XIV Congresso Nazionale e Assemblea Generale UNCEM

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XIV Congresso Nazionale e Assemblea Generale UNCEM Powered By Docstoc
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Care amiche e cari amici,

ci ritroviamo qui a Congresso cinque anni dopo il nostro ultimo appuntamento di Torino. E’ passato
solo un lustro, ma questo breve lasso di tempo ci ha consegnato una sequela di eventi difficilmente
dimenticabili anche nel tempo della memoria corta che stiamo vivendo.
Era solo il 2000, il periodo che qualcuno ha ribattezzato della “globalizzazione dolce” con il
prorompere di Internet, la bolla speculativa della new economy che sembrava garantire facili e
indolori guadagni a tutti, la “belle epoque” del villaggio globale.
Poi sono arrivate le immagini delle Torri Gemelle e della guerra in Iraq, quelle dei bambini di
Beslan e delle stazioni ferroviarie di Madrid che rimarranno impresse a lungo, e probabilmente in
maniera indelebile, nella retina delle nostre generazioni che le hanno vissute, e che ci hanno
svegliati dal torpore di una transizione tra la società nazionale e industriale a quella della
conoscenza globale tutt’altro che indolore.
Quello che appariva solo qualche anno fa come il nuovo ordine mondiale, e che aveva portato a
coniare nuove e affascinanti parole non prive di un loro margine di ambiguità come global
governance, appare oggi più incline invece al disordine, in un contesto nel quale le diversità
diventano elemento di divisione e non di arricchimento, in cui si sperimenta la difficoltà quotidiana
alla coesistenza, in cui a straordinarie ricchezze si contrappongono straordinarie povertà.
Su tutto questo, aleggia a volte la sensazione che manchino le soluzioni per evitare che questi rischi
sfuggano di mano, con esiti imprevedibili e certamente problematici.
Ed è proprio di questi giorni una conseguenza di tutto ciò, come il rapimento di una giornalista
italiana, Giuliana Sgrena, una montanara come tutti noi, alla quale – certo di interpretare il
sentimento di ciascuno – rivolgo il nostro più caloroso e cordiale messaggio di solidarietà e di
auguri affinché possa presto tornare fra noi e riabbracciare i suoi cari, ai quali inviamo il nostro
pensiero.
E’ dentro questo transito della storia che si cala il nostro XIV congresso. Anche se lo volessimo – e
non lo vogliamo – non potremmo certo pensare che il nostro “piccolo mondo” di amministratori e
politici delle montagne italiane possa essere in grado di svilupparsi e di crescere a prescindere da
tutto ciò che lo circonda, dal contesto storico e sociale che lo produce, dalla realtà – spesso
tumultuosa e contraddittoria – che ogni giorno si agita fuori dalle porte dei nostri municipi e spesso
vi bussa alla ricerca di risposte a questi confusi momenti.
La fine del Novecento si condensa ogni giorno sempre più sotto ai nostri occhi, con la
trasformazione di gerarchie, autorità, istituzioni. E dentro la scomparsa dei tradizionali punti di
riferimento, le risposte spaziano lungo uno spettro che si articola tra il nostalgismo, il rancore, la
paura di ciò che sarà, la fuga dalla realtà o la curiosità di ciò che sta per giungere.
Abituati come siamo al vecchio ordine, spesso cogliamo di questi tempi solo il disordine, la fine
delle vecchie (e anche comode) certezze, la difficoltà di orientarsi.
Eppure, se guardiamo la medaglia anche sull’altro lato, potremmo accorgerci che in realtà questo
cambiamento può essere foriero anche di novità positive, di opportunità diverse, di strade inedite da
percorrere.
Se caliamo questa riflessione generale nel contesto più specifico del territorio dal quale proveniamo
e al quale siamo vocati – la montagna – ci rendiamo conto che possiamo essere i protagonisti degli
anni di svolta che stiamo vivendo anche in relazione al territorio dal quale proveniamo.


La montagna oggi
Questi cinque anni di lavoro unitario e appassionato che ci lasciamo alle spalle come associazione
(e che sono ben condensati nel volume che è allegato agli atti congressuali nel quale si riassumono
atti, impegni e realizzazioni compiute dall’Uncem nella legislatura appena conclusasi) hanno avuto
un loro specifico filo conduttore, che si è ispirato alle domande che al Lingotto di Torino ci
ponemmo. Chi siamo noi oggi? E dove vogliamo andare? Per rispondere a questi essenziali
interrogativi abbiamo lavorato a fondo, tutti insieme, ciascuno portando il proprio contributo ideale,
politico, culturale e identitario, cercando di trasfondere nel crogiuolo dell’Uncem i nostri elementi
per il raggiungimento di quella sorta di pietra filosofale che sta alla base delle risposte a tali
interrogativi.
E’ su queste basi che si è articolato il documento di legislatura varato dal Consiglio Nazionale nel
2000. E su questi presupposti che abbiamo organizzato nel settembre del 2001 gli “Stati Generali
della Montagna”, il primo esperimento nella storia dell’Italia repubblicana nel quale tutti gli attori
della montagna italiana – sotto l’impulso e il coordinamento della nostra Associazione – hanno
lavorato insieme per fare “sistema”. E’ con questi obiettivi che ci siamo impegnati affinché
l’occasione del 2002 “Anno Internazionale delle Montagne” non si risolvesse come una mera
celebrazione fine a sé stessa, ma come l’occasione per l’acquisizione di una nuova coscienza di sé
da parte dei montanari e della percezione di tale nuova coscienza da parte delle istituzioni.
E’ per questo che tutti insieme, coralmente, ci siamo incamminati nello sforzo di costruire la
“montagna nella modernità”.
Celebrare un congresso è anche tratteggiare consuntivi, e starà quindi al nostro libero dibattito
interno valutare se e come questi obiettivi siano stati raggiunti, e quale sia stato il grado di capacità,
di attenzione e di impegno prodotto dagli organi dell’Uncem nel raggiungere tali risultati.
Ma un elemento di consuntivo in positivo credo vada introdotto, sia pur nella consapevolezza che il
cammino della montagna nella modernità è ancora lungo e tutt’altro che immune da ritorni di
fiamma verso una concezione stereotipata della montagna come piccolo mondo antico.
Non credo che saremmo stati in grado di vincere la storica battaglia dell’ingresso della montagna
nella Costituzione Europea se ci fossimo attardati su una concezione datata e retorica della
montagna, tanto gagliarda quanto sterile politicamente.
Non credo che saremmo riusciti a “rientrare dalla finestra” nella legge La Loggia di attuazione della
riforma del titolo V della Costituzione dapprima e di ottenere l’approvazione dell’emendamento
Olivieri nella riforma oggi in discussione se ci fossimo attardati nel rendere di noi un’immagine
lamentosa, tendente al rancoroso rimbrotto verso un mondo esterno ingiusto e a noi ostile.
Non credo che la stessa Uncem sarebbe più quotabile sul mercato della politica se avesse imboccato
la strada del “revanscismo” municipalista tout court e avesse ceduto alla sirena tentatrice
dell’isolazionismo reattivo a fronte delle mancate risposte alle proprie istanze.
Se oggi possiamo registrare i passi avanti citati, credo lo si debba – lo dico sommessamente, senza
inutili trionfalismi ma anche fermamente e convintamene – anche all’azione dell’Uncem, al suo
progetto culturale e politico, alle modalità con le quale insieme lo abbiamo condotto, spiegato e
articolato.
Per questo, ancora di più dobbiamo interrogarci su cosa sia la montagna oggi, nel mondo che
cambia e nella realtà che ci aspetta.
Per questo dobbiamo continuare ad interrogarci e a confrontarci sull’impianto culturale della
“montagna della modernità”, perché solo dal suo continuo e progressivo affinamento potranno
discendere le azioni politiche e istituzionali che ci attendiamo e che chiediamo.
Abbiamo insieme compiuto lo sforzo, in questi anni, di non essere solo il sindacato di
rappresentanza degli enti locali della montagna italiana o una delle tante lobby che si agitano nel
panorama del sistema politico-istituzionale, ma di essere anzitutto un elemento propulsore di idee,
di proposte e di spunti sui quali costruire un disegno armonico del riassetto dei poteri.
E’ l’immagine dell’Uncem-server che tante volte abbiamo rilanciato quella che rende più l’idea di
questo sforzo.
Per questo dobbiamo approfondire ancor più il profilo culturale e riflessivo delle nostre azioni. Mi
pare di intravedere, nel diradarsi della polvere degli eventi di questi anni, prospettive nuove ed
inedite per la montagna che potremo cogliere se sapremo essere all’altezza della sfida che i tempi
nuovi ci pongono.
Viviamo infatti nell’era che ha definitivamente certificato la fine dell’idea dello Stato-Nazione
come nuovo moloch al quale sacrificare tutto, un’idea che sulla base del principio “a ogni Stato le
acque che vi scorrono” aveva inventato il concetto della montagna spartiacque, divisione, frontiera.
Un concetto che condusse alla decadenza storica delle montagne, spostando i centri amministrativi e
politici nelle pianure e nelle città, eliminando gradualmente le autonomie locali e le loro
organizzazioni, creando unità politiche esterne alle montagne sempre più forti che si sono andate
appropriando delle risorse montane distruggendone anche parte di esse. Quel “diritto di
autogestione” che nelle vallate alpine aveva consentito il fiorire di una civiltà contro le pretese dei
signorotti feudali venne svuotato di contenuti dalle pretese dei nuovi Stati nazionali, che ponevano
ai margini fisici e culturali la montagna imperniati com’erano su una concezione urbana del potere e
delle sue geometrie.
Questa concezione, che esplose fino a ridurre le nostre montagne a campo di battaglia e a cimitero
degli imperialismi metropolitani, è morta con la globalizzazione e con il prorompere della
debolezza della forma-Stato a governare i nuovi processi storici.
E allora di fronte a noi si apre lo scenario inedito di sostituire allo Stato-nazione verticalmente e
gerarchicamente costruito una nuova dimensione di poteri orizzontale e paritetica, in cui alle
montagne e ai suoi abitanti si possa restituire quella dimensione di sé che è contenuta nel motto
dell’Unione Europea “Unità nella diversità”. Se a questo obiettivo non si ispirano e si uniformano i
processi di riforma istituzionale, a quale principio si informano? A quello della casualità,
dell’occasionalità o del pressappochismo? Se non lavoreremo noi su questo versante, temo che i
nostri interlocutori – da qualsiasi parte politica provengano – faticheranno alquanto per capire
questo punto, che è essenziale.
E ancora, non solo sotto il profilo politico ma anche sotto quello culturale i modelli del passato
mostrano la corda in relazione alle tematiche della montagna.
Il Novecento è stato il secolo nel quale si è sublimato il principio illuministico e romantico delle
montagne, con il mito del “libero e buon selvaggio” di von Haller e di Rousseau, con le riflessioni
di Kant sull’amore per le libertà degli abitanti delle montagne, sul posizionamento della libertà sui
monti compiuto da Schiller. Su queste basi le nostre montagne sono diventate ricercate mete di
escursioni, segno del bello e del sublime da catturare e trasportare altrove e che ha prodotto
un’economia turistica del “mordi e fuggi” e della trasposizione in montagna dei modelli produttivi
tipici delle realtà urbane e dei modelli culturali omologanti. Non è un caso, in proposito, che
l’alpinismo sia un’invenzione borghese e cittadina, e che Horace Benedict de Saussure sia nato a
Ginevra e non in un alpeggio del Vallese o dei Grigioni.
Eppure, anche questa risalita culturale delle città sulle montagne mostra oggi i suoi limiti perché
non esistono il progresso e lo sviluppo illimitato che sottendeva all’illuminismo settecentesco e alle
“magnifiche sorti progressive” che ne discesero. La crisi del modello consumistico riconduce alla
necessità di ripensare ad un modello nel quale siano le popolazioni locali attori di un nuovo
processo di crescita e non solo spettatori delle dinamiche dello sviluppo. E tutta la scommessa del
nuovo concetto di “sviluppo sostenibile” sta dentro alla nostra capacità di essere soggetti attivi di
questa dinamica, anziché subire passivamente e dall’esterno le rampogne spesso strumentali di
segmenti di un ambientalismo infantile e isterico che – privi di autentico radicamento sociale nel
territorio montano essendo figli della medesima concezione urbana di cui sopra – si impalcano
nell’emettere sentenze.
Sarà dentro la ricostruzione culturale del significato stesso di essere montagna oggi che si giocherà
la partita dei prossimi anni.
Una partita nella quale abbiamo scelto di essere attori protagonisti perché rappresentativi ed eletti
dalle nostre comunità. Anche per questo il nostro Congresso è importante, perché dovrà consegnare
agli organismi che verranno eletti la responsabilità ad agire su questo delicato ma essenziale crinale,
nel quale la modulazione della sussidiarietà è spesso a corrente alternata e in cui occorrerà uno
sforzo non indifferente per evitare che il modello culturale della montagna sia proposto
alternativamente dai cittadini che si inventano montanari o dai montanari che si rifugiano nella
museificazione di se stessi a tutto beneficio di un mercato turistico non da loro governato.



La Comunità oggi
Se tutto ciò ha un senso, occorre anche porsi l’interrogativo sugli strumenti. Abbiamo spesso
sostenuto, e la nostra stessa cinquantennale storia lo contraddistingue, che per ripartire dal basso e
non dall’alto, dalle periferie e non dal centro occorre ripartire da quelle che Massimo Cacciari ha
ribattezzato come le “comunità originarie”.
Non a caso, infatti, il nome stesso dell’ente voluto per governare questi processi porta con sé questa
magica parola: dalle Comunità di valle alle Comunità montane, è attraverso l’esperienza
comunitaria che gli uomini della montagna hanno ritenuto di doversi attrezzare per vincere le sfide.
E’ forse opportuno allora interrogarsi su cosa sia la “comunità” oggi.
Nell’era dello Stato-Nazione, dell’idea fordista della società, nell’epoca della fissità nella quale tutti
sapevano che avrebbero fatto per la loro vita lo stesso lavoro del loro padre e del loro nonno, era
chiaro cosa fosse la Comunità. Un elemento protettivo, una sorta di placenta sociale, una rete di
relazioni e di rapporti legati al territorio e all’esperienza in vista della costruzione di una
dimensione comune. Su queste basi si sono prodotte all’inizio del Novecento le tappe dello sviluppo
delle nostre realtà montane e rurali: dalle cantine sociali alle latterie turnarie, dalle case del popolo
alle banche di credito cooperativo, si capiva che “facendo comunità” si faceva tutela e sviluppo,
crescita e salvaguardia di sé e del futuro delle future generazioni.
Ma oggi che i concetti di comunità geografica vengono spazzati via dalla globalizzazione, che non
esistono più enclaves costrette a “comunitarizzarsi” per far fronte alle sfide esterne, che con un
semplice tasto del computer trovo sulla Rete la “mia” comunità senza più aver bisogno dell’antica
comunità di villaggio, di parrocchia, di circolo per socializzare, occorre porsi il problema
dell’articolazione di questo antico e nobile concetto nel nuovo contesto storico.
Filosofi e sociologi ci spiegano che oggi le nuove “comunità virtuali” – legate alle funzioni anziché
al territorio – stanno soppiantando grazie al web le tradizionali comunità fisiche.
E quindi che il tradizionale principio di solidarietà e sussidiarietà che trovava condensazione nelle
esperienze fisiche sul territorio oggi evapora in altre dimensioni.
Se ciò è vero, anche noi – che sulla parola Comunità abbiamo costruito la nostra storia e la nostra
stessa essenza- dobbiamo interrogarci e attrezzarci.
Credo che il termine Comunità oggi si debba agganciare sempre più al concetto di Territorio, per
capirne le nuove implicazioni e le nuove potenzialità.
Il Territorio è, oggi, il nuovo paradigma della costruzione sociale. Se oggi tornasse in vita Karl
Marx, credo che sostituirebbe nei suoi tradizionali fattori della produzione la parola “Territorio” a
quella tradizionale di “Terra” che con Capitale e Lavoro costituivano le basi della società
industriale.
Con l’esplosione della fabbrica, è sul territorio che si dispiega e si crea la catena della produzione e
del valore. E’ sul territorio che si articola la flessibilità della forza lavoro. E’ sul territorio che la
società sperimenta le contraddizioni e le difficoltà delle nuove forme di lavoro e dei processi di
migrazione che esse portano con sé. Senza il territorio l’accumulazione capitalista non potrebbe
neppure avere luogo, anche nell’era dei grandi flussi finanziari globali, e noi montanari ben lo
sappiamo se pensiamo al ciclo dell’acqua, su cui non guasterebbe una seria riflessione e
rivisitazione della legge Galli e dei suoi meccanismi sperequativi.
E allora si pone il problema cruciale – e a volte drammatico – del rapporto tra il territorio e le reti
globali. Chi governa questo rapporto? Quale ruolo hanno le popolazioni che vivono sul territorio e
del territorio in questa dimensione? Che diritti e che spazi hanno gli enti locali rappresentativi di tali
popolazioni?
Credo sia dentro la capacità di fornire risposte positive a questi interrogativi che si giochi il senso
stesso e il significato odierno di “fare Comunità”.
Se non si “fa comunità” il rapporto tra il territorio e le reti globali imbocca una strada esplosiva, e si
assiste al conflitto tra il locale e il globale. Se il locale viene vissuto non come elemento su cui
costruire il nuovo sistema dei poteri e come soggetto dotato di diritti naturali in sé ma come luogo
puro e semplice del transito mercantile del Duemila, scattano forme di segregazione culturale e poi
fisica, e si innescano dinamiche in cui le uniche forme di resistenza diventano la trasformazione del
luogo in etnia, a volte vera a volte addirittura inventata.
Non è solo teoria, questa: nella ex Jugoslavia è avvenuto esattamente questo, con la scomparsa dello
Stato-Nazione regolatore che ha fatto riaffiorare l’ideologia della guerra delle razze come fattore
identitario da un lato e l’incapacità di tutti gli altri soggetti di mediare e governare i conflitti tra
locale e globale dall’altro.
C’è ancora molto da fare, dunque, sul piano locale, nel Territorio, nel terzo paradigma tra Stato e
Mercato, per quanti ritengono che le contraddizioni del nostro tempo non possano essere affrontate
“dall’alto” dei poteri e delle istituzioni centrali costituite e gerarchicamente sovraordinate, ma
vadano trattate dall’interno dei luoghi stessi in cui nascono e si consumano.
La montagna italiana è l’emblema di queste contraddizioni, al centro com’è dei modelli economici e
culturali odierni e del rischio di un’ulteriore colonizzazione esterna (basti pensare alle Olimpiadi di
Torino, o ai recenti mondiali di sci della Valtellina).
E chi si incaricherà di compiere la necessaria e doverosa mediazione tra i flussi globali che planano
dall’alto e le reazioni territoriali che si innescano dal basso se non un nuovo senso di comunità, che
coniuga il nuovo senso identitario e le opportunità tecnologiche, e sostanzia il principio di
sussidiarietà e quello di uguaglianza dentro questa nuova dimensione?
Se non lo facciamo noi, amministratori e rappresentanti delle popolazioni di montagna, dubito
possano farlo altri. Anzi, sarebbe un errore se lo compissero altri. Significherebbe un’abdicazione
da parte nostra ai compiti e alle responsabilità che ci sono proprie, nella vana ricerca di un surrogato
di noi stessi che non può esserci.
Tutto ciò rimanda quindi al modello di ricostruzione dei poteri attualmente in atto in Italia, in
Europa e nel mondo.
E ci rimanda all’interrogativo se questa ricostruzione dovrà concludersi con la cristallizzazione di
un’oligarchia (nella quale non ci saremo mai, qualsiasi sia il suo colore) piuttosto che con
l’affermazione di una poliarchia (unico luogo nel quale ci saremo sempre).
E rimanda ancor più al tipo di modello riformatore che si vuole sposare. Se si vuole un modello
giacobino che precede le trasformazioni sociali e le determina attraverso il controllo dello Stato e lo
strumento del diritto che discende dall’alto o se si vuole un modello poliarchico che segue le
trasformazioni sociali ed economiche modellando ad esse le istituzioni secondo un diritto che viene
applicato e non imposto, e vedendo come fonte di legittimità non già lo Stato – come nel primo caso
– ma l’evolversi della comunità locale.
In questi anni di riforme e controriforme sono cambiati governi e maggioranze parlamentari, ma ci è
capitato spesso di imbatterci sempre nella prima forma di riformismo. Di chi cioè ci spiega sempre
chi siamo, cosa dobbiamo fare, qual è il nostro ruolo nella società e nelle istituzioni. E’ questo
modello – che anziché ascoltare vuole solo farsi ascoltare – la sorgente del fiume carsico che
riaffiora di quando in quando proponendo di sopprimere le Comunità Montane, di mortificare il
ruolo delle Autonomie Locali, di ripristinare una logica gerarchica fra istituzioni.
E’ il diritto che si impone in alternativa al diritto che si applica.
E’ il gattopardismo di chi nel rimescolare le carte punta a riportare la lancetta della storia indietro.
Costruire il nuovo senso di Comunità oggi, quindi, significa fare qualcosa di più di allestire lo
strumento per un governo della montagna realmente rispondente all’esigenza di ripartire dal basso.
Significa anche dare il contributo all’evoluzione stessa del concetto di democrazia, che come tale
non è mai fisso nel tempo né mai dato per acquisito in eterno ma processo in continuo divenire.
Ci siamo detti molte volte che la crisi finanziaria dello Stato e la trasformazione degli assetti
produttivi del Paese sono certamente condizioni che espongono tutti al rischio di una maggiore
povertà ma, proprio per questo, possono essere trasformati in opportunità per iniziare a contare
davvero sulle proprie forze e per impostare progetti di sviluppo locale partendo dalle risorse del
territorio. Lo sviluppo locale ha come risorse economiche il territorio, i suoi saperi e la capacità di
azione dei soggetti locali.
La sfida della Comunità – e quindi delle Comunità montane – di oggi è quella di ricostruirsi e
rimodularsi dentro questa dimensione, se non ci si vuole arrendere a subire i processi economici che
planano dall’alto.
Noi stiamo dentro, siamo nel cuore di questo processo di scontro in atto tra l’elaborazione dei
conflitti dal basso e la forma del giacobinismo globale dall’alto, e dobbiamo lavorare perché alla
dissoluzione della forma Stato non segua l’invasione della globalizzazione dura sui nostri territori,
ma al contrario la crescita di un autentico spirito autonomista e sussidiario.
Non sarà un processo semplice, né banale né dall’esito scontato. Ma la costruzione del senso di
comunità nell’era dell’individualismo è l’unica alternativa alla regressione verso la chiusura su noi
stessi, premessa della sconfitta definitiva.
Se insieme, lavorando congiuntamente in questa che è la casa comune della montagna italiana,
sapremo dare un senso di futuro ai nostri territori e sapremo convincere i nostri interlocutori della
bontà del nostro progetto, avremo corrisposto all’esigenza di costruire la montagna nella modernità,
salvaguardandone i suoi valori essenziali e garantendone un ruolo e uno spazio adeguato nella
nuova dimensione che si apre.

Innovazione e coesione
Sta quindi dentro questo percorso la sfida che abbiamo di fronte, e che emblematicamente trova
risposte nelle due parole che stanno nel titolo del nostro congresso.
Per realizzare la montagna nella modernità, servono innovazione e coesione con la comunità (e
quindi i suoi enti locali) strumento di tale realizzazione.
Innovazione, perché non si può rimanere ai margini degli epocali processi di cambiamento, ma al
contrario occorre governarli plasmandoli alle nostre specificità e alle nostre caratteristiche.
Coesione, perché i processi di trasformazione non sono mai indolori, ed è necessario che non
producano ripercussioni pesanti sulle realtà più fragili e meno favorite come quelle montane.
La sfida dell’Italia dei prossimi anni sarà l’applicazione dell’agenda di Lisbona e la vittoria nella
sfida della competitività. Dentro a questa sfida, la montagna italiana può dare un suo contributo
originale e significativo se lo si vorrà accogliere, e gli enti locali montani potranno portare il loro
determinante lavoro in questa cornice se li si vorrà concepire non come terminali di spesa di un
costoso stato assistenziale ma come gangli vitali e come agenzie di sviluppo locale su cui investire
per la ripartenza del Paese.


I campi di lavoro
Stanno dentro questa cornice complessiva le sfide che abbiamo di fronte, e i campi di lavoro sui
quali ci siamo impegnati in questi anni.
E’ a questo che riconduciamo il nostro impegno nel sostenere che nella riforma attualmente in
elaborazione da parte del governo del Testo unico sugli Enti Locali le Comunità montane devono
trovare il loro spazio, adeguato e dignitoso, nel quadro di quell’alleanza Comune-Comunità
montana che costituisce il cuore della governance della montagna italiana.
E’ per questo che abbiamo sostenuto con forza, nell’ambito della riforma costituzionale, la modifica
dell’articolo 118 (avvenuta poi alla Camera grazie all’emendamento presentato dall’on. Luigi
Olivieri) con il riconoscimento della specificità montana e del principio di associazionismo
comunale, che ci auguriamo costituisca un punto di non ritorno nell’articolato dibattito istituzionale
italiano.
E’ per questo che abbiamo giudicato e giudichiamo inadeguata la proposta di riforma della legge
della montagna uscita dal Consiglio dei Ministri, ancora tutta impregnata di quella filosofia
oligarchica del diritto che discende dall’alto dispensatore di prebende che il debito pubblico statale
non concede neppure più e addirittura in grado di scardinare la governance dal basso attraverso
l’impropria introduzione di una nuova categoria di “Comuni ad alta specificità” che rischia di
innescare una inopportuna competizione interna alla montagna italiana per la suddivisione delle
briciole. Una contro-riforma che invitiamo seriamente a riconsiderare nel profondo, perché non è di
pannicelli caldi che ha bisogno la montagna italiana.
Se a ciò ci aggiungiamo – come combinato disposto – le conseguenze della Finanziaria
recentemente approvata che introduce nel Patto di Stabilità anche le Comunità montane senza
affrancarle da un regime di finanza derivata ormai vetusto e datato, e se sommiamo a ciò i tagli ai
quali sono stati soggetti in questi ultimi anni i Comuni e in particolare quelli con minore
dimensione demografica, ci rendiamo conto che occorra una sterzata robusta a fronte di una
situazione che va facendosi insostenibile.




I nodi irrisolti: riassetto istituzionale e riordino fiscale
Permangono ancora tutti irrisolti sul tappeto i nodi centrali del riassetto istituzionale e del
conseguente riordino fiscale degli enti locali.
Gli anni ’90 hanno rappresentato, per quel che ci concerne, il luogo del dibattito sul futuro e sul
ruolo dei piccoli Comuni, con la crescita del concetto di associazionismo intercomunale già
contemplato dalla legge 1102 del 1971 istitutiva delle Comunità montane e dall’esperimento delle
Unioni di Comuni.
Dopo quindici anni di dibattito, e dopo cinque anni di sperimentazione del modello di
incentivazione statale e regionale dell’associazionismo tra Comuni, occorre in maniera ferma ma
serena constatare che il modello vagamente illuminista di promozione dell’esercizio associato tra
municipalità attraverso uno strumento meramente funzionale quale l’Unione dei Comuni basata
esclusivamente sulla leva della spesa pubblica e dell’incentivazione dall’alto è arrivato al palo.
Nel mentre il dibattito si articola su quali siano le forme ottimali per l’esercizio associato delle
funzioni comunali, crescono sul territorio e si moltiplicano le sedi concertative e i luoghi della
gestione dei servizi teoricamente di competenza esclusiva del Comune.
Se compiamo una ricognizione delle funzioni trasferite o delegate o in corso di trasferimento o di
delega agli enti locali, ci si rende conto dell’impossibilità per un Sindaco di far fronte ad una realtà
nella quale si trova ad essere parte al tempo stesso di un distretto industriale, di un bacino di utenza
per i centri dell’impiego, delle varie istituzioni scolastiche con relativo dimensionamento, delle
aziende sanitarie locali e relativi distretti, degli ambiti territoriali sociali, degli ambiti territoriali dei
servizi per l’infanzia e l’adolescenza, dei bacini commerciali, dei bacini di traffico, degli ambiti
territoriali della caccia, degli ambiti territoriali ottimali per la gestione del ciclo delle acque, dei
sistemi turistici locali, delle varie autonomie funzionali di gestione dei fondi obiettivo1, 2, Leader +
e Interreg, degli Sportelli Unici sul Territorio e degli Sportelli Unici per le attività produttive.
Insomma, l’associazionismo intercomunale è diventato un vero e proprio ginepraio, con il rischio
concreto della sovrapposizione di competenze, dell’acquisizione di potere pressoché esclusivo delle
burocrazie e dello svuotamento del ruolo politico di indirizzo e di controllo degli eletti, sempre più
trasformati in meccanici ratificatori di decisioni e scelte compiute altrove e sopra le loro teste.
Ratificatori il più delle volte anche di spese compiute da altri a nome e per loro conto.
Se a ciò aggiungiamo l’ulteriore serie di responsabilità che competeranno al Comune sulla base del
nuovo articolo 118 della Costituzione, c’è da temere davvero o l’implosione del sistema o la
certificazione dell’impossibilità per i Comuni di montagna di far fronte alle nuove competenze.
Occorre mettere ordine, rimettendo realmente il Comune al vertice della piramide e attribuendo al
sistema una corretta modulazione del principio di sussidiarietà, che oggi si perde nelle nebbie
indistinte in cui – solo per fare un esempio – i direttori generali delle Asl diventano sempre più
potenti e arroganti e sordi alle istanze di sindaci e presidenti di Comunità montane, per non parlare
della riorganizzazione territoriale di altre autonomie funzionali decisive per lo sviluppo del
territorio e nelle quali il peso delle municipalità è spesso labile se non inesistente.
O forse un Sindaco di montagna ha da solo il potere reale per impedire la spoliazione degli uffici
postali, le chiusure dei plessi scolastici, l’aumento vertiginoso dei costi dell’assistenza di anziani e
portatori di handicap?
Dobbiamo quindi serenamente lavorare – soprattutto insieme con gli amici e colleghi dell’Anci –
per reimpostare la vicenda dalle fondamenta, sapendo che un meccanismo di riorganizzazione delle
funzioni associate imposto dall’alto non è accettabile per ragioni di principio e un analogo
meccanismo fondato esclusivamente sulla leva della spesa pubblica è inattuabile per le condizioni
della finanza statale.
In questo senso, la nostra ricetta è chiara: ripartire dalla 1102. La legge istitutiva delle Comunità
montane aveva in sé, infatti, il meccanismo per la costruzione di un equilibrato e armonico processo
di gestione associata dei servizi intercomunali, in ragione nel nostro caso della specificità del
territorio montano.
Abbiamo oggi l’opportunità storica data dalla revisione del Testo Unico sugli Enti Locali e dalla
determinazione delle funzioni fondamentali dei medesimi: lavoriamo in questo contesto insieme ad
Anci ed Upi e con governo e parlamento per giungere alla definizione di un percorso
autenticamente efficiente ed efficace di erogazione dei servizi comunali in montagna, rispettando i
principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione sanciti dall’articolo 118 della Costituzione
ed evitando il sovraffollamento di luoghi decisionali, burocrazie e centri di spesa che rischiano solo
di portare allo stallo del sistema.
Con l’Anci possiamo condividere il percorso della tutela dei nostri territori, convenendo tra Comuni
e Comunità montane sulle modalità per l’esercizio associato delle funzioni comunali che
afferiscono sempre più ed essenzialmente alle garanzie per la qualità della vita e della permanenza
dell’uomo in montagna.
Con l’Upi possiamo condividere il percorso per lo sviluppo dei nostri territori, convenendo sulle
modalità per l’articolazione della programmazione e della gestione delle politiche di crescita
armonizzando le competenze delle Comunità montane con quelle delle Amministrazioni
Provinciali.


A fianco della risoluzione del riassetto istituzionale, che quindi per noi passa attraverso la conferma
della Comunità montana come ente locale preposto alla tutela e allo sviluppo del territorio montano
e come ambito sussidiario, adeguato e differenziato nel quale liberamente i Comuni possano
devolvere le competenze amministrative che ritengono di non poter assolvere singolarmente, c’è
però la questione del nodo fiscale che deve necessariamente andare di pari passo con la prima.

In questi anni abbiamo assistito ad un’accelerazione sul tema del riordino istituzionale senza
minimamente affrontare la questione forse più banale, ma più delicata: chi paga il riassetto? E il
sistema è in grado di pagarselo?

Se non si affronta seriamente e in profondità questa partita, c’è il rischio che gli enti locali giungano
stremati da un percorso sempre più accidentato, fatto di tagli e di Patto di Stabilità che imballa un
sistema mettendo tutti in una condizione di stallo, sia chi non ha soldi – e quindi non lo può
spendere – sia chi li possiede ma non li può impiegare a seguito dei provvedimenti di contenimento
della spesa pubblica.
Abbiamo in più sedi criticato il Governo per aver attuato su queste materie scelte unilaterali che non
ci hanno soddisfatto nel merito e nel metodo.
E proprio perché abbiamo serenamente affrontato in questi anni il rapporto con il Governo, senza
preconcetti e con autonomia di giudizio apprezzando se del caso pubblicamente i passaggi positivi
da esso compiuti, con la stessa libertà con la quale ne abbiamo sottolineato ed enfatizzato le
positività oggi ne rileviamo i limiti e le carenze.
Ma non ci vogliamo limitare al solo esercizio di critica, che vuole comunque essere sintomatico e
rappresentativo di una situazione di estrema gravità della finanza delle Comunità montane e dei
Comuni montani, sempre più compressi fra tagli agli investimenti e riduzioni della spesa corrente.
Vogliamo anche – come nostro usuale costume – rilanciare idee e proposte, per restare nel solco
dell’elaborazione di una montagna moderna che non si attarda a piangersi addosso e non indulge nel
lamentiamo fine a se stesso.
E in questa prospettiva, riteniamo ormai indilazionabile un provvedimento normativo che dia
attuazione concreta al modello di finanza regionale e locale così come definito dall’articolo 119
della Costituzione.
Gli enti locali devono essere messi in condizione di poter esercitare l’autonomia di entrata e di
spesa a loro garantita dalla carta costituzionale, e ciò deve avvenire con una legge che consenta:

   a) la modulazione dei tributi propri in armonia della Costituzione e secondo i principi di
      coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario
   b) la compartecipazione al gettito dei tributi erariali riferibili al loro territorio
   c) la determinazione del fondo perequativo senza vincolo di destinazione per i territori con
      minore capacità fiscale, come molte zone della montagna italiana soprattutto meridionale
   d) la possibilità di risorse aggiuntive per finalità di sviluppo specifiche e per promuovere la
      coesione e la solidarietà sociale
   e) la fissazione dei livelli essenziali dei servizi attinenti ai diritti politici e sociali dei cittadini

E’ evidente che si tratta di un complesso di adempimenti strettamente connessi reciprocamente, che
rendono la realizzazione concreta del nuovo ordinamento assai ardua e problematica.
Ma la complessità dell’operazione non giustifica l’attitudine oggi invalsa di rinviarle sine die. La
legge finanziaria del 2003 ha istituito in proposito l’Alta Commissione di studi, troppo alta perché
se ne sia visto qualche prodotto qui sulla terra dei comuni mortali.
Occorre operare al più presto per colmare il ritardo accumulato, nonostante sia evidente la necessità
di procedere con cautela e gradualità tenendo fermamente presente le esigenze di controllo dei conti
pubblici, secondo gli impegni europei assunti dal nostro Paese.
Ma non è pensabile un rilancio della politica di sviluppo dell’Italia senza la costruzione di un
assetto stabile, trasparente ed efficiente dell’organizzazione complessiva del nostro sistema politico
e amministrativo, e nel quale si cali la specificità del territorio montano così come sancito
dall’articolo 44 della Costituzione.
Se la maggioranza e l’opposizione si concentreranno su queste specifiche tematiche che non vedono
contrasti insanabili, ma solo alcune significative convergenze, si farebbe opera assai utile alla
crescita economica e democratica del Paese.



Competitività del Paese: la montagna, risorsa che si fa mercato
La celebrazione degli Stati Generali della Montagna fu suggellata dallo slogan della montagna che
da risorsa si fa mercato. In questa prospettiva, alla prima assemblea degli amministratori montani
del 2002 presentammo lo studio commissionato al Censis che sancì come si producesse in
montagna il 16% del Pil nazionale.
Dal che giungemmo alla conferma della nostra originaria intuizione della montagna italiana come
gigante economico e nano politico, all’interno del quale albergano notevoli sperequazioni in termini
reddituali che vanno dai 23 mila euro di reddito pro capite del cittadino trentino ai neanche 10mila
del montanaro calabrese.
In quell’occasione lanciammo il tema della montagna risorsa che si fa mercato, che oggi appare di
una schiacciante attualità se consideriamo l’esigenza dell’Italia di vincere la sfida della
competitività facendo leva sulle proprie peculiarità ed eliminando pastoie e impaludamenti.
Oggi è diffusa la consapevolezza che serva all’Italia una prospettiva di sviluppo di largo respiro con
l’adozione di una strategia in sede governativa coerente in grado di sorreggere e accreditare tale
prospettiva. Non serve un vero e proprio Piano, corredato di clausole prescrittive e di specifici
strumenti operativi, quanto un quadro di riferimento elaborato in funzione della soluzione dei
problemi strutturali del Paese e della crescita delle sue potenzialità entro l’arco temporale di un
decennio.
Questa prospettiva, che vede impegnate nel dibattito le forze sindacali, produttive e politiche, le
istituzioni parlamentari e governative, crediamo debba essere arricchita dal tema della specificità
montana come elemento caratterizzante del sistema-Italia, e in ragione di ciò crediamo che nei
provvedimenti legislativi finalizzati ad incentivare la competitività del Paese debbano essere accolte
misure specifiche per i territori montani.
Anche qui, dunque, torna l’idea di Territorio tratteggiata in precedenza. L’Italia del Duemila non
potrà darsi un ruolo nell’era della competizione tornando alle svalutazioni competitive e alla
politica del debito pubblico, ma si dovrà dare un modello. Che non potrà essere quello inglese della
grande finanza, né quello renano della compartecipazione alla gestione di grandi imprese che non
abbiamo più, né quello francese di un capitalismo pubblico che abbiamo dismesso, né quello
scandinavo della tecnologia che si regge sull’allocazione del 3% del Pil in questo settore contro il
nostro 0,7%
Dobbiamo costruire la via italiana alla competitività, e per farlo dobbiamo puntare sulle eccellenze
del Paese: la montagna, con il suo tessuto di distretti in cui si intrecciano saperi e sapori,
competenze e risorse, è certamente uno degli elementi caratterizzanti dell’Italia, e con il suo 16% di
Pil ha le carte in regola per essere della partita.
Rivolgiamo pertanto una domanda ai governanti di oggi e a quelli che si candidano per esserlo
domani: condividete questa idea? E se sì, cosa avete intenzione di fare per concretizzarla? Abbiamo
fatto alcune proposte, quali quelle di introdurre finalmente per i piccoli esercizi commerciali gli
sgravi originariamente previsti dalla legge 97/94 o di prevedere apposite riduzioni del costo del
lavoro per gli imprenditori che investono e assumono in montagna. Potremmo fare molte altre
proposte, ad iniziare dalla costruzione di sistemi territoriali di innovazione e ricerca per le aree
montane per passare ad iniziative di abbattimento del digital divided (su cui come Uncem abbiamo
fortemente lavorato e investito in questi anni) per giungere alla creazione di centri di competenza
tecnologica montana.
E ancora: ci piacerebbe discutere di una politica di riequilibrio delle risorse umane e finanziarie e di
sostegno, a livello territoriale, per l’affermazione di reti tecnologiche e di infrastrutture in grado di
“fertilizzare” il territorio montano e di attrarre imprese anche ad alta e media tecnologia,
favorendone l’insediamento. E’ un’azione – questa – condotta già da molti enti locali della
montagna italiana: lo hanno fatto da soli, credendo nel loro territorio e investendo nel loro futuro. Ci
piacerebbe “mettere a sistema” tutto ciò, contribuendo alla costruzione di una politica industriale
dal basso.
Ed infine, ma solo per ragioni di tempo: ci piacerebbe discutere di sostegno alla creazione di
imprese nei territori montani, con un’accentuazione delle nuove imprese nei settori a maggiore
intensità tecnologica, riconsiderando in tal senso il ruolo e l’azione delle principali istituzioni statali
ad iniziare da Sviluppo Italia. Ci piacerebbe discutere del futuro della formazione in montagna,
della ricostruzione di un meccanismo di confronto tra pubblico e privato che permetta alle idee più
promettenti di concretizzarsi. Ci piacerebbe discutere delle difficoltà di accesso al credito nelle aree
montane, e dell’opportunità di fondi di garanzia per gli imprenditori (soprattutto giovani) di tali
aree, e magari di un istituto di credito specifico per tali aree, con un attenzione particolare
soprattutto al Mezzogiorno.
Rilanciamo l’interrogativo: c’è, nel “Palazzo”, qualcuno che ha voglia di discutere con noi di tutto
ciò? Se sì, batta un colpo. Chiunque esso sia, ci troverà disponibili a lavorare insieme.


Europa, nuovo futuro

Tutti gli stimoli, le suggestioni, le proposte sin qui enucleate si potrebbero tranquillamente
sintetizzare in un’unica parola: Europa.
La legislatura che si chiude porta con sé un risultato davvero storico, quale l’inserimento nel nuovo
Trattato Costituzionale della specificità della montagna, unitamente a quella delle isole e delle
regioni transfrontaliere ed ultraperiferiche.
Si tratta di un traguardo a lungo sognato e atteso da parte di tutti gli operatori della montagna, che in
questi anni di politiche regionali comunitarie fondate esclusivamente sulla coesione sociale si sono
dovuti letteralmente arrampicare sui muri per plasmare alle esigenze dei territori montani i vari
provvedimenti europei varati senza tener conto delle nostre caratteristiche.
Un risultato fondamentale, soprattutto se si considera che nel round precedente, quello che portò nel
1996 alla nascita dell’Unione Europea con il Trattato di Amsterdam, eravamo stati messi
letteralmente fuori dalla porta.
Credo che molti fattori abbiano contribuito a questo risultato. Ha certamente pesato la capacità del
nostro Paese di costruire una solida rete di alleanze interne su questo tema, e successivamente la
sinergia con partner come Francia e Grecia che sono stati determinanti nell’evoluzione del testo
dalla Convenzione fino alla stesura finale. In questo senso, diamo atto al governo – e
particolarmente ai ministri Frattini e La Loggia – di aver esercitato un’azione fondamentale, e di
aver saputo dare costruire su questo tema una essenziale strategia di supporto istituzionale allargato
che ha coinvolto tutte le forze parlamentari e che ha consentito all’allora presidente della
Commissione Europea, Romano Prodi, di svolgere la propria importante azione in tal senso.
Abbiamo anche noi svolto la nostra azione di pungolo, stimolo e supporto, iniziando dalla
formulazione dell’emendamento approvato in Conferenza Unificata e modificato su nostra istanza,
per giungere all’essenziale azione svolta in seno all’Associazione Europea degli Eletti della
Montagna, di cui saluto e ringrazio l’amico presidente On. Michel Bouvard, che a Strasburgo e
Bruxelles ha portato avanti questa battaglia trovando – tra gli altri – l’ascolto di un personaggio
determinante quale l’ex commissario europeo e attuale Ministro degli Esteri della Repubblica
Francese, On. Michel Barnier.
Oggi, dunque, ci siamo. E con oggi inizia un lungo, complesso e articolato percorso di ratifica e di
concretizzazione, nella consapevolezza che molti temi che interessano le nostre realtà (dalla
riorganizzazione dei servizi a rete fino alle politiche di sviluppo e alle iniziative per colmare i gap
infrastrutturali) dipendono dalle scelte europee.
Su questo tema, chiediamo al nostro Paese e agli interlocutori istituzionali – Governo, Parlamento e
Regioni in primis – di operare affinché l’Italia continui ad essere all’altezza del ruolo primario che
si è conquistata su questo campo in Europa e nel Mondo.
Dobbiamo evitare, insomma, che accada quel che si stava verificando nell’ultima Conferenza
Unificata, quando una burocrazia ottusa e culturalmente attardata si rifiutava di inserire nel
documento di indirizzi sui fondi strutturali 2007-2013 un riferimento esplicito alle realtà territoriali
contemplate nell’articolo 220 del Trattato Costituzionale europeo. Siamo riusciti a sventare tutto
ciò,e diamo atto al governo e al ministro La Loggia di averci ascoltato, e siamo riusciti ad inserire
un esplicito passaggio per le aree montane che deve diventare la prima pietra dell’edificio che dovrà
portare – nel periodo di programmazione anzidetto – al varo di una vera e propria “Direttiva
Montagna” da parte dell’Unione Europea.
Ma ci piacerebbe giocare una volta tanto d’anticipo, e non di rincalzo in rincorsa e in recupero.
E allora, anche qui facciamo la nostra proposta: il Governo insedi subito una task force – alla quale
siamo pronti a dare, se chiamati, il nostro supporto – per studiare modalità e approcci per
l’applicazione dell’articolo 220 parte III del Trattato Costituzionale europeo in relazione alle
politiche comunitarie e nazionali.
Se si eccettuano le regioni ultraperiferiche, nel nostro Paese sono ampiamente presenti le specificità
delle zone meno favorite citate dalla Costituzione Europea: oltre alla montagna, infatti, ci sono le
isole più importanti e significative del Mediterraneo, e quasi tutte le Regioni italiane hanno
caratteristiche, storie e culture all’insegna della realtà trasnfrontaliera, sia montana che marina.
Lavoriamo da subito, quindi, impegnando istituzioni e intelligenze, per diventare il faro che in tutta
Europa illumina il sentiero dell’applicazione di tali principi di coesione territoriale.
Ne abbiamo capacità, esperienza e strumenti, che solo pigrizia e ignavia politica lascerebbero
cadere.


Il ruolo dell’Uncem
Sono quasi alla conclusione di questo lungo, forse troppo, intervento, ma non posso esimermi dal
compiere qualche riflessione su di noi.
All’interno di questa ampia cornice, l’Uncem ha di fronte a sé uno straordinario campo da arare,
che può essere dissodato e seminato solo dalla nostra Associazione.
In questi cinque anni che ci lasciamo alle spalle abbiamo lavorato con passione e intensità per
consentire alle nostre realtà non solo di non essere marginalizzate, ma anche di poter essere
costantemente protagoniste.
Lo abbiamo fatto a livello nazionale, e il frutto del lavoro lo giudicherete voi delegati in questi tre
giorni. Lo abbiamo fatto nei vari livelli regionali, con l’impegno e la determinazione delle nostre
Delegazioni che hanno ottenuto lusinghieri risultati.
Possiamo dire, come sintesi dell’evoluzione di questi anni, che è con ogni probabilità tramontato il
tempo in cui la maggior parte delle nostre energie doveva essere spesa per rivendicare la titolarità
alla presenza nei luoghi decisionali. Oggi l’Uncem è presente a pieno titolo giuridico e con piena
legittimità politica nel sistema delle Conferenze, nel Comitato delle Regioni, nel Consiglio
d’Europa, nei vari luoghi della concertazione istituzionale nazionale e regionale. Le Comunità
montane sono presenti in larga parte dei Consigli delle Autonomie Locali, laddove costituiti ed
esistenti, e si sono sapute guadagnare sul campo importanti funzioni soprattutto nel campo della
programmazione e dell’impiego dei fondi dedicati allo sviluppo territoriale, oltre a esercitare
un’azione riequilibratrice essenziale. Esemplare, in tal senso, è stata l’azione degli amici delle
Comunità montane campane nel processo di stabilizzazione degli operai forestali che ha chiuso una
vertenza durata anni aprendo prospettive importanti che potrebbero essere d’esempio anche in altre
realtà simili.
Si apre per noi oggi la fase forse più complessa e delicata, nella quale dovremo dimostrare sul
campo di avere i titoli per esistere e per ricevere le competenze e le risorse che da tempo
richiediamo.
E per far questo, dobbiamo avere idee chiare sul progetto culturale, dimensionarci
organizzativamente in maniera conseguente e far crescere una classe dirigente conseguente.
Sul ruolo e sul nostro posizionamento nel contesto attuale credo di aver speso già fin troppe parole.
Sulla nostra dimensione, credo che sia significativa la possibilità concreta di celebrare e concludere
il nostro congresso in termini unitari. L’unitarietà non è un feticcio, né un totem da adorare né
tantomeno l’assoggettazione al pensiero unico che la trasforma in unanimismo inaridendone le
sorgenti di idee e di contributi culturali. La nostra unitarietà è la capacità di portare a sintesi le varie
istanze, sensibilità e storie politico-culturali presenti nella montagna italiana, nella consapevolezza
che una montagna divisa e frazionata scompare nelle quotazioni del mercato della politica, italiana
o europea che sia.
La nostra unitarietà è lo sforzo di saper costruire sui problemi, giorno per giorno, il minimo comune
denominatore che sappia legarci in cordata per raggiungere tutti insieme la cima.
La nostra unitarietà è la volontà di anteporre l’ascolto e il dialogo alle logiche di parte e alle
chiusure mentali, e di giungere attraverso l’esercizio del confronto ad una sintesi più alta e più
elevata che consente a ciascuno di poter godere dei frutti di un risultato che singolarmente non
sarebbe stato raggiunto da nessuno.
Su queste basi io credo che dobbiamo continuare, avendone capacità, risorse e uomini. E credo, e
per parte mia è certamente così, avendone la volontà.
Dal congresso di Torino agli Stati Generali alle assemblee degli amministratori fino a qui oggi
abbiamo sviluppato un’azione politica che si è sforzata di ricondursi ai caratteri dell’omogeneità e
della coerenza, nella consapevolezza che la montagna italiana necessità di ciò e non di
provvedimenti tampone, soluzioni parziali o operazioni di semplice marketing politico.
Ci sono oggi tutte le condizioni e le premesse perché l’Uncem sappia fare un ulteriore passo in
avanti, per ricevere dalla propria base associativa la necessaria spinta e l’essenziale propellente per
accompagnare tutti i nostri interlocutori (Regioni, Parlamento, Governo, Unione Europea) ad
abbracciare la causa di una politica montana vera, autentica, essenziale ma efficace.
Sarà il lavoro di questi tre giorni, ma mi auguro possa essere il lavoro di questi prossimi cinque
anni.
E’ anche per questo che abbiamo condotto uno sforzo di riflessione al nostro interno, che ha portato
ad investire il Congresso di una serie di modifiche statutarie che saranno affrontate nel corso dei
nostri lavori: per costruire la “casa comune” degli eletti della montagna italiana in maniera sempre
più efficace e rispondente alle esigenze, e per consentire ad essa di poter svolgere in linea con i
tempi la sua indispensabile azione di fertilizzazione e di contaminazione del mondo istituzionale
sulle tematiche che ci stanno a cuore.
Per parte mia, desidero ringraziare di cuore e sentitamente tutti gli amici e i collaboratori che mi
hanno affiancato nel lavoro: dal segretario generale ai vicepresidenti, dai componenti della Giunta a
quelli del Consiglio Nazionale, dai presidenti e componenti delle Delegazioni Regionali fino ai
dipendenti della nostra sede centrale e della nostra società di servizi.
Sono stato testimone in questi anni di un surplus, di un valore aggiunto reso da queste persone nel
compiere la loro azione che costituisce la vera “arma segreta” della montagna italiana.
Se ci uniformassimo e appiattissimo, fino a concepire il nostro servizio all’interno di questa
associazione come un mero esercizio formale o un compito puramente impiegatizio, non
renderemmo giustizia alle aspettative di risposta, di ascolto e – usiamola pure questa parola – di
giustizia portate dai cittadini che quotidianamente bussano alle porte dei nostri municipi, o ancor
più da quelli che non vi bussano mai e che forse proprio per questo necessitano ancor più
dell’azione della Politica.
Se sapremo essere all’altezza nei prossimi anni, dipende anche e in larga parte da noi.

                                                  ***
Non abbiamo la sfera di cristallo per sapere cosa saranno gli anni a venire, né l’arroganza
intellettuale di saper prevedere il futuro basandoci solo sulla nostra capacità di analisi.
Sappiamo però di certo che cosa vogliamo degli anni a venire, per i nostri territori e per la nostra
gente.
Un mondo che non sia più quello dei vinti di Revelli, in cui uno dei protagonisti faceva dire a un
contadino della montagna piemontese: “siamo tornati al tempo della trippa, quando i liberali
davano le cinque lire per il voto dicendo: “Vai a mangiare la trippa”.
Un mondo che non sia quello della signora Sesemann di Johanna Spiry, che regalava a Peter
–piccolo montanaro guardiano delle capre – una moneta da dieci centesimi ogni settimana per tutta
la sua vita, vero simbolo di una sovvenzione della gente di pianura che mantiene ben saldi il
controllo e il potere.
Ci piacerebbe un mondo in cui il riscatto concesso alla montagna non sia solo la retorica di una
libertà vigilata, ma sia il riconoscimento di un essenziale diritto a poter essere realmente sé stessi in
una libertà che sia piena perché conquistata e non regalata, e quindi come tale libertà di tutti e non
di pochi.
In fondo, noi lavoriamo per questo, noi lottiamo per questo, noi esistiamo per questo.

Grazie e buon lavoro a tutti.




                                                                             Enrico Borghi