MONOPOLIO E REGOLAMENTAZIONE IL MONOPOLIO by olliegoblue28

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									MONOPOLIO E REGOLAMENTAZIONE
MONOPOLIO PURO: quota di mercato del 100%; esempi tipici sono le imprese di pubblica utilità come quelle elettriche, dell’acqua,… IMPRESA DOMINANTE: quota di mercato tra 50 – 100% e non ha rivali di peso; esempi sono Alitalia nei voli nazionali, Gillette, Kodak.

IL

MONOPOLIO:

Mercato ben definito con un solo produttore. Il monopolista fissa il prezzo e i consumatori domandano D(p). Oppure, per vendere q fissa il prezzo P(q), domanda inversa; producendo q il costo è C(q). Si assume che il monopolista fissi il prezzo per massimizzare i profitti; il prezzo e la quantità sono legati dalla funzione di domanda: scelta del prezzo = scelta della quantità. Supponiamo che scelga la quantità. Si avrà la massimizzazione dei profitti quando: RICAVO MARGINALE = COSTO MARGINALE. П’ (q) = 0 R’(q) = C’ (q)

Implica la regola dell’elasticità: MR = p (1 – 1/ ε), poni uguale a MC: MC = p (1 – 1/ ε)
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(p-MC)/p = 1/ ε
Un monopolista, per massimizzare il profitto, dovrebbe fissare un margine di profitto unitario (mark-up) tanto più grande quanto più piccola è l’elasticità della domanda rispetto al prezzo.

Fig 5.1: Elasticità della domanda e margine di profitto ottimale p pM MC qM Domanda inelastica q qM Domanda elastica p pM MC q

IMPRESE

DOMINANTI:

I casi di monopolio puro sono poco frequenti, più frequenti sono invece i casi in cui una sola impresa detiene una quota ≥ 50% (es. IBM, Kodak). In genere un’impresa dominante detiene un vantaggio competitivo rispetto ai rivali (perché costi inferiori; qualità più elevata; migliore reputazione). ESEMPIO: telecomunicazioni a lunga distanza, AT&T: maggior capacità competitiva, inoltre era regolamentata. I concorrenti possono cambiare i prezzi più rapidamente, più facilmente. Quindi, AT&T deteneva una leadership di prezzo: qualsiasi prezzo avesse fissato, i concorrenti lo fissavano allo stesso livello o appena più basso. TABELLA 5.1
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IPOTESI: i consumatori scelgono un prezzo più basso; i competitors hanno capacità ridotta rispetto all’impresa dominante.
Fig.5.2: Il prezzo ottimale per l’impresa dominante p D pM pD DR MC

qD qM

K

q

Il prezzo di equilibrio è inferiore al prezzo dell’impresa dominante. Prezzo dei competitors con capacità totale K < ID. AT&T dispone di domanda residua (DR) ottenuta spostando a sx di K unità la domanda di mercato. Data la domanda residua, il prezzo ottimale si calcola nel solito modo: p e q ottimali sono quelli trovati sulla domanda residua (pD e qD). Se K è piccolo, il prezzo si avvicinerà sempre più al prezzo di monopolio (pD @ pM) Impresa dominante si comporta come monopolista. In realtà, è più complicato: le telecomunicazioni non sono un prodotto omogeneo o non vengono percepite come tali; molti consumatori percepiscono AT&T come migliore.
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MONOPOLIO E POTERE DI MONOPOLIO: Esistono veramente i monopoli puri? Se sì, come mai si deregolamentano le public utilities (es. ex-municipalizzate)? Es. APPLE è l’unica impresa che produce MacIntosh. E’ un monopolio puro? Probabilmente ci si basa su una definizione artificiosa di MERCATO RILEVANTE: bisognerebbe parlare del mercato dei PC, dove c’è anche windows; in tale contesto, Apple ha una quota di mercato solo del 10%. La definizione di monopolio basata sul potere di mercato fa sorgere il problema della definizione di mercato rilevante. DEFINIZIONI DIVERSE del mercato conducono a STIME DIVERSE delle quote di mercato. Ma perché si dà così tanta importanza alle quote di mercato? FIG. 5.1: stessa quota di mercato nelle due situazioni (100%), ma diverso potere di mercato, cioè capacità di vendere a un prezzo superiore del costo unitario. Potere di mercato, potere monopolistico è inversamente correlato all’elasticità della domanda stessa Questa definizione è molto più sensata. L’elasticità della domanda dipende da molti fattori, statici e dinamici.
Il caso Microsoft: La Microsoft detiene l’80% del potere di mercato dei sistemi operativi grazie a Windows. Tuttavia essa sostiene di non poter praticare un prezzo di monopolio a causa dei concorrenti, dei potenziali entranti, della possibilità che i consumatori continuino ad utilizzare le vecchie versioni del software. Quindi essa sostiene che la quota di mercato da monopolista non corrisponda ad un effettivo potere di monopolio. Questa distinzione è basata sul fatto che il software è un bene durevole, le vendite correnti subiscono la concorrenza di quelle passate. 4

Tuttavia essa ha cercato di estendere il suo monopolio in altre aree di mercato attraverso: - Accordi di esclusiva con produttori di PC e internet providers; - Vendita del suo browser (Internet Explorer) connessa (tying) con la vendita di Windows; - Proibizione di usare Netscape con Windows ai costruttori di PC.

Le POLITICHE PUBBLICHE tengono conto della distinzione tra un’elevata quota di mercato e la detenzione del potere di monopolio. Art. 82 del Trattato di Roma, stabilisce che la posizione dominante NON è illegale di per sé. E’ l’abuso di posizione dominante, ossia lo sfruttamento del potere monopolistico che viola il trattato. Altro ESEMPIO di differenza tra quota di mercato ed effettivo potere monopolistico: STAPLES. Nel 1996 fusione con Office Depot. Mercato rilevante? Staples: negozi di mobili per ufficio, dove avrebbe quota ridotta. La FTC decise di aprire un’istruttoria e sostenne che il mercato rilevante fosse costituito dai grandi magazzini che vendono mobili per ufficio, dove la quota di mercato di Staples+OD era ≥ 70% Alla fine, la fusione viene bloccata per evidenza econometrica: i prezzi sarebbero cresciuti in modo significativo nelle aree dove la fusione avrebbe incrementato la concentrazione nel settore dei grandi magazzini. Ora si dà più importanza all’impatto delle fusioni sui prezzi (potere di mercato) che non all’impatto delle fusioni sulle quote di mercato.
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LA

REGOLAMENTAZIONE

Il prezzo di monopolio è più alto del costo marginale e, di conseguenza, l’output di monopolio è inferiore a quello ottimale. Un aumento dell’output farebbe aumentare il benessere sociale, perché la disponibilità a pagare è più grande del costo marginale. Il caso del monopolio naturale si ha quando la struttura dei costi è minimizzata con una sola impresa. In questo caso è necessaria la regolamentazione diretta del monopolista. IPOTESI: C = F + cq dove F sono i costi fissi e c il costo marginale, costante Se No regolamentazione: il monopolista fissa il prezzo a livello di monopolio. Il profitto lordo sarà: π = qm(pm – c); mentre quello netto π – F. L’output qm è inferiore al livello ottimale c’è una perdita di benessere sociale perché inefficienza allocativa. Fig. 5.3: Monopolio regolamentato e non regolamentato p D pM p =c
R

П
qM

E

qR

q

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SOLUZIONI: 1. Costringere il monopolista a fissare un prezzo uguale al costo marginale: P(regolamentato) = c; in questo modo si raggiunge la massima efficienza allocativa. Ci sono però dei problemi: l’impresa potrebbe ottenere profitti negativi; infatti, visto che i costi marginali sono costanti, il profitto lordo sarebbe 0 e quello netto, - F. Per risolvere questo problema, il regolamentatore potrebbe concedere un sussidio = F, ma questo comporterebbe altri problemi: per ottenere F, il regolamentatore dovrebbe ↑ le tasse in un altro settore dell’economia; inoltre, la possibilità di effettuare trasferimenti da parte del regolamentatore, implica discrezionalità nelle scelte e porterebbe alla cosiddetta regulatory capture ossia ad una situazione in cui le imprese investono nelle risorse per influenzare la decisione del regolamentatore. 2. Average cost pricing. Il monopolista è forzato a fissare il minor prezzo possibile coerentemente con il vincolo di non avere profitti negativi.
Fig. 5.4: Regolamentazione: il criterio del costo medio p

pA c

П=F

AC
E

qA

q

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Con questo metodo (P = AC) l’impresa non ha profitti < 0. Es. RATE OF RETURN REGULATION: regolamentazione del tasso di rendimento. Permette all’impresa di ottenere un equo tasso di rendimento del k investito (= al metodo AC quando c’è un solo output e il capitale è l’unico input). Problemi: ci sono pochi incentivi a ridurre i costi, infatti se l’impresa riduce i costi, verrà ridotto anche il prezzo fissato dal regolamentatore per mantenere lo stesso tasso di rendimento. In pratica, fra il momento in cui si riescono a ridurre i costi e quello in cui il regolamentatore riduce il prezzo c’è un ritardo di regolamentazione che consente al monopolista un guadagno transitorio, ma questo rimane un meccanismo inadeguato per la riduzione dei costi. Questo è, quindi, un meccanismo a bassa potenza: il prezzo varia nella stessa misura in cui varia il costo e questo minimizza gli incentivi a ridurre i C. Qualità e investimenti per ex-municipalizzate. 3. Esattamente all’opposto c’è il metodo del price cap, il prezzo è fissato in anticipo e non cambia mai, anche se cambia il costo. Ovviamente, questo è un meccanismo ad alta potenza perché una riduzione dei costi permette un aumento dei profitti. P = p + Inflazione – Technical Change Anche questo metodo presenta, però, dei problemi: - in un secondo momento potrebbe esserci incentivo di regolatore ad abbassare prezzo (serve commitment); - non incentiva all’aumento della qualità; - pone il problema della determinazione del prezzo: se troppo alto provoca inefficienza, se troppo basso mette in pericolo l’impresa. Un meccanismo ad alta potenza implica un alto grado di rischio per l’impresa.

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MEZZI CANONI

DI DI

PRODUZIONE ACCESSO

ESSENZIALI

E

La concorrenza è il mezzo ideale per sanare l’inefficienza allocativa provocata dal monopolio, tuttavia in caso di monopolio naturale è la regolamentazione la soluzione migliore. Quando si è in monopolio naturale? Es. SETTORE ELETTRICO: la rete di trasmissione è monopolio naturale, ma la generazione di energia no. Come per le ferrovie e i gasdotti, solo parte della produzione avviene in condizioni di monopolio naturale. Rete di distribuzione, linea ferroviaria, rete locale sono Monopoli naturali. IPOTESI: concorrenza nelle fasi di produzione e monopolio naturale a valle. Il monopolista vende servizi ad imprese operanti in un segmento competitivo che vendono al consumatore finale. Il monopolista è un collo di bottiglia; i suoi servizi sono mezzo di produzione essenziale.
Monopolista rete locale

Long Distance

Consumatori

La regolamentazione di questi mezzi di produzione essenziali presenta gli stessi problemi di quella di monopolio. Inoltre, è frequente il caso in cui il monopolista competa anche a valle. Es.: Telecom è proprietaria della rete locale (essential facility) e inoltre compete con Tele2, Infostrada,… per le interurbane.
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Da questo deriva che il monopolista può usare il suo potere a monte per espandersi a valle, dove può usare ancora il suo potere di monopolio impedendo, per esempio, ai concorrenti di accedere al mercato. Es. Eneltrade. Dal punto di vista del benessere, l’esclusione dei concorrenti fa ↓il benessere dei consumatori perché ↑p e ↓varietà. Come evitarlo? - Obbligare l’impresa a monte a uscire dal mercato a valle Es. AT&T smembrata nel 1984 in un operatore a lunga distanza e vari mercati locali (Baby Bells) C’è da dire, però, che le integrazioni verticali possono aumentare l’efficienza. Dilemma dell’efficienza produttiva VS potere di mercato. - Alternativa: consentire di competere a valle, impedendo però di discriminare nei confronti di concorrenti a valle. Usato in molti Paesi europei (es. telefoni in Italia e Germania). Regolamentazione dei canoni d’accesso. Allora, come impedire la discriminazione dei concorrenti? Regola del prezzo efficiente delle componenti (ECPR): Il prezzo all’ingrosso praticato nei confronti di un’impresa concorrente indipendente NON può essere maggiore della differenza tra P, prezzo finale fissato dall’impresa integrata, e il costo marginale dell’impresa integrata relativo alla fase di produzione a valle. ESEMPIO: Compagnia T integrata in mobile M1; M2 mobile indipendente; Ci, con i=1,2, costo marginale dell’operatore mobile. Supponiamo P1 prezzo finale dell’impresa integrata.
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ECPR stabilisce che il max prezzo all’ingrosso (W) che T&M1 può far pagare a M2 è W2= P1- C1. Così, il profitto di M2 è quindi: P2 – (C2+W2) = (P2-P1) + (C1 – C2) Costo marginale con 2 componenti: C2 costo marginale diretto W2 prezzo all’ingrosso Notare: Se M2 avesse fissato P2 = P1, prezzo competitivo rispetto al rivale, avrebbe ottenuto un margine di profitto positivo se e solo se C2 < C1; ECPR consente alle imprese indipendenti a valle di sopravvivere se e solo se sono competitive rispetto all’impresa integrata; ovvero, ECPR garantisce l’efficienza produttiva. PROBLEMA POTENZIALE: non è detto che ECPR dia sempre risultati positivi. Es. C1 = C2 Prezzo ottimale di T&M1 è P1 = pm (prezzo monopolio). Il canone secondo ECPR è W2 = pm – C1. Per M2 è meglio determinare P2 = pm e π2= 0. Il prezzo di monopolio riduce il benessere sociale. ECPR garantisce l’efficienza produttiva, ma non dà nessuna garanzia che i livelli dei prezzi siano quelli efficienti. Proposta di Laffont – Tirole: impresa a monte soggetta a tetto su indice di prezzo. Indice di prezzo include sia il prezzo finale fissato dall’impresa integrata, sia il canone d’accesso imposto ai competitori a valle. Quindi, se l’impresa integrata vuole aumentare il prezzo al consumo, deve diminuire il prezzo all’ingrosso (W) e viceversa.
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La telefonia in Italia VS Germania
La situazione di partenza è il monopolio in entrambi i Paesi. Italia: privatizzazione e quotazione in borsa; scalata storica ma poca entrata. Prezzi relativamente alti. Germania: la DT è rimasta pubblica ma è aumentata velocemente la concorrenza; l’utente fa il prefisso ed usa il concorrente ma paga sulla bolletta DT. CANONE D’ACCESSO: DT voleva 6.5 pfenning/minuto (0.03€), la concorrenza voleva 1 pfenning. L’antitrust decide 2.7 con media di 10 Paesi. Il giorno dopo, il titolo perse 7.7% e in seguito un altro 6%. Dopo un anno erano entrati 51 operatori e DT perse molte quote di mercato. Oggi le tariffe tedesche sono tra le più basse al mondo.

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CONCORRENZA PERFETTA
Monopolio: 100% quota di mercato Impresa dominante: 50 ≤ ID ≤ 100% Concorrenza perfetta: altro caso polare, forse poco presente ma è un buon benchmark. La concorrenza perfetta è basata su 5 ipotesi: 1. Atomicità, molti offerenti; 2. Omogeneità del prodotto; 3. Informazione perfetta, tutti conoscono i prezzi; 4. Simmetria tecnologica, accesso alla tecnologia; 5. Libertà entrata / uscita; La massimizzazione del profitto è data da MR =MC, e in questo modello MR = P MC = P Approssimativamente vale: se p > p di altre imprese, q = 0; se p < p altre, q va a infinito. La domanda è finita ma rispetto alla capacità delle imprese è come se fosse infinita. Per ciascuna impresa la domanda è orizzontale, price-taker L’equilibrio in concorrenza perfetta è efficiente: 1. Livello q è efficiente, cioè p = MC WTP = costo opportunità 2. Il numero delle imprese è efficiente: libertà entrata p = AC minimo L’efficienza è statica anche considerando il lungo periodo, perché la concorrenza perfetta assicura l’efficienza allocativa data la tecnologia esistente.

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L’equilibrio di lungo periodo in concorrenza perfetta è un punto asintotico al quale i mercati convergono attraverso l’entrata e l’uscita. Se π > 0 entrata, se è π < 0 uscita. [NB: π in CP fa riferimento agli extra-profitti. ] Nel lungo periodo (LP), p = AC minimo. Siccome le imprese hanno la stessa tecnologia, non ci sono extraprofitti e quindi non c’è né entrata né uscita. In realtà, la concorrenza perfetta è poco frequente; troviamo invece anche SELEZIONE COMPETITIVA e CONCORRENZA MONOPOLISTICA. Fatti stilizzati. Distribuzione delle imprese Modello CP: o predizioni estreme o poca predizione. Supponiamo la funzione di costo ad U per l’impianto; nel lungo periodo, tutti gli impianti hanno la stessa dimensione. Costi manageriali per più di un impianto: se positivi, allora ogni impresa avrà un impianto; se nulli, saranno possibili diverse combinazioni. In realtà, l’evidenza empirica mostra che, dove ci sono molte imprese di piccole dimensioni: 1. alcune entrano, altre contemporaneamente escono; 2. alcune ottengono extraprofitti > 0 anche in LP; 3. la distribuzione dimensionale presenta regolarità empiriche. PROFITTI DI LUNGO PERIODO MUELLER: trova che tassi di profitto sono persistenti nel lungo periodo. Suddivide campione imprese a seconda del livello dei profitti in anni iniziali. Poi mantiene gruppi nel tempo e valuta se profitti uguali o diversi. I dati respingono l’ipotesi che le medie dei diversi gruppi siano uguali. Ci sono differenze
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medie nella profittabilità dei diversi gruppi di imprese che persistono anche oltre un periodo di 20 anni. TASSI ENTRATA E USCITA In concorrenza perfetta si concepisce o solo l’entrata o solo l’uscita di imprese. L’evidenza invece mostra che: entrata e uscita ha luogo simultaneamente nell’industria. Tassi entrata e uscita lordi > tasso entrata netto Es. Norvegia, 1980-85: tasso entrata lordo 8.2% Tasso uscita lordo -8.7% Tasso netto medio -0.5% (< 1/10 tassi lordi) DIMENSIONE, CRESCITA, SOPRAVVIVENZA La dimensione media delle imprese che entrano/ escono dal mercato è + piccola di quella delle imprese operanti. Es. su 8 paesi, entranti 6.7% (USA) e 44.9% (UK) Uscenti 6.9% (USA) e 61.2% (UK) % della dimensione media delle imprese operanti. Le imprese giovani e piccole hanno tassi di crescita più elevati. DISTRIBUZIONE DIMENSIONI IMPRESE Nel modello di concorrenza perfetta si prevede un’unica dimensione (se costi ad U) o che qualsiasi altra dimensione sia compatibile col modello (nel caso di CRS). Nell’evidenza (FIGURA 6.1): c’è regolarità nella distribuzione.

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Fig. 6.1: La distribuzione della dimensione delle imprese, sulla base del numero di dipendenti
Francia 0.4 0.3 0.2 0.1 0 0 0.4 0.3 0.2 0.1 0 0 10 50 2000 10 50 UK 0.4 0.3 0.2 0.1 0 0 10 50 2000 2000 0.4 0.3 0.2 0.1 0 0 10 50 USA 2000 Germania

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SELEZIONE

COMPETITIVA

Come si possono spiegare questi fatti stilizzati? Eliminiamo alcune ipotesi, ed invece assumiamo che: - Costo irrecuperabile per entrata sul mercato; - Non tutte le imprese hanno accesso alla stessa tecnologia; Inoltre, assumiamo che: - imprese hanno diversi gradi di efficienza e quindi ci sono imprese più efficienti con MC inferiore; - ciascuna impresa sia incerta sul proprio livello di efficienza, soprattutto quando entra. Col tempo fa una stima più accurata del suo livello di efficienza e del livello di produzione tale che P = MC stimato. Se poi ha dei segnali cattivi di efficienza (= previsioni pessimistiche) riduce Q fino ad uscire; se invece hanno dei segnali buoni, aumentano la quantità gradualmente e rimangono attive. Il modello di selezione competitiva è coerente con fatti stilizzati. Infatti: 1. Le imprese hanno diversi saggi di profitto anche nel lungo periodo (tautologico); 2. Possibile entrata/uscita simultanea: chi ha segnali cattivi esce; nuovi entranti non hanno informazioni, si aspettano di essere più efficienti di quelli che stanno per uscire, cioè “no news is good news”. Hanno E(π) > sunk cost di entrata. 3. Diversi livelli di efficienza diverse curve di costo mg (MC) e diversi livelli produttivi, con le più efficienti con maggior produzione.

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Concludendo: le imprese che escono sono meno efficienti, producono meno. Nel modello di selezione competitiva, le imprese attive sono più efficienti/grandi, di quelle che entrano/ escono; chi entra è più piccolo di chi è già sul mercato. Si spiega come mai imprese che entrano/escono sono più piccole di quelle medie che operano sul mercato. La concorrenza perfetta + eterogeneità tra imprese + incertezza sui costi, può spiegare osservazioni empiriche su: - Entrata e uscita simultanea sul mercato; - Minori dimensioni entranti/uscenti rispetto a quelle che rimangono sul mercato; - Distribuzione di imprese non è concentrata su un valore o indeterminata. Questo modello non richiede asimmetria sui costi, potrebbe essere anche sulla qualità dei prodotti. Es. industria laser: nuove imprese nascono quando ingegnere o tecnico lascia la sua impresa per fondarne un’altra. Quello del laser è un mercato interessante perché: - Fonte di variabilità legata al livello di conoscenza scientifica; - La differenza tra le imprese non è solo sui costi; Questo modello (SC) ha però un limite che sta nel fatto che è dato per assunto che la distribuzione sia asimmetrica, quando invece si dovrebbe spiegare col modello. Selezione competitiva ed efficienza Anche se è diversa dalla concorrenza perfetta, la selezione competitiva è efficiente perché: - Scelte produttive: prezzo = MC atteso, perciò max surplus totale.
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- Entrata/uscita: efficienti dal punto di vista sociale; le piccole imprese non hanno impatto, non producono esternalità e quindi internalizzano costi e benefici. - Incertezza: provare per vedere efficienza, l’entrata/uscita non è inefficiente. L’equilibrio in questo modello è, quindi, efficiente.

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CONCORRENZA

MONOPOLISTICA

Quando i beni non sono perfettamente identici, non c’è omogeneità. Es. ristoranti, mobili: n. elevato, tecnologia nota a molti. È CP? No, perché ci sono pasti di diversa qualità (es. pizza). Chamberlin propone (1933) con modello di concorrenza oligopolistica: - N. elevato di imprese, così l’impatto sui concorrenti è trascurabile; - Però, vista la differenziazione, la curva di domanda non è orizzontale: price maker, non taker. Si mantengono le ipotesi della concorrenza perfetta, tranne l’omogeneità del prodotto. BREVE PERIODO: con un dato n. di imprese; D è la curva di domanda dell’impresa (non di mercato); MR, AC,MC;
Fig. 6.2: Concorrenza monopolistica: l’equilibrio di breve periodo MC p

AC(qSR) MR(qSR)=Mc(qSR)

pSR d qSR MR

AC

q

L’equilibrio breve periodo (SR): qSR Potrebbe essere pSR < AC (qSR)

pSR > AC (qSR)

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In ogni caso, quando pSR ≠ AC (qSR), l’equilibrio non può essere di lungo periodo. Se P>AC entrata; Se P < AC uscita. LUNGO PERIODO: 1. Massimizza i profitti in modo che MC = MR; 2. Le imprese ottengono profitti nulli (p = AC) e nessuno entra / esce
Fig. 6.3: Concorrenza monopolistica: l’equilibrio di lungo periodo MC p

pLR =

AC(qLR)

AC d MR qLR q

MR(qLR)=MC(qLR)

L’equilibrio di lungo periodo nella concorrenza perfetta prevede che: - I profitti di lungo periodo sono nulli; - Però il P > AC minimo. P = MC in concorrenza perfetta; ma nella Concorrenza Monopolistica P > MC, perché P ≠ MR. Con libertà d’entrata: P > min AC se e solo se P > MC.

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INEFFICIENZA ALLOCATIVA: - Se P > min AC, si dovrebbe riallocare la produzione tra le imprese per ridurre i costi di produzione. Ogni impresa produce un output troppo piccolo e i costi totali sono più bassi se c’è un numero inferiore di imprese. - P > MC, total surplus aumenterebbe con l’aumento della produzione cioè i consumatori sarebbero disposti a pagare di più rispetto a quanto le imprese devono spendere per produrre. Con CP, si hanno sia profitti nulli, che efficienza allocativa. π = 0 non è sinonimo di efficienza, ma legato a libertà d’entrata. L’efficienza produttiva si raggiunge quando i costi sono minimizzati, e ciò si verifica in condizioni di CP (price-taker). Nella concorrenza monopolistica (CM), invece, dove le imprese sono price-maker, i profitti sono nulli, ma le imprese non producono nel punto di minimo della curva dei costi medi. Quindi non sempre quando π = 0 c’è efficienza. OSSERVAZIONI: 1. La concorrenza perfetta, come prima approssimazione, è valida in alcuni casi, solo però se il prodotto è omogeneo. In realtà, al diminuire del grado di differenziazione del prodotto, la domanda residua di ciascuna impresa è sempre più piatta e il punto in cui P = AC si avvicina sempre più al punto in cui p = MC, assicurando l’efficienza allocativa. 2. L’inefficienza allocativa è accompagnata da benefici derivanti dal disporre di una maggiore varietà del prodotto. Quindi non si sa esattamente impatto su SW.

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CP

MONOPOLIO

IN COMUNE: no considerazioni strategiche: in CP le imprese sono piccole ed hanno un impatto trascurabile; nel MONOPOLIO c’è un’unica impresa. Per quanto riguarda le forma intermedie: le considerazioni strategiche sono importanti perché i concorrenti scelgono il loro comportamento in base all’impatto sugli altri e alle loro possibili reazioni. Nell’OLIGOPOLIO, con le interazioni strategiche cambiano radicalmente i risultati.

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