Quanto conta il potere delle Tv Commentando il monopolio

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					Quanto conta il potere delle Tv

Commentando il monopolio televisivo di Berlusconi diverse personalità di sinistra
premettono che il Cavaliere ha legittimamente vinto le ultime elezioni. Opinione
rispettabile ma discutibile. E se si fosse trattato di un colpo di stato mediatico? Ci
troveremmo dinanzi ad un’inedita categoria politica con cui iniziare a familiarizzare.
Proviamo a farlo con un paio di numeri: il 44,8% degli elettori di Forza Italia sono
casalinghe e il 30,6% operai. Si tratta delle persone maggiormente esposte
all’influenza televisiva. Pare così evidente una relazione con il loro consenso a Forza
Italia. Se questa relazione ha un senso allora le ultime elezioni politiche sono state
falsate dalla sproporzione degli strumenti comunicativi a disposizione delle parti. Per
questo la vittoria del Cavaliere non è del tutto legittima. D’altra parte, se i media non
avessero il potere di persuadere l’elettorato non si capisce perché Berlusconi non
abbia venduto una o più reti televisive risolvendo così il conflitto d’interessi.
Ritenere le ultime politiche una normale tornata elettorale significa rinunciare a
comprendere il potere dei media. Tv, Internet, quotidiani sono strumenti di
aggressione nei confronti degli avversari. Sono armi. Concetto formulato diversi
decenni fa dal cattolico McLuhan e oggi riproposto dall’idea di <guerra mediatica>
parallela a quella combattuta sui campi di battaglia. La Tv è in grado di determinare
l’umore di un’intera nazione. E’ il veicolo principale dei valori dominanti. Se i mezzi di
comunicazione di massa non fossero strategici per il controllo politico perché il loro
accesso è precluso alla società civile se non trasformandola in folle sportive o in
pubblico da telequiz?
Fatte le dovute eccezioni, l’atteggiamento della sinistra non sembra adeguato ai
mutamenti determinati dalla gestione scientifica della comunicazione sociale. E’
necessario prendere atto che Mediaset è un partito politico sostitutivo del partito-
massa in quanto detiene di strumenti di comunicazione tecnicamente in grado di
orientare in misura decisiva il consenso elettorale. Non affrontare questo nuovo
soggetto sul suo terreno significa probabilmente perdere altre elezioni. E il suo
terreno è la cultura di massa. Le sconfitte della sinistra sono state determinate da
una visione eccessivamente partitica del conflitto trascurando sia la capacità
dell’avversario di proporre valori e sogni, sia di indicare un modello di vita
alternativo a quello fondato sul consumismo. Non si comprende insomma che uno
spot pubblicitario è un comizio della merce direttamente connesso con la
berlusconiana promessa di un milione di posti di lavoro e di un milione di lire per le
pensioni minime. Un televenditore è andato al potere gabbando fior fiore di politici di
professione e passando come l’uomo nuovo della seconda repubblica pur essendo
legato a doppio filo alla prima. Giochi di prestigio possibili grazie alla forza della TV.
Dinanzi a queste tecnologie di costruzione del consenso la sinistra è in ritardo. Oggi
è necessario recuperare il terreno perduto investendo nell’informazione e in nuove
forme di aggregazione culturale. Le potenzialità non mancano. Provengono dai
recenti movimenti no-global e da quella tradizione della sinistra che faceva del PCI
un partito diverso. Diverso perché aspirava ad un mondo migliore fondato
sull’uguaglianza, la parità tra i sessi, il pacifismo, l’emancipazione, la solidarietà,
l’onestà e la capacità amministrativa, il diritto all’istruzione e alla tutela sul lavoro.
Valori da rilanciare per costruire una cultura di massa alternativa a quella di
Mediaset.


Patrizio Paolinelli

il Domani di Bologna, 5 maggio 2002