Elementi di riflessione per un confronto fra Cartesio e

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                    Elementi di riflessione per un confronto fra Cartesio e Pascal

Nel '600 si consolida l'idea che spiega la natura come un sistema meccanicistico, privo di qualsiasi
principio vitalistico e di qualunque finalismo. L'ordine naturale, seguendo i principi della scienza
moderna, è di tipo meccanico. La natura, secondo questa concezione è costituita, infatti, da materia che
si muove secondo leggi meccaniche precise, regolari e misurabili.
Lo stesso Newton concepisce la materia naturale costituita da corpuscoli che richiamano il concetto
filosofico democriteo di atomo.

Descartes aderì al meccanicismo, ma non all'atomismo.
Per il filosofo francese, teorico del dualismo, la realtà è costituita da due sostanze, rispettivamente res
cogitans e res extensa, rigorosamente distinte. Secondo la definizione del tempo, viene concepita
sostanza ciò che per esistere non dipende da altro che da se stessa. In questo senso solamente Dio, in
quanto causa sui, potrebbe legittimamente essere definito sostanza, ma Cartesio ribadisce che anche il
pensiero e la materia possono essere comunque definiti sostanze perché la loro esistenza dipende
esclusivamente dall'atto creativo di Dio.

Per Cartesio l'autocoscienza pensante, ciò che configura l'uomo, non solo fonda la metafisica, ma in
quanto distinta dalla materia, permette al filosofo di tenere ben separate le problematiche ad essa
[metafisica] connesse rendendole irriducibili alla fisica e, dunque, alla scienza. In tal modo Cartesio si
sottrae al rischio di invadere un campo pericoloso che avrebbe potuto richiamare l'attenzione
dell'Inquisizione.

Per Cartesio l’uomo si distingue dall’animale proprio in quanto essere pensante:
    1. perché è dotato di un linguaggio con cui può comunicare il proprio pensiero;
    2. perché si adatta a situazioni nuove e quindi è in grado di risolvere problematiche che
       eventualmente gli si presentano.

[...Se vi fossero macchine siffatte, che avessero organi e aspetto di scimmia o di qualche altro animale
senza ragione, non avremmo possibilità alcuna per riconoscere la differenza di natura tra queste e
quegli animali; mentre se ve ne fossero di somiglianti al nostro corpo e capaci di imitare le nostre
azioni per quanto fosse moralmente possibile, avremmo pur sempre a nostra disposizione due mezzi
certissimi per riconoscere che non sarebbero veri uomini.
Il primo consiste nel fatto che questi non avrebbero mai l'uso della parola, né d'altri segni, per
comporli come noi facciamo per comunicare agli altri il nostro pensiero;....
Il secondo è questo: che tali macchine, anche se facessero molte cose bene come noi, e forse anche
meglio, fallirebbero però inevitabilmente in altre, il che rivelerebbe come esse non agiscano per
conoscenza, ma soltanto per la disposizione dei loro organi. ...Ora, con questi due stessi mezzi,
possiamo anche conoscere la differenza tra gli uomini e le bestie. (DM, V^ parte)]

Poiché in quanto corpo (res extensa) anche l'uomo per Cartesio è una macchina, egli riconduce al
meccanicismo non soltanto le funzioni motorie, ma tutte le funzioni vitali. Egli riduce ogni realtà
vivente alle leggi della meccanica, escludendo il principio di un'anima vegetativa e sensitiva che invece
caratterizzava il pensiero aristotelico.
La natura, e dunque anche il corpo umano, viene spiegata da Cartesio in termini puramente
meccanicistici. [lettura pag 487 del testo di Abbagnano Fornero ]

Il razionalismo cartesiano propone un modello di uomo che è in grado, se utilizza bene la ragione, di
Materiale didattico di Paolo Carmignani
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risolvere i problemi inerenti alla sua vita: non soltanto relativamente alla conoscenza della natura, ma
anche in relazione a tematiche metafisiche ( so di essere e so cosa sono, so che Dio esiste e so, per
questo, che Egli è garante dell'evidenza, ovvero del criterio univer verità ).
Il problema ontologico (il discorso sull'essere) che in Aristotele concentrava l'attenzione soprattutto
sull'oggetto (sostanza), in Cartesio si focalizza soprattutto sul soggetto (ego cogitans). L'ego cogitans
cartesiano è sì passibile di errore (che deriva dall'interazione fra volontà e intelletto), ma se impara a
ben condurre la ragione sarà comunque capace di risolvere qualsiasi problema gli si frapponga.
(cfr. sequenza n°5 lett. DM II^ parte).



Ben diversa è la posizione del filosofo francese Blaise Pascal (1623-1657)
Pascal unisce all'interesse scientifico la riflessione filosofica, ma riconosce la limitatezza della
razionalità umana, per questo sente il bisogno di orientare in senso religioso la sua esistenza affidandosi
completamente a Dio.

Dai Pensieri

(Pensiero 72 ) Perché, infine, che cos'è l'uomo nella natura? Un nulla a confronto dell'infinito, un tutto
a confronto del nulla, una via di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere
questi estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto
impenetrabile; egualmente incapace di vedere il nulla da cui è tratto, e l'infinito da cui viene inghiottito.
Che cosa farà, dunque, se non scorgere qualche apparenza delle cose che stanno nel mezzo, in una
disperazione eterna per non conoscerne né il principio né la fine? Tutte le cose sono uscite dal nulla e
sono portate fino all'infinito. Chi seguirà questi meravigliosi processi? L'autore di queste meraviglie le
comprende. Nessun altro lo può.

(Pensiero 194) Non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né che cosa sono io stesso;
mi trovo in un'ignoranza terribile di tutte le cose; non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la
mia anima e quella stessa parte di me che pensa ciò che dico, che medita sul tutto e su se stessa e non
conosce sé più del resto.
Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo che mi racchiudono, e mi trovo incatenato a un angolo di
questa infinita distesa, senza che sappia perché mi trovo messo in un luogo piuttosto che in un altro, né
perché questo poco di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento, piuttosto che
in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte non
vedo che infinità, che mi imprigionano come un atomo e come un'ombra che dura solo un istante senza
ritorno. Tutto quello che so è che devo presto morire; ma ciò che ignoro di più è questa morte stessa
che non posso evitare. Come non so da dove vengo così e non so dove vado; so soltanto che uscendo da
questo mondo cadrò per sempre o nel nulla, o nelle mani di un Dio in collera, senza sapere quale di
queste due condizioni avrò in retaggio per l'eternità. Ecco il mio stato, pieno di debolezza e di
incertezza.
Da tutto questo concludo che debba passare tutti i giorni della mia vita senza tentare di indagare quale
sarà la mia sorte.
Forse potrei trovare qualche chiarimento ai miei dubbi; ma non voglio darmene la pena, né fare un solo
passo per cercarlo; e poi, trattando con disprezzo coloro che si affaticheranno in questa ricerca, voglio
affrontare senza previdenza e senza paura un avvenimento così grande, e lasciarmi condurre
mollemente alla morte, nell'incertezza delle eternità della mia condizione futura.


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(Pensiero 166) La morte è più facile da sopportare se non ci pensiamo, che il pensiero della morte
senza il pericolo.

(Pensiero 168) Gli uomini non avendo potuto rimediare alla morte, alla miseria, all'ignoranza, hanno
risolto per vivere felici, di non pensarci.

(Pensiero 169) Nonostante queste miserie, l'uomo vuole essere felice, e non vuole essere che felice, e
non può non volerlo essere. Ma come riuscirvi? Bisognerebbe, per fare bene, che si rendesse
immortale; ma, non potendolo, ha risolto di fare a meno di pensarci.


(Pensiero 171) La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più
grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo
che ci perdiamo insensibilmente. Senza di essa, ci troveremmo immersi nella noia, e questa ci
spingerebbe a cercare un mezzo più stabile per uscirne. Ma la distrazione ci diverte, e ci fa giungere
alla morte insensibilmente

(Pensiero 131) Noia1 - niente è insopportabile all'uomo quanto l'essere in pieno ricorso, senza passioni,
senza occupazioni, senza divertimenti, senza faccende. Sente allora la sua nullità il suo abbandono la
sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della
sua anima la noia, l'umore nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione.

(Pensiero 346) Il pensiero fa la grandezza dell'uomo.

(Pensiero 347) L'uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non
occorre che l'universo si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d'acqua bastano a ucciderlo. Ma
quando anche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe sempre più nobile di quel che lo uccide, perché
sa di morire ed è consapevole della superiorità che l'universo ha su di lui; l'universo non ne sa nulla.
Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È in esso che dobbiamo cercare la ragione per
elevarci e non nello spazio e nella durata, che non sapremmo riempire. Lavoriamo quindi a ben
pensare: ecco il principio della morale.

(Pensiero 397) La grandezza dell’uomo è laddove egli si riconosce miserabile. Un albero non si
riconosce miserabile. Si è quindi miserabili perché ci si riconosce miserabili: ma è anche un segno di
grandezza riconoscere la propria miseria.

(Pensiero 282) Noi conosciamo la verità, non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore; in
quest'ultimo modo conosciamo i principi primi, e invano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca di
combatterli. I pirroniani (scettici), che non hanno che questo obiettivo, vi si adoperano inutilmente. Noi
sappiamo di non sognare; se ci troviamo in qualche impossibilità di provarlo per mezzo della nostra
ragione, questa impossibilità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragione, ma non
l'incertezza di tutte le nostre conoscenze, come essi pretendono. Infatti, la conoscenza dei primi
principi, come lo spazio, il tempo, il movimento, i numeri è altrettanto sicura di una qualsiasi di
quelle procurateci dal ragionamento. Ed è su queste conoscenze del cuore e dell'istinto che la
ragione deve appoggiarsi, e su queste basare ogni suo discorso. (Il cuore sente che vi sono tre
dimensioni nello spazio e che i numeri sono infiniti; e la ragione poi dimostra che non esistono due

1
    Noia è la rivelazione della propria insufficienza.

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numeri quadrati, l'uno dei quali sia il doppio dell'altro. I principi si sentono, le proposizioni si
dimostrano; e il tutto con certezza, benché per vie differenti). Ed è altrettanto inutile e ridicolo che la
ragione richieda al cuore prove dei suoi primi principi, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse
alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per accettarle. Questa impotenza
deve dunque servire soltanto a umiliare la ragione, che vorrebbe giudicare ogni cosa, e non a
combattere la nostra certezza, come se non vi fosse che la ragione capace di istruirci. […].




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