STATI UNITI Le celebrazioni dell'anniversario dell'attacco alle Torri gemelle, il presidente parla di pace. Ma il rompicapo afghano...
Niente vendetta nell 11 settembre di Barack Obama
Matteo Bosco Bortolaso NEW YORK NEW YORK Otto 11 settembre sono passati. Quasi tremila giorni, uno per ogni persona che è stata portata via. Ma il passare delle stagioni non può diminuire il dolore per ciò che è stato perso quel giorno. Né il passaggio del tempo e né i cieli scuri potranno mai cancellare il significato di quel che è successo. Sono queste le parole che Barack Obama ha scelto per ricordare la tragedia dell'11 settembre 2001. Lo ha fatto con la retorica di Abramo Lincoln e Martin Luther King, con un'oratoria che riecheggia quasi un sermone cristiano. «Questi uomini e queste donne - ha detto ieri il presidente - hanno dato la loro vita per la più semplice delle regole: sono responsabile per i miei fratelli, sono responsabile per le mie sorelle». Il presidente ha citato «la dura verità» contenuta nelle Scritture. «Le montagne possono cadere, la terra può cambiare, la carne e il cuore possono soffrire - ha scandito - ma dopo tutti questi dolori, Dio e la grazia ti ridarà la forza, renderà più forte, determinato». Obama ha ricordato che gli Stati Uniti, per qualche minuto, si sono fermati. «Ci fermiamo - ha continuato - nelle strade della città dove due torri sono diventate cenere e polvere, in un tranquillo campo agricolo dove un aeroplano è caduto dal cielo, e qui, a Washington, dove una pietra rimane ancora annerita dalle fiamme». Assieme alla first lady e ai vertici militari, l'inquilino della Casa Bianca ha partecipato alla cerimonia al Pentagono, che nel 2001 fu colpito da un aereo: l'impatto uccise 125 persone al ministero della difesa, i 59 passeggeri e i 5 dirottatori. A New York, nel buco nero di Ground Zero, c'era Joe Biden, il vicepresidente. In Pennsylvania, lì dove cadde l'aereo che era diretto verso la capitale degli Usa, ha parlato Colin Powell, ministro degli esteri del governo Bush che ha però appoggiato il presidente democratico. Dopo il ricordo e il dolore, il presidente ha parlato di azione «Il lavoro per proteggere l'America non è mai finito - ha detto - faremo tutto ciò che è in nostro potere perché il nostro Paese sia sicuro». Obama, comunque, non ha usato i toni aggressivi del suo predecessore repubblicano, anzi ha invitato gli americani a «rinnovare il vero spirito di quella giornata: non la capacità dell'uomo di fare del male, ma di fare del bene, non il desiderio di distruggere, ma l'impulso a salvare, servire, costruire». Non a caso, se si ripescano le sue dichiarazioni del 2001 - allora era un semplice senatore dello Stato dell'Illinois - si scopre in Obama una sensibilità quasi europea, lontana dalle tesi dello scontro di civiltà tanto care ai pensatori neo-con. «Dobbiamo impegnarci anche nel comprendere le fonti di tale follia - aveva detto il senatore, allora un signor nessuno - perché l'essenza di questa tragedia deriva da una fondamentale incapacità di immaginare l'umanità e la sofferenza di altri». Ora che è alla Casa Bianca, più che alla riflessione il presidente pensa all'intervento in Afghanistan. E se l'11 settembre è il giorno in cui gli Stati Uniti si uniscono per ricordare la tragedia, le divisioni sulla guerra in Afghanistan sono dietro l'angolo. La Casa Bianca si appresta ad annunciare l'invio di nuove truppe, cosa che già scatena il malcontento. In un sondaggio della Gallup del giugno scorso, soltanto l'1% degli americani considerava il terrorismo come il problema più importante per gli Stati Uniti. Carl Levin, presidente della commissione difesa del Senato, ha già messo le mani avanti: gli Usa devono aspettare ad inviare altri soldati in Afghanistan. Prima, secondo il senatore democratico, bisogna tentare di addestrare le forze di sicurezza afghane, rendendole autonome.