


Generazioni a confronto: oltre la “doppia presenza” o interiorizzazione del conflitto?
Le due facce della flessibilità, lo spazio per la libertà di prescindere da un lavoro regolamentato “maschile” e
la latente precarietà delle donne nell'attuale mondo del lavoro, sono emerse dalle interviste quando la stessa
questione è stata affrontata da un altro punto di vista, quello che il discorso femminista ha definito negli anni
'70 come la “doppia presenza” delle donne nel mondo (non solo del lavoro) connotato al “maschile”.
Rossana Trifiletti mette in luce che nella sua ricerca qualitativa sulle lavoratrici atipiche in Toscana è in parte
emersa una consapevolezza più profonda, assente nelle generazioni precedenti, della volontà femminile di
uscire dal binomio della doppia presenza, che fino a tempi recenti ha posto le donne innanzi una scelta rigida
tra lavoro e famiglia: “delle mie intervistate molte lo dicevano esplicitamente: io voglio scegliere di non
privilegiare ne' il lavoro, ne' la famiglia e sono molto lucide in questo. Sanno che potranno essere penalizzate
in termini di carriera, però, se riescono a costruire e mettere insieme una retribuzione decente...”. Pur
riconoscendo che questa ferma volontà caratterizza il percorso solo di poche e che, accanto al percorso di
alcune privilegiate, ancora oggi permane “il percorso vecchio, assolutamente di sfruttamento che diventa
l'esatto equivalente del lavorare a nero”, Rossana Trifiletti sottolinea l'assertività di queste donne che non
intendono scegliere tra lavoro o famiglia e, a partire dalle quali, è possibile intravedere una via d'uscita dalla
doppia presenza. “Doppia presenza voleva dire anche molta fatica: avere continuamente l'uno nell'orizzonte
dell'altro, come diceva Laura Balbo. Le donne che si collocano in questo altro profilo sono invece donne che
dicono: io voglio una gestione del tempo che non sia così faticosa (...) Ho delle cose da fare, come
professionista, le faccio anche la notte, ma so che le faccio in quel tempo lì e il resto del tempo non è doppia
presenza: è che voglio essere a pieno titolo qui come madre e mi riconosco questo diritto. A mio avviso, le
donne della doppia presenza non si riconoscevano così tanto questo diritto. Era condizionale all'aiuto di
un'altra donna. Per la prima volta adesso non è così. Sono donne che fanno da sole. E' molto interessante che
questo aspetto emerga abbastanza chiaramente (...): sono donne poco aiutate dalla famiglia. Generalmente la
famiglia è l'impresa familiare che investe nel tuo lavoro. Il tuo lavoro è un pezzo dell'impresa familiare e
quindi come tale è riconosciuto, e non come lavoro tuo. L'atteggiamento delle mie intervistate è molto
diverso. Io credo ci sia spazio per l'innovazione, ma credo vada riempito da numeri più alti, che rendano
normale questa situazione. Solo allora ci sarà un cambiamento culturale”.
Anche se si tratta di un fenomeno ancora marginale, Rossana Trifiletti percepisce un cambiamento di
atteggiamento (culturale) delle donne verso sé stesse, nei confronti dei propri diritti alla maternità e,
contemporaneamente, nei confronti dei propri diritti a un lavoro individuale, non più funzionale all'impresa
familiare, ma all'affermazione di se' come singola lavoratrice. Questo cambiamento può aprire una via
d'uscita dalla polarizzazione della doppia presenza.
Ma non tutte le intervistate indicano un'analoga apertura al cambiamento verso altri orizzonti culturali, tanto
meno materiali. Di altra opinione è, per esempio, Antonella Picchio, che nell'intervista individua,
contrariamente a Rossana Trifiletti, una certa inconsapevolezza nell'attuale generazione di donne che non si
pone affatto il problema della doppia presenza tra il lavoro e la famiglia, ne' a livello personale, tantomeno a
livello politico. Anche se oggi il tempo della scelta tra “maternità e non maternità”, è stato spostato in avanti,
attorno ai 35 anni, questa scelta non può essere spostata all'infinito visto che ci sono limiti biologici nel ciclo
di una vita femminile. Ma non si tratta solo di considerare i limiti biologici perché, come già ho accennato, la
questione riproduttiva non è solo relativa alla scelta delle donne di divenire madri: gli stessi tempi della cura
di sé e degli altri, delle relazioni affettive, amorose, corporee, delle emozioni e dello spirito, oggi sono
sempre più in conflitto con i tempi di lavoro. Dice Antonella Picchio: “la questione della qualità dell'intreccio
tra condizioni di vita e condizioni di lavoro assume nuova rilevanza e drammaticità nei nuovi lavori. Ad
esempio si creano nuove tensioni tra lavoro e fertilità femminile: il tempo che passa tra la laurea e la
sistemazione di un rapporto di lavoro stabile che consenta di progettare il futuro è in conflitto con i tempi del
corpo, oltre che con la qualità delle relazioni. Questo è un problema delle donne giovani come era un
problema per le donne della nostra generazione. Non si tratta solo della maternità biologica ma anche delle
relazioni: la relazione d'amore e le relazioni affettive richiedono cura dell'altro e anche cura di sé”. Solo
l'adozione di una prospettiva femminista sull'economia è in grado di mettere in luce la tensione latente nei
modelli socio-economici occidentali, siano questi fordisti, siano quelli post-fordisti, insita nel conflitto
strutturale tra “lavoro produttivo, pagato” e “lavoro riproduttivo, non pagato”. L'intera questione economica
va posta metodologicamente a partire dall'intreccio inestricabile tra “lavoro pagato e lavoro non pagato”, tra
“condizioni di vita e condizioni di lavoro, tra senso del produrre per il profitto e senso del vivere, individuale
e sociale”. Si tratta, dice Antonella Picchio, “di una questione generale molto profonda e conflittuale, non
femminile”. Una questione, inoltre, che non si può infilare negli aggiustamenti perché la dimensione
quantitativa del lavoro pagato e non pagato ci dice che il non pagato è un po' più del totale pagato: “Questo
lavoro viene attualmente misurato statisticamente e risulta maggiore del totale del lavoro pagato di uomini e
                                      al
donne. Dalla rilevanza quantitativa e d suo ruolo qualitativo di sostegno essenziale alla sostenibilità del
vivere, risulta chiaro che non può essere ignorato nell'analisi del lavoro salariato, anche se questo viene
generalmente fatto non solo dagli economisti accademici ma anche da coloro che formulano le strategie
politiche in difesa dei lavoratori salariati. Questo strabismo maschile massacra le donne perchè nasconde, da
un lato, che loro portano un peso riproduttivo maggiore degli uomini (esprimibile anche in ore di lavoro
aggiuntive), dall'altro, che sostengono direttamente la vita degli uomini adulti e in tal modo non hanno
energie disponibili per la loro cura. Le indagini sulla salute delle donne evidenziano questo maggiore logorio
e malattie da stress che potrebbero essere prevenute con una maggiore cura di se'”. Tra lavoro pagato e lavoro
non pagato il conflitto è dunque profondo e ciò che appare una questione femminile, la problematicità
                                                                                                   na
dell'intreccio tra condizioni di vita e di lavoro, è anche una questione maschile e, soprattutto, u profonda
spaccatura del sistema sociale capitalistico. “Si tratta di una frattura che se non trova modo di essere
affrontata analiticamente e politicamente continuerà ad essere nascosta e scaricata nelle relazioni intime tra
uomini e donne e tra generazioni, con effetti devastanti sulla vita e sul senso di se' (...). E' fondamentale che
le persone siano consapevoli che stanno fronteggiando a livello intimo un conflitto che non è solo intimo. Si
scarica nel privato un conflitto strutturale che è insopportabile per le relazioni tra generazioni, tra sessi”.
Questo, suggerisce Antonella Picchio, accade come ieri, ancora oggi. “Il conflitto con gli uomini nasce non
solo dal fatto che non si assumono una responsabilità diretta dei loro figli e dei loro genitori, ma anche dal
fatto che non si occupano adeguatamente di se' stessi, accettando di scaricare la responsabilità, e quindi il
lavoro, della qualità della loro vita sulle donne. E' la loro sconfitta nelle negoziazioni sociali e la debolezza
maschile rispetto al proprio corpo e alle proprie passioni che schiaccia le donne espondendole a una misura di
arroganza e di fragilità che porta, sempre più spesso, come le cronache e l'Eurispes riportano, a condizioni di
delirio aggressivo contro le donne”. In questa crescita del livello di violenza che si scarica sulle donne nelle
relazioni, nel privato, nel personale sono le donne, ancora oggi, a dovere fronteggiare la necessità,
strutturalmente intrinseca al sistema economico, di una doppia presenza tra lavoro e cura di se' e degli altri.
Per le donne oggi il superamento della doppia presenza potrebbe allora significare solo sottrarvisi attraverso
la rinuncia alle relazioni affettive o alla maternità. Questo accade oggi ancora di più perché, nella diffusa
precarizzazione del lavoro, gli uomini, il cui lavoro da “maschile” diventa “femminile”, diventano più
insicuri e più deboli. “Ho la sensazione che gli uomini non siano capaci di affrontare le loro insicurezze.
Sono indeboliti dal loro presupposto di poter fare ricorso a energie di donne per essere sostenuti. Se si tratta
di uomini anziani, pensano che le energie di donne siano di un tipo. Se sono uomini giovani, pensano che le
                                                                                              n
energie di donne da usare siano di un altro tipo. E' vero che gli uomini giovani si occupano u po' più dei
bambini, sono un po' più femminili, ma non c'è stata un'inversione di direzione, continuano ad aspettarsi in
varie maniere di essere accuditi e che questa responsabilità faccia parte della femminilità e non della storia e
del conflitto. Le donne alla fine sono forse più forti perchè hanno una lunga pratica di stress, depressione,
fatica e hanno imparato a reggere alla loro debolezza, continuano tuttavia ad essere sopraffatte dalla
debolezza maschile, nascosta e scaricata su di loro. Quando si va a fondo di ciò emerge una tensione forte: i
rapporti tra i sessi sono quantomeno in tensione e, quanto più la situazione generale diventa di insicurezza,
tanto più ci sono i momenti di rottura. Anche le situazioni emotive e i loro esiti dipendono dai rapporti di
forza. E' vero che ci si può addestrare ed esercitare a controllarle, ma quando ci sono pulsioni e tensioni
profonde, l'unica via d'uscita non distruttiva è quella di trovare parole e prassi politiche per porre la questione
in termini socialmente sostenibili”. Per Antonella Picchio, l'assenza oggi di un movimento politico, come è
stato quello del '68 o del '77, è indice di una scarsa consapevolezza prima di tutto individuale, in secondo
luogo collettiva, tra le giovani generazioni. Quella che per Rossana Trifiletti, almeno su un piano di
consapevolezza e desiderio/volontà individuale, è superamento della doppia presenza per alcune donne, per
Antonella Picchio è invece per la maggior parte di loro una totale interiorizzazione del conflitto tra la doppia
presenza. Dice Antonella Picchio: “per quanto riguarda le giovani donne che entrano ora, dopo aver
completato un ciclo di studi per la prima volta alla pari con gli uomini, i problemi sembrano tuttora irrisolti.
Quello che si coglie è un miglioramento dei rapporti di forza tra uomini e donne nelle loro relazioni, un
sorpasso femminile nei gradi di istruzione, qualche segno di cambiamento culturale rispetto alla rigidità dei
ruoli femminili e maschili, ma un permanere della tensione profonda tra mercato del lavoro e condizioni di
vita. Con il risultato che si vedono giovani maschi innamorati e padri affettuosi, ma assolutamente dedicati al
lavoro salariato al quale continuano a garantire priorità e uno spazio separato, e giovani donne che, con tutte
le loro aspettative e pratiche di parità e libertà, si trovano intrappolate in un doppio lavoro insostenibile e che,
soprattutto a livelli scolastici alti, porta ad un rapporto tra salari femminili e maschili di circa il 50%. Questi
nuovi lavori, inoltre, rendono una progettazione di vita impossibile e mostrano un'insicurezza crescente.
Almeno le donne della generazione del femminismo avevano aperto un conflitto chiaro tra emancipazione e
liberazione, che altro non era che un nuovo modo di porre la questione del femminile, del corpo, del lavoro
domestico, del rapporto con gli uomini e lo stato in una nuova prospettiva. Ora invece, siccome si crede che il
conflitto con gli uomini sia stato superato, e la questione del lavoro pagato non la si pone come una questione
femminista, tutte le tensioni vengono interiorizzate da giovani donne, senz'altro più spregiudicate, ma non
necessariamente più forti. Chi si può aspettare ora un lavoro stabile o credere al sogno di una relazione di
coppia stabile nell'arco della vita? La vecchia generazione ha visto i sogni d'amore spezzati e ha contribuito a
svelarne i miti e le ipocrisie, la nuova generazione è pienamente consapevole di non avere storie future da
raccontarsi per immaginarsi relazioni nel tempo, maternità, vecchiaia . Vorrei che le nuove generazioni mi
dicessero onestamente cosa sta succedendo e svelassero le loro paure, spesso mascherate da un trionfalismo
post femminista. Sembra che il conflitto sia ancora lì, e sia stato semplicemente ulteriormente interiorizzato
con effetti disastrosi sulla vita delle persone e sui rapporti di forza nelle negoziazioni sociali sul welfare e sul
senso del vivere e del produrre”.
Anche le parole di Rossella Lama segnalano un certo irrigidimento della doppia presenza delle donne che
sempre più spesso oggi sono costrette a scegliere in termini radicali tra lavoro o famiglia. Dice Rossella
Lama: “economia, imprese, mercato del lavoro si sono trasformati velocemente in questi ultimi anni. La
scelta del lavoro o altre scelte (famiglia, maternità) oggi, anche in forma implicita, è vissuta in termini
radicali. Trovo ci sia più rigidità. Rispetto a qualche decennio fa siamo in una società più rigida, che
                                                                                          on
segmenta di più, che distingue più nettamente tra chi ce la fa e chi non. Proprio perché n facciamo le
riforme (...). Viviamo anche in una società che ci lascia meno tempo. Ed il tempo è una imprescindibile
risorsa per costruire anche la propria identità. Oggi il rischio è che le donne si sentano meno ricche perché
hanno meno tempo, tempo da dedicare a se' stesse a agli altri. Le donne sono motivo di forte dibattito per le
direzioni del personale delle imprese. Le imprese si stanno confrontando con il “work-life balance”, come
                                                                  uanto riguarda le donne, non credo che
dire con la cultura dell'organizzazione e del lavoro. (...) E per q
possano, in massa, rinunciare ne' al lavoro, ne' alla famiglia, ne' a sé stesse. Sarà solo un loro problema
conciliare? Lo è per tutti: per i manager, per gli amministratori pubblici, per i sindacati, per i partner e anche
per i loro figli”.
A questa rigidità secondo Rossella Lama contribuisce un dato oggettivo che riguarda il mercato italiano
dell'occupazione femminile: “il tema dell'investimento delle donne nel lavoro per anni è passato dalla
presenza nei settori della pubblica amministrazione. Oggi questo bacino occupazionale ha raggiunto quasi i
cinque milioni di lavoratori su venti milioni di lavoratori: è pressoché saturato dal blocco delle assunzioni
dagli inizi degli anni '90, dalla finanziaria sui centomila miliardi. Questo è un dato oggettivo per un paese”.
Questo “blocco delle assunzioni” nei settori che in Italia sono i più “femminilizzati” si accompagna a un altro
dato importante: “una donna in passato poteva entrare nel mercato del lavoro, uscire alla prima o alla seconda
gravidanza, e poi rientrare. Era un mercato del lavoro secondario, magari (...). In ogni caso, in passato le
donne avevano l'opportunità di un ringresso. Oggi è molto più difficile e su questo dovremmo ragionare: è un
elemento concreto che caratterizza la rigidità di cui parlavo”.
Su questo tema, è interessante ricordare una ricerca condotta da Tindara Addabbo e promossa dalla
Commissione Pari Opportunità in collaborazione con le Consigliere di Parità della Provincia di Modena che
mette in luce l'influenza della precarità lavorativa sul desiderio di genitorialità (Addabbo, Genitorialità,
lavoro e qualità della vita: una conciliazione possibile, 2003). Nello studio Tindara Addabbo sottolinea che il
gap tra desiderio di genitorialità e numero di figli effettivi aumenta notevolmente in senso proporzionale al
crescere della precarietà lavorativa, come tra i disoccupati così i lavoratori atipici. La legge 53/2000 del
Ministero Turco sui congedi genitoriali è innovativa solo per i lavoratori dipendenti “specie là dove incentiva
sia una flessibilità amichevole nei confronti dei lavoratori e lavoratrici con responsabilità familiari, sia una
più equilibrata ripartizioni di cura tra padri e madri”. Lo stesso provvedimento non produce analoghi effetti
positivi per i lavoratori atipici “escludendo i vari tipi di contratto non standard che vedono peraltro una forte
presenza di giovani uomini e giovani donne in età riproduttiva”. In questi casi non esiste, infatti, “alcuna
misura di protezione della maternità e di sostegno alla conciliazione (è il caso, ad esempio, di chi ha partita
Iva) o li hanno in misura ridotta e in un contesto in cui è difficile utilizzarli. Una giovane lavoratrice
                                                                       i
coordinata e continuativa, ad esempio, difficilmente potrà permettersi d prendere anche solo il periodo di
congedo obbligatorio... perché l'assegno di maternità è troppo basso. Ancor meno questa giovane potrà
permettersi di stare fuori dal mercato del lavoro per un periodo più lungo, non solo per motivi economici, ma
anche per salvaguardare la propria collocazione professionale” (Addabbo, op.cit., 2003). Nell'intervista
Tindara Addabbo commenta questa sua ricerca: “Avverto posponimenti nella fecondità e nell'uscita dalla
                                                       er
famiglia d'origine, elementi che giocano un ruolo sia p gli uomini che per le donne in queste posizioni ma
che, come ho verificato anche nel corso della ricerca condotta con Vando Borghi e promossa dalla
Commissione Pari Opportunità della Provincia di Modena sui lavoratori atipici in Provincia di Modena, le
donne collaboratrici coordinate e continuative sentono come un problema connesso alla forma contrattuale la
difficoltà di procreare. Quindi si impongono nuove tutele che consentano anche a donne in posizioni atipiche
di poter raggiungere il livello di fertilità desiderato, in generale poi si richiedono ammortizzatori sociali tali
da coprire il rischio di inoccupazione e politiche volte a favorire la transizione verso un lavoro più stabile”.
La flessibilità lavorativa contribuisce dunque in modo determinante all'incremento della rigidità delle scelte
cui sono poste innanzi le donne e la causa di questo irrigidimento è innanzitutto di natura oggettiva e
concreta. Ha cioè a che fare prima di tutto con le condizioni materiali di vita e, in secondo luogo, cosa non
meno importante, con le conseguenze psicologiche e emotive che ne derivano (la percezione quotidiana di un
rischio esistenziale individualizzato; lo schiacciamento del futuro sul presente). E se le donne nella storia
hanno sempre lavorato in modo flessibile nell'arco della loro esistenza, oggi che la flessibilità e la sua
controparte, la precarietà, aspetti essenziali di un modello economico dominante, riguardano anche gli
uomini, questa rigidità sembra semplicemente diventare più visibile socialmente, ma continuerà a ricadere
sulle donne nella misura in cui non si modifichi in modo sostanziale il contratto di genere tra uomini e donne.
Nella sua intervista, Rossella Lama mette in luce un altro aspetto di natura materiale e concreta, ostacolo alla
libera scelta delle donne tra genitorialità e lavoro, facendo riferimento a un tema che non è certo una novità,
quello dei salari. Per molte famiglie, in cui i salari individuali si aggirano sui 1000 euro, è più conveniente
che uno dei due partner rinunci a lavorare a causa della sproporzione tra guadagni e spese per il
mantenimento dei figli. La novità oggi, secondo Rossella Lama, è che questo “ragionamento di convenienza”
non si verifica solo quando i figli sono molto piccoli, “ma anche quando i figli hanno tra i sette e i tredici
anni” perché “si seguono i figli non solo nella fase dell'infanzia ma anche in fasi successive, pre adolescenza
e adolescenza, avvertite come fasi a rischio che richiedono più presenza di donne”. Oggi, la carenza di servizi
per i bambini, non solo in età infantile ma anche in età adolescente, è elemento che aumenta la rigidità delle
scelte familiari. Si tratta, peraltro, di un elemento che emerge anche osservando il mutato rapporto con il
denaro in Italia: “L'Italia, che si collocava tra i primi paesi quanto capacità di risparmio, si trova oggi sotto di
dieci punti rispetto agli anni '70 e '80”. Per Rossella Lama, “questo significa che c'è una visione diversa nel
rapporto con il salario e il lavoro pagato. Ci sono entrate che devono pagare una serie di necessità. Sono più
di cinquemila i bambini in lista di attesa per gli asili nido (...) Altro tema ancora è poi la flessibilità di questi
servizi”.


“Femminilizzazione del mercato del lavoro” nella società delle tecnologie IC: una società
dell'informazione o una società dei servizi?
Il tema della “flessibilità dei servizi”, accennato nell'ultimo paragrafo con le parole di Rossella Lama, è un
altro modo di leggere la flessibilità in aumento del mercato del lavoro in rapporto alla diffusione dei contratti
di lavoro non standard. “Sul tema della flessibilità ciò che rimane sempre dietro le quinte è che l'estrema
flessibilizzazione dei servizi (come i servizi alla persona, per esempio, l'assistenza domiciliare e una serie di
altri servizi) necessitano dell'erogazione di contratti flessibili”. Solo con dei contratti di lavoro flessibili,
come il part-time, sottolinea Rossella Lama, è possibile gestire questi servizi. E questo aumento della
flessibilizzazione dei servizi è indice di mutamento di una società che si distingue per essere sempre di più
una “società dei servizi”. E' quanto mette in luce nella sua intervista anche Antonella Picchio nel
caratterizzare il nuovo sistema socio-economico post-fordista: “Le questioni si complicano attualmente
perchè i servizi alla persona stanno diventando uno dei grandi mercati emergenti”.
Diversamente da quanti enfatizzano la centralità delle tecnologie IC nel connotare le peculiarità del nuovo
modello socio-economico post-fordista, per Antonella Picchio è piuttosto da enfatizzare il fatto che il nuovo
sistema sta andando verso un sistema di servizi e non tanto verso un sistema virtuale e immateriale. La nuova
società del lavoro si trasforma attraverso la diffusione delle tecnologie IC con tutte le caratteristiche che ho
descritto sinteticamente nella prima parte del testo. D'altra parte, prima ancora della diffusione delle
tecnologie IC, vi è innanzitutto da rilevare l'aumento della centralità del settore dei servizi. Da questa
prospettiva, la novità consiste allora nel bisogno sempre maggiore di servizi che rispondano a necessità
materiali, in un contesto di vita/lavoro individualizzato, nel quale le tecnologie IC si pongono innanzitutto in
rapporto funzionale e strumentale rispetto alle esigenze relazionali proprie del settore dei servizi. Le parole di
Tindara Addabbo lo sottolineano: “ (...) la crescita ha sempre di più un contenuto occupazionale positivo
negli ultimi anni e questo è connesso senz'altro sia all'aumento di donne nel mercato del lavoro, sia
all'aumento del peso del settore dei servizi, settore in cui l'aspetto relazionale è molto importante e
pregnante”.
La flessibilizzazione dei servizi alla persona, insieme alla loro esternalizzazione, individualizzazione e
privatizzazione, è al centro del grande cambiamento socio-economico in senso neo-liberista oggi in atto ed è
all'origine non solo delle nuove disuguaglianze di reddito, ma anche di una progressiva degradazione dei
percorsi di vita e delle relazioni umane. E' quanto puntualizza Antonella Picchio: “(...) In questo, come in
tutti i mercati, la domanda non dipenderà dai bisogni ma dalla capacità di pagare. Come ora ci si compra una
macchina solo se si ha un reddito sufficiente, così si comprerà una vecchiaia dignitosa solo chi potrà pagare i
servizi di cura. Il problema tuttavia non è risolvibile in termini mercantili per la natura stessa della cura. Il
mercato porta nella sua logica una tendenza allo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici salariate e ad
una mercificazione dei bisogni e delle relazioni. Il risultato sarà una crescente disuguaglianza sociale,
un'interiorizzazione delle tensioni in sensi di colpa, ed una sistematica mortificazione del senso del vivere e
delle relazioni. Inoltre, il fatto che queste prestazioni di servizi si svolgano per lo più in contesti domestici
isolati consentirà soprusi, cinismi e sadismi, insopportabili da una parte e dall'altra. La soluzione del
crescente bisogno di servizi di cura, tuttavia, non può essere neppure quella tradizionale basata su un'infinita
disponibilità sacrificale delle donne. La drammaticità della situazione degli anziani non autosufficienti
dovrebbe essere usata per porre la questione del mercato del lavoro (salari, orari, sicurezza) in nuovi termini,
imponendo con una negoziazione sociale collettiva un riferimento esplicito all'intreccio necessario tra
condizioni di lavoro e condizioni di vita, nell'arco di una vita e nello spazio sociale e domestico”.
Ancor più oggi una prospettiva femminista nel contesto della teoria macro-economica riesce a mostrare che
le condizioni del vivere, in cui acquistano maggiore centralità i bisogni della persona e i suoi diritti essenziali
alla vita, non sono misurabili solo attraverso il salario standard che paga il lavoro produttivo. Questo non solo
perchè “il problema non è risolvibile in termini mercantili per la natura stessa della cura”, ma nemmeno
perchè non è più possibile ricorrere alla soluzione tradizionale basata “sull'infinita disponibilità sacrificale
delle donne”. La nuova rilevanza della prospettiva femminista acquista visibilità soprattutto considerando la
flessibilità contrattuale che la gestione dei servizi alla persona necessita. Flessibilità che oggi, per donne e
uomini, fa leva sulla distizione tra “lavoro standard” e “lavoro non standard”, divenendo la chiave d'accesso
ai diritti di piena cittadinanza solo per alcuni, arrivando a rafforzare, o solo a rendere più visibile, la
distinzione tra “lavoro pagato” e “lavoro non pagato”. E la questione dei diritti è anche, allo stesso tempo,
una questione di condizioni materiali che non riguarda solo le donne: come già si è sottolineato nei paragrafi
precedenti, in un processo in cui “femminilizzazione precaria del lavoro significa l'integrazione degli uomini
nel mercato del lavoro non regolamentato delle donne”, oggi il confine tra benessere e povertà va
assottigliandosi nella precarizzazione del lavoro per donne e uomini. Inoltre, nel mercato della flessibilità,
anche la quantità complessiva di lavoro non pagato acquista rilevanza e visibilità, proporzionalmente
all'incremento della flessibilità dei servizi alla persona che, come si è detto, necessitano in misura maggiore
di forme di lavoro non standard. In queste forme di lavoro, come già ho sottolineato, il confine tra tempi di
lavoro e tempi di vita va assottigliandosi perché la quantità di lavoro non retribuito che necessitano è
notevolmente superiore a quella relativa a un contratto di lavoro standard, è a carico dell'individuo e
dipendente dalla sua capacità, soggettiva, di contrattazione e negoziazione.
Antonella Picchio fa notare che questa maggiore rilevanza della questione femminista può oggi trovare un
riscontro sociale visibile: “oggi il discorso del legame tra salario e condizioni di vita sta emergendo
nuovamente perchè le nuove negoziazioni (tranvieri di Milano e Fiat di Menfi) vertono sul fatto che il salario
non basta per vivere e le condizioni di lavoro sono insostenibili per una qualità della vita adeguata. Per questo
la gente sta solidarizzando con queste lotte, perchè ripongono la questione del legame tra salario, lavoro e
condizioni del vivere. Questa apertura sociale è un modo per far emergere la questione, ma il modo in cui
viene posta continua ad essere riduttivo. Il problema salariale non è solo quello dei salari reali (il costo della
carne, della verdura e soprattutto dell'affitto), il logorio non è solo la pesantezza dei turni di lavoro o del
lavoro in fabbrica o su un autobus ma, come le donne sanno, anche i carichi di lavoro totale, pagato e non
pagato e, soprattutto, la divisione delle responsabilità in tutte le questioni che riguardano le relazioni, il
corpo, la cura di se' e degli altri. Questa prospettiva più ampia e più profonda delle pari opportunità tra
uomini e donne e tra salario e profitto, ed è quella che distingue l'approccio femminista”.
Ma, torno qui a ribadire, la questione può venire alla luce anche considerando la qualità di vita complessiva
di un lavoratore o una lavoratrice autonomo/a o atipico/a per il quale la dilatazione dei tempi di lavoro non
regolamentati che tendono a comprimere i tempi di non lavoro significano non solo intensificazione delle
giornate lavorative, ma anche restrizione dei tempi per sé, per gli altri, per le relazioni amicali e affettive oltre
che della capacità di un progetto complessivo di vita che non preveda solo il lavoro.


Nel caso in cui connotiamo la trasformazione oggi in atto nei termini della forte pervasività delle tecnologie
IC, in un sistema economico in cui l'informazione è materia prima e prodotto ultimo, c'è da chiedersi se
davvero le donne ne siano pienamente partecipi e promotrici quanto gli uomini o se invece il loro rapporto
con le tecnologie IC non sia primariamente strumentale in quanto funzionale agli aspetti relazionali insiti nel
settore dei servizi e nei lavori di cura.
Nel paragrafo 3., ho sottolineato l'accezione positiva che la diffusione delle tecnologie IC può acquisire per le
donne. Una positività connessa all'apertura di nuovi orizzonti professionali grazie all'incrocio tra saperi
tecno-scientifici (tradizionalmente maschili) e saperi umanistici (tradizionalmente femminili), e dovuta
inoltre a un carattere “femminile” insisto in una tecnologia basata su una logica aperta e connessionistica e,
pertanto, più vicina a “uno stile cognitivo delle donne”. Ricordo qui, nuovamente, quanto sottolinea Adele
Pesce: “Le ragazze sono quindi favorite nell'incontro con queste tecnologie della ICT per il loro carattere
interno che è connessionistico ed aperto”. Anche altre intervistate, interpellate su questa questione, sono
d'accordo con questa affermazione. Per esempio, Leda Guidi, a partire dalla sua esperienza professionale
sottolinea una differenza di approccio maschile e femminile alla tecnologia: “Le donne hanno un rapporto più
                             trumentale con le tecnologie. E' un rapporto meno finalizzato in termini di
caldo, più simpatetico, meno s
necessità per avere un obiettivo. Dalla decisione di una strategia di ricerca per raggiungere uno scopo alla
realizzazione di quello scopo, per le donne c'è nel mezzo una serie di attività, di modalità, di modi di fare, di
relazionarsi. Anche il processo che si situa tra l'idea e l'obiettivo è esso stesso obiettivo. (...) Soprattutto
credo, per quel che mi riguarda, conoscendo donne che lavorano in questo ambito e utilizzano le tecnologie,
l'obiettivo diventa anche la relazione”.
Ho già suggerito precedentemente quanto quest'approccio dell'andare a individuare differenze, siano queste
naturali o culturali, tra modi di conoscere maschili e femminili possa essere problematico per alc une ragioni,
soprattutto quando non supportato da una solida coscienza femminista oppure quando non orientato da un
“essenzialismo       strategico”    (Braidotti,   op.cit.,   2003).   Queste letture positive del processo di
femminilizzazione del lavoro (e della società) oggi in atto hanno sicuramente il pregio di sottolineare e
valorizzare la presenza delle donne nel mercato del lavoro e il contributo di un sapere tradizionalmente
connesso alla sfera femminile dell'esistenza in una società del lavoro e delle professioni che lo ha sempre
escluso, così come ha escluso il lavoro relazionale e di cura dalla sfera produttiva. Allo stesso tempo, però,
enfatizzatizzando eccessivamente questa positività rischiano, a mio avviso, di celare la complessità di una
                  on
situazione che se n negativa, è quantomeno profondamente ambigua. Rischiano inoltre di ghettizzare le
donne al di fuori dalle strutture portanti di potere che ancora oggi sono connotate prevalentemente e
rigidamente al maschile 15 .
Tra le intervistate molte hanno problematizzato e sottolineato questo aspetto, mettendo in luce la stretta
connessione tra “femminilizzazione del lavoro”, “aumento dei servizi”, “aumento della quota relazionale del
lavoro” e “pervasività delle tecnologie IC ”.
Adriana Nannicini, riferendosi all'opera di Manuel Castells, sottolinea che solo in parte la trasformazione in
atto consiste nell'innovazione tecnologica: “in buona parte questa è caratterizzata dall'aumento di quota
relazionale del lavoro. Le donne si situano soprattutto in quest'ultimo aspetto del mutamento. Il rapporto con
la tecnologia per le donne è un rapporto che viene al seguito dell'aumento di quota relazionale del lavoro”.
Per Adriana Nannicini, le donne ancora oggi intervengono poco direttamente sulle tecnologie, e in tal senso
“non trasformano l'organizzazione del lavoro a partire dagli strumenti tecnologici”, anche perché “il grado di
intervento e partecipazione delle donne nelle trasformazioni tecnologiche differisce in relazione a quanto
queste tecnologie fanno parte del contenuto del loro lavoro e a quanto queste tecnologie costituiscono la


15
     Rimando ancora per un’argomentazione più amplia su questo punto alla ricerca di Cristina Demaria, nel presente
      volume.
condizione per poter lavorare”. Come spesso sottolinea nel corso dell'intervista, per Adriana Nannicini è
fondamentale distinguere tra questi due aspetti: “il contenuto del lavoro” e “le condizioni del lavorare”. Per le
donne la relazione con le tecnologie IC è oggi ancora limitato alle condizioni del lavorare. Come Tindara
Addabbo suggerisce che “bisogna stare attenti a vedere dove le donne vengono inserite, se il loro compito è
solo una immissione di dati o se sono in grado di arrivare a posizioni più alte”, così Adriana Nannicini
sottolinea che “stare alla tastiera, digitare, girare su web, mandare e-mail” fa parte di condizioni oggi
imprescindibili per ogni tipo di lavoro svolto e non prevede un rapporto attivo con la tecnologia. Sono
condizioni che prevedono però un aumento di quota relazionale e in questo le donne sono più coinvolte degli
uomini. Già le parole di Leda Guidi lo sottolineavano: la sua esperienza mostra che per le donne che
utilizzano le tecnologie “l'obiettivo diventa anche la relazione”.
Se questo approccio più strumentale con la tecnologia sia un bene oppure no è chiaramente in dubbio. Per lo
meno, torno a ripetere, può essere le due cose a un tempo. Marzia Vaccari nella sua intervista sottolinea la
necessità per le donne di intervenire nelle tecnologie non solo in termini strumentali alle loro attività
lavorative, in cui centrale è la relazionalità e la comunicazione supportata da queste tecnologie, ma anche di
intervenire nelle tecnologie nel cuore del sistema, nella parte “hard”. In riferimento al Server Donne
dell'Associazione “Orlando”, Marzia Vaccari commenta: “(il server) è maturo per liberare il tempo dello staff
(informatico) per cimentarsi e inoltrarsi nel percorso di andare a incidere nel software, nel modo per arrivare
ad avere oggetti e prodotti che mettano in luce che il genere può anche essere nelle tecnologie più dure,
“hard”.
Nel valorizzare il rapporto con la tecnologia in termini solo strumentali, rela zionali, di erogazione di servizi,
senza porsi la sfida di un cambiamento di paradigma tecnologico, che ha a che fare con i software, i
linguaggi, i sistemi e parti “hard” delle tecnologie IC, il rischio è di riprodurre la tradizionale divisione tra
lavoro “hard” degli uomini e lavoro “soft” delle donne il quale nel tempo potrebbe coincidere con una
specializzazione nel lavoro di cura e di gestione del personale, di servizi e di assistenza, in breve, di un lavoro
relazionale. Rossana Trifiletti lo sottolinea: “Nel tempo le donne potrebbero diventare specializzate nella
gestione del capitale umano: fare da tramite, mettere insieme, confrontare sono attività che appartengono a un
mondo femminile. D'altra parte, è anche vero che ci sono le inviate di guerra ed è bene che sia così”. Anche
Rossella Lama nella sua intervista lo ricorda: “è una riflessione analoga a quella che in passato si fece sullo
sviluppo del terziario: il mix tra economia agricola e economia industriale e poi, di nuovo, l'avvento dei
servizi. Le donne più capaci di relazioni avrebbero trovato più impiego nel settore dei servizi”.
C'è allora da chiedersi: l'aumento dei servizi flessibili e, allo stesso tempo, della quota relazionale del lavoro
grazie dalla grande diffusione delle tecnologie IC, che connota una società sempre più “femminilizzata” non
sta semplicemente radicalizzando e normalizzando la stessa divisione che ha caratterizzato la storia della
relazione tra i sessi nella storia? Da una parte, le donne, con lavori flessibili, part time, atipici, collocate
principalmente nel settore flessibile e relazionale dei servizi e di cura alla persona e nella parte più
strumentale delle tecnologie IC; dall'altra parte, gli uomini, ancora oggi più presenti nei settori produttivi,
ideativi e nei percorsi “hard” tecno-scientifici?
Forse quest'ultima lettura è più realistica e mette in luce, come già dicevamo, che non appena le donne
entrano nel mercato del lavoro portando con sé saperi altri, questo mercato se ne appropria espropriando le
donne. Così se svelando il virtuale -immateriale, è possibile vedere la realtà materiale che sta dietro,
guardando dietro l'aumento delle tecnologie IC, ci si accorge dell'aumento di servizi flessibili in cui le donne
sono particolarmente coinvolte.


Il femminismo, il lavoro e le condizioni materiali delle donne
Un ultimo aspetto degno d'attenzione che è emerso dalle interviste e che qui, in conclusione di questa
seconda parte del testo, vorrei affrontare è il rapporto tra femminismo, lavoro e condizioni materiali delle
donne.
C'è una distinzione tra “prospettive di genere” e “prospettive femministe” che, se pure non trova consenso su
una sua caratterizzazione in molti ambiti di ricerca teorica, nelle interviste ha acquisito un certo spessore
critico ed è stata discussa. Commentando la differenza tra “economia di genere” e “economia femminista”,
Antonella Picchio afferma che se anche i due termini non sono necessariamente tra loro contrapposti, sono
comunque in tensione e talvolta in conflitto. Mentre una prospettiva di genere sull'economia svolge un lavoro
importante e molto utile, indagando sulle disuguaglianze e analizzando le statistiche di genere, mirando alle
politiche di pari opportunità tra uomini e donne, una prospettiva femminista sull'economia non si accontenta
di questo approccio e va oltre cercando di “recuperare la struttura delle relazioni, i nessi e le tensioni”, in uno
sforzo che “tende al cambiamento di prospettiva, a un mettere in discussione la normalità, al rivedere i
paradigmi”. Quello femminista è un approccio più radicale che, se anche non si contrappone a quello di
genere e con questo si rafforza usandolo come base descrittiva e di documentazione, talvolta può porsi in
conflitto quando la prospettiva rimane chiusa in un'ottica di mappatura delle disuguaglianze rispetto ad una
norma maschile, per altro interna ad una visione di un sistema economico capitalistico e di 'pari opportunità'
nel mercato del lavoro salariato. Inoltre, anche se il femminismo è oggi tutto da definire perché è “un termine
datato nelle generazioni” e la definizione di femminismo “è una definizione che si riferisce ancora soprattutto
al femminismo storico”, mentre un movimento di resistenza delle donne ad essere definite da altri, in base a
norme che strumentalmente nascondono le loro vite, non è definibile solo “in base ad un'esperienza passata”,
un aspetto almeno è riconoscibile ancora oggi: “il femminismo come agire un conflitto, uno scostamento,
senza accontentarsi delle pari opportunità”.
Come è già emerso nelle pagine precedenti, una prospettiva femminista sull'economia analizza il mercato del
lavoro e i suoi cambiamenti nelle forme organizzative, nei modelli di produzione, nelle professionalità che si
diffondono a partire da uno specifico sguardo metodologico: quello che si focalizza sull'intreccio tra “lavoro
pagato, produttivo” e “lavoro non pagato, riproduttivo”, laddove per “riproduttivo” non si intende solo “il
riproduttivo di altri” (la maternità, la cura dei bambini, degli anziani e delle persone dipendenti) bensì “il
riproduttivo di se'” (lo spazio e il tempo per il corpo, per le relazioni, per le emozioni, per la sfera affettiva
ecc). Concentrandosi su questo intreccio, una prospettiva femminista guarda alle condizioni del vivere in
rapporto sia al lavoro pagato che al lavoro non pagato. Nel pensiero economico “mainstream” oggi la
maggior parte delle teorie che si accostano alla questione del lavoro delle donne adottano una prospettiva di
genere, non una prospettiva femminista. Antonella Picchio indica uno spazio in cui attualmente si apre un
approccio femminista all'economia, quello costituito dagli studi di Amartya Sen e Martha Nussbaum, nei
quali sono centrali le condizioni del vivere come un insieme di capacità di fare e d'essere delle persone, in cui
il piano dell'avere diventa strumentale. Si tratta di un approccio multidimensionale, fortemente normativo in
cui si definisce il ben-essere come insieme di capacità e funzionamenti individuali in contesti sociali dati nel
tempo e nello spazio. Per Antonella Picchio, tuttavia, “l'analisi delle condizioni del vivere deve esplicitare
anche le condizioni strutturali che definiscono il sistema di produzione capitalistico evidenziando la tensione
profonda inerente al mercato del lavoro salariato tra il processo di produzione di merci e il processo di
riproduzione delle persone. In tal modo è possibile recuperare visibilità sull'intero processo di riproduzione
della 'popolazione lavoratrice' composta di uomini e donne, di età e provenienze diverse, in relazione tra di
loro attraverso corpi, menti e responsabilità, mettendone in luce le profonde tensioni che lo attraversano”. In
questo approccio, spiega Antonella Picchio, “la multidimensionalità dei soggetti, le condizioni del vivere e la
definizione dei processi se da un lato sfuggono al riduttivismo delle tradizioni marxiste (per altro non
necessariamente di Marx), dall'altro consentono di radicare la complessità del vivere terreno della grande
massa del lavoro di riproduzione, sociale -riproduttivo, in grandissima parte non pagato, nei fondamenti della
teoria del salario, ovvero al centro del grande conflitto tra salario e profitti e nella grande questione del
valore, aspetto centrale dell'analisi economica”. In tal modo, per Antonella Picchio, non è solo possibile usare
l'economia classica (da Smith a Marx) in contrapposizione alla teoria attualmente dominante marginalista, ma
diventa anche possibile rileggere in chiave critica alcune analisi marxiste sistematicamente strabiche rispetto
ai processi di produzione e incapaci di cogliere il radicalismo insito nei processi quotidiani e nei percorsi in
cui si compongono le vite, di uomini e donne, in modo non adattivo e sempre attento ad individuare nuove
condizioni di sostenibilità.
L'impatto di questo approccio femminista all'economia è difficilmente misurabile sia nel contesto del
dibattito teorico accademico, sia nell'attuale contesto sociale e di vita di donne e uomini. Nel primo caso, il
femminismo trova spazio in alcuni luoghi istituzionalmente riconosciuti, come per esempio la rivista
accademica Feminist Economics, prodotta dall'associazione internazionale IAFFE, oppure il corso di laurea
in economia di genere, in anni recenti istituito alla Facoltà di Economia di Modena. Sebbene ci sia ancora
moltissimo da fare, c'è sicuramente una diversa percezione rispetto a queste tematiche che, almeno su un
piano teorico, sono diventate termini di confronto nel dibattito accademico. D'altra parte, l'approccio di
genere che insiste sulle questioni di pari opportunità e rappresentanza delle donne nel mondo delle
professioni e nel mercato del lavoro è ancora oggi quello più diffuso. E' quanto osserva, a partire dalla sua
esperienza accademica, Rossana Trifiletti: “I miei colleghi credono di impiegare la prospettiva di genere
quando in un libro su qualsiasi argomento fanno un capitolo separato sulle donne. Il genere oramai è
diventato sesso, non hanno nessuna idea della potenza epistemica di un'ottica diversa. Alcune colleghe
quando parlano delle mie cose iniziano dicendo “io non sono femminista.. però”.
Nel secondo caso, l'impatto dell'economia femminista sul contesto sociale e di vita di donne e uomini, è
chiaramente più difficile da dirsi. Antonella Picchio, come già ricordavo nelle pagine precedenti, allude
all'apertura sociale attraverso la quale la questione del salario sta esplodendo e afferma che forse questa può
essere una strada perché la questione femminista acquisisca visibilità. Una visibilità che, d'altra parte, sembra
essere difficile da raggiungere perché lo stesso rapporto tra femminismo storico e lavoro è un rapporto
problematico. Mi sembra interessante sottolineare questo aspetto emerso dalle interviste: il rapporto tra
femminismo storico, lavoro e condizioni materiali delle donne è un rapporto problematico, a tal punto che in
alcuni casi si parla di “omissione del lavoro dal femminismo”.
Adriana Nannicini lo sottolinea nel suo libro e lo chiarisce nell'intervista: “Il femminismo negli anni '70 ha
                                                                              e
avuto il grandissimo pregio di rimettere al centro la soggettività, il corpo, l relazioni affettive, la sessualità,
questioni assolutamente centrali. D'altra parte, così facendo, è stato lasciato il lavoro a un paradigma
totalmente emancipatorio. Si è omesso di usare categorie nuove per parlare di un tema tradizionale. Il tema
“lavoro” è rimasto nella tradizione. Il femminismo negli anni '70 e '80 non ha usato il paradigma nuovo che
andava costruendo per interpretare o modificare questo oggetto così tradizionale. Questa omissione si è
verificata in Italia perchè in quegli anni la maggioranza di donne, tra cui anche le donne che allora non
partecipavano al femminismo, facevano le insegnanti. In altre parole, facevano un mestiere tradizionale in
                                                                                           i
condizioni tradizionali. Per di più, era un mestiere tradizionale nel femminile, part time d per sé stesso,
riproducente una cura familiare (...) Questa situazione ha significato dequalificazione del mestiere. D'altra
parte, il grande investimento delle donne è stata la trasformazione di cittadinanza, alla quale non intendo
togliere niente, assolutamente. Quello che voglio dire è che quella generazione poteva non guardare al lavoro.
Era autorizzata per dati strutturali”.
Anche Antonella Picchio sottolinea la stessa questione: “Oltre le pari opportunità, è vero che il femminismo
non si è posto il problema delle condizioni materiali delle donne. L'ha delegato ai partiti della sinistra: il
movimento su questo ha perso la sua autonomia. E' accaduto perché non bisognava parlare di denaro e
condizioni materiali. Io provengo invece dai gruppi del 'salario al lavoro domestico' che discutevano non solo
di emancipazione e liberazione, cosa che poi si è giocata tutta sul simbolico, psicanalitico, filosofico, ma
anche del problema del lavoro domestico e salariato, del denaro, delle condizioni materiali del rapporto con
gli uomini e con lo stato. Nell'affrontare la divisione del lavoro, pagato e non pagato, le femministe non sono
state sufficientemente autonome e tuttora sono su queste questioni al traino di una sinistra, parlamentare e
antiglobal, nella quale al massimo si orecchia un gergo femminista ma non si individuano pratiche di
conflitto in grado di svelare la massa di lavoro e di energie di donne che sostengono la normalità maschile e
l'esperienza quotidiana del vivere, segnata dall'ingombro di corpi, passioni e relazioni, e nascondono le
sconfitte collettive rispetto alla qualità dell'intreccio tra condizioni di lavoro e condizioni di vita, tra
produzione e riproduzione”.
Questo vuoto di riflessioni e pratiche nel femminismo rispetto al lavoro non è chia ramente generalizzabile,
anche solo alla luce delle pratiche recenti dell'Associazione “Orlando” nell'ambito del progetto Equal
“Portico”, ma ritengo sia comunque uno spunto su cui ragionare e su cui confrontarsi.
Tra le nuove generazioni di donne la questione del lavoro è diventata centrale, e potrebbe in futuro ricevere
ancora più attenzione, forse solo perché la flessibilità, come ho già suggerito, rafforza e conferisce visibilità
all'attenzione femminista sull'intreccio strutturale della nostra società tra lavoro non pagato e lavoro pagato.
Un intreccio che, in altre parole, è anche l'intreccio tra personale e politico, in un contesto in cui i confini tra
questi due termini stanno progressivamente perdendo spessore e, attraverso il lavoro e le condizioni di vita
materiale, mettono in luce una questione politica di accesso democratico ai diritti di cittadinanza.
Come osserva Adriana Nannicini, “la flessibilità, topos letterario e condizione reale nella città moderna,
finalmente innegabile, di fatto rilegittima lo sguardo e l'attenzione verso le condizioni materiali dell'esistenza,
del suo prodursi e riprodursi. Si rinomina se non il conflitto, almeno l'ambivalenza verso il lavoro, viene
riconosciuta come esigenza la necessità di fare ricerca, in prima persona” (Nannicini, op.cit., 2002).
In questo contesto, le diffuse letture sulla “fine del lavoro” e sul “declino del lavoro” riflettono
semplicemente il senso di insicurezza e di incertezza (maschile) insisto in un sistema dai confini (tra pubblico
e privato, tra produttivo e riproduttivo, tra politico e personale) incerti e mutati. Come già ho suggerito, la
preoccupazione (maschile) rispetto alla perdita di una storia coerente e unitaria della propria vita lavorativa è
una novità per gli uomini oggi. Quel che va esaurendosi non è tanto il lavoro, quanto i suoi confini temporali
e spaziali nell'arco di un'esistenza. Al contrario, il lavoro diventa sempre più centrale perché va oltre suoi
limiti e diventa sempre più pervasivo: “oggi per tutti, uomini e donne, la dimensione lavorativa è diventata
totalizzante” (Nannicini, op.cit., 2002)
Anche la teoria femminista ha spesso messo in luce che dietro la fine delle grandi meta-narrazioni, delle
grandi categorie concettuali c'è solo uno spazio di tensione tra i generi, uno spazio di conflitto che, se
attraversato e riempito di soggettività incarnate, potrebbe anche divenire, per donne e uomini, apertura al
cambiamento.
.
                                                               III
                          Donne al lavoro nella società in rete postfordista:
                                                 alcune testimonianze



6. Le interviste: categorie di indagine, obiettivi e loro lettura
In quest'ultima parte del testo guarderemo direttamente all'esperienza di vita professionale di una quindicina
                                                                                          iversi ambiti delle
di interlocutrici, donne al lavoro nella società in rete e post-fordista, che lavorano in d
tecnologie IC. Gli ambiti individuati all'inizio della ricerca corrispondono a differenti categorie di indagine
che si ariticolano sulla base di differenti competenze/professionalità connesse al lavoro nell'ambito delle
tecnologie IC
Nella prima categoria di indagine le interlocutrici sono donne che lavorano con le tecnologie IC nell'ambito
della comunicazione: sono giornaliste, giornaliste on line, giornaliste radio, traduttrici e pubbliciste (Bia
Sarasini, Elisabetta Tola, Federica Fabbiani, Lucia Manassi16 ), registe e responsabili di montaggio (Daria,
Elisa Mereghetti e Sandra de Giuli di Ethnos Film).
In questa prima categoria d'indagine, una pluralità di competenze fa parte di una stessa professionalità
nell'ambito della comunicazione, così che una stessa persona sceglie diversi canali di comunicazione (dalla
carta al web, dalla radio al video, dalla scrittura all'organizzazione di eventi culturali) per “comunicare” uno
stesso tema (come nel caso della scienza per Elisabetta Tola) o una pluralità di temi da uno stesso punto di
vista o con uno stesso tipo di attenzione (come nel caso di Elisa Mereghetti).
La seconda categoria di indagine include profili di carriera creativi, come la Net-artista Agnese, oppure
l'operatrice di cinema d'animazione Giovanna.
Nella terza categoria di indagine, sono state intervistate donne che lavorano intervenendo direttamente nella
“struttura” delle tecnologie IC: le sistemiste, le analiste di sistema, le “web masters”, le web managers come
Elena Camerin, Barbara Masi, Fabiana e Marzia Vaccari.
La quarta categoria di indagine comprende donne che lavorano con le tecnologie IC nell'ambito delle
imprese (Sabrina , Sandra de Giuli e Elisa Mereghetti di Ethnos Film, Giovanna). In questo caso c'è una
precisazione da fare. In tutti e tre i casi l'impresa denota la tipologia organizzativa/contrattuale in cui lavorano
queste persone ma, mentre nel caso di Sabrina le tecnologie IC sono un prodotto di mercato, negli altri due
casi le tecnologie IC sono strumento di comunicazione.
Infine, nella quinta categoria di indagine ci sono donne che lavorano con le tecnologie IC nell'ambito di
esperienze associative (Marzia Vaccari e Elena Camerin dell'Associazione Orlando) e in ambiti comunali
(Leda Guidi del Comune di Bologna).
Il campione scelto è molto limitato e, soprattutto, molto selezionato e non vuole essere chiaramente
rappresentativo. Gli obiettivi di queste interviste semistrutturate sono stati infatti quelli di dar voce ad alcune
donne che lavorano in diversi settori connessi alle tecnologie IC scelte perchè particolarmente sensibili alle

16
     Alle intervistate è stata lasciata la scelta di essere qui riportate con nome e cognome o solo con il nome.
tematiche affrontate e discusse nelle altre parti della ricerca. Le interviste hanno cercato di valorizzare le loro
esperienze, elaborazioni e riflessioni, e di mettere in luce alcuni aspetti critici ricorrenti relativi al loro
percorso di vita professionale. Parte di questi aspetti critici richiamano quanto è stato osservato da un punto
di vista teorico nella seconda parte del testo e si ricollegano anche alle analisi prodotte da altre, più vaste e
complesse, indagini femministe/gender oriented.


Il piacere per il lavoro, il piacere della comunicazione
Passione, piacere, entusiasmo, divertimento, ma anche sfida, ambizione, desiderio e progettualità per il
futuro, sono parole che in gran parte delle interviste caratterizzano l'attività lavorativa svolta dalle
interlocutrici in tutti gli ambiti professionali connessi alle tecnologie IC considerati.
Un aspetto che mi sembra importante sottolineare è che raramente questa passione per il proprio lavoro viene
attribuita al contenuto del lavoro svolto. In gran parte dei casi, il piacere per il proprio lavoro diventa il
piacere per un modo di essere e relazionarsi con sé stesse, con il mondo e con gli altri, sia questo un modo
per esprimere la propria soggettività creativamente e liberamente o per essere continuamente in ricerca critica
verso sé stesse e il mondo, sia questo un modo per relazionarsi e condividere saperi, pratiche e punti di vista
con gli altri, oppure un modo per intervenire politicamente o eticamente nel mondo. Prima di ogni altra cosa,
il lavoro diventa risorsa per la propria identità e relazionalità nel mondo.


            Federica Fabbiani: “Il computer mi piace tanto. Mi piace scrivere. In realtà non è tanto
            l'attività giornalistica che mi interessa quanto scrivere come autrice. Preferisco scrivere
            libri che non articoli perché (...) c'è maggiore riflessione, c'è ricerca, c'è tempo per gli
            approfondimenti”.


            Lucia Manassi: “Mi piace tutto. Mi piace il mio lavoro perché è stata la risposta alla
            mia curiosità e io sono una persona curiosissima. Il sogno della mia vita è fare un
            mestiere in cui io devo cercare, perché in questo avverto il centro di tutto”


            Agnese: “Mi piace la possibilità di formulare ed esprimere senso, la ricerca, la
            comunicazione”


            Elisa Mereghetti: “L'aspetto creativo. Tutto il resto, da' poche soddisfazioni (...) La
            creatività è un modo di poter esprimere un modo di vedere il mondo. La scelta del
            documentario si colloca in questo senso, come mezzo di comunicazione politica”.


In altri casi, il piacere connesso al lavoro come risorsa di identità nel mondo investe direttamente la
possibilità di relazione con gli altri, che talvolta è fonte di progettualità e sfida per sé stesse.


            Elisabetta Tola: “Mi piace anche il fatto che sei costantemente in contatto con
            persone diverse. E' un lavoro che di volta in volta ti sposta su progetti nuovi e ti porta
            a rimetterti in gioco. Questo significa non dare mai per scontato niente: non hai una
           routine lavorativa, ma hai continuamente una sfida con te stessa”


In altri casi, lo stesso piacere di essere in relazione con gli altri è maggiormente orientato alla possibilità della
condivisione di pratiche e saperi.


           Lucia Manassi: “Inoltre, mi piace molto condividere le cose con gli altri e mi piace
           far crescere la passione nei giovani, mi piace insegnare loro delle cose che so che si
           porteranno dietro tutta la vita facendo questo lavoro”


           Leda Guidi: “La cosa che mi piace di più del mio lavoro è che mi permette di
           lavorare in gruppo in gran parte scegliendo le persone: non solo quelle che lavorano
           per me gerarchicamente. Mi piace il fatto di riuscire a ottenere risultati con persone
           che condividono lo stesso approccio, che non si spaventano, soprattutto, dal
           rinunciare a mettere in comune i loro pezzi di competenza senza sentirsi da questo
           minacciate dal loro piccolo potere”.


           Sabrina: “il rapporto con la gente e con i miei dipendenti. La soddisfazione più
           grande erano i clienti soddisfatti che tornavano e tornavano portando altri clienti”


           Fabiana: “Mi piacciono molto anche i momenti di confronto con gli/le altri/e. La
           soddisfazione maggiore è quando una cosa da te pensata e elaborata trova
           approvazione da chi sta collaborando con te al progetto”.


Passione per il proprio lavoro è dunque anche passione per la comunicazione. Quel “lavorare comunicando”
che è stato descritto nella prima parte del testo e che nella seconda parte abbiamo valutato come una
peculiarità culturalmente connessa alla sfera femminile dell'esistenza su cui il femminismo ha costruito negli
ultimi trent'anni un complesso corpus di saperi e pratiche, acquista un certo spessore in queste e tante altre
parole. Per tutte le categorie indagate, non solo nella prima di esse (chi lavora nella comunicazione),
comunicare ha una valenza centrale, sia nel senso dell'espressione di sé attraverso la parola o l'immagine e
attraverso differenti media, ma anche come relazione con gli altri, apertura all'incontro, allo scambio e alla
condivisione di saperi, competenze e punti di vista.
La distinzione tra “contenuto del lavoro” e “condizioni del lavoro”, di cui parla Adriana Nannicini nella sua
intervista sembra essere pertinente rispetto alle testimonianze che ho raccolto. Dice Adriana Nannicini: “noi
donne abbiamo una tendenza che ci deriva dalle dimensioni familiari: quella di privilegiare le condizioni. Il
tessere la relazione, lavoro tipicamente femminile, sono le condizioni”. C'è sicuramente un aspetto positivo in
questo processo di “femminilizzazione del lavoro”: nel contesto che ho delineato nelle pagine precedenti,
quello del cambiamento di una società del lavoro in senso post-fordista, queste peculiarità tradizionalmente
femminili sono le caratteristiche generali del lavoro, oggi competenze imprescindibili per una molteplicità di
percorsi professionali. In questo contesto, l'aumento di quota relazionale del lavoro significa allora per le
donne un'apertura di orizzonti e opportunità professionali che le vedono protagoniste nella possibilità di
valorizzare propri saperi e competenze fino a poco tempo fa marginali nel mercato del lavoro. D'altra parte,
come abbiamo visto, gli aspetti negativi di questo processo sono altrettanto visibili nella concomitante
precarizzazione delle forme e delle condizioni che assume questo lavoro “più femminile” in un mercato del
lavoro che non appena accoglie o si appropria di saperi “altri e femminili” espropria (o continua a
espropriare) le donne. Per Adriana Nannicini, questa tendenza “femminile” a curare le relazioni, ovvero a
             e
privilegiare l condizioni di lavoro, non è affatto positiva: “Questa nostra facilità a privilegiare le condizioni
in questo momento ci si ritorce contro, perché rischiamo di perdere il rapporto con il contenuto per mantenere
quello con le condizioni: la cura, l'accudimento, il cercare di abbellire un contesto. Queste sono le
condizioni” 17 . Si tratta di un discorso generalizzabile all'intero mercato delle professioni e Adriana Nannicini
lo evidenzia: “questo è un discorso che vale in generale per la società post-fordista: per il singolo che non è il
grande imprenditore, il contenuto è a rischio perché è immateriale, poco visibile, poco tangibile”.
In questa perdita di tangibilità e concretezza, che diminuisce progressivamente con l'aumento della quota
relazionale del lavoro e nel progressivo allontanamento dal contenuto/prodotto del lavoro, ma anche nella
tendenza del lavoro a divenire individualizzato, il lavoro diventa prima di tutto risorsa per la propria identità
e per la propria relazionalità.


Una pluralità di attività
Un altro aspetto emerso dalle interviste che mi sembra importante sottolineare è che per gran parte delle
donne intervistate il lavoro svolto è costituito da una pluralità di attività che si sommano e si alternano in uno
stesso tempo di lavoro, nell'arco di una giornata o di un certo lasso di tempo, oppure è il risultato di un
insieme di attività mutevoli nel tempo di qualche mese.
Come l'importanza crescente della comunicazione e delle relazioni in diversi ambiti lavorativi, anche questo
aspetto è una caratteristica peculiare del contesto di lavoro attuale che è stato descritto come flessibile,
frammentario, mutevole nel tempo per le donne come per gli uomini. Una caratteristica che, come ho
accennato, non è una novità nella storia del lavoro delle donne abituate a lavorare in modo flessibile e
frammentario già nel passato, come nel mondo contadino così nel mondo della fabbrica urbana.
Nelle interviste, la pluralità di attività svolte allo stesso tempo o in tempi velocemente successivi connota la
maggior parte dei profili di vita professionale ed emerge da diversi punti di vista.
Dal punto di vista del contenuto del lavoro svolto, le tematiche del lavoro cambiano, nel breve tempo, ma si
alternano anche in uno stesso arco tempo. Per chi lavora nella comunicazione, questa osservazione è fin
banale: i contenuti affrontati mutano velocemente, talvolta accomunati da uno stesso filo conduttore che può

17
     Nel suo libro, Adriana Nannicini fa riferimento a una vera e propria “erotizzazione” della sfera lavorativa da parte
      delle donne per le quali il lavoro è “superinvestito, fino a diventare il principale, o addirituttura l'unico, oggetto di
      passione”. Il lavoro, erotizzandosi, “si è caricato di quella passione e di quei sentimenti che erano appannaggio del
      rapporto d'amore. In effetti in questi scambi femminili attorno al lavoro si utilizzano le parole del discorso amoroso,
      le metafore e le immagini che appartengono a quella dimensione (...) Così il lavoro diventa il principe azzurro,
      oppure barbablù. Aspettiamo che il principe giunga a salvarci e sposandoci ci dia un ruolo e forse un'identità (...).
      Questa erotizzazione segnala forse che la nostra è una reiterata adesione all'antico ordine del discorso, una
      conservazione di un ruolo di esperte di sentimenti e relazioni, rivestito nei secoli e che proprio il postfordismo
      sembra riconsegnarci, ma può anche essere una sorta di trasgressione messa in atto da colei che, giunta tardi nel
      contesto lavorativo, solo in apparenza accetta i riti di iniziazione a cui i neofiti vengono sottoposti, e proprio in
      quanto neofita, mantiene una qualche estraneità” (Nannicini, op.cit., 2002)
essere uno stesso mezzo di comunicazione (come la scrittura nel caso di Federica Fabbiani), o uno stesso
punto di vista (per esempio quello attento alle differenze culturali come nel caso di Elisa Mereghetti), oppure
all'interno di una stessa area tematica (la scienza, nel caso di Elisabetta Tola). Nella maggioranza dei casi, sia
mezzi di comunicazione sia i contenuti affrontati variano allo stesso tempo.


           Lucia Manassi: “Ho molto più che una collaborazione. Lavoro a Radio Città del
           Capo come lavoratrice dipendente, come caporedattore – quindi un lavoro
           continuato, continuativo nel tempo. Faccio anche la “free lance”, scrivendo per vari
           giornali. Scrivo per il quotidiano “Liberazione” occupandomi di politica estera. Ho
           scritto per “Italia Oggi”, occupandomi invece di economia e nuove tecnologie. Ho
           scritto per molti altri periodici e poi seguendo i miei interessi ho anche lavorato nel
           capo del video e nel campo del documentario. (...) mentre seguo il lavoro di
           redazione con un orecchio, con l'altro, con l'altra metà della testa, inizio a raccogliere
           le interviste per scrivere l'articolo”.


Ma anche per chi lavora intervenendo direttamente nella struttura delle tecnologie IC, i siti, le interfacce e le
informazioni che di volta in volta si progettano, si gestiscono e si realizzano cambiano con un certa velocità.


           Fabiana: “La mia attività ricopre le aree del web design e dell'information design
           (...) In questo momento ho una collaborazione con un'Associazione come consulente
           di un portale. Ho appena concluso una collaborazione con l'Università per la
           progettazione di un sito di orientamento per gli studenti della Facoltà di Ingegneria”.


Come i contenuti, anche il tipo di attività svolte cambiano velocemente, talvolta nell'arco di una stessa
giornata, talvolta in fasi di lavoro successive.


           Giovanna: “mi occupo di tutta quella che è la parte amministrativa, gestionale, di
           marketing, di contratti e di comunicazione, di busness plan e, quando è il caso, del
           concept (...)


           Daria: “passo mesi a visionare in casa davanti al computer, passo dei mesi o
           periodi in giro per fare riprese e sopraluoghi, e passo mesi chiusa in montaggio”.


E' a partire da questa mutevolezza, variabilità e pluralità delle attività che per la gran parte delle intervistate è
stato difficile descrivere un giorno tipico del proprio lavoro.


           Sabrina: “E' quasi impossibile perché la realtà di un negozio come il mio varia ogni
           giorno e le incombenze non sono quasi mai uguali”.


           Elisa Mereghetti: “sono giornate diverse ed è difficile dire”.
           Sandra de Giuli: “Accanto alle giornate tipiche che ruotano attorno alla produzione,
           ci sono giornate tipiche in cui andiamo fuori a fare riprese. Ci sono anche periodi in
           cui ci si dedica di più al commerciale e alla promozione. In altri momenti ci sono
           scadenze, urgenze da finire”.


           Elena Camerin: “E' tutto talmente vario (...) Non saprei descrivere una giornata
           proprio tipica”


Questa variabilità dei contenuti e del tipo di attività che compongono il lavoro muta al mutare delle
appartenenze lavorative. Anche da questo punto di vista, quello appunto della appartenenza a un luogo di
lavoro, emerge una pluralità di attività svolte per diverse organizzazioni e committenze, spesso nel contesto
di progetti di breve durata. Una molteplicità di appartenenze che descrive, a sua volta, una pluralità di
condizioni di lavoro e di forme di lavoro a cui corrispondono diverse situazioni contrattuali: accanto al lavoro
in ufficio, si alternano contemporaneamente o in breve successione luoghi di lavoro diversi, tra cui paesi
diversi o anche la propria casa. Mentre per alcune, in particolare per Marzia Vaccari (Università di Bologna),
Leda Guidi (Comune di Bologna) e Lucia Manassi (Radio Città del Capo), accanto a contratti di lavoro
standard e a tempo indeterminato si assommano prestazioni professionali per altre committenze che possono
anche essere prestazioni volontarie e non pagate, per molte altre diverse appartenenze lavorative
corrispondono, in uno stesso tempo, a una pluralità di contratti di lavoro atipico.
Come alcune intervistate hanno fatto notare, questa pluralità di attività, contenuti, committenze non solo
richiedono molto tempo di lavoro, il più delle volte eccedente l'orario di un lavoro standard, ma richiede
anche una pluralità di competenze che necessitano continuamente di formazione, aggiornamento e studio.


           Lucia Manassi: “Spesso lavoro anche di sera o il fine settimana (...) Oltre tutto
           questo, devo studiare molto, perché si deve studiare per scrivere, bisogna studiare
           per avere delle idee. Bisogna leggere in continuazione”.


Le tecnologie IC
In tutte le interviste l'utilizzo delle tecnologie IC è descritto come parte integrante delle diverse attività
lavorative: per tutte sono un mezzo per lavorare, sia per chi lavora nella comunicazione cartacea, on line e
video o per chi lavora nella Net art o nella Video art, sia per chi interviene direttamente sulle tecnologie,
come le sistemiste o le analiste di sistema, sia per chi le gestisce, come le “sistem managers”. Negli ultimi
due casi, le tecnologie oltre che un mezzo sono anche l'oggetto stesso del lavoro.
Guardando alle tecnologie come strumento del lavorare, accanto al computer e Internet che sono oggi
strumenti di base e imprescindibili per la grande maggioranza delle attività lavorative, altre tecnologie sono
diventate nel tempo essenziali mezzi di lavoro. Le registe e le operatrici di montaggio impiegano sistemi di
ripresa e montaggio, segnalando l'importanza significativa nel loro lavoro del cambiamento che è avvenuto
dall'analogico al digitale, sia nelle telecamere che nella fase di montaggio.
        Daria: “Il mio utilizzo delle tecnologie è molto cambiato nel tempo. Ovviamente
        sono state sempre centrali nel mio lavoro. Adesso, utilizzo tecnologie digitali e il
        computer. Le telecamere digitali hanno cambiato una cosa fondamentale: sono
        rimpicciolite, sono molto più leggere, sono più duttili e più simili alla penna. C'è
        la leggerezza e l'economicità. Lo scrittore va in giro e scrive; noi, tempo fa,
        dovevamo andare in giro con una complessa attrezzatura pesante, grossa e
        ingombrante, costosa. Non tutti potevamo accedere a questo lavoro. Adesso le
        telecamere sono piccole, di buona qualità, luminose. Si può anche andare in giro
        da sola. Si avvicinano più alla penna. Anche sul montaggio, la parte finale del
        lavoro, ci sono importanti cambiamenti: adesso è virtuale fino alla fine. Prima
        componevo pezzetto su pezzetto e se dovevamo cambiare all'inizio o a metà,
        dovevamo riniziare tutto da campo ”


Anche Elisa Mereghetti e Sandra de Giuli sottolineano questo stesso cambiamento, sia nei sistemi di ripresa
che nei sistemi di montaggio, che descrivono come troppo veloce nell'imporre in breve tempo un
aggiornamento delle attrezzature.


        Elisa Mereghetti: “Siamo stati dipendenti dal loro sviluppo, uno sviluppo anche
        troppo veloce, come quello dall'analogico al digitale che ha comportato diversi
        cambiamenti nell'aggiornamento delle attrezzature (...) Uno dei problemi legati
        al passaggio da una tecnologia all'altra è che devi sempre essere aggiornata. E
        questo sviluppo va sempre più velocemente di quanto uno riesce ad
        ammortizzare a livello di attrezzature: comporta sempre dei problemi, anche
        finanziari. Abbiamo comprato un montaggio digitale che all'epoca costava dieci
        o quindici volte quanto costa adesso, nel giro di sei anni.


Come Daria, anche Elisa Mereghetti e Sandra de Giuli sottolineano che la tecnologia analogica favorisce
l'accesso a questo settore professionale perché meno costosa, più agevole e individualizzata.


        Sandra de Giuli: “Siamo state un po' fortunate perché in ogni caso abbiamo
        iniziato che eravamo già sull'onda del digitale. Se iniziavamo prima, il
        montaggio sarebbe costato molto di più. In analogico sarebbe stato inaffrontabile
        (...) il passaggio dall'analogico al digitale ha agevolato il modo di lavorare”.


D'altra parte, se anche più agevole, non è tanto la ripresa in digitale a cambiare positivamente il la voro di
queste professioniste, quanto il montaggio.


        Sandra de Giuli: “Il bello del digitale è il montaggio, non tanto la ripresa.
        Migliora la qualità, ma se si ha la pellicola come optimum è sempre un cercare
                                                  i
        di starle dietro. A livello di montaggio, nvece, sulle modalità di lavoro, ha
        portato grandi vantaggi. Quando si montava in analogico si comuniciava a
        montare e difficilmente si tornava indietro. Quando tornavi indietro dovevi
        ricominciare a montare. Con il digitale puoi fare quello che vuoi.


Sandra de Giuli accenna al fatto che nella fase di ripresa, la qualità delle immagini migliora, ma il parametro
di qualità è ancora dato dall'immagine della pellicola.
Anche Daria si sofferma a considerare la qualità del prodotto nel passaggio dall'analogico al digitale e
sottolinea che possono esserci qualità di immagine più alte con telecamere migliori, ma più costose


        Daria: “Usiamo sempre un tipo di telecamera abbastanza economica e leggera
        che ha una qualità media alta. Adesso stiamo tutti usando quella qualità media e
        alla fine questo un po' stanca perché avresti voglia di vedere un'ottima qualità
        che viene più spesso evitata perché costa di più. Sono tre, quattro documentari
        che faccio sempre con le stesse telecamere. Non ne posso più: vorrei che mi
        dessero un'altra telecamera con un'altra qualità. E' come per un pittore che fa
        tante cose magari con il blu e magari vuole fare una cosa in rosso. Io avrei
        voglia di cambiare”


Anche se questo cambiamento di tecnologie ha reso più facile e accessibile il loro utilizzo, questo non
significa che i tempi di lavorazione delle immagini sia diminuito.


        Elisa Mereghetti: “I tempi sono sempre lunghi. Il montaggio è una fase in cui più
        ci lavori e con più pazienza, migliore è il prodotto”


        Daria: “(...) i processi di lavorazione delle idee richiedono sempre comunque
        tempo. Anzi adesso questo è il problema: la virtualità e il digitale hanno fatto
        pensare che serva meno tempo e invece ci vuole tanto tempo, soprattutto nel
        montaggio”.


Quanto sottolinea Daria, che “la virtualità e il digitale hanno fatto pensare che serva meno tempo” nelle fasi
di lavoro che servono alla realizzazione di un prodotto video, ricorda quanto è emerso dalle parole di alcune
giornaliste che mettono in confronto il giornalismo cartaceo e il giornalismo on line. Sia il giornalismo
cartaceo sia quello on line sono attività professionali che sono cambiate a partire dall'utilizzo delle nuove
tecnologie. Nel caso del giornalismo on line, questo cambiamento non ha automaticamente facilitato la
realizzazione di un prodotto di qualità in minor tempo. Ancor più che nella comunicazione video, in quella
scritta, la facilità di accesso a questi settori professionali grazie alla diffusione di tecnologie IC
individualizzate ha significato un abbassamento della qualità del lavoro complessivo.


        Bia Sarasini: “Le caratteristiche fondamentali sono identiche: buoni titoli, testi
        chiari e capacità di attrarre chi legge. Non serve solo chiarezza nei testi, ma serve
        anche essere accattivanti. Sono caratteristiche comuni ai due giornalismi. Anzi,
        penso che la comunicazione on line tenga poco presente queste caratteristiche
        comuni al giornalismo cartaceo (...) Nel caso del giornalismo on line, a volte il
        sentirsi parte di una comunità può far propendere verso il gergo (...) Ed è un
        difetto. C'è un'etica e una responsabilità della comunicazione. Sei responsabile
        del fatto che viene letto quello che comunichi e quindi sei responsabile
        dell'esattezza, della precisione, della controllabilità di quanto scrivi. La
                       n
        comunicazione o line tende a dimenticarselo e questo è un problema serio.
        Questo accade perché tutti pensano che ci siano cose che si possono fare così,
        senza che sia necessaria una competenza tecnica, un sapere, quanto invece è
        reputato necessario per chi “sa fare di calcolo”, per quelle competenze che
        sembrano o sono considerate più oggettivate. E non è vero perché c'è una
        competenza elevata anche nel comunicare. (...) Prima, con la carta stampata, tanti
        erano i filtri tecnologici che la rendevano di più difficile accesso. Adesso tutti
        con il computer, e quindi con un investimento di denaro modesto, possono
        scrivere e le conseguenze si vedono”


Ma i cambiamenti apportati dalle tecnologie IC nel lavoro sono anche di altro tipo. Nel caso del computer e
di Internet, per esempio, il web ha significato per le imprenditrici entrare nella logica della promozione web
e, inoltre, velocizzare e intensificare gli scambi tra società e clienti o tra società e altre società.


        Elisa Mereghetti: “anche le tecnologie internet hanno portato cambiamenti,
        soprattutto da quando come società abbiamo il nostro sito. Ha significato un
        aggiornamento e un entrare in una logica di promozione sul web che però per
        nessuno è ancora chiaramente delineata. E' importante per dare visibilità, quanto
        poi questo si traduca in lavoro non si sa bene.


        Giovanna: “produco materiali come news letters, comunicazioni per promuovere
        la nostra attività (...) uso il computer per la comunicazione e-mails, abbiamo il
        sito che serve a scambiare informazioni con l'utenza e a promuovere i nostri corsi
        e la stessa società. Metteremo su un sito FTP che serve a cambiare informazioni
        con società che stanno all'altro capo dell'Italia”.


Altri cambiamenti tecnologici significativi per chi lavora nella comunicazione sono stati segnalati e discussi
nell'ambito del cinema di animazione. Giovanna sottolinea la distinzione tra animazione tradizionale e
animazione con software di animazione Flash e 3D.


        Giovanna: “Usiamo il computer fin dall'inizio anche se ci occupiamo di
        animazione tradizionale: abbiamo i tavoli luminosi e disegniamo a mano. Per la
        fase di coloritura e del montaggio abbiamo sempre usato il computer, Premier
        per esempio e altri software di montaggio. Poi ci siamo avvicinate e con
        successo alle nuove tecnologie. Rispetto al fatto di avere una formazione
        classica, Flash e 3D non sono solo tecniche, ma acquisiscono anche una certa
        freschezza”


Un aspetto che accomuna la maggioranza delle intervistate di tutti gli ambiti professionali è il tipo di
formazione da cui provengono: quasi tutte hanno alle spalle un percorso di studi umanistici che nel tempo
hanno ampliato con nuove competenze di tipo tecnico, alcune frequentando corsi di formazione, altre
imparando direttamente attraverso l'utilizzo delle tecnologie, oppure aggiornandosi on line.
Questo incrocio tra saperi umanistici e saperi tecnici è stato già commentato nella seconda parte della
relazione quale tratto peculiare delle professionalità che si sviluppano a partire dalla rapida diffusione delle
tecnologie IC e, secondo Adele Pesce, particolarmente a favore delle donne, tradizionalmente più presenti
negli ambiti di studio umanistico.
Marzia Vaccari è testimone dell'innovazione progressiva dell'informatica e del computer dai suoi inizi, tra il
1985-86 e mette in evidenza quanto nel suo caso questo incrocio, tra saperi umanistici e saperi tecnici, sia
stato determinante nel suo percorso professionale.


        Marzia Vaccari: “(...) negli anni '85-86 (...) non c'era ancora la laurea in
        informatica. Nell'85 esisteva qualcosa alla Normale di Pisa. Allora l'utilizzo delle
        nuove tecnologie era l'utilizzo di un terminale “stupido” con cui ci si collegava e
        si faceva il calcolo numerico attraverso delle schede perforate. Questa tecnologia
        veniva utilizzata solo nell'ambito di ricerca e sperimentazione o solo per fare del
        calcolo. Nell'85 mi trovavo in una facoltà che non utilizzava queste tecnologie.
        Allora cominciava solo ad essere messa a disposizione una tecnologia con il
        database di tecniche gestionali e di lì mi sono inventata un servizio. (...) nel
        tempo questo laboratorio è stato preso a modello dalle facoltà limitrofe. (...) Ero
        già iscritta alla facoltà di scienze politiche (...) ci ho messo non pochi anni a
        laurearmi, ma in quel percorso ho potuto occuparmi di informatica, purché arrivò
        il primo Machintosh. Di lì ho iniziato: nessuno lo voleva usare e io ho iniziato
        nell'82 con questa passione. Ho conservato in questo posto di lavoro tutta la
        tecnologia da noi utilizzata dai suoi inizi: ci sarebbe materiale per farne un
        museo. Da quel momento ho fatto esami fuori facoltà: principi e tecniche delle
        applicazioni meccanografiche, calcolo numerico, matematica. La facoltà ha
        pagato per tantissimi anni i miei corsi di formazione presso le aziende. Le
        aziende vendevano i sistemi alle facoltà e ho sempre sfruttato questa formazione.
        Sono stata a Milano, a Roma presso l'Ibm. La mia formazione professionale è
        nata lì. Mi sono formata in un percorso sulle tecnologie, non in un corso di
        laurea. E' un percorso tipico connesso a queste tecnologie. E' una tecnologia che
        ci imporrà una formazione permanente. Stravolgerà anche gli atenei, le
        accademie, le università (...) Questa formazione mi ha aiutato a pensare il
        progetto per il laboratorio informatico. La mia formazione umanistica, che mi
        deriva da scienze politiche (ho studiato all'indirizzo sociologico, mi sono formata
        su Habermas) mi ha permesso di avere una certa sensibilità verso i processi
        sociali. Lo studio della sociologia sistemica mi ha anche permesso di dotarmi
        delle categorie logiche, mentali. Quando facevo i corsi di “sistem administrator”,
        “sistem manager”, questa formazione mi ha permesso di avere delle metodologie
        rispetto ai colleghi che venivano da percorsi più matematici, fisici, ingegneristici.
        La mia formazione sociologica mi è stata di grande aiuto”.


Anche Leda Guidi, nella sua intervista, sottolinea l'importanza dello stesso incrocio tra la sua formazione
umanistica e le competenze tecniche acquisite nel suo percorso professionale. In particolare, sottolinea come
inizialmente l'incontro tra competenze informatiche e competenze umanistiche sia stato un incontro di due
mondi culturali, due modi di vedere, il primo dei quali, quello tecnico-informatico, a dominanza maschile.


        Leda Guidi: “All'inizio, per alcuni anni, è stato molto faticoso il rapporto con i
        colleghi informatici, che guarda caso sono quasi tutti uomini: ma lì non era un
        problema di genere, era un problema di tipologia di competenze tradizionalmente
        in campo. Era un modo filosoficamente diverso di vedere. Poi nel tempo ci siamo
        capiti. Ma erano due mondi culturali che si incontravano e casualmente quello
        informatico è un mondo prevalentemente maschile”


Per Leda Guidi, il fatto che gli informatici con cui inizialmente collaborava fossero tutti uomini è dunque da
considerarsi, forse ironicamente, una casualità. Abbiamo visto che invece non è una casualità quanto invece il
riflesso di una situazione in cui permane una certa divisione del lavoro tra i generi anche nelle competenze e
nei percorsi professionali. Abbiamo discusso l'ipotesi che le tecnologie IC riescano davvero a mettere in
discussione la separatezza di questi due mondi, l'uno di prevalenza maschile e l'altro di prevalenza femminile,
grazie alle nuove opportunità professionali che si basano sull'incrocio e lo scambio di questi due ambiti di
competenze.
I limiti di questa ipotesi sono quelli che si ricavano dal fatto che le donne sono tutt'ora in minoranza in quei
settori tradizionalmente considerati “hard” della scienza e della tecnica, soprattutto ai vertici di quei settori,
come l'ingegneria, la matematica, la fisica ecc, che oggi continuano a detenere non solo maggior prestigio
sociale, ma anche più potere in termini politici e economici su scala internazionale. Le donne continuano a
essere più presenti in quei settori della scienza considerati più “soft” (la biologia e la medicina) oppure nei
settori (umanistici) in cui le tecnologie sono innanzitutto un mezzo di comunicazione e relazione, in cui cioè
descrivono solamente una condizione del lavoro e non il lavoro stesso. In un contesto generale di crescita e
flessibilizzazione dei servizi alla persona e servizi dell'informazione, le donne sono ancora oggi
tradizionalmente presenti in questi ambiti.
Un altro limite, sempre relativo a questa ipotesi, è l'idea che esista un modo diverso delle donne di rapportarsi
con la tecnologia e di utilizzare la tecnologia sulla base di un differente stile cognitivo. Il rischio di questa
valutazione è quello, a mio avviso, di perpetuare la stessa divisione del lavoro tra i generi invece che
modificarla e destrutturarla.
A questo proposito, non solo trovo importante che le donne siano presenti nei diversi settori tecno-scientifici,
ma trovo anche interessante che questo incrocio tra due culture avvenga anche in senso contrario ed è questo,
a mio avviso la strada per un autentico cambiamento non tanto e solo a favore delle donne, quanto a favore di
un cambiamento di una mentalità che tende a dicotomizzare i termini e a gerarchizzarli.


Carriera, ruoli e potere
Avanzamento di carriera, successo lavorativo, ruoli e posizioni sono parole che per la maggior parte delle
intervistate sembrano avere poca importanza, oppure sembrano poco adattarsi al loro profilo professionale.


           Sandra De Giuli: “carriera è una parola che non esiste nel mio vocabolario. Penso
           alla crescita, non alla carriera”.


           Elisa Mereghetti: “Per noi carriera e successo significano riuscire a fare quello che
           vogliamo fare al meglio. Non sono un obiettivo in termini tradizionali. Vedo una
           differenza tra carriera e riuscita della tua opera. Il percorso a gradini che da
           segretaria va a dirigente (il passaggio di carriera) per noi non esiste”.


          Elisabetta Tola: “La mia idea è quella di crescere in questo settore (...) Rispetto ai
          ruoli e alle posizioni sono soddisfatta perchè corrisponde tutto molto al mio io
          'anarchico'”.


          Federica Fabbiani: “non ho ambizioni di questo tipo, nel senso che non mi sento
          di avere una carriera da seguire. Non sono neanche competitiva”.


          Fabiana: “i ruoli non mi interessano tanto, vorrei poter fare bene il mio lavoro,
          cioè collaborare con persone con le quali c'è scambio reciproco e soprattutto farlo
          in contesti etici. Naturalmente, mi piacerebbe avere una maggiore sicurezza
          economica”.


In alcuni casi la parola “carriera” ha un significato rispetto al proprio percorso di lavoro, anche se si tratta di
una “carriera eccentrica”, come nel caso di Bia Sarasini.


          Bia Sarasini: “rispetto ad altri ho privilegiato la passione politica e avrei potuto
          passare a giornali di mercato molto prima e questo, in termini di carriera, avrebbe
          contato”.


Anche per Lucia Manassi il termine “carriera” acquista spessore innanzi a una scelta tra due modi di lavorare
e spendere le proprie competenze, l'uno nel mercato, l'altro nella politica e nel sociale .


          Lucia Manassi: “Ho sempre fatto carriera, molto in fretta, ma in maniera molto
          banale, direi, perché ho scelto di rimanere in ambiti di un certo tipo: ho scelto di
          rimanere in realtà indipendenti, fatte in un certo modo, di sinistra, dove valgono
          valori di un certo tipo. Per cui, a un certo punto, verso i 31 o 32 anni mi sono
          chiesta: voglio diventare la giornalista socialmente riconosciuta? Oppure voglio
          proseguire questo lavoro, che è un lavoro diverso, per cui la cosa più importante
          che conta sono gli strumenti che vuoi offrire per la comprensione della realtà e la
          libertà di ricercare sempre quel che per me vale? Mi sono data questa seconda
          risposta abbastanza in fretta”.


Nel caso di Leda Guidi, l'avanzamento di carriera è un tratto pertinente il suo percorso professionale ed è
percepito come direttamente connesso all'avanzamento in termini economici in quanto è questo aspetto a
conferire riconoscimento sociale.


          Leda Guidi: “i soldi sono importanti per vivere meglio, ma anche perché il
          riconoscimento sociale avviene attraverso questo. D'altra parte, i soldi non
          devono anche essere un elemento di frustrazione. Non sono dirigente e avrei
          potuto esserlo, ma se fossi stata dirigente probabilmente non avrei potuto fare
          quello che faccio (...) Comunque non è stata una “carriera folgorante” in senso
          classico, ma in un certo senso sì dato che ho avuto la fortuna e il privilegio di fare
          cose sempre interessanti e creative. Inoltre, dal 2003 ho anche la responsabilità
          dirigenziale dei servizi di comunicazione”.


Infine, anche per Marzia Vaccari il termine “carriera” rientra tra le parole utili a descrivere il suo percorso
professionale ed è strettamente connessa all'aumento di responsabilità e al grado di decisione e libertà
nell'intervento nelle scelte dell'organizzazione di appartenenza.


          Marzia Vaccari: “(...) comincio ad avere già 45 anni. Sottolineo l'età perché la
          considero un aspetto abbastanza determinante rispetto al mio lavoro e al mio
          percorso di carriera lavorativa che ha seguito proprio un'evoluzione, cosa
          significativa rispetto a questi generi di mestieri.


Marzia Vaccari, inizia il suo percorso di carriera lavorativa dalla sua assunzione nel 1981 quando, all'età di
19-20 anni, ha iniziato a lavorare alla Facoltà di Economia dell'Università fotocopie “banalmente facendo
fotocopie”


          Marzia Vaccari: “Attualmente copro ruoli istituzionali e di direzione all'interno
          del centro di calcolo, il sistema informativo della facoltà di Economia di
          Bologna”.


Per Marzia Vaccari è importante sottolineare che questa evoluzione professionale non è scissa dalla sua
stessa storia personale che commenta a partire da un'alta consapevolezza della propria appartenenza di
genere:


           Marzia Vaccari: “(...) sono una persona che cresce in una famiglia che non ha
           mai promo sso un titolo di studio alle donne e io sono stata la prima. Mi sono
           dovuta mantenere dall'età di quindici anni, ma non mi vergogno. Ne avevo
           dodici quando facevo la cameriera nei vari alberghi estivi. Questo percorso di
           studio ha significato avermi dato una grande disciplina nel lavoro, fin all'altro
           grande evento: all'età di 19-20 anni ero già regolarmente assunta all'Università,
           banalmente facendo fotocopie. E' lì che mi sono inventata tutto. Avevo bisogno
           di mantenermi. Ero già iscritta a Scienze Politiche (...) e questo posto di lavoro
           era un ambiente dove si respirava cultura. (...) Ci ho messo non pochi anni a
           laurearmi, ma in quel percorso ho potuto occuparmi di informatica (...).
           Inizialmente le battaglie erano per cose molto pratiche (...), battaglie per avere
           uno scatto di anzianità, una traccia di stipendio aumentato, gradualmente hanno
           acquisito la consapevolezza di essere donna in un ambito professionale a
           predominanza maschile. Un ambito cioè dove a parità di scelta i miei capi
           sceglievano sempre uomini e non me”.


Lo stesso intreccio tra percorso di carriera e consapevolezza della propria appartenenza di genere emerge
anche dalle parole di Lucia Manassi, quando commenta la sua decisione di entrare negli organi gestionali di
Radio Popolare a Milano:


          Lucia Manassi: “così facendo ho aumentato la mia mole di lavoro, le mie
          responsabilità e la mia esposizione. Per me che ero una donna, entrare negli
          organi di gestione era un atto molto particolare, strano. Io volevo essere
          portatrice di nuove mo dalità di gestione, nuove modalità di presa di decisione e
          non è stato per niente facile. A Milano c'era solo un'altra donna nel consiglio di
          amministrazione della cooperativa”


Libertà e autonomia
In quasi tutte le interviste, le parole libertà e autonomia hanno una valenza centrale nel modo in cui sono stati
descritti i diversi percorsi di vita professionale, anche se non sono termini utilizzati con gli stessi significati.
Pur riconoscendo la limitatezza del campione, si può rilevare che le differenze di significato acquistano
spessore in riferimento alle forme e alle condizioni di lavoro, in particolare considerando le differenze tra
“lavoro standard” e “lavoro non standard”, sia questo quello autonomo delle partite Iva, o quello semi-
autonomo dei lavori atipici.
Per le professioniste con contratti di lavoro standard, quelle donne cioè assunte a tempo pieno e
indeterminato, libertà e autonomia sono termini che acquistano significato nel contesto di un'evoluzione,
personale e professionale, che le ha portate sia a posizioni più alte in termini di responsabilità, sia a
condizioni più libere nel rapporto con l'organizzazione e la gestione del proprio lavoro.
Allo stesso tempo, per queste professioniste libertà e autonomia sono termini che descrivono il contesto
culturale dell'organizzazione di appartenenza, l'università in un caso, il comune nell'altro, in quanto
contrapposta alle organizzazioni di mercato e di profitto. Questo aspetto, quello della libertà connessa alla
cultura, alla conoscenza, all'informazione nel contesto di una cittadinanza democratica per gli individui,
contrapposta alla libertà del neo-liberismo economico in cui si declina, per gli individui, la dipendenza dal
mercato del profitto emerge nell'intervista a Marzia Vaccari e nell'intervista a Leda Guidi nelle descrizioni
del loro contesto professionale.
Marzia Vaccari sottolinea la libertà di cui gode nel suo luogo di lavoro, l'Università che si orienta alla crescita
culturale delle persone.


           Marzia Vaccari: “Mi piace il fatto di avere rapporti con l'organizzazione del
           lavoro molto liberi, molto autonomi, con il vantaggio che l'istituzione
           accademica non ha da rispettare leggi di mercato: mi è sempre piaciuta questa
           forma di autonomia e libertà che poi con il tempo si è espressa proprio in una
           forma di cura che ha l'accademia nel far crescere il proprio personale interno da
           un punto di vista formativo. E' un ambito di lavoro che ha per vocazione la
           formazione e la crescita di conoscenze delle persone. Cosa che si vede anche
           nei fatti, nei rapporti con l'organizzazione del lavoro e nel lavoro stesso.


In questo contesto di libertà, Marzia Vaccari ha avuto la possibilità di “trovare forme di espressione molto
alte”, attraverso l'utilizzo delle tecnologie IC, al punto che dice: “nel mio caso, mi sono proprio inventata il
mio lavoro, in tutti gli aspetti, mi viene da dire, di contenuto”.
Marzia Vaccari si riferisce al laboratorio informatico della Facoltà di Economia di Bologna, che al tempo
della sua assunzione non esisteva e al quale ha partecipato inventandolo e curandone negli anni l'allestimento
e l'innovazione.
Col passare del tempo libertà e autonomia hanno acquisito per lei un significato specifico, politico e
femminista, in particolare a partire a dall'incontro con l'Associazione Orlando nel 1993 che lei stessa
definisce “una svolta epocale”. Sottolineando che “l'affrancamento da forme di dipendenza emotiva e
psicologica” era a quel tempo già avvenuto nel contesto misto dell'Università, la scelta di incontrare le donne
di “Orlando” e per “Orlando” ideare e progettare il “Server Donne” è stata una scelta politica, di nuovo nel
senso della libertà e della autonomia per se' stessa, ma questa volta, allo stesso tempo, per tutte le donne di
“Orlando”.


           Marzia Vaccari: “La genesi dell'idea del Server ha avuto anche influenza sulle
           amiche dell'Associazione, per quanto riguarda l'importanza dell'autonomia e
           della libertà che avrebbe significato per tutte noi (...) Per Orlando ho ritenuto
           importante che si dotasse di un proprio Server, con una propria sistemista (...)
           E' stato difficile far capire l'importanza del Server (...) l'importanza
           fondamentale della libertà e autonomia di raccogliere attorno a questa
           macchina gruppi di persone, donne, in nome di questa libertà, in nome di
              questa indipendenza da un ordine simbolico maschile. E' anche una libertà nei
              confronti di altre donne che hanno la competenza ma non la vogliono
              scambiare”.


La libertà insita nell'autonomia del Server Donne si è incontrata con la libertà che “Orlando” definisce da
tempo come “libertà comune tra generi, genti e generazioni” nella progettazione, realizzazione e esercizio di
“spazio pubblico” per le donne di Bologna 18 .
Ma “libertà e autonomia” nel senso di una democrazia politica plurale e partecipativa sono anche parole che
descrivono il contesto storico-culturale in cui è nato il Server Donne che Marzia Vaccari si sofferma a
descrivere.


              Marzia Vaccari: “il contesto emiliano romagnolo, in generale, e in particolare
              una città come Bologna che nel 1992-93 ha vissuto un momento quasi
              analogo alla Silicon Valley, per così dire. C'erano tanti spunti. C'era un
              Ateneo che ha costruito la prima rete, Almanet (...), c'era un comune cittadino
              che ha deciso di allestire una rete per i cittadini, Iperbole. Un progetto come
              questo del Server Donne si colloca in questo contesto (...) erano tempi maturi
              e poteva verificarsi solo a Bologna una forma di utilizzo politico della
              tecnologia (...) A Bologna c'era l'interazione tra rappresentanti politici e
              cittadini (...) c'era la capacità di una leadership politica di inventarsi forme di
              comunicazione con la società civile”.


Negli anni, questo humus culturale e politico è cambiato. Il cambiamento che ho descritto nella prima parte di
questa relazione e che ho collocato su scala globale è lo stesso che si è verificato a Bologna, a livello locale.


              Marzia Vaccari: “è quello che è successo in questi anni a livello mondiale. C'è
              un globale e un locale che insieme sono un glocale. E' l'interazione di due
              momenti. Quello che è successo a livello locale ha ripercorso quello che è
              successo a livello globale. In un grande mutamento di entusiasmo sull'utilizzo
              delle nuove tecnologie, ripreso dal mercato, le borse hanno registrato il tiro. E'
              quanto è successo alla New Economy: gli aspetti di e-commers hanno
              mostrato il limite nell'utilizzare le nuove tecnologie che non tengano conto
              degli aspetti sociali, umani di queste tecnologie. In un momento di grande
              entusiasmo in cui si pensava si potesse risolvere molto in maniera anche un
              po' delirante, ci si è resi conto di come questa tecnologia può creare in nome di
              un virtuale un irreale, un falso. Da qui, i grandi crolli dei titoli di borsa High
              Tech che hanno mostrato il falso dietro l'High Tech negli aspetti di produzione
              del capitale. (...) Qua, a livello locale, questo processo di cambiamento ha


18
     “Libertà comune: generi generazioni e genti” è il titolo dell'ultimo progetto-programma dell'associazione Orlando
      (2001-2003) in cui include sia la direzione e il senso della propria progettualità, sia i programmi mirati alla gestione
      della Bibioteca/Centro/Server.
          significato che sempre più spesso lo scollamento tra società civile e società
          politica ha provocato uno scollamento nell'utilizzo in maniera sensata delle
          tecnologie. Di fronte, dunque, a un'erogazione finanziaria sempre maggiore
          del pubblico per investire maggiormente in questi dispositivi, i dispositivi a un
          certo punto hanno dominato sui contenuti”.


In queste parole acquista tangibilità e concretezza quanto abbiamo delineato a livello teorico
precedentemente: il superamento dei dispositivi sui contenuti, descritto da Marzia Vaccari, coincide, in altre
parole, con l'entrata della comunicazione nella produzione, ma anche con l'allontanamento progressivo, come
ha suggerito Adriana Nannicini, dal contenuto e dal prodotto del lavoro.
Anche Leda Guidi fa riferimento alla contrapposizione tra la libertà pubblica-politica, la “libertà comune”
nell'accezione di “Orlando”, che nell'utilizzo delle tecnologie IC si declina come “spazio pubblico virtuale” e
la libertà connessa alle leggi e ai vincoli del libero mercato della New Economy. L'idea della rete civica del
Comune di Bologna, Iperbole, nasce secondo la connotazione di “spazio pubblico” con “le caratteristiche che
garantiscono l'esercizio di questo carattere pubblico”, che è “l'esercizio della cittadinanza” in senso europeo
tale che “i diritti dell'individuo devono essere salvaguardati anche in questo spazio”.


          Leda Guidi: “le istituzioni pubbliche (un Comune, essendo quello vicino al
          cittadino, immediatamente è quello più chiamato in causa) devono avere un
          ruolo centrale nel garantire questa accessibilità. Non è detto che le istituzioni
          debbano avere il ruolo preminente. Noi come Comune abbiamo avuto un ruolo
          così forte perchè abbiamo iniziato presto. Ma oltre al Comune, nello spazio
          pubblico virtuale, ci devono essere gli individui, la società civile, i gruppi, il
          mercato, le associazioni, ciascuno che tendenzialmente non dovrebbe
          opprimere gli altri”.


Anche tecnicamente questo aspetto di libertà plurale e partecipata emerge nella scelta di Iperbole: l'idea di
usare “Internet come strumento di tutta la comunità” non si è concretizzata come “sito web-vetrina come
erano agli inizi tutti i siti delle amministrazioni pubbliche”, bensì come sito “che tendenzialmente dovesse
fare comunità”, un sito cioè in cui la stessa comunità si autorappresenta, pertanto una “rete civica”.


          Leda Guidi: “Questa è la ragione per cui un terzo delle risorse di Iperbole
                                                                               u
          sono risorse fornite e mantenute dalla stessa società civile (...). S oltre
          20.000 pagine, un terzo non sono quelle prodotte dal Comune”.


Analogamente a Marzia Vaccari, anche Leda Guidi sottolinea la fase di cambiamento della “grande euforia
della Net Economy”, in particolare riferendosi all'esperienza della rete civica di Amsterdam che nel '97-'98 ha
pensato di cercare la propria sostenibilità finanziaria sul mercato, rimanendone alla fine “schiacciata” perché
“le regole del mercato sono altre, diverse da quelle delle sfere no-profit”.
           Leda Guidi: “quasi tutte le reti civiche hanno conosciuto momenti simili di
           crisi. Alcune sono morte, darwinisiticamente, e ne sono sopravvissuti solo i
           siti web. Il modello che per il momento ha vinto è il portale, ma, come tutti i
           modelli “totalitari”, oggi è in crisi”.


Nel corso dell'intervista Leda Guidi descrive la differenza tra “portale e rete civica”, di nuovo in riferimento a
un modello omnicomprensivo e “totalitario”, quello del portale, e a un modello libertario e comunitario,
quello della rete.


           Leda Guidi: “Il portale è un modello potenzialmente “totalitario” perché
           tende all'ominicomprensività, vuol catturare e tenere altre realtà dentro di
           sé e gerarchizzarle. La rete è invece spontaneamente pluralista. Il portale
           applica il modello televisivo alla rete. Il modello omnicomprensivo ha in
           se' i germi della sua fine”.


Libertà e autonomia sono impiegate con diverse accezioni nelle altre interviste e, come dicevo, si osserva una
differenza significativa contestualizzando le parole delle diverse intervistate in relazione alle loro differenti
forme/condizioni di lavoro.
Nel caso delle imprenditrici la parola libertà acquista il senso dell'apertura creativa per un lavoro inventato e
realizzato in autonomia individuale o insieme a poche altre. E' proprio questo il senso di essere imprenditrice.


           Sabrina: “essere libera di reinventare il mio lavoro come e quando voglio
           (...) Gli obiettivi erano quelli di costruire qualcosa con la mia testa, qualcosa
           di buono che piacesse alla gente”.


           Giovanna: “riuscire a creare dalle mie qualità personali e dal gruppo di
           lavoro un lavoro renumerato e bene possibilmente. Fare di me stessa il mio
           lavoro”.


Il senso di libertà per chi avvia una propria impresa acquista significato in contrapposizione al lavoro
dipendente che non permette la stessa autonomia creativa e decisionale.


           Giovanna: “non sarei diventata un imprenditrice se avessi sentito la necessità
           di un lavoro fisso”.


L'aspetto più piacevole del lavoro di Giovanna è direttamente connesso alla forma che ha assunto nel tempo:


           Giovanna: “(quello che mi piace di più) è dover inventare il mio lavoro ogni
           giorno. Avere ogni giorno stimoli e progetti nuovi a cui pensare e lavorare.
           Le difficoltà mi stimolano molto. Il fatto di non avere padroni, la libertà”.
E' quanto in modo analogo sottolineano Elisa Mereghetti e Sandra de Giuli di Ethnos Film. Elisa Mereghetti
commenta il suo divenire imprenditrice in relazione alla forte necessità “dello spazio in autonomia”:


           Elisa Mereghetti: “il mio percorso professionale è sempre stato quello di
           arrivare a un'espressione creativa di sé (...) Ho sperimentato diversi mezzi.
           Quando sono arrivata alla televisione, ho lavorato diversi anni alla Rai in
           America come dipendente e lì ho acquisito competenze. Di lì c'era l'idea o di
           continuare a lavorare come dipendente o come indipendente. Ho scelto
           l'indipendenza e la libertà”.


           Sandra de Giuli, “lo spirito era quello di costruire qualcosa dal punto di vista
           sia creativo che strutturale”. Lo spirito del fare un'impresa è simile a quello
           della libera professione (...) avrei difficoltà a vedere il lavoro dipendente. Ho
           visto che nelle poche esperienze di lavoro semi dipendente che ho avuto
           l'impegno che metto è da imprenditrice, non da dipendente”.


Oltre a questo aspetto, quello della possibilità creativa e autonoma, il fare impresa acquisisce anche una
valenza di condivisione, scambio, cooperazione per uno stesso obiettivo.


           Sandra de Giuli: “la cosa che mi piaceva molto era lavorare con persone con
           cui essere in sintonia su obiettivi e idee”.


           Elisa Mereghetti: “un forte elemento di impegno sociale che va di pari passo
           con la creatività”.


D'altra parte, entrambe, Elisa Mereghetti e Sandra De Giuli, sottolineano che l'impresa è innanzitutto un
mezzo, l'unico modo per poter fare quel che si vuol fare, che molto spesso diventa “un peso” laddove
“l'amministrazione è una necessità” come è una necessità ben poco piacevole il fatto “che ci si debba
confrontare con delle logiche che corrispondono poco al nostro approccio”.


           Elisa Mereghetti: “in qualche modo noi siamo degli idealisti: ci interessano i
           contenuti, l'etica, il rapporto con la gente e il sud del mondo. Poi chiaramente,
           per riuscire a farlo devi scontrarti con gli aspetti burocratici e commerciali
           che sono deprimenti (...) Lo stato non agevola le piccole imprese. E' un fatto
           abbastanza triste”.


           Sandra de Giuli: “di soldi non ce ne sono tanti, ma manca anche la sensibilità
           e il pensare che comunque è importante cercare di aumentare la sensibilità
           anche in questi ambiti”.


Queste parole ricordano quanto hanno detto Marzia Vaccari e Leda Guidi: le logiche del mercato non
contribuiscono alla crescita di libertà a favore dei contenuti umani, sociali, etici, che è la scelta alla base della
piccola impresa Ethnos Film.


Lo stesso senso della “libertà come indipendenza da padroni” caratterizza anche le parole delle lavoratrici
“free lance”, sia quelle con partita Iva, sia le lavoratrici atipiche con contratti di prestazione occasionale o
contratti di collaborazione coordinata e continuativa.
Per Daria “l'irregolarità” insita nel suo percorso professionale è fonte di piacere


           Daria: “mi piace questa irregolarità, perché passo giorni a casa a scrivere,
           giorni fuori a girare... Mi da un senso di libertà, di autoregola, autocontrollo,
           di possibilità di scelta”.


Così per Elisabetta Tola, per la quale la mobilità della situazione lavorativa è fonte di grande piacere in
quanto connessa alla libertà


           Elisabetta Tola, “la mia situazione è molto mobile: ho costantemente lavori
           che si chiudono e lavori che si aprono. Sono legata a singoli progetti (...) La
           libertà, come ho detto è la cosa che mi piace di più (...) sarei incapace di
           lavorare timbrando il cartellino. (...) Ormai ho maturato una passione per
           questo modo di lavorare. I vantaggi che vedo grossissimi in questo sono una
           gestione totalmente autonoma del tempo. Per cui io lavoro moltissimo, e
           probabilmente più di quanto lavorerei se avessi un contratto normale, però
           gestisco il tempo a mio piacere: lavoro di notte se voglio lavorare la notte, a
           casa se voglio a casa, nei fine settimana se voglio lavorare nei fine
           settimana”.


Per Elisabetta Tola, le tecnologie IC contribuiscono sostanzialmente al grado di autonomia e libertà nel suo
lavoro:


           Elisabetta Tola: “Mi sono dotata di tutte le strutture che mi servono: portatile,
           cellulare, la linea veloce per poter lavorare a mio piacimento”.


Anche per Fabiana il lavoro su progetto ha alcuni vantaggi, sempre nel senso della libertà.


           Fabiana: “posso lavorare dove voglio, senza obbligo di presenza negli edifici
           della struttura per cui lavoro”.


E' quanto sottolinea anche Federica Fabbiani che dice di preferire “la gestione personale dello spazio, dei
tempi, dei modi”
           Federica Fabbiani: “preferisco qualche responsabilità in più, ma con più
           autonomia (...) Generalmente ai Co.co.co dovrebbero lasciare una certa
           libertà di gestione dei tempi, ma in realtà anche con questi contratti, quando
           c'è un luogo fisico dove andare, è facile che ci siano anche degli orari”.


Anche Elena Camerin sottolinea lo stesso aspetto di una potenziale libertà connessa ai contratti di
collaborazione coordinata continuativa che di fatto, nel caso di un lavoro strettamente legato a una struttura
pubblica, non si realizza a pieno:


           Elena Camerin: “il vantaggio (della mia situazione contrattuale) potrebbe
           essere quello di sentirsi un po' più liberi. In realtà, lavorando uno sportello
           pubblico, la presenza mi è richiesta: devo essere qui. Questo accade anche per
           seguire le macchine. Non lavoro esclusivamente sul web: non posso lavorare
           da casa come nel cosiddetto telelavoro”.


In più di un caso il “lavorare a casa” è percepito da queste lavoratrici come apertura di libertà.


          Federica Fabbiani: “tornerei a lavorare a casa. Io credo molto al telelavoro.
          Lo considero un'evoluzione, un salto generazionale, una possibilità, non una
          ghettizzazione. E' una libertà: le persone sono libere di gestirsi il tempo e lo
          spazio diversamente. (...) Il venerdì è l'unico giorno in cui sto a casa, ed è
          l'unico giorno in cui io scrivo”.


Diversamente Bia Sarasini, che rammenta con dolore la perdita della redazione della rivista Noi Donne, dice
che “passare al lavoro a casa è stato un trauma”. D'altra parte, nel tempo ne ha ricavato “qualche
piacevolezza” in questa situazione.


          Bia Sarasini: “per quanto io lavori moltissimo, il fatto di trovarmi del tempo
          molto compartimentato mi offre delle libertà, non solo perché posso innaffiare
          le piante, se mi viene in mente, o fare del the, ma perché posso decidere che al
          pomeriggio faccio quel che mi pare e lavorare la notte”.


Precarietà
Accanto al termine “libertà” la parola “precarietà” è altrettanto ricorrente tra le parole delle lavoratrici “non
standard”, siano esse imprenditrici, libere professioniste, lavoratrici atipiche.
Mi sembra interessante sottolineare che questi due aspetti, libertà e precarietà, connotano allo stesso tempo
una medesima situazione lavorativa e spesso emergono in molte interviste in modo contraddittorio e
ambiguo, nello spazio di poche frasi. Quanto ho già descritto nella seconda parte della testo, in particolare
quando mi sono soffermata a considerare le “due facce della flessibilità”, acquista qui spessore e tangibilità.
Precarietà, inoltre, è intesa in almeno tre sensi: precarietà come incertezza esistenziale rispetto al proprio
futuro – è quanto nella seconda parte della relazione ho descritto come “individualizzazione del rischio
esistenziale” e “schiacciamento del futuro sul presente”; precarietà in termini di assenza di tutele (diritti di
tutela, previdenza, maternità); precarietà in termini economici (è quell'assottigliamento del confine tra
“successo” e “povertà” e quella “latenza del disagio” che è stato descritto a proposito delle piccole/medie
imprese nella prima parte del testo e, allo stesso tempo, a proposito della difficoltà della garanzia alla
sopravvivenza e alla continuità economica per le lavoratrici a progetto, siano queste lavoratrici con partita Iva
o lavoratrici atipiche.
Per Giovanna i vantaggi della libera creatività connessa all'impresa si contrappongono agli svantaggi dati
dalla precarietà derivanti dalla stessa situazione


          Giovanna: “Mi sento precaria in maniera assolutamente... Diciamo che non
          sarei diventata imprenditrice se non avessi sentito la necessità di un lavoro
          fisso. Quindi... Però mi rendo anche conto che questa discontinutià di appalti
          non ci consente a nostra volta di retribuirci in modo continuativo”.


Così, nonostante le difficoltà e gli ostacoli in questo percorso siano stimolanti, allo stesso tempo “avere una
retribuzione tale che ci permetta di fare un fondo pensione di un certo tipo”, in modo di avere “la sicurezza
per il futuro”, diventa una premessa necessaria per realizzare i propri obiettivi. Le difficoltà concrete non
sono solo quelle di “penetrare un mercato che è altamente monopolizzato da società molto più grandi” (...),
che hanno capitali che noi ci sogniamo (...)” ma anche quelle che derivano dall' “andare a chiedere a una
banca dei soldi (...) miliardi, perché il tuo progetto ha bisogno di miliardi”.
La libertà come indipendenza diventa allora un obiettivo finale nel lungo tempo, da raggiungere in un
duraturo percorso di riscatto e emancipazione dalla dipendenza da “commesse che possono arrivare e non
                                                                                                   n
arrivare e non avere quindi la certezza di una continuità”. Infatti, “un conto sono i primi tempi, i cui puoi
anche decidere di non pagarti. Poi arrivi a un punto che sembra una sconfitta e ti pare di tornare indietro”.


La stessa contrapposizione tra libertà e precarietà emerge dalle parole di altre intervistate che oltre all'aspetto
economico (precarietà come discontinuità e incertezza economica) sottolineano anche l'aspetto sociale -
politico della precarietà (precarietà come assenza di tutela e previdenza) e quello esistenziale (precarietà
come insicurezza per il futuro e schiacciamento del futuro sul presente).


          Daria: “raggiungo il massimo del precariato. Sono una precaria: è un mestiere
          terribile perché passi dei momenti dove davanti a te hai il vuoto, e pensi “non
          lavorerò mai più, non ce la farò mai (...)”.


Inoltre, nonostante l'alta professionalità raggiunta con il tempo, e la fiducia in sé stessa costruita sulle proprie
competenze e attraverso l'esperienza, anche lo svantaggio che deriva dall'assenza di tutele previdenziali
influenza la sua percezione del futuro:
         Daria: “per la mia vecchiaia, considerando il problema della pensione, mi vedo
         sempre in una comunità allargata con le mie amiche. Non ho veramente da
         questo punto di vista sicurezze”.


In questo contesto, osserva Daria, tutto il “senso di libertà, autoregola, autocontrollo, di possibilità di scelta”
che pure è tra le connotazioni più importanti della sua attività, “nel precariato (...) si annulla”. Questa
contraddizione si spiega con il fatto che “quando lavori non pensi alla precarietà. Quando, come ora, sto
lavorando e ho davanti a me mesi e mesi di lavori (...) non ci penso perché è talmente forte quello che sto
facendo con l'entusiasmo e l'energia che metti...”. Ma il senso di precarietà, con tutte le sue contraddizioni,
non caratterizza solo la percezione del futuro: è anche spesso un fattore quotidiano con cui ci si confronta in
termini di sussistenza economica, soprattutto laddove non c'è una famiglia alle spalle o un sicurezza
economica ereditata.


         Daria: “Accanto a questo, c'è l'angoscia del quotidiano: io non ho una rendita
         privata quindi devo guadagnarmi da vivere. E questo è un altro piccolo
         problema, un grandissimo problema... Non c'è solo il fatto che la tua autostima
         in certi periodi va in crisi completamente, c'è anche il problema della
         quotidianità, di garantirsi la sopravvivenza”.


Anche le parole di Elisabetta Tola mostrano un'analoga ambiguità tra libertà di autogestione rispetto ai luoghi
di lavoro e i tempi di lavoro e una latente precarietà di tipo esistenziale


        Elisabetta Tola: “da questo punto di vista devi organizzarti la vita pensando
        sempre che in qualche modo non puoi dipendere dall'idea che hai un lavoro. Lo
        devi sempre cercare, lo devi curare, lo devi coccolare... Il lato negativo è quello
        che a volte diventi, come si dice in inglese.. workaholic. In altre parole stai lì sul
        lavoro e non riesci a dire assolutamente di no a niente perché hai il terrore che
        ogni contratto perso sia perso per sempre”.


Quasi una forma di dipendenza, l'assenza della sicurezza di un futuro lavorativo continuativo sembra mettere
in crisi proprio quella libertà e quella indipendenza individuale nella gestione del proprio spazio e del proprio
tempo. Anche in questo caso, la libertà non è allora a portata di mano, ma è un possibile obiettivo a lungo
termine in un difficile percorso di affrancamento che richiede tempo, competenza, capacità e fiducia in sé
stesse, a prezzo della accettazione individuale del rischio nel presente.


        Elisabetta Tola: “Vero è che con il passare del tempo questo cambia perché
        acquisisci più tranquillità e anche competenza, per cui sai che puoi anche
        cominciare a giocare dicendo: “guarda, adesso non lo posso fare, se ti interessa
        che lo faccia io, lo faccio tra qualche mese”.
Elisabetta Tola sottolinea anche gli altri aspetti negativi del suo lavoro da free lance. L'uno “nella
pianificazione personale di vita familiare”, nel fatto cioè che “come donna sai che devi crearti un tipo di
gestione di questo lavoro che è tutta su di te” perché “non c'è nessun tipo di supporto sociale al fatto che tu
decida di diventare madre o avere figli”.


L'altro aspetto negativo è di tipo economico e riguarda il “costo del lavoro”.


        Elisabetta Tola: “quel che mi stanca di più è che ogni contratto è pensato
        esclusivamente sul lavoro che fai. Non c'è un costo di questo lavoro. Nella
        maggioranza dei casi vieni pagata per il prodotto finale. Ed è vero che nel tempo
        si acquisirà maggiore potere contrattuale, ma attualmente io non sono ancora in
        quella fase e sento che tutti i costi sono miei. Sostanzialmente, quindi, devo
        prendere più lavori rispetto a quelli che sarebbero necessari per me per vivere
        normalmente perché mi devo pagare la linea veloce a casa, mi devo pagare i
        libri, gli spostamenti. Tutti costi che se lavori per conto di qualcuno diventano
        spese rimborsabili, nel mio caso non lo sono”.


Altre intervistate indicano gli stessi aspetti contraddittori insisti in un lavoro flessibile.


        Federica Fabbiani: “(il problema è) non avere sicurezza per il futuro, di non
        avere la pensione”


        Barbara Masi: “essere una precaria (...) l'impossibilità di concentrarsi sulle cose
        a cui dovrei dedicarmi a lunga scadenza”


        Fabiana: “non mi viene versato nessun contributo per l'INPS, non posso
        “permettermi” di ammalarmi e andare in ferie. Qualcuno potrebbe obiettare
        dicendomi che sono in una posizione di libero professionista, ma purtroppo non è
        così.. (alla categoria dei liberi professionisti appartengono i medici e gli
        avvocati... non gli atipici!). Credo che queste nuove forme di contratti dell'era
        post-industriale debbano essere riflettuti e adeguati alle esigenze di chi presta il
        proprio lavoro e non solo delle strutture per le quali prestiamo il nostro lavoro”.


Quest'ultimo aspetto, “le esigenze delle strutture per le quali si presta il proprio lavoro” è messo in luce da
quelle lavoratrici atipiche il cui lavoro è connesso a un ufficio, a uno sportello aperto al pubblico con degli
orari precisi. Per queste lavoratrici lo spazio di libertà di autogestione e autocontrollo sottolineato da tante
altre intervistate si restringe insieme all'assenza di norme di tutela e previdenza. E' questo, come già è stato
accennato, il caso di Federica Fabbiani e Elena Camerin.


        Federica Fabbiani: “Generalmente ai Co.co.co dovrebbero lasciare una certa
        libertà di gestione dei tempi, ma in realtà anche in questi contratti, quando c'è un
        luogo fisico dove andare, è facile che ci siano anche degli orari”.


        Elena Camerin: “(il mio contratto) è una collaborazione coordinata continuativa
        che va avanti da sei anni (...) Il vantaggio potrebbe essere quello di sentirsi un
        po' più liberi. In realtà, essendo uno sportello aperto al pubblico, la presenza ci è
        richiesta (...) Non posso lavorare da casa come nel cosiddetto telelavoro”.


Elena Camerin sottolinea anche la precarietà economica relativa alla sua situazione contrattuale:


        Elena Camerin: “di soldi ne prendo pochi, anche perché dopo quattro cinque
        anni che sono qua guadagno esattamente la stessa cifra che guadagnavo il primo
        giorno. Anche con l'Euro che ci ha raddoppiato il costo della vita, mi trovo con
        lo stesso stipendio, con più competenze. Non posso dire che sono soddisfatta di
        quello che guadagno. Anche perché se fai collaborazioni altre all'esterno di
        questa, scattano dei parametri per cui si pagano più tasse e questo, per piccole
        collaborazioni, assolutamente non conviene”.


In un caso, che vorrei segnalare, la condizione di precarietà economica non è automaticamente connessa alla
precarietà contrattuale. Nel caso di Lucia Manassi, che pure oggi ha un contratto di lavoro dipendente a
Radio Città del Capo, la retribuzione non è sufficiente nonostante la sua assunzione:


        Lucia Manassi: “il mio problema più che contrattuale è di retribuzione. (...)
        Parlerei di precariato non in senso contrattuale ma in termini economici. Ho
        avuto una crescita professionale e un decrescere proporzionale del mio stipendio.
        Guadagnavo di più alla fine degli anni '80 quando lavoravo alla rivista
        Skateboard che coordinavo (...) Allora guadagnavo di più di adesso in termini
        assoluti. Non avevo obblighi di orari ed ero in realtà pagata sul numero della
        rivista. Anche se guadagnavo di più, ero più precaria in termini contrattuali”.


Lucia Manassi commenta cosa significa quest'ultima precarietà connessa all'assenza di tutele a partire dalla
sua esperienza personale:


        Lucia Manassi: “ero più precaria in termini contrattuali e oggi non potrei
        esserlo, visto che sto aspettando una bambina e “ho la maternità”, ho dunque
        garanzie e sono tranquilla”.


Quanto ho sottolineato nella seconda parte del testo acquista nelle parole di molte intervistate un certo
spessore. L'alta percezione di libertà ha come controparte l'alta percezione del rischio e della precarietà
individualizzata. Di fronte alla precarietà, la libertà più che una condizione di partenza connessa alla forma di
lavoro scelta, sembra essere un traguardo di arrivo, alla fine di un lungo e difficile percorso di affrancamento
dalla dipendenza dalle circostanze e dal potere, sostenuto unicamente dalle capacità, dalle competenze, dalle
esperienze tutte individuali e di propria responsabilità.
Tempi di lavoro, tempi di vita
Come in parte è già emerso nei paragrafi precedenti, la retorica al negativo della libertà come
assenza/presenza di dipendenza e di precarietà che connota molte delle parole delle intervistate, in particolare
le lavoratrici autonome e atipiche, fa intravedere che lo spazio sottile tra autonomia e disagio coincide con
uno spazio che tende ad assottigliarsi tra “tempi di lavoro” e “tempi di vita”. Le parole di Elisabetta Tola lo
esplicitavano nel descrivere una situazione di lavoro comune a tante altre con il termine inglese workaholic
alludendo alla voracità di una situazione di onnipresenza del lavoro e di dipendenza dalla ricerca del lavoro
che potrebbe trovare soluzione nella progressiva crescita di competenze e esperienze che permettano una più
alta capacità, individuale, di contrattazione e negoziazione. Chiaramente questa capacità individuale non solo
trova un limite nel corso degli eventi futuri e non prevedibili, ma varia anche in relazione al carattere
personale e alle attitudini soggettive.
Queste e altre parole ricordano quanto è stato descritto nella seconda parte del testo, cioè il progressivo
sconfinamento dei tempi di lavoro nei tempi di vita, a partire da una forte dilatazione dei tempi di lavoro che
deriva da alcuni fattori principali: l'aumento di quota di lavoro relazionale che tende addirittura a superare il
contenuto del lavoro stesso; la continua necessità di formazione, studio e aggiornamento volti a sostenere la
propria spendibilità nel mercato dell'informazione e della comunicazione; la ricerca costante del prossimo
lavoro, del prossimo contratto, del prossimo progetto. Tutte queste diverse attività richieste al lavoro non solo
rendono labili i confini tra tempi di lavoro e tempi di vita perché richiedono una grossa fetta di tempo di
lavoro, ma sono anche di responsabilità e di costo individuale, perché non sono retribuite, ne' contrattate e
negoziate collettivamente a partire da norme socialmente condivise e istituzionalizzate.
La cosa interessante è che questo sconfinamento tra tempi di vita e tempi di lavoro non è percepito in modo
negativo dalla maggior parte delle intervistate. Anzi: questo intreccio costante tra vita e lavoro è investito di
un'alta dimensione etica, politica, sociale. Di nuovo il lavoro, come è già stato sottolineato, è risorsa d'identità
nel mondo ed è fonte di piacere e passione. Oltre a questo, lo stesso lavoro diventa una modalità partecipativa
e di intervento nella società e nella politica, in senso lato.


        Fabiana: “Vorrei piuttosto condurre un'esistenza dove il lavoro, le relazioni, lo
        studio e la partecipazione civile e politica fossero miscelate in un'attività
        lavorativa etica. Perché se riesco a lavorare sulle cose in cui credo e ritengo di
        crescita culturale-sociale, non solo per me, il mio lavoro diventa un atto politico,
        nel senso di un piccolo tassello che io aggiungo ad un puzzle gigante, per la
        costruzione di un altro mondo possibile. So che questo può restare un'utopia, ma
        verso là voglio tendere”.


        Elisa Mereghetti: “Per un lungo tempo è stato un po' “casa e bottega”, nel senso
        che è stato un po' tutt'uno. E' vero che questo tipo di lavoro comporta una
        dimensione di vita con responsabilità grandi rispetto alla società, un modo di fare
        indipendente, con una scelta precisa sui contenuti e lo sguardo. Comporta quindi
        una scelta di vita, non solo una scelta professionale. Condiziona tutto. Io stessa
        nei rapporti all'esterno cerco di non scindere vita e lavoro. Quello che faccio qui
        lo riporto all'esterno e viceversa, nei rapporti di amicizia e sociali. Cerco di
        vivere il mio lavoro come una dimensione di vita. Vorrei a volte ci fosse questa
        separazione per una questione di stanchezza: alla fine lavori sempre, 24 ore su
        24, è un continuo fare e pensare. Dall'altra parte, viverlo in questo modo
        restituisce un senso maggiore al lavoro rispetto al viverlo solo come una scelta
        professionale. Io mi sento meglio a pensare di avere fatto una scelta di vita. E'
        chiaro che poi devi saperla amministrare rispetto alle scelte personali”.


L'amministrazione di un lavoro che è scelta di vita rispetto alle scelte personali lascia intendere che, in ogni
caso, ci sia dell'altro oltre all'unità vita-lavoro. In gran parte dei casi, questo “altro” non sembra essere
costituito dalle rela zioni affettive o amorose, talvolta perché incluse nella stessa unità vita-lavoro, talvolta
perché assenti. In più di un caso, d'altra parte, emerge un certo conflitto tra vita lavorativa e relazione
affettiva.


         Daria: “(...) per molto tempo il mio lavoro è stato sempre un problema a livello
         relazionale: gli uomini con cui stavo, in particolare un compagno con cui ho
         passato la maggior parte del tempo nella mia vita, non accettava assolutamente
         questo tipo di mio lavoro e vita. Non accettava il fatto che io incontrassi
         continuamente uomini, persone diverse e fossi sempre in giro. Era anche molto
         competitivo e per me è stato molto faticoso. Quando abbiamo chiuso questa
         relazione, ho poi incontrato un altro uomo con cui ho una relazione da dieci anni
         ed è stato diverso: c'è stata una piena condivisione perché pensa la vita un po'
         come me, gli piace fare le stesse cose, anche se lui è un fotografo, non un regista.
         Insieme abbiamo messo il lavoro al primo posto (...) Sostanzialmente siamo io,
         lui e il lavoro, che è il collante. Anche per lui è una passione”


        Lucia Manassi: “E' da quando ho 27, 28 anni che il lavoro per me è qualcosa di
        centrale nella mia esistenza, mal vissuto dai compagni che ho avuto in passato
        nella mia vita. Molto mal vissuto e con moltissime gelosie: gelosia della passione
        per il mio lavoro”


        Agnese: “Non ho figli, non sono in coppia, la mia scelta di vita è precaria come il
        mio lavoro”


Figli e maternità
Se le relazioni, affettive e amorose, raramente costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una professione
che in molti casi è una scelta di vita, o perché assenti, o perché incluse all'interno dello stesso tempo di
lavoro, questo non sempre è vero rispetto alla scelta di maternità o alla presenza di figli. In questi casi,
l'equilibrio tra tempi di vita e tempi di lavoro si incrina sia quando le intervistate hanno dei figli, sia quando
le intervistate progettano di avere dei figli. Inoltre, come spesso sottolineano, questa situazione è resa ancora
più difficile dalla carenza di strutture di sostegno nei confronti delle donne con figli: siano queste reti
familiari/amicali, siano queste strutture pubbliche.


        Sandra de Giuli: “Per me fare l'imprenditrice significa che è difficile staccare. La
        responsabilità di quello che stai facendo te la porti appresso sempre, nel bene e
        nel male. Ho sempre avuto difficoltà a staccare, non ho mai pensato dovesse
        essere importante. L'ho dovuto fare e lo devo fare per mia figlia perché non si
        concilia tanto. E' difficile trovare un equilibrio con il lavoro quando hai dei figli.
        E' difficile trovare tempo ma anche equilibrio sul tempo che devi dedicare a lei:
        non puoi sempre pensare al lavoro (...) A volte penso di poter fare qualcosa a
        casa ma non ci riesco e capisco che devo cercare di staccare, altrimenti mi
        innervosisco perché non ci riesco. Non è colpa sua, ne' mia. Non posso
        pretendere che lei capisca che se passo un'oretta al computer è meglio (...) E non
        hai tanto aiuto a livello sociale. Non è considerata questa difficoltà perché ancora
        oggi permane l'idea che la donna non debba lavorare. Anche se ci sono tentativi
        in altro senso, le strutture e gli aiuti in tutti i sensi, anche a livello economico,
        non ci sono. Se non hai dei nonni, è difficilissimo”


        Sabrina: “finché lavoravo, ho dato tutta me stessa al lavoro. Poi, ora che sono
        una mamma, non ho ritenuto giusto continuare questa donazione a clienti e
        dipendenti. Ho mollato tutto per crescere mia figlia come voglio io. Non voglio
        babysitter sconosciute o altre influenze. Per me il carattere si forma da piccoli a
        seconda di con chi stai. Non ho nessun rimpianto. Si è solo aperto un nuovo
        capitolo della mia vita. Più avanti, penso che mi inventerò un nuovo lavoro (...)
        Visto che fare l'imprenditore toglie qualunque spazio, ho dovuto interrompere per
        mia figlia. Ma l'ho fatto felicemente”


       Lucia Manassi: “Proprio una settimana prima di sapere che aspettavo una
       bambina, mi hanno offerto di andare a fare un lavoro a Roma, in un quotidiano,
       dove sarei potuta partire spesso per fare l'inviata all'estero, che credo sia il sogno
       di tutti i giornalisti che amano questo tipo di mestiere, davvero per la strada. E'
       stato un attimo comprendere che non potevo e probabilmente non potrò per molti
       anni scegliere una simile attività. Lavorare in un quotidiano significa finire a
       mezzanotte, alle undici di sera. Allora devo aver pensato: “sono molto fiduciosa e
       credo che riuscirò a trovare una mediazione tra tutto”. Credo che non rinuncerò a
       determinate cose che sono fondamentali per me (la radio) e allo stesso tempo mi
       adatterò a fare altro, lavori che non mi piacciono ma vengono pagati meglio. Mi
       adatterò a fare un'altra cosa che non mi piace: stare a casa a lavorare”


E' già emerso che il lavoro a casa non è percepito da tutte le intervistate come qualcosa di negativo. In
qualche caso è visto positivamente non solo perché considerato un'opportunità di autogestione personale dei
propri tempi e spazi di lavoro, ma anche perché diventa un possibile sostegno all'equilibrio dei tempi nel caso
in cui si hanno dei figli. Nel caso di Elisabetta Tola, non solo l'unità di vita/lavoro muta innanzi a un progetto
di maternità, ma questo progetto può essere sostenuto solo dalla possibilità di lavorare a casa.


       Elisabetta Tola: “Fino a tre, quattro anni fa non mi vedevo che in un progetto
       lavorativo. Intendo dire che avevo un progetto di lavoro e relazioni, ovvero di vita
       politica e sociale di relazione con gli altri che si interseca moltissimo con il
       lavoro. Adesso non è più vero. Ho una visione della vita estremamente biologica.
       A un certo punto mi sono resa conto che l'esigenza riproduttiva si è fatta
       estremamente sentire e questo un po' mi spaventa perché fare un figlio cambia
       completamente il modo di vivere. Ci sarà una riorganizzazione totale. Va detto
       ovviamente che dipende molto dalle condizioni in cui uno vive. Io vivo in una
       città lontana dalla mia famiglia e da qualunque supporto familiare, quindi per me
       chiaramente il problema è proprio di gestire la mia situazione con le mie forze. Le
       mie e quelle del mio compagno (...) In questo momento se dovessi rinunciare a
       qualcosa per assurdo rinuncerei al lavoro. In questa fase di vita sento che fare un
       figlio è qualcosa di cui non posso fare a meno. Non ha a che fare con il fatto di
       dare alla luce, di partorire ecc. E' un'esigenza mia, biologica, il fatto di sentire che
       ho una certa continuità, come persona, non in termini di sangue, come trapasso di
       conoscenze e di esperienze che ho fatto. Ho proprio voglia di passarle a qualcun
       altro. (...) Sul piano di vita personale familiare, devo dire che la scelta di crearmi
       un lavoro a casa è dipeso anche da questo: dall'idea di creare una situazione in cui
       io possa prevedere la possibilità di creare degli spazi personali. La scelta di
       lavorare da free lance, da sola, include anche questo: l'idea che avrò bisogno del
       mio tempo a casa. E questo diventa parte del progetto. Se oggi come oggi mi
       offrissero di andare a lavorare in una redazione non ci andrei in ogni caso, non è il
       momento”


Non sempre però, la presenza di figli è percepita come motivo di cambiamento della propria vita
professionale. Le parole di Bia Sarasini, appartenente a una generazione di qualche anno precedente,
sembrano fare da contrappunto alle parole delle altre interlocutrici, e lasciano intendere che i figli non hanno
modificato il suo percorso di vita professionale.


        Bia Sarasini: “(...) ho sempre fatto quello che volevo. Faccio parte di quella
        generazione che ha voluto lavorare e lavorare è stato un elemento fondamentale
        nella vita, però allo stesso tempo sono sposata e ho un figlio. (...) Forse l'unico
        dramma è il fatto di avere avuto solo un figlio. Lavorare e avere figli è difficile
        ma non più di tante altre cose. Richiede una buona organizzazione del proprio
        tempo e quello che soprattutto richiede è di non sentirsi in colpa. Non mi sono
        mai sentita in colpa perché lavoravo, perché sottraevo tempo a mio figlio (...) Ho
        avuto un figlio desiderato, amato, e per quel che vedo, anche cresciuto
        relativamente bene. Quello che mi sconvolge di più con le donne più giovani è il
        venir fuori di questo senso di colpa, che trovo incomprensibile, non lo capisco. Il
        problema è che per un po' di anni della propria vita lavorare e avere un figlio è
        molto faticoso, perché il tempo libero è totalmente dedicato al figlio, più che alla
        famiglia. Mio marito era presente e in qualche modo abbiamo condiviso la
        crescita di nostro figlio. Non che siano mancati i conflitti, ma c'erano delle cose
        che erano indiscutibili, che del resto fanno parte della mia formazione (...) Il fatto
        che lavoravo in Rai, con contratti precari, è stato funzionale: pur con otto nove
        ore al giorno di lavoro, avevo dei mesi in cui non lavoravo e questo è stato
        funzionale all'allevamento del bambino”.


E' difficile trarre conclusioni che potrebbero essere affrettate innanzitutto a causa della limitatezza del
campione di indagine, ma soprattutto perché ogni singolo caso è il risultato di singole soggettività, esperienze
e soprattutto condizioni economiche e familiari che non sempre sono esplicitate. Quel che però si può
osservare è quanto ho già sollevato nella seconda parte della relazione. La questione della “doppia presenza”
che nella storia ha sempre caricato le donne di un doppio lavoro, quello produttivo e quello riproduttivo, o
che le ha poste innanzi a una scelta rigida tra la voro e famiglia acquista spessore in queste interviste.
Ci chiedevamo, insieme a Rossana Trifiletti, se i lavori atipici siano “spazio di sfruttamento o di libertà”? La
risposta a questa domanda, dicevamo, dipende dalla capacità e dalla soggettività della singola lavoratrice, ma
soprattutto dal livello culturale, di formazione e anche di rendita economica personale. Tra le intervistate non
c'è dubbio che sia presente una certa assertività e consapevolezza rispetto ai propri diritti di lavoratrici e, allo
stesso tempo, di madri. D'altra parte, è anche emersa tutta la difficoltà di un duplice carico di responsabilità,
quelle lavorative e quelle genitoriali, che può indurre ad abbandonare il lavoro (come il caso di Sabrina), a un
adattamento a lavori meno piacevoli ma più retribuiti (come nel caso di Lucia Manassi), al lavorare a casa
(come nel caso di Elisabetta Tola) .
                                                  Bibliografia


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