L'ATTUALE CRISI IN KENYA Chege Kibigo, project manager IPSIA

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1/27/2010
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							L’ATTUALE CRISI IN KENYA
Chege Kibigo, project manager IPSIA a Nairobi, gennaio 2008

La crisi che il Kenya sta attraversando ha avuto inizio dopo le elezioni, e in particolare in
seguito all’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali. Finora più di 300 persone
hanno perso la vita, i feriti sono centinaia e ci sono più di 115,000 profughi interni. La
violenza post-elettorale riguarda principalmente le zone della Rift Valley, di Nyanza, del
Kenya occidentale, della costa e nei dintorni di Nairobi. Per essere più precisi, le
situazioni peggiori hanno avuto luogo nelle città di Kisumu, Mombasa, Eldoret e Nairobi
– specialmente nelle baraccopoli di Mathare e Kibera, e nelle zone di Kariobangi e
Dandora.

Questa violenza è stata descritta come pulizia etnica, genocidio e lotta tribale da diversi
esponenti e leader politici. Oltre alle persone uccise, sono state perpetrate numerose altre
devastazioni: negozi e supermercati sono stati saccheggiati e dati alle fiamme; abitazioni,
distributori di benzina e chiese sono stati incendiati; moltissime micro-imprese sono state
distrutte.
Il fatto più grave resta però lo stupro di donne, ragazze e ragazzi.
La crisi è politica e i suoi effetti sono stati nocivi non soltanto in Kenya, ma anche nei
paesi limitrofi.

Da dove nasce il problema
Da quando il Kenya è diventato indipendente, nel Paese due comunità (Kikuyo e Luo)
hanno lottato per il potere (coincidente qui con la la presidenza). La rivalità è iniziata a
livello ideologico tra l’allora presidente Kenyatta (padre di Uhuru Kenyatta) e Jaramogi
Oginga Odinga (padre di Raila Odinga). Questa rivalità è proseguita e ha visto i due
leader costituire due diversi partiti politici, causando a un certo punto, a Kisumu, uno
scontro tra i sostenitori di Oginga Odinga e quelli del Presidente Kenyatta. Molti Luo
sono stati uccisi dalla scorta di Kenyatta. Da qui è iniziata la rivalità tra le due comunità.

Nel 2005, durante il referendum sulla costituzione, è nato l’Orange Democratic
Movement (ODM), in contrapposizione al governo. Questo movimento è fondato sulla
comunità Luo, mentre dalla parte del governo (successivamente riunito nel partito
denominato PNU) si schierano principalmente i Kikuyo. I Luo possono contare sulla
maggioranza dei residenti nella Rift Valley, nell’ovest del Kenya, sulla costa e nelle
province di Nyanza. D’altra parte i Kikuyo si appoggiano sulla Provincia Centrale, sulle
parti della Rift Valley che sono state abitate da Kikuyo, e sulle parti delle province
orientali dove vivono i Meru e gli Embu (cioè la regione del monte Kenya). La campagna
elettorale non si è quindi basata su un qualche programma, ma su raggruppamenti etnici –
questi gruppi contro quei gruppi, con al centro la contrapposizione tra Kikuyo e Luo.

Esiste inoltre un altro problema, sorto nel 2003, quando Kibaki è asceso al potere. Egli
non ha tenuto fede ad un patto (Memorandum of Understanding) che era stato firmato dai
partiti politici facenti parte della coalizione chiamata Narc Coalition, quella che lo aveva
portato alla vittoria. L’accordo verteva sulla modalità di divisione del potere nella
coalizione e sulla nomina di Primo Ministro a Raila Odinga. Questo problema non è mai
stato risolto, e nel panorama del referendum le opposte posizioni si sono inasprite. Quelli
che pensavano di essere stati ingannati da Kibaki si unirono all’ODM, spinti soprattutto
dal desiderio di dare una lezione a Kibaki!
Questo lo scenario pre-elettorale, caratterizzato da una competizione molto dura. Molti
tatticismi sono stati usati dai diversi schieramenti, entrambi eccessivamente sicuri della
vittoria. Molti analisti politici l’avevano data per certa per l’uno o per l’altro. Nessuno dei
due schieramenti era pronto ad una sconfitta, e questa si è rivelata una delle basi del
problema. I timori di brogli erano stati proclamati da entrambe le parti e questo è servito
soltanto a preparare i propri sostenitori a non accettare i risultati delle elezioni, nel caso
non fossero stati a proprio favore. È importante notare che l’intero periodo pre-elettorale
è stato realmente pacifico e che tutti erano convinti di andare verso elezioni altrettanto
pacifiche.

Anche la giornata elettorale è trascorsa pacificamente senza alcun caso di violenza. Molti
parlamentari hanno perduto il proprio seggio a favore di nuovi candidati. Nemmeno il
governo è stato risparmiato: 20 ministri incluso il vice presidente hanno perso i propri
seggi.

La situazione di violenza non ha nulla a che fare con le elezioni parlamentari. È
completamente riferita a quelle presidenziali. L’opposizione crede che il proprio
candidato sia stato defraudato della vittoria dalla Commissione Elettorale del Kenya.
Sono convinti che il broglio abbia avuto luogo durante il processo di conteggio dei voti al
KICC. Conseguentemente, ritengono che la strada da seguire sia una nuova sfida
elettorale fra Kibaki e Odinga nei prossimi tre mesi.
Dall’altra parte, il PNU ritiene di aver vinto legittimamente e essere quindi altrettanto
legittimato a governare: per ogni querela l’ODM dovrebbe ricorrere in sede giudiziaria.
L’idea di formare un governo di coalizione che includa le principali forze politiche è stata
suggerita da diversi leader tra cui il sudafricano Desmond Tutu. Tuttavia il governo ha
affermato di non poter negoziare con gli sconfitti e dall’altra parte l’ODM non riconosce
l’esistenza di un governo.

Si tratta di una situazione di stallo fra PNU e ODM benché entrambi affermino la propria
volontà di negoziare e dare una possibilità al dialogo. Sfortunatamente, hanno posto
condizioni inaccettabili per la controparte. Per esempio, l’ODM afferma di poter
negoziare solo in presenza di un arbitrato internazionale, dopo che Kibabi si sia dimesso
confermando di non aver vinto. Dall’altra parte il PNU argomenta che la situazione debba
essere risolta su base locale senza “interferenze” internazionali, dato che il governo è
stato dichiarato legittimamente tale dalla Commissione Elettorale.

I keniani infine insistono affinché i due leader si siedano a parlare. Poiché si tratta di un
problema politico la gente dovrebbe smettere di uccidersi a vicenda. I keniani ritengono
che la propria nazione vada oltre Odinga e Kibaki e si stanno progressivamente stancando
dei due. La situazione sembra quindi rientrare nella normalità e si rafforza la speranza in
miglioramenti a breve.

						
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