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					A proposito di morale laica, etica laica, stato laico, società laica, e via dicendo
C’è di che annoiarsi, con il rischio di addormentarsi di fronte al video, per seguire quei logori e noiosi dibattiti televisivi tipo “l’infedele”, talvolta “porta a porta”, “maurizio costanzo” riveduto e corretto. Ho assistito a dibattiti e discussioni a non finire sui contenuti di una “fantomatica morale laica”, di un’etica laica, di un decalogo laico. E poi ancora, apri i giornali e spesso scopri interi paginoni su questa ”chimera”. Occorre proprio vincere la noia. Vale la pena però ricordare questi campioni della TV e del giornalismo nostrano, campioni del razionalismo; quando usano la ragione sino in fondo, riconoscono che nessuna morale è davvero laica, quanto ai contenuti, e che in ogni caso non è in grado neppure di sostenere e regolare le azioni di una persona. E vediamo il perché, poiché a quanto pare (e mi capita di capire) anche tra alcuni laicissimi amici di destra c’è chi prende sul serio certi nobili e inutili “schemi umanistici di (laici) valori”. Una verità che è alquanto scontata per tutti è che per “laica” si intende una morale che dipende dalla coscienza. Solo che questa non può essere laica, visto che si è formata esclusivamente dal più che millenario messaggio cristiano. A conferma di ciò cito il già famoso brano di Croce (un vero sacerdote del laicismo), il quale riconobbe che nella cultura occidentale (e non solo) “non possiamo non dirci cristiani”. E non solo Croce, ma anche Gandhi, che come confessò tranquillamente più volte, per la sua etica laica e umanistica di non violento, attinse largamente dal Vangelo. Ci possiamo credere atei o agnostici, ma i concetti e valori fondamentali di ogni etica, quali persona, rispetto, responsabilità, coscienza, ragione, uomo stesso, l’idea stessa di morale, vengono direttamente dal cristianesimo che si è trapiantato nelle categorie filosofiche del mondo classico. In verità gli umanesimi che si credono laici, che si vorrebbero nati dalla sola ragione, provengono dalla sensibilità cristiana, che è diventata la colonna insostituibile della nostra cultura. Dovrebbero rassegnarsi, questi laicissimi umanisti, poiché ogni morale sedicente laica non è che un cristianesimo (rivoltato) senza Cristo. E comunque, la chimerica “etica laica della ragione”, messa in pratica, non funziona per niente, come mostra la storia degli ultimi due secoli e la cronaca di tutti i giorni. E non è neanche in grado di giustificare se stessa; finisce dritta dritta nel ridicolo e nell’irrazionale, quando tenta di spiegarci per quale motivo dovremmo rispettarla. Sempre ammesso che sia possibile parlare di “coscienza laica” senza fare riferimento alla tradizione cristiana, mi chiedo perché dovremmo seguirne gli insegnamenti, quando è in contrasto con il nostro interesse o comodo. C’è poco da fare; senza un Dio Legislatore sopra di noi, non è ragionevole fissare e seguire leggi per il nostro agire. Se sto alla mia esperienza di lettore di libri e giornali, di incostante ascoltatore televisivo, ho ben presenti i maestri della cosiddetta “morale laica”, ivi inclusi taluni maggiori esponenti della politica locale e nazionale: un sacco di nobili auspici, caldi e rinnovati appelli, pressanti inviti ad un vago impegno sociale, ma niente che possa appagare la ragione. La ragione invece posso permettermi di usarla proprio grazie alla morale, al credo, alla consapevolezza della mia origine, alla conoscenza della tradizione e dello spirito di questo paese. E il risultato è semplicemente questo: è impossibile fondare qualsiasi morale sempre praticabile, prescindendo dall’idea di un Dio Legislatore e Giudice che sta più in alto di noi. Ci siamo chiesti qualche volta ad esempio: perché voler bene ? Gli uomini, spesso, per non dire quasi sempre, non sono affatto amabili e neanche rispettabili. Perché allora dovremmo farlo, senza riferirci ad un Padre comune, ad un Giudice che ci vede. Credo di aver intuito semplicemente che ogni morale senza religione non è che un codice senza tribunali. Le leggi possono essere perfette, ma chi le rispetta se non c’è chi le garantisca ?. Tutti noi conosciamo certe dolcezze dei sindacati; tutti abbiamo visto che fine fanno quelle “versioni di morale laica” che sono i codici di “autoregolamentazione senza sanzione”, quando si scontrano con l’interesse sindacale. Chi ripone grandi attese in una educazione che conduca ad una società di buoni senza una religione è simile a quei famosi lavoratori di cui parlava il “nostro” Manzoni : “sembrano muratori scriteriati che continuano a rafforzare i muri; se le fondamenta non ci sono, la casa cadrà comunque”.

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Si può stare, certamente, senza religione, come molti politici nostrani sostengono in varie occasioni; a patto di stare senza una morale. Perché come sosteneva un grande scrittore russo, se Dio non c’è (anche in politica), tutto è permesso. La stessa cosa sosteneva perfino Nietzsche, inascoltato dagli stessi tedeschi, proprio da quelli che volevano costruire “l’uomo nuovo”, dalle origini provate e pure. Le belle anime della filantropia laica e umanistica, insomma, gradirebbero le leggi senza un Legislatore e un Tribunale, dimenticando che queste realtà, o stanno insieme, oppure insieme si dissolvono, scompaiono, svaniscono. Tutto ciò viene da una modestissima esperienza e da un altrettanto umilissimo buon senso. Proprio in questi giorni, seguendo alcune letture, ripensavo la vicenda di una persona, approdata (dal laicismo marxista) al buon senso, alla realtà. Uno scrittore; e mi sono chiesto quale fosse l’insegnamento da trarre dalla vicenda di quest’uomo. L’uomo, lo scrittore, è Dino Segre. Costui, con il nome di “Pitigrilli” fu nel 1930 tra i più famosi romanzieri d’Europa. Il governo sovietico favorì la traduzione dei suoi libri, proprio per il loro carattere antireligioso. Ma nel 1948 con il libro “la piscina di Siloe”, l’ex laicista Segre raccontò la sua conversione al cattolicesimo, al quale restò sempre fedele, facendosene diffusore efficace, con gli scritti ed anche con la vita. Molte persone avevano perso la fede impressionate dalle sue frasi da “spirito laico forte”. Ma la sua testimonianza è preziosa e ancora valida. Dice infatti ai credenti e ai prudenti: “attenti a non prendere troppo sul serio certe ragioni dei laicissimi scettici. Ero tra loro e posso testimoniare che quelle ragioni non c’erano, anche se ero brillante nel fingere di averle. Non lasciatevi impressionare dalle frasi ad effetto; ne ero maestro e so come dietro non ci sia che il vuoto, solo una grande insicurezza.” Qualche tempo fa, proprio a Milano, vedendo decine e decine di persone (in gran parte giovani), che gremivano la sala della conferenza, un amico che lavora per una nota casa editrice della zona, mi diceva: “oggi solo il mondo cattolico ha la capacità di mobilitare in una sera, centinaia di persone; e tutto questo solamente per la presentazione di un libro”. Il libro in questione era “la vita quotidiana dei monaci del medio evo” di Leo Moulin (che suggerisco di leggere), un famoso e vivace professore belga. Moulin ha insegnato per decenni sociologia e scienza della politica nella laicissima ed antiecclesiale università di Bruxelles (un vero santuario internazionale del laicismo), fondata dalla massoneria ottocentesca con lo scopo di contrastare la cattolica Lovanio. In realtà Moulin, che aderì alla Loggia, ricordava il “libero pensiero”, che ha creato nuovi dogmi, una nuova dottrina o ortodossia molto più rigida. “Libertà, dicono i laicissimi liberi pensatori, ma non sino al punto di riconoscere una verità religiosa”. “Ricerca libera, dicono, esente dai pregiudizi, ma secondo la logica che è reale solo ciò che si tocca”. “Scienza esatta e libera, dicono, ma con l’impossibilità che esista qualcosa “in più” oppure “oltre”. Una religione come le altre, quindi, con prospettive solamente razionali. Una nuova ortodossia, anche, pronta a colpire chi va oltre i limiti stabiliti dai laicissimi sacerdoti (massoni) del libero pensiero. A conferma dell’intolleranza dei liberi e laicissimi pensatori, accomunati dal pensiero di ogni rifiuto di intolleranza di parte avversa (della quale è accusata solo la cristianità), Moulin ricordava la parola d’ordine del 1968: “il est interdit d’interdire”, ovvero è vietato vietare. Chi conobbe le assemblee degli studenti che sostenevano questo, può assicurare che poche persone furono così violente e desiderose di vietare tutto ciò che non desse loro ragione. Come ben sanno molti amici che uscirono dalle assemblee con la testa rotta, sfregiati, se non pestati e in una barella, pronti per l’ospedale, proprio per aver contraddetto chi “vietava di vietare”. Il vecchio Leo, come lo chiamano gli amici, è cresciuto nell’ambiente, nel clima, dove si viveva religiosamente l’irreligione; si professava agnostico, ma in difesa della positività della cristianità (“una società già vissuta e che occorrerebbe far rivivere ad ogni costo”); questo vecchio signore, questo esperto mondiale del monachesimo cattolico (diceva, la più lunga, appassionante e benefica epopea umana), sorrideva con vera ironia quando qualcuno gli ricordava che in Italia si sprecano i dibattiti sulla possibilità di una “morale laica , solo umana”. E ancora Moulin sull’argomento: “vecchie illusioni, nelle quali ho creduto. Non ci vogliamo arrendere; ma repetita juvant.”

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E ripetiamo, dunque. Primo: i valori dell’umanesimo laico non sono una scoperta della libera ricerca umana, ma vengono dalla tradizione evangelica. Possiamo dirci cristiani o anticristiani, ma non a-cristiani; non si può più uscire dal quadro della tradizione cristiana di riferimento. Secondo: quei valori dell’umanesimo laico, separati dalla fede, non valgono nulla, non sono giustificabili. Senza alcun riferimento al Padre Eterno, perché dobbiamo preferire l’amore all’odio, la verità alla menzogna, la virtù al vizio, l’altruismo all’egoismo ? Terzo: una cosa è la teoria, dove tutti possono costruire nobili morali; altra cosa è la realtà; ad esempio come rispettare noi e far rispettare agli altri quei bellissimi e laici valori umanistici senza fare riferimento al Dio di Cristo ? Proprio questo si è deciso ad ammettere anche Norberto Bobbio che, pontefice massimo “dell’etica laica della sola ragione”, tempo fa terminava un suo articolo dal titolo “la morale disarmata”: “ciò con cui deve fare i conti qualunque sistema non fondato sulla religione cristiana non è tanto la maggiore o minore razionalità dei suoi precetti, quanto la loro forza vincolante. Un problema cui i cultori del laicismo non sembrano aver dato l’importanza che merita”. Bobbio, in effetti, riconosce che solo una prospettiva che metta in conto Dio, può trasformare in dovere di coscienza una morale. E cita John Locke, il filosofo del “600, quello della tolleranza, della democrazia, del libero pensiero: “Una società può ammettere qualunque opinione, ma non l’ateismo; poiché per un ateo nessun vincolo tra uomini può essere sicuro. Eliminato Dio, tutte le cose cadono”. Proprio così; il senatore a vita Bobbio, quindi si arrende: “L’uomo caro all’illuminismo, il laicista virtuoso e anche un po’ ateo, non è che un mito. Come ci ha insegnato la tragica storia moderna, o almeno le sue tragedie”. Mi ricordo gli anni difficili, quelli del “sessantotto e post sessantotto”, quando noi, i non marxisti, eravamo sospettati e e (mal) sopportati, per non dire bastonati. I “laicissimi”, quelli schierati e tollerati anche da certi pretunzoli sinistrosi, mi (e ci) dicevano che avremmo visto sorgere il sol dell’avvenire. Le luci , in effetti, le abbiamo viste; ma erano lampi e bagliori di nuove guerre, nuovi scontri, nuovi fuochi e funghi atomici. (oltre 4500 “deflagrazioni termo-nucleari” solo a cavallo delle due dorsali più instabili e capricciose dell’intero mondo, quella del pacifico e dell’oceano indiano, dove oggi si piangono più di 200.000 vittime). Bobbio ha ragione. Non avendo il dono della fede, sta con la nobile morale umana, quella stoica. Ma ci sta senza illusioni, sapendo che seguire ogni laicissimo decalogo, fondato solo sulla realtà, in realtà non è ragionevole. In pratica, togliendo la parola Dio o scrivendola con la minuscola come fa la “Fallaci”, abbiamo attribuito ogni potere alla Scienza e alla Laica Coscienza. Qualcuno continua a sostenere che, malgrado tutto, dobbiamo avere fiducia nell’uomo. A questo “qualcuno” suggerisco di rileggersi quello che su noi uomini sostiene quel “nostro” Macchiavelli, il Niccolò nazionale, il fondatore della politica moderna, che è tra gli autori cardine di ogni buon laicista, cioè di chiunque, nell’organizzare la società, vorrebbe fare a meno del Dio cristiano. E’ opportuno e conveniente che gli “ottimisti e laicissimi naifs nostrani” non si leggano l’annuale rapporto del governatore della Banca d’Italia (questi signori sono ancora convinti, come ai tempi del Carducci, che più si va avanti più il mondo progredisce nel bene). In verità il Governatore sostiene che circa il 30% del PIL (il prodotto interno lordo italiano, stimato in 800 miliardi di euro), sia formato dai proventi di attività criminose. Proviene cioè da traffici illegali, estorsioni, ricatti, trucchi, ruberie pubbliche di ogni genere. Ricordo un ministro di stato, un “sinistro” di qualche tempo fa, che proponeva di arrendersi alla realtà e di legalizzare la pratica delle tangenti sulle opere pubbliche; rammento autorevoli parlamentari (verdi e di sinistra) che proponevano di vendere l’eroina e la cocaina in “tabaccheria” per fermare gli ingenti profitti dei trafficanti; e ricordo chi proponeva e raccoglieva firme a favore della pena di morte, come unico deterrente contro le feroci bande di terroristi e di sequestratori. Per quanto queste cose possano valere, meglio dimenticare certi spregiudicati sociologi e politici anche di prestigio; senza stancarsi auspicano certi “salti di qualità” per promuovere società nuove e diverse. Meglio stare con i classici, con gli uomini di quel realismo spesso definito pessimismo proprio da chi non vuole rinunciare ad una immagine vera dell’uomo, che tenga conto della “caduta”, della debolezza, delle imperfezioni generate dal peccato; e dunque del bisogno di redenzione che coinvolge ciascuno di noi. Meglio stare ad esempio con un Guicciardini, il Francesco nazionale, che fu anche un responsabile di governo. Che (nel 1500) scriveva nei suoi “Ricordi”, confermando che il mondo non è cambiato: “non è possibile fare tanto

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perché i ministri non rubino. Io sono stato onestissimo e ho avuto governatori e altri ministri sotto di me. E con tutta la diligenza che ho usata e l’esempio che ho dato loro, non ho potuto fare tanto che basti a distoglierli dalle ruberie”. Per il Guicciardini, sicuramente uomo esperto, sono due i motivi, le ragioni di queste “ruberie”: “la prima ragione è che il denaro serve a ogni cosa, e che al viver d’oggi è stimato più un ricco che uno buono”. Figuriamoci adesso, ai nostri tempi, dove chi non ha non è. E la seconda ragione: “E’ l’ignoranza dei capi, di chi comanda, che sopportano i tristi, e a chi ha servito bene non fanno migliore trattamento di chi ha fatto il contrario”. C’è da riflettere sulle parole del Guicciardini. C’è da riflettere su certo demagogismo sindacale di colore; sulla proibizione cioè, sempre e comunque, di prendere provvedimenti e sanzioni verso chi non rispetta i doveri per cui è pagato (che sopportano i tristi); c’è da riflettere sull’egualitarismo sbracato, populista e iniquo, per cui bravi e non, solerti e lavativi, zelanti e cialtroni, devono avere identico trattamento per necessità. Forse anche certi cattolici impegnati di sinistra, formato stile post – sessantotto (e lo stampo non si è ancora rotto, purtroppo), possono andare a lezione da Guicciardini, il disincantato, il realista, il cattivo e miscredente. Fino all’altro ieri, rinunciare al cristianesimo significava liberarsi di uno scomodo passato. Ma come cambiano le cose !!!! Oggi, rinunciarvi sembrerebbe rifiutare il futuro. Sta a vedere che aveva ragione (l’antilaicista) Chesterton, il conservatore apprezzato, che merita un accenno, se non altro per la lungimiranza e l’acutezza del pensiero. Sostiene il “nostro”: “il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma alla fine è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro”. Intanto, sin dagli inizi degli anni novanta, in Italia, o quantomeno in Occidente, sembra tornare la conversione in extremis. Chi come me ha conosciuto l’auto sufficienza (o sicumera) laicista, se non il disprezzo ateistico di un Renato Guttuso, di un Enzo Tortora, di uno Sciascia, o anche le nostalgie pagane di un Pino Romualdi e talvolta di un Giorgio Almirante (ereditate da certa “Area” di partito), si potrebbe stupire del loro chiamare il sacerdote al capezzale, del loro disporre per i funerali religiosi. E’ una prova di intelligenza non comune, di accortezza, invece. Perché come sosteneva anche lo stesso Napoleone, che non aveva paura di niente, ma che temeva il passo estremo: “che c’è da scandalizzarsi? Non sapete che solo gli idioti sfidano il mistero ?”. E’ si, sissignori, il mondo, l’Italia, pullulava e pullula di contraddizioni. E ancor più, quanto più si afferma di agire secondo una logica e una ragione. E forse tutto ciò è inevitabile, forse giusto che sia così, se è vero, come dice un grande filosofo (non laicista) cattolico, Vittorio Mathieu, che solo l’incoerenza è umana. Mentre la coerenza è disumana, contrasta con la nostra natura ferita e squilibrata dal peccato. Ricordo che appena nel 2001, ad elezioni terminate e stravinte dal centro destra (“Deo grazia”), alcuni dibattiti televisivi (per non parlare dei giornali) grondavano letteralmente, sfilavano, personaggi ed esperti di ogni tipo, i quali con toni solennissimi, mi (e ci) ricordavano che l’attuale normativa sull’aborto va difesa, va rispettata, perché “è legge dello stato”. Ricordo sull’argomento anche un infelice uscita di un prestigioso esponente del nostro partito. Sembravano togati dell’antica Roma, nel sostenere ciò. Senatori di antica memoria. Che fanno appello alla sacrissima, laicissima e intoccabile “majestas legis”. Si potrebbe anche dibattere sui contenuti di una legge che “sembra” coerente e quindi indispensabile, in una “certa” prospettiva sociale e culturale. Forse si risolve poco discutendo pro o contro la possibilità d’interrompere legalmente una maternità. Ma senza dubbio la necessità di abortire è il punto di arrivo inevitabile dell’unica rivoluzione che sia riuscita al mondo moderno, quella sessuale. Il problema dunque va spostato a monte, sulla banalizzazione del sesso, da cui viene la necessità di porre rimedio alle conseguenze di un sesso banalizzato, o liberato, come dicono i laicissimi sinistri. E per tornare alla “legge di stato” ed ai laicissimi appelli verso i cattolici, per ricordare che di legge si tratta (da rispettare), va comunque detto che gli appelli vengono da quelli che, da lungi, squalificano le leggi che non piacciono, parlando di “codice Rocco”, di “legislazione anacronistica”, di “leggi funzionali ad un sistema di potere”, e via dicendo, sempre pronti a organizzare cortei di protesta, girotondi, referendum abrogativi.

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Quando fa (loro) comodo, dura lex sed lex, fatte ed emanate da uno stato visto come sacro. Ma quando comodo non fa, ecco puntuale il disprezzo per le leggi dello stesso stato, considerato repressore, pasticcione, ritardato, borbonico. E l’autorità pubblica ? Idolo o zimbello, a seconda che confermi o neghi l’ideologia. E la contraddizione non risparmia neppure “certi” uomini di Chiesa, sia a destra che a sinistra. La destra deve e dovrà battagliare per la tutela e la promozione della vita, sempre e comunque. Una battaglia da fare con intelligenza, già difficile perché non sufficientemente recepita e percepita. Da fare con coraggio, necessario per resistere alla stupidità di certa “piazza”, alla disinformazione televisiva e dei personaggi “politicamente corretti”. Una battaglia da fare con lungimiranza, sapendo che se lo stato è l’organizzazione della società, questa si fonda sulla dignità di ogni essere umano (se si lede la dignità dell’uomo, tutto è possibile). Quando si parla di queste cose, la reazione di chi sta dall’altra parte, dei sinistri oscurantisti, in genere, è di tenere separate, distinte, la sfera religiosa e confessionale da quella politica e giuridica. Per costoro, parlare di difesa della vita equivale a salire sull’altare, a indossare i sacri paramenti, a iniziare un’omelia. Questa distinzione non ha alcun senso; la linea di confine non è di ordine religioso (la religione, per chi ce l’ha, aiuta a capire e non vedo perché dovrebbe rinunciarvi). La contrapposizione non è tra cattolici e non, ma fra chi intende e comprende la natura come una cosa certa e con norme da rispettare, e chi invece ritiene che la natura sia un semplice postulato culturale, una semplice definizione culturale, e quindi soggetta alla libera contrattazione tra le parti Il nocciolo della questione, del discorso, è il semplice diritto naturale; è cioè un quadro di valori la cui esistenza non dipende dagli eventi storici, dai mutamenti, dai fatti storici, dai conflitti e lotte di classe o di popoli, dalla costruzione di paradisi utopici e mondi per i soli lavoratori, dai pensierini ridicoli dei giornalisti televisivi. I valori sono, stanno e risiedono stabilmente e immutabilmente nella natura dell’uomo. I valori sono regole essenziali per ogni epoca; non uccidere, non rubare, non dire il falso, significano semplicemente: difendi la vita dell’innocente con leggi adeguate (il nascituro è prima di tutto innocente); rispetta la proprietà degli altri nella solidarietà (cioè non fare come i comunisti, che hanno iniziato ogni programma politico con la lotta alla proprietà privata); lavora per l’onestà e la trasparenza nella vita pubblica (cioè non dare scandalo con il tuo operato politico). L’insieme di questi princìpi è nella natura dell’uomo, anche se spesso si stenta a percepirlo chiaramente. Per questo, al di là di ogni laicissima deformazione è definito “diritto naturale”. Un discorso del genere provoca negli “altri”, nei laicissimi sinistri”, un misto di disprezzo e di disappunto. E’ considerato chiacchiere, bassa filosofia, senza alcuna incidenza pratica, apprezzabile forse come cultura personale. E invece sono cose concrete, che investono il potere. Il rispetto integrale del diritto naturale è l’unica condizione per giungere alla vera pace.

Goffredo B, ALLEANZA NAZIONALE, CIRCOLO DI MERATE.

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