Ecco il nostro regalo - Varese N

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Ecco il nostro regalo - Varese N Powered By Docstoc
					Cara Varesenews Lettere al Direttore

www.varesenews.it

VareseNews quotidiano online della provincia di Varese www.varesenews.it Editore: Vareseweb srl Direttore: Marco Giovannelli Redazione: a cura di Multimedia News soc.coop.arl Indirizzo email: redazione@varesenews.it Sede: via Gallarate 44 - 21045 Gazzada Schianno (VA) Telefono: 0332 873168/873094 Fax: 0332 461378

Ai lettori di Varesenews Chiunque siano Ovunque si trovino Comunque la pensino

Indice

Varesenews, il Paese dei lettori Tanti autori in cerca di personaggio Belli perché siamo bravi Mondiali di grafomania La qualità di questa rubrica È Giovannelli il mago Grazie ragazzi Farsi sfrattare da “vucumprà” Origini Se l'Asl fa venire l'emicrania Enel gas, allacciamenti lumaca Disservizi alle Poste Sull'ora legale...chi ha ragione? Mi han rubato una bici vecchia di 44 anni Le contraddizioni della Lega Balcone o spiaggia? Da sesso e champagne a seghe e gazzosa Maleducato il cane Rendiamo illegali i cani Che fine ha fatto la classe operaia? La condizione operaia nel post-moderno Addio, amico mio

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Le prime dieci lettere più cliccate di Varesenews Ero in mezzo alla tromba d'aria L'autovelox non si vede Vergiate merita più rispetto Supervotato ma “trombato” Io e mia moglie presi d'assalto dalle prostitute E se la notizia fosse stata: Dj colpito a morte sulla A1 Gli sposini: “Macchè protagonismo, cartelli utili per gli amici lontani” Il mio incubo al pronto soccorso Maleducato il cane Addio, amico mio 65 66 68 70 72 74 75 77 45 62

Varesenews, il Paese dei lettori
Quanta strada hanno fatto i lettori di Varesenews? Tanta, credeteci. Se stampassimo su dei fogli di formato A4 tutte le lettere che hanno inviato in tutti questi anni e li mettessimo lungo la carreggiata dell’autostrada arriveremmo molto lontano. Pensate, una strada di parole. Le vostre parole. Quelle stesse parole che, giorno dopo giorno, danno un senso compiuto al giornale e al lavoro dei giornalisti. La comunità che gira intorno alle “Lettere al direttore”, o la comunità “dei grafomani” (si tratta di una definizione carica di affetto ammantato d’ironia), come l’ha definita un illustre lettore a sua volta affezionato frequentatore della rubrica, è una parte fondamentale del giornale perché spesso indica la via da seguire. I lettori interattivi diventano di volta in volta il giornalista aggiunto, l’editorialista inconsapevole, l’inviato delegato, il corrispondente dalla città ideale, il cronista intrappolato (nel traffico). Le lettere finiscono in apertura del giornale o tra le prime notizie, innescano il dibattito, a volte feroce a volte poetico, ma sempre straordinariamente vitale. Così vitale che qualche volta si materializza in redazione: “Scusate, c’è il direttore? Sono il pendolare che vi ha scritto stamattina”

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“Il giornale dei lettori” è una bella definizione che con Internet ha trovato la sua dimensione ideale e reale. Ma la tecnologia non basta, è uno strumento che presuppone sempre due volontà: da una parte dare voce alla gente concedendo più spazio (scelta dell’editore), dall’altra delegare una parte del proprio ruolo di collegamento con l’opinione pubblica (scelta dei giornalisti). “Noi facevamo politica con il giornale, mai però alle dipendenze di qualcun altro. La redazione faceva politica, perché si identificava nel progetto e perché aveva contatti con l’opinione pubblica. E man mano che questi si infittiscono non si capisce più se è l'opinione pubblica a influenzare il giornale o viceversa. I lettori sentono un'appartenenza al giornale”. Così Eugenio Scalfari, nella lectio magistralis al Premio Chiara, descrive i suoi anni alla direzione del quotidiano “La Repubblica”. E le cifre legate alla rubrica “Lettere al direttore” sono la prova del senso di appartenenza di cui parla il padre fondatore di “Repubblica”. Negli ultimi due anni, dal maggio 2006 al settembre 2008, sono state pubblicate 12.118 lettere, negli ultimi 12 mesi le “vostre parole” hanno collezionato oltre un milione e mezzo di clic. Quanta strada avete fatto! La redazione

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Tanti autori in cerca di personaggio
Tommaso C. parla della rubrica delle “Lettere al direttore” come di “una specie narrazione aperta, sotto forma di dialogo tra lettori”. Antonio ci ricorda che “scrivono magari negli spazi di svago, nella pausa caffè, col laptop o i PC fissi dai luoghi più disparati, ma scrivono perché vogliono partecipare”. Se la festa settembrina di Varesenews era dedicata al “Paese dei Lettori”, dunque, ci è parso naturale proseguire questo filo rosso, dedicando un momento ed un omaggio alla comunità degli scrittori delle “Lettere al Direttore”. Una moltitudine davvero impressionante - e ricca, e bella - di cittadini, che declinano il loro esserci, il loro bisogno di esserci (e cos’è, altrimenti, la cittadinanza?) attraverso questo strumento insostituibile – e intrinsecamente politico - di dialogo. Ma se in quei caratteri sul monitor abbiamo la comparsa e il manifestarsi di tanti autori, ciascuno di noi, credo, sente sempre il bisogno di colmare con l’immaginazione quella sorta di deprivazione visiva (e acustica, tattile, olfattiva…) che si accompagna alla lettura. Come sarà Roberta Lattuada? E

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quant’è alto Roberto G. Corni? Il Sig. Gelosia ha gli occhiali? E come parla Antonio di Biase? Quanti anni ha Carlo Fassuni? E il Prof. Barone avrà qualcosa di Lenin…? Con un’inversione abusiva del celebre dramma di cui il vecchio Luigi, tuttavia, certamente ci perdonerebbe - potremmo dire che tutti questi autori sono in cerca di un personaggio. Di una reificazione, di se stessi e delle loro idee. E noi, è il nostro mestiere, abbiamo il teatro. Possiamo trasformare – tentare di trasformare - le parole scritte in gesti, inflessioni, toni, corpi, movenze. Il teatro trasforma la narrazione aperta scritta, di cui parla Tommaso C., in rappresentazione, restituendo la comunicazione all’oralità e alla relazione che ne costituiscono la matrice più naturale e viva. La Compagnia Stabile del Teatro del Popolo diretta da Sara Mignolli – e fortemente voluta dalla nostra Fondazione sin dalla sua nascita - così, proverà a trasformare gli autori in personaggi, restituendo dal vivo, con la strumentazione dell’attore e con l’aiuto della redazione di Varesenews, quella che potremmo definire un’atmosfera, una koiné, una sorta di complessiva ecologia della mente. Ecco, se la comunità degli scrittori di Varesenews può essere definita, credo che la metafora mi-

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gliore sia proprio quella di mente collettiva: che, come del resto le menti individuali, è colma di contraddizioni e dissonanze, conflitti ed entusiasmi, astrazioni filosofiche e piccoli problemi quotidiani, stelle e stalle. Con una consapevolezza; quella di essere nessuno e centomila. Ma, al contempo e soprattutto, anche uno.

Adriano Gallina

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Belli perché siamo bravi
Cara Varesenews, è molto interessante la lettera del signor Basso, perché dimostra che la nostra comunità è spesso costituita da persone che, anche se danno l’impressione di non aver nulla da fare, spesso sgobbano parecchio ed in alcuni casi più della media. Scrivono magari negli spazi di svago, nella pausa caffè, col laptop o i PC fissi dai luoghi più disparati, ma scrivono perché vogliono partecipare. Siamo ovunque ma siamo una comunità, persino banale a dirsi in un mondo dove abbondano le “chat line”, eppure Varesenews è diversa perché c’è qualità. Gente che lavora e che studia, che approfondisce, che si interroga e nel tempo e – a ben leggere – dà risposte diverse ai medesimi quesiti, gente quindi dal pensiero fresco, aperto, evoluto. La testata non è bella solo perché siamo in tanti, è bella soprattutto perché siamo bravi. Non è affatto un caso se siamo - tutti assieme - il più seguito giornale locale “on line” della penisola, come la redazione recentemente ci ha fatto sapere. Giovedì 21 febbraio 2008 Antonio Di Biase

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Mondiali di grafomania
Egregio Direttore, risultati parziali dei mondiali di grafomania superflua di novembre: Roberta Lattuada, vincitrice assoluta con 23 lettere in 25 giorni (cosa ha fatto la Signora tra il 15 e il 19 novembre? Sono curioso); segue il Sig. di Biase, con 15 lettere (ma con l'exploit di 3 fondamentali missive nella sola giornata del 10!); il concorrente Fassuni assomma 12 lettere in 25 giorni piazzandosi al terzo posto. Seguono poi ormai staccati Corni (8), Basso (7), Dantani (6) e Zuin (5). Va benissimo così, per carità. E sono anch'io convinto che il grande successo di Varesenews dipenda dalla libertà della rubrica delle lettere. È come i pulpiti liberi di Central Park. Solo, mi chiedo (ed è una curiosità quasi psicoantropologica): cosa muove una persona a ritenere che una sua qualsiasi personalissima convinzione (ma anche i suoi sogni, cosa e dove mangia a cena, cosa mangiano gli ex PCI...) sia meritevole di pubblicazione? E 23 (o 15, o 12) convinzioni? A volte espresse, tra l'altro, con una concisione da chat, da botta-e-risposta privato, da SMS: non certo con i folgoranti aforismi di un Karl Kraus... Davvero, non mi lamento e chiunque (io compreso) è liberissimo di non leggere le lettere che non

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vuole leggere (anche se questo rumore di fondo rischia di relegare i “resistenti” messaggi significativi in una nicchia pressoché invisibile ): ma cosa differenzia questa coazione ad esprimersi, più o meno politicamente finalizzata (al recupero dei fasti e degli “intelligentissimi” burocrati PCI o PSI della prima repubblica, per esempio, o alla propaganda berlusconiana), dal rumoroso vociare dei tuttologi televisivi e delle veline che fanno le opinioniste? Non chiedo censure redazionali: solo un briciolo appena un briciolo - di pudore, di autocontrollo e di dubbio. Soprattutto vista la facilità con cui da queste parti viene citato Giorgio Gaber. P.S. Quelli riportati all'inizio erano i dati di domenica. Oggi siamo a: Lattuada 24 - di Biase 16 Fassuni 15, dopo lo splendido exploit odierno di 3 missive, che lo avvicinano pericolosamente a Di Biase - Zuin raggiunge Dantani a 6... Martedì 27 novembre 2007 Adriano Gallina

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La qualità di questa rubrica
Caro Direttore, trovo molto interessante l’affermazione di un lettore che dice: “Un amministratore si annoierebbe a leggere la pagina delle Lettere al direttore”. Questo è probabilmente vero e testimonia il grande divario oggi esistente tra l'elettore attivo (quello cioè che si fa domande e si dà risposte e che è il tipico rappresentante di questa comunità) e l'amministratore. Sono d'accordo anch'io che spesso in filosofia si finisce per parlare del sesso degli angeli, soprattutto se non si ha la capacità di essere brevi e ci si perde in elucubrazioni, ma proprio gli argomenti trattati in questa rubrica testimoniano che la politica è purtroppo lontana anni luce dai bisogni essenziali dell'uomo, che non sarebbero i marciapiedi rotti e neppure i mondiali di ciclismo se solo fossimo capaci di andare un minimo al di sotto delle apparenze. Dopodiché gli amministratori, fatti eleggere dalle conventicole dei partiti, continuino pure ad annoiarsi e a rappresentare solo se stessi, tanto poi arriveranno i Berlusconi e i Veltroni di turno a metterli al posto giusto per essere eletti. Le eccezioni ci sono e, senza fare nomi, sono ben visibili in prima pagina, ma il panorama complessi-

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vo è desolante e resterà tale fino alla prossima campagna elettorale. Domenica 5 ottobre 2008 Antonio di Biase

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È Giovannelli il mago
Caro direttore, tanto per rigirare il coltello nella piaga e parlare filosofese, se ci limitassimo ad una osservazione meta-comunicativa le due (2) lettere che parlano di “lettere-che-non-parlano-di-fatti-ma-solo-di-parole” apparterrebbero al genere che egli stesso trova inutile. Lasciando i paradossi al buon tempo, io leggo quell'osservazione o come una curiosità verso i lettori (cosa cavolo ci trovano di interessante in questa rubrica?) o come una lamentela verso gli autori. (perché cavolo si occupano di problemi più grandi loro?). Io che ho cominciato da poco a scrivere, dopo essere stato lettore, trovo la rubrica interessante per tanti motivi. È una bella palestra di confronto tra idee pur note e dibattute altrove, ma condite nel vissuto quotidiano di persone “normali” vive così hanno più sapore; non si parla solo di idee, ma anche di idee (e i fatti non mancano quasi mai); è un po’ lo specchio di cosa gira nella testa di gente che credo un po’ mi somigli (perché frequenta la mia stessa piazza); a differenza di altri siti è facilmente accessibile e non pone limiti: il gestore non si lascia

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condizionare dalle critiche poiché ha capito che la rubrica si “autoregola”. All'inizio mi è venuta voglia di scrivere, come altre rare volte a giornali più famosi, per indignazione civile, credendo che “i problemi più grandi di me” si risolvono anche con la forza delle idee, con la spinta a fare e a far fare le cose giuste. Nelle “sedi giuste” come nel quotidiano. Poi ho provato a seguire un filo di dialogo con altre lettere, immaginando che il buon Giovannelli proprio questo volesse (mi consenta l’espressione, caro direttore che non conosco ma che mi piace pensare un amico). Così guardo a questa rubrica anche come a una specie narrazione aperta, sotto forma di dialogo tra lettori. Una specie di “un posto al sole virtuale con Roberta, Antonio, il prof Barone e Gelosia e tutti gli altri. Quelli che non sopportano la Lega... Quelli acidi che hanno un sospeso con il PD varesino... Quelli dei mondiali... Quelli che... ci vorrebbe Jannacci e il grande Beppe Viola”. Una volta mi è capitato di essere preso di mezzo personalmente, poiché una mia lettera non era piaciuta. Non sapevo se rispondere o meno e l’ho fatto pensando che se fossi stato al bar mi sarei comportato così. Poi agli altri magari non interessa, ma non fai del male a nessuno. Questo per me: non è che così voglio passare dal filosofico allo psicoanalitico. Sarebbe una pena maligna per il signor G. C. Però mi piacerebbe sapere qualcosa anche degli altri, quelli con nome e co-

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gnome e quelli con le sigle, o le vie di mezzo. Saluti cordialissimi a tutti PS Su una cosa sono d’accordo, che questa rubrica non serve agli amministratori pubblici e per fortuna: se un cittadino vuole segnalare un problema deve poter parlare direttamente con chi se ne occupa e gli può (e deve) rispondere. Se invece gli amministratori e i politici vogliono guardare un po’ il mondo, beh questa rubrica è una bella finestra. Martedì 7 ottobre 2008 Tommaso C.

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Grazie ragazzi per avermi riportato il portafogli
Gentile Direttore, sono un'insegnante di matematica del liceo Manzoni di Varese e le scrivo per segnalare un episodio accadutomi oggi e degno di considerazione. Inavvertitamente e senza accorgermi che fosse accaduto, nel pomeriggio ho perso tutti i miei documenti, probabilmente uscitimi dalla borsa. Verso ora di cena, hanno suonato al mio campanello due ragazzi di colore che, avendo trovato a terra i miei documenti, hanno individuato l'indirizzo della mia abitazione e, non conoscendo la via, hanno percorso a piedi un buon tratto di strada, chiedendo ai passanti informazioni sulle vie cittadine, fino ad arrivare alla mia casa, perché potessi riaverli subito. “I documenti sono importanti” mi hanno detto e quindi, con un grande atto non solo di cortesia ma soprattutto di rispetto e di civiltà, non hanno esitato a darsi da fare perché non dovessi preoccuparmi. Non so come si chiamino i due ragazzi e quindi desidero ringraziarli attraverso le pagine del suo giornale.

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Ma soprattutto mi pare doveroso porre all'attenzione dei lettori quanto due persone straniere abbiano avuto a cuore il fatto che un'altra persona, a loro sconosciuta, non dovesse tribolare e abbiano impiegato il loro tempo perché io potessi rientrare subito in possesso di quanto perduto. Un gesto apparentemente semplice, quello dei due ragazzi, ma di grande spessore umano. Ringraziandola per l'attenzione Venerdì 20 Giugno 2008 Maria Luce De Pascalis

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Farsi sfrattare da “vucumprà”
Gentile Direttore, È successo che oggi il giudice del Tribunale di Saronno ha accolto la domanda di sfratto presentata da un magrebino contro un italiano che non paga l’affitto. È una notizia che vale un articolo di fondo in coincidenza con le tragedie del mare di questi giorni. Una volta tanto non interessa conoscere i nomi. È un fatto che sarebbe simbolo epocale, se non fosse che questi nostri tempi sono così vorticosi. Teniamoci dunque questa notizia che non allieterà più di tanto il popolo grasso che è in noi. In questo episodio c’è la parabola di una società sterile, di famiglie appagate per presunzione e di altre dinamiche per necessità. Farsi sfrattare da “vucumprà” non è più affare di un singolo, e forse non è solo quotidiana applicazione della legge. Non è nemmeno la notizia dell’uomo che morde il cane. È il segno di un livellamento politico e sociale che avanza a grandi passi; è l’annuncio di un’integrazione inarrestabile e di un avvicendamento molto prossimo e massiccio in tutti i settori della vita civile. Della cittadinanza se ne può fare anche a meno e noi italiani siamo molto tirchi a concederla, ammettiamolo.

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Ma è la realtà quotidiana che detta i tempi e modula i costumi: i diritti, i doveri e soprattutto gli interessi non hanno confine né etnico, né geografico, né ideologico. Ma perché mai quel padrone di casa avrebbe dovuto rinunciare all’affitto e concedere una proroga a chi non lo pagato solo perché italiano? Forse è arrivato il momento di aggiustare una battuta che ha fatto troppa strada tra i nostri distratti discorsi. Ora dovremmo ridere, se veramente siamo gente di spirito, raccontando di aver sentito da un “marocchino” dire a “uno di noi” “cacciare euro tenere casa”. Martedi 30 Ottobre 2007 Angelo Proserpio

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Origini
Spett.le Redazione mi rivolgo direttamente al Rag. quasi Dottore Mirko Carlollo? Bè, io ci provo. Caro Carollo, beddu mio, seciliano sei? Minkia A Palemmo e reggione Sicula se faciste 'na ricerca su pagginebianche.it ben 60 paggine de abbonati col cognome Carollo troveresti! E' vvero che ne Veneto 83 sono, ma credimi, 60 nellanosta bedda Trinacria sono mica male! E invese mi credo che seben che ti te se nato a Cassan, de origine ti se Veneto, come mi. Vedi toso, ti poderei esser me fiol, prova a domandaghe a to pare come gerimo trata noaltri veneti quando semo scapa daea fame e daea miseria; Sciavi gerimo, e ti voi ke anca i altri sia tratà uguae! A proposito non ghe se soeo e rivoltee par intimidere ea zente, ghe se altri modi, più soft, te ghe capio? P.S. Parlo correntemente il dialetto veneto, il dialetto lombardo e la lingua italiana e quando sono all'estero me la cavicchio con l'inglese, il francese e il

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tedesco. A proposito perché sei sempre incazzato, non è mica perché ti hanno trombato due volte (alla carica di sindaco?) Domenica 5 Ottobre 2008 Jean Paul

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Se l'Asl fa venire l'emicrania
Caro Direttore, ho fatto richiesta di aggravamento dell'emicrania già giudicata invalidante mesi fa. Ricevo qualche giorno fa l'invito a presentarmi per un colloquio alla Asl come la volta precedente. Bene, l'appuntamento è per oggi alle dieci e trenta. Ho già un vago mal di testa che annuncia la crisi giornaliera e non sono di buon umore. Arrivo in loco, entro nell'edificio e già subito ho le vertigini perché la temperatura dei locali è paragonabile a quella di una sauna, (ma la legge non prevede 20°?). Vabbè, fa niente, cerco qualcuno che mi dica dove devo recarmi. Mi imbatto in una dottoressa, lo presumo dal camice bianco che indossa, mi ascolta e gentilmente mi risponde di provare a salire al primo piano. Provo e vedo una ventina di persone, i più fortunati seduti perché le sedie sono limitate che, grondanti sudore esprimono vari giudizi sulla qualità del servizio, giudizi non proprio benevoli fra i quali pe-

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Busso e infilo la testa in una porta, provo a informarmi, risposta secca a perentoria: “e io che ne so?” Giusto, lavora lì, che ne deve sapere? Vedo un'altra porta aperta, sento parlare, infilo la testa. C'è un'altra tizia con il camice bianco che parla al telefono di fatti personalissimi e aspetto. Finita la chiacchierata, chiedo informazioni. “Seconda porta” mi risponde. La seconda porta è chiusa a chiave, provo a bussare lo stesso, ma ovviamente non risponde nessuno. Lo faccio notare alla tizia che nel frattempo ha ripreso la chiacchierata telefonica interrotta e costernata mi risponde di tornare al piano terra e a chiedere. I presenti mi guardano partecipi e con sguardo trepido, apprezzo e abbozzo un sorriso. Riscendo, il mal di testa intanto è aumentato, il nervosismo pure. Chiedo all'ufficio informazioni, la signora addetta a dare informazioni allarga le braccia, non sa; mi suggerisce di chiedere a qualche dottoressa. Vedo un nugolo di camici bianchi armeggiare intorno alla macchinetta del caffè e allora butto lì: “ho bisogno di un'informazione” con tono leggermente alterato. La dottoressa che avevo incontrato appena entrata probabilmente mossa da compassione, mi invita a seguirla e mi consegna a una signora gentile, devo ammetterlo, che finalmente, dopo varie verifiche telefoniche mi indirizza nuovamente al piano superiore dove c'è la stanza colloqui.

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Aspetto appoggiata alla fotocopiatrice, sedie libere neanche a parlarne e la porta si apre. Sono pronta per il colloquio. L'addetta mi sorride “ci siamo già viste” osserva e io sottovoce “purtroppo”. Mi guarda e le viene un'idea geniale: “...copio i dati dalla precedente cartella”. Il colloquio è finito senza dire una parola, l'operazione poteva tranquillamente svolgersi senza la mia presenza. Esco accolta dallo sguardo solidale di chi attende ancora e ci salutiamo come vecchi reduci di una battaglia perduta. Scendo le scale ed esco, urge un Relpax perché l'emicrania, un'emicrania evidentemente intelligente, è esplosa e a buon ragione. Martedì 18 Dicembre 2007 Roberta Lattuada

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Enel gas, allacciamenti lumaca
Egregio direttore, vorrei segnalare un caso di mal funzionamento di un apparato importante per i cittadini; quello degli allacciamenti per la fornitura del gas. Non vorrei generalizzare, perché ci sono paesi dove tutto funziona a meraviglia, con delle società reali e non fantasma come Enel gas che spendono milioni di euro per la pubblicità, poi economizzano nell’istituire degli uffici sul territorio, a scapito dei cittadini dei territori serviti da questa rete che purtroppo alla faccia delle liberalizzazioni è l’unica che gestisce paesi come Azzio, dove tutti devono rivolgersi tramite telefono, dove risponde un dipendente del call center (ogni volta uno diverso) e la pratica va avanti tramite telefono e posta. Faccio un esempio: io ho richiesto l’allacciamento al gas per un’abitazione ad Azzio ai primi di settembre, ho ricevuto tutti i moduli da compilare e li ho rispediti a fine settembre. Da quel momento, ho incominciato a sollecitare, sempre tramite call center e solo dopo il 20 ottobre mi hanno detto che la pratica era arrivata ai primi di ottobre, che il contratto era a posto ed era stato inserito nel sistema, mentre la parte tecnica era ferma al controllo. Solo al 24 di ottobre mi dicono che mancano due docu-

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cano due documenti e quindi la pratica è ferma. Mi sono immediatamente attivato per farmi fare i due documenti dall’idraulico e tramite fax il 26 ottobre li ho spediti a Potenza (la sede dove è tutto concentrato). Poi il 29 mattino ho spedito sempre a Potenza e via raccomandata gli originali. Ancora oggi ho telefonato (telefonate estenuanti mediamente di 20 minuti di attesa, quando poi non salta la linea telefonica) per sentirmi dire che ancora la pratica è in mano al verificatore e non mi sanno dire quando riuscirò ad avere il gas. Gas che mi serve per il riscaldamento della casa, dove ai primi di novembre dovrò necessariamente andare ad abitare. Martedì 30 Ottobre 2007 Alfredo Todeschini

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Disservizi alle Poste: che fiducia possiamo avere?
Egregio Direttore, questa mia per denunciare un inqualificabile disservizio, anche se sarebbe più appropriato usare il termine illecito, subito dalle Poste Italiane. In data 26.11.2007 mi sono recato all'ufficio postale di Varese in via Del Cairo 21 per spedire un plico a mezzo posta prioritaria. Dal pacchetto, consegnato al destinatario in data 28.11.2007, è stato rubato buona parte del contenuto, per l'esattezza, una ricarica telefonica, dei dvd, e persino alcune confezioni di torroncini. Recatomi in data 29.11.2007 all'ufficio postale Varese 1 per denunciare quanto sopra, l'impiegato postale, senza nemmeno scusarsi a nome dell'azienda, gesto che sarebbe stato gradito, mi ha consegnato il modulo per i reclami dicendomi che trattandosi di posta prioritaria la mia denuncia non sarebbe nemmeno stata presa in considerazione, e che Poste Italiane non mi avrebbe nemmeno risposto. Ieri, 30 novembre 2007, ho comunque compilato on line il modulo dei reclami sul sito delle Poste Italiane. Mi chiedo quale fiducia si possa riporre nel servizio postale se la corrispondenza viene aperta ed il contenuto dei pacchi sottratto.

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Oggi ricevo una e-mail da Poste Italiane e di seguito ne riporto il contenuto: “In riferimento alla Sua e-mail del 30.11.2007 con Oggetto: “Reclamo on-line” la informiamo che non è possibile accettare il suo reclamo, perché presentato prima dei termini prescritti. La Carta della qualità infatti stabilisce che per il prodotto Posta Prioritaria i reclami possono essere presentati dal 6° giorno lavorativo successivo alla spedizione e non oltre i 3 mesi”. Evito ogni commento perché ritengo che l'e-mail ricevuta da Poste Italiane, in risposta alla mia denuncia, si commenti da sola. Mi sono permesso di scriverLe, narrando l'accaduto, a testimonianza dei disservizi subiti dagli utenti del servizio postale. Cordiali saluti Sabato 1 Dicembre 2007 Salvatore Zonca

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Sull'ora legale...chi ha ragione?
Egregio Direttore, mi inserisco nel dibattito sul cambio dell'ora, da legale a solare, per dire la mia. Per me si dorme un'ora in più, in quanto si va a letto alla solita ora e ci si alza un'ora dopo perché tutti guardiamo la sveglia e diciamo la stessa cosa: ieri mi sono alzato alle otto e oggi faccio lo stesso. Dunque si dorme un'ora in più. Mi sembra una constatazione logica, non un luogo comune come quelli che dicono nei vari Tg: oggi sciopero degli insegnanti, dunque scuole chiuse. Ma dove? Se un prof sciopera il bidello va a lavorare lo stesso, dunque apre la scuola. Oppure: è il 31 luglio, l'Italia in ferie, dieci milioni di auto sulle autostrade. Un altro Tg: 31 luglio, l'Italia parte per le ferie, otto milioni di auto in autostrada. Chi ha ragione? Cioè chi conta le auto? Nessuno, questo sì è un luogo comune, il solito “ci ci ci” di certa stampa. Qui mi fermo, e domenica dormo un'ora in più. Ne ho bisogno (devo mettermi a dieta). Venerdì 26 Ottobre 2007 Roberto G. Corni

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Mi han rubato una bici vecchia di 44 anni
Egregio Direttore, come il sig. Carlo Maria Colombo, anch'io due giorni fa ho subito un furto. Mi è stata sottratta una bici parcheggiata in prossimità del GS di Luino. Forse l'ombrello del sig. Colombo vale più della mia bici. È una due ruote “Atala”

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Le contraddizioni della Lega
Caro Direttore, dunque le discussioni che hanno animato questa rubrica nei giorni dei mondiali di ciclismo sono state sulla politica più che sullo sport. Era più che prevedibile (e non per colpa del ciclismo). Del resto politica e sport sono più spesso unite che separate e il leitmotiv (in italiano: il motivo conduttore) era stato dettato per tempo, spiegandoci con esempi concreti che, sotto le maglie dei ciclisti, bisognava saper riconoscere i politici, ma solo quelli “che contano”. Possiamo dire che la Lega in questo è stata buona allieva del grande comunicatore Berlusconi, maestro nell’imporre come contenuto se stesso, piuttosto che i problemi del Paese. Dunque a cose fatte si dovrebbe ammettere l’ingenuità di chi ha criticato certe trovate un po’ arroganti, firmate dall’ex prima forza politica della provincia? Che era meglio accettare in silenzio la sovrapposizione tra istituzioni e partito, per non fare da amplificatore, e risparmiarsi quel sovrappiù di insolenze, tra cui i vandalismi alla Festa Democratica? Non lo credo. Bene si è fatto a segnalare dove si è passato il segno della correttezza, tradendo anche quel costume di sobrietà e rispetto delle regole comuni, che in fondo sta nel carattere

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di questa terra, non meno del dialetto bosino. A volte certe cose vanno dette solo perché è giusto, anche se nell’immediato non cambia nulla. Anche questa rubrica, come è stato ben detto, serve a questo. Ma, fatta questa un po’ lunga premessa, vorrei continuare la riflessione sul fastidio che si è sentito per la sovraesposizione leghista e che non è stato affatto limitato a poche persone. Basta entrare in un bar o girare i mercati per capire che esiste anche una reazione popolare al trasformismo della lega e il suo passaggio dalla protesta al potere, lasciando immutate nell’apparenza le posizioni politico-ideologiche, ma adattandosi alla pratica non sempre esaltante del governo e del sottogoverno. L’imbarazzo non è che non si renda omaggio all’Inno di Mameli, ma che su tutto il resto si fa come gli altri. Un conto è se scrive sui muri un ragazzo di periferia, un altro è tappezzare la città con manifesti pagati dal contributo statale. E la gente vede la differenza. Da quando era “primo partito in provincia” ne sono passati di anni e anche se oggi, grazie soprattutto alla diffusa paura dell’immigrazione, la Lega è in crescita, le contraddizioni che ha davanti sono ancora tutte da risolvere. Non ci sono solo le critiche alla Max Ferrari (che ha poco seguito col suo fondamentalismo antimeridionale, ma che sul caso Catania ha ragione da vendere).

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La Lega deve pensare alla frustrazione delle centinaia di amministratori comunali che si trovano a fare i conti con i soldi in meno nei bilanci già tagliati da anni. Oppure spiegare, se può, perché la Lombardia non può fare uno sconto di pochi centesimi sul gasolio, mentre Calderoli prepara una legge che consente un regalo miliardario alla Regione Sicilia, proprio grazie alle accise pagate anche in Lombardia. Ma non è difficile immaginare che il capo della lega ha ben presenti le proprie contraddizioni e sa che, come c’è stata una parte del popolo di sinistra che è passato alla Lega, ce n’è un’altra parte non piccola che non ha creduto alle seduzioni né tanto meno all’alleanza con Berlusconi (già presentato come salvifica nel 2001) e continua a mettere in evidenza la distanza tra promesse e realtà di questo patto. Poi, quando la tolleranza zero è applicata ai casalesi anche noi applaudiamo, ma non rinunciamo a criticare tutto il resto che non fa gli interessi della gran parte dei cittadini. Saluti cordiali Mercoledì 1 Ottobre 2008 Roberto Caielli, consigliere provinciale del Pd

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Balcone o spiaggia?
Egregio Direttore, Non tutti possono permettersi le vacanze al mare o in montagna. Tutti gli anni coloro che scelgono la vacanza alternativa aumentano. Per molti la vacanza alternativa si consuma sul balcone di casa. Si inizia presto nel predisporre la sdraio in posizione favorevole al sole. La moglie sfoggia un mitico costume brasiliano di tre taglie più piccole che hanno il pregio di evidenziare le carni in eccesso. Ovviamente la moglie si immerge nell'olio solare e sembra un pezzo di merluzzo da fare fritto. La moglie si accomoda sul balconcino e inizia la mattina di insolazione. Il marito in un angolo tra i ferri della ringhiera e il muro legge con attenzione la “Gazzetta dello Sport”. Alle 10, pausa caffè, alle undici pausa panino con melanzana e succo di carota. A mezzogiorno granita al limone. Verso la una, si inizia la manovra di trasloco della sdraio per riposizionarla in fronte al sole. Nel frattempo il marito, alza il volume della radio per far sentire a tutto il palazzo i successi di Gigi D’Alessio. Verso la una e mezza, inizia la pennichella, fino alle cinque. Prima si sveglia la moglie, che per il pomeriggio si mette alla moda in topples, presentandosi con un

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bel panama in testa. Il marito invece e più interessato alle costine e ai salamini per la grigliata serale. Quindi inizia a spalmare di olio e rosmarino le pietanze. Alle sette posiziona la griglia e accende la carbonella con la benzina. La moglie investita da una colonna di fumo, urlando, si ritira nelle cucina, per fumarsi una bella sigaretta. Verso le otto e trenta il pranzo e' servito. Tavola imbandita, prosecco, offerta speciale dei colli di Velletri, nervetti all'aglio e cipolla e grigliatona di suino in abbondanza. Finito il prosecco di Velletri, giu' un paio di birre ghiacciate. Verso le dieci un bel gelatone al limone per digerire. La notte si sta per avvicinare e il marito prepara il dvd per godersi un bel film anni 70 di Luc Merenda e Franco Gasparri.La moglie si prepara per la notte, dopo la doccia, inebriandosi di profumo “caliende del sol”, made in Cina, si gode il fresco della sera e le punture di zanzara con contorno di profumo di zampirone. Dopo l'una la giornata finisce e inizia il sogno. Il sogno della spiaggia caraibica e del mare. Purtroppo al mattino ci sarà ancora il balcone ed un sole pallido e afoso da contendersi su una striscia di balcone. Venerdì 1 Agosto 2008 Angelo Luini

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Da sesso e champagne a seghe e gazzosa
Caro Direttore, al di là della semplificazione, questo titolo è uno degli effetti della crisi a Manhattan. Le “accompagnatrici” sono meno richieste dai numerosissimi operatori di borsa della grande mela, così come nei ristoranti sono crollate le vendite di bottiglie con prezzi a 3 o 4 cifre. L'economia di carta si è rivelata proprio di carta. Le banche il cui simbolo erano i forzieri pieni di denaro si sono ritrovate con i forzieri pieni di algoritmi, incomprensibili a chi li ha usati e a quanto sembra anche sbagliati. Ovviamente la maggior parte dei costi finirà nelle tasche dei piccoli risparmiatori. D'altro canto se in borsa i clienti vengono comunemente chiamati “Parco buoi” un motivo ci sarà pure. (http://pieffeeffe.wordpress.com/2007/09/18/northe rn-rock-e-il-parco-buoi/) Se i clienti fossero quelli che normalmente ci guadagnano li avrebbero chiamati “Branco di Volpi”. La nostra Italietta derisa di provincialismo in lungo e in largo anche perché in ritardo sui derivati e

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quant'altro sembra (dico sembra) poter resistere meglio alla bufera. Il provincialismo è oggi un antidoto alla crisi mondiale? La piccola media impresa padronale, frugale e flessibile sembra essere non il limite al nostro sviluppo, ma la salvezza. Quanto abbiamo deriso il capitalismo familiare esaltando la finanza creativa. Certo non mi lascia tranquillo il fatto che per la prima volta Berlusconi non dà la colpa ai comunisti e viceversa. Andrebbe interpretata anche l'affermazione di Veltroni che accompagna la sua disponibilità a collaborare dicendo che in casi così gravi l'interesse del paese viene prima. Quindi in tutti gli altri casi? Cosa viene prima? Ad maiora Giovedì 9 Ottobre 2008 Alberto da Giubiano

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Maleducato il cane e maleducato pure il padrone *
Buongiorno Direttore, le scrivo per segnalarle un fatto di quotidiana maleducazione che, secondo me, è ben rappresentativo della pochezza della Varese dei nostri tempi. Vengono spesi soldi pubblici per garantire, anche mediante l’impiego di telecamere, la sorveglianza “discreta” della città, eppure nessuno dei dispositivi installati nella centralissima piazza Repubblica ha mai ripreso il libero scorrazzare di un cane di grossa taglia che, accompagnato dallo sguardo di un padrone compiacente, da almeno un anno, verso le 13, transita sul posto. L’animale ovviamente si concede anche delle divagazioni che lo portano a elemosinare, talvolta con fastidiosa insistenza, la merendina o il panino dei pochissimi e, mi consenta di aggiungere, tristissimi, frequentatori disposti a fermarsi nella piazza, perlopiù rappresentati da studenti e/o dipendenti dei vicini esercizi, desiderosi di trascorrere all’aria aperta il breve intervallo di mezzogiorno. Inutile dirle che, sistematicamente, il cane provvede a concimare con i suoi escrementi lo stentato “pratarello” che resiste all’ombra di un cedro secolare. Tutto sommato nulla di sconvolgente penserà lei, meglio il cane degli spacciatori, peraltro anch’essi ben rappresentati nella medesima piazza! In effetti

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le potrei dare ragione, se si trattasse della solita bestiola mal gestita da un proprietario convinto della sua totale innocuità, magari pronto a scusarsi con chi, evidentemente, potrebbe non gradire la vicinanza di un cane sciolto. Nulla di tutto ciò. Alla mia prima segnalazione di disagio formulata, tutto sommato, in modo garbato con un “questo cane mi infastidisce” la risposta è stata: “le persone come lei infastidiscono me!”. A mia volta replico che “il regolamento comunale vieta la libera circolazione dei cani in città, ovvero che guinzaglio e paletta sono strumenti obbligati, da portare e utilizzare senza mezze misure, ossia indifferentemente dal tipo di situazione o dalla razza dell’animale”. Chiami pure i vigili risponde lui, le multe non mi spaventano, posso pagarle! Avevo a che fare con un benefattore, disposto a risanare il bilancio del comune, pur di non privare il cane della libertà di compiere le suddette, quotidiane, scorribande. Rientrato al lavoro racconto il fatto ad alcuni colleghi i quali, sorprendentemente, mi segnalano che, mezza Varese, conosce le abitudini di cane e padrone. Qualcuno aggiunge che si tratta di un “notabile” della zona che ama provocare il prossimo sfidando sfacciatamente le leggi e le norme non scritte della civile convivenza. Provo la forte tentazione di segnalare il fatto ai vigili urbani, decido di non farlo quando, appresa la professione dell’interessato (che non comunico per ragioni di privacy), capisco il perché a nulla erano

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valse le probabili segnalazioni già pervenute all’attenzione dell’organo di vigilanza. Nella centralissima e “civilissima” Varese centinaia di persone, ogni giorno, notano un cane senza guinzaglio che sosta per almeno 20 minuti (...per dare il tempo al padrone di leggere il giornale!) e nessuna di queste può fare nulla per evitare il protrarsi dell’incresciosa situazione. Del resto nessun carabiniere, nessun vigile, personalmente, si è mai accorto del problema. Le sembra possibile? A me no, e aggiungo, fanno finta di non vedere, non c’è alcun dubbio! Oggi, a un anno di distanza dal diverbio che le ho esposto, nulla è cambiato, alle tredici il cane, come sempre, pascolava nella piazza. Io nel frattempo ho cambiato abitudini, ho deciso di consumare altrove il mio pranzo. Il degrado del luogo mi bloccava la digestione. Per concludere! Penso che una buona amministrazione comunale debba intervenire perché il menefreghismo genera decadenza e la decadenza favorisce la delinquenza. Come? prima di tutto “sbobinando” i filmati delle telecamere “nascoste”, secondariamente trovando il coraggio di punire i trasgressori, indipendentemente dalla categoria sociale alla quale appartengono. (Constato che la delinquenza, quando si manifesta nelle forme più lievi, viene spesso declassata a semplice maleducazione). Le ho scritto pensando che la mia storia potrebbe trovare spazio nella rubrica di Varesenews dedicata

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ai cittadini scontenti e che, quindi, potrebbe raggiungere per via telematica anche un amministratore della città disposto a non ignorare il problema che, a modo mio, ho cercato di esporre. Mercoledì 26 Marzo 2008 Gianluca Manarolla *Questa è una delle dieci lettere più lette

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Rendiamo illegali i cani
Egregio Direttore, fisilmente ho capito! Ecco qual è il problema di Varese: i cani che scorrazzano addirittura 20 minuti ininterrotti per piazza della Repubblica! E addirittura osano fare i propri bisogni in un praticello! Scandalo! Ignominia e vergogna per la città! L'ho sempre sostenuto anch'io che non basta il regolamento comusile per im pedire a quelle inutili ed inferiori forme di vita di concimare le splendide aiuole musicipali, o, peggio, di infastidire degni cittadini (che magari pagano le tasse!) intenti a godersi il giusto e meritato panorama della pubblica piazza, così onorevolmente incorsiciato da quelle splendide architetture che ci invidiano da tutto il mondo. Bisogna fare di più: rendiamo illegali i cani, a cominciare da quelli che costringono i loro pazienti proprietari non-vedenti a continue scorribande per la città; o magari da quei cani-aguzzini che in talune occasioni abbiano osato abbaiare (o peggio: ho sentito dire che alcusi mo rdono pure...) per salvare il compiacente, e quindi connivente, padrone. Che siano tutti legati, dotati di museruola e, non sarebbe male, costretti a fare le proprie deiezioni (se non riescono a farne a meno) in orari (propongo dalle 2.00 alle 3.00 di notte) e luoghi dedicati (sicu-

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ramente lontani dal centro, non c'è neanche bisogno di dirlo!). Ma non dobbiamo fermarci qui. Bisognerà tassare, indagare e condannare (con certezza della pena) quegli energumeni che si ostinino a non abbandonarli prima delle meritate ferie estive (eh, al Billionaire non accettano animali...). Ma andiamo! Questa storia rappresenta la pochezza di chi pensa che la sola presenza di un cane rovini la digestione, e magari non ha mai visto il canile di Varese... P.S. Il canile municipale è in via Friuli. Non vada a mangiare lì. Come non sa dov'è? Non esiste solo piazza della Repubblica... Giovedi 27 Marzo 2008 Cristiano F.

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Che fine ha fatto la classe operaia?
Egregio Direttore, che fine ha fatto la classe operaia? Un fatto è certo: non è andata in nessun paradiso (come ben sapeva Elio Petri), ma è rimasta nel sudicio inferno capitalistico (come dimostrano le vittime dell’esplosione verificatasi in un’industria siderurgica di Torino e, più in generale, le migliaia di “omicidi bianchi” consumati ogni anno nelle officine, sui moli e nei cantieri dell’azienda-Italia). Lungi dall’estinguersi, questa classe, che produce con il suo sudore e con il suo sangue il plusvalore di cui si appropria il capitale, ha esteso i suoi confini al mondo intero. Basti pensare che, contemporaneamente alla tragedia di Torino, cento lavoratori sono morti a causa di un’esplosione verificatasi in una miniera della Cina settentrionale e due giorni fa, il 6 dicembre, ricorreva il centenario del più grande disastro minerario degli Stati Uniti, avvenuto in una miniera di carbone a Monongah nel West Virginia, in cui persero la vita un migliaio di lavoratori, di cui centosettanta erano immigrati italiani. Se quanto precede è esatto, è necessario allora chiedersi quale obiettivo si ponga il capitale nel condurre la sua incessante lotta di classe contro i produttori del plusvalore, oggi ideologicamente

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acefali (in quanto privi di un partito che esprima i loro interessi storici) e politicamente subalterni (in quanto costretti a cantare nel coro della concertazione anche quando tale coro canta con un accento schiettamente borghese)? Ebbene, se il ventesimo secolo è stato il secolo della politica e il partito di avanguardia e di massa, che affonda le sue radici nella rivoluzione russa del 1917, ne è stata l’espressione paradigmatica, l’inizio del ventunesimo secolo sembra invece coincidere con la fine del modello di partito e del modello di Stato entro cui questo si era costituito. Alle spalle di questa fine si stagliano, pesanti come macigni, gli eventi che hanno segnato gli anni ’80 e ’90: la rivolta dei ricchi contro i poveri promossa da Reagan e dalla Thatcher, il dissolvimento dell’Urss, la ripresa delle guerre imperialiste di espansione e la liquidazione delle concezioni fondate sull’antagonismo di classe. D’altra parte, in coerenza con il pensiero postmoderno, la sinistra ex-comunista, seguìta a ruota dalla sinistra “neo-comunista”, sembra avere smarrito del tutto le ragioni della sua identità e della sua stessa esistenza, se è vero quanto indicano il processo che ha condotto alla formazione del Partito democratico e il processo che dovrebbe condurre alla costituzione della “Sinistra e l’Arcobaleno”, nonché taluni interventi apparsi recentemente sul quotidiano “il manifesto”, in cui si sostiene non solo l’opportunità (commerciale) ma

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anche la necessità (politico-culturale) di cancellare la dicitura che caratterizza tale giornale come “quotidiano comunista”. La verità è che diventa impossibile anche solo impostare un discorso sul partito, se si ritiene che non c’è più da organizzare una ben precisa parte sociale e nemmeno la si riconosce. Occorre invece affermare con forza che la parte che va organizzata ha il suo fulcro nel mondo del lavoro, anche se questo mondo è stato profondamente investito e destrutturato sul piano della composizione tecnica, sociale e politica di classe. La ristrutturazione capitalistica dominata dalla triade “flessibilitàprecarietà-mobilità” e la cosiddetta globalizzazione hanno infatti disintegrato il corpo centrale del proletariato industriale e hanno interposto fra il profitto e il salario un coacervo di redditi (e di strati sociali) intermedi, creando in tal modo crescenti difficoltà a quel movimento operaio che, nondimeno, è stato nel ’900 l’unico soggetto capace di definire un progetto alternativo a quello di cui sono state portatrici le forze infernali suscitate, fra anni ’20 e anni ’30, dalla “grande crisi” del capitalismo. Quel che è accaduto è la rigorosa conseguenza dei processi che sono venuti avanti: dal popolo lavoratore organizzato nel sindacato e nel partito si è passati alla “gente” apolitica, fatta di un pulviscolo indistinto di individui atomizzati e manipolati; la polemica contro il consociativismo politico è ser-

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vita a promuovere la concertazione sociale; tangentopoli e l’equazione “anti-politica = antipartito” si sono ben presto rivelate un sottoprodotto della svolta neoconservatrice degli anni ’90. D’altro canto, in assenza della linfa vitale della democrazia, che è il conflitto di classe, la degenerazione dei partiti ha confermato con esattezza matematica sia la legge delle oligarchie sia la logica del mercato politico, che insieme danno corpo e forma alla crisi generale dei partiti contemporanei. In una società ove gli strumenti dei “poteri forti” sono i sondaggi d’opinione e la speculazione finanziaria, non è difficile spiegare il carattere sempre più tecnico (e sempre meno politico) degli stessi governi, veri e propri consigli di amministrazione dell’azienda-Italia (dell’azienda-Germania, dell’azienda-Francia, dell’azienda-Europa…), così come il ridursi del partito al voto per il suo leader. Del resto, un’analisi, ancorché sommaria, della composizione politica della classe operaia odierna conduce a individuare in essa: 1) una minoranza di lavoratori che si riconosce nella politica dei vertici dei sindacati confederali, 2) una minoranza che ha rotto con essi, creando nuovi sindacati di base, 3) una vasta area di lavoratori che vive in modo conflittuale la propria collocazione all’interno dei sindacati confederali, 4) una massa crescente di lavoratori che sono rifluiti nel purgatorio infernale del qualunquismo e del leghismo e costituiscono una

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potenziale base di massa della mobilitazione reazionaria. L’unica differenza rispetto al periodo del primo dopoguerra, in cui i liberali tenevano la scala ai fascisti, è che ora sono i fascisti a tenere la scala ai liberali. Ma dietro a queste maschere c’è un unico volto: quello del capitale che, come scrive Marx, “nasce con una voglia di sangue in faccia e trasuda fango e sporcizia da tutti i pori”. Sennonché per la crisi della forma-partito e per il correlativo scadimento del ceto politico la sinistra paga un prezzo molto più alto di quello che paga la destra, in quanto quest’ultima non si esaurisce semplicemente nel berlusconismo (o in quel che ne rimane), ma si identifica, in tutto il suo reale spessore, con la finanza, con l’industria, con i dirigenti delle imprese pubbliche e private, con quelli dell’alta amministrazione, con il mandarinato accademico e con la grande e media borghesia. Né ha molto senso cullarsi con l’idea chimerica che la società civile possa surrogare le funzioni della forma-partito, dal momento che non risulta che tale società sia in grado di esprimere qualcosa che vada al di là dei buoni sentimenti o dei bruti istinti acquisitivi, entrambi antitetici ad una società realmente emancipata. Così come non ha molto senso illudersi di fare politica in modo nuovo soltanto perché si è deciso di mettere fra parentesi la realtà del potere, prendendo alla lettera il discorso ideologico sui diritti (e in realtà elevando al quadrato il carattere ideologico di quelcosa

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ché si passa sotto silenzio il fatto che i diritti sono una maschera del potere). Cullarsi con quell’idea e illudersi sul “modo nuovo di fare politica” non ha molto senso quando coloro che celebrano la “democrazia maggioritaria” dell’alternanza, coloro che magnificano la sostituzione della lotta fra le classi con la concertazione fra le classi, coloro che fomentano le pulsioni plebiscitarie della “gente”, coloro che coprono con la foglia di fico delle “missioni di pace” operazioni che sono a tutti gli effetti azioni di guerra, tutti costoro aprono la strada ad un nuovo autoritarismo, cioè alla distruzione della politica e, quindi, della democrazia, non essendo quest’ultima se non il terreno su cui si dispiega lo scontro fra le classi e la mediazione fra i partiti (realizzata da quei partiti di massa che sono, come soleva dire Togliatti, la democrazia che si organizza). L’esperienza storica di questo secolo insegna che nello scontro fra economia (capitalistica) e politica (proletaria) è questa a perdere già in partenza, mentre la politica (proletaria) può vincere, e ha vinto, o può almeno risultare egemone, ed è risultata egemone, tutte le volte che lo scontro è stato con la politica (borghese). Il partito per la sinistra non è né un lusso né un “optional”, ma è una necessità vitale, perché è la sinistra che, molto più della destra, ha bisogno della politica e, quindi, del suo strumento principe, che è il partito. Quel partito che deve sia esprimere in forma politica gli interessi, i bisogni e le

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ressi, i bisogni e le aspirazioni di una ben precisa parte sociale (= partito di massa), sia orientare, dirigere e decidere in base ad un’analisi scientifica della società e ad un autonomo progetto politico (= partito di avanguardia). In un momento come quello attuale in cui tutto, senso comune e cultura, psiche individuale e comportamenti di massa, teoria e pratica, reca il marchio di una reazione diffusa, assume nuovamente una grande attualità l’indicazione di Gramsci sul “moderno Principe”, sull’unico strumento efficace e risolutivo che possano costruire e adoperare le classi oppresse per organizzarsi e unificarsi nella lotta quotidiana contro il potere del capitale così come nella battaglia strategica per dischiudere la via al socialismo del ventunesimo secolo. Sabato 8 Dicembre 2007 Eros Barone

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La condizione operaia nel post-moderno
Caro Direttore, quella della ThyssenKrupp non è la prima tragedia sul lavoro del nostro paese, ma dato che ogni giorno muoiono in media quattro lavoratori la vicenda torinese ha letteralmente ammutolito il paese per lo scenario da “inferno” in cui si è consumata ed ha riportato all’attenzione dei media il tema della condizione operaia nell’epoca del cosiddetto postmoderno. Poiché lunedì a Torino durante la manifestazione organizzata dai sindacati si è sviluppata anche una contestazione indirizzata nei confronti dei leader sindacali, sarebbe immorale non interrogarsi sulla rabbia e la protesta di quei lavoratori che hanno pagato un doppio prezzo nella ristrutturazione di quella multinazionale. Chi ha il compito di rappresentare il mondo del lavoro ha il dovere di interrogarsi sulle cause del susseguirsi di tanti morti sui luoghi di lavoro, che colpiscono tristemente anche il tessuto produttivo della nostra provincia, per individuare una strategia di intervento dentro ad una spaventosa regressione delle condizioni lavorative, che ci riporta ai famige-

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rati anni ’50 e ad una nuova monetizzazione del rischio. Allora, come non vedere che l’ideologia della competitività veicolata dalla globalizzazione dell’economia ha determinato una tendenza al dominio unilaterale sulle condizioni di lavoro da parte delle imprese, mediante la frantumazione del ciclo produttivo e la ricerca di una sfrenata produttività. Come non vedere che la caduta dei salari reali dei lavoratori e delle lavoratrici ha determinato oggettivamente un allungamento della giornata lavorativa, per cui più si moltiplicano le ore di straordinario per far quadrare i magri bilanci famigliari, più l’intensificazione della prestazione lavorativa diventa un moltiplicatore di infortuni mortali e non. Dunque, se vi è stata questa regressione, al di là delle consuete “lacrime di coccodrillo” del giorno dopo, per le organizzazioni sindacali si impone in primo luogo la ripresa del controllo sindacale sulla totalità del ciclo lavorativo, attraverso un’estensione dei poteri contrattuali sulla salute e sulla sicurezza sia nei contratti nazionali che nella contrattazione di secondo livello, ma anche mediante il rilancio del ruolo dei servizi di prevenzione e controllo in capo alle Asl, in quanto i compiti affidati agli Rls (rappresentanti dei lavoratori della sicurezza) dalla legge 626 del 1994 sono di tipo consultivo. Sennonché i servizi ispettivi delle Asl risentono di un loro scientifico mancato potenziamento sia in

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termini di organici adeguati che di qualificazione effettiva e, quindi, bisogna compiere scelte precise nella spesa di carattere regionale, affinché vengano stanziate risorse certe per l’attività di prevenzione e di ispezione repressiva relativamente ad ogni realtà territoriale. D'altronde, il presidio e il controllo del territorio è la chiave di svolta per contrastare quella fabbrica diffusa ove, come ha rilevato sagacemente il sociologo Luciano Gallino, “i datori di lavoro non in regola possono sotto il profilo dei controlli preventivi dormire sonni tranquilli” e infischiarsene allegramente anche dell’applicazione delle formalità procedurali previste dalla legge 626. Infine, sull’impoverimento della condizione salariale sappiamo quanto ha inciso la cancellazione del meccanismo della scala mobile, unitamente al diffondersi della precarietà grazie alla legge Treu del ’97 e alla legge 30 di marca berlusconiana. Serve una nuova stagione di politiche rivendicative tesa ad una diversa redistribuzione della ricchezza prodotta e quindi dei redditi, a partire dalla restituzione del drenaggio fiscale che assottiglia implacabilmente le buste paga per via dell’incremento degli stipendi al lordo. Pensare che un’inversione di tendenza in questa direzione possa scaturire da un indebolimento del contratto nazionale a favore della contrattazione di secondo livello (aziendale o territoriale), significa barare con i requisiti minimi dell’onesta intellettuale.

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Se non si ricostruiscono adeguati rapporti di forza, è illusorio credere che i meccanismi del mercato si dispongano spontaneamente a riconoscere che una parte degli incrementi di produttività vadano al lavoro dipendente. Pertanto, il mestiere del sindacato è tale se non prescinde da questa consapevolezza e riparte dal compito arduo, ma non ingrato, di battersi per il riconoscimento dei diritti e dei poteri dei lavoratori nello scenario di questo capitalismo scatenato di stampo ottocentesco, come lo ha correttamente definito un noto sociologo inglese. Mercoledi 12 Dicembre 2007 Gian Marco Martignoni

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Addio, amico mio, palleggia in cielo con Manè Garrincha *
Egregio Direttore, non vedremo striscioni commemorativi negli stadi, nessun calciatore affranto depositare mazzi di fiori, richieste di santificazione o servizi strappalacrime in televisione. Chi è uomo di sport vero, di educazione al movimento, di didattica dell'attività motoria, lo sa. E il professor Franco Formato era uno di noi, genuino, solare, un insegnante ed un uomo straordinario. È scomparso pochi giorni fa, lasciandoci attoniti, increduli. Franco era parte di quella stirpe di eroi che crede nello sport educativo, contraltare ai fantocci da vittoria a tutti i costi, profondo conoscitore della didattica ed esperto allenatore. Ebbi l'onore ed il privilegio di collaborare con lui, anni fa, presso l'Unione Sportiva Bosto, imparando tanto, facendomi conquistare dai suoi modi garbati, semplici, dalla sua pazienza, dall'amore e dall'impegno profuso. Franco era insegnante vero, profondo conoscitore di calcio nelle Società sportive, affermato educatore a Scuola. Si è sempre battuto per i valori dell'attività motoria, si è speso per i suoi alunni e per i suoi ragazzi. È un onore averlo cono-

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sciuto ed apprezzato. Nessuna frase di circostanza, la moglie Manuela ed i figli Mattia e Luca lo sanno, noi guardiamo la stessa luna. I padroni dello sport non esporranno gigantografie nelle curve, non listeranno le maglie a lutto. Ma è meglio cosi. Addio, amico mio, se puoi, palleggia in cielo con Manè Garrincha, come facevi con i tuoi ragazzi. Gli uomini di sport, quelli veri, non ti dimenticheranno mai. Grazie di tutto, maestro. Lunedi 3 Dicembre 2007 Marco Caccianiga

* Questa è una delle dieci lettere più lette

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Le prime dieci lettere più cliccate Ero in mezzo alla tromba d'aria
Egregio Direttore, ero da poco partito dalla inaugurazione del rifugio CAI di Arsago Seprio (18.40) e mi sono trovato nel bel mezzo di una tromba d'aria nel tratto dell'autostrada Gravellona Toce verso Arona: piante abbattute e spezzate come se fossero grissini! Ho dovuto schivare macchine e piante! Autostrada nel caos! I soccorsi da me chiamati (115) hanno raggiunto tempestivamente il luogo, altri amici - indietro di qualche chilometro - mi hanno confermato il passaggio di due autoambulanze e la presenza su parte della sede autostradale di diversi alberi spezzati. Giunto a Vergiate, in lontananza ho avvistato l'elicottero bianco e rosso del 115! Situazione rientrata, ma le facce degli automobilisti coinvolti nella breve ma furiosa tempesta erano sbalordite ed impaurite. Domenica 20 Luglio 2008 Paolo Mastorgio, consigliere comunale Arsago S.

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L'autovelox non si vede e si rischia il tamponamento
Egregio Direttore, dopo le solite belle chiacchiere perbeniste da parte delle autorità oggi abbiamo visto tutti il Grande Autovelox, ultimo difensore delle Valli degli Scarichi Tuonanti dai Centauri dalle Valentiniane Imprese, installato a Cunardo dietro il muro di una casa privata, su una macchina civile, senza nemmeno un agente delle forze dell'ordine a contestare tempestivamente il trasgressore, viste le velocità in questione non sarebbe stato affatto difficile, c'è tutto lo spazio e il tempo necessario. Vorrei, come tanti altri, effettivamente capire quale sia il contesto preventivo di un'azione così preparata. Nessuno rallenta perché non vede gli agenti e rallenterà tra un mese (forse) quando arriverà il verbale, ma ormai tutta la vallata saprà che l'autovelox non sarà più a noleggio dalle nostre parti, si torna quindi ai consueti 70-80 km orari. Lasciando stare per un attimo il contesto di dove fosse l'apparecchiatura e del limite di velocità, peraltro assurdo, del rettilineo in questione, siamo davvero sicuri che questo meccanismo, che mi

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preme ricordare prevede una percentuale per la ditta appaltata, sia davvero corretto e privo di vizi? Vogliamo cercare di vederci chiaro, qualcuno a Segrate pare essersi svegliato, credo sia ora che anche da noi qualche controllo venga eseguito. Per la cronaca, mi sono fermato un attimo ad osservare la situazione e in quei pochi minuti ho assistito a parecchie situazioni di tamponamenti mancati, gente che frena di colpo perché nota l'apparecchio all'ultimo istante o peggio, gente che deve stare con lo sguardo fisso sul tachimetro per mantenere l'assurdo limite imposto. Giovedi 11 Ottobre 2007 Leo

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Vergiate merita più rispetto
Egregio Direttore, sono le ventitré circa a Vergiate, circa un paio d'ore fa un nubifragio si è abbattuto sulla cittadina; fortissime raffiche di vento e una pioggia torrenziale hanno imperversato per le strade provocando diversi danni. Girando per il territorio comunale si trovano pezzi di tetto del centro commerciale, cartelli stradali sradicati dal fortissimo vento, piante cadute che non permettono il passaggio delle auto a Sesona, sul Sempione e nella zona dell'asilo nido; persino la cooperativa di Vergiate si è allagata. Come di consuetudine appaiono i Vigili del Fuoco a soccorrere autorimesse allagate e a liberare le strade, anche la polizia si dà da fare segnalando eventuali strade bloccate. Nonostante siano passate più di due ore da quando il temporale ha colpito Vergiate all'orizzonte non è ancora apparso nessun addetto del Comune o amministratore che prenda coscienza della situazione del suo territorio di competenza... forse il sindaco e il suo entourage proprio stasera erano tutti a

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cena fuori? Possibile che nessuno li abbia avvertiti di cosa è successo? Credo che Vergiate e soprattutto i vergiatesi meritino più rispetto e attenzione. Giovedì 4 Settembre 2008 Porotti Massimiliano consigliere comunale Pd

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Supervotato ma “trombato”
Cara Redazione di VareseNews, ho letto con interesse, assieme a tutto il resto sull'argomento, l'articolo apparso ieri sul sito e titolato “Parlano gli eletti”; in effetti è ovvio e naturale dare spazio e voce a chi vince, come sempre avviene ed è avvenuto nelle “competizioni umane”. Chiedo solo, se possibile, un piccolo spazio quale “non eletto”. La mia richiesta nasce, innanzi tutto, per mandare un doveroso grazie a tutti quanti mi hanno supportato ed aiutato nella breve ma intensa battaglia sul campo che, anche se non ha sortito quanto mi auguravo ed attendevo, mi ha ricompensato con un risultato di tutto rispetto che mitiga l'amarezza per l'inattesa conclusione. Nella circoscrizione di Germignaga, infatti, siamo partiti da un totale 2007 (FI + AN) di 4.111 preferenze e, pur in un contesto provinciale generale di flessione dei consensi e in una circoscrizione enorme geograficamente (21 comuni), abbiamo chiuso con 4.921 consensi e quindi con un notevole aumento (circa il 20%). In valori numerici assoluti il nostro è l’ottavo risultato in provincia ma diventa il sedicesimo in termini di percentuali relative e que-

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sto strano meccanismo fa si che altri candidati, che pur hanno totalizzato risultati molto inferiori numericamente, vengano privilegiati; il tutto alla faccia della logica della rappresentatività; ma su questo purtroppo non possiamo fare nulla. Assieme ai ringraziamenti avrei anche voluto motivare ai miei sostenitori perché mai uno sforzo e un risultato numerico ottimi non siano serviti a nulla? Ma onestamente no so spiegare perché, come si rileva dalle fredde tabelle dei risultati, 4921 consensi di cittadini elettori valgano meno di 1337; misteri della matematica elettorale! Insomma: l’operazione è andata bene, ma il paziente è deceduto (solo politicamente per fortuna). Resto ovviamente a disposizione del Pdl per ogni compito che mi si vorrà affidare convinto che questa sia la strada giusta e rinnovo i complimenti a tutta la dirigenza del Partito per la grande affermazione politica ottenuta; aver finalmente cambiato questo terribile governo è sicuramente fonte di soddisfazione per tutti noi. Grazie per l'ospitalità. Giovedì 17 aprile 2008 Luigi Roi Candidato di Germignaga per il PDL

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Io e mia moglie presi d'assalto dalle prostitute
Egregio Direttore, domenica scorsa io e mia moglie con prole al seguito (3 e 5 anni) abbiamo deciso di fare una passeggiata nei boschi tra Tradate e Appiano Gentile per raccogliere delle castagne. Siamo rimasti delusi per il fatto che quella zona boschiva è letteralmente presa d'assalto da prostitute di colore che presidiano tutto il territorio indisturbate. Già trovare un parcheggio è stato difficile in quanto le gentili signore mi invitavano a sgomberare il campo perché, parole loro, “per favore, stiamo lavorando”. Dopo aver faticosamente trovato un'area “libera”, ci siamo addentrati nei boschi e le lascio immaginare lo spettacolo indecoroso che si è presentato ai nostri occhi. Mi chiedo: è mai possibile che una famiglia non possa fare una scampagnata in santa pace senza dover assistere a certi spettacoli? ma soprattutto mi domando, le nostre “Autorità” dove sono finite? Chi deve tutelare la libertà della mia famiglia e di tutte le altre (non eravamo soli) di fare una banale passeggiata? La cosa assurda è che dove le "Autorità" hanno convenienza intervengono fino a vessare i cittadini onesti (vedi autovelox nei punti più assur-

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di, telecamere ai semafori ecc.). Comunque abbiamo risolto il problema: le castagne le abbiamo acquistate al supermercato. Mi perdoni per averle fatto perdere qualche minuto con la mia lamentela. Grazie per l'attenzione e complimenti per il vostro sito. Sabato 20 Ottobre 2007 Marco Castelli

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E se la notizia fosse stata: Dj colpito a morte sulla A1
Egregio Direttore, mi viene spontanea una considerazione sui titoli dei giornali. E se la notizia fosse stata: “Dj colpito a morte sulla A1” sarebbero state chiuse le discoteche, sarebbero state assaltate e messe a ferro e fuoco? Senza nulla togliere alla gravità del comportamento stolto e colpevole del poliziotto, mi sembra che ci fosse quasi un piano preordinato in attesa di innesco: ed accoglierlo purtroppo servito su di un piatto d’argento dalle notizie riportate dalla stampa. Lo sport, la politica e la cronaca dovrebbero essere considerate come tali senza mescolamenti, altrimenti si potrebbe leggere che un milanista è passato col rosso, che un interista ha investito un passante, che un romanista è stato investito da una moto, e bisognerebbe per questo bloccare tutti gli sport e bruciare gli uffici dell’Aci? È un paradosso, ma credo che un po’ di riflessione sia doverosa. Lunedi 12 Novembre 2007 Ezio Merlin (Induno Olona)

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Gli sposini: “Macchè protagonismo, cartelli utili per gli amici lontani”
Egregio Direttore, ci siamo sposati sabato 30 Agosto e non capisco perché dobbiamo essere mandati a quel paese così gratuitamente dal Sig. Mariani. Partendo dal fatto che non siamo stati noi due a mettere i cartelli “OGGI SPOSI” ma degli amici, non per chissà quale smania di protagonismo o di pubblicità ma per facilitare la strada ad invitati che arrivavano da fuori Lombardia, ci viene da ridere al pensiero di passare nel giorno più bello della nostra vita per gli inquinatori estetici di Varese, per chi rovinerà l’immagine di Varese durante i mondiali di ciclismo per dei fogli A4 con scritto “OGGI SPOSI”. A nostro avviso settimana scorsa ha dato più fastidio la decisione di far fresare l’asfalto in pieno centro alle 2 di notte senza far dormire la gente che va a lavorare o ad asfaltare mezza provincia creando gorghi disumani. Se nel nobile intento di abbellire e rendere la città più ordinata, il Sig.Mariani ha intenzione, che ne so, di andare in zona stazioni e fare pulizia di tutti i nullafacenti che continuano a bere, molestare passanti e urinare come animali per le vie della città ci faccia sapere, così le faremo a-

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vere (in modo gratuito) una lista di tutte le cose che veramente rovinano Varese e la sua immagine. Saluti Martedi 2 Settembre 2008 Matteo e Sabrina

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Il mio incubo al pronto soccorso
Buongiorno Direttore, mi chiamo Lorella Rettani abito a Varese, 45 anni, ipertesa da circa 25 anni, ovviamente in terapia farmacologica. Da circa una settimana “sentivo di non essere proprio a posto”, monitoravo continuamente la pressione arteriosa, sia a casa che in farmacia: i valori tendevano ad aumentare di giorno in giorno. L'altro ieri sera il culmine: arrivo a casa alle 19 dopo il lavoro. Misuro 210 su 120 ed un mal di testa sempre più forte. Essendo già un episodio che si era verificato circa un anno fa, 25, 26, 27 dicembre i medici che mi avevano visitato allora mi hanno consigliato (scritto su referto di PS sia di Varese che del Valduce di Como) in caso di recidiva, di recarmi immediatamente al PS in quanto sintomi da non trascurare (ictus, ischemie, aneurisma). Consapevole di che cosa potrebbe succedermi, prendo una pastiglia sub linguale per tentare di “abbassare” i valori e mi reco in pronto soccorso. E da qui inizia il mio delirio notturno. Ore 19.45 circa entro in PS…solita marea di gente, (3- 4 accompagnatori per ogni persona che ne-

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cessita assistenza). Comunico all’infermiera del triage il mio problema. Mi misura la pressione arteriosa in piedi davanti al banco dell’accettazione (180 su 110) circa. Mi viene eseguito un elettrocardiogramma, e mi viene detto di aspettare in salone. Gente che andava/veniva, gridava, processione di medici ed infermieri alle macchinette. Dopo circa un'ora il mio mal di testa è sempre più forte chiedo la verifica della pressione, mi viene rimisurata … sempre in salone in mezzo a quella bolgia, ... la pressione è risalita oltre i 200 di max e credo intorno ai 120 di minima. Allora mossi a pietà mi fanno una puntura di Cataprisan e mi dicono di tornare in salone. Ore 22 circa, cambio turno. Urla schiamazzi scambio di convenevoli tra i colleghi che arrivano e che vanno. Nel girone dantesco fa il suo ingresso una tossicodipendente (tale Marina, credo) presumibilmente frequentatrice abituale della struttura, saluta tutti e si aggira come se fosse a casa sua tra letti (dietro all’accoglienza ), entra dalla porta arancione dove è vietato entrare ai parenti che accompagnano chi sta male, scherza e ride con la guardia che è presente. Gli chiede addirittura di fargli vedere la pistola. Finalmente, credo intorno alle 23, vengo visitata in stanza da una dottoressa. La pressione si è rialzata nuovamente. Altra puntura (non so di cosa) più prelievo sangue e rispedita in salone in mezzo alla

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bolgia. La ragazza tossicodipendente incomincia ad essere insofferente. Io pure: intorno alle 00.30 chiedo all’infermiera della quale non conosco il nome, ma responsabile al triage, di provvedere a chiamare il 113 per la signorina visto che la situazione stava degenerando. Non ho fatto in tempo a parlare che la stessa si buttava davanti ad un’ambulanza impedendone il transito. Arrivava il 113. Alle 00.45 chiedevo di potere tornare a casa, non resistevo più dal mal di testa, le tempie mi pulsavano: volevo il mio letto, silenzio e tranquillità. Risposta sempre dell'infermiera “è una sua responsabilità, si arrangi”. Ho detto: va bene ditemi dove devo firmare, datemi un foglio con i farmaci che mi avete somministrato ed io levo il disturbo. “Non siamo tenuti a darle nulla”. Ometto ovviamente gli screzi di varie insinuazioni reciproche. Mi allontanavo dalla struttura accompagnata da una signora e facevo ritorno a casa via Laurana, 5,6 minuti di strada. Mi sdraiavo in casa e misuravo la mia pressione: 135 su 230. Prendevo del Lexotan e mi mettevo finalmente in un posto caldo sicuro e tranquillo: il mio letto. Forse era meglio se non transitavo dal pronto soccorso la sera del 17 gennaio, lo staff non era proprio dei migliori. Venerdì 18 Gennaio 2008 Lorella Rettani

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