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Regole e set_ting_ analitico

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					Il processo terapeutico psicoanalitico
avviene all’interno di un campo mentale
condiviso tra paziente e terapeuta che
consente di pensare i fenomeni e i sintomi,
di dare significato ad essi, e di creare
nuove connessioni e relazioni. Questo
campo mentale lo definiamo set(ting). Esso
si caratterizza come laboratorio relazionale
extra moenia, fuori dal mondano e
dall’agire, spazio mentale per il mentale
(Giannone, Lo Verso, 2011) .
 Al fine di creare queste condizioni sono
state codificate delle regole. Le regole
analitiche, attinenti al “cosa”del fare
terapeutico, fanno sì che si possa
instaurare una condizione di isolamento
che protegge dalla realtà esterna, in cui
l’agire è sospeso, al fine di facilitare
l’emersione        della     produzione
emozionale e psichica.
Tali regole consentono di arginare
eventuali irruzioni incontrollabili della
realtà    interna    del     paziente      (e
dell’analista) e di agevolare il graduale
sviluppo del transfert e la sua risoluzione.
 Le regole del setting analitico fin dalla
prima    loro   formulazione    si   sono
mantenute, modificandosi nel tempo in
base al contesto storico-culturale e con
la progressiva affinazione della teoria
della tecnica.
Freud nei suoi saggi sulla tecnica
analitica, non ha mai impiegato nè la
parola “setting”, né il termine “regole
psicoanalitiche”; egli ha descritto una
serie di procedure, alle quali da il nome
di “consigli tecnici”.
 Freud, tra i suoi consigli tecnici, evidenzia
l’opportunità di selezionare i pazienti escludendo
quelli psicotici. Il trattamento, per Freud, doveva
essere intrapreso con “un’analisi di prova”
anch’essa svolta con lettino e analista fuori dal
campo visivo del paziente.

Solo dopo questa fase introduttiva, iniziava la vera
e propria cura che prevedeva sedute con una
frequenza di sei giorni a settimana ad un orario
stabile. Il numero delle sedute settimanali poteva
essere anche inferiore in base alla gravità della
sofferenza del paziente.

Freud, all’interno del suo scritto, spiega la necessità
del lettino, retaggio del metodo catartico, il
perché       della    posizione       dell’analista   e
dell’atteggiamento riservato di questo, il silenzio, il
tono neutro, come accorgimenti per favorire la
regressione del paziente.
Freud postula come necessaria al
trattamento psicoanalitico quella che lui
stesso   definisce    come       “regola
fondamentale”.
“La regola fondamentale” struttura la
situazione analitica. L’analizzato è
invitato a dire ciò che pensa e prova
senza scegliere né omettere nulla di ciò
che gli viene in mente, anche se ciò
sembra sgradevole da comunicare,
ridicolo, privo di interesse o fuori posto
(La Plache, Pontalis, 1999)
La regola fondamentale pone alla base del
trattamento analitico il metodo delle libere
associazioni. La regola fondamentale
favorisce     l’affiorare    di   un    tipo    di
comunicazione in cui il determinismo
inconscio è più accessibile per l’apparizione
di nuove connessioni o di lacune
significative    nel     discorso.   Le     libere
associazioni invece hanno come effetto di
dare libero corso al processo primario e di
fornire in tal modo un accesso immediato
alle catene associative.

Solo gradualmente e successivamente la
regola dell’associazione libera è apparsa a
Freud come fondamentale.
L’analista secondo Freud si dovrebbe
porre in una condizione attenzione
fluttuante, ossia sospendere il giudizio,
senza la preoccupazione di ricordare ed
evitando di effettuare una scelta del
materiale che gli viene presentato.
 Freud nei suoi scritti di tecnica, tende ad
offrire dei suggerimenti mentre è
categorico su una regola che considera
essenziale, ossia la necessità che
l’analista mantenga un atteggiamento
di     astinenza     che      comporta     la
frustrazione parziale o totale, dei bisogni
e dei desideri del paziente. Tale funzione
è necessaria in quanto trasforma i
desideri ed i bisogni forze propulsive per
lo stesso cambiamento.
Secondo       Anna     Freud   bisognerebbe
“trattare ogni tecnica per quello che è,
cioè il risultato di un pensiero teorico già
consolidato. L’uso del lettino, le libere
associazioni,    la   manipolazione     della
traslazione, sono semplici strumenti di
trattamento. Gli strumenti di ogni tipo
vengono        periodicamente      esaminati,
riveduti, affinati, perfezionati e , se
necessario, modificati. Gli Strumenti tecnici
dell’analisi non fanno eccezione a questa
regola”.
Anna Freud, afferma anche che qualsiasi
regola analitica può essere utilizzata dal
paziente con modalità perverse sia a fini
difensivi che per soddisfazione.

Ad esempio, un paziente ossessivo si sente
sicuro e protetto e nulla accade nel
processo analitico, fino a quando
l’analista resta nella sua riservatezza.

Il punto, secondo Anna Freud, è come un
paziente percepisce il comportamento
dell’analista per quanto questo possa
attenersi alle regole analitiche.
Winnicott è il primo autore a parlare di
setting, e con lui si assiste a un
mutamento della prospettiva analitica.
Winnicott     introduce    una      nuova
concezione della psicopatologia come
una      mancata      integrazione      fra
l’esperienza dei propri bisogni vitali e
quella del contenimento materno che
conduce a un blocco dello sviluppo
della funzione simbolica e allo strutturarsi
di un “vero sé”.
 La situazione analitica grazie ad un
analista-madre-ambiente
“sufficientemente        buono”,       è
organizzata in modo da permettere
l’integrazione del falso sé del paziente
con il suo vero sé.

L’analista deve saper rispondere alle
esigenze del paziente e nel far ciò egli
enfatizza     la    persona     “reale”
dell’analista, mettendo in risalto la
relazione come elemento centrale
della terapia
Con Winnicott viene introdotta l’idea
che le regole tecniche possano essere
anche flessibili, come si assiste all’interno
del maternage.
Particolare attenzione meritano gli
aspetti ambientali, in quanto il paziente
riceve stimoli non solo dall’analista ma
anche dall’intero ambiente in cui ha
luogo l’analisi. Occorre quindi prendere
in considerazione il luogo fisico in cui si
dispiega il colloquio e la sua durata.
La stanza deve essere un ambiente a se
stante separato dall’esterno per mezzo
di una porta che ha il valore simbolico di
delimitare lo spazio, all’interno del quale
si possono affrontare argomenti che non
raggiungeranno          mai        l’esterno
(Semi,1985).
 L’arredamento tradizionale prevede la presenza di
due sedie disposte una di fronte all’altra, questo
tipo di disposizione può generare nei soggetti la
sensazione che il contatto visivo vada mantenuto
per forza, e quindi diventare fonte di disagio sia per
il paziente che per il terapeuta.
 Risulta invece auspicabile una disposizione in cui le
due sedie siano disposte a formare un angolo di
quarantacinque gradi con la parete. In questo
modo il contatto visivo non viene percepito come
obbligatorio, in quanto il paziente può scegliere di
guardare il terapeuta o da un’altra parte, se ciò lo
fa sentire più a proprio agio (Gabbard, 2005).
Un elemento che fa parte dell’arredamento è
l’orologio. E’ preferibile che esso sia collocato sulla
parete di fronte alla sedia del terapeuta in modo da
consentire a quest’ultimo di consultarlo utilizzando una
visione periferica. Questa disposizione è utile per evitare
che il paziente possa sentirsi trascurato o ferito quando
il terapeuta controlla apertamente l’orario, in quanto
possono pensare che il terapeuta non presti loro
attenzione o sia annoiato dai loro racconti.
Inoltre alcuni terapeuti preferiscono posizionare una
sveglia rivolta verso il paziente su di un tavolo tra le due
poltrone, in modo che entrambi possano controllare
l’orario nel corso delle sedute (Gabbard,2005).
Per quanto riguarda la strutturazione delle sedute nei primi
periodi di trattamento è preferibile una frequenza di 6 incontri
a settimana anche se lo standard che prevale è di 5 sedute
(Menninger, 1973).

Secondo Greenacre (1954) è consigliabile che le sedute si
svolgano ad intervalli di tempo sufficientemente ravvicinati,
per rafforzare il senso di continuità della relazione e dei
contenuti che emergono. Egli inoltre ritiene che bisogna
svolgere l’analisi in 5-6 sedute a settimana della durata di un
ora, e che con il procedere dell’analisi può essere opportuno
ridurre il numero di sedute. Queste modifiche possono essere
apportate solo quando la relazione tra paziente e terapeuta
si è consolidata e l’analista è riuscito a stabilire le reazioni del
paziente alle interruzioni. Se il paziente è in grado di superare
bene questi momenti senza che ciò determini un
raffreddamento della relazione, sarà possibile condurre
l’analisi in 3-4 sedute alla settimana (Menninger, 1973).
Per quanto riguarda invece la durata
delle sedute spesso è di 45-60 minuti per
consentire      l’instaurarsi   di     una
strutturazione naturale nella relazione tra
paziente ed analista, che ne favorisca la
produttività (Menninger, 1973).
    Un altro elemento del setting è l’onorario, che i
    terapeuti     devono      considerare    come  una
    componente che gli ricordi che la relazione
    terapeutica non è né un’amicizia né un rapporto
    familiare o sentimentale (Gabbard,2005).
    Per Winnicott (1954) amore ed odio sono entrambi
    parte della relazione terapeutica. Il paziente può
    percepire la comprensione empatica del terapeuta
    come espressione di amore e di attenzione , mentre
    può considerare il pagamento ed i vincoli temporali
    della situazione analitica come riflesso del
    comportamento aggressivo del terapeuta nei suoi
    confronti.
   L’esplorazione delle aspettative del paziente è
    produttivo ai fini terapeutici (Gabbard,2005).
L’analista deve astenersi dal prestare cure
  gratuite, in quanto il trattamento gratuito di
  solito diventa anche molto lungo e può non
  ottenere alcun risultato(Menninger, 1973).
 La     prestazione     gratuita  svaluta    la
  professionalità dell’analista
 Un pagamento adeguato rimanda al
  paziente la fiducia che l’analista disponga
  di metodi di cura efficaci
L’analista  dovrà      spiegare   che     gli
appuntamenti non possono essere disdetti, e
che una telefonata non annulla il
pagamento della relativa seduta.
Per Reichmann se il paziente può addurre
valide motivazioni per non presentarsi alla
seduta non è tenuto a pagarla.
Mentre per Kuble (1936) se il paziente non
dovesse pagare le sedute a cui manca,
l’analista gli   fornirebbe    un   pretesto
economico per sfuggire alle sedute dolorose
(Menninger,1973).
   Le regole di processo


Freud vede l’analisi come una
situazione in cui può prodursi
una      comunicazione     da
“inconscio” a “conscio”.
Il paziente deve essere fortemente motivato ad
  impegnarsi a fondo e con perseveranza,
  investendo notevole quantità di tempo e di
  denaro nel trattamento.
 Il paziente viene incoraggiato a comunicare tutto
  ciò che gli viene in mente, il più liberamente
  possibile, senza badare all’ordine logico, riferendo
  anche ciò che potrebbe sembrargli banale o
  disdicevole.
Il termine associazione libera oggi viene
sostituito spesso con il termine narrativa,
che evidenzia il fatto che le produzioni
verbali del paziente sono racconti di
episodi avvenuti o immaginati, nella vita di
tutti i giorni o nel passato.
Man mano che il paziente acquista fiducia
nella relazione terapeutica con l’analista e
man mano che egli apprende a riflettere
sulle relazioni affettive esprimerà una
capacità         crescente    di  associare
emozioni,pensieri, relazioni.
Tale attivazione permetterà al paziente
di fare una nuova esperienza di sé,
ovvero un’espansione della conoscenza
di sé che conduce a una forma
autentica di coscienza (collegata ad
uno      spontaneo   insight,   “visione
interiore”).
L’analista     deve     mantenere       un’attenzione
fluttuante, sospesa per tutto ciò che ascolta,
sospendendo il suo giudizio e mantenendo la
riflessione aperta sul materiale offerto dal paziente.

Deve porsi in uno stato di ascolto vigile ma
fluttuante per potere cogliere in profondità i
contenuti che emergono dalle associazioni.

L’analista ascolta non solo il paziente ma anche le
risonanze interiori che le confessioni del paziente
suscitano in lui.
Lo psicoanalista deve essere in grado di
tradurre i pensieri, i vissuti, i fantasmi, gli
impulsi ed il comportamento coscienti del
paziente nei loro antecedenti inconsci.
È necessario riformulare il materiale in
parole comprensibili per il paziente. Le
parole, il linguaggio usato ed il tono di voce
hanno una funzione particolare perché
fanno da ponte tra paziente e analista.
L’interpretazione viene a connettersi
strettamente con le altre regole di tecnica
del trattamento fino a subordinarle a sé.
Freud (1914) teorizza la neutralità analitica come
modalità per evitare interventi soggettivi che
finirebbero per rafforzare le resistenze, quindi la
neutralità serve essenzialmente per mantenere un
atteggiamento interpretativo.

Pertanto l’analista deve attenersi al principio di
astinenza e neutralità analitica mettendo da parte
i suoi affetti durante il trattamento psicoanalitico. È
utile che l’analista sia consapevole del suo stile
corporeo, dei messaggi che vengono inviati al
paziente con questo stile e della reazione possibile
a questi messaggi da parte del paziente.
 L’analista deve frustrare le richieste di
gratificazione      nevrotica      e     di
rassicurazione         e        mantenersi
relativamente anonimo.
 Come sottolineano Ferenczi (1930) e
Menninger (1958) se l’analista oltrepassa
le capacità del paziente di sopportare lo
stress che deriva da un eccesso di
privazioni e frustrazioni, il paziente può
divenire     traumatizzato     dalla   sua
anonimità tanto da interrompere il
trattamento o ricorrere ad acting out
distruttivi.
 L’analista deve stare attento a non
estremizzare nell’adesione a questo
principio, infatti troppa astinenza lo
riduce ad essere un osservatore distante,
mentre al contrario l’analista diventa
coattore       del    processo     nevrotico
(Rangel,1954).
 Nel prima caso il paziente non può
essere      analizzato    a      causa     di
un’atmosfera di forte rifiuto, mentre nel
secondo si crea una situazione caotica
che conduce a un superamento dei
limiti della relazione analitica.
Sebbene queste regole siano rimaste
un punto di riferimento solido per gli
analisti, delineando un setting sicuro e
protettivo, nel corso degli anni, sono
cambiati i significati attribuiti alle varie
procedure pratiche.
 Dagli ultimi studi condotti all’interno
della prospettiva dell’intersoggettività, in
cui si assume come centrale, sia per
l’instaurarsi che per il mantenimento
della situazione analitica, la relazione tra
analista e paziente, non possiamo più
assumere come regole fisse quelle che
sono state proposte dal modello
psicanalitico classico.
   Il concetto delle libere associazioni è ancora oggi
  utilizzato, anche se in un’accezione modificata.
   L’ottica bi-personale ne ha privilegiato gli aspetti
  conversazionali.
 Le associazioni del paziente sono guidate
  dall’interazione con lo stesso analista: egli tende
  ad attirare l’attenzione del paziente sulle proprie
  ipotesi per sottoporle a verifica (Gill).


Le associazioni libere sono guidate, non più da
motivazioni inconsce intrapsichiche derivate dai
conflitti infantili, ma dagli scambi interattivi
presenti nella relazione terapeutica
   Non esistono in realtà le “associazioni libere” poiché la
    formulazione dell’intervento da parte dello sperimentatore
    o la semplice presenza di un’altra persona nella stanza
    influenzano il paziente in modo considerevole ;

   L’attendibilità dell’interpretazione e la validità del suo
    contenuto vengono messe in discussione, poiché i vari
    psicoanalisti fanno ricorso a diversi modelli teorici e
    concettuali che non permettono di evidenziare la presenza
    di regole “universali” per l’interpretazione stessa.


      L’interpretazione ha assunto, accanto
       ad una funzione conoscitiva, anche
              una funzione interattiva
La regola della neutralità e dell’astinenza
  non possono essere applicate in maniera
  troppo rigida poiché diviene centrale la
  figura dell’analista


    Portatore di una propria storia
    personale e professionale che si
    congiunge con quella del
    paziente.
    La neutralità analitica non deve spingersi a
    negare la partecipazione relazionale del
    terapeuta alla situazione analitica: vi deve
    essere una partecipazione collaborativa e
    l’analista deve sentirsi libero di percepire il
    paziente anche al di là del suo ruolo di
    analista.

   La complessità delle dinamiche in atto
    nella situazione analitica consente di
    rilevare che, all’interno del contesto
    relazionale, l’analista non sarà “immune”
    dall’attivazione di emozioni e vissuti
    soggettivi, nonché di specifiche dinamiche
    inerenti il Sé.
   La confutazione di alcune regole del metodo
    classico porta al riconoscimento della co-
    costruzione della situazione analitica.
     L’ attenzione non si rivolge esclusivamente sul
    paziente ma viene privilegiato anche il ruolo
    dell’analista che, oltre ad utilizzare metodologie e
    teorie proprie del suo orientamento psicoanalitico,
    introduce all’interno della relazione i propri vissuti
    emotivi/emozionali, ma anche i propri sistemi
    rappresentazionali impliciti che direttamente e/o
    indirettamente indirizzano gli interventi terapeutici.
Barrale Claudia
Marino Anna
Miceli Luana
Morana Samanta
Patronaggio Flavia
   Carli L., Rodini C. (a cura di), Le forme di
    intersoggettività. L’implicito e l’esplicito nelle
    relazioni interpersonali, Raffaello Cortina Editore,
    Milano, 2008.

   Del Corno, Lang. Elementi di psicologia clinica.
    Franco Angeli,2005.

   Dazzi, De Coro. Psicologia dinamica, le teorie
    cliniche. Laterza, Roma, 2007.
   Laplanche, Pontalis. Enciclopedia della
    psicoanalisi. Vol. 1-2, Laterza, 1999

   Semi A. A., Tecnica del colloquio. Cortina,1985

   Pani, R., Sagliaschi, S. Dinamiche e strategie del
    colloquio clinico. Roma: Carocci, 2006.

   Gabbard, G. Introduzione alla psicoterapia
    psicodinamica. Milano: Raffaello Cortina, 2005.

   Menninger, K. Teoria della tecnica psicoanalitica.
    Torino: Boringhieri.1973
   Johannes Cremerius, Limiti e possibilità della
    tecnica psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino,
    1991.
    Ralph R. Greenson, Tecnica e pratica
    psicoanalitica, Feltrinelli, Milano, 1974

				
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